Le ha segnalate un cittadino di Ponteranica (Bergamo) su proprio profilo Facebook: in una tabaccheria si vendono sigarette leghiste. O meglio, sigarette denominate "Terre del Nord Padania". Non si tratta, però, di una trovata goliardica del partito di Umberto Bossi: risale ad aprile il decreto del ministero dell'Economia con il quale si iscrive al Monopolio di Stato la marca di sigarette Terre del Nord, su richiesta dell'omonima società Terre del Nord srl.
Sul pacchetto, rigorosamente verde, compare anche la dicitura 'Padania' e sul retro si legge: "Dalla selezione dei migliori tabacchi della Val Padana rinasce il gusto unico e inconfondibile delle Terre del Nord". Essendo un prodotto riconosciuto dal Monopolio, le sigarette padane, potenzialmente, potrebbero arrivare in tutta Italia. E già al raduno leghista di Pontida "se ne sono vendute molte", fa sapere il presidente bergamasco della Federazione italiana tabaccai.
Il percorso necessario alla definizione delle forme istituzionali affinché la conoscenza e il sapere siano sottratti alla gestione burocratica o alla logica mercantile. Una riflessione a partire dalle proposte maturate dentro l'occupazione del Teatro Valle
I beni comuni non sono una categoria merceologica, un oggetto inanimato del mondo esterno. Per questo motivo ogni habitus positivistico (ossia una metodologia analitica che separa nettamente il mondo dell'essere da quello del dover essere) è inadatto a coglierne la natura. Un bene comune lega inestricabilmente una soggettività collettiva (fatta di bisogni, sogni, desideri) con un luogo fisico (il bene comune appunto) in una relazione qualitativa paragonabile a quella che lega un organismo vivente al suo ecosistema. Infine, il bene comune emerge innanzitutto da pratiche di lotta per il suo riconoscimento e la sua difesa. Queste pratiche sono volte a interpretarlo in modo collettivo, al fine di universalizzarne l'accesso sottraendolo dalle ganasce della grande tenaglia fra Stato e proprietà privata che, fin dagli albori della modernità, lo stritola. Una volta salvato (attraverso la lotta) dal suo triste destino di sfruttamento e distruzione, ogni bene comune deve essere interpretato dal punto di vista sociale ed istituzionale in modo coerente con la sua natura.
Nessuna sfida è più affascinante oggi per il giurista rispetto a quella di trovare un vestito giuridico adatto ai diversi beni comuni. Vestito giuridico che, lungi dall'essere universalistico, deve essere a sua volta necessariamene contestuale perché soltanto i contesti (luoghi dove si declinano i conflitti e le relazioni sociali) danno senso a quella grande astrazione che è il diritto. Da questi contesti, intorno a quanto rivendicato come bene comune, sgorga un diritto nuovo, una legalità costituente che sfida il riduzionismo meccanicistico e formalistico di quella costituita. Ciò non toglie che questa «legalità nuova», fondata su un sentimento profondo di giustizia e di obbligazione anche intergenerazionale, non possa (e forse debba) trovare, nella cassetta degli attrezzi del giurista, forme idonee ad una sua rappresentazione compatibile con l'ordine giuridico attuale. Il «comune» può così realizzare il proprio potenziale trasformativo con le armi del diritto e non solamente con quelle della politica.
In cerca di egemonia
In che senso il Teatro Valle occupato di Roma è un bene comune e quali sono le implicazione del suo essere bene comune sulle forme giuridiche della sua futura gestione? Innanzitutto va detto che il Teatro Valle è oggi, proprio come il territorio della Valle di Susa e l'acqua bene comune, uno straordinario laboratorio costituente di una nuova legalità, alternativa tanto alla logica costituita del profitto (privato) quanto a quella del potere (pubblico). Il Teatro Valle acquista senso come bene comune in quanto funzionalizzato oggi, nell’ambito di un fondamentale atto di lotta e di coscienza collettiva, al grande disegno, destinato ad avere ricadute intergenerazionali evidenti, di dotare anche l'Italia di un centro dedicato alla elaborazione di una propria drammaturgia (ne ha scritto su questo giornale, Gianfranco Capitta il 6 luglio).
La narrazione che facciamo del presente trasmetterà il testimone della nostra cultura a chi verrà domani, proprio come oggi noi abbiamo maturato la nostra identità collettiva sulle spalle dei nostri antenati. Questa prospettiva di lungo periodo dà senso all'idea che la cultura è un bene comune, qualcosa che va ben oltre l'asfittica idea del «qui e adesso» che caratterizza la logica aziendalistica che si è impadronita della narrazione dominante negli ultimi vent'anni. La «buona azione civile» degli ocupanti del Teatro Valle, come quella dei manifestanti No Tav, degli attivisti referendari, e di tanti altri cittadini attivi nelle vertenze aperte nel paese (dal movimento dei precari dell'Università, alla lotta contro gli inceneritori, a quella contro le basi Nato, per il recupero democratico dell'Aquila o contro lo sfruttamento sui luoghi di lavoro) mostra che in Italia oggi si sta diffondendo una nuova egemonia dei beni comuni. Questa nuova egemonia, deve potersi rappresentare in forme drammaturgiche nuove, anche per riscattarci a livello internazionale dei nostro modo particolarmente vergognoso di interpretare il ventennio della «fine della storia» (che di per sé costituisce una fase assai vergognosa del cammino dell'uomo occidentale).
Il contributo del Teatro Valle occupato a questo recupero di immagine internazionale del paese è già adesso importante (eccezionale il numero e la qualità degli attestati di solidarietà internazionale già incassati dagli occupanti); lo sarà molto di più se la battaglia sarà vinta e il «Centro di Drammaturgia Italiana» sarà realizzato. Soprattutto sarà un contributo inestimabile se questo esempio virtuoso saprà contaminarne altri, (occorrono pratiche serie di occupazione dei beni comuni: penso al centro sociale Tijuana di Pisa) fino a costruire una rete capace di riconquistare la cultura come bene comune (con tutte le ricadute politiche, culturali ed economiche di una tale impresa). Il Teatro Valle si candida a divenire, in questa fare storica italiana in cui, grazie alla nuova consapevolezza dei beni comuni una nuova egemonia si sta configurando, una delle più interessanti pratiche di governo democratico dei beni comuni. Una pratica che, godendo di una relativa calma rispetto alla brutalità poliziesca con cui altre declinazioni dei beni comuni vengono affrontate (l'esempio del territorio della «Libera Repubblica della Maddalena» insegna), si sta affinando ed ambisce a proporsi come modello di riferimento per per ogni progetto alternativo di gestione della cultura.
Deliri neoliberisti di onnipotenza
Il Valle è il più antico teatro di Roma, e si colloca propro nel centro della città alle spalle del Senato. L'occupazione fin dall'inizio ha visto coinvolte personalità importanti del mondo della cultura e dell'arte ed è stata destinataria di una buona copertura mediatica. L'occupazione è iniziata subito dopo la vittoria referendaria del 13 giugno, che ha mostrato in modo non equivoco che la maggioranza del paese si rende conto che la retorica sulla «fine della storia» ha perso la sua forza performativa e che ocorre adesso «invertire la rotta» rispetto ai delirii di onnipotenza del neoliberismo.
Gli occupanti del Teatro Valle inoltre hanno da subito dimostrato un talento incredibile nell'interpretarlo come «bene comune», offrendo gratuitamente alla cittadinanza una programmazione di buon livello ed un luogo sempre aperto di dibattito politico e culturale. È impossibile, per chiunque ci passi anche solo una sera, non voler bene alle ragazze e ai ragazzi che con grande sacrificio personale si battono per scongiurare la privatizzazione ed il conseguente scempio di questo magico «luogo comune» faro della cultura italiana fin dala metà del XVIII secolo. Inoltre, non è in vista qui, almeno nell'immediato, un'opportunità (irresistibile per tanti spiriti miserabili che ci governano) di arraffare, a qualunque costo sociale, una grande quantità di denaro pubblico come nel caso del tunnel della Tav, sicché l'urgenza di sgomberare con la violenza sembra meno pressante che altrove. Un attacco militare al Teatro Valle lo trasformerebbe inevitabilmente in una piazza Tahir di casa nostra, sicché il nostro regime agonizzante farà bene a guardarsi dal correre questo rischio.
In questo contesto ci sono le condizioni di relativa stabilità che consentono di apprezzare pienamente e trasformare in un progetto giuridico le caratteristiche del Valle come bene comune. L'itinerario discusso nel corso dell'occupazione potrebbe articolarsi in una serie di «fasi giuridico-formali» all'interno delle quali tuttavia la sostanza del bene comune, declinato per così dire dal sotto in su, caratterizza l'intiero procedimento, mantenendo un sistema flessibile ed adattabile alle esigenze della lotta. Il senso del percorso sarebbe quello di riempire di significato «dal basso» i forti appigli costituzionali che non solo promuovono la cultura, l'identità e la libera espressione a «bisogni fondamentale della persona» ma che (il riferimento è all'articolo 43 della Costituzione) legittimano percorsi di autogestione ad opera di utenti e lavoratori, rendendo il nostro processo «costituente» dei beni comuni l'attuazione (in ritardo) di un disegno e di una visione costituzionale di lungo periodo fino ad oggi tradita in modo bipartisan. Fra gli strumenti di autonomia attraverso i quali si forgia il diritto delle persone, (il diritto dei privati si diceva un tempo) ve ne sono alcuni nettamente interpretabili in quello spirito del «noi», collettivistico, solidaristico, plurale ed ecologico (ma sempre attento a non tarpare le ali agli spiriti liberi) che rende già oggi il Valle un bene comune.
La sostanza costituzionale
In questo spirito del «noi», attento ai diritti e agli obblighi costituzionali nei confronti degli altri e della comunità ecologica di riferimento, i beni comuni sono funzionalizzati alla soddisfazione di bisogni fondamentali della persona, collocati fuori commercio, e governati anche nell'interesse delle generazioni future, come previsto dal disegno di legge delega presentato dalla Commissione Rodotà sui beni pubblici. Questo programma di governo ecologico dei beni comuni è indifferente rispetto alla forma giuridica pubblicistica o privatistica, perché entrambe sono forme in quanto tali compatibili o incompatibili con la sostanza costituzionale dei beni comuni. In effetti, l'azienda pubblica può essere verticistica, partitocratica e burocratica e l'ingerenza bruta del ceto politico su scelte che dovrebbero fondarsi sul sapere e non sul potere è stata più volta stigmatizzata dagli occupanti del Teatro Valle.
D'altra parte, la gestione privatistica for profit, in un contesto quale quello della drammaturgia di qualità che certamente non può produrre profitti diretti, altro non farebbe che causare l'ennesimo trasferimento di risorse pubbliche ad interessi privati ed è questa la ragione per cui al Valle occupato si avversa la «messa a gara» della gestione. Chi scrive sta lavorando assieme agli occupanti su un processo di istituzionalizzazione del «Valle bene comune» studiando le nuove forme di governo partecipato dei beni comuni che rompano con la logica della distinzione fra titolo di proprietà e gestione inserendo garanzie effettive di un governo del teatro che sia incentrato allo spirito dell'apertura, della trasparenza (codice etico) e della corresponsabilità politico-culturale solidale. Il primo passo sarà probabilmente la costituzione di un «Comitato per il Valle Bene Comune» che metta da subito in pratica, embrionalmente almeno, le garanzie e le forme di governo che potrebbero portare ad una «Fondazione Pubblica Valle Bene Comune», dotata di un proprio fondo, di un proprio organico non precarizzato, e di proprie modalità di funzionalmento aperto. Tale struttura, capace di collegare intimamente il bene culturale comune alla comunità di utenti e lavoratori che gli danno vita, potrà lottare, nelle forme del diritto e non più sontanto in quelle della politica, per conquistare un diritto soggettivo di natura costituzionale (e quindi sottratto alle variabili contingenze della politica rappresentativa) ad un equo e trasparente finanziamento pubblico di lungo periodo, possibilimente sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.
La partita è ancora lunga ed affascinante e l'occupazione ne è parte irrinunciabile. Ne vale la pena.
E’ stato il solo direttore di quotidiano licenziato due volte, dalla Dc e dalla destra, per ragioni politiche. Dal “Giorno” – che aveva diretto per un dodicennio – all’avvento del governo di centrodestra Andreotti-Malagodi. Dal “Messaggero” – dopo un anno soltanto – alla vigilia del “terremoto” amministrativo del 15 giugno 1975. Parlo di Italo Pietra, nato cento anni fa il 4 luglio 1911 a Godiasco nell’Oltrepò Pavese. Probabilmente anche il primo, e solo, comandante partigiano (nome di battaglia, “Edoardo”) nominato alla guida di un quotidiano non di partito. Un maestro di giornalismo che, per la sua natura e cultura da montanaro dell’Appennino, per un certo aristocratico gusto dell’impopolarità, viene forse ricordato meno di altri. Un riformista laico, socialista, decisamente “scomodo”, a destra ma anche a sinistra.
E’ stato anche il primo direttore di un quotidiano importante ad occuparsi di ambiente. Può ben testimoniarlo Giorgio Nebbia che tante volte trattò sulle pagine della Scienza e della Tecnica rette da Antonio De Falco i temi dell’acqua tornato così prepotentemente di attualità oggi. Pietra incaricò me di una inchiesta nazionale dandomi queste direttive: “L’acqua: abbondante e inquinata al Nord; scarsa e inquinata al Sud”. La pubblicai nel grande rotocalco domenicale con foto e grafici. Pietra aveva una grande passione per la montagna. Camminatore instancabile conosceva palmo a palmo tutto l’Appennino, bellissimo, fra Varzi e Bobbio, fra Romagnese e il Genovesato. Da comandante partigiano girava di continuo, ma in abiti borghesi e senza armi addosso. Solo così si poté salvare dai tedeschi che l’avevano catturato, a causa di una storta alla caviglia, e portato, senza ancora riconoscerlo, verso Torre degli Alberi, al castello dei Dal Verme (anche Luchino Dal Verme era comandante partigiano). Qui le donne di casa che conoscevano Italo fin da ragazzo furono bravissime a far finta di non averlo mai visto. Venne rinchiuso in una stanza e lasciato lì in attesa di identificazione e quindi di fucilazione. Poi, miracolosamente, di notte, li sentì che avviavano i motori e ripartivano in tutta fretta.
Sul “Giorno” scriveva spesso della montagna che disboscata e dissestata “si vendica” precipitando a valle con terribili alluvioni. Il 4 novembre 1966 gliene diede una drammatica conferma. Citava sovente il grande discorso tenuto da Filippo Turati alla Camera, subito dopo la guerra, col titolo sempre attuale “Rifare l’Italia” e in quel “rifare” parlava pure della montagna italiana. Era un grande appassionato di agricoltura. Sosteneva Pietra che non si poteva capire un Paese se non se ne conosceva l’agricoltura e la sua storia. Instancabile, anche al “Messaggero” fu la sua campagna contro la Federconsorzi e a favore di autentiche cooperative aperte a tutti. Aveva una intera biblioteca di documenti sui Consorzi Agrari che, avanti negli anni, volle trasferirmi in blocco. Mi fece scrivere tante volte di prodotti tipici, del salame di Varzi allora privo di tutela. O delle colline del suo Oltrepò che, tagliate a fette da strade e da vigneti a ritto chino, “si squagliano come gelati”. Ma direi che all’acqua ha dedicato la maggior parte dei suoi interventi e, naturalmente, alla mafia palermitana dei “giardini” quando approfondì sempre più i temi della mafia e delle sue ramificazioni. Un pioniere, si può dire.
Figura anomala quella di Pietra. Diventa giornalista vicino ai 40 anni. Quasi un decennio in grigioverde, sino all’8 settembre 1943. Poi in montagna, nel suo amato Appennino, zona strategica, fra il Po e Genova, per un biennio durissimo di guerriglia contro i nazifascisti. Fino alla liberazione di Milano dove “Edoardo” entra per primo, comandante generale, a nemmeno 34 anni, delle brigate dell’Oltrepò, coi “cecchini” che ancora sparano dai tetti. Un plotone dei suoi partecipa all’esecuzione, prevista dal CLN Alta Italia, di Mussolini e degli ultimi seguaci. Smentirà sempre di averlo comandato lui. Sul periodo partigiano, nonostante le insistenze mie e di altri, non lascia scritti né registrazioni. “Se ne potrà parlare quando saremo morti tutti noialtri”. Soltanto lettere di artisti (è stato un collezionista precoce) come Morandi o Carrà. E’ stato anche nel Servizio Informazioni Militari (SIM). Non lo nasconde. Ad Angelo Del Boca, entrato al “Giorno” negli anni ’60, racconta di essere stato l’ultimo italiano a lasciare Casablanca mentre arrivano gli americani barattando con un orologio d’oro il passaggio verso il Riff su di un camion di maiali. Fra ex partigiani si può raccontare.
Mentre Paolo Murialdi, amico fin da ragazzo, entra subito nel giornalismo, all’“Avanti!”, all’“Umanità” e poi al “Corriere della Sera”, prima di essere uno dei fondatori del “Giorno” nel 1956, Pietra imbocca la strada della politica nel Psiup. Ha una forte cultura politica coltivata pur in grigioverde (in Africa prima, poi in Albania), abbonato a riviste francesi. Sarà, nel 1946, con altri “giovani turchi” (Matteotti, Zagari, Vassalli e gli ancor più giovani Formica e Ruffolo), promotore di “Iniziativa Socialista” che nel primo congresso del Psiup eguaglia sorprendentemente il correntone, in prevalenza frontista, Nenni-Morandi-Basso. Lui e Vassalli chiedono a Pietro Nenni, vice-presidente del governo De Gasperi, di nominare un segretario di mediazione, autorevole e accetto a tutte le parti. Niente da fare. Minaccia le dimissioni alla vigilia delle elezioni e del referendum del 2 giugno. E’ la premessa della scissione socialdemocratica del 1947, che per i “giovani turchi” avviene “da sinistra”, in senso libertario. La cavalca però Giuseppe Saragat. Italo Pietra è il vice-segretario del Psli. Fino alla rottura dell’unità sindacale nata dal Patto di Roma. La disapprova e in pratica esce dalla politica attiva.
Nasce il Pietra giornalista. Prima all’”Illustrazione italiana” di Garzanti (di Livio rimarrà amico) e poi al “Corriere della Sera”. Da “free lance” consolida la conoscenza del mondo, stringe relazioni e amicizie, dall’Est (Gomulka, Tito stesso) all’Ovest (Willi Brandt soprattutto), al Terzo Mondo, Pandit Nehru e sua figlia Indira Gandhi, i leaders della decolonizzazione africana, Kenyatta, Sekou Tourè, o maghrebina, Ben Bella, Ben Barka, Belkacem Krim. In piena guerra di Algeria, Bernardo Valli del neonato “Giorno” e Guido Nozzoli dell’“Unità” risalgono i monti della Kabilia, aprono la porta del comando del FLN e chi vedono che, con una carta spiegata sul tavolo, sta dando lezioni di guerriglia? Lui, “Edoardo”.
Italo Pietra, amico fraterno di Enrico Mattei dai giorni della Liberazione, ne ha condiviso le strategia: affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica con l’Agip e poi l’Eni; rompere i giochi delle Sette sorelle petrolifere offrendo accordi assai più vantaggiosi ai Paesi produttori, a cominciare da Egitto e Iran; aprire le frontiere dell’Est alla cooperazione. Alla fine del 1959 Mattei, attaccato da tutte le parti, svela di essere il vero editore del “Giorno” creato con Gaetano Baldacci nell’aprile ‘56 con una formidabile carica innovativa. Ha bisogno di un direttore sicuro e sceglie Pietra. Il quale, quasi subito, affronterà, in modo critico, la crisi Tambroni, il luglio ’60. Il ministro delle Partecipazioni Statali, Mario Ferrari Aggradi, gli chiede perentorio di licenziare il suo titolista di prima pagina. “Non posso”, risponde. “Perché?” “Perché sono io”. “In Italia si ricomincia sempre da Badoglio…”, mi dice, alla fine di luglio. Capisco meglio chi sia la sera che mi trascina alla cena per il compleanno di Luigi Longo. Ad un certo punto, ci sono soltanto loro due, i comandanti “Gallo” e “Edoardo”.
Italo Pietra rafforza subito una compagine giornalistica già molto valida. Assume il più acuto dei commentatori di politica interna: Enzo Forcella messo fuori dalla “Stampa” perché troppo a sinistra. Assume e lancia nelle sue inchieste più belle Giorgio Bocca. Dall’“Unità” arriva Guido Nozzoli. Irrobustisce la rete dei corrispondenti con Luigi Fossati e Gaetano Scardocchia (dirigeranno il “Messaggero” e la “Stampa”), ma pure le cronache regionali con Leonardo Valente, presto direttore di “Avvenire”, e con Gianni Locatelli che anni dopo trasformerà “Il Sole 24 Ore”. Al Politico retto da Claudio Rastelli si specializzano giornalisti come Sergio Turone e, più avanti, Tiziano Terzani. Al “Giorno” altri giovani diventano firme importanti: Natalia Aspesi, Maurizio Chierici, Gianfranco Venè. Per la Lombardia gli inviati sono Giampaolo Pansa e Marco Nozza. Mentre un disegnatore nuovo e inventivo, Tullio Pericoli, alza ancora il livello della grafica.
E’ il giornale delle inchieste, a getto continuo. Mi fa occupare di acqua, di ambiente, di agricoltura, di porti. Chiede chiarezza, concisione, narrazione documentata (“Non fate i sociologi”). Abbiamo grande libertà di azione, tranne, s’intende, che per la politica petrolifera. In una Italia quasi ignota (e ignorata) che si trasforma tumultuosamente col primo “boom”. Il Concilio Vaticano II suscita polemiche clamorose. Lo attaccano Indro Montanelli, Panfilo Gentile e altri. Lo difendono e lo raccontano al “Giorno” laici come Pietra, Forcella, Andrea Barbato, cattolici come il vaticanista Ettore Masina. La tragica scomparsa di Enrico Mattei nell’ottobre ’62 traumatizza e però non ferma il “Giorno”. Grazie a Pietra che sarà la bestia nera dei dorotei. “Aveva una testa da Mazarino”, scriverà Bocca. Reggerà per tutto il miglior centrosinistra, attraversando il ’68 e l’autunno caldo (unico quotidiano indipendente a sostenere Cgil, Cisl e Uil, “sono più deboli della Fiat”). Dopo la strage di piazza Fontana scrive un editoriale inequivocabile “Non si illudano”. Smonterà le false piste degli anarchici preparate in Questura. Lo fanno fuori subito dopo il ritorno del centrodestra.
Rimarrà al Mulino un paio di anni. Poi, a metà ’74, Montedison gli affida il “Messaggero”. Riesce a mantenerlo su di una linea laica di sinistra. Troppo. Dal “Giorno” chiama Fossati, Turone e me. Ma presto la Dc ne pretende la testa, nuovamente. Eugenio Cefis – si conoscono bene dagli anni del partigianato – lo convoca la mattina del 16 giugno 1975, e lo solleva dall’incarico. Nel pomeriggio dalle urne la Dc esce battuta clamorosamente e vincenti Pci e Psi. In tutte le grandi città, fino a Napoli. Pietra riesce a trattare una successione rassicurante (Luigi Fossati) per la linea politica del giornale. Ne rimarrà collaboratore fino alla fine della mia direzione, nell’87. L’ultimo articolo, a quasi 80 anni, già malato, lo pubblica sull’ “Unità” e lo dedica a Craxi, ad un Psi neoriformista, ma senza gli ideali del riformismo socialista, ad un Psi che non discute più “tanto la politica nasce dalla tua testa”. “La sinistra, conclude, è all’anno zero, ci vuole un punto di raccolta”, per “la necessità di una alternativa”. E’ il 24 giugno 1991. Si spegnerà tre mesi dopo. Non si spengono la sua passione civile, la sua tensione morale, il suo riformismo “scomodo” a tanti, la sua lezione, alta e severa, di giornalismo.
Una versione ridotta dell’articolo è uscita su l’Unità del 1° luglio 2011 con il titolo: “Le battaglie di carta al "Giorno" e al "Messaggero" del comandante Edoardo”
Ecco il testo di una intercettazione impossibile. Si tratta di una lezione agli studenti che sarà svolta da un ignoto docente di storia economica contemporanea verso la fine del ventunesimo secolo. Riguarda "la mutazione del capitalismo nel ventesimo secolo".
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«A circa tre quarti del ventesimo secolo i governi dei paesi anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti, presero la storica decisione di liberalizzare i movimenti internazionali dei capitali. Diventò possibile trasferire capitali da un punto all´altro del mondo alla ricerca del massimo profitto. Fino ad allora, nel regime instaurato a Bretton Woods questa possibilità era stata assoggettata a severe limitazioni.
Queste limitazioni avevano reso possibile un patto fondamentale tra capitale e lavoro, cuore del compromesso tra capitalismo e democrazia, che contraddistinse quella che fu chiamata da un grande storico di quei tempi l´età dell´oro. I capitalisti rinunciavano alla ricerca del massimo profitto e i sindacati alla piena utilizzazione del loro potere contrattuale. Ambedue subordinavano le loro pretese al vincolo dell´aumento della produttività. Si chiamava politica dei redditi e assicurò qualche decennio di crescita sostenuta accompagnata da alta occupazione del lavoro e da equilibrata distribuzione dei redditi.
La liberazione dei movimenti di capitale fece saltare questo tacito patto con conseguenze economiche e sociali contraddittorie. Masse di capitali affluirono nei paesi poveri suscitandovi imponenti processi di sviluppo soggetti a improvvisi e devastanti deflussi. Nei paesi ricchi quella decisione provocò invece una vera e propria mutazione del capitalismo. La ricerca del massimo profitto nel minimo tempo sviluppò le attività finanziarie e speculative rispetto alla produzione reale. Ne risultò un rallentamento della crescita e uno spostamento dei redditi dal settore reale a quello finanziario accompagnato da un aumento vertiginoso delle diseguaglianze. Sul piano mondiale si verificò un altro processo sconvolgente. Il risparmio dei paesi poveri investiti dallo sviluppo fu attratto dai mercati finanziari dei paesi ricchi che gli garantivano sicurezza e rendimenti elevati. Invece di alimentare i bassi consumi dei primi finanziò i consumi eccessivi dei secondi instaurando una condizione di squilibrio permanente delle bilance dei pagamenti.
Ma gli squilibri non si produssero soltanto nello spazio, investirono il tempo. L´accumulazione finanziaria fu finanziata sempre più dai redditi futuri, sotto forma di indebitamento: come dire, vivendo alle spalle dei posteri. Questo fenomeno assunse caratteristiche sistematiche, al punto che un economista definì il nuovo capitalismo come il regime economico in cui i debiti non si pagano mai, ma sono sistematicamente rinnovati.
Qualcuno di voi mi domanderà: era sostenibile una tale condizione di cose? La risposta è: no. Infatti, verso l´inizio del secolo ventunesimo una crisi violenta provocata dal collasso dei debiti del settore immobiliare in America travolse i mercati mondiali. La grande crisi che l´aveva anticipata, negli anni Trenta di quel secolo, era stata superata grazie (si fa per dire) alla seconda guerra mondiale; ma anche, immediatamente prima e immediatamente dopo di quella, a un decisivo spostamento dalla guida privata alla guida politica dell´economia. Invece, quella nuova e altrettanto devastante crisi fu superata brillantemente rifinanziando i soggetti che l´avevano promossa: banche e intermediari finanziari. Il costo fu pagato dai lavoratori rimasti senza lavoro e dai contribuenti. Ciò diede luogo a forti disavanzi pubblici che furono vivamente contestati dai "mercati" che l´avevano suscitati, e che furono repressi con severe misure di taglio delle spese sociali.
Dopo qualche pausa di riflessione il meccanismo dell´accumulazione finanziaria riprese, pur se con qualche deplorato ritardo, esattamente nelle stesse forme e modalità. Voi mi chiederete…».
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A questo punto l´intercettazione, purtroppo, si interrompe. Dobbiamo immaginarci noi la domanda. E, soprattutto, la risposta.
La manovra di Tremonti è fatta per un io individualista, proprietario e profittatore. I referendum hanno invece spinto per un noi fatto di legami sociali e reciprocità. Un libro di Roberta Carlini racconta le resistenze al ventennio liberista
La manovra di Tremonti, con gli abili equilibrismi per lasciare i soldi ai ricchi dietro una spruzzata di populismo, è fatta su misura per l'economia dell'io - un io individualista, proprietario, profittatore - espressione tanto dell'illusione liberista di far coincidere interesse individuale ed efficienza generale, quanto dell'affannosa tutela dei privilegi tipica del berlusconismo. Con all'orizzonte le nubi della crisi finanziaria europea che ha già travolto la Grecia, le azioni del governo e questo modo di vedere l'economia appaiono clamorosamente inadeguati. Non sono in grado di affrontare la crisi finanziaria e non sono più in sintonia con una società impantanata nella recessione e impoverita dagli egoismi. I referendum di giugno hanno visto emergere una nuova responsabilità verso la collettività e verso il futuro, che ha spinto gli italiani a scegliere la gestione pubblica dei beni comuni (come l'acqua) e rifiutare (per la seconda volta) l'energia nucleare. Potrebbero essere i segni di un paese che riscopre l'economia del noi, fatta di legami sociali e reciprocità, meno ingiusta e insostenibile. Una spinta che ha segnato il voto al referendum, ma che viene da lontano, dalle pratiche di solidarietà e cooperazione che si sono rinnovate in tutto il paese, e sono rimaste invisibili ai media, ai mercati, alla politica.
Arriva al momento giusto la mappa per esplorare questo cambiamento, offerta dal nuovo libro di Roberta Carlini, L'economia del noi. L'Italia che condivide (Laterza, 2011, 122 pp. 12). Il libro è una guida alle alternative economiche di piccola scala, alla portata di tutti, ma è anche una riflessione su come la sfera delle relazioni sociali si può sovrapporre a quella del mercato, disegnando la possibilità di un'economia giusta. L'inchiesta racconta decine di esperienze che cambiano i modi di consumare, abitare, investire, lavorare, usare il web. Ci sono quelle dei 700 gruppi d'acquisto solidale d'Italia, il microcredito della periferia di Firenze e la finanza alternativa, la lotta per un'economia legale in terre di mafie, l'auto-ricostruzione di un paese dopo il terremoto dell'Aquila, la scoperta del co-housing con famiglie che condividono alcuni spazi di abitazione, la scommessa di dar casa agli immigrati nelle grandi città, la mutualità e l'auto-aiuto, il co-working tra giovani professionisti precari, le iniziative che hanno diffuso energie rinnovabili e il fotovoltaico, le attività in rete con open source e condivisione gratuita dei contenuti.
Tutte hanno in comune il principio della condivisione, prezioso soprattutto in tempi di recessione: mettere in comune le capacità, i pochi soldi, il proprio tempo permette a tutti di stare meglio e fare di più. Tutte hanno un sapore piacevole, quello di recuperare (almeno un po') il controllo su come si vive e si lavora. Tutte richiedono una grande fatica per metterle in piedi, coinvolgere altri, trovare il difficile equilibrio tra efficienza e giustizia.
Il libro - vivace e sintetico - ha il pregio di mostrarci cos'è rimasto del bel paese in Italia, i volti di chi ha resistito a trent'anni di neoliberismo con piccole pratiche quotidiane, di chi affronta le macerie lasciate dalla corsa ai consumi e all'individualismo, dall'illusione della ricchezza facile e dalla realtà di una crisi difficile. Roberta Carlini, già vicedirettore del manifesto, si muove dal punto di osservazione di sbilanciamoci.info, il sito di cui è coordinatrice, con uno sguardo attento ai piccoli passi dell' "altraeconomia" e alla critica della "grande" economia. Un fronte, questo, che ha esplorato l'anno scorso curando il libro Dopo la crisi (Edizioni dell'Asino) con le proposte concrete di trenta economisti europei e americani per uscire dalla recessione (scaricabile da sbilanciamoci.info).
Nei micro-ritratti presentati da L'economia del noi colpisce l'estrema frammentazione delle esperienze: solo in un piccolo gruppo sperimentato può nascere la fiducia reciproca e l'impegno comune che consente di condividere un'avventura economica, la cura dei figli o una rivolta contro la mafia. E' certo un limite alla loro possibilità di crescere, ma anche il segno che possono diffondersi ovunque ci sia la preziosa risorsa della cooperazione. Colpisce l'eterogeneità delle forme organizzative: ci sono gruppi informali, associazioni, cooperative, imprese come le altre, una differenza rispetto al passato, in cui la natura "diversa" dell'attività si rifletteva in modelli cooperativi o non profit. Colpisce la loro piccolissima dimensione economica; la maggior parte delle iniziative offre beni, servizi e lavoro con risorse molto inferiori al valore che può avere un piccolo appartamento, e stupisce che in un'Italia comunque piena di ricchezza non ci sia praticamente nessuno che riconosca il rilievo di questi sforzi e ne finanzi la crescita. Colpisce infine la loro capacità di innovazione sociale, la varietà - e ci sono molte altre esperienze di solidarietà sociale, produzioni culturali, iniziative ambientali, attività in rete meriterebbero di essere raccontate. Colpisce la loro capacità di evolversi: un gruppo di acquisto nato a Milano per risparmiare nella frutta e verdura apre la strada ad aziende di produzioni biologiche capaci di esportare in tutta Europa. A Palermo dalla rivolta contro il racket nasce la rete di "Addio pizzo" che raccoglie 10 mila consumatori, 400 commercianti e 30 imprese, con l'idea di diffondere il marchio "pizzo free" tra i produttori di beni di consumo. Dall'emergenza terremoto a Pescomaggiore nasce Eva, Eco-villaggio autocostruito, che ripopola un paese abbandonato costruendo case fatte di paglia - semplici ma sicure, provvisorie ma sostenibili - usando le competenze di architetti ed esperti, il lavoro di volontari e di chi ci abiterà, ricostruendo una vera comunità.
Storie belle, incoraggianti, esemplari. Fragili, perché sostenute soprattutto dalla determinazione dei protagonisti. E sempre minacciate da una logica di mercato che soffoca le nuove esperienze e usa a proprio vantaggio innovazioni sociali e motivazioni etiche. Le capacità del mercato di neutralizzare i tentativi di fare impresa in modo diverso hanno ormai una lunga storia. È successo qualcosa di simile al movimento cooperativo sviluppatosi nel dopoguerra: le cooperative di produzione e lavoro, tipiche dell'agroalimentare e delle costruzioni, ora si distinguono sempre meno dalle altre imprese. La cooperazione sociale, cresciuta negli anni ottanta con l'esternalizzazione dei servizi pubblici, è ora vittima dei tagli di spesa, perde autonomia rispetto ai politici, deve usare sempre più lavoro precario e a bassi salari. L'espansione del commercio equo e della finanza etica negli anni '90 si è ora arrestata, con grandi imprese e banche che propongono i loro prodotti e servizi "etici". L'idea della condivisione gratuita dei contenuti disponibili nella rete - open source, wiki, peer to peer - ha fatto strada, ma è sempre minacciata da proprietà intellettuale e e-business. Sembra una corsa a inseguimento, con la società che inventa e sperimenta nuovi modi di vivere e lavorare al riparo (almeno un po') dalla mercificazione, e il mercato che insegue, ingloba e reimpone le sue regole.
Sono tutte storie - queste dell'economia del noi - in cui manca la politica. È anche quest'assenza che permette al mercato di soffocare facilmente esperienze come queste. Molti dei protagonisti vedono il loro impegno come il modo per realizzare - in piccolo, in concreto - quei cambiamenti a cui la politica - anche della sinistra - ha rinunciato. Altri affiancano queste pratiche alle campagne dei movimenti che chiedono alla politica di tutelare i diritti, il welfare, l'ambiente. Una società capace di auto-organizzarsi - conclude l'autrice - sarà anche più capace di mettere la politica di fronte alle sue responsabilità: assicurare ai cittadini beni e servizi pubblici, casa e lavoro.
Proprio il nodo della politica è al centro della discussione su questo libro, con gli interventi di Emilio Carnevali su Micromega on line (http://temi.repubblica.it/micromega-online/dentro-l%E2%80%99economia-del-noi/) e Roberto Tesi sul manifesto («Il mutuo soccorso si fa società», 21 giugno), che sottolineano l'esigenza di ricomporre la divaricazione tra comportamenti individuali - piccole pratiche concrete con effetti limitati - e il progetto politico - universalista ed egualitario, ma rimasto astratto e irrealizzato - della sinistra.
La via d'uscita potrebbe essere la politica del noi, fondata non sulla delega del cittadino a un welfare paternalista e burocratico, ma sulla partecipazione di tutti alle decisioni e alla loro realizzazione. Si potrebbe iniziare dalle città che da un mese hanno un nuovo sindaco di centrosinistra: sarebbe bello vedere Pisapia, Fassino, De Magistris, Merola e Zedda usare l'economia del noi come una guida per riconoscere le risorse del cambiamento nelle loro città e disegnare su di esse una nuova generazione di politiche del bene comune. Anche questa sarebbe una bella storia, un impegno faticoso, ma inevitabile per provare a cambiare come si vive e si lavora.
Prima di Google Maps, di Google Earth, dei satelliti, rappresentare una città era un’arte. E non certo minore, se pittori come Bruegel ed El Greco ritraevano dettagli precisi di Napoli o Toledo. Ai Ritratti di città (Einaudi, pagg. XX-378, euro 38) Cesare de Seta dedica il frutto di un lungo studio sostenuto dalla Maison des Sciences de l’Homme di Parigi. Una ricognizione supportata da un ricco apparato di immagini che permette di tracciare una storia dei centri urbani così come erano percepiti tra il XVI e il XVIII secolo.
Perché è con il Rinascimento che lo sguardo sulle città si apre davvero: gli artisti le scoprono insieme alla prospettiva. La grande Tavola Strozzi, dipinta a tempera tra il 1472 e il 1473 da Francesco Rosselli (l’attribuzione è stata per anni al centro di dispute tra gli storici dell’arte) è il capolavoro della raffigurazione urbanistica rinascimentale. Vi compare nitida in una giornata di luce la costa di Napoli come si vedeva dal mare a metà Quattrocento: da Castel dell’Ovo fino al campanile di San Pietro ad Aram, con chiese e costruzioni tuttora bene identificabili.
Un vero e proprio virtuosismo è poi quello compiuto da Jacopo de’ Barbari nel 1500 con la sua incisione su rame di Venezia: la capitale della Serenissima è vista dall’alto con i simboli e le allegorie. Per quattro anni l’editore Kolb di Norimberga fu autorizzato a venderne gli esemplari a tre ducati, un prezzo molto alto per l’epoca, lo stesso delle tele dipinte dai grandi maestri. Segno, questo, di come un prodotto del genere interessasse già il collezionismo privato e non solo le amministrazioni che individuavano nelle vedute un mezzo di esaltazione dell’autorità civile.
L’interesse diventa moda con la diffusione della stampa. Le botteghe producono "libri di città" con immagini che corredano i testi, ma anche fogli sciolti che hanno dalla loro la facilità di trasporto. L’arte cede così il passo all’artigianato. La Cosmographia universalis di Sebastian Münster è il "bestseller" (46 edizioni, 6 lingue) della cartografia di metà Cinquecento. Più volte ristampata e ampliata, l’opera comprende incisioni che sintetizzano l’aspetto delle principali città europee con accenni all’Asia, all’Africa e persino alle Americhe. Il secolo dei Lumi toglierà un po’ il tocco del meraviglioso per privilegiare quello scientifico. Non più solo "veduta", il ritratto di città diventa una pianta utile per controllare e dominare lo spazio urbano. Nasce la topografia.
La sindrome di Salò che assedia l’armata Brancaleone al governo fa spettacolo ma non fa ridere, perché trascina il Paese nel baratro bloccandone la crescita in nome di falsi bersagli. Di un regime (da operetta, non da tragedia) agli sgoccioli ci sono sintomi e stimmate: concordia in superficie e risse dietro le quinte, proclamato attivismo e sostanziale paralisi, fedeltà di facciata ai Capi (Berlusconi e Bossi) che tutti considerano "bolliti". Una "tenuta" apparente, una caduta imminente. Con spietata lucidità, Eugenio Scalfari ha fotografato in queste pagine (3 luglio) un fallimento epocale: mancata riforma fiscale, aumento del debito pubblico e della spesa corrente, crescita selvaggia dell´evasione fiscale, peggioramento dei servizi, crescita della disuguaglianza sociale, radicalizzazione del precariato, netto calo di produttività e competitività, una manovra fiscale che pesa solo sul lavoro dipendente, sui pensionati, su Regioni e Comuni.
Intanto l’Italia è precipitata al 167° posto al mondo (su 179 Paesi considerati) nel rapporto percentuale Pil/persone, condivide con l’Irlanda il record europeo di dottori di ricerca costretti a emigrare, mantiene un sistema di (scarse) assunzioni allergico al merito (dati e valutazioni dell’Economist). La spesa primaria (cioè al netto degli interessi sul debito pregresso) è la più bassa d’Europa: il che vuol dire non solo esorbitante debito pubblico, ma anche bisogni pubblici non adeguatamente soddisfatti (F. Galimberti, Il Sole, 29 giugno). Il bilancio netto è la «macelleria sociale» di cui ha parlato Mario Draghi, aggiungendo: «e io credo che gli evasori fiscali siano tra i responsabili».
Sarebbe tuttavia un grave errore credere che, in tanta immobilità, non succeda proprio niente. Si accentua al contrario (altra caratteristica dei regimi sul letto di morte) l’economia di rapina, la produzione di provvedimenti ad amicos, lo smontaggio dello Stato e la spartizione del bottino. «Mangia tutto quel che puoi mangiare», la frase sinistra di Luigi Bisignani, è il vero motto dell’Italia di oggi. La grande abbuffata corrompe e tacita i potenti, anche i più onesti , sensibili comunque all’odore dei soldi; il facile guadagno di oggi acceca i più, vieta uno sguardo lungimirante. Macelleria sociale ed economia di rapina sono le due facce della stessa moneta (falsa), l’unica che abbia corso oggi nei corridoi del potere. Sacrificando il domani di tutti (delle generazioni future) all’immediato profitto dei pochi, la scuola viene taglieggiata, la ricerca e l’università sono mortificate dall´ormai congenita mancanza di risorse; le spese per la cultura, il teatro, la musica, le arti, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico sono considerate non (come in altri Paesi anche governati dalla destra: vedasi la Francia) come un investimento produttivo, ma come un lusso da evitare.
Fra le vittime designate di questa stagione infelice, il paesaggio. Il decreto 70 sul cosiddetto "sviluppo" si ostina a considerare l’edilizia come il motore primario della crescita, ignorando che proprio nella "bolla edilizia" americana è la radice della crisi economica mondiale. Dovremo così subire il silenzio-assenso in materia di autorizzazioni edilizie; dovremo fare i conti con l’attenuazione delle procedure di valutazione ambientale, mentre le Regioni dovrebbero entro sessanta giorni (!) legiferare sulla riqualificazione delle aree urbane, inclusa la ricostruzione di edifici esistenti con «il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva come misura premiale». Si concede ai privati l´edificazione sugli arenili, con l’etichetta bugiarda di "diritto di superficie", ma accatastando i relativi immobili; anzi, i territori costieri vengono trasformati in "distretti turistico-alberghieri", zone a "burocrazia zero", con deregulation delle procedure autorizzative, anche per porti turistici e pontili. Si estende da 50 a 70 anni la soglia temporale oltre la quale gli immobili pubblici o di enti no profit sono soggetti a valutazione di interesse culturale, e si abolisce l’obbligo di comunicare alle Soprintendenze il cambio di disponibilità degli immobili vincolati (una petizione al Capo dello Stato su questo punto ha raccolto in pochi giorni migliaia di firme). Intanto, il Senato ha già approvato una perversa norma sulla «insequestrabilità delle opere d’arte arrivate in Italia per mostre od esposizioni», che garantisce impunità anche quando si accerti che un quadro, in Italia per una mostra, sia stato rubato o, poniamo, razziato dalle SS a una vittima dell´Olocausto. Quest’ultima disposizione violerebbe gli artt. 24 e 133 della Costituzione, come quelle sul silenzio-assenso in materia di beni culturali violano l’art. 9 (lo dicono le sentenze 26/1996 e 404/1997 della Corte Costituzionale).
Di fronte a tanti sintomi degenerativi, l’opposizione è prigioniera di un inerme attendismo. Assai più svegli si stanno mostrando i cittadini, con le numerose associazioni a difesa dei beni pubblici (ormai oltre duemila in tutta Italia). Il risultato più vistoso è stato certamente il recente referendum, che ha raggiunto il quorum contro alcuni partiti (come il Pdl) e malgrado alcuni altri (come il Pd); ma anche i risultati elettorali di Napoli e di Milano si spiegano come la pacifica rivolta degli elettori contro gli apparati di partito. Lo stesso si può dire delle imponenti manifestazioni anti-Tav in Val di Susa, alle cui ragioni civili nulla tolgono gli scontri che pur vi sono stati. Non meno importanti sono i successi delle azioni popolari contro l’inerzia o l’inefficienza delle pubbliche amministrazioni: il Consiglio di Stato ha approvato la class action contro la scuola modello Gelmini, poiché il taglio ai docenti provocherebbe il sovraffollamento delle aule; in Molise, l’azione di 136 Comitati contro l’eolico selvaggio sta ottenendo importanti risultati.
Quel che resta della sinistra può far proprio il patrimonio di idee che viene dalle associazioni, o buttarlo via. C’è un precedente poco incoraggiante: nel referendum del 2006 votarono contro una riforma costituzionale di marca leghista 15.791.293 italiani (il 61,3 % dei voti espressi), oltre due milioni di più degli elettori del maggior partito (il Pdl) nelle elezioni del 2008, che furono 13.629.464, pari al 37,3% dei voti espressi in quell’occasione. Fu la dimostrazione che il "partito della Costituzione" è il più robusto schieramento italiano; ma, come osservò allora Oscar Luigi Scalfaro, la sinistra non seppe cogliere il messaggio degli elettori e trarne le conseguenze. Umberto Eco ha ricordato opportunamente (Repubblica, 2 luglio) la dura dichiarazione di D’Alema (1997) contro «la politica che viene fatta dai cittadini e non dai partiti», col corollario che «l’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto dittature sanguinarie o Berlusconi». Questa avversione alla società civile in nome degli apparati di partito sa di muffa. Sarebbe tempo di ricordarsi che non i partiti, ma i cittadini sono i protagonisti della politica, l’anima pensante della polis, di cui i partiti dovrebbero essere espressione. Di fronte a un’opposizione che pare ansiosa di prendere il posto di Berlusconi come partner della Lega in un qualche federalismo, sarebbe tempo di cercare nelle associazioni spontanee dei cittadini il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per un’alternativa di governo ancora priva di un progetto. Senza dimenticare che la pessima legge elettorale che espropria il cittadino del diritto di scegliere per nome i propri rappresentanti, prima di diventare legge dello Stato, fu introdotta da una regione "di sinistra", la Toscana. Dagli apparati di partito, appunto.
La Rai è come una balena che non respira più, galleggia e forse “si spiaggia” stremata e disperata. Silvio Berlusconi ha utilizzato dal 2001 in qua tutte le tecniche di indebolimento e di affondamento, dopo che il centrosinistra nulla aveva fatto per metterla “in sicurezza” alla maniera delle consorelle europee.
Risorse: ha fatto annullare dal fido Gasparri la vendita a Crown Castle del 49 % di Rai Way che avrebbe portato in cassa (dopo le tasse) 724 miliardi di lire, decisivi per il digitale terrestre. Ha consolidato, con la legge Gasparri, la sua quota di spot (66% circa pur con ascolti calanti) e mantenuto il canone Rai al più basso livello europeo, 110 euro contro i 160 dell’Irlanda, i 186 del Regno Unito, i 206 della Germania, i 263 dell’Austria, ecc. Di più, ha esortato gli abbonati a non pagarlo per “punire” Santoro e C.: l’evasione è balzata dal 22-23 % a oltre il 40, contro una media UE dell’8-10. In Campania, zona Casalesi, non lo paga il 90 % delle famiglie. Per la Rai rappresentava la metà delle risorse. Il suo bilancio è oggi seriamente pericolante.
Nomine: abolita la legge del ’93 che le assegnava ai presidenti delle Camere, ha fatto eleggere 7 dei 9 membri del CdA alla Commissione di vigilanza, cioè ai partiti, mentre un altro consigliere e il presidente li designa il ministro dell’Economia. Caso di dipendenza dai partiti unico in Europa. Dal 2002 ad oggi si sono susseguiti in Viale Mazzini ben 7 presidenti (due volte Claudio Petruccioli) per una durata media sui 15 mesi e 8 direttori generali per una durata media di 13 mesi e mezzo. Dieter Stolte direttore della potente ZDF tedesca è durato vent’anni prima di andare in pensione. Come si può governare con questa nevrotica fragilità di fondo, tutta indotta dalla politica, un’azienda con oltre 11.000 dipendenti e con un ventaglio di attività amplissimo, fra radio e tv?
Garanzie: non essendoci né una Fondazione all’inglese né un Consiglio Superiore dell’audiovisivo alla francese a “garantire” Rai e utenti, ci si è inventati, per i CdA a maggioranza berlusconiana, “presidenti di garanzia” attribuiti al centrosinistra. Con risultati molto modesti da ogni punto di vista. Soprattutto da quello della programmazione e della sua qualità. Il Tg1 prima con Mimun e poi, soprattutto, con Minzolini è stato impoverito e stravolto, reso “docile” da ogni punto di vista. La redazione che aveva sfiduciato Bruno Vespa per aver definito la Dc “il mio editore di riferimento”, non ha quasi reagito all’atto di denuncia della più popolare fra le conduttrici, Maria Luisa Busi che ha lasciato il video. Gli ascolti sono crollati, a tutto vantaggio del Tg7 di Enrico Mentana. Lo speciale elezioni è stato battuto da quello del Tg3 di Bianca Berlinguer. Il centrodestra ha piazzato nelle reti e nei Tg gente sempre più mediocre che ha portato con sé collaboratori ancor più mediocri. I due anni di direzione generale di Mauro Masi sono stati forse i più disastrosi dal punto di vista del picconamento della Rai dall’interno e della sua devitalizzazione professionale, meritocratica.
Infiltrati: fin dal 2002 Berlusconi ha immesso in Rai, suo concorrente diretto, elementi fidatissimi quali la propria consulente per la comunicazione Deborah Bergamini (ora deputata del Pdl) che, come risulta dalle più recenti, scandalose intercettazioni, informava Mediaset sulla programmazione Rai e chiedeva una controprogrammazione più incisiva per “oscurare” i risultati elettorali sfavorevoli al Pdl. Un conflitto di interessi che occupa ormai militarmente la Rai.
Suicidio: una Rai così stravolta e sfibrata ci ha messo e ci sta mettendo anche del suo per farsi del male. Come le balene moribonde che si suicidano arenandosi sulle spiagge. Casi esemplari? La rinuncia al maggior successo di ascolti dell’anno, “Viene via con me” di Fazio e Saviano. La eliminazione di “Annozero” di Santoro da Raidue nonostante l’altissimo share e il forte richiamo pubblicitario, un harakiri. Ora, anche questo assistere immobili come statue di gesso (chiedendo le scuse per una intervista troppo dura, ma andiamo) alle dimissioni di Lucia Annunziata bravissima “In mezz’ora” pur collocata nell’ora delle più sonore dormite domenicali. La disperante renitenza a fornire le doverose garanzie legali ad una trasmissione di inchiesta come “Report” di Milena Gabanelli, una delle più prestigiose e consolidate ormai. E non entrerò nel discorso della radiofonia, un tempo Divisione a sé, oggi come abbandonata a se stessa, nonostante l’oggettivo successo e recupero, per esempio di Radio3.
Paradosso: il dissanguamento, in buona parte voluto, della Rai avviene nel momento in cui Mediaset non sta bene, il valore delle sue azioni è crollato dai 6,5 euro di aprile ai 3,26 di venerdì scorso, il bilancio 2010 non dà utili, l’intero gruppo (come ha notato un esperto vero quale Stefano Balassone) è regredito dal 38 al 33 % negli ascolti “contro la Rai di Masi!”, con Striscia e Grande Fratello giù del 4 %. Un gruppo invecchiato, con poco respiro (pure Endemol va male), che ha paura di tutto, anche de “La7”. E magari di Michele Santoro a “La7”.
Che fare in positivo per la Rai? Rendere ancor più incessante, continua, documentata la denuncia del degrado meritocratico, delle arroganze partitiche e di governo, dei tentativi di indurla al “suicidio”, all’auto-affondamento. Difendere con più energia quanto essa ha ancora in sé di professionale, di creativo, di intelligente. Ma anche avanzare proposte che “spariglino”. Detto con franchezza, non penso proprio che il super-amministratore delegato di un vertice nominato, più o meno, dai partiti sia una magica ricetta. Pensate se Masi avesse avuto quei poteri…Manca sempre un organismo di garanzia a protezione dell’autonomia della Rai. Ma è pure premente la necessità di dare agli abbonati la possibilità di contare. A me sembra perciò stimolante, in sé, l’idea di Roberto Zaccaria e di Beppe Giulietti di distribuire agli abbonati, col bollettino del canone, una scheda nella quale segnalare 2 nomi di possibili amministratori e di scegliere, obbligatoriamente, fra i primi 50 indicati il nuovo vertice aziendale pubblico. Insomma, diamo, anche attraverso gli utenti più affezionati, al cavallo bronzeo di Viale Mazzini la spinta per rialzarsi e per correre di nuovo. Non costringiamolo a sdraiarsi e a defungere. Lentamente, ma inesorabilmente.
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.»
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
«Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.»
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»
E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.
«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell'organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l'economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l'ambiente).»
La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.
«Ma è un atteggiamento normale dell'uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »
Il problema esiste da decenni... Il deperimento dell'equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni '50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.
«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d'accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile... Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»
Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi...) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo
«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l'Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall'armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»
Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.
«È da guardare con diffidenza - ma non voglio sembrare cinico - l'intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell'ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l'ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»
Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?
«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c'è un'altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un'azione è definita dal proprio scopo. Anche l'agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall'incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l'incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria "base naturale", e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre - quel poco che ne rimane - sembrano aver definitivamente rinunciato all'idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.
«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell'umanesimo marxista, dell'umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali - ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni "visione del mondo" e "ideologia" - si sono illusi e si illudono tutt'ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l'incremento del profitto privato, oppure l'eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l'«individuo» - come il «capitalista» - si illude di poter controllare l'apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un'illusione. »
Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili...
«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell'uomo - ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione - è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l'incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l'uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura - anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo - l'uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»
Mi permetta un'obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.
«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c'entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all'agire dell'uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici... E questo in qualche misura significa condizionarli...»
«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un'altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi...»
Si diceva che le sinistre - a parte l'impegno per la difesa del lavoro - non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l'inno dei lavoratori era l'Internazionale. Tentare di guardare un po' più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?
«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po' da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».
Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.
«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»
In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica...
«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»
È insomma l'intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell'umanità... Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?
«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»
Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire..., operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un'ipotesi filosofica?
«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all'autenticamente operante e avvertibile.»
Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso... Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati... A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?
«Per ora siamo gettati nell'errore; ma proprio per questo c'è molto da fare. C'è da favorire il processo che porta l'errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell'Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».
Le precedenti interviste, all'economista Pierluigi Ciocca e al demografo Massimo Livi Bacci, sono state pubblicate, rispettivamente, il 16 e il 22 giugno.
SCHEDA BIOGRAFICA
Emanuele Severino (Brescia, 1929), si laurea all'università di Pavia nel 1950 discutendo una tesi su "Heiddegger e la metafisica" e l'anno successivo ottiene la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1970 insegna filosofia all'università Cattolica di Milano, ma i suoi libri entrano presto in conflitto con la dottrina ufficiale della chiesa che, nel 1970, proclama l'insanabile opposizione tra il filosofo e il cristianesimo. Severino lascia Milano e viene chiamato all'università Ca' Foscari di Venezia dove è tra i fondatori della facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 2001 è stato professore ordinario di filosofia teoretica, ha diretto l'Istituto di filosofia fino al 1989, ha insegnato anche Logica, Storia della filosofia moderna e contemporanea e Sociologia. E' stato docente alle vacances de l'Esprit nel 1996, 2001 e nel 2008. Nel 2005 l'università veneziana lo proclama professore emerito. Attualmente insegna all'università san Raffaele di Milano. E' accademico dei Lincei. Da molti anni collabora con il .Corriere della Sera.
«Dai NoTav ai NoDalMolin, il Territorio della politica» Una forma specifica della politica che unisce l'uso accorto di saperi specialistici a inediti modelli organizzativi in antitesi a quelli dei partiti politici
Un ultimo esempio dei paradossi insolubili in cui la democrazia s'imbatte è la vicenda valsusina. Che la violenza poliziesca contrasti con la democrazia, in quanto risoluzione pacifica dei conflitti, è scontato. Ed è scontato, in un regime politico democratico, che la violenza sia vietata pure a chi si oppone. Ma c'è un'altra questione ben più complicata. Può una minoranza porre un veto su una decisione assunta da chi legittimamente esercita l'autorità di governo? Si obietterà che la costruzione suddetta avrà un impatto devastante sul territorio della valle e che non sono state fatte tutte le necessarie valutazioni: di costi, d'impatto ambientale, sulla necessità di potenziare quel tratto di rete ferroviaria. Ma se chi governa sostiene l'incontrario, e pretende d'aver a sufficienza ascoltato le popolazioni locali, offrendo loro adeguati risarcimenti per l'incomodo, e se gli elettori gli credono (e nessuna autorità di controllo lo smentisce), è democraticamente legittimo che un interesse locale prevalga su un interesse legittimamente riconosciuto come superiore? Come s'istituisce insomma in democrazia una gerarchia di interessi?
Da un pezzo, le situazioni aggrovigliate come quella valsusina si sono moltiplicate a dismisura. Ha provveduto ad approfondirne i dilemmi un sociologo di scuola torinese, Loris Caruso, che, inerpicatosi dapprima su per la Valle, è poi andato a Vicenza a osservare una vicenda non meno complicata, dedicandovi un libro di pregio (Il territorio della politica. La nuova partecipazione di massa nei movimenti No Tav e No Dal Molin, FrancoAngeli, pp. 223, euro 25). Il confronto è interessante, anche perché qualcuno potrebbe sostenere che simili questioni si risolvano entrando nel merito: se è dubbio che la Tav possa recare un beneficio a tutti gli italiani, come sostengono i suoi fautori, è più difficile contestare l'inutilità della manomissione del territorio prevista per ampliare l'aeroporto Dal Molin. In realtà, pure questo è un argomento fragile: a chi tocca dettare in ultima istanza i giudizi di merito?
In entrambi i casi, Caruso ha sviscerato gli aspetti tecnici della decisione - che sono invero soprattutto politici, giacché, lo sappiamo, decisioni tecnicamente inattaccabili non ne esistono più - e ha quindi investigato le reazioni delle popolazioni locali: come hanno accolto le decisioni, come han dato forma al dissenso, come le autorità di governo hanno provato a tacitarlo, o, quantomeno, a minimizzarlo. Fondata su un'intensa osservazione partecipante, la ricerca ricostruisce il fai-da-te della protesta, le competenze interne e esterne di cui s'è avvalsa, i suoi momenti collettivi, ampi e ristretti, gli umori e i sentimenti degli attori coinvolti. Un movimento è un'istituzione peculiare, la cui fondamentale risorsa è l'opposizione strenua a ogni formalizzazione organizzativa e a ogni leadership consolidata. Se i partiti hanno storicamente assunto a modello lo Stato, i movimenti si avvalgono talora di figure (e know-how) provenienti dalla politica ufficiale e magari interessate di tornarvi, ma rigettano tale modello per ricalcarlo in negativo. É già questo un ostacolo per chi fa ricerca, da Caruso superato stendendo uno scrupoloso resoconto, coronato da un'affilata riflessione teorica.
Come e perché nascono i movimenti? Perché si moltiplicano quelli su base locale? Quale ne è l'impatto sul sistema politico e perché suscitano conflitti così ardui da governare? Tra le tante cose che dice, il libro anzitutto rassicura sui destini della politica. Non è vero che uomini e donne la spregiano. Anzi, avanza una pressante domanda di politica; settori ampi della popolazione sono ben disposti a partecipare e a sostenerne i costi, i quali - intesi come impegno per una causa comune - sono più che costi, incentivi. A essere rifiutata è la politica ufficiale, in compenso però restringendo il raggio stesso della politica. Le nuove identità si fabbricano a contatto col territorio, divenuto principio sostitutivo dei principi identificanti tradizionali: destra, sinistra, classe. Tanto costituisce l'effetto sì di alcuni cambiamenti strutturali, ma anche d'altri cambiamenti occorsi al modo d'essere della politica. Perché se sullo sfondo troviamo la globalizzazione, in primo piano c'è una sbrigativa concezione managerial-decisionista della democrazia, accoppiata a una generalizzata sconfessione degli interessi diffusi a beneficio di quelli circoscritti.
Come la mettiamo con la democrazia? Partecipare al movimento, nelle forme che narra Caruso, fa bene a chi partecipa e gli offre gratificanti orizzonti di senso. Il rischio è che il beneficio sia effimero e confinato alla dimensione locale. Figlie d'una globalità segmentata all'estremo, le rivendicazioni hanno poche chance di «ascendere in generalità», di convergere con altre, e sorge perfino il sospetto che siano tollerate come sfogo della democrazia (pseudo)decisionista, la quale alla fine, quando più le converrà, infliggerà una sconfitta frustrante a chi era stato gratificato dal movimento, non senza riservarsi la possibilità pure di scoprire che i quattrini per pagarsi la Tav non ci sono e che quel tunnel non sarà mai scavato. Ma così purtroppo le cose vanno in democrazia di questi tempi. Salvo che - è forse il suo pregio fondamentale - i suoi equilibri sono sempre instabili. Pertanto, ha forse ragione Caruso quando conclude riponendo qualche speranza nella possibilità che i movimenti prima o poi apprendano a ritrovarsi.
Cosa abbiamo perduto con la chiusura di Carta? Il libro che Anna Pizzo e Gigi Sullo hanno curato insieme ad Anna Pacilli, ne dà un’idea.
Nel volume, dal titolo esplosivo, «Calendario della fine del mondo. Date previsioni e analisi sull’esaurimento delle risorse del pianeta» sono raccolti infatti brevi saggi di una ventina di autori, tutti italiani tranne Serge Latouche; e tutti, Latouche compreso, molto rappresentativi di quello che il mensile-settimanale sapeva far scrivere. Gli autori, come Giorgio Nebbia, Guido Viale, Gianni Tamino tra i tanti altri, danno quasi sempre il meglio di sé e il meglio consiste nello scrivere con chiarezza e spiegare gli aspetti di una linea ambientale anticapitalistica: difesa dei beni comuni, filosofia della decrescita, impegno per mitigare il riscaldamento globale, attenzione all’impronta umana nella natura. Qualche volta però fanno di più, propongono aspetti di una ricerca che ha fatto qualche passo avanti. E questo è il bello della sinistra – qualche volta.
Latouche rilegge il «Collasso» di Jared Diamond senza prenderlo del tutto sul serio. Le cause delle catastrofi sono spesso diverse dall’aumento di popolazione e dalle carestie dovute al clima, non entrano sempre nella categoria dei fenomeni ineluttabili, anzi non si trovano quasi mai in cause che trascendono gli errori umani. E attacca: «...Ricercare la crescita a tutti i costi vuol dire prima di tutto non andare troppo per il sottile sui mezzi per ottenerla... Che si tratti di Chernobyl, della mucca pazza o dello scandalo del sangue contaminato...» Ci si trova di fronte a «una quantità incredibile... di imbrogli, abusi e raggiri dovuti nell’essenziale a tre fattori: la vanità, l’avidità e la volontà di potenza». Ecco quindi il triangolo micidiale: crescita, ingordigia, catastrofe. E Latouche scriveva prima del disastro di Fukushima.
Credevamo di avere ormai imparato tutto da Riccardo Petrella sull’acqua, e che la questione fosse semplice, infine: andare al referendum e vincerlo. Invece nel suo intervento Petrella va ancora avanti. Prima di tutto suggerisce un’equivalenza tra povertà e sete, tra ricchezza e spreco di acqua. «L’acqua rivela che il diritto alla vita per tutti non costituisce una priorità politica ed economica dei gruppi sociali dominanti... Non ci si può, quindi, attendere da loro l’assunzione di decisioni e di misure per modificare il corso attuale della storia». Ci dicono che l’acqua è una risorsa in via di esaurimento e che per questo va pagata applicando i due principi del «paghi chi consuma» e «paghi chi inquina». Petrella spiega che non è così. L’acqua è sempre nella stessa quantità, da milioni di anni e sarà altrettanta per altri milioni. Solo che l’acqua «buona» è prelevata in eccesso e inquinata. Secondo i padroni dell’acqua, per averne abbastanza, si devono sopportare costi elevati e quindi ci vogliono prezzi elevati per ripagare i costi a chi li ha sopportati, con un qualche giusto profitto. Petrella replica che il ragionamento non tiene. Non si tratta di costi, ma d’«investimenti» che le popolazioni fanno per poter fruire del bene comune per eccellenza, l’acqua. «Quel che in una logica capitalista di mercato è considerato un costo per il privato... in una logica di economia pubblica e dei diritti umani e sociali alla vita e del vivere insieme è invece considerato un investimento comune, per il benessere comune».
Carta sapeva affrontare temi attuali e il volume segue quella falsariga. Tra i tanti discorsi pratici attraversati dal «Calendario» eccone uno, l’uranio. Mario Agostinelli fornisce numeri poco abituali. Per le centrali nucleari occorre un quantitativo tot di uranio arricchito (11.521 tonnellate). Quello che si scava e setaccia e tratta ogni anno non basta per le centrali esistenti. E allora come tornano i conti? Per ora le grandi potenze atomiche hanno smantellato le loro riserve di bombe, vendendo sul mercato l’uranio in esse contenuto. Ma anche l’arsenale atomico spendibile – quello che gli stati maggiori considerano non indispensabile per i loro piani di distruzione di Terra e quindi alienabile – sta per finire. Il prezzo dell’uranio sale, sale. Ricavare uranio dal minerale di partenza costerà sempre di più – fino all’esaurimento tra qualche decennio – sia in termini di dollari che di energia utilizzata che di inquinamento; un inquinamento a monte, molto prima che la produzione di energia elettrica dal reattore cominci. E poi c’è il problema dell’uranio arricchito ma non abbastanza; in altre parole l’uranio impoverito. Cosa farne, dove riporlo? Se lo si spara un po’ in giro, assicurano gli stessi stati maggiori di prima, gli interventi umanitari riescono meglio e poi ci penseranno altri a risolvere i problemi delle scorie.
Propriamente della fine del mondo promessa, si tratta in due articoli: ecco Daniele Barbieri che rilegge le fini del mondo prospettate nella fantascienza e Marinella Correggia che fa parlare un albero, l’ultimo rimasto. L’antologia di disastri finali suggerita da Barbieri è naturalmente un breviario di orrori, vergogne e paure nella vita attuale, nel giorno dopo giorno del genere umano. L’albero che parla è davvero l’ultima sentinella: «Mi presento. Sono l’ultimo pezzo di Amazzonia rimasto vivo. Vivo. Qualcuno deve pure aspettare, essere quello che chiude la porta dietro il nulla...». E così via dicendo.
A DKm0, e al suo sito www.democraziakmzero.org, andrà per intero il ricavato del libro. Corredato da grafici e mappe, 272 pagine, in libreria costa 19,90 euro. Ma si può averlo anche a casa senza costi di spedizione, ordinandolo all’indirizzo zero.libri@gmail.com
È forse una previsione troppo pessimistica immaginare che l’Italia sia destinata negli anni a venire ad uscire dal club delle grandi nazioni industriali dove aveva raggiunto nel secolo appena trascorso addirittura il quinto posto. Un solo primato ci vedrà mantenere la testa di ogni classifica, anche se non si richiama agli exploit ambiti dai grandi Paesi industriali. Per contro è una vetta che ci contendiamo con Stati come la Bolivia, i Paesi petroliferi del Medio Oriente, quelli situati lungo le vie della droga, dall’Afghanistan al Messico. In questo eletto ambito all’Italia viene riconosciuto un ruolo incontestabile di campione mondiale dell’illegalità.
A conferma di queste affermazioni stanno i dati statistici degli organismi internazionali che, con fredda e apparente neutralità, certificano ogni anno che il tasso d’illegalità dell’economia italiana non ha pari nel mondo occidentale. E il perché invece stia nell’ultima casella come afflusso di investimenti stranieri. Non mancano naturalmente relazioni sui risultati raggiunti nel contrasto a mafia, camorra, ‘ndrangheta e alle sue diramazioni. Eppure, per quanti colpi queste organizzazioni subiscano, il loro fatturato aumenta sempre, mentre una specie di rassegnazione alla permanenza ineluttabile del fenomeno sembra essersi ormai impadronita dell’opinione pubblica, dopo la breve primavera di speranza che si era accompagnata ad una strategia chiaramente percepita, elaborata da Giovanni Falcone.
Quella fase si concluse con la strage di Capaci e l’uccisione di Borsellino. Per capire, però, i mutamenti intervenuti da allora bisogna por mente allo stravolgimento subito dai valori che stavano alla base della lotta al crimine: il primo era l’esaltazione, ampiamente accolta dalla pubblica opinione, della figura del magistrato e della sua funzione, percepita sovente come "eroica"; in secondo luogo, a partire almeno dall’assassinio di Salvo Lima e dall’arresto di Ciancimino, era apparsa sempre più inaccettabile la connivenza tra mafia e politica con il tramonto politico delle vecchie figure di raccordo tra i due mondi e l’emergere, soprattutto nella Dc, di leader non disposti al compromesso; in terzo luogo la valorizzazione e la protezione dei pentiti come arma essenziale per scardinare Cosa nostra.
Ebbene, oggi tutto questo si è tramutato nel suo opposto ad opera diretta del leader della maggioranza di destra ascesa al governo e dei suoi più stretti sodali. Quanto all’opposizione, i più critici nei suoi confronti le hanno imputato di anteporre i suoi interessi personali a quelli della cosa pubblica. Per contro incerta suona la voce di chi trova il coraggio per riconoscere che gli interessi personali del Cavaliere e, in primo luogo, i "contro-valori" che ne propiziano l’affermazione, collimano con l’odio per la magistratura, per i pentiti, per le misure di contrasto, tipo il "concorso esterno", mutuati dal sentire mafioso. Se si approfondisse questa tematica si capirebbe meglio il nostro primato mondiale in termini di illegalità. Viene ora ad arricchire le potenzialità di un approfondimento, un libro (Soldi rubati di Nunzia Penelope, ed. Ponte alle Grazie, pag. 323) che apporta dati utilissimi e analisi per settore, partendo da tre numeri base: ogni anno in Italia abbiamo 160 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione e 350 miliardi di economia sommersa, pari al 20% della ricchezza nazionale. Se vi si aggiungono 500 miliardi nascosti da italiani nei paradisi fiscali esentasse si superano i 1000 miliardi. Più della metà dell’intero debito pubblico. Commenta il magistrato Francesco Greco, responsabile per i reati economici del defunto pool di Mani pulite: «Oggi la più importante operazione culturale da fare è spiegare agli italiani quali e quanti danni stanno subendo a causa della criminalità economica. Ma ho la sensazione che in Italia sia stata sdoganata l’illegalità e mi chiedo che futuro può avere un Paese dove l’illegalità diventa la regola».
Nel suo recente Il Grande Saccheggio (Laterza 2011, pp. 217, euro 16), Piero Bevilacqua sottolinea come la questione ambientale sia l’aspetto più drammatico della crisi economica – una crisi che distrugge non soltanto le risorse ecopaesaggistiche, ma anche e soprattutto, il tessuto politico- culturale e le soggettività civili e sociali. Per uscirne bisogna «rimettere in valore» il territorio – con un senso, però, che sia lontano tanto dalle marxiane «teorie del valore», quanto dal concetto di «valore di mercato» (spesso più finanziario che economico) con cui oggi si pretenderebbe addirittura di ridefinire (e svendere) anche i beni comuni e culturali come l’ambiente, il territorio, il paesaggio. Parlare di «valorizzazione» significa invece richiamarsi ai dettami del Codice del Paesaggio, («riattribuzione di peso socio- culturale») o a quelli del Programma Territorialista (affermazione dei valori «verticali », intangibili,non spostabili, tipici dei luoghi).
Ecologista per forza
Non dovremmo infatti dimenticare mai che un tempo il territorio non era esclusivamente «fattore di produzione» e che tale è diventato soltanto con le rivoluzioni industriali «moderne». Prima, come ricorda Angelo Turco in Configurazioni della territorialità (Franco Angeli 2010, pp. 336 euro 24), abbiamo «abitato i luoghi», depositando «strati di civiltà» che non degradavano, anzi arricchivano, il paesaggio proprio per le relazioni virtuose tra l’ambiente naturale e gli oggetti che man mano vi trovavano posto. Untempo, certo, mancava la tecnologia per iperconsumare, offendere l’ambiente. L’uomo era «forzosamente » ecologico ma, acquisita la tecnologia necessaria, si è illuso di «garantirsi la sostenibilità con il progetto», finché il peso degli interessi economici è stato tale da pervadere e modellare l’intero spazio (diceva Walter Benjamin che «il territorio della contemporaneità è disegnato dalla statistica»).
Un futuro possibile (anche economico) richiede dunque il blocco del consumo di suolo, il risanamento ambientale, la riconversione ecologica delle produzioni e un alto tasso di smaterializzazione (innovazione sociale, quanto tecnologica, mobilità sostenibile ed energie rinnovabili, ripresa delle colture tipiche, accorciamento delle filiere, consumi a «chilometro zero»). Di questo tipo è la Green Economy prefigurata da Guido Viale nel suo La conversione ecologica. There is no alternative (NdA Press 2011, pp. 184, euro 10). Una visione di economia ecologica che tratta con le pinze il termine «sviluppo» forse qui più prossimo alla «decrescita» e che comunque è fondato su una ripresa «colturale e culturale» dei contesti. Molti riferimenti in una direzione simile giungono anche dall’ultimo lavoro di Salvatore Settis, Paesaggio, costituzione, cemento. La lotta per l’ambiente contro il degrado civile (Einaudi 2011, pp. 326, euro 19).
Nell’enfatizzare il possibile versante culturale della green economy, molta vulgata politica e mediatica usa ricordare che «l’Italia è il paese che possiede se non il 70, il 60 o forse il 50% dei beni storicoculturali » di tutto il pianeta e quindi «ciò che stiamo distruggendo o degradando», i beni culturali, «devono e possono diventare una voce importante della nostra economia, magari intrecciata a un turismo intelligente ». Opportunamente Settis sottolinea la futilità di tali argomentazioni e ricorda piuttosto il senso «costituzionale del nostro paesaggio » («L’Italia è stata il paese al mondo a fornire al paesaggio dignità costituzionale, con l’articolo 9 della Carta»). Un senso costituzionale che non è solo il riconoscimento culturale di quel Bel Paese, già connotato da un alto valore sociale (l’importanza del paesaggio agrario italiano, descritto da Emilio Sereni, dopo i viaggiatori del Grand Tour), ma che sancisce l’esito di sistemi di regole con cui la comunità nazionale – anche assai prima dell’Unità – tutela il proprio patrimonio culturale e ambientale, e afferma così «il proprio costituirsi come cittadinanza» – proprio con «il rapporto quanto mai stretto tra natura e cultura, la creazione del famoso paesaggio italiano (Hannah Arendt)».
La citazione è di Settis, che così prosegue: «Quest’Italia non era immobile, cambiava anzi ogni giorno, ogni ora, piano, con cura. Quei mutamenti anche profondi, ma sempre meditati, furono per secoli il frutto maturo di una mediazione mentale e sociale fra l’eredità del passato e qualche ipotesi per il futuro: ma quali che fossero desideri e progetti, l’ago della bussola era sempre fisso su un saldo senso di familiarità dello spazio vitale».
Monumenti della classicità
Questa continuità è ben sottolineata da Ilaria Agostini, che nel suo Il paesaggio antico (Aion 2009, euro 16) ci offre alcune notevoli descrizioni di diversi contesti del Bel Paese di ieri da parte dei viaggiatori del Grand Tour, tra cui famosi studiosi del Sette-Ottocento. «Richiamati in Italia dalle meraviglie antiche di Roma, dalle recenti scoperte archeologiche vesuviane e dalle ricchezze naturali tiburtine, ma anche dalle mutate condizione geo-politiche, i voyageurs focalizzano l’attenzione sulle curiosità di storia naturale e sulle opere d’arte: Il paesaggio agrario archeologico – come definito da Piero Camporesi – può costituire il fondale, ma talvolta si rivela protagonista della scena fino ad essere letto esso stesso come monumento della classicità». La studiosa fiorentina descrive le visitazioni di tre contesti ecoagricoli : la Campagna Romana, Tivoli e il Tiburtino, la Campania Felix.
Questi ambienti «costituiscono nei decenni tra Sette e Ottocento le tappe fondamentali del Voyage d’Italia (…) e offrono ai protagonisti, nel contesto agrario di ascendenze millenarie, la testimonianza archeologica dell’insediamento classico, lo spirito nel rapporto tra l’idea dell’antico e la longue durée della nostra cultura materiale»; esemplari icone di quella fertile territorializzazione che aveva saputo dare luogo al Bel Paese. Gli aranci di Chateaubriand Colpisce pensare che molti dei contesti «cantati» da esponenti notevoli della storia della cultura occidentale, da Montaigne a Cassini, da Madame De Stael a Chateaubriand, da Bornstetten a De Sade, sono oggi cancellati, coperti dalla «blobbizzazione di cemento» che costituisce la versione italica della città diffusa. E lo studio di Ilaria Agostini è tanto più importante perché sottolinea come viaggiatori ed intellettuali coglievano un climax, che significava relazioni virtuose – ancorché costrette – non solo tra ambiente, paesaggio e territorio (non ancora costituitisi come modi, e quindi discipline, differenti, di leggere lo stesso oggetto spaziale), ma tra categorie etiche, estetiche e pragmatiche del sapere pratico, quotidiano.
Quello che oggi è «Gomorra», ieri era l’ Eden: «Da Gaeta ci si trova a tutti gli effetti nel Sud. Lasciata Fondi – scriveva Chateaubriand nel 1804 – ho salutato il primo aranceto: questi begli alberi erano pieni di frutti maturi... La strada per Napoli attraversa un jardin continuel: l’aria è così dolce e la campagna,così ricolma di ogni sorta di verdura, in tutte le stagioni; è come il paradiso terrestre». Siamo lontani da quel mare di «cemento e rifiuti» che oggi sommerge tutto questo e che è anche, osserva Piero Bevilacqua, la migliore rappresentazione della distruzione dei tessuti sociali, culturali e civili. Eppure, nonostante tutti questi sfasci – sostiene Bevilacqua – il Bel Paese presenta ancora, oltre al patrimonio culturale, brani di paesaggio di assoluta eccellenza e rilevanza. Ce n’è abbastanza per concordare con Settis: un’altra pietra miliare sulla quale appoggiare quello scenario di società sostenibile, abbozzato da Guido Viale (la cui green economy diviene così funzionale alla qualità del vissuto dei luoghi; ma senza determinarla) è la tutela, che significa non solo conservazione del patrimonio, ma capacità di fruirlo, in coerenza con le sue caratteristiche.
La nuova centralità di cultura e qualità della vita in uno scenario sociale prossimo futuro costituisce insomma la struttura principale di un programma politico. Bevilacqua e Viale del resto concordano: si esce dalla crisi abbandonando la centralità del pil e assumendo quella dei luoghi di vita. È interessante rilevare come i diversi autori che abbiamo fin qui citato, pur provenendo da esperienze scientifiche e culturali affatto diverse, convergano con il ProgrammaTerritorialista di Alberto Magnaghi. Laddove quest’ultimo ne ha sviluppato i concetti nell’ambito di traiettorie interne alle scienze territoriali, gli altri giungono alle stesse considerazioni, ma muovendo da differenti campi: sociologia, antropologia, geografia, economia, anche filosofia.
Firmitas, utilitas, venustas
Nel progetto territorialista emerge una mente glocale, capace di declinare le attitudini locali di processi globali. Lo scenario futuro evolve secondo i criteri dello «sviluppo locale autosostenibile». Protesta tuttavia Serge Latouche, affermando che, dopo aver percorso molta strada nella critica al concetto di sviluppo, Magnaghi e i territorialisti cadono anch’essi nella «trappola dello sviluppo locale». Qui conviene mettere a fuoco quella che sembra una sfumatura, ma è un caposaldo del progetto territorialista: nello Sviluppo Locale Autosostenibile il concetto di sviluppo è un pretesto: ciò che deve crescere è il paniere di grandezze rappresentative dei valori che strutturano il luogo, caratteri tipici del contesto, non ripetibili né trasportabili: ecologia, cultura, archeologia, produzioni, colture...
L’affermazione generale di queste risorse può significare anche decrescita delle variabili economiche, «sviluppo per sottrazione», secondo l’ironica definizione di Osvaldo Pieroni. Il prossimo «progetto di territorio » diventa dunque «scenario di società futura». Nel suo Verso il Progetto di Territorio (Aion 2009, euro 32), Daniele Vannetiello propone un avanzamento possibile dell’asse della ricerca attraverso una rivisitazione di un’imponente rassegna di progetti di riqualificazione e disegno architetture, città o territori, tramite le categorie vitruviane di firmitas, utilitas e venustas, di recente riproposte da Francoise Choay: «Nella griglia che così si determina sono stati inseriti, in concatenazione logica, oggetti capaci di definire regole d’azione relativa al loro specifico ambito…e fare emergere la sostanza normativa ad essi sottesa ».La ricerca di norme e regole, precisa Vannetiello, «è qui intesa propriamente in senso antropologico, convinti come siamo, con Claude Levi Strauss, che la regola “fonda la società umana e, in certo senso è come la società”».
Nonostante questo sforzo di chiarezza, lo studio – di notevole rilevanza anche per le dimensioni e le modalità di indagine dei casi proposti in rassegna – suscita alla fine alcuni lievi dubbi sull’impiego delle categorie vitruviane, che rischia di risultare alla fine didascalico quanto tendenzialmente rigido: l’uso manualistico e addirittura trattatistico di categorie che potrebbero rivelarsi utili «dopo un processo di decostruzione e ricontestualizzazione » risulta sempre problematico. Inoltre, la valenza normativa di molti progetti è prevalentemente tecnico-gestionale e lascia sullo sfondo, talora in modo eccessivo, i caratteri locali dell’azione sociale.
Ma qui soccorrono le ultime vicende non solo del programma di ricerca, bensì dell’evoluzione dell’intera area scientifico-culturale dei territorialisti. Non a caso, nel riconoscimento di un nuovo soggetto sociale – riemergente dalla fase liquida – Settis propone «azioni popolari», probabilmente attorno alle crescenti «tracce di nuove comunità» che secondo Zygmunt Bauman si ritrovano «individualmente insieme» attorno alle nuove sensibilità – non solo estetiche, ma di nuovo etiche e pragmatiche – verso il paesaggio (su simili concezioni «strutturali» di estetica si sofferma Paolo D’Angelo in Estetica, Laterza 2011, pp. 234, euro 15).
Tra joie de vivre e politica
Del resto, nella recente riproposizione del suo Progetto Locale (Bollati Boringhieri 2010, pp. 334, euro 19) Alberto Magnaghi ricorda come in questo senso andasse l’esperienza – peraltro non conclusa – della Rete del Nuovo Municipio, che insieme ad altri network di istituzioni e soggettività locali, tentava di risostanziare le politiche istituzionali (non solo urbanistiche e paesaggistiche) attraverso l’incontro tra gestioni municipali «avanzate», ricerca innovativa sul territorio, associazionismi e movimenti di tutela e affermazione del bene comune. Una strada che, probabilmente per i caratteri della fase socio-politica che viviamo, si è rivelata assai – forse troppo – faticosa. Oggi il gruppo «multidisciplinare » dei territorialisti passa forse «dalla mobilitazione diretta alla promozione dell’apprendimento sociale», come direbbe John Friedmann, proponendosi una fertilizzazione più lenta, di più lungo periodo, ma sempre dal basso, non solo di istituzioni politiche e tecnicoprofessionali, ma di settori crescenti di «società sensibile», tra cui dovrebbero annoverarsi le figure appartenenti alle moltissime tipologie di «difensori del territorio».
Nel manifesto della giovanissima (dicembre 2010) Società dei Territorialisti si legge infatti: «Lo sviluppo della società locale si misura sia mediante la crescita del suo benessere, inteso come joie de vivre, felicità pubblica, buen vivir, sia attraverso la capacità di promuovere partecipazione politica, apertura dialogica verso i valori e le conoscenze degli altri; si misura infine con l’elaborazione di percorsi critici e alternativi… ».
Gli aspetti più interessanti di questa «convergenza di specialismi diversi » vanno insomma ben oltre i tentativi di costruire azioni di tutela ambientale e dei beni comuni, per prospettare «orizzonti di futuro », possibile quadro scientifico di riferimento per un arcipelago ormai assai largo di associazioni, gruppi, comitati che, collegati spesso in «reti di reti», intendono predisporre strategie di blocco del degrado verso il ripristino della qualità sociale.
No, non era questo il modo di essere di quella "prima Repubblica" che pure fu sepolta con ignominia meno di vent´anni fa, in una damnatio memoriae che proiettava arbitrariamente su tutta la sua storia le nefandezze della sua agonia. Non lo era, a ben vedere, neppure negli infausti anni del Caf di Craxi, Andreotti e Forlani: nessuna microspia infilata in qualche camper avrebbe registrato qualcosa di simile a quello che abbiamo letto in questi giorni. La peggior cifra della "prima Repubblica" fu semmai - nei suoi momenti più cupi, e in un diversissimo clima internazionale - la tragedia, non la farsa maleodorante. Non la corrosione mefitica delle più elementari norme della democrazia e della decenza. Anche in passato ci venne da pensare a un "doppio Stato", spinti dalle suggestioni di Ernst Fraenkel. Ma quello che avvertivamo muoversi al di sotto della legalità, e contro di essa, era piuttosto un coacervo drammatico di trame eversive, di servizi deviati, di torbide ingerenze esterne, di grumi inquietanti che affondavano le radici nel passato. Quello che scorgiamo ora - lo ha scritto benissimo Carlo Galli su questo giornale - è un esercito di termiti e di tarli che insidiano quotidianamente, per lucro e sete di potere, i pilastri delle strutture pubbliche e delle regole istituzionali. Alla vigilia dell´esplosione di Tangentopoli Altan fece dire ad un suo personaggio: ma a questa classe politica, dovevano dargli il soggiorno obbligato proprio in Italia? Quella battuta è ancor più attuale oggi, perché nelle intercettazioni della P4 un crimine sicuramente c´è, ed è il peggiore: l´attentato alla dignità della democrazia, il vilipendio dell´idea di bene comune.
Una corte indecente si muove dunque all´ombra del premier, sempre più delegittimato, e il suo erede designato pensa solo ad avvolgere di nebbie protettive quelle trame: è questa la cifra di un´agonia intrisa di minacce e di pericoli per il Paese. Riproponendo oggi la legge-bavaglio il ministro Alfano proclama a voce altissima quel che le opposizioni hanno sempre detto, e cioè che quella legge non ha proprio nulla a che vedere con i diritti dei cittadini. E sfida frontalmente l´idea di giustizia che essi hanno affermato nel referendum sul legittimo impedimento. Anche questo è l'esito dell´antipolitica fatta trionfare da Bossi e da Berlusconi nella crisi della "prima Repubblica", e comprendiamo sempre meglio quanto sia stato grave non aver contrapposto ad essa solidi bastioni di "buona politica".
Di fronte al quadro che si è delineato è certo legittimo riflettere sulle modificazioni profonde che negli ultimi vent´anni hanno attraversato non solo il Palazzo ma anche parti non piccole del Paese. E sarebbe improprio immaginare - come facemmo nella crisi dei primi anni novanta - una compatta e virtuosa società civile totalmente contrapposta a un universo partitico corrotto: del resto nella rete della P4 ci sono anche pezzi di società prima estranei alla politica (ed entrati in essa, appunto, solo grazie all´antipolitica del premier). Eppure, l´Italia non è tutta lì. Non si riduce per nulla a quelle vergogne, al quotidiano operare di chi svuota e corrode la democrazia.
Indubbiamente in questi ultimi anni abbiamo fatto grandi passi all´indietro, sia sul terreno dell´etica pubblica che su quello dell´economia. Luca Ricolfi su La Stampa ha osservato che, dopo esser cresciuti troppo in fretta nel passato, nell´ultimo periodo stiamo declinando troppo lentamente per accorgerci veramente del piano inclinato su cui ci siamo incamminati. Come se fossimo su un ghiacciaio che si ritira di un metro l´anno, e ogni anno non sembra così diverso da prima: eppure, sta sciogliendosi inesorabilmente. Chiedersi perché ciò sia avvenuto significa al tempo stesso chiedersi come ricostruire l´edificio comune, come potenziare energie pur presenti. Come valorizzare quelle risorse che il Paese ha sempre dimostrato di avere: e lo ha fatto nella maniera più inattesa e forte anche nell´ultimissimo periodo.
Le elezioni amministrative e i referendum sono stati indubbiamente una grandissima ventata di democrazia e proprio per questo è necessario comprenderne appieno il valore, a partire da un dato centrale: l´irrompere sulla scena di un protagonismo giovanile tanto straordinario quanto inatteso. Anche alla vigilia del ´68, del resto, sociologi e opinionisti avevano liquidato con uno slogan sprezzante i giovani di allora, considerati ormai integrati nella società dei consumi e privi di valori: li chiamarono la "generazione delle 3 M" (macchina, moglie e mestiere). Furono costretti a rivedere quel giudizio, ma quei giovani trovarono in realtà pochi riferimenti e pochi interlocutori veri: e anche per questo - non solo per questo - non diedero poi tutto il meglio di sé.
Come è evidente, oggi il centrosinistra è più che mai chiamato in causa nel suo insieme e in prima persona: per svolgere il suo ruolo, per assolvere ai suoi compiti. Per aiutare le nuove esperienze nei loro momenti più difficili (o drammatici, come è ora a Napoli) e per valorizzare al massimo i momenti fecondi che già si segnalano, a partire da Milano. È un aspetto centrale: nella "prima Repubblica" il buon governo a livello locale fu a lungo un tratto forte e distintivo della sinistra, e l´appannarsi di questa cifra coincise con la sua crisi più generale. E forse non vennero poi considerate in modo adeguato le positive esperienze dei sindaci eletti a partire dal 1993. Non si trassero da esse tutte le indicazioni possibili per costruire un´alternativa anche nazionale al centrodestra. È un errore da non ripetere, e del resto sono immediatamente comprensibili alcune delle ragioni che hanno contribuito alla vittoria nelle amministrative: la capacità di valorizzare quel che di positivo il centrosinistra ha saputo costruire, come a Torino, ma al tempo stesso anche di privilegiare - come è avvenuto altrove, anche contro le indicazioni ufficiali - proposte limpidamente alternative al centrodestra nei contenuti e nelle persone candidate, spesso estranee alla nomenklatura più stretta. Questa appare la via maestra anche a livello nazionale: è il momento di mettere in campo tutte le potenzialità possibili di "buona politica". Senza perdere tempo.
Vivono di retorica e si nutrono di ritagli di vecchi giornali. Bric à brac delle scienze progettuali hanno poche idee ma chiarissime, come sparare nel mucchio: cemento, palazzinari, ladri, tintinnar di manette, accordi sottobanco, corruzione e speculazione, destra, sinistra. Meglio un parco o il cemento armato? Facile no? Urlano alla luna e temono scenari apocalittici, i veggenti a gettone. I nuovi Sacerdoti sono ligi al culto misoneista del mantenere il passato come totem e cantano in coro “là dove c’era l’erba oggi c’è una città”. Credono di essere progressisti ma vivono concettualmente prossimi all’anno mille (non più mille). Hanno paura del nuovo, dell’azzardo, dello stupore, del fascino dell’imprevedibile, di tutto ciò che rappresenta la contemporaneità. Mai una parola sull’estetica delle loro città, solo colate, e colate: Etna di squallore brullo e senza speranza da contrastare, invece loro, i nuovi Sacerdoti piste e piste e piste ciclabili nel parco-città, circondate da planetarie piste ciclabili nel verde tra farfalle e buganville. Amano i vecchi pianificatori che non avendo più nulla da dire continuano a ripetercelo, e sperano in rivalse professionali per figli e parenti, dopo anni di astinenze, vissute nella volgarità del potere dominante. I nuovi Sacerdoti non amano il confronto, perché sono tronfi di certezze, ma godono nell’urlo sgraziato che riuscirà a spaventare i già pavidi imprenditori. Urla nel silenzio e in assenza di consenso elettorale, occupano militarmente con trafiletti improbabili giornali e giornaletti per i tre soliti lettori estasiati da tanta sensibilità ambientale. Non ci piacciono molto i nuovi sacerdoti che scagliano il sasso contro intere categorie di professionisti già afflitti da precariato intellettuale, e ci piacerebbe poter influenzare, con pari grida, le professioni e il loro futuro. Nel nome della rosa chiedo ai pochi uomini di buona volontà di allontanare la tentazione di tornare a quell’oscurantismo monotematico che favorisce la resistibile ascesa di questi nuovi Sacerdoti, esenti da peccato originale e quindi particolarmente soggetti alla prassi del moralismo (urbanistico e non). La predicazione prevedibile dei nuovi Sacerdoti potrebbe essere letale al nostro Giuliano l’Apostata
Ecco le tesi che il filosofo Bodei presenta domani al ciclo "Le Parole della Politica" sul tema del rapporto tra noi e gli altri - La xenofobia rappresenta il risvolto più rozzo di quelle comunità che sono determinate ad essere se stesse - Più il mondo si allarga più si tende a reagire con la paura e l´egoismo con la paradossale rinascita di piccole patrie
Da termine filosofico e matematico per designare l´eguaglianza di qualcosa con se stessa il termine identità è passato a indicare una forma di appartenenza collettiva ancorata a fattori naturali (il sangue, la razza, il territorio) o simbolici (la nazione, il popolo, la classe sociale). Ci si può meravigliare che esistano persone, per altri versi ragionevoli e sensate, che credano a favole come l´"eredità di sangue" o l´autoctonia di un popolo, che si inventino la discendenza incontaminata da un determinato ceppo etnico o la sacralità dell´acqua di un fiume. Eppure, si tratta di fenomeni da non sottovalutare e da non considerare semplicemente folkloristici e ridicoli. Si potrebbe obiettare - come hanno notoriamente mostrato eminenti storici - che la maggior parte delle memorie ufficiali e delle tradizioni è non solo inventata, ma molto più recente di quanto voglia far credere. Tuttavia, le invenzioni e i miti, per quanto bizzarri, quando mettono radici, diventano parte integrante delle forme di vita, delle idee e dei sentimenti delle persone. (...) Bisogna capire a quali esigenze obbedisce il bisogno di identità, perché esso sia inaggirabile in tutti i gruppi umani e negli stessi individui, perché abbia tale durata e perché si declini in molteplici forme, più o meno accettabili.
Da epoche immemorabili tutte le comunità umane cercano di mantenere la loro coesione nello spazio e nel tempo mediante la separazione dei propri componenti dagli "altri". La formazione del "noi" esige rigorosi meccanismi di esclusione più o meno conclamati e, generalmente, di attribuzione a se stessi di qualche primato o diritto. La xenofobia rappresenta il risvolto più rozzo ed elementare della compattezza di gruppi e comunità che si sentono o si vogliono diversi dagli altri e che intendono manifestare per suo tramite la propria determinazione ad essere se stesse. Essa è l´espressione di un forte bisogno di identità, spesso non negoziabile.
Sebbene si manifesti attraverso un´ampia gamma di sfumature, nella sua dinamica di inclusione/esclusione, l´identità è sempre intrinsecamente conflittuale. Realmente o simbolicamente, circoscrive chi è dentro una determinata area e respinge gli altri. Eppure, per non soffocare nel proprio isolamento, ciascuna società deve lasciare aperte alcune porte, prevedere dei meccanismi opposti e complementari di inclusione dell´alterità. Lo straniero è così, insieme, ponte verso l´alterità e corruttore della compattezza dei costumi di una determinata comunità. Per orientarsi e capire, occorre distinguere tre tipi di identità.
La prima si esprime in una specie di formula matematica "A=A": l´italiano è italiano e basta, il rumeno è rumeno è basta. Tale definizione naturalistica, auto-referenziale e immutabile, è la più viscerale ed ottusa, incapace di accettare confronti tra la propria e le altre comunità, di cui non vede letteralmente i pregi, ma che anzi sminuisce e disprezza. Essa fa costantemente appello alle radici, quasi che gli uomini siano piante, legati al suolo in cui nascono o, come credevano gli ateniesi antichi, quasi siano sbucati dal suolo come funghi. In generale, più una società diventa insicura di se stessa, più vengono meno i supporti laici della politica. In tal modo, più si produce una specie di malattia del ricambio sociale, che si materializza nel rifiuto di assorbire l´alterità, e più si proiettano sullo straniero, che magari proviene da popoli di antica civiltà, le immagini del selvaggio, del nemico pericoloso. Certo i vincoli di appartenenza sono necessari a ogni gruppo umano e a ogni individuo, ma non sono naturali (come potremmo sopravvivere se non sapessimo chi siamo?): sono stati costruiti e sono continuamente da costruire, perché l´identità è un cantiere aperto. Per questo la nostra identità non può più essere quella che auspicava Alessandro Manzoni, nel Marzo 1821, per l´Italia ancora da unire: "Una d´arme, di lingua, d´altare,/ Di memorie, di sangue e di cor". Oggi alcuni di questi fattori non sono più richiesti, tranne la "lingua", anche per motivi pratici, e, possibilmente, il "cor", l´Intimo sentimento di appartenenza. La religione, soprattutto, non rappresenta più un fattore discriminante per ottenere la piena cittadinanza e non caratterizza (o non dovrebbe più caratterizzare) l´intera persona come soltanto "mussulmano" o "cristiano".
Il secondo modello si basa sulla santificazione dell´esistente per cui, quello che si è divenuti attraverso tutta la storia ha valore positivo e merita di essere esaltato. Si pensi al Proletkult sovietico degli anni Venti: il proletario è buono, bravo, bello. Si dimenticano così le ferite, le umiliazioni, le forme di oppressione, le deformazioni che la storia ha prodotto sulle persone. Lo stesso è accaduto nel proto-femminismo: la donna è da santificare così come è divenuta. Anche qui si trascura quanto dicevano, in maniera opposta, Nietzsche e Adorno. Secondo Nietzsche, quando si va da una donna, non bisogna dimenticare la frusta. Al che Adorno, giustamente, osservava che la donna è già il risultato della frusta.
Il terzo tipo di identità, quello che preferisco e propongo, è rappresentato da un´identità simile ad una corda da intrecciare: più fili ci sono, più l´identità individuale e collettiva si esalta. Bisogna avere accortezza e pazienza politica nell´inserire nel tessuto sociale individui e gruppi finora esclusi, perché al di fuori dell´integrazione non esistono realisticamente altre strade praticabili. Integrazione non vuol dire assimilazione, rendere gli altri simili a noi, ma non vuol dire nemmeno lasciarli in ghetti, in zone prive di ogni nessun contatto con la popolazione locale. Dobbiamo ridurre lo strabismo, che diventa sempre più forte, tra l´idea che la globalizzazione sia un processo che cancella le differenze e l´esaltazione delle differenze stesse. Il grande paradosso odierno è, appunto, che quanto più il mondo tende ad allargarsi e ad integrarsi, tanto più sembra che a queste aperture si reagisca con chiusure dettate dalla paura e dall´egoismo, con la rinascita di piccole patrie.
La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. La possibilità di intervenire nel processo decisionale, di avere voce nelle decisioni che contano, si può realizzare sia con la partecipazione diretta, sia attraverso forme di rappresentanza.
In tema di decisioni che toccano l'esistenza del maggior numero di membri d'una collettività, di tutti noi, viene naturale includere diversi aspetti attinenti all'economia, o ad essi strettamente correlati. Tra le decisioni che incidono sulla nostra esistenza ritroviamo: il tipo di manufatti e di servizi che vengono prodotti; i luoghi della produzione degli uni e degli altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti nel nostro paese o all'estero; la possibilità per ciascuno di noi e per i suoi figli di trovare quanto prima un lavoro stabile, adatto al proprio talento e grado di istruzione.
E ancora, la produzione degli alimenti di cui ci nutriamo, la loro provenienza, il modo in cui vengono distribuiti, dal negozio all'angolo all'outlet grande come un campo di calcio; il costo di ciascuno di questi beni e servizi; il tipo di mezzi di trasporto di cui dobbiamo servirci, insieme con la loro comodità e costo; la qualità dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo; gli abiti che indossiamo; il tipo di abitazione in cui viviamo, la sua collocazione e i mobili con cui è stata arredata; l'intensità fonovisiva nello spazio e nel tempo della pubblicità, cui sono esposti i nostri figli sin dai primissimi anni; il modo in cui il sistema finanziario si collega all'economia reale; il modo in cui sono gestiti i nostri risparmi a scopi previdenziali; e, per finire, la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte.
Nelle condizioni che prevalgono da decenni nell'economia e nella società un'osservazione si impone: la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono nei campi ricordati sopra. Il soggetto che direttamente le prende o che indirettamente determina il corso delle decisioni stesse, è la grande impresa, industriale e finanziaria, non importa se italiana e straniera. Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia.
A questo proposito un uomo politico di primo piano ebbe a dire tempo addietro: «La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l'efficacia dell'impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta».
L'uomo politico di cui ho appena citato un discorso era il presidente americano Franklin D. Roosevelt. Correva l'anno 1938. Roosevelt era preoccupato perché l'impresa privata creava sempre meno occupazione, e contribuiva a concentrare il reddito in poche mani anziché distribuirlo. Era ancor più preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita di un potere privato arrivata al punto di diventare più forte dello stesso Stato democratico. Dopo un interludio durato pochi decenni, la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata, in tutti i sensi. Sia in campo industriale che in campo finanziario poche decine di corporation dalle dimensioni smisurate sono giunte a formare il vero governo del paese. Se non in tutti, in molti campi della vita civile la democrazia in Usa è stata svuotata di senso.
Le leggi escono dal Congresso, ma le indicazioni per scriverle provengono notoriamente dalle corporation industriali e finanziarie. Le quali hanno speso tra l'altro 500 milioni di dollari per sostenere nel 2008 la campagna elettorale di ambedue i candidati alle presidenziali; 300 milioni per rendere il meno incisiva possibile la riforma di Wall Street del 2010; e altrettanti per tentare di bloccare la modesta riforma sanitaria voluta dal presidente Obama. Con la previsione che, essendo mutata nel novemnre 2010 la composizione del Congresso, quasi sicuramente vi riusciranno nel prossimo futuro.
Chi ha avuto la peggio sono stati i lavoratori americani. Lavorano almeno duecento ore l'anno più degli europei, e i loro salari, in termini reali, sono pressocché al livello del 1973 - quasi quarant'anni fa. Una delle cause è stato il trasferimento di interi settori manifatturieri dai paesi sviluppati a quelli emergenti, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Grazie alle delocalizzazioni gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato buona parte della loro industria manifatturiera. Al presente negli Usa risulta quasi scomparsa la produzione di settori che pochi decenni fa dominavano con le loro esportazioni, oltre al mercato interno, gran parte dei mercati occidentali. Tra di essi figurano comparti di dimensioni gigantesche quali gli elettrodomestici; i televisori e l'alta fedeltà; i computer e i microprocessori; i telefoni cellulari; l'abbigliamento; i giocattoli.
In merito a tutto ciò, non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di fare sentire la loro voce, e meno che mai - salvo sporadici casi locali - di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. È ancora più arduo capire - o forse sbaglio: è fin troppo facile - come, in Italia, tra le file dell'opposizione non si sia levata finora una sola voce per rilevare che il potere eserecitato dalle corporation sulle nostre vite configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca.
Nell'Ue possiamo coltivare ancora per qualche tempo la nostra distrazione dinanzi allo svuotamento che il sistema economico e finanziario ha effettuato della democrazia reale, grazie al fatto che tra la fine della guerra e i secondi anni Settanta robuste iniezioni di democrazia nel sistema economico sono state effettuate per via di diversi fattori concomitanti. Tra di essi ricorderei le lotte dei lavoratori e il peso che avevano allora i sindacati anche come numero di iscritti; la presenza nei parlamenti europei di robusti partiti di sinistra; il peso nelle formazioni di centro dei cattolici progessisti; un certo numero di imprenditori e di manager pubblici che preferivano affrontare con i sindacati vertenze lunghe e aspre piuttosto che buttare sul tavolo documenti della serie «prendere o lasciare».
Senza dimenticare che l'ombra dell'Orso sovietico a oriente tendeva a rendere più malleabili le confindustrie di tutti i paesi dell'Europa occidentale. I risultati si sono visti. Il sistema sanitario nazionale; lo sviluppo del sistema pensionistico pubblico; le riduzioni d'orario, a cominciare dal sabato interamente festivo; il miglioramento delle condizioni di lavoro; lo Statuto dei lavoratori, rappresentarono tutti pezzi di democrazia reale che furono estorti alla grande impresa, o che essa - se si preferisce - fu indotta a concedere.
Ora la grande impresa si sta battendo per riconquistare il terreno perduto tra il 1950 e il 1980. Di fronte le si aprono praterie senza confini. La preoccupante ombra dell'Orso è scomparsa. I partiti di sinistra sono peggio che scomparsi: anche quando si sforzano di dire qualcosa di sinistra si intravvede subito, in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania (in questo caso, bisogna dire, con l'eccezione della Linke), che sono diventati i migliori interpreti degli interessi della grande impresa ai tempi della globalizzazione. In tutti i paesi i sindacati sono indeboliti dal calo degli iscritti - in media oltre la metà, nell'industria manifatturiera - e dalla divisione tra chi propende alla collaborazione prima ancora di cominciare una vertenza, e chi preferisce invece ragionare in termini di composizione caso per caso di un conflitto che è storicamente strutturale, e strutturalmente irrisolvibile - salvo si preveda un'uscita dal capitalismo.
Quel che si configura nel nostro paese come in tutta l'Ue a 15 è un arretramento non solo delle relazioni industriali ma dell'intero processo democratico. Un arretramento di tale portata da essersi verificato, nella storia, soltanto quando un sistema politico democratico è stato sostituito da una dittatura. A guardarlo con occhio distratto, come un po' tutti siamo inclini a fare, il percorso pare innocuo. La globalizzazione, si afferma, esige che si riducano i diritti, i salari, lo Stato sociale per fare fronte al potere economico dei paesi emergenti. La grande impresa contribuisce al percorso attribuendo ad esso un carattere di ineluttabilità: non esistono alternative; sono in gioco grandi investimenti e molti posti di lavoro; non possiamo far altro che adattarci alla logica dell'economia. In realtà, non di logica economica si tratta, bensì di potere politico. Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale.
La privatizzazione di ogni cosa, dalla previdenza alla scuola e all'acqua, che sono uno degli ultimi campi da cui la grande impresa può puntare ad estrarre un valore elevato perché da noi sono campi ancora poco lavorati, è un altro passo intermedio significativo. Ed è stupefacente notare anche qui come il centro-sinistra lo consideri un tema economico, laddove si tratta di un vitale snodo politico. Privatizzare beni comuni, infatti, significa sottrarre ai cittadini un ampio terreno di partecipazione politica, di esercizio della disciplina democratica, per trasferirlo pari pari alla discrezione della grande impresa. Potrebbe quindi essere giunto il momento di discutere dei modi in cui il potere oggi debordante della grande impresa dovrebbe essere sottoposto a regole, al pari di qualsivoglia altro centro di potere. Avendo in vista un sommesso proposito: ridare vitalità, senso, contenuti quotidiani, motivi di attrazione culturale e morale all'idea di democrazia.
(Il testo è un'anticipazione del numero di Micromega in edicola da oggi. All'interno del giornale, una tavola rotonda sul post-elezioni con il direttore Paolo Flores D'Arcais, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il leader di Sel Nichi Vendola. Ancora, gli economisti Pietro Ichino e Stefano Fassina, e il giuslavorista Piergiovanni Alleva, si interrogano sulle vie d'uscita dalla precarietà. Infine, a dieci anni dal G8 di Genova Pierfranco Pellizzetti intervista Salvo Montalbano, il personaggio di Andrea Camilleri)
L'economia è una scienza triste: tutta centrata com'è sull'individuo, sull'homo oeconomicus, come ci ricorda Roberta Carlini in questo Economia del noi (Laterza, pp. 134, euro 12. Disponibile anche in ebook). La felicità delle persone, come ha insegnato Adamo Smith - non nasce dalla generosità di comportamenti individuali, ma dagli egoismi individuali. Ma, all'economia «dell'io» si sta contrapponendo una «economia del noi». In altre parole comportamenti che sostituiscono «la condivisione alla divisione, la cooperazione alla frammentazione». Ma cos'è l'«economia del noi». Roberta Carlini, in passato vice direttore del manifesto, autrice di questo saggio da leggere in un fiato la definisce come «un insieme di esperienze fondate sui legami sociali, nelle quali gruppi di persone entrano in relazione e cercano soluzioni comunitarie a problemi economici, ispirate a principi di reciprocità, solidarietà, socialità, valori ideali, etici o religiosi». Carlini ci ricorda che l'economia del noi, che oggi sta molto crescendo di dimensione, ha precedenti storici importanti: le società di mutuo soccorso, ad esempio. Ma anche le cooperative di produttori agricoli e non solo. Insomma, rispetto alla prepotenza del capitalismo, molto spesso i lavoratori (ma anche i consumatori) hanno cercato di organizzarsi, almeno per resistere, per poter sopravvivere. Spesso veniva assistito chi non poteva lavorare o non aveva reddito: come dire «l'economia del noi» ha gettato le basi di quella che poi è diventata l'economia del welfare state.
Il libro di Carlini è una di quelle inchieste che oggi non vanno più di moda. Una inchiesta su come stanno crescendo queste esperienze condivise. Ci racconta questa diffusione che ormai va «dai gruppi d'acquisto di quartiere alle nuove comunità del free software, dai gruppi di abitazione o di autocostruzione al coworking, dalle banche del tempo all'economia di comunione, dalle cooperative sociali alla finanza etica». Le motivazioni per le quali si partecipa all'economia del noi «sono diverse. Per esempio «i gruppi di acquisto solidale, nati sull'esigenza di coniugare consumo ad etica, sono cresciuti esponenzialmente sull'onda delle crisi alimentari relativi effetti di panico; sono diventati uno strumento molto potente nella riconversione ecologica dell'economia; e hanno modellato i propri caratteri sulle priorità del territorio nel quale operano in organizzazioni che si stanno sempre più strutturando».
Il libro-viaggio dell'autrice si sviluppa in cinque capitoli che affrontano le esperienze del noi nei settori del consumo, del credito, delle case, delle imprese e del web. Si tratta di un viaggio in Italia che racconta esperienze esemplari che in quanto tali possono fornire idee e che possono essere seguite e imitate. Carlini, tuttavia, è convinta che «questi bisogni, devono tradursi in un progetto politico, e deve essere lo stato a garantire la soddisfazione su un piano di parità, universalità, eguaglianza di tutti i cittadini». In altre parole, deve essere la politica urbanistica a dare una casa, la politica sociale a proteggere chi è travolto «dalle tempeste del mercato del lavoro», la politica sanitaria a a «dare cure a tutti», la politica dei comuni a incentivare le energie alternative e curare la raccolta differenziata.
Questo significa che la politica del noi è inutile? La risposta, naturalmente, è no: l'organizzarsi serve a rendere più forte la voce di chi pretende un intervento efficiente dello stato e per far arrivare i servizi pubblici dove non arrivano e a «alzarne la loro qualità sociale». Ad arricchire il volume c'è una notevole «sitografia» finale: per tutti i cinque capitoli del libro sono indicati di siti di organizzazioni che hanno realizzato esperienze di economia del noi. In particolare da segnale le non profit che si occupano di cohousing.
Avendo molta stima per Guido Viale, non posso non apprezzare le sue osservazioni critiche a proposito dell'intervista a Pierluigi Ciocca, apparse sul manifesto del 16 giugno scorso. Viale scrive che i passaggi sulla crescita in quell'intervista lo lasciano piuttosto perplesso e, riferendosi a me, osserva che la crescita è un «concetto largamente screditato e che non lo sviluppo può essere un obiettivo, ma il governo, o meglio, l'autogoverno dei processi economici». Nel contempo Viale precisa di non essere fautore della decrescita di Latouche, ma trova che la crescita è un concetto povero di contenuti, inutilizzabile nelle situazioni di crisi, quando a essere messi in forse sono redditi e posti di lavoro.
Vorrei provare a rispondere. In quell'intervista si trattava dell'attuale grave crisi italiana che colpisce redditi e posti di lavoro attraverso cali di produzione e produttività. Concretamente la nostra non era un'apologia della crescita in sé e per sé, ma si riferiva a una situazione concreta. Quindi sono d'accordo con Viale che bisogna parlare di crescita in situazioni concrete e con riferimento a obiettivi specifici.
Insomma, la crescita va concretamente determinata, ma non credo che sia un obiettivo da bandire. Se la popolazione mondiale cresce, se i bisogni degli umani aumentano bisogna pure che qualcosa cresca. Cresca certo in condizioni e con obiettivi determinati, ma proprio non vorrei che i pregiudizi sulla crescita ci portino a una irrealistica apologia della decrescita. O a una sua supina accettazione. Ma anche Viale è contrario alla decrescita.
È sempre utile guardare che cosa c’è dietro le etichette delle parole. Chi critica la “crescita” (sia spinto o meno da ragioni diplomatiche a dubitare sull’utilità del termine “decrescita”) critica un determinato modello di economia e di società: quello capitalistico, che riduce ogni bene a merce, che cancella il valor d’uso assumendo come unico valore quello di scambio, e che è condannato a produrre (e vendere) la maggiore quantità possibile di merci, indipendentemente dalla loro utilità umana e sociale.
Chi critica la “crescita”, riassumendo in questo termine quei contenuti, critica un modello che ha prodotto storicamente benefici e disastri, ma che ha ormai dimostrato di essere distruttivo per l’intero pianeta e per l’umanità che lo abita (rinvio ai numerosi scritti di Piero Bevilacqua, di Carla Ravaioli, di Guido Viale e a quelle di economisti “classici” come Claudio Napoleoni e di economisti contemporanei come Giorgio Lunghini, raccolti su queste pagine).
Questo sistema è in crisi. La questione è: come uscirne? Come accade da qualche secolo le risposte possibili sono due: aggiustandone i meccanismi, oppure trasformandolo radicalmente.
È la vecchia polemica tra “riformisti” e “rivoluzionari". Ma il secondo termine si è arricchito, nel secolo scorso, di un concetto nuovo: il “gradualismo”, cioè le trasformazioni (le “riforme”) nel quadro di una prospettiva di modifica radicale del sistema. Se si leggono con un po’ di attenzione numerosi degli scritti sul capitalismo, l’ambiente, l’economia, il lavoro inseriti in eddyburg egli ultimi mesi si troveranno numerose indicazioni su ciò che è possibile fare fin d’ora per uscire dalla crisi senza confermare il meccanismo perverso della “crescita” indefinita e fine a se stessa, ma preparando (sperimentando) elementi di un modo nuovo di vivere e governare la produzione e il consumo, l’ambiente, l’economia, il lavoro – e la vita quotidiana. Si veda ad esempio, oltre agli scritti di molti degli autori citati, l’eddytoriale 144.(e.s.)
Nel 1549 fu pubblicato un libello in cui si studiava lo spettacolo sorprendente della disponibilità degli esseri umani, in massa, a essere servi, quando sarebbe sufficiente decidere di non servire più, per essere ipso facto liberi. Che cosa è – parole di Etienne de la Boétie, amico di Montaigne – questa complicità degli oppressi con l´oppressore, questo vizio mostruoso che non merita nemmeno il titolo di codardia, che non trova un nome abbastanza spregevole?. Il nome – apparso allora per la prima volta - è "servitù volontaria". Un ossimoro: se è volontaria, non è serva e, se è serva, non è volontaria. Eppure, la formula ha una sua forza e una sua ragion d´essere. Indica il caso in cui, in vista di un certo risultato utile, ci s´impone da sé la rinuncia alla libertà del proprio volere o, quantomeno, ci si adatta alla rinuncia. Entrano in scena i tipi umani quali noi siamo: il conformista, l´opportunista, il gretto e il timoroso: materia per antropologi.
a) Il conformista è chi non dà valore a se stesso, se non in quanto ugualizzato agli altri; colui che si chiede non che cosa si aspetta da sé, ma cosa gli altri si aspettano da lui. L´uomo-massa è l´espressione per indicare chi solo nel "far parte" trova la sua individualità e in tal modo la perde. L´ossessione, che può diventare malattia, è sentirsi "a posto", "accettato". Il conformista è arrivista e formalista: vuole approdare in una terra che non è la sua, e non in quanto essere, ma in quanto apparire. Così, il desiderio di imitare si traduce nello spontaneo soggiogarsi alle opinioni, e l´autenticità della vita si sacrifica alla peggiore e più ridicola delle sudditanze: l´affettazione modaiola. La "tirannia della pubblica opinione" è stata denunciata, già a metà dell´Ottocento da John Stuart Mill, e oggi, nella società dell´immagine, è certo più pericolosa di allora. L´individuo si sente come sotto lo sguardo collettivo di una severa censura, se sgarra, o di benevola approvazione, se si conforma. Questo sguardo è a una sorta di polizia morale. La sua forza, a differenza della "polizia" senza aggettivi, è interiore. Ma il fatto d´essere prodotta da noi stessi è forse libertà? Un uomo così è libero, o non assomiglia piuttosto a una scimmia?
b) L´opportunista è un carrierista, disposto a "mettersi al traino". Il potere altrui è la sua occasione, quando gli passa vicino e riesce ad agganciarlo. Per ottenere favori e protezione, che cosa può dare in cambio? Piaggeria e fedeltà, cioè rinuncia alla libertà. Messosi nella disponibilità del protettore, cessa d´essere libero e si trasforma in materiale di costruzione di sistemi di potere. Così, a partire dalla libertà, si creano catene soffocanti che legano gli uni agli altri. Si può illudersi d´essere liberi. Lo capisci quando chi ti sta sopra ti chiede di pagare il prezzo dei favori che hai ricevuto. Allora, t´accorgi d´essere prigioniero d´una struttura di potere basata su favori e ricatti, che ti prende dal basso e ti solleva in alto, a misura del tuo servilismo. Quel de la Boétie, già nominato, ha descritto questo meccanismo. Il segreto del dominio sta in un sistema a scatole cinesi: un capo, circondato da pochi sodali che, distribuendo favori e cariche, a loro volta ne assoldano altri come complici in prevaricazioni e nefandezze, e questi altri a loro volta. Così la rete si estende, da poche unità, a centinaia, a migliaia, a milioni. Alla fine, il numero degli oppressori è quasi uguale a quello degli oppressi, perché appena compare una cricca, tutto il peggio, tutta la feccia degli ambiziosi fa gruppo attorno a lui per aver parte al bottino. Il tiranno genera tirannelli. Ma questi sono uomini liberi o parassiti come quelli che infestano il regno animale e vegetale?
c) L´uomo gretto è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente "la politica". Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l´ipocrita superiorità: "certo gli uni hanno torto, ma nemmeno gli altri hanno ragione", dunque è meglio non immischiarsi. La grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell´ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti. La grettezza si accompagna al narcisismo e alla finta ricerca della cosiddetta "autenticità" personale che si traduce in astenia politica accompagnata dal desiderio d´esibirsi. In apparenza, è profondità esistenziale; in realtà è la vuotaggine della società dell´immagine. Il profeta della società gretta è Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della "uguaglianza solitaria": vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è estraneo al destino degli altri: se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Su questa massa solitaria s´innesta la grande, terribile e celebre visione del dispotismo democratico: "al di sopra di costoro s´innalza un potere immenso e tutelare, che s´incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E´ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti". Ora, chi invoca su di sé un potere di tal genere, "immenso e tutelare", è un uomo libero o è un bambino fissato nell´età infantile?
d)La libertà può fare paura ai timorosi. Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà? Bisogna fare i conti con la nostra "costituzione psichica", dice Freud: l´uomo civile ha barattato una parte della sua libertà per un po´ di sicurezza. Chi più di tutti e magistralmente ha descritto il conflitto tra libertà e sicurezza è Fëdor Dostoevskij, nel celebre dialogo del Grande Inquisitore. A dispetto dei discorsi degli idealisti, l´essere umano aspira solo a liberarsi della libertà e a deporla ai piedi degli inquisitori, in cambio della sicurezza del "pane terreno", simbolo della mercificazione dell´esistenza. Il "pane terreno" che l´uomo del nostro tempo considera indispensabile si è allargato illimitatamente, fino a dare ragione al motto di spirito di Voltaire, tanto brillante quanto beffardo: "il superfluo, cosa molto necessaria". E´ libero un uomo così ossessionato dalle cose materiali, o non assomiglia piuttosto alla pecora che fa gregge sotto la guida del pastore?
Conformismo, opportunismo, grettezza e debolezza: ecco dunque, della libertà, i nemici che l´insidiano "liberamente", dall´interno del carattere degli esseri umani. Il conformista la sacrifica all´apparenza; l´opportunista, alla carriera; il gretto, all´egoismo; il debole, alla sicurezza. La libertà, oggi, più che dal controllo dei corpi e delle azioni, è insidiata da queste ragioni d´omologazione delle anime. Potrebbe perfino sospettarsi che la lunga guerra contro le arbitrarie costrizioni esterne, condotte per mezzo delle costituzioni e dei diritti umani, sia stata alla fine funzionale non alla libertà, ma alla libertà di cedere liberamente la nostra libertà. La libertà ha bisogno che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi. Il conformismo, si combatte con l´amore per la diversità; l´opportunismo, con la legalità e l´uguaglianza; la grettezza, con la cultura; la debolezza, con la sobrietà. Diversità, legalità e uguaglianza, cultura e sobrietà: ecco il necessario nutrimento della libertà.
Un vero plebiscito. Ma al contrario. Abituato a declinare ogni appuntamento elettorale come un'autocelebrazione personale e un continuo rinnovamento acritico ed epifanico del suo consenso, Silvio Berlusconi incassa un gigantesco plebiscito "contro", e non a favore della sua persona. Ventisette milioni di italiani sono andati alle urne per testimoniare la loro voglia di riprendersi la politica che per troppi anni avevano delegato al Cavaliere. In due settimane di mobilitazione pubblica la volontà del popolo sovrano ha fatto giustizia di tre anni di mistificazione. Dopo la disfatta devastante delle amministrative, la sconfitta pesante del referendum conferma che il presidente del Consiglio non è più in grado di leggere gli umori degli italiani e di reggere gli onori del governo. L'esito quantitativo della nuova consultazione (il quorum) e il suo risultato qualitativo (il responso sui quattro quesiti) riflettono il cambiamento profondo della geografia e della geometria politica della nazione. Nel Palazzo c'è una maggioranza numerica che sopravvive a se stessa e resiste alla sua stessa agonia. Nel Paese c'è un'opinione pubblica che gli ha voltato le spalle, nelle scelte di merito e di metodo, perché stanca di una "narrazione" posticcia e artefatta che non ha più alcun collegamento con la realtà e con i problemi della vita quotidiana di milioni e milioni di persone "normali".
La sanzione più nitida e clamorosa di questa rottura tra gli interessi privati del premier e l'interesse collettivo degli italiani sta nel responso a valanga nel quesito sul legittimo impedimento. Dopo tre anni di menzogne propagandistiche sulla "riforma della giustizia" (interpretata solo nella chiave della soluzione dei problemi giudiziari dell'uomo di Arcore) i cittadini hanno capito e hanno votato di conseguenza. Dicendo un no forte alla stagione delle leggi ad personam e un sì chiaro al principio costituzionale che esige tutti i cittadini uguali davanti alla legge. E' un esito non scontato, e forse il più sorprendente di questo appuntamento elettorale. Segna davvero la fine di un ciclo storico, che dura ormai da diciassette anni, e che ha visto il Cavaliere protagonista di un assedio violento alla magistratura, con l'unico obiettivo di difendersi dai suoi processi attraverso l'estinzione dei reati o la cancellazione delle pene per via legislativa. Il risultato referendario, anche sotto questo profilo, è una bella vittoria della democrazia, in tutti i suoi sensi e in tutte le sue forme.
Ma insieme a questa politica dell'aggressione, dall'accoppiata amministrative-referendum esce a pezzi anche quell'ideologia post-politica (secondo la felice definizione di Geminello Preterossi) sulla quale si è retta la destra italiana di questi anni. Progressiva demolizione di tutto ciò che è pubblico, sdoganamento del qualunquismo più becero, inaridimento delle radici della vita democratica, abdicazione delle istituzioni alla legge del più forte, criminalizzazione sistematica del dissenso. L'onda referendaria spazza via in un colpo solo questo armamentario culturale populista sul quale è stato costruito il patto Berlusconi-Bossi. Dietro la scena di cartapesta del Popolo della Libertà e della Padania liberata, dietro la demagogia degli spiriti animali del capitalismo e dei riti pagani nelle valli alpine e prealpine, dietro l'idea "rivoluzionaria" del cambiamento federalista e anti-statalista, l'asse Pdl-Lega non ha costruito niente. Niente miracoli, solo miraggi. Niente crescita, solo declino. Adesso è tardi, per qualunque contromossa e per qualunque recupero. Il Carroccio ha pagato fino in fondo il tributo alla lealtà personale del Senatur nei confronti del Cavaliere. Per le camicie verdi si tratta di riprendere il largo, di tornare in mare aperto e alla strategia delle mani libere. E' solo questione di tempo e di modo. Ma il destino della coalizione è segnato, chiuso com'è dal vincolo esterno dell'Europa sui conti pubblici e dal vincolo interno ormai rappresentato dalla crisi della leadership berlusconiana.
Il premier ha perso prima il referendum virtuale, con le amministrative che lui stesso aveva trasformato in una drammatica e ultimativa ordalia su se medesimo. Ora ha perso anche il referendum reale, con una scelta astensionista disperata e insensata che ha sancito l'irrimediabile scollamento tra lui e la sua gente. Cos'altro deve accadere, perché Berlusconi tragga le conseguenze di questo fallimento? L'Italia non merita di pagare altri danni, alla volontà di sopravvivenza di un governo che non esiste più e che si tiene ormai solo sulla stampella instabile e impresentabile dei "Responsabili" di Romano e Scilipoti. Fa fede l'immagine di Calderoli, che come sempre parla il linguaggio ruvido del disincanto. Due "sberle" non fanno un ko. Ma sicuramente lo preparano. Prima avverrà, e meglio sarà per tutti.
Siamo vicinissimi al quorum e con un ultimo sforzo possiamo farcela. Le circostanze ci sono favorevoli. L'incredibile autogol prodotto dal tentativo di scippare il referendum pesa sugli umori del fronte del no. Ma è importante che l'allargamento del perimetro del sì non faccia perdere di vista l'essenza politica di questo voto: un'inversione di rotta rispetto a un ventennio di politiche liberiste e un modello di sviluppo nuovo, fondato sulla qualità della vita e finalmente libero dalla schiavitù del Pil, del pensiero economico mainstream dei Draghi e dei poteri forti, del falso realismo conservatore. Un sì che legittima politicamente la realizzazione delle idee (sul manifesto del 7 giugno Viale ne ha esposte alcune di grande importanza) che ci possono consentire di uscire davvero dalla crisi. Tutti quei sì metteranno all'ordine del giorno la riforma del servizio idrico proposta dai Forum con la legge di iniziativa popolare mai discussa in Parlamento, e la riforma della proprietà pubblica della Commissione Rodotà, a sua volta giacente in Senato, che per prima definisce giuridicamente i beni comuni.
Il modello di sviluppo attuale ha causato Fukushima e la crisi economica che colpisce i più deboli. Un modello figlio del tatcherismo e della destra liberista degli anni ottanta e che in Italia è stato sdoganato anche a sinistra all'inizio della cosiddetta Seconda repubblica: in Toscana ed Emilia l'acqua ha subito le prime privatizzazioni, rese possibili dalla legge Galli. L'ingresso dei privati nei servizi pubblici, pur in quote minoritarie, porta sempre con sé un amministratore delegato attento solo al profitto di breve periodo. Al pubblico resta il Presidente, una figura politica scelta al di fuori di qualunque criterio di competenza specifica. Certo, il pubblico ha dei limiti, siamo i primi a riconoscerlo, ma rinunciare a individuarne la natura istituzionale al fine di correggerli è una resa al privatismo che gli italiani non possono più accettare. Il pubblico va curato insieme, con umiltà, dedizione e fantasia istituzionale. Smantellarlo a favore del privato è una scorciatoia pigra, cinica e disonesta che vogliamo sconfiggere per sempre.
Abbiamo iniziato la campagna di raccolta firme, in compagnia di migliaia di iscritti e militanti del Pd che si mobilitavano con noi nonostante i distinguo e le critiche dei D' Alema, dei Veltroni e dei Bersani. Tutti possono oggi cambiare idea e non siamo noi a offenderci perché ai talk show invitano solo politici di professione. Ma su una cosa non possiamo transigere, quali che siano le logiche della società dello spettacolo. Non è vero che quei milioni di voti che otterremo per il sì vogliono aprire una discussione sui territori per scegliere se l'acqua vada gestita in modo pubblico, privato o misto. Il senso della scelta è chiaro fin dal 12 gennaio, quando la Corte ha ammesso i nostri due referendum. Tutti i sì che riceveremo sull'acqua bocciano senza appello e per sempre i sistemi privatistici nel governo dei beni comuni, riconoscendoli come beni da porsi fuori commercio, le cui utilità sono funzionali alla soddisfazione di diritti fondamentali della persona e che vanno governati anche nell'interesse delle generazioni future (è l'essenza della definizione che ne diede la Commissione Rodotà).
UTOPIE CONCRETE
Una politica per il paradiso
di Andrea Fumagalli
La nuova divisione del lavoro e le stigmate della precarietà in un saggio dello studioso inglese Guy Standing.
«Il 1 maggio 2001, quasi 5000 persone, per lo più studenti e giovani attivisti sociali, si riunirono nel centro di Milano per una parade che si voleva alternativa alle tradizionali dimostrazioni del 1 maggio. A partire dal 2005, la partecipazione alla MayDay parade si è ingrossata sino a interessare dalle 50.000 alle 100.000 persone .... ed è diventata pan-europea (EuroMayday), con centinaia di migliaia di uomini e donne, la maggior parte giovani, che si riprendevano le strade delle città dell'Europa continentale. Queste dimostrazioni furono il primo segnale dell'agitazione del precariato». Con queste parole, si apre il libro di Guy Standing The Precariat. The new dangerous class (Bloomsbury, pp. 198). Guy Standing, docente di Economic Security all'Università di Bath, è un profondo conoscitore della dinamica del mercato del lavoro globale, grazie anche ai numerosi anni nei quali ha prestato servizio presso l'Ilo (International Labor Office) a Ginevra, prima di essere allontanato per le sue posizioni non del tutto allineate.
In questo saggio (di cui si auspica la traduzione in italiano), si analizza la nuova composizione internazionale del lavoro, esito dei processi di trasformazione del sistema di accumulazione e valorizzazione degli ultimi decenni e della recente crisi economica globale. Per far ciò è necessario introdurre nella lingua inglese alcuni neologismi: precariat per indicare il soggetto sociale, precariousness per indicarne la condizione socio-economica.
Che cosa è oggi il precariato? A differenza dei lettori italiani, per i quali il lessico della precarietà è entrato a far parte del gergo corrente proprio grazie alla Mayday e per i quali esiste una saggistica avviata da tempo (basti pensare ai «Quaderni di San Precario»), per un lettore anglosassone, la domanda è invece, tutto sommato, nuova.
La risposta di Standing è, allo stesso tempo, semplice e complessa. Semplice, perché afferma che il precariato è una «una classe in divenire, non ancora una classe in sé, nel senso marxiano del termine»). Ne consegue che il tradizionale armamentario analitico-politico che è stato forgiato, sperimentato e innovato nel corso del Novecento a proposito della classe operaia e del proletariato come classe omogenea diventa inutilizzabile. Complessa, perché definire una «classe in divenire» implica una metodologia di analisi nuova, in grado di definire in modo rigoroso l'eterogeneità dei confini del precariato, coglierne appunto le differenze per ricomporle ad un livello superiore e diverso.
A tal fine si può procedere in due modi. Il primo è fornire una definizione per negazione. Fa parte del precariato colui o colei a cui mancano alcuni elementi di sicurezza economica e sociale. In proposito, Standing ne individua sette: la sicurezza di essere occupabile nel mercato del lavoro, la sicurezza dei diritti del lavoro contro discriminazioni, licenziamenti senza giusta causa, sicurezza del lavoro a partire dai livelli di professionalità o dagli infortuni e la salute, la sicurezza della formazione, in grado di favorire avanzamenti di carriera, la sicurezza di reddito in termini di continuità e decenza e, infine, la sicurezza della rappresentatività in termini sindacali e contrattuali. Se dovessimo definire la condizione precaria secondo questo schema, è possibile individuare diversi gradi di precarizzazione, che subiscono una brusca accelerazione dopo la crisi del 2008, sino a dire che a livello globale quasi tutti i segmenti di lavoro ne sono coinvolti. Al punto di arrivare a affermare che oramai, nessun lavoratore è esente da qualche forma di precarietà.
Il secondo modo è definire la precarietà sulla base di alcuni elementi che la caratterizzano in modo omogeneo. Standing ne individua quattro (le quattro A): acredine-rabbia, anomia, ansietà, alienazione. Essi rappresentano la frustrazione del precariato, all'interno di processi di individualizzazione del lavoro che ne favoriscono l'accentuazione. Ed è dall'analisi di questa componente psico-fisica che si può capire il sottotitolo del libro: «la classe pericolosa». Secondo Standing, infatti, le diverse componenti del precariato, dai migranti alle donne che svolgono lavoro di cura, ai contadini espropriati dalle terre, agli operai sfruttati nei sweatshops dell'ovest e dell'est del mondo, ai precari del terziario materiale (dal trasporto ai centri commerciali) e immateriale (dai call-center alle università e editoria) sono inseriti in contesto di forte concorrenza e di dumping sociale favorite da quella «politica dell'inferno» che i policy makers neoliberisti hanno fomentato come strumento di divisione e di controllo. All'interno di questi contesti, fenomeni razzisti, nichilisti, corporativi sono all'ordine del giorno e impediscono lo sviluppo di una presa di coscienza e di soggettivazione per far sì che la precarietà si trasformi in vera classe sociale.
Per opporsi alle «politiche dell'inferno», occorre promuovere ciò che Standing chiama una «politica del paradiso» fondata su alcuni obiettivi universali in grado di favorire quel processo di ricomposizione delle diverse soggettività precarie, oggi frammentate e spesso in lotta fra loro. Dai diritti sul lavoro si passa alla libertà di movimento e di occupazione, dalla critica ai processi di workfare e di smantellamento del welfare state alle politiche pubbliche di accesso ai servizi di base, dalla formazione e libertà di accesso alla conoscenza alla necessità di controllare e ridurre il tempo di lavoro. Tra questi due obiettivi meritano un breve approfondimento: la «riscoperta» dei beni comuni (commons) e la proposta di un reddito minimo incondizionato (basic income). Questi due obiettivi vengono analizzati in modo complementare. Standing, che è anche co-presidente della rete «Basic Income Earth Network» (Bien) individua basic income una sorta di risarcimento per l'espropriazione dei commons che la dinamica capitalistica ha effettuato nei secoli. Da questo punto di vista, il basic income è lo strumento più idoneo per riappropriarsi dei beni comuni naturali e immateriali.
A questo libro, ricco di suggestioni che non è possibile qui ricordare in modo compiuto, dovrebbero seguire altre ricerche tese ad approfondire i cambiamenti nei processi di creazione di ricchezza in un contesto di sfruttamento intensivo del bios umano, nonché delle nuove forme di divisione cognitiva del lavoro che, all'indomani della crisi del paradigma fordista, si sono dipanate nel processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell'economia mondiale. Se il precariato è «una classe in divenire», anche l'analisi di tale condizione lo deve essere.
Reddito di cittadinanza
Il diritto universale alla vita
Intervista di Roberto Ciccarelli con il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli
Dopo la politiche neoliberiste attuate da governi conservatori e progressisti, la sinistra deve tornare a proporre soluzioni che impediscano la riduzione del lavoro a merce
«La sinistra deve capire che il reddito base universale, anche se è difficile da realizzare, dovrebbe oggi rappresentare il principale obiettivo di una politica riformatrice da realizzare gradualmente in una o due legislature». È come sempre chiaro e netto Luigi Ferrajoli, che ha da poco pubblicato Poteri selvaggi. La crisi della democrazia italiana (Laterza) la più aspra critica del berlusconismo che si ricordi degli ultimi tempi (il manifesto del 25 maggio) e domani interverrà al meeting sull'«utopia concreta del reddito» organizzato dal Basic Income Network a Roma. «La crisi non ci lascia alternative: bisogna arrivare ad un reddito per tutti che garantisca l'uguaglianza e la dignità della persona. Diversamente da altre forme limitate di reddito di cittadinanza, un reddito per tutti escluderebbe qualunque connotazione caritatevole e quindi lo stigma sociale che deriva da un'indennità legata al non lavoro o alla povertà. L'ho già sostenuto in Principia Iuris: il reddito è un diritto fondamentale».
Molti studiosi sostengono che il reddito di base è impraticabile perché costa troppo?
«Certamente il reddito costa, ma i calcoli che sono stati fatti mostrano che esso comporterebbe anche grandi risparmi: un reddito ope legis per tutti riduce gran parte delle spese per la mediazione burocratica di almeno una parte delle prestazioni sociali, con tutti i costi, le inefficienze, le discriminazioni e la corruzione legati a uno stato sociale che condiziona le prestazioni dei minimi vitali a condizioni personali che minano la libertà e la dignità dei cittadini. Ma soprattutto è necessario sfatare l'ideologia dominante a destra, e purtroppo anche a sinistra, secondo la quale le spese nell'istruzione, nella salute, nella sussistenza sono un costo insostenibile. Queste spese sono al contrario gli investimenti primari ed economicamente più produttivi. In Italia, il boom economico è avvenuto simultaneamente alla costruzione del diritto del lavoro, all'introduzione del servizio sanitario nazionale e allo sviluppo dell'istruzione di massa. La crisi è iniziata quando questi settori sono stati tagliati. Sono cose sotto gli occhi di tutti».
Come si possono recuperare le risorse necessarie?
«Dal prelievo fiscale, che tra l'altro dovrebbe essere riformato sulla base dell'articolo 53 della Costituzione che impone il carattere progressivo del sistema tributario. La vera riforma fiscale dovrebbe prevedere aliquote realmente progressive. Oggi la massima è il 43 per cento, la stessa di chi ha un reddito di circa 4.000 euro al mese e di chi, come Berlusconi o Marchionne o gli alti manager, guadagna 100 volte di più. È una vergogna. Quando Berlusconi dice che non vuol mettere le mani nelle tasche degli italiani pensa solo alle tasche dei ricchi. Occorrerebbe invece prevedere tetti e aliquote che escludano sperequazioni così assurde».
Cosa risponde a chi pensa che il reddito sia un sussidio di disoccupazione?
«Lo sarebbe se fosse dato solo ai poveri e ai disoccupati. Il reddito di base universale, al contrario, sarebbe un'innovazione dirompente, che cambierebbe la natura della democrazia, e non solo dello stato sociale, della qualità della vita e del lavoro. È infatti una garanzia di libertà oltre che un diritto sociale. Provocherebbe una liberazione dal lavoro e, insieme, del lavoro. Il lavoro diventerebbe il frutto di una libera scelta: non sarebbe più una semplice merce, svalorizzata a piacere dal capitale».
Per riconoscere il reddito come diritto fondamentale è necessaria una riforma costituzionale?
«No. Si può anzi affermare il contrario: che una simile misura è imposta dallo spirito della Costituzione. La troviamo nei principi di uguaglianza e dignità previsti dall'articolo 3, ma addirittura nel secondo comma dell'articolo 42 sulla proprietà che stabilisce che la legge deve disciplinare la proprietà «allo scopo di renderla accessibile a tutti». Questa norma, come ha rilevato un grande giurista del secolo scorso, Massimo Severo Giannini, prevede che tutti dispongano di una qualche proprietà, accessibile appunto con un reddito minimo di cittadinanza. E poi ci sono le norme del diritto internazionale, come l'articolo 34 della carta di Nizza, l'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani. È insomma la situazione attuale del lavoro e del non lavoro che è in contrasto con la legalità costituzionale».
La sinistra crede in questa prospettiva?
«No. Tuttavia, se la sinistra vuole rappresentare gli interessi dei più deboli, come dovrebbe essere nella sua natura, questa oggi è una strada obbligata. Il diritto al reddito è oggi l'unica garanzia in grado di assicurare il diritto alla vita, inteso come diritto alla sopravvivenza. Ovviamente occorrerebbe anche l'impegno del sindacato. Nella sua tradizione, sia in quella socialista che in quella comunista, si è sempre limitato alla sola tutela del lavoro. Oggi le garanzie del lavoro sono state praticamente dissolte dalle leggi che hanno fatto del lavoro precario a tempo determinato la regola, e del vecchio rapporto di lavoro a tempo indeterminato l'eccezione. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe comunque restaurare la stabilità dei rapporti di lavoro. Con la precarietà, infatti, tutte le garanzie del diritto del lavoro sono crollate perché chi ha un rapporto di lavoro che si rinnova ogni tre mesi non può lottare per i propri diritti. Tuttavia, nella misura in cui il diritto del lavoro non può essere, in una società capitalistica, garantito a tutti, e fino a che permangono forme di lavoro flessibile, il reddito di cittadinanza è anche un fattore di rafforzamento dell'autonomia contrattuale del lavoratore. Una persona che non riesce a sopravvivere accetta qualsiasi condizione di lavoro. Ad un dramma sociale di questa portata si deve rispondere con un progetto ambizioso».
Per quanto riguarda il lavoro e il reddito che cosa si dovrebbe leggere in un programma di sinistra per le prossime elezioni politiche?
«Esattamente l'opposto di quanto è stato fatto finora, anche dai governi di centro-sinistra che negli anni Novanta hanno inaugurato, con i loro provvedimenti, la dissoluzione del diritto del lavoro. Bisogna tornare a fare del lavoro un'attività garantita da tutti i diritti previsti dalla Costituzione e conquistati in decenni di lotta, a cominciare dal diritto alla sua stabilità, che è chiaramente un meta-diritto in assenza del quale tutti gli altri vengono meno. Il lavoro, d'altro canto, deve cessare di essere una semplice merce. E a questo scopo il reddito di base è una garanzia essenziale della sua valorizzazione e insieme della sua dignità. Non è accettabile che in uno stato di diritto i poteri padronali siano assoluti e selvaggi. Marchionne non può ricattare i lavoratori contro la Costituzione, le leggi e i contratti collettivi e minacciare di dislocare la produzione all'estero. Una sinistra e un sindacato degni di questo nome dovrebbero quanto meno impegnarsi su due obiettivi: l'unificazione del diritto del lavoro a livello europeo, per evitare il dumping sociale, e la creazione di sindacati europei. Nel momento in cui il capitale si internazionalizza, perché non dovrebbero farlo anche le politiche sociali e i sindacati?
L´autunno del 2008 passerà alla storia come il mese del great slump (il grande crollo). Trovarvici in mezzo, ha significato vedere gli effetti disastrosi della più potente ideologia del ventesimo secolo, quella della deregulation, quella che ha comandato di trattare il credito come una merce eguale alle altre, di negoziarlo su mercati privi di controlli, con l´esito di fare dell´"industria bancaria" (come viene chiamata negli Usa) un´industria altrettanto pericolosa di quella nucleare.
Questa ideologia, spiega Michele Battini nel suo ultimo libro, Utopia e tirannide: Scavi nell´archivio Halévy (Bollati Boringhieri, pagg. 384, euro 26), aveva messo radici alla fine degli anni ´70, quando Paul Volcker era stato nominato presidente della Federal Reserve, avviando le politiche di liberalizzazione estrema e riducendo i diritti sociali a una variabile del bilancio federale. In quegli stessi mesi, nel Regno Unito, la signora Thatcher aveva iniziato a picconare l´edificio del Welfare. Volcker era stato allievo, e Thatcher fervente ammiratrice, di Friedrich von Hayek, il maestro della scuola neomarginalistica. Proprio nel ´79, Hayek aveva licenziato il suo capolavoro, Legge, legislazione e libertà, un poderoso attacco a quello che egli chiamava il "miraggio" della giustizia sociale. L´utopia illuministica che il legislatore possa organizzare la società e costruirla attraverso il diritto avrebbe, pensava Hayek, l´effetto perverso della tirannia. Dagli anni della Guerra Fredda, la cosiddetta «democrazia totalitaria» era divenuta l'ossessione di tutti i neoliberali, da Talmon a Furet a Berlin. Hayek metteva in dottrina quella visione, sostenendo che tra il Welfare State delle democrazie occidentali e la pianificazione totalitaria sovietica, non vi era differenza di sostanza.
Battini mette in discussione questo paradigma e, sulla scorta di altri pensatori, come Karl Polanyi, Marcel Mausse e Amartya Sen, vede proprio nell´utopia del mercato autoregolato (ma in realtà imposto dal potere politico) una nuova forma di dispotismo sociale. Si mette allora a seguire una strana pista. Non lo convince, ad esempio, che tutti i maestri del neoliberalismo invochino l´autorità di un grande storico francese, Elie Halévy, ebreo e amico di Carlo Rosselli, uno dei massimi studiosi dell'utilitarismo e del socialismo europeo dal Settento al Novecento. Ad Halévy si ispirarono i teorici dell´utopia del mercato, a partire da Raymond Aron, il quale aveva pubblicato, postumi, due capolavori: L'era delle tirannie e la Storia del Socialismo europeo, considerati pietre miliari della critica liberale dell´utopia sociale come generatrice di tirannide. Attraverso un lungo lavoro d´archivio, Battini risale alle fonti otto e novecentesche dell´opera di Halévy e, soprattutto, scopre che Aron e i suoi collaboratori non inclusero alcuni manoscritti importanti del maestro; inoltre operarono modifiche e interpolazioni (per esempio, tolsero il capitolo sulla comune natura universalistica e illuministica dell´economia classica e del socialismo, molte pagine su Marx e sulla cooperazione sociale).
Scrive Battini che Aron non poteva ammettere che Marx potesse essere schierato «sul versante dell´internazionalismo e della libertà», come aveva scritto Halévy. Per i dottrinari del mercato, doveva esistere solo un socialismo, quello dispotico e comunitario; non poteva essercene un altro, anch´esso erede dei Lumi ma perché erede della rivoluzione dei diritti. Questo liberalismo sociale portava non a Stalin, ma a Hobhouse e i liberalsocialisti britannici. Restituendoci un Halévy completo, Battini ripercorre in modo originale le vicende di entrambi i socialismi, quello statalista e quello liberale. A quest´ultimo, alleato naturale della democrazia, fondato sulla filosofia dei sentimenti morali di Adam Smith e il liberalismo di John Stuart Mill, l´autore ci invita a guardare nella ricerca di una soluzione alla tirannia incubata dal dogma del mercato. Questo liberalismo, che coltivò il modello della cooperazione e dell'economia mista, ha cercato di tener insieme i due principii di distribuzione delle ricchezza: lo scambio e il bisogno. Battini mostra in sostanza come la tirannide dei moderni non nasca dall´«utopia della giustizia» ma dalla violazione del principio della reciprocità sociale sul quale si regge lo scambio e, appunto, la giustizia.