Nel suo saggio l´ex magistrato spiega l´importanza dell'impegno. Altrimenti i governi diventano oligarchie Le funzioni non si esauriscono nell´esercitare o meno il proprio diritto di voto
La democrazia presuppone una precisa considerazione degli esseri umani e delle caratteristiche delle relazioni che tra loro intercorrono. La democrazia non è uno strumento compatibile con gli atteggiamenti infantili, e se non si tiene conto della fatica che la crescita personale comporta per superare tali atteggiamenti non si può arrivare a capirla (...). Il popolo governa agendo. E siccome il popolo non esiste se non esistono le persone che lo compongono, il popolo governa se agiscono le persone di cui è costituito. Si è considerata la forma, si è vista la sostanza. Si è tratteggiato, cioè, lo schema di regole e di contenuti che servono perché possa funzionare la democrazia. Tutto questo, però, ancora non basta: crea i presupposti perché il popolo governi, ma affinché si realizzi la democrazia è necessario che il popolo, nell´ambito delle regole, effettivamente governi.
Una citazione aiuta a comprendere meglio la questione. L´articolo 1 della Costituzione italiana afferma nel primo paragrafo che «L´Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». L´espressione è interpretata storicamente attribuendo alla parola «lavoro» il significato corrente di attività produttiva. Il lavoro quindi fonda la Repubblica democratica perché è lo strumento attraverso il quale la persona si realizza, è il mezzo per l´emancipazione personale e per la promozione della società.
Una lettura in chiave diversa aiuterebbe a capire cosa intendo: l´Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro in quanto i cittadini lavorano, e cioè si impegnano, perché sia una Repubblica e una democrazia. È necessario che i cittadini agiscano per compiere la democrazia, perché questa possa attuarsi. In caso contrario, e cioè se tutti loro, o gran parte di loro, rimanessero inerti, evidentemente non governerebbero, e la democrazia si trasformerebbe necessariamente in monarchia o in oligarchia (perché governerebbero soltanto gli attivi, che potrebbero essere ipoteticamente soltanto uno o estremamente pochi). La trasformazione si verificherebbe di fatto, senza necessità di cambiare nemmeno una legge. Così come la monarchia si trasformerebbe in oligarchia se il sovrano assoluto si disinteressasse completamente di svolgere le sue funzioni e gli subentrasse, di fatto, la corte. Allo stesso modo governerebbe, per esempio, il solo presidente del Consiglio dei ministri, se tutti i ministri e il Parlamento tralasciassero in concreto (pur conservandole apparentemente) le loro funzioni e il popolo si limitasse a esprimere con indifferenza il proprio voto alle scadenze elettorali, o magari a omettere, per una parte consistente dei suoi membri, persino quello. Non si tratta, però, soltanto di questioni di remissività da parte delle istituzioni nei confronti di una sola o di poche persone, che assumerebbero così il potere spettante ad altre sedi; non si tratta soltanto dell´esercitare o meno il diritto di voto. Il problema riguarda più in generale l´abdicazione del popolo a governare.
Per comprendere come il comportamento delle persone che compongono il popolo incida sull´attuazione della democrazia si può paragonare la società a una famiglia. Le persone che compongono la famiglia compiono di continuo azioni che riguardano se stesse individualmente e azioni che riguardano la famiglia nel suo complesso. Azioni generalmente programmate, dall'ora del risveglio passando per le varie faccende quotidiane fino al momento di coricarsi. La programmazione individuale riguardante le proprie sfere di competenza incide non soltanto sulla vita di chi l´ha fatta, ma anche su quella degli altri: alzarsi alle dieci e arrivare regolarmente tardi al lavoro comporta il rischio di essere licenziato, presentarsi sempre tardi a scuola quello di non essere promosso, e il licenziamento e la bocciatura si rifletterebbero sull´intera famiglia. Altri aspetti organizzativi riguardano la famiglia nel suo complesso: fare la spesa, riordinare la casa, decidere gli acquisti e i viaggi, e così via. Dalla programmazione complessiva e dalla attuazione della programmazione risulta la qualità della vita del la famiglia, e cioè dei suoi membri. Nella famiglia patriarcale la programmazione, anche delle sfere più personali, era riservata al padre (il monarca), che poteva delegare (magari tacitamente e per tradizione) le parti più ripetitive e meno qualificanti alla moglie, spettando per tutto il resto a questa e ai figli il compito di eseguire, cioè di comportarsi secondo le disposizioni ricevute. Ora, in una famiglia attuale gli indirizzi sono decisi concordemente dai coniugi: il Codice civile italiano, articolo 144, stabilisce che «I coniugi concordano tra loro l´indirizzo della vita familiare»; ma anche i figli partecipano alle decisioni che li riguardano, quando siano abbastanza grandi per farlo. Salvo che uno dei coniugi (o i figli, per quel che compete loro) si disinteressi, lasci fare, non partecipi, nel qual caso gli indirizzi, le decisioni sono presi dall´unica persona che si impegna a farlo. È questa persona che decide cosa comperare facendo la spesa, dove andare in vacanza e così via, e gli altri si adeguano. Non decidono, ma subiscono la decisione altrui.
Quel che succede in famiglia succede nella società: nella democrazia le regole prevedono la possibilità di contribuire all´indirizzo della vita propria e di quella della collettività, ma se la possibilità non è usata, se manca cioè l´impegno, la democrazia svanisce. Non sono sufficienti le regole, perché le regole consentono di partecipare al governo: se manca l´impegno, la partecipazione, il governo va ad altri.
La socialdemocrazia conosce il suo apogeo nel periodo che va dal 1945 alla fine degli anni '60. Quando rappresentava un'ideologia e un movimento che si battevano per l'uso delle risorse dello stato volto alla ridistribuzione alla maggioranza della popolazione in varie forme concrete: allargamento dei servizi educativi e sanitari; garanzia di livelli di reddito permanenti attraverso programmi per sostenere i gruppi non salariati, in particolare bambini e vecchi, e programmi per ridurre la disoccupazione. La socialdemocrazia prometteva un futuro sempre migliore alle generazioni future, una specie di incremento continuo del reddito nazionale e familiare. Quello che si chiamava il welfare state. Un'ideologia che rifletteva la convinzione che il capitalismo si potesse riformare, che potesse assumere un volto più umano.
I socialdemocratici erano forti nell'Europa occidentale, in Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda, in Canada, e negli Stati Uniti (dove erano definiti Democratici del New Deal) - in breve nei paesi ricchi del sistema-mondo, che costituivano quello che si sarebbe potuto chiamare il mondo pan-europeo. Tale fu il loro successo che anche gli oppositori di centrodestra sottoscrissero l'idea del welfare state, cercando solo di ridurne costi ed ampiezza. Nel resto del mondo gli Stati cercarono di saltare sul carro del vincitore con progetti di sviluppo nazionale.
Quello della socialdemocrazia era allora un programma di grande successo. Sostenuto da due realtà dei tempi: l'incredibile espansione dell'economia-mondo, che creò le risorse che resero possibile la ridistribuzione; e l'egemonia degli Stati Uniti nel sistema-mondo, che ne assicurava la relativa stabilità, e soprattutto l'assenza di violenza grave all'interno di quella ricca zona.
Ma il quadro roseo non doveva durare. Le due realtà vennero meno. L'economia-mondo smise di espandersi ed entrò in un lungo periodo di stagnazione, nel quale ancora viviamo; e gli Stati Uniti cominciarono il loro lungo, seppur lento, declino da potenza egemonica. E tutte e due queste nuove realtà hanno subito una considerevole accelerazione nel XXI secolo.
L'inizio della nuova era, negli anni '70, vide la fine del consensus centrista in merito alle virtù del welfare state e dello sviluppo diretto dallo Stato. Sostituito da una nuova ideologia più di destra, variamente definita come neoliberista o Washington Consensus, che predicava la fiducia nei mercati anziché nei governi. Questo programma si diceva basato sulla presunta realtà nuova della globalizzazione rispetto alla quale non c'era alternativa.
Implementare i programmi neoliberisti sembrava preservare l'incremento dei livelli di crescita sui mercati azionari ma al tempo stesso conduceva anche a un incremento di debito, disoccupazione e minore reddito reale per la grande maggioranza della popolazione mondiale. E nondimeno i partiti che erano stati le colonne dei programmi socialdemocratici di centrosinistra si andavano a spostando progressivamente a destra, negando o riducendo il sostegno al welfare state ed accettando la necessità di ridurre drasticamente il ruolo dei governi riformisti.
Gli effetti negativi sulla maggioranza della popolazione si fecero sentire perfino nei paesi del ricco mondo pan-europeo, e tanto più acutamente furono avvertiti nel resto del mondo. Cosa potevano fare i loro governi? Cominciarono ad approfittare del relativo declino economico e geopolitico degli Stati Uniti (e più in generale del mondo pan-europeo) concentrandosi sul proprio sviluppo nazionale. Usarono il potere degli apparati di Stato e dei costi di produzione generalmente più bassi per divenire nazioni emergenti. Più erano a sinistra i loro slogan e anche il loro impegno politico e più fortemente sembravano intenzionati a svilupparsi.
Ma potrà funzionare per loro come un tempo aveva funzionato per il mondo pan-europeo dopo il 1945? Questo è tutt'altro che scontato, nonostante i notevoli tassi di crescita fatti registrare da alcuni di questi paesi, in particolare i cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India, Cina) negli ultimi cinque o dieci anni. Perché sono troppe le differenze importanti tra lo stato attuale del sistema-mondo e quello del periodo immediatamente successivo al 1945.
Uno: i veri livelli dei costi di produzione, nonostante gli sforzi neoliberisti per ridurli, oggi sono di fatto notevolmente più alti di come erano dopo il 1945, e minacciano le reali possibilità di accumulazione di capitale. Questo rende il capitalismo come sistema meno attraente per i capitalisti, i più attenti dei quali cercano modi alternativi di assicurare i loro privilegi.
Due: la capacità delle nazioni emergenti di incrementare l'acquisizione di ricchezza nel breve periodo ha messo a dura prova la disponibilità delle risorse per provvedere ai loro bisogni, creando così una corsa frenetica all'acquisizione di terra, acqua, risorse alimentari ed energetiche che non solo porta a lotte senza quartiere ma che a sua volta sta riducendo la capacità mondiale dei capitalisti di accumulare capitale. Tre: l'enorme espansione della produzione capitalistica ha affaticato seriamente l'ecosistema, tanto che il pianeta è entrato in una crisi climatica le cui conseguenze minacciano la qualità della vita nel mondo. Ha anche dato luogo alla nascita di un movimento di riconsiderazione di crescita e sviluppo come obiettivi economici. Questa domanda crescente di una prospettiva di civilizzazione è quello che in America Latina chiamano il movimento per il buen vivir.
Quattro: le richieste dei gruppi subordinati di partecipare ai processi decisionali mondiali hanno cominciato ad essere rivolte non solo ai capitalisti ma anche ai governi di sinistra che promuovono lo sviluppo nazionale.
Quinto: la combinazione di tutti questi fattori, unita al declino visibile della potenza un tempo egemonica, ha creato un clima di fluttuazioni costanti e violente nell'economia-mondo e nel sistema geopolitico, cosa che ha finito per paralizzare gli imprenditori come i governi del mondo. Il livello di incertezza non solo sul lungo periodo ma anche su quello brevissimo ha subito un'escalation impressionante e con esso è salito anche il livello di violenza. La soluzione socialdemocratica è diventata un'illusione. La questione è da cosa sarà sostituita per la maggioranza delle popolazioni mondiali.
(Traduzione di Maria Baiocchi)
Sarà un governo della Bce impersonato da un banchiere o da un confindustriale osannato dai legalitari a distruggere la società italiana, e i prossimi anni saranno peggiori dei venti che abbiamo alle spalle. È meglio saperlo.
«L'operaio tedesco non vuol pagare il conto del pescatore greco», dicono i pasdaran dell'integralismo economicista. Mettendo lavoratori contro lavoratori la classe dirigente finanziaria ha portato l'Europa sull'orlo della guerra civile. Le dimissioni di Stark segnano un punto di svolta: un alto funzionario dello stato tedesco alimenta l'idea (falsa) che i laboriosi nordici stiano sostenendo i pigri mediterranei, mentre la verità è che le banche hanno favorito l'indebitamento per sostenere le esportazioni tedesche. Per spostare risorse e reddito dalla società verso le casse del grande capitale, gli ideologi neoliberisti hanno ripetuto un milione di volte una serie di panzane, che grazie al bombardamento mediatico e alla subalternità culturale della sinistra sono diventati luoghi comuni, ovvietà indiscutibili, anche se sono pure e semplici contraffazioni. Elenchiamo alcune di queste manipolazioni che sono l'alfa e l'omega dell'ideologia che ha portato il mondo e l'Europa alla catastrofe.
Cinque manipolazioni
Prima manipolazione: riducendo le tasse ai possessori di grandi capitali si favorisce l'occupazione. Perché? Non l'ha mai capito nessuno. I possessori di grandi capitali non investono quando lo stato si astiene dall'intaccare i loro patrimoni, ma solo quando pensano di poter far fruttare i loro soldi. Perciò lo stato dovrebbe tassare progressivamente i ricchi per poter investire risorse e creare occupazione. La curva di Laffer che sta alla base della Reaganomics è una patacca trasformata in fondamento indiscutibile dell'azione legislativa della destra come della sinistra negli ultimi tre decenni.
Seconda manipolazione: prolungando il tempo di lavoro degli anziani, posponendo l'età della pensione si favorisce l'occupazione giovanile. Si tratta di un'affermazione evidentemente assurda. Se un lavoratore va in pensione si libera un posto che può essere occupato da un giovane, no? E se invece l'anziano lavoratore è costretto a lavorare cinque, sei, sette anni di più di quello che era scritto nel suo contratto di assunzione, i giovani non potranno avere i posti di lavoro che restano occupati. Non è evidente? Eppure le politiche della destra come della sinistra da tre decenni a questa parte sono fondate sul misterioso principio che bisogna far lavorare di più gli anziani per favorire l'occupazione giovanile. Risultato effettivo: i detentori di capitale, che dovrebbero pagare una pensione al vecchietto e un salario al giovane assunto, pagano invece solo un salario allo stanco non pensionato, e ricattano il giovane disoccupato costringendolo ad accettare ogni condizione di precariato.
Terza manipolazione: occorre privatizzare la scuola e i servizi sociali per migliorarne la qualità grazie alla concorrenza. L'esperienza trentennale mostra che la privatizzazione comporta un peggioramento della qualità, perché lo scopo del servizio non è più soddisfare un bisogno pubblico ma aumentare il profitto privato. E quando le cose cominciano a funzionare male, come spesso accade, allora le perdite si socializzano perché non si può rinunciare a quel servizio, mentre i profitti continuano a essere privati. Quarta manipolazione: i salari sono troppo alti, abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi dobbiamo stringere la cinghia per essere competitivi. Negli ultimi decenni il valore reale dei salari si è ridotto drasticamente, mentre i profitti si sono dovunque ingigantiti. Riducendo i salari degli operai occidentali grazie alla minaccia di trasferire il lavoro nei paesi di nuova industrializzazione dove il costo del lavoro era e rimane a livelli schiavistici, il capitale ha ridotto la capacità di spesa. Perché la gente possa comprare le merci che altrimenti rimangono invendute, si è allora favorito l'indebitamento in tutte le sue forme. Questo ha indotto dipendenza culturale e politica negli attori sociali (il debito agisce nella sfera dell'inconscio collettivo come colpa da espiare), e al tempo stesso ha fragilizzato il sistema esponendolo come ora vediamo al collasso provocato dall'esplodere della bolla. Quinta manipolazione: l'inflazione è il pericolo principale, al punto che la Banca centrale europea ha un unico obiettivo dichiarato nel suo statuto, quello di contrastare l'inflazione costi quel che costi. Cos'è l'inflazione? È una riduzione del valore del denaro o piuttosto un aumento dei prezzi delle merci.
È chiaro che l'inflazione può diventare pericolosa per la società, ma si possono creare dei dispositivi di compensazione (come era la scala mobile che in Italia venne cancellata nel 1984, all'inizio della gloriosa "riforma" neoliberista). Il vero pericolo per la società è la deflazione, strettamente collegata alla recessione, riduzione della potenza produttiva della macchina collettiva. Ma chi detiene grandi capitali, piuttosto che vederne ridotto il valore dall'inflazione, preferisce mettere alla fame l'intera società, come sta accadendo adesso. La Banca europea preferisce provocare recessione, miseria, disoccupazione, impoverimento, barbarie, violenza, piuttosto che rinunciare ai criteri restrittivi di Maastricht, stampare moneta, dando così fiato all'economia sociale, e cominciando a redistribuire ricchezza. Per creare l'artificiale terrore dell'inflazione si agita lo spettro (comprensibilmente temuto dai tedeschi) degli anni '20 in Germania, come se causa del nazismo fosse stata l'inflazione, e non la gestione che dell'inflazione fece il grande capitale tedesco e internazionale.
Moltiplicazione del disastro
Ora tutto sta crollando, è chiaro come il sole. Le misure che la classe finanziaria sta imponendo agli stati europei sono il contrario di una soluzione: sono un fattore di moltiplicazione del disastro. Il salvataggio finanziario viene infatti accompagnato da misure che colpiscono il salario (riducendo la domanda futura), e colpiscono gli investimenti nella istruzione e nella ricerca (riducendo la capacità produttiva futura), quindi immediatamente inducono recessione. La Grecia ormai lo dimostra. Il salvataggio europeo ne ha distrutto le capacità produttive, privatizzato le strutture pubbliche, demoralizzato la popolazione. Il prodotto interno lordo è diminuito del 7% e non smette di crollare. I prestiti vengono erogati con interessi talmente alti che anno dopo anno la Grecia sprofonda sempre più nel debito, nella colpa, nella miseria e nell'odio antieuropeo. La cura greca viene ora estesa al Portogallo, alla Spagna, all'Irlanda, all'Italia. Il suo unico effetto è quello di provocare uno spostamento di risorse dalla società di questi paesi verso la classe finanziaria. L'austerità non serve affatto a ridurre il debito, al contrario, provoca deflazione, riduce la massa di ricchezza prodotta e di conseguenza provocherà un ulteriore indebitamento, fin quando l'intero castello crollerà.
A questo i movimenti debbono essere preparati. La rivolta serpeggia nelle città europee. In qualche momento, nel corso dell'ultimo anno, ha preso forma in modo visibile, dal 14 dicembre di Roma, Atene e Londra, all'acampada del maggio-giugno di Spagna, fino alle quattro notti di rabbia dei sobborghi d'Inghilterra. È chiaro che nei prossimi mesi l'insurrezione è destinata a espandersi, a proliferare. Non sarà un'avventura felice, non sarà un processo lineare di emancipazione sociale.
La società dei paesi è stata disgregata, fragilizzata, frammentata da trent'anni di precarizzazione, di competizione selvaggia nel campo del lavoro, e da trent'anni di avvelenamento psicosferico prodotto dalle mafie mediatiche, gestite da gente come Berlusconi e Murdoch.
Effetti della desolidarizzazione
L'insurrezione che viene sarà un processo non sempre allegro, spesso venato da fenomeni di razzismo, di violenza autolesionista. Questo è l'effetto della desolidarizzazione che il neoliberismo e la politica criminale della sinistra hanno prodotto nell'esercito proliferante e frammentato del lavoro. Nei prossimi cinque anni possiamo attenderci un diffondersi di fenomeni di guerra civile interetnica, come già si è intravisto nei fumi della rivolta inglese, ad esempio negli episodi violenti di Birmingham. Nessuno potrà evitarlo, e nessuno potrà dirigere quell'insurrezione, che sarà un caotico riattivarsi delle energie del corpo della società europea troppo a lungo compresso, frammentato e decerebrato.
Il compito che i movimenti debbono svolgere non è provocare l'insurrezione, dato che questa seguirà una dinamica spontanea e ingovernabile, ma creare (dentro l'insurrezione o piuttosto accanto, in parallelo) le strutture conoscitive, didattiche, esistenziali, psicoterapeutiche, estetiche, tecnologiche e produttive che potranno dare senso e autonomia a un processo in larga parte insensato e reattivo.
Nell'insurrezione ma anche fuori di essa dovrà crescere il movimento di reinvenzione d'Europa, ponendosi come primo obiettivo l'abbattimento dell'Europa di Maastricht, il disconoscimento del debito e delle regole che l'hanno generato e lo alimentano, e lavorando alla creazione di luoghi di bellezza e di intelligenza, di sperimentazione tecnica e politica. La caduta d'Europa (inevitabile) non sarà un fatto da salutare con gioia, perché aprirà la porta a processi di violenza nazionalista e razzista. Ma l'Europa di Maastricht non può essere difesa.
Compito del movimento sarà proprio riarticolare un discorso europeo basato sulla solidarietà sociale, sull'egualitarismo, sulla riduzione del tempo di lavoro, sulla redistribuzione della ricchezza, sull'esproprio dei grandi capitali, sulla cancellazione del debito, e sulla nozione di sconfinamento, di superamento della territorialità della politica. Abolire Maastricht, abolire Schengen, per ripensare l'Europa come forma futura dell'internazionale, dell'uguaglianza e della libertà (dagli stati, dai padroni e dai dogmi).
Lo scenario Italia
È probabile che il prossimo passaggio dell'insurrezione europea abbia come scenario l'Italia. Mentre Berlusconi ci ipnotizza con i suoi funambolismi da vecchio mafioso, eccitando l'indignazione legalitaria, Napolitano ci frega il portafoglio. La divisione del lavoro è perfetta. Gli indignati d'Italia credono che basti ristabilire la legalità perché le cose si rimettano a funzionare decentemente, e credono che i diktat europei siano la soluzione per le malefatte della casta mafiosa italiana. Dopo trent'anni di Minzolini e Ferrara non ci dobbiamo meravigliare che si possa credere a favole di questo genere. Il Purgatorio che ci aspetta è invece più complicato e lungo. Dovremo forse passare attraverso un'insurrezione legalitaria che porterà al disastro di un governo della Banca centrale europea impersonato da un banchiere o da un confindustriale osannato dai legalitari.
Sarà quel governo a distruggere definitivamente la società italiana, e i prossimi anni italiani saranno peggiori dei venti che abbiamo alle spalle. È meglio saperlo. Ed è anche meglio sapere che una soluzione al problema italiano non si trova in Italia, ma forse (e sottolineo forse) si troverà nell'insurrezione europea.
La manovra economica approvata dal Senato non taglia gli sperperi della spesa pubblica. All’ultimo istante sono state risparmiate anche le prebende della casta parlamentare e nonostante quanto emerge dall’inchiesta sul sistema Sesto San Giovanni -e cioè il gigantesco intreccio tra l’uso della spesa pubblica e dell’urbanistica contrattata per fare cassa a favore delle lobby politico imprenditoriali- né la maggioranza né l’opposizione hanno posto all’ordine del giorno il prosciugamento del fiume di denaro pubblico che sfugge ad ogni controllo democratico. Il “sistema Penati” sta lì a dimostrare che esiste una gigantesca cassaforte piena di risorse che non viene neppure sfiorata dai provvedimenti economici in discussione in Parlamento: lì c’è un grande tesoro che permetterebbe di non tagliare lo stato sociale e risanare il paese.
Il tema del taglio al malgoverno urbano tornerà sicuramente all’ordine del giorno perché tra qualche mese ricomincerà la grancassa del “non ci sono i soldi” e –complici le autorità europee- ripartirà la rincorsa per tagliare i servizi, tagliare le pensioni, vendere le proprietà pubbliche. Vale dunque la pena riprendere il prezioso suggerimento di Piero Bevilacqua su queste pagine (28 agosto) ragionare sulle possibilità di rovesciare i canoni del ragionamento fin qui egemone per interrompere una volta per tutte la grande rapina dei beni comuni, delle città e del territorio.
Il denaro pubblico viene intercettato dalle lobby politico imprenditoriali attraverso sei grandi modalità. La prima riguarda le opere pubbliche. Il volume degli investimenti pubblici nei grandi appalti è pari a circa 20 miliardi di euro ogni anno. Appena pochi mesi fa un giovane “imprenditore” (Anemone) con il fiume di soldi guadagnato in generosi appalti offerti dalla cricca Bertolaso ha potuto permettersi di contribuire all’acquisto di una casa per l’ignaro ministro Scajola: quasi un milione di euro. Ad essere prudenti una percentuale intorno al 20% ingrassa le tasche della politica corrotta e delle lobby: 4 miliardi ogni anno. Qualche tempo fa ci hanno ubriacato con l’esempio virtuoso dell’unificazione degli acquisti delle siringhe per il sistema sanitario nazionale perché ogni regione spendeva somme differenti. Tanto rigore per pochi spiccioli, mentre non sappiamo controllare quanto costa costruire una scuola o una strada.
Un secondo capitolo strettamente connesso al precedente è che molte opere pubbliche non servono alla collettività, ma vengono decise da sindaci che si sentono abilitati a compiere qualsiasi nefandezza perché “eletti dal popolo”. Come a Parma, dove una falange di amministratori ha sperperato miliardi di euro in grandi e inutili opere. Ora il comune è sull’orlo della bancarotta (seicento milioni) e il sindaco è ancora lì, barricato nel palazzo. O come nel caso della faraonica piscina voluta dall’ex sindaco di Roma Veltroni a Tor Vergata: occorrerà spendere un miliardo di euro per farla funzionare. O, come emerge dall’inchiesta di Sesto San Giovanni, appalti inventati appositamente per rimpolpare i bilanci delle aziende pagatrici di tangenti. (la milionaria illuminazione della tangenziale, ad esempio) o attraverso l’affidamento a prezzi protetti di servizi pubblici, come il trasporto urbano. Anche in questo caso una stima prudente ci porta a dire che possono essere risparmiati almeno 4 miliardi ogni anno.
Ci sono poi le poste maggiori: quelle che intercettano la spesa pubblica corrente. Per la sanità pubblica si spendono oltre duecento miliardi di euro all’anno e ci si è dimenticati troppo in fretta lo scandalo della sanità della Puglia, quelli ricorrenti di Milano e della Lombardia, quello del Lazio di Storace, della Liguria. Episodi che derivano dall’uso spregiudicato del taglio delle prestazioni pubbliche e il loro affidamento –a prezzi senza controlli- agli amici di turno. Riportando a sistema la spesa sanitaria c’è spazio per risparmiare decine e decine di miliardi di euro.
C’è poi il capitolo della “privatizzazione” della pubblica amministrazione che sta distruggendo lo Stato e –contemporaneamente- ci costa un fiume di soldi. Il fedele collaboratore di Giulio Tremonti, Marco Milanese, arrotondava il suo non modesto stipendio da parlamentare con consulenze milionarie a carico di istituzioni pubbliche. Proprio in questi giorni abbiamo scoperto che una giovane di 33 anni, di indubbie attitudini artistiche, era stata nominata consulente della Finmeccanica a spese nostre. Del resto, anche quel campione di moralità di Valter Lavitola è consulente della Finmeccanica. Si potrebbe poi continuare nel calcolare quanto costa alle casse pubbliche la grande abbuffata operata dalla giunta comunale guidata da Gianni Alemanno nel moltiplicare posti di lavoro (centinaia di persone!) nelle municipalizzate romane.
E proprio nell’erogazione dei pubblici servizi si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. La cultura neoliberista è riuscita a far passare i concetti di “efficienza” e in nome di questo totem ad esempio a Parma sono state create 34 (trentaquattro) società partecipate per gestire l’ordinarietà. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai generosi decisori. E invece di disboscare questa foresta di ruberie hanno provato a tagliare la democrazia sciogliendo i piccoli comuni!
Con queste prime cinque voci si arriva a oltre 40 miliardi di euro: l’ammontare dell’attuale finanziaria. C’è poi l’ultimo capitolo che riguarda la madre di tutti gli imbrogli, l’urbanistica contrattata. Essa è diventata l’unica modalità con cui si trasformano la città. Le regole generali sono state cancellate e di volta in volta si decide sulla base delle convenienze. Sull’area Falk servono più cubature? Nessun problema. Un accordo di programma non si nega a nessuno: il sindaco passerà all’incasso di una parte delle gigantesche plusvalenze speculative prodotte e ci farà campagna elettorale. Sulle aree dell’Idroscalo deve essere costruita una mostruosa città commerciale? Ecco pronto un altro accordo di programma completo del ringraziamento economico spesso veicolato da progettisti compiacenti. Questa patologia vale ormai per tutti i comuni, grandi o piccoli che siano.
Il quadro che abbiamo delineato sembra non presentare apparentemente differenze rispetto al recente passato. Ruberie e scellerati sperperi di denaro pubblico ci sono sempre stati: c’è Tangentopoli a dimostrarcelo. Ma il fatto nuovo è che la legislazione liberista affermatasi nel ventennio ha reso il meccanismo perfetto. Non ci sono infrazioni alle leggi perché sono le stesse norme approvate in questi anni a consentire ogni tipo di arbitrio.
Altro che tagli e vendita del patrimonio di tutti, dunque. Basterebbe ripristinare la legalità e risparmiare quanto gettiamo nelle voraci fauci dei poteri forti. E’ venuto il momento di dire basta, altrimenti ci vendono l’intero paese, democrazia compresa. E’ questa la sfida che la nuova sinistra ha davanti. Una sfida per delineare un futuro diverso. Per risanare lo Stato, per far vincere le competenze sulla palude di mediocrità che sta soffocando il paese. Per dare una prospettiva ai giovani e al mondo del lavoro.
Dalla mattina di martedì 13 settembre fino a tutto giovedì saranno esposti nella sala a pianterreno di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, numerosi tavoli di frutta fresca di varie regioni (Lazio, Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise, Calabria, ecc.). Fin qui nulla di insolito. L’insolito sta nel fatto che pere, mele, uve bianche e nere, susine, prugne, non provengono da alberi “normali”, bensì da piante secolari o addirittura plurisecolari, cioè dai Patriarchi della Natura. La Provincia di Roma ha infatti promosso il censimento dei Patriarchi esistenti sul proprio territorio e saranno il presidente Nicola Zingaretti e l’assessore all’Agricoltura Aurelio Lo Fazio ad illustrare l’operazione compiuta dai tecnici volontari dell’Associazione Nazionale Patriarchi d’Italia presieduta e animata dall’agronomo romagnolo Sergio Guidi.
I primi risultati di questo censimento in provincia di Roma – che segue quello integrale degli alberi plurisecolari (oltre mille) già completato in Emilia-Romagna e contenuto in due volumi ricchi di schede tecniche e fotografie – sono quanto mai interessanti. Guidi e i suoi collaboratori hanno ad esempio rintracciato presso Palombara Sabina un monumentale ciliegio ormai bicentenario che è uno dei più grandi mai censiti, dotato di un tronco di circa 3 metri di circonferenza. Sulla strada da Velletri a Nemi è stato rinvenuto l’Olivò (come lo chiamano gli abitanti), un olivo più che millenario che è probabilmente il più antico del Lazio. Sul Monte Soratte, luogo sacro per gli antichi, i tecnici hanno identificato un intero querceto di straordinarie proporzioni. Ma altre scoperte attendono i volontari dell’Associazione Nazionale Patriarchi che ha sede a Forlì dove hanno già trovato posto migliaia di talee di questi alberi antichi o addirittura remoti (il più vecchio del Paese è l’olivo di Luras, in Sardegna, che conta 3800 anni), che consentiranno di studiare e di perpetuare il germoplasma di essenze arboree che hanno resistito ai secoli e che quindi hanno concorso e concorreranno alla ricca biodiversità italiana. Pochi sanno che, mentre la Spagna conta 5-6 specie di olivo, il nostro Paese ne allinea alcune centinaia. Ed è soltanto un esempio.
Nel 150° anno dell’Unità d’Italia l’Associazione Patriarchi, insieme al Comitato per la Bellezza, vuole inoltre ricordare alcuni alberi che hanno accompagnato il nostro Risorgimento: il querceto del Gianicolo dove per mesi giovani e giovanissimi di tutta Italia difesero la Repubblica Romana del 1849; il frassino di Campoferro presso Voghera dove la Piccola Vedetta Lombarda, cioè l’adolescente Giovanni Minoli che informava i cavalleggeri piemontesi durante la vittoriosa battaglia di Montebello, nel 1859, venne abbattuta a fucilate dagli Austriaci; il maestoso cedro del Libano piantato a Varese nello stesso anno alla presenza di Vittorio Emanuele II; il pino che Garibaldi dedicò alla figlia Clelia a Caprera dopo la sfortunata spedizione nel 1867 per liberare Roma dal papa-re e altri ancora. Senza dimenticare che l’Università di Firenze ha “clonato” di recente l’olmo, ormai vicino al disseccamento, che nel 1799 venne alzato a Montepaone di Catanzaro come “albero della libertà” durante la Repubblica Partenopea.
C’è tanta ricchezza naturalistica, c’è tanta storia negli alberi di tutta Italia e nei loro frutti, storia politica, anche, come nel Querceto del Gianicolo. Da non dimenticare. E il lavoro degli infaticabili amici dei Patriarchi guidati da Sergio Guidi (che curano anche il Giardino dei Frutti dimenticati del poeta Tonino Guerra a Pennabilli) va avanti, andrà avanti, grazie alla rete dei tanti collaboratori ormai attiva in tutta Italia. Uno delle ultime realizzazioni: i Giardini dei Patriarchi, creati coi loro “figli” a Villa Ghigi sulla collina bolognese, nel centro di Cesenatico, a Gattatico presso il Museo dei fratelli Cervi, a Ferrara nel verde del centro storico raccontato da Giorgio Bassani nel “Giardino dei Finzi Contini”.
Il volume di Adriano Labbucci, Camminare, una rivoluzione, Donzelli, 2011, viene presentato il 13 settembre a Roma, h. 18.30 presso la Libreria La Feltrinelli, Galleria Alberto Sordi, piazza Colonna 31/35 da Giuseppe Cederna, Vezio De Lucia e Lorenzo Romito.
«Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo».
«Avviso ai lettori. Lasciate stare. Se cercate insegnamenti sul camminare all’ultima moda, con tanto di lezioni, corsi universitari e relativi professori, oppure sul camminare come cura di sé, o infine pagine e pagine di resoconti di camminate che si perdono invariabilmente tra il noioso, l’elegiaco o il paranoico, ripeto a scanso di equivoci: lasciate stare. Questo libro non fa per voi». Inizia così l’itinerario che Adriano Labbucci suggerisce al lettore e che del camminare si serve come di una bussola per percorrere un paesaggio insieme geografico e mentale, alla ricerca di punti di riferimento, alla scoperta di un modo diverso per impostare il nostro rapporto con gli altri e con il mondo che ci circonda, in un tempo invece in cui forse un po’ tutti la bussola la stiamo perdendo. Al punto che il camminare non solo è un’attività ormai poco praticata, ma spesso è anche guardata con sospetto e fastidio; un atteggiamento che può sfociare in frasi paradossali come questa: «Il pedone rimane il più grande ostacolo al libero fluire del traffico». Potrebbe sembrare una battuta di Woody Allen, ma in realtà è stata pronunciata da un gruppo di urbanisti consulenti del sindaco di Los Angeles: si tratta, scrive l’autore, dell’«espressione tragica e surreale di quel mondo capovolto che è il nostro». Così, pagina dopo pagina, scopriamo che camminare vuol dire pensare. È un pensiero pratico. È un modo per ragionare di libertà, di uguaglianza, di resistenza, di progresso, di bellezza e di tante altre cose ancora. Di questo il libro racconta: di pensieri, idee, categorie, miti. E di persone che camminando ci hanno aiutato a comprendere meglio il mondo e noi stessi. Senza farci risucchiare dai ritmi frenetici della nostra vita, perché qualche volta camminare è meglio che correre.
Vittime predestinate del nostro sistema numerico decimale, attribuiamo particolare rilevanza agli anniversari che finiscono con lo zero, come nel decennale dell'11 settembre 2001 che oggi cade. E meno male che non adottiamo una numerazione binaria come invece fanno i computer, altrimenti ci toccherebbe dare straordinario risalto a ogni bienniversario. Questi riti del ricordo sono intrinsecamente manierati (le inaggirabili esposizioni di disegni di bambini sul tema, le testimonianze in diretta dei superstiti, le immagini e le voci nei telefonini ripetute fino alla saturazione). Ma proprio il loro carattere codificato ci interroga sul ruolo (e sulla strumentalizzazione) della nostra memoria storica.
Perché nel lutto collettivo avviene come nei lutti privati con la dipartita dei nostri cari: lasciato a se stesso il dolore si attenua (per fortuna!), il ricordo impallidisce, la vita riprende a poco a poco il sopravvento. In questo caso specifico la funzione dell'anniversario (come di tanti stratagemmi) è quella di non lasciare elaborare il lutto collettivo, ma di spargere sale sulla ferita perché rimanga aperta e diventi difficile relegarla nell'oblio. Compito alla lunga impossibile perché tutti gli eventi umani - checché se ne dica - cadono nel dimenticatoio. Chi ricorda che tra il 1914 e il 1918 la prima guerra mondiale (35 milioni di morti) fu combattuta come «la guerra per finirla con la guerra»? Bastarono 21 anni perché il ricordo di quegli orrori sbiadisse e nel 1939 scoppiasse una guerra ancora più sanguinosa (più di 60 milioni di esseri umani uccisi), che anch'essa sta ormai dissolvendosi nel regno delle ombre (i ragazzi di oggi non ne sanno quasi più nulla).
Subito dopo l'attentato, il presidente George Bush jr. paragonò l'11 settembre all'attacco di Pearl Harbour (7 dicembre 1941), e all'«inizio di una nuova guerra». Oggi in realtà nessuno più ricorda Pearl Harbour (nonostante i molti film allora girati da Hollywood sul tema), e nessuno si sognerebbe di boicottare i prodotti giapponesi a causa di quell'attacco, né i viaggiatori nipponici vengono perquisiti a fondo a causa di quel raid.
La storia è costellata di eventi che hanno suscitato (e susciteranno in futuro) il ritornello «Niente sarà più come prima», tesi sempre vera, poiché la storia è un processo irreversibile, ma anche sempre falsa perché nessun evento ha mai un tale primato. Da questo punto di vista l'11 settembre 2001 è particolarmente insidioso, poiché è sì rilevante nella storia del mondo (in parte a causa dell'abnorme reazione che ha suscitato), ma non è quella cesura storica che la vulgata statunitense ci invita (anzi ci ingiunge) ad adottare: come c'è una cesura prima e dopo Cristo, così vi sarebbe uno spartiacque tra a.9/11 e d.9/11.
Se la storia del mondo non si è divisa tra prima Hiroshima e dopo Hiroshima (80.000 morti subito e altri 90.000 per le ricadute) che segnò l'inizio dell'era atomica, è dubbio che ciò avvenga per le 2.977 vittime del World Trade Center (e connessi). Ma in realtà la prima lotta politica è per la definizione, poiché ciò che sembra descrivere in realtà prescrive: quando ci si impone di considerare l'11 settembre una cesura epocale, è perché la si vuole rendere tale. Noi comuni terrestri non possiamo fare a meno di considerare la disparità del peso che hanno i morti nella storia. Quelle quasi 3.000 vite vengono messe sullo stesso piatto della bilancia di centinaia di migliaia di giapponesi, ma addirittura eclissano le decine di migliaia di cileni uccisi in un altro 11 settembre, quello del golpe di Pinochet nel 1973.
L'11 settembre 2001 fu eccezionale non di per sé (malgrado la sua straordinaria spettacolarità), ma perché colpì una «nazione eccezionale»: la sua abnorme importanza s'inserisce perciò nel- (è dovuta a, e contribuisce a rafforzare) l'eccezionalismo americano. Non a caso, un effetto collaterale di quest'atteggiamento è la nascita del Tea Party che proprio sull'eccezionalismo Usa si fonda.
Perciò la frase «Niente sarà mai più come prima dell'11 settembre» contiene una verità, ma parziale.
È vero che quell'attentato ebbe successo al di là di ogni immaginabile speranza di al Qaida. Se lo scopo del terrorista è terrorizzare, ebbene l'America e l'Occidente hanno vissuto nel terrore da allora. Un terrore alimentato, curato: perché è assai curioso che da 10 anni a questa parte negli Stati uniti non sia scoppiato nemmeno un petardo, neanche un misero scoppio, niente. Ma ogni tanto viene lanciato un allarme attentati, più spesso in coincidenza con l'anniversario: è avvenuto anche ieri. E il rituale sempre più umiliante delle perquisizioni e radiografie aeroportuali è mirato a non permettere a nessun viaggiatore di dimenticare la minaccia. È vero che al Qaida ha fatto abrogare articoli ed emendamenti essenziali della Costituzione americana, ha revocato il quasi millenario Habeas corpus, ma solo perché - come scriveva Mike Davis nell'Alias di ieri - c'è stata collusione tra attaccanti e attaccati.
Da un altro punto di vista però, l'11 settembre ha ribadito una continuità. Da tempo infatti gli statunitensi vivevano in quello che, dopo il film di Peter Weir del 1998, possiamo chiamare il Truman Show, vivevano cioè ignari in uno spettacolo, senza mai uscire nel mondo reale là fuori. L'ingresso nel Truman Show non era avvenuto di botto ma gradualmente, con i primi passi compiuti dalla dottrina del «destino manifesto» all'espansionismo Usa (coniata nel 1845), e acceleratosi drammaticamente dopo gli anni '70 del secolo scorso. Ora, noi tutti - noi cittadini del mondo o noi statunitensi di sinistra - avevamo sperato che l'11 settembre facesse infine uscire gli Stati uniti dal Truman show, mostrasse loro che il resto del mondo non li considera come si vedono loro (e cioè come nice guys, come boy scouts che aiutano gli altri paesi ad attraversare la strada per raggiungere la democrazia). E in realtà per qualche giorno, forse per un mese, gli Usa uscirono dal Truman show, il segretario di Stato Colin Powell dichiarò persino che bisognava riconoscere lo stato palestinese (quello stato al cui riconoscimento oggi, dieci anni dopo, gli Usa di Barack Obama hanno già dichiarato di voler apporre il veto). Ma nel pianeta reale i dirigenti americani ci resistettero pochissimo e si precipitarono a rientrare nel loro mondo immaginario di unici difensori della libertà e della democrazia, per quanto a suon di bombe, intelligenti o meno.
E questo ci porta al ruolo della memoria volutamente intrattenuta: nell'ultimo numero di Harper's David Rieff scrive che non tutte le memorie storiche sono buone e ricorda la guerra jugoslava, una guerra alimentata soffiando proprio su memorie storiche intrattenute ad arte (un po' come i nazisti intrattennero accuratamente il ricordo de «l'umiliazione di Versailles» dopo la Grande Guerra). Versare il sale sulle ferite può non essere buono, e lo si vede dall'islamofobia cresciuta all'ombra delle Due Torri. Rieff si chiede se non sia il caso di cominciare a dimenticare, per esempio celebrare un po' meno gli anniversari.
Non solo è il caso, ma succede già. In tutto quello che è uscito sull'11 settembre negli Usa e nel mondo si sente una certa stanchezza, come un pranzo con la famiglia riunita, qualcosa che non si può evitare ma di cui si farebbe volentieri a meno. Altri timori ben più concreti agitano gli statunitensi: disoccupazione, crisi, mutuo in ritardo sulla casa. La stessa «guerra al terrore», quel mostro giuridico ideato da Bush, è una parola non più usata da quando Barack Obama è presidente ed è una guerra combattua con sempre minore convinzione, una guerra che tutti sanno che non sarà mai vinta. Perciò l'augurio più sentito per questo decennale è che non dovremo celebrare il ventennale.
Inizia domani su questo sito la pubblicazione de Il libro nero dell’Alta velocità. Il titolo è molto esplicito, eppure non esprime tutto quello che racconta o che nelle mie intenzioni vorrebbe raccontare. Il titolo che aveva accompagnato la scrittura, e che avevo da tempo comunicato a diversi amici, ai quali chiedo venia, era Ladri di tutto ad Alta velocità.
Il titolo scelto è quello più appropriato e il merito è di un caro amico che, in zona cesarini, me l’ha consigliato. In effetti il libro ricostruisce puntualmente la storia di questa grande opera, le cifre clamorose, le astuzie e i furbi che la punteggiano, i silenzi che la circondano, le scelte tecniche assurde, le bugie consapevoli e inconsapevoli, la clamorosa bugia del finanziamento privato, la truffa ai danni dello Stato e dell’Unione Europea.
Il racconto però incrocia le principali vicende della lunga e travagliata transizione dalla “prima” alla cosiddetta “seconda Repubblica”. Da quella della privatizzazione delle aziende pubbliche senza liberalizzazione a quella dell’ingresso nella moneta unica comunitaria e delle furbizie per eludere le regole europee. Da quella dei boiardi di Stato, con le loro corti di faccendieri, a quella dei magistrati e degli avvocati collusi, guidati non dalla legge ma pilotati e al soldo degli indagati. Da quella dei conflitti di interesse diffusi, coperti e alimentati dal conflitto di interesse per eccellenza, a quella della questione morale.
Nel libro queste vicende rimangono comunque nello sfondo, mentre la storia dell’Alta velocità, nelle intenzioni, viene proposta come chiave di lettura indispensabile di quello che è diventato un modello, il modello Tav, replicato negli Enti locali dai mariuoli dei partiti post-moderni, non più affaccendati a celebrare il rito a rischio della tangente ma trasformati in sanguisughe delle Istituzioni. In questo modello lo scambio tangentizio, prima celebrato da soggetti distinti e separati, è diventato intreccio e compromissione, con effetti ben più devastanti della Tangentopoli scoperchiata da Mani pulite. Nel modello Tav la spesa pubblica, quella nota e quella mascherata, diventa essa stessa una pseudo tangente che consente di allestire tavole imbandite per l’abbuffata dei partiti, tutti; delle imprese di diritto privato di proprietà pubblica, tutte; delle imprese private cooptate nel banchetto da boiardi e faccendieri o penetrate nell’affare in cambio di favori o piaceri ai tanti mariuoli che popolano i cosiddetti partiti della seconda repubblica.
La scrittura, confesso con tanta rabbia, è stata accompagnata dal titolo immaginato, e i ladri di tutto erano con tutta evidenza identificati nei boss e nelle oligarchie cooptate di questi partiti, ormai alieni alla politica e alla democrazia.
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Su queste due righe, articolo 49 della Costituzione, si fonda la democrazia parlamentare del nostro Paese. Il metodo democratico con il quale i partiti concorrono è stato più volte regolato con legge dello Stato fino all’odierno sistema fissato nel “Porcellum”. In questi giorni si stanno raccogliendo le firme per abrogare le norme che hanno consegnato ai boss la nomina dei parlamentari. La mia firma ci sarà, ma la vittoria del referendum però non risolve la “questione”, anzi rischia di diventare lo specchietto delle allodole per garantire la sopravvivenza di questi partiti: riconsegna ai cittadini l’arma della preferenza su candidati comunque selezionati(?) dai boss e sotto-boss. La questione rimane quella che i padri costituenti non hanno chiarito e che tutti i Parlamenti che si sono succediti fino ad oggi non hanno mai voluto affrontare: che cosa sono i partiti? Come si costituiscono e come garantiscono il diritto di tutti i cittadini di associarsi liberamente?
Possiamo anche riformare il sistema per concorrere, ma se il diritto di associarsi rimane senza alcuna definizione, il pallino rimane comunque in mano alle oligarchie di questi partiti che “..non sono più organizzazioni del popolo, formazioni che promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camerille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss”. La questione è e rimane quella scolpita da Enrico Berlinguer, ripresa e citata ogni qual volta emergono vicende di ordinaria corruzione. Ma la questione posta andava ben al di là del tema della corruzione. Non la questione morale era il tema, o almeno non quella riferita solo alla corruzione, ma quella declinata nel rapporto perverso fra partiti e istituzioni, nella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti in quanto tali, nella partitocrazia senza politica che usa ed abusa della cosa pubblica. Sono loro i ladri di tutto ad alta velocità. Sono loro che, senza regole, e senza più le prassi dei partiti solidi della prima Repubblica, ci stanno rubando tutto; anche la sola speranza in un futuro meno buio di quello che la manovra finanziaria in discussione in queste ore sta disegnando.
Lo segnalo in breve nella premessa: “La forza della concreta realtà economica e sociale nel mondo ha costretto tutte le accademie a riaprire le pagine della storia, mentre queste pagine, mille volte più modeste, disveleranno a molti un dato nascosto nelle pieghe della contabilità dello Stato: alla voragine del nostro debito pubblico noto vanno aggiunti i debiti per miliardi e miliardi di euro occultati nei bilanci delle SpA pubbliche e nei Project financing modello Alta Velocità”.
Questo debito occulto nella contabilità nazionale non esiste, ma è debito pubblico a tutti gli effetti, debiti a babbo morto, nel quale pascola indisturbato un esercito di boiardi, faccendieri e marioli sotto i vessilli di partiti liquidi che corrodono i contenitori della spesa pubblica mascherata dal finto privato.
I ladri sono loro, i partiti senza definizione e senza regole. Nel libro, questo tema è solo accennato, è una semplice denuncia, poco approfondita, con la quale, non a caso, si chiude l’ultimo capitolo, quello che maggiormente evoca il titolo che ha accompagnato la scrittura e le ragioni che mi hanno spinto a scriverlo: “Senza la definizione di regole per la formazione e la gestione dei partiti, qualsiasi riforma elettorale che metta mano alle regole del consenso, o qualsiasi riforma della pubblica amministrazione che detti regole per i tecnici, i politici e i rapporti coi privati, consegnerebbe comunque il governo dei processi a questi partiti indefiniti, che – dentro e grazie al trionfante modello Tav – sono diventati, strutturalmente, catalizzatori di illegalità e ladri di risorse, ladri di democrazia e ladri di futuro: appunto, ladri di tutto”.
Anche il sottotitolo che avevo immaginato, La tangentopoli dello stato post-keynesiano, tradiva la rabbia che ha accompagnato la scrittura. Quello scelto, Il futuro di tangentopoli diventato storia, anche in questo caso è merito di un altro carissimo amico e rende meglio il senso e la lettera del mio lavoro.
Buona lettura
L’autore è forse il massimo esperto italiano di appalti pubblici, che da decenni segue, illustra e denuncia nei loro risvolti criminali e in quelli “solo” incivili
La trasmissione l'Infedele di lunedì, dedicata da Gad Lerner alla manovra economica e al problema del debito pubblico, induce ad alcune riflessioni. Tralascio gli interventi di apologia dell'evasore-imprenditore (a cui Arzignano ha dedicato un monumento) e quello sul suo ispiratore - il governo Berlusconi - affidata a un sottosegretario addestrato a schivare le domande. Tralascio anche quello di Maurizio Landini che ha spiegato che se siamo a questo punto è il meccanismo che ci ha portato fin qui a dover essere cambiato.
Oltre a loro erano presenti un (ex) banchiere, autore di una proposta sensata di imposta patrimoniale, un giornalista economico che sa radiografare con cura i bilanci aziendali e un economista che è una delle migliori voci nel campo dell'analisi finanziaria a livello internazionale: tutti e tre fortemente critici non solo nei confronti del governo Berlusconi e delle sue manovre, ma anche - in parte - delle politiche dell'Unione Europea.
La prima riflessione è questa: il tratto caratteristico della nostra epoca è non solo il fatto che i governi dell'Occidente hanno lasciato - anzi, affidato - alle banche e all'alta finanza il governo dell'economia e, con esso, quello della vita di miliardi di persone, ritrovandosi poi del tutto impotenti di fronte al loro strapotere; ma anche il fatto che l'interpretazione e - direbbe Vendola - la "narrazione" di quel che succede è stata affidata, in forma pressoché monopolistica, agli economisti; che sono tutti, keynesiani o liberisti, adepti di un'unica scuola, di un'unica religione, di un'unica ossessione: la "crescita". Arte, storia, letteratura, filosofia, scienze della natura e della terra possono essere piacevoli diversivi. Ma quando si giunge al dunque - che fare? - l'unica verità che conta è la loro.
Un banchiere, anche se "ex" e "democratico", vede il mondo dalla scrivania di una banca: se la banca non va il mondo si ferma; e non c'è altro modo per rimetterlo in moto che quello di far ripartire la banca. Il che è certo vero nella "normalità": finché il "sistema" funziona. Ma se si inceppa, il banchiere perde la bussola. Persino Mario Draghi, messo al vertice di due delle massime istituzioni finanziarie del mondo - Bce e Financial Stability Board - per l'esperienza acquisita nella banca Goldman & Sachs, alla domanda che cosa fare se uno Stato fallisce ha risposto più o meno: «non lo so, non ci sono precedenti». Intanto non è vero: guardando intorno e indietro nella storia i fallimenti di uno Stato sono caterve. Ma non va dimenticato che Goldman & Sachs è sotto accusa - tra l'altro - per aver piazzato in giro mutui subprime da una parte mentre giocava al ribasso contro di essi dall'altra; e per aver aiutato il governo della Grecia pre-Papadopulos prima a indebitarsi fino al collo, poi a falsificare i conti presentati all'Unione Europea. Infine, vista la situazione in cui ci troviamo - non solo in Italia, ma in buona parte dell'Europa - varrebbe comunque la pena approfondire, nella misura del possibile, la materia.
Anche per gli economisti sembra che il cono di luce della loro disciplina si fermi alle "leggi" di funzionamento - ordinato o meno - del sistema. Al di là di quel cono non c'è che il caos. Eppure quelle non sono leggi divine o "di natura", bensì il prodotto di un agire umano complesso e variabile. Ma un non-economista che si sente ripetere tutti i giorni che bisogna fare questo e quello; e poi ancora quello e questo (tutte cose, comunque, a suo danno: per lo meno nell'immediato. E non si tratta solo delle grottesche "manovre" del governo Berlusconi, ma anche e soprattutto delle scelte della Bce e dei governi dell'Unione Europea), altrimenti si precipita nel caos, potrà pur chiedersi che cosa gli può succedere se questo e quello non vengono fatti, o se una volta fatti non funzionano. Tanto più che tutto viene deciso nelle "alte sfere"; tanto alte che non si sa nemmeno dove siano. Chi conosce veramente i soggetti, uomini e istituzioni, che tengono in mano, insieme al debito pubblico, il destino di milioni di persone?
In queste condizioni il meno che si possa pensare è che al default, cioè al disastro, ci si arriverà - o ci si può arrivare - in ogni caso: anche perché non è una cosa che possa turbare più di tanto quelle "alte sfere" da cui dipende il futuro del mondo. Loro se la caveranno bene comunque, come se la sono cavata benissimo finora. Ma è inevitabile pensare che prima di arrivare al disastro, proprio loro stanno provvedendo - e in che modo lo capiamo bene tutti, perché tutto avviene sotto i nostri occhi e a nostre spese - a spennare tutti quelli che si possono spennare e a razziare tutto quello che si può razziare.
Insomma, che cosa passa per la mente dei non-economisti, e in quali comportamenti - certamente "irrazionali" dal punto di vista delle discipline economiche - ciò si possa tradurre, questo la scienza economica non lo sa; e con lei non lo sanno gli economisti. Per cercare di capirlo - e magari per cercare di orientarlo - ci vuole un altro tipo di sapere, che ha poco a che fare con le "leggi", i numeri e i diagrammi dell'economia. E che non è la sociologia o la psicologia, per lo meno quelle attuali, che da anni scimmiottano l'economia, che a sua volta scimmiotta la fisica; proprio quando quest'ultima sta abbandonando gran parte delle sue certezze. Un passo avanti sarebbe il recupero di quello che il pensiero di un secolo fa aveva chiamato "sociologia comprendente" e che un altro secolo prima, e ancor prima di scrivere La ricchezza delle nazioni, Adam Smith aveva cercato di definire con una Teoria dei sentimenti morali.
In termini meno dotti, per capire che cosa ci succede intorno, soprattutto quando il trantran di un mondo ordinato si spezza, bisogna in qualche modo partecipare del sentire degli altri; perché è questo il fondamento ultimo della vita associata: la capacità di "mettersi nei panni" altrui. Un banchiere dovrebbe provare a mettersi nei panni di un cittadino qualunque (un non-economista); un imprenditore (o padrone) in quelli dei suoi operai; un governante in quelli dei governati; ma anche un lavoratore a tempo indeterminato in quelli di un precario (e tutti quanti in quelli di un disoccupato); gli italiani in quelli di un migrante e un uomo in quelli di una donna. E viceversa. Non è così facile. Ed è sicuramente più facile farlo dall'alto verso il basso che viceversa, essendo noto che la piramide sociale è molto più trasparente vista dal vertice che dalla base (mentre quello che giace e da tempo si accumula ai suoi margini è oscuro per tutti; o quasi). Ci abbiamo messo vent'anni a capire di che pasta è fatta la vita quotidiana di Berlusconi. Perché il denaro arriva là dove neppure l'immaginazione riesce ad arrivare. Ed altri venti per capire i mezzi e i modi dell'irresistibile ascesa di Murdoch.
Provando a mettersi nei panni altrui gli economisti - e i banchieri, ma questi per lo più lo sanno già - comincerebbero a capire come mai i loro numeri e le loro leggi non possono che porli in un rapporto di contrapposizione frontale con il sentire di chi è alle prese con le conseguenze delle loro visioni economiche. E che i loro diagrammi sono dei coltelli piantati nelle carni di chi vive le difficoltà di una vita sempre più precaria. E tanto più quanto più quel loro "cono di luce" gli impedisce di vedere - e di aiutare a guardare - oltre. La loro scienza è peraltro molto effimera: basta pensare alla cosiddetta curva di Laffer - uno scarabocchio disegnato su un fazzoletto di carta da un oscuro economista durante una cena con Reagan - con la quale si dimostra che abbassando le tasse ai ricchi aumenta l'occupazione e il benessere dei poveri. Eppure essa ha ispirato trent'anni di politiche economiche a livello planetario, senza che nessuno abbia trovato la maniera di urlare contro un'infamia del genere, che, anzi, ispira ancora gli editoriali del Corriere di Alberto Alesina.
La complicità della comunità degli economisti si manifesta in questo: che il cono di luce della loro disciplina finisce là dove si ferma la "crescita" o la possibilità di farla "riprendere". Al di là di questo confine la disciplina non è più operativa.
Tutti sanno che la Grecia non ce la può fare e non ce la farà mai a risalire la china in cui l'hanno precipitata gli imbrogli della Goldman & Sachs. Forse la sua povera economia verrà tenuta a balia dall'Unione Europea per i prossimi decenni (la Grecia è così piccola!). Ma è già di fatto in default e nessuno osa dirlo. Ma se il cerchio si allarga - e si allarga, anche e soprattutto grazie al governo Berlusconi: ai suoi traffici, alle sue cricche, alle sue menzogne, alla ragnatela delle sue complicità, ma questo si poteva capire già anni fa - il default dell'Italia, e forse dell'euro, si fa sempre più probabile. E allora, perché non parlarne? Forse adesso si capisce perché i lavoratori che sono scesi in piazza il 6 settembre ne sanno, o ne immaginano, più di quello che gli economisti ne pensano o ne dicono.
Le ricette per uscire dalla crisi oscillano tra un liberismo light o un liberismo ancora più radicale di quello che ha prodotto il default di alcune economie nazionali . Un sentiero di lettura a partire dai saggi dello studioso inglese Rimedi omeopatici che costringono a pensare i rapporti sociali come una totalità da destrutturare La finanza è il nemico, mentre l'etica del lavoro, la comunità e il rigore sono l'ancora di salvezza del capitalismo
È stata più volte decretata la sua morte negli ultimi dieci anni. Il primo annuncio del suo decesso è stato dato dalle armate imperiali statunitensi con l'invasione dell'Afghanistan in risposta all'attacco delle Torri Gemelle. Poco importava se nelle operazioni militari afghane erano stati coinvolti molti volenterosi non americani. L'11 Settembre aveva sì reso evidente che la globalizzazione era la realtà in cui uomini e donne vivevano, ma l'ordine doveva essere riportato, ripristinando un tradizionale sistema di relazioni statali incardinato, va da sé, negli Stati Uniti. Poi è stata riportata in vita, quando quelle stesse armate, assolto il compito che si erano date, hanno puntato verso l'Iraq. In quell'occasione, la coalizione militare e politica non poteva che essere globale, perché ad essere minacciato era lo stile di vita occidentale divenuto egemone e appunto globale. Su un altro versante, la globalizzazione era valutata sia come espressione della marxiana tendenza cosmopolita del capitale che come possibilità di costruire un'alternativa al liberismo che ignorava le frontiere per fare profitti. Il peggio doveva però ancora venire. E quando la valanga dei titoli tossici ha investito il mondo, una delle prime vittime annunciate è stata sempre la globalizzazione.
In nome dello Stato
La globalizzazione non è però un fenomeno naturale. È l'esito di una trasformazione del mondo che non coinvolge solo l'attività economica, ma anche le relazioni sociali, come emerge dal ponderoso saggio dello studioso inglese Luke Martell Sociologia della globalizzazione (Einaudi, pp. 406, euro 26). A essere modificati, assieme al modo di produzione, sono la cultura, i media, le migrazioni. Una trasformazione irreversibile dai contorni tuttavia molto diversi da quelli tratteggiati dalla saggistica mainstream. Lo stato, infatti, non è scomparso. Semmai, è il suo ruolo ad essere stato modificato, diventando l'«interfaccia» tra la dimensione nazionale e quella globale. La cultura, cioè quell'aspetto del vivere sociale che rispecchia le relazioni sociali, presenta sia caratteristiche di omologazione che di forte differenziazione, elevando il pastiche a elemento costitutivo delle identità sociali. Infine, viene sconfessato il dogma in base al quale il libero mercato, meglio il capitalismo, non si può sviluppare in presenza di uno stato che interviene sia come fattore regolatore che in qualità di imprenditore nell'attività economica. Lo testimonia l'ascesa dei paesi del cosiddetto Bric, cioè il Brasile, l'India e soprattutto la Cina.
C'era dunque un elemento che destava il sospetto che l'annuncio del suo decesso fosse dubbio: a decretarne la morte erano quegli stessi organismi sovranazionali che l'avevano incensata fino a pochi mesi prima. E quando in una girandola di incontri dai nomi sempre più in codice - G7, G8, G22, G2 - è stato stabilito che l'annuncio della sua scomparsa era stato troppo prematuro, perché le soluzioni alla crisi non potevano che essere globali, la certezza che la globalizzazione fosse un «significante vuoto», come amava ripetere Slavoj Zizek, non è stata mai più contestata. Poteva cioè essere riempito di ogni concezione, visione del mondo, dei rapporti tra le classi, di fattori geopolitici, di sinuose e performative concezioni sulla presenza di una cultura omologata e omologante vigente tanto a Tokyo, quanto a Nairobi. La globalizzazione era cioè rappresentata come l'araba fenice, perché risorgeva sempre dalle sue ceneri. E tuttavia, si è fatto strada, nei think tank neoliberisti, un sentimento di imbarazzo, di pentimento che ha coinvolti studiosi, uomini politici spinti dall'urgenza di immolare la globalizzazione sull'altare del libero mercato. Il capitalismo poteva cioè essere salvato solo uccidendo la globalizzazione.
Il carnet dei pentiti della globalizzazione è abbastanza nutrito. Ci si può trovare il nome di Giulio Tremonti, convertito ai valori sempiterni del lavoro (salariato), della famiglia e della comunità territoriale, ma teorico di un rigore che ha come guardiano consapevole quell'Europa monetaria che pure molte responsabilità ha nell'aver determinato la situazione attuale. Ma si possono trovare anche altri nomi, poco noti in Italia, ma molto autorevoli nel loro paese, come Richard A. Posner, giudice della Corte Suprema statunitense per volontà di Ronald Reagan che ha mandato alle stampe un libro presentato come una seria e puntuale autocritica sul suo pensiero a favore della globalizzazione. Già il titolo è tutto un programma - Un fallimento del capitalismo, Codice edizione, pp. 218, euro 21 -, anche se le conclusione non lascia dubbi sulla volontà dell'autore di salvare proprio quell'american way of life minacciata proprio dalla globalizzazione. Con uno stile secco, a tratti algido, il giurista americano elenca tutti gli elementi che possono contribuire al crollo del capitalismo: la finanza liberalizzata, la cancellazione di fatto del diritto del lavoro, una modifica dei rapporti di forza nella società a favore delle imprese. Una volta individuate le cause che alimentano la crisi sociale, Posner sposta l'attenzione sul fattore determinante il declino dell'economia made in Usa: l'abdicazione dello stato-nazionale nel regolare l'attività economica.
La lettura del volume crea un certo spaesamento, quasi ci si trovi tra le mani il testo di un keynesiamo «radicale» o di un populista di sinistra europeo. L'aspetto più interessante non sta tanto nelle ricette che Posner propone - etica del lavoro, rispetto dei diritti dei lavoratori, un protezionismo light - bensì nella descrizione di come è cambiata la forma-stato statunitense in oltre vent'anni. Da questo punto di vista, sviluppa una tesi in base alla quale il neoliberismo non è una vera e propria teoria economica, bensì una sorta di ideologia tesa a legittimare il capitale finanziario. Da qui le decisioni, prese da diverse amministrazioni, compresa quelle del democratico Bill Clinton, che hanno modificato le leggi che hanno retto la società statunitense dagli anni Trenta.
I predatori della ricchezza sociale
Fosse solo questo, il neoliberismo potrebbe essere consegnato alla storia come una breve parentesi dello sviluppo capitalistico, ridimensionando il potere del capitale finanziario. Ma se una cosa emerge dalla crisi economica attuale è il forte intreccio tra produzione e finanza, al punto che ricordare quell'invito, anzi metodo, a analizzare il capitale come una totalità è un buon antidoto al rumore di fondo prodotto da chi, invece, continua a invocare le virtù della economia reale (capitalistica) contro il carattere parassitario della finanza.
A differenza, però, dal passato la finanza non è solo un aspetto del capitalismo, bensì un vero e proprio strumento di governance delle società contemporanee. La cosiddetta finanziarizzazione della vita sociale, che ha carattere predatorio della ricchezza sociale prodotta, è il vero fattore che tiene il centro della scena, sebbene Posner non riesca a coglierlo perché smarrito dal fatto che, sebben ne sia uno dei custodi, l'anglosassone rule of law sia riuscita a demolire l'impianto normativo emerso dalla Grande Depressione degli anni Trenta del Novecento che ha garantito al capitalismo trenta anni di sviluppo economico ininterrotto.
L'irreversibilità della globalizzazione costringe a misurarsi con le caratteristiche del capitalismo contemporaneo, dunque a frequentare gli atelier contemporanei della produzione. Una discesa negli inferi del lavoro salariato che ha le tappe nell'industria culturale, nella ricerca scientifica, nell'università, nella produzione di software, nelle fabbriche globali, tutti siti produttivi dove l'intreccio tra finanza e produzione è fattore costitutivo. E dove è altrettanto immanente la finanziarizzazione dei servizi sociali. Ed è questo lo scenario in cui collocare il volume dell'economista Dani Rodrick La globalizzazione intelligente (Laterza, pp. 380, euro 20).
Dani Rodrick è un liberal che già negli anni Novanta del Novecento aveva messo in dubbio che il Washington consensus potesse garantire stabilità e sviluppo economico. E sulla scia di quel ragionevole pessimismo invita a guardata la realtà prodotta in dieci anni di deregulation. Precarietà diffusa, degrado ambientale, guerre commerciali o militari. E tuttavia per affrontare questi problemi non c'è possibilità di un ritorno al passato. La strada da perseguire, sostiene Rodrick, è una ridefinizione dei compiti dello stato nazionale e degli organismi sovranazionali, come la World Bank, il Fondo monetario e il Wto all'interno di una cornice di una «democrazia cosmopolita» incardinata sul protagonismo di una società civile globale e di un rinnovato compromesso tra capitale e lavoro. Tesi non molto lontana da quella auspicata da un altro liberal statunitense, Robert Reich, nel libro Aftershock (Fazi editore, pp. 208, euro 18). Questi ultimi due studiosi invocano inoltre una sorta di ingegneria istituzionale per raddrizzare il legno storto della globalizzazione: Rodrick per garantire la tenuta del legame sociale attraverso una politica redistributiva gestita con attori sociali e politici locali e globali; Reich per attenuare le diseguaglianze sociali individuando nel ceto medio il collante della società statunitense.
In ogni caso, la globalizzazione rimane sempre un «significante vuoto» che può essere riempito come meglio si crede. Da questo punto di vista l'opera di Luke Martell pubblicata da Einaudi costituisce uno dei migliori strumenti per comprendere le diverse valenze che sono state date al termine, all'interno di una prospettiva che non coinvolge solo l'attività economica, ma anche il ruolo dei media come produttori di legittimità alla globalizzazione, ma anche come cloud informative dove i movimenti sociali esprimono punti di vista antagonistici a quelli dominanti.
Rimane tuttavia inevasa una domanda implicita in tutti i volumi qui segnalati: quale futuro della globalizzazione? La cronaca continua a restituire un panorama desolante della crisi economica se l'attenzione si concentra sull'Europa o sugli Stati Uniti. Diverso è il caso per paesi come la Cina, l'India, il Brasile e l'America Latina, dove l'impatto della crisi è stato sicuramente minore se non irrilevante nella vita di quei paesi. Tuttavia, per quanto riguarda il vecchio continente e gli Usa, il paradosso dominante è che l'uscita dalla crisi della globalizzazione liberista avviene sotto gli auspici di un liberismo ancora più radicale.
La questione, ad esempio, del debito sovrano viene usata per dare avvio a un processo di privatizzazione di alcuni servizi sociali che era stata respinta nell'ambito del Wto non più di un lustro fa. Allo stesso tempo la completa deregolamentazione del mercato del lavoro è assunta come obiettivo strategico da molti dei governi del vecchio continente, indipendentemente dalle direttive a favore di misure a tutela del lavoro cosiddetto atipico prese dagli organismi di governo di un Europa monetarista al fine di «temperare» gli effetti delle politiche liberiste del decennio precedente.
La gabbia da distruggere
È questa dunque la posta in gioco. Uscire dal liberismo in crisi accentuandone le caratteristiche? Oltre che socialmente e culturalmente da avversare, è una possibilità che riprodurrebbe gli stessi meccanismi che hanno portato alla crisi. Ma è altresì dubbio che se ne possano correggere alcuni aspetti, lasciando inalterato l'insieme, come molti degli autori qui segnalati propongono. E sicuramente non è auspicabile attendere che la nottata passi, sperando nell'insuccesso dei governi conservatori o di destra e al ritorno di coalizioni progressiste capaci di riprendere quel percorso, seppur temperato, che ha portato proprio alla crisi attuale. E altrettanto risibili sono rimedi omeopatici come una deglobalizzazione che ripristini la vecchia e cara sovranità nazionale o una decrescita che legittimerebbe l'impoverimento relativo che ha colpito il vecchio continente e gli Stati Uniti. Occorre dunque tornare a quella critica dell'economia politica che assuma il capitale come rapporto sociale nella sua totalità. Totalità è certo una nota stonata per un pensiero critico che voglia innovare un corpus teorico che di totalità è quasi rimasto soffocato. Ma è un rischio che va corso, per rompere quella gabbia d'acciaio che legittima l'appropriazione privata di una ricchezza prodotta socialmente.
Suonano piuttosto pessimisti, se non millenaristi, i titoli di tre saggi tascabili di argomento architettonico, pubblicati quest'anno da Laterza: Senza architettura. Le ragioni di una crisi di Pippo Ciorra; L'Anticittà di Stefano Boeri; e La fine della città, il libro-intervista di Francesco Erbani a Leonardo Benevolo, che si aggiungono a Città senza cultura di Giuseppe Campos Venuti uscito lo scorso anno. Se Ciorra e Boeri trovano ancora spiragli di miglioramento possibili e addirittura qualche connotazione positiva alla condizione urbana attuale, Benevolo è senz'altro più pessimista e, dall'alto dei suoi ottant'anni, in fondo rassegnato. Così, infatti, conclude il suo libro: «La distruzione del paesaggio italiano non è stato un fatto casuale o un risultato dell'incuria: è stata pagata in contanti. L'ammontare di questo esborso lo vediamo ristagnare nell'economia del nostro paese e lo riconosciamo nel prevalere del comparto finanziario rispetto a quello industriale, della rendita rispetto al profitto d'impresa». In effetti, lungo tutta la sua lunghissima carriera, Benevolo ha sempre tentato di proporre una azione riformatrice, che mettesse la pianificazione urbana al suo centro. Pur essendo noto all'estero soprattutto come storico dell'architettura, la città in generale e l'urbanistica in particolare restano il fuoco vivo della sua opera, che venne inaugurata, non a caso, nell'alveo dell'azione apartitica olivettiana.
I problemi maggiori che Benevolo ha incontrato sono sempre stati di natura politica, specie nelle sue esperienze professionali migliori, come quella del sodalizio con il sindaco della sinistra Dc di Brescia, Luigi Bazoli. Erano gli anni '70 e in alcune amministrazioni rosse e no del nord Italia sembrava possibile una gestione sociale di mercato dell'urbanistica, qualcosa di diametralmente opposto, per fare un solo esempio, alla deregulation abusivo-speculativa romana. Del resto, furono gli stessi partiti che le avevano promosse a mettere fine a quelle esperienze: esperienze irripetibili, a vederle con il senno di poi. Le pagine forse più efficaci del libro di Benevolo sono quelle in cui la biografia dell'autore si mescola a quella del nostro paese, attraversando gli snodi e le empasse principali del dopoguerra, dalla ricostruzione ancora in mano agli ex accademici fascisti (Piacentini, Aschieri e altri) ai piani Ina Casa, alla mancata riforma Sullo per il regime dei suoli (un po' mitizzata in verità), al '68 e all'università di massa (clamorose le dimissioni per protesta di Benevolo e Bruno Zevi da docenti universitari a metà anni '70). In particolare, il racconto delle esperienze di Benevolo relative ai piani di Roma, Brescia, Urbino, Palermo e Venezia si intrecciano inevitabilmente con le fasi politiche del primo centrosinistra, del compromesso storico, della lotta alla mafia, di Mani pulite, dell'insorgere dei localismi, per fermarsi a Berlusconi, peraltro mai citato. Ma quel che più interessa è che tutti questi passaggi della nostra contemporaneità vengono rivisitati da un punto di vista poco frequentato dagli storici: quello, appunto, degli uffici tecnici e degli assessorati dell'urbanistica dei comuni, campi di battaglia degli interessi locali.
Per certi versi, Benevolo ha sempre vissuto in prima linea questo speciale tipo di scontri fra interessi che, in «un paese fondato sulle rendite» (copyright dell'economista Geminello Alvi, non certo comunista), non poteva se non minare alle fondamenta l'unica pratica di contenimento a quegli stessi interessi che è appunto l'urbanistica. La fine della città che compare nel titolo del libro non è altro se non la paventata fine dell'urbanistica, una battaglia che si combatte ancora ogni giorno, dappertutto.
Lascia senza parole una discussione sui "tagli sostenibili" che infila fra la (mancata) riduzione degli sprechi della politica e le (mancate) misure contro gli evasori anche lo spostamento - e quindi l´appannamento, la perdita di rilievo - di festività che fondano la nostra identità collettiva: il 25 aprile, il I° maggio, il 2 giugno. Dovrebbe essere esattamente il contrario. È proprio la drammatica emergenza che viviamo, è proprio l´infuriare di venti che possono essere devastanti a imporre il mantenimento, e semmai il rafforzamento, di riferimenti solidi, di bussole decisive.
Per averne conferma non occorre spinger lo sguardo molto all´indietro, sino al I° maggio celebrato clandestinamente da piccolissimi gruppi di lavoratori anche durante il fascismo. Qualcuno li considerò con sufficienza degli irrimediabili nostalgici, non era così. Si lasci anche da parte quello straordinario passato, si rifletta però su quello che le tre date, nel loro stretto rapporto, hanno rappresentato nella storia della Repubblica: in primo luogo la pienezza della democrazia e il suo essere una conquista continua.
Si pensi alle celebrazioni del 25 aprile. Negli anni della "guerra fredda" furono in parte oscurate o ridotte a riti ufficiali senz´anima dai governi "centristi", restando segno distintivo della sola sinistra (con le conseguenze negative che questo ebbe). Si affermarono poi con forza - sia pur con qualche retorica - grazie al superamento di quel clima, dopo le grandi mobilitazioni antifasciste del luglio ‘60 e nel vivo di un "miracolo" che non fu solo economico ma anche civile. E si spogliarono anche della retorica fra la fine degli anni sessanta e l´inizio degli anni settanta, quando il riemergere di stragi e trame neofasciste sembrò evocare fantasmi lontani. Negli anni ottanta il rilievo pubblico del 25 aprile scemò di nuovo, anche per l´agire di potenti spinte alla cancellazione della memoria, alla "riappacificazione morbida" con il passato (e sin con il passato fascista), ma il suo valore non scomparve. Lo si vide il 25 aprile del 1994, quando una folla immensa accorse a Milano anche per indignazione e sdegno, all´indomani della vittoria elettorale di una coalizione che comprendeva anche gli epigoni - allora non pentiti - del neofascismo. A ben vedere, inoltre, dietro una ricorrente avversione al 25 aprile non vi è solo la "politica": quella data è lì a ricordare che ci fu un´Italia che seppe scegliere. Che seppe pagare di persona per le proprie idee e per il bene comune anche quando tutto sembrava perduto.
Allo stesso modo il 2 giugno ci ricorda che l´Italia lacerata e piagata del dopoguerra seppe trovare la forza morale e politica per risollevarsi. Per ricostruire non solo case e cose ma anche l´anima, la ragion d´essere della nazione. "Era un giorno bellissimo… Quando i sentimenti neri mi opprimono penso a quel giorno e spero" scriveva Anna Banti, evocando anche la conquista del voto alle donne. Così nacque la Repubblica: "senza eroici furori, senza deliri di grandezza", per dirla con Corrado Alvaro, ma capace di costruire il futuro. Fu "un miracolo della ragione", come scrisse Piero Calamandrei, che trovò continuazione e conferma nella Costituzione: quella Costituzione che periodicamente torna ad essere il bersaglio polemico di poco affidabili innovatori. "Congelata", negli anni della "guerra fredda", perché apriva troppo apertamente la via ad una piena democratizzazione: "rischia di diventare una trappola", disse un ministro ultraconservatore come Scelba. E "una trappola", un ostacolo da rimuovere appare oggi al populismo antidemocratico di Berlusconi.
Anche in questo caso non vi è solo il valore storico di una data, vi è il significato simbolico che essa ha assunto nelle diverse fasi della nostra storia. È diventata un essenziale baluardo di difesa, ad esempio, quando i venti della frantumazione hanno iniziato a spirare fra le macerie del Palazzo e fra le lacerazioni di un Paese che stava smarrendo la fiducia in se stesso. Ed è iniziato da essa lo straordinario impegno del presidente Ciampi volto a ridare valore alla nazione. Volto a far riscoprire a tutti, anche ai più riottosi, quale straordinaria risorsa essa possa essere. È lo stesso impegno del presidente Napolitano, che ha anche ricordato con insistenza e forza a un´Italia troppo spesso immemore il valore del lavoro e la sua talora drammatica realtà. Ha ricordato che lavoro e diritti sono architravi della democrazia: e questo è appunto il significato del I° maggio. Anche gli appannamenti di quella data rimandano da noi agli anni più bui della "guerra fredda", con le profondissime divisioni sindacali e le migliaia di lavoratori licenziati solo perché iscritti alla Cgil o a un partito di sinistra. Con un clima di arbitrio padronale cui posero fine la ripresa dell´iniziativa sindacale, la difficile - e incompiuta - costruzione di unità, la conquista dello Statuto dei lavoratori (una vera pietra miliare). Anche di questo si iniziò a perder consapevolezza negli anni ottanta, e oggi l´irrilevanza dei diritti è diventata pane quotidiano di un centrodestra (e talora di un sindacalismo subalterno) che non ha neppure le giustificazioni ideologiche della "guerra fredda".
No, non è passatismo esigere che il valore di quelle date sia oggi esaltato e non umiliato. Non è volger lo sguardo al passato: è, come sempre, sperare nel futuro.
Se un calciatore commette un fallo cattivo e plateale, l'arbitro lo spedisce immediatamente negli spogliatoi. Ci sarebbe bisogno di cartellini rossi anche nella partita che si sta disputando in questi giorni ed è entrata nella fase più aspra in un clima di crescente smarrimento generale. L'opinione pubblica sa che la situazione del mercato del lavoro è drammatica. Che la crisi colpisce soprattutto giovani, o ex giovani come gli ultratrentenni, disoccupati e privi di tutele non solo legali, ma anche sindacali. Per questo, l'opinione pubblica non può ritenere che il governo voglia smantellare un sistema perfetto: non può, perché il sistema funziona malissimo.
È a questo punto che inizia il grande inganno. Premesso che le cose così non vanno, l'opinione pubblica arriva con estrema facilità alla conclusione che l'assetto degli anni '70 non regge. Che il mondo è cambiato e chi si batté allora per il cambiamento non può pensare di aver ottenuto per sempre l'effetto desiderato: «Un riformista non lotta per una riforma sola», si dice, «e nessun diritto è salvo per sempre». Il che significa che l'opinione pubblica stenta a capire quale sia la posta in gioco tra i contendenti. Ai suoi occhi, tutto si riduce alla contrapposizione tra padri e figli, vecchi e giovani, insider e outsider. È la contrapposizione più rituale, banalizzante e conformista che si possa immaginare. Una variante dell'eterna guerra tra poveri.
Perciò, appare necessario compiere un salto di qualità. Riscoprire ciò che si tende inavvertitamente a trascurare: e cioè che nel rapporto di lavoro sono coinvolti interessi extra-patrimoniali della persona, la lesione dei quali deteriora proprio lo status di cittadinanza esaltato dalle democrazie costituzionali contemporanee. Riprendersi l'orgoglio di appartenere a quell'angolo di mondo dove i legislatori, qualunque fosse la concezione del mondo (liberale, cattolica, socialista e, sì, anche fascista) cui di volta in volta aderivano, si sono sempre proposti di modificare la condizione dell'uomo che vende la sua forza lavoro; e ciò perché maturarono - più speditamente che altrove e con governi di differente colore - la consapevolezza che l'impatto delle regole del lavoro eccede il quadro delle relazioni che nascono da un contratto di natura privatistica. E riproporre con forza il monito pronunciato da uno statista francese contemporaneo con accenti all'altezza della tradizione oratoria del suo paese: «La justification de l'Europe c'est sa différence».
Come dire: il diritto del lavoro del '900, per bisognoso che sia di adattamenti, è un elemento costitutivo della civiltà che caratterizza il Vecchio Continente, sia pure limitatamente ai paesi dell'Europa centro-settentrionale e meridionale. L'uso della memoria storica da parte dei governanti dell'Europa d'oggi non sarà certamente condannabile se servirà per aiutarli a mantenersi all'altezza di un passato come questo. È perdendolo di vista che si cade nell'errore del neo-feudale «ciò che è accaduto prima di Cristo non mi interessa, perché io vivo nell'epoca del dopo-Cristo».
Con un atteggiamento mentale del genere, infatti, si arriva in un amen a giustificare anche la più devastante eccentricità, e cioè che per rimettere le cose a posto si debba guardare con fiducia una Repubblica «fondata sul lavoro» che cede alle c.d. parti sociali, ossia a soggetti privati, il compito di dettarne le regole in deroga alle sue leggi («il massimo del potere sindacale!», ha esclamato in preda ad un ilare delirio il segretario generale di una confederazione) e si debba esultare quando lo Stato autorizza che siano messi intralci alla libertà sindacale da lui stesso riconosciuta e solennemente proclamata. A questo proposito, si legga il comma 3 dell'art. 8 del decreto-legge del 12 agosto: «le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori».
Alcuni commentatori l'hanno interpretata come una disposizione pro-Fiat: «ad aziendam», è il maccheronico latinismo che hanno usato. Ma l'affermazione è pericolosamente riduttiva e, per taluni aspetti non secondari, sostanzialmente inesatta. È riduttiva perché la legificazione degli effetti degli accordi siglati l'anno scorso negli stabilimenti italiani della Fiat concerne anche la clausola in base alla quale «l'adesione di terze parti» in epoca successiva «è condizionata al consenso di tutte le parti firmatarie». «Ho l'impressione», ha dichiarato Gustavo Zagrebelsky, «che ci sia qualcosa che non quadra. (...) C'è la prefigurazione di un sistema privilegiato di rappresentanza, a favore di chi partecipa al patto fondativo del sistema». Tutto il resto non conta. Non conta nemmeno la costituzione della Repubblica.
Ma l'affermazione corrente è anche inesatta perché, essendo lo scopo prioritario del governo quello di legalizzare una assai nota e traumatizzante situazione aziendale, la correttezza (non solo linguistica) impone di qualificare la disposizione «contra Fiom»; oppure, se proprio si vuole parlarne come di una norma a favore della Fiat, bisognerebbe per chiarezza aggiungere che l'impresa era, per l'occasione, eccezionalmente sovra-rappresentata e, ciononostante, è rimasta insoddisfatta. Infatti, può darsi che la sanatoria legale di quanto è successo in Fiat finisca per influenzare a suo vantaggio gli esiti di un nutrito contenzioso giudiziario tuttora in corso; al tempo stesso però essa non equivale alla polizza assicurativa contro il rischio di scioperi spontanei che la Fiat cercava. E ciò perché, malgrado la presenza nei suddetti accordi aziendali di una clausola di tregua sindacale, quest'ultima - come è stato chiarito dall'intesa del 28 giugno - non ha alcun effetto per i singoli lavoratori.
A parte ciò, comunque, è uno scandaloso paradosso che lo Stato italiano si decida ad attribuire efficacia ultra partes ad atti dell'autonomia collettiva privato-contrattuale sotto la spinta a liberalizzare gli sviluppi della contrattazione aziendale con la licenza di peggiorare il trattamento fissato dalla legislazione e a fortiori quello stabilito al livello negoziale superiore. Si dirà che anche l'intesa del 28 giugno si propone di estendere ultra partes l'efficacia della contrattazione aziendale - come se fosse un dettaglio che quella nazionale ne è sprovvista a causa dell'inattuazione dell'art. 39 cost., il quale assegna al Parlamento il compito di allestire il meccanismo previsto affinché i contratti collettivi possano produrre un'efficacia para-legislativa. Ma l'argomento prova soltanto il grado di profondità cui è giunta l'interiorizzazione, da parte degli attori collettivi, del privilegio di far da sé in un contesto che esalta l'autonomia del loro bricolage domestico a tal segno da ritenere di poterla esercitare non solo al di fuori, ma anche al di sopra delle leggi dello Stato. Sotto questo profilo, quindi, l'intesa del 28 giugno non è che l'ultima manifestazione di una concezione proprietaria della rappresentanza e della contrattazione collettiva che è difficile stabilire se sia proterva o ingenua. Di sicuro, risale all'epoca pre-costituzionale.
Secondo i padri costituenti, infatti, la contrattazione collettiva era il vettore dell'istanza egualitaria che percorre da sempre il mondo del lavoro. Un'istanza che essi volevano venisse soddisfatta con un duplice ordine di garanzie. Sul piano giuridico-formale, lo Stato garantiva con le sue leggi l'inderogabilità e l'universalità dei trattamenti minimi negoziati a livello nazionale - il solo operante all'epoca della Costituente - mentre, sul piano sostanziale, la garanzia della loro adeguatezza ai parametri dell'eguaglianza dignitosa ricavabili dal documento costituzionale doveva risiedere nell'ampiezza del consenso sindacale e, sia pure in via mediata e presuntiva, dei più diretti interessati.
Non a caso, una compatta giurisprudenza non ha mai smesso, nell'arco di mezzo secolo e passa, di accostare il contratto collettivo del dopo-costituzione - ossia, la principale e più attiva fonte di produzione normativa in materia di lavoro - ad un grande serbatoio idrico sprovvisto dell'impianto capace di trasformare l'energia potenziale dell'invaso in energia cinetica e di trasportare l'elettricità in tutte le abitazioni, anche le più periferiche. E nei sindacati firmatari di contratti orfani dell'erga omnes ha sempre visto - non tanto dei rappresentanti degli iscritti, bensì - degli incaricati di un servizio di pubblica utilità che non erano messi nella condizione di erogarlo come si dovrebbe. Per questo, i giudici cui si rivolgevano i senza-tessera sindacale per reclamare giustizia decidevano di applicare anche a loro il contratto nazionale, derogando deliberatamente al principio-base del diritto comune in ragione del quale il contratto ha forza di legge solamente tra le parti. Essi sapevano perfettamente che un contratto nazionale con una sfera di efficacia circoscritta ad un terzo o poco più degli interessati è in sofferenza come un animale azzoppato. Per lo stesso motivo, i sindacati del dopo-costituzione evitavano come una sciagura la contrattazione separata che avrebbe tolto anche quel po' di certezza giuridica e di tutele che, senza il sostegno legale costituzionalmente previsto, l'auto-regolazione sociale poteva e può dare. Infatti, come non si stanca di ripetere Gian Primo Cella, «l'unità d'azione è stata una vera e propria alternativa funzionale alla mancata applicazione del 4° comma dell'art. 39». Malgrado limiti e costi. Costi sopportati anzitutto dalla stragrande maggioranza dei comuni mortali che prestano lavoro per, e sotto la direzione di, qualcuno.
Ecco allora, descritto in breve, il retro-terra del singolare contenuto del decreto del 12 agosto. Rammentarlo si deve: serve per sbugiardare le leggende metropolitane messe in circolazione.
Confesso di aver archiviato come sciocchezza la frase “C’è troppa Sardegna nella vita politica degli ultimi 10 anni”, seppure pronunciata da una persona dal pensiero raffinato come Giuliano Amato che ha, comunque, subito aggiunto “Non me ne vogliano le famiglie sarde”. Ma anche le sciocchezze possono essere utili se aiutano la riflessione. Mi permetto di proporre la seguente: il reale e l’immaginario quasi mai sono coincidenti, inoltre non sempre il primo prevale sul secondo. Nel caso della Sardegna è accaduto proprio questo, e cioè che l’immagine - che per ovvie ragioni deve essere semplificata per raggiungere il suo scopo - abbia pesantemente dominato sulla realtà dell’Isola che è fatta invece di complessità, di contraddizioni e di tanta fatica del vivere. È accaduto in un passato non lontano, quando l’Isola era prevalentemente percepita come terra di banditi, talvolta ammantati di romanticismo alla Mesina (e al quale oggi magari chiedono un autografo).
Allora come oggi, c’era chi si indignava. Uno di questi era mio padre, sardo doc e militare altrettanto doc (della Benemerita) che i delinquenti lui li metteva in galera e che perciò mal digeriva un’immagine di tal fatta. È accaduto negli anni ‘60/70 con il successo della Costa Smeralda, per le presenze del c.d. bel mondo internazionale, fatto di fascino, eleganza e, ovviamente, tanta ricchezza. È inutile sottolineare che dietro la costruzione di un mito c’è tanto lavoro reale, in questo caso ci sono un’industria turistica, investimenti, professionalità e altro ancora. Di questa immagine mi pare che ben pochi si siano lamentati, anzi ha esercitato una tale influenza che, da allora, il principio di emulazione ha contagiato ogni territorio: anche il più piccolo comune ha scoperto la sua vocazione turistica e si è appropriato dell’orribile parola “valorizzazione”, orribile non in sé ma per la ricaduta che ha avuto in termini territoriali.
Ma né la prima né la seconda immagine (che talvolta si sono alimentate a vicenda) hanno assunto una veste politica. Questa è arrivata con Berlusconi e con il fatto di aver scelto di risiedere (si fa per dire) di tanto in tanto nella sua altrettanto mitica e mitizzata residenza. Residenza che qualcuno ha cercato di inserire nei percorsi turistici e nelle visite guidate: ricordo di una notizia riguardante un pullman carico di anziani che sono stati condotti a Villa Certosa e dove, felici di raccontarlo, hanno ricevuto un cestino di squisitezze, ovviamente a nome del Presidente del Consiglio.
Oggi, la Costa Smeralda e i suoi dintorni rinviano l’immagine di presenze più o meno note per sporadiche presenze televisive, più o meno ricche per denaro accumulato rapidamente e non si sa bene come dopo il crollo dell’Unione Sovietica, più o meno oscure per i giochi di intermediazione di vario genere e di vari affari. Presenze peraltro amplificate dall’attenzione mediatica a loro riservata. L’immagine che prevale - questa sì che è fortemente diseducativa -, è che sia facile avere successo (al di là delle capacità individuali), che sia altrettanto facile far parte di qualche programma televisivo, sul cui valore culturale è bene tacere, e che basta stare sulla scena per essere importanti.
Se questa è la Sardegna a cui si riferisce Amato, allora è bene ricordare che è nata altrove, nella Milano da bere degli anni ‘80, negli studi di importanti televisioni nazionali, nei diversi Format acquistati altrove, perché da noi non si è autori neppure della televisione spazzatura. Ma se a tutto ciò tolgo la parola Sardegna, Presidente Amato, non ritiene che rimanga in piedi quella fabbrica di illusioni che ha costituito il fondamento a un potere politico che poco si è occupato degli interessi
La festa come «sospensione dell'ordinarietà» è il simbolo della nostra identità. Per questo vogliono toglierle. Ma è anche il consumo ad aver «mangiato» la festa, come dimostrano i riots inglesi
«Nelle società tradizionali - scriveva Alfonso Di Nola - le feste corrispondono a "un periodo di intensificazione della vita collettiva" durante il quale "il gruppo rinunzia alla sua attività normale, produttiva e utile" per ricostituire la propria "sicurezza di essere"» - il senso cioè del proprio esistere come gruppo. Sembra una definizione fatta su misura per la recente festa dei 150 anni dell'unità d'Italia, pensata come un momento di sospensione dell'attività ordinaria per riflettere sul significato del nostro stare insieme - e invece è successo tutto il contrario, e si è aperto un conflitto sia sull'oggetto (l'unità nazionale), sia sull'idea stessa di festa (pensare e ricordare invece di lavorare e produrre). La festa è un momento di consenso, ma in quel giorno quel tanto di intensificazione della vita collettiva che si è verificato è stato dovuto in gran parte proprio a una divisione, all'esistenza di componente sociale (antiunitaria e produttivistica) che non vi si riconosceva.
E' questa componente che, sul piano simbolico e forse non solo, cerca la rivincita proponendo, attraverso spostamenti e accorpamenti, se non la scomparsa certo l'attenuazione di una serie di momenti rituali intesi a ribadire la nostra «sicurezza di essere» come repubblica (il 2 giugno) democratica (il 25 aprile) fondata sul lavoro (il 1 maggio). Infatti questa proposta è parte organica di un progetto che mira a trasformare e svuotare la costituzione democratica e antifascista e i diritti dei lavoratori, e ne condensa il significato: cavalcare la crisi per cambiare la natura e la forma del nostro esistere come gruppo.
Il modello ideale di festa a cui si riferiva Di Nola era riferito a società relativamente coese e omogenee, come si rappresentano le società tribali, contadine e pastorali. Nella modernità urbana e capitalistica, la coesione non ha più la forma dell'omogeneità, bensì quella della gestione regolata dei conflitti fra i sottogruppi molteplici e contrapposti che la compongono. Anche la festa allora diventa un momento di conflitto e dal conflitto acquista senso: basta pensare a come l'avvento del primo governo anti-antifascista di Berlusconi-Fini ha ravvivato il 25 aprile, a come proprio l'assenza ostentata del capo del governo abbia rinforzato il significato della nostra presenza. Ma anche a come il senso del 1 maggio si sia attenuato con la sua trasformazione da un momento di orgoglio operaio a una della tante festività musicali giovanili in cui non è lecito dire nulla di controverso; o come il 2 giugno - nonostante le parate militari - abbia ripreso senso quando ci siamo accorti che la Costituzione era sotto attacco.
Si capisce allora anche come mai la preoccupazione produttivistica che milita contro le feste civili si arresti davanti all'inamovibilità delle feste religiose. Queste infatti ci dicono una verità e una finzione sul nostro «stare insieme», entrambe gradite ai gruppi oggi dominanti. La verità è che in questo paese si può toccare tutto ma non quello che riguarda il Vaticano, dalla festa del patrono all'esenzione dell'Ici; e la finzione è che quello che tiene unita l'Italia non è la sua coscienza e storia democratica, ma la sua identità cattolica. Identità presunta, come sappiamo tutti, Chiesa compresa: per esempio, il 15 agosto che abbiamo appena celebrato sarebbe una festività religiosa, l'Assunzione di Maria: ma quanti sono gli italiani che la vivono in questo nome, anziché in nome di un'altra divinità che riempie più autostrade che chiese (salvo, guarda caso, proprio in quei luoghi lontani dalle autostrade dove resiste ancora un poco di civiltà contadina e non si dimentica del tutto il significato spirituale del rito religioso, magari intrecciato con pratiche ludiche non solitamente consentite). Ma se guardate «Ferragosto» su Wikipedia leggete che si tratta di «una festività laica...dedicata alle gite fuori porta e spesso caratterizzata da lauti pranzi al sacco» (fuori porta? pranzi al sacco? ma in che secolo vivono quelli di Wikipedia?). Altro che Maria Assunta.
La sovrapposizione di festa religiosa e festa profana però ci aiuta a cogliere il senso di un'altra forma di protesta contro l'accorpamento delle feste: quella dell'industria turistica e alberghiera, preoccupata che la scomparsa dei ponti vada a danneggiare l'industria del tempo libero. Questa preoccupazione ci ricorda che anche il capitale stesso non è interamente omogeneo, ma che gli interessi di un settore possono essere diversi da quelli di un altro, e quello che è sospensione dei profitti per un settore può essere occasione per un altro. Ma soprattutto, mette in scena la transizione fra un'economia della produzione a un'economia del consumo - pranzi al sacco e gite fuori porta compresi. Ma se il dovere del cittadino subalterno dell'era consumista è consumare più che produrre, allora viene meno un'altra funzione della festa intesa come un tempo eccezionale in cui si sovvertono i valori e comportamenti del tempo ordinario. Se nel tempo ordinario si lavora, in quello festivo si gioca e si spreca; ma se nel tempo ordinario si consuma e in quello festivo si consuma di più, allora la festa diventa non una sospensione ma un'accentuazione dei comportamenti normativi quotidiani.
Ma allora smettiamola, se non di scandalizzarci, almeno di sorprenderci per le razzie nei negozi londinesi durante il drammatico ferragosto britannico di quest'anno. I giovani d'oggi, sentenziano i soloni scuotendo il capo, non hanno più valori. Ma che valori hanno le banche? Quali valori, se non il consumo «by any means necessary», con ogni mezzo, gli propone e gli impone la cultura dei vincitori, che li seduce e li respinge in ogni momento del tempo ordinario? La rivolta urbana sospende un sistema di valori - la proprietà, il lavoro - dal quale i ragazzi dei ghetti sono comunque esclusi, per affermarne un altro - il consumo - che sta a portata di mano dietro ogni fragile vetrina.
Parlo dei riots nel contesto delle feste, perché di questo si tratta: una subitanea interruzione del tempo, in cui irrompono comportamenti altri e si affermano presenze ordinariamente marginalizzate. Sono feste le fabbriche occupate e le facoltà occupate, i cortei operai e studenteschi, le parate del Gay Pride, il «se non ora quando» dello scorso 16 febbraio, i concerti rock, gli slut walk inventati quest'anno, persino i rave - non tutto bello, non tutto ludico, non tutto condivisibile. Ma sempre affermazione di una presenza sgradita al potere o al massimo tollerata - anche quando, come spesso oggi, è tutto confuso e contaminato dal culto pervasivo del consumo.
Ma non è una novità: politici e media cascano dalle nuvole ogni volta, ma è storia di più di mezzo secolo. Comincia a Harlem nel 1943: «fu un'esplosione che andò a colpire la proprietà e i negozi al dettaglio, compreso il saccheggio», scriveva Morris Janowitz, l'inizio di quelle che definì come «commodity riots», rivolte di consumo, rivolte per le merci. Invece di scontrarsi coi bianchi, i neri distrussero i loro stessi quartieri, proprio come adesso a Londra e a Birmingham, sapendo benissimo che poi avrebbero dovuto continuare a viverci ma esprimendo in quel momento tutto l'odio accumulato per quegli spazi di esclusione e oppressione. «Mio figlio è stato ammazzato dai topi in questa baracca di palazzo», dice durante la rivolta un personaggio di Uomo invisibile di Ralph Ellison, «ma da oggi in avanti non ci dovrà nascere più nessuno». E gli dà fuoco.
Mentre le feste tradizionali erano periodiche e a tempi fissi, queste sono esplosioni improvvise, rotture violente del tempo - anche se per lo più avvengono nel tempo relativamente sospeso dell'estate (il blackout di New York nell'estate del 1977, la luce si spegne e il ghetto si scatena: «per la maggioranza era una festa. La notte di Natale e di capodanno a luglio», scrisse un giornalista). Ma sotto le differenze scorrono le continuità: «Sfondando vetrine e saccheggiando a man bassa - commentava il sociologo John Siegal - sognano una festosa redistribuzione di ricchezza, un nuovo equilibrio fra chi ha e chi non ha». Una festosa redistribuzione di ricchezza è, secondo Alfonso Di Nola, il significato simbolico delle questue contadine abruzzesi, di fine e inizio anno, in cui i poveri del paese esigono cibo e denaro dai meno poveri. Ricordo durante la rivolta di Los Angeles del 1992 immagini di gente che usciva dai negozi carica di carta igienica: il saccheggio è anche un'azione che non cerca solo valori d'uso ma anche valori simbolici. Le merci vengono appropriate e distrutte, desiderate e sprecate nello stesso momento. Nelle «feste lunghe» di Sardegna, scrive Clara Gallini in un libro significativamente intitolato Il consumo del sacro, il consumo è «la risposta a tutta un'annata di astinenza, condizionata dalla scarsità di cibo e di denaro» - la stessa scarsità, la stessa divisione ineguale della ricchezza, che è anche all'origine delle rivolte.
Se la festa moderna è un mezzo di gestione dei conflitti, abolirla non significa che i conflitti spariscono, ma che diventano ingestibili. Perciò, non si tratta certo di prendere le sommosse britanniche a modello, ma di ascoltarne la lezione proprio per trovare altri modi meno autodistruttivi di segnare gli stessi significati e le stesse presenze. La relazione complicata fra feste civili, feste tradizionali, feste religiose, rivolte urbane almeno una cosa la suggerisce: la necessità di restituire significato alla festa rivendicandone il valore contestativo, rovesciando la retorica del consenso e leggendola come il momento in cui presenze marginali e valori dimenticati o affermati solo a parole riprendono il centro della scena contrapponendosi al dominio del tempo ordinario e dei suoi padroni. Un tempo, al calendario delle feste religiose si contrapponeva quello delle feste civili (per gli operai e i socialisti era festa il 20 settembre, anniversario di Pota Pia); nel momento più alto dei movimenti abbiamo praticato un ciclo festivo civile alternativo, che comprendeva l'11 settembre cileno, il 12 dicembre di Piazza Fontana, l'8 marzo (di cui le donne ancora rivendicano la dimensione contestativa, una festa non di tutti), il 25 aprile, il 1 maggio... E' stato il nostro modo di celebrare la differenza di adesso e la speranza di domani, di riprenderci il tempo fin quando questo tempo «concesso» diventerà in un tempo ordinario - e, per esempio, l'8 marzo durerà tutto l'anno e i lavoratori non saranno protagonisti (se ancora lo sono!) solo il 1 maggio. Nel tempo sospeso della festa esprimiamo il significato del nostro tempo ordinario della lotta. Per questo adesso vogliono, prima ancora che portarcele via, cancellarne il senso.
(...) Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all'Occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l'Occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l'indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo - ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio - quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo così ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un'opera di trasformazione sociale.
Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere - dobbiamo ammettere, anzi - che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese. (...)
L'austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire. Certe obiezioni di qualche accademico ignorano dati elementari del mondo di oggi e dell'Italia di oggi. In sintesi, questi dati sono: innanzi tutto, il moto e l'avanzata dei popoli e paesi del Terzo mondo, che rifiutano e via via eliminano quelle condizioni di sudditanza e d'inferiorità, cui sono stati costretti, che sono state una delle basi fondamentali della prosperità dei paesi capitalistici sviluppati; in secondo luogo l'acuita concorrenza, la lotta senza esclusione di colpi fra questi stessi paesi capitalistici, della quale fanno sempre più le spese i paesi meno forti e sviluppati, fra i quali l'Italia; infine, la manifesta e ogni giorno più evidente insostenibilità economica e insopportabilità sociale, in questo mutato quadro mondiale, delle distorsioni che hanno caratterizzato lo sviluppo della società italiana negli ultimi venti-venticinque anni.
Da tempo noi comunisti cerchiamo di richiamare l'importanza e di far prendere coscienza di questi dati oggettivi della situazione del mondo e dell'Italia. Tuttavia, ancora oggi molti non si sono resi conto che adesso l'Italia si trova oramai - ma io credo, prima o poi, anche altri paesi economicamente più forti del nostro si troveranno - davanti a un dilemma drammatico: o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando, ma in tal modo si scenderà di gradino in gradino la scala della decadenza, dell'imbarbarimento della vita e quindi anche, prima o poi, di una involuzione politica reazionaria; oppure si guarda in faccia la realtà (e la si guarda a tempo) per non rassegnarsi a essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in una occasione di cambiamento, in un 'iniziativa che possa dar luogo anche a un balzo di civiltà, che sia dunque non una sconfitta ma una vittoria dell'uomo sulla storia e sulla natura.
Ecco perché diciamo che l'austerità è, si, una necessità, ma può essere anche un'occasione per rinnovare, per trasformare l'Italia: un'occasione, certo, come ha detto qui un compagno operaio, tutta da conquistare, ma quindi da non lasciarci sfuggire.
L'austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana. (...)
La politica di austerità quale è da noi intesa può essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l'istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. "Lor signori", come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l'assurdo perché in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari.
Fonte:
http://www.pdcipadova.it/RICORDO%20DI%20BERLINGUER.htm.html
Senza verità non c'è democrazia. È il principio-cardine intorno al quale ruota la cultura politica dell'Occidente, come ci ha insegnato Hannah Harendt. Anche per questo l'Italia "moderna" sprofonda in una palude di democrazia "a bassa intensità". Il berlusconismo della Seconda Repubblica, involuzione matura dell'Andreo-Craxismo della Prima, ci ha definitivamente trasformato in un Paese che ha smarrito l'etica della verità. Nella stortura delle regole costituzionali. Nella rottura delle relazioni istituzionali. E ora nell'avventura della crisi economica e finanziaria.
Non c'è un solo ambito nel quale il presidente del Consiglio, pressato dalle sue urgenze private, non abbia edulcorato le emergenze pubbliche e manipolato la "narrazione" da offrire ai cittadini-elettori. La drammatica estate di "lacrime e sangue" è il vero tributo che ora paghiamo all'irresponsabile "autodafè" che il governo Berlusconi ha acceso in questi tre anni, raccontando agli italiani la favola del "Paese ricco, forte e vitale", che "sa reagire meglio degli altri alla crisi", salvo poi scoprire che siamo di nuovo sprofondati nel girone infernale del "Club Med" di Eurolandia.
Dunque, dobbiamo essere grati a Giorgio Napolitano, che con la sua "lezione di Rimini" ha scritto per l'ultima volta la parola "fine" sulla favola berlusconiana, e ci ha restituito il "linguaggio della verità".
Quello che il premier non ha parlato fin dall'inizio della legislatura, e che invece è oggi un imperativo politico e morale. Quello che è invece indispensabile, per far capire ed accettare all'opinione pubblica una dose aggiuntiva di pesanti sacrifici che in molti avevamo previsto, e che il governo aveva sempre negato. Nel teatrino della politica fioccano le solite letture "palindrome": ma mai come stavolta il discorso del presidente della Repubblica non si presta a strumentalizzazioni di rito o ad interpretazioni di parte. Il suo è prima di tutto un atto d'accusa, nei confronti di chi, in questo "angoscioso presente", si è pervicacemente rifiutato di guardare in faccia alla realtà, ha furbescamente evitato di spiegarla agli italiani ed ha colpevolmente declinato ogni atto di responsabilità nella gestione attiva della crisi.
Abbiamo parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? Lo abbiamo fatto noi, che abbiamo responsabilità nelle istituzioni?". La domanda che il capo dello Stato rivolge all'intero ceto politico dal palco del Meeting di Rimini è palesemente retorica. La risposta è naturalmente negativa. Il "linguaggio della verità" ci è stato scientificamente negato dall'unica istituzione che aveva il dovere politico di parlarlo, e cioè il governo. E perseverare in questo errore è diabolico e autolesionistico. Come Napolitano giustamente ripete, "non si dà fiducia minimizzando o sdrammatizzando i nodi". Eppure, è esattamente quello che Berlusconi continua a fare. Abituato com'è, da consumato populista, a tagliare i nodi con la spada della propaganda piuttosto che a scioglierli con la fatica della politica, il Cavaliere aggiunge confusione al caos. Fa filtrare la sua insoddisfazione per una manovra che mette rovinosamente le "mani nelle tasche" dei contribuenti. Fa circolare ipotesi di modifica del "contributo di solidarietà" e di piani di intervento sulle pensioni, allargando da una parte l'abisso che lo separa da Tremonti e irritando dall'altra il nervo che lo allontana da Bossi.
Tutto quello che Napolitano chiede da Rimini questo presidente del Consiglio e questo governo non possono darlo, perché non l'hanno mai dato. "Reagire con lungimiranza" di fronte al Prodotto interno lordo che declina, all'occupazione che crolla, al debito che esplode. Guardare in faccia alla realtà "con intelligenza", e con "il coraggio della speranza, della volontà, dell'impegno". Virtù che il premier e il suo ministro dell'Economia non hanno mai espresso, e continuano a non saper esprimere, impaniati dentro una logica di coalizione nella quale nulla più si tiene. E poi, in vista del dibattito parlamentare sulla manovra: "occorrono più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche", occorre un "confronto aperto". Questo invoca il capo dello Stato. Come possono ascoltarlo, un premier che guarda alle opposizioni come a un "cancro", o un ministro che parla della libera stampa come un'accolita di "delinquenti"? E infine: basta "assuefazioni e debolezze nella lotta all'evasione fiscale, di cui l'Italia ha il triste primato". Come può raccogliere questo invito, un ministro dell'Economia che paga parte del suo affitto in nero, e che ha già regalato agli evasori con i capitali all'estero uno scudo fiscale tassato con un'aliquota volutamente e scandalosamente bassa?
Il presidente della Repubblica ha fornito un'ennesima prova di alta pedagogia politico-istituzionale. Si è confermato come l'unico caposaldo forte e credibile di una stagione politica in cui tutto va in rovina. La sua, ancora una volta, è una "predica utile". Ma chi dovrebbe farlo, purtroppo, non la potrà e non la saprà raccogliere. Ha venduto al Paese troppe bugie e troppe ipocrisie. Nel gigantesco "falò delle verità" costruito dal governo in questi tre anni, purtroppo, stiamo bruciando tutti. Salvarsi dalle fiamme è ancora possibile. Purché a farlo non siano più quelli che hanno appiccato l'incendio.
Nel medioevo la terapia più accreditata per guarire i malati gravi era il salasso, che i cerusici praticavano con entusiasmo. La cura riusciva anche se di solito il paziente moriva. Che i politici di Europa e Stati uniti si comportino come medici di Molière è da tempo sotto gli occhi di tutti. E tutti possono constatare quali rovinose conseguenze hanno le misure di austerità imposte con la forza (del credito) a Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia dai banchieri, da Angela Merkel e Nicholas Sarkozy. Questi tagli decurtano la capacità di spendere nei popoli cui sono inflitti. Minore spesa significa meno beni prodotti o in commercio. Quindi meno posti di lavoro. Quindi ancora minore domanda in una spirale recessiva. E per di più, minori redditi generano meno entrate fiscali, quindi in fin dei conti il rigore accresce il disavanzo pubblico invece di sanarlo: più sono austeri, più gli stati devono ricorrere all'indebitamento. L'austerità funziona esattamente da salasso sul corpo economico delle nazioni. Se ne è accorto ieri anche il New York Times che in un editoriale ha giudicato controproducente il rigore fiscale che infiamma i dirigenti politici europei e statunitensi definendo «punitive» le misure imposte ai paesi debitori.
A preoccupare di più è l'arrestarsi della locomotiva tedesca, la cui economia aveva finora trainato l'Europa: nel secondo trimestre è cresciuta solo dello 0,1% . Nell'economia tedesca la voce più importante dell'export è costituita dalle macchine utensili: non solo o non tanto Mercedes, quanto robot per le catene di montaggio. La Germania frena non solo perché il mercato europeo delle auto tedesche si è ridotto proprio a causa delle politiche di austerità imposte da Francoforte e Berlino, ma perché la «fabbrica del mondo», la Cina, ha ordinato meno macchinari per la produzione industriale.
Si sta sgretolando l'assunto implicito in tutte le politiche di austerità occidentali, e cioè che la Cina da sola (o i paesi cosiddetti Bric nel loro insieme: Brasile, Russia e India, oltre alla Cina) possano da soli trainare la ripresa mondiale. La Cina potrebbe farlo solo a patto di una straordinaria espansione dei consumi interni, che però non può permettersi perché la sua economia è già a forte rischio inflazione e già soffre di una sovrapproduzione edilizia che può far scoppiare una gigantesca bolla immobiliare. Infatti la Banca centrale cinese continua a rialzare i suoi tassi d'interesse nel tentativo finora vano di rallentare la crescita della massa monetaria.
E comunque, persino la Cina non avrebbe mai la dimensione sufficiente a far ripartire da sola l'economia mondiale. Troppo spesso si dimenticano alcuni numeri chiave. Per quanto sia «la seconda potenza economica mondiale», nel 2010 la Cina ha generato un Prodotto interno lordo (5.900 miliardi di dollari) pari a circa un terzo del Pil dell'Unione europea (16.300 miliardi), mentre la sua popolazione (1,340 miliardi di abitanti) è più di due volte e mezzo quella dell'Ue (502 milioni). Detta in altro modo: la Germania ha un Pil (3.300 miliardi) che è più della metà di quello cinese, con una popolazione 16 volte più piccola.
Se si amplia lo sguardo a tutti i Bric, si osserva che, pur messi insieme, hanno un Pil (12.500 miliardi di dollari) inferiore a quello degli Usa (14.700), pur avendo una popolazione complessiva 9 volte superiore. CONTINUA|PAGINA3 Non solo, ma Unione europea e Stati uniti messi insieme continuano a fare la metà del Pil di tutto il pianeta (31.000 miliardi su 62.900). E se a Europa e Usa si somma il Giappone (5.500 miliardi), allora questi tre poli fanno da soli il 60% del pianeta Terra. È evidente che, almeno per qualche anno ancora (ma forse per più di un decennio), né la Cina né i Bric possono raccogliere da soli il testimone della crescita: e lo si vede proprio in questi mesi. La crescita del Brasile è rallentata. E ad aprile, per la prima volta da più di 10 anni, la vendita di automobili è calata in Cina: è ovvio che i paesi esportatori vengono colpiti quando i loro clienti mettono a dieta le proprie economie.
Non ci sono soluzioni indolori a questa situazione, che però si è profilata come esito finale di un quarantennale processo mondiale di dislocazione industriale. La logica di questa dislocazione è stata quella di rompere il «circolo virtuoso» di Henry Ford che nel 1910 introdusse la prima catena di montaggio moderna (cioè accrebbe a dismisura la produttività del lavoro) e insieme aumentò di botto i salari ai suoi operai perché potessero con il loro reddito permettersi di comprarsi le utilitarie modello T che producevano. Nel processo di delocalizzazione, spostare una fabbrica da Flint (Michigan) a Nuevo Laredo, ha il vantaggio che che gli operai messicani vengono pagati così poco che non potranno mai permettersi di comprare le auto che producono.
Perciò nel «mondo nuovo» globalizzato, si produce dove non si spende, e si spende dove non si produce: situazione che alla lunga diventa insostenibile, perché di solo terziario e di sola intermediazione finanziaria può vivere una città-stato, una polis come Singapore, Hong Kong, Londra o New York, ma non uno stato nazione, anzi un continente-nazione, come sono ormai Europa e Usa. Ecco quindi i «vecchi» paesi ricchi indebitarsi sia a livello privato per sostenere il consumo (crisi dei mutui subprime), sia a livello pubblico per supplire al mancato gettito delle produzioni che sono state delocalizzate (debiti sovrani).
Una vera soluzione esige quindi l'equivalente di Bretton Woods (l'accordo del 1944 che per i successivi 27 anni garantì la stabilità finanziaria planetaria), anzi qualcosa di ancora più impegnativo, e cioè un riassetto della divisione internazionale del lavoro. Ma riordini di questa portata avvengono solo grazie a guerre (come accadde per Bretton Woods). Sembra evaporato tutto l'afflato di un «governo mondiale della crisi» che a fine del 2008 aveva animato i G20: da allora tutto è tornato come prima, business as usual, in attesa del prossimo disastro.
Nel frattempo, aspettando un'improbabile palingenesi capitalistica mondiale, sarebbe bene che le due economie che da sole generano più della metà del Prodotto lordo della Terra, e cioè Europa e Stati uniti, adottassero politiche per rilanciare l'economia senza far esplodere il debito: e cioè investire in opere di pubblica utilità grazie a entrate fiscali rimpolpate da maggiori imposte sui ceti privilegiati. È un segreto di Pulcinella che la rete fognaria italiana è catastrofica o che buona parte dei ponti statunitensi sono pericolanti. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ma è vano sperare che i governi da soli siano in grado di cambiare le loro politiche: la Grande Crisi degli anni '30 insegna che la crisi economica porta a una crisi della democrazia - spesso brutale e drastica -, se i popoli non si sollevano a rivendicarla: è tutta qui la differenza tra la Francia del 1936 che vide il Fronte popolare salire al governo dopo una impressionante ondata di scioperi, e invece Italia e Germania che sprofondarono sempre più nelle dittature.
Causati anche dall'esproprio di ricchezza verso banche e enti sovranazionali, i riots inglesi segnano il limite delle democrazie liberali, qualcosa di simile al passaggio storico dal Medioevo alla modernità: che cosa resterà in piedi?
Non si sottrae alle domande. Precisa più volte il suo pensiero. Anche se vive divisa tra New York e Londra, legge attentamente i giornali per capire cosa sta accadendo nella vecchia Europa, dove ha avuto la sua educazione sentimentale alle scienze sociali, prima di spostarsi in America Latina e successivamente negli Stati Uniti. Saskia Sassen è nota per il suo libro sulle Città globali (Utet), anche se i suoi ultimi libri su Territori, autorità, diritti (Bruno Mondatori) e Sociologia della globalizzazione (Einaudi) ne hanno fatto una delle più acute studiose su come stia cambiando i rapporti tra potere esecutivo, legislativo e giuridico sotto l'incalzare di una globalizzazione economica che sta mettendo in discussione anche la sovranità nazionale. Per Saskia Sassen, il capitalismo non può che essere globale. E per questo ha bisogno di istituzioni politiche e organismi internazionali che garantiscono la libera circolazione dei capitali e le condizioni del suo regime di accumulazione della ricchezza. Per questo ha sempre guardato con sospetto le posizioni di chi considerava finito lo stato-nazione. Come ha più volte sottolineato, lo stato-nazione non scompare, ma cambia le sue forme istituzionali affinché la globalizzazione prosegua, industriata, il suo corso. E allo stesso tempo ha sempre sottolineato come le disuguaglianze sociali siano immanenti al capitalismo contemporaneo. Ma l'intervista prende avvio dalle rivolte inglesi, a cui ha dedicato un articolo, scritto con Richard Sennet, e apparso sul New York Times. Articolo nel quale, fatto abbastanza inusuale per gli Stati Uniti, i due studiosi pongono la centralità della «questione sociale» per comprendere cosa stia accadendo nel Regno Unito, ma anche negli Stati Uniti e nel resto d'Europa.
La rivolta come reazione violenta alla disoccupazione; oppure come effetto del perverso fascino che esercitano le merci. Sono le due spiegazioni dominanti sulle sommosse che hanno investito Londra e altre città inglese. Qual è, invece, il suo punto di vista?
In ogni sommossa c'è uno specifico insieme di elementi che consentono allo scontento generale di convergere e prendere forma nelle azioni di strada. In Gran Bretagna ci sono tre grandi componenti che hanno provocato la rivolta a Londra, Birmingham, Liverpool, Manchester e altra città del Regno unito.
La prima componente è la strada, cioè lo spazio privilegiato da chi non ha accesso ai consolidati e codificati strumenti politici per la propria azione politica. Nelle rivolte inglesi è emersa una forte ostilità verso la polizia, incendi, distruzione della proprietà privata. Ad essere colpiti sono stati negozi o edifici gestiti, abitati da persone che vivono la stessa condizione sociale dei rivoltosi.
Il secondo elemento che ha funzionato come detonatore è la situazione economica, che vede la perdita del lavoro, di reddito, la riduzione dei servizi sociali per una parte rilevante della popolazione. Per me questo aspetto ha influito molto di più nello scatenare la rivolta più che l'uccisione di un giovane uomo di colore da parte della polizia. La disoccupazione giovanile è, nel Regno Unito, al 19 per cento. Una percentuale che raddoppia in alcune aree urbane, come quella del quartiere dove viveva il giovane ucciso..
Il terzo fattore sono i social media, che possono diventare uno strumento davvero efficace per far crescere una mobilitazione. E in Inghilterra c'è stata una successione davvero interessante nell'uso dei social media. Inizialmente Twitter e Facebook sono stati usati per informare su ciò che stava accadendo e per invitare la popolazione a scendere nelle strade. Ma la seconda notte, la parte del leone l'hanno fatta gli smartphone Blackberry, perché usano un servizio di messaggistica che non può essere intercettato dalle forze di polizia. La grande capacità dei social media di funzionare come strumento di coordinamento della rivolta è data dal fatto che la successione degli scontri appare come scandita da un preciso piano. I focolai della rivolta sono stati più di trenta, quasi che tutto sia stato pianificato e coordinato, appunto, con i social media.
Uno solo di questi fattori non spiegherebbe quattro notti di scontri, incendi, saccheggi. Presi insieme, ogni fattore ha alimentato l'altro. Inoltre, sono convinta che se usciamo da una espressione asettica come disagio sociale il disagio sociale ci troviamo di fronte a storie dove il dolore, la collera delle proprio condizioni di vita non cancellano la speranza per un futuro diverso. Queste sommosse rendono evidente una questione sociale che non può essere affrontata, come ha fatto David Cameron, come un fatto criminale.
Londra è una delle città globali da lei studiata. Una metropoli che vede una stratificazione sociale molto articolata. Città globale vuol dire povertà, precarietà nei rapporti di lavoro. Inoltre la crisi economica sta provando un impoverimento che non risparmia nessuno dei gruppi e classi sociali della popolazione, eccetto solo per quei top professional che non sanno bene cosa significa la parola crisi. Non potremmo dire che le rivolte inglese sono figlie del neoliberismo?
In tutte le città globali la povertà è una costante. Inoltre, ho spesso scritto che le dinamiche economiche, sociali e politiche insite nella globalizzazione hanno come esito una crescita di lavori sottopagati e dei cosiddetti working poors, i lavoratori poveri. Ci troviamo di fronte a una situazione dove il passaggio dalla disoccupazione a lavori sottopagati e dequalificati è continuo. Uno degli aspetti, invece, meno indagati delle global cities, e su cui sto lavorando all'interno del progetto di ricerca The Global Street, Beyond the Piazza, è il ruolo sempre più rilevante assunto dalla cosiddetta cultura di strada nel condizionare le forme di azione politica tanto a Nord che a Sud del pianeta.
I conflitti di strada sono parte integrante della storia moderna, ma erano sempre complementari alle forme politiche consolidate. Recentemente, invece, hanno assunto un ruolo più rilevante, perché l'occupazione dello spazio è espressione del potere dei movimenti sociali. Le sollevazioni dei popoli arabi, le proteste nella maggiori città cinesi, le manifestazioni in America Latina, le mobilitazioni dei poveri in altri paesi, le lotte urbane negli Stati Uniti contro la gentrification o le rivolte americane contro la brutalità della polizia sono tutti esempi di come la strada sia il veicolo del cambiamento sociale e politico.. Ma se questo appartiene al recente passato, possiamo citare anche le recenti mobilitazioni a Tel Aviv. In Europa parlate degli indignados, riferendovi alla Spagna. Ma tanto a Madrid che Tel Aviv abbiamo assistito a vere e proprie occupazioni delle piazze che sono durate giorni, settimane, sperimentando forme di organizzazioni e di decisione politica distanti da quelle dominanti nelle società. Quello che voglio sottolineare è che ci troviamo di fronte a forme di protesta che coinvolgono una composizione sociale eterogenea, dove ci sono disoccupati, ma anche lavoratori manuali di imprese che hanno conosciuto processi di downsizing e delocalizzazione, colletti bianchi, ceto medio impoverito. E sono forme di protesta che nascono e si consolidano al di fuori degli attori politici tradizionali (partiti, sindacati). Gli indignados di Madrid chiedono certo lavoro, servizi sociali, ma anche una profonda trasformazione del rapporto tra governo e governati. La piazza, la strada non sono dunque solo il luogo dove si avanzano rivendicazioni, ma anche lo spazio per rendere manifesto il potere dei movimenti sociali.
La crisi del neoliberismo ha caratteristiche drammatiche. Alcuni paesi hanno dichiarato bancarotta, altri sono arrivati sul punto di fallire (la Grecia); altri sono diventati sorvegliati speciali della Banca centrale europea che di fatto ha sospeso la loro sovranità nazionale. E le proposte per uscire alla crisi è un insieme di misure di politica economica e sociale che potremmo definire di liberismo radicale. Lei che ne pensa?
Nel mio lavoro di ricercatrice ho difficoltà ad usare il concetto di crisi per spiegare cosa sta accadendo in molti paesi, dagli Stati Uniti all'Europa. Ci troviamo in una situazione inedita, sotto molto aspetti. Ci sono certo paesi in forte difficoltà economica; altri però hanno tassi di crescita e di sviluppo impressionanti. Detto più semplicemente, stiamo assistendo a un imponente spostamento della ricchezza da una parte della società verso un'altra. E questo coinvolge le risorse finanziarie dello stato, del piccolo risparmio, delle piccole attività imprenditoriali. Una sorta di concentrazione della ricchezza nelle mani di una esigua e tuttavia ricchissima minoranza. E tutto ciò senza che tale concentrazione della ricchezza possa essere recuperata attraverso il sistema della tassazione. È questo il dramma che stanno vivendo alcuni paesi.
Non ci troviamo cioè di fronte a una realtà oscura, difficile da comprendere o al risultato di una cospirazione o di un fenomeno che per interpretare serve la cabala. La tragedia che ci troviamo a fronteggiare è che questa situazione è l'esito non di un evento naturale, ma di un processo politico dove il potere esecutivo, anche quando composto da persone oneste e integerrime, ha favorito, con leggi e decisioni, la concentrazione e l'espropriazione della ricchezza da parte di una minoranza. La Citibank negli Stati Uniti è stata salvata dal fallimento dal governo con 7 miliardi di dollari. Soldi provenienti dal prelievo fiscale, che negli Usa è molto generoso verso i ricchi. Dunque è stata salvato con i soldi della working class e del ceto medio. Se ci spostiamo in Europa, la premier tedesca Angela Merkel ha deciso di spostare una parte delle finanza statale per salvare alcune banche. In altri termini è lo stato, o alcuni organismi sopranazionali, che hanno favorito questo spostamento della ricchezza nelle mani di banche, imprese finanziarie. L'Unione europea è sì intervenuta per salvare la Grecia, ma solo perché il suo fallimento avrebbe messo in ginocchio banche e imprese finanziarie, che hanno fatto profitti attraverso il meccanismo del cosiddetto «debito sovrano». Non so se per queste imprese sia corretto parlare di crisi. Godono, tutto sommato, buona salute, visto che il potere esecutivo corre sempre in loro soccorso. Il risultato è l'impoverimento di buona parte della popolazione, che vede tagliati i servizi sociali e le pensioni.
Tutto ciò mostra i profondi limiti delle democrazie liberali. Siamo cioè di fronte a un profondo cambiamento nei rapporti tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. E tra questi e l'economia. Qualcosa di simile, nella sua profondità, è accaduto nel passaggio dal Medioevo alla modernità, quando si formarono gli stati nazionali e furono gettate le basi dello stato moderno. Quello che serve è una adeguata prospettiva storica per analizzare la realtà contemporanea. Nel libro Territori, autorità, diritti sottolineo le analogie tra quel passaggio d'epoca e la situazione attuale. Oggi, come allora, è la forma stato che viene investita da un terremoto. Capire cosa resterà in piedi, e cosa diverrà macerie serve anche a intervenire politicamente affinché tale espropriazione di ricchezza possa essere fermata.
SASKIA SASSEN
Quando le città divennero globali
I rapporti tra potere ed economia
Nata in Olanda, Saskia Sassen ha vissuto la sua adolescenza in Argentina. Gli studi, però, li ha svolti tra la Francia, l'Italia, gli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni vanno ricordati: "Fuori controllo" (Il Saggiatore), "Le città globali" (Utet), "Migranti, coloni, rifugiati. Dall'emigrazione di massa alla fortezza Europa" (Feltrinelli) , "Le città nell'economia globale" (Il Mulino), "Globalizzati e scontenti" (Il Saggiatore), Territorio, autorità, diritti" (Bruno Mondatori) e "Una sociologia della globalizzazione" (Einaudi). Attualmente è docente alla Columbia University di New York.
Gli alti e bassi, ma sostanzialmente bassi, dei cosiddetti mercati, ci fanno capire che nei prossimi anni, e per molto tempo ancora, non ci sarà alcune «crescita»: né in Italia (dove la manovra ha messo una pietra tombale su qualsiasi velleità di rilancio economico), né in Europa, Germania compresa: che sconterà presto il disastro a cui sta condannando metà dei suoi partner commerciali. Meno che mai negli Stati Uniti; di conseguenza soffrirà anche l'economia cinese, dovesostituire la domanda estera con quella interna non è così facile. Nemmeno il Brasile se la passerà più molto bene, mentre l'economia giapponese è scomparsa dai radar.
In Italia, e in molti altri paesi senza «crescita», il pareggio di bilancio diventerà irraggiungibile: anche ridurre la spesa pubblica non basta per colmare i deficit. Così gli interessi si accumulano, anno dopo anno, e il debito cresce, facendo aumentare a sua volta i tassi, e con essi il deficit. Anche se prescritto dalla Costituzione (con una norma che seppellisce tutto il pensiero economico originale del Novecento) il pareggio di bilancio diventa una chimera.
Per anni i titoli di Stato avevano offerto ai cosiddetti risparmiatori - cittadini che avevano un avanzo di reddito a disposizione - una specie di cassaforte dove mettere al sicuro il loro denaro. Ma da tempo, e soprattutto con la liberalizzazione dei mercati finanziari, quei titoli, ormai nelle mani di grandi operatori internazionali (compresi quelli che oggi gestiscono i fondi dei risparmiatori), sono stati trasformati in assets su cui lucrare, giorno per giorno, in base a variazioni dei rendimenti che chi quei titoli li ha emessi non può più controllare. Non è vero, come ci raccontano, che la spesa pubblica supera le entrate fiscali: in Italia non lo fa da tempo. Sono gli interessi accumulati ad aver portato il bilancio fuori controllo: è il meccanismo tipico dell'usura (quello dei famigerati cravattari); a cui gli Stati di quasi tutto il mondo si sono sottomessi: non per salvare se stessi, ma le banche e i fondi che detengono i loro titoli.
Tuttavia la crisi finanziaria non è che un risvolto di un meccanismo economico, quello dello sviluppo - che è poi l'accumulazione del capitale - che si è inceppato; perché è anch'esso a sua volta un risvolto della crisi ambientale: il pianeta Terra non è più in grado di sostenere con le sue risorse gli attuali flussi della produzione; e meno che mai i flussi di scarti e residui - a partire dalle emissioni che alterano il clima - che accompagnano inevitabilmente uno sviluppo guidato dal profitto. «L'età della pietra - diceva lo sceicco Yamani, già ministro del petrolio dell'Arabia Saudita - non è terminata per mancanza di pietre. Nemmeno l'era del petrolio terminerà per l'esaurimento del petrolio». Non lo farà, anche se le riserve tradizionali di petrolio sono agli sgoccioli: finirà perché il petrolio, e gli altri idrocarburi, saranno sostituiti da fonti rinnovabili ed efficienza energetica; oppure perché le loro emissioni avranno provocato disastri tali da rendere il pianeta inagibile e ogni ulteriore estrazione di idrocarburi impossibile o superflua.
Con il procedere della crisi, l'esito ineluttabile di uno Stato preso nella spirale di un debito insanabile come quello italiano è ciò che tutti dicono di voler evitare, ma che nessuno vuole prepararsi ad affrontare: il fallimento (default). Il problema non è il se, ma è solo il quando; e chi sarà a subirlo e chi a imporlo; e in che modo gestirlo. Il dibattito politico, se ci fosse, dovrebbe vertere su questo. Invece tutti parlano di rilanciare una crescita che non tornerà più; o che, se anche tornasse, sarà talmente stentata da non poter interrompere quella spirale infernale. Mentre si parla di "crescita" (ma di che cosa? dei saldi contabili per fare fronte al debito) qualcuno, anzi molti, si affrettano ad arraffare tutto, prima che non ci sia più niente da prendere. Proprio come i deprecati protagonisti delle rivolte inglesi; che sono al tempo stesso il prodotto di quel saccheggio e della cultura che la civiltà dei consumi e la pubblicità promuovono ogni giorno. Ma là non si tratta di rubare uno smartphone o un paio di sniker, ma di privatizzazioni, di questi tempi vere e proprie svendite; e dopo le pessime prove - in termini di tariffe e di efficienza - di tutte le privatizzazioni realizzate negli ultimi anni. E dopo che l'Italia, ma anche Berlino, ma anche Parigi, ma anche Bolivia ed Equador, si sono pronunciati contro le privatizzazioni: non solo dell'acqua, ma di tutti i servizi pubblici e i beni comuni.
Ma la democrazia è da tempo incompatibile con le esigenze dei mercati. Oggi più che mai. Poi tocca alle pensioni (quelle dei poveri), ai salari, al welfare, alla sanità, alla scuola all'occupazione, al posto fisso, alle finanze dei Comuni: gli unici enti che sono, o potrebbero essere, vicini ai governati. Ovviamente è un saccheggio pericoloso: in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Medio Oriente - per non parlare dell'Islanda: infatti nessuno ne parla perché la strada del default è stata imboccata per scelta; e senza grandi danni, se non per i banchieri finiti in galera - domani in Italia, lavoratori e cittadini sfruttati e taglieggiati potrebbero ribellarsi. E non è detto che lo facciano in forme gentili. Londra insegna.
Per fare fronte a questa eventualità - scrivono i corifei del saccheggio di Stato - ci vuole una vera leadership. Quella attuale non è all'altezza: tanto è vero che quella italiana - ma non solo quella - è stata commissariata. Ma anche quella europea, che ne ha assunto la tutela, lascia a desiderare. E nemmeno Obama naviga in buone acque. Mancano le idee e mancano gli uomini, scrive sul Corriere della Sera un alfiere del liberismo, Alberto Alesina, subito rincalzato dal suo gemello, Francesco Giavazzi, che solo tre giorni prima si era invece accontentato - su input del suo direttore - dell'«inventiva imprenditoriale» di Berlusconi. Ma di idee intanto non ne tirano fuori nemmeno una, se non la solita solfa: privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli alla politica e alla spesa pubblica (continuano a pensare che la "crescita" sia una molla che scatta da sé); e di come e dove farle nascere non parlano nemmeno (non sarà certo la riforma Gelmini a produrre nuove idee; nemmeno quei due, che pure la esaltano, osano sostenerlo). In queste condizioni la leadership tanto invocata ha sempre di più l'aspetto di un "Uomo della Provvidenza". Una débacle più sonora del pensiero unico liberista, che ha dominato un trentennio di disastri, e che ancora pretende di interpretare i tempi senza riuscire a comprenderli, non potrebbe esserci. Ma in questo vuoto di conoscenze (ambientali e sociali) e di pensiero strategico i rischi autoritari si moltiplicano.
Davanti a noi c'è un'altra strada; perché sedi dove si producono idee le abbiamo, anche se ancora gracili: sono i mille comitati di lotta, i centri sociali, i circoli culturali, le associazioni civiche, alcune riviste, molti blog, le associazioni studentesche, le pratiche alternative dei GAS, dei DES, delle reti di insegnati, molte imprese sociali, alcune rappresentanze sindacali. Anche alcune idee importanti e condivise, nuove rispetto ai termini di un dibattito politico ormai sclerotizzato, ci sono. Sono quella dei "beni comuni": da difendere dall'accaparramento privato e dalla gestione burocratica e corrotta degli organismi statuali attraverso forme di trasparenza integrale, di controllo dal basso e di gestione partecipata; e da estendere a tutte le risorse naturali indivisibili, ai servizi pubblici, ai saperi. E poi l'idea della territorializzazione dei rapporti economici: mercati agricoli e alimentari a chilometri zero; rapporti diretti con i fornitori che garantiscono qualità dei prodotti, dei processi e delle condizioni di lavoro; coinvolgimento di tutti gli stakeholder (lavoratori, utenti, amministrazioni locali, associazioni, centri di ricerca, imprese fornitrici e utilizzatrici) nella riconversione di produzioni in crisi, obsolete o dannose (a partire dalle armi: meno spese, meno consumo di risorse, meno guerre); e impegno in tutte le attività di salvaguardia dei territori e della loro vivibilità.
Di qui la convinzione che la salvezza non verrà dalla "crescita", che significa ogni giorno di più devastazione del pianeta, delle condizioni di vita e dei rapporti sociali; e che i vincoli imposti dai mercati - dalle parità di bilancio agli aumenti di fatturato, dal rendimento dei bot agli andamenti delle borse - non sono totem a cui ci si debba piegare. Lungo questi filoni di pensiero, e dentro queste pratiche e questi organismi, può rendere forma e formarsi una nuova classe dirigente: una cittadinanza attiva che si metta in grado di esautorare e sostituire gli uomini che oggi sono al potere, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, sia negli organismi statali e amministrativi, che nelle imprese: quelle che hanno sostenuto per anni Berlusconi e che oggi vogliono far pagare il costo dei loro disastri a chi non ne ha mai condiviso le responsabilità, né avrebbe potuto farlo.
Ma può un movimento dal basso, fatto di organismi dispersi e pratiche differenti, governare e dirigere un processo di transizione di questa portata? Che per di più sta andando e andrà incontro a resistenze pesanti e reazioni violente? Certamente no. Nessuno, credo, prospetta una cosa simile. Ma le forze, le idee e la determinazione per intraprendere un percorso del genere non possono nascere in nessuna altra sede e in nessun altro modo. D'altronde non si tratta di processi isolati: le donne e gli uomini alla ricerca di un mondo diverso, che lo ritengono possibile, sono milioni in ogni parte della Terra. E se il processo avrà un seguito, anche molti spezzoni delle attuali classi dirigenti potranno separarsi dalla matrice in cui sono cresciute e forgiate; ma è un processo che può svilupparsi intorno a idee e sedi che oggi occorre ancora diffondere e consolidare.
La resistenza e le riforme
[…] Se c'è un tema nella storia politica italiana del dopoguerra che si ripropone quasi ossessivamente, è proprio quello della necessità delle riforme e dell'incapacità di attuarle. Visti in quest'ottica, gli anni 1943-45 costituirono un'occasione irripetibile, a dispetto dei numerosi ostacoli esistenti. Il vecchio ordine su cui si fondava la società italiana era stato scosso fino alle fondamenta dalla sconfitta militare e dalla successiva invasione. I ceti piú poveri della campagna, spinti alla lotta dall'asprezza degli anni di guerra, chiedevano che fosse posto fine a secoli di sfruttamento e che si riformasse (intero sistema di possesso della terra e dei patti agrari. Gli scioperi di massa della classe operaia settentrionale non avevano un'ispirazione puramente antifascista e democratica. Scaturivano dalle condizioni materiali degli operai, dal freddo e dalla fame, ma anche dalle case degradate, dallo sfruttamento alla catena di montaggio, dalla mancanza di potere sul luogo di lavoro. Per loro la lotta contro i nazisti e la battaglia per una nuova dignità in quanto esseri umani, sia a casa che in fabbrica, andavano di pari passo. Le migliaia di italiani che si univano alla Resistenza non lo facevano solo per liberare il proprio paese, ma per trasformarlo. Essi erano pronti a sacrificarsi (dal momento che 1a probabilità di morte era estremamente elevata), ma salo per una nuova Italia, fondata sui principî di democrazia e giustizia sociale. Cosí scrisse ad esempio il ventiquattrenne Giaime Pintor al fratello nel novembre 1943, tre giorni prima di venire ucciso da una mina tedesca: « Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è cosí grande: tocca a noi colmare questo distacco»[1].
Questo enorme desiderio di riforme e queste potenzialità oggettive rimasero quasi completamente irrealizzate. Gli Alleati ne furono responsabili in non piccola parte: essi cercarono gli interlocutori piú arrendevoli e conservatori, non importa se inquinati da vent'anni di appoggio al fascismo. Gli inglesi non erano interessati a riformare, ma a restaurare. Lo stesso, in modo abbastanza comprensibile, era vero per il re e per Badoglio. Il colpo di stato del z5 luglio 1943, malgrado il successivo disastro dell'8 settembre, li aveva messi al comando di tutta la metà meridionale dell'Italia. I due anni di vita del Regno del Sud emarginarono il Mezzogiorno dai progressi del Nord, isolarono le proteste dei contadini meridionali, assicurarono la continuità della burocrazia fascista e soffocarono le fragili forze della democrazia del Meridione.
Qualche responsabilità per il fallimento storico di questo periodo, tuttavia, deve essere rintracciata anche all'interno dei partiti di sinistra, in particolare nel Partito comunista. Preoccupati di affermare la loro legittimità subordinando tutto all'unità nazionale, riluttanti a disobbedire alle richieste sovietiche di non provocare gli Alleati in Italia e infine scettici sul loro reale potere di contrattazione, i comunisti scelsero di giocare d'attesa. In questo modo raccolsero molti frutti, ma la riforma della società italiana non fu tra questi. […] [p. 64-65]
Salvate dalla Resistenza le grandi fabbriche e le città
[…] Le condizioni di vita nelle grandi città settentrionali continuarono a peggiorare per tutto il rigido inverno del 1944-I945. Mentre la temperatura scendeva a meno undici gradi, mancava il combustibile per il riscaldamento, non si riusciva a riparare le finestre scardinate dai bombardamenti aerei, c'era un'acuta penuria di cibo. La madre di Camilla Cederna scrisse da Milano ai suoi parenti che il proprio letto era diventato «il mio frigorifero notturno», raccontando in che modo doveva vestirsi prima di mettersi a dormire. Nei negozi mancava tutto, eccetto uno o due mazzetti di prezzemolo ingiallito, qualche caldarrosta e una gran quantità di un prodotto tipico del regime di Salò, una sorta di colla nauseabonda che veniva chiamata «formaggio Roma». Il mercato nero prosperava, ma i suoi prezzi erano proibitivi per la maggior parte della popolazione. Il numero assai elevato di casi di tubercolosi nell'immediato dopoguerra è un chiaro indicatore del livello di denutrizione sofferto in questi diciotto mesi di occupazione tedesca.
Nelle fabbriche si lavorava con la costante paura che uomini e macchine potessero venire spediti in Germania. Il 16 giugno 1944, reparti delle SS e delle camicie nere avevano circondato quattro fabbriche di Genova e costretto 1500 operai, ancora con la tuta, a salire su dei camion che erano in attesa. II giorno prima, a Torino, si era sparsa la voce che il reparto 17 di Mirafiorí - motori per aeroplani - sarebbe stato smantellato e trasportato in Germania. Tutti gli operai scesero in sciopero e rifiutarono di tornare al lavoro, malgrado le concessioni economiche fatte da Valletta perché lasciassero snidar via il macchinario da Torino. II 22 giugno un attacco aereo alleato distrusse completamente il reparto 17. Gli operai Fiat pagarono a caro prezzo la loro resistenza, ma i progetti tedeschi erano stati così vanificati. In altre occasioni l'opposizione operaia non ottenne lo stesso successo e una gran quantità di macchinario venne trasferita nelle relativamente sicure valli montane o in Germania stessa.
Le città del triangolo industriale furono colpite nell'inverno 1944-45 da una massiccia disoccupazione, in parte per mancanza di materie prime e in parte perché, a causa di un diffuso sabotaggio, produzione e occupazione erano drastica mente cadute nei primi mesi del 1945 Alla Fiat Mirafiori la produzione di autocarri scese fino a un minimo di dieci al giorno, rispetto a una media di settanta nei due anni precedenti. A Genova, nel gennaio 1945, il numero ufficiale dei disoccupati era di 11.871, ma le autorità fasciste informarono i tedeschi che la cifra reale era di 40 mila persone. II timore di essere deportati trattenne parecchi operai. dal registrarsi come disoccupati.
Le agitazioni operaie, benché fossero ininterrotte e danneggiassero pesantemente la produzione bellica, non raggiunsero mai il livello del marzo 1944. La principale ragione risiedeva nelle sempre piú avverse condizioni del mercato del lavoro, ma ebbe un certo peso anche la necessità di mantenere l'unità all'interno del Comitato di liberazione nazionale e di andare incontro ai desideri della Democrazia cristiana e dei liberali. In molti luoghi di lavoro i comitati di agitazione, formati esclusivamente da operai, erano subordinati ai CLN di fabbrica che comprendevano tanto í lavoratori che la direzione aziendale.
Negli ultimi mesi di guerra i gappisti aumentarono la loro attività. Essi venivano fiancheggiati dalle Sap (Squadre di azione patriottica), formate da normali operai che nelle ore libere dal lavoro facevano il possibile per preparare il terreno all'insurrezione nazionale. All'inizio del 1945 i quartieri operai di Torino erano piú o meno diventati zone proibite per fascisti e tedeschi.
Le rappresaglie contro le azioni dei gappisti furono sempre immediate e spietate. Una delle più note fu quella avvenuta il q agosto r 944 a Milano in piazza Loreto. Il giorno prima il Gap aveva fatto saltare un camion tedesco in città, con il risultato che quindici prigionieri politici, inconsapevoli del loro destino, erano stati prelevati all'alba da San Vittore e fucilati in piazza. I loro corpi furono abbandonati lí per l'intera giornata, esposti al caldo d'agosto, alle mosche, alla morbosa curiosità dei passanti.
Come giunse la primavera del r945 fu chiaro che il movimento partigiano era sopravvissuto, decimato ma intatto, ai terribili mesi invernali. II numero dei partigiani crebbe adesso con estrema rapidità, superando 1e centomila unità nell'ultimo aprile di guerra. Mentre il Terzo Reich veniva circondato a oriente dai russi e a occidente dagli anglo-americani, la prossima liberazione dell'Italia settentrionale divenne finalmente realtà.
Il carattere di questa liberazione fu oggetto di un profondo disaccordo fra gli Alleati e la Resistenza. Ferruccio Parri, recatosi al sud per discutere la questione, riferí che gli Alleati pretendevano per sé soli il diritto di accettare la resa dei tedeschi; essi inoltre esortavano i partigiani a non intraprendere azioni indipendenti ma a concentrare piuttosto le loro energie nel salvataggio del maggior numero possibile di installazioni elettriche e industriali dalla politica tedesca di «terra bruciata». Questo non era tutto. I progetti degli Alleati per la fine della guerra erano i seguenti:
«Trasferire e concentrare le unità partigiane in 30-40 campi; fornire ivi, a cura degli Alleati, la necessaria assistenza i.n modo da riposarle, rifocillarle, rivestirle; consegnare eventuali attestati e premi in denaro; ritirare le armi. Questo periodo, dopo il quale i partigiani verrebbero rinviati a casa loro, potrebbe prendere 3-4 settimane».
I partigiani, invece, avevano idee alquanto differenti. Pur concordando con gli Alleati sulla necessità di salvaguardare il patrimonio industriale dell'Italia, essi rifiutavano di accettare un ruolo secondario nella liberazione del Nord. I comunisti e il Partito d'Azione premettero perché si preparassero piani di insurrezione per le principali città, senza per questo voler contrapporre la loro autorità a quella degli Alleati o porre all'ordine del giorno la rivoluzione socialista. Il loro obiettivo era invece dimostrare il potere effettivo della Resistenza e porre fine all'occupazione tedesca in un modo che sarebbe stato difficile dimenticare. II 25 febbraio 1945 Togliatti telegrafò a Longp nel nord: «Bisogna lottare per l'annientamento totale di tutte le forze tedesche in Italia... contro ogni tentativo di frenare l'insurrezione contro gli occupanti con finte trattative per la capitolazione»'. L'insurrezione dell'aprile 1945 rappresentò 1a vittoria finale su tutte le tentazioni di attendismo militare.
Il 1° aprile 1945 gli eserciti alleati in Italia lanciarono la loro ultima offensiva contro le linee tedesche, puntando a una rapida penetrazione in tutta la pianura padana. La resistenza tedesca fu tenace, e il 13 aprile i1 generale Mark Clark ammoní i partigiani: «il momento per l'azione non è ancora arriva to». Tre giorni prima, comunque, i comunisti avevano già diffusa la famosa direttiva n. 16 in cui si ordinava ai propri militanti di preparassi all'azione insurrezionale. Txa il 24 e il 26 aprile, mentre gli Alleati erano ancora in Emilia, le città di Genova, Torino e Milano insorsero contro i nazifascisti. [p. 81-85. Omesse le note a p.p.]
I nazisti si arresero ai partigiani a Genova il 25 e 26 aprile. A Torino operai, partigiani scesi dalle montagne e cittadini combatterono contro i nazisti e i fascisti dal 26 al 28 aprile. A Milano la battaglia per la difesa delle fabbriche e la liberazione della città si svolse dal 24 al 26 aprile. Come già a Napoli nelle 4 giornate del 27-30 settembre 1943, la Resistenza liberò le città prima che arrivassero le truppe alleate. [n.d.r.]
[1] G. Pintor, Il sangue d’Euriopa. Scritti politici e letterari (1939-19439, a cura di V. Gerratana, Torino 1950, p. 187.
Nell'icona e nell'immagine qui sopra: i partigiani entrano a Torino. Archivio Franco Berlanda (il più alto al centro dell'immagine), che ringraziamo
Il drammatico crollo delle Borse mondiali e le violenze di Londra, le più gravi degli ultimi decenni nel Paese, hanno riempito giornali e tv in queste prime due settimane di agosto, mese solitamente povero di notizie. Nel giro di quattordici giorni siamo stati testimoni di un default degli Stati Uniti evitato sul filo del rasoio, del panico che ha travolto i mercati azionari e dei violenti disordini e atti criminali che hanno sconvolto il Regno Unito. Ma di chi é la colpa? Di banchieri avidi, di speculatori senza scrupoli, dei giovani incappucciati e arrabbiati che hanno perso fiducia nel futuro, della polizia maldestra o di leader politici inetti? Nessuno è parso stupirsi davvero di quanto accaduto, ormai non era più questione di se, ma di quando, sostengono gli osservatori. Eppure, alcuni ricercatori si chiedono: esiste un legame con la stella al centro del nostro sistema solare? Ovvero: quanto ha influito la tempesta solare di inizio mese?
TEMPESTE SOLARI - Le enormi esplosioni sulla superficie del sole registrate ai primi di agosto stanno regalando alla Terra non solo un'estate di aurore polari. Secondo l'agenzia spaziale americana Nasa, all'inizio d'agosto il nostro pianeta è stato interessato da tre forti piogge di materiale solare. Fenomeni non particolarmente potenti, che hanno un ciclo di 11 anni, ma che sono in ogni caso preoccupanti. Il Sole attraversa infatti ciclicamente periodi di maggiore o minore attività che si esprime con la presenza sulla sua superficie di macchie solari oppure brillamenti o espulsioni di massa coronale (Emc), cioè ondate di plasma che interferiscono con il campo magnetico terrestre. È noto negli ambienti scientifici che queste tempeste geomagnetiche possono incidere anche sull'uomo, alterando, per esempio, l'umore o inducendo le persone a comportamenti negativi.
CRACK IN BORSA - Una serie sempre più abbondante di ricerche mette in relazione i cicli solari e gli episodi di Emc con ogni sorta di eventi, dagli attacchi cardiaci ai crolli del mercato finanziario. Tanto è vero che alcuni studi hanno dimostrato negli anni un aumento dei ricoveri per depressione e un incremento del numero di suicidi durante i periodi caraterizzati da disturbi della magnetosfera terrestre rispetto ai periodi di calma, scrive la Reuters. Sulla relazione tra tempesta magnetica e investimento azionario esiste persino una ricerca della Federal Reserve di Atlanta del 2003. Gli autori Anna Krivelyova del Boston College e Cesare Robotti dell'Atlanta Federal Reserve avevano sostenuto nel documento che tempeste solari possono influenzare anche la Borsa. Lo studio suggerisce che gli investitori, disturbati involontariamente dall'attività di origine spaziale, sarebbero propensi all'ansia e alla depressione, che a loro volta li inducono ad assumere rischi non necessari. Inoltre: verrebbe favorita la tanto controversa vendita allo scoperto sui titoli del comparto finanziario, un'operazione vietata proprio qualche giorno fa dalle autorità di Francia, Spagna, Belgio e Italia. Tuttavia, l'angosciosa altalena vissuta dalle Borse di mezzo mondo e gli scontri nel Regno Unito, due episodi drammatici avvenuti però quasi in concomitanza, potrebbero essere semplice casualità. I trader, i gestori di hedge fund e gli operatori non potranno però dormire sogni tranquilli: altre tempeste sono difatti attese nei prossimi mesi. Gli esperti della National Oceanographic and Atmospheric Administration (la Noaa) prevedono per il futuro un'intensificazione delle tempeste solari, fino a un picco previsto per il 2013.
(per i veri appassionati, di seguito le cinquanta e passa pagine del sussiegoso rapporto "scientifico" che approfondisce i succitati rapporti astrologici: povera scienza, ridotta a manierismo su commissione nemmeno troppo elegante!)
La sudditanza della politica ai mercati: le opinioni sembrano convergere su questa diagnosi al di là degli schieramenti partitici in questi giorni di angoscia per temuti default e manovre finanziarie "lacrime e sangue".
Il mercato finanziario, non il mercato semplicemente, sembra essere la nuova sorgente di sovranità, una sorgente che per di piú è insindacabile anche perché impossibile da localizzare, impersonale e soggetta a leggi che vengono concepite e applicate come se fossero naturali.
Di fronte a questa quasi divinità o naturalità la decisione politica sembra impotente: incapace di imporre le sue ragioni che dovrebbero essere quelle di una vita decente e liberamente progettata da parte degli uomini e delle donne che vivono in società. Eppure la politica non è un terreno neutro e, diciamo pure, non è incolore rispetto al sovrano mercato.
Evidentemente esiste una politica organica o funzionale a questa fase del dominio dei mercati finanziari che è disposta a ordinare le scelte secondo la logica della rendita.
La politica neoliberale (ciò che da noi si chiama liberismo) è l’ideologia che caratterizza questo tempo e le manovre dei governi - con più o meno resistenza – ne sono il segno. La lotta negli Stati Uniti tra due modelli di intervento statale sono il segno forse più esplicito che non è la politica in sé a soccombere ma una visione dello Stato e quindi dell’economica: o come scienza che si dovrebbe occupare del benessere della società o al contrario come una tecnica di rastrellamento delle fonti di rendita finanziaria.
Il dominio del denaro, più che il dominio del mercato, è il centro del problema, e la trasformazione della scienza economica in scienza del business e applicazione del calcolo matematico ai fattori numerici dei movimenti di borsa ne è il segno distintivo. È sufficiente affacciarsi alla porta dei dipartimenti di economia di tutte le università del pianeta per comprendere la dimensione di questa trasformazione; la trasformazione di questa scienza da scienza umana a scienza matematica è il riflesso del potere insindacabile del mercato finanziario sulla società.
E la politica, una parte di essa, si sente a suo agio con questa trasformazione. Si tratta di quella particolare coniugazione del liberalismo che, soprattutto a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, ha creato il "fatto semplice" dell’interesse individuale (self-interest), facendone un attributo che appartiene a ciascuno di noi come una qualità sostanziale che determina la nostra razionalità e il calcolo dei costi e dei benefici che in ogni momento della giornata guida le nostre azioni, siano esse di tipo sentimentale o economico appunto.
La concezione dottrinaria dell’interesse sulla quale il pensiero neo-liberale (in gergo liberista) si è posizionato nel corso dei decenni ha avuto di mira un obiettivo centrale: quello di tenere la legge fuori dalla sfera dei beni e la formazione della ricchezza. La legge, ovvero lo Stato, è chiamato a intervenire quando l’irrazionalità delle passioni o dell’errore di conoscenza interrompono il fluire delle scelte: quindi Stato gendarme e regolatore delle relazioni sociali per contenere i conflitti e sostenere al massimo chi è sconfitto nella lotta per la vita.
Quello a cui stiamo assistendo in questi mesi (anni) è più o meno la vittoria di questo paradigma, una vittoria che è andata insieme alla sconfitta di altri modelli di ordine sociale e che ha stravinto su tutti i potenziali rivali. È questa la fine della storia di cui ha scritto Francis Fukuyama.
È la fine, ovviamente, non della storia ma certo della storia della lotta contro un modello economico, quello per difendere il quale oggi le nostre società democratiche stanno soccombendo.
Il liberalismo conservatore del nostro tempo è nato all’interno della società democratica come una gemmazione del liberalismo economico; si è manifestato come una reazione a ogni forma di società che vuole programmare le sue scelte economiche per poter distribuire oneri e beni più equamente; non è un caso se insieme alla stretta sulla spesa dello Stato i mercati finanziari chiedano di lasciare a loro tutti i servizi che in questi ultimi sessant’anni sono stati finanziati, regolati e gestiti dai governi. Il neo-liberalismo è la politica di oggi.
Ma è politica. È comunque un uso del potere dello Stato per attuare piani e progetti che hanno committenti e scopi specifici e razionali. E la sua dottrina è la seguente: tutti i beni che le società producono e dai quali si può estrarre un profitto devono essere lasciati al mercato - se necessario anche la coercizione (in alcuni stati degli Stati Uniti anche i servizi carcerari sono gestiti da società private).
Ciò che si chiama declino della sovranità degli Stati sembra dunque rassomigliare più a un riassestamento del rapporto tra Stato e sfera economica in una direzione che va verso uno Stato socialmente irrilevante e coercitivamente forte. Lo Stato non scompare, né la sua sovranità si erode, si ridefinisce invece in funzione di un ruolo solo che è essenzialmente quello di gestire l’uso della violenza.
Come aveva ben visto Norberto Bobbio, la sfera del diritto penale si espanderà in proporzione diretta al restringimento delle politiche sociali. È lo stato minimo del quale parlavano liberali antichi come Herbert Spencer o il Barone von Hayek; uno Stato al servizio di una società che è libera nella misura in cui capace di autoregolarsi con minimo dispendio di potere coercitivo, ma il cui potere coercitivo è ben funzionate e arcigno e duro se necessario.
La vicenda Marchionne-Pomigliano è stata analizzata da par suo, fin dal suo primo manifestarsi, da Eugenio Scalfari, in due articoli su la Repubblica (20 giugno e 29 agosto 2010). La sua tesi di fondo è che, per la teoria dei vasi comunicanti, la globalizzazione impone all'industria una linea di condotta non molto dissimile da quella di Marchionne, con la quale perciò è inutile polemizzare. Scalfari cita anche direttamente Marchionne, con una frase diventata da allora famosa: «Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa» (ci tornerò sopra più avanti).
E però Scalfari aggiunge che la teoria dei vasi comunicanti, per funzionare senza sfracelli, dovrebbe valere in qualsiasi caso. E cioè: onde evitare che si creino nell'area dell'ex-benessere mondiale insostenibili perdite di diritti (libertà ed eguaglianza), bisognerebbe provocare pressoché contestualmente «analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri», questi ultimi, oggi, già di per sé fortemente svantaggiati, e per giunta molto, molto più esposti ai rischi della ventilata trasformazione marchionniana. Potremmo definire, quella di Scalfari, la risposta solidaristica e riformistica alla perdita di potere delle classi subalterne. Comporterebbe, per realizzarsi, un ampio e solido schieramento di forze politiche nazionali e sopranazionali a suo favore. Ci sono? Dove sono? Per restare ai casi nostri, ci sono in Italia? Qualcuno ha risposto, pubblicamente consentendo, al saggio appello di Scalfari? E nel frattempo?
In questi mesi ha pubblicato una serie di articoli sul manifesto (per quanto mi consta, ma potrebbero essercene degli altri, il 16 giugno, il 1 luglio e il 15 settembre) Guido Viale, con il quale è difficile non consentire pressoché integralmente. Anche secondo lui al piano A di Marchionne, preso in sé, non c'è alternativa: perché l'alternativa va cercata altrove. L'alternativa, infatti, per essere efficace, non può essere parziale: dev'essere globale e radicale, almeno quanto la linea cui si oppone. Essa consiste nella «conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti...». Come potrei non essere d'accordo con questa limpida prospettiva strategica (la quale anch'essa, peraltro, gode per ora di adesioni e perfino entusiasmi assai limitati nelle popolazioni interessate, e quasi nessuno nei ceti politici conseguenti)? Sì, va bene, anzi benissimo, ma nel frattempo?
Riprendo ora il ragionamento, imboccando però tutt'altra strada. Uno degli aspetti più immediatamente positivi delle scelte operate recentemente dal dottor Marchionne è di aver consentito nella maniera più facile e rapida un ritorno (persino estremizzato) all'obliato Marx (altro che Machiavelli, altro che Hegel).
Ricordate? «Se occorre soltanto mezza giornata lavorativa per mantenere in vita un operaio per un'intera giornata lavorativa, allora il plusvalore del prodotto risulta automaticamente, perché il capitalista ha pagato soltanto il prezzo di mezza giornata lavorativa, mentre ne ottiene una intera oggettiva nel prodotto; dunque, per la seconda metà della giornata lavorativa egli non ha scambiato nulla. Ciò che solo può fare di lui un capitalista non è dunque lo scambio, ma un processo in cui egli senza scambio riceve tempo di lavoro oggettivato, ossia valore» (Grundrisse, III, 1). Solo che, andando in estrema sintesi, e quindi rischiando mostruose (ma anche, forse, utilmente semplificanti) approssimazioni, il dottor Marchionne vorrebbe oggi ridurre il prezzo dell'intera giornata lavorativa, che paga all'operaio, non più alla mezza giornata dell'esempio marxiano, ma a due ore, un'ora e mezza, un'ora, forse in prospettiva dieci minuti. E cioè: in cambio della promessa della conservazione del posto di lavoro (tutt'altro che certa, Viale), la riduzione dell'operaio italiano, anzi in prospettiva occidentale, al paria indiano, al coolie cinese.
Non è polemica, anche questo è un dato di fatto. Si riscopre cioè oggi - e anche questo è un dato storico ricorrente - che in tutti quei momenti in cui si tratta di superare un passaggio epocale (e questo, certo è uno di essi), sotto la maglietta negligentemente sbottonata del padrone più disinvolto e à la page, batte il cuore eterno dell'accumulazione primitiva, quella che, quando non se la può più prendere con nessun altro, se la prende con il lavoro. Si sa che il sogno del capitalista moderno, da che mondo è mondo, e finché esisterà il mondo, è: macchine che producono macchine, la soppressione della fastidiosa, intollerabile, ribelle riluttante, forza lavoro umana (non mi soffermo, ma si potrebbe, sugli effetti sistemici castrofici che tale prospettiva comunque produrrebbe, magari ne parliamo un'altra volta). Fin quando, però, sussiste forza lavoro umana, la compressione finale avviene lì, è lì che deve avvenire.
Uno potrebbe dire e/o pensare (e molti, oggi, moltissimi dicono e/o pensano): ma in fondo chi se ne frega degli operai, se, purché il sistema regga? Dubito che il sistema regga, se ce ne freghiamo degli operai. Alcune considerazioni nel merito del valore generale di tali ragionamenti.
Checché se ne dica, e checché se ne pensi, è proprio la leggendaria «condizione operaia» che è tornata in questi mesi (pur sempre faticosamente, e in mezzo a clamori assordanti d'interdizione) al centro dell'attenzione. La domanda è: è proprio vero che la «condizione operaia», il modo d'essere operaio, il «punto di vista» di classe, il suo rapporto non solo economico ma anche «sociale» con il resto del mondo, sono estranei alla «condizione generale», «sociale» e «civile», «politica» e «istituzionale», del nostro paese, dell'Europa, del mondo? Si direbbe, - anzi, questo con sicurezza si può dire, - che, per stare al gioco, gli operai dovrebbero rinunciare alla contrattazione; al diritto di sciopero; ai diritti di cittadinanza; al diritto di mangiare, cagare e pisciare in fabbrica. Più che di un'«epoca dopo Cristo», come dice Marchionne, sarebbe giusto parlare di «un'era senza Cristo»: un'era in cui l'unica legge torna ad essere, appunto, quella feroce dell'accumulazione primitiva, e le altre leggi, giuridiche, politiche e civili, e persino, sullo sfondo, quelle religiose, si dissolvono come neve al sole.
(Domanda: e gli Stati uniti? Non me ne intendo per parlarne, ma a naso mi pare che Ron Getterlfinger non abbia la stoffa dei nostri Giuda e Barabba: in ogni caso la Uaw lì possiede la maggioranza delle azioni Chrysler e due colossi finanziari come i fondi pensione e quello sanitario, e dunque, comunque la si voglia giudicare strategicamente, forse la situazione è diversa. Se mai sarebbe interessante approfondire in questo contesto quel che scrive Giulio Sapelli sul Corriere della sera, 18 giugno u.s., in un articolo rimasto anch'esso ingiustamente defilato. L'operaio cinese alza (finalmente) la testa: descrivendo il movimento esattamente opposto a quello che Marchionne vorrebbe imprimere agli operai italiani, e cioè i coolies cinesi che diventano operai coscienti, operai all'occidentale, e dunque, anche, cittadini diversi da come il regime vorrebbe che fossero. Questa è la terza strada da battere, l'Internazionale operaia, che risorge proprio dalle ceneri infeconde e avvelenate del comunismo-capitalismo di Stato, più utopica, certo, delle altre due, ma in compenso più seducente).
Facciamo a questo punto, e una volta tanto, «mente locale». La contrattazione significa che due soggetti siedono al medesimo tavolo con le medesime, potenziali opzioni (e possibilità) di partenza (almeno fino a quando, cosa di cui per ora, giustamente, non c'è quaestio, non si potrà pensare ad un capitale senza lavoro o a un lavoro senza capitale). La civiltà giuridica europea, la civiltà europea tout court sono fondate su questo presupposto (non a caso garantito esplicitamente dalla nostra Costituzione). La mia tesi è che se si mette in discussione questo caposaldo, vien giù tutto il resto. Forse è ancora vero (M. Tronti, La fabbrica e la società: 1962, ahimé) che quel che si verifica e si modella nel lavoro produttivo allargato (forse oggi più allargato e differenziato che allora: diciamo più genericamente, e provvisoriamente, il mondo del lavoro oggi, all'interno del quale, tuttavia, il lavoro operaio continua a occupare una posizione centrale e decisiva), il giorno dopo lo ritrovi nei rapporti sociali, nelle forme e nei programmi della politica, nei valori da perseguire o da rigettare e, alla fine, nelle nuove regolamentazioni giuridiche del sociale. Ci vorrebbe, insomma, una società diversa, e molto, molto peggiore, nonostante tutto, di questa, una società di due o tre secoli fa (e infatti c'è già chi ci pensa), perché il dottor Marchionne possa fare tranquillamente il suo lavoro.
Tutto, insomma, alla fine si tiene (come sempre, nei momenti decisivi). Se passa la prospettiva Marchionne, non sola la «condizione operaia» peggiorerà intollerabilmente, - il che, forse, qualche considerazione «umanitaria» dovrebbe sollevarla, o no?, - ma scompariranno dalla scena sia l'ipotesi solidaristica e riformistica (la ridistribuzione politico-sociale della ricchezza) sia l'ipotesi ecologista (la conversione ambientale del sistema produttivo), per non parlare, ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè, dell'operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come l'operaio occidentale a patto che intanto l'operaio occidentale non sia stato ridotto nelle condizioni dell'operaio cinese).
Nel frattempo,dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro completa mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta una battaglia generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri diritti, la prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo formalmente) più libera ed eguale. Per una volta tanto diciamo, rischiando l'enfasi, che la «condizione operaia» è anche la nostra condizione, ne è anzi il presupposto, politico e civile. Dopo si potrà ragionare più ordinatamente sul «che fare». Ora si tratta di dire con chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si deve fare.