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La chiusura ventilata della Carbosulcis avrà forse delle ragioni economiche, ma per diversi aspetti ha un forte contenuto politico, e un non meno rilevante potenziale di innovazione del modello industriale.Se le ragioni economiche finissero per prevalere sulle altre, come rischiano di prevalere, sempre in Sardegna, nei casi dell’Alcoa, dell’Euroallumina, della Portovesme, le relazioni industriali in Italia farebbero un altro passo all’indietro, e le spinte a innovare qui e ora un modello industriale superato subirebbero un lungo rinvio.

Il contenuto politico deriva dal fatto che si tratta di minatori. La memoria non può non andare al durissimo attacco che venne sferrato dal governo Thatcher nel 1984-85 contro il sindacato nazionale dei minatori, il più forte del Paese. Ben più che ridurre i costi dell’industria mineraria o avviarla a qualche tipo di conversione, esso aveva lo scopo manifesto di spezzare le reni all’intero movimento sindacale. L’operazione ebbe successo. I sindacati britannici non si sono mai più ripresi da quella sconfitta. Inflitta loro dal governo a carissimo prezzo per l’intero Paese. Tra perdite di produzione, riduzione degli introiti fiscali e sussidi che si dovettero pagare per un lungo periodo, la vittoria della signora Thatcher costò al Regno Unito circa 36 miliardi di sterline di allora, più di tre punti di Pil.

La Carbosulcis è ben più piccola dell’industria mineraria britannica di quei tempi, ma il nodo di fondo rimane. Si tratta di decidere se il primo obbiettivo da conseguire è ridurre alla sottomissione i diretti interessati, e con essi il numero assai maggiore di lavoratori che sono costretti a dirsi “se non accetto tutto ciò che mi chiedono domani toccherà a me”, oppure di convenire che i lavoratori hanno delle buone ragioni per opporsi alla chiusura. Al tempo stesso si tratta pure di decidere se una differenza del rendimento economico rilevabile tra un sito produttivo locale e un sito analogo che risiede chissà dove, giustifica la decisione di togliere il lavoro a qualche centinaio o migliaio di persone. Differenza di rendimento comparato, si noti, non di produzione in perdita: è la stessa situazione dell’Alcoa. I lavoratori italiani hanno pagato e stanno pagando un prezzo durissimo alla crisi, di cui peraltro non portano alcuna responsabilità, anche se qualcuno ha il coraggio di dirgli che hanno vissuto al di sopra dei loro mezzi. I quattro milioni effettivi di disoccupati, il miliardo di ore di cassa integrazione previste per il 2014, i quattro milioni di precari, dovrebbero essere uno scenario sufficiente per stabilire che nessuna impresa piccola o grande dovrebbe chiudere, licenziando, ma va guidata e sorretta affinché trovi il modo di far transitare i lavoratori ad altre occupazioni.

Regione e governo sono quindi dinanzi alla sfida di non smantellare un altro pezzo del tessuto produttivo, del sistema occupazionale e delle relazioni industriali in Italia, dopo il degrado che essi hanno subito negli ultimi anni e mesi.

C’è di più. Nel quadro deprimente che appare disegnato non soltanto dalla crisi, ma anche dalle politiche che ogni giorno vengono prospettate per superarla, la modernità appare stare proprio dalla parte dei minatori sardi. Non chiedono di continuare a estrarre carbone. Chiedono di convertire la miniera in un contenitore di anidride carbonica, quella che avvelena i nostri cieli e le nostre città. Sarebbe un passo significativo verso un modello produttivo che non si proponga di tornare presto a produrre esattamente quel che si produceva prima, in quantità ancora maggiori – una ricetta sicura per accelerare il disastro non solo ambientale ma pure economico e sociale che ci attende. Al contrario rientra in una idea di produrre condizioni e servizi e ambienti che migliorino la qualità della vita. Saremmo sconfitti tutti noi, cioè l’intero Paese, se ancora una volta vincesse lo spirito conservatore e revanscista che contraddistinse il governo britannico un quarto di secolo addietro.

Non che sia proprio una fuga, ma solo un lento allontanarsi. Da quell'aria avvelenata, da quel gas che spezza il respiro, da quella polvere assassina. Nessuno vuole lasciare Taranto al suo destino forse ormai segnato, alla sporca dannazione a cui in tanti l'hanno condannata. Ignavi o compiacenti o corrotti e dunque complici di un'accumulazione omicida, che però costituisce lo zero-virgola-zero-qualcosa del Pil e ci fa competere con i tedeschi, i cinesi e perfino i coreani. Nessuno vuole che Taranto affondi nei due mari, con gli altoforni a sobbollire in una brodaglia fumante e contaminata.

Solo che appena fuori dalla città, qualche chilometro a Ovest, c'è un piccolo tempio greco. Due filari di colonne doriche che fioriscono in un nulla apparente, proprio accanto alla statale 106, la sgangherata Taranto-Reggio Calabria, che è la stessa disegnata dai romani duemila anni fa, appena ritoccata dai cartografi del Regno delle due Sicilie. C'è insomma un rudere della Magna Grecia lungo una strada ottocentesca: e allora? E allora diciamo subito che timpani e capitelli non inquinano e non uccidono i bambini. Non producono laminati né travature, non aiutano l'esportazione, non movimentano il mercato internazionale dell'acciaio: ma lasciano respirare e sono anche belli da vedere. E inoltre intorno a quell'esile reperto c'è un intero mondo di storia e di cultura.

Nel Metaponto il granaio di Roma

C'è per esempio Metaponto con la sua sterminata area archeologica, che però resta sepolta perché scavare costa troppo, e l'archeologia è diventata un lusso per un paese che si è fatto imprigionare dal suo debito. Più in là, lungo la costa, ci sarebbero anche Eraclea e poi Sibari. E chissà cos'altro ancora, se solo si potesse scandagliare e penetrare quella terra accarezzata dal mare, che ha visto transitare mille popoli e mille culture.

Da quelle parti c'erano quelli che oggi definiremmo «meridionali incazzati». I messapi. Furiosi perché una volta sì e l'altra pure vedevano arrivare barconi pieni di migranti greci che cercavano fortuna in giro per il Mediterraneo. E fu proprio un manipolo di attici reduci dalla guerra di Troia (in quel tempo c'era sempre qualcuno che girovagava di ritorno da Troia) a impossessarsi pian piano di quel territorio italico, uno dei più fertili d'Europa. Ma quella gente che veniva dall'altra parte del mare sembrava più sveglia e intraprendente, a sua volta contagiata da altre esperienze e altre avventure. Si portava dietro arti e scienze, ma anche guerrieri e armi. Pitagora con la sua tavola leggendaria, ma anche manipoli di spartani attaccabrighe.

Poi, al solito, ci pensarono i romani a stabilizzare lo stato delle cose. Si presero tutto e chi disobbediva veniva raso al suolo: come capitò proprio a Metaponto perché aveva ospitato il cartaginese Annibale. Per un periodo bazzicò da quelle parti anche Spartaco con il suo esercito di liberi ma disperati, e per i romani furono dolori; ma poi sappiamo come finì. E per secoli quella terra miracolosa, graffiata dall'acqua che scende dall'Appennino, diventò la più grande riserva alimentare dell'impero.

La storia certo non finì così. Ci fu la stagione dei Bizantini e dei Longobardi, dei Saraceni e anche dei Normanni, un lungo medioevo tra grotte di tufo e calanchi, chiese rupestri, santi combattenti e madonne varie, guerricciole infinite tra francesi e spagnoli. Per non parlare di briganti, cardinali e piemontesi; il regno d'Italia sfruttatore e tirannico che cambiava nome ai paesi, da Salvia a Savoia; gli antifascisti mandati al confino nei paesi più nascosti, Tursi, Aliano, Craco. Infine arrivarono gli anni '60: e proprio allora il presidente dell'ancor giovane repubblica inaugurò l'acciaieria di Taranto, allora Italsider di stato, oggi Ilva della famiglia Riva.

Italsider, Eni, Fiat e le altre

Non fu solo Taranto a ricevere in dono quella polpetta avvelenata, anche Napoli ne beneficiò. E ne sanno qualcosa pure sardi e siciliani. Ma in quel tempo tutti ritenevano di promuovere sviluppo e ricchezza, senza particolari distinzioni: partiti di governo e d'opposizione, industriali e sindacalisti, scienziati e intellettuali. Si localizzavano al Sud gli impianti più pericolosi affinché il Sud potesse somigliare al Nord. Basta con la maledizione dei campi, con la paura della grandine o della siccità. Tutti operai, tutti salariati, tutti garantiti. L'avvelenamento di terre, mari e aria, con i polmoni che si spappolano e il sangue che diventa stracciatella sono solo un danno collaterale. O meglio, il prezzo da pagare all'emancipazione della società.

Dopo cinquant'anni di devastazione e di malintesa modernità sono ancora in molti a pensarla allo stesso modo. Sì, d'accordo, l'acciaieria ha un po' inquinato, qualcuno c'è morto per quelle particelle svolazzanti, ma adesso diamo una ripulita e si ricomincia di più e meglio di prima. E per favore dite a quei quattro magistrati di non esagerare con le loro accuse, ché qui è in gioco il futuro del paese, del suo permanere nel club delle potenze industriali del pianeta. Fronti aggrottate, sguardi a piombo, parole ben scandite, l'esercito di furieri al servizio di Mario Monti non ha dubbi. Le sorti della nazione si giocano sulle ciminiere di Taranto; che nessuno s'azzardi neanche a pensare di chiudere gli impianti.

Cinquant'anni passati invano. Anzi, in una condizione ambientale stressata allo stremo, con una biosfera largamente necrotizzata, tra bambini stroncati dai tumori e animali mutanti, quel che incredibilmente si propone è di andare a caccia di petrolio. L'ha annunciato con grottesca solennità il ministro più contemporaneo e intelligente che c'è, Corrado Passera. Non dunque la riconversione ecologica dell'acciaieria, ma neanche la produzione energetica da fonti naturali. Andiamo a trivellare un po' di montagne e a pescare in fondo al mare. Raccogliamo dalle profondità il respiro e lo sputo del diavolo. Mettiamo il tutto a cuocere in raffineria e poi imbottigliamolo dentro oleodotti e gasdotti che per centinaia di chilometri attraverseranno vallate e pianure, si tufferanno in mare per poi riemergere e continuare il loro viaggio velenoso.

Poco distante da Taranto, piegando un po' verso l'interno, c'è un paese che si chiama Ferrandina. Da quelle parti, con scarso successo in verità, per decenni hanno succhiato un po' di metano. Era stato annunciato come il tesoro nascosto di quella terra, ma di quei giacimenti oggi restano solo impianti abbandonati, simulacri vuoti e scrostati. Per fortuna, una manciata di contadini hanno continuato a coltivare le loro piante d'ulivo. Piantagioni di una varietà tuttavia speciale, l'oliva Majatica: che produce un olio tra i più buoni d'Italia e che viene anche infornata e poi esportata in tutto il mondo. Certo, non si può vivere soltanto con le olive. Ma con il metano, di sicuro, s'invecchia presto e male.

Si torna dunque a prospettare lo sfruttamento minerario e l'agricoltura, l'archeologia, l'ambiente, la cultura, ecc. vengono nuovamente accantonate, relegate a un destino residuale e scarsamente redditizio. Si continua a preferire lo sfruttamento di risorse limitate e comunque effimere e non si coglie il valore strategico dell'uso e la cura di altre risorse naturali, queste sì sempre disponibili. Anzi, privilegiando le prime si rischia di danneggiare le seconde. Come provarono a fare quando decisero di seppellire a Scansano le scorie radioattive.

E come purtroppo hanno fatto in Val d'Agri con l'estrazione del petrolio. Da diverso tempo questa splendida valle lucana, che si trova in pratica alle spalle dell'area jonica e che, tra montagne, pascoli e verdi piegature, somiglia a un paesaggio alpino, è attraversata da una rete di pozzi, centri di raccolta, oleodotti. A grande profondità c'è il petrolio. Ovviamente a sfruttarne il potenziale ci sono grandi compagnie globalizzate, anche se lasciano un po' di soldi allo stato e una mancetta al territorio.

Dal latte al metano (e ritorno?)

Da quando c'è l'attività estrattiva lo scenario ambientale e sociale è sensibilmente cambiato, e non poteva andare diversamente. Su quei crinali ruminavano le vacche podoliche dal cui latte si produce il provolone più buono del mondo, in quelle pianure si coltivavano legumi e ortaggi fantastici, i fagioli di Sarconi, le melanzane rosse di Rotondella, i peperoni gialli di Senise. In realtà è ancora così ma spesso affiora il dubbio che qualcosa tenda ad alterarsi nell'equilibrio bio-territoriale. Siamo tuttavia sicuri che, alla fine, tra un po' di tempo, esaurito il giacimento, smantellati gli impianti, il futuro della Val d'Agri potrà contare ancora sui fagioli e i peperoni.

Dove esattamente s'incrociano la produzione d'acciaio e l'estrazione di idrocarburi è a Melfi, che si trova ancora più a nord. Qui la Fiat produce automobili, sebbene non si sappia fino a quando. Per localizzare lo stabilimento e il suo cospicuo indotto di fabbriche e fabbrichette è stata completamente cementificata un'enorme area agricola, dove in sovrappiù hanno insediato un bell'inceneritore. Siamo sul limitare del Tavoliere delle Puglie, dove la terra comincia ad arrampicarsi verso l'Appennino. Ebbene, proprio in quella piana si produceva forse il miglior grano duro di tutto il Mezzogiorno. Difficile torni a crescere come prima, quando gli impianti industriali chiuderanno le loro attività.

Ma a Melfi non si coltivano solo ottimi cereali, c'è anche la produzione di uno dei vini rossi più prestigiosi d'Italia, l'Aglianico del Vulture, un vitigno portato fin quassù proprio da quei migranti greci che sbarcarono sul litorale di Metaponto. E inoltre questa capitale normanna è davvero splendida, al centro di una zona densa di beni culturali stratificati lungo secoli e secoli. Musei, siti archeologici, castelli medievali, chiese meravigliose. Ma nonostante tutta questa ricchezza, a Melfi si è pensato di far atterrare la Fiat, che per anni ha distribuito salari ridotti (e bisognava anche ringraziarla) e oggi è lì a minacciare di chiudere l'impianto e volarsene in America.

La domanda a questo punto del nostro viaggio nel Sud è la seguente: ma siamo sicuri che le colate d'acciaio facciano vivere meglio delle coltivazioni di fagioli, che gli inceneritori siano più moderni e redditizi del provolone, e il petrolio più vantaggioso di un esile tempio greco, e le nuvole rosse di Taranto più salutari delle onde lunghe dello Jonio?

EUGENIO Scalfari, col suo scritto di domenica scorsa, mi offre l’occasione di riprendere, sul nostro giornale, alcuni punti del mio articolo “incriminato”, incriminato per avere invitato il Presidente della Repubblica a riconsiderare l’opportunità del conflitto d’attribuzioni sollevato nei confronti di uffici giudiziari di Palermo. Non nego che quello scritto, tanto più per l’autorevolezza di colui da cui proviene, mi ha toccato nel profondo.

Poiché le ragioni sono sì personali, ma anche generali, tali quindi da poter interessare chi abbia seguito la vicenda, ritorno sull’argomento. Con una necessaria, e ovvia, premessa: siamo, come accennato, nel campo dell’opportunità. I giudizi di opportunità sono sempre discutibili, perché dipendono da molte ragioni e uno dà più peso ad alcune e altri ad altre. Se la ragione fosse una sola, saremmo nel campo della necessità che non si discute. Ma l’opportunità è sempre discutibile. Dunque, affrontiamo gli argomenti, in spirito discorsivo. Qui c’è la forza e la ricchezza del nostro giornale.

Dividerò le considerazioni che seguono in una parte generale e una speciale. La parte generale è quella che più mi mette in difficoltà. A proposito “di eterogenesi dei fini” – conseguenze non intenzionali di atti compiuti intenzionalmente – nel mio scritto, non vi sarebbe stata nessuna “eterogenesi”, perché le conseguenze – la strumentalizzazione in vista di un “attacco” al Capo dello Stato – sarebbero state non solo da me previste, ma addirittura volute. L’insinuazione è che io faccia parte d’una operazione orchestrata per “delegittimare” il Capo dello Stato. Mi permetto di dire a Scalfari che ho avvertito come una ferita (e spiegherò perché), tanto più ch’egli aggiunge di sperare che il suo dubbio sia dissipato, temendo che questa speranza “si risolva in una delusione”. Le cose non stanno così. Ho condiviso e condivido molte delle cose dette e fatte dal Capo dello Stato, come egli sa per averne ricevuto testimonianza, con calde parole ch’egli certo ricorderà, in una pubblica occasione svoltasi qualche mese fa a Cuneo. Ma su altre cose ho delle riserve. Che cosa c’è di strano? Una cosa approvi e un’altra disapprovi – sì, sì; no, no, il resto è opera del maligno — e lo dici in piena libertà, come si conviene in un Paese libero. Avrei dovuto tacere o dire il contrario?

Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo – in sostanza, un ipocrita – perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non

è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo. Vogliamo forse che “per opportunità” si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si pensano vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?

C’è per me un “libro di formazione”. Non sembri una citazione fuori luogo o fuori misura. Scritto nel 1923, in circostanze più drammatiche delle attuali, contiene una lezione indimenticabile. È

Il tradimento dei chierici

di Julien Benda (ripubblicato da Einaudi). Non è una citazione esornativa, “da professore”. È un invito. Tratta degli uomini di pensiero che in quel tempo – e in tutti i tempi – si astennero dal prendere posizione, tacendo o dicendo cose che andavano contro le loro stesse convinzioni, e questo fecero “per opportunità”. La loro colpa non fu di avere detto cose sbagliate, ma di non avere detto le cose ch’essi stessi ritenevano giuste. Facciamo le debite proporzioni, ma riflettiamo sul corto-circuito che si verifica quando nel campo del pensiero si insinua l’idea che ciò che pensiamo, per opportunità, o anche per “responsabilità”, si possa o debba tacere.

Forse che l’attività intellettuale

non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso — la cui esistenza è essenziale alla vita libera della

pólis.

Sarebbe una deviazione, se l’attività intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo così, c’è la sua utilità, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura? Scrivendo queste cose, mi ritornano in mente gli anni ’50. Chi appartiene alla mia e alla precedente generazione, comprende facilmente

il riferimento. Se ci sarà l’occasione potremo ritornare su quella storia fatta di contrapposte accuse di “defezione”, che nessuno e, di certo meno che mai Eugenio Scalfari, rimpiange.

Sulla parte speciale credo di muovermi con più facilità. Nel mio scritto, ho sostenuto che questo conflitto, per i suoi caratteri, non ha precedenti. Scalfari dice di no, ma poi spiega: vi sono politici e loro fiancheggiatori che, nel caso in cui la Corte dia ragione al Capo dello Stato, “palpitano” per poter accrescere i loro “attacchi eversivi” all’una e all’altro; nell’improbabile caso contrario, se al Capo dello Stato venisse dato torto, sempre gli stessi gli chiederebbero “immediate e infamanti dimissioni”. Non è questa una situazione eccezionale, drammaticamente difficile? Riflettiamoci seriamente e freddamente. La Corte è un giudice e noi pretendiamo ch’essa giudichi secondo diritto, seguendo “l’etica della convinzione” che le è propria. Ma sappiamo bene che, messa di fronte a un “fiat

iustitia, pereat mundus”, nessuna Corte costituzionale indietreggerebbe nell’applicare l’“etica delle conseguenze” che, indubbiamente, interferisce con le ragioni solo giuridiche. Nella specie, il “pereat mundus” è la crisi costituzionale che sia Scalfari sia io paventiamo. Qualunque Corte costituzionale la prenderebbe in considerazione come male supremo da evitare. Per questo dicevo che l’esito del conflitto è scontato. Dire queste cose non è indebita interferenza sulla decisione della Corte, come crede Scalfari, ma è teoria della Costituzione. Leggendo che le Corti hanno il diritto d’essere protette da situazioni siffatte, per poter decidere nella “tranquillità del diritto”, non c’è da essere sconcertato “d’una scorrettezza”, come Scalfari dice d’essere, perché quella espressione viene da lontano, da un dibattito internazionale tra illustri costituzionalisti.

Scalfari, poi, mi fa dire che la Corte non avrebbe i poteri per risolvere il conflitto proposto, perché, dando ragione al Capo dello Stato, introdurrebbe un’innovazione della Costituzione. In verità, non ho detto questo ma che, per quanti danno alla parola “irresponsabilità” un significato più ristretto di “inconoscibilità” o “intoccabilità” – per quelli (e ce ne sono) che pensano così — l’accoglimento del ricorso sarebbe un’innovazione della Costituzione. L’interpretazione che facesse coincidere i significati, sia pure a proposito di una piccola, ma cruciale questione, avrebbe effetti di sistema difficilmente controllabili su tutto l’impianto dei poteri costituzionali, così come si è finora concepito. E, se è vero che, nel caso in questione, la Corte si trova in quel cul de sac di cui dice lo stesso Scalfari, la domanda è se non è sommamente inopportuno che ciò avvenga, e in queste circostanze. Poi, è verissimo, che la Corte dispone di tutti gli strumenti tecnici necessari per decidere come vuole (le sentenze additive e interpretative, però, di per sé non c’entrano: riguardano i giudizi sulle leggi, non i conflitti): dai principi, nel nostro caso il principio d’irresponsabilità presidenziale, si possono trarre regole specifiche per decidere i singoli casi, superando anche (ma qui non è il caso di scendere nei dettagli giuridici) contraddizioni o lacune legislative. Ma la questione non è di strumenti tecnici, ma – ripeto – di prudenza e responsabilità nel chiedere di attivarli.

L’ultima cosa che non ho detto è che il Capo dello Stato avrebbe frapposto “un insormontabile ostacolo alla ricerca della verità”. Ho detto invece che il ricorso, per effetto delle circostanze che non si controllano, è venuto ad assumere il significato d’un tassello in un disegno critico della magistratura, che finisce per indebolirne l’opera. Il che, guardando ciò che succede, mi pare incontestabile.

Sullo sfondo di tutto ciò, c’è una questione che emerge con chiarezza nelle considerazioni “pertinenti anche se non inerenti” che chiudono l’articolo di Scalfari. Esiste nel nostro Paese uno scontro aperto e, apparentemente, senza mediazioni. Da un lato, coloro che sostengono con convinzione che la magistratura (se non tutta, molte sue parti) esorbiti dai suoi poteri perché persegue il fine di sottomettere la democrazia o la politica al processo penale. Dal-l’altro, quelli che pensano che non si tratti affatto di questo, ma semplicemente di ampi settori del mondo politico che, avendo costruito le proprie fortune sull’illegalità, temendo l’azione giudiziaria, vogliono limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. I primi parlano di “guerra” dei magistrati contro la politica, di “giustizialismo”, ora di “populismo giuridico”; i secondi, specularmente, di “guerra” dei politici contro la magistratura, di “assalto” alla giustizia. Se davvero stato di guerra ci fosse (ecco la riserva cui accennavo all’inizio), allora anche le idee dovrebbero schierarsi, perché in guerra non solo tacciono le leggi, ma anche suonano le trombe che chiamano i cervelli all’adunata. Ai primi, però, bisognerebbe dire che i secondi non sono affatto tutti “antipolitici”, come vengono definiti con una parola violenta e disonesta, che non fa che creare ostilità contro “i politici” che la pronunciano; ai secondi, occorrerebbe dire che la critica distruttiva della politica non sappiamo dove ci potrebbe portare: ma non certo verso il regno della giustizia (e della democrazia). Coloro che sognano rivalse contro i magistrati dovrebbero chiedersi da dove nasce il risentimento contro “la politica” ch’essi impersonano e dovrebbero vedere che molti loro propositi non sono che altrettanti boomerang che alimentano le fila di chi sta dall’altra parte. Credono davvero che i diversi “riequilibri”, in questo clima di scontro, siano saggi propositi e non conati controproducenti? Il ricorso del Capo dello Stato ha aperto un “conflitto” giuridico ma, inevitabilmente, ha finito per essere inglobato, come suo episodio, in questo “conflitto” politico (astuzia perversa delle parole!). L’invito a ricercare una limpida soluzione della questione nella sede processuale ordinaria e a riconsiderare quindi l’opportunità di quel conflitto, nasce da qui.

Nell’icona: una figurina che ritrae lo giannizzero Falakaci Basi (XVII Sec.), tratta dalla collezione http://www.hobbymail.it/index.php?main_page=product_info&cPath=97_98&products_id=480.

ERIN Brockovich, l’eroina della class action immortalata da Julia Roberts, era una segretaria precaria (e madre sola di tre bambini) di un piccolo studio legale quando cominciò a indagare sulla Pacific Gas and Electric Company, il colosso americano produttore di energia che da anni contaminava le falde acquifere di un paesino californiano provocando tumori e gravissime malattie ai residenti, infine inquinando prove e cercando, trovandole, sponde solide tra funzionari pubblici compiacenti. L’azione legale di gruppo che quell’indagine produsse fu memorabile.

Per la prima volta l’accusa di malgoverno di un’azienda privata comportò il riconoscimento di responsabilità con un indennizzo miliardario alle vittime (circa settecento persone). Un esito che fece giustizia senza provocare la chiusura dell’impianto, come la direzione aveva paventato. La mole di documenti portati dalla Brockovich davanti al giudice non riuscirono a provare con certezza scientifica l’esistenza di una relazione causale diretta tra inquinamento e malattie. Ma la ricorrenza dei tumori e la sola vista di quel villaggio insalubre (dove i dirigenti della PG&E dissero che non avrebbero mai voluto vivere) furono sufficienti agli occhi del giudice per decretare la responsabilità della compagnia.

Senza aver studiato né filosofia né diritto, Erin Brockovich ebbe subito ben chiaro il quadro, ovvero che due sono gli ostacoli maggiori alla giustizia in questi casi: le connivenze e le coperture colpevoli di cui i potenti godono, e l’ideologia che l’opinione pubblica fa passare secondo cui in questi casi ci si trova di fronte a un conflitto irrisolvibile tra valori fondamentali come la vita e il lavoro, similmente a una tragedia greca dove nessuno è responsabile se non l’umanità stessa, per la sua fallibilità e l’incapacità di vivere in armonia con le leggi della natura. Brockovich era riuscita a smascherare le connivenze e a confutare questa filosofia cercando di dare un senso alla massima secondo la quale «la legge è uguale per tutti». Corruzione e incuria erano stati per anni la pratica perpetrata da parte di coloro che avevano la possibilità e il dovere di intervenire.

L’Ilva non è la Pacific Gas and Electric Company, e il gip di Taranto Patrizia Todisco non è una nostrana Erin Brockovich. L’oggetto del contendere del resto non è il rimborso per i danneggiati dal malambiente dell’Ilva, ma il risanamento dello stabilimento. Tuttavia la dinamica dell’inquinamento, dell’occultamento delle prove, della manipolazione dei dati e del ricatto sul lavoro è pressoché la stessa. I casi di inquinamento sono casi di corruzione e di illegalità a tutti gli effetti. Ora sappiamo che l’inquinamento c’è all’Ilva e c’è stato per anni, fin da quando l’azienda era di proprietà dello Stato. E più i giorni passano più ci avvediamo delle colpevoli responsabilità che coinvolgono l’intera filiera decisionale, a partire dai proprietari dell’azienda fino ai tecnici che dovevano accertare e raccogliere dati veritieri e ai funzionari pubblici. Fumi e fanghi, dentro e fuori l’Ilva.

E poi, incidenti per anni, fino al più recente. Porta la data del febbraio del 2012. Un grosso incendio si sviluppò in un’area dello stabilimento producendo una colonna di fumo visibile a chilometri di distanza e diversi intossicati. Il Sindaco di Taranto, sulla scorta della perizia svolta dagli esperti incaricati dal Giudice Patrizia Todisco, ordinò all’Ilva di eseguire entro trenta giorni lavori volti alla riduzione dell’immissione di fumi e polveri, comminando, in caso di mancato adempimento, la sospensione totale degli impianti. In quell’occasione il Comitato Donne per Taranto diramò il seguente appello: «Se doveste avere problemi respiratori, vomito, bruciori alle mucose, tosse recatevi subito al pronto soccorso.. Il consiglio è tenere finestre e porte ben chiuse e sigillate».

Un lungo ciclo di incurie alla fine del quale è giunta la magistratura. Di fronte al rischio di chiusura della produzione si ricorre, prevedibilmente, al ricatto del lavoro. E si getta un’ombra inquietante sull’intervento della magistratura. Ma non è l’intervento della legge all’origine del conflitto tra lavoro e salute. L’intervento della legge mette semmai a nudo svelandolo all’opinione nazionale uno stato di incuria colpevole che dura da anni. La carenza di cura per l’ambiente di lavoro, per la città, per la natura, ha generato questa situazione d’emergenza. Incuria ed emergenza sono fenomeni tra loro concomitanti, una sequenza alla quale il nostro Paese sembra abituato, non solo nel settore industriale, e che lascia strascichi drammatici e polemiche inutili e dannose (spingendo l’opinione pubblica a schierarsi addirittura pro o contro la legge) invece di favorire soluzioni giuste (che non vuol dire facili e indolori) e in tempi rapidi.

Lasciare che le cose procedano fino al punto in cui la legge non può più tacere – questa è la responsabilità immane che porta ad emergenze come questa. Chi non ha preso le decisioni che doveva prendere, o le ha prese malamente, ha lasciato la patata bollente alla magistratura. Salvo poi accusarla di aver applicato la legge. La quale, come ha giustamente scritto Luciano Gallino su questo giornale, ha tra le sue funzioni essenziali quella di “impedire che il più forte abbia la meglio sul più debole», chi può danneggiare su chi può solo essere danneggiato. E il più forte è in questo caso chi ha lasciato che le cose procedessero così, con il minor dispendio possibile di risorse. Accusare la legge di generare conflitti insolubili è un assurdo e quanto di più sbagliato si possa fare perché essa interviene proprio perché il conflitto è giunto a un punto tale da non consentire più accomodamentiper vie ordinarie.

L’intervento del magistrato è giunto dopo che le scelte ambientali hanno fallito o sono state lasche o colpevoli. Porta alla luce un problema di incuria che è reale e che gli interessi di chi è più forte cercano di smorzare, magari servendosi del penoso argomento della crisi economica e del rischio all’occupazione, infine del conflitto tragico tra lavoro e vita – come se chi lavora sia per necessità votato a rischiare la vita. Ma se conflitto c’è questo è un conflitto di interessi che ha per protagonisti cittadini molto ineguali in potere e che la legge cerca di riequilibrare nel dovere di non arrecare danno o di riparare ai danni fatti. E come scrive Gallino, niente è più irrazionale che insistere con il ricatto del lavoro anche perché recuperare e ristrutturare l’impianto tarantino è esso stesso un lavoro che può essere meglio svolto da coloro che dall’interno conoscono quell’impianto. Anche perché, c’è da aggiungere, è irrazionale e non nell’interesse nazionale pensare di conquistare le commesse straniere facendo credere al mondo che da noi si può danneggiare ambiente e salute.

«Scrivo da sempre lo stesso articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose», così ripeteva Antonio Cederna (1921-1996) alla sorella Camilla.

Ed è questo il destino di tutti coloro che mettono la propria penna al servizio della salvezza del patrimonio storico e artistico e del paesaggio italiani: ma quanti sono, oggi? È impossibile non chiederselo, leggendo il bel libro che Francesco Erbani ha dedicato a Cederna (Antonio Cederna. Una vita per la città, il paesaggio, la bellezza, Legambiente 2012). E la risposta è che si contano – alla lettera – sulle dita delle mani.

In parte è colpa dei giornali. Erbani – che è uno di quei pochissimi, e scrive su «Repubblica» – lo sa molto bene, e cita un’attualissima analisi dello stesso Cederna: «Quando bruciano i boschi ti mandano a fare un articolo inutile, deploratorio: se invece d’inverno quando piove proponi un articolo sugli incendi boschivi ti guardano come se fossi matto. Hanno cioè rinunciato ad ogni impegno formativo, preventivo: se domani il Colosseo vacilla, tutti giù a scriverne, mentre i pericoli per l’Italia, antica e moderna, nascono nel silenzio, nel chiuso degli uffici: se si vuole evitarli bisogna parlarne prima che diventino fatto compiuto».

In parte, invece, è colpa degli addetti ai lavori: quanti archeologi o storici dell’arte seri accettano l’impegno civile di una scrittura giornalistica che non si riduca alle proficue marchette degli ‘eventi culturali’ a cui i grandi quotidiani italiani dedicano ormai pagine e pagine a noleggio? Quasi nessuno tra i veri studiosi italiani di storia dell’arte pensa che tra i suoi doveri ci sia anche quella educazione dei cittadini al patrimonio e al paesaggio che è la premessa indispensabile di ogni tutela. E le cose peggiorano quando si parla di televisione: il piccolo schermo italico tollera il discorso sull’arte solo quando è ridotto ad una favoletta raccontata da intrattenitori, eccentrici quanto basta, ma rassicuranti.

Cederna, invece, era tutto tranne che rassicurante. La sua prosa incalzante, sarcastica e acuminata da far male ha bombardato per decenni una nazione di dormienti: fedele a se stesso che scrivesse sul «Mondo» o sul «Corriere», su «Repubblica» o sul «manifesto», l’archeologo Cederna è stato uno dei grandi giornalisti italiani del Novecento.

E lo è stato in un modo che non ha a tutt’oggi eguali, soprattutto per tre rarissime caratteristiche: la vastità degli argomenti che copriva (l’urbanistica e la salvaguardia del territorio; la distruzione del patrimonio monumentale diffuso; le operazioni di speculazioni sui siti monumentali – come quella, terrificante, dei principi Torlonia a Roma –, ma anche le scempiaggini della cosiddetta politica culturale, a partire dalla follia delle grandi mostre promozionali, oggi al loro apice); la dimensione profondamente politica (e giammai estetica) delle sue idee e della sua scrittura; la durezza con cui attaccava frontalmente figure potentissime, anche all’interno della burocrazia della tutela. Bisognerebbe ristampare la galleria di ritratti dei soprintendenti e dei direttori generali corrotti, incapaci, servilmente disposti a tradire la propria missione per compiacere «i pezzi più grossi di loro».

Se Cederna non è mai apparso una vestale piangente del patrimonio in rovina, ma piuttosto il comandante di una efficace resistenza civile, lo si deve al fatto che non era possibile tacciarlo di passatismo, nostalgia, elitarismo: «Solo le teste dure possono pensare, solo i distruttori d’Italia possono avere interesse a farci credere che la salvaguardia dell’antico è opera puramente passiva e di conservazione. Solo menti retrograde arrivano a pensare che si possano attribuire ai nuclei antichi, straziandone il tessuto, capacità e funzioni proprie dell’urbanistica moderna. Solo i vandali possono pretendere che la città moderna nasca dalle macerie della città antica. Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che la salvaguardia integrale del vecchio e la creazione del nuovo nelle città sono operazioni complementari, due momenti indissolubili dello stesso procedimento, che antico e moderno hanno prerogative materiali e spirituali distinte e vicendevolmente necessarie … Insomma, solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire la necessità della civiltà moderna.» (dall’introduzione a I vandali in casa, 1956).

Francesco Erbani ci ricorda che «Cederna ha perso molte battaglie, ma molte le ha vinte». E che molto spesso il successo del suo impegno va misurato sull’entità degli scempi evitati: a cosa sarebbe ridotta oggi la, pur devastata, Appia Antica, se Cederna non l’avesse strenuamente difesa con una lotta lunga una vita?

Se Cederna potesse vedere oggi l’Italia delle associazioni (prima tra tutte la sua Italia Nostra), e dei comitati civici che crescono ovunque per difendere l’ambiente e il patrimonio dalle speculazioni e dal cemento in nome della Costituzione e del bene comune, sarebbe felice di constatare che il seme che ha instancabilmente sparso per tutta la vita ha, in qualche modo, attecchito. Come scrive ancora Erbani, «tra le lezioni che Cederna lascia, figura anche quella che battersi sia necessario, occorra farlo bene e convenga pure».

A quindici anni dalla sua morte, dobbiamo riconoscere che il patrimonio storico e artistico italiano deve più a lui che a Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e Federico Zeri messi insieme. Possiamo dunque ben chiederci, con Leonardo Benevolo: «cosa sarebbe l’Italia se Cederna fosse stato pigro»?

Ho letto con il consueto interesse ma anche con qualche stupore l'articolo («Ilva, i corni del dilemma», il manifesto, 31 luglio) di Rossana Rossanda, la quale commenta un mio articolo («Operai e padroni, una strana alleanza», il manifesto, 25 luglio) sulle questioni dell'Ilva di Taranto e molte altre connesse. Rossana ci ricorda che esiste la proprietà privata e che gli operai ne sono vittime, non complici.

Benissimo. Ma io, e altri, parlavamo di una cosa diversa. Ci torno su perché la considero non una delle problematiche fondamentali, ma la problematica fondamentale, con la quale avremo a che fare nel corso dei prossimi decenni.

Nel suo per ora inarrestabile processo di sviluppo, il grande capitale si è impadronito di quote e settori sempre più vasti del nostro essere qui su questa terra, nel corso del nostro breve (ma per ciascuno di noi, penso, abbastanza significativo) percorso vitale. Ciò, a dir la verità, è vero fin dall'inizio del gigantesco ciclo: si potrebbe dire anzi che la modalità espansiva del capitale (industriale, ma per certi versi anche quello finanziario) non prevede limiti all'impossessamento di tutto ciò che nel mondo vivente e inanimato ne rappresenta alternativamente o un'occasione da afferrare o un ostacolo da rimuovere. L'ambiente e il territorio, e conseguentemente la salute e le modalità di vita delle grandi masse di cittadini, ne costituiscono le vittime predestinate. Occorre fare esempi?

Quando i bubboni scoppiano - e ciò accade per ora, occorre dirlo, in una maniera fin troppo episodica e casuale, ma per fortuna accade quasi sempre (sempre?) gli operai, per difendere il lavoro, che rappresenta ovviamente la condizione basilare della loro sopravvivenza, individuale e personale, ma anche (se volessimo usare espressioni più impegnative) del loro esistere e resistere come classe, si schierano dalla parte dei padroni, che sono contemporaneamente sfruttatori e inquinatori. Fanno finta cioè di non vedere che i padroni sono inquinatori (anche se ne pagano un prezzo salatissimo: l'inquinamento miete le sue vittime prima in fabbrica che fuori), per consentire ai padroni di continuare a svolgere il loro ruolo di sfruttatori. Per loro, infatti, non c'è allo stato attuale delle cose un'altra possibilità: oggi il lavoro è sfruttamento e lo sfruttamento è lavoro. Il preteso modello alternativo (molto preteso, s'intende) ce lo siamo giocato nei decenni scorsi. E per ora nessuno ha deciso seriamente di pensarne uno che, almeno problematicamente, almeno provvisoriamente, cominci a subentrare all'altro. Potrei anche aggiungere, a stringata giustificazione storica della mia analisi, che la classe operaia italiana è stata selvaggiamente respinta nel bunker della sua ultima resistenza - il lavoro! il lavoro! perché senza lavoro noi non ci siamo - dall'inesausta campagna di attacchi alla sua autonomia e alla sua significazione sociale, che dura pressoché ininterrottamente da trent'anni.

Destituita - anche a sinistra, sì, anche a sinistra - della sua identità di «classe generale», è stata ridotta a «classe particolare», che lotta (giustamente, certo) per esserci ancora, ma per farlo smarrisce talvolta il filo che porta più esattamente al centro della matassa. Questa è la situazione: situazione di fatto, intendo, sulla quale c'è poco da discutere ma molto da riflettere. Ripeto: se si va avanti così, lavoro contro ambiente e magari - gli integralisti, si sa, stanno da tutte le parti - ambiente contro lavoro, andiamo verso la catastrofe. Le due direttrici o marciano consensualmente insieme o precipitiamo nell'abisso. Questo vuol dire - la formula può sembrare stantia, ma non me ne viene in mente un'altra - che va cercato, individuato, costruito e praticato un diverso modello di sviluppo. O non sono tutti qui gli strateghi della borghesia illuminata a raccontarci d'imboccare un'altra strada rispetto a quella dispendiosa, consumistica e sprecona, che loro stessi a suo tempo ci hanno indicato e costretto a percorrere per decenni? Prendiamoli sul serio una volta tanto: ma una volta tanto facciamo a modo nostro. Non comprimere i consumi e i livelli di vita per continuare a vivere, ma peggio, come prima; ma cambiare radicalmente il nostro approccio alla produzione e al consumo, ma per star meglio.

Ora, un diverso modello di sviluppo non è affare dei capitalisti, i quali vedono e credono possibile solo quello che c'è: è affare dei governi, ed è questo ciò di cui noi parliamo, quando ipotizziamo che possa esserci un ragionevole tasso di sviluppo economico e produttivo senza provocare la distruzione dell'ambiente, del territorio e della salute, per noi e soprattutto per le prossime generazioni. Hic Rhodus, hic salta . La mia impressione è che il caso Ilva, con tutto il suo carico drammatico di conflitti, paure e tensioni, rappresenti tutto sommato un punto di svolta rispetto alle questioni di cui stiamo parlando, a patto, naturalmente, che nessuno pensi di fare un passo indietro dalla giusta e clamorosa denuncia che ne è stata fatta. Per esempio, per la formazione di una coscienza ambientalista, specifica e peculiare, della classe operaia italiana; ma forse anche per una visione più ampia e dialettica dell'ambientalismo, italiano, che spesso stenta a vedere la propria missione come un affare che riguarda la società nel suo complesso, e non solo alcuni suoi episodici e marginali aspetti. Neo-operaismo e neo-ambientalismo sono le categorie nelle quali collocherei, per farmi capire, il senso del mio discorso: stanno benissimo insieme.

«Purché le due cose - difesa dell'occupazione e difesa dell'ambiente - vengano fatte insieme». Così scrive Alberto Asor Rosa, in occasione del dilemma fra chiudere l'Ilva smettendo di contaminare la zona o lasciarla aperta contaminandola. E ricorda che un dilemma simile si era verificato in val di Chiana, sul riuso di uno stabile dismesso, proposto da un'impresa che si occupava di biomasse e che aveva visto gli ambientalisti chianini disturbati da una invasione di disoccupati che volevano lavoro.

Giusto dunque operare insieme per lavoro e natura. Ma a chi si parla? Mi si permetta di protestare quando ci si rivolge, in ugual modo, alla proprietà e agli operai e ai loro sindacati. È un pezzo che anche questi sono accusati di essere stati "sviluppisti", e quindi avvelenatori del pianeta, anche da parte di noti padri della patria. Come se fossero loro a decidere se aprire o chiudere una fabbrica, e a determinarne le linee e l'organizzazione della produzione, nonché la distribuzione. Ma non sono loro affatto! Non essendo in condizioni di investire, può investire e decidere su che cosa produrre sempre e solo la proprietà del capitale. Agli operai non resta che afferrare un salario, se se ne presenta la possibilità, vendendo la propria forza di lavoro; salario con il quale vivono, non avendo altri redditi, e del quale quindi non possono fare a meno. La fabbrica inquina o, peggio, infetta? Non sono loro né a infettare né a smettere di infettare, non hanno scelta se non combattere, come hanno fatto al Petrolchimico di Marghera.

Ma è difficile chiedere loro di cambiare l'azienda, da cui traggono quel misero salario in cambio di niente. Ed è perfettamente ipocrita chiedere loro di produrre pulito, produrre ecologico. Essi non hanno scelta, e se sono messi davanti a quella di perdere il lavoro o rischiare di avvelenarsi, rischieranno prima di avvelenarsi, salvo battersi poi per rischiare di meno. Non possono fare altrimenti.

Per questo non parlerei di alleanza fra operai e capitale. Nella difesa di una produzione sporca, gli operai non sono "alleati" con la proprietà sono "ricattati" dalla proprietà. Quando Viale o altri dicono: si produca meno o si passi a una produzione ecologicamente sana, si cessi di inquinare il pianeta, a chi parlano? Seriamente? Seriamente possono parlare soltanto alla proprietà, privata o pubblica, diretta o per azioni, nazionale o multinazionale, e solo ad essa, i salariati non potendo decidere né che cosa né come né dove produrre. Sì, qualche volta hanno cercato di farlo, come nel '69, ma sono stati sconfitti dai padroni, dal governo, dalla stampa, in nome della democrazia, e la loro lotta è stata subito dopo resa sempre meno possibile dai licenziamenti in massa che sono seguiti. Chi si ricorda che la Fiat aveva allora 129.000 dipendenti? Ora, ci informa Gabriele Polo, ne ha circa 15.000. L'operaio è meno di un uomo libero, lo è meno di un altro cittadino.

Da un mese a questa parte, dopo la vittoria dei socialisti in Francia - socialisti, non bolscevichi, anzi un po' meno di socialdemocratici delle origini - il padronato dichiara in difficoltà una dozzina di grandi imprese. E ristruttura. Licenziando. Esempio: la Psa automobili (Peugeot +Citroen) ha annunciato ottomila "esuberi", tra l'altro chiudendo del tutto il sito di Aulnay, alla periferia di Parigi, del quale ha occupato più di metà della superficie. Poiché per un occupato nell'automobile licenziato si calcolano altre quattro perdite di posti di lavoro (dal panettiere, macellaio, fruttivendolo del sito, all'indotto vero e proprio) la Psa decide dunque di aumentare i disoccupati di circa 35.000 persone. Il governo protesta, e si dichiara disposto a una serie di aiuti soltanto a condizione che la Psa imposti la produzione in vetture elettriche, riducendo il noto inquinamento della benzina o diesel. Zac, il presidente del consiglio d'Europa, Rompuy, assieme all'altra testa fina che dirige la Commissione, Manuel Barroso, aprono un'inchiesta se ha diritto di farlo o no, per le conseguenze che questa condizione potrebbe avere sul mercato. L'altra grande azienda automobilistica, la Renault, che ha probabilmente commesso meno errori nella produzione, ha fatto in questi giorni un contratto con la Corea per le batterie che le servono per la medesima, il governo si dice d'accordo, ma a condizione che la proprietà coreana produca in Francia. Apriti cielo, protezionismo!

Nessuno osa dire in questo luglio fatale: menomale che meno automobili escono dalla fabbrica. Fanno troppo spavento le facce stravolte di chi ha lavorato dieci o venti anni per Peugeot o Citroen e si sente dire di colpo che sarà licenziato, e sa che di lavoro difficilmente può trovarne un altro. Ma nessuno neanche dice che i responsabili di questo disastro umano, e del peso che ne deriverà per i conti pubblici, sono i signori del Cac 40, le proprietà quotate in borsa. I "mercati" sembrano incorporei, quanto per il Vaticano lo spirito santo, che come loro spira dove vuole.

Si deve essere ecologisti. Ma quindi anticapitalisti. O, come minimo, sostenitori di una primazia del pubblico sull'economico, in modo da determinarne l'indirizzo e la non dannosità per l'ambiente. Perché non si dice anche questo? Perché dal 1989 in poi non si ha più coraggio di dire nuda e cruda la verità sul meccanismo dell'impresa del capitale, nonché sulla rinuncia della sfera politica, continentale o nazionale, a controllarle.

Per l'Ilva, come qualche anno fa per la val di Chiana, non c'è dilemma fra lavoro e ambiente, c'è un sistema di proprietà, accettato dalle ex sinistre, che distrugge l'uno o l'altro, o tutti e due.

Comincia oggi una serie di pagine dedicate a figure o a opere che hanno avuto un ruolo importante - a volte evidente, a volte più sotterraneo - nella formazione culturale delle diverse generazioni novecentesche e che oggi appaiono marginali: dimenticate o al contrario museificate e prive, all'apparenza, di ogni vitalità. Obiettivo della serie è dunque il tentativo di verificare se e quanto questi personaggi, questi testi, hanno da dire a chi vi si era accostato trenta o quarant'anni fa e, più ancora. a chi non li ha conosciuti. Buona lettura!

Io non sono uno studioso del pensiero di Manlio Rossi-Doria. Chi vuole approfondire l'argomento può leggere almeno uno dei suoi libri o una sua biografia scritta da Simone Misiani e pubblicata recentemente dall'editore Rubettino. S'intitola semplicemente , sottotitolo Un riformatore del novecento.

Non ho alcun titolo per scrivere di lui. Posso vantare solo una contiguità toponomastica. Ho scritto un libro intitolato Terracarne. Ho fatto un film intitolato Terramossa. Organizzo una serie di eventi culturali intitolati Terrascritta. Allora il mio è un contributo inattendibile. Non parlerò dello studioso ma della cosa studiata. Parlerò della terra.

Il mezzogiorno nudo. Rossi-Doria ha studiato e frequentato i luoghi dove vivo. Il suo primo discorso parlamentare fu tutto centrato su una diagnosi dei problemi dell'Alta Irpinia, quella che lui chiamava Terra dell'osso e io adesso chiamo Irpinia d'Oriente.

L'ho visto alcune volte all'osteria di mio padre. Arrivato a tarda sera dopo qualche comizio in zona. Mi piaceva quando arrivava gente che si metteva a parlare di politica. Mi sedevo su una sedia e ascoltavo. Lui veniva coi socialisti della zona. Non mi ricordo una sua frase, non mi ricordo la sua voce. Molti anni dopo, quando ho cominciato le mie scarne letture politiche, ho sentito parlare di terra dell'osso, la famosa formulazione concepita per le nostre zone, contrapposte a quelle costiere definite della polpa. L'ho sentita dire tante volte e mi sono messa a dirla pure io. Forse però andrebbe rimessa in circolazione una sua distinzione pronunciata in un convegno del 1944 tra Mezzogiorno nudo e Mezzogiorno alberato. Una distinzione che a me interessa anche in termini estetici: penso al fatto che il Mezzogiorno nudo somiglia non poco al west che gli americani tanto hanno celebrato nei loro film e che noi poco abbiamo immortalato nei nostri.

Rossi-Doria e Scotellaro. Mi fa sempre impressione leggere che il poeta lucano morì improvvisamente a trent'anni. Morì per un infarto mentre era a Portici, dove lavorava su invito del professore. Io ho pensato tante volte che mi stava venendo un infarto. Rossi-Doria mi ha portato a Scotellaro e dunque alla paura dell'infarto. La poesia, la terra, l'infarto. Questo è il triangolo. Tre lati, tre brani di lettere che il professore scrive al poeta.

Ricominciare cento volte

“A ben guardare nella disperazione dei nostri contadini - che io ho veduto anche di recente in Calabria - non so se è maggiore la rabbia per chi ha pittato la luna o per chi ha sbarrato i portoni. Anche io sono come te: ho profonda fiducia d'un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo. Ma, sai, una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho impostato tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la politica del mestiere: è uno sforzo lento e lungo.

Il fatto è, caro Rocco, che a vincere e cambiare questa dannata condizione umana dei contadini che ha millenni dietro di sé, occorre molto più che lo sforzo di pochi anni o pochi miliardi. E quando si chiude una fase e tutto tende a ritornare come prima, bisogna avere il coraggio di ricominciare anche dieci, anche cento volte.

È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l'abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione, di educazione, di selezione, di differenziazione, di creare individui e varietà, di individuare problemi e trovare ciascuno la sua diversa soluzione, di unir gli uomini, ma di lasciarli anche vivere ciascuno a suo modo. Solo l'intelligenza, la cultura, la libertà, la critica, oltre alla solidarietà e al rispetto del legame civile possono risolvere questi problemi.”

Quando lo sentivo nominare non sapevo che l'autore della terra dell'osso era romano. Non sapevo neppure che Pasquale Saraceno era della Valtellina e Danilo Dolci era triestino. Sapevo solo la cosa che sapevano tutti, che Carlo Levi era di Torino. E Carlo Levi nell' Orologio, così ritrae Rossi-Doria: «Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l' altro sulla pura tecnica, ma questa stessa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in una abitudine mentale, lo conservava vivo e appassionato».

Al Palio del grano

“In questo momento a me una sola cosa importa: capir dentro a questo oscuro processo che vedo in atto nelle campagne. Per questo sono preso da una vera frenesia di girare, di vedere, di prender contatto con la terra. E non vedo l'ora di tornare giù nel Mezzogiorno, di girare paese per paese.” Con questo frammento da una lettera all'irpino Guido Dorso posso associare Rossi-Doria alla paesologia. Io gli somiglio nel mio girare paese per paese, purtroppo non ho la sua stessa veemenza nello studiare.

Consiglio di amministrazione dello Svimez, consigliere della Cassa di Mezzogiorno, senatore nel Partito Socialista italiano: la prova, rara, che si può rimanere onesti e occupare poltrone importanti.

Il centro di specializzazione ricerche economico-agrarie di Portici da solo valeva la nomina a ministro dell'agricoltura, che non è mai arrivata.

Ho pensato a Rossi Doria passando nei giorni scorsi a Caselle in Pittari, nel Cilento, dove sono andato a vedere il Palio del grano. Il palio si è svolto di domenica, preceduto da una settimana di alfabetizzazione rurale. Io sono arrivato il venerdì. Ho parlato in un piccolo anfiteatro fatto con le balle di fieno. Quando si arriva in un'esperienza che è già cominciata a volte si fatica a trovare il senso di quello che sta accadendo. È comunque stato bello vedere i computer appoggiati per terra. Sentire parlare ragazzi venuti da tutta Italia, da paesi e città, mi ha fatto pensare alla mia vecchia formula di coniugare il computer e il pero selvatico. Non so se in mezzo a loro c'è un altro Rossi-Doria. Magari qualcuno è venuto semplicemente per inquietudine o per trovare compagnie sessuali. Niente di male. Anzi, molto bene, se si considera quello che è accaduto la domenica. Io non ci credevo, pensavo che il palio del grano fosse una delle tante cose un po' finte che si fanno nelle estati paesane. E invece mi sono trovato dentro una festa contadina semplice e possente, un piccolo miracolo rurale. Volendo essere cattivi si può dire che i falciatori del grano divisi per paesi facevano pensare a una versione alla buona di giochi senza frontiere. E poi che senso ha mettere le persone a falciare il grano quando è una pratica che qui non farà mai più nessuno? E proprio qui la faccenda è curiosa: non ho sentito in alcun momento della giornata il soffio della paesanologia. Vedere un vecchio modo di mietere senza che si producesse un'aria nostalgica. L'aria non era quella di una sagra, l'aria era quella di una nuova alleanza tra i contadini (che ci sono ancora) e i ragazzi delle città e dei paesi, che cominciano a guardare alla campagna perché sentono che il modello capitalistico non promette più nulla di buono.

Rossi-Doria ha lavorato contromano, per tutti gli ultimi trent'anni della sua vita si è occupato di un mondo in fuga da se stesso, ha profuso ogni suo sforzo per frenare la rottamazione del mondo contadino. Adesso non è più così. A Caselle in Pittari, dentro il Cilento, io ho visto qualcosa di importante. Alla fine i giovani organizzatori hanno assegnato un piccolo pezzo di terra a ognuno dei ragazzi che ha partecipato al corso. So bene che tutte le persone, molte centinaia, che mangiavano strette strette sull'aia, in un meraviglioso affresco corale, adesso stanno nelle loro case, magari consegnate alla tristezza dell'autismo di massa, ma qualcosa è accaduto.

Quello che ho capito è che le persone quando stanno in una cerimonia che ha senso danno il meglio di loro stesse: l'ardore dei mietitori era commovente. Forse il disincanto e il cinismo di cui tanto parliamo sono solo un filo di polvere, sotto c'è ancora qualcosa che luccica. Bisogna aggiornare l'agenda del nostro nichilismo: forse siamo meglio di quello che pensiamo, alla fine siamo più vicini a Rossi-Doria che a Craxi. Sarebbe il caso che i terreni demaniali fossero affidati ai giovani, sarebbe il caso di aprire una grande stagione di ritorno alla terra.

Dopo il terremoto

Non sapevo che aveva subito prima l'arresto e poi il confino, a San Fele, non lontano dal mio paese. In galera divideva il tempo equamente tra studio ed esercizio fisico.

Rossi-Doria o Baudrillard? Non ho dubbi, scelgo il primo: cambiare la realtà, stando ben dentro nella realtà, identificare il centro della politica nei territori, immagino politiche diverse per diversi territori, importanza dello studio per pianificare interventi, esaltazione della democrazia vissuta in forma comunitaria.

A me colpisce la sua passione per il lavoro, la sua lontananza da un sud accidioso e amorale che si sceglie classi dirigenti altrettanto accidiose e amorali: Ho l'impressione che a lavorare veramente, oggi, in questa Italia liberata, non ci sia che la gente del mercato nero, le puttane e i contadini, oltre ai preti ed alla gente che ha da salvare le sue vecchie posizioni guadagnate negli anni addietro.

Nonostante le condizioni di salute precarie, nel 1980 si reca in Irpinia e Basilicata per elaborare un piano per la ricostruzione dei paesi colpiti dal terremoto. Non lo ascoltarono. I democristiani che comandavano a Roma comandavano anche nelle zone terremotate, non potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di usare la catastrofe per rimpinguare le loro tasche e il loro consenso.

Lui parlava di politica del mestiere. Quelli che contestano i mestieranti della politica dovrebbero studiare il lavoro di un uomo come lui, il suo pragmatismo senza furbizie: “Continuo a lavorare nel Mezzogiorno, convinto come sono che l'unica cosa che conta è lavorare sodo attorno ai problemi concreti, riuscendo a realizzare di mano in mano quel poco che si può, cercando di accumulare esperienze e capacità effettive, per quanto dovesse servire e per quanto si potesse fare qualcosa di importante che cambi un poco seriamente la faccia di una realtà che dura sempre uguale a se stessa.”

Campagne spopolate

Voleva coniugare lo sviluppo economico con la coesione sociale, la salvaguardia delle risorse naturali con l'intensificazione produttivistica, l'infrastrutturazione con la difesa degli equilibri del territorio: e invece abbiamo avuto le acciaierie killer e lo spopolamento delle campagne. Non si può dire che non si è battuto per le sue idee e come spesso accade nella vita le idee migliori germogliano quando chi le ha prodotte non c'è più. Rossi-Doria è uno degli intellettuali del nostro futuro, altri li avvisteremo presto tra i ragazzi che mettono l'agricoltura al centro della loro vita e di quella del pianeta.

«I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l'unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva. Invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze». Questo invito di Vandana Shiva è un seme gettato nel solco lungamente arato da Rossi-Doria. Forse oggi le sue analisi da economista agrario del novecento possono sembrare troppo condizionate dal tarlo dello sviluppo, ma i politici italiani, compresi i tecnici, molto avrebbero da imparare se trovassero il tempo di chinarsi nel suo solco.

Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032.Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà.

Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico.

In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore.

La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio. Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario.

I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti. Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria.

Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica». Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro. L’esilità strutturale dei Siv o Spv comporta che la separazione categorica tra responsabilità della banca sponsor, che dovrebbe essere totale, sia in realtà insostenibile. A ciò si aggiunge il problema della disparità dei periodi di scadenza dei titoli comprati dalla banca sponsor e di quelli emessi dal veicolo per finanziare l’acquisto. Se i primi, per dire, hanno una scadenza media di 5 anni, ed i secondi una di 60 giorni, il veicolo interessato deve infallibilmente rinnovare i prestiti contratti, cioè i titoli emessi, per trenta volte di seguito. In gran numero di casi, dal 2007 in poi, tale acrobazia non è riuscita, ed i debiti di miliardi dei Siv sono risaliti con estrema rapidità alle banche sponsor.

La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno. Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa. Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli attivi dell’eurozona. Il rapporto, arditamente, raccomandava di mappare i differenti tipi di intermediari finanziari che non sono banche. Un green paper della Commissione europea del marzo 2012 precisa che si stanno esaminando regole di consolidamento delle entità della finanza ombra in modo da assoggettarle alle regole dell’accordo interbancario Basilea 3 (portare in bilancio i capitali delle banche che ora non vi figurano). A metà giugno il ministro italiano dell’Economia – cioè Mario Monti - commentava il green paper: «È importante condurre una riflessione sugli effetti generali dei vari tipi di regolazione attraverso settori e mercati e delle loro potenziali conseguenze inattese».

Sono passati cinque anni dallo scoppio della crisi. Nella sua genesi le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano a causa delle acrobazie finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane. Ogni tanto qualche acrobata cade rovinosamente a terra; tra gli ultimi, come noto, vi sono state grandi banche spagnole. Frattanto in pochi mesi i governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità, personale della PA, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici. Che è reale, ma è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari: parola di José Manuel Barroso. Per contro, in tema di riforma del sistema finanziario essi si limitano a raccomandare, esaminare e riflettere. Tra l’errore della diagnosi, i rimedi peggiori del male e l’inanità della politica, l’uscita dalla crisi rimane lontana.

Giorni or sono ho pubblicato sul manifesto un articolo («Ma dove sono i partiti?», 13 luglio), in cui invitavo la futura concentrazione di governo di centro-sinistra a inserire fra i primi posti nella propria elaborazione il lavoro e l'ambiente; ma aggiungevo: «Niente di pacifico e di scontato, beninteso. Le mie esperienze degli ultimi anni mi spingono anzi a pensare che siano due fondamentali campi tematici in potenziale conflitto fra loro, soprattutto in tempo di crisi». La vicenda dell'Ilva di Taranto ne rappresenta una esemplificazione rapida e gigantesca. Come si fa a non essere d'accordo con il Gip Patrizia Todisco, quando intima l'immediata chiusura delle lavorazioni nocive e spedisce ai domiciliari i dirigenti dell'azienda che ne sono stati i responsabili? Come si fa a non essere d'accordo con gli operai che scendono in piazza per protestare contro l'eventuale, catastrofica perdita del lavoro?

L'anno scorso ho partecipato in Val di Chiana (vivace regione toscana in provincia di Arezzo) a una affollatissima assemblea ambientalista intesa a protestare contro la trasformazione di un innocuo, obsoleto, conservificio, in un'immensa centrale a biomasse, di cui esperti di altissimo livello, lì presenti, garantivano l'altissima nocività. L'assemblea fu interrotta dall'intervento di un massiccio drappello operaio, venuto a protestare contro opportunità e obiettivi dell'iniziativa. Interpellati a parte, nel corso dell'agitata sospensione: «Ma insomma, non v'interessa se la centrale a biomasse cagioni rischi gravi per voi, per i vostri figli e per i vostri concittadini?», la risposta fu: «No, prima di tutto il lavoro ». Nel frattempo il resto della sala rumoreggiava contro la non gradita intrusione. Il dato inquietante è che, in tutti i casi del genere, gli operai si schierano senza se e senza ma dalla parte del padrone, e non della cittadinanza (cui pure, ovviamente, appartengono); la cittadinanza si schiera dalla parte dell'ambiente, e non degli operai, cui altrettanto ovviamente, è legata da moltissimi vincoli di conoscenza e magari di parentela).

Più in generale: non esiste una posizione operaia sulle questioni dell'ambiente. Quanto al governo, sempre più fedele alla massima di discutibile origine, «primum vivere, deinde cogitare», il ministro dell'Ambiente (dell'Ambiente, dico), Corrado Clini, chiede che il provvedimento giudiziario venga riesaminato e puramente e semplicemente respinto. Ciò che voglio dire è che qui, su questo punto specifico, si apre un abisso, che rischia d'inghiottire ogni prospettiva di un diverso movimento riformatore. Nella crisi, infatti, le giustificazioni dell'attacco all'ambiente e al territorio - a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione -, aumentano a dismisura. L'alleanza padronato-classe operaia rischia di diventare strategica. E se questo accadesse, non ci sarebbero più le forze per cambiare il mondo. L'ideologia delle grandi opere – la Tav in Val di Susa, la Tav di Firenze, eventualmente la ripresa del grande ponte sullo Stretto di Messina, in ogni caso la perdurante, ciclopica distruzione del territorio nazionale da parte della speculazione immobiliare – inutili, costose, altamente remunerative solo per alcuni e soprattutto altamente distruttive, poggia anch'essa su questo gigantesco ricatto: per lavorare bisogna far danno, alla salute, all'ambiente, al territorio e alla fine anche all'economia: non è possibile che accada altrimenti.

Invece non è vero. Questa è una parte davvero non irrilevante dell'inganno di cui è portatore il «pensiero unico», giustamente stigmatizzato dal gruppo degli economisti sul manifesto (24 luglio). Lavoro non contro l'ambiente e la salute e il benessere, in molteplici modi, dei cittadini; ma lavoro inserito armonicamente in un quadro di sviluppo rispettoso del diritto di sopravvivenza di tutti è possibile, purché l'ideologia dominante sia rovesciata. Essenziale, per cominciare, è che le due cose vengano pensate insieme e contemporaneamente, e non separatamente (come del resto cerca di fare sul manifesto Guido Viale, troppo poco ascoltato). Non è semplice, lo so bene anch'io, ma i fondamentali ci sono già tutti, bisogna sforzarsi di rimetterli insieme. Se invece dalla crisi si pensa di uscire contrapponendoli, andiamo diritti verso la catastrofe. Motivo di più per pensare, e non solo per chiacchierare.

Una classe dirigente inetta, incolta, arrogante, asservita sta portando alla rovina l'Europa e con essa le principali conquiste che il movimento operaio e la cultura democratica avevano realizzato nel corso di un secolo. Contrattazione collettiva, pieno impiego, diritti sindacali, sanità, pensione, istruzione, ricerca e cultura come diritti universali: promossi per il bene di tutti e non nel solo interesse di chi li paga o ne beneficia. La combinazione di tante manchevolezze nelle nostre classi dirigenti è riconducibile all'adesione, per molti esplicita e per gli altri sottintesa alla teoria liberista che affida il governo della società al mercato. Anzi, ai mercati.

Quei mercati sempre meno identificati come un sistema di relazioni tra soggetti indipendenti e sempre più come un insieme di potenze imperscrutabili nelle cui mani è riposto il destino del mondo. Sotto la copertura di questa pseudoteoria che ha impregnato di sé i vertici di imprese, istituzioni finanziarie, governi, partiti e mondo accademico si sono andati realizzando, nel corso dell'ultimo trentennio, l'asservimento totale della vita di intere popolazioni e dei loro governi, da un lato, al potere della finanza (e un gigantesco trasferimento di risorse dal lavoro al capitale) e, dall'altro, a uno spirito proprietario (condito di nazionalismo e razzismo: «padroni in casa nostra») che quelle stesse classi dirigenti sono andate diffondendo per fidelizzare il loro elettorato.

La politica è stata così ridotta a mera contabilità: dapprima sostenendo che solo il mercato promuove il benessere; da quando è scoppiata la crisi, terrorizzando la gente con la prospettiva di disastri crescenti se non si obbedisce ai mercati, sacrificando loro ogni volta qualcosa.

Sacrifici che non bastano mai: ogni nuova misura viene prospettata come risolutiva per poi scoprire che non basta ancora e che ce ne vogliono altre. In questa rincorsa alle richieste dei mercati anche l'unione politica dell'Europa è stata declassata al rango di mera misura per far fronte agli spread: una misura contabile da affiancare all'unione bancaria, agli eurobond, al fondo salva-stati, alla mutualizzazione dei debiti, alla trasformazione della Bce in prestatore di ultima istanza, ecc. Non c'è progetto, non ci sono valori condivisi, non c'è road-map, non c'è alcuna idea né considerazione per la democrazia. Confrontate questo non-pensiero con gli ideali dei "padri spirituali" o con la cultura dei fondatori della Comunità Europea: avrete una misura della caduta dello Zeitgeist di tutto l'Occidente.

Di questa cultura da contabili Monti e Draghi sono oggi gli esponenti di punta, per molti versi intercambiabili. Solo mere contingenze temporali hanno assegnato all'uno il governo dell'Italia e all'altro quello della Bce. Qualche mese in più o in meno avrebbe potuto invertire le loro carriere e i loro ruoli: sono entrambi espressione dello spirito predatorio della banca Goldman Sachs che li ha allevati. Formula, missione e filosofia del governo tecnico di Monti sono la traduzione in lingua odierna di un cartello che ornava gli uffici pubblici del ventennio fascista: «Qui si lavora e non si fa politica». La politica, cioè il governo e l'autogoverno della società, erano stati da tempo aboliti dai partiti che hanno preparato l'avvento di Monti e che oggi ne sostengono il governo. Sappiamo dove ci ha portato quel cartello: cultura soffocata, libertà distrutta, leggi razziali, guerra, milioni di morti, distruzione del paese. Non sappiamo ancora - ma possiamo immaginarlo guardando la Grecia, che ci precede di qualche mese lungo un cammino segnato - dove ci porterà un governo che si adegua ai diktat della finanza internazionale.

E' evidente che lungo questo tragitto non solo la Grecia o la Spagna, ma l'Europa intera, Germania e satelliti compresi, sono votati al disastro. In tempi di globalizzazione non esiste una via di ritorno alle sovranità dei singoli paesi, come non esiste via di ritorno alle valute nazionali che non siano un disastro ancora peggiore. Il mondo è cambiato e ripercorrere le vie battute nei cosiddetti "trent'anni gloriosi" (1945-1975) non è più un'alternativa praticabile. Bisogna convertire il sistema a nuove produzioni compatibili con i limiti ambientali del nostro pianeta; ma anche questo non basta. Perché per poterlo fare ci vogliono una nuova cultura e una nuova classe dirigente che se ne faccia interprete (quelle attuali sono quasi interamente da rottamare); e la corresponsabilizzazione di una vasta cittadinanza attiva a loro supporto. Una svolta epocale. Saremo mai in grado di farcene promotori? Sì, e per molti motivi:

Innanzitutto, gli attuali esponenti dell'establishment europeo e occidentale - come l'apprendista stregone che non riesce a controllare le potenze occulte che lui stesso ha evocato - sono incapaci di trovare una soluzione alla strapotenza della finanza a cui hanno sciolto le briglie. L'impotenza della Bce non è il frutto di un errore di progettazione, ma della scelta di sottrarre ai governi il controllo di uno strumento fondamentale della sovranità - la creazione di moneta - per contenere le rivendicazioni salariali e l'espansione del welfare finanziato con la spesa pubblica.

In secondo luogo non bisogna sopravvalutare nemmeno le loro competenze: creare un Gas (Gruppo di acquisto solidale) o dirigere un cooperativa sociale o un quotidiano come il manifesto è spesso più difficile che diventare amministratore delegato di una grande banca grazie agli appoggi politici di persone altrettanto incompetenti. E i risultati si vedono!

Poi possiamo e dobbiamo ricostituire delle scuole di auto formazione - quel ruolo una volta svolto dai partiti, e da tempo abbandonato - contando su una molteplicità di competenze e di buone pratiche oggi completamente ignorate, se non derise, dalla cultura ufficiale.

Ma soprattutto dobbiamo fare nostra l'idea che non esiste democrazia politica senza democrazia economica, cioè autogoverno nei e sui luoghi della produzione e del lavoro. È questo il grande buco nero del pensiero politico del secolo scorso: l'idea che si possa contare nella società anche se le decisioni su cosa, come, dove e per chi produrre vengono sottratte alla comunità che ne dipende. La storia del ventesimo secolo è stata di fatto un percorso di progressiva espropriazione delle classi popolari e lavoratrici dalle componenti più significative della loro esistenza.

Da un lato, il fordismo, che dalla fabbrica ha progressivamente investito tutta la società, ha svuotato il lavoro del suo contenuto, della possibilità di far valere i propri saperi e il proprio saper fare nella determinazione dei rapporti con le altre componenti della società e, in particolare, nei rapporti di forza con il capitale. Dall'altro il consumismo ha svuotato la vita quotidiana, la riproduzione della vita sociale, l'insieme del lavoro di cura, riducendole all'acquisto di merci e al consumo di servizi sempre più mercificati: quelli che il mercato offre, che la pubblicità impone e che il nostro reddito consente. Ma da tempo questi processi sono arrivati al capolinea: e milioni di persone si sono già messi alla ricerca di soluzioni alternative, di un mondo diverso.

Un recupero di democrazia, di possibilità e capacità di autogoverno, non può basarsi solo su aspetti formali, sulla possibilità di concorrere a decidere sulle leggi e sul loro rispetto, che pure sono aspetti essenziali. Una vera democrazia ha bisogno di affiancare alla rappresentanza formale sedi e strutture di partecipazione sostanziale in tutti gli ambiti: e innanzitutto in quelli della produzione, del lavoro e della cura. Partecipare non vuol dire solo "scegliere", delegando alle proprie rappresentanze o al mercato il compito di rendere operative le nostre scelte. Vuol dire contribuire, con l'interezza delle nostre persone, dei nostri corpi, dei nostri affetti, dei nostri saperi, della nostra esperienza, alla realizzazione delle nostre scelte.

Se l'"uomo artigiano", che riunisce nella stessa figura competenza tecnica, manualità e affettività - o per lo meno, grande attenzione - nei confronti dell'oggetto del suo lavoro (pensiamo al lavoro di chi ripara o mantiene oggetti o impianti non più funzionanti) è l'emblema di una figura professionale che va oltre - in positivo - al fordismo; e se il consumo critico, nella sua accezione più ampia, a partire dalle forme di condivisione promosse nei gruppi di acquisto solidale, adombra la strada di un modello di cura della vita quotidiana che va oltre la ripartizione tradizionale dei ruoli tra i generi, il cuore di una riconversione ecologica del sistema sarà il processo attraverso cui una intera comunità, coinvolgendo in esso i governi locali, l'associazionismo e l'imprenditoria disponibile, prende in carico le sorti delle produzioni che insistono sul proprio territorio di riferimento, a partire dai servizi pubblici locali, delle aziende in crisi e votate alla scomparsa, dall'agricoltura di prossimità.

Certamente una nuova idea di Europa non può prescindere da un confronto a tutto campo con il potere della finanza, imponendo una radicale ristrutturazione dei debiti (una soluzione che ormai cominciano a prendere in considerazione diversi economisti mainstream), prima che sia la finanza a portare allo stremo, una dopo l'altra, le economie di tutti i paesi.

Depositando due lunghe e articolate sentenze, la 199 e la 200 del 2012, la Corte Costituzionale ha reso giustizia al movimento referendario e ha posto finalmente un limite al delirio di onnipotenza del legislatore neoliberista nella sua versione bipartisan di casa nostra. Dietro a tecnicismi talvolta eccessivi (che già avevano reso la discussione orale del 19 giugno scorso meno interessante di come avrebbe potuto essere), con i quali la Corte (soprattutto nella sentenza 200) ha probabilmente cercato di depotenziare in parte la bomba politica rappresentata da questa decisione, un dato è chiarissimo.

I referendum del giugno 2011 non riguardavano soltanto l'acqua ma costituivano un tassello chiave nella costruzione di un'altra visione del pubblico che coinvolge l'intero settore dei servizi pubblici e che è coerente con la nostra Costituzione economica ben più di quanto non lo sia la politica neoliberale delle dismissioni. Su questa diversa visione, antitetica rispetto al riformismo neoliberale, il popolo sovrano si era pronunciato e la volontà popolare doveva essere rispettata tanto dal governo di Berlusconi quanto dal suo successore «tecnico».

La sentenza, oltre che politicamente dirompente perché da oggi più nessuna amministrazione locale di qualsivoglia colore politico potrà trincerarsi dietro l' obbligo di smantellare i servizi pubblici ma dovrà assumersi tutta la responsabilità politica delle proprie scelte, è tanto storica quanto essenziale in questo momento di frana della democrazia costituzionale. Storica perché mai prima la Corte aveva tracciato così chiaramente, in una ratio decidendi, l'esistenza di un vincolo referendario non superabile dal Parlamento. Vincolo che in un regime fisiologico di rappresentanza politica potrebbe pure non sussistere sul piano formale (come ha fin qui sostenuto, ieri smentita dalla Corte, gran parte della dottrina costituzionalistica italiana) ma che in questa situazione di non rappresentatività del parlamento e di sospensione della democrazia prodotta dal «governo tecnico» costituisce un baluardo prezioso per il nostro sistema delle garanzie.

Esattamente un anno fa, dopo aver fatto invano pervenire al Presidente Napolitano (che la Costituzione fa supremo garante del suo ordine) un plico contenente quasi 10.000 firme che lo invitavano a non firmare il Decreto di Ferragosto oggi dichiarato incostituzionale, avevamo scritto al presidente della Puglia, Vendola, proprio dalle pagine del manifesto, pregandolo di darci mandato di rappresentare la regione Puglia in un ricorso diretto dal significato politico importantissimo, ben superiore ai tecnicismi pur importanti del rapporto fra Stato e Regioni. Lo avevamo fatto perché convinti che il Comitato Referendario, organo costituzionale caduco, non avesse legittimazione ad agire e ben consci dei rischi che la particolare prospettiva di un ricorso da filtrarsi tramite l'interesse della Regione avrebbe prodotto. Il presidente Vendola ci aveva ascoltati, e il senso politico di questa operazione è chiarissimo e documentato sulle pagine del nostro giornale.

In effetti, la Corte, che certo avrebbe potuto cavarsela con il tecnicismo (che invece ha adoprato per indorare al governo la pillola del suo operato, tramite qualche frecciatina alla «genericità» del nostro argomento) è invece andata al sodo dichiarando forte e chiaro che la democrazia diretta è una cosa seria e che tutti, proprio tutti, dovrebbero rispettare la volontà del popolo piuttosto che legittimare la depredazione del suo patrimonio comune a vantaggio di alcuni interessi privati. La Corte Costituzionale, che già aveva dimostrato un certo coraggio nel respingere il castello di menzogne che volevano l' inammissibilità del Referendum (sentenza 24 2011) ha saputo interpretare con queste sentenze la sua funzione di garante della Costituzione e dell' interesse pubblico. Speriamo che altre alte istituzioni prendano esempio.

Ieri il collettivo e i lettori del manifesto hanno perso un amico e compagno. Vittorio Tranquilli se n'è andato, aveva la rispettabile età di 87 anni e la carica e la passione di un ragazzino. Il giornale l'aveva incontrato che già sembrava un vecchietto simpatico e ti chiedevi dove trovasse la forza per attraversare tra le due e le quattro volte l'anno i Balcani con una vetturetta che ne aveva viste di tutti i colori. Come lui, del resto, come quando fuggiva rocambolescamente da Brindisi l'8 settembre del '43. Per sfotterlo gli davo del catto-comunista, un modo presuntuoso dei comunisti sedicenti doc di apostrofare i «comunisti cristiani», cioè chi ai miei occhi riusciva a tenere insieme due fedi. E qui sta l'errore, replicava, «io di fede ne ho una sola ed è quella su cui si radicano i valori che ispirano le mie scelte».

Era il '99, le "nostre bombe umanitarie" avevano raso al suolo, oltre a quel che restava, ormai poco, del sogno jugoslavo, anche la Zastava, la storica fabbrica di automobili di Kragujevac. Eravamo andati a raccontare quella storia sepolta sotto le macerie, dando voce a chi ci lavorava e aveva perso il presente e il futuro. Il manifesto lanciò l'idea di organizzare una rete di sostegno alle famiglie degli (ex) operai serbi, perché no, una campagna di adozione a distanza dei loro figli. Ne avevamo parlato con i dirigenti del sindacato dei metalmeccanici serbi che avevano accolto con entusiasmo la nostra proposta. Al nostro ritorno a Roma si presentò al giornale, in via Tomacelli, quel simpatico vecchietto e ci disse semplicemente: «Io ho una piccola ong, Abc solidarietà e pace, che si occupa di adozioni a distanza in Serbia, in Bosnia, in Africa e in America latina. Sono a disposizione».

Non un soldo raccolto tra le centinaia di lettori che aderirono all'iniziativa finirono a finanziare la struttura, non una lira a intermediari: Vittorio partiva con l'interprete - un'operaia serba che lavorava alla Fiat di Cassino - e consegnava a mano ai genitori di tutti i bambini adottati il gruzzoletto. Poi rientrava e metteva tutto in rete, conti, foto, letterine dei bambini ai genitori adottivi e un rapporto sulle condizione disperate in cui arrancava la società serba dopo le distruzioni, non solo materiali, di una guerra sciagurata. Non chiedeva a quella povera gente se stesse con Milosevic o contro, perché «bisogna aiutare chi ne ha bisogno, non chi la pensa come te».

Questa era la filosofia di Vittorio, che fino all'ultimo istante ha radunato intorno a se compagne e compagni per discutere, ma soprattutto costruire un'altra sinistra, perché la sinistra che aveva in mente lui non era fatta di parole ma di piccole azioni e, soprattutto, di coerenza tra idee e comportamenti. Della cultura comunista e di quella cristiana aveva preso il meglio. Ciao Vittorio, ciao compagno catto-comunista.



Ho conosciuto Vittorio molti anni fa, in un altro collettivo. Abbiamo lavorato insieme nelle riviste Il dibattito politico e, più tardi, La Rivista trimestrale , nel gruppo di persone - provenienti da molte storie e diversi mestieri - del quale Franco Rodano era il maestro. Nel gruppo Vittorio si occupava delle questioni che richiedevano di spaziare più alto e più lontano. Ma sapevo che Vittorio (come l’ariostesco ippogrifo, che “Volando, talor s'alza nelle stelle, così quasi talor la terra rade”).aveva saputo intrecciare stagioni e momenti di duro lavoro politico (dalla Resistenza alle lotte bracciantili nel Teramano) con la riflessione sui massimi sistemi di idee che reggono le azioni degli uomini, da Tommaso d’Aquino a Giuseppe Stalin: Sarebbe bello se qualcuno scrivesse la storia della sua vita e della sua ricerca. Magari qualcuno dei giovani che con lui facevano ( e continueranno a fare Il picchio a sinistra, il successore del sito martel.it katciu-martel, “ ticchettio di spunti per ricominciare a pensare”, che era stato il luogo del nostro ritrovarsi dopo tanti anni. Scoprì allora che la fedeltà agli interessi, alle passioni e ai patrimoni che avevamo condiviso si erano sviluppati lungo le stesse direttrici. Avevamo entrambi scoperto che il mondo è molto più grande di quello che avevamo conosciuto e in molte altre regioni si soffriva per le stesse storture che avevamo imparato a conoscere e a combattere. Se avessi avuto la fortuna di rivederlo oltre che dell’assenza di una sinistra capace di affrontare i problemi di oggi guardando al di là, avremmo parlato dell’Africa e dei molteplici Sud del mondo, e magari mi sarei associato alla sua ABC onlus

Questa spending review somiglia sempre di più a una ennesima manovra economica correttiva. Il nome solo di manovra ci viene risparmiato, forse per incutere meno spavento dinanzi allo spettro di ennesimi sacrifici improduttivi richiesti da sua maestà il rigore. La sostanza purtroppo non cambia. Ed è la prosecuzione di tagli (lineari?) che paiono destinati a incidere sulla qualità dei servizi e quindi sulla vita delle persone. Le forbici sono ancora una volta lo strumento principale brandito dal governo per affrontare il riordino dei conti pubblici rimasti fuori controllo. Dopo vent’anni di retorica federalista, che innalzava il mito della periferia come l’antidoto più efficace agli sprechi annidati nella grande macchina statale centralista, si scopre che proprio la devoluzione di poteri ai territori rigonfiava la spesa spingendola al di là di ogni possibile contenimento.

Allo Stato nazionale che con politiche pubbliche dà forma inclusiva al territorio, l’asse del nord ha opposto l’immagine del territorio che de-forma lo Stato e sconquassa la cittadinanza. Il risultato perverso non si è fatto attendere: meno diritti, con più spese e più tasse. Eppure, ben altre erano le promesse del ventennio, la cui ideologia era condita con delle dosi massicce di retorica aziendalista. La ricetta era molto semplice: immettere i codici dorati del mercato nella città, i canoni di comando propri dell’azienda nell’amministrazione, gli stampini della sacra proprietà privata nella sfera pubblica e tutto funzionerà alla perfezione, con costi ridotti e rendimento assicurato. La chiacchiera aziendalista sull’efficienza e l’efficacia degli obiettivi gestionali verificabili, il lessico economicistico che irrompeva nel cuore dell’amministrazione trasferendovi pratiche negoziali o la forma privatistica del contratto, ha prodotto però solo incertezze, irrazionalità, sprechi ulteriori. Il liberismo, promosso come paradigma unico di una governance multilivello situata oltre lo Stato, ha registrato un clamoroso fiasco, di cui poco si parla. Al di sotto del credo aziendalista, riverito come una nuova divinità, rimaneva in questi anni la realtà frammentata e diversificata che ha accompagnato lo Stato unitario sin dalle origini. E cioè regioni (soprattutto quelle centrali, eredi del grande riformismo sorto all’ombra della subcultura rossa) con una spiccata capacità di governo e di innovazione, malgrado le restrizioni e i tagli, e altre esperienze territoriali invece contrassegnate da sprechi, inefficienze, parassitismi. Il fallimento del miscuglio perverso di federalismo e aziendalismo, che si è rivelato un fattore di irrazionalità e di decrescita, non viene affatto sfiorato dalla spending review, che anzi s’abbatte alla cieca su tutto il comparto pubblico, senza nessuna apprezzabile lettura delle segmentate situazioni concrete.

C’è un odio del pubblico che inquieta. Anche la consueta demonizzazione delle società partecipate dai Comuni, denunciate in quanto tali come la spia di chissà quale devianza criminogena, da curare con le nuove ondate di privatizzazioni, appare del tutto incomprensibile. Spesso proprio dalla partecipazione a enti e servizi, i Comuni traggono le risorse minimali oggi necessarie per conservare nei territori le tracce di una antica civiltà di buon governo, preservata miracolosamente da bravi amministratori malgrado la drastica strozzatura delle entrate. Che grazie a una raffica di tagli più o meno lineari nell’intera macchina pubblica si possano risanare i conti e favorire la crescita è soltanto un atto di fede preteso dall’ortodossia liberista ancora imperante.

Oggi domina uno strano statalismo liberista che, in spregio a politiche pubbliche capaci di coesione sociale, conquista il centro del potere e impone con decisioni dall’alto ulteriori dismissioni, tagli, semplificazioni, chiusure, privatizzazioni, dirottamenti di risorse per le grandi banche. Costruire un deserto di diritti di cittadinanza, favorire una eutanasia delle politiche pubbliche e poi confidare nel miracolo della crescita spontanea degli spiriti animali è però una credenza veteroliberista del tutto assurda in tempi di cruda recessione che mostrano come la crisi del mercato non sia meno profonda della crisi dello Stato.
La ripresa economica non può in alcun modo prescindere da una rinnovata stagione del pubblico (inteso alla maniera di oggi: non solo Stato, ma enti territoriali molteplici, settori di società civile). Essa non può quindi che partire dai livelli più vicini alle inquietudini e ai bisogni dei cittadini, cioè dalle autonomie locali che devono partecipare alla gestione di grandi obiettivi pubblici condivisi.


E se, per la crescita, invece delle cieche forbici alla Tremonti, che in realtà ci vedono bene perché spostano la domanda sociale dai beni pubblici ai beni privati, si usasse per una volta un po’ di sana cultura delle istituzioni democratiche?

Parla Jeffrey D. Sachs tra gli economisti più celebri del mondo, mentre in Italia viene pubblicato il suo nuovo saggio che propone una terapia per uscire dalla crisi

«Stiamo vivendo sotto gli effetti di un tracollo finanziario, ma la crisi finanziaria è solo una parte di un problema più vasto: le dinamiche sociali legate alla globalizzazione. Quel che sta accadendo nell’eurozona non si capisce altrimenti: come gli Stati Uniti, molte nazioni europee non hanno affrontato la dimensione sociale della globalizzazione; i ricchi si sono dissociati, abbandonando il resto della società al suo destino ». Jeffrey Sachs è uno degli economisti più celebri nel mondo. Docente alla Columbia University di New York dove dirige lo Earth Institute, in passato Sachs ha esercitato la sua analisi e la sua verve polemica soprattutto contro due bersagli: il fallimento delle tradizionali politiche di aiuto allo sviluppo; e la distruzione dell’ambiente. Nel suo ultimo libro, Il prezzo della civiltà,che esce in Italia da Codice Edizioni, il tema è ancora più vicino a noi: è la nostra crisi, le cause, la terapia per uscirne. Il titolo si riferisce alle tasse: quasi parafrasando la definizione che ne diede Tomaso Padoa-Schioppa, Sachs vede nelle imposte il prezzo da pagare per la costruzione di una società solidale, un patto sociale inclusivo, un modo civile di convivere. In questa intervista, Sachs mi spiega anche perché la sua analisi rivaluta proprio il modello sociale europeo, nella sua versione più riuscita.

Il mondo intero guarda all’eurozona come all’epicentro della nuova crisi. Per lei invece è solo un capitolo di una vicenda generale?

«La crisi europea è la manifestazione finale degli effetti patologici della deregulation finanziaria, che ha esaltato la mobilità dei capitali, ha ingigantito il potere delle banche nei nostri sistemi politici, ha portato a bolle speculative, bolle immobiliari, accumulazione di debiti. Tutti i paesi sviluppati sono coinvolti: Stati Uniti, Europa, Giappone. Il punto di partenza comune risale a 25 anni fa, all’ascesa della Cina nell’economia globale, al modo in cui questo fenomeno è stato gestito politicamente, alle sue conseguenze sociali: un aumento delle diseguaglianze, l’impoverimento dei lavoratori e del ceto medio. Questa evoluzione del capitalismo contemporaneo ha indebolito le democrazie, il peso del denaro nella politica è aumentato a dismisura: l’Italia di Silvio Berlusconi è stata un esempio estremo, ma anche l’America soffre di un problema analogo».

Nel suo libro infatti lei non si occupa solo di economia, ma invoca la costruzione di una “società consapevole”. Più del capitale finanziario le interessa il capitale sociale, in particolare le “virtù civiche”. E alla fine il modello che le piace di più, lo trova proprio nella vecchia Europa?

«C’è una parte dell’Europa che sta andando bene, è la Scandinavia. Io sono un socialdemocratico, ammiro il modo in cui i paesi nordici affrontano questa crisi. Non cercano di risolvere tutto attraverso i tagli alle spese sociali. Hanno trovato un felice equilibrio tra un modello industriale fondato sulle produzioni di alta qualità, le tecnologie avanzate, insieme con un notevole livello di investimenti pubblici a favore della scuola e delle politiche familiari. Sono paesi che non voltano le spalle ai poveri».

Ciò che lei dice della Scandinavia è un tabù qui negli Stati Uniti, dove in piena campagna elettorale la destra demnizza ogni intervento pubblico, e perfino i democratici non si sentono di sfidare apertamente l’atmosfera anti-Stato.

«La retorica dominante nel discorso politico americano indica come unica soluzione della crisi i tagli alla spesa pubblica. Ma un’analisi seria dei paesi che hanno i migliori risultati a livello internazionale, ci rivela che sono quelli che investono di più in favore dei giovani. Qui a New York i ristoranti di lusso sono pieni, si respira l’atmosfera di un nuovo boom, la vita per chi sta ai vertici è un party, non c’è mai stato così tanto denaro in circolazione, e il candidato repubblicano Mitt Romney può impunemente dare la scalata alla Casa Bianca pur essendo un multi-milionario coi conti offshore. Anche in Italia avete conosciuto un’era di connubio tra politica e denaro. Paesi come Stati Uniti e Italia non hanno fatto nulla per affrontare le dislocazioni e i traumi della globalizzazione. Il problema lo affrontano correttamente quelle socialdemocrazie dove ad ogni bambino che nasce, si cerca di garantire un percorso di opportunità: servizi sociali alla famiglia, scuole pubbliche di qualità, assistenza sanitaria».

Il paradosso dell’eurozona, però, è un paese come la Germania che in casa sua ha un modello sociale avanzato, ma sta imponendo ad altri delle politiche di austerity che impoveriscono il Welfare.«È lo stesso errore che viene commesso qui negli Stati Uniti: basta ascoltare gli attacchi della destra contro la riforma sanitaria di Barack Obama, che sono perfino rinvigoriti dopo la sentenza della Corte suprema. La destra americana continua a ripetere che l’unica soluzione è meno Stato, più mercato. Mentre le migliori socialdemocrazie europee dimostrano che lo Stato eroga servizi – per esempio per la salute – in modo meno costoso e più efficiente del settore privato. Sta di fatto che, per l’effetto dell’ideologia o di interessi costituiti, la crisi sta conducendo molti governi ad abbandonare i più deboli al loro destino».

Nel Prezzo della civiltà

lei si occupa della radice politica di questi mali. Pur essendo un economista, lei vede le cause altrove: nella politica, nell’erosione

delle virtù civiche. Perfino nell’ambiente universitario.

«Il degrado viene dai vertici. In 25 anni di docenza universitaria ho visto un peggioramento etico anche nelle grandi facoltà di élite degli Stati Uniti: il potere delle grandi imprese ha fiaccato il senso etico tra molti professori. Ovunque vediamo un’epidemia di comportamenti criminali e corrotti ai vertici del capitalismo. Gli scandali bancari non sono delle eccezioni né degli errori, sono il frutto di frodi sistemiche, di un’avidità e di un’arroganza sempre più diffuse. Anche in Europa ormai le banche contano più dei governi. Nel mondo s’impongono i metodi cinici alla Rupert Murdoch. Non è una decadenza generalizzata della società civile, è un fenomeno che riguarda prevalentemente le élite, sono loro ad avere un senso del privilegio, dei diritti acquisiti. Voi avete Berlusconi, in altre nazioni il connubio avviene in modo indiretto; il risultato però è sempre di creare nel pubblico un rumore di fondo, confusione e distrazione dai problemi veri».

Come può reagire la società civile? Lei ne ha avuto un assaggio di recente partecipando al vertice di Rio sull’ambiente, nel ventennale del primo summit?

«L’esperienza che ho avuto a Rio è illuminante. Rispetto al 1992, lo stato dell’ambiente è peggiorato. Eppure l’impegno dei governi si è affievolito: a questo vertice di Rio nessuno dei grandi leader è venuto. In compenso c’è stata una straordinaria attenzione e partecipazione della società civile, degli scienziati, delle ong. I politici sono controllati da poteri forti, mentre l’opinione pubblica è molto più consapevole di vent’anni fa. È il fallimento della politica, quello che m’induce a cercare altrove delle forme d’azione diverse. Quando apparve il movimento Occupy, lo vidi come un segnale premonitore: anche agli albori del New Deal, il cambiamento ebbe origine al di fuori dei partiti tradizionali».

Il rinnovato interesse per l'autore dei «Quaderni dal carcere» è rappresentato dall'uso sempre più frequente della sua opera per innovative analisi delle società postcoloniali. In Italia, sono state pubblicate monografie basate su inediti materiali relativi alla produzione teorica e giornalistica prima del suo arresto e da alcuni controversi saggi che hanno riproposto il tema del suo rapporto con il Pci durante la prigionia.

Il «ritorno di Gramsci»: così titolava di recente un grande quotidiano, dedicando al comunista sardo una intera pagina di recensioni. Il 2012 si segnala infatti per l'ingente mole di saggi, libri, articoli e polemiche sul pensatore italiano moderno più studiato nel mondo. Questa nuova stagione di studi - che data in realtà da un decennio e più - è originata da diversi fattori. In primo luogo vi è l'effetto di ritorno della grande notorietà di Gramsci all'estero, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, che ha impedito che sull'autore dei Quaderni in Italia scendesse il silenzio, come avrebbero voluto in molti, per ragioni soprattutto politiche, ivi compresa la furia autolesionista di certa sinistra ansiosa di lasciarsi alle spalle ogni aspetto della tradizione comunista. In secondo luogo, una nuova generazione di studiosi è venuta negli ultimi anni a maturità, grazie non tanto a un'università spesso sorda verso un autore fuori dai canoni dell'accademia, quanto all'attività caparbia di associazioni,riviste e istituzioni culturali - a partire dalla «International Gramsci Society Italia» - che hanno praticato l'approccio interdisciplinare e la ricerca collettiva e favorito la crescita di una nuova generazione di studiose e studiosi di Gramsci. Per Carocci si annuncia la prossima uscita di un volume che raccoglie undici saggi gramsciani di studiosi cresciuti nell'ambito del Seminario sui Quaderni della Igs Italia, che era già all'origine del recente Dizionario gramsciano 1926-1937 (Carocci, 2009). E di questa nuova leva dà oggi testimonianza anche il libro ideato e curato da Angelo d'Orsi, Il nostro Gramsci (Viella, pp. 422, euro 30), nel quale ventotto giovani autori mettono a confronto Gramsci con oltre cinquanta protagonisti della storia d'Italia, da Dante e Petrarca a D'Annunzio e Gobetti.

I rinnovati studi gramsciani

Infine, causa non ultima per importanza di questo «ritorno di Gramsci», la rilevante acquisizione di nuovi documenti che ha alimentato il lavoro delle forze raccolte dalla Fondazione Gramsci per una nuova «edizione nazionale» dell'intero opus gramsciano. Di questa nuova edizione delle opere di Gramsci - edita dalla Treccani - erano usciti nel 2007 gli inediti Quaderni di traduzione e, a latere, i diciotto volumi della preziosissima «edizione anastatica dei manoscritti» dei Quaderni del carcere (edita dalla Biblioteca Treccani in collaborazione con L'Unione sarda), a cura di Gianni Francioni, con la collaborazione di Giuseppe Cospito e Fabio Frosini: una edizione purtroppo scarsamente diffusa per i limitati canali di vendita prescelti, ma oggi assolutamente indispensabile per uno studio avanzato dei Quaderni.

Più di recente sono stati pubblicati due volumi di lettere, contenenti numerose novità, curati da Francesco Giasi, Maria Luisa Righi, David Bidussa e altri: Epistolario, gennaio 1906-dicembre 1922 ed Epistolario 2, gennaio-novembre 1923. Su queste prime pubblicazioni dell'«edizione nazionale» e sui «lavori in corso» riferisce ora un numero della rivista Studi storici (4/2011) interamente dedicato a L'edizione nazionale e gli studi gramsciani. Di grande interesse per fare il punto sulle novità documentali i saggi di Luisa Righi e Claudio Natoli sull'epistolario precarcerario, di Chiara Daniele sui carteggi degli anni del carcere, di Leonardo Rapone sul giovane Gramsci, di Giancarlo Schirru, che aggiunge nuovi,importanti tasselli alla conoscenza di «Gramsci studente di linguistica», di Cospito e Frosini sulla preannunciata nuova edizione dei Quaderni a cura di Francioni - su cui bisognerà ovviamente tornare quando vedrà finalmente la luce fra un paio d'anni, dopo una gestazione ultraventennale.

Interessante e particolare è infine, su Studi storici, un contributo di Maurizio Lana sull'uso dei nuovi «metodi quantitativi» (applicati allo studio dello stile) nel difficile lavoro di attribuzione degli articoli degli anni '10 e '20 che - come è noto - apparvero quasi tutti non firmati, rendendo ardua l'individuazione di quelli scritti realmente da Gramsci.

Nuovi carteggi e nuove fonti

Legato all'edizione nazionale è anche il lavoro che va conducendo da molti anni il presidente della Fondazione Gramsci Giuseppe Vacca, il cui ultimo libro, Vita e pensiero di Antonio Gramsci (Einaudi, pp. 367, euro 33), su cui ha già scritto Rossana Rossanda su il manifesto del 22 giugno, esemplifica nel modo migliore un filone importante della recente ricerca gramsciana: quello che parte da una duplice convinzione: che il pensiero del Gramsci del carcere abbia anch'esso uno svolgimento diacronico che va studiato nel suo farsi; e che il motore della ricerca carceraria vada cercato nella volontà gramsciana di continuare - nelle forme e nei modi permessigli - la sua battaglia politica, continuando sia pure prudentemente la comunicazione col partito, avvalendosi di «codici» decifrabili da pochi, in primo luogo da Togliatti e Sraffa, ma anche dagli altri dirigenti del Pc d'I (e in parte da Tania e Giulia Schucht). Il libro è interessante anche perché costituisce la prima, vera «storia di Gramsci in carcere», ottenuta con un grande lavoro di incrocio dei carteggi e di molte altre fonti, spesso inedite.

È - quella di Vacca - una lettura che parte dalla costante ricerca di una comunicazione nascosta tra Gramsci e i suoi interlocutori e dunque corre spesso il rischio di proporre interpretazioni possibili ma non provate (a volte anche improbabili). Anche l'autore viene colto dal dubbio e scrive che spiegare tutto sotto la chiave del codice per la comunicazione politica clandestina è riduttivo: «le lettere di Gramsci spaziano su temi complessi di storia della cultura e della filosofia della praxis, e sarebbe errato ridurne lo spessore alla politica in senso stretto». Tenuto conto di questa avvertenza, il lavoro di Vacca è molto utile, pur promuovendo una interpretazione di Gramsci a volte troppo incline a valorizzare unilateralmente gli elementi di novità rispetto alla tradizione terzinternazionalista. Essa però giunge a due conclusioni di rilievo e condivisibili: in primo luogo, la liberazione del prigioniero poteva avvenire solo a livello di trattativa tra Stati, ma per l'Urss essa non era una priorità politica su cui impegnarsi dando qualcosa in cambio a uno Stato fascista che giocava al rialzo; e ciò a prescindere dalle ombre sulla eterodossia di Gramsci, che certo non lo rendevano molto gradito a Stalin. In secondo luogo, in carcere Gramsci procede a una «revisione del bolscevismo», ma «la sua posizione non è quella di uno scismatico che ormai si ponga al di fuori del comunismo sovietico, ma quella d'un comunista eterodosso che pensa si possa lottare dal suo interno per riformarne le fondamenta». Tanto è vero - Vacca lo prova in modo convincente - che egli vuole tornare in Urss per continuare la sua battaglia politica (qui si illudeva, evidentemente) e che l'ipotesi di soggiorno in Sardegna, una volta finita la pena detentiva, era per lui solo una «stazione di transito» verso quello che continuava a considerare il paese del socialismo.

Studi innovativi, ricerche collettive, ma anche polemiche. Da ultimo ha destato scalpore il libro di Luciano Canfora su Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno editrice, pp. 304, euro 14. Ne ha scritto Giorgio Fabre su Alias libri il 17 giugno 2012). L'autore affronta in una serie di saggi argomenti quali l'interpretazione del fascismo e di Croce; il maldestro Appello ai fratelli in camicia nera del 1936, la storia del lascito gramsciano e la gestione (politicamente sapiente, filologicamente riprovevole) che ne avrebbe fatto Togliatti; le vicende dell'anarchico denigratore di Gramsci Ezio Taddei, nel dopoguerra troppo generosamente accolto fra le file del Pci; la storiografia comunista, bollata come «storia sacra» e produttrice di «storia falsa» (il primo a essere messo ingenerosamente sotto accusa è Spriano), e soprattutto uno dei cavalli di battaglia dell'autore: la lettera scritta a Gramsci (ma anche a Terracini e Scoccimarro) da Grieco nel 1928, che crescente irritazione e sospetti causò nel prigioniero. Dopo aver sostenuto per quasi un quarto di secolo che la lettera era stata falsificata dall'Ovra per «provocare» Gramsci, Canfora ora scrive che in realtà era stata scritta dal suo firmatario (e solo da lui), Ruggero Grieco: una «provocazione» anche in questo caso. Canfora non dice letteralmente che Grieco fosse un «traditore». Ma vi sono reali differenze, nelle circostanze date, tra essere provocatore, traditore e spia? Per conto di chi infatti Grieco avrebbe messo in campo le sue «provocazioni» se non per aiutare Mussolini a dividere gli avversari?

Indizi maldestri

Tutti gli indizi disseminati da Canfora infatti portano a far credere che Grieco fosse una spia. Tra gli «indizi», il fatto che egli scrisse una seconda lettera a Terracini in carcere (ritrovata di recente), cercando di «farlo parlare» di argomenti potenzialmente compromettenti; il fatto già noto che vi era all'epoca negli alti vertici del Pc d'I una spia fascita mai scoperta; che Togliatti non nutriva simpatia verso Grieco; e che costui nell'Italia liberata non fu più in primissima fila nei quadri dirigenti del Pci. Soprattutto Grieco sarebbe - per Canfora - l'unico colpevole dell'Appello ai fratelli in camicia nera che la Segreteria del Pcd'I rivolse nel 1936 alla «base» fascista per una riconciliazione nazionale su base rivoluzionaria e anticapitalista: un grave errore politico per cui Grieco pagò, anche per colpe non sue: sul n. 4 di Critica marxista, di imminente pubblicazione, Michele Pistillo contesta radicalmente le accuse a questo proposito mosse contro Grieco e Fabio Frosini smonta le tesi di Canfora sull'interpretazione gramsciana del fascismo (come Angelo Rossi avanza riserve su alcuni aspetti del libro di Vacca): a questi saggi rimando per eventuali approfondimenti.

A mio avviso, anche questa nuova tesi «in salsa Le Carrè» di Canfora non tiene. Le lettere del 1928 sono state scritte da Grieco, ma sicuramente per decisione più larga (se così non fosse, il «provocatore» sarebbe stato scoperto subito). Furono maldestre, ma non ebbero influenza sul processo contro i comunisti, non furono neanche messe agli atti. Ed è certo che la condizione psicofisica del prigioniero andò aggravandosi in carcere, il che spiega perché Gramsci sia tornato sulla lettera del '28 con sempre più gravi sospetti, man mano che sfumavano le sue speranze di liberazione e di vita. Ma perché Grieco (e Togliatti) avrebbero scritto la lettera? Perché premeva loro comunicare, in primo luogo a Gramsci, che in Urss la battaglia contro l'opposizione era finita con la vittoria della maggioranza di Stalin, e che per il Pcd'I (già in odore di trockijsmo per la lettera gramsciana del '26) era fondamentale non continuare a scherzare col fuoco, insistendo nel contestare il nuovo corso. Questo era il messaggio «in codice». È molto probabile dunque che in merito alla «scellerata lettera» Gramsci si sia sbagliato: era un errore, una imprudenza, non un tradimento. Egli restò in carcere perché Mussolini non aveva alcuna voglia di liberarlo senza adeguata contropartita (anche propagandistica), e Stalin tale contropartita non era interessato a pagarla.

NON credo che il Presidente della Repubblica abbia da temere le critiche che da qualche settimana gli vengono rivolte sui rapporti intercorsi con Nicola Mancino prima che questi venisse indagato per falsa testimonianza nelle indagini su Stato e mafia. Non credo nemmeno che le critiche possano affliggere Monti, perché il presidente del Consiglio ha una sua forza autonoma, che nasce da delicati equilibri interni garantitidal Quirinale. Ma anche, e in misura crescente, da equilibri europei e internazionali. Lo stesso si dica per il capo dello Stato: l’autorità che ha acquisito chiudendo gli anni berlusconiani non si cancella, e l’improprio favore che dal Quirinale è venuto a Mancino non l’indebolisce oltremisura.

Viene in mente la prefazione di Roberto Scarpinato alla raccolta di scritti di Falcone e Borsellino: tutto quello che sentiamo ufficialmente dire su mafia e politica sono eventi che vanno in scena(Le ultime parole di Falcone e Borsellino, Chiarelettere 2012). Ma esistono eventi non detti, banditi (il «gioco grande» del potere cui alludeva Falcone), che restano fuori scena. E il chiarimento sembra non venire mai: o perché lo impone la ragione di Stato, o perché lo vieta un contingente stato di emergenza.

Nell’emergenza viviamo da tanto, troppo tempo. È come un treno sterminato, ogni convoglio è uno stato d’eccezione che subito cede il passo a un identico convoglio, e questo ha deformato non solo i modi e le regole della politica, ma la vigilanza di noi tutti. Con Achille Campanile potremmo concludere: «Ci sono regole che sono fatte di sole eccezioni. Sono confermatissime». Sono microscopici i periodi in cui il paese può dire a se stesso: questo non è uno stato di necessità, che mi obbliga a scegliere tra stabilità e normale dialettica democratica, che giustifica interventi anomali o leggi bavaglio per custodire segreti di Stato. Tra le innumerevoli emergenze ricordiamo il terrorismo, le stragi degli anni ’90, i patti con la mafia che s’accoppiarono alle stragi. Nell’intermezzo: le emergenze terremoto (Irpinia, Molise, Abruzzo), che permisero a cricche e camorre di lucrare sui disastri. Sono emergenze minori ma assieme alle altre hanno rafforzato, nelle menti, l’idea che la norma in Italia sia appunto fatta di sole eccezioni, che il potere giudiziario debba adattarsi a esse, e che tale sia il prezzo da pagare a un’unica, accentratrice istanza superiore: la ragione di Stato.

Questo prevalere della ragione di Stato è il nodo centrale che la politica dovrebbe guardare in faccia, risolvere. E non può farlo, a mio parere, se non va alle radici del fenomeno, e non scoperchia i due grandi eventi che hanno generato, come risposta, sia la logica dello stato di necessità, sia il conflitto politica-giustizia. Ambedue gli eventi sono insorti quando è finita la guerra fredda, nei primi anni ’90, ed è giusto chiamarli col nome di rivoluzione: quella di Mani Pulite, e quella di Falcone e Borsellino in Sicilia. Furono rivoluzioni perché un equilibrio malato si spezzò, travolgendo una partitocrazia che aveva lungamente sgovernato. E perché gli italiani videro in esse una possibile redenzione della politica e anche dello Stato. La ragione di Stato poteva divenire il bene comune, non coincidere più solo con le convenienze partitiche.

A vent’anni di distanza, è chiaro che le rivoluzioni – ostacolate, svilite – sono rimaste incompiute. L’una e l’altra puntavano a una rigenerazione della politica, che non c’è stata. C’è stata anzi regressione: sono aumentati scandali, corruzione, mafie. I magistrati avevano iniziato l’opera (avevano «appena inciso la superficie della crosta», disse Gherardo Colombo a Giuseppe D’Avanzo nel ’98) ma i politici non raccolsero il testimonio per cominciare una nuova e diversa corsa.

Ricordiamo quel che disse Borsellino delle responsabilità politiche, il 26 gennaio 1989 a Bassano del Grappa: «La magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire: ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica... che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono

emersi altri fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto a essere onesti, ma ad apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati».

L’emergenza infinita ha permesso di eludere precisamente questo: la presa di coscienza nei politici. Erano loro a dover far proprie le rivoluzioni dei giudici: per approfondirle, e trarne le necessarie conseguenze. Nulla di tutto questo è stato fatto, e una serie di patti d’emergenza sono stati stretti al suo posto, a cominciare dai negoziati con la mafia. Non dimentichiamo che l’emergenza ha avuto i suoi martiri: Dalla Chiesa, Chinnici, Falcone, Borsellino, con le rispettive scorte. L’uccisione di Borsellino assume speciale importanza perché le trappole emergenziali lui le vide, ne fu inorridito, e lottò perché lo Stato, pur di evitare nuove stragi, non patteggiasse con la mafia. Parliamo di

presunte trattative, ma l’aggettivo è incongruo. I negoziati con la mafia non sono presunti: il colonnello Mario Mori e l’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno hanno ammesso in più sedi giudiziarie d’aver parlato con Vito Ciancimino perché facesse da tramite con Riina. E la Corte d’Assise di Firenze, nel condannare all’ergastolo il boss Tagliavia, confermò il connubio politico-mafioso («Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia »). Presunti sono i reati legati alla trattativa, sui quali indagano i pm di Palermo, ma è proprio su questo punto che la politica (non la magistratura) ha eluso i propri obblighi. Prevalsero la nebbia, la melma: nella melma, nell’omertà, nell’ininterrotta ricerca di capri espiatori, le classi dirigenti italiane possono meglio scongiurare la rigenerazione che toglierebbe loro i nutrimenti cui sono abituati.

Hanno mai detto, i politici, che trattare con la Cupola è comunque un reato, soprattutto quando venne fuori che chi rifiutava i negoziati, come Borsellino, finiva ammazzato? Hanno preferito tacere, e attaccare i giudici quando faticavano a configurare l’esatto reato: perché non configuravano loro reato e rimedi? Si sono «nascosti dietro lo schermo delle sentenze», affidandosi completamente ai giudici e denunciandone contemporaneamente il «protagonismo ». Lo stesso hanno fatto con Mani Pulite. Non hanno proseguito con le loro mani la rigenerazione dei partiti, non hanno fatto la «grossa pulizia» che veniva loro richiesta. Il quasi ventennio berlusconiano è stato una lunga contro-rivoluzione, una contro-memoria di Mani Pulite e del pool di Palermo. Ma la melma comincia prima di lui. Si capisce allora la rabbia di giudici come Scarpinato, che si sente sempre più spaesato nelle cerimonie sui martiri di mafia. Ci sono commemorazioni che a questo servono: alla fuga dalle proprie responsabi-lità, alla voglia di tener sotto coperchio quel che in politica avviene «fuori scena», a perpetuare la contaminazione della ragion di Stato.

Se la politica è scesa così in basso da essere oggi screditata radicalmente, è perché la redenzione non c’è stata, e tanti italiani hanno perfino dimenticato di averne sentito il profumo

L'Italia, unico paese in Europa, ha visto il succedersi di un governo cosiddetto tecnico a un governo forte di una maggioranza eletta. Casi di governo tecnico si erano già avuti in passato, ma quello presieduto da Mario Monti è il primo e l'unico che si compone di ministri che non appartengono a nessun partito. La maggioranza parlamentare di cui si avvale questo governo è fondata quindi su ragioni non di partito o di coalizione. Se tutti i ministri del governo Monti sono tecnici è perchè la politica di questo governo si fonda su ragioni non partitiche, ma d'emergenza - ragioni che hanno direttamente a che fare con la salus rei publicae.

Ovviamente, il governo ha una maggioranza parlamentare, oltretutto molto ampia perché include i due maggiori partiti rivali. Ma non si tratta di una riedizione del compromesso storico poiché appunto la sua missione non è quella di realizzare un progetto politico o promuovere una società più giusta o più rispondente ai principi della costituzione. Questa volta la larghissima maggioranza è solo ed esclusivamente nel nome dell'emergenza; nessun compromesso politico dunque, ma l'ingiunzione di abbandonare ogni logica di compromesso per adottare solo una logica tecnica.

Come di fronte a straordinarie calamità - per esempio una guerra - la politica ordinaria - quella fatta di maggioranze e minoranze partigiane - si è ritirata e ha lasciato il campo alla competenza senza partigianeria. In questo breve intervento vorrei concentrarmi proprio sul dualismo tra politica e competenza, un'alternativa che il fatto indiscutibilmente positivo di essersi liberati del governo Berlusconi nasconde o non ci fa vedere nelle sue ampie implicazioni.

Il novembre del 2011 ha segnato la Caporetto della onorabilità della politica. Non solo a causa degli scandali sessuali del premier, dell'uso del sesso come moneta per ottenere cariche pubbliche, delle diffusissime e quotidiane vicende di privilegi e corruzione, ma a causa dell'incapacità della politica di fare il suo lavoro: governare. La formazione del governo Monti ha coinciso con una dichiarazione di incapacità della politica parlamentare, la sua esplicita denuncia di non essere all'altezza del proprio compito. L'impotenza, non la disonestà, ha mandato a casa il governo Berlusconi. Questa condanna, quest'accusa di incapacità è, come si intuisce, molto più grave dell'accusa di corruzione. Poiché mentre la disonestà è l'esito di una violazione che non mette in discussione la politica ma alcuni suoi funzionari che la deturpano, l'impotenza e l'inadeguatezza mettono in luce un limite oggettivo, connaturato alla politica stessa. È proprio perché la politica democratica riposa sull'elezione dei suoi rappresentanti, è proprio perché questa elezione è espressione di diverse idee o diversi interessi che la politica è stata dichiarata incapace. Il dover andare di fronte agli elettori e quindi rischiare di perdere i consensi ha reso il governo Berlusconi impotente. Come se la forza di un governo sia in proporzione della sua non rispondenza agli elettori. Questo è il vulnus contenuto nella filosofia del governo tecnico. Difficile prevedere che cosa lascerà il governo Monti. Ma una cosa sembra chiara proprio in virtù di questa premessa: con l'avvento del governo dei tecnici la politica dei politici si trova di fronte a un compito che è enormemente impervio, quello di dimostrare di essere meglio di un governo senza politica partigiana; quello di dimostrare che un governo che deve rendere conto agli elettori è il migliore governo possibile.

Non solo questo. Vi è anche una ragione più radicale della crisi della competenza della politica a governare. Infatti la sfida del governo Monti consiste anche nell'indurre la politica dei partiti, quella cioè che si candida alle elezioni, di dover dimostrare di essere capace di governare con obiettivi che non sono propri della sfera della politica; mezzi e idee che appartengono alla sfera economica e che soprattutto si impongono con una lettura monolitica tanto della crisi quanto delle strategie di risposta alla crisi. Il governo Monti non è governo tecnico: è un governo armato di idee e una ideologia economica che presume meno Stato e più competizione tra privati, meno diritti sociali universali (anzi nessuno, visto che anche la proposta di riforma sanitaria prevede la distribuzione del servizio salute in base non al bisogno di salute ma al bisogno economico), più incentivi al fare da se. La filosofia dei tecnici è ispirata alla dottrina economica liberista. Non ci si faccia ingannare dall'inasprimento fiscale, poiché questo è appunto il segno della sconfitta dei governi politici, in quanto soluzione di emergenza a una situazione creata da governi partitici e troppo costoso. Chiamare tecnico questo tipo di governo è un eufemismo, poiché esso è molto politico, sia rispetto alla concezione che ha dello stato sociale (che è solo rete protettiva per i poveri) sia all'idea che ha del giusto ruolo dello stato (giusto perché minimo). Se lo Stato è ancora presente, se è ancora dichiarato necessario, ciò è perché la società è ancora penalizzata da decenni di politiche sociali, di governi di partito. Il debito è causato dallo stato sociale, non dalle speculazioni finanziarie sul debito. Questa è la premessa del governo tecnico chiamato a rispondere all'emergenza di oggi.

Di fronte a questa politica tecnica la politica dei partiti si trova ad arrancare. Prima di tutto perché nel corso di questi ultimi decenni si è gradualmente trasformata nella politica di un ceto oligarchico più preoccupato di riprodurre se stesso che di ben governare. Inoltre, e soprattutto, perché tanto a destra come a sinistra non c'è di fatto un'alternativa alla filosofia liberista. L'egemonia, come aveva ben compreso chi meglio ha studiato questo fenomeno di consenso, Antonio Gramsci, si mostra proprio nel momento in cui una visione del mondo e della società è così diffusa che la si crede naturale. Le leggi dell'economia sono oggi presentate e implementate come naturali, oggettive e quindi imparziali; e soprattutto, vanno tutte nella stessa direzione, che è quella della competizione darwiniana. Se ciò non appare, se questo mondo ideale non si è ancora realizzato - dice questa ideologia - è per l'infiltrazione degli interessi partigiani, della politica quindi, che trova conveniente fare progetti e promesse elettorali per conquistare voti e maggioranze. Mentre, tecnicamente parlando, non due o tre sono i progetti, ma solo uno. Se la politica seguisse davvero la tecnica imposta da questa dottrina economica tutte le discordanze sarebbero appianate, e non ci sarebbero più ragioni partigiane dietro le proposte di riforma. La filosofia della tecnica al governo ripropone la vecchia utopia posivistica (e, mi perdonino i liberisti) sovietica: eliminare la politica, il pluralismo delle idee e quindi il pluripartitismo, poiché una sola è la ricetta per la società.

La sfida della politica tecnica alla politica eletta e scelta da cittadini liberi e con diverse idee e interessi è una sfida alla democrazia in piena regola. Occorre dunque essere molto cauti a lanciarsi nella difesa del governo tecnico. Al di là delle valutazioni sulla capacità e l'onestà di Monti e della sua compagine di governo; al di là della rinascita di credibilità internazionale che questo governo ha dato al nostro paese, al di là di tutto il bene che ci è venuto dal non avere Berlusconi e il suo governo di nani e ballerine a Palazzo Chigi: al di là di queste contingenze tutte italiane, resta il fatto molto preoccupante che si possa accreditare l'idea che spetti agli esperti dell'economia e della finanza governare la politica, che spetti a chi ha una classe di riferimento come indice dell'interesse economico di governare una società nella quale i molti non sono parte di quella classe. È preoccupante che politiche che fanno principalmente l'interesse dei pochi siano dette neutre e tecniche mentre quelle che si propongono di fare l'interesse dei molti (per esempio le politiche sociali o quel che ancora resta del liberalismo sociale del welfare) siano dette partigiane, non tecniche e quindi destituite di legittimità. Molto più preoccupante ancora è che nessuno senta ancora il coraggio o abbia gli strumenti concettuali e ideali capaci di rispondere a questa sfida, a mostrare tutta la natura ideologica della politica tecnica.

Questo articolo è un'anticipazione dal prossimo numero della rivista "Testimonianze"

Il capitalismo liberale 
ha rovesciato il capitalismo democratico condizionato dai partiti di massa
Un ritorno indietro 
tra gli applausi
degli innovatori

Le forme sono essenziali. In politica sono indispensabili. Forma di partito, forma di governo, forma di Stato. È il livello istituzione. Qui c’è stata una perdita, un esaurimento, uno svuotamento, un indebolimento, per cause precise, niente affatto oscure. E lasciamo stare la retorica consolatoria, e in questa fase assai ambiguamente interessata, circa il fatto che queste forme siano state sopravanzate dalla crescita di nuove domande, di nuovi bisogni, da parte di una società civile buona oppressa da una cattiva politica. Magari fosse così. E io penso che se fosse così, le forme “altre” si sarebbero già trovate.

Quando c’è una spinta dal basso, reale, sociale, e quindi materiale, essa cerca, e trova, le forme di espressione adeguate. Non si è trovato niente, ormai da un quarto di secolo a questa parte. Proposte improbabili, sperimentazioni effimere, improvvisazioni leggere, liquide, come si dice, personaggi caricaturali, in una produzione allargata di questi fenomeni. (...) C’è stato uno smottamento nella qualità del consenso delle società democratiche. Le spinte sociali sono state sostituite dai flussi di opinione. Nelle attuali democrazie, puramente elettorali, questi flussi esercitano una funzione strutturale. Come l’andamento delle borse determina la decisione economica, così l’andamento dei sondaggi determina la decisione politica. Un altro modo di esercizio del primato da parte dell’economico sul politico. Che è primato del quantitativo sul qualitativo, dei numeri sulle idee. Non è un caso che sia il populismo a presentarsi oggi come la nuova forma dell’obbligazione politica. E il primato della comunicazione salga al ruolo di vero potere sovrano. E allora, ecco, è rappresentazione ideologica l’autonomia dell’opinione pubblica. Di fatto, essa è guidata, orientata, manovrata, come mai accaduto nel passato. Gli interessi chiedevano rappresentanza politica, e alla fine sottostavano alla mediazione.

L’opinione per prima cosa pretende di autorappresentarsi. È qui l’alternativa vera tra due sistemi istituzionali. Tra parlamentarismo e presidenzialismo, non c’è una scelta di tecnica elettorale, c’è la sostanza di una decisione politica. Attraverso la manipolazione dell’opinione, si afferma il potere incontrastato degli interessi più forti. Non l’interesse generale. Al contrario: il rapporto di forza alla stato puro, senza più i famosi lacci e lacciuoli. E accade questa cosa niente affatto strana. La parte acculturata della società, per il fatto che detiene il monopolio della parola, comanda sul resto, maggioritario, del sociale. Il popolo, con dentro, al centro, la persona che lavora, è ridotto all’intendenza che seguirà. La «Repubblica delle idee» detta i compiti a casa alle forze politiche. Primo compito di un partito del rifare Italia, e del fare Europa: dare voce ai senza parola. Perché se non gliela dà il partito questa voce, non gliela dà nessuno.

(...) La destrutturazione delle forme, ripeto, di partito, di governo, di Stato, è venuta avanti come l’obiettivo, riuscito, di un’operazione dall’alto. Ne aveva bisogno il capitalismo liberale, globalizzato, che negli ultimi trent’anni ha imposto il suo potere assoluto. Non una innovazione, una restaurazione. Nella sostanza del rapporto sociale reale, armato di rivoluzioni tecnologiche. Non un salto post-novecentesco, ma un eterno ritorno di Ottocento.
Il capitalismo liberale ha rovesciato il capitalismo democratico del trentennio precedente, gestito o condizionato dai grandi partiti di massa, a componenti popolari. Questi erano gli ostacoli alla globalizzazione liberista e questi sono stati tolti di mezzo, con applausi dalla platea degli innovatori. La deriva di ceto politico, il discredito dei partiti, l’insignificanza dei governi, la debolezza al posto della forza degli Stati, non sono state cause ma conseguenze. Così, irriconoscibilità, autorefernzialità, corruzione della politica. (...) Sento dire, da varie parti: dobbiamo capire le ragioni dell’antipolitica. Oppure: non chiamiamo antipolitica tutto quello che non ci piace. Due osservazioni di buon senso. Ma il buon senso va sempre letto con un buon intelletto. Il riflesso antipolitico dei cittadini rispecchia, senza saperlo, l’antipolitica dei mercati, che invece la sanno lunga. La ricerca di un’altra politica, senza i partiti, oltre i partiti, delle associazioni, del volontariato, del civismo, si trova accanto, suo malgrado, la setta di quei professionisti dell’anticasta, che dalle pagine dei grandi giornali d’informazione fanno da megafono ai peggiori interessi di classe.

Antiliberisti democratici a convegno:

la cronaca di Bruno Gravagnuolo

Non un seminario qualsiasi. Ma una giornata di battaglia delle idee. E un caposaldo, nel flusso di tanti interventi: il partito. Con un suo «punto di vista», un suo insediamento sociale, e una sua idea di società. Naturalmente quel partito, in parte, c’è già e si chiama Pd. Questo il senso dell’iniziativa promossa da Rifare l’Italia e Crs: «Le forme della politica organizzata». E dentro relazioni di Mario Tronti, Francesco Verducci e tra gli altri Michele Prospero, Carlo Galli, Antonio Saitta, Alfredo Reichlin, Franco Marini, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Anna Maria Furlan, Maurizio Martina, Santino Scirè, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli, Andrea Manciulli, Antonio Misiani. A chiudere, Stefano Fassina Matteo Orfini e Fausto Raciti, Walter Tocci. Il tutto suggellato dal segretario, un «classico», a raccogliere e a far sintesi.

Filo conduttore: dentro la crisi di questo capitalismo monetario c’è un rischio democratico e sistemico. Ma anche un’occasione: riuscire a rendere visibili i rapporti di dominio e i conflitti sociali, quelli a lungo nascosti nella spettralità mercificata e liberista, che ha reso a lungo la sinistra assente o subalterna. Già, lo ha riconosciuto anche Bersani: «La sinistra ha sbandato, si è persa a lungo e invece adesso certe radici tornano con forza: eguaglianza, crescita, emancipazione, civilizzazione, e soprattutto lavoro, a guidare e far crescere le imprese...». E il tema era stato anticipato da Tronti: «La vittoria dell’economia ha deformalizzato la politica, distrutto la rappresentanza degli interessi...».

Prospero evoca una tenaglia: «Onnipotenza del mercato che sradica e delegittima la politica, con l’ausilio dei partiti personali». E sta qui il pericolo («sindrome prefascista»), perché in questa situazione «il Pd è l’unico partito in campo, ma in un campo di rovine che slitta in senso populista e antidemocratico», magari sub specie tecnica. Per Prospero ci vuole una «macchina di partito, forte e radicata», per produrre e riprodurre gruppi dirigenti, «oltre l’eccezionalità delle primarie». Non tutti condividono. Donatella Campus e Sara Bentivegna, danno per acquisita la centralità di social-network e movimenti post-materiali. E la predominanza della leadership. Ma l’aria che tira è un’altra: contano le relazioni materiali, non quelle immaginarie. Le gerarchie e i poteri, la moneta e il capitalismo globale. Mentre i movimenti sono evanescenti, o «tirano» a destra, perché sono i poteri reali a trarne profitto. «Gioco truccato dove la sinistra perde sempre», ricorda Matteo Orfini. Obiezioni che tornano nelle parole di Miguel Gotor, Stefano Fassina, Walter Tocci e anche di dirigenti sul territorio come Martina, Manciulli, Raciti, Speranza. Il punto è: «Intercettare al nord lo sfarinamento del blocco di destra, parlare all’imprenditoria locale strozzata dai debiti e ingannata da Lega e Berlusconi». Oppure, come dice Reichlin: «Tornare a reindividuare il nemico, dopo che per trent’anni il capitalismo angloamericano l’ha fatta da padrone con rating, fisco, flessibilità e derivati finanziari».

Eccola «la sfida di partito». Riscoprire «passioni e interessi, ira etica, in un mondo non liquido, ma solido di gerarchie» (Carlo Galli). E perciò riposizionarsi, ma da un «punto di vista». E da un antagonista. Per fare blocco sociale e alleanze. E ricostruire la democrazia devastata da finanza e populismo. E ancora: partiti veri contro la corruzione, che i partiti personali-locali moltiplicano (Prospero). Per Gotor è questo il primato della politica: «Lotta alla subalternità agli altri saperi e agli altri poteri». Mentre Fassina, teorico laburista e personalista cristiano, precisa: «Sì, partito del lavoro, ma dei lavoratori e dei ceti subalterni in primo luogo. Non lavoro e basta! Poi di qui articoliamo un discorso sull’interesse generale...». Altri spunti: «Finanziamento pubblico controllato e in ragione delle tessere fatte» (Misiani). E la «società civile» che è corpi intermedi, mondi vitali, partiti, non ideologia nuovista. Infine Bersani. Attacca «disgregazione ed eclettismo», apre ai movimenti civici ma senza accettare «invadenze». E pianta i diritti civili su quelli sociali. Non senza riprendere uno spunto di Gualtieri: «La socialdemocrazia è ben viva e noi non stiamo lì ad alzare il ditino o a fare i professori, perché è lì il campo progressista». Infatti ci vuole un «partito-Europa» e di sinistra per battere Merkel e provarci in Italia, «Se stavolta tocca a noi...».

Un modello contro l’austerity per rilanciare la crescita

di Federico Rampini

New Deal o tagli di spesa? Non è solo in Europa che si scontrano la linea dell’austerity e quella della crescita. Il dibattito è iniziato ancora prima negli Stati Uniti. Lo innescò la maxi-manovra di spesa pubblica anti-recessiva (quasi 800 miliardi di dollari) che Barack Obama riuscì a far passare nel gennaio 2009, quando si era appena insediato alla Casa Bianca, la sua popolarità era ai massimi, e il Congresso aveva una maggioranza democratica. La riscossa degli avversari partì con il dibattito sulla riforma sanitaria, quando il Tea Party invase le piazze d’America accusando Obama di imporre il “socialismo” nella patria del libero mercato, e il partito repubblicano riconquistò la maggioranza alla Camera nel novembre 2010. Oggi la scelta tra New Deal e austerity è la posta in gioco della campagna elettorale, il 6 novembre scegliendo Obama oppure Mitt Romney gli americani voteranno per un presidente che incarna l’una o l’altra opzione. Due modelli di società: perfino più distanti qui in America di quanto siano diversi in Europa i programmi economici di François Hollande e Angela Merkel.

Almeno tre premi Nobel (Robert Solow, Paul Krugman, Joseph Stiglitz) più altri economisti autorevoli come Jeffrey Sachs e Robert Reich, invocano l’urgenza di un New Deal. È costante il riferimento con gli anni Trenta. Krugman non esita a definire la crisi attuale come una vera depressione, per l’immensa quantità di risorse inutilizzate (a cominciare dalla forza lavoro). Di conseguenza, torna attuale la lezione del grande economista inglese John Maynard Keynes: in situazioni come questa tocca allo Stato rilanciare la crescita, bisogna spingere sulla spesa pubblica (in deficit!) per colmare il vuoto di domanda privata (consumi e investimenti). Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt fu questo: vasti programmi d’investimenti pubblici, a cominciare dalle grandi opere infrastrutturali, per dare lavoro ai disoccupati e supplire alla latitanza dell’iniziativa privata. Il New Deal fu anche un’altra cosa, complementare: raccogliendo esperimenti sbocciati in Europa (dalla previdenza di Bismarck in Germania alla società fabiana che prefigurò il laburismo inglese, alle socialdemocrazie nordiche), Roosevelt lanciò la costruzione di un Welfare State, che includeva pensioni pubbliche, digressisti

ritti dei lavoratori, una rete di sicurezza contro la povertà. Anche questa dimensione del New Deal – un patto sociale progressista – tornano di attualità oggi in un’America dove le diseguaglianze sono a livelli estremi, e i diritti sindacali sono stati limitati in molti settori.

Ancora un’analogia tra il presente e la Grande Depressione degli anni Trenta: la destra accusa un presidente democratico (Roosevelt, Obama) di soffocare la libertà americana imponendo lo statalismo e il socialismo; i conservatori premono per la rapida riduzione del debito attraverso

tagli feroci ai servizi pubblici e alla spesa sociale. 80 anni fa lo spauracchio usato nei comizi era l’Urss di Josif Stalin. Oggi invece è l’eurozona, che Romney descrive come una società sprovvista di ogni dinamismo perché oppressa dalle tasse e lobotomizzata dall’assistenzialismo. Una differenza notevole però c’è: mentre Roosevelt non esitava a circondarsi di consiglieri che erano socialisti, Obama se ne guarda bene. Il “keynesismo radicale” di Krugman e Stiglitz, pur essendo popolare nell’ala liberal del partito democratico e sui mass media pro-(New York Times, Msnbc) non ha diritto di cittadinanza a Washington. Nel dibattito politico quelle posizioni sono marginali. Gli equilibri politici al Congresso, sia oggi sia nella presumibile composizione post- elettorale, rendono improbabile un New Deal versione 2.0. A nulla servono i moniti di tanti esperti autorevoli, sul pericolo di “rifare un 1937”: cioè l’errore che Roosevelt commise quando cedette alle pressioni per un ritorno al rigore di bilancio, ridimensionò i grandi progetti del New Deal, e l’America ricadde nella recessione da cui sarebbe uscita solo con la seconda guerra mondiale. Oggi, proprio come nel 1937, il “partito dei tagli” non è soltanto repubblicano. Anche tra i democratici c’è una robusta corrente di moderati centristi – si rifanno alla Terza Via di Bill Clinton – i quali predicano moderazione nella spesa pubblica. Obama, pur avendo compiuto una sterzata a sinistra negli ultimi mesi della campagna elettorale, non può permettersi di proporre un vero New Deal. La prima ragione è la più ovvia: oggi il Welfare State esiste già, sia pure dimagrito dai salassi conservatori somministrati da Ronald Reagan in poi. La macchina della pubblica amministrazione è ben più grande e costosa rispetto ai tempi in cui Roosevelt la “costruiva” partendo da uno Stato minimo. La burocrazia e le tasse sono impopolari anche in una fascia di elettorato democratico. Riecheggiano nel dibattito americano posizioni che sono familiari agli europei. «Se il debito pubblico creasse lavoro, l’Italia con il suo debito-record dovrebbe avere da anni il pieno impiego », ha detto Mario Monti al festival La Repubblica delle Idee. «Se indebitarsi per crescere fosse virtuoso, allora non sarebbero esplose la bolla dei mutui subprime in America, e bolle immobiliari analoghe in Inghilterra, Spagna, Irlanda», dixit Angela Merkel. Perciò Obama è costretto a sforzi di innovazione: quando pensa al New Deal del XXI secolo, deve coniugarlo con le riforme del Welfare che tengano conto dello shock demografico, e deve pensare a strumenti di mobilitazione degli investimenti privati (nella Green Economy, nelle infrastrutture, nel digitale) che non comportino una dilatazione dell’intervento statale. Forse sta rifacendo un 1937? Per un New Deal più audace mancano i numeri al Congresso, e i consensi nella società.

IL Segreto di Roosevelt

di Guido Crainz

Quando Franklin Delano Roosevelt viene eletto Presidente degli Stati Uniti, nel novembre del 1932 – e ancor più quando si insedia alla Casa Bianca, nel marzo successivo – gli effetti devastanti della “grande crisi” del 1929 sono giunti all’estremo. In America, con il crollo della produzione e degli investimenti e la polverizzazione dei titoli azionari, con migliaia di fallimenti bancari e con tredici milioni di disoccupati (effetto anche delle scelte – tradizionali e del tutto inadeguate – del presidente uscente Edgar Hoover). E in Europa, dove lo scenario è reso ancora più cupo dall’ascesa del nazismo in Germania.

Roosevelt diventa dunque presidente in condizioni catastrofiche: «se c’è qualcosa da temere è la paura stessa », dice subito al Paese. E dà il segnale di una drastica inversione di tendenza con i primi “cento giorni”: così densi di provvedimenti, scrisse André Maurois, da «richiamare la narrazione biblica della creazione». Vi erano sullo sfondo le teorie economiche di John Maynard Keynes: «se Lei fallisse – scriveva a Roosevelt l’economista inglese – la scelta ragionevole risulterà gravemente pregiudicata in tutto il mondo». La “scelta ragionevole” aveva al centro una qualità nuova dell’intervento dello stato in economia e l’uso della spesa pubblica in funzione “anticiclica”:volto cioè a superare il ciclo economico sfavorevole rilanciando la domanda interna e il reciproco sostenersi di salari, consumi e profitti. Aveva al centro al tempo stesso l’avvio del welfare state, con l’introduzione della previdenza sociale. E con l’idea-forza che lo Stato non debba lasciare solo nessuno di fronte ai drammi del vivere. Di qui alcuni momenti centrali del New Deal rooseveltiano: l’assunzione nei corpi forestali di mezzo milione di giovani poveri; un intervento straordinario nella Valle del Tennessee che univa sistemazione idraulica dei terreni, sfruttamento delle risorse idroelettriche e sostegno agli agricoltori; il National Industry Recovery Act, che difendeva salari e libertà sindacali, e così via. Assieme a interventi sulle banche e sulla Borsa, misure fiscali progressive, garanzie ai piccoli risparmiatori e ai proprietari di casa minacciati dal pignoramento. Assieme alla scelta di far leva su un elemento decisivo: «con il miracoloso sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa – scriveva l’American Institute for Public Opinion fondato allora da George Gallup – per la prima volta nella storia ci dobbiamo confrontare con l’opinione pubblica come elemento determinante». La capacità di far leva su di essa per far rinascere la speranza fu uno dei punti di forza del New Deal, grazie anche alla scelta di Roosevelt di rivolgersi direttamente agli americani riducendo drasticamente la distanza fra la politica e il Paese: con quei toni e con quella capacità di dare risposte alle inquietudini che rendevano così efficaci i suoi colloqui radiofonici con la nazione, i “discorsi al caminetto”. E con il sostegno della parte più vitale della cultura americana, dal cinema alla letteratura. Così Roosevelt superò l’opposizione conservatrice dei potentati economici e della Corte Suprema, che annullò alcuni provvedimenti importanti, ed ottenne conferme elettorali eloquenti: e oggi giudichiamo il New Deal non solo per i suoi risultati nel breve periodo (decisivi, anche se non “miracolosi”) o per la sua proiezione nel futuro (che avrebbe cambiato sia l’economia che la politica) ma anche per la sua capacità di risollevare e trasformare un Paese restituendogli la fiducia in se stesso.

L’idea sbagliata dei tagli al bilancio.

Così rinasce il lavoro

Di Luciano Gallino

Di fronte a un’emergenza che si riassume in quattro milioni di disoccupati e altrettanti di precari, con una marcata tendenza al peggioramento, qualsiasi intervento in tema di occupazione dovrebbe presentare una serie di caratteristiche quali: creare in breve tempo il maggior numero di posti di lavoro; dare priorità alle fasce sociali più colpite, poiché un indicatore negativo che segna il 10 per cento per alcuni può toccare il doppio o il triplo per altri; privilegiare attività ad alta intensità di lavoro; indirizzare i nuovi occupati verso settori di pubblica utilità ed alta priorità, tipo, visto quel che succede, la messa in sicurezza antisismica degli edifici.

Gli interventi finora previsti in questo campo dal governo non presentano nessuna di tali caratteristiche. Dal lato della spesa si pensa ancora una volta a grandi opere, che richiedono anni prima di vedere assunto un solo lavoratore, e in ogni caso ne occupano assai pochi in rapporto al capitale fisso impiegato. Dal lato degli incentivi fiscali, tipo i 10.000 euro di sgravi promessi alle imprese per ogni giovane che assumono, si tratta di vetusti incentivi a pioggia: invece di piantare un albero qui e ora, si irrora un campo sterminato sperando che in futuro spunti non si sa dove qualcosa di simile a un albero.

Inoltre il governo ha peggiorato la situazione dell’occupazione, sia nel settore pubblico che nel privato, con i tagli ai bilanci che ha eseguito o sta predisponendo. Sembra predominare in esso, per non parlare dei commentatori che ogni giorno lo spronano in questo senso, l’idea che ogni forma di spesa pubblica sia un costo da contenere il più possibile. È un’idea iper-liberale, che i conservatori americani riassumono nella battuta “bisogna far morire di fame la bestia”, cioè lo stato. Fermo restando che ogni genere di spreco nella PA va combattuto, bisognerebbe recuperare la ovvia verità che gli stipendi pagati dallo stato, nonché gli acquisti di beni e servizi che effettua, sono tutti soldi che entrano nel circuito dell’economia al pari di ogni altra spesa, trasformandosi in domanda e occupazione. Per cui i tagli alla spesa pubblica sono in ultimo efficaci contributi alla crescita non del Pil, bensì della disoccupazione.

A fronte del predominio di questa idea nel governo e nei partiti che lo sostengono, ripetere che lo stato dovrebbe finalmente decidersi a operare come datore di lavoro di ultima istanza – come chi scrive prova a dire da tempo muovendo proprio dalle realizzazioni del New Deal rooseveltiano – sembra davvero una causa persa. Con un piccolo segno in controtendenza. Il ministro dell’Istruzione Profumo ha annunciato che il suo ministero intende avviare entro il 2012 le procedure per l’assunzione di 25.000 insegnanti, metà per concorso e il resto attingendo dalle graduatorie dei precari della scuola. Non è esattamente il New Deal, quando con il programma Federal Emergency Relief Act fu ridato un lavoro a 100.000 insegnanti disoccupati e al tempo stesso furono aiutati nel proseguire gli studi 2 milioni di studenti delle scuole superiori e dell’università. Ma è quanto meno un segno che in un settore vitale come l’istruzione, dove la spesa pubblica è assolutamente insostituibile, pena l’esclusione da esso di milioni di giovani, l’idea di tagliarla ancora perché i costi della macchina statale vanno sempre e comunque ridotti, è stata riposta nel cassetto. Dove si può sperare sia raggiunta presto da altre idee controproduttive intorno allo stesso tema.

Postilla

Alla radice dell’esperienza del New deal di Roosvelt c’è una verità che il pensiero corrente dimentica. Proporre lo Stato come il soggetto che determina le scelte della produzione, e introdurre i bisogni collettivi come l’argomento e l’obiettivo del consumo significa indurre una trasformazione radicale (alla radice) del sistema economico-sociale nel qualie viviamo: il capitalismo. E' anche evidente che lo stesso termine di "crescita" ha un senso del tutto diverso dquello che ha assunto nel dibattito attuali.E’ certo questa la ragione di fondo per la quale tutte le proposte che vanno in questa direzione (dal “piano Di Vittorio del lontano 1947 fino alle recenti proposte nate anche nel nostro paese (Guido Viale e Luciano Gallino, per citare solo quelli più frequentemente ripresi da eddyburg)sono cadute nel vuoto: un vuoto non riempito dalle “sinistre” politiche e sociali, con l‘unica eccezione della Fiom.

Si veda in proposito, su eddyburg: l’ eddytoriale 144e il lavoro su eddyburg

COSTRETTA a fornire il suo appoggio determinante a un governo di “unità internazionale”, cioè auspicato dai vertici dell’economia mondiale, la sinistra riformista in Grecia appare ormai prossima alla cancellazione.Ecosì, di fronte alla tecnica finanziaria che fagocita la sinistra “responsabile”, a noi viene da chiederci: potrebbe succedere anche in Italia? Troppi interessati sospiri di sollievo hanno offuscato l’esito del voto greco. Suppongo ne abbia tirato uno inconfessabile pure Alexis Tsipras, il leader della sinistra radicale Syriza che ha quasi raddoppiato i suoi voti restando però all’opposizione, come le è più congeniale. Meglio per Tsipras che governi una coalizione guidata dalla destra che prima truccò i conti pubblici e poi ha assecondato le ricette disastrose imposte dall’estero a una popolazione che in maggioranza (contando gli astenuti) le rifiuta. Una polarizzazione che ha ridotto all’irrilevanza il Pasok, cioè il partito del socialismo europeo. Liquidando come velleitaria l’aspirazione a una riforma democratica dell’architettura dell’Unione, fondata sulla salvaguardia dei diritti e degli interessi dei ceti popolari.

Il dubbio si è affacciato ieri sulla prima pagina dell’Unità: “Gioire perché vince la destra?”. Ma forse è troppo tardi: i cittadini ateniesi che fanno la fila alle mense dei poveri e devono rinunciare all’acquisto di farmaci per i loro figli, non hanno ricevuto nei mesi scorsi nessuna visita di Hollande, Gabriel, Bersani, Pérez Rubalcaba. Sospinti da un eccesso di prudenza, i leader della sinistra europea hanno preferito la latitanza, evitando di porre la questione greca fra le priorità di una politica riformista unitaria. Quasi che la bancarotta di cui i greci sono vittime, ma, certo, anche corresponsabili, fosse una disgrazia periferica da ignorare in assenza di soluzioni realistiche; e dunque non rimanesse che trasmettere la più miope delle rassicurazioni: noi non corriamo il rischio di finire come loro. Vero è che Bersani ha dichiarato di vergognarsi per come l’Europa tratta la Grecia; ma quel sentimento non si è ancora tradotto in mobilitazione politica.

Non va dimenticato che prima di capitolare di fronte al diktat emergenziale del governo tecnico di Papademos, nel novembre 2011 il premier socialista George Papandreou aveva compiuto un estremo tentativo: la convocazione di un referendum che suffragasse attraverso il responso della sovranità popolare la scelta di restare nell’eurozona, disposti a pagarne il prezzo doloroso. Quella procedura democratica, che aveva buone chances di riscuotere il consenso della cittadinanza, fu bloccata nel volgere di poche ore dalla reazione indispettita dell’establishment finanziario e dei più autorevoli statisti europei. Confermando la più spiacevole delle impressioni: l’incompatibilità fra le regole dominanti dell’economia e le regole, ad essa sottomesse, della democrazia. I teorici dell’estrema sinistra (ma anche della destra populista) ebbero così modo di denunciare che, sia pure con il giogo del debito al posto degli eserciti, stiamo vivendo una nuova epoca coloniale. Cioè che abbiamo già subito la liquidazione anticipata dell’unione politica confederale dei popoli europei. Quel veto, imposto nella più totale latitanza della sinistra riformista europea, segnò l’inizio della fine del Pasok e spianò la strada al successo di Syriza: una coalizione di forze della sinistra radicale favorevole a infrangere le normative comunitarie; le cui componenti nei prossimi giorni si scioglieranno per dare vita a un inedito partito-movimento sotto l’abile guida di Alexis Tsipras.

In apparenza un tale scenario risulta difficilmente replicabile in Italia. Qui il disfacimento della destra berlusconiana e leghista sembra favorire una supremazia elettorale del Partito Democratico e, alla sua sinistra, Nichi Vendola non pare intenzionato per il momento a rompere l’unità del centrosinistra. Tale quadro però è reso assai sdrucciolevole dall’exploit del Movimento 5 Stelle e dalle tentazioni populiste no euro che allignano trasversali, alimentate dalla crisi. Se in Grecia è Antonis Samaràs di Nea Demokratia a prendere da destra le redini del governo con il Pasok e Sinistra Democratica in posizione subalterna, il probabile terremoto elettorale italiano potrebbe determinare risultati tali da costringere anche il nostro Paese a riproporre un altro governo di “unità internazionale” come scelta obbligata. “Auspicata” dall’alto. Come testimonia anche la riforma del mercato del lavoro che la sinistra parlamentare si accinge a votare controvoglia — quasi fosse impossibile promuovere un nuovo europeismo d’impronta sociale — i riformisti costretti a muoversi sotto dettatura tecnica non riescono da tempo a rompere uno schema che li penalizza. Ma la politica obbligata a derogare dalle proprie ambizioni, sacrificando i valori in cui crede e i legami sociali che la vivificano, finisce per soffocare. L’esempio del socialismo greco incapace di reagire alla sofferenza del suo popolo è lì a dimostrarcelo. Così, nel medio periodo, anche nel nostro Paese si riproporrebbero le spaccature interne della sinistra, a scapito delle forze riformiste.

I leader della sinistra tedesca, francese, spagnola e italiana che hanno disertato di fronte alla tragedia greca, incontrano ogni giorno nuovi ostacoli sulla via di una politica davvero europeista. Lo testimonia il recente congresso della Spd che ha deciso di procedere subito, d’intesa con la Merkel, alla ratifica del Fiscal Compact nel Parlamento di Berlino: un trattato che così com’è esclude possibilità di deroghe per i Paesi indebitati; né più né meno “stupido” come già lo furono i parametri di Maastricht violati tranquillamente dai più forti ma imposti ai deboli in nome di una convenienza spacciata per virtù. Del resto, per paura di perdere consensi, i socialdemocratici tedeschi confermano ancora oggi il loro rifiuto degli eurobond. Come in tempo di guerra, gli interessi patriottici l’hanno vinta sull’internazionalismo proletario.

Chi di fronte all’incognita di un’economia al collasso vuole alimentare di nuova linfa gli ideali dell’unità europea e della giustizia sociale, non può ignorare più a lungo l’agonia della Grecia. O la sinistra ricomincia da Atene capitale, o rischia di perdersi.

Di che cosa si può parlare oggi? Di che cosa dovrebbe parlare la politica oggi?

Di solito la politica parla di se stessa. Schieramenti, alleanze, elezioni. Tutt'al più, programmi e decisioni. Questa sembra la materia naturale, questo l'oggetto di un discorso serio della e sulla politica. Infatti di queste cose si continua a parlare, in modo più o meno decente e coerente. Mentre, coerentemente, si persevera in pratiche consuete (nomine e spartizioni varie). E invece questo è precisamente il discorso che non si può più continuare a fare, che non è più possibile fare in questo momento.

Se soltanto si avesse un vago sentore della gravità di quanto sta succedendo e dei rischi che stiamo correndo, si metterebbe da parte l'ordinaria amministrazione per guardarsi seriamente negli occhi. Che cosa ci dice questo scenario esplosivo (crisi sociale, crisi finanziaria degli Stati, distruzione degli apparati produttivi, ripresa dei nazionalismi e delle tensioni internazionali e intercontinentali), mentre le classi dirigenti europee non accennano a ripensare le politiche praticate da trent'anni, responsabili del disastro? Che cosa mostra, se non che questo sistema sociale (modello di sviluppo e gerarchie di classe) ha generato non per caso l'attuale situazione?

In particolare la sinistra - in tutte le sue diramazioni - di che cosa dovrebbe occuparsi, se non del fatto, sin troppo evidente, che sta all'origine di questa crisi generale? Il capitalismo, lasciato solo, a mani libere, senza minacce né avversari, da oltre vent'anni finalmente libero di plasmare il mondo a proprio talento, sta ricreando puntualmente le stesse condizioni di caos e di conflitto ingovernabile che hanno prodotto i conflitti mondiali.

In questi vent'anni, dalla guerra del Golfo alla guerra economica che sta spingendo l'Europa verso un abisso, abbiamo vissuto immersi in un'ininterrotta sequenza di «scontri di civiltà»: contro il Sud del mondo, contro le periferie del mondo capitalistico, contro le classi lavoratrici. Stupefacente non è che di fronte a questo scenario (di fronte al «fallimento dell'ordine economico mondiale», per riprendere parole di Alfredo Reichlin, ormai un estremista nel suo partito) si continui a parlare d'altro. Stupefacente è che si parli soltanto d'altro, forse nell'illusione che tutto spontaneamente rientrerà nei cardini. In fondo non ci si ripete da decenni che il mercato non ha bisogno di governo né di regole, che basta a se stesso, che risolve da sé le crisi che produce?

In realtà, proprio questo rifiuto di occuparsi dei fondamentali (che non sono quelli economici, definiti sulla base dei presupposti ideologici del neoliberismo, bensì le ragioni ordinatrici del rapporto sociale capitalistico), proprio questa rimozione dei problemi-chiave (che riguardano le finalità della cooperazione sociale e le ragioni di fondo che informano i rapporti di classe) è palesemente una concausa del perpetuarsi dell'attuale condizione o, per lo meno, dell'incapacità di individuare una via per sortirne senza correre il rischio di una distruzione generalizzata (mentre la distruzione parziale di intere popolazioni è già nei fatti, oltre che nell'agenda di classi dirigenti ciniche e irresponsabili). Non è forse così?

Questo vale a porre una domanda ai compagni non comunisti della sinistra di alternativa. Oggi (da diversi anni, in verità) è senso comune ritenere che il comunismo sia ormai un residuato bellico. Chi ancora si ostini a definirsi, nonostante tutto, «comunista» e a pensare in termini di classe e di sfruttamento del lavoro salariato è considerato un po' scemo o stravagante: comunque un tipo da lasciar perdere, perché non ha capito dove siamo e in che mondo viviamo, un po' come chi oggi andasse in giro coi pantaloni a zampa d'elefante.

Questo senso comune è diffuso anche a sinistra e la cosa non stupisce. Molte ragioni aiutano a spiegarla. La prima è che critiche al capitalismo su basi diverse dal classismo ce ne sono sempre state (anche di destra, del resto). Il capitalismo genera (o eredita ed esaspera) molteplici contraddizioni sistemiche e «strutturali» (non in senso marxiano). Distrugge l'ambiente, per esempio, e radicalizza i conflitti di genere. Benché l'analisi di queste contraddizioni rischi di rimanere monca se enucleata dal quadro di riferimento della «critica dell'economia politica» (cioè dall'analisi del modo di produzione come dispositivo-base della dinamica riproduttiva sociale), non è una novità che ci sia anche una sinistra anticapitalista non marxista né comunista.

Una seconda ragione la indica lo stesso Marx quando sostiene che «le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti». È il nòcciolo un po' ruvido di quella problematica che Gramsci indagherà in tutte le sue complesse articolazioni sotto il titolo di «egemonia». Insomma, nel rifiuto del comunismo pesa, forse, anche la subalternità all'ideologia dominante, che da vent'anni (dalla caduta del Muro) o trenta (dall'imporsi dell'egemonia neoliberista) viene trionfalmente dichiarando obsoleta la prospettiva della trasformazione nel segno della liberazione del lavoro dallo sfruttamento capitalistico. Un'altra ragione - senza offesa per nessuno, ma senza nemmeno eccedere in diplomazia - è l'opportunismo.

In generale il ceto politico evita il rischio di apparire poco attraente, o addirittura respingente, a causa di riferimenti ideologici caduti in disgrazia (in questo caso anche - occorre riconoscerlo - per le responsabilità gravissime, storiche, delle leadership che li hanno assunti come base o a pretesto delle proprie decisioni). Tanto più i politici tengono a evitare tale rischio se attestarsi sul terreno cruciale della critica del modello di sviluppo (cioè fondare la critica del presente sul terreno costitutivo dei rapporti di produzione) porta inevitabilmente a toccare nervi scoperti negli interlocutori con i quali si tratta di ragionare in vista di alleanze di governo o di coalizioni elettorali. Il discorso non è moralistico. Ma ci si dovrà pur chiedere, prima o poi, per che cosa si lavora.

È assai probabile che, muovendosi in questo modo, escludendo dal proprio orizzonte intellettuale e politico la critica del capitalismo, una parte della sinistra di alternativa riuscirà a salvarsi dallo sterminio politico al quale molti dei suoi attuali interlocutori l'hanno da lungo tempo destinata. Tutta l'operazione della Bolognina nacque dalla convinzione che i comunisti fossero ormai fuori dal tempo, una zavorra per la sinistra italiana ed europea. A maggior ragione le vicende ulteriori, sino al trionfo del «voto utile» cinque anni fa, si comprendono agevolmente solo considerando che per buona parte della dirigenza del centrosinistra l'eliminazione della sinistra è un valore in sé. Ma, stando così le cose, che cosa significa «salvarsi»? È, per la sinistra, un fine in sé o serve per fare qualcosa? Con quali prospettive ci si cimenta in questa partita?

Occorre un salto di qualità. Non si tratta di condannare le aspirazioni del ceto politico. Né di scandalizzarsi - com'è di moda - per il fatto che anche chi fa politica di professione (e soltanto gli ingenui o gli ipocriti negano che debbano esistere politici professionisti) nutre ambizioni e preoccupazioni, in particolare per la propria sicurezza. Ma le aspirazioni dei politici non dovrebbero mai prevalere sull'interesse sociale che essi intendono (e dichiarano di) rappresentare. E dovrebbero essere concepite in modo razionale (cioè non sul breve o brevissimo periodo). Un soggetto politico degno di questo nome non può, in altri termini, traguardarsi alla scadenza di una legislatura, decidendo il da farsi in base al calcolo delle probabilità di mandare in Parlamento qualcuno dei propri dirigenti. Sarebbe la più miope delle operazioni, mentre la società viene prendendo coscienza della radicalità della crisi in atto e dei pericoli che la sovrastano.

I segnali di questa presa di coscienza si moltiplicano. In tutta Europa (la forza di Syriza, e dei movimenti in Spagna, la crescita del fronte anti-fiscal compact in Irlanda, persino la vittoria di Hollande e le sconfitte elettorali della Merkel) e anche in Italia. Di questo parlano l'esplosione del fenomeno Grillo, il dilagare dell'astensionismo, le vittorie dei movimenti contro le privatizzazioni, la coraggiosa presa di parola della Fiom, alla quale i politici hanno risposto in modo ipertattico, reticente e omissivo.

Lo si è detto tante volte: siamo seduti su una polveriera, viaggiamo sul Titanic a poca distanza dall'iceberg. Ma ormai non c'è bisogno di Cassandre per sapere che non si tratta di esagerazioni. Per questo il discorso sul capitalismo - discorso concretamente politico, che evoca un'agenda di misure tese a ribaltare il dominio dei capitali sul lavoro e sulla società, e a restituire alla moneta la funzione di mediare socialmente la redistribuzione della ricchezza in modo da ridurre progressivamente la sottomissione del lavoro e di allargare la sfera della cittadinanza - deve diventare subito la «narrazione» condivisa di tutta la sinistra e la base reale delle sue opzioni pratiche. Solo così sarà possibile uscire da quello che sempre più assomiglia a un catastrofico stallo. Diversamente, non ci sarà scampo per nessuno. E nessuno, di fronte al disastro annunciato, potrà un domani rivendicare la propria pretesa innocenza.

Liberista nel mondo occidentale, si potrebbe dire che la politica fu costretta a spogliarsi progressivamente delle proprie competenze e dei propri strumenti regolamentativi delegandoli interamente al mercato, da tutti identificato come unica istituzione capace di garantire allocazioni efficienti e massimizzare il benessere sociale. Questo processo di spoliazione è stato attuato obbligando le autorità pubbliche a scrivere delle regole del gioco che tutelassero «i mercati» da ogni infiltrazione esterna - soprattutto quelle dello Stato - e che impedissero di alterarne il libero funzionamento. Si tratta di una ideologia che, nonostante la recente crisi, trova ancora pienamente corso in quasi tutti i maggiori consessi internazionali. Non c’è infatti documento ufficiale della Bce, dell’Ocse o della Commissione europea che non contenga fra le principali raccomandazioni un solenne richiamo alla necessità di una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati – non solo quelli dei beni e dei servizi, ma anche quello del lavoro - per rilanciare la crescita e l’occupazione.

Si tratta di un equivoco che trova purtroppo terreno fertile soprattutto nel nostro Paese. Basti pensare che le misure per la sviluppo varate negli ultimi mesi dal governo sono state identificate quasi unicamente con il cosiddetto «pacchetto liberalizzazioni», quasi che un nuovo miracolo italiano potesse arrivare dallo sconto di pochi euro sul prezzo dell’aspirina o dalla possibilità di trovare un taxi libero con maggiore facilità. Il paradosso è che, mentre il nostro Paese è ancora bloccato a parlare delle sorti progressive del libero mercato, nella patria dell’ultraliberista Margaret Thatcher ci si inizia a muovere in direzione diametralmente opposta.

E lo si fa in un mercato – quello dell’energia elettrica – dove la furia liberalizzatrice della Lady di Ferro conseguì forse i maggiori successi per la rapidità con cui venne demolito il monopolio pubblico. Il 22 maggio scorso, sulla scorta delle indicazioni fornite da un Libro Bianco pubblicato alcuni mesi fa, il ministero per l’energia e il cambiamento climatico del governo guidato dal conservatore David Cameron ha mandato in pensione la storica liberalizzazione del sistema elettrico inglese avviata alla fine degli anni Ottanta. Gli ambiziosi obiettivi fissati dall’agenda Europa-2020 per il contenimento delle emissioni climalteranti e per l’adozione di fonti di energie rinnovabili, uniti alla consapevolezza che da qui a fine decennio oltre un quarto della potenza energetica installata nel Regno Unito dovrà essere sostituita per obsolescenza, ha fatto compiere al primo ministro inglese scelte assai poco scontate per un partito conservatore. A preoccupare il governo di Sua Maestà non sarebbero soltanto i futuri investimenti, ma anche una sempre più probabile distorsione dell’offerta di energia verso una sola fonte primaria.

L’intervento pubblico viene quindi descritto come necessario per correggere gli errati incentivi altrimenti forniti dal mercato. Come ha spiegato con invidiabile chiarezza il Segretario di Stato per l’energia Chris Huhne presentando il progetto di legge, «così come è oggi il mercato non è in grado di rispondere adeguatamente alle sfide della modernità». Per questo a partire dal 2013 saranno introdotte avanzate forme di programmazione, prezzi minimi garantiti, contratti differenziali e decisioni fortemente centralizzate. In pratica sarà il governo di Londra a decidere quali fonti andranno scelte, in quali quantità, dove dovranno essere localizzati gli impianti e quali saranno i costi massimi consentiti, i prezzi e la durata dei contratti. Anche volendo trascurare le motivazioni profonde che sorreggono il brusco cambiamento di rotta del governo britannico, che nella patria delle liberalizzazioni si riscopra l’esigenza di accompagnare il mercato con solidi interventi di politica economica e programmazione di lungo periodo dovrebbe quantomeno sollecitare qualche ripensamento anche nel nostro paese.

L’avversione ideologica a questo tipo di politiche – si parli di industria o di servizi - rischia di danneggiare sul nascere le possibilità di ripresa del nostro sistema economico nei prossimi anni. Ogni tanto bisognerebbe ricordare che il mercato raramente guarda lontano e che, per i lunghi orizzonti, c’è sempre bisogno della politica

Titolo originale: “City: A Guidebook for the Urban Age” by P. D. Smith – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Mezzo secolo fa Lewis Mumford pubblicava La Città nella Storia, uno studio di enorme influenza, in qualche modo molto discusso, una Bibbia per studiosi e appassionati della vita urbana. Ma era appunto mezzo secolo fa, da allora in tutto il mondo i contesti urbani hanno subito trasformazioni enormi. Un nuovo sguardo su questo importante tema si rendeva necessario, e nel suo City: A Guidebook for the Urban Age, ce lo propone. Studioso britannico dell’University College di Londra, Smith appare meno filosofico, e più pragmatico di Mumford, il che non è necessariamente un limite, perché City risulta molto accessibile anche per qualunque lettore medio interessato.

Quello che mi ha spinto a scrivere ‘City’ è il desiderio di studiare e celebrare quanto è senza alcun dubbio il più alto traguardo dell’umanità” scrive Smith, e non posso che essere d’accordo con lui. Perché non solo abito ininterrottamente le città nordamericane da quando ho finito il college 51 anni fa, ma quando vado in vacanza vado a Lima, Peru, una città con oltre 9 milioni di abitanti. Passeggiare in alcune città è più facile e rivelatore che in altre — per essere sinceri a Washington in genere si cammina molto meglio che a Lima — ma non posso non essere fra i fedeli parrocchiani di Smith quando scrive che “Per capire davvero una città, bisogna camminare per le sue strade e leggerne la geografia attraverso le suole delle scarpe” ed ecco spiegato perché “il libro che avete fra le mani è concepito pensando esattamente a questo, una guida a una immaginaria ‘TuttoCittà’” — un libro “in cui si può vagare e spostarsi” proprio come se si fosse in una città vera.

È diviso in quattro parti che affrontano le città nei loro vari aspetti, dalla fondazione al futuro, dalle vie alle mura, dai centri e quartieri finanziari ai ghetti, agli slum, dalle banche ai grandi magazzini, dai cinema agli stadi, dai chioschi di panini ai ristoranti esclusivi, dagli alberghi ai condomini, dalla metropolitana ai grattacieli. Non so proprio se esista qualcosa di qualche senso riguardante le città che Smith non affronta, o quantomeno nomina. E fa di tutto per sottolinearlo, nonostante le città siano tanto cambiate nei secoli il loro carattere resta identico. Quando scrive delle città mediorientali nel 3.000 a.C. “I fondamenti della vita umana in queste prime città non sono così diversi da quelli attuali”. E prosegue: “Dal gustare buon cibo ben cucinato insieme ad amici e familiari, alla necessità di lavorare al divertimento nel far compere, quella vita rispecchia la nostra. I Sumerici hanno lasciato le prime città, la prima agricoltura irrigua, il primo linguaggio scritto … Si trattava già di città riconoscibili nel senso moderno del termine. Con l’aspetto simile a quello di una città murata del Nord Africa, vicoli stretti, non più larghi di un paio di metri … case a uno o due piani in mattoni di fango dipinte di bianco, tetti piatti e cortili interni. Lo skyline di una città dei Sumeri è dominato da una ziggurat a ripidi gradoni, una montagna costruita dall’uomo a celebrare la gloria degli dei”.

Fino a circa un secolo fa, i profili delle città continuano ad essere dominati dai minareti delle moschee, o dalle guglie delle cattedrali. Oggi dominano i grattacieli, templi della relativamente nuova religione del potere e del denaro. Ma la vita che si conduce all’ombra di queste torri non è molto cambiata, almeno nello spirito se non nei particolari, rispetto a quella che c’era sotto le più piccole torri di Ur, Agade, Ninive o Babilonia. Ci sono sempre stati quartieri ricchi e poveri, aristocratici eleganti e ladruncoli, grandi alberghi e tuguri. Non è mai esistita la città ideale, ma la si è sempre sognata: “Immaginare la città ideale è un tema che ha sempre affascinato filosofi, architetti, artisti sin dall’antichità. È diventato il Santo Graal dell’urbanistica. La città ideale è lo spazio perfetto per abitare. La sua forma è espressione di geometria della vita, definisce l’ambiente fisico perfetto, a unire estetica e funzionalità verso uno scopo sociale ed etico. Perché le stesse strutture e spazi della città ideale trasmettono un senso di ordine e realizzazione agli abitanti. Sono città ottimiste, progressiste, che ci insegnano in ogni istante a vivere bene, ad ogni passo lungo quegli immacolati marciapiedi”.

La città ideale non si è realizzata, ma di sicuro non per mancanza di tentativi. In Leonardo da Vinci “schizzi e annotazioni mostrano progetti di città con piazze geometriche, gallerie, canali, logge”. Mumford nel suo La Città nella Storia idealizza la città medievale e boccia il suburbio moderno del tutto dipendente dall’automobile. E involontariamente la sua posizione viene confermata quasi in contemporanea alla pubblicazione del libro, da Lucio Costa e Oscar Niemeyer, i principali progettisti di Brasilia: “Dal punto di vista architettonico, da quello dell’orgoglio nazionale, Brasilia è un successo. Ma in quanto tentativo di costruire un dinamico centro urbano, è stato un fallimento. Costa la descrive come la capitale della ‘autostrada nel parco.’ Prova a unire l’ideale bucolico della città giardino britannica con la medesima tecnologia che plasmerà (secondo molti, distruggerà) le città del dopoguerra: l’automobile. E tuta la città è concepita attorno a un’autostrada , l’Eixo Rodoviario, otto corsie di traffico veloce. Il pedone si sente come un cittadino di serie B, obbligato ad attraversare le vie dentro a sporchi e pericolosi [sottopassaggi].”

E scrive ancora Smith: “ Forse più di qualunque altra tecnologia umana l’automobile plasma la nostra vita quotidiana. … Lewis Mumford nel 1957 lamentava che ‘Invece di adattare auto e automobili alla vita stiamo rapidamente adattando la vita all’automobile”.

C’è qualche segno, ancora iniziale, che le cose stiano cambiando. E lo si vede nelle due città della mia vita: a Washington, l’amministrazione fa molto per promuovere la mobilità in bicicletta, e a Lima la nuova corsia riservata dell’autobus rapido che unisce centro e periferia ha aumentato in modo straordinario il numero dei passeggeri. Ma a Washington ancora troppo spesso nell’ora di punta il traffico si blocca, e a Lima, dove al sovraffollamento di mezzi si unisce un’abitudine alla guida spericolata, la situazione è anche peggiore.

Lima, con la popolazione che si avvicina ai dieci milioni, sta sulla soglia di quanto chiamiamo Mega-città. Oggi esistono “ventidue megacittà … con popolazioni superiori ai dieci milioni … una quantità destinata ad aumentare sino ad almeno ventisei nel 2025”. In tutte si comprano automobili a ritmo frenetico, e le si guida con poca cura e conoscenza di regole di comportamento. Città senza dubbio dinamiche, ma “con una popolazione che cresce così tanto, … crescono anche i problemi … sta cambiando il clima del pianeta e le città si preparano ad affrontare la minaccia di un ambiente più ostile, tempeste, alluvioni, temperature in crescita e siccità. Occorre affrontare anche profondi problemi sociali.

Per migliaia di anni le città si sono dimostrate un contesto efficace per uscire dalla povertà. Oggi si allarga il divario fra ricchi epoveri. Globalizzazione e apertura dei mercati hanno prodotto nuova ricchezza, che però è distribuita in modo diseguale. Di fianco alle baraccopoli senza acqua potabile convivono le gated communities dei ricchi. Un terzo dei cittadini globali vive nello slum. … Aumenta la popolazione, le risorse diventano più scarse, e si fa urgente la necessità di ridurre l’impronta ecologica dei centri urbani”. Smith resta cautamente ottimista: in futuro si possono ancora affermare “città umane, sostenibili e ben governate” per affrontare le sfide, ma di sicuro non sarà facile, il prezzo da pagare sarà alto.

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