Mirafiori torna nell'ombra, dopo essere stata, per alcune settimane, sotto la luce dei riflettori. Via le gigantesche paraboliche dei network televisivi, sparita la siepe di telecamere che facevano muro al cambio turno, più niente giornalisti. Vista da qui, dai piazzali di nuovo deserti e grigi, prima che un lungo anno di cassa integrazione, come prevede l'accordo, la reimmerga nel silenzio, è difficile pensare che proprio qui - in questo apparente reperto di archeologia industriale fordista - si è giocato, ancora una volta, un "cambio del tempo". Una di quelle svolte che periodizzano e scandiscono le epoche. Eppure è così.
Più passano i giorni, più si posa la polvere mediatica dell'evento, e più si mostra il suo carattere esemplare. E cioè il fatto che nel breve percorso tra Pomigliano e Torino, tra l'estate e l'inverno di questo 2010 di passioni tristi, è emerso il profilo della nuova natura del conflitto sociale: il suo essere sempre di meno contrapposizione localizzata tra i fattori fondamentali della produzione - tra capitale e lavoro, appunto, come teoria e pratica novecentesche ci avevano insegnato - e sempre di più tensione dirompente e tendenzialmente devastante, tra flussi e luoghi. Tra le dinamiche di un capitale mobile, liquido, ubiquo dentro le derive lunghe dei flussi finanziari e un lavoro inchiodato - potremmo dire "imprigionato" - nella coriacea materialità dei propri luoghi, delle proprie fabbriche, dei propri insediamenti produttivi. In questo sta, appunto, l'abissale dislivello di forza tra Marchionne - il "signore dei flussi", l'uomo della finanza, l'anima immateriale della ricchezza, quello che muove tra Torino e Detroit senza mai atterrare in alcun luogo, pronto a brindare là se perde qua - e i suoi operai, i 5.500 di Mirafiori, ostaggi dei propri mutui, delle proprie famiglie, dei propri corpi cui si chiede di sottomettersi alla nuova metrica del lavoro, quella che ragiona in termini di centomillesimi di ora. In questo sta l'essenza "epocale" di quell'inaccettabile aut aut, che se accettato ci mette di fronte a un orizzonte fino a oggi inimmaginabile.
Non è un "caso eccezionale". L'anomalia di un momento, cui seguirà il ritorno alla normalità. O la bizzarria di un padrone fattosi, per sopravvivere, americano. È la realtà, divenuta conclamata, del nuovo paradigma produttivo. È il mondo col quale ci dovremo misurare d'ora in poi. Riflette la misura dei suoi, mutati, rapporti di forza. Dei suoi, abnormi, criteri di giudizio.
È l'essenza tradotta in termini sociali e conflittuali - cioè finalmente dispiegata - di quello che finora chiamavamo, senza coglierne tutte le implicazioni, globalizzazione. Parola, non per nulla, usata come una clava per piegare le resistenze, per convincere dell'ineluttabilità della resa, per teorizzare l'irresistibile marcia della modernità dietro quell'ultimatum. Ed è appunto alla luce di ciò che occorrerebbe, per un verso - da parte di tutti, non solo di noi che abbiamo fatto il tifo per la Fiom - riconoscere la grandezza di quegli oltre 2.200 operai che hanno saputo, nonostante tutto, nonostante quella abissale sproporzione di forze, dire di no. E dicendo di no, mostrare a tutti che «si può». E, per altro verso, tentare alcune elementari precisazioni e repliche su quello stesso concetto di globalizzazione che pare divenuta l'unica, operativa, costrittiva e dogmatica "costituzione materiale" del nostro tempo.
Per esempio: ci è stato detto che nell'«epoca della globalizzazione le macchine si fanno così». Che l'ad Marchionne non fa che tradurre in Italiano un codice universale del "pianeta auto". Con la rotazione su tre turni per 5 o, a scelta sua, 6 giorni settimanali (sabato compreso) oppure su due turni di 10 ore aumentabili ulteriormente con il ricorso allo straordinario (obbligatorio), con le pause ridotte all'osso dei bisogni fisiologici, e magari la mensa a fine turno, dopo otto ore filate di lavoro. Hanno aggiunto che dappertutto i lavoratori fanno sacrifici, "per competere", a cominciare dagli operai tedeschi. Non ci dicono che quelli della Volkswagen, per prendere i più rappresentativi, hanno accettato sì, fin dal 2006, di sacrificarsi sull'orario, ma passando da una settimana lavorativa di quattro giorni a una di cinque (dalle 28 ore stabilite fin dal 1993 a 33, prima, e ultimamente a 35, non di più). Che hanno ceduto, certo, sulle pause, ma per "scendere" a una pausa di 5 minuti per ogni ora di lavoro. Che hanno fatto sacrifici salariali, ma per ottenere, dopo il "taglio", remunerazioni lorde che vanno dai 2.800 ai 3.500 euro mensili (tra il 30 e il 60% superiori a quelle italiane, con un costo della vita del tutto paragonabile o addirittura più favorevole). Nella globalizzazione, le auto non si fanno ovunque nello stesso modo.
Ci è stato detto - dallo stesso Marchionne - che qui si trattava di scegliere se stare nel primo (votando sì) o nel secondo mondo (votando no). Bisogna sapere che se venisse applicato questo accordo, e se si diffondesse, le condizioni di lavoro italiane sarebbero omologate a quelle del cerchio periferico del sistema economico europeo, cadrebbero nel suo girone esterno, con Polonia, Turchia, Grecia, lontano dal nucleo centrale che sta sull'asse Germania, Francia, Olanda... Che è questo il certificato di appartenenza al "secondo mondo".
È stato detto che non c'erano alternative. Che davvero non restava che «arrendersi o perire», di fronte alla indiscutibilità dell'ultimatum dell'amministratore delegato della Fiat. L'ha detto soprattutto la politica, dal ministro Sacconi al candidato in pectore a sindaco di Torino Fassino: quegli stessi che dall'alto dei propri seggi di "rappresentanti" e di "decisori pubblici" hanno scaricato la responsabilità di quella scelta "mortale" - di quella decisione da cui dipendeva il destino di quei lavoratori ma anche di quel territorio - sulle loro fragili spalle (limitandosi a invitarli ad un sì che era una resa). Senza accorgersi di quale infamia fosse, quella diserzione pilatesca. Quel chiamarsi fuori da una responsabilità che non poteva che essere collettiva e pubblica. Ma anche - e forse soprattutto - senza cogliere il carattere di suicidio che, con quel sottrarsi, la politica compiva. Senza mostrare di percepire, neppure lontanamente, i compiti nuovi - e per certi versi le nuove chances - che l'inedita forma del conflitto post-moderno come tensione tra flussi e luoghi offre ad essa. All'azione collettiva "di territorio".
Perché, fin dal primo profilarsi del confronto aperto da Marchionne, il sindaco di Torino, il presidente della regione, gli organi di rappresentanza "locale" (dunque, dei luoghi), non hanno aperto una "vertenza di territorio" nei confronti dei signori del flussi? Ci si riempie continuamente la bocca, a proposito e a sproposito, del termine territorio, fino a farlo diventare quasi impronunciabile. Perché per una volta non hanno fatto sentire la voce del territorio? Non hanno messo sul tappeto le sue esigenze e le sue risorse? Non hanno tentato di sparigliare i giochi? Di renderli a "somma positiva"? Di riequilibrare i poteri in gioco?
Saranno sempre più questi gli scenari del futuro. I lavoratori, da soli, non ce la potranno fare. Potranno dare, come a Pomigliano, come a Mirafiori, straordinarie dimostrazioni di dignità. Potranno mostrare a tutti che si può tenere alta la testa: e in questi giorni se ne sono viste tante, di persone, camminare con la testa alta, dopo quel no. Ma senza l'intervento di una società pronta a difendere la propria coesione, i diritti dei propri cittadini, la validità delle proprie regole, i valori della propria comunità - senza questo ruolo nuovo che potrebbe restituire alla politica il suo onore perduto - la "furia del dileguare" dei flussi è destinata a piegarli. E allora, davvero, finiremmo per essere piegati tutti.
Dieci anni di memoria «ufficiale» della Shoah. Un decennio di dolorose celebrazioni: visite, convegni, pubblicazioni, nuovi spazi museali, dibattiti giornalistici, documentari tv. La liberazione di quei residui tenaci di umanità che l'efficiente barbarie nazista non era riuscita a eliminare in tempo nel «campo» di Auschwitz, da parte dell'Armata Rossa (un dato che, chissà perché, viene spesso tralasciato o sottaciuto), aveva aperto gli occhi al mondo su quello che Lord Russell avrebbe chiamato «il flagello della svastica». Da quel 27 gennaio 1945, nessuno poté più dire (spesso mentendo): «io non sapevo». Certo, a quel tipo di reazione, con l'apertura dei lager accadde un'altra reazione sbagliata, che ci è stata mostrata dai filmati angloamericani: i bravi borghesi tedeschi accompagnati in vista obbligata ai campi che davanti ai forni crematori, con le pile di cadaveri che la macchina dello sterminio non fece a tempo a bruciare, dopo che erano passati per le «docce» a base di Zyclon B, quegli onest'uomini e quelle distinte signore elegantemente vestiti, distoglievano lo sguardo. Quasi a negare quella evidenza sconvolgente. Voltavano la testa dall'altra parte.
Voltare la testa, o fingere di non sapere, o dimenticare volontariamente, segna un atteggiamento che, almeno in punto di teoria, l'istituzione della «giornata della memoria» dovrebbe contrastare. Ma è così? Davide Bidussa intervistato da Simonetta Fiori (su la Repubblica di ieri), ha espresso dubbi condivisibili, marcate perplessità e una certa insofferenza, specificamente sull'overdose di memoria. Io credo che l'overdose sia non della memoria, la pratica volta a far sì che una comunità conservi, nel la sua intelligenza collettiva come nelle sue viscere profonde, la consapevolezza dell'accaduto, bensì della commemorazione: specie quella a comando, quella codificata da leggi, normata da regolamenti, applicata da circolari ministeriali. Se un po' di sensibilità in più sull'universo concentrazionario e su quello che uno studioso (Wolfgang Sofsky) ha chiamato «l'ordine del terrore», si è diffusa, il Giorno della Memoria è buona cosa, da conservare e sviluppare. Tanto più che anche ieri la provocazione antisemita e neofascista, a Roma, nella città di Alemanno, ha imbrattato di scritte il quartiere Monti e il Museo della Resistenza di Via Tasso.
Ma come non badare all'effetto uguale e contrario? Il commemorazionismo, che diventa celebrazionismo, inevitabilmente stucchevole e ripetitivo, può suscitare stanchezza, e addirittura rigetto, quando diventa non solo di Stato, ma addirittura di governo; e, d'altro canto, non smettiamo di assistere a un disinvolto impiego della memoria dell'Olocausto per redigere incessanti peana allo Stato di Israele, assolvendolo non solo dal suo «peccato capitale» - la sua nascita violenta, con l'espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre e dalle loro case - ma altresì dalla sua perdurante politica di discriminazione e di apartheid.
Ciò detto, e ribadito che le persecuzioni subite non possono giustificare nuove persecuzioni, tanto meno ai danni di innocenti, forse il decennale della Giornata può essere l'occasione per passare, dalla Memoria alla Storia: se la prima comprende l'errore, l'oblio, la rimozione; alla seconda spetta il compito, insostituibile, di ricostruire e preservare la verità, contro le imposture negazioniste dell'Olocausto, contro i «rovescismi» interessati e ogni tipo di contraffazione. Ma a difendere il fortino della storia, non può ergersi un «Ministero della Verità Storica», che diventa ipso facto verità politica o giudiziaria. La concomitanza tra questo decennale e la (reiterata) richiesta di una legge «antinegazionista» è inquietante e reclama vigilanza da parte dell'unico «tribunale» cui si possa riconoscere un ruolo: quello rappresentato dalla comunità scientifica.
Insomma, la Memoria ricordi, con tutti gli umani errori che comprende; la Storia acclari i fatti, servendosi del metodo e delle tecniche appropriate; e la Politica? La Politica faccia il suo mestiere. Provi ad amministrare la polis - istituzioni e società -, che ne ha tanto bisogno, a cominciare dagli amministratori stessi, che avrebbero necessità di 365 giorni della memoria che ricordino loro doveri e princìpi, che, a quanto pare, essi tendono a dimenticare in allegria.
Come è ben noto, nella seconda metà del XX secolo le personalità italiane più influenti per ciò che riguarda la storia dell’architettura moderna, pur con tutta l’ambiguità di questa definizione, sono Giulio Carlo Argan (1909-1992), Bruno Zevi (1918-2000), Manfredo Tafuri (1935-1994) e Leonardo Benevolo. Quattro personalità molto diverse, sovente opposte per quanto attiene allo sguardo sulle ragioni storiche, ideologiche, e i giudizi di valore, intorno a cosa sia stata e abbia significato (e forse significhi ancora) la modernità in architettura.
Leonardo Benevolo dopo aver pubblicato una ventina di libri intorno all’argomento (tra i quali, nel 1960, la sua celebre Storia dell’architettura moderna; nel 1963 Le origini dell’urbanistica moderna; nel 2008 L’architettura del nuovo millennio) ha in questi giorni edito una lunga intervista dal titolo La fine della città (Laterza, pagine 160, e 12) in cui conversa con Francesco Erbani su questo minaccioso argomento (soprattutto sui destini della città europea) concretamente connesso al racconto delle esperienze di pianificazione di Brescia, Roma, Palermo, Urbino, Venezia.
Ovviamente la cultura della globalizzazione in quanto cultura del capitalismo finanziario ha, nello sviluppo infinito e senza regole, un valore che si rispecchia nei modi in cui la città, affascinata dal modello della supermetropoli, si costruisce e si dilata secondo l’ideologia della deregolazione e la cui omogeneità rappresenta una perdita progressiva del valore della differenza tra le culture. Alla previsione di un qualche ordine costruito nell’interesse civile si sostituisce un accostamento di oggetti ingranditi in competizione per dimensione e per bizzarria senza fondamento di senso in un accostamento senza disegno degli spazi tra le cose, in quanto disegno urbano.
E Leonardo Benevolo parla di questi problemi soprattutto a partire dai destini della città europea e della sua storia. L’ultimo capitolo del libro inizia, come il primo, con un richiamo all’architettura come «ricerca paziente» secondo l’insegnamento di Le Corbusier. È una citazione che vuole essere radicalmente dialettica rispetto all’architettura dell’ «advertising» , dell’architetto «come protagonista mediatico» , delle archistar piccole e grandi. Essi, scrive Benevolo, «appartengono a un sistema che non è certo quello dell’architettura moderna» .
«L’idea di città— aveva scritto nel primo capitolo— pone il problema del limite: non compete con lo spazio infinito» , proponendosi così un rovesciamento dell’attuale modello della supercittà con un’estensione illimitata dello sprawl (lo spazio urbano). «Molto istruttivo è il caso di Milano— scrive Benevolo —. Tranne il caso Bicocca, che resta un’eccezione, il meccanismo della valorizzazione fondiaria relega le scelte progettuali in zone marginali» . E prosegue: «Molto indicativa è la vicenda dell’ex Fiera, dove è stato scelto il progetto peggiore» (e, aggiungo io, nel modo peggiore, con la complicità delle amministrazioni). «È il privilegio accordato al disordine— aggiunge Benevolo — forse l’ultimo privilegio concesso all’architettura» .
E poi: «La distruzione del paesaggio italiano non è casuale: è stato pagato in contanti» scrive concludendo le sue dichiarazioni. Il libro è scritto sotto forma di una intervista che descrive in larga parte la sua biografia, una biografia di professore, di urbanista e di storico, e della sua stessa avventura professionale: eventi e relazioni a partire dagli anni del primo dopoguerra a Roma, con i relativi intrighi e con le sue battaglie civili. Ma è anche una cronaca che motiva con grande rigore morale e con grande senso della responsabilità la severità di suoi giudizi sullo stato della cultura architettonica e della città non solo italiana.
Invece di un progresso che vede crescere insieme sicurezza e libertà, abbiamo un movimento a pendolo che sacrifica uno dei due valori e previlegia l´altro
Che lo si voglia ammettere o no, e che la cosa piaccia o incuta timore, gli esseri umani sparsi tra le oltre duecento "unità sovrane", note come "Stati", sono in grado di vivere, da qualche tempo, senza un centro; anche se l´assenza di un centro globale ben definito, onnipotente, incontestato e di indiscutibile autorità costituisce, per i potenti e gli arroganti, una costante tentazione a riempire, o almeno a tentare di riempire, quel vuoto.
La "centralità" del "centro" si è disgregata e il legame tra sfere di autorità prima strettamente connesse e coordinate è stato (forse irreparabilmente) spezzato. I condensati locali di poteri e influenze a livello economico, militare, intellettuale o artistico non coincidono più (se mai hanno coinciso). Le mappe del mondo in cui le entità politiche sono contrassegnate da colori che indicano la loro importanza e quota relativa in termini – rispettivamente – di industria globale, commercio, investimenti, potenza militare, conquiste scientifiche o creazione artistica, non sono più sovrapponibili. E perché tali mappe siano utilizzabili per un qualsiasi arco temporale, i colori dovranno essere facilmente cancellabili, e applicati con parsimonia, visto che l´attuale gerarchia dei territori, ordinati per capacità di influenza e impatto, non offre alcuna garanzia di durata. E così, nel nostro disperato tentativo di cogliere la dinamica degli affari planetari, la vecchia abitudine, dura a morire, di mettere a punto un´immagine mentale dell´equilibrio di potere globale ricorrendo a strumenti concettuali come centro e periferia, gerarchia, superiorità e inferiorità, appare sempre più un handicap anziché, come in passato, una risorsa; i fari di un tempo sono diventati paraocchi. (...)
La "formazione delle identità", o più correttamente la loro "riformazione", diviene un compito che dura per tutta la vita, senza arrivare mai a conclusione; in nessun momento dell´esistenza l´identità può dirsi "finale". C´è sempre da svolgere un lavoro di riaggiustamento, poiché le condizioni di vita, il ventaglio delle opportunità e la natura delle minacce cambiano in continuazione. Questa "non finitezza" innata, l´irrimediabile inconclusività del compito di autoidentificazione, è causa di forte tensione e ansia. Un´ansia contro cui non esiste un rimedio istantaneo.
In ogni caso, non vi sono cure radicali, poiché gli sforzi di "formazione dell´identità" oscillano precariamente, com´è naturale, tra due valori umani parimenti centrali: la libertà e la sicurezza. Tali valori, altrettanto indispensabili per una vita umana decente, risultano difficili da conciliare, e l´equilibrio perfetto tra essi resta ancora da trovare. La libertà, dopo tutto, tende ad accompagnarsi all´insicurezza, mentre la sicurezza tende ad accompagnarsi alle limitazioni alla libertà. E se siamo insofferenti sia verso l´insicurezza sia verso la non-libertà, difficilmente saremo soddisfatti da qualsivoglia combinazione di libertà e sicurezza. Così, invece di un "progresso lineare" verso una maggiore libertà e una maggiore sicurezza, finora si è potuto osservare un movimento a pendolo, che molto probabilmente continuerà negli anni a venire: prima uno spostamento massiccio e deciso verso uno dei due valori, poi l´allontanamento in direzione dell´altro. Oggi, a quanto pare, in molti (forse la maggior parte) dei paesi del mondo, l´insofferenza rispetto all´insicurezza prevale sulla paura della mancanza di libertà (anche se nessuno può dire quanto a lungo durerà tale tendenza). (...) Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali, saldamente strutturati e fortemente strutturanti, sembra correre in parallelo con la centralità emergente dell´Io reso orfano.
Nel vuoto lasciato da autorità politiche in ritirata o sempre più evanescenti, oggi è l´Io che si sforza o è costretto ad assumere la funzione di centro della Lebenswelt (l´interpretazione privatizzata/ individualizzata/ soggettivizzata dell´universo). È l´"Io" che riconfigura il resto del mondo come propria periferia, assegnando, definendo e attribuendo una rilevanza differenziata alle sue parti a seconda dei propri bisogni, desideri, ambizioni e apprensioni. Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa la nozione di "società" possa significare in condizioni di modernità liquida) viene "sussidiarizzato", "subappaltato" o ricade semplicemente nell´ambito della life politics individuale. Ed è lasciato sempre più all´iniziativa degli Io che "si mettono" in rete e "vengono messi" in rete e alle loro azioni e operazioni di connessione/ disconnessione.
Nel ministero che fu di Giovanni Spadolini e di Alberto Ronchey, ma anche di Rocco Buttiglione ed Enzo Scotti, Sandro Bondi da Fivizzano ha scelto una terza via. L’autodissoluzione poetica. Scelto nel maggio del 2008 da Berlusconi come un testimone di fede del berlusconismo estatico, Bondi rischia ora di evaporare dopo tre anni di errori e versetti satanici in cui per sé ha ritagliato il ruolo del santo e a tutti gli altri, corifei di una cultura che “deforma i lineamenti”, addebita l’invenzione di un complotto diabolico.
Abbasso Draquila, viva Alain Elkann
E dire che c’era un Sandro Bondi che aveva e stigmate della sofferenza che nobilita: l’infanzia poverissima da immigrato (veniva preso in giro dai bambini svizzeri), i viaggi in piroscafo per andare a trovare la moglie per via dell’aerofobia. Un Forrest Gump ad Arcore, irricevibile ma dignitoso. Oggi, travolto dalla scapigliatura erotica del berlusconismo, il nuovo Bondi ha superato la paura del volo, ha lasciato la moglie permettersi con una rampante azzurrina, subisce un romanzo in codice in cui un’altra ex raccontava del ministro Toscani a cui piaceva farsi suggere i capezzoli ed eleggere le sue protette (capito?).
Bondi soffre il conflitto, preferisce farsi da parte, a due passi dal precipizio, un po’ piagnone. Ma lo scorso anno decise di indossare i paramenti da crociato. Primo obiettivo: negare il fondo pubblico a “La Prima linea”(senza averlo visto). Secondo passo: ostracizzare “Draquila” di Sabina Guzzanti, ospitato a Cannes. Un film applaudito da mezza Europa che nelle parole del ministro dei Beni Culturali divenne occasione per declinava l’invito della più importante rassegna cinematografica del mondo così: “Provo rincrescimento e sconcerto per la partecipazione di una pellicola di propaganda che offende la verità e l'intero popolo italiano”. Jack Lang, l’ex omologo francese di Bondi parlò di “bizzarra concezione della libertà”. Mentre la Guzzanti brindava (per la pubblicità involontaria) Bondi non tradì le aspettative. Rimase nell’angolo. E poi puntualmente, riemerse. A giugno, l’amico Alain Elkann venne estromesso dalla cinquina del premio Campiello. E Bondi, che vive di certezze e derubrica il dubbio ad agente della controinformazione, tornò dichiarazionista: “Secondo alcune ricostruzioni Elkann, che ha l'unico torto di collaborare con il ministero dei Beni culturali, sarebbe stato eliminato dopo la diffusione di un articolo del Fatto, scritto in un raccapricciante stile staliniano, a causa del quale alcuni giurati avrebbero mutato il loro voto precedentemente espresso in suo favore. Mi scuso con lui, che è un grande scrittore, persona perbene e lontana dagli intrighi politici e culturali, per averlo danneggiato senza saperlo”.
Premi bulgari, crolli italici
Con la destra si frusta e con l’altra mano colpisce l’universo ostile che mostra di non capirlo. Il decreto sulle fondazioni liriche suscita uno sciopero di maestranze e orchestrali mai visto? Conseguenza “dell’irresponsabile demagogia dei sindacati”. Il mondo del cinema si stupisce di non vederlo a Venezia? Lui scrive al Corriere considerazioni amare e, come da lezione arcoriana, individua il germe del preconcetto comunista. “Ho portato a termine un provvedimento essenziale come il Tax Credit e il Tax Shelter; abbiamo approvato un disegno di legge di riforma del Cinema ma non mi capiscono perché non nutro la loro stessa ideologia”.
Bondi al Festival non va, minaccia di “voler mettere becco nella scelta dei giurati”, ma fa premiare il 3 settembre uno sconosciuto film bulgaro. La regista, Michelle “Dragomira” Bonev è una cara amica del premier. E quando le insistenze per non deludere Dragomira salgono di tono,Bondi inventa da par suo. Un premio nuovo di zecca, con una targa-patacca,inserito in una parata di sorrisi di plastica tornita da deputati del Pdl ed europarlamentari ignari per compiacere B., 32 ospiti della Bonev alloggiati tra il Cipriani, i lussi del Lido e l’indecenza.
Due mesi dopo, mentre a Pompei crolla la casa dei Gladiatori, motore del turismo internazionale e Bondi sostiene di non aver idea di come possa essere accaduto lasciando al vice Francesco Giro l’’esilarante spiegazione: “L’archeologia è antica, antichissima e per questo di estrema fragilità: i monumenti come il Colosseo o gli edifici di Pompei sono alla stessa stregua di persone malate croniche, che hanno bisogno di cure continue”.
Il Fatto offre altri motivi di dispiacere al ministro. La storia porta il cognome della nuova compagna di Bondi, Manuela Repetti, parlamentare del Pdl. La Repetti ha un figlio laureando in architettura, Fabrizio. E Sandro, uomo di cuore, trova al ragazzo (senza competenze in materia) un contratto al Centro Sperimentale di Cinematografia con distaccamento preteso nella direzione cinema del ministero da lui diretto.
L’apoteosi nepotistica arriva quando si scopre nelle pieghe della relazione del Fus del 2009 (lo stesso trascinato da Bondi ai livelli più bassi della storia repubblicana) un impiego per Roberto Indaco, padre di Fabrizio. Venticinquemila euro per “arte e moda”, benché papà Indaco sia ricordato solo come co-gestore del Motel Novi, l’albergo di famiglia di Manuela Repetti a Novi Ligure. Bondi telefona al Fatto: “Sono due casi umani, non potreste sorvolare?”.
La fine di un equivoco
La vicenda, unita al premio patacca veneziano, lo indebolisce. Lo attaccano i giornali amici (durissimo Filippo Facci su Libero), i parlamentari del Pdl, Berlusconi stesso. Lui urla la propria innocenza e va a farsi trafiggere in diretta da Michele Santoro confondendo Paolo Sorrentino con Matteo Garrone. Sipario. Forse il Parlamento ora lo sfiducerà. Così Sandro potrà tornare all’invettiva vergata in occasione di un incontro tra il presidente Giorgio Napolitano e gli artisti italiani, nel 2009. Quando il complesso di inferiorità scatenato da Giovanna Mezzogiorno lo schiantò: “Davanti a tutto quel genuflettersi e inchinarsi di attori e attrici, di artisti e commedianti, di registi e teatranti, di cantanti e cantautori, quasi mi dispiaceva di aver previsto leggi che non contempleranno più la posa prona, il servaggio, l’accattonaggio dell’artista al politico. Mi sembrava di aver tolto dignità al servo, liberandolo”. Pensava di colpire gli odiati intellettuali di sinistra. E forse non si accorgeva di parlare di sé.
La rivolta comune
di Loris Campetti
Il 16 ottobre nasce “Uniti contro la crisi” in piazza San Giovanni al fianco delle tute blu, il 17 si interroga all'assemblea della Sapienza, il 14 dicembre si cimenta di nuovo con la piazza degli studenti, il 28 gennaio farà le prove generali nello sciopero generale e un po' generalizzato della Fiom. Nel mezzo, due giorni di seminario in corso di svolgimento a Marghera, tutti ospiti del Centro sociale Rivolta.
Cos'è “Uniti contro la crisi”? Non è e non vuol essere un'organizzazione né una sommatoria di sigle o movimenti. Pensare di federare tutte le isole non cementificate dal pensiero unico, ciascuna con la sua bandierina e la sua identità mummificata in un tempo indistinto, non porterebbe da nessuna parte. Al centro del suo agire, “Uniti contro la crisi”, che nasce dal rifiuto dell'ossificazione dei due tempi, pensiero e azione, c'è la crisi di sistema e la pretesa del capitalismo di uscirne con le stesse regole e persino le stesse persone che l'hanno scatenata. Allora come fanno a costruire insieme una nuova storia i metalmeccanici della Fiom con gli studenti, i precari della conoscenza con gli attivisti dei movimenti sorti in difesa dei beni comuni, dell'ambiente, del territorio? Cosa scriveranno di condiviso gli operai dell'auto con chi si batte per un diverso, ribaltato modello di sviluppo? È la domanda formulata in lingue e toni diversi dai mille, millecinquecento avventurosi, giovani e giovanissimi studenti, operai, ricercatori, intellettuali che si alternano tra sedute plenarie e workshop al Rivolta.
Il metodo è merito, e si chiama democrazia. A Mirafiori dove gli operai alla catena di montaggio hanno fatto lezione di dignità, come all'università, nella cultura come nelle battaglie per l'acqua pubblica. O nell'informazione. L'attacco alla democrazia, che sia portato avanti da Marchionne o da Sacconi, dai Tremonti o dai Bondi di turno, mira allo stesso scopo: ridurre alla subalternità e all'obbedienza le persone singole e gli aggregati sociali cancellandone soggettività e diritti. Se le notti di Berlusconi pongono un problema di moralità, i giorni e le notti alla catena di Pomigliano e le stock option di Marchionne, non pongono forse lo stesso problema? E non è forse un problema di democrazia, prima ancora che morale?
Riaprire un confronto a tutto campo sul presente e il futuro tra diversi, resi più simili da un presente e un futuro precario è possibile soltanto se chiunque voglia entrare in questa storia è disposto ad appendere al chiodo le sue presunte appartenenze usate come armi improprie. Senza rese, ma confrontando le antiche certezze con i processi reali. Dentro un centro sociale del nordest, esempio di efficienza e organizzazione, di ospitalità e di lavoro liberato dal profitto, Luca Casarini ha il coraggio di liberarsi di un elemento identitario come «il lavoro immateriale», che «non esiste, semmai la merce può essere immateriale, mai il lavoro». E chi come il segretario della Fiom Maurizio Landini è figlio di una storia sindacale novecentesca che ha sempre concepito il lavoro come unica ragione e condizione del reddito, nell'analisi dei processi reali, con la precarizzazione globale che divide i soggetti e unifica al ribasso le condizioni materiali, dentro un processo di redistribuzione della ricchezza che toglie ai poveri per dare ai ricchi, trova ragionevole l'obiettivo del reddito di cittadinanza.
Questo è il metodo di confronto che vive dentro “Uniti contro la crisi”, in un seminario fondativo che trova le sue radici nel lavoro: una nuova storia, con molti capitoli da scrivere ma con la certezza che la crisi democratica e delle forme tradizionali della politica fa pulizia della scissione tra lotte sociali e mediazione politica, nessuna delega è più immaginabile, e in questo senso analisi e azione - e rappresentanza - debbono camminare insieme. Sostenuti dalla passione che anima le giornate di Marghera e dalla consapevolezza dei limiti di un pensiero critico che deve mettere in connessione gambe e testa, se vuole liberarsi del pensiero unico. Il confronto è partito, con un metodo che ricorda i momenti migliori delle giornate di Genova pur tenendone ben presenti i limiti e le derive. I no di Pomigliano e Mirafiori aiutano, e indicano il cammino.
BENI COMUNI
Lavoro e ambiente, l'incontro tra i due «grandi sfruttati»
di Ugo Mattei
Intorno al workshop «Democrazia e beni comuni: tra crisi ecologica e riconversione produttiva per un nuovo modello di sviluppo» si è articolata a Marghera una ricca discussione che ha tratto spunto da due relazioni introduttive affidate a Beppe Caccia e Guido Viale. I lavori hanno prodotto un'ottima sintesi nella dialettica fra la dimensione teorica e quella pratica del percorso che sui beni comuni si sta compiendo in Italia. La principale novità politica emersa a Marghera si riscontra nel superamento dello storico conflitto fra ambientalismo e movimento sindacale, un conflitto che da almeno trent'anni ha impedito alla ricetta rosso-verde di conquistare un'egemonia politica. Infatti, a partire dai primi classici dell'ambientalismo militante, basti pensare alla «Primavera Silenziosa» di Raquel Carson , la convivenza in occidente fra le esigenze del lavoro e quelle dell'ambiente è stata piuttosto difficile. Nel discorso dominante, le esigenze della tutela ambientale sono interpretate come limitative dell'attività di impresa, sicché in un paradigma che pone al centro la crescita quantitativa, il lavoro non poteva che schierarsi con quest'ultima propro contro l'ambiente. Le trasformazioni globali dei processi produttivi sembrano strutturare a livello globale proprio quel conflitto, nella misura in cui il capitale, nella sua corsa a margini di profitto sempre più alti sceglie come luoghi dell'investimento proprio quelle piazze in cui la protezione ambientale è più debole. Con l'emigrazione del capitale cresce il tasso di disoccupazione e cresce quindi, anche al centro ed in semiperiferia, la pressione per ridurre i limiti allo sfruttamento della natura e del lavoro.
In Italia la consapevolezza di questa dinamica è stata acquisita con brutalità inusitata proprio a partire dalla ristrutturazione del rapporto fra capitale e lavoro tentata dalla Fiat a Pomigliano e poi a Mirafiori. Forse inaspettatamente questo drammatico episodio, oltre a produrre un appiattimento dei sindacati collaborazionisti sulla visione egemonica dominante ha prodotto un fenomeno controegemonico nella decisione della Fiom di resistere intorno alla piattaforma del lavoro come «bene comune». Ed è stata dunque proprio questa nuova fondamentale nozione teorica, ancora nebulosa nei suoi contorni, ma già capace di fondare un discorso ed un linguaggio comune alle più diverse esperienze di lotta, ad aver creato il terreno di incontro fra lavoro ed ambiente, i due «grandi sfruttati» del modello di sviluppo dominante.
I beni comuni, infatti, non sono mera categoria merceologica ma momenti concreti di consapevolezza politica capace di emergere soltanto nella lotta. Una lotta appunto volta al raggiungimento di un nuovo modello di sviluppo, capace di marginalizzare la dimensione avidamente quantitativa a favore di una visione qualitativa fondata sulla giustizia ecologica e sulle necessità di riconversione tanto produttiva quanto, soprattutto, culturale. Infatti, sebbene il modello di sviluppo globale dominante continui a essere proposto con protervia irresponsabile attraverso tutto l'occidente (ed imposto al Sud), è oggi chiaro alle avanguardie di tutto il mondo che ad esso bisogna far dichiarare fallimento per la salvezza stessa del nostro pianeta. Per farlo, occorre tuttavia che la riconversione del nostro modello di sviluppo, fondata sulla centralità dei beni comuni, sia capace di raggiungere egemonia a livello globale, trasformandosi in una nuova ideologia, fondata sull'emancipazione dell'ecologia dall'economia. Una sfida epocale, drammaticamente urgente, che richiede la capacità di ridurre ad unità e porre in comunicazione fra loro l'insieme variegatissimo delle pratiche di coloro che lottano per un mondo più bello e più giusto. A Marghera tale processo di recupero dell'egemonia sembra essere partito con il piede giusto.
La Repubblica
La riscoperta dell’indignazione
di Benedetta Tobagi
Trentadue pagine in cui articola l´imperativo morale "Indignatevi!" - di fronte alle abissali ingiustizie della globalizzazione selvaggia, alla deumanizzazione dei migranti, all´emergenza ambientale - e il 93enne ex partigiano e diplomatico franco-tedesco Stéphane Hessel ha venduto in pochi mesi quasi mezzo milione di copie in Francia. Il prezzo stracciato e il lancio a ridosso del Natale ne hanno fatto il perfetto cadeau politicamente corretto, ma questo non basta a spiegare il successo clamoroso del pamphlet. Di certo cade su un terreno fertile. A partire dal 2000, con il collasso della bolla speculativa e lo stillicidio di scandali che, da Enron in poi, hanno portato sul lastrico migliaia di risparmiatori e lavoratori, si incrina l´immagine di broker, amministratori delegati, manager: un modello di successo, ricchezza e privilegio che suscitava ammirazione e invidia.
l piccolo libro Indignez-vous! monta sulle spalle di una fioritura di saggi e opere cinematografiche, letterarie e teatrali; i documentari The Corporation, Il caso Enron, Goodbye mr.Capitalism, i drammi di Edward Bond, Deb Margolin, David Hare, i saggi di Naomi Klein, il libro che mette a nudo i responsabili del crack di Merril Lynch, per citarne alcuni, denunciano le perversioni del capitalismo delle multinazionali, i vizi della speculazione selvaggia e dei suoi protagonisti, che per decenni - finché l´economia occidentale reggeva - hanno agito indisturbati, nella latitanza della politica e nell´acquiescenza di larga parte dell´opinione pubblica. Col crollo del 2009, gli dèi del capitalismo rampante sono caduti, è morta l´illusione della crescita indefinita e dagli Usa all´Europa la cittadinanza comincia a fremere, esasperata. E non solo dalle infamie del capitalismo: gli scandali politici sono fonte di frequenti esplosioni di sdegno, dagli Usa al Regno Unito a - ovviamente - l´Italia: qui è appena nato il sito indignati.org, reazione al vaso di Pandora scoperchiato dall´affaire Ruby.
L´affiorare di sussulti d´indignazione popolare che rompono l´indifferenza compiacente o rassegnata è salutato con speranza ed entusiasmo. L´indignazione viene invocata, non solo in Francia, come una panacea, il sentimento che può guidare una società in stallo fuori dalla palude della crisi, morale e materiale. Eppure è un sentimento prepolitico, e, come suggerisce una recente (2007) riflessione teoretica di Álvarez González, è tipica di "un´etica in tempi di impotenza". Qual è dunque lo specifico dell´indignazione? Quale funzione può svolgere nella società del capitalismo globale postfordista?
L´indignazione si mescola ad altri sentimenti scatenati dall´ingiustizia, come l´odio e la rabbia. Rispetto a queste emozioni, spiccatamente difensive, irriflessive e distruttive, l´indignazione è sottilmente diversa. Definita come "condizione spirituale caratterizzata da vibrante sentimento verso qualcosa che si ritiene riprovevole e ingiusto" - indegno, appunto - presuppone il sentimento confuso, se non ancora la speranza, di qualcosa di diverso, un ideale di giustizia.
Il filosofo Paul Ricoeur poneva i termini della questione in modo cristallino ( Il giusto, 1995): "il nostro primo ingresso nella regione del diritto non è stato, forse, segnato dal grido ‘È ingiusto!´?".
Nell´ indignazione diventiamo testimoni empatici delle ingiustizie del mondo: anche se ancora non ci toccano direttamente, o siamo "fuori pericolo", sentiamo - come ama ripetere Roberto Saviano - che quel male ci riguarda. In questa chiave possiamo leggere, ad esempio, le critiche di J.K. Rowling alla risibile politica "simbolica" di sostegno alle famiglie del premier conservatore Cameron: senza il welfare per le madri sole non avrebbe mai potuto creare la saga di Harry Potter. L´invito a indignarsi, più che ai giovani magrebini e europei già in protesta, è rivolto alla massa critica dei cittadini che non sono ancora stati toccati nella carne dall´impatto distruttivo delle forze impersonali dell´economia e dovrebbe riscuotersi dal virus letale dell´indifferenza prima che sia troppo tardi. Dall´oscuro senso di colpa che, scriveva Bobbio, si domanda "Perché a lui e non a me?" deve germogliare la presa di coscienza che ogni lesione della giustizia nuoce all´intero corpo sociale, nel lungo periodo. L´indignazione marca il punto di rottura della sopportazione, segna il risveglio della coscienza morale ed è un formidabile impulso verso l´agire politico.
Dunque è davvero la chiave per uscire dalla crisi? Attenzione, il "grido dell´indignazione" non basta, ammonisce Ricoeur. Primo, esso difetta della definizione di criteri positivi: quale giustizia realizzare, con che mezzi, per chi. Aveva un bel dire, Rousseau, che il senso d´ingiustizia è il contrassegno universale dell´umanità: l´indignazione, spesso, è selettiva. Nel ´68 tutti si disperavano per i vietnamiti, molto meno per il suicidio di Jan Palach. Per non parlare di chi, laddove confliggono due diritti, come nel conflitto israelo-palesinese, si indigna a senso unico. Ideologie, appartenenze, moda e visibilità mediatica hanno un peso determinante.
Esiste poi, latente, il rischio di provocare nuove violenze e sopraffazioni, per vendicare quelle esistenti. L´uomo indignato odia l´ingiustizia e l´argine che lo trattiene dal volgere quell´odio contro i suoi attori è un campo di tensione instabile. Se Hessel addita la non violenza come l´unica via possibile (è ormai lontana la retorica rivoluzionaria dei Dannati della terra di Fanon, 1961), altrove è diverso: il già citato Álvarez González, immerso nella dura realtà sudamericana, non esplicita tale rifiuto. Il senso di giustizia dovrebbe trattenere dall´uso della violenza, ma, come ammonisce il noto brocardo, summum ius, summa iniuria.
Il "maestro del sospetto" Nietzsche, ci ricorda Natoli, insegnò a diffidare dello sdegno sociale, in cui può annidarsi un´"utopia dell´invidia" nutrita di risentimenti assai poco nobili. Linea argomentativa ripresa da von Hayek, un padre del pensiero liberal-conservatore, in polemica col "miraggio della giustizia sociale". Ma il pericolo forse più diffuso nella nostra società è che l´indignazione si riduca a una falsa coscienza consolatoria: un´"etica-anestetica". Lo sdegno monta (e si sgonfia) seguendo il ritmo convulso della cronaca. Indignarsi fa sentire buoni, poi la vita va avanti come prima, ha velenosamente contestato a Hessel il filosofo Luc Berry. La parabola italiana di Mani Pulite insegna: la crisi sopraggiunse quando i giudici toccarono il ventre molle della microcorruzione diffusa. La rabbia si mescola all´ipocrisia: tutti si indignano davanti al politico ladro, molto meno se un professionista offre un forte sconto a chi rinuncia alla ricevuta fiscale.
Coerenza e continuità sono il banco di prova cruciale. L´indignazione, se non prosegue in un programma politico, è destinata a spegnersi. È indispensabile, ma come un detonatore o la carta con cui accendiamo il fuoco, che ha bisogno di ceppi di legna asciutti per bruciare a lungo. C´è un vuoto politico e concettuale da riempire. Cominciano a emergere nuovi modelli e direzioni di sviluppo per un capitalismo temprato dall´etica e dalla conoscenza (tra i nomi noti il nobel Sen, il padre del microcredito Yunus, Rifkin con l´economia dell´empatia, la radicale americana Susan George con "Attac", acronimo della proposta di tassare le transazioni finanziarie transnazionali per sostenere politiche di welfare), ma la strada è lunga e le controversie molteplici. In un orizzonte confuso e secolarizzato, beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno indignati. E da lì, forse, potrà nascere qualcosa.
La Repubblica
Vergognatevi, così nasce l´etica
Quelle riflessioni da Leopardi a Marx
di Nadia Urbinati
L´indignazione è un moto dell´animo nutrito dal senso di vergogna, un´emozione fondamentale nella fenomenologia dell´etica sociale. Come altre emozioni, la vergogna è "generativa di comportamento" in quanto mette in moto sentimenti, come l´indignazione e la colpa, che agiscono direttamente sulla volontà: per alleviarli si è portati a giustificare la proprie azioni e infine a reagire. Se l´emozione della vergogna è in se stessa non razionale, la serie di sentimenti e azioni che alimenta sono dunque di tipo strategico: le forme con le quali l´individuo che si vergogna agisce sono propositi razionali volti a rimediare il misfatto che ha generato vergogna. Per esempio Papa Benedetto XVI ha commentato i numerosi casi di pedofilia nel clero cattolico con queste parole: "Proviamo profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché ciò non accada più in futuro".
Per questa sua capacità generativa di comportamento, l´emozione della vergogna è stata messa da Giambattista Vico alle origini della società: se "la natura di tutte le cose sta nel loro cominciamento", allora la natura della storia umana sta nella vergogna primaria, quella di Adamo ed Eva di fronte alla nudità che scoprirono di avere non appena violarono il patto di obbedienza con il loro creatore. Nella Genesi come nel Pentateuco, la vergogna e la colpa figurano alle origini della responsabilità morale. Il rossore che sale sulle guance di chi prova vergogna è il segno della socialità di questa emozione, del bisogno di riconoscimento da parte degli altri e nello stesso tempo del controllo che quel riconoscimento opera sulle nostre azioni: chi prova vergogna non riesce a sostenere lo sguardo altrui e abbassa gli occhi a terra. Questa dimostrazione di vergogna è correlata e complementare alla reazione di indignazione che la conoscenza di un comportamento vergognoso induce. Pertanto, la vergogna ha una fenomenologia doppia: la persona colpevole può provare il desiderio di nascondersi (così nasce il senso di umiliazione); chi assiste può reagire con sdegno. È per questa doppia valenza che poeti e filosofi hanno attribuito alla vergogna un ruolo liberatorio, non solo per l´individuo ma anche per la collettività.
Non provare vergogna, e per converso non provare indignazione, sono da questo punto di vista il segno di una realtà impermeabile all´ethos perché indifferente, e di un atteggiamento di apatico realismo. Una persona che non si vergogna non sente di dover reagire o cambiare comportamento. Per questo scrittori e filosofi si sono spesi per svegliare le coscienze dormienti, educare il senso di indignazione, smuovere l´emozione della vergogna. E quest´opera della cultura dimostra come la vergogna sia segno della civiltà. La forza di questa emozione è naturale ma la forma che prende dipende dall´ethos di una società. Per esempio, ciò che il comportamento sessuale prescrive o censura non è identico in tutte le società, gli "oggetti" della vergogna e quindi dell´indignazione sono contestuali e socialmente situati; ma il meccanismo che li governa è universale nella sua fenomenologia. Universale nel senso che, per riprendere la Bibbia e Vico, le radici della responsabilità morale (e quindi della punibilità) stanno nella capacità che gli individui hanno di sentire la vergogna e la colpa. Su questa base si sviluppa l´azione educativa e culturale.
Nel 1823, Giacomo Leopardi annotava nello Zibaldone: "Niuna cosa nella società è giudicata, né infatti riesce più vergognosa, del vergognarsi". Convinto della funzione attiva ovvero pratica del "vergognarsi", Leopardi aveva immortalato la deprimente condizione dell´Italia nel Canto Sopra il monumento diDante, come a voler muovere i lettori: "Volgiti indietro, e guarda, o patria mia/quella schiera infinita d´immortali/E piangi e di te stessa ti disdegna/Che senza sdegno omai la doglia è stolta/Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti/E ti punga una volta/Pensier degli avi nostri e de´ nepoti (...)".
Provare vergogna sembra quindi essere di sprone, sembra indurre a reagire, come ha scritto Silvana Patriarca. Quante volte si sente ripetere (e si dice) "mi vergogno di essere italiano/a"? Innumerevoli volte, soprattutto negli ultimi anni. Dirlo, ripeterlo instancabilmente segnala la speranza che dalla capacità di sentire vergogna nasca l´indignazione, e di qui la decisione di reagire, di cambiare. Su questa catena di fenomeni lo stesso Marx - notoriamente contrario all´uso di emozioni e sentimenti nella spiegazione dei fenomeni sociali - vergò parole straordinarie a proposito delle politiche illiberali del governo prussiano, commentando che, senza cadere in un vuoto patriottismo, sarebbe stato auspicabile che i tedeschi avessero provato vergogna, e aggiungeva: "Non è la vergogna che fa le rivoluzioni", tuttavia "la vergogna è già una rivoluzione in qualche modo... se un´intera nazione esperimenta davvero il senso di vergogna è come un leone accovacciato pronto a balzare".
Il manifesto
E ora su la testa
di Rossana Rossanda
Non è piacevole essere oggi un'italiana all'estero. Tanto meno se si è stata una sia pur minuscola tessera di ceto politico, due volte consigliere comunale e una volta deputata, una cui l'antipolitica fa venire il nervoso. E perdipiù comunista libertaria, specie rarissima, orgogliosa di sé e di un paese che, fino agli anni Sessanta e con diverse code nei Settanta, pareva il laboratorio politico più interessante d'Europa.
Oggi gli amici che incontro non dicono più: ma che disgrazia quel vostro Berlusconi! Mi chiedono: Com'è che l'avete votato tre volte? Che è successo all'Italia? Una come me si trova a balbettare. Perché hanno ragione, non si può più fare del premier il caso personale di uno che ha fatto troppi soldi, che ha tre televisioni, che prende il paese per un'azienda di sua proprietà, che sa che molti sono acquistabili e li acquista, e adesso, gallo attempato, si vanta dei suoi exploits su un numero illimitato di pollastrine: «Vorreste tutti essere come me, eh??».
E' vero che l'Italia lo ha votato e rivotato. E' vero che non c'è traccia di una destra formalmente civile che di lui ne ha abbastanza, né di un sedicente centro deciso a liberarsene. E neanche di una sinistra capace di rischiare un «buttiamolo fuori con le elezioni». La destra tutta perché gli è ancora complice, il centro perché lo è stato, la sinistra perché il sistema elettorale bipolare le faceva comodo contro le sue ali meno docili. Metà dell'Italia è berlusconiana, l'altra metà è azzittita, e non c'è imputazione - ignoranza, prevaricazione, corruzione, soldi, attentato ai minori - mossa al personaggio che sia in grado di scuoterla. Anzi. C'è qualche verità nelle vanterie di costui, se più se ne sente più tutti si accucciano per calcoli loro. Perfino i media, che sarebbero di opposizione, sono diventati un buco della serratura per voyeurs intenti a sfogliare pagine su pagine o ad ascoltare minuti su minuti di dialoghi sul prezzo per un appalto o per togliersi le mutande.
Che ci è successo? Da quando? Perché? Sarebbe una discussione interessante. Si potrebbe sprofondare in una storia secolare di servaggi, Francia o Spagna pur che se magna. O di una unità nazionale sotto una monarchia codina, tardiva e ben epurata di ogni fermento rivoluzionario - i giacobini napoletani decapitati o appesi nel giubilo dei lazzari e sanfedisti, la repubblica romana repressa, e soltanto le tracce dell'ammodernamento giuridico di Napoleone al nord. Non sarà del tutto casuale che siamo stati noi a inventare il primo fascismo europeo. Ci deve essere qualcosa di guasto nella coscienza della penisola. Alcuni di noi pensano che soltanto la presenza di un partito comunista che non mollava sui diritti sociali ha costretto il paese alla democrazia, come un tessuto fragile ma fortemente intelaiato, che non si è lacerato finché i comunisti non si sono uccisi da soli.
Tutto da vedere, se se ne avesse voglia. Ma chi ne ha? Lo slogan nazionale è: fatti gli affari tuoi. Vota chi si fa i suoi. Non è una storia soltanto italiana, tutta l'Europa va a destra. Ma da noi si esagera. In Francia un vecchio ed elegante signore, Stephan Hessel, che non alza la voce ma non ha mai taciuto, ha scritto un opuscolo: Indignatevi! Ne sono sparite subito quasi un milione di copie. Una settimana fa voleva parlare della Palestina, glielo hanno impedito. E lui e i suoi lettori si sono trovati fuori, in migliaia, di notte, con un freddo polare, nella piazza del Pantheon, a gridare: Basta! Perché noi no? Si sta meglio con la testa alta, invece che fra le spalle e gli occhi a terra. Non so se lo farà Vendola. Non credo che lo farà Bersani. Ma chiudiamo con il cinismo del chi se ne frega. Indigniamoci!
Aldo Carra (Il manifesto del 18 gennaio) è riuscito a sintetizzare in tre questioni i problemi che «la sinistra deve discutere per non restare abbarbicata dentro il vecchio modello di sviluppo», peraltro sempre più inceppato a causa delle sue contraddizioni interne: a) quali settori economici possono trainare la riconversione degli apparati produttivi; b) quali relazioni devono instaurarsi tra i diversi livelli di governo: locali, nazionali, globali; c) quali soggetti possono guidare la trasformazione sociale. Carra ci chiede di farlo senza cadere nel vecchio mito della «programmazione» e senza pensare di voler insegnare il mestiere ai padroni.
Provo a dare delle risposte secche.
1 )Non si tratta, a mio avviso, "solo" di scegliere la bicicletta all'automobile, la verdura all'hamburger, il sole al nucleare, il riciclo all'usa e getta... ma di applicare un principio guida trasversale ad ogni «settore merceologico» e prescrivere delle specifiche tecniche concretamente misurabili (con nuovi indicatori che vadano oltre il pil): la decrescita dei flussi di energia e di materie prime impegnati nei cicli produttivi e di consumo.
2) Oggi vi sono 500 società multinazionali che controllano il 52% del Pil mondiale. Una concentrazione di potere gigantesca, terrificante, pericolosissima. Una piccola casta di cosmocrati (i Chief Executive Officier e gli Ad delle conglomerate) tengono i scacco non solo l'economia e la finanza, ma gli stati. Innescare un processo di de-globalizzare dell'economia, di decentralizzazione, di ri-territorializzazione e di trasferimento dei poteri al basso, diventa quindi l'imperativo principale per la difesa di qualsiasi idea di democrazia.
3) I soggetti che possono essere interessati ad un simile progetto di cambiamento di modello e di sistema sono: il terzo dell'umanità che ancora cerca di coltivare la terra, resiste all'espropriazione del suolo e dell'acqua, ai pirati del germoplasma, alla industrializzazione dell'agricoltura per l'esportazione, ecc. Insomma, i popoli indigeni che abbiamo trovato ai controvertici di Cancun sulla giustizia climatica; un altro terzo dell'umanità lo incontreremo al Social Foruma di Dakau, emarginato e accatastato negli inferni degli slums, delle bidonville, nelle banlieue... delle megalopoli, immenso esercito di riserva da cui vengono attinti i moderni schiavi industriali per le fabbriche del mondo;
un altro sesto dell'umanità siamo noi, l'esercito crescente dei salariati svalorizzati, perché precarizzati, robotizzati, impoveriti. Rimane un sesto che pensa di cavarsela costruendosi attorno muri e traendo le proprie ricchezze dalle bische delle Borse. Anche loro dovremmo riuscire a convincere che ci sono modi meno pericolosi per vivere.
A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato). Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo. Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa?
Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti, mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari. Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group. Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa. Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate? La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo. Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano.
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza. Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.
www.guidoviale@blogspot.com
PAESAGGIO, DISASTRO ITALIAN
di Costantino Cossu
La battaglia per l’ambiente nel libro di Salvatore Settis - «In Sardegna dopo la giunta Soru si è tornati alla devastazione»
«Vedere il bene comune come fondamento della democrazia, della libertà e dell’eguaglianza, rivendicare il pubblico interesse, cioè i diritti delle generazioni future». Così Salvatore Settis nel suo ultimo libro «Paesaggio, Costituzione, cemento» (Einaudi, 36 pagine, 19 euro). Archeologo e storico dell’arte, già direttore del Getty Research di Los Angeles e della Normale di Pisa, titolare a Madrid della «Càtreda del Prado», Settis ha scritto un manifesto denuncia (vedi la recensione qui sotto) delle condizioni disastrose in cui versa in Italia il paesaggio. Un atto di accusa, lucido e documentatissimo, contro «l’inerzia di troppi politici (di maggioranza e di “opposizione”») e un appello all’«azione popolare» per fermare la devastazione.
- In Italia la protezione del paesaggio è scritta nella Costituzione e, a partire dalla legge Galasso, sono molte le buone norme di tutela. Perché allora si distrugge tanto?
«E’ il tema principale del mio libro. La spiegazione del paradosso che lei rileva sta da un lato in un eccesso di legislazione (che spesso si traduce in incertezza e in arbitrio) e dall’altro nel contrasto tra legislazione nazionale e legislazione regionale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, ho dedicato un capitolo intero al tentativo di dimostrare che l’articolo 9 della Costituzione, quello che prescrive la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, è nato dall’esigenza che con preveggenza chi ha scritto la Carta avvertiva di contrastare un eccesso di autonomia dei poteri locali in una materia in cui gli interessi particolari hanno sempre premuto in maniera fortissima. Concetto Marchesi, uno dei padri della Costituzione, parlava in proposito di una possibile e pericolosa «raffica regionalistica» contro le norme nazionali di tutela. Raffica che, soprattutto a partire dagli Settanta, quando le Regioni sono diventate una realtà istituzionale, puntualmente s’è scatenata. Il territorio, il paesaggio, l’ambiente, sono diventati terreno di battaglia tra Stato e Regioni, un contrasto tra poteri pubblici che ha aperto interstizi e zone grigie, un varco attraverso il quale è passata la devastazione».
- Lei contesta che l’ossessione edilizia abbia ragioni economiche fondate. Perché?
«In Italia il tasso di crescita demografica è bassissimo, eppure siamo il Paese europeo che ha il maggior consumo di territorio: vengono quindi costruite abitazioni che non servono a nessuno. Abbiamo dovuto assistere all’indegna commedia del Piano casa. A livello nazionale la proposta lanciata da Berlusconi nel 2009, in campagna elettorale, non s’è mai tradotta in una legge e però le Regioni sono state istigate a farli i loro piani casa, tutti illegittimi. Si cerca di far passare l’idea che l’unico modo per rimettere in moto l’economia sia rilanciare l’edilizia. E invece è l’opposto che occorrerebbe fare. La crisi mondiale è stata scatenata dalla bolla immobiliare negli Usa. E si sono visti Paesi, ad esempio l’Irlanda, dove s’è costruito sino al quintuplo di ciò di cui c’era bisogno senza che questo evitasse addirittura la bancarotta dell’intero sistema economico nazionale. Non è vero che investire nel mattone è l’unico modo per rilanciare l’economia. Al contrario: investire capitali nell’edilizia vuol dire bruciare flussi finanziari che invece potrebbero essere impiegati molto più produttivamente in altri settori».
- Perché in Italia la cultura di tutela del paesaggio è più debole che in altri Paesi europei?
«In realtà noi abbiamo una tradizione importante di studi e di legislazione. In questo momento l’idea del bene comune appare sconfitta dall’idea del privilegio di chi ha i soldi, di chi ha le proprietà, di chi vuole devastare per proprio esclusivo profitto. Crescono però i segnali di una presa di coscienza. Nascono associazioni di cittadini che si oppongono alla tendenza dominante. A San Benedetto del Tronto, ad esempio, per combattere una lottizzazione che avrebbe rovinato un paesaggio unico, un gruppo di cittadini ha raccolto 4 mila firme e ha ottenuto un referendum comunale che probabilmente sarà vinto».
- Perché in Italia non esistono movimenti ambientalisti capaci di pesare sulle scelte politiche nazionali come quello di Cohn-Bendit in Francia e dei Grünen in Germania?
«Da noi la crisi della politica dopo Tangentopoli è stata segnata dall’estinzione di grandi partiti di massa che avevano una tradizione anche di idee: la Dc, il Pci, il Psi. Partiti sostituiti da forze politiche che sono tutte, senza eccezione, prevalentemente organizzazioni di raccolta del consenso in termini elettorali, molto di rado laboratori di idee. Questo ha impedito ai movimenti di avere una solida sponda politica e quindi un’incisività anche istituzionale».
- E della situazione in Sardegna che cosa pensa?
«Sono stato sempre molto impressionato dalla determinazione e dalla coerenza con cui Renato Soru e la sua amministrazione hanno tentato di dare un futuro alla Sardegna attraverso scelte coraggiose. Purtroppo, con la fine dell’amministrazione Soru quella tendenza s’è capovolta: a uno sguardo lungimirante s’è sostituto uno sguardo miope, di cortissimo respiro, senza alcuna preoccupazione per il bene comune, con un cedimento totale agli interessi immediati di pochi contro quelli di tutti. Anche nel campo dei beni culturali c’erano con Soru idee forti: il museo del Betile e il recupero di Tuvixeddu, ad esempio. Il caso della necropoli punica di Cagliari è emblematico. L’unicità e la vastità del sito archeologico, archivio di una fase storica importantissima, in cui la Sardegna ha avuto un ruolo centrale non solo rispetto all’Italia ma rispetto al Mediterraneo e quindi al mondo, suggerirebbe di tutelarlo al massimo. E invece si stanno impiantando nuove costruzioni, le cui fondamenta sono destinate a distruggere parti essenziali della necropoli. Io trovo tutto ciò delittuoso, un segno di barbarie. Non dobbiamo, però, rassegnarci: bisogna indignarsi, invece, tenere viva la speranza. “Si sa indignare - scriveva Seneca - solo chi è capace di speranza”».
L’ASSALTO DEI CEMENTIFICATORI
ALLE NORME COSTITUZIONALI
di Sandro Roggio
Nel volume le ragioni che hanno portato ad un degrado crescente, nell’indifferenza della politica - Mobilitazione dal basso con un forte richiamo etico
C’era attesa per questo nuovo libro di Salvatore Settis «Paesaggio, Costituzione, cemento». Non solo chi si occupa di tutela di beni culturali e di paesaggio (Settis direbbe di ciò che stava nelle due leggi del 1939 poi «costituzionalizzate») ma chiunque sia un po’ preoccupato della sorte dell’articolo 9 della Costituzione, prima o poi sarà grato a Settis per le sue ricerche e per la divulgazione che ne fa in modo molto generoso. C’è nel libro un resoconto accurato delle sollecitudini che hanno portato a benemeriti provvedimenti legislativi, dagli editti del camerlengo ai giorni nostri passando per le proposte di Benedetto Croce, e delle gravi reiterate trasgressioni che si vedono dappertutto in Italia. C’è in ogni pagina lo sdegno accumulato per una inammissibile quantità di rinunce, anche per interessi poco puliti, nella difesa del patrimonio culturale e paesaggistico del Paese. C’è il rammarico per la indifferenza della politica. Le manomissioni di luoghi sono talmente tante e in crescita costante che un elenco completo non sarebbe possibile, per necessità di continui aggiornamenti.
Il libro merita una lettura accurata; una sintesi del contenuto sarebbe inadeguata e superficiale, data la quantità di argomenti proposti, la ricchezza dei riferimenti che consentono una visione della trama delle questioni. L’autore non è un giurista, ma i richiami al profilo tecnico-giuridico, centrale nella sua trattazione, sono molto approfonditi e comprensibili ai lettori grazie proprio alla differente formazione dell’autore («Ho osato varcare quasi in ogni pagina le frontiere delle mie competenze disciplinari»).
Ognuno potrà fare un lettura specializzata, dedicarsi ad alcune parti del saggio, ma sarà impossibile non seguire l’autore nelle continue sollecitazioni a riappropriarsi del tema dal basso, con un richiamo etico nello sfondo, perché non si possono offendere i diritti delle generazioni future - afferma.
Tutti capiranno, in questa temperie di celebrazioni dell’Italia unita e di ambigue derive federaliste, che l’idea dei costituenti sulla inscindibilità del paesaggio italiano è messa a repentaglio e rischia di essere travolta continuamente, nonostante la Corte (di recente con la sentenza 367/2007), ripeta continuamente che il paesaggio incarna valori costituzionali «primari e assoluti», che sovrastano qualsiasi interesse economico.
Per questo una parte del lavoro di Settis credo che meriti maggiore riguardo: il rapporto tra Stato e Regioni in tante circostanze analizzato, è in questo libro approfondito per gli aspetti specialissimi relativi alla tutela paesaggistica. Con una grande cura perché dai conflitti di competenze tra le istituzioni sono venuti gli impedimenti maggiori ad una efficace azione. Il tema del decentramento dei poteri (interessa molto la Sardegna che ha in programma la riscrittura dello Statuto) è spiegato con molta puntualità. Molti fatti si comprendono guardando retrospettivamente il processo che ha portato ad attribuire alle Regioni (a statuto speciale e ordinario) le competenze dell’urbanistica, del paesaggio, dei beni culturali producendo quella congerie di poteri delegati e trasferiti con maggiore o minore accondiscendenza.
Restano nello sfondo le perplessità riguardo al modo con cui i poteri sono esercitati in periferia. Una riflessione amara è appunto svolta a proposito del governo del territorio che sarebbe meglio quanto più è vicino ai cittadini, secondo la versione consolidata. Settis ritiene che non si possa sottovalutare come la maggiore vicinanza del soggetto decisore a beni a rischio di manomissione, faccia crescere il rischio del voto di scambio in danno proprio della tutela paesaggistica. Una riflessione importante che non mancherà di sollevare il dibattito.
Uso della prostituzione minorile e concussione aggravata non sono due reati leggeri per nessuno, tantomeno per un presidente del consiglio. E la richiesta del rito immediato sta a significare che le prove in possesso della procura di Milano sono consistenti. Siamo di fronte all’atto giudiziario che sigla una sequenza di cosiddetti «scandali sessuali», meglio definita fin dall’inizio da Veronica Lario «ciarpame politico», che dura da ventuno mesi, e che contiene in sé tutti gli elementi necessari a un giudizio politico sul regime di Silvio Berlusconi, anche a prescindere dalla prova tecnica di un reato penale.
Chiunque, di fronte a tanta evidenza, cederebbe il passo, si imporrebbe cautela, abbasserebbe i toni. Berlusconi e la sua corte no. Quando, nell’autunno scorso, si seppe dai giornali che il premier aveva personalmente telefonato alla questura di Milano, la notte del 27 maggio scorso, perché Kharima el Marhouh, in arte Ruby, minorenne marocchina arrestata per furto, venisse rilasciata in quanto «nipote di Mubarak » e affidata a Nicole Minetti, il premier prima negò poi rivendicò: «l’ho fatto per bontà», «amo le donne» e «meglio amare le donne che essere gay». Oggi fa il gradasso e dice che non vede l’ora di difendersi dal reato inventato di «cena privata a casa del presidente». I suoi, intanto, organizzati in due armate, ripassano e ripetono il copione. L’armata politica grida alla giustizia a orologeria e al complotto destabilizzante; l’armata giuridica, Ghedini & co., prepara i cavilli per sfilare l’inchiesta dalla procura di Milano e le carte per usufruire di quel che resta del legittimo impedimento; Gaetano Quagliariello, testa di ponte fra i due battaglioni, sentendo parlare di prove «aspetta di vedere i preservativi» (parole sue). Non è da escludere che la seconda armata riesca nel suo intento di diluire nel nulla l’ennesima inchiesta a carico del premier. Ma qui non è, o non è solo, il seguito giudiziario della vicenda il punto.
Sempre nell’autunno scorso, fu di Carlo Freccero l’acuta osservazione che quel verbale della questura di Milano da cui risultava la telefonata notturna del premier rompeva improvvisamente e definitivamente, con un inoppugnabile dato di realtà, la fiction scritta, prodotta e interpretata con successo per vent’anni da Silvio Berlusconi.
A romperla in verità c’era già stata la parola di due donne, Veronica Lario e Patrizia D’Addario, la moglie e la prostituta uscite allo scoperto per denunciare di quanto ciarpame e di quanta corruzione fosse fatta quella fiction;Masi sa che nella misoginia imperante, non solo berlusconiana, la parola di due donne vale meno di un verbale. E dietro quel verbale ce n’erano altri, in procura, a resocontare un’inchiesta su un presunto giro di prostituzione organizzato a beneficio del premier dai suoi fidi, Mora, Fede, Minetti per le feste di Arcore nello stesso ruolo che fu di Tarantini per le feste di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Questo è lo stato del principe e della corte. Questa è la fotografia del regime che va sotto il nome, ormai in tutto il mondo, di «berlusconismo».
Ora il punto è il seguente. Da ventuno mesi ci sentiamo ripetere, dalla maggioranza e dall’opposizione, la stessa solfa. Dalla maggioranza: sono «intrusioni indebite della vita privata»; a casa propria ognuno può fare quello che vuole, e la legge non ci può entrare; il premier è un simpatico libertino perseguitato da magistrati delinquenti e dalla stampa di sinistra talebana. Dall’opposizione, fatte salve poche e meritevoli eccezioni: lo stile di vita del premier non è un esempio di moralità, ma non ci interessa, se non per le questioni di sicurezza e di decoro istituzionale che solleva; non è su questo che Berlusconi va combattuto e battuto, ma sulla politica «vera», l’economia, il malgoverno, i deputati comprati e venduti. Lasciamo perdere gli insuccessi strategici e tattici di cui è stata costellata, anche di recente, questa strada, e torniamo alla fotografia del regime. Il fatto è che nella soap dei cosiddetti «scandali sessuali» che va avanti da ventuno mesi, derubricata da destra e da sinistra a fatto minore, c’è tutta, ma proprio tutta, la quintessenza del berlusconismo. Sconfinamento fra pubblico e privato, politicizzazione della biografia e privatizzazione della politica; contrabbando dell’arbitrio per libertà (tutto si può fare); riduzione a supermarket della vita pubblica e privata (tutto si può comprare, dalle donne ai parlamentari); uso della sessualità come protesi del potere; uso dei ruoli sessuali («veri uomini» e «vere donne») come maschere rassicuranti per identità, maschili e femminili, incerte;uso razzista della bellezza; imperativo del godimento come surrogato del desiderio; pratica dell’illegalità come risposta beffarda alla crisi dell’autorità e della legge; eccetera. Prima la politica di un’opposizione degna di questo nome si deciderà a occuparsi di questo fascio di questioni con una proposta culturale degna di questo nome, prima spunterà l’alba del dopo-regime. Diversamente la fiction scritta, prodotta e interpretata da Silvio Berlusconi continuerà a calamitare la sua audience, e i cavilli di Ghedini a occupare le cronache.
Un impoverimento psicologico, culturale, comportamentale, sociale si è verificato proprio a causa dell’arricchimento stesso, e dei modi in cui si è andato realizzando. Se l’umanità insiste su questa via, un grave impoverimento, non solo culturale e psicologico, ci aspetta.
Dire impoverimento significa – come riflesso immediato – parlare della crisi e delle sue conseguenze obbligate: disoccupazione, precarietà, redditi più bassi, con tutto ciò che ne consegue: rinuncia a quanto non sia strettamente necessario, depressione da obbligata inattività, o magari doppio lavoro, straordinari, ecc. per compensare l’inattività di un familiare, e pertanto conflitti all’interno stesso delle famiglie, possibili ricadute indesiderate su rapporti personali, ecc.
Il tutto inevitabilmente in un confronto negativo con la precedente condizione di affluenza: e cioè complessiva facilità di vita, crescente accesso a consumi non necessari ma via via impostisi come tali, svago vacanze viaggi per tutti divenuti diritto e regola, sempre più frequente sostituzione di oggetti con modelli più recenti (cellulare, motorino, auto, elettrodomestici, abiti, ecc.), il bisogno del nuovo inavvertitamente assimilato dalla cultura dominante e facile da soddisfare grazie alla maggiore disponibilità, esistenze largamente prevedibili in un percorso senza traumi, ecc.
E però un confronto più attento tra la realtà attuale e quella che nessuno ancora pochi anni fa riteneva a rischio, può significare anche altro; e consentire non certo l’elogio della crisi e delle sue durezze, ma forse il distacco di una riflessione più ampia e meditata, e magari la capacità di analizzare senza riserve, e valutare a pieno, il senso e la qualità reale di quella società che la crisi sta mettendo a rischio e che strenuamente si tenta di recuperare.
Si tratta innanzitutto di una società che per larghe maggioranze ha significato arricchimento. Non per tutti però. Minoranze in povertà spesso durissime, disuguaglianze clamorose non sono mai mancate: non solo tra paesi “sviluppati” e “sud mondo”, ciò che, chissà perché, si dà per scontato e in qualche modo “normale”, ma anche in paesi dove per i più lo spreco è la regola e in qualche modo perfino un dovere. Questo si tende a dimenticarlo, e già di per sé costituisce un dato negativo.
Consumo come identita
Ma non voglio parlare della povertà dei poveri. Già se n’è ampiamente detto. E sono realtà che non si possono dimenticare, ma che forse sarebbe più facile combattere, e forse anche superare, andando alle radici stesse e alle tante diverse forme della povertà. Mi riferisco a quell’impoverimento diffuso, che riguarda anche i ricchi: impoverimento di tutt’altro genere dalla povertà che solitamente indichiamo con questa parola, anzi determinato dagli stessi meccanismi che inducono l’arricchimento materiale: cioè aumento di reddito, e di conseguenza aumento di consumi.
Di questo credo sia bene cercare, possibilmente riuscire a individuare, le cause profonde e determinanti. Il capitalismo, cioè la forma economica oggi dominante in tutto il mondo, si fonda sull’accumulazione di plusvalore, che si realizza mediante una continua crescita esponenziale della produzione di merci. Questa, che è la regola fondante del nostro sistema produttivo, ha trovato il suo momento di massimo slancio nel periodo di circa un trentennio, successivo alla seconda guerra mondiale (les trente glorieuses, come dicono i francesi) caratterizzato dall’euforia della ricostruzione postbellica, durante il quale la crescita produttiva nella forma dell’accumulazione capitalistica ha oggettivamente significato un progressivo, notevole miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici: è in questo periodo che nasce lo “stato sociale”, con una serie di doveri della pubblica amministrazione nei confronti dei cittadini, dalla scolarizzazione di massa, all’assistenza sanitaria, al pensionamento per tutti, ecc. ; è a partire da questi anni che la crescita di produzione e consumo comporta uno “sviluppo delle forze produttive”, come si diceva, in virtù del quale pareva degna di fede l’attesa di un futuro sempre più prospero per tutti.
Al tempo stesso, in conseguenza di questi fatti, si andava producendo una decisiva profonda trasformazione dell’intera collettività, che non a caso proprio allora venne definita “società dei consumi”. E’ un fenomeno che in qualche modo trova il suo antefatto più significativo in un particolare momento della strategia industriale americana, di cui il genio di Gramsci colse e sottolineò l’importanza: quando cioè Henry Ford aumentò spontaneamente il salario dei suoi operai perché – disse – potessero comperare le sue automobili. In realtà proprio questo era il meccanismo: più reddito in grado di sostenere maggior consumo, capace cioè di assorbire una produzione sostenuta da un inarrestabile progresso tecnologico e pertanto in vertiginosa crescita.
Nello stesso periodo trovavano potenziamento qualitativo e esplosiva diffusione i mezzi di comunicazione di massa, cioè radio e soprattutto televisione, destinati a imporsi rapidamente come presenze imprescindibili nella vita di tutti, e come strumenti decisivi della sua qualità, in particolare in quanto mezzi di diffusione della pubblicità: uno strumento che (al di là della sua, peraltro imprescindibile funzione promozionale di merci, e quindi di induzione al consumo) si è andata imponendo come potente fabbrica di mode e modelli, addirittura come principale agenzia di cultura di massa.
Sono questi gli antefatti decisivi delle dinamiche economiche e comportamentali che definiscono la qualità umana più diffusa nella società attuale: la quale (per buona parte almeno) mentre da un lato si arricchisce, dall’altro fatalmente si impoverisce, fino a smarrire alcune delle migliori dimensioni tipiche della stessa natura umana e premesse della sua storia. E non potrebbe essere altrimenti in un mondo in cui (soprattutto a partire dall’89, con la caduta del muro di Berlino) si è andata progressivamente determinando la preminenza assoluta dell’economico su ogni altra dimensione; in tal modo praticamente cancellando la funzione e il peso della politica, via via sempre più a rimorchio del mercato. Il quale a sua volta, via via che assumeva dimensioni planetarie, puntava sull’estremo incrudelirsi di dinamiche concorrenziali, di fatto trasformate in una sorta di vera e propria guerra, dove solo la morte dell’avversario può garantire sopravvivenza: in obbedienza a comportamenti e scelte che fatalmente finiscono per segnare in misura decisiva anche spazi e rapporti di tutt’altra natura. Fino a determinare la qualità della società intera, ivi comprese le scelte di vita degli individui e i loro rapporti con gli altri.
In questo orizzonte infatti, in cui la dilatazione dei mercati, la quantità del prodotto, la crescita del Pil, a prescindere dai loro contenuti, s’impongono come il fine unico e indiscusso dell’agire sociale, reddito e consumo individuali non possono non essere vissuti come elementi primari di definizione della qualità e al limite dell’identità stessa della persona. Tanto più che innegabilmente tutto ciò, nel mondo occidentale, ha comportato un reale miglioramento delle condizioni materiali di ampie fasce di lavoratori, e in genere delle classi medio-basse.
Ma se l’acquisire, possedere, consumare, s’impongono quali obiettivi prioritari, o addirittura unici e imprescindibili, di ogni vita, così come la pubblicità implicitamente ma inesorabilmente suggerisce, e come i mezzi di comunicazione - quasi tutti - passivamente ribadiscono; se non bere quel determinato aperitivo è decisamente squalificante negli ambienti “che contano”; se non raggiungere almeno una volta un certo luogo di vacanza significa “valere” assai meno di chi abitualmente lo frequenta; se non avere una data automobile equivale a non esistere; se il consumo insomma mette in gioco la stessa identità della persona, anzi si impone come elemento decisivo di ogni identità, per le maggioranze diventa inevitabile seguirne l’invito: tanto più in una realtà come quella attuale, in cui la velocità del mutamento sociale e culturale di per sé rende incerta e difficoltosa la definizione e la difesa di un’identità sufficientemente solida.
Se poi competitività, rivalità, aggressività, prevaricazione, sono l’unico mezzo per riuscire in tutto ciò, e solo a questo modo ottenere, comperare, possedere l’oggetto del desiderio, diviene addirittura “normale”, assumere e praticare comportamenti ad esso conformi. E non importa se sono comportamenti al limite dell’illecito, o decisamente illeciti: non è un caso appunto che assai di frequente le cronache parlino di furti, pestaggi, perfino omicidi, a causa di un motorino, un cellulare ultimo modello, un giubbotto firmato, e simili; fatti tutt’altro che insoliti specie tra i giovani, cioè i soggetti psicologicamente più fragili.
Certo, si tratta di eventi-limite, e però indubbiamente indicativi di come l’artificiosa creazione della domanda - fondata sull’induzione sistematica di desideri, comportamenti, scelte di vita, funzionali a quella crescita oggi divenuta una sorta di vangelo- sia capace di deformare le coscienze, non di rado fino al limite del codice penale. E non è un caso che la corruzione sia oggi talmente diffusa, in ogni ambiente e a tutti i livelli, da essere considerata ormai un peccato veniale, qualcosa che appartiene alla normalità: così fan tutti…
Impoverimento è il tema di questo incontro. Non è impoverimento tutto ciò, cui vado sommariamente accennando? Un impoverimento - psicologico, culturale, comportamentale, sociale - che, paradossalmente, si è verificato non solo insieme all’arricchimento materiale, ma a causa dell’arricchimento stesso, e dei modi in cui si è andato realizzando. Cioè in sostanza in conseguenza del fatto che tra le due dimensioni fondanti del nostro esistere (quelle di cui già Engels parlava ne “L’origine della famiglia”, distinguendo tra “produzione delle merci” e “produzione degli uomini”) sia oggi la produzione delle merci ad imporsi non solo come indiscusso valore prioritario, ma come termine di riferimento e misura dell’agire collettivo, tendente all’assimilazione, e al limite all’identificazione tra “produzione degli uomini” e “produzione delle merci”.
Impoverimento
Non è impoverimento il fatto che la dimensione economica - in pratica la quantità - invada, e per gran parte determini anche quelle espressioni dell’attività umana che, per loro natura e di conseguenza per tradizione, ne sono state sempre rimaste immuni: come l’arte, la musica, la letteratura, la filosofia, i prodotti insomma più nobili e più esclusivi della nostra specie? I quali viceversa oggi, sempre più spesso, vengono risucchiati e inglobati nel gran circo - mediatico e non - dell’industria culturale, di cui la quantità, ancora una volta, è misura di valore; e spesso tutto ciò in qualche modo s’impone necessariamente, salvo l’insuccesso e al limite l’inesistenza.
Oggi - in questo campo come in ogni altro - c’è troppo di tutto: troppo anche delle iniziative più felici e delle loro migliori realizzazioni. Oggi ci sono troppi libri, troppe riviste, troppi dibattiti, troppi convegni, troppe mostre, troppi film, troppi concerti, troppi festival, troppe pubbliche letture, troppi “eventi”, come ormai vengono chiamate anche operazioni di puro mercato… E, se è vero che ciò non impedisce grandi meritati successi nei casi in cui qualità e attenzione pubblicistica si incontrano, non è raro il silenzio in casi di operazioni più che meritevoli. Ma ciò che a me pare innegabile è la complessiva dequalificazione derivante soprattutto dalla stessa quantità di un’ attività culturale complessivamente sempre meno degna di questo nome.
Così come il turismo di massa è una pessima caricatura di ciò che “il viaggio” è stato storicamente, ed era ancora alcuni decenni fa: scoperta di dimensioni esistenziali lontanissime dalla nostra, panorami impensabili, cresciuti nell’ambito e ad opera di civiltà a noi sconosciute. Oggi il viaggio, anche in terre lontane e mai visitate, significa assai spesso l’incontro con tante piccole e meno piccole Manhattan, con abiti di Lanvin e scarpe di Gucci, e pizza, Fast food, Coca-Cola, e così via… Tutto questo è impoverimento, individuale e sociale. Non credo lo si possa negare. E di nessun fondamento sono gli argomenti di chi vorrebbe accusare come antisociale e aristocraticamente snobistico un discorso di questo tipo: il turismo di massa ha distrutto l’anima delle grandi città d’arte, e non mi pare proprio che queste distratte comitive di persone che vi si aggirano ne traggano reali vantaggi: la quantità, logica portante del mercato, non è mai stata, né mai sarà coniugabile con la qualità.
Ma un altro fatto va annoverato tra le più pericolose manifestazioni di quell’ “impoverimento da quantità”, o se volete “impoverimento da arricchimento”, che è tema di questo incontro: il fatto cioè che proprio la quantità della produzione in crescita esponenziale, regola portante del capitalismo (proprio quella “crescita” che ad ogni momento, in ogni luogo e occasione, viene invocata come imprescindibile politica per il superamento della crisi, e dell’impoverimento che ne deriva), la quantità, ripeto, è la causa principale della crisi ecologica planetaria. Crisi che – come immagino sappiate, o almeno abbiate sentito dire – rappresenta la minaccia più grave per il futuro dell’umanità; e già ha provocato sciagure immani un po’ dovunque nel mondo.
I conti della natura
Forse può essere utile riandare le vicende di questo tipo (le più gravi almeno) verificatesi l’estate scorsa. Tutti immagino ricordiate la gigantesca polivalente catastrofe del Golfo del Messico, scoppiata in aprile e di fatto tuttora irrisolta. Seguì un maggio con “Laila”, il primo ciclone indiano (23 morti e più di 70mila profughi), e con una serie di alluvioni in Polonia, Ungheria, Serbia, Repubblica Ceca (almeno 9 morti, perdite per miliardi di euro); abbiamo avuto poi un giugno con 152 morti e oltre 100 mila dispersi in Guatemala, Honduras e Salvador, oltre a una gravissima siccità in Niger e Mali; e un luglio con una prima alluvione in Cina (123 morti o dispersi) e un’ondata di freddo polare sul cono sud dell’America Latina.
L’agosto portò temperature oltre i 50° in Russia (e incendi devastanti, giornate irrespirabili, perdite calcolate sui 15 miliardi di dollari, centrali atomiche a rischio e di nuovo l’incubo di Chernobil); e poco dopo fu la catastrofe Pakistana, gigantesca onda di piena che ha percorso l’intero bacino dell’Indo da nord a sud, ha sommerso un terzo del territorio nazionale, distrutto raccolti per 1 miliardo di dollari, ucciso 1600 persone, costretto 20 milioni a sfollare. Nello stesso periodo un’altra inondazione colpiva la contea cinese di Zhoku, in 24 ore causando oltre 700 morti.
D’altronde l’agosto non si è limitato a colpire il cosiddetto Sud del mondo, da sempre soggetto a tutte le maledizioni: un super-monsone ha allarmato l’Europa, con una corrente d’aria fredda penetrata nel nord del nostro continente, facendo soffrire prima l’Inghilterra, poi Francia, Nord Italia, Sicilia, Medio Oriente. Mentre una corrente di aria calda dal Sud Mediterraneo saliva verso nord, raggiungeva Repubblica Ceca e Russia:15 morti. Parlare di “impoverimento” è davvero inadeguato, ma non c’è dubbio che - oltre i lutti, le malattie, le devastazioni - tutti questi popoli, già prima non proprio in condizioni floridissime, si ritrovino ora molto più poveri.
E ciò continuerà ad accadere, anche a prescindere da catastrofi eccezionali. Basta che l’umanità insista nei consueti livelli di consumo. Proprio il 17 agosto scorso (ancora agosto!) il “Global Footprint Network” (nota organizzazione americana di ricerca ambientale) ha pubblicato, come ogni anno, lo stato dei “conti della natura”. I quali ci dicevano che, il 21 agosto, con un mese di anticipo rispetto allo scorso anno, l’umanità avrebbe esaurito tutte le risorse che la natura le aveva destinato come “riserva” da cui attingere nel 2010: sia per soddisfare i propri bisogni di sopravvivenza, sia per alimentare la produzione di ogni sorta, anzi - come la nostra economia vorrebbe - la crescita di ogni produzione.
Dal 21 agosto stiamo dunque consumando il “capitale” naturale. Ed è una netta rottura rispetto alla storia della specie umana, da sempre avvezza a un consumo di risorse inferiore a quello che il pianeta era in grado di rigenerare, e pertanto continuare a fornire. Da circa tre decenni abbiamo superato la soglia critica, ogni anno anticipandone la data: e - come commentano gli autori della ricerca - “la Natura sta per toglierci la fiducia”. Se l’umanità insiste su questa via, un grave impoverimento, molto concreto oltre che culturale, psicologico e comportamentale, ci aspetta.
Rischio di collasso
Occorre dire che di tutto ciò i responsabili delle nostre sorti - politici, economisti, grandi imprenditori - non sembrano in alcun modo preoccupati. L’ambiente, tema da tutti loro a lungo ignorato, oggi si pone al massimo come una sorta di variabile marginale, di cui si è costretti ad occuparsi quando ci colpisce direttamente, e inevitabilmente ci si trova a confrontarsi con una emergenza, ma che abitualmente viene accantonato, o al massimo ridotto a qualche provvedimento di piccolo riformismo: mentre la crescita produttiva, ormai da tutta la comunità scientifica indicata come la causa prima del dissesto ecologico, rimane l’obiettivo primo delle loro scelte.
Una politica di cui – come ho cercato di dire – è inevitabile conseguenza non solo l’impoverimento della qualità sociale, ma il rischio di collasso dell’intero ecosistema terrestre, con conseguenze che non vogliamo nemmeno provare a immaginare.
Testo della relazione svolta il 25 settembre 2010 al convegno organizza to dall'Associazione Itinerari e Incontri a Monte Giove, dedicato a «L'età dell' impoverimento».
Lavoro E Territorio/1
LA VERA RISORSA È LA SOCIETÀ CIVILE LOCALE
di Alberto Castagnola
È ormai evidente che una vasta porzione del movimento espresso dalla società civile italiana rifiuta nei tempi brevi i riferimenti alle scadenze elettorali e alle strutture partitiche; si punta invece ad un protagonismo attento e responsabile di centri di pressione politica costituiti da persone e gruppi di base, da campagne nazionali e comitati locali, da associazioni di scopo o da organismi rappresentanti di interessi prima sociali e poi economici. Se si adotta questo punto di vista, il panorama italiano descritto dal Censis, così depresso e demotivato, si trasforma in una società pulsante di attività, in un pullulare di iniziative creative e ricche di valori, in un continuo emergere di obiettivi realisticamente raggiungibili e di proposte costruttive osteggiate solo dai centri di potere economico che caratterizzano il sistema dominante e che trovano spesso sostegno nelle istituzioni e in alcune forze politiche.
Cosa manca quindi perché questo futuro così sentito e desiderato cominci a influire sui cambiamenti di portata sociale e sia riconosciuto come patrimonio comune di un paese capace di democrazia reale? Siamo infatti piuttosto convinti che questi protagonismi esistano già, ma non sono ancora riconosciuti, valutati, valorizzati e imitati, mentre prevalgono ancora spontaneismi poco efficaci, confusioni di piani di analisi e di operatività, eccessive semplicità di approccio ai problemi.
Facciamo quindi un primo tentativo di individuazione dei protagonisti già emersi e che dovrebbero essere moltiplicati in tempi brevi. È in tentativi di questo genere che il concetto di "territorio", tanto spesso richiamato nelle analisi di movimento, acquista concretezza e significatività e perde di astrattezza e senso di irrealtà. Elencare i nuovi protagonisti è relativamente facile: giunte comunali che si impegnano nella difesa del loro ambiente, comitati che si oppongono a opere pubbliche inutili o dannose, gruppi di base che lottano contro inceneritori, discariche o urbanizzazioni selvagge, gruppi di cittadini che impongono raccolte differenziate e pubblicizzazioni di beni comuni, famiglie che comprano direttamente dagli agricoltori o che scelgono prodotti biologici evitando gli eccessivi consumismi imposti dai supermercati, persone che si sottraggono ai processi di urbanizzazione forzata e tornano a rivitalizzare comuni abbandonati e terre eccessivamente sfruttate, iniziative di recupero di tradizioni culturali in via di sparizione, e la lista è certamente da completare.
Ogni volta che si mappano le risorse di un territorio circoscritto le sorprese sono infinite e la varietà delle culture all'opera emerge in tutta la sua ricchezza. Tuttavia, non si può trascurare il fatto che le singole esperienze possono essere accostate e confrontate ma non sommate a formare un sistema unico in via di affermazione. È infatti ancora abbastanza raro che le realtà più significative e vivaci vengano subito imitate in altri contesti e si diffondano a macchia d'olio; che i coordinamenti di realtà omogenee lavorino per la gemmazione e la moltiplicazione di entità analoghe in territori più lontani; che le reti nascenti organizzino subito delle mobilitazioni a scala territoriale maggiore; che famiglie e persone siano coscienti di essere i promotori di un futuro complessivo; che un diffuso senso di responsabilità porti a spingere perché in altri luoghi si inneschino meccanismo analoghi a quelli in corso.
Lavoro e Territorio/2
UN NUOVO MODO DI STARE AL MONDO PARLIAMONE
di Vittorio Sartogo
Il grande Galbraith, nel suo aureo libretto l'economia della truffa, sosteneva che le multinazionali, avendo bisogno di un ceto burocratico di direzione ma volendo evitare il discredito in cui versa questo termine, lo hanno chiamato management. Insomma, una piccola innocente truffa per mascherare la realtà di un potere manageriale e finanziario "potenzialmente tirannico", con la dominante determinazione di rafforzare solo se stesso. Lo certifica la vicenda delle stock options legate ai titoli Fiat: nel momento in cui l'azienda perde ulteriori quote di mercato, volano le prebende del management.
Nel seminario del Circolo romano del manifesto, il prossimo 22 gennaio, si argomenterà sul tunnel senza uscita sostenibile cui sta conducendo il volere «stare nel mondo», perché solo in questo mondo vi sarebbe la possibilità di salvare posti di lavoro. Stare, invece, "fuori dal mondo", ovvero in un altro mondo possibile, secondo un'antica formula, implica quel cambio di paradigma che molti auspicano, che vive in tantissime esperienze e lotte. Nella convinzione, come sosteneva Khun, il padre del concetto, che non si tratta soltanto di avere nuove idee, quanto piuttosto un nuovo punto di vista, un differente modo di affrontare i problemi in grado di modificare le concezioni delle persone. Insisteva tuttavia Khun a dire che «la decisione di rigettare un paradigma è sempre simultaneamente la decisione di accettarne un altro». Ed è per questo che la constatazione che l'attuale modo di produzione ed esasperato consumo sta producendo conflitti e iniziative che puntano su di una economia che valorizzi le opportunità che offre il territorio. Il paradigma del territorio appunto, o della riconversione ecologica dell'economia, secondo il quale si tratta di riconoscere quanto di positivo e alternativo va profilandosi nella concretezza di specifiche situazioni, per condurlo ad essere elemento portante di un salto di civiltà.
Ciò merita tuttavia un serio approfondimento in quanto: 1 - il territorio è una dimensione non neutra, essendo a sua volta un prodotto del capitale che lo plasma in funzione dei propri vantaggi; 2 - di conseguenza vi è una spinta inerziale che rende molto impervio cambiare comportamenti consolidati, cosicché la stessa capacità di autorganizzazione della società presenta difficoltà molto forti se non riesce a collegarsi alla comprensione delle tendenze di fondo; 3 - non è sufficiente muoversi dal basso, vista la scomparsa dell'opposizione politica e la drammatica inservibilità di gran parte delle sue proposte, poiché resta il problema della intermediazione politica per l'organizzazione dei settori strategici e della stessa regolazione statale e sovrastatale.
D'altra parte, una nuova economia, nuove politiche comportano una modifica sociale profonda e non possono essere ridotte ad elementi tecnici. La green economy e la cooperazione, per esempio, possono produrre altrettanti disastri se si riducono all'uso di nuove tecnologie lasciando immutata la flessibilità del lavoro come assicurazione dai rischi di investimento e la produzione in funzione di consumi tendenzialmente crescenti. Il punto politico essenziale da affrontare torna prepotentemente ad essere quello dei soggetti che scelgono, del predominio della democrazia nella guida delle scelte di politica economica. Elemento in conflitto insanabile con il pensiero dominante e con quello corrente.
In città si stanno moltiplicando i negozi con la vistosa insegna gialla «Compro oro». Erano pressoché sconosciuti fino a un paio di anni fa, ora crescono come funghi: appena un paio in centro, gli altri - decine - nelle ex barriere operaie, Borgo San Paolo, Barriera di Milano, Mirafiori sud... Acquistano tutto, anche le protesi dentarie. D'altra parte Torino ha fatto segnare nel 2010 il non invidiabile primato nella crescita dei pignoramenti di alloggi, con un +54,8% nei primi dieci mesi dell'anno rispetto al già duro 2009. E si calcola - sono dati impressionanti - che un 35-40% dei lavoratori metalmeccanici torinesi abbia fatto ricorso, nell'ultimo biennio, alla cessione del quinto dello stipendio, per pagare le rate in sospeso, o semplicemente per arrivare alla fine del mese.
È su questa Torino, su questo tessuto sociale allo stremo, che ha calato la scure del suo Diktat Sergio Marchionne, dall'alto del suo ponte di comando globale e dei suoi quattro milioni e mezzo di euro di stipendio annuo, quattrocentotrentacinque piani più sopra rispetto al reddito annuo di ognuno di quegli uomini e quelle donne che a Mirafiori - nel luogo in cui sono inchiodati per la vita o per la morte - dovranno domani votare se «arrendersi o perire». Più di novemila volte più in alto - una distanza stellare - se si considera anche il valore delle stock options accumulate, valutabili con un calcolo minimale intorno ai 100 milioni... Come faccia uno come Eugenio Scalfari a scrivere che non si tratta di ricatto ma di semplice «alternativa» è difficile da capire. Ma ancor più difficile da capire - loro non vivono come lui in un mondo rarefatto di letture e poteri - è come facciano a negarlo i sindacalisti che quell'accordo hanno siglato. E che non possono ignorare l'asimmetria abissale, il divario incolmabile che separa e distanzia le due parti contraenti segnando, appunto, la differenza tra un ricatto (a cui il destinatario non può sottrarsi senza rinunciare a una parte essenziale di sé), e un'alternativa, in cui in qualche modo la scelta è libera.
Ora è proprio in questo divario, in questa asimmetria assoluta che nella chiacchiera superficiale, politica e giornalistica, viene solitamente invocata per sostenere la necessità di accettare l'Accordo, la natura scandalosa dell'evento. Il fattore che rende quell'accettazione inaccettabile. E che sottrae la vicenda Fiat alla dimensione specifica di una «normale» vertenza sindacale per farne una questione etica e politica di rilevanza generale: un evento di natura «costituente». Perché quando in una società si crea un dislivello simile, quando le distanze tra parti sociali essenziali crescono a tal punto da costringerne una al silenzio e all'umiliazione, vengono meno le condizioni stesse di una normale vita democratica. Quando il principio di Uguaglianza viene a tal punto trasgredito, anche termini come Libertà e Giustizia perdono di significato, per assumere il volto tetro dell'arbitrio del più forte e dell'uso vessatorio delle regole.
Basta, d'altra parte, leggere le 78 cartelle in A4 della bozza di Accordo, diligentemente siglate pagina per pagina dalle parti contraenti, per rendersi conto della sproporzione tra le forze. Ognuna di esse trasuda, letteralmente, «asimmetria». A cominciare dalla «Clausola di responsabilità» che fa da preambolo, senza neppure uno straccio di accenno agli impegni assunti dall'Azienda per la realizzazione del «piano per il rilancio produttivo dello stabilimento di Mirafiori Plant», e invece minuziosamente precisa (direi minacciosa) nel sottolineare gli obblighi degli altri, con quelle due righe sul «carattere integrato dell'Accordo» per cui la trasgressione (collettiva o anche individuale) di uno solo degli impegni assunti costituirebbe un'infrazione grave, tale da fare decadere tutti i diritti acquisiti dalle organizzazioni sindacali contraenti... Per non parlare della procedura scelta dalla Fiat Group Automobiles per sfilarsi dall'accordo del '93 e dai vincoli del contratto nazionale dei metalmeccanici - per «far fuori» la Fiom! - con l'espediente della newco, in clamorosa violazione del dettato del nostro codice civile (art. 2112) in materia di «Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d'azienda» ... Come se, appunto, l'onnipotenza aziendale potesse prevalere su ogni normativa pubblica, nella stessa misura in cui le regole stipulate a livello d'impresa devono servire a null'altro che a sancire la volontà di potenza del vincitore.
Oppure si consideri il primo punto della «Regolamentazione per la Joint Venture», sull'Orario di lavoro. Dice che la proprietà potrà scegliere tra un ampio ventaglio di opzioni - «schemi» li chiamano - con una sorta di menu à la carte nel quale vengono ricombinate le vite dei lavoratori: 15 turni (8 ore su tre turni, mattino, pomeriggio e notte, per cinque giorni la settimana); oppure 18 turni (8 ore su tre turni per sei giorni la settimana, quindi compreso il sabato); oppure, ancora, in via sperimentale, 12 turni (ognuno di 10 ore giornaliere, due turni al giorno per sei giorni la settimana). Nei casi in cui l'orario settimanale superi le 40 ore, è previsto un recupero giornaliero la settimana successiva, ma esso è puramente teorico dal momento che l'Accordo prevede anche 120 ore di straordinario obbligatorio (aumentabili fino a 200), a disposizione dell'azienda che le potrà utilizzare per saturare in periodi di picco nella produzione anche i periodi di riposo infrasettimanale. Le pause, a loro volta, saranno ridotte da 40 a 30 minuti, tre per turno, in ognuna delle quali il lavoratore dovrà scegliere se andare in bagno, sedersi un attimo per prendere fiato o tentare di addentare uno sneck (dal momento che la pausa mensa potrà essere spostata a fine turno e lavorare otto ore in piedi senza soste e senza mettere nulla in corpo non è sopportabile). In compenso la riduzione delle pause sarà compensata con un controvalore di 32 euro al mese, circa un euro al giorno (più o meno quanto si dà a un lavavetri al semaforo).
Dentro questa griglia ci sono le vite di alcune migliaia di uomini e di donne. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie, con la loro organizzazione spaziale e temporale, con la loro rete di relazioni, con le loro concrete esistenze. Ci sono, appunto, delle «persone»: c'è il loro «tempo di vita», divenuto una sostanza spalmabile a piacere dall'impresa sulle proprie catene di montaggio, tra i pori del proprio «tempo di saturazione» (quello che divide l'ora in 100.000 unità di tempo micronizzato, secondo i dettami della nuova «metrica del lavoro»), a seconda di ciò che comanderà, momento per momento, il mercato. E dobbiamo chiederci, a questo punto, quale concezione del mondo stia dietro a questa visione. Quale idea di uomo (di «persona umana») e di società ispiri un tale progetto. E se l'argomento «definitivo» - quello con cui si taglia ogni discorso, si mette a tacere ogni obiezione - della «globalizzazione» e dei suoi impersonali dogmi sia sufficiente a giustificare una tale macelleria sociale ed esistenziale.
Ecco perché la «sfida» lanciata da Marchionne non è una «questione privata». Non può cioè essere limitata al rapporto tra la Fiat e il «suoi» operai (e non dovrebbe essere affidata solo al voto «con la pistola puntata alla tempia», di quegli operai che non devono essere abbandonati a se stessi), ma riguarda tutti noi, in quanto cittadini. Riguarda l'orizzonte in cui ci troveremo a vivere nei prossimi anni. Non è uno strappo contingente alle regole. È uno tzunami, che scardina le basi stesse del sistema di relazioni industriali e, più in generale, del nostro ordine sociale e produttivo. L'hanno sottolineato i più autorevoli osservatori non vincolati da obblighi di carattere servile, da Carlo Galli (in un lucidissimo articolo su Repubblica) a Ulrich Beck, uno che di «società globale» se ne intende. Farebbero bene ad accorgersene anche i nostri «re tentenna» del partito democratico (quanto filisteismo c'è nel Fassino che dice «se fossi un operaio voterei sì»), e quanti pretendono di esercitare funzioni di rappresentanza.
Se dovessimo accreditare l'idea della globalizzazione che da quel «fatto compiuto» si manifesta - se dovessimo davvero attribuire a quel sistema impersonale di vincoli carattere d'inderogabilità e alle sue ricadute sui territori natura di nuova «costituzione materiale» - allora dovremmo rivedere tutti i nostri concetti portanti: di cittadinanza, di democrazia, di legittimazione e di diritto. Così come se dovessimo ritenere inaggirabile quell'ukase - se ai lavoratori non dovesse più rimanere altra alternativa che quella tra la perdita del posto o l'accettazione di una condizione esplicitamente servile del proprio lavoro, se il lavoro conservato dovesse rivelarsi irrimediabilmente incompatibile con diritti e dignità -, allora non ci resterebbe davvero che organizzare un esodo di massa, fuori dalle mura dentate delle fabbriche, lontano dallo stato di «salariato». Oltre, davvero oltre, la modernità che abbiamo conosciuto e che non era fatta di asservimento e subalternità (come vorrebbero i nostri «modernizzatori» tardivi), ma di conflitto e di diritti faticosamente contesi.
La globalizzazione è un boomerang. Ieri le nostre aziende lo lanciavano entusiaste verso le delocalizzazioni cinesi o est-europee, oggi torna indietro e si schianta sulla testa dei lavoratori italiani. Un prezzo l’avevano già pagato allora, perdendo il posto a favore di operai stranieri. Ora fanno il bis, con il ricatto ormai dentro casa: questa è la nuova offerta, prendere o lasciare. Peccato, osserva Ulrich Beck, uno dei massimi sociologi viventi, che questa alternativa brutale sia il viatico per la futura irrilevanza della nostra industria. Perché più si tagliano i diritti, più si riduce l’identificazione del dipendente con il datore di lavoro. E, in ultimo, si deprimono produttività e creatività, le uniche armi sensate che ci restano per competere con i Paesi emergenti. Teorizzando la «società del rischio» lo studioso tedesco è stato tra i primi a metterci in guardia contro l’illusione che i problemi distanti non ci toccassero. Gli chiediamo quindi, adesso che è toccata a Pomigliano e poi a Mirafiori, come il caso Fiat e i suoi apparentemente inesorabili aut aut ci aiutino a ragionare intorno alla crescente separazione tra capitale e democrazia.
Già alla fine degli anni ‘80 scriveva che i rischi globali sono i nostri rischi. Oggi la globalizzazione entra nelle nostre fabbriche e ne cambia le regole. Possiamo resistere? E come?
«Quello della Fiat è un ottimo esempio di come la globalizzazione può essere usata come nuovo gioco di potere per cambiare le regole del potere. Assistiamo infatti all’emancipazione dell’economia dai vincoli nazionali e democratici. Gli stati del XIX secolo avevano prodotto istituzioni per ridurre i danni che il capitalismo industriale poteva provocare. Il matrimonio di allora tra potere e politica sta però finendo in divorzio. Il potere è sempre meno democratico, meno legale, più informale, parzialmente trasferito a un capitale sempre più mobile e al mercato finanziario. E in parte agli individui, che dovrebbero tutelarsi da soli».
A giudicare da come stanno andando le cose, non sembra facilissimo difendersi da soli...
«Certo che non lo è. Mi viene in mente un caso simile accaduto in Germania. Nel 2001 la Volkswagen voleva che i suoi operai lavorassero più a lungo, per una paga minore e con meno diritti. O accettavano di entrare in una newco apposita, oppure avrebbero spostato quella parte di produzione in Slovacchia o in India. Tutti, dai sindacati al cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, la giudicarono un’idea meravigliosa. E si congratularono poi per aver evitato quell’emorragia verso l’estero. Vedo però una differenza importante. Dentro Vw c’è un consiglio internazionale di lavoratori da interpellare ogni volta che l’azienda prova a delocalizzare in Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Un contropotere al management che, pur agendo all’interno della legge, è sempre meno legittimato rispetto alla comunità nazionale che lo esprime».
In Risikogesellschaft lei immaginava una società cosmopolita come «nesso globale di responsabilità in cui gli individui, e non solo i loro rappresentanti, potranno partecipare direttamente alle decisioni politiche». Qui però assistiamo all’opposto. I lavoratori non hanno alcuna voce in capitolo. Poca o punto anche i politici. È questo il futuro delle relazioni tra capitale e diritti?
«Devo ammettere che è un buon contro esempio al mio ottimismo di allora. Credo ancora che gli individui, ad esempio i consumatori con una coscienza politica, siano un gigante dormiente. Se si mettono insieme, se si organizzano, la loro decisione di comprare o non comprare qualcosa può valere quasi più di un voto. La stessa azione coordinata si può pensare per i lavoratori. Su scala internazionale c’è una competizione di sistemi economici e molti fanno notare come quello cinese sia più efficiente di quello occidentale. Ma lo è a scapito della democrazia. Bisogna inventare altri modelli».
L’occidente si vanta di esportare la democrazia, quando serve anche in punta di baionetta. Perché non esportiamo anche la democrazia nel mercato del lavoro che caratterizzava la nostra civiltà?
«La democraticità del capitale non si gioca più all’interno di una nazione. Questa domanda dovrebbe girarla all’Unione Europea. Uno dei motivi per cui la Ue ha così tanti problemi a essere accettata dalla popolazione è che si occupa solo del mercato, da una prospettiva neoliberale. Se iniziasse a pensare a come garantire una sicurezza sociale ai lavoratori degli stati membri, la sua reputazione ne gioverebbe».
Lei conosce l’obiezione dei manager: per rimanere competitivi bisogna rinunciare a qualche diritto. La convince?
«È un argomento immanente, buono solo in limitati contesti. Pensando invece ai lavori a più alta qualificazione, quelli su cui possiamo ancora essere competitivi, più si tagliano i diritti più si riduce l’identificazione del dipendente con l’azienda. E con essa la flessibilità e la creatività che servono per prosperare. Alla fine, ridefinendo Stato e sindacati in una dimensione transnazionale, anche le aziende si accorgerebbero che democrazia e produttività sono due lati della stessa medaglia».
Intanto però assistiamo alla svalutazione del lavoro, inteso solo come contropartita di un salario. Prima era anche altro, ovvero uno strumento di dignità e di libertà. Cos’è andato storto?
«Forse possiamo recuperare da Marx l’idea di internazionalizzazione della classe operaia. Ma se vogliamo reinventare la politica del lavoro all’alba del XXI secolo dobbiamo renderci conto che viviamo in un mondo policentrico e tentare nuove alleanze: tra lavoratori e consumatori, tra stati, riorganizzando la Ue. Ciò che manca in questo dibattito è una sinistra non nostalgica del vecchio welfare state nazionale ma aperta a diventare la controparte dell’attuale capitale transnazionale».
Per il momento da noi chi critica questo smottamento nei diritti viene etichettato come conservatore, come qualcuno che rema contro il progresso. È così?
«No, direi che è vero il contrario. Negli ultimi 10-20 anni le politiche neoliberali sono state presentate come il progresso ma adesso ci si rende conto che sono categorie zombie. Ci avevano promesso «più mercato, meno poveri», ed è accaduto l’opposto. Lo stesso con la crisi finanziaria. La visione neoliberale che anche l’Europa ha adottato ha fallito su tutta la linea. Dovremmo provare a superarla con una visione social-democratica. Magari con un’aggiunta ambientalista. E, ovviamente, transnazionale».
La globalizzazione si regge sulla delocalizzazione verso Paesi più economici. Così le aziende risparmiano e si arricchiscono. Ma perché parte di quei profitti non viene ridistribuita, secondo un principio di vasi comunicanti, anche tra i lavoratori dei Paesi in cui quelle aziende hanno sede?
«In primo luogo perché le compagnie sono sempre più globalizzate anche al loro interno. BP, oggi, non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum. Ovvero una multinazionale che paga le tasse in Svizzera e opera in numerosissimi stati. È difficile dunque dire qual è la reale sede di quella compagnia. In secondo luogo perché la ridistribuzione della ricchezza è stata compito degli stati nazionali. Solo un’Unione europea più ambiziosa, con un bilancio e tasse comuni, potrebbe attaccare questo problema. Ma sinché a Bruxelles regnerà l’ideologia neoliberale, resterà l’ennesima possibilità non colta».
La vicenda della Fiat di Pomigliano d'Arco, con l'imprevedibile voto dei suoi operai che respingeva il ricatto sul lavoro in nome della tutela della sua dignità, ha aperto un proficuo dibattito nella sinistra sociale e politica. Il seminario del 22 gennaio prossimo a Roma rappresenta una occasione da non lasciar cadere. Mi riferisco in particolare alla risposta critica di Rossana Rossanda ad una proposta di Guido Viale di riconversione ambientale dell'industria apparsa sul manifesto. Il tema era: la tutela dell'occupazione è un bene che viene prima di ogni altro o no?
L'altro tema posto nelle vicende di Pomigliano e di Mirafiori è il rapporto tra lavoro e diritti. Fino a che punto la necessità del lavoro deve mortificarne la dignità? Il metodo Marchionne salva il lavoro, come pontificano i cosiddetti riformisti, oppure lo riduce ad una moderna forma di schiavitù?
La Fiom il 16 ottobre ha convocato a Roma una grande manifestazione sotto la parola d'ordine «il lavoro è un bene comune» per dire che esso deve essere difeso senza essere immiserito e schiavizzato. Ma per essere considerato un bene comune il lavoro deve testimoniare anche la sua utilità sociale. Edoardo Salzano su Eddyburg ha posto tale questione in termini corretti: «Il lavoro è necessario all'uomo solo perché riceve in cambio una retribuzione che gli consente di sopravvivere e vivere, oppure il significato del lavoro, la sua utilità e necessità per l'uomo (e per la società) ha un'altra e più profonda (più radicale) ragione? [...] Esso peraltro, per poter essere erogato e socialmente utilizzato, ha bisogno di un riconoscimento di utilità sociale al quale corrisponda l'assegnazione al lavoratore di una quota di reddito commisurata alle sue esigenze».
Ne consegue che conciliare la funzione sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale che soddisfi bisogni vitali per gli individui, implica un cambio di paradigma dell'attuale modello di sviluppo, fondare una economia alternativa e sostenibile, diversa da quella imposta dalla globalizzazione, spesso estranea e lontana dai bisogni della società.
Come si costruisce un'altra economia alternativa, e soprattutto con quali soggetti? Che ruolo si devono assumere, in particolare, il mondo del lavoro e le loro organizzazioni sociali? Se il lavoro è un bene comune, non può eludere le domande che non hanno trovato ancora risposte adeguate e convincenti nel movimento sindacale: cosa, come, dove e per chi produrre? Il lavoro può affermare la sua utilità e responsabilità verso la società e le comunità locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l'economia e non ne rimane succube. Solo il lavoro che si libera della sua subalternità al primato dell'economia e rifiuta la condizione di sottoprodotto passivo dell'organizzazione aziendale del profitto può ri-proporsi come soggetto della trasformazione e come forza produttiva al servizio del bene comune e di una economia sostenibile e validata socialmente.
Ciò richiede una forte innovazione nel movimento sindacale (penso alla Cgil) che deve innanzitutto uscire dal recinto della rappresentanza fordista e dalle gabbie delle compatibilità della globalizzazione, per proporsi come rappresentanza sociale di tutti i lavori, riscoprendo e valorizzando la dimensione territoriale e confederale del suo agire, superando a questo livello la separazione tra lavoro e non lavoro, tra lavoro tutelato e lavoro precario, tra lavoro formale e informale, tra produzione e consumo, e pensando a forme di nuova democrazia economica come spazio pubblico partecipato, attuando l'articolo 46 della Cost. al fine di esercitare un controllo democratico e sociale sui fini della produzione, sulla qualità dello sviluppo, sulla responsabilità sociale dell'impresa. Si tratta di ripensare lo sviluppo e la crescita nella dimensione territoriale, con produzioni e mercati alternativi a quelli globali. Le camere del lavoro possono diventare protagoniste di questo processo favorendo l'apertura di cantieri o laboratori territoriali per progettare la qualità urbana, produrre accordi con la contrattazione territoriale a sostegno dei diritti di cittadinanza, promuovere i beni comuni e sostenere lo sviluppo locale. Sarebbe l'occasione per la Cgil per proporsi come soggetto unificatore a livello sociale del grave disagio di cui soffre il mondo del lavoro e del rifiuto ad un destino di precarietà da parte delle nuove generazioni. È un caso che, dopo tanti anni, giovani, studenti e lavoratori oggi si cercano nel fuoco del conflitto e dello scontro sociale?
Ci sarà pur una ragione per cui la totalità dell'establishment italiano, dal Foglio della ex coppia Berlusconi-Veronica a Pietro Ichino - quel che resta della componente pensante di un partito ormai decerebrato) - converge nel chiamare «modernizzazione» il diktat di Marchionne («o così, o si chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni; ridotte capacità lavorative - provocate dal lavoro alle linee - 1500 su 5200; molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti per soddisfare - in coda - i bisogni fisiologici (a quell'età la prostata comincia a pesare; e nessuno lo sa meglio dell'establishment italiano, ormai alla grande sopra i 60); mensa anche a fine turno (otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di straordinario obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più - è un altro discorso, ma non meno importante - divieto di sciopero per chi non accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da, chi è d'accordo con il padrone. Mentre «converge», l'establishment nel chiamare invece «conservazione» - o anche «reazione»; così Giovanni Sartori sul Corriere dell'8 gennaio - la scelta di opporsi a questo massacro. Nessuno di quei sostenitori della modernità si è però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia» della Fiat, nel cui nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha qualche probabilità di essere realizzato.
Vediamo. Nessuno - tranne Massimo Mucchetti - ha rilevato che i 20 miliardi dell'investimento investimento non sono in bilancio e non si sa da dove verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa saranno destinati. Per ora le promesse sono 1.700 milioni di «investimenti» per due fabbriche, 10.700 lavoratori e tre nuovi «modelli» di auto, per una produzione complessiva di circa mezzo milione di vetture all'anno. Fanno, poco più di 150mila euro per addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre anni, poco più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra Suv, Alfa e Panda, di 20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro prezzo). Se una parte dei nuovi impianti, come è ovvio, servirà anche per i modelli successivi, l'investimento per vettura è ancor meno. Non gran che.
Nessuno - o quasi - si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di vendere in Europa un milione all'anno in più delle vetture che promette di produrre in Italia. Di fronte a un mercato di sostituzione, nella migliore delle ipotesi, stagnante, vuol dire sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle imprese francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio ora che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in Europa. Per riuscire a piazzare mezzo milione all'anno di Alfa (vetture, non marchio), è già stato detto che dovrà venderle sulla Luna. Che le quotazioni della Fiat crescano è solo il segno che la Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore». Nessuno - nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto» ed è molto in ansia per le sorti del pianeta - si è veramente chiesto che futuro abbia, tra picco del petrolio, contenimento delle emissioni e misure anticongestione e inquinamento, l'industria dell'automobile in Europa e nel mondo. Eppure il tema meriterebbe qualche riflessione. In Europa c'è già un eccesso di capacità produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il sole24ore del 6 gennaio ci informa che "nei prossimi cinque anni" anche in Cina - la nuova frontiera del mercato automobilistico mondiale - ci sarà una sovracapacità produttiva del 20 per cento.
Per il momento - la Repubblica, 7 gennaio - apprendiamo che «Pechino soffoca tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono stati contingentati e sottoposti a un sorteggio i permessi di circolazione. E qualche tempo fa una coda di cento chilometri alle porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non sono buone notizie per l'industria automobilistica. Ma anche il governo della «locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La desertificazione è il problema ecologico più grave del paese» ha affermato Liu Tuo, capo dell'ufficio cinese per il controllo della desertificazione (il manifesto, 6 gennaio). Niente a che fare con la produzione e la messa in circolazione di 17 milioni di auto, aggiuntive, non sostitutive, in un anno?
La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della quale è sceso in campo, con spirito militante, tutto l'establishment italiano, è questa: una corsa verso il basso delle condizioni di chi lavora, facendo delle maestranze di ogni fabbrica una truppa in guerra contro le maestranze della concorrenza (sono peggiorate molto anche quelle degli operai tedeschi e francesi, nonostante i salari più alti: basta considerare l'aumento delle malattie professionali) e, come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del pianeta Terra.
Se questa è la «modernizzazione» - e che altro, se no? - diventa anche chiaro che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue conseguenze.
Non la «conservazione» dell'esistente - sarebbe troppo comodo - come sostengono i fautori delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ma la progettazione, la rivendicazione e la realizzazione di un mondo totalmente altro, dove la condivisione sostituisce la competizione e la cura dei beni comuni sostituisce la corsa all'appropriazione privata di tutto e di tutti: il che ovviamente non è questione di un giorno o di un anno - e in parte nemmeno di uno o due decenni - né di una semplice dichiarazione di intenti, per quanto articolata e documentata possa essere.
Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma sapendo che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da migliaia di comunità e da milioni e forse miliardi di esseri umani), ciascuno a modo suo, cioè secondo le condizioni specifiche in cui si trova a operare e a cooperare con il suo prossimo, aspira e già lavora in questa stessa direzione. Nello stesso numero citato de il Sole24ore, un articolo dal titolo "Tra gli operai, un sì per il futuro" (ma il testo dice esattamente l'opposto) registra una condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa invece l'establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa dicendo che non c'è alternativa. «Però - sostiene un quadro della Fiom - la posta in palio è il lavoro, e chi si fa blandire dalle sirene degli estremismi e dalle ideologie sbaglia strada». «O sa - aggiunge - di avere qualche alternativa pronta».
Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte». Quindi bisogna approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che l'alternativa è la conversione ecologica del sistema industriale e innanzitutto, per il suo peso, il suo ruolo e le sue devastazioni, dell'industria automobilistica - che non vuol dire automobili ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile - lo ha capito anche la Fiom. La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari hanno scelto per sé la funzione di guardiani del regime di fabbrica: che era quella dei sindacati «sovietici» ed è quella dei sindacati della Cina «comunista».
Cambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve cercare sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori delle fabbriche Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui aderiscono anche molti membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il 23 a Marghera un primo seminario per discuterne e affrontare il problema della riconversione. È un progetto che intende coinvolgere la totalità dei movimenti ambientalisti, gran parte dei comitati e dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un altro mondo possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della scuola, dell'università, della ricerca e della cultura imposta dal governo, che su questi temi può trovare il terreno più fertile per dare continuità e respiro strategico al proprio impegno (www.guidoviale.blogspot.com).
Il dibattito odierno sul Risorgimento è surreale e strumentale. Si nega il valore storico dell’unità italiana, mirando alla frantumazione territoriale e corporativa. Oppure c’è indifferenza, nell’assenza di una religione civile all’altezza di un paese moderno ». Parla dell’oggi Giovanni De Luna, 67 anni, salernitano, storico contemporaneo a Torino, e studioso di Lega, antifascismo e Novecento di massa (Il corpo del nemico ucciso, Feltrinelli). La sua tesi suona: l’Ottocento è lontano. E l’ identità italiana va costruita su nuovi paradigmi di cittadinanza. Non più su quello classico dello «stato-popolo-nazione». Vediamo in che senso.
Professor De Luna, tra apatia istituzionale, boicottaggio della Lega e disinteresse, l’anniversario dell’Unità d’Italia non pare coinvolgere gli italiani. Come mai?
«Intanto c’è grande differenza con i precedenti anniversari. Nel 1911 ci si specchiava nello sviluppo industriale dell’era giolittiana, e nell’orgoglio dinastico dell’Italia sabauda assurta a potenza. Nel 1961 c’era il boom economico di un paese ricostruito dopo la guerra, e la fierezza di Torino divenuta metropoli.Due celebrazioni che alimentavano ottimismo e anche dibattiti storiografici molto accesi, sui limiti del Risorgimento dall’alto, etc. Stavolta, 150 anni dopo, c’è una crisi gravissima che travolge ogni possibile orgoglio. E poi c’è al governo la Lega che contesta l’Unità d’Italia in sé, una cosa senza precedenti ». Nonesiste piùunostraccio diborghesia nazionale con ambizioni europee e che tenga al «valore Italia»? «C’è stata una deriva mercantile totale del sentimento nazionale, visto al più come mero passaporto per il benessere, così come fu per i tedeschi dell’est dopo il crollo del Muro. Come se l’essere italiani fosse un logo, una tessera “spesa amica”, per accedere ai consumi. Il mercato ha strutturato e saturato ogni emozione, e se l’Italia non è una cosa che si mangia...».
Non è che nel Risorgimento non vi fosse il mercatismo, accusato anzi di travolgere il meridione...
«Certo, ma il dibattito sul Risorgimento riguarda solo uno spicchio della nostra storia. Ci sono stati il fascismo, le guerre, la prima repubblica e poi la cosiddetta seconda. Nessuno si interroga sullo straripante Novecento e ci si accapiglia sull’Unità d’Italia solo per demonizzarla, come fomite di tutti i mali successivi. Hanno inciso sul paese molto più il fascismo, peculiarità italiana, e la violenza di massa di due guerre mondiali».
Davvero il Risorgimento, censitario e classista, non anticipò nessuno dei mali a seguire?
«Sì, ma è come confrontare capre e cavoli. L’Ottocento non dice più nulla all’oggi. Salvo, ovviamente, prendere atto delle tante anime risorgimentali: neoguelfa, mazziniana, sabauda, repubblicana, monarchica. Come per la Resistenza: radicale, azionista, moderata, comunista. Discussione sacrosanta, che non revoca in dubbio il valore positivo dell’Unità d’Italia, che tutte quelle anime perseguivano e che tale resta ».
Cosa ci abbiamo guadagnato e ci guadagniamo con quel valore?
«Senza il Risorgimento saremmo restati un’espressione geografica, una congerie di staterelli tagliata fuori dalla competizione internazionale: politica, militare ed economica. Ci voleva uno stato per l’accumulazione industriale. Oggi il problema è un altro. È la religione civile che manca. E per colpa di una classe dirigente che negli ultimi venti anni non ha costruito nessuna etica civile».
Ha vinto la religione incivile del populismo privatistico?
«Appunto: tutti figli del benessere, la ricchezza come unico riferimento. Nutrito di rancore e aggressività. Competizione e maledizioni. Eccolo il fallimento. Con una eccezione: il Quirinale. Unico luogo coesivo di religione civile, con limiti e affanni. E senza partecipazione vera. In più, conun sistema politico privo di interesse al riguardo. Dall’aziendalismo di Berlusconi, all’etnicismo leghista, alla fragilità di una sinistra che ha smesso di avere un’idea di nazione, dopo aver buttato a mare il suo passato ingombrante».
Più che un vuoto, c’è stata una catastrofe identitaria?
«Crollato il patto della memoria, stabilito tramite l’antifascismo nel dopoguerra, nonè rimasto nulla. La politica non è stata capace di recintare alcuno spazio pubblico della memoria. Con l’eccezione della Presidenza della Repubblica, da Ciampi a Napolitano. Troppo poco».
Non c’è confronto con altri paesi. Ad esempio con gli Usa, che celebrano convinti il loro stato nazione...
«Negli Usa il valore della religione civile americana è persino sacrale, basta ascoltare il linguaggio di Obama».
Restando all’identità, lo storico Alberto Maria Banti ha contestato come criptorazzista la retorica risorgimentale. Basta dunque col popolo-nazione?
«Ripeto, l’Ottocento è lontanissimo e una certa eredità nazionale identitaria non è più spendibile. Lo stato- nazione è imploso, incapace di fare religione civile, e non solo in Italia. Anche Francia e Spagna non riescono più a governare unitariamente la memoria, tra querelle sul colonialismo e patti di pacificazione sul Franchismo che saltano. Occorre trovare altri valori per ricostruire un Pantheon repubblicano».
Da dove ricominciare, visto che Ciampi e Napolitano non bastano?
«Non credo alla memoria condivisa, maa una tavola di valori repubblicani universali. Purtroppo l’unico valore proposto al momento è la memoria delle vittime: della mafia, della Shoah, foibe, terrorismo, catastrofi naturali. Ma le vittime non pacificano. Gridano rancore, vendetta, sovrastandosi con la voce a vicenda. Qui il fallimento della nostra classe dirigente: l’incapacità di costruire un’alternativa».
Allora, se le cose stanno così, hanno ragione quelli che vogliono rottamare un’identità nazionale ormai inutile
e invisibile? «Inutile nella sua dimensione ottocentesca, non in quella post-novecentesca. Che deve confrontarsi con l’integrazione dei cittadini non italiani. Problema ignoto allo stato-nazione risorgimentale. Goffredo Mameli può rappresentare un valore per i cittadini extracomunitari? Semmai vanno recuperate le virtù positive di Mameli. L’eroe dolce e tollerante descritto da Garibaldi, non il guerriero nazionale».
Anche gli Usa includono nel nocciolo ideologico «wasp» il pluralismo etnico, non le pare?
«Loro hanno il giorno del Ringraziamento e la festa di San Patrizio per gli irlandesi...».
La Lega nella Provincia di Padova cancella 25 aprile e PrimoMaggio, e include la Festa di San Marco.
«Cancellano le date più inclusive e fanno capire bene chi vogliono includere: la loro gente».
In conclusione, si può vivere senza un’idea d’Italia pur nell’eclisse dello stato-nazione?
«No, ma ci vuole una nuova costellazione valoriale. Lontana dalla retorica nazionale ottocentesca e dalla temperie vittimaria delle catastrofi di massa novecentesche, che hanno inciso sulla nostra identità ben più degli anni risorgimentali. E in tal senso, penso alla virtù civile della “mitezza”, come la evocava l’ultimo Bobbio. Significa essere contro prepotenza e arroganza e per l’inclusione fraterna. Esempi? Tanti: Colorni, Willy Jervis, Pietro Chiodi, laici o valdesi, gente perseguitata ma non vittimista. Patrioti repubblicani e italiani davvero diversi».
Risorgimento e lotta fra storici:
quello che oggi c’è da leggere
La bibliografia sul Risorgimento è ovviamente sterminata. Ma molto schematicamente due sono state le interpretazioni chiave che si sono contese il campo. Quella liberale e quella marxista. La prima è incentrata sulla necessità e sulla virtù intrinseca del Risorgimento moderato e «dall’alto», inseparabile dal genio di Cavour e dalla volontà sabauda di procedere all’unificazione: usando la spinta democratica. La seconda, gramsciana soprattutto, è tesa a denunciare il «Risorgimento senza popolo» e senza riforma agraria, e il suo carattere «passivo» e indotto. Quanto alla prima segnaliamo il Cavour di Rosario Romeo (Laterza) e sempre diRomeoRisorgimento e Capitalismo (Laterza, 1961). Di Gramsci e su Gramsci, che svolge la sua riflessione nei Quaderni del carcere, si veda in chiave antologica L’essenziale di Antonio Gramsci. Il Risorgimento e l’unità di Italia (intr. di C. Donzelli, Donzelli, pp . 203, 2010, Euro 9,50). Tra i volumi più originali, di taglio «neorevisionista» ma non certo «negazionista », Lucy Riall (storica irlandese), Il Risorgimento. Storia e interpretazioni (Donzelli, pp. 137, 1997). Che dà rilievo alla non ineluttabilità del processo unitario, al brigantaggio e agli squilibri territoriali dei vecchi stati peninsulari. In una luce antiretorica e decostruttiva, due libri recenti, a cura e di Alberto Maria Banti: Nel nome dell’Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti e nelle immagini. Laterza, pp. 424, 2010, Euro 24) e Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al Fascismo (Laterza, pp. 208, Euro 18, 2010). Sulla storia antecedente il Risorgimento, antica o più a ridosso, due libri importanti: Storia degli antichi stati italiani (Laterza, pp. 278, 1996), a cura di G. Greco e M. Rosa; Francesco Bruni, Italia. Vita e avventure di un’idea (Il Mulino, pp.550, Euro 35, 2010), fondamentale per la genesi e la trasmissione nei secoli dell’autopercezione nazionale. Dai primi abitanti della penisola alla fine dell’Antico regime. Su traumi e fratture dell’identità nazionale si veda infine Emilio Gentile,Né stato né nazione. Italiani senza meta (Laterza,pp. 112, Euro 9, 2010).
Lo storico Banti spiega il suo saggio: "Ecco ciò che il Regime ereditò dall´Unità" - Il bellicismo virile, la patria come comunità sacrificale, il fondamento biopolitico della nazione tornano nel Ventennio, dice lo studioso. Le cui tesi più volte hanno fatto discutere
Cari democratici, fate attenzione a usare i termini di "patria" e "nazione". Sembrano politicamente corretti, in realtà contengono valori come "discendenza di sangue" e "memoria storica esclusiva e selettiva" che non hanno niente di democratico. Ed ancora, possiamo pensare che oggi la Repubblica Italiana abbia davvero bisogno di un´identità "nazionale"? Fin qui Alberto Mario Banti, uno dei più accreditati risorgimentisti italiani, ordinario di Storia contemporanea all´Università di Pisa, non nuovo a sorprendenti sortite sul movimento nazionale, ora artefice di un inusuale epitaffio del discorso nazional-patriottico (Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, pagg. 208, euro 18). Se una ventina d´anni fa Gian Enrico Rusconi si interrogava se eravamo ancora una nazione, oggi lo storico pisano rovescia l´interrogativo: ma è proprio necessario essere una nazione o, meglio, è necessario esserlo come lo intendevano i padri fondatori?
Tutto il ragionamento di Banti si fonda su quelle che egli indica come "figure profonde del discorso nazionale", ossia immagini, miti, allegorie che strutturano la retorica risorgimentale. In questo repertorio nutrito da memorie, diari, inni, poesie, romanzi, lo studioso isola tre figure – la nazione come parentela/famiglia, la nazione come comunità sacrificale, la nazione come comunità sessuata – mostrandone l´integra presenza ed efficacia nella propaganda fascista e perfino nelle argomentazioni razziste fiorite intorno alle leggi del 1938. Da questa continuità/contiguità tra retorica risorgimentale e retorica fascista, fondata secondo Banti sulla "comune concezione genealogica e biopolitica della nazione" e sul "nesso simbolico tra il sangue e la terra", lo studioso ricava le ragioni che rendono oggi improponibile e addirittura pericoloso il discorso nazional-patriottico. E anche il "neo-patriottismo" di Carlo Azeglio Ciampi – figura esemplare della cultura democratica – non sfugge all´accetta dello studioso, che vi rileva l´assonanza con la tradizione discorsiva del nazionalismo classico, segnato dal fascismo.
Ma come si fa a separare una costruzione retorica dalle sue finalità politico-culturali? Se è vero che alcune figure discorsive riecheggiano nella tradizione risorgimentale come in quella fascista, è possibile ignorare che nella prima si declinano con la bandiera del liberalismo e nella seconda con quella della prevaricazione, della violenza e della discriminazione razziale? «Il discorso nazional-patriottico», risponde Banti, «si può declinare secondo diverse proposte politico-istituzionale, ma questa mi pare una prospettiva sbagliata. Io voglio richiamare l´attenzione sul fatto che non c´è un rapporto necessario tra quel discorso retorico fondato sul sangue e sul bellicismo virile e le proposte liberali e democratiche che pure caratterizzarono il Risorgimento. Quel repertorio di immagini e di figure appartiene più naturalmente alla cultura politica fascista, tanto che il travaso da una tradizione all´altra avviene senza rotture né incoerenze».
Ma lo stesso repertorio risorgimentale di amore per la patria e di eroismo sacrificale si ritrova nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza, documenti fondanti della cultura democratica italiana. «Quei resistenti s´erano formati sui banchi delle scuole fasciste, assorbendone la strumentazione retorica». Però la nozione di patria si carica di un significato opposto rispetto a quello fascista. «Il centro del mio discorso è un altro», liquida Banti, determinato nel procedere fino in fondo lungo la sua traiettoria. «Il nazionalismo risorgimentale si struttura intorno a una concezione biopolitica della comunità. Si appartiene alla comunità per nascita, per legame di sangue, non per scelta. Questa nozione biopolitica è stata irrigidita e radicalizzata dal fascismo, fino all´infamia delle leggi razziali, che rappresentano però il coerente sviluppo del criterio della purezza della discendenza. Anche oggi la cittadinanza italiana è fondata sul sangue: è italiano chi è figlio di genitori italiani, mentre per i figli degli immigrati c´è una procedura che prevede la sottoscrizione d´un patto di fedeltà alla Costituzione. Perché in nome di un´appartenenza naturale i nostri figli possono acquisire diritti civili e politici, mentre quelli degli altri devono firmare un patto? Non sarebbe più giusto se anche i nostri figli fossero soggetti a un accordo collettivo di lealtà costituzionale?».
La storia del Novecento ha visto però nazioni democratiche e nazioni totalitarie, segno che gli sviluppi del nazionalismo ottocentesco possono essere diversi. Liquidando il discorso nazionale e tutte le sue liturgie, non c´è il rischio di regalare nozioni come "patria" e "nazione" a una destra non democratica? E perché si deve rimanere necessariamente spiazzati – lo rileva Banti nelle conclusioni – di fronte a personalità come Romano Prodi che intonano l´inno nazionale? «Sono rituali che con difficoltà di distanziano da quel complesso di valori che ho già illustrato: la discendenza del sangue, la nazione come parentela, etc. Non credo che questa sia la migliore attrezzatura per affrontare le sfide della globalizzazione». Ma il complesso sentimento nazionale dei padri fondatori si esaurisce solo nella formula di sangue e suolo? E il povero Manzoni, componendo il celebre verso "Una d´arme, di lingua, d´altare/ di memorie, di sangue e di cor", poteva mai immaginare di essere un giorno imparentato alla famiglia di Telesio Interlandi? La discussione è aperta.
Difensore della laicità, della democrazia e del buon senso, Stefano Rodotà è uomo di squisita gentilezza. Maestro del diritto, schierato senza ambiguità ed erede dell’operosità di Pasolini, è forse il penultimo umanista europeo ed uno dei pochi intellettuali di razza che rimangono in questa Italia «triste e sfilacciata che si guarda l’ombelico e sembra sempre di più un’appendice del Vaticano mentre si avvicinano i 150 anni dell’unità del Paese.»
Professore emerito di diritto civile alla Sapienza di Roma, Rodotà nato a Cosenza 73 anni fa, scrive libri ed articoli, partecipa a congressi, dirige il Festival del Diritto a Piacenza, promuove manifesti e combatte battaglie per innumerevoli cause,dalla libertà di stampa all’etica pubblica, all’eutanasia.
Eletto deputato del PCI nel ’79, visse come parlamentare la convulsa decade finale della prima Repubblica e fu poi il primo presidente del PDS, fondato nel ’91 da Achille Occhetto dalle ceneri del PCI. Appena un anno dopo, forse prevedendo ciò che sarebbe successo, abbandonò la politica.
Oggi insegna in molte università del mondo e come specialista in filosofia del diritto e coautore della Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea, è un riferimento obbligato in tema di libertà individuali, nuovi diritti, qualità democratica e abusi di potere. Sono ormai dei classici i suoi lavori sulla relazione tra diritto e privacy, tecnologia, lavoro, informazione e religione.
È stato appena tradotto (in spagnolo, NdT) il suo libro La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, un saggio del 2006 ampliato nel 2009, nel quale Rodotà riesamina i limiti del diritto e ne rivendica una natura «più sobria e rispettosa delle molteplici e nuove forme che ha assunto la vita umana».
Il professore denuncia la tirannia che i nuovi chierici del diritto vogliono imporre ai cittadini: una «casta di notabili» costituita da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che «elaborano le regole del diritto globale su incarico delle multinazionali», gli «invisibili legislatori che sequestrano lo strumento giuridico, trasformando una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata».
Il libro traccia una critica post-marxista della giungla dei vincoli legali che comprimono le libertà introdotte dalle innovazioni tecniche e scientifiche. Citando Montaigne («la vita è un movimento variabile, irregolare e multiforme») Rodotà spiega come il “vangelo del mercato”, il potere politico e la religione abbiano prodotto insieme «una mercantilizzazione del diritto che apre la strada alla mercificazione persino dei diritti fondamentali», come si rileva da questioni tanto diverse quali l’immigrazione, le tecniche di fecondazione artificiale, o le nuove frontiere della biologia.
A parere di Rodotà questa logica mercantilista e invasiva è «in totale contraddizione con la centralità della libertà e dignità» e la privatizzazione della legalità in un mondo globale crea enormi diseguaglianze, paradisi ed inferni, «luoghi dove si creano nuovi diritti e libertà e altri dove il legislatore pretende di impadronirsi della vita delle persone».
«Il paradosso è che questa disparità, che in teoria dovrebbe favorire la coscienza dell’eguaglianza nel mondo, rischia invece di consacrare una nuova cittadinanza basata sul censo», spiega. «Se si legifera sui geni, il corpo, il dolore, la vita, i privilegi o il lavoro applicando la repressione, l’arroganza e la tecnica d’impresa della delocalizzazione, le libertà diventano merci e solo chi può permettersi di pagare ne potrà fruire».
Rodotà cita come esempio il matrimonio omosessuale o la fecondazione assistita, «che in Italia producono un flusso di turisti del diritto verso paesi come la Spagna e altri meno sicuri come la Slovenia o l’Albania». E per converso, «i paradisi fiscali e i paesi meno rispettosi dei diritti di chi lavora o con una blanda legislazione ambientale che attraggono imprese e capitali».
La grande sfida, afferma Rodotà, è «uscire dal diritto e tornare alla vita». O come afferma nel prologo del libro il prof. Josè Luis Piñar Mañas «unire vita e diritto, diritto e persona, persona, libertà e dignità; mettere il diritto al servizio dell’uomo e non del potere».
D. Non è paradossale che un giurista metta in guardia dagli eccessi del diritto?
R. Il vero paradosso è che il diritto, che dev’essere solo una mediazione sobria e sensata, si trasformi in un’arma prepotente e pretenda di appropriarsi della vita umana; il che è collegato alle innovazioni scientifico-tecnologiche. Prima nascevamo in un solo modo, da quando Robert Edwards, premio Nobel, ha inventato il bebè in provetta, sono cambiate le regole del gioco e la legge naturale non è governata solo dalla procreazione naturale. Ci sono altre possibilità e nasce quindi il problema: deve intervenire il diritto? E fino a dove? Talvolta la sua pretesa è di mettere in gabbia la scienza, contrapporre il diritto ai diritti, usare il diritto per negare le libertà. Questo è lecito? Talora può sembrare che lo sia, ad esempio nella clonazione.
D. E in altri contesti?
R. A mio parere il diritto deve intervenire senza arroganza, senza abusare, lasciando le persone libere di decidere in coscienza. Il caso di Eluana Englaro è un esempio lampante dell’uso prepotente della legge e anche del ritardo culturale e politico che vive l’Italia. Il potere e la Chiesa hanno deciso, violando il dettato costituzionale sull’inalienabile diritto della persona alla dignità e alla salute, che era necessario intervenire per limitare la dignità di quella donna ormai senza vita cerebrale e il diritto di suo padre a decidere per lei. Il problema non è solo lo strappo autoritario del potere politico, ma l’insensata sfida alla norma suprema, la Costituzione, e l’attiva partecipazione della Chiesa a quell’attacco.
D. La proibizione della fecondazione assistita è stata confermata in Italia da un referendum popolare.
R. Alcune scoperte scientifiche pongono in dubbio l’antropologia profonda dell’essere umano come l’uso e il non utilizzo di diversi embrioni nelle tecniche di fecondazione assistita. Il diritto deve prevedere queste innovazioni, non bloccarle. Gli scienziati chiedono regole per sapere se le loro scoperte sono eticamente e socialmente accettabili. Un uso prepotente della legge limita le loro ricerche, nega il progresso umano e così si appropria delle nostre vite perché ci nega ogni diritto o peggio, lo nega solo ad alcuni. Gli italiani ricchi possono andare in Spagna a sottoporsi alle tecniche di fecondazione, ai poveri ciò è precluso. Si crea una cittadinanza fondata sul censo e si distrugge lo Stato sociale. La vita viene prima della politica e del diritto.
D. L’Italia attuale è sottomessa al fondamentalismo cattolico?
R. L’Italia è un laboratorio del totalitarismo moderno. Il potere, abusando del diritto, privatizzandolo e considerandolo una merce, crea le premesse per un fondamentalismo politico e religioso e questo mina la democrazia. I vescovi italiani si oppongono al testamento biologico; quelli tedeschi ne hanno proposto una regolamentazione che è più avanzata di quella elaborata dalla sinistra italiana. Ad un anno dalla morte di Eluana, Berlusconi ha scritto una lettera alle suore che l’assistettero comunicando loro il suo dolore per non averle potuto salvare la vita. Ha ammesso pubblicamente che il potere ha tentato di appropriarsi della vita di Eluana; adesso sta proponendo alla Chiesa un “piano per la vita”, come moneta di scambio perché lo appoggi e gli permetta così di continuare a governare. Cioè ha svenduto lo Stato di diritto al Vaticano per quattro soldi.
D. Gli omosessuali continuano a non avere diritti e i laici contano sempre meno.
R. La Corte costituzionale si è pronunciata nel senso che il Parlamento deve legiferare riconoscendo il matrimonio omosessuale; questo diritto è già garantito dalla Carta dei diritti dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un diritto sobrio, non negatore dei diritti; la religione non può condizionare la libertà. La Costituzione del 1948 all’art.32 afferma che la legge non può mai violare i limiti imposti dal rispetto della vita umana; detto articolo fu elaborato ricordando gli esperimenti nazisti e con la memoria rivolta ai processi contro i medici (nazisti NdT) a Norimberga. Fu un articolo voluto da Aldo Moro, un politico cattolico!
D. Ha mai pensato che avrebbe un giorno rimpianto la Democrazia Cristiana?
R. Quei politici avevano ben altro spessore culturale. La dialettica parlamentare tra la DC e il PCI era di un livello che oggi appare impensabile. Mentre la DC era al potere, si approvarono le leggi sul divorzio e sull’aborto; i democristiani sapevano che la società e il femminismo le volevano e capirono che opporsi li avrebbe danneggiati politicamente. Molti di loro erano dei veri laici,avevano il senso della misura e maggior rispetto verso gli avversari. Oggi siamo ridotti al turismo per poter nascere e morire, la gente si prenota negli ospedali svizzeri per poter morire con dignità. È mai possibile che uno Stato democratico obblighi i suoi cittadini a chiedere asilo politico per morire? Il diritto deve regolare questi conflitti, non acuirli.
D. Rosa Luxemburg diceva che dietro ogni dogma c’era un affare da difendere.
R. Certo, immagino che gli interessi della sanità privata influenzino le posizioni del Vaticano. Rispetto alle conclusioni del Concilio, le cose sono andate progressivamente peggiorando e oggi l’Italia è governata da movimenti come Comunione e Liberazione, che fanno affari favolosi con l’aiuto e il consenso del Governo. La cattiva politica è figlia della cattiva cultura; i problemi attuali nascono dal degrado culturale. Spero che il regime politico di Berlusconi finisca al più presto, ma ci vorranno decenni per superare gli effetti di questo deserto culturale. L’uso della televisione non solo come strumento di propaganda, ma come mezzo di abbruttimento; la degenerazione del linguaggio… tutto è peggiorato. Il degrado ha invaso un’area molto più ampia di quella del centro-destra e c’imbattiamo dovunque in comportamenti speculari a quelli di Berlusconi.
D. Vengono posti in discussione persino i diritti del lavoro.
R. Il pensiero giuridico si è molto impoverito. Negli anni settanta approvammo una riforma radicale del diritto di famiglia perché la cultura giuridica e la sua ispirazione democratica lo permisero. Si chiusero i manicomi, si approvò lo Statuto dei lavoratori… riforme che oggi sarebbero impensabili.
D. La sinistra non reagisce adeguatamente, perché?
R. Il recupero della cultura è la premessa per ridar fiato all’iniziativa della sinistra. Tutti dicono che si deve guardare al centro, io credo che si debba prima rianimare la sinistra. Craxi distrusse la socialdemocrazia, il PCI si è suicidato, un cataclisma di cui perdurano ancora gli effetti. Abbiamo perso il primato della libertà e oggi comanda l’uso privato e autoritario delle istituzioni. La società si è decomposta, il Paese rischia il disfacimento. La politica mostra i muscoli e il diritto si sbriciola.
D. L’Europa ci salverà?
R. L’Europa non vive un momento splendido. Aumentano xenofobia e razzismo; la debolezza culturale italiana si allarga a tutto il continente. Trono e altare sono di nuovo alleati, anche se in un’altra maniera rispetto al passato. Oggi assistiamo alla fusione di mercato, fede e politica che pretendono di organizzare le nostre vite manipolando il diritto. Il problema italiano non è l’insufficiente contrasto della corruzione, bensì che la si promuove ai sensi di legge, come emerge dallo scandalo della Protezione civile: si è derogato dalla trasparenza e dai controlli ordinari per poter rubare più facilmente. Negli anni settanta le tangenti erano ridicole e comunque c’era maggiore compostezza e rispetto della collettività. Craxi ebbe un ruolo devastante, rappresentò un cambio d’epoca. Adesso si è imposta la regola “Se lo fa Berlusconi, perché non lo posso fare io?”.
Il testo originale di El Paìs è qui
Milano, Corea di Franco Alasia e di Danilo Montaldi fu un libro famoso negli anni sessanta, ripubblicato con aggiunte nel 1975, anno della morte di Montaldi, appena quarantaseienne. Fu, in quei decenni, citatissimo, perché aveva fatto scuola, a sinistra, di storia italiana, di storia del boom alla luce delle sofferenze che ne erano state alla radice, di sociologia nel corpo della società, di una letteratura che dava voce a chi non avrebbe mai avuto la possibilità di dire qualche cosa della propria esistenza. Milano, Corea venne pubblicato la prima volta proprio cinquant’anni fa da Feltrinelli e quella prima edizione viene riproposta dall’editore Donzelli (con una introduzione di Guido Crainz).
Milano, Corea giunse nello stesso anno in cui nei cinema si proiettava Rocco e i suoifratelli di Visconti, un’altra storia di immigrazione a confronto con la civiltà industriale del Nord, qualche anno prima di un altro “magistrale” (definizione di Guido Crainz) libro sull’Italia della ricostruzione e del boom, L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi (ripresentato l’anno scorso da Aragno), insieme a inchieste giornalistiche sull’Espresso e sul Giorno o su riviste di cultura come Nuovi argomenti (Inchiesta alla Fiat, del 1958, a firma di Giovanni Carocci).
Milano, Corea fu esempio di ricerca militante: indagare le “coree” milanesi, mentre si intravvedevano tutti i segni della ormai trionfante belle epoque nazionale, contrapporre le rovine delle periferie in una città caposaldo del nuovo benessere, svelare un’altra volta in quel momento i meccanismi di sfruttamento a danno dei più e di arricchimento a vantaggio dei pochi… Un limite di Milano, Corea fu nell’apparire quando le “coree” (corea rimanda alla guerra che si combatteva in quegli anni) non racchiudevano più l’alterità della cultura d’origine, tutti propensi all’assimilazione in una società considerata all’unanimità moderna in nome dei “consumi”. In un certo senso Milano, Corea guarda al passato, ricostruisce una storia, quando già si profila un’altra Italia: dal governo Tambroni, dalla repressione del luglio ’60, alla caduta del primo centro-sinistra organico, ai piani del generale De Lorenzo. Paradossalmente, a leggerlo oggi, appare più vicino, perché i destini di due lontanissime immigrazioni si sovrappongono, nel desiderio comune di abbandonare una condizione miserabile, nei pregiudizi dell’accoglienza, persino nell’arbitrarietà delle leggi.
Milano, Corea nacque grazie al lavoro di Franco Alasia, operaio metalmeccanico della Breda, a Sesto San Giovanni, autodidatta che nel 1947, ventenne, aveva conosciuto Danilo Dolci, studente d’architettura al Politecnico, insegnante allora in una scuola serale e presto animatore di una forte battaglia sociale in Sicilia. Dolci riconobbe il vigore intellettuale e morale del più giovane Franco, che divenne presto suo collaboratore. Quando Dolci fu incarcerato a Partinico, Alasia (come capitò ad altri giovani) scese al Sud e lo aiutò. Dolci, al Sud, aveva intuito l’importanza di una indagine sulla “modernità” del Nord. Alasia, dopo quell’esperienza a Partinico, rientrò a Milano, raccolse l’invito e cominciò il suo vagare nelle nuove periferie milanesi, paesaggio metropolitano di cascine fatiscenti abbandonate dai contadini della provincia diventati operai e di case, “cubi” li definisce Montaldi, cresciute abusivamente in una notte (come capitava in una periferia romana nel modesto film di Vittorio De Sica, Il tetto, del 1956), baracche addossate in un geografia informe, del tutto casuale. Alasia intervistò ex braccianti divenuti muratori, manovali, qualcuno operaio nelle grandi fabbriche metalmeccaniche, disoccupati, venditori ambulanti tartassati dai vigili (come gli odierni vu’ cumprà), prostitute. Erano meridionali, terroni, e veneti (moltissimi dal Polesine, sommerso dalle piene del Po del 1951),ma anche lombardi delle province povere. Alasia li ascoltò e trascrisse, senza servirsi diun magnetofono, alla lettera, parola per parola, lasciando intatta la lingua dei suoi interlocutori. Danilo Dolci presentò quelle interviste all’editore Feltrinelli, il quale decise di pubblicarle affidando la presentazione a un giovane sociologo, Danilo Montaldi, che percorse in lungo e in largo la città per annotarne i “comportamenti” e compose il proprio quadro elencando numeri e illustrando tabelle,ma soprattutto descrivendo e confrontando la recente memoria della miseria che si sognava di lasciare, l’illusione del benessere, l’incontro con la modernità, l’esperienza di una nuova miseria. Il saggio di Montaldi comincia raccontando una condizione che sembra immutabile: «Il lavoratore industriale che arriva al mattino in Città dal Bergamasco tra viaggio e lavoro spende dalle 15 alle 18 ore quotidiane. Non diversamente dal tessitore del 1830, l’operaio che abita a Codogno si alza alle 4 e mezzo del mattino... L’alba della Città comincia a tanti chilometri di distanza con un risveglio di massa».
Un secolo dopo, dopo la Liberazione, la storia si ripete e si ripetono le regole imposte dal capitalismo di ogni epoca, promuovendo o escludendo. Un’infinità di quegli immigrati resta ai margini, afflitta dai costi, anche imprevisti, della città («In Sicilia – dice un immigrato – il quaranta per cento della classe operaia se ne vanno scalzi, qui non è possibile»). Il “randa”, il randagio, la prostituta diventano protagonisti di quelle “coree” e la riflessione è subito sui guasti che la società d’arrivo provoca. Chi impara a usare quelle “regole”, progredisce e arricchisce: il “cubo”, cioè la casa, cresce ad esempio su una cantina che verrà subito subaffittata, crescerà di un piano e a quel punto verrà subaffittato il primo piano, il pezzo di terra acquistato dal contadino verrà rivenduto raddoppiando il prezzo all’ultimo arrivato dal sud. Il lavoro è una ricerca disperata, che impone a chi cerca le condizioni più dure: ecco il “sommerso”, il “nero”. Il “posto” da operaio è un sogno: «Sono arrivato a vivere nella nazionalità operaia», dirà orgogliosamente Vito.
Una casa e un lavoro a qualunque costo:comandava ancora la legge fascista, che per frenare le migrazioni interne pretendeva casa e lavoro certi per concedere la residenza, cioè la possibilità di risiedere in un determinato comune, la libertà di circolare non era garantita. La maggior parte degli immigrati dal Sud e dal Veneto rimasero per molti anni clandestini in Italia. Come oggi tanti filippini o senegalesi o sudanesi, costretti nelle baraccopoli, occultate dentro vecchie capannoni industriali abbandonati. Ecco l’attualità.
Danilo Montaldi (scrittore e scienziato di grande passione, capace d’essere vicino alle persone che animano la sua ricerca) e Franco Alasia documentano la fine di un’epoca, che lascerà molto in eredità, tutte le malattie di un capitalismo italiano perennemente arretrato, malattie che si sono cronicizzate: speculazione, sfruttamento, ricorso al lavoro nero, contratti elusi, malgrado la pagina successiva, quella del decennio dei Sessanta, si apra sui grandi scioperi, che vedranno in prima fila tanti giovani, nuovi operai e studenti.
Negli ultimi mesi molti contributi apparsi su questo giornale hanno sottolineato la centralità del «territorio» nel definire politiche e strategie alternative in grado di contrastare le logiche del mercato e di recuperare una consapevolezza sociale delle loro terribili conseguenze sulla vita individuale e collettiva. La prospettiva culturale da cui partire guarda al territorio come bene comune. Su questo paradigma sono ormai numerosi i contributi di riflessione, ma anche le iniziative concrete, che tendono a connettere questioni specificamente «locali» a strategie di livello globale: la lotta contro la privatizzazione dell'acqua ne è un esempio significativo.
Considerare il territorio come bene comune comporta dare nuova centralità alle relazioni di prossimità tra società e risorse locali, ricostruire matrici identitarie, mettere in primo piano il valore costitutivo, etico dei rapporti sociali e della solidarietà, riaffermare una cultura della sfera pubblica. E, da qui, sedimentare una progettualità collettiva che assuma la cura del territorio come obiettivo centrale.
Che vuol dire “cura del territorio”
Cura del territorio vuol dire molte cose, in concreto. Vuol dire guarire. Vuol dire avere cura. Vuol dire fare in modo che.
Guarire comporta mitigare i rischi ambientali che l'incuria e l'indifferenza degli ultimi decenni hanno prodotto. Rischi legati alle disastrose condizioni idrogeologiche; agli attuali modi di produzione nell'agricoltura, nelle attività industriali e artigianali e nel «gigante terziario»; alle criticità ambientali dei luoghi di vita, in particolare nelle città ma anche nelle «campagne urbanizzate» e nei contesti insediativi marginali.
Avere cura significa agire con costanza per mantenere i luoghi in condizioni accettabili dal punto di vista ambientale, funzionale, estetico.
Il terzo significato, fare in modo che, guarda al futuro, al «progetto di territorio».
Pongo a questo punto una questione delicata: che ruolo possono avere, per la cura del territorio, gli «strumenti formali» di pianificazione e di programmazione oggi disponibili? Io credo ancora nella loro utilità. Un loro «uso sociale», che si basi sulla progressiva ridefinizione e sedimentazione «cosciente» di una cultura del territorio, sulla consapevolezza delle relazioni reciproche tra società locali e risorse, sull'autodeterminazione delle società insediate, può contrastare con efficacia le strategie messe in campo, fuori e dentro i contesti locali, dai soggetti potenti. Per questo, ritengo fondamentali tre linee di azione.
Tre linee d’azione
per l’uso degli strumenti di pianificazione
Prima linea di azione: utilizzare al meglio gli strumenti disponibili. Occorre considerare con grande attenzione l'ampio e complesso quadro di strumenti di pianificazione e di programmazione agibili a tutte le scale, da quella del quartiere a quella nazionale. Sono però convinto che sia necessario dare assoluta centralità alla pianificazione «canonica», cioè agli strumenti che le leggi affidano alle istituzioni territoriali per la gestione dei loro ambiti di competenza: mi riferisco alle Regioni, alle Province, ai Comuni. Ognuno di questi tre livelli offre specifiche potenzialità.
L'istituzione regionale è quella con maggiori capacità di manovra economica; la pianificazione regionale appare dunque la sede più adatta a produrre strategie operative in grado di correlare sfera territoriale e sfera economica. Le Province, istituzioni oggi traballanti e di incerto destino, per il loro carattere di «vicinanza» con il territorio possono, attraverso i loro Piani Territoriali, definire obiettivi e orientamenti di breve/medio termine fortemente connessi con i caratteri delle risorse e delle società locali. I Comuni hanno, per norma, il compito di definire le dinamiche di insediamento e le modalità di uso del suolo; attraverso la pianificazione comunale si può contribuire a far prevalere le esigenze di benessere della società insediata rispetto alle tensioni speculative. Ed è a questo livello che trova maggior forza l'istanza del suolo come bene comune; un'istanza che a mio avviso dovrebbe costituire un nodo centrale nel dibattito sui «destini» dell'urbanistica e, più in generale, sui nuovi paradigmi per una società consapevole e autodeterminata.
Seconda linea d'azione: dare centralità al sistema economico/produttivo. Un progetto di territorio non deve affrontare solo i temi dell'organizzazione fisica, funzionale e ambientale; questi devono esser coniugati con stringenti istanze di organizzazione economico/produttiva. Il nodo cruciale sta nel definire obiettivi, strategie e azioni che riguardano i modi del «produrre» (in senso lato) e le loro relazioni con la società insediata. Ciò va fatto considerando al contempo la sfera locale e quella globale. Obiettivo di fondo è scardinare una visione consolidata del territorio stesso come «oggetto di mercato», per cui tutto ciò che lo costituisce (persone, suolo, manufatti, funzioni) viene considerato come merce utile a produrre rendite e profitti.
Terza linea di azione: costituire contesti locali di progettazione sociale. Un progetto di territorio «formalizzato» non può essere delegato all'istituzione, ma deve scaturire da una dialettica sociale. È nell'ambito della società insediata che devono emergere istanze e pressioni in grado di innescare il processo di confronto. I «poteri forti» legati alla rendita, alla speculazione e alla sfera produttiva godono di una presenza e di una capacità di influenza ormai radicate in ogni contesto e ad ogni scala. Al contrario, le associazioni di prossimità, i comitati che si costituiscono su specifiche questioni, le stesse espressioni locali dei partiti, nonostante la tendenza a costruire «reti» mostrano ancora serie difficoltà di incidenza reale. È necessario allora agire, soprattutto nei contesti locali, per un progressivo rafforzamento di queste «istanze deboli»; per questo, giocano a mio avviso un ruolo primario la capacità di diffondere e condividere le informazioni, la capacità di costruire luoghi (virtuali ma soprattutto reali) di incontro, la capacità di individuare questioni territoriali in grado di stimolare gli individui ad uscire dall'isolamento favorito dall'involuzione delle relazioni sociali.
È un percorso lungo e irto di difficoltà, ma obbligato se si vuole produrre progettazione sociale.
Conta due secoli la storia delle costituzioni scritte. Riassumiamola: monarchie assolute sradicano gli antagonisti interni sviluppando apparati e tecnologie moderni; culture del diritto naturale e illuministi riformatori postulano una razionalità immanente; metamorfosi traumatiche impongono un codice genetico. Supernorme fissano le procedure del lavoro legislativo, altre regolano i contenuti. Leggi formalmente perfette nascono morte quando divergano dai parametri. L’art. 3 Cost. ne detta uno capitale presupponendo cittadini giuridicamente eguali: «davanti alla legge» il vagabondo irsuto è pari al plutocrate talmente ricco da comprarsi castelli, palazzi, ville, corpi umani, maschere, lanterne magiche. La regola non ammette revisioni (art. 138): ad esempio, Camere servili ritoccano l’art. 3, stabilendo che Dominus e famigli stiano fuori del comune spazio normativo, intoccabili; mossa invalida nell’attuale sistema; i «revisori», infatti, vogliono affossarlo e vi riescono quando i sudditi pieghino la testa, eventualità nient’affatto improbabile nelle società diseducate al pensiero; chi comanda i piccoli schermi trascina masse stupefatte.
In formula ipocrita i due articoli della l. 7 aprile 2010 n. 51 creano exceptae personae, più forti della legge. Vediamole. L’art. 420-ter c. p. p. prevede il rinvio dell’udienza quando l’imputato non possa assistervi: deve trattarsi d’«assoluta impossibilità», da «caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento»; se ricorra tale ipotesi, lo stabilisce una decisione sindacabile; l’offesa al contraddittorio invalida i processi. Qualora l’imputato fosse presidente del consiglio (o ministro), era ovvio che entro dati limiti l’impegno governativo costituisse legittimo impedimento; basta intendersi sui tempi; indichi i giorni disponibili e tra persone serie tutto avviene de plano. Siccome gli uomini non sono angeli, c’era il rischio della soperchieria: guadagna settimane e mesi; finalmente viene, salvo interrompere l’azione scenica, chiamato altrove, né consente al sèguito, dove sarebbe rappresentato dai difensori; vuol occuparsene personalmente; il premier ha meno diritti del cittadino qualunque?; e sbandiera gli articoli de quibus. Il nuovo testo taglia corto a profitto dei perditempo, configurando un ostacolo permanente e insindacabile. Monsieur N, in fuga dal processo, risulta padrone del gioco, tanti sono gli asseribili impedimenti: ne evoca quanti vuole, dalla «politica generale» agli affari dei singoli dicasteri (art. 95 Cost.), né teme smentite; l’elenco nell’art. 1, comma 1, è fumo negli occhi, non essendo enumerabili in forma tassativa gl’incombenti; l’ultima frase allarga ancora le maglie mettendo nel conto prius e posterius, nonché «ogni attività» in qualunque modo «coessenziale» (aggettivo fumoso). Rinvio automatico, visto che il giudice non ha alternative: contestando i motivi addotti s’ingolfa avventurosamente; se procede, semina nullità.
Il comma 3 gli sottrae la cognizione dei fatti: ogniqualvolta il signore dell’esecutivo dica «non posso», l’evento processuale sfuma; può anche permettersi lo scherno raccontando che lui spende ogni ora libera, diurna o notturna, nel pensatoio elucubrante salutari riforme; è «attività preparatoria», no? Nel comma 4 siamo al clou: se afferma che l’impedimento duri fino alla data x (impregiudicati gli eventuali futuri), l’udienza va fissata oltre tale termine, col limite d’un semestre; e così, ripetuto due volte, il trucco porta via 18 mesi; entro i quali l’art. 2 pronostica l’immunità stabilita con legge costituzionale, altrimenti lo scudo temporaneo sarebbe prorogato; Camere docili votano sul tamburo una lexiuncula.
Insomma, finché presieda il Consiglio, durasse anche trenta o quarant’anni in sella, Monsieur N, affetto da fobia giudiziaria, schiva i tribunali opponendo l’impedimento ogni sei mesi. Il precedente fiabesco è Bertoldo condannato a morte mediante impiccagione, con una clausola: scelga l’albero a cui sarà appeso; pronto a servirli, appena trovi l’idoneo; non ne vede. L’ostacolo al processo diventa impunità. La stasi sine die equivale a riscrivere l’art. 3 Cost., come nell’orwelliana Fattoria degli animali: espulso mister Jones, i maiali vittoriosi elaborano una Carta (art. 7, «all animal are equal»); passando gli anni, s’evolvono; ormai camminano su due gambe.
Voltaire corrodeva gl’idoli con battute esilaranti. L’art. 2, comma 1, spiega dove miri questo capolavoro: garantisce al beneficiario un «sereno svolgimento» delle funzioni governative; dunque, non manca il tempo da spendere in curia; ne troverebbe anche Napoleone. I motivi della fuga stanno nell’interno d’anima: maledetta Dike, gli sta alle calcagna; la possibile condanna è un incubo. Cattivo segno, obietta lo spettatore ancora sofferente d’antiquati moralismi. No, replicano: innocente o colpevole, ha bisogno d’uno scudo e tutti vi siamo interessati; la sua quiete psichica è risorsa inestimabile. Era una fantasia primitiva che gli equilibri naturali influenti sulla tribù abbiano l’epicentro nel corpo del re: lui «sereno», il regno fiorisce; ogni disturbo scatena effetti calamitosi. Ergo, l’interesse tutelato dalla l. 7 aprile 2010 prevale sulla miserabile routine giudiziaria. Gli ascoltatori seri ridono, d’una ilarità malinconica perché corrono tempi tristi quando masnade parlamentari legiferano così.
La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.
La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.
Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.
Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.
Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti