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Già altri, aderendo all'invito cortese di Valentino Parlato, hanno detto dei loro stati d'animo nell' intervenire sui temi proposti da Rossana Rossanda. Poiché Rossana incita il manifesto a guardare in se stesso per intendere la propria crisi, a Tronti è venuta in mente la lunga storia della introspezione com'è maturata nella cultura cui apparteniamo, dalle Confessioni di Agostino in poi. Posso confessare anch'io, dunque, un imbarazzo e un timore. Temo il ripetersi di una consumata discussione sul "nome e la cosa", anche se "la cosa" questa volta non è un partito ma un giornale. E avverto l'imbarazzo di chi, compartecipe della caduta delle sinistre italiane, sente di non aver proprio niente da sentenziare, ma al tempo stesso non vuol fare la parte di chi evita il tema scabroso posto dalla parola "comunismo".

Penso che la discussione di oggi sul declino della sinistra e dei suoi giornali dovrebbe concentrarsi sui motivi della crisi delle sue culture, resa manifesta dalla cattiva prova che hanno dato e stanno dando davanti al disastro economico, poco o per nulla previsto ieri e, oggi, fronteggiato senza proposte realmente alternative a quella del tentativo di ricominciare come prima. Questo è logico per quella parte della sinistra che ha fatto proprio il pensiero neoliberista, sia pure temperato. Lo è apparentemente di meno per quella sinistra che ha sempre denunciato il neoliberismo: ma se non si entra nel merito con conoscenza effettiva, il "cambiamo tutto" diventa sinonimo del non cambiare niente. Può darsi che nei toni palingenetici ci sia di mezzo la parola «comunismo». Se suscita discussione il dire, come ha fatto Rossana, che il comunismo è cosa di domani significa che c'è qualcosa di rimosso di cui occuparsi e che non basta dire che c'è "ben altro" di cui discutere. È vero, c'è ben altro, ma, soprattutto chi ha vissuto la vicenda che è alle nostre spalle ha il dovere di pronunciarsi.

Quando, ormai più di venti anni fa, si ragionava di come intendere la parola "comunismo" nella mozione congressuale che si opponeva a quello che ci sembrava, e fu, la dissoluzione del Pci, Cesare Luporini si pronunciò, e ne scrisse sul , per definirla come un "orizzonte" - cioè, com'è ovvio, un luogo irraggiungibile - e si ebbe una severa replica del giornale in nome della effettualità del termine. Per fortuna Valentino, caro compagno e amico, che si era assunto l'onere della risposta a Luporini, non si accorse in quella occasione che io avevo fatto di peggio, proponendo (e ottenendo, se non ricordo male) che si definisse il comunismo non già come una soluzione, ma come un "punto di vista sulla realtà". Un punto di vista, nutrito dalla lunga storia del pensiero critico, che individua nella costituzione economica della società una origine determinante, seppure non unica, di molti dei problemi e dei drammi con cui la realtà contemporanea si è trovata e si trova a fare i conti. E che, dunque, propone volta a volta soluzioni ispirate dal bisogno di rimuovere quelli che appaiono i motivi degli ostacoli posti alla libertà e alla uguaglianza, sapendo di essere una posizione tra le altre in una competizione democratica.

Mi sembrava questo il vero senso della parte migliore della tradizione dei comunisti italiani, quella che ne aveva fatto il maggiore partito della sinistra rendendolo utile ai lavoratori e al paese nella resistenza al fascismo, nella costruzione della democrazia italiana, nelle lotte del lavoro. Era, certo, un'esperienza già in crisi per tanti motivi, ma temevo, assieme a molti altri, che negando anche ciò che a me sembrava giusto conservare di quella tradizione, piuttosto che venirne un'innovazione ne sarebbe venuta solo una frattura insanabile in una comunità umana, certo piena di contrastanti passioni e di molti errori, ma tuttavia fertile e utile per le classi lavoratrici e per il paese. È quello che in effetti è avvenuto. Ma quella posizione appariva - ma non avrebbe voluto esserlo - come la difesa di una eccezione.

È vero, infatti, che quel nome fu usato, ovunque diventava potere, solo come marchio di assolutezza dogmatica, il marchio tipico di tutte le vicende collettive (religiose e no) che ritengono di fondarsi su verità indiscutibili. Ne vengono gli scismi (le scissioni), le reciproche scomuniche, le lotte fratricide, le guerre intestine, l'assassinio dei fratelli di ieri. Il primo tentativo di fondare una economia sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio, trasformatasi rapidamente in proprietà statale e poi in dominio burocratico, approdava al capitalismo selvaggio. La speranza di una possibile riforma di quel sistema si dimostrava perdente. Quel nome può assumere un significato diverso e opposto? È astrattamente possibile, ma non da questa discussione può nascere un'alternativa alla destra e può essere ricostruita la nuova sinistra di cui ci sarebbe bisogno.

Di un punto di vista critico, però, c'è necessità più che mai : ciò che si è dimostrato alla lunga fallimentare non è l'analisi marxiana (oggi tornata in voga). Il vecchio Marx aveva ragione scrivendo, undici anni dopo la delusione delle speranze nutrite nel '48, che un sistema economico e sociale «non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali essa offra spazio sufficiente». E aveva ragione sia nella esaltazione della potenza del capitalismo sia nel ricercarne, quali che siano stati i suoi limiti, le possibili contraddizioni interne. La fragilità o l'assenza di una capacità di analisi critica di quello che andava succedendo nella economia reale e la totale ignoranza di quel che accadeva nel mondo della finanza dopo la grande svolta conservatrice degli anni '80 e dopo la scelta del mercato unico dei capitali e delle merci ha lasciato la sinistra europea, in ogni sua parte, disarmata di fronte al sopravvenire di un fallimento economico di straordinaria proporzione. È perciò che la via di uscita dalla crisi è interamente affidata a quelli che l'hanno generata e, in più, si va estendendo il pericolo dell'avanzare di una destra estrema, già al governo di alcuni stati europei e in espansione in altri.

A me sembra che il compito urgente di oggi, cui tutti dovrebbero dare una mano, è la costruzione di una alleanza credibile e sufficientemente ampia per contrastare la destra becera e quella più signorile, anche in vista delle elezioni che in ogni caso non sono lontane. Uno dei guasti più pesanti indotti nella cultura della sinistra è la trascuratezza delle distinzioni. Non tutto è identico. Non è vero che chiunque vinca le elezioni è la stessa cosa. Certo, non deve decadere l'obiettivo della ricostruzione di una grande sinistra, ispirata dalle idee di trasformazione sociale e capace anche di proposte per il breve periodo. Ma non mi pare che sia una meta vicina. Credo che sia giusto dire - come, se non sbaglio, dice Rossana - che non si può pensare nessuna sinistra senza la consapevolezza che il conflitto di classe non è una escogitazione d'altri tempi ma un dato essenziale della realtà in atto. Il recupero di questa consapevolezza, anche a mio parere, è essenziale, ma non basta.

Credo che oggi sia più chiaro di quanto non fosse qualche anno fa che, se non si vuole costruire sulla sabbia come è già accaduto, la rinascita di una sinistra degna ha bisogno di un accordo su nuove fondamenta morali, economiche, politiche. Queste si vengono costruendo nella vita reale di tante esperienze e lotte diverse ma molto faticosamente e lentamente: anche la concordanza su singoli obiettivi - per esempio quelli referendari - non indica una comune visione d'insieme, come si vede nel mondo della rete. Ma vi sono pure sentimenti e passioni comuni, e molte riflessioni e analisi simili.

Per aiutare il coagulo di queste esperienze, per togliere ciascuna di esse dall'isolamento e dalla chiusura in se stesse, ma anche per vedere incongruenze e contraddizioni reciproche, un giornale può fare molto. Perché, se sono convinto che le nuova fondamenta nascono entro i movimenti reali, come è sempre accaduto, è anche vero che la riflessione aiuta. Il mondo è radicalmente cambiato, come tutti sappiamo. Se si desidera trasformarlo bisogna prima di tutto conoscerlo nelle sue novità, tutte da interpretare, e nelle sue permanenze, mai eguali a ciò che era prima. E non c'è avvenire se si lasciano indistinte le parole della propria speranza, se non le si analizzano una per una, o, peggio, se diventano una affabulazione confusa.

Il manifesto, che ha rispecchiato - se non ho letto male le sue pagine - una molto vasta e varia parte delle molteplici sensibilità e tendenze presenti nella sinistra che vuole essere alternativa ha molto aiutato nella costruzione di una nuova cultura, anche se non sempre sono state rese esplicite le differenze di accento tra le diverse pagine, come se non comunicassero tra di loro. Non saprei indicare un altro quotidiano più sensibile alle parole delle minoranze senza voce, alla denuncia delle vergogne dell'esclusione e della emarginazione sociale, alle culture nuove e a quelle di confine. Come lettore ho sempre avuto molto da imparare.

Forse, però, non è stato utilizzato tutto lo straordinario patrimonio di collaboratori, di militanti e di amici per informare prima di altri sui problemi che per i mutamenti indotti dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione nascevano nella vita dei più, entro le classi lavoratrici e gli strati produttivi. E, forse, sul funzionamento reale del poter finanziario ai danni della collettività o sulla degenerazione dei centri di potere, c'è stata una attenzione critica minore che in altri campi lasciando così troppo spazio al populismo o ad una indignazione poco costruttiva di una politica realmente nuova. Ma di ciò che è necessario al Manifesto per rinnovarsi i suoi artefici, da Rossana ai redattori a chiunque vi lavori, ne sanno più di ogni altro. Intanto, cerchiamo di garantire tutti insieme che la sua voce non venga soffocata.

L'articolo di Rossana Rossanda a cui si fa riferimento è uscito il 18/2. Sono seguiti gli interventi di Giorgio Ruffolo (21/2), Pierluigi Ciocca (22/2), Alberto Burgio (24/2), Mario Tronti (26/2), Luciana Castellina (28/2), Valentino Parlato (29/2), Luigi Cavallaro (1/3), Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo (2/3)

Pochissimi sono i temi trattati da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere che non siano stati discussi e analizzati minuziosamente da numerosi studiosi in ogni parte del mondo. Uno di questi è il Lorianismo, un termine coniato da Gramsci per indicare un fenomeno socioculturale che è insieme sintomo e causa della corruzione della società civile. Nella sua introduzione al Quaderno 28, dedicato al Lorianismo, Gramsci spiega che si tratta di «assenza di spirito critico sistematico, trascuratezza nello svolgimento dell´attività scientifica [... ], irresponsabilità verso la formazione della cultura nazionale». Un tema inattuale, rilevante soltanto per l´epoca fascista? Gramsci aggiunge che «ogni periodo ha il suo lorianismo più o meno compiuto e perfetto, e ogni paese ha il suo».

La figura di Gramsci ha attirato l´attenzione di parecchi loriani. Qualche anno fa un arcivescovo fece notizia dichiarando, in una conferenza tenuta in Vaticano, che Gramsci si era convertito in punto di morte grazie all´effigie di Santa Teresa. Le polemiche suscitate furono comiche e divertenti. La più recente manifestazione di lorianismo è invece sconcertante. In uno scritto prodotto per Nuova Storia Contemporanea, anticipato in sintesi su sabato scorso, Dario Biocca ha sostenuto che Gramsci fu un pentito, pronto a fare un atto di ravvedimento al cospetto del duce. La tesi di Biocca è basata sulla supposizione che – con la richiesta per la libertà condizionale che Gramsci indirizzò a Mussolini nel settembre del 1934, invocando l´articolo 176 del codice penale – il comunista sardo si sia automaticamente ravveduto. Per confermare la sua ipotesi, Biocca cita il testo del codice penale: «Il condannato a pena detentiva che, durante il tempo di esecuzione della pena, abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento, può essere ammesso alla libertà condizionale».

Questo, però, non è il testo dell´articolo 176 in vigore negli anni Trenta quando Gramsci fece la sua domanda, ma il testo di quello stesso articolo così come fu riscritto nel novembre 1962. Come spiega il professore Nerio Naldi, in una lettera diffusa tramite la listserve della IGS-Italia (International Gramsci Society), il testo dell´articolo 176 nel codice in vigore nell´anno in cui Gramsci presentava la sua domanda recitava così: «Il condannato a pena detentiva per un tempo superiore a cinque anni, il quale abbia scontato metà della pena, o almeno tre quarti se è recidivo, e abbia dato prove costanti di buona condotta, può essere ammesso alla liberazione condizionale, se il rimanente della pena non supera i cinque anni». Perciò, aggiunge Naldi, «la richiesta di liberazione condizionale presentata da Antonio Gramsci nel 1934 non implicava nessun ravvedimento (la «buona condotta» è ovviamente cosa ben diversa) e nulla che potesse essere assimilabile a una domanda di grazia. E Gramsci, per quanto si può desumere da tutti i documenti disponibili, una tale domanda non solo rifiutò sempre di presentarla, ma volle evitare ogni comportamento che potesse consentire di indurre anche il semplice sospetto che egli volesse presentarla».

Può darsi che Biocca abbia consultato qualche edizione del codice penale che non indica la revisione del articolo 176 effettuata nel 1962. In tal caso il suo travisamento dell´evidenza testuale sarebbe la conseguenza di un´incompetenza filologica piuttosto che di una lettura intenzionalmente ingannevole. Sorprende che Biocca non citi testualmente una dichiarazione che Gramsci fece nella sua lettera del 14 ottobre 1934 ad Antonio Valenti (l´immagine del documento appare di fianco al suo articolo su Repubblica): «Sono d´avviso che il beneficio che sta per essermi concesso non è da attribuirsi a cause politiche». Questa lettera e tanti altri documenti rilevanti sono stati pubblicati ed analizzati da biografi più attendibili (come Giuseppe Fiori e Paolo Spriano) e dal curatore delle lettere di Gramsci, Antonio Santucci. Studiosi seri che, a differenza di Biocca, non cercano lo scoop con ipotesi stravaganti.

Biocca vuol distruggere un mito. Gramsci, però, non è un mito ma un persona storica, la cui vita è ben documentata e i cui scritti sono facilmente accessibili in edizioni critiche curate con rigore filologico. Le fantasie di Biocca sulle vicende di Gramsci a Roma, prima del suo arresto, sono anch´esse contraddette da documenti e testimonianze ben note. Basterebbe leggere le lettere che Gramsci scrisse in quegli anni per vedere che il leader comunista rimaneva politicamente molto attivo, in contatto regolare con i suoi amici e compagni.

In conclusione, questo uso scorretto dei documenti intorno a Gramsci è da prendere sul serio solo perché è un sintomo del lorianismo attuale, e ci induce a riflettere – come ha fatto Gramsci – «sulla debolezza, anche in tempi normali, degli argini critici». Argini critici che ci è sembrato opportuno ripristinare.

(L´autore è presidente dell´International Gramsci Society e ha curato l´edizione critica dei "Quaderni dal carcere" per la Columbia University Press)

La geografia politica nel vecchio continente stabilisce un doppio legame tra colonialismo e oppressione. Un percorso di lettura a partire dal libro di Chiara Giorgi «L'Africa come carriera» L'analisi sull'amministrazione italiana in Etiopia e in Libia evidenzia come il regime fascista abbia fatto leva su un «razzismo» presente nelle élite dominanti

Da qualche tempo osserviamo un fenomeno curioso. Da un lato, il linguaggio della legalità viene utilizzato, sempre più frequentemente in Italia, come segnalatore di un anelito di mutamento politico profondo, di critica alla «partitocrazia» e alla «casta», di promozione del rispetto delle regole costituite come precondizione per l'emancipazione sociale. Questo processo simbolico, iniziato con Tangentopoli e molto fiorente nella stagione del berlusconismo, porta a trascurare paradossalmente le conquiste giuridiche del garantismo e si trasforma sovente in una legalità forcaiola e poliziesca. Tale legalismo diffuso ed ambiguo allinea inoltre l'Italia al coro di consenso per la rule of law, attraverso cui le istituzioni globali condizionano i processi politici di gran parte del mondo, dall'Africa all'Asia, all'America Latina, in piena continuità con l'epoca coloniale. Banca Mondiale, e Fondo Monetario tacciano i sistemi giuridici politici dei paesi periferici (oggi è il turno della Grecia) di corruzione e carenza di legalità, assumendosi l'«onere» (bianco) della loro civilizzazione.

Per contro, la critica all'ambiguità del legalismo e all'«industria della legalità», comincia a farsi strada nella letteratura giuridica critica, nella polemistica più acuta (e qui il volume di Alessandro Dal Lago su Roberto Saviano è citazione d'obbligo) e nella prassi politica più viva, che va organizzandosi intorno alla difesa dei beni comuni. Dalla battaglia contro la Tav in Val di Susa alle crescenti esperienze di occupazione (in particolare, ma non solo il Teatro Valle), sgorgano ricche ed innovative «prassi costituenti» articolate proprio in polemica con una legalità costituita che mostra vieppiù il proprio volto stolto, brutale (le immagini di Piazza Sintagma mentre il Parlamento trasforma il legalità costituita il neocolonialismo globale sono più efficaci di ogni disquisizione teorica) e pure incostituzionale.

Violenza del colonialismo

In Italia la contrapposizione fra legalismo e vocazione «ri-costituente» insinua un cuneo anche a sinistra, visto che i legalitari duri e puri non si trovano certo nel solo Pd. Inoltre, le roboanti velleità di partecipazione al «consesso delle nazioni civili» non sono certo tramontate con il passaggio del Viminale dall'inquietante La Russa ad un militare. Anzi, la «ripresa» di quotazione dell'Italia post-berlusconiana in un'Europa che vuole «competere» per l'egemonia globale è indice della grande ambiguità della nostra condizione. Come la Grecia siamo potenziali vittime del colonialismo interno ma allo stesso tempo il pensiero dominante vorrebbe vederci alla pari di Francia e Germania nel portare avanti il progetto neocoloniale (non passa giorno in cui non si celebri la lungimiranza di Scaroni in Libia).

È poco più che una banalità osservare che nei frangenti e nelle transizioni più ambigue la storia debba essere maestra. Fa piacere quindi che sull'esperienza coloniale italiana si cominci finalmente a riflettere anche oltre la stretta cerchia degli africanisti, confrontandoci criticamente con il mito degli «italiani brava gente» per sfatare il quale tanto si sono spesi maestri come Angelo del Boca e Gianpaolo Calchi Novati. Ad esempio, Il recente documentario Inconscio Italiano offre una carrellata di punti di vista di grande interesse (oltre allo stesso Del Boca, di particolare acutezza Ida Dominijanni e Alberto Burgio) ed apre una serie di interrogativi sul nostro passato e soprattutto sul nostro presente per rispondere ai quali il contributo della storiografia accademica più avvertita non può che essere preziosissimo. Poiché il colonialismo, al pari del legalismo, si manifesta come un aggregato di dispositivi di forza, di giuridicità e di ideologia, e poiché l'insicurezza nei confronti di colonialismi più avanzati è una cifra della nostra esperienza (oggi come allora Francia Germania, ed Inghilterra sono protagoniste dei nostri sogni/incubi), si sentiva il bisogno di una ricostruzione istituzionale della vicenda italiana in Africa capace di far tesoro degli apporti multidisciplinari della critica postcoloniale. Chiara Giorgi, L'Africa come carriera. Funzioni e funzionari del colonialismo italiano (Carocci, pp 212, euro 22) soddisfa quest'esigenza riuscendo per giunta ad esser scevra del linguaggio iniziatico che spesso ne rende ostici i contributi accademici più ricchi.

Le armi del potere

Dal punto di vista che qui affrontiamo, la critica alla legalità costituita si arricchisce così del nuovo importante libro della giovane storica dell'Università di Genova che, pur dotato di tutto il rigore della monografia scientifica, offre materiali nuovi accessibili anche a chi, senza essere storico di professione, sia interessato a costruire il pedigree dell'ideologia della legalità, interrogandola in era coloniale con un occhio al neocolonialismo che sconvolge le nostre vite e quelle di popoli a noi assai vicini. Si tratta di una lettura di grande interesse che fa fare un passo avanti alle nostre conoscenze del rapporto molto intimo fra legalità e colonialismo, in sintesi sull'uso violento di apparati di potere organizzato nei confronti di popolazioni e soggettività più deboli. Sia chiaro, la letteratura italiana sul colonialismo giuridico, ben nota a Giorgi, è tutt'altro che povera e si è arricchita immensamente per l'imponente ricerca curata qualche anno fa da Pietro Costa per i Quaderni Fiorentini per la Storia del pensiero giuridico moderno.

Fin qui la ricostruzione giuridica era dedicata agli apparati formali (se non direttamente al diritto positivo), pur descritti con tutta la consapevolezza possibile del ruolo di quei produttori di legittimità che sono i giuristi professionisti (di regola accademici). Nel libro di Giorgi, e qui sta a mio avviso il suo principale apporto di originalità, quella trama formale prende vita, perché in fondo le istituzioni sono fatte di persone reali, in carne ed ossa, con le quali intrattengono una corrispondenza biunivoca, agendo in modo comunicativo. Le storie personali dei funzionari, le loro ambizioni, le loro meschinità, i loro a volte grandi ed ingenui sogni e financo i loro amori (splendido il capitolo dedicato a Dante Odorizzi) formano le istituzioni coloniali e allo stesso tempo ne sono formate, sicché il diritto, come organizzazione del potere formale, emerge in tutta la sua natura ambigua di arma di potere (la legge del più forte) ma anche talvolta di strumento di difesa del debole.

I materiali di prima mano che Giorgi ha dissotterrato e reso accessibili tramite un certosino lavoro d'archivio sono, non a caso, in gran parte materiali giuridici come per esempio i verbali dei vari procedimenti disciplinari in cui incappavano i funzionari espatriati o le normative (regolarmente disattese come le grida manzoniane) attraverso cui si cercava di limitare l'interazione sessuale (e dunque meticciato e creolizzazione) fra i funzionari e le donne autoctone. Molti altri vizi nostrani, (spesso indagati tramite gli scambi epistolari), che dalla madrepatria contagiano la colonia, si incontrano nelle pagine dell' Africa come carriera. Il carrierismo e l'autoassoluzione, la clientela e la protezione dell' uomo forte, l'incapacità di fare i conti con il passato e la conseguente mancanza di soluzione di continuità (dal colonialismo iberale a quello fascista, fino a quello neoliberale). Colpisce il rapporto nord-sud all'interno della penisola, che colloca il colonialismo razzista delle élites dominanti nel Dna italiano fin dalla sua unificazione sabauda, che per fortuna abbiamo finito di celebrare, ma i cui atteggiamenti arroganti sperimentiamo nuovamente col governo tecnico.

Il libro di Giorgi si apre con un accurato quadro storico identitario ed ed istituzionale (Amministrazione e civilizzazione), arricchito dalla comparazione con le esperienze coloniali di riferimento (Agenti dell'impero), e fa tesoro sempre delle sue letture di critica post-coloniale nel tracciare l'inconscio e l'ideologia della vocazione coloniale; spazia fra la madre patria e le colonie (Oltremare: continuità e discontinuità) indagando le storie professionali dei protagonisti (Dalla norma alla prassi) sia i più celebri (da Conti Rossini a Pollera a Cerulli) che i più oscuri, (spesso di provenienza militare, quasi sempre di formazione giuridica) consapevole che il colonialismo può indagarsi solo in riferimento alla madrepatria ma anche assolutamente conscia del fatto che l'istituzionalizzazione coloniale tracca campi semi autonomi in cui emergono stili e saperi spesso originali.

Un passato di dolore

Il volume, che ci consegna pagine molto belle sulla fascistizzazione dell'amministrazione coloniale e sulle resistenze e i conflitti da essa aperti, si chiude con una riflessione sull'abbandono dell'impero (La perdita delle colonie e il destino degli amministratori), sul clima di grande mimetismo del dopoguerra e del «si salvi chi può» che caratterizza la furbizia individualistica di casa nostra.

Negli anni mi sono interrogato (certo non da solo!) su come fosse possibile trovare tante persone ben motivate all'opera in apparati istituzionali dll'impatto straordinariamente violento e nocivo. Chi lavora alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario, o alla Bce può essere ritenuto moralmente responsabile delle morti e delle sofferenze prodotte dalle politiche neocoloniali di questi apparati sulle popolazioni oggetto delle loro scellerate politiche neoliberali? È possibile per la persona mantenere l'umanità quando inserita in apparati istituzionali di oppressione, siano essi le strutture gerarchiche di una multinazionale, o quelle di un'amministrazione d'oltremare? Esistono collaborazionismi giustificabli dal punto di vista morale o sociale? Quali investimenti culturali ed ideologici sono necessari per persuadere l'italiano (oggi l'europeo) medio che prospettive di lavoro nell'industria bellica (un tempo in colonia) legittimano la partecipazione al progetto F35 o Eurofighter? È davvero possibile cambiare le istituzioni «dall'interno» o l'uomo è istituzione e in quanto tale le sue motivazioni e i suoi talenti individuali sono irrilevanti?

La riflessione spassionata sul nostro Dna coloniale aiuta ad affrontare questi temi e conferma l'indispensabilità dell'approccio storiografico nel tentativo di raggiungere finalmente una consapevolezza comune sul nostro passato e sul nostro destino.

Un ideale al quale la società avrebbe dovuto conformarsi o il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente? Una risposta a Rossanda, Ruffolo, Ciocca, Tronti

Non possiamo più dirci comunisti, perché è cambiato il mondo e non abbiamo sufficientemente aggiornato né gli strumenti d'analisi né le proposte: ha scritto così Rossana Rossanda, invocando «un esame di noi stessi» (il manifesto, 18 febbraio).

Giorgio Ruffolo è stato anche più drastico: tranne che in alcune società arcaiche, il «comunismo» non è mai esistito e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa «se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi» (21 febbraio).

Di certo, non era «comunista» quel sistema sociale venuto fuori attraverso mille tragedie dalla Rivoluzione d'Ottobre: anzi, secondo Pierluigi Ciocca (22 febbraio), il «merito storico» del manifesto è proprio quello di averlo capito e denunciato per tempo e con chiarezza. E men che meno aveva a che fare con il comunismo il «keynesismo postbellico» del trentennio 1945-1975, sebbene - rileva ancora Rossanda - la critica che se ne è fatta abbia lasciato spazio solo a «spinte liberiste». E dunque, cosa siamo? E soprattutto, cosa vogliamo?

Se davvero il manifesto vuol essere un giornale capace di tener insieme riformismo propositivo e utopia concreta, sono domande che non possono essere eluse. Ha ragione Mario Tronti (26 febbraio) a suggerire che, se non ci si può più dire comunisti nei tempi brevi, non lo si può più fare nemmeno nel tempo lungo. Anche perché, se le cose stessero così come sostengono Rossanda, Ruffolo e Ciocca (e innumerevoli altri con loro), si dovrebbe far fuori non solo la testatina di questo giornale, ma la stessa testata: troppo legata a Marx, e troppo legato Marx all'idea che il comunismo non fosse «un ideale» al quale la società avrebbe dovuto conformarsi, ma «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

Vale allora la pena di ricordare che la costituzione materiale dello stato borghese, ovunque vigente all'epoca in cui Marx visse e teorizzò, interdiceva ai pubblici poteri qualsiasi intromissione nell'ambito del processo produttivo: la stessa distinzione fra «politica» ed «economia» non ne era che il precipitato ideologico. Per quanto già a quei tempi gli stati si occupassero variamente della tremenda povertà in cui l'accumulazione originaria aveva gettato intere popolazioni, tuttavia essi si erano arrestati alle misure amministrative e caritative, o non ci erano nemmeno arrivati. Né ciò era da ascriversi (soltanto) a insipienza o malevolenza dei governanti: il problema era un altro, e cioè che era consustanziale alla «società politica» scaturita dalla rivoluzione borghese il non poter ammettere che ciò che non funzionava nella vita della «società civile» andasse ricercato proprio nella condizione di separatezza in cui veniva trovarsi lo stato rispetto al processo sociale di produzione, e di rintracciare piuttosto l'origine dei mali sociali in «leggi naturali» cui nessuna potenza umana poteva comandare.

Di fronte a quella situazione, già nelle sue opere giovanili Marx enuncia con chiarezza un punto dal quale non si discosterà più: la rivoluzione non può avere carattere «solo» politico, non può cioè mirare a prendere il possesso delle leve di un pubblico potere così strutturato; al contrario, dovrà sopprimere l'indifferenza della politica nei confronti delle condizioni materiali degli individui. «Imposta fortemente progressiva», «accentramento del credito nelle mani dello stato tramite una banca nazionale con capitale dello stato e monopolio esclusivo», «accentramento di tutti i mezzi di trasporto nelle mani dello stato», «aumento delle fabbriche nazionali», «miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo», «uguale obbligo di lavoro per tutti» e «istruzione pubblica e gratuita per tutti i bambini», per limitarci solo ad alcune delle celebri misure proposte nel Manifesto comunista del 1848, servono appunto a questo.

Ma è proprio questo che si è cominciato a fare da quando, con la Rivoluzione d'Ottobre prima e l'avvento del «keynesismo» in Occidente poi, i pubblici poteri hanno preso a produrre valori d'uso e ad attribuirli ai cittadini in regime di «non-rivalità» e «non-escludibilità», per dirla con le categorie concettuali della scienza delle finanze (che non a caso da allora in poi hanno subito una torsione fortissima, fino ad approdare alle moderne trattazioni di economia pubblica). È questo che si è cominciato a fare da quando i pubblici poteri - burocrazie, partiti politici e associazioni sindacali - hanno preso a concertarsi reciprocamente per giungere a scelte che non riguardavano più soltanto la gestione delle risorse proprie del settore pubblico in senso stretto, ma altresì l'andamento generale della società, che veniva così sottratto così al moto «anarchico» tipico del modo di produzione capitalistico per diventare (almeno tendenzialmente) oggetto di consapevole scelta politica - di una politica economica. Sul finire degli anni '60 lo dovette ammettere perfino sir Karl Popper: «che sia assolutamente assurdo identificare il sistema economico delle democrazie moderne con il sistema che Marx chiamò "capitalismo" risulta evidente al primo sguardo, confrontandolo con il suo programma in dieci punti per la rivoluzione comunista (...). La maggior parte di questi punti è stata messa in pratica, o completamente o in considerevole misura».

Non dovrebbe indurre in errore il fatto che uno sviluppo del genere abbia avuto forme diverse di realizzazione, talora essendo stato frutto di rivoluzioni «giacobine», per dirla con Gramsci, più spesso essendo stato effetto di «rivoluzioni passive», cioè di trasformazioni delle strutture economiche analoghe a quelle che, dopo il Congresso di Vienna (1815) e la Restaurazione, corsero per tutta Europa, ammodernandone le strutture economiche e sociali. Bisognerebbe piuttosto riconoscere che l'auspicio di un sistema economico in cui il denaro cessasse di essere (unicamente) la forma di esistenza del capitale e in cui l'attribuzione di certi beni e servizi venisse resa indipendente dai vincoli dell'appartenenza di classe si è ampiamente inverato nelle nostre società grazie all'azione dei pubblici poteri, che hanno affrancato un'ampia (e talvolta amplissima) categoria di valori d'uso dalla forma di merce e dunque dai vincoli della riproduzione capitalistica, cioè della valorizzazione del denaro stesso. Ed è indubbio che i comunisti (e i socialisti) siano stati parte integrante, ancorché non unica, di questo processo: basta rileggere Ceto medio e Emilia rossa di Togliatti (1946) per scorgervi la lungimirante anticipazione di ciò che l'Italia sarebbe diventata di lì a qualche decennio, soprattutto nelle sue regioni più avanzate dal punto di vista della consapevolezza politica e della vita civile - le «regioni rosse», et pour cause.

In questo senso, è assolutamente vero che, storicamente e teoricamente, il comunismo ha implicato la soppressione della proprietà privata (dei mezzi di produzione) e, per conseguenza, la pianificazione statale. Hanno però torto quanti sostengono che ciò meni di necessità al partito unico e al totalitarismo: l'esperienza occidentale insegna proprio il contrario, cioè che il «collettivismo egualitario» imposto dalla pianificazione statale può concernere amplissimi settori della vita sociale (sanità, previdenza, istruzione, trasporti, edilizia, perfino il credito) senza degenerare in partiti unici o totalitarismi o inefficienze - esemplare il caso delle socialdemocrazie scandinave.

Se si guardasse agli scritti di Marx con maggiore consapevolezza della «grande trasformazione» che il mondo in cui viviamo ha subito da novant'anni a questa parte, ci si potrebbe utilmente chiedere, piuttosto, come mai la «soppressione dello stato politico», cioè del carattere separato dei pubblici poteri, si sia storicamente accompagnata all'esistenza «viva e vitale» della politica, per dirla con le parole della Questione ebraica (1843). E proprio in quest'opera marxiana si potrebbero trovare delle penetranti risposte - filosofiche, certo, ma anche la filosofia parla della realtà, a saperci guardar dentro.

Il punto, però, qui è politico e non puramente storico-teorico. Il fatto che tramite l'azione dei pubblici poteri siamo riusciti ad affrancare la produzione di taluni beni e servizi dalla forma di merce non significa infatti in alcun modo che «c'è stata una storia e adesso non ce n'è più»: al contrario, la crisi che attraversano i nostri sistemi socioeconomici fin dagli anni '70, e specularmente quei bisogni sociali sottesi agli slogan sui «beni comuni» o sulla «riconversione ecologica dell'economia», evidenziano che quella statuale non sarà certamente l'ultima forma di «produzione socializzata». Ma di qui a negare che il comunismo sia stato e sia «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» ne corre, a meno di dimenticare che per «comunismo» Marx intendeva semplicemente (ma non banalmente) un sistema sociale in cui gli esseri umani riuscissero a portare le condizioni della propria riproduzione sotto il proprio controllo, invece di essere dominati dal proprio movimento sociale come da una forza cieca.

Per tutto questo, io credo, potremmo e dovremmo continuare a dirci «comunisti»: beninteso, senza dimenticare di provare a immaginare una politica economica altra da quelle dominanti e di scriverne su un giornale (per dirla ancora con Tronti) «di popolo e di cultura». Dubito che riuscirò a convincere qualcuno dei miei illustri interlocutori o la stessa redazione di questo mio amatissimo «quotidiano comunista». Ma alla fine questo è un articolo di giornale, e servirà almeno ad incartare il pesce.

Si può morire per una partita persa, sì. Il partito preso contro la partita persa. È una storia antichissima. Ascoltare Brecht, pensare a noi. Ieri sera a poche centinaia di chilometri dalla Val di Susa è andata in scena a Milano la "Santa Giovanna dei Macelli" diretta da Ronconi.

Coi No-Tav nelle valli a darsi il turno sulla trincea di un pericolosissimo confronto con l´esercito in forze, un confronto dove faccia a faccia, casco a passamontagna, occhi negli occhi basta niente – una frase, un gesto, un insulto, una stupida provocazione – a far partire le mani, e le armi, e la tragedia, ecco proprio nelle stesse ore sul palco del Piccolo Teatro risuonavano le medesime parole che leggiamo sui giornali ogni giorno. E cosa fare, adesso? Quale soluzione se fin dal principio il dialogo fra i due opposti schieramenti – la popolazione, l´istituzione – è stato negato?

Un testo scritto nel 1929, i giornali di oggi. Giovanna Dark, la versione novecentesca di Giovanna d´Arco, muore per una causa persa, impossibile da far valere contro le ragioni del "partito preso". Diceva ieri Luca Ronconi con i suoi ottant´anni, la sua ferocia visionaria, il suo genio odiatissimo e adorato – che «sì questo di Brecht è un testo didascalico e forse non bello, letterariamente, un testo ideologico e di lessico forse datato ma invece così adatto a descrivere il presente»: anche un presente dove il comunismo e il capitale sono parole in disarmo, passate in disuso col declino del secolo che le ha viste fiorire. E però «guardatevi attorno, guardiamoci attorno», dice Ronconi: la discussione e poi la battaglia su una galleria non sono forse oggi l´epicentro del più aspro scontro ideologico da quando si è decretata la fine delle ideologie? Non sono forse ancora quelli, ci domanda il regista, «i termini della guerra in corso»? Le ragioni del popolo e quelle di chi governa l´economia. La salute contro gli interessi, la tutela dell´ambiente contro le ragioni di Stato, degli Stati. La promessa di un lavoro in cambio della resa. Ci vuole un martire, sempre, per l´epica. Un uomo, una donna simbolo. La Val di Susa ora ha eletto il suo, caduto da un traliccio dove era salito a gridare.

A teatro Giovanna Dark, una magnifica Maria Paiato, non muore sul rogo ma di stenti. È l´eroina degli ultimi, degli operai della fabbrica di carne che chiude – c´è la crisi, siamo nel ´29 – e chiude perché nessuno ha più i soldi per comprare quella carne. Ma se gli operai non avranno lavoro né dunque denaro chi mai potrà più comprare le merci? L´operaio di Ronconi, il volto ottocentesco di Gianluigi Fogacci replicato in centinaia di cloni sugli schermi, le sue parole sui diritti, sulla giustizia, sulla libertà degli uomini che non hanno voce in cosa sono diverse da quelle di chi combatte oggi contro il partito preso delle grandi opere, sempre dispensatrici di denari a chi ne dispone già in quantità, sempre terreno fertile di corruzione, di delitto, di ingiustizia? E la vedova dell´uomo caduto nel tritacarne e diventato egli stesso carne in scatola, la signora Luckerniddle (Francesca Ciocchetti, in scena) può forse essere rimproverata di rinunciare a denunciare la fabbrica in cambio di venti pasti caldi?

A noi che non abbiamo risposte ma solo domande, oggi, su come uscire dalla polveriera disinnescando le micce, Brecht e Ronconi dicono questo: tutti sono un poco corrotti o corruttibili, tutti hanno le loro ragioni, tutti si tengono. Dei giusti, degli eroi si narra l´ingenuità, e sempre infine la cattiva sorte. Dei padroni l´impossibilità – l´incapacità – di rompere un sistema del quale non sono infine che ingranaggi. Il padrone della fabbrica di carne, il signor Mauler, con la voce e coi potenti gesti di Paolo Pierobon, sul finire dello spettacolo dice così: «È solo con misure estreme che potranno parere dure perché colpiamo qualcuno, o anche molti, a farla breve i più o quasi tutti, solo così potrà salvarsi questo sistema di libero scambio che esiste qui tra noi». Ci si può salvare solo con misure estreme, una frase attuale.

Questo "sistema di libero scambio" che esiste qui tra noi, però, non è un buon sistema. È un sistema che ignora le ragioni di milioni di uomini e ne provoca la miseria, la disperazione. «Non c´è qualcuno che organizzi qualcosa?», chiede Giovanna Dark? «Sì, i comunisti», le risponde l´operaio. «Ma non è quella gente che inciti a commettere delitti?». I disoccupati della fabbrica, stesi a terra senza forze, non possono neanche sorridere di scherno. Chi commette il delitto, in questa storia? Contro chi? «Bisogna fare attenzione, perché potrebbe anche esplodere una rivoluzione», recitano gli attori di Ronconi. Basta che Giovanna muoia perché l´esercito delle partite perse si ribelli a quello del partito preso, e per le lacrime sarà troppo tardi. Basta una scintilla sotto le ceneri a incendiare il cantiere. Mai parole, in platea, suscitarono tanta impressione.

Il comunismo è un obiettivo di lungo periodo che richiede lavoro, organizzazione e cultura

Cara Rossana, dopo gli impegnati e utili interventi di Giorgio Ruffolo, Pierluigi Ciocca, Albergo Burgio, Mario Tronti e Luciana Castellina vorrei dire qualcosa anche io. Mi sembra d'obbligo. Il tuo scritto «Un esame di noi stessi», pubblicato il 18 febbraio, impone una seria riflessione sul nostro giornale, che da più di quarant'anni continua a definirsi «quotidiano comunista» e, ovviamente su di me e tutti quanti lavoriamo qui, se non da quarant'anni, da un bel po' di tempo, e che ora siamo piuttosto nei guai e anche con la Cassa integrazione.

Pensando al giornale tu scrivi «la crisi della sinistra non è diversa dalla nostra», e questo mi convince: siamo a qualcosa di più della crisi di un quotidiano nato nel 1971 in un contesto politico e sociale, e direi anche culturale, del tutto diverso da quello attuale. Allora ci scontravamo con il Pci ed era una fase di crescita della lotta operaia. In tutti i modi questa tua affermazione un po' mi conforta: se il giornale va male non è solo colpa nostra (anche se rimane forte e deve crescere la nostra responsabilità).

Insomma si tratta di una crisi assai profonda e tu scrivi ancora «non è facile essere comunisti oggi; a più di trent'anni dal 1989. E, appunto sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemo nel dirci comunisti ancora, o perché non lo si possa dire più». E ancora, si chiede e ci chiede «possiamo davanti a questo mutamento di scena conservare gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971?». Cruciale mi pare l'interrogativo sugli strumenti di analisi. Insomma il capitalismo è sempre capitalismo, ma è cresciuto e anche cambiato: globalizzazione, finanziarizzazione sono due novità forti e complesse, specialmente la finanza che è diventata parecchio più complessa che ai tempi del buon Hilferding delle nostre letture giovanili. I cambiamenti sono profondi e complicati e anche in questo giornale occorre studiare e studiare: quel che scriviamo dovrà essere almeno contemporaneo.

Ma mi pare utile una considerazione sul presente. Le crisi capitalistiche hanno innanzitutto colpito, e duramente, il movimento operaio e la democrazia. Ricordo solo gli sbocchi di destra che ebbe in Europa la grande crisi del 1929. Il capitalismo in crisi diventa feroce. «L'autunno del capitalismo» è quasi sempre il duro inverno del proletariato. L'unico esempio, a mia memoria, di uscita a sinistra da una crisi è stato quello della Rivoluzione d'ottobre; ma in tutt'altro contesto; sconfitta militare e anche lotta armata.

Siamo in una situazione assai brutta, ma, come tu scrivi, la storia non è finita e c'è più di una ragione per continuare a dirsi comunisti e, aggiungerei con più ragioni che ai tempi di Marx. Vale qui ricordare che quando il capitalismo va in crisi, per sopravvivere chiede l'intervento pubblico, statale, che nega le sue ragioni di fondo e apre, non dico prospettive, ma lampeggiamenti, di gestione pubblica dell'economia. Dopo la crisi del '29 e sotto il fascismo, in Italia nacque l'Iri, che era una negazione dell'economia privatistica e la direzione dell'Iri non fu affidata a un fascista.

È in questo contesto che rinascono e crescono le ragioni del comunismo, che, forse, probabilmente, saranno ancora sconfitte, ma saranno nuove testimonianze dell'irrinunciabilità del comunismo. La realizzazione del comunismo non è cosa facile, né realizzabile in tempi brevi. Anche la presa del potere (l'Urss insegna) non bastò a realizzare il comunismo. Pensiamo solo per quanti secoli è durata la schiavitù e come ancora permangono forme di schiavitù civilizzata. E pensiamo a quanti secoli ci sono voluti per la nascita del capitalismo. Il comunismo è un obiettivo di lungo periodo, è una trasformazione storica epocale, che si realizza anche attraverso l'acculturamento degli umani.

E, proprio perché non vedo e non ho mai visto il comunismo dietro l'angolo, penso che sia giusto sentirsi comunisti. Il che non deve portare a ridurre il dichiararsi comunista alle solitudini idealistiche, ma deve comportare lavoro, organizzazione, contributo alla formazione di una forza politica che abbia sulle proprie bandiere il comunismo. E così dovrebbe essere anche per un giornale. E, soprattutto per il nostro giornale, il manifesto.

Certamente la sua attuale crisi va in parallelo con la crisi della sinistra, ma che cosa scriviamo noi su questa crisi e su come fronteggiarla, su come dare avvio alla costruzione di una sinistra forte e unita? Attualmente il nostro giornale è fatto giorno per giorno (sarebbe utile una riunione settimanale di programmazione), coglie i fatti, ne dà il significato, ma manca di un programma di medio periodo, non apre campagne sulle quali muovere e orientare l'opinione pubblica, tentare di costruire la nuova sinistra. C'è la crisi, ne denunciamo i danni, ma non analizziamo a fondo, non ci sforziamo di individuare i punti di rottura sui quali unire e accrescere un'opinione, e quindi anche una forza di opposizione. Non basta denunciare i danni, senza cercare di individuare anche i terreni sui quali si possa formare la nuova sinistra. Anche la crisi - che certamente colpisce e indebolisce i lavoratori - tuttavia crea punti di rottura nel fronte avverso, sui quali si può formare una nuova forza. Insomma un «quotidiano comunista» deve anche lavorare e far emergere la nuova sinistra. E, a tal fine, può essere utile dare più attenzione e rilievo alla crisi di quelle forze (direi debolezze) che si dicono ancora di sinistra, ma anche loro in seria crisi.

Certo, ora si tratta soprattutto di sopravvivere, ma questa sopravvivenza esige, per realizzarsi, una forte riaffermazione della funzione politica e culturale di questo manifesto, che non è solo nostro.

All'articolo di Rossana Rossanda cui si fa riferimento nel testo sono seguiti gli interventi di Giorgio Ruffolo (21/2), Pierluigi Ciocca (22/2), Alberto Burgio (24/2), Mario Tronti (26/2) e Luciana Castellina (28/2)

L´ex-premier è imputato a Milano quale corruttore in atti giudiziari: una parte congeniale, visti i precedenti, stavolta tintinnano 600mila dollari all´avvocato londinese David Mills, esperto in labirinti fiscali nonché servizievole testimone. Lo racconta il predetto, confesso in Inghilterra e Italia, sicché alla difesa resta solo l'arma del perditempo, tanto da estinguere i reati. Monsieur B. aveva ricusato l'intero collegio: è la nona volta e soccombe ancora, impassibile. Le sue guerre forensi sono materia da stomaco forte, dove onore, verità, belle figure dialettiche contano poco. Se l´asserito reato esista e sia ancora punibile, doveva dirlo il Tribunale.L'ha detto: esiste e nei suoi calcoli risulta estinto dal tempo; era punto controverso. In lingua meno tecnica, l´impenitente corruttore schiva la pena e gli resta il marchio: fosse dubbio il fatto, sarebbe assolto; non se ne vanti, quindi. Avere schernito Dike con i versi della scimmia è titolo da compagnia equivoca: infatti vi gode un meritato culto, patrono con aureola; Kronos mangia i delitti.
L'analisi comincia dalla persona.

Esistono italiani intolleranti della serietà: preferiscono Crispi a Cavour; detestano Giolitti; liquidano De Gasperi; amano i buffoni, specie quando emergano aspetti sinistri. Mussolini li incanta con le smorfie al balcone e sotto la divisa da primo maresciallo dell´Impero: vola, nuota, balla, scia, miete, batte il passo romano, farnetica glorie militari; dopo vent´anni resterebbe a vita nella sala del mappamondo se non muovesse guerra a tre imperi. Berlusco Magnus è catafratto nella sicumera degl´ignoranti: sguaiato megalomane, ha fantasia fraudolenta, menzogna estrosa, occhio sicuro nel distinguere i lati peggiori dell´animale umano; vìola allegramente ogni limite.

Le sue gesta stanno in quattro verbi: corrompe, falsifica, froda, plagia (mediante ipnosi televisiva, allevandosi una massa adoperabile); cervelli e midolla sono materia plastica. Due mosse strategiche dicono cos´abbia in mente: appena salito al potere, homo novus, propone guardasigilli l´avvocato che gli combinava ricchi affari loschi (il capolavoro è la baratteria con cui s´impadronisce della Mondadori comprando una sentenza); e degrada a bagatella il falso in bilancio, importantissimo nella diagnostica penale. In due legislature, padrone delle Camere, attua quel che sarebbe appena immaginabile in monarchie piratesche: governo personale, quasi lo Stato fosse roba sua; brulicano voraci faune; i convitati spolpano l´Italia.

L´effetto non tarda. Fanno testo i numeri forniti dalla Corte dei conti: 60 miliardi l´anno nel giro d´affari corrotti; e un´evasione fiscale calcolabile in 100-120 miliardi; invano il Consiglio d´Europa raccomanda misure contro la tenia economica (verme nient´affatto solitario, visto come gavazzano P3, P4 et ceterae); il governo non batte ciglio. Metà dell´intera patologia europea fiorisce qui. Dove porti la politica del laissez manger, è presto detto: traslocando nel novembre 2011, sotto l´assalto dei mercati, l´Olonese lascia un debito pubblico pari a 1.905.012 (miliardi d´euro) ossia il decuplo dell´annua emorragia malaffaristica; aveva governato otto anni e mezzo, «uomo del fare». I conti tornano.


Estinzione del reato, dunque, e se l´è sudata: incasserebbe i quattro anni inflitti a Mr Mills da Tribunale e Corte d´appello se le Camere affollate da uomini e donne del sì non votassero un malfamato lodo che vieta i giudizi penali nei suoi confronti, quia nominatur leo, strapotente capo del governo; quando va in fumo, dichiarato invalido, gli servono un privilegio dell´impedimento d´ufficio a comparire nell´aula. Così passano settimane, mesi, anni. Era latta anche questo scudo: finalmente compare ma nominor leo, quindi concede al massimo un giorno alla settimana e il dibattimento, illo tempore sospeso, deve ripartire davanti a un collegio diverso; il tutto basta appena, essendosi Sua Maestà accorciati i termini della prescrizione, con relativa amnistia occulta. Caso mai non bastasse, aveva pronte due leggi da manicomio: l´imputato ricco allunga finché vuole i dibattimenti arruolando testimoni a migliaia, e sul processo pende una mannaia; scaduto il termine, gli affari penali svaniscono.

Sembrano incubi d´un cattivo sonno. No, è vergognosa storia recente. Come Dio vuole, sabato 12 novembre 2011 esce dal Palazzo avendo condotto l´Italia a due dita dalla bancarotta, ma non pensiamolo depresso: cova revanche; arrotano i denti dignitari, sgherri, domestici d´ambo i sessi, infuriati dalla prospettiva d´una ricaduta nel nulla. Mercoledì 22 febbraio nelle tre ore del colloquio col successore tocca argomenti caldi quali Rai e giustizia: le cosiddette «carriere separate» ossia un pubblico ministero governativo, che dorma o azzanni, secondo gli ordini; non dimentichiamo chi voleva installare in via Arenula. Gli spiriti animali restano integri. Lo confermava l´energico sostegno al piano delle Olimpiadi, come se opere colossali, talora finte, non avessero divorato abbastanza denaro; particolare pittoresco, sedeva a banchetto qualche gentiluomo del papa.

La Corte dei conti (16 febbraio) chiede due misure dal senso chiaro: riconfigurare comme il faut il falso in bilancio; e un regime equo della prescrizione, l´attuale essendo criminofilo.
Ogni tanto lamenta d´avere speso somme enormi in parcelle. Parliamone: ai bei tempi penalisti d´alta classe giostravano nel merito delle cause, fatto e diritto, sdegnando i cavilli procedurali; dura il ricordo d´avvocati giuristi quali Arturo Carlo Jemolo o Alfredo De Marsico, morti quasi poveri dopo una lunga vita in cattedra e sui banchi giudiziari. Erano sapienti ma disadatti al mestiere, commentano eroi del Brave New World, scambiando sogghigni porcini. L´immagine viene da Orwell, nella cui molto istruttiva Fattoria degli animali comandano maiali umanoidi dal freddo aplomb manageriale: una specie importante; chiamiamola verres erectus. Siamo salvi dal default. Deo gratias. Rimane una questione grave: quanto mordano nel codice genetico gli ultimi vent´anni; anzi, trenta, se v´includiamo l´antipedagogia televisiva.

Rossana Rossanda, da lontano, ripetutamente, ci suggerisce, ci sprona, qualche volta ci sferza. È una fortuna, per tutti noi, avere una tale voce libera, oltretutto cara, di stimolo e di confronto. A volte, come nell'ultimo, «il manifesto» del 18 febbraio, «Un esame di noi stessi», viene avanti un discorso puro e semplice di verità. L'esame di se stessi, il tentativo di raggiungere un'autoconsapevolezza delle proprie ragioni di vita, è una dimensione alta dell'essere umano, purtroppo ancora privilegiata, a disposizione dei pochi che possono permettersela. Dimensione eterna. La modernità l'ha poi declinata e assai complicata nella forma dell'agostiniano inquietum cor nostrum, o nello scetticismo libertino alla Montaigne. E tra Otto e Novecento è andato a cercarla negli abissi insondabili dell'inconscio. Comunque, è indubbio che il fermarsi un momento per chiedersi: a questo punto, chi sono, o che cosa sono diventato, è un buon esercizio di intelligenza di sé e del mondo. Ancora più necessario, e forse più difficile, quando si tratta di dire: chi siamo e che cosa siamo diventati.

Ma la smetto subito con queste supponenti considerazioni e passo a vie di fatto. Mi pare che Rossana Rossanda abbia fatto un discorso di questo tipo: ha preso le difficoltà recenti e crescenti del giornale per leggerle come metafora delle difficoltà recenti e crescenti, non di quella sinistra come parola ormai «assai vaga», ma di quella precisa sinistra che ha insistito fin qui a chiamarsi comunista. Ho colto nella voce di Valentino Parlato, quando mi invitava ad intervenire sulla questione, una preoccupazione, che è, penso, di molti compagni e compagne. Che comunisti non ci si possa dire più nei tempi brevi, porta come conseguenza, come ne ha rapidamente dedotto Giorgio Ruffolo, che non ci si possa più dire tali anche nel tempo lungo, quando, come si sa, saremo tutti morti? È un bel problema. Non si risolve qui. Non si risolverà negli anni immediatamente a venire. Lasciamo alle generazioni del XXI secolo la questione aperta. Sui nomi di senso, di significato simbolico, io applico quella categoria somma della politica moderna, che è la Prudenza. Non abbandono un nome finché non ne ho trovato un altro al suo livello di espressività, mutate tutte le circostanze. Non dimentichiamo che la nostra parte sta scontando il purgatorio di aver opposto alla «distruzione creatrice» del capitalismo la decostruzione dissolutrice del socialismo.

Una volta si diceva che per raggiungere un certo obiettivo, ci voleva «ben altro». Oggi si dice che bisogna andare «ben oltre». Dietro le voci soliste che cantano la canzone dell'andare oltre la sinistra, c'è il coro numeroso e chiassoso che ripete il ritornello: non c'è più né destra né sinistra. Nella loro lingua, non c'è vuol dire che non ci deve più essere. Lì abbasso il volume e smetto di ascoltare. C'è, pronto all'uso, un altro nome per definire e per far vedere quel campo di forze che sta di fronte all'interesse capitalistico in modo autonomo, centrato sul mondo del lavoro e con intorno tutte quelle figure, e quelle domande, e quelle questioni, e quelle dimensioni, che solo in riferimento ad esso acquistano senso e soprattutto prendono forza, come soggettività alternativa? Linke, Gauche, Left, Izquierda: fosse per me, direi di questo soggetto, politico, solo Sinistra, con un rosso di bandiera e nessun altro simbolo. Tutti capirebbero, senza bisogno di pubblicitari della comunicazione. E comunque non è dal nome e dalla bandiera che bisogna ripartire. Prima ancora del famoso «che fare», c'è oggi di fronte a noi un inedito «chi essere».

Due obiezioni, di fondo. Una. Quelli che si dicono sinistra, oggi, nella parte maggioritaria, danno un'immagine, appunto, molto più vaga, non riconoscibile nel senso forte detto sopra. Risposta: ma allora non si tratta di cambiare il nome, si tratta di cambiare l'immagine di chi lo porta, ceto politico, programma, azioni, intenzioni. Due. Quella rossa Sinistra potrebbe mai essere partito a vocazione maggioritaria? Risposta: e perché, no? Basta, anche qui, non ascoltare la cantilena: vecchia, residuale, la testa rivolta all'indietro, novecentesca, che poi è sempre il massimo dell'insulto, e tutto il fuoco di sbarramento dell'egemonia dominante.

Se c'è, qui e ora, nella contingenza e nell'epoca, un bisogno storico è il bisogno di Sinistra. La crisi, generale, di questa forma di capitalismo lo ripropone in grande. E questa crisi lo ripropone sulla spinta del fallimento di tutto intero un ciclo che si è approssimativamente definito di globalizzazione neoliberista, ma che è stato in realtà nient'altro che un'età di restaurazione per un comando assoluto del capitale-mondo su tutti i mondi della vita, che nei trent'anni gloriosi avevano preso parola di autonomia, di rivendicazione, di conflitto, e di speranza non per l'innovazione ma per la trasformazione. Il fallimento sta nel risultato di società sempre più insopportabilmente divise tra l'alto e il basso, tra privilegi e povertà, tra mito del benessere e disagio dell'esistenza. Non passa quasi giorno che istituti vari di rilevazione non ci informino sul divario crescente tra redditi di lavoro e profitti di capitale. E allora? È una legge di natura o è un difetto di società?

Che cos'è Sinistra se non, su questo, alzare la voce e chiamare alla lotta? Abbiamo di fronte un anno, due anni, decisivi. Qualcosa può accadere nel direttivo di testa dell'Europa. Il signor Sarkozy e la signora Merkel potrebbero non essere più al loro posto di comando. E il famoso dopo Monti sarebbe bello e risolto. L'ambiguo Obama troverebbe alleati più sicuri. Un fronte di resistenza al super potere che la gabbia d'acciaio delle compatibilità finanziarie impone ai movimenti della politica, potrebbe assicurare più agevoli percorsi di governo. Perché questo è il vero problema. Non tanto portare al governo le sinistre, ma rendere praticamente, cioè appunto, politicamente, possibile un governo della Sinistra. In questo contesto, la discussione se dirci o meno ancora comunisti, non mi sembra proprio la cosa più urgente. Figuriamoci! Oggi spaventa perfino la parola socialdemocratico, che non ha mai spaventato nessuno, nemmeno i capitalisti, che hanno benissimo convissuto con quelle esperienze di governo, e che pure, in tempi recenti, hanno spinto le terze vie a dirsi liberaldemocratiche. Oggi l'unico spettro che si aggira per l'Europa è il rischio di default dei loro conti in rosso, derivati, è il caso di dirlo, da un'improvvida gestione dei loro interessi. È qui, in questo anello debole, che bisognerebbe andare a colpirli, se ci fosse in campo una forza anche per poco con memoria, orgogliosa, di quello che è stato il movimento operaio. Ricostruire questa forza, è il programma massimo che ci sta di fronte. La cosa semplice, difficile da farsi, più o meno come il comunismo, nelle disperate condizioni attuali. Abbiamo letto gli atti di un incontro, in quel di Londra, sull'idea di comunismo: ecco, lì, pensatori che parlano oscuro, non sapendo che fare in politica l'hanno buttata in filosofia, ricominciando da Platone. Il comunismo che riconosco è quello: Manifest der kommunistischen Partei, 1848. Lì comincia una storia. La fine della storia, per quanto mi riguarda, coinciderà con la fine di un'esistenza. Nel frattempo - viviamo politicamente nel frattempo - c'è da combattere e possibilmente sconfiggere un avversario di classe. Quando vedo incedere la figura del professor Monti, non ho dubbi. Poi, posso anche stringere con lui un compromesso, provvisorio. Ma dalla parte opposta: la parte del torto, come recitava un bello slogan di quest'altro manifesto, in quanto parte di una sacrosanta ragione.

Il problema è di far vivere il giornale, non quello di cambiare la ragione della sua vita. La ricostruzione di una forza politica, di un soggetto unitario, per una Sinistra modernamente popolare, armata di idee e riconosciuta dalle persone, richiederà anche un giornale unico, di popolo e di cultura. può giocare qui la sua di storia: che è quella delle origini, ma anche quella che in questi decenni ha visto generazioni di lettori in diretto colloquio con generazioni di collaboratori, con diverse idee e sensibilità e culture, però, appunto, viste da una parte. È stato il laboratorio di quello che adesso può esserci. Non è per domani, forse è per dopodomani. Ma per il dopodomani deve lavorarci da oggi. E' un filo, che non va spezzato, va ricongiunto al prossimo punto d'attacco.

L'articolo di Rossana Rossanda a cui fa riferimento Mario Tronti è uscito il 18/2. Sono seguiti gli interventi di Giorgio Ruffolo (21/2), Pierluigi Ciocca (22/2) e Alberto Burgio (24/2)

A guardare bene c’è addirittura uno stereotipo consolidato, che attraversa l’immaginario e la fiction da parecchi decenni: il ragazzino di campagna in fondo buono, anche se magari monello; quello di città malevolo e vizioso, o quando va proprio bene almeno viziato e malaticcio. Ognuno se li immagini come vuole, questi antenati o protagonisti della devianza urbana simil-punk, ma di solito è difficile sfuggire all’automatismo. Cosa del resto abbastanza ovvia se consideriamo la contrapposizione città campagna nei classici termini del pensiero tradizionale, dimenticandoci ahimè in un colpo solo tante letture dei testi utopici, o il fulminante marchio delle Tre Calamite di Ebenezer Howard.

Ai limiti dell’involontaria comicità il sussiegoso bestseller Triumph of the City dell’economista Edward Glaeser, quando alla fine di un lungo peana sull’eccellenza del modello ad alta densità dei grattacieli (Manhattan ‘900 o Shanghai, per intenderci), diceva che certo, quando si tratta di tirar su famiglia e figli in età scolare, un po’ di suburban flight non può fare che bene … Il brillante professorino di Harvard, però, forse col suo stipendio e le lucrose consulenze può permettersi anche qualche contraddizione in più, rispetto alla media dei contadini inurbati di qualche megalopoli terzomondiale, o semplicemente dei ceti operai e impiegatizi che abitano le città occidentali. Loro, anche coi figli piccoli, al massimo possono cercare di allevarli nel massimo della salute e del benessere possibili nella cosiddetta giungla d’asfalto. O meglio, cercare di trasformarla: un po’ meno asfalto, e un po’ meno giungla.

La questione urbana come questione infantile-adolescenziale? Come no! Niente di strano, e ben oltre il pur benemerito dibattito che ogni tanto si leva dagli specialisti di varie discipline su una ipotetica “città dei bambini”. Le famose statistiche sullo storico scavalcamento del 50% di popolazione urbana globale, anche solo disaggregate per fasce di età ci raccontano (pare ovvio, ma non ci si pensa mai) una gigantesca quota di giovani e giovanissimi, dunque la città dei bambini possiamo considerarla in fondo la città e basta. Arriva quindi molto a proposito l’ultimo rapporto UNICEF Children in an Urban World che verrà presentato ufficialmente (ivi compresa la versione italiana Figli delle Città) a fine febbraio. A sottolineare che gli aggregati urbani non sono soprattutto poli di sviluppo economico, ma rappresentano il nostro mondo in tutti gli aspetti (anche quando non si suda a produrre ricchezza insomma), e che le decisioni di piano e programma devono essere più che mai orientate alla produzione di spazi e servizi pubblici che almeno provino a mettere sul medesimo piano i figli di famiglie ricche e quelli di famiglie un po’ meno ricche.

L’infanzia nello slum, ad esempio, è proprio il percorso caratteristico che attraverso tutta la narrativa ottocentesca ha cristallizzato il personaggio del giovane deviante. Per forza, viene da dire: se l’adulto immigrato da altri luoghi nel quartiere degradato e informale ha in qualche modo sviluppato degli anticorpi rispetto alle influenze nefaste dell’ambiente, il bambino ne è totalmente privo. Si aggiunga all’equazione ciò che nell’ambiente urbano rappresenta di solito un vero e proprio asset vincente: la straordinaria opportunità di relazioni quotidiane. E la frittata è fatta. Violenza, malattie, sopraffazione, ignoranza, competitività accentuata, assenza di regole diverse da quelle del più forte o del più elastico. Sono questi i riferimenti che rischia di avere in esclusiva chi cresce sostanzialmente recluso entro l’orizzonte dello slum.

E senza farla troppo lunga su questioni specifiche abbastanza note e/o intuibili, dalle strutture sanitarie a quelle scolastiche, al verde, alla casa ecc., appare chiaro come quello delle fasce di età più giovani sia un punto di riferimento essenziale e centrale (ad esempio, il ruolo chiave dell’informazione e innovazione) per qualunque politica urbana. Come aveva intuito un secolo fa Charles Wacker, segretario della Commissione per il Piano di Chicago (quello di Daniel Burnham che “rimescolava il sangue nelle vene”) sono i ragazzi il futuro della città. A quell’epoca si pensava solo ai figli della borghesia, della middle class, e soltanto in seconda battuta ai ceti operai e al sottoproletariato. Nel terzo millennio, di fronte alle varie crisi globali che ormai si legano l’una all’altra, intrecciando economia, ambiente, sviluppo, urbanizzazione, non solo il nuovo patto generazionale deve estendersi anche agli ex reietti, diventati maggioranza di diritto, ma farne il fuoco dell’azione, partenza e arrivo di qualunque strategia. Mica per spirito caritatevole: pura (ma intelligente) sopravvivenza.

Aspettando la pubblicazione in tutto il mondo e anche in italiano di Figli delle Città (la presenta ufficialmente fra qualche giorno a Roma il presidente del Senato Schifani), per ora scaricabile direttamente da qui la sintesi in inglese di una decina di pagine.

La costituzionalizzazione del bilancio statale. Un "ottavo pilastro" che rafforza il meccanismo sistemico del dominio. Discutendo con Alberto Asor Rosa

Il lungo articolo ("I sette pilastri della saggezza" il manifesto 19/1), di Alberto Asor Rosa ha, tra i molti pregi, anche e soprattutto quello di riportare il discorso sulla fase politica in corso ai suoi fondamenti ed ai suoi lineamenti di lungo periodo. Un approccio certamente non estraneo alla tradizione di questo giornale, ma del tutto in controtendenza rispetto alla spuma di superficie che agita la pubblicistica quotidiana (e non solo), ben compresa quella che solitamente viene definita come "autorevole". Pensare la contingenza politica è, quindi, di per sé, già un atto di resistenza.

Per quel niente che può contare, mi trovo ad essere d'accordo, nella sostanza, con l'analisi della contingenza fatta da Asor Rosa. Vorrei, però, ragionare su alcuni aspetti che derivano da quei lineamenti e che, a mio parere, rendono i dati di realtà già oggetto di analisi, ancora più preoccupanti e pericolosi di quanto, e non è certo poco, è pur messo in evidenza da quell'articolo.

1) Ovviamente Asor Rosa non si fa alcuna illusione sul carattere "tecnico" del governo Monti. Egli ha ragione quando dice che è stucchevole discettare se tale governo sia "tecnico" o "politico". Forse però è meno stucchevole interrogarsi sulla funzione, del tutto ideologica, assunta dalla continua ed insistita autoproposizione della specificità "tecnica" come legittimazione, in ultima istanza, del ruolo di un governo particolare. Una autoproposizione sempre presente nelle parole del presidente del consiglio e dei suoi ministri.

Asor Rosa ritiene che tale «sua propria "tecnicità"» vada «intesa, più che come superiore sapienza ed esperienza, come estraneità alle procedure e allo spirito del tradizionale gioco politico italiano».

Non c'è dubbio che questo aspetto sia ben presente nell'esperienza del governo Monti, ma non ritengo che sia la dimensione essenziale della proposizione (auto e insieme di tutta la stampa "autorevole") della proclamata funzione "tecnica" essenziale del governo stesso. Anzi credo che sia proprio il ricorso alle risorse della «superiore sapienza» a rendere così ampia la pervasività dell'ideologia che si integra perfettamente nelle ragioni forti dell'esperienza governativa. Un ottavo pilastro della saggezza?

L'ideologia, in tutti i suoi molteplici aspetti e forme, diventa l'elemento essenziale esplicativo dell'egemonia. Quali sono le possibilità di emancipazione dei subalterni in una società in cui il potere dominante è sottilmente, capillarmente diffuso attraverso le abituali pratiche quotidiane, strettamente intrecciato alla "cultura" stessa? Com'è possibile combattere un potere divenuto «senso comune»?

2) Le molteplici forme dell'ideologia comprendono tanto le narrazioni in grado di dare elementi di conoscenza reale, quanto le narrazioni che invece ne sono del tutto prive. Nel nostro caso il «senso comune » è continuamente alimentato da una narrazione che legittima un governo in nome di uno stato di necessità. Stato di necessità che può essere superato solo tramite competenze in sé «superiori» perché fondate sull'unico sistema di teoria economica che possa considerarsi vero.

Questo tipo di narrazione non ha nessun rapporto con i procedimenti ed i risultati della ricerca economico-sociale anche solo degli ultimi vent'anni. Se rimanessimo sul piano della capacità della teoria critica di spiegare i meccanismi della crisi attuale, la sua prevedibilità, ebbene il confronto con gli apologeti del mercato autoregolantesi, od anche con i teorici dei «mercati imperfetti», sarebbe già vinto. Non è però questo il piano del confronto.

Per spiegare alcuni fenomeni politici difficilmente comprensibili alla luce della «ragione positiva» si è fatto ricorso alla categoria delle «religioni politiche». Penso che dovremmo introdurre anche la categoria delle «religioni economiche». In tale ambito gli economisti mainstream, e Mario Monti ne è paradigma, assumono la funzione dei sacerdoti piuttosto che quella degli scienziati. Una funzione braminica: sacerdotale e di casta. Una funzione essenziale in una fase della lotta di classe che si configura piuttosto come vera e propria «guerra di classe». Mi rendo conto che sto usando espressioni ormai desuete, in qualche modo considerate «estreme». Ma l'estremismo è nei dati di fatto, nei modi in cui le classi dominanti stanno conducendo quella che considerano la fase finale e risolutiva di un lungo percorso bellico.

L'operazione di nuova legittimazione del potere dominante attraverso la promozione di idee e valori congeniali a tale potere e presentati come universali e naturali, ha avuto ed ha caratteri che è veramente difficile non definire estremisti.

Dalla Mont Pelerin Society, al Gruppo Bilderberg, alla Trilateral Commission, nate in tempi diversi ma con il medesimo orizzonte teorico e politico, è sempre uscito il medesimo messaggio estremo. La sostanza del messaggio concerne la non compatibilità di quasi tutti i diritti sociali (ed anche di qualcuno politico) con le logiche del «libero mercato». Se la democrazia, di per sé inesaustiva, finisce per ampliare troppo la sfera dei diritti, allora si verificano «eccessi di democrazia».

Il carico di istanze democratiche tendenzialmente crescente secondo una razionalità emancipatrice, finisce per confliggere con la razionalità dei processi di accumulazione. Di qui l'urgenza di escludere la sfera economica dai processi decisionali politici, in particolare dalle assemblee rappresentative, in particolare da quelle a rappresentanza proporzionale. La discussione politica deve rimanere estranea ai temi di quell'economia politica che presuppone i principi costitutivi dell'organizzazione sociale. L'elettorato si occupi di sicurezza, identità, etica ecc., ma non sia chiamato a decidere l'ordine politico e sociale esistente. La competizione politica deve quindi non includere quelli che vogliono cambiare questo ordine.

Non è un caso che la costituzione cilena dopo il colpo di stato si sia chiamata «Costituzione della libertà». Del resto tra i 76 consiglieri economici di Reagan, 22 erano membri della Mont Pelerin Society. Non è facile pensare come moderata la sostanza di questo messaggio. E Mario Monti è stato presidente europeo della Trilaterale fino a tempi molto recenti. Ed anche la Costituzione italiana, pur senza le convulsioni cilene, si prepara a diventare una «Costituzione della libertà».

3) La Costituzione italiana si iscrive completamente nella visione della democrazia in continua costruzione, nel progetto inesaustivo dell'uguaglianza da declinarsi nella sperimentazione di nuovi rapporti economico sociali.

In questo senso la Costituzione italiana fa una scelta dirimente, sebbene limitata ai principi generali: la scelta è quella di non considerare lo svolgimento delle forze economiche sul mercato come risolventesi spontaneamente in utilità generale. Su tale base la Costituzione si pone come garante di un indirizzo finalizzato al coordinamento verso finalità sociali dell'attività economica.

Naturalmente tali principi generali non hanno certo potuto sottrarsi alle dinamiche dei rapporti di forza. Sono diventati maggiormente operanti nei periodi in cui tali rapporti favorivano le classi subalterne.

Oggi, invece, ci stiamo preparando a costituzionalizzare un particolare modo di gestione del bilancio statale. In sostanza la chiave di ogni politica economica e sociale. Ecco che la teoria economica mainstream, una teoria economica, diventa la teoria economica della legge fondamentale che regola rapporti politici e sociali. Si tratta di un fenomeno di rilevanza eccezionale, ancora troppo poco percepito anche da parte di chi esercita attenzione critica alle vicende del momento attuale. Un ottavo pilastro che rafforza, e non di poco, il meccanismo sistemico del dominio.

Anche per questo le recenti affermazioni del presidente del consiglio sulla «monotonia del posto fisso» e sul «buonismo sociale» che avrebbe contraddistinto un lunghissimo periodo della storia italiana, non sono interpretabili come ingenue sprovvedutezze di comunicazione. Sono invece l'indice della consapevolezza che in una fase in cui la vittoria definitiva appare a portata di mano, è anche necessario bastonare il cane che affoga.

4) Nelle conclusioni del suo articolo Asor Rosa ragiona intorno all'«assenza di una risposta critica alternativa al livello dei problemi» posti dalla combinazione dei sette pilastri ai quali possiamo aggiungere l'ottavo. Certo il processo di costruzione/ricostruzione dell'antitesi sarà certamente vicenda di lungo periodo. Nello stesso tempo però esiste un qui e ora dal quale nessuno di coloro che all'antitesi sono interessati può prescindere. Serpeggia sempre, invece, la tentazione del «ripartire da zero», del «big bang», in sostanza della tabula rasa. Metafore affascinanti. Suggeriscono campi infiniti di libertà, praterie da percorrere senza limiti. Tutto sembra diventare possibile. Gli orizzonti sono infiniti e i pesi della storia ce li siamo scaricati dalle spalle.

Si tratta, però, solo di effetto retorico, di costruzione narrativa. Nei processi storici reali, neppure in quelli di più radicale cesura, i meccanismi di mutamento funzionano così. I rapporti cesura/continuità hanno ben altra complessità e di lì bisogna necessariamente passare. Il punto più problematico del nostro qui e ora non è tanto nella costruzione di un pensiero critico nell'ambito dei diversi contesti analitici. Senz'altro ci troviamo di fronte ad un insieme ancora molto povero, ma c'è ed è in sviluppo. Quello che manca totalmente è il rapporto positivo con le forme organizzate della politica. E su questo piano nessuno dei gruppi dirigenti di tali organizzazioni, per quanto piccole, può sfuggire alle proprie responsabilità, tanto per il passato recente, che per il futuro, a cominciare da quello molto prossimo.

Intanto il manifesto solleciti chi ha responsabilità politiche dirette ad esprimersi sui temi di questa discussione. Possibilmente con pensieri lunghi anche nel considerare le forme in cui affrontare i tempi brevissimi degli appuntamenti ai quali tutte le forze che si riconoscono nell'antitesi non possono sottrarsi. Appuntamenti elettorali non esclusi.

* Professore di storia contemporanea e teoria della conoscenza storica - Università di Genova

Dopo la riscoperta di Marx è la volta di Lenin, interpretato come un agit prop del capitalismo di stato. La crisi sbriciola la messianica fiducia nel mercato e rende così attuali cassette degli attrezzi teorici troppo rapidamente considerate obsolete Un recente numero dell'«Economist» affronta il rinnovato protagonismo dello stato nella vita economica

Nell'ottobre 1921, Lenin tenne alcuni discorsi in cui spiegò il significato della svolta nella gestione dell'economia sovietica inaugurata nella primavera precedente, dopo gli anni del «comunismo di guerra». Lenin la chiamò «Nuova politica economica», donde l'acronimo «Nep» con cui è passata alla storia e poi nel dimenticatoio.

La sua idea di fondo era che, accentrando la produzione e la distribuzione nelle mani dello stato, i bolscevichi avevano commesso l'errore di voler passare direttamente alla produzione e distribuzione su basi comuniste, dimenticando che a ciò si arriva attraverso un lungo e complicato periodo di transizione. La «Nuova politica economica» muoveva dal fatto che avevano subito una grave sconfitta e iniziato una ritirata strategica.

Era senz'altro comprensibile che molti si sentissero sgomenti, perché la svolta della Nep, implicando la possibilità per i produttori di scambiare liberamente sul mercato tutto ciò che dei loro prodotti non era assorbito dalle imposte, significava in buona misura restaurazione del capitalismo. La questione fondamentale, dal punto di vista strategico, era anzi proprio quella di capire chi avrebbe saputo approfittare della nuova situazione: avrebbero vinto i capitalisti, ai quali i bolscevichi stavano aprendo le porte prima serrate della produzione pubblica, e avrebbero cacciato i comunisti, oppure il potere statuale, continuando a regolare la moneta e la produzione, sarebbe riuscito a tener ferme le redini al collo dei capitalisti, creando un capitalismo subordinato allo stato e posto al suo servizio? Molto sarebbe dipeso dal partito comunista: se gli fosse riuscito di organizzare i produttori immediati in modo da sviluppare le loro capacità e di garantire a questo sviluppo il sostegno dello stato, bene; altrimenti, essi sarebbero stati presto asserviti al capitale.

Globalizzazione burrascosa

Così, grosso modo, scriveva Lenin in La Nuova politica economica e i compiti dei centri di educazione politica. Si potrebbe facilmente rilevare che, rilette oggi, le sue parole sembrano una gigantesca metafora del «secolo breve», quasi che cent'anni di evoluzione e rivoluzioni in Europa (e non solo) fossero stati lì contratti in meno di un decennio. Ma non è su questo che qui vorremmo richiamare l'attenzione. Il punto è che nell'analisi di Lenin sta racchiusa l'intera problematica del «capitalismo di stato»: che è questione nient'affatto tramontata, se perfino l'Economist ha sentito il bisogno di dedicarvi un corposo inserto (quattordici pagine!) nell'ultimo numero del mese scorso. Per metterla in forma di domanda: davvero il capitalismo di stato rappresenta un modello che - come scrive il settimanale inglese - sta emergendo a livello mondiale come alternativa al capitalismo liberale di marca angloamericana? E prima ancora, che cos'è il «capitalismo di stato»?

Da un punto di vista fenomenologico, possiamo descriverlo con le stesse parole dell'Economist: il capitalismo di stato «cerca di fondere le forze dello stato con le forze del capitalismo». La promozione della crescita economica è affidata all'azione dei governi, ma essi nel perseguirla si avvalgono anche di strumenti tipici del capitalismo, ivi comprese aziende statali quotate in borsa che nuotano come pesci nel mare della globalizzazione. Una miscela apparentemente contraddittoria che però funziona: a fronte della crisi economica in cui sono drammaticamente precipitate le economie capitalistiche occidentali, il capitalismo di stato può infatti contrapporre il più grande successo economico degli ultimi trent'anni, ossia quel «miracolo cinese» fatto di tassi di crescita del Pil del 9,5% all'anno. Lo stato cinese - ci ricorda l'Economist - non è soltanto il maggiore azionista delle 150 aziende più grandi del Paese, né semplicemente una guida o un pungolo per migliaia di altre: specialmente attraverso il potente Dipartimento dell'organizzazione del Partito comunista, esso plasma nell'insieme il mercato attraverso la gestione della moneta e delle politiche creditizie, indirizzando i flussi di denaro coerentemente con le scelte di politica industriale, e per di più lavora a stretto contatto con le aziende cinesi che si stanno espandendo all'estero (specie nel continente africano).

Lo Stato va in Borsa

Non si tratta, peraltro, di un'esperienza unica nel mondo industrializzato. Le aziende pubbliche costituiscono l'80% della capitalizzazione della borsa cinese, ma anche il 62% di quella russa e il 38% di quella brasiliana: come dire che è in gran parte del «Bric» (l'acronimo che designa Brasile, Russia, India e Cina) che il capitalismo di stato sta celebrando la sua marcia trionfale. Per non parlare dell'espansione dei «fondi sovrani» cinesi e arabi (ma anche norvegesi, russi, australiani), attraverso i quali il Leviatano statale, dopo aver vestito i panni del capitalista industriale, assume anche le sembianze del capitalista finanziario.

Ad una più attenta analisi, tuttavia, la fenomenologia del capitalismo di stato rivela un doppio paradosso. Soprattutto (anche se non solamente) in Cina, le aziende di stato sono diventate più efficienti e più potenti proprio mentre il settore statale complessivamente considerato si restringeva; d'altra parte, la capacità dei governi di incidere sulle leve fondamentali dell'economia si è accresciuta proprio mentre il settore privato si espandeva. L'Economist lo rileva, ma non riesce a darne una spiegazione. Affermare che, in un regime di capitalismo di stato, «i politici hanno di gran lunga più potere che sotto il capitalismo liberale» è semplicemente tautologico: il problema è infatti proprio quello di spiegare che cosa conferisca loro questo potere di «utilizzare il mercato per promuovere fini politici».

C'è un'impegnativa e assai poco meditata affermazione di Lenin dalla quale possiamo prendere le mosse per spiegare il paradosso. Risale ad un testo scritto nei giorni immediatamente precedenti la rivoluzione d'Ottobre e suona così: «il capitalismo monopolistico di stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo». Non è un caso che Lenin la riprenda testualmente in uno intervento (Sull'imposta in natura) che appare proprio nell'anno della svolta verso la Nep: letta insieme ad un'altra che di poco la precede e che spiega il senso della topica («Non significa forse, quando si riferisce all'economia, che nel regime attuale vi sono degli elementi, delle particelle, dei pezzetti e di capitalismo e di socialismo?»), essa mette in chiaro che, nell'opinione del leader bolscevico, l'espressione «capitalismo di stato» nasconde in realtà una duplice problematica: 1) se, e a quali condizioni, la proprietà statale dei mezzi di produzione possa dar luogo a nuovi rapporti di produzione di tipo «socialista»; 2) se, e in che modo, codesti nuovi rapporti di produzione possano coesistere con quelli preesistenti di tipo capitalistico.

Volgendo lo sguardo indietro allo sviluppo economico sovietico degli anni Venti del Novecento, possiamo in effetti apprezzare la pregnanza dell'ipotesi leniniana. La Nep fu bensì connotata da un ampio sviluppo del commercio, dal ristabilimento del ruolo allocativo della moneta e più in genere dall'influenza che i movimenti dei prezzi tornarono ad esercitare sulle scelte di consumo e investimento. Ma fu altresì caratterizzata dall'espansione di un insieme di apparati statali che sottraevano parzialmente la riproduzione allargata dall'influenza diretta dei rapporti mercantili, grazie soprattutto al ruolo svolto dalla pianificazione, dalla centralizzazione del bilancio pubblico e dalla realizzazione di programmi pubblici di investimenti.

Tra Mosca e Weimar

Per altro verso, la spinosa querelle che a metà del decennio si accese all'interno del partito bolscevico circa il carattere «genetico» o «teleologico» della pianificazione, nascondeva la questione (non meno decisiva) se codesta sfera di attività produttive finalmente sottratta all'imperio dei rapporti mercantili dovesse essere complessivamente subordinata al funzionamento del sistema capitalistico o posta, viceversa, in posizione relativamente dominante. Fintanto che si fosse limitato a riflettere le tendenze «spontanee» del sistema economico, il piano non avrebbe mai potuto assurgere a criterio orientativo delle scelte produttive fondamentali a prescindere dalla loro redditività monetaria: per liberare le scelte di politica economica (a cominciare da quella relativa all'industrializzazione) da un impiccio del genere, occorreva al contrario spezzare la logica del pareggio di bilancio, il che a sua volta richiedeva un sistema bancario capace di assecondare le crescenti esigenze di espansione monetaria, evitando al contempo che quest'ultima degenerasse in un'inflazione rovinosa come quella che, giusto in quegli anni, affliggeva l'esperimento socialdemocratico di Weimar.

Il laboratorio di Shenzen

Sta qui, in questo complesso mix di misure reali, monetarie e finanziarie, l'arcano che può consentire allo stato di sottrarre le condizioni d'impiego dei mezzi di produzione (ivi compresa la forza-lavoro) alle esigenze di valorizzazione del capitale. E sta nella duplicità dei rapporti che vengono a presiedere il processo complessivo di produzione e riproduzione sociale il segreto del movimento inversamente oscillatorio della disoccupazione e dell'inflazione che, molti anni dopo, A.W. Phillips avrebbe formalizzato nella sua famosa curva. Già all'epoca della Nep, il prevalere dell'una o dell'altra avrebbe infatti costituito una spia della (relativa) dominanza assunta dall'uno o dall'altro sistema di rapporti di produzione: quelli capitalistici ovvero quelli statuali.

Si racconta che nel 1980, all'indomani del varo della prima «Zona economica speciale» di Shenzhen, i dirigenti cinesi si affannassero a cercare nelle Opere complete di Lenin un qualche appiglio che potesse giustificare la scelta di concedere a privati cittadini diritti di uso e di trasferimento che concernevano il lavoro, i mezzi di produzione, gli edifici e perfino la terra. Non c'è da stupirsi che, alla fine, l'abbiano scovato proprio in alcuni testi redatti all'epoca della Nep, né che Chen Yun - che tra i leader storici del Pcc è stato forse il maggior esperto di pianificazione economica - abbia fin da subito proposto di circoscrivere l'esperimento riformatore iniziato nel 1978 nell'ambito dell'«economia dell'uccello in gabbia»: nella capacità di suscitare le forze dello sviluppo capitalistico e al contempo di controllarle in modo che «non volassero via» possiamo in effetti scorgere la principale realizzazione della strategia trentennale dei comunisti cinesi.

Messa la cosa in questi termini, risulta certo più chiaro il significato di certe espressioni ossimoriche così tipiche dei dirigenti cinesi, a cominciare da quella di «economia di mercato socialista». Il fatto è che il «mercato» è semplicemente un proscenio, ovvero (e più precisamente) una delle istituzioni sociali in cui si manifesta il nesso di dominanza/subordinazione concretamente esistente fra i rapporti di produzione capitalistici e i rapporti di produzione statuali («socialisti»). E il fatto che al momento siano questi ultimi ad essere saldamente attestati in posizione dominante è ciò che consente di giudicare la formazione economico-sociale cinese come irriducibilmente altra rispetto a quelle «capitalistiche» occidentali: non già perché all'interno di queste non si diano forme di cooperazione produttiva non più condizionate dal perseguimento del profitto monetario (basti pensare agli apparati pubblici preposti al welfare: scuole, ospedali, ecc.), ma semplicemente perché esse non sono (più) dominanti. L'infinita e stolida giaculatoria sull'«insostenibilità» del debito pubblico ne costituisce probabilmente la migliore conferma.

Il mercato del pubblico

Lascia perciò perplessi l'Economist allorché, a conclusione del suo rapporto, afferma perentoriamente che «la battaglia che definirà il XXI secolo non si combatterà fra capitalismo e socialismo, ma tra differenti versioni del capitalismo»: quel Lenin suggestivamente ritratto in copertina suggerisce piuttosto che la partita che si gioca intorno al «capitalismo di stato» è affatto aperta e per nulla predeterminabile nei suoi esiti ultimi.

Certo, si può sempre ritenere che il comunismo andrebbe ripensato «a partire dalla distanza dallo statalismo e dall'economicismo», come hanno sostenuto (quasi) tutti i partecipanti ad un importante convegno sull'«idea comunista» svoltosi proprio a Londra qualche anno fa. All'estremo opposto, dei comunisti che volessero prendere sul serio gli insegnamenti del «miracolo cinese» dovrebbero interrogarsi sulle ragioni del consenso di cui hanno goduto in Occidente quelle politiche economiche che hanno progressivamente smantellato analoghi strumenti di controllo e governo pubblico dell'economia capitalistica, che risalivano agli anni '30. Mi rendo conto, però, che è difficile credere che si diano parentele di sorta tra il Manifesto del partito comunista di Marx e Engels e lo Statuto del Partito comunista cinese approvato giusto 160 anni dopo. Se poi si è anarchici, è perfino impossibile.

Ho dato la mia convinta adesione alla campagna di sostegno al manifesto soprattutto perché ritengo che una società democratica non possa fare a meno delle ragioni e delle voci del dissenso che non siano espressione di interessi particolari ma di una concezione politica generale.

Rossana Rossanda si rivolge ("Un esame di noi stessi", il manifesto 18/2) ai compagni e collaboratori del manifesto per chiedergli di riflettere sulle loro ragioni: che è un modo per ripensare le ragioni della sinistra e particolarmente di quella che continua a riconoscersi nel "comunismo".

Lo fa in modo aperto e spregiudicato, senza usare i mezzi termini del linguaggio politico convenzionale. E va diritto al tema: «Che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora o perché non si possa dirlo più». La risposta è netta: «Io penso che nei tempi brevi non si possa dirlo più». La ragione? Da quando il manifesto è nato, tutto è cambiato. L'asse del mondo ruotava attorno al duopolio Usa-Urss.

Ora, gli Stati Uniti non sono più l'indiscussa potenza dominante del mondo capitalistico. Quanto all'Urss, non esiste più. Nel mondo di ieri quella contrapposizione aveva un senso, anche per quelli, come i comunisti del manifesto, che denunciavano la deriva stalinista del comunismo sovietico. Si trattava "soltanto" di ricondurre il comunismo dalla contraffazione del "socialismo reale" ai principi marxisti originari. Oggi "sostituire" politicamente il capitalismo con il comunismo non ha più alcun senso. Il primo si è disarticolato. Europa, paesi terzi, hanno preso strade diverse. Il secondo è sparito. La Cina è diventata un capitalismo selvaggio con base politica burocratica. Non possono quindi essere usati gli strumenti di analisi e le proposte di ieri. Ma quali allora?

Quanto all'Italia, anch'essa è cambiata radicalmente. Si sono moltiplicati i soggetti sociali. Non solo operai e studenti. Donne, ambientalisti, eccetera. Ma la sinistra non è stata capace di unire questi soggetti in un fronte capace di presentare un'alternativa al capitalismo. La società politica si è sfarinata, rigettando le vecchie forme politiche di potere senza introdurne di nuove, col risultato di aprire ampi spazi all'individualismo e al mercatismo, anche a sinistra. Berlusconi è nato da questa dissoluzione.

Senza nuove battaglie da combattere, la sinistra ha perso quella antica delle lotte operaie, non più centro strategico del conflitto sociale e quindi considerate da molti vecchie e superate. Si capisce che il manifesto, pur restando una voce intelligentemente critica, non evochi echi e non susciti successi di stampa, ma piuttosto frustrazioni, come quella con la quale Rossanda termina il suo articolo.

Pur condividendo alcuni dei suoi argomenti e comprendendo i sentimenti da cui nasce quella frustrazione, vorrei fare qualche brevissimo commento critico che a mio parere può giustificare qualche speranza.

Anzitutto, il più critico. Il comunismo non esiste come modello sociale concreto se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi. Non è mai esistito tranne che in alcune società arcaiche e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa nella quale interessi individuali e di gruppo debbano essere mediati rispetto all'interesse collettivo. È diventato una connotazione politica priva di qualunque contenuto. Non è dunque che non sia "più" proponibile nel periodo breve. Non è proponibile fino a quanto può la vista.

Il capitalismo non è affatto eterno anche se "ha i secoli contati". E può essere ampiamente modificato e riformato. Le cose sono cambiate, tutte, così come afferma Rossanda, dal tempo in cui nacque il manifesto. Il capitalismo è cambiato. Ha fatto il passo che il proletariato non ha potuto realizzare: proletari di tutto il mondo unitevi. Si è mondializzato. Con la globalizzazione e la finanziarizzazione (la mercatizzazione dello spazio e del tempo) ha costruito un sistema di potere unificato (il mercato finanziario mondiale) che si impone a quello degli Stati. E ancor più: al potere delle classi lavoratrici. Se le lotte operaie hanno perso la loro centralità nel conflitto sociale, è perché alle loro rivendicazioni le imprese capitalistiche possono rispondere con le loro migrazioni. Andandosene. Vedi il ricatto Fiat.

Ciò sposta l'asse del conflitto tra capitale e lavoro dallo spazio nazionale a quello internazionale, da quello sindacale a quello politico. La battaglia per l'unificazione europea assume, da questo punto di vista, un'importanza primaria nel confronto con il capitalismo, nel ridurre, almeno in Europa, e non è poco, il divario di potenza tra economia e politica, oggi tutto a favore del capitalismo.

Le società moderne, inoltre, hanno sviluppato, insieme a formidabili capacità di produzione, altrettanto formidabili poteri di distruzione, che danno luogo a nuovi formidabili conflitti, ecologici e migratori.

La sinistra, se vuole rappresentare le ragioni dei più deboli e del futuro, deve collegare le lotte operaie a quelle che consentono di fronteggiare il capitalismo su fronti sui quali esso deve piegarsi alla volontà di più ampie forze sociali. Si tratta, per così dire, di prendere il capitalismo alle spalle. Ciò significa, ad esempio, affrontare il problema dei limiti quantitativi alla crescita e della promozione dello sviluppo qualitativo; promuovere con iniziative sociali la diffusione di imprese del terzo sistema delle relazioni gratuite; promuovere la costituzione della scuola permanente a tutti i livelli di età.

In senso generale, ciò significa impegnare la sinistra su tutti i fronti sui quali si promuove lo sviluppo dell'essere piuttosto che la crescita dell'avere. Significa una sinistra impegnata non nell'abbattimento del capitalismo o, come oggi avviene, ridotta all'acquiescenza fattuale e alla contestazione verbale, ma nel suo superamento storico.

Magari c’è un obiettivo che non si può raggiungere finchè il capitalismo non viene storicamente superato: un obiettivo a cui qualcuno è interessato. E’ quello di una società nella quale lo sviluppo non consista nella crescita del PIL, la sua molla sia costituita dall’arricchimento dei più potenti, e in cui il lavoro non sia una merce utilizzata per la produzione di merci ma lo strumento universale per comprendere il mondo e governarlo, e l’economia sia governata dalla politica e definita in modo da consentire a ciascuno di consumare beni secondo i suoi bisogni e produrli secondo le sue capacità.

E’ certamente un obiettivo che non è dietro l’angolo, ma non sarà mai raggiunto se viene abbandonato, o se viene considerato metastorico. Occorre dare un nome a questo obiettivo? Chiamiamolo, se vuoi, comunismo; ma più importanti dei nomi sono i contenuti che con essi si vogliono esprimere (e.s.).

Se il deficit non è un peccato la rivoluzione copernicana dei nuovi economisti Usa - Galbraith junior: la crisi non si cura con l´austerity

NEW YORK - Le grandi crisi partoriscono grandi idee. Così fu dopo il crac del 1929 e la Depressione. Per uscirne, l´Occidente usò il pensiero di John Maynard Keynes, scoprì un ruolo nuovo per lo Stato nell´economia, inventò le politiche sociali del New Deal e la costruzione del moderno Welfare State. Oggi siamo daccapo. L´eurozona sprofonda nella sua seconda recessione in tre anni. Gli Stati Uniti malgrado la ripresa in atto pagano ancora i prezzi sociali elevatissimi della Grande Contrazione iniziata nel 2008 (almeno 15 milioni di disoccupati). Ma dall´America una nuova teoria s´impone all´attenzione. Si chiama Modern Monetary Theory, ha l´ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato alle sfide del XXI secolo. Ha la certezza di poter trainare l´Occidente fuori da questa crisi. A patto che i governi si liberino di ideologie vetuste, inadeguate e distruttive. È una rivoluzione copernicana, il cui alfiere porta un cognome celebre: James K.Galbraith, docente di Public Policy all´università del Texas e consigliere "eretico" di Barack Obama. James K. Galbraith è figlio di uno dei più celebri economisti americani, quel John Kenneth Galbraith che fu grande studioso della Depressione e consulente di John Kennedy.

Il nuovo Verbo che sconvolge i dogmi degli economisti, assegna un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. È un attacco frontale all´ortodossia vigente. Sfida l´ideologia imperante in Europa, che i "rivoluzionari" della Modern Monetary Theory (o Mmt) considerano alla stregua di un vero oscurantismo. Quel che accade in questi giorni a Roma e Atene, l´austerity imposta dalla Germania, per i teorici della Mmt non è soltanto sbagliata nei tempi (è pro-ciclica: perché taglia potere d´acquisto nel bel mezzo di una recessione), ma è concettualmente assurda.

Un semplice esercizio mette a nudo quanto ci sia di "religioso" nella cosiddetta saggezza convenzionale degli economisti. Qualcuno ha provato a interrogare i tecnocrati del Fmi, della Commissione Ue e della Banca centrale europea, per capire da quali Tavole della Legge abbiano tratto alcuni numeri "magici". Perché il deficit pubblico nel Trattato di Maastricht non doveva superare il 3% del Pil? Perché nel nuovo patto fiscale dell´eurozona lo stesso limite è stato ridotto a 0,5% del Pil? Chi ha stabilito che il debito pubblico totale diventa insostenibile sotto una soglia del 60% oppure (a seconda delle fonti) del 120% del Pil? Quali prove empiriche stanno dietro l´imposizione di questa cabala di cifre? Le risposte dei tecnocrati sono evasive, o confuse.

La Teoria Monetaria Moderna fa a pezzi questa bardatura di vincoli calati dall´alto, la considera ciarpame ideologico. La sua affermazione più sconvolgente, ai fini pratici, è questa: non ci sono tetti razionali al deficit e al debito sostenibile da parte di uno Stato, perché le banche centrali hanno un potere illimitato di finanziare questi disavanzi stampando moneta. E non solo questo è possibile, ma soprattutto è necessario. La via della crescita, passa attraverso un rilancio di spese pubbliche in deficit, da finanziare usando la liquidità della banca centrale. Non certo alzando le tasse: non ora.

Se è così, stiamo sbagliando tutto. Proprio come il presidente americano Herbert Hoover sbagliò drammaticamente la risposta alla Grande Depressione, quando cercò di rimettere il bilancio in pareggio a colpi di tagli (stesso errore che fece Franklin Roosevelt nel 1937 con esiti nefasti). Il "nuovo Keynes" oggi non è un profeta isolato. Galbraith Jr. è solo il più celebre dei cognomi, ma la Mmt è una vera scuola di pensiero, ricca di cervelli e di think tank. Così come la destra reaganiana ebbe il suo pensatoio nell´Università di Chicago (dove regnava negli anni Settanta il Nobel dell´economia Milton Friedman), oggi l´equivalente "a sinistra" sono la University of Missouri a Kansas City, il Bard College nello Stato di New York, il Roosevelt Institute di Washington. Oltre a Galbraith Jr., tra gli esponenti più autorevoli di questa dottrina figura il "depositario" storico dell´eredità keynesiana, Lord Robert Skidelsky, grande economista inglese di origine russa nonché biografo di Keynes.

Fra gli altri teorici della Mmt ci sono Randall Wray, Stephanie Kelton, l´australiano Bill Mitchell. Non sono una corrente marginale; tra i loro "genitori" spirituali annoverano Joan Robinson e Hyman Minsky. Per quanto eterodossi, questi economisti sono riusciti a conquistarsi un accesso alla Casa Bianca. Barack Obama consultò Galbraith Jr. prima di mettere a punto la sua manovra di spesa pubblica pro-crescita, così come fece la democratica Nancy Pelosi quando era presidente della Camera. Ma la vera forza della nuova dottrina viene dai blog. The Daily Beast, New Deal 2.0, Naked Capitalism, Firedoglake, sono tra i blog che ospitano l´elaborazione del pensiero alternativo. Hanno conquistato milioni di lettori: è una conferma di quanto ci sia sete di terapie nuove, e quanto sia screditato il "pensiero unico".

La Teoria Monetaria Moderna è ben più radicale del pensiero "keynesiano di sinistra" al quale siamo abituati. Perfino due economisti noti nel mondo intero come l´ala radicale che critica Obama da sinistra, cioè i premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, vengono scavalcati dalla Mmt. Stephanie Kelton, la più giovane nella squadra, ha battezzato una nuova metafora… ornitologica. Da una parte ci sono i "falchi" del deficit: come Angela Merkel, le tecnocrazie (Fmi, Ue), e tutti quegli economisti schierati a destra con il partito repubblicano negli Stati Uniti, decisi a ridurre ferocemente le spese. Per loro vale la falsa equivalenza tra il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia, che non deve vivere al di sopra dei propri mezzi: un paragone che non regge, una vera assurdità dalle conseguenze tragiche secondo la Mmt. Poi ci sono le "colombe" del deficit, i keynesiani come Krugman e Stiglitz. Questi ultimi contestano l´austerity perché la giudicano intempestiva (i tagli provocano recessione, la recessione peggiora i debiti), però hanno un punto in comune con i "falchi": anche loro pensano che a lungo andare il debito crea inflazione, soprattutto se finanziato stampando moneta, e quindi andrà ridotto appena possibile. Il terzo protagonista sono i "gufi" del deficit. Negli Stati Uniti come nell´antica Grecia il gufo è sinonimo di saggezza. I "gufi", la nuova scuola della Mmt, ritengono che il pericolo dell´inflazione sia inesistente. Secondo Galbraith Jr. «l´inflazione è un pericolo vero solo quando ci si avvicina al pieno impiego, e una situazione del genere si verificò in modo generalizzato nella prima guerra mondiale». Di certo non oggi.

Il deficit pubblico nello scenario odierno è soltanto benefico, a condizione che venga finanziato dalle banche centrali: comprando senza limiti i titoli di Stato emessi dai rispettivi governi. Ben più di quanto hanno iniziato a fare Ben Bernanke (Fed) e Mario Draghi (Bce), questa leva monetaria va usata in modo innovativo, spregiudicato: l´esatto contrario di quanto sta avvenendo in Europa.

Della libertà di stampa al governo Monti non potrebbe importar di meno. Da buon liberista è convinto che un giornale è una merce come un'altra; se vende abbastanza ai lettori e agli inserzionisti di pubblicità, viva, se no muoia.
Lo strangolamento è stato bene illustrato l'altro ieri da Valentino Parlato. Ed era visibile dai nostri bilanci. La nostra asfissia è della stessa natura di quella che si tenta di applicare ai beni comuni non meno urgenti. A noi sembra importante anche la presenza di una voce fuori dal coro come la nostra, perché in un paese che ha mandato tre volte Silvio Berlusconi al governo, qualcosa non funziona. Né funziona che tanti amici si rallegrino che al posto d’un faccendiere impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto personalmente, s’intende. L'onestà sociale non si sa più bene che cosa sia, e non importa più alla stampa salvo che a noi. Che siamo non solo un pezzo della sinistra, ma addirittura comunisti. Anzi, più che comunisti, nel senso che il comunismo dei “socialismi reali” non ci andava né su né giù. Per questo fummo esclusi dal Pci, ma per non essersi posti le nostre domande sui socialismi reali i partiti comunisti non esistono praticamente più.

Che al governo una voce come la nostra non interessi è comprensibile: del manifesto è rimasta l’immagine di un quotidiano di sinistra, anzi di estrema sinistra. Ora è facile giurare sulla libertà di stampa finché questa non è dalla parte di chi ti attacca. E in Italia chi attacca il governo? E noi dove siamo? Come Parlato ricorda, il manifesto vende sempre meno da otto anni a questa parte. Il calo si è accelerato negli ultimi due. La media in cui ci eravamo tenuti nei nostri primi trenta anni è stata, poco più su poco più giù, di trentamila copie, non molto alta, eravamo un giornale di nicchia. Ma solida e rispettata nicchia. Ora si è circa la metà.

Dovremmo chiederci perché. Era nostra abitudine fare un punto almeno un paio di volte all’anno. Ma negli ultimi tempi la direzione non ha più convocato un'assemblea che faccia il punto sullo stato del mondo e dell'Italia e sul nostro orientamento in esso. Né la redazione, che può esigerlo, sembra averne sentito il bisogno. Neanche un attimo prima di arrivare a quella forma di liquidazione, non proprio un fallimento ma quasi, cui siamo costretti.

Non è stata una buona scelta. Non è infatti per nulla ovvio che cosa sia oggi un giornale

di sinistra, tanto meno uno che, sempre secondo Parlato, dovrebbe ancora definirsi comunista. Nel senso che dicevamo sopra, un comunismo che poco ha a che vedere con i “socialismi reali”, ma che realizzi un cambiamento del vivere e del produrre e che facendolo realizzi un più di libertà politica. Lo abbiamo detto in questi anni ancora? Si poteva dirlo? Si poteva crederlo? Questa è la domanda cui abbiamo smesso di rispondere cessando fra noi persino di farcela. Io tendo a credere che da questa reticenza venga il dimezzamento dei nostri lettori. Ma è una domanda cui non è semplice rispondere. Non è facile essere comunisti oggi, a più di trenta anni dal 1989. E appunto sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa dirlo più.

Io credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa dirlo più. E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano, condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un po' meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Non abbiamo mancato di scrivere che dal 1971 non sono soltanto passati molti anni, ma sono cambiate molte cose. Quasi tutte. Ma non ne abbiamo tratto ed esplicitato le conseguenze. In questo la crisi della sinistra non è diversa dalla nostra, almeno – sinistra essendo ormai parola assai vaga di quella parte della sinistra che si proponeva un cambiamento del modo di produzione. Si può essere anticapitalisti oggi?

Il manifesto è nato quando una parte del mondo, sotto l’egemonia degli Stati Uniti, era capitalista e imperialista, e una parte che aveva già abolito la proprietà privata del capitale si diceva socialista ed era sotto l'egemonia dell’Urss. Il mondo si ridefiniva fra due campi e mezzo: perché restava una parte sospesa in un “postcolonialismo”, vago come tutti i post, che chiamavamo paesi terzi. Oggi non è più così; gli Stati Uniti non sono più la indiscussa prima potenza capitalista, e non è sicuro che il loro fine si possa definire, come prima, imperialista. L’Unione Sovietica non esiste più. La Cina ha un governo che si dice comunista ma un sistema produttivo capitalista spinto. Cuba non sembra più affatto socialista. Il terzo mondo ha percorso, tra stati e sotto l'influenza di potenze diverse, un itinerario mai visto prima. Allo stesso tempo l’Europa ha formato una grande area a moneta unica e a direzione liberista che da anni è traversata da una crisi, economica e politica, più acerba di quella degli Stati Uniti da cui aveva preso radice. Insomma, è cambiato tutto. È cambiato il capitalismo? Possiamo dire di sì, nel senso che ha articolato le sue forme e non ha più uno stato che ne sia indiscutibilmente la leadership. Dobbiamo dire di no, nel senso che ha mondializzato, appunto articolandolo, il suo modo di produzione. Possiamo, davanti a questo mutamento di scena, conservare gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971? Non credo. Andrebbero almeno verificati.

Anche l’Italia è cambiata. Nel senso che forse nel paese dove il movimento del '68 è stato più lungo e più esteso a vari strati sociali, non solo operai e studenti, ha anche – ha ragione Mario Tronti – più destrutturato le forme

classiche del socialismo e della democrazia di quante forme nuove abbia prodotto. Ha investito nuove figure sociali e anche qualcosa di assai più che una forma sociale, le donne e i femminismi. Questa molteplicità di oggetti ha avuto in comune il rigetto delle forme di potere cui era, visibilmente o invisibilmente, sottomessa, nello stesso tempo dividendosi acerbamente. Risultato, all’ampiezza del rigetto ha risposto una reazione opposta, un individualismo piatto, un rifiuto di ogni cambiamento di società, di ogni collettività che non sia locale o comunitaria. La incomunicabilità delle differenze ha prodotto una crisi della politica, il cui esito è stato il berlusconismo e il crescere del populismo.

Ma di questo neanche noi abbiamo dato una mappa e una topografia approfondita e comune. Abbiamo denunciato i limiti del keynesismo post-

bellico con l'intento di andare oltre, ma di fatto abbiamo lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni abbiamo messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l’irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale. Fino allo scoppio della crisi e dell'offensiva padronale alla Fiat abbiamo dato poca attenzione alla struttura sociale, come se fosse un problema puramente sindacale. Non siamo stati convinti, e quindi non siamo stati capaci di convincere, che come ci ricorda il segretario della Fiom il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica ma tutta la società. Il lavoro? Roba del secolo scorso. L’operaio? Non c’è più. Il sindacato? Vecchiume. Del resto non gorgheggiavano ogni giorno i padroni che il lavoro costituiva orami una parte minima del processo di produzione?

Oggi i padroni dicono tutto il contrario, strillano che per essere competitivi nella mondializzazione bisogna ridurre i salari italiani a quelli dell’Indonesia o della Cina, un terzo, un quarto del livello che i lavoratori erano riusciti a spuntare da noi. Così siamo arrivati, come il resto del mondo occidentale, a una stretta in cui i redditi si sono divaricati al massimo, il dieci per cento della popolazione guadagna quanto il novanta per cento, e di questo dieci, l’un per centro guadagna più di tutti gli altri. Nella stretta si dibattono anche le nuove soggettività.

In questo ribollire di bisogni e nella loro incapacità di trovare un dialogo, il manifesto non è riuscito a suscitare più interesse ma meno. Eppure non c’è giorno che esso non proponga un pezzo interessante e che sarebbe impossibile trovare altrove, un'interpretazione di una notizia che l’altra stampa offusca. Forse che quel che scriviamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche da noi. Siamo stanchi, perché – per favore non lo si dimentichi – coloro che ogni giorno hanno confezionato questo foglio e lo hanno spedito in giro non ne possono più di un successo che lentamente viene meno e perdipiù di essere pagati meno che in qualsiasi altro giornale, e a singhiozzo, a volte aspettando il salario per mesi. Affidarsi per anni agli introiti del marito, della moglie, dei genitori, a un altro lavoretto è facile da dire, non facile da vivere.

Io insisto perché nel chiedere solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la storia sia finita e che “io speriamo che me la cavo” sia diventato il solo slogan veramente popolare?

Sia in Europa che negli Stati Uniti il principio della «legge uguale per tutti» viene messo in discussione attraverso l'istituzione di norme e assetti legislativi che istituiscono stati d'eccezione per le imprese e il mondo degli affari. Un percorso di lettura sulle tradizioni della civil law e della common law

Diverse fra le «novità giuridiche» del Decreto Crescitalia sono informate alla polemica nei confronti del formalismo, uno «stile giuridico» dal quale liberarsi al più presto perché esso avrebbe come unico effetto il rallentamento della crescita. La polemica non è nuova, anzi costituisce un leit motiv ripetuto nei piani di aggiustamento strutturale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale che nei loro rapporti doing business classificano gli ordinamenti dal più virtuoso al più vizioso proprio in proporzione inversa al tasso di «formalismo giuridico», ossia dei passaggi e dei controlli che il diritto dei vari Stati impone per aprire una attività di impresa. La novità del Decreto Crescitalia, per ora poco discussa, sta nella introduzione di speciali giurisdizioni per l'impresa, vere e proprie corti speciali competenti a conoscere in materia di diritto commerciale. In tal modo il governo tecnico, probabilmente senza particolare consapevolezza, introduce una radicale soluzione di continuità rispetto ad una tendenza, non soltanto italiana, che ha visto nel corso del novecento, il progressivo imporsi di regole sostanziali e di giurisdizione unitarie nella materia del diritto privato (di cui è parte il diritto dell' impresa) proprio al fine di trovare il giusto bilanciamento fra formalismo e libertà economica.

Il dogma dei mercanti

In effetti, sia nella tradizione di civil law (cui appartiene anche il diritto italiano) che in quella di common law (tradizione anglo-americana) il principio di uguaglianza di fronte alla legge, (La legge è uguale per tutti sta affisso sulle pareti delle aule giudiziarie) nel senso di un unico ordine giuridico che vincola ogni individuo in un determinato territorio a prescindere dallo status o dall'estrazione sociale, può essere considerato un'acquisizione recente. Infatti, il «principio della personalità», secondo cui ogni individuo in una data società è vincolato dalle leggi del proprio gruppo e non da un comune sistema giuridico su base territoriale è una soluzione istituzionale molto più comune ed antica. Anche nei postumi della Rivoluzione Francese, quando egalité era intesa dai Giacobini come sinonimo di un ordine giuridico unico, gerarchico, e centralizzato, sopravviveva un certo grado di pluralismo. All'interno di esso, il più eclatante esempio di regime giuridico basato sulle differenze di status era quello dei mercanti. Perciò l'idea che non tutti gli individui sono uguali e che alcuni di essi meritano un status giuridico speciale, può essere rintracciata all'interno della classica distinzione tra il diritto per i mercanti e quella per il quivis de populo, distinzione centrale sia nella tradizione di civil law che in quella di common law, che il Governo Monti ripropone.

In Inghilterra il diritto commerciale è stato per secoli riservato ad una speciale giurisdizione, dotata di regole e avvocatura propria, ed è stato solo dopo la tempestosa presidenza di Lord della più alta Corte ordinaria sul finire del diciottesimo secolo che le corti di common law hanno potuto occuparsi della giurisdizione commerciale letteralmente strappandola alle corti che nei secoli si erano specializzate in questa materia. In Francia e Germania il diritto commerciale è stato incorporato in codici speciali ed amministrato in corti speciali fino ad oggi. Anche negli Stati Uniti, dove il principio dell'uguaglianza di fronte alla legge può essere considerato alla stessa stregua di un dogma religioso, le diverse esigenze della classe mercantile sono state alla base dell'impianto del Codice Commerciale Uniforme oggi sostanzialmente vigente. (Anche se la proposta autorevole di una giuria di mercanti non è stata adottata).

Un paternalismo illuminato

Questa antica posizione privilegiata dei mercanti, come classe in grado non solo di essere governata da un corpo speciale di disposizioni, ma anche da un sistema giuridico «migliore» in quanto maggiormente informale e più corrispondente ai loro bisogni, non è rimasta intatta nella tradizione giuridica occidentale. Oltre alla già menzionata Inghilterra, tutte le codificazioni più recenti e significative, dalla Svizzera all'Italia, ai Paesi Bassi, si sono rifiutate di offrire ai mercanti codici propri, ed hanno adottato un approccio unitario.

La sfida ad un diritto commerciale privilegiato è stata di carattere sia ideologico che tecnico. Eugen Huber, il padre della codificazione svizzera all'inizio del secolo scorso, è stato il primo, sulla base delle sue idee socialdemocratiche, a evidenziare che uno status particolare per i mercanti sarebbe stato incompatibile con il principio di uguaglianza di fronte alla legge. In virtù di questo fondamentale principio democratico nessuna categoria può reclamare un trattamento privilegiato (etimologicamente avere una legge privata). Dopo tutto, la Rivoluzione Francese si era scagliata proprio contro i privilegi che l'ancién régime assicurava ai proprietari terrieri. Con il trasferirsi del potere economico dai nobili alla borghesia mercantile, risultava nuovamente inaccettabile per la classe al potere d'essere «più eguale» delle altre.

Da un punto di vista tecnico, la critica si basò sul progressivo venir meno delle ragioni che avevano precedentemente giustificato la distinzione tra i codici civile e commerciale. Mentre il diritto civile poteva considerarsi ispirato ad un «formalismo» volto alla protezione del debole (spesso analfabeta) e richiedeva una buona dose di paternalismo illuminato, il diritto commerciale costituiva il terreno dell'informalità, della responsabilità personale e dell'assunzione del rischio. I costi e le lentezze introdotti dal formalismo non si giustificavano fra mercanti. Essi rappresentavano la classe sociale più sofisticata, capace di leggere, scrivere e comprendere le conseguenze dei loro affari. Per questi motivi, il diritto poteva permettere loro d'introdurre nei contratti clausole penali che non potevano essere modificate dalle corti, rilasciare titoli di credito capaci di circolare al portatore, e garantire al silenzio il carattere d'accettazione dell'offerta contrattuale. Il codice commerciale tedesco offre altri esempi come quello del caveat emptor, per proteggere i mercanti da qualsiasi questione basata su difetti riconoscibili della merce non dichiarati subito dopo la consegna, o la previsione di tassi di interesse legale più alti e capaci di riflettere la realtà del mondo degli affari.

Un pluralismo di troppo

In seguito al miglioramento ed allo sviluppo sociale delle società occidentali, l'analfabetismo non era più così diffuso e per questo il formalismo protettivo risultava meno giustificato. Si è dovuto osservare inoltre che i mercanti non trattano solamente con altri mercanti. È problematico basare la distinzione tra attori del mercato bisognosi della protezione del diritto, in contrapposizione ad altri protagonisti del mercato che non necessitano di una simile protezione, su una classificazione schematica come quella tra mercanti e non. Vari sistemi giuridici hanno utilizzato criteri diversi per stabilire il carattere «commerciale» delle transazioni. Quale diritto dovrebbe essere applicato quando un membro di una classe tratta con un membro di un'altra? Anche qui sistemi giuridici diversi non sono d'accordo in riferimento a questo problema.

Esiste una tensione fondamentale che spiega perché questo problema non sia facilmente risolvibile, e certo non lo sia a costo zero, soprattutto se si opta per giurisdizioni separate. Quando il diritto risulta offrire un regime giuridico «migliore» per un gruppo, è spesso perché questo gruppo è abbastanza forte per far pressione sul processo politico che porta alla formulazione del regime giuridico stesso. Se così è, il gruppo che è stato capace di ottenere un regime giuridico speciale lo custodirà gelosamente. Di conseguenza, quando i mercanti interagiscono con i non-mercanti, i primi pretenderanno l'applicazione del loro regime (avendo abbastanza potere per farlo). I cittadini comuni tuttavia, necessitano di protezione, con la conseguenza che quando nasce un conflitto tra le categorie, c'è il bisogno di protezione attraverso norme imperative che valgano per tutti. Una simile scelta, chiaramente, avviene ad opera delle corti, ma avvenendo ex post accresce il tasso di incertezza. Questo problema è stato, ed è tuttora, molto difficile da risolvere nei sistemi giuridici che accettano la distinzione tra diritto civile e commerciale come base per regimi giuridici essenzialmente diversi o, a volte, addirittura per competenze giurisdizionali e tecniche decisorie completamente diverse. Se i giudizi per i mercanti avvengono in corti diverse con regimi diversi rispetto a quelli per i non-mercanti, la scelta diventa cruciale ed è, in se stessa, una importante fonte di costi. Risorse che si pensava di mettere a profitto limitando il formalismo vengono dirottate sulla scelta di quale corte decida ed applicando quale diritto. Una tale scelta incide spesso sulla decisione di merito, che risulterà diversa a seconda del sistema di norme che viene applicato. Chiaramente, questo uso delle risorse è talora inevitabile (vedi ad esempio i giudizi internazionali), ma la sua introduzione quando non risulti necessaria, costituisce comunque uno spreco.

In cerca di governance

Come conseguenza di questo insieme di obiezioni, le più recenti codificazioni di diritto privato hanno unito il diritto civile ed il diritto commerciale. I due corpi di disposizioni si sono influenzati a vicenda e, mentre l'inutile formalismo è stato in via di principio abbandonato, le clausole vessatorie dovute al disequilibrio del potere economico non vengono ammesse nemmeno quando ricorrono tra «mercanti». Tale più avanzato modello unitario riflette il fatto che le transazioni tra mercanti non coinvolgono solo i mercanti. Gli accordi privati fra uomini d' affari producono effetti esterni che essi ben volentieri scaricano sui terzi. Ed infatti, la gran parte del diritto commerciale sviluppatosi in Italia tra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, e riprodotto in tutto il mondo, ha una natura imperativa, cioè non può essere derogato pattiziamente dai mercanti proprio perché coinvolge altri. Esempi si possono rinvenire nel diritto delle società, ivi inclusi la corporate governance, il diritto fallimentare, ed il diritto dei titoli di credito.

La presenza o l'assenza di una norma limitante la libertà di contrarre (per esempio introdurre o meno la forma notarile per costituire una s.r.l.) è un problema che non ha nulla a che vedere con le esigenze di chi contrae ma riguarda l'impatto di tale contrarre sulla sicurezza del mondo esterno. I giuristi, hanno avuto da tempo familiarità con la distinzione tra previsioni imperative (protettive dei terzi) e dispositive (ossia che le parti possono liberamente derogare) e gli artefici dei codici più moderni si sono sforzati di individuare una soluzione interpretativa al problema della distinzione fra le une e le altre. Il Codice tedesco, per esempio, giunge ad una distinzione linguistica piuttosto precisa, utilizzando il termine «può», anziché «deve», in relazione alle previsioni dispositive. Il bilanciamento fra esigenze degli imprenditori e quelle dei non mercanti è uno sforzo estremamente complesso che spetta alla dottrina e alla giurisprudenza e che solo degli sprovveduti possono pensare di operare per decreto legge. Se un regime giuridico fornisce errati incentivi all'attività economica desiderabile, lo fa indipendentemente dallo status sociale degli individui che sono coinvolti. Restituire un foro speciale ai mercanti altro non è che un ennesima operazione ideologica destinata a produrre più costi che benefici.

Per capire che cosa significa la parola "futuro", bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola "fede". Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per "fede". Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco "banco di credito". Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, " fede" è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che "la fede è sostanza di cose sperate": essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.

Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze - o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?

Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca - la trapeza tes pisteos - è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non - chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci - sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta "crisi" che stiamo attraversando - ma ciò che si chiama "crisi", questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo - è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario - e le banche che ne sono l´organo principale - funziona giocando sul credito - cioè sulla fede - degli uomini.

Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca - coi suoi grigi funzionari ed esperti - ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede - la scarsa, incerta fiducia - che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.

Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia - non la futurologia - è la sola via di accesso al presente.

A vent´anni di distanza dal loro inizio, Tangentopoli e la crisi della "prima Repubblica" evocano oggi l´inevitabile crollo di un edificio corroso e al tempo stesso una ricostruzione radicalmente mancata. Non suggeriscono celebrazioni ma riflessioni amare sulla difficoltà, se non l´incapacità, del Paese a cambiare rotta. Impongono con urgenza ancora maggiore quel profondo esame di coscienza che allora non facemmo, preferendo rimuovere le radici del disastro. Lasciammo così largamente inalterati, dietro una "rivoluzione" di superficie, i guasti che erano stati alla base di quel crollo e costruimmo inevitabilmente sulla sabbia, se non sulle sabbie mobili. Per questa via le macerie della "seconda Repubblica" si sono inevitabilmente aggiunte a quelle della "prima": di entrambe dobbiamo oggi sgomberare il campo, e solo considerandole nel loro insieme possiamo individuare gli elementi necessari per una inversione di tendenza ancora possibile.

Ove si mettano a confronto gli anni Ottanta e il ventennio che ne è seguito viene quasi in mente il "tutto cambi perché nulla cambi" del Gattopardo e ancor di più una riflessione di Massimo d´Azeglio che viene spesso banalizzata e storpiata: "Hanno voluto fare un´Italia nuova - disse in realtà d´Azeglio - e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia, e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro". Lo dimenticammo, nell´attesa di una salvifica "seconda Repubblica", e venne di qui l´abbaglio di quegli anni: l´illusione che la corrosione avesse riguardato solo il ceto politico e non anche la società civile e il suo modo di essere. Come se le degenerazioni degli anni Ottanta, a partire dal crescente spregio per le regole collettive e per il bene comune, non avessero lasciato tracce profonde. Come non fosse proprio questo invece il terreno decisivo su cui costruire un´alternativa all´agonia della "prima Repubblica". Leggemmo in modo semplificato e mitico l´entusiasmo che accompagnò il crollo del vecchio sistema dei partiti, senza saper cogliere i differenti umori che in esso si mescolavano: e nel marzo del 1994 l´inaspettato trionfo di Berlusconi ci impose un brusco e amaro risveglio. Avevamo mitizzato la "rivoluzione della gente" e rimanemmo poi disorientati e afoni di fronte al suo primo esito: quasi una favola alla rovescia, scrisse allora Barbara Spinelli, in cui il principe alla fine si rivela un rospo. Delusi dalle favole, non sapemmo poi crescere.

Non cogliemmo appieno neppure le radici lunghe di quel deformarsi della politica che era imploso nella crisi e che rinviava in realtà sino agli anni del fascismo, come suggeriva un denso e appassionato libro di Luciano Cafagna, La grande slavina. Gli anni cioè in cui si era diffusa per la prima volta in Italia una presenza invasiva della politica nella vita quotidiana dei cittadini e si era affermata al tempo stesso la mescolanza fra interesse del partito e interesse dello Stato, l´appartenenza partitica come garanzia di privilegio e la politica come mestiere. Rimuovemmo anche questi nodi, e provocò allora scandalo Giuliano Amato quando li evocò nel burrascoso aprile del 1993, rassegnando le sue dimissioni da presidente del Consiglio.

Non riflettemmo a fondo, infine, né sul carattere tragico di quella crisi né sulle conseguenze di un mutamento radicale che era avvenuto principalmente per via giudiziaria, senza una contemporanea rifondazione e rigenerazione collettiva. E sull´inevitabile riproporsi, dunque, di quelle deformazioni dell´etica privata e pubblica che negli anni Ottanta si erano largamente diffuse e avevano improntato di sé larghi tratti del nostro vivere. Deformazioni che trovarono sbocco naturale in quella "liberazione dallo Stato" - e dalla coscienza civile, e dalle priorità del bene pubblico - che era il vero "miracolo" promesso da Silvio Berlusconi. Intriso di populismo e di antipolitica, di sprezzo per la Carta fondante della Repubblica e di estraneità alle regole essenziali della democrazia.

Fu una vera tragedia, in quella crisi, l´assenza di un´alternativa basata su proposte solide e convincenti di buona politica: una sinistra che aveva visto crollare i suoi tradizionali fondamenti ideologici ben prima del 1989 si dimostrò incapace di ricostruire se stessa su questo elementare e fondamentale terreno. Più esposta di prima, semmai, a pratiche distorsive e sempre meno capace di grandi slanci ideali. Sempre più inaridita.

Inevitabilmente dunque al vecchio panorama della politica subentrò un suo sconfortante simulacro, un "sistema dei partiti senza partiti" che ne ereditava i guasti e altri ne aggiungeva. E frenava al tempo stesso i tentativi di battere altre, più trasparenti e democratiche vie.

La corruzione stessa si ripropose e dilagò di nuovo, con un definirsi e costituirsi delle cricche che nell´agire - e talora nei nomi - rimandava ai peggiori cancri della "prima Repubblica", a partire dalla P2. Eppure molto a lungo essa ci era parsa scomparsa o quasi, almeno nei suoi aspetti più devastanti e corposi, e fu un brusco risveglio accorgerci, pochi anni fa, che così non era. Roberto Saviano parlò allora di "corruzione inconsapevole", segnalando un nuovo salto di qualità rispetto alla "corruzione ambientale" tratteggiata vent´anni prima dal giudice Di Pietro: a qualcuno parve esagerazione di scrittore ma si rivelò fondatissima descrizione della realtà.

Siamo arrivati così a un nuovo crollo e a una nuova dichiarazione di fallimento della politica, incapace di tenere il campo quando il Paese si è trovato ancora sull´orlo di un baratro. Lascia oggi sconfortati, se non sgomenti, la distanza fra l´urgenza assoluta di una ricostruzione radicale e la scarsa consapevolezza che sembrano averne i partiti. Capaci di ignorare persino l´inabissarsi della loro credibilità, esattamente come vent´anni fa. Eppure il Paese è sì logorato, disorientato, profondamente preoccupato ed esposto alle tentazioni dell´antipolitica ma ancora percorso da energie vitali, da ansie di rinnovamento. Se andassero ancora deluse sarebbe davvero l´ultimo dramma.

A ragione Alberto Asor Rosa ha lanciato l'allarme e chiesto una sosta di riflessione. Siamo di fronte a novità formidabili, figlie di svolte e derive di lunga durata. Per contrastarle o padroneggiarle bisogna accumulare una nuova «saggezza» con riflessione e lavoro di lunga lena, da condurre per «decenni» e con adeguata organizzazione. La ramazza della «tecnopolitica europea», del «financapitalismo» ci ha liberato dell'immondizia berlusconiana, ma ci instupidisce ora «avanti ai fari abbaglianti» di Mario Monti, al soft power delle sue «lacrime e sangue», di ricette rinforzate dall'assenza di alternative.


L'eccezione e la regola.

Meno convincente è l'aura di eccezionalità che spira tra le righe del suo argomentare. A tratti, come tanti nelle settimane scorse, evoca uno «stato di eccezione», la straordinarietà di eventi e processi, della «decisione». In generale, lo sguardo è fisso sul teatro nazionale, sempre unico ed eccezionale, sia che si sottolinei l'ennesima manifestazione del «caso italiano», sia che si esalti il potere di «anticipazione» delle nostre vicende. Per spiegare ricorre a paragoni storici con altri periodi e figure: l'interregno di Luigi Luzzatti. Altri ha accennato alla fatale meteora di Heinrich Brüning. 


Ne siamo sicuri? Ma da quanto tempo non ci sono più lo Stato, la politica, l'autonomia: la sovranità, insomma, del tempo che fu? E non solo in Italia. Cos'è la Francia di Sarkozy, cui si affiancherà la Merkel in campagna elettorale? Certo, si vedrà se l'innovazione o l'azzardo funziona. Intanto, nessuno - forse Marine Le Pen - grida allo scandalo, ai tedeschi arrembanti, les Boches! La Grandeur è in soffitta per decisione o presa d'atto unanimi. Non siamo forse tutti in Europa alle prese con la lezione del Belgio? Un paese dilaniato da strappi secessionisti, ma rimasto senza governo per più di un anno, appeso senza tracolli alla respirazione artificiale garantita dalla macchina comunitaria.

Vale ancora l'etichetta dell'eccezione, quando parliamo delle ricette di Monti? Ma non sono dettate ormai da un ventennio dalla cogenza della Costituzione scolpita nei trattati di Maastricht e sempre confermata da tutti, tra scossoni politici e referendari, con convenzioni e trattati a Amsterdam, Nizza, Lisbona, fino al fiscal compact dei nostri giorni, vagliato e varato, nel disinteresse generale, già da Commissione e Parlamento europei, ancor prima dei diktat di Angela Merkel?
Vent'anni or sono.


Per prendere le misure a Monti, in realtà, bisogna aguzzare lo sguardo, dargli profondità, e magari rammentarsi che il grido di Asor Rosa non è una novità assoluta. Anzi. Già in altri tempi, all'alba di quest'ultimo ventennio, un grido analogo si levò di fronte ad altri affondi presidenziali, ad altri tecnici - Carlo Azeglio Ciampi - chiamati a reggere e traghettare il paese in Europa, nel silenzio e nella mancanza di iniziative della sinistra, con l'astensione all'epoca del Pds. Anche per protesta contro di essa e l'asfissia dei partiti Pietro Ingrao si dimise dal Pds e chiamò, già allora, ad un lavoro di costruzione di nuovi fondamenti. E qualcosa iniziò. Ne nacque allora la riflessione a quattro mani con Rossana Rossanda consegnata in un volume, Appuntamenti di fine secolo e nel tentativo, abortito, di analisi e iniziative addirittura europee.

È bene sgombrare subito il campo da ogni farsesca tentazione di sminuir tutto in uno storico deja vu. Ma sarebbe suicida non riconoscere la tragedia di una sinistra china a investigare su un nuovo delitto senza riconoscere il serial killer all'opera, alle prese con analisi e appuntamenti già mancati una volta, esausti copioni di recite già celebrate.
È utile forse allora ricordare che Appuntamenti di fine secolo prendeva le mosse da un carteggio che appuntava le sue righe iniziali sulla «questione del debito pubblico italiano», sulla sua «patologia» e sulle forme in cui essa era finita nei comandamenti di Maastricht. Ecco il debito pubblico, una chiave indispensabile per comprendere Monti e le dinamiche di lungo periodo che gli hanno dato forza crescente. Per troppo tempo si è visto in esso e nella crescita irresistibile della spesa pubblica la naturale dinamica di una società in declino, vittima dei suoi egoismi corporativi e delle cure clientelari amministrate dalla Dc o, peggio, dalla consociazione catto-comunista.

Pochi analisti hanno affondato davvero il bisturi nelle scelte compiute all'inizio degli anni Settanta. Allora - mentre il mondo era scosso nei suoi piloni portanti: dollaro e petrolio - l'Italia fu costretta a chinare il capo nella tempesta delle monete. La bancarotta fu evitata nel 1974 con l'apporto finanziario del Fmi e con l'oro italiano dato in pegno alla Bundesbank del tempo. Dietro l'apparente non governo a deriva Dc, di fronte ad una dialettica sociale e sindacale sempre più vivace, la Banca d'Italia di Guido Carli aveva da tempo deciso di sanare in modo particolare «la ferita» subita dall'economia italiana con la «decadenza del sentimento della disciplina sociale»: aveva scelto di «alimentare il circuito della spesa nella misura necessaria a finanziare scambi che si svolgono a prezzi sempre più alti» (Banca d'Italia, Relazione sull'anno 1970). 


La contesa con Carli

All'unisono, nelle loro memorie, Guido Carli e Mario Monti fanno ascendere a quella scelta l'inizio di un reciproco dissidio. Le critiche di Monti a Carli e al suo «dirigismo creditizio», al suo pilotaggio della «spesa pubblica in disavanzo», valsero all'economista milanese crescente notorietà e il ruolo di capofila critico nell'establishment e nell'intellighentzia del tempo. Più in ombra rimase la sapiente gestione da parte di Carli del doppio registro di spesa pubblica lasca, accompagnata da periodiche svalutazioni della lira, specie dopo la conquista del punto unico di scala mobile. Si forniva generosamente corda all'impiccato: la competitività dell'industria veniva ricreata artificialmente, mentre il resto dell'organismo sociale si spappolava per egoismi corporativi e rincorse competitive alimentati da una spesa pubblica in continua dilatazione. 
Carli avrebbe provveduto poi a Maastricht a riregolare la dinamica del sistema e sanare quel dissidio.

Allora, edotti dal lavorio ai fianchi compiuto dalla Trilateral e dalle teoriche della governabilità, si scelse, in concorde discordia con i tedeschi della Bundesbank allarmati da Kohl e dalla sua unificazione con il marco alla pari tra Est e Ovest, di mettere una mordacchia permanente alla nuova Europa, di affidarla ad esecutivi e eurocrazie, di stirare spesa pubblica e welfare nelle presse dei criteri di convergenza e del successivo patto di stabilità. 
Inizia allora il volo di Mario Monti, come figura più rappresentativa di quell'atto creativo che metteva capo all'euro e alla Bce, all'Ue e ai suoi inediti comandamenti.

Limpidi sono nella sua figura i tratti distintivi del neoliberismo anglosassone o dell'ordoliberismo di stampo tedesco: un orientamento pragmatico, ma tenace, che non demonizza più lo Stato e il suo intervento. Semmai lo esalta come amplificatore della competitività e regolatore della dialettica sociale.
Oggi, a vent'anni e passa dal primo volo dell'Unione Europea, il grido di Asor Rosa ci coglie come trapassati in un altro mondo. Non siamo riusciti a prendere nemmeno le misure del Monti che fu e già siamo chiamati a misurarci con la sua reincarnazione, con il nuovo ciclo aperto dal fiscal compact. Oggi il globo - mutato radicalmente nel metabolismo tra Nord e Sud, Est ed Ovest - si è riassestato su nuovi cardini: nel Pacifico e non più in Atlantico. La stagione della «guerra al terrorismo», in cui l'unilateralismo americano aveva pensato di disporsi per eternarsi, si è chiusa con un rinculo di storiche proporzioni. Ma ad archiviarla definitivamente ci prova, e a fatica, il solo Obama. L'Europa a stento e a tratti si dispone sulle sue orme.

Emblematica la vicenda tutta dei rivolgimenti arabi o quell'accenno di dialogo, quel guatarsi guardinghi ma attenti che si è instaurato tra Obama e Occupy Wall Street. Anche qui non v'è nulla di simile sul Vecchio Continente, in nessuna delle sue terre. 
L'euro e i suoi comandamenti sono da tempo oggetto di dileggio e preoccupazione non più solo di premi Nobel e della dirigenza americana. Per gironi meno blasonati, la somministrazione quotidiana del rating da parte delle agenzie ammonisce senza sosta sulle illusioni mortali della via penitenziale allo sviluppo più o meno socialmente virtuoso, più o meno frugale. McKinsey e S&P's ci dicono che la lotta al debito non funziona se fatta solo di tagli, se non mobilita i popoli, ma li mette alla frusta.


Un potere corrosivo

Imperterrito l'euro corrode welfare dei popoli e legittimità delle élites, scassando armature sociali collaudate. È dubbio però che la stretta ulteriore promossa con il fiscal compact segni solo il trionfo della Merkel e l'indebolimento di Monti. Tutt'altro. In quella rigida scansione di regole e soglie, nella piena, compiuta e non più zoppa, costituzionalizzazione del «vincolo esterno» sta l'esaltazione, ad altissima cifra politica, del tecnico Monti, il segreto della sua forza politica. A patto naturalmente di conquistare una visione larga della scena europea, libera da ogni ingenua e meccanica trasposizione tra degrado delle condizioni sociali, marcescenza del pantano politico e procedere della crisi.

La recessione potrà senz'altro approfondirsi con i suoi danni incommensurabili ma non è detto che si tramuti in crisi del sistema o dell'euro. Ancor più se a sinistra si continuerà ad indugiare nella catastrofica attesa del collasso, in un attendismo che non fa che amplificare lo iato tra le possibilità offerte dallo scontento e la capacità di metter capo ad una fattiva mobilitazione, alla configurazione di un reale blocco riformatore. Da questo punto di vista il panorama è desolante, ancor più laddove l'attizzarsi delle contese elettorali dovrebbe stimolare ad afferrare il toro per le corna. Né ci si aiuta, provando ad assolversi dalle proprie mancanze e imputando tutto alla prepotenza tedesca e di Angela Merkel.

Anzi, guardando all'allestimento delle scene elettorali proprio il panorama tedesco è quello più promettente. 
Rispetto al millimetrico e allusivo riposizionamento, pieno di reticenze, di Hollande, in Germania si prova a mettere con più decisione i piedi nel piatto. L'ultimo documento di Spd e Verdi, il protocollo in 12 punti offerto a dicembre come contributo a tutta la sinistra europea, disegna con tratti decisi la scena e le poste europee, e non solo tedesche. Vi si contesta con una nettezza altrove sconosciuta la pretesa della Merkel e dei suoi di imporre risanamenti a senso unico, con «i compiti a casa» degli Stati cicala, dei Pigs. Perseverare su questa strada può portare solo ad ingessare colpevolmente Uem e Ue, fino allo scasso e al suicidio finali. All'ordine del giorno è un mutamento di strada indirizzato non tanto a colmare i vuoti lasciati a Maastricht, ma a raddrizzare la barca sbilenca lì attrezzata e poi via via puntellata.

Nella «storia dell'Europa di oggi vi è la possibilità solidale di un nuovo inizio».
Non si afferra il bandolo del caso italiano né di nessun altro paese europeo senza uno sguardo maturo sull'Europa tutta e le sue sfide, se non si prova nemmeno ad immaginarsi lievito di nuove speranze su scala continentale, se non si azzarda un atto di igiene mentale: schiodare intanto nella propria testa l'Europa dalla costituzione monetaria in cui è stata ripetutamente trafitta.


Una versione più ampia di questo intervento su www.sbilanciamoci.info

Stiamo diventando la nuova terra di conquista della Cina. Non è purtroppo una provocazione, semmai l'avverarsi di profetiche previsioni dei nostri nonni che probabilmente avevano intuito come stava girando il mondo. Conseguenze di una globalizzazione lasciata alle pure regole del mercato, ma non quello finanziario, ecco la novità. La Cina, infatti, probabilmente ha imparato la lezione - a differenza nostra - del crack del 2007, e invece di continuare a comprarsi i debiti degli altri, gli Usa e oggi quelli Ue, ha scelto un'altra strategia, certificata e confermata oggi in un articolo del Sole24Ore: «piuttosto che comprare obbligazioni pubbliche - scrivono Gianluca di Donfrancesco e Luca Vinciguerra - la Cina preferisce intensificare lo shopping sugli scaffali dell'economia reale».

Come e perché? «La crisi dell'economia e delle finanze pubbliche di tanti Paesi dell'Eurozona facilita questo shopping, con gli Stati più indebitati impegnati in massicci piani di privatizzazioni per recuperare le risorse necessarie a rimettere sotto controllo i conti pubblici. Per questa via la Cina è riuscita a penetrare in uno dei settori strategici del Vecchio continente, quello dell'energia, con l'acquisizione di Energias de Portugal».

Va detto che Frau Merkel aveva chiesto e più volte auspicato che il Portogallo trovasse un partner europeo, ma anche per la cancelliera tedesca vale il vecchio adagio: è il mercato, bellezza. E i lusitani hanno venduto al miglior offerente. Questa politica del vendere i pezzi migliori della propria economia per rispettare una politica fatta solo di numeri e bilanci e all'insegna dell'austerità senza prospettiva mostra dunque subito la corda. Ed il brutto è che siamo solo all'inizio.

Scrive sempre il Sole: «Lisbona ha bisogno di far cassa in fretta per rispettare le clausole del piano di salvataggio da 78 miliardi promosso da Ue e Fmi. E soprattutto per non fare la fine della Grecia. Nel loro shopping, le aziende cinesi possono invece permettersi di largheggiare. Per Edp, la Three Gorges ha sborsato un prezzo del 53% superiore ai corsi di Borsa e ha inquadrato la proposta in un ampio piano di supporto all'economia portoghese che promette di arrivare a 8 miliardi di euro. Sbaragliata la concorrenza della tedesca E.on, che aveva a sua volta messo gli occhi su Edp. Prima ancora era stata Atene a cedere pezzi alla Cina. Nella primavera del 2010 il porto del Pireo è finito preda del colosso della logistica Cosco, con un'operazione da 3,3 miliardi».

E l'Italia del credibilissimo Monti? «All'inizio dell'anno, il 75% del gruppo Ferretti, la casa romagnola di imbarcazioni di lusso, è passata alla Shandon Heavy Industries, con un'operazione da 374 milioni». Per ora siamo all'acquisizione non nuova del "made in italy", un'altra operazione più piccola è quella per la De Tommaso di Rossignolo, ma se piove di quel che tuona potremmo ritrovarci a un'offerta per Enel oppure per Eni. Qualcuno dirà che è un bene, questo ci darà soldi per migliorare i nostri conti pubblici, peccato però che poi a quel punto il piano energetico nazionale ce lo farà Xi Jinping, e non solo a noi.

L'altra considerazione è che al netto di tutte le diseconomie o malfunzionamenti degli apparati pubblici e delle sue partecipazioni nelle grandi aziende del Paese, la cosa vale per l'Italia come per il resto dell'Ue; se la Cina investe proprio negli asset infrastrutturali e nelle industrie del Vecchio Continente invece che nei loro titoli di carta, queste devono offrir loro maggiori garanzie. Non sono, come dire, così da buttare come ci vogliono far credere e anzi potremmo dire, provocatoriamente ma nemmeno più di tanto, che anche questi sono beni comuni, come lo sono la solidarietà tra i Paesi dimenticata purtroppo come nel caso Grecia, come lo è il welfare faticosamente costruito negli anni e ora da cambiare ma in meglio. Tutti beni comuni, ribadiamo, che non sarebbe affatto opportuno vendere, meno che mai svendere, come invece siamo o saremo costretti a fare con le attuali asfittiche politiche di mero bilancio.

Non si tratta di avere una politica contraria alla globalizzazione, si tratta di non soccombere e di partecipare alla globalizzazione con un ruolo da protagonista e con un'idea di sviluppo diversa da quella perpetrata fino ad oggi. Se l'Africa è diventato il continente dove "comprarsi la terra" per coltivare, l'Europa rischia di diventare la terra dove comprare "gli asset energetici e le industrie" più all'avanguardia o almeno più affidabili e redditizie. Anche perché avere una fabbrica portoghese - per restare nell'esempio - è un conto, avere uno dei "maggiori produttori di energia elettrica europei ed uno dei più importanti gruppi industriali del Portogallo" è un altro. Significa avere in mano in parte anche le sorti di una nazione e dei suoi abitanti nelle proprie mani. E si dirà ancora: ma la Cina non ha alcun interesse a far crollare l'economia Ue. E infatti non la vuol far crollare, anzi, la vuol fare sopravvivere ma pro domo sua. Con buona pace delle democrazie tutte, prese a schiaffi dai mercati e fagocitate dal dirigismo cinese, "armonioso", of course.

A tre anni dalla crisi, quindi, sempre il Sole (di sabato scorso) ci erudisce sul fatto che l'economia finanziaria è di nuovo zeppa di quattrini e la domanda è se «questa liquidità riuscirà a far girare il motore dell'economia vera (non solo quello effimero della finanza), oppure le banche centrali stanno semplicemente gettando acqua in un lavandino ingorgato?». Per lo stesso Sole «una risposta è impossibile da dare oggi, perché l'effetto reale di politiche monetarie di questo tipo va valutato nel lungo termine. Ma in fondo è questo il vero paradosso: la liquidità abbonda, ma - per ora - non arriva a chi ne ha veramente bisogno». Non solo, l'Ue si sta avvitando con una politica economica fondata sull'austerità (non premiata peraltro neppure dalle società di rating, per quello che vale, vedi Moody's..) e figlia di ragioni elettorali che ne accorciano ancora di più il fiato.

C'è quindi il forte rischio che i nostri destini (e quelli della Grecia e del Portogallo...) non verranno decisi a Bruxelles o dai gemelli diversi Merkel-Sarkozy, ma da visite e incontri come quelli iniziati ieri negli Usa dal vice-presidente cinese, Xi Jinping, definita a Pechino  «cruciale per far progredire il  partenariato di cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti», un partenariato che sembra avere in palio anche l'egemonia su quello che poteva essere il "terzo incomodo", cioè l'Ue, come ha dimostrato anche la cronaca provincialistica e prona che molti giornali italiani hanno fatto della visita di Mario Monti a Barack Obama, praticamente ignorata come quella di un Paese minore dalla stampa Usa.

La Cina quindi si approfitta di una debolezza allarmante dell'Ue e, forse qualcuno ancora non lo sa, si sta persino comprando i nostri rifiuti, giusto per non farsi mancare niente. Non quelli indifferenziati, sia chiaro, quelli differenziati dalle nostre manine.

Nel frattempo vittime degli speculatori e delle loro macchine e algoritmi le materie prime hanno perso ogni contatto con l'economia reale, e le quotazioni di quelle alimentari - vittime di questo gioco al massacro - affamano gli ultimi del mondo. Questo è il capitalismo moderno e sicuramente, come dice l'ex ministro Vincezo Visco sull'Unità, siccome non si torna indietro e serve "innovazione", è un'analisi corretta individuare la "necessità di una gestione controllata delle economie". Ma, sul come, nessuno dà risposte. Le nostre sono da non economisti e le ribadiamo: un consiglio di sicurezza Onu per l'economia e la realizzazione di una no fly zone sulle commodity. Tuttavia migliori soluzioni vorremmo sentircele proporre da chi è demandato a farlo. Difficile, tuttavia, che accada quando il problema ci pare neppure venga posto...

Per capire com’è oggi il sistema che stiamo importando e le ragioni di questa scelta bisogna leggere il bellissimo articolo di Hedges, scrittore e giornalista del New York Times [il testo originale qui]. Richiamando Socrate, Kant e Hannah Arendt, Hedges ricorda a quanti confondono l’educazione con l’addestramento che non insegnare ai giovani a pensare è un crimine di cui il mondo ha già conosciuto gli effetti (giovanna giudici).

Una nazione che distrugge il proprio sistema educativo, degrada la sua informazione pubblica, sbudella le proprie librerie pubbliche e trasforma le proprie frequenze in veicoli di svago ripetitivo a buon mercato, diventa cieca, sorda e muta. Apprezza i punteggi nei test più del pensiero critico e dell’istruzione. Celebra l’addestramento meccanico al lavoro e la singola, amorale abilità nel far soldi. Sforna prodotti umani rachitici, privi della capacità e del vocabolario per contrastare gli assiomi e le strutture dello stato e delle imprese. Li incanala in un sistema castale di gestori di droni e di sistemi. Trasforma uno stato democratico in un sistema feudale di padroni e servi delle imprese.

Gli insegnanti, con i loro sindacati sotto attacco, stanno diventando altrettanto sostituibili che i dipendenti a paga minima di Burger King. Disprezziamo gli insegnanti veri – quelli con la capacità di ispirare i bambini a pensare, quelli che aiutano i giovani a scoprire i propri doni e potenziali – e li sostituiamo con istruttori che insegnano in funzione di test stupidi e standardizzati. Questi istruttori obbediscono. Insegnano ai bambini a obbedire. E questo è il punto. Il programma No Child Left Behind, sul modello del “Miracolo Texano”, è una truffa. Non ha funzionato meglio del nostro sistema finanziario deregolamentato. Ma quando si esclude il dibattito, queste idee morte si autoperpetuano.Il superamento di test a scelta multipla [bubble test] celebra e premia una forma peculiare di intelligenza analitica.

Questo tipo di intelligenza è apprezzato dai gestori e dalle imprese del settore finanziario. Non vogliono dipendenti che pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti. Vogliono che essi servano il sistema. Questi testi producono uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test elevano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi. Premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti – quelli che marciano al suono del proprio tamburo – sono eliminati.

«Immagina» ha detto un insegnante di scuola pubblica di New York che ha chiesto di non fare il suo nome, «di andare ogni giorno al lavoro sapendo che molto di quello che fai è una truffa, sapendo che non stai in alcun modo preparando gli studenti alla vita in un mondo sempre più brutale, sapendo che se non continui, secondo copione, con i tuoi corsi di preparazione ai test, e anzi se non migliori al riguardo, resterai senza lavoro. Fino a pochissimo tempo fa, il preside di una scuola era qualcosa di simile a un direttore d’orchestra: una persona che aveva una profonda esperienza e conoscenza della parte e della collocazione di ogni membro e di ogni strumento. Negli ultimi dieci anni ho assistito all’emergere sia dell’Accademia della Leadership del [sindaco] Mike Bloomberg sia dell’Accademia dei Sovrintendenti di Eli Broad, entrambe create esclusivamente per produrre all’istante presidi e sovrintendenti che si modellano sugli amministratori delegati delle imprese. Come è possibile che una cosa del genere sia legale? Come vengono riconosciute tali accademie? Di leader di che qualità ha bisogno una “accademia della leadership”? Che tipo di società consente a persone simili di amministrare le scuole dei suoi bambini? I testi di alto livello possono essere inutili da punto di vista pedagogico ma sono un meccanismo brillante per minare il sistema scolastico, instillando paura e creando una giustificazione perché se ne impossessino le imprese. C’è qualcosa di grottesco nel fatto che la riforma dell’istruzione sia diretta non da educatori bensì da finanzieri e speculatori e miliardari».

Gli insegnanti, sotto attacco da ogni direzione, stanno abbandonando la professione. Anche prima del blitzkrieg della “riforma” stavamo perdendo metà di tutti gli insegnanti nell’arco di cinque anni da quando avevano iniziato a lavorare, e si trattava di persone che avevano speso anni e molte migliaia di dollari per diventare insegnanti. Come può aspettarsi il paese di trattenere professionisti dignitosi e addestrati di fronte all’ostilità delle condizioni attuali? Sospetto che i gestori di fondi speculativi che stanno dietro il nostro sistema delle scuole parificate – il cui interesse principale non è certo l’istruzione – siano felicissimi di sostituire gli insegnanti veri con istruttori non sindacalizzati e scarsamente addestrati. Insegnare sul serio significa instillare i valori e il sapere che promuovono il bene comune e proteggono una società dalla follia dell’amnesia della storia. L’ideologia utilitaristica industriale abbracciata dal sistema dei test standardizzati e delle ‘accademie della leadership’ non ha tempo per le sottigliezze e le ambiguità morali intrinseche a un’educazione alle arti liberali. L’industrialismo ruota intorno al culto dell’io. E’ incentrato sull’arricchimento e il profitto personale come solo fine dell’esistenza umana. E quelli che non si adeguano sono messi da parte.

«E’ estremamente avvilente rendersi conto che si sta in realtà mentendo a questi bambini insinuando che questa dieta di letture industriali e di test standardizzati li stia preparando a qualcosa», ha detto questo insegnante, che temeva di subire rappresaglie dagli amministratori scolastici se questi avessero saputo che stava parlando fuori dai denti. «E’ ancor più avvilente sapere che la tua sussistenza dipende sempre più dal sostenere questa bugia. Ti devi chiedere come mai gli amministratori dei fondi speculativi siano così improvvisamente interessati all’istruzione dei poveri delle città? Lo scopo principale della follia dei test non è di valutare gli studenti, bensì di valutare gli insegnanti».

“Non posso dirlo con certezza – non con la certezza di un Bill Gates o di un Mike Bloomberg che pontificano con certezza assoluta in un campo del quale non sanno assolutamente nulla – ma sospetto sempre più che uno degli obiettivi principali della campagna per la riforma sia di rendere il lavoro dell’insegnante così degradante e offensivo che gli insegnanti dignitosi e davvero istruiti semplicemente se ne andranno fin quando mantengono ancora un po’ di rispetto per sé stessi,- ha aggiunto. - In meno di un decennio siamo stati spogliati dell’autonomia e siamo sempre più microgestiti. Agli studenti è stato dare il potere di licenziarci per il fallimento nei loro test. Gli insegnanti sono stati assimilati a porci al truogolo e incolpati del collasso economico degli Stati Uniti. A New York ai presidi è stato dato ogni incentivo, sia finanziario sia in termini di controllo, perché sostituiscano gli insegnanti esperti con reclute di 22 anni fuori ruolo. Costano meno. Non sanno niente. Sono malleabili e vulnerabili alla revoca».

La demonizzazione degli insegnanti è un’altra finta della propaganda, un modo, da parte dell’industria, di sviare l’attenzione dal furto di circa 17 miliardi di dollari di stipendi, salari e risparmi a danno dei lavoratori statunitensi e da un panorama in cui un lavoratore su sei è disoccupato. Gli speculatori di Wall Street hanno saccheggiato il Tesoro statunitense. Hanno frustrato ogni tipo di regolamentazione. Hanno evitato incriminazioni penali. Stanno svuotando i servizi sociali fondamentali. E ora stanno pretendendo di amministrare le nostre scuole e università.

«Non solo i riformatori hanno rimosso la povertà come fattore; hanno anche rimosso le attitudini e le motivazioni degli studenti come fattori» ha detto questo insegnante, che è membro di un sindacato insegnanti. «Sembrano credere che gli studenti siano qualcosa di simile alle piante cui basti dar acqua ed esporle al sole del tuo insegnamento e tutto fiorisce. Questa è una fantasia che insulta sia lo studente sia l’insegnante. I riformatori sono venuti fuori con una varietà di piani insidiosi promossi come passi per professionalizzare il lavoro degli insegnanti. Siccome sono tutti uomini d’affari che non sanno nulla del settore, è superfluo dire che ciò non si fa dando agli insegnanti autonomia e rispetto. Usano remunerazioni basate sul merito in cui gli insegnanti degli studenti che fanno bene nei test a risposta multipla ricevono più soldi e gli insegnanti i cui studenti non fanno così bene nei test a risposta multipla, ricevono meno soldi. Naturalmente l’unico modo in cui ciò potrebbe essere concepito come equo sarebbe se in ogni classe si avesse un gruppo identico di studenti; una cosa impossibile. Lo scopo vero della remunerazione in base al merito consiste nel dividere gli insegnanti gli uni dagli altri spingendoli alla caccia agli studenti più brillanti e più motivati e a istituzionalizzare ulteriormente l’idea idiota dei test standardizzati. C’è sicuramente un’intelligenza diabolica all’opera in tutto ciò».

«Se si può dire che l’amministrazione Bloomberg sia riuscita in qualcosa, - ha detto, - ha avuto successo nel trasformare le scuole in fabbriche di stress in cui gli insegnanti scorrazzano a chiedersi se è possibile compiacere i propri presidi, se la propria scuola sarà ancora aperta l’anno prossimo, se il sindacato sarà ancora lì a offrire un qualche genere di protezione, se avranno ancora un posto di lavoro l’anno prossimo. Non è così che si gestisce un sistema scolastico. Così lo si distrugge. I riformatori e i loro compari nei media hanno creato un mondo manicheo di insegnanti cattivi e di insegnanti efficienti. In questo universo alternativo non ci sono altri fattori. Ovvero, tutti gli altri fattori – povertà, genitori degeneri, malattie mentali e denutrizione – sono tutte scuse del Cattivo Insegnante che possono essere superate dal duro lavoro dell’Insegnante Efficiente».

I davvero istruiti diventano consci. Diventano consapevoli di sé stessi. Non mentono a sé stessi. Non fanno finta che la truffa sia una cosa morale o che l’avidità della imprese sia una cosa buona. Non affermano che le esigenze del mercato possano giustificare moralmente la fame dei bambini o la negazione dell’assistenza medica ai malati. Non cacciano di casa 6 milioni di famiglie come costo della conduzione degli affari. Il pensiero è un dialogo con il proprio io interiore. Quelli che pensano pongono domande, domande che coloro che detengono l’autorità non vogliono siano poste. Ricordano chi siamo, da dove veniamo e dove dovremmo andare. Restano eternamente scettici e diffidenti nei confronti del potere. E sanno che questa indipendenza morale è l’unica protezione dal male radicale che deriva dall’incoscienza collettiva. Questa capacità di pensare è baluardo contro ogni autorità centralizzata che cerchi di imporre un’obbedienza stupida. C’è un’enorme differenza, come comprese Socrate, tra l’insegnare alle persone cosa pensare e l’insegnar loro come pensare. Quelli che sono dotati di una coscienza morale rifiutano di commettere delitti, anche quelli sanzionato dallo stato-impresa, perché alla fine non vogliono vivere con dei criminali, sé stessi. «E’ meglio essere in conflitto con il mondo intero […] che essere in conflitto con me stesso», disse Socrate.

Quelli che sono in grado di porre le domande giuste sono armati della capacità di fare una scelta morale, di difendere il bene contro le pressioni esterne. Ed è per questo che il filosofo Immanuel Kant pone i doveri che abbiamo verso noi stessi prima dei doveri che abbiamo verso gli altri. Il riferimento, per Kant, non è l’idea biblica dell’amore per sé stessi – ama il tuo prossimo come te stesso, fai agli altri quello che vorresti che essi facessero a te – ma il rispetto di sé. Quel che ci dà valore e significato come esseri umani è la capacità di sollevarci ed opporci all’ingiustizia e alla vasta indifferenza morale dell’universo. Una volta morta la giustizia, come sapeva Kant, la vita perde ogni significato. Quelli che obbediscono docilmente alle leggi e alle norme imposte dall’esterno – comprese le leggi religiose – non sono esseri umani morali. L’adempimento di una legge imposta è moralmente neutro. I davvero istruiti mettono le loro volontà al servizio di un’istanza di giustizia, empatia e ragione più elevate. Socrate ha sostenuto la stessa tesi quando ha detto che è meglio patire il male che farlo.

«Il male più grande che sia stato perpetrat», ha scritto Hannah Arendt, «è il male commesso dai nessuno, ovvero dagli esseri umani che rifiutano di essere persone». Come ha puntualizzato la Arendt, dobbiamo aver fiducia soltanto in coloro che hanno questa consapevolezza di sé stessi. Questa consapevolezza di sé stessi viene solo dalla coscienza. Viene dalla capacità di guardare la crimine che viene commesso e dire “Io non posso”. Dobbiamo temere, ha ammonito la Arendt, quelli il cui sistema morale è costruito sulla struttura inconsistente dell’obbedienza cieca. Dobbiamo temere quelli che non sono in grado di pensare. Le civiltà prive di coscienza si trasformano in deserti autoritari.

«I malvagi peggiori sono quelli che non ricordano perché non hanno mai prestato attenzione alla questione e, senza ricordo, niente può trattenerli», scrive la Arendt. «Per gli esseri umani, pensare al passato significa muoversi nella dimensione della profondità, gettando radici e così rendendosi stabili, in modo da non essere spazzati via da qualsiasi cosa possa accadere, lo Zeitgeist [lo spirito del tempo], o la Storia o la semplice tentazione. Il male più grande non è profondo, non ha radici, e poiché non ha radici non ha limiti, può arrivare a estremi impensabili e spazzare il mondo intero».

Qui il sito di Giovanna Giudici

Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti, allora sì che ce ne accorgeremo. Ci spareremo addosso per la sopravvivenza dopo averlo fatto per il petrolio, per l´acqua e per l´uranio. Lo faremo per il suolo e il sottosuolo, per il cibo e i serbatoi delle macchine. Andrea Segrè, economista triestino e preside della facoltà di Agraria all´Università di Bologna, immagina come sarà l´apocalisse del mondo occidentale, schiavo della triade crescita-consumo-debito. Lo fa nel suo Basta il giusto (quanto e quando) (Altreconomia), un libretto sottile costruito come una lettera a uno studente universitario diciottenne. Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti, sarà pure troppo tardi. Perciò bisogna agire adesso, e una strada per Segrè esiste già. Sarà l´ossimoro a salvare il mondo, a garantire ancora un futuro. La strada delle contraddizioni apparenti condurrà "lentamente, ma per davvero" a meno benessere e più ben vivere. A una società con un modello economico in grado di ridurre le diseguaglianze riducendo il possesso, votandosi alla cultura della sufficienza.

Segrè cita "la società diversamente ricca di Riccardo Lombardi, la povertà felice di Albert Camus, l´opulenza frugale di Serge Latouche". Le chiama visioni, non utopie, giacché se utopie fossero sarebbero "utopie concrete". L´elogio del limite e della vita responsabile passa dunque attraverso un mondo nuovo che rinneghi "la pervasiva cultura del consumo e del rifiuto che generano lo spreco di cui siamo circondati e sommersi". Se entro il 2030 il 48% dei maschi inglesi e il 43% delle donne sarà obeso; se il 40% della popolazione mondiale dispone di meno di 50 litri d´acqua al giorno mentre ogni italiano di 250; se un cittadino dell´India consuma 4 tonnellate annue fra minerali, carburanti fossili e biomasse contro le 40 dei Paesi industrializzati; allora servirà un pianeta di riserva che non c´è. L´utopia concreta e la strada dell´ossimoro possono invece cambiare i comportamenti di consumo. Segrè alla fine trova una formula per l´Homo Sufficiens: meno spreco, più ecologia. Il microcredito, la filiera corta, il commercio equo. "Non è un sacrificio, non è fare senza. Sapere che abbastanza è abbastanza significa aver sempre a sufficienza".

Serve una gestione controllata delle economie. La sinistra non può stare in difesa C’è bisogno di innovazione, le formule keynesiane oggi non funzionerebbero

È in corso da qualche tempo un dibattito sulla crisi del capitalismo cosa che non può certo sorprendere dopo tutto quello che è successo negli ultimi quattro anni. Il 1 ̊ novembre scorso, proprio su questo giornale scrivevo: «... si affaccia un problema...di legittimità dei sistemi economici attuali e cioè del capitalismo liberista: infatti l’accettabilità di un sistema economico-sociale richiede la sua capacità di soddisfare i bisogni dei cittadini, cioè di produrre reddito, occupazione, crescita, opportunità e di farlo in modo accettabile dal punto di vista dell’equità». Che una crisi dei nostri sistemi economici esiste è evidente, e da questo non pochi a sinistra stanno traendo motivi di compiacimento e soddisfazione: «noi lo sapevamo», «noi lo avevamo detto», «noi avevamo ragione». Un approccio di questo genere rischia tuttavia di produrre una regressione politico-culturale pericolosa.

Vediamo. Il fatto che il sistema capitalistico soprattutto quello nella sua forma pura, privo di regole, controlli, limiti e contrappesi sia pericolosamente instabile è ben noto almeno dai tempi in cui Marx descriveva i meccanismi dei collassi economici dell’800 (tragicamente identici a quelli che abbiamo sperimentato nel 2008). Lo stesso problema fu al centro della riflessione e dell’analisi di Keynes, e non è un caso che nel periodo compreso tra il secondo dopoguerra e gli anni 80 del secolo scorso, quando fu in vigore il “compromesso keynesiano”, il sistema risultò molto più stabile, pur in presenza di fluttuazioni cicliche. In sostanza il capitalismo liberista è cosa ben diversa dal capitalismo regolato di matrice keynesiana (o socialdemocratica). Così come il capitalismo americano individualista e flessibile, è sempre stato diverso (in ambedue le versioni, liberista e keynesiana) da quello europeo molto più solidale, assistenziale, corporativo, oligopolista, ma anche esso oggi in difficoltà per ragioni demografiche e di sostenibilità del welfare. Il capitalismo fascista e nazista era a sua volta diverso da quello americano dirigista e programmato il primo, liberale il secondo.

Analogamente il nuovo capitalismo russo (che non a caso piaceva molto a Berlusconi) appare simile alla versione predatoria e monopolista dei robber barons americani nell’800 che non a caso fu transitoria, mentre il durissimo capitalismo cinese che coniuga il mercato nella sua forma più spinta con un dirigismo autoritario di ultima istanza che garantisce il sistema, la sua tenuta e la sua coesione, è esperienza diversa da tutte le altre, e a sua volta diversa da quella del Giappone, o di altri Paesi orientali. In sostanza è oggi in crisi quella forma di capitalismo in cui i mercati finanziari (banche, borse, intermediari vari) prendono il sopravvento e diventano autoreferenziali, un fine e non un mezzo, vale a dire quella variante del capitalismo che fu responsabile della crisi degli anni 30, e che si è riaffermata negli ultimi decenni fino al collasso attuale ma che è stata anche alla base di enormi fasi di crescita compresa l’ultima globalizzazione.

Sia lo sviluppo accelerato che i crolli improvvisi provocano traumi e sofferenze, ma la regressione economica collegata al collasso di una precedente fase di sviluppo può facilmente diventare socialmente insopportabile e rischia di precipitare in una crisi politica anche perché, di fronte ai problemi inediti che la crisi pone, le classi dirigenti appaiono inadeguate, impotenti, incapaci. È necessaria quindi una grande capacità di innovazione che negli anni 30 fu rappresentata da Roosvelt in America, ma ahimé da Hitler in Europa. Anche oggi il rischio di una svolta verso una forma di capitalismo autoritario (di tipo cinese) non è da escludere.

È anche bene ricordare che dopo la seconda guerra mondiale la classe dirigente dei Paesi occidentali erano ossessionate dalla minaccia sovietica il cui modello alternativo di società appariva credibile, e quindi erano ben disposte a venire a patti con i sindacati e i partiti socialisti e a introdurre limiti e vincoli agli «spiriti animali» del sistema. Oggi non vi sono minacce esterne (se non fosse quella, puramente distruttiva dell’integralismo islamico), e non vi sono modelli alternativi di società, mentre la riproposizione di formule keynesiane a livello nazionale si scontra da un lato con le dimensioni dei disavanzi e i debiti pubblici degli Stati, e dall’altra con il fatto che per essere veramente efficaci esse oggi andrebbero introdotte a livello sovranazionale, se non globale (non esiste la possibilità di un keynesismo in un solo Paese).

E ben vediamo la difficoltà dell’impresa: a livello europeo la signora Merkel sta riesumando un vecchio, pericolosissimo, approccio nazionalistico se non pangermanico, creando fratture, sofferenze e risentimenti negli altri Paesi europei. A livello G-20 dopo la felice collaborazione del 2009 prevalgono oggi le divisioni su tutti i problemi: dal coordinamento (e dal mix) delle politiche economiche da adottare, a quelle dei tassi di cambio, dagli squilibri macroeconomici globali, al sistema monetario internazionale, dal commercio internazionale, alla regolamentazione del sistema bancario e finanziario, dal riscaldamento globale alla sicurezza nella fornitura di energia e cibo a livello mondiale, ecc.

La crisi del sistema economico si trasforma in crisi politica: il sistema potrebbe essere “aggiustato” ma gli interessi contrapposti e la visione corta creano la paralisi politica. Del resto ciò è inevitabile in un mondo privo di luoghi di riflessione ed elaborazione collettiva, e dominato da un sistema informatico ipertrofico e criminale nel senso che impedisce una riflessione sul passato e sul futuro e lascia la gente in balia di contraddittorie impressioni strettamente limitate al presente.

Inoltre non va dimenticato che il riaffermarsi negli anni 80 del ’900 del modello di capitalismo liberista dipese non solo dal crollo dell’Unione Sovietica, ma anche dal fatto che il precedente sistema regolato era entrato in crisi anche a causa dei propri abusi ed eccessi, e delle sistematica pretesa di utilizzare e depredare risorse future (ambiente, risparmi) per consumarle nel presente. Questo fenomeno spiega anche perché in Italia (ma non solo) all’interno della stessa sinistra vi siano gruppi minoritari, ma consistenti, favorevoli sia di fatto che per scelta culturale a un approccio liberista all’economia: essi infatti temono il ritorno a teorizzazioni e a pratiche intrise di ideologismo, forzature e talvolta prevaricazioni che in passato hanno prodotto l’accumulo del debito, l’inflazione, e un diffuso rancore nei confronti della sinistra da parte di consistenti strati della popolazione.

La crisi del modello di capitalismo che ha dominato degli ultimi 30 anni esiste, e va sottolineata, riaffermando la validità di una gestione controllata (programmata) delle economie. Ma è necessario trovare modalità e strumenti diversi dal passato e soprattutto convergenze e soluzioni da porre in essere a livello sovranazionale. Occorre ridare ruolo alla politica ma evitare gli abusi passati. Si tratta insomma di innovare, cambiare, riformare ribadendo le ragioni della sinistra, ma evitando il rischio di difesa e rivendicazione di un passato che non tornerà.

Nel gennaio 2009, all´inaugurazione di un nuovo, sontuoso edificio della London School of Economics, la regina Elisabetta II si è rivolta all´intellighenzia del mondo economico, riunita per l´occasione, con una domanda tanto innocente quanto insidiosa – la stessa che il mondo intero si pone senza ricevere risposta: come mai nessuno di voi ci ha avvisati del rischio di tracollo dei mercati finanziari?

Di fatto, se è vero che le grandi banche e i loro manager non sono stati all´altezza, hanno fallito anche i teorici del rischio in campo economico. Nella tragicommedia rappresentata dal vivo su tutte le scene mondiali, in una successione di scompigli e trasformazioni che sembra non aver fine, i liberisti duri e puri hanno compiuto un percorso di conversione, dalla fede nel mercato alla fede nello Stato – e ritorno! Stanno chiedendo, anzi elemosinando la grazia di interventi statali: una prassi che pure hanno sempre condannato, finché è durata l´effervescenza dei profitti. Quando negli anni 1930, al tempo della prima crisi economica mondiale, Keynes tentò di decifrare i segreti dell´economia, il suo pensiero si soffermò sulla distinzione tra rischio e non conoscenza.

Così, a causa dell´emergenza, soggetti che prima erano lontani vengono messi in connessione e l´orizzonte si apre al sogno di scelte alternative alla "sovranità del mercato" Al di là dei messaggi negativi, il crollo economico mondiale costringe ad accantonare le pretese di autosufficienza di culture e sistemi di governo, rovesciando le priorità. Per Keynes le teorie dominanti erano mistificatorie e avrebbero portato alla catastrofe. Non si può vedere nel tracollo solo un deplorevole frutto del caso o un guasto. Il giudizio sulle istituzioni è drasticamente mutato: sono ormai entità sospette.

«Parlando di "conoscenza incerta" non mi limito a distinguere tra le cose che sappiamo con sicurezza e quelle solo probabili. Ad esempio, il gioco della roulette non è soggetto all´incertezza intesa in tal senso (...). Il significato che attribuisco a quest´espressione è lo stesso di quando diciamo di essere incerti su quali saranno, tra vent´anni, i rischi di una guerra europea, il prezzo del rame o il tasso di sconto (…). Per questioni del genere non esiste una base scientifica sulla quale fondare un qualsivoglia calcolo delle probabilità. Semplicemente, non ne sappiamo nulla». A conclusione di quanto sopra, Keynes riteneva mistificatorie le teorie economiche dominanti, che a suo parere avrebbero rischiato di provocare una catastrofe se applicate concretamente alla realtà mondiale.

Esattamente quello che è successo. L´inadeguatezza di ampi settori della scienza economica sta essenzialmente nel loro modo di rapportarsi a ciò che non sanno. La scienza economica del laissez-faire vive, pensa e conduce le proprie ricerche in una sfera ideale di rischi calcolabili, e semplicemente non vuol prendere atto che la sua marcia trionfale ha generato un mondo di incognite imprevedibili, con un potenziale di eventi catastrofici impossibili da arginare.

Quando il rischio è percepito come onnipresente, le reazioni possibili sono tre: l´ignoranza, l´apatia o la trasformazione. La prima è caratteristica della moderna economia del laissez-faire; la seconda si estrinseca nel nichilismo post-moderno; la terza costituisce il tema della mia teoria sulla «società mondiale del rischio» (Weltrisikogesellschaft(). In relazione al rapporto con la conoscenza e la non conoscenza nel mondo moderno, ho individuato due fasi: quella semplice (la prima), e una seconda fase riflessa. Nella prima fase si presuppone un futuro simile al presente, per cui si ritiene di poter gestire l´incertezza autogenerata grazie al perfezionamento dei modelli matematici di rischio, migliorando così sempre più i livelli di sicurezza dell´economia e della società.

La seconda fase, che paradossalmente è un effetto collaterale dei precedenti successi, deve confrontarsi con una serie di incognite incalcolabili, le quali annullano le basi stesse di un approccio razionale al rischio – attraverso il calcolo delle probabilità, gli insegnamenti desunti dall´esperienza di passati incidenti, l´applicazione dei modelli del presente a scenari futuri, i principi assicurativi). Da qui nasce il «capitalismo mondiale del rischio», che è votato al fallimento. Lo dimostra, tra l´altro, un semplice parametro economico: esso opera al di là di ogni possibile copertura assicurativa (privata). In questo senso le grandi banche presentano un´analogia con le centrali nucleari: i loro profitti sono privati, mentre i costi delle catastrofi potenziali o reali – di portata inimmaginabile - si scaricano sulle spalle dei contribuenti.

L´insipienza autoprodotta (manufactured non-knowing) dalla marcia trionfale globale della prima modernizzazione presenta quattro caratteristiche:

1) In un mondo globalmente interconnesso i suoi effetti, non solo economici ma anche sociali e politici, non sono ormai più arginabili. Perciò non si può più vedere nell´incombente tracollo dei mercati finanziari e dell´economia mondiale solo un deplorevole frutto del caso, o magari un guasto che in futuro si possa evitare, o almeno aggiustare con opportune riparazioni tecniche o perfezionamenti matematici - e non invece un fenomeno immanente al sistema del capitalismo mondiale del rischio.

2) In linea di principio, le conseguenze sono incalcolabili. Si cerca di migliorare il grado di razionalità delle decisioni in campo economico, rifiutando però di vedere che il diavolo non si nasconde nelle decisioni in quanto tali, bensì nelle loro conseguenze, potenzialmente catastrofiche.

3)Queste conseguenze non sono indennizzabili. Il sogno di sicurezza della prima modernizzazione non escludeva i danni (anche di vasta portata); ma proprio il verificarsi di incidenti rendeva possibile un processo di apprendimento su come affrontare le manufactured uncertainties – le incognite autoprodotte. Mentre oggi viviamo in un capitalismo mondiale del rischio sul quale incombono catastrofi tali da far apparire assurda qualunque ipotesi di risarcimento (assicurativo); e che dunque vanno prevenute con ogni mezzo, poiché metterebbero a repentaglio la sopravvivenza (economica) di tutti. Quando ci ritroveremo con un cambiamento climatico irreversibile, una catastrofe economica o la disintegrazione dell´euro, sarà ormai troppo tardi. A fronte di questo nuovo livello qualitativo di una minaccia che ci riguarda tutti, senza più limiti in senso sia economico che sociale e politico, la razionalità degli insegnamenti tratti dell´esperienza perde la sua validità; e a sostituirla subentra il principio di precauzione e prevenzione.

4) A dominare è oggi la non conoscenza, che si presenta in diverse sfumature: dall´«ancora non si sa» (quindi una condizione superabile grazie a un impegno scientifico più massiccio e qualitativamente migliore) all´ignoranza volutamente coltivata, passando per l´insipienza consapevole, fino all´«impossibilità di sapere». Al confronto anche l´ironia socratica – «so di non sapere nulla» - appare inoffensiva. Siamo costretti a muoverci e ad affermarci in un mondo ove non abbiamo idea di tutto ciò che ignoriamo; ed è proprio da qui che nascono pericoli dei quali non sappiamo neppure con certezza se esistano o meno! A questo punto svanisce anche il confine tra pubblico isterismo e responsabilità politica.

Prima della crisi finanziaria, gli esperti economici e politici asserivano di avere su tutto conoscenze precise e di tenere in mano la situazione. Ma all´improvviso, una volta esplosa la crisi finanziaria, non sapevano più nulla (senza però confessarlo in pubblico, e neppure a se stessi). E´ stata proprio la crisi dei mercati finanziari globali a porre drammaticamente davanti agli occhi dell´opinione pubblica la dinamica sociale e politica dell´insipienza.

L´interazione tra non conoscenza, fiducia e rischio ha un ruolo centrale nella dinamica politica: l´incapacità di sapere, pubblicamente esperita e riflessa, mette a repentaglio la «sicurezza ontologica», o in altri termini, la fiducia nelle istituzioni di base della società moderna, così come nella scienza, nell´economia e nella politica, che dovrebbero essere garanti di razionalità e sicurezza. Di conseguenza, il giudizio su queste istituzioni è drasticamente mutato: non più fiduciarie, ma entità sospette. Se prima erano viste come responsabili della gestione del rischio, oramai sono sospettate di esserne la fonte.

Chi vedesse in questo un pessimismo millenarista neospengleriano non avrebbe compreso il punto che per me è cruciale: la distinzione tra la nozione di rischio e la catastrofe dev´essere ben chiara. Rischio non vuol dire catastrofe, ma proiezione del suo scenario nel presente, con l´obiettivo di evitarla. Il futuro di là da venire rimane fuori dalla nostra portata. Oggi non è più possibile costruire uno scenario del futuro desumendolo dal presente.

Dobbiamo «metterlo in scena», renderlo visibile prima che si materializzi. Il dramma della minaccia di un tracollo dell´economia mondiale si svolge quotidianamente davanti ai teleschermi nei tinelli di tutto il pianeta. Ma questa drammaturgia mediatica dei rischi catastrofici ha scatenato una mobilitazione, storicamente senza precedenti, dell´opinione pubblica mondiale, di movimenti sociali e di attori politici nazionali e internazionali.

Tutti si guardano intorno alla ricerca di un contropotere. Ma neppure affiggendo annunci del tipo «Chi l´ha visto?» avremo qualche probabilità di trovare il soggetto rivoluzionario. Ovviamente ci si sente meglio quando si ricorre a tutti i mezzi disponibili per fare appello alla ragione. Si potrebbe anche fondare da qualche parte un ennesimo centro di discussione («commissione etica») per la soluzione dei problemi mondiali. O tornare a ravvivare la speranza nel discernimento dei partiti politici.

Ma se alla fine tutto questo si rivelasse insufficiente per incitare a un´azione politica di contrasto, ci rimane una risorsa: la coscienza delle ripercussioni politiche della società mondiale del rischio. Ma oramai è la stessa incalcolabile portata dei rischi globali ad assumersi in proprio il ruolo finora svolto dai loro critici. La questione della crisi del capitalismo è onnipresente. Perciò si pone in maniera più pressante, e magari con qualche chance in più, il problema di indicare nuove vie, all´interno e persino in alternativa al capitalismo.

Non si avverte forse la necessità di una riforma ecologica e sociale della (o nella) seconda modernizzazione, ponendo al centro i valori e i problemi della giustizia e della sostenibilità? Oggi questo pubblico brainstorming è impersonato dal movimento Occupy Wall Street. Il diktat degli onnipresenti rischi finanziari ha impartito ai comuni cittadini qualcosa come un corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo globale; e l´impossibilità di sapere di esperti e politici è ormai condivisa dal pubblico, con crescente impazienza, davanti alla necessità di un deciso cambio di rotta, a livello sia nazionale che internazionale, nell´interazione tra economia, società e politica.

L´onnipresenza di incognite incontrollabili richiama una prevenzione di stato. E´ vero che il ritorno a un´economia statale di piano non è proponibile. Ma neppure si può ignorare che oggi, davanti al rischio di una nuova crisi economica mondiale di vasta portata, la «sovranità del mercato» rappresenta una minaccia esistenziale senza precedenti. In altri termini, quest´esperienza storica insegna che il progetto neoliberista – di riduzione dello Stato ai minimi termini – è fallito; e in controtendenza ad esso si fa sempre più forte il richiamo alla responsabilità statale, a fronte di un´economia mondiale che produce vortici di incertezza incontrollabili, mettendo a rischio la vita di tutti.

Da tutto questo, al di là dei messaggi negativi, emerge una buona notizia. L´egoismo, l´autonomia, l´autopoiesi, l´isolamento del sé rappresentano i concetti chiave attraverso i quali la società moderna descrive se stessa. Ora, la logica del rischio globale va intesa secondo il principio esattamente opposto, quello dell´apprendimento involontario. In un mondo di contrasti inconciliabili, in cui ciascuno gira intorno a se stesso, il rischio mondiale pone in primo piano l´imperativo, non voluto né intenzionale, della comunicazione.

Il rischio finanziario pubblicamente recepito costringe alla comunicazione soggetti che altrimenti non vorrebbero avere nulla a che fare gli uni con gli altri; e impone costi ed impegni a chi fa di tutto per evitarli – e non di rado ha dalla propria parte le leggi in vigore. In altri termini: la fusione globalizzata della non conoscenza e del rischio di sopravvivenza impone di accantonare la pretesa di autosufficienza di culture, lingue, esperti, religioni e sistemi politici, e cambia l´agenda nazionale e internazionale; ne rovescia le priorità, aprendo l´orizzonte al sogno di scelte alternative – come ad esempio la tassa sulle transazioni finanziarie, che ancora poco tempo fa passava per inapplicabile e ridicola.

Ma a questo punto, la hegeliana astuzia della ragione non è la sola ad avere una chance. Potrebbe averla anche uno scenario alla Carl Schmitt – l´emergenza assurta a normalità - favorendo la ripresa del nazionalismo e la xenofobia, chiaramente osservabili, e non solo nell´Eurozona. La possibilità che queste due dinamiche contrastanti – Hegel e Schmitt – possano unirsi tra loro trova conferma nel modo in cui Angela Merkel collega europeismo e nazionalismo, in base al modello di un euronazionalismo tedesco, da lei eretto a parametro del risanamento dell´Europa dalla «malattia greca».

Ma a parlare questo stesso linguaggio è anche la duplicità dei rapporti tra due potenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. Gli Usa si sono lasciati ipotecare dalla Cina, che in quanto Paese finanziatore è profondamente coinvolta, con i suoi vitali interessi nazionali, nel superamento della crisi del debito di Washington. Così questi due Paesi sono al tempo stesso incatenati l´uno all´altro per la propria sopravvivenza economica, e rivali in lotta tra loro per la conquista del potere mondiale.

(Traduzione di Elisabetta Horvat) © Ulrich Beck, 2012

«Droits des pauvres, pauvres droits?». Queste parole, assai efficaci, indicano la chiave con la quale alcune istituzioni francesi hanno condotto un'ampia ricerca comparativa sulla situazione e le prospettive dei diritti sociali (ricerche come questa sono divenute impensabili in Italia, per i mezzi impiegati, per la possibilità di costituire un gruppo che lavori nell'arco di anni e di sottoporre poi i risultati alla valutazione di studiosi di paesi diversi...).

Parole eloquenti, nelle quali non si riflette una qualche forzatura ideologica, ma che danno conto di un dato di realtà ormai indiscutibile - il ritorno della povertà e il suo modo di influire sulla complessiva dinamica dei diritti.

È vero che l'attenzione per i problemi della povertà non era mai scomparsa, anche nella discussione giuridica. Ma si era concentrata piuttosto sulle povertà post-materiali, sulla post-povertà senza aggettivi (quanti sbrigativi "post" hanno distorto l'analisi di fenomeni nuovi!), sulla sottolineatura o sulla critica della poverty law scholarship. Se era giusto mettere in evidenza che le povertà non sono riducibili solo a carenze materiali, i tempi mutati inducevano a scrivere, ad esempio, che «le nuove povertà post-materiali (anziani soli, handicappati, tossicodipendenti, depressi psichici) sono in crescita mentre calano quelle materiali» (R. Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1992, p. 602), e quell'elenco si allungava con riferimenti alla solitudine, alla mancanza di relazioni sociali, alla perdita di senso, ai malati di Aids, alle diverse forme di esclusione. Ma oggi quella conclusione non è proponibile, perché sono proprio le povertà materiali ad essere tornate alla ribalta.

I nostri, infatti, sono pure i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione d'immigrato, all'etnia. Sono tornati i "poveri", un mondo che sembrava scomparso grazie alla diffusione del benessere materiale, o che almeno era confinato in aree sociali ristrettissime. E con essi è tornato, drammatico e ineludibile, il problema di come assicurare la tutela dei loro diritti primari - il lavoro, la salute, la casa, l'istruzione. Con buone ragioni Marco Revelli ha potuto dare a un suo bel libro il titolo Poveri noi (Einaudi, Torino, 2010). Davvero poveri tutti: ovviamente quelli che vivono concretamente la condizione della povertà, ma anche quelli che avvertono non solo il disagio personale, ma l'inaccettabilità sociale di un mondo nel quale, attraverso la povertà, vengono negate la dignità e l'umanità stessa delle persone. E proprio attraverso questo dato di realtà possiamo comprendere meglio il significato profondo delle parole che aprono la nostra Costituzione: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Quando il lavoro non c'è, quando viene negato o sfigurato, è lo stesso fondamento democratico di una società ad essere messo in pericolo.

Un'esistenza dignitosa

La relazione tra condizioni materiali e diritti della persona si radicalizza, cerca nuove strade e strumenti giuridici adeguati. Compare sempre più spesso il riferimento al «diritto di esistere» o «diritto all'esistenza». Una formula a doppia faccia, comprensiva e ambigua, con la quale si può rivendicare una tutela integrale della persona, ma che può pericolosamente virare verso provvedimenti che assicurino solo un «minimo vitale» (cosa assai diversa, lo dico per evitare equivoci, dal tema della garanzia di un reddito di base, per il quale si può vedere, per una prima informazione sullo stato della discussione, Basic Income Network, Reddito per tutti. Un'utopia concreta per l'era globale, manifesto libri, Roma, 2009). Per analizzare un tema come questo non è sufficiente, e può persino divenire distorcente, il criterio della comparazione tra sistemi giuridici operanti in contesti socio-economici assai diversi.

Si sottolinea abitualmente che l'assicurare un minimo vitale, il consentire il raggiungimento di una soglia di sopravvivenza è sicuramente un fatto positivo, là dove le condizioni materiali trascinano violentemente le persone verso la povertà estrema, le espongono addirittura alla morte per fame. Valutazione indubbiamente corretta. Ma, se si esaminano le dinamiche attuali, si registra un singolare, e rivelatore, scambio di ruoli. Proprio nel mondo dove si radica storicamente la maggiore povertà, il diritto all'esistenza viene concepito non solo come una urgente risposta istituzionale, come un riscatto necessario, bensì anche come la via per arrivare appunto alla piena tutela della persona. Nel mondo "avanzato", invece, si sta percorrendo il cammino inverso: la riduzione di diritti e tutele spinge la garanzia giuridica verso il "grado zero" dell'esistenza.

Ma - ci si è chiesti - l'esistenza non è piuttosto un fatto naturale, biologico? Che cosa vuol dire trasformarla in un diritto? Proviamo, allora, a seguire le indicazioni offerte proprio dai documenti giuridici, anche per formulare un primo elenco delle questioni che devono accompagnare la discussione. Il tema compare nel costituzionalismo del tempo successivo alla Seconda guerra mondiale, con particolare nettezza nell'articolo 36 della Costituzione italiana («un'esistenza libera e dignitosa»), nell'articolo 23.3 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu («una esistenza conforme alla dignità umana»), e viene ripreso dall'articolo 34.3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea («un'esistenza dignitosa»). Si tratta di norme che compaiono tutte nell'ambito della disciplina del lavoro ma che, soprattutto nel contesto italiano, investono la condizione umana nel suo complesso. E che, in primo luogo, associano l'esistenza alla dignità, dando ad essa una qualificazione che non tanto ne arricchisce il significato, quanto piuttosto la ancora ad un principio che garantisce la sua irriducibilità a forme incompatibili, appunto, con la dignità della persona (e con la sua libertà, com'è detto nella sempre lungimirante Costituzione italiana).

E che non sia «minima»

L'artificio del diritto trasferisce così l'esistenza in una dimensione diversa dalla sua definizione in termini di biologia o di natura. Questo non significa separare l'esistenza dalle sue condizioni materiali. Vuol dire che queste non ne esauriscono i caratteri e che, anzi, la materialità dell'esistere esige che vengano presi in considerazione fattori che riguardano la persona nel suo rapporto complessivo con gli altri e con il mondo. Nel contesto italiano l'ostilità ad ogni riduzionismo è resa esplicita dalle parole iniziali dell'articolo 3, dove la dignità compare per la prima volta come dignità "sociale", dunque non come una qualità innata della persona, ma come il risultato di una costruzione che muove dalla persona, prende in considerazione e integra relazioni personali e legami sociali, impone la considerazione del contesto complessivo all'interno del quale l'esistenza si svolge. La necessità di andare oltre il grado zero dell'esistenza è testimoniata da un esempio che riguarda il cibo. Ad esso, che pure tocca ovviamente la stessa sopravvivenza, non si guarda più nella sola prospettiva della lotta alla fame nel mondo. In un rapporto preparato per l'Onu, Jean Ziegler ha sottolineato che le persone hanno diritto «ad una alimentazione adeguata e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo al quale la persona appartiene e che assicuri una esistenza (life) piena e dignitosa, libera dalla paura, dal punto di vista fisico e mentale, individuale e collettivo».

Prendere sul serio il diritto all'esistenza, dunque, impone di opporsi all'esistenza "minima". Seguendo questa strada, molte sono le questioni da esaminare. Porre al centro dell'attenzione i diritti sociali, in primo luogo, e quindi affrontare il tema del superamento della loro separazione dalle altre categorie o generazioni di diritti. L'indivisibilità dei diritti è proclamata, fin dal suo Preambolo, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La ragione di questa scelta è evidente: contestare, anche formalmente, uno statuto teorico e una collocazione operativa che hanno confinato i diritti sociali in una condizione di minorità rispetto agli altri diritti, addirittura negando che nel loro caso possa parlarsi in senso proprio di diritti. Ma questo implica pure che la collocazione "orizzontale" dei diritti sociali cancelli la possibilità di attribuire loro una tutela rafforzata, quale risulta, ad esempio, dalla fondazione sul lavoro della nostra Repubblica democratica? Ora, a parte una discussione sulle evidenze empiriche che militano a favore o contro l'indivisibilità dei diritti, bisogna pur considerare il contesto nel quale l'indivisibilità viene affermata. E quello della Carta dei diritti fondamentali deve essere ricostruito partendo dall'affermazione iniziale secondo la quale l'Unione «pone la persona al centro della sua azione»; dando la giusta rilevanza al riferimento all'«esistenza dignitosa»; e, soprattutto, considerando la nuova assiologia della Carta, nella quale compaiono i principi di dignità, eguaglianza e solidarietà, non contemplati dal Trattato di Maastricht. Il rango e la tutela dei diritti sociali si ricavano proprio da questa nuova sistematica, nella quale è sicuramente rinvenibile la possibilità di attribuire ad essi forme più intense di garanzia, preminenza nel bilanciamento degli interessi.

La dimensione europea

L'emersione nella dimensione europea del principio di solidarietà consente di porre l'accento su un altro aspetto, rappresentato dalla rilevanza dell' "obbligazione sociale". Sempre semplificando, questa si esprime in molti modi, a cominciare da quello, storico, di rispettare l'obbligo di pagare le tasse, che l'art.53 della Costituzione qualifica come dovere di «concorrere alle spese pubbliche». Ma la presenza di doveri sociali è specificata in modo netto sia attraverso il generale principio di solidarietà, sia attraverso la relazione diretta tra retribuzione e dignità Nell'ultima fase, con particolare intensità, abbiamo assistito alla rottura di questo nesso, con un doppio effetto. Da una parte, la misura della retribuzione viene svincolata dalla finalità ad essa assegnata dall'art. 36 della Costituzione e riferita unicamente alle compatibilità economiche d'impresa. Come conseguenza di questa impostazione, si assiste poi a consultazioni referendarie svolte in condizioni che incidono pesantemente sulla libertà del lavoratore; e a previsioni contenute nella parte normativa dei contratti che configurano un abbandono della sua dignità. L'art. 41, di cui non a caso si chiede la sostanziale cancellazione, viene così del tutto ignorato proprio nei suoi riferimenti a libertà e dignità, che evidentemente non sono legati soltanto alla persona del lavoratore.

La fuga dalla dignità sta configurando una nuova categoria di "indegni"? La motivazione tutta economica di questa fuga, infatti, sta incidendo pesantemente su tutta una serie di diritti fondamentali (lo documenta uno studio dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2010, intitolato appunto "Protecting fundamental rights during the economic crisis"). Una motivazione, peraltro, in troppi casi invocata per liberarsi puramente e semplicemente dal "peso" dei diritti, sciogliendo il mercato da ogni vincolo sociale.

Un nuovo costituzionalismo

Si torna così al diritto all'esistenza attraverso il suo collegamento inscindibile con i diritti fondamentali. Sta diventando sempre più evidente che la loro tutela complessiva non può essere riguardata solo dal punto delle politiche redistributive. L'effettività dei diritti implica una considerazione rinnovata del rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni, che la dialettica nota soggetto/oggetto non è più in grado di comprendere. Se l'astrazione del soggetto si scioglie nella materialità della vita delle persone, diviene necessaria una nuova tassonomia dei beni misurata appunto sui diritti fondamentali e su una effettività di questi realizzata attraverso una relazione più diretta tra persone e beni, non mediata esclusivamente dalla logica proprietaria, privata o pubblica che sia. È qui la radice dell'attenzione rinnovata, e davvero globale, per i beni comuni, intorno ai quali si sta costruendo un «costituzionalismo della vita materiale o dei bisogni», concretamente rinvenibile nelle costituzioni, in molteplici atti normativi, in decisioni sempre più incisive di corti supreme di quello che un tempo era definito il "Sud del mondo" e che oggi sta accompagnando l'imponente progresso economico con una inventiva istituzionale che merita una attenzione partecipe. E questo impone a tutti gli studiosi del diritto ripensamenti intorno alle stesse loro categorie fondative.

* Questo articolo è stato pubblicato anche sulla Rivista di diritto privato

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