Che cosa è accaduto in Europa, tra la caduta del governo greco e italiano, e il disastro della sinistra spagnola alle elezioni di domenica scorsa? Una peripezia nella piccola storia dei rimpasti politici che si estenuano a inseguire la crisi finanziaria? Oppure il superamento della soglia nello sviluppo di questa crisi che ha compromesso irreversibilmente le istituzioni e le loro modalità di legittimazione? A dispetto delle incognite, bisogna rischiare un bilancio.
Le peripezie elettorali (quelle che forse ci saranno anche in Francia tra sei mesi) non richiedono grandi commenti. Abbiamo capito che gli elettori giudicano i loro governi responsabili dell’insicurezza crescente nella quale vive oggi la maggioranza dei cittadini dei nostri paesi e non si fanno troppe illusioni sui loro successori. Bisogna però contestualizzare: dopo Berlusconi, si può capire che Mario Monti, almeno in questo momento, batta ogni record di popolarità. Il problema più serio riguarda però la svolta istituzionale. La congiuntura delle dimissioni avvenuta sotto la pressione dei mercati che fanno alzare o diminuire i tassi di interesse sul debito, l’affermazione del «direttorio » franco-tedesco nell’Unione Europea, e l’intronizzazione dei «tecnici » legati alla finanza internazionale, consigliati o sorvegliati dall’Fmi, non può evitare di provocare dibattiti, emozioni, inquietudini e giustificazioni.
Una strategia preventiva
Uno dei temi più frequenti è quello della «dittatura commissaria» che sospende la democrazia al fine di rifondarne la stessa possibilità, nozione definita da Jean Bodin all’alba dello Stato moderno e più tardi teorizzata da Carl Schmitt. Oggi i «commissari» non possono essere militari oppure giuristi,ma sono economisti. È quello che ha scritto l’editorialista de Le Figaro il 15 novembre scorso: «Il perimetro e la durata del mandato (di Monti e di Papademos) devono essere sufficientemente estesi per garantirgli l’efficacia.
Ma entrambi devono essere limitati per assicurare, nelle migliori condizioni, il ritorno alla legittimità democratica. Non è concepibile pensare di fare l’Europa sulle spalle dei popoli». A questa citazione, io ne preferisco un’altra: quello di una rivoluzione dall’alto che, sotto la frusta della necessità (il crollo annunciato della moneta unica), starebbe tentando i dirigenti delle nazioni dominanti e la «tecnostruttura» di Bruxelles e di Francoforte. Sappiamo che questa nozione, inventata da Bismarck, indica un cambiamento della struttura della «costituzione materiale», e quindi degli equilibri di potere tra la società e lo Stato, l’economia e la politica, ed è il risultato di una strategia preventiva delle classi dirigenti.
Non è questo che sta accadendo con la neutralizzazione della democrazia parlamentare, dei controlli sul bilancio e sulla fiscalità da parte dell’Unione Europea, la sacralizzazione degli interessi bancari in nome dell’ortodossia neo-liberista? Queste trasformazioni sono senz’altro in gestazione da molto tempo, ma esse non erano mai state rivendicate nei termini di una nuova configurazione del potere politico. Wolfgang Schäuble non ha quindi torto quando presenta come una «vera rivoluzione» l’elezione del Presidente del Consiglio Europeo a suffragio universale che conferirebbe al nuovo edificio un alone di democrazia. Salvo che questa rivoluzione è già in corso o, perlomeno, è già stata abbozzata.
E tuttavia, non bisogna nascondere che il tentativo è tutto tranne che sicuro di andare a buon fine. Tre sono gli ostacoli che ne bloccano il percorso e che possono collaborare ad aggravare la crisi, e quindi la «fine» dell’Europa come progetto collettivo. Il primo riguarda il fatto che nessuna configurazione istituzionale non può, per definizione, «rassicurare i mercati» - nome in codice per fermare la speculazione – perché i mercati sono alimentati dai rischi del fallimento come dai ricavi che essi offrono a breve termine. Questo è il principio della proliferazione dei «prodotti» derivati e dello spread sui tassi d’interesse sul debito. Le istituzioni finanziere che alimentano lo shadow banking hanno bisogno di portare i bilanci nazionali sull’orlo del collasso, nonostante le banche abbiano bisogno di contare sugli Stati (e i contribuenti) in caso di crisi di liquidità. Ma le une come le altre formano un circolo finanziario unico. Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in questione, nessuna «soluzione» sarà possibile. Ma la governance attuale esclude a priori questa ipotesi, e per questo sacrificherà l’intera crescita a tempo indeterminato. Il secondo ostacolo è l’intensificazione delle contraddizioni intra-europee.
Non solo l’«Europa a due velocità » esiste nei fatti, ma essa si trasformerà in un’Europa a tre o quattro velocità, rischiando in ogni momento l’esplosione. Tra i paesi che fanno parte della zona euro, alcuni (i subappaltatori dell’industria tedesca ad Est) cercheranno un surplus d’integrazione, mentre gli altri (innanzitutto il Regno Unito) a dispetto della loro dipendenza dal mercato unico, saranno spinti a rompere o a sospendere la loro partecipazione.
Quanto al meccanismo delle «sanzioni» annunciate contro i cattivi allievi del rigore di bilancio, è illusorio pensare che toccherà solo qualche periferia. Basta vedere dove ha già portato una Grecia esangue, sull’orlo della rivolta, per immaginare gli effetti di una generalizzazione delle stesse «ricette » all’Europa intera. Last but not least, il «direttorio» franco-tedesco, già scosso dal dissidio sul ruolo della Banca Centrale, ha pochissime speranze di rafforzarsi in queste prove, a dispetto degli interessi elettorali dei suoi membri, e in particolare del Presidente francese.
Il ricatto del caos
Ma l’ostacolo più difficile da superare sarà quello delle opinioni pubbliche. Il ricatto del caos, la minaccia continuamente ribadita di un degradazione del debito, possono tetanizzare i riflessi democratici, ma non possono rinviare all’infinito la necessità di ottenere una sanzione popolare che ottenga una riscrittura dei trattati, anche se «limitata». Ma oggi qualsiasi consultazione rischia di ritorcersi contro questo stesso progetto, com’è già avvenuto nel 2004. Alla crisi strategica si aggiungerà quella della rappresentanza, anch’essa molto avanzata. Non sorprende che, in simili condizioni, si facciano sentire alcune voci critiche, anche se vanno in direzioni opposte.
Da una parte c’è chi, come Jürgen Habermas, sostiene il «rafforzamento dell’integrazione europea »,ma dice che essa è possibile solo a condizione di una tripla «ridemocratizzazione »: riabilitazione della politica contro la finanza, controllo delle decisioni centrali attraverso una rappresentanza parlamentare rafforzata, ritorno alla solidarietà e alle riduzioni delle disuguaglianze tra i paesi europei. Dall’altra parte (e penso ai teorici francesi della «demondializzazione ») c’è chi vede nella nuova governance la realizzazione dell’assoggettamento dei popoli «sovrani» ad una costruzione sovranazionale che non può servire ad altro che al neo-liberismo e alla sua strategia di «accumulazione attraverso l’espropriazione ». Le prime voci sono chiaramente insufficienti, mentre le seconde si espongono pericolosamente al rischio di fondersi con nazionalismi potenzialmente xenofobi.
L’indignazione che verrà
Il grande problema è capire come si orienterà la «rivolta dei cittadini», che Jean-Pierre Jouet qualche giorno fa non ha avuto paura di definire nell’atto di scontrarsi contro la «dittatura dei mercati» di cui i governi sono oggi gli strumenti. La loro rivolta si scaglierà contro la strumentalizzazione del debito che supera le frontiere, oppure vedrà nella costruzione europea in quanto tale un rimedio peggiore del male? Oppure cercherà, dove la gestione della crisi investe i poteri di diritto o di fatto, di costruire contro- poteri, non solo costituzionali, ma anche autonomi e, se sarà possibile, insurrezionali?
O, ancora, si accontenterà di rivendicare la ricostruzione del vecchio Stato-Nazione e sociale, oggi corroso dall’economia del debito, oppure cercherà alternative socialiste e internazionaliste, adottando i fondamenti di un’economia dell’uso e dell’attività all’altezza della mondializzazione, di cui l’Europa non è in fondo altro che una provincia? C’è da scommettere che l’estensione e la distribuzione in Europa delle disuguaglianze e degli effetti della recessione (in particolare della disoccupazione) saranno il fattore determinante per rimuovere le incertezze. Ma è dalla capacità di analisi e di indignazione degli «intellettuali» e dei «militanti» che emergeranno – o meno - i mezzi simbolici.
(traduzione di Roberto Ciccarelli)
Che strana età, la nostra. Ricordate quando i cantori neoconservatori della globalizzazione tecnica ed economico-finanziaria ci promettevano maggior benessere e prosperità per tutti? Ebbene, nessuna di quelle promesse si è, manco a dirlo, realizzata. Anzi, nel giro di un ventennio, le condizioni generali delle popolazioni del pianeta - anche nel nostro opulento Occidente capitalistico - sono di gran lunga peggiorate. Meno lavoro. Più disoccupazione. Generalizzata precarietà e sfruttamento. Aumento delle povertà, vecchie e nuove. Crescita delle disuguaglianze. E, come se non bastasse, un pianeta ridotto a una pattumiera globale: aria irrespirabile, acqua potabile che tende a scarseggiare, il suolo intriso di veleni, destinato, prima o poi, alla sterilità se la tendenza dell'odierno sviluppo capitalistico procederà ancora verso questa dissennata e catastrofica direzione.
Circa un miliardo di individui oggi vive con meno di un dollaro al giorno. Solo in America Latina ci sono duecento milioni di poveri. Mentre negli anni Sessanta l'insieme dei paesi più sviluppati era trenta volte più ricco dei pesi più poveri, oggi lo è di settanta, ottanta volte. Tanto per capirci: un bambino americano oggi consuma quello che consumano 422 suoi coetanei etiopi. Con buona pace dei guru neoliberali dell'economia finanziaria. E della dispotica tecnocrazia. I quali, non soddisfatti di aver contribuito - con i loro scientifici «saperi taumaturgici» - a determinare tutti questi drammatici problemi, continuano indifferentemente, come se niente fosse, a fornirci ricette per risolverli. Continuano a predisporre «strategie terapeutiche», diciamo così, per «malattie» da essi indotte. Strategie terapeutiche che non fanno altro che indurre altre «malattie».
Che i loro saperi «scientifici» si apprestano di nuovo a «guarire». Un circolo vizioso infernale, come si vede - un circolo che dovrebbe essere al più presto inceppato, spezzato, interrotto. O quantomeno, demistificato. È a questa sfida che sono chiamati oggi i saperi umanistici, come scrive Piero Bevilacqua nel libro da lui curato - A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, pp. 172, euro 22 - che contiene scritti di Vandana Shiva, Serge Latouche, Pietro Barcellona, Franco Cassano, Mario Alcaro, Raffaele Perrelli, Laura Marchetti, Edoardo Salzano.
Davvero strana, la nostra età. L'età della tecnica. E del dominio scientifico dell'economia finanziaria. Idolatriche divinità della nostra età secolarizzata. Che globalizza flussi finanziari e carte di credito, ma non sa - o non vuole - globalizzare i diritti, perfino quello più elementare alla vita. Altro che quell'epoca della biopolitica, che avrebbe dovuto farsi carico e prendersi cura della vita di ciascun individuo. Nel nostro mondo che, nell'assordante chiacchiericcio retorico, sostiene di aver globalizzato i diritti umani, ogni cinque secondi un bambino muore. Per fame e per malattie. Nell'epoca del dominio incontrastato della scienza, della tecnica e dell'economia - quella finanziaria soprattutto. Aveva ragione Lord Keynes: quando l'economia si converte interamente nella finanza - diceva - lo sviluppo di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò.
E oggi il «casinò» è diventato globale. È la delirante e tracotante egemonia di questa globalizzazione - dispensatrice di disuguaglianze, iniquità e nuove solitudini - che i saperi umanistici sono chiamati a demolire. Quei saperi - storia, letteratura, arte, filosofia e via dicendo - sempre più emarginati dalle strutture formative. In quanto ritenuti irrilevanti e inutili al potenziamento del funzionalismo tecno-economico.
Nessuna ingenua e puerile rinuncia ai saperi scientifici, evidentemente. Che, del resto, sarebbe impossibile. E, francamente, nemmeno auspicabile. Si tratta, invece, più realisticamente, di trarre fuori dai loro angusti specialismi le tecno-scienze. Soprattutto quelle economico-finanziarie. Le quali, interamente asservite al mito capitalistico dello sviluppo e della crescita illimitata, hanno perso di vista non solo lo sguardo d'insieme sulla società e sul mondo. Ma sono diventate servizievoli strumenti al servizio dei «famelici appetiti di breve periodo» - come osserva Piero Bevilacqua nella sua introduzione - delle classi dominanti.
Insomma, i saperi umanistici - proprio in virtù della loro odierna marginalità e tendenziale insignificanza nel dispositivo bellico delle tecnologie utilitaristiche della crescita - devono «chiedere conto», diciamo così. E lo devono chiedere a coloro che, nel delirio del loro dominio tecno-scientifico, non si sono accorti che la loro idea di sviluppo «ha cancellato - come scrive ancora Piero Bevilacqua - il ruolo della natura nel processo di produzione della ricchezza, trascinando il nostro pianeta sull'orlo del collasso». Cancellando le relazioni sociali. E consegnando ciascun individuo a una solitudine globale.
Si può dissentire radicalmente sulle premesse e consentire pienamente sulle conclusioni? È la domanda che ci si pone al termine della lettura dell´ultimo, profondo, appassionato, angosciato ma non rassegnato libro di Roberta De Monticelli, La questione civile – Sul buon uso dell´indignazione (Raffaello Cortina Editore).
Il tema è la giustizia, massima virtù sociale; lo scopo è il risveglio alla giustizia attraverso "esercizi di disgusto". L´impianto è filosofico. Il discorso si svolge da Platone e Aristotele, indugia su quello che sembra il preferito, Immanuel Kant, per arrivare a Simone Weil e a Bobbio. Ma, la riflessione spazia: antropologia, psicologia, teologia, giurisprudenza, letteratura. Tutto può essere messo a frutto e fatto reagire, al di sopra delle divisioni disciplinari. Trattandosi di filosofia pratica, cioè orientata all´azione sul suo oggetto – la giustizia –, inevitabile è incontrare di continuo le brutture, le oscenità, le meschinità, gli arrivismi, l´ipocrisia, l´illegalità, la corruzione, le prepotenze, le viltà e il servilismo, cioè la catastrofe etica della nostra società.
Il libro, con una certa sorpresa del lettore, non inizia dalla giustizia. Vi arriva attraverso la bellezza. Bellezza e giustizia: che rapporto c´è? Dicendo bellezza, non si deve pensare a estetismo, snobismo, collezionismo d´arte e cose di questo genere. Se bellezza è armonia e proporzione dei rapporti – di elementi figurativi, architettonici, poetici e musicali, e anche sociali – allora possiamo dire che la bellezza è forma visibile della giustizia. Il rapporto è stretto, inscindibile. Vale l´eterna massima della filosofia scolastica: iustum, bonum, verum et pulchrum convertuntur. Queste qualità dell´esistenza vivono l´una nell´altra. Non occorre intuizione metafisica per capirne i nessi. Risultano ancora più chiari rovesciando il positivo in negativo: l´ingiustizia è cattiva; il cattivo è falso; il falso è brutto. Si può arrivare alla giustizia a partire dalla bellezza, ma si sarebbe potuto anche dal bonum o dal verum. A partire da uno, si arriva agli altri.
Fin qui, tutto bene. Il passo successivo è da discutere. Giustizia, bontà, verità e bellezza sono "valori", "cose che valgono", non in termini economici, (non c´è un mercato dei valori secondo la legge della domanda e dell´offerta), ma in termini morali. Sono il lato positivo, prezioso, della vita. A meno di pervertimento in bruta animalità, dove vige il fatto compiuto, cioè la "giustizia del più forte", non ne possiamo fare a meno. Potremmo perfino dire che li chiamiamo valori, ma sono necessità, secondo il motto di Kant: se non c´è posto per la giustizia sulla terra, non ha senso la vita degli uomini. De Monticelli dà grande importanza alla questione del fondamento. È convinta che i valori siano "dati", non perché li si possa constatare e ammirare in sé e per sé. Nel teatro greco, per esempio, "La Pace" si presentava come una fanciulla, avvolta in un peplo trasparente, e tutti esclamavano: "come è bella!". Di lei si poteva dire: "Come è bella!" perché la bellezza le era incorporata e gli spettatori ne facevano esperienza. Dunque, "i fatti stessi si qualificano come beni e come mali" (belli o brutti, giusti o ingiusti, ecc.) e a noi non resta che prendere atto del loro valore, come constatazione. Ne è convinta De Monticelli e chi, come Platone, crede che esista "la bellezza" che si riflette in "le cose belle". Se fosse così, sarebbe possibile fondare la morale in termini oggettivi: le cose belle sono belle perché portano in sé la bellezza, non perché l´attribuiamo loro, secondo la nostra concezione. Insomma: è bello ciò che è bello, non ciò che piace: piace perché è bello, non viceversa (lo stesso, per gli altri valori).
Come possiamo non insorgere – leggiamo nel libro – di fronte alle casette a schiera che deturpano le colline senesi dipinte da Simone Martini? Non è questo, oggettivamente, un insulto al bello, e dirlo non è forse una constatazione di fatto? "Nerone era crudele", non è la stessa cosa? Andiamo oltre: Adolf Hitler era un essere degenerato. Chi non sarebbe d´accordo? Dunque il brutto è incorporato nelle casette a schiera del Senese; la crudeltà, in Nerone; la degenerazione, in Hitler. Ripeto: chi non sarebbe d´accordo? Ma perché siamo d´accordo? Sono "le cose" (le villette, Nerone, Hitler) che parlano a noi, o siamo noi che parliamo a e di loro?
Siamo al problema del fondamento. Al "monismo" essenzialista – fatti e valori sono tutt´uno – si oppone la separazione "dualista": ciò che è non è detto che debba o non debba essere. Un muro separa i fatti dai valori: gli uni non "convertuntur" affatto negli altri. Riconsideriamo l´esempio estremo di Hitler. Ora (e, purtroppo, nemmeno da tutti) si ritiene sia stato uno dei massimi flagelli dell´umanità, ma non allora. C´era chi lo riteneva un nuovo messia, perfino tra gli uomini di chiesa. Per milioni di persone, in Germania e altrove, era il salvatore della civiltà europea contro la barbarie asiatica, impersonata dal comunismo sovietico. In nome del "valore" superiore della civiltà occidentale, si è stati perfino disposti a chiudere gli occhi davanti alla shoah: evidentemente, la difesa della vita degli ebrei si riteneva un non-valore, o un valore minore, di fronte ad altri valori, come il capitalismo o la religione cristiana. C´era un valore assoluto, obiettivo, e, se sì, qual era? No, non c´era. C´era invece una lotta mortale tra valori soggettivi e relativi, con le rispettive armate schierate su fronti opposti. Noi sappiamo, ora, come sarebbe stato giusto, buono, vero, e bello schierarsi. Ma, come osservatori, dobbiamo ammettere che entrambe le parti, allora, ritenevano di combattere la buona battaglia e che ciascuna delle due vedeva incorporate nelle armi dell´altra il male, e nelle proprie il bene.
Dunque, è più probabile che la condizione esistenziale degli esseri umani non sia quella assunta da De Monticelli. Per lei, il valore delle cose, positivo o negativo, si manifesta nella loro esistenza. Dunque la precede. Per chi non pensa metafisicamente, invece, è l´esistenza che precede i valori. Il che è come dire ch´essi non sono dati ma sono i viventi a doverli dare; vengono dalla nostra libertà e responsabilità e non li troveremo fuori, ma in noi.
Sappiamo che entrambe le posizioni, monismo e dualismo, sono aperte a grandi rischi. Non sono quindi i rischi, gli argomenti per propendere per l´uno o per l´altro. La metafisica dei valori espone al dogmatismo, quando la loro gestione finisca, come è possibile, nelle mani di autorità etiche: stato, partito-chiesa, chiesa. L´anti-metafisica espone all´indifferenza o al soggettivismo estremo e distruttivo, quando prevale l´idea che le questioni di valore non abbiano senso o siano affari da gestire ciascuno per sé. Piuttosto, riprendendo l´interrogativo iniziale, che è quello davvero importante per il vivere comune, possiamo dire che, quali che siano le opinioni circa il fondamento, sui contenuti si può perfettamente convenire. Gli uni riterranno di andar scoprendo valori; gli altri, di andar creandoli. Da punti di partenza diversi si può giungere alla medesima meta e, cosa consolante, si può, anzi si deve, operare insieme. A condizione di isolare le ali estreme: i dogmatici e i nichilisti. Per riprendere il titolo del libro di De Monticelli: a queste condizioni, far buon uso della comune indignazione è possibile.
E l'ambiente? È scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale.
Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la Cop 17, l'ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all'origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato - a causa della "crisi" - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell'attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.
A livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l'incuria e il profitto, e che mille "piccole opere" di salvaguardia del territorio (invece di poche "Grandi opere" che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire.
Di tutto questo non troverete la minima traccia nella presentazione del nuovo governo, dove la parola ambiente non viene mai nominata. La cultura ambientale, che è ormai "scienza della sopravvivenza", è fuori dall'orizzonte mentale di Mario Monti, e probabilmente dei suoi ministri (sicuramente del nuovo ministro dell'Ambiente, da sempre oppositore degli accordi di Kyoto, che ripropone - appena apre bocca - l'opzione nucleare all'indomani del referendum che l'ha affossata. D'altronde è sempre stato lui il vero ministro dell'ambiente, dietro la faccia di cartapesta della Prestigiacomo: alla faccia della "discontinuità").
Eppure la cultura ambientale potrebbe e dovrebbe essere una bussola per la riconversione del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba). Oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un'opportunità unica per difendere e promuovere l'occupazione - per di più altamente qualificata - e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi per delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge. Ma per questo bisognerebbe mettere al centro del programma di governo una politica industriale, una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell'ambiente, un piano per l'occupazione. Neanche di tutto questo c'è la minima traccia nel discorso di Monti. Non a caso: nella sua cultura, a decidere tutto - cioè che cosa, perché, come e per chi produrre - deve essere "il mercato", la profittabilità dell'investimento; a cui al massimo si può offrire un incentivo per rendere "profittevole" qualche infrastruttura che altrimenti non lo sarebbe.
Compito del governo, per Monti, è solo rilanciare la "crescita" (la parola più vuota del vocabolario politico, accanto ai termini, altrettanto vuoti, di "riforme" e di "modernizzazione"). Dalla "crescita" dipenderebbe il rilancio dell'occupazione, la salvaguardia di quel che resta del welfare, il futuro e la dignità delle donne e dei giovani, oggi ai margini del mercato del lavoro o tartassati da un'occupazione precaria. Ma la "crescita", per Monti e quelli come lui - e sono tanti! - è solo un rapporto contabile: quello tra Pil e debito. Non volendo, o non sapendo come ridurre il debito, non c'è che da puntare su un aumento del Pil, comunque sia: con la produzione di armi (della cui riduzione infatti non parla); con le Grandi opere (che verranno incentivate, a spese del bilancio - e del debito); forse anche con le spese per la riparazione dei danni delle alluvioni o di una gestione criminale dei rifiuti (modello Impregilo in Campania: un buon caso di studio di privatizzazione dei servizi pubblici locali) e quant'altro: tutte cose che comunque "fanno Pil". In questa visione del mondo anche le donne e i giovani non sono che poste contabili: alle prime, per promuoverne l'occupazione, si propone un trattamento fiscale di favore invece di servizi per l'infanzia e per gli anziani non autosufficienti e regole per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; ai secondi, uno scambio contabile tra assunzioni e libertà di cacciare dal lavoro i "vecchi" (che dovranno comunque continuare a lavorare fino a settant'anni da qualche altra parte: ve lo immaginate una persona di sessantanove anni assunta in un call-center?).
E se la "crescita" non viene? Se "i mercati" non reagiscono agli stimoli di Monti? Che ne sarebbe del suo programma? E della sua promessa di salvare il paese e l'euro? E come potrà mai esserci "crescita" in Italia - e una "crescita" sufficiente a pagare gli interessi del debito pubblico, e magari anche a riportarlo al 60 per cento del Pil (750 miliardi in meno) - se tutti i paesi europei, Germania compresa, e anche gli Stati Uniti, stanno imboccando la strada di una nuova recessione? Di quel double dip tanto paventato e ora, molto probabilmente, arrivato? E quanta crescita ci potrà essere ancora in un mondo avviato a precipizio verso l'esaurimento delle risorse e una stagione di crescenti sconvolgimenti climatici?
In queste domande senza risposta si può misurare tutta la miseria della cultura del prof. Monti. Non solo la vacuità del suo discorso programmatico, forse particolarmente insulso - a parte i riferimenti alle misure feroci imposte dalla Bce, che non lasciano prevedere un futuro gradevole per chi le dovrà subire sulla propria pelle - per non scontentare le opposte esigenze dei partiti che lo sostengono; ma anche quella degli editoriali del Corriere della sera - suoi e dei suoi sodali della Bocconi - che hanno preceduto e preparato la sua "discesa in campo". Una miseria in cui balza agli occhi la continuità con la "cultura" del governo che l'ha preceduto, evidenziata dagli elogi per la rivoluzione di Marchionne (santificata da Sacconi) e per la riforma Gelmini (il ministro dell'istruzione più ignorante di tutti i tempi). È la cultura del liberismo. "Vero" o falso che sia, la cosa non cambia: perché il liberismo è comunque e sempre una rappresentazione falsa, mitologica e sviante della realtà, che impedisce di capire quello che succede nel mondo e, soprattutto, fa da copertura a interessi - scientemente o inconsapevolmente protetti - che stanno portando il pianeta, e la sua economia, verso il disastro. Una cultura tanto vuota e pericolosa, ma anche tanto egemone, da indurmi in altre occasioni di definirla, con un termine preso a prestito, "dittatura dell'ignoranza".
Non spaventiamoci, allora, se vediamo la Lega, o i "giovani" e gli energumeni del Pdl gridare slogan simili ai nostri: vengano a difendere la Val di Susa dal duo Cota-Fassino, i territori del Veneto e della Lombardia dagli scempi di Zaia e Formigoni, o la trasparenza dei bilanci delle banche dove si sono incistati come termìti. Non lo faranno. Ma se noi nella protesta non ci saremo, saranno loro a trarre profitto da scontento e frustrazioni.
Il terreno su cui ciascuno di noi - ciascuno di coloro che sentono di appartenere a quel 99 per cento degli abitanti della terra calpestato dagli interessi del rimanente 1 per cento - si dovrà misurare con questo governo nei prossimi mesi e anni è dunque innanzitutto il confronto tra la cultura espressa da Monti e una cultura totalmente altra; e tra le conseguenze e le iniziative che derivano da queste opposte visioni. Loro possono contare sulla forza del denaro - e quanto denaro! Da dieci a quindici volte il valore del Pil del mondo: più o meno un milione di miliardi di dollari - e sulla forza delle armi - quelle impiegate in Iraq, in Libia e in Afganistan, tutti "episodi" di cui Monti nemmeno fa cenno - ma anche quelle della militarizzazione della Val di Susa e dell'inceneritore di Napoli: per imporre a una popolazione renitente quelle Grandi opere che uccidono territorio, socialità e salute. Noi invece possiamo contare su un moto di indignazione che ribolle in tutto il mondo, sulla consapevolezza di dover salvare la Terra e le nostre vite dal disastro - e sulla volontà di farlo - ma anche su mille e mille esperienze e pratiche di lotta, di organizzazione, di modi di lavorare, di stare insieme, di consumare e di produrre, dentro cui sono cresciuti i nostri saperi e la nostra cultura. Tutte cose poco appariscenti che oggi possono sembrare piccole e insignificanti, ma che sono il sale della Terra e una bussola per navigare verso il futuro. Questi saperi dobbiamo valorizzarli e diffonderli; fare di tutti coloro che ci circondano e con cui entriamo in rapporto degli "esperti" di fonti rinnovabili, di efficienza energetica, di agricoltura sostenibile, di alimentazione sana, di gestione dei suoli, di riconversione dell'edilizia, di mobilità flessibile, di cultura dell'anima; perché è con queste conoscenze che si costruiscono le piattaforme rivendicative condivise; che si può proporre la riconversione della fabbriche in crisi; e la riforma della scuola, dell'università e della ricerca in un legame diretto con i problemi di una comunità e non con gli interessi di un consiglio di amministrazione; e l'autogoverno di un territorio; e una piattaforma di governo veramente alternativa. Ma dobbiamo diventare tutti anche "esperti" di finanza, promuovendo un grande audit pubblico sul debito; perché tutti devono sapere come si è formato quel debito, chi lo detiene, e come si può evitare di pagarlo, o di pagarne almeno una parte, o di non esserne comunque schiacciati.
Temo, come tutti, il default, il fallimento dello Stato italiano, la fine dell'euro, la dissoluzione dell'Europa; e i disastri che ne potrebbero conseguire. Ma sono anche certo che lungo la strada prospettata da Monti non ci sarà alcuna "crescita"; che con lui il default é dietro l'angolo, anche se non prima di aver impoverito, con misure inutili e feroci, tutto il paese; e che il default prossimo venturo è meglio affrontarlo per via negoziale. Magari promuovendo un "fronte dei porci" - cioè dei cosiddetti Pigs - come propone Tonino Perna, per non lasciare che quel default si consumi, abbattendo le finanze degli Stati una dietro l'altra, come tanti birilli. Perché la cornice di ogni prospettiva politica alternativa passa attraverso la liberazione dai vincoli del debito e dallo strapotere della finanza. Andiamo avanti.
Dal magnete al quadrante al bidone. Bidone alla collettività, s’intende. Tra silenzi, manovre sotterranee, interessi enormi, sospetti inquietanti di importanti soci occulti, e una preoccupante assenza di dibattito, sta per terminare, con la prossima approvazione nel consiglio comunale di Venezia, il viaggio del nuovo piano di assetto del territorio destinato a cambiare il volto di una vasta area intorno a Tessera.
Un’irripetibile occasione di sviluppo, per alcuni. Un nuovo sacco di Mestre, più grave di quello degli anni ’60, per altri.
E’ da quasi mezzo secolo (esattamente dal 1963, varo del primo piano regolatore) che si parla, sempre invano, di dare senso e funzioni a quest’area, giustamente considerata strategica, della gronda lagunare. Da quando il celebre architetto Renzo Piano propose il “Magnete” che doveva essere il cuore dell’Expo che non fu mai fatta, a quando nacque la variante del “Quadrante Tessera” (raddoppio delle aree previste dal piano regolatore vigente), fino al piano diabolico (ovvero la quadruplicazione delle aree) del Pat di oggi. Diabolik City.
Un progetto che “spiana la strada alla speculazione” con un’operazione “peggiore di quella che fecero a Milano Ligresti e Berlusconi”, lo definisce l’urbanista Stefano Boato, che ha dedicato all’argomento un puntiglioso libriccino, “Tessera City”, appena uscito per i tipi di Corte del Fontego.
Il piano, che l’attuale giunta comunale ha sostanzialmente ereditato (peggiorandolo un poco) da quella precedente, viene giustificato dall’esigenza che il Comune di Venezia ha, specialmente in questi momenti drammatici per le finanze locali, di “fare cassa ad ogni costo”. Legittimo. Però c’è modo e modo. In questo caso il guadagno per le casse comunali non sembra paragonabile all’elevato prezzo da pagare: quello di favorire la speculazione, e senza alcun beneficio per la collettività.
Il Comune sta infatti per rendere edificabili a Tessera delle vaste aree agricole private, aumentandone in questo modo il valore di venti volte tanto. Un bel “regalo” ai privati che sono proprietari di quelle aree (la società dell’aeroporto e altri soci), perché avranno la possibilità di fare un’operazione immobiliare gigantesca e altamente redditizia. “Una delle più grandi speculazioni mai fatte in Italia”, accusa sempre l’urbanista Stefano Boato.
Più di due milioni di metri cubi di uffici, alberghi, centri direzionali e commerciali, e attrezzature sportive tra cui il miraggio dello stadio, sorgeranno in una zona a cavallo della bretella. Queste strutture, inizialmente previste dal piano regolatore a ovest della bretella, con una mossa astuta sono state ampliate di parecchio (quadruplicata l’area dello stadio) e spostate quasi tutte a est, in una zona che non solo è privata, che non solo è agricola -e quindi va resa edificabile- ma addirittura è una delle aree a massimo rischio idraulico di allagamenti di tutta la terraferma.
Alcuni tratti della zona centrale si trovano a 1 metro e 75 centimetri sotto il livello medio del mare.
E’ molto curioso che si proceda a questo bizzarro scambio di terreni, quando il Comune –se voleva - poteva (e può) tranquillamente costruire a Tessera lo stadio e le altre attrezzature pubbliche connesse, in un’area di 27,4 ettari che è di proprietà comunale, che già oggi è edificabile, e che è affiancata alla bretella.
Senza contare che inoltre, a solo mezzo chilometro di distanza, verso Dese, c’è un’altra grande area già urbanizzata e infrastrutturata, con le stesse destinazioni d’uso, e che è vuota e completamente inutilizzata.
Incomprensibile -e sospetto- è che si preferisca invece scambiare le aree comunali, già edificabili, con aree agricole private che non sono edificabili e per di più sono soggette a un grave rischio idraulico. Tutto questo non sembra affatto saggio.
In Europa il welfare state non è più in grado di far fronte ai suoi impegni. Non può far debiti indefinitamente. Non ha più una banca centrale con pieni poteri. Qualcuno l'ha definita la «quadratura del cerchio». È una questione che affligge un quinto dell'umanità - quel quinto privilegiato che non muore di fame (semmai, ha un problema di obesità), gode dell'acqua calda, ha un tetto e un'occupazione più o meno decente - ed è una questione che non si riduce a quelle che, in evidente polemica con l'impostazione marxiana, l'intelligente Daniel Bell chiama le «contraddizioni culturali del capitalismo». Pesca più a fondo. In un mondo in cui gli Stati Uniti, con 300 milioni di abitanti, consumano l'80% delle risorse del pianeta, riguarda la possibilità di conciliare gli entitlements, cioè i diritti di cui i cittadini si ritengono legittimi titolari, con le provisions, cioè le risorse effettivamente disponibili nelle nazioni tecnicamente progredite per farvi fronte. Nei paesi più sviluppati, in particolare nell'Europa Occidentale o Unione Europea, nel Nord America e in Giappone, dopo la grande transizione storica dallo Stato di diritto allo Stato dei diritti, questa tensione fra entitlements e provisions è diventata drammatica. Notavo vent'anni fa che la tensione, di cui discorre ampiamente con il consueto accattivante praticismo di diligente burocrate Ralf Dahrendorf, scaturisce dalle contraddizioni e dai dilemmi dello Stato democratico pluriclasse socialmente orientato, di cui scrivevo nel 1954, introducendo L'azione volontaria di Lord Beveridge in Italia.
Ma lo Stato di cui parlano Beveridge e Dahrendorf non può essere spacciato, se non con inammissibili forzature, per lo Stato sociale di William Beveridge. L'interpretazione spenceriana dello Stato, quella che sottende la posizione liberale tradizionale, è puramente negativa. La formulazione classica di questa posizione la si può trovare in Man versus the State. Essa corrisponde abbastanza esattamente agli interessi delle classi medie al loro sorgere nel mondo moderno, in rivolta contro i residui del dispotismo feudale e appassionatamente devote alla libertà di movimento, di azione e di atteggiamento dell'individuo.
Non c'è strabismo, temo, che possa far scambiare questa situazione storica e culturale con quella italiana. La ricetta di Beveridge contro gli eccessi dell'autoritarismo centrale e il mito dello Stato onnipresente e onnisciente è di natura strettamente pragmatica e non ha riscontro nella cultura politica italiana, salvo forse il caso del gran lombardo Carlo Cattaneo, del resto presto isolato e battuto, con il suo giudizioso, sobrio e tenace riformismo, dalla retorica delle patrie carducciane e dei "soli dell'avvenire" privi di avvenire.
In Italia non sono solo le carenze a suo tempo individuate da Piero Gobetti a pesare (mancanza di una rivoluzione politica, come in Francia, e di una riforma religiosa, come in Germania). C'è di più, e di peggio. Bisogna fare uno sforzo e andare a rileggere, sociologicamente, il codice Rocco, che solo da pochi anni ha subito varianti procedurali di un certo rilievo con riguardo al processo penale. Vi spira una fredda, coerente aria di autoritarismo centralizzato assoluto, in cui la spaccatura classista della società viene esaltata come una funzionalità ritenuta nello stesso tempo necessaria e auspicabile. Ad Alfredo Rocco corrisponde, sul piano della scuola e su quello, più ampio, della cultura politica, Giovanni Gentile. Con la sua riforma, Gentile deliberatamente riserva il ginnasio e il liceo alle classi alte, vivaio per i futuri dirigenti in tutti i campi, mentre alle classi popolari vengono indicati i corsi della "scuola di avviamento professionale", secondo un disegno di autoperpetuazione delle élite al potere in cui l'intelligenza si suppone duramente condizionata dalle origini sociali e familiari.
In Europa lo Stato sociale non è più in grado, oggi, di far fronte ai suoi impegni. Non può far debiti indefinitamente. Non ha più una banca centrale con pieni poteri. E la Banca centrale europea non è disposta e non è comunque in grado di comprare tutti i buoni del Tesoro necessari a "servire" il debito. D'altro canto, la classe politica non può, non ha né il coraggio né la lungimiranza per imporre drastiche misure, di cui pure riconosce, a parole, la necessità. Ne va della sua rielezione. Sono misure necessarie ma impopolari: imposta patrimoniale, abolizione di vasti parassitismi in tutti i servizi pubblici, elevazione dell'età pensionabile, riforme delle pensioni di anzianità e dell'assistenza sanitaria pubblica.
È chiaro che chi si è battuto in Italia per i diritti sociali e per lo Stato sociale ha avuto una certa quota di illusioni, se non di pura e semplice ingenuità, che una certa vocazione al sarcasmo potrebbe anche presentare come analfabetismo economico o sprovveduta spinta utopistica. Non andrebbe però dimenticata o sottovalutata, dai duri realisti odierni che non perdono occasione per incensare il mercato (che non è più solo italiano - avvertono - ma è anzi europeo, anzi mondiale), la funzione sociale dell'utopia.
Non c'è solo lo Stato. Quando si dice "pubblico", nella pubblicistica politica italiana e, cosa più grave, nella mentalità media dei politici, si pensa unicamente allo Stato. Pubblico non significa solo statuale, secondo una impostazione essenzialmente statolatrica, che purtroppo non è stata prerogativa solo della destra politica fascista, ma per anni ha anche permeato e seriamente compromesso le prospettive della sinistra innovatrice. Pubblico significa statuale, ma anche, e forse in primo luogo, sociale. La società civile è più ampia dello Stato; non può accettare di venirne tutta assorbita senza correre il rischio di negarsi. Lo Stato, ad ogni buon conto, con riguardo ai diritti sociali, si è mosso in Italia secondo due modalità di intervento largamente insufficienti: da una parte, trasferimenti monetari e, dall'altra, istituzione di servizi sociali erogatori di prestazioni dirette.
Entrambe le modalità di intervento, non solo in Italia, sono approdate ad esiti per certi aspetti negativi. I trasferimenti monetari non garantiscono livelli minimi di sussistenza, tali almeno da far uscire dalle situazioni di povertà e di indigenza cronica - si vedano in proposito le risultanze della Commissione Gorrieri - né fungono da volano per l'economia con l'aumento dei consumi interni, se non marginalmente e per prodotti di uso comune. I servizi sociali, d'altro canto, non sembrano in grado di trarsi fuori dalla spersonalizzante spirale burocratica, autentica maledizione italiana che frustra nel momento dell'implementazione anche le leggi socialmente più avanzate, con incredibili inefficienze, costi e sprechi incalcolabili, insoddisfazione ai limiti del tollerabile da parte dei cittadini-utenti. La visione generosa di Claudio Napoleoni che scorgeva il loro trasformarsi in relazione comunicativa umana, pensando al rapporto tra operatore sociale e utente, in una vena forse non immemore dell'apporto di Lord Beveridge, resta a tutt'oggi un prologo in cielo, se non un'illusione finanziariamente insostenibile.
Il debito pubblico è dunque destinato a crescere. D'altro canto, la classe politica non può permettersi interventi drastici, teme l'impopolarità. I "mercati", intanto, speculano sulla paralisi; gli interessi sul debito crescono rapidamente, salgono e scendono, ma soprattutto salgono (dall'1,9% ad agosto al 7,3% a novembre 2011). I politici lasciano il posto e passano le leve di comando ai tecnici; almeno loro non hanno da temere le elezioni. Se necessario, sono nominati senatori a vita. Trionfano, nelle loro ovattate stanze, i potentati finanziari, rigorosamente anonimi, ancora giuridicamente "domicili privati", a vergogna dei giuristi, anche quando le loro inappellabili decisioni incidono sulle condizioni di vita di intere popolazioni. Sono il deus absconditus che comanda a quelli che comandano. Come accadeva in Inghilterra nel Medioevo, quando il boia veniva dalla città vicina, la crisi sociale potrà contare sui suoi anonimi, asettici, ma efficienti macellai sublimati.
L'ex premier è stato sempre protetto, assistito e garantito dal potere pubblico. Gli è mancato un amministratore delegato per governare l'impresa-Stato. Come Mario Monti. Tra '89 e '91 il «biennio in rosso» di Fininvest: debiti triplicati a dispetto del dumping pubblicitario. E nel '93 il maxifinanziamento di Goldman Sachs. Poi la «discesa in campo». E le cose migliorano
C'era da aspettarselo. Alla prima vera e grande prova del fuoco da imprenditore, investito della guida del Paese e chiamato a risolverne la crisi, Silvio Berlusconi ha fallito l'obiettivo. A cominciare dal principale: il debito.
Il motivo del suo fallimento è semplice: non è un imprenditore vero. O meglio, imprenditore lo è, ma lo è sempre stato in modo assistito, protetto, garantito. Per prima cosa dal vecchio Potere politico alla cui ombra, negli anni Ottanta, è nato, cresciuto e s'è pasciuto. Ottenendo leggi, decreti e sentenze per le sue televisioni fino all'approvazione della legge Mammì del 5 agosto 1990, che ha fotografato il duopolio esistente (Rai-Fininvest), ingessandolo, e garantendo alla reti Fininvest la diretta televisiva e il diritto a tre Tg, come la Rai. Un assetto utile per costruirsi il consenso e farsi esso stesso Potere politico. In proprio e a difesa delle sue aziende, dal 1994 ad oggi, dopo la caduta del vecchio Sistema sotto i colpi giudiziari di Tangentopoli.
L'impasse in cui è caduto nei giorni scorsi Berlusconi, da presidente del Consiglio, sulla crisi, sui conti, sulla finanza, è la prova provata del suo essere imprenditore sui generis, bravo solo con l' "aiutino" alle sue aziende. Quelle stesse che, all'apice della crisi, sotto la pressione dello spread e prima delle dimissioni di sabato scorso, sono state oggetto di un vertice rapidissimo tra lui, i figli, il presidente Mediaset Confalonieri e l'avvocato Ghedini, non appena s'è capito che il governo vacillava, la maggioranza smottava e molti deputati traghettavano verso il Centro. Allora il suo primo pensiero è andato alle proprietà.
Forse Berlusconi, in questi anni e nell'ultima ora, avrebbe dovuto avere al suo fianco, più che un ministro dell'Economia, un Amministratore delegato vero che lo guidasse, consigliasse, indirizzasse. Come quel Franco Tatò che a metà degli anni Novanta prese in mano la Fininvest, rigirò l'azienda come un calzino, risanandola, e preparando il terreno a quella collocazione in Borsa del Biscione da Berlusconi sempre osteggiata: «Che cosa ci vado a fare in Borsa? I soldi per la mia crescita me li procuro con gli utili. Se andassi in Borsa, certo, raccoglierei altri soldi, ma non saprei cosa farne, come investirli. Avrei solo un sacco di grane e basta». Invece, come un colpo di spugna, l'operazione cancellò tutti i debiti, creando il presupposto per il futuro successo aziendale.
Già, perché agli inizi degli anni Novanta, Silvio Berlusconi era pieno di "buffi": 1.242 miliardi nel 1987 e 3.469 l'anno successivo. Tre volte tanto. E un utile netto calato del 26%, dai 245,9 miliardi dell'87 ai 181,8 dell'88 secondo la classificazione di R&S, ovvero la summa dei bilanci delle società italiane annualmente pubblicata da Mediobanca. Il tutto a dispetto di un fatturato che nel periodo è invece letteralmente esploso, passando dai 2.631,2 miliardi dell'87 ai 6.048 miliardi di lire dell'anno successivo.
Certo, alla data di metà gennaio 1991, quando gli indici del "biennio in rosso" della Fininvest diventano pubblici, va calcolato che Berlusconi per rafforzare le proprie posizioni in Mondadori, appena strappata a Carlo De Benedetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari con una sentenza che si saprà poi esser stata "comprata", frutto della corruzione di un giudice, ha speso nel corso del 1989 circa 950 milioni, per altro non calcolati nel R&S del 1990. Dal punto di vista industriale e imprenditoriale, una situazione fallimentare. Quasi da libri in tribunale. Ciò che mette fortemente in discussione la figura imprenditoriale dell'allora Sua Emittenza.
«I suoi debiti sono grandi - scriveva The Economist a metà marzo 1992 -, la sua prepotenza più grande ed egli potrebbe aver sfiorato i limiti della legge». Era il periodo in cui 21 editori, in rappresentanza di 44 quotidiani italiani ed esteri, avevano denunciato il patròn della Fininvest al Garante per l'editoria di «abuso di posizione dominante» nel settore della pubblicità. E anche di dumping, vendendo pubblicità sottocosto per mettere nei guai i concorrenti, Rai, piccole emittenti, carta stampata. Lui di sé già allora diceva: «Sono il più bravo».
Però l'imprenditore, perfetto conoscitore delle «catene azionarie degli altri», al quale l'ingresso in Borsa fa schifo perché costretto a dividere con "il mercato" le azioni, «mentre io qui, invece, controllo il 100 per cento di ogni telecamera, di ogni spezzone di film che sta in archivio», il 6 maggio 1993 - a soli pochi mesi dalla decisione di "scendere in campo" - è costretto a confessare ai massimi dirigenti del suo gruppo riuniti in una tradizionale cena: «Voi sapete che a me non è mai piaciuto avere soci nella Fininvest, ma oggi devo dire che un socio purtroppo l'abbiamo, e al 40%: si tratta delle banche». Ed è costretto a cercare altra liquidità negoziando un maxi-finanziamento a Londra con la Goldman Sachs e attraverso qualche cessione. Operazioni comunque complesse se i profitti sono in calo e i debiti in crescita.
Il 5 ottobre 1993 Silvio Berlusconi corre ai ripari, fa un passo indietro (il primo di una serie), rinuncia ad occuparsi di tutto e nomina un Ad del gruppo. E sceglie come plenipotenziario Franco Tatò, soprannominato "kaiser Franz" per quel suo rigore tedesco, l'ossessione per i numeri e anche per essere un gran tagliatore di teste. Del resto gli ultimi dati di Mediobanca hanno quantificato debiti per la Fininvest nel '92 per complessivi 7.140 miliardi. Al "dottore" non è andata proprio giù che se ne sia parlato sui giornali. Tanto da querelare Giovanni Valentini, che su la Repubblica del 9 marzo 1994 gli attribuisce «un'esposizione a breve verso le banche di 8.561 miliardi». Falso, tuona Fedele Confalonieri sulle stesse colonne, «tale esposizione ammonta a 2.081 miliardi». Che non sono proprio noccioline.
Addirittura il 3 febbraio 1994, a pochi mesi dalle elezioni, viene fuori che «il Cavaliere non paga». Non paga le sue star, non salda le fatture, tiene in ballo centinaia di creditori che da tempo non vedono da lui nemmeno una lira, i dipendenti delle ditte che forniscono servizi in appalto, persino i doppiatori dei film e delle soap. Ancora a marzo The Economist scrive: «Silvio Berlusconi spera di diventare il prossimo primo ministro italiano e propone di applicare il suo acume per gli affari al risanamento dell'Italia» ma «la grande similitudine tra la Fininvest e il Tesoro italiano è che entrambi sono impantanati nei debiti». E mai similitudine fu più profetica, solo che 17 anni dopo l'Italia è nel fango e le sue aziende sull'Olimpo.
Intanto la "cura tedesca" di kaiser Franz è fatta di tagli e alla fine porta al raddrizzamento dei conti. Per tutto il '93 e il '94 riduce personale (1.356 unità tra il '93 e il '94), contraddicendo quello stesso Berlusconi che si vanta: «Noi non abbiamo mai licenziato nessuno». Ma perché proprio Tatò, per altro manager con vaghe simpatie di centro-sinistra? È l'unico su piazza in grado di poter rimettere in sesto l'azienda. Mentre il futuro leader politico già si professa «vittima di uno Stato crudele», sempre «col cappello in mano», tartassato dalle tasse e vittima «di una campagna denigratoria» che lo vuole distruggere, di leggi inique pensate da un Parlamento nemico degli imprenditori» (e la discesa la sta già preparando).
Poi c'è la conquista di Palazzo Chigi e le offerte bluff di Murdoch. Lo squalo si presenta ad Arcore con un assegno e poi chiede a Berlusconi di diventare suo socio. Quindi l'accordo siglato con l'arabo Al-Waalid Bin Talal Bin Abdulziz Al Saudi, principe arabo interessato a comprare una quota di Mediaset. L'aumento di capitale, la famiglia Berlusconi che mette liquidi nell'azienda, l'arrivo del gruppo sudafricano Rupert e del tedesco Kirch. Tanto denaro in cambio di poco. E senza risolvere il conflitto di interessi, di cui si occupano "quattro saggi", giuristi-amici chiamati direttamente dal presidente del Consiglio, naturalmente senza risolverlo.
Però da 3.469 miliardi il "rosso Fininvest" nel 1995 passa a soli 78 miliardi... E poco prima di Natale ben 7 istituti di credito guidati dall'Imi si apprestano a diventare azionisti della holding che raggruppa gli interessi televisivi e pubblicitari di Silvio Berlusconi. Avrebbero fatto lo stesso se si fosse trattato semplicemente del "dottor" Silvio Berlusconi e non anche del presidente del Consiglio?
Non è un caso, infatti, che nell'annunciare gli sviluppi dell'operazione bancaria, il vicedirettore generale dell'Imi, Vittorio Serafino, sia costretto a difendersi accanitamente da coloro che accusano il suo istituto «di prestarsi ad un'operazione dai connotati confusi»: le banche pubbliche, o ex pubbliche, ma comunque condizionate dal potere politico, aiutano Berlusconi a salvarsi dalla bancarotta per disegni che poco hanno a che spartire con i principi dell'economia.
È il 31 dicembre 1995, Capodanno. Giuseppe Turani, firma economica de la Repubblica, si chiede: «A voi che cosa ha portato Gesù Bambino per Natale? Un nuovo impianto hi-fi? Un tv color? Un telefonino cellulare? Un Rolex (magari d'oro e platino)? Una Ferrari rossa fiammante? Qualunque cosa abbiate ricevuto, c'è almeno un italiano a cui è andata di sicuro molto meglio: Silvio Berlusconi. A lui Gesù Bambino e Babbo Natale hanno portato 370 miliardi di lire in cambio del 5,5% di Mediaset». A portarglieli sono stati banchieri pubblici, di quelli seri, abito scuro, camicia bianca, panciotto grigio. Per Fininvest 370 miliardi di debiti in meno.
Già il 3 aprile 1996, le aziende di Berlusconi fanno più utili e meno debiti. Il 15 e 16 luglio Berlusconi quota le tv e rastrella denaro alla Borsa. E già il 21 settembre può annunciare di aver abbattuto l'indebitamento. Il 23 ottobre la società di Cologno Monzese raddoppia addirittura gli utili. Il 13 giugno 1997 si calcola che i mezzi finanziari del gruppo ammontino a 1.000 miliardi di lire e che il braccio operativo dell'azienda (la Soparfi, Società di partecipazioni finanziarie) si trovi in Lussemburgo. E il 2 luglio dello stesso anno il Cavaliere, o chi per lui, può annunciare che «la Fininvest ha azzerato i debiti». Il collocamento in Borsa di Mediolanum e Fininvest ha fatto affluire nelle casse del gruppo poco meno di 5.000 miliardi di capitali freschi. «In Mediaset stat virtus» ironizzano gli opinionisti di mezzo mondo.
Di mezzo ci sono però anche il fallimento francese della tentata conquista de La Cinq, il profondo rosso della Standa (acquisita da Gardini e già Montedison, rivenduta dopo qualche anno), la cessione della maggioranza di Mondadori e la vendita a Ennio Doris di Fininvest Italia per fare cassa, il pessimo andamento delle attività assicurative, di Banca Mediolanum, della finanziaria Programma Italia. Un andazzo altalenante. Chiari e scuri, luci e ombre.
Per pareggiare i conti con l'Europa a Silvio Berlusconi Giulio Tremonti non è bastato. Perché ciò che succede in Italia non può accadere in Europa. Non è bastato nascondere la crisi come si fa con la polvere sotto il tappeto. Solo in Italia può attecchire la favola dell'imprenditore fuori dalla Casta che s'è fatto da sé. La verità è che per anni ha sfruttato la politica altrui e poi usato a fondo la propria. Un imprenditore di Stato. Che in casa propria può vivere solo grazie alla furbizia italica, i trucchi e le tante connivenze.
In fondo, alla fine, più che lo spread, i vertici di famiglia, l'assedio delle opposizioni, le pressioni del Colle, il mal di pancia dei suoi, quel che ha contato di più per Silvio Berlusconi è stato il consiglio di Ennio Doris che, occhio agli indici e ai listini di Borsa, gli ha detto: «Presidente, se qui non ti fai da parte perdi tutto. Il valore delle tue aziende si dissolve, ne vale la pena?».
Alla fine l'amministratore delegato è arrivato: Mario Monti. In fondo, come scriveva il britannico Financial Times il 26 settembre 1993, «tutti i proprietari di mass media in Italia, più o meno apertamente sostengono una causa, questa è proprio la ragione per cui sono diventati proprietari. (...) Lo stesso Berlusconi è sempre stato un animale politico, ed ha costruito il suo impero grazie a una stretta amicizia politica con Bettino Craxi». L'imprenditore che s'è fatto politico per interesse personale non è bastato a se stesso. Nella duplice veste, di imprenditore e politico. E ha dovuto rassegnare le dimissioni senza trovare qualcuno disposto a salvarlo dal suo fallimento.
Ripercorrendo l'ascesa, lo splendore e la rovina della banca Medici, la mostra «Denaro e bellezza», allestita a Firenze presso Palazzo Strozzi, rivela forti elementi di affinità con quello che sta accadendo ai nostri giorni
«Fare affari era l'imperativo del giorno. Ma come?» La domanda che ossessiona Goldman Sachs e J. P. Morgan non è nuova. Se la ponevano, sei secoli fa, anche i banchieri fiorentini come i Bardi, i Peruzzi o i Medici e la risposta non era molto diversa da quella trovata a Wall Street: «Questi uomini intrattenevano buoni rapporti con i governanti locali, ed erano nella posizione di negoziare prestiti a re e duchi che stentavano a tirare avanti con le sole entrate fiscali; prestiti che, il più delle volte erano rimborsati consentendo al prestatore fiorentino di riscuotere le tasse o i dazi doganali per conto del governo». Così scrive Tim Parks in uno dei testi introduttivi alla mostra Denaro e bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità allestita fino al 22 gennaio nel fiorentino Palazzo Strozzi (catalogo Giunti a cura dello stesso Tim Parks e della storica dell'arte Ludovica Sebregondi, pp. 281, euro 38). Una mostra nella quale il piccolo fiorino d'oro (non più grande di una monetina da 5 centesimi di euro) risplende in tutta la sua forza perfino accanto ai quadri più inquietanti di Botticelli, come La calunnia - estremamente utile, dunque, per farsi un'idea di quanto poco di nuovo ci sia nella crisi finanziaria attuale. (E del resto, a dimostrazione che le ricette dei banchieri funzionano a lungo, basti pensare che a Chicago, se infilate una moneta nel parchimetro, finisce direttamente nelle casse di J. P. Morgan, oggi e per i prossimi trent'anni).
Tesori nel cielo
Il denaro non è un problema moderno: duemilacinquecento anni fa, il greco Teognide rifletteva amaramente sull'unica virtù - areté - apprezzata dai suoi contemporanei: «Ecco la sola qualità che vale per la massa degli uomini: il denaro. A niente servirebbe tutto il resto: nemmeno essere saggi come il grande Radamanto, o saperne più di Sisifo». Di Sisifo, figlio di Eolo, si diceva che fosse l'unico ad essere riuscito a scendere all'Inferno e uscirne, grazie alle sue belle parole: il denaro, quindi, è più persuasivo di chi ha saputo infinocchiare perfino le potenze delle Tenebre.
Duemila anni fa, Orazio congratulava l'amico Iccio perché non cedeva alla «contagiosa febbre di guadagno» ma continuava a occuparsi di questioni scientifiche: «quali leggi moderino il mare, cosa regoli l'alternarsi delle stagioni, se le stelle si muovano errando spontaneamente o spinte da una forza esterna, quale oscurità ricopra il disco lunare e che cosa lo riporti alla luce, a cosa miri e quale sia la portata della discorde concordia delle cose». La lettera del poeta latino fa capire, però, che Iccio (amministratore dei beni siciliani di Agrippa) era molto tentato di abbandonare la via della sapienza per quella dell'accumulazione.
Qualche anno dopo, sull'altra sponda del Mediterraneo, un falegname errante diceva a chi si fermava ad ascoltarlo: «Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. (...) Nessuno può servire due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a Mammona» (Matteo 6,19).
Il cristianesimo nacque invitando i fedeli a ritirarsi dal mondo («accumulate invece tesori nel cielo») perché la fine dei tempi era imminente ma, dopo l'anno mille, era diventato la religione dei papi, dei re, dei mercanti e dei banchieri: la condanna dell'adorazione di Mammona sopravviveva solo nelle leggi che proibivano l'usura, cioè il prestito a interesse. Un merito non piccolo della mostra di Firenze è spiegare come questa proibizione fu aggirata senza troppe difficoltà: la nascita di una moneta forte come il fiorino (oro a 24 carati) permise di mascherare i crediti da operazioni di cambio.
Il meccanismo era relativamente semplice: un prestito di 1000 fiorini veniva concesso contro una lettera di cambio incassabile, supponiamo, a Londra, specificando un certo tasso di conversione in sterline. A Londra, novanta giorni dopo, la lettera veniva incassata in sterline e riconvertita in fiorini con un guadagno che corrispondeva a un «equo» interesse sulla somma prestata.
Molti altri trucchi erano possibili, per esempio i prestiti «a discrezione» in cui l'interesse veniva mascherato da «dono» spontaneo del debitore.
Global ante litteram
Il fiorino nacque nel 1252. «Durante tutto il Trecento e il Quattrocento», scrive Tim Parks, «i banchieri fiorentini sondarono i limiti di ciò che il denaro poteva procurare. Comprarono il consenso della Chiesa e del governo» perché il denaro che si spende per corrompere chi ha potere è sempre ben speso. Come osservava il mercante Francesco di Marco Datini (di cui c'è in mostra un bel ritratto opera del Trombetto) «i doni accecono gli occhi dei savi e mutano le parole dei giusti». E le figure accecate dal guadagno a Palazzo Strozzi non mancano di certo: il Prestatore su pegno (una miniatura dal libro d'ore del duca di Rohan), Sant'Antonio fa ritrovare nel forziere il cuore dell'usuraio (predella del Pesellino), Gli usurai e Il cambiavalute e sua moglie, di Marinus van Reymerswaele, L'avaro di Jan Provost.
L'attualità della mostra fiorentina si legge senza difficoltà: è la storia dell'ascesa, splendore e rovina della finanza, impersonata in questo caso dalla banca Medici. Fondata nel 1397 da Giovanni de' Medici, che si era fatto le ossa nell'istituto creato dal cugino Vieri, la banca ha un'ascesa spettacolare nella prima metà del Quattrocento sotto la direzione di Cosimo il Vecchio (il documento del 1435 che riorganizza la società è tra quelli esposti). La parola d'ordine è globalizzazione: ci sono filiali a Londra, a Bruges, a Ginevra, a Lione, a Roma, Napoli e Venezia. I profitti sono vertiginosi: il 10, il 20, perfino il 30 per cento l'anno nel caso di Roma, dove i Medici sono i tesorieri dei papi.
Per decenni, le cose vanno per il meglio: si prestano soldi ai re d'Inghilterra, ai principi tedeschi, a chiunque dia garanzie di poter pagare. E poi si entra in politica perché, come disse Lorenzo (poi soprannominato il Magnifico), «a Firenze si può mal vivere ricco sanza lo Stato». Ecco, lo Stato: la finanza può esistere solo se controlla le istituzioni, comprando o intimidendo i politici, costringendo la collettività a pagare per la sua megalomania (quadri, chiese e palazzi allora, grattacieli oggi) e, naturalmente, i suoi errori (i prestiti al re d'Inghilterra nel Quattrocento, alla Grecia oggi). Sarà proprio Lorenzo a portare la banca alla rovina, una fine che sarà però rinviata di decenni grazie al potere politico che era riuscito a procurarsi.
L'eredità dei banchieri
Sarà proprio il potere politico, alla fine, a portare al crack finanziario: Lorenzo muore e il figlio Piero pensa di poter sopravvivere al Savonarola e all'invasione francese del 1492. Si sbaglia, il palazzo viene distrutto, la famiglia esiliata. I Medici torneranno nel 1512, rovesciando la repubblica con l'aiuto del Vaticano ma la banca non risorgerà più nelle dimensioni di un tempo.
Goldman Sachs ha fatto profitti vertiginosi ai quattro angoli del mondo e li ha protetti mettendo i suoi uomini al ministero del Tesoro e alla Federal Reserve per decenni: se i banchieri fiorentini ci hanno lasciato in eredità Botticelli (peraltro un seguace di Savonarola) Wall Street lascia dietro di sé il disastro della Grecia, le case pignorate e i quartieri in rovina negli Stati Uniti.
È certo che anche se Berlusconi andasse via, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Durante questo ventennio ha terremotato l'apparato statale infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. Dalle abitudini al linguaggio, ha "smontato" lo Stato
È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l'Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l'applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.
Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando My Way ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".
Dunque non c'è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c'è stato neppure l'addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un'amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l'enorme anormalità di un pasticcio giuridico.
È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?
E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi....). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisgnani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitoilese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread'tra la lingua italiana e la buona educazione.
E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?
E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.
Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".
A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione Europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”. Ad essa hanno portato contributi preziosi molti economisti e sociologi, e sarà pubblicata interamente come ebook. In essa si sono confrontate alcune voci, peraltro interessanti, che hanno proposto l’uscita dall’euro dei paesi in maggiore difficoltà, primo la Grecia, mentre la maggioranza ha ragionato su come mantenere l’euro e la Ue dandole un nuovo indirizzo. Condivido queste ipotesi correttive, esposte da Mario Pianta sul manifesto del 6 novembre. Ma quali forze politiche le porteranno avanti ?
L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventato più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale. E pareva ovvio che un’avanzata democrazia sociale ne sarebbe stata la natura e il fine.
L’Europa era stata non solo la madre del pensiero politico moderno, che si sarebbe diffuso in Occidente, ma l’unico continente che ne aveva portato a fondo il nodo, lasciato irrisolto dal 1789, fra eguaglianza e libertà, sciogliendolo nella necessità di ravvicinare le condizioni di vita dei cittadini perché potessero effettivamente esercitare i diritti di libertà loro promessi. Era la questione sociale, divenuta dirompente fra il XIX e il XX secolo. Essa aveva prodotto un forte movimento operaio fondato sulla necessità di un modo di produzione diverso dal capitalismo, basato sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi per produrre (terra e capitali); su questo, in seguito ai grandi moti del 1848, si sarebbero delineate a fune secolo le correnti socialiste, la I e la II internazionale e nel 1917 si produceva in Russia la rivoluzione comunista della III internazionale, dando luogo alla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Che il nodo fosse sociale riconosceva anche negli Usa il presidente Roosevelt, reagendo alla crisi del 1929 con un forte intervento pubblico, correttivo, il New Deal. E lo confermava la violenta reazione delle altre potenze europee, sviluppatesi nel liberismo, non solo con il tentativo di bloccare la giovane rivoluzione sovietica ma lasciandosi andare, prima con il fascismo in Italia, poi con il nazismo in Germania, e negli anni Trenta anche in Grecia e in Spagna, a forme estreme di reazione di destra, incontrollate fino alla tesi della sottoumanità delle “razze” ebraica e zingara e al loro sterminio. Ci sarebbe voluta la seconda guerra mondiale perché l’alleanza fra l’Urss e l’occidente democratico, Stati Uniti inclusi, ne avesse ragione, distruggendo il III Reich.
Già qualche anno prima, nel 1938, il liberale John Maynard Keynes rifletteva, similmente a Roosevelt, sulle catastrofi derivanti da un sistema totalmente affidato al mercato, e opponeva sia all’Ottobre sovietico sia alla reazione fascista e nazista un compromesso fra capitale e lavoro che, riconoscendo il conflitto di interessi fra le due parti, si proponeva di stabilire un qualche equilibrio di forze in un rapporto contrattato e garantito dallo stato. E infatti dopo la seconda guerra mondiale fu il keynesismo a dare la sua impronta alle costituzioni o alle politiche di ricostruzione europee, con l’allargamento dei diritti sindacali e un ruolo crescente delle istituzioni di welfare.
Si poteva pensare che la caratteristica di una Europa riunita sarebbe stata una avanzata democrazia sociale. Ma questa ipotesi non godeva delle grazie né degli gli Stati Uniti dopo la morte di Roosevelt, né del campo socialista dell’est, che temeva l’indebolimento dei partiti comunisti, e aveva le sue ragioni di diffidare dalle socialdemocrazie che, in linea di principio, avrebbero dovuto esserne le promotrici. L’aspetto militare assunto dallo scontro fra i due blocchi ha offuscato l’aspro scontro sociale che avveniva nell’Europa occidentale fra i governi e le sinistre del movimento operaio e comunista. I primi abbozzi di un coordinamento europeo, la Comunità del carbone e dell’acciaio e i tentativi militari della Comunità europea di difesa e poi della Ueo, portavano il segno dell’egemonia di destra. Il timore d’una terza guerra mondiale, per di più atomica, divenne centrale nei rapporti est-ovest.
Ma un cortocircuito saldava negli anni sessanta il movimento americano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam con la, apparente o reale, “nuova frontiera” dei Kennedy, e al sisma indotto nella chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II si affiancava una ripresa radicalizzata delle lotte operaie. Erano crepe che si aprivano su terreni divisi con lo stesso segno: il 1968, con la eco delle grandi università europee e l’espandersi per le strade di masse giovanili acculturate e sicure di sé, sarebbero state la nuova colata lavica che, simile al 1848, erompeva dal grembo della inquieta Europa.
Nuova, travolgente, e per ora ultima. Le forze conservatrici ne avvertono il pericolo più che le sinistre la intendano e ne colgano le possibilità. A dividerle dal ’68 era la sua natura libertaria; è tanto se, come in Italia, non lo attaccano. Sospetta ai partiti comunisti e ai sindacati, la fiammata del 1968, accesa in tutte le capitali ma prolungatasi nel decennio successivo soltanto in Italia, mette in allarme la conservazione. Negli anni ’70 parte la controffensiva della Trilaterale (1973), si forma la maggioranza ultradestra di Ronald Reagan negli Usa, i Chicago Boys di Milton Friedman imperversano su tutti i paesi dell’America Latina, in Gran Bretagna vince Margaret Thatcher e ne segue il New Labour di Tony Blair. Ed è ormai visibile il disgregarsi prima dell’egemonia poi della stessa Unione Sovietica, sancita dalla caduta del Muro di Berlino e la disfatta ingloriosa dei residui partiti comunisti in Europa. La Cina di Mao ha già cambiato il suo orizzonte e Cuba passa da una crisi all’altra.
L’implosione del campo dell’est nel 1989 mette un brusco arresto a quel che restava - e non era poco - delle conquiste sociali europee , che erano andati crescendo negli anni sessanta. Nell’agonia e morte del comunismo, erano le ipotesi keynesiane il nemico che restava da sconfiggere. Per ”lacci e lacciuoli”, dai quali l’ardore dei capitali esigeva di essere sciolto, si intendeva qualsiasi regolamentazione da parte dello stato, mentre la spesa pubblica era denunciata come causa del debito pubblico. Non solo le sinistre storiche, sotto botta per lo scacco dell’Urss, si arrendevano al liberismo, ma gran parte dell’estrema sinistra era sedotta dallo slogan “meno stato, più mercato”. Insomma il vessillo di von Hayek sventolava di nuovo sul nostro continente.
All’inizio degli anni novanta, questa è la Stimmung dominate dell’Europa che costruisce la sua Unione, rilancia il mercato unico e progetta l’euro. Alla base politica dell’unità europea non restava che una sbiadita identità antifascista con tinte nazionaliste: la povera discussione sulle “radici” europee (greco-romane o franco-germaniche, cristiane o ebraiche) fu la prova del declino di ambizione sulla fisionomia futura del continente.
Nella confusa fine del Novecento e nella persuasione che un’unità continentale sarebbe stata più rapida se si fosse evitato di sbrogliarne i nodi, si procedeva quindi a una unificazione della moneta fra paesi di differente struttura economica e politica, di diversa composizione sociale, legislazione e cultura. Il Patto di stabilità e crescita, che ne stringeva le regole, avrebbe costretto, con l’oggettività delle leggi economiche, a omologare lentamente le strutture e le istituzioni dei singoli paesi, senza forzarli a cedere di colpo le loro sovranità. L’Europa nasceva dunque soltanto come moneta comune, con le conseguenti politiche monetarie consegnate alla leadership della Banca centrale. Che fin dall’inizio ebbe come unico scopo contenere l’inflazione, rinunciando a ogni possibilità di alimentare lo sviluppo. A questo avrebbe provveduto la mano invisibile e la logica del mercato.
L’integrazione europea, nata con i sei paesi della Comunità, si sarebbe progressivamente allargata fino ai 27 dell’Unione attuale, indebolendosi piuttosto che rafforzandosi per le difficoltà dei paesi della periferia. Era rappresentata da un parlamento senza poteri, quelli effettivi appartenendo alla Commissione e quelli ufficiali al Consiglio europeo e a un suo presidente. Non si trattava di una federazione, perché i singoli stati, a cominciare dai fondatori, non erano disposti a trasferire alla Comunità le loro facoltà, salvo quella di battere moneta.
Tale era ed è rimasta l’Unione Europea. La supposizione che la moneta avrebbe trainato di per sé una armonizzazione delle politiche economiche e fiscali non si è verificata. Si auspicava anche che la Ue “parlasse con una sola voce sulla scena internazionale”, ma neanche questo è avvenuto. Ogni stato manteneva le sue prerogative e le sue leggi salvo alcuni pochi punti di principio, di cui si va molto orgogliosi, come l’interdizione della pena di morte. Un qualche coordinamento si dava, specie dopo l’11 settembre, fra le polizie su pressione degli Stati Uniti. E’ stata installata una Corte di Giustizia alquanto conservatrice. I ministri delle Finanze si incontrano periodicamente nell’Ecofin.
I diversi paesi sono rimasti dunque, in sostanza, allo stato di partenza, ognuno crescendo o calando da solo, con in più la strettoia di una moneta unica che impedisce di aggiustare i conti attraverso le svalutazioni. Crescere è diventato più difficile e ad ogni stretta di crisi risorgono velleità nazionaliste, e fin xenofobe, oggi infatti assai diffuse. L’allargamento all’ex blocco dell’est, Russia esclusa, introducendo nazioni di scarsa solidità economica e scombussolate dal capovolgimento di un sistema politico e sociale, ha complicato il quadro, e costretto la Ue a un doppio regime: tutti ne fanno parte, ma alcuni fuori dall’euro, per ragioni opposte: la Gran Bretagna per non rinunciare alla sterlina, l’est europeo per non essere ancora in grado di stare al suo livello. La Germania avrebbe sperimentato sulla sua pelle le difficoltà di rimettere assieme un paese attraverso il quale era passata la frontiera fra est e ovest, riunendo due tessuti economici di forza affatto differente e due generazioni postbelliche formate su direzioni opposte.
La scelta liberista della Ue di lasciare piena libertà di movimento a capitali, uomini e merci apriva i confini nazionali e continentali a un via vai di esportazioni e investimenti che ha lasciato indebolite le economie europee. Essa interdiceva ai governi e alla Commissione di elaborare una linea di politica economica, e esponeva così le proprie classi lavoratrici, che avevano conquistato in Europa i migliori salari e normative di lavoro, alla concorrenza dei costi minimi e della mancanza di diritti della manodopera dell’ex blocco dell’Est e dei paesi asiatici. La capacità di trasformare gran parte del lavoro vivo in tecnologia, anziché far risparmiare tempo alla forza di lavoro, ne moltiplicava la produttività e riduceva la dimensione numerica e il potere contrattuale del lavoro.
E’ evidente nei governi di centrodestra, che sono andati sostituendo i socialisti e i centrosinistra degli anni novanta, l’intenzione di riavvicinare i salari europei al livello di quelli mondiali. La forza che avevano raggiunto nel dopoguerra i sindacati e i contratti nazionali è sottoposta a un fuoco incessante, e quando alcuni settori, come i metalmeccanici in Italia, resistono, i governi si industriano, in nome della deregulation, a far perdere di forza agli accordi fra le parti, introducendo una molteplicità di contratti diversi, il cui culmine è costituito da un precariato senza contratti. E’ una frantumazione della forza dei salariati e una riduzione di quella dei sindacati, che peraltro, formatisi nazionalmente, tendono a conservare i modesti margini raggiunti entro i confini nazionali, piuttosto che organizzarsi in una prospettiva continentale. Alla crisi delle sinistre politiche si somma l’assenza di una rappresentanza europea del lavoro. E una poderosa campagna ideologica per la quale il superamento della fabbrica fordista - con la sua direzione nei piani alti e la massa di manodopera che entrava e usciva dai cancelli - è gabellata per “fine dell’operaio” proprio mentre la mondializzazione aumenta un proletariato diffuso e inorganizzato.
Da parte sua la proprietà si unifica o divide attraverso fusioni o cessioni che passano oltre i confini nazionali, rendendo al massimo astratti i rapporti, inaccessibile la fisionomia del “padrone”, spaccando la manodopera e i suoi contratti attraverso le esternalizzazioni, mentre la libertà di movimento dei capitali induce i gruppi esteri più forti a fare incursioni nel know how di ciascun paese, acquistando questa o quella azienda, salvo spostarne le produzioni nei paesi dove il lavoro è a più basso costo.
L’occupazione europea scivola, quella giovanile cade, il potere di acquisto della forza lavoro diminuisce e con esso da domanda e le entrate degli stati. Per cui sale il debito pubblico e una politica di rigore segue all’altra, rendendo sempre più esigui i margini per la crescita. Il crollo del 2008-2009 di tutta Europa ha visto un modesto rialzo nel 2010 e in questa fine di 2011 la produzione rallenta di nuovo ovunque, compreso il paese più forte, la Germania.
Da parte loro, i capitali si spostano sempre di più dall’investimento in produzione a quello sui titoli finanziari, dove i profitti sono maggiori. La pressione delle banche, diventate tutte banche d’affari, e l’invenzione di una molteplicità di derivati - che si inanellano su se stessi fino a non avere a alcuna base su cui poggiare, con la formazione e lo scoppio di una “bolla” dopo l’altra - ha portato la finanza a raggiungere una dimensione molte volte superiore all’intero Pil mondiale. Gli allarmi e i propositi dei G20 non hanno fermato in nessun modo la finanza, neanche nei limiti minimi della abolizione dei paradisi fiscali.
L’esplicitazione del conflitto sociale aveva fatto dell’Europa alla fine degli anni ’70 la regione del mondo meno squilibrata fra ricchi e poveri, il prodotto lordo ripartendosi per quasi tre quarti al lavoro e per un quarto a profitti e rendite. Nel 2000 la quota dei salari era scesa di dieci punti percentuali, al 65%, e da allora non si è ripresa. La crescita del reddito si è concentrata sempre più nelle mani del 10% più ricco e, tra i ricchi, nell’1% dei ricchissimi. Le classi medie si sono impoverite e sono aumentate le aree di povertà assoluta. Cui fanno sempre meno fronte le politiche dello stato, costretto a ridurre il sostegno ai non abbienti e ogni forma di welfare, e imporre una maggiore tassazione dei redditi bassi e medi, nella propensione di classe a non colpire i grandi redditi, travestita da speranza che essi si risolvano a reinvestirli nella produzione.
Questa spirale e l’ostinazione a non colpire né le rendite né le transazioni finanziarie ha condotto la Ue all’attuale caduta della crescita e all’indebitamento crescente degli stati. Se a questo si aggiunge il flusso di migranti, prodotti dalla speranza di trovar in Europa il lavoro che manca in altri continenti, segnatamente in Africa, si intende come i paesi più esposti al loro passaggio, come l’Italia e la Spagna, pratichino misure di impedimento al loro accesso e di espulsione, non di rado su base etnica (i rom) che contrastano con tutti i principi di diritti, umani e politici, di cui la Ue suole vantarsi. Da parte sua, la manodopera europea, colpita aspramente dai suoi governi, non vede con solidarietà i disgraziati che sbarcano sulle sue coste: la guerra tra poveri è dichiarata.
Se liberismo, deregulation e libertà di movimento dei capitali rendevano difficilissima una politica economica degli stati e la interdicevano anche alla Ue, chi diventa la forza egemone dello sviluppo dell’Unione Europea?
La crisi aperta dalla catastrofe americana dei subprimes del 2008 e la crisi greca di oggi lo hanno evidenziato brutalmente. La sfera della decisione politica avendo consegnato da un lato alle priorità monetarie dall’altro al gioco dei mercati la maggior parte dei poteri che deteneva sull’economia, non è stata più in grado né di accompagnare né di correggere sviluppo o declino dei suoi paesi membri. L’accrescersi del debito greco, per gli squilibri crescenti dell’economia e una fiscalità ridicola, mentre l’Europa lasciava le sue banche specularvi a man salva, ha spinto quel paese all’insolvenza. Ma quando questa verità esplode, chi si trova davanti la Grecia? Non il Consiglio europeo né la Commissione, e tanto meno il Parlamento europeo. Si è trovata davanti l’asse franco-tedesco, le cui banche erano le sue più grosse creditrici.
Quale delle istanze europee ha incaricato Francia e Germania di affrontare la crisi greca? Nessuna. Alle spalle di Francia e Germania sono stati una Bce, il cui governatore era sulla via d’uscita per essere sostituito da Mario Draghi, e il Fondo Monetario Internazionale, diretto, dopo le sfrenatezze sessuali di Dominique Strass Kahn, dalla ex ministra francese delle finanze Christine Lagarde. Chi dunque della Ue dava autorità al presidente Sarkozy e alla cancelliera Merkel di decidere sul fallimento di un paese, sulla sua eventuale uscita dall’euro, sulle condizioni per evitare l’una e l’altra catastrofe (neanche prese in considerazione dai tentativi ripetuti di poderosi trattati)?
Il potere delle grandi economie, che avevano prestato alla povera Grecia. Un potere sancito dalle agenzie di rating. Esse hanno stabilito che la Germania, con i suoi surplus, è il solo paese a tre A che può accedere al credito al tasso del 2,5%; la Francia ha le tre A in bilico e deve pagare un tasso del 3%, l’Italia ha solo due A intere e deve pagare circa il 7% mentre la Grecia, sprovvista di buoni voti, deve pagare un tasso dal 24% al 30%, i creditori essendo così poco certi delle sue possibilità di rimborso da praticare interessi che costituiscono già parziale rimborso di capitale. Sono dunque la Germania e la Francia a porsi di fronte alla Grecia, debitrice soprattutto alle loro banche, e sono loro a predisporne il piano di salvataggio: tagli ai salari, tagli alle pensioni, vendita di tutti i beni pubblici possibili, imposte leonine e ventennali controlli. In cambio, il dimezzamento del valore dei titoli greci detenuti dalle banche private.
Quando il premier greco Papandreou, che ne aveva preso atto, ha dichiarato l’intenzione di sottoporre il piano a un referendum popolare, dato l’impegno enorme che esso costituiva per ogni cittadino greco, è venuto giù il mondo. Era un tradimento dell’Europa. Quando mai il popolo greco avrebbe votato il suo strangolamento? Già i cittadini del continente bocciavano di regola gli accordi europei loro sottoposti, e i governi preferivano farli passare dalle più docili maggioranze parlamentari. In breve, Papandreou e il parlamento hanno ritirato la proposta, il governo è caduto, una coalizione di unità nazionale porterà la Grecia a rapide elezioni. Questa è la fotografia esatta della democrazia in Europa. Il prossimo paese che si troverà nella medesima situazione sarà l’Italia.
A quale Europa si troverà di fronte? La stessa. Se i mercati - cortese astrazione per non dare nome ad assai concrete proprietà - hanno avuto ragione degli stati, va da sé che hanno liquidato il peso degli schieramenti politici. Quale Italia si troverà davanti a questa Europa?
Le residue sinistre radicali sono state escluse dalla rappresentanza grazie a una legge elettorale trappola e ai loro limiti - primo di tutti non aver esaminato i cambiamenti del capitale e del lavoro, cioè le dimensioni della finanza e la frantumazione del lavoro dipendente. Gli eredi democratici dell’ex partito comunista, confusi e pentiti di essere stati tali, sono balzati a piedi uniti sulla linea liberista cui i governi di centrosinistra li avevano consegnati, senza neppur arrestarsi sul fronte keynesiano. I socialisti in Italia non esistono più. Il centro - ammesso che abbia una presenza simbolica - non è che una destra presentabile. La malattia più grave è che il paese s’è affidato, per ben tre volte dal 1994, dunque con cognizione di causa, a quel crescente margine di confusa illegalità e corruzione che è stato il berlusconismo ed è parso a metà degli italiani quasi una disinvolta furberia, giustificata dal fiasco delle sinistre. Silvio Berlusconi e i suoi partiti sono stati questa nuova veste della dominazione democristiana, cui solo la sinistra della medesima s’è rifiutata. E le inclinazioni anticostituzionali del berlusconismo hanno trovato utilmente un alleato nel populismo della Lega, che è antieuropeo perché bassamente “sovranista”. Un fascismo inquieto e in via di qualche conversione non ha avuto la tempra di reggere alla coalizione di Berlusconi.
La pulizia che, sperabilmente,verrà fatta con la partenza di Berlusconi darà spazio a una destra liberista dura, che si intenderà con quella franco-tedesca per una terapia d’urto all’enorme debito pubblico italiano, il più ingente d’Europa. Ci attendono lacrime e sangue, e ce li meritiamo.
A moderarla può essere una riflessione dei primi padri dell’Europa, che stanno esprimendo alcune preoccupazioni per una deriva che trascinerebbe, dopo i paesi della periferia, anche il centro – la ricetta greca non potendosi estendere senza indurre una recessione dalla quale nessuno potrebbe salvarsi. La urgenza di mettere un limite all’espansione e alla dominazione della finanza, attraverso una tassazione consistente delle transazioni, la possibilita della Bce di acquistare sui mercati secondari parte dei debiti pubblici riducendo subito le razzie dei mercati, una riforma fiscale di tutti i paesi del continente e l’emisissione di bond per rilanciare una crescita oggi soffocata – nella linea delle nostre proposte – allenterebbe i vincoli che la sfera politica si è imposta e ne permetterebbe un inizio di riarticolazione antiliberista. Le scadenze elettorali imminenti in Francia e i Gemania, il – per ora assai confuso – rimescolamento delle carte in Italia, aprono alcuni spiragli a una modifica che non si limiti a orazioni di duro risanamento dei bilanci, con una risorgenza delle mortificate sinistre.
Dico risorgenza perche oggi come oggi, la sola risorsa politica e morale, cui farebbe bene a collegarsi subito quel che resta di sano nel sistema rappresentativo, sono i movimenti che si estendono su scala mondiale, sfiorando persino il santuario americano di Wall Street, e per l’Italia promotori dei referendum per l’acqua e i beni comuni, ecologisti, contrari al nucleare, per le piccole opere - fra le quali il risanamento idrogeologicio del paese - e, sperabilmente, per la cultura. Nel welfare preso a fucilate, scuola e sanità, la protesta non è mai cessata e ha la sua massa critica. Queste aperture delle coscienze e della voglia di battersi dovranno anche fare un salto, moralmente doveroso, verso una solidarietà con i paesi che sono state nostre colonie e che abbiamo lasciato, o forse indotto, alla disperazione della fame, delle malattie e delle guerre tribali.
Il fatto che anche in paesi economicamente meno disastrati siamo oggi a “crescita negativa” - come si usa dire – implica ripensare che significa “crescita”, da dove possono venire occupazione, redditi, tecnologie. La perdita di lavoro e la precarietà sono malattie della società; non solo diminuiscono le entrate pubbliche, elidendo i margini del welfare - educazione, salute, previdenza - ma scompongono ogni tensione di libertà e eguaglianza e solidarietà, i soli valori sicuri che il nosto continente ha prodotto per le sue genti.
La politica vive in questi soggetti e questi temi di fondo. Le proposte che il nostro dibattito sulla “rotta d’Europa” ha sviluppato sono una prima rivolta contro le tendenze, che possiamo senza esagerazione definire criminali, del capitale finanziario, della accumulazione sempre più ineguale, di un rigore verso i poveri che con la austerità non ha niente a che vedere.
E’ un primo ed elementare cambiamento della rotta attuale europea. Si può osservare che è un programma così ragionevole da ridare il senso perduto alla parola “riformista”. Ma è una svolta in direzione di una convivenza umana meno feroce, cui ci siamo troppo facilmente rassegnati.
Ha un titolo accattivante, il più recente libro di Giuseppe Prestipino: Diario di viaggio nelle città gramsciane (Edizioni Punto Rosso, pp. 548, euro 30). Sia chiaro, le «città gramsciane» a cui allude il titolo non sono Torino o Mosca, Vienna o Roma, per non parlare di Ales, Ghilarza o Turi. Le «città» cui allude Prestipino - riprendendo liberamente una tipologia di scansione storica proposta da Sorel - sono «la cité èconomique, la cité sociale, la cité savante e la cité morale», ovvero «disposizioni (o predisposizioni ) connaturate a tutti gli esseri umani» che hanno esercitato, esercitano e potranno esercitare in ogni diversa epoca storica un primato sul complesso delle attività sociali.
Economia, socialità, cultura, eticità: fattori logico-storici che secondo Prestipino Gramsci rimette in movimento, nel momento in cui interpreta il materialismo storico in modo del tutto non «ortodosso». Prestipino intende proseguire (con Gramsci, oltre Gramsci) questa opera di interpretazione del mondo storico-sociale, facendosi guidare dalla necessità di leggere una realtà sempre in movimento. E a partire dalla convinzione che il mondo contemporaneo sia sempre più caratterizzato dall'emergere del fattore culturale, accanto a cui i comunisti (le novità dell'analisi non mutano ma rafforzano, in Prestipino, la necessità di dirsi comunisti) dovranno riuscire ad affiancare la cité morale per poter dire di essere in vista della gramsciana «società regolata».
La rilettura di Gramsci così operata da Prestipino - che richiama alcune ricche suggestioni di Raymond Williams e incrocia sia pure parzialmente gli esiti di alcuni interpreti di Gramsci come Giuseppe Cospito e Fabio Frosini - sembra negare fondatezza all'impostazione marxista classica evocata dalla celebre (e un po' abusata) metafora struttura-sovrastruttura. È un salto d'analisi che pone molti interrogativi, non perché vi siano «ortodossie» da difendere, ma perché la formazione economico-sociale contemporanea (richiamo la categoria cara a un autore al quale Prestipino resta, nonostante tutto, legato per ragioni biografico-affettive: Emilio Sereni) mi sembra che veda più che mai centrale il primato dell'economico, anche se sempre più in simbiosi con la cité savante. Ma tale simbiosi quale segno di fondo ha? Per l'autore la situazione attuale è soprattutto dominata dal «moderno conoscere» o «moderna razionalità realizzatrice», a cui opporre la conoscenza come bene comune. Ma ciò non può avvenire che partendo dalla consapevolezza dell'odierna «determinazione in prima istanza» della cité èconomique - pena cadere in una variante dell'analisi, pur per molti versi affascinante, di Severino. Prestipino intravede piuttosto una «città futura» non che abolisca il presente o il passato (si tratta di superare, non di abolire), ma che sposi il presente dominato dal moderno conoscere con l'emergere di finalità etiche condivise. In ogni caso, gramscianamente, la distinzione tra le diverse cité - ricorda l'autore - è «metodica, non organica», la visione della realtà resta dialettica. Una ipotetica futura società comunista segnerà l'inizio di un'epoca storica che (riprendendo Dussel) Prestipino denomina «transmoderna». In essa non dovrà più prevalere il primato della statualità, neanche dello Stato integrale nel significato gramsciano: occorrono idee e anche termini nuovi - afferma l'autore - proponendo un nuovo orizzonte «cosmopolitico» all'altezza dei tempi .Non è quello di Prestipino - come si vede - tanto un libro su Gramsci, quanto di un libro che utilizza ampiamente Gramsci per una riflessione sulla storia della filosofia e sulla storia tout court, ma soprattuttosulla politica, ovvero sulla società attuale e sulle sue prospettive.
Le riflessioni sul mondo odierno (nei suoi aspetti economici, politici, sociali) si intrecciano con riflessioni sulla filosofia (da Leonardo a Vico a Hegel), sul marxismo (da Marx a Rosa Luxemburg, la più citata e, sembra di capire, la più amata, insieme a Gramsci), su alcuni dei maggiori intellettuali contemporanei (Garin, Luporini), sulla storia del comunismo (Stalin e lo stalinismo; la felice anomalia rappresentata dal Pci e poi la sua «morte»). Il tutto condito da ricordi autobiografici: poiché quella di Prestipino è una lunga e degna vita tutta spesa «da una parte della barricata», dalla giovinezza in Libia (dove maturò una precoce coscienza antifascista e poi comunista) alle dure battaglie del dopoguerra nella natia Sicilia e alla lunga militanza nel Pci, infine all'approdo nel Prc, dopo la sciagurata «svolta» occhettiana su cui l'autore torna - nella seconda parte del libro - indagandone le cause remote e prossime.
Filosofia, economia, politica, epistemologia, autobiografia. Non è facile riassumere i tanti motivi che nel libro si intersecano e si rincorrono, né semplificare la ricchezza e complessità di un'opera a tratti vulcanica. Quello che va segnalato è come quello dell'autore sia, nonostante l'età avanzata, un pensiero giovane perché mai nostalgico, mai rivolto al passato, sempre teso a «tradurre» le idee ed esperienze dei decenni trascorsi nelle forme nuove che devono assumere per avere efficacia oggi. L'importante è guardare avanti, senza però tradire la nostra storia e le nostre idee - ci dice Prestipino. E di un esempio come questo abbiamo davvero bisogno.
Occhi aperti su Venezia. Questo il titolo della collana di otto libricini (36 pag e 3euro l’uno) che la casa editrice lagunare Corte del Fontego, nata nel 2005, ha pensato semplicemente «per spiegare come “funziona” la città di oggi». Il problema, però, è che la Venezia di oggi è una città complicata. Difficile. In pericolo.
«Nella più recente edizione della guida di viaggi Lonley Planet, si dice che alcuni veneziani chiamano “Benetton Bridge” il ponte di Calatrava, perché Benetton ne ha in parte finanziato la costruzione, nella speranza di costruire un centro commerciale nell’edificio delle Ferrovie dello Stato». Questo passo del libricino Benettown, un ventennio di mecenatismo a cura di Paola Somma è significativo per capire tutto il lavoro della casa editrice.
E così, se da un lato l’inchiesta su quella che Paola Somma chiama «la fortunata conquista di Venezia da parte del gruppo Benetton», ci spiega come una città sia ormai consegnata nelle mani della famiglia più potente del nordest, il tutto a partire dall’acquisto nel 1992 tramite la finanziaria Edizioni Property dell’isolato del Ridotto, alle spalle di piazza San Marco, «che comprende il teatro del Ridotto, il cinema San Marco e una serie di negozi e uffici», Edoardo Salzano, urbanista e fondatore di eddyburg.it, incentra il suo lavoro, Lo scandalo del Lido, per spiegare «cultura e affari, turismo e cemento nell’isola di Aschenbach».
Come denuncia l’urbanista nell’incipit del suo lavoro, «ciò che sta accadendo al Lido di Venezia è l’illustrazione di un modello di uso del territorio e di sviamento dei poteri tipico dell’Italia d’oggi». E così il «connubio» tra cultura e affari è “cementato” dal turismo e dall’immobiliarsimo.
Tutto ebbe inizio, spiega Salzano, all’epoca della prima giunta Cacciari, anno 1993. Allora venne nominato assessore alla cultura e al turismo Gianfranco Mossetto, docente di scienza delle finanze a Ca’ Foscari, e «più tardi (2003) fondatore, e da allora presidente, della società di gestione finanziaria EstCapital».
E di Mossetto, Salzano ricorda ancora una battuta che pose ai suoi collaboratori: «quanto rende al metro quadro un museo?». Alla fine, due protocolli d’intesa e una serie di ordinanze del governo Berlusconi dopo, sommando il tutto all’ingresso nel business di società immobiliari e finanziarie, quello che resta del Lido è l’immagine della «pervasività» dei poteri «che spingono a trasformare la cultura in cemento».
Con “Occhi aperti su Venezia”, Marina Zanazzo, direttrice editoriale, e Lidia Fersuoch, direttrice scientifica, hanno creato un piccolo-grande caso cittadino. Un caso diviso in colori: linea rossa, che «propone argomenti veneziani critici, anche di stringente attualità, trattati da voci fuori dal coro»; linea verde, che «raccoglie brevi saggi dedicati alle acque veneziane», linea blu, «relativa ad architettura, urbanistica, storia, archeologia».
A Lo scandalo del Lido e a Benettown si affiancano altri sei lavori: La misura dell’acqua (di Paolo Pirozzoli) che indaga sul «come e perché varia il livello marino e quali le ripercussioni su Venezia»; La Laguna di Venezia (di Edoardo Salzano) che spiega il governo di quello che definisce «un sistema complesso»; Fermare l’onda (di Giannandrea Mancini), un excursus sulla «secolare battaglia contro il moto ondoso». Quindi Fronte del Porto e Costruire sull’acqua, (due lavori di Franco Mancuso), il primo per ripercorrere la vicenda urbanistica di Marghera, il secondo per spiegare «le sorprendenti soluzioni adottate per far nascere Venezia». Infine, Sotto Venezia (di Luigi Fozzati), breve saggio sull’archeologia «dimenticata». Otto libricini, quindi, per un unico progetto: aprire gli occhi su “quello che resta” del gioiello italiano. Un gioiello, stando alle inchieste di Paola Somma ed Edoardo Salzano, sempre più privato.
Un libro molto particolare. Nasce da una discussione pubblica tra filosofi, critici d'arte, sociologi per poi essere arricchito dei testi che costituiscono il background teorico a cui fanno riferimento i partecipanti all'incontro. La sua discontinuità, tuttavia, non è un limite, bensì uno dei motivi di interesse. Già il titolo - Il capitalismo divino, Mimesis edizioni, pp. 160, euro 14 - illustra bene il campo tematico su cui collocarlo, anche se l'andamento della discussione provoca sicuramente una sensazione di smarrimento.
L'incontro, che ha visto partecipare Borys Groys, Jochem Hörisch, Thomas Macho, Peter Sloterdijk e Peter Weibel, si è infatti consumato nel 2004, cioè quando nulla faceva supporre che da lì a tre anni la slavina dei mutui subprime e la valanga del cosiddetto «debito sovrano» avrebbero sollevato dubbi sulla fragilità del capitalismo. E tuttavia molti degli elementi che emergono dalla riflessione - e dai testi posti in appendice di Walter Benjamin, Max Weber, Friderich Engels e Slavoj Zizek - sono di stringente attualità.
Il punto di partenza è che il capitalismo è diventato una religione. Il riferimento è a un saggio scritto da Walter Benjamin nel 1921 - è ora riproposta con una nuova traduzione dagli editori Riuniti, che hanno cominciato a pubblicare gli scritti politici del teorico tedesco in una edizione curata da Massimo Palma -, dove veniva affermato che il capitalismo serve a dare risposta, così come accadeva in passato dalla religioni, alle inquietudini, le ansie e sofferenze degli uomini e donne. Benjamin, tuttavia, avvertiva che è una religione culturale, che non ha dogmi da proporre come precetti, ma appunto risposte mutevoli nel tempo e nello spazio. Rispetto a questa «provocazione», gli autori spesso scelgono la strada più mondana della constatazione che il capitalismo si presenta come una verità rivelata, che non tollera dubbi o contestazioni.
Posta questa constatazione, l'andamento della discussione presenta invece motivi di attualità. A sgomberare il campo da possibili fraintendimenti è Peter Sloderdijk. Il filosofo tedesco sostiene che una forma di capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva, domandandosi quale sarà l'etica che accompagnerà la sua evoluzione. Sicuramente non quella protestante, o cristiana, evocando il celebre saggio di Max Werner, bensì quelle - il plurale è d'obbligo - che vengono dalle religioni «orientali». Il taoismo, lo shintoismo, il confucianesimo, si potrebbe aggiungere, perché stabiliscono l'immanenza di una visione delle relazioni sociali fondate sull'armonia e sull'assenza di conflitti, elementi garantiti da forme statuali «maternalistiche», che si prendono cioè cura non solo dei corpi ma anche delle anime dei sudditi.
Lo Stato, cacciato dalla porta dalle ideologia liberale occidentale, rientra dalla finestra con il preciso ruolo, direbbe Michael Foucault, pastorale. Da questo punto di vista, il capitalismo contemporaneo può fare a meno della democrazia - in fondo è questa la caratteristica principale del cosiddetto neoliberismo - ma non dello Stato, che deve regolare la vita sociale per garantire armonia, ma anche per dare il contesto in cui fornire risposte alle domande, le inquietudini, le sofferenze umani. Così se il capitalismo è una religione, lo stato è il suo tempio, meglio la sua chiesa.
Con questa tesi, Peter Sloderdijk vuol porre il tema della superiorità del modello «orientale» di capitalismo rispetto a quello renano o anglosassone. Non solo perché la Cina, Singapore, l'India hanno tassi di crescita di gran lunga superiore, ma perché sono paesi che hanno elaborato sistemi politici «originali», cioè capaci di cancellare quell'ostacolo - la democrazia - che impedisce al capitalismo di continuare a svilupparsi. Ma, altro aspetto interessante, è che molti paesi occidentali hanno cominciato a riprodurre, e quindi ad adattare, quel modello sociale e politico. Il sarcasmo sul berlusconismo o sulla destra statunitense non è certo dovuto alla conclamata mancanza di statura politica di Silvio Berlusconi o George W. Bush, bensì al fatto che non potevano e possono liquidare così facilmente la democrazia parlamentare. E non a caso che Sloderdijk inviti a guardare con attenzione a quanto sta accadendo nella Russia di Putin.
Questa la provocazione, generalmente accolta dagli altri relatori al seminario riprodotto dal volume. Ma ogni intervento aggiunge elementi che meritano attenzione. Ad esempio quando viene indicato nei finanziari i monaci della religione capitalistica, che non invita più alla parsimonia come invece facevano i calvinisti, ma al godimento. Ma i finanzieri non sono uomini e donne edonisti. A modo loro invitano solo a seguire precetti, regole che possono garantire l'armonia e il superamento dello stato di necessità in cui tutti siamo condannati a vivere. I mercanti, i finanzieri e il consumo sono quindi monaci e regole di vita che consentano non la felicità, bensì la possibilità di vivere in armonia. Il capitalismo si è dunque «culturalizzato», perché quando vende merci sta in realtà proponendo stili di vita, modelli di relazioni sociali, mentre l'andamento della borsa valori è il barometro delle condizioni esistenziali dei singoli. Insomma, l'economia del brand, assieme al potere performativo della finanza, sono gli elementi costitutivi del capitalismo come religione.
Le tesi espresse nel volume andrebbero contestualizzate alla situazione attuale, dove c'è poco spazio, almeno in Europa e negli Stati Uniti, per l'armonia. Ma è indubbio che il nesso tra democrazia e capitalismo è sempre più tenue, così come è evidente che la finanza continua a svolgere il ruolo di governo non solo dell'economia ma della vita sociale. E fa molto sorridere sentire commentatori della vita politica italiana - ma accade lo stesso in Francia, Germania e Regno Unito - che un liberale è cosa diversa da un liberista. Nel capitalismo divino i chierici della finanza parlano infatti lo stesso idioma. Possono cambiare gli accenti, ma tra Mario Monti e Jean-Claude Trichet non c'è molta differenza. Entrambi sono custodi del «capitalismo come religione» e hanno una concezione della democrazia che farebbe arrossire Adam Smith, che non è certo secondo a nessuno per aver esaltato la mano invisibile del mercato.
Il museo che ricorda l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema da lunedì prossimo sarà chiuso. Lo ha annunciato il sindaco di Stazzema, Michele Silicani. «Mancano i fondi dello Stato», moroso già da due anni.
L’ultimo sfregio alla memoria porta in calce la firma del ministro per i beni e le attività culturali Giancarlo Galan. Centomila euro negati (equamente divisi tra il dovuto per il 2010 e il 2011) e il Museo della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema che si ritrova costretto a chiudere. Una doccia fredda, l’ennesima, in uno dei luoghi simbolo del dramma perpetrato in Italia dai nazifascisti. Era l’alba del 12 agosto 1944, quando tre reparti di SS, accompagnati da fascisti collaborazionisti, salirono a Sant’Anna (località classificata dal comando tedesco “zona bianca” ossia adatta ad accogliere sfollati) mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle. Gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi restarono nelle loro case. In poco più di tre ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata barbarie. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Il Parco della Pace, di cui il Museo della Resistenza è il cuore, è stato istituito con la Legge 381 dell’11 dicembre 2000 proprio con l’obiettivo di «mantenere viva la memoria storica di quei tragici eventi ed educare le nuove generazioni ai valori della pace, della giustizia, della collaborazione e del rispetto fra i popoli e gli individui».
PROMESSE DISATTESE
Tutto questo, all’agonizzante governo, sembra non interessare più. Perché dopo le rassicurazioni avute dalla giunta comunale lo scorso agosto a Roma (quando incontrò il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro, ottenendo un impegno a ripristinare il finanziamento al Parco per gli anni 2010 e 2011) il ministero ha risposto negativamente lunedì a una interrogazione in merito presentata alla Camera dalla deputata del Pd Raffaella Mariani. «E noi da lunedì chiudiamo. Uno dei luoghi più importanti della memoria in Italia viene cancellato così, con un colpo di spugna» si è sfogato ieri il sindaco di Stazzema Michele Silicani. «Il governo offende il ricordo di tutte quelle vittime ha aggiunto Nega un cifra come questa mentre nelle settimane scorse ha concesso oltre 2 milioni di finanziamento a quattro istituti di storia medievale». A Sant’Anna ogni anno arrivano in visita oltre 50mila persone, per quasi tre quarti studenti e giovani di tutta Europa che si recano sulle colline della lucchesia per visitare l’unico Parco nazionale della Pace il cui altro corrispondente al mondo si trova a Hiroshima. «Questi soldi sono una cifra di scarsa rilevanza per lo Stato, ma vitali per noi perché sono quelli con cui si pagano le utenze, la cooperativa di giovani e competenti operatori che accoglie e guida i visitatori e con cui si mantiene il decoro». Per il funzionamento del Parco ogni anno servono 200mila euro e più della metà arrivano dalla Regione Toscana che non si è mai tirata indietro.
CAUSA ALLO STATO
Ma l’amministrazione comunale di Stazzema non resterà con le mani in mano e preannuncia battaglia. «Politicamente e moralmente è una questione di grande gravità dire a chiare lettere che non vogliono finanziare chi si impegna per la pace ha concluso il sindaco Ma si apre anche un problema contabile: siamo decisi a fare causa allo Stato ed in particolare al ministero dei beni culturali per il mancato finanziamento di una legge nazionale che è in vigore a tutti gli effetti. Il nostro legale di fiducia ha già in mano tutte le carte per affrontare la causa». A dare man forte ci saranno anche i parlamentari del Pd. «Da sottosegretario ai beni culturali nel 2006 mi trovai nella stessa situazione ha ricordato il senatore Andrea Marcucci Berlusconi non aveva onorato le quote per cinque anni, così trovammo le risorse per saldare il pregresso e istituire il Museo. Il diniego del ministro Galan è uno schiaffo a un simbolo sacro della nostra Repubblica».
Una sfida capitale per la filosofia politica è quella del dileguarsi di un affidabile "noi". Il soggetto collettivo subisce attacchi, deformazioni, rimescolamenti che lo sottopongono a una geografia variabile. Diventa così più difficile costruire un edificio concettuale liberaldemocratico con solide basi e capace di ospitare progetti politici di lunga durata. La tendenza del noi a liquefarsi è un effetto dell´accelerazione della vita sociale e della caduta di barriere, come le distanze, le abitudini e i ritmi regolari di crescita economica, tutti fattori che davano forza e stabilità a diversi "noi": la nazione, la cittadinanza, la classe, la fabbrica, il posto fisso, il gruppo politico, la città, la parrocchia. Il vacillare di tanti pilastri smentisce i teorici che ritengono il liberalismo dottrina pura e cristallina, immunizzata rispetto alla storia.
Seguiamo allora lo sforzo di due dei più maturi e affermati filosofi italiani per rinnovare l´attrezzatura concettuale: Salvatore Veca con le sue quattro lezioni in L´idea di incompletezza, (Feltrinelli) – e Alessandro Ferrara con il suo saggio Democrazia e apertura (Bruno Mondadori). La sfida è il pluralismo radicale che rende difficile anche parlare di "bene comune". "Comune" a chi? A noi italiani? europei? precari? indignati? umanità tutta, boat-people compresi? o solo padani?
Omnia mutantur, tutto si trasforma – seguiamo Veca sotto l´insegna delle Metamorfosi di Ovidio –, ma non è solo la realtà cangiante intorno a "noi" a dare spettacolo; la parte più sorprendente del cambiamento, quella che fa talvolta inorridire è il mutamento del "noi", che trasfigura miracolosamente gli esseri, come nei miti umano e divino, animale e vegetale, l´uno nell´altro. Riprendiamo allora, con Veca, la lezione di Isaiah Berlin sulla pluralità dei valori e sui «diversi modi di essere umani» e facciamocene una ragione anche in questa parte del mondo, l´Europa, che ha di più protetto una certa "purezza"nelle nicchie nazionali. La purezza, sostiene il pensiero pluralista, si addice all´olio d´oliva, ma non alle faccende sociali, mentre l´orizzonte dell´umanità è meticcio e creolo. Il che ci appare quasi ovvio se guardiamo al passato: chi può negare oggi i benefici dell´immigrazione dal Sud e l´apporto che ha dato al miracolo italiano e all´identità nazionale? Eppure all´epoca a Torino negli annunci immobiliari si leggeva: «non si affitta a meridionali». Troviamo naturale non riconoscere per il presente e il futuro quello che riconosciamo per il passato. Non ci dispiace vedere rappresentate le variazioni del noi, più o meno drammatiche e foriere di tanti successi, che avvennero allora, ma quelle di oggi fanno male. Così un giorno (tra vent´anni?) ci racconteremo ridendo la Lega e la sua retorica segregazionista. E che cosa diremo del milione di romeni che intanto saranno diventati italiani?
Anche per questo il filosofo "colleziona storie" che documentano il nostro stato di perenne provvisorietà e se ne vale per esplorare nuove connessioni, nel tentativo di trovare in questa contingenza le risorse per alimentare empatia: siamo intrinsecamente "insaturi" e la nostra identità è fatta di cose prese a prestito. Lo sguardo sul passato aiuta a metabolizzare il presente indigesto.
Fin qui Veca, mentre il percorso filosofico di Ferrara è più direttamente rivolto alla ricerca dell´ethos democratico per un "noi" ad assetto instabile. Abbiamo imparato che la democrazia vive non solo di regole ma anche di uno spirito sottostante e che di questo spirito fa parte una certa passione per il rispetto reciproco, per l´individualità, per l´eguaglianza. Tanto bastava in una situazione coerente del "noi", ma adesso la grande debolezza delle nostre lealtà e l´affacciarsi di tante altre possibili lealtà al supermarket del mondo globale con le sue continue offerte speciali, di confessioni e miscredenze, missioni e appartenenze a scadenza breve, la passione che serve è quella per l'"apertura", la disponibilità al nuovo, la prontezza nel fronteggiare l´inatteso.
Quanti anni (o generazioni) ci sono voluti per sviluppare lealtà a una religione, a un progetto politico, a un sindacato, a un movimento? Non abbiamo più tanto tempo. Non possiamo permetterci lunghe fasi di navigazione col pilota automatico, serve la capacità di esplorare nuove possibilità, di considerare alternative cognitive e pratiche diverse da quelle cui siamo abituati. L´«infrastruttura affettiva ed emotiva della democrazia», che Ferrara va cercando, ha bisogno di questa dote, che fa parte da sempre del corredo umano, ma può addormentarsi per lunghi cicli narcolettici. Serve allora chi cerca di risvegliare l´attitudine a gestire l´imprevisto, come certi esercizi muscolari, più utili se fatti su una piattaforma traballante che su un pavimento immobile. La società aperta ha bisogno di quei muscoli che sono le menti allenate al pluralismo radicale, che è diventato il nostro orizzonte quotidiano.
Lo svizzero Hans Bernoulli (1876-1959) - architetto, urbanista, docente, politico, umanista e poeta - è stato un maestro indiscusso per quanti tra gli anni 50 e i 70 si confrontavano con i problemi della città. Nel suo “La città e il suolo urbano” (a suo tempo famoso e oggi riedito), ripercorre le alterne vicende della proprietà dei terreni dal primo Medio Evo ai suoi tempi. Edoardo Salzano nella prefazione alla nuova edizione riprende il tema, lo porta avanti fino a oggi e lo proietta verso il domani. Ne parlo perché condivido con loro la convinzione che stia ancora lì uno dei nostri maggiori problemi.
Bernoulli ricorda che la proprietà delle terre apparteneva in origine al signore feudale, che dava in concessione i singoli appezzamenti ai suoi sudditi perché le coltivassero e ci si costruissero sopra le case, e che decideva il disegno originario dei nuovi abitati da cui ebbe poi origine l’“Europa dei Comuni”. Attraverso i secoli le situazioni si sono ovviamente differenziate. Il punto di svolta arrivò con la rivoluzione francese che - nell’abolire la proprietà fondiaria insieme agli altri privilegi di nobili e clero - non si curò di riportare i terreni a forme di proprietà comunale ma ne fece beni da dare in possesso diretto ai singoli cittadini.
Da questa privatizzazione frazionata dei suoli sono derivati via via quei processi di speculazione venale che hanno così negativamente influenzato le nuove espansioni urbane, ostacolandone tra l’altro disegni ispirati a concezioni unitarie. Da lì le reazioni sporadiche intese a orientare le nuove edificazioni verso terreni di proprietà comunale per recuperarne il controllo (vedi l’esperienza delle città-giardino agli inizi del XX Secolo). Ma sono state eccezioni. Di norma - e nelle condizioni italiane in particolare, e soprattutto dagli anni 50 del secolo scorso in avanti - è stata in larga misura la speculazione sulle aree a determinare gli sviluppi caotici di tante città.
Il liberal-socialista Bernoulli era un convinto sostenitore della necessità che la proprietà dei terreni tornasse in mano pubblica così da poter mantenere il controllo sugli sviluppi urbani futuri, e che essi dovessero poi esser ceduti in uso ai cittadini (suo lo slogan «il suolo alla collettività, le case ai privati») attraverso il “diritto di superficie”: forma di concessione che riserva al Comune il diritto di rientrare in possesso dei suoli a scadenze prestabilite (99 anni secondo la prassi britannica) incluse le costruzioni tirate su nel frattempo dai concessionari, da indennizzare tenendo conto del relativo degrado.
Posizioni, a rifletterci, più avanzate rispetto alle sinistre attuali... E venendo all’Italia: la nostra Costituzione (art.42) prevede l’esproprio dei terreni «per motivi di interesse generale» e «salvo indennizzo»: ma le interpretazioni della Corte Costituzionale hanno poi portato a far coincidere gli indennizzi con i valori di mercato continuamente crescenti dei suoli, rendendo così le espropriazioni su vasta scala proibitive per i Comuni. Ne è seguita una sempre maggiore difficoltà di disciplinare attraverso i Piani Regolatori crescite e trasformazioni urbane, lasciate in balìa della speculazione fondiaria da un lato e dall’abusivismo edilizio dall’altro. Situazione dalla quale è poi conseguita una sorta di svolta-a-destra attraverso il ricorso all’“urbanistica contrattata”: lasciare cioè che sia la proprietà fondiaria stessa a fare i progetti e a “contrattarne” poi con il Comune la realizzazione. Non più dunque la collettività che si dà il piano secondo i bisogni dei cittadini, ma lo sviluppo urbano deciso dai proprietari dei suoli secondo i propri interessi.
Questo il “rito ambrosiano” adottato dal Sindaco Albertini a Milano. Da lì il tentativo berlusconiano (fortunatamente bloccato dalla fine della legislatura) di varare una “legge Lupi” espressamente basata sulla contrattazione. E da lì la proposta di segno opposto degli “amici di Eddyburg” di cui parla Salzano nella sua prefazione a Bernoulli (www. eddyburg. it è il sito internet) di una legge urbanistica basata invece sulla concezione del territorio come “bene comune” e sull’assunzione del suo governo da parte delle collettività locali di cittadini attraverso gli strumenti della “democrazia partecipata” (di cui parla Massimiliano Smeriglio nel suo saggio recente sulla “Città comune”, ed. DeriveApprodi).
Vedete che siamo di fronte a problemi coi quali le sinistre non potranno fare a meno di confrontarsi nell’immediato futuro. Bisognerà riparlarne... Mi limito qui ad anticiparne due aspetti.
Il primo è quello dei “limiti”. Dello smetterla una volta per tutte di costruire sulle aree rimaste ancora libere. Valga il vero: dalla seconda guerra mondiale la superficie coltivabile del nostro paese s’è ridotta a meno della metà proprio a causa delle espansioni edilizie, che da gran tempo non sono più motivate da aumenti di popolazione né dal bisogno di case (ce ne sono anche troppe, sono i quattrini per andarci a abitare che mancano a tanti). Ma è anche per quel che s’è detto e ridetto degli equilibri idrogeologici da salvaguardare - e in vista dei rischi di inaridimento crescenti, e per la necessità di sopperire ai bisogni primari nel caso le cose volgessero al peggio - che non possiamo assolutamente permetterci di occupare altri spazi con le costruzioni. Il che vuol dire arrivare a metterci in testa - e darci come regola invalicabile, salvo eccezioni rarissime - che d’ora in avanti le trasformazioni urbane andranno fatte soltanto “ricostruendo sul già costruito”. Cosa non solo possibile ma conveniente, oltreché necessaria per fronteggiare il degrado delle città e per adeguarne spazi e strutture alle sempre nuove esigenze.
Il secondo aspetto ha a che fare con l’estetica urbana. E prende le mosse dalla domanda: ma com’è che lungo tutta la storia re e imperatori, papi e boiardi assortiti hanno lasciato ai posteri memoria di sé attraverso splendide architetture, abbellimenti spettacolari di paesi e città (e oggi ancora c’è chi maschera le proprie speculazioni immobiliari dietro le prestigiose architetture di un Renzo Piano) mentre storicamente è tanto più raro il caso che siano le comunità popolari a creare bellezza? Questione di soldi, d’accordo, e di diversa cultura, e di chi sta sopra e chi sotto... Ma è mai possibile che oggi ancora non ci sia modo, a livello di amministrazioni democratiche locali, di darsi come obiettivo primario l’armonia degli spazi di vita?
Mi piacerebbe, ripeto, che una qualche risposta a queste domande potesse venire da una riflessione della sinistra sui temi proposti da Bernoulli, Salzano e gli “amici di Eddyburg”. Anche perché - tra i modi possibili per uscire dal vicolo cieco della logica economicistica dalla quale per due secoli e passa ci siamo lasciati così sciaguratamente coinvolgere - questo del darci la dimensione umana e l’estetica cittadina come obiettivi primari per il governo municipale-diretto di cui parla Smeriglio potrà essere tra i più gratificanti. Certo è tra quelli meno esplorati finora.
Vedete che per il dopo-vacanze problemi non ce ne mancano.
Com´è possibile che un caldo autunno americano, sul modello della primavera araba, distrugga il credo dell´Occidente, cioè la visione economica dell´american way? Com´è possibile che il grido "Occupy Wall Street" raggiunga e trascini nelle piazze non soltanto i ragazzi di altre città americane, ma anche quelli di Londra, Vancouver, Bruxelles, Roma, Francoforte e Tokio? I contestatori non sono andati soltanto a far sentire la loro voce contro una cattiva legge o a sostenere qualche causa particolare: sono scesi in piazza a protestare contro "il sistema". Ciò che fino a non molto tempo fa veniva chiamato "libera economia di mercato" e che ora ricomincia a essere chiamato "capitalismo" viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a una critica radicale. Perché il mondo è improvvisamente disposto a prestare ascolto, quando Occupy Wall Street rivendica di parlare a nome del 99% dei travolti contro l´1% dei profittatori?
Sul sito web "WeAreThe99Percent" si possono leggere le esperienze personali di quel 99%: quelli che hanno perduto la casa nella crisi del settore immobiliare; quelli che costituiscono il nuovo precariato; quelli che non possono permettersi nessuna assicurazione contro le malattie; quelli che devono indebitarsi per poter studiare. Non i "superflui" (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze. Questo delegittima e destabilizza "il sistema".
Certo, il rischio finanziario globale non è (ancora) una catastrofe finanziaria globale. Ma potrebbe diventarlo. Questo condizionale catastrofico è l´uragano abbattutosi nel mezzo delle istituzioni sociali e della vita quotidiana delle persone sotto forma di crisi finanziaria. È irregolare, non si muove sul terreno della costituzione e della democrazia, reca in sé la carica esplosiva di un fenomeno ancora in gran parte sconosciuto, anche se stentiamo ad ammetterlo, e che spazza via le nostre consuete coordinate orientative. Nello stesso tempo, in questo modo una sorta di comunità di destino diventa un´esperienza condivisa dal 99%. Ne possiamo cogliere il segno nei saliscendi repentini delle curve finanziarie, che con le loro montagne russe rendono immediatamente percepibile il legame tra i mondi. Se la Grecia affonda, è un nuovo segnale del fatto che la mia pensione in Germania non è più sicura? Cosa significa "bancarotta di Stato", per me? Chi avrebbe immaginato che proprio le banche, così altezzose, avrebbero chiesto aiuto agli Stati squattrinati e che questi Stati dalle casse cronicamente vuote avrebbero messo in un batter d´occhio somme astronomiche a disposizione delle cattedrali del capitalismo? Oggi tutti pensano più o meno così. Ma questo non significa che qualcuno lo capisca.
Questa anticipazione del rischio finanziario globale, che si fa sentire fin nei capillari della vita quotidiana, è una delle grandi forme di mobilitazione del XXI secolo. Infatti, questo genere di minaccia è ovunque percepito localmente come un evento cosmopolitico che produce un cortocircuito esistenziale tra la propria vita e la vita di tutti. Simili eventi collidono con la cornice concettuale e istituzionale entro cui abbiamo finora pensato la società e la politica, mettono in questione questa cornice dall´interno, ma nello stesso tempo chiamano in causa sfondi e presupposti culturali, economici e politici assai differenti; analogamente, la protesta globale si differenzia a livello locale.
Sotto il diktat dell´emergenza le persone fanno una specie di corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo finanziario nella società mondiale del rischio. I resoconti dei media fanno emergere la separazione radicale tra coloro che generano i rischi e ne traggono profitto e coloro che ne devono scontare le conseguenze.
Nel Paese del capitalismo da predoni, gli Stati Uniti, sta prendendo forma un movimento di critica del capitalismo - ancora una volta, si tratta di un evento imprevedibile. Abbiamo detto "follia" quando è crollato il muro di Berlino. Abbiamo detto "follia" quando, il 9 settembre del 2001, le Twin Towers di New York si sono disfatte nella polvere. E abbiamo detto "follia" quando, con il fallimento di Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria globale. Cosa significa "follia"? Anzitutto una conversione spettacolare: banchieri e manager, i fondamentalisti del mercato per antonomasia, fanno appello allo Stato. I politici, come in Germania Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fino a non molto tempo fa esaltavano il capitalismo deregolato, dal giorno alla notte cambiano opinione e bandiera, e diventano fautori di una sorta di socialismo di Stato per ricchi. E ovunque regna il non-sapere. Nessuno sa cosa sia e quali effetti possa realmente produrre la terapia prescritta nella vertigine degli zeri. Tutti noi - vale a dire il 99% - siamo parte di un esperimento economico in grande, che da un lato si muove nello spazio fittizio di un non-sapere più o meno inconfessato (si sa solo che, quali che siano i mezzi adottati e gli obiettivi perseguiti, bisogna impedire qualcosa che non deve in nessun modo accadere), ma, dall´altro, ha conseguenze durissime per tutti.
Si possono distinguere diverse forme di rivoluzione: colpo di Stato, lotta di classe, resistenza civile ecc. I pericoli finanziari globali non sono nulla di tutto ciò, ma incarnano in modo politicamente esplosivo gli errori del capitalismo finanziario neoliberista che è stato ritenuto valido fino a ieri e che, con la violenza del suo trionfo e della catastrofe ora incombente, esige la loro presa d´atto e la loro correzione. Essi sono una sorta di ritorno collettivo del rimosso: alla sicurezza di sé neoliberista vengono rinfacciati i suoi errori di partenza.
Le crisi finanziarie globali, che minacciano in tutto il mondo le condizioni di vita delle persone, producono un nuovo genere di politicizzazioni "involontarie". Qui sta il loro bello - in senso politico e intellettuale. Globalità significa che tutti sono colpiti da questi rischi, e tutti si ritengono colpiti. Non si può dire che ciò abbia già dato origine a un agire comunitario; sarebbe una conclusione affrettata. Ma c´è qualcosa come una coscienza della crisi, che si nutre del rischio e rappresenta proprio questo tipo di minaccia comune, un nuovo genere di destino comune. La società mondale del rischio - questo mostra il grido del "99%" - può acquisire una consapevolezza matura di sé in un impulso cosmopolitico. Ciò sarebbe possibile se si riuscisse a trasformare la dimostrazione oggettiva di condizioni che si rivolgono contro sé stesse in un impegno politico, in un movimento Occupy globale, nel quale i travolti, i frustrati e gli affascinati, ossia tendenzialmente tutti, scendono in piazza, virtualmente o effettivamente.
Ma da dove nasce la forza o l´impotenza del movimento Occupy? Non può trattarsi soltanto del fatto che perfino gli squali di Borsa si dichiarano solidali. Il rischio finanziario globale e le sue conseguenze politiche e sociali hanno tolto legittimità al capitalismo neoliberista. La conseguenza è che c´è un paradosso tra potere e legittimità. Grande potere e scarsa legittimità da parte del capitale e degli Stati, e scarso potere ed alta legittimità da parte di quelli che protestano in modo pittoresco. È uno squilibrio che il movimento Occupy potrebbe sfruttare per avanzare alcune richieste basilari - come ad esempio una tassa globale sulle transazioni finanziarie - nell´interesse correttamente inteso degli Stati nazionali e contro le loro ottusità. Per applicare questa "Robin Hood Tax" si dovrebbe dar vita in modo esemplare ad un´alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale. Quest´ultima potrebbe così compiere il salto quantico consistente nella capacità degli attori statali di agire in una dimensione trans-statale, cioè al di qua e al di là delle frontiere nazionali. Se questa esigenza viene espressa perfino dalla cancelliera federale tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Sarkozy perlomeno nella forma di un bello slogan, allora si può senz´altro accreditare a questo obiettivo una possibilità di realizzazione.
In termini generali, nella consapevolezza globale del rischio, nell´anticipazione della catastrofe che occorre impedire ad ogni costo, si apre un nuovo spazio politico. Nell´alleanza tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale ora si potrebbe ottenere, alla lunga, che non sia l´economia a dominare la democrazia, ma sia, al contrario, la democrazia a dominare l´economia.
Contro la percezione - che sta diffondendosi rapidamente - di una mancanza di prospettive forse può aiutare la consapevolezza del fatto che i principali avversari dell´economia finanziaria globale non sono quelli che ora piantano le loro tende nelle pubbliche piazze di tutto il mondo, davanti alle cattedrali bancarie (per quanto importanti, anzi indispensabili siano le iniziative di questi contestatori); l´avversario più convincente e tenace dell´economia finanziaria globale è la stessa economia finanziaria globale.
(Traduzione di Carlo Sandrelli)
Non bisogna aver paura di "mutare il gioco" per evitare che continui l´egemonia culturale della destra anti-Stato. Fuori dall´Occidente si scoprono prospettive diverse: i paesi emergenti inventano modi di crescere ecologicamente compatibili. Il nuovo saggio di Rampini è uno sguardo cosmopolita sui modelli alternativi per superare la crisi
Già da molti anni Federico Rampini ci ha abituati a nomadizzare, con i libri su Cina, India, America. Ma questa volta si ferma, mescola le cose viste, ed estrae una sua sintesi. Questa volta il giornalista errante vuole influire sulla pòlis, e specialmente sulla provincia della pòlis che gli è vicina: la sinistra. Il suo ultimo libro è una lettera (Alla mia sinistra, Mondadori) e il nomade si trasforma in pedagogo, che insegna l´arte preziosa che ha appreso: lo sguardo cosmopolita.
Il suo cosmopolitismo non nasce da una dottrina, da cui viene dedotta l´apertura, curiosa, al diverso. Nel suo cammino verso la condizione di cittadino del mondo, Rampini adotta il metodo induttivo. È esplorando realtà e fatti lontani che le lenti cosmopolite si impongono, come unico metodo per capire il presente: grazie a esse scopriamo che Italia, Europa, Occidente, sono frammenti d´un mosaico più vasto, e sorprendente. Chiusi nei recinti nazionali, crederemo di vedere, ma non vedremo. È una delle lezioni del libro. Il lettore sarà impressionato dalla mole di notizie sul miracolo economico di India, Cina, Brasile, o sulla globalizzazione che si fa caos cruento ai confini tra Messico e Stati Uniti (viene in mente l´atroce serie di morti in 2666 di Roberto Bolaño). La sua Cindia (Cina+India), il suo Brasile, la sua America, ci pare di conoscerli un po´ anche noi, quando chiudiamo il libro: di penetrarne splendori e miserie.
Vediamo un capitalismo che secerne al tempo stesso prodigi e degradi inauditi, in incessante movimento. Vediamo meglio noi stessi, e come tuttora ci illudiamo di essere centro del mondo. Il bello del libro è che ne esci lettore in metamorfosi: una strana condizione, non dissimile dalla scoperta, nella pittura pre-rinascimentale, della prospettiva.
È fatta di antinomie la prospettiva: di spazi scoperchiati. Siamo abituati a parlare di recessione, dopo il collasso del 2007-2008, ma non tutti la vivono così. Per un´enorme parte della terra (i Bric, cioè Brasile, Russia, India, Cina) la crisi non è Grande Contrazione. È nuovo inizio, promesso a milioni di reietti. È una formidabile «redistribuzione della speranza», scrive l´autore. Si accompagna a svolte geopolitiche di cui appena ci rendiamo conto: non si contraggono solo i nostri consumi, il nostro welfare. Si raggrinza l´America del Nord, come l´Europa dopo le guerre del ´900. Sono passati appena dieci anni, da quando Washington si autoproclamò nuova Roma imperiale: la malinconia cattura ora anche lei, come catturò l´Europa. Gli spiriti animali del capitalismo, euforici, hanno traslocato in Brasile, Cina, India. Lì la Storia ricomincia.
C´è un interrogativo cruciale posto da Rampini: «Poteva andare altrimenti?» Erano fatali, in Occidente, il naufragio delle speranze e della politica, il predominio di anonimi poteri finanziari cui per decenni è stata concessa la sregolatezza, la frode degli impuniti, il baratro infine che ha risucchiato il nostro capitalismo? Non era affatto ineluttabile, tutto poteva andare diversamente se avessero prevalso la legge, l´etica pubblica. Chi ha visto il terribile film di Charles Ferguson sulla crisi, Inside Job, sa di che parliamo. Non era fatale che la sinistra s´insabbiasse nel mimetismo, cedesse al caos del mercato: soprattutto l´osannata sinistra riformista di Clinton, Blair, che facilitò l´egemonia della destra e la sua letale deregolamentazione.
Rampini non esita a parlare di plutocrazia: un termine forse troppo incandescente (fu usato dai fascismi contro la democrazia). Quel che è osceno, nel potere della ricchezza, è l´uso che se ne fa: la disuguaglianza patologica che ha prodotto, l´arroganza imperiale, l´assenza di limiti, dunque di morale. La crisi ha rivelato una corruzione mentale profonda delle élite, e il declino della morale occidentale è l´evento del secolo. Il 29 gennaio 2002, poco dopo l´11 settembre, Paul Krugman scrisse un memorabile articolo sul New York Times (“The great divide”): non era stato l´11 settembre a «cambiare ogni cosa». Il punto di svolta che smascherò il nostro marciume, lo ricorda anche Rampini, fu lo scandalo Enron, la gloriosa società legata a Bush e Dick Cheney, travolta il 2 dicembre 2001 dal falso in bilancio.
Tutto poteva andare diversamente: da quest´analisi autocritica urge partire. La storia non si fa con i se ma la coscienza storica sì. L´Europa sarebbe diversa, se fosse stato attuato il piano Delors su comuni investimenti, finanziati da euro-obbligazioni. Se l´euro non fosse restato senza Stato. Se qualcuno avesse voluto davvero «cambiare il gioco». Rampini riserva parole dure a quel che disse Tommaso Padoa-Schioppa, quand´era ministro dell´economia: «La tasse sono una cosa bellissima». Forse dimentica che bellissima per lui non era l´azione del pagare, ma l´idea che il consumatore si sentisse contribuente a beni comuni (strade, scuole, trasporti): frasi del genere, eretiche, «cambiano il gioco». Rampini stesso denuncia la rivolta americana del Tea Party contro statalismo e fisco. È la conferma che spesso votiamo contro noi stessi: «Per un´illusione ottica sconcertante, o un miraggio collettivo, il 16 per cento degli americani è persuaso di appartenere all´1 per cento dei più ricchi (...). L´idea che qualunque intralcio alla libertà di mercato ci rende tutti un po´ più poveri, e prigionieri di uno Stato oppressivo, ha una forza irresistibile nella cultura di massa americana».
Se le cose potevano andare diversamente ieri, tanto più oggi. La scoperta della prospettiva (di un pianeta non più dominato dall´occidente) aiuta a escogitare modi di vivere diversi, adatti alla Grande Contrazione. Modi cui Rampini dedica il bel capitolo finale: basati sulla sottrazione, non sull´addizione del superfluo. Sono vie percorribili e non tristi, contrariamente a quel che si disse quando Berlinguer o Carter parlarono (nel ´77 e ´79) di austerità. Proprio i paesi emergenti inventano oggi crescite ecologicamente vigili. Il Brasile escogita l´automobile di biofibre, o il bioetanolo ricavato da canna da zucchero. Per scoprire nuove idee basta guardare dove la speranza rinasce. Basta inforcare gli occhiali cosmopoliti.
Di una cosa l´autore è convinto: l´egemonia culturale, dopo la crisi petrolifera del ´73, è la destra anti-Stato a conquistarla. E il fallimento non sembra intaccarla. È la vera sfida che la sinistra ha di fronte. Ma come nell´800 e ´900, la socialdemocrazia è forse la soluzione. È socialdemocratico il Brasile di Lula. È socialdemocratico il modello tedesco, austero custode dello Stato sociale anche quando governano i democristiani: unica alternativa alla Cina, secondo Rampini.
Tutto questo, Rampini lo scrive alla sinistra, perché non abbia paura di «cambiare il gioco». Perché apprenda la prospettiva. Perché non viva anch´essa, come i populisti, nella «menzogna permanente». Perché non diventi, come Obama, un soldato missing in action, che non dà più segno di vita: o perché morto in battaglia, o perché caduto in mano nemica, o perché disertore.
Prendete cinque regioni italiane, due al sud (Sicilia e Sardegna), una al centro (Umbria) e le altre due al nord (Lombardia e Piemonte). E vi renderete conto che l'Italia, pur ricca di contraddizioni, è davvero una sola nazione, senza grandi differenze né politiche né sociali. Perché a Palermo come a Cagliari, a Perugia, Milano, Torino e dintorni tutti predicano bene e razzolano male. Perché uno dei temi centrali di ogni Stato, “il governo privato del territorio”, ha avuto e continua a mantenere, dovunque, tratti in comune.
I risultati? Sostanzialmente nefasti perché il diritto privato ha avuto più spazi e più megafoni del diritto pubblico, i comportamenti generali “hanno influito e influiscono pesantemente sulle scelte strategiche locali a scapito degli interessi collettivi”. Detta legge la speculazione non la soddisfazione dei bisogni collettivi. All'uso plurale del bene terra è subentrato quello egoistico. Nonostante ci siano state anche leggi lungimiranti, buone. Il caso Sardegna, col Piano paesaggistico della giunta Soru apprezzato in sedi internazionali, è un esempio riconosciuto di best practice. Ma – lo scrivono Francesco Memo, Sara Rancati e Francesca Zajczyk occupandosi della ricca Lombardia – si assiste a una sorta di capitolazione del bene collettivo perché “molte amministrazioni, e i loro apparati tecnici, non sono ancora abituati all'assunzione di responsabilità interpretativa e progettuale in fase di attuazione delle scelte di piano”. Agli interessi politici – talvolta leciti, molto più spesso loschi e sempre in nome del dio mattone – aggiungete il mancato coinvolgimento dei cittadini (tacciati chissà perché di “incompetenza” ma con diritto al voto). Con l'aggravante del “peso della burocrazia che soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno ha costituito un vero e proprio freno allo sviluppo”. Non esiste insomma un “bilancio partecipato”. I cittadini nulla sanno di piani e progetti. Non agiscono ma subiscono. Non partecipano, non sono neanche chiamati a partecipare e perciò sono travolti dall'avidità di lobbies consolidate. La palla è giocata dai soli portatori di interesse non dai cittadini soggetto di diritti civili. Cittadini che sarebbero “facilmente in grado di capire se le decisioni formulate siano dettate da interessi particolari, meramente speculativi e, al limite, originate da corruzione.
È proprio il ruolo del cittadino - non coinvolto per nulla in alcuna parte del BelPaese – uno dei temi più intriganti e innovativi del libro edito da Laterza “Esperienze di governo del territorio” curato dalla sociologa sassarese Antonietta Mazzette, certamente uno degli studiosi più attenti ai problemi della vivibilità dei centri urbani non solo in Italia e in Europa. La Mazzette - che ha radiografato città come Dubai e Genova, come Friburgo e Nuoro – si rende conto che l'Italia sociale ha conosciuto “due tipi di sconfitta” perché “una politica debole è andata di pari passo con la crescita del peso assunto dagli interessi privati”. E allora non ci si deve meravigliare se il nostro è il Paese delle frane, se in Sardegna registri tragedie da Villagrande a Capoterra, se in Calabria hai paesi come Maierato, Pizzo Calabro o Gimignano, se il Polesine è quello delle alluvioni del 1951 e del 1966, se Genova salta in aria nel 1970, e lo stesso avviene ad Ancona nel 1982, a Cassano delle Murge nel 2005, in Valtellina e in Val di Fiemme, a Sarno come a Firenze. Ogni anno ha un suo disastro. Dovunque il territorio è soprattutto assaltato, mai protetto, mai curato. Ciò che interessa è il costruire, ovunque e comunque. Non c'è cultura del territorio, non c'è amore per il decoro, anche se, parlando di Perugia e citando l'urbanista Andy Thornley – il sociologo Roberto Purgatori invoca “la tutela della linea dell'orizzonte, lo skyline, nelle nuove edificazioni urbane”.
Il caso-Sardegna è esemplare. Ne parla Camillo Tidore raccontando “storie di ordinario consumo del territorio”, ricordando i giudizi sconcertanti dell'attuale assessore di turno all'Urbanistica per il quale occorre dare “ai cittadini la possibilità di vivere un ambiente non ingessato e cristallizzato”. Come se la Sardegna non fosse popolata di villaggi fantasma che hanno occupato (e deturpato) il territorio senza peraltro creare alcuna ricaduta economica fra le popolazioni. Che cosa sono il 35 per cento delle case di Villasimius o di Palau sfitte a ferragosto? Quale ricchezza distribuiscono?
Un libro (324 pagine, euro 20) da leggere e divulgare negli istituti tecnici in particolare per far aprire le menti, per far scattare la ragione. Ai giudizi generali della Mazzette – che si conferma fra le docenti più dinamiche degli ingessati atenei dell'isola – si uniscono anche gli esempi della pianificazione in Piemonte (ne parlano due insegnanti del Politecnico di Torino, Silvia Crivello e Alfredo Mela) e l'analisi di Michela Morello sulla Sicilia, dove “lo sviluppo è entrato e uscito dall'agenda” e dove si constata che “il consenso non è a costo zero”. Eppure proprio la Morello cerca di intravedere spiragli di luce perché “non tutta la programmazione è di carta”. Verissimo. La regola è la speculazione. L'interesse privato sale sugli altari di pochi decisionisti. Mentre molti subiscono. In silenzio. E intanto – per dimostrare che tutto il mondo è paese - “lo spazio consumato per persona nelle città europee è
Sono molti i nomi della politica locale e nazionale (dall’ex Sindaco di Buccinasco, Loris Cereda, arrestato per corruzione nel 2011 fino al Senatore della Repubblica, Marcello Dell’Utri, passando per ex consiglieri comunali ed ex assessori regionali) che, nelle pagine di “Le mani sulla città”, compaiono affiancati a cognomi imbarazzanti della criminalità organizzata, della ‘ndrangheta in particolare. Relazioni tra politici e mafiosi così intricate da apparire come una matassa: intercettazioni telefoniche, appuntamenti e strette di mano che hanno come sfondo i locali più alla moda della movida milanese. Qui si concludono i migliori affari: voti in cambio di appalti, sia pubblici che privati. Seppure alcune ipotesi siano, per stessa ammissione degli autori, ancora da dimostrare, le coincidenze e gli intrecci con le sentenze delle inchieste “Infinito”, “Parco Sud” e “Cerberus”, tutte coordinate dalla Procura di Milano e che hanno portato all’arresto di centinaia di ‘ndranghetisti domiciliati nella provincia milanese, delineano uno scenario lùmbard degno della Palermo dei tempi d’oro, quelli di Vito Ciancimino.
Le vicende della Palermo del Secondo Dopoguerra, che sono passate alla storia con il nome di “Sacco di Palermo”, hanno portato a una delle più grandi speculazioni edilizie dell’intera storia italiana: in 4 anni, dal 1959 al 1964, furono concesse più di 4.000 licenze edilizie, di cui l’80% intestate a cinque prestanome mafiosi. Un intreccio di politica, corruzione e criminalità che Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, riassume così nel libro scritto con Francesco La Licata “Don Vito”: “Sono gli anni in cui si definisce il profilo di una città ostaggio della mafia e di una politica fortemente condizionata dal malaffare. Una sinergia tra amministratori e politici da un lato e capi di Cosa Nostra dall’altro”. Massimo Ciancimino spiega inoltre come avveniva la spartizione degli appalti pubblici e la gestione dei conseguenti subappalti: per stabilire gli accordi fra i soggetti interessati venivano convocate riunioni che si tenevano in luoghi ogni volta diversi, a seconda degli interlocutori coinvolti, alle quali partecipavano rappresentanti delle diverse famiglie mafiose, elementi del mondo dell’imprenditoria siciliana e uomini delle istituzioni.
A Milano ci sono soprattutto le cosche calabresi ma le dinamiche e i rapporti tra esponenti istituzionali, politici e capi clan appaiono tragicamente simili.
A Milano e hinterland “l’edilizia è roba loro”
Molte delle vicende narrate nel libro riguardano l’edilizia milanese e raccontano la metamorfosi dei clan calabresi: i capi-bastone domiciliati al Nord parlano correttamente l’italiano, amano la bella vita, frequentano i locali alla moda e fanno shopping in via Montenapoleone ma la sostanza dei loro affari è la stessa dei loro parenti rimasti nella Locride. Si occupano soprattutto di scavi e movimento terra ma anche di edilizia, ristorazione, gestione dei locali notturni, gioco d’azzardo e di droga, naturalmente.
I Barbaro e i Papalia sono famiglie di spicco della ‘ndrangheta milanese che, con il matrimonio che ha unito i rispettivi rampolli, si sono fuse (come se si trattasse di una normale operazione tra società per azioni) per diventare il clan più potente di Milano e hinterland. Risiedono a Buccinasco, un paesone della periferia sud-ovest di Milano formato da palazzine e villette immerse nel verde; a guastarne l’atmosfera incantata c’è solo qualche bar sport con la strana abitudine di avere sentinelle all’ingresso che pedinano i clienti non abituali. In questi locali i boss calabresi, in giacca e cravatta, si incontrano e decidono le prossime mosse.
I loro uomini fissano le percentuali sui lavori di scavo e sulle opere di urbanizzazione della zona, stabiliscono i cantieri di rilievo nei quali occorre esserci e selezionano i nominativi delle ditte subappaltatrici, ricorrendo anche alla violenza per far valere i propri interessi, se necessario. Incendi di capannoni e automezzi sono le operazioni tipiche alle quali ricorrono per convincere quelle ditte che ancora non vogliono cedere alle estorsioni oppure per regolare i conti con le altre cosche presenti sul territorio, con le quali l’apparente pax è sempre precaria. Antichi rancori e nuove vendette sono le cause delle esecuzioni consumate nel profondo Nord, molte delle quali hanno trovato spazio nelle sezioni di cronaca nera locale senza che nessuno però ne cogliesse i veri moventi.
Limpide ragioni sociali a servizio dei clan
Impossibile comprendere come sia potuta avvenire questa colonizzazione mafiosa di Milano se si tralascia il ruolo della cosiddetta “zona grigia”, cioè quella parte di società costituita da imprenditori puliti ed incensurati che si offrono come prestanome per aggiudicarsi appalti che verranno poi ceduti ai clan grazie al meccanismo del subappalto. La “zona grigia” offre, così, la propria ragione sociale pulita per nascondere affari illeciti. Operazioni rischiose ma certamente convenienti per bilanci aziendali che non potrebbero registrare simili fatturati senza il supporto dei boss calabresi.
L’economia lombarda viene così distorta, l’intero tessuto imprenditoriale è inquinato e tutto questo si ripercuote negativamente sulla competitività dell’intero sistema produttivo e sulla qualità del territorio.
Dal 1988 i Barbaro e i Papalia, grazie all’appoggio di qualche imprenditore locale “dal carattere mite e dallo stile di vita normale e senza eccessi” che accetta di diventare loro socio in affari, realizzano una serie di operazioni immobiliari che fanno esclamare al boss: “Ma ti rendi conto? Abbiamo fatto una città!”. Una città di complessi residenziali la cui edificazione prevede appalti per il movimento terra per due milioni di euro, tutti affidati alle imprese amiche, di capannoni che rimangono vuoti, edificati per ripulire denaro proveniente dal traffico di cocaina, di cantieri nei quali lavora mano d’opera proveniente direttamente da Platì, spesso ricercati che lavorano gratis in cambio di protezione, di giardini pubblici realizzati su terrapieni riempiti con macerie contaminate da sostanze tossiche provenienti da chissà dove. Questo è il biglietto da visita di Buccinasco, poco più di mezz’ora di strada da Piazza Duomo.
Chi paga?
Un sistema in cui, se da un lato le imprese prestanome applicano prezzi gonfiati per garantire i guadagni di tutta la filiera malavitosa, dall’altro quelle che accettano di pagare il pizzo per poter lavorare in pace inseriscono nuove voci nei propri bilanci per giustificare uscite altrimenti sospette. Peccato che il conto finale sia poi destinato ad essere pagato da qualcun altro, le comunità locali, di solito. La ‘ndrangheta fa affari con una classe di imprenditori consapevoli e consenzienti, pronta ad assecondare i propri estorsori in cambio di lauti guadagni il cui onere ricadrà completamente sull’inconsapevole e sprovveduto compratore finale non solo in termini strettamente economici ma anche sanitari: case e strutture pubbliche costruite su terreni inquinati hanno, come è facilmente immaginabile, effetti deleteri sulla salute dell’intera cittadinanza.
Le prime pagine del libro riportano una dichiarazione di Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, che denuncia l’esistenza in Lombardia di un tessuto imprenditoriale che trae massimi vantaggi a fare affari con la ‘ndrangheta: “continua a non esserci una folla di imprenditori davanti alla mia porta, nonostante non si fermino i danneggiamenti, gli atti di intimidazione, gli incendi… Non è solo per paura che gli imprenditori non denunciano”.
Dopo aver letto queste ricostruzioni ci si può forse ancora stupire di come molte analisi economiche sul contesto milanese denuncino una progressiva perdita di competitività di questo territorio? Qui, peraltro, per far fronte alla crisi, le istituzioni hanno attuato una forte de-regolamentazione del sistema che, in nome della sburocratizzazione e dell’efficienza, favorisce, di fatto, le infiltrazioni dell’economia illegale che, come è noto, in un contesto normativo di sregolazione, traggono i massimi benefici. In tutto questo tempo dov’era la tradizione di moralità della società civile milanese? E quel tessuto produttivo così all’avanguardia e operoso (ma forse è rimasto tale solo per qualche politico che usa questi slogan per giustificare istanze di secessione improponibili) che si è arreso così presto alla conquista dei clan? E dove sono, ora, quegli anticorpi padani così attivi a tuonare contro Roma ladrona? Tutti ipnotizzati, chi per convenienza e chi per quieto vivere, dal mantra della coppia Moratti – Lombardo, che per anni si è sgolata assicurando che “la mafia a Milano non c’è. Non esiste. Non qui”?
Strappare le mani dalla città
La speranza è che libri di denuncia come questo servano per convincere irrevocabilmente qualche anima bella (per la verità in costante diminuzione dopo le operazione di sensibilizzazione promosse dalla nuova Giunta di Pisapia) che la mafia, o meglio, la ‘ndrangheta, a Milano c’è, esiste, è di casa oramai da parecchio tempo e che il problema non attiene solo al campo sociale e culturale: la criminalità organizzata si infiltra nel tessuto economico e lo plasma a suo uso e consumo, per i suoi interessi, che sono in antitesi con quelli di chi persegue (o dovrebbe perseguire) il bene comune. Un sistema economico infiltrato dagli interessi mafiosi oltre che arricchire interessi privati e criminali compromette il futuro del territorio, lo inquina per guadagnare, lo cementifica per speculare e ostacola il radicarsi delle realtà imprenditoriali emergenti e innovative che possono guidare l’intera area milanese verso uno sviluppo sostenibile.
Alla nuova Giunta cittadina, che ha dato prova di conoscere la reale portata del problema e di volerla affrontare, anche in vista dei lavori per l’Expo, l’arduo compito di recidere ed estirpare queste mani che, nel corso degli anni, hanno progressivamente oppresso Milano e l’hinterland comprando, con automobili di lusso e conti all’estero, una classe di dirigenti pubblici e di imprenditori che Milano - e l’Italia - non si merita.
Le dichiarazioni del ministro Maurizio Sacconi circa la possibilità che creare tensioni sulla riforma del lavoro possa portare a nuove stagioni di attentati sono a dir poco avventate. Non vorremmo pensare che sia un modo per mettere a tacere qualsiasi critica.
Ma è quanto meno un modo per evitare che si parli della inettitudine del governo, di cui è parte, nel fare fronte con adeguate politiche dell’economia e del lavoro ai drammi sociali della crisi. Ciò che infatti lascia stupefatti, nei propositi governativi di accrescere la libertà di licenziamento, è che vi siano un ministro del Lavoro, un certo numero di accademici, quattro quinti dei media e molti politici, anche di centrosinistra, capaci di sostenere con tutta serietà che ciò è necessario perché i lavoratori godono di garanzie eccessive quanto a mantenimento del posto. Sono troppo garantiti. Il posto fisso di tanti occupati impedirebbe alle aziende di assumere perché in caso di crisi non li possono licenziare.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai fautori del licenziamento facile che nel mondo reale delle imprese e del lavoro il posto fisso, ossia la sicurezza dell’occupazione, è sulla via del tramonto da oltre un decennio, e con la crisi è quasi scomparso. Oppure potrebbero prendere loro l’iniziativa, facendo una serie di conferenze in giro per l´Italia allo scopo di spiegare a migliaia di lavoratori, occupati da imprese in crisi, come mai le straordinarie garanzie dell’occupazione di cui godono per legge non consentono ai loro datori di lavoro di licenziarli, ma soltanto di dichiararli "esuberi". Un’etichetta che a rigore non è un licenziamento, ma quasi sempre porta allo stesso risultato: la perdita del lavoro, attraverso calvari più o meno lunghi che si chiamano cassa integrazione, piani di mobilità, prepensionamenti.
Avrebbero un lungo tour da fare, i fautori del licenziamento reso facile per far crescere le imprese e l´occupazione. Potrebbero cominciare da Pomigliano, dove Fiat assicura che per l´inizio del 2012 arriverà ad assumere almeno 1000 persone (purché, beninteso, non abbiano la tessera della Fiom); gli altri 4000 potranno godersi ancora per qualche mese il posto garantito dalla cassa integrazione (750 euro al mese). Dopo, chissà. Si dovrebbe poi visitare Mirafiori, dove i 5000 che saranno in cassa fino a metà del 2013 possono solo sperare che la targa di esuberi nel frattempo non cada anche su di loro. Il viaggio per spiegare ai lavoratori quanto siano garantiti, per cui occorre una nuova legge apposita al fine di ridurre le inaudite garanzie di cui godono, potrebbe quindi spingersi a Monfalcone a est ed a Sestri a ovest, luoghi dove Fincantieri ha annunciato 2.550 esuberi, o nei siti Alenia di Piemonte, Lazio e Campania, dove gli esuberi annunciati – da attuare mediante "accompagnamento alla pensione" – sono 2.200. Per arricchire il tour non guasterebbe una sosta nelle grandi piazze finanziarie, o a Roma presso l’Abi, visto che le banche hanno in programma 30.000 prepensionamenti obbligatori. E sempre a Roma i paladini del licenziamento all´americana – si chiama uno e gli si dice "sei fuori, ma hai mezz´ora per portar via le tue cose" – potrebbero fare una capatina al ministero dello Sviluppo Economico, chiedendo di dare un’occhiata alle tabelle che mostrano come i lavoratori a rischio di perdere il posto causa crisi delle imprese che le occupano siano intorno ai 75-80.000. Si tratta in molti casi di imprese medio-grandi, tipo Merloni (4.000 lavoratori a rischio), Eutelia, un caso di cui si è molto parlato (1.900), Natuzzi (1.350) e decine di altri. Facendo un po’ di somme, che richiederebbero di andare ben oltre i casi citati, i lavoratori supposti godere di un posto fisso, ma che a causa della crisi sono in questo momento in procinto di perderlo, sono centinaia di migliaia.
Dinanzi a simili realtà e al fatto che il governo sembri non tenerne minimamente conto, un’altra ipotesi potrebbe essere che tanto la lettera della Ue, quanto il fervore antilavorista del governo stesso, siano un mediocre gioco delle parti per dare a intendere agli investitori che l’una e l’altro sanno bene come mettere in atto programmi anticrisi davvero efficaci. Facendo finta di credere che il posto fisso esista ancora.
Le recenti ironie di Merkel e Sarkozy sul presidente del Consiglio fanno tornare di attualità critiche e giudizi severi sull´immagine all´estero del Belpaese Berlusconi è messo sotto esame come uno scolaretto, gli si danno ultimatum dopo troppi annunci a effetto e mistificazioni verbali A partire dal 1500 un cliché ci dipinge come infami traditori perfidi congiurati alleati infidi e combattenti vili
Ci siamo fatti una gran brutta fama, in Europa e nel mondo. A partire dal 1500 è nato un cliché che ci ha dipinti come infami traditori, come perfidi congiurati, come vili sul campo di battaglia, come alleati pronti alla defezione, come saltimbanchi privi di dignità (e, più di recente, come mafiosi); nella migliore delle ipotesi, come talentuosi e inaffidabili avventurieri. Questa noméa anti-italiana è dovuta a un anti-machiavellismo di maniera, a pregiudizi protestanti e "nordici", e anche a effettive debolezze dei nostri costumi e delle nostre politiche – l´Italia è passata tardi e male dalle corti allo Stato, dall´intrigo alla legge, dall´arrangiarsi alla laboriosità, dalla sudditanza alla cittadinanza –; sull´italiano è stata costruita una maschera – quella di Arlecchino, diabolico ma gaglioffo e sempre bastonato, e quella di Pulcinella, eversivamente plebeo e scioperato – che ci ha accompagnato fino a tempi molto recenti; solo l´Italia democratica, saldamente ancorata alla Nato, all´Europa, al progresso economico e scientifico, se ne era liberata (e forse non del tutto).
Oggi un sorriso di scherno riappare, e unisce Francia e Germania in una valutazione del premier italiano, Silvio Berlusconi. È un sorriso umiliante che sancisce un´inferiorità determinatasi non in antichi campi di battaglia ma nel loro equivalente contemporaneo: cioè nel saper gestire, con responsabilità e decisione, le drammatiche vicende economiche e finanziarie che rischiano di travolgere la moneta europea – e con questa la già precaria esistenza della Ue –. È davanti a questa guerra che l´Italia di Berlusconi si comporta in modo risibile. Perché il suo governo – dopo non avere capito l´esistenza della crisi, e averla poi minimizzata – oggi non riesce ad agire, né a ispirare fiducia. Troppe sono le promesse non mantenute, gli annunci a effetto, le mistificazioni verbali, le giustificazioni spudorate, le lagnose proteste, le astuzie meschine, le esitazioni, le incertezze, le mostruose gaffe – che un tempo avrebbero provocato la rottura delle relazioni diplomatiche – in cui si è esibito Berlusconi, perché tutto ciò non avesse riflessi sulla considerazione in cui è tenuta l´Italia. Lasciata ostentatamente in disparte dai vertici informali che contano davvero, ignorata dagli Usa, tagliata fuori dai bottini di guerra, l´Italia fa ridere perché il suo premier non è all´altezza della sua posizione – e infatti la occupa, in un´interminabile agonia del suo regime, solo perché teme per il proprio futuro personale.
D´accordo. Sarkozy è irritato perché Bini Smaghi non lascia la Bce, come promesso, e anche la Cancelliera Merkel ha buoni motivi per non amare Berlusconi. Ma non v´è dubbio che quel sorriso è anche un giudizio politico complessivo: non solo Berlusconi è messo sotto esame come uno scolaretto, non solo gli si danno ultimatum, ma ci si consente anche di ridere apertamente di lui. Grazie al quale l´Italia torna a essere il Paese dei perfidi ingannatori e degli inaffidabili furbastri, qual era stato dipinto dalla tradizione di pregiudizi e stereotipi che ora riaffiora, e non certo per un immotivato rigurgito di razzismo anti-italiano quanto piuttosto perché all´anti-italianità, che cova sotto la cenere, si offrono fin troppi motivi di manifestarsi.
Non c´è alcun compiacimento nel rilevare ciò. Anzi, la derisione internazionale è un fattore di vergogna civile che si aggiunge agli altri che già amareggiano e avvelenano la vita politica del nostro Paese. Ma si deve anche respingere la scandalosa utilizzazione che la destra sta già facendo del sorriso franco-tedesco: un´utilizzazione strumentale, rivolta a sollecitare il vittimismo nazionalistico che batte nel cuore degli italiani, i quali dovrebbero indignarsi, secondo i berlusconiani, non per i mali dell´Italia – per la sua corruzione, per i miserabili investimenti nella ricerca, per il tasso di disoccupazione giovanile e femminile a livelli stellari – ma perché due leader europei (certo, pieni di problemi anche loro) si mettono a ridere quando si chiede loro se si fidano di Berlusconi. Ed è da respingere anche la tesi, avanzata dal premier, che l´opposizione sarebbe anti-italiana e che, controllando i media, diffonderebbe all´estero un´immagine falsa e catastrofistica del Paese. Come se la Cancelliera Merkel e il Presidente Sarkozy avessero bisogno della stampa italiana per formarsi un giudizio su Berlusconi e la sua politica.
Non si tratta di anti-italianità delle opposizioni e di patriottismo della maggioranza. Se si guarda non all´effetto (l´umiliazione) ma alla causa (la politica di Berlusconi) si capisce bene chi è che fa male all´Italia e chi invece cerca di mandare al mondo il messaggio che non tutti gli italiani sono arci-italiani stereotipi e macchiettistici; che – senza essere anti-italiani e senza giubilare per le sconfitte del nostro Paese – si può essere contro l´Italietta berlusconiana; e che anzi tanto più si è filo-italiani quanto più ci si adopera per dissociare democraticamente l´Italia da Berlusconi. È quindi ora di rimeditare quanto scrisse Gobetti nel 1925: «per essere europei dobbiamo sembrare nazionalisti»; il che significava – e significa – che per essere all´altezza della civiltà occidentale, e non delle sue periferie chiassose, dobbiamo amare l´Italia, veramente e non retoricamente, e, quindi, volerla diversa. Un´Italia, cioè, che, almeno, non assomigli alla sua maschera buffa e spregevole.
Qualche osservazione. Prima. Dunque l'assassinio del nemico non è un opzione perseguita dalla sola Israele ma dalle Nazioni Unite e da queste trasmessa alla Nato nell'accordo di tutti i governi. Giovedì sera, nel caos di informazioni e disinformazioni sulla fine di Gheddafi, una cosa era certa, che Gheddafi è stato catturato, ferito, trascinato per strada, linciato e, già coperto di sangue, ucciso. Dai ribelli, con la benedizione del loro comando e il "via" della Nato e dell'Onu.
Qualche mese fa gli Stati Uniti avevano spedito un commando di addestrati alla demenza, a penetrare urlando nella casa dove l'alleato Pakistan ospitava Bin Laden, e ad ammazzarlo, infermo e inerme, in camera da letto, senza che potesse far un gesto. Tutto lo stato maggiore di Obama assisteva all'operazione, il commando essendo dotato di cineprese. Obama s'è rallegrato sia dell'uccisione sia dei rottweiler del comando speciale, e nessuno si è vergognato. Che terroristi e dittatori vadano ammazzati da prigionieri e senza processo deve essere un nuovo articolo della Carta delle Nazioni Unite. Le virtuose democrazie danno licenza di uccidere piuttosto che consegnare i loro nemici al Tribunale penale internazionale, dove potrebbero rivelare i molti intrallazzi fatti assieme. Resta da qualche parte un lembo di diritto internazionale? Non lo vedo.
Seconda. Non credo da un pezzo, e l'ho scritto, alle dittature progressiste. Come il "socialismo di mercato", sono un ossimoro che anche il manifesto ha fatto proprio. Si dà il caso che io sia fra i fondatori di questo giornale, ed è fra noi una divergenza non da poco. Viene da lontano, dagli anni '60 e '70 quando abbiamo creduto che alcuni paesi, specie "arretrati", potessero svolgere un ruolo mondiale positivo con un regime interno indecente. Famoso l'assioma dei "due tempi": prima demoliamo i monopoli stranieri e poi vedremo con la democrazia. Fino a sembrare una variante del pensiero socialista, l'antimperialismo. Concetto sempre più confuso dopo lo sfascio dell'Urss, la Russia restando "altro" dal comando Usa, la Cina diventando un gigante del capitalismo mondiale con relativo supersfruttamento della manodopera, Cuba restando soltanto antiamericana perché, ha detto sobriamente Fidel Castro, il modello cubano non ha funzionato. Anche i regimi latino-americani sono in genere antimperialisti sì, socialisti no. Chissà che cosa vuol dire, in un mondo dove delle due superpotenze ne è rimasta una sola ma i candidati all'egemonia mondiale nei commerci, sulla schiena dei popoli propri e altrui, si moltiplicano. Non siamo ancora alle guerre commerciali ma alla corsa a chi arriva primo nella spartizione del bottino dei paesi terzi, diretti da qualche satrapo che ha preso l'eredità del colonialismo. Storie bizzarre di degenerazione, specie in Africa, dove diversi leader anticolonialisti, tolto di mezzo lo straniero, piuttosto che far crescere il loro paese si sono occupati di liquidare senza esitazione gli avversari interni.
Terza. Che una parte consistente dei relativi popoli sia venuta a sentirsi oppressa è non solo comprensibile ma giusto. Che nelle rivolte di una popolazione giovane, nella quale un pensiero politico non ha potuto circolare, si inseriscano le potenze predatrici esterne era da attendersi. Non è stata la sinistra ad abbattere i dittatori. Essa non abbatte più nessuno. La mancanza di un pensiero e una struttura capace di assicurarsi libertà politica e protezione sociale, si rivela drammatica una volta abbattuto o fuggito il "tiranno", perché c'è sempre un esercito, o una nuova borghesia, un vecchio fondamentalismo pronti a prenderne il posto. I popoli in rivolta sono presto spossessati, vedi Tunisia e Egitto.
L'Europa lo sa, ma di quel che succede sull'altra sponda del Mediterraneo si occupano gli affaristi, non i residui delle sinistre storiche né i germogli della sinistra nuova che cercano di emergere fuori dai muri delle istituzioni. Un vecchio amico ha protestato quando chiedevo che si riformasse qualcosa come le Brigate internazionali - ma che dici, la rivoluzione spagnola era una cosa seria, queste rivolte sono derisorie. Non ne sappiamo molto e ce ne importa ancora meno.
Anche noi abbiamo dovuto contare su alleati più potenti per abbattere il fascismo. Ma qualche struttura politica, qualche partito ha innervato la resistenza che ha potuto anche presentarsi alle forze alleate come possibile nucleo di una dirigenza democratica. Queste strutture politiche dovevamo aiutarle a formarsi, accompagnarle. Invece ieri sulla Tunisia, oggi sulla Libia, domani magari sulla Siria diamo i voti a chi sia il peggio: Gheddafi o la Nato? Il meglio ai non europei non appartiene.
Un vero romanzone, un pozzo nero della Repubblica. Si potrebbe definire così il libro di Aldo Giannuli, Il Noto servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea editore, pagine 445, 18). Una catena di nequizie conosciute e ignote, dalla guerra mondiale al sequestro Moro, fa da guida alla ricerca costata al suo autore quindici anni di lavoro. Giannuli sostiene di aver voluto scrivere solo un libro di storia, non una spy story. Solo che le vicende narrate, i nomi dei personaggi, l'equivoco mondo dei servizi segreti, i misteriosi burattinai fanno del libro, bulimico, sovrabbondante, un'opera che prende il lettore come un giallo. Ecco qui gli scheletri nascosti negli armadi, si potrebbe dire.
Aldo Giannuli insegna Storia del mondo contemporaneo all'Università Statale di Milano, conosce nel profondo gli intrighi sanguinosi delle trame eversive e delle stragi — è stato consulente di quella commissione parlamentare — ed è noto per lo scoop dell'«archivio della via Appia», del 1996; quando scoprì un gran numero di documenti abbandonati dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno.
Ora ha dato dignità scientifica a un'altra scoperta, quella di un'organizzazione spionistica fuorilegge che ha operato in Italia dalla Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta: il Noto servizio, conosciuto anche come Anello.
Il libro parte da lontano. Addirittura dal generale Mario Roatta, a capo del Sim, il Servizio segreto militare, dal 1934 al 1939, a capo dei legionari fascisti in Spagna, indiziato per l'assassinio dei fratelli Rosselli, comandante, in Croazia, nel 1942, della Seconda Armata, che si macchiò di ignobili e delittuose repressioni. Restò sempre a galla, Roatta, e fu lui, nel dopoguerra, a dar vita all'organizzazione clandestina del Noto servizio. La sede principale era nel centro di Milano, in un palazzone liberty, tra via Statuto e via Lovanio. Fu un ufficiale polacco, Solomom Hotimsky, dell'armata del generale Anders, a guidare in un primo tempo il servizio. Agganciato ai carabinieri della divisione di via Moscova, gli stessi che decenni dopo saranno tra i protagonisti di azioni poco commendevoli della P2, il Noto servizio era legato ai servizi militari italiani e americani e alla Confindustria. Il suo compito era di spionaggio e provocazione nei confronti del Pci, delle organizzazioni di sinistra e del sindacato; il golpe militar-fascista era il miraggio non raggiunto, anche se messo in cantiere. Gli strumenti adoperati con spregiudicatezza andarono dai sequestri di persona ai traffici di droga e di armi ai delitti mascherati da falsi incidenti. I rapporti con i poteri criminali, la mafia, soprattutto, furono costanti. Fecero parte del Noto servizio non pochi naufraghi della repubblica di Salò.
Aldo Giannuli ha consultato tutti i possibili archivi, ha studiato migliaia di documenti, ha scovato note riservate, appunti confidenziali, verbali, rapporti, memoriali, ha scritto una cinquantina di relazioni per la magistratura. Il libro — manca un indispensabile indice dei nomi — è prezioso per capire quel che accadde nella politica e nella società italiana nel secondo Novecento. Un ritratto della mala Italia. Una miniera, anche se la carne al fuoco è sinceramente troppa.
Perché Andreotti è protagonista persino nel titolo del libro? «Il Noto servizio — scrive Giannuli — fu uno degli strumenti della sua azione politica». Grande tattico, poco sensibile ai disegni strategici, Andreotti suggerisce al professore l'immagine centrale del cavallo nel gioco degli scacchi. (La sentenza che lo condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, di cui è stato ritenuto responsabile fino al 1980, anche se prescritta, convalidata dalla Cassazione, dovrebbe essere più che sufficiente, in un paese normale, per bollare un uomo politico che è stato sette volte presidente del Consiglio).
Il Noto sevizio ebbe rapporti con Pace e libertà di Edgardo Sogno, con Luigi Cavallo, «il provocatore» al servizio della Fiat, con Ordine Nuovo, il Mar di Carlo Fumagalli, persino con Liggio. Tra i suoi adepti, ben pagati, ebbe giornalisti, avventurieri, doppiogiochisti, estremisti, Giorgio Pisanò, esponente del neofascismo più esagitato, padre Zucca, il francescano fascista che nel 1946 nascose nel suo convento la salma di Mussolini trafugata a Musocco.
Furono caldi gli anni dopo la strage di piazza Fontana del 1969. Nel dicembre del 1970 il principe Borghese tentò un golpe, bloccato all'ultimo momento. Di Gladio si saprà soltanto nel 1990, quando Andreotti ne rivelerà l'esistenza. L'assassinio del commissario Calabresi fu un'altra tragedia, come l'attentato sanguinoso alla Questura di Milano, destinato a uccidere Rumor, e qui Giannuli è debole nel rappresentare la figura dell'attentatore, il finto anarchico Bertoli. E poi la Lockheed e la catena di stragi.
Dopo le elezioni del 1976 nasce, tra Dc e Pci, il governo di solidarietà nazionale. Il Noto servizio è più che mai sul chi vive. Le Br sono all'offensiva. I servizi segreti ufficiali lasciano fare, scrive Giannuli. Moretti, scrive anche, era un personaggio discutibile, Senzani il più impresentabile.
Sul sequestro Moro, minuziosamente ricostruito, Giannuli dà grande importanza al ruolo di Steve Pieczenik, l'esperto del Dipartimento di Stato americano inviato in Italia per collaborare con l'unità di crisi del Viminale. Vent'anni dopo, Pieczenik dichiara in un libro-intervista che la sua missione era stata coronata dal pieno successo: la morte di Moro, secondo lui (e chissà chi), aveva infatti scongiurato il crollo del sistema politico italiano.
A Giannuli, che accenna appena al ruolo di Cossiga e trascura la singolarità che appartenessero alla P2 tutti o quasi i consulenti del comitato di crisi, sono rimasti sul gozzo soprattutto due interrogativi: «Perché furono distrutti dalle Br i manoscritti originali di Moro?». E poi: perché nulla di quanto disse Moro fu «reso noto al popolo», come avevano più volte promesso i comunicati delle Br?