Ma come? Si continua a scuotere la testa sulla crisi rovinosa dei Valori, ci si mette addirittura a piangere sulla ineluttabile scomparsa dei Valori, ci si conduole pubblicamente ad ogni passo con quanti ancora credono, ingenui, alla esistenza dei Valori, e poi, appena qualcuno pretende di affermare che il lavoro “è un valore”, che la sua giornata-simbolo - il 1° Maggio - va rispettata con qualche concessione al consumismo, al turismo, al consumerismo, si prende del “retrogrado”, anzi del “regredito” al passato, al primo Novecento, magari all’Ottocento? Non a caso non piace più nemmeno che l’Italia sia, costituzionalmente, una “repubblica fondata sul lavoro” e la si vorrebbe rifondare su altri “valori”. Non ha forse detto Silvio Berlusconi che la nostra Costituzione è nata “sovietica”? Del resto l’espressione “fondata sul lavoro” la propose alla Costituente un “comunistello di sacrestia” come Amintore Fanfani che quella denominazione si era meritato insieme a Giuseppe Dossetti e a Giorgio La Pira. Quest’ultimo, da sindaco di Firenze, organizzò una memorabile conferenza internazionale sul Mediterraneo, mentre il suo attuale successore promuove una crociata per tenere aperti tutti i negozi il 1° Maggio. Visioni un po’ distanti. Ma oggi non si è “moderni” se non si rottama qualcosa, magari anche la Festa del Lavoro (scusate le maiuscole, ma è colpa dell’età).
Il ministro del Welfare, il prode Sacconi Maurizio, che Gianni De Michelis in una perfida intervista sostenne di aver scoperto su un campo di tennis dove insegnava (Sacconi, non De Michelis), vorrebbe infatti che si parlasse di “lavori” e non più di “lavoro”. Per cui, frantumato, sminuzzato, parcellizzato in tanti pezzi e pezzetti il lavoro, resolo flessibile, modulabile, adattabile, perché mai si dovrebbe continuare a festeggiarlo? Come valore simbolico? Già, ma di che cosa? Facciamo come i giapponesi che il 1° Maggio non l’hanno (credo) mai celebrato. Mi capitò una volta di arrivare a Tokio un 1° Maggio e tutto funzionava, tutti correvano, pedalavano, producevano, lavoravano come formiche alacri e ubbidienti. Un modello. A me, a noi italiani faceva una certa raggelante impressione.
Ripensavamo alle origini della festa del lavoro, alla grande manifestazione operaia di Chicago, il 1° Maggio 1886, alla polizia che la reprime sparando sulla folla, e la colpa viene rigettata sui soliti anarchici (succede ancora) poi condannati a morte senza prove, uno trovato già cadavere in cella e altri 4 impiccati. Anche in Italia diventa presto una data-simbolo, per rivendicare altri diritti fondamentali come il suffragio universale. Alla fine dell’800 lavoratrici e lavoratori festeggiano 1° Maggio totalmente a loro spese, cioè scioperando, privandosi di un giorno di paga. A Voghera, all’epoca ricca di fabbriche tessili, gli operai costretti dai padroni al lavoro, protestano recandovisi vestiti della festa. Uno scandalo. Tanto più che intonano pure un coro verdiano dell’”Ernani” (“Si ridesti il leon di Castiglia”) al quale un vivacissimo giornalista locale, Ernesto Majocchi, ha dato nuovi versi: “Su compagni, lasciate le glebe/Questo giorno sacrato alla plebe/Della plebe sarà il redentor/Siamo tutti una sola famiglia/Operaj della penna e del braccio/Su venite correte all’abbraccio”…
Una festa gioiosa e ribelle dunque. Che Benito Mussolini subito abolisce. In Romagna, nella stessa natia Predappio, la si continua a festeggiare di nascosto con una minestra allora di lusso, i tortelli. Allora i fascisti locali vanno nelle case degli antifascisti, i fratelli Cappelli, i Cagnani, i Farneti, e se scoprono che sta bollendo una pentola coi tortelli, rovesciano tutto sul pavimento per spregio. Ma qualche bandiera rossa – mandandoli in bestia – intanto è comparsa lo stesso sulla ciminiera di una fornace, o sull’albero di un viale.
Tante altre lotte, tante altre vicende simboliche sono legate al 1° Maggio. Roba vecchia? Roba superata? Certo, per chi non vuole più ricordare chi eravamo, da dove siamo venuti, dove vogliamo dirigerci. Verso una società “bottegaia” di consumatori pilotati e indistinti. Pilotati dalle tv commerciali. Indistinti perché senza più identità. La mattina del 25 aprile Raitre, meritoriamente, ha trasmesso il più bel film di Florestano Vancini “La lunga notte del ‘43” dal racconto di Giorgio Bassani. Uscito nel 1960, indicava nell’indifferenza rispetto alla propria storia la causa prima di una società piatta, soddisfatta di sé e, quella sì, retrograda. Il finale era un vero pugno nello stomaco.
E adesso? Chi osa dire che un popolo senza memoria ha già ucciso anche la storia e quindi non ha più futuro, sia subito ridotto al silenzio e magari rottamato. Non è “moderno”, fa danno a sé (pazienza) e soprattutto agli altri, ai più giovani. I quali (per lor signori) è bene che non ricordino quella festa “ribelle” da vivere gioiosamente.
Nel suo mezzo secolo di vita l´Europa ha cercato di diventare un modello di nuova cittadinanza. Teorici e giuristi hanno parlato addirittura di un nuovo paradigma di libertà politica capace di dissociare la cittadinanza dall´appartenza nazionale, una rivoluzione non meno radicale di quella del 1789. Ma messo alla prova del flusso di migranti, il mito europeo si appanna. Gli Stati nazionali tornano protagonisti, le diplomazie bilaterali prendono il sopravvento, le frontiere tornano a chiudersi, le scaramucce di certificati e rimpatri si susseguono. Di fronte agli sbarchi dei profughi del mondo, l´Europa non sembra più certa di voler essere il laboratorio di una nuova cittadinanza. E forse, la recentissima decisione della Corte di Giustizia della Ue di bocciare la norma italiana che prevede il reato di clandestinità va letta come un invito dell´Europa dei diritti all´Europa della politica di rivedere la sua strategia sull´immigrazione.
Ma a dispetto di ciò che l´Europa vuole o non vuole, in un modo o nell´altro i migranti sono ormai parte della sua identità, di quello che è e sarà. Sono il banco di prova del mito europeo e della civiltà democratica. Soprattutto i migranti senza-Stato (stateless), un fenomeno globale relativo a persone senza una nazionalità comprovata. Per ragioni diverse: o perché lo Stato dal quale provengono ha cessato di esistere a causa di guerre civili, o perché chi scappa ha dovuto tenere segreta l´identità per non subire repressione a causa della propria fede religiosa. Nel ventesimo secolo, la pulizia etnica venne realizzata riducendo ebrei e membri di alcune minoranze nazionali europee allo stato di non-cittadini nei paesi dove erano nati, con l´esito ben noto di poterli così deportare ed eliminare in massa. Senza Stato ovvero alla mercé del potente di turno.
Nel 1954 le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sugli stateless tesa a prevenire che persone fossero o restasse senza uno Stato. Nel 1961 molti paesi, tra i quali il nostro, hanno sottoscritto la convenzione impegnandosi a garantire la nazionalità a persone apolidi nate nel loro territorio. La guerra in Iraq e in Afghanistan, le guerre civili nell´Africa sub-sahariana, le rivoluzioni anti-autoritarie nei paesi arabi hanno comportato un aumento prevedibile dei migranti, rifugiati che scappano la fame e la violenza, che chiedono asilo. Migliaia di uomini, donne e bambini, per piccoli scaglioni o uno ad uno, a piedi o con mezzi di fortuna pagati a prezzi di strozzinaggio, sono da anni in movimento, scappando spesso dalle guerre che i paesi verso i quali vanno sono impegnati a combattere. Un fatto di grande interesse è che tra questa umanitá di senza-Stato sembra configurarsi una nuova identità politica, nata negli interstizi della legge: di quella oppressiva degli stati di provenienza e di quella che incontrano negli stati d´approdo, dove sono dichiarati subito illegali. Senza-Stato e senza legge: è in questa identità paranomica che sta prendendo forma una nuova espressione di identità politica, di cittadinanza senza-Stato, ovvero non come appartenenza istituzionalizzata ma come azione di auto-determinazione alla libertà; cittadinanza come forma di democrazia nascente in quanto denuncia radicale di una condizione di assoluto assoggettamento, di rivendicazione non di diritti umani semplicemente, ma di diritti civili e politici.
I migranti hanno per convenzioni internazionali i diritti umani fondamentali: diritto al soccorso umanitario e medico. Vita minima: questo significa avere diritti umani. Come ha scritto Hannah Arendt in pagine esemplari, ai migranti non è riconosciuto uno spazio legale-politico, ma solo uno spazio naturale; non è riconosciuto il diritto di organizzarsi ma solo di sopravvivere. Chi fa parte della categoria umana semplicemente è caduto nella natura, se così si può dire, fuori della famiglia delle nazioni e dello stato. Persone senza protezione da parte di un governo, nate nella «razza sbagliata», perseguitate non perché hanno fatto qualcosa ma perché sono ciò che sono. La non esistenza legale –poiché senza documenti – costringe i migranti a farsi politicamente attivi fuori della legge.
Ancora da Arendt: il paradosso per gli umani protetti dai diritti umani è che per essere rispettati nei diritti devono diventare oggetto di repressione. Violando le leggi si guadagnano l´ingresso nel sistema della legge e acquistano diritti civili – quello alla difesa nei processi o a un trattamento che esclude violenza e tortura – che da ‘liberi´ non avrebbero, perché non-cittadini. La novità di questi ultimi anni, a partire dalla rivolta in Grecia nel dicembre 2008, è che i migranti hanno mostrato di voler usare anche una lingua politica, di volere esercitare una qualche forma di cittadinanza, mettendo in pratica quello che il mito europeo ha predicato soltanto. È successo a Rosarno all´inizio del 2010, quando i lavoratori africani stagionali si sono organizzati per reagire alla loro semi-schiavitù. è successo recentemente in Australia, dove in un campo di detenzione più di trecento migranti hanno deciso di fare lo sciopero della fame per parlare con persone autorizzate del governo Australiano e ottenere di non essere rimpatriati in Afghanistan, da dove erano scappati; hanno chiesto interlocutori con autorità di trattativa, proprio come facciamo noi cittadini quando vogliamo fare sentire la nostra voce. Ma a noi quella voce è concessa dalla costituzione. A loro è negata, nonostante i diritti umani. In questi casi recenti, pur nella differenza delle circostanze, i migranti hanno manifestato una chiara auto-proclamazione di soggettività politica, un passo importante perché un´ammissione esplicita che i diritti umani non danno il potere di contrastare ciò che dallo stato di rifugiati è lecito aspettarsi, ovvero il rimpatrio. Non essere rimpatriati è una richiesta che proviene dall´avere non i diritti umani semplicemente, ma una voce politica.
Ma quale cittadinanza è possibile fuori dallo spazio statale? L´ordine giuridico, anche quello europeo che pure ha l´ambizione di essere sovranazionale, non contempla un´identità politica al di fuori dello Stato. Eppure questi migranti agiscono come se fossero cittadini, e così facendo avanzano una richiesta di diritto politico come esseri umani (reclamano una cittadinanza cosmopolita). È questa l´importante novità che sta emergendo dai recenti movimenti di migranti senza-Stato. La loro è una sfida importante alle forze progressiste e democratiche dell´Europa poiché indubbiamente le esigenze ragionevoli di regolare i flussi migratori devono potersi combinare a un progetto che riconosca una dignità di cittadinanza ai migranti, come capacità riconsciuta di proporre e contestare, di trattare e avere una rappresentanza, al di là e indipendentemente dall´appartenenza ad un corpo politico. Partire da una lettura non pregiudiziale di queste esperienze è la condizione minima per cercare di trovare soluzioni giuridiche e politiche che diano dignità ai migranti e nello stesso tempo facciano avanzare l´idea di una comunità politica europea che non sia solo un mito.
È una notiziona.
«Beh...» .
Leggo il titolo di «ItaliaOggi» : «L’architetto rosso diventa verde» .
«E va bene, sì, ammetto possa essere una notizia il fatto che il sottoscritto, Pier Luigi Cervellati, assessore all’Urbanistica di Bologna fra il 1964 e il 1980, alle prossime elezioni amministrative voterà per il Manes Bernardini, candidato sindaco leghista...» .
Architetto, lei è stato molto di più di un assessore: lei è stato il più famoso e apprezzato urbanista del Pci, il creatore di quella Bologna pedonalizzata e vivibile, molto comunista e però anche molto ammirata, studiata, imitata...
«E adesso vuol sapere se a 74 anni sono diventato leghista? No, leghista no, perché su tanti temi, dall’immigrazione alla sicurezza, con quelli del Carroccio non mi trovo.
Ma poiché qui dobbiamo eleggere un sindaco, io penso che sia giunto il momento di andare al di là delle ideologie e di dare fiducia a un giovane di 38 anni, il Bernardini appunto, che, da tempo, con i fatti e con serietà, dimostra di avere a cuore le sorti di questa città, che vive un inesorabile declino culturale ed economico» .
Lei perciò pensa che...
«Io sono assolutamente deluso da ciò che ha combinato da questa parti, negli ultimi anni, il centrosinistra, prima con Cofferati e poi con Delbono... Vede, io sono un urbanista, e perciò sono sensibile ad alcune faccende. Una di queste è quella che riguarda quei giganteschi autobus Civis, quei filobus che dovrebbero essere a guida ottica e che rappresentano un follia per questa città, così grossi, difettosi, mostri d’acciaio che non risolvono il problema del traffico di Bologna e che rischiano solo di far venire giù, con terribili vibrazioni, le Due Torri.
Ecco: su questo problema, il Bernardini s’è impegnato, ci ha portato a Roma dai suoi amici ministri leghisti, insomma ha dimostrato di essere sensibile a un problema che, per i bolognesi, è grosso, serio» .
La Lega, tra la gente, come faceva il Pci. Sta pensando a questo, vero?
«Sì, sto pensando a questo. E senza un filo di nostalgia» .
Non ci credo.
«E invece deve crederci! È solo, tragicamente, un problema pratico. Il punto politico, si sarebbe detto una volta, è che la Lega affronta le questioni che riguardano la città, il bene comune, cercando di mettersi dalla parte del cittadino. Mi creda: questi della Lega ti ascoltano, cercano di capire, valutano con te, stanno con te. Mentre...» .
Continui, architetto.
«Ma no...» .
Ma sì.Coraggio.
«No, dico: vogliamo parlare di tutte quelle aree militari che nelle promesse degli anni passati sarebbero dovute diventare magnifici parchi verdi e che invece si sono tramutate o stanno per tramutarsi in grandi alberghi?» .
Lei, architetto, pone anche la questione del cosiddetto Passante Nord...
«Che non riguarda, è chiaro, il cuore di Bologna, ma che è un segnale preciso, enorme, di come si cementifichi la pianura con un’opera altamente inquinante, con manovre economiche poco chiare, con i privati che partecipano a un fantomatico "financial project"...» .
Questi suoi ragionamenti così gravi, in un momento in cui la segreteria del Pd è guidata dall’emiliano Bersani.
«Pensa forse che quando c’erano Veltroni e Cofferati fosse meglio? Vede, qui siamo ben oltre la questione morale: qui deve tornare ad essere centrale l’attenzione al territorio e a chi vi abita. E la sinistra, purtroppo, ha dimenticato come si fa» .
(Canta Francesco Guccini nell’ultima strofa della canzone «Bologna» : «Bologna ombelico di tutto/mi spingi ad un singhiozzo e ad un rutto/rimorso per quel che m’hai dato/che è quasi un ricordo/e in odor di passato...» ).
Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.
Il problema
Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994. Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione, degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.
Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale, sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali, sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo, sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la loro vita.
Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.
Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici che la natura offre gratuitamente a tutti noi.
Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane, fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana che lungo l’Appennino.
Uno sguardo d’insieme
La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il prezzo maggiore.
Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60 per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge 157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per «prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» – per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande, per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico in generale.
Condoni edilizi e morte dell’urbanistica
Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994 e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009) da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici, affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e illegalmente.
Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria». Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del 1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle entrate.
Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo: «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice una cosa diversa da quella che si sta facendo.
L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi «atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978 sull’edilizia residenziale.
I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile; dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli; dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.
Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono equiparati allo Stato.
Agli inizi del 2010 è esploso infine lo scandalo della Protezione civile, dove Guido Bertolaso ha importato il «modello del fare» che risponde alla cultura dell’emergenza. Il modello era stato sperimentato per le infrastrutture dei Mondiali di nuoto del 2009 a Roma (con la costruzione delle piscine sulle rive del Tevere, nella fascia a rischio esondazione dove niente dovrebbe essere costruito) ma era stato messo a punto già prima, per il Giubileo del 2000. Il governo Prodi allora in carica nominò commissario straordinario alla costruzione delle opere per il Giubileo il sindaco di Roma Francesco Rutelli, che a sua volta nominò come vicecommissario Guido Bertolaso. È un modello che sottrae le decisioni urbanistiche alle amministrazioni locali e mette nelle mani di una sola persona – il commissario – ingenti somme di denaro pubblico fresco, da usare al di fuori dei vincoli paesaggistici, archeologici e di sicurezza delle opere. È il trionfo del «fai da te», dell’economia dell’illegalità e dell’impunità.
La primavera ecologica e i talebani di Roma
La cancellazione delle leggi per la difesa idrogeologica del suolo sono l’altro versante della devastazione compiuta dai «talebani di Roma», come la Frankfurter Allgemeine Zeitung chiamò i politici italiani che nel 2002 approvarono la legge sulla vendita ai privati del patrimonio culturale dello Stato. Vendita, o svendita, motivata con l’obiettivo di ricavarne le risorse monetarie per realizzare le grandi infrastrutture quali il Ponte sullo Stretto e l’Alta velocità in Val di Susa (che ci permetterebbe di andare da Lisbona a Kiev senza cambiare treno, ammesso che qualcuno fosse interessato a un simile viaggio). Scambiare il patrimonio culturale, che esprime l’identità di un popolo, con le grandi infrastrutture elencate nel Patto con gli italiani, sottoscritto da Berlusconi in diretta tv a Porta a Porta nel 2001 pochi giorni prima di entrare a Palazzo Chigi per la seconda volta, è un paradosso che avrebbe dovuto essere denunciato con più forza, come fece notare il grande quotidiano tedesco.
Le infrastrutture del Patto con gli italiani non erano infatti quelle necessarie per prevenire il dissesto idrogeologico del paese, di cui ci sarebbe estremo bisogno visti i danni che esso provoca. L’ultimo rapporto del Consiglio nazionale dell’ordine dei geologi informa che in Italia, nel periodo 2002-2010, la mancata cura del territorio ha provocato 37 frane e 72 alluvioni con 219 vittime pari a 30 morti all’anno, e un costo economico crescente nel tempo, pari a 1,2 miliardi di euro all’anno nel periodo che va dal 1990 ad oggi. Le infrastrutture di cui ci sarebbe bisogno per prevenire le frane e le alluvioni sono altre, come ad esempio la manutenzione degli argini e la costituzione delle casse di espansione lungo le sponde dei fiumi, che impediscano alle acque di esondare quando la pressione dell’acqua aumenta a causa delle piogge come è successo a Vicenza a novembre e dicembre scorsi. È stato stimato ad esempio che la costituzione della cassa di espansione del Bacchiglione, uno dei fiumi che ha messo sott’acqua Vicenza e il Veneto, sarebbe costata 35 milioni di euro se realizzata trent’anni fa, e cioè meno della metà del costo dell’alluvione veneta del novembre scorso. Secondo altre stime, la prevenzione dei danni da frane e alluvioni costerebbe il 10 per cento di quel che costa riparare i danni a posteriori, senza contare le vite umane che si perdono in queste occasioni.
La difesa del suolo non è un problema nuovo, ma è diventato più urgente per l’aumento della pressione dell’attività dell’uomo sulle risorse e per il conseguente aumento della deforestazione e del rischio siccità. Negli anni Settanta, durante la «primavera ecologica», erano state approvate alcune leggi per regolare e frenare i fattori che causano il dissesto idrogeologico – leggi che sono state poi abrogate o «ammorbidite»: la Merli del 10 maggio 1976 n. 319 sul controllo dell’inquinamento idrico da scarichi industriali, modificata in senso permissivo dal decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006 (istitutiva del Testo unico o Codice ambientale); la Galasso dell’8 agosto 1985 n. 431 sul vincolo paesaggistico e il divieto di costruzione nella fascia di rispetto dei fiumi; la 349 dell’8 luglio 1986 sull’istituzione del ministero dell’Ambiente e la valutazione del danno ambientale; la 183 del 18 maggio 1989, «Riassetto e difesa dei suoli», per la pianificazione territoriale e la gestione delle acque, da realizzare sulla base dei distretti idrografici intesi come unità geograficamente definite di programmazione delle attività economiche. Anche questa legge, applicata poco e male, è stata abolita dal Codice ambientale del 2006, con la motivazione di recepire le direttive comunitarie; il decreto legislativo n. 22 del 5 febbraio 1997 sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti (la legge Ronchi – Edo Ronchi, ministro dell’Ambiente con Prodi, non Andrea Ronchi ministro, dimissionario, per le Politiche comunitarie dell’attuale governo Berlusconi), approvata dal governo Prodi e anch’essa abrogata dal Codice ambientale del 2006.
Queste leggi non ci sono più, ma l’esigenza di prendersi cura del territorio è sempre più pressante anche a causa dei cambiamenti climatici in corso, che acuiscono la fragilità fisica del paese. C’è da augurarsi che la frequenza dei disastri «naturali» porti a prendere in considerazione la prevenzione, che è l’unico strumento realistico per affrontare questo problema.
Altri aspetti della controriforma
Acqua e acquedotti. Nel 1994 un altro governo – di centro-sinistra – approvò la pessima legge Galli (n. 36 del 5 gennaio). Per mettere ordine negli acquedotti, che allora erano più di 8 mila e decisamente troppi, fissò il principio assurdo che le tariffe del servizio idrico dovessero essere coperte dalle entrate, con l’aumento del prezzo del servizio. Quel principio è assurdo perché l’acqua è necessaria alla vita e quindi un diritto universale e non una merce da mettere sul mercato, e perché è dimostrato che gli investimenti fissi continuano a ricadere sul bilancio pubblico in quanto la remuneratività di un servizio pubblico come l’acqua non può coprire le spese fisse di investimento e gestione degli impianti. Il governo Berlusconi ha peggiorato ancora la norma, quando l’ha inserita nel Testo unico, permettendo l’ingresso dei privati nelle società di gestione degli acquedotti e del servizio idrico. Questa decisione è stata la premessa di tutta la legislazione successiva sempre più orientata alla privatizzazione, fino al decreto Ronchi del 23 novembre 2009 (Andrea Ronchi, in questo caso). Con quest’ultimo decreto, la gestione del servizio idrico integrato, la raccolta dei rifiuti e il trasporto locale sono stati consegnati ai privati, vietandone la gestione in house degli enti locali. È contro questa norma che sono state raccolte un milione e 400 mila firme per il referendum abrogativo, che si dovrebbe svolgere nella primavera 2011.
Infrastrutture, tra grandi opere e messa in sicurezza del territorio. Un’altra questione ambientale di grande rilevanza è quella delle grandi infrastrutture o opere pubbliche, gestita dai governi Berlusconi con la politica degli annunci. Si tratta di opere faraoniche, la cui utilità è controversa, con scarse prospettive di arrivare a compimento. Ma vengono riproposte ogni anno e realizzate in piccola parte (a pezzetti), per far girare i soldi dellecommesse e delle relative tangenti, incluse quelle della mafia. Il piano, riconfermato nel novembre 2010 dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) con qualche modifica e aggiunta e previsioni di spesa sempre al rialzo, è uno dei cinque punti del già citato Patto con gli italiani del 2001. Riguarda opere a forte impatto territoriale, energivore e cementificatorie, di dubbia utilità sociale e difficili da realizzare come il Ponte sullo Stretto di Messina, il Mose di Venezia, la Tav della Val di Susa e l’Alta velocità in genere, i grandi valichi ferroviari e molte altre autostrade, alcune delle quali utili mentre la maggior parte di esse non migliorerebbero sicuramente la mobilità delle persone e delle merci, essendo dimostrato che ogni nuova strada induce nuovo traffico. La realizzazione di queste infrastrutture è sempre rimandata, ufficialmente per mancanza di risorse; molto probabilmente per l’impossibilità pratica di costruirle veramente. Ciò non significa che l’operazione sia inutile o inoffensiva: serve invece moltissimo perché permette alle grandi imprese del cemento e della camorra di far soldi facili con le commesse, e legittima la mancata costruzione di altre opere pubbliche di minore impatto territoriale e sicuramente più necessarie come la messa in sicurezza delle scuole o quella degli argini dei fiumi. Anche in questo caso, le incertezze e le connivenze della sinistra offrono un salvacondotto al governo: basti dire che il piano annunciato nel 2001 da Berlusconi venne integralmente recepito dal successivo governo Prodi e dal suo ministro delle infrastrutture, Antonio Di Pietro.
Il rilancio del nucleare. Un altro terreno su cui il governo Berlusconi procede con la politica degli annunci è quello dell’energia nucleare, che ha deciso di rilanciare nonostante il referendum popolare che oltre trent’anni fa respinse questa opzione e nonostante la mancanza di un piano energetico nazionale che ne giustifichi la necessità. Si tratta di un rilancio impossibile per i costi elevati di costruzione e gestione, per i tempi lunghi di messa in opera e per i problemi irrisolti e irrisolvibili della sicurezza degli impianti e dello smaltimento delle scorie. L’operazione non è comunque inutile dal punto di vista del governo: serve a far girare i soldi delle commesse, che nel nucleare impegnano somme enormi, e a frenare lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili che sono la sola risposta possibile per superare la dipendenza dall’energia fossile, che è alla base del riscaldamento climatico.
Il terremoto dell’Abruzzo e le new towns. La dichiarazione dello «stato di calamità naturale» con cui il governo ha affrontato il terremoto dell’Abruzzo del 7 aprile 2009 – 308 morti tra cui 8 studenti universitari – ha messo nelle mani del commissario alla ricostruzione che all’epoca era Guido Bertolaso un ingente flusso di denaro pubblico. Ma le scelte della ricostruzione sono così state sottratte alla popolazione e alle amministrazioni locali, e il commissario nominato dal governo ha pertanto potuto decidere di ricostruire le abitazioni non tanto nel centro storico dell’Aquila dove si trovano i luoghi simbolo della città ma in una ventina di new towns, nuclei abitativi localizzati in aree sparse sulle colline intorno alla città, in aree verdi preziose per assorbire le piogge e neutralizzare la CO2. Il centro storico dell’Aquila è stato «militarizzato» e reso inaccessibile ai cittadini, motivando questa scelta con problemi di sicurezza delle persone per possibili crolli di parti degli edifici. Gli abitanti della città sono stati delocalizzati nelle new towns, o in costosissimi alberghi sulla costa adriatica, lontani dalle loro radici e dai luoghi degli affetti e della quotidianità. Mentre il governo raccontava ai quattro venti di aver compiuto un miracolo e di avere ridato casa ai terremotati, si è scoperto che le «macerie» off limits per i cittadini erano state trasformate in rifiuti smaltiti illegalmente dalla mafia e che gli appalti per la costruzione delle new towns erano stati pilotati da Bertolaso, il commissario alla ricostruzione. L’inchiesta della magistratura è ancora in corso, ma difficilmente essa potrà misurare e far pagarea qualcuno il danno ambientale della ricostruzione su aree vergini, distanti e non attrezzate.
Lo scandalo dei rifiuti in Campania. Su questo scandalo, che da un paio d’anni sta facendo il giro del mondo, non basta la critica sulle false promesse del governo, regolarmente smentite dai fatti tanto che l’Unione Europea ha sospeso i suoi finanziamenti per la raccolta differenziata affermando che «la situazione dei rifiuti in Campania è ferma da almeno due anni». Il problema vero è che dietro le promesse «il re è nudo», perché la soluzione del problema richiederebbe scelte radicali di democrazia partecipativa, com’è la raccolta differenziata, e di forte contrasto al business dei rifiuti messo in piedi dalla camorra, che ormai domina il settore. Le soluzioni prospettate dal governo sono state invece la «militarizzazione» dei siti e l’incenerimento dei rifiuti, due strade che non portano da nessuna parte: la prima, perché indebolisce le forze vive interessate a risolvere il problema; la seconda, perché i termovalorizzatori o inceneritori non funzionano se i rifiuti non sono stati prima trattati, richiedono tempi lunghi di costruzione e sono osteggiati dalla popolazione per la diossina derivante dall’incenerimento di rifiuti non trattati. La popolazione è scesa in piazza per difendere la salute e il futuro dei propri figli, minacciati dall’inquinamento del territorio e per contrastare la prepotenza con cui il governo con il primo decreto del 23 maggio 2008 ha trasformato in discarica la cava Sari di Terzigno, un comune localizzato nel Parco del Vesuvio, e intendeva trasformare in discarica anche la cava Vitiello di Boscoreale, altro comune nel Parco del Vesuvio, che sarebbe così diventata la più grande d’Europa. Il decreto aveva infatti consentito di derogare alla legge del 1991 istitutiva dei nuovi Parchi in Italia e a quella del 1995 istitutiva del Parco nazionale del Vesuvio, che vietano lo smaltimento nelle aree protette. I rifiuti non sono un problema di ordine pubblico ma un problema ambientale, hanno precisato i comitati cittadini per bloccare la discarica Vitiello e costringere le autorità a risanare il territorio. Ma il problema resta del tutto aperto, anche perché tra Napoli e Caserta ci sono da anni otto milioni di tonnellate di ecoballe, che inquinano il territorio e che nessuno sa come e dove smaltire.
In nessun paese la piaga del servilismo è prospera come da noi. Grazie anche ai comportamenti di questo governo e alla cultura che passa attraverso dei media sempre più asserviti È il trionfo della sistematica rinuncia alla propria dignità. Ma la voglia di affermarla torna a farsi strada nelle lotte che animano la scena sociale
La piaga che affligge il paese è il servilismo. Non è una piaga esclusivamente nostrana; è diffusa in tutto il mondo, e per ragioni strutturali che poco hanno a che fare con i "valori" propugnati da chi lo pratica. Ma in nessun paese è così pervasiva, consolidata e ostentata come da noi. Non è un fenomeno esclusivo del nostro tempo; è vecchio come il mondo. Gli antichi Greci disprezzavano gli schiavi - prigionieri catturati in guerra o comprati e venduti - perché avevano preferito servire invece di morire. Il feudalesimo - un regime da non rimpiangere, per molti versi riproposto da alcuni tratti della nostra epoca - era fondato su un patto personale che implicava l'asservimento a tutti i livelli gerarchici. Ma quella fedeltà era regolata da un codice che impegnava tanto il signore che il vassallo. Oggi invece il servilismo è "nomade": si offre di volta in volta a seconda delle convenienze: la compravendita di deputati con cui l'Italia si governa e fa mostra di sé al resto del mondo ne è una delle manifestazioni più esplicite.
Ciò che caratterizza il servilismo del nostro tempo e del nostro paese è l'essere il meccanismo operativo della competitività: cioè di quella guerra di tutti contro tutti, per affermarsi a spese degli altri, che è la riproposizione - nei rapporti interpersonali, nei meccanismi di promozione sociale, negli avanzamenti in carriera, nella selezione delle classi dirigenti - della concorrenza tra imprese. Un meccanismo che costituisce il fondamento (indiscusso quanto sistematicamente disatteso) di quel "pensiero unico" che ha improntato di sé la nostra epoca fin nei più reconditi e inesplorati recessi del nostro pensiero; anche quando siamo convinti di esserne immuni.
Il servilismo è la ricerca di un'affermazione personale - anche minima, anche irrisoria; solo a volte ben remunerata - a spese della propria autonomia. Cioè, non in base a quello che siamo, o ci sforziamo di essere, o abbiamo acquisito col tempo e a fatica; bensì rinunciando a tutte queste cose; mettendoci "a disposizione" del padrone di turno. Pronti non a sviluppare un nuovo modo di pensare - benvenga!- ma solo a passare a un diverso padrone, che ci dirà lui che cosa possiamo e dobbiamo "pensare". Il servilismo è la rinuncia sistematica e volontaria alla propria dignità.
Al servilismo è strettamente legato il razzismo, anch'esso dispiegato, feroce e ostentato in tutte le sue sfaccettature oggi più mai. Il razzismo è la rivendicazione di un rango, anche infimo, legato alla nascita, al proprio territorio, alla propria lingua, alle proprie abitudini, alla propria appartenenza a un "corpo sociale": un simulacro di una "dignità" affidata a una dimensione fantastica proprio da chi si sente schiacciato e perdente in un contesto dominato dalla competizione; costretto a "farsi servo" per cercare di conservare il proprio status. Il razzismo alligna sempre, in qualche forma sopita, dentro ciascuno di noi, ma si sviluppa - ce lo ha mostrato Zigmund Bauman fin dai tempi di Modernità e Olocausto - solo quando è fomentato e coltivato dall'alto, come compensazione delle frustrazioni di un'esistenza precaria.
Ma che cosa ha reso il servilismo così prospero e diffuso nel nostro paese? Che cosa ci ha portato a cadere così in basso? Certamente, qui più che altrove, c'è stata una carenza di difese immunitarie; un deficit di presidi culturali (in senso antropologico e non elitario) che ha travolto tutta la società come una valanga che si ingrossa rotolando. Si tratta di un processo sicuramente promosso dall'alto: dai comportamenti di questo governo, dalla cultura che esprime attraverso mass media sempre più asserviti; da meccanismi di selezione di ministri, deputati, governatori, consiglieri, dirigenti politici, manager, banchieri, giornalisti e direttori di media e istituzioni, ai quali non sono stati e non sono certo estranei partiti, forze e culture della vera o presunta opposizione.
Ma quei presidi sono affondati, o - auspicabilmente - hanno imboccato un percorso carsico, anche per un processo che nasce "dal basso"; per responsabilità di molti di noi. Perché la rivendicazione della propria dignità, che quarant'anni fa aveva caratterizzato un intero decennio di lotte, di maturazione, di orgoglio di sentirsi protagonisti, di "presa di parola" da parte di persone che non l'avevano mai avuta, è stata per anni associata agli esiti fallimentari di quella stagione di cui molti di noi portano la responsabilità: un fardello che nessuno, o quasi, dei protagonisti di allora si è sentito di caricare sulle proprie spalle; o lo ha fatto in sordina, lasciando a pochi, e non certo ai più attrezzati, l'onere di rivendicare il carattere "formidabile" di quegli anni.
La dignità, la ricerca e la conquista di una propria autonomia personale all'interno di un processo condiviso, azzerando le disparità e le gerarchie che ne ostacolano la realizzazione, è il grande contenuto che aveva accomunato le rivolte studentesche del '68 contro l'autoritarismo nelle scuole, nell'università, nelle istituzioni e nella società, con l'insubordinazione e la presa di parola degli operai nelle fabbriche, contro le discriminazioni, le gerarchie e i meccanismi di imposizione del servilismo propri dell'organizzazione - allora "fordista" - del lavoro. Un contenuto che si era andato via via diffondendo in tutti i gangli della società: carceri, magistratura, esercito, polizia, quartieri, redazioni; per spianare poi la strada al femminismo degli anni '70, che in qualche modo aveva coronato, e anche concluso, quel processo.
Ed à proprio quel contenuto di fondo - premessa di ogni altra rivendicazione sostanziale, o di ogni progetto condiviso di trasformazione dei rapporti personali e sociali - quello che, a quarant'anni di distanza, i vari detrattori del "sessantotto" (ultimo in ordine di tempo, dopo Tremonti, Brunetta, Gelmini, Giovanardi & Co, si è ora aggiunto il ministro Sacconi) non riescono ancora e non riusciranno mai a capire; perché è del tutto estraneo al loro modo di vivere e pensare; e, per dirla tutta, al modo in cui hanno fatto carriera. Ma è anche un contenuto che molti di noi, se sufficientemente anziani, hanno dimenticato, o fatto o lasciato dimenticare; e, se più giovani, non hanno mai o quasi mai avuto l'occasione di sperimentare all'interno di un processo condiviso.
Oggi la voglia di affermare la propria dignità, la legittimità dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, dei propri sforzi, ritorna con forza a farsi strada all'interno di molti dei processi di lotta o di resistenza che animano la scena sociale: e non solo da noi, ma anche, e molto di più, in paesi vicini da cui da troppo tempo avevamo colpevolmente distolto lo sguardo. In tutti i casi - i movimenti nostrani come le rivolte di altri popoli - si tratta di un fenomeno che va salutato con rispetto e accolto con gioia.
Si discute molto in questi mesi, soprattutto a proposito delle nuove generazioni, di una "scomparsa del desiderio" legata alla dissoluzione della figura del padre e del senso del limite che essa impone. Chi ha avuto occasione per motivi professionali di osservare da vicino questo fenomeno è certo attrezzato a parlarne con cognizione di causa. Ma visto dall'esterno, e con diversità lessicali in cui si rispecchiano approcci tra loro distanti, l'impressione che si ricava da questo dibattito è quella di una distorsione ottica. Più che prodotto dalla ricerca di un godimento illimitato indotta dal consumismo, la "scomparsa del desiderio" sembra manifestarsi, per lo più, come uno stato di depressione provocato da un mondo senza sbocchi diversi dal servilismo. È difficile, infatti, desiderare di farsi servi; anche se molti lo fanno: soprattutto per mettersi in grado di poter a loro volta asservire altri. Ma nella rivendicazione della dignità che torna a fare capolino come evento dirompente nei movimenti di questo periodo c'è la potenzialità di una reazione e di una "cura" della depressione. propria di un mondo senza sbocchi.
«Il manifesto? Ci scrivevo perché mi era simpatico Pintor. Oggi rappresenta una forma di resistenza nel tracollo generale della sinistra. Volete un consiglio? Diventate un settimanale quotidiano» Parla lo scrittore che nel 1971 si firmava Dedalus. «Berlusconi è un abile, geniale piazzista, ha capito gli umori del mercato e la natura profonda degli italiani, che non si sono mai identificati con lo Stato»
Raccontami come è cominciata, già il 28 aprile del 1971, la tua collaborazione al manifesto.
La mia prima risposta è molto banale: è venuto Pintor a casa mia e me l'ha chiesto e poiché era tanto simpatico gli ho detto di sì. Ma c'era un'altra ragione. C'era una situazione tipica di una certa sinistra di allora, anche di quella di antiche origini cattoliche come la mia, che non riusciva a identificarsi col Partito comunista italiano. Specie noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci, ancora guttusiana, pratoliniana, con la sua idea di intellettuale organico che non era compatibile, tanto per fare un esempio, con gli eretici come Vittorini, diffidente verso tante nuove tendenze culturali emergenti, quasi sempre bollate come trucchi insidiosi del neocapitalismo. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su Rinascita per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall'intellighentia del Pci. Mi viene da citare l'attacco dell'allora marxista Massimo Pini, poi finito in An, e un personaggio francese che scrisse «ma cosa diavolo racconta questo Umberto Eco: da un punto di vista marxista lo strutturalismo è inaccettabile». Questo signore si chiamava Althusser e due anni dopo avrebbe tentato il suo celebre connubio tra marxismo e strutturalismo. C'era un clima molto difficile per chi volesse essere di sinistra, senza stare con il Pci. All'epoca l'unica alternativa possibile era con il giro di Lelio Basso e con il manifesto: l'unico modo di essere di sinistra senza venire irreggimentati nel Pci, anche se non era più quello togliattiano che accusava di decadentismo Visconti perché aveva girato Senso ma che tuttavia erano ancora accolte con diffidenza. Tanto per fare un esempio, nel 1962 Vittorini pubblicava il Menabò numero 5, quello dedicato a industria e letteratura, ma proponendo un nuovo modo di intendere l'espressione «letteratura e industria», focalizzando l'attenzione critica non sul tema industriale ma sulle nuove tendenze stilistiche in un mondo dominato dalla tecnologia. Era un coraggioso passaggio dal neorealismo (dove valevano i contenuti più che lo stile) a una ricerca sullo stile dei tempi nuovi, ed ecco che dopo un mio lungo saggio Sul modo di formare come impegno sulla realtà apparivano prove narrative molto 'sperimentali' di Edoardo Sanguineti, Nanni Filippini e Furio Colombo. Perciò accettai la proposta di Pintor; ma poiché avevo un contratto per la terza pagina del Corriere della sera non potevo mettere la stessa firma su due quotidiani e scelsi di firmare Dedalus.
Dedalus, una firma di grande prestigio, nel segno di Joyce.
Mi sono divertito come un pazzo a scrivere i pezzi di Dedalus. Ricordo che un po' di anni dopo Fanfani mi incontrò, agitando la mano e facendo, garbatamente, finta di volermi picchiare. La ragione? Qualche tempo prima sul manifesto avevo scritto: «L'onorevole Fanfani, passeggiando nervosamente sotto il letto...». Altra polemica con Montanelli quando, attaccando la Cederna, aveva scritto che «annusa l'afrore degli anarchici sotto le ascelle». Scrissi: «una volta i polemisti portavano la penna all'altezza del cuore; tu, Indro, sei sceso molto più in basso». Poi Montanelli mi mandò un suo libro con la dedica: «In memoria di un colpo basso». Era un uomo di spirito.
Ma in questi quarant'anni ci sono stati grossi cambiamenti. Quali?
Sono stati totali. Il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie e, di seguito, la fine dei partiti e anche la crisi del manifesto che non ha più nessuno con cui confrontarsi alla sua sinistra.
Vuoi dire che quando facevamo polemica con il Pci avevamo un ascolto e adesso che il Pci non c'è più chi ci sente?
Il cambiamento è stato enorme. Alla fine della seconda guerra mondiale i partiti governavano. In Italia la Dc, il Pci e gli altri ancora. Con la crisi delle ideologie i partiti si sono dissolti in Italia come in Francia, ma paesi come la Francia, appunto, si sono salvati perché lì c'è uno stato, mentre in Italia lo stato è debolissimo. E quindi in Italia siamo senza governo, nelle mani di una anarchia o di minoranze paracriminali, non perché uccidono gente per strada, ma perché sono fuori da ogni legalità. Ma, tornando indietro, ricordo che un'altra ragione della mia collaborazione al manifesto stava nella polemica contro i gruppuscoli, che erano per l'astensionismo. Per quante simpatie si potessero avere con il cosiddetto movimento, la rinuncia al voto era inaccettabile. Ricordo che mi chiesero di dirigere Lotta continua: cercavano qualcuno che avesse in tasca la tessera dell'ordine dei giornalisti, disposto ad andare in galera. Risposi di no, perché collaboravo con il manifesto, e non potevo tenere il piede in due staffe. Il manifesto era ovviamente legato al clima del movimento, ma apparteneva pur sempre a una sinistra parlamentare. Certo il manifesto sembra aver perduto la sua funzione storica, come il Pci e tutti i gruppi di sinistra. Direi che non siete più un partito ma resistete ancora in questo generale tracollo come una coscienza culturale.
Io lo vorrei ancora.
Bisogna pensarci, nell'attuale carenza di proposte positive, nell'assenza della sinistra: tutto è possibile e tutto è più difficile. Discutevo ieri della bizzarra proposta del colpo di stato di Asor Rosa. Il problema non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così.
Il 75%, esageri proprio.
Non dico quelli che votano direttamente Pdl, ma quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all'ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene. Questa è la moralità dominante. Berlusconi è un abile e geniale piazzista, che ha capito la sostanza e gli umori dell'attuale mercato politico.
Mi torna in mente il famoso errore di Benedetto Croce, secondo il quale Mussolini era caduto dal cielo e non partorito da noi italiani.
Berlusconi è stato partorito dall'Italia di oggi e ha capito la natura profonda del nostro popolo che non si è mai identificato con lo Stato, che si è sempre massacrato nello scontro tra città e città. Non a caso abbiamo tra i nostri pensatori un Guicciardini. Quindi anche se domani facessi un colpo di stato (che in ogni caso è sempre una cosa cattiva - non ho mai visto colpi di stato «buoni») non cambieresti gli umori del paese. Per cambiarli ci vorrebbe un'azione più profonda, di persuasione ed educazione, e di vere proposte alternative. Ed ecco che tornerebbe buona, se ci fosse, la politica. Però mi pare che la presa di posizione polemica di Asor Rosa nasca dal sentimento (e dalla frustrazione) che il colpo di stato strisciante è già in atto (ma dalla parte opposta) con l'umiliazione del parlamento, la sua riduzione a un manipolo di yes-men, la delegittimazione della magistratura e quindi la distruzione dell'equilibrio dei poteri, l'occupazione progressiva di tutti i centri della comunicazione. Scrivevo negli anni Sessanta che ormai per fare un colpo di stato non era necessario muovere i carri armati: bastava occupare le televisioni. Lo si sapeva già negli anni Sessanta.
E la differenza tra apocalittici e integrati? Ti ricordi?
È una distinzione molto vecchia, del 1964, superata. Allora c'era una netta divisione tra i critici del sistema delle comunicazioni di massa (pensa a Adorno) e quelli che si identificavano con il nuovo sistema della comunicazione. Questa divisione si è enormemente modificata, pensa alla Pop art, un'arte d'avanguardia che si abbevera alla comunicazione di massa.
La Pop art? Spiegati meglio.
La Pop art ha usato i fumetti, e non per criticarli (come sarebbe accaduto agli apocalittici del decennio precedente). Quindi, ha fatto provocazione d'élite basandosi su materiali una volta considerati bassi. Oppure pensa ai Beatles che - come ha poi intuito Cathy Berberian - potevano essere ricantati come se fossero la musica di Purcell che in qualche modo li aveva ispirati. Musica di intrattenimento, ma coltissima. Pensa a Benigni: fa parte della cultura di massa o della cultura d'élite? Non hai risposta: riesce a fare passare Dante davanti a ventimila persone e cammina come un clown. Ai tempi di apocalittici e integrati non sarebbe potuto accadere. Pensa anche al romanzo poliziesco che ancora negli anni Cinquanta era roba da vendere nelle edicole, leggere e buttare, e oggi Camilleri fa romanzi accessibili alle grandi masse, ma mediante una forte sperimentazione linguistica.
Visto che ci siamo: confini tra cultura altra e cultura bassa?
Le differenze sono infinite e difficili da identificare. È quasi come in politica: potrebbe essere un gioco di società trovare personaggi di destra all'interno del Pd e di sinistra (ma è impossibile trovarne) all'interno del Pdl.
Quelli di sinistra è proprio difficile trovarli.
Sì, perché anche la nozione di sinistra si è disfatta. Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che la sinistra ufficiale sta facendo l'unica politica conservatrice possibile: difesa della Costituzione, difesa della magistratura, e così via. Difesa anche dei carabinieri, pensa tu se ce lo avessero detto al tempo del Piano Solo.
Ma dall'altra parte c'è di peggio.
Certo: c'è l'attacco alle istituzioni e dunque è naturale che a sinistra si diventi conservatori. I tempi cambiano, vuoi mica che ancora oggi esista la differenza tra cavouriani e mazziniani? La polizia di Scelba manganellava i lavoratori e quella di oggi cerca di salvare i neri dai naufragi.
Gli apocalittici cosa sono diventati?
Gli apocalittici, pian piano, son diventati meno rigidi nel loro rifiuto. Pensa solo a come è andata con il fumetto, che era una delle cose più popolari, diretto a persone di cultura bassa. Poi, proprio noi intellettuali lo abbiamo riscoperto e ne abbiamo fatto un mito. Erano le letture della nostra infanzia, ma anche l'unico modo nel quale abbiamo potuto capire qualcosa dell'America. Ormai il fumetto è diventato una forma di cultura alta, perfino difficile da leggere. Certo i bambini leggono ancora Topolino che resta, più o meno, come una volta. Ma tutte le nuove forme... il fumetto cartonato che si vende nelle librerie, certe volte faccio fatica a leggerlo tanto è raffinato. Quindi quelli che una volta erano i mezzi di massa, contro cui si scagliavano gli apocalittici, oggi possono essere interpretati solo da gente che ha letto Joyce.
Carta stampata e Internet. Un duello aperto.
Sono stufo di sentirmi rivolgere questa domanda. Due anni fa ho pubblicato un libro con Jean-Claude Carrière, Non sperate di sbarazzarvi dei libri. Ovviamente sono un utente di Internet, ho ben otto computer nelle varie case dove capito, ma difendo i diritti e il futuro del libro per una ragione semplicissima: abbiamo la prova scientifica che un libro può durare 550 anni. Prendi un incunabolo, lo apri, sembra stampato ieri e ti permette persino la previsione che forse, se lo lasci in un ambiente poco umido, può durare altri 500-1000 anni. Non abbiamo nessuna prova scientifica che un dischetto, una chiavetta possano durare più di dieci anni, non tanto perché si possono smagnetizzare, ma perché nel frattempo sarà cambiato il tipo di computer. I computer di oggi non leggono più i dischetti di quindici anni fa. Certo, per me è una grande comodità viaggiare con una chiavetta che contiene tutta la mia biblioteca, però l'unica garanzia del fatto che l'informazione si conservi sta ancora nel libro cartaceo. Detto questo, Internet è una cosa utilissima, pensa a cosa sta cambiando nell'Africa del nord: senza Internet non sarebbe successo niente.
Il manifesto attraversa una nuova crisi. Tu, dicevi, perché ha perduto la sponda del Pci. Ma non è più solo per questo.
Innanzitutto c'è una generale crisi politica. Poi sono in crisi tutti i quotidiani. I giovani non comprano più i quotidiani, preferiscono leggere il giornale gratuito che si prende alla stazione. È un fenomeno generale: se è in crisi anche il Corriere della Sera, che può pagare centinaia di inviati speciali in tutto il mondo, come può non essere in crisi il manifesto? Se è vero che i giovani sono più attenti ai contenuti culturali, l'unica possibilità del manifesto è quella di settimanalizzarsi, non nel senso di diventare settimanale ma in quello di fare continuamente azione di approfondimento. Ha poco senso che il manifesto esca oggi dicendo quel che è accaduto ieri, perché lo ha già detto la televisione. Insomma, ripeto: un quotidiano di approfondimento. A modo suo Il foglio lo è. Quindi il manifesto dovrebbe essere sempre più un quotidiano di commento, di proposte. È l'unica possibilità di sopravvivenza. Ripeto una mia vecchia polemica: il quotidiano di 64 pagine non mi dà più nessuna notizia perché non faccio in tempo a leggerlo. Nel 1990 mi trovavo nelle isole Fiji dove usciva - lo davano gratis negli hotel - il Fiji Journal, che aveva otto pagine di cui sei di pubblicità, due di notizie locali e una pagina di brevissime notizie. Con quella pagina il Fiji Journal mi ha tenuto perfettamente informato su quanto accadeva in Italia e nel mondo. Allora, o tu diventi il Fiji, quattro pagine al giorno a 20 centesimi, oppure fai 10-12 pagine di approfondimenti, discussioni critiche, polemiche. Non ce la fai a emulare il Corriere della Sera o Repubblica dando più notizie di loro, piuttosto fai una critica dei loro articoli.
Torneresti a collaborare al manifesto?
Non riesco più a tener testa a tutte le cose che devo fare e da quando sono andato in pensione lavoro tre volte tanto. Comunque, lasciami passare l'estate.
Paolo Sylos Labini
Cari Ds manca ancora il rospo
l’Unità, 16 novembre 2001
I leader dei ds hanno detto che la perdita dei consensi dipende in primo luogo dalla
grave inadeguatezza dei programmi. Vero. Hanno detto anche che dipende dai litigi
interni. Anche questo è vero. Manca però il ROSPO: il grave errore di strategia
commesso quando, per avviare la Bicamerale, quei leader hanno cercato in tutti i
modi un accordo con Berlusconi, che doveva essere il socio di un’impresa tanto
ambiziosa quanto assurda: riformare la Costituzione, che era costata lacrime e sangue,
con la collaborazione di un personaggio che aveva gravi conti aperti con la giustizia e
che quindi avrebbe cercato innanzi tutto di informare a proprio vantaggio il sistema
giudiziario: se non avesse avuto soddisfazione, avrebbe fatto saltare il tavolo, com’è
accaduto e come alcuni avevano previsto fin da principio. Non si poteva, da un lato,
chiedere ed ottenere la collaborazione di Berlusconi per la Bicamerale e, dall’altro,
combatterlo, per esempio, sul terreno del mostruoso conflitto d’interessi. Ecco perché
i leader dei ds accettarono come buona la «finzione» – il miserabile cavillo – secondo
cui non era Berlusconi ma Confalonieri il titolare delle concessioni televisive,
aggirando così la legge del 1957 che stabiliva l’ineleggibilità dei titolari di
«concessioni pubbliche di rilevante interesse economico».
Accettato quel cavillo ed avendo così resa inutilizzabile la legge del 1957, i ds hanno
dovuto imboccare la strada della nuova legge. Nello sciagurato spirito della
collaborazione con Berlusconi fu preso per buono ed approvato, solo alla Camera, un
disegno di legge presentato dallo stesso Berlusconi e dai soci, fondato sull’idea
americana del blind trust un’idea ragionevole nel caso di titoli e di beni fungibili,
come i beni immobili, ma inattuabile – diciamo pure ridicola – nel caso di reti
televisive. Il disegno di legge non fu presentato al Senato e rimase con la sola
approvazione della Camera, viene tuttavia ripetutamente gettato fra le gambe dei ds
da Berlusconi e da chi sia pure non apertamente lo difende. Forte del tacito assenso
dei ds il Cavaliere è diventato sempre più sfrontato sul conflitto d’interessi ed ora ha
fatto presentare da Frattini un nuovo disegno di legge che è una vera e propria
burletta. Ha scritto giustamente Sartori che «in Italia sta scomparendo un principio
fondante della democrazia, la pluralità e la concorrenzialità degli strumenti
d’informazione». Dalla collaborazione con Berlusconi, che era l’inevitabile corollario
dello sciagurato errore strategico della Bicamerale, sono derivati vari altri «errori», fra
cui lo scarsissimo impegno nel ratificare in tempi brevi la convenzione italo-svizzera -
poteva essere approvata già nel 1998 – e la critica ai «demonizzatori» di Berlusconi,
come me e come diversi miei amici, tutti o quasi tutti dalla tradizione liberalsocialista
(saremmo dovuti essere cooptati nella «Cosa 2», mi pare, ma forse abbiamo capito
male). È vero almeno che «esagerando» nelle critiche a Berlusconi avremmo fatto il
suo gioco? No, non è vero: secondo uno studio serio di un centro torinese di ricerche
sui flussi elettorali la nostra azione, insieme con gl’interventi di Benigni, di Travaglio
e di Veltri e dei giornalisti dell’Economist, avrebbe spostato a favore del
centrosinistra, il minor male, da uno a due milioni di voti. Non chiedevamo né
ringraziamenti né riconoscimenti, ma almeno una qualche presa di posizione, nei fatti
e negli atti, che la nostra azione non andava duramente criticata, ma utilizzata: siamo
nella stessa barca. A giudicare da recenti dichiarazioni di diversi leader del
centrosinistra e dei ds in particolare sembra che ciò stia finalmente avvenendo.
Tuttavia, per contrastare con efficacia i reiterati attacchi di Berlusconi e di altri sulle
posizioni dei ds riguardanti il conflitto d’interessi e la «pigrizia» nella ratifica della
convenzione sulle rogatorie e per persuadere i votanti delusi ed amareggiati che
muteranno veramente la loro politica i leader ds debbono fare chiaramente ed
esplicitamente autocritica per quel grave errore strategico, magari invocando come
attenuante il fatto che il cinismo e la slealtà di Berlusconi hanno superato ogni limite,
sia pure riconoscendo che la politica non è un’attività per educande. Solo con una tale
autocritica – e non con la generica ammissione che errori sono stati compiti – i leader
ds possono via via recuperare credibilità. http://www.syloslabini.info/online/?p=416
Replica di Massimo D’Alema
L’Unità 22.11.2001
Gentile professore, in generale cerco di non replicare agli attacchi personali. Tendo
volentieri a discutere – questo sì – opinioni e punti di vista anche assai distanti dai
miei, ma di solito mi trattengo quando colgo nell’interlocutore un elemento di
pregiudizio.
Se nel suo caso mi sottraggo a questa consuetudine è per due ragioni: la stima che
nutro verso la sua figura di intellettuale e di studioso e, su un piano diverso, la
speranza di sgomberare il campo – chissà – una volta per tutte – dall’accusa che da più
parti mi viene rivolta di essere stato l’artefice di uno scambio inconfessabile e
immorale in materia di Costituzione e di conflitto di interessi con l’onorevole Silvio
Berlusconi. «Un pettegolezzo, invecchiando, diventa un mito» così scrive in uno dei
suoi illuminanti aforismi Stanislaw Lec. E questo mito mi viene fatto gravare sulle
spalle da diversi. Da alcuni per una concezione consapevolmente calunniosa della
lotta politica; da altri in buona fede, come nel suo caso, ma con non minore asprezza.
«D’Alema – lei scrive – ha come prima responsabilità quella di aver consentito che
venisse aggirata, con un miserabile cavillo, una legge del 1957 che stabiliva la
ineleggibilità di titolari di importanti concessioni pubbliche, e ha bloccato ogni serio
tentativo di risolvere il problema del conflitto di interessi; tutto ciò per portare a
compimento, niente meno, la riforma della Costituzione: con quel socio! Sembra
incredibile». Già, sembra incredibile; ma soprattutto ciò che lei scrive è falso, caro
professore. Ma procediamo con ordine.
Nel luglio del 1994 la giunta per le elezioni della Camera dei deputati rigettò a
maggioranza il ricorso contro la elezione a deputato di Silvio Berlusconi. I deputati
del mio partito (del quale ero segretario da pochi giorni) votarono ovviamente contro,
come gli altri parlamentari progressisti. Con la maggioranza si schierarono due
deputati del Partito popolare, allora sotto la guida dell’on. Buttiglione.
Non vedo
proprio quindi che cosa mai avrei io consentito, in cosa potesse entrarci con la
Bicamerale la decisione del ’94. In realtà ciò che si dimostrò allora è (come poi più
volte ho sostenuto) la insostenibilità di una norma che, in tempi di sistema elettorale
maggioritario, affida alla giurisdizione domestica e politica del Parlamento il giudizio
in materia di ineleggibilità. Anche per questo proposi in seguito una riforma che
consentisse il ricorso di fronte alla Corte costituzionale, cioè a un giudice
indipendente dalle parti politiche. E anche questo aspetto dimostra quanto fosse
necessaria una riforma della Costituzione. Per realizzare le riforme l’Ulivo indicò la
via di una commissione parlamentare in alternativa alla proposta della destra di una
Assemblea costituente. E insistemmo molto sulla necessità che le riforme non fossero
imposte dalla volontà di una maggioranza parlando – come recita il programma
elettorale dell’Ulivo – di «un patto da scrivere insieme». Continuo a pensare che
quella scelta fosse giusta e comunque quella linea politica, del dialogo e della
comune responsabilità di fronte alle istituzioni, ci consentì di vincere le elezioni del
1996.
Non è affatto vero che l’istituzione della Commissione Bicamerale bloccò o
impedì l’esame di una legge sul conflitto di interessi. La legge venne discussa e
approvata all’unanimità nell’aprile del 1998. Certo, si trattò di quella legge che il
centro-sinistra considerò poi del tutto inadeguata a risolvere in modo efficace e serio i
nodi del conflitto di interessi.
Ma non fui certo io ad imporla, né vi era alcun nesso
con la vicenda della Bicamerale che aveva tra l’altro già concluso i propri lavori. In
un bel libro di recentissima pubblicazione («Democrazia e conflitto di interessi. Il
caso italiano») Stefano Passigli, che pure ricostruisce in chiave fortemente critica
l’intera vicenda, ridicolizza la tesi dello scambio o «dell’ inciucio» tra D’Alema e
Berlusconi. In effetti basta leggere gli atti del Parlamento per rendersi conto che
quella legge fu voluta dall’intero centro-sinistra; dal governo che fu attivamente
partecipe della discussione e della elaborazione del testo con il sottosegretario
Bettinelli, sino alle componenti più insospettabilmente anti-berlusconiane. Come
ricorda Passigli in sede di dichiarazione di voto l’on. Elio Veltri, braccio destro del dr.
Di Pietro, ebbe a dire «Questo testo non è molto distante dalla proposta di legge che
avevo presentato – abbiamo ottenuto garanzie maggiori nelle procedure – perché la
separazione della gestione fosse effettiva e il trust fosse effettivamente cieco». Nella
maggioranza dell’Ulivo la posizione più critica fu invece proprio quella dei Ds che
cercarono, almeno sul piano fiscale, di rendere la normativa meno “di favore” per il
proprietario di Mediaset. Se dunque errore vi fu, e certamente vi fu, esso rivelò un
limite culturale dell’intero centrosinistra. Ma i fatti smentiscono nel modo più netto la
teoria dello scambio Bicamerale/conflitto di interessi di cui sarei stato protagonista
io.
Non mi sfugge tuttavia che, al di là dei fatti, il diffuso pregiudizio, il sospetto, il
disagio per la ricerca di una intesa costituzionale con la destra ha finito per incrinare
il rapporto di fiducia fra noi e una parte dell’opinione pubblica di sinistra. E ciò,
paradossalmente, è tanto più significativo proprio perché quel pregiudizio non è
fondato sui fatti né su una seria analisi politica della vicenda della Bicamerale. La
Bicamerale rappresentò infatti un momento indubbiamente positivo per l’Ulivo. Fu un
aiuto per il governo Prodi in quanto concorse ad un clima parlamentare favorevole
alle scelte difficili ma necessarie per la rincorsa dell’Euro. Fu un momento alto del
profilo riformista. Costrinse la destra a un confronto che ne stemperò il carattere
“eversivo” di forza di rottura istituzionale e fece emergere articolazioni e divisioni.
Soprattutto delineò un impianto di riforme – certo non privo di debolezze e
incongruenze – ma che avrebbe potuto rappresentare la base per una grande riforma
da fare in Parlamento e che segnasse un approdo sicuro della lunga transizione
italiana. Fra l’altro sul tema che ci appassiona, della incompatibilità e ineleggibilità, il
progetto della Bicamerale segnava un netto passo in avanti prevedendo la possibilità
di ricorso alla Corte Costituzionale.
Fu Berlusconi a rompere e a far fallire il disegno
della Bicamerale. Prova questa indubitabile che nel progetto di riforme non si
nascondeva alcuna oscura concessione sui principi e sui valori, come pure invece si è
poi detto in questi anni. E da questa rottura comincia la sua rivincita. Anche perché
egli non pagò alcun prezzo e fu anzi aiutato dalla campagna sull’ «inciucio» che,
sostenuta in modo aspro anche da una parte della opinione del centrosinistra, gli
spianò la strada scaricandolo di ogni responsabilità per aver fatto fallire le riforme
costituzionali.
La verità è che non pochi furono quelli che, anche nel nostro campo, tirarono un
sospiro di sollievo. E l’Ulivo, prigioniero delle divisioni e delle resistenze
conservatrici, finì per lasciare sbiadire via via (con l’eccezione della legge sul
federalismo) il suo profilo di forza riformista e di cambiamento sul terreno
costituzionale.
Resta in me la convinzione che ci abbia danneggiato di più – anche elettoralmente -
non averle fatte le riforme che avere cercato di farle con la Bicamerale. Ma lei dice:
«con quel socio!». Capisco il problema. E sarebbe troppo facile rispondere che le
riforme si fanno in Parlamento e i soci non li scegliamo noi ma il popolo italiano.
Questo non la commuove dato che come lei scrive nel suo libro non esclude – per una
comprensibile indignazione civile – di «dimettersi da italiano».
Ma questa è una via preclusa a chi ha scelto l’impegno politico, ha l’ambizione di
tornare a governare questo paese e intanto il dovere di concorrere a far vivere e
funzionare le istituzioni. Con questa destra, sulla quale il mio giudizio non differisce
molto dal suo, continuo a pensare che tra «l’inciucio» (che non ci fu ma apparve), e la
demonizzazione reciproca (che giova solo a Berlusconi) possa esserci una terza via
capace di unire la nettezza della contrapposizione politica, programmatica, etica
(quando ci vuole) alla necessaria comune responsabilità quando siano in gioco le
istituzioni e il bene dell’Italia. http://www.syloslabini.info/online/?p=418
Paolo Sylos Labini
Noi, Berlusconi, l’Opposizione
l’Unità 24.11.2001
Nella lunga lettera pubblicata su l’Unità del 22 novembre D’Alema risponde alle critiche da me sollevate alle sue scelte politiche nel libro-intervista «Un paese a civiltà limitata» e poi in un articolo pubblicato su l’Unità del 16 novembre. Da principio riconosce la mia «buona fede nel credere ad un pettegolezzo che invecchiando diventa un mito, come scrive Stanislav Lec»; poi però si lascia un po’ andare e, riferendosi alla posizione da lui presa consentendo che la legge del 1957, che stabiliva l’ineleggibilità dei titolari di concessioni di rilevante interesse economico, venisse aggirata con un cavillo (titolare delle concessioni tv sarebbe stato non Berlusconi ma Confalonieri), afferma: «ciò che lei scrive è falso, caro professore» e ricorda, in primo luogo, che «nel luglio 1994 la Giunta per le elezioni della Camera dei deputati rigettò a maggioranza il ricorso contro la elezione di Silvio Berlusconi». Subito dopo aggiunge: «I deputati del mio partito votarono ovviamente contro, come gli altri parlamentari progressisti».
Sono costretto a ribattere: no, caro presidente,
quello che scrivo non è falso e il suo ricordo non è esatto. A suo tempo, quando, per
far rispettare quella legge, io ed altri amici costituimmo un gruppo di pressione,
intorno al quale fu fatto un vuoto pneumatico, mi documentai con scrupolo; ho con
me vari documenti. Così, negli atti della Giunta per le elezioni della Camera di
mercoledì 20 luglio 1994 a pagina 3 risulta che l’unico oppositore fu il deputato ds
Luigi Saraceni, che, come dichiarò ad un mio amico del gruppo di pressione e come
mi ha confermato oggi per telefono, prese la decisione autonomamente: i suoi colleghi
ds votarono a favore. Tutto questo avveniva nel 1994, quando la maggioranza era del
cosiddetto centrodestra. Anche più grave è ciò che accadde dopo le elezioni del 1996:
allora la maggioranza era del centrosinistra ma non ci fu nessuna opposizione; anche
in questo caso ho gli atti della Giunta – martedì 17 ottobre, pagine 10-12.
Del 1996 il
presidente D’Alema non parla. Di tutto questo scrissi diffusamente in un lungo
articolo apparso nel fascicolo 5 del 2000 della rivista MicroMega; debbo ritenere che
sia sfuggito alla sua attenzione.
Siamo d’accordo sulla regola, praticata dagli altri paesi europei, che sui ricorsi in
materia d’ineleggibilità il giudizio non deve essere affidato al Parlamento, ma ad un
organo esterno, come la Corte Costituzionale; questa esigenza, però, fu considerata in
seguito e non nell’avvio della Bicamerale. Desidero essere chiaro: non sostengo che ci
sia stato uno scambio Bicamerale/conflitto d’interessi. Sostengo una tesi diversa e
cioè che una volta scelta come prioritaria la linea della Bicamerale l’inevitabile
corollario – lo scrivo nel mio articolo su l’Unità – sarebbe stato quello di un
atteggiamento non ostile verso il Cavaliere: non si poteva, da un lato, chiedere la sua
collaborazione per riformare – niente meno – la Costituzione e, dall’altro lato,
combatterlo con la necessaria intransigenza. Questa è la mia tesi e non quella dello
scambio che necessariamente presuppone una sorta di trattativa.
Un altro corollario -
anche questo scrivo nell’articolo – era quello di prendere le distanze dai critici duri e
intransigenti di Berlusconi, ossia da quelli che sono stati denominati i
«demonizzatori», una categoria alla quale appartengo. Vedo, con rammarico, che lei
non ha abbandonato l’idea che la «demonizzazione reciproca giova solo a
Berlusconi». Mi sembra evidente che la linea alternativa, quella della legittimazione
reciproca, è stata catastrofica per il centrosinistra ed ha giovato solo al Cavaliere, il
quale ha incassato i vantaggi della legittimazione offerta dai ds, ma li ha ripagati
continuando, anche più ossessivamente di prima, a definirli «comunisti», collusi con
le «toghe rosse» e quant’altro: in breve, la non demonizzazione è stata unidirezionale.
Quanto alla tesi che i demonizzatori avrebbero portato acqua al mulino del Cavaliere,
è una tesi smentita da un’analisi dei flussi elettorali diretta dal professor Ricolfi della
Facoltà torinese di sociologia, secondo cui l’azione congiunta di vari «demonizzatori»
ha spostato a favore del centrosinistra da uno a due milioni di voti pescandoli
principalmente fra chi pensava di non andare a votare: questo ha ridotto quella che lei
ha chiamato un’«incrinatura» – parlerei di una grave incrinatura – fra una parte
dell’opinione pubblica di sinistra e i ds. Non sarebbe allora il caso di riconoscere che
la critica dei demonizzatori va abbandonata? Che altro debbono combinare Berlusconi
ed il suo governo per convincere tutto il centrosinistra che è necessaria
un’opposizione intransigente? Lei, presidente D’Alema, riconosce che, nell’assai
ambizioso progetto di riformare la Costituzione, Berlusconi non era un socio
raccomandabile. Ma, osserva, le riforme si fanno in Parlamento e i soci non li
scegliamo noi ma il popolo italiano. Un tale ragionamento dà per certo che, non le
riforme in generale, ma – niente meno – la riforma della Costituzione non fosse in
alcun modo procrastinabile. Non è così: era sconsigliabile intraprenderla fino a
quando bisognava farla con un socio che aveva quel po’ po’ di conti da regolare con
la giustizia. Io, proponendo idee condivise da molti miei amici, le inviai una lettera
aperta pubblicata su Repubblica – certo se ne ricorda. D’altro canto, l’unica riforma
veramente urgente era quella riguardante la giustizia, per la quale quel pessimo socio
aveva evidenti interessi personali. Ma, a detta di numerosi giuristi e di magistrati, le
più importanti riforme in questo campo potevano e dovevano essere attuate con leggi
ordinarie, lasciando in pace la Costituzione. Verso la fine della sua lettera osserva,
rivolgendosi a me: «Lei non esclude – per una comprensibile indignazione civile – di
dimettersi da italiano. Ma questa è una via preclusa a chi ha scelto l’impegno politico
ed ha l’ambizione di tornare a governare questo paese ed intanto ha il dovere di
concorrere a far vivere e funzionare le istituzioni». È vero: io non escludo di essere
costretto a dimettermi da italiano. Ma per ora, come vede, non mi sono affatto
dimesso. E l’opposizione a questa destra, sulla quale il suo ed il mio giudizio non
differiscono molto (salvo che nell’idea che questa sia veramente una destra),
dev’essere netta ed intransigente proprio per salvaguardare le istituzioni. Dico questo
con una certa fiducia che anche su tale campo vitale le nostre differenze oramai non
siano grandi: penso che quel che ha combinato il governo Berlusconi nei suoi primi
centoventi giorni di vita abbiano fatto cadere ogni illusione, per via dell’assalto che
hanno dato proprio alle istituzioni, a cominciare dalla giustizia. Come lei sa, le
illusioni sono cadute anche nei nostri partner, in Europa e fuori, principalmente per il
mostruoso conflitto d’interessi, che a detta di intellettuali che ben possono essere
considerati di destra è all’origine del discredito – Sartori ha parlato di disprezzo – che
oggi all’estero ricopre, non l’Italia, ma Berlusconi e il suo governo. In Parlamento ed
a Pesaro ho notato segnali incoraggianti, come – faccio solo due esempi – la vigorosa
reazione agli attacchi alla magistratura e l’appoggio, da lei proclamato, alla proposta
del referendum volto ad abrogare la vergognosa legge sulle rogatorie, una proposta
lanciata da tre riviste della sinistra liberale (MicroMega, Il Ponte, Critica liberale),
alla quale auspichiamo che lei voglia aderire – proprio ieri abbiamo avuto l’adesione
di Sergio Cofferati. È da considerare anche la possibilità di cancellare le altre due
vergogne: la depenalizzazione del falso in bilancio e la gigantesca sanatoria fiscale
legata al rientro di capitali. Sì, discutiamo pure delle formule – socialdemocrazia,
liberalsocialismo – e, ancor più, dei programmi. Ma il cosiddetto popolo di sinistra
vuole comprendere se i ds sono disposti a fare un’opposizione robusta e non
oscillante. Anche qui qualche segnale positivo c’è: recentemente lei su Berlusconi ha
fatto dichiarazioni così dure che l’ottimo Giuliano Ferrara, che qualche mese fa
paragonò Bobbio e me a Goebbels, l’ha minacciata d’includerla nella mia stessa
categoria. Caro presidente, tutte le forze di opposizione sono nella stessa barca. Noi
non chiediamo a nessuno prebende o posti e neppure orologi d’oro. Ci muove
l’aspirazione a vivere in un paese dove non solo non venga la tentazione di dimettersi,
ma in cui si possa vivere bene e senza angoscia civile. Se in qualche modo possiamo
collaborare, eccoci qua. http://www.syloslabini.info/online/?p=419#more-419
Stefano Rodotà, Diritti e libertà nella storia d'Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011, Donzelli, pp. X, 156, euro 15,00
Sorprende molto, e non potrebbe essere altrimenti, constatare che mancava in Italia una storia dei diritti pensata, condotta e redatta come tale. Non è che non ci fossero state pregevolissime ricostruzioni di singoli o di categorie di diritti che partissero dalla loro origine normativa, ne indicassero le varie vicende per poi approdare alla loro configurazione attuale. Ma mancava una storia propria, determinata, organica dei diritti in Italia, che li comprendesse al di là della loro appartenenza ai vari rami dell'ordinamento, privati o pubblici che fossero, della prima o delle successive generazioni. La lacuna è stata colmata da Stefano Rodotà. Non è un merito da nulla. Ed è solo il primo delle 154 pagine di un libriccino che impressiona, titolato Diritti e Libertà nella storia d'Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011, perché risponde positivamente alla domanda se si possa in poche pagine tracciare nientemeno che una storia la cui estensione sembrerebbe implicare lo sforzo non di un solo giurista, e non di una sola branca e non di una sola scuola, insomma una fatica enorme, plurima, di anni e anni. Dunque Rodotà ci aveva fino ad ora nascosto la sua capacità di racchiudere in tanto poco spazio così tanta storia, e che storia. Lo ha fatto tramite un'operazione brillante e altamente produttiva, e questo è un altro merito che gli va riconosciuto. La sua fatica è stata quella di cercare e poi di individuare esattamente il titolare reale dei diritti, il soggetto, l'essere umano concreto e storicamente determinato che li avrebbe esercitati e li avrebbe goduti. Traendolo dalla configurazione delle norme, certo, ma ritraendolo nella dinamica reale dell'ordinamento, nella società nella quale è immerso, nei rapporti effettivi del suo vissuto effettivo. Non è stata un'operazione semplice, di poco sforzo, di agevole fattura. Si trattava intanto da situare esattamente il soggetto cui andavano riferite le norme riconoscitive dei diritti soggettivi nella specifica fase di sviluppo dell'economia e quindi della società, quella italiana, quanto mai disomogenea, quanto mai attraversata da contraddizioni non soltanto di ordine complessivo, ma derivanti dalla variegata congerie di condizionamenti non solo economici e sociali ma anche di culture di ceti e territoriali, anche di sensibilità più o meno graduate e di gusti più o meno diversificati.
Tre sono le figure identificanti del soggetto titolare dei diritti in centocinquanta anni di storia unitaria. Quella del «borghese maschio, maggiorenne, alfabetizzato, proprietario» dell'Italia liberale. Quella del «cittadino asservito» dell'Italia fascista. Quella del cittadino di uno stato ridisegnato per trasformare il modello borghese della «Repubblica dei proprietari» nella «Repubblica dei lavoratori», che la Costituzione volle prescrivere. La figura iniziale non si basa sullo Statuto albertino e non perché non gli corrispondesse, ma perché il carattere flessibile di quella prima Costituzione la rese immediatamente recessiva a fronte dei codici, di quello civile soprattutto, che ispirava ovviamente gli altri e che non poteva essere se non tipicamente «monoclasse», espressivo cioè della classe dominante, rigidamente e duramente privilegiata, stante poi il carattere del suffragio elettorale riservato al solo 1,9 per cento della popolazione. Stante l'esclusione dei lavoratori, e in genere, dei ceti più poveri dalla area dei diritti, da quelli politici «alla totale subordinazione al padrone nell'ambito delle diverse prestazioni di lavoro, all'esclusione di pari opportunità nell'ambito dell'istruzione e della libertà di manifestazione del pensiero, alla limitazione di libertà fondamentali della persona, come quella di contrarre matrimonio».
Il «cittadino asservito» è quello, ovviamente, reso tale dal fascismo. Rodotà non si lascia incantare dalla qualità tecnica dei codici che nei venti anni si susseguirono per la definizione del regime. Ne disvela invece l'autoritarismo che pervade ciascuno di essi, la discriminazione che quei codici canonizzano nei confronti delle donne, la perpetuazione del dominio di classe, l'appannamento sostanziale dell'interesse pubblico, pur strombazzato come prioritario. Non nasconde il sistema di elargizioni instaurato con le ferie pagate, l'indennità di licenziamento, gli assegni familiari. Sottolinea però come corrispondessero alla riduzione dei salari, all'irrigidimento gerarchico dei rapporti di lavoro, alla perdita dei diritti politici e alla restrizione di quelli civili: uno scambio intollerabile, ignobile.
Il cittadino - termine comprensivo di tutti e due i generi - è il tema del terzo capitolo. Rodotà lo definisce come il soggetto della lotta per l'attuazione della Costituzione, un soggetto che ha iniziato questa lotta subito, sessanta anni fa, e la continua oggi, forse anche con più convinzione di ieri. Di questa lotta Rodotà descrive magistralmente le fasi, le vittorie e le sconfitte, i fattori delle une e delle altre. Così come, nell'ultimo capitolo, tratta delle vicende di questi quindici anni connotati da una «transizione irrisolta», della quale non nasconde le cause, le regressioni intervenute, i pericoli che incombono, enormi, gravissimi. E non poteva fare diversamente, da «giurista dei diritti» quale è. Dal suo punto di osservazione, vede come - in un secolo e mezzo - i diritti si sono riflessi sulla società italiana, condizionandola, vincolandola. E scrive un saggio che, al tempo stesso, è un libro di storia tout court e un contributo importante per riflettere sulla identità italiana.
Freelance è un termine che evoca una condizione lavorativa di libertà, cioè di chi non è sottoposto a nessuna costrizione esterna, che sia rappresentata da una gerarchia astratta e impersonale, come è quella delle imprese, o da quella diretta di assoggettamento nelle relazioni vis-à-vis, che caratterizzano sempre più i rapporti individuali nei luoghi di lavoro. Seguendo però l'analisi di Sergio Bologna e Dario Banfi nel loro Vita da freelance (Feltrinelli, pp. 279, euro 17) quella tacita promessa di libertà deve essere necessariamente meglio precisata, viste le condizioni in cui lavorano, e vivono, i lavoratori indipendenti, meglio quei lavoratori autonomi di seconda generazione su cui ruota il libro. Gli autori sottolineano sin da subito che per comprendere le caratteristiche degli «indipendenti» occorre prendere congedo dalle culture del movimento operaio, comprese quelle più eterodosse, e cercare di fare i conti con quella cultura del «professionalismo», che dagli anni Venti del Novecento ha interessato studiosi tedeschi, inglesi e statunitensi.
Fare i conti significa tuttavia confrontarsi con le ambivalenze che essa ha assunto, evitando però la trappola di finire in una lettura semplificata che ha visto nel lavoro autonomo una sorta di dispositivo giuridico per favorire segmenti del lavoro en general, ai fini di un consenso a politiche sociali di contenimento delle richieste del movimento operaio.
Una cesura storica
Per quanto riguarda l'Italia va dunque rigettata l'idea, presente ad esempio in quel classico della saggistica italiana che è stato il Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, che gli «indipendenti» fossero un residuo del passato da mantenere in vita di fronte ai processi di modernizzazione economica e sociale. Bologna e Banfi compiono incursioni nella storia culturale e sociale della Germania, dell'Inghilterra e degli Stati Uniti per sostenere una tesi contraria: il lavoro autonomo è una costante dello sviluppo capitalistico. Cresce in alcuni momenti, si contrare in altri, quasi in sintonia con i cicli economici. Ma i due autori partono da questa considerazione per operare una cesura, una vera discontinuità nell'analisi. Il lavoro autonomo di seconda generazione ha altra genesi e ha peculiarità diverse da quello che ha caratterizzato la fase fordista del capitalismo. Prende forma e cresce dentro una crisi della forma impresa caratterizzata dall'organizzazione scientifica del lavoro ed è segnato sin dall'inizio da una critica alla gerarchia, al lavoro sotto padrone. Il suo marchio d'origine, suggeriscono gli autori, sta in un'attitudine libertaria, insofferente al lavoro salariato, che è stata variamente declinata a seconda del contesto nazionale. E se in Italia fa i primi passi al termine dei turbolenti e conflittuali anni Settanta, negli Stati Uniti bisognerebbe guardare con più interesse a quell'etica hacker che riteneva il lavoro un gioco e qualificava la grande impresa come il nemico pubblico numero uno dell'innovazione e della creatività.
Tra imposizioni e scelte
Tesi nota a chi segue da anni il lavoro teorico di Sergio Bologna, segnato da una coerenza che lo rende, va detto a molti altri, una mosca bianca nella triste e dominante produzione culturale italiana. In questo libro, tuttavia, il cuore della riflessione è un altro. È il rapporto teorico tra precarietà e lavoro autonomo, nonché le possibili forme di organizzazione di quest'ultimo. Su questo aspetto, la parola d'ordine è coalizione, a partire dall'estrema difficoltà, se non irrilevanza, nel definire una sintesi tra i mille frammenti che compongono il lavoro autonomo. Convincenti sono a questo proposito le pagine che illustrano la «mobilità giurisdizionale», cioè quel continuo passaggio tra expertise che contraddistingue gli indipendenti. Una coalizione tuttavia che deve avere luoghi dove concretizzarsi. E anche su questo versante il libro è una miniera di informazioni su come i lavoratori autonomi hanno preso la parola (la Rete) o nei co-working, cioè in quelle situazioni in cui il singolo è sfuggito alla «prigione» della casa come luogo di lavoro e a una amara solitudine, il lato oscuro dell'individualismo incensato dalle retoriche neoliberiste. Ma la coalizione deve anche definire i campi di intervento su cui misurare la sua capacità di aggregazione e consenso. Su questo aspetto i due autori sono cauti, perché rinviano giustamente a quanto i lavoratori autonomi sperimenteranno e elaboreranno.
L'aspetto più problematico è quello del rapporto tra precarietà e lavoro autonomo. I due autori sono molto polemici con le organizzazioni del movimento operaio, perché attente solo a difendere il lavoro a tempo indeterminato. E su questo sono anche fin troppo gentiluomini. Meno convincenti appaiono laddove definiscono le differenze tra precariato e lavoro autonomo: la prima condizione è imposta, la seconda scelta. La precarietà è dunque l'esito di politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, che comprime i salari e riduce i diritti collettivi e individuali, mentre il lavoro autonomo fa leva su un desiderio di autodeterminare il proprio lavoro, incentrato sulla conoscenza e su, talvolta, specifiche competenze, che un regime - fiscale, culturale e di accumulazione - mette all'angolo. Equiparare il precario al lavoratore autonomo significa rimpiangere l'era d'oro del tempo indeterminato (garanzia di salario e diritti sociali) e dare una lettura pauperistica di entrambe le condizioni lavorative. In questa lettura ci sono però dei cortocircuiti teorici che conducono a vicoli ciechi.
C'è una parte del libro molto interessante. Sono le pagine dedicate al rapporto tra conoscenza tacita e saperi formalizzati. La prima «appartiene» al singolo, alla sua esperienza; i saperi codificati attengono alla conoscenza specialistica. E il lavoro autonomo fa leva sulla conoscenza tacita nella sua prestazione lavorativa. Ma la conoscenza tacita attinge e rielabora continuamente l'intelletto generale, cioè quella conoscenza sans phrase prodotta socialmente. In entrambi i casi fanno leva su quel general intellect in quanto forza produttiva.
È certo che i saperi codificati sono rinchiusi dentro gli steccati dello specialismo, che hanno custodi feroci, come dimostra, ad esempio in Italia, la gerarchia spesso feudale delle istituzioni universitarie, anche se lo specialismo elevato a sistema negli Usa non è da meno in ferocia nel definire l'accesso a tali saperi. Per tornare al lavoro, anche il precario fa leva sulla sua conoscenza tacita, che entra in campo nella prestazione lavorativa, sia che attenga a una mansione dequalificata che qualificata. In altri termini, precariato e lavoro autonomo sono due forme giuridiche del lavoro vivo contemporaneo. Ed è su questo crinale che presentano ripetizioni e differenze nel rapporto di lavoro. La scommessa è la produzione di forme politiche adeguate per sfuggire alle stigme del lavoro salariato, che vale sia per il precario che per l'indipendente. Sia che si lavori per la coalizione che per l'organizzazione di uno «sciopero precario» di tutto il lavoro vivo contemporaneo.
Generalmente un saggio non viene letto o analizzato per il suo stile di scrittura, ma per i contenuti o il punto di vista che propone. E tuttavia un saggio sedimenta attenzione se è scritto in maniera avvincente. Questo di Luciano Gallino – FinanzcapitalismoLa civiltà del denaro in crisi (Einaudi «Passaggi», pp. 324, €19,00) – ha alcuni capitoli che scorrono come un romanzo di Elio Vittorini, mentre altri hanno il ritmo contratto di chi vuole spiegare le cause della crisi economica senza lasciare nessuno spazio a una possibile ambivalenza di ricezione. Nel corso degli ultimi trent’anni, sostiene Gallino, l’egemonia neoliberista ha puntato a costruire un «uomo nuovo», cioè quell’«uomo economico » che definisce il suo stare in società secondo la fredda contabilità dei costi e dei ricavi.
Strumento di tale progetto è stata la finanza, che ormai plasma l’insieme delle relazioni sociali. Il neoliberismo descritto in questo saggio ricorda la figura mitologica del Beemoth, che nella Bibbia si contrappone al Leviatano e che Thomas Hobbes ha usato come metafora di un caos che va ricondotto all’ordine da parte dello Stato. In questi ultimi trent’anni Beemoth si è preso la rivincita sul Leviatano, che negli scritti dei neoliberali non coincide però con lo Stato hobbesiano, bensì con il welfare state. Per Gallino il neoliberismo è un’ideologia totalitaria incardinata sulla figura dell’homo oeconomicus e tuttavia flessibile perché può convinvere sia con regimi politici democratici che con regimi politici autoritari, come la Cina contemporanea, a patto però che non venga mai messa in discussione la religione del libero mercato. Finanzcapitalismo è dunque un testo critico verso le società capitaliste e figurerebbe bene in un’ideale biblioteca del pensiero critico.
Eppure Luciano Gallino non è un teorico radicale. È infatti un esponente di quel filone riformista che in Italia è stato spesso minoritiario nella sua proiezione politica. Nella costellazione teorica cui fa riferimento ci sono Max Weber, John Maynard Keynes, Karl Polany, il Max Horkheimer critico del «marxismo sovietico», ma anche i liberalsocialisti della sua Torino – i fratelli Rosselli, Piero Gobetti e Norberto Bobbio –. Anche la sua riscoperta de L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse non concede nulla al radicalismo politico. Più semplicemente ciò che ha sempre interessato Gallino, anche nella sua critica feroce alla precarietà, è di dare forma teorica al tentativo «riformista» di introdurre elementi correttivi a un capitalismo che, se lasciato a se stesso, distruggerebbe la democrazia politica e sociale. Sono queste le coordinate su cui ha sempre puntato la sua bussola.
C’è infatti un filo rosso che lega la sua iniziale attività di studioso con la sua ultima produzione teorica. Una coerenza che viene tuttavia scambiata per radicalità teorica sia dai totalitari liberisti che dagli orfani del pensiero critico. Sono proprio le pagine che ricostruiscono la genesi e l’affermazione del neoliberismo le più avvincenti. Dalla sconfitta negli anni trenta, quando si imposero le teorie economiche keynesiane, alla riorganizzazione, attraverso think tank e fondazioni lautamente finanziate da imprese e capitalisti, i teorici neoliberali devono aspettare comunque la crisi economica degli anni settanta per uscire dalle aule universitarie e proporsi come consiglieri di aspiranti principi, la cui missione era la distruzione del welfare state, un virus che stava lentamente distruggendo il capitalismo e, negli Stati Uniti, l’american way of life. Il liberismo è così indicato come unica via d’uscita dalla crisi del capitalismo, modificando, a favore delle imprese, i rapporti tra le classi sociali.
L’aspetto più stupefacente di questa egemonia è che i suoi dogmi sono assunti come verità rivelate anche dalla sinistra politica europea. Se altri studiosi – David Harvey, Michael Foucault, ad esempio – hanno indagato la costruzione dell’egenomia culturale del pensiero neoliberale, Gallino mette in rapporto il neoliberalismo e la crescita della finanza, che diventa il motore dello sviluppo economico, determinando però le condizioni di una fragilità estrema del capitalismo. Allo stesso tempo, è un’egemonia culturale che cancella la separazione tra politica ed economia, attraverso le revolving doors, cioè porte girevoli che consentono a politici di professione di diventare manager di imprese e a manager di imprese di intraprendere fortunate carriere politiche. Il conflitto di interessi – chi è a capo o svolge mansioni dirigenziali in un’impresa non potrebbe, in quanto esponente di un governo, prendere decisioni politiche verso settori in cui quell’impresa opera – viene cioè legittimato, portando alla formazione di una piccola ma potentissima élite globale.
Non è dunque un’anomalia solo italiana, ma è caratteristica di tutti i paesi capitalistici. E Gallino è attento a segnalare come in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania e ovviamente Stati Uniti l’osmosi tra economia e politica viene modellata in funzione del credo neoliberista. Storia nota, obietterebbe chi ha studiato il neoliberismo. Ma nel libro di Gallino c’è la sottolineatura che il neoliberismo ha prodotto una «civiltà-mondo» che ha nella finanza un impalpabile e tuttavia efficiente strumento di governo globale. La finanza cioè è l’esempio più tangibile di come funzioni quel «capitale come potere» che ha destato l’attenzione di molti studiosi anglosassoni e tedeschi. La finanza cessa così di essere un elemento parassitario, improduttivo del capitalismo.
Da una parte è espressione del potere del capitale sulla società, dall’altra funziona come strumento di coordinamento e governo delle attività produttive. La finanza cessa cioè di essere un’anomalia per diventare, nella sua logica espansiva, la logica dominante nel capitalismo. Gallino descrive la trasformazione di alcuni prodotti finanziari (i derivati) in un potenziale sistema monetario alternativo a quello «tradizionale»; e desta sgomento leggere del «gioco» che condiziona l’andamento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti non solo speculando, ma riorganizzando interi settori produttivi su scala planetaria, in barba al fatto che in questo modo cresce la povertà e va in pezzi il legame sociale. Infine, la finanza è un’ipoteca sul lavoro futuro di uomini e donne.
È cioè uno strumento per appropriarsi, usando un linguaggio marxiano, del plusvalore presente e futuro. I derivati, le cartolarizzazioni cessano così di essere solo strumenti finanziari, ma fattori immanenti di una produzione capitalistica che si basa sul debito. E dove la povertà è sinonimo di lavoro: con buona pace di chi vede in tutto ciò la chiave di accesso alla «società della conoscenza », espressione usata, nella sua versione neoliberista, per dare una connotazione positiva a una realtà sull’orlo di un’apocalisse sociale e culturale. La crisi è quindi condizione permanente del finanzcapitalismo.
La distruzione di ricchezza, la povertà, la crescita di un esercito di lavoratori poveri, il declassamento del ceto medio non sono quindi incidenti di percorso, ma elementi stabili della contemporanea «civiltà- mondo». Difficile però pensare a un ritorno al passato, avverte Gallino. E da riformista di razza come egli è, invita a rallentare la corsa, a intervenire affinché il potere del capitale venga ridimensionato, attraverso una rigida regolamentazione della finanza. Oppure declinare diversamente quella polarità tra riforma e rivoluzione su cui si è da sempre arrovellato il pensiero critico. E pensare la rivoluzione non come un cambiamento di chi esercita la decisione politica, ma come un processo diffuso che fa leva su quanto riesce a costruire e affermare quella moltitudine di uomini e di donne che cessano di essere solo oggetto passivo e che si riappropriano di quanto il finanzcapitalismo ha tolto loro.
Guido Viale, la conversione ecologica, nda press, pp.184, e 10
Chi dice, come Sergio Marchionne, che tra capitale e lavoro non può esserci alcun conflitto perché ogni azienda è una nave da guerra in cui tutti insieme - operai padrone e manager - combattono la stessa battaglia contro le navi da guerre nemiche ha in mente una sola cosa: il dominio del capitale sul lavoro. Lo imporrebbe la competizione globale: there is no alternative sentenzia il liberismo mentre dà «l'assalto alle condizioni di vita e di lavoro di miliardi di uomini e donne». È con forte concretezza che Guido Viale si incarica, attraverso i suoi scritti, di ribaltare questa presunta verità, mettendo al centro della sua riflessione la crisi economica e ambientale
Alla concretezza delle analisi sui guasti provocati dal modello di sviluppo capitalistico, diventato incompatibile con la possibilità stessa di costruire un futuro, Viale affianca un'utopia, altrettanto concreta, per invocare un radicale cambiamento di rotta. Nel suo libro there is no alternative diventa un imperativo per realizzare un modello sociale opposto a quello del liberismo che oggi, per uscire dalla crisi, pretende di imporre gli stessi criteri che l'hanno generata (e con le stesse persone, si potrebbe aggiungere). Viale affronta i temi dell'energia, delle fonti rinnovabili e del risparmio, dell'agricoltura e dell'alimentazione, del territorio e della sua ricostruzione dentro un progetto rivoluzionario finalizzato a cambiare «lo stato di cose esistente». L'aspetto innovativo della ricerca quotidiana di Guido Viale sta nell'individuazione degli interlocutori della riconversione ecologica.
Se è difficilmente sostenibile la fine del conflitto capitale-lavoro, con buona pace delle furbizie opportunistiche dei tanti Marchionne, è tutta da dimostrare la presunta insuperabilità della contraddizione lavoro-ambiente. Diceva un orientale saggio, discusso e discutibile per mille altri aspetti, che «non sempre le masse hanno ragione, ma non c'è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso le masse». Provate a sostituire le masse con gli operai e troverete una strada per camminare verso l'utopia concreta di cui si parla nella Riconversione ecologica.
Non è detto che la cosa più sensata da costruire a Termini Imerese siano le automobili, anzi è vero probabilmente il contrario. Ma se si vuole riconvertire la produzione per fare pannelli solari questa scelta dev'essere condivisa, costruita insieme agli operai della Fiat, mettendo a valore le loro esperienze, intelligenze, i loro saperi. Con un progetto chiaro, in modo contestuale, sì da escludere una inaccettabile logica dei due tempi. Si può parlare di automobili ma si può persino parlare di armi, tema troppo a lungo tabù all'interno del movimento operaio. Viale ha scelto di affrontare il tema della riconversione confrontandosi direttamente con chi rappresenta i produttori, che sono le prime vittime del modello dominante di relazioni sociali, sindacali, politiche e culturali, dentro cui non c'è futuro, per l'ambiente come per i diritti di chi lavora.
La raccolta di articoli e saggi, molti dei quali già pubblicati sul manifesto, lancia un appello appassionato al lettore perché prenda in mano «il timone della barca che ci deve traghettare verso il futuro», «anche in nome e per conto dei bambini di questo mondo», gli adulti di domani. Valorizzare e sviluppare i saperi che possano costruire la riconversione ecologica è operazione opposta allo «sdoganamento dell'ignoranza» operato da Berlusconi.
Lavoro e ambiente, per tornare al punto, non sono incompatibili. Questo non vuol dire cancellazione del conflitto tra chi pensa che il modello dell'auto sia arrivato al capolinea e gli operai che l'auto costruiscono: vuol dire invece rimettersi in discussione confrontando, mescolando e modificando insieme pratiche, linguaggi e obiettivi. È quello che, con generosità e curiosità, stanno facendo sia Guido Viale che Maurizio Landini. È un buon metodo.
Nel suo ultimo libro, Il grande saccheggio, lo storico Piero Bevilacqua traccia una diagnosi impietosa dei danni prodotti dal dominio capitalistico e suggerisce alcune proposte politiche immediate. Da parte sua Alain Deneault in Offshore evidenzia come i paradisi fiscali siano di fatto organismi sovrani, in cui il denaro «lavora» dentro gli stessi processi d'accumulazione del capitale su scala globale
Mentre l'economia globale passa da una crisi all'altra, la scienza economica ufficiale rifiuta di prendere coscienza delle radici dell'instabilità. Anche quando si vuole critica e, ad esempio, denuncia la speculazione finanziaria, non arriva a chiamare in causa gli squilibri nella distribuzione della ricchezza, determinati dalla logica intrinseca della produzione capitalistica e dal modello di accumulazione degli ultimi decenni. Nel tentativo di frenare la caduta dei profitti, le politiche neo-liberiste hanno sancito la ripresa del comando padronale sull'economia e hanno prodotto precarizzazione, disoccupazione di massa, allungamento della giornata lavorativa e compressione salariale; hanno inoltre intensificato, nel quadro di una concorrenza sempre più sfrenata, la corsa al deterioramento dell'ambiente.
Il capitalismo è entrato in una fase di «distruttività radicale»: questa la tesi centrale del Grande saccheggio (Laterza 2011, pp. XXXII-217, euro 16), l'ultimo saggio di Piero Bevilacqua, tra i più importanti storici italiani (curatore della Storia dell'agricoltura italiana, Marsilio 1989-1991, fondatore dell'Imes e della rivista «Meridiana»). L'autore, firma nota ai lettori di questo giornale, tenta un'analisi della situazione presente, globale e italiana, e la connette alla formulazione di proposte politiche immediate.
Macchine oligarchiche
Sul versante dell'analisi si insiste sull'attualità della lezione marxiana: le crisi sono elementi strutturali dell'economia capitalistica. Rispetto al quadro novecentesco siamo però in presenza di una novità storica: senza la resistenza del movimento operaio, il libero dominio del capitale regredisce alle forme di sfruttamento delle origini. Con esse non può ovviare alla crisi, ma solo riprodurla in forme ancor più laceranti, distruggendo ricchezza e polarizzando ulteriormente le società.
Lo spreco di risorse ne è lo specchio più eloquente: per citare solo due degli esempi ripresi nel volume, l'iperconsumo euro-americano colonizza l'immaginario infantile e genitoriale nel segno del disciplinamento consumistico (negli Stati Uniti la spesa trainata dai bambini è superiore all'enorme bilancio militare) e procede inesorabile sulla strada del degrado ambientale (cementificazione dei suoli, aumento del traffico e dell'inquinamento atmosferico, proliferazione di rifiuti). L'enorme capacità scientifica oggi disponibile per una diagnosi accurata dei danni prodotti dal dominio capitalistico è resa meno efficace dalla frammentazione del sapere, per la logica disciplinare imperante nelle università e, soprattutto, dall'incapacità delle dirigenze politiche di tenerne conto per prevenire esiti catastrofici. L'imprevidenza, per usare un eufemismo, della privatizzazione dell'acqua e dell'opzione nucleare offrono conferme evidenti a questi assunti.
Solo il conflitto di classe può porre dei limiti a una china pericolosa, sia sul piano delle lotte del lavoro che su quello politico. Arrivati a metà del libro, la diagnosi offerta da Bevilacqua sull'involuzione della sfera politica è tanto impietosa quanto era stata radicale la disamina del meccanismo capitalistico riassunta nelle pagine precedenti.
Macchine oligarchiche che riproducono un vero e proprio «ceto politico», i partiti odierni hanno conservato solo un flebile legame con progetti e programmi, e hanno così iniettato, giorno dopo giorno, dosi massicce di cinismo nella popolazione, sempre più consapevole della separatezza dei «politici» dalla vita quotidiana. Le «politiche della paura» producono ad arte sensazioni di insicurezza per conservare un legame - malato e intimamente autoritario - fra i rappresentanti e la base sociale che li sorregge con il voto. Separatezza e paura impediscono la formazione di risposte di classe alla crisi capitalistica e producono, con Benjamin, il regresso dei lavoratori a «massa» o «folla».
La logica del risentimento
L'Italia rappresenta un «caso esemplare» di (auto)cancellazione della sinistra politica e di diffusione nelle classi subalterne di culture del risentimento che favoriscono l'imbarbarimento politico (l'atteggiamento sulla guerra libica e sui profughi ne è solo la più recente manifestazione). Come negli anni Venti, l'Italia è ancora un laboratorio: «il capitale che si mangia la politica» ha trovato qui un'incarnazione perfetta nel fenomeno-Berlusconi. Perché? Bevilacqua recupera le pagine dei Quaderni gramsciani per ricordare al lettore la storica mancanza di egemonia delle classi dirigenti nazionali (varrebbe la pena ricordarlo, in tema di 150°), da cui la vocazione al particolarismo, alla violazione delle regole e all'eversione.
Si rifiuta qui l'invocazione di una pretesa «mutazione antropologica» degli italiani a spiegazione degli esiti politici prevalenti dal 1994. L'antropologia dell'Italia democristiana, ci ricorda l'autore, non era poi così diversa e, soprattutto, nella storia del Belpaese è esistita un'opposizione di massa di ben altra qualità etica e politica. Un'altra Italia tuttora viva, come dimostrano le mille resistenze, dalla denuncia della gestione dei rifiuti in Campania ai «no-tav» valsusini.
Come uscire dalla crisi e dalla politica che produce anti-politica? Innanzi tutto per Bevilacqua occorre opporre alla logica del risentimento quella della visibilità del conflitto di classe: i problemi sociali trovano le loro radici nella diseguaglianza e nello sfruttamento, che non sono fenomeni inevitabili e invarianti, ma sono legati a rapporti di forza che si formano nel cuore della produzione capitalistica. Il peggioramento delle condizioni materiali di vita, come i rischi di catastrofi ambientali, hanno precisi responsabili, poiché esiste una catena causale alle origini del loro prodursi. Riaffermarlo pubblicamente e costruire una politica fondata su questi assunti è la precondizione per invertire la rotta. Di questi tempi, ribadire esplicitamente che la politica si fonda sui processi sociali e deve tendere alla loro trasformazione fa del Grande saccheggio un libro prezioso.
Anche le forme della politica rappresentano però un problema. Le ragioni del cinismo dilagante in Italia, ma anche della difficile connessione e rappresentanza dei ricchi movimenti di base, stanno nella moderazione di quel che resta dei partiti di opposizione. La loro condotta quotidiana risponde alle stesse dinamiche del resto del «campo politico», nella distanza dai bisogni elementari della popolazione e nei contenuti troppo vicini a quelli degli avversari e dei gruppi economici dominanti.
Per di più, le esperienze di governo di «centro-sinistra» hanno aggravato la sfiducia popolare, poiché non hanno offerto miglioramenti palpabili, possibili solo nel quadro di una politica economica alternativa ai fondamenti delle linee neo-liberiste responsabili della distruzione sociale e ambientale. Bevilacqua sa bene che alla crisi di sistema si può rispondere solo con una radicale riduzione dell'orario, che redistribuisca il lavoro ed elimini la disoccupazione, fonte di miseria e di ricattabilità. Nell'immediato, tuttavia, oltre a sollecitare la ripresa dell'iniziativa da parte di un sindacato giudicato eccessivamente immobilista, ritiene più realistico immaginare un «piano del lavoro giovanile», incentrato sul recupero delle aree interne, nel segno dell'agricoltura, di piccole agro-manifatture, di artigianato teso al riciclo e alla riparazione, di politiche dei rifiuti, di energie alternative, di nuovi istituti di ricerca pubblica (sul modello delle francesi Maisons de science de l'homme).
Come imporlo alle classi dirigenti? Occorre prima di tutto restituire la politica ai cittadini, sgretolando la separatezza del ceto politico, attraverso il varo di provvedimenti specifici. Per citarne alcuni: un tetto alle spese elettorali, la riduzione di stipendi e privilegi parlamentari, il divieto del cumulo di cariche, il ritorno al sistema elettorale proporzionale. Giudicata impossibile l'auto-riforma del ceto politico, la proposta che chiude Il grande saccheggio è indirizzata in primo luogo ai movimenti: una nuova campagna referendaria (evidente è qui la lezione della recente mobilitazione per l'acqua e antinucleare), centrata sulla riforma della politica potrebbe configurare un salto di qualità nell'opposizione sociale, consentendo il superamento della frammentazione e la costruzione di uno sbocco politico. Vedremo nei prossimi mesi, prima e dopo il voto di giugno, se i destinatari raccoglieranno l'invito.
Siamo di fronte ad una aggressione continua, manifestazione pericolosa di una ossessione quotidiana di un presidente del Consiglio che, privo da sempre del senso delle istituzioni, affida la propria sopravvivenza alla riduzione d'ogni istituzione ad un cumulo di macerie. La sua furia si nutre di insinuazioni, minacce, aggiunge all'attacco alla magistratura, abituale oggetto polemico, un nuovo affondo contro la scuola pubblica.
In questi giorni la Repubblica italiana sta prendendo congedo dall'Europa e dalla sua stessa Costituzione. Sta così tagliando le proprie radici. Non siamo solo di fronte ad una crisi istituzionale e politica, pur profondissima. Sprofondiamo in un tunnel oscuro, diviene sempre più evidente una "tirannia della maggioranza" ben al di là dei timori manifestati da Alexis de Tocqueville, perché la perversa legge elettorale maggioritaria e la sciagurata deriva verso il bipolarismo hanno separato i "designati" dai cittadini, hanno fatto perdere al Parlamento la sua virtù rappresentativa.
Ha scritto un filosofo liberale, Ronald Dworkin, che "l'istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far rispettare il diritto, dev'esser ancor più sincera".
Questi principi non scritti, ma fondativi della città democratica, sono ormai estranei al modo d'essere dell'attuale maggioranza. E forse la stessa nozione di maggioranza parlamentare ha perduto il suo significato storico, poiché siamo di fronte ad una semplice propaggine del potere di un autocrate, che premia famigli e designa successori, riceve suppliche da chi vuole andare ad occupare qualche posto di governo, dispone delle cariche pubbliche come di un pezzo del suo patrimonio personale.
Compiuta la prima fase della sua alta missione con l'edificazione di un muro a tutela della sua persona, il presidente del Consiglio annuncia ora una inquietante e pericolosa "fase due". Possiamo legittimamente chiamarla "decostituzionalizzazione". Questo è il tratto che unisce le proposte che dovrebbero segnare l'imminente stagione legislativa, nella quale si vuole sfruttare la spinta propulsiva delle radiose giornate del processo breve. Si tratta dell'"epocale" riforma costituzionale della giustizia, del minaccioso ritorno della legge bavaglio sulle intercettazioni, della disciplina ideologica e proibizionista del testamento biologico.
La riforma della giustizia, infatti, vuole in primo luogo rendere disponibile per i voleri della maggioranza l'intero sistema giudiziario. Questo non avviene soltanto attraverso una crescita complessiva del peso della politica in snodi fondamentali. Il punto chiave della riforma è rappresentato dal fatto che materie oggi affidate ad una diretta garanzia costituzionale vengono trasferite alla legislazione ordinaria. Due esempi. Nell'attuale articolo 112 della Costituzione si stabilisce che: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". La riforma proposta dal Governo aggiunge le parole "secondo i criteri stabiliti dalla legge": sarà dunque la maggioranza del momento a stabilire in quali casi il pubblico ministero può indagare. Nell'attuale articolo 109 si stabilisce che "l'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria". La riforma proposta dal Governo prevede che "il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge": sarà dunque la maggioranza del momento a determinare le informazioni di cui i magistrati potranno disporre. Il mutamento è radicale, la decostituzionalizzazione è compiuta. Ciò che la Costituzione aveva voluto sottrarre alla possibile prepotenza delle maggioranze, per garantire l'autonomia della magistratura, dovrebbe essere assoggettato proprio a questa ipoteca.
Ed è sempre la decostituzionalizzazione a comparire negli altri casi. Sappiamo bene che la stretta sulle intercettazioni colpisce uno dei fondamenti della democrazia, la libertà d'informazione di cui parla l'articolo 21. E la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (il testamento biologico) è congegnata in modo tale da espropriare ogni persona del diritto fondamentale all'autodeterminazione, riconosciuto dalla Corte costituzionale sulla base degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.
Per chiudere definitivamente questa partita, l'obiettivo finale è indicato appunto nell'odiata Corte costituzionale, con la quale il presidente del Consiglio annuncia un definitivo regolamento di conti, probabilmente affidato ad una legge che escluderebbe la possibilità di decidere con il voto della maggioranza dei suoi componenti, sostituito da un quorum particolarmente elevato. Una mostruosità giuridica, sconosciuta a ogni civile sistema giuridico, che produrrebbe l'assurdo effetto di mantenere in vigore leggi che la maggioranza dei giudici costituzionali ha ritenuto illegittime. Il risultato complessivo di tutte queste mosse sarebbero la scomparsa di un effettivo sistema di garanzie, una alterazione degli equilibri costituzionale che ci porterebbe verso un mutamento di regime.
Quest'orizzonte ravvicinato, realistico e ineludibile, è quello al quale si deve guardare per individuare le strategie possibili per opporsi a questa ascesa, che appare a qualcuno non più resistibile con i mezzi ordinari della democrazia. Ma immaginare rovesciamenti del tavolo rischia di distogliere l'attenzione dalla faticosa ricerca di quel che deve essere fatto qui e ora.
Dicevo che la fase due, quella della decostituzionalizzazione, è inquietante, ma pure pericolosa. Il pericolo nasce dal fatto che siamo di fronte a proposte che potrebbero dividere il fronte delle opposizioni. Quando comparve la proposta di riforma costituzionale della giustizia, subito si materializzò il singolare partito dei "sedersialtavolisti". Ma chi mai accetterebbe di sedersi ad un tavolo da gioco insieme ad un baro, al tavolo di un ristorante dove il cuoco è un noto avvelenatore travestito da chef creativo? Mi auguro che la lezione del processo breve alla Camera sia servita a dissuadere gli aperturisti ad ogni costo, convincendo tutti della necessità di mantenere saldo un fronte comune. Allo stesso spirito l'opposizione dovrebbe ispirarsi in tutti gli altri casi, compreso quello del testamento biologico dove qualche cattolico potrebbe essere sedotto dall'ingannevole richiamo a valori non negoziabili.
In questi ultimi mesi Berlusconi ha costruito un conglomerato di cui non possono soltanto essere denunciate le modalità corruttive e i rischi grandi che fa cogliere al paese senza accompagnare questa diagnosi con una strategia politica conseguente - parlamentare, sociale, elettorale. E allora. Riprodurre in tutte le prossime occasioni parlamentari i comportamenti tenuti in occasione del processo breve, sfruttare ogni spazio parlamentare per far discutere le proposte dell'opposizione. Può reggere la maggioranza ad una mobilitazione permanente che coinvolga l'intero Governo? Non chiudersi in Parlamento, troppe cose avvengono nel paese. Costruire, quindi, una solida sponda politica per il crescente numero di cittadini che non si limitano a manifestare nelle piazze reale e virtuali ma, così facendo, costruiscono una concreta agenda politica. Ma, soprattutto, per le opposizioni scocca l'ora obbligata dell'unione, la sola a poter ricostruire le condizioni per una vera dialettica democratica.
Forse solo la saggia parola alle Camere del Presidente della Repubblica può ricordare a tutti che la politica deve essere sempre "costituzionale".
ROMA - Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili. Serve un Grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale. Lo dice Giuseppe De Rita, sociologo, fondatore del Censis, che ringrazia la crisi: «Senza di essa oggi non avremmo questa presa di coscienza tremontiana, visto che il fenomeno degli immigrati che prendono i posti degli italiani è iniziato qualche decennio fa».
Dunque condivide l´analisi del ministro? Perché si è avviato questo processo di "sostituzione" nel mercato del lavoro?
«Nel 1977 il Censis fece la prima ricerca, finanziata dal ministero degli Esteri, sugli immigrati in Italia. E lo dicemmo allora: ci sono lavori che gli italiani lasciano agli immigrati. Sono i panettieri in Lombardia e in Veneto, i fonderisti in Emilia Romagna. Sono i raccoglitori di pomodori nelle pianure e i lavoratori domestici nelle metropoli. Da allora il fenomeno è diventato di massa. C´è stata una divaricazione nel mercato del lavoro: da una parte i nostri giovani hanno imboccato la strada della scolarizzazione progressiva; dall´altra gli immigrati che hanno coperto i buchi lasciati liberi. I nostri giovani sono stati colpiti dalla maledizione/benedizione della scuola. Gli abbiamo detto: investi in istruzione che il lavoro verrà. Abbiamo pompato frequenze e titoli di studio. Colpa della liberalizzazione degli accessi universitari. Colpa del ‘68 ma anche dei ragazzi e delle famiglie per i quali il titolo di studio è simbolo di status».
Ma sta dicendo che studiare fa male?
«Sì, se si studiano cose che non servono. Abbiamo sacrificato gli istituti tecnici, quando l´Italia si è costruita su di loro. Che ce ne facciamo dei diplomati generici? E dei corsi di laurea che non hanno alcuna ragione d´essere? La strategia della scolarizzazione ad oltranza è la stessa che ha portato i giovani nordafricani alla rivolta per la democrazia. Da noi, però, conduce solo al galleggiamento continuo finché ci saranno i pochi soldi dei nonni e dei padri. Abbiamo costruito un monumento al generico rifiutando ideologicamente la formazione finalizzata al lavoro. Così la ragazza che si è prima diplomata e poi si è presa la laurea triennale in Scienze delle comunicazioni si aspetta il lavoro mentre è destinata alla frustrazione e alla precarietà. Tremonti dice una cosa esatta. Basta girare l´Italia: gli immigrati hanno occupato tutti i posti liberi nel lavoro manuale e molti sono diventati imprenditori, sub-appaltatori. Basta guardare la realtà».
Come si concilia questa analisi con i dati dell´Istat e della Banca d´Italia secondo i quali la prospettiva per i giovani è la disoccupazione o la precarietà?
«Il precario è una persona che ha un tipo di formazione che mal si adatta al lavoro. Ma chi se lo prende un diplomato al liceo classico con una laurea triennale?».
Condannati alla precarietà? Non c´è via d´uscita?
«Ci sono due strade: o quella che suggerisce Tremonti, cioè di tornare al lavoro manuale... «.
Lo proporrebbe a uno dei suoi figli o dei suoi nipoti?
«Io dico che se non vuoi tornare al lavoro manuale devi accettare la formazione sul posto di lavoro. Serve un grande piano nazionale per formare sul lavoro i giovani, servono risorse pubbliche per incentivare i piccoli imprenditori a prendersi i precari e formarli. Il miracolo italiano dal ‘45 al ‘90 l´ha fatto gente che si è formata sul posto di lavoro. Dobbiamo smetterla di parlare di lavoro come un mito irraggiungibile. Il lavoro è questo e non anni di istruzione».
Ma la crisi ha peggiorato tutto.
«La crisi ci ha imposto un bagno nella realtà».
postilla
Se De Rita è uno dei riconosciuti padri culturali del centrosinistra stiamo davvero freschi. Forse i tagli redazionali ci hanno messo la coda avvelenata, oppure qualcuno non può proprio fare a meno di parafrasare Luigi Pintor, e pretendere a tutti i costi di morire democristiano, ma questa rassegna di apparenti sparatine di buon senso, condite di qualche fatto ma soprattutto di abbondante ideologia, fa davvero specie. E ricorda molto da vicino altre sparate, dell’ex ministro brava bambina figlia di padroni Letizia Moratti, quando serafica sosteneva che se uno deve fare l’operaio è inutile farlo studiare, no? Terrificante.
Si fa il paio, magari cercando di inseguire o precisare, con gli assalti berlusconiani alla scuola e all’università, che purtroppo in un modo o nell’altro vorrebbero fare il proprio mestiere, comunicando strumenti critici al cittadino, e naturalmente secondo i nostri reazionari vogliono “inculcare opinioni contrarie”. Contrarie a cosa? Ma è ovvio, contrarie a qualunque forma di assolutismo politico, economico, culturale, che è quanto ci propongono lorsignori. Brrr!
Per buttarla un po' sul ridere, e recuperare anche il ruolo formativo di scuola e università, ci consola il fatto che il "sociologo" De Rita sociologo non è affatto, ma come tanti altri sedicenti maitres a penser si è formato appunto "in fabbrica", che nel suo caso significa il fertile ambiente del sottogoverno (f.b.) segue
La mancanza di una coscienza critica danneggia anche l’attività economica - L’invettiva, tanto cara ai media, non consente di formarsi un’opinione - Solamente una formazione filosofica e storica può creare buoni cittadini - La pensatrice americana interviene in favore dell’educazione umanistica
Dove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale. Malgrado ciò, assistiamo a cambiamenti radicali nella pedagogia e nei programmi scolastici, sia nelle scuole che nelle università, cambiamenti sui quali non si è riflettuto a sufficienza.
La maggior parte dei Paesi moderni, ansiosi di crescere economicamente, hanno cominciato a pensare all’istruzione in termini grettamente strumentali, come ad una serie di utili competenze capaci di produrre un vantaggio a breve termine per l’industria. Ciò che nel fermento competitivo è stato perso di vista è il futuro dell’autogoverno democratico.
Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è «un cavallo nobile ma indolente». Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento.
Oggi la ricerca psicologica conferma la diagnosi di Socrate: la gente ha la preoccupante tendenza a sottomettersi all’autorità e alle pressioni sociali. La democrazia non può sopravvivere se non poniamo un limite a questi pericolosi atteggiamenti, coltivando l’attitudine a pensare in modo curioso e critico. Fin dal tempo in cui Socrate esortava gli ateniesi a non «vivere una vita senza indagine», sono soprattutto gli studi umanistici, e in particolare la filosofia, a permettere di coltivare tali capacità.
Coltivare l’argomentazione di Socrate favorisce inoltre un sano rapporto tra i cittadini nel momento in cui essi discutono di importanti questioni all’ordine del giorno. I mezzi di comunicazione moderni amano le frasi lapidarie e la sostituzione di un’autentica discussione con l’invettiva. Ciò crea una cultura politica degradata.
In un corso di filosofia, invece, gli studenti imparano a sviscerare l’argomentazione dell’avversario e a chiedere quali sono gli assunti sui quali essa si basa. Nel fare ciò, spesso gli studenti scoprono che le due parti, in realtà, hanno molto in comune e sorge in loro la curiosità di vedere in cosa realmente essi divergono, anziché considerare la discussione politica semplicemente un mezzo per segnare punti a favore della propria squadra e di umiliare l’avversario. La filosofia contribuisce così a creare uno spazio realmente deliberativo e questo è ciò di cui abbiamo bisogno, se vogliamo risolvere gli enormi problemi che affliggono tutte le democrazie moderne.
Ai cittadini occorre anche la conoscenza della storia, i fondamentali delle principali religioni e del modo in cui funziona l’economia globale. Ancora una volta, gli studi umanistici sono essenziali a questo sforzo di comprensione globale: lo studio della storia del mondo e delle principali religioni, lo studio comparato della cultura e la comprensione di almeno una lingua straniera, sono tutti elementi essenziali nel favorire una sana discussione circa i pressanti problemi del mondo. Inoltre, questo insegnamento storico deve includere un elemento socratico: gli studenti devono imparare a valutare l’evidenza, a pensare da soli sui diversi modo in cui essa può essere collocata e messa in atto nella realtà attuale. Perciò, per realizzare un’idea soddisfacente di cittadinanza globale, abbiamo bisogno anche della filosofia. Infine, i cittadini devono essere in grado di immaginare come appare il mondo agli occhi di coloro che si trovano in una situazione diversa dalla loro. Gli elettori che prendono in esame una proposta che interessa gruppi diversi (razziali, religiosi, ecc.) all’interno della loro società, devono essere in grado di immaginare le conseguenze che tali proposte hanno sulla vita delle persone reali e ciò richiede un’immaginazione coltivata. In che modo si coltiva l’immaginazione? Tutti noi veniamo al mondo muniti di una rudimentale capacità di positional thinking, di pensare dal punto di vista degli altri, ma tale capacità, solitamente, opera in un ambito limitato, nella sfera familiare, e richiede un ampliamento e un perfezionamento intenzionali. Questo significa che abbiamo bisogno della letteratura e dell’arte, attraverso le quali raffiniamo quello che il grande romanziere afro-americano Ralph Ellison definiva il nostro "occhio interiore", imparare a vedere coloro che sono diversi da noi non soltanto come un minaccioso "altro" ma come esseri umani totalmente eguali, con aspirazioni e obiettivi propri.
Ciononostante, in tutto il mondo, gli studi umanistici, l’arte e persino la storia vengono eliminati per lasciare spazio a competenze che producono profitti, che mirano a vantaggi a breve termine. Quando ciò avviene, le stesse attività economiche ne risentono, perché una sana cultura economica ha bisogno di creatività e di pensiero critico, come autorevoli economisti hanno sottolineato. Di recente, la Cina e Singapore, Paesi che certamente non hanno a cuore lo stato di salute della democrazia, vedendone l’importanza ai fini dell’innovazione e della creazione di un ambiente di lavoro non corrotto, hanno attuato vaste riforme dell’istruzione, tali da conferire maggiore centralità agli studi umanistici e all’arte, sia nei programmi scolastici che in quelli universitari. Dunque, nel lungo termine, la contrazione dell’istruzione in realtà nuoce al benessere economico.
Anche laddove ciò non accade, gli studi umanistici e l’arte sono essenziali per il genere di governo democratico che le nazioni hanno scelto e per il tipo di società che esse desiderano essere. Dobbiamo opporci con forza ai tagli agli studi umanistici, sia nell’istruzione scolastica che in quella superiore, affermando con fermezza che tali discipline apportano elementi senza i quali le democrazie moderne, come quella ateniese prima di Socrate, sarebbero ancora una volta dominate da una mentalità gregaria e dalla deferenza verso i capi carismatici. Questo sarebbe uno scenario terribile per il nostro futuro.
(Traduzione di Antonella Cesarini)
Silvio Berlusconi potrà pure scamparla con la prescrizione breve e col processo lungo sui casi Mills e Mediatrade. Potrà perfino riuscire, grazie al genio dei suoi avvocati, alla servitù della sua corte e al potere del suo danaro, a costruire, nel processo Ruby, una verità giudiziaria diversa dalla verità effettiva (si sa che esse raramente coincidono). Ma sa lui stesso che nel caso Ruby c'è scritta la sua fine. Firmata dalle testimoni. Donne. E' il punto cruciale su cui ha sbagliato i suoi calcoli: «le sue bambine» non sono tutte a sua disposizione. Quale che sarà la verità giudiziaria, è firmata da loro la sua fine politica. E con la sua fine politica, la fine di un'epoca, di un'etica e di un'estetica.
Non sono nuovi i fatti che emergono dalle deposizioni, rese spontaneamente, di Ambra Battilana e Chiara Danese, meno di diciannove anni ciascuna oggi, poco più di diciotto al tempo, agosto 2010, della loro prima e unica cena a Arcore: i particolari inediti - e raggelanti - confermano e aggravano un quadro già noto, e al quale il premier conta, quando la mette in burletta ostentando pubblici inviti al bunga-bunga, che ci siamo assuefatti. Nuovo però è lo sguardo, nuova è la voce, nuovo il vissuto e lo sconcerto delle due ragazze. A conferma che in questa storia quello che è decisivo non sono i nomi comuni - escort, prostitute, veline, meteorine - con cui si continuano a guardare le protagoniste e le comparse, ma i nomi propri, le storie singolari e le parole singolari; la singolare posizione di soggetto che ciascuna riesce o non riesce a conquistare, contro la comune condizione di oggetto cui il sultano e i suoi complici le vogliono costringere.
Soggetto non si nasce, si diventa: bisogna che qualcuno o qualcosa ci interpelli, perché riusciamo a dire «io». Può essere il richiamo della legge, può essere lo scandalo della menzogna. Per Chiara e Ambra, è lo scandalo della menzogna di un premier che sulla scena pubblica definisce «cene eleganti» quelle serate fatte di volgarità trash, con seni e sederi che si offrono alla sua bocca, barzellette «tanto sconce da essere irritanti» e statuette falliche da adulare a mo' di totem ma senza tabù. Sentirle definire eleganti, «proprio no», non era sopportabile, dice Chiara. E nemmeno era sopportabile, aggiunge Ambra, vedere il proprio nome associato, su Google, al bunga-bunga, oppure, sui giornali, a un numero, quello delle trentadue (o cinquantacinque che siano diventate nel frattempo) prostitute frequentatrici di Villa San Martino. E' stato di fronte a questa doppia e insopportabile menzogna che hanno detto «io», e deciso di consegnare ai magistrati la loro verità sulle notti di Arcore, assistite da un'avvocata, «che perdipiù è donna».
Non si sentono e non sono prostitute, Ambra e Chiara. Giocavano a diventare Miss Italia, prima e terza alle selezioni del Piemonte, quando il ruffiano di corte Emilio Fede le invita a Arcore, dopo averle «provinate» per fare le meteorine e averle già fatte passare per il primo esame: mani sui fianchi e sguardi sul sedere, così procede il direttore del Tg4 per decidere chi è degna e di no. Le due ragazze potevano e dovevano sottrarsi già a quel punto, e lo sanno: già nella cena con Fede, racconta Ambra, «ero stupefatta e mi vergognavo tantissimo», «non era un atteggiamento normale», «eppure non riteniamo di andare via, perché ci interessa quel tipo di contratto con il direttore che, tutto sommato, si era mantenuto abbastanza nei limiti». Tutto sommato, abbastanza nei limiti: è la contabilità misera e amorale in cui vivacchia il precariato di massa sotto perenne e sistematico ricatto. Tutto sommato, mi serve un contratto; il direttore è un porco, ma se si tiene abbastanza nei limiti glielo strappo e ne esco in piedi. Invece quello era solo l'assaggio; il piatto forte arriva la sera dopo a casa del Presidente. Conosciamo la scena ed è inutile tornare a descrivere la cena e il dopocena, le canzoni e la lap-dance, le paroline dolci e le palpatine ruvide del padrone di casa. Anche se degli inediti particolari raggelanti di cui sopra, corre l'obbligo di segnalare il tasso di feticismo che promana da quell'oggetto che viene fatto passare di mano in mano e di bocca in bocca: «E' una specie di guscio. Dal guscio esce un omino con un pene grosso. Ha le dimensioni di una bottiglietta d'acqua da mezzo litro. Il pene è visibilmente sproporzionato». Il feticcio giusto, per uno che appena può si definisce «un premier con le palle» e che dallo stato maggiore del suo partito, sezione lombarda, riceve in dono un toro Swaroski «con due palle come le tue, Silvio», e un uovo di Pasqua alto due metri con dentro Charlotte Crona in carne e ossa che suona il violino (dalle cronache della cena offerta da Berlusconi a villa Gernetto due sere fa).
Corre l'obbligo, ancora, di segnalare l'insistenza con cui le due ragazze vengono vigorosamente invitate a lasciarsi prendere da un gioco dal quale vogliono scappare. E il cinismo con cui, quando se ne vanno senza averci partecipato, il direttore del Tg4 le avverte che così sfuma il loro contratto e il loro sogno. Questa è la scena che un noto intellettuale di punta berlusconiano, intervistato sul Riformista di ieri, definisce «amicale» e improntata a libere e consapevoli strategie seduttive nelle quali, si sa, sono le donne ad avere in mano il gioco e a sfruttare l'uomo di potere. Per fortuna, nel caso di Chiara e Ambra, ci sono alle spalle due madri che loro definiscono «semplici». Due collabortatrici domestiche, disposte ad accompagnarle nel sogno di diventare miss. Ma capaci di dire, al momento giusto: il gioco è finito, andate a dire la verità.
Un blocco di potere economico e politico senza valori caratterizza la nostra epoca Il senso delle istituzioni è ormai diventato un ferrovecchio di cui fare a meno – Anticipazione dell’intervento che Zagrebelsky terrà giovedì 14 alla Biennale Democrazia
Secondo una classica visione della struttura delle nostre società, esse sono costruite su tre funzioni, riguardanti rispettivamente la politica, l’economia e la simbologia. Queste funzioni conformano rispettivamente le volontà, le necessità e le mentalità. Quale di queste tre funzioni sia più importante, sarebbe difficile dire. Forse nessuna, il che è quanto dire che tutte e tre sono ugualmente necessarie.
Non abbiamo nozione di alcun gruppo di individui costituiti in società senza un potere politico, senza un’attività rivolta alla provvista dei beni materiali, senza una funzione destinata al nutrimento delle menti. Se tutte e tre le funzioni sono necessarie, quella simbolica è però l’unica che dia un senso, un significato d’insieme alle altre due, che ci dica perché stiamo e vogliamo stare insieme.
La teoria dice che nelle società bene organizzate, cioè equilibrate, le tre funzioni sono reciprocamente indipendenti; una sorta di tripartizione dei poteri sociali. La storia ci dice invece che, essendo in questione il potere, ciascuna delle tre tende a imporsi sulle altre due e ad asservirle. Si potrebbe tratteggiare la storia delle nostre società come un continuo spostamento del baricentro da uno all’altro, all’altro ancora e così distinguerle a seconda del predominio del "politico", dell’"economico" o del "simbolico". Il potere simbolico, tuttavia, di tutti è il più sottile e pervasivo, ma fra tutti il più debole. Non ha dalla sua né la forza fisica, né quella dei bisogni materiali ed è perciò sempre stato il terreno più esposto alla capitolazione. Di una relativa, anche se sempre contestata, autonomia ha goduto nel periodo medievale, quando era monopolizzato dalla Chiesa e dai suoi ministri, forti d’una certificazione divina. La Chiesa è stata effettivamente, allora, una formidabile fucina di simboli politici, avendo di fronte a sé un potere civile fragile e bisognoso di sostegno e l’economia curtense non rappresentando un centro di potere competitivo. Ma questo monopolio è venuto meno da quando la cosiddetta secolarizzazione delle società ne ha rotto la compattezza, aprendo a visioni del mondo d’altra matrice, orientate al regno di quaggiù dove vige non il dogma unico ma la pluralità delle opinioni. Nel regno di quaggiù, poi, la funzione simbolica si è trovata a fare i conti, con sproporzione di mezzi, con la politica, che dispone dello Stato e dei suoi poteri coercitivi, e con l’economia basata sulla concentrazione di capitali immensi, capaci di tutto condizionare, se non comperare.
Chi sono dunque i padroni del mondo simbolico nel quale oggi viviamo? Se ci chiediamo chi muove le parole, le immagini, le cose che esprimono simbolicamente i valori, le aspirazioni, in genere le idee che plasmano le nostre società, andremmo probabilmente a cercarli in quel blocco di potere economico e politico chiamato lobbicrazia, che caratterizza in senso ormai sempre più chiaramente nichilistico la nostra epoca. Un’epoca definita come quella del "finanzcapitalismo" e del "grande saccheggio", del valore estraibile dagli esseri umani e dagli ecosistemi. È in quella compenetrazione d’interessi che nasce la commissione di schemi di pensiero, valori e modelli di comportamento, alla quale rispondono centri di ricerca, accademie, think-tanks, "opinionisti" ai quali la visibilità e il successo sono assicurati dalla misura della loro consonanza. L’influenza sul pubblico è poi assicurata dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e omologanti.
La funzione simbolica diventa così una funzione passiva e servente. I simboli, strumentalizzati, imbrogliano circa il loro senso. Promettono il bene di chi li consuma e invece promuovono il bene di chi li produce. Si traducono in propaganda e in pubblicità. Il loro ideale è la società come superficie tutta liscia su cui scorrere liberamente. Se increspature all’omologazione vi sono, riguardano il folklore o l’arte d’avanguardia; l’uno a benefizio dei molto semplici, l’altra a beneficio dei molto raffinati. Ma non sono loro, quelli decisivi per i padroni dei simboli: è la massa quella che conta.
Il simbolo è un terzo tra due persone; in ogni caso è un segno riconosciuto dalle parti in causa che, essendo comune, non è proprio di nessuna di essa. Ciò che è di tutti, in certo senso, non è di nessuno in particolare. Il simbolo non si appiattisce e nessuno vi si può confondere. Solo così può svolgere i suoi compiti di unificazione, diffusione di fiducia, promozione di lealtà e di sentimento d’appartenenza. Se qualcuno se ne impadronisce, governandone i contenuti, inculcandoli come propaganda o come pubblicità nella testa degli altri, facendone così strumento di governo e di dominio delle coscienze, il simbolo cambia natura. Allora, può diventare strumento di trasformazione degli uomini in masse fanatizzate, può diventare il diapason del potere totalitario.
Lo strumento del demagogo opera la più ardita delle identificazioni politiche: il popolo nel suo capo e il capo nel suo popolo. Il capo è organo del popolo e il popolo è organo del capo. Sono la stessa cosa. In questa identificazione, viene a mancare lo spazio per simboli "terzi" perché il capo stesso è il simbolo: il segno di tutti valori, le aspettative, le speranze convergenti del suo popolo.
Napoleone, Franco, Mussolini, Hitler, Stalin, Mao, Castro, i nord-coreani Kim Jong-il e Kim il-Sung e, esemplarmente, l’orwelliano Grande Fratello rappresentano le figure moderne di questo genere d’identificazione. Essi stessi, nella loro corporeità, vera o fittizia, si sono proposti immediatamente come simboli politici, cioè come fattori unificanti, e così hanno fagocitato le istituzioni e le leggi, cioè quegli strumenti della convivenza che gli uomini si sono dati, costruendole su simboli "terzi". Sono soverchiate dagli uomini del potere che esibiscono il loro volto, la loro voce, le loro fattezze, mille volte riprodotti, ritrasmessi, amplificati. Si sono cioè trasformati essi stessi, direttamente, in istituzione e legge.
Il simbolo si confonde col corpo e viceversa. Così, tutte le distinzioni che vengono da una lunga storia del diritto pubblico tra persona privata e carica pubblica svaniscono. Le regole sono "impicci", le costituzioni "gabbie", la legalità angheria Il "senso delle istituzioni", che distingue l’etica pubblica dalla morale privata, diventa un ferrovecchio su cui si può ironizzare. Le dimore personali sono equiparate ai palazzi delle istituzioni, anzi sono interscambiabili. La fortune private sono intoccabili come se fossero pubbliche e quelle pubbliche sono disponibili come se fossero private. Queste e altre confusioni si giustificano non come privilegio del capo, ma come diritto del popolo, tanto più in quanto il primo sia stato eletto dal secondo e l’elezione sia concepita come investitura salvifica. Tutto deriva infatti dall’identificazione simbolica del capo con il popolo e del popolo con il capo. L’arbitrio del capo, simbolicamente, non è più tale, ma diventa l’onnipotenza del popolo, che può esibirsi come la forma più pura di democrazia.
Questa versione del simbolo, però, è la sua estrema corruzione diabolica. Potremmo dire è il Lucifero dei diaboli. Infatti, si traduce nell’esaltazione del potere personificato, che è l’esatto contrario di ciò che ci attendiamo dai simboli politici: essere fattore d’unificazione "terzo", cioè impersonale, cioè nemico d’ogni demagogia Si traduce, infine, in un rischio mortale per la società stessa. La scomparsa della persona fisica, coincide con la fine del simbolo, cioè di ciò senza cui essa non sta insieme. La dissoluzione del corpo fisico del capo finisce così per coincidere con la dissoluzione del corpo sociale, cioè con instabilità, disordini, lotte fratricide. Ecco il prezzo che pagano i popoli quando si mettono nelle mani di qualcuno dicendogli: vai, noi ci riconosciamo in te, perché tu ti riconosci in noi.
Mercoledì 13 aprile, alle 20.00, al Cinema Astra di Napoli si presenta il film documentario “Soltanto il mare” (50’, 2011), di Dagmawi Yimer, Giulio Cederna e Fabrizio Barraco, con le musiche originali di Nicola Alesini. [qui il trailer e il calendario delle proiezioni]. Girato a Lampedusa nel corso del 2010, periodo nel quale l’isola aveva smesso di fare notizia, e completato all’inizio del 2011, quando i nuovi sbarchi l’hanno riportata su tutti i media, il film propone lo sguardo incrociato di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro: quella di un migrante, in questo caso Dagmawi Yimer, sbarcato da clandestino sulle coste dell’isola nel 2006, e quella dei lampedusani.
Soltanto il Mare vuole essere innanzitutto un omaggio a Lampedusa da parte di chi, come Dagmawi, all’isola deve la sua stessa vita. Le proiezioni sarabnno un’occasione per riflettere sul dovere morale di aiutare un’isola stretta tra una crisi umanitaria epocale, che non può fronteggiare da sola, una guerra a due passi, la stagione turistica ormai compromessa e una serie di problemi irrisolti che si trascinano da anni. Prodotto dall’Archivio Memorie Migranti di Asinitas, Alessandro Triulzi e Marco Guadagnino, in collaborazione con fondazione lettera27, il film ha ottenuto il premio del pubblico al Salina DocFest e il riconoscimento per il miglior film nella sezione migranti e viaggiatori al Festival del Cinema Africano di Verona.
Dalla note di regia:
“Giorno dopo giorno l’isola si apre e ci regala nuove storie, situazioni inaspettate, cortocircuiti. Al migrante fresco di sbarco l’isola era apparsa come l’avanguardia del benessere - con i suoi alberghi, le sue barche, i suoi turisti - alla sua videocamera si svela ora piena di problemi; l’aveva immaginata come frontiera del progresso, la ritrova isolata dal mondo, con lo sguardo nostalgico rivolto al passato e una patina fresca di vernice già incrostata di salsedine”.
Di fronte a Sarkozy e alla Merkel in camicia verde, i camaleonti della destra italiana reagiscono cambiando colore: si appellano ai principi della Ue che fino a ieri dileggiavano, nelle campagne contro la moneta unica e gli "euroburocrati" di Bruxelles.
Per colmo d’ironia la circolare diramata dal ministro degli Interni francese Guéant, allo scopo di bloccare l’accesso oltralpe dei tunisini dotati di permesso di soggiorno temporaneo in Italia, sembra fotocopiata da certe "ordinanze antisbandati" frutto della creatività di vari sindaci leghisti e dello stesso Maroni. Le ultime a poterne criticare la mancanza di carità sono dunque le sbiadite camicie verdi nostrane, esposte all’insofferenza di una base che avevano illuso con la retorica dei "respingimenti" e l’ignominia del fora di ball.
I tedeschi, invece, come al solito si rivelano ferrati nel conteggio delle cifre: difficile ignorare le decine di milioni di euro già oggi stanziati dalla Ue a sostegno dell’accoglienza dei disperati del mare. Vero è che i fondi comunitari non basteranno se gli sbarchi dal Nordafrica dovessero continuare al ritmo attuale. Ma intanto a Berlino fanno presente che il loro numero complessivo, tuttora inferiore ai trentamila arrivi nei primi tre mesi e mezzo del 2011, non ha le caratteristiche dell´"esodo biblico" o dello "tsunami umano" sbandierato dalle autorità italiane.
È certo per ragioni poco commendevoli di politica interna che Sarkozy e la Merkel indossano la camicia verde, rammentandoci che alla geografia non si comanda e dunque in Europa i meridionali siamo noi. Di fronte alla loro grettezza, una classe dirigente nordista spiazzata dalla perdita dei suoi abituali interlocutori africani, Gheddafi, Mubarak e Ben Ali, misura lo svantaggio dei rapporti di forza. Ben poco le servirà minacciare una rottura dei trattati europei, eventualità sciagurata da cui gli italiani avrebbero solo da perdere. Diverso sarebbe stato se, assumendo come virtuoso il suo destino mediterraneo, l’Italia si fosse protesa nel sostegno alla crescita di società aperte sulla vicina sponda sud del mare. Ma Berlusconi, Bossi e Maroni sono per loro natura impossibilitati a farsi portavoce di una fratellanza euro-africana, da recare in dote a tutta l’Unione.
Basti pensare che Maroni chiede a Bruxelles l’applicazione ai tunisini della direttiva 55 del 2001, per la protezione dei rifugiati in fuga dalle zone di guerra, quando ancora il governo italiano si ostina a non recepire l’altra direttiva europea che chiede un percorso più graduato nel rimpatrio dei migranti irregolari. In altre parole, vorremmo un’Europa compassionevole nei confronti dell’Italia fino al punto di considerare eccessivo per il nostro Paese sobbarcarsi da solo 14.500 permessi di soggiorno temporanei (tanti sono i possibili beneficiari del decreto, sulla base delle presenze registrate dal Viminale); lasciando però che nei confronti dei profughi e dei migranti venga ripristinato il "metodo Gheddafi-Maroni", con sbrigative pseudo-identificazioni in mezzo al mare e respingimenti immediati.
Nella trattativa con la Commissione europea non ha certo giovato alla credibilità del governo Berlusconi la disinvoltura con cui i suoi ministri diramavano previsioni a casaccio: prima l’annuncio di tre-quattrocentomila profughi in arrivo, poi ridotti a centocinquantamila. Tutte cifre lontanissime dalla realtà. Fermo restando che l’Italia, come del resto gli altri Paesi europei, accoglie ogni anno sul suo territorio un numero di immigrati di gran lunga superiore a quello per cui ora lancia allarmi sconsiderati (l’Istat calcola più di 350 mila nuovi arrivati nel solo 2010). Rispetto agli altri paesi europei accoglie un numero molto più basso di rifugiati politici. E in barba al proclama mendace, "aiutiamoli a casa loro", resta in assoluto il paese occidentale che destina meno fondi per lo sviluppo dei paesi poveri.
Certo i militanti leghisti chiamati a manifestare sotto il consolato tunisino di Milano con lo striscione Fora di ball si riconoscono più facilmente nel Mario Borghezio che scende a Lampedusa insieme a Marine Le Pen per invocare il rimpatrio forzato dei tunisini, magari con la flotta militare come ieri proponeva a Radio Padania il trevigiano Giancarlo Gentilini; faticano a giustificare il loro Roberto Maroni costretto a decretare permessi temporanei.
C’è da stupirsi se Sarkozy ripaga i leghisti della loro stessa moneta, visto che soffre l’asse xenofobo dei padani con la sua concorrente Le Pen? E l’Europa perché dovrebbe prendere sul serio le richieste di chi tuttora giustifica le truffe sulle quote latte?
Società mondiale del rischio significa un’epoca nella quale i lati oscuri del progresso determinano sempre più i contrasti sociali. Mentre prima ciò che non stava sotto gli occhi di tutti veniva negato, ora l’autominaccia diventa il movente della politica. I pericoli nucleari, il mutamento climatico, la crisi finanziaria, l’11 settembre, seguono in pieno il copione della Società del rischio, che ho scritto 25 anni fa, prima della catastrofe di Chernobyl
A differenza dai precedenti rischi industriali, essi (1) non sono socialmente delimitabili né nello spazio né nel tempo, (2) non sono imputabili in base alle vigenti regole della causalità, della colpa, della responsabilità e (3) non possono essere compensati, né coperti da assicurazione. Dove le assicurazioni private negano la loro protezione - come nel caso dell’energia nucleare e della tecnologia genetica - viene sempre superato il confine tra i rischi calcolabili e i pericoli incalcolabili. Questi potenziali di pericolo vengono prodotti industrialmente, esternalizzati economicamente, individualizzati giuridicamente, legittimati tecnicamente e minimizzati politicamente. In altri termini, il sistema di regole del controllo "razionale" si rapporta ai potenziali di autodistruzione incombenti come un freno da bicicletta applicato a un aereo intercontinentale.
Ma Fukushima non si distingue forse da Chernobyl per il fatto che i terribili eventi giapponesi partono da una catastrofe naturale? La distruzione non è stata provocata da una decisione umana, ma dal terremoto e dallo tsunami.
La categoria di "catastrofe naturale" segnala che essa non è stata causata dagli uomini e quindi la sua responsabilità non può essere attribuita agli uomini. Ma questo è il punto di vista di un secolo passato. Questo concetto è sbagliato già per il fatto che la natura non conosce catastrofi ma, semmai, drammatici processi di trasformazione. Questi cambiamenti, come uno tsunami o un terremoto, diventano catastrofi solo nell’orizzonte di riferimento della civiltà umana. La decisione di costruire centrali nucleari in zone a rischio sismico non è affatto un evento naturale, ma una scelta politica, che deve anche essere giustificata a livello politico di fronte alle pretese di sicurezza dei cittadini e deve essere attuata contro le opposizioni.
La risposta ai rischi moderni è l’idea dell’assicurazione come "tecnologia morale" (François Ewald). Non è più accettabile che ci si affidi alla divina provvidenza e si subiscano passivamente i colpi del destino. Il nostro rapporto con la natura, con il mondo e con Dio cambia in modo tale che diventiamo responsabili della nostra sventura, ma in linea di principio disponiamo dei mezzi per compensare le conseguenze da noi stessi innescate. Si tratta comunque del mito della "vita assicurata", che a partire dal 18° secolo ha trionfato in ogni ambito.
In effetti siamo riusciti a ottenere il consenso sui precedenti rischi dell’era industriale legandoli a una sorta di "prevenzione a posteriori" (vigili del fuoco, assicurazioni, assistenza psicologica e medica, ecc.). Lo shock che ha colpito la gente di fronte alle spaventose immagini provenienti dal Giappone consiste anche nel ridestarsi della consapevolezza che non c’è istituzione, né reale, né immaginabile, preparata al super-Gau, il "massimo incidente ipotizzabile in una centrale nucleare", e capace di garantire l’ordine sociale e le condizioni culturali e politiche anche nel caso di questo disastro dei disastri. Invece, ci sono molti attori specializzati nell’unica opzione che appare possibile: la negazione dei pericoli. Infatti, al posto della sicurezza offerta dalla prevenzione a posteriori subentra il tabù della impossibilità di errore. Ogni Paese - in particolare, naturalmente, la Francia, e l’esperto atomico Sarkozy lo sa bene - ha le centrali nucleari più sicure del mondo! Custodi del tabù diventano la scienza e l’economia dell’energia nucleare, colte in flagrante proprio dagli eventi catastrofici che hanno attirato sui loro errori i riflettori dell’opinione pubblica mondiale. Nel 1986 Franz-Joseph Strauß dichiarò che solo i reattori nucleari "comunisti" possono esplodere. Egli tentava così di circoscrivere eventi come Chernobyl, in base all’assunto che l’Occidente capitalistico superevoluto dispone di centrali nucleari sicure. Ora però siamo alle prese con l’avaria in Giappone, che viene considerato il Paese meglio attrezzato del mondo, quello dotato della tecnologia più sofisticata per garantire la sicurezza. La finzione per la quale in Occidente si può dormire tranquilli è svanita.
Che in Giappone le rimanenti speranze poggino proprio sull’intervento delle "forze di autodifesa" chiamate a sostituire con elicotteri antincendio gli impianti di raffreddamento in avaria, è qualcosa di più di un’ironia. Hiroshima fu terribile, l’orrore puro e semplice. Ma in quel caso fu il nemico a colpire. Cosa accade se un fatto così spaventoso avviene all’interno del sistema produttivo della società - non in un ambito militare? In questo caso, coloro che minacciano la nazione sono proprio i garanti del diritto, dell’ordine e della razionalità, della democrazia stessa. Quale politica industriale sarebbe più possibile se fosse negata anche la residua speranza del "vento" e Tokyo fosse contaminata? Quale crisi della tecnologia, della democrazia, della ragione, della società?
Molti deplorano che le impressionanti immagini provenienti dal Giappone incutano paure sbagliate e diano impulso ad una "pseudo-scienza" della compassione. In questo modo, però, essi disconoscono e sottovalutano ingenuamente la dinamica politica insita nel potenziale di autodistruzione del trionfante capitalismo industriale. Infatti, molti pericoli - un esempio da manuale: le radiazioni atomiche - sono invisibili, sfuggono alla percezione ordinaria. Ciò significa che la distruzione e la protesta son mediate simbolicamente. Solo constatando l’impercepibilità di molti pericoli grazie alle immagini televisive il cittadino culturalmente accecato può tornare a "vedere".
La questione di un soggetto rivoluzionario capace di rovesciare i rapporti di definizione della politica del rischio cade nel vuoto. Non sono - o non sono soltanto - i movimenti antinucleari, l’opinione pubblica critica, ecc. a poter dar luogo a un’inversione nella politica atomica. In ultima analisi, il contropotere rispetto all’energia nucleare non sono i manifestanti che bloccano il trasporto del materiale radioattivo. L’avversario più irriducibile dell’energia nucleare è… l’energia nucleare stessa!
Nelle immagini delle catastrofi categoricamente escluse dai manager si dissolve il mito della sicurezza. Quando ci si rende conto e si ha la prova che i custodi della razionalità e dell’ordine legalizzano e normalizzano i pericoli per la vita, si scatena il pandemonio nel milieu della sicurezza burocraticamente promessa. Perciò, non è sbagliato affermare che all’interrogativo sul soggetto politico della società di classe corrisponde l’interrogativo su questa "riflessività politica" nella società del rischio.
Tuttavia, sarebbe un errore trarre da ciò la conclusione che si sia aperta una nuova fase di illuminismo, beneficamente offertaci dalla storia. Al contrario, a qualcuno la prospettiva qui tracciata potrebbe suggerire il paragone con il tentativo di praticare un foro nello scafo di una nave per far uscire l’acqua del mare penetrata al suo interno.
Un aspetto problematico per chi considera Internet il paradigma del bene comune globale è dovuto al fatto che per suo tramite si è affermata ancor più profondamente l’egemonia del modello americano. Questa egemonia non preoccupa come problema di lingua. Sebbene l’inglese domini Internet, il pluralismo linguistico della Rete è oggi sotto gli occhi di tutti. Né preoccupa come problema culturale, derivante dall’individualismo e dalla competitività estrema che caratterizzano da sempre l’ideologia statunitense, collocandola tradizionalmente come antagonista di tutto quanto sia comune (la radice di communism e commons sono le stesse). Il vero problema di questa pratica egemonica sta nella governance di Internet che si presenta come profondamente antitetica rispetto a quel modello dell’«accesso» che dovrebbe caratterizzare il governo dei beni comuni (a questo propostio, vedere «il manifesto » del 2 Marzo).
Nonostante queste cautele non possiamo esimerci, nel percorrere i primi passi di un cammino volto all’elaborazione di strutture giuridiche nuove per il governo dei beni comuni, dall’affrontare i paralleli fra il mondo della Rete, che potremmo descrivere come una «nuovo mondo» virtuale, «scoperto » quasi esattamente mezzo millennio dopo la «scoperta» dell’ America. Profondi furono gli sconvolgimenti prodotti dai viaggi di Colombo, fino al punto che le immense possibilità di saccheggio che ne derivarono produssero l’accumulaziuone originaria e la nascita della modernità. Oggi è proprio internet a presentarsi come il fattore scatenante della trasformazione cognitiva del capitalismo globale, sicché forte è la tentazione di osservare un ricorso storico.
Fuorvianti analogie
Occorre però cautela nel tracciare affascinanti paragoni. La questione della traducibilità istituzionale dal mondo del materiale tangibile a quello dell’immateriale (e viceversa) non è infatti banale. Per risolverla i giuristi hanno dato vita ad un ambito disciplinare problematico autonomo, noto come diritto della proprietà intellettuale (talvolta come diritto industriale) frequentato da cultori diversi da coloro che si confrontano con i problemi della proprietà tangibile, in particolare di quella fondiaria. In effetti, al di là dei suggestivi paralleli teorici, per cui tanto la proprietà privata delle idee quanto quella di un terreno sarebbero caratterizzate dagli stessi aspetti di «esclusione » di chi non sia autorizzato dal titolare rispettivamente ad accedervi o a farne uso, le analogie sembrano fermarsi ad un livello di astrazione inadatto alla pratica del diritto.
Sebbene anche in ambito fondiario il processo di mercificazione abbia ottenuto i suoi effetti, la terra resta una risorsa strutturalmente limitata, non riproducibile e tendenzialmente unica. Questo aspetto fondamentale non è vero per i marchi, brevetti o diritti d’autore, i tre ambiti che rientrano nella nozione di proprietà intellettuale. Di fronte a risorse che in natura non sono limitate (e anche nel caso di quelle che, come l’acqua, si riproducono ciclicamente) il diritto di proprietà privata svolge la funzione di renderle artificialmente scarse (a fine di trarne profitto). Per quelle che sono viceversa limitate e già scarse la proprietà privata, regolandone l’accesso, potrebbe tutt’al più limitarne il consumo, almeno stando all’insegnamento (assai poco convincente) della tragedia dei comuni.
Non solo. Se è vero che occorrono sempre recinzioni per far nascere un mercato, quelle necessarie per l’informazione e la conoscenza (risorse strutturalmente illimitate) devono essere particolarmente pervasive. Infatti, il potenziale acquirente di un’informazione difficilmente potrà sapere il valore che essa avrà per lui senza prima conoscerla. Ovviamene il potenziale venditore non sarà disposto a far conoscere l’informazione prima di venderla, perché questo equivarrebbe a regalarla. Di qui i problemi particolarissimi che sorgono nell’utilizzare la logica della proprietà privata in materia di informazione e la particolare virulenza che i grandi latifondisti intellettuali (case discografiche e editrici, big pharma, proprietari dei grandi logo) utilizzano per difendere i propri recinti.
Questi problemi in realtà derivano dal fatto che informazioni e conoscenza crescono quantitativamente e qualitativamente con la condivisione (perché hanno natura di beni comuni relazionali) ma la condivisione non genera profitti (basta considerare Wikipedia che è sul lastrico). Proprio in materia di proprietà intellettuale si riproduce così, non a caso in modo particolarmente visibile nella presente fase del capitalismo cognitivo, quel legame indissolubile fra proprietà privata e apparati repressivi dello Stato (e oggi anche della globalizzazione si pensi agli accordi Trips dell’Organizzazione mondiale del commercio) che sempre si accompagna alle enclosures.
Ideologia della repressione
Queste osservazioni, che balzano agli occhi sol che si guardino le cose ponendo al centro la loro natura fenomenologica (terra, conoscenza) e non il loro regime giuridico (proprietà privata, brevetto), sono offuscate dagli ingenti investimenti che i grandi latifondisti intellettuali compiono nella costruzione di apparati ideologici loro favorevoli. Poiché in una società che condivide e mette in comune le proprie conoscenze, riconoscendo che queste sono sempre il prodotto di un determinato contesto sociale, copiare è un comportamento del tutto naturale. Per scoraggiare questi comportamenti sono necessari apparati repressivi che utilizzino anche l’ideologia come strumento di inibizione. Apparati che puntano a distruggere il comune a favore del privato. Così, nelle Università degli Stati Uniti i compiti scolastici vengono valutati comparativamente su una «curva» in cui soltanto alcuni possono ricevere un voto alto, creando un meccanismo di mors tua vita mea che distrugge la cooperazione attraverso la competizione: se faccio copiare l’amico danneggio me stesso. Similmente le maestre cercano di convincere le bambine più secchione che «non è giusto» aiutare i maschietti meno bravi incentivando in loro comportamenti da mostriciattoli egoisti (con la conseguenza che poi, escludendo, restano escluse).
Allo stesso modo i molti cultori-cantori della proprietà intellettuale, raccolti presso dipartimenti riccamente finanziati dalle corporation latifondiste intellettuali, diranno che la proprietà intellettuale «stimola l’innovazione e la creatività», utilizzando esattamente la stessa retorica che i fisiocrati (XVIII secolo) usavano nel celebrare le recinzioni, ossia che senza proprietà privata non c’è incentivo alla coltivazione e al lavoro.
Non è questa la sede per soffermarsi sulla discutibilità storica di quelle affermazioni di fronte all’uso comune della terra. Bisogna invece qui enfatizzare il risultato completamente controfattuale di queste affermazioni nel caso di risorse come la conoscenza che non sono scarse ma hanno viceversa natura collettiva e relazionale. Privatizzare l’informazione ne limita di fatto la diffusione, e limitarne la diffusione non può che rendere più difficile l’ulteriore innovazione.
Dovrebbe dunque essere evidente che il governo più coerente alla fenomenologia dei beni comuni si deve fondare su istituzioni capaci di coinvolgere coloro che sono disinteressati all’accumulo di proprietà privata e di potere politico ma che invece sono gratificati proprio dalla cura del comune. Istituzioni cooperative, fondazioni, associazioni, consorzi fra enti locali, comitati, insomma gruppi che pongano in essere autentiche dinamiche democratiche più o meno informali e conflittuali prive di fine di lucro costituiscono gli assetti istituzionali più adatti a governare i beni comuni. In simili ambiti la creatività fiorisce nella condivisione dei problemi sociali e non si trasforma in un mero esercizio narcisistico dell’individuo.
Individualisti e narcisisti
Tutto ciò colloca Internet, il grande common globale che tanti indicano come il modello per la gestione dei beni comuni, in una luce ai miei occhi tetra. La Rete, lungi dall’unire, in realtà mi pare divida, individualizzi ed illuda, sollecitando falsa comunità e vero narcisismo. Oggi ci si mandano mail da un ufficio all’altro e la comunicazione scade e si impoverisce. I caffè dei campus americani sono affollati di studenti, ognuno sul proprio computer, che non si guardano e non si parlano, ma che sono collegati via Facebook magari con qualcuno dall’altra parte del mondo o in un caffè poco lontano. La politica è tuttavia «fisicità» se vuole avere qualsiasi chance di emancipazione.
E i beni comuni si possono difendere e governare davvero soltanto con la fisicità di un movimento sociale disposto a battersi lungamente e generosamente per riprendere i propri spazi. Non sarà mai un solo giorno di piazza convocato via Facebook a fermare una guerra, a cacciare un tiranno o a scongiurare un saccheggio di beni comuni.
SCAFFALE
Piccola biblioteca attorno al «comune» e la Rete: «Il Saccheggio. Regime di Legalità e Trasformazioni Globali» di Ugo Mattei e Laura Nader (Bruno Mondadori); «L’acqua e i beni comuni raccontati a ragazze e ragazzi» di Ugo Mattei (Manifestolibri, con Illustrazioni di Luca Paulesu); «Il sapere come bene comune. Accesso alla conoscenza e logica di mercato » di Stefano Rodotà (Notizie Editrice); «Comune» di Toni Negri e Michael Hardt (Rizzoli); «Cultura Libera» (Apogeo) e «Il futuro delle idee» (Feltrinelli) di Lawrence Lessig; «I padroni di Internet. L’illusione di un mondo senza confini» di Jack Goldsmith e Tim Wu (Rgb Media); «La nascita delle società in Rete» (Università Bocconi Editore) e «Galassia Internet» (Feltrinelli) di Manuel Castells.
La tendenza ad applicare a Internet le norme che regolano la proprietà privata produce solo confusione. La conoscenza e le informazioni non sono infatti risorse scarse come la terra ma illimitate, perché crescono ogni volta che si condividono
Come un back to the future; sono i beni comuni il futuro del comunismo. Questa – in grande sintesi - è la tesi di un breve, bellissimo saggio di Peter Linebaug pubblicato sul web journal «The Commoner» (www.thecommoner. org) che è stato tradotto sul numero in edicola del mensile «Su la testa», la rivista di Rifondazione diretta da Lidia Menapace. Peter Linebaugh, assieme a Markus Rediker, è autore de I ribelli dell’Atlantico (Feltrinelli), bellissimo saggio sulle origini del capitalismo nelle due sponde dell’oceano, l’espropriazione delle terre di uso comune, la loromessa a profitto e la nascita delle coltivazioni industriali. Insomma l’«accumulazione originaria», che non è affatto una a tantum, ma un processo di conquista progressivo e totalizzante, di penetrazione del dominio del capitale sulla natura, fin dentro il genoma umano e la «noosfera ».
Antiche utopie
Gli studi storici di Linebaugh dimostrano come il processo di espropriazione combinato con lo sfruttamento industriale (la trasformazione della terra e del lavoro in merci) abbia trovato sempre forti resistenze nelle campagne (le rivolte proletarie urbane verranno dopo). I commons non erano un residuo anacronistico ma la consuetudine che diviene illegale e quindi criminalizzata. I levellers erano coloro che abbattevano le enclousures e i diggers coloro che le coltivavano senza autorizzazioni. Non possedevano il concetto della proprietà privata e costituivano società alternative nelle Americhe, luoghi «senza leggi, senza libri e senza giudici». In un manifesto dei Diggers del 1649 (due secoli prima di quello di Marx ed Engels) c’è scritto: «noi possiamo lavorare in rettitudine e porre le fondamenta per fare della terra un tesoro comune a tutti, ricchi e poveri. Che chiunque sia nato sulla terra possa essere nutrito dalla terra, la madre che l’ha partorito, secondo la ragione che governa il creato, senza racchiudere parti in possedimenti privati, ma tutti come un solo uomo lavorando insieme e nutrendosi insieme come figli di un solo padre, membri di una sola famiglia; non che uno comandi sugli altri, ma che tutti si considerino pari nel creato».
Da allora gli esperimenti di «comunità utopiche» (come pratiche concrete di forme di condivisione dei beni, come società emancipate ed autonome, ma nient’affatto pacificate con l’ordine sociale circostante) si sono succeduti intrecciandosi con gli eventi rivoluzionari del secolo dei Lumi, ma differenziandosi proprio sulla questione della «proprietà borghese». Sono loro, i commoners (la gente comune spossessata dagli usi collettivi, esclusa dall’accesso ai mezzi di sussistenza, privata dei diritti comunitari consuetudinari) ad inventarsi per primi – secondo gli studi di Linebaugh – la parola communism. Prima è Restif de La Bretonne, nel 1793, a usare la parola comunismo per indicare proprio la proprietà comune: i commons. Poi, e siamo già nel 1840, fu la volta di un altro progenitore del comunismo, seguace di Babeuf (ispiratore degli Egualitari), Goodwyn Barmby fondatore della «Communist Church» e della Società centrale di propaganda comunista. Da notare che il termine comunismo viene usato come se fosse un verbo: «comunistare».
Una economia morale
Il modo migliore per tradurre commons, infatti, dovrebbe essere «comunanze »; la dimensione tipica di tutte le resistenze e le rivolte che contraddistinguono quei secoli compresi gli esperimenti utopistici. Un modo di dire molto vicino al neologismo coniato da Linebaugh: commoning, per indicare il fare pratiche sociali di condivisione; riconoscere, rivendicare e gestire collettivamente beni comuni. Altrimenti detto: i commons, la gestione collettiva dei beni e servizi comuni, sono forme di economie sociali alternative e solidali che concretizzano il concetto molto potente di «economia morale» (secondo lo storico inglese Edward P. Thompson, maestro di Linebaugh, la economia morale riguardava la difesa di regole nel commercio del grano che le comunità avevano conquistato nei secoli e che il capitalismo abbandona affamando la gente comune che si ribella), mentre il communism è la complementare teoria politica. Il comunismo viene così reinserito nella storia lunga delle classi subalterne e che democrazia e comunismo camminano insieme dentro un percorso lungo secoli che non è cominciato aMosca o Pietrogrado nel 1917.
Nel corso dell’800 i commons erano il passato e il comunismo il futuro. I due termini si sono disaccoppiati ed è stata una vera tragedia, sia per i beni comuni (ridotti a fattori e mezzi di produzione) ancor più per il comunismo. Ciò che pare vecchio e superato del comunismo – centralismo, autoritarismo, ecc. - è ciò che lo ha reso l’opposto di quello che era quando la parola infiammava commoners e proletari tra Parigi e Londra. «Ora – dice Linebaugh – nel XXI secolo la semantica dei due termini sembra essersi rovesciata, con il termine comunismo che appartiene al passato dello stalinismo, all’industrializzazione dell’agricoltura e al militarismo, mentre i commons appartengono ad un dibattito internazionale sul futuro planetario di terra, acqua e mezzi di sussistenza per tutti».
Stili di vita. Economia, filosofia, democrazia, a cura di Auser, Carocci, Roma 2010.
Auser (Associazione per l’autogestione di servizi e la solidarietà), nata nel 1989 per iniziativa del Sindacato pensionati italiani SPI – CGIL, arrivata ai suoi vent’anni, ha voluto celebrarli in maniera che si può dire saggia e insieme ardita (il che non deve stupire, attesi i bianchi capelli dei suoi soci) interrogandosi sullo stato del Welfare, sui suoi problemi di sempre, appesantiti ora dalla crisi, e sui progressi auspicabili che sembra possibile tentare nel prossimo futuro. Su questi temi ha prima convocato un convegno, che si è tenuto il 25 settembre 2009 a Firenze, nella sala dei cinquecento in Palazzo Vecchio con il patrocinio di Regione, Provincia e Comune ospite. Ha poi pubblicato il libro che si presenta, composto con i testi recitati o presentati al convegno: l’introduzione del presidente di Aser Michele Mangano, la relazione introduttiva di base tenuta da Alessandro Montebugnoli, e gli interventi, commenti e testi aggiunti che ne sono seguiti. Di notevole spessore culturale e scientifica (come promette il termine di filosofia riportato nel sottotitolo del libro) la relazione di Montebugnoli porta l’accattivante intitolazione di “Capitalismo e società all’inizio del ventunesimo secolo”. Affronta diversi lati problematici dei sistemi di Welfare, traendo spunto e confrontandosi con la letteratura economica e sociale attuale, senza trascurare le storiche e consolidate lezioni dei classici, ove il loro monito torna ancor oggi opportuno, e ne deduce le prospettive che meritano di essere tentate da chi come Auser opera nel cosiddetto Terzo settore. La relazione si articola in quattro capitoli. Nel primo vengono considerati i “Quarant’anni di turbolenza globale” che hanno connotato il mondo economico dalla crisi petrolifera degli anni ’70 a oggi, e sembrano ripetersi in forme ancora più estreme e bellicose; e ne spiega le ragioni non contingenti, bensì strutturali, i cui effetti si sono ripercossi sui capitali e sul lavoro (i due attori principali della scena economica) e sui rispettivi mercati: sul primo generando affollamento di capitali e quella diffusa finanziarizzazione dell’economia che ha privilegiato gli investimenti patrimoniali a scapito di quelli produttivi di beni e di servizi; sul secondo, del lavoro, contrassegnandolo di insicurezza e disoccupazione, che minacciano chi rischia di perdere il lavoro (adulti) e chi lo cerca (giovani); e piegandolo a una generale subordinazione agli interessi del capitale; il tutto in misura via via crescente e apparente-mente irreversibile. La chiara ed evidente spiegazione di tutto questo si trova nella rinuncia a ogni forma di guida dell’economia, proclamata e attuata con la politica neoliberistica, imposta al mondo dai paesi dominanti con la denuncia degli accordi sottoscritti alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel mondo del Welfare sono emersi gli aspetti di debolezza e in-sufficienza che lo avevano segnato fin dal suo nascere, nei quali però si possono ritrovare (ed una qualificazione specifica della relazione di Montebugnoli) i suggerimenti di quale via tenere per superarli. In questo senso nel secondo capitolo sotto il titolo di “argomenti critici” sono trattati diversi aspetti del Welfare. A cominciare dalla differenza tra reddito, come misura del benessere, e benessere effettivamente percepito, il quale dipende anche dalle diverse condizioni ambientali e di partenza dei diversi soggetti, come è provato dalle apposite ricerche. Ma soprattutto (ed è la tesi centrale e rilevante della relazione) molta parte di questo benessere può derivare dalla capacità degli stessi soggetti di attivarsi e contribuire al suo conseguimento. Come si evidenzia e trova conferma in diversi casi specificamente considerati: della salute e della cura, al fine tra l’altro di colmare lo scarto tra quantità di risorse pubbliche impegnate e risultati conseguiti, anche delle varie forme di intrattenimento e svago. In definitiva, a conclusione di questo capitolo ancora prevalentemente analitico, la relazione arriva a postulare un sostanziale rinnovamento dei sistemi di Welfare e cita a esempio il caso dei programmi di riqualificazione urbana concernenti in modo speciale le periferie metropolitane nelle quali, avverte l’autore, è stata riconosciuta una delle maggiori emergenze della nostra epoca. In questi casi, che interessano particolarmente il lettore urbanista del libro, sono ben noti l’esperienza, e anche i problemi, della partecipazione dei residenti alla elaborazione dei progetti, nei quali essi possono apportare il contributo delle loro conoscenze acquisite in prima persona con le esigenze e le aspettative loro proprie. Viene così a determinarsi un rapporto con i tecnici e le pubbliche amministrazioni che tutt’ora presenta aspetti delicati e significativi per ulteriori perfezionamenti nel concreto operare, che si mostreranno generalmente stimolanti e utili per tutti i casi di partecipazione attiva dei cittadini.
A questo punto, esaurito il capitolo delle argomentazioni critiche e preso atto dei problemi che ci sono giunti con l’esperienza del passato, la parola (e l’azione concreta) potrebbe passare a chi come Auser ha il compito di dare corpo a nuove e più avanzate forme di Welfare, e ci si deve augurare che in questo senso si eserciti da parte di tutti l’impegno largo e intelligente sulla quasi infinita serie di questioni che via via si presenteranno. Ma qualcosa c’è ancora da dire sulle condizioni alle quali il percorso da intraprendere sia il più aperto possibile e sgombro di appesantimenti derivanti da posizioni di principio vecchie e ostacolanti. La relazione introduttiva, dal canto suo, non ha mancata la sua parte. Chi conosce l’autore sa che per sua natura è solito tenersi prudentemente discosto da formulazioni che possano apparire, come mordacemente le chiama Marx, ricette confezionate per le cucine dell’avvenire. Nel seguito della relazione l’impegno di Montebugnoli si appunta su temi comportanti questioni di principio, che si presentano però fin ‘ora come fattori condizionanti per raggiungere la qualità di benessere che sul piano dell’analisi si è dimostrata possibile e proponibile. SI tratta di argomentazioni che a qualche lettore potranno apparire provocatorio, come sicuramente saranno risuonate all’orecchio di qualche uditore presente al convegno di Firenze, ma che nella loro semplice e chiara evidenza concettuale appaiono passaggi opportuni se non forse necessari, per raggiungere le finalità di un aumento del benessere accompagnato e sostenuto dalla capacità degli stessi beneficiari di attivarsi per ottenerlo.
Un primo passaggio è espresso nel titolo stesso del seguente capi-tolo terzo “la centralità del lavoro riconsiderata”. Il tema è sicuramente arduo e si estende ben oltre il solo mondo del lavoro per interessare l’ambito complessivo dell’economia e della società arrivando ai loro fon-damenti quanto meno antropologici. Basta pensare al ruolo che ha avuto il lavoro nella nostra società borghese capitalista, che ha dato il nome di “secolo del lavoro” a quello del suo massimo sviluppo, o per noi al primo articolo della nostra Carta costituzionale. Il tema però non viene qui presentato per la prima volta nel dibattito europeo dove si è parlato di “società multi attiva”; ma come si premura di precisare il relatore, l’attributo va pensato ed esteso non all’intera società nel suo complesso (tornando a far capo su principi di per sé irrinunciabili come la divisione del lavoro) ma bensì compresso nel concetto della medesima persona in cui devono essere presenti più centri di riferimento per attuarsi secondo il proprio genio e stile di vita (che nel mondo sociale saranno quindi molti e diversi e perciò nel libro sono vengono sempre scritti al plurale). Per dare concretezza a questa idea tanto seducente quanto ardita bisognerà pensare a nuovi e appropriati mezzi materiali economici. Per questo si prospetta l’idea (pure essa non peregrina) di un “reddito di cittadinanza” corrisposto a tutti i membri di una comunità in quanto tali, indipendentemente dal loro livello di reddito economico. Su questo tema si completano e concludono le questioni proposte dalla relazione; le quali a noi paiono travalicare l’interesse del mondo presente al convegno, e giustificano l’attributo di alto spessore che fin dall’inizio si è voluto riconoscere al discorso di Montebugnoli. Il mondo proprio del convegno sembra chiamato direttamente in causa nell’ultimo capitolo dove sotto il titolo “per una società più civile” si argomenta su un tema che risale a Toqueville quando si soffermava a considerare i caratteri della società americana, e la relazione ripropone quasi con le sue medesime parole di “arte di associarsi nella vita ordinaria”, sottolineando particolarmente i riflessi che esso comporta sul mondo del volontariato proprio di Auser e in genere del cosiddetto Terzo settore. Il relatore parla di “eccedenza del volontariato” intendendo che esso dovrebbe trascendere la figura e i compiti dell’assistenza sociale nelle sue varie forme, che restano proprie della sfera pubblica, per diventare anch’esso uno stile di vita e una figura della vita sociale che esprimendosi in forma autonoma e indipendente deve essere praticata e letta (con le parole dell’autore) come un “giacimento di capacità innovative rispetto ai punti di equilibrio sui quali si assestano via via le preferenze della collettività”, affrontando e realizzando cose “che spostino in avanti la frontiera della soddisfazione dei bisogni” ai cui limti si è voluto affacciare Auser con l’iniziativa che si è presentata.
Gli interventi al convegno, riportati nell’ultima parte del libro sot-to il titolo di “commenti” rappresentano un primo valido contributo allo sviluppo di questa iniziativa. Il primo di Mario Reale conferma la portata generale delle culturale delle questioni affrontate da Auser, che le colloca nell’ambito di interesse della filosofia. I seguenti riportano l’assenso e alcune puntualizzazioni a sostegno delle argomentazioni della relazione introduttiva, dovute a due economisti: il nostro Paolo Leon e l’inglese e anziano Ronald Dore. Donatella Della Porta estende l’attenzione dall’ambito sociologico che le è proprio a quello generale politico e della democrazia ai quali inducono le suddette argomentazioni. L’ultimo commento di Paul Ginsborg vuole ricordare il quadro non confortante che la scena dei fatti offre all’occhio dello storico.
A fine del libro è aggiunto un breve e denso saggio di Giorgio Ce-sarale il quale, ritornando su un tema trattato nel capitolo primo della relazione introduttiva al convegno, mette in evidenza il nesso tra il feno-meno economico-finanziario della sovraccumulazione (distinta dalla so-vrapproduzione capitalistica) e i mutamenti di potere (e, aggiungiamo, di stili di vita) in atto nel mondo.
ROMA - È L’Aquila la città esemplare dalle cui tragedie si misura il tracollo dell’urbanistica in Italia. Muove dalle macerie di quel centro storico la riflessione di Italia Nostra che, a due anni dal terremoto, ha convocato il convegno «La città venduta. Vent’anni di urbanistica contrattata» (oggi dalle 9,30, Sala dei Dioscuri, via Piacenza 1). E «L’Aquila come caso emblematico» è il titolo della relazione di Pier Luigi Cervellati che dà avvio al convegno, dopo l’intervento di Alessandra Mottola Molfino, presidente dell’associazione. Ma dal cuore martoriato del capoluogo abruzzese il passaggio al resto d’Italia è breve e il panorama è quello di un’urbanistica sempre più piegata a interessi particolari e non alla qualità del vivere.
Dalla riflessione alle proposte. Al convegno viene presentato un decalogo (vedi il box), redatto dallo stesso Cervellati, da Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. La città, si legge, non è una merce, è un bene comune, le sue trasformazioni devono essere definite dalle amministrazioni pubbliche e non affidate ai negoziati con i privati. Si proceda con il recupero delle periferie, si potenzi il trasporto pubblico e si facciano partecipare i cittadini e le associazioni alle scelte urbanistiche.
Il convegno cade in un momento delicato per Italia Nostra. Nello scontro sul libro, poi ritirato, che raccoglieva articoli di Antonio Cederna sono emerse questioni attuali: quei saggi erano affiancati, per iniziativa di Italia Nostra lombarda, da interventi critici verso Cederna stesso, che, ha detto Giulio Cederna, «stravolgevano tutte le impostazioni più care a mio padre». E fra queste proprio la natura radicalmente pubblica dell’urbanistica.
E questi principi Italia Nostra intende ribadire. A L’Aquila sta succedendo in forma estrema quel che accade altrove in Italia, dice Cervellati: un centro storico svuotato e una periferia che si ingrossa mangiando pezzi di campagna. Questo è il frutto, sostiene l’architetto, della libertà di cementificare, degli accordi fra amministratori e costruttori. Ma così si genera un circolo vizioso: «L’invenduto in Emilia Romagna dal 2008 è di 50 mila alloggi, una città per 120 mila persone, il doppio degli sfollati abruzzesi».
La storia dei guasti prodotti dall’urbanistica contrattata è stilata da Edoardo Salzano, mentre Giovanni Losavio indica l’incostituzionalità di tante procedure. Ma poi si passa ai dossier sulle città, scelte in un ventaglio bipartisan. Giuseppe Boatti esamina Milano, dove il recente Piano di governo del territorio consolida una tradizione di deregulation in cui «i privati gestiscono tutto». L’espansione di Roma, «infinita, ma senza futuro», fissata dal piano regolatore voluto da Francesco Rutelli e Walter Veltroni, passa sotto la lente di Paolo Berdini. Torino, Catania e l’Emilia Romagna chiudono un quadro in cui la pianificazione urbanistica non è più, ricorda Salzano citando Cederna, «un’operazione di interesse collettivo che mira a impedire che il vantaggio dei pochi si trasformi in danno ai molti, in condizioni di vita faticosa e malsana».