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Fine del sistema parlamentare

di Luciano Canfora

A giudizio di molti, il punto più basso è stato raggiunto martedì 14 dicembre con il mercato dei parlamentari compravenduti. Peraltro già mesi addietro, profeticamente, un fantasioso esponente PdL teorizzò, in vivaci dibattiti televisivi, la liceità del vendere il proprio corpo (maschile o femminile) al fine di «fare carriera». Sovviene la franchezza e freschezza lessicale dell'Alighieri a riguardo del lavoro diTaide: lavoro che si può esplicare anche vendendo il proprio voto di parlamentare in cambio di un mutuo o di un kepos (che ovviamente non va confuso col CEPU).

Ma, a ben riflettere, non era quello il punto più basso. In fondo anche il saggio Solone, anziché reprimerlo questo genere di lavoro, preferì disciplinarlo. Il punto più basso è stato raggiunto, invece, quando si son visti dotti maestri del giure disquisire a giustificazione dei deputati in vendita (non ancora in vetrina). Un ex presidente della Corte, con saggezza alla Polonio, ha pensosamente invitato, chi nel fenomeno del deputato in vendita ravvisa un reato, a «valutare con grande attenzione la compatibilità dell'articolo 68 della Costituzione» con la denuncia all'autorità giudiziaria dei compravenduti. Un altro sofo, esperto forse della vita che si conduce nell'entourage del premier, ha dichiarato al "Corriere della Sera" di sabato 11: «Bisogna essere cauti», e ha invitato a distinguere tra i casi in cui «il deputato che passa dall'altra parte ottiene mutui, soldi ed escort (sic)» e i casi in cui «la contropartita è la ricandidatura o un posto da presidente di commissione o di sottosegretario».

Ascoltando queste parole sembra di affogare nel fango. È la campana a morto per il sistema rappresentativo-parlamentare. Quel sistema appare ormai agonizzante, e la consapevolezza della fine di esso diviene senso comune.

Quella decadenza viene da lontano. Da quando il fatuo pseudo-concetto di «bipolarismo» ed il suo corollario («voto inutile») hanno preso piede nella società politico-giornalistica, il principio stesso della rappresentanza è stato ferito, e il cardine «un uomo/un voto» è stato liquidato. Da allora in avanti il distacco tra parlamento e paese si è venuto aggravando. E la lotta politica appare ormai piuttosto come un tavolo da gioco intorno al quale si punta al «jolly» del «premio di maggioranza».

Dal tavolo da gioco alla compravendita del voto il passo è stato breve. E dalla compravendita del voto a quella degli eletti il passo è stato ancora più breve. Servì per affossare Prodi; è servito daccapo martedì scorso.

Che il sistema rappresentativo-parlamentare fosse un prodotto storico, cioè un fenomeno che nasce, si sviluppa e muore, e non un valore «eterno», lo avrebbe capito a priori anche un principiante. Ora ne abbiamo la prova in corpore vili.

Come sempre quando le classi in lotta «marciscono» (per dirla con Gramsci) il problema è se ci attenda un Cesare. Magari da baraccone, galleggiante su di un ceto parlamentare in cui, come si esprime l'avv. Pecorella, si scambiano «soldi, mutui o escort».

Prosit.

Nell'Italia di Berlusconi,

una democrazia parlamentare a rispettabilità limitata

di Colin Crouch

Per lo straniero che osserva l'Italia dall'esterno, il crollo finale delle pretese di rispettabilità della democrazia parlamentare italiana, cui abbiamo assistito nel corso del voto sulla fiducia/sfiducia al governo, suscita due tipi di riflessioni: considerazioni particolari, specifiche del caso italiano; e considerazioni più generali, che valgono per tutti.

Il caso italiano

Particolare – o almeno così sembra – è il modo in cui la classe politica e anche gli elettori italiani hanno accettato i ripetuti oltraggi inferti alle norme costituzionali durante il lungo periodo berlusconiano: le immunità privilegiate – anzi il fatto stesso che un presidente del consiglio debba ricorrere a così tante immunità; la concentrazione dei poteri politici, mediatici ed economici in un singolo uomo. In situazioni del genere, la democrazia e il costituzionalismo hanno bisogno di una sospensione delle lealtà di partito e di ideologia per proteggere l'integrità del sistema e la reputazione stessa del paese. Non mancano, certo, esempi importanti di un simile comportamento – per citarne uno quello del presidente della Camera Fini – di parlamentari che hanno accettato di assumersi una responsabilità di questa portata. Ma i loro numeri non bastano; e il fatto che queste persone abbiano dimostrato che un tale comportamento è possibile, rende ancora più vergognoso quello degli altri.

Quanto agli elettori, chissà cosa pensano realmente. In tanti, sono tuttora convinti che Berlusconi sia il solo in grado di proteggere gli italiani dal bolscevismo di The Economist e delle "toghe rosse"; altri, forse, ritengono che è giusto che un Parlamento di furbi sia governato dal più furbo; altri ancora alzano le spalle, sostenendo che l'Italia vera non ha bisogno di una classe politica nazionale autoreferenziale e delle sue istituzioni, ma può tirare avanti con il civismo forte della vita locale di tante parti del paese; altri ancora alzano le spalle e basta.

Dietro tutti gli sviluppi bizzarri e imprevisti degli anni berlusconiani – destinati a continuare – rimane l'incongruità iniziale del 1994, da cui discende tutto il resto. Dalle rovine della cosiddetta "prima Repubblica" emerse un uomo, Berlusconi, che stava al centro di quella Repubblica con i suoi misteriosi legami finanziari, e che "scese in campo" proponendosi come colui che avrebbe dato vita a una nuova, pulita, vita politica italiana. E gran parte degli italiani gli credette. In realtà, ciò che era crollato erano esclusivamente le organizzazioni politiche della prima Repubblica, non le sue pratiche di Tangentopoli. Berlusconi era sicuramente in grado di creare nuove organizzazioni, con al centro il suo partito-azienda. Ma un partito-azienda non poteva cambiare le dubbie pratiche della prima Repubblica. Queste continuarono, continuano, e continueranno. C'è qui un paradosso profondo: in un certo senso, gli aspri contrasti tra i partiti della prima Repubblica erano una delle cause dei suoi vizi; ma in un altro senso rappresentavano una protezione contro di essi. Il conflitto tra la Chiesa e il comunismo, e le relative identità, era infatti talmente profondo, che gli elettori non guardavano criticamente il comportamento dei loro rappresentanti. Ma la robustezza delle organizzazioni di partito – con la lealtà alla Chiesa, a un'ideologia, agli eroi del passato, ma anche con il bisogno di dare soddisfazione ai militanti dei partiti, motivati principalmente dalla condivisione di ideali – riusciva pure a imporre delle restrizioni al comportamento degli individui e a proteggere la democrazia italiana dagli aspetti più devastanti delle cattive pratiche.

Con la crisi di Tangentopoli e dei partiti, anche questi controlli si dissolsero, almeno per i partiti principali del vecchio centro, Dc e Psi. Allo stesso tempo il Pci entrò a sua volta in difficoltà a seguito del crollo dell'Unione Sovietica, sebbene i comunisti italiani avessero già preso largamente le distanze dal comunismo sovietico. Gli altri outsiders, come Alleanza Nazionale, non poterono resistere all'abbraccio berlusconiano.

In assenza di una disciplina di partito come collante tra i politici e la società, fiorirono senza alcun tipo di restrizione tutti i vizi della prima Repubblica: una classe politica "a sé stante", con deboli legami col popolo, che cerca di accaparrarsi posti, posizioni, vantaggi e occasioni di ogni tipo. Col suo partito-azienda, Silvio Berlusconi fu – ed è – il 'leader' perfetto per un simile sistema.

Lezione per gli altri?

Una stravaganza italiana, dunque, diranno gli stranieri, che magari ci fa ridere, ma che non deve preoccuparci. Ma non è così. Viste le particolari condizioni del crollo dei partiti italiani negli anni 90, il paese è andato incontro in tempi rapidissimi a un'esperienza più generale, che riguarda anche altri paesi. Le ideologie, di ispirazione sia religiosa sia di classe, che formarono le identità e le organizzazioni politiche del secolo scorso, stanno perdendo dappertutto la loro forza, la loro realtà. Dovunque i partiti si presentano come contenitori vuoti, che usano simboli e retorica del passato nell'illusione che producano legami anche più artificiali con il popolo, ma che assumono come loro compito principale la distribuzione di posti, di favoritismi, e di ogni altro privilegio a personaggi politici staccati dal legame con la società.

Ma se le classi politiche stando perdendo il contatto con il popolo, non lo perdono con le grandi aziende, le quali non hanno smarrito la propria capacità organizzativa, hanno bisogno dei governi e possono usarli. Per queste ragioni la crisi generale dei rapporti tra il mondo politico e l'elettorato è una crisi che tocca soprattutto il centro-sinistra. Una politica dominata dalle grandi imprese dà più fastidio alla sinistra che alla destra.

Alcune particolarità del caso italiano rimangono: la velocità del crollo degli anni 90 ha svelato la nudità, il vuoto dei partiti in modo particolarmente brutto; nel resto del mondo democratico i partiti conoscono invece un declino graduale e dignitoso. Certo, anche altrove alle spalle dei primi ministri c'è la grande impresa; ma in Italia la grande impresa si annida nel corpo stesso del primo ministro. Le idiosincrasie del 'leader' italiano sono qualcosa di personale, e non è detto debbano verificarsi in altri paesi. Epperò molti elementi del caso italiano mostrano ad altri paesi democratici il proprio futuro.

Documenti tratti dal sito web dell' Editore Laterza

In una bene ordinata repubblica si dovrebbe riflettere in primo luogo su una crisi che sta distruggendo l’intero tessuto istituzionale, senza farsi ogni giorno depistare da questa o quella microfibrillazione. In uno Stato non immemore di quelli che ancora sono suoi compiti, si dovrebbe riflettere sulla crescente rifeudalizzazione dei poteri, che quotidianamente lo svuota e ne cambia la natura. In un sistema politico non perduto nell’autoreferenzialità si dovrebbe riflettere su quanto sopravviva della rappresentanza e reagire coralmente alla sostituzione dell’intera politica con una macchina del fango sempre in funzione che contribuisce alla decomposizione sociale. Mai, nella storia della Repubblica, gli scontri istituzionali erano stati così violenti, ripetuti, quotidiani, emblematicamente riassunti dagli attacchi continui del Presidente del consiglio a tutte le istituzioni di garanzia. Mai s’era avuta una legge elettorale che, come quella attuale, consegna la selezione dei parlamentari ad oligarchie ristrettissime e manipola la rappresentanza. Mai s’era vissuto un periodo di sostanziale instabilità come quello cominciato nel 2006, che sembra aver fissato in due anni la durata possibile d’una legislatura. Mai la vita pubblica era stata attraversata da tanti "mostruosi connubi", dalla riduzione d’ogni cosa all’interesse privato, con irrisione palese di moralità e legalità.

Si potrebbe continuare. Ma quel che più deve far meditare è l’apparire congiunto di tutti questi fattori. La novità della situazione, il reale mutamento qualitativo, derivano dal loro irrompere tutti insieme sulla scena pubblica, da una saldatura che ha cambiato faccia alle istituzioni e alla società, diventando così il vero connotato della cosiddetta Seconda Repubblica, il cui fallimento è certificato dal fatto che già se ne invoca una Terza.

Com’è potuto accadere tutto questo? La riflessione politica s’arresta. E le spiegazioni centrate sull’antiberlusconismo si rivelano inadeguate. E non perché non siano grandissime le responsabilità di chi ha dato nome a questa fase. Ma perché lo stesso fenomeno Berlusconi ha potuto espandersi in un contesto rivelatosi propizio. Di questo si dovrebbe parlare, e non lo si fa. Con danno grandissimo per la stessa progettazione politica. L’ostacolo a una riflessione adeguata, il tabù da rimuovere, si chiama bipolarismo. Il dommatismo fa sempre male, soprattutto in politica, dove una delle regole da osservare è proprio la valutazione di ogni iniziativa secondo le conseguenze che produce. Ed è indubitabile che la via scelta per il bipolarismo all’italiana si sia rivelata disastrosa, anche perché, in un impeto fideistico, non si volle tener delle cautele a suo tempo suggerite. V’erano molti modi di arrivare al bipolarismo nel contesto storico e istituzionale italiano, e invece si è scelto quello che apriva la strada al populismo e alla concentrazione dei poteri.

La riflessione politica deve partite dalla diagnosi critica della drammatica situazione attuale. Solo un’analisi impietosa può ricreare le condizioni per una politica di rinnovamento, che significa in primo luogo liberarsi del populismo e ripristinare le condizioni minime della stessa democrazia formale. E segnalo altre tre questioni che mi sembrano ineludibili.

La vicenda Fiat Mirafiori si presenta come un caso esemplare di quello che viene chiamato "neomedievalismo istituzionale". Proprio perché viviamo in un mondo senza centro, si dice, il governo dei processi, e la creazione delle regole che li accompagnano, sono ormai appannaggio degli specifici soggetti che agiscono in presa diretta nelle situazioni considerate. Questo legittimerebbe la Fiat, come ogni altro soggetto transnazionale, ad essere insieme imprenditore e legislatore, giudice non solo delle convenienze ma pure dei diritti, a Chicago come a Torino. La domanda è: l’indubbia crisi della sovranità nazionale, determinata dalla globalizzazione, può legittimare il ritorno ad una logica feudale, ad una società delle appartenenze e degli status, dove la pienezza della cittadinanza in fabbrica, ad esempio, è subordinata all’appartenenza a un sindacato? Non è un ritorno agli anni ‘50 quello che si vuol realizzare, è un tuffo profondo in età lontane, prima della rivoluzione dei diritti dell’uomo. A molti tutto questo appare come innovazione, così come lo stesso Berlusconi viene presentato come l’incarnazione di un tempo di novità. Ma davvero non hanno nulla da dire le modernizzazioni autoritarie del secolo passato, e le diverse strade che seppero trovare le democrazie?

La Seconda Repubblica ci consegna gli attacchi allo stesso Presidente della Repubblica; alla Corte costituzionale, descritta come un manipolo di reduci della sinistra che viola le prerogative del popolo sovrano; ad una magistratura all’interno della quale si troverebbe una vera "associazione per delinquere"; al Parlamento in sé, volta a volta considerato come un intralcio o come luogo di spregiudicati reclutamenti. Ora siamo all’assalto finale. Questo hanno colto gli studenti, e il Presidente della Repubblica che, ascoltandoli, ha visto l’elemento che differenzia il movimento di oggi da quelli del passato, la volontà di essere protagonisti e, insieme, interlocutori delle istituzioni, nelle quali si riconoscono attraverso la Costituzione. Questo ha colto Daniel Baremboin quando ha aperto la stagione della Scala leggendo l’articolo 9 della Costituzione. Questo dovrebbero cogliere le forze politiche: la Costituzione sta di nuovo incontrando il suo popolo, com’era avvenuto nel 2006, quando 16 milioni di persone dissero no alla riforma costituzionale berlusconiana. Le forze di opposizione non hanno saputo, o voluto, amministrare quel patrimonio. Anche da una riflessione su questo punto può partire un rinnovamento della politica.

Siamo al contraccolpo della spallata fallita. Scampato il pericolo della bocciatura parlamentare, Berlusconi e Bossi, Tremonti e Sacconi dilagano. L'università è sfigurata, la stampa libera ha un bavaglio che la soffocherà, il lavoro è messo in riga, pronto per il nuovo che avanza grazie a Marchionne e Bonanni. Può darsi sia il crepuscolo del piduismo in salsa berlusconiana, anche se la popolarità della cricca al potere non scema. Di certo è un tramonto velenoso. Devastante. Cupo come l'ultima macabra stagione del fascismo repubblichino, al quale il protagonismo dei Gasparri e dei La Russa rimanda.

Ci stiamo avvitando con rapidità vertiginosa in una crisi generale di inedite proporzioni. I dati sulla povertà di massa, la disoccupazione giovanile e la precarietà del lavoro dipendente mettono nero su bianco il senso di un'intera fase storica durata almeno due decenni, nel corso della quale i poteri forti hanno riconquistato con gli interessi il terreno perduto con le lotte degli anni Sessanta e Settanta. Ma se la destra trionfa, ciò accade anche per l'inerzia e l'inconsapevolezza del progressismo democratico.

Torniamo alla mancata spallata del 14 dicembre. Tutti facevano il tifo per Gianfranco Fini, inopinatamente assurto al rango di eroe dell'Italia democratica. Chi sia Fini ce l'hanno ricordato in questi giorni i documenti pubblicati da WikiLeaks sulle vicende seguite all'assassinio di Calipari. Ma perché tanta voglia di illudersi? Perché tutto questo bisogno di dimenticare? Forse perché non c'è molto altro in quei paraggi (parliamo del Palazzo) in cui riporre qualche speranza. Questo è il punto. C'è più o meno mezzo Paese che sogna un nuovo 25 aprile ma non sa a che santo votarsi.

La si giri pure come si vuole, ma questo fatto suona come il più impietoso atto d'accusa nei confronti del Partito democratico. Che non solo non è in grado di rappresentare l'ansia di liberazione che pervade quello che un tempo chiamavamo «popolo della sinistra», ma ne impedisce l'espressione, ne frustra le potenzialità, ne devia l'energia verso sentieri interrotti. La stessa scena dell'incontro tra gli studenti e il presidente della Repubblica lo dimostra. Si va al Quirinale perché non si scorge in nessuna delle forze politiche presenti in Parlamento chi voglia davvero ascoltare e raccogliere le ragioni della protesta. Dire tutto questo sarà poco corretto politicamente, ma le cose stanno in questi termini e la verità non va sottaciuta. È questo il nodo oggi al pettine. Venticinque anni di radicamento dell'ideologia neoliberale hanno stravolto la «sinistra moderata», che ora non riesce a prendere congedo dalla gestione reazionaria della crisi sociale e civile del Paese: dalla logica dei tagli alla spesa, del primato dell'impresa, della privatizzazione dei beni comuni. Anche l'ultimo ignominioso capitolo della distruzione dell'università pubblica sta dentro questo discorso.

La destra si è ripresa tutto il potere reale: il comando sull'economia e sul lavoro, il controllo delle risorse, il monopolio del discorso pubblico. Ma ancora oggi, come se nulla fosse, chi dovrebbe contrastarla ciancia di modernità e di merito, di guerre democratiche e di libero mercato.

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Sul filo di lana, sale sui tetti e urla nell'aula del Senato. Crede forse che la nostra memoria si sia a tal punto indebolita da cancellare il ricordo delle cose dette e scritte in tutti questi anni e ancora negli ultimi mesi in tema di università, dalla legge sull'autonomia che ha trasformato gli atenei in aziende al famigerato 3+2, dall'idea delle Fondazioni universitarie alla proposta di aprire i consigli di amministrazione alle imprese, dalla messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori all'idea della concorrenza tra università, come se si trattasse di fabbriche di salumi e non di una istituzione chiamata a svolgere un servizio pubblico fondamentale per l'intera cittadinanza?

Come uscirne? È senz'altro giusto dire che il Pd «dovrebbe sbrigarsi» e impegnarsi nella «battaglia generale» per la salvezza della democrazia italiana. È altrettanto sensato augurarsi che lo stesso coraggio dimostri la Cgil, che ancora tituba, rimandando a tempi migliori la proclamazione dello sciopero generale, come se tempi migliori potessero sopraggiungere senza mobilitare nello scontro tutte le forze ancora disponibili. Ma intanto questi giorni hanno impartito una lezione che sarebbe diabolico non imparare a memoria.

Due mesi fa il segretario generale della Fiom a piazza san Giovanni disse con chiarezza che quel maestoso movimento di popolo cercava un interlocutore politico che ne raccogliesse esigenze e domande. Le forze della sinistra erano in quella piazza, ma in Parlamento le parole di Landini sono rimaste senza risposta. Poi sono insorti gli studenti e il mondo del precariato universitario. Anche in questo caso la sinistra era nelle lotte, ma ciò non ha impedito che la controriforma dell'università divenisse legge dello Stato. Tutto ciò, ci pare, significa una cosa soltanto. L'unica speranza qui e ora riposa sul conflitto di classe, operaio e sociale, sulla forza dei movimenti e sull'unità delle forze del cambiamento: sulla loro capacità di imporre al Paese un'agenda politica e precisi obiettivi di lotta.

Nel suo editoriale su La Repubblica del 19.12.2010 Eugenio Scalfari ci informa sull'esistenza di una Cupola finanziaria che gestisce le principali speculazioni mondiali. La sua fonte è il New York Times, che conferma quanto aveva già letto in Marx tempo prima. Da qui alcune sue deduzioni - di Eugenio Scalfari s'intende - sulle quali è bene soffermarsi. La prima, sulla quale concordo, è che le speculazioni non riguardano solo singoli faccendieri e neanche gli Hedge Fund, ma un sistema organizzato il cui cervello è costituito dalle maggiori nove banche mondiali. È vero, come sostiene, che è contro queste ultime che si è appuntata la critica della sinistra per decenni sfociata nella richiesta della nota Tobin Tax. Una visione miope che evade l'ampiezza del problema e che purtroppo resta comune sia agli amici che agli sciocchi. Che la finanzia mondiale costituisca oggi un sistema di potere globale è stato ampiamente descritto negli ultimi 10 anni da numerosi studi e autori. Basti ricordare il bel testo di J. Perkins - Confessioni di un sicario dell'economia - che illustra come la rete di esperti e di centri di studio internazionali falsifichino i dati economici dei singoli paesi per spingerli ad indebitarsi e poi provocarne una crisi che mette i governi e l'economia nelle loro mani. Processi che hanno modificato i rapporti di potere nei paesi capitalistici. Ne dà conto per gli Stati Uniti James K. Galbraith (The Predator State, 2008), che spiega molto bene come il governo di Bush fu costituito da ministri ed esperti proprietari o rappresentanti delle principali industrie energetiche e dell'industria militare sostenuti dai centri finanziari come la Goldman Sachs, e simili. Una struttura di potere che continua intatta con la nuova presidenza Obama. Siamo, quindi, non in presenza di speculatori ma della trasformazione dell'economia capitalistica da una economia di produzione in un sistema basato sulla rendita e lo sfruttamento delle altrui risorse. Una scissione definitiva tra capitalismo e mercato che per gestire questo potere rioccupa lo spazio della politica.

La seconda osservazione di Scalfari è che la Cupola italiana esiste ma è piccola e provinciale. Concordo ma per ragioni diverse dalle sue. Il «provincialismo» è dato dal fatto che la finanza e il potere dei grandi gruppi globali non è ancora riuscito a penetrare fortemente nel tessuto economico del nostro e di alcuni altri paesi dell'Europa del Sud. Cioè mentre Stati Uniti e i paesi dell'Europa occidentale sono dentro il sistema della «Triade» (la vera Cupola di cui parla Scalfari) l'Italia riesce ancora a difendersi sia con parte della sua economia per nostra fortuna non globalizzata sia per una maggiore autonomia del sistema politico. Ma la pressione è certamente forte. I ricorrenti conflitti tra governo e Banca d'Italia, questa sì occupata dai poteri della «Triade», sono noti. I tentativi di mettere il paese in riga con il sistema della globalizzazione sono sempre stati attuati insediando «governi tecnici» per neutralizzare la politica ed espropriando i cittadini oltre che della loro sovranità dei loro redditi. Un tentativo oggi di nuovo in atto e credo che Scalfari farebbe bene a difendere l'Italia dai «governi tecnici» che si cerca di creare con l'aiuto di Fini, Amato e i noti personaggi dell'antipolitica invece che prendersela con Moffa o la Chiesa Romana.

La terza osservazione riguarda l'Euro, minacciato secondo Scalfari, dai poteri della Cupola. È vero il contrario. L'euro fu introdotto con il sostegno dei centri finanziari della Triade spiegando ai governi ed agli scettici che doveva costituire l'ombrello a difesa della diversità dei sistemi produttivi e sociali europei. Non tutti hanno creduto alla favola, ovviamente. Come dimostrano gli ultimi atti della Commissione a proposito del Piano di stabilità, di fronte alla speculazione finanziaria e alla grave crisi sociale e economica da questa prodotta non si interviene con misure di controllo sui centri finanziari ma ponendo vincoli ai governi nazionali ed ai bilanci pubblici, impedendo iniziative rivolte a limitare i danni della speculazione finanziaria sui sistemi produttivi locali, sull'occupazione e sui sistemi di welfare europeo. Questo accompagnato da misure della Bce che fanno di questa lo strumento di equilibrio a favore dell'economia tedesca e delle speculazioni finanziarie dei centri finanziari di Londra e Francoforte. La Germania sta facendo passare come una politica di suoi aiuti ed impegno ai paesi colpiti dalla crisi quello che in realtà è un modo di far pagare agli europei ed ai cittadini di Grecia e Irlanda le speculazioni finanziarie delle banche tedesche verso questi paesi, e le misure di rigidità di bilancio e di tagli ai settori sociali con il mantenimento del livello delle spese militari di questi paesi per garntire forniture dalle industrie tedesche.

Ultima considerazione: le cose non stanno come sostiene Scalfari; non è la Cupola che vuole dividere l'euro, ma il contrario. L'euro, dall'essere l'ombrello protettivo dei paesi europei, si è trasformato nella sua camicia di forza saldamente protetta, anche in questo caso, dal ricorso all'autonomia della Bce. Autonomia dai governi e dai cittadini e non dai centri finanziari che ne occupano le posizioni di potere. I paesi che sono restati fuori dell'euro proteggono la loro autonomia di intervento politico sia rispetto alle proprie Banche centrali che da quella europea. Parlo della Danimarca, della Svezia e della Gran Bretagna. Se l'euro è divenuto la moneta tedesca e dei centri finanziari globali è ovvio che altri paesi europei, a difesa dei propri sistemi produttivi e delle loro scelte di società, si diano una propria moneta a questi corrispondente. D'altronde lo stesso Scalfari esprime tutto il suo pessimismo nella possibilità di trasformare l'Euro e l'Ue in qualcosa di diverso. La ripresa economica e produttiva da tutti richiesta è possibile solo se si restituisce ai governi ed ai cittadini la sovranità sulle politiche economiche e si riporti il sistema monetario dentro queste scelte. Non si può pensare che ogni stato esca oggi singolarmente dall'euro ma l'unico modo per evitarlo è che l'Europa ritrovi una sua dimensione confederale a livello istituzionale e monetario. L''istituzione di una moneta sud-Europea (Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) è l'unica via di uscita positiva dalla crisi attuale se si vuole impedire la frammentazione totale dell'Ue.

Carlo Galli
Marc Lazar
Anthony Giddens
Gianni Vattimo
Jürgen Habermas
Fernando Savater

LE PAROLE PER RACCONTARE
QUEL CHE RESTA DI UN´IDEA
di Carlo Galli

Fine delle ideologie, crisi del riformismo, globalizzazione: eppure c´è ancora chi scommette sul futuro di un concetto. Abbiamo chiesto a celebri pensatori e intellettuali europei di spiegare la loro visione e le prospettive possibili

La sconfitta della sinistra comunista, e le trasformazioni politiche ed economiche che sono seguite – la globalizzazione –, hanno reso il capitale più aggressivo (perché più esposto alla competizione), e hanno causato la crisi del compromesso socialdemocratico, cioè delle conquiste della sinistra riformista: i diritti sociali oggi sono visti come un costo e non come un valore. Ecco perché ha senso interrogarsi sulle prospettive di un´idea. Oggi il centro della società è il mercato, l´impresa e le sue esigenze di sviluppo, l´individualismo aggressivo; la frantumazione del ceto medio creato dalle passate politiche di welfare è già in atto, e la società si polarizza tra pochi ricchi e molti poveri; anche le forme giuridiche dell´uguaglianza – la legalità, i diritti civili – sono minacciate dall´insicurezza e dalla paura, i nuovi messaggi biopolitici che vengono dallo Stato; la democrazia è sostituita dal populismo.

La sinistra deve quindi trovare la capacità di criticare il presente, e ne deve nominare apertamente le contraddizioni; deve essere convinta che a un problema non c´è solo la soluzione proposta da chi detiene il potere, ma almeno un´altra, alternativa, che ha come finalità l´emancipazione di chi non ha potere, e la liberazione delle sue capacità di sviluppo autonomo, di vitale spontaneità (e pertanto deve essere antiautoritaria e laica). Deve essere riconoscibile, cioè deve essere coerentemente "parte" – nel momento in cui la società si frantuma in parti, anche se non coincidenti con le "classi" tradizionali –, e deve quindi entrare decisamente nei conflitti reali; ma deve anche farsi carico delle questioni generali di uguaglianza formale e sostanziale – pur mettendo in conto che i conflitti non potranno mai cessare. Deve produrre una nuova idea di società, una nuova "egemonia", da contrapporre all´egemonia della destra. Ciò significa combattere la paura e la disuguaglianza con la legalità, la giustizia e la speranza; e lottare per un nuovo compromesso, molto meno squilibrato dell´attuale, oltre che meno burocratico che nel passato, tra economia e diritti di libertà, tra mercato e Stato, tra privato e pubblico.



QUELLE PAROLE CHE LA SINISTRA DEVE RISCOPRIRE

di Marc Lazar

La crisi della sinistra riformista europea oggi è oramai un´idea condivisa. Essa non ha motivo di vergognarsi del proprio passato. Ha contribuito a forgiare la democrazia e il welfare e, dunque, un´ampia parte dell´identità europea. Ciò nonostante, il suo modello di cambiamento graduale delle società nel quadro degli Stati-nazione è in via di esaurimento. La sinistra, più della destra, soffre la globalizzazione, le trasformazioni del capitalismo mondiale, il processo di individualizzazione, la sensazione sempre più ossessiva del declino del vecchio continente, le tentazioni di ripiegamento identitario sfruttate dai movimenti populisti.

La Storia dimostra che ciò che ha fatto la forza della socialdemocrazia è stata la sua capacità di adattamento alle evoluzioni delle società, il più delle volte generate esse stesse dalle metamorfosi del capitalismo. Un aggiornamento spesso difficile, nutrito da vivaci dibattiti interni sulle proposte definite "revisioniste", da Eduard Berstein (fine del secolo XIX) a Anthony Giddens (fine del secolo XX), passando per tanti altri pensatori e responsabili politici. E, tuttavia, con una domanda ossessiva dei nostri giorni al socialismo: il suo avvenire si iscrive nella linea dell´ideologia e dei suoi punti di riferimento, oppure suppone di varcare le frontiere tradizionali della sinistra e di esplorare altri orizzonti?

Per pensare la sinistra oggi e domani bisogna, più che mai, tornare alla famosa affermazione di Norberto Bobbio, per il quale il valore dell´uguaglianza traccia la linea di separazione dalla destra. La crisi economica del 2008 ha ricordato la pertinenza di quest´idea, adattata al mondo di oggi, che non significa egualitarismo, ma un´uguaglianza delle opportunità, rispettosa dei percorsi e delle aspirazioni individuali. Un´uguaglianza che deve rendere possibili non tanto degli Stati-forti, divenuti impossibili, quanto degli Stati ammodernati, regolatori e animatori, coordinati a livello europeo. Uguaglianza nel mondo e in Europa. Uguaglianza sociale tra i diversi gruppi e individui. Uguaglianza tra i sessi, mentre le donne rimangono sempre discriminate. Uguaglianza tra le generazioni, in un´Europa che subisce il complesso di Cronos, il dio greco che divorava i propri figli. Uguaglianza tra i territori, mentre oggi si approfondisce la divaricazione tra le regioni ricche e le zone più in difficoltà. Uguaglianza tra i cittadini e gli immigrati in regola che fanno ormai parte integrante della nostra Europa. Uguaglianza, ancora, in rapporto all´ambiente.

Ma c´è l´altro Bobbio, quello che nel 1955 constatava come gli intellettuali italiani sapessero perfettamente che cosa avrebbe dovuto essere la società italiana, ma ignoravano che cosa fosse. Cinquantacinque anni dopo, la sua riflessione si può allargare all´insieme dei partiti della sinistra europea, troppo chiusi su se stessi, in mano a oligarchie che stanno invecchiando, più che mai preoccupate di difendere i loro piccoli interessi. Conoscere la società nella sua complessità attuale, segnata da tendenze contraddittorie e antagonistiche, per ritrovare il popolo e, così, non lasciare più questa parola e ciò che comporta alle forze populistiche. La sinistra deve unirsi a lui in questo grido di dolore e di rabbia di cui parlava il sociologo Durkheim per definire il socialismo, ma anche in un grido di speranza, non per creare sogni che si trasformano generalmente in incubi, ma per ridare un senso alla politica. Per esempio, nell´accettare la forza della leadership nelle nostre democrazie, ma combinandola con l´estensione della partecipazione dei cittadini alla vita democratica.

(traduzione di Luis E. Moriones)



LA LIBERTÀ È UN VALORE SOCIALE

di Anthony Giddens

Nella politica di oggi la divisione tra sinistra e destra è assai meno netta che in passato, perché al capitalismo non si contrappone più un´alternativa socialista ben definita. Per di più, alcuni dei maggiori problemi che ci troviamo ad affrontare - ad esempio il cambiamento climatico, al centro di molti dibattiti contemporanei - trascendono la divisione classica tra sinistra e destra.

Eppure la distinzione ha ancora un senso. Essere di sinistra vuol dire avere a cuore alcuni valori essenziali; credere nell´importanza della solidarietà sociale, dell´uguaglianza, della tutela dei più vulnerabili, e nella «libertà sostanziale»: non solo quella economica, o la libertà davanti alla legge, ma una libertà reale per tutti i cittadini.

E significa anche attenersi a un certo quadro politico, in cui si conferisca grande importanza all´attivismo e alla capacità di intervento dei governi, necessaria a controbilanciare la tendenza dei mercati incontrollati di produrre instabilità economica e macroscopiche sperequazioni sociali, sostituendo ai valori sociali parametri puramente economici.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)



L´UGUAGLIANZA COME DIRITTO CULTURALE

di Gianni Vattimo

La distinzione tra destra e sinistra è ancora ben viva e consiste, come sempre, nell´opposizione tra chi prende le differenze - di ricchezza, di salute, di forza, di capacità - come differenze "naturali", e parte di lì per costruire un progetto di sviluppo, proprio utilizzandole ed esasperandole; e chi invece vuole garantire una competizione non truccata, correggendo le differenze "di natura". Di qui il darwinismo sociale che ha sempre caratterizzato la destra, fino al razzismo fascista; e quello che si può chiamare il "culturalismo" della sinistra, che va oltre il dato "naturale". Il problema della sinistra è sempre stato quello di riconoscersi francamente per quel che è, come "cultura vs. natura": quando ha creduto di essere più fedele alla natura (come difesa dei diritti "naturali" o come scienza economica "vera") è sempre diventata totalitarismo. La forza della sinistra sta nel difendere il diritto di chi non ha "diritti", di chi non è "legittimato" né dalla natura (quella che sempre anche il Papa invoca) né della scienza (per lo più al servizio del potere). Il proletariato di Marx non è l´uomo "vero", è solo la classe generale, la grande massa degli espropriati che merita di farsi valere anche solo in nome del (borghese) principio democratico.

SE LA SOLIDARIETÀ NON È MAI FUORI MODA

di Jürgen Habermas

Chi crede tuttora nella forza rivoluzionaria di autoguarigione delle crisi economiche gravita in nebulose profondità attorno al concetto del «politico», o soffia sulla «sollevazione prossima ventura». Il resto è disfattismo.

La «sinistra» deve il suo nome all´ordine degli scanni parlamentari all´Assemblea nazionale francese del 1789. Quanto al termine «socialismo», il suo significato era e rimane nient´altro che la messa in atto delle parole d´ordine della Rivoluzione francese. La libertà non può essere ridotta alla mera possibilità, per i soggetti partecipi di un sistema di mercato, di esprimere individualmente il proprio voto. Solo l´inclusione egualitaria di tutti i cittadini come co-legislatori, in un contesto di formazione di opinioni e volontà politiche informate, può assicurare a ciascuno gli spazi e i mezzi per determinare e plasmare autonomamente la propria personale esistenza.

L´uguaglianza non può essere solo quella formale davanti alla legge, ma deve comportare l´equa ripartizione dei diritti, che devono avere eguale valore per ciascuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale. La solidarietà non deve degenerare in paternalistica assistenza agli emarginati; la partecipazione alla comunità politica con pari diritti non è conciliabile con la privatizzazione, che scarica i rischi e i costi originati a livello sociale complessivo su singoli gruppi o persone, senza indennità o risarcimenti di sorta.

E´ questo il modo in cui la sinistra intende i principi costituzionali, non certo spettacolari, che nelle nostre società democratiche informano il diritto vigente. La sinistra recluta i suoi aderenti tra i cittadini tuttora sensibili alle stridenti dissonanze tra questi principi di fondo e la realtà, da tempo accettata, di una società sempre meno solidale. Una società nella quale le élite si barricano, anche moralmente, nelle loro gated communities è fetida. I mali della sinistra rispecchiano il generale ottundimento di questo spirito normativo, e la crescente tendenza ad accettare come normale e ovvio un egoismo razionalista, che con gli imperativi del mercato è penetrato oramai fin dentro i pori di un ambiente di vita colonizzato.

Naturalmente il deficit della sinistra non è solo di tipo motivazionale, ma riguarda anche il piano cognitivo, ove si è mancato di affrontare tutta la complessità delle sfide reali - ad esempio, i rischi che corre oggi la moneta europea. Altrimenti la sinistra non si limiterebbe a lamentare la distruttività dei mercati finanziari incontrollati, ma ravviserebbe nella speculazione contro la moneta europea un´astuzia politica della ragione economica. Si attiverebbe contro l´asimmetria dell´UE, che a una completa unificazione economica affianca l´incompletezza di quella politica. E comprenderebbe infine che un´Europa democratica e solidale è un progetto di sinistra.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)



LA SFIDA DELLA SCUOLA

UN´EDUCAZIONE PER TUTTI

di Fernando Savater

Oggi, la sinistra non può essere altro che quella che difende il concetto di società. Vale a dire, qualcosa di diverso dalla semplice giustapposizione di individui atomizzati e di interessi contrapposti in lizza. I membri di una società vedono se stessi come soci degli altri, vale a dire come collaboratori e complici di un beneficio che in qualche misura deve raggiungere tutti. La sinistra deve ricordare che la democrazia, in qualsiasi luogo del mondo, ha due nemici fondamentali: la miseria e l´ignoranza. Dove la miseria è tollerata, dove l´ignoranza non è combattuta, la democrazia si trasforma in una caricatura di se stessa. Pertanto, la sinistra - che ha già imparato che non può essere che democratica in un modo deciso e scrupoloso - deve tentare di mettere fuori legge le condizioni di povertà estrema - come a suo tempo si mise fuori legge la schiavitù - e deve far sì che l´educazione per tutti, pubblica, laica e senza esclusioni maliziose diventi il suo compito prioritario. Un´altra questione molto attuale che la sinistra deve affrontare è la crescita della corruzione sia politica che finanziaria (che normalmente agiscono insieme) e che minaccia di pervertire la democrazia in "cleptocrazia", mettendo le istituzioni o la sfera pubblica al servizio dei depredatori.

(traduzione di Luis E. Moriones)

«I l cielo quasi si velò come alla morte del Giusto, e gli elementi scatenati aggiunsero il loro fragore a quello del cannone, e i venti schiantarono le bandiere…» . Venne giù il diluvio a Caprera, racconta l'inglese di cuore italiano Jessie White Mario, eccezionale figura del Risorgimento, il giorno dei funerali di Giuseppe Garibaldi. Era l'8 giugno 1882. Erano venuti a migliaia, per l'ultimo saluto al vecchio condottiero spentosi la settimana prima dopo aver chiesto nell’ultima lettera al direttore dell'Osservatorio di Palermo «la posizione della nuova Cometa e il giorno della maggior grandezza» . E sotto la pioggia battente, mentre il mare mugghiava, ricorda un biografo, «appena deposto il feretro tutti fuggirono come anime perse nella bufera verso lo Stagnarello per cercare un imbarco…» . Come se fosse arrivato, di colpo, l’inverno.

Tredici decenni dopo, anche quelli della Protezione civile, i servitori perbene dello Stato e gli affaristi in giacca di lino se ne sono andati dalla Maddalena sotto una tempesta. Quella delle inchieste giudiziarie. E proprio come coloro che parteciparono alle esequie dell'Eroe dei due mondi, sui quali i garibaldini videro abbattersi la punizione di Giove pluvio perché era stata tradita la volontà del Vate di essere deposto su una catasta di mirto, agaccio e lentischio per esser bruciato come Patroclo su «un rogo omerico» , non tutti hanno trovato un'imbarco per andarsene senza danni. Non c'è posto migliore di Caprera e della Maddalena per racchiudere il senso dell'inchiesta che andiamo a finire dopo aver percorso tutta l'Italia per vedere com'è il Paese alla vigilia del Centocinquantenario dell'Unità. È tutto qui, a cavallo di queste isole stupende unite da un ponte-diga in faccia a Palau, nel Nordest della Sardegna. Il meglio e il peggio. La generosità più emozionante e l'egoismo più feroce. Il patriottismo ideale e l'immoralità indifferente al bene comune. L'Italia che amiamo, l'Italia che ci fa schifo.

Anche da Caprera, l’eremo scelto da Garibaldi per viverci con i figli e un po'di amici («una vera repubblica democratica e sociale — scrisse Michail Bakunin—, non conoscono la proprietà: tutto appartiene a tutti. Non conoscono neppure gli abiti da toilette, tutti portano giacche di grossa tela con i colletti aperti, le camicie rosse e le braccia nude, tutti sono neri dal sole, tutti lavorano fraternamente e tutti cantano…» ) gli ospiti rubarono qualcosa. Racconta Augusto Zedda nelle sue Cronache isolane che la pira omerica di quella specie di «santo ateo» che a Palermo era stato salutato come fratello di Santa Rosalia, venne saccheggiata dai fedeli a caccia di reliquie. Un rametto di lentischio, una foglia d'alloro, qualche bacca di mirto. Un secolo e passa dopo, i furbetti del G8 si sono portati via alcune decine di milioni di euro. E se il Gran Nizzardo invocava la sua isoletta chiamandola «Oh, caro scoglio!» , la Maddalena si è rivelata, per le tasche degli italiani, carissima. Al punto che non si sa più esattamente quanto è stato speso. C'è chi dice, rifacendosi ai dati ufficiali, 327 milioni. Chi spara 377. Certo è, spiega il ristoratore Andrea Orecchioni, che questo «è il primo inverno morto da decenni. Prima c'erano gli americani della base smobilitata a gennaio 2008 e i marinai della piazzaforte italiana, poi il formicaio della Protezione civile, architetti, tecnici, operai che preparavano in fretta e furia il vertice internazionale, poi quelli che si erano fermati per finire i lavori avviati… Fatto sta che quest'inverno non c'è nessuno. Nessuno» .

Orecchioni, detto Cicerone perché da ragazzo se un turista chiedeva informazioni al padre salumiere lui lo portava in giro spiegando le magie della Maddalena, non è un ristoratore tra tanti. È il padrone de «La scogliera» , un locale di Porto Massimo amatissimo dalla clientela più ricca della costa Smeralda. Lo chiamano il «Robin Hood del mestolo» dicendo che ruba ai ricchi presentandogli dei conti che sembrano eccessivi perfino a Flavio Briatore. Filippo Facci, un paio d'anni fa, arrivò a sbatterlo in prima pagina sul Giornale: aveva servito all'imprenditrice Luisa Todini, suo marito, la bambina e la tata «tre calici di vino, due bottiglie d’acqua, un antipasto per due, spaghetti all’aragosta per uno, branzino al sale per tre» . Conto finale: 850 euro. Nel dettaglio: «1 spaghetto aragosta 366 euro» . Lui ci ride su: «L’alta qualità si paga…» . Quelli della Cricca erano sempre a tavola da lui. Arrivavano con le Bmw e altri macchinoni extra lusso, mangiavano, bevevano. Lui, Cicerone, giura che ci ha rimesso: «Sono uno di quelli che sul G8 aveva scommesso. Gli avrò fatto una ventina di catering gratis. Una ventina. Ho preso anch'io il bidone. Gli curavo anche la mensa degli operai. Mille pasti al giorno. A 3 euro e mezzo a pasto. Gli dicevo: guarda che non ci sto dentro. E Mauro della Giovampaola, il coordinatore, mi diceva: “ Siamo all’osso”. Erano all'osso per me, e poi... Erano così tirchi che se non fosse scoppiata l'inchiesta non avrei mai immaginato che buttavano i soldi così... Li ho sempre difesi, ma hanno esagerato. Vengono fuori cose brutte. Brutte. Bertolaso no, lo difendo ancora. Ma gli altri...»

Per l'inaugurazione, che doveva far dimenticare la delusione inflitta all'arcipelago, gli ordinarono un buffet («prezzo stracciato: 90 mila euro» ) per tremila invitati. Tremila! Su un'isola che non arriva a 12.000 abitanti. Pierfranco Zanchetta, che dopo aver fatto l'assessore provinciale ha corso alle comunali contro la conferma del sindaco Angelo Comiti, che pure è del suo stesso partito, il Pd, spaccatissimo sull’ubriacatura del G8 ma più ancora sugli strascichi, rilegge ciò che aveva detto Guido Bertolaso in consiglio comunale: «Quella zona lì dell'Arsenale diventerà un grande Centro Nautico. Dovrebbe esserci un Cantiere Nautico con i controfiocchi, perché tutte le strutture e anche l'Area che chiamiamo dei Delegati sono progettate e realizzate non pensando che ci lavoreranno 2.500 ambasciatori da tutto il mondo, ma pensate perché, poi, ci saranno barche, rimessaggi, ci saranno cantieri, ci saranno officine…» . Sì, ciao. A girare per l'isola in quella manciata di chilometri quadrati in cui furono concentrati gli investimenti per il G8 mancato, viene il magone. Deserto l'ex ospedale militare ristrutturato come albergo pompandoci dentro, pare, 73 milioni di euro. Deserto il centro congressi avveniristicamente proiettato sull'acqua, costato 52 milioni pagati all'impresa edile di Diego Anemone e usato solo per il vertice con Zapatero passato alla storia (minore) perché il Cavaliere assicurò nella conferenza stampa di non aver mai pagato una donna. Deserto l'albergone rilevato con tutto l'ex Arsenale della Marina dalla società Mita Resort presieduta da Emma Marcegaglia. Deserta la darsena che, ospitando centinaia di posti barca da vendere a prezzi astronomici, dovrebbe rappresentare il vero grande business del business.

Il disinquinamento incompiuto di questo specchio di mare nel quale la Marina scaricò per anni tutto il pattume possibile e immaginabile, è il grande problema. Fin da quando Fabrizio Gatti raccolse su l'Espresso la testimonianza di un tecnico dell'impresa che doveva risanare l'area: «Più scavavi nel fondale, più trovavi fanghi contaminati. La benna tirava su melma densa come cioccolata e nera come pece. Erano sicuramente idrocarburi pesanti. Hanno deciso di lasciarli lì perché senza la costruzione di una diga ermetica, avrebbero inquinato l'arcipelago» . Sì, sospira il sindaco Angelo Comiti, «quando l’escavatore affondò i denti della benna ne tirò su una enorme cucchiaiata di idrocarburi. L'arsenale era una bomba ecologica. E’ la verità. Ma è falso che non abbiano fatto la bonifica. La bonifica c’è stata. Imponente. Lo sapevano tutti che restava da completare la parte finale di Cala Camicia. Mica doveva spiegarcelo Gatti…» . Per questo, dice, è convinto che l'affidamento per quarant'anni in cambio di 31 milioni di euro e un affitto di 60 mila l'anno «non è un regalo alla Marcegaglia. C'è stata una gara, regolare ha detto il Tar. Il dirottamento del G8 è stato un danno anche per lei. E poi, deve mettercene ancora tanti, di soldi… Anzi, capisco davanti a certe lentezze le sue perplessità» . Il guaio è, insiste, che «doveva esserci un’accelerazione finale dei lavori e invece lo spostamento all'Aquila causò una decelerazione. Partivano due navi al giorno per andare a buttar via quei sedimenti tossici. L'amianto, credo, a Torino. I materiali ferrosi a Livorno. Voglio dire che la bonifica è "quasi" finita. Ci vorranno ancora 6 milioni. Forse meno...» .

Sulla reale destinazione di tutti i fanghi portati via in realtà restano dei dubbi. Il 25 novembre i carabinieri, per dire, hanno sequestrato una discarica abusiva a Olbia: un ettaro pieno di eternit in un ex campo nomadi alla periferia della città. Campo che avrebbe dovuto essere a sua volta bonificato con l’occasione del G8. E chi hanno denunciato per l'immondezzaio tossico illegale? L’ex presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci e Raniero Fabrizi, tra i responsabili dell'organizzazione del G8 alla Maddalena. Come siano stati spesi tanti soldi è una cosa tutta da accertare. E non sarà facile. I lavori del G8, grazie alla qualifica di «Grande evento» , furono sottratti al controllo preventivo della Corte dei Conti. Di più, preso l'andazzo, i «maghi dell'emergenza» l'anno dopo il vertice cercarono di nascondere all'occhio dei magistrati contabili anche le regate della Louis Vuitton series. No, risposero i giudici: non si possono impiegare dipendenti e spendere soldi della Protezione civile per le barche a vela. Tanto più che oltre la metà dei quattrini stanziati per quelle regate (2 milioni 300 mila euro su 3 milioni 750 mila) furono direttamente versati dalla Protezione civile al Comitato organizzatore, una srl milanese controllata dalla società World sailing teams association che gestisce la Coppa America. Presidente: lo skipper Paul Cayard. Però un merito quella regata l’ha avuto. Fare scoprire appunto che quello specchio di mare non era stato ancora bonificato, nonostante i 31 milioni spesi per un’operazione alla quale aveva partecipato anche il cognato di Bertolaso, Francesco Piermarini. Benedetto come «un grande esperto» . Un fatto è sicuro: alla Maddalena non si è badato a spese. Stefano Boeri, l’architetto incaricato di gran parte delle opere ai tempi di Soru ma poi «di fatto escluso dalle decisioni e dalle valutazioni economiche di cantiere» , ha scritto sul blog della rivista «Abitare» di «uno spreco inqualificabile di risorse» .

E non si riferiva solo al fatto che i tecnici dell’Unità di missione alloggiassero in ville affittate sulla costa e mangiassero alla Scogliera. I costi schizzarono da 200 a 327 milioni senza che alcuno facesse una piega. Un rincaro mostruoso. Dovuto, parole di Boeri, «alle maggiorazioni già previste nell’appalto. Parliamo del 57%di aumenti dei compensi, già stabiliti, per le difficoltà dovute all’urgenza, il fatto che si lavorava su un’isola, i turni continui, il rispetto dei tempi...» . Lo sapevano già prima, i furbetti, che c'era da lavorare in fretta e su un'isola. Eppure riuscirono a farsi riconoscere rincari del 57% perché occorreva fare in fretta e la Maddalena è un’isola. In parole povere, i disagi furono pagati due volte. Un meccanismo, secondo Boeri, «assolutamente senza senso» .

Lasciarono impronte digitali dappertutto, quei furbetti. Lo ricorda l'intercettazione fra l’architetto Marco Casamonti, che aveva progettato la trasformazione dell’ex ospedale in albergo, e Valerio ***, proprietario della Gia. Fi. costruzioni, l’impresa appaltatrice. Casamonti dice che ha la possibilità di far lievitare il conto come panna montata: «Quella è una cosa che mi curo io. Guarda, secondo me, per fare quello che ci vuole… altri 60 milioni di lavori» . Millantava? Qualche numero balla. Ma Fabrizio Gatti, con l'aiuto di chi si oppose al progetto, su quell'ex ospedale ha fatto due conti: dato che le stanze sono 101, ogni stanza sarebbe costata 722 mila euro. A sentire le intercettazioni, c'era già chi sapeva come andava a finire. Il 28 dicembre 2008 Vincenzo Di Nardo, amministratore della Btp (la ditta di quel Riccardo Fusi amico di Denis Verdini che avrebbe lavorato anche all’Aquila) si sfoga: «Sono banditi… E’ gente… Prima o poi si leggerà sui giornali che li hanno cuccati con qualche tangente in mano… Dai! Questi poi sono violenti e… Io ho visto la squadra in azione… Non la conoscevo questa del Balducci… E’ una task force proprio insieme unita e compatta… Sono dei bulldozer e il *** è uno di quelli blindati dentro questa logica qui del Balducci, che è il vero regista».

L’ex governatore Renato Soru ricorda bene come tutto ebbe inizio: «La Protezione civile fece base nel vecchio quartier generale degli americani. Credo che solo l’acquartieramento costò qualcosa come 10 milioni di euro. Arrivarono perfino con un ospedale da campo, mai utilizzato e poi trasferito all’Aquila» . Era stato lui a spingere con Prodi perché il G8 si tenesse alla Maddalena. Le basi militari stavano chiudendo e quella era un’occasione storica per risanare un pezzo dell’isola. Decenni di lavori e stazionamento delle navi avevano compromesso i fondali. Pieni zeppi di detriti, e soprattutto intrisi di oli che erano penetrati per metri in profondità. Subentrato a Prodi, ricorda il sindaco, il Cavaliere si mostrò subito poco entusiasta: «Se le idee non sono sue...» . Fatto sta che il 23 aprile 2009, il nuovo governatore Ugo Cappellacci apprese dalla tivù che la Sardegna aveva perso il G8.

«La mia impressione? Che avessero già spremuto il limone fino in fondo. E si spostavano da un’altra parte», ipotizza Soru. A Caprera, Garibaldi riposa probabilmente inquieto. Con tutti i soldi che hanno speso di là del braccio di mare per fare in fretta una cosa che poi non hanno fatto, non hanno trovato il tempo e il denaro per fare entro il 2010, centocinquantenario della spedizione dei Mille, il museo nuovo che, ospitato nel forte Arbutici, dovrebbe accogliere la grande collezione di Mario Birardi, già sindaco della Maddalena e deputato del Pci e appassionato cultore dell'Eroe dei due mondi. Mai, forse, avrebbe immaginato che l'esasperazione affaristica di una certa Italia avrebbe insultato il suo bellissimo e civile arcipelago dove fin dal 1811 un certo Alessandro Turri sbarcò da Genova con un documento intitolato «Memoria circa un progetto di indipendenza italiana» Fosse vivo, scriverebbe forse parole ancora più addolorate di quelle incise nella prefazione alle memorie: «Sono amareggiato a veder tanti malanni e tante corruzioni in questo sedicente secolo civile…». Raccontano che chiamasse i somari coi nomi di chi disprezzava. Uno don Chico (Francesco Giuseppe), un altro Napoleone III, un altro ancora Pio IX. Tornasse in vita, saprebbe lui come chiamarli i somari di oggi...

*** A seguito di una istanza di appello al Diritto all’Oblio pervenuta alla redazione di Eddyburg, abbiamo cancellato il riferimento personale per non esporre l'associazione a cause giudiziarie. Restiamo convinti che il diritto di cronaca non debba essere sacrificato e ci adopereremo per trovare un giusto bilanciamento. (Mauro Baioni, presidente pro-tempore dell'associazione).

Il decreto Milleproroghe approvato ieri dal Consiglio dei ministri ha sancito le ultime volontà 2010 del governo Berlusconi. Premiata innanzitutto la fedeltà dei due deputati del Südtiroler Volkspartei che s'erano astenuti sulla sfiducia alla Camera: contro tutti i pareri delle associazioni ambientaliste, è stata accolta la richiesta di smembrare la gestione unitaria del Parco dello Stelvio per attribuirla alle singole amministrazioni locali, assai interessate a seguire in proprio il business (specie quella di Bolzano). “Non ci hanno detto se votate la fiducia vi daremo questo o quell'altro, ma è vero che su due o tre cose ci sono state trattative con Tremonti e Calderoli" aveva ammesso la settimana scorsa il leader della Svp, Luis Dumwalder. Detto, firmato.

Secondo punto d'onore, il reintegro del 5 per mille. Da settimane il ministro Tremonti giurava che avrebbe tatto miracoli pur di riportare a quota 400 milioni la cifra 2011, ma il prodigio gli è riuscito solo in parte visto che i 300 milioni, necessari a integrare i 100 già stanziati tramite legge di stabilità, saranno in realtà 200. Altri 100 verranno destinati alla ricerca e alla cura della Sla, malattia gravemente invalidante per cui le associazioni di malati avevano chiesto attenzione e finanziamenti protestando a lungo davanti Montecitorio. Ed ecco qua la soluzione: il 5 per mi le avrà alla fine 300 milioni in tutto (anziché i 400 previsti, come negli ultimi anni, cifra che corrisponde alle reali donazioni degli italiani), mentre per la Sla ce ne saranno 100 nuovi di zecca. Magia di Natale? Margherita Miotto, capogruppo Pd nella Commissione Altari sociali, protesta: “Il gioco delle tre carte stavolta non riuscirà a Tremonti. Il governo non può decidere in nessun modo l'uso che le associazioni di volontariato faranno delle risorse che i cittadini vogliono dare al non profit". In effetti la questione è tecnicamente controversa: come dirottare le cifre assegnate tramite dichiarazione dei redditi seguendo i desiderata ministeriali? Se volessi finanziare Emergencv, perché magari sono un pacifista e non gradisco che il Milleproroghe abbia tra l'altro deciso di riconfermare i 750 milioni di euro destinati alle nostre 'missioni di pace', perché i miei soldi dovrebbero invece andare alla - pur nobilissima - causa Sla? Mentre monta la polemica, e la sensazione che la questione 5 per mille sia diventata uno spot, a farne di certo le spese stati i fondi per l'editoria (50 milioni, con severe proteste Fieg) e quelli per le emittenti locali (45 milioni, lamenta Fnsi). Soldi e agevolazioni superfast invece erano previste per Pompei: 50mila euro per il 2010 e di 900mila annui dal 2011 per procedure straordinarie di reclutamento, dinamiche semplificate per l'affidamento dei lavori, classificazione speciale per gli immobili fuori dall'area archeologica da costruire in deroga agli strumenti urbanistici nonché potenti semplificazioni per gli obblighi di imparzialità e trasparenza su eventuali sponsor. Roba manifestamente pericolosa, e quindi stralciata. Ma il ministro Bondi ieri ha avuto un altro spauracchio. 170 mila euro arrivano anche al comune di Gemonio, la città di Umberto Bossi.

Nella bozza iniziale era previsto il contributo di un euro da caricare su ogni biglietto del cinema, un obolo per finanziare gli incentivi fiscali delle imprese cinematografiche (confermati fino a giugno). Reazioni subito violente del settore, poi la smentita ufficiale ha rasserenato gli animi, tranne quella degli artisti: il ventilato reintegro del Fus, fondo unico per lo spettacolo, è saltato.

Altro duro match quello ingaggiato dal titolare dell'economia con Stefania Prestigiacomo, decisissima a far rispettare lo stop all'utilizzo delle borse di plastica dal 1 gennaio 2011. La discussione serrata ha guastato la mattinata, culminata nell'annuncio di voler lasciare il Pdl.

Contenta invece Giorgia Meloni per la decisione presa dal collega Maroni di consentire il wi-fi nei luoghi pubblici, ma sempre col vincolo di rilascio di licenza per il gestore. Tutti d'accordo nel sospendere le tasse agli alluvionati del Veneto fino al 30 giugno 2011 e niente agevolazioni per gli aquilani, che dal prossimo mese dovranno ricominciare a pagare. Posticipati anche i termini per l'autodenuncia delle case fantasma (a fine febbraio), l'attività intra moenia per i medici e gli eco-bonus per i trasportatori mentre resta il no agli aiuti per i distributori di benzina con relativo annuncio sciopero. Rimandati ancora gli studi di settore e il sistema delle riscossioni dirette degli enti locali mentre Roma Capitale dovrà stringere la cinghia: lo stipendio del commissario straordinario per il rientro del deficit arriverà dal risparmio sui compensi dei dipendenti. Escluso ma non deluso il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ha avuto ampie rassicurazioni sulla legge speciale da lui proposta, una tassa da far pagare al turisti: “Dopo l'incontro ad Arcore, Tremonti mi ha spiegato che con il Milleproroghe è difficile, non importa, basta che arrivi presto questa norma" ha detto Renzi. Il mille e una proroga è già realtà per chi ha fede.

Nell'articolo pubblicato su il manifesto del 17 novembre (Il neoambientalismo italiano) Alberto Asor Rosa riprende una riflessione di Guido Viale ( il manifesto del 7 novembre) in merito ai modi del cambiamento (nella produzione, nel modello di sviluppo) - che per Viale non possono che partire "dal basso" - svolgendo alcune considerazioni in ordine agli ostacoli che a tale cambiamento si oppongono. Oggi assistiamo a una crescente diffusione mediatica delle nuove tecnologie non inquinanti come: solare, eolico, fotovoltaico, che va nella direzione di una sorta di vero e proprio nuovo business. L'impressione è che lo sviluppo - questo malsviluppo - rimane una variabile indipendente da realizzare semmai non più attraverso l'uso dei fossili, ma delle energie alternative. Lungo questa strada è mia opinione che non si produce alcun nuovo e vero cambiamento, ma solo una correzione di rotta che, prima o poi, tornerebbe ad essere ortogonale all'ambiente. E infatti a Viale non sfugge il fatto che la produzione di energie alternative dovrebbe avvenire in concomitanza di una nuova classe dirigente e il loro utilizzo in modo diffuso a livello di singoli e comunità, fino a produrre un cambiamento anche antropologico degli stili di vita e dei comportamenti individuali. Del resto lo stesso problema si presenta per lo smaltimento dei rifiuti: è ormai noto che la raccolta differenziata non è solo una opzione tecnica, ma, prima ancora, culturale e antropologica (facendo raccolta differenziata ci si rende conto di ciò che scartiamo e come viviamo). L'attuale modello di consumi e di stili di vita (almeno oggi nel mondo occidentale) non è sostenibile neppure se si sostituisse tutta l'energia fossile consumata con energia pulita. Inoltre le fonti energetiche rinnovabili non basterebbero mai (almeno oggi) a rimpiazzare l'attuale fabbisogno energetico. E allora?

Ecco che subentra la centralità della questione culturale. Consumare meno e meglio, o diversamente, è la ricetta del futuro. In questa prospettiva, l'uso di fonti energetiche rinnovabili costituirebbe, come nel caso della raccolta differenziata, di innescare una «rivoluzione culturale» il cui obiettivo diventa quello dell'abbandono dell'attuale modello di sviluppo verso stili di vita più sobri e in armonia con l'ambiente. Ma questa operazione, appunto, è tanto più efficace quanto più scelta consapevole delle comunità insediate (vedi l'esempio delle «mamme vulcaniche» di Terzigno). Sempre in questa prospettiva il ruolo virtuoso del territorio diventa strategico: da supporto fisico inerte produttore di rendite parassitarie a luogo dell'abitare, territorio di comunità, luogo esso stesso di produzione. Ma veniamo all'articolo citato; Asor Rosa sostiene che esistono tre ostacoli al cambiamento dal basso e che di questi tre il primo: «il conflitto inesauribile e insanabile (...) con i poteri forti dell'economia, della speculazione e dello sfruttamento» costituisce, rispetto agli altri due (l'ideologia dello sviluppo e l'assenza delle forze politiche sulla questione ambientale) il nemico naturale di ogni difesa del territorio, essendo gli altri due «invece, nemici occasionali, episodici e dunque parzialmente recuperabili». Ebbene io penso, pur condividendo la tesi di Asor Rosa, che se il primo degli ostacoli citati costituisce una resistenza tenacissima al cambiamento anche il secondo ostacolo da lui citato (che per semplicità chiamo l'ideologia dello sviluppo), rappresenta un nemico altrettanto tenace del primo. Siamo davvero convinti che l'ideologia dello sviluppo, di questo sviluppo, sia giunta a capolinea? Paradossalmente, a me sembra, che la presunta fine di questo modello sia più nei fatti che nelle idee delle persone. E infatti molte delle calamità disastrose in Italia e fuori dal paese testimoniano che oggettivamente questo modello di sviluppo produce ormai un altissimo livello di aggressività nei confronti dell'ambiente, tale da mettere a repentaglio gli ecosistemi naturali di supporto alla vita.

Tuttavia dal punto di vista culturale (e ancor più politico) siamo così imbevuti di questa ideologia da far fatica a pensare che possano esistere modi diversi di benessere. Implicitamente funziona una sorta di automatismo antropologico secondo cui abbandonare questa strada significherebbe regredire nel passato del sottosviluppo. Le idee e le abitudini (ancorché sbagliate e destituite di fondamento) sono tenaci a morire (proprio come il berlusconismo) e tendono a persistere anche quando ormai sono mutate le condizioni che le hanno prodotte, se nel frattempo non si affermano nuove idee e nuove abitudini più convincenti e più adeguate al cambiamento.

Sto parlando, per intenderci, di quella cosa chiamata da Gregory Bateson «ecologia delle idee». Bateson soleva dire che se vogliamo raggiungere un fine, diciamo così, ecologico allora anche i mezzi che utilizziamo per raggiungere questo fine devono essere altrettanto ecologici. Molti dei nostri comportamenti di sinistra peccano di questo vizio, una sorta di scissione (antiecologica) tra pensiero ed azione ogni qualvolta, ad esempio, che un'amministrazione (di sinistra) ritiene (e decide di conseguenza) che fare grandi opere, celebrare grandi eventi, far diventare le nostre città come Barcellona o Parigi o Dubai, sia un segno di modernizzazione. Tutto questo per dire che nel grande convegno annunciato (e benvenuto nel panorama italiano) da Asor Rosa sul tema «disastro Italia», sarebbe forse opportuno lasciare lo spazio e l'opportunità per parlare anche del disastro conseguente alle nostre idee antiecologiche (non meno dannose dei combustibili fossili) che pure albergano nella sinistra. Idee come: competizione, efficacia, efficienza, modernismo, innovazione, velocità (alta velocità)... e la lista sarebbe assai lunga a volerla stendere.

La globalizzazione è in mano alle corporations. È in crisi questa società il cui unico scopo è crescere economicamente. E il capitalismo non esce dal binomio crescita-profitto. Urge una «rivoluzione», un nuovo modello di sviluppo. Ma la sinistra tutta, dopo l'89, ha smesso di pensare e di proporre una alternativa

Ripresa, rilancio della produzione, aumento del Pil, crescita... Questi sono gli strumenti insistentemente indicati da economisti, governanti, industriali, politici, per il superamento della crisi. Che ne pensa?

Il mio parere è molto preciso. Ritengo che ci sia veramente un errore di fondo nello scopo finale di tutte le politiche, che è quello del progresso economico. Come ha appena detto lei, gli economisti non pensano ad altro: aumentare produzione e produttività, a tutti i costi. Così quella che era la molla fondamentale del capitalismo, il progresso economico, è diventata molla fondamentale di tutti i sistemi; e al capitalismo di mercato si è aggiunto il capitalismo di stato. Vedi la Cina: dove accadono esattamente le stesse cose di sempre, a detrimento dei più deboli. Mentre dovunque quelli che Bobbio chiamava «diritti di seconda e terza generazione», con questa accelerazione del progresso economico a tutti i costi, vengono selvaggiamente conculcati. Come dice Robert Reich nel suo Supercapitalismo, «è stata sostituita la tutela dei diritti dei cittadini con la tutela dei consumatori». Ormai lo scopo è quello di creare sempre più benefici per i consumatori a scapito dei tradizionali diritti al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla pensione. Noti che lo sviluppo economico come fondamento dell'attività umana è presente anche nell'ultima enciclica di Ratzinger; in cui si sostiene che la globalizzazione serve a un progresso economico che poi si diffonde tra tutti i popoli. Che non è vero. E non è vero che - come si dice - sono scomparse le ideologie. Di fatto se n'è creata una nuova, che ha ucciso tutte le altre.

E questo inseguimento forsennato della crescita continua mentre la crisi ecologica (conseguenza proprio di un produttivismo insostenibile, per quantità e qualità) sta toccando livelli di rischio difficilmente reversibili, come afferma l'intera comunità scientifica. Possibile che personaggi di tutto rispetto - potentissimi manager, grandi industriali, economisti di fama mondiale, ignorino tutto ciò?

Il fatto è che appunto il problema prioritario rimane sempre quello della crescita e dello sviluppo economico, a cui tutto il resto viene sacrificato. E, attenzione, vengono sacrificate non solo le questioni di cui parlava lei, ma anche problemi come la fame nel mondo. Che dal 2007 si fa sempre più grave: ora si parla di un miliardo di persone sottoalimentate; e nessuno se ne occupa. Veramente l'ideologia dello sviluppo economico cancella qualunque problema che riguardi qualità della vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso... Si crea una società di cui l'unico scopo è il dovere di crescere economicamente: d'altronde in base a parametri del tutto sballati, come il Pil, che non considerano affatto la qualità della vita.

Ma, anche dando per scontato che questi signori siano del tutto disinteressati al sociale, di che cosa credono siano fatti automobili, computer, cellulari, grattacieli, armi... Non gli passa par la testa che sono «fatti» di natura e che se la natura va in malora la stessa cosa capita alla loro produzione?

No, non gli viene in mente. E le spiego perché. Perché è un problema che riguarda il futuro, mentre il presente è quello della crescita, del profitto immediato...

E però anche questo viene messo a rischio dagli eventi più recenti. Quella del Golfo del Messico è una catastrofe economica quanto ambientale.

Non c'è dubbio. Anche su questo sono d'accordo. Quando arriva la catastrofe poi se ne accorgono. E allora che fanno? Insistono sugli stessi schemi che hanno provocato la catastrofe: non hanno altro in testa. La letteratura apocalittica descrive tutto questo. Alcuni libri del genere mi hanno spaventato. Come Portando Clausewitx all'estremo di René Girard, il quale dice: «il riscaldamento climatico del pianeta e l'aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati». E questa confusione di naturale e artificiale è forse il messaggio più forte contenuto in questi testi apocalittici. Martin Rees, grande astronomo di Cambridge, con Our final Century (Il nostro secolo finale), dubita che la razza umana riesca a sopravvivere al secolo in corso, proprio perché sta distruggendo il pianeta. E cose simili le dice anche Posner nel suo libro Catastrofe: con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli, nel 2050 ammonterà a più di 9 miliardi di individui, ci saranno tremendi rischi di carestia: la terra non può dare più di quello che ha.

E queste cose si sanno. Ci sono anche economisti che criticano in qualche misura il capitalismo, ad esempio le grandi disuguaglianze sociali, la distanza tra lo stipendio di un manager e il salario di un operaio... Però nessuno pensa di rimettere in discussione il sistema, sperano di poterlo emendare...

Perché l'ideologia non lo permette. È una fede. Questi sono dei talebani, non può farli cambiare...

Ma il guaio è che questa sorta di riconoscimento del capitalismo come un dato di fatto immodificabile, sembrano ormai condividerlo anche a sinistra...

Certo, perché hanno scelto il riformismo, ormai quella è l'ideologia che ha vinto. Ed è un'ideologia che sta prendendo piede anche nelle religioni: non a caso ho citato l'ultima enciclica di Ratzinger.

Perché poi pensano che la crescita possa dare benessere a tutti quanti. Ma ormai è dimostrato che questo non accade. Se l'1% della popolazione del mondo detiene il 50% del prodotto...

Certo. Ma lei dimentica un'altra cosa. Che il 51%, e oramai anche più, della ricchezza mondiale è nelle mani delle grandi corporations, e a condurre l'economia non sono più gli stati: gli stati non contano più niente. Quindi chi comanda? Le grandi imprese. Hanno in mano la maggiore ricchezza del pianeta: devono sopravvivere e comandare. E allora... Guardi cosa succede alla delocalizzazione delle industrie che, pur di sopravvivere fanno di tutto, sconquassano le economie e i diritti e non gliene importa niente... L'arretramento della politica è dovuto proprio a questo fatto: che l'economia ha conquistato un predominio assoluto.

A questo punto le sinistre, che seppure faticosamente continuano a esistere, non dovrebbero considerare questa realtà, rifletterci su? Magari ricordando errori del passato; come il fatto che, per paura della disoccupazione tecnologica, il progresso l'hanno regalato al capitalismo: mentre la minaccia della crescita senza lavoro avrebbe potuto essere usata per ripensare l'intero rapporto tra produzione e vita... Ma hanno lasciato tutto in mano al capitale.

Dopotutto il progresso l'ha inventato lui... e se l'è tenuto ben stretto...

Be' per la verità l'ha inventato la scienza....

La quale è comandata dalla stessa ideologia...

Anche perché hanno bisogno di finanziamenti.... Però all'origine delle grandi trasformazioni tecnologiche c'è il pensiero di uno scienziato...

Non si può dimenticare comunque che non mancano intellettuali che discutono di queste cose... Amartya Sen ad esempio dice che non si può ridurre la democrazia al voto... che occorre una democrazia di larga discussione. E arriva a sostenere che con la discussione si eviterebbero le catastrofi naturali.

Le catastrofi naturali - come Lei ha detto con tutta chiarezza - non si evitano finché il prodotto continua a crescere. Perciò mi stupisco che neanche i pochi consapevoli della gravità della situazione ecologica, non trovino il coraggio di dire: basta crescere. Cioè basta capitalismo.

Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce? Nessuno ha un'idea in testa. Questa è la verità.

Eppure forse oggi non sarebbe impossibile farsela venire. La globalizzazione è un fatto che nessuno più nega. E certo esiste una globalizzazione economica ... e una globalizzazione culturale operata dai mezzi di comunicazione di massa... Ma non esiste una globalizzazione politica.

E non esiste una globalizzazione giuridica tra l'altro. Questa è a grande differenza con la globalizzazione di tipo medioevale, regolata dalla famosa Lex mercatoria, una legge elaborata dai mercanti, non da un singolo stato: e per suo mezzo il commercio funzionava. Adesso le grandi imprese lavorano tra di loro. Non c'è più una norma giuridica che ne disciplini i comportamenti: nei confronti della fame nel mondo, dello sfruttamento delle classi più povere, del lavoro minorile, della sicurezza sul lavoro che secondo Tremonti è un lusso. E ovviamente nemmeno nei confronti del pianeta.

E questo non si deve anche al fatto che una volta le sinistre facevano opposizione, e ora non la fanno più? O quanto meno la fanno solo riguardo ad alcune situazioni; le quali d'altronde non possono essere risolte a prescindere dal contesto generale. Come si diceva, la globalizzazione è una realtà governata dal grande capitale. Ma nessuno tenta di regolarla, e nemmeno di capirla. Sinistre comprese.

Ma la ragione c'è. Le sinistre hanno continuato a ragionare fino a quando esisteva il comunismo, che costituiva un'ideologia contrapposta a quella del capitalismo, e in qualche modo proponeva delle soluzioni alternative. Dopo la caduta del muro di Berlino cambia tutto. Questa è la verità. La politica sparisce, l'economia ha il sopravvento e s'impone come politica. Le sinistre accantonano il marxismo.

Dunque una sinistra organizzata di qualche peso non esiste. Però (pongo anche a Lei una domanda rivolta ai precedenti intervistati) esiste una massa di movimenti, di piccole e grosse aggregazioni di base, che in complesso, sebbene separatamente, vanno denunciando le peggio iniquità e assurdità del nostro mondo, tutte in pratica riconducibili alla logica del capitale. Pacifismo, femminismo, ambientalismo, colti magari in un solo aspetto dei singoli problemi (acqua, nucleare, Afghanistan, donne violentate, precariato giovanile, ecc. ecc.): non crede rappresentino in complesso quella che potrebbe essere la base per un grande rilancio di un'opposizione valida? Ma le sinistre non ci provano nemmeno...

Non ci provano perché manca l'ideologia unificatrice. Il marxismo è nato quando il capitalismo da mercantile è diventato industriale, e Carlo Marx ha elaborato un'ideologia completamente nuova. In questi anni, analogamente, si è verificata una nuova rivoluzione, la rivoluzione finanziaria. Contro la quale occorrerebbe una nuova ideologia. Il brasiliano Unger, filosofo del diritto di Harvard, in un libro molto bello, Democrazia ad alta energia, dice che, invece di garantire quella finta libertà contrattuale che sta alla base della rivoluzione finanziaria, occorrerebbe un'autorità mondiale capace di imporre nuove regole, e creare così le basi di una struttura diversa, a dimensione globale.

Ecco, non le pare che le sinistre dovrebbero pensare qualcosa del genere, magari sollecitando un incontro tra i non pochi intellettuali di valore che hanno trattato la materia ... Io da tempo penso a una Bretton Woods del XXI secolo...

Ma non basta più. Vuole la mia opinione? Rischiando l'accusa di leninismo? Bisogna fare la rivoluzione. La rivoluzione russa è quella che ha cambiato l'ideologia del capitalismo industriale. Qui se non c'è una rivoluzione vera cosa si fa?

Se lei parla di rivoluzione, tutti pensano subito ai cannoni... secondo il modello storico...

Che non è più possibile, ovviamente...

Appunto. Per questo parlavo di Bretton Woods, nel senso che occorrerebbe una iniziativa a livello mondiale, con l'autorità di imporre questi problemi, che sono noti ma non vengono affrontati.

Sì, la cosa dovrebbe partire dalle Nazioni Unite, l'ho scritto più volte...

Perché l'Onu dopotutto alcuni tentativi seri li ha fatti. A proposito di ambiente, sulla fine del secolo scorso ha promosso un paio di grossi convegni, molto più efficaci dei tanti che sono seguiti... E più volte, nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano, ha preso posizione contro il consumismo, contro il Pil come misura di benessere, contro la guerra come soluzione dei problemi... E Ban Ki Moon si è spinto fino ad auspicare un contenimento del Pil...

Be' sì. In fondo, dopo la dichiarazione dei diritti dell'Assemblea generale dell'Onu del '48, qualcosa è accaduto: come dopo la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789. Solo qualcosa di simile potrebbe cambiare la situazione: una rivoluzione di tipo mondiale, organizzata dalle Nazioni Unite, in cui si ridefiniscano i veri diritti, i principi per una vita diversa da quella voluta dal potere economico, e quindi una vita orientata dalla politica e non dall'economia. Poi mi accuseranno di essere un utopista... Però io credo che l'utopia sia decisamente meglio dell'apocalisse: che è l'alternativa che ci aspetta.

BIOGRAFIA

Guido Rossi è stato ordinario di diritto commerciale nelle Università di Trieste, Ca' Foscari di Venezia, Pavia e Milano, ed Emerito nell'Università L. Bocconi, poi docente di Filosofia del Diritto nell'Università Vita-Salute San Raffaele. Presidente della Consob dall'81 all'82, eletto senatore per la Sinistra Indipendente nella X Legislatura (1987- 1992), ha promosso le legislazioni antitrust, sulle Opa e sull'insider trading. Nell'89 ha sovrinteso ad operazioni finanziarie come l'acquisizione del Credito Bergamasco da parte del Crédit Lyonnais. È stato alla presidenza Ferfin-Montedison, e in seguito una prima volta alla guida della Telecom Italia. Ha tutelato per un anno gli interessi della banca olandese Abn Amro. Nel maggio 2006 è diventato, in seguito a «Calciopoli», commissario straordinario della Federazione Calcio. Vi rimarrà solo tre mesi. Il 15 settembre 2006, dopo le dimissioni di Marco Tronchetti Provera, viene nominato di nuovo presidente di Telecom Italia, incarico che lascerà nell'aprile 2007. Nel 2008 è consulente della Fiat nel tentativo di rilanciare la società in crisi. È direttore della Rivista delle Società dal 1975. È autore di diversi volumi tra i quali «Trasparenze e vergogna. Le società e la borsa», Il Saggiatore, 1982; «Il ratto del Sabine», Adelphi, «Il conflitto epidemico», Adelphi; «Capitalismo opaco» (con Federico Rampini), Laterza, 2005; «Il gioco delle regole», Adelphi, 2006, «Il mercato d'azzardo», Adelphi, 2008; «Perché filosofia», Editrice San Raffaele, 2008.

Decrescita o diverso modello di sviluppo? Le contraddizioni del capitalismo, i ritardi della sinistra sulla questione ambientale, l'assuefazione a considerarci tutti consumatori. E le lungimiranti analisi dell'economista Georgescu-Rogen che già negli anni '70 rifletteva su guerra, demografia, stili di vita



La crescita del prodotto è lo strumento perseguito per il superamento della crisi. Una politica criticata dall' ambientalismo più qualificato. Tu che ne pensi?

Credo che come valore principale si dovrebbe pensare non tanto alla crescita, quanto a un diverso modello di sviluppo economico, rispettoso della natura. Tuttavia diffido della parola "decrescita", mi pare sia un errore dei sostenitori di questa tesi, peraltro preparati, agguerriti, intelligenti ... Non si tratta di decrescita, ma di adottare stili di vita diversi. Se ciò fosse tecnicamente concepibile, bisognerebbe però vedere se l'umanità è disposta ad aderire a un modello di questo genere: e questo è un problema politico.

Già, la gente ha assunto la crescita ormai come norma di vita.

Certo. Bisogna però ricordare che, per tutta la prima fase del capitalismo, la crescita è stata provvidenziale; e lo è ancora nei paesi poveri. Il superamento delle condizioni di miseria del primo capitalismo, durato in pratica tutto l'800, è stato un fatto straordinario. Quanto poi alla capacità di crescita attuale va detto che non tutto il mondo ne è capace. Alcuni paesi - Cina, India, Brasile - lo sono, e ovviamente aggravano le condizioni ambientali. Ma nel resto del mondo, il capitalismo non è nemmeno più capace di crescita.

Infatti. C'è questo doppio problema. La crescita - a parte la sua ricaduta negativa sull'ecosistema - sembra non funzionare più...

Una delle ragioni per le quali non funziona più è che negli ultimi trent'anni le modalità della crescita capitalistica hanno generato disoccupazione e disuguaglianze: i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri ... E questo ha provocato la crisi attuale: se i redditi da lavoro sono bassi, è bassa la domanda effettiva, l'economia non cresce e i capitali si spostano sulla finanza, con i risultati che abbiamo visto.

Il capitalismo non tiene più ?

Credo proprio che lo si possa dire: lo si vede. E al fondo credo ci sia una questione su cui era stato molto chiaro Marx, quando scrive, nelle ultime pagine del III libro del Capitale, che il «processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura». Se ci si riflette, qualsiasi processo produttivo, per quanto complesso, mediato da macchine, ecc., alla fine è un rapporto tra uomo e natura.

Da tempo mi domando come sia possibile che grandi economisti, imprenditori, politici (a Davos, Cernobbio, Capri...) discutano del futuro del mondo senza nemmeno nominare l'ambiente. Come se le merci che producono non fossero fatte di natura...

Un fatto che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe considerare ... Nelle forme primitive di economia il rapporto tra uomo e natura attraverso il lavoro era immediato ed evidente; ma anche il lavoro moderno, tecnicamente più complesso, alla fine risulta essere un rapporto, seppure mediato, tra uomo e natura. Allora si può dire che tendenzialmente si genera un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale; e che così come ci sono dei limiti al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi della stessa natura.

D'altronde questa sproporzione tra disponibilità di natura e uso della medesima è un fatto recente, che appartiene al capitalismo, ma è enormemente aumentata nel dopoguerra, con la società dei consumi.

Certamente. E su questo credo si debba riflettere partendo dal pensiero di Georgescu-Roegen, un grande economista poco noto; il quale ci ricorda che anche il processo produttivo è regolato dalle leggi della termodinamica, e che per la legge dell'entropia la materia è soggetta a una dissipazione irreversibile. Ciò significa che nel lungo periodo, ma non tanto lungo, la decrescita non sarà una scelta, ma un fatto di natura: la legge della termodinamica funziona per tutti. Da ciò Georgescu non trae però conclusioni catastrofiche. Sì domanda invece: si potrebbe fare qualcosa? La sua risposta è sì: e si articola in un programma bioeconomico minimale, formulato in otto punti. Il primo afferma che dovrebbe essere proibita non solo la guerra, ma anche la produzione di ogni strumento bellico. E non solo per ragioni morali, ma perché le forze produttive così liberate potrebbero essere impiegate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona. Perché un progetto di diverso sviluppo deve essere condiviso a livello universale, altrimenti non può funzionare. Inoltre - afferma Georgescu - la popolazione mondiale dovrebbe ridursi fino a renderne possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. Ma oggi la questione demografica non viene nemmeno posta ...

Anzi, si lamenta la denatalità, e quindi la caduta di consumi come carrozzelle, pannolini , ecc.

Ormai dell'umanità, di tutti noi, si parla non più come di lavoratori, ma solo come di consumatori. E anche a questo proposito bisogna tenere presente che anche quando (se mai giorno verrà) le energie rinnovabili saranno davvero convenienti e sicure, i risparmi che ne avremo saranno molto minori di quanto ci si promette. Ogni spreco di energia deve dunque essere evitato: mentre normalmente noi viviamo troppo al caldo d'inverno, troppo al freddo d'estate, spingiamo l'automobile a troppa velocità, usiamo troppe lampadine ... Il programma di Georgescu dice poi molto altro: dovremmo rinunciare ai troppi prodotti inutili; liberarci dalla moda di sostituire abiti, mobili, elettrodomestici, e quanto è ancora utile; i beni durevoli devono essere ancor più durevoli e perciò riparabili. L'ultimo punto è che dobbiamo liberarci dalla frenesia del fare, e capire che requisito importante per una buona vita è l'ozio. Ozio - aggiungo io - inteso come tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente. E su questo credo non si possa non convenire, per rinviare il momento del disordine e nel frattempo vivere una vita migliore. Però, domanda politica: siamo pronti, noi per primi, ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostro il programma di Georgescu?

Questa era la domanda che ti volevo porre. Anche perché Georgescu-Roegen scriveva negli anni '70, quando ancora il consumo non si era ancora imposto come fattore primo di definizione della vita ...

Infatti. E la cosa interessante è che il programma di Georgescu richiama un famoso scritto di Keynes (del 1930): Le prospettive economiche per i nostri nipoti. Molti di questi punti lì c'erano già: guerra, problema demografico, stili di vita, tempo libero ... Due autori di grande statura che avevano precocemente colto il punto, insistendo sulla desiderabilità di altri stili di vita... Anche se Georgescu ragiona in maniera più direttamente funzionale alla difesa della natura. Rimane comunque la domanda: siamo pronti?

Nessuno è pronto, temo. Ma, passando a un altro argomento: le sinistre sono sempre state assenti riguardo al tema ambiente, e talora su posizioni nettamente ostili. In ciò contraddicendo la loro stessa funzione, perché per lo più sono i poveri a pagare inquinamento, alluvioni, desertificazioni, tossicità diffusa ... Eppoi perché, insomma, le sinistre sono nate contro il capitalismo: non toccherebbe a loro per prime occuparsi di un problema che proprio dal capitalismo deriva?

Questa tradizione non ambientalista delle sinistre è dipesa anche da uno scarso approfondimento di questi temi. Mentre curiosamente l' hanno fatto un paio di capitalisti illuminati. Io di solito diffido della definizione di "capitalisti illuminati", tuttavia due debbo ricordarli. Uno, il senatore Giovanni Agnelli, che nei primi anni trenta sosteneva la necessità di una riduzione dell'orario di lavoro, in dura polemica con un preoccupatissimo Luigi Einaudi. L'altro, Henry Ford con la sua politica di alti salari (che molto interessò Antonio Gramsci): i lavoratori devono essere ben pagati, affinché possano comperare le merci che essi stessi producono.

Un'iniziativa che in sintesi già prefigurava la società dei consumi...

Certamente. Ma la cosa interessante è che Kojève, il grande intellettuale studioso di Hegel, russo d'origine poi approdato in Francia, diceva che Ford era il Marx del XX secolo: per aver colto la contraddizione e il rischio di lavoratori che non potevano comperare ciò che essi stessi producevano. Un tema caro anche a Claudio Napoleoni, quando diceva che il lavoratore si trova davanti, come nemico, ciò che egli stesso ha prodotto. Ford non era mica un sant'uomo, era durissimo coi sindacati, ma da un punto di vista strettamente economico aveva colto il problema. D'altronde nemmeno Keynes voleva abbattere il capitalismo: voleva farlo funzionare meglio, anzi salvarlo, come dichiarava esplicitamente. Mentre molti parlavano di lui come di un bolscevico, a cominciare proprio da Einaudi. Ma per tornare alla tua domanda circa le sinistre di oggi, la mia risposta è in interrogativo: dove sono oggi le sinistre?

Queste tante piazze piene di gente, di giovani soprattutto, queste manifestazioni sempre più frequenti, molto spesso centrate proprio su problemi ecologici: acqua, nucleare, rifiuti, distruzione di parchi, cementificazione di litorali .... Non significa nulla tutto questo? Se ci pensi, questi tanti conflitti "minori", diciamo, sono tutti riconducibili alla radice capitalista. Un'analisi in qualche misura approfondita scopre che la radice è sempre l'impianto capitalistico. Queste sinistre, possibile che non se ne accorgano? Che non vedano che questa potrebbe essere una base da cui partire?

Tutto questo è però molto frammentato, manca la sintesi, quindi manca quella che potrebbe essere la base concettuale e ideale di un progetto di sinistra ... Certo, questo dovrebbe essere il compito della sinistra: portare a sintesi tutte le istanze nobili e progressiste ... Ma questa è una sensibilità che mi pare manchi alle sinistre ... L'unico che aveva provato a ragionare di queste cose, era stato Berlinguer con il suo discorso sull'austerità. Era un discorso molto alto, che toccava proprio i temi di cui abbiamo parlato; tanto alto che non era stato capito, e letto addirittura come un invito ai compagni a tirare la cinghia.

GIORGIO LUNGHINI

Laureato all'università Bocconi di Milano, Giorgio Lunghini ha diretto per un decennio l'Istituto di economia e in seguito il Dipartimento di economia politica e metodi quantitativi all'università di Pavia, dove inoltre ha fondato il Dottorato di economia politica. Lunghini è membro direttivo del periodico "Economia Politica" e della "Rivista di storia economica". È stato membro del consiglio degli esperti economici della Presidenza del consiglio durante il governo D'Alema, e vicepresidente della Società italiana degli economisti per il triennio 2001/2004.

I suoi campi di interesse riguardano la teoria del valore, del capitale e della distribuzione, della critica dell'economia politica, come anche della teoria della crescita e dell'occupazione.

Tra le sue pubblicazioni citiamo "Valori e prezzi" (1993); "L'età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali" (1995); "Riproduzione, distribuzione e crisi (1996); "Sul capitalismo contemporaneo: i nuovi compiti dello stato", scritto con M. Aglietta (2001)

Qui uno scritto di Giorgio Lunghini in eddyburg

Nel suo articolo del 20 ottobre, Guido Viale risponde ad Asor Rosa (il manifesto del 16 ottobre) che la sua (di Viale) proposta (alla Fiom) di riconversione ecologica del sistema produttivo e del modello di consumo dominanti è, si, un'utopia, ma un'utopia concreta, ovvero un progetto radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, ma praticabile. Per la prima volta - dice Viale - la questione ambientale si combina in modo incontestabile con quella dell'occupazione; e con essa del reddito, dei consumi e dell'equità sociale. Il lungo articolo di Viale si propone, con la meticolosità e puntualità che tutti gli riconoscono, di dimostrare questa affermazione. Finalmente, potremmo dire, la questione ambientale non è più questione riservata agli ambientalisti, esclusiva dei movimenti verdi, roba da intellettuali. Le sorti del pianeta - piuttosto malconce - e quelle del lavoro sono le due facce di una stessa medaglia. Il re è nudo; la strada di questo sviluppo è diventata oggettivamente impraticabile e la Fiat non può non prenderne atto. A chi venderebbe questi milioni di auto prodotte in Italia o in Polonia? A Roma, solo per fare un esempio, ci sono 750 automobili per ogni mille abitanti; ce ne potrebbero stare di più? E se mai si, con quale effetti sulla circolazione e sull'inquinamento?

Per chiudere il cerchio, alla catastrofe ormai non solo più annunciata ma dimostrata, si aggiunge a mio avviso una riflessione che riguarda l'università come uno dei luoghi privilegiati della ricerca e della formazione della classe dirigente. La riconversione ecologica del sistema produttivo, dice Viale (chiedo scusa della semplificazione dovuta a ragioni di spazio) richiede una nuova classe dirigente essendo quella attuale, sia di parte politica che industriale non all'altezza della missione posta. A Viale non sfugge che organizzare una nuova classe dirigente non è compito da poco né di breve durata, a dispetto del tempo che invece è poco. Essa, infatti (cito sempre Viale) ha bisogno di saperi, sia tecnici, sia sociali. È vero che tali risorse sono abbondantemente diffuse tra la popolazione (comitati, associazioni, movimenti, organismi dell'altra economia, ecc) che semmai avrebbero bisogno di legittimazione (finanziamenti da parte dei Municipi, Regioni). Ma non è proprio (non solo, ma certo anche) dalle università che dovrebbero svilupparsi parte di questi saperi? Ecco che allora tutta la retorica di questi giorni sulla proposta di legge Gelmini fa un gran tonfo in terra. In quella proposta di legge si parla di vaghi criteri di valutazione, di merito, di eccellenza ma mai si chiarisce rispetto a che cosa. A che cosa, appunto? Nessuno lo sa.

La proposta di Viale (per esempio il passaggio dalle "grandi opere" di ingegneria civile alla salvaguardia del territorio e alla ristrutturazione e messa in sicurezza di impianti di edifici, per non parlare delle questioni connesse ai saperi umanistici, ecc) consentirebbe di dare un senso e un significato vero alla riforma universitaria. Solo in questo modo l'accademia potrebbe recuperare se stessa, uscire dal suo protezionismo, parlare al paese, ritrovare il suo dna originario e modernizzarsi veramente. Studiare le forme concrete del nuovo modello, dall'agricoltura, alla produzione di macchine, ai trasporti, alla produzione di informazioni, saperi, culture sostenibili. La tendenza dei sistemi moderni è quella della frammentazione, caratteristica, dice Marcello Buiatti, dei sistemi rigidi in momenti di crisi.

La frammentazione agisce innanzitutto a livello sociale creando una aumento continuo dei conflitti ma è presente anche a livello concettuale perché è prevalsa una visione meccanica del Mondo che ce lo fa pensare come costituito di pezzi indipendenti che possono essere modificati a volontà ad uno ad uno e poi assemblati dagli esseri umani secondo i loro progetti. Per questo tendiamo ad affrontare solo pezzi della realtà, dimenticandoci delle connessioni dei suoi componenti Questo atteggiamento è presente a livello globale e ci porta in questo momento storico a considerare come non collegate le crisi che stiamo affrontando: ambiente, lavoro, scuola e università. Ciò rende frammentaria ed inefficace lo nostra risposta , che diventa facilmente governabile dai poteri forti mondiali che invece una visione di insieme, per quanto alienata e pericolosa per la nostra stessa sopravvivenza, la posseggono e sanno come muoversi.

La sua opera può essere letta come un racconto di lungo periodo. E come la testimonianza diretta di un´epoca che ci appartiene interamente e che non si è conclusa

«La cosa più triste in questo momento», scriveva Marx alla figlia Jenny nel 1881, «è essere vecchio. Il vecchio può soltanto prevedere anziché vedere». E l´anno dopo, pochi mesi prima di morire, a un amico che gli proponeva una edizione completa delle sue opere, Marx rispondeva di doverle «ancora scrivere». Queste riflessioni, stanche e amare, hanno un senso. Marx può infatti essere anche riletto, come si fa con i classici della letteratura o della poesia, anzitutto perché la sua opera maggiore, il Libro primo de Il Capitale (il secondo e il terzo sono stati messi a punto ed editati da Friedrich Engels), è stata scritta - sono parole sue - secondo un progetto fondato su «considerazioni artistiche», e poi perché quest´opera è stata, per oltre un secolo, un punto di riferimento per milioni di persone; anche se è stata letta da una minoranza.

Già quando il libro apparve nel 1867 era stato accolto dal silenzio. Poi tutto cambierà e Marx diventò marxismo. In verità Marx non ha fatto nulla per diventare un classico perché nei suoi scritti vi è un pensiero asistematico, provocatorio, simile, per molti aspetti, a quello di Diderot, senza l´ordine e il senso affascinante di stabilità che trasmettono solo i classici. Eppure sia lui che Diderot (Marx amava molto le ascendenze dell´Illuminismo) hanno visto e descritto con chiarezza cose molto importanti. E questo ne ha decretato l´immortalità. Marx ha visto un mondo che non si è concluso con il suo tempo e che si è maggiormente rivelato nel nostro: il mondo anche misterioso della produzione capitalistica e la sua variabilità sociale e culturale. Non a caso citava il Mefistofele di Goethe («lo spirito che sa vedere l´altra faccia della medaglia») o si richiamava alle incertezze e ai dubbi di tanti personaggi shakespeariani. È questo vedere anche l´altra faccia delle cose importanti e non temporanee (di una singola anima oppure della grande storia di una società) che fa di un´opera un classico. L´errore suo è stato piuttosto nelle previsioni senza dubbi. Se avesse previsto ad esempio invece della vittoria del socialismo i luoghi dove la sua opera sarebbe stata nel Novecento maggiormente diffusa si sarebbe ritratto sgomento. Dunque, l´amara confessione a Jenny va interpretata come un momento di malinconia per la difficoltà di riuscire ad essere sempre contemporanei di ciò che accade.

Comunque, solo una particolare sensibilità letteraria (le «considerazioni artistiche») permise a Marx di penetrare nelle strutture proteiformi ed epiche del Capitale e dei «rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono». E come in un poema mitologico o in un romanzo epico i protagonisti diventano anche espressioni simboliche e astratte del racconto, così nel teatro del Capitale lo sguardo acuto e critico di Marx non si appunta sui singoli capitalisti. Ecco una sua poco nota osservazione al riguardo: «Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe. Il mio punto di vista meno che mai può rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane soltanto creatura; per quanto soggettivamente possa elevarsi sopra di essi».

Questa precisazione è un tocco di classe (borghese) congeniale alla cultura di cui Marx era imbevuto, ma fa capire anche l´intelligenza aperta della sua analisi della società moderna europea scrutata in un arco storico amplissimo. Lo dice nella prefazione, che si chiude con una citazione di Dante, a Il Capitale: «Il fine ultimo del libro è di svelare la legge economica del movimento della società moderna». Quindi un´opera di storia (la Settima sezione del Libro primo, dedicata all´"accumulazione originaria", è un grande affresco morale e non solo economico e politico di storia europea tra il ´500 e il ´700) che oggi si può leggere come la testimonianza diretta di un´epoca che ci appartiene interamente perché non è ancora conclusa. È stato questo un metodo seguito da Marx in tutti i suoi scritti politici, economici, filosofici, di teorico dei diritti e delle libertà degli individui e dei popoli, di giornalista, di osservatore attento. Il metodo "marxista" di analizzare il successo della società borghese per vederne le profonde contraddizioni, per esaltare la libertà e la liberazione degli uomini dalle oppressioni politiche e dai bisogni degradanti e contro ogni "metamorfosi regressiva" sempre in agguato nell´"ordine capitalistico". È questa, in fondo, la sua "classicità".

Se queste parziali riflessioni hanno un fondamento, allora può essere utile confrontarle con il recente volume di Nicolao Merker ( Karl Marx. Vita e opere. Laterza, pagine 257, euro l8). Potrebbe essere la inattesa (visti i tempi) occasione per riaprire anche in Italia (come già avviene soprattutto nel mondo anglosassone) il discorso su Marx, dando nuove prospettive di lettura ai suoi scritti e alla sua vita privata, che fu insieme complessa e drammatica. Come è sempre quella degli autori classici per i quali valgono i versi latini che Marx amava spesso ripetere: sic vos non vobis.

L'ottavo Rapporto Quars verrà presentato il prossimo 16 dicembre alle ore 15.00 alla X Conferenza Nazionale di Statistica che si terrà a Roma presso Palazzo dei Congressi all'Eur (Piazza Kennedy 1, sala G - 1° piano). Parteciperanno alla presentazione del Quars-2010: Giulio Marcon, Portavoce di Sbilanciamoci!; Pasquale De Muro, Professore di "Economia dello sviluppo umano" all'Università degli Studi "Roma Tre". Saranno presenti i rappresentanti delle organizzazioni aderenti alla campagna Sbilanciamoci!.



Dall'introduzione all'VIII Rapporto Quars

di Elisabetta Segre

L’affermazione del Pil come cartina di tornasole per lo sviluppo di un paese risale al secondo dopoguerra, un momento storico in cui una crescita economica senza precedenti si traduceva in un aumento significativo degli standard di vita della popolazione. Nell’era del consumo di massa, l’accresciuta disponibilità di beni e servizi, dopo le privazioni sofferte durante la guerra, sembrava essere il traguardo di una vita felice, e il Pil simbolo e misura di un livello di benessere sempre maggiore. Anche il dibattito sui limiti del Pil e sulla distinzione tra crescita economica e i concetti di benessere e sviluppo viene però da lontano. Lo si potrebbe addirittura far risalire al momento stesso della invenzione del Pil da parte di Kuznet nel 1934, che presentando il nuovo indicatore al congresso americano, affermava “Il benessere di una nazione (…) non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”. Un passaggio fondamentale avvenne, poi, esattamente 20 anni fa, quando Amartya Sen e l’Undp presentarono l’Indice di Sviluppo Umano che sanciva l’era della multidimensionalità dello sviluppo. L’Isu combinava allora e combina tuttora, solo con qualche lieve modifica, un insieme di indicatori relativi al reddito, alla salute e all’educazione nella creazione di un indicatore composito. La capacità che questo indicatore ha di “raccontare”, attraverso una misura sintetica, un’idea di sviluppo basata su una visione multidimensionale non ha eguali, soprattutto per l’importanza mediatica e la diffusione che l’Isu ha avuto in tutto il mondo. La classifica che ne scaturisce cattura sia l’attenzione dei media che quella del pubblico: sebbene non sia privo di criticità metodologiche, è innegabile che questo indicatore abbia aperto la strada a un dibattito molto acceso, offrendo lo spunto per la costruzione di ulteriori indicatori. Gli anni novanta hanno, infatti, visto proliferare nuovi indicatori sviluppati principalmente in ambito accademico.

Volendo sintetizzare in poche righe due decenni di dibattito e centinaia di indicatori sviluppati, si può dire che la ricerca si è articolata attorno a tre questioni principali. La prima, probabilmente la più importante, riguarda le variabili di cui tenere conto quando si decide di trovare una misura per il benessere, lo sviluppo, il progresso e la loro sostenibilità (può sembrare banale ma la scelta di variabili è strettamente connessa al modello sociale, economico e ambientale che si vuole rappresentare). La seconda questione ha natura metodologica e si chiede se sia necessario costruire un indicatore sintetico mediaticamente efficace (ovvero un indicatore che concentri tutta l’informazione in un solo numero come il Pil) o se sia invece più coerente rappresentare il fenomeno in termini disaggregati attraverso un set di indicatori.

La terza, infine, anch’essa di natura metodologica, ruota intorno alla scelta del metodo di eventuale aggregazione: se sia quindi più opportuno continuare lungo la scia del Pil, che usa i prezzi come pesi, misurando il progresso in termini “monetari” e correggendo il Pil secondo obbiettivi ampi di benessere, o sia necessario stabilire un sistema di pesi anch’esso alternativo tenendo conto di aspetti e indicatori non monetizzabili. Nel nuovo millennio il dibattito ha subito un’accelerazione, influenzando sempre di più il dibattito politico ed economico, grazie ad iniziative prestigiose come il Global Project “Measuring the Progress of Societies” dell’Ocse, la conferenza Beyond Gdp tenutasi nel 2007 al Parlamento europeo, la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi “Measurement of Economic Performance and Social Progress” formata da 5 premi Nobel e numerosi altri accademici di fama internazionale, e la comunicazione dell’agosto 2009 in cui la Commissione europea ha illustrato cinque interventi chiave per integrare gli indicatori di progresso nei sistemi ufficiali di statistiche usati dalla politica. Oggi il dibattito si è allargato ulteriormente, dal G20 al primo ministro inglese Cameron, dall’Aspen Institute al presidente americano Obama, dal Corriere della Sera al New York Times.

La crisi finanziaria, poi, ha dato il colpo di grazia al paradigma della crescita. L’attenzione spasmodica alla creazione di valore, seppure solo finanziario, ha fatto perdere di vista alcuni fondamentali dell’economia che più del Pil significano benessere. È lo stesso rapporto Stiglitz a mettere in luce come si sarebbe potuto intervenire alla radice della crisi se si fosse prestata attenzione alla distribuzione del reddito, ai consumi delle famiglie, alla ricchezza, o anche a semplici aggregati macroeconomici già presenti in contabilità nazionale come il reddito disponibile delle famiglie. Dal 2000 quest’ultimo si è ridotto del 4% per il quintile più povero della popolazione a fronte di una crescita del 9% del Pil pro capite: ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Di fronte ad un sistema sempre più insostenibile dal punto di vista economico (le continue crisi finanziarie, la dipendenza dalla volatilità dei mercati), sociale (la crisi colpisce soprattutto le categorie più esposte: giovani, donne, precari, immigrati, lavoratori a basso reddito) ed ambientale (si guardi agli effetti dei cambiamenti climatici), ci si è accorti di aver preso male la mira, e che il Pil non era tutto.

Aggiustare il tiro vuol dire definire nuovi obiettivi e nuovi indicatori che ci dicano dove stiamo andando, vuol dire ridefinire le priorità e far sì che queste siano condivise. Esiste, però, una consapevolezza che accomuna tutti quelli che a vario titolo si occupano di misurare il benessere e la sostenibilità: anche se gli esperti dovessero mai accordarsi su una misura condivisa questo non sarebbe la garanzia di un passaggio a nuove politiche e a nuovi obiettivi. Non è quindi solo una questione di metodo ma anche e soprattutto una questione culturale e politica. Occorre quindi favorire il passaggio da una discussione prettamente tecnica ad un’azione di natura politico-culturale che abbia efficacia sulle scelte istituzionali, normative ed economiche. È necessario a tal fine costruire dei luoghi di confronto e discussione per arrivare a definire le priorità in un’ottica di benessere e per cercare di ottenere un maggiore impegno da parte delle istituzioni affinché le politiche, guidate da indicatori diversi, si prefiggano obiettivi diversi. Negli Stati Uniti tale luogo sembra formarsi attorno all’organizzazione State of the Usa.

In Italia per ora si è mossa -insieme ad altre iniziative- la campagna Sbilanciamoci che, consultando un ampio gruppo di rappresentanti della società civile, delle università e delle istituzioni ha redatto un documento dal titolo “Benessere e sostenibilità” (scaricabile da www.sbilanciamoci.org) che sollecita governo e istituzioni ad adottare un approccio rinnovato nell’uso degli indicatori economici, sociali e ambientali al fine di monitorare costantemente cosa succede nel paese in termini di benessere e sostenibilità. Il tavolo di lavoro promosso da Sbilanciamoci! non si propone in questa fase di definire l’elenco degli indicatori da utilizzare, ma attraverso proposte di carattere tecnico e di carattere culturale propone un percorso da seguire nei prossimi mesi per mettere le istituzioni in grado di affrontare la sfida del superamento del Pil rendendo espliciti gli obiettivi internazionali che dobbiamo raggiungere sul piano sociale e ambientale, dotando il bilancio dello stato di indicatori che monitorino gli effetti delle politiche, sviluppando una contabilità satellite ambientale, sociale e di genere, rafforzando la produzione di dati da parte dell’Istat, sensibilizzando i media e, infine, rilanciando un processo pubblico di coinvolgimento di tutti i principali attori del paese. Il documento prevede richieste specifiche rivolte al governo, al parlamento, agli enti locali e all’Istat tra cui: rafforzare il lavoro dell’Istat sugli indicatori di benessere, recepire in Italia le indicazioni della Commissione Stiglitz, far vedere la luce ad un Bilancio dello stato corredato da un set di indicatori sociali ed ambientali condivisi e oggetto di dibattito pubblico, varare finalmente la legge sulla contabilità ambientale. Sempre in quest’ottica di ridefinizione degli indicatori da utilizzare per indirizzare e monitorare le politiche, si inquadra il lavoro che la campagna Sbilanciamoci! realizza ormai da otto anni attraverso l’elaborazione del Quars (Qualità Regionale dello Sviluppo), un indicatore composito che misura la qualità dello sviluppo delle regioni italiane. Sbilanciamoci! ha deciso di proporre una definizione delle priorità attraverso un processo di consultazione della società civile italiana, ed in particolare delle organizzazioni aderenti alla campagna, che in questo modo forniscono le priorità attraverso la scelta del set di indicatori. Si tratta di indicazioni importanti legate ad alcuni temi fondamentali: l’ambiente e il welfare, i diritti civili e l’economia, il lavoro e la partecipazione. Il Quars, infine, rappresenta uno strumento utile per due ordini di ragioni. Innanzitutto perché permette al policy maker di monitorare e indirizzare lo sviluppo del territorio in un quadro di sostenibilità del benessere. In secondo luogo, l’approccio utilizzato rende il Quars uno strumento capace di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su una serie di temi fondamentali per il benessere di un territorio, ma che troppo spesso vengono messi in ombra da un approccio economicista.

Testo tratto dall'introduzione all'VIII Rapporto Quars, che sarà presentato a Roma il 16 dicembre

La ricchezza (vera) delle regioni

di Anna Villa

Nell'ottava edizione del Rapporto Quars, la classifica del benessere sostenibile. In testa il Trentino Alto Adige, scendono Lazio e Lombardia, restano i problemi del Sud. Il Rapporto sarà presentato il 16 dicembre a Roma alla Conferenza nazionale di Statistica.

Sono passati vent’anni dalla prima edizione dell’Indice di Sviluppo Umano e otto dal primo rapporto Quars, anni in cui il paradigma della crescita è stato messo fortemente in discussione. Una diretta conseguenza della crisi del modello di sviluppo basato sulla crescita economica è stato l’insorgere di nuove questioni su parametri, modelli e indicatori per misurare il benessere, che ha dato vita negli anni a un dibattito molto vivace e a molti studi e ricerche, e si è assistito a un proliferare di indicatori alternativi al Prodotto interno lordo, sia nella forma di indicatori sintetici che in quella di vere estensioni del Pil. Il filo rosso che lega questi indicatori è quello di offrire una misura quantitativa che, al di là della crescita economica in senso stretto, tenga in considerazione gli aspetti sociali, ambientali e distributivi che rappresentano l’essenza del concetto della qualità dello sviluppo. Il Pil misura la ricchezza delle nazioni, è vero, ma non dà nessuna informazione sulla qualità sociale di un territorio, sulla sostenibilità ambientale, né sulla dimensione di equità e di ridistribuzione delle risorse. In questo contesto si inserisce il lavoro della campagna Sbilanciamoci! e la decisione di realizzare il Quars, un indicatore di benessere sostenibile. A differenza del Pil, il Quars tenta di coniugare diversi aspetti dello sviluppo al fine di ottenere una classifica delle regioni italiane che premi quelle in cui lo sviluppo economico è accompagnato a un elevato benessere, inteso come qualità ambientale e sociale.

Ambiente, Economia e Lavoro, Istruzione e Cultura, Diritti e Cittadinanza, Pari opportunità, Salute, Partecipazione: sono queste le dimensioni che definiscono il benessere sostenibile e misurano lo sviluppo di qualità secondo il Quars. Ed è dalla media semplice di questi sette macro indicatori che si ottiene la classifica finale delle regioni italiane, classifica che non favorisce una dimensione a scapito delle altre, ma attribuisce a tutte lo stesso valore e peso. È chiaro che questa scelta esplicita, ancora una volta, il modello che si vuole rappresentare, e attraverso di esso la traiettoria di sviluppo su cui i territori possono incamminarsi per incrementare il benessere in modo sostenibile.

Obiettivo del Quars, infatti, è non soltanto quello di offrire una fotografia del benessere che superi l’equazione ricchezza = benessere, ma anche monitorare e indirizzare lo sviluppo di un territorio in un quadro di sostenibilità del benessere, che includa aspetti di redistribuzione ed equità.

Le variabili che compongono il QUARS sono in tutto 41, raggruppate nelle 7 dimensioni

- Ambiente: valutazione dell’impatto ambientale che deriva dalle forme di produzione, distribuzione, consumo e buone prassi intraprese per mitigarne gli effetti negativi.

- Economia e Lavoro: condizioni lavorative e di reddito garantite dal sistema economico e dalle politiche redistributive eventualmente messe in atto.

- Diritti e Cittadinanza: servizi ed inclusione sociale di giovani, anziani, persone svantaggiate e migranti.

- Pari opportunità: assenza di barriere basate sul genere alla partecipazione alla vita economica, politica e sociale.

- Istruzione e Cultura: partecipazione al sistema scolastico, qualità del servizio, istruzione della popolazione, domanda e offerta culturale.

- Salute: qualità ed efficienza dei servizi sanitari, prossimità, prevenzione

- Partecipazione: partecipazione politica e sociale dei cittadini.

Nella classifica del Quars si distinguono nelle prime posizioni le regioni del Centro e del Nord (dove alcune regioni come il Veneto e la Lombardia evidenziano comunque difficoltà e lacune), mentre nella parte bassa seguono le regioni del Centro e del Mezzogiorno. Anche quest’anno la soglia dei valori positivi del Quars è al livello dell’undicesima posizione occupata dalla Liguria. Al di sotto di questa posizione si susseguono le regioni che ottengono risultati inferiori alla media. Questa soglia, ancora una volta, torna a marcare l’evidente divario tra le regioni settentrionali e quelle meridionali. Tuttavia si riscontra un ri-posizionamento delle regioni centrali: se Lazio e Abruzzo continuano nel loro ruolo di cuscinetto fra le due Italie, è evidente che l’Umbria, con un guadagno di ben 4 posizioni, ha compiuto un notevole progresso verso la qualità del benessere, avvicinandosi alle prime posizioni della classifica e attestandosi su un livello pari a quello di Marche e Veneto. Le piccole regioni, quindi, sembrano essere quelle in cui le diverse dimensioni del benessere stanno andando in una direzione di sostenibilità.

Anche quest’anno il Trentino Alto Adige si conferma alla prima posizione dell’indice grazie ai risultati eccellenti ottenuti in Ambiente, Economia e Lavoro, e Partecipazione, ed alle buone prestazioni nelle sezioni sui Diritti e Cittadinanza e sulle Pari Opportunità. Al secondo posto si posiziona l’Emilia Romagna, con risultati ben al di sopra della media per tutti i macro-indicatori, eccezion fatta per quello relativo all’Ambiente che si colloca leggermente al di sotto di essa. Recupera due posizioni rispetto allo scorso anno e si piazza al terzo posto la Toscana: una regione che eccelle nelle pari opportunità (sempre relativamente al contesto regionale), nella dimensione economica e nel livello d’istruzione, e raggiunge buoni risultati in termini di partecipazione e qualità ambientale. La Valle d’Aosta si colloca al quarto posto, perdendo di una posizione rispetto al 2009. Questa regione riconferma valori fra i più alti della penisola in Pari opportunità e Ambiente, e continua un percorso di miglioramento nei diversi macro-indicatori, avanzando soprattutto nella dimensione dei Diritti; al contrario si riscontra un andamento negativo nell’indice relativo alla Salute e, anche quest’anno, il peggiore risultato in Istruzione e cultura. Il Friuli Venezia Giulia perde una posizione collocandosi al quinto posto; la regione conferma ottimi risultati in Salute, Diritti e cittadinanza e Economia e lavoro, a fronte però di valori leggermente al di sotto della media in Ambiente e Pari opportunità. Umbria, Marche e Veneto seguono con praticamente lo stesso risultato in termini aggregati in cui si distinguono però situazioni differenziate: per l’Umbria, che ricordiamo ha fatto un salto di ben 4 posizioni nella classifica, sono punti di forza Salute, Istruzione e Pari opportunità, mentre sono leggermente critici i dati sulla qualità ambientale e sulla Partecipazione. Le Marche ottengono risultati particolarmente buoni in Pari opportunità e Diritti, mentre il macro-indicatore Ambiente è di pochissimo al di sotto della media; infine il Veneto si colloca molto bene negli indicatori relativi a Economia, Salute e Partecipazione ma a un livello al di sotto della media in Istruzione e Cultura. La Lombardia perde un posto nella classifica del Quars: dalla nona posizione in poi inizia quella zona grigia della classifica dove a risultati buoni o molto buoni, si alternano performance poco o molto inferiori alla media. Il caso del Piemonte è abbastanza particolare: questa regione ha perso tre posizioni nella classifica del Quars di quest’anno, tuttavia i risultati ottenuti sono positivi in tutte le dimensioni, a testimonianza di come pur restando una regione piuttosto equilibrata, il Piemonte abbia perso leggermente terreno rispetto alle altre regioni italiane. La Liguria chiude la tornata di regioni che ottengono un Quars positivo: anche in questa regione le performance negative devono essere attribuite alla componente ambientale, mentre Diritti e Salute sono le dimensioni in cui ottiene i migliori piazzamenti.

Apre la parte negativa della classifica l’Abruzzo con un risultato praticamente in media, dal momento che quattro dimensioni su sette si collocano al di sopra della media e il valore del Quars è prossimo allo zero. Il Lazio quest’anno perde una posizione: anche se si colloca ancora una volta al primo posto in Istruzione e cultura, si evidenzia il trend negativo riguardo a Salute, Diritti e cittadinanza, Ambiente e Pari opportunità, anche se quest’ultimo macro-indicatore è molto prossimo alla media. Sardegna, Molise e Basilicata seguono con valori pressoché analoghi: la performance di queste regioni è simile, con risultati in prevalenza negativi ma con qualche dato sopra la media. Nel caso della Sardegna e della Basilicata il macroindicatore Ambiente si colloca sopra la media complessiva, mentre per il Molise i dati positivi sono quelli relativi a Diritti e Cittadinanza e Istruzione e Cultura.

Il cluster di regioni che segue e chiude la classifica del Quars mette in luce per l’ennesima volta quanto sia necessario intervenire nei territori del mezzogiorno per migliorare il livello di benessere e sostenibilità. Le restanti regioni, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania, presentano valori al di sotto della media in tutte le dimensioni del Quars, risultato che ormai si conferma da tempo, andando così ad occupare, nell’ordine, le ultime quattro posizioni dell’indice. Su 41 indicatori utilizzati per la costruzione del Quars 2010 sono pochissimi i casi in cui queste regioni mostrano delle performance positive nel panorama italiano.

[omissis]

Come già ribadito, il Quars è un indicatore finalizzato a mettere in evidenza l’insufficienza del livello di reddito (specialmente se misurato in termini di PIL pro capite) come unica misura del benessere e come base per descrivere il livello e la qualità di sviluppo di un territorio. Per Sbilanciamoci! la qualità dello sviluppo va oltre e considera altri indicatori: la ridistribuzione del reddito, la sostenibilità ambientale, i diritti del lavoro, la dimensione delle pari opportunità, i diritti di cittadinanza, la partecipazione… Mettendo a confronto il Quars con il PIL pro capite a livello regionale si evidenzia una differenza di performance particolarmente evidente per alcuni territori, in particolare Lazio e Lombardia registrano un calo rispettivamente di ben 8 posizioni e 6 posizioni, mentre guadagnano svariate posizioni in senso positivo le regioni del Centro, Umbria, Toscana e Marche, con una risalita rispettivamente di 6, 5 e 4 posizioni.

Alla luce di queste considerazioni, dunque, diventa importante sapere come la ricchezza economica viene utilizzata e indirizzata, quali politiche vengono sostenute dalla spesa pubblica e quale peso ed efficacia hanno una serie di interventi e di scelte che di per sé non possono essere misurate in termini puramente economici. Uscire dalla dittatura del Pil non è facile, eppure Sbilanciamoci! in questi anni ha elaborato uno strumento utile alla società civile, in quanto strumento di pressione politica, e ai policy maker, in quanto strumento di indirizzo e monitoraggio delle politiche. Ed è proprio sulle politiche che si giocherà la partita. Sapranno promuovere uno sviluppo capace di futuro?

C´è chi dirà che l´iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone.

Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l´accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un´alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l´articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l´insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.

Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.

A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l´etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l´ha usato ricorrendo a compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l´hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.

Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell´opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s´insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c´è, dietro l´apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel ´94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell´uso di gas nella guerra d´Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel ´38.

Un´uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all´opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall´anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.

Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: «La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali».

Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.

È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l´Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l´ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l´interiorizzazione non c´è stata. Anche tra il ´43 e il ´44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel ´46 all´elezione dell´assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.

Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d´altro genere – il rischio di uno Stato in bancarotta–e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L´impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d´insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano («Il Quirinale vuole un governo solido») come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.

L´opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d´opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l´equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell´interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall´inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d´opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell´informazione, autonomia della magistratura, lotta all´evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d´interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt´altro che ridicolo o provinciale.

I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L´unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna «o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono». Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell´ozio: «Sono pronti a dire ai veggenti: ‘Non abbiate visioni´ e ai profeti: ‘Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni´».

Il profeta d´illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo.

La profezia di Totò

L'effetto congiunto della globalizzazione, della crisi economica e dei cambiamenti climatici (tre processi interdipendenti) mette a rischio se non la sopravvivenza del nostro pianeta, certamente quella dell'umana convivenza. Stiamo entrando in un'epoca di grandi sconvolgimenti: ambientali, economici, geopolitici. Possono aprire la strada a immani catastrofi, al moltiplicarsi delle guerre, all'affermarsi di regimi sempre più autoritari, all'aggravarsi delle condizioni di vita di miliardi di esseri umani. Ma grandi sconvolgimenti comportano anche grandi cambiamenti: dentro i quali c'è spazio per prospettive che fino a pochi anni fa potevano sembrare utopiche. Per questo occorre tornare a pensare alla grande; osare imboccare vie nuove; confidando che quello che vogliamo noi stanno cercando di farlo, in condizioni e con modalità anche molto diverse, milioni e forse miliardi di altri come noi; e che le nostre strade potranno incontrarsi.

Trent'anni di predominio incontrastato del "pensiero unico" hanno rinchiuso le classi dominanti di tutto il mondo in un eterno presente, rendendole incapaci di qualsiasi elaborazione di ampio respiro. Verità e capacità di pensare il futuro sono rimaste appannaggio di chi si ribella allo stato di cose esistente.

Chi guarda al futuro dal punto di vista di un mondo diverso sa ormai, in termini generali, molte cose su come deve cambiare il mondo per sopravvivere e permettere a tutti di vivere meglio. Sono "cose" che riguardano l'energia (l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili), l'agricoltura (biologica, multicolturale, multifunzionale) e la sovranità alimentare, il recupero integrale degli scarti e dei rifiuti, la salvaguardia del territorio. Sono tutte pratiche tendenzialmente a km0 (cioè che comportano un progressivo riavvicinamento di produzione e consumo), ciascuna delle quali ha una irrinunciabile dimensione sociale, orientata all'equità e all'accoglienza. Sappiamo di avere il pianeta Terra in prestito dalle generazioni future e di gestirne una parte (quella dove abitualmente viviamo) per conto di tutti. Non siamo, cioè, e non ci consideriamo, "padroni in casa nostra". Il nostro concetto di sovranità è differente: si chiama autonomia, autogoverno, condivisione.

Le pratiche dei movimenti cresciuti in questi anni sono sempre più declinazioni di questo approccio e di quei saperi in contesti locali, tra loro altamente differenziati; ma per il loro riferimento a un pensiero globale, quelle pratiche non corrono il rischio di cadere in un localismo corporativo senza respiro e senza sbocchi. Questa declinazione di un pensiero globale a livello locale è ovviamente più facile (o meno difficile) su questioni che riguardano l'assetto del territorio, perché la dimensione locale gli è intrinseca: non a caso è stata praticata per prima dagli urbanisti e ha investito soprattutto questioni come edilizia, gestione delle acque, dei rifiuti, della mobilità, delle colture, degli spazi pubblici.

Più difficile è questa declinazione quando essa riguarda i grandi flussi planetari di materiali, semilavorati e beni fisici che sono e restano l'essenza della produzione industriale. Per questo, intorno alla cosiddetta green economy, cioè alla riconversione ambientale dell'apparato produttivo permane una sostanziale ambivalenza. Molti dicono: «la green economy la sta già facendo, o si metterà presto a farla, il capitale; per salvaguardare i suoi profitti». Non è così. Anche se la fa, e quando la fa, il grande capitale di green economy ne fa poca: troppo poca; tanto è vero che non riesce a darsi regole che permettano di frenare la corsa del pianeta verso il baratro dei cambiamenti climatici. E la fa male; sfruttando quanto più può lavoratori e ambiente (l'esempio più perverso di questo approccio è forse quello degli agrocarburanti). Noi invece dobbiamo agire perché di green economy se ne faccia molta (e presto; prima che i guasti del pianeta diventino irreversibili) e bene: cioè affrontando i problemi nella loro dimensione sociale.

"Bene" vuol dire che il lavoro deve essere non oggetto di questa trasformazione, ma attore, insieme ad altri attori: quelli che concorrono a costituzione socialmente determinata di un territorio. Per questo il lavoro è la vera frontiera della conversione ecologica. Per molti questa è un'acquisizione recente: che il lavoro è un "bene comune" lo ha detto la Fiom, sotto l'incalzare della crisi occupazionale - e del ricatto di Pomigliano - e ne ha fatto il fulcro della manifestazione del 16 ottobre. E' un'affermazione impegnativa.

Ma che cos'è un bene comune? Penso che si debba rifuggire da qualsiasi classificazione che ne faccia un catalogo chiuso, definito una volta per sempre. Perché il confine che delimita l'area dei beni comuni è mobile; è il frutto di un contenzioso permanente - che a volte sfocia in lotta, altre volte in organizzazione e in progetto, e altre ancora in tutte e tre le cose - per sottrarre a una gestione privata valori d'uso suscettibili di essere condivisi. Ma il risultato di questo processo non è l'acquisizione o il reintegro del bene conteso nell'area della proprietà pubblica; anche se spesso, ma non sempre, questo è un passaggio ineludibile. Perché condivisione vuol dire partecipazione della collettività alla gestione del bene conteso: in forme che dipendono, sì, dalla sua natura e dalle sue dimensioni; ma anche, e soprattutto, dall'intensità dell'impegno della "cittadinanza attiva"; o di una sua parte. Per questo forse nessun bene sarà mai veramente "comune" fino in fondo; ovvero, ci sarà sempre la possibilità di rendere più intenso e profondo questo suo carattere.

Ora, affermare che il lavoro è un bene comune è una proposizione che riguarda certamente, e in primo luogo, la salvaguardia della dignità del lavoro e dei diritti che una società deve garantire ai lavoratori; ma significa anche, e soprattutto, che le modalità in cui il lavoro viene impiegato, le finalità di questo impiego e, conseguentemente, il prodotto stesso (bene o servizio) di quel lavoro sono questioni che possono, e dovrebbero, veder coinvolti innanzitutto i lavoratori stessi; ma anche tutta la comunità che insiste sul territorio con cui quel lavoro si intreccia: sia che ne dipenda per il reddito che esso genera, sia che ne sopporti il carico ambientale che esso comporta. Basta enunciare questo proposito per capire quanto siamo lontani - e quanto ci stiamo allontanando - da un mondo in cui il lavoro sia effettivamente un bene comune. Ma anche che l'inclusione del lavoro nel "catalogo" dei beni comuni è, come per tutti gli altri, un processo e non un'acquisizione definitiva; un work in progress che procede per tappe, per avanzate e arretramenti, e che probabilmente non avrà mai fine.

Ma è il lavoro, comunque, la vera frontiera della conversione ambientale dell'apparato produttivo e dei modelli di consumo. E' una frontiera su cui pochi di noi - di chi è impegnato in progetti e in lotte per la salvaguardia del territorio e della convivenza - si ritrovano a pieno titolo (diverso è il caso dei milioni di contadini e delle migliaia di comunità rurali impegnate a rivendicare e perseguire il proprio autogoverno).

E' facile - e per me sacrosanto - dire meno inquinamento, meno traffico, meno auto. Ma è difficile dirlo ai lavoratori di una fabbrica di automobili in crisi. Eppure è di qui che occorre passare. E lo si può fare solo prospettando, e sottoponendo alla loro verifica, al loro coinvolgimento, ai loro suggerimenti, una proposta alternativa.

L'importanza della vicenda della Fiat di Pomigliano è questa. Certo sono in gioco dignità del lavoro e salvaguardia dei diritti e della salute dei lavoratori: tutte cose senza le quali la democrazia scompare. Ma collocata tra la chiusura certa dello stabilimento di Termini Imerese e il depotenziamento altrettanto certo di quello di Mirafiori, e di fronte a un ricatto che dice "datemi tutto in cambio di niente; poi si vedrà", tutti hanno capito, anche se pochi hanno ammesso in modo esplicito - e non sempre per colpa loro; ma per le difficoltà connesse al trovarsi, più di altri, sulla "frontiera" del lavoro - che la partita che si gioca è molto più alta e non riguarda solo quali modelli e quante vetture ogni stabilimento debba produrre.

La vera questione è: ci saranno ancora in Italia fabbriche in grado di produrre automobili? E quante? E per quanto tempo? E se dovessero chiudere, come è stato prospettato, si possono sviluppare in Italia produzioni industriali che hanno più chance di successo? Magari perché rappresentano l'avvenire; perché non danneggiano l'ambiente; perché possono avvantaggiarsi di un mercato locale, senza costringere i lavoratori a competere con altri lavoratori, a suon di ribassi, in una gara senza sosta verso il sempre peggio? E come coinvolgere in una svolta del genere i lavoratori di quelle fabbriche e le comunità dei territori che ad esse fanno riferimento? (www.guidoviale.blogspot.it)

Vedi anche l'eddytoriale 144

Per i quindici-venti anni (1975-1995 circa) in cui il consenso con il discorso di Washington (*) dominato nel sistema-mondo, la povertà - che pure andava aumentando a passi da gigante - era una parola tabù. Ci avevano spiegato che l'unica cosa che contava era la crescita economica e che l'unica strada per arrivare alla crescita economica era quella del «mercato» la cui logica doveva prevalere senza interferenze da parte degli «statisti» - salvo naturalmente quelli del Fondo monetario internazionale (Fmi) e del tesoro statunitense.

Dalla Gran Bretagna la signora Thatcher aveva lanciato il suo famoso slogan: «Non c'è alternativa», col che intendeva dire che non c'era alternativa agli Stati Uniti e, immagino, al Regno Unito. I paesi derelitti del Sud del mondo dovevano abbandonare la loro ingenua speranza di decidere del proprio destino. Così facendo un giorno (ma chi poteva dire quando?) sarebbero stati premiati dalla crescita, altrimenti erano destinati - posso osare dirlo? - alla povertà.

Fondo monetario e morbillo

Ma i giorni di gloria del consenso con Washington sono ormai lontani e per gran parte dei paesi del Sud del mondo le cose non sono migliorate - anzi -, e la rivolta era nell'aria. I neo-zapatisti si sono sollevati nel Chiapas nel 1994. Nel 1999 a Seattle i movimenti sociali hanno portato a un impasse l'incontro dell'Organizzazione mondiale del commercio (impasse da cui non si è mai ripresa). E nel 2001 nasceva a Porto Alegre il World Social Forum, destinato a una rapida espansione.

Quando nel 1997 esplose la cosiddetta crisi asiatica, causando gravi danni economici nell'est e nel sud-est asiatico, ed estendendosi a Russia, Brasile e Argentina, il Fmi ha tirato fuori dalla tasca la sua lista di richieste standard da imporre a quei paesi se volevano aiuto. La Malesia, che ebbe il coraggio di dire no, fu il paese che di fatto ne uscì più velocemente. L'Argentina, ancora più audacemente, rispose che avrebbe pagato il 30% sul debito o non se ne faceva niente. Invece l'Indonesia si piegò e ben presto la lunga e apparentemente stabile dittatura di Suharto fu rovesciata da un'insurrezione popolare. Allora niente meno che Henry Kissinger se la prese col Fmi criticandone l'ottusità. Per il capitalismo mondiale e per gli Stati Uniti era più importante mantenere al potere un dittatore amico in Indonesia che non far rispettare a un paese il dettato di Washington. In una lettera aperta del 1998, Kissinger accusava l'Fmi di comportarsi «come un medico che si specializzi in morbillo e poi voglia curare ogni male con lo stesso farmaco».

Prima la Banca Mondiale e poi l'Fmi capirono la lezione: forzare i governi ad adottare le formule neo-liberali come politica (e come prezzo dell'aiuto finanziario quando il loro bilancio fa acqua) può produrre pessime conseguenze politiche. Dopotutto si scopre che delle alternative esistono: la gente si può sollevare.

Masse che non stanno al loro posto

Quando scoppiò la bolla successiva e il mondo entrò in quella che adesso viene chiamata la crisi finanziaria del 2007 o 2008, l'Fmi si fece ancora più comprensivo nei confronti di quelle spiacevoli masse che non sanno stare al loro posto e - ma guarda un po' - scoprì la «povertà». Anzi non solo scoprirono la povertà ma si attrezzarono per fornire programmi per «ridurre» il livello della povertà nel Sud del mondo.

Vale la pena di capire la loro logica.



L'Fmi pubblica una rivista patinata trimestrale dal nome Finance & Development. Non si rivolge agli economisti professionisti ma a un più vasto pubblico di politici, giornalisti e imprenditori. Il numero del settembre 2010 riporta un articolo di Rodney Ramcharan che dice tutto già dal titolo: «La disuguaglianza è insostenibile».

Rodney Ramcharan è un «senior economist» del dipartimento africano del Fmi. E ci spiega come - è questa la nuova linea dell'Fmi - le «politiche economiche che si limitano a concentrarsi sui tassi di crescita standard potrebbero essere pericolosamente ingenue». Nel Sud del mondo la forte disuguaglianza può «limitare gli investimenti nel capitale fisico e umano che favoriscono la crescita ed aumentare la tendenza a una ridistribuzione sostanzialmente inefficiente».

Storcere il braccio alle élite



Ma c'è di peggio: la forte disuguaglianza «dà voce ai ricchi in misura ben più larga che alla sua disomogenea maggioranza». E questo a sua volta «può distorcere ulteriormente la distribuzione del reddito e ossificare il sistema politico, portando a conseguenze ancor più gravi nel lungo periodo». Sembra che il Fmi abbia finalmente dato ascolto a Kissinger. Devono preoccuparsi, in particolare nei paesi dove la disuguaglianza è più marcata, delle masse straccione e anche delle élite che tendono a ritardare il «progresso» per mantenere il loro potere sul lavoro non specializzato.

Forse che l'Fmi è diventato il portavoce della sinistra mondiale? Non siamo così ingenui. Quello che vuole, e che vogliono anche i capitalisti più sofisticati di tutto il mondo, è un sistema più stabile in cui prevalgano i «loro» interessi di mercato. E questo richiede di storcere il braccio alle élite del Sud del mondo (e perfino a quelle del Nord del mondo) perché cedano un po' dei loro famigerati profitti investendoli nei programmi per la «povertà» in modo da calmare la massa sempre più oceanica dei poveri e smorzare le idee di rivolta.

Può darsi che sia troppo tardi perché una simile strategia funzioni. Le fluttuazioni caotiche sono immense. E «la disuguaglianza insostenibile» cresce di giorno in giorno. Ma l'Fmi e quelli di cui rappresenta gli interessi non smetteranno di provarci.

Traduzione di Maria Baiocchi. Copyright by Immanuel Wallerstein distributed by Agence Global



(*)Per comprendere che cos’è il “Washington consensus”, tradotto nell’articolo con l’espressione “consenso con il discorso di Washington”, vedi ad. es. qui su wikipedia - n.d.r

Ha ragione Mario Adinolfi a ricordare che è cosa insultante oltre che menzognera, parlare di giovani senza futuro o d’una sola generazione depredata. Un trentasettenne precario non è più giovane, e il fatto che gli tocchi pregare per essere riconosciuto (questa l’etimologia di precario) è lo scandalo che vien mascherato chiamandolo giovane. Una catena di generazioni fatica a preparare prima l’età matura, poi l’anziana. I nati dopo il ‘70 sono la metà degli italiani: 28 milioni 150.000, non più solo figli ma padri che della vita attiva non conoscono che contratti brevi o niente contratti. Che s’imbarcano in lavori low cost o addirittura gratuiti, come denunciato da Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University di St Louis ( Il Fatto, 11 novembre).

Lavorare gratis è una pratica in espansione, per chi non ha forze e soldi per fuggire all’estero. È una regressione, nei rapporti sociali e nel riconoscimento reciproco fra l’Italia che ha un posto e l’Italia che ha semplici attività, menzionata di rado. I giovani fanno questa scelta volontariamente, consapevoli d’essere immersi nella Necessità: dare il proprio tempo senza salario li rende visibili, consente di «accumulare punti». Alla fine del tunnel, chissà, il riconoscimento verrà e avrà gli occhi di un lavoro decentemente pagato. Lo sfruttamento s’è fatto banale: è un’usanza dettata dal principe (un bando dell’autorità). È la morale del tempo presente.

Se questa è la realtà, si può capire come la riforma Gelmini sia solo una miccia – così Ilvo Diamanti, lunedì su Repubblica – che ha acceso risentimenti acuti, non limitati all’istruzione che pure è «crocevia nella vita» d’ognuno. Analoghe micce anti-riforme si moltiplicano, a occidente, ma cruciali non sono le riforme, così come per Heidegger l’essenza della tecnica non è la tecnica ma quel che essa disvela, provoca. Nella rivolta dei giovani francesi la pensione è un pretesto: essi sanno che il paese invecchia, che i soldi dello Stato sociale non bastano. Se protestano con tanto accanimento è perché qualcos’altro è in gioco: il disagio, più radicale, riguarda l’esistere stesso; il perché e il come si vive l’oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro.

In tutti i paesi industrializzati il futuro è programmato penosamente. Adinolfi lo spiega bene nella rivista Week, iniziata il 25 novembre. Basandosi su ricerche dell’Istat e del Center for Research on Pensionsand Welfare Policies (Torino), Adinolfi fornisce cifre cupe sulla metà d’Italia che vive il precariato. Al momento, chi va in pensione o sta andandoci è sicuro di ottenere circa il 95 per cento della media dei compensi degli ultimi anni. Non così il precario nato dopo il ‘70: la percentuale crolla dal 95 al 36. Fra 20 anni, quando andrà in pensione, riceverà – se avrà lavorato 32 anni su 40 – 340 euro al mese. Duro in tali condizioni fabbricare futuro, generare figli che non potremo sostenere e non ci sosterranno, impoveriti anch’essi. I rivoltosi vedono questo, guardandosi allo specchio: uno scenario che mette spavento. Che ti porta a dire, visto che a nulla è servito il titolo di studio: non resta che farmi menare dalla polizia. Esibisco la mia bile nera, come gli eroi di Moby Dick che è uno dei miei libri-vessillo. Non mi resta, come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray, che il chicken run. Il chicken run è la gara mortale che James Dean ingaggia coi compagni: vince chi guida l’auto sino all’orlo del burrone, tentando di saltar fuori in extremis. Chi fugge la prova è un pollo, un vile. È significativo che a costoro si neghi oggi perfino il diritto a morire, quando sei attaccato a un tubo senz’averlo deciso.

Il chicken run che impregna il tumulto è argomento tabù. Se ne ragiona molto sul Web – l’agora di queste generazioni – ma poco sui giornali. C’è una complicità tacita, che impedisce alla verità d’esser disvelata. Non ne parlano gli imprenditori, che del lavoro precario o gratuito profittano; e neanche i sindacati, tutori dei pensionati. Nella Cgil, il 53 per cento degli iscritti aderisce al Sindacato dei pensionati italiani (Spi). Se la crisi dice qualcosa – sulla crescita che nei paesi sviluppati s’abbasserà stabilmente, sul clima da proteggere, sullo Stato impoverito – questo qualcosa dovrà implicare nuove distribuzioni fiscali, e anche una mutazione di linguaggio. Riformismo, accordi bipartisan: sono vocaboli inani, se usati solo per dissimulare tagli. Tutti hanno rovinato l’istruzione, il patto bipartisan già esiste (da Luigi Berlinguer a Mussi, Moratti, Gelmini). L’accordo non va cercato tra partiti ma tra l’Italia che è nello Stato sociale e quella che ne cascherà fuori. Non di patti bipartisan c’è bisogno, ma di dirigenti (politici, imprenditori, sindacati, accademici) che queste cose le guardino in faccia.

Anche il popolo del disagio ha sue responsabilità. È un punto su cui Boldrin insiste crudamente: «Cosa volete fare, ragazzi e ragazze? A favore di cosa siete scesi in piazza, oltre che contro il ddl Gelmini? Perché è questa, non altra, la questione che dovete avere il coraggio d’affrontare». Il risentimento è comprensibile, ma il tema del merito sollevato dalla riforma resta. E che significa rottamare un ceto politico, se non invocare palingenetiche facce giovani? Perché difendere lo status quo universitario, finito in marasma? È come desiderare la crescita squilibrata che nel 2007 causò la crisi economica nel mondo.

Si disserta spesso in Italia della sindrome Peter Pan, che ti reclude nei focolari paterni o materni: secondo l’Istat, il 68 per cento vive coi genitori sino a 35 anni. Lo stesso succede in paesi cattolici dove la famiglia sostituisce il Welfare: Spagna, Irlanda. Ma la vista psicologica è corta, occulta le cause strutturali. Scrive Vincent Venus, direttore del Giovani Federalisti Europei a Berlino, che questa è una generazione diversa: ricorda gli anni ‘40. Non una conflagrazione militare le ha aperto gli occhi; ma la crisi del lavoro, del pianeta, dell’economia, è un’esperienza interiore di guerra: «È una sfida, quella odierna, che i nostri genitori hanno ignorato. Il compito è talmente vasto che somiglia a quello della generazione postbellica. Unica differenza: non si tratta solo di ricostruire la società, in Europa, ma di mantenere in vita il Welfare». Pur rispettando i conti, oggi esistono cose da preservare: la solidarietà sociale, il lavoro, il pianeta. La distruzione non è più creativa.

Fu così anche nel 1942, quando il Welfare prese la forma di un piano comune di lotta al bisogno: il piano di William Beveridge. «È proprio adesso, con la guerra che tende a eliminare ogni genere di limitazioni e differenze, che si presenta l’occasione. (...) Un periodo rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi» (Beveridge, La libertà solidale, Donzelli 2010).

Molti si domandano come mai il malcontento non sia esploso prima di Berlusconi, visti gli errori della sinistra. Domanda sensata, ma vista parziale. Lo spirito dei tempi modellato da Berlusconi e dalle sue Tv ha dilatato al contempo i risentimenti dei dannati e lo sprezzo dei salvati, sostituendo lo Stato sociale con la compassione o l’ignoranza. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ha detto in Tv: «Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito». Nemmeno gli avversari del ‘68 usavano aggettivi simili. Negli italiani è stata svegliata nell’ultimo decennio, e nutrita, ingigantita, la parte peggiore. È come quando, nel febbraio 1932, il socialdemocratico Kurt Schumacher denunciò l’attacco di Goebbels ai socialdemocratici-partito dei disertori: «Tutta la propaganda nazionalsocialista è un costante appello alla brutta canaglia interiore ( Schweinehund) che abita ciascun uomo».

Il decennio in corso ha appiattito la politica dell'Unione Europea al potere dei centri finanziari e del sistema dell'euro gestito dalla Bce. L'Ue assomiglia sempre più agli Stati uniti, dove gruppi finanziari e militari di potere sono in grado di assumere la governance dell'intero sistema. La turbolenza finanziaria programmata e provocata da questi gruppi, un atto predatorio organizzato mirante all'espropriazione del risparmio delle persone, è stata una dimostrazione di arroganza che gli eventi successivi hanno pienamente confermato. Così come è stato confermato il loro controllo politico e finanziario sulle istituzioni degli Stati europei. Solo pochi mesi fa l'impressione che le istituzioni europee avrebbero fatto qualcosa per introdurre una maggiore trasparenza e un controllo dei centri e delle istituzioni finanziarie era molto diffusa. Ma queste impressioni si sono rivelate sbagliate. I responsabili della crisi sono divenuti presidenti e membri delle commissioni che dovrebbero controllare e riformare il sistema. E quando la Commissione europea si è decisa a parlare, alcune settimane fa, non è stato per istituire controlli e sanzioni sui centri finanziari e sulle cosiddette istituzioni di controllo della Banca centrale europea e delle banche centrali nazionali, ma per mettere vincoli più forti alle politiche economiche degli Stati membri ed ostacolare gli sforzi per ridurre i danni prodotti dalla crisi economica e sociale causata dalla speculazione finanziaria.

Il bersaglio di queste nuove misure dell'Ue sono i sistemi europei di welfare, con la loro varietà di diritti sociali e del lavoro ereditati dal passato. La loro destabilizzazione fa seguito a quella attuata per le relazioni e le politiche industriali durante gli anni Ottanta e Novanta e a quella realizzata a partire dagli anni Sessanta per l'agricoltura europea. Il processo di delocalizzazione dell'industria europea, seguito dall'annullamento dei diritti sociali e del lavoro, costituiscono parte di questo scenario. Il ruolo di Washington e dei suoi istituti finanziari nella governance della globalizzazione ha trovato il suo partner europeo nell'alleanza tra Germania, Francia e Gran Bretagna all'interno dell'Ue.

Il modello sociale che si vuole imporre all'Europa è quello danese. L'industria danese è stata molto innovativa nella produzione di energia alternativa (eolica e solare). Come è avvenuto per l'industria automobilistica in altri paesi dell'Ue durante i decenni precedenti, lo stato e le istituzioni pubbliche hanno favorito questo innovativo settore con investimenti e infrastrutture. Tuttavia, la logica di investimento dei capitali privati è divenuta la stessa di qualsiasi altro settore for-profit. Non è orientata alla stabilità e crescita sostenibile ma a una sempre maggiore crescita indipendente dalle reali esigenze.

Il loro sogno sarebbe di fornire almeno un mulino a vento per ogni persona come è stato fatto con l'industria dell'automobile, dei telefoni cellulari, del telefono, ecc. Invece di essere un incentivo a ridurre l'energia consumata diviene esattamente il contrario. Il collasso ambientale che produrrà nei prossimi due decenni, quando tutte queste macchine diverranno obsolete e dovranno essere sostituite, non preoccupa ovviamente i produttori, esattamente come accade con l'industria automobilistica. Questo mostra che alla radice di queste politiche non ci sono scelte alternative di specializzazione (auto, auto elettriche o mulino a vento) o tendenze innovative, ma la cultura della globalizzazione e di un capitalismo predatore capitalista che ispira tali comportamenti. La Danimarca è uno dei migliori produttori europei di mulini a vento. Una delle società è Vestas, una società con grandi imprese in varie regioni della Danimarca e in altri paesi. Il 26 novembre l'impresa ha informato i lavoratori e l'opinione pubblica che, a causa di una ridotta crescita percentuale di questo settore in Europa, numerosi stabilimenti saranno chiusi. Circa 3000 lavoratori saranno licenziati. Le regioni coinvolte sono tra le meno sviluppate della Danimarca e fortemente dipendenti da questa impresa per la loro sopravvivenza economica. Si tratta di regioni (come Nakskov e Lolland Faster) che hanno incontrato gravi problemi durante la chiusura dei cantieri navali pochi decenni fa. Questa nuova industria aveva riportato speranze di stabilità, e lavori pubblici furono fatti per migliorare le infrastrutture e per la spedizione dei prodotti via mare.

(...) Le ragioni addotte per la chiusura di queste imprese sono che le aspettative di un grande salto avanti per il settore "verde" in Europa non si sono ancora verificate. Le aspettative sono state superiori alla realtà ed hanno influenzato la valutazione dei risultati di bilancio del terzo trimestre dell'anno. (...) All'inizio del 2010 questa grande impresa produttrice di mulini a vento ha scelto di mantenere una sostanziale sovracapacità produttiva in Europa, in attesa di un aumento della domanda nel corso del 2010 e 2011. (...) Questi sono i fatti, freddi come le reazioni delle persone coinvolte: lavoratori, sindacati e politici. È un vero peccato quanto accade, si è detto, meglio cercare lavoro altrove. Nessuna menzione particolare del problema e nessun conflitto di qualsiasi tipo è citato nei quotidiani di quei giorni. L'agenda politica era occupata da scandali politici di vario genere, dall'agitazione populista contro gli islamici, dal pericolo terrorista negli Stati Uniti, ecc. Sul mercato del lavoro nulla: la chiamano flexicurity.

Le reazioni sono state diverse in Gran Bretagna dove Vestas, un'impresa che è stata in grado di creare 21.000 posti di lavoro nel green jobs in tutto il mondo, è divenuta oggetto di critiche. Vestas e i suoi dirigenti si sono trovati improvvisamente nella poco familiare e spiacevole situazione di essere l'obiettivo di lavoratori esasperati, sindacati, politici ambientalisti che accusano la società di perseguire il profitto a scapito dei posti di lavoro. La fabbrica sull'isola di Wight britannica è stata occupata per protestare contro l'annunciata chiusura di un ramo dell'azienda con 525 dipendenti. «Riteniamo di essere stati trattati ingiustamente ed eliminati da una società il cui unico obiettivo è il profitto», ha dichiarato uno dei direttori locali dell'azienda al giornale The Guardian. I media, contrariamente a quanto accade in Danimarca, hanno seguito da vicino il conflitto e la polizia britannica si è rifiutata di interrompere l'occupazione degli stabilimenti.

Tuttavia in Gran Bretagna il problema è più complesso. Il ministro dell'ambiente Ed Milliband ha presentato un nuovo piano per il clima che prevede la creazione di 400 mila green jobs mediante la costruzione di almeno 7 mila mulini a vento. Ma l'opposizione delle autorità locali alla creazione di nuovi mulini a vento è molto diffusa. Il direttore generale di Vestas, Ditlev Engel, ha parlato di un problema dovuto alla diffusa attitudine «non nel mio giardino», problema che ha interrotto la possibilità di espansione del settore del paese. Il governo britannico sta cercando di sostenere le attività di Vestas, mentre la società sembra più orientata a lasciare il mercato britannico. I rappresentanti dei lavoratori sono contrari a dare più soldi alle imprese private e sostengono invece proposte di nazionalizzazione del settore.

I licenziamenti in un contesto di crescente disoccupazione e le gravi restrizioni delle finanze pubbliche pongono il problema delle nuove politiche per l'occupazione in una situazione di cambiamento della specializzazione e della distribuzione internazionale del lavoro. Con riferimento alla situazione negli Stati Uniti James K. Galbraith osserva che «il problema dei posti di lavoro ha praticamente nulla a che fare con la situazione dell'industria manifatturiera. In termini assoluti l'occupazione manifatturiera negli Stati Uniti non è aumentata dalla fine degli anni Cinquanta, nonostante il raddoppio della popolazione che si verificato da allora ad oggi, e la caduta in questo settore dal 2000 è stata precipitosa, tale da raggiungere meno del 9 percento dell'occupazione totale di oggi. La perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero è dovuta agli aumenti di produttività, alla concorrenza estera ed alla delocalizzazione, prima in Messico e poi in Cina. Nulla può essere fatto in merito e nulla sarà fatto. La creazione di posti di lavoro riguarda i servizi. Si tratta di trovare cose utili da fare per le persone, fornendo loro reddito ed alle imprese che li impiegano un equo profitto. Tuttavia, il ruolo dello scopo di lucro nella creazione di occupazione non dovrebbe essere sopravvalutato. Quasi il 17% dell'occupazione totale è fornita dal settore statale. Un'altra grande parte è nel settore no profit, alimentato da donazioni filantropiche, incentivato da deduzioni fiscali per iniziative di solidarietà, ecc».

Ma tutto questo ci introduce nel dibattito del nostro (italiano ed europeo) progetto di economia e di società destinato a soppiantare quello declinante del mercato capitalistico. Un discorso che merita di essere proseguito.

* Professore emerito all'università di Roskilde (Danimarca), dove insegna Economia internazionale dal '72. Dirige il Centro studi Federico Caffè

Dopo la sfiducia (annunciata) dei finiani e della diplomazia internazionale, su Silvio Berlusconi si abbatte ora anche quella del Censis. L'icona dell'individualismo, del consumismo, dell'uomo solo al comando si è rotta, annuncia Giuseppe De Rita; un lungo ciclo - economico, politico, sociale e psicologico - si è concluso, lasciando sul campo fragilità e depressione, nelle vite singolari e nella vita collettiva. Un'altra bufala, commenterà l'Immarcescibile. E invece, come al solito la diagnosi del Censis centra il punto, va presa sul serio e soppesata.

Dopo averci avvertito, negli ultimi anni, che eravamo diventati una cosa a metà fra una mucillagine malinconica e una compagnia di replicanti in apnea, De Rita mette da parte gli attrezzi della sociologia e prova con quelli della psicoanalisi. Quello che ci paralizza, dice, è qualcosa di più profondo della contabilità economica o di un trend che va storto: è un grumo inconscio, che annoda il rapporto fra desiderio e legge producendo una società priva dell'uno e dell'altra, del desiderio e della legge, i quali o vivono in una tensione reciproca o muoiono entrambi. Fonte evidente ma non dichiarata la letteratura post-lacaniana sull'eclissi dell'Edipo - in particolare il lavoro di Massimo Recalcati, ben noto a lettori e lettrici del manifesto -, De Rita riconduce a questo grumo la «sregolazione pulsionale», così la chiama, di una società priva di bussola, in cui al desiderio si sostituisce il godimento immediato e all'autorità della legge simbolica si sostituisce la frammentazione inefficace dei poteri e delle norme. Consumismo - degli oggetti e dell'altro ridotto a oggetto, delle merci e del sesso ridotto a merce: ricorda qualcuno? -, edonismo, narcisismo, egoismo, e insieme illegalità diffusa, criminalità, investimento immaginario su una leadership tanto personalizzata quanto impotente: il catalogo è questo, la fotografia del berlusconismo è calzante, e anche il grumo inconscio individuato è quello giusto.

Tuttavia il discorso è scivoloso. Lo sa lo stesso De Rita, quando passa dalla diagnosi alla terapia e scongiura la scorciatoia di una risposta che consista solo in un rafforzamento della legge (o nella litania «più legge, più merito»): la caduta della legge simbolica non si arresta con la stretta delle leggi repressive; non è di autoritarismo che ci sarebbe bisogno ma di autorità, e «non esistono in Italia quelle sedi di auctoritas che potrebbero o dovrebbero ridare forza alla legge». Per De Rita infatti è piuttosto sul secondo tasto che bisognerebbe battere, cioè sul rilancio del desiderio: «tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Senonché anche il desiderio non si lascia rilanciare da un'esortazione, e tantomeno da un dovere civile. E in una situazione politica come la nostra, in cui allo stato di illegalità permanente instaurato da Berlusconi si tende a contrapporre solo la parola d'ordine di una legalità-feticcio, è più che probabile che l'analisi del Censis porti a battere non sul secondo tasto ma sul primo.

Si scivola facilmente anche su un altro punto del discorso, quando De Rita riconduce il «soggettivismo» di Berlusconi alla scoperta della soggettività operata dal 68 e dal femminismo: non che siano la stessa cosa, ma «la libertà di essere se stessi» allora conquistata «ha trovato in Berlusconi colui che l'ha cavalcata». Cavalcata, o rovesciata nel suo contrario, traducendo la libertà politica in libero mercato e la soggettività in individualismo? La domanda cruciale è questa, e anche qui non sono ammissibili scorciatoie del discorso, salvo avallare reazioni come quella di Sacconi, il quale infatti coglie la palla al balzo per sentenziare che sì, emerge «un certo nichilismo» dal rapporto del Censis, ma «nasce dai cattivi maestri, figli degli anni Settanta, e va contrastato con i valori tradizionali».

Sono i rischi di un'applicazione troppo meccanica del discorso psicoanalitico al discorso sociale e politico. Meglio incassare intanto le molte fini decretate dal Censis: fine della leadership troppo personalizzata, fine del mito della governabilità e del decisionismo, fine della fede nei miracoli dell'unto dal Signore, fine della credenza nelle magnifiche sorti di un capitalismo che satura sfornando oggetti di consumo. E accogliere l'auspicio di una nuova forma di leadership politica, che sappia puntare sulla responsabilità diffusa. E che più che della dinamica desiderio-legge, che non è nelle sue mani, si occupi di arrestare il piano inclinato su cui il Censis, di anno in anno e ogni anno di più, fotografa impietosamente il paese.

A quarant'anni di distanza dalla sua pubblicazione in Italia, il Mulino riedita La società dei consumi di Baudrillard. Ma vale ancora quella fotografia? Tra le ultime messe a fuoco quella di Saverio Pipitone in Shock Shopping. La malattia che ci consuma(Arianna editrice), quella di Paolo Magrassi in La good-enough society (Franco Angeli) e quella di Andrea Segrè in Last Minute Market (Pendragon)

La riflessione critica sulla società dei consumi non se la passa troppo bene: se escludiamo la letteratura di orientamento ecologista, sono ben poche le voci dissidenti che restano. Sembra che l'espressione «società dei consumi» sia nata negli anni '20 del '900, ma è stato il saggio dal titolo omonimo, pubblicato esattamente quarant'anni fa da Jean Baudrillard, a trasformare questa espressione in una vera e propria etichetta diffusasi in tutto il mondo. Dopo l'edizione francese, il volume La società dei consumi è stato rapidamente tradotto nelle principali lingue, ma ha dovuto aspettare il 1997 per approdare negli Stati Uniti, grazie alla traduzione di George Ritzer. Probabilmente a causa del linguaggio sofisticato che ha adottato a partire dalla metà degli anni '70, un linguaggio assai distante dalle esigenze di una cultura pragmatica, Baudrillard negli Stati Uniti è stato scoperto tardi. Ma ancora nel volume La società dei consumi - che in occasione del quarantennale l'editore Il Mulino ha riproposto in una nuova versione italiana (pp. 240, euro 13) - si esprimeva in modo chiaro, assicurando alle sue analisi efficaci il successo che effettivamente ebbero in tutto il mondo.

Quelle analisi mettevano a fuoco le caratteristiche del boom consumistico che si stava sviluppando negli anni '60 in Europa, evitando di abbandonarsi ai toni apocalittici in voga all'epoca. E si impegnavano con rigore nel tentativo di sviluppare una vera e propria teoria del consumo, basata su concetti ancora oggi attuali: l'idea, per esempio, che la logica del consumo si è andata progressivamente generalizzando sino a coinvolgere tutto, dai media alla politica all'arte, arrivando a investire la sfera del corpo, della sessualità e in generale dell'intimità. O introducendo la fondamentale interpretazione del mondo del consumo come una realtà di tipo miracoloso, il regno della massima abbondanza - scriveva Baudrillard - dove i beni non sono il frutto del lavoro e delle fatiche degli esseri umani, ma regali dispensati da un'istanza mitologica benefica: la tecnica, il progresso. Questa visione miracolistica del consumo si situava agli opposti di quella concezione funzionalistica e utilitaristica del rapporto con i beni che gli economisti proponevano all'epoca. Ma Baudrillard aveva ben compreso che il regno del simbolico non andava confinato nello spazio delle civiltà primitive, perché svolgeva un ruolo centrale anche nelle società occidentali avanzate della seconda metà del '900.

Rinominare i confini

Se il consumatore odierno sente la necessità di sprecare il suo denaro, attuando una pratica non troppo dissimile da quella dei rituali e dei potlach primitivi, e se sente l'esigenza di esibire i suoi beni e i segni del suo benessere, un po' come gli indigeni melanesiani, è perché in fondo spera che tutto ciò si traduca in una funzione propiziatoria, capace di attirargli la felicità.

Baudrillard sosteneva anche che, non diversamente da quanto già accadeva presso i popoli primitivi, la società dei consumi non costituisse altro se non una grande illusione collettiva, perché in essa tutto è ridotto a segno e simulacro. Proprio perciò, d'altronde, se la società dei consumi ha prodotto un livellamento del tenore di vita dal punto di vista concreto dell'acquisizione dei beni e dei redditi disponibili, ha nel contempo reso possibili nuove gerarchie sociali basate, appunto, sulla capacità discriminatoria intrinseca ai segni.

A distanza di quarant'anni l'analisi di Baudrillard può avere ancora una sua validità? È corretto dire che viviamo ancora all'interno di una società dei consumi? Si potrebbe supporre che nell'epoca di Internet e dei social network l'etichetta «società dei consumi» non sia più in grado di dare conto delle nuove forme che la struttura sociale ha assunto, sebbene il futuro di Internet sia strettamente legato alla sua capacità di fornire risposte adeguate alla esigenza di rivitalizzare un mercato basato sui consumi.

Al di là delle utopistiche pretese di ottenere beni gratuiti, la rete potrà garantirsi una sostenibilità economica solamente se avrà la capacità di sviluppare il commercio elettronico, di stabilire sistemi di pagamento realmente affidabili per le prestazioni offerte e di attirare verso di sé ingenti investimenti pubblicitari da parte delle imprese. Dunque, anche l'attuale società della rete, in fondo, non rappresenta altro che una nuova fase evolutiva della società dei consumi.

Ma, ci si domanda, qualcosa è intervenuto a differenziare questa fase della società dei consumi rispetto a quelle precedenti? Certamente, una prima risposta sta nella presa d'atto della straordinaria accelerazione della velocità con cui vengono diffuse informazioni e prodotti e nella registrazione dell'esponenziale aumento della quantità dei beni consumati. L'accelerazione, naturalmente, è stata resa possibile, insieme alla comparsa della rete, dall'ampliamento e dalla moltiplicazione degli spazi di vendita, che propongono incessantemente nuovi prodotti. Il consumatore, come si sa, è sempre più frequentemente sollecitato a passare dal commerciante conosciuto del piccolo negozio vicino casa agli enormi luoghi deputati alla vendita tramite strategie sempre più spettacolari e coinvolgenti. È questo il tema di cui si occupa Saverio Pipitone in Shock Shopping. La malattia che ci consuma (Arianna editrice, pp. 156, euro 10.80), un volume che ragiona criticamente sulle molteplici forme assunte negli ultimi anni dalla distribuzione e sulle conseguenze sociali prodotte da tale sviluppo. Parla, ad esempio, di come la multinazionale Ikea abbia progressivamente affermato in Italia e nel mondo, nell'ambito dell'arredamento e del design, uno stile e un gusto globali, che si sono imposti sulle tradizioni domestiche di ogni paese. Allo stesso tempo - scrive l'autore - «la falegnameria italiana è quasi scomparsa e i piccoli artigiani vicini a un centro Ikea sono costretti a chiudere».

Effetti analoghi sono stati prodotti anche dall'azione esercitata dalla gigantesca catena distributiva americana Wal-Mart e dagli enormi outlet center, che vengono sempre più velocemente aperti anche in Italia. Tutto ciò sembra configurare il passaggio a una fisionomia sociale omologata il cui aspetto è quello di un gigantesco centro commerciale percorso da strade sempre più simili le une alle altre, dove vengono insistentemente proposti prodotti analoghi, per di più delle stesse marche. Tutto ciò autorizza a dire che siamo ormai davanti a una società dei turbo-consumi», che sembra muoversi più in fretta della capacità umana di tenere il passo, e sembra richiedere inedite forme di adattamento. Basate su un modello sociale che ci costringe, se vogliamo restare sincronizzati con la velocità dei processi di cambiamento, a rinunciare al meglio e all'ottimo, considerati irraggiungibili, le attuali società dei consumi si accontentano di riuscire a ottenere il «buono quanto basta» e vengono perciò definite società del good-enough: lo dice Paolo Magrassi in un volume La good-enough society. Sopravvivere in un mondo quasi ottimo (Franco Angeli, pp. 126, euro 16).

Il modello del good-enough comporta, com'è ovvio, un notevole abbassamento degli standard di qualità e delle prestazioni che i prodotti sono in grado di fornire. E il rischio conseguente a una sempre più diffusa adozione di questo modello implica che i soggetti delle società attuali, anziché cercare quell'aurea mediocritas di cui parlava il poeta latino Orazio, cioè - tradotto nel lessico che ci riguarda - un compromesso accettabile tra qualità e risparmio, sono sempre più disponibili a farsi rifilare paccottiglie di infimo livello.

L'ingrediente etico

Come in tutti gli ambiti, anche in quello dei consumi c'è chi non si accontenta di adeguarsi all'esistente, ma prova a introdurvi nuovi criteri di scelta. Per quanto rappresentanti di una minoranza, i consumatori appartenenti all'articolata area del consumo critico sono oggi in crescita. Ne ha scritto Michele Micheletti in Critical Shopping. Consumi individuali e azioni collettive (Franco Angeli, pp. 240, euro 34), spiegando come l'introduzione di criteri selettivi svolga oggi un ruolo sempre più significativo, e come lo sviluppo della globalizzazione e di Internet faciliti i singoli nella sperimentazione di nuove strategie associative e relazionali mentre rende più difficile alle imprese nascondere le proprie politiche produttive. Un consumatore critico effettua le sue scelte impiegando criteri di valutazione dei prodotti che si basano non soltanto sugli aspetti economici, né solo sulle prestazioni fornite, ma include anche valutazioni di tipo sociale ed etico. Perciò, la qualità di quanto acquista risulta anche dalle strategie di produzione, stretegie che coinvolgono la sostenibilità ambientale del processo produttivo, il coefficiente etico del trattamento riservato ai lavoratori, e così via. Micheletti sembra pensare che questi nuovi criteri di scelta adottati dal consumatore possano assumere la valenza di un impegno politico.

Tuttavia, per quanto lodevole sia scegliere un prodotto «etico» piuttosto che no, non basta certo a arginare i danni che l'attuale modello di «turbo-consumo» sta già arrecando all'ambiente. Un discorso analogo lo meriterebbe il cosiddetto Last Minute Market, un innovativo modello di distribuzione che si propone di recuperare i prodotti invenduti ma ancora utili (alimenti, sementi, farmaci, libri, ecc.) per donarli ai soggetti sociali più bisognosi. Benche questo modello renda effettivamente più efficiente il sistema economico attuale, riducendone gli sprechi, solo in minima parte è in grado di proporre nuove attitudini comportamentali, ossia l'obiettivo di consumare meno e in maniera più selettiva.

Lo stesso Andrea Segrè, ideatore di questo modello, sembra esserne consapevole quando scrive nel suo volume Last Minute Market. La banalità del bene e altre storie contro lo spreco (Pendragon, pp. 120, euro 12) che occorre perciò «sostenere una politica che si occupi di ridurre il tempo di lavoro, affinché si riconquisti il senso del tempo trascorso non solo a lavorare e a consumare, ma anche dedicandosi agli affetti, alle passioni, agli hobby, ovvero ai beni spirituali e al benessere psicologico. In altre parole, impegnarsi per ritrovare il tempo di nutrire la propria vita interiore». Perché, come è stato dimostrato da numerose ricerche nel campo della psicologia, solamente arrivando a ridurre l'interesse riservato agli oggetti e alla dimensione della materialità sarà possibile indurre una valutazione maggiore delle proprie risorse psichiche, e dunque accrescere il nostro livello di soddisfazione complessiva.

Anticipiamo parte di un testo di che compare integralmente nel nuovo numero di "Reset"



Il principale nemico del multiculturalismo oggi non è più la monarchia assoluta che si identifica con una religione, con una nazione o con una lingua. È piuttosto la società di massa globalizzata che trasforma nazioni e culture in meri mercati, votandole al consumismo, alle comunicazioni di massa e ai mass media. La società di massa è prima di tutto una società senza attori, senza principi morali e senza basi istituzionali. La diversità culturale oggi non può sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. La varietà della culture rischia altrimenti di trasformarsi in un insieme di gruppi comunitari chiusi, intolleranti e ossessionati dalla propria purezza e omogeneità.

Il solo modo per scongiurare questo genere di evoluzione negativa consiste non nell’isolare e proteggere ogni peculiarità linguistica o cultura religiosa, ma nell’attaccare la società di massa che annulla la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni. Tutte le culture dovrebbero condividere gli stessi interessi: dovrebbero puntare a non farsi distruggere dal mercato culturale globale o dallo Stato autoritario e teocratico. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascuno ha di creare, utilizzare e trasmettere una cultura che si definisca in primo luogo per la difesa di contenuti universali, della ragione e dei diritti umani. Solo presupposti così universalistici possono difendere in maniera efficace la varietà culturale. Non è una questione di fascino della diversità, anche se quest’argomentazione, apparentemente strana, è più seria di quanto sembri.

La controffensiva però non può basarsi esclusivamente sull’aspetto positivo del pluralismo culturale. Per essere abbastanza forti da resistere alla società e alla cultura di massa e al sistema dell’economia globalizzata, dobbiamo dare priorità alle culture che si autodefiniscono in termini universalistici. È il caso delle religioni principali, dell’ecologia politica, di tutte le forme di femminismo e di tutte le azioni volte alla difesa delle minoranze, che siano nazionali, sessuali, linguistiche o religiose.

Alcuni, tra cui i postmodernisti, potrebbero obiettare di difendere il multiculturalismo per motivi molto più semplici e non così radicali. A detta loro le società moderne non sono più caratterizzate da un principio generale di unità. Non esiste nessun agente centrale che controlli l’istruzione, il tempo libero, la conoscenza della letteratura nazionale e delle opere d’arte. Il multiculturalismo - affermano - non è né buono né cattivo, ma piuttosto naturale, perché la capacità dello Stato di reprimere le minoranze si indebolisce sempre più. I gruppi dominanti si preoccupano dei processi economici che diventano ogni giorno più globali e inquietanti, ma non si sentono spaventati dal declino di una lingua nazionale o dal fatto che le attività di ricerca scientifica di punta siano concentrate in pochi laboratori localizzati per la maggior parte in America e per il resto in altre cinque o sei nazioni, anche se tale situazione potrebbe cambiare rapidamente.

A tale punto di vista non vanno attribuiti giudizi di valore. Non è né buono né cattivo, la sola argomentazione utile a suo sfavore è che è oggettivamente falso. La consapevolezza di un’identità naturale è forte negli Stati Uniti come in diversi nuovi Stati emergenti, specialmente in quelli di maggiori dimensioni. Pochi cinesi credono che entro la fine di questo secolo si trasformeranno in asio-americani. Dal canto suo l’India, più di ogni altra nazione, ha sempre avuto interesse a coniugare tradizione e innovazione. E la stessa tendenza, anche se a un livello inferiore di intensità, può essere osservata nella maggior parte dei paesi del mondo. La sola eccezione importante è rappresentata dall’Europa occidentale, in cui una stragrande maggioranza dell’opinione pubblica è convinta che l’identità nazionale e il ruolo universalistico della propria nazione appartenga al passato. In poche regioni del pianeta i cittadini sono meno interessati che in Europa occidentale al futuro del proprio paese e del proprio Stato.

Solo gli europei stanno rinunciando al gusto per le differenze e le specificità perché le generazioni più giovani già ignorano la propria storia nazionale originaria. L’orientamento culturale che si sta diffondendo più rapidamente in Europa occidentale è la xenofobia, il rifiuto degli stranieri e in particolare degli immigrati. La xenofobia è altrettanto forte in Nord Europa che nell’Europa meridionale, malgrado di primo acchito possa apparire più forte al nord.

L’idea di un multiculturalismo lievemente tollerante, libero dalle forme di controllo del vecchio Stato centralizzato, che era ossessionato dall’identità culturale della propria nazione, non è altro che un sogno. Il multiculturalismo viene più spesso percepito in termini negativi che non positivi. Per conferirgli un’accezione positiva bisogna prima di tutto sottolineare la capacità dei gruppi umani dotati di valori culturali e norme sociali di resistere alla globalizzazione della cultura di massa e all’attrattiva culturale e materiale delle maggiori superpotenze economiche.

La difesa del pluralismo culturale non può limitarsi alla tutela di una storia culturale che in realtà è già assente nella memoria dei giovani. Essa può essere supportata in maniera efficace solo attraverso un attacco diretto all’economia globalizzata e alla cultura di massa che annulla la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della cultura nazionale o regionale è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.

(Traduzione di Chiara Rizzo)

In un buon romanzo, Il Gattopardo, che non è tra i miei preferiti per la collocazione di chi racconta, il principe di Salina trae dalla Storia (l’Unità d’Italia, i nuovi padroni piemontesi) una morale acida e amara. Essa è di constatazione ma è anche, in sostanza, per il principe e per i finti vinti come lui è, di insegnamento o meglio di incitamento a sapersi adattare al nuovo corso. La frase è diventata proverbiale, ma in questi giorni non mi è capitato di vederla citata. Dice che tutto deve cambiare se si vuole che non cambi niente, che non cambi l’essenziale. Dice, per l’esattezza: «Perché tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Questa oscena saggezza riguarda l’ordinamento classista della società, i poteri concreti e basilari – che sono economici, che riguardano il privilegio economico, i modi di dominare e di agire dei gruppi dirigenti e dei loro singoli rappresentanti, i quali non vengono affatto messi in discussione, che devono restare nelle solite mani e ci restano. Nei casi più gravi, dopo una guerra mondiale e alla fine di una dittatura, si può assistere al rotolamento di qualche testa e marchio, a qualche “epurazione” (in Italia, dopo la guerra, i procedimenti di epurazione dei rappresentanti del vecchio regime colpirono solo pochi, e quasi soltanto in basso, e per breve tempo), nei casi meno gravi, come quello del nostro Paese alla fine del 2010 e in vista della fine, si presume e si spera, del ventennio berlusconiano, è molto facile prevedere che anche stavolta non cambierà niente di sostanziale. Qualcuno verrà messo in pensione anticipata, qualcun altro scivolerà da un ente a un altro e da un incarico a un altro e da una banca a un’altra, qualche gruppo politico portatore di qualche possibile novità sensata avrà per qualche tempo un’effimera importanza – anche perché protetto e cioè insidiato da media famelici – ma rischiando di non durare a lungo se vi si riverserà una schiera di politici e amministratori pronti ad adattarsi alla nuova situazione, con piccoli salti di campo, con spostamenti abili e calcolati o anche, tra i soliti pretoriani e peones, confusi e scomposti.

La pratica recente delle primarie è una buona cosa, perché almeno per il momento non sembra facilmente manipolabile, ma non basta a scalfire i blocchi consolidati dei professionisti della politica, sempre assai abili nei girotondi delle cariche e nella cura delle clientele, e se lo scontento dilaga anche nei confronti dei poteri ancora in carica, se il costo della vita aumenta e la retribuzione delle prestazioni lavorative cala e le stesse possibilità di lavoro diminuiscono a vista d’occhio per il fallimento di un modello economico che ha retto e illuso per lungo tempo, però sono ben radicati nel nostro humus culturale profondo un modo di pensare e dei modelli di comportamento che nessuno sembra aver davvero l’intenzione di scalfire.

Detto più chiaramente, se nel ’45 i fascisti erano scomparsi (ed erano stati la strabocchevole maggioranza della popolazione almeno fino all’entrata in guerra) già oggi va rapidamente scemando il numero di quelli che osano dirsi berlusconiani e che però hanno votato e idolatrato fino a pochi giorni addietro il loro affascinante super-ricco e i suoi magnifici esempi di comportamento civile e morale. Ma questo non vorrà dire che sia morto il berlusconismo e che gli italiani siano improvvisamente guariti dalla loro tendenza al conformismo e all’opportunismo. O, a sinistra, a dire A e fare B e magari a pensare C, e cioè a pensare e vivere, dicendo e credendo il contrario, da perfetti berlusconiani.

Nulla cambierà davvero? La speranza è l’ultima dea, e questa dea è bene onorarla e pregiarla sempre, nonostante le lezioni e le punizioni della realtà, è bene aggrapparsi a quel che di buono il futuro può offrirci e difendere e proteggere il poco che ci convince. Ma è anche bene guardare agli spostamenti della politica con qualche diffidenza, per non farsi fregare un’ennesima volta e perché sarà molto difficile che qualcosa possa davvero cambiare – con questa classe dirigente, con i rappresentanti che ci siamo dati, con le piccole e grandi complicità che abbiamo collezionato nei vent’anni delle vacche grasse (per alcuni grassissime).

Di tutto questo andrebbe rimproverato anche il giornalismo, che credo corresponsabile della miseria morale del nostro paese e di noi tutti, e che, su questo ci si potrebbe giurare, non cambierà negli anni a venire né il pelo né il vizio. Ma l’argomento è troppo grave per risolverlo in due battute, e bisognerà ritornarci.

La modernità ha creato le condizioni affinché solo la sovranità nazionale o l'attività delle imprese private potessero gestire al meglio aria, acqua, terra, energia e conoscenza. Una visione meccanicista che nega il fatto che si tratta di diritti e bisogni individuali il cui riconoscimento e affermazione deve vedere la diretta gestione da parte della collettività

I bisogni di bene comune non producono profitti se il diritto non li rende artificialmente capaci di tali profitti. Infatti il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c'è più.

In un certo senso i servizi essenziali resi dai beni comuni sono simili al lavoro domestico che si nota solo quando non viene fatto. Per esempio, i servizi che le mangrovie o la barriera corallina offrono agli abitanti della costa non sono «apprezzati» perché spesso non sono neppure noti ai loro fruitori: in questo senso i desideri che essi soddisfano non sono «paganti». Quando gli italiani distrussero la barriera corallina in Somalia per consentire alle grandi navi da trasporto di attraccare a Mogadiscio per portar via il bottino coloniale, aprirono un varco per gli squali attratti in frotte dal sangue scaricato in mare dal locale macello. La spiaggia di Mogadiscio divenne uno dei posti più pericolosi del mondo per la balneazione. Per ricreare una barriera capace di trattenere gli squali lontano dalla riva ci vorrebbero moltissimi soldi e moltissima tecnologia. Solo nel momento della sostituzione si può avere un'idea (ancorché molto riduttiva e approssimativa) del valore del bene comune. Discorso analogo vale per le mangrovie, distrutte in gran parte per allevare i famigerati gamberetti: esse svolgevano un servizio inestimnabile per proteggere i villaggi della costa dalle onde di tsunami. Quanto costerebbe costruire artificialmente una simile barriera? La consapevolezza per il valore dei beni comuni può essere creata soltanto attravereso uno specifico investimento sul fronte della domanda lavorando sulla consapevolezza del nostro rapporto con il contesto in cui essi producono il loro servizi.

Nell'arena del marketing



I beni comuni sono entità di cui sussiste un bisogno pubblico e privato che non è pagante a causa di tale mancanza della consapevolezza. Proprio l'opposto della maggior parte delle merci prodotte dal capitalismo attuale di cui non susssiste alcun bisogno reale né pubblico né privato. Che bisogno c'è di un modello di automobili esteticamente diverso, di scarpe griffate, o dell'ennesimo telefonino? Di questi beni il bisogno pubblico sussiste soltanto nella misura in cui si accetti un'idea di crescita e di sviluppo totalmente quantitativa (produrre per produrre) ormai evidentemente insostenibile (proprio perché devastatrice dei beni comuni). Il bisogno privato degli stessi viene creato (inventato) lavorando sulla domanda attraverso uno specifico massiccio investimento anche culturale noto come marketing.

Il marketing infatti è volto a produrre desideri paganti volti all'accumulo o al consumo di beni privati socialmente inutili o dannosi sovente inventandone l'utilità proprio ai danni di beni comuni (si pensi alla pubblicità per l'acqua minerale che fa restar giovani e belli). Il marketing per lo svilupopo del settore pubblico, peraltro reso indispensabile alla stessa ipertrofia del settore privato (ad esempio le costruzioni di strade e i parcheggi per consentire la vendita di automobili) viene indicato dispregiativamente come propaganda.

Il superamento dell'atteggiamento riduzionista proprio dell'equazione fra settore pubblico e Stato offre prospettive non banali. Infatti, il noto ragionamento di Kenneth Galbraith secondo cui la crescita del settore privato (determinata dal marketing) rende necessaria una corrispondente crescita del pubblico (che avviene in modo insufficiente per mancanza di marketing) sconta la fondamentale analogia strutturale fra privato e pubblico interpretati con i tradizionali archetipi di proprietà privata e sovranità statale. La struttura fondamentale di entrambi questi archetipi è infatti il dominio gerarchicamente strutturato del soggetto (persona fisica o giuridica Stato persona) sull oggetto (bene privato territorio). L'opposizione riduzionista a somma zero fra pubblico e privato (più stato=meno mercato; più mercato=meno stato) è tuttavia culturale e politica piuttosto che strutturale perché «inventa» un'opposizione fra pubblico e privato che dal punto di vista strutturale non esiste. In effetti questa falsa opposizione fra due entità che condividono la stessa struttura di dominio esclusivo si colloca pienamente all'interno della logica riduzionista, individualizzante e soprattutto quantitativa propria del paradigma della modernità occidentale.

L'afasia dei riduzionisti



Il marketing del pubblico gerarchico e burocratico è in effetti propaganda nella misura in cui (come quello del privato) non introduce alcun aspetto relazionale (o dialogico) capace di produrre trasformazione qualitativa (sviluppo del capitale sociale?) del significante e del ricettore ma emette segnali solipsistici volti a stimolare una domanda di consumo in un soggetto passivo.

In realtà l'opposizione strutturale autentica è quella fra la logica riduzionistica e meccanicistica della modernità condivisa da proprietà privata e Stato e quella fenomenologica, relazionale, partecipativa e critica propria del «comune». Soltanto quest'ultima logica supera il riduzionismo cartesiano soggetto-oggetto ed il conseguente delirio storico della modernità che ha portato l'umano (soggetto astratto) a collocarsi al di fuori della natura, autoproclamandosi suo dominus. In questo diverso quadro, la consapevolezza del bene comune (e la conseguente trasformazione motivazionale del soggetto) non può essere prodotta dal marketing ma al contrario deve passare attraverso la logica dialettica del sapere critico. In altre parole, per raggiungere la consapevolezza del bene comune occorre una trasformazione del soggetto, una rivoluzione nei suoi apparati motivazionali, una visione del mondo autenticamente rivoluzionaria. Mentre la logica del marketing (o della propaganda) produce motivazioni allineate alla produzione di ideologia dominante riduttivista e incentrata sullo status quo, quella del sapere critico di base produce la trasformazione qualitativa essenziale per la stessa percezione dei beni comuni.

Tra natura e cultura



In definitiva l'investimento necessario per creare domanda di beni comuni (prima di tutto la percezione della loro esistenza e vulnerabilità) si chiama cultura critica ed è a sua volta un bene comune. È cioè la stessa contrapposizione strutturale soggettooggetto che deve smettere di fare i suoi danni epocali perchè ad essa è seguita, inevitabilmente, la mercificazione di entrambi. Il bene comune, a differenza del bene privato (cose) e di quello pubblico (demanio, patrimonio della Stato) non è un oggetto meccanico e non è riducibile in merce. Il bene comune è una relazione qualitativa. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, dell'acqua) ma in gran misura «siamo» il bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano o rurale). Ecco perché alcune delle tassonomie che cominciano ad emergere sui beni comuni quali per esempio quella fra beni comuni naturali (ambiente, acqua, aria pura) e beni comuni sociali (beni culturali, memoria storica, sapere) devono essere oggetto di riflesione critica approfondita e vanno maneggiate con consapevolezza. Esse veicolano in qualche modo la vecchia logica meccanicistica della separazione fra soggetto ed oggetto che rischia di produrre mercificazione. I beni comuni, la loro stessa percezione e la loro difesa passa necessariamente attraverso una piena posa in opera politica della rivoluzione epistemologica prodotta dalla fenomenologia e dalla sua critica dell'oggettività. Il soggetto è parte dell'oggetto (e viceversa). È per questo che i beni comuni sono legati inscindibilmente ai diritti fondamentalissimi, della persona, del gruppo, dell'ecosistema, della natura e in ultimo del pianeta vivo.

E arriviamo così ad un riepilogo sulla vera rivoluzione culturale necessaria per la declinazione del comune come categoria del politico e del giuridico. La separazione riduzionista fra soggetto ed oggetto tipica della tradizione cartesiana (e scientistica da Galileo in avanti) ha strutturato la filosofia dell'«avere» alle cui radici stanno gli appetiti acquisitivi primordiali che spiegano le origini ed il succeso storico della proprietà privata individuale e dello stato sovrano territoriale. Tanto la struttura del giuridico quanto quella del politico istituzionalizzano la logica dell'avere che è poi quella della concentrazione del potere. Esse hanno strutturato istituzionalmente l'idea dell'umano separato dal naturale e di una oggettiva res extensa separata dalla res cogitans: in altre parole di una realtà oggettiva separata dal suo interprete. È noto come la fenomenologia contesti radicalmente questi presupposti ma come tale critica non abbia ancora trovato una declinazione istituzionale. La cultura giuridica non è riuscita a proporre quindi assetti giuridici alternativi a quelli della modernità, rappresentati dal «regime di legalità» (rule of law) ossia dall'illusione che si possa essere governati da leggi (oggettive e ontologicamente esistenti di per sé) e non da uomini che comunque le interpretano introducendo l'inevitabile componente soggettiva.

Una relazione negata



Il comune è invece nozione che può comprendersi solo in autentica chiave fenomenologica ed olistica ed è quindi incompartibile con la logica riduzionistica dell'avere (e del potere). Si può rendere quest'idea con la locuzione «il comune siamo anche noi». Il comune non è solo un oggetto (un corso d'acqua, una foresta, un ghiacciaio) ma è anche una categoria dell'essere, del rispetto, dell'inclusione e della qualità. È una categoria relazionale fatta di rapporti fra individui, comunità, contesti ed ambiente. In altri termini il comune è categoria ecologica-qualitativa e non economico-quantitativa come proprietà e sovranità statale. Per questo il comune non è riducibile ad un diritto (categoria dell'avere: io ho un diritto) ma si collega inscindibilmente con la possibilità effettiva di soddisfazione di diritti fondamentali che è ad un tempo esperienza di soddisfazione soggettiva e di partecipazione oggettiva alla comunità ecologica. Nella logica del comune scopaiono le barriere fra soggetto ed oggetto e anche quelle fra natura e cultura. Un ambiente visto come bene comune non è un' entità statica ma è allo stesso tempo natura e cultura, fenomeno globale e locale, tradizione e futuro. In una parola il comune è civiltà: proprio come l' acqua che stiamo difendendo dalla primordiale logica del potere, della predazione e del saccheggio di cui invece si nutre il capitale.





Scaffale

Uno statuto giuridico

ancora tutto da sviluppare



Il presente scritto fa parte del volume La Società dei beni comuni a cura di Paolo Cacciari [edito da Ediesse e Carta], che sta per arrivare in edicola e che contiene numerosi importanti interventi. Una prima posa in opera del «bene comune» come genere alternativo rispetto alla proprietà privata e a quella pubblica si ritrova nei lavori della cosiddetta «Commisione Rodotà». Si vedano: Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica (a cura di U. Mattei, E. Reviglio e S.Rodotà, Il Mulino), I Beni pubblici. Dal governo democratico dell'economia alla riforma del codice civile (materiali editi dalla Academia Nazionale dei Lincei). Per un inquadramento ampio della tematica: Privato Pubblico Comune. Lezioni dalla Crisi Globale (volume collettivo curato da Laura Pennacchi per Ediesse). Infine, va segnalato l'importante contributo storico-comparativo di Filippo Valguarnera Accesso alla Natura fra ideologia e diritto (Giappichelli).

“Tra l’altro, la maggior parte dei rifiuti è fatta di cose inutili.” Così qualche giorno fa concludeva il suo dire una signora intervenuta a “Prima pagina”, la benemerita rubrica di Radio 3, che si era ampiamente occupata di Napoli sommersa di immondizie.

Saggia e ineccepibile considerazione. Mucchi incalcolabili di buste, bottiglie, barattoli, scatole, contenitori di ogni sorta e misura, di plastica per lo più, ma anche di vetro, paglia, ecc., e massicci quantitativi di carta e cartone, anch’essi per gran parte plastificati, e innumerevoli materiali di difficile identificazione, “cose” per lo più illeggibili in una possibile funzione. Tutti destinati a vita brevissima quanto vana: tra la fabbrica e, raramente, il contenitore della raccolta selezionata; i più verso terminali di cui il cassonetto tuttofare è ancora il meglio, ma il più frequente è il mucchio indifferenziato e maleodorante di vecchia spazzatura per strade e piazze.

Cose inutili, diceva la su citata signora. Anzi dannose. Ma ciò che la signora non ha detto, e che d’altronde non dice quasi nessuno, è che questa assurda e all’apparenza inutile iperproduzione di cose-da-discarica, ha in realtà una sua funzione tutt’altro che immotivata, anzi decisiva nel sistema economico oggi imperante. Il quale - come noto – si regge sull’accumulazione di plusvalore, e dunque sulla crescita esponenziale del prodotto: cioè (come gli ambientalisti più consapevoli da sempre notano) su creazione e vendita di merci, non importa quali né con quali conseguenze, purché il prodotto aumenti.

Le tante “inutili cose” che ostruiscono e appestano le vie di Napoli e non solo, sono dunque tutt’altro che inutili secondo la razionalità vigente, e rappresentano al contrario un cospicuo contributo all’aumento del Pil, il sempre invocato Pil, che - secondo la totalità degli imprenditori, la quasi totalità dei politici, la larga maggioranza degli economisti, e fatalmente la grande massa del popolo - è la principale garanzia di salute e continuità dell’economia globale.

E’ vero che molte delle cose di fatto nate per la discarica possono (non tutte, ma in parte significativa) essere convenientemente trattate, in modo da ridurne la nocività e talvolta anche riportarle a funzioni utili. E’ questa la politica privilegiata da buona parte dell’ambientalismo militante. Politica positiva certo, ma ben lontana dall’essere risolutiva: non solo in quanto applicabile a una parte minima dei rifiuti, ma perché comporta procedimenti complessi e costosi, e dunque solitamente scartati; senza dire che quasi tutti comportano “avanzi” tossici, di difficile collocazione, che per lo più finiscono in mano a mafie e camorre, e per loro tramite vanno a inquinare il Sud del mondo, o magari vengono sistemati attorno a Napoli.

Tutto ciò di fatto risponde alla logica del capitalismo, e pertanto trova risposta conforme nell’agire economico, praticamente senza opposizione. Stranamente, neppure da parte delle Sinistre: le quali, certo, si battono per contenere quanto possibile le macroscopiche disuguaglianze sociali e difendere i diritti del lavoro, ma non sembrano in alcun modo mettere in causa l’impianto del “sistema” per combattere il quale sono nate.

E’ vero, le sinistre non godono oggi di gran buona salute, e affrontare un progetto di tale magnitudine non può non apparire fuori portata. Ma è anche vero che nemmeno il capitalismo appare troppo florido. E proprio la crisi ecologica planetaria potrebbe, forse dovrebbe, essere letta come ragione per gridare all’ormai evidente insostenibilità fisica dell’attuale sistema. Specie dopo un’estate in cui quello sconquasso del clima, eufemisticamente indicato come “maltempo”, ha provocato migliaia di morti e milioni di profughi; quando la comunità scientifica mondiale afferma che stiamo irreparabilmente consumando il patrimonio naturale, per cui presto l’invocata crescita mancherà di materia prima; e il New York Times della domenica dedica la prima pagina al rischio non lontano di sommersione di New York, Londra, Venezia, Il Cairo, Bangkok, Shangai…; e New Scientist a lungo analizza e mette in forse la reale utilità delle “rinnovabili”, nate per sostituire le energie fossili, ma ora rilanciate per sommarsi ad esse…

Accennavo alla mancanza di impegno delle sinistre in questa materia. In verità eccezioni non mancano. Ad esempio di recente Paolo Ferrero, delineando su Liberazione il progetto di unità della sinistra, indicava la necessità di rovesciare l’attuale politica economica e sociale, parlando anche di “riconversione ambientale dell’economia”. Lo scorso fine-settimana la “Federazione della sinistra” è ufficialmente nata. Il sabato non ho potuto essere presente, ma la domenica sì, per tutta la durata dei lavori. Ho sentito nominare l’ambiente solo da parte di una giovane donna, che ha ricordato la materia tra una serie di diritti, a suo avviso non considerati adeguatamente: e a lungo ha parlato di libertà personali, di omosessualità, di trans… L’ambiente non lo ha più ricordato.

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