Un nuovo spettro si aggira sul mondo: la socializzazione dei beni comuni. Moltitudini inquiete stanno imparando a riconoscerli. Alcuni gruppi hanno cominciato a rivendicarne l'uso. Altri sperimentano già forme di gestione fuori mercato. Commons movment lo si trova tra le popolazioni indigene delle foreste dell'Amazzonia e nei Free Culture Forum ( digital commons) delle principali città europee, come è nelle innumerevoli vertenze contro il saccheggio del territorio e nei movimenti per una agricoltura contadina, nelle reti di economie solidali e nei gruppi che fanno cooperazione decentrata, nei movimenti per l'acqua pubblica e per la giustizia climatica. Rivendicano l'accesso alla conoscenza, la sovranità alimentare e non solo, l'autonomia nella gestione dei propri bisogni e dei propri desideri. I beni comuni sono stati sdoganati nel mondo scientifico dagli studi del primo premio Nobel donna per l'economia Elinor Ostrom. Sono entrati nelle Costituzioni nazionali grazie all'Ecuador di Evo Morales. Sono osservati e studiati da sociologi e politologi grazie al lavoro di Paul Hawken che ha creato un gigantesco database (www.wiserearth.org ) delle organizzazioni che se ne occupano. Da ultimo sono stati rilanciati da un convegno della fondazione Heinrich Böll Stiftung: " Costructing a Commons-Based Policy Platform", che si è svolto a Berlino i primi di novembre (materiali preparatori, documento finale reperibile nel loro sito e persino un piccolo cartone animato sta girando su: youtube.com/watch?v=WT6vbAu_UjI ) con il contributo anche di studiosi e attivisti italiani come Giovanna Ricoveri e Marco Berlinguer.
Cosa accomuna questi movimenti? La scoperta dell'esistenza di beni naturali, cognitivi, relazionali che sono di tutti e non appartengono a nessuno: res communes omnium. Beni speciali, doni del creato e lasciti delle generazioni precedenti di cui tutti necessitiamo e di cui tutti dobbiamo poter beneficiare. Elementi primari, basici. Scrive la fondazione Heinrich Böll: «I beni comuni sono la precondizione di tutti gli obiettivi sociali, inclusi quelli ambientali». Beni e servizi che nessuno può dire di aver prodotto in proprio e che quindi nessuno può arrogarsi il diritto di possedere, comprare, vendere, distruggere. Alcuni, gli ecosistem service, sono semplicemente indispensabili alla preservazione di ogni forma di vita: atmosfera, acqua, suolo fertile, energia, cicli trofici. Altri, i beni cognitivi, sono indispensabili a connettere le relazioni umane: lingue, codici, saperi, istituzioni sociali. Inoltre, vorrei sommessamente ricordare che il sole, l'aria, il territorio, le parole... non sono solo pannelli fotovoltaici, turbine, suolo edificabile, linguaggi tecnici per ottimizzare la produttività sociale, ma anche profumi, fragranze, paesaggi, creatività. Ingredienti anch'essi diversamente utili alla preservazione della salubrità mentale di ciascuno di noi.
Chi decide quali sono i beni comuni? L'attività stessa di commoning (come l'ha battezzata Peter Linebaugh), le pratiche di cittadinanza attiva ( Engin Isin), il fare comunanza, condividere conoscenze, risorse, servizi rendendoli accessibili a tutti. I beni comuni sono ciò che la società stessa sceglie di gestire collettivamente. I beni comuni hanno una essenza naturale ed una sociale. Oggi, da noi, è l'acqua. A dicembre a Cancun sarà di scena il clima. Nelle università e nei centri di ricerca è in gioco la libertà di ricerca. Nei territori colpiti dalla crisi economica è il lavoro (come ha ben scritto la Fiom sui manifesti della manifestazione del 16 ottobre). Pezzo dopo pezzo, momento per momento, i beni comuni sono i tasselli di una idea di società che si prende la libertà di pensare al dopo-crisi o, meglio, al dopo crisi di civiltà e di senso che stiamo vivendo.
Il riconoscimento, la rivendicazione e la gestione dei beni comuni rappresentano un rovesciamento dei criteri con cui siamo abituati a pensare il mondo. Dentro i parametri dei beni comuni natura e lavoro non sono più utilizzabili come "carburante" nei processi di produzione e di consumo, fattori da sacrificare all'imperativo della massima resa del capitale investito, ma come il fine stesso dello sforzo cooperativo sociale che deve essere mirato alla rigenerazione delle risorse naturali (preservandole il più a lungo possibile, adoperandosi per rallentare, non per incrementare, l'entropia naturale del sistema) e alla realizzazione della creatività umana, consentendo a ciascuno di apportare un contributo utile al proprio e all'altrui benessere. Niente di meno che una trasformazione delle relazioni sociali a partire da un cambio di modello dell'idealtipo umano assunto come riferimento da qualche secolo a questa parte: da egoista, individualista, proprietario a consapevole, cooperante.
Proviamo ad elencare alcuni capisaldi della società dei beni comuni. Essa richiede una salto nell'orientamento del diritto: gli oggetti naturali possono essere titolari di diritti legittimi indipendentemente dagli utilizzatori. Nemmeno lo Stato può essere considerato sopra le leggi che presiedono la conservazione della biosfera che costituisce un patrimonio non disponibile, inviolabile. A Cancun si parlerà della proposta di istituire un tribunale internazionale di giustizia climatica e ambientale. L'orizzonte del diritto tradizionale e della democrazia liberale verrà messo in discussione.
Un salto nelle concezioni filosofiche che regolano la scienza con la rinuncia al dominio assoluto dell'uomo padrone e signore sulla natura. La vita sulla terra non è frazionabile, serve una ricomposizione tra bios ed ethos. Le scienze cosiddette post-normali mettono in discussione il riduzionismo e il meccanicismo.
Una idea radicale di democrazia orizzontale, non gerarchica, in cui le comunità abbiano la libertà di disporre dei beni di riferimento a loro afferenti. Un'idea di democrazia che va oltre il concetto di sovranità e di proprietà. Nessun "interesse generale", nessuna "maggioranza", nessuna "superiore razionalità tecnica" può giustificare il dominio su altri, la distruzione di beni irriproducibili e insostituibili, unici, come lo siamo ognuno di noi.
Qualche tempo fa, rispondendo a Carla Ravaioli, Guido Rossi si lamentava: «Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce? Nessuno ha un'idea in testa» ( il manifesto 31.10.2010). Lo stesso concetto ha sviluppato Slavoj Zizek: «Siamo letteralmente sommersi da requisitorie contro gli orrori del capitalismo: giorno dopo giorno veniamo sommersi da inchieste giornalistiche, reportage televisivi e best-seller che ci raccontano di industriali che saccheggiano l'ambiente, di banchieri corrotti che si ingozzano di bonus esorbitanti mentre le loro casseforti pompano denaro pubblico, di fornitori di catene prêt-à-porter che fanno lavorare i bambini dodici ore al giorno. Eppure, per quanto taglienti queste critiche possano apparire, si smussano appena uscite dal loro fodero: mai infatti rimettono in discussione il quadro liberal-democratico all'interno del quale il capitalismo compie le sue rapine». ( Le Monde Diplomatique, novembre 2010). Ecco, seguire l'idea della gestione collettiva dei beni comuni può servire a costruire un progetto concreto dell'alternativa possibile.
"Ero amico del padre del leader laburista E sono contento che il figlio si preoccupi dei più deboli" - Un colloquio con il sociologo sul futuro della politica. Partendo dal suo rapporto con Ed Miliband - "Sono per un ‘reddito’ minimo garantito ai più poveri: è una delle poche idee che permette la nostra resurrezione morale" - "Conta ritrovare il senso della comunità: perché se un individuo viene escluso non ha più protezione e può essere facilmente manipolato"
Benché abbia lasciato il suo incarico di docente di sociologia alla Leeds University nel 1990 per andare ufficialmente in pensione, l´ottantaquattrenne Bauman continua ad essere un autore prolifico, sfornando un libro l´anno dalla sua dimora nel verde dello Yorkshire. L´ultimo saggio, intitolato 44 Letters from the Liquid Modern World, raccoglie una serie di articoli scritti su vari fenomeni, da Twitter all´influenza suina alle élite culturale.
Bauman ha il pubblico di una vera star: quando è stato inaugurato l´istituto di sociologia che l´università di Leeds ha intitolato a suo nome, a settembre, più di 200 delegati stranieri sono venuti a sentirlo. Nonostante il plauso che riscuote, pare proprio che Bauman sia profeta ovunque meno che in Inghilterra. Forse dipende dal fatto che finora non si è prodigato a fornire ai politici teorie superiori per giustificare il loro operato e le loro motivazioni – a differenza di Lord (Anthony) Giddens, il sociologo autore della teoria politica della "terza via", sposata dal New Labour di Tony Blair.
Ma tutto è cambiato da quando alla guida del Labour c´è Ed Miliband che ha mutuato da Bauman la tesi secondo cui il partito aveva perso di umanità convertendosi al mercato. Così per il sociologo il nuovo leader offre una possibilità di "risurrezione" alla sinistra a livello morale.
«Mi sembra molto interessante la visione della collettività di Ed. La sua sensibilità ai problemi dei poveri, la consapevolezza che la qualità della società e la coesione della comunità non si misurano in termini statistici ma in base al benessere delle fasce più deboli», racconta Bauman.
Il rapporto tra Bauman e i Miliband è di lunga data. Il padre di Ed, Ralph, e Bauman strinsero una profonda amicizia negli anni ´50 alla London School of Economics. Entrambi erano sociologi di sinistra e ebrei polacchi d´origine. Entrambi fuggiti da regimi tirannici: Ralph Miliband scappò dal Belgio ai tempi dell´avanzata tedesca nel 1940 e Bauman fu espulso dalla Polonia quando i comunisti locali attuarono una purga antisemita nel 1968. Decisiva fu la scelta di Ralph Miliband di entrare a far parte, nel 1972, del dipartimento di scienze politiche dell´università di Leeds, dove Bauman insegnava sociologia. La casa di Bauman a Leeds divenne una tappa fissa per i figli di Milliband. Ed e David crebbero guardando i due accademici discutere del futuro della sinistra.
Bauman afferma che i fratelli Miliband già da piccoli erano «validi interlocutori… affascinanti e di straordinaria intelligenza per la loro giovane età». (...)
Neal Lawson, direttore del think tank della sinistra laburista Compass, afferma che l´appello di Ed Miliband a mobilitarsi «per chi crede che nella vita non contano solo i guadagni» e la sua energica difesa della «collettività, dell´appartenenza e della solidarietà» era in puro stile Bauman. Anche perché a differenza di quanto accade per altri sociologi l´opera di Bauman è accessibile, intellettuale e spesso polemica. La sua biografia – dalla fede comunista allo status di minoranza perseguitata all´analisi scientifica della quotidianità – rende difficile inquadrarlo. La sua teoria si fonda sul concetto che sono i sistemi a fare gli individui, non viceversa. Bauman sostiene che non è questione di comunismo o di consumismo, comunque gli stati vogliono controllare l´opinione pubblica e riprodurre le loro élite (...). La sua opera si incentra sulla transizione ad una nazione di consumatori inconsapevolmente disciplinati a lavorare ad oltranza. Chi non si conforma, dice Bauman, viene etichettato come "rifiuto umano" e depennato come membro imperfetto della società. Questa trasformazione «dall´etica del lavoro all´etica del consumo» preoccupa Bauman. Egli ammonisce che la società è passata dagli «ideali di una comunità di cittadini responsabili a quelli di un´accolita di consumatori soddisfatti e quindi portatori di interessi personali». Non c´è da stupirsi che i critici dipingano Bauman come un "pessimista".
Ma davanti ad una tazza di tè e a un assortimento infinito di pasticcini il canuto professore è il fascino in persona – per quanto pessimista sia. A suo giudizio è emerso tutto un vocabolario politico come "paravento" per intenti occulti. Così il termine mobilità sociale, ad esempio, è «menzognero, perché gli individui non sono in grado di scegliere la propria collocazione nella società». L´equità non è che una copertura per «lo spettro dell´assistenza concessa solo negli ospizi». (...)
Talvolta le scelte di Bauman risultano inquietanti. Dichiara di aver mutuato l´idea fondamentale del suo importantissimo saggio sull´Olocausto da Carl Schmitt, un politologo considerato vicinissimo a Hitler. Bauman sostiene che l´"esclusione sociale" di cui oggi si discute non è che un´estensione del postulato di Schmitt secondo cui l´azione più importante di un governo è "identificare un nemico".
Questo portò Bauman nel 1969 a sostenere che l´omicidio di milioni di ebrei non era il risultato del nazismo né l´azione di un gruppo di persone malvagie, ma frutto di una moderna burocrazia che premiava soprattutto la sottomissione e in cui complessi meccanismi nascondevano l´esito delle azioni della gente. L´Olocausto, afferma, non è che un esempio criminale del tentativo dello stato moderno di perseguire l´ordine sfruttando il timore degli "stranieri e degli emarginati". «Una volta escluse dai governi le persone non sono più protette. Le società iniziano a manipolare il timore nei confronti di determinati gruppi. Nelle fasi di crisi del welfare state dobbiamo preoccuparci di questa caratteristica della società».
Oggi Bauman è comunque ottimista sulla capacità della sua disciplina di trovare soluzioni per questi problemi. Con il calo degli iscritti al corso di laurea e la mentalità insulare la sociologia britannica si dibatte tra statistica e filosofia, ma, ammonisce Bauman: «Il compito della sociologia è venire in aiuto dell´individuo. Dobbiamo porci a servizio della libertà. È qualcosa che abbiamo perso di vista», dice.
Nonostante abbia la reputazione di criticare senza offrire soluzioni, Bauman è stato una voce importante nei dibattiti sulla povertà. La sua proposta di garantire un "reddito del cittadino", fondamentalmente il denaro sufficiente a condurre una vita libera, è stata una delle poche voci non conformiste nel dibattito sulle politiche di reimpiego (welfare-to-work). L´erogazione di denaro ai poveri, scriveva Bauman nel 1999, eliminerebbe «la mosca morta dell´insicurezza dall´unguento odoroso della libertà». Dieci anni dopo il reddito minimo garantito è entrato nel comune dibattito politico ed è una causa sostenuta da Ed Miliband.
Bauman si è sempre interessato di politica: il suo primo scontro con l´autorità pubblica ebbe luogo quando criticò il partito comunista polacco negli anni ´50 per la sua burocrazia fossilizzante e la spietata repressione degli oppositori. «La mia tesi era che il comunismo era animato solo dalla necessità di restare al potere».
Un decennio di simili eresie gli guadagnò l´espulsione dal suo paese a danno della Polonia e a beneficio dello Yorkshire. Oggi Bauman non mostra amarezza. È arrivato al punto di ignorare l´articolo di una rivista polacca di destra che nel 2007 lo accusò di essere stato per un periodo al soldo dei servizi segreti polacchi e di aver avuto parte nella purga degli oppositori politici del regime.
«L´accusa si basa su un ragionamento deduttivo. Poiché da adolescente ero membro di un´unità interna dell´esercito polacco devo necessariamente essere colpevole di qualcosa. Non c´è traccia di prove. Semplicemente non è vero», dice Bauman.
Nonostante l´esperienza maturata in decenni di attività intellettuale Bauman non si pone volentieri nel ruolo di vate, dice di non aver intenzione di "calcare i corridoi del potere" dispensando gemme di saggezza. Augura successo al Labour e resta profondamente pessimista circa il tentativo del governo di coalizione di dare un volto umano ai tagli alla spesa pubblica. «Ci siamo già passati con Reagan e la Thatcher», ammonisce.
© Guardian News & Media Ltd 2010 . (Traduzione di Emilia Benghi)
Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l’ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell’Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s’è fatto banale e scuote poco gli animi.
Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi – futuro Premier – aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent’anni, almeno fino al ‘92. Dell’Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell’incontro a Milano della primavera ‘74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest’ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d’un «uomo di garanzia».
La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell’87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s’aggiunga il «regalo» a Riina (5 milioni) per «aggiustare la situazione delle antenne televisive» in Sicilia. Fu Dell’Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l’allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe «finito sotto i ponti o in galera per mafia» ( la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell’Utri, in un’intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera».
C’è dell’osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell’Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: «Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale».
Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l’influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L’1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell’economia: «Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d’indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni».
In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell’illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l’atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: «Se non vi adeguate ve li scateno contro». Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l’ordigno infine non funzionerà: l’atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il «ciarpame senza pudore» del Cavaliere, e le «guerre per bande» orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all’astio che suscita per il solo fatto che impersona un’Italia che ama molto le persone oneste, l’antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.
Questa normalizzazione dell’osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l’apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C’è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre ‘92 - condividendo le opinioni del ministro dell’Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all’ombra di un patto.
Il patto non è obbligatoriamente formale. L’universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch’essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell’osceno. Osceno è l’accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per «concorso esterno in associazione mafiosa». Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.
Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s’intesero con la Mafia per liberare l’Italia. L’accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l’effetto di rendere «antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d’influenza». Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa «di sinistra», ma di ben più essenziale: l’era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con «vocazione maggioritaria», ma l’essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l’anima, ma l’Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il ‘45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre ‘44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: «È un mostro col capo d’idra. Non crediate d’averlo ucciso».
La terribile evoluzione della crisi politica, sempre più avulsa da qualsiasi contenuto materiale, sottolinea ancora di più la necessità che, almeno fuori dal palazzo, ci si confronti sulla crisi reale del paese. Guido Viale ha proposto alla Fiom di discutere concretamente della riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti. Credo che proprio oggi il tema vada posto all'ordine del giorno delle lotte sociali e dei movimenti in corso. Non che questo terreno sia così agevole da praticare. È evidente, infatti, che la fuga della politica nell'astratto assoluto è anche frutto della sua incapacità di padroneggiare la crisi economica e sociale. Che si sta aggravando, in Europa in particolare, e che sta sommando assieme tre crisi. Una produttiva e di modello di sviluppo, cioè una stagnazione dell'economia che nei paesi occidentali è determinata proprio da una caduta della crescita delle tradizionali produzioni e prodotti. Una crisi sociale che è determinata da una crescente e sempre più drammatica disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Una crisi finanziaria e fiscale che si riflette sia nei debiti privati che in quelli pubblici.
Mentre la Cina e i paesi di nuova crescita, seppure a prezzi sociali e ambientali enormi, continuano lo sviluppo, l'Europa accumula assieme tutte le crisi. Per questo è molto più facile continuare a blaterare di "riforme" che in realtà nascondono controriforme sociali e ha buon spazio in Italia la filosofia reazionaria di Marchionne, che semplicemente propone di rilanciare il vecchio modello di sviluppo su basi produttive molto più ristrette e con una brutale selezione sociale. In Italia, e quasi sicuramente in Europa, una ripresa economica che assorba le contraddizioni e gli squilibri della crisi non ci sarà. Da qui il trionfo di ricette sociali brutali che, dalle privatizzazioni dell'acqua, della scuola e di tutti i beni comuni, alla distruzione dei contratti nazionali, alla messa in discussione di ciò che resta dello stato sociale, hanno come unico scopo quello di rimpicciolire la base sociale dell'attuale del modello di sviluppo. Il che conduce alla scelta folle di spingere la competitività e la produttività in funzione della crescita e dell'esportazione. Obiettivo logicamente assurdo se perseguito da tutti e socialmente devastante. Obiettivo che necessariamente impone un modello puramente autoritario nei rapporti di lavoro, come chiarisce Pomigliano. Anche le persecuzioni dei migranti, lo stato di polizia che ne garantisce il supersfruttamento fanno parte di questa drammatica reazione alla crisi.
In Italia, in particolare, il liberismo si propone così di selezionare un popolo fedele al proseguimento dell'attuale modello di sviluppo, nella piena consapevolezza che la crescita per tutti, anche nelle forme più distorte e ingiuste, non c'è e non ci sarà mai più.
Per questo la manifestazione del 16 ottobre e tutte le lotte sociali più radicali non trovano interlocutori veri sul piano dei programmi, nella politica italiana di oggi. Possono anche momentaneamente vincere, come Viale ha scritto per Terzigno, ma poi si trovano di fronte al muro di un sistema bloccato. La radicalità popolare ferma il regime liberista, ma poi esso riparte come prima. Il bullismo antisindacale di Marchionne serve a mascherare il fatto che la Fiat non tornerà mai più in Italia ai volumi produttivi del passato, che solo una produzione di nicchia sarà riservata al nostro paese, fondata su un numero ristretto di operai appositamente selezionati e disposti a tutto. La Newco, la nuova società che la Fiat vuole imporre a Pomigliano e probabilmente in tutto il gruppo, diventa un modello per tutta l'Italia. Ovunque si vuol passare a una newco sociale e produttiva che abbandona una parte del paese a sé stesso e seleziona sulla base del ricatto, della fedeltà e della disponibilità coloro che devono perpetuare il modello di sviluppo.
Tutte le lotte di resistenza, leva indispensabile per cambiare, oggi reclamano così un progetto economico sociale ecologico alternativo. Tutto si tiene, ma da dove partire allora? Io non credo che basti il ritorno alle economie locali che propone Guido Viale. Le lotte locali sull'ambiente, così come sui diritti, così come sul lavoro, scagliano immediatamente le comunità contro meccanismi e i poteri nazionali e sovranazionali. L'assoluta estraneità tra i due articoli comparsi su questo giornale a firma di Alberto Asor Rosa, il primo sulla crisi politica, il secondo sulle reti locali per la difesa del territorio e dell'ambiente, dimostra che oramai ovunque la scissione tra bisogni e realtà politica, si manifesta ovunque. Se l'obiettivo che ci diamo non è la pura sostituzione di Berlusconi con Marchionne o Montezemolo o simili, è evidente che l'arcipelago di lotte che oggi c'è in Italia e che si è ritrovato assieme il 16 ottobre a Roma con la Fiom, richiede una piattaforma unificante sociale e politica che è estranea, come sostiene anche Viale, alle attuali classi dirigenti. Una piattaforma che deve toccare le tasse, la finanza, la spesa pubblica, le politiche industriali, gli interventi pubblici nell'economia, la conoscenza, il pubblico e il privato, i diritti dei lavoratori, la distribuzione della ricchezza, la garanzia del reddito e di una reale parità dei diritti.
La riconversione ecologica dell'economia si intreccia con questo processo. Si possono produrre e comprare meno auto se si riduce l'orario di lavoro, se si lanciano programmi di investimento pubblico che costringano il sistema a consumare e a produrre trasporto pubblico al posto di quello privato. Questo richiede ingenti risorse che non possono che essere reperite portando via i soldi ai ricchi. Questione sociale e questione ecologica, diritti e uguaglianza, oggi sono strettamente e immediatamente connessi, non si tocca un pezzo della crisi senza essere coinvolti nella crisi di tutto il sistema. Non ci sono soluzioni riformiste alla crisi attuale, almeno nel significato che oggi questa parola ha assunto nella politica. La forza della reazione, il ritorno continuo di Berlusconi e del berlusconismo, derivano dal fatto che l'alternativa è o cambiamenti radicali o regressione e selezione sociale.
Per questo credo che si debba avere il coraggio di proporre un vero e proprio piano economico e sociale alternativo alle politiche correnti, che riproponga lo spirito, non i contenuti, del piano del lavoro della Cgil di Di Vittorio degli anni Cinquanta. La Fiom, che ha interpretato con il 16 ottobre un sentimento diffuso di tanta parte del paese, può forse proporsi di promuovere un'operazione più ambiziosa, quella della costruzione di tale piano, facendolo nascere dall'incontro tra i saperi liberi e l'esperienza dei movimenti. Vale la pena di provarci per costruire una piattaforma alternativa alla pura conservazione e restaurazione del sistema esistente. Una piattaforma che guidi i conflitti e rifiuti i patti sociali e selezioni una nuova classe dirigente per i prossimi anni. Questo per me significa costruire una vera alternativa a Berlusconi e al berlusconismo. Ma qui torniamo ancora alla crisi della politica, della sinistra e del sindacato italiano.
Abbiamo sostenuto la stessa tesi nell’ eddytoriale 144. La nostra speranza non è mal riposta, se l’attenzione al tema da parte della Cgil non si esaurisce e, anzi, conquista sempre più consensi
«Questo nostro modello conquisterà l’Italia». A cercare negli archivi, la frase risale al 1985. Il suo titolare, Roberto Formigoni, era un giovane di belle speranze e di elevato misticismo. Venticinque anni e molta concretezza dopo, arriva un libro su Comunione e liberazione dove si sostiene che la profezia si è in buona sostanza avverata.
«La lobby di Dio» (Chiarelettere, 480 pagine, in uscita il 23 novembre), del giornalista Ferruccio Pinotti, è una corposa inchiesta che racconta dalle origini la storia e la mutazione di un movimento che si è fatto sistema, creando un network capace di unire affari, politica e religione, senza nasconderne aspetti scabrosi e disavventure giudiziarie. Ma l’autore si avvicina all’argomento consapevole della duplice natura di Cl, che per moltissime persone rimane essenzialmente una realtà di fede, alla quale affidare la propria vita, la propria spiritualità, non solo il proprio portafoglio.
«In Cl incontri la ragazza, ti sposi, fai figli, li educhi, sempre con ciellini e fra ciellini, è un vuoto che ti dà l’illusione della pienezza». La frase di Luigi Cortesi, psicoterapeuta cattolico, non certo un simpatizzante, rende involontariamente l’idea di una adesione totale che ancora oggi è il vero mistero di Cl, il suo segreto meglio custodito. Il viaggio di Pinotti nel sistema di valori del movimento è il tentativo di penetrare una realtà parallela, sotto gli occhi di tutti, ma impermeabile. Il giornalista raccoglie le testimonianze dei simpatizzanti che affollano l’annuale meeting di Rimini, quelle dei delusi e dei nostalgici, le affianca alle parole dei Memores Domini, i militanti più severi che dedicano a Cl un’obbedienza rigorosa pur ricoprendo incarichi pubblici importanti, come lo stesso Formigoni. E lascia il giudizio al lettore, non nascondendo di aver affrontato usato un approccio laico, per un argomento che tale non può essere, per definizione. Il fascino del movimento creato nel 1954 da don Luigi Giussani risiede proprio in questa continua dicotomia: le grisaglie di un ceto imprenditorial-politico nato e sviluppato all’interno di Cl non escludono gli abiti austeri dei gruppi di preghiera e le opere di carità.
Il lavoro di Pinotti, come tutte le sue precedenti inchieste, è documentato fino alla pignoleria. Esibisce documenti e circostanze difficilmente smentibili, elenca tutte le indagini che hanno sfiorato la galassia di Cl, da Oil for food alle presunte tangenti in Trentino. Ma ha il merito di non fermarsi alle carte, raccolte e assemblate grazie all’aiuto di alcuni collaboratori, tra i quali gioca un ruolo importante Giovanni Viafora, cronista del Corriere del Veneto, che si è occupato dell’inchiesta della Procura di Padova sui fondi europei, con i vertici veneti della Compagnia delle Opere recentemente rinviati a giudizio.
C’è molto più di questo, infatti. C’è la cronaca della costruzione di un potentato. Nel corso degli anni Comunione e liberazione è diventata una «super lobby» e la Compagnia delle Opere, il suo braccio economico, ha cavalcato «l’amicizia operativa», ovvero il modello al quale si riferiva l’attuale governatore della Lombardia, per creare una rete che forse non ha eguali in Italia. Pinotti traccia i confini del regno, operando una mappatura completa dei professionisti, delle aziende e delle imprese che vanno a comporre un network ormai europeo.
Messi in fila, i numeri della Compagnia delle Opere fanno impressione: 34 mila imprese, mille aziende non profit, un fatturato complessivo di 70 miliardi di euro. La sezione milanese della Compagnia delle Opere conta 6.000 aziende di ogni tipologia, e nel 2008 vantava un numero di associati superiore a quello di Assolombarda. La crisi, sostiene Pinotti, ha giocato a favore della Cdo, perché molte imprese si sono avvicinate a Cl per godere della sua sussidiarietà, di un sistema protettivo che può contare su accordi con le principali banche italiane. La radiografia dei business gestiti dalla Compagnia delle Opere si sofferma sulla sua espansione nel mondo universitario, dove la costruzione di residence e studentati diventa secondo l’autore la chiave di una «occupazione culturale» destinata a dare frutti negli anni a venire.
L’ultima parte del libro parla del futuro. «L’obiettivo di Cl? Il prossimo Papa, e il prossimo premier». La battuta, una delle poche anonime, è stata raccolta nella alte sfere del Vaticano. Prima di sorridere, ammonisce Pinotti, segnarsi questi due nomi. Roberto Formigoni e Angelo Scola, cardinale e patriarca di Venezia, considerato organico a Cl. L’impossibile è niente, per Comunione e liberazione.
In un suo recente articolo (il manifesto, 7 novembre) Guido Viale ci invita a «cambiare dal basso». Provo a mettermi il più direttamente possibile sulla sua lunghezza d'onda. Da più di quattro anni dirigo, coordino, assisto (la varietà delle prestazioni dipende dai gusti e dalle circostanze) una singolare organizzazione, che si è denominata: Rete dei Comitati per la difesa del territorio (da due anni divenuta anche Associazione, regolarmente «registrata» come tale). Sulla singolarità di tale organizzazione conviene soffermarsi un momento, perché ne deriva tutto il resto del ragionamento.
La Rete nasce dalla scelta spontanea e volontaria di un certo numero di Comitati di base, legati a loro volta all'identità di alcune battaglie locali (locali, ma non necessariamente di limitate dimensioni: basti pensare a casi come il sottoattraversamento Tav di Firenze o l'Autostrada tirrenica), di federarsi stabilmente in una sorta di mappa organizzata delle esperienze e delle strategie. La costituzione della Rete ha favorito l'incontro dei Comitati con alcune volonterose forze intellettuali, che ne rappresentano al tempo stesso la struttura di servizio e un luogo di originale elaborazione strategica. I due momenti non sono minimamente dissociabili; e non si rapportano fra loro in una specie di nuova gerarchia del potere (spesso, infatti, l'elaborazione strategica nasce in corso d'opera all'interno anche di un singolo Comitato, magari particolarmente avvertito). La Rete dei Comitati, intesa e praticata in questa forma, è ciò che noi siamo abituati a definire «neoambientalismo italiano», per distinguerlo dall'esperienza storica (per carità, positivissima) di altre associazioni ambientaliste più centralizzate e gerarchizzate.
La Rete è nata ed diffusa prevalentemente in Toscana, ma ha agganci e rapporti con situazioni liguri, venete, umbre, marchigiane, romane, laziali. Dialoga con le altre Associazioni (Italia nostra, Legambiente, Wwf), di volta in volta incontrandosi e distinguendosi. Ha rapporti eccellenti con il Fai. Recentemente ha aperto un canale di confronto e di scambio con un altro movimento, diverso ma consimile, «Stop al consumo di territorio», presente a sua volta soprattutto in Piemonte e Lombardia (ma anche altrove). Ma esperienze di Comitati sono attive in Italia ovunque. Anzi, più esattamente, ce ne sono in giro centinaia, di dimensioni che vanno dal microscopico ai supermassimi (NoTav di Val di Susa). Confinano o talvolta s'integrano con altre esperienze analoghe (Forum dell'acqua); invadono autorevolmente il campo istituzionale (lista «Per un'altra città», ben insediata nel Consiglio comunale di Firenze).
Insomma, i Comitati per la difesa del territorio, variamente organizzati e coordinati, sono una forma nuova di concepire e vivere la democrazia italiana. Anche per il solo fatto di esserci, appunto. Ma qualche ragionamento ulteriore può essere fatto. Gli ostacoli al cambiamento dal basso - per tornare all'indicazione di Viale - sono, a giudicare dalle mia esperienza, variabili e molteplici, ma tre sempre e ovunque risaltano. Sono: 1) Il conflitto inesauribile e insanabile, piccolo o grande che sia, con i poteri forti dell'economia, della speculazione e dello sfruttamento, che si manifestano in mille modi, da quello dichiaratamente delinquenziale a quello puttanescamente istituzionale; 2) la debolezza della risposta ad parte di una larga parte dell'opinione pubblica, e della maggior parte dei grandi mezzi di uno stravolto e magari morente (ma tuttora micidiale) modello di sviluppo (ancora Viale); 3) la pressoché totale sordità nei confronti di queste tematiche da parte di tutte (ripeto per brevità: tutte, ma potrei anche specificare) le forze politiche di livello nazionale. Il primo dovrebbe essere il nemico naturale di ogni difesa del territorio, della conservazione dei beni culturali, più in generale di una buona qualità della vita. Gli altri due, invece, nemici occasionali, episodici e dunque potenzialmente recuperabili: ma come? Ma quando?
Perché questi due obiettivi, che sono decisivi, si concretizzino e si avvicinino, bisogna secondo noi (qui esprimo il parere collettivo della Rete) imprimere alla battaglia ambientale un'accelerazione sia culturale che politica (il binomio qui è meno formale che altrove). Tale battaglia ruota sempre di più intorno alla nozione di «bene comune» (mi permetto di richiamare a tal proposito un mio articolo apparso nel dicembre 2008 su la Repubblica): le eredità culturali e artistiche, l'ambiente, il paesaggio, vanno intesi alla lettera, al pari dell'aria e dell'acqua, come patrimonio inalienabile delle generazioni umane presenti e anche, o forse soprattutto, future (si vedano, anche, gli studi e le proposte legislative elaborati in varie fasi da Stefano Rodotà). Su questo fondamento, una volta acquisito e diffuso, si possono basare una nuova cultura e una nuova politica, intese anch'esse nel senso più vasto.
In una recente riunione (Roma, 6 novembre) del Consiglio scientifico di cui la Rete si è dotata e della sua Giunta (illustrati, l'uno e l'altra, dalla presenza di molti dei più prestigiosi studiosi e specialisti del settore), sono state assunte due iniziative che si muovono nel senso predetto. La prima è la convocazione di una Conferenza nazionale dei Comitati che si occupano ovunque di difesa del territorio: l'obiettivo potrebbe esser quello di creare, non una Rete nazionale, ma una Rete di Reti, coerentemente con lo spirito del neoambientalismo, che non prevede, né in loco né fuori, rapporti gerarchici di direzione. La seconda è l'avvio della preparazione d'un grande Convegno, anch'esso nazionale, tematizzato su quello che potremmo sinteticamente definire: «Il disastro Italia», nel quale convogliare, in termini sia analitici sia di denuncia sia di progettualità propositiva, la grande risorsa intellettuale dei Comitati, accompagnata e intrecciata con quella dei molti studiosi e specialisti che l'hanno accompagnata, e che speriamo sia destinata a rafforzarsi ancor di più nel prossimo futuro.
Crescere dal basso dunque si può, ma solo se si contestualizzano e si organizzano, su di un orizzonte strategico più vasto, gli innumerevoli focolai locali. Il «salto di scala» è necessario perché ognuno di essi acquisti forza, allargando intorno a sé il consenso popolare e premendo in maniera decisamente più autorevole sulle forze politiche, locali e nazionali: cambiandone anche, cammin facendo, la natura. Mentre si studiano i modi per far fuori il cadavere di Berlusconi, e al tempo stesso si aprono le grandi manovre per assicurare la perpetuazione indefinita del berlusconismo, potrebbe essere questa una delle strade più serie e responsabili per garantire, insieme con la salvezza imprescindibile del territorio italiano, anche un salto in avanti di tutta la nostra democrazia.
A proposito dell'argomento sviluppato da Asor Rosa e della sua proposta si vedano gli articoli, di Viale e di altri, nelle cartelle Invertire la rotta e Il capitalismo d’oggi, nonchè l’ Eddytoriale 144
Alcuni "fantasisti della Costituzione" immaginano e auspicano che, dalla situazione d'impasse politica che potrebbe nascere da un voto contraddittorio sulla fiducia al Governo espresso dalla Camera e dal Senato, si possa uscire semplicemente e immediatamente con lo scioglimento di quel ramo del Parlamento (nel nostro caso, la Camera dei Deputati) che ha votato la sfiducia. Ma la Costituzione dice tutt'altro. Purtroppo per il lettore, occorrono riferimenti tecnici. I seguenti.
Secondo l'articolo 94, "il Governo deve avere la fiducia delle due Camere". Se la fiducia viene meno, anche solo in una delle due, deve dimettersi. L'obbligo è tassativo. Solo nell'immaginazione di qualche fantasista della costituzione, si può pensare che nel Governo vi sia chi ragiona così: questa Camera, in questa composizione, mi è ostile, ma forse, in un'altra composizione, non lo sarebbe: dunque non mi dimetto (o mi dimetto solo pro forma, restando per l'intanto in carica), ne chiedo lo scioglimento e mi dimetterò effettivamente, se mai, solo dopo le nuove elezioni, nel caso in cui l'esito non mi sia favorevole. Avremmo così un Governo (non dimissionario) che resta in carica con la fiducia di una sola Camera.
Dopo un esplicito voto di sfiducia di una Camera (irrilevante è che l'altra abbia, prima o dopo, votato la fiducia), il Governo deve dunque "rassegnare" le dimissioni nella mani del Presidente della Repubblica: dimissioni che quest'ultimo non può respingere. Un Governo che restasse in carica contro la volontà del Parlamento (anche solo di una sola Camera), sostenuto dalla volontà del Presidente (quello che nella storia costituzionale si chiama "governo di lotta" antiparlamentare) sarebbe un sovvertimento della Costituzione e della democrazia. Nel solo caso di crisi di governo "extraparlamentare", cioè in assenza di un voto, il Presidente può (o forse deve) rinviare il Governo alle Camere perché si pronuncino sulla fiducia con un voto. Ma se vi è un voto è negativo, le dimissioni non possono essere respinte.
Una volta date le dimissioni, entra in gioco il Presidente della Repubblica, il cui compito non è quello di favorire o di ostacolare i disegni di questo o di quel raggruppamento politico, ma di garantire l'integrità e la funzionalità del sistema. Qui si aprono diverse possibilità. Non c'è una strada obbligata. La scelta non è dettata dall'arbitrio o dal capriccio, ma dipende dal fine costituzionale che è - si ripete - l'integrità e la funzionalità del sistema.
La prima possibilità è la formazione di un nuovo governo che disponga del sostegno della maggioranza in entrambe le Camere. "Prima possibilità" sia in senso temporale, sia in senso logico. Se esiste questa possibilità, da verificare per prima, non deve potersi passare alla seconda, lo scioglimento delle Camere. Sarebbe una prevaricazione politica anticostituzionale sciogliere Camere che siano in condizione d'esprimere maggioranze a sostegno di un governo. La legislatura ha una durata prefissata costituzionalmente, che non può essere accorciata se non quando siano le Camere stesse a darne motivo.
Solo dopo avere constatato l'impossibilità per le Camere di portare a termine la legislatura tramite la formazione d'un nuovo governo, dopo quello dimissionario - constatazione che spetta al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi politici presenti in Parlamento - si apre lo scenario dello scioglimento anticipato e delle nuove elezioni. Solo a questo punto, ove vi si arrivi e non prima, si può porre la questione dello scioglimento di entrambe le Camere o di una sola. Potrà piacere o non piacere, ma è la logica del governo parlamentare che è previsto dalla Costituzione.
Lo scioglimento "anche di una sola Camera", invece che di entrambe, è espressamente previsto dall'art. 88 della Costituzione. Anche qui, dunque, si aprono possibilità, ma anche qui la scelta tra l'una e l'altra non dipende dall'arbitrio o dal desiderio di favorire o danneggiare questa o quella forza politica: deve dipendere, ancora una volta, dall'obbiettivo di garantire imparzialmente l'integrità del sistema. Ora, lo scioglimento della sola Camera che abbia espresso la sfiducia al Governo sarebbe un atto palesemente partigiano, che discrimina tra le due Camere, cioè tra le eventuali diverse maggioranze che esistano nell'una o nell'altra. Sarebbe una sorta di abnorme sanzione costituzionale contro la Camera indocile al Governo e, all'opposto, di avallo politico della Camera docile. Ma la docilità parlamentare non è un valore costituzionale. In effetti, quando tra le due Camere si manifesti un così radicale conflitto politico, non si saprebbe quale delle due sciogliere. Il fatto che vi sia un Governo sostenuto dalla fiducia di una non è un motivo per sciogliere l'altra, se questa è in condizione di sostenerne uno diverso. Una scelta del Presidente tra questa o quella sarebbe palesemente una discriminazione, in un sistema in cui il "bicameralismo" è "paritario".
Inoltre, lo scioglimento di una sola Camera, nelle condizioni date, rischia di contraddire la finalità dello scioglimento, finalità che - si ripete ancora una volta - è l'integrità e la funzionalità del sistema. Che succederebbe se la Camera nella nuova composizione fosse disomogenea rispetto all'altra? Bisognerebbe ricorrere ancora alla scioglimento, ma di quale delle due? O forse di tutte due? Ci si potrebbe permettere di entrare in questo percorso da incubo? Ma, anche l'ipotesi fortunata che le elezioni ristabilissero l'omogeneità non sarebbe senza insolubili problemi. La nuova Camera dovrebbe durare cinque anni, ricreandosi quella sfasatura nel tempo rispetto all'altra, che la riforma costituzionale del 1963 ha inteso eliminare per prevenire i rischi d'instabilità politica - cioè di disintegrazione e d'inefficienza - insiti nell'elezione distanziata nel tempo. Oppure, si dovrebbe pensare che la Camera sciolta una prima volta anticipatamente nasca col destino segnato d'essere sciolta una seconda volta prima della scadenza naturale, in concomitanza con la scadenza dell'altra. Un'evidente aberrazione, contraria alla pari posizione costituzionale delle due Camere.
Eppure, si dirà, la possibilità dello scioglimento d'una Camera e non dell'altra è ben prevista dalla Costituzione. Si, ma è stata pensata quando era stabilita una durata diversa delle due Camere e se ne è sempre e solo fatto uso (nel 1953, nel 1958 e nel 1963; mai dopo l'equiparazione delle durate) per rendere contemporaneo il rinnovo dei due rami del Parlamento, non per il contrario. Cioè, se ne è fatto sempre uso per equipararne, non per differenziarne le durate. Nel contesto originario, lo scioglimento "anche di una sola Camera" serviva dunque alla coerenza del sistema; oggi, servirebbe all'incoerenza.
Si diceva all'inizio dei fantasisti della Costituzione. Sono coloro che fondano le loro richieste su una costituzione che, per ora, non c'è: una costituzione nella quale un capo eletto direttamente dal popolo sia autorizzato a passare sopra le prerogative degli altri organi costituzionali per assicurarsi a ogni costo la perduranza del potere. La costituzione che hanno in mente è anch'essa ad personam. La bizzarria della richiesta di scioglimento d'una sola Camera, oltretutto senza passare attraverso vere dimissioni e senza l'esplorazione delle possibilità di formare un diverso governo, si spiega con la speciale e triste condizione costituzionale materiale del nostro Paese. Siamo un Paese dove al governo c'è gente che altrove sarebbe politicamente nulla; dove il Governo è tenuto insieme da un uomo solo e dove questa persona è uno che, per ragioni di natura giudiziaria, per non perdere la protezione di cui gode non può permettersi di allontanarsene nemmeno per un po’, facendosi da parte quando le condizioni politiche generali lo richiederebbero. Come l'ostrica allo scoglio. Gran parte delle perturbazioni istituzionali di questi tempi dipende da questa semplice, abnorme e disonorevole per tutti, condizione in cui viviamo.
Diluvio e fango gli danno l’addio. L’ultimo ring che aspetta Guido Bertolaso è ancora in Campania, nella Piana del Sele dove una gravissima alluvione spazza via un ponte di acquedotto, riduce con i rubinetti a secco 400mila famiglie e spinge i diciotto sindaci a invocare «lo stato di emergenza». Il capo della Protezione civile li affronta e li gestisce per due ore, è uno di quei tavoli di cui «non sentirà la mancanza». Promette soldi, poteri di deroga e un fidato commissario straordinario del Sele. «Le decisioni saranno adottate nel Consiglio dei ministri di martedì prossimo», è il suo impegno. Poi infila un’uscita laterale dello scalo di Pontecagnano e salta su un elicottero. Beffati i giornalisti. Non vuole domande, Superman. Almeno nell’ultimo giorno. «Più sollevato che stanco», dicono.
L’uscita di scena si consuma lontano dai riflettori e sotto l’onda di un’altra emergenza. I lampi squarciano il cielo del suo rientro a Roma, direzione Palazzo Chigi per le ultime consegne al sottosegretario Gianni Letta, che sta già provvedendo a nominare il (noto) successore: Franco Gabrielli.
Sono le 19.30 quando si chiude l’ultima riunione di mister Emergenza. Il fermo immagine è su un alto funzionario che volta le spalle alla terra che lo aveva lanciato come autore del miracolo rifiuti e lo ha derubricato a sconfitto, appena qualche giorno fa, nella sua ultima stagione da sottosegretario. Nell’amaro ritorno a Napoli, un mese fa, SuperGuido ha davanti a sé nuovi, clamorosi cumuli di immondizia e le guerriglie urbane che si alternano da Terzigno a Giugliano. Sulle spalle, l’onta di un’inchiesta che lo vede indagato per corruzione e ha da sfondo la cricca che ha lucrato anche sul dolore dell’Aquila. «So di aver subito una grave ingiustizia - ci torna su di recente, Bertolaso, ormai cauto - ma confido ancora molto nella magistratura e posso solo augurarmi che il tempo ristabilirà la verità dei fatti». È stato anche l’uomo degli eventi mondiali di successo, dal Giubileo ai funerali di Papa Wojtyla. Una carriera al servizio di governi di destra e sinistra. Poi l’ultimo cammino al fianco di Berlusconi, la sua nomina a sottosegretario, il ruolo di colui che scioglieva le grane, a ogni costo. Fino a diventare il cerimoniere delle calamità. Le emergenze che diventavano palcoscenico. Come a L’Aquila. Prima che arrivasse la valanga di accuse, e i sospetti sul "sistema gelatinoso". «Ho dato l’anima in questi nove anni. E me ne vado con le pezze al culo, sereno», è il suo ultimo sfogo.
Bertolaso l’aveva immaginata in altro modo la sua ultima giornata prima della pensione. Per ieri aveva un appuntamento a Sant’Angelo a Scala, Avellino: doveva consegnare una casa, cioè un accogliente prefabbricato, ad Ernestina Cristiano, 69 anni, 23 dei quali passati in un container. «Sono qui per il rispetto di un impegno e di una promessa che ti avevo fatto». Una goccia d’affetto. Poco dopo eccolo al tavolo con i sindaci della Piana del Sele. Dall’incontro, a porte chiuse, si sente gridare qualche primo cittadino come il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Poi altri sindaci arringano sulla difficoltà di «garantire acqua potabile», sulla necessità di «risolvere il problema assolutamente entro Natale, altrimenti non solo l’economia agricola e le aziende della mozzarella andranno in crisi, ma interi comparti industriali e commerciali». Bertolaso assicura: sarà Edoardo Cosenza, l’assessore regionale ai Lavori pubblici, già preside del Politecnico napoletano, il commissario straordinario dell´alluvione del Sele.
E alla fine è proprio Cosenza ad offrirgli il commiato d’onore. «Il governo deve muoversi in fretta - avverte - altrimenti non potremmo farcela, occorrono 5 milioni e sono sicuro che il sottosegretario si impegnerà fino all’ultimo minuto. Però, ora consentitemi di salutare da esponente istituzionale uno dei migliori italiani che io abbia mai conosciuto». Applauso corale e lungo, che si sente dall’hangar. Applaude anche De Luca. È grato anche Ernesto Sica, il sindaco di Pontecagnano che ospitava l’incontro: è l’ex potente dimezzato, l’ex amico di scorribande a Villa Certosa, oggi inquisito nella vicenda della P3, l’uomo che avrebbe concepito il dossier diffamatorio che serviva a silurare il governatore Stefano Caldoro. Ancora fango. Non solo quello del meteo. Un destino beffardo, anche nell’ultimo giorno, sembra salutare mister Emergenza.
È andato prima da Augias e poi dalla Dandini per spiegare e scagionare l’amico-collega Sandro Bondi che però vorrebbe «vedere più spesso». Ha spiegato ai poco concilianti spettatori di Raitre che a Pompei il crollo è stato sì inevitabile ma, tutto sommato, provvidenziale. Quasi una benedizione. E ha messo in guardia per il futuro: Villa Adriana a Roma, tanto per dirne una. E se lo dice il più grosso esperto del settore, l’archeologo Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore per i Beni Culturali c’è da temere il peggio. L’avviso ai turisti per caso è chiaro: il dolore monumentale va circoscritto perché quello venuto giù a Pompei era solo un mostro architettonico. «Piuttosto - avverte il professore dal passato non propriamente di destra - non solo il ministro Bondi c’entra nulla, ma in mancanza di controlli sistematici preparatevi ad altri crolli». Sembra una provocazione, ma è solo l’analisi di un esperto che da 15 anni lancia allarmi invano.
Professore ci spieghi.
«Possibile che nessuno se ne sia accorto? Quello crollato è solo il restauro di Maiuri risalente agli anni Quaranta. A Pompei nella Domus dei Gladiatori non è successo nulla di grave, quella caduta giù è una struttura di cemento costruita nel secolo scorso, una superfetazione, quando invece oggi si usa il legno lamellare...».
Dunque, tanto rumore per nulla.
«Le uniche opere autentiche sono le pitture della parte inferiore della domus, il resto è un falso. Tutti erano impegnati a dare risalto alle macerie, ma senza guardare a cosa è caduto a terra. Quel crollo è tutt’altro che drammatico, è una benedizione artistica, il cemento che è stato aggiunto andrebbe tolto e senza troppi rimpianti».
In fondo, però, si sta parlando di Pompei.
«Si figuri, questo sito archeologico è invaso da turisti asiatici, è sotto osservazione, fa tendenza. Pompei ha subìto di tutto, pure un bombardamento nel ’43. E poi il valore simbolico della Domus dei gladiatori equivale alla via sacra a Roma. Lo dico perché bisogna lasciar perdere i piagnistei e rimboccarci le maniche. Speriamo solo che gli affreschi non siano stati troppo danneggiati».
Lei ha detto più volte che la situazione è drammatica perché manca una manutenzione sistematica. Poi c’è la questione economica, i soldi scarseggiano...
«La situazione è questa: l’anno prossimo avremo da Tremonti 53 milioni di euro per tutti i siti italiani, più o meno come la liquidazione di un top manager. Lui dice che con la cultura non si mangia, ma mantenere in salute un bene architettonico costa tanto e noi in un certo senso dobbiamo riempirci la pancia. Che deve fare il ministro Bondi se chiede soldi e gli rispondono picche?».
Già, intanto però cosa occorre fare in pratica?
«Contrariamente alle chiese i ruderi archeologici sono logorati da secoli dalle piogge e dal sole. Si sfarinano. Per questo vanno trattati come le nostre case. Servono le stesse cure quotidiane. Se si rompe la persiana di una finestra si ripara. Il patrimonio artistico ha bisogno di queste attenzioni. Senza manutenzione ordinaria, i siti archeologici finiscono sotto un campo di grano. Come è accaduto a Veio».
Però ha tutta l’aria di essere anche un problema culturale?
«Le cure continue, la prevenzione non sono attitudini tipicamente italiane. A noi manca una mente sistematica. Però ricordate bene, tutto ciò che non è sorvegliato sistematicamente prima o poi crolla».
Aldo Natoli è stato un combattente per la libertà e la democrazia in Italia. È stato un intellettuale raffinato e insieme un uomo politico impegnato a fianco dei lavoratori, sempre in sintonia con i bisogni popolari. Negli anni Trenta da giovane ricercatore in medicina si trova a Parigi, nell'istituto di ricerca sui tumori, ma presto la lotta al nazifascismo lo sottrae agli amati studi e lo chiama all'impegno politico nella clandestinità. Entra nella lotta partigiana, nel gruppo romano di Amendola, Ingrao, Alicata, Lombardo Radice . Viene arrestato e condannato a cinque anni di carcere dal Tribunale Speciale.
Nel Parlamento della Repubblica sin dalla prima legislatura e poi nelle quattro successive viene eletto deputato come esponente di spicco del Partito comunista italiano. Nel contempo come consigliere comunale di Roma si impegna contro la speculazione edilizia nella famosa campagna «Capitale corrotta, nazione infetta». I suoi discorsi nell'aula Giulio Cesare del Campidoglio analizzano in modo originale e rigoroso i meccanismi della rendita urbana e divengono presto saggi scientifici studiati dalla più moderna cultura urbanistica italiana del tempo. Natoli diede un contributo peculiare a quel movimento riformatore, forse il più ambizioso e insieme il più osteggiato della storia repubblicana. Le sue idee, infatti, furono riprese dal progetto del Ministro democristiano Fiorentino Sullo con la legge dei suoli, quel progetto - ricordiamolo - battuto da una pesante controffensiva conservatrice cui non fu estraneo il «rumore di sciabole» del generale De Lorenzo. Se avessero vinto le idee di Natoli e di Sullo avremmo forse salvato parti preziose del paesaggio italiano e oggi avremmo città più vivibili.
Il ricordo vola poi ad un passaggio decisivo della sua biografia e del dibattito interno al Partito comunista. Natoli fu infatti radiato nell'ottobre del 1969 da quel partito e insieme al gruppo de Il Manifesto nel vivo di un contrasto politico che riguardava questioni rivelatesi poi cruciali negli anni successivi: le risposte da dare ai movimenti culturali e sindacali del biennio 1968-1969, la rottura con l'Unione Sovietica e il fallimento delle esperienze dei Paesi del socialismo reale già reso evidente dai carri armati di Praga e, infine, la libertà del dissenso nel dibattito interno al partito. Natoli fu protagonista di quel duro confronto politico e culturale.
Dopo la rottura e nonostante la rottura rimase legato all'idea tipica di quella generazione che si potesse fare politica soltanto all'interno di grandi forze popolari e rifiutò di partecipare a formazioni politiche minoritarie. Abbandonò l'impegno politico diretto negli anni successivi e tornò a coltivare l'amor per la ricerca culturale motivata non tanto da astratte teorie ma dall'insopprimibile esigenza di comprendere l'epoca in cui si era trovato a vivere. Per questo focalizzò gli studi sulla storia del movimento comunista internazionale, sia sulle sue tragedie sia sulle sue migliori espressioni, da cui vennero studi importanti sulle origini dello stalinismo e sulla figura di Antonio Gramsci, interpretata in modo originale con gli occhi di Tatiana Schucht in un bellissimo libro dal titolo significativo Antigone e il prigioniero.
Da circa quarant'anni Natoli dunque non era più attivo nella politica italiana e questo ne fa oggi, secondo le mode correnti, una figura inattuale. Eppure, se pensiamo allo stato di salute non brillante di parti non secondarie del ceto politico attuale dobbiamo augurarci per il futuro che sorga una nuova generazione di politici appassionati, di politici colti, di politici sensibili ai bisogni popolari.
Se questo serve al futuro del Paese, uomini come Aldo Natoli, al di là delle ideologie che hanno rappresentato, possono essere additati come esempio ai giovani che si impegnano in politica
«Più cortesia, non mettete l'urbanistica al centro del dibattito, altrimenti qui non ci alleiamo con nessuno». Ricorre all'ironia il vicesindaco Tino Santangelo e strappa il sorriso anche a Enzo De Luca. Lo scenario è il primo dei convegni sulla città organizzato dal PD provinciale verso le elezioni. I1 segretario Nicola Tremante ha chiamato il sindaco di Salerno. La sua relazione trasforma ben presto il convegno in un processo all'immobilismo di vent’anni di urbanistica cittadina. con al banco degli imputali soprattutto il piano regolatore. De Luca in realtà tenta di evitare il ruolo di inquisitore: «Su Napoli non parlo, vi dico cosa abbiamo fatto a Salerno ». La sostanza non cambia. Si parte dall’assunto che gli diede Oriol Bohigas: «Le priorità sono le cose possibili ».Si arriva al tornaconto per i privati: «Altrimenti chi paga?» In mezzo la prassi per fare, realizzare: «Ho applicato cinquanta varianti urbanistiche, che godimento!»
La breccia è aperta, gli urbanisti vi si infilano. Francesco Forte spara ad alzo zero: «Sul porto non c’è un’idea;Bagnoli morirà della sua concezione di città pubblica, basta, abbiamo bisogno di “mani sulla città”». Una provocazione. Benedetto Gravagnuolo tenta una mediazione: « Dobbiamo essere impietosi nel giudizio, ma non autolesionisti. Le regole non sono dogmi, ma si interviene solo se si vede che sono sbagliate». Infine Attilio Belli «Sono d’accordo con De Luca. L'idea che lo Stato prescrive e la società attua semplicemente non funziona».
Santangelo ascolta, i colpi vanno tutti verso di lui. La replica è chiara: «Non faccio il panegirico del Piano regolatore, ma ci muoviamo per attrarre investimenti. Senza dimenticare che le "mani sulla città" non furono affatto investimenti. Abbiamo scelto regole stringenti, sulle quali sono possibili aggiornamenti, non modifiche pericolose. Ogni giorno ho fuori dalla mia porta decine di imprenditori che chiedono questo e quello: immaginate cosa vorrebbe dire il via libera a modifiche immediate? ». Conclusione: «Sono d'accordo a migliorare, la flessibilità invece mi preoccupa».
Palazzo S. Giacomo non cede, sulla campagna elettorale del Pd resta il tema della soluzione di continuità fra vecchia amministrazione e nuova proposta. Mentre De Luca torna nella sua eterna Salerno (si ricandiderà anche lui) forse senza che nessu-no gli abbia cancellalo una impressione: «A Napoli c'è una cultura come di nobiltà decaduta. Troppa intellettualità che contempla le glorie del passato mentre muore di applausi. Una pigrizia mentale che si sente al centro del mondo mentre il mondo cambia, e che vive sui restii dei Borbone senza vivere futuro».
RICORDO
Aldo Natoli, un comunista per amico
di Rossana Rossanda
È sulla fine degli anni cinquanta che ho conosciuto Aldo Natoli. Lui era Roma, io Milano, lui il quadro più rilevante di quella federazione, io un quadretto della federazione milanese, lui all'ultimo processo del regime nel 1936, quando io ero ancora al ginnasio, lui deputato e consigliere comunale in Campidoglio che aveva assestato, assieme agli ex azionisti romani, il primo duro colpo alla speculazione con il famoso «Capitale corrotta, nazione infetta», io che facevo il mio apprendistato a Palazzo Marino, lui da tempo, forse da sempre, nel Comitato centrale del Pci ed io appena entrata. Là ci eravamo, se si può dir così, «annusati», a qualche anno dal 1956, rientrata ogni speranza in un cambiamento dell'Urss, ma il nostro partito in crescita e in eccitazione. L'accento comune, che aveva permesso di ascoltarci e riconoscerci era: più avanti, più a sinistra - una sinistra che non aveva niente a che vedere con lo stalinismo che, una volta per sempre e senza dovercene mai pentire, avevamo capito essere di destra.
Aldo era un bellissimo uomo, agile ed elegante, di quelli che vestono sempre perfettamente e allo stesso modo sia che entrino alla Camera o in una sezione della Garbatella, era un medico ma faceva il militante comunista a tempo pieno, parlava tedesco e aveva in alcuni eminenti scienziati antifascisti tedeschi uno dei riferimenti del cuore, suo fratello era il francesista Glauco Natoli. Fui dunque lusingata quando mi invitò, un giorno del Cc, a colazione. Ricordo una giornata di sole, una caffetteria in via Veneto, l'immediato intendersi nel giudizio, in quel che ci premeva e avremmo voluto. Al momento di pagare, l'inappuntabile gentiluomo cerca inutilmente il portafoglio, l'aveva lasciato in un'altra giacca e il suo, per me assai meridionale, imbarazzo, ci mise in allegria. Eravamo diventati amici e lo siamo rimasti sempre.
Compagni e amici. Nella stupidità attuale neppure si immagina che cosa è stato il legame fra comunisti allora, un rapporto totale e riservato, un vedersi camminare assieme, inciampare e raddrizzarsi assieme, sorridersi da lontano. Non credo di aver messo piede in casa sua, né lui nelle mie due stanze a Roma, quando le ebbi. Una volta mi mostrò un disegno di Bruna, e così venni sapere che aveva anche una figlia. Senza di lui sapevo di Claudio. Oggi so che pensare della distinzione fra pubblico e privato, ma so anche che allora ci fu un modo di essere pubblico che non poteva essere più interiore e interiormente condiviso.
Una differenza c'era fra noi sul rispettivo polo di interesse: Natoli era una figura carismatica per il popolo di Roma, lo ascoltavano dovunque, conosceva tutti, sapeva parlare allo stesso modo, senza fronzoli né lunghezze, in piazza e in Parlamento, ma la sua testa non stava a Roma, scrutava nelle vicende del comunismo internazionale. Io ero stata tutta dentro Milano, nella vicenda d'una classe operaia che il partito elogiava ma non prediligeva, mi volevano abbastanza bene ma carisma zero, la testa interamente in Italia sul presente.
Aldo aveva sentito la sfuriata di Togliatti su Amendola quando questi, per la prima e ultima volta nella sua vita, aveva definito un peso il rapporto con l'Urss. Io pensavo alla Breda e ai pendolari dalle cinque alle otto verso l'entroterra milanese. Ci pareva, e tutto sommato era, lo stesso identico problema.
Nel '58, credo, Togliatti ribaltò la molto ortodossa redazione di Rinascita, sua rivista personale, immettendovi dei bizzarri come Natoli, Trentin, altri giovani e me. In quella riunione mensile, cui non mancava mai, si discorreva con libertà - per libertà intendevamo allora, ma è insolito oggi, suonare ognuno sullo stesso filo musicale, che tutti interpretavamo e nessuno avrebbe spezzato (forse come nel jazz dei tempi gloriosi). Nei momenti migliori degli anni Sessanta fu così, dopo la morte di Togliatti la sfida divenne conflitto. Io dirigevo gli intellettuali, nel senso che mettevo fine alle direttive care ai Sereni e agli Alicata, Ingrao e Reichlin aprivano un pericoloso dibattito sul centrosinistra imminente, i colpi che ci menavamo non erano leggeri.
Nel 1966 cademmo tutti, Ingrao con onore, Natoli confermato come figura nobile ma periferica, Pintor fuori da l'Unità, Castellina fuori dai giovani, Magri fuori dal lavoro di massa, io fuori del tutto da qualsiasi incarico. Gli ingraiani furono definiti dall'occhiuta direzione del Pci prima che da se stessi. Nel 1968, studenti e invasione della Cecoslovacchia ci trovano tutti dalla stessa parte. Al XII Congresso votammo tutti, nelle rispettive istanze, contro le tesi della direzione. Natoli, Pintor ed io fummo, per così dire, distillati fra coloro che restavano ancora nel Cc, pochi ma rispettati, rispettati ma pochi. E là ci infilarono come farfalle gli obiettivi dei fotografi ammessi a riprendere i tre che il Cc radiava. Per aver fatto e mantenuto fermo il manifesto rivista. A Aldo Natoli, che parlò per ultimo dopo tre lunghi dibattiti, non fu perdonato che dicesse: non occorre una tessera per essere comunisti.
Del manifesto abbiamo parlato altre volte. A guardar bene, si era coagulato in tutti gli anni Sessanta. Il mensile che decidemmo di fare, andando ogni giorno in piazza del Grillo, fu un bel lavoro. Il suo successo fu strepitoso. Aldo, che era tornato dal Vietnam e vi aveva molti compagni, scrisse soprattutto sul comunismo internazionale e avrebbe fatto, assieme a Lisa Foa, tre pezzi sulla Cina di Mao che, a mia conoscenza, sono rimasti senza uguali in Italia. Non fu entusiasta quando si passò al quotidiano, opera soprattutto di Pintor, ma vi lavorò come sempre, assieme a Lisa Foa, Luca Trevisani e me e con successo. Su due questioni puntò i piedi, sull'andare con la nostra lista alle elezioni nel 1972 e sul diventare presto un partito. Ero dello stesso avviso, ma più accomodante di lui. Lui era più anziano, più provato, più scettico sui tempi e forse sul fine. Fece la campagna elettorale ma non andò oltre. Oggi, con gli occhi del femminismo che allora non conoscevo, penso che i tre uomini, Magri, Pintor e Natoli avevano idee più simili di quanto permettessero i loro caratteri. Sono le donne che fanno precedere al carattere le idee. Nessuno fece clamore, quando prese le sue decisioni, non ci fu un giorno in cui si consumarono adesioni e rotture. Aldo restò un amico ma sempre più appartato, con un suo giudizio ben fermo, che noi più giovani non volevamo ammettere: il comunismo avrebbe richiesto tempi più lunghi. Non so se immaginasse con quanta disinvoltura i cugini di Amendola e i figli di Berlinguer avrebbero fatto a pezzi il partito dei comunisti.
Studiava e scriveva. All'Istituto Gramsci scoprì il carteggio, intonso, fra Antonio Gramsci e Tatiana Schucht, la compagna russa cui alcuni, forse l'esecutivo dell'Ic, affidò la cura del prigioniero ormai nel carcere di Turi. Tatiana era sorella di Julia, sposata da Gramsci a Mosca, e dunque aveva diritto di visita a nome della famiglia. Gli sarebbe rimasta accanto per oltre dieci anni, andando a Turi appena ne aveva il permesso, portandogli libri e le povere cose di cui aveva bisogno, fino alla semilibertà in una clinica di Formia e poi, sempre più ammalato, nella clinica Quisiana di Roma, dove si sarebbe spento nel 1937.
Di Tatiana, che chiama Antigone in uno dei suoi libri, Aldo quasi si innamorò, tanto era lei stessa innamorata di Antonio, senza dirglielo né dirselo, ricevendo tutte le sue angosce e qualche volta le sue ire, devota alla sorella e alla sua curiosa famiglia, e insieme più fiduciosa nel Pcus che nel Pc d'Italia. Non scrisse che cosa pensava dei sospetti di Antonio su una lettera, che gli parve incongrua, di Grieco né dell'isolamento in cui lo lasciarono i compagni di galera quando criticò la linea del «muro contro muro» dell'Ic. Gramsci non capiva perché Togliatti non facesse il massimo per ottenere la sua liberazione. Con uno scambio? Per mezzo del Vaticano? Stava sempre peggio, della sua sofferenza e amarezza Tatiana fu indolenzita testimone, alla fine convinta di una sorta di persecuzione degli italiani di Mosca, infuriata perfino con Piero Sraffa, accorso per parlare con Gramsci prima della fine. Che cosa si dissero non sappiamo. Certo Antonio dovette scoprire molte verità. Non era davvero libero, era stato condannato non solo dai fascisti, come aveva già scritto, non sarebbe andato né a Mosca né nei pressi di Ghilarza. Pochi giorni dopo morì. Tatiana raccolse le sue cose, mise in salvo i quaderni, lo fece incenerire e seppellire in un funerale senza seguito, tornò nell'Urss e vi morì durante la guerra.
Di questo carico di dolore nessuno ha scritto come Aldo Natoli - anni prima, forse, e anche lui non amato dal Pci, Peppino Fiori. Neanche i gramsciani, mi sembra, hanno adorato questo outsider, precisissimo ma non nella cerchia degli addetti ai lavori, che nel destino di Gramsci scrutava le pieghe terribili del comunismo degli anni Trenta, all'epoca di Stalin su cui avrebbe scritto un altro bel libro. Su Togliatti, Aldo non ebbe mai uno sguardo men che severo.
Non so se ne abbia scritto e se lo troveremo nelle sue carte. Dopo la morte di Mirella, la moglie, da alcuni anni non stava più bene. Non avrebbe cambiato la sua vita per un'altra, ma le solitudini del secolo le ha conosciute tutte. Sotto il fascismo quella del carcere, poi l'impegno della resistenza e il breve entusiamo della rinascita, presto la durezza della guerra fredda nella Roma papalina ma colorata di rosso, le asperità degli scontri nel partito, altra solitudine nel 1956, altra speranza nei Sessanta, poi l'esclusione dal partito, nuova speranza e nuove difficoltà nel manifesto e, dopo, il ritiro. Solitudini mai esibite, sempre nella sua eleganza e riserbo. Non credo che abbia mai chiesto aiuto, né gli è stato dato, né l'avrebbe tollerato. Era un comunista, stirpe di signori nel Novecento. La terra gli sarà lieve.
PARLA PIETRO INGRAO
«La militanza e l'amicizia»
di Tommaso Di Francesco
«Provo un grande dolore - Pietro Ingrao parla lieve, con una voce rotta dall'emozione che lo interromperà più volte nelle risposte - e non solo per la grande stima ma per l'affetto che io e tanti come me sentiamo per Aldo, per la sua umanità così profonda e così indirizzata alla militanza, insomma, puoi capire quanti ricordi adesso passano per la mia mente e quante immagini di fratellanza con una figura come Aldo, così fortee appassionata...è una grande perdita.»
Come vi eravate conosciuti?
«L'ho conosciuto alla fine degli anni Trenta.. Io ricordo gli incontri che abbiamo avuto al momento in cui si formò questa aggregazione politica comunista, nell'area romana e lui fu in prima linea nella costruzione di questo schieramento. Era pieno di passioni e poi contemporaneamente aveva anche un'ironia,sempre, quando parlava poi delle nostre lotte, dei nostri tentativi e anche degli approcci che facevamo, della visione in generale della lotta nel mondo».
Come maturarono le tue, le vostre scelte politiche?
«Per me sia l'incontro con lui, sia un po' il mio modo di leggere le cose maturarono tra il '36 e il '39. Direi che è lì che per me avviene lo stacco dalla passione per la letteratura e l'impegno politico a tutto campo e lì conobbi anche la sua umanità. Tieni conto che ci fu anche una presenza femminile, la mia fidanzata, Laura Lombardo Radice era molto amica di Mirella che è stata la compagna di Aldo e questo intreccio di passioni umane e di insieme impegno nella cospirazione e nello schierarsi furono parecchio fuse e fecero per me un insieme molto stretto tra la passione politica e al tempo stesso l'amicizia umana».
Quale fu l'evento che caratterizzò l'impegno comunista e che ruolo ebbe Aldo Natoli?
«Sono emozionato al ricordo, scusami. Per me il punto chiave dell'impegno ed insieme quindi la conoscenza del mondo con cui poi dopo imparai a cospirare fu l'aggressione di Franco in Spagna, lo sbarco, l'attraversata dello stretto di Gibilterra e l'inizio della guerra fascista e nazista spagnola. Lì fu un evento che mi disse che tutto cambiava nella mia vita e fondava soprattutto ed in primo luogo la capacità di militanza e come allora bisognava procedere con pienezza, direi, d'impegno nell'azione quotidiana alla pratica e alla predica della lotta comunista e per la liberazione dell'Europa. Questi prodromi che poi sfociarono nella straordinaria, grande, emozionante guerra di Spagna mi trascinarono alla cospirazione e all'impegno militante e in quegli anni l'incontro con Aldo è stato di grande importanza. Con Aldo, con Lucio che erano nel carcere di Civitavecchia e che per noi erano grandi punti di riferimento, furono loro gli esempi che ci trascinarono all'azione».
Poi, nel dopoguerra, c'è stata una lunga storia di rapporti di militanza nel Pci. Anche lì c'era Aldo, nei momenti cruciali come l'attentato a Togliatti, o come nell'impegno rigoroso contro le trasformazioni sociali e di potere della città di Roma, con la campagna memorabile, giornalistica e politica «Capitale corrotta, nazione infetta»...
«Sì, fu il suo un lavoro proprio sulla metropoli. Sul cambiamento della metropoli e questo sogno anche della nuova capitale aprì per tutti noi, nel partito ma anche fuori, uno squarcio capace di portare tutta una nuova generazione all'impegno militante, quando tutta la vita, tutta la giornata viene presa e viene spostata a lavorare per il comunismo e per la rivoluzione».
E alla fine degli anni '60 ci fu la questione del manifesto, e fu una rottura dolorosa...
«Bè, furono vicende laceranti e lì io pure sbagliai e non seppi realizzare l'invenzione dello scarto che mi portasse a capire la novità anche dell'impegno di compagni come Aldo, Rossana. Lì commisi degli errori che ho ancora duri nella mente, però poi ripresi una conoscenza e un contatto con Aldo che mi restituì tutta la forza della sua umanità. In questo ci fu anche un intervento della mia compagna, Laura, che veniva dal ceppo dei Lombardo Radice. S'impegnò nell'incontro con la famiglia di Aldo e quindi la trama dell'amicizia e del rinnovamento si allargò ancora di più, divenne più stretta. In qualche modo l'amicizia con Aldo divenne ancora più salda».
Se tu dovessi raccontare ad un giovane che cosa perdiamo con Aldo Natoli, cosa diresti?
«È una perdita grande, quella di una figura che aveva una capacità intensa di vivere e suscitare militanza e coinvolgimento umano. Una perdita grande...»
MEMORIA
14 luglio 1948, l'attentato a Togliatti
di Luciana Castellina
«Il Pci - amava ripetere Togliatti - è una giraffa». Intendeva dire che era un animale bizzarro, anomalo, molto dissimile dagli altri partiti comunisti. Ebbene, Aldo Natoli è stato, sin dall'inizio, una giraffa nella giraffa e io, quando l'ho incontrato per la prima volta, sono in effetti rimasta sbalordita. Era il 18 novembre 1947 e si votava per le elezioni amministrative di Roma: la sinistra unita nel Blocco del Popolo, simbolo l'effige di Garibaldi. La sera prima, in una colluttazione fra ragazzi che attaccavano gli ultimi manifesti, a Piazza Vittorio, un giovane democristiano, Gervasio Federici, era rimasto sul terreno, ammazzato. Furono accusati e arrestati a casa loro molte ore dopo un gruppo di giovani comunisti. Erano tempi feroci e la provocazione all'ordine del giorno. Questa era destinata a influenzare il voto e lo influenzò, seminando il terrore dei «rossi». Ricordo bene quel giorno perché fu quel giorno che, rompendo i restanti indugi, chiesi la tessera del PCI, misi piede per la prima volta nella sede della Federazione romana e conobbi Aldo Natoli, che poco dopo ne divenne segretario. Io, certo, sapevo che i comunisti non mangiavano i bambini, ma per una ragazzetta come ero io non era da poco scoprire, in quel duro `47, la guerra fredda appena scatenata, l'anticomunismo più rozzo all'apice, che il capo dei «rossi» della capitale era un intellettuale particolarmente raffinato, sotto il braccio sempre opere letterarie preziose o un disco di musica del `700 («dopo non c'è più stata musica all'altezza», ricordo che mi disse nella prima conversazione personalizzata e le sue parole hanno segnato il mio gusto da allora).
Negli anni successivi, nelle tante riunioni nello stanzone di piazza S. Andrea della Valle, o nel salone della sezione Ponte Regola, in via Banchi di S. Spirito, dove si tenevano gli «attivi» del martedì, ho avuto modo di capire che quell'intellettuale così difforme dal cliché dei dirigenti «rossi» dell'epoca era anche il leader riconosciuto - amato, stimato - dei comunisti romani. L'uomo di cui avevano fiducia, non solo per le sue analisi brillanti (ricordo il suo rapporto sull'edilizia romana, al terzo congresso della Federazione, nel dicembre del `47 - pochi mesi dopo uno sfortunato sciopero generale per le case popolari e il risanamento delle borgate - in cui individuò il nemico vero, la proprietà fondiaria dell'aristocrazia nera e l'incipiente affarismo bancario, contro ogni iimpostazione assistenzialista); ma anche nei momenti drammatici, nel fuoco dello scontro. Ho ancora impressa nella memoria la sua immagine quel 14 luglio 1948 quando, solo poche ore dopo l'attentato a Togliatti si riversò sul centro di Roma paralizzato da un immediato sciopero generale, a bordo di improvvisati gremiti trasporti, il popolo inferocito delle borgate e tutto poteva accadere. A piazza Colonna furono Aldo Natoli e, se non ricordo male, Sandro Pertini, a cercare di calmare i compagni, a far defluire il corteo.
Solo l'autorità indiscussa che gli veniva riconosciuta poteva riuscire. Aveva alle spalle, è vero, la lotta clandestina e il carcere che gli avevano dato prestigio; e aveva il sostegno di Edoardo D'Onofrio, un uomo che da lui non avrebbe potuto esser più diverso e che però ebbe la lungimiranza di sceglierlo come suo delfino e che a tutti noi, in un Pci ancora tanto operaista, insegnò a occuparci del sottoproletariato della cintura rossa senza disprezzare né ladri né puttane, ma senza nemmeno populismo o compiacimento, e anzi per portare a Primavalle o al Tufello cultura e coscienza di classe. E «coscienza nazionale», come si diceva allora. (Non è un caso se quando, nel `60, scoppiò nel Partito la polemica su Pasolini, quel gruppo dirigente si schierò dalla parte dell'autore di «Una vita violenta»). È così che è stato costruito il «partito nuovo», anomalo come una giraffa. Poi sono accadute tante cose e nel `69 ci siamo ritrovati, con Aldo, nel Manifesto. Ho voluto ricordare in questo giorno doloroso le pagine più antiche della sua storia di militante comunista, quegli anni in cui il centro delle nostre vite era quel palazzo un po' scalcinato fra corso Rinascimento e corso Vittorio, negli uffici e alla mensa dove per tanto tempo abbiamo continuato a consumare assieme il pasto di mezzogiorno e dove molti di noi, un po' più giovani, hanno imparato quasi tutto.
UN NASTRO DI PAROLE
«Ho conosciuto gli operai e i contadini in carcere»
di Alessandro Portelli
Nel 1987, aggirando un'antica soggezione, andai con Nicola Gallerano a parlare con Aldo Natoli per un numero su Roma dei Giorni Cantati. Ci raccontò l'impatto nel dopoguerra con una sconosciuta Roma popolare, in termini resi emozionanti da quel suo ritegno rigoroso, da un senso della propria diversità che fonda una passione senza populismo: «Io sono un meteco a Roma, un siciliano che ha vissuto sin dalla mia prima giovinezza qui», spiegava, «ma non posso dire di essermi mai profondamente acclimatato con gli umori popolari. In fondo, io prima di diventare comunista ero un giovane intellettuale aristocratico. O per lo meno pretendevo di esserlo. Ma stavo molto bene con loro; e in questo forse vi era il ricordo del modo come io mi ero proletarizzato, in un certo senso, quando stavo in galera. Però dal punto di vista culturale in fondo io ho mantenuto sempre questa ristrettezza - stavo per dire autonomia, ma preferisco dire ristrettezza aristocratica». «Nell'attività politica che ho svolto prima di essere arrestato, fra la fine del `35 e la fine del'39, non ho mai avuto un contatto con un operaio. Il partito ci indicava l'interdizione di avere contatti in ambiente operaio. Questo derivava (anche) dal fatto che l'ambiente operaio romano, di sinistra, comunista in particolare, era stato semidistrutto dalla repressione, e dall'infiltrazione, poliziesca. Quindi io non avevo mai conosciuto un operaio, un contadino. La mia prima conoscenza avvenne in carcere. E rese più agevole dentro di me lo svilupparsi di alcuni processi di mitizzazione relativamente alla classe operaia e ai contadini. Cioè, quando io ricordo i rapporti che io ebbi in carcere, con operai e contadini, debbo resistere alla mitizzazione. Capisci?» C'è chi mitizza la classe in astratto, e poi si dice deluso; e chi costruisce sulla conoscenza un legame che dura tutta la vita.
Riascoltando il nastro, mi accorgo che «capisci?» non è un intercalare ma la parola chiave: non racconta avventure, del passato, ma ci aiuta a capire che cosa è Roma, che cosa siamo noi. I fornaciai di Valle Aurelia, le donne di Trastevere che andavano al Divino Amore ma erano furiose contro l'articolo 7, il Quarticciolo («al Quarticciolo c'era il Gobbo, in quel tempo. Capisci? Quindi c'era un intreccio, fra le frange del partito e non solo questa piccola delinquenza locale ma il clan del Gobbo. E il Gobbo pretendeva di essere lui il comunista, lì»): «Capisci, noi avevamo verso il sottoproletariato delle borgate, una posizione che non aveva niente a che fare con il perbenismo. E in questo magma sottoproletario, con una percentuale altissima di immigrati del Sud - senza lavoro, gente che si arrangiava - il partito aveva un enorme prestigio. Questi vedevano il partito come lo strumento della redenzione». Non si trattava solo di andarci, nelle borgate, ma di riportarle dentro Roma: «La lotta contro il patto Atlantico: come avremmo potuto fare quella lotta nel centro di Roma se non ci fosse stata la partecipazione delle borgate? Ma alla fine del `47, sulle questioni della disoccupazione, noi facemmo uno sciopero generale che durò due giorni. Con una azione, organizzata, formidabile - di interventi nel centro e nella periferia. E perfino con azioni gappistiche: nel senso per esempio di paralizzare i trasporti distruggendo gli scambi dei tram; oppure spargendo i chiodi a quattro punte. Ma in certe borgate organizzavamo scioperi a rovescio. Per esempio, costruivamo le strade». Nel congedarci, raccontava: «Giorni fa mi ferma per strada un tranviere» (l'amore di Natoli per Roma proletaria è stato intensamente ricambiato) «e mi chiede: Natoli, che fai? E io: sono un comunista senza partito». È doloroso. Ma da quel giorno sono stato fiero di esserlo anch'io.
ALDO NATOLI
Vita e storia di un comunista «senza partito»
Aldo Natoli (Messina 20 settembre 1913- Roma 8 novembre 2010) è stato medico, antifascista e deputato del PCI per cinque legislature.
Laureatosi in medicina e chirurgia, fu inviato dall'Istituto italiano del cancro all'Institut du cancer a Parigi nel 1939; partecipò con Bruno Sanguinetti, Lucio Lombardo Radice e Pietro Amendola al gruppo comunista romano, una delle esperienze più emblematiche del nuovo antifascismo che si stava formando in Italia alla fine degli anni '30; stabilì, insieme con Bruno Corbi, un collegamento con il Centro estero del Pci a Parigi in stretto contatto con il fratello Glauco, lettore di lingua italiana all'Università di Strasburgo. Rientrato in Italia, fu arrestato nel dicembre 1939 insieme ai militanti del gruppo di Avezzano (tra cui Bruno Corbi e Giulio Spallone) e condannato a cinque anni di carcere dal Tribunale Speciale. La «scuola del carcere» fu, come egli stesso ebbe a testimoniare nel libro «Il Registro», decisiva per la sua definitiva «scelta di vita» comunista.
Dopo tre anni di reclusione a Civitavecchia, poté avvalersi di un provvedimento di indulto e di amnistia e fu scarcerato nel dicembre 1942. Dopo la breve parentesi del servizio militare, durante la quale si guadagnò la fama di medico antifascista, tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943 entrò nell'organizzazione del PCI. Partecipò alla Resistenza romana, lavorando alla redazione de l'Unità clandestina ed occupandosi dei contatti radio con le regioni liberate.
Dopo la Liberazione fu dapprima vicesegretario e poi segretario della Federazione di Roma e del Lazio del PCI, dedicandosi alla costruzione del «partito nuovo» attraverso una vasta azione di acculturazione politica e di crescita civile nei quartieri popolari e nelle borgate. Fu anche protagonista della grande stagione degli «scioperi a rovescio» dei braccianti e dei lavoratori del basso Lazio. Nel 1948 fu eletto deputato nel Lazio e riconfermato al Parlamento sino alle elezioni del 1972. Consigliere comunale di Roma dal 1952 al 1966, fu capogruppo del PCI in Campidoglio. Qui condusse una battaglia contro la politica delle amministrazioni centriste, contro il «sacco di Roma» da parte delle grandi società immobiliari, in stretto rapporto con le correnti culturali più avanzate in campo urbanistico. Nel 1956 entrò in contrasto con la direzione del Pci sull'invasione dell'Ungheria, pur continuando la militanza nel partito. Negli anni '60 fu impegnato sulle tematiche delle riforme di struttura, a cominciare dalla nazionalizzazione dell'energia elettrica. Nel 1965 fece parte di una delegazione del Pci che si recò in Vietnam, incontrando il presidente Ho Chi Minh e aprendosi ai temi dell'internazionalismo e della lotta per la pace.
Nell'ottobre 1969, dopo l'invasione della Cecoslovacchia, in dissenso con la direzione del Pci sui rapporti con il Pcus e sul «carattere socialista» dell'Urss, fu radiato dal partito con Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri e Luciana Castellina e fu tra i fondatori della rivista e del quotidiano il manifesto, per il quale curò il settore internazionale.
Distaccatosi dal gruppo e poi dal giornale, si è dedicato per un ventennio ad un'intensa attività storiografica, pubblicando saggi e volumi sul comunismo cinese, sulle origini del stalinismo, sulla storia del PCI e sulla vita e l'opera di Gramsci. Su questi temi ha svolto corsi presso l'Università di Urbino e seminari presso la Freie Universität di Berlino.
(s. d. r.)
Per chi guarda alla crisi in corso dal punto di vista di un mondo diverso alcune questioni già ampiamente dibattute in altre sedi possono essere date per scontate. Innanzitutto, se c'è o ci sarà una "ripresa" dalla crisi - il che è ancora da vedere - non sarà granché; dei tre principali indicatori con cui si misura l'andamento economico (Pil, profitti e occupazione), la ripresa potrà riguardare il Pil di alcuni paesi, i profitti di una parte, e una parte soltanto, delle imprese; ma sicuramente non riguarderà l'occupazione e i redditi da lavoro. Meno che mai possiamo pensare di andare incontro a una nuova fase di espansione economica, come quella dei cosiddetti "Trenta gloriosi" (1945-1975); per lo meno nella parte del mondo che ci riguarda. Investimenti e profitti sono ormai irreversibilmente disgiunti da occupazione e migliori condizioni di lavoro.
Il pianeta Terra è sull'orlo di un baratro dovuto all'eccessivo consumo di ambiente, sia dal lato del prelievo delle risorse che da quello dell'emissione di scarti, residui e rifiuti. Crisi economica e crisi ambientale sono indissolubilmente legate. Per questo, per garantire reddito e condizioni di vita e di lavoro dignitose a tutti è necessario un profondo cambiamento sia dei nostri modelli di consumo che dell'apparato produttivo che li sostiene. Consumi e struttura produttiva sono indissolubilmente legati: fonti energetiche rinnovabili, efficienza energetica, risparmio e riciclo di suolo e di risorse, mobilità sostenibile e agricoltura biologica, multiculturale, multifunzionale e a km0 sono i capisaldi del cambiamento necessario. Questo cambiamento impone una radicale inversione di paradigma nei processi economici, per sostituire alle economie di scala fondate su grandi impianti e grandi reti di controllo economico e finanziario (come il ciclo degli idrocarburi, dalla culla alla tomba) i principi del decentramento, della diffusione, della differenziazione territoriale, dell'integrazione attraverso un rapporto diretto, anche personale, tra produzione di beni o erogazione di servizi e consumo. L'esigenza di rilocalizzare e "territorializzare" produzioni e consumi riguarda ovviamente le risorse e i beni fisici (gli atomi) e non l'informazione e i saperi (i bit); ma questo corrisponde perfettamente al criterio guida di pensare globalmente e agire localmente.
Le attuali classi dirigenti, sia politiche (di maggioranza e di opposizione) che manageriali o imprenditoriali non sono attrezzate né sostanzialmente interessate a un cambiamento del genere. La crisi potrebbe sviluppare processi sia di compattazione autoritaria che di disgregazione del tessuto connettivo dell'economia e della società. In entrambi i casi, pericolosi per tutti. C'è pertanto bisogno di una diversa forza trainante, non solo per essere realizzare, ma anche solo per concepire e progettare nelle loro articolazioni qualsiasi trasformazione sostanziale.
Una forza del genere oggi non c'è, ma nel tessuto sociale di un pianeta globalizzato si sono andate sviluppando nel corso degli ultimi due decenni pratiche, esperienze, saperi e consapevolezze nuove, anche se prive di una "voce" commisurata alla loro consistenza o di collegamenti adeguati; sia per mancanza di risorse e di accesso ai media, sia, soprattutto, per le loro caratteristiche ancora in gran parte locali o settoriali. Ma per una riconversione di vasta portata non bastano la difesa, la rivendicazione e il conflitto; servono anche progettualità, valorizzazione dei saperi e delle competenze mobilitabili, aggregazione non solo dell'associazionismo, ma anche di imprenditorialità e di presenze istituzionali. Una aggregazione del genere delinea un perimetro variabile, ma essenziale, di una democrazia partecipativa - compatibile e per molto tempo destinata a convivere con le rappresentanze istituzionali tradizionali - le cui forme non potranno necessariamente essere simili dappertutto.
Ho evitato finora di nominare termini come decrescita, democrazia a Km0, conversione ecologica, socialismo, lotta di classe, partito e simili: parole che possono dividere. Cercando di porre l'accento su quello che unisce o può unire uno schieramento di idee, di pratiche e di organizzazioni più ampio possibile. Qui di seguito, invece, prendo posizione su questioni che possono non trovare più tutti d'accordo.
Innanzitutto ritengo che lo Stato e gli Stati siano la controparte e non gli agenti di una trasformazione come quella delineata, che non può essere governata o gestita, ma nemmeno progettata, dall'alto e in forma centralizzata. Tanto meno possono svolgere un ruolo del genere la finanza internazionale o gli organismi che la rappresentano a livello planetario o quelli in cui si articola il loro potere.
In secondo luogo, ritengo sacrosanta e irrinunciabile la difesa dell'occupazione e del reddito sui luoghi di lavoro, ma se si svolge senza mettere in discussione logica e tipologia dei beni e dei servizi prodotti, al di fuori di una prospettiva di riconversione della struttura produttiva e dei modelli di consumo vigenti, è una lotta perdente. Per esempio non porta a nulla chiedere che la Fiat produca più auto, che ne produca di più in Italia, che produca modelli a più alto valore aggiunto, cioè di lusso, che produca "auto ecologiche" (peraltro un ossimoro). Per questo ritengo fulcro della riconversione il passaggio dall'accesso individuale ai beni e ai servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso. Non si tratta di "collettivizzare" i consumi, ma di associarsi per migliorarne l'efficacia e ridurne i costi. Gli esempi a portata di mano sono i Gas (gruppi di acquisto solidale) che nel corso degli ultimi due anni si sono diffusi in modo esponenziale; quelli più promettenti sono l'associazionismo per gestire il risparmio energetico, installare impianti di energia rinnovabile o promuovere la mobilità flessibile. È un modello che può investire tutti i servizi pubblici locali: trasporti, energia, rifiuti, acque, manutenzione del territorio, welfare municipale. E poi cultura, spettacolo, istruzione, formazione professionale e permanente; ma anche riuso di beni dismessi o da dismettere, attraverso la promozione di una cultura e di una pratica della manutenzione.
Certamente c'è bisogno di un quadro programmatico generale, non solo di livello nazionale, ma anche internazionale. Ma in mancanza di soggetti e agenti in grado o disponibili a farsene carico - e comunque impossibilitati a realizzarlo nelle sue articolazioni territoriali - è a livello locale che si gioca la partita; oggi un disegno programmatico generale può nascere solo dal concorso di iniziative a carattere locale, ancorché concepite con un approccio e un pensiero globali. Per questo la salvaguardia o la riconquista di un ruolo fondamentale per i poteri locali - municipalità e i loro bracci operativi - assume una valenza strategica generale: cosa che la campagna contro la privatizzazione dell'acqua ha messo in evidenza.
Niente a che fare con il "federalismo" sbandierato dalla Lega. Non c'è mai stato tanto accentramento e tanta espropriazione dei poteri locali - dall'Ici alle decisioni sulla localizzazione degli impianti nucleari; dal sequestro dei fondi Fas al taglio dei trasferimenti e all'accentramento degli interventi straordinari nelle mani della Protezione civile, cioè della Presidenza del consiglio, cioè della "cricca" - come da quando la Lega è al governo. Ma la minaccia e l'ostacolo maggiori per qualsiasi prospettiva di cambiamento radicale dello stato di cose presente sono rappresentati dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali, promossa e portata avanti sotto le false sembianze della loro "liberalizzazione". Non solo perché essa sostituisce il profitto alla valenza e alle finalità sociali dei "beni comuni". Ma soprattutto perché il divieto o la limitazione dell' in house providing, lungi dal promuovere l'efficienza dei servizi, innescano processi di aggregazione e finanziarizzazione delle gestioni; e con esse un progressivo e violento allontanamento dei poteri decisionali dal territorio di riferimento in attività che sono essenzialmente "servizi di prossimità", la cui efficacia dipende dal grado di controllo e di condizionamento - ma anche di partecipazione e di coinvolgimento - che l'utenza riesce a esercitare su di essi. La vicenda dei rifiuti urbani della Campania, la cui gestione era stata affidata nella sua interezza a una multinazionale estranea al territorio, dopo essere stata sottratta, con l'istituto del Commissario straordinario e con la militarizzazione del territorio, al già debole controllo delle rappresentanze istituzionali e della contestazione dal basso, è un caso da manuale. Come lo è la vicenda del sequestro del servizio idrico privatizzato in provincia di Latina.
Per questo la promozione di forme nuove di consumo condiviso - che vuol dire controllo o condizionamento sulle condizioni in cui il bene o il servizio vengono prodotti, distribuiti o erogati - è al tempo stesso via e risultato di una democrazia partecipata che coinvolga la cittadinanza attiva e la faccia crescere in numero e capacità di autogoverno: protagonisti ne dovrebbero diventare, secondo le modalità specifiche proprie di ciascun attore, i lavoratori e le loro organizzazioni, il volontariato e l'associazionismo di base, le amministrazioni locali o qualche loro segmento, le imprese sociali e quelle, anche private, soprattutto se a base locale, disponibili al cambiamento. La progettazione e la realizzazione di questo passaggio richiede comunque un confronto aperto tra tutti gli interlocutori potenziali; un confronto che nella maggior parte dei casi andrà imposto con la lotta; ma che in altri potrà essere favorito dal precipitare della crisi.
Le proposte maturate e già sperimentate in anni di riflessione e di pratiche in seno ai movimenti sono vincenti. In un confronto aperto e trasparente non possono che prevalere. Il che non significa che si impongano anche le soluzioni proposte: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Il peggior nemico dell´attuale governo è il suo stesso premier. È lui il primo fattore della generale paralisi, denunciata da sindacati e produttori. E che aggrava "la fatica a crescere" del Paese come dice la Banca d´Italia. Lo stesso "federalismo fiscale" – che è diventato una specie di patto di sopravvivenza con i leghisti – è finora solo un castello di pezzi di carta: senza le cifre che contano e che non si possono determinare nell´incertezza del percorso di ripresa economica.
La legislatura oscilla tra immobilismo e confusione, come al Palio di Siena quando il mossiere non trova il momento buono per la partenza.
Vi è una causa che rende impossibile l’allineamento della sua stessa maggioranza. Ed è non solo e non tanto nella chiave giuridica di sospensione dei processi penali del premier, quanto nella recidività della sua condotta in border line con ogni norma. Quando un barlume di compromesso si intravede, è lui stesso a spegnerlo con nuovi "casi" personali. La Corte costituzionale, con tanta buona volontà, ha detto da anni che, con legge di revisione, si può tutelare l’interesse al "sereno svolgimento" delle funzioni proprie alle più alte cariche dello Stato. Ed ecco che la "serenità" dell´istituto presidenza-del-consiglio non è rotta dall’esterno per interventi giudiziari. Ma dall´interno con pratiche e giustificazioni di pubblico libertinaggio, di omofobia, di sviamento di indagini di polizia, di linguaggio blasfemo.
Non sono cose che si possono fare senza incorrere in responsabilità. Basta leggere la Costituzione al semplicissimo art. 54: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con onore". Quando, in epoche non sospette, i giuristi l´hanno interpretato, hanno scritto che "onore" è parola che riassume le regole di buon costume politico e sociale, le tradizioni di comune rispetto per le religioni, gli orientamenti sessuali, il colore della pelle degli "altri". Sono valori che ritroviamo oggi nella Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Violarli significa perciò fare atto non solo anti-italiano ma anche anti-europeo.
La mancanza del "senso dell’onore" - si scrisse ben prima del 1994 - significa la rottura di "norme di etica politica che non sono disponibili: nel senso che non possono essere lasciate al libero apprezzamento dei soggetti politici". Perché appartengono alla dignità non del singolo, che vi rinuncia, ma della Repubblica che ne è, temporaneamente, rappresentata. E si scrisse ancora che l´offesa all´"onore" repubblicano si verifica anche per "ipotesi che riguardano la sfera privata" di chi svolge in "affidamento" (come dice la Costituzione: cioè non in "proprietà") funzioni pubbliche.
Certo, ci possono essere comportamenti disonorevoli che non provocano immediate sanzioni giuridiche, ma soltanto riprovazione sociale: nazionale e internazionale. La stessa responsabilità istituzionale può incontrare difficoltà ad essere fatta valere con una sfiducia parlamentare pura e semplice, di portata politica generale. Basti pensare all´estrema fluidità della attuale situazione alle Camere (più sull’orlo di una crisi di nervi che di voti); alla perdurante pericolosità della nostra situazione economico-finanziaria.
Ma le responsabilità del premier possono essere sanzionate in altro modo. Dalle viscere della nostra esperienza costituzionale può venir fuori un altro rimedio per ristabilire il decoro nazionale. Un rimedio che, senza ricorrere a sentenze di giudici, inibisca, per censura personale all´attuale premier, la prosecuzione delle sue pubbliche funzioni. È la conventio ad excludendum, una "convenzione" politica di esclusione.
I paragoni valgono per quel che valgono gli strumenti oggettivi che richiamano: non certo per le situazioni e i protagonisti (oggi, di opposta caratura etico-politica). Ma sarebbe il riadattamento di quello strumento che per decenni impedì ai comunisti di partecipare al governo, pur prendendo una marea di voti. Il suo fondamento costituzionale era nella concezione di democrazia delle libertà che è propria della nostra Legge fondamentale. Il legame ideologico e organizzativo con l´impero sovietico negava, di per sé, che questa concezione potesse essere la stessa. Così il Pci - nonostante il suo decisivo contributo alla approvazione e alla attuazione della Costituzione repubblicana e alla tenuta degli equilibri profondi del Paese - era escluso dai governi. Un rifiuto che non si affidò, come altrove, a clausole di sbarramento elettorale né a decisioni di tribunali costituzionali. Ma fu un accordo di natura politica, di fatto.
Anche l’attuale premier ha avuto (e probabilmente conserva) una marea di voti. Anche lui vanta qualche merito politico nel suo passato. Ma oggi la incompatibilità alla presidenza del consiglio deriva semplicemente dalla abituale trasgressione del dovere costituzionale d´"onore" nei suoi compiti pubblici. Trasgressioni che provocano, a catena, sperpero di tempi politici, arresto di efficacia e di credibilità nell´azione di governo.
La confusione tra libertà e libertinaggio; la contemporanea rivendicazione di una propria privacy e l´offesa alla "privacy" degli altri (specie dei minori) con deteriori "stili di vita" propagandati come esemplari per l’intera Nazione; la palese ansia di complicità e di connivenze populiste nel banalizzare e normalizzare strappi comportamentali che nella stragrande parte di mondo non sono né banali né normali. Tutto questo non è in contrasto con una morale tipizzata o religiosa: è in contrasto con il laico modo di intendere le pubbliche funzioni nella Costituzione e nell´intera Unione europea. Non è una condanna moralistica o di costume. Ma una constatazione oggettiva. Come un macchinista ubriaco non può condurre un treno, così un premier sregolato non può guidare una Nazione. Nell´un caso e nell´altro non sono le condizioni personali che preoccupano, ma le loro ricadute sul diritto della collettività al buon governo della cosa pubblica.
Per questo, un accordo politico di tutti, o della maggior parte di tutti, troverebbe il suo fondamento costituzionale nella regola che impone un "onorevole" esercizio delle funzioni della Repubblica. Sarebbe una sfiducia "personale": ricostruttiva della soglia di decenza della politica, prima ancora che un accordo su comuni principi di azione pubblica nell’emergenza. Sarebbe, per singolare contrappasso, una intesa ad personam, per la prima volta conclusa contro di lui. Ma nel pubblico e non nel privato interesse.
Il verbale ha uno stile un po’ burocratico. Ma lascia intravvedere l’uomo colto e politicizzato. Forse anche spaventato. Per la precisione, è la trascrizione di un interrogatorio condotto da un ispettore di polizia nel carcere di S. Vittore il 28 maggio 1946. In uno dei punti cruciali, l’interrogato dice: «Fin dal 1943 io ed altri amici avevamo sviluppate alcune fondamentali idee politiche secondo le quali affermavamo essere necessario alla ricostituzione nazionale, una maggiore rivalutazione degli ambienti tecnici. In quell’epoca seguitavo ad occuparmi del mio lavoro professionale come consulente edilizio della cessata opera balilla. Iscritto al p.n.f. nel luglio del 1933, non ho avuto cariche di alcun genere. Nel novembre 1943 mi recai a Roma per incarichi professionali. All’avvicinarsi delle truppe Alleate, non avendo ancora liquidati alcuni compensi, mi recai al nord per liquidarli. Una frattura alla gamba mi immobilizzò e dovetti rimanere per oltre sei mesi all’Istituto Rizzoli a Bologna. Ancora degente, mi trasferii, verso il dicembre 1944, a Milano. Avvenuta la liberazione, ripresi le mie idee circa la costituzione di una corrente politica che poscia chiamammo “schieramento nazionale”, a carattere prevalentemente tecnico ed in merito avemmo a Milano molti aderenti».
Chi parla (o meglio, risponde all’ispettore) è Luigi Moretti: colui che, prima di Renzo Piano, è stata l’unica vera «archistar» internazionale che l’Italia abbia avuto. Un personaggio, com’è noto, complesso, capace di passare, quasi senza soluzione di continuità, da autentico, giovanissimo, «architetto del duce» (Foro Mussolini) ad architetto della Dc e del Vaticano. E non solo. Il testo che s’è visto, finora inedito, viene pubblicato in un libriccino senza pretese, curato da Daniela De Angelis, Luigi Moretti e i progetti di Galloro 1937-1942 ed edito da Gangemi (pp. 64, € 15,00). Uscito poco prima che aprisse la mega-mostra sull’architetto, in corso al Maxxi di Roma e all’Accademia di San Luca (con relativo mega-catalogo Electa, curato da Bruno Reichlin e Letizia Tedeschi), il libriccino è rimasto ignorato. Invece, senza dubbio, è il contributo più rilevante uscito in questo periodo, su questo talentuoso, complicato, discusso, cinico ma ancora misterioso personaggio.
Un contributo che chiude diversi problemi lasciati aperti da una biografia finora assai lacunosa, e forse non a caso (ancora, ogni tanto, dagli archivi di famiglia salta fuori qualche nuova carta). Insieme, getta qualche luce su quel fenomeno ben poco chiarito che fu il recupero dell’intellettualità fascista nell’Italia repubblicana. Aprendo però anche alcuni altri problemi e non piccoli. Moretti era entrato a San Vittore il 18 maggio 1946 e ci rimase fino al 19 giugno successivo. Così spiegano i documenti di polizia che De Angelis ha trovato all’Archivio centrale dello Stato (non tutti da lei pubblicati). Moretti rimase a San Vittore un mese e un giorno. E già questo è un dato nuovo. Era noto che Moretti era stato in carcere nel dopoguerra,ma non si sapeva esattamente per quanto tempo. Ed ecco il secondo dato: il motivo esatto dell’arresto. Moretti era il dirigente di un piccolo movimento politico che si preparava alle elezioni. Il nome era «Schieramento nazionale» e faceva parte della galassia neofascista fiorita nel dopoguerra, soprattutto a Milano. Lo scopo di questo movimento, ora sappiamo, sarebbe stato squisitamente «tecnico », come l’architetto s’affanna a spiegare nell’interrogatorio.
Forse quel termine «tecnico» si rifaceva al «partito dei produttori» di vetusta memoria fascista; o voleva dare dignità a gruppi intellettuali neofascisti che provavano a riemergere. Ma comunque impostava una tendenza che in futuro avrebbe avuto successo nell’estrema destra (si pensi al governo di «tecnici» di Sogno e Pacciardi). Come raccontano i documenti, era però anche una formazione infiltrata dalla polizia repubblicana. La quale procedette a un arresto in massa dei dirigenti dei movimenti neofascisti milanesi quando si rese conto che stavano per venire tutti ulteriormente infiltrati da forze neofasciste pericolose perché legate a elementi dell’esercito. Contro uno di questi, un tal Faccini, si scaglia anche Moretti nel suo interrogatorio. Passò poco più di un mese e la questura, ritenendoli poco pericolosi, decise di rilasciare molti degli arrestati, tra cui l’architetto. Ma, per cautela, continuò a monitorarli. E qui si apre il problema più rilevante. Uno dei rapporti della questura fornisce infatti altre notizie dell’architetto, sempre sottoposto ad «attenta vigilanza»: «non ha cessato, a quanto risulta, di svolgere una cauta attività politica, coerentemente agli ideali professati».
Il rapporto è del 23 novembre 1946. A quel punto, era già stata costituita la società Cofimprese, una finanziaria edile dove Moretti era associato col conte Adolfo Fossataro, personaggio poco noto e assai eclettico (nel 1953 produsse anche Viaggio in Italia di Rossellini). Entrambi erano neofascisti doc. Eppure, come ha raccontato Fossataro in un’intervista, di lì a pochissimo, nel 1947, riuscirono a ricevere dal Comune di Milano l’incredibile commessa per la costruzione di alcune «case albergo», la prima vera opera di ricostruzione a Milano: celebre tra tutte, e bellissima, quella di via Corridoni (si veda la mostra al Maxxi). Però la giunta era socialcomunista e l’assessore che appoggiò Fossataro e Moretti era il comunista Pietro Montagnani (per la verità Fossataro ha parlato di un Montagnana e Mario Montagnana era cognato di Togliatti).
Erano passati pochi mesi dall’arresto, pochissimo dal documento di questura che dichiarava che la futura archistar era ancora fascista e veniva tenuto d’occhio. Quelle case-albergo, finanziate con un’incredibile quantità di soldi, furono il trampolino di lancio per la nuova carriera di Moretti. Di lì a pochissimo tornò a lavorare a Roma e ingranò la sua ulteriore travolgente carriera all’ombra di grandi istituzioni di potere come la vaticana Società Generale Immobiliare.
Implacabili, si sono via via accumulati nel tempo (si approssima il ventennio) i materiali che ora ci presentano a tutto tondo la figura di chi ha dato il tono a questa fase: Silvio Berlusconi. Con una sorta di irresistibile perentorietà sono sempre più manifesti i tratti di una personalità in qualche modo emblematica di come oggi ci si possa affacciare sulla scena pubblica, conquistarla, segnarne i caratteri. Nasce da qui una nuova antropologia, che non è soltanto la somma e l´esibizione di antichi vizi italiani, ma è anche l´effetto di un loro impastarsi con la post-modernità del sistema mediatico, con la cancellazione della distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, con la personalizzazione estrema della politica.
Una volta di più, l´Italia come inquietante laboratorio, luogo di anticipazione e sperimentazione di modelli? È già avvenuto con Mussolini, che aveva sedotto anche le opinioni pubbliche di paesi democratici con la sua grinta. Oggi quelle opinioni pubbliche assistono sbigottite e, ahimè, divertite alla via italiana al "buon governo". Aveva ragione il vecchio Marx quando diceva che i fatti e i personaggi della storia «si presentano, per così dire, due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Solo che si tratta di una farsa che ci attira il dileggio degli stranieri, e fa ridere ben poco gli italiani. E quelle parole, ricordiamolo, erano poste quasi in epigrafe di quel classico delle disavventure della democrazia che è "Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte", l´altro Bonaparte, non quel Napoleone al quale Berlusconi ebbe l´ardire di paragonarsi, annunciando per sé un luminoso futuro da legislatore. Qui l´antropologia si tinge di megalomania, quella delle autorappresentazioni come salvatore del mondo, come consigliere indispensabile d´ogni capo di stato o di governo nel quale abbia la ventura d´imbattersi. Chi incitava a cogliere nel berlusconismo i tratti dell´innovazione, oggi dovrebbe riflettere non tanto sulle modernizzazioni autoritarie del secolo passato, ma piuttosto sul modo di questa nuovissima modernizzazione all´italiana. Senza dubbio Berlusconi seppe cogliere la Repubblica nel momento della sua massima crisi e si pose come "federatore" delle forze che potevano opporsi al centro sinistra. Ma, indubbio maestro nelle campagne elettorali, non è stato capace di trasformarsi in uomo di governo. Sì che oggi non solo la sua federazione si sbriciola, ma si ritrova con Fini come avversario e Bossi come padrone. Il fedele Fedele Confalonieri ne invoca ora costumi morigerati e lo incita a tornare alle origini. Impresa impossibile, perché proprio l´intreccio di troppi vizi privati e di nessuna virtù pubblica è all´origine della sua fortuna.
Così, le due "modernizzazioni", quella craxiana e quella berlusconiana sembrano avere lo stesso esito - una eredità di macerie. Ma se vittima di Craxi fu solo il Partito socialista, oggi rischia d´esserlo la stessa democrazia italiana. In realtà, Berlusconi ha portato a compimento quella mutazione genetica intravista da Enrico Berlinguer al tempo del craxismo trionfante, e che ora s´incarna in una nuova prepotente antropologia che tende a trasfondere una autobiografia personale nell´autobiografia di una nazione. Se non ha governato, certamente Berlusconi ha trasformato il paese. Lo ha fatto con l´uso delle sue televisioni che facevano intenzionalmente regredire i telespettatori a fanciulli incolti; che li degradavano non a consumatori, ma a "consumati" dalla pubblicità (come scrive Benjamin Barber); che li consegnavano ad una informazione manipolata. Quando è "sceso in campo", aveva già pronto il suo elettorato, frutto di una trasformazione in cui già si potevano cogliere i tratti del populismo berlusconiano: l´appello diretto ai cittadini che, convocati in piazza, venivano aizzati contro il nemico o ossessivamente chiamati a rispondere "sì" a qualsiasi domanda; la riduzione delle persone a "carne da sondaggio"; le donne neppure oggetto rispettabile, ma pura carne da guardare (le premonitrici ragazze di Drive In) o di cui impadronirsi. Non l´"amore per le donne", ma le donne come suo personalissimo "logo". Il tratto possessivo di questa antropologia politica è evidente. Il potere come esercizio di qualsiasi pulsione, con una brama proprietaria che non tollera limiti. La bulimia di volersi impadronire di tutto e lo sbalordimento che lo coglie quando accade che gli si chiede di rispettare qualche regola, di sottoporsi a qualche controllo. Proprietario di tutto. Delle istituzioni. Delle persone che lo circondano, fedeli o traditori. Della stessa verità, che modifica a suo piacimento. Il senso dello Stato democratico è perduto, al suo posto troviamo lo Stato patrimoniale dove le risorse pubbliche sono nella piena disponibilità del sovrano. Uno Stato personale, dove vige la volontà del principe sciolto dalle leggi.
E qui si coglie un altro tratto originario di questa antropologia. Quella dell´imprenditore, per il quale la democrazia si arresta ai cancelli della fabbrica. Quella del capo azienda, che seleziona le segretarie "di bella presenza".
Il caso Ruby è la sintesi, l´epitome, la rivelazione definitiva di tutto questo. Senza freni, Berlusconi si rivolge ai corpi dello Stato come se fossero cosa propria. Si fa gestore della vita delle persone incurante d´ogni regola. Si manifesta come rappresentante di una borghesia compradora, che ritiene di potersi impadronire di tutto ciò che è alla sua portata. È qui la ragione del suo successo, la nuova antropologia dell´italiano che non trova riscontro nelle descrizioni di Giulio Bollati o nell´antitaliano di Giuseppe Prezzolini?
Ma si fa pure strada la consapevolezza che un limite sia stato varcato, che non si possa più accettare ogni prepotenza. Ecco, dunque, giungere in soccorso quelli che gli costruiscono una giustificatrice genealogia erotica di statisti, evocando Cavour e Kennedy (non mi pare sia stato ricordato il presidente della Repubblica francese Félix Faure, morto in un salone dell´Eliseo vittima delle cure di una antesignana di Monica Lewinski: lo aggiungo io, a buon peso). Altri dicono che in Italia così fan tutti, prevaricando, chiamando prefetti e questori. Attraverso la giustificazione di Berlusconi si intravede una autoassoluzione di massa. E invece no, è tempo di finirla con queste miserabili descrizioni del carattere degli italiani, e cominciare a cercare quello che un tempo si chiamava un "riscatto".
Del potere non si può fare a meno; per questo, occorre limitarlo. Scriveva Hannah Arendt che il potere non ha bisogno di giustificazioni «in quanto è inerente a ogni comunitá politica». Ciò di cui ha bisogno è la legittimità. L´esercizio regolato e in pubblico del potere politico consente la limitazione che meglio si accorda con la legittimità e la libertà individuale, ovvero con i principi e la pratica della democrazia costituzionale. Arendt scriveva nel 1971, a commento di quanto l´opinione pubblica americana stava scoprendo, grazie alla stampa: uno schema di abuso sistematico di potere messo in atto dalla Casa Bianca per coprire il ruolo dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato in Indocina e in Vietnam a partire dalla Seconda guerra mondiale.
Arendt metteva a nudo la manipolazione delle informazioni, la menzogna scientemente orchestrata, la violazione della costituzione e dei diritti civili. Coprendosi dietro il pretesto di fare gli interessi nazionali, i leader americani si curavano invece di salvaguardare la loro immagine. Coprivano le loro reali intenzioni e azioni per essere creduti limpidi dal pubblico. Presumevano, dunque, che il potere politico fosse pubblico proprio mentre lo usavano come un fatto privato – per questo la loro azione doveva restare nascosta, perché impropria secondo le leggi, ovvero perché un abuso.
L´abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi, facendone oggetto di raggiro, mettendoli nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza, lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole. L´abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e dall´altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per il potere con un´escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e l´abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare. Da questa concezione liberale ha preso forma l´idea che l´unica legittimità che il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere (limitazione nella durata e nell´intensità grazie alle elezioni, ai controlli di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d´arbitrio non è più potere politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta tutta qui.
Le riflessioni di Hannah Arendt si adattano come un guanto a ciò che sta avvenendo nel nostro paese. Il fatto che invece di una guerra ingiusta ci siano in ballo relazioni erotiche con minorenni e giovani donne non cambia la natura dell´arbitrio. Semmai la rende più sordida e avvilente. Ma anche nel caso italiano la manipolazione, la confezione ad arte dei fatti, e il nascondimento sono le armi usate da un governo, che, ci ha spiegato Giuseppe D´Avanzo, ha istituito un "tavolo di crisi" per riscrivere "la verità del premier sulla telefonata in questura". Al nascondimento del vero si è aggiunto lo stravolgimento studiato dei fatti (con risvolti che mettono l´Italia in pessima luce nelle relazioni internazionali) perché nella telefonata fatta per convincere a rilasciare la minorenne si è detto che la ragazza era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il presidente del Consiglio italiano usa la sua autorità di garante dell´interesse nazionale per coprire una sua azione illecita. Abuso a tutto tondo, e inoltre presa in giro del proprio Stato e coinvolgimento mendace di uno Stato straniero.
In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria "per i reati commessi nell´esercizio delle loro funzioni" in seguito all´autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati (Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sopposta a revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa in "stato d´accusa", una formula simile all´impeachment americano). Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico, stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita, il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L´abuso blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l´esercizio un fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza, discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del potere e lo piega ai suoi interessi.
L´intervista/Bill Emmott, ex direttore dell´Economist
Se dimettersi è un obbligo
Per dieci anni direttore dell´Economist, Bill Emmott dedicò varie copertine a Berlusconi, inclusa una diventata famosa che lo definiva, a causa del conflitto d´interesse e dei suoi processi, "indegno di governare". Conosce bene il nostro paese, ci ha appena scritto un libro intitolato Forza, Italia, sottinteso: forza, Italia, liberati di Berlusconi e riprendi a volare. Ma anche lui è stupito degli ultimi sviluppi: «Un simile abuso di potere sarebbe inconcepibile nel mondo anglosassone e in qualsiasi paese democratico».
Che cosa la colpisce di più?
«Tutti i politici chiedono e ottengono favori. Tutti cercano di abusare del proprio potere. Ma se c´è un confine invalicabile è il lavoro della polizia. Cercare di influenzare una decisione delle forze dell´ordine è un abuso che in Gran Bretagna, in America, ma pure in Giappone o in Germania, condurrebbe dritto alle dimissioni di chi ne è responsabile».
Nel Regno Unito, veramente, ci sono stati ministri che si sono dimessi per molto meno.
«Certamente. Peter Mandelson fu costretto a dimettersi perché accusato di avere aiutato un uomo d´affari a ottenere la cittadinanza britannica. Un´accusa peraltro mai provata in un tribunale e di cui lui continua a professarsi innocente. Ma Blair, allora premier, ritenne che il comportamento di Mandelson, sebbene legale, desse un´impressione di improprietà e questa era diventata un danno per il partito laburista e dunque per il governo. Quindi ne chiese le dimissioni».
Il ministro degli Interni David Blunkett si è dovuto dimettere per una nanny…
«Sì, per avere apparentemente chiesto l´accelerazione della pratica che doveva assegnare o respingere il permesso di soggiorno della baby-sitter straniera di una sua amica, o meglio della sua amante. Quella nanny ha poi ottenuto il permesso, perché ne aveva tutto il diritto. Ma l´intervento del ministro è bastato a farlo dimettere».
Cos´è che tiene così severamente a bada gli abusi del potere, in Gran Bretagna e altrove?
«Da un lato il senso etico. La fairness, l´imparzialità, l´equità, è un dovere di chi governa la cosa pubblica e la gente si aspetta che venga rispettato. Poi ci sono i regolamenti: norme che dicono cosa i membri del governo possono fare e non fare, amministrate dal civil service, funzionari dello stato non schierati politicamente. Nell´Italia berlusconiana forse è difficile immaginare che una simile imparzialità sia possibile, ma in questo paese e in America succede».
E che ruolo hanno i media?
«Fondamentale. Stampa e tivù vanno all´attacco di qualsiasi sospetto di comportamento improprio. Senza distinzioni di parte. Il Telegraph, quotidiano conservatore, ha screditato decine di deputati dei Tories nello scandalo sui rimborsi spese. La Bbc, diretta da laburisti, ha dato del bugiardo a Blair per i dossier sulle armi in Iraq».
Quindi, tradizione etica, norme severe e un´informazione libera. Eppure gli abusi di potere ci sono anche all´estero.
«La corruzione del Giappone è leggendaria. E negli Usa basta dire Watergate, il padre di tutti gli abusi politici. Ma raramente chi abusa del proprio potere la fa franca, come dimostrano sia la fine di Nixon nel Watergate, sia gli innumerevoli leader giapponesi travolti da scandali di corruzione».
Cosa c´è dunque di insolito nel caso italiano?
«Due aspetti. È l´abuso di un´istituzione statale nei confronti di un´altra: il governo che dice alla polizia cosa deve fare. E poi il fatto che il responsabile, Berlusconi, non si dimette. Almeno per ora».
Perché l´Italia è il paradiso dell´abusivismo? E perché solo l´Italia, visto che è difficile persino tradurre in inglese o in francese l´espressione "abusivismo edilizio"? Sono le domande che percorrono Breve storia dell´abuso edilizio in Italia. Dal ventennio fascista al prossimo futuro (Donzelli, pagg. 166, euro 16,50), il libro che l´urbanista Paolo Berdini ha dedicato al fenomeno che attraversa la storia del nostro paese con la regolare continuità di un ciclo industriale e che viene considerato, dal Lazio in giù, un modo d´essere dell´attività edilizia, assimilato all´abitudine di parcheggiare in seconda fila.
Correttamente Berdini risponde che sono tanti i motivi per cui in Italia si può costruire violando le norme. Ma uno emerge. In Europa esiste «un patto sociale riconosciuto», per cui la pianificazione urbanistica è accettata dalle autorità pubbliche, dagli operatori economici e dai cittadini. Da noi, invece, vige il patto non scritto - o persino scritto - fra chi amministra e chi è amministrato tendente a ignorare le regole, perché in fondo edificare viene considerato un diritto insito nel possesso di un suolo. Se si è proprietari di un´area, tirar su una villetta, una batteria di casette, allestire un capannone industriale, scavare una piscina è attività che si può realizzare sia chiedendo sia non chiedendo un´autorizzazione. Dipende dalla convenienza. D´altronde per tre volte, nel 1985, nel 1994 e nel 2004, il parlamento ha varato condoni, dimostrando di considerare la sanatoria degli abusi un normale sistema di governo del territorio, una specie di pianificazione dell´illecito. Tanto più che gli abbattimenti, pur previsti per legge, sono il frutto della generosa volontà di qualche amministratore o di qualche magistrato, subito però scoraggiata.
Le cifre che Berdini colleziona sono impressionanti. 4 milioni 600 mila abusi realizzati dal 1948 a oggi, cioè 74 mila ogni anno, 203 al giorno. In insediamenti costruiti illecitamente vivono 6 milioni di persone. Da un´altra rilevazione risulta che nel Sud si concentra quasi la metà di tutti gli abusi. Se si aggiunge il Lazio si arriva oltre il 64 per cento.
L´abusivismo, si legge nel libro, nasce durante il fascismo e forse addirittura prima. Ma è negli anni Cinquanta che cresce vorticosamente, in particolare a Roma e nel Mezzogiorno. La causa generalmente indicata è l´assenza di un intervento pubblico nell´edilizia che risponda al bisogno di case a poco prezzo. Spiegazione fondata, ma che non chiarisce, sottolinea Berdini, perché a Milano e a Torino l´abusivismo sia marginale rispetto alla campagna romana. Esiste un´epopea popolare dell´abusivismo anni Cinquanta e Sessanta, documentata in tanta letteratura e tanto cinema. Ma ad essa si sovrappone con il tempo l´elemento speculativo. Non c´è solo il capofamiglia che mette mattoncino di tufo su mattoncino di tufo e fabbrica la casa per sé e per i figli. Sulla necessità dei più deboli piomba lo speculatore che lottizza, costruisce e vende senza chiedere licenza.
In ogni caso, dalla fine degli anni Settanta questo abusivismo lascia il posto all´abusivismo di pura valorizzazione. Le coste di Sicilia, Calabria e Campania massacrate da un´orda di seconde case. Le aree pregiate della campagna romana puntellate da ville. Le palazzine nella Valle dei Templi di Agrigento. Gli insediamenti in zone fragili (Sarno e Messina, per esempio). I 280 mila metri cubi del costruttore Domenico Bonifaci a qualche centinaio di metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano a Roma. Le ville, i concessionari d´auto e gli sfasciacarrozze nell´Appia Antica. E poi le piscine a Roma per i mondiali di nuoto. Le case a ridosso del Vesuvio.
Le conseguenze dell´abusivismo sono pesanti. Le città si sfasciano, i paesaggi vengono violentati, aumentano i rischi di frane e di esondazioni. Inoltre l´abusivismo costa. I condoni servivano, si sentiva dire, a rimpinguare le casse delle amministrazioni pubbliche: ma Berdini, conti alla mano, dimostra il contrario. Il libro proietta lo sguardo sul futuro. L´abusivismo è destinato a continuare perché la pratica dei condoni non si è arrestata. E l´esperienza insegna che i condoni non occorre farli, basta prometterli per scatenare la corsa al mattone illegale.
Come ricorda Vezio De Lucia nella Prefazione al libro (L.Scano, Venezia : terra e acque, Appendice a cura di E. Salzano, Corte del Fontego, Venezia 2009, pp.408 € 22) Luigi Scano incarnava una figura intransigente di urbanista. Per questo «Rivendicò sempre la sua autonomia nei confronti della committenza. Non aveva dubbi sulla natura strettamente politica della materia urbanistica, ma non si considerò mai un puro tecnico asservito alla politica, e quindi pronto a sottoscrivere qualunque “scelta politica” come salvacondotto per legittimare ogni tipo di operazione». E la stoffa di questo modo di essere urbanista traspare nitidamente nelle dense pagine del testo che oggi rivede la luce, in una edizione più accurata, dopo la prima pubblicazione del 1985.
E’ un grande saggio sulla storia di Venezia articolato in capitoli che scandiscono in successione le trasformazioni che hanno investito la città nel corso dell’età contemporanea.
Il testo si regge, innanzi tutto, su un’unità di stile. Sia nei capitoli iniziali, dedicati alla caduta della Repubblica, ai saccheggi operati ripetutamente dai Francesi, alle manomissioni del periodo austriaco, sia nel seguito delle vicende tardo-novecentesche (quando l’autore è anche un protagonista delle vicende narrate) la prosa di Scano è sempre puntigliosamente analitica. Egli esamina e racconta i fatti, i personaggi, le lotte con una presa descrittiva e interpretativa densa, che tende sempre a restituire al lettore la complessità delle vicende narrate.
A tale unità di scrittura corrisponde una non meno forte e coerente linearità di concezione. Scano è pienamente consapevole di due aspetti fondamentali di quella vicenda. Venezia deve la sua fortuna e la sua gloriosa durata al mantenimento di un complesso e delicato equilibrio ambientale. Essa è una creatura anfibia, vive tra terra ed acqua. E tale equilibrio non ha nulla di “naturale” e spontaneo. Al contrario: lasciate a se stesse le forze in atto intorno alla città tenderebbero a interrare la laguna, a ricoprirla di paludi, dunque a distruggere Venezia come centro marittimo. Quell’equilibrio, dunque, è frutto di una politica lungimirante delle classi dirigenti veneziane. Si deve ai governanti della città se per oltre 7 secoli, grazie una manutenzione quotidiana (lo scavo dei canali) e al bando dei fiumi dalla laguna, Venezia ha conservato la salubrità del suo habitat e la sua preminenza economica e politica nel bacino del Mediterraneo.
Ed è il venir meno di questa capacità di governo che segna l’avvio di una storia sempre più inclinata verso l’alterazione dell’ambiente, e il complicarsi dei problemi economici, sociali e demografici della città. Potremmo dire che il libro di Scano ha un suo tema preminente: racconta la vicenda del declino politico e della parallela perdita di controllo della città sul proprio territorio. E’ una storia che comincia con «la frammentazione e l’appropriazione privatistica del territorio» e che conduce alla progressiva emarginazione di Venezia come città di mare padrona della sua laguna.
In età contemporanea Venezia è soggetta a forze esterne troppo grandi per poter restare padrona del proprio destino. Nuove gerarchie spaziali la trascinano verso terra. Già nel 1846 gli Austriaci costruiscono il ponte ferroviario che farà perdere alla città la sua millenaria insularità. Ma è soprattutto nei primi decenni del XX secolo che sulla terraferma vanno sorgendo nuovi poli di attrazione destinati a condizionare la vita del centro cittadino.
Gran parte del libro di Scano illustra dunque i problemi che Venezia deve affrontare nel corso del Novecento. Sono problemi interni, come ad esempio la questione sempre grave delle abitazioni. Oppure, dà minutamente conto degli interventi condotti sul tessuto urbano, delle lotte intorno al piano regolatore.
Ma Venezia, nonostante il suo trascinamento verso terra, non è una città qualsiasi. E’ sempre una città che vive in un habitat speciale. A ricordarlo a tutti è l’alluvione del 4 novembre del 1966. In quella giornata drammatica, che vide Venezia affondare sotto un metro e 94 cm. di acqua , con danni agli edifici, ai beni, alle difese a mare, i più attenti osservatori capirono che quell’evento era un risultato di lunghe trasformazioni e a un tempo una nuova minaccia per l’avvenire. L’alluvione del 4 novembre segna quasi un’inversione storica nei problemi ambientali di Venezia. Per secoli impegnata a impedire l’interramento della laguna ora essa si trova a fronteggiare un nuovo nemico, che in passato aveva tenuto a bada più facilmente che non il materiale dei fiumi: il sollevamento del mare. Il nuovo squilibrio che ora minaccia Venezia è figlio di tutte le trasformazioni che si sono operate nella laguna tra Ottocento e Novecento. Perduta la visione d’insieme che la Repubblica possedeva, e che guardava alla laguna e alla vasta Terraferma come a un territorio unitario, sorretto da complessi equilibri, Venezia è stata sempre più governata come un centro a sé, senza riguardi agli effetti che le manomissioni al suo intorno riverberavano sulla città. Distruzione di migliaia di ettari di barene, profondamento delle bocche di porto, interramenti estesi lungo il margine lagunare, in una parola il restringimento del bacino lacustre per ragioni di sviluppo industriale hanno esposto Venezia ai nuovi rischi dell’età contemporanea: la tendenza alla sommersione ad opera del mare.
Gran parte del libro è impegnato soprattutto a ricostruire i progetti, i dibattiti, le lotte politiche di vari protagonisti (partiti, amministratori, urbanisti) che per quasi mezzo secolo si sono misurati e scontrati sui temi della salvezza di Venezia dopo i fatti del 1966. E qui sta forse il valore specifico di questo testo. Perché a scrivere è un grande competente di problemi urbanistici, un intellettuale che conosce la storia della città, che partecipa direttamente alle battaglie di cui tratta e dunque è un cronista in trincea. Una registrazione di eventi effettuata sul campo e dunque partecipe, che tuttavia non toglie nulla al rigore della narrazione, sempre vigile e attenta a motivare l’analisi e la critica con argomentazioni fondate e razionali.
Il libro può essere ordinato rivolgendosi direttamente all’editore, Corte del fòntego . In eddyburg una serie di cartelle dedicate a Gigi.
Un pirata umanista si aggira per il paese. «Dice Marx che essere radicali significa andare alla radice delle cose, e alla radice di ogni cosa c'è l'essere umano», ha detto al recente congresso di Sinistra Ecologia Libertà. «C'è bisogno di un nuovo umanesimo», aveva detto già a settembre alla festa del Pd, citando un libro dell'ex-partigiano Alfredo Reichlin. L'iperliberismo che gira come una macchina impazzita, un'economia e un potere sempre più ridotti a tecnica nichilista - e Nichi Vendola col suo orecchino da pirata parla di umanesimo. Di una vita umana indisponibile alle centrifughe del mercato. Un visionario? Un illuso? Un leader coraggioso o un bravo paroliere?
Speranze e incognite intorno a quest'uomo hanno avuto un'impennata dalla scorsa primavera. Dalla rielezione come governatore, una serie di apparizioni pubbliche e di comizi in tutta Italia ha segnato un crescendo di carisma comunicativo. «Ho seguito il suo discorso per radio. Un nodo in gola dopo l'altro», mi ha scritto una conoscente all'indomani del congresso di Firenze.
È l'effetto che fa a molti Nichi Vendola. Un senso di improvviso ritrovamento. «Ci siamo smarriti e ci siamo ritrovati», ha sussurrato lui sul palco di Firenze. Smobilitare l'emotività di sinistra dopo due decenni di grande gelo non è impresa facile, ma la retorica di Vendola ha sviluppato, a questo scopo, un'impressionante potenza di fuoco. Nel suo tipico discorso, senza gobbo e senza appunti, il governatore sa scegliersi gli interlocutori: che sono di volta in volta il senso civile, il cuore e la testa di chi ascolta. Ethos, pathos e logos. Il linguaggio è suggestivo: vecchi termini da apparato comunista e altri da parabola evangelica, metafore poetiche e citazioni letterarie recenti, citazioni di canzoni e termini sociologici, parole sofisticate - come il celebre "ultroneo" pronunciato in più occasioni - e termini popolari - l'altrettanto celebre "vaffanculo" a Gasparri.
Ci sono parole sterilizzate da anni di berlusconismo. A una su tutte, "libertà", Vendola vorrebbe restituire peso legandola ai temi dello scontro sociale. A Padova, quest'estate, al festival di Radio Sherwood: «Il capolavoro del berlusconismo è stato aver compiuto la separazione di due parole che nel Novecento si erano intrecciate, lavoro e libertà». Questione ribadita in più occasioni. Fino al congresso di Firenze, rispondendo a distanza alla dottrina neomanageriale di Marchionne: «Il lavoro nell'epoca premoderna era pietra di scarto, nella modernità è diventato pietra angolare, misura di civiltà e democrazia. Da qui non possiamo fare marcia indietro, dobbiamo piuttosto fare marcia avanti».
A completare il quadro c'è un sottotesto di suggestioni spirituali. È questa la parte che irrita di più a sinistra, ma anche la componente che fa vibrare a fondo il racconto vendoliano, fornendone la tensione visionaria. Quindi, per sdrammatizzare, improvvisi lampi di ironia e un felice intuito pop: come quando, a Firenze, ha chiuso citando una canzone di Battiato. «Vorremmo dire a ogni persona che ci prenderemo cura di lei».
La suggestione del linguaggio sembra per Vendola una sorta di rompighiaccio, uno strumento per far breccia nell'auditorio e aprire la strada alla possibilità di nuove sintesi. Si può amare la famiglia tradizionale e accogliere quella alternativa, si può essere omosessuale e ispirarsi alla morale evangelica, si possono citare Gramsci e Aldo Moro, Fassbinder e Tonino Bello, si può essere radicali e dialogare a tutto campo, si può essere agguerriti contro i sostenitori del liberismo e restare perfettamente non-violenti. Gandhi rimane una stella polare dichiarata.
A proposito di sintesi. Prima del congresso di Sinistra Ecologia Libertà, la mia ultima volta a Firenze era stata per il Forum Europeo dei movimenti nel 2002, quello contro cui si era scatenata la Fallaci. Ed era proprio da quella volta che non vedevo una tale sintesi di presenze e di facce umane. Pacifisti e ambientalisti, ragazzi new global e vecchie stelle della sinistra, femministe e cattolici sociali, sindacalisti e cani sciolti. Militanti fedeli alle strutture e giovanissimi cresciuti nella socialità liquida del web. Il lavoro sincretico di Vendola si fa sempre più inclusivo. Anche se in questo quadro ecumenico non mancano le incrinature.
A volte, sotto la pioggia di ovazioni, viene il sospetto che il leader sia un poco solo. Chissà se davvero tutti accettano le sue sintesi. Quando parla di Israele, quando mette sullo stesso piano i diritti di Israele e quelli dei palestinesi, davvero tutti sono disposti a questa equidistanza?
Sul fronte degli scettici, c'è chi prova fastidio per le acrobazie linguistiche. Chi lo accusa di troppa poesia e pochi fatti. Chi lo accusa di essere pasoliniano - lo ha fatto Miriam Mafai - come se la cosa fosse sinonimo di scarso realismo. A volte i discorsi di Vendola suonano come un assolo di free jazz. Bellissimi e imprendibili. Sullo sfondo resta la differenza, per usare una vecchia distinzione di Umberto Eco, tra persuasione e suasione. Retorica costruttiva o spire di fumo?
A Nord, ci si chiede se Vendola saprà parlare agli imprenditori padani. Se saprà parlare a un elettorato sedotto dal discorso molto più livido, ma in qualche modo altrettanto caldo - un discorso che esprime insieme "rancore e calore", secondo una definizione di Gianfranco Bettin - della Lega. In realtà qualche incursione c'è già stata. Come quella al convegno di Confindustria di Vicenza, a giugno, dove Vendola ha sfoderato un tono affabile eppure poco accomodante, strappando applausi.
Ciò che forse manca, a questo punto della parabola vendoliana, è completare la forza simbolica delle parole. Non tutti ricordano l'impegno di Vendola nell'antimafia, il pacco-bomba sotto il palco, le missioni a Sarajevo, non tutti conoscono il lavoro fatto nella sua regione, le politiche energetiche. Il rischio è restare confinato allo stereotipo del bravo oratore. Grandi parole, ma saprà governare? Andare a Pomigliano e a Melfi sono atti extra-verbali di forte impatto. Ne servono di ulteriori. Anche Gandhi ebbe la sua Marcia del Sale. Qualunque forma prenda, qualunque cosa sarà, la grande marcia di Nichi dovrà essere verso il Nord e verso chi lo considera poco più di un paroliere.
Le recenti cronache dell’Italia berlusconiana che raccontano l’ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato «bunga bunga» mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L’indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent’anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l’indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l’intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent’anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Lo scandalo «bunga bunga» non è che l’ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.
Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l’appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.
Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell´ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell’opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.
Per dieci anni l’istituzione «governo» ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l’istituzione «Parlamento» è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il «Capo» e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia. Questa situazione ha avuto il sostegno di quell’Italia che la diseducazione di massa aveva privato d’ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l’esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza «per rilassarsi», degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c’è giorno in cui quell’Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.
Lo scandalo «bunga bunga» è stato l’ennesima riprova di tutto questo. La magistratura sta indagando sugli aspetti tuttora oscuri di questa incredibile vicenda della quale tuttavia due punti risultano ormai chiari e ammessi dallo stesso Berlusconi: la sua telefonata al capo gabinetto del Questore di Milano nella quale chiedeva il pronto rilascio della minorenne marocchina sua amica nelle mani «sicure» di un’altra sua amica da lui fatta inserire da Formigoni nel Consiglio della Regione lombarda, e l’informazione da lui data alla Questura che la minorenne in questione era la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Queste circostanze ormai acclarate superano ogni immaginazione e troverebbero adeguato posto nell’ultimo romanzo di Umberto Eco dove il protagonista ricalca per alcuni aspetti «mister B» per le sue capacità d’inventare il non inventabile facendolo diventare realtà.
La cosa sorprendente e stupefacente non è nella pervicacia con la quale Berlusconi resta aggrappato alla sua poltrona e neppure la solidarietà di tutto il gruppo dirigente del suo partito e della sua Corte, che fa quadrato attorno a lui ben sapendo che la sua uscita di scena sarebbe la rovina per tutti loro. La cosa sorprendente è che – sia pure con segnali di logoramento e di sfaldamento – ci sia ancora quella certa Italia il cui consenso nei suoi confronti resiste di fronte alla grottesca evidenza di quanto accade. Questo è l’aspetto sorprendente, anzi sconvolgente, che ci dà la misura del male che è stato iniettato e coltivato nelle vene della società e questo è il lascito, il solo lascito, di Silvio Berlusconi.
Sua moglie Veronica, in una lettera pubblicata un anno e mezzo fa, lo scolpì in poche righe, stigmatizzò l’uso che il marito faceva del potere e delle istituzioni, i criteri di reclutamento della «sua» classe politica imbottita di «veline» e di attricette che avevano «ceduto i loro corpi al drago» e concluse scrivendo: «Mio marito è ammalato e i suoi amici dovrebbero aiutarlo a curarsi seriamente».
Quello che sta accadendo lo dimostra e lo conferma: quest’uomo è gravemente ammalato, l´attrazione verso donne giovani e giovanissime è diventata una dipendenza che gli altera la mente e manda a pezzi i suoi freni inibitori.
Dovrebbe esser seguito da medici e da psico-terapeuti che lo aiutassero a riprendersi; ma sembra di capire che sia seguito da persone reclutate con tutt’altro criterio: quello di immortalare le apparenze della sua giovinezza in tutti i sensi. Ma così non fanno che aggravare il male.
* * *
È ormai evidente agli italiani normali e normalmente raziocinanti, il cui numero sta fortunatamente aumentando, che questa situazione non può continuare. In qualunque altro paese dell’Occidente democratico sarebbe terminata da un pezzo per decisione dello stesso interessato e del gruppo dirigente che lo attornia. Ma qui le cose vanno in un altro modo e sappiamo perché. Tra lui e i suoi accoliti, uomini e donne che siano, esistono vincoli che non si possono sciogliere perché ciascuno di loro (quelli che contano veramente) ha le sue carte sul Capo e lui ha le sue carte su tutti gli altri. Così per Previti, così per Dell’Utri, così per Scajola, così per Verdini, così per Brambilla ed altri ancora.
A questo punto tocca a tutti coloro che ritengono necessario ed urgente porre fine al «bunga bunga» politico, costituzionale e istituzionale, staccare la spina.
Presentare una mozione di sfiducia che vada da Bersani a Fini e da Casini a Di Pietro, che abbia la funzione che in Germania si chiamerebbe «sfiducia costruttiva». Esponga cioè il programma che quell’arco di forze vuole attuare subito dopo che la sfiducia sia stata approvata e che si può riassumere così:
1. Indicare al Presidente della Repubblica l’esistenza di una maggioranza alternativa che gli consenta di nominare un nuovo governo, come la Costituzione prevede.
2. Elencare alcuni temi programmatici a cominciare dal restauro costituzionale, indispensabile dopo la devastazione compiuta in questi anni e, a seguire, alcune urgenti misure economiche e sociali, un federalismo serio che rafforzi l’unità nazionale e la modernizzazione della società articolandola secondo un disegno federale, una riforma della giustizia che sia utile ai cittadini, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti nei vari modi con i quali quest’obiettivo può essere realizzato.
Uno sbocco di questo genere sarebbe estremamente positivo per il paese e dovrebbe essere guidato da qui alla fine naturale della legislatura da un «Mister X» che abbia le caratteristiche e la competenza necessaria al recupero dei valori etici e politici che la Costituzione contiene nella sua prima parte, ammodernandola nella seconda in conformità alle esigenze che una società moderna richiede.
Noi riteniamo che questo percorso vada intrapreso al più presto anche per riconciliare con le istituzioni un paese stanco e disilluso dal tristissimo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di utilizzare lo scandalo della minorenne marocchina strumentalizzandolo per fini politici. Si tratta invece di metter fine ad una rovinosa gestione governativa del «non fare» e del «malfare», che non è riuscito ad aprire un cantiere, a sostenere i consumi e il potere d’acquisto, a recuperare un centesimo di avanzo nel bilancio delle partite correnti, ad invertire il trend negativo dell’occupazione, a fare un solo passo avanti nella buona riforma della giustizia e del federalismo.
Infine a smantellare la «cricca» che da quindici anni non fa che rafforzarsi prendendo in giro i gonzi con il racconto d’una improbabile favola a lieto fine.
La storia italiana ha visto più volte analoghe «cricche» al vertice del paese. Quando ciò è accaduto, la favola è sempre terminata male o malissimo. L’esperienza dovrebbe aiutarci ad interrompere questo percorso in fondo al quale c’è inevitabilmente la rovina sociale e il degrado morale.
La Domus Aurea, uno dei capolavori architettonici e pittorici dell'età imperiale romana, aperta al pubblico nel 1999, è stata chiusa poco dopo perché infiltrazioni d'acqua hanno portato prima al crollo delle strutture murarie di una delle gallerie, poi di una delle volte, aprendo sul Colle Oppio una voragine di oltre 100 metri quadrati. La zona sopra e intorno alla Domus è stata occupata per anni da rifiuti e da una colonia di senza tetto che vi dormiva la notte. Poco diversa la situazione di Pompei: tutto il parco archeologico è fuori controllo, con pericolo di cedimenti, campo libero per cani randagi, guide e venditori abusivi. In questo desolato panorama vi sono tutti gli ingredienti non solo per descrivere lo stato di molti dei nostri beni culturali, ma per avere tutte le caratteristiche, non metaforiche, del degrado e, forse, dell'inarrestabile declino del nostro Paese. Collasso e crollo delle pubbliche istituzioni, occupate e utilizzate a fini privati, volgarità di comportamenti, decomposizione dei linguaggi e delle varie forme di comunicazione, aggressività e violenza gratuite.
Non parliamo di perduti «valori», parola troppo nobile per essere ancora usurata; parliamo piuttosto di cinismo e di disinteresse per la cosa pubblica, nell'impossibilità di sapere dove va il Paese. Parliamo di mancanza di assunzione di responsabilità, latitanza. nell'affrontare i problemi da parte dei nostri politici che sembrano «sbarcati da Marte». Forse potremmo azzardare un giudizio più radicale, data la diffusa ignoranza della classe politica anche rispetto alle più elementari nozioni di storia civile e istituzionale italiana. Ne è specchio il linguaggio: non dico del «vuoto» e «inconcludenza» dei discorsi politici cui faceva riferimento sul Corriere del 13 ottobre Giorgio Fedel in un'analisi fin troppo alta, ma delle normali espressioni linguistiche sgangherate, dialettali, approssimative, talvolta volgari. Non so quanti nostri parlamentari si sottoporrebbero, come in Francia, alla prova della dictée (in italiano dettato), né quanti supererebbero una prova scritta di italiano corrente come è stata proposta. per regolarizzare gli immigrati. Le poche persone colte (si constati il progressivo deterioramento dei profili dei parlamentari dalla Costituente ad oggi) confermano la norma; e la vuotezza, la banale ripetitività del linguaggio politico sono specchio fedele di una dilagante incultura di potere. - Aspetti non marginali della crisi delle istituzioni, l'assenteismo dei parlamentari, la lentezza degli itinerari legislativi che lascia solo spazio a canali privilegiati per provvedimenti che diventano i «nomodotti» (l'efficace neologismo è di Natalino Irti) di interessi personali o corporativi. L'assalto annuale alla diligenza, in sede di Finanziaria, ne è stato la prova lampante.
Si suole ripetere che la classe politica è l'espressione del (Paese: il che è solo parzialmente vero se ci si riferisce al rapporto numerico dei voti, ma non è esatto per la formazione del Parlamento che, come è noto, è determinata dalle scelte dei partiti, non degli elettori, come potrebbe essere in un'astratta democrazia diretta. Si dirà forse più correttamente che i cittadini subiscono i comportamenti della classe politica e tendono a ripeterli e che la stessa società civile — almeno nelle strutture pubbliche — è governata da orientamenti e scelte di persone che di quella classe sono espressione. Non a caso per questa classe di «marziani» — distratta o incolta — tutto il sistema scuola-ricerca-formazione, fondamentale per lo sviluppo civile ed economico del Paese, non ha particolare interesse, quindi il degrado della scuola pubblica non costituisce problema. Insegnanti — spesso bravissimi — fra i peggio retribuiti in Europa, scuole fatiscenti, biblioteche scolastiche chiuse, massa di precari come conseguenza dell'incapacità dei governi di assicurare regolari e periodici concorsi, progressiva diminuzione dei posti di ruolo per cosiddette esigenze di bilancio.
Non parliamo dell'università: le notizie di questi giorni — sedi semichiuse, professori e ricercatori in agitazione o in sciopero, drastica perdita di posti di ruolo — sono i segni di una progressiva crisi che negli ultimi cinque lustri è stata più o meno promossa o favorita — salvo rari casi — dai vari governi o ministri. La ricerca è umiliata da finanziamenti che collocano l'Italia nei livelli più bassi fra i Paesi industrializzati, mentre la stessa Italia occupa il primo posto nell'Unione Europea per numero di auto blu (cosiddette di servizio) e scorte relative.
Non può dunque stupire se, nelle famiglie e nei giovani, si vada sempre più nettamente manifestando — oltre al disinteresse per la politica la diffidenza perla scuola pubblica: conseguenza, come giustamente sottolineava Ernesto Galli della Loggia (sul Corriere del 9 ottobre), non solo del «decadimento del nostro sistema scolastico», ma soprattutto della «repulsa del nostro passato» e della diffusa convinzione «che ormai questo Paese non ha più futuro»; potremmo aggiungere, più radicalmente, che questo avviene perché il Paese non c'è più ed è finito insieme all'interesse per il «bene comune», collante di ogni società civile. Di qui l'ostentato disprezzo delle elementari consuetudini di vita associata: i muri infestati da scritte, l'offesa agli edifici pubblici e alle opere d'arte (del resto la visione delle facciate di storici palazzi, come quello del Senato, è stata deturpata da oscene fioriere e pilastri di granito, pistoni, catene e altri simili apparati «deterrenti», almeno per il buon gusto); di qui ancora l'aggressività e la violenza gratuita, la lotta notturna fra bande di giovinastri in piazze storiche delle nostre città, le liti in sala operatoria fra medici incuranti del paziente, l'aggressione di passanti, autisti o ambulanti sotto lo sguardo indifferente dei presenti. Peraltro, quanto a violenza e volgarità, la televisione sembra essere un canale e un modello privilegiato. Il Paese non c'è più, come ormai da più parti libri e giornali tendono a sottolineare: perso il senso delle istituzioni, resta un cumulo di rovine cui fa riscontro la retorica delle «grandi opere», sempre promesse, mai realizzate, forse inutili.
Di qui la mancanza di rispetto non solo per la nostra storia ma per le più semplici forme di solidarietà, la ricerca prepotente del «particulare», personale, di branco o di cricca, l'elogio della «furbizia» nell'evadere le norme, siano esse fiscali o sociali. Del resto, da noi va in prigione solo chi ruba poco. Sembra tramontata ogni speranza in un Paese ove le persone, le istituzioni, le imprese che trovano ancorala forza di sopravvivere e di creare un futuro si muovono in un groviglio di impacci legislativi e sindacali, soprusi burocratici e invidiosa diffidenza; la fuga verso l'estero è uno dei tanti sintomi del nostro declino. Forse a questi soggetti faceva riferimento Bìll Emmott (già direttore dell'Economist) quando riponeva le sue speranze per un futuro migliore nel prevalere della «Buona Italia» sulla «Mala Italia»; «potrebbe farlo ancora, — aggiungeva — se lo si volesse abbastanza». Frattanto ci si può. consolare rileggendo Polibio e facendo propria la teoria dell'inevitabile declino delle forme di governo, quando l'interesse privato prevale sul bene comune; o forse anche riprendendo una folgorante pagina di Machiavelli: «Ma torniamo agli Italiani, i quali, per non avere avuti i principi savi, non hanno preso alcun ordine buono tale che rimangono il vituperio del mondo». L'ostentato disprezzo delle elementari consuetudini di vita associato all'aggressività e alla violenza gratuita Si dirà che i cittadini subiscono i comportamenti della classe politica e tendono a ripeterli.
Pur nei limiti di una breve relazione vorrei svolgere qui una riflessione di lungo periodo. Corro deliberatamente il rischio di una rappresentazione schematica, ma la storia dei popoli non si può comprendere se non dentro un lungo arco storico. E oggi siamo al momento delle riflessioni radicali. D'altra parte, la ragione di questa scelta risponde anche a un duplice scopo: fornire una cornice generale ai colleghi storici che seguiranno con interventi più specifici e raccordare in maniera più ravvicinata la celebrazione del 150° con il presente, con i problemi che abbiamo di fronte.
L'Italia è sempre stata segnata da questa singolare contraddizione: essa ha avuto una precocissima identità culturale e territoriale, una identità di Paese e una tardiva identità di Nazione.
Quando parlo di Paese mi riferisco – utilizzando soprattutto il testo di R.Romano, Paese Italia, pubblicato nel 1993 – alle culture popolari, alle tradizioni, ai legami col territorio, alla religione, alle cucine, alla lingua, al sentire comune, alla letteratura.
Come ha mostrato Romano questa identità è più forte da noi, dove il potere politico è frammentato, che in Paesi come la Francia, l'Inghilterra o la Spagna di antica tradizione politica unitaria.
Questa identità del Paese si esprime anch'essa in una forma economica e politica che non ha paragoni in Europa: essa si manifesta attraverso la disseminazione nel territorio delle città, dei centri cittadini. L'Italia è un Paese di città, mentre gli altri Paesi sono prevalentemente campagne con al centro una grande capitale. Cattaneo l'aveva ben compreso quando nel 1858 scrisse La città considerata come principio ideale delle istorie italiane. Ora queste città – che sono in genere il lascito degli antichi municipi romani - sin dal tardo medioevo sono protagoniste di una straordinaria e prolungata supremazia economica nel bacino del Mediterraneo.
E' noto a tutti il profilo di veri e propri imperi commerciali e finanziari assunti da città come Venezia e come Genova, per un buon numero di secoli. Ma l'intraprendenza economica su scala europea - o, se vogliamo usare una espressione di Braudel, nell' “economia mondo” di quell'epoca – vede protagoniste, a lungo, una moltitudine di città: dalle repubbliche marinare (Amalfi e Pisa , oltre a Genova e Venezia) a centri più interni come Milano, Firenze, Lucca, Ferrara, Mantova, Bologna, ecc. Naturalmente, anche alcune città del Sud partecipano a questa vicenda, benché in forme commerciali più subalterne, e all'interno delle strutture di un Regno unitario. Penso a Napoli, a Bari, a L'Aquila, Palermo, a Catania, Siracusa, Messina, Trapani, ecc.
Se noi vogliamo comprendere oggi l'origine delle nostre città d'arte, oltre che del nostro straripante patrimonio artistico, la dobbiamo cercare in questa straordinaria fioritura economica delle nostre innumerevoli città, che dura sino all'età moderna. I capitali per finanziare i palazzi signorili, i monumenti, le opere d'arte sono venuti dalle manifatture tessili e dalla mercatura cittadina, oltre che, naturalmente, dalla rendita fondiaria, dallo sfruttamento del contado, del lavoro contadino. Per avere un'idea di questa prevalenza economica dell'Italia sino ai primi del XVI secolo basti ricordare che Marx sosteneva, ai suoi tempi, che il Paese destinato a realizzare per prima la rivoluzione industriale era l'Italia, non la Gran Bretagna, in virtù della sua avanzata produzione manifatturiera e del suo predominio commerciale.
Com' è noto questa supremazia viene perduta quando nascono in Europa i moderni Stati assoluti: quando cioè l'economia mercantile e protocapitalistica conosce una forma più avanzata di organizzazione politica, si dispone su più ampi spazi territoriali e viene sorretta da un potere centralizzato sempre più forte anche sotto il profilo militare. Ora, non è che in quella fase le nostre città e l'Italia con esse, sotto il profilo economico, decadono, come a lungo si è pensato. Semplicemente, come ha ricordato Paolo Malanima, perdono il loro primato. E questo perché, con l'età moderna ,la supremazia economica passa necessariamente attraverso nuove forme di potere statale. Le sfide economiche ora si svolgono su nuovi spazi intercontinentali. Quindi è il potere statale centralizzato altrui che ci mette fuori dal grande gioco internazionale, dapprima nello stesso Mediterraneo – dove eravamo i dominatori – e poi , un secolo dopo la scoperta delle Americhe, nello spazio atlantico, dove non siamo mai entrati.
Ma nel corso del XVI secolo si verifica un altro processo che oggi è molto ricco di insegnamenti per noi. Con l'ingresso delle navi nord-europee nel Mediterraneo, e il loro crescente predominio, si spezza quello che Maurice Aymard ha definito il 2sistema italiano”, vale a dire la complementarietà economica tra Nord e Sud del Paese. Per secoli, infatti, le economie agricole meridionali , sia pure con rapporti commerciali subalterni, avevano avuto i loro sbocchi nelle città mercantili del Nord. Il cotone siciliano costituiva la materia prima per tante industrie tessili lombarde o toscane. L'olio d'oliva di Terra di Bari o di Terre d'Otranto, prodotto da vere e proprie foreste di oliveti, veniva smerciato come prodotto industriale da Venezia e Genova nelle varie piazze d'Europa.
Ebbene, l'assenza di uno Stato centrale, favorirà la rottura di questo sistema, che aveva giovato al Sud e soprattutto al Nord. Queste due grandi aree rimarranno di fatto commercialmente separate almeno fino all'Unità. Fino a quando il nuovo Stato unitario e la costruzione delle ferrovie non daranno vita al mercato nazionale interno.
Credo sia importante mostrare questi precedenti. Perché noi non possiamo valutare tutto il valore del conseguimento di un moderno Stato unitario se dimentichiamo la linea lunga della nostra storia.
Nel '600 e nel '700, la creatività e la vivacità delle economie locali urbane, non era più in grado di competere con un livello superiore di organizzazione della vita economica raggiunto dai Paesi del Nord Europa. E perciò l'Italia, il Paese Italia, viene messo ai margini , alla periferia dell'economia-mondo di allora. E sarà solo con la realizzazione di uno Stato-nazione che esso ritroverà una parte della antica centralità perduta.
Voglio ricordare qui che la nuova figura dello Stato-nazione - che si forma nel XIX secolo - non costituisce soltanto una forma più avanzata di governo dell'economia nell'epoca della nascita della borghesia capitalistica e della diffusione dei modi di produzione capitalistici. Il moderno stato borghese è portatore di processi emancipativi più ampli. Esso si viene formando come eredità della rivoluzione francese, liquida le vecchie bardature della giurisdizione feudale, fonda lo stato di diritto, amplia gli spazi delle libertà individuali e collettive, consente la formazione di un'opinione pubblica nazionale, favorisce – in diversa misura, da paese a paese - la nascita del moderno cittadino. (Naturalmente fonda anche lo sfruttamento coloniale del Sud del mondo, ma questo aspetto, in questa sede, lo dobbiamo, per brevità, espungere dal quadro)
Ovviamente, oggi, nel valutare questa conquista della lunga storia italiana non possiamo non ragionare su come tale unità si è formata, su come vi è entrato il Mezzogiorno, su come il Paese è entrato nella Nazione . Ora, su molti aspetti controversi, di questa rilevante fase di passaggio della storia italiana interverranno altri illustri colleghi. Neppure posso soffermarmi su un altro aspetto: quello dei danni o dei vantaggi che il Sud avrebbe ricevuto entrando nella nuova compagine unitaria. Io credo che oggi bisogna lasciar cadere gli aspetti recriminatori e sterilmente controversistici di quella questione. Piuttosto qui occorrerebbe svolgere una considerazione di ordine diverso: quella che riguarda il problema della formazione della ricchezza nazionale.
Da tempo la Lega va rivendicando l' autogestione delle ricchezza insediata nei territori dell'Italia settentrionale. Come se si trattasse di considerare i dati del PIL della Lombardia o del Veneto degli ultimi anni. Ma questa è una pretesa che rattrappisce un intero processo storico. Dopo 150 anni di vita nazionale unitaria come si fa a separare quella ricchezza dal contributo che vi ha dato tutto il Paese? Pensiamo al contributo degli emigranti che hanno inondato di moneta pregiata, con le loro rimesse, l'Italia del primo quindicennio del '900, che hanno favorito l'arrivo del carbone belga nel secondo dopoguerra, o a quello dei braccianti meridionali che hanno lavorato alla Fiat, al ruolo dei professionisti e dei quadri tecnici formatisi nelle università meridionali e diventati classe dirigente distribuita in tutte le regioni. E anche laddove si denunciano i “ritardi” del Sud occorrerebbe saper vedere anche il loro lato vantaggioso generale. Ci si dovrebbe infatti chiedere: quanto è stato utile un Mezzogiorno, scarsamente industrializzato, che ha costituito per decenni un tranquillo mercato interno per le produzioni industriali del Nord? Ma anche il binomio Nord-Sud è monco. Costituisce una rappresentazione schematica e impoverita del nostro Paese. Non solo perché cancella le differenze interne che segnano ciascuna delle due grandi aree, ma anche perché ,di fatto, abolisce una parte rilevante dell'Italia. Come ha ricordato di recente Asor Rosa, esiste un”'Italia di mezzo” che ha contribuito potentemente alla formazione del Paese e della Nazione, con economie, culture, classi dirigenti, e che non compare nel dualismo retorico delle cronache correnti.
E come accettare, infine, il rozzo economicismo di questa contrapposizione dualistica?Un Paese è fatto solo di fabbriche, e di PIL ? E quale ruolo hanno avuto gli scienziati, gli artisti, i poeti, i filosofi nel formare l'identità italiana, la nostra comune lingua, l'orgoglio di una appartenenza a una comune storia, il collante dello stare insieme, il nostro prestigio nel mondo? E come possiamo permettere che si liquidi il ruolo di Roma, vale a dire della capitale dell'Italia contemporanea, del suo Parlamento, dei suoi governi, con una caricatura denigratoria?
Su questi temi, comunque, non più di un accenno. Io vorrei soffermarmi invece su un aspetto specifico, perché ho l'ambizione – sia pure in via di ipotesi – di cogliere quello che a me sembra un connotato costante e per così dire fondativo dell' Italia contemporanea, il filo rosso della sua storia negli ultimi 150 anni.
Fin dal 1860 il problema dell' Italia è il modo in cui il Paese viene organizzato negli spazi culturali, giuridici e politici di una moderna Nazione. Ora questo, contrariamente a quanto a volte si tende a dimenticare , non è un problema esclusivamente italiano. Riguarda in genere tutti i paesi che si danno una moderna configurazione di Stato-Nazione nel corso del XIX secolo.
Voglio riportare in proposito un esperienza personale. Sul finire degli anni '70 ho letto un libro che mi ha procurato uno shock culturale assai salutare. Il libro era di uno storico americano con un inconfondibile cognome tedesco, Eugen Weber, e il titolo era Peasants into Frenchmen (1976), Da contadini a francesi come più tardi venne tradotto dal Mulino. Ebbene questo libro mostrava una Francia che letteralmente sconvolgeva la vulgata di una nazione di antica e uniforme identità culturale. A leggerlo era come se la Grande Rivoluzione dell' 89 fosse avvenuta da un'altra parte.
Il Paese Francia , cioè la sua sterminata pancia rurale, appariva come un mosaico multiforme di linguaggi, culture, tradizioni economiche, foggie di vestire e di abitare, pesi e misure, ecc. Perché abbiate un'dea di quello che Weber squaderna in questa sua vasta ricerca rammento che egli intitola il primo capitolo A Country of Savages,un paese di selvaggi. Del resto anche Braudel,ad apertura del primo volume della sua storia della Francia, nel voler cogliere un suo carattere originale, esalta quello che egli chiama 2il trionfo conclamato del plurale, dell'eterogeneo, di quel che non è mai completamente simile”.
Dunque, perfino le classi dirigenti di uno dei più antichi stati unitari del Vecchio Continente, ha dovuto fare i conti con un Paese multiforme ed eterogeneo. Non dubitiamo che analogo compito sia toccato, ai tedeschi, cosi come alle classi dirigenti degli altri Paesi europei.
Ebbene, qui cogliamo un elemento comune dell'Italia con gli altri Stati e al tempo stesso la sua drammatica divaricazione. Perché io credo – e qui sta il filo rosso che voglio porre in evidenza – che le nostre classi dirigenti non siano state capaci di far entrare in un progetto egemonico di Nazione moderna la grande massa dei ceti popolari e in genere quello che chiamiamo Paese.
Ora, noi sappiamo quanta controversia storiografica ci sia intorno ai modi in cui è stata realizzata l'unità. Ma su un punto credo che ci sia consenso unanime : l e fragili basi di consenso sociale su cui nasce il giovane Stato. Un potere centrale senza dubbio forte, ma dotato di limitata egemonia.(nel senso complesso che Gramsci dava a questo termine)
Si può ancora discutere se esistevano le possibilità, nell'Europa di allora, di realizzare una rivoluzione agraria come voleva Gramsci - e poi Sereni - che coinvolgesse i contadini nel processo di formazione dell'Italia. Chabod e poi Romeo lo negavano con analoghe e varie ragioni. Ma nessuno di loro negava la desiderabilità di una partecipazione dei ceti popolari alla vita nazionale.
Ora, tale coinvolgimento fu limitato, come sappiamo. Forse meno limitato di quanto poi si sia creduto. Ma, soprattutto, nei decenni successivi mancò una politica capace di far guadagnare il consenso popolare alle nuove istituzioni nazionali.
L'aspra pressione fiscale del nuovo Stato non servì certo ad allargare le basi del suo radicamento.
Uno dei momenti che in genere rifondano i rapporti tra le popolazioni e lo Stato, grazie all'emergere della figura del nemico, vale a dire la guerra, non ebbe in Italia questa funzione. Nelle trincee della prima guerra mondiale, i contadini si riscoprirono come eterogenea comunità nazionale, italiani e fratelli parlanti diversi dialetti, ma mandati a morire da uno Stato estraneo e per una guerra che non comprendevano. La guerra, come è noto, ebbe poi anzi la conseguenza di lacerare ulteriormente il Paese e la Nazione.
Debbo qui almeno accennare anche a un'altra ragione che aiuta a capire i limiti egemonici del potere unitario. Essi sono il frutto, oltre che del modo in cui è avvenuta l'unità, del brigantaggio e della sua repressione, delle politiche fiscali, ecc. , di altre componenti. Una di queste è il carattere eterogeneo della borghesia italiana, messo in luce da Alberto Banti nella sua Storia della borghesiaitaliana in età liberale .Una borghesia diversa per provenienza geografica, formazione economica e sociale, cultura politica. Queste classi dirigenti tra di loro divise hanno indubbiamente accentuato la fragilità del consenso complessivo dello Stato-nazione.
Ma quel che qui importa sottolineare sono le conseguenze di questa fragilità originaria e fondativa, per così dire, della nostra compagine unitaria. Perché, è mia profonda convinzione che tale debolezza costitutiva abbia avuto, nel corso di tutta l'età contemporanea, conseguenze decisive nell'indirizzare lo svolgimento della nostra storia.
La debolezza egemonica della borghesia italiana ha a mio avviso accresciuto i suoi timori per la tenuta della compagine unitaria e ha quindi spinto lo Stato ad accentuare il suo centralismo, a mortificare le autonomie locali, a disconoscere le fisionomie e le culture dei territori. La Nazione si è venuta dunque costruendo con i suoi apparati normativi e istituzionali, ma reprimendo la creatività e le diversità storiche e antropologiche del Paese. Naturalmente, non tutto di quelle tradizioni era da salvare. Il cattolicesimo bigotto e retrivo di tanta parte del mondo contadino non era certo più avanzato della modernizzazione autoritaria del nuovo Stato. Ma a me sembra che sia accaduto esattamente questo: l'arcipelago di culture che il Paese Italia esprimeva non ha conosciuto il disciplinamento moderno in grado di trasformarlo in un livello più elevato e originale di civilizzazione dell 'intera Nazione. La Nazione non si è fatta forte del Paese che aveva in corpo.
Ma tale fragilità egemonica originaria è forse alla base di quello che io considero una delle costanti ricorrenti della storia dell' 'Italia contemporanea, un suo perverso carattere originale: la tendenza di fasce estese delle classi dirigenti di rompere - soprattutto nei momenti di difficoltà e di crisi - il patto costituivo che tiene insieme la Nazione. Questo è il nodo centrale che lega il Risorgimento, l'unificazione nazionale con i problemi dei giorni nostri. Io credo che una costante, sotterranea vocazione all'eversione abbia sempre animato nuclei cospicui delle nostre classi dirigenti. Una lunga e mai spezzata linea rossa che attraversa e segna tante stagioni della vita nazionale e arriva sino a noi.
Mi limito a fare un sommario elenco di questi nefasti passaggi della nostra storia. Ricordo l'avvento del fascismo, che liquidò lo Stato liberale per controllare le masse popolari entrate sulla scena pubblica dopo la prima guerra mondiale, il separatismo siciliano dopo la seconda, il minacciato colpo di stato del 1964, messo in atto probabilmente contro la Riforma urbanistica di Fiorentino Sullo, il tentativo di colpo di Stato del 1970, le stragi e la strategia della tensione, la formazione della P2.
Ma questo perverso carattere originale si manifesta in altro modo. La durata secolare di almeno due forme di criminalità organizzata, la mafia e la camorra, non consentono di valutarle come puri fenomeni delinquenziali. Esse sono fittamente intrecciate con i gruppi dirigenti regionali e poi nazionali. La loro durata storica è incomprensibile senza tener presente le estese ramificazioni di potere che esse sono state in grado di stabilire con il mondo delle imprese, delle professioni, del potere politico. E non a caso il loro insediamento da tempo non è più legato al Sud. Un esempio, tra i tanti, è il versamento clandestino di rifiuti tossici sul territorio meridionale che alcuni industriali del Nord hanno affidato alla camorra per il loro smaltimento.
D'altra parte, al di fuori di questa costante culturale e politica non si comprende il fenomeno che ormai ci distingue sempre più nettamente in Europa: l'abusivismo e il saccheggio del territorio. E' degno di nota che l'abusivismo edilizio costituisce una pratica anche dei ceti popolari, oltre che dei grandi gruppi immobiliari. Qui infatti si rivela infatti, ancora una volta, la fragilità egemonica originaria delle nostre classi dirigenti, l'incapacità di ottenere consenso dai ceti popolari sulla base di una proposta avanzata di civiltà e il tentativo di conseguirlo invece in forme collusive, infrangendo le regole comuni, violando l'interesse generale.
E naturalmente oggi abbiamo sotto gli occhi una stagione più che decennale di questa cultura dell'eversione, che si raccoglie intorno alla figura di Berlusconi e che si manifesta anche con i conati secessionistici della Lega. Non ho il tempo per entrare nel merito di questi aspetti, peraltro ampiamente studiati, anche da colleghi storici. Qui vorrei riprendere il filo della mia interpretazione di lungo periodo.
Con l'avvento della Repubblica, il varo della Costituzione, la nascita dei partiti di massa, le classi dirigenti italiane approdano a un assetto egemonico più avanzato. Questo è un passaggio rilevante della nostra storia, che vede irrompere le masse popolari dentro lo Stato. Si tratta di una svolta importante, anche se qualcuno ha pianto per la morte della Patria. In Italia viene fondata una nuova, più avanzata egemonia. La DC raccoglie nel suo seno e in una certa misura controlla l'arcipelago politico del Paese e anche i settori reazionari e tendenzialmente eversivi. Il PCI e il Partito socialista portano dentro lo Stato, per la prima volta nella storia d'Italia, gli interessi e la voce delle masse popolari, degli operai e dei contadini. Si potrebbe dire che, in una grande misura, i Partiti di massa finiscono col surrogare la Nazione. La DC riesce a raccogliere un consenso vasto ed eterogeneo, che va dai grandi industriali del Nord ai piccoli proprietari terrieri della nostre campagne. Nel PCI si ritrovano, come in una comune patria ideale, l'imprenditore dell'Emilia, gli intellettuali di Roma e Torino, i braccianti calabresi. Si trattava, anche qui, di una straordinaria eterogeneità sociale, ma tenuta insieme da un potente collante ideologico: il progetto di una società più avanzata e più giusta, la spinta emancipativa dei ceti popolari verso un superiore assetto di benessere e di libertà.
Sappiamo bene che questa surrogazione della Nazione da parte dei partiti è poi degenerata. La DC è diventato un partito-Stato. Si è sostituito non solo alla nazione, ma perfino allo Stato. Dunque, l'assetto egemonico fondato nel dopoguerra è entrato in crisi.
Ora, non sono così velleitario da affrontare in questa sede, le varie file che si dipanano da quel passaggio strategico. Vorrei solo svolgere un racconto storico essenziale, ma privilegiando preliminarmente il quadro internazionale. La svolta si concentra negli anni '80. In quegli anni assistiamo alla crisi fiscale dello Stato sociale, alla crescita dell'inflazione, all'emergere di elementi di blocco e di parassitismo del Welfare. Nel frattempo l'URSS, l'alternativa storica realizzata al capitalismo, si rivela sempre più apertamente come una società soffocata da un pesante apparato burocratico e autoritario. Il Paese che aveva indicato la via della possibile emancipazione proletaria certifica, a tutti coloro che sanno esaminare la realtà, l'attestato di un fallimento.
In quegli anni, dunque, tutto cospira a rendere irresistibile la sfida che il capitalismo e ampi settori delle classi dirigenti lanciano nel Regno Unito, con l'amministrazione Thatcher e negli USA con l'amministrazione Reagan. Una sfida che ha il suo nucleo teorico e ideale nel neoliberismo e che conquista abbastanza rapidamente lo spazio pubblico mondiale. Anche i vecchi partiti popolari della sinistra vengono investiti e fagocitati in tutta Europa. Com'è ormai noto, tanto i governi di centro -sinistra in Italia che quelli socialisti in Francia, a partire dagli anni '90 sono fra i più solerti propugnatori di riforme neoliberiste, di liberalizzazione e di privatizzazione di imprese e settori, di riforma del mercato del lavoro. Non mi soffermo su questo e rinvio alle ricostruzioni ricche e circostanziate di S. Halimi e D. Harvey.
Ma da queste riflessioni generali voglio trarre alcune considerazioni che ci riportano dentro i confini della storia nazionale. Una delle conseguenze facilmente prevedibili della trasformazione dei partiti di massa sotto l'urto della modernizzazione neoliberista è stata l'accettazione inconsapevole che questi stessi partiti hanno sottoscritto della propria sopraggiunta irrilevanza storica. Se è il mercato il più efficiente strumento di allocazione delle risorse – e, con una consequenzialità non logicamente necessaria, ma verificatesi nei fatti – è sempre il mercato il migliore regolatore delle relazioni sociali, se lo Stato sociale va ridimensionato per liberare risorse a favore dei ceti imprenditoriali, appare evidente che il ruolo dei partiti appare sempre più irrilevante, la loro presenza sempre meno necessaria . A che servono i partiti se il mercato fa tutto da sé? Non a caso anche i partiti di massa si sono trasformati, hanno cambiato natura, sono diventati nel frattempo segmenti del mercato, agenzie di marketing elettorale. Hanno liquidato i loro apparati, disperso le figure dei militanti, messo al comando un leader dotato di capacità comunicative, in grado di vendere efficacemente messaggi nella società dello spettacolo.
Ma tra i tanti effetti che questa trasformazione ha prodotto negli ultimi decenni ce ne uno, in particolare, che ci porta diritti al cuore dei nostri problemi attuali. La scomparsa in Italia di un grande partito popolare di massa, ha significato, tra tante altre cose, la perdita irrimediabile che operai e ceti popolari hanno subito della loro tradizionale rappresentanza politica: lo smarrimento di un punto di riferimento ideale e culturale di rilevante portata. Pur non volendo mitizzare il ruolo del PCI, ricordo che la sua stessa presenza, le sue sezioni e circoli e cellule insediati nei territori e nei luoghi di lavoro significava, per milioni di lavoratori, che la durezza della loro fatica , i conflitti di fabbrica, le rinunce quotidiane si inscrivevano tuttavia dentro un percorso di emancipazione collettiva, proiettato nel futuro, che dava significato anche alla più opaca ed emarginata delle vite.
Ma la presenza del sindacato e del partito nel territorio, dava senso alla vita e alla lotta quotidiana anche per un'altra ragione: perché essi indicavano le cause economiche, politiche e di potere che si frapponevano a una migliore condizione di vita, alla emancipazione dei lavoratori. C'erano scelte padronali, politiche governative, insomma avversari visibili all'origine dei loro bassi salari, dei ritmi di sfruttamento sul lavoro, della mancanza di case e di scuole. Ebbene, negli ultimi decenni, questo orizzonte sindacale e politico che orientava il comportamento e la vita stessa di milioni di lavoratori è quasi scomparso. Si è smarrito il fine, il significato politico generale del conflitto. E si è verificato quel fenomeno che io chiamo l' occultamento del nemico interno. E' scomparsa una controparte ravvicinata e visibile contro cui lottare e al suo posto è stato insediato un nemico sfuggente e imprendibile: la globalizzazione. A un certo punto, di fronte alla perdita del lavoro, al dilagare degli impieghi precari, all'intensificazione dei ritmi di fatica, si è incominciato a dire: 2è la globalizzazione”, come un tempo si diceva 2è la vita”.
Ebbene, questa perdita di una controparte da affrontare con la razionalità della lotta sindacale e politica ha avuto un esito gravemente sottovalutato dai vecchi partiti della sinistra. Essa ha consentito che il disagio popolare si trasformasse in risentimento. E il risentimento – come ha osservato Richard Sennet – 2è un forte sentimento sociale che tende a staccarsi dalle sue origini economiche e a trasformarsi in altre dimensioni”. E da noi, soprattutto nelle regioni del Nord si è ampiamente trasformato. Grazie all'iniziativa di un gruppo politico, la Lega – che ovviamente è sorta sulla base di squilibri reali, come mostrò a suo tempo Ilvo Diamanti - il risentimento ha trovato dei capri espiatori, che sono stati, di volta in volta, dei nemici esterni alla comunità: “Roma ladrona”, il “Sud parassitario”, e ora i gli extracomunitari, i clandestini, i disperati che il capitalismo senza freni getta quotidianamente sul mercato mondiale del lavoro.
Esiste dunque, un rapporto diretto, tra la trasformazione dei partiti e le divisioni interne, lo scollamento della nazione. Esso dipende direttamente dall'eclisse di un progetto di società che teneva insieme, pur nel conflitto e grazie ad esso, le diverse classi sociali, indirizzandole a traguardi di interesse comune. Scomparso l'interesse generale, affidato all'automatica ricomposizione della mano invisibile del mercato, il risentimento popolare viene facilmente veicolato contro il capro espiatorio del nemico esterno, del clandestino, dei rom, degli zingari, dei meridionali.
Si tratta, del resto, di un fenomeno non solo italiano, ma riguarda in diversa misura un pò tutti i Paesi dell'Europa. Donatella della Porta ha parlato, in proposito di “partiti etno-regionalisti”. Definizione che non si applica alla Lega, la quale non ha nulla di etnico, se non le fandonie mitologiche di una razza celtica assolutamente introvabile. Come sanno gli storici – da ultimo Girolamo Arnaldi – non c'è Paese, in Europa, che abbia subito tante invasioni e rimescolamento di razze e culture come il nostro.
Ma questi fenomeni – quest'uso strumentale delle psicologie collettive a fine di parte - non si neutralizzano soltanto con l'impegno culturale, con la solidarietà agli emarginati, con la contrapposizione ideale al razzismo che ormai ha infettato molti angoli d'Europa. Trovo incredibilmente ingenue le proposte di nuove configurazioni istituzional-territoriali, che dovrebbero ridare un nuovo equilibrio unitario alla Nazione, scongiurare la cosiddetta secessione. Non sta qui il nodo. Inflilarsi in questa strettoia è un gesto di subalternità culturale incomprensibile. L'Italia ha da tempo le strutture decentrate con cui i territori possono esprimere le proprie esigenze particolari, le proprie culture e autonomie. Un assetto che si può migliorare, anche dal punto di vista di una più stringente responsabilità fiscale delle classi dirigenti locali. Ma ricordando che già esistono regioni, provincie, comuni, un'articolazione più che sufficiente delle autonomie. Il federalismo sbandierato dalla Lega, è lo slogan di successo di un ceto politico, di una agenzia di marketing elettorale, che vi ha lucrato il suo spropositato potere, ma costituisce una pretesa erronea e storicamente infondata.
Il federalismo, come termine, fa un un grande effetto propagandistico, nulla di paragonabile al grigio lemma regionalismo, che sarebbe più appropriato, ma allude a qualcosa che esiste già e non raccoglie, poi, così tanto consenso. Ma la radice latina del termine, foedus, cioé alleanza, tradisce e denuncia la menzogna concettuale che è alla base della proposta leghista.Il federalismo dovrebbe unire, in un certo modo, ciò che è diviso: esso era proponibile al momento dell'unificazione nazionale, non oggi che la Nazione è unita e per giunta articolata in regioni.
In realtà si trasferiscono a livello di territorio alcuni grandi problemi del nostro tempo ormai ben visibili. La Lega ha potuto rinfocolare e rappresentare l ' egoismo dei territori anche grazie al disancoramento dei partiti storici della sinistra dalla loro base sociale e di classe. Il venir meno della loro forza rappresentativa ha contribuito a occultare le ben più gravi disuguaglianze verticali che attraversano e lacerano il corpo della società italiana. Nel 22008 - ha ricordato uno studio della Banca d'Italia - la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva il 44 per cento della ricchezza complessiva. “ Disuguaglianze che passano tra il Nord e il Sud, ma anche tra imprenditori e operai. Ricordo che all'interno dei 30 Paesi paesi dell' OCSE i salari degli operai italiani figurano al 23° posto per livello di retribuzione. E noi siamo una delle grandi potenze economiche del mondo. Esiste dunque una divaricante asimmetria di classe, che si stenta a vedere e che talora, anche in buona fede, si stempera nelle grandi metafore territoriali. Si parla di Nord, ma il Nord è fatto solo di piccoli imprenditori ? Si parla di Sud, ma il Sud è fatto solo di imprese criminali? O soltanto di poveri?Spesso usiamo i termini Nord e Sud come i lemmi di una antica retorica che sopravvive a se stessa. Parliamo ancora di Sud come ne parlava Salvemini, ai primi del Novecento. Ma il Sud è una società stratificata, divisa in classi, ci sono i poveri, ma anche i ricchi e i ricchissimi, come in tutte le società avanzate del nostro tempo.
L'altro problema nascosto dall'egoismo dei territori è un mutamento storico che fa epoca: il declino dello Stato-nazione. L'unificazione mondiale dei mercati, il sovramondo delle transazioni finanziarie, l'emergere di quelle nuove Compagnie delle Indie che sono le multinazionali, la formazione dell'Europa, hanno ridotto e ridurranno sempre di più l'autonomia dello Stato-nazione. E' questa la grande sfida cosmopolita che si para davanti a noi. Ad essa, tuttavia, né l'Europa degli ultimi anni, nè il ceto politico dei singoli Stati mostra di sapere rispondere. E l'assenza di un orizzonte più avanzato di raccordo tra le genti e le culture che si muovono nella scena mondiale crea spaesamento, induce a rifugiarsi negli spazi stretti delle identità locali. Non nego che i territori costituiscono dei presidi importanti di resistenza contro l'omologazione culturale trionfante. Sono effettivamente un grande punto di forza, soprattutto in Italia. Ma essi devono accrescere i legami orizzontali, non rinchiuderli. Nello spazio dell'economia mondiale servono nuove configurazioni sopranazionali, non il ritorno alla frammentazione preunitaria. E noi italiani dovremmo essere i più pronti a comprendere quale grande passo indietro sarebbe, innanzi tutto per la società del Nord e poi per l'Italia intera, una secessione. In un 'epoca in cui le economie vivono nel grande mare globale, l'idea di una autosufficienza mercantile di un pezzo, sia pur prospero, di territorio è una pericolosa 'illusione. La crisi che ha sconvolto il capitalismo mondiale in questi ultimi 3 anni ha mostrato, con dati ampi e inoppugnabili, che senza la concertazione di tutti gli Stati-nazione l'economia internazionale si sarebbe dissolta nel caos. Nessun mercato può fare a meno di un governo politico dei fenomeni economici. Quello italiano meno che mai, e gli ultimi vent'anni di storia nazionale lo provano ampiamente. Mai nell'ultimo mezzo secolo l'Italia era apparsa così lacerata e disorientata, priva di slancio e di progetti. E questo mostra quanto sia urgente oggi riconciliare il Paese con la Nazione, ridare allo Stato il suo ruolo di garante della solidarietà sociale e di equo redistributore della ricchezza. E' una condizione decisiva perché l'Italia pervenga non certo all'unità, ma per lo meno a quella cooperazione interna che sola le può consentire di dialogare con i grandi attori della scena mondiale, portare il contributo originale delle sue culture
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