“Lavoro, ambiente, beni comuni, dimensione nazionale e internazionale del conflitto sociale, interazione con i movimenti, temi della laicità, della lotta all’ omofobia e al patriarcato”. A questo modo, il 31 marzo scorso, il direttore Dino Greco ha annunciato i contenuti che saranno asse portante della “nuova Liberazione”: una rielaborazione imposta da pesanti difficoltà finanziarie, che - se i risultati risponderanno ai propositi - promette anche un significativo rilancio della qualità del giornale.
Non c’è dubbio infatti che quanto annunciato come “pietra angolare attraverso cui guardare alla realtà” rappresenti un catalogo pressoché completo dei problemi più urgenti e decisivi per il mondo, attuale e futuro. Tanto che, se potessi permettermi un suggerimento, proporrei di sostituire le virgole con un trattino (lavoro – ambiente – beni comuni – ecc.) a evidenziare nel modo più cogente la stretta relazione, spesso anzi l’immediata reciprocità di determinazione, tra categorie politiche e sociali troppo spesso invece considerate e affrontate separatamente, come materie ognuna a sé stante, prive di qualsiasi nesso. Cosa d’altronde dovuta anche al fatto che non di rado le ragioni di questi rapporti sono frutto di mutamenti prodottisi negli ultimi decenni, non ancora recepiti come decisivi fattori della Politica, quali in realtà sono. Ciò che vale ad esempio per i rapporti tra la politica e i “movimenti” nati e impostisi negli ultimi decenni; o per le problematiche ambientali, di fatto nate con il modo di produzione industriale-capitalistico, che però solo nella seconda metà del secolo scorso hanno rivelato la loro crescente, distruttiva pericolosità; o ancora per i “beni comuni”, di cui solo il loro progressivo accaparramento e sfruttamento da parte dell’industria privata, secondo le logiche neoliberistiche universalmente vincenti, ha messo in luce il senso e il valore della loro legittima appartenenza alla collettività… E così via.
Ma il “trattino” di cui più avverto la necessità è quello tra “lavoro” e “ambiente”. “Produrre inquina,” scrive Joseph Stiglitz, che non è un “verde” né un simpatizzante di Rifondazione, ma un economista americano, il quale duramente stigmatizza alcuni gravi “peccati” del sistema socioeconomico attuale (dalla vergognosa distanza di remunerazione tra manager e operai, al fatto che nel nostro mondo sprecone esista più di un miliardo di affamati, ecc.) e però non si sogna di augurarsene la fine. E la cosa non stupisce. Stupisce invece (o almeno io da gran tempo ne stupisco) che le sinistre siano state, e continuino ad essere, così poco sensibili alle problematiche ambientali, mentre più di ogni altro avrebbero dovuto avvertirne la gravità: innanzitutto perché le prime vittime del fatto che “produrre inquina” sono i lavoratori di ogni categoria, e perché sono sempre i ceti più deboli a soffrire le conseguenze di alluvioni e dissesti ecologici di ogni sorta, a pagare per temperature che inaridiscono i campi, inquinamenti che azzerano la pescosità di fiumi e mari, distruzione sistematica di ecosistemi millenari in cui da sempre vivono, e così via. Di tutto questo il fatto che, nel programma della “nuova Liberazione”, l’ambiente figuri subito dopo il lavoro, indica finalmente (così almeno io leggo la cosa) un’adeguata consapevolezza. E ciò mi induce ad accennare alcune riflessioni, anch’esse riguardanti le sinistre, che da tempo vado considerando.
Più volte infatti mi sono domandata come mai le sinistre non abbiano sfruttato, o abbiano sfruttato solo in minima parte, a favore dei lavoratori ciò che il progresso scientifico e tecnologico avrebbe potuto consentire, mediante un utilizzo adeguato di “macchine” via via più capaci di sostituire il lavoro umano, non soltanto fisico ma in misura crescente anche mentale. Eppure la “liberazione del lavoro e dal lavoro”, da sempre è stato non solo sogno di grandi utopisti, ma obiettivo dichiarato dei padri del marxismo; poi recuperato negli anni Venti da Keynes con l’annuncio della prossima possibilità di soddisfare i nostri bisogni con tre ore di lavoro al giorno; e negli ultimi decenni fatto proprio, in difesa di una riduzione generalizzata degli orari, da economisti come Gorz e Napoleoni…
Tutto questo a sinistra è stato rimosso, o così pare. Di fatto soltanto (o in misura in assoluto prevalente) la paura della disoccupazione tecnologica ha finito per governare le scelte delle sinistre. “Creare lavoro” era l’insistito slogan degli anni Novanta, in presenza di una produzione in crescita cui l’occupazione non rispondeva più come in passato: assurdo paradossale proposito (non dovrebbe il lavoro essere la risposta a una domanda di merci o servizi?), che però parlava di una tendenziale omologazione delle scelte delle sinistre alle logiche neoliberistiche. In obbedienza a quell’imperativo della “crescita”, che da un lato andava dilapidando il patrimonio naturale e in modo irrecuperabile squilibrando gli ecosistemi, dall’altro induceva una pericolosa assimilazione dell’intero corpo sociale agli obiettivi del mercato e delle sue regole.
Non ho qui spazio per affrontare le singole tematiche indicate (come accennavo sopra) quali linee portanti della “nuova” Liberazione. Ma in qualche modo, quanto detto finora, pur nelle strettoie di una stringatissima sintesi, credo possa aprire un breve discorso relativo agli altri obiettivi indicati: in particolare per quanto riguarda la “dimensione nazionale e internazionale del conflitto sociale”. Perché in effetti la velocità e la molteplicità del mutamento prodottosi nel mondo negli ultimi decenni, si è realizzato nei termini di un vistoso squilibrio.
Ha creato infatti una crescente omologazione tra tutti i popoli del pianeta dal punto di vista economico, nei modi di una vera e propria “globalizzazione economica” ad immagine del capitalismo neoliberistico, nel trionfo di logiche iperconsumistiche a convivere con intollerabili povertà . Ha creato un’altrettanto vistosa “globalizzazione culturale”, insistentemente imposta dai mezzi di comunicazione di massa, cui sempre più faticosamente resistono antiche consuetudini di carattere eminentemente religioso, ma specie tra i giovani destinate a prossima estinzione. Manca invece ogni traccia di “globalizzazione politica”: di fatto in una sorta di dichiarata resa della politica al mercato, tra disuguaglianze sempre più intollerabili e sconquassi ecologici sempre più insostenibili.
Non toccherebbe alle sinistre di affrontare questo “problema dei problemi” e magari farsene carico? Non era il mondo la dimensione del marxismo? E non significa nulla che l’inno dei lavoratori si intitoli (ancora) “L’internazionale”?
Da qui se ne stanno andando tutti.
È il tormentone rappato dell’ultimo video di Michele Salvemini in arte Caparezza, che stufo di stare all’ombra dei grattacieli neobifolchi dalle parti di via Melchiorre Gioia a Milano, se ne scappa in Valbrembana chiedendo un passaggio in camion a un sopravvissuto musicale dei gruppi plastificati anni’ 80. Il sopravvissuto, senza smettere di guidare il camion, gratifica il pubblico con uno stentoreo Goodbye Malinconia! E alla fine del tunnel, sorge il sol dell’avvenire.
Dal territorio delle Langhe invece sembra che non se se stiano più andando tutti.
La fame delle campagne è un ricordo lontano … ma fra chi resta e i nuovi arrivati pare ci sia qualcosa che non va. Il tunnel, invece di essere verso la fine, a prima vista lo si sta invece costruendo e prolungando, lungo lo stradone da Alba verso Bra.
Sono le sequenze iniziali di Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni, film di Paolo Casalis che ha appunto nel sottotitolo qualcosa in comune con l’ultimo album di Caparezza, Il sogno eretico, ma le analogie forse finiscono qui.
Perché se il musicista pugliese pare voglia involarsi via tunnel verso territori lontani, l’architetto piemontese non praticante (definizione sua) al territorio ci sta ben attaccato. Anche se quel territorio dalle prime immagini sembra proprio sepolto da asfalto e prefabbricati.
Si tratta però di un espediente narrativo: il tunnel cementizio cresce, sì, ma è ancora piuttosto lontano dall’aver avviluppato le Langhe. Lancia nondimeno un forte segnale d’allarme. Anche dove non arrivano i bagliori delle insegne al neon (ovvero più o meno dappertutto in queste magnifiche colline a vigna e noccioli) e gli schizzi d’asfalto dei parcheggi, dilagano però lo stile di vita, le aspettative individuali e sociali, le attività che prima o poi potrebbero ritenere indispensabile qualche tipo di “sviluppo”, del genere che ben conosciamo, del genere di solito adorato dalla gran massa dei politici e amministratori alla ricerca di consenso immediato. Ma appollaiati fra quelle colline ci sono però gi eretici, quelli che stanno lì ogni giorno a chiedersi: non c’è un’altra strada? Magari si. Magari no. Il che non vuol dire non cercarla affatto, e farsi tritare dal conformismo ad ogni costo.
Lo ricorda un Grande Vecchio in persona in apertura e chiusura del film. L’efficacissimo Giorgio Bocca che racconta come la lotta partigiana, in fondo nata a nutrita dall’idea di territorio, lo fosse in modo troppo naif e inconsapevole di quello che il territorio era e rappresentava. Da urbanista ci aggiungerei che proprio per il Piemonte a cui le Langhe appartengono, uno dei padri della pianificazione italiana, Giovanni Astengo, aveva dedicato ai lavori della Costituente nel 1946 un Piano Regionale basato sui “bacini alimentari”, cellule modulari per costruire spazio, società, democrazia, sviluppo equilibrato. Ma quei partigiani e la cultura che esprimevano forse davano per scontate troppe cose con la liberazione. Non lo erano affatto, riconosce oggi Giorgio Bocca.
Basta guardare quei capannoni, quelle strisce di scatole arredo bagno comodo parcheggio comodissime rate. E i nipotini in sedicesimo che un po’ si infiltrano su per le strade di collina, quel piazzale a parcheggio di troppo, quel magazzino, quei mille metri quadri di asfalto che, qui salta proprio all’occhio, sono mille metri strappati alla terra. Niente di che, per uno abituato, che so, alla linea pedemontana alpina dove gli scatoloni con le insegne si organizzano a pettine, in pratica senza soluzione di continuità da Novara a Verona (volendo anche un po’ più a est e un po’ più a ovest). Qui in fondo è una biciclettata, dal passaggio a livello di Alba all’imbocco della salita a Bra, su cui si affolla disordinato e miserabile lo slum stradale commerciale. E dove spicca per idiozia urbanistica ed estetica quella spianata post sovietica dove l’ipermercato incombe ingoiandosi inopinatamente nel parcheggio tutto il tracciato stradale. Non a caso citato, quel tempio dello scatolonismo, nella copertina del Dvd e del libretto che lo accompagna.
Ma l’architetto non praticante Paolo Casalis pratica però una critica costruttiva del territorio, e risalendo le stradine di collina alla ricerca dei suoi eretici da intervistare si porta appresso l’anticorpo anticapannone: finiremo tutti digeriti là dentro, in un modo o nell’altro?
Gli eretici provano individualmente a fare ricerca, anche per capire quel che di buono magari ci sta, nascosto dietro ai vari aspetti della globalizzazione. C’è un mercato sterminato, e un territorio locale: si possono conciliare? Che rapporto c’è fra l’allevamento sostenibile delle pecore, la produzione di pasta artigianale controllando l’intera filiera, e uno stile di vita da XXI secolo? Il Grand Tour settecentesco con la sua integrazione culturale, alimentare, vitivinicola di qualità, rivolto alle moltitudini del terzo millennio deve essere per forza proposto in scatola, e banalizzato di rincoglionimento mediatico?
Naturalmente la risposta non c’è. L’eresia autentica è ricerca, non predicazione. Diffidate dei falsi profeti e degli spacciatori di certezze. Specie quando paiono proprio dettate dal buon senso comune: il mercato, bisogna pur campare, la mamma è sempre la mamma, ecc. Ma diffidate anche di chi dice bisogna ritornare al bel tempo che fu, quando c’erano i veri valori e compagnia bella. Al bel tempo che fu la gente dai territori scappava per sfuggire alla fame, non dimentichiamolo travolti dalla ruota del mulino bianco.
Insomma l’unico tempo che abbiamo è quello che ci resta. E va usato per cercare, sperimentare, riflettere, e non scordare quello che è già passato.
Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni. Un film di Paolo Casalis. Un libro di Federico Ferrero, Stuffilm, Bra 2011. Sottotitoli in italiano/inglese.
Le immagini del film sono ovviamente e infinitamente molto migliori dei miei scatti raccogliticci con cui ho illustrato il pezzo (f.b.)
http://www.langhedoc.it
Rileggere dopo molti anni il Discorso sopra il costume presente degli italiani di Giacomo Leopardi che è del 1824, quando massima era la depressione nella penisola ed era difficile parlare, con qualche attendibilità, di un processo risorgimentale per l'unità nazionale che doveva ancora affiorare nella coscienza nazionale, mi ricorda un seminario che tenni negli anni Ottanta nella mia università di allora, quella di Torino, cercando di far capire ai miei studenti una lingua che era già difficile per quelle generazioni ma suscitando un notevole interesse in loro e molte discussioni dopo che leggemmo insieme il saggio leopardiano e ci trovammo a far confronti e comparazioni con i tempi che vivevamo allora.
Ma fare questi confronti oggi, che l'editore Bollati Boringhieri ripropone il libro aggiungendovi un lunghissimo saggio storico-letterario di Franco Cordero, che per l'editore riproduce I pensieri di un italiano d'oggi (Torino, 2011, pp.278, 15 euro) è per molti aspetti ancora più eloquente e significativo.
Leopardi, nel suo saggio del 1824, aveva detto alcune cose che mi sembra difficile contestare o mettere in discussione, perché risaltano con grande chiarezza dalla nostra storia e che quindi vale la pena di ricordare prima di parlare più a lungo di quelli che, secondo Cordero, sono - per usare un eufemismo - «gli ultimi due secoli della malata».
«Gli italiani - scrive Leopardi - ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza, che non fa niun'altra nazione.... Le classi superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci».
E ancora aggiunge che «egli è certo che dopo la distruzione o indebolimento dei principii morali fondati sulla persuasione, distruzione causata dal progresso e diffusione dei lumi, si verifica una cosa che spesso affermata, è stata forse falsa in ogni altro tempo; che cioè nel mondo civile le nazioni, le principali città, le classi, gli individui più colti, più politi, sociali, esperimentati nel mondo, istruiti e insomma più civili, sono eziandio i meno scostumati e immorali nella condotta, e in parte ancora nei principii, cioè in quei principi di morale che si fondano sopra discorsi e ragioni al tutto umane. Tutto ciò è esattamente nell'Italia in generale, non solamente quanto alle città e alla provincie,ma eziandio quanto agl'individui e quanto alle classi, almeno a quelle non laboriose, paragonate tra loro. E forse in alcuni luoghi le classi civili si troveranno più morali, per esempio, di più buona fede, anche a quelle non laboriose, paragonate fra loro; tanto è la diffusione dei principi distruttivi della morale in Italia come altrove».
Le conseguenze di questo stato per Leopardi sono inevitabili: «Non ci meraviglieremo punto che gli italiani, la più vivace delle nazioni colte e la più sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere acquisito la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile ad essere mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall'immaginazione neanche per un momento, la più ragionatrice nell'operare e nella condotta, la più priva affatto di immaginazione, di opere sentimentali e di romanzi e la più insensibile all'effetto di questi tali opere e generi (o proprie o straniere)».
Le conclusioni che Leopardi trae dall'esame dei costumi degli italiani sono chiare. Indica il cinismo e l'ipocrisia delle classi colte, come del popolo, i caratteri costitutivi di quella nazione e attribuisce alla mancanza di una «società stretta» la ragione di un simile stato, la condizione che genera nella nostra nazione un comportamento di cui parlerà successivamente nel suo Zibaldone come dei costumi prevalente nella nostra popolazione.
Peccato che, come osserva Cordero, nel suo lungo saggio che forma la seconda assai più lunga parte del libro, simili caratteri nei due secoli successivi non si sono modificati, anzi per molti aspetti si sono ulteriormente aggravati. Cordero rievoca nelle sue pagine, ricche di riferimenti alle vicende che hanno caratterizzato la storia dei due secoli che conducono fino ai giorni nostri, le ragioni della precisazione che ne segue.
L'autore è convinto che le classi dirigenti italiane abbiano combattuto molto poco quei caratteri costitutivi dei nostri costumi che già indicava il grande poeta di Recanati e che cinismo, furberia, ipocrisia, assenza di una coscienza civile abbiano attraversato il periodo liberale, quello fascista e tutto quello repubblicano senza sostanziali progressi. Di qui la situazione attuale che vede il nostro paese precipitato nel baratro dei populismi imperanti e diffusi non soltanto nella religione ufficiale del berlusconismo al potere ma in parte anche nella parte del paese che combatte l'attuale governo e vorrebbe un nuovo e diverso governo. Gli esempi che fa Cordero sono numerosi ed eloquenti e spaziano dalle vicende note ai retroscena che hanno caratterizzato gli esperimenti di potere dell'intero periodo repubblicano.
C'è da chiedersi fino a che punto si tratti di una diagnosi incontestabile e quali siano i fondamenti per superare la crisi attuale. Ma il libro si ferma prima, a illuminare e precisare la crisi più che a indicare rimedi possibili.
A Lampedusa il colpo di teatro e la demagogia promozionale, a Roma il colpo di mano e la macelleria costituzionale. Diciassette anni dopo il suo primo trionfo elettorale del 29 marzo 1994, Silvio Berlusconi regala all´Italia un altro mercoledì nero della democrazia. L´ultimo strappo si è dunque compiuto. Con un atto di forza, tecnicamente eversivo e politicamente distruttivo, la destra inverte l´ordine dei lavori, e impone alle Camere l´approvazione immediata della legge sul processo breve e sulla prescrizione «corta» per gli incensurati. Cioè la trentottesima legge ad personam dell´era berlusconiana.
Eccola, la vera «riforma epocale» della giustizia che il presidente del Consiglio ha sempre avuto nel cuore e nella testa. Non è il disegno di legge di revisione costituzionale di Alfano, spacciato tre settimane fa dal guardasigilli al Capo dello Stato e all´opinione pubblica come una «svolta storica». L´epifania di una nuova era, nella quale la destra rinunciava alle leggi tagliate a misura per i bisogni di un solo imputato, per tutelare quelli di tutti i cittadini. E su questa piattaforma proponeva una fase di pacificazione, chiedendo alla magistratura di scendere alle barricate, e all´opposizione di aprirsi al dialogo.
Non abbiamo mai avuto dubbi. Ma ora abbiamo la «smoking gun». Quello è stato solo un inganno istituzionale e un tranello comunicazionale. Fabbricato ad arte, insieme alla guerra non guerreggiata contro la Libia e all´emergenza profughi sbandierata e non gestita, per distrarre l´attenzione. Mentre armava malvolentieri i nostri caccia in volo verso Tripoli e le nostre navi in rotta verso Lampedusa, in realtà il Cavaliere militarizzava la sua maggioranza in vista dell´unica battaglia che gli sta a cuore: quella contro la procura di Milano. Una battaglia che lo deve vedere a tutti i costi vincitore, e dunque finalmente e definitivamente libero da tutte le sue pendenze giudiziarie.
Il blitzkrieg sul processo breve è la conferma di un lucido progetto di destrutturazione del sistema giurisdizionale ad uso privato. Tutti i passi compiuti in quest´ultimo mese sono stati funzionali all´obiettivo. Lunedì la scena madre a Milano, con il predellino bis davanti a un Palazzo di Giustizia trasformato in palaforum da campagna elettorale: colossale finzione propagandistica, per dimostrare alla sua gente la «persecuzione giudiziaria» dei soliti comunisti. Ieri, nel retroscena di Montecitorio, al riparo dai riflettori concentrati sull´imbarazzante televendita approntata nella nostra povera Ellis Island del Mar di Sicilia, il «delitto perfetto» sul processo breve. Ultimo e tombale «salvacondotto», per mettersi al riparo entro l´estate dalla probabile condanna nel processo Mills.
Così, in un giorno solo, il Cavaliere torna Caimano. Cioè quello che, in fondo, non ha mai smesso di essere. A dispetto di tutte le dissimulazioni, alle quali hanno creduto alleati agguerriti e avversari spauriti. E confusi dalla tattica collaudata in un quasi Ventennio. Con una mano, esibita al pubblico plaudente, ti porgo un ramoscello d´ulivo. Con l´altra mano, nascosta dietro la schiena, mi preparo a colpirti con un bastone. Adesso c´è un´aggravante in più. Per salvare il premier, passa una legge che azzera migliaia di processi, e manda impuniti reati comuni gravissimi, dalla rapina alla violenza sessuale. È il prezzo, intollerabile, messo da Berlusconi sul conto degli italiani: per garantire la sua impunità, devono rinunciare alla loro giustizia.
Questa è dunque la vera «riforma» del centrodestra. Non c´è da gridare allo scandalo, se di fronte a questo nuovo abuso di potere mezzo Parlamento si sia sollevato, per gridare «vergogna». Quello che stupisce, semmai, è che interi pezzi di una destra che una volta fu legalitaria si adeguino. Dalla Lega agli ex di An. Gente che negli anni di Mani Pulite agitava nell´emiciclo i cappi davanti alla Prima Repubblica (come Bossi, un ministro ormai chiaramente impresentabile) e che oggi difende, perché li incarna, i privilegi della Seconda. Gente che sfilava in piazza per i magistrati (come La Russa, un ministro ormai palesemente inadeguato) che per difendere l´indifendibile insulta a viso aperto il presidente della Camera Fini.
Si grida allo scandalo, invece, perché fuori dal Palazzo tornano le folle che contestano e lanciano monetine, come all´epoca di Craxi davanti al Raphael. Ogni forma di protesta violenta va stigmatizzata. Ogni forma di deriva anti-politica va arginata. Il berlusconismo si supera solo con la fatica della politica e con la pazienza della democrazia. Ma manifestare il proprio dissenso, di fronte a quanto accade, è lecito e doveroso. E al premier e ai suoi cantori, che oggi lamentano il «clima», verrebbe da dire: chi semina anti-politica, raccoglie anti-politica. Le scorciatoie populiste non corrono sempre nella stessa direzione. Capita che si muovano all´inverso, e generino populismi uguali e contrari.
Su questa linea del fronte, la destra accusa «Repubblica». Usando strumentalmente l´articolo 68 della Costituzione, appellandosi alla sovranità del voto popolare, invocando il ripristino dell´immunità parlamentare e deprecando la bocciatura dello scudo per le alte cariche dello Stato. Ma farebbe bene a ricordare una verità elementare. Storica e politica. Quando scrissero quelle norme, i padri costituenti e i legislatori lo fecero in astratto, e su casi indistinti. Era la grundnorm di Hans Kelsen, concepita per regolare un sistema, non per proteggere un singolo.
La questione odierna è totalmente diversa. Qui si vara una legge che, mentre altera e snatura il sistema, entra nella carne viva di una specifica vicenda processuale e strappa una persona (proprio «quella» persona) al suo giudice naturale. In qualunque democrazia occidentale sarebbe inutile rammentare questa abissale differenza, a chi finge di non vederla e non vuol farla vedere ai cittadini elettori. Ma nell´Italia di oggi è doveroso: per rompere la nube tossica di mistificazione politica e di manipolazione semantica che l´egemonia culturale della destra berlusconiana sparge a piene mani sul Paese.
Carissimo Pietro, è lontano, lontanissimo, quel giorno del 1936, quando, davanti al pericolo reale della dittatura franchista, decidesti il corso della tua vita con quel «no, non ci sto». Il centro sperimentale e la tua passione per il cinema vennero messi da parte e ci fu la scoperta della tua esistenza, la volontà di partecipare - sentirti esprimere con queste parole è una boccata d'ossigeno - alla lotta di classe. Sei tornato a raccontare in modo intenso queste vicende nella bellissima conversazione apparsa, qualche giorno fa, sul Corriere della sera. E' stata una fortuna per il paese Italia, per la causa dei lavoratori, come si chiamava una volta, e per tutti noi, quella scelta. Hai dato tanto, e con tanta forza e passione, che puoi essere soddisfatto, di te e della tua opera. Non è un caso che riesci a raccontare il tuo passato con una memoria serena, anche se inquieta.
Tu ritorni spesso, quasi con dolore e comunque con rammarico, sui tuoi errori. Ma vedi, Pietro, io trovo qui, un di più, non dovuto, di autocritica. Abbiamo sbagliato tutti, molte volte. Ma non sottolinerei, oggi, più di tanto, questo punto. Già siamo oppressi dal senso comune corrente, intellettuale e quasi ormai popolare, di essere stati noi, del movimento operaio di impronta comunista, gli autori di una storia sbagliata. Mentre i nostri avversari, e qualcuno dei nostri concorrenti, avevano visto giusto e capito tutto fin dall'inizio. Io credo che se dobbiamo rimproverarci qualcosa, questo sta nel campo di ciò che non abbiamo fatto, più che nel campo di ciò che abbiamo fatto male. E' quando ci siamo autolimitati nelle nostre ambizioni di trasformare le cose in grande, proprio nel momento in cui avevamo la forza per realizzarle, quelle cose. E' quando abbiamo abbassato la guardia, assunto una funzione subalterna, acconciandoci al piccolo cabotaggio del compromesso, inseguendo le contingenze e rimanendone alla fine prigionieri, non guardando più né indietro né in avanti. E' quando abbiamo subito l'ossessione, che vedo ancora maledettamente presente in quello che resta di una sinistra maggioritaria, di farci legittimare da quelli che esattamente dovevamo combattere. Ecco, questi sono gli errori che tu non hai commesso. Puoi andarne fiero: e vivere con tranquillità, direi, se possibile, con una olimpicità goethiana, quella che abbiamo chiamato la tua età dei patriarchi.
In realtà, hai cominciato a volere la luna, quando - come dici appunto nell'intervista - la lotta di classe è diventata il punto centrale della tua vita. La domanda è questa: si può consigliare questo preciso, ben determinato e, vorrei dire, realistico volere la luna a un ventenne o a una ventenne di oggi, l'età che tu avevi allora? Recita la litania: è cambiato tutto. Tutto è cambiato, tranne una cosa: quelli che comandavano ai tempi del tuo nonno Francesco, siciliano di Girgenti e garibaldino, o appena più vicino, ai tempi del mio nonno Domenico, crepato in un ospizio per poveri vecchi in quel di Tivoli, quelli, quelli stessi, comandano ancora. Allora avevano in proprietà un pezzo di terra, adesso sono proprietari del mondo, materiale e virtuale. Io penso che il problema nostro, che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, è di capire e di sapere qual è la forma della lotta di classe con cui abbiamo a che fare oggi, per orientarci a pensare e per disporsi ad agire. Non è la vecchia forma, è la forma nuova, indotta da immani trasformazioni, che hanno sradicato e stravolto e alla fine mascherato le figure sia dei padroni che dei lavoratori, ma non le hanno soppresse, queste figure antagoniste, tanto meno le hanno sostituite, come si dice, con un interesse ormai comune. Quello che è in modo impressionante difficile oggi è il processo di riconoscimento delle contraddizioni reali e fondamentali. Perché tutte quelle che appaiono sono contraddizioni reali ma non fondamentali. Ci vuole una lama acuminata di pensiero forte e la scelta di una postazione di vita, di vita quotidiana, propria, che ti permetta la coltivazione di un punto di vista inassimilabile, inassorbibile, indisponibile.
Oggi non mancano, come vediamo ad occhio nudo, le rivolte, il tumulto, le emergenze, i barconi inzeppati di dannati della terra è uno spettacolo su cui vorresti chiudere gli occhi, non manca, purtroppo, la guerra. Ma io mi chiedo: perché abbiamo bisogno di queste cose per accorgerci, solo allora, che così questo mondo non va e che bisognerebbe di nuovo, anche qui in forme nuove, sovvertirlo? Mi pare di aver capito una cosa, che ritengo preziosa, e che ogni giorno pazientemente metto in pratica, guardandomi intorno: è che proprio nel tran tran del giorno per giorno, è quando non succede niente, quando tutto è apparentemente tranquillo, e l'ordine sembra perfetto - se ci pensiamo bene è poi il più gran tempo, il tempo normale - è lì che si esprime la vera subdola violenza del dominio. E' quando non te ne accorgi, e ti illudi di essere libero, è allora che sei veramente sottomesso. Tra i pensieri folli che spesso mi vengono, oggi molto attuali, uno è questo: beati quei popoli che hanno da buttar giù dal trono un tiranno. L'invisibile tirannide che ci opprime, giorno per giorno, ora per ora, in questi nostri meravigliosi giardini democratici d'Occidente, come la buttiamo giù?
E allora, di nuovo, se abbiamo qualcosa da rimproverarci, è questa qui: che lasciamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, una condizione di vita, individuale e sociale, e uno stato interiore, che con una parola a me, ma so anche a te, cara, possiamo definire spirituale, peggiore di tutto quanto noi abbiamo vissuto. Difficile perdonarci questa colpa. I potenti, i ricchi, i sovrapposti, i possessori delle nostre vite, non si sono mai sentiti così bene al sicuro come in questo tempo. Lo dimostrano il peso della loro arroganza, la volgarità della loro egemonia, le certezze della loro indiscutibile ragione. E' qui che va posta la domanda: dove abbiamo sbagliato? Una domanda per tutti, uomini e donne, credenti e non credenti, rivoluzionari e riformisti. Non ci si può sottrarre. Non per disperarsi, tanto meno per rassegnarsi. Al contrario, per riacciuffare il filo della lotta decisiva, come tu volevi "acciuffare" la luna dietro i monti di Lenola.
Va bene, Pietro, mi avevano chiesto di scrivere una lettera per il tuo novantaseiesimo, a nome di quella piccola comunità che è il tuo Crs, a nome di tutti, a nome del suo direttore, Walter Tocci, a nome mio. L'ho fatto, nell'unico modo in cui si può fare rivolgendosi a te, non con i convenevoli, piuttosto conversando, ricordando, riflettendo, pensiero poetante....
Se la prima vittima della guerra è la verità, la seconda, nel caso della guerra che infuria in Libia, rischia di essere quel che ancora resta dell'unità della sinistra anticapitalista in Italia e in Europa. Mai come in questo caso le differenze di valutazione sono apparse profonde, sino a tramutarsi in una sorta di conflitto intestino. Vale la pena invece, proprio in occasione dell'appuntamento contro la guerra «umanitaria» del 2 aprile, di riflettere su questo stato di cose. Perché la mancanza di chiarezza può contribuire all'estinzione di un un campo di forze critiche e alla dissoluzione di culture politiche che in questi vent'anni hanno orientato la lotta dei movimenti contro le «guerre democratiche» e la cosiddetta globalizzazione neoliberista.
Parlando di una inversione di ruoli (la sinistra sarebbe diventata interventista, la destra pacifista) la stampa alimenta la confusione. Ovviamente le cose non stanno così. Il centrosinistra ha una lunga tradizione guerresca (sin dai primi anni Novanta, quando contribuisce alla elaborazione del «nuovo concetto strategico» che trasforma in chiave offensiva la politica estera italiana e che mira a fornire una formale legittimazione all'intervento armato nei Balcani) mentre il centrodestra non è per nulla contrario alla guerra (la Lega ha brontolato solo per rafforzare la propria immagine di baluardo della «Fortezza Europa»). Ma qualcosa di nuovo è effettivamente avvenuto da quando la crisi libica è precipitata, Gheddafi ha reagito militarmente alla rivolta e si è cominciato a parlare di un intervento armato dei Paesi occidentali.
Vent'anni fa le cose andarono diversamente. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait, Norberto Bobbio si schierò a favore dell'intervento della coalizione internazionale, di cui faceva parte anche l'Italia. I suoi argomenti somigliavano a quelli di quanti ora approvano l'intervento occidentale. Come oggi Gheddafi, così ieri Saddam era il bandito, il tiranno. Come la Libia di Lockerbie, anche l'Iraq era uno «Stato canaglia». La presa di posizione di Bobbio - il quale, suppongo, ignorava i retroscena della crisi (il voltafaccia del Kuwait, che prima aveva sostenuto l'Iraq contro l'Iran e poi pretese l'immediata restituzione dei prestiti di guerra, e, soprattutto, la garanzia di non-interferenza fornita a Saddam dagli Stati Uniti in caso di invasione del vicino) - fornì una patente di legittimità all'intervento (la prima guerra dell'era post-bipolare, motivata dall'esigenza di ristabilire la «legalità internazionale» e non dalla necessità di fermare l'avanzata del comunismo), destò scalpore e provocò divisioni anche tra i suoi allievi diretti. Ma vent'anni fa la sinistra critica fu sostanzialmente compatta contro quella tragedia (nessuno saprà mai quanti civili caddero sotto le bombe di Desert storm e quanti soldati iracheni finirono sepolti vivi nelle trincee spianate dai carri armati trasformati in bulldozer) e contro le altre che seguirono, sino alla seconda guerra irachena. Ora invece ci si divide e ci si scambiano, tra compagni, accuse pesanti. Perché? Che cosa è cambiato dal gennaio del 1991 ad oggi?
Una prima e parziale risposta può venire dal confronto tra le due posizioni in campo. Agli uni appaiono decisivi la natura dispotica del regime di Gheddafi e la brutalità della sua reazione contro una insurrezione popolare tesa - come in Tunisia e in Egitto, in Yemen, Giordania e ora in Siria - a instaurare un regime democratico. In questa prospettiva passa in secondo piano tutto il resto (la cifra politica del governo provvisorio di Bengasi; la composizione dello schieramento degli insorti; l'illegittimità della risoluzione del Consiglio di sicurezza e dell'intervento armato; le motivazioni strategiche ed economiche dei Paesi che hanno spinto per la guerra e si contendono la guida delle operazioni) che appare invece cruciale agli altri. Nella discussione le posizioni di irrigidiscono e si polarizzano. Pur di avere ragione dell'avversario, si ignorano le sue ragioni (che sussistono, da entrambe le parti).
Come accade, i toni si inaspriscono proprio per la vicinanza dell'interlocutore. I «democratici» accusano i «geopolitici» di cinismo («pur di denunciare la volontà di potenza degli Stati abbandonereste gli insorti sotto le bombe di Gheddafi») o, al contrario, di essere «anime belle», preoccupate solo di non farsi coinvolgere in un inevitabile conflitto. Accusati di essere «amici del tiranno», i geopolitici reagiscono trattando i democratici come «utili idioti» che, bevuta la favola della rivolta popolare, si sono fatti reclutare dagli impresari dell'ennesima guerra democratica. Eppure basterebbe poco per sottrarsi a questa tenaglia e far valere la verità interna a ciascuna delle due posizioni. Perché opporsi alla guerra dovrebbe implicare l'avversione nei confronti degli insorti, l'indifferenza verso la loro domanda di libertà e addirittura il sostegno a Gheddafi e alla sua azione militare? Perché mai affermare la necessità di proteggere l'insurrezione dalla controffensiva delle forze lealiste imporrebbe di ignorare il contesto internazionale in cui è maturata la decisione del Consiglio di sicurezza e gli inconfessabili propositi di Sarkozy e di Cameron? Perché risulta così arduo, questa volta, tenere la posizione di sempre: dire che Gheddafi va fermato ma che una guerra è inaccettabile? che la «comunità internazionale» ha (avrebbe avuto) un solo compito: interporsi e imporre immediatamente il cessate-il-fuoco e il negoziato tra le parti?
Non ho la pretesa di conoscere la risposta, quindi mi limito a formulare due ipotesi. La prima è che siamo rassegnati all'impotenza e per questo subiamo, prima ancora delle ragioni prevalenti (in questo caso, l'idea della necessaria difesa armata dell'insurrezione), la rappresentazione delle alternative sulle quali prendere posizione. Pesa a tal punto la sconfitta del movimento contro la guerra, che, pur di conservare un ruolo attivo nel dibattito pubblico, accettiamo - certo inconsapevolmente - di inscrivere i nostri giudizi nel quadro discorsivo imposto all'opinione pubblica. La seconda ipotesi, che non esclude la prima, chiama in causa la cultura politica di ciò che resta della sinistra.
Sbaglierò, ma ho l'impressione che i democratici imputino ai geopolitici di non essersi ancora sbarazzati della strumentazione concettuale della critica dell'imperialismo, che essi considerano arcaica e per di più contaminata dall'esperienza del movimento comunista novecentesco. Questa pervicacia intellettuale appare imperdonabile, nella misura in cui attesta il rifiuto di congedarsi senza riserve da una storia che anche a sinistra si considera in toto indifendibile. Se le cose stanno così, sarebbe il caso di discuterne seriamente, perché nessuno può illudersi che con la Libia il capitolo delle «guerre democratiche» si chiuderà per sempre. Nel 1983 Reagan creò un organismo (il National Endowment for Democracy) che aveva il compito di promuovere la «global democratic revolution» e mentre gli Stati Uniti attaccavano per la seconda volta l'Iraq qualcuno propose l'istituzione di un sottosegretariato di Stato per la «defenestrazione dei dittatori». Forse ha ragione chi sostiene che, andato a casa Bush, è cominciata un'altra epoca e che nella guerra contro Gheddafi l'imperialismo americano o franco-inglese non c'entra niente. O forse l'imperialismo, che non è una categoria etica, magari c'entra ancora, ma in modo diverso e perfino più cogente. Comunque, varrebbe la pena di vederci più chiaro.
I classici sono nostri compagni. Non ci chiedono una fedeltà che piega la nostra autonomia di giudizio mentre ci aiutano ad affilare la lama della critica facendola più coraggiosa. Si porgono a noi con umiltà senza imporsi. Inoltre ci sono utili. Averli sotto mano quando si scorre un giornale, quando si discute con amici, si legge e si scrive è un bene del quale tutti dovrebbero poter disporre e godere. I classici non servono a legittimare quel che pensiamo perché non scalzano l´autorità della ragione e della logica, né cancellano il contesto storico. Essi servono d´ausilio alla nostra analisi e alla nostra conoscenza.
La rivoluzione elettronica ha in questo un grande pregio perché ha annullato la nostra distanza fisica dai classici. Ce li squaderna tutti a costo zero, ogni minuto del giorno e della notte. In aggiunta, ha cambiato le abitudini editoriali, costringendo il libro stampato a svolgere anche una funzione di guida tematica. Gli studiosi inorridiscono (spesso con buone ragioni) di fronte a questa pratica dello scampolo. Ma i cittadini ordinari ne hanno un grande guadagno e bisogno. Non è forse utile e bello che un pendolare possa leggere in un´andata e ritorno una selezione di classici? Già l´editore Donzelli aveva iniziato due anni fa a stampare essenziali di testi esemplari con un´introduzione illustrativa. Ora la casa editrice Chiarelettere lancia un´intrapresa simile ma con un target ancora più specifico: libri pensati per chi legge i giornali, o chi usa la rete per informarsi ma non conosce che cosa la rete ha nei suoi scaffali. Libri-pamphlet assemblati da curatori perspicaci per fare dei classici i nostri compagni di viaggio.
Il primo volume della collana Instant Book di Chiarelettere è Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci, introdotto da David Bidussa. "Indifferenti" era il titolo di un articolo scritto da Gramsci nel 1917. Le prime parole sono tutte per noi: «Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare». Cittadino come partigiano della sua dignità e quindi della legge. A chi, sbagliando, pensa che il morbo della nostra società sia l´antipolitica, Gramsci spiega che l´indifferenza come l´apatia e il fatalismo è una forma caratteristica di una sensibilità politica molto spiccata: quella che lascia fare, che ci fa curare dei nostri interessi personali e famigliari, abbandonando, scriveva Alexis de Tocqueville, la "larga società" nell´illusione che, così, saremo più liberi e felici.È il costume politico ancora oggi più in voga.
Il volumetto intero è uno spaccato della politica dell´indifferenza. Si chiude, molto opportunamente, con alcuni stralci del discorso di Gramsci alla Camera dei Deputati, nel maggio 1925, cinque mesi dopo che Benito Mussolini mise una pietra tombale sulle indagini della magistratura sulle responsabilità sue e delle sue squadracce nell´assassinio dell´onorevole Giacomo Matteotti e sullo stato di diritto. La giustizia, allora come oggi, è lo scoglio sul quale il governo della legge può rovinosamente incagliarsi. Le parole di Gramsci (coraggiose di fronte a un Parlamento di pusillanimi ottusi, incapaci di sentire la gravità del momento) rendono il senso di quella tragedia: «Il fascismo, dunque, afferma oggi praticamente di voler "conquistare lo Stato"». Leggere il discorso è come vedere un film: ogni parola di Gramsci è interrotta da Mussolini e dai suoi uomini. Non lasciar parlare, urlare le proprie ragioni e offendere per togliere ossigeno alla critica. Una strategia che non conosce invecchiamento.
Odio gli indifferenti parla del "paese Italia" (paese, non nazione, specifica Gramsci). L´attualità fotografica sbigottisce. Il cittadino indifferente è il free rider, colui che pensa che poiché milioni di altri fanno la loro parte (pagano le tasse o votano), è inutile che egli faccia la sua, tanto nulla cambierà, né in peggio né in meglio; senza pensare che, come in un coro, ogni voce in democrazia è determinante. Ma quando e se le cose vanno a rotoli, e lo Stato si riempie di lestofanti che svuotano l´erario per foraggiare alleati e amici, allora gli indifferenti «piagnucolano pietosamente» oppure «bestemmiano oscenamente» - dopo, però. L´indifferenza è una forza politica che annulla la responsabilità e la volontà, salvo poi accusare di tutto il destino.
La raccolta gramsciana è un´illustrazione dell´indifferenza in tutte le sue pieghe, alimentata per esempio da un morboso bisogno di letteratura scandalistica. Era il 1917, l´anno in cui adolescenti di tutte le regioni italiane vennero mandati al macello a Caporetto, e il pubblico dei lettori era alla ricerca di notizie piccanti. «A leggere questi libri pare che l´Italia sia un immenso serraglio di mandrilli in fregola che si atteggiano a sentimentali, quando il sentimentalismo sia la via più facile per raggiungere la meta agognata. Tutte le altre attività della vita, che non siano l´attività amorosa, sembra che non esistano». Cambiano i musicanti, ma la musica è la sempre stessa.
Massimo Terni, “La mano invisibile della politica. Pace e guerra tra stato e mercato”, Garzanti, pp. 192, euro 16,60
È convinzione diffusa quella che, nell'età globale, l'economia abbia imposto alla politica il suo primato. Su questo tema, e su quello strettamente connesso del declino della sovranità statale, si cimenta ora Massimo Terni, studioso di dottrine politiche, con un libro dal titolo eloquente: La mano invisibile della politica. La politica è dunque tramontata nell'epoca del mercato globalizzato? Per rispondere alla domanda Terni, opportunamente, non si schiaccia sulla diagnosi dell'oggi, ma compie un largo giro riflettendo sui modi in cui i rapporti tra economia, politica e Stato si sono articolati nelle vicende del pensiero e in alcuni grandi snodi storici.
Tanto per cominciare, c'è un punto che conviene tenere ben presente: la centralità e il primato sociale dell'economia, così come lo abbiamo conosciuto nel nostro tempo, non è affatto una situazione priva di alternative. Anzi, come l'autore ricorda riprendendo Karl Polanyi, l'epoca dello homo oeconomicus è una parentesi «relativamente breve rispetto a una storia millenaria in cui vigeva il principio aristotelico della "sussidiarietà" dell'economia: prioritarie sono sempre state le ragioni della politica, che utilizzava l'economia per i propri scopi, ma senza mai considerarla un valore in sé».
La virtù pubbliche del consumo
La civiltà occidentale nasce, in Grecia, proprio affermando il valore dello spazio pubblico politico rispetto a quello privato dell'oikos (in greco, la casa) dove ci si dedica appunto alla oikonomia, cioè alla necessaria produzione dei beni di sussistenza, che è certamente una base, ma che sarebbe aberrante considerare come il fine della vita umana o come lo scopo principale dell'agire politico dei cittadini (Terni riprende qui il tema caro a Hannah Arendt). È vero che la svalutazione dell'attività materiale dipendeva anche dal fatto che questa veniva svolta, in una certa misura, da schiavi; ma ciò è esatto solo in parte perché, come ha mostrato una brava studiosa marxista della Grecia classica, Ellen Meiksins Wood, in realtà la base sociale della polis ateniese era costituita proprio da cittadini-contadini indipendenti, che svolgevano da sé il lavoro materiale necessario alla loro vita.
Non c'è dubbio comunque che, per tutta l'antichità e il medio evo, era impensabile considerare la produzione di beni come un fine supremo, e l'idea di fare denaro con il denaro era considerata perversa e peccaminosa. Per l'individuo moderno, invece, come dirà «il padre di tutti gli yankees», Benjamin Franklin, «il tempo è denaro»; l'uomo è considerato come naturalmente incline allo scambio e al guadagno (Adam Smith), la categoria centrale diventa quella dell'«interesse», e l'operare della mano invisibile del mercato appare come la più efficace garanzia di prosperità e di benessere per tutti. Il fine della politica diventa quello di incrementare la «ricchezza delle nazioni», mentre i lussi e i vizi privati perdono la loro caratterizzazione negativa perché, se fanno girare il denaro, si trasformano presto in «pubbliche virtù».
Il rapporto tra economia e politica, dunque, sembra capovolgersi: se prima l'economia era sussidiaria rispetto alla politica, con la modernità è la seconda che deve mettersi al servizio della prima. Però la «triste scienza» con la quale Marx farà i conti è ancora una political economy: la crescita economica viene perseguita nel quadro e con i limiti dettati dallo Stato nazionale che, sospinto dai conflitti di classe, diventa anche un fattore di redistribuzione della ricchezza prodotta, un Welfare State che si incarica di far rifluire i benefici anche verso coloro che, secondo la pura logica di mercato, ne resterebbero esclusi. Del resto, l'ideologia che accompagna questo processo non è priva di contraddizioni: per un verso si basa sull'idea del mercato come meccanismo naturale, spontaneo e autoregolantesi (la mano invisibile smithiana). Mentre invece, a ben guardare (e lo hanno mostrato perfettamente Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein) l'imposizione di un ordine di mercato avviene con il contributo determinante dei poteri statali, che le forze economicamente dominanti utilizzano per perseguire i loro fini.
Denazionalizzati e contenti
Il primato dell'economia resta incardinato dentro lo Stato sovrano, con tutte le contraddizioni che ciò comporta: dallo Stato come (marxianamente) comitato d'affari della grande borghesia e della grande finanza, allo Stato come istituto che, almeno nelle dichiarazioni, trae la sua legittimità dalla sovranità popolare. E la conseguenza è che il conflitto di classe prende spesso la forma di una lotta per condizionare, controllare o «prendere» il potere dello Stato e, a partire da quello, governare le potenze dell'economia.
Ma nell'età globale, e veniamo così al punto di oggi, anche questo instabile e conflittuale bilanciamento dei poteri si rompe: se, come ci raccontano tutte le analisi più accreditate, la sovranità dello Stato perde i pezzi; se, come scrive giustamente Terni, è in corso sotto i nostri occhi un processo di «denazionalizzazione» (che quasi inverte quello di «nazionalizzazione» che aveva avuto il suo culmine nell'Ottocento), allora la sovranità popolare rischia di ritrovarsi ad abitare un «non-luogo». E il potere economico-finanziario sembra godere finalmente delle condizioni per affermarsi senza contro-poteri effettivi che siano ancora in grado di limitarlo.
Lo Stato pare ridursi, scrive Terni, al «partner di un sistema di imprese transnazionali finalizzato a un'accumulazione di capitale fine a se stessa», nel segno di una «privatizzazione di fatto» di quelle che avrebbero dovuto essere «funzioni di interesse collettivo».
In un quadro così fosco, l'autore non suggerisce ricette, ma propone una indicazione convinta. Se la politica può avere ancora un ruolo, è a partire dal fatto che potestà politica e Stato-nazione non vanno necessariamente insieme. Se è vero che si sono date molte forme di autorità politica prima dello Stato (da quelle di tipo comunitario e tribale all'universalismo medievale del Papato e dell'Impero) il tema di oggi è che si sta andando verso una politica post-statale, i cui contorni, però, sono ancora poco definiti e sui cui esiti non è facile essere ottimisti.
A leggere questo libro, Italia sperduta, di Carlo Donolo, tra i sociologi più conosciuti, professore alla «Sapienza» di Roma, viene in mente quel che disse un vecchio signore di buon senso davanti a un talk show della tv popolato di ministri, corifei, amazzoni urlanti, dimentiche anche di esser donne, alla disperata difesa del cavaliere di Arcore: «Ma che libri hanno letto?» . Un saggio denso, amaro, radicale nelle analisi, l’Italia sperduta (Donzelli, pagine 175, e 18), che non indulge in critiche moralistiche, ma racconta i fatti del passato prossimo e remoto e li mette a confronto con l’oggi, tempo in cui prevalgono l’incertezza, l’ansia, il conformismo timoroso.
«Pulcinella e Sganarello sono dei geni a fronte dell’ottusità imperante» scrive Donolo. Che cosa è mai successo, si domanda, come è stato possibile, cosa, nel recente passato, può spiegare questo presente? Cosa abbiamo fatto e omesso? Ci sono vie d’uscita? Donolo le cerca, non è un pessimista compiaciuto, esistono le energie possibili per ricominciare: tutta una società minuta, priva purtroppo di ponti capaci di collegare il fare diffuso, spesso sconosciuto.
Manca la politica, manca il rispetto per la Costituzione e questo rende fragile la democrazia. Il nodo del libro è la crisi cognitiva della comunità: «Significa che il Paese non riesce a transitare verso una forma più avanzata, verso la società della conoscenza, pur avendo risorse, perfino eccellenze, in diversi campi» per restare agganciati all’Europa, per competere nella globalizzazione, per affrontare in modo innovativo i molti problemi strutturali del Paese, in ritardo, incompiuto, specchio di una modernizzazione superficiale. I temi dell’Italia sperduta sono innumerevoli.
Il tradimento dei ceti medi, toccasana elettorale dei partiti, tutti, che li corteggiano, è essenziale. Plebeizzati, privi di identità culturale, con il miraggio delle rendite, non del lavoro — consumi senza cultura— i ceti medi hanno rinunciato alla loro funzione equilibratrice: «Si buttano all’avventura, alla cieca (…) spesso con rabbia, livore e disgusto» . Il conflitto tra generazioni è diverso rispetto al passato. I padri, bisognosi di rassicurazioni, «si buttano sull’offerta politica peggiore: sanatorie, scudi fiscali, condoni, piani casa, economia sommersa, approssimazione (…) tra intolleranza e livore (…) compreso il contorno di belle di giorno e di notte» . I figli sono disorientati, apatici nella grande maggioranza, allietati da qualche gadget.
Poi esiste una minoranza attiva, costruttiva, piuttosto che ribelle. C’è sempre stata, dal Risorgimento alla Resistenza. Ma adesso, sostiene Donolo, i politici, quelli meno ignoranti, possono soltanto pescare nei progetti intelligenti e sostenibili di quei giovani che rappresentano «la confutazione del conformismo della rassegnazione e delle velleità patrimonializzate e di rent seeking (prelievo di rendite) dei loro genitori» , avvinghiati alla «roba» , ciechi nel non vedere, che condannano i figli a un futuro gramo. «La regressione psicoculturale italiana ha qui il suo cuore» . Il ceto medio irriflessivo pensa di essere protagonista, l’unico in grado di dettar legge riprendendo il potere dopo essersi servito degli uomini d’avventura.
Accadde col fascismo, sta accadendo col berlusconismo che, secondo Donolo, è «la cultura politica del saper approfittare privatamente della tragedia collettiva» . Il nostro è un Paese in drammatica crisi, politica, morale, culturale, di costume di vita. «Calpesti e derisi» nella comunità europea, è indispensabile riportare l’Italia alla decenza: nella ricerca scientifica, nella formazione universitaria, nella riforma scolastica, nella vivibilità urbana, nel risanamento dei centri storici, nella bonifica di aree a rischio ambientale, nella tutela del paesaggio, nella riforma della pubblica amministrazione. Il problema della classe dirigente, assai scadente, è primario.
Il reclutamento è dissennato, oggi ancora di più, con una legge elettorale che impedisce la scelta dei candidati e i partiti che impongono soltanto uomini e donne fedeli. Si è creato «un regime di ingovernabilità fondato su un nesso fiscale degradato, inefficiente e ingiusto» . Le carenze sono visibili: l’ambiente devastato, i tesori dell’arte lasciati morire, la cultura considerata un trascurabile additivo, non le fondamenta da cui ricominciare. Si vive alla giornata. Le grandi questioni nazionali sono trascurate, come la prevenzione a lungo termine.
Basta guardarsi intorno: la corruzione tocca tutti gli strati sociali, l’evasione fiscale è devastante, il consumo del suolo suicida, l’abusivismo un’abitudine tollerata, le regole nemiche, i poteri criminali padroni al Sud, diffusi al Nord. Certamente, il debito pubblico è micidiale, la crescita manca, ma questo non deve essere un alibi. Perché le risorse ci sono e anche le energie e gli anticorpi: si tratta di metterli in rete. Finalmente uno studioso che parla senza peli sulla lingua, come di recente hanno fatto nei loro libri Guido Crainz, Ermanno Rea, Marco Revelli. Per tentare di offrire una bussola a una classe dirigente cieca, sorda e purtroppo parlante con una volgarità ostentata.
Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l'apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone? Non o non solo - come sostengono più o meno tutti i media ufficiali - che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l'infrastruttura e l'organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall'infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte - e per lo più - moltiplicano quei danni, com'è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l'apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un'intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell'Europa, del Giappone, del mondo, che l'apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più "leggero": Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent'anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c'era da fidarsi allora? E c'è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L'apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L'apocalisse ci rivela che la normalità - quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro "sviluppo" e del nostro finto "benessere" - è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone - e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami - che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese "sottosviluppato" se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni - che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale - si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l'atomo consumi, sviluppo ed "emersione" di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant'è che quei programmi stavano andando avanti - e forse verranno mantenuti ancora per un po' - soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l'Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se - o meglio, quando - crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l'industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l'Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell'Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all'indomani dell'11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all'altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l'apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la "normalità" di domani. L'apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l'intasamento della loro "capacità di carico"; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall'ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall'oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del "prospero" Occidente. Le fonti rinnovabili, l'efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un'agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.
CI SONO momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l'emozione oltre che con la razionalità, perché l'emozione sveglia, incita a stare all'erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d'apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s'è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l'esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.
All'orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s'aggiunge ora una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più diversi espedienti: all'intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da rimedio.
Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza l'azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire (questo significa euristica ). Che è generatrice di curiosità, prevede il male con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: «Diventa necessario il "fiuto" di un'euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che ne risulta»( Il principio di responsabilità, Einaudi '90).
Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi - come l'italiano, il francese - che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l'urgenza di correggere i piani nucleari.
Obama e Angela Merkel dicono ben altro: «Non si può fare come se nulla fosse». Non così il ministro dell'energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani.
Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine «catastrofe», preferendo il meno allarmante «incidente grave». Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l'altro ieri a «non farsi prendere dalla paura», senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.
Apocalisse è vocabolo che s'espande come un virus, dall'inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l'omega che si ricongiunge all'alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all'oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s'esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d'ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.
In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti, che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti squassa, la solitudine dell'uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore: impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d'un tratto s'immobilizzano, come morissero in piedi.
Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia quanto possa esser afono l'agnello, e il grido del Giappone è colmo di interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie quarant'anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha già vissuto la sventurae se la porta dentro come assillo, s'è fidata della tecnologia, nonè corsa in tempo ai ripari? Ci sono grandi disastri che hanno quest'effetto: di sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute sicure. L'Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona, l'1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura d' un mondo: fondato sull'euforia tecnologica, sull'ottimismo, religioso o no.
La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope aveva scritto un poema intitolato Saggio sull'Uomo. Il verso ricorrente era: «What ever is, is right»: tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist, Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel Candide di Voltaire: avanziamo «nel migliore dei mondi possibili».
Cadde anche l'illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la «rabbia del mare»), lo sguardo di Voltaire: «Elementi, animali, umani, tutto è in guerra. Occorre confessarlo: il male è sulla terra». Ansioso di conforto, Rousseau scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: «Non sempre una morte prematura è un male reale (...). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (...) non è detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte che lo ha colto invece di sorpresa».
Ma anch'egli pone domande che solo l'emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte 6-7 piani? Non è l'uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il terremoto e conclude: «Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino», dunque la terra, perché questo tocca all'uomo. All'uomo descritto da Kant dopo il 1755: «legno storto», «mai più grande dell'uomo». Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s'è rovesciato lo tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che «il male è sulla terra», e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di vedere la città su cui s'abbatte l'indicibile cataclisma raccontato nel film Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereoavvoltoio (nell'Apocalisse griderebbe: «guai! guai!») che vola verso lo schianto.
Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il Giappone ha dietro di sé un'epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il 1991 e il 2000, e s'è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell'orrore ma - all'ombra dello tsunami - visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer (le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano «Aiutami!», nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest'effigie di sé.
È la silhouette annerita dell'uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel '45. L'incubo si stende sull'uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.
Quella che segue è una parte dell’introduzione di Gianfranco Pasquino al libro «La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana» (Bruno Mondadori) , da giovedì in libreria
Le Costituzioni moderne sono soprattutto carte che codificano le libertà; sanciscono diritti e doveri dei cittadini; delineano i rapporti fra cittadini e le istituzioni; specificano la divisione dei poteri e i limiti del loro esercizio a opera di ciascuna istituzione e di coloro che vi sono preposti. Oggi, possiamo affermare con sicurezza che le Costituzioni danno forma a un sistema politico, e potremmo aggiungere che dove non c’è una Costituzione non esiste, pur con la luminosa eccezione della Gran Bretagna, democrazia. Tutti i sistemi politici che si sono affacciati alla democrazia, negli ultimi trent’anni alcune decine, si sono dati Costituzioni il cui elemento centrale è rappresentato dal riconoscimento e dalla garanzia dei diritti dei cittadini. Molto spesso i rispettivi costituenti hanno approfittato della possibilità, qualche volta una vera e propria necessità, di scrivere la Carta costituzionale per delineare anche il tipo di sistema politico, sociale ed economico da loro preferito. Nessuna Costituzione contemporanea potrebbe oggi fare a meno di offrire spazio al mercato e alla concorrenza economica. Né potrebbe tralasciare di regolamentare tutto quello che attiene all’istruzione, al lavoro, alla salute dei suoi cittadini.
Tra il 1946 e il 1948 i costituenti italiani ebbero la grande opportunità di collaborare alla stesura della prima vera e propria Carta costituzionale della Repubblica democratica italiana. Da uno dei più autorevoli di loro, per statura intellettuale e conoscenza del diritto, Piero Calamandrei, vennero contributi significativi, ma anche forti critiche al testo approvato. In particolare, Calamandrei, giurista positivista, manifestò forte contrarietà alle norme programmatiche, quelle che indicano quanto deve essere fatto, che, per l’appunto, delineano un programma. Quando, pochi anni dopo la promulgazione, Calamandrei si trovò a fare un bilancio, ancorché preliminare, della Costituzione italiana, affermò con una frase memorabile che era una«rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata».
Negli articoli della Costituzione, addirittura nel suo impianto complessivo, stava un disegno di trasformazione dei rapporti politici, sociali ed economici che, almeno in parte, rifletteva le grandi e nobili aspirazioni della Resistenza, ovvero la «rivoluzione mancata».
Quella di Calamandrei non era soltanto una frase a effetto. Purtroppo la fase di applicazione della Costituzione non si è mantenuta fedele alle sue promesse e alle norme programmatiche. La storia della Repubblica italiana spiega il perché delle inadempienze, ma non può giustificarle, anche se la guerra fredda (1946-1989) sicuramente non facilitò scelte che la Costituzione suggeriva e incoraggiava. In seguito, lo strapotere dei partiti, ovvero la partitocrazia, tutt’altro che un fenomeno inevitabile e meno che mai insito nella Costituzione italiana, provocò non poche inadempienze e distorsioni costituzionali.
Da più di tre decenni, ormai, l’attenzione si è spostata e si è concentrata sulle istituzioni e sulla loro riforma, spesso addirittura esclusivamente sul sistema elettorale, nella ricerca spasmodica della formula che convenga maggiormente a partiti che si sono alquanto indeboliti, ma che rimangono gli attori politici dominanti. È probabile che i costituenti, non soltanto Calamandrei, guarderebbero preoccupati, se non addirittura inorriditi, alle proposte particolaristiche di cambiamento delle regole e delle istituzioni. Preoccupazione e orrore non deriverebbero affatto da una loro difesa a oltranza, come fanno alcuni politici, giuristi e intellettuali italiani, di tutto il testo costituzionale quasi fosse un oggetto sacro. Al contrario, pochi di loro riterrebbero la Costituzione immodificabile poiché le modalità delle eventuali modifiche sono chiaramente indicate e regolate. I costituenti non meritano l’appellativo di «conservatori istituzionali». Si chiederebbero, però, se la classe politica italiana ha davvero operato per tradurre la rivoluzione promessa in quelle riforme politiche, sociali ed economiche che renderebbero migliore l’Italia.
La lettura del testo costituzionale, effettuata senza interferenze politicizzate e senza paraocchi ideologici, consente di cogliere in molti articoli le potenzialità tuttora vive di una trasformazione profonda dell’Italia, anche grazie al suo inserimento, previsto in maniera lungimirante, negli organismi europei e nelle istituzioni internazionali.
Credo che sia doveroso sottolineare che i problemi politici, sociali, economici e istituzionali italiani non hanno nessuna radice negli articoli della Costituzione, anche se alcuni articoli sono, senza dubbio, da rinfrescare e da ritoccare, talvolta anche da riscrivere. Ma la rivoluzione promessa è ancora tutta davanti a noi, perseguibile e conseguibile. La Repubblica alla quale i costituenti hanno affidato il compito ambiziosissimo ed esigentissimo di rimuovere gli ostacoli che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale» siamo noi, cittadini e detentori di cariche politiche a tutti i livelli. La responsabilità maggiore è sempre quella di chi ha più potere politico, ma qualsiasi rivoluzione, anche pacifica, da effettuarsi attuando le norme programmatiche, ha bisogno diunampio sostegno popolare e di una convinta partecipazione di cittadini informati. Sono entrambi elementi che una buona conoscenza della Costituzione è in grado di costruire e potenziare. Era la speranza dei costituenti italiani. È rimasta tale.
Tutti i diritti riservati © 2011, Pearson Italia, Milano - Torino. Prima edizione: marzo 2011
Neppure l’oppositore più prevenuto avrebbe potuto attribuire a Berlusconi le parole che ha realmente pronunciato presentando il suo progetto sulla giustizia: con questa legge - ha detto - non vi sarebbero mai state le indagini di Mani pulite. In altri termini, non sarebbe mai stato rivelato ai cittadini il degrado etico-politico che ha portato all’agonia e al tracollo della "Prima Repubblica". Il premier ha aggiunto: desidero questa legge dal 1994.
Cioè dal momento in cui il suo populismo antipolitico ha potuto affermarsi sulle macerie di un sistema partitico minato dalla corruzione e incapace di rinnovarsi. Perché Berlusconi ha voluto e potuto proclamare ad altissima voce opinioni e propositi che anni fa sarebbero stati vissuti dal sentire comune del Paese come un vero e indecente vulnus?
Perché, anche, ha fatto una dichiarazione di guerra così aperta alla magistratura e alla Costituzione proprio alla vigilia di processi che ha tentato di evitare in tutti i modi e con tutti i lodi possibili, entrando in ripetuto conflitto con la Corte Costituzionale e con la Presidenza della Repubblica (con Ciampi prima, e con Napolitano poi)?
Si tratta di una vera prova di forza - favorita dal dissolversi di una possibile "destra diversa" e dall’ormai cronico stato di confusione del centrosinistra - o è l’escalation di una pericolosissima debolezza?
Il progetto proposto è senza dubbio una "contro-riforma incostituzionale", come ha scritto Massimo Giannini, basata sul predominio del potere politico sul potere giudiziario, in dispregio di quell’equilibrio fra poteri che è alla base di ogni Costituzione democratica.
Se avesse una maggior dimestichezza con la storia patria Berlusconi forse evocherebbe, nelle sue ville e nelle sue feste, quell’articolo dello Statuto Albertino secondo cui "la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch’Egli istituisce". In questo scenario la riabilitazione della corruzione politica degli anni Ottanta - di questo si tratta - ha il senso di un atto simbolico interamente proiettato sul presente e sul futuro. E ha trovato, al solito, incauti ed entusiasti seguaci.
L’entusiasmo ha reso un pessimo servizio al direttore de "Il Giornale", che ha iniziato un suo editoriale di damnatio della magistratura evocando addirittura il 1974 ed attaccando frontalmente l’allora magistrato Luciano Violante, reo d’aver incriminato per tentato golpe Edgardo Sogno. "Una bufala", scrive elegantemente Sallusti. Peccato che lo stesso Sogno poco prima di morire abbia ammesso che l’accusa era pienamente fondata, e abbia affidato la sua testimonianza a un libro scritto con Aldo Cazzullo (è stato pubblicato dieci anni fa dalla Mondadori e ristampato di recente: il direttore del "Giornale" non dovrebbe avere difficoltà a procurarselo).
In quello stesso 1974 alcuni giovani pretori portavano alla luce le tangenti petrolifere e documentavano in modo inoppugnabile un salto di qualità decisivo della corruzione: non più somma di episodi ma metodo, con percentuali concordate e procedure sempre più "istituzionalizzate".
Scavò qui la talpa del degrado - non della rivoluzione, come avrebbe voluto il vecchio Marx - che portò alla crisi del "sistema dei partiti", e gli anni Ottanta furono il decennio della sua escalation. Una escalation che era sembrata allora tanto evidente quanto inarrestabile, ampiamente documentata dai processi che progressivamente si allargarono alle più differenti parti del Paese.
Era il 1984 quando un vicepresidente della Camera, di solida appartenenza democristiana, dichiarava: "Hanno reso fiorente la cultura della tangente tanto da farne la ragione di ogni attività politica". E negli anni successivi i principali quotidiani, con parole sempre più attonite e convergenti, ebbero a segnalare appunto l’affermarsi della tangente come "taglia permanente, tassa di cittadinanza", o di un potere "che incombe come fardello imposto alla società sotto forma di lottizzazioni e tangenti". O, ancora, l´"incrociarsi della corruzione dall’alto e di quella dal basso".
Di fronte alla realtà che le indagini rivelavano, Norberto Bobbio scrisse che una fine così miseranda della "Prima Repubblica" era l’espressione del fallimento di tutta una nazione. Non del solo ceto politico: dell’intero Paese.
L’incapacità di interrogarsi su quel nodo, la volontà di autoassolversi (un tratto non effimero della nostra storia) favorirono una rimozione profonda, e grazie ad essa fece progressivamente le sue fortune il progetto berlusconiano di imporre nuove e più solide forme di impunità. Un progetto sempre più esplicito e sempre più condiviso all’interno del centrodestra, i cui esponenti hanno dichiarato a più riprese nell’ultimo periodo: Berlusconi non farà la fine di Craxi perché, a differenza del Psi, il Pdl farà muro. Hanno cioè dichiarato: la salvezza del premier non risiede nella sua innocenza ma nella salda omertà di un partito in cui le "cricche" sono diventate cemento e ragion d’essere.
Su un punto il premier ha ragione: il rovesciamento incostituzionale che oggi vuol portare a termine è stato preparato in un lunghissimo scorrere di anni. E non sarebbe stato possibile senza gravissimi errori compiuti dal centrosinistra negli anni stessi in cui ha governato.
Non fu rimosso allora il conflitto di interessi, destinato così a ingigantirsi, e - ancor di più - vi furono vistosi cedimenti di fronte ad una offensiva che si basava sugli stessi cardini del disegno di legge attuale: l’attacco alla obbligatorietà dell’azione penale e la subordinazione della magistratura al potere politico. Fu questa offensiva ad avere troppo larghi spazi nella Commissione Bicamerale, favorita dalla insipiente illusione del centrosinistra di "normalizzare" Berlusconi (e il berlusconismo). Nel momento stesso in cui affossava la Commissione il Cavaliere andò a dire a un convegno dei giovani industriali: fino a quando il potere politico non diventerà il "dominus" dell’azione giudiziaria non si potranno fare riforme in Italia (lo sottolineava con chiarezza su questo giornale Eugenio Scalfari: era il 1998).
Il progetto oggi giunge a termine, e anche oggi intreccia obiettivi concreti e atti altamente simbolici: atti destinati comunque a lasciare il segno, a scavare a fondo in un terreno che è diventato sempre più friabile, perlomeno nelle stanze della politica. E il vero bersaglio, come nei recenti (o recentemente reiterati) attacchi alla scuola pubblica, è l’essenza stessa della Costituzione.
Alcuni anni fa Christoper Lash osservava che nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per intolleranza quanto per indifferenza. In Italia, oggi, non è più solo così: intolleranza e arroganza del potere non sembrano avere limiti, e solo la fine dell’indifferenza potrà porvi rimedio. Solo la difesa intransigente di principi e valori irrinunciabili.
Da anni, lo sappiamo, la Costituzione è sotto attacco. Un attacco che, negli ultimi tempi, è divenuto sempre più diretto, violento, sfacciato. Le proposte di modifiche costituzionali riguardanti la giustizia ne sono l’ultima conferma. Per questo siamo qui, per contrastare una volta di più una voglia eversiva dei fondamenti della Repubblica.
Sedici milioni di cittadini, ricordiamolo, hanno saputo difendere la Costituzione e i suoi principi il 25 e il 26 giugno 2008, votando contro la riforma costituzionale voluta dal centrodestra.
Ma quella straordinaria giornata è stata troppo rapidamente archiviata. Da chi ha tratto un frettoloso sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. E da chi si era preoccupato di dire che la bocciatura di quella riforma non doveva pregiudicare la necessaria riforma costituzionale. E così quel voto non ha costituito il punto di partenza per una nuova consapevolezza costituzionale, neppure per le timorose forze politiche d’opposizione che pure avevano sostenuto il referendum contro quella riforma.
Così è tornato con prepotenza il progetto di mutare alla radice la tavola dei valori di riferimento, la Costituzione, fuori da ogni regola condivisa, ora facendo prevalere interessi particolari se non personali, ora lasciando spazio a pressioni di matrice ideologico-religiosa che vogliono agire in presa diretta sul funzionamento del sistema politico. Gli equilibri istituzionali ne risultano sconvolti, le tutele giudiziarie sono contestate, la garanzia di libertà e diritti, perduta nel Parlamento, si rifugia nella Presidenza della Repubblica e, soprattutto, nella Corte costituzionale.
Ma, in tempi così perigliosi, la Costituzione sta conoscendo una rinnovata e inattesa attenzione. Parlar di Costituzione ha un suono benefico e sta producendo una identificazione con essa di un numero crescente di persone, consapevoli della necessità di essere esse stesse protagoniste di una azione di promozione e difesa dei diritti. In questo momento, in decine di città, vi sono flash mobs di studenti che distribuiscono copie della Costituzione, come già quel prezioso libretto era stato impugnato in tante altre manifestazioni. La Costituzione sta incontrando il suo popolo. E questo popolo è consapevole che la politica deve essere in primo luogo, e sempre, politica costituzionale, se vuole riguadagnare la sua forza e la sua nobiltà.
Questo è un estratto dell’appello che sarà letto oggi in Piazza del Popolo a Roma nella manifestazione "A difesa della Costituzione"
Rompendo i confini
di Ida Dominijanni
Ci hanno messo pochissimo, le donne egiziane, a realizzare quanto sia abile il potere maschile a ricomporsi dopo le rotture rivoluzionarie. Loro sono state protagoniste decisive della lotta di piazza Tahrir e di tutto ciò che l'ha preparata e fatta crescere, eppure, dicono adesso, il governo militare che s'è insediato al posto di Mubarak se n'è già dimenticato: per questo oggi celebreranno l'8 marzo tornando in piazza. Non si creda che sia un problema solo laddove i militari subentrano ai despoti, o dove, come in Iran dove pure domani sarà una giornata di lotta femminile, sono andate al potere rivoluzioni islamiche con un segno, e con delle legislazioni, esplicitamente patriarcali. Accade anche nelle democrazie occidentali, ed è precisamente quello che è accaduto nell'Italia democratica degli ultimi decenni, dove una estenuante e infinita «transizione» ha potuto compiere tutte le sue giravolte, di centrodestra e di centrosinistra, berlusconiane e antiberlusconiane, nella pervicace sottovalutazione e dimenticanza della rivoluzione femminista. La contro-rivoluzione tentata dal sultanato di Arcore, giova ricordarlo, è stata possibile grazie a questa più vasta e generalizzata rimozione: e non va imputata, com'è diventato vezzo diffuso anche nella stampa di sinistra, al fallimento del femminismo degli anni Settanta, peraltro tutt'ora vivo e vegeto, ma al fallimento della classe politica (maschile) dagli anni Ottanta in poi, nonché alla cecità dell'informazione mainstream. E non ci sarà solidarietà credibile e non sospetta di strumentalità con noi donne oggi che non passi per un'autocritica severa e sincera, della classe politica e dell'informazione.
Le rivoluzioni però, come diceva quel tale, scavano nel tempo e in profondità, e approfittano delle ironie della storia. Per un'ironia della storia, grazie alla contro-rivoluzione del sultanato la rivoluzione femminista, che non ha mai smesso di essere all'ordine del giorno, torna anche al centro della scena. E il laboratorio italiano, volente o nolente, torna all'avanguardia della battaglia epocale che si gioca sul fronte del rapporto fra i sessi. Dove non c'è più la vecchia questione femminile, ma una nuova questione maschile, della quale finalmente si fa strada, fra uomini, una qualche consapevolezza. Mentre fra donne si riallacciano fili generazionali e culturali, messi alla prova da un ventennio che ha cambiato l'antropologia del paese tentando di rifare del «femminile» il giocattolo plastificato di un immaginario colonizzato. Senza dimenticare il negativo che lo macchia oggi come cento anni fa - le operaie asfissiate del 1911, le ragazze massacrate di oggi come Sara e Yara - facciamo di questo 8 marzo davvero un giorno di festa. Più di rimessa al mondo della libertà che di difesa della dignità, più di lotta contro il lavoro disumanizzato che di rivendicazione di un lavoro paritario, più di rilancio del desiderio sequestrato che di censura del sesso esibito, più di sconfinamento in altri mondi che di ricostruzione dei profili della nazione. Se oggi il Cairo è più vicino di quanto non fosse cento anni fa New York, lo si deve anche se non in primo luogo alla rivoluzione femminile.
Tutti i nomi della scintilla
di Alessandro Portelli
Oggi vorrei parlare di Francesca Caputo. Aveva diciassette anni. Morì cento anni fa, in un giorno di marzo del 1911, asfissiata o bruciata, insieme con altre 145 donne, nell'incendio di una fabbrica, la Triangle Shirtwaist Factory, a New York, Stati Uniti d'America. Donna, operaia, immigrata - tre volte senza diritti. Anzi, quattro: era anche minorenne.
Vorrei parlare di lei, ma questo è tutto quello che so: il nome, l'età, dove lavorava, dove abitava (81, Degraw Street, Brooklyn), dove e quando è morta. Ma basta a commuovere e a fare rabbia, perché ci dà i contorni di una vita, e così ci ricorda una cosa elementare che però dimentichiamo spesso di fronte alle tragedie di massa. Quel 25 marzo a New York, come il 24 marzo 1944 a Roma, come in qualunque bombardamento in Afghanistan o in Libia, non è accaduta una strage, un massacro - ma: centoquarantasei omicidi sul lavoro, trecentotrentacinque esecuzioni a sangue freddo, una per una.
C'è una struggente canzone di Utah Phillips, il grande folksinger anarchico scomparso pochi anni fa, che racconta un'altra strage, ventisei lavoratori migranti sepolti senza nome in una fossa comune a Yuba City, California, negli anni '60: «se avessi una lista, se solo li sapessi, vi canterei i loro nomi uno per uno, e arrivato alla fine li ricanterei di nuovo». I rituali e i monumenti più efficaci e struggenti della nostra epoca - dalla commemorazione dell'11 settembre a quella delle Ardeatine, fino al monumento di Washington ai caduti americani del Vietnam sono infine nude liste di nomi.
I nomi delle vittime dell'incendio della Triangle Shirtwaist Factory li conosciamo, e adesso una lista li mette finalmente insieme, con le età, persino gli indirizzi. Con Francesca Caputo morirono Vincenza Billota, che di anni ne aveva 16; e Michelina Cordiano, che ne aveva 25 e abitava a Bleecker Street, in quel Greenwich Villae allora ghetto di immigrati e futuro quartiere degli artisti dove in altri tempi sarebbe andato ad abitare Bob Dylan; e Annie L'Abate, sedici anni anche lei - la stessa età di Tillie Kupferschmidt. Morirono con loro Daisy Lopez Fitze, Nettie Leibowitz, Bettina e Frances Maiale (18 e 21 anni), Caterina, Lucia e Anna Maltese (39, 20, 14 anni: madre e figlie?), Rosie Makowski, Sadie Nussbaum (18 anni anche lei), Providenza Panno, che ne aveva 43, e Antonietta Pasqualicchio, sedicenne; e Golda Schpunt, Jenie Stiglitz, Clotilde Terranova, Frieda Velakovski... C'era anche qualche uomo: Theodore Rotten, Israel Rosen (17 anni). Nomi di italiane, qualche nome ispanico (Loped, Del Castillo), soprattutto nomi ebraici, ben 102: il 1 marzo (centesimo anniversario secondo l calendario ebraico), nel cimitero di Staten Island, davanti a una tomba dove sono ammucchiati 22 dei loro corpi (4 uomini, 18 donne), poche decine di persone si sono radunate in una giornata di vento ad ascoltare dalla voce del Rabbi Shmuel Plafker intonare i loro nomi ebraici: Leah bas Leib (Lizzie Adler), Chaya bas Eli ben Zion (Ida Brodsky), Sarah bas Mordechai (Sarah Brodsky), Aidel bas Asher (Ada Brook), Masha bas Meir (Molly Gerstein), Rashka Mirel bas Reb Moishe Leib (Mary Goldstein), Dina bas Dovid (Diana Greenberg), Perel bas Tzvi (Pauline Horowitz), Rivkah bas Yosef (Becky Kappelman)...
Erano addette alla macchine da cucire, facevano un nuovo tipo di camicette, con la fila di bottoni sul davanti come quelle degli uomini, molto alla moda. Lizzie Adler era arrivata in America solo tre mesi prima, e aveva già cominciato a mandare soldi alla famiglia in Romania; Sara Brodsky avrebbe dovuto sosarsi fra un mese, e il fidanzato riconobbe i corpo dall'anello di fidanzamento che aveva ancora al dito. Venivano dagli shtetl dell'Europa orientale e dai paesi dell'Italia del Sud, italiane ed ebree: le grandi ondate migratorie a cavallo del ventesimo secolo, le donne di cui era fatta l'industria di New York,- la Ladies' Garment Workers Union, la Amalgamated Clothing Workers' Union, sindacati un tempo militanti in una New York proletaria, migrante, femminile - sindacati di donne diretti sempre da uomini... La tragedia della Triangle Shirtwaist Factory fu la scintilla di una campagna per la sicurezza sul lavoro: morendo, queste donne hanno salvato molte vite future.
Per decenni ci hanno raccontato la favola degli Stati Uniti come un paese senza classi e senza lotta di classe. Eppure le due ricorrenze che tutto il mondo ricorda - il 1 maggio e l'8 marzo - vengono tutte da lì, dalla piazza di Haymarket a Chicago nel 1886 dalla Triangle Shirtwaist Factory a New York nel 1911. Soprattutto, la più ispirata delle rivendicazioni - vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose - l'hanno inventata altre donne migranti, le operaie tessili di Lawrence, Massachusetts, nel 1912. In questi giorni, in cui la lotta di classe si fa sempre più feroce, sotto forma di offensiva padronale, da Pomigliano d'Arco a Madison, Wisconsin, sono le facce delle maestre di scuola e delle impiegate statali in prima fila nella grande protesta contro le leggi antisindacali del Wisconsin a dire che si può ancora resistere.
E ce n'è bisogno. Uno degli eventi di commemorazione del disastro del 1911 ha preso la fiorma di un cerchio di donne che si sono riunite per cucire insieme, e per ricordare le 25 donne uccise non più tardi del dicembre scorso un incendio a Dacca, in Bangladesh, in una fabbrica tessile che produce indumenti distribuiti da marche come Gap e J.C. Penney. A questo serve la memoria, a ricordare non solo il passato, ma soprattutto il presente.
E allora, per resistere e non dimenticare, leggiamo e ascoltiamo ancora: ... Annie Ciminello, Rosina Cirrito, Anna Cohen, Annie Colletti, Sarah Cooper, Michelina Cordiano, Bessie Dashefsky, Josie Del Castillo, Clara Dockman, Kalman Donick, Celia Eisenberg, Dora Evans, Rebecca Feibisch, Yetta Fichtenholtz...
La piazza dei desideri
di Cinzia Gubbini
In decine di città la mobilitazione del comitato «Se non ora quando» e dei coordinamenti femministi. Le donne parlano di dignità e autodeterminazione. E pensano a un paese libero e liberato
In tante, e tanti. La giornata internazionale delle donne in Italia parla soprattutto dalla piazza, con iniziative ampie, ampissime e anche con qualcuno che, invece, mette i punti giusti sulle «i».
Ci sarà anche il cotè istituzionale, con Giorgio Napolitano che stamattina al Quirinale ospiterà l'iniziativa «Centocinquanta anni: donne per un'Italia migliore». Dalla poltrona che più maschile non si può un omaggio all'unità d'Italia, tema dell'anno più bipartisan dell'altro - gettonatissimo invece nelle piazze - che è sesso e potere, forse anche a causa della presenza di due ministre, Maristella Gelmini, Istruzione, e Mara Carfagna, Pari Opportunità. Le donne del governo Berlusconi, d'altronde, si sono mobilitate per esorcizzare ogni possibile riferimento al sex-gate: «Alla piazza che parla di dignità delle donne vorrei dire che si tratta di un concetto né di destra né di sinistra», ha detto la ministra all'Ambiente Stefania Prestigiacomo, sottolineando che non ha senso alludere oggi alla vicenda di Ruby, trattandosi «come tutti hanno capito» di un vero e proprio «accanimento giudiziario».
Il riferimento di Prestigiacomo è, ovviamente, all'iniziativa più larga in programma per oggi in decine di piazze italiane. Il «Se non ora quando» che dopo l'oceanica manifestazione del 13 febbraio si dà di nuovo appuntamento «nel rispetto della trasversalità e dell'autonomia che vogliamo mantenere e rafforzare». Davvero tanti e diversi i punti d'incontro, da Roma a Milano, da Reggio Calabria a Sidney (dove si manifesterà davanti al consolato italiano). Con qualche elemento in comune per riconoscere il filo di ragionamento nato dalla reazione indignata alla rappresentazione dell'Italia in mano ai desideri del padrone. Un fiocco rosa «benaugurante nel 150esimo dell'Unità d'Italia per una rinascita del nostro paese» da appuntare ognuno dove vuole, e lo slogan «Rimettiamo al mondo l'Italia» allusione sia al tema della maternità - libera, consapevole e possibile - che alla possibilità pure per questo paese di «stare al mondo», solidale con gli altri popoli, ma anche in linea con i movimenti per la democrazia che hanno rivoluzionato il Maghreb.
A Roma l'appuntamento principale, a piazza Vittorio alle 16. Dal palco si susseguiranno diversi interventi e dalle 19 sarà possibile assistere al teatro Ambra Jovinelli allo spettacolo di Cristina Comencini «Libere».
Ma ci sarà anche l'iniziativa messa in piedi dal coordinamento «Indecorose e Libere» (www.riprendiamociconsultori.noblog.org) che dà appuntamento alle 18 a piazza Bocca della Verità per un corteo notturno che raggiungerà Campo De' Fiori. Con «voce impetuosa» le donne del coordinamento rivendicano «diritti, welfare e autodeterminazione», rifiutando quella «logica familista» che mette al centro la maternità per negare, di fatto, la libertà di scelte e relazioni. Un ragionamento, questo, che parte da più lontano e non vuole perdere il collegamento con altre grandi manifestazioni che hanno messo al centro i diritti delle donne, come quella del 2007 contro la violenza maschile. Violenza che, come testimoniano gli ultimi eventi di cronaca romani, non finisce di esistere e di essere strumentalizzata. Proprio ieri sera mentre il sidnaco Gianni Alemanno insieme alla presidente della regione Lazio Renata Polverini proiettava sul Colosseo illuminato i «dieci punti» per rendere la città «più sicura». «Zone rosse: case, chiese, caserme, carceri, cie», lo striscione calato da «Indecorose e libere». Mentre in un blitz contemporaneo al Pincio, dove si svolgeva il «Carnevale della capitale», è stato esposto lo striscione «If the girls are united they will never walk alone!». «Indecorose e Libere» dà appuntamento anche a Milano a piazza Cordusio alle 17,30 dove verrà cantato l'inno «Sorelle di Tania» (invece che d'Italia), componimento scherzoso ma non troppo che non manca di tirare qualche stilettata alle organizzatrici della manifestazione del 13 febbraio (http://consultoriautogestita.wordpress.com/).
La differenza fondamentale tra "la produzione" e "l’estrazione" del valore. Gli esseri umani ormai trasformati in robot o in esuberi dovrebbero ribellarsi al pensiero liberista dominante
Se dovessi scegliere il "romanzo della crisi" di questi anni di turbocapitalismo globale e letale voterei Sunset Park. Le prime pagine del libro di Paul Auster – in cui il giovane Miles Heller racconta il suo lavoro di "moschettiere della disgrazia", incaricato di ispezionare per conto delle banche le case abbandonate dagli inquilini morosi e di fotografare le innumerevoli "cose abbandonate" per sempre dalle famiglie espropriate – sono l’affresco letterario di un’epoca. La Spoon River di «un mondo che crolla, di rovina economica e di difficoltà assidue e crescenti» per milioni di persone sommerse dalla "tempesta perfetta" iniziata oltre tre anni fa. Ma ora esce anche il "saggio della crisi". Non che in questi mesi la titolistica sul tema sia stata avara. Ma il libro che vi suggerisco adesso è forse il più completo e il più scientifico di tutti quelli che mi è capitato di leggere. Sto parlando di Finanzcapitalismo, che Luciano Gallino ha appena dato alle stampe (sempre per Einaudi).
Quello di Gallino è il viaggio dentro i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo egemonico: un sistema economico basato sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e di uomini che ormai non sono più "ceto medio", ma "classe povera".
Quello che è accaduto, da quella drammatica fine estate del 2007, lo sappiamo. Quello che ancora mancava è un’analisi storica e sociologica, oltre che economica, del processo che ha cambiato i connotati del sistema. Gallino lo ricostruisce a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle "mega-macchine sociali": quelle grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come "componenti o servo-unità". Kombinat di potere politico, economico e culturale che hanno generato "mostri" nell’arco dei millenni: dalle piramidi egiziane costruite col sangue degli schiavi all’Impero Romano, dalla fabbrica di sterminio del Terzo Reich nazista all’universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo alla fase più "evoluta": il "finanzcapitalismo", "mega-macchina" sviluppata allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi».
E questa "estrazione di valore" è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario che ormai abbraccia «ogni momento e ogni aspetto dell’esistenza». Dalla nascita alla morte: come il vecchio Welfare, arruginito e inservibile secondo la vulgata occidentale dominante, abbracciava un tempo l’individuo "dalla culla alla bara". Il salto di qualità è nel passaggio cruciale dalla "produzione" alla "estrazione" del valore. Si "produce" valore quando si costruisce una casa o una scuola; si "estrae" valore quando si impone un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse. Si "produce" valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si "estrae" valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario.
Se la "mega-macchina" del vecchio capitalismo industriale fordista aveva come motore l’industria manifatturiera, la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" ha come motore l’industria finanziaria. La prima "girava" grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda "gira" grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. "Finanza creativa", abbiamo imparato a chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato. Non ci siamo accorti che, nel frattempo, è diventata "finanza distruttiva". Per rendersene conto basta esaminare, con il sociologo torinese, l’inventario di tutto ciò che è andato distrutto in questi ultimi anni. Nell’immane falò della Grande Crisi sono bruciati gli "attivi" del mondo, cioè la ricchezza costituita da azioni, obbligazioni, derivati, case, edifici commerciali, impianti industriali, capitali e fondi. Un autodafé stimato da un minimo di 25-30 trilioni di dollari (la metà del Pil del pianeta) a un massimo di 100 trilioni (1,8 volte il Pil mondiale). Ma nel fuoco, con la ricchezza, sono "bruciate" persone in carne ed ossa: secondo l’Oil, oggi abbiamo 50 milioni di disoccupati in più, e 200 milioni di lavoratori precipitati nell’area della povertà estrema.
Al di là delle colpe, sulle quali Gallino non affonda più di tanto il coltello, c’è un immensa opera di riconversione che andrebbe tentata qui ed ora. Per le classi dirigenti, si tratta di uscire dal pensiero unico neo-liberale, che ha teorizzato le virtù del "finanzcapitalismo" e ha prosperato sulle sue follie. E di riformulare l’architettura finanziaria: con gli strumenti del narrow banking (la riduzione drastica delle dimensioni dell’attività creditizia), la revisione dei criteri di bilancio, la potatura del mercato dei derivati, il divieto delle cartolarizzazioni. Ma mentre enumera i rimedi possibili, e indica i tentativi finora falliti soprattutto in Europa (più interessanti quelli americani legati al Dodd-Frank Act) Gallino sembra suggerire anche la velleitaria inutilità delle "auto-riforme". E qui sta, forse, la debolezza e la forza del libro. La debolezza, mi pare, è nel vedere solo il "dark side" della finanza-ombra, e nel non concedere altre chance al capitalismo: quasi che nella sua ultima reincarnazione finanziaria si debba considerare esaurito il suo ciclo vitale. Sappiamo invece che, schumpeterianamente, il capitalismo è forse l’unico sistema che ha dimostrato di poter morire e rinascere infinite volte.
La forza, per ragioni uguali e contrarie, è nel fare appello alla coscienza degli uomini. Visto che Karl Marx ha fallito, nell’immaginare la nascita di una "classe antagonista" capace di imporre un modello di economia e di società umanamente e socialmente sostenibile, non resta che tornare a Karl Polanyi, che invoca «una reazione sociale e culturale, variegata e diffusa, al liberalismo economico e al mercato deregolato». Parlava del XIX e del XX secolo. Ma per Gallino l’idea polanyiana dei "contro-movimenti" tornerebbe utile anche oggi. Gli esseri umani, ormai trasformati in robot o in esuberi, dovrebbero ribellarsi. Se lo facessero, priverebbero la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" dei "servo-meccanismi" che la fanno funzionare. Dalla dimensione individuale a quella collettiva: la missione sarebbe quella di sconfiggere il "demone" della finanza con l’esorcismo della ragione. La più affascinante, ma purtroppo la più difficile delle "rivoluzioni".
Che sulla democrazia – come su ogni altra forma di governo – incomba il pericolo del disfacimento, è un dato d´esperienza che non può essere negato. Le forme di governo sono vitali se sono animate da un principio, un ressort, secondo l´espressione di Montesquieu. Il ressort della democrazia è la virtù repubblicana. Quando la molla è totalmente dispiegata e dunque non ha più forza da sprigionare, quello è il momento d´inizio della decadenza. La questione, gravida di conseguenze pratiche, è se l´esito finale del processo corruttivo sia o non sia inevitabile. Se non è evitabile, tanto vale rassegnarsi e, se mai, lavorare per il dopo. Se è evitabile, la democrazia come ideale politico non perde di valore, pur in presenza di difficoltà. Possiamo dire la stessa cosa prendendo a prestito l´espressione di Norberto Bobbio, "le promesse non mantenute della democrazia", e chiederci: queste promesse possono o non possono essere mantenute? (...) Che cosa possiamo rispondere a questa cruciale domanda? È necessario prendere atto di questo apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le vittime.
Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere per contestare l´autocrazia dei potenti; ora sembra diventare l´ostentazione di questi ultimi per rivestire la propria supremazia. Presso i cittadini comuni, non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca dei potenti, per lo più trasmettono ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve, una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Quando si sente esclamare con fastidio: "tanto sono tutti uguali" (quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Una "teatrocrazia", è stato detto. L´esito potrà essere l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un distacco. Lo scetticismo a-democratico dal basso fa da pendant alla retorica democratica dall´alto.
Il paradosso sopra segnalato si scioglie pensando alle capacità mimetiche o camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue spoglie ideologiche si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e così è anche nel presente. Basta consultare la storia. Essa ci dice che la democrazia, come parola, può contenere l´anti-democrazia, come sostanza. Anzi, oggi il potere antidemocratico ha bisogno di passare per la porta rassicurante della democrazia (...) Realisticamente o, come si dice, "sperimentalmente", dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza alla riduzione del potere in poche mani, nelle mani di élites. Gli studi in proposito sono numerosi; le loro teorizzazioni presentano diverse varianti e le conclusioni cui pervengono non sono necessariamente in opposizione alle esigenze minime della democrazia. Ma le cose cambiano quando dalle élites si passa alle oligarchie, anzi a quella che è stata definita la "ferrea legge delle oligarchie": una legge che esprime una tendenza endemica, cioè mossa da ragioni interne ineliminabili, sia della democrazia sia delle stesse élites. Questa tendenza è denunciata concordemente dai critici della democrazia, i critici sia di destra che di sinistra. Il che è quanto dire che la denuncia è corale e che coloro che proclamano l´ideale del governo del popolo sono o degli ingenui o degli impostori. La "ferrea legge" si basa sulla constatazione che i grandi numeri, quando hanno conquistato l´uguaglianza, cioè il livellamento nella sfera politica, cioè quando la democrazia è stata proclamata, e tanto più è proclamata allo stato puro, cioè come democrazia immediata, senza delega, per ragioni strutturali ha bisogno di piccoli numeri, di gruppi di potere ristretti. Non basta. L´oligarchia non è però l´élite. L´oligarchia - si potrebbe dire così - è l´élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica, in res privatae. Poiché, poi, questa è una patente contraddizione rispetto ai principi della democrazia, occorre che queste oligarchie siano occulte e che esse, a loro volta, occultino il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La democrazia allora si dimostra così il regime dell´illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il "principio maggioritario", che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel "principio minoritario", che è l´essenza dell´autocrazia: un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e, per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole cerchie di persone che possono sostenersi solo su se stesse.
(...) Le oligarchie nascoste di cui stiamo parlando, per il sol fatto d´essere tali, tendono naturalmente, anzi necessariamente, all´illegalità e alla corruzione. Poiché le oligarchie del nostro tempo sono costruite e finalizzate all´accaparramento di ricchezza - sempre questo: pecunia regina mundi - il potere di cui si parla oggi è il potere illegale e corruttivo del denaro di cui si occultano il possesso e la gestione per poter corrompere ogni altro ambito della vita sociale. È una tendenza "naturale", per l´ovvia, antropologica legge del potere che già Montesquieu ha chiarito, nella sua crudezza: chi detiene il potere, se non incontra limiti, è portato ad abusarne. Le oligarchie del nostro tempo non incontrano altri limiti se non quelli rappresentati da altre oligarchie. Ma l´abuso come limite all´abuso è semplicemente una complicazione dell´abuso. È anche una tendenza "necessaria", perché i regimi dei pochi sono incompatibili con la legalità uguale per tutti. Le oligarchie hanno bisogno di privilegi, cioè di leggi che valgono solo per loro, diverse da quelle che valgono per tutti gli altri. O, quanto meno, hanno bisogno che le leggi generali e astratte siano interpretate e applicate a loro in modo tale da non contraddire l´esistenza dell´oligarchia stessa. Ciò che occorre loro è una "giustizia dei pari", diversa da quella comune; un "foro speciale" non di giudici imparziali, ma di giudici amici. "Un´aristocrazia - ha scritto Tocqueville, e noi potremmo senz´altro dire: un´oligarchia - non potrebbe lasciarsi sfuggire i suoi privilegi senza cessare d´essere una aristocrazia". La legalità uguale per tutti - lo si comprende senza spiegazioni - è incompatibile con la divisione della società in appartenenti ed esclusi dal potere oligarchico. Quando, alla fine, nel senso comune si sommano due percezioni: l´estraneità al potere e la sua illegalità e corruzione, ecco la miscela esplosiva che può indurre a chiedere che la si faccia finita con la democrazia, se essa, in concreto, significa queste cose.
Che dire, allora? La democrazia è destinata a trasformarsi in oligarchia; l´oligarchia è in se stessa disuguaglianza di fronte alla legge; l´illegalità e la corruzione sono la conseguenza. Allora, dunque, alla domanda se le promesse della democrazia siano tali da non poter essere mantenute, la risposta sembra che debba essere: sì, non possono essere mantenute. Si fondano le democrazie e si mette in moto un processo destinato alla rovina delle società. Fermiamoci un momento, però, prima di questo passo fatale, del quale, se lo facessimo leggermente, ci dovremmo presto pentire, perché, abbandonata la democrazia, avremmo solo autocrazie e le autocrazie non sono un rimedio, sono anzi l´accentuazione dei mali.
(...) Potremmo forse dire così: la democrazia non è - nel senso che non può essere - l´autogoverno del popolo che si afferma durevolmente. È invece la possibilità istituzionalizzata, dunque resa stabile secondo procedure riconosciute e accettate, di combattere e distruggere sempre di nuovo le oligarchie ch´essa stessa nutre dentro di sé. Una definizione in negativo, dunque: qualcosa che si qualifica per essere contro un´altra. Da questo punto di vista, la democrazia è tutt´altro che un ideale impossibile. È invece una possibilità, cioè una serie di strumenti che spetta a noi di utilizzare, per tradurre in pratica l´avversione alle oligarchie. Se gli strumenti esistono e non sono utilizzati, non si può dire che non c´è democrazia, ma si deve dire che la democrazia (come possibilità) c´è e ciò che manca è la pratica della democrazia. Allora, la responsabilità dello scacco non deve essere addossata alla democrazia come tale, ma deve essere assunta da noi, incapaci di utilizzare le possibilità ch´essa ci offre. Se cediamo all´accidia della democrazia, è perché prevale sulla libertà morale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria, che sono il lato biologico profondo degli esseri umani che l´avvicinano agli altri esseri viventi, come ha messo in luce Sigmund Freud nel suo studio sulla psicologia delle masse. Ma il gregge è una possibilità, non un destino.
(....) Diciamo così, a costo di cadere nell´enfasi: la democrazia vuole potenti gli inermi e inermi i potenti; vuole forti i giusti e giusti i forti. È per questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del potere. Contro le concezioni ireniche della democrazia, non possiamo pensare ch´essa sia il regime che definitivamente pone fine ai conflitti, eliminandone le cause. Il suo tempo non è quello in cui tutto è pacificato. Non è il regno dell´armonia, della giustizia e della concordia. È illusione che sia il luogo ove "il lupo dimorerà con l´agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera" (Isaia, 11, 1-9). Questo sarà, se mai sarà, il tempo messianico. Finché ci sarà politica, ci saranno conflitto, ingiustizia e discordia. La questione non è come eliminarli, ma come affrontarli.
Questo testo è un brano tratto dall´introduzione di Zagrebelsky al volume "L´interesse dei pochi, le ragioni dei molti. Le letture della Biennale Democrazia", a cura di Pier Paolo Portinaro, che esce l´8 marzo per Einaudi. La prossima edizione della Biennale Democrazia sarà dal 13 al 17 aprile
Ringrazio Paolo Franchi che, sul Corriere della Sera di lunedì, dà conto in modo intelligente del dibattito che, a proposito della Libia, si è animato sulle pagine del manifesto. Nel suo articolo non gli viene infatti neppure in mente di accusare Rossana, Valentino e me di connivenza con Gheddafi e, riferendosi alla nostra domanda di riflessione sulla parabola tragica dei regimi nati dalla lotta anticoloniale, riconosce che effettivamente «esattamente di questo sarebbe bene discutere. Non cancellando la storia, ma prendendo atto della durezza delle sue repliche».
Franchi ritiene che nell'accapigliarsi attorno a questo problema emerga fra lettori e scrittori del manifesto una divaricazione generazionale: i giovani che gridano boia sempre, i vecchi che chiedono di ricordare un passato che quaranta-cinquanta anni fa ha riscosso enormi consensi popolari. Credo abbia ragione: anche in questo caso scopro con smarrimento le dimensioni della rottura che fra anziani e giovani si è verificata, in che misura la storia del Novecento sia stata cancellata, l'intero secolo scorso solo un cumulo di orrori. Non è solo fenomeno italiano: anche i ragazzi egiziani che hanno affollato piazza Tahrir e sono tutti nati molto dopo la morte di Nasser sembra che di quel raìs non abbiano più memoria e a loro è presente solo l'immagine del suo orrendo successore. E la stessa cosa si può probabilmente dire per i giovani libici che, forse, neppure sanno bene com'è che un gruppo di giovani ufficiali, usciti dalla sofisticata accademia militare britannica, abbiano preso il potere a Tripoli e a chi lo hanno strappato. Un po' più ricordano certo i ragazzi algerini, perché l'epopea della guerra di indipendenza ha avuto in quel paese ben altre proporzioni, ma anche lì il senso di quella storia appare ormai svilito da quanto le è succeduto. Niente indubbiamente ricorda Igiaba Scego delle vicende del suo paese, che ha conosciuto una parabola altrettanto tragica. Anche in Somalia all'origine, negli stessi anni '60, ci fu un golpe militare che cacciò un'èlite corrotta e servile e avviò un rinnovamento importante. Tant'è vero che ne furono protagonisti giovani ministri onesti e intelligenti. Finiti poi in carcere e persino condannati a morte per mano dello stesso generale Siad Barre che pure, nel quadro di una svolta positiva, aveva loro affidato responsabilità di primo piano (vorrei ricordare qui ancora una volta il nostro amico Mohamed Aden Schek, deceduto solo qualche mese fa, che di questa tremenda involuzione è stato vittima e protagonista).
Come è potuto accadere? Troppo facile è rispondere che non poteva che finire così perché un colpo di stato militare, anche il meglio intenzionato, non è una rivoluzione. Perché non è un caso se in tutta l'Africa a prendere il potere nell'era postcoloniale sono stati i militari, giacchè erano gli unici che allora, in quei paesi, sapevano leggere e scrivere, e che, in assenza di una società civile strutturata, rappresentavano la sola istituzione nazionale esistente. E facilone, lasciatemelo dire, è ritenere che abbiano fatto solo danni, sin dal primo giorno. Per ognuno dei paesi di cui stiamo discutendo la letteratura è ampia e di prim'ordine, la consiglio a chi abbia voglia, anziché di sputare sempre sul passato, di farsi un'opinione. E questo vale anche per il colonnello Gheddafi, che ho definito spavaldo ricordando come ha tenuto testa ad un'aggressività americana che è giunta sino a bombardare Tripoli e ad ammazzargli una figlia. Ho usato l'aggettivo anche ricordandolo - ero pure in questo caso lì come inviata del - ad Algeri, nel settembre 1973, in occasione del summit dei non allineati (e il ministro degli esteri cileno, Almeida, era rientrato precipitosamente in patria perché Pinochet stava già muovendosi). Dinanzi ad una platea di sceicchi petrolieri vestiti di bianco, e di uno spaurito drappello di rappresentanti di paesi obbedienti a Mosca, nel peggior periodo di una coesistenza pacifica intesa come rigido status quo, andò alla tribuna e disse: «Voi non allineati? Ma fatemi ridere, siete tutti allineati da una parte o dall'altra, siete un branco di mercanti». Perché Gheddafi era così, rozzo ma senza peli sulla lingua. Un amico algerino mi disse una volta di lui: «Non è la testa del mondo arabo, ma è la sua pancia» («entrailles», disse), con ciò volendo indicare proprio la sua selvaggia rudimentale protesta, che però coglieva un sentire profondo della sua gente.
Quella spavalderia di allora col tempo è diventata una maschera ributtante, le sue iniziative politiche da stravaganti sono diventate tragicamente ridicole. E se oggi ricordo - i vecchi servono del resto a questo - lontani episodi del genere, non è per amnistiarlo delle tante orribili cose fatte successivamente, ma perché proprio quei fatti rendono ancora più angoscioso l'interrogativo che ci siamo posti: perché, ovunque, è finita così male? Cosa è accaduto, in quelle società e a livello internazionale (perché si è prodotta una parabola catastrofica) perché ovunque è degenerazione? Sarebbe stato possibile un altro esito? E se sì cosa avrebbe dovuto esser fatto, da quei popoli e da noi?
Diffido sempre quando si invoca la libertà ma non ci si fa carico di disegnare un processo di liberazione, perché la libertà non è un concetto astratto, è una conquista storica che intanto è possibile se si fanno i conti con il proprio contesto. Analizzare il passato, con tutte le sue contraddizioni, serve a questo e c'è da augurarsi che questa dolorosa operazione venga fatta dai giovani che hanno avuto il coraggio di uscire dalla passività e dalla rassegnazione per porre fine a regimi ormai imputriditi. Nella prossima fase della loro lotta, forse ancora più difficile, sarà loro indispensabile rileggere il passato.
Riportiamo di seguito gli articoli di Luciana Castellina (il manifesto, 23 febbraio), Rossana Rossanda (il manifesto, 24 febbraio) e Paolo Franchi (Corriere della sera, 28 febbraio)
il manifesto, 23 febbraio 2011
Tragico epilogo
di Luciana Castellina
Ha finalmente parlato, il vecchio leone libico. Ancora spavaldo, ma un'immagine tristissima, patetica, di un uomo obnubilato dalla solitudine e dal distacco dal resto dell'umanità che solo il potere dittatoriale possono produrre. Fino a dire che le piazze gremite di libici pronti a farsi ammazzare perché il suo regime crolli, sono solo agenti stranieri. E, pronto a morire da martire, ha tragicamente incitato alla fine alla guerra civile.
Eppure non è stato sempre così. Tutti gli anticolonialisti gioirono quando il giovane tenente, assieme ai suoi amici usciti dalle accademie militari britanniche ma nati e cresciuti nel deserto, presero il potere, deposero re Hidriss, marionetta dell'Impero britannico, e posero fine ad un sistema feudale.
Era il 1969. Nel gennaio del '70 Muammar Gheddafi tenne la sua prima conferenza stampa internazionale. Partecipai all'evento con un gruppo di giornalisti italiani. Io ero lì per Noi Donne e ricordo bene il viaggio perché, bloccati da una tempesta di sabbia all'areoporto di Bengasi, a sera inoltrata, l'inviato dell'Unità, Arminio Savioli, guardò l'orologio e mi disse: «A quest'ora sei già fuori dal Pci». Proprio in quelle ore, infatti, la Commissione federale di controllo di Roma aveva varato l'ultimo atto del mio processo di radiazione, causa il manifesto.
A Tripoli l'entusiasmo popolare era incontenibile. Anche noi felici che un nuovo capitolo nella storia di un paese in cui l'Italia si è comportata nel peggiore dei modi, fosse iniziato. E infatti Gheddafi annuncia riforme profonde che cambieranno effettivamente in meglio la condizione dei libici.
Pochi mesi più tardi sono al Cairo - questa volta già per Il Manifesto rivista, per cui ho seguito ad Amman il «Settembre nero» - partecipe di un evento inatteso, luttuoso e forse non naturale: la morte improvvisa del comandante Nasser. Ho lasciato i palestinesi in lacrime, qui i funerali sono giganteschi, milioni di egiziani piangono, con commozione reale, l'uomo che ha impersonato il sogno del riscatto arabo, nazionalizzato il canale di Suez, retto all'urto dell'intervento armato franco-britannico, artefice del progetto di unificazione della nazione araba.L'Algeria fu storia solo di poco precedente: per la mia generazione fu come il Vietnam per quella del '68.
Ricordo questi eventi di cui sono stata testimone perché è incredibile che oggi la sacrosanta ribellione popolare del Maghreb e del Mashrak, così come dei popoli più a sud del continente africano, sia dipinta come l'esplosione di un malcontento secolare di popoli che non hanno avuto luci e il cui passato sia stato solo fanatismo e oppressione. Non è così, negli anni '60, anche qui c'è stata una straordinaria mobilitazione in favore di una rottura che ha imbastito una svolta sostenuta da uno straordinario consenso. Che ha introdotto riforme modernizzatrici e laiche ( fra le altre anche quella alfabetizzazione che oggi consente la rivolta).Non solo localmente: questi sono i paesi che proprio in quegli anni sono stati - raggiungendo Tito, Nehru, Ciu en lai, Sukarno nel patto di Bandung - protagonisti di quel grande fatto che fu la nascita del movimento dei non allineati.
Se si vuole giudicare quanto avviene oggi occorre domandarsi perché queste che non sono state rivoluzioni in senso proprio, ma certo straordinari sommovimenti popolari, siano finiti così: con regimi dittatoriali brutali e corrotti, insidiati dal fondamentalismo, le speranze spezzate, l'unità frantumata, la solidarietà con la Palestina calpestata, la memoria della loro storia perduta, il solo miraggio la disperata traversata del Mediterraneo verso il nord ex colonialista e oggi arrogante reclutatore di schiavi.
Le risposte sono complesse, ma una cosa intanto va detta: anche in questo caso riemerge con incredibile evidenza la cancellazione della storia che è stata operata in questi decenni. Riesumarla sarebbe necessario per sottolineare, non solo i limiti fatali di ogni mutamento affidato a vertici che per una fase possono anche sembrare illuminati, ma presto diventano responsabili di inauditi rovesciamenti, ma anche per capire quanto nei meccanismi che hanno portato all'imbarbarimento abbiano giocato le tremende complicità occidentali, che non hanno nemmeno esitato ad alimentare il peggior fondamentalismo islamico pur di procedere alla riconquista di territori che si erano almeno parzialmente emancipati. Per non parlare dell'uccisione del premier Mossadeq, di cui quando piangono sull'Iran non fanno nemmeno un gesto per ricordarlo.
È stato detto da qualcuno che quanto accade oggi nel mondo arabo è l'equivalente dell'abbattimento del Muro, nel 1989: un'esplosione di libertà. Sì, certo, ma l'89 non è stato solo questo. Ha anche prodotto, sia all'est che al sud, l'appropriazione privata, da parte di famiglie o di élites già potenti, della ricchezza che il socialismo reale, pur con tutti i suoi gravi difetti, aveva reso patrimonio comune e che il nostro occidente si è subito premurato di dissolvere. Anche gli odierni oligarchi russi e le ricchezze dei Mubarak e Ben Ali sono frutto dell'89. Che ha riportato, sanguinosamente, l'attualità della guerra perfino nel cuore d'Europa e che ha significato il fallimento di ogni tentativo di autonomia da parte dei popoli del terzo mondo. Il loro incartarsi in difficoltà insormontabili e fatalmente nei tragici errori che queste hanno in gran parte determinato, è anche dovuto al mondo unipolare degli ultimi decenni, che non ha offerto più margini per liberarsi dal pensiero unico. Che in occidente ha una faccia democratica, altrove dittatoriale. Anche la rivoluzione sovietica non è finita gran che bene, ma, santiddio, per qualche decennio ha consentito a una parte del mondo - il terzo in particolare - di alzare la testa.
Non scrivo queste cose per attenuare le responsabilità dei rais arabi, ma al contrario per evitare semplificazioni che non aiuteranno i ragazzi che stanno sacrificandosi per la democrazia dietro le barricate di Tripoli e altrove.
il manifesto, 24 febbraio 2011
Illusioni progressiste
di Rossana Rossanda
Luciana Castellina fa la domanda giusta: come è successo che uomini e movimenti sui quali erano state riposte tante speranze ed erano stati magnifici nelle lotte di liberazione siano arrivati al punto di sollevare il rancore di tanta parte del loro popolo? Le rivolte nel Maghreb e nel Medio Oriente ci interpellano su questo. E così la reazione dei dirigenti al potere, specie di quelli che lo avevano preso con impeto progressista - il libico Muammar Gheddafi e il governo derivante dal Fln algerino.
Non è una domanda diversa da quella che dovremmo farci sul perché le rivoluzioni comuniste hanno subito la stessa sorte. Rispondere che Stalin era un mostro (Stalin e Hitler, stessa razza, tesi degli storici post 1989), e forse anche Lenin, e Mao un pazzo, è derisorio, e del resto non fa che spostare la domanda: perché masse immense e grandi cambiamenti hanno trovato in essi i loro leader? Nel caso di Gheddafi, con le sue uniformi rutilanti e i mantelloni da cavaliere del deserto, la convinzione di essere un liberatore e la disposizione ad ammazzare ed essere ammazzato, l'elemento di delirio è evidente, come i zigzag nei rapporti con le potenze occidentali e il terrorismo. Anche lui all'inizio non parve affatto demente, e non lo era.
Sarebbe interessante seguire alcune ipotesi, anche per l'immediato futuro dei movimenti che stanno scuotendo i paesi arabi. La prima è capire la natura illusoria di un anticolonialismo, spesso declinato come antimperialismo e, più raramente, anticapitalismo, affidato, in presenza di masse incolte, a un'avanguardia forte e risoluta, che più o meno transitoriamente prende il potere e, anche per mezzo di Costituzioni ad hoc, lo difende non solo dagli avversari ma anche contro chiunque lo critica, anche i suoi stessi compagni, vedendovi "oggettivamente" un nemico. E spesso lo è o lo diventa, perché una lotta anticoloniale non si svolge nel vuoto ma in presenza di grandi poteri politici ed economici, che intervengono in ogni spazio o contraddizione presente nel "processo rivoluzionario".
Il quale si difende con misure aspre, ma che sembrano giustificate anche ad osservatori esterni, perché la storia è complicata. Chi avrebbe detto che l'opposizione allo scia di Persia, Reza Palevi, sarebbe stata guidata da un movimento religioso fondamentalista? La Cia non lo aveva sospettato, e molti di noi si sono detti che, dunque, il progresso si fa anche per vie inaspettate, penso non solo al manifesto, ma a Michel Foucault. Invece sbagliavamo come sbagliano Chavez o Lula quando invitano Amadhinejad.
In questo errore è grande la responsabilità dell'Urss da quando difende soltanto i suoi interessi come stato, (e in essi a medio termine perde e si perde), ma anche dei partiti comunisti, che in essa e nelle sue politiche hanno visto la sola barriera rimasta dopo il fallimento delle rivoluzioni in Europa. Quando a Bandung, su iniziativa jugoslava, si delineò il blocco dei paesi non allineati, si deve individuare la causa della loro breve sopravvivenza soltanto nell'antipatia per essi nutrita dalle due superpotenze? Le loro intenzioni di pace erano forti, ma il loro modello sociale era debole. Molto più grave, la decolonizzazione passò presto - liquidati i Patrice Lumumba o Amilcar Cabral - attraverso la formazione di borghesie nazionali (anche su di esse per un certo tempo il movimento comunista sperò) o su forze che, partite anticapitaliste o progressiste attraverso forme di proprietà pubblica, presto soggiacquero o ai problemi di una crescita tutta statalizzata, lo stato ridotto alla sua espressione più rozza, ogni forma di controllo dal basso inesistente o,peggio, a forme diverse di corruzione. Libia e Algeria, in possesso di grandi fonti di energia, sono due esempi affatto diversi di un sequestro di potere che ha sottratto da ogni partecipazione le stesse popolazioni cui erogava alcuni servizi che ne facevano crescere i bisogni, ma che non ha mai coinvolto se non in una rete, più o meno trasparente, di affari o da appelli basati sull'emotività.
E sulle quali la mondializzazione ha indotto un doppio processo: coalizza al vertice le forze economiche, utilizzando gli stati come una agenzia di affari di ambigua proprietà, e produce una immensa massa di lavoratori sfruttati ma in parte crescente acculturati, e dotati di mezzi di comunicazione sconosciuti ai dannati della terra di quaranta anni fa: la folla in piazza Trahir era in possesso di telefonini e conosceva in buona parte Internet, attraverso la quale si era in buona parte formata. Gli sfruttati e oppressi di oggi non sono più gli umiliati e oppressi di allora. Né sono soltanto, come ci è piaciuto di credere dopo l'11 settembre, massa di manovra di imam fondementalisti. Questo nuovo tipo di proletariato - che tale è - non sta più facilmente ai progressismi dispotici, dai quali ha tratto in passato alcuni benefici. E' esso che ha invaso le piazze, che fa vacillare i regimi, che si è fatto scivolar di dosso l'egemonia dell'islamismo in una sua secolarizzazione, esclusion fatta per il potere della dinastia wahabita dell'Arabia saudita. E soprattutto degli ayatollah iraniani, capaci nel medesimo tempo di sviluppare e tenere in gabbia con un sistema del tutto inchiavardato una sia pur riluttante "società civile", cui non permetterà di certo i sussulti del mondo arabo.
In Tunisia e in Egitto sono solo gli eserciti i bizzarri e pericolosi mediatori fra potere e popolazione. Pericolosi, perché anch'essi sono una casta chiusa, e per sua natura fortemente gerarchizzata, nella quale non si dà alternativa fra obbedienza e insurrezione, insurrezione e obbedienza, una necessariamente di seguito all'altra. Non penso, come alcuni amici, che sia da proporsi una sorta di scontro permanente fra movimenti aperti e istituzioni chiuse, e tanto meno che lo sviluppo della persona possa darsi un perpetuo lasciarsi ogni contesto alle spalle, come su questo stesso giornale si suggeriva ai tunisini che sono sbarcati a Lampedusa. Forse qualcuno crescerà nell'esodo, ma non saprei proporre a chi ha appena sbarazzato il paese da una autocrazia di andarsene altrove, non occuparsi di ridare un senso al tessuto sociale da cui viene, e tanto meno di passare nel nostro continente, chiuso in un suo declino. In tutti i paesi dove una forma di dispotismo, ottuso o progressista, ha interdetto l'articolarsi in correnti e progetti di società e il misurarsi nel conflitto, una folla generosa ma atomizzata, e che tale voglia restare, sarà sempre prima o poi preda di un nuovo potere. Non per niente i totalitarismi vietano l'esistenza di corpi intermedi che non siano una loro diretta emanazione.
Il problema delle rivolte arabe - che forse non è giusto neppure chiamare tali - è di darsi forme di partiti e sindacati e regole e divisioni dei poteri che possano costituire leve reali di intervento sui regimi che sempre tendono a formarsi di nuovo. E' un problema anche nostro, e siamo lungi dall'averlo risolto se, nel caso italiano, siamo paralizzati da un personaggio di modesto livello come Berlusconi. C'è in occidente un malessere della democrazia rappresentativa che è impossibile ignorare. Ma non lo risolveremmo se scagliassimo qualche moltitudine su un Palazzo di Inverno; la storia dovrebbe averci insegnato anche questo. La domanda, spalancata oggi dalle folle vincenti di Tunisi e del Cairo, o dalle battaglie in atto in Libia, non è diversa da quella che è venuta maturando nella nostra desolante quotidianità.
Corriere della sera, 28 febbraio 2011
Un despota o antico liberatore?
Gheddafi imbarazza ancora la sinistra
di Paolo Franchi
M a chi è Muhammar Gheddafi? Una «bestia immonda» , come lo definisce la lettrice Iglaba Scelgo? Un «dittatore sanguinario» , come scrive l’abbonata Mariletta Calazza? Oppure il «vecchio leone ancora spavaldo» nonostante la sua immagine sia quella «tristissima e patetica di un uomo obnubilato dalla solitudine» di cui scrive Luciana Castellina? O il leader «invecchiato» e travolto dalla propria «vanità» , certo, e però a lungo protagonista «non solo in Africa di uno straordinario tentativo di innovazione, che andava apprezzato e sostenuto» , che Valentino Parlato continua a difendere? Il manifesto sta, si capisce, dalla parte della rivolta. E neppure sta troppo a chiedersi, come fa invece Liberazione, se per caso quella libica non sia «una guerra civile sponsorizzata dalle potenze capitalistiche» . Ma su Gheddafi al manifesto si discute. Anzi, ci si accapiglia. E si tratta di una discussione che potrebbe diventare molto istruttiva, e anche utile. Sin qui, somiglia a un conflitto generazionale. A rifiutarsi al giudizio sommario (e in certi casi, come quello di Parlato, a chiedere quanto meno l’onore delle armi al colonnello) sono soprattutto i grandi vecchi del quotidiano comunista; e sono soprattutto, anche se non soltanto, i redattori e i lettori più giovani a indignarsene.
Ha cominciato Luciana Castellina, ricordando che nel ’ 69, quando il «giovane tenente» prese il potere, «tutti gli anticolonialisti gioirono» , come avevano gioito per la vittoria di Nasser, «l’uomo che ha impersonato il sogno del riscatto arabo» , e ancor più per l’Algeria, qualcosa di assai simile, per la sua generazione, a quello che fu il Vietnam per la generazione del Sessantotto. Non c’è dubbio, scrive Castellina, «la ribellione del Maghreb e del Mashrak è sacrosanta» , ma non si può rappresentarla come l’esplosione del malcontento secolare di popoli che hanno conosciuto solo «fanatismo e oppressione» . Per chi sta a sinistra, e soprattutto per chi ci è stato, guardando alla Libia, all’Egitto, all’Algeria, la domanda (terribile) è tutta diversa: «Perché queste che non sono state rivoluzioni in senso proprio, ma certo straordinari sommovimenti popolari, sono finite così?».
Ecco, esattamente di questo sarebbe bene discutere. Non cancellando la storia, ma prendendo atto della durezza delle sue repliche. Lo scrive apertis verbis Rossana Rossanda. Che allarga la domanda a un fallimento ancora più clamoroso, quello delle rivoluzioni comuniste: «Rispondere che Stalin era un mostro (Stalin e Hitler stessa razza, tesi degli storici post ’ 89), e forse anche Lenin, e Mao un pazzo, è derisorio, e d’altronde non fa che spostare la domanda. Perché masse immense e grandi cambiamenti hanno trovato in essi i loro leader?» . Rossanda azzecca, almeno in parte, anche la risposta. La prima illusione tragica (ma anche, alla lunga, colpevole, aggiungerei) è consistita, scrive, nell’affidarsi «in presenza di masse incolte, a un’avanguardia forte e risoluta, che più o meno transitoriamente prende il potere e (…) lo difende non solo dagli avversari, ma anche contro chiunque lo critica, anche i suoi stessi compagni, vedendovi "oggettivamente"un nemico» . E forse corre rischi analoghi anche «la folla generosa ma atomizzata» che affolla e insanguina del proprio sangue le piazze in Paesi in cui «un dispotismo, ottuso o progressista, ha interdetto l’articolarsi in correnti e progetti di società e il misurarsi nel conflitto» . Anche «il problema delle rivolte arabe (…) è di darsi forme di partiti e sindacati e regole e divisioni dei poteri che possano costituire leve reali di intervento sui regimi che sempre tendono a formarsi di nuovo» . Irritati dalle provocazioni di Parlato, che al Sole24Ore ha detto di considerarsi tuttora «un estimatore convinto del colonnello» , i lettori del hanno scritto parecchie lettere contro di lui, riservando invece sin qui un’attenzione tutto sommato modesta all’intervento «menscevico» di Rossanda. Capita, di questi tempi, anche sul quotidiano diretto da Norma Rangeri, a chi si ostina a inerpicarsi in ragionamenti complessi, che non si lasciano imprigionare in un’immagine televisiva. Per quel che vale, la speranza è invece che la riflessione impietosa sollecitata da Luciana Castellina, e avviata da Rossanda, si allarghi, e non solo sul manifesto. Arrivando sin là dove nell’ 89 non aveva saputo o voluto arrivare. Una sinistra incapace di affrontare coraggiosamente i suoi ieri ha poco o nulla da dire sull’oggi. E ancora meno sul domani.
Se l’istruzione per tutti diventa un bersaglio
di Stefano Rodotà
In pubblico, con toni veementi (esagitati?), il Presidente del Consiglio è andato all’attacco della scuola pubblica come luogo di cattivi maestri, dalla quale a buon diritto genitori liberi e pensosi vogliono tenere lontani i figli. Non è una novità. Per raccattare voti, Berlusconi non va mai troppo per il sottile. Ma una scuola allo stremo avrebbe meritato ben altra attenzione da parte del Presidente del Consiglio e della sua sempre fedele ministra dell’Istruzione (così ne avrebbe scritto Damon Runyon). Se una parola doveva venire, questa doveva essere di riconoscenza e rispetto per chi, in condizioni personali e ambientali sempre più difficili, svolge l’essenziale funzione della trasmissione del sapere e della formazione dei giovani. E anche di rispetto per gli studenti, ridotti nelle sue parole ad oggetti docilmente manipolabili, e che invece hanno mostrato di essere tutt’altro che inclini all’indottrinamento, di possedere sapere critico. Ma è proprio il sapere critico che inquieta, che turba il disegno di una scuola tutta e solo votata alla "formazione al settore produttivo"(queste le larghe vedute del Governo).
La scuola pubblica è un’altra cosa. Le sue ragioni sono oggi persino più forti di quelle che indussero i costituenti ad attribuirle valore fondativo, a costruirla come una istituzione affidata alle cure e agli obblighi della Repubblica, come ben risulta dalla severa lezione di diritto costituzionale impartita da Salvatore Settis all’inconsapevole ministra (Repubblica, 1° marzo). Le nostre società sono divenute più complesse, plurali nella loro composizione, attraversate da conflitti. Hanno per ciò bisogno di spazi pubblici dove le persone diverse possano incontrarsi, dialogare. Di fronte all’altro, infatti, non è più sufficiente la tolleranza. Oggi servono soprattutto riconoscimento, accettazione, inclusione. E per questo non bastano le buone parole, peraltro rare, i propositi virtuosi. Sono indispensabili istituzioni capaci di produrre le condizioni personali e sociali del riconoscimento.
Di queste istituzioni, di questi spazi aperti, la scuola pubblica è la prima e la più importante. Il mettere sullo stesso piano scuola pubblica e scuole paritarie annuncia il passaggio ad un sistema che produce scuole di "appartenenza" – cattoliche o musulmane, leghiste o meridionalizzate, per élites o per diseredati – e avvia un tempo in cui non è la libertà di ciascuno ad essere esaltata, ma nel quale il riconoscimento reciproco è sostituito dall’esasperazione della propria identità, il confronto dalla distanza dall’altro. Chiuso ciascuno nel proprio ghetto, tutti preparati a contrapporsi ferocemente l’un l’altro. Si rischia così una società nella quale nessuno è educato alla conoscenza degli altri, ma solo dei propri simili. Dove, dunque, il dialogo tra diversi diviene impossibile o superfluo, dove non solo la soglia della tolleranza si abbassa drammaticamente, ma si perde pure la possibilità di essere educati alla ricerca di dati comuni, che sono poi quelli che consentono di superare gli egoismi e di individuare interessi generali. Solo una scuola pubblica può trasformare la molteplicità in ricchezza.
Con espressione felice, Piero Calamandrei aveva parlato della scuola pubblica come "organo costituzionale". Proprio queste parole ci aiutano a cogliere un altro aspetto sconcertante dell’intervento del Presidente del Consiglio. Un organo costituzionale delegittima un altro organo costituzionale. Pure questa non è una novità. Non v’è più nulla nelle istituzioni che Berlusconi pensi che meriti d’essere rispettato, fuori di se stesso. Nel momento in cui la scuola viene indicata al disprezzo dei cittadini come luogo dove si "inculca" qualcosa, ecco costruita la premessa per giustificare il suo abbandono materiale, il taglio delle risorse, la mortificazione di chi lavora lì dentro – docenti e studenti. E, al tempo stesso, si dà nuovo fondamento al "dirottamento" dei fondi pubblici verso le scuole private.
Uso questa parola non per riaprire qui, come pure sarebbe doveroso, la questione della legittimità del finanziamento pubblico alla scuola privata, ma per porre un altro problema. Essendo indiscutibile l’obbligo dello Stato di istituire "scuole statali per tutti gli ordini e gradi" (art. 33 della Costituzione), nel momento in cui le risorse disponibili si riducono, quella chiarissima prescrizione costituzionale deve essere almeno intesa come criterio per la distribuzione delle risorse disponibili, sì che ai privati si dovrebbe arrivare solo dopo aver soddisfatto le esigenze del pubblico.
Si perde, altrimenti, proprio la qualità di organo costituzionale della scuola pubblica, il suo essere luogo di produzione della conoscenza, dunque di una delle precondizioni della stessa democrazia. Ma l’innegabile natura costituzionale della scuola pubblica, improponibile per una scuola privata che può esserci o non esserci, è specificata dal fatto che di essa la Costituzione parla subito dopo aver detto che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Alla scuola pubblica si deve guardare come al luogo del sapere libero e disinteressato, che è la forma del sapere che costruisce il cittadino. Se l’attenzione, invece, è sempre più rivolta al "settore produttivo", si ha di vista una formazione tutta strumentale, fatalmente riduttiva, persino inadeguata a quelle esigenze di flessibilità culturale che oggi accompagnano qualsiasi lavoro.
Per chi suona la campanella
di Marco Lodoli
La scuola pubblica vacilla sotto le bastonate del governo, sotto le radiazioni mortali delle televisioni e dei nuovi valori dominanti, disprezzata e vilipesa dal primo che passa e dal primo ministro. I professori sono piuttosto vecchi e giovani non ne arrivano, graverebbero troppo sul deficit; anche gli edifici spesso sono malridotti, sistemarli sarebbe un altro costo impossibile; i programmi spesso sono astrusi, frutto di tanti anni di astrattismi furibondi; i ragazzi sono confusi, a volte addirittura maleducati, imparano poco, pensano ad altro o a niente.
Eppure se vogliamo che l´Italia abbia un futuro, dobbiamo tenerci stretta questa scuola così malridotta e cominciare ad amarla di nuovo e di più, dobbiamo investire denaro e energie nell´unico laboratorio culturale che il paese possiede. Certo, ci sono le scuole private, e sono tante: ma vogliamo vederle un po´ più da vicino, vogliamo entrarci? Appena laureato ho lavorato alcuni anni in diplomifici preoccupati di una sola cosa: la retta mensile. Non c´era problema didattico o disciplinare che non potesse venir spianato da un assegno. Ricordo anche il volto attonito del gestore della mia prima scuola quando si rese conto che avevo rimandato in storia il rampollo di una nobile famiglia: «Ma quelli pagano, pagano! Lo capisci o no? Quelli ci mantengono a tutti quanti, anche a te che vuoi fare l´eroe! I soldi nella tua busta paga ce li mettono loro, è chiaro?». E gli studenti questo lo sanno benissimo, questi principi vengono loro inculcati – per usare un verbo alla moda – concordemente dai genitori e dalla scuola. Sanno di andare avanti spinti dal soffio di una mazzetta frusciante di banconote: do ut des, pagare moneta vedere cammello, tanto dal ministero non arriva nessuno a controllare.
L´educazione si snoda attorno a un solo comandamento: i ricchi se la cavano sempre, anche quelli decerebrati. Poi ci sono le scuole private d´elite, e anche queste stanno aumentando perché fanno promesse importanti. Qui non si tratta più di salvare i mentecatti, qui si tratta di preparare il club dei migliori. "Non conta la conoscenza, contano le conoscenze" questo è lo slogan implicito delle nuove scuole private, quelle con gli stemmi, i nomi inglesi, le divise stirate e inamidate. Qui ci si iscrive in una loggia che durerà nel tempo: ci si scambiano indirizzi, visite, week-end, sorelle e fratelli, qui si cementa la nuova classe dirigente. A volte c´è una spolveratina di cattolicesimo, zucchero a velo, ma di sicuro in nessun luogo al mondo le parole di Gesù valgono meno che qui: amore, fratellanza, carità sono solo carta da parati. Qui i cammelli passano in fila e al trotto nella cruna dell´ago. Le rette si aggirano attorno ai mille euro al mese proprio per fare selezione, per tenere fuori i miserabili. Quali valori sociali vengono inculcati nelle tenere menti dei vari Jacopo e Coralla? Non perdete tempo nella commiserazione, fate finta che tutto vada bene e andate avanti, il mondo vi aspetta!
Per tenere insieme la società c´è solo la scuola pubblica. È commovente vedere come i ragazzi italiani e i ragazzi che in Italia sono arrivati da lontano riescono a stare bene insieme, a capirsi, a spiegarsi, quanta solidarietà c´è tra tutti quanti, quanti discorsi crescono insieme e si intrecciano al futuro. Bisogna solo rendere la nostra scuola più bella, perché sia il fondamento di una società giusta: bisogna credere in questi ragazzi, proteggerli, farli crescere bene, anche se non hanno mille euro al mese da spendere.
Così è cresciuto il nostro paese
di Miriam Mafai
Alla fine, a ripensarci adesso, non fu poi così male la nostra scuola ai tempi della cosidetta Prima Repubblica, quando al ministero di Viale Trastevere, comandarono quasi senza interruzione dal 1946 al 1997 uomini della Dc, da Gonella a Gui a Misasi fino a Rosa Russo Iervolino. Qualche battaglia, e non delle meno importanti, è stata vinta. Non fu poi così male la nostra scuola negli anni della Prima Repubblica se, grazie all´impegno dei nostri maestri e delle nostre maestre, si riuscì ad abbattere il tasso di analfabetismo che nel 1951 in Italia era ancora del 14% (con punte del 25% in Puglia e Sicilia e del 32% in Calabria) e si riuscì moltiplicare il numero degli studenti della scuola media che nel 1951 non arrivavano, in tutta Italia, a un milione e venti anni dopo sfioravano i tre milioni.
Non sarà stato merito dei vari ministri democristiani, ma grazie all´impegno dei suoi insegnanti, la nostra scuola pur nelle dure condizioni di quei tempi ha accompagnato e promosso, forse senza programmarla, la crescita del nostro paese. Eravamo allora un paese in movimento, nel quale erano possibili sogni e speranze. Penso alle centinaia di migliaia di contadini meridionali semianalfabeti che, emigrati a Milano o Torino, indicati spregiativamente come "marocchini", sognavano per i propri figli un futuro da operai. Ed erano migliaia gli operai di Torino o Milano che sognavano per i propri figli un futuro da tecnico o da ingegnere. Solo sogni? No, non furono solo sogni: quello che chiamiamo "ascensore sociale" bene o male per un certo periodo ha funzionato, anche grazie all´impegno ed alla fatica dei nostri insegnanti.
Una spinta decisiva in questo senso venne dalla prima vera riforma della scuola che, ereditata dal precedente regime, prevedeva dopo i cinque anni di elementare due percorsi alternativi: da una parte una scuola media con il latino per i ragazzi (e le ragazze) che si ripromettevano di proseguire gli studi fino all´Università. Gli altri potevano, volendo, frequentare un avviamento professionale o, ancora meglio, dare una mano a bottega o nei campi. Va ascritto a merito del primo centrosinistra, presieduto da Amintore Fanfani, avere cancellato per sempre quello che era stato definito un "marchio dei poveri al bivio dei dieci anni" istituendo una scuola media unica obbligatoria per tutti fino ai 14 anni. E senza il latino. Aspramente discussa e contestata la riforma avrebbe aperto a ceti che ne erano stati fino a quel momento esclusi le porte dell´istruzione superiore, fino, eventualmente, all´Università. Al ministero di Viale Trastevere c´era sempre un democristiano, naturalmente. Era Luigi Gui, un veneto personalmente assai poco proclive alle riforme, ma il clima politico era cambiato e la riforma, fortemente voluta e quasi imposta dai socialisti e dal loro uomo di punta, Tristano Codignola, alla fine nel dicembre del 1962 sarà approvata. Qualcuno definì quella riforma un miracolo.
Poi, nel corso degli anni fu la volta di altri provvedimenti, più o meno ambiziosi e condivisi, destinati a suscitare dibattiti e proteste. Nel corso dei quali mi vien fatto di pensare che bisognerebbe ascoltare di più le voci di coloro che nella scuola lavorano, gli eredi di quei maestri e quelle maestre che ai tempi della Prima Repubblica sconfissero l´analfabetismo e avviarono quell´ascensore sociale di cui oggi sentiamo la mancanza.
Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all’altezza delle promesse d’origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s’accoppia a quest’inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l’opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi. Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona.
Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L’Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l’idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l’Iran. Stentano a osservarli, a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi. Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s’appropria del proprio destino. Quel che urge costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno –inaugurale in democrazia– di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia nutrita di discordia.
Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell’altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d’un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l’arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s’incrociano, s’oppongono, sfociano in delibera. Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s’incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l’esistenza dell’agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.
Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un’agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l’un l’altro come mai prima d’ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s’aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano «perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva».
Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti. Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l’emergere dell’etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s’estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch’esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d’occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbi’ ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: «Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì! (...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia» (www.zenit.org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt’altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell’Uno e l’Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale). Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un’opinione sola che grida dallo schermo della «scatola tonta» e ha l’impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell’Arabia tramutata in terra d’affari. Il ministro degli Esteri francese Michèle Alliot-Marie ha reagito all’inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito.
Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l’adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell’Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l’imperio politico inconfutato. L’orizzonte è quello dell’agorà negata: che trasforma l’inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città.
È bello che l’onorevole Gelmini, nel commentare le dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla scuola, abbia citato la Costituzione. Peccato che l’abbia citata a sproposito, capovolgendone il senso. Secondo l’on. Gelmini, «Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio della erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale, sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini».
Ma la Costituzione non dice questo, dice il contrario (art. 33). Dice che «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Dice che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». L’art. 34 aggiunge che «l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita», e prescrive che la Repubblica privilegi, con borse a aiuti economici alle famiglie, «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi».
La Costituzione stabilisce dunque una chiarissima gerarchia. Assegna allo Stato il dovere di provvedere all’educazione dei cittadini (obbligatoria per i primi otto anni) e di garantirne l’uguaglianza con provvidenze ai «capaci e meritevoli». Fa della scuola di Stato il modello a cui le scuole private devono adeguarsi, e non ipotizza nemmeno alla lontana due modelli di educazione alternativi e concorrenti. Ma come può esser mantenuta l’efficacia del modello, se la scuola pubblica viene continuamente depotenziata tagliandone personale e risorse, e per giunta irridendo chi ci lavora?
Lo smottamento in direzione della scuola privata comincia coi governi di centro-sinistra (decreti Berlinguer del 1998 e 1999, legge 62 del 2000, governo D’Alema), e coi governi Berlusconi diventa una frana: si taglia la scuola pubblica e si incrementano i contributi alla scuola privata, sia in forma diretta che con assegni alle famiglie, e senza alcun rispetto per il merito degli allievi. A meno che il merito non consista, appunto, nell’aver scelto una scuola privata. Ed è dal 1999 (riforma Bassanini) che il ministero oggi ricoperto dall’on. Gelmini non si chiama più "della Pubblica Istruzione", ma "dell’Istruzione" (senza "pubblica").
Anziché inveire contro «la scuola di Stato dove ci sono insegnanti che vogliono inculcare negli alunni principi contrari a quelli che i genitori vogliono inculcare ai propri figli», ipotizzando una scuola pubblica dominata dalla sinistra, Berlusconi dovrebbe dunque ringraziare la sinistra per aver inaugurato con tanto successo la deriva in favore della scuola privata. Ancora una volta, l’uomo che per il suo ruolo istituzionale dovrebbe rappresentare lo Stato e il pubblico interesse agisce dunque come il leader dell’anti-Stato. A una Costituzione che assegna allo Stato il compito di dettare regole sulla scuola e di imporre ai privati il rispetto delle stesse regole (e l’onere di cercarsi i finanziamenti dove credono), si va così sostituendo, con l’applauso del ministro della già Pubblica Istruzione, una Costituzione immaginaria, nella quale "libertà" vuol dire distruzione della Scuola pubblica, vuol dire convogliare i finanziamenti pubblici sulle scuole private, vuol dire legittimare l’idea che nelle scuole pubbliche si «inculcano» principi antilibertari, mentre nelle scuole private tutto è automaticamente libero, perfetto, "costituzionale". Eppure nel riformare la scuola, uno dei pochissimi provvedimenti di un governo che ha il record dell’inazione e della paralisi, l’on. Gelmini si è fondata sull’articolo 33 della Costituzione, secondo cui «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione». E’ lo stesso articolo che, una parola dopo, stabilisce la centralità e la priorità della scuola pubblica, disprezzata dal presidente del Consiglio.
Ma la "Costituzione materiale" di cui si va favoleggiando (cioè l’arma impropria con cui si vuol demolire l’unica e sola Costituzione, quella scritta) ha ormai come principio fondamentale il cinico abuso di quanto, nella Costituzione, può esser distorto a beneficio di una "libertà", quella del premier, che consiste nell’elogiare l’evasione fiscale in un discorso alla guardia di Finanza (11 novembre 2004), nell’attaccare ogni giorno la magistratura, nel regalare al suo amico Gheddafi cinque miliardi di dollari tolti alla scuola, al teatro, all’università, alla musica, alla ricerca, alla sanità, nel consegnare il territorio del Paese alla speculazione edilizia, nel legittimare col condono chi viola le leggi, nel creare per se stesso super-condoni, usando le (sue) leggi contro la forza della Legge. «Inculcare principi»: questa la concezione dell’educazione (pubblica o privata) che Berlusconi va sbandierando. Fino a quando lasceremo che «inculchi» impunemente nell’opinione pubblica l’idea perversa che compito di un governo della Repubblica è smantellare lo Stato, sbeffeggiando chi serve il pubblico interesse?
Internet è la frontiera dove le regole della proprietà privata mostrano la loro violenza ordinatrice. Ma è anche il contesto nel quale le grandi imprese high-tech provano a piegare la comunicazione ai loro interessi. La restistenza a questo tentativo di espropriazione passa attraverso una concezione del comune che prenda congedo dal diritto privato e pubblico
Sempre più spesso si ripongono grandi speranze nella rete internet come luogo di emancipazione e «contro-egemonia». Intorno ad Internet, negli anni è stata costruita una vera e propria mitologia della rete come spazio pubblico, «luogo comune» informato al principio di uguaglianza, connessione, parità e libertà di accesso, spazio di creatività e condivisione libera. Le belle favole sono numerosissime e tutte vedono come protagonisti giovani geniali e creativi, capaci di idee (poi tradotte in servizi) che, in rapida successione nella corsa continua per la soddisfazione di sempre di nuovi bisogni, sono divenute l' arredo stesso del nostro mondo globale. Basterà pensare agli inventori oggi multimiliardari di Google o di Facebook. Ma gli eroi eponimi della rete sono anche altri e certamente questa rivoluzione del «comune globale» tocca pure aspetti meno commerciali o narcisistici. Sul piano politico, Wikileaks è divenuta icona della trasparenza.
Meno di cent'anni dopo che Lenin aveva denunciato la diplomazia dei trattati segreti pubblicando unilateralmente tutti quelli in cui era entrata la Russia zarista, ecco che Assange, che non ha neppure dovuto conquistare il Palazzo d'Inverno, ha potuto produrre, grazie al suo server blindato, altrettanto imbarazzo nelle Cancellerie di tutto il mondo. E poi abbiamo i movimenti per i beni comuni locali, resistenti di tutto il mondo, dagli zapatisti ai sem terra, dai NoTav alle lotte per l'università pubblica, sparsi in ogni continente e organizzati intorno ai più varii temi. Tutti questi gruppi, grazie a Internet, mettono in comune le proprie pratiche, condividono idee e strategie, insomma contribuiscono alla creazione di una cultura politica che coniuga aspetti locali con dimensioni planetarie.
Il mito della piazza globale
Sarebbe impossibile contestare il fatto che la Rete ha messo a disposizione spesso gratuita e quindi largamente democratizzato, una quantità di informazione assolutamente impensabile fino a poco tempo fa. Basterà pensare a Wikipedia che ha colmato il divario fra quei ragazzi le cui famiglie potevano permettersi un'enciclopedia e gli altri nella preparazione dei compiti e delle ricerche a casa. Non solo, ma essa non offre solo informazioni. In effetti Internet è pure luogo di pensiero critico che si articola nei moltissimi blog che da tutto il mondo offrono riflessioni e pensieri, talvolta intelligenti, dei loro instancabili autori. A questo si aggiungano siti come YouTube, che da qualche anno consentono la messa in rete e la condivisione di ogni sorta di immagine, con conseguenze ancora una volta non indifferenti pure sulla sfera politica.
Grazie ad Internet sono possibili operazioni che altrimenti sarebbero impensabili senza una poderosa organizzazione, quali per esempio portare per un giorno in piazza oltre un milione di persone, come è riuscito in Italia al cosiddetto «popolo viola» o al movimento delle donne. Sono questi alcuni dei possibili usi di Internet che l'hanno fatta celebrare come «piazza globale» e luogo di condivisione, facendo declinare dalla Rete alcuni degli aspetti più significativi dell'idea dei beni comuni.
Tuttavia, una valutazione di Internet nella prospettiva dei beni comuni consegna messaggi non univoci. Occorre innanzitutto sgombrare il campo da alcuni miti ad esso relativi che mi pare abbiano prodotto eccessivi entusiasmi circa la capacità del web di rompere con la logica tradizionale della modernità costruita sul binomio «proprietà privata-stato». Bisogna compiere uno sforzo di storicizzazione l'esperienze e lo sviluppo di Internet anche se la sua breve esistenza come fenomeno politicamente rilevante, e l'estrema velocità delle trasformazioni anche tecnologiche che la vedono protagonista non rende la cosa agevole perché si tratta sostanzialmente di storicizzare il presente. Quest'operazione consegna immagini di segno opposto rispetto alla mitologia della «piazza globale».
Consumatori e produttori
Sul piano storico, infatti, la grande diffusione di internet è coincisa in modo quasi perfetto con la «fine della storia», ed è stata sicuramente l'aspetto tecnologicamente più rilevante della nascita e dello sviluppo del cosiddetto capitalismo cognitivo. Internet infatti costituisce la grande infrastruttura globale capace di fondare quel particolare sistema di produzione di servizi fondato sullo sfruttamento del precariato intellettuale e sulla trasformazione dei cittadini in consumatori che caratterizza l'attuale fase di sviluppo capitalistico.
Inoltre, la diffusione di internet ha prodotto un'accelerazione talmente radicale nella trasmissione di informazioni anche complesse da averne prodotta una altrettanto impressionante nella finanziarizzazione dell'economia, creando le condizioni per il trasferimento di capitali ingentissimi in tempo reale da una piazza finanziaria all'altra (con relativa facilitazione della speculazione). Altre conseguenze problematiche si rinvengono nella sua capacità di sostituire la mano d'opera sul fronte dell'offerta dei servizi, scaricando lavoro sul fronte della domanda, quella appunto dei consumatori. Chi acquista un biglietto ferroviario via Internet svolge personalmente un lavoro che sarebbe altrimenti stato a carico dell'offerta (bigliettaio) o che comunque sarebbe stato intermediato da una persona fisica (agente di viaggio). Non solo quindi, come diceva Jean Baudrillard, il consumatore diviene sempre più qualcuno che paga per lavorare al servizio del capitale (nel caso dei libri su Amazon.com facendo autonomamente ricerca senza aiuto del venditore e perfino scrivendo piccole recensioni ad uso dei succesivi acquirenti) ma la tendenza alla riduzione dei posti di lavoro del capitalismo tecnologico-cognitivo è sotto gli occhi di tutti.
È chiaro che la globalizzazione e l'ampliamento dei mercati distributivi resi possibile dal Web produce una serie di effetti collaterali solitamente sottostimati che comunque presentano costi sociali non indifferenti. Non solo posti di lavoro persi ma anche tendenza alla spedizione da grande o grandissima distanza che inquina l'ambiente e si colloca in tendenza radicalmente opposta rispetto al modello «a Km 0» raccomandato dagli ambientalisti. Inoltre, Internet rende tutti dipendenti dalla tecnologia informatica e dalle grandi imprese delle telecomunicazioni che gestiscono l' accesso alla rete. Infatti l'accesso alla piazza è precluso a chi non ha un collegamento via cavo o celluare, cosa per nulla scontata in molti contesti disagiati.
Alla conquista del wi-fi
Anche nei paesi ricchi Internet è illusoriamente gratuito o poco costoso perché comunque costano tanto la tecnologia necessaria quanto l'accesso. Sebbene da quest'ultimo punto di vista si comincino a registrare sforzi pubblici volti a consentire l'accesso gratuito in molte città (spazi pubblici wi-fi), la necessità di utilizzare computers continuamente «allo stato dell'arte» (per non parlare di smartphones, iPad e altre tecnologie simili) produce comportamenti consumistici insostenibili sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale. Dal primo punto di vista, la rapidissima evoluzione tecnologica obbliga a continui upgradings e la durata media di un computer è ormai inferiore a due anni. Dal punto di vista ecologico poi si sa che la costruzione e lo smaltimento dei computer e della tecnologia di acceso a Internet richiede un consumo del tutto insostenibile di minerali rari (saccheggiati in Africa e in altri contesti fragili) e di energie cosa che dovrebbe far riflettere bene quanti sostengono ecologica la sostituzione di libri e giornali cartacei con i cosiddetti ebooks.
Se si osserva il governo di Internet si vedrà come inclusione e condivisione siano ben lungi dalle motivazioni e dalle pratiche del suo governo attuale. Infatti, dopo una fase storica iniziale in cui la rete era effettivamente gestita dai suoi principali utenti e padri scientifici, interessati principalmente a svilupparla e a farla crescere, a partire dalla fine degli anni Novanta le cose sono cambiate radicalmente. Oggi la governance di internet è saldamnente in mano ai potenti interessi politici e privati che son stati capaci di adattare al capitalismo cognitivo la grande tenaglia che fin dalla modernità stritola i beni comuni.
I baroni dell'immateriale
Sono oggi gli Stati Uniti d'America ed i grandi latifondisti intellettuali che, come i robber barons fra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, ne determinano le politiche, mantenendo così saldamente in pugno il controllo della rete. Un controllo che progressivamente ne stritola gli aspetti di bene comune come dimostra il fatto che oggi più della metà del traffico che circola sulla rete è costituito dalle cosiddette apps (le applicazioni) private alle quali si accede soltanto a pagamento. Infatti la guerra per il controllo di Internet, una volta che questo è diventata l'infrastruttura fondamentale del capitalismo cognitivo, è durata assai poco. Il governo degli Stati Uniti ha fatto pesantemente valere, anche con l'uso della minaccia penale, la «proprietà» della rete.
Nel territorio degli Stati Uniti si trovano infatti la maggioranza dei cosiddetti root servers cioè la quindicina di computers su cui fisicamente si fonda il Domain Name System, ossia il sistema di assegnazione degli indirizzi internet senza il cui continuo mantenimento la rete sarebbe inservibile come una megalopoli in cui le persone abitino senza indirizzo o come una grande biblioteca senza sistema di catalogazione libraria. Internet non sarebbe in alcun modo concepibile senza un potere di assegnazione degli indirizzi ed il controllo del livello base dell'indirizzazione conferisce un autentico potere di vita e di morte sulla fruibilità della rete per i suoi utenti. Tale potere di assegnazione, strettamente gerarchico in barba alla retorica della rete, trova la sua «norma fondamentale» nel Root Server A, la radice della piramide strettamente gerarchica ancorché invertita, che a sua volta si trova in territorio statunitense (ed è quindi controllato dal suo governo).
Oggi il centro decisionale della rete è un'altra corporation, nominalmente no profit, Icann (Internet Corporaton for Assigned Names and Numbers) che esercita il suo potere sulla Rete in forza di una convenzione con il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Tutti i governi del mondo (con l'eccezione di quello statunitense) hanno un ruolo di consulenza nelle decisioni del Consiglio di amministrazione di Icann, cosa che appare quanto meno ironica a fronte della retorica della rete come bene comune!
Il prefetto Franco Gabrielli, da quattro mesi capo della Protezione Civile, non soffre di ego ipertrofico come Guido Bertolaso, che si riteneva secondo per popolarità soltanto al pontefice di santa romana chiesa. Ma quanto a supponente rudezza qualcosa ha preso dal suo predecessore. Ne ha dato un saggio attaccando una delle rare misure ragionevoli contenute in quell'incredibile guazzabuglio legislativo che va sotto il nome di decreto Milleproroghe: il ritorno della Protezione Civile sotto il controllo del ministero dell'Economia e della Corte dei Conti.
Saggio desiderio del ministro Giulio Tremonti, ma non del sottosegretario Gianni Letta, fin dalla scorsa estate, dopo l'esplosione dello scandalo della Cricca, favorito da 600 ordinanze dirette della presidenza del Consiglio. Una sorta di corpus giuridico parallelo che ha trasformato l'emergenza in prassi, edificando un sistema di amicizie, vassallaggi, clientele, favori, appalti truccati e appartamenti regalati, con un immenso spreco di risorse finite in corruzione invece che in salvaguardia del territorio.
Per Gabrielli, che da prefetto dell'Aquila si era segnalato soprattutto per il sequestro di alcune carriole con cui gli aquilani volevano cominciare a rimuovere le macerie dal centro cittadino, le norme che dovrebbero riportare un minimo di controllo sulla spesa di un fiume di denaro pubblico "affonderanno come il Titanic la Protezione Civile migliore del mondo", allungando a suo dire i tempi degli interventi per la gestione delle emergenze. Anche le ordinanze firmate dal presidente del Consiglio dovranno essere emanate di concerto con il ministro dell'Economia e poi sottoposte al controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti. Ma i tempi dati alla magistratura contabile sono strettissimi: sette giorni. E nel frattempo i provvedimenti potranno essere dichiarati "temporaneamente efficaci", con motivazione della stessa Protezione Civile. Qual è allora il problema? E perché mai di fronte a una catastrofe il ministro dell'Economia o la Corte dei Conti dovrebbero frapporre ostacoli da "burocrati", come Gabrielli preconizza?
Certo, la totale autonomia finanziaria di fatto era più comoda. Ma visto ciò che ha prodotto in un decennio, meglio avrebbe fatto il sanguigno prefetto Gabrielli a marcare la distanza rispetto alla precedente stagione e a chiedere semmai un intervento più significativo per definire i suoi campi d'azione. Per esempio abolendo i singolari compiti che fin dal 2001 la Protezione Civile conserva nella gestione dei cosiddetti Grandi Eventi, sconfinato terreno di sprechi, corruzione e degrado etico dell'intero paese, come i fatti hanno dimostrato.
Invece, in questo bizantino teatro di paradossi chi dovrebbe occuparsi della sicurezza dei cittadini, di calamità naturali e di emergenze continuerà a gestire pubblici appalti per l'organizzazione delle celebrazioni di Padre Pio o delle corse di ciclismo, dell'Expo di Milano o delle futuribili Olimpiadi del 2020 cui Roma aspira. Nella speranza che frane, alluvioni e terremoti ci risparmino.
La vera egemonia culturale degli ultimi anni ha avuto il segno del cinismo, ha scritto Michele Serra, ed è difficile dargli torto. Perché quell’orientamento si è imposto? Attraverso quali percorsi e opzioni, ma anche attraverso quali sconfitte, rinunce, rese? Come invertire la tendenza? O meglio, come consolidare i segnali di opposta natura che iniziamo a cogliere? Domande come queste possono apparire superflue se si rovescia ogni colpa su mali eterni e inguaribili degli italiani. Hanno molto senso, invece, se pensiamo che il prevalere del cinismo sia andato di pari passo con i processi di degenerazione della Repubblica e con l’incapacità di porvi argine. E che su questo crinale abbia messo radici profonde, con le quali dobbiamo fare i conti.
Quel prevalere ha trovato indubbiamente impulso - anche in questo ha ragione Serra - nel rifluire della tumultuosa stagione degli anni Sessanta e Settanta, e nelle macerie che essa ha lasciato. Lo ha trovato nel declino delle speranze e al tempo stesso nell’avanzare di processi profondi di corruzione e decadimento delle istituzioni: essi faranno la loro marcia trionfale negli anni Ottanta ma sono già evidenti nell’avvio del decennio. E’ nel 1980 che Italo Calvino scrive su queste pagine un Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti che ha un avvio fulminante: "c’era un Paese che si reggeva sull’illecito" [vedi anche in eddyburg, precisamente qui - n.d.r.].
In quegli stessi mesi Massimo Riva vedeva profilarsi fra i miasmi di una corruzione senza precedenti il "Fantasma della Seconda Repubblica" e osservava amaramente: ogni giorno che passa si attenua la speranza che l’alternativa possa essere rappresentata da "un politico sagace e democratico, cresce il timore che possa farlo con successo qualche avventuriero senza scrupoli". Era, appunto, il 1980, e l’anno dopo Giuseppe Tamburrano scriveva un racconto fantapolitico ambientato nel 1984: prevedeva per le elezioni di quell’anno "una valanga di voti contro lo ‘Stato dei partiti’" (con il Pci "crollato al 21%", la Dc al 14%, il Psi al 7%) e "una maggioranza assoluta di uomini nuovi", eletti a furor di popolo per seppellire quel che restava della democrazia italiana.
Fantapolitica, come si vede, presto dimenticata nei ruggenti anni Ottanta. Un profondo corrompersi della politica (e la crescente disaffezione nei suoi confronti) andò allora di pari passo con processi che investivano per intero il modo di essere del Paese. Con il progressivo prevalere, appunto, della "società cinica" sulla "società civica", per dirla con il sociologo Carlo Carboni: un prevalere che portò con sé anche l’indifferenza crescente ai processi di corruzione, agli scandali, all’involgarirsi della comunicazione politica (cui il nuovo panorama televisivo offriva scenari e stimoli inediti). Il tutto favorito, naturalmente, dal deperire di alternative adeguate. Qualcuno osservò allora che con il "compromesso storico" la sinistra aveva smarrito il Progetto, e con Craxi il Candore: l’osservazione era un po’ impressionistica ma non del tutto infondata. Si giunse così al tracollo dei primi anni Novanta: improvviso e inatteso, ma non difficilissimo da spiegare. L’esplodere di Tangentopoli rivelò in realtà - lo sottolineava bene alcuni anni fa Barbara Spinelli - un vero disastro nazionale, che coinvolgeva la società e la politica. E fu un disastro, aggiungeva, anche per quel che non abbiamo imparato da esso. Per la lezione che non ne abbiamo tratto. Il mito di una società civile sana contrapposta a un ceto politico corrotto aiutò allora a rimuovere il deficit di moralità collettiva che si era accumulato. Favorì nuove illusioni, che trovarono in Bossi e in Berlusconi i loro araldi. Del resto, il favore popolare nei confronti di Mani Pulite cominciò a deperire quando l’estendersi delle indagini rivelò la fragilità e la labilità dei confini fra società civile e ceto politico: il primo ad avvertirlo fu un giudice, Gherardo Colombo. Il miracolo promesso dall’"uomo nuovo" di Arcore, inoltre, accoglieva pienamente al suo interno i modelli sociali e culturali che si erano delineati negli anni Ottanta. Permetteva ad essi di uscire rafforzati e non indeboliti dalla catastrofe etica che si era rivelata. E il Cavaliere non mancò mai di manifestare, coerentemente, la sua solidarietà a Craxi, sino alla beatificazione postuma (e sino ad ereditarne collaboratori e aedi). Altrettanto coerentemente - sia detto per inciso - l’articolo di Serra non è piaciuto a Giuliano Ferrara, che sul "Foglio" - dopo aver citato i "paradossali e moralistici elogi del malandrino" del suo giornale - ha dato una brillante dimostrazione di come si possano mescolare arbitrariamente fatti, categorie e concetti (in attesa della grande platea di Raiuno, in coda al Tg di Minzolini: evocando abusivamente, come negli anni Ottanta, una storica trasmissione di libertà, contrapposta al fascismo, di cui era proibitissimo l’ascolto).
La stagione berlusconiana ha consolidato potentemente, insomma, modelli formatisi in precedenza ma il suo volgere al termine mostra l’interna debolezza di essi. Li rivela impietosamente a se stessi. Non è forse casuale che nei giorni scorsi sia naufragato un maldestro tentativo di trasferire le scene finali del Caimano nella realtà, davanti al Palazzo di giustizia di Milano. Altri tentativi potranno certo esser fatti con maggior impegno ma la capacità di mobilitazione populista era stata alimentata negli anni scorsi dal permanere di una qualche fiducia nel "miracolo" promesso dal Cavaliere. Ed è destinata a deperire assieme ad essa. Assieme alla riscoperta - anche all’interno della "società cinica" - che le regole non sono un’ingiusta vessazione ma una difesa essenziale, per tutti. Irrinunciabile, in crisi profonde come quelle che viviamo. Ha qui radici il crescente appannarsi della credibilità del premier, che trova ormai puntelli solo nell’assenza di alternative. Di qui, anche, l’importanza degli inaspettati e straordinari pronunciamenti collettivi che hanno fatto irruzione sulla scena dopo moltissimo tempo. Sullo sfondo di essi vi è il riemergere di una consapevolezza che sembrava dimenticata, sepolta dalle delusioni e dalle disillusioni. Una consapevolezza cui dava voce ancora Italo Calvino nel lontanissimo 1977, in un’Italia minacciata dall’offensiva terroristica e aggredita dai processi di degenerazione delle istituzioni: "Lo Stato siamo noi proprio perché lo Stato dà sempre più di frequente prova di non esistere. L’insipienza dei governi ci ha portati al punto in cui i problemi, lasciati aggravare, esplodono l’uno dopo l’altro (…). Lo Stato oggi consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono, che non lasciano andare tutto alla malora". E’ necessario ancora partire da qui, ma sarà difficile andare molto lontano e molto in profondità se dal centrosinistra non verranno quei segnali di rinnovamento radicale che sinora non sono venuti. Se una "partitocrazia senza partiti" e da tempo afasica, prigioniera dei temi e dei tempi del premier, non inverte la tendenza, non contribuisce a mettere realmente al centro i nodi del Paese e la speranza di futuro. Anche facendo un passo indietro, volto alla sua stessa rigenerazione e rivitalizzazione. Anche pensando realmente a mettere in campo, in un domani non lontano, una ipotesi di governo fondata su figure di altissima autorevolezza e competenza. Un’ipotesi che abbia la credibilità e la forza per alimentare i fermenti positivi della società e per offrirsi ad essi come riferimento sicuro e affidabile.