Leggere di Federico Caffè è sempre una grande emozione. In queste recenti festività, approfittando della calma, ho piacevolmente letto alcuni profondi scritti di Bruno Amoroso e Daniele Archibugi amici e allievi del Maestro. Sono scritti che letti a pochi giorni da quel fatidico 15 aprile assumono ancora un significato più intimo e riflessivo. Le righe di Amoroso e Archibugi raccontano benissimo chi era Caffè quale fosse il suo rapporto con i suoi amati studenti e quale fosse la sua delusione per l’Italia “che non era più il Paese che sognava” per dirla con una bella frase recente di Carlo Azeglio Ciampi.
Ma perché questo “piccolo uomo” dalla statura intellettuale gigante fa ancora parlare di se? Perché chi lo ha amato e conosciuto (nel mio caso attraverso le sue parole scritte) lo cerca continuamente come bussola in tempi in cui il disorientamento è totale? Caffè non sopportava la decadenza dei suoi tempi e non riusciva a far finta di non vedere. E allora ha compiuto con estrema naturalezza il gesto più umano che un professore deve avere: dare importanza a ciascuno dei suoi allievi e prenderne tutte le risorse nuove attingendo per osmosi l’entusiasmo che allunga la vita. Ricorda Michelangelo Salinetti, un altro suo allievo, «che era l’unico professore che metteva il banchetto fuori dell’Istituto per aiutare gli studenti a comporre il Piano degli Studi. Stava in mezzo a noi e non in una torre d’avorio. Sempre a disposizione dei suoi allievi con consigli e qualche volta rimbrotti. Proverbiali sono stati i suoi sbalzi di umore». E aggiunge Salinetti «insegnava un metodo, deduttivo ed induttivo insieme, come richiede la Politica Economica. Ti insegnava ad esplicitare il tuo “giudizio di valore». Accettava tutte le opinioni, come del resto tutte le scuole di pensiero economiche. Diceva Caffè : “ogni scuola rappresenta un mattone nella costruzione dell’economia e della Politica economica».
Ecco perché uno degli episodi più dolorosi nel percorso terreno del Maestro è stato quando, raggiunti i limiti di età, dovette lasciare l’insegnamento. Perché egli aveva ancora tanto da dire e da dare. Era un grande economista, un grande formatore e un vero riformista. E lo dimostra il fatto che ancora oggi si ricerca e se ne parla, in tempi di crisi finanziaria, ma anche e soprattutto di valori primordiali con il primato delle tensioni sociali sul necessario welfare state che non sarebbe utopico in un Paese illuminato.
Ma nel mezzo dell’aprile 1987 evidentemente la sua depressione lo portò a scomparire alle luci dell’alba. Una scomparsa degna di un grande film d’autore. Nessun elemento che potesse ricondurlo a lui. Un’uscita di scena silenziosa e fragorosa. Un vuoto improvviso e insieme clamoroso. Un dolore immenso del fratello Alfonso, dolore che si è propagato anche ai suoi allievi e che si è trasformato in bisogno di sapere e di conoscere la verità. E di cercarlo. Sempre. E non solo immediatamente dopo la sua scomparsa. Forse, Caffè ha voluto essere discreto anche in questo. Non ha probabilmente voluto mostrarsi ai riflettori e come sempre ha voluto essere e non apparire. Questa è stata la sua forza. La concretezza e la sostanzialità. Gli studi, le affermazioni che non rimangono lettera morta o confinate in una mente ingenerosa; ma invece pragmatismo e poco formalismo e tutto in nome di quel sogno dell’economia di benessere tutta rivolta alla collettività. L’economia al servizio della persona. E la persona al centro, sempre al centro con convinta umanità e capacità di trasmetterla alle generazioni future. Per Caffè il concetto di efficienza non può essere disgiunto da quello di equità. Gli obiettivi di maggiore efficienza e di maggiore equità sono inseparabili.
Scrive Caffè nel saggio In difesa del welfare state: «una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele». L’economia a servizio dell’uomo e a sostegno dei più deboli è la concezione portante del pensiero di Caffè che si riassume e sintetizza nel concetto di “cristianesimo laico”. In questo termine c’è tutto il pensiero e lo stile di vita del Prof. Caffè. Ecco perché le sue parole hanno da sempre assunto tutto un altro valore. Sono parole profetiche, lungimiranti e lucide. La specialità del Maestro era tutta nella sua normalità, una semplicità che lo ha reso unico e inimitabile. Un modello al quale fare riferimento specialmente nei momenti più bui. In realtà, più della scomparsa, occorre oggi parlare della sua presenza. Ed è il modo per farlo vivere e per farlo ancora parlare con il suo linguaggio schietto e diretto tipico di un vero Maestro autentico e prezioso. Per lui sembrano valere queste parole di Italo Calvino tratte dal libro Se una notte di inverno un viaggiatore, soprattutto nell’avvicinarsi del 15 aprile «Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole... Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell'esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d'essere generale di tutto».
Federico Caffè non ha mai smesso di volare alto continuando il suo “ viaggio” carico ancora di significati per essere sempre presente anche nell’assenza.
L’articolo, inviato dall’autore che ringraziamo, è pubblicato nel sito della Fondazione Critica Liberale
Rispondendo all'articolo di Rossana Rossanda pubblicato su questo giornale il 5 aprile scorso, vorrei chiarire innanzitutto che il nostro «Manifesto» non è un documento di contenuto socio-economico ma di metodo politico.
In prima istanza il nostro scopo era, ed è, di affrontare l'emergenza causata dal fallimento storico dei partiti (non solo italiani) nella loro forma attuale - un fallimento greve di conseguenze per la democrazia. Non passa giorno che non si veda l'ennesimo esempio grottesco dei metodi e delle pratiche dei partiti attuali. Per contrasto noi abbiamo provato a proporre soluzioni radicalmente diverse di organizzazione della vita politica. Un'idea dello spazio pubblico politico allargato e la creazione di un soggetto politico nuovo dove l'appartenenza non sia esclusiva, la struttura non sia verticistica, il potere sia decentralizzato al massimo, i limiti di mandato siano rigorosamente rispettati e si eserciti la massima trasparenza nella gestione economica (rendiconto attuale: reddito zero, spese molte, tutte personali e non restituibili, ancora meno con il sistema utilizzata da tutti i partiti per le loro attuali spese elettorali).
Abbiamo iniziato con la sfera politica - non solo i partiti ma anche le due forme classiche della democrazia, quella partecipativa e quella rappresentativa - "la libertà degli antichi e quelli dei moderni". È di fondamentale importanza che questo dibattito sulle forme della democrazia si intensifichi e si arricchisca in tutt'Italia. In questo contesto vale la pena riaffermare che non abbiamo una visione distorta ed idealizzata della società civile 'buona' da contrastare con i partiti cattivi. Tutti noi portiamo le ferite di un decennio di tentativi di far funzionare democraticamente e far sopravvivere i social forum, i girotondi, e altre espressioni della società civile. Il nostro argomento è altro: serve uno spazio pubblico politico allargato che vada oltre i confini del vecchio "palazzo", uno spazio ben regolamentato dalle istituzioni democratiche ma vivo, in cui cittadini singoli, soggetti politici, movimenti e associazioni della società civile possano incontrarsi, criticarsi e aiutarsi. Solo così, in un mondo dominato da modelli di consumi privatizzanti e dalla lenta agonia della scuola statale, possiamo sperare di creare cerchi sempre più ampi di cittadini informati, partecipanti e dissenzienti.
Abbiamo iniziato con la sfera politica ma vorremmo passare subito ad altri campi - sociale, economica e culturale. Lontanissima da noi la voglia di togliere di mezzo il conflitto sociale. Una certa familiarità con le statistiche - quelle sulla povertà e sulla drammatica e crescente disuguaglianza di ricchezza, per nominarne solo due - una certa conoscenza della storia della Repubblica, una collaborazione costante con il mondo del lavoro, portano direttamente all'analisi del conflitto sociale. Non potrebbe essere altrimenti. Parlare di e lottare per i beni comuni significa immediatamente aprire pratiche di conflitto con chi riduce tutto a merce e al calcolo costi-benefici. Significa anche aprire un varco nelle istituzioni europee. Nasce ora il progetto di una 'Carta Europea dei Beni Comuni' che si propone di inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell'Unione e di fronteggiare la dimensione puramente mercantile del diritto comunitario. Alla fine del nostro Manifesto si legge: «Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell'eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro». Più chiaro di così...
Naturalmente, rimane un grande sforzo di elaborazione da compiere. Il gruppo di lavoro iniziale ha potuto vantare alcune competenze ma non altre. Speriamo tanto che chi ha migliori e diverse capacità e preparazione adesso ci dia una mano e che il gruppo si allarghi e si diffonde sul territorio nazionale. In poco più di una settimana siamo sopra 3,000 adesioni (http://www.soggettopoliticonuovo.it), in molti casi accompagnate da articolati commenti.
Finisco con una considerazione strettamente personale. La recente presenza a Firenze di Rossana Rossanda, fragile ma lucidissima, mi ha commosso. Vorrei tuttavia far notare che il metodo del straw man, dove l'altro viene presentato in modo caricaturale, "uomo di paglia" facile da bruciare subito, non è affatto il modo migliore di condurre una conversazione politica.
Nella notte del 15 aprile 1987 il grande economista scomparve nel nulla Si pensò al suicidio, a un incidente oppure a una fuga perfetta per lasciarsi ogni cosa alle spalle. In quei giorni quasi tutti i suoi allievi intrapresero una grande ricerca, perlustrarono tutta Roma e non scartarono nessuna ipotesi Dopo venticinque anni, il racconto di uno di loro
Fu n mercoledì mattina Federico Caffè scomparve di casa con la discrezione che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Saranno state le sette quando mi arrivò la telefonata di suo fratello minore Alfonso, anche lui celibe e professore, con cui conviveva. Mi disse «Vinicio (così lo chiamavano in famiglia) è scappato di casa». Ci misi pochi minuti a raggiungere la loro casa di via Cadlolo, dove trovai i suoi nipoti e Nicola Acocella, uno dei suoi allievi che più si era preso cura di lui nelle ultime settimane. Non sapevamo che cosa attenderci: la sua fuga sarebbe stata di breve durata come quella di un adolescente o avrebbe preso una piega ben più tragica?
La domenica prima ero andato a trovarlo a casa. Da tre mesi, Caffè era stato preso da una profonda crisi depressiva e non andava più, come aveva sempre fatto, tutti i giorni in facoltà. Negli anni in cui frequentai l´Università, dal 1976 al 1982, è stato l´amico più vicino, nonostante fossi quasi mezzo secolo più giovane. Come altri affezionati allievi che avevano saputo della sua depressione, cercavo di aiutarlo passando qualche ora nel suo studiolo. La mia amicizia con Caffè è iniziata ben prima che nascessi: mio padre era il suo migliore e forse unico amico, e lui fu il testimone di nozze dei miei genitori. Era un uomo assai riservato e sin da bambino ho pensato che fosse la sua statura - era alto un metro e mezzo - a renderlo così schivo. Celibe, era generosissimo con i figli dei suoi amici: solo pochi mesi fa sono venuto a sapere che gli stessi giocattoli che ci faceva pervenire negli anni Sessanta giungevano anche ai figlioli del suo amico Paolo Sylos Labini e chissà a quanti altri.
Unico tra i miei fratelli, mi iscrissi a economia e commercio, la facoltà nella quale lui passava dodici ore al giorno. Scoprii in quel frangente che l´uomo riservatissimo che avevo conosciuto si trasformava dietro la cattedra e tramite l´eloquio, sempre sostenuto da un sano pragmatismo di mai ripudiata marca abbruzzese, riusciva a persuadere e, soprattutto, ad accendere la curiosità. Mi accorsi presto che ero stato arruolato nella confraternita dei suoi allievi che, senza bisogno di riti iniziatici, si ispirava ai valori coltivati dal Maestro: rigore e sobrietà. Per sopraggiunti limiti di età, Caffè aveva da pochi mesi smesso di insegnare, riportandone un tracollo emotivo. Il circolo di persone che gli era più vicino ne era rimasto sorpreso: come era possibile che lui, l´uomo che aveva sempre sostenuto tutto e tutti, avesse ora bisogno di sostegno? Aveva retto in piedi un´intera facoltà, reclutato i più promettenti insegnanti e contribuito al dibattito politico. Con discrezione, ma anche con passione civica, aveva sempre usato gli strumenti dell´economia per difendere i più deboli. Aveva tempo per tutti e per tutto, e a nessuno aveva negato il suo sostegno e conforto. Eppure, ora, si dimostrava incapace di abbandonarsi alle persone che gli volevano bene.
Da quel mercoledì iniziarono giorni terribili: non volevamo dare la notizia in pasto alla stampa nel timore che, se fosse stato travolto dal clamore dei media, avrebbe potuto compiere atti inconsulti che speravamo fosse ancora possibile scongiurare. Telefonammo ai molti suoi amici sparsi per Roma e per il mondo, nella speranza che si fosse rifugiato a casa di uno loro. Cercammo di immaginare quali potevano essere state le sue mosse e trovammo un interlocutore di rara sensibilità umana nel capo della squadra mobile di Roma, Nicola Cavaliere. Se stava vagando per la città in stato confusionale, aveva bisogno di essere aiutato.
Iniziammo a cercarlo sulle pendici della collina di Monte Mario, dove abitava, e nelle zone limitrofe. Ci fu chi perlustrò gli argini del Tevere, chi cercò nei dintorni della nuova facoltà di via Castro Laurenziano e della vecchia sede di Piazza Fontanella Borghese. Inseguimmo falsi indizi, come quello di un gioielliere che riteneva di averlo visto seduto sui gradini di una stazione della metropolitana. Negli stessi giorni, un altro anziano si buttò nel Tevere da Ponte Marconi ma ben presto, visti gli ingrandimenti delle foto scattate da un passante, escludemmo che si potesse trattare di lui. Bussammo alle porte dei conventi e chiedemmo aiuto al Vaticano. Armati di penna e taccuino, parlavamo con le persone che conosceva ricercando qualche indizio e raccomandando mille volte di mantenere la riservatezza.
Per cinque lunghissimi giorni non abbiamo dato la notizia all´opinione pubblica, per paura che la vita di un uomo sensibile e straordinario come Caffè potesse essere insudiciata. Tramite Marco Ruffolo, uno dei suoi amati allievi, chiedemmo a Eugenio Scalfari di pubblicare su Repubblica un annuncio criptico dettato dal fratello: «Vinicio, torna a casa, sto male. A.». In queste poche parole c´è forse il dramma estremo con cui Federico aveva costruito la sua esistenza: anche nel momento tragico in cui stava probabilmente pensando di porre fine alla propria vita, chi gli era più vicino sperava di convincerlo a cambiare idea richiamandolo ai suoi doveri verso gli altri piuttosto che a quelli verso se stesso. Del resto, era lui che da sempre aveva avuto tanta facilità a dare quanto difficoltà a ricevere.
Portai la notizia all´Ansa una domenica pomeriggio. Fui bombardato di domande e ognuna di esse mi parve una violenza esercitata nei confronti del mio professore. Ci trovavamo in una situazione contraddittoria: da una parte, il clamore suscitato dalla sua scomparsa aumentava la possibilità che fosse rintracciato, dall´altra temevamo la passione per il giallo scandalistico dei mass media. Così nessuno di noi parlò della sua crisi depressiva e per anni e anni siamo stati reticenti nel descrivere lo stato in cui si trovava negli ultimi mesi. La scomparsa del piccolo grande economista non doveva inficiare l´aura che si era meritato con un´esistenza esemplare.
Dopo un quarto di secolo, possiamo solo constatare che, qualsiasi sia stato il destino del nostro maestro, è stato quello che lui si è scelto. La sua vicenda non sarebbe ancora un mistero se nelle ore successive alla sua scomparsa non avesse dimostrato di avere le doti professionali di un agente segreto assai più che quelle di un austero docente. Anche la sua ultima pagina l´ha scritta senza farsi aiutare da nessuno.
Quando la notizia divenne di pubblico dominio, giunsero numerosissimi allievi per aiutarci nelle ricerche. Spesso non ci conoscevamo, ma bastava uno sguardo per capire che appartenevamo alla medesima confraternita. Agli studenti degli ultimi anni si accompagnavano quelli dei decenni anteriori, e ognuno di loro chiedeva che cosa potesse fare di utile. Non era facile trovare una risposta perché neppure la polizia aveva fornito una casistica. Nell´organizzare le squadre che battevano la città palmo a palmo, chiedevo spesso qualche informazione sugli anni in cui lo avevano frequentato all´università. Mi sentivo ripetere sempre la stessa frase: «È stato il periodo più bello della mia vita». Ma lui, Federico Caffè, lo avrà mai saputo?
La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo.
Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.
Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino .La lotta di classe dopo la lotta di classe (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.
Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica. Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.
Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?
«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».
Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...
«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».
La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C'è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?
«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».
Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta....
«La fine delle ideologia è une delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»
È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l'internazionalismo, cioè la capacità di fare "gioco di squadra" a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società?
«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».
Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.
«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo [Più precisamente, il consumo opulento. Vedi in eddyburg L'austerità come leva di sviluppo - ndr]]. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»
Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti". A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto...». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L'egoismo, l'interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l'ennesima vittoria del pensiero dominante?
«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».
Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com'è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.
«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».
Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?
«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».
L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il "Manifesto per un soggetto politico nuovo", e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l'ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?
«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».
Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?
«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».
(4 aprile 2012)
L’appello per un “nuovo soggetto politico” apparso sul manifesto di giovedì 29 marzo merita risposte favorevoli e molto lavoro per andare avanti: compresi alcuni chiarimenti. Indica la direzione giusta quando afferma che non si tratta di aggiungere un’ennesima sigla a quelle esistenti (né, sembra, di sottoporre agli elettori un’ulteriore opzione tra le altre) ma, piuttosto, di concorrere insieme all’aggregazione e all’auto-riconoscimento di una “nuova soggettività”, unificata e unificante. Questa nuova soggettività non dovrebbe comprimere le diverse esperienze e le diverse culture dell’opposizione antisistemica in Italia ma, al contrario, farne un patrimonio da valorizzare.
Il lavoro che resta da fare insieme (insieme, innanzitutto, con i promotori dell’appello) consiste allora nel chiarire come concretamente realizzare queste intenzioni. E’ chiaro (e sembra chiarito) che non si tratta di competere con i partiti del “centro-sinistra” classico (FdS, Sel, IdV, fino allo stesso PD), ma di rimettere a nuovo lo “spazio pubblico” in cui tutti ci muoveremo. Questo, però, può avere molti significati. Il successo dell’operazione dipende dalla capacità di individuare concretamente il significato giusto. E’ vero che i partiti (tutti, piccoli e grandi, dentro e fuori il parlamento, più o meno, per una ragione o per l’altra) non stanno bene e non sono del tutto salubri. Soprattutto, non rappresentano ormai che in minima parte i sentimenti e i bisogni delle persone. Tuttavia esistono; e di ciò si deve tenere conto in un modo o in un altro. Se si chiede loro di collaborare al proprio superamento (e non sarebbe la prima volta), non si può certo aspettarsi che rispondano con entusiasmo. Proprio questo, dopotutto, è stato il dramma del pur generoso tentativo di imporre una lista unitaria dal basso, e non dal vertice, che rappresentasse veramente il sentire comune dell’opposizione antisistemica, in vista delle elezioni europee del 2009 (una generosità da non dimenticare, e un fallimento su cui meditare). Si dovrebbe dunque semplicemente ignorare i partiti esistenti? E come evitare che una tale scelta porti proprio dove si afferma di non volere andare, cioè a una sigla ulteriore, e a una lista concorrente?
L’appello muove dal presupposto che lo spazio pubblico non coincida necessariamente con lo spazio politico. Si rivolge a una rete civica che già da tempo fa a meno della politica organizzata così come oggi si presenta, e su questo terreno ottiene successi quasi esaltanti come nei referendum sui beni comuni, e nell’elezione dei sindaci di importanti città, lo scorso anno. L’operazione è interessante, e l’analisi che l’Appello ne fa non lo è meno. Cercando di andare un po’ oltre, vi si può riconoscere un tentativo di contrastare il blocco storico dominante a livello globale con i suoi stessi metodi. Infatti, da quando esistono cose come la Commissione Trilaterale, i portatori degli interessi esclusivi del capitale e della proprietà hanno trovato e usano il modo di passare attraverso uno spazio politico depotenziato e svuotato (malgrado talune sue apparenti e formali blindature) con sovrana indifferenza. E’ interessante e stimolante considerare che i portatori degli interessi del lavoro e dei beni comuni, che sono la maggioranza perdente e disgregata da alcuni decenni, possano e dovrebbero forse cercare di fare qualcosa di simile. E’ improbabile, però, che abbia senso fare esattamente la stessa cosa; si deve temere che ci sia un’insuperabile sproporzione di forze.
Quale ruolo possono avere gli esistenti partiti, che in questo o quel modo echeggiano il superato ma non insensato modello novecentesco di organizzazione politica dei non proprietari (per le cui esigenze, in fondo, i partiti novecenteschi furono innanzitutto inventati, per essere poi imitati dagli avversari in un primo tempo)? Di essi si può e si deve dire molto di negativo, oggi. Ma deve esserci un modo in cui le energie e le esperienze che ancora contengono (al limite, alcune fondate esigenze di cui sono portatori in modo più o meno stanco e irrigidito) siano chiamate e sollecitate a concorrere. In un modo o nell’altro, l’opposizione antisistemica ha bisogno di essere più organizzata (al limite un po’ più “pesantemente” organizzata) di quanto il potere del capitale possa concedersi di non essere. Le forme possono e certamente devono essere nuove, più mature, più ricche e più cariche di libertà, di diversità e di autonomie. Ma il problema resta.
L’esperienza del 2009 resta ancora, in questo senso, da studiare fino in fondo: la domanda, cioè, che la sinistra diffusa nella società civile rivolse allora ai partiti per essere ascoltata, e per avere uno spazio entro cui rappresentarsi e rendersi efficace dentro e fuori di essi, in tutta la sua vastità e in tutta la sua complessità. Perché, allora, i partiti (nello specifico, la “Sinistra e Libertà” di allora, Rifondazione, e il PdCI) non capirono? Come evitare di ripetere oggi quello scontro sterile? La strada maestra del nuovo spazio pubblico democratico può consistere nel caricare, riempire, alimentare lo spazio politico (e in particolare i partiti) di impegni e parole d’ordine vincolanti, in modo trasversale. Si tratta cioè di un’operazione formalmente analoga a quella vittoriosamente condotta dal capitale nel corso degli ultimi decenni. Mentre però il capitale poteva (e forse doveva) effettuarla svuotando e depotenziando la politica, noi dobbiamo effettuarla, al contrario, mirando a darle nuova vita.
prima idea, per muoversi in questa direzione, può consistere nel proporre e al limite imporre ai partiti della sinistra un rapporto nuovo con il loro elettorato potenziale. Le liste elettorali siano cioè il prodotto di un’ampia consultazione (vere e proprie primarie), e i candidati, quale che sia il simbolo sotto il quale correranno, siano legati da un patto tra loro e con gli elettori che equivalga a un vero e proprio vincolo di mandato, su un breve ma chiaro decalogo delle semplici e grandi cose in cui l’opposizione antisistemica si riconosce. Perché non volerlo? Perché non tentare?
Ecco il primo soggetto politico che toglie senz'altro di mezzo il conflitto sociale: è quello proposto dal documento di Firenze e Napoli, pubblicato sul manifesto del 29 marzo e argomentato il giorno dopo da Marco Revelli. Come Revelli, altri amici e compagni vi hanno rapidamente aderito.
È un "soggetto senza progetto". La sua idea di società, alquanto mal ridotta dai traffici di Berlusconi e dalla contabilità di Monti, non va oltre la vasta quanto vaga esigenza di far esprimere in forme dirette la società civile, la quale è fatta di tutto fuorché dallo stato, dalle istituzioni e dagli attori della politica. Da tutti e da ciascuno di noi - padroni e dipendenti, banche e depositari e speculatori, uomini e donne, ricchi e poveri, nord e sud - in quanto messi in grado di esprimersi con la scheda sui loro bisogni e le soluzioni per risolverli. Quindi una democrazia più diffusa, una rete di relazioni svincolata dal ceto politico, non più solo "rappresentativa" di qualcuno ma "partecipata" da cittadini che non rilasciano deleghe.
Questo modello non è quello della Costituzione del 1948, che punta sui partiti come corpi intermedi, mediatori fra cittadini e stato, luoghi di elaborazione degli interessi diversi di una società complessa. I partiti - è la premessa del documento - non godono più di alcuna fiducia degli italiani, chiusi come sono in se stessi e nelle loro diatribe, mancando di ogni trasparenza anche quando, raramente, non sono sospettabili di frodi. Essi costituiscono l'impermeabile e impenetrabile "Palazzo" di pasoliniana memoria, e l'ombra o penombra che vi domina sono il miglior brodo di coltura per germi di ogni tipo. Metterli sotto pressione e controllo dal basso è l'operazione di igiene che si impone, nonché cortocircuitarli quando si può chiamare a un referendum.
Per il "nuovo soggetto" questo - trasparenza e apertura ai cittadini - è il vero problema del paese. Occorre sfondare le mura di quelli che non sono più corpi "intermedi" ma corpi "separati", e come tali non sono in grado né di capire né di comunicare con l'Italia, per cui si prevede un massiccio voltare loro le spalle con l'astensione. Il nuovo soggetto promette di essere l'opposto, tutto un'iniziativa di apertura delle barriere e di messa a confronto degli uni con gli altri, insomma un partito - non partito ma sostitutivo dei partiti.
Per fare che cosa, oltre che questa operazione di schiarimento delle acque? Non è detto. Certo ci sono in Italia gigantesche inuguaglianze di condizioni materiali, di cultura e di status ma l'esprimersi di tutti sui "beni comuni", le abolirà o ridurrà attraverso la presa di parola dei più deboli. Non scomodiamo dunque Marx, né il movimento operaio, né il vecchio concetto di lotta di classe, e tanto meno l'utopia pericolosa che ha portato ai defunti "socialismi reali". Non che il capitalismo sia morto, anzi non ha mai così totalmente dominato il pianeta, ma si tratta - se ho ben capito - di proteggere la gente dalle sue crisi stabilendo un vasto terreno di beni fuori mercato. Agganciandosi ai Comuni in quanto - lo dice la parola stessa - essi sono l'istanza elettiva più vicina al territorio e quindi in grado di controllarlo ed esserne controllata.
Il "nuovo soggetto politico" non si perde sull'analisi dello stato e dei poteri forti, politici ed economici. Né nelle teorie sociali del movimento operaio o, all'opposto, del liberismo: le prime neppure le nomina, al secondo i beni comuni, terreno di convinzione generale, tagliano le unghie. In questo senso il documento di Firenze presenta una tranquilla riedizione della spontaneità, l'universalmente umano bastante a se stesso, che il '68 aveva portato avanti polemicamente ma adesso, rifiutando assalti al cielo troppo pericolosi, sarebbe in condizione di attuarsi attraverso una saggia rete di relazioni e consultazione popolare permanente.
Di avversari il "nuovo soggetto" non ha che la privatizzazione di beni comuni, contro la quale si batte ma non meno che contro la statalizzazione o il loro "restar pubblico" nelle forme attuali, di "merce non ancora messa in vendita". Che sia intrinseco al capitale il trasformare tutto in merce, umani compresi, non interessa il "nuovo soggetto"; esso sospetta anzi che questa tesi sia un residuo delle culture politiche del Novecento, inchiodate sul conflitto capitale-proletariato. Così come non scava troppo in quello fra uomini e donne, concedendo la parità di valore tra la razionalità che sarebbe maschile, e l'emozione o la passione che sarebbero femminili. Alle passioni ed emozioni finora si affidava soltanto il populismo, ora entrerebbero fra i parametri del politico moderno. Anche l'ecologia troverebbe vantaggio in questa filosofia: chi può negare che il pianeta sul quale siamo appollaiati sia un bene comune?
E i beni comuni possono essere molti. Non è più forse il caso dei pascoli, ma non è bene comune che l'Italia produca automobili, meglio se elettriche? Basta persuaderne Marchionne e Landini. Che il voto dell'uno conti da solo nelle relazioni industriali quanto il voto di tutti i seguaci dell'altro (anzi in ogni caso di più, perché sua è la proprietà) è un dato di sistema sul quale non vale la pena di soffermarsi. Così come su alcuni diritti - al posto di lavoro o alla casa, e alla scuola, alla sanità, alla cultura, rimasti ottativi anche nella Carta del 1948. Chi non li desidera? Ma non evochiamo le idee fisse novecentesche. È vero che le vicende e le trasformazioni della proprietà, per non parlare del mercato, avvengono così lontano dal nostro sguardo da parere, al documento di Firenze, testualmente, «astratti».
È evidente che alle spalle del "nuovo soggetto" sta l'esito delle ultime elezioni parziali, e del referendum sull'acqua, avvenuti perlopiù fuori dal circuito dei partiti e considerati quindi come uno schiaffo loro assestato da parte della società civile. Che essi non abbiano scalfito il muro dei poteri forti, al nuovo soggetto politico non importa: non era nel suo obiettivo. Né che a Berlusconi sia seguita non già una spinta di sinistra, ma il liberismo oltranzista del governo Monti. Colpa della politica - si dice -, come se non fosse l'opinione pubblica ad avere votato ben tre volte il primo, senza protestare per l'indecente legge che ne canalizzava e blindava a suo favore il voto anche se non era di maggioranza. E quindi incapace di liberarsene.
Giusto, ma chi si vorrebbe liberare di Monti? La Fiom, le sinistre radicali già messe fuori dalle Camere, i nostalgici del marxismo o almeno di una forte regolazione del capitale, come la sottoscritta. Monti, un po' feroce ma onestissimo, ci fa fare, con Merkel e Sarkozy, buona figura all'estero. Che vogliamo di più?
Siamo a qualche mese dall'attacco internazionale al debito pubblico italiano (stabile da molti anni), la risposta alla propria messa in scacco dalla primavera referendaria italiana. Vale la pena soffermarsi a riflettere sullo stato del conflitto fra diverse visioni del mondo simbolicamente rappresentato nella campagna di giugno. La riflessione ha valenza costituzionale perché la partita in corso coinvolge lo stesso patto fondante la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Essa coinvolge la stessa concezione della giuridicità nei due campi contrapposti, quello del governo tecnico e quello dell'orizzonte di senso evocato dalla proposta del nuovo soggetto politico.
Due sono le norme costituzionali formalmente coinvolte nel conflitto. L'art. 41 (iniziativa economica privata) e l'art. 82 (pareggio di bilancio), ma ben più fondamentale è la partita costituente in corso, perché coinvolge direttamente l'art.1 (il lavoro come fondamento primario del patto costituzionale) e l'art. 3, soprattutto nel secondo comma, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di fatto che rendono meramente formale l'uguaglianza di cui al primo comma. Si tratta dunque di una partita che colloca al centro la giustizia sociale e la distribuzione dellee risorse.
Due punti erano pacifici fra i costituenti e possono considerarsi il nucleo del nostro ordine costituito: l'Italia aderisce a blocco capitalista e tutela tanto la proprietà (art. 42) quanto l'iniziativa economica privata (art. 43). La Repubblica tuttavia, si schiera dalla parte del lavoro (art 1) nel suo conflitto storico col capitale, utilizzando il diritto (pubblico e privato) come strumento a tutela del più debole (il lavoratore) nei confronti del più forte (il datore di lavoro), qualora quest'ultimo abusi del proprio potere mettendo in campo pratiche oppressive o di sfruttamento. In quest'ordine di idee i diritti sono baluardo del debole nei confronti del forte ed il diritto è lo strumento attraverso cui la Repubblica può controllare l' attività privata (per modo che non si svolga in modo contrario alla sicurezza e alla dignità umana). Con lo stesso strumento lo Stato italiano dovrebbe autolimitare il proprio potere (di datore di lavoro, di imprenditore o di proprietario pubblico) facendosi pienamente carico dei propri doveri nei confronti della collettività e del territorio.
Questo equilibrio costituzionale, che ha informato per decenni la sensibilità dei giuristi e delle forze politiche di tutto l'arco costituzionale, è stato sovvertito nel ventennio neoliberale. Il diritto, sempre più di frequente si è trovato dalla parte del più forte tornando ad allontanarsi dagli orizzonti tracciati dalla sua lettura costituzionalmente orientata. Naturalmente, tale scelta di campo, prodotta dalla supremazia del potere economico internazionale nei confronti degli Stati, ottenuta attraverso la corruzione di gran parte del ceto politico professionale, comporta una vera e propria trasformazione della stessa funzione del diritto. Esso non deve che lasciar fare affinché il più forte naturalmente prevalga. Si tratta della visione sostenuta in America dagli economisti raccolti nei più prestigiosi (e corrotti) dipartimenti, da ultimo denunciati nello splendido documentario di Ferguson, Inside job.
Quest'ideologia, all'opera instancabilmente nella produzione del consenso per il nostro modello di sviluppo suicida, presentato invece come salvifico e necessario, era stata rigettata in Italia tramite i referendum sui beni comuni. Essa ha tuttavia irretito il Presidente Napolitano il quale, piuttosto che operare per il rispetto della volontà popolare, ha ritenuto di istituire motu proprio un sistema costituzionale semipresidenziale, promuovendo allo scranno senatoriale prima e poi a Palazzo Chigi, un autentico esemplare di economista neoliberale il quale si è circondato di altri esemplari della stessa rspecie, come la sua ministra del lavoro. Le conseguenze sono disastrose soprattutto in materia di lavoro, settore in cui Monti si era fatto le ossa offrendo alla Commissione Europea la sua consulenza con un rapporto del 2010 che proponeva la cancellazione in toto della giurisdizione sui diritti a favore di mediazioni informali dei conflitti. Tale proposta era così sovversiva della stessa idea di un diritto del lavoro da non esser neppure ripresa per intero dalla recente proposta di regolamento comunitario. Che, tuttavia, giunge a porre sullo stesso piano la libertà di iniziativa economica ed il diritto di sciopero, obbligando le Corti nazionali a «armonizzare questi diritti» quando configgono.
Porre sullo stesso piano capitale e lavoro fu un'intuizione del ventennio fascista ed in Italia annienterebbe il residuo senso del già ricordato art. 41 della Costituzione. Del resto Monti ha già cercato di modificare tale norma costituzionale per decreto legge. Per ora la proposta di regolamento comunitario ispirata da Monti è limitata almeno formalmente al c.d. "posting" dei lavoratori (ossia al loro trasferimento a seguito di un'impresa dislocata) ma è abbastanza chiaro che esso costituisce un altro passo avanti nell'attacco al lavoro a favore del capitale e della sua libertà di scorazzare liberamente per il più grande mercato del mondo sperimentando sempre nuove pratiche di sfruttamento.
L'idea forte tratta dallo studio di Monti è quella per cui le differenze di potere contrattuale fra capitale e lavoro non possano più essere prese in considerazione dal diritto. Il diritto non può più schierarsi dalla parte dei più deboli ma le corti devono essere neutrali nell'armonizzare i diritti confliggenti dei lavoratori e dell'impresa. Si supera così un nuovo tabù come l'art. 18 o prima di esso il modello Pomigliano. In effetti, il ritorno alla piena mercificazione ottocentesca del lavoro che la conquiste del diritto avevano progressivamente superato è già una realtà. I lavoratori svantaggiati possono oggi esser dati in affitto con lo sconto, grazie a una convenzione fra Fornero e una nota agenzia interinale, restituendo dignità a quella figura di locatio operis con cui i giuristi romani duemila anni fa inquadravano il contratto di lavoro.
In un tale quadro reazionario è difficile non prevedere che la riforma dell'articolo 18 ed il licenziamento per ragioni economiche, siano volti principalmente a preparare licenziamenti massicci nel settore pubblico quando la troika ci chiederà di farlo, come già avvenuto in Grecia. Se a questo aggiungiamo la quasi avvenuta modifica dell'art. 82 Costituzione per l' introduzione del pareggio di bilancio (che un Parlamento con la fiducia di meno del 10% degli Italiani sta per approvare in seconda lettura con una maggioranza tale da escludere il Referendum costituzionale confermativo), ben possiamo comprendere la drammatica urgenza democratica di cui parlava Marco Revelli sul manifesto di venerdì.
Alcuni di noi, che da ormai oltre due anni stanno sul territorio italiano, praticando la politica di movimento sono ben consci del potenziale politico della resistenza contro il montismo, vissuto da tante persone normali come un nuovo fenomeno postfascista italiano ormai più pericoloso dello stesso berlusconismo. Per noi è giunto il momento di mettere in campo un Comitato di Liberazione Nazionale dalla tirannia del pensiero unico e di farlo con tutte le forze che ancora credono che il diritto debba governare l'economia e non esserne dominato. Unire le persone per bene intorno ad un metodo per superare una situazione drammatica è più agevole che farlo sul merito ed è certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente vecchi steccati. Di qui il senso di una soggettività politica nuova che sappia stare sempre dalla parte del lavoro e dei beni comuni.
Monti, da Tokio, ci fa sapere che lui è popolare, i partiti no, sono solo oggetto di disprezzo. Pirani, solitamente molto politically correct, scrive che il bello del nuovo nostro primo ministro sta nel fatto che è autonomo dalle fluttuazioni parlamentari, dalla dialettica dei partiti e dalle pressioni della società. (Voglio sperare che non si sia reso conto di cosa ha teorizzato). La traduzione a livello popolare del concetto è quanto si sente sempre più ripetere: «A che mi serve la democrazia? Costa troppo. Perché debbo pagare tanti soldi perché una cricca vada a chiacchierare dei fatti suoi in un parlamento?».
A livello alto, invece, nelle istituzioni europee e fra insigni studiosi, si dice che siamo entrati nella post democrazia parlamentare, che i problemi sono ormai troppo complicati per lasciarli a incompetenti istituzioni rappresentative. Ricordo queste cose per avvertire che quando si cominciano a denunciare classe politica e, indifferenziatamente, i partiti in quanto tali, bisogna stare un po' attenti. L'attacco alla democrazia non viene più da bande neofasciste ormai poco più che folcloristiche, ma da una minaccia più raffinata: dall'uso capzioso che ormai apertamente viene fatto dell'oggettivo fastidio, della distanza che si è scavata fra società civile e istituzioni politiche. Cui inconsapevolmente concorre anche il neo anarchismo che percorre ovunque i movimenti.
D'accordo quindi con "il manifesto per il nuovo soggetto politico" pubblicato il 29 marzo scorso su questo giornale (e firmato da molti miei amici di cui ho la massima stima) quando dicono che per salvare la democrazia bisogna arricchirla e trovare nuove forme di partecipazione e anche di democrazia diretta. Ma, vi confesso di provare anche molta preoccupazione per il tipo di nuovo soggetto politico di cui si auspica la nascita in sostituzione della forma partito novecentesca. Certo, è vero, anche i partiti di sinistra o presunta tale sono pessimi. Anche i più recenti. Bisognerebbe rifarli daccapo e naturalmente questa non è operazione che si fa sulla carta: i buoni partiti nascono sempre da un movimento reale. Ma può servire a questo scopo il descritto nuovo soggetto?
Innanzitutto non si può mettere fra parentesi il fatto che se i partiti sono diventati così è perché le istituzioni rappresentative nazionali in cui sono chiamati a far sentire la loro voce sono state da tempo svuotate di un potere decisionale che peraltro non è stato nemmeno trasferito ad altri livelli ma semplicemente assunto, extra legem, da chi stabilisce accordi privati sul mercato globale. In questi anni sono state privatizzate non solo le centrali del latte o le aziende di trasporti, ma anche la sovranità, il potere decisionale.
La crisi dei partiti dipende dunque anche dalla drastica perdita di influenza che hanno subito in conseguenza di questa perdita di potere delle istanze rappresentative a tutti i livelli, anche comunale. Per questo la gente avverte la loro superfluità. Nessun soggetto politico può pensare di essere efficace se elude questo problema pensando di potersi limitare a produrre un po' di partecipazione locale. A meno di non reinventarsi l'impero ottomano, dove ai califfati veniva lasciato qualche potere locale, mentre restava saldamente in mano a Costantinopoli ogni opzione generale e decisiva. L'idea che il sistema possa esser cambiato solo dal basso, da una rete orizzontale che, pur non negandolo, sospende la sua attenzione al problema del potere centrale e ritiene che basti una frammentata pressione dal basso per cambiarlo, credo non vada lontano.
Né un progetto collettivo si definisce senza aver fatto crescere conoscenze e cultura comuni, che non sono la somma dei pareri di ciascuno, magari raccolti in rete come fa la tv con l'auditel, sicché alla fine vengono fuori, come opzioni maggioritarie, le telenovelas. Questa sacralizzazione dell'opinione pubblica, in nome della quale la maggioranza ha comunque ragione, è il peggior portato di Internet: la scelta giusta è il risultato di un confronto prolungato e sofferto, tanto più in presenza di movimenti che non sono più socialmente omogenei, come era quello operaio, ma popolati dalle figure destrutturate e contraddittorie prodotte dal capitalismo in crisi. Funzione di un soggetto politico è costruire senso, non raccogliere la medietà del consenso, peggio di un indistinto borbottio. A meno che non ci si contenti di conservare l'esistente anziché di cambiarlo.
E veniamo alla proposta di abolire una leadership centralizzata, sostituita da «coordinamenti transitori e itineranti». Badate che il peggior leaderismo si produce di fatto quando non si stabiliscono regole precise per una selezione collettiva dei dirigenti: vi dicono niente i leaderini del '68, dominatori di assemblee, sopraffattori dei più deboli, o solo meno arroganti? O il Partito radicale che, grazie alla sua assoluta informalità, ha lasciato alla ribalta da 50 anni Marco Pannella (che non si chiama narciso, ma, guarda caso, all'anagrafe è iscritto come giacinto)? Una massa atomizzata è sempre manovrabile. Per questo servono sedi stabili in cui ci si possa raccogliere, collegamenti a tutto campo per non chiudersi nel localismo (per questo è reazionario pensare di poter togliere finanziamenti ai partiti, o trovare illecito che un deputato viaggi al di fuori del suo collegio). Solo se c'è un'organizzazione la base può esercitare potere, altrimenti, al massimo, può dire sì o no a un referendum. Selezionare democraticamente una leadership è difficile ma necessario se si vuole consolidare un'organizzazione politica e non abbandonarla alle fluttuazioni caratteristiche dei movimenti spontanei.
E, infine, basta partecipare alle scelte, stabilire cosa è bene comune, o serve conquistare anche la loro stabile gestione? Il glorioso referendum sull'acqua non rischia forse di esser compromesso proprio sul terreno della sua applicazione? Non occorre dunque, allora, costruire organismi che strappino poteri allo stato e ne prefigurino la graduale estinzione, capaci di assolvere alle sue funzioni sì da evitare il rischio della separazione burocratica, del potere arbitrario, della casta? Gramsci, che pure ha sempre ricordato quanto più necessaria al proletariato rispetto alla borghesia sia la politica, consapevole delle sue degenerazioni aveva ipotizzato la creazione di consigli in grado di giocare questo ruolo. All'inizio degli anni '70 i consigli di fabbrica, e poi di zona, si sono avvicinati a questa indicazione. Non pensate che si tratti di una prospettiva più ricca che non quella di moltiplicare indefinite e instabili forme di raccolta di consensi?
Ben vengano nuove forme di partecipazione, dunque, ma innanzitutto facendo tesoro delle esperienze novecentesche che non sono roba da buttar via come dice il Manifesto: quando il Pci, con tutti i suoi difetti, aveva più di due milioni di iscritti e una capillare organizzazione radicata sul territorio e però anche forte della soggettività di una appartenenza ad un grande movimento internazionale che aveva sconfitto il fascismo vi assicuro che si è raggiunto il punto più alto di democrazia conosciuto dal nostro paese. Quella esperienza non è ripetibile e aveva i suoi limiti, ma per favore non sputateci sopra!
A me piace tuttora l'invocazione di Mao Tse Tung, che tanto ci conquistò nel '68, quando disse che occorreva bombardare il quartier generale. Perché i partiti si burocratizzano e separano e vanno quindi continuamente investiti dai movimenti della società. Ma Mao aggiungeva che occorreva distruggerli per rifondarli, non per farne a meno. In Cina non ci si è riusciti, non ho remore a dire che in Italia bisogna provarci.
Nel suo più recente libro autobiografico, Senza fare di necessità virtù — Memorie di un antifascista, pubblicato da Einaudi nel settembre dell'anno scorso, Rosario Bentivegna, morto ieri a novant'anni debilitato dalle conseguenze di un ictus che l'aveva colpito il sedici gennaio scorso, prevedeva con un certo distacco e, forse, con una sorta di sollievo, l'oblio che sarebbe calato su uno dei fatti più controversi nella storia della Resistenza italiana. Studente di medicina, comunista, membro giovanissimo dei Gap (Gruppi di azione patriottica), era stato scelto da Carlo Salinari per il ruolo più rischioso nell'attentato fissato per il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, contro l'XI compagnia del III battaglione SS Bozen di stanza a Roma che ogni giorno verso le 14 risaliva per via Rasella. Travestito da spazzino, lo studente di medicina spinse sino al luogo fissato un carretto carico di 18 chilogrammi di tritolo e di spezzoni di ferro. Aveva riempito la pipa di tabacco e per tre volte l'aveva accesa ritenendo imminente l'arrivo dei soldati tedeschi. L'attesa durò quasi due ore e il commando di partigiani stava rinunciando all'azione finché un quarto d'ora prima delle 16 si udirono passi cadenzati e inni di guerra. Quando i soldati erano vicini, Bentivegna accese la miccia e a passo deciso raggiunse via del Tritone dove lo aspettava con un impermeabile la sua compagna e futura moglie Carla Capponi. Nell'attentato morirono 33 tedeschi, per rappresaglia dopo una serie di convulse telefonate con Berlino, il comando tedesco decise di uccidere dieci italiani per ogni SS caduto. La sentenza venne eseguita alle Fosse Ardeatine, dove le vittime ufficiali, rastrellate tra i detenuti politici, gli ebrei, i comuni, andarono oltre la cifra stabilita: furono 335.
Bentivegna con i suoi compagni (furono in dodici a partecipare all'azione) si nascose prima in città e poi si diede alla macchia. E per tutta la vita dagli avversari, ma anche da alcuni della sua stessa parte politica si è sentito ripetere che lui e i suoi compagni avevano il dovere di consegnarsi per evitare l'eccidio. Seconda una versione tanto falsa quanto dura a morire a Roma sarebbero stati affissi dei manifesti in cui si invitava i partigiani a consegnarsi per risparmiare le vite di innocenti. Contro questa menzogna Bentivegna ha lottato tutta la vita, vincendo non poche cause perché non ci fu nessun manifesto e la prima notizie delle Ardeatine venne pubblicata sul «Messaggero» del 25 marzo, quando la tragedia era consumata.
La Resistenza per quel ragazzo di famiglia borghese con ascendenze risorgimentali (nell'album di famiglia compariva un colonnello Giuseppe Bentivegna che era con Garibaldi sull'Aspromonte) era cominciata molto prima di via Rasella e si sarebbe conclusa ben dopo l'arrivo degli Alleati a Roma il 4 giugno 1944. Inviato da Togliatti con le Brigate Garibaldi a combattere dalla parte di Tito, Rosario Bentivegna riprese gli studi di medicina soltanto a guerra finita. Fu un brillante medico del lavoro e rimase iscritto al Pci sino al 1985, anche se si dichiarò comunista sino alla fine. Militante pronto all'azione, molto legato a Luigi Longo, fu da questi mandato alla fine degli anni Sessanta a recuperare alcuni dirigenti del partito comunista greco in pericolo di vita sotto il regime dei colonnelli. Un'impresa che Bentivegna condusse al timone di un motoscafo d'altura, con l'aiuto della figlia Elena, avuta da Carla Capponi.
Personaggio scomodo del comunismo italiano (la sua medaglia d'argento venne contestata anche dentro al Pci), memoria vivente della Resistenza romana, Rosario Bentivegna nell'ultimo trentennio non ha mai smesso di raccontare e di difendere la sua versione dei fatti. Lo fece una prima volta nel 1983 con «Achtung Banditen», un volume edito da Mursia che fu elogiato da Renzo De Felice per la mole degli episodi narrati e la precisione delle informazioni. Nel '96 pubblicò con il giornalista del Corriere Cesare De Simone, «Operazione via Rasella» (Editori Riuniti) e poco dopo accettò il mio invito a confrontarsi con il «repubblichino» Carlo Mazzantini: ne nacque un volume per Baldini & Castoldi, «C'eravamo tanto odiati» in cui la storia della guerra civile italiana, definizione non accettata da Bentivegna, che preferiva «guerra di liberazione», fu raccontata da due punti di vista contrapposti.
Rosario Bentivegna era un uomo colto e aperto, con un grande senso dell'amicizia. Incredibilmente tenace nel sostenere il suo punto di vista, non si tirava mai indietro, come quando ingaggiò un duello intellettuale con il filosofo Norberto Bobbio che aveva definito l'azione di via Rasella un «attentato terroristico». Sostenere la sua verità su via Rasella è stata, possiamo dire, la bussola che lo ha orientato per tutta la vita. Sentiva pietà per le vittime ma ha sempre ritenuto che tutte le sue azioni partigiane, compresa via Rasella, fossero necessarie per ostacolare il transito delle truppe naziste a Roma e quindi interrompere i bombardamenti degli Alleati.
Divorziato da Carla Capponi, Rosario Bentivegna ha vissuto gli ultimi 38 anni di vita con Patrizia Toraldo di Francia. I funerali saranno celebrati mercoledì nella sede della Provincia: «Sa — dice Patrizia — questo Comune non ci piace».
A proposito dell’attentato di Via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine vedi su eddyburg Via Rasella. Memorie antiche e colpevoli smemoratezze recenti e La vera storia di Via Rasella
"Tutti i nostri problemi, dalla crisi all´ambiente, sono problemi del vivere insieme: io questo senso parlo di comunismo" "Su Occupy Wall Street sono cauto, anche se ha avuto il merito di essere il primo movimento che non cavalca un solo tema" Il filosofo sloveno racconta, in una lunga intervista di cui pubblichiamo un estratto, le sue posizioni politiche
Perché lei, Slavoj Zizek, si interessa tanto alla psicoanalisi?
«Per un solo, unico motivo! Arrivare a una nuova comprensione di Hegel. Questo è il vero nucleo del mio lavoro: il mio maniacale entusiasmo per Hegel. Ho appena scritto un libro su Hegel, lo stanno stampando ora, uscirà in inglese tra circa tre mesi. È una roba da matti, più di mille pagine su Hegel».
In un suo libro, afferma che il comunismo rappresenta l´unica via d´uscita dall´attuale crisi sociale…
«Davvero ho detto questo?».
In che senso il comunismo è la soluzione?
«Okay, ecco la mia posizione ufficiale a riguardo. Innanzitutto, so di avere un piccolo problema di pubbliche relazioni. Molti miei amici, ma anche persone con cui non ho rapporti di amicizia, mi chiedono: perché non lasci finalmente perdere questo stupido concetto di comunismo, che porta con sé così tante implicazioni infelici?».
E perché non lo fa?
«Posso darvi tre motivazioni. Da buon freudiano, so che quando si danno troppe motivazioni ci si rende subito sospetti (ride). Primo: vorrei sottolineare che, nonostante tutto, esiste una ben definita tradizione del comunismo che non ha proprio nulla a che fare con lo stalinismo. Ad esempio la linea radicale ed emancipativa rappresentata dal millenarismo, con la sua credenza nella fine dei tempi. Il regno eterno è qui! È possibile trovarla nel cristianesimo, nella rivolta spartachista, nella guerra dei contadini e così via. Ritengo questa tradizione molto importante, mi piacerebbe portarla avanti».
E la seconda motivazione?
«Il problema di tutti gli altri concetti, ad eccezione del comunismo, è che sono compromessi nel senso esattamente opposto: sono troppo leggeri da digerire. Prendiamo il concetto di "solidarietà". Perfino Hitler avrebbe potuto parlare di solidarietà. O "dignità" – ma è chiaro, tutto dipende da cosa intendiamo per "dignità". Vedete, la parola comunismo almeno è destabilizzante: fa capire che non stiamo qui a prenderci in giro, a parlare di concetti onorati e vuoti, come quello di "maggiore giustizia"».
E la terza ragione?
«Forse è addirittura un bene che questo concetto sia gravato da una storia così spaventosa. Essa ci ricorda che progetti di una tale portata pratica sono sempre intrisi di pericolo. (...) Ma la mia vera risposta, quella definitiva, è: la parola "comunismo", come sottolineo più volte nel mio libro, non è il nome della soluzione, bensì quello del problema».
Di quale problema?
«Se si esaminano le questioni di fronte a cui ci troviamo oggi – l´inquinamento dell´ambiente, il capitalismo finanziario, la biogenetica, la difesa della proprietà intellettuale – tutti questi sono "problemi del vivere insieme, in comune": riguardano un ambito che sfugge sia al controllo dello Stato che alle soluzioni pensabili nell´ambito privatistico dell´economia di mercato. Il concetto di "comunismo" (dal latino communis) per me, quindi, identifica il problema. (...)».
Parliamo del movimento Occupy Wall Street. Secondo lei contribuisce, sia pure per piccoli passi, a cambiare le cose, o invece è parte del problema?
«Chi vivrà vedrà, sono molto cauto. La mia opinione su Occupy Wall Street però è la seguente: l´esistenza di esso è significativa, dato che si tratta del primo movimento, negli Stati Uniti, che è riuscito a ottenere una vasta eco sociale e non si occupa di un unico tema, ad esempio solo di razzismo o solo dell´indebitamento creato da speculazioni finanziarie. La gente si è accorta che c´è qualcosa che non va nel sistema. Ma non mi piace la formula "è colpa del capitale finanziario"».
Perché no?
«Il problema è in realtà: qual è la logica alla base dell´odierno sistema capitalistico che permette al capitale finanziario di agire così? Si tratta di una coazione sistemica. I banchieri sono cattivi da sempre – che strano, eh? Non bisogna dare la colpa solo ai banchieri di oggi! È un´idiozia! E penso che l´errore più grave che si possa commettere sia moralizzare questa crisi» (...).
Lei affermerebbe che la nostra attuale forma di democrazia non è in grado di combattere il capitalismo?
«No, no, no, direi quasi il contrario! Certo, la libertà di cui disponiamo è solo formale – ma questo è comunque l´unico ambito in cui la libertà può esistere. Nel momento in cui si abolisce la democrazia formale, non si ottiene la vera democrazia. Piuttosto, si perde la democrazia in quanto tale. Il solo spazio di libertà che abbiamo si trova nel campo intermedio tra la democrazia formale e le forme effettive della nostra illibertà... Si deve cominciare a pensare la politica al di là delle ristrette definizioni proprie dello Stato multipartitico. Voglio dirlo in questi termini: io odio il Sessantotto. Troppa libertà, troppo divertimento. Ma almeno una cosa l´hanno capita: il personale è politico e tutta quella roba là. Non sono cose che vadano sopravvalutate, sia ben chiaro, ma naturalmente sono giuste: l´oppressione delle donne, le strutture famigliari, quello che succede nelle fabbriche… anche in questi ambiti si pongono questioni di libertà, di politica. E qui, a mio parere, si innesta il problema più serio: non si dovrebbe far fuori la democrazia formale. Però, allo stesso tempo, come fare a includere questi ambiti nel processo politico?».
Traduzione di Eleonora Piromalli. © Philosophie Magazin
La crisi è l'occasione per allargare lo sguardo a settori dell'economia e del sociale fuori del mercato, verso dimensioni del lavoro non mercantili, solidali, di cura e attenzione per i luoghi, le società e le persone. Alcuni libri recenti offrono coordinate preziose per saperne di più.
Il lavoro al centro delle iniziative del governo, e al centro dell’attenzione. Un percorso che va avanti nelle sedi politiche, in convegni, con commenti di esperti; e anche, ovvio, scontri e critiche, manifestazioni e scioperi. Una questione cruciale per proposte e ricerca di soluzioni. Sarebbe utile richiamare l’attenzione sulla parola, e la concezione, del lavoro, e sul fatto che sono rimasti fin qui fuori temi e prospettive che in fasi del passato (ugualmente segnate da “crisi”, “disoccupazione”, dall’urgenza di proposte e di politiche) erano stati parte del discorso pubblico e dell’agenda. Se certo ci troviamo oggi di fronte a dimensioni nuove, a processi che rendono il quadro più complicato che nel passato, due aspetti sarebbe bene metterli in luce: il primo, come siano ricorrenti fasi di malfunzionamento dell’economia, di “crisi”, appunto (su questo, una lettura che consiglierei è Il capitalismo occidentale del dopoguerra di Michael Kidron, Laterza, 1969). Dunque allargare la prospettiva, tener presenti i riferimenti a fasi del passato e alle diverse situazioni (in Europa e altrove). Ovvio che si può insistere su condizioni particolarmente complicate e gravi di questo momento storico. Ma quante volte gli umani sono riusciti a superare esperienze di drammatica difficoltà (e le tragedie delle guerre, non dimentichiamole). I “giovani” potrebbero forse ridimensionare le letture prevalenti che li segnano come una generazione segnata da un futuro senza speranze.
Un secondo aspetto del discorso pubblico (e anche “privato”) che penso utile richiamare è questo. Non è che si incontri spesso, in analisi e interventi, il riferimento a settori dell’economia e del sociale fuori del mercato (ai quali invece in passato si sono rivolti attenzione e approfondimenti): e il contributo rilevante che costituiscono per le risorse complessive . Negli anni settanta e ottanta si era avviato a livello europeo un filone importante di studi e di proposte che metteva in luce il valore delle risorse “non di mercato” per il benessere sociale, fino alla Dichiarazione di Amsterdam del 1997 “On the Social Quality of Europe”. Portando lo sguardo su questi processi e dimensioni si sono delineati, anche in rapporto a modifiche nelle procedure e regole nel mercato del lavoro (auspicate, viste come positive), possibili “scenari futuri”.
Avrebbe senso riprendere alcuni spunti da quelle analisi e proposte. Si ridefinisce il significato della stessa parola lavoro. Moltissimo è stato colto, e descritto, portando alla luce il contributo del “lavoro domestico” e del “lavoro di cura”; anche fare volontariato è lavorare (in molti casi con competenze e forme organizzative nuove, che vengono messe in luce: il 2012, ricordiamolo, è l’”anno europeo del volontariato”). E il 2011 è stato l’“anno dell’invecchiamento attivo”: anche in questa prospettiva sono stati portati all’attenzione – e potrebbero entrare nei dibattiti sul lavoro – aspetti che certo nel passato non erano immaginabili. Aggiungo: è “lavoro” l’impegno, e la necessità, del continuare ad imparare. Imparare richiede un lavorare a cui fin qui non si è rivolta attenzione. Il lifelong learning è una dimensione da approfondire.
È probabile che nei prossimi mesi li incontreremo, riferimenti e sollecitazioni che portino l’analisi oltre le categorie oggi prevalenti, e oltre i termini ricorrenti, quasi esclusivi: crescita e decrescita. Dunque: “economia plurale”, “economia non-di -mercato”, “economia sociale”, e molti altri. Non per profitto è il titolo del libro di Martha Nussbaum (uscito da poco nella collana Intersezioni del Mulino). Di “terzietà” parla Zamagni ( Il Terzo Settore nell’Italia Unita, di E. Rossi e S. Zamagni, un testo che ripercorre la storia dei centocinquant’anni in questa prospettiva). E ancora L’economia del noi di Roberta Carlini; l’“economia delle condivisioni”, “auto-mutuo aiuto”, solidarietà, impegno sociale. Esistono anche questi “pezzi” del nostro vivere, e sono risorse nella fase che stiamo vivendo. Sarebbe importante allargare lo sguardo: guardare ai costi e alle difficoltà, certo, ma anche ai processi di cambiamento e, forse, a prospettive in qualche misura positive.
Un gruppo di intellettuali, tra i quali molti nostri preziosi collaboratori, firma un documento politico-culturale, che già nel titolo ne illustra la finalità: «Manifesto per un soggetto politico nuovo, per un'altra politica nelle forme e nelle passioni». Il lungo testo sostiene che non c'è più tempo, né speranza di cambiare questi partiti, spesso causa prima della crisi di democrazia che dovrebbero interpretare e risolvere. Dunque la partecipazione ha bisogno di altre forme, altri uomini, altre donne, altre ragioni e altri sentimenti.
I contenuti che animano questo manifesto politico fanno riferimento al "benecomunismo" elaborato negli ultimi anni a partire dalla battaglia sull'acqua pubblica. La riflessione sui beni comuni, le esperienze di movimento che ne sono seguite, sono lo scheletro, il perno su cui poggia l'opposizione radicale al bagaglio teorico e alla pratica politica delle attuali formazioni della sinistra, descritte come vuote oligarchie che nutrono leadership malate di narcisismo. In questa critica si sfondano porte spalancate. La rottamazione è ormai un risentimento di massa.
Più interessante la parte costruttiva, il percorso, l'habitat, le procedure, le suggestioni di una partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. L'idea di superare lo sfogatoio qualunquista del «sono tutti uguali», la necessità di sperimentare una nuova delega, strutture intermedie, comunali, territoriali, che l'esperienza della rete dei «Comuni per il bene comune» stanno scoprendo e valorizzando. Compresa la ricerca di nuove parole per indicare nuove speranze.
Se il progetto si risolverà nell'aggiungere una nuova sigla all'attuale spezzatino della sinistra o invece sarà l'epicentro di una scossa per terremotare l'attuale geografia dei partiti, lo capiremo strada facendo. Nell'uno o nell'altro caso, le culture politiche e le esperienze sociali che oggi precipitano nel documento che pubblichiamo hanno animato le nostre pagine, le nostre campagne. Spesso in sintonia con il punto di vista del giornale, altre volte in contrasto con l'analisi e le soluzioni che suggerivamo nella crisi globale. Ed è facile prevedere qualche scintilla, per l'autorevolezza delle firme e l'eterogeneità delle culture e dei mondi che rappresentano. Se l'iniziativa provocherà una discussione sarà già un buon risultato. Che merita attenzione.
Mettere in campo «un'altra Italia, lavorare per un'altra Europa» è un progetto ambizioso, un vasto programma. Come del resto è sempre avvenuto quando, nel suo processo di scissionismo acuto, la sinistra si è fatta in mille pezzi, sempre più piccoli e sempre meno rilevanti. Da tempo si è capito che rimettere insieme i cocci non è possibile, né utile. Del resto chi firma il testo che pubblichiamo non fa parte di nomenklature partitiche, rappresenta l'anticorpo di un intellettuale collettivo sempre critico, e per questo mal digerito dal ceto politico.
Nei dibattiti che intorno alla sorte del nostro giornale si svolgono nei circoli degli amici del vediamo spesso la litigiosa famiglia della sinistra tornare a parlarsi. E siamo contenti di essere usati come un campo non neutrale, un laboratorio pienamente partecipe nuove connessioni, di un modo gentile di parlarsi. Ci piace esserlo anche nei confronti del tentativo di questo partito-movimento. Con la curiosità e l'autonomia di chi non ha mai rappresentato la voce di un partito.
La rivista CNS Ecologia Politica era nata nel filone dell'interesse suscitato da Capitalism Nature Socialism. A journal of socialist ecology, la rivista trimestrale pubblicata a partire dal 1990, da James O'Connor in California, al fine di cercare una risposta alla domanda: è il capitalismo compatibile con la difesa dei valori, naturali ed umani, associati alla difesa della natura? può il socialismo offrire indicazioni e strumenti teorici e politici per uno sviluppo umano in una natura sempre più alterata dalle attività antropiche? Sullo stesso problema erano sorte, negli stessi anni, la rivista spagnola Ecologia politica diretta da Joan Martinez Alier e quella francese, Ecologie politique, diretta da Jean Paul Deleage.
Nel 1991 Giovanna Ricoveri (che di O’Connor aveva tradotto e presentato il volume Ecomarxismo, Datanews), decise di avviare e curare la pubblicazione, con vari titoli, ma sempre con la stessa linea culturale e ideale, di una equivalente versione italiana. Capitalismo Natura Socialismo/Ecologia Politica fu pubblicata su carta per tre anni (anno 1, 1991; anno 3, 1993, numeri 1-9) con una società editoriale del quotidiano l manifesto), poi come CNS Ecologia Politica (anno 4, 1994; anno 7, 1997, numeri 10-21), con la casa editrice Datanews. Con lo stesso titolo la rivista è stata "pubblicata" (anno 8-10, 1998-2000, numeri 22-28) in Internet.
Le annate 11, 2001 (numeri 29-40) e 12, 2002 (numeri 41-51) sono apparse, sempre col titolo CNS Ecologia politica, come fascicoli mensili inseriti (in genere nell'ultima domenica del mese, un po' nella tradizione dei giornali socialisti degli ultimi anni dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento) nel quotidiano Liberazione. Finita questa collaborazione (che, a mio parere, aveva fatto bene anche a Liberazione) altri tre numeri sono stati pubblicati in Internet negli anni 2003-2004 col titolo CNS Ecologia Politica.
Alcuni dei saggi apparsi nei vari numeri di CNS sono stati pubblicata come antologia con lo spiritoso titolo “I giovedì”, un giovedì del mese per volta, in forma telematica. Una antologia di altri scritti apparsi in sulla rivista è stata curata da Giovanna Ricoveri e stampata col titolo Capitalismo Natura Socialismo, dall’editore Jacabook di Milano nel 2006.
L’instancabile Ricoveri ha continuato a pubblicare, sotto la bandiera “Quaderni di CNS”, i volumi: Agri-cultura, Bologna, EMI, 2006, con una raccolta di saggi che mettono in evidenza gli aspetti colturali e culturali dell’agricoltura e delle attività ad esse correlate, poi “Beni comuni fra tradizione e futuro”, Bologna, EMI, 2007, poi Beni comuni vs. merci, Milano, Jacabook 2010.
Per quei misteri a cui dobbiamo essere preparati, il sito www.ecologiapolitica.it alla fine del 2011 è scomparso ed è stato assegnato ad altri che con CNS non hanno niente a che fare. Per quegli altri (per me) misteri e anzi miracoli, degni di essere osservati con meraviglia, che sanno fare gli informatici, Giovanni Carrosio è stato capace di recuperare, per Giovanna Ricoveri (e per la felicità di molti di noi), tutto il materiale esistente e di renderlo accessibile nel nuovo sito www.ecologiapolitica.org. Restano difficilmente accessibili, ormai rarissimi, i primi fascicoli cartacei della rivista, sopravvissuti in alcune biblioteche pubbliche.
Ho usato parole un po’ enfatiche per la resurrezione dei saggi perduti perché il materiale ora tornato leggibile costituisce, a mio parere, una straordinaria documentazione sul pensiero, sulle lotte, sulle speranze che sono circolate intorno all’”ecologia” dalla fine degli anni sessanta del Novecento ad oggi. Vi si trovano saggi su Mumford, sulla Carson, sul Club di Roma e sui “Limiti alla crescita”, della e sulla Laura Conti, sulle battaglie contro l’inquinamento, le armi nucleari e le centrali nucleari, sui bacini idrografici e sull’acqua. Sugli stessi argomenti sono apparsi, nel mezzo secolo trascorso, innumerevoli articoli e sono circolate anche tante chiacchiere, ma credo di poter dire che solo su CNS/Ecologia Politica tali argomenti sono stati analizzati con attenzione “politica”, nei loro rapporti con le donne e gli uomini, con la società, il lavoro, i partiti politici, la pace. Insomma chi vuol capire che cosa è stata il grande movimento culturale e politico dell’”ecologia”, al di là delle frivole mode, ha di che leggere con profitto.
E se fossero proprio i radicali, a dispetto dell' etichetta che li inchioda, i fautori di una vita individuale e collettiva più sobria, più misurata, più moderata? E i moderati, invece, i sostenitori di un ordine economico e sociale votato alla competizione, all'eccesso, all'estremismo? È il doppio quesito che corre lungo le centosettanta pagine di Elogio della radicalità, un saggio dello storico Piero Bevilacqua che propone di ribaltare una questione partendo dal nome delle cose e arrivando alle cose stesse. E che si offre come una riflessione per molti aspetti spiazzante sulle cause profonde della crisi, «anche se il vero volto di certo capitalismo l' abbiamo visto a prescindere dalla crisi», dice lo studioso che da tempo indaga gli effetti sull' ambiente, i paesaggi e le risorse naturali di scelte politiche ed economiche.
L' elogio della radicalità come l' elogio della follia di Erasmo da Rotterdam? «Erasmo contrapponeva un modo di pensare ragionevole, fondato sul buon senso al dottrinarismo astratto. Nel nostro tempo il dottrinarismo astratto pretende che il mercato aggiusti da sé ogni cosa e che compito della politica sia di oliare la macchina». E i moderati, lei dice, sostengono questo assetto? «Assumono i rapporti di forza esistenti come un dato di realtà immodificabile. Ma che cosa c' è di moderato nella pretesa delle imprese di avere prestazioni sempre più intense dai dipendenti, i quali sono sempre più precarizzati? E che cosa nella spinta a un consumo senza limiti, pur che sia, che divora risorse e che porta dissesti nei complicati equilibri del pianeta?» E sarebbe questo il vero estremismo? «È estremista l'ideologia di una società fondata sulla competizione ossessiva. Noi abbiamo conosciuto la torsione berlusconiana del moderatismo, che era estremismo allo stato puro. E non parlo dei comportamenti sessuali, ma dello stravolgimento di ogni regola istituzionale».
E il radicalismo, invece? «Chi viene definito radicale ha una prospettiva rovesciata. Propugna la riduzione degli sprechi, individuali e collettivi. Combatte la bulimia distruttiva di risorse, la mortificazione dell' operosità ridotta a merce. Insomma valori che recuperano la base etimologica del moderatismo, il latino modus, misura». È la decrescita teorizzata da Serge Latouche, che tante polemiche solleva. « Non credo molto nella praticabilità politica di alcune tesi di Latouche. Ma del suo messaggio mi convincono il rifiuto del consumismo compulsivo e di una crescita illimitata che sperpera suolo, natura, biodiversità, cioè i patrimoni su cui è vissuta l' umanità. Quello di Latouche è comunque un linguaggio moderato».
Lei sostiene che questo capitalismo avrebbe perso capacità egemonica. «Il capitalismo è il primo sistema economico portatore di egemonia, non solo di dominio. Cattura consenso, dicevano già Marx ed Engels. Ma ora cedono entrambi i pilastri su cui si è retta questa abilità, la stessa che gli ha consentito di vincere il comunismo alla fine del XX secolo. E cioè la capacità di produrre ricchezza come nessun altro sistema nella storia umana, una capacità smentita ancor prima della crisi: sono aumentate le disuguaglianze, la ricchezza è nelle mani di sempre meno persone e nel 2000 nei paesi Ocse c' erano 35 milioni di disoccupati, senza contare i precari».
E il secondo pilastro? «La liberazione dell' uomo, trasformata in un individualismo patologico. Zygmunt Bauman e schiere di filosofi denunciano l' infelicità prodotta dalla malattia esistenziale di uominie donne spinti a fare da sé, a scollarsi dalla società. Ormai dilaga la letteratura medica sui malesseri che affliggono i ceti alti, prodotti da frustrazione e da assorbimento totale nel proprio ruolo lavorativo. All' inverso si camuffa la precarietà con la creatività, provocando lo sbriciolamento dell' identità individuale. Storicamente il capitalismo ha sempre promesso un miglioramento costante della condizione umana, attraverso sia il lavoro, sia il progressivo accorciamento dei suoi tempi. Ora entrambi vengono negati.
E con essi ogni promessa di felicità, il che non produce più consenso». È una crisi di sistema, dunque? «La crisi dell' egemonia, non è la crisi del dominio. Si comanda, ma senza consenso, promuovendo anche forzature nelle regole democratiche». Lei dedica un capitolo a grandi opere e piccole opere. Estremiste le prime, moderate le seconde? «Chiunque studi le grandi opere del passato riconosce l' ammirevole sforzo di infrastrutturare un paese moderno e industriale. Tuttavia: quand' è che finisce l' infrastrutturazione massiccia di un paese? Per questo capitalismo, mai. Le grandi opere sono uno dei modi in cui esso funziona. Si cercano aree da utilizzare per profitti a prescindere da altre valutazioni». Lei è contro la Tav? «Non ci possiamo permettere una gigantesca opera che concentra enormi capitali e lavoro in un piccolo pezzo d' Italia mentre poco si destina per riparare il nostro territorio nel suo complesso, unico per fragilità e debolezza strutturale, un territorio completamente rifatto nei secoli». Che cosa vuol dire rifatto? « La pianura padana è opera dell' ingegneria umana, dalle bonifiche dei benedettini nel medioevo a quelle degli Stati regionali e dello Stato unitario. Gran parte del ferrarese è tenuta asciutta dalle macchine idrovore. E le opere d' artificio necessitano di cure costanti. Eppure la pianura padana è una delle parti più stabili del paese, nonostante le minacce del Po e l' intensità del costruito, se paragonata ai versanti montuosi, dalla Liguria alla Sicilia. Possiamo veder franare tutto questo territorio oltre quel che è già franato? Un tempo i contadini controllavano le acque, curavano scoli e rogge, rimboschivano. Ora i terreni sono abbandonati. Il 66 per cento della popolazione è insediata nelle fasce costiere. E il cemento sottrae suolo all' assorbimento di piogge sempre più intense e concentrate su porzioni limitate di territorio».
E che cosa c' entra questo con la Tav? «La Tav non è una priorità. Una manutenzione costante e diffusa mette in sicurezza il paese e crea sviluppo nelle aree interne soggette all' abbandono: attività forestali, pescicoltura, allevamento di selvaggina, agricoltura che valorizzi biodiversità, agricoltura non solo per produrre, ma per la ricreazione, l' assistenza sociale. Spesa pubblica è quella per la Tav, spesa pubblica anche questa, che però alimenta iniziativa privata». Esiste una tradizione italiana in questo genere di opere? «Basterebbe ricordare la secolare opera di ingegneria idraulica volta a conservare l' equilibrio della laguna di Venezia. Ma una eccellente lezione viene dalle cosiddette bonifiche integrali, elaborate negli anni Venti del Novecento da Arrigo Serpieri e da altri. Si prosciugavano i pantani e si costruivano i villaggi, le strade, si dava la terra ai contadinie li si istruiva. Le singole opere non resistevano, bisognava realizzare comunità».
Propongo una rilettura di Ivan Illich del lontano 1978 (Disoccupazione creativa, riedito da Boroli, 2005): «Il vocabolo crisi - scriveva - indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire "scelta" o "punto di svolta", ora sta a significare: "Guidatore dacci dentro!" Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale». Come non vedere che è proprio così? Creare un'emergenza, provocare un pericolo catastrofico (il default, la disoccupazione, la Grecia) per annullare i diritti, ribadire il dominio della ragione economica dell'impresa e intensificare le forme di sfruttamento, concentrare il potere economico-finanziario. Del resto sono le stesse persone che prima hanno creato la crisi dai loro posti di comando nelle istituzioni bancarie private che ora sono chiamate a "mettere ordine" nei conti pubblici. Il loro vero obiettivo: impadronirsi anche delle casse degli stati, dei flussi fiscali, dei beni demaniali. Quando il mondo è sovrastato da una montagna di debiti pericolanti, coloro che manovrano il denaro diventano sempre più potenti e temuti. I tecnocrati alla guida del sistema finanziario possono giocare a piacimento, con qualche telefonata tra amici, sugli spread, sui tassi di interesse, sulle valute... mettendo con le spalle al muro prima l'uno, poi l'altro governo. L'obiettivo è garantire comunque che i rendimenti dei capitali siano pagati a sufficienza. Tutto il resto - i livelli di occupazione e dei salari, il funzionamento dei servizi pubblici e alle persone, l'istruzione e la sanità - non interessa nulla. I possessori dei titoli del debito sono la nuova classe padrona.
Ancora Illich: «La crisi come necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse». La "crescita" è il nuovo falso mito. Tutti sanno in cuor loro che non ci potrà più essere (almeno in questa parte del mondo e nelle misure promesse) ma funziona come fattore sociale disciplinante: se non lavori di più a più buon mercato e con meno tutele sei nemico dell' "interesse generale".
La "crescita" è il nuovo patriottismo che dovrebbe mobilitare le masse nella guerra competitiva tra le diverse aree economiche del pianeta globalizzato dal capitale finanziario. Loro (gli investitori, i possessori dei titoli di credito) possono muoversi e fare business dove meglio credono, mentre i lavoratori territorializzati sono messi in competizione tra loro. Lo chiamano "multipolarismo", si legge "aree speciali di sviluppo", accordi di libero scambio, patti interbancari, ecc. La "crescita" è la nuova falsa religione. Il nuovo nome della vecchia ideologia egemone del produttivismo e dello sviluppismo. Non importa sapere cosa dovrebbe crescere, quali produzioni per rispondere a quali bisogni umani. L'importante è costringere, attraverso il ricatto del licenziamento selvaggio, la gente a lavorare a qualsiasi condizione.
«Così intesa la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari (...) una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo», ma Illich scriveva anche: «"Crisi" può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa».
Per comprendere il processo d´invenzione di cui lo Stato è il risultato, processo cui partecipa l´invenzione della teoria dello Stato, occorrerebbe descrivere e analizzare attentamente le diverse proprietà dei produttori mettendolo in relazione con le proprietà dei prodotti. Inoltre, tali teorie dello Stato – spesso insegnate nella logica della storia delle idee, tanto che alcuni storici iniziano a studiarle in sé e per sé, senza ricondurle alle condizioni sociali di produzione – sono doppiamente legate alla realtà sociale: non ha alcun senso studiare le idee come se queste passeggiassero in una sorta di cielo intelligibile, senza alcun riferimento agli agenti che le producono né soprattutto alle condizioni nelle quali tali agenti le producono, e in particolare alle relazioni di concorrenza in cui essi si trovano gli uni contro gli altri. Le idee sono dunque legate al sociale, e d´altra parte esse sono del tutto determinanti dato che contribuiscono a costruire le realtà sociali così come noi le conosciamo. Oggi assistiamo a un ritorno delle forme più "primitive" della storia delle idee, vale a dire una sorta di storia idealista delle idee, come ad esempio la storia religiosa della religione. Questa regressione metodologica tiene conto sì della relazione tra le idee e le istituzioni, ma dimentica che queste stesse idee sono nate da lotte interne alle istituzioni. Dimentica dunque che, per comprenderle del tutto, non bisogna perdere di vista il fatto che esse sono al contempo prodotto di condizioni sociali e produttrici della realtà sociale.
Ciò che sto dicendo è programmatico, ma è un programma relativamente importante, perché si tratta di fare storia della filosofia, storia del diritto, storia delle scienze, studiando le idee come delle costruzioni sociali, che possono essere autonome rispetto alle condizioni sociali di cui sono il prodotto – non lo nego – ma che nondimeno vanno sempre messe in relazione con le condizioni storiche. Ma non semplicemente – come dicono gli storici – in termini d´influenza: esse infatti intervengono in maniera molto più marcata. Perciò le concessioni che ho fatto alla storia delle idee erano in realtà false concessioni, perché le idee intervengono sempre come strumenti della costruzione della realtà. Esse hanno una funzione materiale: tutto quello che ho detto poggia sull´idea che le idee fanno le cose, che le idee fanno il reale e che la visione del mondo, il punto di vista, il nomos, tutte queste cose che ho evocato cento volte sono costruttrici della realtà, al punto che perfino le lotte più teoriche e astratte, che si svolgono all´interno di campi relativamente autonomi, come quello religioso, giuridico, ecc., in ultima istanza hanno sempre un rapporto con la realtà, sia per la loro origine che per i loro effetti, che sono estremamente potenti.
Sur l‘État, © Editions Raison d´AgirEditions du Seuil, 2012 Traduzione di Fabio Gambaro
Pochi giorni fa è comparso, con ovvio rilievo di stampa, un appello italo-tedesco ai rispettivi parlamenti nazionali perché questi ratifichino nello stesso giorno, e comunque prima del Consiglio europeo previsto per fine giugno, il cosiddetto fiscal compact, ossia il nuovo accordo che, dopo il Six Pack e il Patto Euro Plus, intende inferire un nuovo colpo al residuo brandello di sovranità nazionale sui bilanci in favore di una «sovranazionalità» retta da organismi del tutto a-democratici. Naturalmente, secondo i proponenti l'appello, tale ratifica andrebbe accompagnata da una dichiarazione politica «per un nuovo passo in avanti verso una forte Unione politica con un governo federale», ma si capisce che si tratta del fumo che accompagna l'arrosto, visto che lo sciagurato patto rimarrebbe tale e addirittura rafforzato, alla faccia dello stesso Hollande che ha dichiarato l'intenzione, una volta vinte le elezioni francesi, di rinegoziarlo. Il che comporta anche un ulteriore sostegno alla maggioranza bulgara che sta approvando a tappe forzate la revisione dell'articolo 81 della nostra Costituzione per introdurvi l'obbligo del pareggio di bilancio, in modo tale da precludere anche un referendum confermativo.
L'appello in questione è firmato da eminenti personalità, alcune delle quali fanno parte del milieu della sinistra con ambizioni radicali. La giustificazione fornita è che non si può rinchiudersi in una nicchia di opposizione, che bisogna «scendere in campo», che si tratterebbe quindi di stabilire una nuova tappa nella costruzione dell'Europa da aggiustare poi in seguito. Argomentazioni infantili, potremmo dire, se non provenissero da persone assai avvertite e politicamente esperte. Bisogna quindi interrogarsi sulle ragioni che ci hanno condotto sino a questo punto. Perché siamo tornati indietro alla destra hegeliana, per cui tutto il reale (banalmente equiparato all'esistente) appare razionale? Perché si è interiorizzato un principio in virtù del quale ogni atteggiamento oppositivo è in partenza considerato di nicchia nel migliore dei casi, suicida nella maggioranza dei medesimi?
Sono domande che non dovrebbero lasciare nessuno indifferente, poiché sono rivolte in primo luogo a noi stessi. Potremmo anche riformularle nel modo seguente: perché la «società civile» europea, pur umiliata, taglieggiata, impoverita e deprivata di un futuro credibile, rimane - al di là di rilevanti e meritori sussulti, come quello greco - sostanzialmente passiva di fronte a quella che, col suo consueto aplomb, Mario Draghi ha definito la «fine del modello sociale europeo»? E perché anche i migliori intellettuali, che pure - come Ulrich Beck, tra i firmatari del citato appello - sono stati in passato tra i cantori di questo modello, si accodano ora, come in un nuovo tradimento dei chierici, al suo funerale?
Non crediamo ce la si possa cavare con risposte che pure facciano riferimento a una corretta contestualizzazione storica, né osservando che il neoliberismo, ideologia portante e inverata del moderno capitalismo, ha subito una vera e propria falsificazione. Se il sistema capitalistico nella sua ipertrofica dimensione finanziaria è ancora saldamente in piedi, ciò è dovuto al fatto che negli Usa e in Europa - e, mutatis mutandis, in Cina - lo Stato è intervenuto a piene mani nell'economia finanziaria e in quella produttiva. Sta di fatto che neppure di tale protagonismo del «pubblico» la sinistra ha saputo avvantaggiarsi. E rispondere che la ragione di ciò sta nella sua estinzione come pensiero politico autonomo sarebbe accontentarsi di tautologia, benché purtroppo vera.
Se questo è vero, allora il problema è prima di tutto culturale - o, se vogliamo, ideologico. L'inazione e la passività dei corpi sociali dipendono dal fatto che questa crisi è letta, quindi subita, come la conseguenza di comportamenti errati: come la punizione per presunti errori commessi. Ed è con ciò giustificata. Per questa ragione - crediamo - si tende a non reagire: si mugugna, tutt'al più si eccepisce su aspetti marginali (bisognerebbe far pagare di più questo piuttosto che quello), ma non ci si contrappone in radice allo schema interpretativo (il «debito», lo sbilancio tra bisogni sociali e risorse disponibili) che, nella rappresentazione diffusa da politici e media, legittima le misure draconiane imposte al grosso dei corpi sociali, cioè al lavoro dipendente.
Quello che così scompare del tutto è la consapevolezza della causa immediata della crisi, che risiede proprio in uno dei pilastri del neoliberismo: la contrazione delle retribuzioni. Il detonatore è stato il debito privato, non certo quello pubblico. Quest'ultimo è giunto solo attraverso la "pubblicizzazione" del primo, cioè con l'aiuto al sistema bancario da parte degli Stati. Ma la diffusione capillare dell'indebitamento, nonché la presenza attiva dei fondi pensione - cui tanti lavoratori avevano affidato la sicurezza del loro futuro - sui mercati finanziari, ha congiunto interessi collettivi e individuali alla sorte di questi ultimi. Questo non solo ha reso in fondo desiderabile anche a livello di massa che gli istituti bancari venissero salvati dal denaro pubblico, malgrado il loro comportamento spesso delinquenziale, ma anche che il debito privato accumulato venisse percepito dalle singole persone come una colpa derivante da un eccesso dei propri desideri rispetto alle proprie possibilità. Quando dalla crisi del debito privato si è passati a quella del debito pubblico - il che è ciò che contraddistingue l'attuale fase soprattutto in un'Europa renitente politiche anticicliche - quel senso di colpa si è dilatato, introiettando la convinzione che interi popoli e nazioni fossero «vissuti al di sopra dei propri mezzi». Il tutto nel bel mezzo di una sovrapproduzione di merci tradizionali. I sacrifici diventerebbero quindi la penitenza per gli eccessi passati. E il pareggio di bilancio la medicina salvifica pronta a prevenire prima ancora che curare.
Un capolavoro ideologico, non c'è che dire, fondato su una fitta rete di cointeressenze materiali radicate e diffuse ma conseguente anche alla subalternità della sinistra moderata (così, del resto, sono state giustificate tutte le «riforme» pensionistiche) e - riconosciamolo - all'inadeguatezza culturale e politica della cosiddetta sinistra "radicale", rivelatasi incapace di contrastare, nel senso comune, la prospettiva egemone. Non potendo far credere che sia la scarsità di risorse a rendere necessarie le sacrificali politiche di rigore, le classi dominanti si sono con successo adoperate per fare discendere i sacrifici dall'eccesso di opulenza. C'è di più. Per riproporsi, il neoliberismo aveva bisogno di un lavacro purificatore. La sua contaminazione con lo Stato ne aveva compromesso l'immagine in modo preoccupante. Bisognava chiarire che l'intervento statuale era solo transitorio e che comunque veniva limitato alla salvezza degli istituti finanziari, lasciando inalterata la struttura e le modalità di funzionamento dell'economia reale. Per fare ciò erano e sono necessarie due grandi operazioni.
La prima si muove più su un terreno ideologico e consiste nel rilancio in grande stile della polemica contro le dottrine di John Maynard Keynes, individuato dagli attuali protagonisti e interpreti del sistema capitalista mondiale come un pericolo addirittura peggiore del ritorno a Marx, poiché considerato, a differenza di quest'ultimo, prossimo e interno al sistema. Il disarmo culturale prima che politico della sinistra ha lasciato spazio a sciocchezze di questo genere, facendo persino dimenticare che a spalancare le porte al nazismo non fu la grande inflazione dei tempi di Weimar - domata già alla metà degli anni Venti - bensì la sciagurata politica deflazionistica del «cancelliere della fame» Heinrich Brüning.
La seconda operazione cui il neoliberismo affida il proprio rilancio riguarda la capacità del soggetto impresa di fornire una ricetta per uscire dalla crisi. Il marchionnismo è niente altro che questo. Il tentativo di rilanciare la competizione e la catena del profitto al di là e indipendentemente dalle politiche statuali, quando non contro di esse. Per questo non solo Marchionne rivendica un nuovo carattere "apolide" per la Fiat, ma vuole imporre un sistema di relazioni e di regole specifico del gruppo tale da prescindere dai quadri legislativi nei vari paesi in cui opera. A questo scopo servono autorità sovranazionali che si preoccupino della stabilità monetaria e del rigore di bilancio, lasciando tutto il resto all'impresa. Questo è il senso della attuale governance europea e del suo ultimo prodotto, il fiscal compact.
Si sente spesso dire, anche nel campo della sinistra "radicale", che bisogna andare «oltre Keynes», visto che al tempo suo questioni oggi cruciali e corresponsabili della crisi, come il disastro ambientale, non occupavano la scena con l'attuale ineludibile centralità. Il guaio è che questo oltrismo ha la stessa vaghezza di quello che, ancora più tempo addietro, predicava la necessità di andare «oltre Marx». Allora, piuttosto che evocare improbabili orizzonti salvifici, varrebbe forse la pena di rimettere i piedi per terra e di tornare a declinare il ragionamento critico incentrato sulla potenza distruttiva di un modello sociale che impedisce l'impiego delle forze produttive sociali (oggi virtualmente sufficienti a garantire all'umanità intera adeguati standard di vita) se (nella misura in cui) esso non comporta la remunerazione del capitale privato. Insomma, se, invece di precipitarsi «oltre», si tornasse intanto a Marx e a Keynes, tentando anche inedite e fertili contaminazioni, forse si opererebbe utilmente per la ricostruzione di un pensiero di sinistra.
Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?
Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».
Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva. Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell'incubo di un contabile. Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell'ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d'opinione che fosse giusto ed opportuno costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell'iniziativa privata, "rendevano", mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell'idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe "ipotecato il futuro"? La stessa regola autodistruttiva del calcolo finanziario governa ogni altro aspetto della vita. Distruggiamo le bellezze del paesaggio, perché le bellezze della natura che non si possono privatizzare non hanno alcun valore economico. Probabilmente saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo».
Di qui una domanda molto semplice: è possibile superare queste contraddizioni, in particolare la contraddizione tra capitalismo e natura? È una domanda molto difficile, ma un principio di risposta si trova in un ragionamento di Georgescu-Rögen, che qui riassumo e la cui premessa è che anche il processo produttivo è soggetto alle leggi della termodinamica, cioè è soggetto a una dissipazione irreversibile. Circa le conseguenze sulla natura del processo capitalistico di produzione, così come per le sue conseguenze economiche, in prima istanza conviene chiedersi se è tecnicamente possibile ridurle in maniera significativa; chiedendoci poi se e come ciò sia possibile politicamente.
Georgescu-Rögen riconosce che una rinuncia completa alle comodità offerte dall'industria moderna è improponibile; e che però è pensabile un programma minimale, il quale comprenda almeno questi punti: 1. Proibire non soltanto la guerra in sé, ma anche la produzione di qualsiasi strumento bellico. 2. Impiegare le forze produttive così liberate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona: tutti i paesi devono essere alla pari, nelle condizioni necessarie per riconoscere l'urgenza di un cambiamento radicale negli stili di vita. 3. La popolazione mondiale deve ridursi a un livello tale che ne sia possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. 4. Fino a quando l'energia solare e l'energia nucleare non diventeranno davvero convenienti e sicure, ogni spreco di energia dovrà essere evitato e controllato. 5. Dovremo rinunciare ai gadget, a tutti i troppi prodotti inutili. 6. Dobbiamo liberarci dalla moda, che ci spinge a buttar via vestiti, mobili, oggetti ancora utili. 7. I beni durevoli devono essere ancora più durevoli, e perciò riparabili. 8. Dobbiamo liberarci della frenesia del fare, e renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è l'ozio: tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente.
Così come per quelle economiche, anche a fronte delle crisi naturali si possono dunque concepire, e si potrebbero praticare, comportamenti umani che eviterebbero le une e le altre. Siamo pronti, noi per primi ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostri i programmi di Keynes e di Georgescu-Rögen, programmi che sono semplicemente un elogio della sobrietà? Tutto ciò ha ovviamente a che fare con la questione di fondo: dobbiamo rassegnarci a morire nel mondo del capitale? Qui la risposta è semplice: sarebbe strano se così fosse, e proprio per semplici ragioni storiche: se ci sono state altre forme di organizzazione dell'economia e della società prima di questa, è forse possibile che questa duri in eterno? Altrimenti dovremmo convenire con Pangloss: «Ogni avvenimento è concatenato in questo migliore dei mondi possibile; ché, infine, se non foste stato cacciato per amore di Cunegonda a pedate sul didietro da un bel castello, se non foste passato sotto l'Inquisizione, se non aveste corsa l'America a piedi e non aveste perduti tutti i montoni del bel paese dell'Eldorado, non mangereste qui cedri canditi e pistacchi».
Qui tuttavia si entra nel terreno vago e scivoloso della filosofia della storia; e sarebbe davvero un bizzarro scherzo della Storia se si inverasse la tesi di Hegel secondo Kojeve, se con il capitalismo la storia finisse. Meglio dunque rileggere questo brano di Marx: «In quanto il processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura, i suoi elementi semplici rimangono identici in tutte le forme dell'evoluzione sociale. Ma ogni determinata forma storica di questo processo ne sviluppa la base materiale e le forme sociali». Dunque si potrebbe dire che alla forma capitalistica del processo lavorativo e dello sfruttamento del lavoro, corrisponde una forma capitalistica dello sfruttamento della natura. E così come esiste un limite al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi non soltanto del sistema economico, ma della stessa natura. Quel brano di Marx così seguita: «Quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un'altra più elevata (il corsivo è nostro, ndr). Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori dall'altro. Subentra allora un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale».
Mai come oggi, con l'intensità e gravità delle crisi economiche e naturali ora in atto, sembra ragionevole dare ragione a Marx: salvo che per quell'ottimistico «più elevata», una questione rilevante anche per quell'esame di noi stessi, lettori e collaboratori del manifesto, cui ci sollecita Rossana Rossanda.
Ha studiato chimica e mineralogia, ma percorre a piedi Calabria e Lucania come un geografo - Dopo essere stato comunista, si muove nel recinto del socialismo liberale - Analizza le bonifiche realizzate negli Usa e l´assistenza pubblica promossa dai democratici - Fra gli interlocutori, Dorso, Salvemini, Einaudi, Spinelli E le soluzioni per il Sud nascono dal confronto con le esperienze internazionali - Esce una raccolta di dialoghi epistolari dell´economista e studioso dei problemi meridionali nel corso di sessant´anni
Una vita per il Sud s´intitola la raccolta di lettere, quasi tutte inedite, che Manlio Rossi-Doria scrisse o ricevette fra il 1930, quando un tribunale fascista lo condannò a 15 anni di carcere, e il 1987, poco prima di morire (la raccolta è pubblicata ora da Donzelli, a cura di Emanuele Bernardi, con una prefazione di Michele De Benedictis). E se c´è uno spazio fisico in cui, lungo tutta l´esistenza, questo economista agrario e intellettuale poliedrico e fuori dagli schemi, riversò ogni passione conoscitiva e politica, e che raccontò con la sua scrittura fattuale eppure limpida e flessuosa, come fosse lo strumento di una grande letteratura di viaggio, questo è proprio il Mezzogiorno d´Italia.
Rossi-Doria non è meridionale (è nato a Roma nel 1905), come non lo sono alcuni fra i più insigni intellettuali che in maniere diverse si iscrivono al partito dei meridionalisti (il piemontese Umberto Zanotti-Bianco, il valtellinese Pasquale Saraceno, il lombardo Eugenio Azimonti, fino al torinese Carlo Levi o al triestino Danilo Dolci). Ma il Mezzogiorno è lo spazio concreto in cui, dagli studi universitari alla morte, Rossi-Doria esercita la "politica del mestiere", così la chiama, che sta a indicare un equilibrio continuamente aggiornato fra il sapere fatto di competenze, analisi, sperimentazione, obbligo di verifica, e lo slancio ideale, non ideologico, che sintetizza nell´immagine di un Sud riscattato dal "muro della miseria".
Rossi-Doria, dopo essere stato comunista, si muove nel recinto del socialismo liberale ed è senza appartenenze. Per otto anni, dal ´68 al ´76, è senatore socialista. La sua militanza, però, è in quello schieramento minoritario, politico e culturale, che eredita dall´azionismo tensione morale e spirito di servizio. In più ci aggiunge un´attitudine alla concretezza che non è mai pragmatismo. Gli interlocutori che compaiono in questa raccolta di lettere danno la misura di una maglia spessa di rapporti, una rete che avvolge Guido Dorso e Ferruccio Parri, Luigi Einaudi ed Emilio Sereni, Lelio Basso, e poi Gaetano Salvemini, Umberto Zanotti-Bianco, Altiero Spinelli, Albert Hirschman, Arrigo Serpieri, il poeta-sindaco Rocco Scotellaro, Francesco Compagna, Eugenio Scalfari, Ernesto Rossi, Claudio Napoleoni, Pasquale Saraceno, Antonio Giolitti, Giorgio Ruffolo. E quindi Norberto Bobbio. Maestri, compagni di strada, amici: con loro intreccia un dialogo mai convenzionale, dal quale si aspetta molto, perché è il dialogo che consente di accertare la bontà di un´idea, quanto essa sia realizzabile.
Dalle lettere a Salvemini, in cui prevede la sconfitta del 18 aprile 1948 («La lotta elettorale nel Mezzogiorno è impostata sulla demagogia e l´inconsistenza più pacchiane»), fino allo sfogo amaro eppure mai disperato dei messaggi a Bobbio, pochi mesi prima di morire («Ci basta continuare a restare al servizio delle giuste cose che abbiamo servito da giovani e, ognuno a modo suo, nel corso della nostra vita»), Rossi-Doria somiglia sempre di più al ritratto che di lui disegna Carlo Levi nell´Orologio, dove compare negli abiti di Carmine Bianco: «Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l´altro sulla pura tecnica, ma questa stessa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in un´abitudine mentale, lo conservava vivo e appassionato».
Il Mezzogiorno Rossi-Doria lo batte palmo a palmo, lo osserva nelle grandi estensioni di latifondo, nelle zone aride e montuose e in quelle della "polpa", dove l´agricoltura offre speranze. Custodisce nella memoria i paesaggi, decifra quanto di naturale essi contengano e quanto invece, molto di più, siano il frutto del lavoro degli uomini. Consulta dati e statistiche e poi attinge al racconto dei contadini. Ha studiato chimica e mineralogia, entomologia e microbiologia, ma quando percorre a piedi la Calabria, la Lucania o l´Abruzzo, è anche geografo. Non si fida delle descrizioni uniformi, delle sintesi confortanti. Delle palingenesi totali. Invita a distinguere i tanti tipi di agricoltura che convivono nelle regioni del Sud. Per realtà diverse invoca politiche diverse. Non c´è problema per il quale non si sforzi di immaginare una soluzione in positivo. Pensa, a dispetto di molti, che l´emigrazione sia un fenomeno da incoraggiare, perché sfoltisce la pressione su suoli che non possono dare benessere a tanti e perché assicura competenze e rimesse in danaro. Ma poi reagisce sdegnato di fronte alle storie degli emigranti abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza, a cominciare dai treni che li portano al Nord come fossero bestie.
Le lettere, attentamente selezionate e curate da Bernardi, offrono tanti materiali per approfondire i suoi giudizi sulla Dc e la Chiesa, sulla riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, sulla tutela idrogeologica dei versanti appenninici e sul nucleare (al quale si oppone fieramente). Ma molti materiali servono anche a documentare, oltre quel che già si sapeva, quanto Rossi-Doria consideri la "vita per il Sud" una vita che spazia da una dimensione locale, profondamente territoriale, fino ai più produttivi centri di ricerca europei e alle esperienze politiche e di studio che si compiono negli Stati Uniti. Il Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie, una delle migliori eccellenze dell´accademia italiana, fondato a Portici nel 1959, ha il sostegno della Cassa per il Mezzogiorno, ma anche della Ford Foundation e dell´Università di California, dove Rossi-Doria ha soggiornato poco prima di dare avvio a quell´avventura. A Portici economisti, sociologi e antropologi americani avrebbero collaborato intensamente con i colleghi italiani, ha ricordato la storica Leandra D´Antone, che fu sua allieva.
L´attenzione per gli Stati Uniti è di vecchia data. «Hai ragione a pensare che Rossi-Doria sia uno degli uomini migliori dell´Italia di oggi», scrive Salvemini nel 1948 in una lettera ad Arthur McCall, alto funzionario del governo americano. «È un uomo di straordinaria intelligenza e di splendido carattere. Se si pensa che un tale uomo è stato messo fuori uso per il suo popolo con anni di prigione e di confino, si può capire quale disastro sia stato il fascismo per l´Italia». Nel 1951 Rossi-Doria, superando le diffidenze che gravano su di lui in quanto ex-comunista, compie il primo viaggio negli Usa. Studia le bonifiche e i sistemi di assistenza pubblica all´agricoltura, sia tecnica che creditizia, prodotto del New Deal rooseveltiano. Si spinge fino alla Tennessee Valley. Alcuni di quei sistemi lo convincono, altri meno (come documenta D´Antone).
Ma colpisce la sua disponibilità ad apprendere, a confrontare esperienze, rompendo lo schema bipolare imposto dalla Guerra Fredda, come segnala Bernardi in Riforme e democrazia, una biografia di Rossi-Doria uscita nel 2010. Rossi-Doria è attratto dall´America dei democratici, recepisce metodi di indagine, studia le tecniche dell´inchiesta sociale (di cui darà prova raccontando Scandale, piccolo comune del marchesato di Crotone e che gli servirà anche in un progetto abruzzese, insieme ad Angela Zucconi e Leonardo Benevolo). E quando si rilassa, eccolo abbandonarsi all´arte dell´osservazione e del resoconto narrativo: «Un mese dopo, con esperienza fatta più ricca e profonda», scrive a Bob Brand nel dicembre 1951 (la lettera è citata da Leandra D´Antone), «seduto su una bella poltrona del Mark Hopkins Hotel a San Francisco, con la città stupenda sotto gli occhi, i ponti sospesi sulla baia, gli aeroplani nel cielo, il senso dell´oceano di fronte a quello del continente immenso alle spalle, guardando il volo dei gabbiani (...) mi sentivo come un vecchio rispetto ai giovani, cercando di capire e forse incapace del tutto di farlo».
Per riuscire a pavimentare in modo adeguato la proverbiale strada che ci porterà dritti alla dannazione, le buone intenzioni devono innanzitutto essere squadrate, solide, inattaccabili dalle intemperie del ragionamento. Resistere all’evidenza nonostante tutto, così come accade da circa un paio di secoli al termine “verde” e al suo collegamento automatico e ombelicale con la vita, la salute, la giustizia e compagnia bella. Ci immergiamo nel verde, direttamente o portandoci appresso la casa, magari pure la fabbrica o l’ufficio, e ci dimentichiamo non solo i guai che ci siamo lasciati alle spalle dopo l’immersione, ma anche quelli provocati ex novo dal solo fatto di essere atterrati là in mezzo coi nostri piedoni, che lasciano la famosa impronta ecologica. A volte vistosa e inequivocabile, a volte molto meno.
Particolarmente viscido e traditore appare da questo punto di vista il “verde urbano”, che parrebbe davvero una delle cose più inattaccabili, da sempre considerato avanguardia del bene nella sentina del maligno, assai simile alla biblica goccia d’acqua che cadeva sulla lingua dei dannati ad alleviare le loro eterne sofferenze. Verde urbano sono le antiche tenute dei cattivi ricconi, i cui cancelli si sono aperti al popolo dopo le rivoluzioni democratiche, e quindi non tanto teoricamente affondano le radici nel sacrificio dei martiri e nell’anelito a un futuro migliore. Verde urbano sono i piccoli parchi e giardini di quartiere, rivendicazione successiva scientificamente quantificata e introdotta per legge nelle norme urbanistiche a garantire salute, benessere, socialità. Verde urbano sono (forse da molto più tempo dei primi due) i fazzoletti privati che con sacrificio gli abitanti si sono ritagliati attorno a casa propria, per tenerci le aiuole fiorite, o le piantine di fagioli e peperoni, o entrambe le cose se e quando possibile.
Da sempre la cultura urbana e ambientale tiene in gran rilievo il ruolo di questi spazi, specie se inseriti adeguatamente in un contesto più ampio, già ben chiaro sin dagli albori dell’approccio moderno e meglio definito dalla contemporanea dizione di “infrastrutture verdi metropolitane”, cioè sistema a rete che non solo collega organicamente la dimensione dei grandi spazi regionali naturali e agricoli coi quartieri centrali più densi, ma in prospettiva può ribaltare del tutto l’idea di città moderna strutturandola (lo dice la parola stessa “infrastrutture”) non più sulle reti tecniche ma su quelle ecologiche. E qui, proprio qui, entra in campo la questione del rapporto fra buone intenzioni e contenuti reali delle pratiche, o come si diceva all’inizio il rischio che queste buone intenzioni vadano classicamente a lastricare le strade dell’inferno. Ovvero: di cosa sono fatti in realtà quelli che sbrigativamente su una carta si classificano spazi verdi, e ancor più sbrigativamente qualcun altro poi collega a rete con altri a formare un sistema?
Distinguere, quando si parla di cose grosse e vistose, è abbastanza facile. Basta pensare al dibattito internazionale sulle colture geneticamente modificate, il land grabbing, certe pratiche che comportano deforestazione o altro palesemente insostenibili. Un po’ più difficile quando si scende di scala, e qui entra in campo alla grande l’ideologia, l’uso arrotondato delle parole. Ho appena letto un articolo proposto a una rivista scientifica internazionale specializzata in ambiente, in cui il sedicente studioso alla fine di una apparentemente dotta dissertazione sulle greenbelt e l’agricoltura di prossimità metropolitana proponeva questo genere di coltura: agro-carburanti! Come dire, in piena epoca di cultura del chilometro zero, a un tiro di sasso da ricchi mercati urbani che potrebbero assorbire produzioni alimentari biologiche ad altissimo valore aggiunto, qualche sciagurato pensa di sfruttare quelle preziose superfici verdi per un uso che più industriale non si potrebbe. Ma appunto, usa giri di parole, note a piè di pagina, terminologia che pare scientifica. E va contrastata con criteri ancor più stretti.
Ci pensa per esempio una recentissima ricerca, espressamente dedicata alle superfici minori (ma non certo se le consideriamo correttamente come sistema) dei giardini privati: The domestic garden – Its contribution to urban green infrastructure (febbraio 2012). Sgombrando immediatamente il campo da dubbi quando conferma l’ovvio: il termine “verde” non significa assolutamente nulla, se non si verificano gli effetti delle pratiche che si svolgono in quell’ambito. Visto che si tratta di uno studio condotto da un gruppo interuniversitario britannico, mi torna in mente quel racconto di un romanziere britannico residente a Verona, Tim Parks, quando in Vicini italiani raccontava degli orti dietro casa sua a Montorio, quel bel paesaggio “verde” che vede chiunque dirigendosi a est fuori Porta Vescovo. Un paesaggio che a leggere bene era più inquinato di una discarica, saturo delle quantità industriali di diserbanti e concimi chimici riversati da generazioni di villettari molto attenti a produrre magari quintali di ortaggi per tutta la famiglia, ma molto meno agli effetti sull’ambiente delle loro sbrigative tecniche orticole.
Del resto, fate un paio di chiacchiere con qualsiasi vivaista, progettista di giardini, padrone di casa, e vi confermeranno che sì, l’ambiente gran bella cosa, ma se si vuole il prato verde, il pomodoro a sufficienza per fare la salsa in bottiglia ad agosto, la siepe che fiorisce facendo schiattare d’invidia i vicini … Il rapporto dei ricercatori inglesi è espressamente dedicato proprio ai rischi, per nulla teorici, di mescolare il proseguimento di tali pratiche all’idea di piano sottesa alla rete continua delle infrastrutture verdi, potenzialmente assimilabili a micidiali superstrade se al puro disegno spaziale non si sommano organicamente programmi - locali e non - a incoraggiare una maggiore naturalità del verde. Pare una stupidaggine, parlare di programmi per la naturalità del verde, ma in fondo non c’è niente di diverso da tante altre idee del giorno d’oggi, come convincere la gente che l’equazione automobile = spostamenti comodi e veloci è sbagliata. Un obiettivo difficile, viste le premesse, ma come sempre bisogna almeno provarci.
(in allegato qui di seguito il preprint dell’articolo scientifico)
Occupy Wall Street ha qualcosa da dire alla politica di tutto il mondo, non solo alle piazze. Aveva cominciato la primavera araba, si erano aggiunti los indignados a Madrid e i giovani delle tende di Israele, chi abbattendo gli autocrati, chi criticando le democrazie. Si tratta di un «qualcosa», ha commentato il liberal Michael Walzer, «di cui non vedremo presto la fine»: la battaglia contro le crescenti ineguaglianze nelle nostre società. Non è una novità, spiegano economisti come Piketty e Stiglitz, il ciclo capitalistico all´inizio del XXI secolo ripropone i picchi di ineguaglianza dell´inizio del XX. Allora successero disastri, seguiti dalla grande correzione keynesiana e socialdemocratica, durata mezzo secolo. Questo movimento è riuscito a imporre alla politica una domanda: oggi chi la fa la correzione?
E come ci sia riuscito lo si capisce bene se si legge questo Occupy Wall Street (Chiarelettere, pagg. 153, euro 9), di Riccardo Staglianò, un reportage da piazza Zuccotti e dintorni, da leggere senza interruzioni, come un unico piano-sequenza di un film frenetico: dialoghi, seminari, speranze, ideazioni, ritirate, tecniche di organizzazione e tecnologie di comunicazione. Una settimana vissuta con loro, gli inventori di Ows, da Vlad Teichberg, prima trader dall´altra parte della barricata poi creatore di Global Revolution tv, a David Graeber, l´antropologo dello start up teorico del movimento, da Marina Sitrin, avvocato della democrazia diretta, a Kalle Lasn, il direttore della rivista di critica culturale Adbusters , da cui è partita la scintilla.
Staglianò insegue e interroga i protagonisti che ha scovato in rete, infilandosi nella community. Sono testimoni di una società orfana di quella classe media che aveva dato il tono alla società americana, sono la generazione che prova su se stessa come la fiducia nel sistema sia saltata: il credito agli studenti per finanziarsi l´università? Ti costa come quattro Bmw e non ti porta da nessuna parte. È diventato «zavorra mortale», spiega una delle performer di piazza Zuccotti, «tutto ciò che riuscite a ottenere è un bello stage, wow! Così, a 26 anni, vi trovate a lavorare per un´azienda...gratis. Wow, wow!».
Ce la farà un movimento senza un leader e una organizzazione stabile? Jesse Jackson, in visita, ha commentato, con una battuta gelida, che «non avere un leader è un vantaggio perché non c´è nessuno da assassinare». Meglio forse un movimento senza martiri, ma l´ideologia e i programmi? «Pensare divertente», è una prima risposta. E poi? Dalle infinite riunioni e seminari in tenda, non si ricava un programma definito, ma una grande varietà di ispirazioni per colpire l´immaginazione, come gli indimenticabili aeroplanini di carta e i palloncini rossi davanti a Goldman Sachs e Morgan Stanley: «Basta welfare per le corporations». I più ottimisti si affidano all´ipotesi di una ideologia open source, di cui tutti possano servirsi, migliorandola. Il movimento «sta funzionando come un software», un´interfaccia che consente di estrarre informazioni da varie risorse della rete.
Con la primavera (a New York tuttora si gela) la partita si riaprirà, ora si andrà a Liberty Square. L´autore di questa coloratissima perlustrazione ci trasmette una sincera meraviglia per la miscela tutta americana, «di candore e pragmatismo»: le tendenze più radicali trascolorano nell´happening, ma la politica non può non raccogliere la sfida. Chi e che cosa riuscirà a condurre le nostre società verso un maggiore equilibrio? Nonostante le critiche, la Casa Bianca un segnale di «ricevuto» lo manda. «Adesso chiamatela pure "lotta di classe" se volete, ma chiedere a un miliardario di versare almeno le stesse tasse della sua segretaria è semplice buon senso per la maggior parte degli americani». È una battuta di Obama, indirizzata ai Repubblicani, e senza Occupy Wall Street non gli sarebbe riuscita così bene.
Caro Presidente Napolitano, ci spinge a scriverle un fatto politico-sindacale che appare da settimane nelle cronache quotidiane e che non trova quasi nessuna eco, e soprattutto nessun commento e riprovazione, da parte del mondo politico, del governo, dei grandi media nazionali. Quasi si trattasse di eventi episodici e di scarso rilievo. Eppure siamo di fronte a una vicenda di straordinaria gravità, una scelta che segna una lacerazione nel tessuto vivo della democrazia italiana.
Ci riferiamo alla discriminazione che da tempo subiscono gli operai iscritti alla Fiom, i quali non vengono assunti negli stabilimenti Fiat a causa della tessera che portano in tasca. Poiché - com'è noto - la Fiom non ha firmato il contratto tra la Fiat e gli altri sindacati, siglato a Torino nel dicembre del 2011, essa rimane fuori dalla fabbrica e così gli operai che essa rappresenta.
Ora, a noi sembra che tale scelta della Fiat violi apertamente l'art.39 della nostra Costituzione, il quale sancisce la piena libertà sindacale. Ma essa è in aperto contrasto con tutto il costituzionalismo europeo e in maniera evidente con la Carta di Nizza, che ha solennemente ribadito tale diritto nell'art.12, nell'art. 21 di Non discriminazione - «E' vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata in particolare(...) sulle convinzioni personali, le opinioni politiche»» - nell'articolo 28 che legittima il conflitto e il diritto di sciopero. Ricordiamo la Carta di Nizza non perché essa abbia più valore della nostra Costituzione, ma perché oggi sembra che il rimando all'Europa debba valere esclusivamente per i vincoli finanziari che ci viene imponendo, non per i diritti che riconosce.
Ma gli episodi della Fiat fanno parte di un processo che viola la «Costituzione vivente» del nostro Paese, demolisce conquiste sociali del XX secolo, fa arretrare la civiltà giuridica delle società industriali. Definire privatamente le regole di un accordo con i sindacati consenzienti, negando valore alla contrattazione nazionale, ed escludendo i sindacati in disaccordo, non solo viola il pluralismo sindacale. Un principio a cui gli innumerevoli liberali che oggi in Italia affollano la scena pubblica dovrebbero mostrarsi un po' più sensibili. Ma tale scelta inaugura una rifeudalizzazione del diritto, apre alla creazione di domini particolari nelle relazioni industriali che colpiscono la stessa unità del Paese, a cui lei ha mostrato di tenere in sommo grado.
Lei sa bene, caro Presidente, che cosa ha significato per le classi lavoratrici meridionali il contratto unico nazionale. I lavoratori del Sud, in genere dispersi, male organizzati e poco rappresentati, hanno goduto della capacità contrattuale della classe operaia del Nord.
Il contratto nazionale di lavoro, sottoscritto e difeso dai sindacati, ha reso meno lacerante la divisione fra Nord e Sud, ha tutelato l'unità giuridica e sociale dell'Italia. Noi crediamo che il silenzio e, talora l'indifferenza, dei partiti e della stampa di fronte a tale questione nasca spesso dalla non condivisione della linea sindacale della Fiom. Consideriamo tale atteggiamento un grave errore.
I diritti riguardano tutti i cittadini e vanno difesi al di là delle posizioni e delle opportunità politiche. Molti immaginano che alcune restrizioni dei diritti, alcuni arretramenti di posizione, siano transitori e momentanei, dovuti alla difficile fase di crisi che attraversiamo. Ci permettiamo di ricordare che non è così. L'arretramento della condizione dei lavoratori è un'onda lunga che viene da lontano, e non investe solo l'Italia, e sta mettendo in discussione conquiste storiche di civilizzazione dell'Occidente.
Siamo di fronte a un mutamento strutturale e di lungo periodo a cui occorre opporsi con un nuovo moto solidale delle forze democratiche.
Caro Presidente, conosciamo i limiti della sua funzione istituzionale e non le chiediamo cose che non può fare. Ma lei, supremo custode della Costituzione, per il ruolo che ricopre e per i meriti personali della sua condotta, è la figura politica più autorevole d'Italia. Nel momento in cui ai ceti popolari vengono chiesti tanti gravi sacrifici, non faccia mancare la sua parola, la sua capacità di indirizzo, di persuasione morale su un punto che rischia di lacerare il tessuto civile del Paese, menomare gravemente un diritto fondamentale di milioni di lavoratori.
Respira! Questo il monito-titolo scelto per la mostra «Breathe in! Respira! New urban ecologies» a cura di Luca Molinari e Simona Galateo da oggi a fine mese allo Spazio Fmg di via Bergognone. Ma quello che altrove è percepito come un augurio, respirare a pieni polmoni, a Milano assomiglia più a una minaccia. Motivo: nonostante i buoni propositi dell'attuale giunta, dall'Area C ai progetti di riqualificazione dei Navigli fino agli interventi delle nuove zone a traffico limitato (il cui dossier è stato presentato in Comune l'altro ieri), Milano resta tra le città più inquinate d'Europa, inanellando lunghi periodi in cui i livelli di Pm10 superano di gran lunga i limiti consentiti.
E allora perché non guardare là dove le cose, invece, funzionano? «Siamo partiti studiando le città vincitrici dell'European Green Capital Award, premio europeo per la città più verde», spiega Simona Galateo. Negli ultimi quattro anni il riconoscimento è stato assegnato rispettivamente a Stoccolma, Amburgo, Vitoria-Gasteiz (Spagna) e Nantes. Città dove si è stati capaci di «fare sistema», creare una rete di interventi a favore di una più alta qualità ambientale: dai piani di mobilità allo smaltimento dei rifiuti, dall'uso delle aree non edificate alla valorizzazione di quelle verdi. Iniziative sempre valide ma che, solo se messe in relazione le une alle altre, determinano quel salto di qualità imprescindibile per le metropoli del futuro. Lo stesso vale per ogni nuovo progetto, architettonico o urbanistico che sia, che non può astenersi dal prendere in considerazione questioni di ecologia e sostenibilità ambientale se non vuole apparire vecchio ancor prima di nascere.
«Breathe in! Respira!» mette in mostra architetture eco-compatibili realizzate, progetti restati sulla carta ma dal forte carattere sperimentale, semplici idee per un vivere più ecologico facilmente adottabili da ciascuno di noi. Queste ultime, raccolte sotto la definizione di «best practices», spaziano dall'orto urbano (in via Bergognone ne è stato allestito uno con alberi di limoni, piante di rosmarino e addirittura mini-arnie per farsi il miele in casa), al generatore eolico firmato da Philippe Starck fino ai prototipi di biciclette di Matteo Poli attrezzate per affrontare lunghi viaggi (con videocamere installate sul manubrio).
In questa sezione non mancano naturalmente le piastrelle di Iris Ceramica, l'azienda che cinque anni fa ha aperto lo Spazio Fmg per l'Architettura, trattate con l'innovativo processo che le rende antinquinanti e antibatteriche (come hanno dimostrato test condotti dall'Università degli Studi di Milano).Insomma, se respirare a Milano fa quasi paura (ma non possiamo esimerci dal farlo) quella che ci offre la mostra «Respira!» è proprio una boccata d'ossigeno, almeno mentale. Con questo evento Luca Molinari ha colto l'occasione per indirizzare al sindaco Giuliano Pisapia una lettera apertain cui lancia al primo cittadino una sfida tanto ambiziosa quanto esaltante: fare in modo che la città di Milano possa candidarsi all'European Green Capital Award nel 2015, in occasione dell'Expo. E chissà che non riusciremo a stupire tutti, aggiudicandoci addirittura il primo posto.
È una bambina, da una grotta, a raccontarci cos´è che ci manca. Cos´è che non abbiamo più e non sappiamo ritrovare qui e ora, in questi giorni sfusi pieni solo di rabbia e di impazienza, di calcoli brevi e di sfinimenti vani. È il personaggio di un romanzo – che come accade è la finzione la più precisa a raccontare la realtà – a dirci piano all´orecchio da dove ripartire.
A dirci dove ritrovare le parole e le emozioni, le ragioni collettive che tengono dentro le storie di tutti, e un cammino da fare insieme, con fatica e con dolore ma insieme, verso un posto che sia un più bel posto per tutti giacché tutti l´hanno patito e guadagnato insieme. Un orizzonte comune, la storia grande che partorisce nel sangue e nel sollievo le vicende di ciascuno. È Ida Maria, una ragazzina sarda sbarcata in continente giusto in tempo per scoprire cosa sia l´amore mentre arriva la guerra, una piccola staffetta partigiana che si nasconde per giorni sottoterra, nelle cave di Roma ad aspettare che finiscano gli spari. E che nei giorni, dalla grotta, per domare la paura ricorda e racconta: la vita sua, quella delle persone intorno, la storia grande e quella piccola, la forza delle cose, l´immensa energia che scaturisce da ogni lutto se solo c´è un posto dove andare, dopo, un luogo dove correre che sia così bello da giustificare la corsa.
Paola Soriga, che ha scritto la storia di Ida e l´ha intitolata Dove finisce Roma (Einaudi Stile libero), ha poco più di trent´anni. Non è la prima, della sua generazione, a cercare in un tempo che non ha conosciuto un presente dotato di senso, che abbia la voce e i gesti – la purezza, la durezza – adatti a descrivere le ragioni e le passioni che muovono i destini comuni. La Resistenza, la guerra: gli anni in cui tutto rovinava e insieme cominciava daccapo, si combatteva e si moriva coi torti e le ragioni confusi e nitidi insieme. È proprio come se i nipoti, oggi, cercassero il bandolo di un filo da riannodare nella memoria e nel racconto dei loro nonni, come se ci fosse una segreta risonanza – segreta, ormai chiara – fra la generazione dei più vecchi e quella dei più giovani. Dei nonni e non dei padri, ché gli anni di mezzo sono stati un guasto, hanno sciupato e stinto la tela, corrotto il telaio. Non è la prima, Paola Soriga, a provarci ma è la prima a riuscirci con una precisione definitiva, che commuove per la semplicità e consola per la sapienza, muove al pensiero e chissà forse all´azione, lascia – chiusa l´ultima pagina – l´eco di un desiderio di fare, di provarci di nuovo, proprio noi proprio ora, e allora andiamo, forza, che cosa stiamo aspettando, ricominciamo.
È un romanzo pieno di donne, anche. Dedicato "alle donne della mia famiglia", aperto dai versi di Szymborska («chi sapeva di che si trattava deve far posto a quelli che ne sanno poco, e meno di poco, e infine assolutamente nulla») e di Antonella Anedda, «l'amore è un´occupazione solitaria». Si nutre di una conoscenza profonda del tempo di cui parla, di letture e di racconti inseguiti e raccolti, le donne del libro si chiamano Renata e Agnese, sebbene questa non vada a morire, compare al bar Giolitti il sorriso di Giaime Pintor, si sentono senza che pesino mesi e forse anni a rincorrere una storia smarrita e l´amore per quella storia, sempre. Si sente senza che pesi anche un lavoro lungo, di cesello e di ascolto del suono della lingua alla ricerca di una semplicità di stile che riporta alla memoria Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino, anche Pin è un bambino come Ida, anche quei dialoghi quelle descrizioni sono puri in un lento e complicato modo, il lavoro che serve per ritrovare la purezza. La voce che narra, qui, è potente e sottile. Il racconto passa come acqua dalla terza persona alla prima, è Ida che vede se stessa poi è Ida che parla, un flusso di pensiero che porta il lettore nella storia a camminarci dentro, lascia defluire i personaggi e le vicende secondo il ritmo e il senso del ricordo. Un ricordo prima infantile, poi di adolescente, infine di donna. Un ricordo che cresce e che cambia.
Ida quando è partita dalla Sardegna, era il 1938, aveva «i capelli neri e diritti e la pelle di un´oliva, i suoi giorni erano stati tutti dentro il paese». La nonna, le sorelle, la stalla, le galline. I genitori la mandano in continente con Agnese, la sorella maggiore che si è sposata e vive a Roma, che tanto a Roma non c´è pericolo, a Roma non ci buttano mica le bombe, a Roma c´è il Colosseo. E dove mangiano in due mangiano in tre, che problema c´è.
Il problema certo che c´è, per una bambina di 11 anni che parte con la nave e da quel momento esatto è sola, che va a vivere in un quartiere di Roma dove tutte le strade si chiamano coi nomi delle piante e dei fiori proprio mentre la guerra arriva esattamente lì, in quelle piazze, in quelle strade, in quella casa dove la sorella triste vive col marito Francesco che «ogni giorno un po´ cambiava davanti a questa sposa che non gli faceva i figli, che non era madre come diceva la natura e dio e il nostro Duce, Agnese, il nostro Duce». Ida la bambina sarda con la pelle di oliva impara a camminare fra via dei Pioppi e piazza dei Mirti, conosce Don Pietro e Rita al catechismo, poi Antonio coi ricci belli, poi Micol nella sua casa elegante e le macerie, la marrana, lo spavento dei bombardamenti e poi l´amore, occupazione solitaria. Impara a disubbidire, insegue le ragioni che le sembrano ragioni, usa Maria come nome di battaglia, ora è una partigiana, scappa Maria scappa che ti cercano, vai nella grotta, nasconditi. Fuori i 335 morti nelle fosse, che quel giorno «avevano fatto esplodere una bomba per tappare l´entrata e ci avevano buttato sopra l´immondizia per coprire l´odore», «si vedevano i corvi, si sentivano i corvi, le grida dei corvi, e la terra era umida e soffice e c´erano le tuberose, tuberose che coprivano la terra e il loro profumo fortissimo, e Ida non ce l´aveva fatta ad andare avanti le era venuto da vomitare». Annina che da quando aveva visto morire la mamma della sua compagna di banco non parlava più. Don Pietro che le aveva detto tu sei come un´ostrica, Ida: hai una perla dentro. Betto che forse è una spia. Micol che si vedono sempre il martedì, nella casa grande e bella del ghetto dove la domestica Benedetta è una ragazzina sarda come Ida, la sua lingua che ricompare all´improvviso con un vassoio da tè fra le mani e Micol che studia e legge e dice «sono sempre gli uomini a viaggiare scrivere pensare ma Grazia Deledda, e Jane Austen e Sibilla Aleramo, Eleonora Duse?», se sono eccezioni «io voglio essere un´eccezione» e poi arriva una macchina con due uomini vestiti di nero a portarla via, Micol. E Antonio, più di tutti Antonio, il bacio di Antonio nella grotta, i sorrisi di Antonio alle riunioni clandestine e Antonio che «lo amavi perché non ce n´era un altro uguale, che ci volevi passare tutto il tempo e che sembrava che anche lui ti amava» e se ora Antonio si sposa e non sei tu, mi sposo, mi sposi?, no io mi sposo, allora a cosa serve che siano arrivati gli americani proprio stamattina con quei capelli biondi quegli occhi celesti, sono arrivati tardi, perché ci hanno messo tanto, se arrivavano ieri non era morto Faustino e ora che sono arrivati e Antonio si sposa puoi piangere tutto il pianto che non hai pianto mai. Quello per le case crollate, le amiche scomparse, la nonna che non hai visto morire, la mamma che ti ha mandata via, tutti i dolori, tutti i lutti, Francesco sotto le bombe di san Lorenzo e ieri Faustino, anche Faustino. Ora che il sole picchia forte sulla testa, solo ora che è finita sei padrona di perderti: oggi puoi, e solo per oggi. E ora che la storia è finita, solo ora Paola Soriga può uscire da Ida e dire le sue ultime venti parole, in coda. «Grazie a tutti quelli che hanno voluto raccontare la Resistenza, i cui lavori sono alla base di questo romanzo. Soprattutto grazie a chi l´ha fatta, e a chi la fa ogni giorno ancora». Ogni giorno ancora, come allora, appunto.