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ALTRA ITALIA
Garibaldi social forum
Silvio Messinetti
Comitati territoriali, migranti da Castelvolturno, network sociali, associazioni come Libera, Arci e Legambiente. E ancora: intellettuali, storici, giuristi, sindacalisti Fiom e gli operai Melfi e Pomigliano. Nella cittadina casertana lo «spirito» dei forum sociali

Chi è stato a Firenze, ai tempi del social forum, dice di trovarci la stessa atmosfera. In effetti, sembra di esser tornati a dieci anni fa. Cambia il luogo e diversa è l'ambientazione: Teano non è Firenze ed altra è la fase storica, con la sinistra politica ancora alle prese con l'elaborazione del lutto per una sconfitta epocale. Mancano i partiti - l'ennesimo colossale errore - e le organizzazioni straniere. Per il resto qui, a Teano, è un melting pot di sigle e formazioni sociali. Ci sono i comitati territoriali (gli aquilani del 3.32, i pendolari dello Stretto, il Comitato pro Salvia e quello contro la centrale di Pannitteri nel parco del Reventino, per citarne qualcuno), i movimenti dalla tradizione consolidata (i no Tav, i no Ponte, Action, il Forum italiano dei movimenti per l'acqua), i gruppi dell'altraeconomia e quelli dell'antimafia. C'è la comunità migrante di Castel Volturno e l'antirazzismo di Terre di Mezzo di Milano e Nosotras di Firenze. Ci sono i network sociali (rete@sinistra e Forum per la sinistra). In prima fila storiche associazioni (Libera, Arci, Legambiente, Mani Tese). Partecipano intellettuali, storici, magistrati, avvocati, i sindacalisti della Fiom, e gli operai di Melfi, Pomigliano e Termini Imerese (vedi articolo a fianco). E, insieme a loro, tanti singoli attivisti (quasi 500 finora si sono registrati) accorsi nel borgo casertano perché, dicono, «un'altra Unità è possibile».

Teano li accoglie tappezzata di tricolori. In nome di una nazione non nazionalista, su un'idea di popolo non populista. Fuori dalla chiesa sconsacrata dell'Annunziata, fulcro logistico dell'evento, è un via vai di militanti. Tutti alle prese col patchwork di incontri, dibattiti, gruppi di lavoro e seminari. Dislocati nelle sale di palazzi d'epoca e nei locali del museo archeologico. E poi ci sono le plenarie, ad alto respiro ed affollate. Come l'assemblea coordinata da Paul Ginsborg su "Verità e Riconciliazione", per fare i conti con la nostra storia; quella introdotta da Piero Bevilacqua, dedicata al bilancio storico dello stato nazionale; quella sui beni comuni, curata da Paolo Cacciari. Spiccano i tanti workshop: sulla sovranità alimentare e quella energetica, sui nuovi cittadini italiani, su mobilità e grandi opere, sulla dimensione euromediterranea, sul disastro ambientale e l'innovazione sociale, sui tanti sud del mondo in vista di Cancun 2011, sull'Italia come categoria letteraria, sulla formazione scolastica alla presenza degli studenti del Casertano. E, naturalmente, il confronto tra nord e sud «per capire dove va l'Italia» con Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Marco Revelli, Gianfranco Bettin.

Nonostante la pioggia e il tempo inclemente, c'è tanta voglia di nuova politica. Dal basso, partendo dai mille comuni impegnati nelle buone pratiche di solidarietà ed accoglienza. Perché se questa Italia, in 150 anni di storia patria, è riuscita davvero male, a Teano si prova a ricominciare da capo. Dai tanti presìdi di resistenza al saccheggio del territorio sparsi per lo Stivale. Dalle lotte per la difesa dei diritti e la dignità del lavoro. Dalle molte esperienze di economia solidale. Dalle voci dell'informazione autonoma. Dai comitati di cittadinanza attiva. Che non vogliono più saperne di Berlusconi ma, ancor di più, del berlusconismo. In nome di un protagonismo collettivo e dal basso. Non gridato, ma praticato sui territori. Da qui potrebbe nascere un'altra Italia, autoconvocata. Come quella dei sindaci che domenica si sono dati appuntamento nell'Annunziata per stringere un patto solenne di fronte ad una platea piena di camice rosse. Una sfilata di amministratori illuminati, in prima linea nella lotta per l'acqua pubblica (Anna Maria Bigon da Povegliano Veronese e Bengasi Battisti da Corchiano), nell'antirazzismo (Ilario Ammendolia da Caulonia e Mimmo Lucano da Riace), nel pacifismo (Sergio Gori da Quarrata e Eugenio Melandri da Genzano), nella battaglia antimafia (Giovanni Di Martino da Niscemi), nella raccolta differenziata (Enzo Cenname da Camigliano), nella cura del territorio (Domenico Finiguerra da Cassinetta di Lugagnano), nella cooperazione decentrata (Claudio Bertalot da Torre Pellice), nel buon mercato (Rossella Blumetti da Corsico), nella filiera corta (Gianluigi Surra da Carmagnola), nelle buone pratiche (Mario Cicero da Castelbuono).

Una Carta di Teano fondata su un'idea di democrazia sociale. Per la quale non tutto è misurabile col denaro, non tutto è mercificabile. C'è quest'Altra Italia a Teano che chiede di poter gestire i beni comuni, naturali e culturali, di non privatizzare l'acqua, di non incentivare modelli produttivi e di consumo per i mercati globali, di non sventrare i territori per l'alta velocità di pochi e l'immobilità di molti, i pendolari, di non cementificare con new town e sedicenti grandi opere.

A sera, il corso di Teano brulica di attivisti. Conclusi i dibattiti, Piazza Duomo accoglie i tanti banchetti delle organizzazioni. La mensa popolare è allestita presso l'Istituto alberghiero. Domani (oggi per chi legge ndr) si chiude. Verrà letto il Patto per una Nuova Italia alla presenza delle tante reti comunali (Enti Locali per l'Acqua bene comune, Rete comuni solidali, Associazione comuni virtuosi, Associazione Comuni dei Parchi, Rete Nuovo Municipio, Coordinamento Enti Locali per la pace e i diritti umani, Avviso Pubblico). A seguire l'assemblea plenaria sulla "Lotta alle mafie come Lotta di liberazione nazionale" a cura di Libera e del manifesto con Luigi Ciotti, Angelo Mastrandrea, Stefano Pisani (vicesindaco di Pollica-Acciaroli) e Mario Martone.

Infine recital teatrale dello "storico incontro" con Enzo Scandurra e Renato Nicolini. Per una Unità dal basso, contro i leghismi del nord e del sud.

MOVIMENTI

Da Teano a Cancun

Pensando a Terzigno

di Giuseppe de Marzo



C'è un nesso tra le mamme ed i cittadini impegnati contro la discarica di Terzigno, stretti tra la camorra e l'assenza dello Stato, e quanto succede in questi giorni a Teano, dove un'altra Italia si ritrova per provare a riscrivere dopo 150 il senso del nostro stare insieme? C'è un nesso tra questi due fatti e le centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini che il 16 ottobre scorso hanno risposto all'appello della Fiom per difendere diritti, lavoro e democrazia? E tra questi e quanto avverrà a Cancun, in Messico, dove a fine a novembre i governi del mondo si incontreranno per affrontare la tragedia dei cambiamenti climatici, mentre i movimenti del mondo promuoveranno un foro alternativo? I nessi ci sono e sono evidenti. Ormai la crisi strutturale del sistema capitalista miete sempre più vittime, reclama sempre più sacrifici sull'altare del profitto dove tutto quello che pensavamo di aver conquistato in un secolo di lotte e di socialismo giuridico viene piegato e scomposto. Questo modello di sviluppo è insostenibile e sempre più persone se ne rendono conto sulla loro pelle, costretti a difendersi da uno Stato che in assenza di una vera opposizione politica rischia in maniera evidente e pericolosa una deriva autoritaria, come dimostra l'aggressione illegale contro la comunità di Terzigno che si batta per il diritto alla salute, o le sciagurate dichiarazioni incendiarie del ministro degli interni sulla manifestazione del 16 ottobre. Viviamo in un sistema costituzionale costruito sul diritto al lavoro, mentre quello che ci viene proposto dall'amministratore delegato Fiat e dalla Confindustria ripropone uno schema medioevale fatto di perdita di diritti e di salario, poca o nessuna sicurezza e competizione esasperata per fomentare una guerra in basso. E mentre la politica non affronta le questioni centrali, rimangono i movimenti, i comitati, le associazioni, i sindacati e la società civile ad organizzare riflessioni, analisi, mobilitazioni, conflitti e proposte su come uscire dalle crisi. Ed è questo uno dei temi centrali dell'incontro di Teano, che ribalta la retorica savoiarda dei vincitori e prova a fare un esercizio di analisi e pratica politica alla luce del leghismo rampante che appare aver avvelenato molte delle relazioni tra nord e sud.

Se si vogliono affrontare le questioni legate ai rifiuti, al federalismo fiscale, al diritto al lavoro e alla difesa del contratto nazionale, all'istituzione del reddito di cittadinanza ed alla salvaguardia dei beni comuni a partire dall'acqua, dobbiamo prendere visione della portata della crisi, dell'impatto che ormai questa ha anche nelle nostre vite quotidiane e dell'impossibilità della governance globale di cambiare lo stato di cose. La dimensione delle crisi è globale ed intreccia il particolare con l'universale, mettendolo in relazione. Queste crisi non possono essere risolte con gli strumenti del modello capitalista. È questo il punto, evidente e visibili nei tanti conflitti sociali ed ambientali esplosi in questi anni in tutto il mondo (la lista sarebbe infinita).La crisi ecologica può essere fermata non con una mano di vernice verde sulle produzioni, come qualche furbetto della cricca vorrebbe, ma solo se si mettono in discussione i meccanismi di produzione, distribuzione e consumo. La "green economy" rischia di essere una scatola vuota o addirittura controproducente se non affronta le questione centrali legate a quale sviluppo e sistema economico oggi sia compatibile con la sostenibilità e con i limiti imposti dal pianeta e dalle crisi. Cosa sono oggi dunque le "forze produttive" e come si possono organizzare è un altro dei temi centrali. Ecco perché le risposte a Cancun non arriveranno dall'incontro del Cop 16. A prescindere da cosa preferiremmo, non rimane come opzione che quella di organizzare un campo planetario capace di dare le risposte che l'umanità anela e di cui ha un disperato bisogno. Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno. La governance globale ha già fallito a Copenaghen, sulla crisi alimentare, su quella energetica, su quella finanziaria, su quella migratoria e su quella economica; purtroppo fallirà anche a Cancun. Queste crisi possono essere superate solo attraverso la costruzione di un modello che metta la giustizia ambientale e sociale al centro della costruzione del proprio paradigma di civilizzazione. Questo afferma la società civile a Teano, come quella che sta organizzando Cancun. E queste sono le risposte che cercano i milioni di italiani precari e disoccupati, le mamme di Terzigno, i pastori sardi, i comitati dell'acqua, i maestri ed i ricercatori, tra gli altri. Chiedono di migliorare le condizioni materiali, peggiorate enormemente con le crisi, e di rispettare i loro territori ed i loro beni comuni: la memoria stessa di una comunità.

Abbiamo bisogno di fare un salto in avanti che ci proietti finalmente verso il futuro. Abbiamo bisogno di una nuova teoria dell'emancipazione sociale, di una Democrazia della Terra. Abbiamo bisogno di farci domande nuove e di costruire vocabolari nuovi. Ed a questo esercizio non possono sottrarsi le forze della sinistra, che rischiano la marginalizzazione dalla storia. Il terreno di confronto su cui ricostruire un campo ed un'appartenenza sta nella scelta del bene comune e della giustizia sociale ed ambientale come assi della riscrittura del contratto sociale. Oggi la liberazione dell'uomo passa indissolubilmente per la liberazione della Terra.

* Portavoce A Sud - www.asud.net





UNITÀ D'ITALIA

La società «operosa» che vuole

ricostruire l'Italia dal basso

di Andrea Bagni



In occasione della visita dell'imperatore russo «il ministro degli affari esteri credeva di poter mostrare i benefici effetti della sua amministrazione, imbiancando le facciate degli edifici pubblici ... e nascondendo altresì agli sguardi i cenci degli infelici». Era regola la confusione dell'interesse privato con quello pubblico, cioè della «persona del principe». È un brano citato da Della odierna moralità politica nelle Due Sicilie di Claudio Fracassi. Si parla dell'Italia dei Borboni alla vigilia del 1860. Non sembra di essersi allontanati più di tanto. Siamo sempre alla persona, anzi al corpo, del principe. Ai suoi vizi, così privati così politici, che tengono occupate le menti dei sudditi: distratte, snervate, sepolte, cieche, divise. Oppure rabbiose, ma sempre in qualche modo subalterne: prigioniere dello specchio oscuro di una sovranità perversa.

Anche Marchionne con i suoi pulloverini rappresenta bene questa modernità iper-aziendale e insieme neofeudale: il lavoro ridotto a merce disponibile a piacere, senza contratti o sindacati, in un rapporto individuale servo-padrone. Il parlamento pieno di domestici servitori (vincolo di fedeltà personale, concessione di un beneficium, immunità). Le fabbriche pure. Forse ha ragione Bascetta quando sostiene che fa parte dello stesso scenario, della stessa grammatica separata dalla società e dai suoi disastri, l'ipotesi di grandi alleanze di salute pubblica. Modello Cln. Bisognerebbe in qualche modo spostarsi, giocare altrove un altro gioco. Però non mi sembra che possiamo immaginare luoghi conflittuali incontaminati, al riparo per l'urgenza dei bisogni da un ordine simbolico che privatizza desideri e sogni. Esistono eccome gli operai, ma appartengono molto diversamente alla classe operaia. È l'immaginario che è devastato, colonizzato, destrutturato. Il lavoratore di Videocracy progetta la sua emancipazione nel reality show: come faccio a dire a una ragazza che sono uno che lavora al tornio otto ore al giorno, chi uscirebbe con me. La destrutturazione non è solo socio-economica, è anche antropologica. Fra istituzioni violentate dal berlusconismo e nazione declinata stile Adro - qui siamo padroni in casa nostra - sembrano restare sul campo solo moltitudini frammentate, sgomente. Ma non rassegnate.

Secondo me bisogna ripartire da qui. Comunque. Da una democrazia creativa, all'altezza delle solitudini globali, vissuta in questa forma singolare, maschile e femminile, fondata su relazioni ravvicinate, non solo "di massa". Da una nazione oltre lo stato-nazione e senza nazionalismo. Interamente politica, cioè aperta agli attraversamenti. Da una cittadinanza fondata sull'esserci in un territorio, oggetto della legge e dunque soggetto della legislazione. Un concetto di cittadinanza fondato su relazioni che nascono dall'appartenenza alla polis, in un certo senso artificiali ma perché umane. Per questo tessuto civile e politico la natura, il lavoro, il sapere - beni comuni - non sono né proprietà pubblica, dello stato, né proprietà privata, del capitale, perché non sono proprietà autoritaria di qualcosa d'altro che decide altrove. Sono luogo di incontro e dialogo di una collettività che partecipa, di una società costituente, di una comunità che viene.

C'è una società "operosa" che è società politica, forse l'unica politica oggi, che esiste come soggettività diffusa anche se non ha rappresentanza istituzionale. È questa nazione decente che si è incontrata a Teano per riprovarci ancora, dal basso, a tessere un po' le fila di un'altra Italia - né sabauda né leghista né borbonica. Nel disastro degli Stati, dei nazionalismi e dei populismi, forse un popolo e una nazione possono incontrarsi. Fare altri discorsi, costruire altre grammatiche. Spostarsi e spostare. Vediamo.

Da questa sera parte a Teano l'incontro nazionale per rilanciare l'Unità d'Italia a 150 anni dallo storico incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. La manifestazione terminerà il 26 mattina, che è il giorno dell'incontro storico che sancì l'annessione del Mezzogiorno. Non si tratta di una delle tante celebrazioni che si terranno per ricordare il 150° anno della nascita dell'Italia. Si tratta di una scommessa, di una sfida che ha una serie di obiettivi ambiziosi. Non è un caso che questa grande manifestazione che mette insieme tante realtà sociali e culturali del nord e del sud del nostro paese non abbia ricevuto un euro da Giuliano Amato, coordinatore nazionale del Comitato per i 150 anni dell'Unità d'Italia, che gestisce 16 milioni di euro per i festeggiamenti. In fondo, a pensarci bene è un riconoscimento al valore politico e culturale di questo incontro. Vorremmo invece ringraziare i tanti che ci hanno sostenuto, le decine di volontari, reti municipali (da Recosol ad Assiso Pubblico alla Rete dei Comuni Virtuosi,all'Ancip), associazioni grandi e piccole (da Libera a l'Arci a tante altre) , diverse ed importanti categorie sindacali della Cgil e della Cisl, la Banca Etica di Padova, last but not least, il comune di Teano che ci ha ospitato con grande generosità e l'Anci che ha patrocinato l'iniziativa. Una iniziativa unica nel suo genere, complessa per la etereogenità dei soggetti coinvolti, che ha diversi obiettivi che in estrema sintesi possiamo qui ricordare.

Il primo: fare i conti con la nostra storia, a partire dalle ferite profonde inflitte alle popolazioni meridionali, per restituire agli italiani una memoria condivisa, una visione della nostra storia ben diversa da quella che ci viene ancora oggi propinata nei testi scolastici. Non per suscitare una voglia di rivalsa, ma per collocare nella giusta luce la storia del Mezzogiorno all'interno della storia nazionale. Una memoria condivisa per costruire un futuro comune.

Il secondo: prendere coscienza del fatto che questo nostro paese rischia di dividersi, di spaccarsi tra leghe del nord e partiti del sud, con il pericolo reale di rimettere indietro le lancette della storia. A rimetterci sarebbero innanzitutto i lavoratori ed i cittadini tutti, schierati gli uni contro gli altri, un film che abbiamo già visto in anni recenti (la ex Jugoslavia docet).

Il terzo: l'Unità d'Italia non si ricostruisce con le belle parole, ma con un Progetto-paese che ci faccia uscire insieme dalla crisi economica-sociale e morale più pesante della storia repubblicana. Dentro l'attuale modello di sviluppo il Mezzogiorno non ha spazio, non ha ruolo, è diventato solo un costo. In un altro modello economico e sociale il Mezzogiorno può divenire una variabile strategica per tutta l'Italia. È questo progetto che nelle prime due giornate di Teano cercheremo di disegnare per grandi linee, a partire dalla scelta strategica della sovranità energetica ed alimentare che riduce la nostra dipendenza dall'esterno ed abbisogna delle grandi potenzialità del Mezzogiorno in questi settori vitali.

Il quarto: promuovere sinergie, dialogo, convergenze tra forze sociali, economiche e culturali diverse. Partendo dal presupposto che solo una vasta unità di forze sociali e culturali ci può produrre una più ampia unità territoriale nel nostro paese. Per questo a Teano si incontreranno sindacalisti della Cgil e della Cisl e Uil, operatori economici e sindaci, esponenti del mondo del volontariato e dell'associazionismo di cui è tanto ricco questo paese.

Il quinto: sottoscrivere un patto ideale e concreto a partire dai sindaci, espressione primaria della democrazia. Il Patto di Teano verrà presentato domenica mattina e per ognuno dei dieci punti ci sarà una testimonianza concreta delle amministrazioni locali che già lavorano in quella direzione. Obiettivi di lungo periodo che si coniugano con obiettivi immediati, su quello che ognuno può fare hic et nunc.

Il sesto: fare a Teano i primi passi di un cammino di rinnovata unità nazionale fondata su diritti di cittadinanza irrinunciabili - dalla sanità alla scuola al lavoro - che devono costituire limiti e paletti di qualunque forma di federalismo. Diritti che vanno estesi ai nostri nuovi concittadini, figli di immigrati nati in Italia, che vivono da sempre in Italia, ma sono considerati stranieri per un assurdo ed arcaico ius sanguinis.

Il settimo: la festa. A Teano tanti artisti di fama nazionale si esibiranno nella tre serate dando all'incontro di Teano il calore della festa, dell'incontro tra culture diverse unite da ideali comuni.

Questo ci aspettiamo dalle giornate di Teano e rivolgiamo un appello a tutti: chi può partecipi. La Nuova Unità d'Italia si costruisce dal basso, con il concorso di tutti gli uomini e le donne che amano questo paese.

Una prima autoillusione – la si potrebbe chiamare l’autoillusione del mondo globalizzato – viene espressa dall’affermazione secondo cui «nessuno può fare politica contro i mercati». Questa sentenza dell’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer illustra perfettamente l’autocomprensione della classe politica degli scorsi due decenni. I politici si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che agisce a livello globale. Qui si tratta – in un doppio senso – di una favola dell’innocenza impolitica.

Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a livello nazionale, come «politica riformista», le regole dei mercati globalizzati. In questo modo essa avrebbe prodotto il «destino della globalizzazione» che, apparentemente, non può più essere influenzato. Si noti: il capitale globale conseguirebbe il suo potere «inattaccabile» solo allorché la politica persegua attivamente la propria autoeliminazione.

Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da pretesto per respingere la pressione ad agire che aumenta con i rischi globali ai quali è sempre più esposta la vita quotidiana delle persone e per non utilizzare le opportunità dischiuse dalla politica interna mondiale. L’argomento è imbastito in questo modo: dal momento che non ci sono e non ci possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione, non c’è niente da fare!

C’è però anche l’opzione strategica consistente nel volgere in senso contrario l’argomento appena abbozzato: in questo caso, i politici suscitano aspettative la cui irrealizzabilità è palese. Ad esempio, prima di un vertice del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati finanziari, ben sapendo che essa non ha alcuna possibilità di essere applicata. Il motto: «Tutto funziona a livello globale - perciò non funziona nulla!» consente dunque di pervenire a un’intenzionale separazione tra il parlare e l’agire. Quanto più irraggiungibile è il traguardo annunciato, tanto più a cuor leggero si possono avanzare richieste, presentandosi come i paladini di ciò che è buono, bello e necessario a livello globale - senza timore di doversi sporcare le mani. Perciò non è affatto insensato che il governo federale tedesco innalzi il vessillo della rivendicazione di una tassa sulle transazioni finanziarie, una sorta di imposta sulle entrate applicata agli affari finanziari, senza credere neppure lontanamente alla sua introduzione.

Tuttavia, il preteso «non poter fare» viene smentito dalla «grande politica» (Nietzsche) della salvezza delle banche «rilevanti per il sistema» e della creazione di fondi di soccorso per gli Stati minacciati dalla bancarotta. La crescita costante di cifre sempre più fantastiche, la scomparsa nel nulla di somme gigantesche che in precedenza non erano mai disponibili, portano a una svalutazione della politica per eccesso di rialzo delle sue quotazioni. Anche se i «pacchetti di soccorso» non sono stati il risultato della coordinazione politica, ma la conseguenza di accordi informali e degli egoismi dei singoli Stati, qui si è manifestato perlomeno per un istante mondiale il plusvalore politico, che può accelerare a razzo l’agire politico nelle arene nazional-statali altrimenti così refrattarie, resistenti, scosse dalla crisi.

Il problema non è l’obiettivo - l’autoinvestitura della politica in forza dell’esperienza della collaborazione al di là delle frontiere nazionali; il problema è la via che porta ad esso: il superamento dell’ontologia nazionale.

L’autoillusione nazionale



L’autoillusione nazionale si basa sull’assunto secondo cui nella realtà concreta della politica interna mondiale potrebbe avvenire un ritorno all’idillio dello Stato nazionale. Così risuona ovunque la lamentazione che l’Europa è una burocrazia senza volto, l’Europa distrugge la democrazia, l’Europa seppellisce la pluralità delle nazioni. Anche se in questa critica può esserci molto di giusto, essa è sbagliata se muove dalla premessa: «Senza nazione, niente democrazia». In base a questa logica nazional-statale un’Europa post-nazionale non può che essere un’Europa post-democratica. E questo a sua volta significa che quanto più c’è l’Unione europea, tanto meno c’è democrazia.

Questa argomentazione è sbagliata per tutta una serie di motivi. In primo luogo ai suoi sostenitori sfugge il fatto che la via per un’Europa democratica non può essere identica alla via percorsa dalle democrazie nazionali. Anche il concetto di democrazia, come criterio dell’Ue, deve essere diverso. L’Ue è composta da Stati democratici, ma non è uno Stato nel senso tradizionale del termine. Perciò si pone il problema se i modelli di democrazia sviluppati per lo Stato moderno possano essere trasposti all’Ue oppure se per la legittimazione democratica della politica europea non debbano essere concepiti altri approcci, di tipo post-nazionale.

Entrambe le cose hanno la loro motivazione nell’autoillusione nostalgica, che assolutizza la dimensione nazionale. Di ciò fa parte anche il fervore con il quale viene esaltato il modello dell’«economia sociale di mercato» come risposta alle sfide della globalizzazione: una concezione politica in tutto e per tutto legata alla politica nazionale del Welfare di keynesiana memoria. La situazione della politica interna mondiale necessita di un «Keynes II» che superi «Keynes I». Questo nuovo caposcuola dovrebbe sviluppare una teoria dell’economia mista sensibile all’ecologia e altamente innovativa, capace di porre al centro della sua riflessione l’orizzonte del mercato globale.

L’autoillusione neoliberista



Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è quella neoliberista. Dopo la Guerra fredda la globalizzazione neoliberista è diventata la forza normativa e politica decisiva della politica interna mondiale. Alla fine il neoliberalismo aspira ad essere il migliore socialismo, poiché con l’aiuto del regime del mercato mondiale mira ad eliminare non solo a livello nazionale, ma sul piano globale, la povertà e a creare un mondo più giusto.

Tuttavia, i rischi globali mandano a monte l’ordine prodotto dalla coalizione neoliberista tra il capitale e lo Stato: i rischi globali potenziano gli Stati e i movimenti della società civile, poiché mettono in luce nuove fonti di legittimazione e nuove opzioni d’azione; d’altra parte, essi indeboliscono il capitale globalizzato, dal momento che ora le decisioni di investimento creano enormi rischi globali.

Come e quanto l’utopia neoliberista della trasformazione del mondo si sia dimostrata un’autoillusione diventa chiaro, non ultimo, in base all’«effetto-convertiti»: anche i partiti politici e i capi di governo che prima della crisi finanziaria caldeggiavano come «obiettivi delle riforme» le norme della «buona gestione del bilancio» si fanno ora banditori di ciò che aveva fruttato critiche graffianti a Oskar Lafontaine, l’ex ministro socialdemocratico delle Finanze del governo Schröder, ossia la necessità di imporre al capitale finanziario che agisce su scala globale il corsetto di un sistema di regole.

L’autoillusione neomarxista



Paradossalmente, l’autoillusione neomarxista è la gemella nera come la pece dell’autoillusione neoliberista. Proprio i critici più duri del capitalismo globale diventano gli apologeti dello Stato neoliberista del mercato mondiale. Anche loro vedono un’autotrasformazione dello Stato (assistenziale), ma esclusivamente nel senso dell’autoadeguamento della politica statale al predominio del mercato mondiale, ciò che in ultima analisi conduce all’autoliquidazione della politica. Tuttavia i neomarxisti e i neoliberisti valutano in termini opposti la situazione mondiale che viene così a configurarsi.

L’economia mondiale fa saltare i detentori del potere nelle economie nazionali, impone l’apertura delle frontiere e conquista lo spazio di potere della politica interna mondiale. Ma al campo visivo neomarxista sfugge che questo shock dischiude anche nuovi ambiti, risorse, opportunità d’azione per tutti gli attori, al di qua e al di là della dimensione nazionale.

In questo modo vengono perdute di vista anche le tensioni e le fratture manifestatesi nel capitalismo globale. Non mi riferisco tanto al capitalismo riformatore verde, quanto, piuttosto, alla ascesa di un nuovo capitalismo con varianti e coloriture asiatico-pacifiche, latino-americane. Esso è diventato sempre più l’alternativa sistemica alla tirannia occidentale, ormai infranta. Se considerata dalla prospettiva dei Paesi in via di sviluppo, la situazione mondiale è caratterizzata da:

- uno spostamento del potere a favore dei Paesi in via di sviluppo (che si riflette, ad esempio, anche nella loro partecipazione al nuovo vertice del G20);

- uno spostamento del baricentro della geografia del potere economico mondiale dall’Atlantico al Pacifico;

- la strisciante de-monopolizzazione del dollaro americano come valuta-guida globale, a favore di un’alleanza tra diverse valute e di accordi valutari bilaterali;

- la crescente importanza della cooperazione Sud-Sud ed Est-Sud per la soluzione dei problemi economici; e, non ultimo,

- la perdita di autorità ed esemplarità morale del vecchio centro euro-americano.

L’autoillusione tecnocratica



Mentre le posizioni fin qui esposte muovono da una minimizzazione delle opzioni politiche, la posizione tecnocratica cerca la massimizzazione dello spazio d’azione politico sotto la pressione dei pericoli per l’umanità. Non c’è dubbio che gli studiosi del clima siano dei grandi realisti, ma spesso sono anche degli idealisti e di conseguenza non riescono a capire perché i loro apocalittici modelli matematici non provochino contromisure urgenti.

Veniamo così all’autoillusione tecnocratica. Infatti, nel mondo dell’homo oecologicus il primato della democrazia passa in secondo piano e le disuguaglianze prodotte dal mutamento climatico e dalla politica ambientale retrocedono a fatto marginale. Qui incombe il cortocircuito tra le immagini belle e terribili delle calotte di ghiaccio che si sciolgono e la necessità di una sorta di espertocrazia dello stato di emergenza, che nell’interesse della sopravvivenza imponga il bene comune mondiale contro gli egoismi nazionali e le riserve democratiche.

Le tre componenti - anticipazione della catastrofe, il corsetto temporale e la tangibile incapacità delle democrazie di agire con decisione - fanno sì che quasi tacitamente la visione di Wolfgang Harich di uno «Stato forte e interventista, fautore di ascetiche redistribuzioni e ripartizioni», cioè il modello ecodittatoriale, si aggiri per le menti proprio dei più impegnati. Si pone perciò la questione-chiave: Com’è possibile la democrazia nei tempi del mutamento climatico? O, per formulare la domanda in termini ancora più incisivi: Perché lo sviluppo ulteriore della democrazia è la conditio sine qua non di una cosmo-politica del mutamento climatico?

L’autoillusione tecnocratica presuppone lo Stato nazionale che interviene in modo ecodittatoriale. Ma come può uno Stato nazionale imporre agli altri Stati nazionali il consenso ecologico? Con la guerra? Con un’ecodittatura mondiale? Diventa chiaro che l’autoillusione tecnocratica non solo nega i valori della democrazia e della libertà, ma alla fine è inefficace, anzi, controproducente.

La conseguenza di tutto ciò è che la politica dell’impolitico non funziona più in modo impolitico. E non c’è più via di scampo dalla convinzione che la politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione plasmatrice e (forse) a recuperare credibilità solo nelle forme della cooperazione transnazionale (Ue!).

(Traduzione di Carlo Sandrelli)

È appena stato pubblicato, per i tipi di Maggioli, “Promemoria di urbanistica, architettura, politica e altre cose”, quarta raccolta di articoli e brevi saggi di Lodovico Meneghetti, in prevalenza “opinioni” scritte appositamente per eddyburg.it. Il libro si compone di una serie di “libere osservazioni” su avvenimenti e notizie del triennio 2008-2010, alcune recensioni di libri pubblicati nello stesso periodo e un saggio sul rapporto fra musica e architettura, derivato dalla relazione introduttiva al convegno Estetica, musica e architettura, tenuto a Milano nel maggio 2008.

Milano e la Lombardia sono un punto di osservazione privilegiato per comprendere il declino del nostro paese e, in particolare, della sua classe dirigente. Un declino che si manifesta platealmente nella propaganda e nella realizzazione di un orribile campionario di veri e propri mostri urbanistici: i grattacieli sofferenti e deformi di City Life, trionfi della speculazione privata realizzati su un’area originariamente lasciata in dono alla città; il triste quartiere di Santa Giulia, ecologico e à-la-page nelle ambizioni, ma costruito su un’area contaminata e non bonificata; il progetto dell’Expo, impudentemente dedicato ad agricoltura e alimentazione (la fame nel mondo), pretesto per l’ennesima volgare speculazione immobiliare a favore dei soliti noti; il nuovo piano regolatore, proteso - con un vero e proprio slancio futurista – ad attrarre 700.000 nuovi abitanti (pura razza padana, supponiamo) grazie al quale, più prosaicamente, si concede la possibilità di edificare un po’ ovunque milioni e milioni di metri cubi, destinati nell’immediato a trasformarsi in ipoteche e garanzie bancarie per assicurare un po’ di serenità contabile agli inquieti immobiliaristi della città.

Sarebbe però riduttivo apprezzare la serie degli scritti di Meneghetti solo laddove stigmatizzano i guasti più recenti della politica e la loro tragica materializzazione in brandelli di città sempre più anodini. La pubblicazione a stampa rende maggior merito alle riflessioni di carattere più generale, che appagano tanto più il lettore quanto più si avventurano lontano dai territori più familiari dell’architettura e dell’urbanistica, per proporci connessioni e legami tra discipline differenti (dalla musica alla filosofia, dall’economia alla letteratura) ed epoche tra loro distanti. Si sente viva, in questi passi, la convinzione che il dialogo tra i vari saperi rafforzi il sapere critico e fornisca un antidoto efficace all’assuefazione al degrado. Di questo siamo grati a Meneghetti e per questo continueremo a leggere i suoi scritti, ogni volta che vorrà comparire sul sito, e attendiamo già il prossimo libro colorato per aggiungerlo al caledoscopio delle sue libere osservazioni.

Il neoliberismo divora le risorse della crescita. La politica si fa ancella della finanza. Le sinistre hanno capito ben poco della globalizzazione. E parlare di ambiente a una donna di Haiti è complicato. Ma la crisi ecologica è planetaria e il rilancio dell'economia mondiale la aggraverà

Luciano Gallino, come giudica le politiche seguite da quanti hanno responsabilità pubbliche (industriali, economisti, politici) al fine di superare la crisi. Politiche che di fatto si riassumono in rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, insomma crescita... Una linea che nessuno mette in discussione.

Gli interventi postcrisi sono l'esito di un processo di ristrutturazione dell'economia cominciato con Reagan e Thatcher nei primi anni anni 80, cui hanno contribuito anche governi europei guidati da socialisti: dopo aver fabbricato la crisi, tentano ora di porvi rimedio con metodi tipicamente neoliberali. Ma bisogna fare qualche distinzione. Gli Stati Uniti, motore primo del capitalismo finanziario, da cui è partita la crisi, stanno facendo una politica un po' più progressista dell' Europa: salvando le banche, ma anche contenendo la disoccupazione con forti interventi di stimolo, e destinando decine di miliardi a una politica ecologica. Con tutti i suoi limiti, si tratta pur sempre del primo segno di vita della politica nei confronti della finanza. Mentre la Ue, fedele alla strategia di Lisbona, sta andando in tutt'altra direzione.

Quello che lei mi dice conferma la totale disattenzione del mondo politico nei confronti della crisi ecologica planetaria, e che il rilancio dell'economia mondiale non può che aggravare. Come giudica tutto ciò?

Lo giudico un grosso pericolo. E' come essere su un aereo che sta andando dritto contro una montagna e in cabina non c'è nessuno...

Di recente il Global Footprint Network ha annunciato che è già stata consumata la quantità di natura da potersi usare quest'anno senza squilibrare ulteriormente l'ecosistema. E la data viene anticipata ogni anno... Ma nessuno ci fa caso: seguitano a invocare crescita, dimenticando che (a prescindere dall'aumento di catastrofi) alla crescita può mancare la materia prima...

Ha detto quasi tutto lei. Io ho finito di scrivere un libro sulla crisi come crisi di civiltà, in cui tra l'altro ricordo che l'impronta ecologica dell'economia globale occupa ormai un pianeta virgola tre. Se il Sud del mondo dovesse produrre come l'Occidente, in pochi anni di Terre ce ne vorrebbero due. I responsabili principali sono la fede neoliberale e le pratiche economiche che ne sono derivate. Le dottrine economiche del neoliberalismo parlano di foreste, di mari, di acque, di terreni, ecc. sotto un unico aspetto: la valorizzazione. Uno distrugge mille kmq di foreste pluviali in Indonesia o in Brasile e la considera un'opera di valorizzazione: qualcosa che pareva non servire a nulla diventa materiale da costruzione. Questa dottrina economica è affatto irrazionale, perché non calcola nei passivi la distruzione dei servizi che quella foresta - o quella palude, quell'agro, quel fiume - rendeva: un valore annuo che in media supera di due o tre volte il ricavo della cosiddetta valorizzazione. Con la differenza che quei servizi che erano durevoli sono scomparsi per sempre, mentre la valorizzazione avviene una volta sola.

Ma questo comportamento non attiene alla natura stessa del capitale?

Del capitale senza regole e senza controlli. Ma ci sono stati dei periodi in cui il capitale era ragionevolmente regolato.



Forse perché, come dice Wallerstein, c'erano ancora degli spazi in cui fuggire... Il mondo non era antropizzato, sfruttato come ora.

Questo è indubbio. Oggi, al di fuori della società capitalistica mondiale, non c'è nessuno spazio. Ma ci sono anche altri fattori geopolitici da considerare. Tra il 1945 e il 1980 il capitalismo fu in qualche modo regolato. In diversi paesi europei gli orari di lavoro furono ridotti: in Francia si arrivò alle ferie di cinque settimane. Per molti motivi. Non ultima la presenza di una grande ombra a oriente, che induceva imprenditori, banchieri, politici, a muoversi con cautela. Finito ciò, s'è avuta la controffensiva, mirante a tagliare le conquiste sociali intervenute tra il '60 e l'80. E tutta la legislazione è stata modificata in modo da dare massimo spazio al capitalismo finanziario.

Secondo una politica totalmente identificata con l'economia neoliberista...

Certo, quella vincente. La politica neoliberale è a suo modo una politica totalitaria, persino con connotazioni fideistiche: lo stato deve essere ridotto ai minimi termini. Le strade verso la crisi ecologica globale sono state spianate a colpi di legge da una politica che ritiene prioritaria l'economia. Bisogna recuperare la capacità della politica di imporsi in qualche misura all'economia, in specie alla finanza. Certo con difficoltà enormi: questa realtà è stata messa in piedi già dalla fine degli anni '40.

Quando il problema ambiente ancora non si poneva...

Sì, allora la conquista del dominio dell'economia sulla politica si poneva in termini molto chiari. La globalizzazione è stata uno degli strumenti per costruire un dominio politico e ideologico non meno che economico. E finora è mancata la controffensiva. Soprattutto è scomparso il pensiero critico.

E in tutto ciò il problema ambiente è stato completamente rimosso...

Non direi che è stato rimosso. Gli economisti neoliberali, principali artefici del disastro, in realtà ne erano e ne sono benissimo consapevoli. Soltanto che, finché dura, ci vedono un'occasione di profitto.

Il moltiplicarsi di questi disastri, dovrebbe allarmare questi signori...

Perché mai dovrebbero allarmarsi... La cosa, pensano, capiterà ai pronipoti...

Sta già capitando anche a loro. Con il Golfo del Messico, ad esempio.

Sta di fatto che cercare di convincerli è del tutto inutile, perché la loro forma mentale, il modo in cui calcolano costi e benefici, è strutturato in quella direzione.

Lei mi conferma che l'economia è un sistema completamente autoreferenziale, che ignora la realtà...

Abbia pazienza, attendersi qualcosa di diverso da queste persone è irrazionale da parte nostra. Sono loro i costruttori di questo mondo, che dal loro punto di vista va benissimo. Uno come Warren Buffet, il primo o il secondo uomo più ricco del mondo, alcuni anni fa ha scritto ai suoi azionisti una lettera in cui diceva: «Io non so bene se esiste qualcosa come la lotta di classe, ma se esiste è chiaro che noi siamo i vincitori». Come fai a convincerli... Il problema è che qualcuno a sinistra dovrebbe muoversi, e non soltanto l'1 o il 2 per cento.

Infatti. Non sarebbe il momento per le sinistre di rendersi conto che sfruttamento del lavoro, disoccupazione, precarietà, salari inadeguati, orari insostenibili, sono parte integrante di questa realtà ? Già Marx diceva che la produzione è solo produzione per il capitale. E Napoleoni asseriva che la vita del capitale consiste essenzialmente nella crescita di sé stesso... Sono domande centrali, oggi più di ieri. Le sinistre non dovrebbero vedere l'insostenibilità di questa situazione? In fondo erano nate per battere il capitalismo, poi hanno scelto il riformismo. Forse oggi dovrebbero accorgersi che il riformismo non serve più... Sarebbe il momento buono....

Sì, ma il momento buono cominciava almeno trent'anni fa .....

Sono d'accordo, e non è cominciato... Ma serve continuare così?

Se lei mi chiede una diagnosi, le dico che le sinistre (tranne forse una quota minima della sinistra-sinistra) di quello che è successo nel mondo hanno finora capito ben poco. Perché non c'è nessuna analisi approfondita del processo di globalizzazione, che al tempo stesso è un progetto politico, economico e tecnologico. La globalizzazione per certi aspetti è stato un gigantesco progetto di politiche del lavoro, volte a portare la produzione il più possibile nei paesi dove non solo il lavoro costa meno, ma ci sono meno diritti, il problema ambiente quasi non esiste, i sindacati sono solo sulla carta o poco più. Analisi approfondite, a livello di partito, non ne abbiamo viste. Sono molto più avanti alcuni think tank liberal americani ...



Solo che poi nessuno, nemmeno autori di fama, pensa che si debba, o si possa, superare il capitalismo. Ad esempio Stiglitz, o Krugman: criticano le enormi disuguaglianze ... le condizioni tremende di certi paesi "in via di sviluppo"... Auspicano correzioni ai singoli problemi. Ma nessuno sembra supporre che il capitalismo possa avere una fine.

Senta, se mi mettessero davanti un bottone verde e uno rosso, e mi dicessero "Prema il bottone verde e il capitalismo scompare", io lo premo subito (magari dopo aver chiesto che cosa lo sostituisce). Credo tuttavia che -considerando le forze in campo e la schiacciante vittoria del neoliberismo - il massimo che oggi si possa realisticamente sperare sia un capitalismo ragionevolmente regolato. I rapporti oggi sono tali che appare già una smisurata ambizione tentare di regolare in modo pratico il capitalismo. Partendo dal terreno politico, perché è lì che bisogna intervenire.

Ma assumendo in tutta la sua portata lo squilibrio ecologico non sarebbe possibile proporre un discorso più radicale? E' un azzardo pensarlo?

E' un azzardo perché non ci sono le forze sociali. Perché il proletariato mondiale (2 miliardi e mezzo tre- miliardi di persone) nell'insieme si può anche considerare "una classe in sé". Però c'è un' enorme distanza da colmare perché diventi "una classe per sé". E ' difficile contribuire a colmare questa distanza con persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno... Come si fa a parlare di problemi ambientali a una donna di Haiti che vede i figli morire di fame?

Però adesso in Pachistan c'è un milione e mezzo di persone in fuga dall' alluvione... Dei poveracci che il problema ambiente lo patiscono sulla propria pelle. Sono i poveri che scontano lo squilibrio dell'ecosistema... Non è proprio su questo che la sinistra potrebbe lavorare?

Sì. basta trovare dov'è questa sinistra. E bisognerebbe lavorare, sgobbare, fare un'analisi approfondita, resuscitare il pensiero critico... Ci hanno rinunciato quasi tutti. Ma è vero che la questione della disuguaglianza è tragicamente collegata all'ambiente. Anche se con quelli che non sanno cosa si mangia stasera, di ambiente è difficile discorrere.

Forse sarebbe necessario per un momento mettere da parte i problemi storici delle sinistre - lavoro, salario, casa ... - per affrontare questa aporia di una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. ... In questa chiave tutte le politiche tradizionali potrebbero essere riviste...

Lei con me sfonda non una porta aperta, ma un cancello. Però occorre considerare che ci troviamo di fronte a formazioni politiche che hanno drammaticamente perso la loro battaglia. D'altronde temo non basti l'esortazione, né la critica più dura. Il loro carattere sociale è stato formato in quel modo e non si può tagliare la testa al soggetto per cambiargliela. Bisogna trovare il modo di mostrargli altre cose, di insegnarli altre cose. Ma per questo mancano i think tank, mancano i politici. Ad esempio, una delle grandi questioni politiche di cui non si parla è che le enormi disuguaglianze esistenti nel mondo sono state un fattore importante sia della crisi finanziaria sia della crisi industriale, e non da ultimo della stessa crisi ecologica. La lotta alle disuguaglianze è la prima da combattere se si vuole che qualcuno ci segua anche sul terreno della politica ambientale.

Forse occorre considerare anche quello che a me pare uno dei guasti più profondi: cioè il fatto che il consumismo, l'identificazione col possesso di oggetti...e quindi la competitività, la corsa al reddito, siano causa di una corruzione mentale gravissima, che comporta poi anche la corruzione spicciola.....

Non c'è dubbio. Penso all'ultimo libro di Benjamin Barber "Consumati", che analizza l'infantilizzazione dei consumatori, addirittura il rimbecillimento, dei giovani soprattutto ma anche degli adulti. Io non parlerei però di corruzione o deformazione, userei termini come carattere sociale, come diceva Erich Fromm, per indicare un carattere molto diverso e magari opposto a quello che noi vorremmo.

E però la consapevolezza di una crisi non solo ecologica non più sopportabile, si va diffondendo, specie tra i giovani... E' gente che, magari duramente criticandole, astenendosi dal voto, fa però riferimento alle sinistre... Non sarebbe questa una base da cui partire?

Io sono scettico su posizioni di questo genere, sostenute peraltro da più d'un autore. A me sembrano una riedizione in piccolo della speranza nel soggetto rivoluzionario che sorge per forza propria. Certo esiste tra un certo numero di persone la consapevolezza del rischio ecologico, ma non basta. Occorre che questa consapevolezza entri nella politica, si faccia politica... e per questo ci vogliono le forze, ci vogliono dei voti, dei parlamentari... Mi pare che siamo ancora lontani da questi traguardi.

BIOGRAFIA

Dalla Olivetti di Ivrea 
ai testi sull'Italia postindustriale

Nato a Torino nel 1927, Luciano Gallino è tra i sociologi del lavoro più autorevoli del paese, avendo contribuito, nel secondo dopoguerra, all'istituzionalizzazione della disciplina. Chiamato a Ivrea da Adriano Olivetti, che aveva incontrato a Torino nell'autunno del 1955, Gallino ha compiuto il proprio apprendistato sociologico tra il 1956 e il 1971, prima come collaboratore dell'Ufficio studi relazioni sociali costituito da Adriano Olivetti, il primo del suo genere in Italia; poi, nel periodo 1960-1971, come direttore del Servizio di ricerche sociologiche e di studi sull'organizzazione (SRSSO), che di quel primo ufficio fu una filiazione diretta. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell'Istituto di sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell'università italiana. Tra gli ultimi libri pubblicati si possono ricordare: «La scomparsa dell'Italia industriale» nel 2003; «Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità» nel 2007; infine «Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l'economia» nel 2009.

Si impara nelle scuole italiane e perfino in certe facoltà universitarie: non si scrive mai la storia con i «se». A prima vista può sembrare un consiglio sensato e pragmatico. Ma escludere l'esplorazione delle vie alternative, dei sentieri che la storia avrebbe potuto prendere (senza poi farlo) si rivela quasi subito un condizionamento ingiustificabile, quasi ideologico. Il grande albero della storia ha il suo tronco, maestoso e imponente, di fattualità, cioè di quello che è accaduto. Ma ha anche i suoi rami di contro-fattualità, cioè di quello che avrebbe potuto accadere. Nella costruzione di una storia nazionale, i rami hanno un'importanza quasi uguale al tronco. Sono le spie di un'altra storia, non quella predominante ma quella possibile, che offre spesso gli spunti più suggestivi per le future generazioni.

È con questa chiave che vorrei esaminare due temi di grande importanza nella storia d'Italia. Il primo è l'autogoverno come processo di educazione e presa di coscienza. Carlo Cattaneo, impropriamente adottato ora dalla Lega come suo ideologo, scrisse nel 1864 un saggio intitolato «Sulla legge comunale e provinciale». In essa pregò il nuovo governo italiano di rispettare le leggi locali esistenti in Lombardia e altrove, molto più avanzate e democratiche di quelle piemontesi, allora da poco imposte a livello nazionale. Per Cattaneo i piccoli comuni democratici e ben funzionanti erano «la nazione nel più intimo asilo della sua libertà».

L'arte di governo italiana era tutta qui, nel comune e nella città: «Pare anzi che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi». Naturalmente, la nuova classe dirigente italiana disse di no alle proposte ben sostanziate di Cattaneo, ma le sue parole hanno continuato a volare attraverso i decenni, e costituiscono un esempio significativo di quello che avrebbe potuto essere ma non fu. Nel suo bell'articolo (il manifesto 2ottobre) Pierluigi Sullo insiste sulla necessità di incoraggiare e immaginare comunità «neo-democratiche», capaci di guardare al territorio come un bene comune, e aperte al mondo. Sullo suggerisce che Pisacane si troverebbe a suo agio al Presidio No Dal Molin. Aggiungiamo pure Cattaneo, anche con il rischio di uno scontro immediato tra i due - l'uno lombardo, e poi ticinese, l'altro napoletano, l'uno professore universitario, l'altro ex-ufficiale dell'esercito, un liberale di ferro contrapposto a un sognatore socialista.

Se l'autogoverno è un primo tema sconfitto dalla storia italiana, un ramo più che un tronco, un secondo ramo di grande interesse e attualità è quello dell'uguaglianza. Oggi l'Italia è uno dei paesi più disuguali del mondo, vicino nelle tabelle internazionali ai quattro peggiori - Portogallo, Gran Bretagna, gli Usa e Singapore. In Italia il 20% più ricco della popolazione è distanziato dal 20% più povero da un reddito circa sette volte superiore. Ma questa cifra complessiva rischia di mascherare la drammaticità di due altre componenti della disuguaglianza italiana - una geografica - il divario tra Nord e Sud, e l'altra tra individui. Marco Revelli ha riportato, all'affollato convegno fiorentino sul berlusconismo della scorsa settimana, le cifre impressionanti sulle disparità della ricchezza individuale nell'Italia neo-liberista.

Torniamo al Risorgimento. Poche ma significative sono le voci che si sollevano contro le grandi disuguaglianze del tempo, quelle soprattutto tra bracciante affamato e proprietario terriero spesso assenteista.

Una di queste è di nuovo Pisacane che nel suo Testamento politico (1857) dichiara la società moderna governata da «una legge economica e fatale», che avrebbe accumulato tutte le ricchezze «in ristrettissime mani». Dopo 150 anni nulla si rivela di più sensato. Specialmente alla luce degli studi più recenti, come quello di Richard Wilkinson e Kate Pickett (The Spirit Level), che dimostrano come le società più disuguali siano le più infelici. In moltissimi ambiti - basso livello di fiducia, alto livello di sorveglianza, scarsa parità di genere, obesità, percentuale di carcerati ... - le società diseguali nel complesso hanno risultati assai peggiori di quelle più paritarie.

Forse le figure più autorevoli del Risorgimento avrebbero dovuto dare un po' più di ascolto a quell'isolato ex-ufficiale dell'esercito napoletano che, pallidissimo, sul molo di Genova, dettava il suo testamento politico a Jessie White Mario, prima di andare a morire nel Cilento. Se l'avessero fatto, forse l'Italia sarebbe oggi una nazione più felice. Ma la storia, come si sa, non si scrive con i se.

Terzigno, provincia di Kabul, esibisce oggi alla luce del sole, dopo la notte della follia, le sue insondabili antinomie.

Spuntano tra le macerie i resti di un tricolore bruciato per disprezzo contro uno Stato infingardo e patrigno, mentre qualcuno, come già avvenne nella notte dei fuochi e dei sassi, intona patriottico Fratelli d'Italia e stende un altro tricolore intatto dinanzi agli agenti in tenuta antisommossa. "Ma l'inno nazionale non è servito la notte scorsa a fermare i poliziotti", lamenta una pasionaria del presidio antimonnezza. Oltre una curva, quattro ceffi lanciano taniche piene di ettolitri di petrolio nei pressi di via Cantinella, il cui nome grazioso è impresso su una nera pietra lavica, a non più di cento metri da un deposito di Gpl. Poco più in là rispetto al criminale imbrattamento un gruppetto di ragazzini delle medie generosamente si affanna, ma invano, per spostare con improbabili leve i tronchi pesanti tonnellate degli alberi abbattuti sulle strade con le seghe circolari. Una delegazione di commercianti cittadini solidarizza con l'intifada della Rotonda Panoramica, nonostante alcuni di loro abbiano avuto le vetrine dei negozi spaccate e le serrande sfregiate. Gli organizzatori della sagra della sfogliatella, pur destinata al fallimento, non si lagnano per le bellicose occupazioni serali dei compaesani che li allontanano dal consumo delle loro delizie e della penuria di visitatori da fuori.

Il panorama della Rotonda cambia molte volte di metro in metro e tra il giorno e la notte. Persino negli odori. Non c'è traccia di puzza oggi nell'aria, ma un salubre odore di resina dei pini centenari abbattuti senza pietà con imprevedibile perizia. Non c'è un solo gabbiano grasso come un maiale nel cielo, solo il rombo degli elicotteri della polizia e dei carabinieri. Stasera, insieme all'arrivo del redivivo Bertolaso, che di questa temperie rivoltosa e rovinosa porta cospicue responsabilità, è annunciato l'arrivo della Madonna, nonostante l'autentico furore provocato dalle parole di Berlusconi dopo il consiglio dei ministri, all'insegna del tout va bien madama la marchesa, e dal presidente della regione Caldoro, "'o cagnolino ai piedi del padrone, lì a sbavare vicino a 'o boss come i poveri sindachelli nostri". Il sindachello di Boscoreale Gennaro Langella, che si è dimesso dal Pdl, dice ironicamente che se in dieci giorni Berlusconi risolverà un problema irresoluto da tre lustri, andrà fatto subito santo.

La Madonna della Neve in effige dinanzi ai compattatori, i camion che nella notte scaricano le schifezze di Napoli, è annunciata da Brigida Avieno, professoressa di inglese molto british e anche molto incazzata: "La Madonna della neve fermò la colata di lava nel 1906, chissà che non riesca a fermare ora lo scempio di questa terra nostra che era generosa di prodotti straordinari e che affascinò persino Goethe". Oggi Lachryma Christi e Falanghina, i vini di questa zona, li rimandano indietro, i pomodorini del pendolo, conosciuti dai grandi chef di tutto il mondo, e le crisommole, le strepitose albicocche locali, sono ormai introvabili. "Io faccio la raccolta differenziata - racconta Brigida, reduce da un viaggio di studio a Edimburgo - poi vedo che la mia immondizia la mischiano con quella di Napoli che la differenziata non la fa, in un'unica schifosa poltiglia che dai compattatori disperde percolato per le nostre strade. Perché allora la monnezza napoletana non la buttano da loro, lì nell'area di venti ettari dell'ex Italsider, invece di avvelenare la terra delle nostre radici, dove mio nonno nacque nel 1850?" "Chissà se è perché a Napoli si vota a marzo e Berlusconi non può permettersi di perdere le elezioni nel capoluogo", interviene un'altra insegnante-politologa sotto un cartello che dice: "Berlusconi infame, vergogna d'Italia, hai perso il sud!".

Come Brigida, c'erano tante donne anziane, vecchi, giovani e bambini a lanciare di tutto contro i poveri autisti dei camion della vergogna, che fuggivano terrorizzati. Come se in un delirio di odio montante per le promesse tradite dalla destra, che qui fece una mietitura straordinaria di quasi l'80 per cento dei voti garantendo che mai si sarebbe fatta la seconda discarica nella Cava di Vitiello proprio adiacente a quella di antica proprietà camorrista di Sari, si fossero saldati buoni e cattivi, ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, berlusconiani e antiberlusconiani, contadini e commercianti, vigili urbani e camorristi, preti e ultras degli stadi.

Eppure, questo è un popolo antropologicamente pacifico, che nei secoli ha subìto tutto senza protestare, dalla lava al dominio dei Borboni, che alla falde del Vesuvio costruirono la Reggia di Portici e le splendide ville vanvitelliane della corte. La delinquenza della droga - garantiscono - è arrivata soltanto con il Piano Napoli, dopo il terremoto del 1980, quando qui si fece l'edilizia per i napoletani del centro storico.

Ma questo popolo bonario, che rivendica la sua civiltà, portato al furore, partecipa a una violenza incontrollata, che viene dalla pancia e travalica il cervello. Senza nessuna traccia di pentimento. "E sa perché?" spiega una donna anziana del gruppo-Brigida, che confessa di aver lanciato anche lei un bullone o comunque qualcosa che la notte prima si era trovata in mano al momento dell'incedere della colonna di compattatori. "Perché per due anni abbiamo fatto comitati, fiaccolate, preghiere alla Madonna e nessuno se ne è accorto. Poi, al primo compattatore bruciato, siamo diventati un caso nazionale. Come se in questo paese dei paradossi occorresse fare i teppisti per essere ascoltati. Essere civili non serve".

I teppisti spuntano dal nulla in un attimo sui motorini, con i volti bendati e le targhe coperte, nonostante le decine di blindati di polizia e carabinieri che accerchiano tutta l'area. La collera si scarica ormai anche sui giornalisti, i cameramen, i fotografi: "Tenimmo pronte per voi 'e bombe a mano! Via di qui bastardi!". La tesi è che i media nascondono le notizie sgradite al potere, come quella di una donna incinta che avrebbe perso il figlio durante gli scontri e di alcuni manifestanti che sarebbero stati "massacrati" dalla polizia. Ma non risulta.

"Io non sono un massacratore - replica Alberto Francini, uno dei capi delle operazioni di polizia a Terzigno - e questa che vede qui intorno è per la stragrande maggioranza gente per bene che difende la propria vita e i propri beni. I violenti sono pochi professionisti che spesso lo fanno diciamo per sport, come negli stadi. Ma la situazione, vissuta da qui, sembra pericolosamente senza sbocco, se qualcuno non tira fuori una soluzione dal cilindro". Franco Matrone forse porta ai rivoltosi la notizia che esce dal cilindro. Dopo l'esposto dei sindaci, di Legambiente e del presidente del Parco del Vesuvio che chiede il sequestro cautelativo della cava per le infiltrazioni di veleno nelle falde acquifere, il procuratore di Nola ha aperto un'inchiesta. L'intifada finirà con il sequestro della cave? Scende la notte sulla Rotonda della rivolta e Bertolaso si rintana a Napoli in prefettura, dove riceve i sindaci, con le stesse promesse di due anni e mezzo fa. A Terzigno, provincia di Kabul, non ha il coraggio di salire. "Stanotte ci può dare una sola buona notizia", dice il sindaco di Trecase Gennaro Cirillo: "Che si dimette". Il carisma profuso dall'uomo del fare non abita più sotto il Vesuvio berlusconiano. La pazienza ora è finita sotto un mucchio inestinguibile di monnezza.

Una idea chiamata comunismo

di Fabio Raimondi

Da poco uscita in Francia, una raccolta di interventi a cura di Alain Badiou e di Slavoj Zizek, rivela quanto possano essere differenti e fertili le letture che si danno oggi del concetto di comunismo

L'eterogeneità dei materiali raccolti in L'idée du communisme, a cura di Alain Badiou e Slavoj Zizek (Lignes, Paris 2010, pp. 352, euro 22) è indicativa - sebbene non esaustiva - della varietà di posizioni sul tema del comunismo distribuite nel mondo intellettuale. Per questo il volume, che raccoglie gli interventi pronunciati alla Conferenza di Londra l'anno passato, si rivela particolarmente utile a dare il polso del dibattito in corso sull'«idea di comunismo». Cosa si debba intendere con ciò è spiegato da Badiou nell'intervento che apre il volume, ed è riassumibile nel fatto che, a dispetto delle apparenze, l'idea di comunismo non è esclusivamente intellettuale, ma è una «potenza affermativa», che necessita di «tre componenti primitive: una politica, una storica e una soggettiva».

Narrazioni a posteriori

La prima componente è «una verità politica: cioè una sequenza concreta e datata in cui sorgono, esistono e spariscono una pratica e un pensiero nuovi dell'emancipazione collettiva»: procedura che necessita di un «Soggetto» irriducibile all'individuo. La seconda indica la «dimensione storica di una verità», il suo essere localizzata nel tempo e nello spazio umani. Quanto alla terza, essa indica «la possibilità per un individuo di decidere di diventare parte di una procedura di verità politica», di diventare un «militante»: questa scelta comporta «soggettivazione (ossia) il movimento tramite il quale un individuo fissa il posto di una verità rispetto alla propria esistenza e a quella del mondo». Idea, dunque, «è una procedura di verità, un'appartenenza storica e una soggettivazione individuale: un'incorporazione», che va giocata contro lo Stato. Da quando nel 1956 Chruscëv denunciò i crimini di Stalin, senza però condurre il suo attacco «in modo rigoroso, dal punto di vista della politica rivoluzionaria», quindi senza criticarlo davvero, si è creato a poco a poco il «letto in cui i nouveaux philosophes dell'umanismo reazionario si sono coricati» assieme ai corifei dell'anticomunismo. Contro costoro bisogna avere - senza chiedere più nulla né allo Stato né a un Partito - il coraggio della «Idea, ossia l'affermazione che una nuova verità è storicamente possibile». Se la storia esiste solo come narrazione a posteriori, il futuro dipende dal pensare e dall'agire che si riesce, in assenza di garanzie, a produrre ora.

Nell'intervento che chiude il volume, Zizek tenta invece di definire alcune pratiche in grado di riattivare un agire comunista, individuandone cinque. In primo luogo occorre «accettare l'immersione profonda e senza complessi nel corpo sociale» abbandonando «tutti i pregiudizi liberali» in una sorta di rito «pagano», affinché i sintomi totalitari si annullino «in uno spazio ideologico realmente totalitario». Sarà allora possibile «riappropriarsi della disciplina e dello spirito di sacrificio» e recuperare «lo spazio universale e freddo del pensiero razionale»; solo questo potrà generare «l'intimità collettiva comunista» che si traduce, come nella musica di Satie, in «un ordine minimalistico sostenuto da una disciplina dolce», capace, se necessario, di ricorrere alla «violenza» (anche quella dell'ironia e del sarcasmo), perché il «potere politico è fondato sulla (minaccia della) violenza», come se, in occidente, un salario di mille euro al mese fosse meno violento di una contestazione. Bisogna perciò liberarsi dall'ideologia liberale per cui non ci sono «nemici», cioè non c'è lotta di classe, perché questo significa che coloro che non sono d'accordo sui principi liberali «sono esclusi dal campo dell'umanità»: per riconoscere l'umanità - anche del nemico - bisogna «accettare il fatto che in politica si deve inevitabilmente prendere una parte» e, dunque, «che non c'è una terza via al di sopra della lotta».

Nessuno è neutrale, mai.

Le questioni del Partito e dello Stato accomunano poi una serie di interventi, che concordano nell'affermare la necessità di un'organizzazione delle lotte, ma non nella forma Partito, ormai del tutto asservita alle dinamiche dello Stato capitalistico; al suo posto, bisogna istituire «un luogo politico organizzato secondo altre idee, principi e valori» (Judith Balso), in cui la volontà (Peter Hallward) occupa indubbiamente un posto preminente, per quanto non esclusivo, dato che necessitano anche nuovi saperi. Più che la critica vale l'urgenza di dar vita a pratiche non capitalistiche, che sappiano costruire davvero un'alternativa possibile allo sfruttamento: un futuro «per tutti» (come scrivono Balso e Alessandro Russo).

In questo senso gli interventi di Michael Hardt e Toni Negri ribadiscono la loro via al comunismo attraverso la capacità di produrre «un'appropriazione non-appropriativa» del «comune». Beni comuni come l'acqua e la terra, ma anche come le idee e la conoscenza, sono sempre più di frequentemente svenduti ai privati a causa del fallimento gestionale delle classi dirigenti di molti paesi, come se fossero proprietà di cui chi governa può disporre liberamente. Si tratta dunque di «accumulare contro-potere», senza affidarsi solo «alle emergenze aleatorie della ribellione» (come quelle dei «comunisti senza comunismo» di cui fa l'apologia Jacques Rancière), perché «l'evento è sempre un risultato e non un'origine». Se «essere comunisti significa essere contro lo Stato», allora non solo il «capital-parlamentarismo», ma anche il «socialismo» sono nemici che vanno sconfitti creando nuove «istituzioni», che Negri chiama «moltitudine», frutto della «indignazione».

Secondo Russo, è stata la Rivoluzione culturale cinese (della Cina di oggi e del suo «neoliberismo» tratta nel volume Wang Hui) ad avere inaugurato la possibilità di pensare il comunismo al di fuori del Partito e dello Stato, e che, al di là del suo esito storico, ha posto fine all'«episteme politica» fondata su «tre pilastri»: «il partito-Stato quale luogo esclusivo della politica; la visione della politica e dello Stato imperniata sulle classi; il valore politico dell'inclusione dell'operaio nello Stato». Metterli in discussione significa praticare e pensare una politica nuova che necessita, per la sua elaborazione teorica, della «filosofia», la quale, per quanto posizionata su un livello specifico, incongruente con quello politico, è «una risorsa intellettuale per rinforzare le invenzioni politiche».

Produttività e antagonismo

Sulla scia dell'intervento di Jean-Luc Nancy bisognerebbe poi cominciare a ricostruire storicamente l'evoluzione dell'idea di comunismo e quella delle sue realizzazioni storiche, al fine di stabilire che «comune non ha nulla a che vedere con comunità, perché designa l'apertura dello spazio tra le cose e la possibilità indefinita, forse infinita, che questo spazio si apra e si riapra da se stesso». Ma non solo. Conoscere la propria storia è indispensabile anche per non cadere in forme di pseudocomunismo, gauchisme, esaminate da Bruno Bosteels nel suo contributo: l'una rimpiazza la lotta di classe con la coppia «masse/Stato», cadendo «in giganteschi festival di buona coscienza»; l'altra, invece, sostituisce alla «rottura» tra capitalismo e comunismo, la «virtualità del comunismo all'interno del capitalismo», la sua «immanenza», segnalata da fenomeni di «resistenza», per cui basterebbe togliere il potere al capitale per avere il comunismo.

Ma l'attenzione al passato non basta: c'è anche una nuova congiuntura. Se «solo il materiale ci può emancipare dal materiale», come scrive Terry Eagleton, allora il comunismo è un compito paradossale, perché è «simultaneamente il frutto di una produttività intensa e il suo antagonismo implacabile». Bisogna dunque «riconoscere che la libertà, la giustizia, l'uguaglianza, la cooperazione e l'autorealizzazione necessitano di certe condizioni materiali favorevoli e che lo stato di devastazione del nostro pianeta fa di queste condizioni materiali un bene raro che ci impedisce di tornare a una ingenuità pre-ecologica».

Mai come ora bisogna riabilitare l'idea di progresso in un senso nuovo, che sappia coniugare produzione di nuovi saperi, conservazione materiale delle condizioni della vita, abolizione dello sfruttamento capitalistico dell'umano e del naturale.



Intrecci tra la teoria marxiana

e la decrescita ipotizzata da Latouche

di Mauro Trotta

Una proposta formulata da Marino Badiale e Massimo Bontempelli in un volumetto edito da Abiblio

È possibile, ma, soprattutto, è utile coniugare le teorie legate alla decrescita con il pensiero di Marx? E, d'altro canto, chi, sulla scorta delle idee marxiane, vuole fuoriuscire dal sistema capitalistico dovrebbe forse richiamarsi alla decrescita? A queste domande, schierandosi apertamente per il sì in entrambi i casi, intende dare una risposta il recente Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx di Marino Badiale e Massimo Bontempelli (edizioni abiblio, 2010, pp. 46, euro 8). È un libro lungo meno di cinquanta pagine, agile e scorrevole, in cui si esaminano le ragioni per cui le teorie della decrescita e quelle del pensatore di Treviri dovrebbero entrare in contatto e contaminarsi vicendevolmente. Gli autori hanno scelto consapevolmente di dedicare poco spazio alle idee di Latouche e concentrarsi soprattutto su quelle dell'autore del Capitale. Questo perché la decrescita appare loro un sistema teorico chiaro e coerente, esente da tutte quelle distinzioni interpretative che hanno attraversato e attraversano l'opera del «Moro». Gli autori si limitano quindi a una breve descrizione della decrescita, mettendone in evidenza il carattere strutturalmente anticapitalista insito nel suo rifiuto di ogni idea di sviluppo, rivolgono l'attenzione alle tematiche legate all'ambiente, e infine al suo aspetto conviviale, non pauperistico. Il discorso si complica quando si passa alla disamina delle teorie marxiane. Badiale e Bontempelli ne individuano essenzialmente tre: il materialismo storico, la teoria della rivoluzione comunista e quella del modo di produzione capitalistico. A loro parere è proprio quest'ultima teoria che si rivelerebbe utile, anzi indispensabile, al movimento della decrescita. Perché adottandola, vedendo il capitale come rapporto sociale, affrontando senza mascherarli gli sconvolgimenti che deriverebbero dall'applicazione delle sue idee, questo movimento non solo si troverebbe ad allargare e approfondire la propria base teorica ma sarebbe davvero in grado di passare compiutamente dal livello intellettuale e morale a quello propriamente politico.

Dall'altra parte, per il marxismo, la contaminazione con le teorie della decrescita risulterebbe più che salutare poiché queste, secondo gli autori, rappresentano oggi l'unica prospettiva di lotta anticapitalista nei paesi occidentali: «il fattore capace di far esplodere la contraddizione fondamentale del capitalismo e di far nascere una nuova, non predeterminata, forma di società». Insomma, «solo dall'incontro fra il pensiero di Marx e la decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale». Libro davvero interessante, scritto in maniera chiara, Marx e la decrescita sembra però aprire più problemi di quanti non ne risolva. Da un lato, anche per la sua brevità, sembra non andare completamente a fondo dei tanti nodi del pensiero marxiano che affronta, dall'altro pare tralasciare alcuni aspetti fondamentali, come ad esempio quello della soggettività rivoluzionaria o quello dell'organizzazione politica. Sembra dunque che questo testo possa rappresentare l'inizio di un percorso, che andrà però approfondito e chiarito. E sta qui il suo più grande pregio, nel fatto di indurre a discutere e approfondire i vari problemi affrontati nel volume dai due autori.

Per uscire dalla crisi serve un aumento del potere d'acquisto dei salariati e lo sviluppo di settori produttivi che favoriscano la crescita dell'occupazione. In tutto il mondo sono state invece aiutate le banche, le società finanziarie e le grandi agenzie di mutui immobiliari, che hanno utilizzato a proprio esclusivo vantaggio gli aiuti ricevuti dallo Stato. La minaccia ai diritti politici, sociali e civili non viene solo da una attività finanziaria senza regole, ma dalla natura stessa del capitalismo, dove il potere è esercitato da chi ha più denaro

La crisi è sia finanziaria che «reale», ma non prospetta una fuoriuscita dal capitalismo. È piuttosto la crisi di una forma specifica di capitalismo, quello selvaggio e predatorio basato sulle rendite parassitarie e speculative. In questa intervista, nuova puntata della serie «Il capitalismo invecchia?», Duccio Cavalieri punta inoltre l'indice sulle soluzioni adottate, che, scegliendo di salvare le grandi imprese finanziarie, gli istituto di credito e le banche, puntano a riprodurre le stesse dinamiche che hanno portato proprio alla crisi.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?

Si è trattato all'inizio di una crisi di natura finanziaria, provocata da un'eccessiva espansione del credito bancario e da un'incontrollata cartolarizzazione di quello in sofferenza. La crisi finanziaria si è poi trasformata in una crisi reale, caratterizzata da gravi difficoltà nel realizzo del valore della produzione. È emersa una serie di problemi strutturali irrisolti, aggravati da disinvolti metodi di gestione dei rischi finanziari e da discutibili criteri di governance di alcune grandi istituzioni finanziarie internazionali. Si deve quindi parlare non di crisi generale del modello storico del capitalismo, ma di crisi di uno specifico modello capitalistico di accumulazione e sviluppo: quello, finanziariamente instabile, del tardo-capitalismo selvaggio e predatorio, basato sulla ricerca di rendite parassitarie e speculative, più che su quella del profitto.

È stata una crisi diversa, in larga misura, da quella del '29, sia per la sua dimensione globale che per il carattere a un tempo sistemico (strutturale) e ciclico. Anche le misure adottate per contrastarla sono state diverse: non si sono adottate misure deflazionistiche, ma si sono allentati i cordoni del credito e si fatto ampio ricorso all'indebitamento pubblico (Keynes ha insegnato qualcosa anche ai neoliberisti ad oltranza). Si è così assistito a una profonda ristrutturazione del capitale finanziario, su base mondiale. Ma questo non ha portato a significativi cambiamenti nel modello capitalistico di sviluppo. Si è infatti puntato essenzialmente al sostegno e al ripristino di uno status quo assai insoddisfacente, anziché cogliere appieno una grande occasione di rinnovamento.

All'origine della crisi in corso si possono riconoscere i difetti di un sistema di intermediazione finanziaria che avrebbe dovuto tutelare il risparmio e garantire il suo regolare afflusso alle imprese a alle amministrazioni pubbliche, e che invece è stato utilizzato per concentrare il potere finanziario nelle mani di alcuni grandi gruppi privati, per compiere avventurose operazioni speculative e per consentire alle banche di affari di coprire con sotterfugi legali (la cosiddetta «finanza creativa») enormi buchi di bilancio.

La domanda da porsi è cosa bisogna fare per uscire da questa crisi e per evitare che essa finisca col riproporre superati modelli storici di statalismo (l'ottica dello Stato imprenditore e proprietario) e di dirigismo (lo Stato regolatore). La risposta è che si deve anzitutto sostenere la domanda, spostando l'accento dagli impieghi finanziari agli investimenti reali e ridistribuendo la ricchezza prodotta, dalle rendite e dagli interessi verso i salari e i profitti. La grande disuguaglianza dei redditi non è un prezzo necessario da pagare per il progresso economico. Si deve evitare che gli impieghi finanziari appaiano più profittevoli degli investimenti reali e si devono rendeSi re i mercati più contendibili, a cominciare da quello del lavoro. Senza ricorrere necessariamente a privatizzazioni dei servizi pubblici, ma operando un radicale ripensamento del rapporto tra Stato e mercato.

Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?

L'eccessiva attenzione dedicata dagli economisti a un affinamento dei metodi analitici ha indotto una parte della letteratura economica a perdere di vista i contenuti reali della ricerca e ad astenersi dal coltivare una visione di sintesi. Questo è andato a scapito della dimensione sociale e politica degli studi economici e ha certamente concorso a ridurre la capacità di previsione corretta degli avvenimenti da parte di quegli economisti. Ma hanno giocato un ruolo anche altri fattori, a mio avviso più importanti. Come l'eccessiva fiducia riposta dagli economisti di formazione neoclassica nell'operare di meccanismi spontanei di riequilibrio del sistema e la loro sottovalutazione dell'entità delle risorse finanziarie e reali richieste per soddisfare la crescita impetuosa dei bisogni sociali in ogni parte del mondo. Studiosi di formazione eterodossa - come Hyman Minsky, Wynne Godley, Samir Amin e Nouriel Roubini - avevano correttamente previsto la gravità della crisi che si andava profilando all'orizzonte. Se i segnali di allarme da essi lanciati non sono valsi a indurre a una decisa azione le autorità responsabili della politica economica, a chi vogliamo addossare la colpa? Agli analisti economici, o a chi aveva in mano le redini del potere e non è intervenuto in tempo, preferendo assecondare gli sviluppi del mercato?

Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?

Non è tanto la deregolamentazione dell'attività finanziaria a costituire una minaccia per la democrazia quanto la natura stessa del capitalismo, un sistema economico in cui chi ha più denaro ha più potere da far valere su mercato. Non basta quindi disciplinare il mercato, così da garantire l'osservanza delle regole concorrenziali. La concorrenza, anche se per ipotesi fosse perfetta, e non lo è mai, non potrebbe assicurare un'allocazione socialmente ottimale delle risorse disponibili. Neppure nel senso assai limitato dell'ottimo paretiano, che trascura gli aspetti distributivi del problema. La politica economica non può tuttavia limitarsi a disciplinare il funzionamento del mercato. Ha dei compiti ben più vasti.

Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?

L'asse economico Washington-Pechino mi pare tutt'altro che stabilmente consolidato. È presumibile che esso sarà presto messo in crisi da un abbandono del dollaro come principale valuta internazionale e da una maggiore diversificazione degli strumenti di riserva. Il disavanzo esterno degli Usa non potrà quindi continuare a essere finanziato con l'emissione di dollari, con conseguente aumento incontrollabile della liquidità internazionale e dei movimenti speculativi di capitali a breve ( hot money). I paesi emergenti, che hanno ingenti riserve in dollari, a cominciare dalla Cina, hanno finora preferito reinvestire i loro crediti in dollari, piuttosto che correre il rischio di una riduzione degli acquisti americani e di una svalutazione del dollaro. Non appena essi smetteranno di finanziare in questo modo il crescente disavanzo estero degli Usa, il quadro economico internazionale cambierà radicalmente e occorrerà ripensare dalle basi l'organizzazione e il modus operandi del sistema finanziario internazionale.

L'Europa, se sarà sufficientemente unita, potrà continuare a svolgere un ruolo importante nell'assetto economico mondiale e a difendere un modello credibile di stato sociale. Diverso è il discorso per il sud del mondo, che si trova in condizioni assai peggiori, gravato com'è dal peso insopportabile dei debiti pregressi verso l'estero (un altro serio problema strutturale che attende soluzione).

L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?

Ovviamente no. Si sarebbe dovuto e si dovrebbe intervenire su entrambi i lati del mercato, a sostegno sia della domanda solvibile, e in particolare del potere d'acquisto dei salariati (la ricetta keynesiana), sia di alcuni settori dell'offerta particolarmente importanti dal punto di vista dell'occupazione. In tutto il mondo si sono invece aiutate le banche, le grandi società finanziarie e le principali agenzie di mutui immobiliari, che hanno utilizzato a proprio esclusivo vantaggio gli aiuti ricevuti dallo Stato. È così emersa una scarsa disponibilità dei detentori di mezzi liquidi a spenderli, in modo da sostenere la domanda.

La quantità globale di moneta in circolazione è da ritenere più che adeguata rispetto al fabbisogno, anche perché in molti paesi il sistema finanziario è stato ampiamente ricapitalizzato con fondi pubblici. Ma la domanda di moneta si è scontrata con il comportamento socialmente poco responsabile degli intermediari del credito. I fondi conferiti al sistema bancario non si sono trasmessi in misura sufficiente all'economia reale, perché le banche, controllate dal capitale privato, hanno preferito impegnarsi in attività di speculazione finanziaria, considerate più redditizie rispetto al finanziamento della produzione e degli investimenti. Della stretta creditizia all'economia reale che ne è conseguita hanno risentito in primo luogo le imprese, molte delle quali sono state costrette a ridurre o a cessare la loro attività. A questo punto la crisi da finanziaria è diventata reale e si è scaricata sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?

Un prezzo assai pesante, ma che sarà probabilmente temperato da un prevedibile aumento dell'inflazione, dovuto all'eccessiva espansione della liquidità operata dalle banche centrali. Questo stato di cose potrebbe portare a una riduzione dell'onere reale del debito pubblico pregresso gravante sulle generazioni future. L'obiettivo immediato, in questo campo, dovrebbe essere la stabilizzazione del rapporto tra il debito e il Prodotto interno lordo (Pil), mediante l'azzeramento del disavanzo primario tra le entrate e le spese pubbliche.

L'unica alternativa praticabile è il ricorso alla creazione di nuova base monetaria. Ma il contenimento del debito pubblico non può costituire l'obiettivo principale della politica economica di un paese. Va inteso piuttosto come uno dei vincoli da rispettare nel perseguimento di obiettivi macroeconomici più significativi. Il problema del «rientro» dalla crisi in corso è complesso: riguarda non solo la sostenibilità finanziaria del debito pubblico, ma anche quella sociale. Occorre tenere conto degli effetti redistributivi che l'indebitamento statale tende a determinare, sia tra le diverse generazioni, presenti e future, sia tra i percettori degli interessi che matureranno sul debito pubblico e i contribuenti che dovranno sostenerne l'onere.

Le interviste finora pubblicate sono: a Giorgio Lunghini il 18 novembre; a Catia Kaldari il 22 novembre; a Giacomo Becattini il 25 novembre; a Tito Boeri il 29 novembre; a Pierluigi Ciocca il 2 dicembre. Tutte anche su eddyburg, in questa cartella.

L’Italia è ultima dei paesi industrializzati, a pari merito con la Corea del Sud, negli aiuti ai paesi poveri. Nell’ultimo anno il governo ha addirittura ridotto a un terzo i suoi già miseri stanziamenti rispetto al 2009, quando ospitammo il G8 e B. s’impegnò ad aumentarli. Ma c’è una piccola eccezione, nella nostra proverbiale taccagneria: lo Stato caraibico di Antigua e Barbuda, che fin dal 2005 dirama comunicati grondanti gratitudine per il nostro premier-missionario: “Mr. Berlusconi si è offerto di aiutare Antigua e Barbuda a ridurre ulteriormente il loro debito nei confronti di altri Paesi del mondo. In un incontro bilaterale col premier Spencer alle Nazioni Unite, il premier italiano ha dichiarato che parlerà personalmente con altri capi di governo europei con i quali Antigua e Barbuda hanno impegni debitori, per convincerli a condonare il dovuto”. Che tesoro. Tre anni dopo, in vacanza ad Antigua, B. svelava all’inviato del Corriere i nobili motivi di quello slancio di generosità verso l’indigente popolazione del noto paradiso fiscale (in cima alla lista grigia dell’Ocse) costretta a vivere di stenti in apposite bidonville a forma di caveau e società off-shore: le nuove ville in costruzione per sé, la prole e i calciatori del Milan. “Guardi qui che spettacolo, quell'altra casa su quel promontorio è di Shevchenko. Ci sono state praticate ottime condizioni perché i nostri nomi fungono da calamita per il mercato europeo e americano. Ma la decisione finale l'ho presa per dare un sostegno al mio amico Gianni Gamondi (già architetto di villa Certosa, con relativi abusi, ndr), che è il regista di tutta la progettazione ambientale e architettonica... Lì ci sarà una grande piscina-lago, poi i negozi, la Marina, il golf da 18 buche, il ristorante. Davvero un posto da sogno. Ieri ero a pranzo col premier Baldwin Spencer, gli ho chiesto il voto per l'Expo di Milano. Abbiamo parlato anche di questo complesso, uno dei fiori all'occhiello dell'isola... La baia ha un nome strano, Nonsuch Bay, sembra napoletano, nun saccio. Per ovviare, Spencer (che parla un napoletano fluente, ndr) ha buttato lì un’idea: cambiargli il nome. Farla diventare, in mio onore, The President Bay”. Ora, grazie a Report, scopriamo che l’ex premier Lester Bird ha autorizzato B&C a cementificare il promontorio e la baia, poi B&C han regalato una bella villa anche a lui. Intanto B. si batteva come un leone per convincere l’Europa a ristrutturare i due terzi del debito estero di Antigua. E il sito di Milano Expo 2015 annunciava progetti per “l’impiego del sistema satellitare per prevenire terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche... in Bangladesh, Sudafrica e Isole Caraibiche” e “utilizzare specialità ittiche nell’industria della pesca... in Gabon, Fiji, Togo, Antigua e Barbuda”. Nel 2008 il Comune di Milano finanziava “il progetto ‘Accendi la luce nel tuo quartiere’ per l’illuminazione delle strade a St John’s”, capitale di Antigua. Iniziativa che la sindaca Lottizia Moratti, dopo un vertice con Spencer, spiegava come un passo decisivo “nella lotta alla delinquenza”. Ai Caraibi, s’intende. Il Comune di Milano finanziava pure “iniziative nei campi dell’istruzione, dello sport, delle risorse marine e costiere, dei collegamenti aerei”. Già nel 2004 il governo B. aveva investito 9 milioni di dollari (soldi nostri) per sviluppare l’ICT nei Caraibi, compresa Antigua, ma anche St. Lucia (toh). Che potrebbero persino avere la banda larga prima dell’Italia. In attesa di sapere se il fratello della compagna di Fini possieda un’off-shore a St. Lucia e un alloggio di 55 mq a Montecarlo, già sappiamo che B. ha varie ville in un paradiso fiscale, costruite da una società di prestanomi e intestate a off-shore su terreni pagati 22 milioni a chissà chi tramite l’Arner Bank indagata per riciclaggio a Milano e Palermo. Si attendono ora 90 prime pagine del Giornale e di Libero, con raccolte di firme per le dimissioni di B., più servizi speciali su Panorama, Porta a Porta, Matrix, Tg1, Tg2, Tg4, Tg5, Studio Aperto. Ma anche no.

A conferire alla depressione degli anni Trenta l’aggettivo “grande” è stato il protezionismo. Per guadagnare competitività nei confronti degli altri paesi le nazioni hanno alzato le barriere doganali. Piuttosto che proteggere l’esportazione i dazi doganali l’hanno strangolata causando una contrazione del commercio internazionale. Si è così innescata una spirale depressiva senza precedenti. Ebbene oggi rischiamo di commettere lo stesso errore usando le monete per guadagnare competitività rispetto ai partner commerciali.

Al centro delle guerre monetarie troviamo la Cina la cui moneta si è sganciata dal dollaro soltanto lo scorso giugno. Ciò significa che per ben 5 anni il cambio con il biglietto verde è rimasto costante. Difficile stabilire di quanto il Revimi sia sottovalutato, in realtà poco importa poiché ciò che conta è la rapidità con la quale l’equilibrio tra le due monete potrà essere ripristinato. E la risposta è sicuramente non nel breve periodo dal momento che l’economia cinese non lo permette.

Le politiche di rivalutazione hanno bisogno di tempo per funzionare e la Cina moderna si trova in una situazione molto simile a quella del Giappone negli anni Cinquanta e Sessanta. Una buona fetta dell’industria è ancora rudimentale e produce con margini di profitto bassissimi, una rivalutazione improvvisa costringerebbe alla bancarotta molte piccole e medie imprese. Il processo di transizione verso un’industria più avanzata è però in atto, prova ne sia la delocalizzazione di molte produzioni cinesi in paesi come la Cambogia, a basso costo del lavoro, ma è lento. Esistono poi altri elementi che frenano la rivalutazione: i salari nazionali sono in aumento e quindi i margini di profitto ne risentono; l’ultimo piano quindicinale volge al termine ed il governo sta formulando quello nuovo, nessuna decisione importante viene mai presa in questo frangente.

Quali le decisioni future? Sicuramente Pechino si concentrerà sulla politica interna e canalizzerà gli investimenti sul mercato nazionale. La rivalutazione andrà di pari passo con il potenziamento dell’economia nazionale, seguirà il ritmo di crescita dell’economia nazionale non di quella internazionale, troppo lento per il mercato occidentale. Sarà quindi il dollaro a dover perdere quota per raggiungere un nuovo equilibrio, ed è esattamente quello che sta succedendo. Ma la svalutazione del dollaro, proprio perché si tratta della moneta di riferimento del sistema monetario, destabilizza tutto il sistema.

Da mesi le banche centrali riducono le riserve monetarie in dollari. I cinesi hanno acquistato obbligazioni spagnole e coreane, i giapponesi quelle indonesiane e così via. Alla maratona per acquistare titoli provenienti da economie emergenti e stabili partecipano anche i fondi sovrani e gli hedge fund che operano de facto come gestori di riserve monetarie. Paesi come il Brasile, con titoli aventi un rendimento del 10%, un’economia in crescita e un governo stabile sono presi d’assalto dagli investitori istituzionali. Ciò produce la rivalutazione delle monete nazionali e la conseguente perdita di competitività.

Nel 2009 il Real brasiliano è salito del 30% rispetto al dollaro. E questo nonostante il governo abbia imposto a distanza ravvicinata due tasse del2%sugli acquisti da parte degli stranieri e la banca centrale sia intervenuta sul mercato dei cambi ripetutamente vendendo la moneta nazionale.

Svizzera e Giappone si trovano in una situazione analoga,ma anche l’Australia ed il Canada sono vittime della fuga dal dollaro. Tutte queste monete si sono considerevolmente rivalutate. Il governo svizzero e quello giapponese hanno cercato di difendere la parità intervenendo sul mercato dei cambi vendendo moneta nazionale per un valore rispettivamente di 14 e 20 miliardi di dollari. Nel medio periodo la manovra non ha prodotto gli effetti sperati e sia lo Yen che il Franco Svizzero oggi valgono molto di più rispetto al dollaro che nove mesi fa. A farne le spese è naturalmente l’esportazione.

Australia e Canada, invece, proprio perché sono economie in fase di forte espansione grazie alle esportazioni di materie prime chiave - energia e metalli – hanno lasciato che la loro moneta si apprezzasse, ma l’industria nazionale ne paga le conseguenze.

Alla radice del caos monetario odierno c’è uno squilibrio del commercio internazionale vecchio di almeno un decennio. La Cina ha un surplus monetario generato dalle esportazioni, ecco perché le si chiede di rivalutare. Negli ultimi 10 anni questo squilibrio è stato funzionale al sistema, lo si è usato per acquistare buoni del tesoro americani ed occidentali. Dall’altra parte dell’equazione troviamo una condizione deficitaria occidentale cronica dai tempi della crisi del .COM del 2001, quando gli indici di borsa hanno toccato il fondo. La scoppio di quella bolla non ha però prodotto una ristrutturazione dei flussi commerciali e di capitale, ad evitarla è stata la politica dei tassi bassi perseguita da Greenspan che ha creato una competitività fittizia nelle nostre economie: ci ha permesso di usare il debito come un bene. Ed infatti dal 2001 gran parte della crescita in occidente proviene dal settore finanziario, invece di investire nell’economia reale abbiamo investito in quella finanziaria, indebitandoci. E quando questa è crollata siamo piombati nel caos.

Come uscirne? La percentuale di ricchezza liquida è aumentata in modo sproporzionale rispetto a quella investita nell’economia reale, ma il mercato è ormai fortemente illiquido.

Pochi sono gli sbocchi e questo crea volatilità sul mercato dei cambi dove i volumi di scambio giornalieri sono da ormai da capogiro: 900 miliardi di dollari, pari a quasi il 3% dell’economia mondiale. I fondi sovrani, banche centrali come quella Cinese e gli hedge funds devono spendere parte della loro ricchezza, magari aiutando il mondo a riprendersi dalla recessione. Ma nel lungo periodo ci vorrà un nuovo sistema monetario bilanciato da un paniere di monete, tra le quali sicuramente il Revimi.

Il titolo del libro di Paolo Berdini, Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, dal ventennio fascista al prossimo futuro (Donzelli editore), ne nasconde un po’ la natura. Si tratta anche di una storia, dai contributi originali come quello che, con malizia, nota l’origine dell’abusivismo nei trentuno «nuclei edilizi» e nelle dieci «borgate ufficiali » fuori Piano Regolatore (PRG) della Roma fascista; l’abusivismo romano è il percolato di quella politica d’immagine che gettava i più deboli e i più poveri fuori della città, perché non fossero visti, come si fa con la polvere sotto il tappeto. Ma è soprattutto un breviario laico, da portare con sé anche per le piccole dimensioni, per chi pensa che la politica sopravvive nell’intelligenza critica, dato lo stato comatoso dei partiti, e voglia rivedere da quest’angolazione, fondamentale quanto inconsueta, la storia d’Italia negli ultimi cinquant’anni.

La crisi italiana di oggi si può raccontare non solo con la parabola televisiva; ma anche come abbandono di ogni politica di difesa del territorio e dello spazio pubblico, fondata su regole e certezze, per far posto alla cultura della deroga. Questa storia dell’abusivismo in Italia ha il suo istant decisif nel 1966, frana di Agrigento, «causata dalla costruzione di 8500 vani in contrasto con lo norme urbanistiche». Le foto dei templi greci attorniati dalla “colata di cemento” fecero il giro del mondo. Il clima era quello delle denunce della speculazione romana di Antonio Cederna, de Le mani sulla città. Fiorentino Sullo tenta da ministro, «convinto che quello fosse il solo modo per attuare la riforma urbanistica», di «azzerare la rendita urbana». E perde. Non solo perché gli abusivi di Agrigento sono poi stati assolti, è come se da quel momento la cultura della deroga e dell’abuso sostituisse, passo dopo passo, la programmazione urbanistica.

Per colmo di beffa, ci sono quelli che irridono, in nome di un presunto riformismo liberista, ai «lacci e lacciuoli» del piano da sconfiggere con accordi di programma, o, come oggi vorrebbe Maurizio Lupi, per legge, con «l’assunzione della contrattazione tra pubblico ed interessi immobiliari come motore della pianificazione» (qualcosa che – ci dimostra l’Expo di Milano – non sempre funziona…). L’abusivismo scampato alla legge Sullo é sanato con un primo condono nel 1985. Morto come abusivismo di necessità, rinasce col motto «padrone in casa mia» di Silvio Berlusconi, con il secondo condono del 1994 ed il terzo del 2003. Col terzo condono, l’abusivismo, da tipico del Sud, sembra potersi diffondere ai tanti capannoni del Nord abbandonati dall’industria.

Da allora la metastasi si è diffusa in tutto il corpo, il Piano Casa di Berlusconi (e, ahimé, di moltissime Regioni…) è pensato non con una mentalità da urbanista, di tutela della città bene comune, ma da abusivo. La nuova mentalità rovescia lo stretto legame tra pianificazione urbanistica e democrazia, l’ascolto della vita quotidiana che è il solo modo per rendere piacevole la vita nella città e nel territorio (una cornucopia inesauribile di ricchezza anche economica…) in una deriva autoritaria, dove si trasforma in uomo della provvidenza persino Bertolaso. In realtà l’imbuto stretto è funzionale al controllo, alle deroghe (anzi, nasce proprio in deroga…), alla cricca.

Una partita oggi difficile, quasi compromessa per le brecce che liberismo e cultura del fare hanno aperto anche a sinistra. Berdini ci fa vedere a che cosa rinunciamo, se lasciamo disco verde alla deroga: alla bellezza dell’Appia Antica e del nostro patrimonio archeologico (quanto sono lontani i tempi del progetto Fori di Petroselli!); alle coste, ormai quasi tutte cementificate (esistono i censimenti, ma non esistono né la volontà politica né le risorse economiche per demolire gli ecomostri); alla tradizione che assegna alle città italiane il ruolo di modelli di vivibilità in tutto il mondo; ad un piano di rimboschimento e messa in sicurezza del territorio, delle aule scolastiche, degli edifici pubblici, delle città, sempre più drammaticamente urgente nel paese delle frane e delle alluvioni di fango.

Come siamo arrivati a questo punto? Bisogna sì partire da lontano, ma senza esagerare, senza indulgere a rivangare considerazioni plurisecolari sul "carattere" degli italiani. È più utile cercare vicino, nel passato a noi più prossimo. La tesi di fondo è gli anni Ottanta sono alle origini dell'Italia attuale, della "costruzione degli italiani" di oggi. Certo si può anche dire che l'humus profondo del berlusconismo viene da più lontano, è forse ancora più atavico del fascismo stesso, ma si ha la sensazione che alcune caratteristiche specifiche dell'Italia di oggi decollino proprio in questi anni, senza che vengano percepite e comprese dagli stessi soggetti in campo.

Riprenderei la formulazione usata da Giulio Bollati, quasi a suggello di una lunghissima diatriba sul rapporto tra fascismo e prefascismo: «Nulla è nel fascismo quod prius non fuerit nella società, nella cultura, nella politica italiana, tranne il fascismo stesso». Cosa si voleva dire? Che erano già presenti nella situazione italiana tutti gli elementi che sarebbero confluiti nel fascismo, ma che era decisiva la nascita, appunto, di un catalizzatore che li aggregasse e li fondesse, in una situazione particolarissima. Non era, quindi, lo sbocco inevitabile di tutta la precedente storia italiana. Lo stesso discorso si può fare per il rapporto tra gli anni Ottanta e il berlusconismo, che fu nel decennio successivo l'ascesa - più che mai "resistibile", da parte di avversari meno disarmati e insipienti - di una cultura diffusa, di un sistema di potere economico, politico e mediatico che avrebbero potuto essere contrastati e sconfitti. Gli anni Ottanta non vanno demonizzati, anzi bisogna confrontarsi con un decennio che probabilmente diverrà oggetto di celebrazione e di revival, di cui già si percepiscono le prime avvisaglie.

Quegli anni sono in fondo l'eterno presente in cui vivono o si illudono ancora di vivere gli italiani di oggi, sono gli anni in cui si è costruita la loro mentalità. Italiani che continuano a coltivare il rimpianto di quel decennio e lottano per la perpetuazione dello status acquisito allora nonostante il declino ormai ventennale che stiamo vivendo come paese.

Gli anni Ottanta ovviamente ci sono stati in tutto il mondo, con caratteri sostanzialmente simili sul piano politico e culturale. Hanno avuto effetti devastanti e duraturi in tutto l'Occidente, ma solo in Italia daranno luogo a un esito come quello che stiamo vivendo da molti anni: predominio di una destra populista e retriva, inabissamento della sinistra e sfarinamento del suo insediamento nel territorio.

Bisogna ricordare cosa furono quegli anni: senza dubbio anni di grande vitalità e di benessere diffuso che si traduceva in una vistosa esplosione dei consumi. Anni in cui si esprimeva il sollievo collettivo per la lenta uscita dagli anni del terrorismo. In cui sembrava prevalere, in contrasto con il decennio precedente, il trionfo del "privato". Già nella seconda metà degli anni Settanta si parla di "riflusso", si celebra l'elogio del disimpegno, i libri Adelphi scalzano i libri Einaudi nelle mode culturali. È un decennio che cerca la sua definizione in gran parte in contrasto con quello precedente. Gli anni Settanta erano stati tante cose, nel bene e nel male, che non è possibile qui rievocare. Ma si è persa a distanza la consapevolezza che quelli erano stati anche gli anni dell'eguaglianza, forse gli unici nella nostra storia. Quel decennio fu l'unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell'ultimo quindicennio.

Individualismo è sicuramente una delle parole-chiavi del decennio. Già alla fine degli anni Settanta, nella particolare "modernità" italiana, vengono definendosi «modelli acquisitivi individuali» - di cui parlerà ampiamente il Censis nelle sue analisi degli anni Ottanta - che implicano «difesa dallo Stato» e «rifiuto dello Stato», che si innestano su una lunga tradizione e propensione, dando vita però a una forma di società che è nuova nella sua ideologia e nelle sue culture diffuse.

Anni di riscossa proprietaria, inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980, dalla marcia dei quarantamila (erano la metà, ma rimane questa cifra nella memoria) capi e quadri Fiat per le strade di Torino. Ci sarà progressivamente, come è stato notato, la cancellazione delle tute blu dall'immaginario diffuso degli italiani: non perché gli operai cessino di esistere, ma perché si conviene di non parlarne più. La borghesia in tutte le sue forme diviene realmente la vera classe universale. Sembra decollare una finanza popolare: molti italiani prendono a investire in Borsa, a seguire quotidianamente i listini, a scorrere ansiosamente il Televideo per informarsi delle valutazioni dei loro titoli. L'investimento nei Bot e nei Cct a interessi elevatissimi diviene fenomeno di massa e per molte categorie anche destinazione remunerativa dell'evasione fiscale.

Sono anni dell'opulenza, del vivere molto al di sopra dei propri mezzi. Chi gira in Europa in quegli anni nota subito - mettendo a confronto ciò che vede - l'esibizione da parte degli italiani di un tenore di vita che è anche ostentazione di un lusso sopra le righe. Ricchezza privata e povertà pubblica, di mezzi, di infrastrutture, di servizi e di decoro: si afferma stabilmente nell'opinione pubblica europea l'immagine dell'Italia come di «un paese povero abitato da ricchi».

Sappiamo oggi - in realtà lo si sapeva anche allora, ma si fingeva di non saperlo - che quella ricchezza si fondava su basi effimere: svalutazione competitiva della lira per trainare l'esportazione, enorme incremento del debito pubblico.

Si afferma un individualismo proprietario, che è trionfo di ceti emergenti o rampanti, frutto della enorme redistribuzione di ricchezza indotta dalla lunga svalutazione gestita dai governi del pentapartito.

Ci sono fenomeni che vengono da lontano ma si ingigantiscono in maniera abnorme. Il doppio regime fiscale, per lavoratori dipendenti e autonomi è sempre stato caratteristico del paese, ma qui abbiamo attraverso la redistribuzione del reddito l'avvio di una spoliazione del lavoro dipendente che procede costante fino ai nostri giorni, mentre si afferma una altrettanto abnorme diffusione del lavoro autonomo in tutte le sue forme che non ha paragoni in Europa.Un timido tentativo operato dal ministro Visentini nel 1984 di introdurre lo scontrino fiscale verrà vissuto da molte categorie come un sopruso.

Ci sono aree del paese, come il mitico Nord-Est, che conoscono una ricchezza improvvisa, e da cui muoverà quel paradosso culturale dell'Italia degli ultimi trent'anni che vuole più indignate contro le tasse proprio le categorie che più evadono il fisco.

L'economia sommersa, ignota alla fiscalità, viene vantata come risorsa di un paese in cui "la nave va" (l'uso del termine «sommerso» da parte di Craxi in una conferenza stampa a New York produrrà singolari equivoci presso la stampa americana, che ricondurrà l'economia underground alla mafia).

Sono gli anni del trionfo del liberismo in tutto l'Occidente, in cui la formula meno Stato più mercato diviene un mantra per tutti i politici e gli opinionisti in ascesa. Con alcune novità: per la prima volta il liberismo diviene ideologia di massa, popolare e populista. Ma soprattutto non ci troviamo di fronte alla consueta oscillazione del pendolo tra Stato e mercato che si è sempre verificata negli ultimi due secoli. Il liberismo che trionfa in questi anni è una ideologia intimamente totalitaria, che non postula né consente dubbi o alternative possibili, che si presenta come un dato di natura con la stessa ferrea necessità di una legge scientifica. Sono i presupposti di quello che diverrà il cosiddetto pensiero unico dopo il 1989, e che verrà lentamente introiettato anche dalle sue vittime. Questo trionfo si verifica in anni decisivi, che ipotecano il futuro. La costruzione europea avverrà sulla base di questi principi. I parametri di Maastricht, giustamente definiti «stupidi» nella loro rigidità da Romano Prodi negli anni a venire, verranno assunti non solo come vincolo empirico, ma anche come dogma indefettibile (e ancora oggi, contraddicendo le lezioni di un secolo e mezzo di crisi economiche, il primato del contenimento della spesa su quello degli investimenti spinge al lento suicidio l'economia europea).

Nell'immaginario collettivo si affermano parole chiave: modernità, modernizzazione, confusa ideologia che è il vero porto delle nebbie cui approda una generazione di marxisti pentiti. Successo è un'altra parola chiave del decennio, assieme a professionalità, tanto più evocata quanto più difetta. «Le parole sono importanti» diceva Nanni Moretti alla fine del decennio in Palombella rossa, dopo avere schiaffeggiato la giornalista che dava la stura ai più vieti luoghi comuni del linguaggio d'epoca. Arrogance, Égoïste sono alcune delle pubblicità più invadenti del decennio, impensabili dieci anni prima.

Naturalmente in tutto questo incide moltissimo la televisione. «Pertini non avrebbe firmato» si legge spesso nei cartelli dei manifestanti davanti al Quirinale in prossimità di promulgazioni di leggi o decreti controversi. Purtroppo Pertini firmò il decreto più incredibile nella storia repubblicana, il cosiddetto Decreto Salvapuffi disposto con urgenza da Bettino Craxi il 20 ottobre 1984, che riaccendeva le televisioni di Berlusconi spente da un pretore e sanciva di fatto l'esistenza di un monopolio nazionale nella televisione privata.

È solo in parte una "nuova" televisione. In realtà è anche un recupero della "vecchia" televisione familiare, con i suoi Mike Bongiorno, i suoi Corrado e le sue Raffaella Carrà, proprio nel momento in cui la Rai stava innovando il suo linguaggio e le sue tematiche. La concorrenza al ribasso spegnerà sul nascere questa fase di autonomia e creatività. Già nel 1985, solo cinque anni dopo l'avvio dell'avventura di Canale 5, Federico Fellini filma Ginger e Fred, con al centro la volgarità e l'invadenza del cavalier Fulvio Lombardoni nelle vite degli italiani. Il film non avrà successo, e dopo pochi anni verrà trasmesso da Rete4, massacrato dagli spot televisivi che aveva voluto denunciare.



Pubblichiamo il testo della relazione di Santomassimo al convegno «Società e stato, sfera del berlusconismo» in corso a Firenze, organizzato da Libertà e giustizia e dalla rivista storica Passato e presente. Coordinato da Paul Ginsborg e Sandra Bonsanti, tra gli interventi quelli di Gustavo Zagrebelsky, Norma Rangeri e Marco Revelli.

Che cos’è oggi il ceto medio italiano? Tre elementi ci colpiscono subito. In primo luogo l’incessante crescita numerica. In base ai dati forniti da Paolo Sylos Labini, i ceti medi urbani italiani, in cui l’autore raggruppa le principali categorie dei piccoli imprenditori, degli impiegati pubblici e privati, degli artigiani e dei commercianti rappresentavano nel 1881 il 23,4% della popolazione, mentre nel 1993 toccavano il 52%. Oggi secondo le stime si attestano attorno al 60%...

Accanto a questo primo, grande fatto strutturale ve n’è un secondo: il livello sempre più alto di istruzione che li caratterizza. Nel 2001... gli italiani in possesso di un titolo di studio medio, superiore o universitario erano diventati il 63,4% per cento della popolazione. Questa rivoluzione scolastica non colma il divario esistente rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna, ma è innegabile che il paese può vantare un ceto medio sempre più esteso e istruito. Il terzo elemento strutturale riguarda la composizione interna dei ceti medi. L’Italia ha una quota di occupazione indipendente (o lavoro autonomo) molto alta (il 26,4% dell’occupazione totale nel 2006) più elevata di qualsiasi altro paese europeo. Ma attenzione: in questi anni i media e la destra politica hanno tentato con martellante insistenza di presentare il mondo del lavoro autonomo in generale e quello del piccolo imprenditore in particolare come predominante nel paese... In realtà, il lavoro autonomo è in lento declino dal 2003, costituisce solo un quarto del lavoro complessivo in Italia e meno della metà dell’occupazione dei ceti medi presi nel loro insieme. Esso cela in sé un gran numero di figure diverse – non solo quella del piccolo imprenditore dinamico ma anche il vasto e perdurante mondo dei commercianti e degli artigiani, nonché moltissimi ‘autonomi precari’, specialmente giovani, che hanno la partita Iva ma non un’ occupazione stabile...

Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due mondi, piuttosto diversi uno dall’altro... Chiamerei l’uno il ceto medio riflessivo, capace di bridging (cioè capacità di costruire ponti verso altri) e, in termini occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; l’altro il ceto medio concorrenziale, tendente al bonding (cioè tendenza a rafforzare i legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro autonomo.

Partiamo con la prima componente, il ceto medio riflessivo. In tutta l’Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell’informazione e della cultura... Ad ingrossarne le file è stato un numero sempre crescente di donne molto istruite, alla ricerca di un impiego adeguato alla loro professionalità, ma in forte difficoltà nel trovarlo, soprattutto al Sud... Questa componente dei ceti medi contemporanei in apparenza è dotata di notevole potenziale civico. Se guardiamo il caso italiano vediamo come l’opposizione al regime di Berlusconi provenga in parte considerevole da questi settori dei ceti medi. A partire dalle grandi manifestazioni della primavera e dell’autunno 2002, fino alle dimostrazioni organizzate attraverso internet dal ‘Popolo Viola’ del dicembre 2009 e di ottobre 2010, numerosi appartenenti a questi strati sociali si sono mobilitati contro il regime... Non bisogna in nessun modo esagerare le capacità civiche di questa parte dei ceti medi, né la loro consapevolezza di sé come gruppo sociale... Essi hanno sempre possibilità di scelta e, di fronte alla ripetitività delle proteste e soprattutto allo scarso incoraggiamento proveniente dal ceto politico di sinistra, perdono slancio e speranza...

Vengo ora alla seconda agglomerazione – i ceti medi – prevalentemente dediti al lavoro autonomo e fortemente orientati al mercato... Storicamente una componente di spicco di questo mondo sono sempre stati i distretti industriali italiani, apprezzati da numerosi studi internazionali e considerati anche portatori di un specifico modello di coesione sociale... Viene da chiedersi, però, quanto questo quadro sia ancora valido nel Nord Italia, di fronte alla crescita della Lega... Nella Lombardia e nel Veneto, se non nella Toscana e nell’Emilia-Romagna, si è sviluppato un modello diverso, fortemente basato sul bonding territoriale e sull’appartenenza etnica, sullo sfruttamento di una sottoclasse di immigrati, sulla scarsa presenza di equità sociale e su una forma di democrazia fortemente personalizzata e di partito. Davanti a quest’onda gli studiosi devono dirci cosa resta dell’ethos dei vecchi gloriosi distretti industriali...

Qual è l’apporto del ‘Berlusconismo’ a questo quadro generale?... La singolarità del ‘Berlusconismo’ risiede nell’uso particolare che egli ha fatto delle opportunità che il degrado democratico degli anni ‘80 gli ha offerto. In modo precoce (1984) ha potuto stabilire un controllo mediatico sulla televisione commerciale unico in Europa, senza la sorveglianza di un qualsiasi garante pubblico, e ha potuto utilizzare questa libertà per reiterare incessantemente determinati valori e stili di vita, e per trascurarne o denigrarne altri... Questo sfrenato potere mediatico è il primo elemento del Berlusconismo. Un secondo è il comportamento di Berlusconi nei confronti dello Stato e della sfera pubblica. Qui riscontriamo una forte diversità rispetto alla signora Thatcher. Quest’ultima, per quanto radicale, non mise mai in dubbio le istituzioni e le pratiche della democrazia britannica. Berlusconi, al contrario, come dimostra anche la sua famosa videocassetta del 26 gennaio 1994, quella della ‘discesa in campo’, ha sempre considerato la sfera pubblica una zona di conquista, di occupazione, di trasformazione... L’ultimo apporto del Berlusconismo... è l’esplicito appoggio a un elemento dei ceti medi – quello del lavoro autonomo e concorrenziale – a spese dell’altro, quello più riflessivo e basato sul lavoro dipendente. Berlusconi blandisce il primo con tutta una serie di carezze - agevolazioni fiscali, condoni edilizi, la depenalizzazione sostanziale del falso in bilancio... All’altro elemento dei ceti medi, il ‘Berlusconismo’ riserva solo schiaffi – lo smantellamento progressivo della scuola pubblica, il degrado senza fine delle grandi istituzioni culturali, gli stipendi in calo verticale in termini di potere d’acquisto. Così - e questo forse è la sua eredità più dannosa - Berlusconi contribuisce in modo drammatico a spaccare il ceto medio, e ad incrementare il livello di incomunicabilità tra le sue due componenti principali. Ogni tanto mi sembra che i moniti ottocenteschi di Disraeli circa il rischio di creare due Nazioni siano di scottante attualità per l’Italia contemporanea...

Questo testo è tratto dal discorso che terrà oggi a Firenze, al convegno "Società e Stato nell’era del berlusconismo".

Le considerazioni che seguono sono sotto il segno di un celebre motto di Friedrich Schiller: «La lingua poeta e pensa per te». Nella lingua del nostro tempo, si nota la presenza sovrabbondante di un lessico che non sarà certo quello di Schiller ma è forse piuttosto quello di Berlusconi, dei suoi e dei loro mezzi di comunicazione che si esprimono come lui. E noi abbiamo cominciato a parlare come loro. Ciò può essere interpretato come un’intrusione nel nostro modo d’essere e di comunicare, oppure come un’emersione, che non crea nulla, ma solo dà voce.

In questo secondo caso, la radice sarebbe più profonda, la malattia più pervasiva. In ogni caso, l’uniformità della lingua, l’assenza di parole nuove, l’ossessiva concentrazione su parole vecchie e la continua ripetizione, sintomi di decadenza senile, è tale certo da produrre noia, distacco, ironia e pena ma – molto più grave – è il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio kitsch, forse proprio per questo largamente diffuso e bene accolto.

«Scendere» (in politica) Qual è la via che conduce alla politica? O dal basso o dall’alto. Dal basso, vuol dire dall’interno di un’esperienza politica che, mano a mano si arricchisce e porta all’assunzione di sempre più vaste responsabilità e di più estesi poteri. Ciò equivale a una carriera politica e corrisponde all’idea della politica come professione, nel senso classico di Max Weber. La legittimità dell’aspirazione al potere politico è interna alla politica stessa, alle sue esperienze, alle sue procedure e ai suoi rituali. Oppure la via può essere la discesa, quando si fanno valere storie, competenze e virtù maturate in altre e più alte sfere. La politica non è, allora, una professione, ma una missione. La legittimità dell’aspirazione politica è esterna alla politica come professione, anzi sta proprio nel suo essere estranea, aliena. (....) Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza delle società, è la sempiterna figura della missione redentrice che un «salvatore» assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava prima lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù. Teologia politica allo stato puro, cioè trasposizione di schemi mentali e suggestioni dalla teologia alla politica.

C’è poco da ridere o anche solo da sorridere. È cosa seria. È una forma mentale perenne e universale, ricorrente nella storia delle irruzioni in politica di tutti i salvatori che si accollano compiti provvidenziali. I «re nascosti», gli «unti del Signore» che gli uomini comuni devono riconoscere, fanno la loro apparizione nella storia dei popoli in ogni momento di difficoltà; gli «uomini della provvidenza», comunque li si denominino e quale che sia la forza provvidenziale che li manda e dalla quale sono «chiamati» (un Dio, la Storia, il Partito, la «Idea», la Libertà, il Sangue e la Terra, in generale il Bene dell’umanità) sono appena alle nostre spalle, anzi sono tra noi. La secolarizzazione del potere, premessa della democrazia, non li ha affatto scacciati. (....)

Quest’idea è pervasiva e va al di là degli schieramenti politici. L’invocazione di un «papa straniero», salvatore della Patria anch’esso, sia pure di segno provvidenziale opposto a quell’altro, è la dimostrazione che questa mentalità è penetrata profondamente ed estensivamente nel modo comune di considerare la politica e la salvezza politica. Certo, questa formula ha qualcosa d’ironico. Ma c’è da scommettere che, se un tale personaggio, dal mondo della finanza, dell’industria o dell’accademia, farà la sua apparizione, questa sarà circondata dagli stessi caratteri: anche lui «scenderà» in politica e il suo non sarà un «ingresso» ma una «discesa». Si renda o non si renda conto del significato di questo linguaggio che, ormai entrato nell’uso, gli sembrerà del tutto naturale, ovvio.

La parola-chiave è dunque «scendere». Scendere da dove? Da una vita superiore. Scendere dove? In una vita inferiore. Per quale ragione? Per rispondere a un dovere, al quale sacrificarsi. Quale dovere? Salvare un popolo avviato alla perdizione. Con quali mezzi? Mezzi politici. Dunque: «scendere in politica». Non con i mezzi corrotti del passato però, ma con mezzi inediti e con compagni d’avventura nuovi di zecca. Tutto dev’essere reso «nuovo», generato a un’altra vita. Ciò che è vecchio sa di corruzione. Per questo, si deve scendere dall’alto, dove c’è virtù, purezza, capacità di buone opere, e non dare l’impressione di salire dal basso, da dove nascono solo creature che si alimentano e vegetano nella putredine.

«Contratto» Da dove si scende, è ben detto fin dall’inizio, in quel volumetto del 2001, intitolato Una storia italiana, dove la vita del protagonista, prima della «discesa», è rappresentata come un idillio familiare, intriso di buoni sentimenti, di felicità nel suo rapporto con la natura, come una sequela di successi professionali, come una dedizione, già allora, al bene di tutti coloro che hanno a che fare con lui. Ma ora, c’è un popolo intero che ha bisogno di soccorso. Non rispondere alla chiamata, sarebbe un atto d’egoismo. Noi miscredenti pensiamo che la politica sia il luogo del potere, necessario ma pericoloso. No: è il mezzo per portare soccorso, da agevolare dunque. Resistere alla chiamata o opporsi al chiamato significa volere il male del bisognoso (...).

Questi concetti, ripetuti poi infinite volte, dovrebbero essere analizzati uno per uno. Non sono detti a caso. Ci deve essere una mente: la condizione beata di partenza, il sacrificio personale consacrato al paese infelice e bisognoso d’aiuto, il soccorso, la chiamata, l’altruismo, le armi. C’è già in nuce tutto quanto seguirà. Compreso il rito elettorale, inteso non come laico confronto tra persone e programmi, ma come una sorta di giudizio di Dio affidato al popolo ( vox populi, vox dei). Il programma elettorale diventa qualcosa di diverso da una proposta di governo. Diventa rivelazione della propria missione salvifica, «buona novella» che deve essere annunciata tramite «apostoli della libertà». L’investitura elettorale è la risposta all’annuncio. Il «contratto con gli Italiani» è cosa assai meno ingenua di quel che appare. È la sanzione dell’avvenuto riconoscimento del salvatore da parte dei salvati, da parte del suo popolo. La funzione mistica attribuita a questo «contratto», presentato come tavola fondativa d’un patto indistruttibile e sacro, è completamente al di fuori della logica della democrazia rappresentativa. Si spiega nella logica del disvelamento e del riconoscimento, della discesa dall’alto che incontra un bisogno e un’invocazione dal basso.

«Amore» Nel discorso con il quale fu dato l’annuncio (il Kérygma) della «discesa» in politica (26 gennaio 1994), un passaggio-chiave, una frasetta che sembra buttata lì, fu «L’Italia è il Paese che io amo». Così anche l’amore faceva la sua discesa nel linguaggio della politica, non senza conseguenze pervasive. Il neonato Partito Democratico, a sua volta, ritenne di non dovere essere da meno e rispose per le rime nel «Manifesto» fondativo del 2007, che inizia così: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Questo è un esempio delle conseguenze perverse dell’imitazione nel campo della comunicazione politica. Le due dichiarazioni d’amore si equivalgono? No, non si equivalgono. La prima («L’Italia è il Paese che io amo») è una dichiarazione sovrana che proviene da uno che ha già detto che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita felice in sé e per sé, oppure avrebbe potuto prescegliere un altro luogo per vivere o per discendere sulla terra dei comuni mortali. L’Italia, così, è la prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l’amore che tanto gratuitamente le è stato donato. La seconda dichiarazione è tutt’altra cosa. Non è un atto sovrano. È un atto obbligato. Potrebbe un partito politico che, ovviamente, è dentro, non sopra il Paese al quale chiede consensi, dire: «Tu non mi piaci affatto». Questa dichiarazione, come dichiarazione d’amore, suona falsa perché è obbligata e l’amore obbligato che cosa è? Può essere un’adulazione interessata. Anche la prima, naturalmente, lo è, ma si presenta in tutt’altro modo, come un dono d’amore, una dedizione gratuita, un atto commovente. Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi potrebbe, a sua volta, non riamarlo?

E se non riama? Se l’amore non è corrisposto? Se non c’è corrispondenza a un amore così grande che è quasi un sacrificio, è perché qualcuno odia. Solo apparentemente, le parole d’amore, spostate dal campo che è loro proprio, cioè quello delle relazioni interpersonali concrete, e riversate nella campo della politica, cioè dei rapporti impersonali astratti, sono parole benevolenti. In realtà sono parole violente, destinate a provocare divisioni radicali, contrapposizioni e incomunicabilità, tra «noi che amiamo» e «voi che odiate». Valga, tra le tante possibili, questa citazione: «Noi non abbiamo in mente un’Italia come la loro, che sa solo proibire ed odiare. Noi abbiamo in mente un’altra Italia, onesta, orgogliosa, tenace, giusta, serena, prospera, un’Italia che sa anche e soprattutto amare» ( L’Italia che ho in mente, Milano, Mondadori, 2000, p. 280). Se guardiamo all’Italia di oggi, possiamo tristemente riconoscere che la spaccatura è avvenuta e non sappiamo come si potrà sanarla.

«Assolutamente» Un avverbio e un aggettivo apparentemente innocenti, da qualche tempo, condiscono i nostri discorsi e in modo così pervasivo che non ce ne accorgiamo «assolutamente» più: per l’appunto, assolutamente e assoluto. Tutto è assolutamente, tutto è assoluto. Facciamoci caso. È perfino superfluo esemplificare: tutto ciò che si fa e si dice è sotto il segno dell’assoluto. Neppure più il «sì» e il «no» si sottraggono alla dittatura dell’assoluto: «assolutamente sì», «assolutamente no». (...) Il predecessore dell’assoluto è il «categorico» d’un tempo, quando non c’era posto per le sfumature ma solo per le convinzioni granitiche, per gli «imperativi categorici» presi dalla filosofia morale e gettati nell’agone politico. Ciò che l’assoluto esclude è «il relativo». Il relativo è ciò che costringe al confronto e induce a pensare. L’assoluto, invece, comanda e pretende obbedienza, assolutamente. Il relativo è proprio dei deboli, perché è insidiato dal dubbio; l’assoluto è forte perché, insieme ai dubbi, esclude la possibilità di venire incontro, di cercare accordi e stabilire compromessi con chi non condivide i nostri «assoluti». Tra assoluto e fanatico c’è parentela stretta in uno stesso mondo spirituale. (....)

«Fare-lavorare-decidere» La «discesa» dalla quale abbiamo iniziato a che cosa mira? La rigenerazione ch’essa promette in che cosa consiste? Non nella salvezza delle anime, né nell’elevazione civile della società e nemmeno nella potenza della Nazione o dello Stato, come fu per diverse «discese salvifiche» in altri tempi e luoghi. Lo dice ancora una volta il linguaggio del nostro tempo, così impregnato di aziendalismo e produttivismo. L’idea che la vita politica si basi su un legame sociale che – certamente – implica ma non si esaurisce in benessere materiale, consumi, sviluppo economico, è totalmente estranea al modo di pensare attuale e alla lingua che l’esprime. L’Italia è «l’azienda Italia» e tutti devono «fare sistema», «fare squadra» perché possa funzionare. Basterebbe pensare alla politica delle «tre I», slogan lanciato a suo tempo per sintetizzare il senso delle riforme nella scuola italiana: inglese, Internet, impresa. Dalla scuola si bandiva quella cosa così evanescente, ma così importante per tenere insieme una società senza violenza e competizione distruttiva, che è la cultura. La scuola, davvero, si orientava verso il «saper fare», cioè verso la produzione di «risorse umane» finalizzate allo «sviluppo» dell’azienda e da utilizzare intensivamente fino al limite oltre il quale ci sono gli «esuberi».

La politica, a sua volta, è venuta configurandosi come il logico prolungamento di questa concezione del bene sociale. Così, il governo diventa il «governo del fare» il cui titolo di merito «assoluto» è di avere posto fine al «teatrino della politica» e di andar facendo. «Fatto» diceva un non dimenticato spot pubblicitario governativo costruito su un timbro sonoramente impresso su qualche foglio di carta. Per «fare», però, occorre «lavorare» e, così, quello che lavora, non quello che chiacchiera, è il governo buono. Bisogna «lasciarlo lavorare». Chi si mette di traverso, cioè «rema contro» la squadra di canottieri che fa andare la barca non è un oppositore ma un potenziale sabotatore, uno che non ama l’Italia. (.....) Ora, l’ideologia aziendalista del fare e del lavorare mette in evidenza, esaltandolo, il momento esecutivo e ignora, anzi nasconde il momento deliberativo. Chi decide, in che modo decide e che cosa decide? Tutto questo è «assolutamente» fondamentale in democrazia perché rappresenta il momento formativo e partecipativo delle scelte politiche. La logica aziendalista, trasportata in politica, fa dell’efficienza l’esigenza principale: efficienza per l’efficienza. Il fare per il fare: attivismo. Tante leggi, tante riforme: è la quantità a essere messa in mostra. Viene meno il rapporto tra il fare e il «che cosa fare», un rapporto che presuppone una divisione tra il realizzare e il determinare l’oggetto da realizzare. Viene meno il fine dell’agire. (....)

Alla medesima logica appartiene il «decidere», per esempio nell’espressione «democrazia decidente», che ha preso piede anche nel lessico di parte di forze politiche d’opposizione (...) Anche qui ciò che viene passato sotto silenzio è ciò che dovrebbe garantire che non si operi male. Forza delle parole: il mezzo, cioè l’efficienza (fare, lavorare, decidere), da mezzo quale è, diventa il fine.

«Politicamente corretto» (....) Negli anni appena trascorsi è stata condotta vittoriosamente una battaglia semantica contro la dittatura del «politicamente corretto», accusato di conservatorismo, ipocrisia e perbenismo. I tabù linguistici sono caduti tutti. Perfino la bestemmia è stata «sdoganata» perché qualunque parola deve essere «contestualizzata». I contesti sono infiniti. Così ogni parola è infinitamente giustificabile. Il degrado è pervasivo, e ha contagiato anche chi non l’ha inaugurato e anzi, all’inizio, l’ha deplorato. Così, ci si è assuefatti. Ma il risultato non è stato una liberazione, ma un nuovo conformismo, alla rovescia. Oggi è politicamente corretto il dileggio, l’aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l’occultamento delle difficoltà, le promesse dell’impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d’amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel «politicamente corretto» dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l’orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente.

SINISTRA IN CAMPO
di Norma Rangeri

A ridosso della probabile crisi di governo, sotto i tempi stretti di elezioni anticipate, quando la democrazia fatica a reggere la crisi di sistema, Vendola e Bersani si incontrano e mettono insieme due debolezze (un leader senza partito e un partito senza leader), per farne una forza. Stringono l'alleanza per un «governo di scopo» funzionale al cambiamento della legge elettorale. Ipotesi all'inizio esclusa dal governatore pugliese, che invece ora mostra di crederci.

Il segretario del Pd e il leader di Sinistra e Libertà siglano il «patto di consultazione per il programma» e alle primarie, qualcosa di meno di un accordo di governo, molto di più di cartello elettorale. È la sinistra che si muove e fa il primo passo.

Più che un cantiere di ristrutturazione o di rifondazione (se la parola non fosse stata nel frattempo consumata) servirebbe un atto di fondazione dell'alternativa. Per sostituire alla retorica del berlusconismo un progetto nazionale. Per capire cosa dire sulla pace e sulla guerra, sul nucleare, sulla lotta di classe ai tempi di Marchionne, sul pubblico e sul privato, sull'immigrazione, sulla rappresentanza delle domande che nascono dalla crisi quando il distacco tra politica e società ha superato i livelli di guardia e un astensionismo anomalo minaccia la tenuta istituzionale. Per riunificare il paese.

Un vasto programma senza il quale, a questo tornante della crisi politica, si rischia di perdere definitivamente e ritrovarsi un parlamento che elegge Berlusconi alla presidenza della repubblica. Un finale di partita che alla fine ha rotto il centrodestra e fatto uscire allo scoperto la Confindustria contro il governo.

Le forze della sinistra prendono l'iniziativa. Ciascuno nel suo campo. Bersani deve rendere credibile l'alternativa, coltivare il nuovo Ulivo con un partito che ha perso forza di attrazione fino al punto di vederlo scendere nei sondaggi proprio quando il centrodestra è lacerato dalla guerra tra i gruppi di interesse che lo compongono. Vendola deve stare molto attento a non immaginare fughe solitarie lasciando dietro di sé minoranze politiche e movimenti destinati a restare inascoltati e a perdere se non si costruisce uno sbocco politico.

Un passaggio complesso, «storico», come lo ha definito Bersani ieri quando, insieme a Vendola, è sceso in strada a dare l'annuncio ai giornalisti. È un primo passo (persino in ritardo), di buon augurio se questo pranzo romano allude a un ricco menu ricostituente, necessario per rianimare e nutrire l'esangue sinistra.

INCONTRO

La scelta di Bersani

di Daniela Preziosi



Da oggi abbiamo il dovere di parlarci per mettere in campo una strategia di salvezza per il paese. Dobbiamo cercare un punto di unità per impegnarci insieme a dare un'alternativa, una speranza all'Italia. Il segretario del Pd smette di aspettare l'Udc e stringe un patto di consultazione con Vendola. Primarie e Nuovo Ulivo aperto a Idv e verdi, chiuso ai comunisti. Con Casini intese in questo parlamento

Un Bersani rilassato, un Nichi Vendola più teso che via via si scioglie, infervorandosi sul tremontismo, i tagli alle regioni, il berlusconismo e i suoi pericolosi colpi di coda. La 'pace' fra il leader del Pd e il presidente della Puglia si stipula davanti a un piatto di pesce crudo, menù mediterraneo che però concede gioie misurate. Non c'è molto da festeggiare, la strada della prossima coalizione è tutta salita, figuriamoci quella della vittoria. Ma Bersani - lo dicono più i suoi avversari che i suoi amici - è tipo da affrontare la strada un passo alla volta.

E stavolta il passo l'ha fatto. Accentando l'incontro con il leader di Sinistra ecologia e libertà, pazientemente costruito da Francesco 'Ciccio' Ferrara, già responsabile dell'organizzazione del Prc e ora di Sel, ma che l'entourage di Bersani definisce «il più bersaniano dei vendoliani e il più vendoliano dei bersaniani». La richiesta era datata settimane, ma si era resa urgente dopo quel paragone del Pd come «anime morte», in un'intervista a Oggi, che poi Vendola ha più volte smentito. A Bersani non è piaciuto. E da Varese ha avvertito: «Chi tratta male noi si terrà Berlusconi».

Invece si sono trovati d'accordo, soprattutto sul metodo, che è quasi tutto. Sulla necessità di chiudere col tremontismo, sul fare qualcosa per «salvare il paese», e cioè costruire una «grande piattaforma di alternativa». Vendola incassa un impegno sulle primarie di coalizione, che si faranno «quando avremo pronta una proposta per il paese» non necessariamente a crisi di governo aperta. E un «patto di consultazione» che in sostanza è l'abbozzo di una discussione programmatica.

Bersani incassa il via libera su un «governo di scopo», dove lo scopo è la legge elettorale e solo quella, visto che Vendola di governi tecnici non vuole sentire parlare. Pareggiano sul Nuovo Ulivo: Bersani lo vuole costruire con le forze del centrosinistra, Idv, socialisti, verdi, presumibilmente anche radicali, con i quali - i primi tre - si incontrerà nei prossimi giorni. Ma anche in rapporto con le parti sociali, sindacati, Confindustria, associazioni, alle quali presto spiegherà il senso della «svolta» programmatica del Pd. Vendola invece di entrare nel Nuovo Ulivo non ci pensa: «Non mi interessa la replica di formule del passato, mi interessa tessere la tela del cambiamento». Ma sostanza è quella: un nucleo di forze unite da un programma riformista.

Poi c'è la delicata partita dell'Udc. E qui sta il senso politico dell'incontro di ieri. Bersani si rivolge prima ai suoi alleati di centrosinistra, ai quali chiede di non mettere veti (ma Sel non ne mette, tranne che su Fini). Poi, da leader, si rivolgerà all'Udc. Ma è un accordo difficile, a cui «lavorare con pazienza». E che in gran parte dipende dall'offerta politica a cui l'Udc si troverà davanti al momento del voto. Per ora i punti di contatto sono i fondamentali: legge elettorale, difesa del parlamento e della democrazia. Un rapporto si può costruire, ma anche no. E dopo gli inviti lanciati da Varese lo scorso week end, e gli ammonimenti a non replicare le divisioni del '94, ieri Bersani ha scelto di non restare appeso alle trame centriste, né dare l'idea di essere «l'utile idiota di qualcuno» (ancora Varese).

Non è un caso che le reazioni dall'Udc siano state agre: «Bersani e Vendola pranzano insieme a Roma. Vogliono rifare il Pci?», dice Rocco Buttiglione, veterano di accordi a pranzo. L'Udc guarda altrove: «Dobbiamo lavorare a una nuova forza. Fini potrebbe unirsi se crede, Rutelli penso che verrà. Certo sono fuori dai nostri schemi l'Idv e la Sinistra Alternativa».

E invece, e non è un caso, i centristi Pd accolgono benone l'incontro che consolida loro un ruolo nel partito, nel lato opposto della sinistra. Per Beppe Fioroni «l'incontro sancisce il principio delle primarie», per Paolo Gentiloni è stato utile anche se «il rapporto con il centro è fondamentale». No comment da Marco Follini, ma l'ex Udc Stefano Graziano: «La nostra battaglia per un centro forte nel Pd è appena iniziata». Fra gli alleati, freddini i verdi e l'Idv. E invece Paolo Ferrero, Prc, incalza. Vendola, più che Bersani: «Proponiamo alle forze di sinistra che saranno presenti al corteo del 16 ottobre, di concordare le proposte con cui aprire in confronto col Pd: dal ritiro delle truppe dall'Afganistan ad un intervento pubblico che tuteli i posti di lavoro e sconfigga la precarietà».

VENDOLA: SI AL GOVERNO DI SCOPO

Il centrosinistra deve cambiare

intervista di Iaia Vantaggiato



Giusto cancellare il porcellum. Ma ci siamo chiariti, anche su Tremonti. Non sono entrato nel nuovo Ulivo e non mi propongo di entrarci, non mi interessa la replica di formule del passato. A me interessano le risposte da dare ai grandi problemi del paese e vedere se il centrosinistra è in grado di capovolgere la cultura berlusconiana



Pace fatta con Bersani e «caso Boccia» definitivamente archiviato?

Non ci siamo mai fatti la guerra, in realtà, ma ieri abbiamo provato a uscire da quella bolla mediatica che rende difficile il dialogo e brucia un'energia da utilizzare nel cantiere dell'alternativa. Abbiamo voluto abbattere insieme un muro di sospetti, polemiche e risentimenti che abitano un po' in tutti i luoghi del centrosinistra.

L'asse del nuovo centrosinistra o l'avvio di un più generico processo unitario?

Mettere in campo un processo unitario è decisivo. L'unità più larga possibile di tutti coloro che intendono seppellire il berlusconismo e inaugurare una nuova stagione. L'unità è condizione indispensabile ma non sufficiente per vincere. L'altra condizione è la sfida innovativa, un'autentica scossa elettrica che aiuti ciascuno ad uscire dalle proprie pigrizie ideologiche e dalle proprie rendite di posizioni. Guai se apparissimo non il centrosinistra del futuro ma una coalizione del passato.

D'Alema già pensava di allearsi con Casini. Gliel'hai fatta un'altra volta?

Io non ragiono in questo modo, non faccio politica disseminando la strada di trabocchetti e immaginando di pugnalare un mio alleato. Credo piuttosto che sia interesse generale quello di cominciare a camminare concretamente verso l'obiettivo di restituire politicamente una speranza a questo nostro paese così sofferente e smarrito.

Così tu porti a casa le primarie e Bersani il «governo di scopo».

Insieme portiamo a casa la condivisione di una grande inquietudine. Crisi sociale e crisi democratica, acutissime e intrecciate, prospettano un autunno incandescente. L'Italia è un paese danneggiato nel suo spirito pubblico. La destra ha sfigurato diritto, reddito e speranze di intere generazioni.

Qui però parliamo di riforma elettorale.

Non è sfuggire dalla realtà concentrarsi sugli effetti nefasti dell'attuale sistema elettorale. Il «porcellum» ha realizzato un equilibrio perfetto tra riduzione del pluralismo e ingovernabilità. È interesse generale ritrovare un punto d'equilibrio tra la rappresentanza democratica e il diritto a governare.

Non «resta» che trovare una maggioranza parlamentare.

È necessario un governo che lavori solo su quest'obiettivo, un governo di scopo appunto. E per realizzarlo ci vorrebbero la volontà, la forza e il coraggio di trovare una nuova maggioranza in parlamento.

Sel in Parlamento non c'è. Ma in compenso ci sei tu che godi di grande popolarità nella base del Pd. Insomma diciamo che hai dato una mano a Bersani.

Dobbiamo ragionare non per posizionamenti simbolico-ideologici o secondo il mero calcolo delle convenienze di bottega, ma sulla base di ciò che è utile al paese. L'idea che abbiamo condiviso è che le primarie non sono un gioco di palazzo ma un inizio di riconnessione tra politica e società. Sono il terreno sul quale si misura la capacità di innovazione di ciascuno di noi.

Scompare la sinistra radicale o si radicalizza il Pd?

Il ragionamento sulla democrazia mutilata provoca conseguenze politiche anche interne allo schieramento di centrosinistra. Io penso che ritornare con una certa fissità alla disputa moderati-antagonisti rischi di essere soltanto una riproposizione delle proprie biografie più che un modo per andare alla radice dei problemi. Bisogna rendere più di merito il confronto tra le diverse anime del centrosinistra e tutti quanti, a cominciare da me, siamo chiamati a uno sforzo di innovazione culturale.

Tu, sinora, ti eri sempre dichiarato contrario a un governo di transizione.

E infatti parliamo di «governo di scopo». Io non ho mai osteggiato l'idea della riforma elettorale e sarebbe curioso che dopo un'intera vita di militanza proporzionalista venissi considerato il difensore di questo sistema elettorale. Piuttosto mi terrorizzava l'idea che un governo di transizione, inglobando altri obiettivi come la lotta alla crisi economica, potesse assumere il tremontismo come codice oggettivo e naturale.

Ancora Tremonti?

Non è la medicina ma la malattia di cui soffre l'Italia. Anche su questo punto con Bersani ci siamo molti chiariti.

Il patto di consultazione prelude alla possibilità di incontri periodici tra te e Bersani?

Intanto spero preluda a un incontro in piazza, sabato, al fianco della Fiom.

E poi?

Abbiamo bisogno di passare da un'intesa metodologica a una comunanza di intenti dal punto di vista del cantiere. Patto di consultazione significa come rimettiamo il centrosinistra in rapporto alla battaglia per la scuola pubblica, alla difesa del diritto al lavoro, ai soggetti sociali che stanno soffrendo inclusa la piccola impresa.

E se Idv alle primarie candida De Magistris?

Mi va benissimo. Le primarie non sono lo strumento dei furbi ma il mezzo per riaccendere una passione politica che possa proiettare il centrosinistra al successo.

Il mese scorso due eventi cruciali hanno segnato il mondo dei partiti socialdemocratici. In Svezia il 19 settembre quel partito ha subito una forte sconfitta elettorale, ottenendo il 30,9% dei voti, il risultato peggiore dal 1914. Dal 1932, aveva governato il paese per l'80% del tempo ed è la prima volta da allora che un partito di centrodestra è stato riconfermato alle elezioni. E per di più, per la prima volta è entrato nel parlamento svedese un partito di estrema destra, contrario all'immigrazione.

Perché la cosa è tanto drammatica? Nel 1936, Marquis Childs scrisse un libro famoso dal titolo Sweden: The Middle Way. Childs presentava la Svezia sotto il regime socialdemocratico come la virtuosa terza via tra i due estremi rappresentati dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica. In Svezia la redistribuzione egualitaria si combinava con scelte democratiche nella politica interna. Ed è stata, a partire dagli anni Trenta, il prototipo della socialdemocrazia, la sua bandiera. E così è stato fino a relativamente poco tempo fa. Ma questo non è più vero.

Intanto in Gran Bretagna, il 25 settembre, Ed Miliband è arrivato da una posizione di minoranza ad assumere la direzione del partito laburista. Sotto Tony Blair i laburisti avevano avviato una riforma radicale del partito: «The new Labour». Blair aveva a sua volta sostenuto che il partito avrebbe dovuto imboccare una terza via - non tra capitalismo e comunismo, ma tra quello che un tempo si definiva il programma socialdemocratico di nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia e il dominio incontrollato del mercato. Una via di mezzo ben diversa da quella imboccata dalla Svezia a partire dagli anni Trenta.

La scelta dei laburisti, che hanno preferito Ed Milliband al fratello maggiore David, sodale di Tony Blair, è stata interpretata in Gran Bretagna e altrove come un ripudio di Blair e un ritorno ad un partito laburista più "socialdemocratico" (più svedese?). Ma nella prima conferenza tenuta al convegno dei Labour qualche giorno dopo, Ed Milliband si è sbracciato a ribadire la sua posizione "centrista". Ha però comunque condito le sue affermazioni con allusioni all'importanza della «giustizia» e della «solidarietà». E ha dichiarato: «Dobbiamo liberarci dai vecchi schemi di pensiero e schierarci con coloro che credono che nella vita ci sia qualcosa di più della riga finale di un bilancio».

Cosa ci dicono queste due elezioni sul futuro della socialdemocrazia?

La socialdemocrazia - come movimento e come ideologia - viene convenzionalmente (e forse correttamente) fatta risalire al "revisionismo" di Eduard Bernstein nella Germania di fine Ottocento. Bernstein sosteneva che una volta ottenuto il suffragio universale (ovvero il suffragio universale maschile), gli «operai» avrebbero potuto usare il voto per fare entrare il loro partito, cioè il partito socialdemocratico (Spd), al governo. Una volta ottenuto potere in parlamento i socialdemocratici avrebbero potuto «attuare concretamente» il socialismo. E dunque, concludeva, parlare di insurrezione come modo per andare al potere era inutile e insensato.

La definizione data da Bernstein di socialismo era per molti versi poco chiara, ma ai tempi sembrava comunque includere la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia. La storia della socialdemocrazia come movimento dopo di allora è stata quella di un allontanamento lento ma continuo dalla politica rivoluzionaria verso un orientamento fortemente centrista.

I partiti ripudiarono il loro internazionalismo nel 1914 allineandosi a sostegno dei rispettivi governi durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la Seconda Guerra, poi, quegli stessi partiti si allearono con gli Stati Uniti nella Guerra Fredda contro l'Unione Sovietica e nel 1959, al convegno di Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca ripudiò totalmente il marxismo, dichiarando che «da partito della classe operaia, il Partito Socialdemocratico era diventato un partito del popolo».

Quello che l'Spd tedesco ed altri partiti socialdemocratici avevano finito per rappresentare allora era il compromesso sociale che andava sotto il nome di "welfare state". In quell'ottica, nel periodo della grande espansione dell'economia-mondo durante gli anni Cinquanta e Sessanta, fu un successo. Fino ad allora era rimasto un "movimento", nel senso che quei partiti potevano contare sul sostegno attivo e sulla fedeltà di un gran numero di persone nel loro paese.

Quando però l'economia-mondo entrò nel lungo periodo di stagnazione iniziato negli anni Settanta e il mondo si avviò alla globalizzazione neoliberale, i partiti socialdemocratici andarono oltre, passando dalla difesa del welfare state al sostegno di una variante più morbida del primato del mercato. Ovvero al "new Labour" di Blair. Il partito svedese resistette a quella direzione più a lungo degli altri, ma alla fine dovette a sua volta soccombere.

La conseguenza di tutto ciò fu però che il partito socialdemocratico smise di essere un "movimento" capace di suscitare la forte adesione e il sostegno di larghe masse e divenne una macchina elettorale cui mancava la passione del passato.

Se la socialdemocrazia non è più un movimento, continua però ad essere una scelta culturale. Gli elettori ancora aspirano ai benefici del welfare state e continuano a protestare man mano che li perdono, cosa che oggi succede con una certa regolarità.

Infine, va detta una parola sull'ingresso del partito xenofobo di estrema destra nel parlamento svedese. I socialdemocratici non sono mai stati strenui difensori dei diritti delle "minoranze" - etniche o di altro tipo - e ancora meno dei diritti degli immigrati; anzi in generale sono stati il partito della maggioranza etnica del rispettivo paese, e hanno difeso il loro territorio contro altri lavoratori, visti come una minaccia per occupazione e salari. Solidarietà e internazionalismo sono stati slogan utili in assenza di concorrenza esterna. Problema che la Svezia non ha dovuto affrontare fino a tempi molto recenti.

Quando poi si è presentato, un segmento dell'elettorato socialdemocratico si è semplicemente spostato a destra. Allora, la socialdemocrazia ha un futuro? Come scelta culturale sì, come movimento no.

traduzione di Maria Baiocchi, Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’ Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.

Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst ( Citizen Kane nel film di Orson Welles). Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» ( simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno. Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.

Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

Nei primi decenni dell´Ottocento, la domanda era: «Si può fare l´Italia»; oggi, alle soglie dei 150 anni dell´Unità, è diventata: «La si può salvare»? L´una domanda era dettata da speranza, l´altra da di speranza. Nella spazio aperto tra queste due parole c´è il dramma del nostro Paese. Nel suo nuovo libro, Salviamo l´Italia (Einaudi, Vele, pagg.134, euro 10), Paul Ginsborg ragiona sulla condizione della nostra vita nazionale mettendo costantemente a confronto, come in contrappunto, gli italiani del tempo che è il nostro con i patrioti del Risorgimento, il loro pensiero, la loro azione. Nel dispiegarsi delle sue argomentazioni, gli accadimenti di oggi, che possono sembrarci difficoltà nuove e insormontabili, visti nel lungo periodo risultano lievi increspature nella continuità d´una storia dalle radici profonde. Dunque: nervi saldi e senso di responsabilità; niente catastrofismi, sterili piagnistei o inutili invettive.

Alla fatidica domanda se l´Italia si può salvare, Ginsborg risponde risolutamente di sì, accompagnando il suo entusiasmo con un pizzico d´anglosassone, autoironica presa di distanza, perché «bisogna diffidare dei neofiti: hanno spesso la tendenza a entusiasmarsi troppo». Ginsborg è un illustre storico inglese che ha dedicato gran parte dei suoi studi alla storia italiana. A differenza di molti di noi, che tanto più conoscono il proprio Paese, tanto meno lo amano, lui ha seguito un percorso opposto, che l´ha indotto a chiedere la cittadinanza italiana. All´amico stupito che gli chiedeva: «Ma chi te l´ha fatto fare, e proprio ora, poi», un altro ha risposto ironicamente per lui: «Così potrai dire assieme a tutti noi altri: "mi vergogno di essere italiano"».

Al contrario, il libro vuole essere un antidoto allo scetticismo che - inutile negarlo - di questi tempi portiamo dentro di noi. Per molti versi è una dichiarazione d´amore all´Italia che non sarebbe stata stonata sulle labbra di quei viaggiatori dal Nordeuropa che nei secoli scorsi scendevano da noi per il Grand Tour, alla scoperta della civiltà attraverso le meraviglie del nostro Paese. Del resto, fin dalle prime pagine, l´autore stigmatizza, con le parole di Carlo Cattaneo, «quel vizio tutto italiano di dir male del suo paese». Un vizio che il patriota milanese attribuiva a «una escandescenza di amor patrio», la stessa "escandescenza" che anche il neocittadino italiano Ginsborg è autorizzato a provare ma, nel suo caso, non per "dir male" e neppure per "dir bene" a priori ma per accostarsi al nostro Paese con atteggiamento di seria partecipazione ai suoi tanti problemi.

Quando ci poniamo una domanda come quella del libro: se e come "salvare l´Italia", dobbiamo essere consapevoli che non siamo parlando di qualcosa come uno spazio fisico, contenitore di esseri umani. L´Italia, così intesa, esisterà sempre e indipendentemente da noi. La domanda sarebbe insensata. Ha senso, invece, rispetto a ciò che oggi si esprime con la parola "identità". La domanda è se si possa salvare l´identità italiana. Ma la "identità" non è per nulla un dato oggettivo, il carattere "così com´è" di un popolo, tanto più di un popolo come il nostro, dalla storia plurimillenaria e composita, ricca di esperienze e contraddizioni, di molte luci e molte ombre. Non è una fotografia. È una proiezione nella quale mettiamo molto di noi stessi e delle nostre visioni, come accade tutte le volte in cui ragioniamo di un oggetto spirituale, non sperimenta(bi)le. «Gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi», osservava Senofane di Colofone. Così è anche per quella divinità terrena che è la patria, che ognuno s´immagina ornata di tutte le qualità ch´egli stesso onora. Per questo, i discorsi sull´identità (pensiamo, come esempio, all´identità europea), invece di creare unità di sentimenti e proponimenti, si risolvono in controversie. Ciò che piace agli uni, dispiace ad altri. È identità italiana l´Accademia nazionale dei Lincei o il centurione che staziona, sotto il Colosseo, per farsi fotografare con i turisti? Un Leopardi definisce per qualche aspetto la nostra identità? Dipende. Si potrebbe perfino dire che la contraddice, che il suo pessimismo cosmico è il contrario della spensieratezza e della leggerezza tipiche del nostro modo di vivere.

Salvare l´Italia è dunque salvare la nostra idea di Italia, quella in cui proiettiamo tutto ciò che di bello, di buono e di giusto vi è secondo noi; al contrario, è sconfiggere ciò che di brutto, di cattivo e d´ingiusto vi si oppone. È dunque una battaglia. Il libro di Ginsborg è un libro combattente.

Quali sono le virtù italiane da salvare? Innanzitutto, la tradizione delle libertà comunali, concepite in modo aperto al mondo, secondo lo spirito che animava l´amor di patria risorgimentale e che Ginsborg ritrova nella vocazione europeista di uno Spinelli o di un Rossi. Vi è poi la "saggezza riflessiva" e moderata dei ceti medi, di cui viene sottolineata la capacità di mobilitazione per obiettivi altruistici e civili. Infine, virtù di tutte le altre virtù, la mitezza del popolo italiano che sa temperare nella benevolenza anche gli attriti e i conflitti che, in altri contesti, si risolverebbero in tragedie. La mitezza, intesa come abitudine al confronto civile, rispetto, spirito d´accoglienza è la base della democrazia. Dunque, l´Italia da salvare è quella delle virtù democratiche.

Davanti a queste ragioni di speranza e di possibile salvezza si ergono le ragioni di disperazione: l´acceso familismo, il machiavellismo, il clientelismo organizzato come sistema di potere, una certa permanente vocazione al ruere in servitium; un sistema politico sbilanciato dall´evanescenza delle opposizioni; una classe politica fiacca di fronte all´invadenza della Chiesa cattolica; la "supplenza" che questa esercita rispetto a quella; la criminalità che dilaga a ogni livello, da quella dei colletti bianchi a quella delle mafie; le disuguaglianze sociali e territoriali. Sono tutti fenomeni radicati nella nostra storia, dal Risorgimento a oggi, che il libro documenta ampiamente.

Di fronte a questo elenco, come possiamo guardare con fiducia alle virtù? Come parlare di mitezza in una «Repubblica dei dossier»? Di spirito federativo, quando abbiamo a che fare con cose come la «Repubblica dei Padani»? Di civismo "riflessivo" del ceto medio davanti al diffuso egoismo sempre più piccolo-borghese e al diffondersi di xenofobia e intolleranza? Le virtù saranno in grado di prevalere? Caro Paul, questa è la domanda, e la risposta è nell´invito a organizzarsi, a diffondere consapevolezza e ad agire affinché i caratteri positivi abbiano a prevalere su quelli negativi, invito che è il filo conduttore, nemmeno troppo nascosto, del tuo libro. Un invito consegnato alle future celebrazioni dell´Unità d´Italia, affinché non si riducano a vuote ed elusive rievocazioni.

Con una fantasia degna di Charles Perrault, l’autore della celebre fiaba di Pollicino, nella manovra economica di questa estate è comparso un bel grimaldello per aggirare le gare pubbliche. Il sistema è semplice: d’ora in poi i dirigenti «generali» dello Stato, per intenderci quelli più alti in grado come i capi dipartimento, potranno dichiarare «segreti» gli appalti e le forniture di beni e servizi per la pubblica amministrazione. Gli basterà fornire un motivo plausibile.

Il ricorso alla «segretazione» delle opere e dei contratti pubblici è diventata un’abitudine sempre più frequente. Ci sono ragioni di sicurezza, certamente, che riguardano per esempio gli apparati di polizia, gli 007, alcuni settori militari. Spesso, però, la scusa serve a imboccare scorciatoie immotivate. Qualcuno sa spiegare perché i lavori di ristrutturazione di un palazzetto del Senato che dovrebbe ospitare uffici degli onorevoli, come quello di Largo Toniolo, a Roma, debbano essere eseguiti con procedure «segretate»? O perché i cittadini italiani non possano conoscere i particolari del contratto per i vaccini contro l’influenza A che ci sono inutilmente costati oltre 180 milioni di euro, contratto dichiarato «segreto», come ha stigmatizzato la Corte dei conti?

La verità è che questa corsia preferenziale consente di evitare le gare ordinarie e aggirare vincoli ambientali e paesaggistici. Per non parlare dei controlli: le opere «segretate» non sono sottoposte alla vigilanza dell’authority. Non è un caso che quando quella norma era in discussione in Parlamento, l’autorità per i contratti pubblici allora presieduta da Luigi Giampaolino non mancò di manifestare la propria preoccupazione. E non perché l’idea di trasferire dalla politica all’amministrazione la responsabilità di stabilire se un certo appalto necessita della segretezza sia campata per aria. Anche se poi, com’è intuibile, iniziative del genere difficilmente verrebbero assunte senza l’avallo politico. Il fatto è che, senza uno strumento che consenta di tenere sotto controllo questa delicatissima materia, questo potrebbe amplificare a dismisura un fenomeno che ha già suscitato, per le sue degenerazioni, l’attenzione dell’Unione europea, dove si sta preparando qualche contromisura. Che però non potrà purtroppo risolvere un altro grosso problema: quello della trasparenza di leggi come questa. E qui entrano in gioco Pollicino e le sue molliche di pane.

La norma che consente ai dirigenti generali dello Stato di «segretare» i contratti pubblici è il comma 10 dell’articolo 8 del decreto legge 78/2010 convertito nella legge 122 del 30 luglio scorso. Dice così: «Al fine di rafforzare la separazione fra funzione di indirizzo politico-amministrativo e gestione amministrativa, all’articolo 16, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, dopo la lettera d), è inserita la seguente: “d bis) – adottano i provvedimenti previsti dall’articolo 17, comma 2, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163, e successive modificazioni». Impossibile capirci qualcosa, senza seguire le molliche. Prima mollica: il decreto legislativo 165 del 2001 è quello che stabilisce i poteri dei «dirigenti di uffici dirigenziali generali». Seconda mollica: il decreto legislativo 163 del 2006 altro non è che il codice degli appalti nel quale si disciplina la «segretazione» delle opere e dei contratti. Chiaro, no? Tanto valeva «segretare» pure la legge...

Vent´anni dopo nella sinistra italiana non è come nei romanzi, non è cambiato quasi nulla. «La svolta dell´89, la fine del Pci nel ‘91, dovevano essere l´inizio di una storia nuova della sinistra italiana che poi non si è realizzata. Meglio, è stata impedita con ogni mezzo dalla nomenclatura». L´analisi di Achille Occhetto, l´ultimo segretario del Pci, è spietata. «Esasperata, direi. E´ esasperante una sinistra che impiega quattordici anni per tornare all´Ulivo, ucciso nella culla nel ‘96 per una manovra di palazzo. È come se il coraggio si fosse esaurito tutto alla Bolognina. Ma forse è vero che già allora, nel modo in cui i dirigenti affrontarono il dibattito, erano affiorati antichi vizi, un certo opportunismo»

Non sarà per caso pentito della svolta?

«Al contrario, ma tutto avvenne troppo in fretta. Io pensavo a un cambiamento epocale, a una grande svolta libertaria della sinistra. Non mi accorsi che il gruppo dirigente la considerava soltanto il male minore, un astuto stratagemma per mettersi al riparo e anzi garantirsi l´ingresso nei salotti buoni. Il lutto per la fine del comunismo venne elaborato con cinismo, come un via libera alla pratica del peggiore compromesso»

L´immagine era quella di un leader solitario, circondato dallo scetticismo, pure non dichiarato, degli altri dirigenti. Era così?

«Sì, quella scelta fu compiuta in parte in solitario, sfruttando in fondo il mito dell´obbedienza al capo tipica dei partiti comunisti. Pochi erano davvero convinti, uno di questi era Fabio Mussi. Molti altri si fermavano alla superficie, non dico al marketing, al cambio del nome e del simbolo, che infatti è stato poi replicato senza cambiare la sostanza»

Chi era i padri culturali della svolta?

«I grandi del pensiero libertario italiano, da Gramsci ai fratelli Rosselli, Gobetti, Salvemini. Fra i politici dell´epoca Brandt e Olof Palme, i maestri del pacifismo e dell´ecologismo. Ma anche qui m´illudevo. Nei fatti ha trionfato un vecchio modello togliattiano, l´ossessione del potere per il potere»

In quello che lei considera il fallimento della svolta è stata però decisiva la rovinosa sconfitta della «gioiosa macchina da guerra» nelle elezioni del ‘94.

«Ma la responsabilità di quella sconfitta era in gran parte dei centristi. L´ex Dc di Martinazzoli non accettò di far parte di una coalizione di centrosinistra. Come avrebbe dovuto fare due anni più tardi. Rimasero aggrappati alle macerie del Muro di Berlino, come del resto tutti in Italia continuano a fare, a destra e a sinistra. Conviene. Non esiste un paese dove la vita pubblica, al di là delle rutilanti apparenze, sia più bloccata su vecchi temi, oltre che vecchie facce. E non è soltanto colpa di Berlusconi, la sinistra ha dato il suo contributo»

Non è un giudizio ingeneroso nei confronti dei suoi ex compagni di partito, sono tutti conservatori mascherati?

«Ma guardiamo i fatti. Chiunque si sia allontanato dalle pratiche della nomenclatura, chiunque fosse considerato per un verso o per l´altro fuori dagli schemi, è stato usato per la sopravvivenza e fatto fuori appena possibile. Non parlo del mio caso, sarei un narcisista. Ma dello stesso Romano Prodi, di Sergio Cofferati, di Walter Veltroni»

È anche vero che sia lei che Prodi, Cofferati e Veltroni vi siete arresi piuttosto rapidamente, le pare?

«Vede, il problema è lo stesso di allora, dell´89. Mi ero reso conto benissimo che per affrontare un vero cambiamento bisognava aprire le porte alla società, uscire dalle fumose stanze dei vertici di partito. Ma l´ingresso degli esterni, il rinnovamento anche generazionale del partito, venne vissuto come una minaccia, un´intrusione, un´invasione di campo dell´antipolitica. Lo stesso è accaduto con i comitati per l´Ulivo di Prodi, con il rapporto di Cofferati con i movimenti e infine col progetto di Pd aperto di Veltroni. La questione centrale del Pd è identica a quella del Pds e sta nel rapporto chiuso con la società. Ogni volta si cambia il simbolo, il nome, l´immagine e per un po´ s´illude l´elettorato, ma poi la logica della nomenclatura prevale e i consensi tornano a disperdersi»

Nel rapporto con gli esterni si riferisce a Vendola, Di Pietro, Grillo, al popolo viola e in generale a un´area a sinistra del Pd che è oggi l´unica in espansione, insieme alla Lega?

«Certo. E chi fa il politico di professione dovrebbe pure domandarsi perché è in espansione e perché invece il Pd è inchiodato nei sondaggi intorno al 25 per cento. Mi colpisce soprattutto l´ostracismo nei confronti di Nichi Vendola. Posso capire che Di Pietro e Grillo vengano considerati lontani, in certo senso estranei alla storia della sinistra, ma perché Vendola? E´ uno che viene da una storia tutta dentro la sinistra e rappresenta comunque una grande risorsa. Che vinca o no le primarie, è l´unico in grado di portare a un´alleanza di centrosinistra milioni di voti che altrimenti andrebbero persi alla causa. È incredibile che i dirigenti del Pd considerino Vendola un fenomeno estemporaneo, una specie di fricchettone che gioca con Internet. Si vede che neppure le batoste insegnano loro nulla. E quella presa in Puglia era piuttosto sonora»

A distanza di vent´anni, dove pensa di aver sbagliato, di che cosa si sente responsabile?

«Abbiamo sbagliato allora per la fretta, nell´urgenza storica. Abbiamo sbagliato a non spiegare che il mondo era cambiato profondamente, non soltanto per il crollo del comunismo, e bisognava tornare a studiare la società. Ancora oggi la visione del mondo del lavoro della sinistra italiana è legata a vecchi schemi, a modelli sociali tramontati negli anni Ottanta. C´è un gran fermento di fondazioni che non studiano nulla e sono soltanto trucchi per fondare correnti. Nella storia del vecchio Pci, io che ho dovuto chiuderla, salvo tante cose e altre ne rimpiango. E quella che rimpiango più di tutte è questa, l´umiltà, l´impegno, il coraggio di studiare, studiare e ancora studiare per capire i grandi mutamenti sociali»

Vogliamo lasciare aMaroni tutto il peso dello sfoltimento delle file degli immigrati nel nostro paese? Nossignori, il vero leghista si dà da fare in proprio, insomma ci prova gagliardo. Gagliarda, la sindaca di Montecchio Maggiore, Milena Cecchetto, lo è parecchio. Ne ha già dato prova togliendo il pane di bocca ai bimbi i cui genitori non avevano pagato la retta per la mensascolastica.Malavorava ad altro, ci lavora ancora: ha capito che se riparametra a piacer suo le dimensioni minime dei locali di un alloggio, può impedirne l’abitabilità e di conseguenza avviare una bella fuga a catena di gente che ha il salotto troppo piccolo. Neanche la strega di Biancaneve, storia interessante. La signora Cecchetto ha mosso i primi passi l’anno scorso stendendo unadelibera con cui modificava i criteri per ottenere l’idoneità di un alloggio.

Delibera ad personam: infatti, senza giri di parole dichiarava che la procedura era destinata «ai cittadini extracomunitari». Troppo zelo danneggia perfino la cattiveria: era chiaro che una discriminazione tanto manifesta non sarebbe mai passata, e così a dicembre se l’è messa via o si è fatta furba, scrivendo che la delibera era destinata «ai cittadini ». La mela avvelenata era pronta, si trattava di costringere «i cittadini» a mangiarla. Del resto, chi è che chiede l’abitabilità di un alloggio se non chi è obbligato a farlo da una legge che altrimenti lo sega? Stiamo parlando, ovviamente, di quei cittadini che hanno bisogno di questo certificato ogni volta che devono rinnovare il permesso di soggiorno o per altri motivi. Per raggiungere il suo obiettivo, non ha badato a spese: la sindaca ha armato i vigili urbani e con l’aiuto dei carabinieri li haorganizzati in squadre d’assalto che all’alba odi notte hanno circondato decine di isolati abitati generalmente da persone perbene e la molla è scattata. Giù tutti dai letti, donne, bimbi, uomini che pure hanno regolari contratti di lavoro.

«In genere, gente che non ha familiarità con la legge italiana e con le sue garanzie - spiega Maurizio Ferron, responsabile confederale della Cgil dell’Ovest vicentino -, quindi non sanno che senza un regolare mandato nessuno può mettere piede in casa tua. Hanno aperto e hanno lasciato fare». Cercavano droga, armi, terroristi? Macché: pistola nella saccoccia, metro in mano e sposta i mobili, i tutori dell’ordine si sono messi a misurare le superfici delle stanze. Scena non priva di comicità, anche se nessuno pare si sia messo a ridere: lo avrebbero arrestato per oltraggio. Grazie a arrivederci.

Al centro dati per aggiornare il dossier o per affilare la mannaia. Con un magone nel cuore, perché a volte la solidarietà tra perfidi non funziona: sarà legale quel che sta facendo la sindaca? Il problema è che proprio mentre lei concepiva la riparametrazione, proprio un altro leghista, Maroni, ribadiva che per omogeneizzare la normativa le amministrazioni pubbliche dovessero rifarsi ai criteri fissati da un decreto del Ministero della Salute. Quali erano? Esattamente gli stessi che lei stava modificando, Montecchio era già in regola con quel che prescriveva il suo governo. Esempio: secondo Maroni, un soggiorno non può essere più piccolo di 14 metri quadri, la signora Cecchetto dice 15. Sempre più divertente. Ma siccome non hanno il senso dell’humour, loro non ridono, conteggiano al millimetro, dopo aver concluso che il loro Maroni si era limitato a dare delle indicazioni e non delle prescrizioni: hanno negato l’abitabilità ad appartamenti che avevano una stanza di 0,22 metri al di sotto del nuovo limite.

«Pazzesco - insiste Ferron -. Noi della Cgil, insieme a Cisl, Uil, Caritas e associazioni degli immigrati ci siamo dati da fare, siamo decisamente fuori da ogni contesto umanamente apprezzabile. Ora l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ha presentato ricorso al tribunale di Vicenza, una causa civilenon banalmente amministrativa, il cinque novembre ci sarà la prima udienza». Intanto, per gli immigrati ore e giorni di sconforto: rischiano di trovarsi, con le famiglie, per la strada e senza lavoro perché senza permesso di soggiorno sei meno di niente. E c’è gente che stava a Montecchio, e lavorava e pagava gli affitti, anche da dieci anni. Ma qualcuno, anche se fin qui ha pensato bene di stare zitto, ci rimette e sono i proprietari degli immobili: il loro valore si azzera, in mancanza di ristrutturazioni e non possono nemmeno più affittarli.

E non è finita: «In base a questi parametri - spiega Ferron - la maggioranza degli alloggi di Montecchio è fuori regola, una bomba contro il mercato immobiliare.Ma il fatto più importante è che cavalcando il risentimento della gente, sta seminando nuovo risentimento, accentua le tensioni sociali». Sai cosa gliene frega.

Un edificio di dimensioni enormi, oggi diremmo un esemplare della bigness, «nel migliore dei casi lo si guarda meravigliati», sostiene Austerlitz, il protagonista del capolavoro omonimo di W.G. Sebald. «E questa meraviglia», aggiunge, «è una forma preliminare di terrore, perché naturalmente qualcosa ci dice che gli edifici sovradimensionati gettano già in anticipo l´ombra della loro distruzione». Le parole di Jacques Austerlitz, che nel romanzo dello scrittore tedesco è uno storico dell´architettura, tornano in mente leggendo una delle Tre forme di architettura mancata descritte nel suo ultimo libro da Vittorio Gregotti (Einaudi, pagg. 122, euro 10). In particolare quella segnalata nel capitolo che si intitola, appunto, «Contro la bigness».

La ricerca della dismisura è una delle malattie dell´architettura di oggi, annota Gregotti, un´architettura che ha rinunciato ad avere relazioni con il suolo, dunque con la storia e con la geografia e che invece si propone come produttrice di oggetti isolati e quindi, per esempio, ingigantiti a piacere, indipendenti dai contesti, tanto «da proporre l´estraneità o la grandezza quantitativa, l´enormità dell´oggetto come valori, anziché come problemi».

Tre forme di architettura mancata è una riflessione accorata sullo stato di una disciplina cui sta sfuggendo di mano la propria ragion d´essere. Oltre alla ricerca dello smisurato - che risponde a una ipertrofia del bizzarro, ma è altrettanto l´effetto di regole dettate dai valori immobiliari - anche le altre forme mancate indicate da Gregotti si aggirano intorno al problema fondamentale di un´architettura che si occupa poco di città e di collettività, tende poco al suo ruolo sociale e si occupa invece molto di se stessa. E sono, queste forme mancate, l´assenza del disegno, che è poi una variante della bigness, perché consiste nella sottovalutazione del rapporto fra ciò che si costruisce e ciò che c´è prima e che c´è intorno. E la riduzione a immagine comunicativa, nel tentativo concitato, scrive Gregotti, di rispecchiare solo «l´opaca e cinica condizione dell´attualità». Un´architettura dell´apparenza, dunque, che rinuncia a durare e che quindi si misura sulla soddisfazione dell´effimero e diventa frutto dei linguaggi globalizzati, a loro volta suggeriti da un capitalismo che impone logiche finanziarie.

L´architettura ha sempre maggiore rilievo nella fabbrica delle immagini. Il grande pubblico conosce gli autori di molti edifici e ne rincorre le prodezze da un capo all´altro del globo. I migliori studi professionali hanno uffici stampa grandi quanto quelli di una casa cinematografica. La macchina della comunicazione trasforma alcuni architetti in personaggi, li propone sulla scena con le stesse tecniche usate per un calciatore. Ma in questo circo - è il senso del ragionamento di Gregotti - rischia di venir meno l´essenza di una disciplina. Se tutto diventa immagine e tutto si dispone a essere obbligatoriamente "estetico", «niente è più distinguibile, né giudicabile, neanche esteticamente». E così «abitabilità, ordine, costruzione, relazione con il contesto, responsabilità civili e di disegno urbano sembrano essere i principali nemici».

È una buona cosa che, sullo sfondo della persecuzione razzista dei rom in Francia, si sia aperta una riflessione teorica sul razzismo. È tutt'altro che scontato che se ne sappia abbastanza (su ciò che lo produce e lo alimenta e, prima ancora, su ciò che il razzismo è) per reagire all'altezza dei suoi devastanti effetti attuali e potenziali. Gli interventi di Etienne Balibar e Jacques Rancière sul manifesto hanno fatto luce su aspetti rilevanti. Il primo si è incentrato sul nesso tra cittadinanza ed esclusione, mettendo in risalto come esso operi anche nel quadro dell'Europa comunitaria; il secondo ha insistito sulla natura artificiale (non spontanea) di un razzismo frutto dell'iniziativa di «imprenditori politici». Entrambi condividono una prospettiva politico-centrica e meriterebbero un approfondimento: in particolare Rancière sembra sbarazzarsi troppo precipitosamente della scaturigine sociale della paura (e del risentimento) che l'intervento politico alimenta e incanala contro gruppi umani rappresentati come pericolosi. Ma lo spazio è tiranno e, piuttosto che dedicarlo a un confronto interno, conviene utilizzarlo per ampliare lo spettro della discussione, prospettando un'ipotesi differente e complementare, incentrata sulle dinamiche sociali responsabili della produzione di stereotipi inferiorizzanti: un'ipotesi per dir così socio-centrica.

Quando parliamo di razzismo siamo soliti pensare ai margini della società o a popolazioni straniere. Il razzismo appare al senso comune una faccenda riguardante gli «altri», i «diversi» (o i «devianti»), insomma non-persone abitanti la periferia (fisica o morale) delle nostre metropoli. Naturalmente questo modo di pensare ha le sue buone ragioni. Oggi le «razze» (poco importa se rinominate con termini meno impresentabili come «etnie» o «culture») sono in primo luogo i migranti, variamente considerati invasori, nemici, delinquenti naturali, terroristi potenziali, barbari e così via connotando. Oppure sono i rom (e i sinti), cioè gli «zingari». O ancora gli ebrei (checché se ne dica, resiste il pregiudizio che li configura come una «razza»). In una parola, minoranze a vario titolo percepite come estranee al corpo (sano) della collettività. Come eccezioni (patologiche) rispetto alla norma e alla normalità. Tuttavia, se non vogliamo rimanere prigionieri del razzismo, non possiamo limitarci a sfogliare il catalogo dei gruppi umani trasformati in «razze», dobbiamo anche chiederci a che scopo il razzismo li «razzizza».

Con ogni probabilità, l'obiettivo è legittimare trattamenti discriminatori e persecutori che possono arrivare sino allo sterminio. La violenza che difficilmente la società accetterebbe di subire, appare tollerabile (motivata e giusta) se colpisce un gruppo raffigurato come portatore «per natura» di uno stigma morale. Quella violenza è percepita come legittima difesa poiché è messa in relazione alle caratteristiche perverse attribuite a quel gruppo. In una parola, il razzismo è la fabbrica delle identità negative, un operoso cantiere antropologico che, producendo stereotipi (cioè letteralmente creando le «razze»), sforna ininterrottamente argomenti utili a giustificare la violenza che una parte della società scarica su altre componenti più deboli e a vario titolo subordinate.

Se le cose stanno così, lo sguardo dovrebbe disinteressarsi del dito (gli argomenti specifici - tutti, indistintamente, pretestuosi - addotti dal razzista di turno) e rivolgersi alla luna che esso indica, cioè alla radice profonda di questa violenza. Dovrebbe cercare la fonte «strutturale» dell'insaziabile fame di discriminazione che ossessiona la nostra società, poiché soltanto così è possibile capire perché da due o tre secoli a questa parte l'occidente capitalistico non può fare a meno di inventare «razze» inferiori, parti infette dei corpi sociali che meritano di essere cauterizzate o addirittura amputate. E soltanto adottando questa prospettiva si può capire perché il razzismo torna sistematicamente in auge nelle fasi acute di crisi economica e sociale, quando le dinamiche riproduttive esasperano la propria connotazione gerarchica, mobilitando un surplus di violenza e di brutalità.

Il punto è che la «razza inferiore» (quella di chi - stando alle mitologie razziste - ruba o stupra per incoercibili propensioni «naturali» o è «per natura» refrattario alla civilizzazione) incarna e mette in scena non soltanto le ragioni della propria discriminazione, ma anche, soprattutto, la legittimità del discriminare come meccanismo generale della relazione sociale. Certo, la violenza che si scatena contro i rom cacciati via da una palude infestata dai topi all'altra, evitati come appestati sugli autobus e sui treni e finalmente deportati oltre confine nel nome della sicurezza e sanità del corpo sociale, è diversa da quella che gli italiani (o i francesi) doc - quanti tra loro lavorano sotto padrone o nemmeno riescono a trovare un lavoro - sono costretti a subire. Questi ultimi sono (ancora) protetti da qualche diritto. Ma un denominatore comune c'è, e consiste nel dipendere dall'arbitrio altrui. Per questo è importante che assistano alla cacciata dei rom, spettacolo estremamente istruttivo che rammenta (e rappresenta come una condizione inemendabile) la loro radicale subalternità.

Che cosa imparano, a guardar bene, da questo spettacolo che colpisce ai margini della società ma si rivolge al grosso della popolazione, alle «genti meccaniche» cui non è toccata la buona sorte di illustri natali? Apprendono la terribile lezione della modernità: la loro condizione di homines œconomici, di individui soli, costretti a combattere, a proprio rischio e pericolo, la guerra quotidiana degli egoismi individuali. Ciò che il razzismo si incarica di portare a termine mettendo in scena il destino degli ultimi è, in altre parole, l'atomismo sociale e lo sradicamento della solidarietà, fattore antimoderno per antonomasia, incompatibile con lo scatenamento degli «spiriti animali» del capitalismo.

In questo senso - per quanto paradossale ciò possa apparire - se vogliamo capire quale ruolo il razzismo giochi sulla scena europea (e perché esso svolga ancora una funzione così importante), è indispensabile leggere correttamente vicende come quelle di Pomigliano e di Melfi, nelle quali il padrone dichiara in modo esplicito di voler negare qualsiasi diritto a chi per sopravvivere è costretto a vendere il proprio tempo di vita. Gli operai debbono tornare ad essere cose, levarsi dalla testa di essere persone e, soprattutto, membri di un soggetto collettivo. E affinché intendano la musica, niente è più utile del mostrare loro che fine fanno quelli con i quali la buona società si arrabbia per davvero.

Ma se la sorte riservata ai margini serve a educare il centro, allora il problema è la reazione del centro. Non si tratta di stabilire se il razzismo sia o meno spontaneo, certo che non lo è. Il punto è che il razzismo sarà senso comune, benché inculcato dall'alto, finché i corpi sociali assimileranno docilmente la lezione che esso impartisce: la fondatezza delle gerarchie sociali, la legittimità della violenza che esse decretano, la moralità della riduzione a cose dei subordinati. Oggi, esattamente come nel secolo scorso, il problema chiama dunque in causa proprio gli «uomini comuni», spesso complici, più o meno inconsapevoli, della violenza razzista.

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