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La combinazione di capitalismo e democrazia costituisce un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possiede i primi accetta istituzioni politiche nelle quali le decisioni sono l´aggregato di voti che hanno uguale peso. Il keynesianesimo ha dato i fondamenti ideologici e politici di questo compromesso, e lo ha fatto rispondendo alla crisi del 1929 che lasciò sul tappeto una disoccupazione tremenda. Il compromesso con l´esistente dottrina economica consistette nell´assegnare al pubblico un ruolo centrale poiché invece di assistere i poveri come aveva fatto nei decenni precedenti, li impiegava o promuoveva politiche sociali che creavano impiego. Questo comportò l´incremento della domanda e la ripresa dell´occupazione. Come ebbe a dire Léon Blum, una migliore distribuzione può rivitalizzare l´occupazione e nello stesso tempo soddisfare la giustizia sociale.

L´esito del compromesso tra democrazia e capitalismo fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell´interesse generale della società –la loro emancipazione bloccò le politiche restauratrici della classe che possedeva il potere economico. L´allargamento dei consumi privati aveva messo in moto il più importante investimento, quello sulla cittadinanza. La politica del doppio binario "piena occupazione e eguaglianza politica" fu la costituzione materiale delle costituzioni democratiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. L´esito fu che l´allocazione delle risorse economiche – dal lavoro ai beni sociali e primari ai servizi– fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. I partiti politici si incaricarono di gestire la politica, di essere rappresentanti delle forze sociali, le quali rinunciavano a fare da sole.

Quel tempo è finito. La combinazione tra democrazia e capitalismo è interrotta, il compromesso sospeso e le classi sono tornate a prendere nelle loro mani le decisioni, in particolare quella che ha il potere economico. Il declino dei partiti non ha solo fattori politici alla sua origine. La fase nella quale lo Stato si curava dell´emancipazione delle classi oppresse è chiusa. Ora è l´altra classe a gestire le relazioni pubbliche. Non c´è bisogno di scomodare Marx per registrare questi mutamenti. La diagnosi è alla portata del pubblico.

L´ideologia keynesiana poteva funzionare fino a quando l´accumulazione del capitale andava negli investimenti e nell´allargamento del consumo. Negli Anni 80 una nuova filosofia ha cominciato a prendere piede: politica di diminuzione delle tasse per consentire una nuova redistribuzione ma questa volta a favore dei profitti, con la giustificazione per gli elettori che ciò serviva a stimolare gli investimenti. Ma la riduzione delle tasse non ha liberato risorse per gli investimenti produttivi ma per quelli finanziari. Il tipo degli investimenti è quindi cambiato con il capitalismo della rendita finanziaria. Quale compromesso la democrazia potrà siglare con questo capitalismo?

A partire dagli Anni 80 l´accumulazione si è liberata dai lacci imposti dalla democrazia; l´accumulazione si è liberata dai vincoli dell´investimento imposti dalla filosofia della piena occupazione. La nuova destra ha preso corpo, quella che ha promosso piani di detassazione dei profitti, di abolizione dei controlli sull´impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro (l´aumento degli incidenti sul lavoro non è accidentale), l´indebolimento dei sindacati e il loro riorientamento dalla contrattazione nazionale a quella aziendale. Questa fase, che è quella sulle cui conseguenze l´Europa si sta dibattendo in questi mesi, impersona a tutto tondo una nuova società, una mutazione della democrazia. Verso quale direzione?

Nel passato keynesiano, la rottura del compromesso per imporre la fine di politiche sociali si era servita di strategie anche violente: il colpo di Stato in Cile nel 1973 impose una svolta liberista radicale e immediata. È difficile pensare a qualcosa di simile oggi, nel nostro continente, benché la storia insegna a mai dire mai. Un altro cambiamento, forse meno indolore benché non assolutamente senza sofferenza, è quello che si sta profilando a chiare lettere in questi anni: la depoliticizzazione delle relazioni economiche.

La democrazia che aveva siglato il compromesso col capitalismo aveva rivendicato la natura politica di tutte le relazioni sociali, e i diritti civili bastavano a limitare il potere decisionale delle maggioranze. In questo modo la politica democratica entrava in tutte le pieghe della società ogni qualvolta si trattava di difendere l´eguale libertà dei cittadini. Con la fine di quel compromesso, la politica arretra progressivamente, e soprattutto fa giganti passi indietro nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il lavoro deve tornare a essere un bene solo economico, fuori dai lacci del diritto e della politica. La battaglia sull´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha questo significato.

Si ripete da più parti che questo articolo ha comunque poco impatto operando su aziende medio-grandi mentre l´Italia ha in maggioranza aziende medio-piccole o familiari. Allora perché? Perché, si dice, lo vogliono i mercati, gli investitori. È una decisione simbolica, un segnale. E perché i mercati hanno bisogno di questo tipo di segnale? La risposta si ricava da quanto detto fin qui: la regia della nuova democrazia non deve più essere la legge, il legislatore, lo Stato, ma il mercato. Perché una parte importante della sfera sociale deve tornare a essere privata, e quindi cacciare l´interferenza della politica. Il limite della "giusta causa" che l´articolo 18 impone, è un limite che segnala la priorità del pubblico sul privato: il datore di lavoro deve rendere conto della ragione della sua decisione di licenziare. Quell´articolo rispecchia quindi la filosofia del compromesso di democrazia e capitalismo, perché stabilisce la libertà dal dominio per tutti, dal non essere soggetti alla decisione altrui, senz´altra ragione che la volontà arbitraria di chi decide. Questo articolo è la conseguenza naturale dell´articolo 41 della Costituzione poiché impone una responsabilità di cittadinanza alla sfera degli interessi economici.

Valutando questa fase di restaurazione delle relazioni politiche tra le classi dovremmo farci questa domanda: che tipo di società sarà una società nella quale l´accumulazione è libera da ogni vincolo politico, da ogni limite di distribuzione, da ogni considerazione di impiego che non sia il profitto, da ogni responsabilità verso l´ambiente, la salute di chi lavora e di chi consuma? Siamo certi di voler vivere in una società di questo tipo?

Tanti sono i cliché che circondano la fase vitale in cui, ha notato Pierre Bourdieu, «lo spazio dei possibili si restringe». Un libro di Enrico Pugliese, «La terza età», smonta diversi stereotipi, dai catastrofismi demografici alla fragilità dell'anziano. Ma saggi e romanzi rivelano che nella nostra società il tema è un tabù

Se sulla riva nord del Mediterraneo non c'è una «primavera europea», mentre su quella meridionale ci sono state le «primavere arabe», una delle ragioni più spesso addotte è che in Egitto gli under-25 anni sono il 52% della popolazione, in Siria il 55% (e così via), mentre in Italia sono attorno al 24%: lì i giovani sono più della metà, da noi meno di un quarto: i giovani protestano, gli anziani chinano il capo. Perché l'Italia è, con il Giappone, il paese sviluppato con più anziani al mondo. Per parafrasare all'incontrario il titolo di un celebre romanzo di Cormac McCarthy (e di un omonimo film dei fratelli Cohen), questa è terra per vecchi.

Catastrofismi demografici

Ma perché si dà per scontato che i giovani si rivoltano e i vecchi subiscono? Una prima spiegazione ce la offriva nel suo seminario Pierre Bourdieu quando parlava della «biopolitica volgare» e spiegava che i giovanissimi sono ancora fuori dal mercato del lavoro - e quindi dal sistema -, e perciò vogliono cambiare completamente il sistema (sono «rivoluzionari»); poi entrano in posizione subalterna nel mercato del lavoro e perciò vogliono cambiarlo dall'interno per migliorare la propria posizione (sono «riformisti»), quindi man mano che s'inoltrano nell'età adulta e fanno carriera giungono all'apice della propria traiettoria lavorativa, e perciò vogliono mantenere lo status quo attuale, lo vogliono «conservare»; mentre, quando sono usciti dal mercato del lavoro - sono fuori sistema -, vorrebbero tornare indietro e quindi sono letteralmente «reazionari» (naturalmente tutto ciò nell'accezione statistica, che contempla fluttuazioni, eccezioni, contraddizioni).

Ed è appena uscito un libro che studia gli anziani di questa nostra terra per vecchi soprattutto dal punto di vista del mercato del lavoro, scritto dal nostro storico collaboratore Enrico Pugliese: La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, pp. 212, euro 13). Un libro che smonta una serie di luoghi comuni, sfata molte leggende e mette un grano di sale nelle insulse ricette politiche dei nostri legislatori.

Il primo luogo comune che Pugliese sfata è il catastrofismo della «bomba demografica», sia perché le previsioni si sono rivelate spesso false, e non solo in demografia: basti andare a riguardarsi le previsioni del rapporto del club di Roma del 1972: quell'augusto consesso non ne aveva azzeccata praticamente nessuna. Sia perché le curve demografiche non sono una fatalità naturale, ma sono il risultato di situazioni culturali e sociali mutevoli. L'emigrazione di molti giovani contribuisce a invecchiare la popolazione che si lascia indietro, come al contrario l'immigrazione contribuisce a ringiovanirla. Quindi si può svecchiare un paese favorendo l'immigrazione o con politiche che incentivano la nascita di bambini (assegni familiari, strutture di sostegno come asili nido, permessi estesi di maternità e paternità) come è avvenuto in Francia, dove negli ultimi 25 anni sono stati messi al mondo 5 milioni di bambini più che in Italia. E poi nella piramide demografica vi sono veri e propri buchi che derivano dai figli non nati a causa di guerre o di crisi economiche.

Un secondo cliché sfatato da Pugliese è l'immagine debilitata dell'anziano. L'estensione del sistema pensionistico a tutta la popolazione attiva nel secondo dopoguerra ha di fatto cancellato il miserabilismo che circondava l'immagine del vecchio: nel Meridione i pensionati costituiscono addirittura una risorsa indispensabile per molte famiglie. Pugliese ci ricorda che non solo viviamo statisticamente più a lungo, ma che viviamo meglio e in migliore salute, tanto che ormai si deve distinguere tra una terza età (grosso modo fino ai 75 anni) e una quarta età, tra anziani e grandi vecchi.

Perché la vecchiaia è al tempo stesso in parte stato fisico e in parte costruzione sociale. Pierre Bourdieu insisteva molto sul fatto che l'invecchiamento sociale è il restringersi dello spazio dei possibili. Un giovane di ceto medio può finire a fare il barista a Salvador de Bahia o il ricercatore a Stanford, ma poco a poco le sue possibilità si restringono finché non può essere altro che quello che è stato. Da questo punto di vista, un operaio ventenne dell'800 era già vecchio, perché nella vita non avrebbe mai potuto essere altro, mentre un borghese poteva restare «socialmente giovane» anche fino a 40 anni (oggi si parla di «giovani scrittori» anche per i quasi cinquantenni). Così, la pensione (che è la sanzione legale e formale dell'invecchiamento) riguarda solo le frazioni dominate (anche quelle delle classi dominanti), mentre i dominanti non vanno mai in pensione: grandi medici, politici, grandi banchieri, artisti, finanzieri restano in sella anche da vegliardi.

Segregazione per età

E Pugliese fa notare quanto sia fuorviante il dibattito convenzionale sull'allungamento dell'età pensionabile: tutti discutono, dice Pugliese, come se toccasse al lavoratore scegliere il momento in cui «andare a riposo», ma in realtà quel che sta succedendo è che le persone vengono espulse dal mercato del lavoro sempre più presto, mentre l'età pensionabile si allunga. Già oggi in Italia i 55-65 anni per buona parte non lavorano o perché licenziati o perché non riescono a trovare un nuovo lavoro, e spesso non compaiono nelle statistiche perché vengono cancellati dalla forza lavoro attiva in quanto, scoraggiati, non ricercano più un'occupazione. Così oggi vi sono sempre più persone anziane gettate sul lastrico perché non percepiscono più un reddito da lavoro e non sono ancora eleggibili per una pensione (è quel che rischia di capitare a molti di noi del manifesto). E in periodo di recessione questo tipo di destino sociale diventa sempre più diffuso.

Tre altri punti sono notevoli nel volume di Pugliese. Il primo riguarda le mutazioni della vecchiaia in un mondo globalizzato. Neanche il futurologo più delirante avrebbe mai potuto prevedere nel 1980 che trent'anni dopo una percentuale consistente di anziani italiani sarebbe stata sposata a donne ucraine. Visti i suoi trascorsi di studioso dell'immigrazione, non stupisce l'attenzione (e la simpatia umana) che Pugliese presta a quel fenomeno tipicamente italiano della «badante» e alla frangia crescente di vecchi immigrati sradicati, che siano italiani in America Latina o stranieri in Italia, che non possono più tornare nel paese d'origine ma si trovano emarginati in quello d'accoglienza.

Il secondo punto è che sempre più nelle nostre società vige la segregazione sociale per età, dovuta in primo luogo al fatto che sempre meno nonni vivono accanto ai nipoti e sempre più le famiglie sono mono- o al massimo bi-generazionali: single o coppie, o al massimo coppie con figli, anche se forse su questo punto Pugliese sottovaluta il peso che ha in Italia il problema abitativo: è impossibile, insostenibile trovare abitazioni che possano alloggiare con agio una famiglia multigenerazionale. Ma la segregazione per età riguarda anche i luoghi di ritrovo, le attività di svago, ed è dovuta alla mancanza d'immaginazione da cui noi umani siamo afflitti. Tutti coloro che vecchi non sono suppongono infatti che l'anzianità esteriore, delle rughe, corrisponda a una vecchiaia interiore, a rughe mentali. Ma così non è: non potete immaginare la sorpresa che mi ha colto le prime volte che dei giovani mi hanno offerto il posto sull'autobus. Sorpresa perché io non mi vedevo affatto come mi vedevano loro: sei marcato di vecchiaia innanzitutto dall'esterno. Come diceva un relatore accanto a me a un dibattito all'università di Padova sull'argomento: «La vecchiaia è una gran fregatura». Malgrado le (precarie) migliorie apportate dai sistemi di welfare che Pugliese descrive.

L'ultimo punto riguarda l'ideologia. C'è una enigmatica contraddizione tra realtà sociale e ideologia diffusa attorno a questa realtà. Per esempio, in Italia un familismo persino ossessivo e opprimente va di pari passo con politiche che penalizzano le famiglie e le oberano di funzioni non assolte dallo stato, nella cura sia degli infanti che degli anziani. Altro caso: la nostra società sfavorisce in modo pesante i giovani (più alto tasso di disoccupazione, difficoltà d'ingresso nel mercato del lavoro), discriminazione che si riflette nell'uso dell'aggettivo «giovanile» quasi solo in contesti negativi: «subculture giovanili», «criminalità giovanile» (si è mai sentito parlare di «criminalità senile»?). Ma nello stesso tempo la società è pervasa dal giovanilismo, dall'ideologia che ci vuole tutti giovani e che spinge a inseguire la gioventù fino in tarda età. Il reciproco avviene per gli anziani. Da un lato costituiscono il gruppo sociale più potente, più influente, visto che continuano a detenere il capitale (la proprietà) fino alla fine, come si vede negli Stati Uniti: poiché sono la classe di età a più alta partecipazione elettorale, sono coccolati da democratici e repubblicani tanto è vero che sono l'unico gruppo sociale a godere di un servizio sanitario nazionale pubblico.

Vegliardi letterari

Dall'altro lato però «vecchio è brutto», prevale quel che i francesi chiamano l'agisme, «una forma molto diffusa di pregiudizi relativi alla vecchiaia e alle persone anziane, fonte di discrimnazioni sociali basate su false credenze e stereotipi». Tanto che a conclusione del suo volume Pugliese cita un ironico passo di Peter Laslett: «Un ottantenne che si trovi a partecipare a un convegno di geriatria o gerontologia sentirà sottolineare con tanta insistenza le sue presunte incapacità che finirà col meravigliarsi del fatto stesso di poter essere presente».

In realtà, una delle caratteristiche più forti dell'agisme è la rimozione della vecchiaia, una rimozione che varia nelle culture e a seconda dei generi, e che va dalla cancellazione al confinamento e alla relegazione, come si vede bene dalla letteratura. Certo, nella narrativa occidentale degli ultimi due secoli non mancano memorabili vecchi: papà Goriot (1834), il vecchio David Séchard (1843) e il padre di Eugenie Grandet («vieux tonnelier, vieux vigneron», 1833) di Balzac, Jean Valjean (nei Miserabili, 1862) di Victor Hugo, o il maresciallo Kutuzov in Guerra e pace(1869) di Tolstoj, anche se Séchard viene considerato vecchio già dai 50 anni e ha 61 al tempo della vicenda, Jean Valjean muore a 64 anni e Kutuzov ha 67 anni al momento della battaglia di Borodino (1812).

Di veri vecchi ricordo Dubslav von Stechlin (vedovo da trent'anni) con il suo anziano cameriere Engelke nell'omonimo romanzo (1897) di Theodor Fontane, il Carlino ottantenne delle Confessioni di un italiano (1858) di Ippolito Nievo, il padron 'Ntoni dei Malavoglia (1881) di Giovanni Verga, o il vecchio pescatore di Ernest Hemingway (Il vecchio e il mare, 1952). Ma mi scrive Franco Moretti: « È come se la cultura europea si fosse specializzata in una cosa che si potrebbe chiamare la tarda mezza età» - Monsieur Homais e Charles Bovary in Flaubert, molto Henry James (il dottor Austin Sleper in Washington Square, l'avvocato sudista Basil Random nei Bostonians), e così via.

I vecchi sembrano essere più protagonisti nei romanzi sudamericani: basti pensare a Cento anni di solitudine (1967), o all'Autunno del patriarca (1975) o all'Amore ai tempi del colera(1985) di Gabriel Garcia Marquez. Mentre la letteratura giapponese contemporanea è costellata di memorabili vecchi, dalla sessantanovenne Orin del villaggio di Narayama che vuole a tutti i costi affrettare la cerimonia della propria morte nel romanzo La leggenda di Narayama di Schichiro Fukazawa (1956), al settantaseienne Shigekuni Honda protagonista de Lo specchio degli inganni (1970) di Yukio Mishima, all'indimenticabile autoritario suocero ormai in preda all'Alzheimer in quel capolavoro che è Gli anni del crepuscolo (1972) della grande scrittrice Sawako Ariyoshi (il romanzo è stato tradotto in inglese e in francese, ma non purtroppo in italiano): il curioso è che sia Mishima sia Ariyoshi sono morti suicidi.

Nella considerazione della vecchiaia vi è poi una frattura di genere, tra uomini e donne. Come si è visto da questa rapida carrellata, le anziane sono minoritarie rispetto agli anziani: la cugina Bette di Balzac non è propriamente vecchia, come non lo è la «vecchia» zia Baby Kochamma nel Dio delle piccole cose (1997) di Arundati Roy.

Le autrici italiane sembrano occuparsi con più attenzione dell'invecchiamento, e soprattutto delle donne che invecchiano. È formidabile la vecchia Alfonsina che vive in una casa di cura, come la descrive mia madre Luce d'Eramo nel romanzo Ultima luna (1993). O l'apparire della vecchiaia a una cinquantanovenne che vive sola, in La fontana della giovinezza di Luisa Passerini (1999). D'altronde negli Stati Uniti è stato pubblicato un libro dedicato all'argomento: Women of a Certain Age. Contemporary Italian Fictions of Female Aging (2005) di Rita C. Cavigioli.

La paura del futuro

Eppure la rimozione, caratteristica generale nel caso dell'agisme, diventa più evidente per le donne. Esemplare il caso di un libro uscito nel 1987 negli Stati Uniti: si intitola Ourselves, Growing Older. Women Aging with Knowledge and Power (1987) ed è il seguito ideale di un testo che è stato un livre de chevet del femminismo negli anni '70 e cioè Our Bodies, Ourselves (1971) del Boston Women's Health Book Collective. Il secondo libro, che affronta i problemi dell'invecchiamento con saggezza e senza eufemismi, si propone come «A Book for Women Over Forty». Ma alla fine degli anni '80 questo nuovo libro del collettivo bostonianosi è scontrato con il muto rifiuto da parte delle stesse donne (allora attorno ai quaranta) che avevano tradotto con entusiasmo Noi e il nostro corpo, né è stato tradotto in seguito. Perché l'agisme, accoppiato col giovanilismo esteriore, lo subiscono assai più le donne degli uomini. Non solo, ma in questa rimozione è possibile leggere anche l'incerto rapporto che l'anzianità instaura col futuro, un rapporto sempre più traballante che caratterizza l'invecchiamento, una paura di fare progetti a lungo termine, il senso di avvicinarsi a gran passi all'ultimo recinto invalicabile.

Il restringersi dei possibili di cui parla Bourdieu assume qui la forma inesorabile del restringersi dell'orizzonte temporale (è un'altra delle ragioni del conservatorismo senile: gli anziani hanno uno scarso interesse personale in mutamenti di cui pensano di non poter vedere gli effetti). A meno di non essere come il grande sinologo Joseph Needham (1900-1995) che incontrai nel 1982 nella sua indimenticabile stanza al Caius College di Cambridge, quando ottantaduenne stava lavorando alla sua grande storia Science and Civilization in China iniziata nel 1954: da allora in 28 anni aveva pubblicato i primi 5 volumi e quando gli chiesi quanti volumi contava di scrivere ancora, «Sette» mi rispose, come se lo aspettassero altre sterminate praterie di lavoro e ricerca.

L’art. 1 del Decreto Legge 24 gennaio 2012 n. 1 “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività” prevede:

«1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 3 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, in attuazione del principio di libertà di iniziativa economica sancito dall'articolo 41 della Costituzione e del principio di concorrenza sancito dal Trattato dell'Unione europea, sono abrogate, dalla data di entrata in vigore dei decreti di cui al comma 3 del presente articolo e secondo le previsioni del presente articolo:

- le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell'amministrazione comunque denominati per l'avvio di un'attività economica non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l'ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità;

- le norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite, nonché le disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale o temporale autoritativa con prevalente finalità economica o prevalente contenuto economico, che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate e che in particolare impediscono, condizionano o ritardano l'avvio di nuove attività economiche o l'ingresso di nuovi operatori economici ponendo un trattamento differenziato rispetto agli operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti e condizioni analoghi, ovvero impediscono, limitano o condizionano l'offerta di prodotti e servizi al consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità, ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra gli operatori economici oppure limitano o condizionano le tutele dei consumatori nei loro confronti».

«2. Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all'accesso ed all'esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l'iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all'ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l'utilità sociale, con l'ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica».

«3. Nel rispetto delle previsioni di cui ai commi 1 e 2 e secondo i criteri ed i principi direttivi di cui all'articolo 34 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, il Governo, previa approvazione da parte delle Camere di una sua relazione che specifichi, periodi ed ambiti di intervento degli atti regolamentari, è autorizzato ad adottare entro il 31 dicembre 2012 uno o più regolamenti, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione, e disciplinare i requisiti per l'esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l'esercizio dei poteri di controllo dell'amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che, ai sensi del comma 1, vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi. L'Autorità garante della concorrenza e del mercato rende parere obbligatorio, nel termine di trenta giorni decorrenti dalla ricezione degli schemi di regolamento, anche in merito al rispetto del principio di proporzionalità. In mancanza del parere nel termine, lo stesso si intende rilasciato positivamente».

«4. Le Regioni, le Provincie ed i Comuni si adeguano ai principi e alle regole di cui ai commi 1, 2 e 3 entro il 31 dicembre 2012, fermi restando i poteri sostituitivi dello Stato ai sensi dell'articolo 120 della Costituzione. A decorrere dall'anno 2013, il predetto adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti ai sensi dell'articolo 20, comma 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A tal fine la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell'ambito dei compiti di cui all'articolo 4, comunica, entro il termine perentorio del 31 gennaio di ciascun anno, al Ministero dell'economia e delle finanze gli enti che hanno provveduto all'applicazione delle procedure previste dal presente articolo. In caso di mancata comunicazione entro il termine di cui al periodo precedente, si prescinde dal predetto elemento di valutazione della virtuosità. Le Regioni a statuto speciale e le Provincie autonome di Trento e Bolzano procedono all'adeguamento secondo le previsioni dei rispettivi statuti».

«5. Sono esclusi dall'ambito di applicazione del presente articolo i servizi di trasporto di persone e cose su autoveicoli non di linea, i servizi finanziari come definiti dall'articolo 4 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 e i servizi di comunicazione come definiti dall'articolo 5 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, di attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno, e le attività specificamente sottoposte a regolazione e vigilanza di apposita autorità indipendente».

Valutazioni critiche

Con l’art. 1 del D. L. 1/2012 al Governo è attribuito un amplissimo potere regolamentare, subordinato esclusivamente “all’approvazione da parte delle Camere di una sua relazione che specifichi, periodi ed ambiti di intervento degli atti regolamentari” esercitando il quale andrà ad individuare le attività per le quali permane l'atto preventivo di assenso dell'amministrazione, e disciplinare i requisiti per l'esercizio delle attività economiche, nonché i termini e le modalità per l'esercizio dei poteri di controllo dell'amministrazione, individuando le disposizioni di legge e regolamentari dello Stato che vengono abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore dei regolamenti stessi.

Non solo, ma è lo stesso art. 1 del D. L. 1/2012 a prevedere che con l’emanazione dei Regolamenti del Governo saranno da considerare abrogate:

- le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di un’attività economica;

-le norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite;

- le disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale o temporale autoritativa con prevalente finalità economica o prevalente contenuto economico, che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate;

- le norme che particolare impediscono, condizionano o ritardano l’avvio di nuove attività economiche o l’ingresso di nuovi operatori economici ponendo un trattamento differenziato rispetto agli operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti e condizioni analoghi;

- le norme che impediscono, limitano o condizionano l’offerta di prodotti e servizi al consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità, ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra gli operatori economici oppure limitano o condizionano le tutele dei consumatori nei loro confronti.

Sin da subito, precisa il comma 2 dello stesso art. 1, le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica.

Tutto questo trova fondamento, secondo quanto dichiarato nel comma 1 dell’art. 1, in attuazione del principio di libertà di iniziativa economica sancito dall’art. 41 della Costituzione che, è bene ricordarlo, prevede che:

«L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

In sintesi:

E’ prevista l’abrogazione di una serie indeterminata di norme, sulla base di criteri generali e generici, la cui individuazione è rimessa alla valutazione – quasi del tutto arbitraria – del Governo;

Viene fornita con legge ordinaria – meglio con un decreto legge – una rilettura e una nuova interpretazione dell’art. 41 della Costituzione che individua l’interesse generale prevalente nel solo principio della concorrenza; interpretazione a dir poco forzata, solo che si legga il contenuto dell’art. 41;

Non è conforme ai principi sanciti dalla Costituzione attribuire valore assoluto e preminente all’iniziativa economica privata degradando a metri criteri interpretativi i valori della sicurezza, della libertà, della dignità umana, dell’utilità sociale individuati dall’art. 41 come valori prioritari;

Si impone con legge – con decreto legge – un criterio di interpretazione che sovverte i consolidati canoni ermeneutici, propri di uno Stato di diritto, sanciti dall’art. 12 delle “Preleggi”; le leggi si interpretano per quello che sono, per quanto dispongono, senza interpretazioni imposte da una dichiarata finalità da perseguire;

Non è ammissibile, in nome della dichiarata emergenza, stabilire un nuovo ordine nella scala di valori sancito dalla Costituzione, con un atto del Governo;

Non è ammissibile questa pretesa del Governo di obbligare gli interpreti a conformarsi alle sue valutazioni con una norma generale interpretativa del sistema complessivo di norme oggi vigente;

All’interprete e, soprattutto, a chi è chiamato ogni giorno ad applicare le norme si porranno una miriade di problematiche giuridiche e di conflitti di interpretazione per questo modo di scrivere le norme.

Regioni ed Enti Locali devono adeguarsi entro il 31 dicembre e l’adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti.

Anche in questo caso, come in altre fattispecie previste dal decreto “Salva Italia” viene prefigurato l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato ai sensi dell’art. 120 Costituzione. Si cita l’art. 120 ma si dimentica che il potere sostitutivo dello Stato nelle materie di competenza regionale è fortemente circoscritto dallo stesso art. 120 della Costituzione:

«Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione».

Il Governo, con decretazione d’urgenza privo di presupposti, introduce una fattispecie di potere sostitutivo che non trova riscontro nella Costituzione, ampliandone i presupposti con una compressione evidente e progressiva dell’autonomia di Regioni, Province e Comuni, in palese contrasto con l’art. 114 della Costituzione che – è bene ricordarlo – prevede: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione».

Se si vuole davvero semplificare e dare certezze all’iniziativa economica senza stravolgere e forzare il dettato costituzionale, sarebbe necessario operare le scelte normative dentro un quadro predefinito, condiviso, con l'obiettivo di ridisegnare l'apparato amministrativo.

Dentro ogni confine amministrativo, per ogni procedimento deve essere chiarito quale è l'unico ente competente ad adottare il provvedimento senza possibilità di ammettere deroghe o sovrapposizioni.

E’ evidente infatti che bisogna procedere ad un forte riordino istituzionale che consenta di semplificare la pubblica amministrazione, individuando le funzioni fondamentali di Comuni e Province e riorganizzando in modo organico tutte le funzioni amministrative intorno alle istituzioni che compongono la Repubblica, colpendo le reali inefficienze e superando enti e strutture ridondanti a livello nazionale e a livello regionale, che non hanno una diretta legittimazione democratica e che non sono quindi responsabili nei confronti della cittadinanza.

Eliminare ogni presidio a tutela del territorio rischia di causare guasti ben maggiori e irreparabili di quelli che l’attuale ridondante e complesso sistema normativo e la stratificazione di una miriade di enti burocratici hanno determinato.

Valutazioni finali

La tendenza evidente è quella di trasformare la presenza e il ruolo della pubblica amministrazione da soggetto regolatore delle attività a controllore successivo della regolarità e liceità delle attività dichiarate e avviate, entro limiti fortemente circoscritti e predefiniti.

Al lodevole intento di snellire le procedure burocratiche, l’appesantimento normativo, fa da contrasto la dubbia capacità dell’amministrazione di riuscire ad espletare meglio le funzioni assegnate per la tutela del territorio.

Spesso la nitidezza degli obiettivi teorici contrasta con i limiti degli strumenti metodologici e normativi che abbiamo a disposizione: persiste tutta una serie di norme obsolete o mal ridisegnate, ridondanti se non contraddittorie, e di competenze troppo frammentate e ingombranti che continuano a creare ostacoli ad una corretta gestione dei beni e ad una giusta evoluzione dei processi di sviluppo. Perché mai l’amministrazione, senza interventi strutturali che ne migliorino l’efficienza, dovrebbe riuscire in modo più tempestivo nell’attività di controllo successivo piuttosto che in quello preventivo?

Se si vuole ancora tentare di tutelare il territorio, va dato nuovo impulso ad una pianificazione territoriale moderna che individui, come prassi pianificatoria, le misure di compensazione, per il riequilibrio delle qualità ecologiche, ambientali e paesaggistiche, da attuare per qualsiasi intervento esterno alle aree già urbanizzate, ciò al fine di rispettare il principio della sostenibilità.

Sarà necessario che Comuni, Provincia, Regione ed altri Enti di governo del territorio operino in modo coerente e concertato, che siano attribuiti agli obiettivi priorità e che si cerchi di conseguirli in sinergia.

E’ evidente in ogni caso che non può essere consentito un capovolgimento della scala dei valori, costituzionalmente garantita, in nome dell’emergenza economica, con la decretazione d’urgenza; né porre con decreto, nella disponibilità del Governo – neanche del legislatore ordinario – un mutamento così radicale.

E’ opportuno e necessario che in sede di conversione in legge del decreto si conduca in Parlamento una profonda riflessione su tali disposizioni e sui possibili effetti che queste potrebbero determinare.

Il dott. Carlo Rapicavoli è Direttore Generale e Coordinatore dell’Area Gestione del Territorio della Provincia di Treviso

Vi consigliamo di frequentare l’utilissima rivista online Lex Ambiente, curata dal dott. Luca Ramacci, Consigliere della Corte Suprema di Cassazione. Essa è interamente e puntualmente dedicata all’informazione e alla valutazione critica delle questioni giuridiche che hanno incidenza sull’ambiente e la sua tutela

La mancanza di fiducia verso la politica si è volta verso ogni livello e luogo dell' amministrazione pubblica. I maggiori risentimenti sono in genere verso Roma, facile simbolo della malapolitica (“capitale corrotta = nazione infetta” – è il titolo di un'inchiesta dell' «Espresso» negli anni Cinquanta). Sembra perciò strano che la città sede del governo, baricentro dei grandi poteri, abbia avuto buoni amministratori locali, apprezzati non solo dai romani. Grandi sindaci: Ernesto Nathan (1907-913) e Giulio Carlo Argan (1976-1979). E poi Petroselli, che ha governato la città 740 giorni tra il 1979 e il 1981. Il più mitizzato, anche per (o nonostante) la brevità del suo mandato, in verità molto intenso. Morto improvvisamente, tre anni prima di Enrico Berlinguer, il suo programma è rimasto interrotto in modo drammatico. Uomini di sinistra tutti e tre. Comunisti gli ultimi due, funzionario del Pci Petroselli. Buoni esempi per la Sinistra orgogliosa di quelle esperienze.

Nel libro edito da Castelvecchi RX «La Roma di Petroselli» – di Ella Baffoni, giornalista dell' Unità, e Vezio De Lucia, urbanista militante tra i più stimati – , c'è soprattutto il racconto dettagliato sugli atti relativi alle scelte urbanistiche della città più bella e complicata del Mondo. Scelte rese difficili da un intrico di questioni non solo locali, puntualmente esaminate nel libro e da un clima poco buono per l'Italia di quegli anni. Petroselli aveva un idea di città: un grande merito, ieri come oggi. La lungimiranza in politica è cosa rara: contrasta con i tempi brevi imposti dalle elezioni e dalle carriere. Petroselli aveva un progetto attraversato da questioni strutturali che quando si affrontano si sa che non sarà facile. La ricerca di una composizione della dispersione sociale (i borgatari e la società accomodata nel sistema delle relazioni romane) e della frammentazione urbanistica rappresentata appunto dalla costellazione di borgate.

Una unificazione – scrivono gli autori in premessa – che era "l'esatto contrario della omologazione consumistica denunciata da Pier Paolo Pasolini”. A partire da questo nucleo di temi, Petroselli si è impegnato per risanare le periferie più degradate e confermare la residenza popolare in centro con risultati di grande interesse. L 'altro tema è nello sfondo: la città monumentale, croce e delizia. Quel paesaggio urbano monumento per eccellenza che Petroselli immagina dominante, per una Roma moderna che deve tutto alla sua trama archeologica. Avvia il progetto Fori e quello per il parco dal Campidoglio all' Appia Antica ispirati da Antonio Cederna: visioni di grande forza sostenute dalla parte più attenta del Paese. Fare tutto questo nella città dei palazzinari più potenti d' Italia non era (e non è) una cosa facile.

E infatti nel libro si spiegano difficoltà e contraddizioni e anche gli errori di questo breve percorso che assumono un'altra luce distanza di anni. Basti pensare all' abusivismo edilizio che a Roma, e da Roma in giù, è ancora il tema urbanistico primario e interferente su ogni scelta, forse non combattuto a sufficienza dalle forze progressiste. Petroselli opponeva l'edilizia pubblica alla rendita e alla speculazione: un argomento cruciale nella storia della Repubblica (sappiamo come sono andate le cose se ha vinto l'economia di carta e di cemento). Il libro, l'esame della politica urbanistica di Petroselli, è un'occasione per gli autori di riflettere oltre quel tempo, sul dibattito nella sinistra su questi temi e ancora su Roma crocevia di vecchi e nuovi interessi che li si depositano e si avviluppano in modi speciali. Uno sguardo utile, infine, sulla Roma degli ultimi tempi, giusto per capire.

Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l'Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate - "salvaitalia" e "crescitalia" - non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po' di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine. D'altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama "riforme" e "modernizzazione". Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte più del prodotto lordo del mondo non c'è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.

Il confronto con il governo Monti, con questa Europa e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all'ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo, ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici). Quei rapporti rendono indissolubile il nesso tra ambiente ed equità sociale (e intergenerazionale: esisterà, si spera, un mondo anche dopo gli alti e bassi dello spread). Se la crisi economico-finanziaria e la crisi ambientale segnalano, con la loro dimensione globale, l'urgenza di una svolta per tutto il pianeta, questa non può prescindere, e non può distinguersi, da una radicale conversione ecologica del modo in cui consumiamo (e quello che consumiamo, alla fine, è l'ambiente) e del modo in cui produciamo (e quel che produciamo è soprattutto diseguaglianza e sofferenze superflue). E siccome la conversione ecologica riguarda in egual misura i nostri atteggiamenti soggettivi verso l'ambiente e gli altri esseri umani, e l'organizzazione delle nostre attività "economiche" (che cosa produciamo, come, dove, con che cosa e perché lo produciamo), è un imperativo concreto partire da quello che ciascuno di noi può fare, o intende fare, qui e ora.

Quello che lega il nostro agire localmente - il nostro "progetto locale" - al pensiero globale che deve informarlo è la sua replicabilità: la possibilità che venga riprodotto, adattandolo alle diverse situazioni con la dovuta intelligenza del contesto, senza che le realizzazioni degli uni vadano a detrimento di quelle di altri; e sviluppando invece una potenza sinergica.

Solo così i legami che si creano possono costituire la base - a diversi livelli, fino a ricoprire con una rete l'intero pianeta - sia di un programma generale, sia della formazione di una cittadinanza attiva (intersettoriale, interconnessa, internazionale, intergenerazionale), sia di organizzazioni che si candidino a esautorare, sostituire o integrare le strutture esistenti: a piccoli passi e a macchia di leopardo, per lo più; a salti improvvisi, a volte; ma sempre più spesso in contesti conflittuali, e fronteggiando rischi crescenti. Il "soggetto politico" di cui si è discusso - senza dirlo - nel recente convegno di Napoli sui beni comuni è parte di questo percorso, i cui pilastri mi sembrano questi:

1. La conversione ecologica è un processo di riterritorializzazione, cioè di riavvicinamento fisico ("km0") e organizzativo (riduzione dell'intermediazione affidata solo al mercato) tra produzione e consumo: processo graduale, a macchia di leopardo e, ovviamente, mai integrale. Per questo un ruolo centrale lo giocano l'impegno, i saperi e soprattutto i rapporti diretti della cittadinanza attiva, le sue associazioni, le imprese e l'imprenditoria locale effettiva o potenziale e, come punto di agglutinazione, i governi del territorio: cioè i municipi e le loro reti, riqualificati da nuove forme di democrazia partecipativa. Le caratteristiche di questa transizione è il passaggio, ovunque tecnicamente possibile, dal gigantismo delle strutture proprie dell'economia fondata sui combustibili fossili alle dimensioni ridotte, alla diffusione, alla differenziazione e all'interconnessione degli impianti, delle imprese e degli agglomerati urbani rese possibili dal ricorso alle fonti rinnovabili, all'efficienza energetica, a un'agricoltura e a una gestione delle risorse (e dei rifiuti), dei suoli, del territorio e della mobilità condivise e sostenibili.

2. Per operare in questa direzione è essenziale che i governi del territorio possano disporre di "bracci operativi" con cui promuovere i propri obiettivi. Questi "bracci operativi" sono i servizi pubblici, restituiti, come disposto dal referendum del 12 giugno, a un controllo congiunto degli enti locali e della cittadinanza, cioè sottratti al diktat della privatizzazione. Per questo le risorse destinate alla conversione ecologica - cioè, tutte quelle non necessarie a sostenere i compiti di una supplenza centralizzata, nell'ambito di un approccio fondato su una vera sussidiarietà - dovrebbero essere restituite agli enti locali e sottoposte ad adeguati controlli, non solo di legalità, ma soprattutto ad opera della cittadinanza attiva. Nell'immediato è decisivo che vengano sottratti ai vincoli del patto di stabilità gli investimenti destinati al welfare municipale e alle conversioni produttive. Il debito pregresso contratto dalle amministrazioni locali, o dalle Spa che rientrano nel perimetro dei servizi locali del cui controllo deve riappropriarsi il governo del territorio, come il debito pubblico dello Stato nazionale dovranno essere ridimensionati, in forma contrattata, in misura sufficiente a non essere di ostacolo alla conversione produttiva. Le responsabilità di un rifiuto di questa negoziazione ricadono su chi la respinge, ma vanno studiate e predisposte fin da ora tutte le misure per attenuarne le conseguenze sulla cittadinanza. D'altronde è impensabile che si possa uscire dal caos in cui il liberismo ha precipitato l'economia del pianeta senza un radicale ridimensionamento della bolla finanziaria che sovrasta l'economia mondiale. Quali che ne siano le conseguenze.

3. Il terzo pilastro è l'arresto del consumo di suolo: le nostre città e tutti i centri abitati, di qualsiasi dimensione, sono già sufficientemente costruiti per soddisfare con le strutture esistenti o con il recupero dei suoli occupati da strutture inutilizzabili, tutte le esigenze di abitazioni, di attività produttive e commerciali, di socialità e di promozione della cultura e del benessere di cui una comunità ha bisogno. Se queste strutture e questi suoli non vengono resi disponibili dal vincolo che lega il bene al suo proprietario occorre procede con una politica di espropri e rivendicare una legislazione che la renda praticabile. Se si vuole combattere la rendita che, come sostengono tutti gli economisti liberisti, abbatte la produttività, ecco un buon punto da cui cominciare.

4. Il suolo urbano libero da costruzioni e quello periurbano possono essere valorizzati da un grande progetto di integrazione tra città e campagna, tra agricoltura e agglomerati residenziali. Un'integrazione che è stata il pilastro delle civiltà di tutto il mondo prima dell'avvento della globalizzazione che ha preteso - grazie al basso costo del trasporto reso possibile dall'abuso dei combustibili fossili - di fare dell'agricoltura di tutto il pianeta il "contado" dei centri urbani, con il degrado progressivo sia degli uni che dell'altra. Le municipalità hanno molti strumenti (alcuni a costo zero) per promuovere una riconversione di questo rapporto: orti urbani, disseminazione dei Gas, farmer's markets, mense scolastiche e aziendali, marchi di qualità ecologica per la distribuzione, gestione dei mercati ortofrutticoli: quanto basterebbe per cambiare l'assetto dell'agricoltura periurbana e per ri-orientare l'alimentazione della cittadinanza con filiere corte.

5. La mobilità sostenibile (attraverso l'integrazione intermodale tra trasporto di linea e mobilità flessibile: car-pooling, car-sharing, trasporto a domanda e city-logistic per le merci) e la riconversione energetica (attraverso la diffusione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e la promozione dell'efficienza nelle abitazioni, nelle imprese e nei servizi) costituiscono gli ambiti fondamentali per sostenere le imprese e l'occupazione in molte delle fabbriche oggi condannate alla chiusura. La riterritorializzazione delle attività in funzione della domanda creata dalla conversione ecologica è una vera politica industriale che può salvaguardare e promuovere occupazione, know-how e potenzialità produttive in settori quali la fabbricazione di mezzi di trasporto, di impianti energetici, di materiali per l'edilizia ecosostenibile, di macchinari e apparecchiature a basso consumo. Crea domanda vera perché risponde alle necessità degli abitanti di un territorio, ma richiede condivisione e può essere sostenuta solo attraverso rapporti diretti tra produttori ed enti locali. (ha fatto qualcosa di analogo la Volkswagen producendo impianti di microcogenerazione piazzati direttamente in case e imprese attraverso un accordo con una società di distribuzione dell'energia. Lo possono fare i comuni italiani senza alcuna violazione delle norme sulla concorrenza).

6. La conversione ecologica è innanzitutto una rivoluzione culturale che ha bisogno di processi di elaborazione pubblici e condivisi e di sedi dove svilupparli. La cultura non può essere solo un passaporto per l'accesso al lavoro o uno sfogo dopolavoristico. Può e deve tornare a essere l'ambito di una riflessione sul senso della propria esistenza, della convivenza civile, della riconquista di un rapporto sostenibile con l'ambiente: tutte condizioni indispensabili di una adesione convinta alla conversione ecologica. Questa riflessione ha bisogno di sedi, di strumenti, di promotori, di risorse: nelle scuole e nell'università, nell'educazione permanente, nelle istituzioni della ricerca, nel tessuto urbano, nei mezzi di informazione, sulla rete.

Frammentata, dispersa e con i diritti al minimo. Un sentiero di lettura sulla precarietà nell'era dei «tecnici» che vogliono compiere l'ultimo tratto della lunga marcia della deregulation in nome dell'interesse generale

Frammentato, disperso, inafferrabile, ma tuttavia presenza stabile in ogni documento politico istituzionale per segnalare come la crescita delle diseguaglianze di reddito mette a dura prova la tenuta del legame sociale e sia fonte di possibili sovvertimenti della democrazia costituzionale. Il lavoro è stato ridotto a «emergenza sociale», anche se le politiche economiche dei governi della vecchia Europa e nei claudicanti Stati Uniti sono sempre all'insegna della continuità, cioè al riprodurre le stesse condizioni che hanno reso il lavoro sinonimo di povertà, di precarietà, di assenza di futuro. Allarmi e denunce che non arrestano quella «guerra a bassa intensità» contro la costituzione materiale e formale che nel secolo passato hanno impedito ai governi nazionali di equiparare lavoro e povertà. È dalla fine degli anni Settanta che il lavoro è infatti pensato come una variabile dipendente dello sviluppo capitalistico. Ed è per questo motivo che tutte le conquiste novecentesche del movimento operaio dovevano e devono essere cancellate per garantire appunto uno sviluppo economico emendato dal conflitto di classe.

Ostacoli da demolire

Negli anni Settanta era il salario che doveva diventare una variabile dipendente e solo nel decennio successivo è iniziata la lunga marcia neoliberista affinché il lavoro sans phrase diventasse un fattore da vincolare alla sua produttività, alla concorrenza e alle necessità di innovare sia il processo produttivo che i prodotti. La deregulation del mercato del lavoro nasce proprio su questo crinale. Da allora la cancellazione della legislazione del lavoro è stata la stella polare che ha orientato l'azione di governi, sindacati e imprenditori. E ogni volta che lo sviluppo economico entrava in crisi, il refrein è sempre stato lo stesso: il lavoro doveva essere ridotto coercitivamente a forza-lavoro, cioè a merce. Non spaventi l'uso di un lessico che ha radici in un non lontano passato. Al suo posto se ne può scegliere un altro, meno ancorato a una storia che si vuole maledetta. Ma in ogni caso lontano da quella dissimulazione operante nella discussione pubblica, in base alla quale i processi di valorizzazione del lavoro vivo sono l'ostacolo da rimuovere per garantire benessere e crescita economica.

La riduzione del lavoro a simbolo di povertà e a variabile dipendente hanno una loro radice nell'incapacità dello sviluppo capitalistica a garantire la piena occupazione, come invece era accaduto in Europa e in forma diversa negli Stati Unit in quelli che sono, nostalgicamente, chiamati i «gloriosi trent'anni» seguiti alla fine della seconda guerra mondiale durante i quali la disoccupazione di massa era l'incubo delle cancellerie europee e statunitense, perché troppo forte era ancora il ricordo di come l'espulsione di milioni di uomini e donne dal mercato del lavoro aveva favorito, in Germania, il nazismo. Ma, a differenza degli anni Venti e Trenta del Novecento, la prospettiva attuale di un forzato non-lavoro è stata articolata attraverso la precarietà, cioè quella condizione lavorativa ed esistenziale sempre in bilico tra lavoro e non lavoro.

Gli «intermittenti» passano cioè da un indesiderato arruolamento nell'«esercito industriale di riserva» all'altrettanto indesiderato immissione in «bacini» dove le imprese attingono lavoro vivo in base alla contingenza economica. Ma se i classici della teoria economica stabiliscono che i «non occupati» dovevano servire a comprimere i salari - fattore divenuto così evidente che se ne sono accorti tutti gli organismi sovranazionali, dall'International of Labour Organization all'Ocse - nel capitalismo contemporaneo la precarietà serve anche a costituire le condizioni che favoriscono la «cattura» da parte delle imprese delle capacità innovative del lavoro vivo.

La lunga marcia liberista

La moltiplicazione delle tipologie dei contratti di lavoro non serve dunque a governare l'esercito industriale di riserva, ma a legittimare la trasformazione del lavoro vivo in una «fanteria leggera» mediamente qualificata, capace di produrre innovazione e di gestire un processo produttivo sempre più complesso e tuttavia da usare con discrezione a seconda delle necessità.

Non stupisce quindi che anche nella provincia italiana le alte cariche istituzionali, di fronte al rischio di default dello stato, invitano nuovamente a farsi carico di questo supposto interesse generale che è la riduzione del lavoro a merce. E non suscita neppure meraviglia che il custode della Costituzione, Giorgio Napolitano, o il direttore del quotidiano la Repubblica evochino il «terribile» Settantasette - meglio il convegno sindacale all'Eur in cui il salario divenne fu rubricato come «variabile dipendente» nell'agenda politica - come l'episodio a cui fare riferimento per compiere l'atto finale della lunga marcia liberista alla deregulation del mercato del lavoro. Atto finale delegato ai «tecnici» perché capaci di incarnare appunto l'interesse generale.

Ma questa è storia nota. Rimane sempre il problema di come interrompere questa darwiniana «amministrazione» del mercato del lavoro. Le proposte in campo sono molte, ma quasi sempre contraddistinte da una insopportabile tensione «dirigista» che fanno del lavoro vivo sempre oggetto di interventi «dall'alto» e raramente passano per processi di autonoma organizzazione dello stesso lavoro vivo. Elemento indispensabile per una composizione sociale che ha sempre meno la fabbrica, o l'impresa, come spazio condiviso sia del regime di sfruttamento, ma anche della sua critica e contestazione.

La nuvola innovativa

È da collocare in questo fosco panorama il volume collettivo, curato da Federico Chicci e Emanuele Leonardi, Lavoro in frantumi (Ombre corte, pp. 222, euro 20). Testi eterogenei nello stile e nei temi, va da sé, ma tuttavia uniti da un filo rosso: la necessità di un ordine del discorso attorno al lavoro vivo che scalzi dal centro della scena la sua rappresentazione neoliberista che ha tenuto banco per oltre un trentennio. Uno degli aspetti che emerge è che le diverse tipologie contrattuali non prefigurano l'emergere di una forma specifica di lavoro, bensì la presenza di molteplici forme giuridiche all'interno dello stesso processo produttivo che possono essere attivate a seconda della contingenza. Si può essere lavoratore dipendente, per poi diventare un lavoratore a progetto, interinale, a partita Iva non perché si svolge una mansione, bensì perché l'impresa si riorganizza continuamente per mantenere, se ne ha, un vantaggio competitivo o per fronteggiare una contingenza economica sfavorevole.

È questo il secondo aspetto che caratterizza gran parte degli interventi dedicati a realtà metropolitane o cittadine fortemente caratterizzate da una «specializzazione produttiva» in crisi (la Torino della Fiat, ma anche del Politecnico, la Bergamo della Dalmine); oppure quando gli autori affrontano il rapporto di crescente interdipendenza tra formazione universitaria e mondo delle imprese, all'interno del quale gli atenei sono da considerare nodi di una rete produttiva che tende a coincidere con la metropoli.

Una trasformazione dell'università già testimoniata da molti studi, come i rapporti della Fondazione Alma Mater e della recente inchiesta della Fondazione Agnelli su I nuova laureati (Laterza, pp. 117, euro 15). In entrambi i casi, al di là dei nuovi modelli di formazione emergenti dal «processo di Bologna», l'università è ritenuta il nodo «debole» di un processo produttivo che ha bisogno di un'innovazione permanente. Gli studenti non solo devono essere «addestrati» alla flessibilità - e dunque alla sua traduzione esistenziale e lavorativa, la precarietà, appunto - ma diventare la cloud in cui prende forma proprio quella innovazione che serve alle imprese. Questa potrebbe essere una spiegazione del perché da alcuni anni a questa parte in tutte Europa si sono sviluppati forti movimenti sociali che hanno sottolineato non solo la «miseria della condizione studentesca», ma la precarietà della loro condizione sociale. Ed su questo crinale che si snodano gran parte dei saggi che si propongono di mettere al centro della riflessione l'azione dei movimenti sociali incentrati sulla critica e per l'uscita dalla precarietà come condizione si «minorità» e di sfruttamento.

Robinsonate postmoderne

Un libro dunque da leggere con attenzione, anche perché ha il pregio di rappresentare, al di là della specificità dei singoli contributi, una rielaborazione di molte analisi sulle metamorfosi del lavoro che hanno caratterizzato quel pensiero critico che si è soliti chiamare postoperaismo. Rimane tuttavia in evidenza che dentro la metamorfosi del lavoro si fanno strada molti luoghi comuni che rinviano appunta alla rappresentazione dominante sulla precarietà. Come quella che guarda alla precarietà come una fase di transizione verso quella figura idealtipica dell'individuo proprietario che diventa, una volta cancellati i diritti sociali di cittadinanza, un imprenditore di se stesso.

Una «robinsonata» che continua ancora ad essere declamata come la soluzione alla precarietà. Così come un luogo comune continua a rimanere l'equazione tra precario e giovane. È indubbio che gran parte dei nuovi entrati nel mercato del lavoro siano giovani; così come è evidente che i loro fratelli maggiori e padri siano invece lavoratori a tempo indeterminato. Ma la precarietà non è solo una prerogativa generazionale, bensì una forma di governo di tutto il lavoro vivo. Funziona cioè come dispositivo giuridico che legittima l'intermittenza nel mercato del lavoro, al di là delle differenze generazionali.

Rimane, ovviamente, la ricerca di una via d'uscita da questo infernale laboratorio di «vite precarie». Il reddito di cittadinanza è certo lo strumento per non subire il ricatto della necessità, ma non garantisce certo l'autonomia del lavoro vivo. Un lavoro vivo inoltre indisponibile a «sintesi» imposte dall'alto, ma disponibile a processi ricompositivi «dal basso». E se i frantumi sono l'espressione della miseria del presente, l'autonomia del lavoro vivo costituisce la ricchezza del possibile.

Si veda, a proposito del lavoro e dei suoi possibili significati, l’Eddytoriale n. 144 del 5 novembre 2010

L'idea di mercato globale certamente "libero", ma regolato, che incarna Monti non è la stessa coltivata da Berlusconi, basata sul mito della sua autosufficienza. Oggi, nel pieno di una crisi capitalistica, per l'Europa è venuto il tempo della politica. Risposta all'articolo di Asor Rosa

La discussione aperta da Alberto Asor Rosa è quanto mai opportuna (sette pilastri della saggezza, il manifesto 19/1). Interrogarsi su Monti e sull'atteggiamento politico da assumere nei confronti del suo "strano" governo significa infatti verificare se si è capaci - come direbbe Tronti - di formulare un giudizio critico forte sulla "fase", e misurare così l'esistenza o meno di una cultura politica, a sinistra, in grado di elaborare una proposta credibile. Anch'io penso che si sia aperto per la sinistra italiana «un terreno più avanzato di lotta e di proposta» con l'operazione politica voluta da Napolitano - ma non dimentichiamo che vi hanno contribuito i leader europei e lo stesso Obama, tutti molto e giustamente preoccupati per l'Italia (e di conseguenza l'Europa) in bilico nelle mani di Berlusconi. Non condivido quindi certi giudizi venuti da sinistra, in parte presenti anche nell'analisi di Rossana Rossanda (il manifesto 20/1), che insistono sulla "continuità", se non peggio, tra il governo di Berlusconi e quello di Monti. Pur senza sottovalutare il fatto che il partito del Cavaliere fa parte della maggioranza che sostiene i "tecnici", ma non per caso, mi sembra, con l'atteggiamento di chi deve trangugiare una medicina sempre più amara.

Per me la differenza non è solo nella "presentabilità" e "sobrietà" dei tecnici, ma proprio nella posizione politica e nella cultura di Monti e di molti dei suoi ministri e ministre. A cominciare dalla scelta per un'Europa forte non solo economicamente, ma politicamente. Questa a me pare una discriminante fondamentale per qualunque politica di sinistra. Bisognerebbe dire molto più chiaramente e con decisione che per contare qualcosa nella globalizzazione - per contare anche in favore di chi ha meno potere e meno reddito - servono gli Stati Uniti d'Europa. Questo non significa naturalmente esser d'accordo con l'ideologia liberista e monetarista che sorregge ancora molte delle scelte che oggi prevalgono in Europa. Ma andrebbe valutato sino in fondo lo strano paradosso di una costruzione europea che dai tempi della Ceca, allo Sme, a Maastricht e all'Euro, ha scelto - quasi seguendo un principio marxisticamente ortodosso - di far sì che fosse la "struttura" economica a spingere la "sovrastruttura" dell'unificazione politica. Oggi, dopo la moneta unica e nel pieno di una crisi capitalistica inedita, emerge in primo piano che per l'Europa è venuto il tempo della politica. Il centrodestra italiano è sempre stato - e sostanzialmente resta - tiepido se non apertamente ostile verso l'Europa unita. Ancora oggi l'ineffabile Tremonti rimpiange il ruolo delle nazioni, come fossimo ancora nel mondo di Adam Smith. E l'idea di mercato globale certamente "libero", ma regolato, che incarna Monti non è la stessa coltivata da Berlusconi (e dai suoi alleati e "amici" internazionali Bush, Putin, Gheddafi).

Si dice che con i "tecnici" la politica e la democrazia sono state messe in mora. In realtà la politica è stata svilita e rimossa nei due anni abbondanti in cui la cronaca italiana, con diffusione globale, è stata dominata dalle feste di Arcore, anni coronati da quella sciagurata maggioranza di parlamentari nominati che ha accettato la favola della nipote di Mubarak. Ida Dominijanni era stata la prima a capire che, con le crude parole di Veronica e la testimonianza di Patrizia D'Addario, si era aperto l'inizio della fine della parabola berlusconiana, metafora di una più generale crisi dell'autorità maschile in un mondo segnato dal tramonto del patriarcato. E a questo vuoto di politica ha contribuito una sinistra sostanzialmente incapace di offrire, nel tempo della "biopolitica", una visione della vita e della società realmente alternativa alla verità messa in scena dal Cavaliere e al mito dell'autosufficienza del mercato. Perché questo è un altro punto che non mi sembra ancora chiarito: la forza del Cavaliere, forse non ancora del tutto esaurita, era, pur tra tante menzogne, quella di dire sostanzialmente la verità su se stesso, il suo mondo, l'idea di società da lui spettacolarmente incarnato.

Napolitano ha esercitato la spinta finale risolutiva per insediare Monti, nominandolo senatore a vita, ma mi sembra sbagliato rimuovere il fatto che Berlusconi aveva perso di fatto la sua maggioranza almeno tre volte. Rimediando all'abbandono di Fini con il miniribaltone Scilipoti, e poi ottenendo proprio dal Colle generosi tempi supplementari. Alla fine ha dovuto arrendersi all'evidenza e al rischio di legare il suo nome a una catastrofe finanziaria e politica italiana e europea. Non c'è stata alcuna sospensione della democrazia - lo dice bene Aldo Tortorella nell'editoriale ("La doppia immagine") dell'ultimo numero di Critica Marxista - giacché i partiti hanno votato il nuovo governo e la sinistra non se l'è sentita di tentare l'alternativa pur con qualche probabilità di vincere le elezioni. Altro discorso è l'insufficienza sempre più grave dei nostri modelli istituzionali democratici: ma di crisi della rappresentanza non si parla forse da alcuni decenni?

Credo - per concludere - che la riflessione dovrebbe di più insistere sulla crisi verticale che nel "laboratorio italiano" subiscono i vecchi dispositivi della sovranità e della produzione di autorità. Il senso comune ormai lo avverte acutamente, come dimostra il discorso pubblico sul disastro della nave Concordia e del suo capitano. È qui che la cultura politica della sinistra, e non solo della sinistra, presenta il deficit più grave. Asor Rosa ha ragione nel sottolineare il peso di una certa cultura cattolica nello "strano" governo Monti. La legittimazione dei "tecnici", a differenza di quanto è accaduto in altre fasi di governo tecnico, avviene in presenza della più grave crisi in assoluto dell'immagine dei partiti, e deriva da un input squisitamente politico sovranazionale, dalle competenze economiche, e da quelle radici cattoliche. Da questo punto di vista la Chiesa di Bagnasco è in parte altra cosa da quella di Bertone. E il voto sulle radici cristiane e giudaiche dell'Europa esprime, al di là delle strumentalità politiche, anche il senso di una ricerca dell'autorità perduta rivolta al passato. Come d'altra parte la popolarità finora eccezionale del Presidente della Repubblica ha una radice - come egli stesso ha evocato nel discorso di fine anno - in quell'antica vicinanza al mondo del lavoro del vecchio Pci e ai suoi meccanismi di produzione di credibilità politica.

Ma si tratta di luci che brillano ancora provenendo da grandi "stelle spente". Non credo che la risposta a questo enorme vuoto possa venire da una nostalgia per le tradizionali forme della politica "di professione" e dei vecchi partiti. Nella tradizione della sinistra mi sembra da recuperare quasi soltanto l'ispirazione "internazionalista", cosmopolita. Quando Derrida scrisse, già negli anni '90, quel libro profetico sul ritorno dello "spettro" di Marx lo sottotitolò significativamente sull'esigenza di una "nuova internazionale".

Ma le cose nuove da pensare e agire ce le ha mostrate il femminismo: un'idea e una pratica della libertà e dell'identità fondate nelle relazioni personali e che si allargano alla dimensione universale senza le astrazioni fatali sull'"individuo" o sulla "comunità" elaborate dal liberalismo (e liberismo) e dal comunismo. La stessa "centralità del lavoro" andrebbe radicalmente ripensata alla luce del venir meno della tradizionale divisione tra pubblico e privato, tra lavoro produttivo e lavoro di cura. È la scoperta della potenza degli spostamenti simbolici: il patriarcato finisce se le donne - come sta avvenendo ormai in tutto il mondo - gli tolgono credito. Forse anche questo capitalismo finanziario impazzito finirà se donne e uomini, in tutto il mondo solo ora unificato in un mercato globale, gli toglieranno credito. Forse sta già avvenendo, da Zuccotti Park a Davos. Il punto è saperlo vedere, nominare, comunicare.

Le ultime statistiche Istat sull'invecchiamento degli italiani erano prevedibili, ma vale la pena soffermarsi su di esse e pensarle sino in fondo. Non di rado i numeri sono una gabbia, e non è vero che «parlano da soli»: siamo noi a farli parlare. Nel 2030, dicono, i vecchi saranno il doppio dei bambini. Non molto diverse sono le statistiche sugli immigrati: loro aumenteranno, gli italiani diminuiranno. Tutto questo accadrà non in un domani lontano, ma fra poco. Sarà una crisi di civiltà, annunciano i giornali: una mutazione antropologica che non avremo voluto, ma che dovremo patire e chissà come ne usciremo. La mutazione fin d'ora la viviamo come disagio della civiltà, ma non a causa di questi numeri: a causa delle parole che usiamo per interpretarli, commentarli. Sono parole che salgono in noi come una nebbia, e tutte sono intrise di spavento, smarrimento: come fossimo una civiltà in preda a incursioni selvagge.

Nell'ultimo ventennio si è parlato dell'imbarbarimento dei nostri costumi, ma forse la barbarie l'abbiamo dentro. Forse i barbari siamo noi, a meno di non preparare il futuro con maggiore cura delle parole, innanzitutto, e con politiche di prudenza e giustizia che non si facciano irretire da cifre, da percentuali, dalle insidie che sempre son racchiuse nelle statistiche, specie demografiche. A meno di non fronteggiare e guardare in modo diverso la crisi, l'economia di scarsità che impone, e come ci siamo arrivati.

Ancora una volta tendiamo a pensare la crisi in maniera rivoluzionaria, concentrando forze e sguardi su uno soltanto dei nodi da sciogliere: una razza, una classe, un'età da tutelare a scapito di altre (ci aiuta nella disumanizzazione semplificatrice la parola «fascia»: non siamo persone, ma strati). Le rivoluzioni sono state più volte questo, e spesso son seguite dal Terrore.

Conservatrici o progressiste, hanno sete di capri espiatori. La categoria su cui s'addensa oggi l'attenzione di governi e economisti è quella dei giovani, non c'è discorso o proclama che non evochi la loro condizione di sacrificati sull'altare d'un paese che invecchiando si disfa. I politici ne hanno la bocca piena, e non stupisce perché l'ingiustizia davvero va raddrizzata.

Ma non dimentichiamo che Stalin e Hitler inneggiavano ai giovani, e alla panacea del muscolo, dello sport. Kundera lo ricorda con maestria quando descrive la «lirica totalitaria della giovinezza», che diventa culto. Concentrarsi esclusivamente sui giovani vuol dire dare all'esistenza umana una sola identità e un solo tempo, non vedere in essa una collana fatta di molte fluide identità, tempi di vita, e nodi.

Forse è venuto il momento di ricostruire il tragitto che ci ha condotti a parlare in un certo modo, da decenni, dei vecchi che ci stanno accanto: di capire come mai, quasi senza accorgercene, adottiamo nei loro confronti gli stessi vocaboli usati - in Italia con speciale disinvoltura - per gli immigrati, cittadini europei compresi. Da tempo siamo come ammaliati dal loro numero che sale: la loro longevità ci sbigottisce, assume le fattezze di biblica piaga. Accade di frequente, quando cominciamo a diffidare di una popolazione e la mente s'abitua a segregarla. In genere ricorriamo a metafore marine: i grandi vecchi in sovrannumero irromperanno come un' ondata, ci sommergeranno.A ottant'anni hanno davanti a sé più anni di vita? Dalle penne, inavvertitamente, escono strani aggettivi: «macabre» sono le statistiche che ne danno notizia. E usurpatrici le attività remunerate che tolgono ai giovani (anche questo è un argomento mutuato dall'eloquio leghista o del Fronte nazionale francese sugli immigrati). Accorta, il ministro Fornero dice: «Il lavoro non è una quantità fissa. È qualcosa che può crescere, può esser distribuito meglio». Si potrebbe dire anche degli anni di vita, del complesso corpo d'una società.

Forse è qui il maleficio di un invecchiare che intimidito si nasconde, si rifugia in svariati trucchi pur di fermare il tempo. Finché l'anziano appare giovane c'è salvezza. Meglio: finché è cliente, consumatore.

L'unico modo di non veder spezzata l'appartenenza alla comunità è di non sottrarsi alle esigenze del mercato: d'impersonare un'inalterata domanda, correlata all'offerta.

Ogni volta che annunciamo che l'Italia sarà (è già) un paese di vecchi, manipoliamo il tempo, lo congeliamo, e questa è la vera crisi di civiltà, che imputiamo all'invasore esterno e poi automaticamente a paria interni, non dissimili dalle caste indiane: gli oppressi dovettero attendere Gandhi per sapersi cittadini. Paria in sanscrito significa spezzare. La collana si spezza a causa dello straniero, dell'immigrante nato in Italia, del malato, del povero. Infine dei grandi vecchi.

Se non corriamo ai ripari - Croce direbbe: «se non invigilo me stesso, e procuro di correggermi» - non potremo scansare la minaccia: a forza di considerare gli anziani un flagello, verrà il tempo (magari già inizia) in cui converrà sbarazzarsene. Costano troppo alla comunità, con tutti i farmaci che prendono, gli arnesi di cui necessitano. E chi pagherà se i giovani continuano a vivere vite precarie, impossibilitati anche numericamente a versar contributi per la spesa sanitaria di cui l'alta vecchiaia abbisogna? A ciò s'aggiunga che questo avviene in un'epoca storica che disdegna lo Stato. Lo vuole smilzo, non esattore, inclusivo sì ma molto selettivo: quasi non avesse insegnato nulla la crisi del mercato senza briglie, incapace di invigilare spontaneamente se stesso, esplosa nel 2007. Per questo è ingiusto e anche miope, il no di Beppe Grillo alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia: affermare che il problema oggi è altro - per esempio, arrivare alla fine del mese - è pensare il brevissimo termine, non vedere lo spezzarsi dell'intera collana di civiltà, considerarla una «quantità fissa», fatalmente scarsa.

È scabroso parlare di queste cose, perché le utopie maltusiane - i freni brutali all'aume nto di popolazione in assenza di guerre, carestie, epidemie - rischiano di realizzarsi. Descriverle è già un po' accettarle. Chi ha letto il racconto di Buzzati sull'eliminazione dei vecchi, nel Viaggio agli inferni del secolo (1966) ricorderà il malessere che procura: l'immaginaria città parallela - una sotterranea seconda Milano - può pian piano inverarsi, se non mutiamo le parole e gli atti che ne scaturiscono. Nella città nascosta (vi si accede varcando una porticina «che apre all'inferno»), ogni primavera si celebra un rito eccentrico, agghiacciante, detto «grande festa della pulizia». La festa si chiama Entrümpelung, che in tedesco è repulisti generale di roba vecchia. Nel giorno della Entrümpelung «le famiglie hanno il diritto anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferrivecchi». Nei mucchi d'immondezza, accanto a lampade passate di moda, antichi sci, vasi slabbrati, libri che nessuno ha letto, stinte bandiere nazionali, pitali, sacchi di patate marce, segatura, ci sono sacchi che ancora si muovono un poco, «per interni svogliati contorcimenti». Contengono i vecchi. Un'abitante della città parallela dice: «Cosa vuole che sia? Uno di quelli. Un vecchio. Era ora, no?». Erculei inservienti comunali gettano la gentile zia Tussi dalla finestra. I nipoti non fiatano. Difficile non pensare al vecchio ebreo in sedia a rotelle scaraventato giù sul selciato, nel Pianista di Polanski.

La prima reazione è di dire: «Da noi non così!» (sono le parole di Gesù sui potenti del tempo). Ne siamo davvero sicuri? I numeri, quando ci figuriamo che parlino da soli togliendoci responsabilità, possono essere una maledizione. Rilke lo sapeva bene quando ingiungeva: «Alle risorse esauste, alle altre informi e mute della piena natura, alle somme indicibili, te stesso aggiungi, nel giubilo, e annienta il numero ».

Riproponiamo la trascrizione della videointervista su Costituzione, Parlamento e democrazia rilasciata da Oscar Luigi Scalfaro a Stefano Rodotà in occasione del Festival del Diritto edizione 2011, organizzato dalla Laterza a Piacenza dal 22 al 25 settembre 2011

RODOTÀ: Presidente, io parto da un dato di fatto non discutibile e cioè, se oggi c'è un vero testimone della storia della Repubblica sei tu. Non è un omaggio formale. Componente dell'Assemblea Costituente, membro del Governo, personalità importante del più grande partito italiano, la Democrazia Cristiana, Presidente della Camera, Presidente della Repubblica, difensore pubblico della Costituzione, così direi per la fase che si ebbe in occasione del referendum del 2006. E' una storia lunga, è una storia importante e forse vale la pena di cominciare proprio dall'inizio. Oggi tu come ricordi l'Assemblea Costituente, come l'hai vissuta?

SCALFARO: All'Assemblea Costituente arrivarono persone dalle più diverse provenienze, compreso qualcuno che non aveva una chiara visione della democrazia. Tu che hai avvicinato un'infinità di persone hai notato che chi ha fatto parte dell'Assemblea Costituente ha mantenuto nella carne viva il marchio della Costituzione?

RODOTÀ: Adesso le parti si sono invertite, rispondo io a questa domanda. Io ho incontrato varie persone, alcune mi hanno dato la sensazione che erano rimasti costituenti, cioè per essi la Costituzione non era un'impresa finita, era la loro storia e la storia della Repubblica. Ricordo solo tre di queste persone (poi ne aggiungerò una quarta): Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Lelio Basso. Loro avevano in sé la Costituzione e io da loro ho imparato molto, così come ho imparato molto da Kiki Mattei, una deputata del PC che - come mi raccontò Lelio Basso - nel momento in cui si dovette votare sul concordato, dovette votare a favore per disciplina di partito e piangeva. Cioè, ho trovato in molti il senso di partecipare a una grandissima impresa

SCALFARO: Noi avevamo, vorrei dire, quasi naturalmente per essere stati all'Assemblea Costituente il senso del Parlamento, della democrazia parlamentare. Se il Parlamento è vivo la democrazia è certa, se il Parlamento è povero o pezzente, come oggi, allora c'è da dubitare molto che ci sia democrazia.

RODOTÀ: Il raffronto tra i tempi della Costituente e oggi che è inevitabile. Quando accennavi all'altezza intellettuale, io credo che quella della Costituente sia stata anche una scuola per chi è stato.

SCALFARO: Io ricordo che queste erano le direttive della Democrazia Cristiana, cioè ascoltare tutti, in particolare quelli che sostengono tesi diverse dalle nostre. Ma io devo confessare che ho sempre ascoltato tutti con passione, con la voglia di capire. Sono nate per me delle amicizie in questo desiderio di capire che supera le diversità e si ritrova questo denominatore comune, democrazia uguale Parlamento vivo e vero.

RODOTÀ: Questo è già un giudizio su come si faceva politica negli anni successivi alla Costituente, nei lunghi anni della storia repubblicana, una storia difficile, e allora il tuo sentimento, il tuo ricordo di protagonista del maggiore partito italiano, qual è la tua opinione? Già hai dato un giudizio molto netto, però la storia, il grande partito della DC, in cui tu hai militato e sei stato esponente importante, Ministro della Repubblica, allora?

SCALFARO: La Democrazia Cristiana ebbe il culto del Parlamento. Il Parlamento come marchio di fabbrica di una democrazia, indice di quanto la democrazia è entrata dentro il paese, starei per dire di come la democrazia si è incarnata nelle persone. Questo fu un marchio che fu rafforzato nell'Assemblea Costituente in modo assolutamente eccezionale e trovò nella mia esperienza una conferma nel 2006, quando io inaspettatamente, con mia grande commozione, fui chiamato a presiedere a tutti i Comitati per la difesa della costituzione, tanti che certi non riuscimmo neanche a catalogarli. C'erano delle madri di famiglia che erano cape del loro fabbricato e servendosi di questo avevano fatto un comitato a difesa della Carta Costituzionale. Fu una cosa emozionantissima, nel 2006, cioè noi che registravamo tutti i Comitati ne abbiamo avuto qualche centinaio sfuggito al controllo, dove madri di famiglia, insegnanti delle elementari, direttrici didattiche, persone che si sono buttate per difendere questa Carta come cosa propria, come proprietà, come carne propria, come vita propria, formidabile.

RODOTÀ: Hai usato l'aggettivo giusto, formidabile, perché io credo che tu abbia avuto la fortuna o il destino di essere presente nei passaggi più significativi: l'Assemblea Costituente, il passaggio che io esito a definire dalla Prima alla Seconda Repubblica, ma certamente la gestione politico-istituzionale negli anni difficilissimi che cominciarono proprio nel 1992, e poi questa, che tu hai descritto così bene, ripresa dello spirito costituzionale nelle persone. Se posso usare una formula che non mi pare retorica, in quel momento la Costituzione ha incontrato il suo popolo, mentre un ceto politico se ne allontanava. Tu hai capeggiato, per il referendum che ha conservato la Costituzione nel 2006, questa ripresa dello spirito repubblicano costituzionale.

SCALFARO: E' stato per me intensamente commovente. Quel 2006, questo di vedere nascere lo stesso spirito che io avevo vissuto all'Assemblea Costituente, nato in persone che non erano al mondo allora, quindi starei per dire una trasmissione di generazione in generazione, di vita in vita, di carne in carne, perché c'è molto la partecipazione della persona umana, capace di pensare e di ricondursi ai principi essenziali per la vita della persona e per la vita delle comunità democratiche.

RODOTÀ: Hai detto due cose che mi paiono molto importanti: primo l'accenno agli insegnanti, alle direttrici didattiche, alla scuola, che dobbiamo avere al centro. E poi la parola persona. Io devo confessare che, all'inizio, io e altri della mia generazione consideravamo il termine "persona" nella Costituzione con distanza, senza valutare in tutta la sua importanza, come se che fosse solo l'esito di una sorta di negoziato e la persona era un po' consegnata alla parte democristiana. Passando il tempo abbiamo visto come la Costituzione italiana sia stata in questo senso anticipatrice e lungimirante per questa centralità della persona.

SCALFARO: Quando si dice c'è stato un grande mercato tra mondo cattolico e comunisti, si snatura tutto perché c'è stato un dialogo, ma quanto rispetto avevano i comunisti dei principi cristiani? Quanto rispetto avevano i cristiani dello schieramento lontano dalla fede in quanto tale, ma non lontano dai principi dei valori dell'uomo, dai principi dei valori della comunità?

RODOTÀ: Voglio ricordare un altro nostro colloquio, perché io ti chiesi qual era la tua opinione sul fatto che La Pira, che aveva proposto con un emendamento che la Costituzione si aprisse con la parole, In nome di Dio e del Popolo italiano si dà la presente Costituzione, io ti chiesi il tuo giudizio e tu avesti una frase lapidaria, "non si vota su Dio", e quindi tu sostenesti la opportunità del ritiro dell'emendamento.

SCALFARO: Io fui contrario dall'inizio, ma devo dire che da noi furono alquanto numerosi quelli che dissero no, assolutamente no. Ma io dico, se tu credi che c'è un essere al di sopra, lascialo tranquillo, rispettalo. Se tu non ci credi, lascialo due volte tranquillo. Cioè è un controsenso terribile questo. Infatti furono, con tutto il rispetto, persone di ali basse che sostennero queste tesi che sanno non di volo d'aquila, ma di volo di piccione nella Piazza del Duomo di Milano.

RODOTÀ: Però c'è un altro momento alto, questa volta che ti riguarda direttamente, proprio in questo rapporto tra la religione e la politica. Mi riferisco al tuo discorso quando ci fu la visita di Stato di Giovanni Paolo II. Io lo ritengo uno dei grandi discorsi sull'autonomia dello Stato e del rispetto della religione in sé, due cose che delle volte sembra oggi che non possano andare insieme.

SCALFARO: Dico una cosa che non è un segreto: un vescovo, che c'è ancora oggi e che è un uomo di degna statura, mi disse che il Segretario del Papa, dopo che io feci quell'intervento, disse a questo vescovo di non aver capito perché il Capo dello Stato avesse fatto quel discorso. E io dissi a quel vescovo: "Eccellenza, lo lasci tranquillo e non glielo spieghi".

RODOTÀ: In questo credo che sempre quello spirito costituente che tu hai evocato, il rispetto dell'altro, il dialogo malgrado le distanze che possano esserci, non sono forse più oggi la cifra e il segno della nostra vita civile.

SCALFARO: Non c'è alcun dubbio oggi si sono perse terribilmente, oggi guardare il Parlamento è una desolazione gravissima. Oggi purtroppo si può sostenere che la democrazia è defunta e defunta malamente.

RODOTÀ: Tu sei stato anche Ministro in un Ministero chiave, il Ministero degli Interni. Con l'occhio questa volta dell'uomo di governo, che cosa tu oggi ricorderesti, che valutazione faresti di questa esperienza?

SCALFARO: Devo dire che a fare il Ministro dell'Interno credendoci si impara anzitutto ad ascoltare gli altri e a tener conto degli altri, anzitutto soprattutto per quelli che sono più idonei a pensare che a parlare, e oggi c'è una scarsità enorme di questa popolazione, specie in Parlamento.

RODOTÀ: Nello stesso tempo però noi abbiamo quasi una situazione contraddittoria, cioè un ritorno della Costituzione nello spirito popolare. L'espressione è brutta ma si può dire che della gente comune si distingue sempre più da chi ha abbandonato i valori costituzionali, con una deriva anche della moralità pubblica e civile. Come contempli questa fase difficile per la moralità civile?

SCALFARO: Io ho avuto, di fronte a questa realtà che per me è deprimente, un aiuto enorme dai giovani e dai giovanissimi, i quali hanno mostrato una fede nella Carta Costituzionale, prodotta quando non erano neanche nati, che mi ha commosso intensamente. Non so piangere di fuori, ma di dentro ho pianto davvero.

RODOTÀ: E sullo stato della moralità pubblica?

SCALFARO: Oggi a questa impostazione segue una realtà desolante. Quando io leggo le cronache dei giornali, sembra che ogni giorno nascano a centinaia i nuovi profittatori, i nuovi ladri, le persone che nel momento in cui si avvicinano a un incarico, a una responsabilità, pensano per prima cosa a rubare, a tradire. Una cosa che fa spavento. La corruzione dilaga come una peste bubbonica.

RODOTÀ: Non potresti essere più chiaro. Voglio tornare però adesso su una tua grande decisione politica, che all'epoca fu discussa, e se ne discute ancora. Mi riferisco a quello che è stato chiamato, più o meno propriamente, il ribaltone, e che era invece - questo io lo dissi, tu lo sai - un modo profondo di rispettare la logica costituzionale.

SCALFARO: C'è un episodio che ho raccontato diverse volte, ma per me è storia vissuta e pagata. Il Presidente del Consiglio Berlusconi era venuto a consegnare la sua delega, quindi dando la sensazione che si rendeva conto che aveva finito il suo compito. Non ricordo se nella stessa seduta o poco dopo tornò e mi disse: "Presidente, ti chiedo tre cose: lo scioglimento del Parlamento, la crisi di governo e che questi passi li faccia io col mio governo". (Il quale si era dimesso pochi minuti prima). Io rimasi interdetto per un secondo, perché la persona mi aveva colpito la prima volta che mi aveva parlato di una cosa come se fosse stata vera e vera non era. Devo dire che per me negare la verità conosciuta vuol dire chiudere totalmente la possibilità di dialogo. Quindi mentre lui diceva, ti chiedo tre cose, mi fermai un momento e lui mi incalzò, ti ho chiesto tre cose, cosa mi rispondi? "Ti rispondo tre no" - gli dissi - "perché su questa Carta, che anche in questo momento mi è vicina, su questa Carta ho giurato fedeltà, se io facessi questo farei un passo in favore di una parte e contro un'altra, e andrei contro al mio giuramento. Ti rispondo tre no". Non mi sarà perdonato.

RODOTÀ: Sappiamo da chi...

SCALFARO: Ma non mi perdonerei mai se avessi risposto diversamente. Ringrazio Dio di avermi illuminato.

RODOTÀ: Chiudiamo con un saluto ai piacentini, e non solo, perché il festival del diritto richiama - è il quarto anno - dai posti più diversi, persone interessate e che oggi erano particolarmente in attesa di questa tua parola.

SCALFARO: Ringrazio Dio di questo incontro con te, che stimo tanto e amo profondamente. Sei un mio amico fino in fondo, ma poi in questo caso sei quello che mi porti a Piacenza, dove sarei venuto con gioia, ma la Provvidenza mi ha dato la voce per 92 anni e poi, vedendo come l'ho usata, me l'ha tolta ai 93. Ma vorrei comunque che vi giungesse la mia parola e il mio cuore, il cuore di chi crede nel Parlamento, nella democrazia, nella onestà delle persone della cosa pubblica, nella trasparenza di chi manipola e tocca i soldi dello Stato, di chi è disposto a lottare per distinguere la marmaglia di coloro che mettono le mani sulla cosa pubblica nel proprio interesse personale. Sono da estinguere. Grazie di cuore.

POCHE parole, a poche ore dalla morte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: un uomo politico e un servitore della Costituzione rigoroso, roccioso e intransigente e, proprio per questo, molto amato e anche molto osteggiato.

«Non c´è da temere mai di fronte alle pressioni esterne. L´unico che può temerle è chi è ricattabile»: sono parole sue, rivolte ai giudici ma valide con riguardo a qualunque magistratura e tanto più valide in quanto riferite alle più alte cariche della Repubblica. Di queste, la prima e fondamentale "prestazione" costituzionale che si ha necessità e diritto di pretendere, soprattutto nei tempi di incertezza o di crisi, è la rassicurazione che viene dalla serenità e dalla forza, cioè dalla certezza che non vi possono essere cedimenti e deviazioni.

Altri, col tempo e con la riflessione necessari, scriveranno di lui e della sua opera nella storia della Repubblica, una storia che la copre dall´inizio all´altro ieri. Allora si faranno bilanci. Nella commozione del momento, vorrei ricordarlo con parole nelle quali egli probabilmente si riconoscerebbe volentieri, quasi come in un suo motto: "Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5, 37).

Una delle cause del degrado e della corruzione della vita pubblica nel nostro Paese, egli l´imputava ai troppi sì che si dicono da parte di chi avrebbe il dovere di dire di no, in modo di stabilire il confine del lecito e dell´illecito e quindi il territorio entro il quale può legittimamente valere il gioco democratico. Quelle che seguono sono sue parole:

«Il compito del Capo dello Stato non è quello di essere equidistante tra due parti politiche. Sarebbe fin troppo facile. Si dà ragione una volta all´uno e una volta all´altro e si sta a posto con la coscienza. No, il compito del Capo dello Stato è quello di garantire il rispetto della Costituzione su cui ha giurato. Di difenderla a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. Tra il ladro e il carabiniere non si può essere equidistanti: se qualcuno dice di esserlo vuol dire che ha già deciso di stare con il ladro».

L´imparzialità di cui la Costituzione ha bisogno non è dunque un´equidistanza senza carattere, ma presuppone che si stabilisca quali sono le parti le cui pretese sono legittime e che da queste siano tenute separate quelle che non lo sono. Soprattutto nei momenti di turbolenza e di tentativi di forzatura, il Capo dello Stato non può esimersi dal compito - un compito che nell´ordinaria vita costituzionale gli è risparmiato - di stabilire i confini tra il lecito e l´illecito costituzionale. Tra questi due poli non può esservi imparzialità. In una Costituzione pluralista e inclusiva com´è la nostra, il terreno dell´inclusione costituzionale è assai ampio ma non è certo illimitato. Una Costituzione che "costituzionalizzasse" tutto e il contrario di tutto sarebbe non una costituzione ma il caos.

È perfino superfluo ricordare che gli anni del settennato presidenziale di Scalfaro furono un periodo di accesissime polemiche e non infondati timori per la "tenuta" delle istituzioni costituzionali. Al centro delle tensioni si trovò proprio la Presidenza della Repubblica e la sua interpretazione della Costituzione. Non furono solo polemiche verbali ma anche attacchi personali il cui obbiettivo era trasparente. Il drammatico discorso televisivo delle 9 della sera del 3 novembre 1993, il discorso del "non ci sto", fu al tempo stesso una denuncia e una risposta. La reazione dell´opinione pubblica non iniziata alle segrete cose fu, inizialmente, di sconcerto.

Non si comprendeva che cosa stesse accadendo, anche se si avvertiva l´eccezionalità del momento e delle parole appena udite, che alludevano a manovre tanto più inquietanti quanto meno limpide. Col senno di poi, comprendiamo che quelle tre parole dicevano a chi doveva intendere: "ho compreso" e un "sappiate che cedimenti non sono alle viste". Che cosa "ho compreso"? Si dice che fosse in atto un attacco, un ricatto al Capo dello Stato da parte di uomini della maggioranza d´allora, che non lo consideravano malleabile. La parte finale del discorso allude certamente a ciò. Ma la parte iniziale è quella che deve essere riascoltata oggi. Vi si parla non di un atto grande e conclamato, contro la Costituzione e le sue istituzioni. Si parla di degrado e corruzione attraverso piccoli cedimenti, di per sé poco evidenti, ma tali da sommarsi l´uno all´altro e di fare massa, fino al momento in cui, quando ci se ne fosse accorti e si fosse voluto reagire, sarebbe stato troppo tardi. Qui, nel "bel paese là dove il sì suona" troppo frequentemente, i "no" scalfariani sono stati una scossa salutare. Egli stesso ne era orgoglioso. Nelle sue numerose e generose interviste, conferenze, lezioni degli ultimi anni, usava ricordare agli uditori, che avevano evidentemente bisogno di parole di rigore e le salutavano con entusiasmo, i tre rotondi "no" (senza "il di più" satanico) che seguirono alla richiesta di elezioni anticipate dopo la rottura dell´alleanza Lega-Forza Italia nel 1994. Quei "no" hanno salvato la Costituzione da quella che sarebbe stata una prima interpretazione anti-parlamentare destinata a fare scuola, secondo la quale il presidente del Consiglio può pretendere nuove elezioni per essere "plebiscitato" contro un Parlamento che non sta alle sue volontà. Scalfaro è stato la prima pietra d´inciampo nella marcia verso qualcosa d´inquietante, una sorta di "democrazia d´investitura" personalistica che non sappiamo dove ci avrebbe portato. Se, oggi, il presidente della Repubblica ha potuto resistere alle pressioni per elezioni anticipate, a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi, lo dobbiamo anche alla fermezza mostrata allora dal presidente Scalfaro.

Ma altri, importantissimi "no" sono stati pronunciati. Non possiamo dimenticare con quale alto senso della laicità delle istituzioni repubblicane, egli - cattolicissimo - rivendicò davanti al Papa il suo essere presidente di tutti gli italiani, credenti e non credenti, cattolici e non cattolici, quando è tanto facile acquisire meriti e farsi belli agli occhi della gerarchia ecclesiastica, appellandosi alla tradizione cattolica, maggioritaria in Italia. Così, le questioni di fede o non fede, con lui, non erano mai motivi di divisione. Ciò che mi pare contasse davvero era l´evangelica rettitudine del sentire e dell´agire. Questo spiega l´ottimo rapporto personale - ch´egli soleva ricordare - con tanti galantuomini d´altri partiti, talora lontani politicamente dal suo e, al contrario, il pessimo rapporto con chi galantuomo non era, ancorché del suo stesso partito.

Infine, il suo impegno per la difesa della Costituzione, nel quale fino all´ultimo non risparmiò le sue energie. Presiedette il comitato Salviamo la Costituzione, al quale si deve un contributo decisivo alla vittoria nel referendum del 2006, che impedì una trasformazione profonda e ambigua delle nostre istituzioni. Ecco un altro no. Alla Costituzione andavano costantemente i suoi pensieri, consapevole ch´essa rappresenta uno dei frutti più elevati della cultura e della politica del nostro Paese. E insieme alla Costituzione, la Resistenza che ne è la radice storica e morale. Nel discorso alle Camere riunite, in occasione del giuramento, il 28 maggio 1992, rese omaggio agli uomini e alle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione. La Costituzione "io non l´ho pagata nella Resistenza […] Altri non la votarono ma la pagarono con la vita. Non dimentichiamolo mai". Retorica, diranno coloro ai quali questa Costituzione non aggrada. Parole profonde, diranno invece coloro che hanno consapevolezza del valore storico di quel periodo della nostra storia e del suo frutto più importante. E questi ti saranno per sempre in debito di affetto e di riconoscenza, presidente Scalfaro.

Ci vogliono riforme profonde, rivoluzionarie, per tirarsi fuori da questa crisi. Che ha un nome ben preciso: crisi del capitalismo manageriale monetario». Allarme radicale, persino impensato, quello di Giorgio Ruffolo, economista ed esponente di punta del riformismo italiano. Che fa corpo con un’analisi anticipata nel finale del suo ultimo libro: Testa e croce. Una breve storia della moneta (Einaudi, pp. 176, Euro 17). La tesi: la liquidità finanziaria, in moneta e titoli, si autoalimenta, e «scommette» su di sé. Divaricandosi dai beni e dai servizi reali. Fino al crollo e al contagio dopo la vertigine. Che inghiottono in un vortice globale risparmiatori, economia e stati. Inclusa la crisi del debito italiano.

Bene, come raddrizzare la barra? Quali contromisure anticicliche? E poi: va bene Monti? O ci vuole dell’altro? E sinistra e centrosinistra, come devono muoversi in questo scenario? Sentiamo Ruffolo.

Ruffolo, tutti parlano di crisi del capitalismo, dall’Economist a Tremonti, passando per una selva di economisti. Però le politiche sono sempre quelle: rigore e correttivi finanziari. Dunque solo geremie moralistiche?

«Attenzione, c’è una crisi di legittimazione e di consenso sociale. Sicché anche l’aspetto etico conta, come un tempo nelle dispute tra gli avversari cristiani del capitalismo avido e i suoi apologeti settecenteschi. Il punto è che l’avidità economica fine a se stessa ha preso oggi il sopravvento. Ma senza mostrare i benefici della prosperità, come nel capitalismo industriale di un tempo, e nel capitalismo manageriale successivo....».

Un’inversione mezzi -fini. È questo che è accaduto?

«Esatto. Prima la finanza convogliava i risparmi verso gli investimenti. Con l’avvento del terzo capitalismo, quello monetario, la finanza si rivolge a sé stessa, cresce e scommette su di sé. E il circuito risparmi-investimenti si capovolge in impieghi speculativi. Un circolo vizioso, che penalizza la produzione, crea impoverimento e genera fenomeni simili alla grande depressione del 1929. Con una fondamentale differenza...».

Quale?

«Allora la crisi fu causata dalla sfasatura tra sovrapproduzione e sottoconsumo. Con crollo dei titoli azionari, aumento dei prezzi e inflazione. Oggi, ad accendere la miccia è stata l’inflazione finanziaria. Cioè l’aumento della liquidità totale, comprensiva di moneta e titoli. Nel 2007 tale ammontare di liquidità eccedeva di ben 12 volte il Pnl mondiale! Non sono aumentati i prezzi dei beni, bensì i prezzi dei titoli, sopravavalutati all’eccesso. Fino allo scoppio finale della bolla negli Usa».

Si è inventata e venduta ricchezza per accorgersi che non c’era?

«Già. In passato l’aumento dei prezzi frenava la domanda, ristabilendo un possibile equilibrio tra massa di prodotti e prezzi. L’inflazione era una spia. Con la finanza globale tutto è molto più pericoloso. Perché quando il prezzo dei titoli cresce, pompato dalle agenzie di rating e dalle banche, la gente acquista in massa titoli sul nulla. Titoli sorretti da credito al consumo e mutui, dunque da debiti. Che vengono rinnovati e crescono. Fino all’impossibilità di onorarli e al crollo, annunciato da vendite al ribasso che travolgono tutti: risparmiatori, imprese e proprietari di case ipotecate. Altro che distruzione creatrice!».

Colpa del capitalismo liberista giunto all’acme finanziario, o anche di welfare states troppo indebitati?

«La colpa è stata delle disuguaglianze, alimentate da un capitalismo che per ricostruire i suoi margini di profitto s’è liberato di lacci e lacciuoli. Ristrutturandosi, e comprimendo salari e occupazione. E così, dopo gli anni 70, invece di redistribuire senza sprechi e rilanciare gli investimenti, si è scelta la strada dell’indebitamento pubblico e privato. Per ricostruire la domanda e sostenerla. La conseguenza è stata il debito sovrano incontrollato. E il ruolo egemone della finanza mondiale nel valutarlo e gestirlo».

Un certo Marx lo aveva detto: a un certo punto il capitalismo si indebita, invoca la finanza e vi si mescola. E scarica tutto sulle spalle dello stato...

«Marx aveva capito quasi tutto. Incluso il passaggio dal capitalismo industriale e manageriale, a quello finanziario, con le sue logiche autodistruttive. Aggiungerei un certo Braudel, che parla di autunno del capitalismo nella fase finanziaria».

Veniamo al che fare. Nel suo ultimo libro Lei parla addirittura di “decumulo monetario”, in chiave anti-finanza. Che cos’è?

«Significa fermare la bolla. E ripristinare l’equilibrio tra beni e moneta. Penalizzando l’accumulo di titoli e denaro, e riconducendo quest’ultimo a mezzo di pagamento e investimento. Vuol dire Tobin Tax, far costare di più le transazioni, e ricondurre le banche alla loro funzione di sostegno alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. Insieme però ci vuole una politica in grado di indicare obiettivi generali. La piena occupazione innanzitutto. E il rilancio della domanda di beni e servizi non effimeri. Con particolare attenzione all’ambiente, che non è un vincolo ma un moltiplicatore di crescita. Sia in termini di qualità della vita, che come innovazione tecnologica ad alto valore aggiunto».

Lei auspica una sorta di comando politico sull’accumulazione economica. Quasi a plasmare il capitalismo oltre se stesso. Ma come si fa con “questa” Europa?

«Il problema è lì. Manca l’Europa. Manca la Banca centrale in funzione anticiclica. Mancano gli Eurobond. Manca un vero parlamento sovrano. In una parola, manca l’Europa politica».

E Monti, rispetto a tutto questo, sta facendo bene o male?

«Ha fatto nell’immediato, le uniche cose possibili. Frenare l’indebitamento e ricostruire l’onorabilità dell’Italia in Europa. Ma non si vedono ancora le scelte nuove ed essenziali: rilancio della domanda e redistribuzione. È su questo che Monti deve concentrarsi».

Chiede cose di sinistra a un governo che non lo è...

«È un paradosso. Ma lo uso per esortare la sinistra a sostenere questo governo in autonomia. E a battersi al suo interno oggi, per le cose da fare domani».

Alberto Asor Rosa si è doluto che io abbia interpretato il suo articolo del 19 gennaio scorso come un appoggio al governo Monti. Ebbene sì, confesso di averlo letto appunto in questi termini, dando poca attenzione a qualche aguzzo segnale sparso nel testo. Asor Rosa invece mi ha spiegato che nelle sue intenzioni la sottolineatura della compattezza marmorea e super partes dell'accordo fra presidenza della Repubblica, governo e parlamento, che ha sbarcato Berlusconi, mirava invece a metterci in guardia dalla speranza di cavarcela senza opporgli un altrettanto solido programma. Non posso quindi che dare atto ad Asor Rosa di questa "bevuta", supplicandolo di non contare troppo, d'ora in poi, sulle mie capacità di decriptare, leggendola al secondo grado, una scrittura deliberatamente paradossale.

Ma mi chiedo anche perché l'ho letto in questo modo. Prima ragione: il vedere tante persone, e di assoluta serietà, sollevate dal vedersi levar di torno il cavaliere e di avere a palazzo Chigi un esecutivo di una correttezza privata cui erano disabituate. Fino a prendere sul serio per neutre le misure che esso decide. È super partes tassare in uguale proporzione ricchi e poveri, più il lavoro che il capitale, più il capitale produttivo che la finanza, privatizzare i residui servizi pubblici, fingere di non capire il senso del referendum sull'acqua? Era ai ragazzini che don Milani spiegava come nulla sia più ingiusto che offrire la stessa tazza di minestra a chi è affamato e a chi si è stancato del caviale. Noi adulti ce lo siamo scordato?

La seconda ragione è che non apprezzo affatto l'improvviso decisionismo del presidente della Repubblica. Fino a mezzora prima di scaricare Berlusconi, Giorgio Napolitano esortava implacabilmente destra e sinistra a non confliggere, e si difendeva da qualsiasi richiesta di prendere posizione.

Né aveva usato il messaggio alle camere per richiamare al rispetto della divisione dei poteri chi vituperava i magistrati una volta alla settimana, se mai invitava i magistrati a maggior temperanza. Ha preferito disinnescare il parlamento basandosi su qualche «allora vado a casa» farfugliato dal cavaliere, e scegliendo fulmineamente senza troppe consultazioni il professor Mario Monti, piuttosto che sciogliere le Camere come è forse in suo potere. Lasciandovi Berlusconi e i suoi che, fra un anno, in campagna elettorale, giocheranno ancora una volta sul populismo rifiorente in tutta l'Europa proprio contro le politiche di rigore.

Terza ragione, non penso che fossimo un mese fa all'ultima spiaggia. Ma su questo, come del resto sugli altri punti, sono largamente d'accordo con gli articoli di Ida Dominijanni ("Effetti collaterali", il manifesto 12/11 e "Baciare il rospo?" 19/11). Sotto il profilo politico l'erosione è avvenuta da un pezzo, da quando l'Urss è saltata e il Pci è saltato a piedi uniti sul carro liberista, come è avvenuto con Occhetto e D'Alema (ed era vagheggiato ben prima dai fautori dell'unità nazionale). Sotto il profilo economico se è vero che l'Italia è molto in basso - tre miseri BBB, rispetto agli sgargianti tre AAA della Germania e ai due della Francia - il suo indebitamento non s'è formato ieri, non per colpa precipua di Berlusconi, non è tutto in preda alle banche estere come quello greco, sarà un poco alleviato dalla manovra con la quale la Bce si svincola dalla stupida proibizione tedesca di finanziare i debiti degli stati. E soprattutto non si può ignorare che il rigore prediletto da Monti, a sua volta prediletto dal nostro Presidente, ha paralizzato la crescita - siamo dovunque in recessione (perfino la Germania rallenta), cresce dovunque la disoccupazione e calano le entrate pubbliche.

I sette pilastri della saggezza borghese vacillano non perché non seguano Bruxelles, ma perché la seguono come pecore. Basta guardare le misure, identiche, che nella crisi si prendono in Francia e in Italia. Se invece che Monti ci si fosse rivolti a qualcuno dei molti che del liberismo non ne possono più, non saremmo a goderci una reazione tanto onesta quanto spietata. Su questo siamo d'accordo?

Come si poteva sospettare, nel giudizio sul segno politico del governo Monti, Rossanda e Asor Rosa sono d’accordo. Non a caso il 20 gennaio presentavamo su eddyburg.it il testo di Rossanda, dal tono accentuatamente critico nei confronti di AAR, chiedendoci «Non scopriremo che dicono lq stessa cosa?».

Mi sembra peraltro che ci sia qualcosa che Asor Rosa vede e gli altri no (mi riferisco anche alle lettere aspramente polemiche comparse il 21 gennaio sul ). Mi riferisco al fatto che (1) il tandem Napolitano-Monti ha liberato l’Italia, almeno momentaneamente, da quella presenza inqualificabile del precedente premier, che rendeva impraticabile il confronto politico; (2) con il governo Monti ci troviamo di fronte a una chiara e “seria” proposta politica di destra. E’ con questa bisogna confrontarsi per combatterla. Non ci troviamo più di fronte a un guitto straccione con il quale si può dibattere soltanto alzando più forte la voce, ma a un avversario alle cui idee e proposte bisogna argomentatamente proporre le proprie. A mio parere (ma è un’opinione certamente opinabile) un avversario migliore obbliga noi stessi a essere migliori.

Ma proprio qui casca l’asino. Dov’è, oggi, una sinistra che abbia un’idea, una proposta politica, capace di rappresentare non solo i desideri e le speranze di molti (e le ricette di piccoli gruppi tra loro divisi), ma la base di una piattaforma politica capace di aggregare forze sociali significative? Il percorso da compiere, per arrivare dalle intelligenti analisi e dalle generose sperimentazioni a un disegno capace di diventare egemonico è ancora lungo. L’ideologia del neoliberismo ha conquistato il pensiero comune, a destra, nel centro e nella vecchia sinistra. E il nocciolo politico dell’articolo di Asor Rosa sta a mio parere proprio nell’immagine che egli suggerisce del PD e nella drammatica ambiguità che il grifone rappresenta. Finchè quella “sinistra” non si scioglie e non se ne ricompone una nuova sarà difficile vedere un nuovo inizio.

La recessione, i guasti della finanza, la ricerca di alternative: ecco perché anche i teorici del sistema economico dominante lo mettono in discussione Cinque anni dopo il disastro del 2008 non ne siamo ancora usciti. Tramonta l´illusione di essere di fronte a un normale evento ciclico La concorrenza tra paesi rischia di incoraggiare una competizione verso il peggio, dove tutti si adeguano al livello più basso

Dal mercato alle diseguaglianze

la crisi di un modello globale

di Federico Rampini

Il capitalismo ha un deficit mortale: di autostima. La crisi di fiducia in se stesso traspare dai dibattiti che animano due dei più influenti media economico-finanziari. Il Financial Times e The Economist dedicano inchieste, dibattiti e analisi a un interrogativo esistenziale: quella che viviamo è una crisi "terminale" o è ancora curabile all´interno delle regole di un´economia di mercato? Ha più probabilità di sopravvivenza il capitalismo di Stato che governa i Bric, cioè Cina India Brasile Russia?

Martin Wolf, l´economista più autorevole del Financial Times, ammette che l´idea di una "estinzione" del capitalismo oggi ha ancora più peso di quanto ne avesse quattro anni fa nell´epicentro della recessione. «Nel 2009 – osserva Wolf – dedicavamo una serie di inchieste al futuro del capitalismo, oggi abbiamo cambiato il titolo e il dibattito ruota sul capitalismo in crisi». La ragione: cinque anni dopo il disastro sistemico del 2008, non ne siamo ancora usciti. Tramonta ogni illusione di avere a che fare con un normale evento ciclico, nella fisiologica "distruzione creatrice". Chiamando a raccolta i migliori intelletti del mondo angloamericano, il Financial Times conclude che per sopravvivere il capitalismo deve affrontare sette sfide. Sono sette temi familiari, in cima alle preoccupazioni dell´opinione pubblica, presenti nell´agenda dei governi e sugli schermi radar degli esperti.

Al primo posto c´è la questione sociale: lavoro e diseguaglianze. Questo capitalismo ha generato società sempre più ineguali e la sua capacità di creare occupazione declina paurosamente. Le cause sono state individuate in passato nella globalizzazione e nel progresso tecnologico; più di recente si è rafforzata la scuola di pensiero secondo cui le diseguaglianze sono "fabbricate" da un sistema politico dove le oligarchie esercitano un´influenza spropositata.

A questo sono collegati altri tre temi. La questione fiscale, che ieri Barack Obama ha messo al centro del suo discorso sullo Stato dell´Unione: il finanziamento della spesa pubblica si è spostato in modo anomalo sul lavoro dipendente, alleggerendo il capitale. Il dinamismo dell´economia di mercato necessita di profonde riforme fiscali, tanto più in una fase di shock demografico per l´arrivo all´età pensionabile delle generazioni più popolose.

Terza questione, il rapporto fra democrazia e denaro; non è solo politica ma anche economica, perché la deriva oligarchica è una "inefficienza" che distorce sistematicamente le decisioni collettive, vedi le lobby scatenate contro le riforme del governo Monti.

Quarto tema nell´elenco del Financial Times è la riforma del sistema finanziario, un cantiere ancora largamente bloccato nonostante lo shock del 2008. La finanza ha sempre avuto una tendenza degenerativa, analizzata dal grande economista Hyman Minsky: dall´arbitraggio delle opportunità si scivola verso la speculazione, da questa si precipita nella frode. È una storia antica ma le potenzialità distruttive sono amplificate dalla dimensione e interconnessione dei mercati finanziari moderni.

È impossibile aggredire le patologie del sistema bancario senza affrontare la questione della corporate governance (numero cinque): l´azienda moderna ha tradito i principi di responsabilità e di controllo, nel momento in cui l´élite manageriale si è affrancata dagli azionisti, per esempio fissando paghe sempre più stratosferiche e inappellabili.

Il problema numero sei è la questione dei "beni pubblici" in una economia globale: il mercato si è rivelato un meccanismo inadeguato a gestire beni universali ma scarsi come l´acqua, l´aria, le risorse naturali; la sicurezza o l´accesso all´istruzione.

Infine, la settima emergenza riguarda la gestione delle "macro-instabilità" e la concorrenza tra sistemi-paese. Il mercato rischia di incoraggiare una competizione al ribasso: in cui tutti i problemi elencati sopra (diseguaglianze, bassa tassazione dei capitali, saccheggio ambientale) si risolvono in una rincorsa del peggiore, verso il minimo comune denominatore. Ci sono però indicazioni contrarie: per esempio società fortemente egualitarie o meno ingiuste della media (Germania e paesi nordico-scandinavi) che si dimostrano competitive nella globalizzazione.

La questione della concorrenza tra sistemi è quella evocata dall´Economist nell´inchiesta sul ritorno del capitalismo di Stato. La Cina è un modello alternativo la cui forza contribuisce al crollo di autostima dell´Occidente. Anche India Brasile e d statalista ha sempre avuto fortuna nelle fasi di decollo iniziale (dalla Prussia al Giappone, all´Italia dell´Iri), poi con l´arrivo alla maturità le crepe del modello dirigista diventano evidenti. In passato però la crisi dei capitalismi di Stato si confrontava con la forza del paradigma "puro", quello americano: oggi invece anche nel cuore di questo modello originario il dubbio esistenziale ha messo radici.

Quell´avidità senza più freni

di Giorgio Ruffolo

Ogni regime che abbia una durata considerevole deve poggiare su una base di consenso sociale. Si può parlare di consenso passivo quando si manifesta nelle forme di una violenza repressa ma tollerata a causa della paura che suscita o del castigo divino che minaccia; e di consenso attivo quando procede da un sostegno convinto. Così è per il capitalismo: una formazione storica tanto dinamica e mutevole da chiedersi se le fasi che attraversa possano essere comprese in un concetto unitario.

Il capitalismo nasce da una transizione storica decisiva dai regimi sociali dell´antichità, caratterizzati da rapporti sociali garantiti dalla forza politica e militare a quelli della modernità contraddistinti sempre più dalle relazioni di mercato: una transizione che si compie lentamente nel medioevo. Quella transizione è per lungo tempo ostacolata, in Occidente, dalla morale cristiana, in quanto si fonda su passioni incompatibili con i suoi principi, come l´egoismo e l´avidità.

Questa resistenza è stata definitivamente vinta solo alle soglie della modernità dalla filosofia illuministica e liberale dell´utilitarismo. Fino a quel punto il "pregiudizio" cattolico che preclude al cammello di passare per la cruna di un ago getta sul mercante capitalista un´ombra di discredito.

Il paradosso utilitarista, introdotto da filosofi come Bentham nell´Inghilterra alla vigilia della rivoluzione industriale, permette al capitalismo di liberarsi di questo pregiudizio, fornendogli una preziosa legittimazione morale. Quel paradosso può essere compendiato nella sentenza del Mefistofele goethiano che presentandosi provocatoriamente come lo spirito della negazione, afferma di essere "una parte vivente di quella forza che perpetuamente pensa il male e fa il bene". A Faust che gli chiede "che dir vuole codesto gioco di strane parole" Mefistofele risponde evasivamente. Gli risponderanno invece gli economisti classici spiegando che il desiderio umano dell´arricchimento investito nella produzione competitiva si tradurrà in ricchezza per tutti, anche se in diversa misura per ciascuno. Dall´avidità può dunque nascere la prosperità.

Si possono muovere due obiezioni a questo ragionamento. La prima, avanzata da Keynes, più che un´obiezione morale è un rilievo pratico. Per superare la riprovazione etica – Keynes afferma – il successo del capitalismo deve essere talmente decisivo da essere inimmaginabile. Il rilievo non convince. Il successo del capitalismo è stato effettivamente vincente.

La seconda è più convincente. L´avidità è una passione incontrollabile. Anziché tradursi in un processo virtuoso di prosperità si può avvitare in un circolo vizioso di sistematico arricchimento. Fine a se stesso. E allora il tacito accordo che assicura la base del consenso necessario si rompe. È ciò che avvenne dopo la fine della prima guerra mondiale provocando una crisi che sfiorò la catastrofe. È ciò che rischia di avvenire ora se la crisi che ha quasi travolto il sistema finanziario dei paesi capitalistici sfocerà in una rovinosa recessione.

È possibile che il capitalismo superi anche questa crisi. Dopo tutto, come è stato detto, il capitalismo ha i secoli contati. Ma è anche possibile che non la supererà se resterà nel vortice del turbocapitalismo, o capitalismo finanziario, che lo ha travolto (Luttwak)

Ha bisogno di ricostituire un equilibrio soddisfacente tra finanza ed economia reale. Ha bisogno di ristabilire un equilibrio tra economia e politica. Ha bisogno di rinnovare quel compromesso storico con la democrazia che gli ha permesso di ritrovare le basi del consenso sociale nell´età dell´oro succeduta alla fine della seconda guerra mondiale.

I dubbi etici dei giovani americani

di Nicholas D. Kristof

Recentemente, parlando allo Swarthmore College, sono rimasto sorpreso da una domanda: per uno studente è immorale cercare lavoro in una banca? Il corollario di questa domanda, è questo: guadagnare milioni di dollari con il private equity è "antietico"?

No, a entrambe le domande.

Guardo con simpatia al movimento Occupy Wall Street, ma bisogna che ci rendiamo conto che la finanza non è il demonio. Le banche hanno dato un immenso contributo alla civiltà moderna: indirizzando il capitale sugli impieghi più efficienti hanno gettato le basi della rivoluzione industriale e della rivoluzione dell´informazione. Anche gli attacchi contro il private equity sono esagerati: non ha lo scopo di distruggere le aziende e raccoglierne le carcasse. L´obbiettivo è quello di acquisire aziende malgestite, renderle più efficienti (a volte licenziando la gente, ma spesso rivoluzionando il modello di impresa) e poi rivenderle realizzandoci un profitto. Questa è la natura dura e spietata del capitalismo.

Spero che i giovani che si dedicheranno alla finanza dimostrino giudizio, equilibrio e principi, invece di avidità e voglia di truccare le carte, come la generazione precedente. Così come i comunisti sono riusciti a distruggere il comunismo, i capitalisti stanno screditando il capitalismo.

Un sondaggio del Pew Research Center, a dicembre, ha scoperto che solo un americano su due reagisce positivamente alla parola capitalismo, contro un 40 per cento che reagisce negativamente. Nella fascia d´età fra i 18 e i 29 anni quelli che avevano una visione negativa del capitalismo erano più numerosi di quelli che ne avevano una visione positiva. Questi giovani americani vedono il socialismo in una luce più favorevole del capitalismo. In altre parole, i capitalisti arraffoni dell´America stanno trasformando i giovani americani in socialisti. Lo scetticismo dell´opinione pubblica è giustificato, a mio parere. Quasi tutte le grandi aziende hanno superpagato i loro amministratori delegati, compensando generosamente non solo i successi, ma anche i fallimenti. Le banche che hanno contribuito a provocare il disastro finanziario in cui ci troviamo sono riuscite a ottenere di essere salvate: hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. Contemporaneamente, più di 4 milioni di famiglie si vedevano pignorare la casa. Banchieri e azionisti hanno trovato una rete di sicurezza a salvarli dalla caduta, le famiglie dei lavoratori no.

Negli ultimi anni, questo è certo, tutti i giovani che si sono lanciati nel mondo della finanza non l´hanno fatto per smania di riformare questo sistema truccato, ma per spremerlo fino all´ultima goccia. Nel 2007, alla vigilia della crisi finanziaria, il 47 per cento dei laureati di Harvard è andato a lavorare in società del settore finanziario: una colossale misallocation di capitale umano. Magari partono con buone intenzioni, ma poi tutti questi neolaureati finiscono per farsi prendere anche loro dalla smania dell´assalto alla diligenza.

Quando i finanzieri truccano il sistema dovrebbero ricordarsi dell´ammonimento di John Maynard Keynes: «L´uomo d´affari è tollerabile soltanto se è possibile riscontrare una qualche correlazione, anche approssimativa, fra i suoi guadagni e quello che le sue attività hanno apportato alla società».

Le banche e il private equity non sono il male e io non esorterei mai gli studenti del college a tenersene alla larga. Forse i giovani simpatizzanti socialisti di oggi, insieme a una sana regolamentazione e allo sdegno esplicito dell´opinione pubblica, contribuiranno a salvare il capitalismo dai suoi capitalisti corrotti.

(Traduzione di Fabio Galimberti). Copyright The New York Times- la Repubblica

. IL CAMPO DEL DOMINIO

di Marco D'Eramo

A dieci anni dalla morte, l'opera dello studioso francese continua ad offrire raffinati strumenti di comprensione del presente. E a fornire elementi per una critica dello status quo

Dieci anni fa, giorno per giorno, moriva Pierre Bourdieu. Ma quanto ci manca il grande sociologo francese (1930-2002)! Lo vorremmo qui, proprio in questa fase in cui la violenza simbolica, di cui tanto scrisse e che tanto chiarì, si esercita con ferocia inaudita azzerando le distanze. Che altro è se non violenza simbolica allo stato più puro il verdetto di retrocessione di uno stato emesso da un'agenzia di rating? Quell'agenzia è apparentemente inerme, non dispone né di eserciti, né di armi (si potrebbe parafrasare in questo caso la famosa, sardonica domanda di Stalin «Ma di quante divisioni dispone un'agenzia di rating?» e il sarcarsmo sarebbe altrettanto malposto quanto quello originale che si riferiva al Vaticano). Eppure il mondo intero si piega alle sue sentenze, paesi orgogliosi della propria grandeur vengono umiliati pubblicamente e - quel che più conta - nessuno osa contestare né i verdetti né i giudici.

Infatti quel che più stupisce in questa fase è la passività con cui i popoli subiscono la selvaggia repressione sociale cui sono sottoposti. Qualche protesta, certo. Ma niente di serio. Conquiste duramente ottenute con decenni, a volte con secoli di lotte furibonde vengono cedute, abbandonate sul campo con una indifferenza sconcertante. Di fronte a tanta apatia sorge spontanea la domanda: quale è la ragione della «sorprendente facilità con cui i dominanti impongono il loro dominio?» (in Raisons pratiques. Sur la théorie de l'action). E questa è proprio la domanda chiave che Bourdieu si pone e da cui deriva la sua teoria del dominio: «come è possibile che un ordine sociale palesemente fondato sull'ingiustizia possa perpetuarsi senza che venga posta la questione della sua legittimità?», per formularla nei termini usati da Gabriella Paolucci nella sua Introduzione a Bourdieu (Laterza).

Proprio le agenzie di rating ci mostrano la rilevanza e la profondità delle domande che Bourdieu si pone: da dove deriva la loro legittimazione? cosa ci impedisce di mettere in discussione l'arbitrarietà del loro dominio e ci impone di riconoscerlo, accettarlo e subirlo come legittimo?

Intendiamoci, la violenza simbolica non è mai disgiunta dai rapporti di forza oggettivi che la rendono possibile, né dalla violenza fisica che sullo sfondo si staglia all'orizzonte: ma il processo di legittimazione di un dominio consiste proprio nel fatto che la violenza simbolica, «dissimulando i rapporti di forza su cui si basa la sua forza, aggiunge la propria forza, cioè una forza specificatamente simbolica, a questi rapporti di forza» ( La reproduction). Nella violenza simbolica c'è sempre un'atto di dissimulazione.

La violenza simbolica è tale perché opera attraverso i simboli e sui simboli, ma i suoi effetti non hanno niente di simbolico: gli anziani che perdono le pensioni, i malati che non saranno più curati sono quanto di più materiale e meno simbolico si possa immaginare, ma se il verdetto può avere questi effetti è perché la legittimità della sentenza è interiorizzata da chi la subisce. L'effetto su colui che subisce una violenza simbolica è di essere messo nella condizione di pensare che non sta subendo alcuna violenza. La violenza simbolica agisce sulle categorie cognitive del dominato che, per pensare il proprio rapporto con il dominante, dispone solo di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo semplicemente la forma incorporata della struttura del rapporto di dominio, fanno apparire tale rapporto come naturale» ( Méditations pascaliennes).

È questo il meccanismo per cui ci appare «naturale» che una retrocessione formulata da una ditta privata in un paese lontano abbia come effetto diretto che un giovane non può più frequentare l'università o un lavoratore deve essere licenziato.

Noi la vediamo tutti i giorni all'opera questa violenza simbolica, questo «potere di dire ciò che è e di far esistere ciò che si enuncia» (Méditations pascaliennes). Ci dicono che esiste un'entità plurale eppure singolare chiamata i Mercati ed ecco che per un gioco d'«impostura legittima» questa entità acquista una sua esistenza autonoma che viene riconosciuta e temuta.

Naturalmente il gioco della violenza simbolica è insieme più sottile e più efferato, ma a noi manca disperatamente un pensatore - e un osservatore pensante - che riporti alla luce la sua natura di violenza dissimulata, proprio per effetto della coercizione simbolica, sotto le forme del «naturale», dell'«inevitabile», «inesorabile»: è «naturale» che vi siano sfruttati (e sfruttatori), che alcuni guadagnino 10.000 volte più della media dei propri dipendenti, la legge «di mercato» è una «legge di natura» come la gravitazione universale.

È qui che entra in campo il rapporto tra la sociologia e la politica. Che non può essere - come è così spesso, e in modo tanto sconsolante nei nostri giorni - un non rapporto. Ma che non può essere nemmeno quello dell'i ntellectuel engagé alla Sartre che grida il suo impegno politico, il suo essere di parte. Perché non serve a nessuno.

C'è invece bisogno di un sociologo come Bourdieu che si situi (come lui fece per tanti anni, fino al 1990) «al di qua» della politica, perché la guarda come un campo relativamente autonomo, in cui gli agenti operano spinti dalle proprie traiettorie sociali, dai propri habitus. L'impegno politico del sociologo si rifiuta al libro inteso come comizio politico. Fa politica senza dirlo: «La conoscenza esercita di per sé un effetto - che mi pare liberatore - tutte le volte che i meccanismi di cui stabilisce le leggi di funzionamento debbono una parte della loro efficacia al disconoscimento, cioè tutte le volte che ha a che vedere con i fondamenti della violenza simbolica» ( La leçon sur la leçon). Il sociologo fa politica nello smontare i processi di violenza simbolica, nel palesarli (essi sono di per sé nascosti e soggetti a denegazione), fa politica decostruendo le motivazioni sociali del discorso militante e filosofico, come ha fatto Bourdieu in quel classico della demistificazione del galateo filosofico che è L'ontologia politica di Martin Heidegger (1988), dove infine la filosofia non viene letta come pretende di esserlo, cioè ontologicamente, all'indicativo presente della terza persona singolare («l'esserci è»), ma contestualizzandola e senza facili cortocircuiti tra heideggerismo e nazismo (come invece aveva fatto Victor Farias nel suo libro del 1987). Il sociologo fa politica ricercando sul campo i meccanismi della «costruzione politica dello spazio» geografico e sociale, come nella straordinaria, commovente opera collettiva del 1993, in cui compaiono gli ultimi testi più densamente teorici: La Misère du monde, un volumone di 950 fitte pagine che fu venduto a 300.000 copie in Francia e tradotto in 13 lingue. Dice Marc Saint-Upéry (già direttore delle edizioni La Dècouverte): «Citando il poeta Francis Ponge, Bourdieu dichiarò un giorno che in fondo il suo lavoro mirava ad aiutare le persone a 'parlare con le parole proprie', a sfuggire ai meccanismi ventriloqui del dominio e ai modi imposti dai poteri o dai falsi contro-poteri».

Insomma, cercasi disperatamente nuovo Bourdieu, una filosofia della società e una sociologia della politica che guardino con lucidità, ma con partecipazione, questo terrorizzante mondo di oggi.

PIERRE BOURDIEU IL POTERE COSTITUITO CHE SI RIFLETTE NELLE DIVERSE DISCIPLINE DEL SAPERE

Un pensiero combattente

ARTICOLO

Dalla provincia a Parigi, dalla filosofia alla sociologia, dall'Algeria all'analisi critica della globalizzazione. Diario di un percorso teorico

Guascone, Pierre Bourdieu nasce nel 1930 in un paesetto del Béarn da padre contadino. Ottimo studente, viene notato da un professore che gli suggerisce di «salire a Parigi» per preparare l'ingresso alle Grandi Scuole. Nel 1949 entra nell'École Normale Supérieure della Rue d'Ulm, nella stessa classe di Jacques Derrida e Emmanuel Le Roy Ladurie; diventa allievo del filosofo della scienza Georges Canguilhem. Nel 1954 ottiene l'agrégation in filosofia che va a insegnare in un liceo nella banlieue parigina. Inizia una tesi di dottorato con Canguilhem sulle strutture temporali della vita afffettiva.

Ma l'esperienza che gli fa abbandonare la carriera filosofica e gli fa intraprendere il cammino sociologico è il servizio militare in Algeria dal 1956 al 1958 durante la guerra d'indipendenza (1954-1962). E infatti nel 1958 esce nella collezione Que-sais-je delle Presses Universitaires de France il suo primo libro, Sociologie de l'Algerie. Per continuare a studiare la società kabile, Bourdieu ottiene un posto di assistente all'università di Algeri dal 1958 al 1960. È nell'osservazione delle forme simboliche di quella società, delle sue risposte ai mutamenti violenti apportati dal colonialismo e dal capitalismo che prende forma la sua teoria sociologica.

Tornato a Parigi, nel 1960 diventa assistente di Raymond Aron che ne fa il segretario del suo Centre de sociologie européenne. Nel 1962 si sposa con Marie-Claire Brizard con cui avrà tre figli. Ma è il 1964 l'anno che segna la sua ascesa accademica: entra all'École Pratique des Hautes Études (che nel 1975 diventerà l'École des Hautes Études en Sciences Sociales), assume la direzione della collana «Le Sens Commun» presso le Éditions de Minuit e inizia la sua collaborazione con Jean-Claude Passeron con cui pubblica Les héritiers. Les étudiants et la culture, opera che avrà un grande successo e notevole influenza sul movimento del 1968. Proprio su questo movimento si produce la sua rottura con Aron, di cui abbandona il centro per fondarne uno suo: il Centre de Sociologie de lì éducation et de la culture.

Dal 1964 fino alla morte prosegue la sua infaticabile attività di ricercatore e di organizzatore delle ricerche altrui. Si succedono i libri e i saggi (più di 200 in tutto), tra cui è possibile citare. Le déracinement (con A. Sayad, 1964), Les héritiers (con J.-C. Passeron, 1964), Un art moyen: essay sur les usages sociaux de la photographie (con L. Boltanski, R. Castel e J-L. Chamboredon, 1965); L'amour de l'art (con A. Darbel, 1966); Le métier du sociologue, con J.-C. Passeron e J.-C. Chamboredon, 1968); Pour une sociologie des formes symboliques (1970); La reproduction (con J.-C. Passeron, 1971); Esquisse d'une théorie de la pratique (1972); La distinction: critique sociale du jugement (1979); Le sens pratique (1980); Ce que parler veut dire (1982); Leçon sur la leçon (1982); Homo academicus (1984); L'ontologie politique de Martin Heidegger (1989); Réponses: pour une anthropologie réflexive (con L. Wacquant, 1992); Méditations pascaliennes (1997), Science de la science et Réfléxivité (2001).

Nel 1975, con l'appoggio di Fernand Braudel, fonda e dirige la rivista Actes de la recherche en sciences sociales che raccoglie le ricerche sue e della sua scuola in un formato anti-accademico (foto, disegni, formati non convenzionali). Nel 1981 diventa professore al Collège de France, la più alta posizione del sistema scolastico francese. A partire da allora, oltre a continuare la sua attività di ricercatore e organizzatore di ricerche, Bourdieu moltiplica le prese di posizione pubbliche diventando un punto di riferimento per il movimento altermondialista (diventato poi no global); «per dar voce a chi è considerato irresponsabile dalla politica ufficiale» fa il caporedatore della rivista di tendenza Inrockuptibles. A questo nuovo impegno corrispondono testi come La misère du monde (a cura di, 1993); La domination masculine (1998); Sur la télévision (1996).

Muore il 24 gennaio 2002 di un tumore ai polmoni (non l'ho mai visto fumare). Ma per chi vuole avere un contatto di prima mano con l'uomo e il pensatore Bourdieu consigliamo il documentario su di lui La sociologie est un sport de combat (2001) di Pierre Carles. (m. d'e.)

BOURDIEU: UN CLASSICO IGNORATO

NELLA PROVINCIA ITALIANA

di Gabriella Paolucci

Eterodosso e non accademico. Uno studioso ai margini nelle scienze sociali del nostro paese

Se si dovesse valutare la notorietà e l'influenza di Pierre Bourdieu dai libri che gli sono stati dedicati in Italia, o dall'attenzione che si dà al suo lavoro nei manuali di sociologia nostrani, si dovrebbe concludere che il suo posto nelle scienze sociali è alquanto marginale. Poco amato e ancor meno studiato, nel nostro paese Bourdieu è un «ospite di scarso riguardo» (secondo la definizione di Angelo Salento), che non conviene affatto portare nei salotti buoni della sociologia, pena l'esclusione dai giochi che hanno come posta il potere accademico e la stessa definizione dei confini del campo disciplinare.

Ma per fortuna il caso italiano costituisce un'eccezione, davvero più unica che rara, in un panorama mondiale di tutt'altro segno. Se nel nostro paese il processo d'importazione dell'opera bourdieusiana, pur iniziato nei lontani anni Settanta, è stato discontinuo e frammentario, e si è risolto, salvo rare eccezioni, in una sostanziale rigetto, a livello internazionale, al contrario, Bourdieu è uno degli intellettuali più conosciuti e influenti, sia dentro che fuori dai confini del campo sociologico. La notorietà internazionale di Bourdieu è attestata non solo dalla traduzione sistematica delle sue opere in moltissime lingue e in numerosi paesi, ma anche dal costante proliferare della letteratura critica consacrata al suo lavoro di ricerca e al suo pensiero. Se nei paesi anglosassoni, ma anche in Germania, nei Paesi scandinavi e in America Latina, per non parlare naturalmente della Francia, si guarda ormai a Bourdieu come a un classico, un punto di riferimento ineludibile per molti campi della ricerca sociale, in Italia dobbiamo confrontarci con uno sconcertante primato negativo, che colloca il nostro Paese tra i più refrattari all'opera di Bourdieu. Lo stesso milieu culturale che ha accolto quasi con reverenza altri esponenti delle scienze sociali d'oltralpe - si pensi anche solo ad Alain Touraine e Raymond Boudon, a Jürgen Habermas e Niklas Luhmann, ad Anthony Giddens, Erwin Goffman e, da ultimo, a Zygmunt Bauman - e che ha eletto costoro a prestigiosi indicatori del superamento del provincialismo nostrano, ha riservato a Bourdieu un'accoglienza fredda e distaccata. Cosa peraltro testimoniata non solo dalla incredibile scarsità di letteratura critica che gli è stata dedicata. E se altrove coloro che ritengono di non poter condividere la prospettiva bourdieusiana si sono quanto meno misurati con il dibattito pubblico, da noi si è preferito più che altro ostentare indifferenza e astenersi dal confronto aperto.

Naturalmente questa vicenda ci parla molto più della sociologia italiana di quanto non ci parli di Bourdieu: «Il senso e la funzione di un'opera straniera sono determinati dal campo di ricezione almeno quanto dal campo di produzione» scrive lo stesso sociologo francese in un articolo pubblicato nei «Cahiers d'histoire des littératures romanes» ( Les conditions sociales de la circulation internationale des idées, 1990). Proviamo dunque a seguire il suo suggerimento, e a ipotizzare alcune delle ragioni che possono aver influito sulla pessima ricezione italiana.

Non c'è dubbio che uno dei motivi risieda nella postura radicalmente eterodossa rispetto ai tradizionali codici della sociologica accademica. Il modus operandi di Bourdieu, autentica sfida alla tradizione sociologica, ha certamente favorito incomprensioni e rigetti. E ha certamente influito sulla scarsa considerazione riservatagli anche il ribaltamento della gerarchia degli oggetti scientifici «legittimi» consacrata dall'accademia, così come la sostanziale noncuranza per le frontiere - «false» e «artificiali» - che strutturano la divisione del lavoro interna alle scienze sociali, contro la quale Bourdieu si è sempre battuto. Un motivo d'incomprensione, quest'ultimo, per chi, cultore specialistico dei diversi segmenti in cui è parcellizzata la sociologia, ha difficoltà a cogliere la complessiva portata teorica del raffinato e rigoroso lavoro scientifico prodotto da Bourdieu.

Ma quel che ha reso Bourdieu così poco digeribile da noi, è la critica, durissima, che egli ha lanciato contro la sociologia corrente, giustamente accusata di «omettere una radicale messa in questione delle proprie operazioni e dei propri strumenti di pensiero» e di riprodurre così, sotto forma di senso comune scientifico, il «pensiero di Stato», ultima e più efficace forma di legittimazione del dominio.

Basterebbe del resto dare una scorsa alle 650 pagine del volume che raccoglie i corsi sullo Stato tenuti al Collège de France dal 1989 al 1992, uscito proprio in questi giorni per Seuil ( Sur l'État, Seuil) per avere un'idea del perché Bourdieu abbia trovato tanta resistenza a casa nostra. Quest'esposizione sistematica del pensiero bourdieusiano sullo Stato, finora inedita, mostra tutta la radicalità di un progetto scientifico che non può non venire percepito come minaccioso da parte di un campo sociologico che ha una così scarsa propensione per la critica dell'esistente e che è così incline, in questo nostro sconcertante presente, a farsi sedurre dal «pensiero di Stato». «Il nostro pensiero e le strutture stesse della coscienza attraverso la quale noi costruiamo il mondo sociale (...) hanno buone chances di essere il prodotto dello Stato», leggiamo nella pagina d'apertura del volume. «Finzione collettiva» al servizio del «monopolio dell'universale», «banca centrale del capitale simbolico» e «principio dell'ortodossia» indispensabile alla produzione e riproduzione della sottomissione dossica all'ordine delle cose, lo Stato è all'origine della credenza nella legittimità del dominio e dell'ordine sociale così com'è.

E la sociologia, scienza politica per la natura stessa del suo oggetto, è naturalmente coinvolta nelle strategie di dominio in cui è inevitabilmente inserita, a meno che non metta in atto quel «dubbio radicale» che è indispensabile per non rimanere preda dell'inconscio collettivo che, inscritto nelle teorie, nelle categorie, e negli stessi problemi che guidano la costruzione dell'oggetto di ricerca, non fa altro che riproporre la semplice trascrizione del senso comune. Che altro non è che il punto di vista dei dominanti, travestito da punto di vista universale. Per l'originalità dell'impianto teorico e la radicalità degli esiti, questa idea di sociologia, mentre contribuisce a dare un senso alla particolarità della ricezione italiana, al contempo colloca a pieno titolo l'opera di Bourdieu nell'alveo del pensiero critico del Novecento, accanto a coloro che hanno inteso praticare la scienza sociale come «critica della società», che si contrappone programmaticamente alla «sociologia ufficiale, la quale procede - invece - secondo le regole di una scienza classificatoria», secondo la nota formulazione dei francofortesi. Nella convinzione bourdieusiana che il compito della sociologia consista nell'analisi razionale del dominio, e nella polemica nei confronti di chi, «apologeta dell'esistente, mette i propri strumenti razionali di conoscenza al servizio di un dominio sempre più razionalizzato» ( Méditations pascaliennes), non possiamo mancare di scorgere uno dei motivi di fondo dell'accoglienza così poco ospitale che l'Italia

Le cose vanno chiamate per ciò che sono, e analizzate per la loro portata, evitando di restare prigionieri, sia sul piano politico che su quello culturale, di un pensiero così debole da apparire subalterno. Non c’è dubbio che siamo di fronte alla crisi del capitalismo occidentale, sia nella sua versione americana che in quella europea, e mi riferisco in particolare ai Paesi dell’eurozona. E un pensiero critico deve essere all’altezza di questa crisi».

A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra europea: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra. Profondo conoscitore della realtà, politica e intellettuale, italiana, Sassoon ricorda, da storico, che «con la fine del Pci è tramontata una certa visione cosmopolita, che alcuni avevano bollato come velleitaria. Ma è bene avere una intelligente presunzione cosmopolita, perché ciò resta il migliore antidoto ad un realismo provinciale, miope, per il quale è inutile che l’Italia si preoccupi troppo per ciò che succede nel mondo, tanto non può incidere...».

Professor Sassoon, nel mondo, a partire dall’America, si discute della crisi del capitalismo, argomento che appariva tabù...

«Andiamo con ordine. Da storico vorrei far notare che di crisi del capitalismo ce ne sono state altre. Non vorrei che quelli che si considerano “nemici del capitalismo” cantassero vittoria. Perché a me sembra che ciò che è accaduto negli ultimi tempi dimostri al contrario il “trionfo del capitalismo”...».

Affermazione forte...

«Vede, un sistema economico-sociale ha veramente vinto non quando va tutto bene, bensì quando è in crisi e tutti quanti, da destra a sinistra passando per il centro, cercano in ogni modo di salvarlo. Certo, su come salvarlo esistono differenze, ma nessuna forza significativa porta avanti un’alternativa di sistema. I riferimenti continui che si fanno alla crisi del ’29 ci ricordano che negli anni Trenta esisteva un punto di riferimento “altro” sul piano sistemico: il comunismo e l’Urss. Oggi invece abbiamo lo spettacolo assolutamente sorprendente che 20-30 anni fa nessuno si sarebbe sognato di prevedere dei dirigenti del Partito comunista della Repubblica popolare cinese che fanno la predica ai dirigenti americani perché costoro non si preoccupano abbastanza delle sorti del capitalismo mondiale. Nella stessa direzione va il cancelliere dello Scacchiere britannico quando offre la City, e dunque il mondo finanziario britannico, come principale punto di riferimento per una avanzata globale del capitalismo cinese».

Restiamo sul dibattito internazionale. Secondo lei è appropriato, sul piano analitico, parlare di modello in crisi o di fallimento del neoliberismo?

«Assolutamente sì. Questa crisi mette in discussione il modello di deregulation che fu portato avanti principalmente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e in Gran Bretagna sia dai conservatori che dai laburisti. La questione cruciale oggi è definire una “regulation” che non può che essere internazionale, e qui le cose si complicano, perché a questo livello mancano le istituzioni adeguate, istituzioni che abbiano legittimità politica. Quanto ai concetti “forti”, non si devono avere remore nel definire le cose per quel che sono: il capitalismo occidentale è in crisi, e lo è sia nella sua versione americana che in quella europea. Come ci ricordano i marxisti, le crisi sono occasioni per un rimescolamento generale delle carte. Il gioco continua ma non necessariamente con gli stessi giocatori».

Un gioco che in Italia appare quanto meno titubante, rispetto a quello che si è aperto negli Usa, in Gran Bretagna e in Francia. Cosa nasconde questa incertezza, professor Sassoon?

«Vede, nei Paesi che lei ha citato, se non necessariamente a livello della politica ma di certo nell’intellighenzia, si è abituati a pensare in modo globale. Per la Francia e la Gran Bretagna l’epoca degli imperi è finita da molti anni, ma la pratica dell’impero lascia una mentalità che porta a guardare a ciò che accade nel mondo come a qualcosa sulla quale occorre ragionare e, forse, intervenire. Un esempio recente: la Libia. Quando è cominciata la lotta armata contro Gheddafi, Londra e Parigi si sono subito chieste se intervenire o no. Nessun altro Paese, neanche l’Italia che pure aveva un rapporto storicamente e geograficamente stretto con Libia, si è posto questo problema con la stessa determinazione».

Mentre nel mondo si discute nel merito, in Italia il solo parlare di crisi del capitalismo è un tabù che in pochi osano infrangere.

«Lungi da me passare per un nostalgico del tempo che fu, tuttavia ricordo che quando c’era il Pci, i congressi del partito o le riunioni del comitato centrale, si aprivano sempre con una discussione sulla situazione mondiale, quasi come se facesse parte della politica quotidiana il chiedersi e ragionare sul rapporto che esisteva tra ciò che succede nel mondo e l’Italia. È come se con la venuta meno del Pci sia tramontata questa visione cosmopolita, che alcuni hanno frettolosamente liquidato come velleitaria. Ma l’esercizio di una critica fondata, di programma e progetto, allo stato di cose esistente resta, a mio avviso, una sfida irrinunciabile, affascinante. Se non si vuole restare prigionieri di un certo provincialismo succube, spacciato per realismo, per il quale è inutile che l’Italia si preoccupi troppo per ciò che succede nel mondo, e nemmeno provi a darne una lettura sistemica, tanto su quella realtà non può incidere. Ma questo non è realismo, è subalternità culturale oltre che politica. Ogni tanto vale la pena essere intelligentemente presuntuosi. E questo è il momento di provare ad esserlo».

E se cercassimo di ricostruire l'intera vicenda politica italiana recente almeno nei suoi passaggi fondamentali? Il vantaggio sarebbe duplice: potremmo innanzitutto organizzare dei focolai di discussione intorno a ognuno di quei passaggi al fine di decidere più meditatamente se li abbiamo letti bene oppure no (a suo tempo e oggi): e potremmo in secondo luogo arrivare a conclusioni meno precarie e instabili e, se non più tranquillizzanti, almeno dotate di una più ampia prospettiva strategica.

La mia tesi di fondo, che enuncio subito per amor di chiarezza, è che abbiamo assistito a novità molto più straordinarie e profonde di quanto comunemente non si dica. Il carattere davvero insolito del processo che si è dipanato qui da noi nel corso degli ultimi mesi non è però (almeno non del tutto) improvvisato; ossia, più esattamente: dato quel che che si è visto, non può esserlo. Questo rende le (suddette) novità probabilmente più durature di quanto non si pensi, contrapponendosi loro, in caso di fallimento, una crisi verticale di sistema (la quale resta comunque, fin dall'inizio, una delle principali motivazioni, anzi giustificazioni, anche sul piano etico e locale, di tale esperimento). Ma vediamo.

1. Per essere documentali e precisi dovremmo risalire all'indietro fino, almeno, a vent'anni fa, e cioè alla genesi e alle fortune, imprevedibili in qualsiasi altro paese europeo che si rispetti, di Silvio Berlusconi e del berlusconismo e alla contemporanea decadenza e frantumazione e impotenza del restante quadro politico italiano. Siccome non lo possiamo fare (ma vorremmo comunque che il lettore con la coda dell'occhio lo seguisse e lo tenesse presente), fermiamoci al 2011, al progressivo, rapidissimo, sconvolgente degrado della situazione italiana, ai vizi pubblici e privati da ogni parte debordanti, alla perdita clamorosa di ogni credibilità nazionale (inserita bensì, come sappiamo, in una crisi economica globale ed epocale, ma destinata a renderla più catastrofica che altrove), fino alle prime, drammatiche giornate di novembre.

In questa situazione il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appena al di qua del baratro, mette fuori gioco il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con l'inedita formula: «prima l'approvazione in Parlamento della manovra, poi le dimissioni» (dimissioni sulle quali, come recitò un comunicato del Quirinale, non poteva esistere «nessuna incertezza»). Berlusconi dunque non fu sfiduciato (nel senso letterale del termine) dalle Camere: ma indotto alle dimissione da una moral suasion spinta oltre qualsiasi traguardo precedente.

E' vero: nell'operazione di avvicendamento non c'è stata (io penso) una vera e propria forzatura costituzionale. Ma una formidabile pressione politica sì, non mi pare possa essercene alcun ragionevole dubbio. Può dolersene uno come me che era arrivato a richiedere l'intervento dei carabinieri per liberarci dalla sempre più catastrofica presenza del governo Berlusconi? Evidentemente no. Anzi: chapeau! (potrei, se mai, pretendere che mi sia restituito l'onore che mi era stato strappato ai tempi della mia sparata: in fondo, gli strumenti, i mezzi, la capacità di manovra, la lungimiranza sono stati ben diversi - e come avrebbe potuto essere altrimenti? -, ma le intenzioni e soprattutto gli effetti gli stessi).

2. Date le premesse, è abbastanza ragionevole che nessun governo "politico" fosse in grado di subentrare al governo Berlusconi: ed è perciò che la presidenza del Consiglio è stata affidata dalla presidenza della Repubblica a un "tecnico", il professor Mario Monti, che ha formato intenzionalmente e dichiaratamente un governo di soli "tecnici". Rinuncerei ad entrare nel merito dell'ormai stucchevole questione se il governo Monti, sia al tempo stesso anche un governo "politico": è chiaro che ogni governo "tecnico" è anche "politico", e ogni governo "politico" è anche "tecnico", ammesso che voglia governare; ma - e questo è fondamentale nel mio ragionamento - un governo "tecnico" resta nonostante tutto un governo "tecnico", ben diverso da uno stricto sensu "politico".

E' la prima volta che questo accade in questa misura estrema in Italia. Gli uomini della Destra storica erano in parte dei tecnici, ma prestati da lungo tempo alla politica (facevano, insomma, "partito"). Lo stacco fra "il governo" e "la politica" si fa dunque attualmente più marcato che in qualsiasi altro momento della storia italiana. Per dirla più semplicemente: per governare non è più necessario essere "rappresentanti del popolo", cioè passati attraverso il filtro del voto. I "rappresentanti del popolo" divengono ormai solo l'interfaccia del potere: colloquiano con il potere e in qualche modo tentano d'influenzarlo, ma restandone (almeno per ora) totalmente all'esterno. La meccanica decisionale cambia radicalmente: il "sistema democratico" tende a conformarsi come un "duopolio del potere".

La "tecnicità" di questo governo potrebbe cioè essere una caratteristica non transeunte della gestione del potere in un paese dalla fragile democrazia e dai non irreprensibili costumi come l'Italia. Il primo pilastro dell'esperimento testè iniziato si presenta insomma come uno "strumento decisionale" di tipo nuovo, stabilmente e (molti dicono) finalmente sottratto alle fluttuazioni delle interne (ed esterne) contrattazioni e agli interessi di parte continuamente ricorrenti (la violenta campagna in atto da mesi contro la "casta", certo non priva di motivazioni, tuttavia non ha fatto che accentuare questa richiesta di una governance sottratta alla tabe della politica). Insomma: un governo non più "di parte", ma singolarmente "super partes", e quindi autorevole ed efficace non a dispetto ma in considerazione esattamente della sua natura non rappresentativa.

3. A garantire la persistenza del rapporto fra le due componenti del duopolio (governo tecnico e rappresentanza politica parlamentare) ci pensa l'oculata presenza del Presidente della Repubblica, cui non a caso, ovviamente, va ricondotta l'origine di tutta l'operazione. Il secondo pilastro - ma primo in ordine di tempo e d'importanza - è dunque la presidenza della Repubblica (non a caso gli editorialisti del Corriere della sera Panebianco e Galli della Loggia pretenderebbero che si dia veste anche formale alla innovazione, transitando dalla Repubblica parlamentare a quella presidenziale).

E' giocoforza, di conseguenza, osservare che in una situazione del genere il "duopolio", oltre che dal basso verso l'alto (cioè dal parlamento verso il governo), si genera anche dall'alto verso il basso, e cioè al vertice del potere. Senza voler togliere niente a nessuno (lo dico con autentico rispetto), è il Presidente della Repubblica che dà la linea e il Presidente del Consiglio la interpreta e realizza (il discorso di fine anno di Napolitano conferma in maniera decisiva questa impressione). Per dirla in modo meno tranchant: fra i due esiste un interscambio continuo, che discende da un'assoluta uniformità di vedute su questioni di fondo e da una precisa divisione dei compiti e delle funzioni (una cosa così non s'improvvisa, è evidente che era in gestazione da tempo: altrimenti non avrebbe potuto funzionare così bene).

Come è potuto accadere - e in Italia, poi - un mutamento così rapido e profondo? Qui entriamo nel vivo della questione. Il fatto è che, dietro l'uno come dietro l'altro di questi due protagonisti c'è l'Europa: ovvero, meglio, quell'insieme di valori, comportamenti, giudizi e pregiudizi, orientamenti di politica economica e visioni civili, che tradizionalmente promana dalla tecnocrazia di Bruxelles, più che dal ceto politico per ora dominante in Francia e in Germania: Sarkozy e Merkel hanno certo recitato la loro parte in questa vicenda italiana - non c'è bisogno di pensare alla famosa telefonata in cui la Merkel avrebbe chiesto a Napolitano la liquidazione di Berlusconi, per arrivare alle medesime conclusioni -, ma la stella polare dei nostri due eroi è a Bruxelles, non altrove. Come sia stato possibile che a questa assolutamente non posticcia convergenza di propositi e, direi, di culture politiche siano pervenuti contemporaneamente un raffinato politico iscritto per più di cinquant'anni al più grande partito comunista dell'Occidente e un professore di chiaro orientamento conservatore formato e cresciuto nella più autorevole università privata del nostro paese, è un'altra delle singolarità di questa storia, sulla quale non abbiamo né il tempo né lo spazio per qui soffermarci (ma che di certo, ai fini di migliore conoscenza storica, andrebbe meglio studiata).

4. Il "governo tecnico" prodotto da questo duplice, inedito duopolio del potere, è formato da personale proveniente dalle università (prevalentemente private, e anche questo occupa un suo posto di chiaro rilievo nel mio ragionamento), dalle banche, da iniziative imprenditoriali pubbliche e private, dal personale tecnico-amministrativo dei ministeri corrispondenti, ecc. ecc. Profilo generalmente dignitoso, in qualche caso molto elevato; il salto di stile rispetto al "governo politico" che lo ha preceduto (e anche di molti altri governi degli anni passati) è assolutamente marcato. Quando Monti è apparso per la prima volta in televisione a Strasburgo accanto a Merkel e Sarkozy, mi sono sorpreso a pensare quanto fossero buffi il francese Sarkozy e la germanica Merkel di fronte all'eleganza dignitosa e riservata dell'italiano Monti. E il mio italico cuore non ha potuto reprimere un sobbalzo d'orgoglio.

5. Un altro tratto accomuna i componenti del "governo dei tecnici" Monti: l'essere a fortissima (esclusiva?) caratterizzazione cattolica. Insomma: tutti questi "onesti uomini" ministri e queste "onestissime donne" ministre la domenica vanno a messa. Una cosa del genere non s'era mai vista neanche nei governi della fase di assoluta predominanza democristiana successivi al 1948, nei quali sedevano, e sia pure in posizione di assoluta subalternità, esponenti di chiara, anche se fragile, ascendenza laica. In sé e per sé la cosa non avrebbe motivo di suscitare reazioni. Tuttavia, se il fenomeno da individuale si fa collettivo, esso tende a far massa e a produrre effetti conseguenti (ci si può chiedere fin d'ora, infatti, quale sarebbe l'atteggiamento del governo Monti di fronte a un nuovo caso Englaro). Naturalmente questa spiccata connotazione religiosa non va inscritta automaticamente (mi pare) in nessuna reale o ipocrita vocazione partitica: e questa è un'ulteriore connotazione di novità, da cui il fenomeno appare contraddistinto. Ciò, infatti, apre un fronte di rapporti inediti con la Chiesa di Roma, non mediati, appunto, dai (spesso scomodi) filtri partitici, e perciò più diretti, e insieme più liberi e flessibili: la felice esperienza pluridecennale della Comunità di Sant'Egidio, non a caso assunta direttamente nell'organigramma di questo governo, potrebbe rappresentarne un utile precedente, e magari un ulteriore coagulo nei prossimi mesi, e forse anni. Non stupisce perciò che la Chiesa di Roma, dopo il lungo (e alquanto abnorme) idillio con il governo Berlusconi, si schieri urbi et orbi dietro il governo Monti: esso rappresenta per lei l'ottima chance per rimediare agli errori commessi e recuperare il tempo perduto in un vano inseguimento alla falena Berlusconi.

Il Governo Monti poggia dunque, almeno in questo suo inizio, su questi quattro formidabili pilastri: la sua propria "tecnicità", che va intesa, più che come superiore sapienza ed esperienza, come estraneità alle procedure e allo spirito del tradizionale gioco politico italiano: la Presidenza della Repubblica; l'Europa di Bruxelles; la Chiesa di Roma: autorità d'indiscutibile prestigio, tutte convergenti, in maniera probabilmente non casuale, verso il medesimo obiettivo.

6. Il governo Monti è stato costituito e messo alla prova esplicitamente per arrestare la catastrofe economica nazionale. Le misure di pronto intervento sono state assunte dal governo sotto la pressione di una formidabile urgenza: non si poteva fare di più e soprattutto di meglio nello spazio consentito dall'incalzare degli eventi (per lo stesso motivo è stato esorcizzato il ricorso alle urne, che sarebbe stato il normale metodo per far fronte a una crisi di governo parlamentare irrimediabile). Questo spiega perché tali misure siano apparse da subito così tradizionali: tagliare qualcosa a tutti invece che tagliare molto ad alcuni è, tecnicamente, molto più semplice, rapido ed efficace - se si prescinde, naturalmente, dalle reazioni delle grandi masse duramente toccate dalla manovra. Intervenire sulle pensioni, aumentare l'età pensionabile, tornare a tassare e/o tassare più violentemente la proprietà immobiliare senza distinzioni di ceto né di situazioni sociali poteva venire in mente (lo dico senza ironia) a ognuno di noi comuni mortali. E poi, a seguire: gas, energia elettrica, autostrade, benzina, ecc. ecc.: la logica è sempre la stessa, tutti, più o meno, vengono colpiti, perché il colpo, per così dire, sia universalmente doloroso ma non mortale per nessuno.

La tecnicità, in prima battuta, c'entra poco, mi sembra. Qui converrebbe piuttosto chiamare in causa un'altra, importante caratteristica di questo governo (dopo tecnicità e cattolicesimo): e cioè il fatto che questa tecnicità è a sua volta tutta inscritta nell'orbita di valori - culturali, ideali, economici ma soprattutto, mi verrebbe voglia di dire, antropologici - che caratterizzano l'attuale orizzonte tecnopolitico europeo. Se gli elettori dei rispettivi paesi mandassero a casa, come si spera, Sarkozy e Merkel, forse qualcosa potrebbe cambiare (ma intanto gli elettori spagnoli hanno mandato a casa Zapatero). Per ora, però, il quadro - ferreo quadro - è questo e tout se tient.

Dati quei parametri, quei meccanismi finanziari, quelle scelte civili oltre che economiche (bisognerebbe rendere obbligatorio a sinistra, e anche altrove, la lettura di Finanzcapitalismo di Luciano Gallino), il resto quasi automaticamente ne consegue, e il governo Monti non ha fatto per ora che interpretare questa logica. La «fase due» si profila incerta all'orizzonte. Se essa dovesse imperniarsi, come sembra, sulle liberalizzazioni dei taxi, delle farmacie e delle professioni (che una volta, ormai paradossalmente, si dicevano "liberali"), la tecnicità avrebbe dato per la seconda volta in pochi mesi una prova sostanzialmente modesta. Se invece, com'è pressoché inevitabile, dietro questa cortina sostanzialmente fumogena, si andassero a toccare i rapporti e i diritti del lavoro, il quadro logico-tecnico-politico di questo governo non potrebbe che risultarne ancora più coerente e, nella prospettiva, consolidato: ma anche, al tempo stesso, più energicamente e fino in fondo contestabile.

7. Portato in parlamento il governo Monti ha ricevuto una maggioranza schiacciante; portata in parlamento la manovra ha ricevuto una maggioranza alquanto inferiore, ma sempre straordinaria. Anche questo fenomeno non s'è mai visto in queste dimensioni nella storia dell'Italia unita (dico: dell'Italia unita) se si esclude ovviamente la "parentesi del fascismo". L'esperienza che da questo punto di vista gli si avvicina di più è quella del ministero guidato da Luigi Luzzatti (a modo suo anche lui un tecnico: era stato più volte in precedenza ministro del tesoro), il quale, fra il marzo 1910 e il marzo 1911, in un breve interregno della lunga egemonia giolittiana, ne formò uno composto da uomini di professioni politiche assolutamente eterogenee, con il compito, peculiarmente, di varare una nuova legge elettorale (che invece poi fu bocciata) ed ebbe alla Camera l'astronomica maggioranza di 386 voti favorevoli su 415 votanti. Naturalmente le affinità finiscono qui (anche se anche nel ministero Luzzatti, come in ogni governo «tecnico» che si rispetti, la carica di ministro degli Esteri fu ricoperta da un ambasciatore). Per quel che riguarda il ministero Monti, la cosa ha infatti una rilevanza politica ben maggiore. Il ministero Luzzatti ebbe la sua spropositata maggioranza in base ad una consultazione parlamentare in gran parte preventiva: il ministero Monti l'ha avuta solo dopo, in conseguenza della scelta delle principali forze politiche - fino a quel momento di maggioranza come d'opposizione - di convergere su di esso, una volta formato il governo.

Si presenta qui con forza, a far da quinto pilastro al governo Monti, un protagonista indispensabile e di primissimo piano di tutta la vicenda, e cioè l'Italia, del resto continuamente evocata nel corso del 2011, l'anno del suo centocinquantenario, a far da riferimento o da ammonimento a tutte le azioni politiche in corso nella Repubblica. Superfluo rammentare il ruolo decisivo esercitato anche in questo senso dal Presidente della Repubblica. E' in nome della salvezza della comune e unica patria di cui tutti disponiamo ("la Nostra Patria", appunto, non la patria di questo o di quello), che i partiti rappresentati in parlamento si sono, "con senso di responsabilità" (l'espressione è di Berlusconi, ma rapidissimamente è stata fatta propria da tutti gli altri protagonisti della storia unione), adattati all'inedita e in larga misura imprevista situazione. E' ovvio che una componente di natura nazionale (nazionalistica?) faccia parte di ogni esperienza emergenziale.

8. Ma non esistono più in Italia una Destra e una Sinistra? Non ci sono più diversità e contrapposizioni di logiche, programmi, culture, non ci sono più antagonismi storici, oggettivi, insormontabili, tra i diversi settori dell'elettorato? Qual è la mano santa che riconduce tutto questo all'unità di una sola proposta e manovra di governo? Nel determinare il fenomeno intervengono due fattori, provvisoriamente (solo provvisoriamente?) convergenti, l'uno di natura oggettiva, l'altro eminentemente soggettivo, o anche, a dir la verità, un poco artificioso.

Quello oggettivo, non c'è bisogno di descriverlo molto, è sotto gli occhi di tutti: lo spappolamento in Italia della struttura delle classi, la comparsa di un gigantesco, proteiforme contenitore sociale, dove sacche residue di vecchio proletariato industriale convivono gomito a gomito con fasce di piccola e piccolissima borghesia in sfacelo, e i soggetti dotati ancora di una precisa identità sociale si trovano isolati e circondati da masse anonime di consumatori sempre più allo stremo; e a far da collante a tutto questo una spropositata, crescente (e in larga misura motivata) sfiducia nella politica e nei suoi principali strumenti, i partiti e la cosiddetta "classe dirigente". È in situazioni del genere, contraddistinte da una congenita fragilità democratica, che il capitale rinuncia a servirsi delle tradizionali, ormai inefficaci e inconcludenti, mediazioni politiche e passa a gestire la cosa pubblica in proprio (non a caso pretendendo, come linea generale di condotta, che sia il pubblico ad adattarsi a regole e consuetudini del privato per poter funzionare).

Un governo il quale, per l'appunto, non è dichiaratamente né di destra né di sinistra, e cioè non è un "governo politico" nel senso tradizionale del termine, proprio perché è un "governo tecnico", può pescare consenso, oltre che fra ceti decisamente dominanti, nelle grandi masse prive di identità (la "moltitudine" negriana, ma risolutamente rovesciata in negativo), più di ogni altro settore sociale a rischio.

Su questa realtà oggettiva - e dunque non senza motivazioni e giustificazioni reali - interviene la manovra soggettiva (e artificiosa). I partiti che siedono attualmente in parlamento sono (salvo che qua e là, in zone limitate del paese) larve di organizzazione, non più in grado di secernere il grano dal loglio, perché la confusione sociale circostante si è riversata anche al loro interno (basti pensare al Pd e alle sue molteplici e contraddittorie anime: dalla giraffa comunista non è nato, come io auspicavo anni fa, un buon, normale cavallo occidentale, ma un grifone con la testa d'uccello e gli zoccoli da quadrupede). In questa situazione era normale che i principali protagonisti dell'aspro scontro politico-sociale dell'era berlusconiana convergessero sull'ipotesi dell'appoggio al medesimo "governo unico": non avevano scampo, perché non c'era scampo.

I primi effetti "politici" (questa volta da intendersi in senso tradizionale) di questa manovra sono stati la scomparsa dalla scena del patto di Vasto, l'unico ragionevole marchingegno pre-elettorale che il buon Bersani fosse riuscito con grande fatica a mettere in piedi (Di Pietro, che non ne ha mai sofferto, è stato improvvisamente precipitato nella partita del dubbio amletico; Vendola ha scelto di tacere, perché anche lui non aveva altra scelta); e l'emarginazione del gioco della Lega, che, non avendo a che fare né con la Presidenza della Repubblica, né con i professori universitari, né con l'Europa, né con la Chiesa, è stata costretta a ricacciarsi nei suoi provinciali nidi di partenza. Non irrilevante anche, in questo quadro, che Silvio Berlusconi, depravatissimo e deprecatissimo come Presidente del Consiglio, sia stato restituito a una sua tranquilla, rispettabile e da tutti rispettata onorabilità in quanto leader di uno dei partiti che sostengono l'attuale governo. Non ci sono più escort in giro, la vita privata del Cavaliere è diventata improvvisamente impenetrabile e ingiudicabile, i suoi atti non sono più gravati dal conflitto d'interesse e dalle grane giudiziarie: lo si consulta perciò normalmente e disinvoltamente e lo si ascolta e commenta con grande attenzione quando sussurra, con astuta parsimonia, le sue riflessioni sul bene del popolo e della Nazione. Per forza: se toglie l'appoggio, il castello genialmente creato crolla di colpo.

Quel che strategicamente emerge è dunque una colossale pulsione neocentrista: ossia la spinta a creare al Centro un'aggregazione imponente (non necessariamente un nuovo partito: anzi), che proprio nella tecnicità troverebbe il suo esemplare punto di riferimento e di "rappresentazione". Non a caso esulta più di chiunque altro Casini che, sia pure per ora non in prima persona, si vede idealmente proiettato (e senza sforzo alcuno)... al centro dell'operazione; e nel Pd trionfa di nuovo Walter Veltroni, il quale finalmente scorge le sue pulsioni antibersaniane di sempre colorarsi di realtà.

In Italia, storicamente, questa convergenza delle ali verso il Centro ha preso il nome di trasformismo: nella sua versione nobile una forma della politica destinata a sopperire alle carenze dei singoli partiti, trovando fra i rappresentanti del popolo, nei momenti considerati più gravi, quelli disposti a mettere l'interesse del paese al di sopra di quello delle singole fazioni politiche e, naturalmente (sebbene in accezione puramente o prevalentemente ideale) dei singoli stessi. Nel caso odierno potremmo dire di trovarci di fronte a un esempio di trasformismo di altissimo livello, di cui sono protagonisti non i singoli "individui" ma i partiti stessi, consapevoli di fare responsabilmente il bene del paese e, più sotterraneamente, di non avere neanche loro altra strada al di fuori di questa.

Se l'esperimento di Monti andasse avanti fino, oppure oltre, la scadenza elettorale del 2013, l'ipotesi neo-centrista qui ipotizzata arriverebbe ad avere manifestazioni spettacolari. Del resto, se c'è un solo programma valido, ed è quello che dall'Europa promana all'Italia, come potrebbe essere che la prospettiva del grande, anzi grandissimo Centro non si affiancasse a Presidenza della Repubblica, tecnicità, Europa, Chiesa e Italia, a fondare il sesto pilastro della manovra?

9. Il settimo pilastro della saggezza è di natura squisitamente ideologica e si avvale di strumenti mediatici poderosi. Non solo, infatti, la manovra, e il governo Monti che la raccomanda ed esprime, sono considerati e detti come necessari, e dunque indispensabili, e dunque inevitabili. Ma ciò che si presenta oggettivamente come necessario, e dunque indispensabile, e dunque inevitabile (e come tale potrebbe persino essere accettato da una quota di non consenzienti: insomma, l'invito a "baciare il rospo"), viene presentato come un "sistema di valori" destinato a fondare la "nuova Italia", attraverso l'adozione di generalizzati comportamenti conseguenti. È, insomma, la "coesione sociale" (Napolitano, Bagnasco), il "superamento degli steccati tradizionali" (Casini, Alfano), l'"equità" da raggiungere, però passando attraverso il "sacrificio" (tutti): e cioè, in sostanza, l'idea che il "passaggio" possa essere effettuato soltanto se restiamo tutti uniti, se attenuiamo al massimo i conflitti, e di conseguenza accettiamo più o meno in toto il pacchetto di misure e - di più, molto di più - la prospettiva sociale, politica e civile, che attraverso di esse ci viene proposta. Non vuole dire anche questo che ci vuole sempre meno politica (e conseguentemente, o primariamente, meno politici), se vogliamo andare avanti? Curiosamente, in politica (e i politici) sopravvivono ancora a livello locale e regionale, mentre a quello nazionale li si considera vieppiù superflui e distorcenti. E così il quadro è completo, e si può chiudere.

10. Il pacchetto della saggezza va assunto per intero, per essere efficace (anche la Chiesa di Roma? Sì, almeno nel senso che anche un laico deve riconoscere la funzione positiva che essa attualmente svolge nel grande concerto comune). Nessuna alternativa è considerata come ragionevolmente possibile. Persino quella modesta rivoluzione, puntualmente contemplata e regolamentata all'interno di qualsiasi sistema democratico, che è in caso di necessità, oltre che alle scadenze normali, il ricorso al voto, viene additata come da evitare.

C'è qualcosa di totalitario nel sistema finanzcapitalistico. Non solo ne sono sconosciuti, - e imprevedibili, e non sanzionabili, almeno finora - i grandi protagonisti, cui l'ultimo grande salto tecnologico, quello informatico, ha consentito di agire sempre e ovunque al di fuori di ogni controllo (la tecnica, nel corso del processo storico degli ultimi tre secoli è sempre stata, prevalentemente, dalla parte del capitale e contro il lavoro). Ma il dissenso, la prospettazione di una diversa strategia, persino la sacrosanta difesa di un interesse "particolare" - si tratti del diritto di rappresentanza sindacale in fabbrica, negato a coloro che non firmano accordi con l'impresa, come della difesa di una valle alpina dalla devastazione tecnologica, per giunta, come tutti sanno, economicamente improduttiva - vengono sempre più considerati atti ostili alla soluzione dei problemi di questo sistema e come tali aspramente combattuti. La difesa dei diritti umanitari e della persona riemerge solo ai margini del sistema: l'atteggiamento di solidarietà e di comprensione nei confronti degli immigrati e dei "reietti della terra", più volte recentemente e molto autorevolmente evocato, ne rappresenta una testimonianza (del resto, questo duplice e contraddittorio nesso è stato praticato per secoli con successo dalla Chiesa di Roma). Ma quel che accade in conseguenza delle logiche interne di sistema, e fra coloro che, anche senza affatto volerlo, ne sono principali protagonisti e vittime, questo viene affrontato e ridotto al rango di una pura, necessaria revisione sistemica: tanto più efficace - e ovviamente indiscutibile - quanto più il governo della cosa pubblica è oggi nelle mani di un manipolo di onest'uomini invece che di una banda di predoni di strada.

11. L'ultimo paragrafo di questo discorso riguarderebbe, ce ne avessi la forza e la capacità, l'assenza di una risposta critica e alternativa adeguata al livello dei problemi che mi sono sforzato di discutere (del resto, se la risposta non fosse rimasta assente per troppi decenni, i problemi non sarebbero ingigantiti fino a questo punto che ha assunto la bronzea parvenza dell'oggettività pura e semplice). Qualcosa, certo, è stato già detto ed enunciato; e altro si può, senza grande sforzo, elaborare e dire. Ma quel che mi parrebbe ora giusto sarebbe fissare con chiarezza il "punto di partenza" del nuovo discorso. L'altissimo concentrato di "saggezza", di cui io parlo, non è un'invenzione di parole: è un fatto drammaticamente reale e presenta dimensioni formidabili. Per fronteggiare questa "saggezza", poggiata su pilastri di tale consistenza, ci vuole un pensiero altrettanto globale e onnicomprensivo di quello su cui essa si sostiene e motiva: una "saggezza" persino più scaltrita e raffinata; e al tempo stesso più corposa e vicina al mondo dei normali esseri viventi, degli individui umani a loro volta pensanti, non, come oggi pare, semplici oggetti, distanziati, semintelliggenti destinatari delle manovre altrui, quali che siano; e quindi, come tutte le vere "saggezze" capaci di cambiare il mondo e di arrestarne la presunta inevitabilità del corso, anche un po' folle (del resto come tutti sanno, c'è una logica in questa follia). E a questo pensiero, e a questa diversa "saggezza", deve corrispondere un'organizzazione adeguata (questo nesso non è semplicemente storico: è eterno; se non c'è, niente funzione). Da questi due punti di vista noi siamo ancora alle primissime battute: il vecchio che è in noi supera di gran lunga quello che ci fronteggia e sovrasta. Per colmare le lacune e i ritardi ci verranno decenni. Ma intanto bisognerebbe cominciare a farlo.

Il disegno, di Francesco Lorenzetti, rappresenta il grifone, il mitico animale al quale AAR si riferisce sintetizzando l'immagine del PD

Ragioniamo. Ho letto così il discorso di Asor Rosa ("I sette pilastri della saggezza", il manifesto....). Dai pezzi sparsi - proponeva - cerchiamo di ricostruire il puzzle, mettendo in fila eventi e fatti, ciò che di nuovo è accaduto e sta per accadere. Un saggio da rivista, più che un articolo di giornale. Ma il manifesto è un giornale pensante. E dunque sta bene così. Il passaggio è inedito. Il salto rispetto all'immediato passato c'è stato. È compito di ognuno di noi riposizionarsi sul nuovo terreno, nell'analisi e nell'iniziativa.

Forse non era proprio adatto il titolo, credo dello stesso autore. C'è già troppa saggezza attribuita al professor Monti da parte dei suoi molti improvvisati amici, da potergliene attribuire, sia pure ironicamente, una buona dose anche da parte nostra. Io credo che i professori al governo raramente siano saggi. E quando poi si tratta non del filosofo-re, ma del tecnico economista, voi capite che le cose non sono destinate ad andare per il meglio. E tuttavia questa è la soluzione trovata, bisogna dire con abile mossa da vecchia cara politica, per sbalzare di sella, dopo tanti falliti tentativi, il malefico Cavaliere. Se per più di quindici anni si è fatta politica per raggiungere questo unico salvifico obiettivo, è pressoché inevitabile che il mutamento acquisti i segni di una sorta di miracolo di S. Gennaro. Questo spiega una cosa di cui bisogna tener conto: non è solo il ceto politico, è il popolo di centrosinistra, entrambi monotematicamente antiberlusconiani, a guardare con moderato favore a questa soluzione finalmente trovata. C'è già stato il dibattito sulla necessità o meno di baciare il rospo. Si tratta adesso di fare più che un passo in avanti. E il discorso di Asor Rosa ha il merito di cominciare a farlo. Come tutti i suoi discorsi, ci dà il modo di prevedere il tempo che fa, da parte di una cultura ancora e sempre impegnata.

Questo è un governo tecnico con una missione politica. Tecnicamente ha il compito di tirare fuori il paese dal momento acuto della crisi economico-finanziaria, politicamente ha il compito di traghettare il paese fuori dalla lunga deriva della crisi politico-istituzionale. Su ambedue i fronti occorre marcare una presenza, autonoma, critica, propositiva, alternativa anche. Questo vale, magari con ricette diverse, per l'intera sinistra. Abbiamo guadagnato un terreno più avanzato, di lotta e di proposta. L'opportunità va sfruttata. Torniamo a parlare di problemi veri: di come è strutturata questa società, non solo di individui ma di ceti, di quali rapporti di forza tra le classi la attraversano, di quali vincoli effettivi impediscono la crescita, di quale ruolo deve avere il lavoro nel modello paese, di quale futuro non precario per le giovani generazioni.

Insomma, questo governo è destinato, suo malgrado, a riaprire, in grande, fino a farla esplodere, una questione sociale, che nell'immediato passato era stata nascosta come la polvere sporca sotto un tappeto trapuntato. E lo sta facendo, direi, non con saggezza ma con insipienza: creando conflitti, come è tipico della mentalità tecnocratica, con le categorie di nicchia invece che con gli interessi di fondo.

Loro non sanno che alla fine decisivi non sono i numeri ma gli uomini, e le donne, alla fine quelle che contano non sono le cifre ma le esistenze. Il governo non è l'amministrazione di un'azienda, è il luogo politico della decisione, sociale, e poi economica, e poi finanziaria: in quest'ordine di gerarchia. Per fare questo, non ci vuole l'Università Bocconi, ci vuole il partito politico. Non ci vuole la tecnocrazia come supplenza, ci vuole la politica come professione. Senza rivincita dell'istituzione Stato, cioè del potere politico, nazionale o sovranazionale che sia, non ci sarà rilancio del meccanismo economico. I capitalisti moderni lo sapevano, l'avevano capito sull'urto di crisi ben altrettanto devastanti. Non lo sanno questi capitalisti postmoderni, e infatti non riescono a gestire la loro crisi, tanto meno sanno come uscirne.

Qui, si apre lo spazio per l'irruzione in campo di una sinistra del lavoro, di intelligenza e di potenza tale da poter dire: noi sappiamo come rimettere in sesto le cose, ma dovrete prima di tutto pagare voi la vostra crisi. L'utopia di un rovesciamento del rapporto di forza può vestirsi oggi di lucidi realistici panni. Ma guardate come volano basso e con quale scarsa immaginazione! C'è questa sorta di governo mondiale di coalizione - internamente rissosa come tutte le coalizioni di governo - tra Banche centrali, Fondo monetario internazionale, agenzie di rating, e qualche spezzone rimasto di capitalismo reale dominato da corporations, e poi c'è l'intendenza che seguirà dei governi nazional-provinciali. Ebbene, tutta questa immane superpotenza non sa fare altro che usare la crisi come un tempo gli Stati usavano la guerra. Il debito, a rischio default, è il nemico esterno che ci minaccia. I fondamentalisti col temperino impallidiscono di fronte a questa potenza di fuoco.

A combatterlo, questo nemico totale, sono, siamo, chiamati tutti, senza distinzione di condizione sociale, per garantire un superiore interesse. Il capitalismo non sa fondare un ordine sociale con la politica, lo deve fare con la guerra, previa mobilitazione, appunto, totale. E siccome siamo in piena pace dei cento anni, più o meno come nell'Ottocento, al posto degli eserciti combattono i mercati. Noi tutti, per esempio, vecchi lavoratori colpevoli di essersi conquistata una pensione di anzianità e giovani precari senza lavoro ma con la possibilità di spendere un euro per diventare imprenditori, ognuno e tutti dobbiamo indossare l'elmetto e combattere arruolati nell'esercito del supermercato Eurozona.

A questa guerra "in forma", con tanto di resuscitato jus publicum europaeum, va opposta, anch'essa possibilmente "messa in forma", una resistenza di massa. Indignarsi col megafono davanti ai portoni del Palazzo è generoso ma insufficiente. Cercare di introdursi, disarmati, nella stanza dei bottoni è inutile e perdente. Vanno rivisitate e aggiornate ambedue le postazioni, quella di lotta e quella di governo. Accordarle non è più possibile senza prima destrutturarle e ricostruirle. La risposta di movimento gridava: non pagheremo noi la vostra crisi. Quelli stessi che gridavano, quella crisi la stanno pagando. La risposta di governo delle varie esperienze di centro-sinistra, in Italia e in Europa, non è stata, essa, a mettere in crisi la fase neoliberista. Alla fine, in crisi ci si è messa da sola.

E'un dramma storico, di repliche dei fatti alle intenzioni, non più sopportabile. Bisogna assolutamente trovare la leva per sollevare il gigante che dorme. Questo corpo è un'opinione di sinistra, potenzialmente maggioritaria, che non riesce a marcare la propria forza e presenza. E perché? Perché, o non ha voce: l'assenza dal voto si può ragionevolmente pensare che esprima in buona parte questo orientamento. Oppure, ha troppe e troppo diverse voci: lasciando dietro di sé la tradizionale immagine del circo Barnum. Va messo in campo un potente processo di inclusione a sinistra: di strati, ceti, lavori, professioni, generi, culture. Costruito su un polo unitario magnetico. Finché ci saranno più sinistre, non ci sarà nessuna sinistra: con la forza di contare, e la determinazione a vincere. Nessuna volontà di omologazione delle differenze, ma la presa di decisione di farle vivere dentro un soggetto unico. È la condizione indispensabile per riprendersi quanto ci è stato sottratto: autonomia e iniziativa, più precisamente, autonomia culturale e iniziativa politica.

Sta maturando il tempo, passo dopo passo, di un abbandono, per questo nostro paese, delle sue anomalie. In fondo quello, alto-borghese, del Professore e dei suoi tecnici è, per ragioni diverse, un governo non meno "strano" di quello del Cavaliere e della sua corte feudale. Né dell'uno né dell'altro c'è stata e c'è traccia nei paesi avanzati, in Europa e in Occidente. Qualcuno disse che dovevamo avviarci ad essere un paese normale. E' il momento che si faccia il passo decisivo. C'è la fortunata coincidenza di un disfarsi, per consunzione, di questa sciagurata cosiddetta seconda Repubblica e del dissolversi, per via di crisi, di un'economia sregolata, infettata dagli spiriti animali mercatisti. Le due vicende hanno proceduto di pari passo. Prendiamo il governo Monti come l'atto finale della transizione. Quando ti arriva una scelta di sistema, che si presenta come obbligata, devi sapere subito come utilizzarla. Abbiamo capito che su di essa si esplicherà una manovra di ricomposizione centrista del fronte moderato. In questo senso, c'è una funzione politica del governo tecnico. Va esplicata una contromanovra di ricostruzione di un bipolarismo virtuoso, contro quello vizioso sperimentato fin qui.

La legge elettorale acquista allora un'importanza strategica. Un grande centro e una grande sinistra, depurati delle tradizionali espressioni ideologiche, sono gli interlocutori ideali di un confronto politico alto, all'altezza delle forze politiche che hanno fatto non la prima Repubblica, hanno fatto la Repubblica e basta. A destra, emarginate, le pulsioni populiste antipolitiche. Riconquistare la nobiltà della politica è possibile per questa via? Vediamo. Proviamoci. La svolta non è dietro l'angolo. Abbiamo un anno per seminare. E poi una legislatura costituente per raccogliere.

Indossando le lenti di un limpido e implacabile machiavellismo, Luciano Canfora nel suo nuovo libro, «Il mondo di Atene» rilegge il periodo forse più importante e più noto della civiltà occidentale e ne mette in luce i paradossi e le (solo apparenti) contraddizioni

Fra il 508 e il 507 avanti Cristo, dopo la caduta della tirannide, l'ateniese Clistene stabilì i nuovi ordinamenti democratici; poco più di cento anni dopo, nel 399, Socrate venne condannato a morte da una giuria popolare, dopo essere stato accusato da un certo Meleto di non credere agli dèi e di traviare la gioventù con una falsa educazione. A sostenere quell'accusa c'era anche Anito, uno dei restauratori della democrazia ateniese dopo la dura tirannia dei Trenta, sorta e presto abbattuta qualche anno prima.

Fra quelle due date c'è il V secolo a. C., forse il più importante e più studiato della civiltà occidentale: ci sono le guerre persiane, con le vittorie di Maratona e di Salamina, c'è la fondazione dell'impero marittimo di Atene, il trentennio dominato da Pericle e poi la devastante guerra contro Sparta, che durerà dal 431 al 404 fra grandi vittorie e rovinose sconfitte, fino alla caduta e allo smantellamento delle orgogliose mura cittadine.

Guerra e salario

Ma non basta: ricostruite quelle mura con denaro persiano, gli ateniesi fonderanno nel 378 una nuova Lega attica e dunque un nuovo impero, lo perderanno ancora circa trent'anni più tardi e inutilmente si ergeranno a difesa della tradizionale libertà greca contro l'espansionismo macedone di Filippo e di Alessandro Magno, fino alla definitiva sconfitta del 322.

È questo il quadro temporale del nuovo libro di Luciano Canfora, Il mondo di Atene (Laterza, pp. 520, euro 22,00): un mondo che corrisponde da tempo al mito che su di esso è stato costruito, mito di democrazia diretta, assembleare, di partecipazione e passione politica, di grande arte - l'architettura e la statuaria, il teatro tragico e comico - sostenuta dallo Stato e da privati facoltosi, resa disponibile a delle platee corrispondenti in buona misura con la cittadinanza stessa.

La parola «mito» è ambigua: rimanda a un racconto di fondazione, alla sintesi immaginosa di caratteri vastamente umani ritrovata però ogni volta in una declinazione spazio-temporale precisa; ma significa e contiene anche le prevaricazioni che quella facoltà immaginativa usa infliggere alla realtà dei fatti, prestandosi a edificare delle ideologie tutte volte al presente, che proprio la manipolazione mitologica assolutizza come radicate da sempre nell'animo umano. Per questo, già da tempo incline a interrogarsi sulla democrazia e sulle sue prassi, Canfora intitola il suo primo capitolo Atene tra mito e storia, e indossa le lenti del più limpido e implacabile machiavellismo ricordando che solo l'esoso tributo elargito dai sottomessi «alleati» di Atene consentì alla città dell'Attica la relativa stabilità politica del V secolo, rappresentata al meglio proprio da Pericle, bene avvertito che «per ottenere consenso, non coatto, bisognava contemperare due elementi: il salario per tutti e la continua spinta ad ampliare l'impero, che significava guerra».

L'esilio di Euripide

A scanso d'equivoci, poi, fin dalle prime pagine Canfora torna su due celebri definizioni della democrazia ateniese, la prima di Max Weber, secondo cui essa non fu che «una gilda che si spartisce il bottino», la seconda di Tocqueville, che ragionando sul rapporto numerico fra cittadini effettivi (circa 20.000) e schiavi o stranieri (oltre 300.000), affermò che «Atene, col suo suffrage universel, non era, in fondo, che una repubblica aristocratica dove tutti i nobili avevano un diritto uguale al governo».

Per analizzare a fondo cosa realmente fu il mondo di Atene, dunque, anche a fronte della perdurante oligarchia in auge presso l'eterna nemica Sparta, occorre chiedersi cosa fu la democrazia ateniese sia per i cittadini che ne sfruttarono le possibilità, sia per gli oppositori interni e gli «alleati» stranieri che ne subirono i soprusi, sia ancora per la grande riflessione storica di un Tucidide e di un Senofonte, o ancora per il dibattito costituzionale che interessò la città dopo la sconfitta e la tirannia dei Trenta, sia infine per le soluzioni utopistiche immaginate nel IV secolo da Platone (la celebre Repubblica degli anziani filosofi), Falea di Calcedone e lo stesso Senofonte.

Ora, per molti lettori tradizionali, che nei secoli scorsi hanno affermato comunque l'esemplarità metatemporale del regime ateniese, il problema è stato quello di giustificare la violenza di Atene nei confronti delle città sottomesse, l'imposizione stessa del tributo («La democrazia e l'impero erano nati insieme», ribadisce Canfora), le scelte dissennate operate dai leader popolari e ratificate dall'Assemblea, come quella dell'attacco a Siracusa (415-413), o la condanna intollerante dei filosofi Anassagora e Socrate, la lunga ostilità che spinse un genio apolitico come Euripide all'esilio, e non ultima la stessa sconcertante cedevolezza delle istituzioni democratiche nei confronti dei Quattrocento oligarchi che s'imposero brevemente nel 411 e dei Trenta di sette anni dopo.

Parole di rottura

Canfora risponde che non di giustificare si tratta, ma piuttosto di capire che tutti questi passaggi tragici non siano stati delle deviazioni dalla buona norma, o degli infortuni magari determinati da una eccessiva pressione degli eventi. Demokratia, infatti, vuol dire «egemonia del demo», e nasce «come termine polemico e violento, coniato dai nemici del demo», non dunque «come parola della convivenza politica, ma come parola di rottura», che esprime «la prevalenza di una parte più che la partecipazione paritetica di tutti indistintamente alla vita della città (che è espressa piuttosto da isonomia)», giacché «tò íson è, al tempo stesso, "ciò che è uguale" e "ciò che è giusto"». Tanto è vero che Canfora può dare conto di un apparentemente paradossale «egualitarismo antidemocratico», «rivendicazione dei diritti dei "ricchi" in nome dell'uguaglianza» contro le frequenti requisizioni e denunce penali, per mettersi al riparo dalla corruzione e dalla sfrenata demagogia.

Con questo, siamo già vicini al senso complessivo del libro. È certo, infatti, che la forza argomentativa di Canfora si basa non solo su una sconfinata memoria connettiva di brani, fasi politiche e somiglianze individuali, ma anche sulla volontà acuminata di trattare gli argomenti di storia antica (e penso anche al suo recente Cesare, dittatore democratico) con la stessa minuzia d'indagine con cui siamo abituati a leggere gli eventi più prossimi e dunque, nella comune miopia, davvero decisivi. Da questo punto di vista, Canfora allude di continuo al presente senza mai nominarlo con il fatto stesso di decostruire gli eventi del V e IV secolo a. C. con la stessa smitizzante acribia che occorre per distinguere oggi le notizie dagli eventi. Le sue sono perigliose controinchieste indiziarie, capaci di svelare nietscheanamente le curvature ideologiche e le falsità pretestuose, le omissioni interessate e le tradizioni esclusive, attribuendo a ognuno dei protagonisti della sua storia ateniese la responsabilità delle proprie affermazioni, e magari delle proprie menzogne.

L'eroe Alcibiade

Da una parte, così, Canfora ci appare come un manzoniano che parla del 411 a. C. per alludere al 2012, magari mutuando dal «suo» Tucidide la convinzione di una «sostanziale immutabilità della natura umana»; dall'altra, però, la sua critica storico-etimologica del sistema democratico lo spinge ad affidarsi a una parata di grandissime personalità, quelle che il tempo (aristocratico in sé) ha selezionato nel naufragio della cultura antica. Ecco allora, sullo sfondo della demokratia, le gigantesche figure di Efialte, Pericle, Antifonte, Alcibiade, Isocrate, Demostene, oggetti di ritratti individuali magari preterintenzionali, e ogni volta debitamente calati in situazione, ma inaggirabili

Allo stesso modo, la particolareggiata ampiezza e la vigoria narrativa con cui Canfora affronta le convulsioni del 415-403, dalla «mutilazione delle Erme» al definitivo ma perdente ritorno alla democrazia, raccontano marxisticamente di una storia come conflitto, se è vero che quelle convulsioni svelano dialetticamente la natura della democrazia, il rischio che essa comprende, di quale catastrofe essa sia il fondamento e al tempo stesso lo schermo. Così, col suo anticonformismo aristocratico e col suo estremismo democratico, con la sua fluidità enigmatica ora disastrosa ora trionfatrice, sembra essere Alcibiade l'eroe eponimo di questa Atene libera, feroce e drammatica, eternamente «troppo giovane», inconsapevolmente classica e perennemente immatura, cui Canfora sottrae la piatta esemplarità della perfezione per sostituirla con la mossa rappresentanza del «tragico politico».

Il libro si chiude di fatto con un mirabile capitolo su Demostene, l'«arretrato» difensore delle libertà greche contro l'arrembante potenza macedone. Ed è un finale che accusa il facile progressismo di chi sbeffeggia coloro che non capiscono in tempo chi vincerà, o sta per vincere, e non si accodano alla maggioranza. Se la democrazia è nata ad Atene solo con l'impero e la schiavitù, finita l'«età della potenza» il IV secolo si è trascinato fra continue collisioni fra poveri/ricchi, strapotere dei tribunali, leaderismo e professionismo di un inamovibile personale politico, egemonia del tema economico, proposta utopica. Tutto ciò, fino alla caduta sotto un'autocrazia che già il suo principale nemico, appunto Demostene, riconosceva più rapido ed efficiente di quello democratico.

Un tramonto prepotente

Qui la bifocalità machiavellica di Canfora giunge al culmine: sta parlando del nostro destino prossimo? I processi della globalizzazione impongono gestioni politiche autoritarie? L'irresistibile preponderanza del capitalismo centralizzato cinese e la tutela che le oligarchie finanziarie esercitano sui governi eletti sembrano rispondere di sì. Durante il suo lungo tramonto, la democrazia ateniese divenne tanto prepotente quanto astratta.

E se Canfora, in omaggio ai suoi maestri del sospetto, ha ricondotto a una morale e a una politica parziali ogni riassetto generale della Storia, si starà chiedendo quanto fatale e inevitabile è l'orizzonte che ci fa balenare davanti.

Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l'esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l'assoluta inconsistenza del liberismo nell'affrontare i problemi: sia nel cielo dell'alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti.

Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l'impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant'anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).

Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa.

Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.

Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D'altronde, senza tariffe di riferimento - ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti - non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.

Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.

Dunque la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi. Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza - che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi - l'obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio. Ma come?

Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La soluzione più spiccia è dichiararla illegittima - la compravendita delle licenze avviene "in nero" - espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo.

Quindi ha prodotto l'idea geniale di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere - o noleggiare? - rifacendosi dell'esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.

A mano che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che - queste sì - potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.

A ben vedere l'obiettivo di tutte le liberalizzazioni di Monti è proprio questo: mettere l'impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza con il lavoro autonomo per spiazzare definitivamente quest'ultimo in nome della "modernizzazione". È lo stesso obiettivo che si prefigge con la liberalizzazione degli orari dei negozi: liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24 perché basati sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato. Con la conseguente desertificazione non solo commerciale, ma anche generale, dei quartieri: privati, insieme al commercio, delle ragioni per frequentarne le strade.

Ma anche con la conseguenza non secondaria di desertificare, cioè mandare in rovina, tutti i fornitori di prossimità e di piccole dimensioni, a favore di fornitori esteri senza qualità; come si vede già oggi negli assortimenti offerti dalla grande distribuzione finita in mani francesi: Carrefour, Auchan, ecc. Ed è lo stesso obiettivo che il governo si propone con la liberalizzazione delle professioni, abolendo addirittura le tariffe di riferimento: con la conseguenza di privilegiare i grandi studi, in mano a vere e proprie imprese capitalistiche, che ingrassano a spese del lavoro precario e dei finti stage a cui vengono sottoposti i giovani senza protezioni familiari. Tanto, una volta sgomberato il campo dai fastidiosissimi lavoratori autonomi e/o liberi professionisti, le tariffe si possono rivedere al rialzo con accordi tra big player.

Ma, per tornare ai taxi, occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da un'integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa). Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda.

Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull'auto privata.

Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.

Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati.

Marx era convinto che lo Stato fosse l’agente del capitalismo. Non si aspettava che il capitalismo diventasse il giudice dello Stato.

Questa è la pretesa delle agenzie di rating che, travalicando la funzione tecnica di valutare i rischi dei singoli titoli, si sono auto attribuite il compito di giudicare l’affidabilità complessiva del debito pubblico dei governi. Una funzione decisamente politica. Svolta, peraltro, in modi tecnicamente assai contestabili: come risulta dai tanti attestati di ineccepibile solidità emessi dalle agenzie a "beneficio" dei risparmiatori su grandi banche d’investimento alla vigilia del loro clamoroso fallimento (per la storia: nel 2008 sette giganti "votati" con titoli lusinghieri dalle agenzie di rating, Aig, Bear Sterns, Citigroup, Countrywide Financial, Lehman Brothers, Merryl Lynch, Washington Mutual, collassavano con perdite di 107 miliardi di dollari, non gravanti sui loro dirigenti che nel frattempo – 2007-2008 – intascavano 450 milioni di dollari).

Da dove viene questa pretesa? Da dove l’indubbio peso che essa assume nel condizionare la condotta dei governi?

La risposta è semplice. L’autorità delle agenzie di rating deriva dalla loro natura di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato, che si contrappone a un sistema politico diviso, determinando una condizione di rapporto di forza nettamente favorevole al primo.

Questa condizione ha la sua data di nascita ben precisa. È nata nei primi anni Ottanta del secolo scorso, quando le storiche decisioni di Thatcher e di Reagan liberarono i movimenti internazionali del capitale, disfrenando la sua potenza mondiale e sovvertendo i rapporti di forza tra capitale e lavoro e tra capitalismo e democrazia.

A Bretton Woods, quarant’anni prima, era stato instaurato un sistema mondiale che, mentre liberalizzava i movimenti delle merci, poneva limiti e ostacoli ai movimenti di capitale, riservando quindi un’ampia zona di autonomia alla politica dei governi nazionali e un ampio spazio ai movimenti operai. Questi limiti e questi ostacoli furono spazzati via.

La base di potere delle agenzie di rating sta dunque nell’integrazione del mercato finanziario internazionale cui si contrappone la frammentazione del potere politico mondiale. (I cantori liberali di quella "liberazione" potrebbero ri-leggere il monito di Davide Ricardo sui pericoli rappresentati dalla trasmigrazione da un paese all’altro del capitale, che non costituisce una merce avulsa dalla società ma una componente radicata della sua struttura).

Il divario di potenza tra economia e politica sul piano mondiale è tutto qui. E la risposta ovvia non sta certo nel ritorno alle economie nazionali protette, come nelle fantasie storiche della cosiddetta decrescita, ma, all’opposto, nella parallela integrazione in sistemi più ampi degli Stati: una risposta che ristabilirebbe un rapporto equilibrato tra capitalismo e democrazia.

L’Europa sta dando una risposta contraria e inefficiente.

Da un lato, quella britannica che vede nella City londinese un punto di riferimento centrale dell’organizzazione economica mondiale e ostacola con tutte le sue forze ogni passo verso l’unità europea. Dall’altro, la disperante assenza di visione della Germania e della sua riluttante Signora.

Si stava celebrando in piazza del Duomo, strapiena di festanti, la vittoria di Pisapia alle amministrative, si succedevano sul palco politici, cantautori, attori, artisti, e uno dei nostri comedians più bravi mi stava dicendo che andava a leggere il discorso di Pericle agli ateniesi, come elogio della democrazia. Io gli avevo detto: "Stai attento, perché Pericle era un figlio di puttana". Lui aveva preso il mio giudizio come una boutade, aveva riso, ed era salito. Dopo, quando era disceso, mi aveva detto: "Sai, mentre leggevo mi accorgevo che avevi ragione".

Pericle era un figlio di buona donna o, come avrebbero detto ai suoi tempi, per esprimersi in modo più gentile, figlio di una etera. Non più di tanti altri politici e, tanto per dire, Machiavelli lo avrebbe ampiamente giustificato, per carità. Ma il suo discorso agli ateniesi è un classico esempio di malafede.

All´inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Pericle i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo - e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. Oggi diremo che si trattava di un populismo Mediaset.

Ricorda Plutarco (Vita di Pericle) che "Pericle governando si dedicò al popolo, preferendo le cose dei molti e poveri a quelle dei ricchi e pochi, contro la sua natura che non era affatto democratica". Vale a dire, se le parole hanno un senso, che, aristocratico di buona condizione economica, era attaccato alla sua classe ma usava il ricorso al favore popolare come strumento di potere. Al punto tale che, visto che Cimone, più ricco di lui, spendeva un sacco di soldi suoi per iniziative popolari, ne aveva intraprese altrettante, ma coi soldi pubblici.

Ricorda ancora Plutarco che secondo molti a causa di queste elargizioni senza criterio il popolo fu abituato male e divenne dissoluto e spendaccione anziché moderato e lavoratore. Non solo, ma in certe occasioni Pericle aveva usato i beni pubblici per le sue elargizioni demagogiche, così che "avendo allentato le redini del popolo, si occupava di politica per ingraziarselo, provvedendo che in città ci fosse sempre qualche spettacolo pubblico, o banchetto o processione, intrattenendo la città con piaceri non rozzi, inviando sessanta triremi ogni anno, sulle quali molti cittadini navigavano stipendiati per otto mesi, praticando e insieme imparando l´arte nautica. (…)

Pericle, che si voleva campione di democrazia, non poteva usare con gli ateniesi la forza, ma doveva richiederne il consenso, e per ottenere il consenso popolare non è indispensabile essere nel giusto, basta usare delle accorte tecniche di persuasione. E Pericle si era allenato sin da giovane ad essere oratore convincente ed affabile, che sapeva sostenere anche fisicamente la sua fama di persona affidabile, visto che, come ci dice ancora Plutarco "non solo ebbe una mente grave e un linguaggio elevato immune da volgare e comune loquacità, ma anche l´espressione del volto inflessibile al riso, la mitezza dell´andatura e la decenza della veste che non si agitava per alcun trasporto nel parlare, la modulazione quieta della voce".

Il discorso di Pericle (riportato da Tucidide, in Guerra del Peloponneso) è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, e in prima istanza è una descrizione superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle leggi, il rispetto delle arti e dell´educazione, la tensione verso l´uguaglianza. Ma che dice in realtà Pericle?

Prima naturalmente fa portare in scena le bare (in cipresso) dei caduti, compresa una per quella che chiameremmo oggi il Milite Ignoto, poi così parla: (…) «Io, dato che non voglio fare lunghi discorsi, lascerò perdere, fra questi fatti, le imprese compiute durante le guerre, grazie alle quali furono conquistati i singoli possedimenti, o quando noi o i nostri padri respingemmo con valore il nemico barbaro o greco che ci attaccava (…). Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d´esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell´interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall´oscurità della sua condizione».

Come discorso populista non è male salvo che Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c´erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi. E non è che fossero solo barbari catturati nel corso di varie guerre, ma anche cittadini ateniesi. Infatti una delle leggi di Solone stabiliva di togliere dalla schiavitù i cittadini diventati servi a causa dei debiti verso i latifondisti. Segno che erano servi anche altri cittadini, caduti in schiavitù per altri motivi. E d´altra parte, circa cent´anni dopo Aristotele avrebbe scritto (Politica I): «Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo (...). Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri, subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. (...) Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all´uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l´uno è per natura superiore, l´altra inferiore, l´uno comanda, l´altra è comandata - ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio così. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l´uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all´impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro sono per natura schiavi» (...).

Ma ogni epoca ha le sue debolezze, e lasciamo a Pericle di celebrare questa sua democrazia di schiavi. Però il nostro così prosegue: «Noi... ci procurammo moltissime occasioni di svago dalle fatiche, per il nostro spirito, dato che celebriamo secondo la tradizione giochi e sacrifici per tutto l´anno e grazie a case e suppellettili eleganti, il cui godimento quotidiano allontana lo sconforto». E qui siamo di nuovo al populismo Mediaset e all´elogio del consumismo.

Ma andiamo avanti. A che cosa mira questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? A legittimare l´egemonia ateniese, sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri. Pericle dipinge in colori affascinanti il modo di vita di Atene per giustificare il diritto di Atene a imporre il proprio dominio sugli altri popoli dell´Ellade (…). Segue l´elogio militare degli ateniesi che combattono sempre bravamente per difendere la loro terra. Pericle si dimentica di rilevare che (e proprio sotto il suo governo) erano stati riconosciuti come cittadini ateniesi solo coloro che avevano tutti e due i genitori ateniesi. Quindi c´erano gli schiavi, i veri cittadini ateniesi e i meteci, qualcosa come degli extracomunitari con diritto di soggiorno, che non erano cittadini a pieno diritto e non potevano votare - anche se tra coloro possiamo annoverare personaggi come Ippocrate, Anassagora, Protagora, Polignoto, Lisia o Gorgia.

Ma non è finita: «Non ci procuriamo gli amici ricevendo benefici, ma facendone. Dunque chi fa un favore è un amico più sicuro, tanto da conservare il favore dovuto grazie alla riconoscenza di colui al quale egli l´ha dato». Il che francamente mi sembra un principio mafioso.

Tornato poi ai defunti, Pericle osserva che bellamente sono morti per difendere una città che è di modello a tutto il mondo (e cara grazia che abbia lasciato a un suo futuro collega il compito di celebrare il proprio "popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori"). (…) Comunque i genitori dei caduti, ascesi all´olimpo degli eroi, non si debbono dolere perché li deve animare «la speranza di avere altri figli, per coloro che sono ancora in età adatta per avere figli: infatti, su un piano privato, i nuovi figli costituiranno per alcuni la possibilità di dimenticare quelli che non ci sono più, per la città, poi, sarà utile in due modi, contro il divenire spopolati e per la sicurezza: infatti non è possibile che prendano decisioni imparziali e giuste coloro che corrono dei rischi senza esporre al pericolo anche i propri figli come gli altri».

Il che mi pare solo sfacciataggine, ma sembra che ai dolenti questa oratoria piacesse. Così che l´oratore può concludere con «Ora, dunque, dopo aver compianto ciascuno il proprio parente, tornate alle vostre case», che - traducendo alla buona - significa «e ora smammate e non rompete più le scatole con i vostri piagnistei» (…).

Ecco perché bisogna sempre diffidare del discorso di Pericle e, se lo si dà da leggere nelle scuole, occorrerà commentarlo, ricordando che molti padri di tante patrie sono stati figli di un´etera.

Nella controversa agenda politica di questa difficile stagione ha fragorosamente fatto ingresso la lotta all´evasione fiscale. Non più come tema polemico, non più come rivendicazione di qualche buon esito di un´azione amministrativa di contrasto, ma come questione capitale, destinata a sconvolgere equilibri, colpire interessi, revocare in dubbio compiacenze. Questo è avvenuto con due mosse fortemente simboliche. Il blitz a Cortina e una dichiarazione del Presidente del consiglio che ha indicato negli evasori quelli che «mettono le mani nelle tasche dei contribuenti onesti». Non siamo solo di fronte allo smascheramento dell´ipocrita vulgata berlusconiana, ma alla denuncia di una inaccettabile redistribuzione alla rovescia delle risorse, per cui oggi sono soprattutto i meno abbienti a pagare servizi di cui, troppe volte, sono proprio i più ricchi ad avvantaggiarsi (si pensi solo al caso dell´istruzione universitaria, alla quale spesso non riescono poi ad accedere i figli di chi maggiormente la finanzia). Ed è giusto ricordare quel che disse Tommaso Padoa Schioppa: «le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l´istruzione e l´ambiente».

Ironie e dileggi accolsero questo limpido richiamo alle virtù civiche. E oggi sono violente le reazioni dei molti che ritengono inaccettabile una priorità come la lotta all´evasione, certamente incompatibile con il melmoso immoralismo che si è fatto cemento sociale e nel quale si è cercato il consenso politico. Ma i gesti simbolici sono importanti, a condizione che siano poi accompagnati da inflessibile volontà politica e da quella adeguata strumentazione tecnica ricordata da Alessandro Penati, con una sottolineatura significativa: la necessità di modificare "i comportamenti individuali e collettivi".

Qui si gioca la partita vera. Certo, «non si cambia la società per decreto» – ammoniva Michel Crozier. È indispensabile, allora, un lavoro che vada nel profondo e rimetta in onore principi fondativi abbandonati. E, poiché questi sono tempi in cui è così insistente il richiamo ai doveri (magari per rendere più debole l´appello ai diritti), bisogna partire dai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» previsti dall´articolo 2 della Costituzione. Ma contro la solidarietà sono state spese negli anni passati parole di fuoco, denunciandone i "pericoli" e, muovendo da questa premessa, si sono organizzate "marce contro il fisco". Si è così cercato di svuotare di senso sociale e di valore civile l´articolo 53 della Costituzione: «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e secondo criteri di progressività. Da quest´insieme di doveri, invece, non si può "evadere".

Arriviamo così alla radice dell´obbligazione sociale e del patto tra cittadini e Stato. Nel momento in cui "tutti" non significa davvero "tutti", e emerge con nettezza che il contributo alla spesa pubblica appare inversamente proporzionale alla capacità contributiva, con i meno abbienti che pagano più dei ricchi, allora si rompe il legame sociale tra le persone, tra le generazioni, tra i territori. Il ritorno pieno al principio di solidarietà, come valore fondativo, è la via obbligata per interrompere questa deriva e la Costituzione, parlandone come di un insieme di doveri inderogabili, individua un criterio ordinatore dell´insieme delle relazioni tra i soggetti, anzi un connotato della cittadinanza.

Abbandonando quel riferimento, infatti, si innescano processi che dissolvono la stessa obbligazione politica. Torna alla memoria un´espressione icastica e fortunata, legata alla rivoluzione americana: «No taxation without representation» - nessuna tassa senza rappresentanza politica, principio che ritroviamo nell´articolo 22 della Costituzione che affida solo alla legge, dunque a un atto del Parlamento, l´imposizione di prestazioni patrimoniali. Ma, una volta garantito il rispetto di tale principio da parte delle istituzioni pubbliche, il rapporto così istituito vincola il cittadino a fare la sua parte. L´evasione, allora, lo delegittima come partecipante a pieno titolo alla comunità politica.

Sono questi i punti di riferimento, rispetto ai quali valgono poco gli esercizi intorno al ruolo da riconoscere alla ricchezza. Questa, benedizione di Dio o sterco del diavolo, fa semplicemente nascere un dovere sociale. Non è una penalizzazione, dunque, un vera lotta all´evasione, ma lo strumento indispensabile per ricostituire una delle condizioni di base per il funzionamento di un sistema democratico. Ma il rigore non deve essere necessariamente declinato nei termini dell´emergenza. Come il contrasto alla criminalità non rende legittimo il ripescaggio delle perquisizioni senza autorizzazione del magistrato, così la lotta all´evasione deve rifuggire da strumenti sbrigativi, e non in linea con le indicazioni europee, come quelle riguardanti la segnalazione di ogni movimento d´un conto corrente.

Ricordiamo, poi, che già l´articolo 14 della Dichiarazione dei diritti dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789 parlava del diritto del cittadino di "seguire l´impiego" dei contributi versati. Una vera lotta all´evasione, dunque, ha come complemento necessario una totale trasparenza pubblica, una implacabile lotta alla corruzione, l´inaccettabilità d´ogni forma di uso privato di risorse pubbliche.

Il clima d´opinione generale oggi più di ieri deve fare i conti con le mediazioni locali e micro-sociali, utili a capire fenomeni più ampi - Bisogna esplorare in profondità i luoghi dove le istituzioni, la democrazia, i partiti trovano le basi della loro legittimazione - L´anticipazione / L´ultimo saggio di Ilvo Diamanti è dedicato agli errori dei politologi e all´incapacità di comprendere quel che succede nella società. Ascoltando le suocere.

La dissonanza fra pre-visioni e realtà, la stessa difficoltà a rilevarla e a riconoscerla, non possono non sollevare dubbi sull´adeguatezza degli strumenti teorici e metodologici adottati. Ho il sospetto, cioè, che gli approcci prevalenti negli studi e tra gli specialisti politici stentino a comprendere i cambiamenti, ma anche gli avvenimenti e i fenomeni più importanti dei nostri tempi. Perché concentrano la loro attenzione – spesso in modo esclusivo – sulle istituzioni e sugli attori politici a livello "macro" mentre sottovalutano, in particolare, quel che si muove nella società. Non solo, ma si disinteressano delle percezioni che si formano e prevalgono nelle relazioni interpersonali e locali. Ambiti ritenuti poco rilevanti, dal punto di vista euristico ma, prima ancora, epistemologico. Variabili socio-centriche inadatte, in quanto tali, a spiegare i fenomeni politici.

Tuttavia, è difficile considerare "dipendenti" le variabili che attengono ai fenomeni locali e micro-sociali – perché e in quanto tali. Il "clima d´opinione", in particolare, non può essere considerato "solo" il prodotto della comunicazione progettata e dispiegata dalle istituzioni, dai poteri, dai media a livello centrale. I messaggi che definiscono l´Opinione Pubblica, oggi ancor più di ieri, sono infatti mediati dai "micro-climi d´opinione". Intendo sottolineare, in questo modo, come il "clima d´opinione generale" debba fare i conti con le "mediazioni" locali e micro-sociali. Con mentalità e leader d´opinione che reinterpretano i messaggi generali. Li traducono e li trasmettono attraverso le reti sociali e personali che costellano il territorio, attribuendo loro un significato diverso e, talora, opposto rispetto alle intenzioni di chi li ha lanciati. Secondo un´eterogenesi dei fini che genera effetti non previsti e non desiderati dai protagonisti. (...)

Oggi stesso, d´altronde, nelle aree a forte presenza elettorale leghista, e quindi nelle province del Nord, gli elettori e i simpatizzanti del Carroccio sembrano convinti che la Lega, nonostante sia alleata di Berlusconi e al governo insieme a lui da un decennio (con la breve parentesi del governo Prodi), in effetti stia all´opposizione. La percepiscono come un Sindacato del Nord, impegnato a Roma a difendere gli interessi padani. A "portare a casa" il federalismo. Contro tutti. A ogni costo.

Per cui ogni responsabilità dei problemi economici e sociali che, in questa fase, preoccupano il Paese, ogni mancata riforma, ogni spiacevole conseguenza delle politiche pubbliche, da molti settori della popolazione del Nord (e non solo), viene spiegata rivolgendo gli occhi altrove. Anche quando i motivi di insoddisfazione coinvolgono il governo, gli elettori leghisti non si sentono coinvolti. Preferiscono spostare all´esterno la loro frustrazione. E talora ciò avviene anche tra gli elettori del centrodestra, in generale.

Racconto, a titolo di esempio "pop", un fatto capitato qualche tempo fa, che mi è stato raccontato da una testimone privilegiata, ai miei occhi credibile e attendibile. Mia suocera. Recatasi al supermercato vicino a casa nostra, in fila davanti alle casse si trovò accanto a una "vecchina" (così la definì mia suocera, che, peraltro, ha ottant´anni). Intenta a guardare il carrello, quasi vuoto, l´anziana signora si lamentava. Perché il carrello ogni mese era sempre più vuoto, visto che la pensione le permetteva un potere d´acquisto sempre più ridotto. Ce l´aveva con i politici, responsabili della sua condizione. Ce l´aveva soprattutto con il governo, per definizione primo e diretto "colpevole" dei suoi problemi personali di bilancio. E inveiva apertamente, neppure in modo troppo silenzioso. Tanto che al colmo della rabbia esplose in un´invettiva contro quel «p… di Prodi». Il principale colpevole. Sempre lui. Anche se da anni governava Berlusconi. E Prodi, ormai, non faceva (e non fa) più politica attiva. Ma il "senso comune" le impediva di accettare e riconoscere la realtà. Di mettere in discussione le sue convinzioni, le sue certezze. Più e prima che "politiche": "personali". Incardinate nella sua visione del mondo e della vita. Condivise con la sua cerchia di relazioni quotidiane. (...)

È dunque difficile capire quel che succede nella politica senza tenere conto della vita quotidiana, del senso comune, del territorio. Senza esplorare in profondità i luoghi dove i partiti, le istituzioni, la democrazia trovano le basi della loro legittimazione e del loro consenso. Assecondando la convinzione – superstizione? – che la comunicazione mediatica e in particolare la televisione risolvano tutto. Che i media, gli attori politici, in tempi di campagna permanente, possano manipolare ad arte e a loro piacimento il "consenso" dei cittadini. Al più, possono contribuire a cogliere e a plasmare il "senso comune", come suggerisce la teoria della "spirale del silenzio" di Elisabeth Noelle-Neumann. Secondo cui gli individui cercano approvazione e conferma da parte degli altri, nei loro luoghi di vita. In quanto temono, soprattutto, di essere stigmatizzati se si pongono in contrasto con le opinioni che ritengono prevalenti. Per usare una categoria già richiamata in precedenza (e formulata proprio dalla Noelle-Neumann), esiste un esteso conformismo sociale, condizionato dal "clima d´opinione" dominante, che induce al silenzio coloro che si percepiscano minoranza. Ciò riguarda soprattutto (ma non solo) gli elettori "marginali", definiti così perché stanno ai margini della scena politica e non hanno convinzioni forti. Temono, tuttavia, di sentirsi isolati e "perdenti" e, per questo, cercano di cogliere il pensiero della maggioranza.

Dispongono, a questo fine, di una «competenza quasi- statistica» (come la chiama ancora la Noelle-Neumann) che esercitano nel rapporto con l´ambiente sociale ma, soprattutto, attraverso l´esposizione ai media. I quali diventano doppiamente influenti nel formare il "clima d´opinione". Da una parte, perché gli individui-spettatori attingono da essi informazioni e giudizi che vengono poi dati per scontati, diventano "reali" proprio perché legittimati dai media. Dall´altra parte, perché i media (soprattutto la televisione) condizionano le opinioni dell´ambiente sociale, dei gruppi e delle reti di relazioni in cui gli individui sono inseriti. E a cui gli individui chiedono conferma e rassicurazione. Da ciò il "silenzio" di quanti, per non sentirsi esclusi, preferiscono non sfidare il "senso comune".

In fondo, qualcosa di simile l´aveva (de) scritto, qualche tempo fa, Antonio Gramsci. Il quale distingueva tra "buon senso" e "senso comune". E citava, a questo fine, Alessandro Manzoni. Il quale nei Promessi sposi annotava che al tempo della peste «c´era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione, contro l´opinione volgare diffusa». Perché, aggiungeva Manzoni, «il buon senso c´era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune». Un ragionamento che, senza voler apparire irriguardosi, potremmo applicare anche a noi stessi. Alla comunità scientifica di cui facciamo parte. Il "buon senso", cioè, ci spingerebbe a interrogarci maggiormente su quel che avviene a livello locale e micro-sociale, nella sfera personale e interpersonale. A esplorare altre teorie e altri orientamenti metodologici. Ma il "senso comune" della comunità scientifica e degli specialisti, che con Kuhn potremmo definire "paradigma dominante" (in tempi di "scienza normale"), ci induce a far finta di nulla. A negare la realtà per non cambiare gli occhiali con cui la osserviamo. Dall´alto e di lontano.

Andare al governo o cambiare il mondo senza prendere il potere? Stare dentro o lontani dai partiti di centrosinistra? Essere per lo sviluppo o contro? Discutiamo di tattiche, a breve e lungo termine

Sotto tutti i punti di vista, il 2011 è stato un buon anno per la sinistra mondiale - qualunque sia la definizione, ristretta o ampia, che viene data di sinistra mondiale. La ragione di fondo dipende dalle condizioni economiche negative di cui soffre gran parte del mondo. La disoccupazione è alta e sta aumentando. Molti governi hanno dovuto far fronte alla sfida di alti debiti e entrate in diminuzione. La risposta è stata di cercare di imporre alle popolazioni delle misure di austerità, mentre contemporaneamente hanno cercato di proteggere le banche.

Il risultato è stata una rivolta mondiale di coloro che il movimento Occupy Wall Street (Ows) ha chiamato «il 99%». La rivolta si è focalizzata contro l'eccessiva polarizzazione della ricchezza, contro i governi corrotti e la natura essenzialmente non democratica di questi governi, che siano o no basati su un sistema multipartito.

Questo non vuol dire che Ows, le primavere arabe o gli indignados abbiamo realizzato tutto quello che auspicavano. Ma significa che sono riusciti a cambiare il discorso dominante a livello mondiale, spostandolo dai mantra ideologici del neoliberismo verso temi come l'ineguaglianza, l'ingiustizia e la decolonizzazione. Per la prima volta da molto tempo, la gente normale ha discusso sulla vera natura del sistema in cui vive; non lo prendono più come una fatalità.

Adesso per la sinistra mondiale la questione è come andare più avanti e trasformare questo successo iniziale a livello del discorso in una trasformazione politica. Il problema può essere posto in termini abbastanza semplici. Benché dal punto di vista economico persista una chiara e crescente distanza tra un piccolosissimo gruppo (l'1%) e uno molto più grande (il 99%), non ne discende che questa sia la divisione politica esistente. A livello mondiale, le forze di centrodestra dominano ancora circa la metà della popolazione del mondo, o almeno di coloro che in qualche modo sono politicamente attivi. Quindi, per trasformare il mondo, la sinistra mondiale avrà bisogno di un grado di unità politica che ancora non possiede. In effetti, ci sono profonde distorsioni tra gli obiettivi di lungo periodo e le tattiche di breve periodo. Certo, questi problemi sono stati dibattuti. Sono stati dibattuti addirittura animatamente, ma sono stati fatti pochi passi avanti per superare le divisioni.

Queste divisioni non sono nuove. E questo non le rende certo più facili da risolvere. Due dominano. La prima ha a che vedere con le elezioni. Non ci sono solo due, ma tre posizioni diverse relative alle elezioni. Esiste un gruppo profondamente sospettoso delle elezioni, che sostiene che parteciparvi sia non soltanto inefficace ma rafforzi la legittimità del sistema mondiale esistente. Gli altri pensano che partecipare al processo elettorale sia cruciale. Ma questo gruppo è spaccato in due. Da un lato, ci sono coloro che vogliono essere pragmatici. Vogliono lavorare dall'interno - all'interno dei grandi partiti di centrosinistra quando esiste un sistema multipartitico funzionante, o all'interno del sistema de facto a partito unico, quando l'alternanza parlamentanre non è permessa.

E naturalmente ci sono coloro che criticano la politica della scelta del meno peggio. Insistono sul fatto che non c'è una differenza significativa tra i principali partiti che rappresentano l'alternativa e invitano a votare per partiti «genuinamente» di sinistra.

Siamo tutti implicati in questo dibattito e abbiamo ascoltato le diverse argomentazioni mille volte. Comunque, è chiaro, almeno per me, che se questi tre gruppi non troveranno un punto di intesa sulle tattiche elettorali, la sinistra mondiale avrà poche speranze di vincere, sia nel breve che nel lungo periodo.

Credo che esista una strada per la riconciliazione. Bisogna partire dalla distinzione tra le tattiche di breve periodo e la strategia di lungo termine. Sono assolutamente d'accordo con coloro che sostengono che sia irrilevante conquistare il potere statale e che possa persino mettere in pericolo la possibilità di trasformazioni di lungo periodo del sistema mondiale. Questa strategia di trasformazione è già stata tentata varie volte ma non ha mai avuto successo.

Ma da ciò non consegue che la partecipazione elettorale a breve sia una perdita di tempo. Nei fatti, un'ampia parte del 99% soffre pesantemente in una prospettiva a breve. Ed è proprio questa sofferenza nell'immediato che li preoccupa principalmente. Cercano di sopravvivere e di aiutare famiglia e amici a sopravvivere. Se consideriamo i governi non come agenti potenziali di trasformazione sociale ma come strutture che possono incidere sulle sofferenze di breve periodo attraverso decisioni politiche immediate, allora la sinistra mondiale è obbligata a fare quello che può per ottenere dai governi delle decisioni che minimizzino la sofferenza.

Lavorare per minimizzare le sofferenze richiede la partecipazione alle elezioni. Quale è il dibattito tra i fautori del male minore e chi propone di appoggiare i veri partiti di sinistra? Questo dipende da scelte di tattica locale, che variano enormemente a seconda di vari fattori: estensione del paese, struttura politica formale, situazione demografica, posizione geopolitica, storia politica. Non esiste una risposta standard, non può esistere. E la risposta che potrà essere data nel 2012 magari non varrà più nel 2014 o nel 2016. Secondo me, non si tratta di una discussione di principio, ma piuttosto di una situazione di tattica evolutiva in ogni paese.

Il secondo dibattito di fondo che sfinisce la sinistra mondiale è tra ciò che definisco «sviluppismo» e ciò che potremmo chiamare la priorità attribuita a un cambiamento di civiltà. Questo dibattito ha luogo in varie parti del mondo. Esiste in America latina negli abbastanza tesi dibattiti in corso tra i governi di sinistra e i movimenti indigeni - per esempio in Bolivia, Ecuador o Venezuela. Esiste in America del nord e in Europa nei dibattiti tra gli ambientalisti/Verdi e i sindacati che danno la priorità alla conservazione e all'aumento dell'occupazione disponibile.

Da un lato l'opzione «sviluppista», quando è proposta da governi di sinistra o dai sindacati, difende il fatto che senza la crescita non c'è modo di correggere gli squilibri economici del mondo attuale, sia nel caso di polarizzazione all'interno di singoli paesi che tra paesi diversi. Questo gruppo accusa gli avversari di sostenere, almeno oggettivamente e a volte soggettivamente, gli interessi delle forze di destra.

I fautori dell'opzione anti-sviluppista sostengono che concentrarsi sulla priorità della crescita economica sia doppiamente errato. Si tratta di una politica che non fa che confermare le caratteristiche del sistema capitalistico. Ed è una politica che produce danni irreparabili - sia dal punto vista ecologico che sociale. Questa divisione è persino più appassionante, se possibile, di quella relativa alla partecipazione alle elezioni. L'unica soluzione per risolverla è un compromesso, da realizzarsi caso per caso. Affinché il compromesso sia possibile, entrambi i gruppi devono accettare la buona fede delle credenziali di sinistra dell'altro. Non sarà facile.

Queste divisioni a sinistra potranno venire superate nei prossimi cinque-dieci anni? Non ne sono sicuro. Ma se non ci riusciranno, non credo che la sinistra mondiale possa vincere la battaglia dei prossimi venti-quarant'anni, che sarà su quale tipo di sistema sostituirà il capitalismo quando questo crollerà definitivamente.

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