«I confini della libertà economica»: è questo il tema intrigante e ambivalente del Festival dell’Economia di Trento che si chiude domani. Dove la parola-chiave sembra appunto «confini» (fisici, etici, culturali): importante ieri ma ancor più oggi, dopo quest’ultima crisi (ancora in corso) provocata da una corrotta idea di libertà economica che ha aperto le porte alla speculazione e ai disastri attuali. Portando allo stesso tempo il capitalismo a conquistare un’egemonia (in senso gramsciano) ormai globale. E apparentemente inattaccabile. Ma cos’è questo neoliberismo imperante da trent’anni? Il termine e seguiamo l’analisi critica dell’inglese David Harvey in L’enigma del capitale si riferisce «ad un progetto di classe mascherato da una buona dose di retorica sulle libertà individuali, responsabilità personale e virtù della privatizzazione, del libero mercato e del libero scambio», progetto che ha legittimato politiche «mirate a ristabilire e a consolidare il potere della classe capitalista».
Delocalizzazioni, deregolamentazione, privatizzazioni, indebolimento e divisione del sindacato, ma anche rete e (aggiungiamo) società del divertimento: il «partito di Wall Street» ha conquistato il potere. Producendo quello che Harvey chiama il «connubio stato-finanza»: un’istituzione feudale «zeppa di intrighi e di passaggi segreti che esercita un potere totalmente antidemocratico». Che fare? Il capitalismo sopravviverà anche a questa crisi? I nuovi movimenti antagonisti nati magari fuori dalle fabbriche, tra i nuovi «indigenti» e i tanti «espropriati» saranno l’alternativa possibile e necessaria per modificare le «pratiche» economiche dominanti? E’ pensabile un «nuovo comunismo»? Oppure l’egemonia capitalista ha prodotto ormai irreversibilmente una società egoista, incattivita, iper-competitiva?
Già, la competitività. Una sorta di pandemia «che non risparmia non solo nessuna impresa, ma anche nessuna istituzione e nessun essere umano» scrive Luciano Gallino nella “Introduzione” a I paradossi della società competitiva di Alessandro Casiccia. Paradossi, perché la competizione tra i poveri e tra i lavoratori non esclude l’oligopolio per i ricchi. Perché questo suo essere un imperativo categorico dell’economia sta uccidendo ogni forma di socialità. Mentre dovrebbe essere evidente che la competizione è concetto ambivalente, che ha significati e usi diversi. Che non può essere usato indifferentemente per una scuola o un’impresa (e invece lo facciamo ogni giorno). Urgente sarebbe allora trovare dei criteri per stabilire se sia meglio il mercato o l’aiuto (e quale tipo di aiuto). Su quali siano ad esempio i modi migliori per diffondere istruzione e sanità. Esther Duflo, economista dello sviluppo ha utilizzato gli «studi controllati randomizzati» e in I numeri per agire prova a definire dei criteri per verificare sul campo l’efficacia dei diversi tipi di intervento contro la povertà, testati in India, in Africa e in Messico. Criteri simili forse a quelli che dovremmo applicare anche a noi paesi ricchi. E ai modi di organizzare il lavoro.
Lavoro che resta ancora fordista in senso classico. Che diventa immateriale ma per fasce limitate dell’economia. Che si fa indipendente in forme crescenti e con grandi capacità di «migrazione virtuale» grazie alla rete. A questo ultimo tipo di lavoro dedicano un saggio Sergio Bologna e Dario Banfi: Vita da freelance. Un «lavoro indipendente postfordista» dove importanti sono ancora i confini ma quelli (assai diversi) della «mobilità» e non più del mercato. Dove si produce una mutazione antropologica nei modi di fare e di pensare e dove anche l’individualismo si trasformerebbe e produrrebbe un «salto verso la coalizione, l’unione con altri colleghi, per affrontare insieme i problemi» per «vivere meglio più che per avere successo».
Ma dove porta questa logica della coalizione? E quanto è libera o libertaria la scelta del lavoro in-dipendente? Certo, il coworking chiede oggi non solo relazioni virtuali ma ancora fisiche. E questo è offerto ad esempio dalle pratiche di community, che permetterebbero di fare rete, gruppi di interesse, legami anche se deboli. Ma bastano (chiediamo) per fare coalizione – se non sindacato, anche se diverso dal passato - per difendere ruolo e posizionamento davanti ad un mercato che sempre più individualizza, precarizza, estrae valore dagli individui?
Più convincente sembra allora la tesi che Carlo Formenti oggi uno dei più intelligenti critici della realtà della rete espone nel suo ultimo Felici e sfruttati. E che ci riporta come critica del neoliberismo applicato alla rete alle riflessioni iniziali di Harvey a proposito della lotta del capitalismo contro il lavoro e i lavoratori. Sulla scia delle riflessioni svolte nel precedente Cybersoviet, Formenti ci presenta (tornando anche a Marx) una realtà molto diversa da quella offerta dalle retoriche del lavoro in rete. Dove non vi è solo lavoro di conoscenza, ma caduta dei redditi e sfruttamento, monopoli e insieme balcanizzazione del web, indipendenza ma anche collaborazione indotta. E taylorismo.
Dunque, un libro che associa indignazione verso un’economia del gratuito che è in realtà espropriazione e privatizzazione dei saperi personali e sociali e verso i retori della wikinomics e della condivisione, verso tecnologie digitali che non ci liberano dal lavoro ma accrescono all’ennesima potenza tempi e ritmi di lavoro. Producendo lavoratori ancor più individualizzati e ancor meno dotati di coscienza collettiva, che cercano al più vie di fuga personali. Rete dove il sogno libertario di una società post-capitalista si tramuta in network non sociali ma economici. Insomma, una lettura non retorica e non ideologica del capitalismo digitale. Che appunto lega il mondo della rete di Formenti con quello finanziario di Harvey. Nel nome della «indignazione» che entrambi ci suggeriscono di tornare a gridare.
L'immagine è una riproduzione del quadro di Marinus van Reymerswaele, "Il cambiavalute e sua moglie"
“Uno sviluppo fondato sull’incessante aumento dei redditi, dei beni e dei consumi individuali, da un lato non arriva a coprire le necessità di tutti, e dall’altro non soddisfa vaste parti della società che pur ne usufruiscono, perché è uno sviluppo che non migliora la qualità della vita.” Queste parole sono parte di un articolo pubblicato su l’Unità del 21 settembre 1981; titolo, “Con forza e con fiducia”; firma, Enrico Berlinguer. Un evidente antefatto del famoso discorso su “L’austerità”, peraltro – come noto – pochissimo apprezzato dalla base del Pci, già allora anch’essa sedotta dal produttivismo che a ritmi accelerati andava imponendosi nel mondo.
La posizione di Berlinguer si trovava d’altronde in sintonia con un ampio dibattito che sul finire degli anni Settanta era andato elaborando una severa critica di una realtà sociale sempre più orientata a identificarsi col binomio produzione/consumo. Ne erano partecipi grossi cervelli, quali Agnes Heller, Ralph Dahrendorf, Jaques Attali, Hanna Arendt, Ferenc Féher, Jurgen Habermas, ecc. che da prospettive diverse mettevano a fuoco le più gravi contraddizioni in atto: dalle disuguaglianze perduranti nonostante l’euforia produttivistica, al concetto stesso di “crescita” centrato su dimensioni puramente quantitative, dunque a un falso “progresso” fondato sulla moltiplicazione di merci e mercati; e tutti già ne indicavano il nesso con i “limiti dello sviluppo”, da un decennio denunciati dall’Mit e dal Club di Roma, di fronte alla sempre più preoccupante crisi ecologica. Un discorso ricco e profondo, fermo nell’auspicio di una possibile espressione dell’”umano” più vera e polivalente di quella che si trovavano a vivere.
Auspicio, ahimé, clamorosamente mancato. Più che mai, un trentennio dopo, la società è dominata, anzi definita dal binomio produzione/mercato, non solo nei suoi obiettivi espliciti e immediati, ma nella sua dimensione più profonda, nella sua stessa razionalità. Quella che (orchestrata dalla comunicazione di massa, orientata dal clamore pubblicitario, promossa praticamente senza eccezione dalla politica) è riuscita a sedurre per larghissima parte la popolazione del mondo, a indurne l’identificazione con oggetti da acquistare e velocemente scartare, per sostituirli con nuovi sempre più desiderabili: in una illusione di straripante abbondanza, certo prima o dopo alla portata di tutti…
Una rappresentazione che curiosamente non sembra scossa dal fatto che l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% della ricchezza; che un sesto degli abitanti del globo è sottoalimentato, mentre circa il 40% del cibo prodotto in Occidente viene gettato; che (opinione di personaggi quali Keynes, Galbraith, Chomsky, ecc) ogni volta che il Pil non cresce a dovere è consuetudine inventare una nuova guerra; che, per soddisfare la nostra voglia di “cose”, stiamo “consumando” la Terra, e spingendo la crisi ecologica planetaria verso livelli forse senza ritorno.
Ma, accanto a una accertata maggioranza di umani che, impavidi, continuano a invocare più Pil, e a consumare di conseguenza, c’è però un numero non piccolo - e in deciso aumento - di persone che avvertono e soffrono la sempre più insostenibile gravità dello squilibrio ambientale; le quali, in mancanza di scelte politiche adeguate, vorrebbero intervenire utilmente, in modi anche alla portata dell’iniziativa individuale, e spesso pongono agli “esperti” interrogativi in proposito. L’operazione non è davvero facile, e certo di limitata efficacia rispetto alle dimensioni del problema, ma non inutile qualora trovi impegno adeguato. Provo a proporre un piccolo elenco di iniziative in questo senso praticabili.
Riscaldamento e refrigerazione si sono affermati ormai dovunque quali irrinunciabili correttivi della temperatura degli interni, senza dubbio di grande utilità, specie in quei giganteschi manufatti di cemento che sono gran parte di sempre più gigantesche metropoli. Stranamente però la capacità di regolare caldo e freddo ormai dovunque viene spinta al massimo, così da “produrre” estati a 16 -18° quando fuori si toccano e superano i 40°, e inverni a 25 -26° quando l’atmosfera esterna scende a 0° o molto sotto: di fatto non attenuando i disagi causati dai mutamenti stagionali, ma capovolgendoli, fino a soffrire caldo d’inverno e freddo d’estate; tra l’altro con conseguenze sanitarie negative, spesso non lievi.
Sono fatti che vorrebbero la lettura di sociologi, o meglio ancora di psicologi, per scorgervi forse atteggiamenti da “nouveaux riches”, identificazione con la propria capacità di consumo, ecc. E’ comunque certo che, al fine di un possibile contributo a minor dissipazione di “natura”, mantenere la temperatura degli interni – diciamo – a un minimo di 27-29° d’estate, e un massimo di 19-20° d’inverno, in tutto il mondo, significherebbe un enorme risparmio di energia. E certo anche maggior benessere. I grandi potentati del petrolio non sarebbero contenti. E forse nemmeno politici ed economisti, allarmati di un qualche calo del Pil. Ma appunto, questo ci conferma l’assurdo del nostro vivere; cui qualcuno, anzi per fortuna parecchi ormai, vorrebbero trovare dei correttivi.
Già una ventina d’anni fa André Gorz stigmatizzava la tendenza a programmare per una vita sempre più breve merci cosidette “durevoli” (automobili, elettrodomestici, mobilio, ecc.). Non produrre pezzi di ricambio era, ed è tuttora, il modo più sicuro per obbligare alla sostituzione dell’oggetto; ma l’induzione al consumo, in questo settore come in ogni altro, sempre più si vale di “novità” solo formali (il colore, il designe, l’inclusione di accessori minimi che nulla aggiungono alla funzione) ma pubblicizzate come imprescindibili. E’ una regola comune ormai a tutta la produzione, che però tocca livelli di delirio per computer, telefonini, macchine fotografiche, cineprese, e simili: più che mai qui affidandosi alla seduzione di nuovi accessori, in genere d’altronde non solo privi di reale utilità, ma quanto mai fragili, e dunque promessa di ulteriori acquisti. E anche tutto ciò può essere oggetto di utile riflessione, e di scelte conseguenti, per chi sia critico dell’iperconsumo dominante.
Non voglio soffermarmi sull’universo dei contenitori (buste, sacchi, sacchetti, scatole, astucci, di ogni foggia e dimensione, tutti puntualmente di plastica e pertanto votati all’eternità) che di tanto in tanto qualcuno propone di vietare, di regola inascoltato: benché certo ridurre l’uso, e quindi la produzione, di tutto ciò, sarebbe una bella ripulita del globo. Voglio piuttosto occuparmi un attimo di quella sconfinata fiera dell’inutile che è ormai l’abbigliamento, in particolare femminile: il quale (a prescindere da qualsiasi giudizio estetico) si pone come una delirante apoteosi dell’inutile. Ricami, merletti, nastri, frappe, fiocchi, catenine, lustrini, accostamenti bicolori o multicolori, impensate bizzarrìe di ogni sorta, che si affiancano incrociano sovrappongono indifferentemente su magliette, camicie, giacche, abiti da sera, vestaglie da camera, pigiami da notte, impermeabili, jeans, calze, scarpe…, in uno sterminato “di più” fine a se stesso, un’apoteosi del consumo per il consumo. O una sorta di barocco della disperazione; d’altronde operante per mille altri modi. Come giustificare ad esempio (e mi scuso per l’ineleganza del tema) la carta igienica decorata di fiori, racemi, farfalle, uccelletti, ecc., come accade ormai per la più parte di questa produzione? Considerando tra l’altro che, trattata a questo modo, la carta igienica non è più igienica, essendo l’inchiostro tipografico fortemente tossico…
Si potrebbe a lungo insistere in questa rassegna dell’”inutile-dannoso”; sterminata massa di prodotti, spesso destinati a passare direttamente dal supermercato alla discarica, illeggibili in qualsiasi funzione che non sia l’aumento del Pil. Riflettere su questi fatti può (forse) servire ai non pochi che, di fronte allo sfascio del mondo, si domandano se sia possibile fare qualcosa per contenerlo (almeno). Magari andando arileggere quei grandi pensatori cui accennavo sopra, che oltre un trentennio fa prevedevano, e temevano, ciò che noi stiamo vivendo.
«Pesa su tutto, secondo la definizione di Chomsky, il "senato virtuale" costituito da prestatori di fondi, investitori internazionali e agenzie di rating» - Negli ultimi decenni c'è stato un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite, che ha prodotto insufficienza di domanda effettiva e disoccupazione crescente
Rispetto all'intervista a Ciocca, apparsa sul manifesto di domenica 22 maggio aggiungeresti qualcosa? A quali aspetti daresti più importanza?
Sono d'accordo su tutto quanto ha scritto Pierluigi Ciocca, ma circa le cause della crisi attuale del capitalismo occidentale, versione italiana compresa, io insisto soprattutto sulla stretta e inscindibile interconnessione, in un sistema capitalistico, tra gli elementi reali e gli elementi monetari. Un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale tra lavoratori, capitalisti e rentier fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» rispetto alla capacità d'acquisto; e se e soltanto se moneta, banca e finanza fossero al servizio del processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
Negli ultimi anni (decenni) si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite, e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D'altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c'è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco.
Si tratta solo di una crisi economica? Non c'è anche un aspetto sociale e culturale? C'è un minor peso delle giovani generazioni indirizzate al lavoro o all'imprenditoria? Siamo un paese che invecchia?
Questo è un paese né per giovani né per vecchi, non soltanto per ragioni economiche, ma anche e talvolta soprattuto per ragioni sociali e culturali. Negli ultimi vent'anni il degrado culturale, nel nostro paese, è stato ancor più grave di quello economico ed è stato anche causa del degrado economico e sociale. Non sto a descriverlo, perché ci vorrebbe uno storico o uno scrittore di vaglia. In un paese civile la scuola è l'istituzione più importante. Le nostre scuole, di ogni ordine e grado, dalla scuola elementare alle università, erano motivo di vanto internazionale. Oggi, in generale - ovviamente ci sono delle eccezioni - sono in pessimo stato e grazie alle riforme in atto peggioreranno ancora. Per quanto riguarda l'Università, oggi si vorrebbe che l'università si trasformasse in una azienda al servizio delle imprese. Invece la riduzione dell'università a strumento mercantile non sarebbe affatto nell'interesse delle imprese; per non parlare della questione davvero importante, cioè della libertà della scienza. Nelle prospettive attuali della scienza e della tecnologia, e nelle condizioni attuali del lavoro, la cultura e le conoscenze richieste non sono affatto di tipo specialistico. Occorrono invece solide basi culturali, e l'unica cultura solida è una cultura critica.
C'è la globalizzazione, ma senza un potere dominante; la globalizzazione può diventare disordine? Quanto pesa in questa nostra crisi economica la crisi della politica e dello stato?
La globalizzazione è stato un tentativo ingenuo e fallimentare di contrastare la caduta tendenziale del saggio dei profitti, ma una strategia di beggar-my-neighbour, di rubamazzetto, non può durare a lungo. Infatti il suo esito, oggi come nel '29, è stato la crisi. La globalizzazione è in sé un processo di dis-ordine, nella misura in cui comporta la decadenza degli stati nazionali e la loro perdita di sovranità. I paesi europei avrebbero potuto contrastare questa conseguenza della globalizzazione conferendo all'Unione Europea un potere politico effettivo, ma ciò non hanno fatto e non hanno nessuna intenzione di fare.
Di qui quell'altra creatura minacciosa che è il «senato virtuale», secondo una definizione che N. Chomsky mutua da B. Eichengreen. Questo senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali politiche - perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in particolare delle varie forme di stato sociale). I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale.
Si parla di crisi finanziaria, ma c'è oggi anche una crisi del nostro sistema bancario? Mediobanca di Cuccia non c'è più e anche le grandi imprese di una volta sono tramontate.
Il sistema bancario italiano se la cava meglio di altri, per molte ragioni e non tutte positive. Qui si torna al ruolo della banca e della finanza. Se banca e finanza sono al servizio e di stimolo all'industria, il loro ruolo è essenziale e può dare un contributo importante a risolvere quel problema di crescita di cui parla Pierluigi Ciocca. Ma se non lo fa, e i «piani industriali» delle banche italiane non sono molto promettenti, quel problema di crescita si aggraverà. La struttura dimensionale delle imprese italiane, d'altra parte, è l'altra faccia dello stesso problema.
Il diminuito peso della classe operaia di fronte a un ceto medio (proprietario di abitazione) crescente è un ulteriore freno alla crescita economica?
Se la classe operaia è quella costituita dai lavoratori salariati, non sono del tutto sicuro che il suo peso sia diminuito: è che loro non lo sanno. Infatti lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica o nella società, sia lavoro la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Questo è un problema, naturalmente, per le organizzazioni politiche e sindacali.
La crisi delle sinistre ha un peso negativo?
Io sono affezionato all'ultimo editoriale di Luigi Pintor: «La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa è fuori scena».
Infatti a Milano i primi che si sono accorti della grave situazione economica e sociale, e che hanno sostenuto la prima vera novità nella politica italiana, sono stati un Alto Borghese e un Alto Prelato.
IL PROFILO
Giorgio Lunghini, nato a Ferrara nel 1938, è professore di economia e membro dell'Istituto universitario di Studi superiori di Pavia. Socio dell'Accademia dei Lincei, ha svolto la propria attività didattica presso l'Univerisità degli studi di Milano e di Pavia. Ha ricoperto il ruolo di consulente per il governo durante la presidenza del consiglio di Massimo D'Alema, e ha svolto il ruolo di presidente della Società Italiana degli economisti per il triennio 1977-1980. Ha ricevuto il premio Saint Vincent per il Dizionario di Economia Politica e per la Bollati Boringhieri ha curato raccolte di scritti di John Maynard Keynes e di Antonio Gramsci. Grande conoscitore del pensiero economico è autore di scritti in tema di storia e critica delle teorie economiche. Di teoria del valore, del capitale e della distribuzione.
La menzogna del potere
di Massimo Giannini
Il potere mente. Per abitudine alla manipolazione e per istinto di conservazione. Non c’è bisogno di aver letto la prima Hannah Arendt, o l’ultimo Don De Lillo, per sapere che "lo Stato deve mentire", o che il governo tecnicamente totalitario "fabbrica la verità attraverso la menzogna sistematica". Ma nessun potente mente con la frequenza e l’impudenza di Silvio Berlusconi. Non pago di aver danneggiato il Paese che governa, in un drammatico e surreale "colloquio" elemosinato a Obama a margine di un vertice tra gli Otto Grandi del pianeta, il presidente del Consiglio torna sul luogo del delitto. E, dopo aver inopinatamente e irresponsabilmente denunciato al presidente americano la "dittatura dei giudici di sinistra", lo "perfeziona", raccontando la stessa delirante bugia agli altri leader del G8.
Abbiamo già detto quale enorme discredito rappresentino, in termini di immagine internazionale, le parole scagliate contro l’Italia dall’uomo che dovrebbe rappresentarla al meglio nel mondo. Abbiamo già detto quali enormi "costi" imponga allo Stato, in termini di credibilità istituzionale, questo vilipendio della democrazia e dei suoi organismi. Ma è necessario, ancora una volta, squarciare la cortina fumogena con la quale il premier manomette i fatti, e denunciare l’ennesima menzogna sulla quale costruisce il teorema della "persecuzione giudiziaria". A Deauville, in una conferenza stampa costruita come una disperata requisitoria contro tutto e contro tutti, Berlusconi compie l’ultima metamorfosi: da comune inquisito si trasforma in Grande Inquisitore. Accusa le "toghe rosse", insulta "Repubblica" e i giornalisti, "colpevoli" di non indignarsi di fronte allo "scandalo delle 24 accuse che mi riguardano, tutte cadute nel nulla".
"Vergognatevi", tuona furente il presidente del Consiglio, calato nella tragica maschera dostoevskiana dei Fratelli Karamazov. Dovrebbe vergognarsi lui, per aver violentato ancora una volta la verità.
A sentire il Cavaliere e i suoi "bravi", i processi che lo riguardano cambiano secondo gli umori e le stagioni. L’altro ieri aveva parlato di "31 accuse". In passato si era definito "l’uomo più perseguitato dell’Occidente, con 106 processi tutti finiti con assoluzioni". La figlia Marina ha evocato "26 accuse cadute nel nulla". Paolo Bonaiuti ha rilanciato con "109 processi e nessuna condanna". In realtà, come ha ricordato più volte Giuseppe D’Avanzo su questo giornale, i processi affrontati dal premier sono 16. Quattro sono ancora in corso: processo Mills (corruzione in atti giudiziari), diritti tv Mediaset (frode fiscale), caso Mediatrade (appropriazione indebita) e scandalo Ruby (concussione e prostituzione minorile). Negli altri 12 processi, solo tre sono state le sentenze di assoluzione: in un caso con "formula piena" (Sme-Ariosto/1, per corruzione dei giudici di Roma), negli altri due con "formula dubitativa" (Fondi neri Medusa e Tangenti alla Guardia di Finanza).
Gli altri 9 processi si sono conclusi con assoluzione, ma solo grazie alle leggi ad personam, fatte approvare nel frattempo dai suoi governi. Nei processi All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2 il Cavaliere è assolto dalla legge che ha depenalizzato il falso in bilancio. Nei processi sull’iscrizione alla P2 e sui terreni di Macherio è assolto perché i reati sono estinti e le condanne cancellate dall’apposita amnistia.
Nei rimanenti 5 processi (All Iberian/1, affare Lentini, bilanci Fininvest 1988/1992, fondi neri del consolidato Fininvest e Lodo Mondadori) il premier è assolto grazie alle "attenuanti generiche", che gli consentono di beneficiare della prescrizione (da lui stesso fatta dimezzare con la legge Cirielli) e che operano sempre nei confronti dell’imputato ritenuto comunque "responsabile del reato".
Questa è dunque la verità storica, sull’imputato Berlusconi. A dispetto delle "persecuzioni" che lamenta, e delle "assoluzioni" che rivendica. Bugiarde, le une e le altre. È penoso doverlo ricordare. Ma è anche doveroso, alla vigilia di un turno elettorale che può cambiare il corso di questa disastrosa legislatura. E può spazzare via, finalmente, i danni e gli inganni compiuti dal Grande Inquisitore di Arcore.
L’Italia va su Facebook
"Scusa Mr. Obama"
di Filippo Ceccarelli
«E QUINDI – ha concluso solenne Berlusconi rivolgendosi ai giornalisti – mi permetto di dire: vergognatevi!». Ma senti, si permette. Proprio lui, il Cavaliere, che più di ogni altro uomo politico ha impetuosamente travolto e allegramente smantellato la vergogna del potere, bruciandone poi i residui sull’altare del berlusconismo terminale. Da Casoria a Deauville, dalle corna spagnole al cu-cù della Merkel, dal Priapetto di Arcore fino al bacio della mano di Gheddafi.
Retorica a rischio cortocircuito, quella della vergogna. Perché mentre il presidente del Consiglio pronunciava quella sua intemerata, la pagina Facebook del presidente Obama già traboccava di messaggi di italiani che dopo la scena berlusconiana del giorno prima chiedevano scusa, «I am sorry», «So sorry, Mr President», «Berlusconi doesn’t speak in my name», mi dispiace, non parla a mio nome, non è il mio presidente, non mi rappresenta, l’Italia è meglio di lui.
E’ ossessionato dai processi ed è «anche vecchio», articolava uno, «si scorda le medicine per il cervello», «si fa le leggi che gli servono» aggiungeva un’altra, e il bunga bunga naturalmente, dunque «help!», ci aiuti Mr Obama, «mi vergogno tanto», comunque, anzi tantissimo, e così via. Migliaia e migliaia di post su di un leader che da altri, a suo vantaggio e risarcimento, esigeva proprio quel sentimento.
In realtà in questi anni si è accumulato sufficiente materiale per sostenere l’ipotesi che la sfrontatezza di Berlusconi, quella sua inarrivabile faccia di bronzo sia funzionale, se non connaturata, al prodigioso modello di comando che l’ha portato dove si trova, seppure oggi pericolosamente in bilico. «Chi non ha vergogna tutto il mondo è suo» dice un proverbio. Dominio degli spettacoli, centralità del corpo e tirannia dell’intimismo sono il contesto più adatto per gli spudorati. Ma la sapienza consiglia di non esagerare.
E a questo proposito, sempre rimanendo sul delicatissimo terreno della politica internazionale e dintorni, tornano in mente lo strillo davanti alla regina Elisabetta, i complimenti fuori luogo a Michelle Obama, le spiritosaggini da playboy con la presidente finlandese, le disquisizioni sulla bellezza della conquista femminile davanti a Zapatero, il mimo di un fucile mitragliatore rivolto a una giornalista russa (poi in lacrime), un leggio clamorosamente abbattuto alla Casa bianca per andare ad abbracciare Bush, la richiesta in diretta di numero telefonico a una graziosa annunciatrice di una televisione del Maghreb.
E davvero si potrebbe continuare a lungo sull’impudenza del Cavaliere, non è una frase fatta, anche se tutto lascia credere che negli ultimi tempi egli abbia un po’ smesso di rendersene conto, o forse non gli importa più, la misura e il decoro essendo divenuti per lui un puro optional, fatto sta che di tale inconsapevolezza fa fede l’ennesima scenetta, l’ennesimo e simbolico colpo di sonno durante la messa per la beatificazione di Papa Wojtyla, quando si levò l’alleluja e allora sia Napolitano che il Segretario di Stato si levarono in piedi, e invece lui, che stava in mezzo, dormiva come un bambino.
Da questo punto di vista troppi video di YouTube costituiscono una gagliarda risposta contro il «vergognatevi!» scagliato ieri da Berlusconi al G8. Per gli antichi greci la divinità preposta al pudore era Aidos, non per caso imparentata con Nemesi, che con la sua spada provvedeva a regolare i conti con gli eccessi. Nel report d’addio dell’ambasciatore americano Spogli si legge: «Con le sue frequenti gaffes e la scelta sbagliata delle parole il premier» ha offeso «quasi ogni categoria di cittadini e ogni leader politico europeo», mentre «la sua volontà di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione del Paese in Europa ed ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio dell’Italia in molte branche del governo degli Stati Uniti». Negli ultimi giorni Mr President, che un po’ prevenuto doveva già essere, ne ha avuto ulteriori conferme.
“Ci impegniamo a sospendere gli abbattimenti degli immobili abusivi perché non si possono mandare tante famiglie in mezzo a una strada”. È stata questa la promessa fatta dal presidente del Consiglio durante la sua ultima visita a Napoli per sostenere il candidato sindaco del Pdl, Gianni Lettieri. L’obiettivo di questa iniziativa è chiaro. Incamerare, non solo per le prossime comunali, il voto di quelle famiglie che vivono nelle oltre 60 mila costruzioni “illegali” sparse per tutto il territorio campano.
Qualcuno mormora che il vero deus ex machina di questa proposta sia stato in realtà l’onorevole Daniela Santanchè che, colpita dalle proteste contro gli abbattimenti, avrebbe suggerito di assecondare le richieste dei manifestanti perché questi si sarebbero rivelati in futuro un bacino elettorale da cui attingere. Se questo sia vero oppure no, poco importa, quello che importa in realtà è che nelle ultime settimane i vertici del Pdl, sia quelli campani che nazionali, hanno fatto a gara per ribadire l’enorme ingiustizia subita dalle “povere famiglie” che rischiano di perdere la casa per colpa della magistratura.
Così la macchina della propaganda si è messa in moto. Prima mostrando, attraverso i racconti di donne e uomini, il dolore di chi, dopo anni di sacrifici ha visto crollare la propria casa sotto i colpi delle ruspe poi lasciando spazio alle promesse del premier e dei suoi accoliti. Una strategia che immediatamente ha portato i suoi frutti soprattutto tra la popolazione napoletana che, immediatamente, ha raccolto l’appello e si è stretta intorno a “chella povera gent ca’ pò fernì miez ‘na via“.
Ancora una volta, la politica ha sfruttato la disperazione dei cittadini per portare acqua al proprio mulino. Il punto però non è questo, anche se poco etico. La questione è infinitamente più complessa. La promessa del Pdl di sospendere gli abbattimenti, infatti, equivale a “condonare” un’illegalità. Perché di questo si tratta. Le strutture che si è deciso di demolire, non sono “solo” le abitazioni di chi finirebbe “in mezzo alla strada” ma sono il frutto di quello sciacallaggio edilizio di cui è stata vittima la Campania negli ultimi trent’anni e, dietro cui si nasconde la longa manus della camorra. Sono ormai decine, infatti, le inchieste della Procura Antimafia di Napoli che hanno dimostrato come i clan stiano da qualche tempo investendo nell’edilizia, grazie alla complicità, e in alcuni casi all’affiliazione, di imprenditori del settore.
Non è un caso, quindi, che la maggior parte dei manufatti abusivi da abbattere si trovino in quelle aree controllate dalle cosche particolarmente attive nel business del “mattone selvaggio“. È il caso di Pianura, popoloso quartiere dell’area flegrea salito alla ribalta delle cronache nazionali per gli scontri nati dall’apertura della discarica di “contrada Pisani”. Lì a comandare è il clan Lago, da sempre attivo, secondo gli inquirenti, nel settore degli “immobili illegali”. A confermarlo sono stati anche diversi collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Gilardi, ex affiliato alla cosca, che nelle sue dichiarazioni ha affermato che durante gli scontri “antidiscarica”, i vertici del clan decisero di sfruttare la situazione per completare alcune palazzine abusive. Per questo fu deciso di “ingaggiare” alcuni gruppi di ultras del Napoli per fomentare gli scontri con le forze dell’ordine in modo da tenerle lontane dai “cantieri”. Anello di congiunzione tra camorra e frange estreme del tifo sarebbe stato, secondo il pentito, Marco Nonno, allora consigliere di Alleanza Nazionale, in seguito arrestato e rinviato a giudizio per queste accuse. Caso vuole che Nonno, confluito nel Pdl, sia anche uno dei candidati di Lettieri che ha preso più preferenze alle ultime elezioni.
A Miano, invece, quartiere a nord di Napoli, i Lo Russo, i cosiddetti “capitoni”, potevano contare sulla “disponibilità” di 4 agenti della polizia municipale in servizio alla sezione “antiabusivismo”. I magistrati della Dda hanno scoperto che chi avesse voluto costruire “manufatti abusivi” in quella zona doveva pagare il clan ricevendo in cambio non solo maestranze legate alla cosca, ma anche la sicurezza che i vigili “addomesticati” non sarebbero intervenuti. Ci sono poi i casi di Giugliano, feudo dei Mallardo, e di Quarto, roccaforte dei Polverino, le due cosche recentemente colpite dalle maxi ordinanze che hanno portato al sequestro di beni, molti dei quali abusivi, per un valore di oltre un miliardo e mezzo di euro. C’è il caso di Marano, dove negli anni scorsi i Nuvoletta hanno lanciato quella che è stata soprannominata l’edilizia floreale per via del fatto che i diversi parchi residenziali “illegali” hanno tutti il nome di un fiore. Poi c’è Casalnuovo, Afragola, Soccavo, Secondigliano e tanti altri.
Il governo quindi si trova di fronte a un bivio. Da una parte bloccare gli abbattimenti, incassando voti e favorendo la camorra. Dall’altra far rispettare la legalità. Non resta da aspettare e vedere cosa accadrà anche se la risposta appare scontata.
Che cosa è davvero il passaggio tra le generazioni? E come si può raccogliere il testimone senza essere schiacciati dal passato? Ecco una riflessione sul tema Il testamento non è un trasmettere "cose" ma un’alleanza con chi se ne va, firmatario di un patto tutto da provare Nel lascito avviene questo: si fa posto a quelli che verranno con lentezza, profondità, mitezza, come in una corsa a staffetta
Che eredità lasciamo a chi viene dopo? E cosa significa precisamente: lasciare, e eredità? Cominciamo con l’atto del lasciare: è la parola chiave nel passaggio da una generazione all’altra, dalla vita alla morte. Rimanda al latino laxus, e indica quel che s’allenta, si fa spazioso. Laxus è il contrario di teso, è la distensione che fa seguito alla tensione. Implica capacità di abbandonare, allontanarsi. Si lascia ad altri quel che non si porta con sé, dunque lasciare è anche un dischiudere, permettere. È una messa in libertà. Un capovolgere valori costituiti. Ricordo la bellissima triade di Alexander Langer: al precetto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), che secondo lui rappresentava «la quintessenza dello spirito della nostra civiltà», egli contrappose un comandamento alternativo: lentius, profundius, suavius. Nel lascito avviene questo: si fa posto alle generazioni successive. Con lentezza, profondità, mitezza.
Viene in mente l’esperienza della corsa a staffetta. Ciascun concorrente (detto frazionista) deve percorrere una frazione, e trasmettere un bastone al subentrante. Il bastone si chiama, guarda caso, testimone. La regola vieta di lanciare al compagno il testimone nelle zone di passaggio, e fissa regole precise sulla sua caduta (se cade può raccoglierlo solo chi l’ha perduto: l’incapace di tramandare). Anche nel passaggio tra generazioni è così: la consegna del testimone avviene in seguito a tocco, con la mano, del corpo del concorrente in partenza da parte del concorrente in arrivo.
Il testimone è l’eredità: è quello che lasciamo all’altro, perché inizi la sua corsa. L’eredità non è lanciata per aria, ma bisogna toccare con mano, pensare, l’umanità dopo di noi. La trasmissione avviene in speciali zone di scambio, creando quel particolare alternarsi di distensione e tensione che caratterizza la gara di staffetta. Comunemente, ereditare rinvia alle cose di cui ci si impossessa, per amore o avidità. Altro è tuttavia il significato di eredità. La parola rinvia a chèros, che in greco significa vuoto, privo, deserto. Di conseguenza ereditare non è impossessarsi, ma un esperire il vuoto, la separazione, la vedovanza. Un ereditare spirituale, come quello del profeta Eliseo che chiede a Elia, prima che questi sia rapito in cielo: «Due terzi del tuo spirito siano in me». Ed Elia risponde che anche questi due terzi sono «cosa difficile», ottenibili a una condizione: che Eliseo colga l’Occasione, quando si presenterà, e guardi Elia strappato verso il cielo. Che si faccia veggente di cose che vengono tenute nascoste, che dica quello che altri non dicono.
Perché si possa «ereditare», occorre aver sentito il vuoto come terribile cesura, senza nascondere il trapasso, e aver «visto», in anticipo, l’inizio di una nuova corsa. Occorre che nel passaggio l’erede sia stato toccato, designato, perché questi non si senta un diseredato. Si parla con timore e tremore, sempre, del conflitto fra generazioni. Ma tale conflitto è evento naturale e necessario. Non ci sarebbe passaggio del testimone se non esistesse una differenza radicale, fra chi termina la corsa distendendosi e chi nell’irrequietezza la comincia.
Difficile la condizione dell’erede, del frazionista. Perché nulla si eredita, se non sostiamo pieni di discrezione ma anche inquietudine davanti al vuoto lasciato dalla persona amata, che vive in noi quando muore ma non entra mai completamente in noi, dandoci la serenità che tanto viene incensata. Non di serenità c’è bisogno ma di malinconia, ricorda Jacques Derrida, perché solo la malinconia resiste all’impossessamento-oblio del morto. Questi permane in tutta la sua diversità, chiedendo che ferita e vuoto rimangano aperti, anziché chiusi in fretta come facciamo quando il lutto è vissuto come appropriazione, non come chiamata e preparazione. Infatti c’è una preparazione alla morte e anche una preparazione al sopravvivere (in psicologia si chiama lutto anticipatorio). Il trapassato chiede di vivere in noi, non in fusione con noi. Preservare il vuoto che deposita ai nostri piedi, dargli un posto e una dignità, significa riconoscere che l’alterità della persona dura oltre la vita. Non a caso il testamento non è un trasmettere cose ma un’alleanza con chi se ne va: presenza, voce, firmatario di un patto tutto da provare.
Il patto non si limita a preservare la memoria: suscita l’erede, lo mette di fronte a prove che lo schiacciano o lo arricchiscono. L’erede può riempire questo vuoto con il potere (sopravvivere è sempre una presa di potere sul morto: una colpa, secondo Lévinas). Può incorporarlo fino a soffocarne l’alterità: vivere il lutto è spesso trasformare la sua morte in mia esperienza. Dal vuoto bisogna dunque partire, ma non fermarsi lì, perché altrimenti identifichiamo il morto con il nulla e uccidiamo lui e quello che tramanda. Non ci resta solo il vuoto, ma anche la scoperta dell’Occasione, e l’invito a farsi veggenti, a dire l’indicibile. Resta l’obbligo di trasformare la colpa del sopravvivente in debito, in responsabilità. Per questo l’immortalità è una felice invenzione, che ci si creda o no. Felice è il pensiero che la sottende: esiste un aldilà dell’Io. Il bello, nell’idea di immortalità, è che essa è un freno contro la cannibalizzazione del morto e la passività dell’erede.
La parola defunto è insidiosa: chi è defunto smette letteralmente le proprie funzioni, le consegna a altri. Invece lasciar vivere l’alterità del morto è dare una permanenza alle sue funzioni: che si esercitano in altro modo, che hanno bisogno di aiuto per non sparire, e non sono però mai del tutto catturabili, trasferibili. Spesso diciamo: il trapassato che ci era caro «direbbe oggi...». È esaltante parlare in sua vece. Ma dobbiamo saper discernere il limite rappresentato da un’alterità non uccisa dalla fine della vita, e non utilizzabile.
Mi soffermo sulla morte perché è un’esperienza forte di amicizia, fra persone e generazioni: l’eredità crea un intreccio di obblighi, una reciproca malinconica messa in libertà. Si trasmette col testamento una tensione, la propria: e la trasmissione è un lasciare la presa, un passaggio dal «più veloce, più alto, più forte» al «più lento, profondo, mite». Se affronti la morte dell’altro con questo motto, senza prevaricazioni o identificazioni, puoi salvare quel che sì, puoi interiorizzare: non la sua persona ma la relazione tra io e l’altro. Se non ci si riesce, sarà difficile sfuggire al destino che Rilke descrive nella settima Elegia Duinese: «Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati, cui non appartiene il passato né ancora il futuro più prossimo. Poiché anche il più prossimo è lontano per l’uomo. Non confonda noi questo; ci rafforzi nel conservar la figura, che ci fu dato di riconoscere ancora».
Fra il nome "democrazia", inteso come ideale normativo, e la cosa a cui si riferisce, le democrazie reali con tutto il loro carico di contraddizioni, anomalie, regressioni e smentite, è aperto oggi uno scarto analogo a quello che abbiamo già conosciuto fra il nome "comunismo" e le sue realizzazioni novecentesche. E come accadde, ben prima dell'89, per il pensiero comunista, così oggi, vent'anni dopo l'89 e il trionfo della democrazia sul comunismo, è in questo scarto fra il nome e la cosa che si apre lo spazio per il pensiero democratico critico e autocritico. Più o meno critico e autocritico, perché le posizioni in campo sono molto sventagliate (una buona esemplificazione nel volume In che stato è la democrazia, ed. Nottetempo, con interventi di Agamben, Badiou, Bensaid, Wendy Brown, Nancy, Rancière, Kristin Ross, Zizek: il manifesto ne ha già parlato in occasione dell'uscita sia francese che italiana) e si differenziano non solo per il grado di durezza delle contestazioni allo stato effettivo della cosa, ma anche per il credito che mantengono o revocano alla pregnanza del nome. Non si tratta insomma soltanto di riconoscere e combattere le degenerazioni in atto nelle democrazie reali, ma più radicalmente di chiedersi se il termine "democrazia" mantenga il suo significato ideale e mobilitante, o possa comunque essere ri-significato e rilanciato, malgrado e oltre queste degenerazioni; o se invece non debba essere destituito come emblema dominante ma consunto della politica contemporanea.
Dentro questo scarto fra il nome e la cosa si snoda il lungo dialogo fra Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e Gustavo Zagrebelsky, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, pubblicato da Laterza con il titolo La felicità della democrazia (245 pp., 15 Euro). Si tratta, va detto subito, di un dialogo vero, con i suoi punti di contatto e di frizione, che restituiscono un giudizio concorde sullo stato della cosa, e gradi diversi di investimento (Ezio Mauro) e di disincanto (Zagrebelsky) sulle sorti del nome. Lo stato della cosa è sotto gli occhi di tutti: ovunque in Occidente, e in Italia emblematicamente, la democrazia reale si rivela oggi il regime delle «promesse non mantenute», secondo una nota espressione di Norberto Bobbio, quando non della corruzione sistematica, dell'illegalità e del populismo. Eppure, il nome resta l'ideale, l'unico ideale politico, del presente, capace di chiamare alla mobilitazione sia chi vuole appropriarsene, come oggi in Nordafrica, sia chi vuole distruggerlo, come Al Quaeda nello scorso decennio. Ma qui già le posizioni dei due interlocutori si differenziano. Se per Ezio Mauro le contraddizioni pur allarmanti della cosa non intaccano la fiducia nel nome e nella sua vocazione universalistica, per Zagrebelsky al contrario è proprio il nome a vacillare: impugnato ormai, in Occidente, più dai potenti per legittimare i propri abusi che dagli esclusi per ottenere uguaglianza e giustizia, esso si rivela un termine contemporaneamente «troppo elastico e troppo compulsivo», tanto elastico da prestarsi a coprire derive oligarchiche e autoritarie, e tanto compulsivo da essere diventato «lo shibboleth d'accesso alla vita politica» anche per chi democratico non è. Se per Mauro la democrazia, erede superstite e vincente delle lotte novecentesche per l'emancipazione e i diritti, è «il vero sistema di credenze dell'occidente, la nostra vera religione secolarizzata», e va difesa «con ogni mezzo, perfino quello estremo e contronatura della guerra» dalle sfide e dagli attacchi che subisce, per Zagrebelsky quel sistema di credenze è segnato da una storia di compromissioni col dominio politico, economico e culturale su altri popoli: «dobbiamo difenderci, ma dobbiamo anche interrogarci», e comunque la difesa della democrazia non può passare per la sua sospensione nello stato d'eccezione. Se, di conseguenza, Ezio Mauro vede nella guerra interna e internazionale al terrorismo - il caso Moro in Italia, l'11 settembre su scala globale - due momenti emblematici, dolorosi ma necessari, di questa difesa senza se e senza ma della democrazia, più problematico è lo sguardo ex-post di Zagrebelsky: su Moro in particolare, mentre per il direttore di Repubblica non c'era alternativa alla fermezza, («lo Stato era un guscio vuoto, ma quel guscio andava in ogni caso difeso: se salta il guscio, salta la democrazia»), per Zagrebelsky («credo, allora, di avere oscillato; oggi propenderei per tentare ogni strada pur di salvare una vita in pericolo») il «senso dello Stato» allora invocato aveva un'eco vagamente totalitaria, la fermezza coprì un deficit di autorità politica e istituzionale, e «non diciamo che lo Stato non ha ceduto: rispetto alla vita di Moro e al dovere di salvarla, non solo ha ceduto ma ha perso tutto».
Ma veniamo al presente, e alle due derive su cui nell'Italia di oggi la distanza fra la cosa e il nome si misura tangibilmente. La prima deriva è lo scollamento fra forma e sostanza democratica, ovvero fra la democrazia procedurale e il sistema di diritti, non solo individuali e politici ma collettivi e sociali, che essa dovrebbe garantire e invece non garantisce più. Qui il dialogo si fa più stretto e le due voci si sovrappongono: non c'è forma democratica senza sostanza, dicono i due autori all'unisono ripercorrendo il caso Thyssen come «scandalo della democrazia», l'accordo Fiat del 23 dicembre come punta sintomatica di una globalizzazione che straccia i diritti nella diserzione della politica, l'istituzione del reato di clandestinità e più in generale la politica anti-immigrati come prova provata del capovolgimento dell'inclusività democratica nell'esclusione xenofoba.
In Italia tuttavia non si tratta solo di scollamento fra forma e sostanza: è la stessa forma della democrazia a vacillare - seconda deriva - sotto la pressione del populismo berlusconiano. Siamo all'osso della questione che da anni occupa il centro del dibattito pubblico: se e quanto il ventennio berlusconiano abbia deformato l'assetto democratico della Repubblica. C'è, lo sappiamo, chi risponde di no: chi sostiene, non solo nel campo del centrodestra - per ultimo Pierluigi Battista sul Corsera di pochi giorni fa, a commento del primo turno delle amministrative - che la democrazia resta tale finché funziona la conta elettorale, e che quanti da sinistra gridano al regime non fanno altro che coprire l'incapacità politica dell'opposizione di conquistare il consenso necessario a diventare maggioranza. Qui il punto però non è la denuncia del regime (Mauro: «non sono d'accordo con chi sostiene che l'Italia di oggi non è democratica, o usa paragoni impropri con regimi del passato»), bensì la concezione della democrazia. Che nelle costituzioni novecentesche non si regge solo sul principio di legittimità, cioè sul voto, ma anche su quello di legalità, con tutte le dovute conseguenze in termini di divisione e limitazione dei poteri. Ed è precisamente questa combinazione ad essere saltata nell'Italia berlusconiana, dove il consenso maggioritario e il riferimento continuo alla sovranità popolare servono a legittimare «l'unione sacra», come la chiama Ezio Mauro, fra il Capo e il popolo, «una «concezione titanica della leadership» che non riconosce i vincoli della legge e i limiti del potere, e mescola «affabulazione del reale e del leggendario in una mitologia del contemporaneo, dove la storia scorre solo nella dimensione eroica, di succeso in successo, e non sono previsti dubbi, pause e incertezze». Una «democrazia carismatica» che in Italia si è affermata in virtù delle «anomalie» di cui Berlusconi è portatore - conflitto d'interessi, strapotere economico e mediatico, legislazione ad personam - ma che può diventare «una tentazione per l'Occidente, la sua scorciatoia». E coprire da noi - sottolinea Zagrebelsky invitandoci a distogliere lo sguardo dalla persona del leader e da una visione troppo eroica del suo carisma presunto - la solidificazione di un potere oligarchico ramificato e più duraturo della stella, peraltro calante, del Capo.
Perché allora, e ancora, la democrazia? Zagebelsky pone la domanda in termini non retorici, consapevole che se nel breve giro di un ventennio la «baldanzosa fiducia» dell'89 nell'avvenire della democrazia si è capovolta in disincanto qualche ragione c'è; e che se oggi «la fiammella democratica» si riaccende nella primavera araba questo non ci esime dal chiederci perché da noi, invece, «la fiamma si affievolisce». Nella risposta si riaffacciano, fra i due interlocutori, tonalità diverse. Per Ezio Mauro il saldo della partita democratica, al netto della sua pur allarmante crisi, resta comunque in attivo: la condizione stessa della cittadinanza garantisce che, di fronte alle derive degenerative, «il campo resti contendibile» e il conflitto praticabile; la partita è aperta ed è nelle nostre mani. E dalla parte della democrazia, sottolinea il direttore di Repubblica, lavorano processi inarrestabili di svelamento del potere e dei suoi giochi segreti: «la vecchia talpa dell'informazione», potenziata e globalizzata da Internet, scava per noi, in un braccio di ferro «fra menzogna e conoscenza» che piega la politica verso la trasparenza e la sottrae alle pretese del potere. Per Zagrebelsky pure la partita è nelle nostre mani, anzi ancor più nettamente nelle mani della «tanto bistrattata società civile», meno vincolata ai «giri di potere» che ingabbiano l'insieme della classe dirigente; ma a patto che torni in campo, dal basso appunto più che dall'alto, la concezione e la passione della politica come conflitto fra fini e fra modelli di organizzazione sociale alternativi, e non solo come amministrazione e «accomodatura» più o meno moderata dell'esistente. E' qui dunque , «nello scadimento della politica in amministrazione» e nel conseguente appannarsi delle differenze fra destra e sinistra, se vogliamo ancora chiamare così due visioni alternative di sistema, «la causa della crisi della democrazia»: la politica dei fini essendo, della democrazia, una pre-condizione, non un residuo vetero-novecentesco di cui liberarsi in nome di una malintesa condizione post-ideologica.
Lo sguardo del giurista è portato dunque alla fine a posarsi sul bordo extra-giuridico del discorso: la crisi della politica da un lato, la crisi dell'homo democraticus contemporaneo dall'altro. Non per caso, il dialogo finisce su quella soglia - l'insuperata descrizione tocquevilliana della «folla innumerevole di uomini simili ed eguali, che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli piaceri con cui soddisfare il loro animo, ciascuno di loro come estraneo al destino degli altri» - che più radicalmente interroga la razionalità democratica, obbligandola a ripensare non solo le promesse mancate della democrazia ma anche le sue premesse: non solo le deformazioni del kratos ma anche la formazione del demos (appena uscito sempre da Laterza, su questo punto, il libro di Valentina Pazé In nome del popolo. Il problema democratico); non solo l'edificio istituzionale, ma l'antropologia politica su cui si erige; non solo le regole e i diritti, ma anche le forme di vita, i desideri, il rapporto fra legge e godimento, i legami fra ordine simbolico e ordine sociale. La stessa domanda conclusiva che dà il titolo al dialogo fra Mauro e Zagrebelsky, quella sul rapporto - ipotetico - fra democrazia e felicità, allude alla necessità di sporgersi su questo bordo esterno del discorso, dove la razionalità democratica perde presa e l'immaginario populista ne guadagna. E' su questo bordo, forse, che siamo chiamati a indagare di più se vogliamo svelare, con gli inganni del potere, anche i nostri autoinganni.
Credo che dell’Utopia si sia ragionato anche troppo: anzi, più che ragionato, ideato utopie che, per l’appunto, sono risultate utopiche. Che poi il concetto e il nome di utopia siano stati coniati con il famoso volume di Sir Thomas Moore (Tommaso Moro) nel 1516, qualsiasi enciclopedia o Internet ce lo spiegano ampiamente. Eppure alcuni dati, più che altro glottologici, ancora rimangono e forse possono chiarire meglio un argomento così dibattuto. Ecco, già al tempo della sua identificazione, non c’è dubbio che il bravo Sir Thomas, da buon inglese, avrà pronunciato il termine, col miglior King’s English «jutópia» creando immediatamente l’equivoco di identificarla con l’ «eutopia» ossia con una buona utopia.
Mentre purtroppo è proprio l’opposto che si verifica: la maggior parte delle brillanti ipotesi utopiche sono fallimentari; dalla «Città del sole» di Tommaso Campanella al New World di Huxley, dalla Nuova Atlantide di Bacon, alla città sospesa di Yona Friedman. Anche se, per fortuna, Brasilia è stata realizzata, per non parlare del viaggio sulla Luna (anche se degli Ufo non c’è stata traccia). Che l’argomento dell’ «utopia» e dell’ «eutopia» (e io parlerei anche di «distopia» a proposito di tutte le «cattive utopie» ) sia ancora sempre attuale lo ha dimostrato un recente ciclo di seminari dedicati appunto ai vari settori dell’argomento (da quello sociologico all’artistico, dal letterario all’economico ecc.) promosso dall’Università di Urbino e da quel Dipartimento di Scienze della Comunicazione diretto dalla sapiente e vivace iniziativa della direttrice professoressa Lella Mazzoli, che ha chiamato a raccolta molti dei più impegnati «utopologi» italiani.
Del resto bisogna convenire che la stessa città di Urbino è un esempio vivente di pensiero utopico (in questo caso eutopico) quando si rifletta come una cittadina di 10 mila abitanti si sia trasformata in uno dei maggiori e più rinomati centri universitari di ben 20 mila studenti, in buona parte in seguito alla illuminante veggenza utopica di Carlo Bo. Come è noto la parola attorno alla quale stiamo ragionando è derivata dal greco ou topos (ossia «non luogo» ) a indicare una località, evento, situazione che è «fuori luogo» . Qualcosa di molto diverso, come si vede, dai «non luoghi» di Marc Augé i quali, per contro, sono semmai degli «iperluoghi» : sono dunque delle utopie del tutto — e anche troppo— realizzate.
Mi sembra infatti che uno degli equivoci nel voler considerare gli aspetti positivi e negativi delle ipotesi futuribili tanto spesso decantate e osannate (da Orwell a Huxley, dalle sette mormoniche alle pseudoreligioni e alle visioni apocalittiche) sia quello di non avere, per contro, tenuto conto di quante delle situazioni — soprattutto socio-religiose — che ci circondano siano, in effetti, soltanto delle grosse ipotesi utopiche e non debbano ottenere la considerazione e il rispetto che le circonda. Certo non è facile distinguere e precisare quali delle grandi ipotesi sociologico-politiche siano — o siano state — positive; mai come in questo caso: ai posteri l’ampia sentenza.
Eppure, per non fare che un solo esempio che può valere per decine di altri, perché non avere il coraggio di dire che lo stesso nazismo hitleriano è stato, dopo tutto, soprattutto una possente utopia? Con quali risultati tutti sanno (o dovrebbero sapere); ma indubbiamente il meccanismo malefico è iniziato con tutte le stigmate che accompagnano alcune delle più tipiche utopie. Sicché potremmo concludere notando come siamo sempre vissuti, e continueremo a vivere, basandoci su degli elementi e delle situazioni «fuori luogo» , che ci permettono più che altro di accontentare la nostra smania del mistero e le nostre speranze nell’irrealizzabile.
C’è insoddisfazione in Italia. Un'insoddisfazione sorda ma non più muta. Trapela da mille segnali, piccoli e grandi. Le proteste sociali che si susseguono, da mesi. In modo ostinato e insistente. Nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L'abbiamo riconosciuta, da ultimo, nel voto amministrativo. Che ha rivelato cambiamenti profondi. E inattesi. Dietro a tanta insoddisfazione si colgono tanti motivi, di natura diversa. Uno, però, risulta evidente. L'ascensore sociale è in discesa, da troppo tempo. Per usare un ossimoro. I dati dell'Osservatorio di Demos-Coop, al proposito, sono espliciti. Anzitutto, la classe sociale (percepita dagli italiani). Per la prima volta, da quando conduciamo i sondaggi dell'Osservatorio, la piramide si rovescia completamente. Senza "mediazioni". Infatti, le persone che si collocano nella "classe operaia" oppure fra i "ceti popolari" superano, per estensione, quelle che si sentono "ceto medio". Dalla cetomedizzazione degli anni Ottanta - un neologismo ostico ma suggestivo, coniato da Giuseppe De Rita - si sta scivolando verso una sorta di "operaizzazione". Singolare destino, visto che da tempo si predica l'estinzione della classe operaia. Tuttavia, l'indicazione del sondaggio è esplicita. Il 48% del campione nazionale dice di sentirsi "classe operaia" (39%) oppure "popolare" (9%). Il 43%: "ceto medio". Il 6%, infine, si definisce "borghesia" o "classe dirigente". È l'unico settore sociale stabile. (Le
classi privilegiate, d'altronde, sentono la crisi meno delle altre. Anche se la temono.) Invece, il peso del "ceto medio" è sceso di 5 punti negli ultimi tre anni e di 10 negli ultimi cinque. Simmetricamente, l'ampiezza di coloro che si sentono "classe operaia" oppure "popolare" è cresciuta di 3 punti negli ultimi tre anni e di 9 negli ultimi 5. Prima causa: lo slittamento dei lavoratori autonomi (artigiani e commercianti). Metà di essi oggi si posiziona nei ceti popolari. Lo stesso avviene per circa un terzo di impiegati e tecnici.
Peraltro, l'insoddisfazione verso l'economia e il mercato del lavoro, secondo il sondaggio Demos-Coop, non è mai stato tanto elevata. Verso l'economia: nel 2004 coinvolgeva il 59% della popolazione, oggi il 71%. Verso il lavoro: nel 2004 era espressa dal 60% della popolazione, oggi inquieta il 75%. La delusione sociale: investe tutti. La novità assoluta è che il senso di declino sociale non riguarda i "soliti noti". Operai, pensionati e disoccupati, su tutti. Ma risucchia altri gruppi, che si è soliti collocare (e fino a qualche anno fa si collocavano) più in alto. Nei ceti medi. Perfino nelle classi dirigenti.
Una quota ampia di lavoratori autonomi (20%) ma soprattutto di liberi professionisti (44%) oggi definisce la propria condizione di lavoro "precaria".
D'altra parte, basta considerare il lavoro realmente svolto nell'ultimo anno dagli intervistati. Una componente ampia di essi (il 17% sul totale) dichiara di aver lavorato in modo temporaneo, per una parte più o meno ampia dell'anno. Si tratta dei giovani, soprattutto. E degli studenti (28%). Una generazione precaria, si è detto. È, effettivamente, così. Una generazione senza futuro. Il 63% del campione ritiene, infatti, che i giovani avranno un futuro peggiore di quello dei genitori. E il 56% ritiene che i giovani, per avere speranza di carriera, se ne debbano andare via. All'estero. Ne sono convinti, per primi, gli interessati: il 76% di coloro che hanno meno di 25 anni. Tuttavia, la precarietà è un sentimento diffuso. Che attraversa tutti i settori sociali. L'insoddisfazione verso la situazione economica e del mercato del lavoro, infatti, oltre che fra i disoccupati, raggiunge il massimo livello tra i liberi professionisti e i lavoratori autonomi. Ed è alta anche fra i tecnici e gli impiegati. Dal punto di vista della classe sociale: inquieta soprattutto coloro che si sentono "borghesia" oppure "classe dirigente". Non è poi così sorprendente. Il fatto è che non ci sono abituati. Per cui temono di perdere i privilegi di cui dispongono.
Si spiega così la perdita di appeal del "lavoro in proprio". Ma anche la parallela ripresa dell'attrazione esercitata dal lavoro pubblico (soprattutto nel Mezzogiorno). Nonostante da anni venga stigmatizzato da autorevoli esponenti del governo. Non è che i cittadini provino un'insostenibile voglia di fare i "fannulloni". È il senso di insicurezza che pervade il lavoro. L'economia. Magari non è una grande novità, potrebbe eccepire qualcuno. È vero, ma non del tutto. Perché fino a poco tempo fa funzionava un meccanismo psicologico che disinnescava gli effetti politici della delusione economica e sociale. Anzi: li rivolgeva a scapito dell'opposizione. Una sinistra "impopolare". Sempre più in difficoltà nell'intercettare il consenso dei dipendenti privati e dei ceti sociali più precari. Rannicchiata - e quasi accerchiata - dentro il perimetro dei pensionati e del pubblico impiego. Soprattutto degli insegnanti e delle figure "intellettuali". Da qualche tempo, questa spirale senza fine sembra essere giunta alla fine. Il processo di operaizzazione e di discesa sociale sta producendo - ha già prodotto - effetti politici evidenti. E sembra sempre più arduo, per il governo e per il suo capo, proseguire nella strategia della dissimulazione. Dire, da un lato, che non è vero. Trattare chi predica sfiducia da nemico della nazione. Dell'Italia.
D'altra parte, non è facile scaricare le colpe e le paure della crisi sempre sugli "altri". Gli immigrati e gli stranieri. Poi, l'euro e l'Unione Europea. Sul piano interno: Roma padrona e il Sud spendaccione. O, viceversa, il Nord egoista. Alla lunga, il meccanismo si è logorato. Difficile dire che la crisi non c'è. Che le cose vanno bene. Che noi stiamo bene. Che bisogna avere fiducia (ora). Che gli operai non esistono. Se mezza Italia, ormai, si sente e si dice operaia. Se i ceti medi e perfino i borghesi hanno paura. Se i giovani pensano di fuggire dal Paese. Se i genitori, per non parlare dei nonni, non hanno argomenti validi per trattenerli. Ed è difficile scaricare le colpe sull'opposizione, che da anni latita. Ma è difficile, per la maggioranza, anche prendersela con il Sud o con il Nord. Spostare i ministeri da Roma a Milano. Visto che in entrambi i casi significa prendersela con se stessa. La Lega del Nord contro il Pdl romano - e del Sud. E viceversa. Così - "forse" - dopo tanti anni, siamo giunti alla resa dei conti. O almeno: all'assunzione di responsabilità. Se piove e fa freddo, se l'orizzonte è scuro. Non può essere - sempre e solo - colpa degli "altri".
Non più la libreria del leader giovane che seduce gli italiani con il sogno ceronato. Al suo posto un politico lento nel parlare, lo sguardo fisso, i capelli dipinti e il volto colorato come una mummia della nomenklatura sovietica. Dopo una settimana di silenzio, colpito dal flop delle preferenze nel forziere del suo elettorato, il premier si è presentato sulle reti televisive e radiofoniche (controllate o di proprietà) per un appello al voto di quattro minuti.
Il conflitto di interessi entra nelle case degli italiani seguendo gli orari delle edizioni di sei telegiornali. Pesante e asfissiante nella normalità dei palinsesti, si ripresenta con Berlusconi che parla come capo del governo e come candidato al comune di Milano, con il simbolo del Pdl formato gigante dietro le spalle e la didascalia che lo indica come presidente del consiglio. Una manifestazione di arroganza nel mezzo di una corsa elettorale che sta perdendo, una prova di forza di un leader dimezzato nel consenso e nella presa sulla maggioranza di governo.
Il presidente-candidato si appella ai moderati con l'estremismo del linguaggio leghista, visibile ostaggio degli umori dell'alleato, appeso agli interessi delle camicie verdi che hanno impostato la musica del secondo tempo della campagna elettorale coprendo i muri di Milano con lo slogan «la zingaropoli di Pisapia». Al quale lo spot di Berlusconi aggiunge una nota sul tema (l«Pisapia vuole baracca libera») nella finta intervista che inonda il piccolo schermo, accompagnata dalle faccette patetiche dei caporali dei telegiornali travestiti da giornalisti.
E' un Berlusconi imbalsamato nella parodia del berlusconismo («con noi meno tasse per tutti, toglieremo anche l'ecopass a Milano») quello che chiama i milanesi e i napoletani al voto contro la sinistra. Tenta la rincorsa del centrodestra verso i ballottaggi evocando i fantasmi della sua realtà parallela, sventolando l'immagine di Milano trasformata nella «Stalingrado d'Italia», prigioniero di un mondo che non c'è più, impantanato in un'ideologia sempre meno capace di egemonia. Conosce la manipolazione demagogica e la proclamazione dell'emergenza, il vecchio armamentario che ricicla per rivolgersi a un elettorato che sarà moderato ma ha dimostrato di non essere così sprovveduto.
Berlusconi non ha scelto il comizio di piazza o la platea di qualche palazzetto, troppo pericoloso affrontare lo scontento delle città che gli hanno voltato le spalle. Meglio mettere la faccia nel territorio protetto del feudo mediatico, dove le telecamere si muovono sotto il suo controllo, e i telespettatori non hanno diritto di replica.
Martedì scorso il Parlamento ha celebrato la giornata contro l´omofobia. Il giorno dopo la maggioranza della Commissione giustizia della Camera dei deputati ha bocciato la proposta di legge unificata che avrebbe introdotto l’omofobia come aggravante nei casi di violenza e aggressione.
È la seconda volta che il tentativo di far riconoscere come reato specifico la violenza omofobica viene fermato da un Parlamento disposto a chiudere mille occhi sulle trasgressioni sessuali del potente di turno se corrispondono ai più vieti stereotipi del machismo eterosessuale, ma del tutto indifferente alla sopraffazione nei confronti di chi è considerato deviante solo perché omosessuale. Dietro vi è certo l´ombra della Chiesa cattolica, dei suoi anatemi contro la omosessualità, del suo pervicace considerarla insieme come una malattia e un pericolo per la sopravvivenza della famiglia, senza alcun fondamento scientifico e in contrasto con il forte desiderio di formarsi una famiglia, di avere forti e stabili rapporti di amore e solidarietà – di coppia, ma anche nei confronti di figli – testimoniato da molti e molte omosessuali. Ma il potere di veto e di ricatto della Chiesa trova il suo alimento nella disponibilità di molti, troppi politici (anche a sinistra) ad assecondarne i desideri sul piano legislativo nella speranza, spesso fondata, di riceverne in cambio legittimazione e sostegno. È uno scambio che ha trovato la sua massima esplicitazione in questo governo e nell´appoggio che ha ricevuto in cambio ("il governo più amico della Chiesa nella storia della Repubblica", ha dichiarato un autorevole prelato). Ma anche senza ricatti e scambi, l´atteggiamento della Chiesa trova terreno fertile nella grettezza morale e nella incultura di una classe politica che sembra ricordarsi dell´etica solo quando sono in gioco le scelte dei cittadini circa le proprie relazioni e vita personale – dalla sessualità alla procreazione alle decisioni su come affrontare la fine della vita. Ma è sulla omosessualità che si concentra il rigorismo di questi moralisti d´accatto. È l´omosessualità che sembra suscitare in loro le paure più incontrollabili. Di converso, i comportamenti omofobici suscitano nel migliore dei casi in queste persone una condanna rituale, con un sottotesto di giustificazione (se la sono voluta, danno fastidio alle persone normali, dovrebbero essere più discreti, e così via). L’omosessualità diventa una aggravante per le vittime, una attenuante per gli aggressori –un po’ come succede spesso alle donne oggetto di violenza sessuale.
Certo, presi all’improvviso da preoccupazioni universalistiche, alcuni di coloro che ieri hanno votato contro la proposta di legge unificata si sono giustificati dicendo che introdurre l’aggravante di omofobia avrebbe costituito una discriminazione nei confronti di altri gruppi, ad esempio gli anziani o i disabili. Ma il risultato di questo universalismo strumentale è la negazione che esistano violenze motivate specificamente dall’odio e disprezzo per particolari gruppi sociali. È un universalismo negativo, non positivo. Inoltre, l’omosessualità, come l’eterosessualità, è una caratteristica costitutiva degli individui, trasversale ad altre caratteristiche e condizioni. L’omofobia nega precisamente legittimità, normalità, a questo modo di essere costitutivo di una persona. Come se si rinnegasse legittimità e normalità a chi è eterosessuale.
La ministra Carfagna ha dichiarato che voterà a favore della legge. Ma che cosa farà perché il suo partito e la sua maggioranza non boccino alla Camera ciò che hanno bocciato in Commissione? Da un ministro ci si aspetta qualche cosa di più di un gesto di testimonianza.
Gli stereotipi sulla deriva narcisistica di quella esperienza sono vecchi di trent'anni. E scambiano un movimento enorme con la parabola di pochi Nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite elaborata dai teorici ambientalisti. Contro lo sviluppo a ogni costo
I trent'anni che la pubblicistica ha definito «gloriosi» erano stati caratterizzati in Occidente dall'egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l'omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l'impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi "sviluppati". Parallelamente all'organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un "ascensore sociale" in grado di trasformare, nell'avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell'industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell'Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, "concertata" o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall'organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta.
I trenta e più anni successivi hanno visto il sistematico frazionamento delle grandi unità produttive, la progressiva differenziazione dei rapporti di lavoro, la delocalizzazione di attività sia manifatturiere che terziarie, la precarizzazione non solo dell'impiego, ma di tutti gli aspetti dell'esistenza nel quadro di una crescente finanziarizzazione del capitale. Il meccanismo della concorrenza si è così progressivamente esteso dalle imprese, soggetto ormai unico della scena e dell'attenzione sociale, ai lavoratori, sia autonomi che dipendenti, in una lotta darwiniana di tutti contro tutti che ha trasformato i problemi creati dalla società in vicende biografiche da risolvere individualmente. Questa trasformazione è stata accompagnata da un processo di sostanziale descolarizzazione, pur salvaguardando in alcuni paesi - non nel nostro - i contenuti tecnici e professionali della formazione; ma sempre nel quadro di una svalutazione dei contenuti culturali, sociali e civili dell'educazione. Così l'organizzazione della produzione ha smantellato una delle conquiste più importanti del periodo precedente, la sicurezza del lavoro, del reddito e dell'esistenza, instaurando nel mondo un clima di paura di tutti per tutti e di tutto.
Un approccio materialistico a quella inversione di rotta non può evitare di vedervi una reazione del capitale e dei governi alle conquiste delle lotte operaie, studentesche, e di molte altre categorie sociali, che avevano sconvolto tutta la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta. Ma anche, e soprattutto, l'avvento di una nuova tecnologia, quella della "Rete", che ha avuto e ha sulla storia del mondo un'influenza non inferiore a quella della macchina a vapore nel promuovere la rivoluzione industriale. Oggi la rete ha un ruolo decisivo nel promuovere collegamenti, organizzazione e rivolta in molti dei processi sociali che attraversano l'alba del nuovo secolo. Ma ha avuto - e da tempo - un'influenza assai più profonda nel disegnare i caratteri della globalizzazione degli ultimi decenni del secolo scorso e del primo decennio di questo; che non è concepibile senza la Rete, come mera estensione a gran parte del mondo di rapporti di produzione fondati sul lavoro salariato. Internet ha da tempo immesso ogni unità produttiva del pianeta all'interno di linee di fornitura (supply chain) che ne plasmano e riplasmano in continuazione dimensioni, posizione gerarchica, localizzazione e struttura organizzativa. Se Detroit, Mirafiori o Volksburg sono state l'emblema del fordismo, Walmart, Auchan e - perché no? - le Coop, con la loro rete di fornitori, lo sono dell'odierna organizzazione della produzione.
Per questa incapacità di guardare ai processi materiali, e per quanto prevedibile, lascia sconcertati l'ultimo intervento di Luigi Cavallaro su questo giornale (13.5.2011) che riprende stereotipi vecchi di almeno trent'anni (le tesi di Christopher Lash sulla deriva narcisistica della cultura del Sessantotto), peraltro largamente saccheggiate nel corso del tempo da chi, dalle posizioni più diverse e anche contrapposte, imputa a quegli anni il degrado - anche questo inteso in modi diametralmente opposti - del tempo presente. Il meccanismo di questa operazione è sempre lo stesso. Assume le vicende biografiche di alcuni personaggi vistosamente presenti sulla scena mediatica a emblema del percorso esistenziale di decine o centinaia di migliaia di persone, che nei conflitti di quegli anni si erano impegnate e formate; dimenticando migliaia e migliaia di insegnanti che in tutti questi anni hanno tenuto insieme la scuola; di impiegati pubblici che hanno cercato di far funzionare i servizi; di cooperanti impegnati nel welfare a diretto contatto con gli utenti; di operatori che, soprattutto in provincia, hanno costruito e tenuto in piedi i pochi spazi di confronto culturale esistenti; di operai migrati in po' dappertutto, perché cacciati dalle fabbriche dove avevano sovvertito i rapporti di forza aziendali. Tutti quelli che hanno scelto o sono stati costretti a operare nell'ombra, e che Cavallaro, come molti come lui, non riescono a scorgere. Per completare l'opera, tutte queste vicende esistenziali, differenziate e complesse, Cavallaro le proietta sull'intera generazione dei baby boomer, per attribuire alla cultura del Sessantotto fatti e misfatti di politici e manager privati e di stato, di giornalisti e opinionisti che dalle vicende del Sessantotto si erano tenuti ben lontani; e che proprio per questo hanno potuto percorrere con facilità carriere rese sgombre, soprattutto in Italia, dalla loro criminalizzazione: una resa dei conti che, come si è visto, si protrae e ripropone fino a giorni nostri.
Quello che non riescono capire tanti nemici del Sessantotto come, da opposti versanti, sia Luigi Cavallaro che Mariastella Gelmini (un buon esempio di mediocrità quanto a studi, esami, rapporti personali e cariche politiche in cui acquiescenza e servilismo hanno sostituito il merito) è la differenza tra la ricerca di una autonomia personale, e anche di una propria individualità che ne esalti le differenze, perseguita all'interno di un processo condiviso, nel rapporto con un collettivo e un movimento aperto a ogni nuovo apporto - che è stato in tutto il mondo il tratto comune dei movimenti antiautoritari e antidisciplinari di quegli anni, nelle fabbriche come all'università e un po' in tutte le istituzioni - da un lato; e, dall'altro, invece, l'inseguimento di un'affermazione personale a scapito del prossimo, perseguita nel contesto di una competizione di tutti contro tutti; che è la strada maestra del servilismo: dell'asservirsi per fare carriera o anche solo per non essere retrocesso.
Se un elemento di connessione tra la cultura del Sessantotto, qualunque cosa si intenda con questo termine, e il presente c'è (e in varie sedi mi sono sforzato di individuarla) non è l'individualismo narcisistico o l'assenza di una cultura del limite, come sostiene Cavallaro: nessun movimento storico è stato forse meno individualista del Sessantotto; e nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite, elaborata dai teorici dell'ambientalismo in aperta contrapposizione con la logica dello «sviluppo delle forze produttive» a ogni costo, che accomuna invece Cavallaro ai più tetragoni economisti borghesi. A spianare la strada al passaggio dalla ricerca di una realizzazione personale all'interno di una prassi collettiva alla scelta - o all'obbligo - di cercare un'affermazione in una competizione darwiniana ha contribuito sicuramente l'insufficienza dei presidi culturali messi in campo dai movimenti del Sessantotto: cioè l'incapacità di sviluppare saperi pratici in grado di individuare dei punti di applicazione a quel desiderio di cambiare il mondo che ne costituiva l'afflato comune.
Oggi quei saperi in parte ci sono: per alcuni versi sono il frutto di un impegno pionieristico e a volte solitario di studiosi e organizzatori di buone pratiche che hanno perseguito con pertinacia una strada controcorrente; in parte sono il frutto di un'elaborazione collettiva di movimenti ed esperienze che nel corso degli anni più recenti hanno animato la scena sociale; senza peraltro alcun riscontro a livello di establishment, sia politico che culturale e mediatico e, meno che mai, economico. Per questo la prospettiva di un'alternativa può ritrovare le gambe su cui marciare e il desiderio di un mondo diverso - che il servilismo non ha soffocato, soprattutto in persone che il limite lo vivono ogni ora della loro vita nella condizione della precarietà - può tornare a orientare un agire condiviso.
Era prevedibile che a Torino, città di tradizione operaia e storico laboratorio di cultura politica, una discussione sulla democrazia infiammasse la platea. Nel dialogo laterziano tra Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky (La felicità della democrazia), presentato ieri pomeriggio da Marco Revelli nell’affollata Sala Oval, non si parla solo di un assetto istituzionale oggi messo a dura prova, ma della distanza che passa tra la parola e la cosa, tra "gli ideali" e "la rozza materia", tra il concetto e la sua traduzione storica.
In questa forbice sempre crescente sono contenute tutte le criticità di cui oggi soffre la democrazia, dal populismo carismatico del premier alla questione del lavoro e dei suoi diritti, azzerati dall´economia globalizzata. «Dieci anni fa», dice Mauro, «mai avrei pensato di inserire in un libro sulla democrazia anche il lavoro: eravamo la società del welfare garantito e della crescita. Oggi che il capitale offre il lavoro in cambio dei diritti - è accaduto a Pomigliano e a Mirafiori - mi pongo il problema se tutto questo sia compatibile con un contesto democratico». La platea del Lingotto sottolinea con lungo applauso la sua sintonia con il direttore di Repubblica, che incalza: «È stupefacente come la politica permetta questo scambio. La destra non vuole intervenire, ma è ancora più sorprendente che non lo faccia la sinistra, ormai incapace di pronunciare parole come libertà, eguaglianza e giustizia».
La morte della politica è uno dei temi del dialogo, ora ripreso con forza da Zagrebelsky. L’analisi non prevede sconti per nessuno. «L’attuale degrado della vita pubblica può essere ricondotto solo in parte al berlusconismo, che è certo una delle cause ma è soprattutto conseguenza di un processo più profondo. La politica è sparita. Sono morte le ideologie, ma è venuta a mancare anche la capacità di ragionare in grande. Se vogliamo combattere il potere carismatico di Berlusconi - io in verità non lo vedo tanto questo carisma - dobbiamo uscire dalla palude impolitica: l´amministrazione dell´esistente e l’occupazione del potere». Sarebbe sbagliato, tuttavia, confondere in un´unica zona grigia l´intera classe politica. «Rimane la distinzione tra persone perbene e persone non perbene», dice il costituzionalista che non rinuncia a civettare con la caricatura suggerita dai suoi avversari: «Così confermo la mia propensione per il puritanesimo». Applaude l’editore Giuseppe Laterza, seduto al tavolo. E applaude il pubblico, riconoscendosi nel richiamo morale.
La democrazia come il «regime delle promesse non mantenute» (copyright di Bobbio). Ma esiste una soglia - incalza Marco Revelli - oltre la quale la distanza tra la parola e la cosa minaccia il fondamento democratico? «Il rischio», risponde Mauro, «è che dietro la superficie levigata si nasconda un organismo malato». E se la democrazia - non come formula politica ma come esperienza - è in difficoltà anche altrove, in Italia vive in una condizione speciale. «Non sono accettabili paragoni con regimi del passato, tuttavia è indubbio che la destra italiana sia portatrice di molte gravi anomalie. Non succede altrove che il potere esecutivo usi il potere legislativo per difendersi dal potere giudiziario. Ma il populismo di Berlusconi è qualcosa di ancora più eversivo, una destra che chiede al sistema democratico di rinunciare alle regole per costituzionalizzare le sue anomalie». Un processo contrario alla "felicità della democrazia" invocata dal titolo del dialogo: condizione da ricercare «in un sistema di regole e libertà», molto più che «nella dismisura tipica dell’abuso e del privilegio».
Qui uno stralcio del dialogo tra Mauro e Zagrebelsky
Inevitabile topos retorico a giustificazione di una recensione ritardata è sicuramente quello che annette al testo oggetto d’analisi un’inalterata attualità. Eppure, rileggendo questo libro in occasione della presentazione che se ne farà domani, 13 maggio 2011, a Bologna, questo nesso appare assolutamente pertinente a sottolinearne la caratteristica più evidente. Scritto a un anno dal sisma, al volgere del secondo anniversario il quadro delineato da Francesco Erbani mantiene tutti gli elementi di criticità e di tragicità di un trauma ancora ben lontano dall’essere superato. Ma non è solo per l’aderenza alla realtà della situazione che l’inchiesta dimostra la propria attualità, quanto soprattutto nella capacità di individuarne le ragioni. Ragioni che adesso, a due anni da quell’evento, hanno purtroppo acquistato uno statuto di condivisione quasi unanime.
Non è stato sempre così, anzi, per molti mesi dopo il 6 aprile 2009 i mezzi di comunicazione, pressochè unanimemente, ci hanno restituito l’immagine di una situazione sotto il pieno controllo da parte della Protezione Civile, esaltata per le capacità straordinarie di intervento e la rapidità d’iniziativa. Dopo le prime settimane, i primissimi mesi, superata la fase di emergenza più immediata (il soccorso ai sopravvissuti, l’allestimento delle tendopoli), solo pochissime voci isolate hanno cominciato a intravedere i pericoli di talune scelte, in primis quelle urbanistiche e fra queste eddyburg che dal settembre 2009 ha rilanciato lo studio di Georg Frisch e Vezio De Lucia (L’Aquila, non si uccide così anche una città, Clean 2009). Ora la critica al modello imposto con i 19 insediamenti di C.A.S.E. (le così dette new town) è generale: mutano solo gli accenti, ma il fallimento sul piano urbanistico, sociale e persino edilizio, è largamente riconosciuto.
Ma verso la fine del 2009, le poche isolatissime voci critiche sulle scelte operate dalla Protezione Civile, furono immediatamente tacciate di faziosità ideologica o peggio. L’indagine identifica il punto di svolta nella percezione di quanto stava succedendo a l’Aquila con lo scoppio del caso giudiziario che coinvolse, nel febbraio 2010, la Protezione Civile e l’alta dirigenza dei lavori pubblici. A questo stesso testo di Francesco Erbani, d’altronde, può essere attribuito il merito di aver ribadito, fra i primi in forma sistematica, tutti i problemi, le anomalie, le stranezze che nel corso dei primi mesi si erano venute accumulando attorno alla vicenda della ricostruzione.
Fin dall’endiadi del sottotitolo – le scelte, le colpe - l’autore evidenzia come in realtà L’Aquila abbia rappresentato un’ingiustificabile deviazione rispetto a quanto avvenuto in occasione di precedenti eventi sismici. Azzerato il patrimonio preziosissimo derivato dall’esperienza analoga e in alcuni casi di grande efficacia (Friuli e Umbria-Marche), la macchina della Protezione Civile ha dispiegato una metodica di intervento pervasiva e autoriferita, acquisendo, in virtù delle note amplissime possibilità di deroga rispetto alle normali procededure amministrative, non più solo competenze direttamente legate alle operazioni di primo intervento, ma ben più allargate in termini di ambito e di tempo: dall’urbanistica alla gestione del patrimonio culturale.
Da questo punto di vista, l’intervento nel post-terremoto ha costituito un vero e proprio laboratorio in corpore vili delle potenzialità di espansione dell’azione della Protezione Civile, accuratamente programmato, così come l’indagine di Erbani dimostra chiaramente, fin dalle prime settimane dopo il sisma. L’indagine giudiziaria e ancor più le famigerate risate intercettate all’alba del 7 aprile fra i due imprenditori gongolanti al pensiero dei lucrosi appalti della ricostruzione, hanno squarciato un velo e incrinato definitivamente l’alone di onnipotenza positiva che aveva accompagnato la Protezione Civile. Se l’azione della magistratura non avesse sconvolto i binari di uno schema predisposto fin dalle primissime settimane dopo il terremoto, dunque, questo meccanismo avrebbe continuato a riprodursi, come una metastasi, in ogni settore della pubblica amministrazione, prova ne sia il tentativo, abortito in extremis per lo scoppio dello scandalo, della trasformazione in S.p.A. della suddetta Protezione Civile.
Il pericolo corso, però, non è affatto superato: la pulsione derogolativa che ha ispirato l’azione della struttura guidata da Bertolaso&C., continua a permeare ogni iniziativa legislativa dell’attuale maggioranza governativa e per quanto riguarda l’Aquila ci si ostina a riproporre la logica dei commissariamenti che altro non è che il tentativo di evadere da un sistema di regole certe, trasparenti, democraticamente condivise.
Il caso rappresentato da L’Aquila, di una ricostruzione mal impostata e gestita ancora peggio, fra mille incertezze e rinvii, di un centro storico e di un patrimonio culturale scientemente abbandonati fra macerie e puntellamenti distruttivi e il cui recupero si fa di mese in mese più problematico, così come emerge con estrema chiarezza dal volume di Francesco Erbani, è problema ancora del tutto aperto.
Dopo due anni di inerzie le ultimissime notizie secondo le quali il Comune de L’Aquila avrebbe finalmente costituito una propria struttura interna per la gestione urbanistica della ricostruzione, aprono lo spazio alla speranza. E qualche merito in questa riacquistata consapevolezza della necessità che la pubblica amministrazione, unica rappresentante delle esigenze della comunità locale, si ponga finalmente a capo di questo processo è da ascrivere alle capacità di denuncia dei mezzi di informazione. E fra questi, naturalmente, il Disastro.
F. Erbani, Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe, Laterza, 2010.
Trovo che la promessa di non demolire le case abusive fatta alla vigilia del voto abbia qualcosa di sconcio e disperato insieme. Come una confessione a cielo aperto che mentre strizza l’occhio alle mafie e alle camorre, ai furbi alle cricche ai criminali e ai disperati, appunto, dice sono uno di voi: sono criminale e disperato anche io. Tranquilli, se mi votate siete a posto. Potete smettere di nascondervi, non verrà la finanza, guardatemi, sono il vostro campione, il vostro Batman. Diventiamo tutti allegramente fuorilegge e gridiamolo forte, facciamo vedere che siamo la maggioranza e vinceremo: dopo nessuno di quei tristi legulei garanti della democrazia (ma cos’è poi, la democrazia di fronte ai soldi e all’impunità?) potrà venire a dirci delle regole e del diritto, li manderemo a casa tutti e vivremo nelle nostre case abusive e nelle nostre vite contraffatte felici e contenti. Io nelle ville coi cactus, voi nelle baracche di mattoni, il giovane Moratti nella Bat-caverna al centro di Milano e sua madre a balbettare in Comune.
Siamo uguali, in fondo. Sono uno di voi. Ecco. La truffa mediatica, il messaggio popolare che il più abile dei piazzisti prova a far passare ora che forte è la rabbia e più grande la paura è questo. Perché è vero che in prima battuta si accredita come il garante dell’illegalità al cospetto delle mafie criminali, a Napoli la camorra a Milano le ‘ndranghete nel resto d’Italia le multinazionali dell’illecito nostrane e di importazione. Ma è anche vero che mentre parla alle cricche dei costruttori di palazzi di sabbia, quelli che poi crollano lasciando i morti sui quali piangere lacrime ipocrite e colpevoli, cerca la complicità dei disperati che in quelle case vivono: gente che degli sfarzi dei lussi degli elicotteri dei miliardi di Berlusconi non vedrà altro che le foto ritoccate sui suoi settimanali e che è disperata di una disperazione diversa dalla sua, la disperazione di chi non ha un lavoro uno stipendio né una fogna che si porti via i liquami dei suoi vecchi, non quella di chi rischia di passare la vecchiaia in esilio come un despota latitante che non è riuscito ad incantare i suoi sudditi fino al punto da convincerli che la sua impunità è il bene del meraviglioso e triste paese che ha avuto la sventura e la mollezza di trasformarlo in un eroe. È possibile che gli credano, i disperati degli hintlerland di Crotone, di Cinisello Balsamo e di Somma vesuviana. È possibile che i cassintegrati e i disoccupati, i commercianti falliti perché taglieggiati e i taglieggiatori, i cummenda della veranda e i contadini senza raccolto, le prostitute che sperano in un charter per Arcore e i papponi che le organizzano, i costruttori di protesi e i vecchi senza denti, è possibile che tutti insieme costoro, accomunati da diverse miserie e povertà, vedano in quest’uomo in doppiopetto non il responsabile della loro rovina ma al contrario il salvatore, il bingo umano, il salvacondotto per il perpetuarsi della miserabile sopravvivenza scambiata con l’esistenza a cui avrebbero diritto.
Bisognerebbe che l’opposizione avesse la forza e l’intelligenza non di condannare e disprezzare chi spera che Silvio B. terrà in piedi le loro case e vite abusive ma di parlarci, di ascoltarli, di proporre un’alternativa reale non fra vent’anni ma adesso. Di andare fra chi vive nelle case abusive e dire avete diritto ad una casa migliore di questa, eccola. Noi ve la daremo senza far passare avanti i figli e i nipoti di nessuno. Un’etica. Una moralità sincera e credibile che sappia sconfiggere la corruzione e far sentire tutti parte di una comunità solidale, giusta, migliore.
È inutile sfogliare corposi libri di storia, arguti pamphlet, sferzanti pagine di cronaca. È inutile rievocare i tempi di Depretis o le peggiori vicende dell’Italia repubblicana. Da nessuna parte, in nessuna pagina si troverà qualcosa di lontanamente paragonabile all’apoteosi dell’indecenza sancita dall’ingresso dei "responsabili" nel sottogoverno (dal primo ingresso: è prevista una seconda ondata). Non si troveranno neppure parole adeguate: trasformismo è termine che gronda nobiltà e dignità, al paragone. E i voltagabbana del passato, in fondo, avevano pur avuto una gabbana. Eppure gli storici del futuro dovranno un granello di gratitudine anche a questo coacervo impresentabile e indefinibile di eletti: un "documento" prezioso del degrado ultimo cui la politica è giunta nel nostro Paese. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, scriveva Bertolt Brecht: ma che dire di un governo che ha bisogno dei "responsabili"?
Non ci si fermi però alle accidentate biografie e all’improntitudine dei promossi, o alle rancorose rivendicazioni degli esclusi ("c’è ancora un’iradiddio di nomine da fare", si consola elegantemente uno di essi). E non si dimentichino altri casi in cui il premier ha utilizzato, o tentato di utilizzare, incarichi pubblici per uso privato. O per aggirare la legge e la giustizia: si pensi al tentativo di salvare in extremis l’imputato e condannato Aldo Brancher inventando per lui un ministero di cui era incerto sin il nome. Si vada al cuore del problema, cui questa vicenda per più versi rimanda. Da un lato i "responsabili" sono il corollario di una concezione della politica che il Pdl ha progressivamente imposto e che comprende al suo interno anche il "sistema" illustrato a suo tempo da Denis Verdini. O la filosofia della cricca, che ci è stata ricordata anche ieri dalle cronache giudiziarie. Dall’altro lato il premier ha potuto perseguire anche in questo caso quella "diseducazione civica" cui si dedica da sempre con grande impegno: dopo aver legittimato l’evasione fiscale e delegittimato l’istruzione pubblica non poteva perdere l’occasione per premiare gli sfregi più vergognosi e dichiarati alla politica come servizio, allo Stato come bene comune. Certo, siamo giunti alla farsa ma nella storia le farse non allontanano le tragedie. Spesso aprono loro la via.
Vent’anni fa, nell’agonia della "prima repubblica", Edmondo Berselli osservava che il ceto politico italiano era ormai attraversato e scosso: «Da due spinte esattamente opposte: l’istinto di conservazione e una oscura volontà di autoannientamento». L’«immobilità parossistica» della scena politica mascherava però male – aggiungeva Berselli – il crescere di una «perfida combinazione di crisi economica conclamata e di marasma pericolosamente vicino al collasso del sistema».
Fa impressione rileggere a distanza d’anni un’analisi così lucida, che ebbe di lì a poco probanti conferme. E vale la pena tenerla presente anche oggi, perché illumina meglio molte vicende delle ultime settimane. Anche in esse è stato molto difficile distinguere i drammi reali dalle parodie di quart’ordine messe in scena in loro nome. Ad Aldo Capitini e a Danilo Dolci, per fortuna, è stato risparmiato il "pacifismo" dei leghisti, apertamente motivato con la necessità di arginare il dilagare degli immigrati e di affermare il proprio peso politico nel governo (cioè il proprio non clandestino dilagare in molteplici enti e istituzioni). Dopo l’approvazione di una mozione grottesca Bossi ha rispolverato il "celodurismo" e ha aggiunto: la Nato dovrà tenerne conto. "Mamma mia che impressione", avrebbe detto Alberto Sordi. Per non parlare del nostro ministro della Difesa, che da tempo non sembra più padrone di sé. Basta qualche contestazione in Parlamento, o semplicemente a "Ballarò", per trasformarlo nella inquietante caricatura del La Russa che nei primi anni Settanta capeggiava i giovani missini milanesi (non troppo raccomandabili, a leggere le cronache di allora). All’equilibrio e alla saggezza di quest’uomo è affidato il nostro esercito.
Anche in precedenza non ci era stato risparmiato proprio nulla: l’irrilevante che sostituisce l’essenziale, l’interesse privato che soppianta quello pubblico, la menzogna più sfacciata che irride a ciò che le persone normali vedono e sanno. In qualunque altro Paese non sarebbe rimasto al suo posto neppure per un secondo un ministro dell’ambiente capace di dichiarare: "non possiamo rischiare le elezioni amministrative per il nucleare". Né è immaginabile altrove un premier che ammetta (o rivendichi, come nel nostro caso): ci siamo inventati un bell’imbroglio per confermare la scelta nucleare. Tutto nel giro di pochi giorni, e all’indomani di una sciagura immane. Per più versi però la deriva del governo chiama in causa il Paese nel suo insieme: «Gli italiani non sembrano capire il disastro in cui si trovano. Il nostro è un curioso destino, abbiamo la libertà delle catastrofi, la libertà degli irresponsabili, la vacanza che coincide con l’anarchia». Lo scriveva Corrado Alvaro sessant’anni fa, e ci sembrano parole terribilmente attuali.
La difficoltà di cogliere lo spessore del dramma sembra attraversare anche le opposizioni. Solo così si spiegano le troppe assenze inspiegabili (come quelle che hanno permesso l’approvazione del documento economico del governo) e i troppi conflitti interni, solo parzialmente sopiti negli ultimi tempi. Di qui l’urgenza di quel colpo d’ala, di quella capacità di invertire la tendenza cui si è riferito il Presidente Napolitano. Difficile dir meglio: è necessaria un’alternativa di governo «credibile, affidabile e praticabile». È necessaria una sinistra capace di "togliersi di dosso ogni sospetto di volersi insediare al potere come alternativa senza alternativa". Capace, insomma, di mettere in campo proposte concrete e convincenti, connesse a un’idea generale di futuro
È un passaggio obbligato: non solo e non tanto per smuovere orientamenti elettorali stagnanti quanto per rimettere in moto il Paese. Per arrestare un declino. Per dare voce e fiducia a quella parte dell’Italia che non si è arresa, che ha ancora voglia di rimettersi in gioco. «L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste», come cantava Francesco De Gregori. Di tempo, forse, non ne è rimasto moltissimo.
Volevano liberare il territorio patrio, e quello delle nazioni conquistate - il loro Lebensraum - dalla presenza degli ebrei; per impedire che gli contaminassero razza e costumi; ma non pensavano ancora allo sterminio. Prima avevano cercato di chiuderli nei ghetti: ma «loro» erano troppi e ancora troppo visibili. E si erano resi conto che con i pogrom - famoso è quello della notte dei cristalli - non avrebbero mai risolto il «loro» problema. Poi avevano pensato di deportarli in un paese lontano, in Madagascar; ma era troppo difficile, soprattutto in tempo di guerra. Allora hanno cominciato a ucciderli dove li avevano appena rastrellati, fucilandoli sull'orlo delle fosse comuni che gli avevano fatto scavare. Ma lo spettacolo era sconvolgente e gli schizzi di sangue gli macchiavano le divise. Alla fine hanno inventato le camere a gas e i campi di sterminio: un sistema «asettico», dove hanno convogliato per sopprimerli sei milioni di ebrei. È la storia della Shoah.
Anche noi - sembra - dobbiamo preservare i nostri territori dall'invasione di popoli inferiori ed estranei alle nostre radici giudaico-cristiane. Prima abbiamo usato una legislazione ad hoc e le questure, equiparando la loro esistenza a un crimine e vessandoli in ogni modo con la speranza che se ne andassero. Non ha avuto successo. Poi abbiamo cominciato a internarli in vere e proprie galere, fingendo che fossero luoghi di transito. Ma le hanno riempite tutte subito; e gli altri sono rimasti fuori. Poi siamo andati a bruciare i loro campi e le loro catapecchie, sotto la guida della Lega nelle città del Nord e della camorra in quelle del Sud; o a radere al suolo con i bulldozer campi e fabbriche dismesse dove si insediano sotto la guida di molti sindaci sia del Nord che del Sud; ma ritornano sempre, accampandosi da qualche altra parte. Per questo abbiamo pensato di affidare ai nostri dirimpettai del Mediterraneo, pagandoli, blandendoli e sottoponendoci a umilianti rituali - senza però mai trascurare gli affari - il compito di fermarli prima che toccassero il nostro bagnasciuga. Erano campi di sterminio quelli che finanziavamo, anche se lo sterminio era affidato alle angherie di svariate polizie e non a un'organizzazione scientifica come quella dei Lager. Poi la diga si è rotta e quelli che avevamo addestrato perché li bloccassero si sono messi ad organizzare le loro partenze in massa.
Così ci siamo ritrovati in guerra contro il tiranno che avevamo blandito fino al giorno prima. Abbiamo anche provato a rimandarli indietro: in aereo, in nave, in treno; o a spedirli oltre frontiera, sperando che se li prendesse qualcun altro; ma è come svuotare il mare con un secchiello. Alla fine qualcuno ha proposto di sparare direttamente sui barconi per affondarli: in un mare che nel corso degli anni ha già inghiottito trentamila migranti. Niente di più facile, d'altronde: sfiorano sui loro barconi con i motori in avaria le navi che bombardano le truppe di Gheddafi (ben armate, queste, dalla nostra industria bellica); e quelle nemmeno si accostano per raccoglierli. Quale sarà, allora, il prossimo passo di questa deriva?
La politica dei respingimenti è fallita sotto i nostri occhi. Il governo italiano aveva pensato di poterla perseguire per conto suo, in combutta con Gheddafi, per non renderne conto ai partner dell'Ue, a suo tempo definita «Forcolandia» per aver promosso una legislazione antirazzista sgradita alla Lega (bei tempi! Oggi l'Unione accetta senza fiatare la nuova costituzione ungherese, che del razzismo è un'epitome). Adesso il governo italiano piange perché i paesi che aveva appena finito di insultare non vogliono condividere il «fardello» caduto addosso al povero ministro Maroni, diventato in poco tempo il nemico numero uno della sua base più incarognita. Ma sulle menzogne della politica dei respingimenti sono stati costruiti per anni successi politici truffaldini e maggioranze di governo ad personam. E carriere ancora più facili di quelle delle tante ragazze trasformate in ministro, parlamentare, consigliere regionale o dirigente politico per aver fatto sesso con Berlusconi. Pensate al «Trota», il figlio di Bossi, diventato consigliere regionale dopo ben tre bocciature negli esamifici più screditati della Padania, che nel suo curriculum aveva solo un videogioco intitolato «Rimbalza il clandestino». Forse che - progressi tecnologici a parte - film e libri come Süss l'Ebreo, che hanno spianato la strada alla Shoah, avevano un'ispirazione diversa?
Purtroppo, in questa deriva l'Italia non è che l'avanguardia di un processo che sta investendo tutta l'Europa, mettendo alle corde tanto la sua politica (la capacità di scelte condivise), quanto il suo bagaglio culturale: esattamente come a suo tempo il razzismo antiebraico (largamente recepito sia ad est che ad ovest della Germania nazista) aveva sconfessato secoli di cultura tedesca e sprofondato il suo popolo in una vergogna che l'oblio non ha ancora sanato. L'Italia e l'Europa, peraltro, possono ancora incattivire parecchio: la strada verso una qualche «soluzione finale» è ancora lunga. Ma è già tracciata fin da quando Oriana Fallaci è assurta al ruolo di profeta della nuova Europa razzista.
Dunque è chiaro, anche se tutt'altro che evidente e condiviso, che al di là dei successi elettorali e delle facili carriere, la politica dei respingimenti non paga. Con essa l'Italia e l'Europa stanno rapidamente perdendo ogni posizione di vantaggio nell'arena della democrazia. L'alba di un rovesciamento delle parti già si intravvede: in Tunisia, in Egitto, in Siria, in Barhein, in Algeria; forse persino in Yemen; là dove un popolo di giovani scolarizzati e disoccupati sta riuscendo in quello che in Italia non riusciamo più a fare e molti di noi nemmeno a sperare: liberarsi da una tirannia mascherata da democrazia: niente di molto diverso dai regimi di Ben Alì, Mubarak o Assad.
Ma la storia avrebbe potuto imboccare, e forse può ancora imboccare, un'altra strada. Se respingere è irrealizzabile, e le conseguenze sono un danno per tutti, bisogna attrezzarsi per accogliere. Agire come se vivessimo in un'unica grande «patria» (non la «nazione», continuamente invocata a sproposito da Ernesto Galli della Loggia; e nemmeno uno Stato, nazionale o sovranazionale, che è da tempo un organo senza più poteri, ma solo con funzioni di copertura e saccheggio); bensì un'area di relazioni in grado di arricchire tutti: chi è qui e chi resta là. Una società dove a tutti venga offerto un ricovero e un'alimentazione decente (non sarebbe un grande sforzo: in Italia siamo soffocati dal cemento e buttiamo via quasi metà degli alimenti che compriamo). Un'integrazione fondata sull'accesso alla scuola e all'educazione di tutti, fornita dei supporti necessari per fare di ogni allievo, bimbo, giovane o adulto, un veicolo di reciproca accettazione. Un'economia aperta a tutti su un piede di parità: dove venga meno la possibilità di sfruttare il lavoro irregolare, ma anche il «vantaggio competitivo» di chi lavora in condizioni e per salari indecenti perché è irregolare (nella clandestinità c'è sempre posto per tutti; anche ai livelli di vita più degradati; per questo è una «calamita» di disperati. Ma quando si aprono le porte agli ingressi è possibile che molti, ai rischi di una traversata pericolosa preferiscano aspettare un secondo turno, se turni ci sono; anche se i turni, ovviamente, non sono la risposta ai problemi più urgenti). E poi, una produzione sostenibile e replicabile: per poter fare anche là, senza dipendere più di tanto da aiuti o capitali stranieri, quello che si potrebbe imparare a fare qua: con le energie rinnovabili, la piena utilizzazione delle risorse locali, la sovranità alimentare, la cura del territorio, la valorizzazione del patrimonio culturale; tante «cose» che rendono produttivi anche e soprattutto i rapporti interpersonali. Non ci sono solo profughi alla ricerca di un futuro; ci sono anche molti migranti che hanno imparato un mestiere, costruito un'impresa, creato una rete di relazioni; pronti a riportare nel paese di origine il piccolo o grande «capitale umano» che hanno acquisito. Certo sono meno di quelli che arrivano; ma possono essere un vettore di uno «sviluppo più sostenibile», che nessun programma di cooperazione ministeriale potrà mai realizzare.
Un approccio del genere è mancato per una nostra debolezza culturale. Eppure avrebbe potuto accelerare la democratizzazione in corso in molti paesi del Mediterraneo; rallentare la spinta all'emigrazione (forse non quella sospinta dalla miseria e dalle guerre; ma certamente quella promossa dalla curiosità per una vita diversa); promuovere desideri di un ritorno in patria in migranti portatori di un nuovo corredo di professionalità, di conoscenze, di esperienze e persino di capitali. Soprattutto, avrebbe potuto, e ancora potrebbe, fare dell'Europa e del bacino del Mediterraneo un'unica grande comunità.
Il rimando è alla violenza fisica, al bisturi, alla spietatezza del chirurgo. Dopo la parola "cancro" non c´è più spazio per le parole. Cancro è infatti la parola terminale, fuori dalla civiltà della democrazia, oltre la detestabilità del nemico. Berlusconi l´ha usata contro i magistrati e, in polemica ipocrita e contorta, contro il presidente Napolitano, dinanzi al quale non ha osato ripeterla. Al Capo dello Stato, che rendeva omaggio alla magistratura nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo, Berlusconi ha notificato un complimento di circostanza: «nobili parole».
Lontano da lui ha invece formalizzato con un atto politico la sua fissazione e ha chiesto una commissione di inchiesta parlamentare contro «il cancro» appunto dei pm. Ha così portato il livello dello scontro alla sua soglia definitiva. La diagnosi di cancro è lo schiaffo che provoca i giudici al duello ed è un´insolenza malcelata dall´opportunismo di giornata verso Napolitano che non solo è il primo magistrato d´Italia, ma si è appunto espresso con parole opposte, solenni e commosse. Berlusconi inghiottiva lì quello che andava a sputare fuori.
Quale che sia la sua consapevolezza, il presidente del Consiglio ha infatti compiuto un passo verso la guerra civile perché, come ben sappiamo, dopo le legittime armi della critica si arriva alla funesta critica con le armi.
E non è finita qui. Attraverso il varco aperto da Berlusconi si è fatto largo il solito cavallo di Troia. La Santanchè, che non vuole mai restare indietro nella gara eversiva a chi la spara più grossa, ha addirittura individuato il fuoco del cancro in una persona. Per questa raffinata signora del berlusconismo «la metastasi» è Ilda Boccassini.
Ci stiamo abituando a tutto. E non facciamo in tempo ad abituarci a un peggio che subito arriva un pessimo. Sino a ieri la volgarità ci sembrava il limite estremo della prepotenza politica. E però l´insulto, il turpiloquio, il rutto sono antagonismo non curato, becerume che non attenta agli assi portanti della democrazia, che poi sono quelli che garantiscono diritto di cittadinanza al becerume stesso. La volgarità insomma è ancora dentro il rispetto dell´integrità fisica dell´avversario. Il cancro invece ti pone davanti non più un avversario e neppure un nemico che è ancora una persona da abbattere. Il cancro è una mostruosità da devastare: con il bombardamento chimico, con l´estirpazione, con qualunque mezzo cruento. Siamo alla preparazione psicologica della guerra civile. Con il cancro infatti non c´è più bisogno di discutere né c´è tempo di ragionare: bisogna agire presto.
Questo linguaggio che fa pensare a Berlusconi sul carro armato e con gli anfibi, agli esercizi militari in tuta mimetica mi spinge tuttavia a una domanda, alla più pacificata delle domande: perché il fragore di questo lessico invasato non viene percepito e, non dico coraggiosamente combattuto, ma almeno timidamente criticato dai galantuomini che - oso pensare - ancora stanno accanto a Berlusconi, nonostante tutto? È mai possibile che tra i molti avvocati, qualche economista, i tanti medici, tra tutti quei giornalisti «anarchici, esteti e situazionisti» , tra le belle signorine e signorini, tra gli appassionati ex missini statalisti, tra gli ex liberalsocialisti ed ex democristiani…, è mai possibile che in quella ganga di cervelloni scervellati siano ormai tutti assoggettati alla Santanché che ripete, papera papera, le invettive del capo e aggiunge rancore calcolato ai rancori incrostati del suo principale?
È mai possibile che nessun Letta e nessun Tremonti, nessun Maroni e nessuna Moratti gli dicano che non c´è più niente da ridere, e gli spieghino la scena su cui tutta l´Italia si è fermata, il presidente che piange e Berlusconi che ghigna? Forse stasera nella sua ‘Radio Londra´ Giuliano Ferrara potrebbe consegnare questo messaggio speciale: c´è differenza tra politologia e oncologia, e «cancro» è parlare tragico, è la parola compiaciuta della iena che ride sul corpo ferito della povera patria.
"In una situazione babelica di linguaggi e opzioni politiche, di fallimento di tutte le grandi fedi politiche e religiose, Gramsci forse viene riscoperto incessantemente perché ci insegna a non rinunciare alla lotta, proponendo una rivoluzione che sia un processo e non un atto, che nasca da un lungo lavorio di preparazione culturale e pedagogica". Proponiamo il saggio di Angelo d'Orsi contenuto nel volume "Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell'Italia del dopoguerra" di Francesca Chiarotto di recente pubblicazione per Bruno Mondadori.
Le “scoperte” di Gramsci si sono reiterate, a cicli, nella cultura italiana e, sia pure in proporzione ridotta, in molte culture straniere. Altrettanto numerosi gli usi, talora abusi, del suo pensiero e della sua stessa figura: fondatore del partito, militante antifascista, martire, santo laico. Il suo volto – come lo conosciamo da una delle pochissime immagini che ci sono state tramandate, intenso e fascinoso – è divenuto un’icona che, a guisa di un Che Guevara italiano, orna ormai magliette, borse, manifesti murali, persino cartoline pubblicitarie, che “vendono” prodotti talora del tutto estranei all’universo gramsciano. Spesso, come del resto accade per il “Che”, la diffusione dell’icona è inversamente proporzionale alla conoscenza del suo significato profondo, ma, trattandosi di uomini d’azione e insieme di teorici politici, vuole testimoniare adesione a una proposta politica (ancorché ben conosciuta) e condivisione di una testimonianza giudicata, a ragione, eroica.
L’immagine pubblica di Gramsci ha percorso, dopo la morte, un itinerario che si snoda tra epifanie e disparizioni, disinvolti utilizzi e aspri scontri, interni ed esterni a quel mondo della sinistra che, gramscianamente, avrebbe dovuto lottare unito, pur preservando le differenze programmatiche e non sottacendo le distanze ideologiche. Il che significa che anche la figura ascetica di Gramsci, quasi immediatamente, dopo la sua morte, e per certi versi anche prima, sacralizzata, venne usata a fini di battaglia politica: innanzi tutto da Palmiro Togliatti, che pure fu il primo sostenitore di tutte le iniziative volte a rendere noto «il pensiero di Antonio», ma che certo seppe, in una strategia culturale di eccezionale lucidità, mettere a frutto quel patrimonio ideale, per costruire un partito che fosse comunista, ma italiano, con tutti gli adattamenti che di volta in volta gli sviluppi politici inducevano o obbligavano. In fondo, l’originalità del comunismo italiano, e la sua “diversità” ha a che fare con Gramsci, prima che con Togliatti; e, al di là delle differenze tra i due, che emersero nella clamorosa rottura del 1926, mai più sanata, non v’è dubbio che il secondo seppe riannodare il filo spezzato. Naturalmente, mancava l’interlocutore, ma il rispetto e l’attenzione di Togliatti per il fratello maggiore, come venne considerato e talora chiamato Gramsci, sono fatti assodati.
La vicenda, dunque, delle edizioni e degli studi gramsciani, che si intreccia alla istituzionalizzazione, attraverso la Fondazione ad Antonio Gramsci intitolata, e alle mille iniziative volte a portare il nome di quel Sardo ben oltre i confini del partito, costituisce una traccia forte, e finora non sufficientemente seguita, della edificazione di un blocco intellettuale intorno al PCI: «la costruzione dell’egemonia», appunto. Ora, sebbene intorno a quel nome la battaglia ideologica, in forma residuale, continui (basti pensare alla recente ripresa tardiva di una insulsa diceria che vorrebbe un Gramsci convertito alla religione dei padri, in articulo mortis), [1] non v’è dubbio che, almeno nel mondo degli studi, mentre ancora qualche anatra starnazza sul Campidoglio, per avvertire il popolo e il senato della minaccia “comunista”, Gramsci sia diventato un tassello ineliminabile del mosaico del pensiero universale. E, altrettanto indubbiamente, questo fatto è certificato da una data: la pubblicazione dei Quaderni del carcere, nella nuova edizione critico-filologica, a cura di uno studioso che ha con quel lavoro legato per sempre il suo nome agli studi gramsciani, Valentino Gerratana.
Il momento in cui si collocò quell’avvenimento editoriale, la metà esatta del settimo decennio del XX secolo, oggi ci può apparire un momento di cerniera: si era ancora nel pieno di quelli che Mao Zedong aveva proclamato «I grandi anni Settanta», convinto che sarebbero stati gli anni della rivoluzione proletaria e socialista in Occidente, ma il cambiamento radicale, epocale, si stava già palesando come sogno più che come progetto, e, anzi, da quel sogno le classi operaie, gli studenti, una parte di ceto medio intellettuale, motori della rivolta del decennio precedente, si sarebbero di lì a poco risvegliati, e molti sarebbero precipitati nel ritiro dall’agorà, occupandosi solo del proprio “particolare”; altri, si sarebbero lasciati attirare dalle sciagurate chimere della lotta armata, entrando in clandestinità; e non mancava, chi, come sempre accade nella storia, si apprestava già allora a cambiare bandiera, e i teppisti sarebbero diventati uomini d’ordine, gli ortodossi del comunismo avrebbero conservato la struttura mentale rigida e l’intolleranza di derivazione bolscevico-staliniana, ma rovesciando completamente i propri valori ideali e orientamenti politici.
E Gramsci? In sintesi, il rivoluzionario veniva riletto, grazie alla seconda pubblicazione dei Quaderni, sub specie aeternitatis: in sostanza, dopo letture, e più o meno accorti utilizzi, fino ad allora prevalentemente e direttamente in chiave politica, sia in Italia, sia fuori, Gramsci cominciò a essere guardato nei termini, soprattutto, di un filosofo politico, ma anche di uno storico, di un critico letterario, di un interprete del mondo «vasto e terribile», per riprendere una notissima sua espressione, che ricorre più volte nella corrispondenza con i familiari. Anzi, in particolare, i Quaderni – proposti nella forma più o meno originaria in cui erano stati in parte scritti, in parte già riorganizzati dall’autore – sembravano cadere proprio nel cuore di una fase storica di trapasso, che, nondimeno, a taluni, appariva ancora aperta alle possibilità del socialismo. In Italia, il movimento degli studenti era ancora vivo, il PCI giungeva a esiti elettorali eccezionali, mentre la società aveva introdotto nei propri ordinamenti giuridici notevoli cambiamenti, il costume si era profondamente trasformato, come mostrò il referendum contro il divorzio voluto da una parte della Democrazia cristiana e appoggiato dalla Chiesa e clamorosamente sconfitto. Ma nel contempo, si cominciava a prendere atto, da parte di soggetti politici e intellettuali forse più attenti e realistici, di una nuova, incombente disfatta dell’ipotesi rivoluzionaria.
I testi gramsciani, che ritornavano come nuovi sul mercato delle idee, venivano finalmente colti, non a torto, quali frammenti di un’analisi lucida, ancorché venata di amarezza, della sconfitta del movimento rivoluzionario: si aggiunga che quelle analisi parevano in controluce evocare le successive sconfitte: quella del Vento del Nord, nel post-Resistenza in Italia, e l’altra, appunto, che stava cominciando a definirsi nella seconda metà degli anni settanta. Frammenti, dicevo: sul “frammentismo” gramsciano si erano già impiegati chilogrammi di carta stampata (se ne trova traccia nelle pagine che seguono), e il tema ritornò di attualità davanti alla nuova edizione dei Quaderni, che evitava gli accorpamenti più o meno giudiziosi, secondo linee tematiche variamente individuate, talora convincenti, talaltra meno; ma sempre, comunque, “traditrici” dello stato del testo: dunque, ciò che era stato forzosamente reso organico e compatto, ritornava alla dimensione originaria, nella sua natura di brogliaccio, sia pure nel corso del tempo reso, almeno in parte, più sistematico dallo stesso Gramsci, attraverso quella rielaborazione chiamata «Quaderni speciali». Eppure si scopriva, riprendendo alcune preziose intuizioni dei decenni precedenti, che il frammentismo non esprimeva soltanto la condizione provvisoria e disorganica di quei testi, ma traduceva la natura del pensiero del loro autore.
Le letture e riletture – che erano quasi per tutti letture ex novo – favorite da questa nuova «epifania gramsciana», come viene chiamata efficacemente nelle pagine che seguono, furono dunque influenzate dalla situazione politica complessiva, ossia, dall’affievolirsi delle istanze di cambiamento radicale, anche se non si affacciava allora lo spettro della controrivoluzione, come nell’Europa di mezzo secolo prima, quando lo scontro reazione-rivoluzione propagatosi come un incendio dopo il 1917, aveva visto la vittoria della prima, spesso con dolorosissime conseguenze; e nella stessa immensa “patria del socialismo”, l’Unione Sovietica, dove il gruppo dirigente passava di successo in successo nella lotta contro i “nemici interni”, in qualche modo realizzando i peggiori scenari ipotizzati dallo stesso Gramsci nella lettera del 1926, consegnata a Togliatti e mai recapitata. Scenari che negli anni seguenti, e prima ancora delle purghe su larga scala – che sopraggiunsero nell’anno stesso della morte, il 1937 – il detenuto avrebbe in parte compreso, in parte vagamente intuito, sulla base delle scarne e mutile informazioni che gli erano fatte giungere, clandestinamente, attraverso i canali della comunità carceraria, per il tramite di compagni, ma sovente osteggiati da altri militanti del partito.
Il fatto che la presentazione dei Quaderni, curati da Gerratana, organizzata dalla casa editrice Einaudi, avvenisse a Parigi, può da una parte essere significativa della presenza precoce di Gramsci Oltralpe, ma anche del ruolo della Francia nella guida dei movimenti di contestazione europea degli anni precedenti. Eppure, non ne conseguì un rilancio efficace degli studi gramsciani francesi (ma va segnalato in contemporanea la pubblicazione di un saggio tuttora insuperato nel suo specifico, su di un tema fondamentale come quello dello Stato), [2] né delle traduzioni, paradossalmente, se non in modo assai contenuto, considerando che l’edizione integrale dei Quaderni, avviata più tardi, impiegò un ventennio per giungere a conclusione;3 tuttavia Parigi, grazie a quella iniziativa, che mostrò immediatamente il valore generale dell’impresa editoriale, fu il centro propulsivo di un rilancio della presenza di Gramsci sulla scena culturale internazionale. Se fino ad allora era stata soltanto la sinistra, variamente comunista, a tradurre, studiare o semplicemente leggere Gramsci, da quel momento si realizzò un salto in avanti nella conoscenza e diffusione dell’opera gramsciana, con un significativo allargamento del parco dei lettori e degli studiosi. E altre letture, altre interpretazioni, soprattutto altre focalizzazioni emersero dall’universo del Gramsci “maturo”, restituito alla pur complessa e multiforme natura di quegli straordinari appunti di lavoro che erano i Quaderni, e che finalmente apparivano per ciò che erano, liberati dalla gabbia della tematizzazione imposta da Palmiro Togliatti e Felice Platone.
Che “l’operazione Quaderni”, dell’immediato dopoguerra – più in generale, “l’operazione Gramsci” –, sia stata cosa buona e saggia, è ampiamente dimostrato nelle pagine di questo libro; ma quel tipo di edizione, non tanto per i tagli e le “censure”, quanto proprio per gli accorpamenti delle sparse note gramsciane, si prestava meglio agli utilizzi politico-ideologici. Ora, con il 1975, grazie all’edizione Gerratana, i Quaderni, se non tutto Gramsci, potevano essere affrontati in un altro modo, che non solo si sottraesse al servo encomio e al codardo oltraggio, ma fosse in grado di far emergere insospettate valenze di quel pensiero, ampliandone gli echi, moltiplicandone le risonanze. Il che, puntualmente, avvenne, pur non cessando gli usi politici, che, in un senso o nell’altro, erano comunque facilitati dall’assenza della pubblicazione completa e scientificamente rigorosa di tutti gli scritti e dei carteggi gramsciani.
Ma, ancora in mente dei l’Opera Omnia, in quella fase l’edizione integrale e critica dei Quaderni, giunta a conclusione dopo un paziente e generoso lavoro, fu una tappa fondamentale. Per la prima volta si poteva leggere quel che davvero Antonio Gramsci aveva scritto in carcere, senza le mediazioni togliattiane, sganciandosi da quel lavoro del primo dopoguerra che, con tutti i suoi meriti, aveva l’intento, principalmente, di fondare una pedagogia politica di massa. Fu una sorta di rivoluzione copernicana che costrinse a un benefico bagno nel testo, anche da parte di coloro che i Quaderni li avevano già letti e usati, e che ebbero l’impressione di trovarsi davanti a un altro testo, quasi un palinsesto, di straordinaria vivacità e forza, di enorme spessore, certo di gravi difficoltà, anche per la sua natura interrotta, provvisoria, talora rapsodica, non esente da contraddizioni e aporie... E, altro paradosso, se è vero che liberati dalla gabbia tematica i Quaderni erano restituiti alla polisemia di un cantiere aperto, d’altro canto anche la forma editoriale – in luogo dei sei volumi, apparsi separatamente, acquistabili uno per uno, come opere diverse, un blocco di oltre tremila pagine solo per comodità del lettore diviso in quattro tomi – dava al testo una sorta di omogeneità, ne faceva insomma un’“opera”. E su di essa, per tanti versi “nuova”, ci si pose allo studio, in modo nuovo: la filologia cominciò a essere una chiave importante, in parallelo, d’altronde, con l’acquisizione che stava imponendosi su scala sovranazionale, ancorché non ancora generalizzata, di Antonio Gramsci nell’empireo dei grandi del pensiero. I grandi si studiano, e si studiano con gli strumenti raffinati della critica e ricostruzione filologica del testo, dell’analisi filosofica, ma su quel preciso testo, dell’attenta contestualizzazione storica.
Grazie a questi nuovi approcci, Gramsci non soltanto fu, almeno in parte, sottratto alle dispute ideologiche, spesso di modesto valore, e agli utilizzi politici (almeno quelli più smaccati), ma altresì fu liberato da una interpretazione di fondo, che, con qualche non frequente eccezione, lo collocava nel solco della tradizione italiana, punto d’arrivo di linee continue che ne facevano uno storicista idealista, in buona sostanza. I due elementi erano andati di pari passo: notò nel 1977, assai criticamente, sull’“operazione Gramsci”, Arcangelo Leone de Castris, uno studioso marxista esterno (“a sinistra”) al Partito comunista, che nel momento in cui la cultura italiana del dopoguerra tentava «una sistemazione di quella operazione nella figura del “grande intellettuale”, culmine di una tradizione democratica nazionale e suo ripropositore, capovolgeva nella propria ideologia della continuità, di fatto funzionale a una concezione riduttiva della via italiana al socialismo, il vero centro teorico-politico dell’operazione gramsciana». [4]
Come dire un’operazione Gramsci, ossia su Gramsci, condotta da Togliatti e portata avanti dai suoi intellettuali organici dopo la morte del capo, contro l’operazione gramsciana, ossia di Gramsci. Quanto poi al centro dell’elaborazione propriamente di Gramsci, le opinioni dello studioso erano e rimangono discutibili, e forse attardate su moduli che ci appaiono oggi desueti. Ma il centro del discorso concerneva il fatto che Gramsci stesso si fosse battuto contro quella tradizione, e i suoi rappresentanti, specie nel presente politico.
Tra il convegno del quarantennale della morte (1977) e quello del cinquantennale di dieci anni dopo, furono forniti tutti gli indizi che i tempi stavano cambiando. Dall’apogeo si passò lentamente all’ipogeo: tutti gramsciani negli anni settanta, nessun gramsciano negli ottanta... Nel convegno del 1977 si affrontarono in particolare temi teorici, segno di una piena assunzione di Gramsci nel mondo del pensiero: un mondo dal quale da un lato taluni studiosi, retrivi e misoneisti, intendevano tenerlo lontano, mentre dall’altro alcuni esponenti della generazione più giovane, molto gauchiste, influenzata dall’antico avversario in seno al Partito comunista, Amadeo Bordiga, o da altre correnti marxiste, cercavano di inchiodarvelo come un marchio d’infamia (quasi una riproposizione, senza troppo sforzo immaginativo, delle accuse bordighiane rivolte già al giovane socialista sotto la Mole, di essere a capo di un gruppo, quello de “L’Ordine Nuovo”, «culturalista»). Ciononostante, era precisamente l’inventore o il reinventore di parole chiave del lessico politico, e in specie dell’egemonia, che ormai si era imposto sulla scena internazionale, a livello di mondo accademico: ma nemo propheta in Patria.
Dunque, in Italia, dopo quell’importante raduno del quarantennale, che quasi coincise perfettamente con l’ascesa al potere nel Partito socialista di Bettino Craxi, animato da un furor anticomunista, mentre fuori dei confini appunto Gramsci era oggetto di un processo di universalizzazione, qui veniva di nuovo ripiegato ad usum di cordate politico-intellettuali di modesto respiro, ma di notevole risonanza mediatica. L’intenzione era quella di portare il PCI a Canossa, e Gramsci diventava una sorta di uomo dello schermo: si criticava lui, per sollecitare il partito da lui fondato (pur con intenti polemici, a dispetto della sua dubbia verità, era rimasta dominante, diventando senso comune, l’attribuzione di “paternità”; Gramsci era “il fondatore” del PCI) ad abbracciare la “via democratica”. In particolare la rivista teorica del PSI, “Mondo Operaio”, si distinse in questa campagna, che, naturalmente, ebbe spunti interessanti, in un mare di interventi ideologici, che rivisti oggi appaiono irrimediabilmente datati. Forse, più datati persino del Gramsci “bolscevico” della prima metà degli anni venti.
Quanto alle letture collocate “a sinistra”, emergeva, non di rado, un’altra criticità, che era in parte scientifica, in parte, di nuovo, politica: ossia una svalutazione del Gramsci giovanile, parallela e contraria a quella condotta in seno all’intellettualità comunista ortodossa, e una nuova centratura sui Quaderni, che solo in anni assai recenti si è tentato, da parte di qualcuno, di rompere.
La cosa era comunque comprensibile, in quanto, letti nella loro versione (quasi) integrale, e sub specie voluminis, i Quaderni, insomma, diventati “opera”, accrescevano enormemente la loro forza di suggestione; al di là delle interpretazioni non c’è dubbio che in questo procedimento Gramsci fosse esaminato, da parte di una cerchia di studiosi per certi versi differente da quella passata, anche per ovvie ragioni biologiche, con occhi nuovi, e soprattutto anche con strumenti più raffinati. Non era la nouvelle histoire gramscienne, ma si poteva infine prestare la dovuta attenzione alla filologia, senza il rischio di essere accusati di pedanteria: inediti accostamenti, talora impensate affinità, conferme e modificazioni, si affacciavano nel paniere degli studi dedicati al Sardo. Se ne ricavavano preziose tessere di un mosaico che nel corso degli anni seguenti sarebbe diventato via via monumentale, in termini di quantità e di qualità, con una intensificazione fuori d’Italia a partire dal finire degli anni ottanta, e in Italia, dalla metà dei novanta. I concetti chiave del lessico gramsciano – da “Egemonia” a “Guerra di posizione”, da “Rivoluzione passiva” alla parola magica e forse davvero centrale “Intellettuali” – emersero come stelle luminose di un dizionario generale della teoria politica, ma anche della sociologia, della critica letteraria, della storiografia. E quant’altro. Già, perché si faceva strada un po’ alla volta la realtà di un pensiero multiverso, a volte quasi inafferrabile per la sua stessa ricchezza.
Nello stesso tempo, paradossalmente, il cambio di decennio comportò, di sicuro in Italia, un lento inabissarsi di quel pensiero, prova che l’assunzione di Gramsci nell’empireo non lo aveva emendato dalla “colpa originaria”: il comunismo. Così, dopo un paio di decenni in crescendo, tra le edizioni di testi e la pubblicazione di studi (spesso, è vero, disinvolti sul piano della filologia e sbrigativi su quello della contestualizzazione), dopo una massa di interpretazioni le più varie, che talora contenevano grossolane semplificazioni e talaltra gravi impoverimenti del suo pensiero, mentre ritornavano gli attacchi ideologici (non più di parte cattolica, ma perlopiù, come ricordato, provenienti dall’area intellettuale di riferimento della nuova segreteria del Partito socialista), venne, accanto e dopo, il tempo della rimozione, e dell’oblio. Antonio Gramsci, in patria, insomma, diventava un “cane morto”. Era un altro paradosso, in quanto, contemporaneamente, sull’onda lunga dell’edizione critico-cronologica dei Quaderni, il pensatore (ma anche il rivoluzionario) veniva scoperto fuori d’Italia, in sedi diverse, e con differenti modalità. Vale la pena di ricordare, in margine, che intanto si era avviata, ma riservata al mondo degli studi, una discussione sui criteri dell’edizione Gerratana, con proposte interessanti, di varia radicalità, di una sua emendazione: insomma, la stessa pubblicazione della nuova edizione dei Quaderni diede il via al proprio superamento, in particolare grazie alle suggestioni di uno studioso proveniente da altri ambiti di ricerca come Gianni Francioni; ma il fatto stesso che un filologo settecentista si dedicasse a Gramsci, e ai complessi problemi di ricostruzione del testo, era la prova che quell’autore non era più etichettabile nei termini di giornalista socialista, o di dirigente di partito che si era anche dilettato di pensare la politica. [5]
Ma appunto a tale verità fuori d’Italia si giunse prima, anche se nei decenni antecedenti non pochi erano stati coloro che avevano colto lucidamente la “classicità” di Gramsci. In sostanza, mentre fuori dei patrii confini il nome di Gramsci cominciava a circolare con insistenza, negli ambienti culturali nostrani Gramsci era quasi ritornato a essere lo sconosciuto che era avanti la “scoperta” del 1947, grazie alle Lettere e al premio Viareggio che le aveva, inopinatamente, lanciate sulla scena nazionale. [6] L’inabissarsi della figura, del nome e del pensiero di Gramsci fu impressionante, nell’Italia degli anni ottanta, dominati politicamente dallo pseudoriformismo “decisionistico” del craxismo, e culturalmente da quello che fu chiamato, su scala sovranazionale, “l’edonismo reaganiano”, con un forte ripiegamento sul privato, una esibita volontà di primeggiare, individualisticamente, nella dimensione esistenziale in cui il lato pubblico, politico, veniva cancellato. L’agorà, in ogni sua possibile versione, era dimenticata a vantaggio del salotto di casa, o, peggio, della discoteca, o della birreria, dove nondimeno il discorso pubblico, politico, era del tutto rimosso. Il divertimento, nella sua forma spesso più becera, prendeva il posto dell’impegno. Come avrebbe potuto trovare posto una figura quale quella – rigorosa al punto da apparire rigorista, “calvinista” – di Antonio Gramsci, in quell’universo?
E anche a sinistra, nello scenario che si cominciava a delineare di fuga dal marxismo, e dal suo corrispettivo politico, il comunismo, Gramsci non godé di buona stampa. Basti, come esempio, il convegno organizzato nella “sua” Torino, sul finire del 1988, dal locale Istituto a lui intitolato. Qui si colsero i frutti dell’ambigua interpretazione data da Bobbio al convegno di vent’anni prima, e si dimostrarono non errate le preoccupazioni per le «pericolose conseguenze che essa implicava». [7] Ormai, mentre la cosiddetta “nuova destra”, alla ricerca di parentele nobili, cominciava a guardare al pensiero di Gramsci come a un punto di riferimento, in un patchwork confuso, ma degno di attenzione, bizzarramente le letture che emersero al convegno torinese sembravano andare nella stessa direzione, consegnando quel rivoluzionario, inchiodato da etichette che volevano essere squalificanti, come armonico, gerarchico, produttivista, tendenzialmente totalitario, proprio al paniere ideologico di una destra “colta”. [8]
L’edizione Gerratana ebbe anche l’effetto, certo non positivo, di oscurare gli scritti precarcerari, che ritornarono a essere ciò che in passato erano stati in un’opinione diffusa, alla quale si erano opposti in pochi: una sorta di preparazione della “vera” elaborazione teorica, quella in prigione, per i sostenitori della “continuità”; un immaturo prodotto della giovinezza, poi superato, in direzione piuttosto diversa, nell’età “matura”. Effetto bizzarro, in quanto proprio in quell’ottavo decennio del secolo, ancora Einaudi aveva dato il via a una nuova edizione degli scritti precarcerari (antecedenti dunque al novembre del 1926), che aveva arricchito notevolmente il quadro della biografia intellettuale e politica gramsciana, fornendo ulteriore materiali per studi e approfondimenti. Si trattava di un’edizione che faceva compiere importanti passi avanti, specie in termini di attribuzione: se per i Quaderni il problema fondamentale era quello della datazione, per gli articoli, quasi sempre non firmati, rimaneva quello del riconoscimento di paternità, che, con il trascorrere degli anni, diventava via via più incerto, con il mancare di molti dei protagonisti di quella stagione, la cui testimonianza era stata in passato uno dei criteri per l’attribuzione dei testi alla penna di Gramsci.
Anche in questa tornata editoriale un ruolo importante fu svolto da Gerratana; ma accanto a lui, oltre al redattore einaudiano Sergio Caprioglio, che aveva collaborato con Elsa Fubini alla curatela delle lettere, per la seconda edizione, assai arricchita, del 1965, [9] emergeva uno studioso della generazione successiva, Antonio A. Santucci, che si sarebbe spento prematuramente nel 2006, non senza aver dato contributi significativi agli studi gramsciani. [10] Peraltro, poco prima, era mancato Caprioglio: due perdite gravi per la comunità dei gramsciologi, che ancora non aveva superato la perdita di Gerratana, avvenuta nel 2000. L’edizione degli scritti precarcerari degli anni ottanta fu, nell’insieme, pregevole, malgrado errori e lacune: col senno di poi, si può parlare di un passo verso l’edizione completa degli scritti, che sarebbe stata avviata un quindicennio più tardi; in ogni caso si trattò di un lavoro che contribuì a una conoscenza assai più ricca della biografia di Antonio Gramsci nella Torino che da città fredda e ostile, come gli si era presentata nell’autunno del 1911, andò trasformandosi un po’ alla volta nella “sua” città. [11]
Gli anni ottanta si chiusero con una serie di eventi che sembrarono di nuovo riaprire i giochi, anche se gli impulsi a una Gramsci-Renaissance, onda lunga dell’edizione Gerratana, provennero da fuori d’Italia. Non ci fu “il convegno” per il cinquantesimo della morte (1987), ma una serie di iniziative che mostrarono il divario tra gli ambienti culturali italiani che ricuperavano in modo lento e ritardato una vera ricezione del pensiero del Sardo, e una comunità di studi internazionale che si apriva a Gramsci con attenzione e, talora, persino con autentico entusiasmo: era l’entusiasmo della scoperta, ancora una volta. Era un Gramsci nuovo quello che in una lettura trasversale e multidisciplinare, si palesava, tra manipoli di studiosi europei, americani e un po’ alla volta anche di altri continenti (Asia e Australia): era il Gramsci pensatore critico della modernità, marxista innovatore, comunista capace di riflettere senza ideologismi sul fallimento della rivoluzione in Occidente. Due raduni internazionali, in particolare, dotati di questi caratteri, segnarono tappe significative in tale direzione. [12]
La cultura italiana, dal canto suo, si lasciò lentamente trascinare al seguito, in modo spesso riluttante, talora opponendo resistenza, in varia forma, come rivelò il convegno di Torino di fine 1988. L’anno dopo, il fatidico 1989, a Formia si tenne un raduno internazionale, nell’oggetto e nei soggetti partecipanti; [13] e l’anno prima, lo statunitense John Cammett (mancato nel 2008), in vista proprio di quell’evento, aveva realizzato la prima Bibliografia gramsciana: stampata, in edizione provvisoria, poi ampliata per l’edizione definitiva – ossia provvisoriamente tale – pubblicata per il centenario della nascita (1991). [14] Fu così che, grazie a questo fino ad allora sconosciuto studioso, già militante sindacale, che aveva lavorato da solo, e in modo dilettantesco – nel senso migliore – si scoprì che su Gramsci avevano scritto (articoli, saggi, monografie, voci di enciclopedie) centinaia e centinaia di studiosi, di militanti politici, di opinion makers, in oltre trenta lingue del mondo: si trattava di oltre settemila titoli. Fu un piccolo, salutare choc, che contribuì a produrre, anche per un effetto d’imitazione, una nuova ondata di studi, edizioni, ricerche.
Le edizioni in lingue diverse dall’italiano cominciarono a susseguirsi; e non si trattava più di antologie, ma di ambiziosi tentativi di traduzioni integrali. Negli Stati Uniti nacque la International Gramsci Society (IGS), che presto diede vita a una importante Sezione italiana. E mentre si cominciava alacremente a lavorare all’edizione integrale inglese dei Quaderni, a cura di Joseph Buttigieg, fondatore dell’IGS, il nome di Gramsci si diffondeva soprattutto in America Latina, mentre in Europa la ripresa di interesse fu più lenta, specie in Francia dove era partita per prima l’attenzione a questo italiano, con grandi contese politiche tra gramsciani e gramscisti... Ciò non toglie che in numerose realtà nazionali Gramsci fosse ormai diventato un personaggio di rilievo in seno al dibattito politico e culturale; lo si incominciava a citare anche al di fuori dei contesti scientifici, quasi ad avvalorare un destino di usi politici, ennesimo paradosso: la pratica degli utilizzi a fini di parte o di partito del pensiero gramsciano, cessata in Italia si diffondeva fuori, contemporanea e parallela alla nascita di autentici filoni di studio; questi, proprio come, del resto, gli usi politici erano, in effetti, legati essenzialmente alle principali categorie teoriche dei Quaderni che l’edizione Gerratana stava in qualche modo “liberando”, facendole emergere in piena luce. Insomma, il lessico di Gramsci su cui finalmente si poneva l’attenzione che meritava, si prestava a un doppio uso: strumento di analisi della realtà storico-politica (e non solo, essendo ben presenti in quell’ipertesto gramsciano concetti provenienti da altre discipline), da un lato, e di intervento nella prassi, dall’altro. Ma sempre fuori d’Italia. Doppiato il capo del 1989, nei primi anni novanta, quando nelle università italiane si può dire che nessuno (o quasi nessuno) tenesse corsi su Gramsci, il cui nome era ormai ritornato a essere ignorato o pressoché ignoto agli studenti, e negletto dalla quasi totalità del corpo docente, in Giappone, per fare un esempio, era uno degli autori politici più studiati; così pure, per riferirsi a tutt’altra temperie culturale, nei paesi arabi. [15]
Ma, come ho accennato, di nuovo gli orientamenti culturali stavano, sia pur lentamente, cambiando. Il 1989-1991 (ossia il biennio “rivoluzionario” che, con l’improvviso crollo del “socialismo reale”, aveva sconvolto il mondo, alimentando speranze poi rivelatesi perlopiù ingannevoli e fallaci) [16] aveva d’improvviso fatto emergere dalle macerie del Muro di Berlino, che aveva, nel suo crollo, travolto larga parte della letteratura marxista, proprio il fantasma di Gramsci, accanto a quello di Marx: se questo si presentava come il grande profeta critico della globalizzazione, anticipando le interpretazioni pessimistiche sulla globalizzazione della miseria, Gramsci appariva come il pensoso analista della sconfitta dell’ipotesi rivoluzionaria, ma altresì il pacato e profondo studioso di un altro socialismo possibile, lungo sentieri nuovi di lotta culturale, di costruzione di una egemonia intellettuale, di un uso intelligentemente critico degli elementi portanti del “moderno”. L’ultima riscoperta di Gramsci, quindi, in un paradosso più apparente che reale, si collocava proprio a ridosso del crollo del Muro, dal quale non soltanto non era sfiorato, ma che ne faceva risaltare la figura nello spazio rimasto vuoto. All’inizio degli anni novanta un momento importante, che però non diede luogo all’interesse che avrebbe meritato, fu la pubblicazione, a cura ancora di Santucci, delle lettere giovanili (fino al 1926, ossia fino all’arresto), che confermarono la potenza e l’umanità del Gramsci epistolografo, aprendo anche squarci nuovi e insospettati sulle difficoltà dell’esistenza di un uomo a cui le vicende della vita, da quelle della salute fisica a quelle familiari, a quelle politiche, avevano rubato prima l’infanzia, poi la giovinezza. Gramsci, insomma, fu sempre, da subito, adulto. E un adulto di eccezionale maturità, dotato di un precocissimo senso della responsabilità individuale, provvisto di pazienza e ironia.
Ci vollero, nondimeno, altri anni prima che anche in Italia – ribadisco: sulla scia della rinnovata e perlopiù del tutto nuova fortuna di «Gramsci in Europa e in America» [17] – si ricominciasse, con continuità e sistematicamente, a studiare, pubblicare, tenere corsi universitari; soprattutto ad avviare ricerche sia archivistiche, sia bibliografiche, volte specialmente a rintracciare i segni della fortuna di Gramsci fuori d’Italia: in ciò fu decisivo l’impulso della Fondazione Gramsci e, in non pochi casi, di taluno degli Istituti regionali intitolati al rivoluzionario sardo, che si stavano consorziando. [18]
Assai utile per rimettere in circolazione Gramsci fu la nuova raccolta, la più ampia fino ad allora (e a tutt’oggi), delle lettere carcerarie, curata sempre da Antonio Santucci; la pubblicazione suscitò un contenzioso tra l’editore palermitano che l’aveva mandata in libreria (Sellerio), la casa editrice Einaudi e la Fondazione Gramsci, entrambe reclamanti di essere depositari dei diritti d’autore, al punto che si giunse al ritiro dell’opera dalle librerie. [19] Ma, grazie alla stessa eco mediatica della pubblicazione, si accesero nuovi fari sull’opera gramsciana e comunque si trattò di un nuovo materiale documentario che arricchiva il paniere delle conoscenze sulla vita e sulle sofferenze, private e pubbliche, di quel prigioniero eccellente del fascismo. Di Gramsci si ricominciò dunque a parlare sulla grande stampa oltre che negli ambienti scientifici, e, assai meno, in quelli politici.
Lo dimostrava, ancora nel 1996, la pubblicazione di un saggio che costituiva (dopo un lontano analogo più sintetico lavoro di altro studioso, apparso nell’anno stesso dell’edizione Gerratana) [20] il primo tentativo di ricostruire le contese politiche oltre che scientifiche su Gramsci: libro utilissimo, ancorché con taglio ideologico, che sarebbe diventato una piccola guida per militanti, oltre che per studiosi. [21] Intanto, una nuova messe di edizioni antologiche giungeva sui banconi (non nelle vetrine) delle librerie e, talora, fino agli scaffali delle biblioteche: dopo il Gramsci martire, il Gramsci ortodosso, il Gramsci eretico, il Gramsci nazionale e popolare, il Gramsci fratello maggiore di Togliatti, sembrava riaffacciarsi il “Gramsci di tutti”, prestandosi, suo malgrado, a letture e interpretazioni multiverse, che passavano dalla nuova destra, che insisteva sui suoi tratti nazionali, produttivistici e organicistici, fino alla sinistra postcomunista, che ne faceva un pensatore liberale; mentre quel che rimaneva della sinistra marxista, in non pochi suoi segmenti, volgeva di nuovo il suo sguardo verso quel volto dai grandi occhi profondi, che gli occhialini evidenziavano, sotto la massa dei capelli crespi. Si riscopriva, citandolo e ricitandolo, in tutta la sua drammatica potenza, il bellissimo schizzo che ne aveva disegnato Piero Gobetti nel 1922:
Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionario; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità intima, che dovette essere accettata senza discussione: il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici necessari per un piano sociale, e serba dello sforzo una rude serietà impenetrabile; solo gli occhi mobili e ingenui ma contenuti e nascosti dall’amarezza interrompono talvolta con la bontà del pessimista il fermo vigore della sua razionalità. [22]
Infine, il segno decisivo del ritorno di Gramsci sulla scena culturale, fu l’avvio dell’Edizione Nazionale degli Scritti, nel 1996-1997, sotto l’egida della Fondazione Gramsci: non fu senza significato, certo, che il clima politico fosse di una nuova fiducia nella sinistra, appena giunta al governo del paese, dopo la prima breve ascesa e caduta di Silvio Berlusconi. E, tuttavia con l’Edizione Nazionale (che aveva nondimeno un comitato scientifico internazionale, nel quale primeggiava la stella di Eric Hobsbawm, già frequentatore dei raduni gramsciani), se Gramsci era ormai acquisito al Pantheon del Pensiero, la gran parte di coloro che lo studiavano provvedevano consapevolmente, e talora inconsciamente, a neutralizzarlo sul piano politico: la sinistra che governava non solo era lontana da qualsivoglia tentazione eversiva, ma era dichiaratamente lontana dalla stessa tradizione marxista. Gramsci rimaneva, comunque, “un comunista”, anche se da più parti si insisteva, anche riprendendo spunti dei decenni passati, sul carattere “diverso” del suo comunismo, e sul suo marxismo originale. Ciò non toglie che, politicamente, a Gramsci fosse preferito, spesso soprattutto dai militanti del partito da lui fondato, di volta in volta Carlo Rosselli o don Milani, John Kennedy o Karl Popper... Addirittura, nell’anno 2000, nel corso di un convegno celebrativo dei cinquant’anni della fondazione dell’Istituto Gramsci, che pudicamente si volle intitolare a Gramsci e Rosselli, l’allora leader emergente dei DS Walter Veltroni ebbe a schierarsi accanto a Rosselli, cercando di allontanarsi appunto da un ingombrante Gramsci, dimostrando con ciò di non conoscere né l’uno, né l’altro.
Eppure, se politicamente Gramsci non aveva più appeal, per impulso della progettata Edizione Nazionale (nel cui gruppo di lavoro non mancarono e non mancano tensioni) e di tutto quello che cominciava a nascere intorno a essa, gli studi gramsciani conobbero un imponente rilancio e poi via via una decisa accelerazione, dal sessantesimo anniversario della morte (1997), fino al settantesimo (2007), le cui manifestazioni, per numero, intensità e durata, sorpresero gli stessi gramsciani e gramsciologi. Oltre a sancire l’ingresso di Gramsci tra i massimi esponenti della cultura italiana, l’Edizione Nazionale ebbe soprattutto la funzione di stimolo a ricerche, mentre si formava, entro o intorno a essa, una nuova generazione di studiosi. Anzi, guardando a ritroso verso l’ultimo quindicennio, si può affermare che sul piano dell’acquisizione documentaria si sono forse compiuti maggiori progressi che nel mezzo secolo precedente.
E ciò, mentre fuori d’Italia Gramsci veniva scoperto e approfondito, con un salto notevole non solo nella quantità delle traduzioni, ma nella loro qualità e natura, con la prosecuzione o l’avvio di edizioni integrali, con la nascita di “Cattedre Gramsci”, con un nuovo interesse degli editori alla pubblicazione di testi e di studi: difficoltoso in un primo tempo, poi un po’ alla volta più facile. Alcuni convegni latinoamericani (Messico, Brasile, Argentina, Venezuela, in particolare), tra gli ultimi anni novanta e il primo decennio del XXI secolo, testimoniarono, oltre ogni dubbio, la nuova fortuna del pensiero di Gramsci nel mondo e in specie nel subcontinente americano, dove il richiamo a Gramsci appariva soprattutto, ma non esclusivamente, di tipo militante; a differenza che nel mondo anglosassone (dagli Stati Uniti all’Australia, fino al subcontinente indiano), dove Gramsci veniva scoperto e letto e impiegato metodologicamente, quale teorico, o prototeorico dei cultural studies o dei subaltern studies. [23]
Nel sessantesimo della morte, mentre si consolidava l’impresa dell’Edizione Nazionale, e si realizzarono alcuni convegni che fornirono ulteriore prova della presenza di Gramsci ben oltre i confini italiani ed europei, [24] veniva pubblicata una nuova edizione delle lettere dal carcere, concentrata sul carteggio, bilaterale, tra Antonio e la cognata Tatiana Schucht, la persona che più di qualsiasi altra seguì amorevolmente il penoso calvario del prigioniero di Turi. [25] Ben più ricca, e davvero imprevedibile, fu la mole delle celebrazioni del settantesimo della morte, con innumerevoli eventi, da Sidney a Torino, da Roma a San Paolo del Brasile, dalla Sardegna alla Puglia; convegni, ma anche edizioni di testi, pubblicazione di studi, avvio di grandi imprese. Fu quello l’anno, il 2007, dell’uscita dei primi due tomi dell’Edizione Nazionale, dedicata ai Quaderni di traduzione, inediti; a cui, tre anni più tardi, si aggiunse il primo volume dell’Epistolario. [26] A seguire, una cascata di iniziative: seminari, altri convegni, premi, edizioni, altri studi, opere di consultazione, quali la BGR (Bibliografia Gramsciana Ragionata), un repertorio che ricostruisce con schede analitiche tutto quanto è stato pubblicato in lingua italiana su Gramsci, dal 1922 a oggi; e il Dizionario gramsciano, concentrato sull’analisi e l’interpretazione del lessico e delle figure chiave dei Quaderni. [27]
Oggi la bibliografia gramsciana comprende oltre diciottomila titoli, ormai in una quarantina di lingue. Circa duemilacinquecento sono in lingua inglese; e, per fare un esempio lontano, circa seicento in giapponese. Si è annunciato l’avvio dell’edizione cinese dei Quaderni, dopo quella delle Lettere, mentre, giunte a compimento edizioni europee (francese, tedesca, angloamericana), veniva ripresa quella russa, avviata in passato e poi interrotta; e così via, in un profluvio incessante di cui sarebbe impossibile dare conto anche sommario. Il risultato è che Antonio Gramsci è oggi uno dei duecentocinquanta autori più letti, tradotti, citati e discussi di tutti i tempi, di tutti i paesi e di tutte le lingue e di ogni genere (ossia letterati, filosofi, scienziati...). È uno dei cinque italiani più studiati e tradotti e commentati dopo il XVI secolo. E l’interesse per questo pensatore, scrittore, dirigente politico e militante rivoluzionario ha registrato una eccezionale crescita nel corso degli ultimi anni. Da Chávez a Sarkozy, per menzionare due politici di opposta sponda, Gramsci è diventato un autore da citare, oggetto, oggi più che prima, di appropriazioni politiche e strumentalizzazioni ideologiche; le quali, nondimeno, sono il segno di una rinnovata attualità, di una riscoperta vitalità del pensiero di Gramsci, nostro contemporaneo.
Le nuove generazioni che studiano Gramsci (e i convegni per il settantesimo della morte ne hanno fornito un’importante testimonianza), possono farlo con un approccio diverso: appassionato ma senza soverchi ideologismi, partecipe, ma con sufficiente distacco critico; sono assenti da questi nuovi studi, proprio per ragioni generazionali, tanto il rimpianto quanto il rimorso o il rimbrotto; i «nati dopo il Settanta», [28] possono guardare a Gramsci, e alla vicenda politica e culturale in cui l’edizione dei suoi scritti lo ha collocato, in modo nuovo, “leggero”, pur con la serietà necessaria a un lavoro scientifico. [29]
L’Edizione Nazionale, dopo la pubblicazione dei Quaderni curati da Valentino Gerratana, e le nuove sollecitazioni provenienti, copiosissime, da fuori d’Italia, hanno favorito la costituzione di manipoli di nuovi studiosi e studiose della vita, del pensiero, dell’azione politica di Antonio Gramsci, che delle superfetazioni ideologiche dei “favorevoli” e dei “contrari”, nonché degli utilizzi politici togliattiani in fondo poco sanno e poco vogliono sapere, desiderosi, piuttosto, di riaccostarsi direttamente ai testi, e di coglierne le insospettate valenze, di sapore squisitamente umanistico, ma altresì capaci di suscitare nuove sintonie a larghissimo raggio, dalla politica all’ermeneutica.
Rimane nondimeno decisivo lo studio della ricezione del pensiero, lungo il filo delle edizioni dei testi gramsciani, degli studi, delle istituzioni che a Gramsci si sono variamente richiamate: specie se si tratti di studi condotti senza pregiudizi, senza i condizionamenti della militanza o dell’appartenenza, anche se con una forte empatia verso l’autore: del resto, difficilissimo (e, per quanto mi riguarda, anche superfluo) sottrarsi al fascino di un essere speciale, sotto tanti riguardi, quale fu Gramsci. Riaccostarsi, con gli strumenti della filologia storica, ma con una disposizione d’animo aperta e tendenzialmente da allievi ideali di quel maestro ancor più ideale, oggi appare importante, anche per il momento storico che stiamo attraversando. Dinnanzi al crollo dell’utopia e della speranza comunista in Occidente, mentre dall’America Latina giunge la proposta di un nuovo socialismo per il XXI secolo, Gramsci acquista un valore pregnante, proprio per la natura antidogmatica del suo pensiero, per il carattere critico della sua visione del comunismo, per la duttilità intelligente della sua analisi delle possibilità e dei limiti della “Rivoluzione in Occidente”.
In una situazione babelica di linguaggi e opzioni politiche, di fallimento di tutte le grandi fedi politiche e religiose, Gramsci forse viene riscoperto incessantemente perché ci insegna a non rinunciare alla lotta, proponendo una rivoluzione che sia un processo e non un atto, che nasca da un lungo lavorio di preparazione culturale e pedagogica, una rivoluzione internazionale e sovranazionale, una rivoluzione che non sia più la presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, bensì una trasformazione “molecolare” a carattere internazionale e sovranazionale. Gramsci, teorico delle situazioni di “crisi”, eccezionale reinventore del concetto oggi imprescindibile di “egemonia”, ci suggerisce, pacatamente, con la fusione dell’ottimismo della volontà e del pessimismo della ragione, qualche percorso per passare dalla crisi alla sua analisi e al suo superamento.
Soprattutto pare utile oggi, a proposito di egemonia, rispondere non con ulteriori polemiche al vituperio corrente, fondato su sciocchezze e menzogne, [30] ma, piuttosto, fare, come si cerca di fare in questo lavoro, con un’attenta ricostruzione del processo di formazione di quella egemonia, che si rivela, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, come un grande disegno culturale, del quale Togliatti è il regista, alcuni intellettuali di partito gli attori, mentre l’opera e la figura di Antonio Gramsci rappresentano la trama, la materia prima, il soggetto. Quel disegno, in realtà, non andò completamente in porto, per gli svolgimenti della situazione politica interna e internazionale – il 18 aprile 1948, con la sconfitta delle sinistre, l’ingresso italiano nel Patto Atlantico, l’involuzione del socialismo reale, la morte di Stalin, la rivoluzione ungherese, il XX Congresso del PCUS, la difficile destalinizzazione... –, ma rappresentò il più lucido tentativo di dare un’anima culturalmente profonda, di alto valore, al processo della ricostruzione del paese uscito dalla guerra e dal fascismo. E Gramsci, pur nell’utilizzo, talora spregiudicato, talaltra del tutto legittimo, da parte di Togliatti e dell’intelligencija “organica”, riuscì non solo a non farsi schiacciare dalla politica del momento, ma a resistere come un cristallo di roccia imponendosi come l’autore di cui il Partito comunista, la sinistra e l’Italia tutta avevano bisogno.
Da questo Gramsci dopo Gramsci, pensatore fortemente italiano e “nazionale”, ma, scoperto un po’ alla volta, nei termini universali e globali, possiamo trarre la conferma della necessità di quel cambiamento radicale di rotta per il mondo, reso urgente dalla situazione di guerra permanente, di aggravamento di ingiustizie sociali all’interno delle singole società nazionali, di emergere di disuguaglianze tra un Sud e un Nord del mondo ormai insostenibili... Ma questi elementi della crisi in atto, sottolineano innanzi tutto la necessità della lotta per la verità, filo conduttore della vita e dell’opera, politica e intellettuale, di Antonio Gramsci. E quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale, come Gramsci ce lo propone, negli scritti e nell’esempio concreto, di altissimo valore, se non la battaglia «per la verità»? [31] La nuova, ultima fortuna di Gramsci, davanti a un socialismo che si fondò sulla menzogna e su nuove ingiustizie, rovesciando le proprie premesse e promesse, risiede forse innanzi tutto in questa passione per la verità, che lo ricollega da un lato a un Romain Rolland e – sia pur in modo critico – a un Julien Benda, dall’altro a un Edward Said, che più di ogni altro sembra aver raccolto il testimone dalle mani di Antonio Gramsci, attribuendo all’intellettuale il compito supremo di «dire la verità». [32]
NOTE
1 Rinvio per una puntuale e pungente ricostruzione a G. Liguori, La conversione di Gramsci e la creazione di un nuovo senso comune (di destra), in “Historia Magistra”, I (2009), 1, pp. 17-29.
2 Cfr. Ch. Buci-Glucksmann, Gramsci et l’état, Fayard, Paris 1975 (trad. it. Gramsci e lo Stato. Per una teoria materialistica della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1976).
3 Cfr. A. Gramsci, Cahiers de prison, a c. di R. Paris, Gallimard, Paris 1978-1996, 5 voll.
4 A. Leone de Castris, La teoria critica delle istituzioni liberali, in “Lavoro critico”, 9 (1977), pp. 7-57 (7): si tratta di un fascicolo monografico “Su Gramsci”, uno dei primi esempi della nuova critica gramsciana dopo l’edizione Gerratana.
5 Cfr. G. Francioni, L’officina gramsciana, Bibliopolis, Napoli 1984.
6 Si veda infra, pp. 23-29.
7 Si veda infra, p. 200.
8 Cfr. F. Sbarberi (a c. di), Teoria politica e società industriale, Bollati Boringhieri, Torino 1988; Id., Gramsci. Un socialismo armonico, Franco Angeli, Milano 1986.
9 Si veda infra, pp. 187 ss.; ma in merito all’edizione delle Lettere, Elsa Fubini mi disse (intervista registrata, 1984) che Caprioglio si era attribuito una firma in modo indebito in quanto egli era solo il redattore della casa editrice; la raccolta e la cura erano in realtà sue (ossia della Fubini).
10 I volumi gramsciani a sua cura sono: Nuove lettere di Antonio Gramsci. Con altre lettere di Piero Sraffa, prefazione di N. Badaloni, Editori Riuniti, Roma 1986; Antonio Gramsci: 1891-1937, Editori Riuniti, Roma 1987; A. Gramsci, Lettere,
1908-1926, Einaudi, Torino 1992; A. Gramsci, Lettere dal carcere, Sellerio, Palermo 1992. Santucci, tra gli altri lavori gramsciani, avrebbe anche curato la prima antologia di tutti gli scritti: A. Gramsci, Le opere, TEN, Roma 1996 (poi Editori Riuniti, Roma 2007).
11 Ho ricostruito il processo di adattamento di Gramsci a Torino, nell’Introduzione all’antologia da me curata: A. Gramsci, La nostra città futura. Scritti torinesi (1911-1922), Carocci, Roma 2004.
12 Alludo agli atti di due convegni del 1987: Gramsci e il marxismo contemporaneo, a c. di B. Muscatello, Editori Riuniti, Roma 1990 (contributi fra gli altri di N. Badaloni, J. Bidet, G. Labica, A. Davidson, O. Löwy, J. Texier, A. Tosel, G. Prestipino) e Modern Times. Gramsci e la critica dell’americanismo, a c. di G. Baratta e A. Catone, Diffusioni 84, Milano 1989 (poi Edizioni Associate, Milano 1989; contributi fra gli altri di J. Buttigieg, J.P. Potier, R. Finelli, F. Frosini, Ch. Riechers, A. Tisekm, T. Szabò, S. Kébier, G. Girardi, A. Santucci, L. Cortesi).
13 Cfr. M.L. Righi (a c. di), Gramsci nel mondo, Fondazione Istituto Gramsci, [Roma] 1995.
14 Cfr. J. Cammet (a c. di), Bibliografia gramsciana, Editori Riuniti, Roma 1991.
15 Cfr. sulla diffusione del pensiero gramsciano, La lingua/le lingue di Gramsci e delle sue opere. Scrittura, riscritture, letture in Italia e nel mondo, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Sassari, 24-26 ottobre 2007), a c. di F. Lussana e G. Pissarello, con un saggio introduttivo di G. Vacca, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2008. Cfr. in particolare K. Katagiri, Gramsci e la sinistra giapponese (pp. 241-243) e P. Manduchi, La diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo arabo: traduzioni, riletture, prospettive (pp. 245-260).
16 Ho sviluppato questa tesi nel mio 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio, Ponte alle Grazie, Milano 2009.
17 Così si intitolò un volume collettaneo curato da A.A. Santucci (Laterza, Roma-Bari 1995: importante il saggio introduttivo di E.J. Hobsbawm; gli altri contributi facevano il punto nelle varie realtà: Tosel per la Francia, F. Fernández Buey per la Spagna, D. Forgacs per il Regno Unito, J. Buttigieg e F. Rosengarten per gli Stati Uniti, I. Gregor’eva per la Russia, C. Nelson Coutinho per il Brasile, O. Fernández Díaz per il resto dell’America Latina).
18 Una rassegna utile, sia pur molto sintetica, di iniziative e pubblicazioni è in G. Vacca, G. Schirru (a c. di), Premessa, in Studi gramsciani nel mondo. 2000-2005, il Mulino, Bologna 2007, pp. 9-17. Il volume è una selezione di articoli apparsi in varia sede extraitaliana: tra gli altri di A.K. Sen, J.A. Buttigieg, M.E. Green, J.C. Portantero, B. Fontana e D. Kanoussi.
19 Cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere, cit.
20 Cfr. G.C. Jocteau, Leggere Gramsci, Feltrinelli, Milano 1975.
21 Cfr. G. Liguori, Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma 1996.
22 P. Gobetti, La rivoluzione liberale, Cappelli, Bologna 1924, p. 105.
23 Si veda, per un riferimento essenziale, almeno G. Baratta, Antonio Gramsci in contrappunto. Dialoghi col presente, Carocci, Roma 2007; ma cfr. anche gli Atti del Convegno di Formia (1989): Gramsci nel mondo, cit.; per i cultural studies, G. Vacca, P. Capuzzo e G. Schirru (a c. di), Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, il Mulino, Bologna 2008.
24 Rinvio ai rispettivi volumi degli Atti: Gramsci e il Novecento, a c. di G. Vacca, con la collaborazione di M. Litri, Carocci, Roma 1999 (organizzato dalla Fondazione Gramsci); Gramsci da un secolo all’altro, a c. di G. Baratta e G. Liguori, Editori Riuniti-IGS, Roma 1999 (organizzato dall’IGS); Gramsci e la rivoluzione in Occidente, a c. di A. Burgio e A.A. Santucci, Editori Riuniti, Roma 1999 (organizzato dal Partito della Rifondazione Comunista di Torino).
25 Cfr. A. Gramsci, T. Schucht, Lettere, 1926-1935, a c. di A. Natoli e C. Daniele, Einaudi, Torino 1997.
26 Cfr. A. Gramsci, Epistolario, vol. I: Gennaio 1906-dicembre 1922, a c. di D. Bidussa, F. Giasi, G. Luzzatto Voghera e M.L. Righi, con la collaborazione di L.P. D’Alessandro, B. Garzarelli, E. Lattanzi, L. Manias e F. Ursini, Istituto della
Enciclopedia Italiana, Roma 2009.
27 Cfr. Bibliografia Gramsciana Ragionata 1922-1965 (1), a c. di A. d’Orsi, Viella, Roma 2008 (sotto l’egida della Fondazione Gramsci); Dizionario gramsciano 1926-1937, a c. di G. Liguori e P. Voza, Carocci, Roma 2009 (sotto l’egida dell’IGS
Italia).
28 Riprendo il titolo di un celebre articolo di Mario Morasso (apparso sul “Marzocco” nel 1897), che si riferiva, ovviamente, al XIX secolo.
29 Ne è stato esempio notevole il convegno “Il nostro Gramsci”, organizzato dal sottoscritto per conto della Fondazione Istituto Piemontese A. Gramsci, a Torino, nel novembre del 2007, riservato alla generazione post-1970.
30 Rinvio per la storia del concetto e per le polemiche sul suo uso al volume Egemonie, a c. di A. d’Orsi, con la collaborazione di F. Chiarotto, Dante & Descartes, Napoli 2008.
31 Così si intitola una raccolta di testi gramsciani curata da R. Martinelli: Per la verità. Scritti 1913-1926, Editori Riuniti, Roma 1974.
32 Alludo a E. Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano 1995.
(8 maggio 2011)
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è dimostrato ancora una volta l´autentico custode della Costituzione e delle regole, ovvero dell´interpretazione parlamentare - l´unica che la Carta consente - della politica italiana.
Con l´osservare che i nuovi sottosegretari appartengono a un gruppo politico che non esisteva al momento delle elezioni, e che quindi il premier devono presentarsi in Aula a riferirne, e che i presidenti delle Camere possono considerare se il Parlamento debba rilegittimare col voto di fiducia quello che a tutti gli effetti è un nuovo governo, il Capo dello Stato esercita la difesa attiva, non meramente notarile, della Costituzione.
Questa difesa consiste più o meno in questo ragionamento: se è vero che parecchi parlamentari – sulla base del principio costituzionale del mandato libero e dell´indipendenza dell´eletto dagli elettori – hanno maturato l´intimo convincimento di uscire dai partiti nelle cui liste sono stati eletti, lo possono certamente fare. Ma se danno vita a un nuovo gruppo parlamentare, e se ora questo gruppo, dopo avere ripetutamente votato insieme alla maggioranza, entra a far parte del governo, allora sarebbe necessario che il Parlamento tornasse a votare la fiducia al governo. Che è nuovo non perché ci sia stata una crisi formale, ma perché è politicamente non solo sorretto da una nuova maggioranza ma composto da nuovi partiti.
I numeri per il voto, se ci sarà, presumibilmente si troveranno: a questo, del resto, servono i Responsabili, che appunto così si guadagnano la ricompensa ministeriale. Ma il valore politico del gesto di Napolitano si misura in opposizione – implicita ma evidentissima – alla vera ideologia politica che anima Berlusconi. Che da sempre, oltre che ostile ai magistrati e alle istituzioni di garanzia come la Corte Costituzionale, è anti-parlamentare – si ricordino le proposte di ridurre il voto ai soli capigruppo, nonché la polemica ininterrotta verso "il teatrino della politica" – , ed è tutta spostata verso il rafforzamento dei poteri del governo e soprattutto verso la dimensione elettorale, interpretata in senso populistico-plebiscitario. Ovvero, per Berlusconi le elezioni sono il momento della verità in cui un popolo – spaccato in due dalla sua propaganda – si conta, e conferisce al Capo eletto (l´Unto del Signore) tutto il potere, facendone il dominus delle istituzioni. Cioè non solo del governo – come se si fosse eletto direttamente il premier – ma anche del Parlamento: che in quest´ottica è uno spazio subalterno, di servizio, perché la "vera" espressione della sovranità non sono per Berlusconi i parlamentari ma colui che – come individuo singolo – è risultato vincitore delle elezioni. Il Parlamento, semmai, è una "spoglia", un insieme di "posti" con cui, a spese dei contribuenti, si compensano i seguaci (che una legge pessima vuole siano blindati in una lista decisa dal Capo).
Nessuna centralità del Parlamento, quindi, ma solo supremazia (sovranità) del leader vittorioso. La centralità del Parlamento – di cui l´indipendenza dell´eletto è il cuore, poiché quella indipendenza significa che il baricentro della politica è nell´istituzione-Parlamento e non negli interessi sociali in grado di far eleggere questo o quello – è sempre stata respinta da Berlusconi, che alla mediazione preferisce l´immediatezza, alla discussione la decisione. Solo in un caso quella centralità – con l´indipendenza del parlamentare che ne consegue – è stata difesa: cioè nella fase in cui si è proceduto al "recupero" dei parlamentari per ricostituire la maggioranza, vulnerata dall´uscita di Fini e dei suoi. A quel punto, a giustificare i molti movimenti di molti parlamentari, si è fatto sentire un debole accenno al mandato libero e ai valori istituzionalmente fondanti del liberalismo: accenno incongruo, spaesato, strumentale al libero dispiegarsi della vera idea e della vera pratica del potere che ha Berlusconi: il dominio incontrastato, con ogni mezzo, per affermare la propria volontà. Si diceva "mandato libero" e si doveva intendere "compravendita" – almeno altro con le cariche nel governo che ora, a riprova, vengono elargite – .
Il capo dello Stato ha quindi fatto quello che era in suo potere per ridare dignità alle istituzioni, ovvero per ribadire che il Parlamento non è nella disponibilità del premier, non è lo spazio delle sue scorribande indisturbate; che è soggetto e non oggetto della politica. Che quindi il Parlamento deve prendersi la responsabilità dei responsabili, non limitarsi a registrarne l´ascesa agli ambìti posti di sottosegretari. Vedremo se altri si prenderanno a cuore quella dignità, che è anche la dignità di tutti i cittadini.
Non è sviluppo , è saccheggio del territorio, è cancellazione di ogni regola tesa a salvaguardare gli interessi collettivi, è resa alle lobby più arretrate e conservatrici che intendono lo sviluppo come arricchimento attraverso la rapina e il saccheggio dei beni pubblici.
E’ violazione clamorosa della Costituzione e della legge 400/88 che disciplina il contenuto dei decreti legge.
Questo decreto potrebbe essere condensato in un unico articolo che reciti : ciascuno, del territorio, può fare ciò che vuole e per questo non può essere perseguito dalla legge.
È bene ricordare che il Presidente della Repubblica, in occasione della promulgazione dell'ultimo decreto milleproroghe, aveva ricordato la necessità di ricondurre "la decretazione d'urgenza nell'ambito proprio di una fonte normativa straordinaria ed eccezionale, nel rispetto dell'equilibrio tra i poteri e delle competenze del Parlamento, organo titolare in via ordinaria della funzione legislativa". Un decreto come questo, che già in partenza si presenta disomogeneo e invasivo delle competenze delle regioni e dei comuni, ben si presta in sede emendativa a ulteriori strappi: a cominciare dai tentativi di predisporre un nuovo e più ampio condono edilizio che non è certo da cassandre prevedere.
Numerosi sono i profili di incostituzionalità del decreto-legge adottato due giorni fa che prevede misure diverse finalizzate allo sviluppo e al rilancio dell’economia. Il decreto contiene disposizioni in una infinità di materie disomogenee e ciascun articolo sostanzialmente è un autonomo provvedimento e si rivela un vero disastro, non solo per il territorio ma anche per la regolarità degli appalti, per il demanio costiero, i beni culturali, il paesaggio.
Con un espediente , la istituzione di una Autority, cerca di far saltare i referendum sull'acqua, depotenziandone la portata presso l'opinione pubblica.
Privatizza le spiagge, trasformando la concessione in diritto di superficie x 90 anni e rendendo trasferibili fra privati gli immobili costruiti su di esse, senza alcun coordinamento con la normativa demaniale vigente.
Si tratta di elementi palesi che non possono sfuggire ad un vaglio rigoroso rispetto ai parametri stabiliti dalla Costituzione e dalla legge 400 del 1988. Questa legge, all'articolo 15, afferma che i provvedimenti provvisori con forza di legge ordinaria devono contenere misure di immediata applicazione (ed in questo caso molte norme fanno rinvio a successivi adempimenti, talvolta persino configurandosi in una sorta di nuova delega, laddove demandano ad altra autorità il dettaglio dei criteri cui attenersi ) e il loro contenuto deve essere omogeneo. La eterogeneità del decreto risulta evidente perfino dalla titolazione dei suoi articoli.
Il decreto è adottato in clamorosa violazione dell'articolo 77, comma 2, della Costituzione che prevede che il Governo possa emanare decreti solo in casi straordinari di necessità ed urgenza e un provvedimento del genere non può in alcun modo averli.
Modifica il codice degli appalti in modo sostanziale intervenendo sulla qualificazione delle imprese, sulla trattativa privata, sulle riserve, sui requisiti per la partecipazione agli appalti delle imprese che abbiano commesso reati, modifica le norme che regolano l'attività urbanistica e quella edilizia, modifica la VAS per la quale eravamo stati oggetto di condanna in sede europea.
Interviene sul codice del Paesaggio, priva le Soprintendenze di compiti istruttori e di vigilanza..
Con la riproposizione del c.d. piano casa riduce a random i tempi istruttori, elimina le responsabilità derivanti da false dichiarazioni, consente l'indiscriminato aumento delle cubature, fatti salvi, bontà sua i centri storici ecc. rafforza il criminogeno silenzio assenso, fonte di ogni corruttela.
Qui si interviene sull'ordinamento, si vendono i beni demaniali quali gli arenili appartenenti al demanio pubblico, si modificano in un colpo solo, il codice degli appalti e quello sull’edilizia, si estende la SCIA agli interventi edilizi precedentemente compiuti con DIA , si applica il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici generali anche per il mutamento delle destinazioni d’uso complementari , si sanano per legge alcune violazioni delle misure progettuali (apparentemente innocuo pretesto cui agganciare magari un vero condono nella legge di conversione) , si interviene con profonde modifiche sul codice dei beni culturali, si vara un piano triennale per l’immissione in ruolo del personale della scuola e molto altro ancora.
Ci si chiede dove siano l'urgenza e la straordinaria necessità e urgenza, in una materia per la quale sono già stati indetti 2 referendum - quelli sull’acqua - per la istituzione dell’Agenzia nazionale per la regolazione e la vigilanza in materia di acqua, organismo indipendente a tutela dei cittadini utenti, con compiti di regolazione del mercato nel settore delle acque pubbliche e di gestione del servizio pubblico locale idrico integrato, oppure nelle misure volte a garantire l’operatività del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco o ancora nelle norme sulla privacy condite con agevolazioni di tipo fiscale oppure nelle altre disposizioni volte al rilancio delle attività imprenditoriali, al settore del credito e , fra le tante, anche quelle riguardanti un fondo per il merito nel sistema universitario o infine nelle possibilità di saccheggio del territorio contenute nelle norme che disciplinano il settore e i distretti turistici e molto altro ancora.
Per non parlare delle norme, particolarmente preoccupanti , contenute nell’articolo 6 “liberazione delle imprese dalla pubblica manomorta : la pubblica amministrazione” evidentemente uscite dalla penna dell’energumeno nemico della pubblica amministrazione.
Per ciscuna di questi argomenti, del tutto disomogenei fra loro sarebbe necessario eventualmente ricorrere ad un disegno di legge ordinaria per regolare ciascuna delle diverse materie.
Si viola, inoltre, l’articolo 9 della Costituzione che, al comma 2, prevede che la Repubblica italiana tuteli il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Infatti, l’articolo 5 del decreto-legge prevedendo la costituzione del diritto di superficie , e cioè la vendita, delle coste italiane, un bene paesaggistico tutelato, consentendo l’edificazione in quelle ancora rimaste libere, non prevedere neppure verifiche sul permanere in capo allo Stato dei doveri di tutela di beni culturali.
Inoltre, non sono previste procedure per la salvaguardia del territorio e le soprintendenze sono di fatto esautorate da ogni compito di tutela. Il piano casa, con i suoi ampliamenti indiscriminati , consente di intervenire senza controlli in tutto quel patrimonio edilizio storico o di interesse srtorico testimoniale che costituisce, con il suo tessuto, il paesaggio italiano, caratterizzando lo straordinaria qualità del territorio dell’Italia intera, fa prevalere gli interessi alla realizzazione di opere nei confronti di interessi costituzionalmente tutelati dall’art. 9 della Carta.
La terza violazione riguarda l’articolo 117, commi 3 e 4, della Costituzione in relazione alle competenze regionali in materia di governo del territorio e di urbanistica; in particolare, l’articolo 4 del decreto viola le competenze proprie delle amministrazioni regionali perché si introduce una legislazione di dettaglio in materia che il titolo V non consegna alla potestà esclusiva dello Stato.
Il silenzio assenso infine interviene in una materia di competenza dei Comuni, sottraendo alla loro valutazione la approvazione degli interventi edilizi.
La norma infine che ripristina e attiva il c.d. piano casa , consentendo l’ampliamento indiscriminato di ogni immobile esistente confligge con le attribuzioni dei Comuni in materia di pianificazione del territorio investendo così una materia che è di loro totale competenza.
Ricordiamo infatti che spetta ai Comuni il compito di gestire le trasformazioni urbanistiche ed edilizie del loro territorio: cosa c’entra in queste attività lo Stato? Si potrebbe continuare ancora a lungo, a proposito della violazione delle stesse regole fondamentali di corretta legislazione, sistematicamente ignorate, intervenendo parossisticamente su argomenti più volte mutati in brevissimo arco di tempo, accrescendo la confusione normativa e la difficoltà, per la P.A. di comprendere quale sia la norma applicabile ai casi concreti.
Non è nostra intenzione tirare per la giacca il Capo dello Stato ma questo decreto assomma in sé tutte le violazioni della Costituzione e i tutti i principi della legge 400/88, tanto da poter addirittura essere definito irricevibile e essere restituito al mittente.
Regole zero, speculatori a mille, di Tommaso De Berlanga
Albergo in spiaggia? Si può, di Paolo Berdini
Mare privatizzato, l'Ue «preoccupata»
Cgil/ Vincenzo Scudiere, «Così non si aiuta lo sviluppo, ma il business selvaggio»
Abusivismo/ Rosania, ex sindaco di Eboli,«È un assalto al territorio In Campania sarà una giungla»
«Sviluppo: L’uso dei beni pubblici per ricavare reddito privato, le agevolazioni finanziarie nei distretti turistici, l’autocertificazione per le opere».
Regole zero, speculatori a mille
di Tommaso De Berlanga
Nel provvedimento del governo concessioni ai privati, edilizia senza freni e meno controlli fiscali. Liberismo da furbetti del quartierino Una lunga serie di misure per favorire le microimprese e l'elusione fiscale. Un decreto di classe
Difficile, per un profano, aggirarsi nella marea di punti discontinui che costituiscono il «decreto per lo sviluppo» varato dal governo sotto la supervisione di Tremonti e con l'imprimatur della Lega. Ma un filo conduttore, a ben guardare, lo si trova.
Si tratta, a prima vista, di un decreto che incentiva l'evasione fiscale e cerca di dividere, favorendole, le piccole da quelle grandi; e punta anche ad impedire la la «saldatura» moderata tra quest'ultima (impegnata da oggi, a Bergamo, per l'Assise; a porte chiuse sia per «la politica» che per la stampa) e l'opposizione. A cominciare da quella Cgil che ancora oggi ha chiesto all'associazione degli imprenditori di «voltare pagina».
È vero - come notavano diversi economisti oggi - che questo decreto cerca di «far nozze con i fichi secchi». Molte disposizioni fanno sorridere, altre indignare, specie lo si vuol prendere sul serio come una «frustata» in grado di far decollare la «crescita».
Persino il «liberismo», in questo testo, diventa roba da «furbetti del quartierino» dalla vista ridotta. Prendiamo la parte relativa alle spiagge demaniali, per esempio, date in concessione per ben 90 anni (invece del massimo 6 previsto dalla Ue e tramite normali «aste pubbliche»). Sono certamente un regalo ai privati che toglie un «bene comune» dalla disponibilità della popolazione; ma al tempo stesso inchioda una «risorsa turistica» a un modello di imprenditoria minore senza investimenti, innovazione, ambizione. Anche dal punto di vista capitalistico, insomma, è una stupidata che blocca lo sviluppo invece di stimolarlo. Il fatto di prevedere, in aggiunta, una «burocrazia zero» nei distretti turistico-alberghieri (con «agevolazioni in materia amministrativa, finanziaria») può diventare persino un incentivo per gli investimenti di origine più che sospetta. Ma questa è la cifra politica di questo governo, questa la «cultura imprenditoriale» del suo blocco sociale: l'uso dei beni pubblici per ricavarne reddito privato è il massimo che riesca a concepire.
Una verifica certa viene dalle incredibili «sanzioni» agli ispettori fiscali troppo zelanti nel controllo delle imprese. Vi immaginate gli inviati dell'Agenzia delle entrate (o la guardia di Finanza) che entrano nell'ufficio amministrazione di un'azienda? Una misura come questa può produrre effetti devastanti dal lato delle entrate dello stato - smentendo quindi Tremonti e Berlusconi, che assicurano si tratti di una manovra a «costo zero» - perché si traduce in un incoraggiamento governativo all'evasione fiscale.
È chiaro che una minore sorveglianza fiscale sia ben vista da tutti i tipi di impresa, ma diventa «vitale» - segna il confine tra sopravvivenza e fallimento a breve termine - soprattutto per quella piccola o microscopica «azienda» che proprio non riesce a stare «sul mercato» se deve anche rispettare le regole del mercato. Qui si può vedere con quanta pesantezza la «cultura» della Lega condiziona la decretazione in materia economica. Ma si tratta di una misura cerca anche di parlare a quella fetta di «popolo delle partite Iva» (chi ha visto Annozero l'altro ieri lo avrà capito) che in realtà è lavoro dipendente, ma deve ricorrere al commercialista per curare «l'amministrazione», rimanendo alla fine strozzato tra ritardi o mancati pagamenti delle tasse, interessi di mora, contravvenzioni, ecc.
Questo governo, invece, pensa di risolvere il problema bloccando l'azione investigativa del fisco (invece, casomai, di rimodularla a seconda della tipologia d'impresa). Incoraggia a disattendere controlli e regole, spinge all'evasione e all'elusione fiscale. Ma tutto questo produce un aumento di redditi privati per alcune limitate figure sociali, ma quasi nulla sul piano del prodotto interno lordo (Pil). Quindi ben poca «crescita e sviluppo» .
Una conferma viene dalle sbrigative norme per la costruzione di opere pubbliche: «estensione del campo di applicazione della finanza di progetto», «estensione del criterio di autocertificazione per la dimostrazione dei requisiti richiesti» e relativi «controlli essenzialmente ex post» (quando i soldi saranno stati incassati), «innalzamento dei limiti di importo per l'affidamento di appalti mediante procedura negoziata» (senza concorso pubblico, insomma). Altre perle potrebbero uscir fuori dalla lunga catena di riferimenti criptici a codicilli, commi, articoli, che vengono dichiarati cassati o mutati per una parola.
Quasi una beffa il primo articolo, che istituisce «in via sperimentale» per i prossimi due anni del «credito d'imposta a favore di imprese che finanziano progetti di ricerca in università o enti pubblici di ricerca». Si fa passare per un aiuto alla ricerca il fatto che gli enti pubblici che la fanno saranno costretti ad accettare qualsiasi proposta proveniente dai «privati» che troveranno una qualche convenienza in questa misura (non molti, a occhio). Così come l'altro «credito di imposta» - 300 euro per ogni assunzione nel Mezzogiorno - coperta finanziariamente con i fondi europei.
Ma è l'edilizia il cuore pulsante del decreto, dal «silenzio-assenso» ultra rapido all'applicazione della Scia (segnalazione) in luogo della Dia («denuncia», non a caso), dalla «cessione di cubatura» all'eliminazione dell'obbligo di comunicazione alla Ps; e che prosegue con un elenco sterminato di «semplificazioni» che faranno felici una base sociale ben identificata. E che penalizza la crescita del paese da un tempo infinito.
Albergo in spiaggia? Si può
di Paolo Berdini
I commenti a caldo sul decreto per il rilancio dell'economia si sono concentrati sul fatto - davvero inaudito - della svendita delle spiagge. Con il testo sotto gli occhi si può purtroppo affermare che essa sia addirittura il male minore: è prevista infatti la cementificazione delle coste italiane.
Ma prima è utile sottolineare un'altra vergogna. Invece dei 500 mila euro attuali, le amministrazioni pubbliche potranno affidare appalti a trattativa privata fino ad un importo di 1 milione di euro (articolo 3, lettera l). Bertolaso santo subito. Il sistema di potere della cricca si è basato, come noto, sull'assoluta discrezionalità nell'affidare appalti. Un numero ristretto di imprese veniva prescelta non sulla base delle capacità imprenditoriali ma sulla fedeltà assoluta e sull'inevitabile ritorno di favori e prebende. Con il decreto il sistema viene esteso a tutto il paese. Salvo pochi casi gli appalti pubblici sono infatti prevalentemente al di sotto del milione di euro o possono essere facilmente disaggregati per ricondurli a una sommatoria che singolarmente non superano quella cifra.
Con i livelli di mancanza di etica dei nostri amministratori non è difficile pensare alle conseguenze di questa scelta: la fine della trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Sul Sole 24 Ore non sono state versate lacrime.
Ma torniamo ai territori costieri. Con il primo comma dell'articolo 5, al fine di «rilanciare l'offerta turistica nazionale» si cedono le spiagge ai privati per novanta anni. È da tempo che il segmento del turismo marino è in crisi rispetto a un'offerta internazionale che possiede qualità ambientali e d'impresa migliori delle nostre: la risposta è la svendita del demanio. Nel comma 4 si afferma poi che «possono essere istituiti nei territori costieri, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su richiesta delle imprese di settore che operano nei medesimi territori», i Distretti turistico-alberghieri, che vengono (comma 6) equiparati alle «zone a burocrazia zero» istituite con decreto legge 78/2010.
L'articolo 43 di questo decreto affermava che per favorire l'economia potevano essere istituite zone in cui le richieste di attività produttive sono approvate da un Commissario di governo che provvede mediante una conferenza di servizi a consentirne l'attuazione. Se questo non avviene entro 30 giorni, la proposta si intende comunque approvata. Quell'articolo permette dunque di poter fare ciò che si vuole dove si vuole: costruire un albergo, un villaggio turistico e tutto ciò che salterà alla mente ad una classe dirigente incapace di pensare ad un futuro che non sia la speculazione edilizia. Si possono infatti superare vincoli urbanistici e paesaggistici: ci pensa l'accordo di programma.
Il meccanismo, come abbiamo visto, potrà partire su richiesta delle imprese: le grandi lobby del turismo internazionale e nostrano ringraziano il presidente imprenditore e i suoi ispiratori. Le prove generali di questo nuovo trionfo del mercato senza regole erano state fatte proprio dal primo ministro nella sua più riuscita comparsata a Lampedusa. Nel promettere alberghi e campi da golf, disse: «Abbiamo la possibilità anche di fare delle zone a burocrazia zero. Cosa significa? Che mentre adesso per aprire un ristorante, per aprire un negozio ci vogliono autorizzazioni su autorizzazioni, in quelle zone si potrà far tutto, rispettando i regolamenti edilizi, rispettando le norme igieniche sanitarie, e il Comune manderà soltanto successivamente alla realizzazione dell'opera un suo incaricato a verificare che siano state costruite le opere in osservanza a tali regolamenti e se è il caso chiederà che vengano apportate le opportune modifiche».
Anche in questo caso il Sole 24 Ore non ha fiatato. Forse perché le norme sono state scritte da qualcuno che frequenta via dell'Astronomia. Ma i Distretti turistico-alberghieri insieme alle zone a burocrazia zero rappresentano un'altra tappa, l'ultima forse, del processo di dissoluzione del governo pubblico del territorio e del cammino italiano verso l'inciviltà. E, purtroppo, non c'è opposizione parlamentare in grado di scuotere il paese dal torpore.
Mare privatizzato, l'Ue «preoccupata»
Bruxelles «Non è quello che ci aspettavamo».
Già un'infrazione contro l'Italia
Ci ha impiegato meno di 24 ore, la Commissione europea, a preoccuparsi del decreto Tremonti. Con una procedura d'infrazione ancora non risolta contro l'Italia per il sistema sulle concessioni marittime, che prevede il loro rinnovo automatico ogni sei anni, Bruxelles è rimasta «sorpresa» dalla notizia sul «diritto di superficie» su coste e litorali per un periodo di 90 anni. Il dubbio di Bruxelles è che il provvedimento sia contrario alle regole del mercato unico e della libera concorrenza. E si aggiunge alle critiche già giunte dagli ambientalisti e dai timori dei consumatori di rincari dei prezzi negli stabilimenti attorno al 6%. «Non abbiamo ricevuto nessuna notifica da parte delle autorità italiane, ma se i rapporti letti sulla stampa sono corretti e confermati, saremmo molto sorpresi perchè non sarebbe ciò che ci aspettavamo», ha detto Chantal Hughes, portavoce del commissario francese al mercato interno Michel Barnier. «Ci aspettiamo chiarimenti da parte delle autorità italiane, la nostra richiesta sarà inviata il più presto possibile», ha precisato. «La reazione ufficiale e formale della Commissione al decreto - ha detto ancora - arriverà solamente quando avremo visto e analizzato in dettaglio il provedimento». Il contenzioso riguarda in particolare la Direttiva servizi del 2006 che regola il settore del turismo. All'articolo 12 viene sancito che per le attività per le quali le risorse sono limitate (come nel caso dei litorali), le autorità pubbliche sono tenute ad applicare «una procedura di selezione trasparente ed imparziale, che permetta a tutti gli operatori interessati di candidarsi». La portavoce ha parlato di tempi «appropriati e limitati» per garantire agli operatori di pianificare i propri investimenti per un periodo certo, lasciando contemporaneamente a tutti quelli che lo desiderano la possibilità di stabilire un'impresa. Per avere infranto queste regole, Bruxelles ha aperto una procedura contro l'Italia (le due lettere di messa in mora sono state il 29 gennaio del 2009 e il 5 maggio del 2010), che se non risolta potrebbe portare le autorità italiane davanti alla Corte di giustizia Ue
Cgil/ Vincenzo Scudiere,
«Così non si aiuta lo sviluppo, ma il business selvaggio»
di E. Ma.
«È una risposta totalmente insufficiente alla crisi. Con questo decreto legge non si dà impulso alla crescita e non si aiuta lo sviluppo del Paese». È netto e decisamente negativo il giudizio di Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil con delega all'industria.
Il dispositivo che il ministro Tremonti ha portato in consiglio dei ministri proprio alla vigilia dello sciopero generale è un tentativo di rispondere alle vostre istanze?
Da una prima lettura, appare evidente che questo decreto legge è utile alla propaganda elettorale del governo ma, a parte alcune semplificazioni di procedure che sono apprezzabili, non corrisponde alle finalità dichiarate. Non si capisce con quali e quante risorse intendono finanziare la ricerca, per esempio. Nel provvedimento, poi, non ho trovato alcuna corrispondenza con le dichiarazioni del giorno prima riguardo le 67 mila assunzioni nella scuola di docenti e personale Ata: in realtà non ci sono numeri e quindi il decreto non dà alcuna risposta certa alle migliaia di lavoratori precari da riassorbire.
Si introduce il credito d'imposta per i nuovi assunti nel Mezzogiorno, non va bene?
Va sempre bene, ma per affrontare la crisi di un Paese che è in coda in Europa, con un tasso di disoccupazione tendenziale oltre il 18,4%, e punte fino al 40% al Sud, soprattutto tra giovani e donne, ci vorrebbero politiche più incisive.
Sembra che Tremonti voglia dare una mano alle piccole e medie imprese, è così?
In Italia c'è una crisi vera nel settore dell'edilizia: negli ultimi due anni si sono persi oltre 200 mila posti di lavoro, anche se una parte si è trasformata in lavoro nero. Per rilanciare l'edilizia ci sarebbe bisogno di investimenti infrastrutturali seri e di un vero piano casa, solo così si può aumentare la crescita nel settore.
Non basta?
Non basta ma anzi, si fa un danno al Paese. Perché il piano casa aumenta le cubature, mette in mora le competenze delle regioni e non risolve la priorità dei 150 mila sfratti previsti per quest'anno. Alle famiglie si dà l'illusione di poter trasformare un mutuo da tasso variabile a fisso senza dire che si dovrà pagare un onere subito. Velocizzando poi l'affidamento di opere pubbliche fino a un milione di euro senza gara d'appalto ed eliminando così la possibilità di avere regole trasparenti come chiediamo da tempo, non si fa altro che dare il via libera a una nuova speculazione del cemento. Insomma, così non si rilancia l'edilizia italiana, si aiuta solo l'edilizia selvaggia. Non è un aiuto alla piccola e media impresa, la si illude spingendola di fatto verso la speculazione.
Abusivismo/ Rosania, ex sindaco di Eboli
«È un assalto al territorio
In Campania sarà una giungla»
di Eleonora Martini
«Il decreto sviluppo? La prima impressione è di un vero e proprio assalto al territorio, come dire "siamo nella giungla". A mio avviso la semplificazione delle procedure dovrebbe passare attraverso un potenziamento e una crescita degli uffici territoriali competenti, non certo eliminando qualsiasi forma di controllo sull'area». Gerardo Rosania oggi è consigliere comunale di Sel a Eboli, ma da sindaco della sua città diventò quasi un simbolo della lotta all'illegalità e alla speculazione edilizia. Fu tra i primi ad avere il coraggio di abbattere, per rilanciare il turismo e lo sviluppo della costa del Sele. Tra il 1998 e il 2001 demolì 472 edifici costruiti dalla camorra sul litorale di Eboli.
Avete liberato l'area costiera, e poi?
Poi cercammo di intervenire anche sugli stabilimenti che privatizzavano tutta la spiaggia, invadevano il bagnasciuga e addirittura spesso entravano nel mare, su palafitte, anche per 20 metri. Adottammo un piano spiagge per disciplinare questo tipo di insediamenti turistici, cercando di definire il limite della concessione, ma fummo costretti a fermarci per la marea di denunce che ci piovvero addosso. Abbiamo vinto tutti i ricorsi amministrativi ma la sentenza assolutoria penale arrivò solo 5 anni dopo la mia legislatura. Nessuno ci ha mai più riprovato e oggi sono quasi tutti condonati.
E allora cosa pensa del decreto sviluppo?
La prima impressione che ho avuto è che questa normativa tende a sottrarre un pezzo del territorio al governo locale e a cristallizzare pericolosamente la situazione per 90 anni. Per esempio nella nostra costa, a sud di Salerno, in 20 anni il mare ha eroso circa 30 metri di bagnasciuga. Ora, davanti a questi fenomeni naturali bisognerebbe poter pianificare l'utilizzo delle aree demaniali e ricalibrare le concessioni.
Aumento della volumetria, permessi di costruzione facili, appalti senza gara: cosa prevede possa accadere dalle sue parti?
Una giungla, un vero e proprio assalto al territorio. Pensi che già ora, in Campania Sicilia e Calabria si concentra l'80% dell'abusivismo edilizio italiano. Figuriamoci dopo: posso sbagliarmi ma mi sembra che il governo confonda la necessità di semplificare le procedure con l'eliminazione di qualsiasi forma di controllo. Governare significa pianificare, non lanciare costruire e poi eventualmente bloccare chi non è in regola. I comuni non sono più in grado di controllare per le pessime condizioni finanziarie e per mancanza di personale, potranno intervenire solo dopo le denunce dei cittadini Perciò questa logica del silenzio assenso si trasformerà in «costruisci e fai quello che ti pare».
Caro Cervellati, non ho trovato un modo migliore di questa lettera aperta per dirle il dispiacere e lo sconcerto dopo il suo annuncio di votare Lega Nord alle prossime elezioni comunali di Bologna.
Sentimenti i miei che derivano dalla stima grande che le porto da circa 30 anni. Ero segretaria del pci di Lugo quando la incontrai per la prima volta assieme al sindaco di quella città, affidammo infatti a lei il progetto di restauro e recupero del teatro Rossini e non ce ne pentimmo perché lei restitui a noi e alla città un vero gioiello. Poi il mio impegno si spostò a Bologna e dopo a roma nella segreteria nazionale dei ds come responsabile ambiente e territorio e in parlamento. In quegli anni hanno lavorato con me Vezio De Lucia, Edoardo Salzano, Campos Venuti e molti altri e a qualche convegno nazionale di urbanistica ogni tanto abbiamo avuto il piacere della sua presenza. Cosi come nelle innumerevoli battaglie per contrastare i tanti condoni dell abusivismo fatti dai governi berlusconi/lega, e i tanti provvedimenti di deregolazione del governo del territorio. Io ho sempre letto i suoi articoli e i suoi libri,per me lei é un maestro. Mi sono studiata diversi dei suoi piani regolatori a partire da quello storico fatto a Bologna a quelli di molte altre città. E quando qualcuno degli amministratori locali chiedeva a me indicazione e pareri su quali fossero gli urbanisti che avevano più a cuore il nesso ambiente territorio e i temi centrali della sostenibilità e del recupero urbano il suo nome, assieme a quelli che ho citato prima, era sempre presente.
So bene che a Bologna il centro sinistra non fornisce, da tanti anni , prove brillanti e che ciò che é mancata di più é stata proprio un’idea della città, della mobilità, della qualità urbana. Conosco e condivido con lei i giudizi pesanti su alcune delle scelte fatte ( come il Civis) e anche io ho perso spesso le speranze perché non vedevo rinascita culturale,pensieri e progetti adeguati ad una città che tanto aveva saputo dire alle altre e precorrere riforme importanti con coraggio.
Ma basta la delusione per rivolgere il proprio voto ad una formazione politica come la Lega Nord? Lei ha parlato di fine delle ideologie e dunque di un voto che valuta solo il merito. Ed é appunto al merito che io cerco di stare. Anche se i principi per me sono importantissimi e non mi pare mai possibile metterli tra parentesi.
Ma torniamo al merito. A quello più recente. Quella Lega che lei sarebbe intenzionato a votare, proprio ieri, nel consiglio dei ministri ha dato il suo voto favorevole ( come sempre ha fatto su tutti i provvedimenti di questi anni) ad una norma che introduce di nuovo il silenzio assenso su un piano casa che ha tutti i difetti che sappiamo e ,cosa ancora più grave,alla privatizzazione per circa un secolo della gestione delle spiagge demaniali. Non posso pensare che lei non abbia sobbalzato come me nel leggere quei provvedimenti. Oltre a questo a me sembra che quella Lega che lei vorrebbe votare sia un partito solo apparentemente pragmatico.
Si possono forse ignorare la xenofobia, i proclami contro l unità nazionale, una idea niente affatto solidale della convivenza,le ronde antimmigrati? Per quanto io mi sforzi non riesco a trovare nulla che accomuni la sua visione della città, della pianificazione e la sua raffinata idea di recupero della nostra storia e dei nostri beni culturali ai proclami della Lega e alla sua pratica concreta.
Io ho continuato a fare politica in modi diversi in questi anni, non ho aderito al Pd che trovo ancora un partito indeterminato e senza slancio, e la politica ha deluso parecchio anche me. Ma ci sono momenti bui e bisogna saperli attraversare ,continuando a cercare e senza perdere la propria storia. Lei professore ne ha una, ed é una storia che a me pare segnata da principi,idee e progetti ( che in tante città ha saputo concretizzare) che nulla hanno a che vedere con la Lega Nord. Mi auguro che lei ci ripensi .Perchè questa sua decisione potrebbe alimentare, pur non volendolo, astensionismo e disinteresse, che purtroppo sono già molto estesi.
So bene che con questa lettera ho forse troppo pesantemente interferito su di una scelta che é solo sua,ma lei é stato ed é un punto di riferimento per tante e tanti che con il mio stesso sconcerto hanno letto la sua dichiarazione. Non potevo far finta di nulla. Non é nel mio carattere disinteressarmi. La saluto con la stima di sempre,che non verrà meno qualunque scelta lei decida di fare. cordialmente
Vedi qui l'intervista di Cervellati
Realizzare i nostri sogni nella disciplina delle libertàSpinti dall´urgenza oggi ormai s´invoca il disordine come fondamento del vivere comune L´obbligo reciproco non è soltanto un meccanismo di tutela ma anche un legame positivo Regole, lavoro, immigrazione, populismo: un dialogo su un modello politico, sulle sue forzature e sulle sue virtù nel saggio di Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky. Anticipiamo un estratto da La felicità della democrazia (Laterza)
Ezio Mauro. (…) Sei stupito se ti dico che la democrazia deve rispondere addirittura alla grande questione della felicità?
Gustavo Zagrebelsky. Vuoi introdurre questo tema? Ti avverto subito ch´io, in materia, mi sento alquanto leopardiano. In ogni caso, «se uno sia felice o infelice individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare». Comunque sia, procediamo pure e chiediamoci che cosa la democrazia abbia a che fare con la felicità.
Mauro. Ci penso da tempo, è una questione cruciale. In questo Paese, e soltanto in questo (bisognerà pur riflettere sulla ragione), si sta facendo strada l´idea che la felicità e la soddisfazione dell´individuo possono essere cercate solo fuori dalle regole, a dispetto delle norme, in quella dismisura tipica dell´abuso e del privilegio, che irride agli interdetti culturali e sociali, al sentimento del rispetto, al pubblico decoro. È la ribellione culturale contro il «regolamentarismo» e il politicamente corretto, ed è la rivolta molto più concreta, utilitaristica, contro il diritto e la legalità, invocando il «sonno della legge». C´è un singolare e arbitrario rovesciamento persino di D´Annunzio, come se andare a destra oggi significasse andare «verso la vita», mentre dall´altra parte ci sarebbe spazio solo per una fioca esistenza in bianco e nero, fatta di conformismo e senza sentimenti: un neopuritanesimo in grisaglia, che non sa amare la forza bruta della vita nella sua sregolatezza più feconda, nel caos rigeneratore che nasce dalla licenza e dall´eccesso, contro l´ordine regolare del mondo. È un rovesciamento disperato delle cose. Sotto la spinta dell´urgenza e della necessità si cerca ipocritamente di invocare il disordine come nuovo fondamento del vivere insieme, l´esagerazione come modello sociale, la licenza come libertà, il soverchio come nuova misura. Che felicità può esserci quando, come scrive Durkheim, «si è talmente al di fuori delle condizioni ordinarie della vita, e se ne è talmente consapevoli, che si prova il bisogno di mettersi al di fuori e al di sopra della morale corrente»?
Zagrebelsky. Tu cosa rispondi?
Mauro. Molto semplicemente che c´è vita nella democrazia, intesa come sistema di regole e libertà, molto più che altrove. E dunque nelle regole che liberamente si è data. La vita comune fatta di passioni e di errori, di amori e di meraviglie, di dolori e sconfitte: la vita vera, insomma, quella di tutti, che non ha bisogno di aggettivi e di spiegazioni. Quella che si compone con le vite degli altri, «esseri che si somigliano» nel riconoscimento dei diritti e dei doveri, dunque della loro libertà reciproca e dei suoi confini, ecco il punto. C´è vita nella democrazia, perciò è giusto e possibile cercarvi anche la felicità, attraverso la libera realizzazione di se stessi, modulata nella consapevolezza degli altri, dei loro diritti, e nella possibilità di costruire un progetto comune di riconoscimento, che chiamiamo società politica, istituzionale, di cittadini.
Zagrebelsky. Nell´essenziale, sono d´accordo teco, anche se la definizione della vita come felicità, o come possibilità di felicità, secondo la tua descrizione, dovrebbe essere approfondita. Che cosa è la felicità, questo sentimento fugace che subito, appena l´hai provato, si dissolve in angoscia per il timore della perdita? Qualcuno potrebbe dire che proprio in quella trama di relazioni libere e responsabili che è alla base della democrazia e che spetta a noi di tessere sta la nostra infelicità. La libertà è felicità o infelicità? Il tema è discusso. Gli Inquisitori (figura sempiterna) direbbero che la libertà è infelicità e che proprio loro, essendosi assunti il compito di liberare l´umanità dalla libertà, sono i suoi veri benefattori. Tolta la libertà, gli esseri umani si accontenteranno dell´unica felicità loro possibile, una felicità mediocre e bambinesca, l´appropriazione di cose materiali, la felicità del consumatore, precisamente ciò di cui ante-parlavano Tocqueville e Montesquieu, già citati. Io mi accontenterei di dire che, nell´appropriazione dei propri compiti di «individuo morale», nel senso detto sopra, può stare la soddisfazione del dovere compiuto e che questa soddisfazione cresce proporzionalmente al numero di coloro con i quali si riesce a stabilire rapporti di cooperazione. La soddisfazione per il dovere compiuto, possiamo definirla felicità? Nel significato moderno, certo no. Nella tradizione antica, invece, la felicità era la vita buona e la vita buona non era il soddisfacimento illimitato di pulsioni individuali, ma la pratica della virtù. In fondo, non sei molto lontano quando parli di esercizio della libertà nel riconoscimento del limite. Questa è la virtù democratica. Naturalmente, ripeto, questo non ha niente a che vedere con la libertà come pretesa di fare tutto quello che si può (nel senso di ciò che è attualmente possibile), cioè con l´assenza di regole.
Mauro. Contrapponi l´éthos al páthos, in qualche modo. Sei però d´accordo con me nel collegare democrazia e felicità?
Zagrebelsky. Nel senso di soddisfazione per il dovere compiuto, sì. Credo che possa esserci una grande felicità e forse anche noi, qualche volta, l´abbiamo provata. Ma non è certo la felicità di cui parla il nostro tempo, quando virtù e felicità sono state separate, anzi collocate agli antipodi. L´affamato di felicità non esita a farsi beffe della virtù, a esibire come un vessillo il proprio lato più laido. L´archetipo è Faust che vende l´anima al demonio e il demonio, per quanti sforzi si facciano per adeguarsi ai tempi, non è propriamente l´immagine della virtù. Ammetto d´essere un pesce fuor d´acqua. Mi sento piuttosto leopardiano, come ho subito premesso quando hai impostato il tuo discorso.
Mauro. Cioè?
Zagrebelsky. (….) Mi riferisco a quel passo di Sigmund Freud contenuto in Il disagio della civiltà dove si mette in rapporto di tensione felicità e istituzioni (…) e che chiude così «L´uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po´ di sicurezza». (…)
Mauro. Ma le istituzioni sono dei vincoli e dei riferimenti d´obbligo che ci siamo liberamente dati e che scegliamo di rinnovare a scadenze fisse. Perché - e questo per me è il punto essenziale - siamo convinti che la felicità o la «vita buona», come si diceva, non vada cercata per forza nella trasgressione abusiva o nel «sacrilegio sociale», come lo chiama Roger Caillois, ma nella nostra normale condizione di cittadini fedeli e infedeli, uomini e donne, persone liberamente associate con meccanismi di garanzia scelti da tutti per tutti, e come tali riconosciuti e accettati.
Zagrebelsky. (…) Forse dal punto di vista della felicità-infelicità, potremmo dire così: la democrazia è il modo più sopportabile di sopportare l´infelicità, il modo più umano, compassionevole, conviviale, in una parola, mite, di organizzare l´infelicità dell´humana condicio, riducendo al minimo la prepotenza, il disprezzo, la sopraffazione e, soprattutto, distribuendone il peso sul maggior numero possibile in una specie di mobilitazione generale delle umane imperfezioni. (…)
Mauro. Ma qui siamo (…) in un terreno sociale, di scelta, dunque politico e morale. Nel "confortarsi insieme", "tenersi compagnia", incoraggiarsi", "darsi una mano e soccorso", nella stessa parola "scambievolmente" c´è il concetto politico e umano di solidarietà, c´è un legame sociale di riconoscimento e obbligazione reciproca, anche se è visto come difesa dalla fatica del vivere. Lo stesso legame, la stessa impresa solidale può vigere e operare al di là della mutua assistenza nella necessità, per arrivare a determinare costruzioni positive, spazi per meriti e per crescite, soddisfazione di bisogni, consensi su obiettivi comuni. Mi accontenterei di dire che la democrazia è un legame sociale positivo, quindi, non solo un meccanismo di tutela.
Zagrebelsky. (…) Se ci pensi, la ricerca della felicità era, originariamente, la rivendicazione sulla bocca degli infelici, cioè degli oppressi quali si sentivano gli americani al tempo della loro rivoluzione anticoloniale. Oggi, il senso s´è rovesciato. Sono i potenti che la rivendicano come diritto, la praticano e l´esibiscono, quasi sempre oscenamente, come stile di vita. Non sentiremo uno sfrattato, un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un genitore abbandonato a se stesso con un figlio disabile, un migrante irregolare, un individuo strangolato dagli strozzini, un rom cacciato che non ha pietra su cui posare il capo, una madre che vede il suo bambino morire di fame, rivendicare il suo diritto alla «felicità». Grottesco! Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia. Un minimo di giustizia è ciò che ha preso il posto della felicità.