INVIATO A PIEVE DI SOLIGO - Qui nell’alta marca trevigiana ci sono piccole zone incontaminate che resistono. Posti dimenticati come Refrontolo che hanno una felicità in sé e conservano un loro incanto. Ma ormai non si può più nemmeno pensarlo, il vecchio Veneto. «In giro c’è una ferocia tale che si esprime in un impulso alla velocità, alla fretta…» dice il poeta Andrea Zanzotto. Oggi compie 90 anni e per l’occasione verrà presentato un libro celebrativo intitolato Nessun consuntivo con un saggio di Carlo Ossola, contenente una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da Pieve di Soligo, da quel mondo collinare che ha fatto da fondale ai quadri eterni di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, poi devastato dall’industrializzazione selvaggia e dai capannoni del mitico Nord Est, il più cosmopolita dei nostri poeti continua a guardare alle cose del mondo e a tutti noi. Non senza rovelli e nuovi spettri. Zanzotto, a casa sua, è seduto al centro di un piccolo divano, coperto da un berretto rosso e un plaid marrone. Il suo viso è scavato dall’età e dagli acciacchi, ma gli occhi si muovono vispi. La testa mobile e curiosa, da indignato cronico.
È vero che segue da vicino la crisi finanziaria mondiale?
«Questa modernità cannibale mi ossessiona. La stoltezza che circola si palpa come un vento».
«In questo progresso scorsoio, non so se vengo ingoiato o se ingoio…», scrisse qualche tempo fa. Aveva forse previsto tutto?
«La mia cultura è soprattutto letteraria. Per questo mi trovo a inseguire delle realtà con il dubbio di non raggiungere nessuna e benché minima formulazione di un quadro attendibile. C’è qualcosa di azzardato e di friabile in questo nostro presente che sento di non poter controllare».
Se per questo anche gli economisti non hanno previsto nulla. Zanzotto lei è in buona compagnia…
«Questo è vero. In alcuni momenti credo di poter formulare qualcosa di abbastanza stabile. Forse è soltanto il potere della poesia a far sì che riesca a mantenere un contatto con il mondo nonostante il senso di disappartenenza in cui mi trovo costretto a vivere, anzi a sopravvivere. Ma poi mi accorgo che anche questa è un’illusione. Tutto è pressappoco e ci si trova con il fumo nelle mani…».
Lei parla di illusioni. Però le sue battaglie contro la cementificazione selvaggia che si sta mangiando mezza pianura del Piave, sono fatti molto concreti. Qui a Pieve di Soligo si ricordano tutti quella, vinta, a difesa del prato di via delle Mura. Doveva nascere un mega palazzetto, lei è riuscito a fermare le ruspe…
«La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare».
Un’altra battaglia che combatte da anni è quella contro l’imbroglio della cultura leghista…
«Mi ha fatto molto piacere sentire il Capo dello stato riaffermare l’unità d’Italia e liquidare certi giochi di parole che negli anni avevano creato un imbroglio. La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà».
Eppure nei comuni qui attorno, in questi luoghi del quartiere del Piave sacro alla patria – Moriago e Nervesa della Battaglia, il Montello degli ossari dove correva la linea del fronte della Grande Guerra, l’isola dei morti dove il 26 ottobre 1918 gli arditi sfondarono le linee austriache - la Lega e la sua retorica anti italiana fanno il pieno di voti da anni, com’è possibile?
«Perché esiste una contraddizione molto forte tra la tradizione dell’Italia una e indivisibile e un paese reale diviso dal punto di vista economico. Questo dualismo lasciato marcire per anni ha confuso i piani producendo l’imbroglio di due paesi altri tra loro. Arrivando all’equivoco padanico».
Invece riaffermare nel corso del suo 150esimo anniversario l’unità d’Italia è stato come un urlo liberatorio. Come se Napolitano avesse gridato: “il re è nudo”, sgonfiando d'incanto la retorica secessionista.
«Il viaggio in Italia di Napolitano in occasione del 150˚ anniversario dell’unità ha come riscoperto un patriottismo sopito. In precedenza si era sottostimato quel che era il bisogno di proclamazione unitaria».
In effetti anche l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, al dunque si rimette in testa il cappello da alpino e sventola il tricolore. Il sindaco di Verona Flavio Tosi pure. Continua però l’abuso del dialetto, strumentalizzato a fini politici dai dirigenti leghisti…
«La riaffermazione di Napolitano spero dipani anche questo grande equivoco identitario. Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana , per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita».
In che senso?
«Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani...».
Una lezione che i novant’anni di Andrea Zanzotto, veneto di Pieve di Soligo, la vandea leghista, ricordano a tutti a futura memoria.
“Petroselli. Il Sindaco più amato e il sogno spezzato di una città per tutti” (Castelvecchi), merita di essere letto per diversi motivi. In primo luogo, vi si trova un racconto efficace della stagione politica di cui Petroselli fu protagonista – gli anni ’70 – caratterizza da grandi attese di cambiamento, da una grande mobilitazione politica e sociale in gran parte indipendente dai partiti. Una stagione durante la quale la causa del riscatto sociale e culturale di una intera città si affermò conquistando persone di diversi orientamenti ideologici e culturali. Il libro, poi, dedica molto spazio alle vicende urbanistiche della città, all’impegno di Petroselli in questo campo e agli impedimenti che incontrò, e aiuta a capire bene perché a Roma, dopo momenti di grande slancio riformatore, si torna facilmente indietro, a quei mali antichi che ne determinano il degrado – primo tra tutti l’estrema potenza della rendita fondiaria.
La rievocazione degli anni di Petroselli proposta nel libro, a guardar bene, è rilevante anche per la politica di oggi. Se Petroselli fosse stato il sindaco di Roma per cinque o dieci anni – come avviene ai nostri giorni – un segno, buono o cattivo, lo avrebbe lasciato per forza di cose. Ma egli fu Sindaco per soli due anni (morì nel 1981, poco tempo dopo la sua rielezione). Eppure si può a buon diritto parlare, come fanno gli autori, della “Roma di Petroselli”. In un’epoca come la nostra, in cui chi amministra la cosa pubblica gode di strumenti istituzionali sicuramente più potenti di quelli di una volta (elezioni dirette, premi di maggioranza, etc.) la questione è senza dubbio interessante. Infatti, la politica personalizzata, piena di leader solitari, incomparabilmente più conosciuti e onnipresenti, e forse più potenti di Petroselli e dei politici di allora, stenta a produrre personalità capaci di lasciare un segno riformatore chiaro, di lanciare idee e progetti che facciano discutere anche dopo decenni. Il libro suggerisce l’idea che Petroselli abbia anticipato i tempi del sindaco eletto direttamente e tuttavia non sembra attribuire il successo del personaggio solo al suo carisma. Anzi, si ricorda che la storia e la figura di Petroselli destavano perplessità, tanto che anche alcuni compagni di partito pensavano che non reggesse il confronto con il suo predecessore, Giulio Carlo Argan, una grande personalità dell’Accademia (si veda, a questo proposito, la testimonianza di Piero Della Seta). Le lettura del libro suggerisce che la politica di Petroselli non fu da “One man show”, di quelli che piacciono adesso, basti pensare che fu proprio lui, dopo aver condotto il PCI (era segretario regionale del Lazio dal ‘69) alla vittora del 1976 a Roma, a proporre lo stesso Argan alla carica di sindaco (a cui subentrò tre anni dopo). Una cosa lontana dalla sensibilità contemporanea, elezioni dirette a parte.
Il merito del libro, è proprio questo. E’ una ricostruzione non agiografica di una vicenda politica rilevante per l’oggi. Petroselli emerge come un leader politico che è stato capace di mobilitare le forze che aveva a disposizione per imprimere alla città una grande trasformazione. Il suo impegno per il cambiamento è avvenuto prima utilizzando gli strumenti della politica e del partito, poi quelli dell’amministrazione. La Roma lasciata dalle “giunte rosse” che hanno governato dal 76 all’85 non aveva più i borghetti e i baraccati, aveva sperimentato l’innovazione politica e amministrativa, poteva contare su una più vasta e migliore offerta di servizi sociali. Roma, con Petroselli, aveva imparato a pensare a sé stessa in termini alti, attraverso grandi idee e grandi progetti. Il libro, a questo proposito, dà giustamente spazio alla vicenda del “Progetto Fori”, cioè l’idea di mettere al centro della vita della città il parco archeologico del Foro Romano attraverso lo spostamento dal centro di molte delle attività direzionali e lo smantellamento di Via dei Fori Imperiali. Questo progetto, per Petroselli, aveva una grandissima portata ideale e programmatica, e così ne spiegava il senso: “quello che vogliamo che accada è che non solo il tempo di percorrenza, ma il tempo mentale e il tempo culturale si accorci tra via dei Fori Imperiali e la periferia, tra la periferia e Via dei Fori Imperiali”. L’idea che la cultura possa essere un motore della vita della città e del suo sviluppo – rappresentata anche dal grande successo dell’Estate Romana – è stato un tratto distintivo della “Roma di Petroselli” e un modello imitato in tutto il mondo. Non fu solo una sua idea. Certo è che Petroselli la promosse e difese con forza prima come politico e poi come amministratore.
Sicuramente, la complessa vicenda delle giunte rosse romane di cui è stato protagonista Petroselli è stata caratterizzata anche da alcuni significativi fallimenti, molti dei quali sul piano urbanistico. Il libro, per esempio, spiega bene la vicenda di quartieri degradati come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38. Va detto che molti dei fallimenti si sono prodotti dopo la morte di Petroselli anche per la cattiva gestione di progetti che avrebbero potuto avere esiti differenti e migliori. Baffoni e De Lucia, tuttavia, mettono in evidenza un grande merito sul quale sarebbe utile che riflettessero politici e amministratori locali odierni, inclusi quelli di sinistra. Petroselli, ancora prima di diventare sindaco, nel 1978, promosse un accordo coi costruttori romani che puntava al “distacco dell’imprenditoria edilizia dalla proprietà dei suoli e dalle sirene della speculazione fondiaria, per orientarla verso il legittimo profitto d’impresa assicurato dal mercato pubblico degli alloggi”.
La vicenda narrata è quella di un politico che riesce a governare una grande città e le sue sfide proponendo un progetto non pensato a tavolino, ma ideato e realizzato coinvolgendo al massimo le forze e gli attori in campo, utilizzando tutte quelle novità, idee, aspirazioni e movimenti che dalla città di allora emergevano. Un progetto che ancora oggi ci interroga: il rapporto di Roma con l’antico, la città di tutti, l’accesso ai servizi, la pedonalizzazione. Cose tanto spesso dimenticate. Lo si vede dal confronto proposto nel libro tra Petroselli e Alemanno, ma lo si vede anche nelle criticità che vengono messe in evidenza dagli autori sulla Roma dell’ultimo centrosinistra. Che tanto ha fatto, ma che molto ha lasciato fare proprio su ciò che in una città è strutturale, l’ambiente costruito.
Il libro ricorda il grande consenso popolare di Petroselli, anche attraverso alcune testimonianze raccolte alla fine del testo principale. Inutile dire che il rapporto forte che il Sindaco aveva con i cittadini di Roma non è riconducibile al plebiscitarismo sondaggista di oggi. Se è vero che Petroselli inaugurò la linea diretta coi cittadini da una TV locale, questo non viene raccontato come il tratto distintivo, e in effetti non lo fu. Alcune delle testimonianze riportate parlano di un sindaco e di un politico che sapeva confrontarsi con i tanti soggetti politici e sociali presenti nella città, in primo luogo con gli abitanti delle periferie, con i quali venivano discussi – non senza contrasti – le operazioni di risanamento.
Quella stagione politica e quel leader sollevarono molte aspettative che finirono, in parte, per essere disattese. I motivi sono numerosi. Sicuramente, su molte questioni ci fu un deficit di volontà politica: il libro, per esempio, ricorda che le conferenze urbanistiche promosse dal Comune mortificarono le attese di riforma e questo è da addebitare sia alle forze politiche alleate, che allo stesso partito di Petroselli, il PCI. Ci furono, poi, anche le carenze dell’amministrazione, basti pensare al caos dell’assegnazione degli alloggi a Tor Bella Monaca. Ma un ulteriore motivo viene ricordato nel libro. Dopo la perdita del Campidoglio da parte delle sinistre fu avviata una vasta riflessione autocritica (allora si usava). In molti capirono che fu proprio la promozione della qualità urbana che determinò il sorgere di nuove esigenze, che non si seppero apprezzare né tantomeno cogliere, se non in parte.
Petroselli morì in una fase di slancio dell’azione riformatrice, e sarebbe ingiusto, forse, rivolgere una critica al suo operato di questo genere, visto che non si può sapere come avrebbe gestito gli stessi successi della sua amministrazione. Certamente, i riformatori e i riformisti venuti dopo di lui possono imparare molto dall’apertura al nuovo, ai nuovi soggetti e alle nuove esigenze della città che Petroselli, come documenta il libro, ha saputo esercitare. Se non è una lezione per l’oggi, sicuramente un suggerimento da valutare.
Ho scritto per il prossimo numero di «Gli asini» un articoletto che mi è venuto di getto sentendo guardando leggendo quel che accadeva in America e ahinoi anche in Italia, perfino con manifesti della nostra pseudo sinistra, e mi permetto di riproporlo qui con qualche modifica, dopo aver letto un altro articolo uscito proprio su queste pagine intitolato significativamente L’uomo dei sogni.
Mi ha colpito il pianto giovanile sul cadavere di Steve Jobs, che mi ha ricordato quello senile di qualche anno fa sul cadavere di Gianni Agnelli (muoiono anche i “grandi” e i “benefattori dell’umanità”, se Dio vuole!, grazie alla Natura e a quel prodotto del Capitale chiamato Cancro). Nel pianto dei giovani su Steve Jobs ho letto la stessa incoscienza. La stessa imbecillità? E se allora scandalizzava vedere come i vecchi operai piangessero il loro sfruttatore effetto del Cancro chiamato Televisione non scandalizza di meno vedere oggi dei giovani piangere uno degli artefici della loro alienazione dall’intelligenza del mondo e dalla possibilità di essere se stessi, coscienti, ragionanti, capaci di intervenire sul destino che la società degli Steve Jobs ha deciso per loro.
Il paradosso maggiore sarebbe constatare, come è assai probabile, che molti degli stupidi orfanelli di Steve Jobs siano anche molti dei manifestanti di queste settimane contro Wall Street e l’alta finanza manipolatrice e distruttrice l’un per cento della popolazione mondiale che campa alle spalle del 99 per cento, ha detto una rediviva e sensatissima Naomi Klein.
Si potrebbero accampare contro Jobs molte ragioni tradizionali di ripulsa, per esempio lo sfruttamento dei lavoratori cinesi, per esempio il costo dei suoi strumenti rispetto a quelli di altre case, per esempio l’ossessione del lucro su ogni cosa brevettata, per esempio l’adesione alla diabolica considerazione antica di certo puritanesimo americano che ha sempre visto nel successo economico di un individuo un segno divino (protestantesimo come anima del capitalismo, Weber dixit) con la ripetizione più attuale e post-moderna del mito del self-made man “dall’ago al milione”. Eccetera.
Ma quello che più colpisce nel lutto sconsiderato di questi giorni è che fossero i giovani a dimostrarlo con la stessa logica e le stesse manifestazioni che per un Elvis Presley, un James Dean e magari un Che Guevara o un’altra delle faccette stampate sulle loro canottiere (pardon, t-shirt), e però con una convinzione diversa e maggiore, che va oltre il banale discorso delle mode e del consumismo di miti più o meno fasulli, che periodicamente, regolarmente, attraversano le società giovanili americanizzate. Perché i giovani pensano di dovere davvero qualcosa a Steve Jobs, con la loro possibilità di usare i suoi strumenti e di ricavarne diletto, conoscenza e comunicazione con gli altri. Come se il diletto rendesse più intelligenti e padroni di sé, la conoscenza enciclopedica e l’immediatezza delle notizie fossero sinonimo di cultura viva, e la comunicazione mettesse davvero in relazione con l’altro e permettesse uno scambio, un’interazione, un’azione. Come se i “mezzi” diventassero il fine nel momento stesso in cui lo tradiscono e negano, in cui creano nuove dipendenze, nuove droghe della coscienza invece che quella comunicazione che ci veda solidali in progetti comuni di liberazione.
C’è poco da sperare in una gioventù così succube dei media, e oggi non soltanto del loro discorso ma dei suoi strumenti “democratizzati”, alla portata di (quasi) tutti. L’unico effetto davvero positivo che è possibile riconoscere ai nuovi mezzi messi sul mercato dal “titano” Jobs (Il titano fu il titolo di un mirabile e dimenticato romanzo di Theodore Dreiser sulla figura del Capitalista americano, e l’impalcatura della vicenda non è affatto cambiata da allora) è quello di aver ridotto sensibilmente, forse enormemente, l’impatto della televisione, ma così come i nuovi mezzi alla Jobs ne sono la continuazione, così il fatto di possedere un proprio apparecchio televisivo portatile con programmi più vari, con un diluvio di programmi, di avere una specie di televisione propria emittente-ricevente non è un segno certo di liberazione ma invece di nuova e sempre più capillare sudditanza. Sì, Jobs è un’altra incarnazione del Grande Fratello dimostrato e denunciato da Orwell. E insomma, c’è non molto di nuovo sotto il sole, a parte le malattie concrete della Terra.
Schiavi della macchina che pensa per noi, come sempre? Uominimacchina come, diceva Simone Weil, era nelle aspirazioni dell’umanità moderna e in modi più raffinati e più completi è dell’umanità post-moderna, con le sue avanguardie giovanili? Steve Jobs non è stato un benefattore dell’umanità, ma uno dei suoi più attuali e raffinati oppressori.
È sempre più chiaro che non solo la Grecia e l'Italia, ma anche l'Europa, gli Stati uniti, e il mondo intero, stanno marciando verso una recrudescenza irreversibile della crisi in corso. La questione del debito - dei debiti: quelli delle «famiglie», delle imprese, delle banche, dei «fondi», degli Stati - ha offuscato quasi completamente la questione ambientale, a partire dai cambiamenti climatici e, a seguire, dell'acqua, della biodiversità, della deforestazione, dell'esaurimento delle risorse rinnovabili e non rinnovabili.
Il pianeta Terra viene messo al tappeto da una «crescita» di prelievi e di emissioni che non è in grado di sostenere. Eppure è proprio alla «crescita», a una «ripresa» della crescita, al raggiungimento di tassi di crescita irrealistici e insensati, come quelli che sarebbero necessari per fare fronte alla crisi del debito, che tutto l'establishment politico, finanziario, industriale e accademico fa continuamente riferimento come ricetta per «uscire dalla crisi».
Prendiamo il caso dell'Italia: per raggiungere il pareggio - di cui è prevista addirittura la «costituzionalizzazione» - il bilancio dello Stato dovrebbe realizzare un avanzo primario (differenza tra le entrate fiscali e la spesa pubblica) del 5 per cento del Pil all'anno (ma con l'attuale spread si arriverà facilmente al 6,5 per cento). Per fare fronte alla nuova versione del patto di stabilità europeo (che impone di ridurre ogni anno del 5 per cento la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil) ci vuole almeno un altro 3 per cento annuo. Per avere la «crescita», una volta assolti questi obblighi, ci vorrebbe un altro 2-3 per cento: cioè un aumento annuo del Pil del 10-12 per cento: tassi «cinesi». Ma di una Cina che non esiste più. Perché si cominciano a pesare anche là scioperi, aumenti salariali, disastri ambientali, rivalutazione dello yuan e delocalizzazioni (che alla fine cominciano a coinvolgere anche quel paese: alcune «in senso inverso», con un ritorno delle produzioni nei paesi da cui erano emigrate; altre verso paesi ancora più «economici», sia in campo ambientale che salariale). E questo sta mettendo fine al dumping con cui sono stati costruiti quindici anni di «sviluppo» tanto accelerato quanto insensato e pericoloso.
In attesa di un ritorno alla «crescita», però, in Italia come in Grecia, e in tutti i paesi sottoposti al ricatto del debito, si cerca di «salvare» i conti saccheggiando tutto quello che è saccheggiabile: pensioni, pubblico impiego, livelli salariali, occupazione, pause e ritmi di lavoro, diritti, assistenza sanitaria, scuola, università, ricerca, trasporti pubblici, welfare municipale. Ma soprattutto privatizzando tutto il privatizzabile; e anche quello che privatizzabile non è, perché gli italiani hanno votato perché non lo sia. Ma è proprio lì che ci sono i bocconi più succosi: nei servizi pubblici locali. E i caimani più voraci: la mafia che ha la «liquidità» per comprarli; oggi, e per molti anni a venire, a prezzi di svendita.
Basta con la tesi che privato è meglio di pubblico: sono uguali, ugualmente voraci, e inestricabilmente intrecciati. Solo per fare qualche esempio: il disastro dei rifiuti in Campania è il prodotto dell'affidamento (fraudolento) del ciclo dei rifiuti di un'intera regione a un gruppo privato (Impregilo) che continua a dominare gli appalti pubblici in tutto il paese: facendo disastri. A2A, impresa pubblica quotata in borsa, sta affondando per aver cercato di inghiottire Edison. Eni ed Enel, di cui il ministro Tremonti - improvvisamente trasformato in un ammazza-evasori - mantiene il controllo, sono entrambe ben insediate nei peggiori «paradisi fiscali» (non sarebbe ora di cominciare la lotta all'evasione proprio da lì?). Ecc. La gestione dei beni comuni - e dei servizi pubblici - non può essere né pubblica né privata: deve essere «comune», cioè condivisa, trasparente, partecipata.
Ma la Bce fa ora pagare alla Grecia, con la distruzione del suo tessuto economico, le spese sostenute con i costi astronomici delle Olimpiadi di Atene e con i giganteschi acquisti di armi, mentre corruzione e evasione fiscale imperversavano. Niente che la Bce non sapesse; o non potesse sapere per tempo. La situazione italiana non è diversa: anche qui, sotto gli occhi della Bce, le spese militari sono cresciute dell'80 per cento e gli «eventi» - dalle Olimpiadi invernali all'Expò, passando per il G8; ma ce ne sono stati altri mille, promossi, naturalmente, per «rilanciare» lo sviluppo - si sono moltiplicati, divorando i fondi sottratti a scuola, università, ricerca, trasporti, difesa idrogeologica, welfare, ecc. Mentre corruzione e evasione fiscale impazzavano e impazzano, qui come là. La Grecia, si dice ora, ha truffato la Bce falsando i bilanci (ma la responsabilità è di Goldman&Sachs, all'epoca in cui Mario Draghi, ora governatore della Banca d'Italia e domani Presidente della Bce, ne dirigeva la branca europea). La verità è che l'unico a essere veramente truffato - dal suo Governo, dalla Bce e da Goldman&Sachs - è stato il popolo greco. Come lo è - e continua a esserlo - il popolo italiano. Che a differenza della Bce, che sicuramente «sapeva» che si stava imboccando una strada senza ritorno, non ha nessuno strumento per controllare, e nemmeno per sapere, come vengono spesi i fondi del bilancio pubblico e a che cosa sono riconducibili i deficit che, anno dopo anno, hanno concorso a mettere insieme il debito mostruoso di cui adesso vorrebbero renderci schiavi.
Per questo è irrinunciabile la rivendicazione di un auditing pubblico del bilancio: quello che oggi viene rivendicato dai movimenti che riempiono le piazze greche; che un anno fa è stato promosso dal governo equadoregno di Correas, che sulla base delle risultanze si è sbarazzato di metà del suo debito; e che diversi altri governi hanno in programma. Il debito, la sua composizione, la sua origine devono diventare l'oggetto di un pubblico dibattito che supporti la rivendicazione di non pagarlo; o di riconoscerlo solo in parte.
Ma se non si paga il debito - ci si chiede - o una sua parte, o una parte degli interessi, non si manda a catafascio il circuito monetario, e con esso le banche, i mezzi di pagamento, la possibilità stessa di lavorare e produrre? Non è detto. Molte banche, nel 2008 e nel 2009, negli Stati uniti come in Europa, sono andate in fallimento già una volta (la banca franco-belga Dexia addirittura due); e sono state salvate a spese dei bilanci pubblici. Molte altre hanno nascosto, e continuano a nascondere, nonostante i cosiddetti stress-test, quasi tutti fasulli - altro che Grecia! - il loro stato fallimentare. Il circuito economico non si è certo bloccato. Anzi. Quasi tutte le banche hanno ripreso a speculare (anche, e soprattutto, sui titoli di stato), a fare profitti a spese del sistema produttivo, a pagare bonus astronomici ai loro dirigenti. Tanto che ora siamo al punto di prima; anzi, peggio. Infatti, è lo stato comatoso delle banche il motivo per cui i cosiddetti debiti sovrani (cioè i debiti di Stati che «sovrani» non sono più da tempo) preoccupano tanto.
Il fatto è che questa crisi planetaria non troverà soluzione fino a che non si sarà sgonfiata la bolla del debito che da quattro anni rimbalza dai mutui subprime alle banche, e da queste agli Stati, e dagli Stati di nuovo alle banche, e da queste al tessuto produttivo, o ai redditi di chi lavora, mettendo alle corde le entrate fiscali e, con esse, ancora di più i bilanci degli Stati. Ma per sgonfiare quelle bolle non basteranno tutte le misure prescritte da Mario Draghi e avallate dall'establishment. Per farlo occorre azzerare buona parte del debito in essere. Prima lo si fa e meglio sarà per tutti (tranne, ovviamente, per chi su quelle bolle fa profitti; e non son pochi). Meglio lo si fa - cioè, in modo «pilotato», selettivo, scadenzato, e con adeguate compensazioni, dove è indispensabile - e prima si potrà tornare a parlare del «che fare». Ma non per «crescere», per gonfiare il Pil a spese del benessere di chi lo produce; ma per valorizzare le capacità, le competenze, i saperi, la buona volontà, la convivenza, gli affetti di milioni di persone oggi sotto sequestro dai vincoli del debito.
Per questo occorre aprire un dibattito pubblico generale su quale sia - anche da un punto di vista strettamente «tecnico» - il modo migliore per liberarsi del debito; un dibattito fondato sulla trasparenza (bando ai segreti, bancari e aziendali!) e sulla partecipazione; senza temere l'inevitabile conflitto che un processo del genere scatena nei confronti di tutti coloro che detengono le leve del vero potere mondiale; e di tutti coloro che ne traggono beneficio asservendosi.
La finanza internazionale sta distruggendo le ultime parvenze di sovranità popolare e di democrazia. Oggi non si può difendere e rivendicare la democrazia - che non è mai una condizione acquisita, ma è sempre un processo in corso, più o meno sviluppato - se non riunificando economia e politica in un'autentica democrazia economica. Una democrazia dove si possa decidere, o rivendicare e lottare per il potere di decidere, che cosa produrre, per chi produrre, dove produrre e come produrre; dove i diritti di ciascuno non vadano a detrimento di quelli di nessun altro. Non è il manifesto di uno «stato ideale», ma l'indirizzo concreto di un processo pieno di ostacoli e di contraddizioni. Ma che ora si è messo in moto.
Che l´Italia fosse un campione anomalo nel novero delle democrazie lo si sapeva già. Ce ne accorgiamo ogni volta che qualche straniero, di sinistra o destra, ci guarda sbigottito - o meglio ci squadra - e dice: «Non è Berlusconi, il rebus. Il rebus siete voi che non sapete metterlo da parte». Tutto questo è noto, e spesso capita di pensare che il fondo sia davvero stato raggiunto, che più giù non si possa scendere. Invece si può, tutti sappiamo che il fondo, per definizione, può esser senza fondo. C´è sempre ancora un precipizio in agguato, e incessanti sono i bassifondi se con le tue forze non ne esci, magari tirandoti su per i capelli. L´ultimo precipizio lo abbiamo vissuto tra sabato e lunedì.
Una manifestazione organizzata in più di 900 città del mondo, indignata contro i governi che non sanno dominare la crisi economica senza distruggere le società, degenera a Roma, solo a Roma, per colpa di qualche centinaio di black bloc che in tutta calma hanno potuto preparare un attacco bellico congegnato alla perfezione, condurlo impunemente per ore, ottenere infine quel che volevano: rovinare una protesta importante, e fare in modo che l´attenzione di tutti - telegiornali, stampa, politici - si concentrasse sulla città messa a ferro e fuoco, sul cosiddetto inferno, anziché su quel che il movimento voleva dire a proposito della crisi e delle abnormi diseguaglianze che produce fra classi e generazioni. Il primo precipizio è questo: torna la questione sociale, e subito è declassata a questione militare, di ordine pubblico.
Il secondo precipizio è la pubblicazione, ieri su , di un colloquio telefonico avvenuto nell´ottobre 2009 fra Berlusconi e tale signor Valter Lavitola, detto anche faccendiere o giornalista: un opaco personaggio che il capo del governo tratta come confidente, che la segretaria del premier tranquillizza con deferenza. Nessuno può dirgli di no, perché sempre dice: «Mi manda il Capo». Lo si tocca con mano, il potere - malavitosamente sommerso - che ha sul premier e dunque sulla Politica. È a lui che Berlusconi dice la frase, inaudita: «Siamo in una situazione per cui o io lascio oppure facciamo la rivoluzione, ma vera... Portiamo in piazza milioni di persone, cacciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica e cose di questo genere». E riferendosi alla sentenza della Consulta che gli ha appena negato l´impunità: «Hai visto la Corte costituzionale? ha detto che io conto esattamente come i ministri».
Lavitola non è un eletto, né (suppongo) una gran mente. Ma un´autorità la possiede, se è a lui che il premier confida il proposito di ricorrere al golpe che disarticola lo Stato. È una vecchia tentazione che da sempre apparenta il suo dire a quello dei brigatisti, e per questo la parola prediletta è rivoluzione: contro i magistrati che indagano su possibili suoi reati (già prima che entrasse in politica) o contro i giornali da accerchiare, con forze di polizia o magari usando le ronde inventate dai leghisti. Sono due precipizi - il sequestro di una manifestazione ad opera dei black bloc, l´appello berlusconiano al golpe rivoluzionario - che hanno in comune non poche cose: il linguaggio bellico, le questioni sociali prima ignorate poi dirottate. E non l´esercizio ma la presa del potere; non la piazza democratica ascoltata come a Madrid o New York ma distrutta. Anche l´attacco dei Nerovestiti era inteso ad assediare i giornali su cui scriviamo. A storcere i titoli di prima pagina del giorno dopo, a imporci bavagli.
La guerra fa precisamente questo, specie se rivoluzionaria. Nazionalizza le esistenze, le frantuma separandole in due tronconi: da una parte gli individui spaventati che si rifugiano nel chiuso casalingo; dall´altra la società declassata, chiamata a compattarsi contro il nemico. Scompare la vita civile, e con essa lo spazio di discussione democratica, l´agorà. Tra il Capo militare e la folla: il nulla. È la morte della politica.
Dovremmo aprire gli occhi su queste cateratte; su questo alveo fiumano che digrada da anni ininterrottamente. Dovremmo non stancarci mai di vedere nel conflitto d´interessi il male che ci guasta interiormente, e non accettarlo mai più: quale che sia il manager che con la scusa della politica annientata si farà forte della propria estraneità alla politica. Dovremmo dirla meglio, la melmosa contiguità fra i due atti di guerra: le telefonate in cui Berlusconi si affida a un buio trafficante aggirando tutti i poteri visibili, e i black bloc che sequestrano i manifestanti ferendone le esasperate speranze. Tra le somiglianze ce n´è una, che più di tutte colpisce: ambedue i poteri sono occulti. Ambedue sono incappucciati.
È dagli inizi degli anni ‘80 che andiamo avanti così, con uno Stato parallelo, subacqueo, che decide sull´Italia. Peggio: è dalla fine degli anni ‘70, quando i 967 affiliati-incappucciati della loggia massonica P2 idearono il "Piano di Rinascita". Il Paese che oggi abitiamo è frutto di quel Piano, è la rivoluzione berlusconiana pronta a far fuori palazzi di giustizia e giornali. Sono anni che il capo di Fininvest promette la democrazia sostanziale anziché legale (parlavano così le destre pre-fasciste nell´Europa del primo dopoguerra) e sostiene che la sovranità del popolo prevale su tutto. Non è vero: la res publica non è stata in mano al popolo elettore, neanche quando il leader era forte. Sin da principio era in mano a poteri mascherati, a personaggi che il Capo andava a scovare all´incrocio con mafie che di nascosto ricattano, minacciano, non si conoscono l´un l´altra, come nei Piani della P2.
Non a caso è sotto il suo regno che nasce una legge elettorale che esautora l´elettore, polverizzando la sovranità del popolo. Non spetta a quest´ultimo scegliere i propri rappresentanti - lo ha ricordato anche il capo dello Stato, il 30 settembre - ma ai cacicchi dei partiti e a clan invisibili. Se ne è avuta la prova nei giorni scorsi, quando Berlusconi ha chiamato i suoi parlamentari a dargli la fiducia: «Senza di me - ha detto - nessuno di voi ha un futuro». Singolare dichiarazione: non era il popolo sovrano a determinare il futuro, nella sua vulgata? Basta una frase così, non tanto egolatrica quanto clanicamente allusiva, per screditare un politico a vita.
La sensazione di piombare sempre più in basso aumenta anche a causa dell´opposizione: del suo attonito silenzio - anche - di fronte alla manifestazione democratica deturpata. D´improvviso non c´è stato più nessuno a difendere gli indignati italiani, e gli incappucciati hanno vinto. Non è rimasto che Mario Draghi, a mostrare passione politica e a dire le parole che aiutano: «I giovani hanno ragione a essere indignati (...) Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all´età loro non l´abbiamo fatto». E proprio perché ha capito, ha commentato amaramente («È un gran peccato») la manifestazione truffata. Nessun politico italiano ha parlato con tanta chiarezza.
La minaccia alla nostra democrazia viene dagli incappucciati: d´ogni tipo. Vale la pena riascoltare quel che disse Norberto Bobbio, poco dopo la conclusione dell´inchiesta presieduta da Tina Anselmi sulle attività della P2. Il testo s´intitolava significativamente "Il potere in maschera": lo stesso potere che oggi pare circondarci d´ogni parte. Ecco quel che diceva, che tuttora ci dice: «Molte sono le promesse non mantenute dalla democrazia reale rispetto alla democrazia ideale. E la graduale sostituzione della rappresentanza degli interessi alla rappresentanza politica è una di queste. Ma rientra insieme con altre nel capitolo generale delle cosiddette trasformazioni della Democrazia. Il potere occulto no. Non trasforma la Democrazia, la perverte. Non la colpisce più o meno gravemente in uno dei suoi organi vitali, la uccide. Lo Stato invisibile è l´antitesi radicale della Democrazia».
Il sistema che ha portato alla crisi è un “surrogato del capitalismo” fondato sull’ideologia del libero mercato. Le risposte che sono state date alla crisi hanno cambiato assai poco, il sistema resta fondamentalmente ingiusto. Ma ci sono politiche economiche che possono cambiare le cose, aumentare l’uguaglianza, l’occupazione e i salari
[Questo testo è apparso come prefazione al volume dell’Istituto Sindacale Europeo-ETUI Exiting from the crisis: towards a model of more equitable and sustainable growth (ETUI, 2011) scaricabile dal sito. Scritta prima del precipitare della crisi dell’estate, l’analisi di Stiglitz presenta le alternative di politica economica per affrontare la crisi]
Forme diverse di economia di mercato esistevano anche prima della crisi attuale, e ad esse erano associati differenti modelli di policy. Per molti aspetti il “modello nordico” – quello dei paesi del Nord Europa – è riuscito a ottenere nel lungo periodo risultati migliori rispetto ai modelli alternativi, incluso quello americano, e il dibattito di politica economica si è chiesto se il “modello nordico” potesse essere applicato a paesi con condizioni differenti: potrebbe funzionare anche altrove e portare ad alti livelli di innovazione per un lungo periodo di tempo?
La crisi ha messo in dubbio i punti di forza e di debolezza dei vari modelli, e i criteri con i quali valutiamo i quadri alternativi di policy. Alcuni paesi hanno resistito meglio di altri alla tempesta, altri hanno avuto gravi responsabilità nel crearla. Alcune politiche, a lungo difese dai mercati finanziari e dalle istituzioni finanziarie internazionali, hanno contribuito alla diffusione della crisi in tutto il mondo.
C’è stato un momento in cui ogni economista era diventato keynesiano e un altro in cui Alan Greenspan ha messo in dubbio la capacità dei mercati di autoregolarsi. Ora tutto questo è passato. I mercati finanziari stanno spingendo per un ritorno alle vecchie maniere e, visto l’elevato debito pubblico, per il consolidamento dei bilanci degli stati – il che quasi sempre significa tagliare i servizi essenziali per i lavoratori e le lavoratrici. In un mondo già segnato da alti livelli di disoccupazione, le politiche di austerità pretese dai mercati porteranno a livelli di disoccupazione anche maggiori; e questo, a sua volta, provocherà una pressione verso il basso sui salari. Ma i conservatori negli Usa hanno continuato con il loro ritornello: la colpa della crisi sarebbe del governo che ha facilitato l’acquisto della casa e che ha creato rigidità nei salari: se solo i lavoratori fossero “flessibili” nelle loro richieste salariali, potremmo rimettere il mondo al lavoro.
Ogni sistema economico deve essere giudicato in base alla sua capacità di garantire miglioramenti sostenibili di benessere al maggior numero di cittadini possibile: questo è il messaggio chiave della Commissione internazionale per la misurazione delle performance economiche e del progresso sociale. In anni recenti, il sistema economico americano non ha ottenuto buoni risultati, anche prima della crisi. La classe media americana ha visto il suo reddito ristagnare o diminuire. Oggi la maggior parte degli americani sta peggio di quanto non stesse un decennio fa – e il saldo non considera la crescente insicurezza dovuta al rischio di disoccupazione e di perdita della copertura sanitaria, viste le inadeguate protezioni sociali Usa.
La crescente disuguaglianza negli Usa e in molti altri paesi è legata – secondo una Commissione di esperti dell’Onu – all’insufficienza della domanda aggregata globale, che a sua volta è al centro della crisi attuale. In un certo senso, alle classi più povere degli Usa è stato detto di non preoccuparsi della diminuzione dei loro redditi, ma di mantenere i loro standard di vita prendendo a prestito del denaro. Questa politica ha funzionato nel breve periodo, ma era chiaramente insostenibile nel lungo. E sarà difficile ripristinare un robusto e sostenibile livello di consumi senza ridurre le disuguaglianze. Sfortunatamente, le pressioni verso il basso sui salari causate dalla disoccupazione ci portano su una strada opposta, uno degli aspetti che dimostrano che i mercati di per sè non sono stabili.
Per la stessa ragione, gli appelli a una maggiore flessibilità dei salari – che nascondono una riduzione dei salari per i più vulnerabili – finiranno per indebolire la domanda aggregata ed essere controproducenti. Queste richieste sono particolarmente insensate quando siamo di fronte ad una moltitudine di contratti di debito che non sono indicizzati. Salari più bassi renderanno più difficile per i lavoratori ripagare i loro debiti, aggravando il disagio sociale e aggravando l’agitazione di mercati finanziari già molto instabili.
Non sorprende che alcuni paesi con migliori sistemi di protezione sociale abbiano fatto meglio dei paesi che hanno sistemi inadeguati, anche quando hanno affrontato shock esterni decisamente più consistenti. Negli ultimi decenni le cosiddette riforme hanno avuto l’effetto involontario di indebolire gli stabilizzatori automatici dell’economia, diminuendo la sua capacità di recupero. La maggior parte dell’aumento del debito pubblico in molti paesi industrializzati all’indomani della crisi è il risultato del funzionamento di questi stabilizzatori automatici, e sarebbe un errore ridurli.
I conservatori sostengono che in questo momento i tagli alla spesa sono indispensabili, se gli Stati Uniti non vogliono ritrovarsi in una crisi analoga a quella di Grecia e Irlanda. L’Irlanda è andata incontro alla crisi soprattutto perché ha creduto nell’ortodossia del libero mercato: mercati finanziari senza controllo hanno portato ad un rigonfiamento del settore finanziario che ha messo a rischio l’intera economia; mentre i politici si vantavano della crescita (i cui benefici non erano diffusi uniformemente), hanno dato poca importanza ai rischi a cui stavano esponendo l’economia. La lezione fondamentale dell’esperienza irlandese – e di quella degli Usa – è che non è possibile basarsi su mercati incontrollati e autoregolamentati.
Il caso della Spagna fornisce una risposta a chi sostiene che tutto ciò che bisogna fare è rendere più rigidi i vincoli di Maastricht ed evitare che i governi possano aumentare i deficit pubblici. Prima della crisi, la Spagna era in surplus. Il governo spagnolo avevano riconosciuto che i mercati stavano producendo profonde distorsioni nell’economia, ma non ha avuto né il tempo né gli strumenti per intervenire: oggi la Spagna è in forte deficit, con il 20% di disoccupazione e il 40% di disoccupazione giovanile.
E’ singolare come economisti ragionevoli, quando viene assegnato loro il compito di ragionare sulle scelte politiche, perdano rapidamente i loro punti di riferimento. Quando guardano alla salute di un’impresa, considerano cash flow e bilancio, attività e passività. Ma quando passano ad analizzare i bilanci pubblici, si concentrano esclusivamente sulle passività. Non si può fare a meno di pensare che questa cecità sia di natura politica: riducendo il debito sperano di forzare (in tempi come questi) i tagli alla spesa sociale. C’è però una risposta economica più razionale: aumentare gli investimenti, anche se finanziati col debito, può migliorare la solidità complessiva di una nazione e anche ridurre il rapporto deficit/Pil nel medio termine. Per paesi come gli Stati Uniti, con investimenti che non vengono più realizzati da anni e con la possibilità di contrarre prestiti a tassi vicini allo zero, una politica di questo tipo avrebbe risultati positivi: le entrate fiscali aumenterebbero molto più degli interessi da pagare, portando a una riduzione del debito e un aumento del Pil. Con un numeratore inferiore e un denominatore più alto, la crescita economica diventa più sostenibile.
Queste sono politiche “a somma positiva”. Ci sono altre politiche che possono migliorare l’efficienza dell’economia e promuovere una crescita di lungo periodo. Costringere le imprese a pagare i costi che impongono all’ambiente significa eliminare un sussidio distorto, aumentando l’efficienza. Il benessere sociale è stato migliorato dall’introduzione della regolamentazione ambientale, che ha portato a un’aria più respirabile e un’acqua più sicura. Utilizzando incentivi di mercato – tassando le attività “cattive” invece delle “buone”, come il lavoro o i risparmi – è possibile generare reddito e allo stesso tempo aumentare l’efficienza. I titoli finanziari tossici americani hanno inquinato l’economia globale e imposto costi enormi sulle spalle di altri. Esiste un’ampia gamma di imposte sul settore finanziario – compresa la tassa sulle transazioni finanziarie – che potrebbero generare un ammontare considerevole di entrate fiscali e magari portare anche a un’economia più stabile. Allo stesso modo, tasse sui derivati del petrolio e sulle attività che provocano emissioni di carbonio potrebbero incrementare l’efficienza energetica dell’economia, fornendo al tempo stesso le risorse necessarie per ridurre il deficit pubblico.
Infine, ci sono politiche che comportano pesanti trade-off , in cui non tutti hanno benefici nel breve periodo. Se il consolidamento fiscale ci dev’essere, questo non dovrebbe pesare sulle spalle di chi ha sofferto per il malfunzionamento del sistema durante l’ultimo quarto di secolo, ma piuttosto sulle spalle di chi ha beneficiato di questo sistema. Negli Stati Uniti, per esempio, con circa un quarto dell’intero reddito nazionale che appartiene all’1% più ricco della popolazione, moderati incrementi delle tasse sul reddito, sui guadagni in conto capitale e sul patrimonio potrebbero portare grandi entrate fiscali senza compromettere lo standard di vita. Anche una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe far recuperare grandi risorse.
Il sistema economico è governato da un insieme di regole. Ogni insieme di regole favorisce alcuni giocatori alle spese di altri. E le regole influiscono sul funzionamento dell’intero sistema. Negli ultimi trent’anni, abbiamo cambiato molte regole in modo frammentario, sotto l’influenza di un’ideologia per la quale le regole migliori erano quelle che interferivano il meno possibile con i mercati. Questo, almeno, era ciò che sostenevano i loro difensori. Ma, nella pratica, il loro programma è stato ben diverso. La deregolamentazione, infatti, non ha portato a meno, ma a più interventi sul mercato: c’è stata una minore interferenza negli anni precedenti alla crisi, ma molti più interventi nel periodo successivo. Tutto ciò era prevedibile ed era stato previsto. Ciò che i sostenitori del cosiddetto “libero mercato” stavano creando era un sistema che ho chiamato un “surrogato del capitalismo”, il cui elemento essenziale è la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei guadagni. Questo “surrogato del capitalismo” è strettamente legato al capitalismo delle grandi imprese promosso da Bush e da Reagan. In alcuni casi non c’è trasparenza su chi finisce per pagare i regali fatti alle imprese: alla fine, naturalmente, a pagare sono i cittadini – come consumatori o contribuenti – spesso in modi che non sono facili da riconoscere, per esempio, attraverso la tassazione o l’aumento dei prezzi dei beni acquistati.
Alcune delle modifiche alla legislazione durante gli anni di Bush hanno colpito le persone più vulnerabili. Le norme che hanno reso la vita più difficile alle persone più indebitate – insieme alla mancanza di limiti ai tassi da usura che le banche potevano applicare – hanno reintrodotto negli Stati Uniti vincoli di servitù. Questo ha permesso alle banche di essere più avventate nel concedere prestiti, sapendo che esse avevano una maggiore possibilità di vederseli restituiti, con interessi, non importa quanto oltraggioso fosse il contratto. Si poteva sperare che scrupoli morali potessero prevenire il verificarsi di queste diffuse pratiche predatorie, ma l’avidità ha trionfato; con i regolatori del mercato che andavano a braccetto con le banche o erano accecati dall’ideologia del libero mercato, non c’è stato alcun controllo su tali pratiche abusive. Le banche avevano scoperto che c’era del denaro alla base della piramide sociale e hanno creato tecniche, e un sistema legale, per farlo muovere verso l’alto. Nessuno, guardando a ciò che è accaduto, direbbe che queste transazioni “volontarie” ma spesso ingannevoli hanno accresciuto il benessere di quelli che stavano alla base della piramide. Alla fine, a farne le spese è stato tutto il sistema mondiale.
Quattro anni dopo l’esplosione della bolla speculativa americana sul mercato mobiliare, che ha trascinato nel baratro l’economia globale, il prezzo di questi misfatti non è ancora stato pagato del tutto. La produzione rimane ben al di sotto del suo potenziale in molti paesi industrializzati, con perdite misurate nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. A queste vanno sommate le perdite dovute alla cattiva allocazione del capitale da parte del settore finanziario e alla cattiva gestione del rischio prima della crisi. A parte i periodi di guerra, nessun governo è stato mai responsabile di perdite cosi ingenti come quelle causate dalla condotta del settore finanziario. E tuttavia, quattro anni dopo, le regole del gioco, le regolamentazioni che il governo impone alle banche, devono ancora essere cambiate. Gli incentivi al rischio e alla speculazione di breve periodo rimangono; il problema dell’azzardo morale posto dalle banche “troppo grandi per fallire” si è aggravato, non si è ridotto. In alcune aree ci sono stati miglioramenti, ma anche in questi casi le leggi rimangono piene di esenzioni ed eccezioni, basate non su ragioni economiche ma sul bruto potere delle lobby.
Ogni società si fonda su un senso di coesione sociale e di fiducia, sul senso di equità. Non dovremmo sottovalutare le conseguenze che la crisi – e il modo in cui è stata affrontata – hanno avuto nello spezzare il contratto sociale e tutti quegli elementi che garantiscono il corretto funzionamento di una società. Che i banchieri abbiano perso la fiducia dei loro clienti è ovvio; una banca che aveva attuato pratiche ingannevoli ha semplicemente sostenuto che prendere precauzioni era responsabilità di altri; le banche di cui ci si possa fidare appartengono chiaramente al passato. La disuguaglianza viene di solito giustificata con il fatto che chi è pagato molto ha reso un maggiore contributo alla società, di cui tutti beneficiamo. Ma quando chi paga le tasse finanzia i bonus dell’ordine di milioni di dollari che vanno ai banchieri – che sono stati responsabili di perdite dell’ordine di miliardi di dollari per le loro aziende, e dell’ordine di migliaia di miliardi per la società – tutto questo non ha più alcun senso. Quando un esponente dell’amministrazione Obama ha annunciato il “doppio standard” – i lavoratori dovevano riscrivere i loro contratti per rendere le imprese dell’auto più competitive, ma i contratti dei banchieri erano sacrosanti e non potevano essere rivisti – anche questo ha mostrato che il sistema è fondamentalmente ingiusto, e che il governo, piuttosto che correggere le iniquità, vuole mantenerle.
Quel che è peggio, ai cittadini è stato chiesto di subire politiche di austerità, maggiore disoccupazione e tagli ai servizi pubblici per pagare i debiti provocati dal comportamento della finanza e in parte per proteggere gli azionisti e i possessori di titoli delle banche.
Un’economia non può funzionare senza la fiducia, e quando le banche insistono a voler tornare ai comportamenti di prima della crisi i cittadini sono giustamente scettici. La fiducia non tornerà fino a quando non saranno introdotte regole buone e rigide, fino a quando non verrà ristabilito un nuovo senso di equilibrio. Il settore finanziario dovrebbe servire l’economia – non viceversa. Abbiamo confuso i fini con i mezzi.
Oggi abbiamo le stesse risorse – in termini di capitale umano e fisico – che avevamo prima della crisi. Non c’è ragione per cui dovremmo aggiungere agli errori che ha fatto la finanza nella cattiva allocazione del capitale prima della crisi, l’ulteriore errore di sottoutilizzare le risorse della società dopo la crisi. La tecnologia moderna ha la capacità di accrescere il benessere di tutti i cittadini – e tuttavia in molti paesi – Stati Uniti inclusi – abbiamo creato un’economia in cui la maggior parte dei cittadini peggiora la propria condizione anno dopo anno. Possiamo anche vantarci dell’aumento del Pil, ma cosa c’è di buono se quest’incremento non si trasforma in benefici per i comuni cittadini? Se la crescita economica non porta a più ampi miglioramenti del benessere? O se questi incrementi sono effimeri e non sostenibili sia dal punto di vista economico che ambientale?
Le sfide che i governi, le nostre società e le nostre economie devono affrontare sono enormi. Forse non siamo più sull’orlo del baratro in cui eravamo nell’autunno del 2008, ma non siamo ancora fuori dai guai. Anche se profitti, bonus e crescita sono tornati, non potremo cantare vittoria fino a quando la disoccupazione non sarà tornata ai livelli di prima della crisi, e fino a quando i redditi reali dei lavoratori non saranno aumentati e non avranno recuperato le perdite subite in questi anni. Possiamo farcela – ma solo se sapremo correggere gli errori del passato, cambiare direzione e tenere bene a mente quali sono i veri obiettivi per i quali dobbiamo batterci.
Traduzione di Silvio Majorino. L’elenco dei 50 scritti apparsi nell’ambito della serie "La rotta d’Europa” è qui su Sbilanciamoci.info
Le orde di turisti, il ponte "di debole Costituzione", le meganavi e il cemento in una collana di instant book che raccontano una pericolosa trasformazione
Un'idea di sviluppo fondata soltanto sulla «ricchezza facile» e sul turismo. Una città spremuta e violentata da 22 (presto diventeranno 30) milioni di visitatori ogni anno. Sviluppo insostenibile, che minaccia da vicino un ambiente unico al mondo, dagli equilibri delicatissimi. E' questo il filo conduttore di una nuova collana di saggi editi dalla piccola casa editrice veneziana "Corte del Fontego". Alla cultura e alla tenacia di Marina Zanazzo si deve l'uscita di queste piccole perle. Instant book documentatissimi, che aprono uno squarcio sulla realtà veneziana vista dai protagonisti della Venezia di oggi. Trentacinque pagine e un costo più che accessibile (tre euro), i libretti del Fontego tracciano una sorta di percorso dedicato a chi vuole toccare con mano la situazione della città d'acqua, le sue trasformazioni sempre più violente e irreversibili. Ecco allora gli ultimi quattro volumetti che sono in questi giorni nelle librerie. Il Ponte di debole Costituzione, di NellyVanzan Marchini, Tessera city di Stefano Boato, E le chiamano navi di Silvio Testa, Caro turista di Paolo Lanapoppi.
Lanapoppi, esponente di Italia Nostra e in passato presidente di Pax in Aqua, ricorda come uno studio dell'Università Ca' Foscari firmato dall'allora professore di Economia Paolo Costa - poi ministro e sindaco, oggi presidente del Porto - e Jan Van der Borg nel 1988 fissasse come limite massimo sostenibile per la città il numero di 20 mila turisti al giorno, 7 milioni e mezzo l'anno. Oggi, 23 anni dopo, i turisti sono diventati 22 milioni. E uno studio del Coses, l'organismo di ricerca finanziato da Comune e Provincia, ha fissato un nuovo limite. Esattamente il triplo di allora, 59 mila turisti al giorno, pari al numero degli abitanti nel frattempo scesi sotto la soglia dei 60 mila. A questi vanno aggiunti i circa 20 mila pendolari giornalieri. Risultato, la città è stravolta da un'invasione che porta ricchezza- non a tutti - ma che la sua fragile struttura ormai non sopporta più.
Esempio emblematico quello delle meganavi, città galleggianti alte più dei campanili, che spostano 100 mila tonnellate d'acqua e sedimenti al loro passaggio. Erano un paio la settimana, adesso sono almeno cinque al giorno. Anche qui, la politica spinge nella direzione dello «sviluppo». Nuove banchine costruite in Marittima e il traffico dei bestioni davanti a San Marco che diventa sempre più pesante. Dati e numeri snocciolati con precisione e leggerezza nel libretto di Testa. E un appello a chi ama davvero Venezia e la sua laguna. «Fino a quando?» era l'emblematico titolo di un volume fotografico di Giulio Obici all'indomani dell'alluvione del 4 novembre 1966. Fino a quando Venezia potrà sopportare la nuova alluvione, come la definisce Italia Nostra, che non porta acqua ma valanghe di turisti che ormai stanno modificando a loro immagine la vita e l'economia della città?
Pungente e documentato come sempre il saggio di Stefano Boato, urbanista e docente Iuav, già assessore all'Urbanistica negli anni Ottanta. Tessera city è non soltanto la cementificazione del territorio e della gronda lagunare, ma un errore di prospettiva oltre che un grande danno ambientale. Anche qui, modelli di sviluppo estranei alla storia della città di cui non si riesce a liberarsi.
Info
Nella "serie rossa" stessa collana sono usciti: Edoardo Salzano, Lo scandalo del Lido e Paola Somma, Benetttown. Nelle altre serie: Franco Mancuso, Fronte del porto e Costruire sull'acqua , Edoardo Salzano, La Laguna di Venezia , Paolo Pirazzoli, La misura dell'acqua , Luigi Fozzati, Sotto Venezia, Giannandrea Mencini Fermare l'onda. Per ulteriori informazioni rivolgersi all'ediitore Corte del fontego
Adesso le battaglie civili si fondano sulla rivendicazione di necessità primarie e di tutti Tanti i saggi che spiegano il fenomeno. E a qualcuno questo studio è valso il Nobel Le manifestazioni che accompagnano tutti i grandi vertici rilanciano sempre questo motivo L´antagonismo che è nato si pone come alternativa globale al modello capitalistico
Cosa hanno in comune l´acqua potabile, una foresta, una piazza, con la salute dei cittadini o i flussi di conoscenza che scorrono nella rete? La risposta, contenuta nella stessa domanda, è che in tutti casi si tratta di "beni comuni" – vale a dire non appropriabili né da privati né dallo Stato. Naturalmente ciò accade per motivi diversi. L´acqua non può essere privatizzata perché, come l´aria, è condizione essenziale del diritto alla vita; la piazza perché costituisce luogo di incontro e di socializzazione per chiunque in qual momento vi sosti; l´informazione perché è strumento irrinunciabile di sviluppo dell´intero genere umano.
È paradossale che un´evidenza così lampante solo da qualche anno concentri l´attenzione di un numero crescente di giuristi, filosofi, antropologi, fino a diventare oggetto di un vero e proprio manifesto, come quello appena pubblicato da Ugo Mattei con il titolo Beni comuni. Un manifesto (Laterza, pagg. 136, euro 12). Docente di diritto civile, egli è stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la Riforma dei beni pubblici, nonché redattore, insieme ad altri giuristi, dei recenti quesiti referendari sull´acqua.
Ma anche al di là dei diversi libri che l´hanno posta a tema, si può dire che la questione dei beni comuni sia letteralmente esplosa in tutto il mondo. Oggetto di studio di qualificati gruppi di ricerca, nel 2009 è stata occasione di conferimento del Nobel all´economista statunitense Elinor Ostrom, autore di un saggio, Governing the Commons, ad essa dedicato. Al centro della battaglia per la difesa della terra nel Chiapas e in Brasile e di quella, anch´essa vincente, per l´acqua pubblica a Parigi, è diventata la punta di diamante della campagna elettorale di De Magistris a Napoli, che, appena eletto sindaco, ha affidato il primo assessorato ai beni comuni al costituzionalista Alberto Lucarelli. Tutte le manifestazioni che hanno accompagnato i vertici dei Grandi della Terra sull´economia e sul clima – da Seattle a Cancun – hanno rilanciato, con sempre maggior forza, il motivo del "comune". "Il lavoro è un bene comune" è stato lo slogan di una recente protesta sindacale in Italia. E cos´altro chiedono gli indignados ad Atene, Tel Aviv, Madrid e New York se non il rispetto di beni non disponibili, neanche per diminuire il debito sovrano dei vari Paesi?
E tuttavia la partita appare tutt´altro che facile. Per quanto diffusa a macchia d´olio per una sorta di contagio generazionale – proprio la salvaguardia delle future generazioni costituisce l´obiettivo dichiarato della Commissione Rodotà –, l´opzione per i beni comuni sconta una doppia difficoltà di partenza. Intanto la diffidenza delle forze politiche nei confronti di un lessico trasversale, difficilmente riconducibile alla tradizionale dicotomia destra/sinistra. E poi il peso incombente di una lunga tradizione giuridica, coincidente in buona sostanza con la storia dell´intera modernità. La quale si è affermata appunto spazzando via le risorse – boschi, torrenti, università, città, chiese – che nel mondo medioevale sfuggivano alla proprietà privata e a quella statale, costituendo una sorta di beni rifugio per i più deboli. Le recinzioni dei campi in Inghilterra, insieme al saccheggio delle Americhe, segnano la fine di diritti consuetudinari, come quello che destinava le foreste al libero uso dei poveri. È allora che si salda la tenaglia tra proprietà privata e sovranità statale, teorizzata e celebrata da tutta la filosofia politica moderna. Come il singolo ha diritto esclusivo di proprietà su tutto ciò che produce, così lo Stato sovrano è proprietario unico del territorio incluso nei propri confini.
Da Hobbes a Locke, a Blackstone, Stato e proprietà colonizzano l´intero immaginario in un rapporto a somma zero che non lascia spazio a qualcosa che è di tutti proprio perché non appartiene a nessuno. Nonostante la loro opposizione, liberalismo e socialismo condividono la stessa logica escludente che divide il mondo tra beni privati e beni posseduti dallo Stato. Ciò che solamente è consentito, e giuridicamente tutelato, è il passaggio dalla proprietà dello Stato e quella dei privati e viceversa. Nazionalizzazione e privatizzazione diventano le parole d´ordine che nel Novecento si dividono tutto il campo delle opzioni economiche e politiche, espellendo qualsiasi altra possibilità.
La globalizzazione dell´ultimo ventennio da un lato spinge ancora più avanti questo processo, dall´altro comincia a porlo in contraddizione con se stesso. L´entrata in scena di nuovi soggetti proprietari, costituiti da grandi multinazionali slegate da qualsiasi obbligo di responsabilità sociale – come la Fiat di Marchionne – riduce il potere sovrano degli Stati, allargando a dismisura quello di organizzazioni private capaci di produrre esse stesse politica e diritto funzionali ai propri vantaggi. Così – come sostiene Mattei – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio diventano i veri legislatori globali del dopo Guerra Fredda. Ma proprio questa rottura della dicotomia moderna tra Stato e singoli proprietari apre lo spazio a nuovi scenari, in cui comunità reali di cittadini associati rivendicano l´estensione dei diritti fondamentali e comunità virtuali penetrano i confini statali arrivando a diffondere informazioni riservate, come nel caso di WikiLeaks.
Qual è il destino di questo nuovo antagonismo sociale, così diverso da quello cui il Novecento ci ha abituati? Io credo che se esso si pone come alternativa globale al modello capitalistico, richiamandosi ad esperienze marginali come quelle dell´Ecuador o della Bolivia – come sembra fare lo stesso Mattei – esso non ha speranze. Come, del resto, tutti i discorsi in voga sulla decrescita. Non ha speranze perché troppo in contrasto con le aspettative, le pulsioni, i desideri della stragrande maggioranza della gente, non soltanto in Occidente. Se invece, senza rinunciare al conflitto politico e civile, punta alla costruzione di un sistema costituzionale triangolare in cui i beni comuni guadagnino progressivamente spazio tra quelli pubblici e privati, a partire da singole battaglie come quelle sull´acqua, sul nucleare, sulla difesa del lavoro, può diventare la nuova piattaforma unitaria di movimenti orientati alla trasformazione di un mondo che appare sempre meno nostro.
Sulle conclusioni dell’articolo, come è ovvio, la discussione è aperta. Per noi il «modello capitalistico» va trasformato nelle sue stesse radici, e «guadagnare progressivamente spazio» ha senso se prepara quella prospettiva. Sui “beni comuni” vedi anche i materiali della VII edizione della Scuola di eddyburg
Luigi Petroselli è stato certamente il miglior sindaco di Roma nel dopoguerra. Ha anticipato il sindaco eletto direttamente, che risponde alla città e non a interessi privati, alle segreterie o alle dinamiche dei partiti. Aveva un’idea di Roma e seppe trasmetterla a tutti. Morì giovane ed è entrato nella leggenda.
Spesso è ricordato accanto all’altro grande sindaco di Roma,Ernesto Nathan. Nato inglese, ebreo, mazziniano, massone, estraneo alla lobby dei proprietari fondiari e del Vaticano, Nathan governò dal novembre 1907 al dicembre 1913. Trasformò Roma da capitale della Chiesa a capitale dello Stato. Pose al centro della sua azione l’istruzione, la cultura, l’educazione. Varò il piano regolatore e grandi progetti, costruì nuovi quartieri. A parte la comune appartenenza alla Sinistra, altri accostamenti sono difficili. Petroselli non aveva nulla dell’intellettuale cosmopolita, era un funzionario del Pci, per di più viterbese, e «sembrava un edile». Le cose che ha portato a termine sono pochissime rispetto al lungo elenco delle realizzazioni di Nathan. È vero che Petroselli è stato sindaco solo due anni, esattamente 741 giorni, dal 27 settembre1979 al 7ottobre 1981, giorno della sua improvvisa scomparsa. Ma dal 1970 era l’autorevolissimo segretario della federazione del Pci di Roma, che in larga misura determinava, anche dall’opposizione, le decisioni del Campidoglio. Ancora di più fu evidente il suo potere negli anni dal 1976 al 1979 quando fu sindaco Giulio Carlo Argan dopo la clamorosa vittoria elettorale del comunisti. E dopo la morte di Petroselli ha continuato a essere un riferimento, anche quando, nel 1993, il Centrosinistra è tornato al Campidoglio per quindici anni.
Qual è la ragione del mito di Petroselli, che resta vivo ancora oggi a trent’anni dalla sua scomparsa?
Noi siamo convinti che la memoria persistente di Petroselli dipenda dalla sua idea di Roma. Credeva in quell’idea, si capiva che ci credeva, e seppe trasmetterla con forza e in profondità a milioni di cittadini romani, e non solo romani. La sua idea, la sua idea-obiettivo, era l’unificazione di Roma. L’unificazione culturale dei borgatari che si avvicinano ai borghesi, e l’unificazione territoriale delle borgate che si accostano al centro. Un’unificazione, questo è un punto da chiarire bene, che era l’esatto contrario dell’omologazione consumistica denunciata da Pier Paolo Pasolini. Non l’annullamento delle differenze, non la rinuncia alle radici e alla storia, ma un obiettivo primario di uguaglianza, l’égalité del 1789.
Petroselli portò avanti con risolutezza le azioni intraprese dalla Sinistra per Roma - demolizione dei borghetti, risanamento delle borgate, Estate Romana, salvaguardia della residenza popolare in centro storico - ma spese il meglio della sua energia per il Progetto Fori: un progetto «sublime», lo ha definito Leonardo Benevolo, notissimo storico dell’architettura.
L’eliminazione della via dei Fori, mettendo la Storia al posto delle automobili, avrebbe obbligato a un diverso rapporto fra centro e periferia, a una più razionale distribuzione delle funzioni direzionali e dell’accessibilità. Una Roma moderna grazie all’archeologia.
In scala diversa, lo stesso obiettivo dell’unificazione Petroselli intendeva perseguirlo con l’intervento di Tor Bella Monaca. Che doveva essere un lodevole segmento di città pubblica - sinonimo di città moderna - nella periferia orientale. Ma più ancora che in questo, l’importanza dell’operazione stava nel rapporto che il sindaco aveva stabilito con la categoria dei costruttori (a Roma vasta e influente). Voleva trasformarli in autentici imprenditori, schiodandoli dall’atavica subordinazione alla rendita fondiaria, e perciò fu decisiva l’intesa con Carlo Odorisio, esponente illuminato della categoria e regista di Tor Bella Monaca.
Non si nuoce alla figura di Petroselli se si ricorda che commissione anche errori, per esempio nella composizione della giunta, e nel non aver affrontato - come avrebbe dovuto, e con la risolutezza propria del suo modo di governare - quell’impresa che pure sarebbe stata decisiva per l’unificazione della città: mettere fine all’abusivismo (anche se il peggio comincerà con le leggi di condono, dal 1985 in poi). Non capì - e in questo non c’è differenza con i sindaci prima e dopo di lui - la dimensione drammatica dell’edilizia illegale, immane palla al piede della città e dell’area metropolitana, impressionante fattore di arretratezza e di corruzione.
Il7 ottobre1981Luigi Petroselli fu stroncato da un infarto al termine di un intervento al comitato centrale del Pci. Con la morte di Petroselli muore la sua visione di Roma. A mano a mano anche se mai rinnegati, il Progetto Fori e Tor Bella Monaca sono stati svalutati, immiseriti, abbandonati. Il carattere esemplare di Tor Bella Monaca è stato travolto dalla sciatteria al momento delle assegnazioni e dall’ordinaria negligenza della gestione. Fino all’infame proposta di Alemanno di demolire il quartiere, restituendo il primato alla speculazione fondiaria.
Intanto opportunismi, piccole e grandi viltà hanno fermato il Progetto Fori. Il colpo di grazia è stato inferto nel 2001 quando un decreto del governo ha attribuito valore monumentale alla strada fascista. Che da allora è intangibile. E così, l’immagine ufficiale della Roma moderna resta quella voluta da Benito Mussolini. Mentre la cultura democratica tace.
Il testo che pubblichiamo è tratto daLaRoma di Petroselli di Ella Baffoni e Vezio De Lucia (Castelvecchi, 192 pagg, 14 euro). Il libro è ricostruisce il lavoro del “sindaco più amato” anche attraverso ricordi diretti. Come quello di Franco Ferrarotti: «Petroselli, all’epoca segretario del Pci romano,mi disse: “Hai analizzato la vita e la miseria delle borgate. Hai studiato tutto. E adesso? Adesso basta con le parole. Vai in Campidoglio e fai qualcosa di pratico per gli altri”».
NON sappiamo ancora se i manifestanti del movimento Occupy Wall Streetimprimeranno una svolta all'America. Di certo, le proteste hanno provocato una reazione incredibilmente isterica da parte di Wall Street, dei super ricchi in generale. E di quei politici ed esperti che servono fedelmente gli interessi di quell'un per cento più facoltoso.
Questa reazione ci dice qualcosa di importante,e cioè che gli estremisti che minacciano i valori americani sono quelli che Franklin Delano Roosevelt definiva i monarchici economici ("economic royalists") non la gente che si accampaa Zuccotti Park. Si consideri, innanzi tutto, come i politici repubblicani abbiano raffigurato queste piccole, anche se crescenti dimostrazioni, che hanno comportato qualche scontro con la polizia - scontri dovuti, pare, a reazioni esagerate della polizia stessa - ma nulla che si possa definire una sommossa.
Non c'è stato nulla, finora, di paragonabile al comportamento delle folle raccolte dal Tea Party nell'estate del 2009. Ciò nonostante, Eric Cantor, leader della maggioranza alla Camera, ha denunciato degli «assalti» e «la contrapposizione di americani contro americani». Sono intervenuti nel dibattito anche i candidati alla presidenza del partito repubblicano, il cosiddetto Grand Old Party, con Mitt Romney che accusa i manifestanti di dichiarare una «guerra di classe», mentre Herman Cain li definisce «antiamericani». Il mio preferito, comunque, è il senatore Rand Paul che, per qualche motivo, teme che i manifestanti cominceranno a impossessarsi degli iPads, perché credono che i ricchi non se li meritino.
Michael Bloomberg, sindaco di New York e gigante della finanza a pieno titolo, è stato un po' più moderato. Pur accusando anche lui i manifestanti di voler «portar via il posto a chi lavora in questa città», una dichiarazione che non ha nulla a che vedere con i reali obiettivi del movimento. E se vi è capitato di sentire i mezzibusti della CNBC, gli avrete sentito dire che i manifestanti si sono «scatenati» e che sono «allineati con Lenin».
Per capire tutto questo, bisogna rendersi conto che fa parte di una sindrome più ampia, nella quale gli americani ricchi, che beneficiano ampiamente di un sistema truccato a loro favore, reagiscono in modo isterico contro chiunque metta in evidenza quanto sia truccato questo sistema.
L'anno scorso, probabilmente lo ricorderete, alcuni baroni della finanza si infuriarono per alcune critiche molto miti fatte dal presidente Obama. Accusarono Obama di essere quasi un socialista perché appoggiava la cosiddetta legge Volcker, che voleva semplicemente impedire alle banche sostenute da garanzie federali di intraprendere speculazioni rischiose. E riguardo alla proposta di metter fine a una scappatoia che permette a molti di loro di pagare delle tasse bassissime, Stephen Schwarzman, presidente del Gruppo Blackstone, ha reagito paragonandola all'invasione nazista della Polonia.
Poi c'è la campagna diffamatoria contro Elizabeth Warren, una riformatrice del sistema finanziario che si candida al senato per il Massachusetts. Recentemente, un suo video su YouTube, in cui spiegava in molto eloquente e comprensibile a tutti perché si debbano tassare i ricchi, ha fatto il giro del web. Non diceva nulla di radicale: era solo una moderna versione della famosa definizione di Oliver Wendell Holmes, secondo la quale «le tasse sono ciò che paghiamo per vivere in una società civile».
Ma se dessimo ascolto ai paladini della ricchezza, dovremmo pensare che la Warren sia la reincarnazione di Lev Trotsky. George Will ha dichiarato che ha un «programma collettivista» e che crede che «l'individualismo sia una chimera». Rush Limbaugh l'ha definita, invece, «un parassita che odia il proprio ospite e che vuole distruggerlo mentre gli succhia il sangue».
Ma che sta succedendo? La risposta, di sicuro, è che i Masters of the Universe di Wall Street capiscono, nel profondo del loro cuore, quanto sia moralmente indifendibile la loro posizione. Non sono John Galt; non sono nemmeno Steve Jobs. Sono gente che è diventata ricca trafficando con complessi schemi finanziari che, lungi dal portare evidenti benefici economici agli americani, hanno contribuito a gettarci in una crisi i cui contraccolpi continuano a devastare la vita di decine di milioni di loro concittadini.
Non hanno ancora pagato nulla. Le loro istituzioni sono state salvate dalla bancarotta dai contribuenti, con poche conseguenze per loro. Continuano a beneficiare di garanzie federali esplicite ed implicite - fondamentalmente, siamo ancora in una partita in cui loro fanno testa e vincono, mentre i contribuenti fanno croce e perdono. E beneficiano anche di scappatoie fiscali grazie alle quali, spesso, gente che ha redditi multimilionari paga meno tasse delle famiglie della classe media.
Questo trattamento speciale non sopporta un'analisi approfondita e, perciò, secondo loro, non ci deve essere nessuna analisi approfondita. Chiunque metta in evidenza ciò che è ovvio, per quanto possa farlo in modo calmo e moderato, deve essere demonizzato e cacciato via. Infatti, più una critica è ragionevole e moderata, più chi la porta dovrà essere immediatamente demonizzato, come dimostra il disperato tentativo di infangare Elizabeth Warren.
Chi sono, dunque, gli antiamericani? Non i manifestanti, che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza.
(© 2011 New York Times News Service.
Pubblichiamo il testo integrale di uno scritto inserito in sintesi nel libro: Ella Baffoni, Vezio De Lucia, La Roma di Luigi Petroselli, Castronovi, Roma 2011
Ricordo bene il primo giorno da sindaco di Luigi Petroselli. Allora ero segretario del Pci della zona Tiburtina e quella mattina mi trovavo in sede a commentare con i compagni la seduta del consiglio comunale in cui era stato eletto. Tra di noi c'era molta curiosità e forse anche una trattenuta preoccupazione su come avrebbe interpretato quel ruolo. Come dirigente di partito aveva mostrato la lucidità politica, l'indiscussa autorevolezza, nonché la rudezza del carattere. Avevamo qualche dubbio, senza il coraggio per dircelo, sulla possibilità di coniugare quei tratti della personalità con il nuovo compito, certo più bisognoso di empatia verso i cittadini.
Mentre eravamo immersi in questi ragionamenti si sentì un baccano nel vicino mercato rionale. In un momento di follia un giovane aveva sparato colpi di fucile, per fortuna senza fare vittime, seminando sgomento in tutto il quartiere. Subito i nostri militanti, come si usava allora in un quartiere popolare a maggioranza assoluta di voti comunisti, si riversarono in strada e nei lotti dello Iacp a parlare con i cittadini per dare una risposta collettiva a quello spavento. Dopo un'oretta ci arrivò una telefonata dal Campidoglio. Era Amato Mattia – il bravissimo capo-segreteria che tanto contribuì al successo di quella stagione – e ci chiedeva di organizzare per la sera una grande manifestazione nella piazza di Pietralata con la partecipazione del sindaco per segnare una presenza democratica in quel clima degli anni di piombo. Ci mettemmo subito al lavoro, senza le mail e gli sms di oggi, ma con gli altoparlanti, i manifesti e soprattutto gli attivisti della sezione. Nonostante le poche ore a disposizione la piazza si riempì di cittadini accorsi anche dai quartieri limitrofi. Petroselli prese la parola in un silenzio carico di ansia e di aspettative. Fece un grande discorso, si appellò alle tradizioni di lotta civile di Pietralata, impegnò il Campidoglio a fianco dei cittadini nella buona e nella cattiva sorte. Esplose un applauso interminabile da parte di un popolo che capì subito di avere davanti il proprio sindaco. Poteva sembrare eccessiva la mobilitazione di piazza per un episodio che in fondo non aveva avuto conseguenze e non mostrava cause politiche. Tuttavia, quel surplus di partecipazione cancellò la paura della mattina e creò una sensazione di forza dell'azione collettiva. Oggi i politici di destra e forse anche qualcuno di sinistra risponderebbero a un fatto analogo invocando leggi d'emergenza contro i criminali. Allora, un sindaco come Petroselli rispondeva parlando al popolo di solidarietà.
Conclusa la manifestazione ci ritrovammo nella sede del partito e fummo tutti d'accordo nel risolvere i dubbi che erano affiorati la mattina. Capimmo dal primo giorno che Roma avrebbe avuto un grande sindaco. Le successive uscite nei quartieri seguirono lo stesso stile. Anche quando portava soluzioni concrete coglieva l'occasione per accrescere le risorse morali e civili della città. Lo vedevamo trasformato come persona non solo come politico. Erano scomparsi quei modi eccessivamente severi che, almeno noi giovani, avvertivamo come caratteri di una dura pedagogia di partito.
Si potrebbe pensare che il movente del cambiamento fosse politico, poiché si trattava di una personalità cresciuta nel clima culturale del totus politicus. Pur non avendo avuto la fortuna di frequentarlo di persona, ho avuto modo però da vicesindaco di raccogliere molti ricordi di persone che lo avevano conosciuto e – fosse un borgataro o un intellettuale, un burocrate comunale o un politico anche di destra – ho spesso visto la commozione negli occhi dei miei interlocutori. Questa intensa umanità non può essere solo frutto del politico, ma deve trovare spiegazione in una dimensione più interiore. Azzardo qui, senza alcun titolo per farlo, un'interpretazione unilaterale, che cioè fosse proprio quella espressa nella personalità calda e coinvolgente del sindaco la vera indole dell'uomo e che, al contrario, quella più fredda e severa che temevamo noi giovani, era invece un carattere autoimposto nella sua formazione politica.
In ogni caso il successo del sindaco derivava proprio dall'autenticità della persona. E ciò spiega anche il senso tragico con cui adempì al compito, ben sapendo che il cuore non avrebbe retto a quella fatica, ma gettandosi ugualmente in uno sforzo fisico e psicologico che lo avrebbe portato consapevolmente a morire da sindaco. A mettere a rischio la vita secondo la ragione della sua vita.
Tuttavia, questa rimane pur sempre una spiegazione unilaterale e quindi molto poco petroselliana, essendo molto forte per lui la ricerca dei nessi tra i diversi fenomeni. D'altronde, il filo tra il lato umano e quello politico è stato sempre molto forte nei dirigenti comunisti e in particolare in quelli romani. Ci sono precedenti significativi. Edoardo D'Onofrio pur essendo di cultura terzinternazionalista fu l'unico a capire i Ragazzi di vita di Pasolini respingendo gli attacchi della critica letteraria ortodossa di partito. Paolo Bufalini pur essendo un raffinato intellettuale dedicava molte serate a discutere con i militanti nelle osterie di periferia, per capire la sensibilità del sottoproletariato romano e per condurlo alla coscienza politica. Quei dirigenti conoscevano quell'eccedenza di umanità della vita popolare che andava oltre i rigidi schemi dell'ideologia. A questa tradizione apparteneva Luigi Petroselli e da essa traeva quel nesso tra l'umano e il politico che da sindaco riuscì a esprimere meglio che da dirigente di partito.
Con una differenza fondamentale rispetto ai due predecessori. D'Onofrio e Bufalini avevano piena fiducia nel partito come strumento per “fare popolo”, cioè trasformare in una forza politica il ribellismo sottoproletario. In Petroselli invece, a mio avviso, c'è già una percezione, seppure non dichiarata, delle difficoltà della forma partito e una ricerca di nuovi strumenti della politica. In questo egli condivide l'analisi ma non i rimedi con Enrico Berlinguer. E' sulla diversità comunista come risposta al rischio di decadenza dei partiti popolari che si consuma il doloroso distacco dal segretario. Ciò non gli impedisce di vedere con altrettanta acutezza la crisi del vecchio sistema politico, a partire da una lettura non contingente della rottura dei governi di unità nazionale. Da sindaco si muove all'interno di questa consapevolezza, cercando comunque concrete risposte a partire dall'esperienza amministrativa.
Con il suo stile di governo anticipa elementi significativi che emergeranno solo tre lustri più tardi con la stagione dei sindaci eletti direttamente. All'interno di un sistema politico basato su alleanze tra partiti e legge proporzionale introduce una relazione diretta tra sindaco e cittadini, una sorta di responsabilità di mandato rispetto al programma di governo, un indirizzo compatto verso la squadra di assessori e la macchina amministrativa. Le risposte in diretta ai cittadini nelle trasmissioni di Video Uno esemplificano un modo di fare il sindaco innovativo per quei tempi. Per via politica egli forza il vecchio sistema e anticipa l'ordinamento comunale che verrà poi codificato negli anni novanta.
Per tornare all'esempio del primo giorno, Petroselli sa che per parlare come sindaco a tutti i cittadini di Pietralata ha ancora bisogno della mobilitazione dei militanti del suo partito. Anzi, da sindaco continua a dirigere quei militanti e riesce a farlo meglio di prima, fornendo motivazioni civiche laddove non funzionavano già da tempo quelle politiche. Noi giovani quadri avvertiamo chiaramente che si sposta in Campidoglio il centro di orientamento della nostra organizzazione. Proprio in questa nuova collocazione il Pci a Roma può prolungare la funzione di partito popolare, che già cominciava ad appannarsi, come dimostra la sconfitta elettorale del 1979. Non a caso quello è il campanello di allarme per accelerare l'avvicendamento del sindaco Argan.
Petroselli è rimasto sempre il capo di una parte, se non intendiamo questa espressione nel senso restrittivo che ha assunto nella politica di oggi, ma nel significato storico-politico che aveva allora. Basta rileggere i suoi discorsi per capire che egli si considerava l'espressione politica di un più vasto movimento storico di emancipazione dei lavoratori e della periferia romana.
Ciò determinava in modo univoco l'azione di governo. Prima di tutto promuovere la giustizia sociale dove era sempre mancata. E' impressionante la mole di realizzazioni volte a risolvere i bisogni primari: demolizione di tutti i borghetti, costruzione di asili e scuole per eliminare i doppi e tripli turni, acqua, luce e fogne nell'immensa città abusiva, avvio dell'eliminazione delle barriere architettoniche, invenzione dei centri sociali per anziani, realizzazione di un programma titanico di edilizia economica e popolare, conclusione del cantiere ventennale della metropolitana. Fu una gigantesca redistribuzione di ricchezza a favore dei ceti popolari, come non si era mai vista prima nella storia della città e come non si vedrà più in seguito. Essere parte per quelle amministrazioni significava prima di tutto risarcire la povera gente e i lavoratori.
Il piano di edilizia popolare, in particolare, fu realizzato mediante un'importante innovazione nella struttura economica. Petroselli fece cambiare mestiere ai “palazzinari”, convincendoli a smettere di giocare a monopoli con le aree fabbricabili. Il comune avrebbe espropriato le aree ai proprietari e le avrebbe assegnate agli imprenditori perché costruissero case a prezzi calmierati e accessibili ai lavoratori. In tal modo gli operatori economici venivano stimolati ad abbandonare la speculazione per concentrarsi invece sulla effettiva capacità imprenditoriale nella costruzione degli alloggi. Su queste basi si fece l'accordo, siglato con il famoso Protocollo d'intesa nei primi mesi del mandato del sindaco. Anche in questo caso bisogna dire per la prima volta a Roma si bloccò la rendita immobiliare e si favorirono gli investimenti produttivi.
Per siglare quell'accordo Petroselli certamente utilizzò la funzione di sindaco ma fece pesare anche il ruolo di capo politico della sinistra. Anche i costruttori lo percepivano in questo modo, sapevano che stipulavano un patto con la parte che li aveva avversati per decenni e questo aveva un significato che andava oltre l'accordo con l'amministrazione. Si trattava di una mediazione che spostava in avanti il ruolo di entrambi i contraenti: l'uomo politico che si sentiva rappresentate di una lunga lotta popolare contro la speculazione era chiamato a governare i processi offrendo una soluzione diversa; gli imprenditori si impegnavano ad abbandonare le vecchie pratiche raccogliendo la sfida di un nuovo sistema di convenienze.
Certo, a quel piano edilizio sono state rivolte molte critiche, in buona parte giustificate, per la qualità degli interventi e le modalità gestionali. Si trattava di errori prodotti da mentalità amministrative e competenze tecniche troppo rigide e già antiquate per quei tempi. Erano errori da correggere e invece vennero strumentalizzati dalla controffensiva degli interessi colpiti. Anche nella legislazione nazionale vennero smantellati di strumenti di controllo del territorio. Il risultato fu il ritorno al gioco di valorizzazione delle aree e l'abbandono di qualsiasi politica di edilizia pubblica. Nei trentanni successivi in tutta Italia la rendita immobiliare si è rafforzata tramite l'alleanza con la finanza nell'economia di carta e di mattone. E in assenza di qualsiasi politica per la casa ai ceti popolari non è rimasto altro da fare che lasciare le città e andare a vivere negli hinterland in cerca di affitti e prezzi di acquisto più bassi.
Straordinaria fu la capacità di Petroselli di incidere in poco tempo, circa due anni, sulle strutture portanti dell'economia romana. Questa intensità di governo non si è più realizzata nei governi successivi, neppure nel nostro quindicennio che pure ha portato tanti risultati positivi alla città, ma non ha avuto la stessa ambizione di modificarne i caratteri strutturali. La differenza è ancora più rilevante se si considerano gli strumenti a disposizione. Quelle degli anni Settanta erano amministrazioni tradizionali e fortemente burocratiche; noi al contrario abbiamo utilizzato i potenti strumenti messi a disposizione dalle riforme degli anni novanta: società di scopo, conferenze di servizi, spoil-system, autonomia statutaria comunale ecc. Soprattutto i poteri del sindaco erano ben diversi. Se Petroselli, come si è detto, li rafforzò per via politica, i successori hanno ottenuto dalla legge l'investitura diretta dai cittadini. Infatti, all'inizio degli anni novanta in tutta Italia la nuova legge elettorale sembrò conferire al primo cittadino una forte capacità di governo. Ma ben presto la stagione dei sindaci si esaurì e negli anni successivi quel ruolo cambiò segno. Rimanendo prigionieri delle ansie da sondaggi i leader municipali hanno gradualmente ridotto le ambizioni di governo, preferendo assecondare la frammentazione sociale e dedicandosi a interventi di breve durata ma di forte impatto mediatico. La personalizzazione non mantiene la promessa della decisione. Spesso il sindaco è più impegnato a raccontare se stesso che a trasformare la città. E arrivato al secondo mandato comincia a pensare al prossimo incarico, distraendosi dal governo della cosa pubblica. Morire da sindaco è davvero un programma d'altri tempi.
Ecco perché oggi vale la pena di riflettere su Petroselli, non solo sull'uomo e non solo per il caro ricordo che ci lega a lui, ma per porsi domande attuali su come si decide nel governo delle città italiane. Le recenti elezioni amministrative hanno fatto vedere le prime crepe nel modello di governo comunale, che pure sembrava il migliore assetto istituzionale maturato nella Seconda Repubblica. Basti pensare che per una quota del 40 per cento i sindaci uscenti non sono stati confermati, mentre in passato era quasi scontato il passaggio al secondo mandato.
Nella Prima Repubblica c'è stata un'alta concezione della rappresentanza di una parte come contributo alla democrazia. Nella Seconda, al contrario, è prevalsa l'attenzione al leader di governo che risponde direttamente ai cittadini. Se entrambe le forme politiche mostrano i propri limiti non vuol dire che siano sbagliate, ma solo che non si reggono in piedi da sole, perché hanno bisogno di vivere insieme. Quando si separano, infatti, perdono forza e decadono, la prima nella programmatica rinuncia a governare e la seconda nel dare ragione a tutti senza prendere alcuna decisione. La grandezza di Petroselli è stata nel tenere insieme la parte e il tutto. Questo ci lascia in eredità come problema. Uomo di parte e sindaco di tutti è ancora oggi la condizione per prendere le grandi decisioni nel governo delle città.
Pubblichiamo il testo integrale di uno scritto inserito in sintesi nel libro: Ella Baffoni, Vezio De Lucia, La Roma di Luigi Petroselli, Castronovi, Roma 2011
Luigi Petroselli lo ricordo con una nitidezza che fa male: gli occhi quasi infantilmente interroganti, l’eterna sigaretta pendula al lato della bocca, l’andatura randagia e il vestire piuttosto trasandato, l’indimenticabile pronuncia non proprio romanesca – era originario di Viterbo – ma alquanto sciatta, a tratti fra il sottovoce e il farfugliare fin quasi a sfiorare l’incomprensibile. Era stata Maria Michetti, indomita «eretica» minoritaria nel seno del Pci romano, vicina a Pietro Ingrao, consigliere comunale da sempre, a parlare di me a Luigi Petroselli, all’epoca – primi anni Settanta – segretario della Federazione romana, interessato e, anzi, «impressionato» dai dati, ma anche dall’intento dissacrante del mio libro Roma da capitale a periferia, uscito da Laterza nel 1970, proprio in occasione delle celebrazioni di Roma capitale come un controcanto sardonico, duro, fin quasi sfrontato, rispetto alle fanfare dell’ufficialità. Anni prima, Maria Michetti era venuta a trovarmi, accompagnata dal mio fido assistente anziano Corrado Antiochia, per chiedermi di fare da «relatore» alla sua tesi di laurea, della quale sperava di liberarsi in pochi anni. Dopo averle parlato una mattina nel mio ufficio al terzo piano della Galleria Esedra, dopo un lungo silenzio sbottai: non tre anni, tre mesi; laureata e quindi nominata assistente sul campo, Maria Michetti, nello stuolo ormai fitto di assistenti, dimostrò subito qualità di studiosa e di ricercatrice eccezionali.
Era una di quelle incerte primavere romane, con giornate quasi uggiose di piogge intermittenti, di colpo interrotte da pomeriggi caldi, ormai estivi, e poi da brevi, salutari giorni di tramontana secca e cielo terso. Con Petroselli ci vedevamo nel mio ufficio; poi, sotto, al bar Dagnino, si cementava l’amicizia parcamente, con un aperitivo analcolico. Il mandato del sindaco democristiano Clelio Darida volgeva ingloriosamente al termine. C’era nell’aria una certa voglia, ancora indistinta, di cambiamento. Petroselli era semplice e diretto: il prossimo sindaco doveva esser un indipendente di sinistra, un nome nuovo, non di apparato. Toccava a me, diceva con definitiva semplicità, aprendo e chiudendo in poche parole il discorso. Io prendevo tempo. Forse Petroselli non lo sapeva o forse lo sapeva e non gliene «fregava» niente. Le sue parole riaprivano in me antiche ferite. La politica l’avevo già fatta. Ero stato deputato indipendente nella terza legislatura (1958-1963). Ero l’unico rappresentante del Movimento Comunità di Adriano Olivetti. Appartenevo al gruppo misto, con uomini come Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Oddo Biasini, ma anche i monarchici Alfredo Covelli, il marchese Lucifero, il duca Rivera, mio dirimpettaio in Via Appennini.
Con sottile, forse inconsapevole crudeltà, Petroselli, accompagnato nelle prime visite da Maria Michetti, mi stuzzicava, dunque, e giocava, per così dire, sulla mia mai completamente sopita ambizione e desiderio di riconoscimento pubblico e l’impegno alla coerenza di chi aveva studiato le borgate, i borghetti e le baracche di Roma e che, adesso, senza alcuna condizione, si vedeva offrire su un piatto d’argento o se si vuole, di stagno, la possibilità di verificare sul metro dei rapporti di potere quotidiani le sue brillanti ipotesi intellettuali.
Aveva così inizio il mio Tabor privato. A questo punto Maria Michetti cominciava a dare chiari segni di preoccupazione: temeva per la mia distratta tendenza a parlare e a dire esattamente ciò che al momento pensavo senza badare alle conseguenze; mi stava cercando un buon avvocato di vaglia da mettermi alle costole, come già aveva fatto con Guido Calvi all’epoca in cui Enzo Biagi mi aveva querelato per diffamazione aggravata con ampia facoltà di prova. Maria era mossa, nei miei confronti, da un atteggiamento protettivo più materno che accademico.
Intanto Luigi Petroselli veniva giù esplicito, ormai sicuro di avermi in pugno: «Che vuoi. Hai analizzato la vita e la miseria delle borgate. Ne hai descritto la povertà materiale, ma anche politica, culturale… L’espediente come mezzo normale di sussistenza. La mancanza di un reddito regolare. Gli allacciamenti abusivi e pericolose con i cavi elettrici. La mancanza di fognature… Hai studiato tutto. E adesso? Adesso ti dò la possibilità di fare qualche cosa di pratico, di non limitarti alle parole, alla sterile denuncia, a sfruttare la miseria degli altri per i tuoi libri di successo…».
L’uomo sapeva come adoperare bene il bisturi psicologico. Ma le vacanze di Pasqua stavano arrivando. Avrei accompagnato la famiglia a Urbino a visitare il Palazzo ducale. Chiedevo una pausa di riflessione. Ma Petroselli era tenace come un montanaro, furbo come un vero contadino, più rapido di un intellettuale. «Ti farò dare 45 mila voti di preferenza. Se, come dici, vuoi aver tempo per studiare e scrivere, bene, mi dai tre anni. Dopo subentro io. Sta tranquillo. Se mi dici di no, dovrò imbarcare il “vecchio”». Alludeva probabilmente al noto storico dell’arte Carlo Giulio Argan. Nulla di irrispettoso, solo la rude franchezza dell’organizzatore politico di base, dell’uomo d’azione che ha il senso della scadenza e che non può permettersi alcun amletismo fra pensiero e decisione.
Sapevo che il caso di Roma, dopo la breve, luminosa parentesi dell’amministrazione di Ernesto Nathan, era un caso da manuale per quanto riguarda la speculazione edilizia dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni ’70. A questo tema doloroso e vergognoso, che aveva visto coinvolte le gerarchie ecclesiastiche e non solo i famelici partiti e gli interessi, sostanzialmente parassitari, della rendita e del «generone» avrei in seguito dedicato il libro Roma madre matrigna (Laterza, 1991). Avrei affermato in quella sede, con sicurezza e baldanza forse eccessive, che Roma era non solo una doppia capitale, del Vaticano e dello Stato italiano, ma anche una doppia economia, della rendita e del capitale, maggiormente caratterizzata da una proprietà assenteistica e parassitaria che da un capitalismo moderno, in grado di operare la combinazione ottimale fra terra, capitale e lavoro. Notavo il fatto che Roma sia divenuta una «capitale del capitale», ossia una delle sedi dove assai rapido è il movimento di denaro a livello mondiale, non contrasta davvero, ma concorda, con le caratteristiche della città; e, anzi, le esalta. Le attività industriali di una qualche consistenza continuano ad essere quasi totalmente assenti entro i confini del Comune di Roma, che con i suoi 150 mila ettari ha il territorio più vasto di ogni altra città italiana. Esse hanno trovato una loro collocazione, sollecitata e favorita dal potere centrale, lungo la direttrice Pomezia-Latina e costituiscono nel loro insieme un’importante realtà sociale e non solo un fatto economico di rilievo. La separatezza di questa consistente area industriale dalla città crea problemi anche al pianificatore urbanista, ma quei problemi presentano sempre una costante: entro i confini del Comune è il blocco edilizio che conserva vigorosamente il suo dominio.
La scelta della vicenda dei piani regolatori di Roma per definire una possibile tipologia del pianificatore urbanista non è davvero arbitraria e tanto meno «di comodo». Essa offre l’occasione di osservare come tale figura giochi uno specifico ruolo di mediazione intellettuale in una situazione assai semplificata di confronto-scontro tra interessi privati e interesse collettivo.
La letteratura urbanistica più avveduta è ben consapevole del fatto che a Roma si misura quello che abbiamo chiamato il confronto diretto tra pianificatore e «blocco edilizio». Essa è venuta rappresentando questa situazione con l’immagine delle «due città», «Roma e l’altra Roma», giustamente evitando rigide ed esclusive collocazioni di classe e prestando attenzione ai fattori ideologici, ai processi storici, al complesso delle tensioni sociali. Essa, però, ci è apparsa e ci pare a disagio nell’acquisire coscienza di quello che le ricerche sociologiche su Roma hanno individuato e definito come «interfunzionalità economica e ideologica tra le due città».
Queste due città – occorre esserne avvertiti – non sono oggi visibili a Roma nei ghetti contrapposti di quartieri residenziali e di borgate. Apparentemente è andato avanti un processo di integrazione, di omologazione, che ingannava anche Pasolini. È vero che oggi, a Roma, ci sono meno baracche e meno borghetti. Gli occhi colgono un intrecciarsi di tipologie edilizie e di modi di abitare che tendono a ridurre le differenze e comunque ad «occultare» le baracche: è meno agevole oggi intuire dalla facciata della casa la condizione concreta di vita di chi vi abita dentro.
Il rapporto tra le due città non è più riassumibile nel visibile contrasto tra miseria e ricchezza: esso si manifesta nelle forme assai più complesse che assumono i diversi livelli di potere, le modalità e le possibilità attraverso le quali essi sono individualmente e socialmente raggiungibili. L’uscita dalla baracca è (meglio, può essere, ma può anche non essere) solo il primo passo per acquisire un qualche potere.
Le vicende dell’amministrazione capitolina rispecchiano fedelmente la situazione: il sindaco Rebecchini, notoriamente «uomo dell’Immobiliare», viene travolto dalla vicenda del mega-hotel Hilton, e deve passare la mano a Umberto Tupini, chiamato a governare una situazione resa incandescente dalla questione del piano regolatore generale e dal «sacco di Roma» che accompagna gli interventi straordinari per le Olimpiadi del 1960. La sua è una giunta di minoranza, ancora una volta sostenuta di fatto dal Msi.
Appena due anni dopo, a Umberto Tupini subentra Urbano Cioccetti, che estende la maggioranza ai monarchici laurini (popolari). Si apre un biennio di acuti contrasti, principalmente sulla questione del piano regolatore generale (1959). Rieletto nel 1960 con il voto determinante della destra – alla quale paga un elevato prezzo morale rifiutandosi di far celebrare l’anniversario della Liberazione di Roma –, Cioccetti tenta un monocolore Dc di segno conservatore. Ma le vicende nazionali, con la fiammata antifascista del luglio 1960, e la paralisi amministrativa indotta dall’insostenibile stallo sul Prg, rendono impraticabile la sterzata a destra. Urbano Cioccetti è costretto a dimettersi nel luglio del 1961 e un commissario prefettizio è incaricato di predisporre le consultazioni anticipate che si svolgeranno nel giugno dell’anno successivo.
La Dc, sollecitata da Aldo Moro a sperimentare nella capitale un governo di centro-sinistra, è sconfitta. A destra, il Msi sbaraglia la concorrenza monarchica e si conferma con 13 consiglieri nel ruolo di terzo partito, dimostrando così la persistenza culturale e, insieme, la perdurante funzionalità politica della destra nel sistema amministrativo romano. Nel contesto romano, del resto, la crisi del partito trasversale reazionario, che abbiamo definito «partito romano», non ha ancora prodotto una frattura irreversibile fra neo-fascisti possibilisti e cattolici conservatori. Anzi, a tessere nuove trame e intese rese appetibili dalle risorse di scambio del sottogoverno municipale, lavorano varie riviste e associazioni tradizionalistiche.
Si tenga presente come, ancora per tutti gli anni Cinquanta, quello missino si configuri a Roma come un voto interclassista di massa, in cui gli appelli simbolici all’anima nostalgica e ai ceti sociali di antica lealtà reazionaria, si confondono con la gestione di incentivi più prosaici, di provenienza sottogovernativa e prevalentemente diretti alle aree di immigrazione sottoproletaria. Ma la destra mantiene presenze non irrilevanti nel mondo delle professioni e un discreto circuito associazionistico di fiancheggiamento. Per tutto il decennio, ad esempio, una parte consistente della stampa locale – in continuità con le campagne del «Tempo» e del «Popolo di Roma», veri organi ufficiosi del «partito romano» - asseconda contro l’ipotesi di centro-sinistra la ricomposizione di quel partito trasversale conservatore di cui i neo-fascisti sono parte costitutiva.
Il centro-sinistra – progetto legato a una seppur generica domanda di razionalizzazione e modernizzazione – rappresenta insomma il catalizzatore del conflitto e, insieme, il fattore di accelerazione della crisi. Ciò vale tanto per il fronte conservatore del vecchio «partito romano» quanto per il Blocco del popolo che in un paio di occasioni (e segnatamente con le politiche del 1952) sembra rivestire i panni del vecchio radicalismo anticlericale e antimonopolistico. Alla fine degli anni Cinquanta l’egemonia della Dc – partito del potere nazionale con ramificazioni locali non più totalmente identificabili con i notabili pacelliani – appare elettoralmente solida, ma politicamente fragile per gli effetti indotti dai nuovi termini del conflitto e dal sovrapporsi di interessi compositi che intersecano lo schieramento del cattolicesimo politico entro una dialettica tradizione-innovazione non sempre lineare. A destra, si è andata consolidando attorno al Msi un’aggregazione populista di tipo nuovo, che alza il prezzo della mediazione sotterranea con i potentati Dc e gioca sulle minacce all’ordine democratico per imporre regole del gioco ormai estranee alle possibilità di controllo del «partito romano». Il Blocco radicale si spegne fra il 1953 e il 1956. Al suo posto c’è la grande forza organizzata di un Pci atipico e destinato a fornire l’imprinting per i conflitti che animeranno nei decenni successivi la sinistra romana (’68 compreso).
Il panorama complessivo prelude a un processo di omologazione di Roma alle coordinate politiche nazionali, secondo l’ispirazione strategica del centro-sinistra in versione fanfaniana. Nel luglio del 1962, Glauco Della Porta – tecnocrate di area morotea – è il primo sindaco a guidare una maggioranza di centro-sinistra. Ancora una volta, Roma rappresenta il laboratorio delle scelte nazionali. Ma la giunta di Della Porta dura solo, e stentatamente, un biennio.
La situazione, non solo romana, precipita. I tardi anni Settanta sono l’imprevedibile, spaventoso scenario della tragedia italiana: la lotta armata, il sequestro e l’uccisone di Aldo Moro, la «notte della Repubblica». Argan si dimette; gli subentra, come previsto, Petroselli. Ricordo le sue previsioni. Quando rifiuto di farmi candidato indipendente di sinistra appoggiato dal Pci, Petroselli non nasconde la sua delusione. Arriva quasi a darmi del traditore, tanto gli sembrava scontato che la mia personale ambizione avrebbe vinto le mie resistenze interiori, squisitamente e, a suo giudizio, evanescentemente intellettuali. Era già accaduto nel 1963, quando gli amici di Ivrea giuravano che non avrei mai avuto il coraggio di lasciare Montecitorio, concupito com’ero da forze politiche che andavano da Giancarlo Pajetta a Riccardo Lombardi a una certa sinistra sociale fanfaniana. È difficile capire il fondo, il mondo proprio, lo Eigenwelt di un’anima.
Con una precisione impressionante, esaurita l’esperienza della debole giunta del democristiano Clelio Darida, eletto e quindi dimessosi il professore Argan, tocca a Petroselli prendere in mano il timone del Comune. Incredibile a dirsi, il suo atteggiamento verso di me, lungi dall’essere freddo a causa del mio «gran rifiuto», si fa sempre più stretto, amichevole, quasi fossi investito d’un ruolo di consigliere-ombra. Ci vedevamo abbastanza spesso, alle tre del pomeriggio, in una saletta del Campidoglio, dove lui riceveva le persone che avevano qualche problema, da vero rappresentante del popolo.
Era quello che gli americani, con un felice espressione, chiamano un «grass roots politician», un uomo politico delle radici dell’erba, uno che governa dal di sotto più che dall’alto, un politico che ascolta, sempre con tramezzino e una sigaretta a portata di mano, una specie di Humphrey Bogart di Tor Pignattara. Succedeva, dopo circa tre anni, a Giulio Carlo Argan, eletto, come Petroselli aveva progettato, nell’agosto del 1976, il primo sindaco laico dalla prima decade del secolo, quando era stato eletto sindaco di Roma da un «blocco popolare» messo in moto dal Paese Sera di Tommaso Smith, Ernesto Nathan (1907). Non risparmiavo le critiche al Petroselli divenuto sindaco. Gli rimproveravo, talvolta con ironia e asprezza eccessive, di cedere al gusto di riforme che erano, al volte, operazioni di cosmesi urbana. Il suo recupero delle borgate, non mi stancavo di dirgli, in una prima fase, si limitava a rinnovare la segnaletica, a normalizzare la distribuzione dell’acqua e della corrente elettrica, con grave disappunto dei borgatari, che adesso dovevano pagare le bollette. In un secondo momento in effetti va riconosciuto che egli si è impegnato in interventi più efficaci e duraturi in quanto strutturali, mettendo in piedi case popolari che risanavano, che cancellavano l’obbrobrio di borgate e borghetti. Anche se a volte ciò è accaduto con modalità tali da indurre forti dissensi rispetto al Comune e al Pci (v. il caso di Valle dell’Inferno/ Valle Aurelia) perché la gente avrebbe preferito non lasciare il proprio habitat.
A proposito, però, della speculazione edilizia non mi risparmiava bofonchiate repliche brucianti, come quando mi rammentò le sfortunate conseguenze dei miei consigli all’on. Fiorentino Sullo, ministro dei Lavori pubblici nel governo detto delle «convergenze parallele» di Amintore Fanfani. A bloccare o comunque a rendere più difficile la speculazione edilizia occorreva, avevo suggerito al ministro Sullo, fare ciò che in Inghilterra da tempo immemorabile si era fatto: tutto il territorio del Paese non è privato, ma pubblico. Sullo ebbe il coraggio o l’ingenuità di prendermi in parola e dichiarò questo suo intento pubblicamente. Come se avesse sfiorato un cavo dell’alta tensione, perdette il posto di ministro, fu espulso dalla Dc, cercò rifugio presso i socialdemocratici e forse, alla fine, qualche sollievo nella bottiglia. Morì prematuramente, solo e depresso.
Niente di personale nelle risposte sulfuree di Petroselli. Solo il realismo di un uomo politico che conosce le durezze della vita e la difficoltà di dare un senso di orientamento alla convivenza umana. Luigi Petroselli incarnava una concezione del potere esattamente opposta e simmetrica a quella oggi prevalente: il potere vissuto non come appannaggio personale per i propri interessi privati, ma come semplice, quotidiano sevizio alla comunità.
Pubblichiamo il testo integrale di uno scritto inserito in sintesi nel libro: Ella Baffoni, Vezio De Lucia, La Roma di Luigi Petroselli, Castronovi, Roma 2011
Luigi Petroselli moriva tragicamente d’infarto il 7 ottobre 1981, al termine di un appassionato discorso tenuto al Comitato centrale del Pci. Come toccò a un altro famoso parlamentare comunista, Mario Alicata, che qualche anno prima, a soli quarantotto anni, fu schiantato da un ictus dopo un polemico, tempestoso intervento nell’aula di Montecitorio. Per non parlare della prematura fine di Enrico Berlinguer che in circostanze analoghe poneva fine alla sua nobile esistenza nel giugno 1984, dopo il drammatico discorso da una tribuna di Padova. Destini di alto significato umano e politico, comuni ad alcuni esponenti di spicco della sinistra italiana.
Anche Petroselli moriva a quarantanove anni, di cui solo due vissuti nella veste di Sindaco di Roma ed era accreditato, in quanto autorevole uomo di partito, quale ispiratore delle politiche adottate dal Comune fin dal 1976, anno in cui Giulio Carlo Argan era stato eletto primo cittadino di Roma nelle liste del Pci.
Un’elezione che fece epoca, dopo ben tredici Sindaci democristiani e un trentennio dominato dallo scudo crociato; si dice che fosse stato proprio Petroselli a proporre e sostenere la candidatura dell’illustre studioso e storico dell’architettura moderna. Argan, come si sa, restò svogliatamente in carica tre anni, cedendo la poltrona proprio a Luigi Petroselli nel settembre 1979, passaggio forse sollecitato dal Petroselli stesso, deluso dalle gesta del suo protetto, più attento ai rapporti con il Vaticano e con gli illustri visitatori della Città eterna che non agli stringenti problemi della stessa.
Sono peraltro noti i meriti da attribuire a Petroselli, sia nei due anni del suo mandato da Sindaco, sia in qualità di segretario regionale del Pci durante il pontificato di Argan. Nel breve arco di quei cinque anni (1976–1981), nello scenario delle opere pubbliche e soprattutto nella realizzazione dei quartieri romani di edilizia pubblica, accadevano fatti di grande rilievo, a cui la pervicace iniziativa di Luigi Petroselli risultava tutt’altro che estranea e in qualche caso determinante.
Credo sia utile rievocare qui brevemente l’intero decennio, quei “dannati Settanta” e i relativi rivolgimenti, non solo a livello locale, come ho iniziato a fare, ma anche a livello nazionale. Agli inizi, si avvertiva l’influenza degli anni Sessanta, legati al mito dello sviluppo senza limiti, si dava grande importanza all’edilizia pubblica e si aspirava a raggiungere il traguardo di una produzione di trecentomila alloggi annui (limite mai raggiunto). Con la legge 865/71 si promulgava un riordino e un rilancio del settore: la creazione del Cer, organo nazionale di coordinamento, la trasformazione degli Iacp da istituti provinciali a strumenti attuativi di livello nazionale sui quali concentrare i finanziamenti pubblici, le cui leggi ora includevano oltre agli alloggi – udite udite – anche i servizi primari; si confermava inoltre la tendenza a procedere per insediamenti coordinati autosufficienti nelle immediate periferie dei centri urbani. Su queste basi, nella prima metà del decennio, si realizzavano nelle più importanti città italiane grandi quartieri, autoreferenziali e perentori, con i toni di un modernismo europeo. A Roma, oltre ai ben noti Corviale e Vigne Nuove, un esempio tipico fu il Laurentino 38. Nel loro insieme, questi tre quartieri costituivano un programma straordinario omogeneo varato nel 1969–1970, finanziato con settanta miliardi di lire.
Ma l’impatto fu traumatico; si registrò rapidamente un riflusso, l’esigenza di una dimensione minore, di maggiori risparmi, di un habitat più articolato e umano. Nasceva allora la legge 513/77 che introduceva norme edilizie più spartane, con tipologie ridotte e più differenziate, nuovi parametri di controllo economico, l’esclusione dei servizi di base tornati di competenza delle amministrazioni locali. Intanto la cultura scopriva lo storicismo, il recupero, la sostenibilità, una trasformazione del gusto detta post-modern. In parallelo, si adottavano nuove forme operative, quali le concessioni a privati.
Alla fine del decennio, con la legge 25/80 si dava modo ai Comuni, di avviare iniziative autonome, riferite più direttamente alle esigenze e alle risorse produttive locali. A Roma, esempi tipici furono il quartiere di Tor Bella Monaca (dal 1980) e il quartiere Quartaccio (dal1984).
A partire dai primi anni Settanta ho partecipato, con ruoli diversi, alla realizzazione dei quartieri sopra citati, attraversando tutte le tendenze, le normative, le storie che hanno segnato quel periodo, e trovando sul mio percorso tracce dirette o indirette del pensiero e dell’operato di Petroselli, che peraltro non ho mai avuto modo di incontrare di persona. Quelle esperienze, nel loro insieme, sono state tali da indurre Vezio De Lucia a includermi fra coloro che potrebbero fornire qualche testimonianza sui fatti dell’epoca, utile ai fini delle rievocazioni in corso per la ricorrenza dei trent’anni dalla morte di Luigi Petroselli.
Non appena eletto Sindaco, nel 1976, Argan dovette occuparsi di una grana concernente la realizzazione del quartiere Laurentino 38 (per 30/32 mila abitanti), di cui avevo diretto il gruppo di progettazione urbanistica, poi di quella di edilizia sovvenzionata, e di cui a quel punto ero uno dei responsabili della realizzazione nelle vesti di coordinatore generale delle progettazioni e condirettore dei lavori. Il progetto del quartiere Laurentino era nato sotto una spinta innovativa che aveva reso necessario un lungo iter burocratico (ben quattro passaggi in Commissione urbanistica), da cui nascevano forti attese psico-sociali e disciplinari. L’idea fondante del progetto, cosi come quella di altri quartieri Iacp, nasceva sotto l’influsso dei recenti interventi di edilizia pubblica realizzati in Gran Bretagna e in Francia, che fra l’altro avevo visitato di recente.
La grana di cui sopra consisteva nel ritrovamento di resti archeologici di epoca preromana in seguito al quale fu decretato il fermo dei lavori, peraltro in fase avanzata, malgrado la regolare autorizzazione rilasciata dalla Sovrintendenza competente. Gli interessi in ballo erano cospicui e contrapposti, in quanto si doveva scegliere fra il rispetto dell’antico e le urgenze dell’attualità e del moderno. Tutti i rappresentanti delle varie fazioni erano mobilitati e i contrasti apparivano irriducibili. Argan lo studioso, il massimo storico dell’architettura moderna, sembrava il Sindaco ideale per risolvere la questione, e difatti convocò una riunione generale al Campidoglio, fissata per il 13 dicembre 1976 nel suo studio. Le attese erano alle stelle.
L’esito fu deludente, Argan evitò di addentrarsi nella questione, trascurandone la gravità. Esigeva un compromesso e rimandò tutto a un comitato dei rappresentanti delle tre maggiori autorità presenti sul campo: il Comune, l’Iacp e la Soprintendenza. Gli architetti, a cominciare dal sottoscritto, ne furono esclusi. Il comitato – composto da Marcello Girelli, Direttore tecnico della XVI ripartizione comunale per l’edilizia economica e popolare, da Luigi Petrangeli Papini, Direttore centrale tecnico dell’Iacp, e dal Soprintendente La Regina – stilò un accordo che teneva conto solo degli interessi delle amministrazioni da essi rappresentate. Furono disposte tutte le modifiche necessarie alla creazione di un nuovo comprensorio vincolato a parco archeologico. Un classico rattoppo all’italiana, nessuno si curò delle conseguenze che quelle affrettate modifiche avrebbero avuto sulla qualità e sul destino del quartiere.
A mio parere, Argan si comportò da burocrate e non da esponente della cultura internazionale. Venne a mancare quella mediazione colta e illuminata che la situazione esigeva e in cui tutti, a cominciare dal sottoscritto, speravamo. Sta di fatto che da quegli eventi prese avvio una profonda avversione, che peraltro covava da tempo, fra i due corpi separati della pubblica amministrazione, responsabili locali degli interventi sul territorio: il Comune di Roma e l’Iacp romano. I quali presero a fronteggiarsi a tutto campo anteponendo le ragioni di parte agli interessi collettivi, in forza di una profonda differenza fra le loro rispettive origini e culture, fra i loro modi e tempi di lavoro, fra le loro ultime finalità.
Oltre a riconoscere, dopo più di trent’anni, i danni che questa avversione ha causato alla vita dei quartieri realizzati dall’Iacp, e in modo particolare al Laurentino 38, è interessante risalire alle cronache dei tardi Settanta onde cogliere i presupposti culturali di questa diversità, poi degenerata nel caos amministrativo e gestionale. Dal quale, occorre dirlo, discese il totale abbandono di quei quartieri, che fra l’altro condusse alle recenti demolizioni di alcuni edifici ponte al Laurentino 38. Può essere considerato un primo segnale di quella avversione un articolo di Renato Nicolini, trentacinquenne Assessore alla Cultura nella Giunta Argan, apparso sul «Corriere della Sera» nel 1977 in coincidenza con i ritrovamenti archeologici al Laurentino, nel quale il giovane studioso protestava per il carattere insolito dei nuovi quartieri di edilizia popolare, così diversi dalle tradizioni dell’Icp di Sabbatini e di Quadrio Pirani. Più che di un moto momentaneo di fastidio si trattava della classica punta emergente di un iceberg di notevoli dimensioni .
Non si può non ricordare, fra le cause lontane di tanta avversione, la ventata di interesse sollevata nei Sessanta dallo strepitoso housing britannico, nonché da quello olandese e scandinavo e dalla progressista tecnologia industriale francese, tutte conquiste di livello europeo che, come sopra ricordavo, avevano fortemente influenzato i quartieri Iacp varati nei primi Settanta, sull’onda di un nuovo slancio nella ricerca progettuale sostenuta peraltro dalla dirigenza di quell’istituto. Eventi che avevano colto del tutto impreparato il Comune, anche sul piano psicologico oltre che operativo. Troppo grande la differenza fra la mole degli impegni, improvvisi e pressanti, richiesti dalla realizzazione dei nuovi quartieri Iacp e il pigro andazzo degli uffici municipali, incapaci di uscire dalla routine quotidiana. I nuovi quartieri così poco tradizionali, ma soprattutto Corviale e Laurentino, diventavano il classico pomo della discordia, una vetrina delle abissali diversità fra l’attivismo innovatore dell’Iacp e l’inerzia dell’amministrazione capitolina.
Ne fanno fede i comportamenti riluttanti e dilatori delle strutture comunali preposte alle opere di urbanizzazione di quegli odiati quartieri e infine il clamoroso rifiuto degli organi centrali dell’ amministrazione comunale di gestire quei quartieri una volta ultimati, malgrado le intese iniziali di ben diverso tenore. Ne fanno altresì fede alcune scelte di politica amministrativa quale ad esempio l’accordo patrocinato nell’estate 1978 da un Petroselli non ancora Sindaco, fra l’Italstat, l’Isveur e la Lega delle cooperative per un rilancio dell’edilizia pubblica e privata a scala comunale, in certo modo contrapposta ai grandi interventi promossi dallo Stato. Si trattava di un orientamento complessivamente romanista, aperto verso l’imprenditoria locale, sensibile agli aggiornamenti legislativi a scala nazionale, ma lontano da quel modernismo europeo di matrice anglosassone che aveva ispirato i quartieri appena ultimati dall’Iacp. Se ne condannavano l’esotismo, la grande dimensione, il carattere perentorio delle architetture, la disumanità, i sistemi costruttivi, i costi, le difficoltà di gestione, le procedure di affidamento degli appalti.
In antitesi a quel corso, si affermava una cultura locale di stampo più nostrano e dimesso, post-moderna, che guardava alle tradizioni dell’Icp romano, sostenuta dalla rivista «Controspazio» e dal numeroso gruppo di pressione culturale che faceva capo a Paolo Portoghesi. Per ricordare quanto questa avversione fosse profonda e avesse conquistato larghi strati socio-culturali, devo ricordare che essa nacque e prosperò durante tutto l’arco dell’influenza petroselliana culminando, dopo la sua morte, in quel pubblico processo organizzato dal Comune al San Michele nella sala detta dello Stenditoio, nel quale fu nominato quale presidente della Corte improvvisata il noto urbanista milanese Bernardo Secchi, pubblico ministero Paolo Portoghesi, cancelliere moderatore Carlo Aymonino. Si trattò di una messa in scena, il cui fine era quello di screditare i quartieri moderni realizzati dall’Iacp processandone i responsabili: Fiorentino per Corviale, Passarelli per Vigne Nuove, Barucci per Laurentino, De Feo per Val Melaina, tutti presenti al banco degli imputati. La pubblica accusa, sostenuta da Portoghesi e fortemente ispirata dagli ambienti comunali, ebbe la meglio e, senza mezzi termini, in quell’aula fredda e solenne la condanna risuonò così: gli autori di quei progetti non sono stati all’altezza della situazione!
Precedendo largamente tali conclusioni, Luigi Petroselli, prima da “grigio funzionario di partito” e poi da Sindaco aveva coltivato rapporti di collaborazione con importanti operatori privati e pubblici del settore edilizio locale, in vista di una trasformazione radicale del settore stesso, imperniata sul nuovo istituto della concessione a imprenditori privati e che avrebbe dato carattere al successivo periodo Settanta-Ottanta.
Fra tutti, restava fondamentale l’incontro fra Luigi Petroselli e Carlo Odorisio, manager di alto profilo, animatore e presidente dell’Isveur, qualificato istituto privato in cui si associavano i più importanti costruttori romani e che sarebbe diventato uno dei maggiori enti concessionari del Comune di Roma.
Fu in questo quadro che Petroselli, oltre a dare il meglio di sé nella sistemazione dell’area archeologica centrale (ispirata da Antonio Cederna), immaginò la sua creatura prediletta, il nuovo quartiere di Tor Bella Monaca, operazione di punta di cui gli organi tecnici del Comune (Canali, Anna Maria Leone, Paolo Visentini) stesero il progetto urbanistico nel 1979, all’avvio del suo mandato da Sindaco. Il progetto risultò un mirabile compendio delle tendenze maturate in quel periodo: un elaborato urbanistico per 28 mila abitanti volutamente, polemicamente elementare e semplicistico, un ritorno ai primordi. Nulla a che vedere con la complessità, la carica sperimentale dei quartieri moderni dell’Iacp messi sotto accusa, ma fortemente espressivo del nuovo corso immaginato e promosso da Luigi Petroselli.
Devo precisare a questo punto, ancorché non ce ne sia forse bisogno, che questo mio discorso ricorda il procedere incerto di un funambolo sul cavo teso nel vuoto, che impugna il bilanciere di sicurezza (sto leggendo il romanzo Let the Great World spin di Column McCann). Anche io difatti ho intrapreso una traversata pericolosa, parlando della figura di Petroselli in modo favorevole, data la ricorrenza celebrativa, ma non senza riserve, data la mia posizione culturale che spesso mi ha visto schierato in campo opposto. Il pericolo che corro è di cedere d’improvviso al tentativo di denunciare i casi in cui Petroselli si è comportato in modo a mio parere biasimevole e di precipitare così nel baratro della maldicenza, cosa a cui mi devo opporre dato il mio ruolo attuale: il mio compito resta quello di spigolare fra gli argomenti probanti dei suoi meriti, ma è un procedere incerto.
Ma dovendo scegliere fra il localismo (il campanile) e l’internazionalità (Bauhaus e dintorni) ho sempre scelto la seconda, come posso dimenticarlo? Quando il Comune ha rifiutato di prendere in gestione i ponti e le scuole del Laurentino, come concordato, Petroselli come non poteva “non sapere”, che ruolo ha avuto? Quando nel dicembre 1979 la scelta del Comune, come risulta dal rapporto riservato del Direttore centrale tecnico dell’Iacp, Petrangeli Papini del 1° maggio 1984, “di innescare un quartiere della qualità e delle caratteristiche del Laurentino con 100 famiglie di abusivi, sgomberati dal centro della città proprio per eliminare quella che il Comune riteneva una piaga anche per l’ordine pubblico, ha voluto significare compromettere per almeno l’arco di una intera generazione il futuro del quartiere”: e il Sindaco Petroselli ne era il principale responsabile, come posso dimenticarlo?
È sufficiente un ricorso al bilanciere (restare nell’agiografico) per evitare di precipitare? Forse no. La mia partecipazione alla repentina vicenda di Tor Bella Monaca fu intensa e molteplice. L’incarico più importante mi fu affidato dall’Isveur per la progettazione del famoso comparto R5, indicato nel progetto urbanistico originario come una coppia di grandi corti chiuse, per complessivi 1.200 alloggi e 5 mila abitanti. Data l’importanza dell’intervento, il presidente Odorisio aveva ordinato all’uopo un gruppo di ben dieci studi professionali, poi ridotti a otto, di cui mi affidò la direzione, fra cui era in particolare evidenza lo studio di Elio Piroddi, importante e stimato collega con cui ebbi un ottimo rapporto di lavoro. Progettare l’R5 fu un’operazione campale, data la difficoltà e le dimensioni del tema, i tempi iugulatori concessi, la complessità del quadro operativo.
L’organigramma attuativo del quartiere fu un capolavoro, un ingranaggio perfetto finalizzato alla realizzazione contemporanea delle urbanizzazioni, delle abitazioni e dei servizi primari, in tempi estremamente contenuti. Il tutto affidato a un apposito Consorzio concessionario Tor Bella Monaca, formato da Isveur, Consorzio cooperative costruzioni, Interedil e Cooperative Roma, presieduto da Carlo Odorisio. Tutte le progettazioni furono organizzate dall’Isveur, suddivise fra le sezioni di edilizia abitativa, opere di urbanizzazione, edilizia scolastica, verde e arredo urbano, con un efficiente coordinamento esercitato dallo studio Passarelli, che garantì tempi assai contenuti; la direzione lavori fu svolta dallo studio Lotti & Associati per conto dell’Isveur. Furono realizzati, a seguire, il centro civico (studio Passarelli) e il complesso parrocchiale (Pier Luigi Spadolini), architetture di notevole qualità.
Si deve riconoscere che la collaborazione Petroselli-Odorisio, almeno sul piano operativo, ha dato frutti eccellenti. Nell’ottobre 1981, alla prematura scomparsa di Petroselli, i cantieri erano in avanzato corso di lavorazione e sarebbero stati rapidamente ultimati.
Nello stesso quartiere progettai inoltre, stavolta con il mio studio, altri due importanti comparti edilizi denominati rispettivamente M4 e R11, per 300 e 280 alloggi, con finanziamento Iacp, per incarico dell’impresa concessionaria Lamaro. Il mio contributo complessivo alla realizzazione dell’intero quartiere fu pertanto tutt’altro che secondario. A prescindere dagli aspetti attuativi decisamente positivi, devo dire che la riuscita generale del quartiere Tor Bella Monaca non fu migliore di quella dei precedenti quartieri Iacp ai quali si contrapponeva, anche perché rispetto ad essi la qualità complessiva era decisamente inferiore, o solo volutamente diversa quanto ai contenuti strettamente disciplinari.
Quartiere spartano ma unitario nelle architetture, con modesto “effetto città” anche per i grandi spazi vuoti richiesti dagli standard urbanistici, condizionato dalla qualità dell’utenza, condannato al rapido degrado dalla dura realtà della inesistente gestione comunale. La solita musica, con il coro dei benpensanti scandalizzati per i disagi sociali. A cui, incredibilmente, si associa oggi lo stesso Comune, unico responsabile dei rovesci, che ne propone per bocca del Sindaco Alemanno, la totale demolizione!
Trascinato dalla foga narrativa, ho fin qui messo in evidenza due argomenti contrapposti e rappresentativi di un’epoca e che, fra l’altro, mi riguardano particolarmente: il Laurentino 38 (1971-1978) e Tor Bella Monaca (1980-1982). Ho tralasciato la descrizione della breve ma importante fase intermedia (1978-1980) che ha visto la mia partecipazione, assieme agli illustri colleghi Lucio Passarelli e Marcello Vittorini, alla stesura della legge 513/77 che, come ho accennato prima, apportò fondamentali trasformazioni all’edilizia residenziale pubblica sotto il profilo normativo e tipologico.
Seguendo lo spirito dei tempi e gli intenti fondativi della legge, con Passarelli e Vittorini, abbiamo allestito e pubblicato uno studio approfondito delle nuove tipologie edilizie, contribuendo inoltre a stabilire i nuovi parametri di riferimento delle economie e delle semplificazioni perseguite dalla legge in campo progettuale. A riprova e in applicazione del portato della legge, abbiamo anche avuto l’incarico di progettare a Roma il quartiere di Torrevecchia, che fu realizzato dal 1979 e che, nella considerazione generale, resta uno dei migliori quartieri romani di edilizia residenziale pubblica. Alla legge 513/77, oltre a un generale rinnovamento sul piano progettuale, hanno fatto seguito altri provvedimenti di natura affine, fra cui la 457/78 e la 25/80. Fu quest’ultima uno dei principali strumenti che permisero al Sindaco Luigi Petroselli di immaginare e avviare a rapida realizzazione il quartiere di Tor Bella Monaca.
Petroselli resta il Sindaco di Roma più amato e rimpianto, per la sua origine popolare, per la passione con cui si è dedicato all’esercizio del suo mandato.
Spero che in questo ultimo tratto della mia traversata il bilanciere abbia funzionato a dovere.
Uscito cinquant'anni fa, torna Roma moderna, il libro di Italo Insolera sulla storia urbanistica della capitale (Einaudi, pagg. 403, euro 25), da molti giudicato fondamentale anche per la storia in generale di Roma da Porta Pia in poi. La nuova edizione è aggiornata: inizia con la Roma napoleonica e in quattro capitoli finali racconta la Roma dagli anni Ottanta a oggi (con Insolera ha collaborato Paolo Berdini). Ma la vera novità sta in un punto interrogativo che nella premessa Insolera giustappone al titolo: Roma moderna? È da qui che comincia la chiacchierata con l'urbanista, classe 1929, insegnante a Venezia e a Ginevra e autore di numerosi saggi.
Alla domanda se Roma sia una città moderna e, se non lo sia, perché non lo è, Insolera apre a caso le pagine dello stradario. L'occhio casca su una delle borgate abusive della zona orientale, poi assorbita nello sviluppo tumultuoso dell'abitato. Il dito segue i tracciati e si perde su vie che si aggrovigliano, si allargano a circonvallazione e poi finiscono nel nulla. Insolera scuote la testa, alza lo sguardo: «Non può definirsi moderna una città che ammette questo disordine».
Ma questa è la città abusiva.
«È vero. Però casualità e insensatezza le troviamo anche in quartieri sorti legalmente, ma frutto di speculazione, dove si è pensato ai palazzi e non alle strade. E poi l'abusivismo edilizio non è stato solo un fenomeno che ha interessato la città in alcune parti».
E che cosa è stato?
«Per molti aspetti è il modo d'essere della città. Si calcola che il venti per cento del territorio edificato sia abusivo (diecimila ettari su cinquantamila). Sono stati spesi tanti soldi per riagganciare questi nuclei alla città. Tutta Roma è stata investita da simili tentativi. I risultati sono stati però scarsi.È un problema politico, ma anche dell'architettura».
In che senso c'entra l'architettura?
«Che l'architettura possa riscattare la società è cosa da dimostrare: soprattutto quando è solo disegno di forme e non ricerca dei valori di cui le forme sono espressione. Vista dall'alto, la metropoli abusiva e poi sanata dai condoni si presenta come una massa continua, compatta, indifferente. Come d'altronde si presentava cinquant'anni fa la città delle palazzine».
Lei pone uno spartiacque nell'immediato dopoguerra.
«Fino ad allora troviamo un impianto stradale e un'architettura discutibili quanto si vuole. Ma funzionanti. Andando ancora indietro nel tempo vediamo piazze disegnate in modo esemplare, come piazza Mazzini o piazza Verbano. Alcuni insediamenti popolari sono all'altezza di una città moderna. Poi questa sapienza urbanistica viene sovrastata dagli interessi speculativi».
Torniamo ancora più indietro. Finora lei cominciava la storia di Roma moderna con il 1870. Ora con Napoleone. Perché?
«Potrei cavarmela con la battuta che Napoleone è meglio di Raffaele Cadorna. Napoleone è comunque uno dei pochi grandi che si occupino di Roma. Dal 1809 al 1814 Roma è annessa all'impero napoleonico e il prefetto De Tournon elabora un progetto per scavi archeologici e due grandi parchi, uno a Piazza del Popolo, l'altro nell'area fra i Fori, il Colosseo e il Palatino...»
Nasce allora l'idea che verrà ripresa negli anni Settanta del Novecento da Leonardo Benevolo, Antonio Cederna, Adriano La Regina, da lei e dal sindaco Petroselli?
«Nasce allora. Non se ne fece niente. Se Napoleone non fosse stato sconfitto, questi progetti sarebbero stati alla base del primo piano regolatore di Roma moderna».
Napoleone va bene, ma Pio IX?
«Si deve al ministro del papa, monsignor De Mérode, l'istituzione della stazione Termini e l'avvio dell'espansione cittadina verso nord-est, che verrà poi realizzata dal Regno d'Italia. Sebbene De Mérode avesse acquistato quei terreni e dunque fosse uno speculatore, anche quella fu una scelta da città moderna».
Veniamo di nuovo a un periodo più vicino a noi. La sua ricostruzione della speculazione anni nel Novecento ha fatto scuola. Una prima svolta si registra con Argan e Petroselli fra il 1976 e il 1981. Poi nel 1993 inizia la stagione del centrosinistra.
«Nel programma di Francesco Rutelli c'era un capitolo intitolato "Una rivoluzione urbanistica". Una rivoluzione rispetto alle pratiche dominanti a Roma, resa necessaria anche perché la città aveva smesso di crescere demograficamente».
Ed è stata compiuta questa rivoluzione? «L'attività di quell'amministrazione si è caratterizzata per la discontinuità con una consolidata cultura urbana progressista».
Quindi si è andati in una direzione diversa.
«Partirei da un episodio specifico. A Tor Marancia, un'area grande 120 ettari di meravigliosa campagna romana vicina all'Appia Antica, erano previste enormi cubature, ma il soprintendente La Regina pose un vincolo che avrebbe impedito di costruire. I proprietari si sarebbero dovuti rassegnare».
E invece?
«E invece grazie a uno strumento appena introdotto, quello della compensazione urbanistica, quel milione e ottocentomila metri cubi di case furono trasferiti altrove, ma diventarono cinque milioni e duecentomila. L'amministrazione comunale riconosceva ai proprietari un "diritto edificatorio" che se non esercitato in quello veniva spostato in un altro luogo, ma con un enorme incremento. Insomma, si stabiliva l'intangibilità della rendita fondiaria, nonostante importanti giuristi avessero sostenuto che quel tipo di "diritto edificatorio" non esiste».
Quella scelta che conseguenze ha avuto?
«Si è stabilito un principio, poi adottato altre volte, per cui molti costruttori hanno potuto invadere la campagna romana con insediamenti anche enormi, non raggiunti da un trasporto pubblico adeguato, in una città che perdeva residenti ma che si disperdeva sempre di più. Quella norma, che in teoria è anche corretta, ha accompagnato l'urbanistica romana da Rutelli a Veltroni. Ed è il segno di un'involuzione culturale. L'urbanistica e la pianificazione del territorio sono state accantonate: il mercato non ne ha avuto bisogno e non ha più trovato ostacoli».
Poi è arrivato Gianni Alemanno.
«E con lui il progetto di trasformare l'Eur in pista per la Formula 1 con invasione di cemento. Contemporaneamente arriva il "piano casa", un ulteriore colpo alla cultura urbanistica. Ognuno si fa la sopraelevazione che vuole, consuma suolo e verde. Il progetto della città non è al centro degli interessi dei legislatori nazionali e regionali».
Roma può tornare a essere una città moderna?
«Sì, ad alcune condizioni. La prima è che non cresca più. La seconda, gettando lo sguardo oltre le questioni urbanistiche, è che faccia leva sulla cultura multietnica. Una cultura che si esprime simbolicamente intorno a Piazza Vittorio Emanuele, ora luogo popolato da immigrati e che fu costruita e abitata dagli immigrati di allora, i piemontesi venuti a Roma dopo il 1870».
Senza Unione politica in Europa, al governo ci troviamo la finanza. Le sue forme patologiche producono crisi e danneggiano tutti. Servirebbe una redistribuzione, la fine delle rendite e nuova domanda pubblica. Invece ci troviamo con il solito errore della politica dei due tempi
Che cos’è che ti colpisce di più della crisi attuale dell’Europa? L’immutabilità del paradigma liberista? L’intoccabilità della finanza? L’incapacità politica?
Colpiscono tutte e tre le cose, che però vanno ridefinite. È davvero liberista la politica economica europea, una politica economica in verità imposta da un solo paese, la Germania? In che senso la finanza è intoccabile, se non nel senso che essa finanza è al governo e che dunque la politica è impotente? La finanza è al governo perché l’Unione Europea, non essendo una unione politica, è indifesa nei confronti di quello che Chomski, riprendendo Eichengreen, chiama il “senato virtuale”.
Questo senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano ”irrazionali” tali politiche – perché contrarie ai loro interessi – votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in particolare delle varie forme di stato sociale). I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale.
Ma ciò che colpisce di più è la straordinaria occasione storica che l’Europa ha mancato, nonostante le risorse naturali, economiche, umane e culturali di cui dispone: l’occasione di diventare una Unione democratica e giusta, ricca e indipendente.
La costruzione europea si è fondata su mercati e monete. C’era un’alternativa?
Il modello c’era, era quello prefigurato dai grandi federalisti italiani. Scriveva Ernesto Rossi, nel 1953: “Una tesi degli “esperti” [una tesi sostenuta dall’allora presidente della Confindustria, Angelo Costa] è che non è necessario costituire un’autorità politica sovranazionale incaricata della unificazione del mercato europeo. L’unione economica, secondo loro, può essere anche raggiunta con trattati che, conservando integra la sovranità degli Stati nazionali, aboliscano i contingenti alle importazioni, riducano la protezione doganale, regolino la convertibilità delle monete. Solo quando avremo così costruite le mura maestre dell’edifico europeo – essi dicono – potremo metterci sopra il tetto di un governo federale.”
Questa, infatti, fu la strada intrapresa, ma – avvertiva Rossi – “la verità è che, a questo modo, non si costruisce un bel niente: soltanto l’unificazione politica ci può dare la garanzia che il processo di unificazione economica sarà un processo irreversibile”. Si può forse tornare indietro e ricominciare da capo?
La finanza internazionale ha avuto un’espansione straordinaria. Che cosa è cambiato nel funzionamento del capitalismo?
Un sistema economico capitalistico – un’economia monetaria di produzione, nel linguaggio di Keynes – è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi reali e gli elementi monetari sono strettamente interconnessi. Tra elementi reali ed elementi monetari c’è però una gerarchia, nel senso che un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi, per usare il linguaggio di Marx, soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e soltanto se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
Nel linguaggio di Keynes, non si darebbero crisi se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali – by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
Negli ultimi anni (decenni) si è avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite finanziarie, e dunque si è determinata un’insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D'altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Tuttavia non è con delle regole e con delle prediche che lo strapotere della finanza può essere ridimensionato.
Quali sono le politiche alternative che servirebbero all’Europa per uscire dall’impasse?
Sarebbe stato necessario dotare l’Unione dello strumento fiscale, e dubito che ciò sia possibile fare oggi. Un’Unione economica dotata soltanto dello strumento monetario, e la cui filosofia monetaria – dettata dalla memoria tedesca della repubblica di Weimar – ha come unico obiettivo il controllo dell’inflazione, è costituzionalmente incapace di incidere sulle determinanti reali della crisi in atto: l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi.
Una buona ricetta, liberale, l’aveva proposta Keynes: redistribuzione della ricchezza e del reddito, eutanasia del rentier, e una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento. Ma Keynes, come si sa, era una Cassandra. A riproporre oggi quella ricetta si verrebbe bollati come bolscevichi.
E in Italia che cosa si potrebbe fare?
Temo che sia troppo tardi per fare qualcosa di risolutivo. Un errore madornale di tutti i governi è stato quello di ricorrere a una politica dei due tempi: prima il risanamento, poi la crescita. Una politica dei due tempi non può realizzare nessuno dei due obiettivi: basterebbe studiare un po’ di teoria e storia della politica economica per saperlo.
Titolo su La Padania: «Io esisto e sono padano». Ecco, se uno comincia a ripetersi, «Io esisto, io esisto, io esisto...», è il momento di chiamare lo psichiatra. Ma dire che il popolo padano non esiste è un'esagerazione. Esiste Maga Magò? Certo che sì. E lo yeti? Forse. Ecco qui di seguito alcune prove inconfutabili di esistenza in vita della Padania, del suo popolo e dei suoi illuminati dirigenti.
Le ronde. Le famose ronde non esistono. Pigrizia padana. Eppure in Italia (che esiste) si è parlato di ronde tutti i giorni su tutte le prime pagine, per mesi e mesi, anche con densi e dotti interventi di pensatori (?) della sinistra (?) che dicevano «perché no...».
Malpensa. L'aeroporto di Malpensa esiste. È un lungo campo di bocce vicino a Varese che paga alcuni milioni di euro ai suoi incapaci dirigenti padani. Per essere una cosa che non esiste, la Padania ci costa parecchio.
Il pacchetto sicurezza. Affossato dalla Corte Costituzionale, il grottesco insieme di leggine e regolamenti e ordinanze per sindaci mitomani non esiste più. Eppure, con gran strepito del padano Maroni, l'Italia intera ne parlò per mesi e mesi come se fosse una cosa reale.
Il porcellum. Pur avendo le ore contate, la legge elettorale più schifosa del mondo l'ha scritta Calderoli. Per essere una cosa che non esiste, la Padania produce cazzate notevoli.
Il reato di clandestinità. Esiste, riempie le galere di innocenti ed è il più clamoroso esempio di esistenza della barbarie padana.
Sono solo alcuni casi, ma forse bastano per dire che il popolo padano, i suoi politici, i suoi ministri, esistono. Purtroppo. Per fortuna, invece, si stanno estinguendo da soli e speriamo facciano in fretta. Solo, una volta estinti i padani, dovremmo affrettarci a cancellare anche i segni che hanno lasciato tra noi. Andiamo, chi vivrebbe in un posto dove i dinosauri sono spariti ma restano a terra enormi, gigantesche, cacche di dinosauro?
Neppure il documento della Bce del 5 agosto era arrivato a imporre la svendita delle proprietà pubbliche. A questo misfatto ci pensa Giulio Tremonti senza suggeritori. Forse perché è molto esperto in materia. Sono infatti anni che tenta di svendere il patrimonio dello Stato, prima con le cartolarizzazioni, poi con le alienazioni e con la “valorizzazione immobiliare”. Sarà ora di fare un po’ di conti in tasca ad un simile genio, perché tutto il suo ragionamento fa presa perché sottintende che la collettività guadagna qualcosa dalla svendita mentre è vero il contrario. Il caso dell’alienazione della sede del Ministero dell’Economia dell’Eur è esemplare.
La vicenda parte nel 2001. Già in quell’epoca in tutta Roma esistevano numerose sedi distaccate che non trovavano collocazione negli edifici di proprietà. Il ministro doveva dunque sapere che ogni anni lui stesso pagava centinaia di migliaia di euro per affitti alla proprietà immobiliare.
Invece di pianificare un acquisto sufficiente a far risparmiare soldi, vende la sede dell’Eur per consentire una squallida operazione immobiliare. Così le tre torri vengono avviate alla demolizione. Fecero in tempo ad abbattere tutte le murature perimetrali, perché le proteste bloccarono lo scempio ed ora sono ancora in piedi le strutture di cemento armato.
C’era un piccolo problema che il geniale staff del geniale ministro non aveva calcolato. Gli edifici erano pieni di fannulloni che lavoravano. Ed ecco la soluzione: un bel regalo alla proprietà immobiliare. Vengono presi in affitto due edifici nella zona della Cristoforo Colombo, duemila metri quadrati circa ciascuno, tra loro distanti altre un chilometro (con le disfunzioni operative che si possono immaginare!). Fatti i conti paghiamo da molti anni oltre due milioni di euro all’anno.
E questo sarebbe Quintino Sella! Ha ragione Mattei sul Manifesto di ieri: questo governo non può vendere nulla perché le proprietà appartengono ai cittadini. Certo ci vorrebbe un sistema di informazione e una forza nel Parlamento in grado di lanciare l’allarme. Per la stampa è presto detto. Un grande proprietario immobiliare, Francesco Gaetano Caltagirone, possiede anche il quotidiano Messaggero. Il Tempo è di proprietà di un altro immobiliarista. La stampa romana plaude dunque entusiasta alla vendita. E in Italia siamo pieni di Gazzette di Parma che hanno fatto il tifo per una cricca come quella appena andata a casa.
Più difficile fornire una spiegazione sull’atteggiamento dell’opposizione. Forse qualche motivazione si può rintracciare nel fatto che alcuni anni fa l’amministrazione di “centrosinistra” della provincia di Roma ha svenduto tutti i gioielli di famiglia. Così fan tutti.
Ci accorgiamo solo ora di aver commesso un errore. Non è completamente vero che Tremonti opera in piena autonomia. Qualche disinteressato suggerimento arriva. Quella stessa Confindustria che ha fatto trionfare il berlusconismo, alza la voce nelle sue ultime ore di vita per riuscire a portare a casa l’argenteria. Il documento per salvare l’Italia (si chiama così) mette le mani sul piatto: bisogna vendere. Anzi con una prosa vagamente risorgimentale afferma che occorre limitare “l’enorme perimetro della manomorta pubblica sull’economia italiana”.
Manomorta? Quando mai. E’ molto vispa quella mano e ci vuol rubare il futuro.
A conclusione della Perugia-Assisi, che abbiamo convocato a cinquant'anni dalla prima Marcia organizzata il 24 settembre 1961 da Aldo Capitini, vogliamo lanciare un nuovo appello per la pace e la fratellanza dei popoli.
Lo facciamo richiamando il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclama: "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza".
La fratellanza dei popoli si basa sulla dignità, sugli eguali diritti fondamentali e sulla cittadinanza universale delle persone che compongono i popoli. I diritti umani sono il nome dei bisogni vitali di cui è portatrice ogni persona. Essi interpellano l'agenda della politica la quale deve farsi carico di azioni concrete per assicurare "tutti i diritti umani per tutti" a livello nazionale e internazionale. La sfida è tradurre in pratica il principio dell'interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani - civili, politici, economici, sociali e culturali - e ridefinire la cittadinanza nel segno dell'inclusione. L'agenda politica dei diritti umani comporta che nei programmi dei partiti e dei governi ciascun diritto umano deve costituire il capoverso di un capitolo articolato concretamente in politiche pubbliche e misure positive. Il nostro appello per la pace e la fratellanza dei popoli contiene alcuni principi, proposte e impegni: Principi
Primo.
Il mondo sta diventando sempre più insicuro. Se continuiamo a spendere 1.6 trilioni di dollari all'anno per fare la guerra non riusciremo a risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo: la miseria e la morte per fame, il cambio climatico, la disoccupazione, le mafie, la criminalità organizzata e la corruzione. Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo smettere di fare la guerra e passare dalla sicurezza militare alla sicurezza umana, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza comune.
Secondo.
Se vogliamo la pace dobbiamo rovesciare le priorità della politica e dell'economia. Dobbiamo mettere al centro le persone e i popoli con la loro dignità, responsabilità e diritti.
Terzo.
La nonviolenza è per l'Italia, per l'Europa e per tutti via di uscita dalla difesa di posizioni insufficienti, metodo e stile di vita, strumento di liberazione, strada maestra per contrastare ogni forma d'ingiustizia e costruire persone, società e realtà migliori.
Quarto.
Se vogliamo la pace dobbiamo investire sulla solidarietà e sulla cooperazione a tutti i livelli, a livello personale, nelle nostre comunità come nelle relazioni tra i popoli e gli stati. La logica perversa dei cosiddetti "interessi nazionali", del mercato, del profitto e della competizione globale sta impoverendo e distruggendo il mondo. La solidarietà tra le persone, i popoli e le generazioni, se prima era auspicabile, oggi è diventata indispensabile.
Quinto.
Non c'è pace senza una politica di pace e di giustizia. L'Italia, l'Europa e il mondo hanno bisogno urgente di una politica nuova e di una nuova cultura politica nonviolenta fondata sui diritti umani. Quanto più si aggrava la crisi della politica, tanto più è necessario sviluppare la consapevolezza delle responsabilità condivise. Serve un nuovo coraggio civico e politico.
Sesto.
Se davvero vogliamo la pace dobbiamo costruire e diffondere la cultura della pace positiva. Una cultura che rimetta al centro della nostra vita i valori della nostra Costituzione e che sappia generare comportamenti personali e politiche pubbliche coerenti. Per questo, prima di tutto, è necessario educare alla pace. Educare alla pace è responsabilità di tutti ma la scuola ha una responsabilità e un compito speciali.
Proposte e impegni
1. Garantire a tutti il diritto al cibo e all'acqua. E' intollerabile che ancora oggi più di un miliardo di persone sia privato del cibo e dell'acqua necessaria per sopravvivere mentre abbiamo tutte le risorse per evitarlo. Ed è ancora più intollerabile che queste atroci sofferenze siano aumentate dalla speculazione finanziaria sul cibo, dall'accaparramento delle terre fertili, dalla devastazione dell'agricoltura e dalla privatizzazione dell'acqua.
2. Promuovere un lavoro dignitoso per tutti. Un miliardo e duecento milioni di persone lavorano in condizioni di sfruttamento. Altri 250 milioni non hanno un lavoro. 200 milioni devono emigrare per cercarne uno. Oltre 12 milioni sono vittime della criminalità e sono costrette a lavorare in condizioni disumane. 158 milioni di bambine e di bambini sono costretti a lavorare. Occorre ridare dignità al lavoro e ai lavoratori, giovani e anziani, di tutto il mondo.
3. Investire sui giovani, sull'educazione e la cultura. Un paese che non investe, non valorizza e non dà spazio ai giovani è un paese senza futuro. La lotta alla disoccupazione giovanile deve diventare una priorità nazionale. Investire sulla scuola, sull'università, sulla ricerca e sulla cultura vuol dire investire sulla crescita sociale, politica ed economica del proprio paese.
4. Disarmare la finanza e costruire un'economia di giustizia. La finanza, priva di ogni controllo internazionale, sta mettendo in crisi l'Europa politica e provoca un drammatico aumento della povertà. Bisogna togliere alla finanza il potere che ha acquisito e ripristinare il primato della politica sulla finanza. Occorre tassare le transazioni finanziarie, lottare contro la corruzione e l'evasione fiscale e ridistribuire la ricchezza per ridurre le disuguaglianze sociali.
5. Ripudiare la guerra, tagliare le spese militari. La guerra è sempre un'inutile strage e va messa al bando come abbiamo fatto con la schiavitù. Anche quando la chiamiamo con un altro nome è incapace di risolvere i problemi che dice di voler risolvere e finisce per moltiplicarli. Promuovere e difendere sistematicamente i diritti umani, investire sulla prevenzione dei conflitti e sulla loro soluzione nonviolenta, promuovere il disarmo, contrastare i traffici e il commercio delle armi, tagliare le spese militari e riconvertire l'industria bellica è il miglior modo per aumentare la nostra sicurezza.
6. Difendere i beni comuni e il pianeta. Se non impariamo a difendere e gestire correttamente i beni comuni globali di cui disponiamo, beni come l'aria, l'acqua, l'energia e la terra, non ci sarà né pace né sicurezza per nessuno. Nessuno si deve più appropriare di questi beni che devono essere tutelati e condivisi con tutti. Urgono istituzioni, politiche nazionali e internazionali democratiche capaci di operare in tal senso. Occorre ridurre la dipendenza dai fossili, introdurre nuove tecnologie verdi e nuovi stili di vita non più basati sull'individualismo, la mercificazione e il consumismo.
7. Promuovere il diritto a un'informazione libera e pluralista. Un'informazione obiettiva, completa, imparziale, plurale che mette al centro la vita delle persone e dei popoli è condizione indispensabile per la libertà e la democrazia. Sollecita la partecipazione alla vita e alle scelte della collettività; favorisce la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo, promuovere il dialogo e il confronto, costruisce ponti fra le civiltà, avvicina culture diverse, diffonde e consolida la cultura della pace e dei diritti umani.
8. Fare dell'Onu la casa comune dell'umanità. Tutti nelle Nazioni Unite, le Nazioni Unite per tutti. Se vogliamo costruire un argine al disordine internazionale, i governi devono accettare di democratizzare e rafforzare le Nazioni Unite mettendo in comune le risorse e le conoscenze per fronteggiare le grandi emergenze sociali e ambientali mondiali.
9. Investire sulla società civile e sullo sviluppo della democrazia partecipativa. Senza una società civile attiva e responsabile e lo sviluppo della cooperazione tra la società civile e le istituzioni a tutti i livelli non sarà possibile risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo. Rafforzare la società civile responsabile e promuovere la democrazia partecipativa è uno dei modi più concreti per superare la crisi della politica, della democrazia e delle istituzioni.
10. Costruire società aperte e inclusive. Il futuro non è nella chiusura in comunità sempre più piccole, isolate e intolleranti che perseguono ciecamente i propri interessi ma nell'apertura all'incontro con gli altri e nella costruzione di relazioni improntate ai principi dell'uguaglianza e alla promozione del bene comune. Praticare il rispetto e il dialogo tra le fedi e le culture arricchisce e accresce la coesione delle nostre comunità. I rifugiati e i migranti sono persone e come tali devono vedere riconosciuti e rispettati i diritti fondamentali.
Queste priorità devono essere portate avanti da ogni persona, a livello locale, nazionale e globale, in Europa come nel Mediterraneo. Per realizzarle abbiamo innanzitutto bisogno di agire insieme con una strategia comune e la consapevolezza di avere un obiettivo comune. Per realizzarle abbiamo bisogno di dare all'Italia un governo di pace e una nuova politica, coerente in ogni ambito, e di investire con grande determinazione sulla costruzione di un'Europa dei cittadini, federale e democratica, aperta, solidale e nonviolenta e di una Comunità del Mediterraneo che, raccogliendo la straordinaria domanda di libertà e di giustizia della primavera araba, trasformi finalmente quest'area di grandi crisi e tensioni in un mare di pace e benessere per tutti.
Assisi, Rocca Maggiore, 25 settembre 201
La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata sempre più come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit - e debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con una riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto per «rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un aumento dei redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono nella stessa misura: alcuni, per legge; altri, per violazione della legge) e, quindi, delle entrate dello Stato, rendendo più facile il pareggio di bilancio (assurto al rango di obbligo costituzionale) e, forse, anche una riduzione del debito (anch'essa resa obbligatoria dal cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più entrate non bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito, una spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.
La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia non potrà più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente ad azzerare il deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché, allora, economisti e statisti non ne prendono atto? In parte perché non sanno che fare (era una sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in considerazione); in parte per rapinarla; pensioni, salari, posti di lavoro, servizi pubblici, isole, riserve auree: tutto quello di cui ci si può appropriare (privatizzandolo) va preso prima di ammettere l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia non è molto diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una crescita sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in barba ai risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa d'atto del fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione europea. Per questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però un governo ne prendesse atto, annunciando un default concordato - e selettivo: per colpire meno i piccoli risparmiatori - l'Europa correrebbe ai ripari e gli eurobond salterebbero fuori dall'oggi al domani. Ma così, dicono gli economisti, si blocca il circuito bancario e si arresta tutto il processo economico.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.
Quella spirale del debito non è una novità: nella seconda metà del secolo scorso quasi tutti i paesi del Sud del mondo si sono indebitati per promuovere una crescita (allora si chiamava "sviluppo") che non è mai venuta. Poi, non potendo ripagare il servizio del debito, sono stati tutti presi sotto tutela dal Fmi, che ha loro imposto privatizzazioni e riduzioni di spesa analoghe a quelle imposte oggi dalla Bce e dal Fmi ai paesi cosiddetti Piigs: con la conseguenza di avvitare sempre più la spirale del debito. La letterina (segreta) che la Bce ha spedito al governo italiano per dirgli che cosa deve fare quei paesi la conoscono bene: ne hanno ricevute a bizzeffe, e sono andati sempre peggio. Viceversa, le economie cosiddette emergenti sono quelle che avevano scelto di non indebitarsi, o che ne sono uscite con un default: cioè decidendo di non pagare - in parte - il loro debito.
La crescita di cui parlano gli economisti - e di cui blaterano tanti politici - è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l'invidia generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di sviluppo accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati locomotive del mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull'occupazione in Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e - soprattutto: questa dovrebbe essere la "molla" della ripresa - di Grandi opere. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni e violenze sulle popolazioni locali per imporre l'opera per poi, alla fine dei lavori, destinare all'abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il Tav in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell'ambiente, invece, niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va - temporaneamente - sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il pianeta corre verso il collasso. Per l'equità - tra paesi ricchi e paesi poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l'oggi e le generazioni future - meno ancora.
La crescita per fare fronte al debito non riguarda quindi né l'occupazione (c'è da tempo un disaccoppiamento tra occupazione e aumento del Pil, dei fatturati e dei profitti); né la qualità del lavoro (è sempre più precario in tutto il mondo e si investe sempre meno in formazione); né i redditi da lavoro diretti o differiti (le pensioni); né il benessere delle comunità, messo sotto scacco dal degrado ambientale, dal taglio dei servizi e del welfare, dall'aumento delle persone disoccupate, scoraggiate o emarginate (sospinte sempre più numerose sotto la soglia della povertà); né dalla distruzione della socialità e della socievolezza. Infine, la crescita affidata ai meccanismi di mercato aborre dalle politiche industriali; e se le propone o le invoca, è solo per dare una spinta - con incentivi, sgravi fiscali, tassi di interesse sotto zero o investimenti pubblici in Grandi opere - a un meccanismo che poi dovrebbe andare avanti da sé: non ci sono obiettivi generali da perseguire, perché deve essere il mercato a selezionare quelli che corrispondono alle propensioni del consumatore (esaltato come sovrano quanto più viene soggiogato dai meccanismi della pubblicità e della moda); non ci sono problemi di governance - intesa come composizione degli interessi e partecipazione dei lavoratori e delle comunità alla gestione delle attività che si svolgono su un territorio - perché è l'impresa che deve avere il controllo assoluto su di esse (come sostiene Marchionne tra gli applausi generali). Le privatizzazioni sono la traduzione di questa logica: il trasferimento della sovranità da quel che resta degli istituti della democrazia rappresentativa al dispotismo di imprese sempre più grandi, potenti, centralizzate, lontane dai territori e dalle comunità. Anche questa è una spirale senza fine: più si smantella quanto di pubblico, condiviso, egualitario è stato conquistato negli anni, più si imputa la mancanza di risultati al fatto che non si è ancora smantellato abbastanza. Il liberismo è un dogma senza possibilità di verifiche praticato da una setta incapace di tornare sui suoi passi.
Per far fronte alla crisi - che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità della maggioranza della popolazione - valorizzando le risorse che territori, comunità e singoli sono in grado di mettere in campo - ci vuole invece una vera politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente interconnessi. Non c'è spazio - né ambientale, né economico, né sociale - per rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche, mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio, circolazione dei saperi e dell'informazione (e non della patonza) non possono che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori, dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo). Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto umane che è possibile mobilitare. Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la conversione ecologica. Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire collettivo o omologato: la condivisione esige attenzione per le differenze e per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l'azzardo di un default: per non destinare più le risorse disponibili al pozzo senza fondo del debito pubblico. Ma certo questo richiede l'esautoramento di gran parte delle attuali classi dirigenti (e di molti economisti). L'alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.
Sull'argomento, oltre a numerosi articoli raccolti in questa cartella, vedi anche i materiali della Scuola di eddyburg 2011
Come spiegare la parabola politica ed elettorale della Lega? L'antropologa Lynda Dematteo affronta le questioni su cui si sono impegnati sociologi e politologi da un diverso punto di vista, provando a guardare il partito di Bossi «dall'interno». Il libro pubblicato in Italia con il titolo L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (Feltrinelli, pp. 224, euro 16) si basa su una lunga ricerca etnografica realizzata dieci anni fa nella provincia di Bergamo, con l'osservazione partecipante al movimento, le interviste a testimoni privilegiati e la ricostruzione della storia e delle tradizioni culturali locali.
La Dematteo paragona spesso la Lega ai partiti populisti europei, e trova diverse analogie soprattutto con il Front National francese. Il Carroccio appare tuttavia come una formazione atipica perché «si tratta di un partito etnoregionalista e populista». Da questo punto vista, il lavoro sul campo dell'antropologa offre nuove chiavi di lettura per capire come sono state sviluppate le rivendicazioni autonomiste e i temi populisti che caratterizzano il movimento, mostrando come siano state presentati e gestiti per il reclutamento degli attivisti e i successi elettorali.
La scoperta principale è dichiarata fin dalle prime righe e nel titolo del volume: gli elettori lombardi per punire l'arroganza e la corruzione della classe politica hanno votato per la Lega perché sono stati sedotti da un «idiota in politica», Umberto Bossi. Fare l'idiota o presentarsi come lo «scemo del villaggio» può essere un registro comunicativo efficace per denigrare gli avversari e fare emergere contenuti inaccettabili dalle norme sociali condivise. La Dematteo richiama anche una altro significato del termine idiota, facilmente sovrapponibile alla prima: l'idiota è il soggetto votato «alla più irriducibile autoctonia e al ripiego identitario». In sostanza il successo di Bossi si fonderebbe soprattutto sul recupero e la valorizzazione di un aspetto della cultura popolare, presentato spesso nelle parate carnevalesche: una maschera capace al tempo stesso di dissacrare, irridere i potenti e di esprimere in modo immediato la propria autentica appartenenza al «luogo», ai suoi umori e alle sue idiosincrasie.
Dissimulazione disonesta
La Dematteo rievoca più volte la maschera del gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco, la cui idiozia era valorizzata come «un dono di natura»; e sostiene che, al pari di Gioppino, anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità. Infatti, il registro comunicativo del «finto sciocco» serve per rendere udibile l'indicibile: con la derisione e l'autoderisione i leghisti riescono a far passare messaggi fortemente trasgressivi «usano il riso per abbattere le barriere morali e liberare le pulsioni aggressive». Possono essere così superate le norme condivise fino a sedimentare un senso comune che finisce per accettare tutto. Quando i dirigenti leghisti che hanno cariche istituzionali adottano comportamenti impropri e poco pertinenti per il loro ruolo, offrono una possibilità di espressione ai sentimenti di rivalsa della gente comune.
Il Carroccio può operare così un rovesciamento che rappresenta un «vecchio trucco del populista di destra»: i contrasti di natura economica sono sostituiti da conflitti nella sfera culturale. La presunzione di coloro che sanno è considerata come più intollerabile di quella esibita da coloro che hanno: l'ostilità popolare viene indirizzata contro le alte sfere della politica e della cultura, senza investire le élite economiche. E d'altra parte, la rabbia delle classi subalterne viene orientata su «colpevoli» esterni alla comunità locale (i meridionali o gli immigrati).
Lynda Dematteo ha ricostruito molti aspetti importanti del movimento leghista sulla base delle conversazioni informali raccolte frequentando la sede provinciale, e durante la partecipazione a manifestazioni, ronde, cerimonie e riunioni. L'immersione nella vita e nelle attività dei militanti di base leghisti è stata vissuta dalla ricercatrice come «un'esperienza piuttosto traumatizzante», che poteva diventare «destabilizzante ai limiti della schizofrenia». Per resistere l'antropologa ha dovuto dissimulare il disagio e la rabbia, ma anche assumere alcuni degli atteggiamenti di ironia e derisione diffusi fra i militanti leghisti, scavalcandoli talvolta nelle affermazioni più estreme: «mi sono lasciata "imbrogliare" dai loro ragionamenti alla rovescia al punto da sentirmi coinvolta nella loro finzione ideologica».
Il razzismo diffuso
Al di là di questa difficoltà psicologiche e relazionali incontrate dalla studiosa, il suo contributo offe una lettura del fenomeno leghista su cui riflettere. Ad esempio, la Dematteo ritrova nella Lega Nord un modello di partito di tipo leninista segnato da una leadership carismatica, una struttura piramidale, l'uso della propaganda da parte dei militanti, la volontà di inquadrare il quotidiano della gente attraverso molteplici forme di associazionismo. L'atmosfera e gli atteggiamenti che si possono cogliere frequentando le sedi del Carroccio sono però molto diversi da quella degli altri partiti. Domina un clima informale e familiare, simile a quello di molti bar dei piccolo centri del Nord. Si manifestano però anche forme di socialità «sovversiva», con l'esibizione di comportamenti considerati socialmente indecorosi e per questo trasformati in atti di ribellione. I nuovi arrivati si abituano facilmente a vivere in una sorta di «guscio regressivo» cementato dall'ostilità che si percepisce pervenire dall'esterno.
La Dematteo riconosce di aver provato, svolgendo la sua ricerca sul campo, «lo stano sentimento che il "vero" razzismo si trovasse all'esterno della Lega», cioè che i militanti leghisti si sentissero oggetto di stilemi razzisti da parte dei loro avversari politici.
Per quanto riguarda, la selezione dei candidati per le cariche pubbliche emerge una differenza da quelle praticate negli altri partiti. I leghisti distinguono chiaramente al loro interno i «matti» dai «presentabili», la base militante dai candidati alle elezioni. I «matti» sono spesso oggetto di apprezzamenti ironici e di derisioni, ma hanno la funzione di esprimere apertamente i sentimenti e l'ideologia sotterranea condivisa dagli altri. Per la ricercatrice i militanti leghisti non «formano anche quello che gli psicologi chiamano un "gruppo psichico" poiché è identificandosi con il capo che introiettano i valori del partito politico».
Autonomisti e clericali
I «presentabili», candidati come sindaci e amministratori, sono tuttavia destinati a essere eletti solo perché si presentano sotto le bandiere della Lega e non per le loro qualità personali. I rappresentanti del Carroccio dipendono infatti dalla leadership leghista e sono stati spesso sostituiti, rallentando e indebolendo il processo di istituzionalizzazione del movimento. Dallo studio, infatti, emerge il fatto che gli amministratori leghisti si sono segnalati non tanto per loro gestione degli enti locali, ma per le loro iniziative provocatorie rispetto i simboli dell'unità nazionale e contro immigrati, rom e mussulmani. La corsa alle poltrone è certo condannata dai «duri e puri», anche se non mancano casi in cui eletti hanno «approfittato dell'ondata leghista per fare i propri interessi».
La ricostruzione storica delle fonti dell'autonomismo nordista nella provincia di Bergamo fornisce molti spunti per spiegare perché vi sia una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. Per l'antropologa le pratiche politiche attuali possono dunque essere spiegate in una prospettiva storica di lunga durata. La ricerca sul campo e la ricostruzione della delle tradizioni locali offrono infatti la possibilità di fare emergere le radici dell'autonomismo leghista e le ragioni dei legami stabiliti dal Carroccio con diverse aree territoriali. Lynda Dematteo mette così in evidenza la relazione carsica tra l'opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. È noto che la tradizione cattolica antiliberale e il clero legittimista hanno sempre valorizzato il governo locale e le autonomie dallo stato centrale. Queste tradizioni sono state particolarmente importanti nelle valli bergamasche, che hanno spesso espresso diffidenza per la politica praticata dagli «abitanti della città».
Un folklore inventato
D'altronde, negli anni Cinquanta gli orientamenti autonomisti sono sempre riemersi nei movimenti che si formavano ai margini della Dc in alcune province periferiche del Nord. Gestiti da alcuni amministratori ed esponenti locali democristiani, questi orientamenti riflettevano un diffuso senso comune. Lo stesso giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne hanno capovolto il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. Sono stati d'altra parte rielaborati anche i sentimenti di appartenenza locale. La valorizzazione della cultura dialettale, delle tradizioni folkloristiche e delle maschere carnevalesche sono serviti per creare un sentimento d'appartenenza identitario. In ogni singolo territorio la Lega ha così riattivato tutti gli stereotipi che creano legame sociale, utilizzandoli come delle bandiere.
La ricerca etnografica della Dematteo arricchisce la comprensione dei registri comunicativi originali della Lega e delle forme assunte dalla militanza di molte persone in passato estranee alla politica. La figura dell'«idiota in politica» può essere però solo una delle possibili articolazioni delle strategie comunicative attuate da una leadership carismatica e populista. Non vanno infatti dimenticate altre figure presenti nella cultura popolare a cui Bossi ha ridato vita: in particolare la figura del tribuno del popolo, che può esprimere e guidare la protesta della «gente comune». La Dematteo ricorda che «i francesi non ridono di Le Pen come fanno gli italiani di Bossi, poiché quest'ultimo non incute alcun timore, suscita solo compassione». Ma questa, però, non è la ragione principale del consenso raccolto dal Carroccio.
Per Barcellona è ormai finito il tempo dei Lápices de oro, i giovani architetti dalle «matite d'oro» che all'inizio degli anni Ottanta diedero man forte a Josep Antoni Acebillo, responsabile dei progetti urbani della città catalana, per riqualificarla iniziando da una nuova configurazione dei suoi spazi urbani. Nessuno sembra più interessarsi a quel periodo che, iniziato nel 1975 con la fine della dittatura giunse all'inaugurazione, nel 1986, delle XXV Olimpiadi.
In quel breve intervallo Barcellona si è trasformata nella città che conosciamo: l'impegno delle prime amministrazioni socialiste e l'abile regia di Oriol Bohigas - non solo architetto ma valente storico e critico - determinarono un cambiamento che per molti è stato assunto come modello di efficienza, qualità e pragmatismo. Nell'arco di circa quindici anni, attraverso una serie di processi di ristrutturazione, recupero e nuove edificazioni, riguardanti interi quartieri, isolati, ramblas, piazze e singoli edifici, dal centro alla periferia, il «modello Barcellona», accompagnato dallo slogan «la città ai cittadini», si è concretizzato non solo in una profonda modificazione degli spazi urbani, ma nel cambiamento della realtà sociale, nel suo passaggio da una economia prevalentemente industriale a una economia rivolta al terziario avanzato.
Ancora dopo la fine del grande appuntamento delle Olimpiadi, Barcellona ha visto proseguire, ancora per alcuni anni, il suo piano di rinnovamento urbano esteso all'intero territorio metropolitano soprattutto attraverso la realizzazione di una rete di infrastrutture (rondes) ritenuta fondamentale per soddisfare la sua vocazione di città dei servizi. Dopo il 1992, però, le cose sono cambiate: «La stabilità economica ha spesso vacillato - ha scritto l'urbanista Antonio Font - con cicli brevi e mutevoli e nel paese ha preso forma un processo preoccupante di regressione democratica».
Non era però immaginabile per l'economia spagnola e per la finanza internazionale un arresto dello sviluppo urbano e immobiliare della capitale catalana. Così ancora un grande evento le andò in soccorso: il Forum Universale delle Culture nel 2004. Una stagione ricca di progetti e speranze ebbe il suo epilogo nello show urbanism e nelle architetture egotiste del Forum. Il centro congressi - un enorme monolite triangolare degli architetti svizzeri Herzog & de Meuron: di certo la loro opera meno convincente - insieme ai grattacieli sparsi un po' dovunque definiscono bene le velleità e il cinico espandersi della città in un'area, l'estremo orientale di Poblenou, solo qualche decennio prima densa di fabbriche e di uno storico quartiere popolare.
Le vicende urbanistiche della metropoli catalana sono oggi l'oggetto del saggio di Chiara Ingrosso Barcellona. Architettura, città e società, 1975-2015 (Skira 2011, pp. 191, euro 32). Un racconto apprezzabile, perché restituisce le molte contraddizioni che soprattutto nell'ultimo decennio hanno segnato la rigenerazione urbana di questa città, anche se sarebbe stato doveroso un più aggiornato e meno scontato apparato iconografico e non avrebbe disturbato una più chiara presa di posizione dell'autrice nei confronti delle vicende narrate. Evidentemente la paura dello «spettro» dell'ideologia o del politicismo - per usare le parole di Andrea Cortellessa - si agita anche nell'editoria di architettura. Si è così scelto di lasciare la parola ai protagonisti e per questa ragione ogni capitolo è intervallato da una serie di «conversazioni»: con Bohigas, Acebillo e Manuel Delgado. In particolare il punto di vista di Delgado, antropologo e professore universitario, merita di essere riferito perché evidenzia sia le relazioni delle vicende urbanistiche di Barcellona - tutte dentro i meccanismi dell'economia globale - sia la loro continuità con la gestione affaristica dei suoli e dell'edificato.
Delgado non ha timore ad affermare che pur rappresentando una «specie di tabù», in Catalogna non si ebbe un'autentica «transizione politica» e che è la «logica gattopardesca» a governare la città dagli anni del governo franchista a oggi. E se Bohigas avverte che il cambiamento di indirizzo della qualità urbana avviene con la conclusione dei progetti per le Olimpiadi, Delgado, con più coraggio, afferma che l'«aggressività» manifestata nella riqualificazione di quartieri del centro storico come il Raval e la Ribera non l'avrebbe avuta neppure il sindaco franchista Porcioles: d'altronde i funzionari pubblici non cambiarono con la transizione. È con realismo dunque che l'antropologo catalano racconta le speranze deluse di chi pensava di migliorare le proprie condizioni di vita dopo la dittatura e si è ritrovato invece a vivere in una «città per la classe media» che non tutti possono abitare e dalla quale quindi sono espulsi. «Non si può concepire la città come un affare - afferma Delgado -, non puoi vendere l'idea che viviamo nel migliore negozio del mondo, perché io non voglio vivere in un negozio. Non sono contro i turisti, sono contrario al fatto che ci siano solo turisti».
Lo sfruttamento esteso alle aree soprattutto centrali e fronte mare a scopi turistici e commerciali continua a essere una delle componenti di cui si nutre la gentrificazione: termine con il quale si indica la sostituzione residenziale di vecchi abitanti in un quartiere. Barcellona è uno dei casi più rilevanti di questo fenomeno e Delgado l'ha come pochi studiato in qualità di responsabile del «Grupo de Investigación sobre Espacios Públicos».
Riabilitare un quartiere non può significare espellerne gli abitanti per consegnarlo, secondo le regole del marketing urbano, a una «rappresentazione». Questa non ammette l'esistenza di alcuna conflittualità sociale, ma tutto deve essere «igienizzato»: con i nuovi abitanti più agiati, nuovi commerci e attività. Ci domandiamo con Delgado se la multiforme «società urbana» saprà aspettare perché si affermi un diverso uso della città, anche se è vero che nell'attesa si «radicano la nostra speranza e il nostro ottimismo».
«Ma la sinistra non c'è» titolava mestamente un suo editoriale Valentino Parlato sul manifesto del 4 agosto, a proposito della risposta del PD alla prima manovra del governo. E' inevitabile, tutte le proposte moderate mostrano la corda, quando le contraddizioni della realtà si fanno estreme. Ma l'espressione di Parlato oggi dovrebbe assumere un significato più largo e in parte diverso. Ci sono altre assenze non volute e non meno importanti. Non c'è la sinistra cosiddetta radicale in Parlamento, che pure esiste nel Paese e nelle amministrazioni locali, e tuttavia non può fare sentire la sua voce in sede legislativa. Ma soprattutto non è rappresentata e non ha voce unitaria la sinistra dei movimenti, dei comitati per i referendum, delle migliaia di organizzazioni territoriali, dei blog, dei comitati studenteschi, delle donne, e insomma di tutto quel vasto arcipelago che non solo è stato protagonista delle lotte negli ultimi anni, ma è emerso come volontà politica unitaria alle recenti elezioni amministrative e ai referendum. La contraddizione qui è ancora più marcata, perché questo soggetto plurimo e frammentato ha immesso nello stanco dibattito pubblico i temi di una nuova cultura politica, coinvolgendo in una critica radicale non solo il berlusconismo, ma la strategia trentennale del capitalismo mondiale che va sotto il nome di neoliberismo.
Ora il problema è quale risposta organizzare di fronte a quella vera e propria “vendetta di classe” che è la manovra governativa nella sua pur non definitiva architettura. Come rendere di nuovo protagonisti le donne e gli uomini che hanno mostrato una capacità di far politica anche al di fuori dei partiti e che oggi sono fuori dai luoghi in cui si prendono decisioni rilevanti. E non c'è dubbio che una prima trincea su cui mobilitarsi riguarda la difesa dei risultati referendari, su cui più volte ha richiamato l'attenzione Ugo Mattei. Ma proprio tale urgenza mi spinge a riflettere su almeno due rischi che incombono sui nostri tentativi. Il primo di questi è senza dubbio di farsi logorare in una lotta di semplice difesa dei risultativi legislativi raggiunti. Il secondo è il pericolo di disperdersi in una infinità di rivendicazioni diverse, non unificate da un obiettivo di ampia portata e mobilitante. La politica dei movimenti si fa sempre con l'energia di un qualche potente motore autonomo.
A me pare evidente che oggi il problema dei problemi, in Italia come in gran parte del mondo, sia il lavoro: la sua mancanza, la sua precarietà, i sui diritti violati. Nel 2010 nel nostro Paese si contavano 2,2 milioni di disoccupati e almeno 7-8 milioni di precari. Non c'è, si può dire, famiglia con prole adulta, di qualunque ceto, dalle Alpi alla Sicilia, in cui non si ponga il problema lavoro, soprattutto per i giovani. Su tale terreno la sinistra tradizionale e la CGIL si mobiliteranno. Ci sarà probabilmente uno sciopero generale, si svolgeranno grandi manifestazioni negli spazi simbolici consueti. Sforzi organizzativi e politici importanti, certamente. Io credo, tuttavia, che oggi occorra inoltrarsi in una nuova frontiera di mobilitazione, capace di trascinare i cittadini più durevolmente nell'agorà della discussione partecipata. Non possiamo riempire per un giorno le piazze d'Italia e poi tutti a casa. Non basta più, sia come forma di lotta, che come modalità di elaborazione dei contenuti. Né è più sufficiente limitarsi a denunciare la precarietà di vita che angoscia i nostri ragazzi. Benché tale denuncia acquisti oggi, dopo i fallimenti che «il lavoro flessibile» in Italia ha dovuto registrare anche in termini di sviluppo, una forza dirompente. Essa mostra senza più schermi la vergogna di una classe dirigente che ha puntato sull'immiserimento della nostra gioventù per tenere in moto il processo di accumulazione capitalistica. Il profitto di oggi a tutti i costi, anche a costo di compromettere il futuro dei propri figli.
E tuttavia è necessario mostrare idee alternative. Occorre dunque fare tesoro della esperienza stessa dei tanti comitati di lotta, che discutono e si mobilitano periodicamente sul territorio – un modello di partecipazione che ha trovato un' estensione e una applicazione simbolicamente efficace nel movimento M-15 in Spagna – ma che ora progettino nuove possibilità di lavoro. Io credo infatti che sia possibile offrire occupazione a centinaia di migliaia di ragazzi valorizzando le aree interne della Penisola, sviluppando l'agricoltura biologica di piccola scala, sfruttando produttivamente la forestazione , tramite i lavori di manutenzione urbana, curando i beni culturali e il paesaggio, ecc. Guido Viale ne ha fatto un ricco elenco sul manifesto (17/8) intorno a un ragionamento molto condivisibile. La finalità di simili iniziative non è solo creare occupazione promuovendo economie e servizi di elevata qualità sociale, ma fare emergere nuovi gruppi dirigenti, specie fra i giovani, che debbono al più presto sostituire una generazione di politici palesemente inadeguata.
Ebbene, sono convinto che simili iniziative conseguirebbero più vantaggi . Innanzi tutto, possono raccordare una varietà ampia di tematiche (dalle energie pulite all'Università) e di rivendicazioni attorno al tema centrale del lavoro. Possono inoltre mettere insieme, nel territorio, forze importanti e spesso inerti per assenza di progetto: sindacati, associazioni, amministratori locali, ricercatori, presidenti di parchi, le forze politiche interessate e sopratutto i giovani. Il loro protagonismo è essenziale e la rete, come è noto, offre uno strumento attivo di partecipazione. Per i giovani coinvolti la riflessione sulla disoccupazione deve trasformarsi in occasione di creatività sociale, una opportunità di formazione civile e politica. Io penso che tale sforzo di concertazione su obiettivi mirati debba metter capo a quelle che chiamerei – con una vecchia espressione del movimento contadino – le Assisi del lavoro. Assemblee in cui si delineano alcune linee generali di azione. Iniziative a scala regionale, che possono magari unificarsi in seguito, ma che devono muoversi entro spazi territoriali definiti. In Calabria, in autunno, alcuni gruppi politici, sindacalisti, intellettuali proveranno a progettare qualcosa del genere. In questa regione, la sinistra a cui allude Parlato, si è disintegrata. E i problemi sociali sono enormi-
Ora, è evidente che non tutti gli obiettivi occupazionali individuabili nelle Assisi sono a portata di mano. Alcune attività sono produttive e si autofinanziano, altre necessitano di un minimo sostegno pubblico. Inoltre richiedono tempo e le condizioni in cui si verranno a trovare milioni di persone nei prossimi mesi saranno, com'è prevedibile, drammatiche. Le restrizioni della manovra costringeranno i comuni a sopprimere servizi e iniziative, chiudendo i già angusti spazi in cui tanto lavoro precario trovava qualche occasione di reddito. Ebbene, io credo che le Assisi, perché abbiano anche un forza politica immediata, debbano porre al centro delle loro rivendicazioni un obiettivo unico ben definito. Un obiettivo semplice, comprensibile a tutti, in grado di caricare l'intera gioventù italiana di una forza politica dirompente.
Questo obiettivo è il reddito universale di cittadinanza. Tema com'è noto assai dibattuto e controverso. A mio avviso si tratta di una rivendicazione storicamente ormai necessaria. La nostra società ha sempre meno bisogno di lavoro per produrre merci e servizi, e tuttavia, mentre pone nel reddito la base della cittadinanza e della stessa vita delle persone, condanna chi ne è privo all'angoscia quotidiana. E questi condannati sono ormai tanti, crescono di giorno in giorno. Occorre cominciare a separare la percezione del reddito dalle attività produttive. Non possiamo più attendere lo sviluppo che creerà finalmente la piena occupazione. Questa è una nostalgia utopica dei vecchi sviluppisti. Oggi saremmo in una diversa condizione se l'opposizione organizzata del movimento operaio avesse potuto utilizzare l'enorme incremento della produttività del lavoro dell'ultimo mezzo secolo per un dimezzamento della giornata lavorativa. Meno lavoro per ognuno, più occupazione per tutti. Ma così non è stato e i rapporti di forza attuali, la cultura dominante, non rendono praticabile il progetto.
Ma il reddito di cittadinanza sì, è un obiettivo alla portata, un grimaldello potente in grado di sollevare una forza d'urto formidabile contro le attuali classi dirigenti. Non solo perché in alcuni Paesi d'Europa è attivo da tempo. E' probabile che diventi una condizione di sopravvivenza dello stesso sistema, che ne cambi strutturalmente la natura. Il capitale è un mostro dalle mille vite. Ma ha un punto di fragilità insormontabile: per realizzare profitti, le merci sempre più abbondanti che produce in ogni angolo del mondo, deve venderle. Altrimenti anche il rutilante sopramondo finanziario che lo sovrasta si sgonfia. Come una bolla, per l'appunto. Nel suo Finanzcapitalism, Luciano Gallino ha ricordato che nel 2009, in piena crisi, sono stati spesi in pubblicità, nel mondo, poco meno di 550 miliardi di dollari. Consigliamo sommessamente di passare il danaro direttamente ai consumatori. D'altra parte, restando all'Italia, il gruppo di Sbilanciamo.info ha mostrato, conla sua contromanovra quante risorse si possono ricavare, in una società opulenta, qual è l'Italia, nonostante tutto. La ricchezza trabocca, ma dalle mani di pochi. E tuttavia sarà sempre più difficile per chiunque, se si abbraccia un tale obiettivo, replicare che «non ci sono i soldi», mentre lo Stato centrale, tanto per fare un esempio, sperpera ingenti risorse per una guerra lontana e da gran tempo perduta.
www.amigi.org. Quest'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto
All´epoca dell´Illuminismo, di Bacone, Cartesio o Hegel, in nessun luogo della terra il livello di vita era più che doppio rispetto a quello delle aree più povere. Oggi il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite 428 volte maggiore di quello del paese più povero, lo Zimbabwe. E si tratta, non dimentichiamolo, di paragoni tra valori medi, che ricordano la proverbiale statistica dei due polli. Il tenace persistere della povertà su un pianeta travagliato dal fondamentalismo della crescita economica è più che sufficiente a costringere le persone ragionevoli a fare una pausa di riflessione sulle vittime collaterali dell´«andamento delle operazioni».
L´abisso sempre più profondo che separa chi è povero e senza prospettive dal mondo opulento, ottimista e rumoroso – un abisso già oggi superabile solo dagli arrampicatori più energici e privi di scrupoli – è un´altra evidente ragione di grande preoccupazione. Come avvertono gli autori dell´articolo citato, se l´armamentario sempre più raro, scarso e inaccessibile che occorre per sopravvivere e condurre una vita accettabile diverrà oggetto di uno scontro all´ultimo sangue tra chi ne è abbondantemente provvisto e gli indigenti abbandonati a se stessi, la principale vittima della crescente disuguaglianza sarà la democrazia. Ma c´è anche un´altra ragione di allarme, non meno grave. I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; del resto, arricchirsi è un valore tanto desiderato solo in quanto aiuta a migliorare la qualità della vita, e «migliorare la vita» (o almeno renderla un po´ meno insoddisfacente) significa, nel gergo degli adepti della chiesa della crescita economica, ormai diffusa su tutto il pianeta, «consumare di più». I seguaci di questo credo fondamentalista sono convinti che tutte le strade della redenzione, della salvezza, della grazia divina e secolare e della felicità (sia immediata che eterna) passino per i negozi. E più si riempiono gli scaffali dei negozi che attendono di essere svuotati dai cercatori di felicità, più si svuota la Terra, l´unico contenitore/produttore delle risorse (materie prime ed energia) che occorrono per riempire nuovamente i negozi: una verità confermata e ribadita quotidianamente dalla scienza, ma (secondo uno studio recente) recisamente negata nel 53 per cento degli spazi dedicati al tema della «sostenibilità» dalla stampa americana, e trascurata o taciuta negli altri casi.
Quello che viene ignorato, in questo silenzio assordante che ottenebra e deresponsabilizza, è l´avvertimento lanciato due anni fa da Tim Jackson nel libro Prosperità senza crescita: entro la fine di questo secolo «i nostri figli e nipoti dovranno sopravvivere in un ambiente dal clima ostile e povero di risorse, tra distruzione degli habitat, decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazioni di massa e inevitabili guerre». Il nostro consumo, alimentato dal debito e alacremente istigato/ assistito/amplificato dalle autorità costituite, «è insostenibile dal punto di vista ecologico, problematico da quello sociale e instabile da quello economico». Un´altra delle osservazioni raggelanti di Jackson è che in uno scenario sociale come il nostro, in cui un quinto della popolazione mondiale gode del 74 per cento del reddito annuale di tutto il pianeta, mentre il quinto più povero del mondo deve accontentarsi del 2 per cento, la diffusa tendenza a giustificare le devastazioni provocate dalle politiche di sviluppo economico richiamandosi alla nobile esigenza di superare la povertà non è altro che un atto di ipocrisia e un´offesa alla ragione: e anche questa osservazione è stata pressoché universalmente ignorata dai canali d´informazione più popolari (ed efficaci), o nel migliore dei casi è stata relegata alle pagine, e fasce orarie, notoriamente dedicate a ospitare e dare spazio a voci abituate e rassegnate a predicare nel deserto.
Già nel 1990, una ventina d´anni prima del volume di Jackson, in Governare i beni collettivi Elinor Ostrom aveva avvertito che la convinzione propagandata senza sosta secondo cui le persone sono naturalmente portate a ricercare profitti di breve termine e ad agire in base al principio «ognun per sé e Dio per tutti»non regge alla prova dei fatti. La conclusione dello studio di Ostrom sulle imprese locali che operano su piccola scala è molto diversa: nell´ambito di una comunità le persone tendono a prendere decisioni che non mirano solo al profitto. È tempo di chiedersi: quelle forme di «vita in comunità» che la maggior parte di noi conosce unicamente attraverso le ricerche etnografiche sulle poche nicchie oggi rimaste da epoche passate, «superate e arretrate», sono davvero qualcosa di irrevocabilmente concluso? O, forse, sta per emergere la verità di una visione alternativa della storia (e con essa di una concezione alternativa del "progresso"): che cioè la rincorsa alla felicità è solo un episodio, e non un balzo in avanti irreversibile e irrevocabile, ed è stata/è/si rivelerà, sul piano pratico, una semplice deviazione una tantum, intrinsecamente e inevitabilmente temporanea?
Questo brano è un estratto dalla nuova prefazione di Bauman alla nuova edizione di Modernità liquidità in uscita per Laterza.
Nel suo saggio l´ex magistrato spiega l´importanza dell'impegno. Altrimenti i governi diventano oligarchie Le funzioni non si esauriscono nell´esercitare o meno il proprio diritto di voto
La democrazia presuppone una precisa considerazione degli esseri umani e delle caratteristiche delle relazioni che tra loro intercorrono. La democrazia non è uno strumento compatibile con gli atteggiamenti infantili, e se non si tiene conto della fatica che la crescita personale comporta per superare tali atteggiamenti non si può arrivare a capirla (...). Il popolo governa agendo. E siccome il popolo non esiste se non esistono le persone che lo compongono, il popolo governa se agiscono le persone di cui è costituito. Si è considerata la forma, si è vista la sostanza. Si è tratteggiato, cioè, lo schema di regole e di contenuti che servono perché possa funzionare la democrazia. Tutto questo, però, ancora non basta: crea i presupposti perché il popolo governi, ma affinché si realizzi la democrazia è necessario che il popolo, nell´ambito delle regole, effettivamente governi.
Una citazione aiuta a comprendere meglio la questione. L´articolo 1 della Costituzione italiana afferma nel primo paragrafo che «L´Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». L´espressione è interpretata storicamente attribuendo alla parola «lavoro» il significato corrente di attività produttiva. Il lavoro quindi fonda la Repubblica democratica perché è lo strumento attraverso il quale la persona si realizza, è il mezzo per l´emancipazione personale e per la promozione della società.
Una lettura in chiave diversa aiuterebbe a capire cosa intendo: l´Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro in quanto i cittadini lavorano, e cioè si impegnano, perché sia una Repubblica e una democrazia. È necessario che i cittadini agiscano per compiere la democrazia, perché questa possa attuarsi. In caso contrario, e cioè se tutti loro, o gran parte di loro, rimanessero inerti, evidentemente non governerebbero, e la democrazia si trasformerebbe necessariamente in monarchia o in oligarchia (perché governerebbero soltanto gli attivi, che potrebbero essere ipoteticamente soltanto uno o estremamente pochi). La trasformazione si verificherebbe di fatto, senza necessità di cambiare nemmeno una legge. Così come la monarchia si trasformerebbe in oligarchia se il sovrano assoluto si disinteressasse completamente di svolgere le sue funzioni e gli subentrasse, di fatto, la corte. Allo stesso modo governerebbe, per esempio, il solo presidente del Consiglio dei ministri, se tutti i ministri e il Parlamento tralasciassero in concreto (pur conservandole apparentemente) le loro funzioni e il popolo si limitasse a esprimere con indifferenza il proprio voto alle scadenze elettorali, o magari a omettere, per una parte consistente dei suoi membri, persino quello. Non si tratta, però, soltanto di questioni di remissività da parte delle istituzioni nei confronti di una sola o di poche persone, che assumerebbero così il potere spettante ad altre sedi; non si tratta soltanto dell´esercitare o meno il diritto di voto. Il problema riguarda più in generale l´abdicazione del popolo a governare.
Per comprendere come il comportamento delle persone che compongono il popolo incida sull´attuazione della democrazia si può paragonare la società a una famiglia. Le persone che compongono la famiglia compiono di continuo azioni che riguardano se stesse individualmente e azioni che riguardano la famiglia nel suo complesso. Azioni generalmente programmate, dall'ora del risveglio passando per le varie faccende quotidiane fino al momento di coricarsi. La programmazione individuale riguardante le proprie sfere di competenza incide non soltanto sulla vita di chi l´ha fatta, ma anche su quella degli altri: alzarsi alle dieci e arrivare regolarmente tardi al lavoro comporta il rischio di essere licenziato, presentarsi sempre tardi a scuola quello di non essere promosso, e il licenziamento e la bocciatura si rifletterebbero sull´intera famiglia. Altri aspetti organizzativi riguardano la famiglia nel suo complesso: fare la spesa, riordinare la casa, decidere gli acquisti e i viaggi, e così via. Dalla programmazione complessiva e dalla attuazione della programmazione risulta la qualità della vita del la famiglia, e cioè dei suoi membri. Nella famiglia patriarcale la programmazione, anche delle sfere più personali, era riservata al padre (il monarca), che poteva delegare (magari tacitamente e per tradizione) le parti più ripetitive e meno qualificanti alla moglie, spettando per tutto il resto a questa e ai figli il compito di eseguire, cioè di comportarsi secondo le disposizioni ricevute. Ora, in una famiglia attuale gli indirizzi sono decisi concordemente dai coniugi: il Codice civile italiano, articolo 144, stabilisce che «I coniugi concordano tra loro l´indirizzo della vita familiare»; ma anche i figli partecipano alle decisioni che li riguardano, quando siano abbastanza grandi per farlo. Salvo che uno dei coniugi (o i figli, per quel che compete loro) si disinteressi, lasci fare, non partecipi, nel qual caso gli indirizzi, le decisioni sono presi dall´unica persona che si impegna a farlo. È questa persona che decide cosa comperare facendo la spesa, dove andare in vacanza e così via, e gli altri si adeguano. Non decidono, ma subiscono la decisione altrui.
Quel che succede in famiglia succede nella società: nella democrazia le regole prevedono la possibilità di contribuire all´indirizzo della vita propria e di quella della collettività, ma se la possibilità non è usata, se manca cioè l´impegno, la democrazia svanisce. Non sono sufficienti le regole, perché le regole consentono di partecipare al governo: se manca l´impegno, la partecipazione, il governo va ad altri.