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Il Manifesto per la Terra e per l´Uomo di Pierre Rabhi risale al 2008 e adesso è uscito in Italia. Soprattutto in Francia e in Africa, Rabhi è una delle figure più carismatiche per i movimenti ecologisti, dell´agricoltura biologica e biodinamica. Forse è un po´ meno conosciuto da noi, al di là delle sempre attente reti ambientaliste, anche perché le sue pubblicazioni in Italia sono piuttosto rare. Ciò non toglie che sia una figura straordinaria, e che questa traduzione che esce per i tipi di Add Editore (pagg.169, euro 15) ci consenta di avvicinarci più agilmente alla sua visione del mondo e della vita. Prima di parlarne però è bene partire dalla sua storia. Nato nel 1938 in Algeria Rabhi perde presto i genitori e viene adottato da una coppia francese. Passa gli anni della sua prima formazione a Parigi dove, più che le scuole, frequenta le fabbriche, luoghi che gli forniscono materiale buono per le sue prime profonde riflessioni sulla natura dell´uomo. Poi, negli anni ‘60, decide di trasferirsi in campagna con la moglie, e precisamente ad Ardeche, nel Sud Est della Francia, in un territorio piuttosto difficile dal punto di vista agronomico, che tuttavia non scalfisce la sua capacità di abbracciare e favorire la vita. Anzi, le difficoltà del territorio diventano uno stimolo. Si avvicina presto, nei primi ‘70, alle teorie di Steiner e Pfeiffer sull´agricoltura biologica e biodinamica, e lentamente trasforma la sua piccola fattoria in quella che lui stesso oggi definisce "un´oasi di vita".

Intanto si occupa di viaggiare e insegnare ai contadini, soprattutto quelli africani e di zone povere del pianeta, quella che anche lui definisce "agroecologia": un modo semplice, armonico con la Natura, per far fruttare i terreni senza depredare risorse e riconquistare la propria sovranità alimentare; per nutrirsi coniugando le proprie esigenze con quelle dell´ambiente e nel frattempo circondarsi di bellezza. Un fattore, quest´ultimo, che va ben al di là della semplice questione estetica (e per questo rivoluzionario), decisivo in tutte le sue riflessioni, molto alte e molto comprensibili allo stesso tempo. La popolarità nella sua terra adottiva cresce molto negli anni, al punto che nel 2002 rischia seriamente di candidarsi all´Eliseo: un contadino Presidente, sarebbe stato un bel sogno, ma gli ostacoli in quel caso erano davvero insormontabili.

Quest´aneddoto sulla sua vita non tragga in inganno: Rabhi è e resta un contadino, e come tutti i veri contadini ha un modo di pensare animato da un amore quasi fisiologico per la semplicità. È assolutamente guidato da quel buon senso che, pur se molto immediato in chi lo pratica con convinzione, è in realtà uno dei modi di ragionare più complessi che si possano immaginare: tiene conto delle connessioni nascoste attorno all´io ed acquista potenza in maniera direttamente proporzionale alla complessità che abbraccia. Da qui scaturiscono parole pienamente condivisibili, che nella prima parte del libro, dedicata alla Terra, forse non riveleranno nulla di nuovo a chi frequenta queste tematiche, ma sono espresse con una linearità e un´immediatezza che rendono lo strumento, la forma di manifesto, quanto mai utile ed efficace.

Si va ancor più in profondità nella seconda parte, con tema umanesimo, che ci parla della necessità di una profonda rivoluzione delle coscienze per cambiare paradigmi, in particolare a partire dalla comprensione e dalla ricerca della bellezza. «Può la bellezza salvare il mondo?» si chiede retoricamente Rabhi, e si capisce che il suo incanto di fronte all´armonia della natura non è semplice rapimento poetico, ma è struttura, programma politico, comprensione del complesso, del nascosto, rispetto per la delicatezza dei sistemi ecologici ma anche tributo alla grandezza che possono ancora esprimere i contadini su questa Terra tanto bistrattata. Il messaggio che bellezza, piacere o paesaggio siano i veri presupposti per un´ecologica gestione della cosa umana non è ancora del tutto compreso oggi: mentre si risvegliano tante coscienze ambientaliste, il bello e il buono purtroppo restano spesso dei tabu, confusi con un lusso per pochi. Devono invece essere la norma per tutti, a partire dalla loro più immensa semplicità, se vogliamo che la qualità della vita diventi qualcosa di reale, piuttosto che una buona intenzione ripetuta all´infinito.

Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano è di ritenere di vivere il punto d'arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella «pienezza dei tempi», al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell'età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza.

È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all'influenza di un gigante del pensiero tardoantico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la «città di Dio». Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva e utopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull'idea di un punto d'arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana — l'intuizione di un cammino positivo ma immanente — è alla base del moderno pensiero progressista.

Se dal piano della visione filosofica passiamo a quello della ricostruzione storica, possiamo osservare analoga polarizzazione nello scontrarsi, nell'età nostra, di due opposte visioni del «modo di produzione capitalistico», così efficacemente studiato da Marx. Da un lato una visione eternizzante e statica, secondo cui il capitalismo non solo è forma durevole e ricorrente nelle più varie epoche, ma è anche l'approdo ultimo dell'organizzazione sociale. Dall'altro una visione storicizzante (e certo scientificamente agguerrita), secondo cui è prevedibile un declino anche del «modo di produzione capitalistico», come di ogni altro modo di produzione ad esso precedente.

Per tanta parte del nostro secolo questa seconda veduta si coniugava con la certezza di essere entrati — con la rivoluzione sovietica — in un'età storica che avrebbe visto realizzarsi quel superamento del capitalismo che già sul piano scientifico-analitico era dato «prevedere». E si coniugava anche con l'idea — non meno azzardata — che l'età del socialismo, e poi del comunismo e della dissoluzione dello Stato fosse anche l'ultima dello sviluppo umano. La crisi, rapida in fine ma a lungo incubatasi, dei sistemi politico sociali detti del «socialismo reale» ha dato un duro colpo a quelle convinzioni e ha ridato fiato in modo spettacolare all'altra veduta, quella dell'«eternità» del capitalismo.

Anche sul piano logico, però, è subito chiaro, a chi non si lascia trascinare dalla passione, che il crollo di gran parte dei sistemi di «socialismo reale», mentre dà un colpo mortale all'idea di essere già entrati nell'età «successiva» (quella del socialismo), non altrettanto reca un argomento risolutivo alla veduta, sempre ritornante, dell'eternità del capitalismo. Questa seconda deduzione continua ad apparire azzardata, se solo si considera quanto l'esistenza di una settantennale esperienza di economia socializzata e di piano abbia inciso sulla natura stessa e sul funzionamento del capitalismo. Al punto che, non senza ragione, commentatori del più vario orientamento, tendono oggi a dire che il risultato di quasi un secolo di esperienze socialistiche (poi entrate in crisi) è stato per così dire di tipo dialettico. Il socialismo ha contato o «resta» nella storia del XX secolo non perché abbia «inventato» società nuove, ma perché ha inciso profondamente nelle dinamiche del capitalismo. L'avversario modifica l'antagonista e si viene modificando esso stesso.

Quanto detto sin qui può forse bastare a non prendere sul serio saggi troppo fortunati come La fine della storia del nippo-statunitense Fukuyama. Il problema è però un altro. Non cullarsi nel rifiuto di interpretazioni avventate o semplicistiche, ma cercare di capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi. E qui incominciano le difficoltà. Le classi si sono profondamente rimescolate; l'operaio di fabbrica del mondo industrializzato palesemente non sarà il soggetto della trasformazione e del superamento (quando che sia) del capitalismo. In compenso, la polarizzazione tra ricchezza e miseria a livello planetario si è approfondita e irradiata sull'intero pianeta.

Sul piano, poi, dei modi dell'organizzazione politica, accade che il modello occidentale — proprio quando doveva celebrare i suoi fasti e il suo trionfo — è entrato in gravissima crisi. Lungi dal determinarsi l'apoteosi della mitica «liberaldemocrazia», si appalesa, in tutta la sua brutalità, il trionfo della compravendita politica, veicolo dell'esproprio della volontà popolare.

Benchè non possiamo indovinare il tempo che sarà, possiamo avere almeno il diritto di immaginare come desideriamo che sia.

Le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanità, non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere.

Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare?

Che direste se delirassimo per un istante?

Alla fine del millennio puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile.

L’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni.

La gente non sarà guidata dalla automobile, non sarà programmata dai calcolatori, ne sarà comprata dal supermercato, ne osservata dalla televisione.

La televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia.

La gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare.

Ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare.

In nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare, solo quelli che vorranno compierlo.

Gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, ne paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose.

I cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive.

Gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi.

Il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento.

Il cibo non sarà una mercanzia, ne sarà la comunicazione un affare, perchè cibo e comunicazione sono diritti umani.

Nessuno morirà di fame, perchè nessuno morirà d’indigestione.

I bambini di strada non saranno trattati come spazzatura perchè non ci saranno bambini di strada.

I bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro perchè non ci saranno bambini ricchi.

L’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla e la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla.

La giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena.

In Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale poichè rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria.

La perfezione… la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei.

Però in questo mondo, in questo mondo semplice e fottuto, ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.

Il video

Lascia dei dubbi l´idea di un eterno centrosinistra dagli anni Sessanta agli anni Novanta

Democrazia, crisi economica, Berlusconi è il sottotitolo di un agile libro di Michele Salvati (Tre pezzi facili sull´Italia, il Mulino, pagg. 130, euro 14) che riflette su alcuni nodi: le origini vicine e lontane della crisi italiana, il rapporto fra Prima e Seconda Repubblica, le ragioni dell´ascesa al potere di Berlusconi e - soprattutto - del suo lungo predominio. Il bersaglio polemico è dichiarato: circola da tempo, scrive Salvati, «una visione nostalgica, un rimpianto diffuso per la Prima Repubblica e per il centrosinistra» che non riesce però a dar conto delle ragioni del suo crollo. E c´è anche da chiedersi, aggiunge, perché si sia esaurita presto la spinta riformatrice che pur animò, nel passaggio da una fase all´altra, i governi Amato e Ciampi e il primo governo Prodi, cui dobbiamo anche l´ingresso nell´euro. Analisi economica e implicazioni politiche si intrecciano di continuo, e vi sono sullo sfondo i precedenti, ed eccellenti, lavori di Salvati. Vi è anche l´evocazione di un´anomalia collocata nel più lungo periodo: lo stretto rapporto fra la presenza di forze politiche antisistema e un trasformismo che trova (ulteriore) alimento nell´impossibilità dell´alternanza.

L´avvio del ragionamento è dunque ben fondato: «È difficile sostenere che le politiche economiche perseguite nella Prima Repubblica siano state un modello di virtù ed è impossibile negare che ci abbiano lasciato in eredità problemi gravosissimi», a partire dal debito pubblico. Qui però Salvati propone le sue tesi in una "forma estrema". Addebita in blocco gli aspetti negativi della Prima Repubblica a un "lungo centrosinistra" che dal governo Moro del 1963 giunge sino al crollo dei primi anni Novanta. E al cui interno gli appare secondaria la presenza di formule politiche differenti.

La formulazione solleva qualche dubbio, e non solo perché le eccezioni non furono del tutto irrilevanti: si pensi alle tensioni innescate nel 1972-73 dal ritorno del centrodestra, o alla fase dei governi di solidarietà nazionale nell´emergenza drammatica del 1976-79. Si pensi soprattutto ad altri due aspetti. In primo luogo all´inclusione a pieno titolo in questo schema del "pentapartito" degli anni Ottanta: cioè di una forma di governo che aboliva la contrapposizione fra centrodestra e centrosinistra unendo insieme socialisti e liberali, simbolo sin lì delle due opposte formule. Ne nasceva una coalizione destinata ad esasperare l´occupazione partitica dello Stato, a far esplodere il debito pubblico e a far deflagrare la crisi della Repubblica. Qualcosa di più, forse, di una semplice continuità con il passato.

Lascia qualche dubbio anche l´esclusione da questo "lunghissimo centrosinistra" del suo innovativo avvio, quello di cui si avverte qualche rimpianto: il "centrosinistra di programma" guidato da Fanfani nel 1962-1963 con il sostegno esterno dei socialisti. Quello che realizzò la scuola media unica e in cui Ugo La Malfa presentava la sua Nota aggiuntiva, il documento forse più lucido della cultura riformatrice italiana.

Non sono precisazioni "pignole". Rinviano a nodi centrali nella storia della Repubblica: come si passò, ad esempio, da un ruolo indubbiamente positivo del sistema dei partiti al loro degradare? Al loro diventare «sempre più uguali a se stessi», come scriveva Pietro Scoppola in riferimento agli anni Ottanta: caratterizzati «sul terreno del voto di scambio, con un ulteriore incentivo alla corruzione politica e all´uso del potere ai fini della conquista del consenso». Se poi le involuzioni del sistema politico e quelle della società civile si intrecciano, questa "omologazione" agli anni Ottanta dei due decenni precedenti solleva ulteriori dubbi. Per questa via rischia forse di modificarsi il senso più immediato delle parole: a scapito in primo luogo della assoluta qualità delle analisi e delle riflessioni di Salvati.

Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50

Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E' l'immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo "La rete globale del controllo societario" secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.

Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, "sproporzionato" lo definiscono i relatori, sull'economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della "mappa del tesoro".

TABELLA - I primi 50 gruppi di controllo

Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un'analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.

I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta.

"Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?", si chiedono gli autori. "Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo".

Per quanto riguarda l'Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton [nell’immagine qui sotto - n.d.r.] che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.

Movimenti - una ricerca tra i precari dell'euromayday, i partecipanti al primo maggio dei sindacati e allo sciopero generale. Il maggiore disincanto tra i giovani, ma l'antipolitica è lontana

Che cosa pensano di chi ci rappresenta i partecipanti alle manifestazioni di protesta italiane? Che dei partiti e del Parlamento ci si poteva fidare poco e ora quasi per nulla. E che servirebbe un'Europa democratica. La richiesta di più partecipazione

La primavera araba è stata considerata come una ulteriore testimonianza della espansione della democrazia. Questa interpretazione può essere tuttavia fuorviante, se si definisce la democrazia come forma meramente rappresentativa. Chi protestava e protesta a Tahir Square non chiede solo elezioni libere, ma propone e pratica anche altre concezioni di democrazia che sono, se non opposte, certo in tensione con quelle della democrazia liberale, e risuonano invece con una idea partecipativa e deliberativa di democrazia. Non casualmente, quando il messaggio della primavera araba si è diffuso sul continente europeo, con gli Indignados soprattutto in Spagna e Grecia, e poi sul continente americano, con il movimento Occupy Wall Street, il tema della democrazia ("altra" e "ora") è stato centrale, così come centrale è stata la critica ai rappresentanti eletti, accusati di essere catturati dagli interessi dell'1% contro il 99% della popolazione. Le occupazioni di spazi pubblici - delle tante piazza Tahir in Europa e nel mondo - hanno rappresentato non solo forme di protesta, ma anche prefigurazioni di altri modelli di democrazia, basati sulla partecipazione di tutti, in un dialogo rispettoso della diversità. Ad essere contestate sono quindi non solo le politiche dei governi, ma anche le loro traballanti basi di legittimazione.

Queste tensioni tra diverse concezioni di democrazia emergono da una recente ricerca - condotta nel maggio scorso, quindi poco prima che in Italia si avviassero, sotto la forte spinta dell'Unione Europea, e di alcuni paesi europei, politiche di austerità, orientate ad un immediato far cassa, colpendo soprattutto i gruppi più deboli. La ricerca, svolta attraverso questionari, rileva le opinioni di chi ha partecipato, nel maggio del 2011, a tre manifestazioni per i diritti al lavoro e dei lavoratori, e contro le crescenti disuguaglianze sociali. Le tre manifestazioni coperte sono l'EuroMayDay a Milano, il Primo Maggio sindacale a Firenze, e, ancora a Firenze, il 6 maggio, lo sciopero generale della Cgil.

Questi dati confermano, prima di tutto, che i partecipanti alla tre - diverse - manifestazioni condividono un'altissima sfiducia nelle istituzioni rappresentative. Governi e parlamenti nazionali vedono livelli di fiducia bassissimi (vedi tabella 1).

Nonostante i partecipanti alle manifestazioni siano elettori (e anche talvolta membri) di partiti di sinistra e centrosinistra, la fiducia nei partiti non raggiunge il 7%, con punte dell'1,6% tra i partecipanti all'EuroMayDay. Seppure più alta, la fiducia nei sindacati raggiunge livelli critici, soprattutto se si considera che le manifestazioni coperte vedevano la partecipazione di attori sindacali: solo un terzo dei partecipanti, in media, e meno di un quinto per l'EuroMayDay, si fida dei sindacati. Sebbene la fiducia nell'Unione Europea sia più alta di quella nelle istituzioni nazionali, il giudizio resta - come vedremo - negativo.

Confrontando questi dati con quelli raccolti, sulla stessa batteria di domande, ad altri eventi di protesta in Italia all'inizio degli anni duemila (tabella 2), si può notare come la - allora già bassa - fiducia nelle istituzioni della democrazia rappresentativa (soprattutto parlamento e partiti) si sia addirittura ulteriormente ridotta. E si può aggiungere che, in generale, la fiducia è in caduta libera fra i più giovani.

Questa altissima sfiducia nelle istituzioni rappresentative ha diverse spiegazioni. Soprattutto, partiti politici e istituzioni rappresentative sono percepiti come non più in grado, o non più interessati, a svolgere una delle loro più importanti funzioni, che ha legittimato le democrazie in passato: ridurre le diseguaglianze sociali. Mentre la globalizzazione neoliberista viene considerata da chi protesta (all'80%) come principale causa di un insopportabile aumento delle diseguaglianze, che dovrebbe essere (secondo l'86% degli intervistati) sottoposta ad un governo politico, parlamenti e partiti vengono considerati come disinteressati ad assolvere a questi compiti. Non solo le istituzioni nazionali, ma anche l'Unione europea appare a chi protesta come sostanzialmente incapace di difendere un diverso, e più sociale, modello di sviluppo e viceversa orientata (per due terzi dei partecipanti in media, fino a tre quarti per l'EuroMayDay) a rafforzare le conseguenze negative del neoliberismo.

Chi protesta non chiede tuttavia una riduzione delle competenze delle istituzioni rappresentative. Seppure estremamente critici sul funzionamento delle istituzioni esistenti, gli attivisti intervistati chiedono un loro rafforzamento, e questo a tutti i livelli. In una situazione critica e complessa, chi protesta chiede che la politica torni a fare valere le sue ragioni sull'economia, lo stato (inteso in senso ampio) sui mercati (tabella 3).

In maggioranze consistenti, coloro che protestano chiedono che istituzioni locali, nazionali, europee e globali - riformate e trasformate - tornino a fare quello che, come scrive Colin Crouch nel suo "Post-democrazie", un tempo le democrazie sapevano fare: intervenire a ridurre le diseguaglianze prodotte dei mercati.

Seppure senza fiducia nelle istituzioni esistenti, chi protesta non vuole però un loro indebolimento. La critica della democrazia rappresentativa è una critica costruttiva - pervicacemente e nonostante tutto. A livello locale, nazionale o europeo, chi protesta difende la democrazia, chiedendo però una "democrazia vera", capace di difendere i cittadini e i loro diritti, e contribuisce a costruirla.

Nell'ultimo decennio in 25 paesi emergenti il Pil è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5.8 per cento (Qatar, Cina, Kazakhstan, India, Vietnam e Nigeria l'hanno nettamente superato), di contro ad una crescita negativa del Giappone, all'1% dell'eurozona, ed all'1,5% degli Usa. Sempre nell'ultimo decennio la distribuzione del prodotto industriale mondiale ha visto il crollo degli Usa (passati dal 24.8 al 15.6%), del Giappone (dal 15.8 al 9,1%) e della Ue (dal 24.2 al 18%).

Mentre tutti i paesi occidentali sono gravati da un pesante debito pubblico, da una bilancia commerciale passiva (eccetto il Giappone e la Germania), da una crisi finanziaria e da una caduta delle Borse da quattro anni, i capitali sovrani - cioè i capitali in mano agli Stati - crescono e si concentrano nelle potenze emergenti, che stanno facendo shopping di imprese, risorse minerarie, terreni agricoli (solo in Africa sono state acquisite dai capitali sovrani terre fertili per una superficie pari alla Francia).

La democrazia rappresentativa, simbolo e vanto dell'Occidente, non regge ai colpi della crisi finanziaria, della crisi fiscale dello Stato, della perdita di competitività verso i paesi emergenti. Proprio nella fase storica in cui l'Occidente, con gli Usa in testa, hanno tentato di "esportare la democrazia" nel resto del mondo (magari con qualche bomba di troppo), questa forma politico-istituzionale è entrata profondamente in crisi, non appare più adeguata a rispondere alle grandi sfide della globalizzazione finanziaria e del mercato mondiale. In molti circoli della haute finance, dei Ceo che governano le imprese multinazionali, cresce l'invidia per il modello cinese, un modello di capitalismo di Stato dove le decisioni vengono prese velocemente e vengono eseguite senza i logoranti rituali della democrazia parlamentare, ignorando o calpestando nel sangue le decine di migliaia di rivolte popolari.

L'area occidentale, e l'Europa in primis, dove sono nati lo Stato moderno, il mercato capitalistico (le prime forme si trovano in Italia nel secolo XIII), ed infine le Costituzioni repubblicane e la democrazia parlamentare, appare ormai come una zona del mondo sempre più marginale, travolta dagli eventi, non più in grado di dare una risposta alla crisi che la sta erodendo dall'interno. Il rilancio della "crescita" di cui tutti straparlano in Europa e negli States è il classico miraggio, un'illusione ottica in un deserto di analisi e proposte che non fa i conti con la realtà.

La crescita del Pil a ritmi sostenuti era già finita in Occidente negli anni '80 del secolo scorso. Solo il ricorso ad un indebitamento massiccio - di imprese, famiglie e Stati - ha permesso di mantenere artificialmente alta la domanda di beni e servizi, di drogare l'economia reale. Oggi questa corsa è finita nel default di tutta l'area occidentale e la terapia messa in atto dai governi europei, basata sulla riduzione del welfare e sui tagli all'occupazione ed ai salari, appare sempre più chiaramente come un autodafé. In un'area interna al mercato mondiale abbassare il potere d'acquisto della stragrande maggioranza della popolazione e, soprattutto, tagliare i salari ha un senso solo se questa manovra permette di esportare di più ed utilizzare il surplus della bilancia commerciale per ripianare il debito esterno. Ma il costo del lavoro incide marginalmente per molti prodotti esportati fuori dall'Ue (per le auto, ad esempio, incide solo per l'8%), ed anche per quei settori più tradizionali dove invece incide (calzature, abbigliamento, ecc) il divario salariale è tale che non è colmabile, salvo affamare letteralmente i lavoratori e fare crollare il Pil, esattamente il contrario di quello che viene sbandierato.

Infine, con una popolazione stagnante ed in gran parte dotata dei beni di consumo di massa, i consumi dei beni non alimentari avvengono in gran parte per sostituzione e spingerli ancora in alto può avvenire solo attraverso una riduzione ulteriore del ciclo di vita delle merci, con accresciuti fenomeni di inquinamento e rifiuti sempre più ingestibili. Così come le Grandi Opere, che molti rivorrebbero rifacendosi all'esperienza del New Deal di Roosevelt - senza tenere conto dei profondi cambiamenti intervenuti nell'impronta ecologica occidentale - sono sempre più devastanti, sul piano ambientale, ed inutili su quello dei bisogni sociali. Va poi ricordato che prima del crac delle Borse del 2008 la crescita in Occidente, in particolare negli Usa, si era contraddistinta per un effetto nullo o negativo sull'occupazione. Non a caso era stata definita growth jobless (crescita senza occupazione).

Ben diversa è la situazione dei Bric e di gran parte dell'Africa e dell'America Latina, dove la popolazione continua a crescere e ci sono ancora una marea di bisogni primari e secondari da soddisfare, vale a dire un grande mercato potenziale.

In sintesi, dobbiamo avere il coraggio di dire con chiarezza che la società occidentale è entrata in una fase di crisi profonda, strutturale, che va ben al di là della questione dei cosiddetti debiti sovrani (che i paesi latinoamericani chiamano più correttamente "deuda externa", perché di "sovrano" non hanno niente).

Certo, nel medio periodo la caduta della domanda dei consumatori occidentali inciderà anche sui Bric e sui paesi emergenti, e la compensazione con la crescita dei consumi nel mercato interno potrebbe non essere sufficiente. Soprattutto c'è una resistenza popolare che si sta allargando su scala mondiale e mette in discussione il modello di accumulazione capitalistica su scala globale. Paul Hawken, riprendendo una categoria cara a Toni Negri, l'ha chiamata "Moltitudine inarrestabile", Marx forse l'avrebbe definita semplicemente una nuova fase della "lotta di classe", individuando nei nuovi proletari i soggetti che si oppongono all'espropriazione delle terre, delle case rurali, alla devastazione ambientale, all'impoverimento crescente. Di fatto si tratta di centinaia di migliaia di lotte sociali che registriamo ogni anno contro le Grandi Opere, i processi di urbanizzazione selvaggia, la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall'acqua. Sono i nuovi partigiani del XXI secolo che si oppongono ai processi di espropriazione ed accumulazione capitalistica, dalle circa 5000 culture indigene che tentano di proteggere le terre natie, ai milioni di contadini cinesi espropriati/espulsi dalle terre (come testimoniato su questo quotidiano da Angela Pascucci), alle vittime incalcolabili delle multinazionali del petrolio (a partire dal delta del Niger), fino ad arrivare a casa nostra dove movimenti come il No Tav ed il No Ponte stanno resistendo da vent'anni a progetti di devastazione del proprio territorio.

Se l'Ue diventerà un punto di riferimento politico, scientifico, culturale, per i "nuovi partigiani" di questo secolo avrà ancora un ruolo da svolgere nel mondo. Soprattutto se saprà dimostrare che si può "vivere meglio con meno", se saprà mantenere alta la qualità della vita ed i diritti sociali . In breve, se sapremo utilizzare la crisi per modificare profondamente questo modello di accumulazione capitalistica, disarmare la finanza e fare emergere i nuovi bisogni sociali e ambientali.

Abbiamo trovato il modo per uscire dalla crisi, rilanciare l'economia e attrarre i capitali stranieri, risolvere il problema del precariato e dare un futuro ai giovani. Se va bene, potremmo farla finita persino con la fame nel mondo. Con la sua bacchetta magica la ministra Elsa Fornero ha compiuto il miracolo: via l'art. 18, dice, liberiamo le imprese da questo odioso laccio rendendo più facili i licenziamenti e vedrete che la macchina si rimetterà in moto. Magari introducendo una norma contro le discriminazioni politiche, ma per il resto liberi tutti. Tutti chi? I padroni, naturalmente. Per carità, se un lavoratore è licenziato ingiustamente dev'essere risarcito: prendi questi quattro soldi e ritenta la sorte da qualche altra parte.

Ci risiamo. Con un accanimento degno di miglior causa, finalizzato solo a regolare i conti con il Novecento, riparte l'assalto a un diritto che, con un'operazione subdola quanto stantia, viene declassato a privilegio. Di che stiamo parlando? Del fatto che se un dipendente in un'azienda con più di 15 dipendenti è messo fuori e il giudice ritiene il licenziamento ingiusto, quel lavoratore dovrà essere riassunto nello stesso luogo a parità di trattamento. L'azienda condannata può comunque opporsi alla sentenza, ha a disposizione altri due gradi di giudizio. Sarebbe questa la causa di tutti mali, contro cui destre e Confindustria hanno sempre scagliato i loro strali? Sarebbe l'art. 18 a far perdere il sonno persino a tanta intellighentia democratica? Le armate del giuslavorista del Pd Pietro Ichino si sono infoltite con l'arrivo della Fornero, a cui la parola sacrifici strappa lacrime mentre la sua sensibilità non sembrerebbe colpita da chi è stato licenziato ingiustamente. Basta pagare il giusto, ma al padrone dev'essere garantita massima flessibilità. Del resto, anche al padrone dell'amianto Schmidheiny che ha sulla coscienza decine di migliaia di morti nel mondo e di 1.800 solo a Casale, il consiglio comunale di questa città monferrina ha consentito di monetizzare i morti di oggi e di domani in cambio della rinuncia alla costituzione di parte civile. La logica è la stessa: fai quel che ti pare del futuro e della vita delle persone, purché tu sia disposto a pagare un obolo alla coscienza collettiva. Non è sufficiente la già prevista causa di crisi a consentire i licenziamenti. L'importante è evitare le rappresaglie politiche. E quando mai i padroni hanno licenziato un operaio accusandolo di essere comunista, o della Fiom, o magari gay? Ci sono molti modi più subdoli per liberare le linee o gli uffici da un «avversario».

L'ultimo imbroglio della ministra che promette «la riforma del ciclo di vita» (qui siamo oltre il miracolo) è il tentativo maldestro, anch'esso stantio, di contrapporre i privilegi dei «vecchi» alla condizione precaria dei giovani. C'era bisogno di cambiare governo per continuare a sentire queste banalità? La precarietà è ancor più pesante nelle aziende con meno di 15 dipendenti dove lo Statuto non entra: come la mettiamo? E non basta ancora la progressiva sterilizzazione dell'art. 18 operata dal governo Berlusconi?

Era il 24 marzo del 2001 quando tre milioni di italiane e italiani occuparono Roma in difesa dell'art. 18, il ministro dovrebbe ricordarselo. E dovrebbe ricordarsi che un altro ministro del lavoro, piemontese come lei, aveva varato lo Statuto. Si chiamava Donat Cattin, era democristiano. Sarebbe stato meglio morire democristiani?

Nell’icona e nel testo un’immagine della manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18, del 24 marzo 2001, al Circo Massimo, Roma

MILANO — «Se venissero cancellate le Province, Brescia potrebbe diventare una Regione». Il presidente Daniele Molgora — rifacendosi all'articolo 132 della Costituzione — non ha dubbi. E anzi ha già preparato una delibera che nei prossimi giorni sarà sottoposta al consiglio provinciale, per poi essere ripresa e rilanciata in tutti i consigli comunali del territorio prima del passaggio finale: un referendum. La trovata è stata annunciata anche sulla pagina Facebook del presidente della Provincia di Brescia: «Sollecitato dal territorio, apro l'iter per formare la Regione Brescia. I numeri ci sono (1.300.000 abitanti circa), la popolazione è superiore a quella di 6 regioni italiane che già esistono». Insomma, «le caratteristiche ci sono tutte, compreso il Pil che porta Brescia tra le prime dieci città italiane». Secondo il suo numero uno, «la Provincia di Brescia costa, alla fine, 18 centesimi lordi per abitante all'anno» su una «media nazionale che si aggira intorno ai 2 euro». Insomma, non ci sarebbe una questione di taglio ai costi della politica.

Le politiche di austerity tendono a occultare la natura violenta del rapporto tra capitale e lavoro

Debiti illegittimi e diritto all'insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent'anni domina il pianeta, distruggendo l'esistenza di milioni di persone, l'ambiente e la democrazia. L'analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all'origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell'euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.

Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent'anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi - una moratoria - e stabilire chiaramente chi sono i creditori - attraverso un audit - al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».

È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l'audit civile osa l'impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.

A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d'austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L'idea della moratoria, dell'audit, del diritto all'insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?

Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell'Europa dell'euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all'insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell'insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell'Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d'altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l'imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell'indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.

La lotta contro il debito, il diritto all'insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.

Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all'insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.

Non è solo a Bruxelles che l´Italia è sotto esame. Esiste un altro esame che riguarda il tasso di civiltà del paese. E chi ci esamina sono i 5 milioni di abitanti che non sono ancora giuridicamente italiani e che cominciano a desiderare di non diventarlo perché temono non sia possibile convivere con noi. I nodi sono venuti al pettine tutti insieme: e tutti insieme vanno affrontati. Con singolare coincidenza il tentato pogrom di massa di Torino e la sparatoria del ragioniere nazista di Pistoia rivelano una diffusione del virus razzista e dell´odio etnico in un´Italia senza attenuanti, l´Italia ricca, colta e civile delle due città che furono le capitali storiche dell´Italia risorgimentale: Torino e Firenze. Anche in questo caso il Paese è costretto a prendere brutalmente coscienza di qualcosa che è accaduto quasi sotto pelle, strisciando, riempiendo goccia a goccia gli interstizi sociali della convivenza, le maniere di pensare, i comportamenti, le pratiche istituzionali. Chi ricorda ancora il decreto Maroni sull´"emergenza nomadi" del 2008? Proprio in questi giorni, appena caduto il governo Berlusconi-Bossi, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla sentenza del Tar di Roma che aveva bocciato il decreto e ha avviato lo smantellamento delle sovrastrutture amministrative create per quella minacciata, fantomatica emergenza. Ma chi smantellerà un pregiudizio che si è intanto radicato in profondità e si esprime nello stillicidio di una violenza quotidiana fatta di discriminazione a piccole dosi, per lo più impalpabile, diffusa nell´aria che si respira? Non basta la caduta del governo che ha lungamente e pervicacemente cavalcato il populismo e l´ostilità etnica come strumento di dominio sulle menti impaurite della sua base. È col suo lascito nella coscienza collettiva che si devono fare i conti. Si pensi a tutto il parlare di identità, l´odiosa parola che ha eretto un muro di differenza e di diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori, che non coincide con le abitudini e coi pregiudizi dell´autosufficienza.

E quando si parla di mercatini delle città italiane come quelli di Piazza Dalmazia e di San Lorenzo, si dovrebbe provare a fare il conto delle misure vessatorie contro quei tappetini stesi sui marciapiedi, contro i borsoni dei venditori africani. Noi forse le abbiamo dimenticate. Ma loro no: è sulla pelle dei discriminati che l´odio e la sopraffazione lasciano il segno. Noi, gli italiani: loro, gli altri. Ecco la parola che fa problema: italiani. È venuto il momento di ridefinire questa parola. Il problema, come ha segnalato il presidente Napolitano, è quello della cittadinanza: che da noi ha un connotato sostanziale del razzismo, impermeabile com´è al dato di realtà del nascere, vivere e lavorare in un luogo. È una questione urgentissima. I segnali di questi giorni hanno portato allo scoperto il fondo melmoso e fetido dove si è iscritto il razzismo come vincolo sociale tipico della società dove vige l´eccezione giuridica.

Un anno fa il rapporto sul razzismo in Italia firmato da Alfredo Alietti e Dario Padovan ha denunciato la diffusione di tendenze razziste nel 51% della popolazione italiana: un numero che coincide con la percentuale di chi si ritrae dalla partecipazione politica. Non a caso. Nella società dell´eccezione giuridica la cultura del razzismo è un sentimento di rifiuto e di diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori. È qui che bisogna incidere. E non bastano i buoni propositi. Certo è di buon auspicio il fatto che il ministro Andrea Riccardi abbia rilanciato l´invito giunto dal presidente della Repubblica proprio davanti alla tomba di Jerry Maslo, il sudafricano ucciso a Villa Literno. Ma, come e più che per altre urgenze italiane, quella culturale e giuridica del diritto di cittadinanza non può più essere rinviata. Ce lo diceva lo sguardo dei senegalesi riuniti a Firenze: quei morti loro devono diventare i nostri morti.

La società di mercato come è comunemente intesa in Occidente, tradotta nel capitalismo liberale, basa la sua presa sulla "naturalità" delle relazioni socio-economiche che propone, e rappresenta la più evoluta forma che l'economia abbia mai conosciuto. Questo assunto - sbagliato, quantomeno arrogante, ma fortemente radicato - sta alla base delle difficoltà più grandi contro le quali si scontra l'esigenza impellente di una trasformazione del paradigma dominante (da noi imbastito, ma che ormai ci governa), per svoltare all'indirizzo della sostenibilità.

Per questo, guadagnare una prospettiva più ampia dalla quale osservare il nostro spaccato contemporaneo è un passo cruciale da compiere per lasciar intrappolate le riflessioni solo nella contingente emergenza data dalla crisi che ci troviamo ad affrontare. In questo percorso, la storia e l'antropologia sono armi ben affilate a nostra disposizione, con cui aprire una breccia nelle convinzioni pregiudiziali che ci impastano le mani e le menti. Ne parla a greenreport.it Cristiano Viglietti, antropologo del mondo antico e giovane docente all'università senese, fresco autore del volume Il limite del bisogno - antropologia economica di Roma arcaica.

Errore diffusissimo è quello di concepire il nostro modo di intendere l'economia come l'unico possibile, forse l'unico mai esistito. Da dove nasce questo difetto concettuale, e cosa invece spiegano la storia e l'antropologia?

«Dal punto di vista antropologico è un concetto aberrante, che in qualche modo annulla la diversità culturale. L'errore deriva dal filone dell'evoluzionismo presente nel pensiero moderno, e che trova espressione nella cosiddetta antropologia dell'età vittoriana di metà ottocento, mascherata da ideologia che supportava il colonialismo. Tale visione concepisce una scala evolutiva da un grado selvaggio ad uno evoluto dei rapporti socio-economici (che si realizza nella nostra economia liberale e moderna), mentre società diverse dalla nostra, storicamente o geograficamente, vengono dipinte come inferiori, esempi imperfetti dell'obiettivo a cui tendere.

«Tecnicamente, si parla di etnocentrismo, l'idea per cui il popolo a cui appartiene l'osservatore sia superiore agli altri. Questo è per noi un modo di giustificare la nostra pretesa di superiorità: ciò che è diverso non diventa fonte di dialogo o conoscenza, semplicemente non ci serve. È un aspetto fondamentale della cultura occidentale dal ‘700-‘800 ad oggi, ma negli ultimi decenni è possibile osservare come le persone stiano iniziando a pensare diversamente».

Come possono essere sintetizzati i modi di concepire l'economia e i rapporti socio economici della Roma arcaica?

«In soldoni, c'è l'idea che l'economia sia innanzitutto un fatto sociale. I comportamenti economici dunque non devono andar contro la conservazione della società. Nella Roma arcaica i principi fondamentali erano quelli di paupertas e parsimonia, legati tra loro al concetto fondamentale di modestia e moderatio, il senso della misura. L'avidità umana c'è sempre stata, non l'ha inventata certo Adam Smith; solo, nel mondo romano c'era coscienza che se prevale l'aspetto individualistico, la società si disfa. Per questo, certi comportamenti venivano sanzionati moralmente ma anche legalmente: gli scialacquatori del patrimonio perdevano diritti su questo, le leggi sull'usura erano molto rigide e neanche si potevano fare funerali troppo sfarzosi, come pure esistevano limiti alla possibilità di accumulare possedimenti terrieri, come nel caso delle leggi Licinie Sestie.

«Per il resto, la Roma arcaica aveva i suoi miti, come noi i nostri. Noi pensiamo all'homo oeconomicus, mentre i romani avevano il mito dell'agricoltura, per cui il cittadino più in armonia con gli altri e con gli dei era colui che coltivava la terra».

Quali modelli può offrire Roma arcaica per l'economia del mondo contemporaneo?

«Non sono un passatista, e non credo che sia necessario tornare a comportarci come i romani arcaici. Non avrebbe senso, era un mondo diverso, un diverso modo di pensare. Questa considerazione ci aiuta però a realizzare come il nostro sia un mondo relativo, che noi abbiamo messo in piedi e che noi possiamo cambiare.

Pensiamo di essere all'apice dell'evoluzione, ma non è così: il nostro è solo uno delle migliaia di modi per organizzare la nostra esistenza, con i suoi pregi e difetti. Per questo è utile confrontarci con le declinazioni assunte dall'economia nelle altre società: da questo punto di vista, da Roma arcaica possiamo sicuramente estrapolare come modello il tratto della misura che era presente».

Come intendevano i romani arcaici il concetto di "ricchezza"?

«Tramite espressioni interessanti, come quella del satis dives, ricco a sufficienza: qualcosa che sfugge completamente alla nostra cultura. Per noi, col presupposto-bufala del postulato di scarsità, i bisogni materiali sono infiniti, e la società migliore è quella che riesce a saziarne la maggio parte.

Per i romani arcaici vigeva invece la cognizione per cui, arrivati ad una certa soglia di ricchezza, questa è bastevole, e dunque rappresenta una soglia raggiungibile. Il sistema stesso in cui il romano viveva non lo incoraggiava ad accumulare la ricchezza per la ricchezza, dato che, ad esempio, raggiunta una certa soglia era possibile accedere alla prima fascia di censo, ed era inutile accumulare ulteriormente».

Eppure l'economia dell'impero romano (in un certo senso il primo "mondo globalizzato"), basata su conquiste militari, schiavi ed agricoltura, finì per imboccare una sorta di deficit entropico - "consumando" il proprio capitale, formato da terre produttive e popolazione agricola. Quali insegnamenti è possibile trarre dagli errori compiuti?

«La fine dell'impero romano è stata anticipata da una crisi di credibilità: verso chi lo governava, verso la moneta, verso gli atti politici. Dall'altra parte, si è trovato schiacciato dal peso crescente della pubblica amministrazione e dell'esercito, da quell'esosità in cui era caduta la finanza pubblica.

«Un insegnamento che sicuramente può essere tratto dalla Roma antica è però quello della presenza contemporanea di unità e rispetto della diversità, col quale governava l'immenso territorio conquistato, dove le città delle province venivano amministrate da magistrati locali, come pure erano presenti anche zecche locali che battevano moneta. Era una realtà estremamente complessa».

Come mai crede che proprio lo spirito del capitalismo sia riuscito ad avere una penetrazione così forte nei vari ambiti sociali e geografici della moderna umanità?

«Questa è la domanda con la D maiuscola. Se noi osserviamo storicamente i pensatori dai quali lo spirito del capitalismo fuoriesce, presentano tutti il tratto comune di aver ricevuto un'educazione prettamente puritana. Il puritanesimo promuoveva la repressione del desiderio, anche sessuale: vedo il pensiero capitalista una forma di reazione a questa repressione forzata, e che ha portato all'estremo opposto (anche nella sfera sessuale, dato il collegamento individuabile tra capitalismo e libertinismo).

«Il capitalismo comincia a nascere dalla fine del medioevo, da società che avevano fatto del pauperismo il loro punto focale, come reazione allo schiacciamento del desiderio e chi l'aveva imposto: il pensiero capitalistico è un'apertura all'infinito dei desideri. L'etica capitalistica ha dunque anche delle ottime ragioni storiche sulle quali si basa, non solo difetti. Adesso però c'è bisogno di ripensare quell'etica, e rimetterla al posto che le spetta nella storia, auspicabilmente non nel futuro».

Antropologicamente, è possibile individuare un connubio di fattori comuni che predispongono ad un cambiamento della mentalità socioeconomica, o si tratta di un processo casuale? Come si aspetta potremmo giungere ad una nuova e necessaria trasformazione culturale, verso un'economia sostenibile?

«No, non è un processo casuale. La trasformazione culturale è specchio della trasformazione umana, siamo perduti se non pensiamo questo. È l'azione umana che cambia le cose. Noi siamo allevati in una certa etica, con una mentalità imbevuta di economicismo in ogni ambito. Per questo è difficile pensare che in un battito d'ali cambi tutto, anche se il mondo moderno cambia davvero molto più velocemente rispetto al passato, e la pressione della crisi, sociale ed ecologica, può accelerare il tutto, nonostante siano ancora in atto resistenze fortissime in merito.

«Cerchiamo di trovare una cura alla crisi invocando la crescita, la cui ideologia ci ha invece portato dove siamo adesso. Se il Pil italiano dal 1961 è cresciuto del 300%, l'occupazione solo dello 0,2%. Da un lato l'evoluzionismo ci invita a pensare che la crescita ci salverà, dall'altro facciamo i conti col catastrofismo tipico dei giornali, e ci troviamo imbevuti da dogmi per cui sembra già scritto da qualche parte come il mondo andrà a finire, e che finirà male. Ma chi l'ha detto? L'uomo può agire e scrivere la propria storia. Decrescita è una parola sbagliata, se ne travisa il senso. Meglio sarebbe parlare di a-crescita o frugalità, ma anche queste non vanno poi così bene.

«Dobbiamo trovare la parola giusta, guidare pacificamente il cambiamento di una cultura che ci portiamo dietro come minimo dalla seconda rivoluzione industriale. Serve mettere in moto la volontà umana e, al momento, a naso, è una cosa che partirà dal basso e dai giovani, oppure non partirà, dato che per un cambiamento dall'alto siamo ancora in alto mare. È l'ideologia moderna che deve cambiare: non c'è bisogno di crescita, ma di equità e consapevolezza».

La presenza umana sulla terra pone con forza la necessità di modificare un modello di sviluppo che distrugge risorse e determina la scomparsa di molte specie viventi. Allo stesso tempo lo sviluppo della genetica mette in rilievo la responsabilità degli scienziati nel loro lavoro di ricerca. Un'intervista con l'autore del volume «Il seme di Pandora», pubblicato da Codice edizioni

È dal 2005 che Spencer Wells lavora intensamente all'interno del «Genographic Project» con l'intento di definire una mappatura della diffusione della popolazione umana sulla terra fin dalla comparsa dell'«Homo Sapiens». Genetista e antropologo, Wells ha studiato con Richard Lewontin e con Luigi Luca Cavalli-Sforza. Con entrambi condivide l'idea che la comparsa dei «sapiens» è frutto di un'evoluzione durata centinaia di migliaia di anni, caratterizzata non solo da una capacità di adattamento all'habitat naturale, ma anche dagli incontri tra le diverse specie di ominidi che hanno vissuto sulla Terra. Autore che alterna la scrittura alla ricerca sul campo - è un «esploratore» della National Geographic - Spencer Wells è autore de Il viaggio dell'uomo (Longanesi) e del recente Il seme di Pandora pubblicato da Codice edizioni (pp. 241, euro 20), saggio che propone una sorta di società della parsimonia da contrapporre alla liberale ricchezza delle nazioni e attorno a cui ruota l'intervista.

Ne Il vaso di Pandora, lei si concentra sugli esiti della civilizzazione non sempre positivi per gli essere umani. Perché la civilizzazione ha questa ambivalenza di fondo?

Non nego che il processo di civilizzazione abbia avuto effetti positivi sulla vita umana. Ad esempio, il lavoro, attraverso le macchine e l'applicazione della scienza alle attività produttive, è sicuramente meno faticoso rispetto al passato. La scienza ha inoltre favorito la cura di malattie che falcidiavano le comunità umane. Il diritto, dal canto suo, ha reso più facile la convivenza. Lo stesso si può dire per la produzione culturale, uno dei fattori più importanti per migliorare il nostro stare in società. In una prospettiva antropologica, il processo di civilizzazione ha cioè favorito la crescita della popolazione e la nostra riproduzione in quanto specie.

In molti studi, la popolazione umana nel Neolitico è stata stimata in cinque milioni di uomini e donne. Stiamo parlando di circa diecimila anni fa. Erano tempi difficili per gli umani; e sono molti studiosi a definirli come il periodo nero della nostra presenza sulla Terra. Adesso siamo diventati sette miliardi. La crescita della popolazione non è tuttavia un fatto negativo. Ma se volgiamo lo sguardo sulle conseguenza di una presenza umana così diffusa sul pianete, il panorama è meno roseo. Ad esempio, il riscaldamento del pianeta è un effetto collaterale dalle conseguenza potenzialmente terribili per la presenza umana sul pianeta.. Lo stesso vale per l'estinzione di molte specie animali e vegetali provocate dal processo di civilizzazione. Per questo serve una riflessione sul fatto che la civilizzazione ha effetti sulla nostra biologia, che è noto si è evoluta in poche decine di migliaia di anni all'interno di una stretto rapporto con l'habitat naturale, ma anche con quello sociale. Questo per dire che siamo cambiati biologicamente da quando eravamo cacciatori nomadi e vivevamo in piccoli gruppi. Abbiamo sconfitto molte malattie, abbiamo plasmato la natura come meglio credevamo. Eppure, recentemente, si sono manifestati virus e malattie ritenute conseguenza proprio della civilizzazione. Uno degli aspetti con il quale la specie umana deve confrontarsi è dunque la gestione del il nostro legame biologico con l'habitat naturale e con l'habitat sociale. È una sfida culturale, forse la più importante che la specie umana dovrà affrontare in questo millennio.

La mappatura del Genoma Umano è da annoverare tra i più importanti successi scientifici degli ultimi decenni. Anche in questo caso, tuttavia, lei sottolinea con decisione il possibile lato oscuro delle applicazioni derivanti dalla mappatura del Dna umano....

Non so se ci troviamo di fronte a un lato oscuro delle possibili applicazioni delle scoperte fatte all'interno dell'Human Genoma Project, che va ricordato ha mobilitato moltissimi laboratori di ricerca e moltissimi scienziati di grande valore in una prospettiva multidisciplinare che ha consentito una discussione molto ricca sul concetto di responsabilità della scienza. Da parte mia sono convinto che dobbiamo concentrarsi nell'analisi sulle conseguenze sociali, etiche, biologiche delle possibili applicazioni di tali scoperte. Pensiamo alla genetica e all'embriologia. Sono due campi che hanno conosciuto un forte sviluppo negli ultimi trent'anni, al punto che siamo a un passo dal poter scegliere, selezionare i geni dei nostri figli. Questo è un bene, perché potremmo evitare disfunzioni patologiche. Ma dobbiamo altresì riflettere anche sulle implicazioni etiche di alcune ricerche. Nel libro parlo diffusamente del «caso» di Charlie Withaker, un dodicenne affetto da un tipo specifico di anemia che è stato curato usando le cellule staminali del fratello concepito in vitro. A quel tempo, l'opinione pubblica inglese si è divisa tra favorevoli e contrari. Quel che per me è interessante è il fatto che abbiamo un effetto positivo di una «manipolazione» genetica e, al tempo stesso, ci siamo trovati di fronte a vicenda che ha posto nuovamente con forza il tema dell'eugenetica e della selezione genetica della specie umana. Argomento che ha precedenti storici terribili.

Ci troviamo cioè di fronte a situazioni che rendono attuale un discorso sulla responsabilità dei ricercatori nei confronti della società. E allo stesso tempo rendono attuale una domanda rispetto alla possibile selezione genetica: che diritto abbiamo noi di fare questo? Quesito che vale per molte altre scoperte scientifiche e la loro applicazione tecnologica. Da qui il nodo da sciogliere su come comportarci di fronte a implicazioni che possono condizionare moltissimo, se non sovvertire il nostro modo di vivere in una società.

Nel suo libro, l'evoluzione occupa molte pagine. Eppure la teoria dell'evoluzione è rigettata da posizioni spesso definite creazioniste...

Per me, come scienziato, l'evoluzione è un fatto che possiamo confermare continuamente attraverso esperimenti condotti nei laboratori dove si studia la genetica. La resistenza degli antibiotici, ad esempio, può essere studiata solamente attraverso il processo evolutivo che hanno caratterizzato alcuni virus. Penso sempre con delizia e stupore a come l'evoluzione della nostra specie e di altre specie viventi dia luogo a una straordinaria varietà di specie che condivide con noi il pianeta. Ci sono alcune farfalle che hanno una forma aerodinamica che incanta per potenza e bellezza.. Poi ci sono microorganismi che riescono a vivere sia in ambienti con elevate temperature che a profondità marine pazzesche. Per non citare le affascinanti varietà di felini che popolano l'Africa. Sono solo pochi esempi di come l'evoluzione abbia ancora il potere di stupirci per ciò che ha prodotto e per ciò che potrà produrre in futuro, vista la capacità di innovazione e adattamento che caratterizzano le specie viventi. Ci sono volute milioni di generazioni per arrivare alla attuale situazione. Non dovremmo spaventarci di tale diversità, ma sentirci confortati dalla sua esistenza.

Lei descrive la nascita dell'«Homo Sapiens» come una grande avventura caratterizzata anche dalla combinazione di geni di ominidi differenti. In altri termini lei dice che la combinazione di geni è un fattore importante dell'evoluzione. Non è così per il concetto di razza, da lei ritenuto un fattore tutto sommato irrilevante. La razza è dunque una convenzione sociale...

Molti ricercatori sociali sostengono che le razze sono una costruzione sociale e non, come invece affermano alcuni biologi e genetisti, l'esito di varianti genetiche che hanno come unici effetti di «superficie» il colore della pelle o la forma degli occhi. Potrei dire che entrambe le posizioni colgono degli elementi, ma entrambe non tengono conto della complessità, della sedimentazione sociale e culturale che la razza ha avuto. Scientificamente è chiaro che non ci sono significative differenze genetiche tra le diverse «razze» umane. E quelle che pure ci sono sono il frutto di una evoluzione intervenuta in 60mila anni, all'interno degli incontri, delle migrazioni, dei rapporti che i sapiens hanno avuto con l'habitat naturale e quello sociale che via via era costruito. Questo fattore dell'incontro, della combinazione tra gruppi umani differenti è stato ampiamente documentato dal «Genographic Project» a cui partecipo. Proprio in quell'ambito abbiamo verificato che gli esseri umani hanno lo stessa base genetica per il novantanove percento. Il resto produce uomini e donne con vari colori della pelle e altre piccole differenze che sono sempre di «superficie». Il mistero da svelare riguarda invece il problema delle disciminazioni razziali e dalle rappresentazioni sociali negative che colpiscono alcuni gruppi umani che hanno il colore della pelle diverso dal roseo e perché hanno una forma di occhi differente da quelle che caratterizzano gli europei o i bianchi statunitensi.

Infatti lei che scrive che gli esseri umani devono sviluppare un'altra cultura...

Si, ma non mi riferivo al razzismo. Piuttosto serve un'altra cultura per affrontare un argomento fondamentale per la sopravvivenza della specie umana, ma che spesso viene messo ai margini della discussione pubblica. Viviamo in un mondo che ha visto una crescita ininterrotta per quasi 60mila anni. Nel Neolitico la terra era molto diversa da quella attuale. Da allora molte specie si sono estinte e le società in cui viviamo sono caratterizzate da uno sviluppo industriale ad alto consumo di energia. Quando scrivo che dobbiamo sviluppare una nuova cultura, parto dal presupposto che tale modello di sviluppo non è più sostenibile nel medio e lungo periodo. Per questo sostengo che dobbiamo apprendere a vivere come una specie che abita un pianeta molto affollato e dove le risorse sono limitate.

Frugalità, parsimonia. Sono due delle parole chiave che lei usa per analizzare criticamente l'attuale distribuzione della ricchezza. Ma se la soluzione alla crisi di un modello di sviluppo basato su un alto consumo di energia e di distruzione delle risorse può risultare una narrazione mitologica o un sogno ad occhi aperti...

Il consumo dissoluto del pianeta che abbiamo compiuto è da archiviare, ponendo limiti al consumo delle risorse e alla distruzione dell'habitat naturale. Questo comporta una profonda trasformazione delle nostre abitudini . Abbiamo diecimila anni alle spalle, che rispetto alla storia della Terra è solo un piccolo episodio della vita sul nostro pianeta. Tuttavia sono stati diecimila anni in cui abbiamo modificato i nostri standard, non ponendoci tuttavia il problema di come garantire la sopravvivenza non solo della specie umana ma del pianeta. La frugalità, la parsimonia sono quindi solo strumenti che possono aiutare lo sviluppo di società più inclusive di quelle attuali. Solo così possiamo garantire un futuro ai nostri figli e ai loro figli. Sono moderatamente ottimista per il futuro. Questo non significa sottovalutare le conseguenze a breve termine della crisi attuale. Anzi solo una piena comprensione dei problema che abbiamo ci può aiutare a prendere la giusta strada.

Un pogrom. Diciamola la parola, per terribile che possa apparire. Quello di Torino è stato un pogrom in senso proprio, come quelli che avvenivano nella Russia ottocentesca. O nella Germania degli anni Trenta. Di quei riti crudeli ha tutti gli elementi, a cominciare dall'uso distruttivo del fuoco, per liberare la comunità dall'intruso considerato infetto (per "purificarla", si dice). E poi l'occasione scatenante, trovata in un presunto - e falso - atto di violenza su una vittima per sua natura innocente (può essere il neonato "rubato", come qualche anno fa a Ponticelli o, appunto, la "vergine" violentata). E lo stato di folla che s'inebria della propria furia vendicatrice, convinta di compiere un "atto di giustizia".

Ora, che il mostro si sia materializzato, in questo dicembre del 2011, a Torino dovrebbe farci riflettere. Qui, nella ex "capitale operaia". Nella città delle lotte del lavoro, dove è nata la nostra democrazia industriale. Né serve ripetere la stanca litania che Torino è un esempio di "integrazione e di accoglienza". Che la maggioranza la pensa diversamente dalle poche decine di invasati che a colpi di fiaccola e di accendino ha tentato una strage. Non è così.

Se una ragazzina spaventata e (per questo) bugiarda ha evocato i "due zingari" per accreditare una violenza mai avvenuta, è perché ha pensato che quell'immagine rendesse credibile - in famiglia e nel quartiere - un racconto altrimenti improbabile. Se centinaia di persone sono scese in piazza in una fredda serata d'inverno per manifestare, non è purtroppo perché si trattava di una violenza sessuale (quante sono passate ignorate in questi anni!), ma perché i suoi presunti (e falsi) autori erano di un'etnia odiata a priori. Se le decine di incendiari hanno potuto agire sotto lo sguardo compiacente degli altri abitanti del quartiere, è perché mettevano in scena un comportamento condiviso.

La verità è che la "città dell'accoglienza" è oggi priva di anticorpi contro i nuovi mostri che emergono dalle sue viscere provate dalla crisi. Politica e informazione ne sono responsabili. Da anni ogni discussione in Consiglio comunale sui "campi nomadi" si apre e si chiude sempre e solo su un unico tema, gli sgomberi. E il quotidiano cittadino La Stampa ha dato notizia del fatto, poco prima che la sedicenne confessasse, sotto l'indecente titolo a quattro colonne: «Mette in fuga i due rom che violentano la sorella». Perché i giovani balordi delle Vallette dovrebbero essere migliori dei loro amministratori e giornalisti? Perché gli abitanti sbrindellati, spaesati e logorati dai debiti e dalla disoccupazione, di questo che era, fino a tre decenni fa, il quartiere dormitorio dov'era stokkata la forza-lavoro di Mirafiori e del Lingotto, e dove ora si accumulano i detriti di una composizione sociale in disfacimento, dovrebbero essere più consapevoli, e "politicamente corretti", delle loro élites?

Torino, da anni, si compiace della bellezza ritrovata del proprio centro, brillante e patinato. Del fascino delle proprie piazze-vetrine e delle dimore sabaude restaurate. Oggi scopriamo che quel centro geometrico e luccicante è un po' come il volto intatto ed eternamente giovane di Dorian Gray - l'inquietante personaggio di Oscar Wilde -, mentre il suo ritratto, invecchiato e sfregiato, lo si può scorgere qua, nel quartiere di periferia dove si è scaricata tutta la carica di degrado e di bruttura accumulata in questi anni: lo sfarinamento della sua industria, l'erosione dei diritti sociali, l'impoverimento e la precarizzazione del lavoro, la crisi della socialità e della solidarietà. Tra il vuoto di diritti e di potere che si è aperto a Mirafiori, e questo pieno di rancore e di passioni funeste che si è condensato nel suo antico dormitorio, corre il filo nero di un'infausta profezia.

Auguriamoci che Torino non sia, ancora una volta, "laboratorio". Che non anticipi i segni di un'involuzione antropologica mortale. Il lungo piano inclinato della crisi, via via più ripido, lascia intravvedere inediti scenari weimariani, minacce fino a ieri impensabili. Il conflitto sociale, rimosso ed esorcizzato al vertice, rischia di ricomparire al fondo della piramide sociale, con il volto sfregiato della "folla criminale", del linciaggio e della ricerca feroce del capro espiatorio. Se la caduta dovesse accelerare, e la situazione precipitare, allora, con molta probabilità, il pogrom di Torino non resterebbe un fatto isolato.

La giornata di Firenze, il 9 dicembre, organizzata su "La Rotta d'Europa" merita qualche riflessione più seria di quella che le abbiamo dedicato sabato scorso. Essa incrocia alcuni temi maggiori della vicenda delle sinistre negli ultimi anni, noi inclusi.

La prima è la valutazione della crisi: perché, da quando, da chi e come essa viene giocata. La chiamiamo "crisi del capitalismo": se con questo si vuol dire che è una crisi "nel capitalismo", va bene ma se sottintediamo che il capitalismo è in crisi non va bene affatto. Su questo c'è stata fra i convenuti una certa chiarezza. Il sistema attraversa le crisi senza perdere la sua egemonia se non si scontra con una soggettività alternativa, o rivoluzionaria, al suo livello. Oggi questa non c'è. È vero che il 99 per certo delle popolazioni è vittima di questa crisi, ma più di metà di questo 99 per cento non lo sa. E si tarda a individuare perché, nel rapporto di forze sociali, siamo tornati indietro di un secolo. E anche le più generose reazioni puntuali - operaie quando, come nel caso della Fiat, il lavoro è direttamente attaccato, o sui beni comuni che si vogliono sottomessi al profitto privato, o contro la corruzione - ma anche le più vaste e giovanili, del tipo "Indignatevi", sono destinate a essere travolte se non individuano chiaramente il meccanismo di dominio avversario.

Questo non è facile. Una delle carte vittoriosamente messe in campo dal capitale è la tesi di Fukujama che, con la caduta dei "socialismi reali", ai quali erano direttamente o indirettamente legate le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, si era alla "fine della storia". Naturalmente non è così, la storia non finisce. Ma è certo che il capitale ha reagito prima di noi alla crescita di un anticapitalismo diffuso culminato dalla fine dei colonialismi al '68, e la sua aggressività ha cambiato l'organizzazione del lavoro, mondializzato a sua immagine e somiglianza il pianeta, dilatato le inuguaglianze, ribaltato la cultura politica del secondo dopoguerra. E non solo: ha modificato i suoi equilibri interni, enfatizzando lo spazio della finanza rispetto alla cosiddetta "economa reale". Di qui il ridursi delle alternanze politiche fra destra populista e destra liberista, Berlusconi e Monti, con conseguenti devastazioni della libertà di uomini e donne come eravamo giunti a concepirla.

Non diversamente dalla crisi dei subprimes, quella europea viene dall'essere stata concepita l'Europa e la sua moneta in pieno liberismo, dunque monetarismo e priorità alla deflazione, nella paralisi delle sinistre. Che neppure hanno la forza di spiegare perché D'Alema e Bersani siano così velocemente succeduti al Pci dei suoi anni migliori, che cosa esso è stato realmente, che cosa è stata l'Urss se alla sua caduta non si è fatto strada nessun tentativo vero di socialismo e libertà. Non sono interrogativi retorici, o da trascurare, perché ne è venuta la incapacità di pensare qualsiasi alternativa, anche solo riformista, di sistema - ed è caduto ogni sforzo di analisi del modo di produzione, ogni soggettività di sinistra e cambiamento se non per frammenti, e perlopiù incomunicanti. Il dominio del capitale, finanziario e non, non ha più limiti, Marchionne ci sbeffeggia sulla Fiat "dopo Cristo", anticipando, come ha detto Landini, una linea generale di distruzione non solo di ogni comunismo ma di ogni riformismo, abbattendo quelli che consideravamo "diritti".

Su questa analisi i convenuti a Firenze sono stati d'accordo più o meno tutti. Ma le sue forme sono articolate, in parte oscure, in parte senza fondamento, difficili da cogliere: passato in secondo piano Berlusconi l'imbroglione, Monti l'onesto ci copre onestamente di lividi. Le sinistre storiche consenzienti o afone.

La seconda questione della quale si è discusso riguarda il che fare. Trenta anni fa, e forse meno, a una così violenta convulsione del sistema avremmo risposto con un tentativo di rovesciarlo o almeno condizionarlo fortemente. Adesso abbiamo accettato che distrugga non dico l'ideale di un rivoluzionamento, ma l'assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi. Le sinistre storiche si adeguano, i movimenti si indignano, classi intere, a cominciare dal lavoro salariato, già retrocesso in precariato, vanno alla rovina e i paesi con loro. La famosa solidarietà europea non si vede, ogni stato pensa ai casi suoi.

Si può fare altro che mettere un fermo al precipitare della distruzione? Questo "La Rotta d'Europa" lo ha tentato attivando attorno a sé un inaspettato ascolto, compresi alcuni padri fondatori della Unione Europea che stanno a disagio nella dominazione franco-tedesca, peraltro priva di qualsiasi legittimità. Non si tratta di improvvise conversioni: si tratta della constatazione che la linea liberista non solo è crudele, ma non riesce a mettere fine a questa rovina. I paesi, sotto le manovre delle agenzie di notazione, sono sempre più soggetti ai tassi usurai delle banche, in assoluta inuguaglianza, e dunque l'uno è contro l'altro e in indebitamento crescente. Ed è appena cominciata. Le nostre proposte sono, appunto, "riformiste": colpire la finanza con una tassazione forte, colpire gli alti patrimoni, reintrodurre un controllo dei capitali in direzione opposta alla formula tedesca, ridare fiato agli organsimi comunitari, ricondurre la Bce a quelli che dovrebbero essere i suoi fini, riformare un gruzzolo, oggi dovunque scomparso per la crescita. Crescita vuol dire occupazione, oggi dovunque in calo e sotto intollerabili attacchi salariali.

E qui si incontrano sia i limiti del rifomismo, sia le proteste dei verdi, i quali ci ricordano che crescita vuol dire fino ad ora demolire le risorse naturali e l'equilibrio del pianeta. Guido Viale propone di uscire dalla opposizione crescita-decrescita, scegliendo "sviluppo", che non significa solo né soprattutto aumento di beni e consumi materiali, che soffocano la natura e noi. Come? Con chi? Non ci si può nascondere che il dialogo è difficile, quando non chiuso, fra paesi terzi alla fame, paesi emergenti che ruggiscono di crescita, paesi che cominciano ad avere una consapevolezza del problema, e soprattutto enormi interessi contrastanti. Non senza che ciascuno rivendichi una sua "centralità", secondo tradizioni radicate e fatali.

Terzo, il problema delle forme politiche. Luigi Ferrajoli ha ricordato a Firenze l'analfabetismo economico dei giuristi, e io mi permetto di ricordare l'analfabetismo politico degli economisti, sia detto senza offesa per nessuno. In verità è assai poco chiaro il confine fra quelli che chiamiamo politica, diritto, economia. Le misure della Ue, riprese da Monti, sono "economiche" se economia si riduce a "contabilità di bilancio", ma sono "politiche" sotto quello dei rapporti fra le classi e le conseguenze sulla intera società.

I movimenti di opposizione, che si levano in contrasto con le inerti sinistre storiche, come gli "indignados" non sempre sono in grado di sapere dove vanno o vorrebbero andare. Arde fra noi la contesa fra "finalmente sono finiti i partiti" e la "difficoltà dei movimenti a coordinarsi e a durare". Alcune esperienze delle comunità locali rielaborano il dilemma nella dialettica/incontro fra gli uni e gli altri (Della Porta, Lucarelli). Preme la discussione fra democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta (nel riordino fatto da Ginsborg e Dogliani) e indirizzata alla riforma dei trattati europei, in direzione del tutto opposta a quella che ha alimentato l'ultima riunione di Bruxelles.

Il confronto fra noi e lo scontro con i poteri è aperto su tutti i fronti. Ed esige approfondimenti cui non siamo troppo avvezzi. Ma una strada a Firenze si delinea, le volontà e gli impegni ci sono. Che essi incrocino i maggiori problemi della nostra storia è evidente.

Massimo Torelli, di Sbilanciamoci, apre la discussione. "Siamo qui per dire che c'è un'altra via per uscire dalla crisi che non sia la depressione economica. Consideriamo fallimentari le proposte istituzionali perché non portano a una via d'uscita. Non c'è solo un aspetto economicista. “Rotte d'Europa” non deve diventare Europa in rotta. Una politica che non si occupa di economia, non è una politica. Che soluzione dare al debito. Dopo la primavera italiana e il referendum ero contento, ma dall'estate è cambiato tutto. La nostra primavera è nata intorno a Pomigliano, a Mirafiori, alla Fiom. Quindi interroghiamoci come siamo arrivata qua".

È la volta di Rossana Rossanda. "Vorrei che fosse una riunione di lavoro. Raccogliere ciò che è stato fatto e portarlo avanti a scadenze ravvicinate. Una politica di cui ci si vergona di meno e di cui si fidi di piu. Perche siamo qui? Quali sono le proposte di lavoro che vogliamo avanzare? La via d'uscita va cercata. Partiamo ricordando che l'asse franco-tedesco non rappresenta formalmente niente, si è auto-imposto. E gli altri paesi, di fronte al rinnovarsi della situazione, non reagiscono con un sussulto di solidarietà, ma con atteggiamenti di preoccupazione nazionale in cui ognuno cerca di cavarsela alla meno peggio da solo. Questo provoca il crollo dei debiti degli Stati e l'incapacità di governare positivamente la tempesta. Il primo punto da marcare è una mia persuasione: è ormai opinione diffusa che l'economia abbia fatto il colpo di stato e abbia destituito la politica. No, è la politica che ha consegnato all'economia i suoi poteri. E li ha consegnati con responsabilità delle sinistre e del centro sinistra. Perché scombussolati dal socialismo reale, sono balzati a piedi uniti sull'ipotesi liberista, che non ha mai cessato di essere presente, che era praticamente scomparsa dalla scena. L'Europa era un vecchio sogno dei padri fondatori europei, ma invece di portare avanti libertà, eguaglianza e fratellanza è stata costruita negli anni del boom del liberismo. Libertà di circolazione di uomini, merci e capitali. Che imbroglio! L'Europa è stata costruita sulla competitività e concorrenza dell'uomo sull'uomo, sul contrario della collettività. Primo segno: non ha avuto una dichiarazione politica, ma la moneta unica. Una politica monetaria liberista. Il risultato è stato che la moneta è stata fatta ma non i cittadini europei. Dove finiremo fra qualche mese. Dove sarà finita l'Italia e l'Europa con questa crudele ripartizione del reddito a favore di chi ha di più e contro chi ha di meno.

La merce denaro fa denaro. Non produce se non denaro. Sbarellando il sistema. Sono crisi finanziarie in presenza di un abbassamento della crescita produttiva. Siamo in presenza non di una politica liberista crudele ma efficiente, perché è umanamente crudele e inefficiente. Questo dominio dei capitali è incapace di previsioni. Non capisco perché questo dominio dei conti, dei calcoli, fuori dalle volontà politica, non ci abbia detto nulla della crisi dei surprime in Usa che ha trascinato tutti. Non sapevamo fino a un anno fa che la Grecia era in grande crisi. E adesso anche tutta la zona euro. Stiamo assistendo a questo scontro europeo, che si riflette nel governo Monti. Governo onesto e pulito che dà sberle incredibili. Tutta l'Europa è in una crescita molto bassa, quasi zero, i deficit di bilancio vengono cercati fra pensioni, salari, gente debole e riduzione spesa pubblica, welfare, scuola, istruzione. Ogni paese fa le stesse politiche. Questo passaggio di incrudelimento verso i più deboli non ha via d'uscita. Perché i paesi relativamente più forti, Francia, Germania, Finlandia non sono presi da impeto di solidarietà per venire in contro alle esigenze di questa comunità. Siamo in pericolo tutti. Accanto a un lavoro degli amici economisti che ha avuto inaspettato successo nell'avanzare proposte alternative, basate sul proteggere i deboli, è urgente ridare all'Europa una struttura democratica in cui le decisioni non vengano prese da protagonisti impropri, ma che ritorni ai popoli. Diamoci delle scadenze rapide.

Mario Pianta, docente di Economia all'Università di Urbino, parla di 'rotta': come direzione o come disastro? "L'Europa si basa su due pilastri: il liberismo e la convinzione che i mercati risolvono i problemi da soli, e il lasciare le porte aperte all'espansione della finanza. Questi due pilastri hanno prodotto una totale liberalizzazione dei movimenti di capitale per cui è possibile investire senza limiti, tanto che i paesi poveri trasferiscono i fondi a Londra o New York invece di investirli nel locale. I pochi ricchi dei paesi poveri non investono il capitale e lo lasciano fuggire all'estero. Tutta la crescita era fondata sull'investimento di risparmi. Ora no, non si investe più nei paesi, si specula all'estero.

Così in Europa lo Stato non interviene nell'economia. È da venti anni che i movimenti globali sostengono la tassa sulle transazioni finanziarie. Questo perché una tassa piccola ridurrebbe le operazioni speculative che puntano a guadagnare una piccola percentuale sulla variazione di prezzo, piccolo margine che però consente di guadagnare da grandi speculazioni. La buona notizia arrivata da Monti è che l'Italia dovrebbe sostenere ciò. Lo diciamo da venti anni, meglio tardi che mai. Ma dall'Europa ancora nessuna notizia in questo senso.
Persino il Fmi riconosce di introdurre limiti e controlli ai flussi di capitale. Altra cosa importante: distinguere le banche commerciali da quelle speculative, imponendo a queste ultime severi controlli, vigilare sui cattivi della finanza. Ci possono essere misure per ridimensionare le attività e dare alla finanza meno munizioni per sparare con la speculazione. Togliere il potere alle agenzie di rating di creare aspettative di indebolimento di alcuni soggetti su cui si scatena la speculazione. La via d'uscita più concreta è costruire una garanzia collettiva sull'eurozona - che ha l'economia reale più forte del mondo. La banca centrale europea deve fare da banca centrale e deve dichiarare che realizzerà acquisti illimitati di tutti i titoli europei sul mercato e in questo modo i tassi di interesse non si alzeranno e i carichi degli interessi passivi da pagare diverranno sostenibile. Per evitare di aver bisogno di finanziarie solo per pagare il debito. 
Da tempo c'è la proposta di una commissione per capire come affrontare il debito, di un Fondo monetario europeo, che tuteli la moneta dalla speculazione. Ma non dimentichiamo che debitori e creditori son le due facce di una stessa medaglie. Quindi anche i deboli possono costruire un cartello e dire quanto possono pagare nel tempo in modo da proteggere la propria economia.

Abbiamo esigenza di affrontare la recessione che richiede misure coraggiose di cui non c'è traccia. Le risorse devono essere trovate in quel dieci percento di ricchi e in quell'un percento di super ricchi, che hanno concentrato tutta la ricchezza. La tassazione deve spostarsi sui redditi alti e sulla ricchezza. Pretendiamo l'armonizzazione fiscale a livello europeo, per ridare coerenza anche dal punto di vista fiscale all'Europa. Monti non ha mai pronunciato la parola modello di sviluppo. Invece bisogna ridurre la dipendenza dall'estero e l'apertura, ricostruire capacità produttiva non basata su lavoro a basso costo. L'Europa deve dare risposta alla recessione. Il problema è avere l'economia a servizio della società e non al contrario. Una serie di politiche sostenibili ed equità vera, giustizia e economia che non opprima la gente".

Ha quindi concluso Luigi Ferrajoli. "Con questo dibattito e questa riunione si capirà che esistono proposte alternative per un Europa più equa. È una crisi oltre che economica, della democrazia. La vera divisione non è tanto fra nord e sud, fra ricchi e poveri, ma fra un piano altro dove c'è una sterminata quantità di quattrini e il resto dell'umanità. È un altro modo per dire siamo il 99 percento governato da un uno percento che controlla il 40 percento delle ricchezze, dove un miliardario paga meno imposte della sua segretaria, e un finanziere meno tasse di un operaio. Abdicazione totale della politica e assoggettamento politica all'economia. L'idea della sfera pubblica è in bilico. La separazione della sfera pubblica dalla sfera economica. Stiamo assistendo alla fine della separazione e al capovolgimento del rapporto fra politica ed economia. Crisi del diritto e dello stato di diritto. Non è stato elaborato uno stato di diritto privato in grado di porre un freno ai poteri selvaggi del mercato e contemporaneamente si è svuotato il ruolo del diritto nei poteri pubblici. L 'insofferenza dei limiti ha prodotto la devastazione. Il diritto del lavoro è stato distrutto. Azzerato dal capovolgimento delle fonti, dall'idea che il contratto individuale prevale sul collettivo e sulla legge. Qualsiasi diritto diventa derogabile. La proposta che dobbiamo avanzare non è solo di politiche alternative. Ma dobbiamo trasformare queste politiche in regole, stabilizzarle in forma costituzionale. Non bastano le leggi perché le maggioranze le distruggono. Occorre costituzionalizzare, anche a livello europeo, i diritti dei lavoratori, come inalienabili e non modificabili o sopprimibili dalle varie maggioranze. Costituzionalizzare i beni comuni. Beni demaniali, ossia sottratti al mercato. Vanno sottratti i beni sociali. Un demanio europeo sottratto ai mercati e alla politica. Demanio planetario. Acqua, aria, i beni vitali vanno sottratti. Costituzionalizzare non solo i diritti sociali, che sono vuote parole se no accompagnate da altre. Costituzione brasiliana ha vincoli di bilancio. Ossia nel bilancio degli stati e dei municipi il 25 percento va destinato a salute, 25 a istruzione. E cio ha prodotto una forte riduzione di diseguaglianza. Nel trattato europeo va introdotto vincoli di bilancio. Proposte che trovano sorde perfino le sinistre. Ma sono le proposte che attuano le belle parole scritte nel trattato. Uno degli impegni è realizzare seminari, incontri fra economisti, giuristi e politici, perche esiste un analfabetismo economico dei giuristi e un analfabetismo giuridico degli eocnomisti. Stiamo vivendo il fallimento delle politiche neoliberiste, al via libere ai poteri selvaggi. Dobbiamo invocare un sussulto di solidarietà ma anche di razionalità. Il tratto caratteristico di questa catastrofe è il dominio dell'irrazionalità contraddistinto dalla paura di tutti verso tutti. L'unica alternativa razionale è prendere atto che questa situazione si sta risolvendo in un disastro generale che rischia di travolgere stati popolazioni equilibrio mondiale all'insegna dell'irrazionalità. Quindi costruire un programma politico e istituzionale che dovrebbe diventare anche un programma dei movimenti che rischiano di essere movimenti che si mobilitano sul locale e contro i propri governi. Invece devono avere un programma comune, in modo da dare legittimazione popolare all'Europa".

Gabriele Polo introduce la seconda sessione di discussione, precisando che questo confronto sarà esteso a livello europeo. Il primo a parlare è Giulio Marcon.

"Tre le parole-chiave di Monti. La prima equità. Si dovrebbe puntare sulla giustizia fiscale. Ma questa non c'è. I diritti sociali devono essere riconosciuti parte vincolante dell'intervento pubblico. C'è bisogno della trasformazione del concetto di Welfare al di là della carità e della compassione verso gli ultimi. Pretendiamo interventi massicci in questa direzione.

La seconda è rigore. Siamo a favore del rigore. Tagliare le spese militari, gli sprechi, le grandi opere. Siamo a favore del rigore contro i soldi alle scuole private. Contro gli abusi come i fondi alle cliniche private. Si può tagliare in questa direzione. Dove si può tagliare senza colpire la povera gente.

La terza, crescita. In questa manovra, non c'è molto per la crescita. Ci sono strumenti vecchi. Abbiamo bisogno di altro, come investire dell'economia verde.

Infine, una parola che Monti non ha nominato: modello di sviluppo, ossia su quale produzione e consumi incentivare e quale economia vogliamo per il nostro domani. Il futuro qual è? Solo investendo in produzioni e consumi ecologicamente e socialmente sostenibile, che favoriscano il lavoro, avremo futuro senza ulteriori disuguaglianze.

Ha preso la parola Guido Viale. "Per affrontare in termini operativi la via d'uscita occorre farlo a livello europeo. La crisi della Grecia affrontata a livello nazionale è stato il disastro. Ha portato al default. Per dieci anni tutti gli economisti sanno che non ha la possibilità di risollevarsi dallo strangolamento dell'Europa. La ricetta imposta all'Italia è la medesima. Sono politiche tragiche e inutili. Nei programma enunciati da Monti non c'è la percezione dell'ordine di priorità dei problemi. La condizione delle prossime generazioni dipenderà da quello che il mondo farà da oggi alla metà del secolo per salvaguardare l'equilibrio ambientale del pianeta. Il problema del debito viene al secondo posto. E non è solo il debito italiano, ma di tutta la zona euro. Alla finanza sono state consegnate le chiavi degli Stati. Ma anche degli Stati forti. Anche della Germania.

Non ci sarà crescita nei prossimi anni, non ci sarà nemmeno a livello mondiale. Ci aspetteranno anni in cui non potremo rimanere fermi, e dobbiamo prospettare una via d'uscita, che passa da varchi stretti. In primis, il debito, non solo quello italiano, ma il debito in cui versa l'intero pianeta, debiti pubblici ed esteri e privati di milioni di persone costrette a indebitarsi, non si puo uscire se non ristrutturando il debito, un abbuono totale del debito. Gli economisti dovrebbero capire come abbonare il debito.

Non c'è un programma generale disponibile, non c'è il soggetto portatore di questo programma, e nemmeno la prospettiva perché tutti siamo prigionieri di quell'uno percento di ricchi, della teoria per cui non c'è alternativa. È solo attraverso la realizzazione della costruzione dell'iniziativa locale, che riusciamo a arrivare a costruire un programma generale. Fondamentale nell'iniziativa sociale è il ricorso alla democrazia partecipata. Se l'idea della democrazia partecipata è di sinistra, la parteciazione deve essere aperta a tutti anche a chi ha altre idee è un'arena dove potersi confrontare. Con tutti. Invece nella rappresentativa vincono sempre i peggiori".

Quindi è stata la volta di Francuccio Gesualdi. "Viviamo in un mondo ingiusto in cui un venti percento vive una vita dello spreco a fronte di una maggioranza che nn ha mai conosciuto il gusto del benessere. La crisi ambientale ci comincia a far prendere coscienza che non ci sono più le condizioni del crescere. Finalmente anche la sinistra accetta questo concetto perché abbiamo una radice produttivista. Bisogna risolvere i problemi mentre si produce meno. Questa la sfida. L'alternativa non è fra crescita e decrescita, ma nemmeno fra crescita e green economoy. Dobbiamo capire che società vogliamo. Consentire ancora alle multinazionali di arricchirsi alle spalle di tutti? Dobbiamo costruire una società con l'obiettivo che tutti debbano vivere bene. Come si fa a costruire la società del buen vivir? È il concetto di benessere da mettere in discussione. Non è l'avere. Non è la quantità. La persona umana non può essere un bidone aspiratutto. Siamo anche dimensione affettiva, spirituale, intellettuale. È realizzare in modo armonico tutte queste dimensioni. Questi aspetti in armonia. E le popolazioni quechua delle Ande ce l'hanno insegnato. Buona relazione con noi, con l'ambiente e con la comunità.

Secondo aspetto, il concetto del lavoro. Siamo vittime del fatto che il lavoro è il salario e lo scopo è solo quello dello stipendio. È una deformazione del mercato. In ogni epoca il lavoro ha avuto lo scopo di risolvere i bisogni. Si lavora per soddisfare i nostri bisogni. Dunque lavorare tanto quanto basta. La novità è che se ci liberiamo del lavoro salariale, scopriamo che ci sono altre forme di lavoro come il fai da te che oggi è snobbato perche non produce denaro. Eppure c'è una quantità di cose che possiamo risolvere da soli e che ci aiuta ad andare avanti. Mettiamo i nostri ragazzi in condizione di risolvere da soli molti problemi

E che dire dei lavori di comunità. Auto-generare lavoro tramite lo scambio, con rete autogestite, con altri metodi di pagamento a livello locale. Lavoro comunitario: rivalutiamolo! Abbiamo gente disoccupata, con problemi da risolvere, e non abbiamo i soldi. Ma liberiamoci da questa schiavitù dal denaro. La nostra prima funzione di cittadini è metterci in gioco con il nostro tempo. La tassazione del tempo! Non abbiamo prospettive. O progettiamo un altro modello di società o nulla. Ragioniamo sulle politiche di transizione. Chiediamoci come riconvertire l'apparato produttivo basato sullo spreco in un sistema che ha l obiettivo di produrre in modo razionale sotto il profilo delle risorse e non monetario. Il sistema vede nella green economomy una buona cose e quindi l'accetta. L'altra grande politica da perseguire è la redistribuzione dell'esistente. La prima risorse è il lavoro salariale. Lavorare meno, lavorare tutti. Ridistribuire i salari. E ridistribuire le risorse. Sistema fiscale che tassi di più le ricchezze. Siamo in una guerra, l'industria della finanza ha dichiarato guerra. Quale parte del debito non deve essere pagato perché illegittimo? Stabiliamolo! Congelamento del debito e istituzione di una commissione d'inchiesta che stabilisca quanto dobbiamo pagare davvero".

È poi intervenuta Annamaria Simonazzi. "Non ci piace la parola crescita? Allora chiamiamolo modello di sviluppo alternativo, ma abbiamo bisogno di dare lavoro a tutti. Magari verso attività socialmente utili che non ci porti a consumare. Ma non sono molto d accordo. E non pagare il debito pubblico significa non avere più le banche. Ci sono tre modi con cui le economie sono uscite dal debito. Inflazione. Crescita (sviluppo alternativo sostenibile). Fallimento (default). Ma non è che fare default per i prossimi 15 anni è facile. Sono convinta che non si esce dalla crisi con l'austerità. Soprattutto se l'austerità è perseguita da paesi che possono permettersi una politica di rilancio come la Germania. Se l'austerità è la politica scelta dall'Europa andremo al disastro. C'è un pensiero dominante di questo tipo e anche il nostro governo è molto vicino a questa posizione. E anche la banca centrale europea. Dunque, che politica alternativa per un modello di sviluppo alternativo si può fare in Italia.

Come salvaguardare la crescita data la posizione pesante che abbiamo?

1 - Riqualificare la spesa. Se partiamo da una situazione in cui abbiamo un vincolo di bilancio, allora si deve stabilire delle priorità. Spese da tagliare, (militari, della politica). Ma una maggiore attenzione va anche a infrastrutture che abbiamo chiamato sociali. Sono menzionati investimenti in infrastrutture fisiche da questo governo, ma mancano investimenti in infrastrutture sociali: welfare, che crei direttamente occupazione (il tempo pieno scuole, servizi di cura adeguati, aumentare la formazione) ossia investimenti sociali che non possono più essere considerati un lusso. Questi non possono essere tagliati. Bisogna investire in capitale umano: istruzione, servizi. O noi consentiamo alle donne occupate di potere anche respirare, conciliando lavoro e cura, o neppure l'occupazione che c'è può essere sostenuto. Creare occupazione attraverso investimenti in infrastrutture sociali. Tutti gli altri paesi hanno tagliato, ma mai in questo senso, anzi pensanti sussidi nell'occupazione alla persone. Creando occupazione in una fascia di lavoratori, donne e poco qualificati, che avrebbe consentito loro indipendenza economica e inserimento sociale.

2 - cosa ha fatto questo governo per giovani, donne, precari? L'occupazione netta c'è se c'è domanda, se le imprese non hanno convenienza non lo faranno.

3 – pensioni. La manovra lo si sa ha elementi di iniquità, ma c'è un aspetto sottovalutato. La saggezza di estendere l'età pensionabile per alcuni anni si è detto non contrasta con l'occupazione dei giovani. In Italia, con questa crisi, finché non esce qualcuno qualcun altro non entra. E se lasciamo dentro gli anziani i giovani restano fuori. Ed è controproducente".

E ha finito, applauditissimo Maurizio Landini. "La domanda che dobbiamo porci è: chi è il soggetto deputato a fare le proposte, chi è oggi che decide dove si investe, cosa si produce? Non siamo di fronte ad una concentrazione del potere privato e finanziario che non c'è mai stata prima? Tutte le cavolate sulla fine del lavoro. In Europa, Italia e nel mondo non ci sono mai stati cosi tanti lavoratori salariati. Crisi del sindacato: se una volta si diceva proletari di tutto il mondo unitevi, oggi a chi ci si rivolge? Che capacità di contrattazione ha più il lavoratore? Allora, rimettiamo al centro la rappresentanza del lavoro, e la democrazia. Ciò che sta succedendo alla Fiat non è solo un problema dei metalmeccanici o del sindacato. Siamo di fronte all'istituzione di un modello di impresa e di relazioni sindacali che rompe con qualsiasi sindacato di interesse generale a fronte di un sindacato corporativo che diventa un gendarme, con un attacco alla libertà sindacale non di un settore, ma dei lavoratori tutti. In queste ore potrebbe essere firmato l'accordo della Fiat, con 86mila dipendenti che non hanno più un contratto di lavoro nazionale, che non hanno più diritti. Quando i sindacati confederali firmano accordi che impediscono ad altri sindacati di esistere siamo di fronte a una profonda distorsione. I rapporti di forza sono peggiorati, e la logica con cui le imprese si muovono stanno spostando i centri decisionali, la contrattazione è efficace se si puo sviluppare là dove vengono prese le decisioni. In tutta Europa c'è un attacco violento alla contrattazione collettiva, si va verso un'aziendalizzazione spinta, le imprese non vogliono discutere con nessuno. Cosa è oggi il prodotto, a cosa serve, quali investimenti fare, quale sostenibilità ambientale deve avere, bisogna riattivare i consumi o ci sono anche bisogni individuali, collettivi e sociali... Tutte queste cose non hanno più un luogo di discussione, di interlocuzione. Non c'è più la rappresentanza del lavoro, e questo è anche un problema di democrazia. Chi ha chiesto ai lavoratori della Fiat di rinunciare al contratto nazionale? I lavoratori della Fiat sono stati messi sotto ricatto, è scomparsa la capacità di decidere. Senza la democrazia lavoratrici e lavoratori non possono partecipare, non possono essere rappresentati. L'azienda Fiat continua la trattativa solo coi sindacati coi quali può ottenere ciò che vuole. Mi hanno sempre raccontato dell'interesse generale, ora siamo di fronte al fatto che di fronte all'emergenza generale devono pagare i lavoratori. Mi dicono che le pensioni di anzianità sono un privilegio. Ma siamo matti? E poi, lavorare quarant'anni alla catena di montaggio non è lavorare quarant 'anni in università. Lunedì faremo otto ore di sciopero generale, perchè dal primo di gennaio in Fiat succederà che i delegati non esisteranno più, se i lavoratori entrano con un volantino della Fiom non li faranno entrare. E' o no un problema, la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici? La politica lo affronta o non lo affronta? Bisogna riaprire una discussione che rimetta al centro la rappresentanza, la politica e la democrazia. Dopo Berlusconi è stato tirato un sospiro di sollievo, dopo aver visto le misure di Monti, il sospiro di sollievo non lo tirano più in molti. Il Parlamento purtroppo è sempre lo stesso, e allora, prima o poi bisognerà tornare finalmente a votare".


Norma Rangeri, introduce La democrazia, la politica, la terza e ultima sessione del Forum Nazionale di Firenze. Finora, buona miscela fra utopia e realtà. Credo che l'europeismo è capitolato rispetto ai temi economici, capitolazione politica. Il governo Monti sono economisti chiamati a governare mentre la democrazia sta cercando il modo di ripresentarsi ai cittadini. La tecnostruttura di Bruxelles e Francoforte domina. I partiti sono in penitenza e poi risorgeranno o sono finiti perche nessuno li richiamerà in vita. Siamo governati da paura e sensi di colpa e la democrazia sembra un lusso. Da una parte, crisi economica, dall'altra crisi della politica. Crisi di leadership. A sinistra non esiste più il partito come soggetto collettivo, è un campo dove ogni componente giova in proprio. È fallito il progetto Pd, come maggioritario. Ci sono due anime che non convivono in armonie. E nel centrosinistra c'è un Idv con molti limiti. Da qui il successo di Vendola persino indipendentemente dalla sue capacità perche ha un linguaggio un'idea politica e non ha un partito alle spalle. E i partiti, per come li abbiamo conosciuti, hanno esaurito la funzione pedagogica e sono un ostacolo al rinnovamento della politica e della rappresentanza. Assistiamo a una deriva securitaria. Incattivimento sociale. Le disuguaglianze crescono. E le masse sono preda del popolusimo e della xenofobia. La rappresentazione della protesta non basta a fare la sinistra. Occorre un punto di vista e un programma.

Prende la parola Paul Ginsborg. Tre punti telegrafici.

1 - non è facile arricchire ed estendere la democrazia in un periodo di recessione e di neoliberismo. La recessione porta alla restrizione delle possibilità della democrazia, proprio in quella rivendicazione dei diritti che sono avvenute nella seconda parte del Novecento. La democrazia sociale, al democrazia economica e la democrazia di genere. Espulsione delle donne dai loro diritti di cittadinanza e di lavoro. In Italia c'è una democrazia di uomini. E la repressione peggiora la situazione. E il neoliberismo si può intravedere un doppio processo. A livello globale c'è stata un'espansione della democrazia rappresentativa che ha portato il 70 % a essere democratici. Insieme con quello troviamo che il neoliberismo impoverisce la democrazia rappresentativa nei paesi in cui la democrazia è vecchia. I flussi ininterrotti e incontrollabile di denaro che vanno nella competizione elettorale, l'impossibilità di controllare le spese elettorali. E ovviamente Berlusconi è un illustre esempiuo della deformazione della democrazia. È difficile invertire questo andamento.

2 - in un articolo del 7 dicembre sul Manifesto il sindaco di Napoli chiede una rete di comuni per i beni comuni, in particolare difesa esito referendum sull'acqua. Mentre il 5 dicembre, tutta una parte dei sindaci della toscana hanno votato una proroga della concessione del servizio idrico alla Spa Nuove Acque. Il suggerimento del sindaco di Napoli mi ha rammentato Carlo Cattaneo. I comuni sono la Nazione nel più intimo asilo della sua libertà. Pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi dal punto di vista politico. Quando ci siamo recentemente messi insieme per la sinistra arcobaleno l'esperimento è stato fatto male e in modo razzista ed è stato solennemente bocciata dall'elettorato. Chiedo, si può andare oltre queste esperienze infelici?

3 - bisogna pensare a una forma costitutuvia non gerarchica ma confederale. Il mio punto di riferimento è Ferraris e il lavoro che ha fatto sul movimento socialista belga a fine ottocento. È un esempio storico ricco ci fa vedere come molte espressioni diverse riescono a confederarsi autonomamente. Mettiamo in nuova forma la necessità di andare oltre ciò che abbiamo.

A - qui c'è un nodo teorico difficile. La questione rapporto fra democrazia rappresentativa e parteceipata. Non si può cancellare uno in favore dell'altro. Non solo quale sia più giusta. Questa connessione è da elaborare.

B - vorrei che discutessimo di un altro problema mai discusso recentemente, la discussione della democraticità delle persone. Perché la sfera intima, dei rapporti non è mai considerato nei discorsi della sinistra. A casa ci facciamo a pezzi fra piccoli e grandi gruppi. Mai un'autocritica sulle passioni, sull'odio, sull'invidia, la competizione. Che porta un target preciso che è lontano alla sinistra e cioò è neoliberista. Occorre una forma non gerarchica di un nuovo soggetto, la democraticità delle persone. Lavoriamoci.

Donatella Della Porta. Quando si parla di crisi della democrazia e di soluzioni non ci sono ideechiare, abbiamo bisogno di spazi dove le idee possano crescere. Il percorso del social forum è stato un percorso in cui sono state avanzate tante proposte sull'Europa, ma il problema resta aperto. La crisi finanziaria è prima di tutto crisi di democrazia. Rinuncia delle Istituzioni a intervenire a ridurre le disuguaglianze. La politica è stata abbagliata dal potere economico, da qui la corruzione visibile decisioni spostati in luoghi non rappresentativi. Tecnici legittimati a fare politica. La democrazia rappresentativa non rappresenta più perché è stata espropriata. Da Merkel e Sarkozy alle agenzie di rating le decisioni si sono spostate a istituzione non legittimate dalla rappresentatività. E le risposte sono vecchie e inefficaci. La politica e la democrazia sono sempre meno capaci di intervenire. La folle proposta di introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione viene da qui. L'effetto è il crollo della fiducia dei cittadini. Il popolo della sinistra non si fida più del Parlamento, delle istituzioni rappresentative. Ci sono però elementi di speranza. I movimenti che si sono sviluppati dalla primavera araba agli indignados a occupy wall street hanno lanciato l'idea di un'altra democrazia ora. Non c'è solo l'alternativa fra rappresentata e diretta. Siamo di fronte a una situazione di crisi economica che rende le soluzione politiche più importanti ma anche più difficili.

Uno degli elementi a cui dare risposta è la diffusione dell'idea che non c'è alternativa. Non è vero ed è pericoloso. Vuol dire delegittimare la democrazia e la politica che in questi momenti sono fondamentali. In questa crisi, si cercano i tecnici. I canali di collegamento fra movimenti e partiti si sono indeboliti notevolmente. Prima c'era una doppia militanza. Il partito debole, il partito che non esiste più come costruzione di idee è ciò che è rimasto della sinistra di una volta e non ha più questi canali di ascolto. E nemmeno ce l'hanno i movimenti. La ricostruzione di interazione fra rappresentanza e movimenti è un problema aperto. La democrazia cosmopolita è da costruire. Tanti spazi e modelli di incontro e di democrazia nel rispetto della diversità e nella potenziale ricerca di una soluzione possibile.

Tania Rispoli 1 -Svuotamento della democrazia rappresentativa. 2 -Ruolo dei tumulti nella costruzione della democrazia 3 -Esperienze già in campo e che ripensano la democrazia oggi.

Si può valutare la chiamata di Monti come una forma di dittatura commissaria o come una rivoluzione dall'alto. Il dispositivo finanziario ha commissariato il potere decisionale ai cittadini sulla loro vita politica. La rivoluzione dall'alto è connessa a uno stato d'eccezione, che si fa permanente. Stato d'eccezione è anche populismo. È finito Berlusconi ma non il berlusconismo. È una forma di potere, il potere carismatico in questo caso fondato sui media, che non è finito. L'esautoramento della democrazia significa anche disaffezione verso la democrazia parlamentare e rappresentativa. Esempio spagnolo. La scelta dell'astensionismo è stata consapevole, e ha vinto il partito popolare che ribadisce la crisi della democrazia rappresentativa. Da una parte la Bce e dall'altra i movimenti. 2 - la politica è l'affermazione della parte dei senza parte. Dal 2008 abbiamo visto che i ci sono stati molti conflitti e tumulti. Ci sono alternative oggi. Bisogna assumere fino in fondo la crisi della forma partito e della forma sindacato. La divisione non è solo fra democrazia rappresentativa o democrazia diretta, si può immaginare una forma di democrazia aperta. 3 - molti quando parlano della crisi della seconda repubblica si rifanno alla prima repubblica o alla Costituzione. C'è bisogno di un nuovo processo di ricostituzionalizzazione che deve arrivare dal basso. Una riscrittura dal basso dei principi fondamentali della nostra vita associata. Il referendum è un istituto relativamente antico che stavolta ha funzionato grazie al movimento e al conflitto. Da dove dobbiamo partire? Dalle occupazioni, dalle reti sociali, dalla denuncia e dalle mobilitazioni. Vedi il Cile e i suoi studenti. E infine Oakland: il 2 novembre tutti i movimenti di occupazione si sono incontrati con una forma di sciopero molto nuova che ha bloccato città produzione e distribuzione è un'ispirazione transatlantica che ci può fare arrivare a vedere una nuova democrazia. Ha chiuso Mario Dogliani. "non sono così certo che la situazione di essere sull'orlo dell'abisso da cui è nato il governo Monti si potesse evitare. Non penso si potesse evitare un passaggio così traumatico. Riflettiamoci. L'essere sull'orlo del burrone era una bufala o no? Io non penso. Si è affermata l'idea che la democrazia sia due fazioni in lotta. Ed è un'idea che viene da lontano e che è stata istituzionalizzata. Certo la democrazia è un succedersi delle maggioranze, ma in un combattimento a due faccia a facci la destra vince sempre con la sinistra. È chiaro che vince lo schieramento che solletica la paura, l'avarizia, il mantenimento dello status quo. Si crea una democrazia basata sul pauroso marginale e sull'abietto marginale. Questo tipo di democrazia riduce, degrada l'elettore a un consumatore, che scegli quello o quel prodotto. E ciò indebolisce la democrazia, snervandola della sua essenza. La democrazia è conflitto di gruppi sociali. Se viene meno questa idea del conflitto organizzato, della democrazia come la versione secolarizzata della società divisa dalle lotte religiose, in cui la militanza politica è la secolarizzazione del diritto alla conversione, la democrazia si indebolisce, perché fatta da platea di consumatori. E si indebolisce lo Stato. Sono stati imbelli quelli che non hanno più dentro questa ossatura rappresentato dal pluralismo e dal conflitto politico. Parliamo di crisi del potere democratico. Il potere economico c'è ed è forte, ma il potere democratico di cosa è fatto, di cosa ha bisogno? Questa la domanda cruciale. Bisogna guardare davanti e dedurre dal tipo di problemi e di sfide la gravità di questo problema. Come si riporta il controllo degli Stati sul movimento dei capitali. Come si riorienta l'Unione europea, oramai ingoiata dal neoliberismo vincente che l'ha concepita come un avamposto della globalizzazione? Il berlusconismo e il debito pubblico sono uno specchio della nostra autobiografia. L'Italia è malmessa, ma con che tipo di potere colmiamo il debito. Fra democratizia rappresentativa e diretta, non possiamo stabilire delle cesure, bisogna che gli uni fertilizzino gli altri. Evitiamo l'aventinismo!

Alberto Lucarelli. Individuare la democrazia della rappresentanza della partecipazione, diretta e di prossimità. In questo momento storico si deve lavorare intorno a queste quattro dimensioni. Che possano ridurre una discrezionalità dall'alto, volgare e rozza. La partecipazione deve passare attraverso la passione, la forza, e soprattutto la formazione e l'informazione. L'idea di una rete di Comuni per il bene pubblico è un tentativo di dare rappresentanza a nuove soggettività politiche che siano in grado di mettere in comunicazione le quattro forme della democrazia. Significa far partire dal basso questioni di portata universale. Far sì che i Comuni possano diventare laboratori come quello di De Magistris a Napoli, che ha lanciato l'esempio sull'acqua e sull'applicazione del referendum sull'acqua.

Primavere arabe, indignados e il movimento Occupy Wall Street: è solo il primo round di un'onda che aspira a cambiare le strutture economiche mondiali attraverso una disciplina collettiva, priva di leadership

Durante le proteste in piazza Tahrir nel novembre 2011, Mohamed Alì, 20 anni, alla domanda di un giornalista sul perché fosse lì, ha risposto: «vogliamo la giustizia sociale. Niente di più. È il minimo che ci meritiamo».

Il primo round del movimento ha assunto molteplici forme nel mondo - le cosiddette Primavere arabe, il movimento degli Occupy iniziato negli Stati uniti e poi diffuso in numerosi paesi. Oxi in Grecia e gli indignados in Spagna, la protesta studentesca in Cile e altre ancora.

È stato un grande successo. Il livello del successo può essere valutato attraverso uno straordinario articolo scritto da Lawrence Summers per il Financial Times del 21 novembre, intitolato «L'ineguaglianza non può più essere tenuta a bada dalle solite idee». Si tratta di un tema inabituale per un economista come Summers. Nell'articolo si sofferma su due punti importanti, tenuto presente che è stato in prima persona uno degli architetti della politica economica mondiale degli ultimi vent'anni, che ci ha trascinati tutti nella disastrosa crisi in cui si trova oggi il mondo.

Il primo punto riguarda il fatto che si sono realizzati cambiamenti fondamentali nelle strutture economiche mondiali. Summers afferma che «il più importante di essi è stato un forte cambiamento nei mercati a vantaggio di una piccola minoranza di cittadini rispetto a quello che è a disposizione della maggioranza di essi».

Il secondo punto riguarda i due tipi di reazioni pubbliche a questa realtà: quella di chi ha protestato e quella di chi si è opposto fortemente a questa protesta. Summers afferma di essere contro la «polarizzazione» che, secondo lui, è la strada intrapresa dai protestatari. Ma aggiunge: «Contemporaneamente, coloro che sono pronti a tacciare ogni espressione di preoccupazione sulle crescenti ineguaglianze come inopportuna o come il prodotto della lotta di classe sono ancora più lontani dalla comprensione di ciò che accade».

L'articolo di Summers non significa che l'economista sia diventato un esponente del cambiamento sociale radicale - lungi da ciò - ma piuttosto che è preoccupato per l'impatto politico del movimento mondiale a favore della giustizia sociale, specialmente in quello che definisce il mondo industrializzato. Per me, questo deve essere considerato un successo del movimento mondiale per la giustizia sociale.

La risposta a questo successo sono state alcune concessioni minori, qui e là, seguite poi dappertutto da un aumento della repressione. Negli Stati uniti e in Canada, ci sono stati interventi sistematici per sloggiare le «occupazioni». La simultaneità virtuale di questi interventi della polizia sembra indicare che esiste un alto livello di coordianamento. In Egitto, i militari hanno fatto resistenza contro ogni limitazione del loro potere. Politiche di austerità sono state imposte in Grecia e in Italia, su pressione di Germania e Francia.

Però la storia non è finita. I movimenti stanno riprendendo fiato. La protesta ha di nuovo occupato piazza Tahrir e sfida il maresciallo Tantawi allo stesso modo di come aveva sfidato Hosni Mubarak. In Portogallo, una giornata di sciopero generale ha paralizzato il sistema dei trasporti. Lo sciopero in Gran Bretagna contro il taglio alle pensioni ha tentato di ridurre del 50% il traffico a Heathrow, con grandi ripercussioni nel mondo, vista la centralità dell'hub di Heathrow nel sistema dei trasporti aerei mondiali. In Grecia, il governo ha cercato di spremere i poveri pensionati imponendo una pesante tassa fondiaria da versare con le bollette della luce, minacciando di tagliare la corrente nel caso non fosse pagata. La reazione è stata una resistenza organizzata. Gli impiegati dell'elettricità locale stanno riallacciando illegalmente la corrente, contando sull'incapacità degli impiegati dei comuni, ridotti al minimo, a far rispettare la legge. È una tattica che era stata usata con successo una decina di anni fa a Soweto, sobborgo di Johannesburg in Sudafrica.

Negli Stati uniti e in Canada, il movimento di occupazione si è esteso dai centri città ai campus universitari. E gli «occupy» stanno discutendo su posti alternativi da occupare durante l'inverno. La rivolta degli studenti cileni si è estesa alla scuola secondaria.

Due cose vanno sottolineate rispetto alla situazione attuale. La prima è che i sindacati - come parte di ciò che sta succedendo, come effetto di ciò che sta succedendo - sono diventati molto più militanti e molto più aperti all'idea che devono essere dei partecipanti attivi nel movimento mondiale per la giustizia sociale. Questo vale per il mondo arabo, in Europa, in America del nord, in Africa del sud e persino in Cina.

La seconda cosa da sottolineare è il livello nell'enfasi dato alla strategia orizzontale che dappertutto i movimenti sono stati in grado di mantenere. I movimenti non sono strutture burocratiche, ma coalizioni di molteplici gruppi, organizzazioni, settori di popolazione. Sono ancora fortemente impegnati a dibattere, senza interruzione, le tattiche e le priorità e stanno evitando di cadere in processi di esclusione al loro interno. Funzionerà sempre così? Sicuramente no. Funzionerà però meglio che ricostruire un nuovo movimento verticale, con una leadership chiara e una disciplina collettiva. Finora, in effetti, ha funzionato meglio.

Dobbiamo pensare che la lotta mondiale sia una lunga corsa, nella quale i corridori devono utilizzare con saggezza la loro energia, per evitare di sfiancarsi, mantenendo l'attenzione sull'obiettivo finale - un diverso tipo di sistema-mondo, molto più democratico, molto più egualitario di quello che abbiamo conosciuto finora.

Traduzione di Anna Maria Merlo

il manifesto, 30 novembre

Toccate e fughe di un urbanista

di Manuel Orazi

Alla fine del suo saggio Gli architetti e il fascismo (Einaudi 1989), Giorgio Ciucci indicava chiaramente quelli che, nella cultura architettonica italiana del Dopoguerra, sarebbero stati i pilastri, coloro cioè a cui sarebbe toccato il compito di ricostruire materialmente e moralmente un paese e una disciplina dopo le tragiche morti di Giuseppe Pagano, Edoardo Persico e Giuseppe Terragni.

I quattro pilastri - tutte figure paterne, tranne Ridolfi - erano, in ordine di anzianità, Giuseppe Samonà direttore dello Iuav di Venezia, unica isola felice della modernità italiana; Mario Ridolfi con la ciclopica impresa del Manuale dell'architetto (portata avanti insieme e grazie a Bruno Zevi); Ernesto Nathan Rogers e il Movimento di Studi per l'Architettura (Msa) che riuniva a Milano architetti e intellettuali come Enzo Paci intorno alla rivista «Casabella-Continuità»; e infine, a Roma, Ludovico Quaroni con la sua «ricerca sul quartiere». Ovviamente i protagonisti del dopoguerra sono stati molti di più, alcuni dei quali sottovalutati perché conservatori, in politica e no (Saverio Muratori, Luigi Moretti, Gio Ponti) - ma quella di Quaroni è stata una ricerca in più direzioni, sicuramente la più inquieta.

La stagione del neorealismo

Nato a Roma cento anni or sono, Ludovico Quaroni si laurea nel 1934 e l'anno successivo apre lo studio professionale insieme a Muratori e Francesco Fariello, con i quali vincerà il concorso per la piazza imperiale all'E42, oggi Eur - dove la pulizia del disegno viene inficiata dall'uso, per le colonne, non del marmo, ma di una scadente pietra scura imposta da un gerarca, proprietario delle cave. Sin dall'inizio della carriera, dunque, Quaroni (allora ventitreenne) è votato al lavoro di gruppo, ma anche al compromesso: la sua ricerca di una sintesi fra razionalismo e classicismo è coeva al suo impegno di assistente universitario di Piacentini, Del Debbio, Plinio Marconi, vale a dire alcuni fra i più strenui avversari dell'architettura moderna italiana.

La seconda guerra mondiale mette fine a questa stagione formativa e vede Quaroni catapultato prima in India e poi, già dalle prime fasi del conflitto, prigioniero dagli inglesi in Etiopia, dove rimarrà cinque lunghi anni a meditare sulla fine del regime e di un'intera epoca. Tornato a Roma nel 1946, aderisce all'Apao, l'associazione per l'architettura organica diretta da Zevi e per circa un decennio si lega a doppio filo con Mario Ridolfi. Verrebbe anzi da dire che quasi si nasconda dietro di lui, sia nel concorso per la nuova stazione Termini, sia soprattutto nel quartiere Ina Casa al Tiburtino, costruito fra il 1950 e il '54 da un team allargato di cui fanno parte anche giovanissimi progettisti come il nipote comunista di Piacentini, Carlo Aymonino.

Il Tiburtino segna la stagione del Neorealismo architettonico che in opposizione al monumentalismo fascista cerca di tradurre in città le forme e i modelli della vita rurale, per avviare così i nuovi immigrati dalle campagne alla vita urbana secondo modalità ibride ben viste sia dalla Dc fanfaniana sia dal Pci di Guttuso e Alicata. Ancora una volta però si tratta di una ricerca di sintesi fra due entità irriducibili, città e campagna, e sarà lo stesso Quaroni il primo a fare autocritica già pochi anni dopo definendo il suo quartiere un paese dei barocchi: «non è il risultato d'una cultura solidificata, d'una tradizione viva: è il risultato d'uno stato d'animo».

Autoanalisi e autocritica

Nel villaggio La Martella invece, nei dintorni di Matera, ancora frutto di un gruppo di progettazione allargato, nel 1951 Quaroni cerca di portare un po' di urbanità nel nuovo quartiere destinato a ospitare gli sfollati dei Sassi, che prima convivevano in condizione di miseria assoluta e di promiscuità con gli animali; si tratta certamente di una delle pagine più commoventi e generose della ricostruzione scritta peraltro insieme con Adriano Olivetti. È infatti l'industriale e filantropo piemontese ad animare queste e altre esperienze riformatrici in alcune fra le zone più arretrate del meridione. Non a caso a Quaroni, vincitore del premio Olivetti nel 1956, viene dedicata una monografia pubblicata dalle Edizioni di Comunità nel 1964 da uno dei suoi numerosissimi allievi, Manfredo Tafuri.

Come Quaroni, anche Tafuri - sebbene su un altro piano, quello storiografico - sarà maestro del dubbio e del ripensamento, dell'autoanalisi e dell'autocritica. Quegli «stati d'animo» così caratteristici della cosiddetta scuola romana sono alla base di svolte continue, di slanci ideali in seguito rinnegati e infine rimossi: ouverture, toccate, fughe e contrappunti per usare i termini dell'arte forse più cara a Quaroni, peraltro raffinato collezionista di strumenti musicali e profondo amante delle variazioni Goldberg di Bach.

Secondo Franco Purini, anch'egli suo allievo, la coltivazione del dubbio ha avuto senz'altro una funzione positiva per coloro i quali sono stati poi capaci di superarla imboccando una strada propria, mentre è stata negativa per la maggioranza assoluta, per i meno sicuri di sé che hanno trasformato il dubbio in interdizione verso qualsiasi strada possibile. (Il che, aggiungiamo noi, è piuttosto grave per chi - come Quaroni - è stato non solo maestro, ma relatore di tesi di laurea per una intera generazione di architetti romani, che a loro volta sono diventati docenti occupando le facoltà di mezza Italia o creandone altre ex novo).

Ai due lati della laguna

Secondo Purini, comunque, Quaroni resta una figura fondamentale per la ricerca problematica della via italiana all'architettura moderna, anche se non lo è stato dal punto di vista formale.

Una certa insicurezza lo ha portato sempre a circondarsi di collaboratori e associati, spesso di vaglia, sebbene eterogenei, e gli esiti compositivi non potevano che essere differenti: neorealisti al Tiburtino e a Matera, votati verso la megastruttura nella stagione successiva del progetto per l'Asse attrezzato di Roma (1967) o per il nuovo centro governativo di Tunisi (1969). Giustamente il Maxxi (che ha come senior curator un altro suo allievo, Pippo Ciorra) dedica una piccola mostra al progetto di Quaroni più felice e noto, quello per i grandi edifici circolari Cep alle barene di San Giuliano di Mestre del 1959 - esempio di una architettura della grande dimensione aperta verso la laguna in un abbraccio che era al tempo stesso anche l'allegoria della sintesi fra architettura e urbanistica, quella sintesi auspicata dal suo alleato Giuseppe Samonà, che dall'altro lato della laguna aveva appena dato alle stampe L'urbanistica e l'avvenire delle città (Laterza 1959).

Un'impresa misconosciuta

E un'allegoria è anche il titolo del libro pubblicato nella collana Polis diretta da Aldo Rossi per Marsilio, La torre di Babele, del 1967 - cosa ci faceva Quaroni nella collana di un architetto opposto per temperamento e da cui era stato duramente contestato al convegno olivettiano sull'urbanistica di Arezzo del '63? Nel 1939 Quaroni aveva svolto una ricerca dal titolo L'architettura delle città in cui distingueva una coppia dialettica focus/tessuto urbano che ricorda molto quella degli elementi primari/area che è al centro dell'Architettura della città di Rossi del 1966. Nel testo del '67 Quaroni dà una sua interpretazione positiva del valore conoscitivo della forma, ma le affinità si fermano qui e nella stessa prefazione al libro Rossi liquida Quaroni ingabbiandolo all'interno della sua teoria dell'architettura.

Eppure il riavvicinamento con Rossi sarà solo il preludio a un'ultima grande impresa, la più misconosciuta, ma anche una delle migliori fra tutte le azioni quaroniane: la direzione, alla metà degli anni '70, della splendida collana «Planning & Design» per la casa editrice Gabriele Mazzotta di Milano che, nata pochi anni prima, aveva già un ricco catalogo d'arte. La madre tedesca aveva reso naturale la propensione di Quaroni verso movimenti e autori tradizionalmente poco studiati in Italia.

A lui dobbiamo infatti la prima traduzione di testi fondamentali dell'architettura del '900 come Da Ledoux a Le Corbusier: origine e sviluppo dell'architettura autonoma di Emil Kaufmann, Lo studio delle piante e la progettazione degli spazi negli alloggi minimi di Alexander Klein, l'antologia della rivista espressionista Frühlicht o ancora La corona della città di Bruno Taut a proposito del quale malignamente - ma giustamente - Quaroni consigliava a Rossi e Scolari, che lo avevano appena arruolato fra i padri del Neorazionalismo della Tendenza, di ricordare le origini espressioniste, dunque irrazionali, dello stesso razionalismo.

Compositore di intelligenze

A questi titoli già di per sé considerevoli si alternavano ristampe di classici antichi (i trattati settecenteschi di Francesco Milizia e Andrea Memmo) e moderni (Il modulor di Le Corbusier) oltre a una serie di saggi di giovani storici, architetti, urbanisti e sociologi (Vieri Quilici, Giorgio Muratore, Giandomenico Amendola) su temi che spaziavano dalla città rinascimentale alla Russia costruttivista fino a pioneristici studi sulle città sudamericane di Manuel Castells oggi così in voga, tenendo sempre insieme architettura e urbanistica. E forse la dimensione editoriale è quella che più corrisponde a Quaroni: quella di un compositore di intelligenze, complesso e contraddittorio come una collana editoriale, frutto di un lavoro collettivo (autori, curatori, traduttori) e di molti compromessi. Un lavoro che in ultima analisi assomiglia maledettamente al destino dell'architettura.

la Repubblica, 3 dicembre

Ludovico Quaroni, così si disegna una città

di Francesco Erbani

Il vicinato.La bussola che guidò l’architetto Ludovico Quaroni quando disegnò il borgo della Martella (siamo a Matera, primi anni Cinquanta) era orientata sul vicinato. Che era come dire la comunità. Ma la parola vicinato pareva a Quaroni più comprensibile per i contadini che dovevano abitare quel borgo abbandonando i Sassi, dove solo l’alito dei muli, che vivevano insieme a loro nelle grotte, mitigava l’umidità del tufo con la quale le loro ossa erano impregnate. E dove, però, il vicinato era il soccorso elementare, reciproco, materiale e morale, che rendeva meno penosa un’esistenza di cui l’Italia si accorse leggendo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi o mirando le foto di Henri Cartier-Bresson su Life.

Di Quaroni si celebra quest’anno il centenario della nascita con una serie di iniziative a Matera e ad Arezzo, e con una mostra al MAXXI di Roma (curata da Patrizia Bonifazio e Pippo Ciorra, promossa da Inu e Fondazione Adriano Olivetti: fino al 31 gennaio). Qui vengono esposti i suoi disegni per un altro progetto, molto diverso dalla Martella, ma che conserva un filo di continuità con quello materano, l’insediamento delle Barene di San Giuliano, a Mestre, 190 ettari, quasi una città, che avrebbe dovuto superare l’imbarazzo di essere dirimpettaia di Venezia.

Quaroni non ha realizzato molte opere. Ha lavorato con Luigi Piccinato a una prima redazione del piano regolatore di Roma, poi rifiutata dall’amministrazione capitolina e stravolta. Ha realizzato con Mario Ridolfi il quartiere Ina-Casa del Tiburtino, sempre a Roma, che poi, ridendo, avrebbe chiamato il "paese dei barocchi". Ha costruito chiese a Francavilla a Mare, a Genova, a Gibellina. Ha scritto saggi e articoli, ha insegnato e oggi la facoltà della Sapienza di Roma è intitolata a lui. Ma la sua figura è centrale nel Novecento perché mostra, spiega Ciorra, come «l’architettura fosse capace di sintesi tecnica, politica e intellettuale e come fosse impossibile per Quaroni pensare a un edificio se non come elemento urbano». E questo vale tanto più oggi, «con architetti che vanno per conto proprio, senza preoccuparsi di condividere niente».

Un intellettuale, un militante, capace di grandi innovazioni anche formali. La denuncia di che cosa accadeva a Matera, nei Sassi, fu uno choc. Nella città lucana arrivarono Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi e i Sassi si decise di svuotarli, trasferendo gli abitanti in alcuni borghi rurali (ne erano previsti cinque, se ne realizzarono due). Questa iniziativa si mosse sulle ali di una mobilitazione intellettuale travolgente, a tratti generosamente ingenua, animata dal sociologo tedesco-americano Friedrich Friedmann, da economisti, antropologi, geografi, medici, assistenti sociali. Il motore fu Adriano Olivetti. Che, oltre a essere proprietario di una delle aziende più innovative al mondo, ragionava su come sviluppare i suoi progetti di comunità, cioè i nuclei sui quali si sarebbe dovuta reggere tutta l’organizzazione sociale e politica del paese. E nel Mezzogiorno quei progetti trovarono un terreno per svilupparsi. Olivetti era anche presidente dell’Inu, l’Istituto nazionale di urbanistica, ed era stato al vertice dell’Unrra Casas, l’organismo finanziato dagli americani per dare case ai senzatetto, una specie di New Deal mondiale.

Da questo intreccio di soggetti, complicato da politica e clientele, ma riscattato dall’energia culturale di Olivetti, nacque nel 1951 l’incarico a Quaroni di realizzare La Martella (Quaroni era molto legato all’imprenditore canavese e nel 1953 avrebbe firmato la Dichiarazione del Movimento di Comunità, la creatura politica olivettiana). La Martella è forse il progetto più denso di suggestioni intellettuali, di tensione civile e di illusioni sociali realizzato nella sua carriera dall’allora quarantenne architetto (a Matera lavorarono con lui Piero Maria Lugli, Michele Valori, Federico Gorio e Luigi Agati).

L’insediamento rispondeva a un paradossale rovesciamento di fronti. I contadini vivevano in città e andavano trasferiti in campagna. La Dc e la Chiesa volevano distribuirli in diversi appezzamenti di terreno, ognuno proprietario di un fazzoletto di zolle. Prevalse l’ipotesi olivettiana dei borghi che avrebbero riproposto il vicinato dei Sassi. La comunità di duecento famiglie si sarebbe ritrovata nella chiesa, costruita da Quaroni in forme neorealiste in vetta all’altura e con la parete di fondo in vetro perché le celebrazioni fossero aperte a tutti. Ma la comunità si riconosceva anche nei forni collettivi, collocati al termine delle strade che come raggi percorrevano il borgo, e nei servizi – un centro sociale, uno di istruzione agraria, l’ufficio postale, un albergo, l’ambulatorio, la scuola. Le case erano a due piani, disposte a gruppi. Ognuna aveva la stalla, c’erano l’orto e un piccolo giardino. «È l’uomo che crea la vita», scrisse Quaroni nel 1953, «non sono le case e gli altri edifici. (...) Siate sicuri, comunque, che noi non abbiamo voluto approfittare dell’occasione per sperimentare una nuova estetica (...) rinunciando alle velleità tanto facili per noi architetti».

Sarà poi lo stesso Quaroni – si può immaginare il suo disincanto amaro – a raccontare la stentata vita della Martella, i centri collettivi che non aprirono mai, gli assistenti sociali cacciati dal parroco (quel testo è raccolto da Armando Sichenze e Ina Macaione nel libro Il limite e la città). Poi vennero l’emigrazione contadina, l’immiserimento dell’agricoltura, l’abbandono delle terre. Oggi La Martella, tranne la chiesa, offre poche tracce della sua storia povera e razionale. Le abitazioni sono state trasformate ognuna in modo diverso, sono spuntati i cancelli elettrici.

Otto anni dopo il lavoro a Matera, Quaroni partecipa al concorso per le Barene di San Giuliano. Italia del Nord, area industriale, vigilia del boom economico. Né un borgo rurale né un quartiere. Edilizia pubblica, cinquantamila vani, una città-satellite. E dunque piazze, edifici alti anche 16 piani, strutture semicircolari, grandi blocchi lineari, una specie di progenitura di Corviale. Il linguaggio è popolare, come a Matera. E, come a Matera, l’occhio è vigile su bisogni delle persone e su esigenze collettive. Ma altrettanto forte è il piglio innovativo. «In quei disegni Quaroni prefigura la città futura», spiega Ciorra, «sono lo specchio di un’Italia ottimista». «È una svolta nella cultura architettonica e urbanistica di quegli anni, Quaroni adotta un metodo dirompente convinto che attraverso l’organizzazione dello spazio sia possibile la gestione delle trasformazioni sociali», aggiunge Patrizia Bonifazio.

Il confronto con Venezia, che è lì di fronte, viene risolto con gli edifici a semicerchio che sembrano abbracciarla. L’idea di città moderna che dialoga con l’antica proposta da Quaroni non convince la giuria del concorso. Ma ottiene il consenso di Antonio Cederna, che da anni ha fatto della questione una battaglia di civiltà. E che così sul Mondo descrive il progetto vincitore: «Una trama di campi e campielli, ponti e canali, che ricrea in terraferma una Venezia da esposizione universale o da baraccone da fiera». Nonostante l’esito finale, il concorso non avrà mai un seguito. E su quell’area continuano ad addensarsi appetiti speculativi.

PIETRO INGRAO

Quella notte insieme

prima dell'XI Congresso

Scrivo sgomento, pensando al modo in cui Lucio ha voluto lasciare la vita. Penso a quella ferita così dolorosa, che anch'io ho subito otto anni fa, della perdita della propria compagna. Penso al senso tragico di sconfitta che ha dominato i suoi ultimi anni. Sono pensieri, non spiegazioni: un gesto come il suo rimarrà sempre insondabile, chiede rispetto e silenzio. Sarebbe però profondamente ingiusto dare addio a Lucio Magri solo con il silenzio. Bisogna dire, ricordare, trasmettere il ricordo ai più giovani e continuare ad ascoltare la sua voce e i suoi pensieri, che ancora hanno tanto da dirci.

Con lui ho condiviso un percorso lungo, appassionante, intenso: non avrebbe senso, tentare di ripercorrerlo in poche righe. Mi limiterò solo a brevi immagini.

Erano gli anni '60, Lucio era stato licenziato da Botteghe Oscure, era momentaneamente senza lavoro. Veniva a pranzo a casa nostra, quasi tutti i giorni. Mia moglie si interrogava, molto prosaicamente: forse non ha i soldi per mangiare. Era solo una battuta: in quei pranzi e in quelle ore passate insieme, si consolidava fra me e Lucio una comune visione del mondo, una tensione al cambiamento che vedeva nel partito il suo soggetto centrale, ma che delle regole del partito sentiva ormai troppo rigidi i vincoli e le liturgie.

Ricordo nitidamente la nottata passata con Lucio nella mia casa di via Balzani a preparare l'intervento che avrei pronunciato all'XI Congresso del Pci, pesando con cura ogni parola: era la prima volta che nel partito veniva rivendicato il diritto al dissenso. Terminammo di lavorare alle due di notte, ed io ero convinto che all'angolo di strada di casa mia ci fosse un compagno della cosiddetta "vigilanza" del partito, a controllare chi a quell'ora veniva da me. Non era vero, naturalmente; ma a questo ci portava, sentire addosso la condanna ossessiva del cosiddetto "frazionismo", che nel Pci demonizzava ogni sodalizio, ogni condivisione di pensiero, ogni vero dibattito interno.

Fu quella condanna a portare alla drammatica espulsione dal partito di lui e degli altri compagni del Manifesto: è per me ancora una ferita, ricordare che allora non ebbi il coraggio di oppormi. Prevalse in me un'errata concezione dell'unità del partito. Un errore che ancora mi brucia dentro, anche se poi, nei lunghi anni seguiti a quella rottura, fra me e Lucio, e con tutti i compagni del Manifesto si ricostruì nuovamente uno scambio intenso e fattivo, che prese ancora più slancio dopo la svolta dell'89 e la fine del Pci.

Oggi Lucio ci ha lasciati, in giorni bui dominati da gelide dispute sulla Borsa e i bilanci. Un altro ricordo: era il maggio del 1962, in un convegno dell'Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo. Si discusse animatamente, la nostra critica alla relazione di Amendola fu uno dei primi segni visibili della nostra ricerca di un nuovo sguardo sul mondo. In quell'occasione, Lucio parlò del bisogno di una critica a quella che lui chiamò "la società opulenta": la pervasività del mito dell'opulenza in ogni luogo della vita, a colpire l'autonomia dei bisogni umani. In questo presente così aspro e difficile, in cui la politica sembra aver ceduto le armi di fronte ai luoghi della finanza, ho risentito l'eco di quelle parole: non più solo nei miei ricordi, ma negli slogan di chi si accampa davanti a Wall Street.

Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove, perfino di fronte al tempio del capitalismo mondiale.

LUCIANA CASTELLINA

Il suo peccato più grande,

andarsene in quel modo

Non è facile per me scrivere in morte di Lucio Magri: oltre ad aver condiviso più di mezzo secolo di impegno politico, siamo stati anche compagni di vita, sia pure in un tempo ormai molto remoto. E tuttavia scrivo, cedendo alla richiesta dei compagni del giornale, perché Lucio era ormai fuori dalla vita politica pubblica da moltissimi anni, e in tanti mi domandavano cosa stesse facendo, dove stava.

In un'epoca in cui tutta la politica è immagine lui aveva perso visibilità: perché aveva rinunciato ad essere rieletto parlamentare già nel '94, ormai non scriveva più sui giornali, solo raramente raccoglieva l'invito a partecipare a qualche iniziativa. I più giovani, poi, quelli nati quando il Pci stava sciogliendosi e il Pdup aveva già posto fine alla sua storia, forse non l'avevano nemmeno mai sentito nominare, se non dai padri sessantottini.

Per questo vorrei raccontare, soprattutto a chi non l'ha conosciuto, o conosciuto male. Non era disimpegnato, Lucio, neppure ora, tutt'altro. Intanto ci sono gli anni più recenti, quelli in cui fu pubblicata la seconda serie della Rivista del manifesto, fatta assieme al vecchio gruppo che aveva fatto la prima e ad alcuni compagni che allora erano restati nel Pci, fra loro Ingrao e Tortorella. Durò cinque anni, dal 1999 al 2003, e poi, per tante ragioni, cessò. Peccato, perché vi invito a rileggerla, è piena di scritti, di Lucio e di altri compagni, molto interessanti. Fino a qualche tempo fa era leggibile nell'archivio del sito del manifesto, credo ci sia ancora.

Da allora Lucio si è impegnato a scrivere il libro che è uscito due anni fa, ora in edizione economica, già tradotto in Inghilterra da Verso, in Spagna, in Argentina, attualmente in traduzione in Brasile. Un grosso lavoro, non una autobiografia, una ricerca documentata sul comunismo italiano visto nel contesto internazionale, una riflessione attenta, forse la sola che c'è stata, sul più grande partito comunista d'occidente, sulle ragioni del suo successo e su quelle che lo hanno portato a scomparire. Non manca - e questo di continuare ad interrogarsi sul proprio stesso operato era un pregio di Lucio - anche una riflessione critica su alcune semplificazioni nostre, del gruppo del Manifesto, anche se di questa esperienza non si parla direttamente. Il libro si chiama Il sarto di Ulm, titolo di una parabola di Bertold Brecht: il sarto diceva che l'uomo avrebbe volato, il vescovo principe non ci credeva, alla fine, stufo delle insistenze, gli dice «provaci, vai sul campanile e buttati». Il sarto si butta e si sfracella. Ma chi aveva ragione? Perchè è vero che allora il sarto non era riuscito a volare, ma poi l'uomo ha volato. La parabola vale per il comunismo: per ora non ce l'ha fatta, ma domani forse ce la farà.

Non è pessimista né disfattista il libro di Lucio sul comunismo italiano. C'è anzi la testarda dimostrazione che sebbene fosse necessario un rinnovamento profondo del Pci, c'erano motivi validissimi per andare avanti e, in appendice, il documento che aveva scritto nel 1988 come piattaforma per il XVIII congresso che, anche a leggerlo adesso, dopo più di vent'anni, appare documento strategico attualissimo.

Perché Lucio aveva una grande capacità anticipatrice: con Famiano Crucianelli e Aldo Garzia, negli ultimi tempi, aveva cominciato a raccogliere tanti scritti e documenti della nostra storia, quella di prima del '68, l'epoca della cosidetta corrente ingraiana, poi del Manifesto e del Pdup, moltissimi redatti da lui stesso. Sono di grande interesse perché molte tematiche che sembrano scoperte da poco sono già esplicitate: dalla questione ecologica, alla crisi della democrazia, al declino della supremazia americana e le sue conseguenze. Le "nuove contraddizioni della nostra epoca" non sono invocate come è rituale, ma finalmente analizzate e spunto per una nuova strategia. Credo che dovremmo raccoglierli e farli circolare questi scritti, magari cogliendo così l'occasione di ricordarlo che ora ci manca perché ci ha lasciato detto che non voleva cerimonie funerarie.

Andando in giro per l'Italia trovo tanti, davvero tante compagne e compagni, che mi dicono che la stagione politica vissuta assieme è stata decisiva nella loro formazione. Anche la storia del Pdup, nato come proseguimento di quello che si era chiamato "Movimento Organizzato del Manifesto" quando ci unificammo con il gruppo ex psiuppino di Vittorio Foa, penso dovrebbe esser rivisitata e fatta conoscere.

Questo partito l' avevamo sempre pensato transitorio, perché ci premeva ricomporre le fila del comunismo italiano e non cristallizzare un partitino, una scelta difficile e che molti gruppi della nuova sinistra non capirono e ne fecero anzi motivo di irrisione. Nell'84 avviammo la discussione per decidere se rientrare o meno nel Pci: si era in pieno regime craxiano e un nuovo anticomunismo conquistava terreno, restare divisi non aveva senso, anche perché c'era stata quella che fu chiamata la "seconda svolta di Salerno", quando Berlinguer aveva posto fine all'unità nazionale, denunciato la deriva della politica, e rotto definitivamente con l'Unione sovietica. Fu proprio Berlinguer che, senza preavviso, venne ad ascoltare la relazione di Lucio al nostro congresso del 1984, e poi ci chiese di rientrare, visto che i dissensi che ci avevano diviso erano ormai largamente superati. Forse avvertiva che c'era bisogno, nel Pci, dell'energia dei nostri quadri, per combatterne le derive normalizzatrici . Ma pochi mesi dopo morì e ci ritrovammo in un Pci che era oramai altra cosa, peggiore di quello che ci aveva cacciati. E così fu Lucio a trovarsi in realtà alla testa della contestazione - non conservatrice ma rinnovatrice - allo scioglimento del partito. Il rapporto che tenne ad Arco, dove si tenne l'ultima assemblea della mozione del no alla svolta per il XXI congresso del Pci, quello del gennaio '91, è - anche questo - un lucido e moderno programma per la sinistra. Anch'esso andrebbe riletto.

Lucio non aveva un carattere facile. Il suo più grande amico, Michelangelo Notarianni, diceva di lui che aveva grandissime qualità, ma gli mancavano i sentimenti intermedi. Era assolutamente vero: intellettualmente generosissimo - una quantità di testi non firmati sono in realtà suoi, ma non gliene importava niente che gli venissero attribuiti, gli interessava che quelle idee circolassero - sembrava sgarbato a arrogante; pronto a riflettere sui suoi errori, non perdonava quelli degli altri, perché era oltremodo, fastidiosamente integralista.

Ma il suo peccato maggiore è stato di andarsene così come se ne è andato. Riteneva di non poter più dare niente per una rinascita della sinistra di cui diceva «ci sarà, ma ci vorranno decenni e io comunque non sono più in grado di dare alcun contributo». Sbagliava, naturalmente, perché avrebbe potuto ancora aiutarci. Ma la depressione che lo aveva colto dopo aver seguito giorno per giorno, per tre anni, la terribile agonia di Mara, la compagna con cui ha trascorso gli ultimi 25 anni e che amava moltissimo, l'ha spezzato. Non aveva più motivi che lo trattenessero e noi amici e compagni non siamo riusciti a dargliene di sufficienti.

Parlato: ho cercato di fermarlo ma non ci sono riuscito

intervista di Simonetta Fiori

«Che volete sapere da me? Posso dire che è un gesto che attiene alla sua personalità, mescolanza di razionalità pura e di passione. E poi l´anagrafe non è cosa da sottovalutare. Avere ottant´anni, che si fa più? Solo un avvenire di malattie, questo Lucio me lo ripeteva spesso». Valentino Parlato passa veloce nei corridoi del Manifesto, le spalle leggermente incurvate, il sorriso accennato, lo sguardo affettuoso. I redattori lo salutano con serena sobrietà, l´abbracciano ma senza lutto, coi padri si fa così, li si rassicura per esserne rassicurati. Arriva una telefonata della Rossanda, che racconta il suo ultimo viaggio con Lucio. È stata lei, la sorella maggiore, l´amica forte e generosa, ad accompagnarlo in Svizzera. L´ex direttore Barenghi tenta di alleggerire l´atmosfera con ricordi di zuffe lontane. Parlato asseconda, è gentile, ma come distante: «Mi mancano i miei amici. Mi manca Luigi. E mi manca Aldo Natoli. Con loro mi sarebbe piaciuto parlare di Lucio, del suo gesto».

Lei, Parlato, come lo decifra?

«È il prodotto di una razionalità estrema, ma non possiamo trascurare la cifra sentimentale, la scomparsa della moglie. Per un uomo avventuroso come lui, Mara rappresentava l´ordine, l´ancoraggio forte. Lucio ha cominciato a morire insieme a lei».

Ve ne parlava?

«Sì, raccontava che avrebbe voluto morire con Mara, ma che lei gliel´aveva impedito. No, devi finire il libro, devi scrivere il saggio sul comunismo, ci tieni tanto. E io - diceva - le ho tenuto fede, ho concluso il libro. E ora sono arrivato al termine».

Un singolare impasto di raziocinio e romanticismo.

«Ma Lucio era questo, anche nella sua vita politica. Passione e ragione. Se penso a tutte le volte che abbiamo litigato...».

L´ultima volta?

«No, recentemente ci azzuffavamo non sulla politica ma su questa sua decisione di farla finita, però niente da fare. Lucio è sempre stato così, quando si mette in testa una cosa... Litigi accesissimi ci furono quando il Pdup nel 1973 annunciò di voler fare del Manifesto un organo di partito. Figurarsi Luigi, Rossana ed io, che i partiti li detestavamo, poi anche il Pdup non è che ci piacesse tanto».

Ma è vero che non "vi pigliavate", caratteri diversi?

«Lui raziocinante e incline alla teoria, io "arrangista" e fatalista: due modi diversi di stare al mondo...».

E tra Magri e Pintor erano scintille?

«Un rapporto conflittuale e insieme solidale. Avevano due personalità mica da ridere, con due opposte concezioni del giornale e della politica. Maggiori affinità legavano Lucio e Rossana, attenti alle ragioni della ricerca teorica e appassionati entrambi di filosofia tedesca. A Luigi della filosofia non gliene fregava niente».

Il fratello Giaime era un grande germanista.

«Sì, Luigi amava molto Rilke. Ecco proprio su questo classico di recente ho litigato con Lucio. Recensendo il libro di Luciana Castellina, scrissi che senza Rilke il Manifesto non ci sarebbe stato. Lucio la prese malissimo, "ma che cazzo c´entra Rilke con la lotta di classe?"...».

Vi vedevate spesso?

«Sì, abitiamo vicini, lui in piazza del Grillo e io in via del Boschetto. Ci capitava di giocare a scopone. Se non vinceva, si seccava».

Manie di protagonismo?

«Era un po´ egocentrico, narciso sì, d´una vanità singolare. Era convinto di essere bello».

Lo era.

«Sì, ma anche di essere agile. Quando salivamo le scale, faceva quattro scalini per volta. Anche negli ultimi tempi».

E i suoi amori un po´ spettacolari, il legame con Marta Marzotto?

«Cazzate di Lucio».

Era un perfezionista?

«In tutte le cose che faceva, era costituzionalmente spinto ad eccellere. Anche quando scriveva un articolo. Io riesco a farli così così, lui no, poteva starci giorni. Era molto meticoloso».

Lo è stato anche in morte: tutto deciso nel dettaglio.

«Sì, le pompe funebri già allertate, la lettera ai compagni».

Una morte estetica?

«No, una morte pulita. Voglio morire senza sfasciarmi sul selciato o in qualche altro modo atroce. Avrebbe voluto che passasse sotto silenzio. Cosa impossibile».

Un gesto che secondo lei ha un valore politico?

«Solo nel senso di dire "no". Un "no" alla politica italiana dell´ultimo ventennio, sinistra inclusa. "La sinistra italiana che conosciamo è morta", scrisse Luigi poco prima di morire. Così la pensava anche Lucio».

Ma lui voleva dare al suo suicidio un carattere di denuncia?

«No, è stato un gesto personale. Però non gli saranno sfuggite le conseguenze pubbliche. Voglio anche aggiungere che questo suicidio fa crescere il peso della sua personalità, la sua capacità di governare la vita fino in fondo».

Lei difende il diritto al suicidio?

«Sì, se uno è padrone della vita è anche padrone della sua fine. Nella Costituzione non c´è scritto che tutti i cittadini hanno il dovere di campare finché morte naturale non li fulmini».

Per uno che ha fatto politica per tutta la vita non è una fuga?

«No. È un giudizio definitivo sulla propria condizione, e sullo stato più generale delle cose, come se dicesse: per me, a 80 anni, non c´è più niente da fare».

Eretico in vita. Ed eretico in morte.

«La verità è che questo suicidio mi turba profondamente. Ho come l´impressione di non aver fatto abbastanza. Non mi sono arrabbiato abbastanza. L´ho subìto, insomma, e non me lo perdono».

L´ultima eresia di Lucio Magri è polemica sul suicidio assistito

di Maria Novella De Luca

Alla fine ciò che prevale sono il silenzio e il rispetto. Il ricordo dell´uomo, per molti dell´amico. Le polemiche ci sono, scoppiano ma non divampano. Per fortuna. Quella scelta così lucida e determinata, quella così chiara ammissione di dolore, fermano il mondo politico sulla soglia del pudore davanti alla morte di Lucio Magri. Che si è ucciso, pochi giorni fa, in Svizzera, con l´aiuto di un medico amico. Suicidio assistito. In Italia è vietato, di là, oltre il confine, è permesso. Si affollano piuttosto le immagini di chi Magri l´aveva visto ancora di recente, a Montecitorio per esempio, come Walter Veltroni, che «con tristezza e commozione» lo ricorda «come una delle menti più brillanti e originali della politica italiana». Racconta Veltroni: «Lucio ha voluto lasciare nel suo ultimo libro il suo testamento intellettuale, per poi ritirarsi per sempre dal dolore per la tragica scomparsa della moglie Mara». Anche da un cattolico praticante come Pierferdinando Casini, arrivano parole di rispetto: «Sono molto rattristato per la scomparsa di Lucio Magri, che ho conosciuto come appassionato intellettuale», scrive il leader dell´Udc in un breve messaggio affidato a Twitter, mentre il suo collega di partito Rocco Buttiglione prega perché «Lucio Magri venga accolto nella braccia del signore». Ma monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, rammenta: «Non siamo padroni della nostra vita».

Prevale la commozione, ma anche l´amarezza, tra chi da anni si batte perché anche in Italia sia concessa la libertà di scelta sul "fine vita". «Spero che la vicenda umanissima di Lucio Magri, che ha deciso di non soffrire più, e ha posto fine al suo dolore, sia insegnamento» ammonisce Maria Antonietta Coscioni, deputata radicale. «Magri riteneva intollerabile vivere, preda di una depressione che lo faceva scivolare inesorabilmente in un "buio" provocato da ragioni pubbliche e private che sono insondabili e non vanno giudicate. Per porre fine al suo dolore, ha però dovuto "emigrare", un viaggio con un biglietto di sola andata...». Ma Ignazio Marino invita a non riaccendere il tifo da stadio da "pro-vita e pro-morte". «A Lucio Magri è dovuto un rispettoso silenzio, ci sono luoghi della nostra coscienza intorno ai quali nessuno deve permettersi di esprimere giudizi. Ma adesso non dividiamoci: il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla fragilità umana».

Dolore più che fragilità, un dolore insopportabile, una depressione cupa che assediava Lucio Magri da anni, da quando sua moglie Mara era morta, portata via da un tumore. Afferma Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl: «Non entro nelle scelte personali, ma non è possibile pretendere che le compia lo Stato». Mina Welby risponde indirettamente, ricordando che se «Lucio Magri, ha scelto di morire, vuol dire che considerava la sua depressione senza via d´uscita e la scelta dell´individuo è l´unica cosa che conta». E rispetto esprime anche Beppino Englaro, ricordando come nel caso di Eluana, ciò che vale «è solo e sempre il primato della coscienza personale». Pacato ma netto il commento di Eugenia Roccella, ex sottosegretario al Welfare e in prima linea nelle battaglie pro-life: «La morte di Magri è un atto amaro e non va associata ad una scelta di libertà. Si tratta comunque di un suicidio, un gesto senza speranza».

"Ho deciso di morire" L´addio di Lucio Magri ai compagni di una vita

di Simonetta Fiori

Ha deciso tutto con lucidità. La fine in Svizzera, poi la sepoltura vicino alla sua Mara. Gli amici hanno tentato di dissuaderlo, ma lui era depresso per la morte della moglie

S´era raccomandato con i suoi amici più cari, quelli d´una vita, i compagni del Manifesto. Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito. Sì, ora è finito. La notizia può essere resa pubblica. Lucio Magri, fondatore del Manifesto, protagonista della sinistra eretica, è morto in Svizzera all´età di 79 anni. Morto per sua volontà, perché vivere gli era diventato intollerabile.

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c´è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c´è più.

Da questa casa Magri s´è mosso venerdì sera diretto in Svizzera, dal suo amico medico. Non è la prima volta, l´aveva già fatto una volta, forse due. Però era sempre tornato, non convinto fino in fondo. Ora però è diverso. Domenica mattina rassicura gli amici: «Ma no, non preoccupatevi, torno domani». La sera il tono cambia, si fa più affannato, indecifrabile, chissà. Il lunedì mattina appare sereno, lucido, determinato. Ha scelto, e dunque il più è fatto. Bisogna solo decidere, e poi basta chiudere gli occhi. L´ultima telefonata nel pomeriggio, verso le sedici. Poi il silenzio.

Una depressione vera, incurabile. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico - conclamato, evidentissimo - s´era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. «Lucio non sapeva usare il bancomat né il cellulare», racconta una giovane amica. Mara che oggi sorride dalle tante fotografie sugli scaffali, vestita color ciclamino nel giorno delle nozze. Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un´ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei.

Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un´insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé, ma evitando agli amici lo spettacolo del sangue sul selciato.

Aspettando l´ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera peruviana, va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione? E´ affettuosa, Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi per il pranzo, ci sono ancora quelli vecchi che lui le ha lasciato. È stata lei ad assistere Mara nei tre anni di agonia per il brutto tumore, e poi ha visto spegnersi lui, sempre più malinconico, quasi blindato in casa. Ogni tanto qualche amico, compagno della prima ora. Ma dai, reagisci, che fai, ti lasci andare proprio ora? Ora che esce l´edizione inglese del tuo libro? E poi quella argentina, e quella spagnola? Dai, ripensaci, c´è ancora da fare. Ma lui non era convinto. Non poteva fare più nulla. Lucido e razionale, fino alla fine. E poi s´era spenta la sua stella, così scrive anche nell´ultima lettera ai compagni.

Sembra tutto surreale, qui in piazza del Grillo, tra squilli di telefono e porte che si aprono. Arriva Valentino, invecchiato improvvisamente di dieci anni. Lo accolgono con calore. No, non sappiamo ancora niente. Aspettiamo. Ricordi privati e ricordi pubblici, lui grande giocatore di scacchi, lui grande sciatore, lui politico generoso che preparava i documenti e nascondeva la sua firma. Ma attenzione a come ne scrivete, non era un vanesio, non era un mondano. Dalle fotografie sui ripiani occhieggia lui, bellissimo e ancora giovane, un´espressione tra il malinconico e il maledetto. Dietro la foto più seducente, una dedica asciutta. «A Emma, il suo nonno». Neppure Emma, la bambina di sua figlia Jessica, è riuscito a fermarlo.

Poi la telefonata, quella che nessuno avrebbe voluto mai ricevere. Ora davvero è finita. Le pompe funebri andranno a prelevarlo in Svizzera, tutto era stato deciso nel dettaglio. L´ultimo viaggio, questo sì davvero l´ultimo, è verso Recanati, dove sarà seppellito vicino alla sua Mara, nella tomba che lui con cura aveva predisposto dopo la morte della moglie. Luciana Castellina s´appoggia allo stipite della porta, tramortita: «Non avrei mai immaginato che finisse così». Il tempo dell´attesa è concluso, comincia quello del dolore.

Pci una storia a sinistra fuori dagli schemi

di Nello Ajello

Un pilastro portante del "Manifesto", rivista e partito. L´interprete d´una maniera di concepire la sinistra italiana diversa da ogni schema. Questo è stato in sintesi Lucio Magri. Ma è una sintesi che non esaurisce la singolarità del personaggio. Perché lui aveva, rispetto ai compagni della sua stagione dorata - dalla Rossanda a Pintor, da Natoli a Caprara, da Luciana Castellina a Valentino Parlato - un´origine più avventurosa. E, soprattutto, una preistoria precoce.

Precoce, Magri lo era stato in maniera spettacolare. Nato a Ferrara nel 1932 (e poi cresciuto a Bergamo), nei primi anni Cinquanta già figurava fra i redattori della rivista mensile "Per l´azione", un organo dei giovani della Dc cui si consentivano attacchi quasi temerari alle «brutture del capitalismo». Del Magri di allora ci rimane un ritratto che ne fece anni fa Giuseppe Chiarante, suo amico d´una vita: «Era ammirato dalle compagne di scuola», così egli ricorda, «per la sua presenza atletica e perché considerato molto bello». Quello della prestanza fisica resterà per lui una costante. Che poi fosse interessato «alla politica» veniva dato per scontato. Quando, nel 1955, esce un altro periodico democristiano di sinistra, "Il Ribelle e il Conformista", è lui, Magri, a condividerne di fatto la direzione con Carlo Leidi. Fu lì che appare a firma di Cesare Colombi (è uno pseudonimo di Magri) un articolo dal titolo "Bilancio del centrismo", nel quale di delinea un´ipotesi di apertura a sinistra - «senza contemplare una contrapposizione» fra il Psi e quel Pci, che in casa democristiana è il nemico. Sta intanto per uscire un´ennesima rivista, "Il Dibattito politico", che, legata all´orbita ideologica di Franco Rodano, è diretta da Mario Melloni, con condirettore Ugo Bartesaghi: per misurarne le qualità ereticali basti ricordare che i due saranno espulsi dalle file dello Scudo crociato per aver votato contro l´ingresso dell´Italia nell´Unione europea occidentale.

Il gruppo redazionale nel quale Magri esercita con passione il suo ruolo riunirà poi, accanto al solito Chiarante, intellettuali del rango di Ugo Baduel, Giorgio Bachelet, Edoardo Salzano (per citarne qualcuno). Programma dichiarato è «la ricerca delle necessità che sollecitano il mondo cattolico e quello comunista al dialogo». Potrà un simile progetto attuarsi dentro la DC?. Magri e gli altri sono i primi a dubitarne. La diaspora verso «la sinistra storica» è nei fatti.

La "vita democristiana" di Lucio Magri è stata breve e intensa: più lunghi saranno il tragitto verso il Pci e poi la permanenza in quel partito. Nell´estate del ´58, Giorgio Amendola, responsabile dell´organizzazione, lo riceve nel suo studio a Botteghe Oscure. Con Magri c´è il quasi gemello Chiarante. «Parlammo un po´ di tutto», racconterà quest´ultimo. L´impressione dei due, che avevano sporto regolare domanda, fu che l´illustre ospite li ritenesse «forse non a torto, degli intellettuali un po´ astratti». Gli raccomandò, comunque, «di avere delle esperienze di base». Così avvenne. Magri se ne tornò a Bergamo, diventando prima segretario cittadino, e, due anni dopo, vicesegretario regionale. Poco più tardi, a Roma, prese a lavorare nell´ufficio studi economici. La sua fama tardava a diffondersi. Non bastava a consolidarla il fatto di essere vicino, come idee, a Pietro Ingrao: gli ingraiani erano tanti.

Lo aiutò alquanto l´amicizia della Rossana Rossanda, e fu Luciana Castellina a procurargli un visto d´ingresso in Polonia dove si svolgeva un´assise di giovani comunisti. In casa di Alfredo Reichlin conobbe Enrico Berlinguer, senza ricavarne alcun pronostico sulla sua successiva, luminosa carriera.

Nel Pci si discuteva tanto. Fra i temi, il trauma causato dal XX Congresso, l´avvento di Krusciov. Non fu occasionale l´accoglienza che a Magri riservò il settimanale "Il Contemporaneo", diretto da Salinari e Trombadori, pubblicandogli vari pezzi polemici. Nel novero delle "bestie nere" di Magri era entrato, accanto al capitalismo che aveva acuito le sue riserve nella fase dc, il riformismo come una forma di inerte ipocrisia a sinistra.

Col tempo, nella galassia degli ingraiani più fattivi, il nome di Magri divenne di casa. Ma non fu certo suo esclusivo merito l´evento cruciale che stiamo per raccontare. Porta la data del 23 giugno 1969 l´arrivo in edicola, a Roma, della rivista "Il Manifesto", che subito apparve un caso esemplare di eresia politica. Stampata a Bari dalla casa editrice Dedalo e diretta da Magri e Rossanda, il periodico è promosso anche da Luigi Pintor, Aldo Natoli, Massimo Caprara, Luciana Castellina, Valentino Parlato. Sulle prime, Magri vorrebbe chiamarlo "Il Principe", ma poi rinunzia. In un suo volume, "Ritratti in rosso", Massimo Caprara descriverà i responsabili dell´avventura: «Rossanda lucidamente egemone, Pintor imprevedibile, Natoli rigoroso». A Magri assegna un superlativo: «ferratissimo».

Ma che cosa c´è scritto nella rivista-scandalo, il cui primo numero ha venduto 50 mila copie? Si riserva un devoto rilievo alla «rivoluzione culturale» cinese. Si biasimano certi anticipi di «compromesso» fra Pci e Dc. Sotto il titolo "Praga è sola", si tesse un elogio della "primavera" di quella capitale, che Mosca ha represso.

A Magri e Rossanda venne rivolto un vano invito a ritrattare. Rimbalzarono da "Rinascita" all´Unità" i preannunzi d´un "redde rationem" rivolto ai reprobi. La liturgia della repressione è macchinosa. Una Comissione, detta "la Quinta", presieduta da Alessandro Natta, delibera la soppressione della rivista, ma la decisione viene delegata al Comitato centrale, dove Rossanda difende con dignità le posizioni del Manifesto. Alla fine, lo stesso Comitato centrale delibererà - è ormai il novembre ´69 - la «radiazione» dal Pci della stessa Rossanda, di Pintor e Natoli. Pene equivalenti vengono comminate a Caprara, Castellina e Parlato. Un analogo «provvedimento amministrativo» (vaghezza del lessico repressivo!) è applicato ai danni del "ferratissimo" Magri.

Fine anni Cinquanta: fuori dalla Dc. Fine anni Sessanta: fuori dal Pci. Ma di Lucio Magri si continuerà a parlare. Almeno un po´. Nel settembre del 1977, sul Manifesto, egli attacca Berlinguer per la sua decisione di reprimere chiunque si collochi alla sinistra del Pci, e questa sua protesta trova l´appoggio di Norberto Bobbio (è Giuseppe Fiori a ricordare l´episodio nella sua biografia del leader sardo). Alla sinistra del Pci, egli di fatto era collocato, avendo assunto la segreteria del Pdup, partito di unità proletaria, con il quale il gruppo del Manifesto s´era fuso. Nel 1984 lo si ritrova daccapo nel Pci, quando il Pdup vi confluisce. Sempre in Parlamento, a volte in questo o quel vertice di partito. Fino alla finale dissoluzione del Pci, Rimini, febbraio 1991. La scena mostra la patetica assise nella quale per pochi voti Achille Occhetto non viene eletto segretario del partito che subentrerà al Pci (vi sarà reintegrato poco più tardi). Chi era presente in quell´occasione conserva un´immagine di Lucio Magri. Lo ricorda in piedi, mentre, apprendendo l´esito delle votazioni, agita il pugno chiuso e scandisce un antico slogan: «Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-tung!».

Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell'ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan).

Il liberismo ha di fatto esonerato dall'onere del pensiero e dell'azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato. Anzi, "i mercati"; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un'attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell'auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un'inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell'Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai "mercati" ha significato la rinuncia a un'idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra - quella "vera", come la vorrebbero quelli di sinistra - è tutta qui.

Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora "un vero programma" (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.

Mentre i politici spocchiosi non lo sanno: vogliono solo quello che "i mercati" gli ingiungono di volere. È il mondo, e sono le nostre vite, a dover essere ripensati dalle fondamenta. Negli anni il liberismo - risposta vincente alle lotte, ai movimenti e alle conquiste di quattro decenni fa - ha prodotto un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale: mediamente, si calcola, del 10 per cento dei Pil (il che, per un salario al fondo alla scala dei redditi può voler dire un dimezzamento; come negli Usa, dove il potere di acquisto di una famiglia con due stipendi di oggi equivale a quello di una famiglia monoreddito degli anni sessanta). Questo trasferimento è stato favorito dalle tecnologie informatiche, dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che quelle tecnologie hanno reso possibili; ma è stato soprattutto il frutto della deregolamentazione della finanza e della libera circolazione dei capitali. Tutto quel denaro passato dal lavoro al capitale non è stato infatti investito, se non in minima parte, in attività produttive; è andato ad alimentare i mercati finanziari, dove si è moltiplicato e ha trovato, grazie alla soppressione di ogni regola, il modo per riprodursi per partenogenesi. Si calcola che i valori finanziari in circolazione siano da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale (cioè di tutte le merci prodotte nel mondo in un anno, che si stima valgano circa 75 mila miliardi di dollari). Ma non sono state certo le banche centrali a creare e mettere in circolazione quella montagna di denaro; e meno che mai è stata la Banca centrale europea (Bce), che per statuto non può farlo (anche se in effetti un po' lo ha fatto e continua a farlo, per così dire, "di nascosto"). Se la Bce è oggi impotente di fronte alla speculazione sui titoli di stato (i cosiddetti debiti sovrani) è perché lo statuto che le vieta di "creare moneta" è stato adottato per fare da argine in tutto il continente alle rivendicazioni salariali e alle spese per il welfare. Una scelta consapevole quanto miope, che forse oggi, di fronte al disastro imminente, sono in molti a rimpiangere di aver fatto. A creare quella montagna di denaro è stato invece il capitale finanziario che si è autoriprodotto; i "mercati". E lo hanno fatto perché tutti i governi glielo hanno permesso. Certo, in gran parte si tratta di "denaro virtuale": se tutto insieme precipitasse dal cielo sulla terra, non troverebbe di fronte a sé una quantità altrettanto grande di merci da comprare. Ciò non toglie che ogni tanto - anzi molto spesso - una parte di quel denaro virtuale abbandoni la sfera celeste e si materializzi nell'acquisto di un'azienda, una banca, un albergo, un'isola; o di ville, tenute, gioielli, auto e vacanze di lusso. A quel punto non è più denaro virtuale, bensì potere reale sulla vita, sul lavoro e sulla sicurezza di migliaia e migliaia di esseri umani: un crimine contro l'umanità.

È un meccanismo complicato, ma facile da capire: in ultima analisi, quel denaro "fittizio" - che fittizio non è - si crea con il debito e si moltiplica pagando il debito con altro debito: in questa spirale sono stati coinvolti famiglie (con i famigerati mutui subprime; ma anche con carte di credito, vendite a rate e "prestiti d'onore"), imprese, banche, assicurazioni, Stati; e, una volta messi in moto, quei debiti rimbalzano dagli uni agli altri: dai mutui alle banche, da queste ai circuiti finanziari, e poi di nuovo alle banche, e poi ai governi accorsi in aiuto delle banche, e dalle banche di nuovo agli Stati. E non se ne esce, se non - probabilmente - con una generale bancarotta.

In termini tecnici, l'idea di pagare il debito con altro debito si chiama "schema Ponzi", dal nome di un finanziere che l'aveva messa in pratica negli anni '30 del secolo scorso (al giorno d'oggi quell'idea l'hanno riportata in vita il finanziere newyorchese Bernard Madoff e, probabilmente, molti altri); ma è una pratica vecchia come il mondo, tanto che in Italia ha anche un santo protettore: si chiama "catena di Sant'Antonio". In realtà, tutta la bolla finanziaria che ci sovrasta non è che un immane schema Ponzi. E anche i debiti degli Stati lo sono. Il vero problema è sgonfiare quella bolla in modo drastico, prima che esploda tra le mani degli apprendisti stregoni dei governi che ne hanno permesso la creazione. Nell'immediato, un maggiore impegno del fondo salvastati, o del Fmi, o gli eurobond, o il coinvolgimento della Bce nell'acquisto di una parte dei debiti pubblici europei potrebbero allentare le tensioni. Ma sul lungo periodo è l'intera bolla che va in qualche modo sgonfiata.

Prendiamo l'Italia: paghiamo quest'anno 70 miliardi di interessi sul debito pubblico (che è di circa 1900 miliardi). L'anno prossimo saranno di più, perché gli interessi da pagare aumentano con lo spread. Negli anni passati a volte erano meno, ma a volte, in proporzione, anche di più. Quasi mai sono stati pagati con le entrate fiscali dell'anno (il cosiddetto avanzo primario); quasi sempre con un aumento del debito. Basta mettere in fila questi interessi per una trentina di anni - da quando hanno cominciato a correre - e abbiamo una buona metà, e anche più, di quel debito che mette alle corde l'economia del paese e impedisce a tutti noi di decidere come e da chi essere governati. Perché a deciderlo è ormai la Bce. Ma la vera origine del debito italiano è ancora più semplice: l'evasione fiscale. Ogni anno è di 120 miliardi o cifre equivalenti: così, senza neanche scomodare i costi di "politica", della corruzione o della malavita organizzata, bastano quindici anni di evasione fiscale - e ci stanno - per spiegare i 1900 miliardi del debito italiano. Aggiungi che coloro che hanno evaso le tasse sono in buona parte - non tutti - gli stessi che hanno incassato gli interessi sul debito e il cerchio si chiude. La spesa pubblica in deficit ha la sua utilità se rimette in moto "risorse inutilizzate": lavoratori disoccupati e impianti fermi. Ma se alimenta evasione fiscale e "risparmi" che vanno solo ad accrescere la bolla finanziaria, è una sciagura.

Altro che pensioni da tagliare (anche se le ingiustizie da correggere in questo campo sono molte)! E altro che scuola, e università, e sanità, e assistenza troppo "generose"! Siamo di fronte a cifre incomparabili: per distruggere scuola e Università è bastato tagliare pochi miliardi di euro all'anno. E da una "riforma" anche molto severa delle pensioni si può ricavare solo qualche miliardo di euro all'anno. Dalla svendita degli immobili dello Stato e dei servizi pubblici locali non si ricava molto di più. Dalla liquidazione di Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Fincantieri e quant'altro, come improvvidamente suggerito nel luglio scorso dai bocconiani Perotti e Zingales (l'economista di riferimento, quest'ultimo, di Matteo Renzi; ma anche di Sarah Palin!), si ricaverebbe non più di qualche decina di miliardi una volta per sempre, trasferendo in mani ignote (ma potrebbero benissimo essere quelle della mafia) le leve dell'economia di un intero paese. Mentre interessi ed evasione fiscale ammontano a decine di miliardi ogni anno e il debito da "saldare" si conta in migliaia di miliardi. Per questo il rigore promesso dal governo potrà fare male ai molti che non se lo meritano, ma non ha grandi prospettive di successo: affrontare con queste armi il deficit pubblico, o addirittura il debito, è un'impresa votata al fallimento. O una truffa. Per questo è urgente effettuare un audit (un inventario) del debito italiano, perché tutti possano capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene (anche per poter prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori).

L'altro inganno che domina il delirio pubblico promosso dagli economisti mainstream - e in primis dai bocconiani - è la "crescita". A consentire il pareggio del bilancio imposto dalla Bce e tra breve "costituzionalizzato", cioè il pagamento degli interessi sul debito con il solo prelievo fiscale, e addirittura una graduale riduzione, cioè restituzione, del debito dovrebbe essere la "crescita" del Pil messa in moto dalle misure liberiste che i precedenti governi non avrebbero saputo o voluto adottare: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro (alla Marchionne), eliminazioni delle pratiche amministrative inutili (ben vengano, ma bisognerà riparlarne) e le "grandi opere" (in primis il Tav).

Ma per raggiungere con l'aumento del Pil obiettivi del genere ci vorrebbero tassi di crescita "cinesi"; in un periodo in cui l'Italia viene ufficialmente dichiarata in recessione, tutta l'Europa sta per entrarci, l'euro traballa, gli Stati Uniti sono fermi e l'economia dei paesi emergenti sta ripiegando. È il mondo intero a essere in balia di una crisi finanziaria che va ad aggiungersi a quella ambientale - di cui nessuno vuole più parlare - e allo sconvolgimento dei mercati delle materie prime (risorse alimentari in primo luogo) su cui si riversano i capitali speculativi che stanno ritirandosi dai titoli di stato (e non solo da quelli italiani). Interrogati in separata sede, sono pochi gli economisti che credono che nei prossimi anni possa esserci una qualche crescita. Molti prevedono esattamente il contrario; ma nessuno osa dirlo. Questa farsa deve finire.

È ora di pensare - e progettare seriamente - un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti e di consentire a ciascuno una vita dignitosa anche senza "crescita". Semplicemente valorizzando le risorse umane, il patrimonio dei saperi, le fonti energetiche e le risorse materiali rinnovabili, gli impianti e le attrezzature che già ci sono; e rinnovandoli e modificandoli solo per fare meglio con meno. Non c'è niente di utopistico in tutto questo; basta - ma non è poco - l'impegno di tutti gli uomini e le donne di buon senso e di buona volontà.

Il carisma francese

In forma ampliata e rinnovata è tornato Roma moderna di Italo Insolera, il più importante libro sulla storia urbana della capitale. La prima edizione è del 1962. Le successive edizioni e ristampe sono state quattordici, fino al 2008, ma la struttura del libro non aveva subito sostanziali modifiche: trattava di Roma dalla presa di Porta Pia agli anni più recenti.

Le novità di questa quindicesima edizione sono invece tante, la più importante riguarda l’inizio del racconto, spostato all’indietro, dal 20 settembre 1870 al 27 luglio 1811, data in cui Napoleone I firmò il decreto imperiale per “l’embellissement de Rome”. Insolera scrive nella premessa che la Rivoluzione francese “ha un carisma storico-culturale ben maggiore dei ministri e dei generali della modesta dinastia sabauda, incerta se allearsi con Garibaldi, sicura di avere in Mazzini un nemico”, e perciò è giusto attribuire ai francesi il merito di aver dato inizio a Roma moderna. L’attitudine francese a volare alto si coglie subito considerando i due grandi parchi previsti dal decreto napoleonico: il primo a Sud, da piazza Venezia all’Appia Antica, il secondo a Nord, da piazza del Popolo a ponte Milvio. Il modello, secondo Insolera, sono il bois de Vincennes e il bois de Boulogne che chiudono Parigi a Est e a Ovest. E poi il Tevere navigabile da Perugia al mare, l’ingrandimento e il miglioramento delle piazze del Pantheon e di Traiano, mercati, mattatoi, giardino botanico e altro.

Ma il governo napoleonico durò troppo poco, il 19 gennaio 1814 ritornarono i napoletani seguiti dal papa. Delle opere previste dai francesi si riuscirono a fare pochi restauri al Foro e Luigi Canina mise mano alla trasformazione dell’Appia Antica nella passeggiata archeologica che ammiriamo ancora oggi. Nei decenni successivi, fatti salvi i pochi mesi della repubblica mazziniana (1848-49), Roma tornò a essere una città ferma e spenta. Prima del 1870, si ricordano solo la ferrovia per Ceprano, verso Napoli, e le espansioni edilizie del ministro di Pio IX monsignor de Merode che continuò a operare fino ai primi anni del Regno d’Italia.

Le altre novità della quindicesima edizione di Roma moderna (30 capitoli, 403 pagine, 25 euro) riguardano: una più ricca dotazione di immagini fotografiche e di planimetrie (35 foto aeree e 6 planimetrie della crescente e forsennata espansione edilizia); l’estensione del racconto fino ai nostri giorni (adesso copre quindi due secoli, da Napoleone ad Alemanno); un glossario che comprende alcune voci indubbiamente pertinenti (abusivismo, piano regolatore), altre sorprendenti, come “Banda della Magliana” e “Furbetti del quartierino”, soggetti diversamente malavitosi le cui imprese interferirono con l’urbanistica romana. Infine, il libro è dedicato a quattro sindaci laici di Roma, tutti estranei al Vaticano e alla lobby dei proprietari fondiari: Luigi Pianciani, combattente della Repubblica romana (sindaco dal 1872 - 1874), Ernesto Nathan, nato inglese, ebreo, mazziniano (1907 - 1913), Giulio Carlo Argan, grande studioso e storico dell’arte (1976 - 1979), Luigi Petroselli, viterbese, comunista, il sindaco più amato (1979 - 1981).

A quest’ultima edizione, soprattutto per quanto riguarda le vicende più recenti, ha collaborato l’urbanista Paolo Berdini, che studia e documenta da tempo in libri ed articoli i fatti e soprattutto i misfatti urbanistici della capitale e del resto d’Italia.

L’assassinio politico di Fiorentino Sullo

Il ritorno del libro di Insolera fornisce l’occasione per proporre qualche riflessione sulla condizione urbana a Roma e in Italia nell’ultimo mezzo secolo, per ricordare brandelli di storia, di personaggi e di luoghi, non solo quelli raccontati da Insolera, che sarebbe bello non dimenticare.

Cominciamo dal piano regolatore generale di Roma adottato dal consiglio comunale nel 1962 e approvato dal ministero dei Lavori pubblici nel 1965 (allora non esistevano ancora le regioni a statuto ordinario, che hanno cominciato a funzionare nel 1972, e spettava a quel ministero l’approvazione degli strumenti urbanistici e il coordinamento delle politiche territoriali). Qui entrano in scena i due migliori ministri dei Lavori pubblici dell’Italia repubblicana: il democristiano Fiorentino Sullo e il socialista Giacomo Mancini.

Nel giugno del 1962, scatta l’“operazione Sullo”: il ministro, raccogliendo un appello di Italia Nostra, fa approvare un decreto legge che fissa un termine perentorio per l’adozione del piano regolatore e sospende fino a quella data il rilascio di autorizzazioni a costruire, un atto inedito e coraggioso nella “capitale corrotta” dalla speculazione fondiaria.

Chi è Fiorentino Sullo? È una figura tragica ed emblematica della storia recente del nostro Paese. Nato a Paternopoli (Avellino) il 29 marzo 1921 è morto a Salerno il 3 luglio del 2000. Laureato in giurisprudenza e in lettere. Deputato per 41 anni, dalla I alla XI legislatura. È stato il più giovane deputato all’Assemblea costituente. Uno dei capi storici della Democrazia cristiana, fondatore della corrente di Base. Più volte sottosegretario, ministro dei Trasporti nel governo Tambroni del 1960, si dimise quando quel governo ottenne la fiducia con i voti determinanti del Movimento sociale italiano. Il suo nome resta però legato alla proposta di riforma urbanistica presentata quando era ministro dei Lavori pubblici nel quarto governo Fanfani (1962-1963) e nel successivo governo Leone (1963). Dopo essere stato sconfessato dalla Democrazia cristiana, che non condivideva il suo progetto di riforma urbanistica, fu ancora ministro per la Pubblica istruzione (1968-1969), per la Ricerca scientifica (1972) e per l’Attuazione delle regioni (1972 - 1973), ma lentamente e progressivamente emarginato.

Nel 1963, a determinare la sconfessione di Sullo da parte della Dc era stata la disposizione del suo disegno di legge che, per impedire la formazione di rendite parassitarie, imponeva ai comuni di acquisire, tramite esproprio, le aree fabbricabili, da cedere poi a chi costruisce gli alloggi a un prezzo maggiorato solo delle spese generali e del costo delle opere di urbanizzazione: un principio ripreso dall’esperienza di Paesi all’avanguardia nelle politiche territoriali (Paesi Bassi, Gran Bretagna, Svezia, eccetera). La sua proposta di riforma era nota da tempo. Nel luglio del 1962 la presidenza del Consiglio dei ministri aveva comunicato di condividerne i criteri informatori. Nei mesi successivi Sullo parlò pubblicamente del suo disegno di legge al convegno ideologico della Dc a San Pellegrino, poi a conclusione del dibattito sul bilancio del ministero dei Lavori pubblici e al IX congresso dell’istituto nazionale di Urbanistica, senza suscitare particolari reazioni.

Ma all’avvicinarsi delle elezioni politiche del 28 aprile 1963 esplose “lo scandalo urbanistico”: una furibonda campagna di stampa – orchestrata da Il Tempo di Roma seguito dal Messaggero, sostenuta dal mondo degli affari e dalla politica di destra – contro il ministro dei Lavori pubblici accusato di voler togliere la casa agli italiani. La Dc, terrorizzata, comunicò che il partito si dissociava dall’operato del suo ministro. Fu la damnatio memoriae di Fiorentino Sullo. Egli stesso racconta (nel libro Lo scandalo urbanistico) che “con un senso di sgomento e di smarrimento più che di curiosità, miei parenti stretti mi chiesero, anche essi, se volessi toglier loro davvero la casa”. Non gli fu permesso di spiegare in televisione “la realtà e la fantasia”.

Si consumò così una delle vicende più gravi della nostra storia recente, che ha avuto effetti di lunga durata, ha continuato nei decenni a proiettare un’ombra minacciosa e ha compromesso forse per sempre la possibilità di dotare il nostro paese di una moderna disciplina urbanistica. È stata definita la “sindrome Sullo”. Ancora oggi non mancano politici e amministratori che di fronte a scelte urbanistiche coraggiose si tirano indietro per non fare la fine di Fiorentino Sullo.

Una prima inquietante dimostrazione della forza di chi si opponeva alla riforma fu il tentato colpo di stato da parte del generale dei carabinieri Francesco De Lorenzo e altri, sollecitati da altissimi esponenti delle istituzioni, nell’estate del 1964 al tempo della formazione del secondo governo Moro (1964-1966). Nel dicembre dell’anno prima, nelle dichiarazioni programmatiche alla Camera, in occasione del suo primo governo (1963-1964), Moro dedicò molto spazio alla nuova legislazione sui suoli. Dichiarò, tra l’altro, che tra gli obiettivi da perseguire era compresa: “l’avocazione alla collettività nella misura massima possibile delle plusvalenze comunque determinatesi e la creazione di un meccanismo che eviti la formazione di nuove rendite per il futuro. Il governo ritiene che la strumentazione atta al raggiungimento dei fini della politica economica e sociale che coinvolgano l’utilizzazione del territorio debba trovare il suo fondamento nel regime pubblicistico del mercato della aree fabbricabili”. Moro, quindi, nel programma del suo primo governo aveva sostanzialmente seguito la linea di Sullo. Ma nel programma del suo secondo governo (luglio 1964), la riforma urbanistica è del tutto cancellata. Che era successo? Nella Storia e cronaca del centro-sinistra di Giuseppe Tamburrano si legge che “la nazionalizzazione dell’industria elettrica non suscitò le ostilità degli ambienti economici che incontrò invece la riforma urbanistica”. Lo stesso Tamburrano ricorda quanto scrisse Pietro Nenni nel suo diario a proposito degli interminabili incontri con la Dc nel luglio 1964: “La bomba scoppiò quando Moro disse, col suo solito tono distaccato, che il Presidente della Repubblica non avrebbe mai firmato una legge la quale comportasse l’esproprio generalizzato dei suoli urbani”. Nenni intravide un “balenar di sciabole” e indusse i socialisti a ripiegare.

Il recente volume di Mimmo Frassinelli, Il piano Solo, chiarisce definitivamente che, nell’estate del 1964 il tentativo di colpo di Stato ci fu e fu voluto dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, e primi a stargli vicino furono Emilio Colombo, Cesare Merzagora e Guido Carli. Ricorda che negli accordi del luglio 1964 fra le delegazioni democristiana e socialista per la formazione del secondo governo Moro fu inserita una postilla segreta relativa alle ulteriori limitazioni alla riforma urbanistica, sottaciute nel documento ufficiale per evitare la bocciatura della direzione del Psi, dove serpeggiava lo scontento. Giolitti dichiarò infatti conclusa la sua esperienza ministeriale (“Non sono disposto a fare il beccamorto del mio piano né la foglia di fico di un centro-sinistra ormai svuotato di ogni forza politica”).

Un altro avvenimento, ancor più tragico e tenebroso, da ascrivere alla sindrome Sullo, furono le bombe di Milano e Roma del 12 dicembre1969, primo episodio della strategia della tensione che insanguinò l’Italia per quasi vent’anni. Le bombe del dicembre 1969 esplosero a poche settimane dall’imponente sciopero nazionale del 19 novembre per una nuova politica urbanistica. Attenti osservatori videro in essa il tentativo di ostacolare le ipotesi di riforma urbanistica e dell’intervento pubblico in edilizia che erano state imposte dalla forza dei movimenti di protesta operai e sindacali.

L’Appia Antica come l’Acropoli di Atene

Torniamo a Insolera e al piano regolatore di Roma adottato nel 1962. Tre anni dopo, nel dicembre 1965 il piano è definitivamente approvato con decreto del ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini, altro protagonista da non dimenticare dell’urbanistica romana e nazionale. Quello del 1962 - 1965 non è un buon piano regolatore, e i suoi difetti – soprattutto l’ingiustificato dimensionamento delle previsioni – si sono moltiplicati con il passare degli anni, il susseguirsi di varianti, il ricorso ad ambigui piani particolareggiati, l’astuto lavorio di uffici e di portatori di interessi illegittimi. Ma di quel piano restano pure alcuni straordinari risultati in materia di miglioramento della qualità della vita, a partire dalla previsione di un vasto e diffuso sistema di verde pubblico formato da giardini storici (villa Ada, villa Chigi, villa Doria Pamphili) e da parti pregiate dell’agro romano (Castel Fusano, Castel Porziano, Veio, Valle dell’Aniene, Appia Antica).

La rigorosa tutela dell’Appia Antica e la sua destinazione a parco pubblico credo che sia una delle più belle pagine dell’urbanistica contemporanea. Nel decreto di approvazione del piano regolatore fu stabilito che, riguardando la tutela dell’Appia Antica “interessi preminenti dello Stato”, l’intero comprensorio da Porta San Sebastiano ai confini del Comune andava destinato a parco pubblico. Con il medesimo decreto furono eliminate le preesistenti previsioni edificatorie che consentivano la realizzazione di abitazioni di pregio per decine di migliaia di abitanti intorno all’Appia Antica. Mancini ignorò evidentemente le pressioni degli interessi colpiti – che facevano capo al Vaticano e al mondo dell’aristocrazia e della finanza – e, come aveva fatto Fiorentino Sullo, raccolse invece gli appelli di Italia Nostra, di scrittori e intellettuali.

Nato a Cosenza nel 1913, Giacomo Mancini è morto nella stessa città nel 2002. Avvocato, antifascista, deputato socialista per dieci legislature (1948 - 1992), ministro per i Lavori pubblici nel secondo e terzo governo Moro (1964 - 1968) e nel primo e secondo governo Rumor (1969). Fu segretario del Psi dal 1070 al 1976, prima di Bettino Craxi. Due volte sindaco di Cosenza (1985 - 1986 e 1993 - 2002). Di lui continua a prevalere un’immagine determinata dalla vasta ramificazione clientelare che sviluppò nella sua Calabria, ai danni del ruolo decisivo che svolse per il rinnovamento dell’urbanistica italiana negli anni del primo centro sinistra: dall’inchiesta su Agrigento alla cosiddetta legge-ponte (l’unica piccola riforma urbanistica approvata nell’Italia del dopoguerra), dagli standard urbanistici all’insediamento della commissione presieduta da Giulio De Marchi sulla difesa del suolo (remota capostipite della legge finalmente approvata nel 1989).

Nella difesa dell’Appia Antica Mancini era stato sensibile in particolare all’indignazione che Antonio Cederna (1921 - 1996), giornalista, scrittore, fondatore della moderna cultura ambientalista, esprimeva nei suoi articoli sul “Mondo”. Il suo primo articolo in difesa della regina viarum lo aveva scritto nel 1953. Un articolo celeberrimo, I gangster dell’Appia, al quale hanno fatto seguito almeno altri cento articoli, sullo stesso settimanale, sul Corriere della Sera, la Repubblica, “L’Espresso”. I gangster dell’Appia erano nobiluomini, nuovi ricchi, speculatori che stavano disseminando l’Appia Antica di residenze esclusive, costellando nuovi muri e recinzioni di antichi marmi rapinati alle tombe e alle rovine lasciate come denti cariati tra villa e villa. Invece, secondo Cederna,

«per tutta la sua lunghezza per un chilometro e più da una parte e dall’altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. [...] Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene.»

Dal 1965 l’Appia Antica dovrebbe essere salva. Certamente non è stata massacrata com’era previsto prima del decreto Mancini, anche se le norme di legge e i vincoli di tutela continuano a essere violati a opera di piccoli e grandi costruttori abusivi in combutta con poteri pubblici inaffidabili e corrotti. Un recente studio della soprintendenza archeologica ha accertato che quasi la metà degli edifici esistenti nel comprensorio dell’Appia Antica (pari a un milione e trecentomila metri cubi) sono stati costruiti abusivamente.

Ma anche se punteggiata da abusi e usi impropri, l’Appia Antica resta l’unica pausa – un grande settore di verde e di archeologia dai Castelli Romani al Campidoglio – che interrompe la sterminata conurbazione romana. Insomma, la cultura della tutela non è stata sconfitta. Insolera ricorda alcuni recenti, importanti risultati: in occasione del Giubileo del 2000, l’interramento del Grande raccordo anulare che dal 1951 tagliava in due l’Appia Antica; nel 1985 l’esproprio, e poi il restauro e l’apertura al pubblico, della villa dei Quintili, uno dei complessi archeologici più importanti di Roma. E dal 2008, al IV miglio dell’Appia Antica, in località Capo di Bove, in una villa espropriata dalla soprintendenza archeologica ha sede un centro di documentazione che conserva anche l’archivio di Antonio Cederna ceduto dalla famiglia allo Stato: un sublime luogo di studio e di meditazione, che per tanti versi assume il senso di un’alternativa alla rovina urbanistica e civile della capitale. Scrive Insolera: “la via Appia Antica potrà diventare la «colonna vertebrale» di una nuova struttura in grado di costruire, al di là degli errori e delle speculazioni di «Roma moderna», per i cittadini di questa città e di questa regione, per i turisti, per gli amanti dell’arte e della natura e per gli studiosi di tutto il mondo la vera «Roma futura»”.

La breve vita del progetto Fori

La stessa idea della storia collocata nel cuore della città anima il progetto Fori che doveva rappresentare il vertice «intra moenia» dell’Appia Antica. Ma se l’Appia Antica, nonostante tutto, è una realtà, il progetto Fori è viceversa la grande occasione perduta dell’urbanistica romana.

Era stato elaborato alla fine degli anni Settanta dal soprintendente Adriano La Regina riprendendo un’idea di Leonardo Benevolo. Prevedeva il ripristino del tessuto archeologico sottostante la via dei Fori Imperiali, attraverso la sutura della lacerazione prodotta nel cuore della città dallo sventramento degli anni Trenta. Allora, Benito Mussolini, per consentire che da Piazza Venezia si vedesse il Colosseo, e per formare uno scenario grandiosamente falsificato per la sfilata delle truppe, aveva fatto radere al suolo gli antichi quartieri, le chiese e i monumenti costruiti sopra i Fori e spianare un’intera collina, la Velia, uno dei colli di Roma. Migliaia di sventurati cittadini furono deportati in miserabili borgate, dando inizio all’ininterrotta tragedia della periferia romana.

Il progetto per il ripristino dei Fori e dell’area archeologica centrale fu sostenuto con entusiasmo e disponibilità culturale sorprendenti da Luigi Petroselli appena eletto sindaco nel 1979. Anzi, “il grigio funzionario di partito” venuto da Viterbo, “che sembrava un edile”, diventò, insieme ad Antonio Cederna, il protagonista del progetto Fori. Raccolse vasti e qualificati consensi fra gli studiosi e gli urbanisti in Italia e all’estero. Ma favorevoli furono soprattutto i cittadini di Roma, che parteciparono in massa a quelle straordinarie occasioni determinate dalla chiusura domenicale della via dei Fori e alle visite guidate ai monumenti archeologici. Con determinazione e rapidità inusitate, Petroselli mise mano fattivamente all’attuazione del progetto eliminando la via del Foro Romano, che da un secolo divideva il Campidoglio dal Foro Repubblicano, e congiungendo il Colosseo – sottratto all’indecorosa funzione di spartitraffico – all’Arco di Costantino e al tempio di Venere e Roma. Si realizzò allora la continuità dell’area archeologica, liberamente percorribile, dal Colosseo al Campidoglio. È forse il momento più alto per l’urbanistica romana contemporanea.

Ma durò poco. Il 7 ottobre 1981 Luigi Petroselli morì improvvisamente. Con lui morì il progetto Fori che, a mano a mano, è uscito dal novero delle cose possibili. La chiusura definitiva della strada alle automobili è stata continuamente rinviata. Eppure non è vero che l’eliminazione della via dei Fori determinerebbe insostenibili problemi di traffico. È vero il contrario. La chiusura, a Napoli, di piazza del Plebiscito – esperienza che fu pensata assumendo a modello proprio il progetto Fori – dimostra che risoluti interventi di pedonalizzazione riducono nettamente il traffico cittadino.

Che ne è oggi del progetto Fori? Dell’idea di rinnovare Roma attraverso l’archeologia non resta nulla. La pietra tombale è stata posta nel 2001 con un decreto di vincolo che ha reso intangibile la via dei Fori Imperiali. L’immagine di Roma formalmente consegnata al futuro è perciò quella degli anni Trenta, quella di Benito Mussolini, senza che ciò abbia determinato proteste da parte di esponenti della cultura democratica. Va aggiunto che il progetto Fori non è mai stato ufficialmente archiviato. Anzi, continua a essere evocato, intendendo però con lo stesso nome cose lontanissime dall’impostazione originaria. Come l’attraversamento della via dei Fori con passerelle pedonali che non disturbino il traffico automobilistico.

Quando morì Luigi Petroselli, Cederna fu il primo a capire che con lui era morto anche il progetto Fori, e scrisse su “Rinascita” dello “scandalo Petroselli”. Lo scandalo di un sindaco comunista che voleva mettere la storia e la cultura al posto dell'asfalto e delle automobili.

“Pianificar facendo”

Il piano regolatore 1962 - 65 è restato in funzione per 43 anni, fino al 2008 (sindaco Walter Veltroni), quando è stato finalmente approvato il nuovo piano, al quale si era messo mano nel 1993 (sindaco Francesco Rutelli).

Il mondo dell’urbanistica, e non solo dell’urbanistica, è profondamente cambiato. Dall’inizio degli anni Ottanta, ha avuto inizio una radicale mutazione del pensiero politico determinata dal neo-liberismo di Margaret Thatcher e Ronald Reagan che ha attraversato la Manica e l’Atlantico ed è dilagato in Europa. In Italia si afferma, variamente configurato o camuffato, anche nella cultura e nella prassi di gran parte della sinistra. Tutto ciò contribuisce ad alimentare l’insofferenza per la pianificazione, agevolando l’abusivismo e la sempre più ampia diffusione di norme che autorizzano a costruire in deroga alle regole urbanistiche. La deroga diventa la regola. La tolleranza per l’abusivismo contribuisce ad allontanare l’Italia dall’Europa. In 18 anni si susseguono tre provvedimenti di condono, uno ogni 9 anni: 1985 (governo Craxi, ministro Franco Nicolazzi); 1994 (1° governo Berlusconi, ministro Roberto Radice); 2003 (2° governo Berlusconi, ministri Pietro Lunardi e Giulio Tremonti). Siamo al 2012, sono passati 9 anni dall’ultimo condono e si sentono i primi annunci della nuova catastrofe.

Nel 2005, alla fine del secondo governo Berlusconi, la Camera dei deputati ha approvato (con il voto favorevole di 32 deputati del centro sinistra) il cosiddetto disegno di legge Lupi, dal nome del deputato di Forza Italia Maurizio Lupi, che intendeva rendere obbligatoria la preventiva intesa con la proprietà per qualsivoglia trasformazione urbanistica. La formula utilizzata era che gli atti definiti “autoritativi” dovevano essere sostituiti da atti “negoziali”. Siamo esattamente agli antipodi della proposta Sullo, alla cancellazione premeditata del governo pubblico del territorio sostituito dalla privatizzazione delle scelte urbanistiche. Per fortuna, l’anticipata conclusione della XIV legislatura non consentì l’approvazione della legge anche da parte del Senato. Poi si capì che la controriforma non ha bisogno di sistemazioni generali, è meglio l’invenzione di provvedimenti che volta per volta assecondano al meglio gli umori e gli interessi emergenti.

La scena è dominata dalla figura di Silvio Berlusconi. Nel dopoguerra nessun uomo politico importante – da De Gasperi a Togliatti, La Malfa, Fanfani, Berlinguer, Andreotti, Craxi, Prodi, D’Alema – si è interessato seriamente alle questioni del territorio. Abbiamo visto che Aldo Moro propose la riforma urbanistica nel 1964 ma fu costretto a fare subito marcia indietro per evitare un colpo di stato. L’eccezione è Berlusconi. “Padroni in casa nostra”, la sua micidiale parola d’ordine, ha fatto più danni alle città e al paesaggio italiani dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ha firmato, finora (novembre 2011), due condoni edilizi, quello del 1994 e quello del 2003. Ha inventato il famigerato “piano casa” che nasce nel marzo del 2009 solleticando gli egoismi più profondi e popolari, radicati in tanta parte del nostro Paese (uno degli ultimi capitoli di Roma moderna è titolato: “Il nuovo millennio: dal «piano urbanistico» al «piano casa»). Doveva essere un decreto legge per consentire di ampliare fino al 30 per cento con semplici autodichiarazioni villette e piccole costruzioni:in sostanza, una specie di condono preventivo e generalizzato. Ma il decreto legge non fu approvato e fu sostituito da un’intesa con le Regioni che si impegnarono a produrre apposite leggi regionali. Si è aperta così una gara devastante (probabilmente vinta da Lazio e Campania) a chi fa peggio: aumento della cubatura fino al 50 per cento, trasformazione a fini residenziali anche di impianti industriali dovunque siano collocati.

La controriforma urbanistica si è affermata e consolidata in particolare a Roma e Milano. Se il primato dell’urbanistica contrattata (anche in termini temporali) spetta a Milano, che ha sostituito al piano la somma dei progetti (oggi Giuliano Pisapia sta cercando di correre ai ripari), Roma ha aggiunto al modello ambrosiano un ipocrita paravento non perdendo occasione per affermare la priorità della pianificazione tradizionale. Ipocrisia perfettamente definita dal motto “pianificar facendo” che contrassegna l’urbanistica capitolina da Rutelli a Veltroni ad Alemanno. La prima conseguenza di questa linea sono i nuovi istituti della compensazione e della perequazione, e la trasformazione delle previsioni urbanistiche in diritti incancellabili.

Il caso Tormarancia è un esempio eloquente delle novità. Si tratta di una grande tenuta di 220 ettari, miracolosamente sopravvissuta fra l’Appia Antica e l’Ardeatina, che secondo il piano regolatore 1962 - 65 doveva diventare un quartiere residenziale di due milioni di metri cubi (circa 20 mila abitanti). Ma il soprintendente archeologico Adriano La Regina vi appose un vincolo d’inedificabilità. Per non mettere in discussione i presunti diritti edificatori, il comune, invece di confermare l’uso agricolo, destinò l’area a verde pubblico spostando il peso insediativo in un’altra parte del territorio comunale, con la conseguenza che, per compensare i nuovi proprietari e per tener conto del diverso valore dei suoli, il peso insediativo passava da 2 a 5,2 milioni di metri cubi.

Accanto agli istituti della new wave urbanistica continua imperterrito l’abusivismo, vorace contrassegno dell’urbanistica romana, e primo fattore della dissipazione del territorio. Qui ricordiamo solo il numero spropositato di domande del condono 2003, oltre 85 mila, quasi la metà del totale nazionale, relative agli anni dal 1994 al 2003 quando in Campidoglio sedevano prima Francesco Rutelli, poi Walter Veltroni.

La conseguenza di vecchi e nuovi costumi edilizi è un’espansione senza fine. Il piano regolatore prevede una crescita di oltre il 30 per cento dell’attuale superficie urbanizzata, mentre la Germania e altri Paesi europei praticano severe politiche di contenimento delle nuove urbanizzazioni.

Sulla facciata del palazzo che ospita gli uffici dell’urbanistica capitolina è scolpita la frase di Mussolini che sintetizza il suo pensiero urbanistico: “La terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno”. Insolera commenta che forse delle tante profezie mussoliniane è l’unica che si è realizzata.

L’orchestra di piazza Vittorio

Il racconto di duecento anni di urbanistica romana dovrebbe indurre alla disperazione, la conclusione dovrebbe essere che i portatori degli interessi fondiari e speculativi hanno ormai vinto. Che le intimidazioni e le ormai remote trame eversive fomentate dalla sindrome Sullo degli anni Sessanta hanno raggiunto il proprio scopo.

Ma Italo Insolera non si arrende. Nella premessa scrive che “l’ignoranza è stata diligentemente perseguita dalla classe dirigente romana che in duecento anni ha dimostrato la propria fede incrollabile ed esclusiva nel profitto. Bisogna uscire dall’ignoranza se vogliamo che Roma sia nel futuro frutto di civiltà”. E il suo contributo all’ottimismo lo mette in pratica puntando sulla cultura e proponendo per Roma moderna una prima conclusione riferita all’Appia Antica intesa come “un auspicio per un futuro migliore”. Ma a questa aggiunge una seconda sorprendente conclusione: “Roma multietnica”. Si intitola così l’ultimo capitolo del libro che racconta della recente immigrazione. La capitale in effetti è sempre stata multietnica, da Adriano in poi gli imperatori provenivano dalle terre conquistate. Così anche le legioni che formarono nuovi nuclei familiari. E lo stesso è per la Chiesa cattolica, non tanto per i pontefici quanto per la presenza di religiosi provenienti da tutto il mondo.

Oggi a Roma vivono circa 500 mila immigrati regolari (il dieci per cento dei presenti in Italia) e probabilmente 100 mila clandestini, una popolazione come quella di Bologna. Continua a prevalere un atteggiamento di diffusa chiusura rispetto al quale si distinguono le istituzioni cattoliche, a cominciare dalla Caritas (fondata da monsignor Luigi Di Liegro) che dal 1971 opera fattivamente, animata dall’idea di una città più giusta, più umana e accogliente. Insolera racconta drammatici episodi generati dalla negazione dell’accoglienza: nel gennaio del 1991 la brutale espulsione degli immigrati che si erano insediati nel vecchio pastificio della Pantanella, a Porta Maggiore; l’inutile sgombero del cosiddetto hotel Africa, un capannone delle ferrovie di fronte alla stazione Tiburtina occupato da africani di ogni nazionalità, tornato vuoto e abbandonato. Tragica la sorte della popolazione Rom “sulla quale si scaricano i pregiudizi e il latente razzismo della popolazione romana” e per la quale “l’unica risposta ufficiale sembra limitarsi alla demolizione delle baracche e al loro trasferimento in altro luogo ugualmente desolato. Una spirale senza fine indegna di una città accogliente”. L’ultimo episodio del disumano trattamento cui sono sottoposti i Rom è il rogo che 6 febbraio del 2011 ha bruciato una baracca in un campo abusivo a Tor Fiscale, periferia est, provocando la morte di quattro fratellini fra gli undici e i quattro anni.

Ma nonostante tutto l’integrazione va avanti. Il quartiere di piazza Vittorio è diventato un simbolo della trasformazione: nato dopo il 1870 per ospitare la prima ondata migratoria, soprattutto dal Piemonte, necessaria al funzionamento della nuova capitale, cento anni dopo, invecchiate le case, il loro prezzo è sceso alla portata dei nuovi immigrati, in particolare i cinesi. Insolera osserva che almeno i piemontesi avevano costruito la loro piazza. Piazze ce n’erano in tutti i quartieri dell’espansione della capitale: Risorgimento, Cavour, Mazzini, Indipendenza, Re di Roma, Regina. “Nei quartieri della nuova ondata immigratoria dai paesi poveri non ci sono spazi da «sprecare»: tutto deve essere costruito, diventare rendita immobiliare. Piazze, giardini, parchi e servizi sociali restano un privilegio per i quartieri ricchi”.

Proprio da piazza Vittorio prende nome l’orchestra formata da musicisti abitanti nel quartiere provenienti da ogni parte del mondo: Argentina, Brasile, Cuba, Ecuador, India, Mali, Senegal, Stati Uniti, Tunisia e Ungheria. Un insieme di sensibilità, strumenti e suoni che “getta alle ortiche la difesa di ormai inservibili identità culturali e religiose. Meno male che a Roma c’è l’Orchestra di Piazza Vittorio”, scrive Insolera. E Roma moderna si conclude così: “l’arte e la cultura saranno gli elementi con cui potrà nascere la Roma del futuro”.

Che cosa è accaduto in Europa, tra la caduta del governo greco e italiano, e il disastro della sinistra spagnola alle elezioni di domenica scorsa? Una peripezia nella piccola storia dei rimpasti politici che si estenuano a inseguire la crisi finanziaria? Oppure il superamento della soglia nello sviluppo di questa crisi che ha compromesso irreversibilmente le istituzioni e le loro modalità di legittimazione? A dispetto delle incognite, bisogna rischiare un bilancio.

Le peripezie elettorali (quelle che forse ci saranno anche in Francia tra sei mesi) non richiedono grandi commenti. Abbiamo capito che gli elettori giudicano i loro governi responsabili dell’insicurezza crescente nella quale vive oggi la maggioranza dei cittadini dei nostri paesi e non si fanno troppe illusioni sui loro successori. Bisogna però contestualizzare: dopo Berlusconi, si può capire che Mario Monti, almeno in questo momento, batta ogni record di popolarità. Il problema più serio riguarda però la svolta istituzionale. La congiuntura delle dimissioni avvenuta sotto la pressione dei mercati che fanno alzare o diminuire i tassi di interesse sul debito, l’affermazione del «direttorio » franco-tedesco nell’Unione Europea, e l’intronizzazione dei «tecnici » legati alla finanza internazionale, consigliati o sorvegliati dall’Fmi, non può evitare di provocare dibattiti, emozioni, inquietudini e giustificazioni.

Una strategia preventiva

Uno dei temi più frequenti è quello della «dittatura commissaria» che sospende la democrazia al fine di rifondarne la stessa possibilità, nozione definita da Jean Bodin all’alba dello Stato moderno e più tardi teorizzata da Carl Schmitt. Oggi i «commissari» non possono essere militari oppure giuristi,ma sono economisti. È quello che ha scritto l’editorialista de Le Figaro il 15 novembre scorso: «Il perimetro e la durata del mandato (di Monti e di Papademos) devono essere sufficientemente estesi per garantirgli l’efficacia.

Ma entrambi devono essere limitati per assicurare, nelle migliori condizioni, il ritorno alla legittimità democratica. Non è concepibile pensare di fare l’Europa sulle spalle dei popoli». A questa citazione, io ne preferisco un’altra: quello di una rivoluzione dall’alto che, sotto la frusta della necessità (il crollo annunciato della moneta unica), starebbe tentando i dirigenti delle nazioni dominanti e la «tecnostruttura» di Bruxelles e di Francoforte. Sappiamo che questa nozione, inventata da Bismarck, indica un cambiamento della struttura della «costituzione materiale», e quindi degli equilibri di potere tra la società e lo Stato, l’economia e la politica, ed è il risultato di una strategia preventiva delle classi dirigenti.

Non è questo che sta accadendo con la neutralizzazione della democrazia parlamentare, dei controlli sul bilancio e sulla fiscalità da parte dell’Unione Europea, la sacralizzazione degli interessi bancari in nome dell’ortodossia neo-liberista? Queste trasformazioni sono senz’altro in gestazione da molto tempo, ma esse non erano mai state rivendicate nei termini di una nuova configurazione del potere politico. Wolfgang Schäuble non ha quindi torto quando presenta come una «vera rivoluzione» l’elezione del Presidente del Consiglio Europeo a suffragio universale che conferirebbe al nuovo edificio un alone di democrazia. Salvo che questa rivoluzione è già in corso o, perlomeno, è già stata abbozzata.

E tuttavia, non bisogna nascondere che il tentativo è tutto tranne che sicuro di andare a buon fine. Tre sono gli ostacoli che ne bloccano il percorso e che possono collaborare ad aggravare la crisi, e quindi la «fine» dell’Europa come progetto collettivo. Il primo riguarda il fatto che nessuna configurazione istituzionale non può, per definizione, «rassicurare i mercati» - nome in codice per fermare la speculazione – perché i mercati sono alimentati dai rischi del fallimento come dai ricavi che essi offrono a breve termine. Questo è il principio della proliferazione dei «prodotti» derivati e dello spread sui tassi d’interesse sul debito. Le istituzioni finanziere che alimentano lo shadow banking hanno bisogno di portare i bilanci nazionali sull’orlo del collasso, nonostante le banche abbiano bisogno di contare sugli Stati (e i contribuenti) in caso di crisi di liquidità. Ma le une come le altre formano un circolo finanziario unico. Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in questione, nessuna «soluzione» sarà possibile. Ma la governance attuale esclude a priori questa ipotesi, e per questo sacrificherà l’intera crescita a tempo indeterminato. Il secondo ostacolo è l’intensificazione delle contraddizioni intra-europee.

Non solo l’«Europa a due velocità » esiste nei fatti, ma essa si trasformerà in un’Europa a tre o quattro velocità, rischiando in ogni momento l’esplosione. Tra i paesi che fanno parte della zona euro, alcuni (i subappaltatori dell’industria tedesca ad Est) cercheranno un surplus d’integrazione, mentre gli altri (innanzitutto il Regno Unito) a dispetto della loro dipendenza dal mercato unico, saranno spinti a rompere o a sospendere la loro partecipazione.

Quanto al meccanismo delle «sanzioni» annunciate contro i cattivi allievi del rigore di bilancio, è illusorio pensare che toccherà solo qualche periferia. Basta vedere dove ha già portato una Grecia esangue, sull’orlo della rivolta, per immaginare gli effetti di una generalizzazione delle stesse «ricette » all’Europa intera. Last but not least, il «direttorio» franco-tedesco, già scosso dal dissidio sul ruolo della Banca Centrale, ha pochissime speranze di rafforzarsi in queste prove, a dispetto degli interessi elettorali dei suoi membri, e in particolare del Presidente francese.

Il ricatto del caos

Ma l’ostacolo più difficile da superare sarà quello delle opinioni pubbliche. Il ricatto del caos, la minaccia continuamente ribadita di un degradazione del debito, possono tetanizzare i riflessi democratici, ma non possono rinviare all’infinito la necessità di ottenere una sanzione popolare che ottenga una riscrittura dei trattati, anche se «limitata». Ma oggi qualsiasi consultazione rischia di ritorcersi contro questo stesso progetto, com’è già avvenuto nel 2004. Alla crisi strategica si aggiungerà quella della rappresentanza, anch’essa molto avanzata. Non sorprende che, in simili condizioni, si facciano sentire alcune voci critiche, anche se vanno in direzioni opposte.

Da una parte c’è chi, come Jürgen Habermas, sostiene il «rafforzamento dell’integrazione europea »,ma dice che essa è possibile solo a condizione di una tripla «ridemocratizzazione »: riabilitazione della politica contro la finanza, controllo delle decisioni centrali attraverso una rappresentanza parlamentare rafforzata, ritorno alla solidarietà e alle riduzioni delle disuguaglianze tra i paesi europei. Dall’altra parte (e penso ai teorici francesi della «demondializzazione ») c’è chi vede nella nuova governance la realizzazione dell’assoggettamento dei popoli «sovrani» ad una costruzione sovranazionale che non può servire ad altro che al neo-liberismo e alla sua strategia di «accumulazione attraverso l’espropriazione ». Le prime voci sono chiaramente insufficienti, mentre le seconde si espongono pericolosamente al rischio di fondersi con nazionalismi potenzialmente xenofobi.

L’indignazione che verrà

Il grande problema è capire come si orienterà la «rivolta dei cittadini», che Jean-Pierre Jouet qualche giorno fa non ha avuto paura di definire nell’atto di scontrarsi contro la «dittatura dei mercati» di cui i governi sono oggi gli strumenti. La loro rivolta si scaglierà contro la strumentalizzazione del debito che supera le frontiere, oppure vedrà nella costruzione europea in quanto tale un rimedio peggiore del male? Oppure cercherà, dove la gestione della crisi investe i poteri di diritto o di fatto, di costruire contro- poteri, non solo costituzionali, ma anche autonomi e, se sarà possibile, insurrezionali?

O, ancora, si accontenterà di rivendicare la ricostruzione del vecchio Stato-Nazione e sociale, oggi corroso dall’economia del debito, oppure cercherà alternative socialiste e internazionaliste, adottando i fondamenti di un’economia dell’uso e dell’attività all’altezza della mondializzazione, di cui l’Europa non è in fondo altro che una provincia? C’è da scommettere che l’estensione e la distribuzione in Europa delle disuguaglianze e degli effetti della recessione (in particolare della disoccupazione) saranno il fattore determinante per rimuovere le incertezze. Ma è dalla capacità di analisi e di indignazione degli «intellettuali» e dei «militanti» che emergeranno – o meno - i mezzi simbolici.

(traduzione di Roberto Ciccarelli)

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