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Il nuovo saggio di Salvatore Settis propone un'etica condivisa per proteggere gli interessi collettivi e riscoprire il valore della cittadinanza.

La Repubblica, 6 novembre 2012 (f.b.)

Fanno impressione certe somiglianze fra la crisi economica in cui siamo immersi dal 2007-2008 e la guerra al terrorismo iniziata nel 2001. Ambedue posseggono una perennità immota, refrattaria all´autocritica. La guerra al terrore ha imparato poco da errori e sconfitte, e resta permanente come Bush la voleva: la forma s´è fatta più infida, ma la guerra dei droni dilatata da Obama non la limita nel tempo. Così la crisi: uno dopo l´altro i rimedi falliscono, ma il vizio d´origine rimane, e dunque è pensata anch´essa come permanente. Il vizio è la sovranità che i mercati continuano a esercitare senza controlli sulle società, sugli Stati, sul popolo che in democrazia è sovrano. Nulla sembra mutato rispetto ai tempi in cui Keynes denunciava – poco dopo l´ascesa di Hitler, nel giugno 1933 – l´«imbecille linguaggio finanziario» che anteponeva al benessere dei cittadini i «risultati finanziari», e trasformava l´esistenza umana nell´«incubo di un contabile».

Si può uscire da un incubo imbecille? È la domanda che si pone Salvatore Settis nel suo ultimo libro (Azione popolare – Cittadini per il bene comune, Einaudi). Il peggio non sembra finire mai, ma «con l´acqua alla gola in un mondo senz´altre regole che il profitto, stiamo cercando per ogni dove vie d´uscita, principi di moralità, ragioni di speranza». Nel saggio citato dall´autore, Keynes dice che la «città delle meraviglie» bramata dai cittadini non è un´utopia impossibile, né maligna. Se non si realizza, è perché non frutta subito. Fruttano più gli slum, per le imprese private, mentre la città delle meraviglie, questa folle stravaganza, «potrebbe ipotecare il futuro». Non è vero che non possiamo permettercela a causa del debito. Questo ci dice Settis: in realtà i conti non tornano con le ricette che creano disuguaglianze e bassifondi. L´imbecillità contabile è tutta qui: è nella rinuncia dell´Italia a se stessa, alle alternative di cui potrebbe essere capace.

Per le nozioni che approfondisce – il bene comune, la proprietà pubblica, l´ecologia – il libro di Settis è vademecum indispensabile. Disegna su un foglio la città delle meraviglie. Il ragionamento ruota attorno a un´idea forte (un pensiero dominante, lo chiamava Leopardi): il principio del bene comune, che protegga da saccheggi i beni comuni usati dai cittadini. Il diritto romano distingueva fra cose pubbliche extra commercium, rigorosamente sottratte al mercato, e res in commercio: quel diritto ci ha formati, è la nostra forza.

La corsa alle privatizzazioni di beni e servizi pubblici, le cartolarizzazioni avviate da Tremonti con la complicità della sinistra (l´idea era di ripianare il debito cartolarizzando e poi dismettendo – dunque in prospettiva svendendo a privati – non solo edifici pubblici ma paesaggi e patrimoni artistici, immettendoli come garanzie in fondi immobiliari privati): sono tutte iniziative che violano tradizioni antiche e la Costituzione. Che spezzano il nesso fra sovranità popolare, diritti che dalla sovranità discendono, e proprietà pubblica di interesse collettivo (o demanio inalienabile). La cartolarizzazione venne interrotta: costava un´enormità. Ma è stata trasferita ai Comuni, obbligati per bisogno di soldi a operazioni che per forza preludono a dismissioni. Dismissioni incostituzionali, perché i beni pubblici sono dei cittadini: lo Stato siamo noi, diceva Calamandrei, e anche i suoi beni.

Per uscire dalla grandiosa pestilenza urge un altro modo di far politica, globale e locale. Il che vuol dire: un altro modo di possedere, come scriveva nel 1853 Carlo Cattaneo. Un modo che preservi i beni appartenenti ai cittadini. Urge un´etica «ricalibrata» sulla terra in pericolo: una situation ethics, la chiamò negli anni ´60 Joseph Fletcher, pioniere della bioetica, che ridefinisca i ruoli dello Stato, della sovranità popolare, del mercato, a seconda delle circostanze. Urge infine una volontà di resistenza che oggi manca: o perché interiorizziamo il culto religioso dei mercati, o perché in partenza rinunciamo.

Il pericolo della rinuncia è il filo conduttore del libro, l´incubo di Settis. L´autore ricorda un articolo, straordinario, scritto da Corrado Alvaro nel ´44: lo sguardo è cupo, sulle nostre capacità di riapprendere una moralità pubblica. Perché rinunziamo? Alla domanda, tormentosa, Alvaro risponde che accanto a un popolo resistente, colmo di meriti, permane un ceto politico in cui trionfano «mezza cultura, conformismo, feticismo, mancanza di senso critico»; in cui «il Nord si è presa la parte del gran corruttore, il Sud quella del complice e corrotto»: «una classe dirigente guasta per sempre». Alvaro chiamò inaderenza il disinteresse politico per i problemi, i bisogni, le verità del Paese. È la conferma che la Costituzione fu figlia delle speranze resistenziali, ma anche dei neri timori di veggenti come Alvaro o Calamandrei.

Arginare un mercato divinizzato che malgrado le disfatte continua a esser sorretto da teologie anti-statali è possibile, scrive Settis: con azioni pubbliche di resistenza, come nel referendum sull´acqua. Il manifesto già l´abbiamo: è la Costituzione, quest´Incompiuta sempre violata. È l´arma che abbiamo contro la veduta corta del berlusconismo, e l´assillo contabile del governo tecnico. Pur non nominando le generazioni future, ne ha cura. Dice questo l´articolo 9, che obbliga la Repubblica a tutelare, non svendere, paesaggi e patrimoni artistici. O gli articoli 41-42: tanto avversati, perché costringono le libere imprese a non agire «in contrasto con l´utilità sociale», e proteggono la proprietà privata ma ne assicurano la «funzione sociale». Il bene comune è custodito per i posteri.

La Costituzione come baluardo: ecco la zattera di salvataggio, secondo l´autore. Ecco come potremo opporci al presente corto che ci ossessiona, dimentico del passato e cinicamente indifferente alle future generazioni. Ecco come potremo coniugare l´amore del prossimo, l´amore del lontano di Nietzsche, l´amore di Antigone per leggi non contingenti. I lontani che abitano il futuro sono già qui, dice Settis – sono i nostri cittadini necessari, «presenti da subito nell´orizzonte della moralità e del diritto». Già sappiamo le loro domande.
Se non impariamo la «lungimiranza bifronte» (verso passato e futuro) davvero avremo rinunziato. Tornando a Keynes: sarà tale l´incubo del contabile, che distruggeremo «le campagne perché gli splendori naturali non hanno valore economico. Siamo capaci di spegnere il sole e le stelle, perché non danno dividendi».

Miserabile parabola di un’idea stupida, che i suoi stupidi promotori ancora rivendicano.

Corriere della Sera Milano, 4 novembre 2012 (f.b.)

Avrebbero dovuto «risollevare l'economia del Nord», ma adesso al massimo aiuteranno gli imprenditori a dimenticare la crisi con uno spritz. La dove c'era la sede decentrata dei ministeri voluti dalla Lega, ora c'è la caffetteria della Villa Reale.
Era il 23 luglio del 2011 quando Umberto Bossi li inaugurò sollevando un fiume di polemiche.
Oggi, a distanza di poco più di un anno, quei 100 metri quadrati scarsi all'interno della Cavallerizza sono stati impiegati per accogliere i visitatori della biennale Italia-Cina: roba da far andare la cassoeula di traverso anche al più puro dei leghisti. Al posto del tavolo di Bossi, che l'ex ministro alle Riforme istituzionali aveva fatto arrivare direttamente Catania assieme al resto degli arredi, adesso c'è la biglietteria, la dove invece avrebbe dovuto lavorare l'ex ministro Roberto Calderoli, titolare del dicastero alla Semplificazione normativa, è stato allestito il bar.

Niente delibere o decreti, dunque, ma caffè, cappuccini, brioche e cocktail per sorseggiare un aperitivo in Villa. Alla luce della decisione del governo Monti di cancellare la Provincia brianzola, nel giro di un anno o poco più Monza è passata dall'essere sede ministeriale a «periferia di Milano», per usare un'espressione usata più volte in questi ultimi giorni negli ambienti politici brianzoli. Il dado non è ancora tratto del tutto. Il decreto dovrà essere convertito in legge e c'è tempo fino alla fine dell'anno, ma per l'ex sindaco di Monza, Marco Mariani, uno dei principali sostenitori della Provincia e poi dei ministeri decentrati, il declino è invitabile. «Peggio di così non si può andare — dichiara —. Una caffetteria al posto dei ministeri è l'immagine che riflette meglio di qualsiasi commento questo paese e il bello è che molti sono pure contenti. L'abolizione degli enti intermedi è stato solo l'ultimo colpo col quale questo governo di tecnocrati ha cancellato la Provincia più importante d'Italia».

Roberto Scanagatti, sindaco di Monza, però non vede nessun disfatta. «Monza ha la sua identità, la sua tradizione e la sua cultura — spiega il primo cittadino —. Non dipendendo dalla presenza del ministero o della Provincia e in ogni caso quella dei ministeri era proprio una buffonata, la città non ha perso niente». Anche Giulio Tremonti, ex ministro al tesoro, avrebbe dovuto avere il suo ufficio con vista sulla Villa, ma adesso in quelle stanze non troveranno posto ponderosi trattati di economia, ma il book shop con libri sulla storia della reggia e del Parco. Ovviamente, sono stati eliminati anche tutti i simboli iconografici della Carroccio, a partire dal ritratto del Bossi giovane che campeggiava in ogni stanza al posto della foto istituzionale del presidente della Repubblica. Al loro posto rimangono solo dei buchi nei muri dove erano stati piantati i chiodi, che gli operai hanno provveduto a coprire con riproduzioni di stampe antiche. Sono state tolte anche la statuette che raffiguravano Alberto Da Giussano e i quadri che riproducevano il giuramento di Pontida.
Ma al di là dei simboli, c'è chi ritiene che il fallimento dei ministeri del Nord prima, e l'abolizione delle Province adesso, sia l'anticamera di un ritorno allo stato centralista «È il segno dei tempi che stiamo vivendo — dice Massimiliano Romeo, consigliere regionale del Carroccio —. Non ho molti dubbi su ciò che sta accadendo, Roma continuerà a svolgere il ruolo di padrona, e mi pare che la strada sia stata chiaramente tracciata».
La caffetteria e la biglietteria sono state allestire ad hoc per la biennale. Finta l'esposizione, sarà smantellato tutto. L'intenzione del Consorzio però è di sfruttare questi spazi nello stesso modo. Quando la ristrutturazione della Villa sarà completata (il primo lotto per un investimento complessivo di oltre 20 milioni di euro dovrebbe essere ultimato nella primavera del 2014) la Cavallerizza è destinata a trasformarsi in via permanente nei locali di accoglienza dei visitatori. Con buona pace dei ministeri.

Nello spirito di Donald Rumsfeld, potremmo distinguere tra eventi inevitabili naturali e innaturali. Un giorno, ad esempio, il precario pendio del vulcano di Cumbre Vieja, a La Palma, isole Canarie, crollerà creando un mega-tsunami attraverso l'Atlantico. La devastazione che si abbatterà allora su Boston e New York City farà rimpicciolire il disastro dell'anno scorso in Giappone. È inevitabile: ma i vulcanologi non sanno se l'eruzione destabilizzante sia per domani o tra cinquemila anni. Così per il momento non è altro che un eccitante argomento per il National Geographic Channel

Un altro esempio, molto più frequente, di evento naturale inevitabile è il ciclo degli uragani dell'era pre-riscaldamento globale del clima. Due o tre volte ogni secolo una «tempesta perfetta» si è abbattuta sulla costa atlantica degli Stati uniti, provocando rovina e distruzione fino ai Grandi laghi. Ma un disastro da 20 miliardi di dollari di danni ogni qualche decennio è ciò per cui abbiamo un'industria delle assicurazioni. Perfino la perdita ogni tanto di un'intera città travolta dalla Natura (San Francisco nel 1906, New Orleans nel 2007) è una tragedia che possiamo affrontare. Il fatto è che la costruzione, a partire dal 1960, di un patrimonio immobiliare del valore di parecchie migliaia di miliardi di dollari su isole esposte, ai bordi di baie, su paludi interrate e lungo coste al livello del mare, ha radicalmente cambiato il calcolo dei danni. Anche togliendo dal conto ogni molecola di anidride carbonica aggiunta all'atmosfera terrestre negli ultimi trent'anni, i «normali» uragani provocano danni sempre più pesanti in zone costiere cementificate oltre ogni ragionevole sostenibilità. L'anidride carbonica intanto prospera. Le emissioni globali, secondo la più ottimistica delle stime, sono giunte a quello che il Panel Intergovernativo sul Cambiamento del Clima considera il «caso peggiore». La Banca Mondiale da parte sua ha accettato che sia inevitabile un aumento globale della temperatura media di almeno 2 gradi Celsius - vicino alla famosa «linea rossa» evocata dalle Cassandre climatiche dell'ultimo decennio. La Banca sta spostando i suoi aiuti allo sviluppo dal «mitigare» il cambiamento del clima all'«adattarsi» ai suoi effetti ormai ineluttabili.

Questo è il vero messaggio dell'uragano Sandy: siamo alla resa dei conti. «Adattarsi» al cambiamento del clima è sinonimo di un affare multi-multi-miliardario di ricostruzione delle infrastrutture costiere urbane e del sistema di uso del territorio. Imitare gli olandesi o vivere nel Mondo Acquatico. Quanto ci vorrà prima che la coscienza di questa sfida penetri nel cervello tumorale della politica americana? Fino al 2006, l'opinione pubblica americana era in sintonia con la preoccupazione diffusa in Europa circa il riscaldamento globale del clima. Dopo il Climagate però la super-sovvenzionata industria energetica è andata all'offensiva e i sondaggi hanno registrato un crollo nella percezione pubblica del cambiamento del clima come fatto scientifico.

Ancora più sorprendente: i sondaggi che hanno osservato la reazione pubblica a eventi climatici estremi, non hanno registrato un cambiamento significativo di opinione. La campagna presidenziale, nel frattempo, è stata una gara a quale candidato si chinava di più per regalare sesso orale ai produttori di combustibili fossili. La stampa d'affari esulta per le brillanti prospettive del gas di scisto e del petrolio «non tradizionale», quello estratto da sabbie bituminose e simili. Gli Stati uniti, per la prima volta da 33 anni, esporta di nuovo prodotti petroliferi. E siamo bloccati nella dipendenza dai combustibili fossili per ancora una generazione o due. Le alternative si dissolvono. La creazione di posti di lavoro «verdi», principale strategia industriale dell'amministrazione Obama, è fallita grazie alla rivoluzione dei gas di scisto e alla Cina che ha inondato il mercato mondiale con le sue celle solari economiche. Il crollo del sistema europeo di «scambio delle emissioni», oltretutto, non ha certo aiutato a rendere più credibile un sistema di limiti obbligatori delle emissioni di gas di serra accoppiato a una borsa delle quote di emissione (il «cap and trade») durante la recessione americana.

Il diluvio e le onde di tempesta sulle coste del New Jersey, purtroppo, non si traducono automaticamente in entusiasmo per le energie rinnovabili o urgenza di costruire chiuse e terrapieni. Ma prima o poi il cambiamento dovrà arrivare, e Washington comincerà a pagare gli interessi composti per non aver lavorato prima a frenare il riscaldamento del clima e rivedere l'uso del territorio. Ma non è questa la notizia davvero cattiva. Quella peggiore, e più feroce, è la relazione inversa tra il costo dell'adattamento al cambiamento del clima nei paesi ricchi e la quantità di aiuti disponibili per i paesi più poveri. I paesi tropicali e semi-tropicali che sono meno responsabili di aver creato un pianeta-serra sono quelli che sopporteranno il peso maggiore di inondazioni costiere, penuria d'acqua per l'agricoltura. Certo nessuno si aspettava che i grandi emettitori di gas di serra sarebbero corsi a salvare i poveracci a valle: ma Sandy segna l'inizio della corsa ad accaparrarsi il salvataggio del Titanic.

* È uno dei più famosi saggisti e autorevoli intellettuali della nuova sinistra americana. Il suo saggio su Los Angeles. «Città di quarzo» (manifestolibri, 2008) è un classico, come influenti sono stati i suoi volumi, tra cui «Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo» (Feltrinelli 2002), «Il pianeta degli slum» (Feltrinelli 2006)

Novità e persistenti debolezze dello sforzo di costruire transnazionalmente una nuova democrazia.Il manifesto, 30 ottobre 2012.

Un linguaggio cosmopolita, la rivendicazione di diritti globali e la critica al capitale finanziario internazionale. Ecco cosa pensano gli «europeisti critici».

Emersa a dieci anni di distanza dalla nascita del movimento per una giustizia globale, la nuova ondata di protesta che è cresciuta in Europa, contro la crisi finanziaria e le politiche di austerity, mostra certamente continuità ma anche discontinuità rispetto al passato. Diversa è soprattutto la forma di transnazionalizzazione della protesta, simile l'attenzione alla costruzione di un'altra democrazia.

Per quanto riguarda la costruzione di un movimento transnazionale, entrambe le ondate di protesta parlano un linguaggio cosmopolita, rivendicando diritti globali e criticando il capitale finanziario globale. In entrambi i casi, in Europa i movimenti hanno sviluppato una sorta di europeismo critico, opponendosi all'Europa dei mercati (e oggi, di banche e finanza) e impegnandosi a costruire una Europa dal basso (oggi, «con l'Europa che si ribella»). Mentre il movimento per una giustizia globale si è però mosso dal transnazionale al locale, coagulandosi nel Forum sociale mondiale e nei controvertici, e organizzandosi poi nei forum continentali e nelle lotte locali, la nuova ondata di protesta sta muovendosi verso un percorso opposto, dal locale al globale.

Seguendo la storia, la geografia e l'economia della crisi - che ha colpito aree diverse in momenti diversi, con diversa intensità, ma anche con caratteristiche differenti (debito pubblico o private, indebitamento con banche nazionali o internazionali) i movimenti anti-austerity hanno dei più evidenti percorsi nazionali. Innanzitutto, tra la fine del 2008 e l'inizio dell'anno successive, in Islanda - primo paese europeo colpito dalla crisi - cittadini autoconvocati hanno reagito al crollo provocato dal fallimento delle tre principali banche del paese, denunciando le responsabilità delle otto famiglie che dominavano politica ed economia (significamente definite come parte di un octopus tentacolare), e imposto un referendum che si è concluso stabilendo una rinegoziazione del debito. Proteste nelle forme più tradizionali dello sciopero generale e delle manifestazioni sindacali hanno accompagnato la crisi irlandese, opponendosi ai tagli nelle politiche sociali. Nel marzo del 2011, in Portogallo, una manifestazione organizzata via Facebook ha portato in piazza 200 mila giovani. In Spagna, un paese rapidamente caduto dalla ottava alla ventesima posizione in termini di sviluppo economico, la protesta degli Indignados si è diffusa da Madrid in tutto il paese, conquistando visibilità globale. Mentre il numero degli attivisti accampati a Puerta del Sol a Madrid cresceva da quaranta il 15 maggio del 2011 a 30 mila il 20 maggio, centinaia di migliaia occupavano le piazza centrali di centinaia di città e paesi. La protesta del 15 di Maggio ha poi ispirato simili mobilitazioni in Grecia, il paese più colpito da drammatiche politiche di austerity, che hanno aggravato le condizioni economiche del paese, facendo crescere esponenzialmente il numero dei cittadini al di sotto della soglia di povertà. In Italia, dove il governo di Mario Monti (governo di grande coalizione, sostenuto da una maggioranza parlamentare Pdl-Pd-Udc) ha imposto politiche ultra-liberiste, la protesta sta crescendo dal basso, a livello locale, ma anche con momenti di aggregazione nazionale.

Ci sono stati certamente numerosi esempi di diffusione cross-nazionale di forme d'azione e schemi interpretative della crisi. Dall'Islanda, simboli e slogans hanno viaggiato verso il Sud Europa, diffondendosi attraverso canali indiretti, mediatici (soprattutto attraverso le nuove tecnologie), ma anche diretti, fatti di contatti tra attivisti di diversi paesi, per natura geograficamente mobili. Il 15 ottobre 2011, una giornata mondiale di lotta, lanciata dagli Indignados spagnoli, ha visto eventi di protesta in 951 città di 82 paesi. Nel 2012, mentre le proteste sindacali e gli scioperi si susseguono intense in tutto il Sud Europa, i sindacati spagnoli, greci e portoghesi hanno chiamato ad una giornata di lotta europea contro le politiche di austerità, oltre che a scioperi generali in tutti e tre i paesi per il 14 novembre. Tra i sindacati dei paesi più colpiti dalle politiche di austerità, solo quelli italiani, confermando subalternità ai partiti che sostengono il governo, non hanno (ancora) proclamato uno sciopero generale.

Il grado di coordinamento transnazionale della protesta è comunque certamente ancora minore che per il movimento per una giustizia globale, per il quale i forum mondiali e i controvertici hanno rappresentato fonti di ispirazione per identità cosmopolite e occasioni importantissime di costruzione di reticoli transnazionali. Sondaggi fra i cittadini mobilitati nelle proteste anti-austerity in Europa hanno inoltre indicato una crescente attenzione alla dimensione politica nazionale, seppure non disgiunta da quella alla politica europea e mondiale. Le forme di comunicazione transnazionale di questi movimenti sono emerse, se non più deboli, certamente diverse rispetto a quelle dei movimenti di inizio millennio. La dispersione sociale prodotta dalle politiche di austerity ha portato anche ad una maggiore rilevanza delle forme di comunicazione più individuali favorite dal Web 2.0, rispetto a quelle dei network organizzati della precedente ondata.

Nonostante questa (importante) differenza, ci sono comunque molte continuità rispetto alla precedente ondata di protesta: una delle più importanti è l'attenzione alla degenerazione della democrazia liberale in democrazia neoliberista («La chiamano democrazia, ma non lo è», recitano i cartelli degli indignados spagnoli), insieme però alla volontà di costruire una democrazia diversa: dal basso, partecipata e deliberativa. Le critiche sono, allora come ora, alla corruzione di parlamenti e governi, accusati di avere provocato la crisi, non solo per adesione ideologica alle dottrine economiche neoliberiste ma anche per diffuse connivenze politico-affaristiche in un coacervo di interessi forti (dell'1% contro il 99%). Anche dal movimento per una giustizia globale viene ai movimenti di oggi l'attenzione alla privazione di diritti di cittadinanza provocata dalla sempre maggiore delega di decisioni ad organizzazioni internazionali, che sfuggono strumenti di controllo - privazione aggravata oggi dal moltiplicarsi di trojke totalmente prive di legittimazione democratica. Allora come ora, inoltre, i movimenti rivendicano il loro ruolo nello sperimentare nuove forme di democrazia, basate su una ampia partecipazione dei cittadini non solo nel momento della decisione, ma anche nella elaborazione di idee, identità, soluzioni ai problemi. In questo, i movimenti di oggi rappresentano anzi una sorta di radicalizzazione della idea di partecipazione e deliberazione estesa a tutti. Nelle acampadas si realizza infatti una continua sperimentazione di quello che gli attivisti di inizio millennio chiamavano il "metodo" del social forum, che vuole facilitare il consenso attraverso la costruzione di una molteplicità di sfere pubbliche, plurali e orizzontali. E' attraverso queste pratiche democratiche che, anche oggi, movimenti transnazionali possono crescere dal basso.

Enzo Scandurra è un ingegnere sui generis, perché è al tempo stesso un versatile intellettuale, ma anche un tecnico con una focalizzazione tematica persistente, quasi ossessiva: la città. Lo dichiara esplicitamente nel suo ultimo libro, Vite periferiche. Solitudine e marginalità in dieci quartieri di Roma. Presentazione di B.Amoroso, Ediesse Roma, 2012. «Come urbanista - egli scrive - o, diciamo meglio, come docente universitario di una disciplina che si chiama Urbanistica, ho passato buona parte della mia vita accademica a cercare di interpretare il mistero delle città: come nasce una città? Chi sono i suoi progettisti e che ruolo hanno gli urbanisti nel modificarla, renderla più o meno bella, più o meno brutta? Possono essi, coi loro progetti, incidere nella vita quotidiana degli abitanti della città?» In questo testo, più esplicitamente che nei suoi precedenti lavori, Scandurra si cimenta in un “genere ibrido” tutto suo, nel quale mescola le analisi specialistiche dell'urbanista, la ricognizione sociologica sui luoghi della città, alla finzione del racconto, dell'invenzione narrativa. Si tratta di due piani, uno scientifico e l'altro letterario, che scivolano l'uno nell'altro e che si tengono insieme in un equilibrio sorprendentemente naturale. Il libro è infatti composto da brevi saggi che indagano la Roma dei nostri anni – nel suo insieme e nella specificità di alcuni suoi quartieri – con una evidente predilezione per il versante sociale e antropologico della realtà cittadina. Se ne può dare un esempio citando le note efficaci con cui Scandurra tratteggia la fisionomia del quartiere San Basilio oggi: « Avverti che questo è un pezzo di Roma, di quella Roma rappresentata nei film degli anni cinquanta con l'arrivo degli immigrati dal Sud. Una realtà urbano-rurale, un mondo pasoliniano ancora premoderno. Tracce di questo mondo affiorano continuamente: i piccoli edifici a schiera, le corti rimaste non asfaltate, le file dei panni stesi ai balconi come fossero bandiere colorate e, poi ancora, i dialetti. »

Ma le notazioni che riguardano il “costruito”, i manufatti, il disegno e l'occupazione degli spazi sono solo lo sfondo entro cui si svolgono le vite varie e multiformi di quelle strane creature che sono diventati i cittadini. Ciò che costituisce il vero centro dell'interesse dell'autore. Perciò a queste analisi e ricognizioni si alternano e mescolano brevi racconti, piccole storie di impronta crudamente realistica, che continuano o anticipano in forma letteraria le analisi propriamente saggistiche. E l'autore giustifica e motiva questa mescolanza in maniera semplice e persuasiva, senza ricorrere a lunghe analisi sulla potenza conoscitiva che la letteratura pur sempre possiede. A «me pare - egli scrive - che narrare non sia un cedimento al personale, all'intimo, al confessionale ma una rivalutazione dell'esperienza singolare della via umana in cerca di senso, una testimonianza autentica di vita.»

Raccontare storie è uno strumento di conoscenza appropriato al suo oggetto:« Le nostre città brulicano di vite invisibili, uomini e donne comuni, corpi senza parola, senza relazioni, persone affannate dall'alba al tramonto, abitanti indistinti e anonimi, che pure rendono vive e anzi formano queste città.»

C'è qualcosa di nuovo e non solo di più umanamente partecipato rispetto alle analisi della sociologia novecentesca sull'anomia della vita urbana. A mio avviso Scandurra coglie, con la semplicità di una testimonianza diretta, una specifica e aggiornata condizione del vivere nelle città del nostro tempo. E Roma è diventata amaramente esemplare di una situazione più ampia, forse accentuata, rispetto ad altre città italiane, dalle sue dimensioni metropolitane. Chi gira oggi per questa città, prende gli autobus, si muove in metropolitana, se ha occhi per osservare può cogliere in certi visi chiusi e rassegnati, in tante donne accasciate sul sedile di un tram, i segni profondi di un dolore pietrificato, diventato quasi tratto fisiognomico degli individui. Accanto alla solita massa frettolosa o alle torme di turisti che fagocitano la spazzatura della società dei consumi, trasuda una una sofferenza umana che ti sfiora continuamente. E' senza dubbio una condizione inedita, una novità storica. Il portato ormai visibile anche nella vita quotidiana delle nostre città, della violenza del capitalismo neoliberista e delle politiche di austerità. Per i tanti e crescenti “ultimi” che affollano le nostre periferie (extracomunitari, anziani, sbandati) o che si muovono come intrusi spaventati nei nostri quartieri-bene , la vita urbana è oggi un inferno non molto dissimile da quello delle città inglesi della rivoluzione industriale. Se si fa eccezione per il problema della fame, tamponato dalle organizzazioni caritative, la disperazione esistenziale di queste vite, che spesso hanno visto spezzarsi relazioni con figli, mariti, mogli, madri, rimasti in paesi lontani, è forse più irrimediabile di quella dei proletari di due secoli fa.

il manifesto
Il giovane grande vecchio che amava capire il mondo
di Daniele Mazzonis

Marcello Cini è stato il mio maestro, non c'è dubbio.L'ho seguito dai lontani anni Settanta, quando il tema della salute in fabbrica ci ha fatto incontrare in una mini-manifestazione nell'androne della Facoltà di chimica della Sapienza. Era quasi l'inizio delle «150 ore» nelle quali volevamo condividere con i lavoratori quello che avevamo imparato. In verità più che insegnare gli effetti dei residui tossici delle produzioni chimiche o le ricadute del nucleare preferivo andare a sentire Marcello che insegnava, anche a me e a partire della fisica, perché la scienza non è neutrale. Oggi so che sembra impossibile, ma miei professori reputavano l'epidemiologo Giulio Maccacaro (che discuteva della salute in fabbbrica) un medico fallito, Franco Basaglia uno che voleva fare parlare di sé ma non avrebbe mai tradotto le sue fantasie in realtà, Steven Jay Gould uno pseudo-scienziato che contraddiceva la teoria evoluzionista e Marcello un pazzo furioso, visto che da grande fisico era diventato agitprop dei sessantottini .

Marcello invece amava il suo mestiere, amava pensare e pubblicare le sue riflessioni sulla teoria della misura dopo la quantistica, ma non rinunciava a guardare il mondo, a cercare disperatamente di capirlo e spiegarlo, non avendo - diceva - alcuna capacità di cambiarlo. Si autodefinì cattivo maestro in un bellissimo libro in cui un nonno educatore e un filosofo dialogano con la bambina Alice. A parte lo straordinario interesse del libro che spiega in termini semplici i nodi più complessi della fisica quantistica (Lucio Magri disse che finalmente aveva capito il mestiere e i contenuti della fisica), Marcello abborda il suo tema preferito negli ultimi anni: quello del capitalismo che sta trasformando in merce tutte le forme non materiali di soddisfazione dei nostri bisogni, una mercificazione che appiattisce la complessità della conoscenza e toglie valore al bello.

Marcello era giovane anche da vecchio: era curioso e disponibile a sentire chi non la pensava come lui; ma quando lo faceva prima ripensava e dubitava e subito dopo, con qualche colpo di tosse, si arrabbiava. Anche questo lo faceva con gentilezza ma senza mai mediare, né di fronte a colleghi, ministri, rettori. Se non compreso, se la prendeva e diventava irascibile: in un compito alle elementari da bambino suo figlio lo chiamò «il re dell'ira».Non posso chiudere senza parlare della nostra pagina scientifica su «il manifesto». Avevamo convinto il giornale - non era stato difficile con l'aiuto di Michelangelo Notarianni - a uscire ogni mercoledì con una pagina sulla scienza (fummo i primi in Italia anche se pare incredibile), ma doveva essere una pagina diversa alle altre. Non volevamo fare divulgazione, ma «volevamo spiegare» il processo di accumulazione di conoscenza, le scoperte interessanti, le vere e false promesse che i laboratori del mondo sfornavano a ritmo sempre più accelerato.

A Marcello chiedevo una riflessione settimanale e, per anni, ogni martedì, mi ha odiata per la mia telefonata di richiesta del pezzo che arrivava sempre tardi (Marcello nella scrittura era lento quanto serio, misurava la portata di ogni affermazione per poterla sostenere con chiunque). Siamo gli unici in Italia ad avere dato il peso che meritava alla moratoria decisa alla famosa conferenza Asilomar sugli esperimenti sul materiale vivente, in cui i più famosi studiosi del settore chiesero d'interrompere gli esperimenti e aprire una fase di riflessione sulle conseguenze delle manipolazioni genetiche. Grazie alla collaborazione con i compagni del petrolchimico e a qualche collega onesto, fummo i primi a parlare della diossina di Seveso. Oggi Taranto ci ricorda che queste battaglie non sono vinte.Come tutti i compagni, sono davvero triste. Ancora il mese scorso, quando ho discusso con lui l'ultima volta prima della mia partenza per l'Argentina, Marcello a me sembrava giovane, giovanissimo, come sempre.

il manifesto

Il brillante docente e ricercatore che incontrò la storia e la società

di Giorgio Parisi

Durante il '68 Marcello Cini non stava a Roma: aveva preso un anno sabbatico in un'università parigina. In quel periodo sentivo spesso parlare di questo compagno professore, che aveva sempre pronta una citazione raffinata di Marx e che era appena andato nel Vietnam del Nord bombardato dagli americani.Lo incontrai al suo ritorno a Roma, avrei dovuto seguire un suo corso di fisica, ma tra occupazioni e altre vicende le lezioni a cui sono andato si contano sulle punte delle dita. Ma ho ancora impresso in mente lo sforzo che Marcello faceva per non separare i risultati della meccanica quantistica (la formulazione matematica, i teoremi, le previsioni sperimentali) dal come un piccolo numero di uomini era riuscito a fare queste scoperte meravigliose, formulando all'inizio ipotesi insensate e contraddittorie che con gli anni si modificavano e diventavano sempre più sensate e coerenti. Non era affatto facile portare assieme i due discorsi: la storia di un'avventura che si dipanava per un periodo di una trentina d'anni (dal 1900 al 1930) e la descrizione della teoria risultante. Era un modo diverso di raccontare la scienza, che faceva notevole impressione a noi abituati a vedere solo il prodotto finale, bello lucido, senza che ci rendessimo conto della fatica che era stata necessaria per arrivarci.

Era un periodo di transizione nella vita di Marcello. Nel primo dopoguerra era diventato un brillante fisico teorico nella disciplina allora di punta, la fisica delle altre energie, e a soli 33 anni nel 1956 aveva vinto una cattedra all'università di Catania. Aveva continuato a lavorare, pubblicava articoli su prestigiose riviste, era invitato a parlare a importanti congressi internazionali, ma la fisica teorica gli stava diventando stretta. Come lui stesso dice nei Dialoghi di un cattivo maestro, «la fisica teorica stava cambiando. La concorrenza diventava sfrenata. Se avevi un'idea, scoprivi che altre sei persone ci stavano lavorando sopra. (...) Quando eravamo pochi, anche il nostro lavoro aveva un senso. Ma una volta diventati tanti, veniva da domandarsi a che cosa servisse. (...) Questo disagio professionale si accompagnava all'insoddisfazione che provavo da qualche anno nei confronti della politica del Pci».

In quel periodo Marcello stava cessando di lavorare nel filone principale della fisica: riprenderà la sua attività di ricercatore diversi anni dopo, affascinato da uno dei problemi più intriganti e mai ben risolti della fisica: quale sia «il significato» della meccanica quantistica, cosa sia la realtà fisica, quale sia in questo contesto il rapporto tra la l'osservatore e l'oggetto osservato, quanto l'osservazione di un fenomeno modifichi necessariamente il fenomeno stesso. Marcello incominciava a riflettere su i rapporti tra la scienza, la storia e la società, a vedere la scienza come una delle tante attività umane che diventa «comprensibile solo se riferita alla totalità dell'operare degli uomini». La scienza non è più neutrale, ma porta con sé i segni delle ideologie degli scienziati che l'hanno prodotta.

Sono le tesi che confluiscono ne L'Ape e l'Architetto, libro pubblicato nel 1976 e che raccoglie saggi scritti negli anni precedenti da Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo De Maria e Giovanni Jona Lasinio. Erano tesi doppiamente eretiche rispetto all'ortodossia dominante, dal punto di vista sia politico che scientifico, e suscitarono una reazione furiosa: Lucio Colletti e Giorgio Bocca furono tra gli oppositori più accesi che cercarono di smontarle con una serie di banalità impressionanti. La reazione del mondo scientifico fu più composta, di grande freddezza in pubblico, ma veementemente negativa in privato. Il libro, che ebbe una notorietà enorme e che è stato recentemente ristampato, ebbe tuttavia, col passare degli anni, una fortissima influenza sul modo in cui concepiamo il rapporto tra scienza e società e molte delle tesi scandalose sono diventate sentire comune.

Marcello non si era però fermato lì: aveva continuato a riflettere sui rapporti tra scienza, tecnologia società e democrazia, su quali fossero concretamente e in dettaglio queste relazioni, come si modificassero con il tempo, su come fossero diverse per esempio fisica e biologia, riflessioni che hanno generato molti libri in cui raffina e approfondisce il suo pensiero. Marcello è stato uno dei pochi grandi intellettuali che ha cercato di capire a fondo il mondo, non solo negli aspetti tecnici di una disciplina scientifica, ma nella sua interezza, riempiendo la propria vita sia dell'impegno politico che dello sforzo per arrivare a una maggiore comprensione e controllo della natura. Era uno dei pochi punti di riferimento che avevamo, sempre pronto a discutere e ad aiutarti a capire. Ci mancherà moltissimo.

il manifesto

Un ottimo cattivo maestro

di Marco D’Eramo

Marcello Cini lo conobbi prima come professore, al terzo anno, quando dall'ottobre del 1968 seguii il suo corso di Istituzioni di fisica teorica. Parlava molto lentamente, con quel tossicchiare a scandire le frasi che avrei imparato a conoscere così bene, e all'inizio trovavo noiose le sue lezioni. Col mio sguardo di 21-enne lo trovavo vecchio. Aveva 45 anni ed era nel pieno fulgore della sua maturità. Non sapevo quanto le nostre vite sarebbero state intrecciate. Infatti nel gennaio di quello stesso anno erano iniziate le agitazioni studentesche a Roma, che erano culminate il primo marzo con quella che fu chiamata «la battaglia di Valle Giulia» ma che continuarono per tutto l'anno successivo. L'istituto di fisica Enrico Fermi fu uno dei centri del movimento romano, insieme a Lettere e Architettura. Leader del movimento erano giovani fisici, assistenti e borsisti, che nel decennio successivo avrebbero seguito traiettorie diverse: Franco Piperno, Gianni Mattioli, Massimo Scalia, Sandro Petruccioli, Mimmo De Maria. E, quando tornò dal suo anno sabatico a Parigi, Marcello fu l'unico ordinario a interloquire con noi, anche a polemizzare, ma stando sempre dalla nostra parte, lui che era noto per la sua militanza nel Partito comunista italiano (da cui sarebbe stato radiato dopo pochi mesi, nel 1969, insieme a tutto il gruppo della rivista il manifesto).

Poi Marcello fu il mio direttore di tesi e dopo la laurea si adoperò perché divenissi borsista nel suo gruppo di ricerca teorica. Quando abbandonai la fisica e andai a studiare sociologia a Parigi, negli anni Settanta, ogni volta che veniva sulla Senna, ci vedevamo, cenavamo insieme con la sua (allora) nuova compagna, Agnese. Poi, nel 1980 per le peripezie della vita, venni a lavorare nel quotidiano di cui Marcello era stato uno dei fondatori e dalle cui colonne ora vi sto scrivendo. Ancora, il figlio di Marcello, il regista Daniele Cini, aveva vissuto per anni nella stessa casa della nostra indimenticata Carla Casalini, e la sua perdita nel 2008 ci ha stretti alla sua figlia Gaia.Non solo, ma negli anni Settanta Marcello aveva animato un gruppo di fisici teorici (di cui oltre a Marcello facevano parte Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria e Giovanni Jona-Lasinio) che avrebbe prodotto l'unico contributo italiano davvero rilevante alla filosofia della scienza, e cioè L'ape e l'architetto (Feltrinelli 1976, ripubblicato con rivisitazioni degli autori presso Franco Angeli nel 2011). Era la prima volta in Italia che a discutere di neutralità della scienza erano scienziati professionisti.

Fino al fine anni Sessanta infatti la sinistra italiana era stata scientista, d'istinto e di convenienza. Lo scientismo era l'orizzonte filosofico più comodo per coniugare insieme emancipazione sociale e progresso tecnologico, razionalismo antisuperstizioso e laicità. Una versione paludata di quello slogan «Soviet + elettrificazione» in cui cui Lenin aveva condensato tutto il comunismo. Sul versante opposto, le critiche alla scienza venivano tutte da un orizzonte irrazionalista, poetante, nietzscheano, aborrente i numeri («la legge di gravità non renderà mai conto della poesia della luna di notte») e la rivendicazione di un'ineffabilità sostanziale del mondo.Ma già dal sottotitolo, Paradigmi scientifici e materialismo storico, i quattro autori rimescolavano le carte ed esplicitavano il loro obiettivo: affrontare la non-neutralità della scienza, la sua storicità, non dalla prospettiva di un irrazionalismo di destra, ma da sinistra e dall'interno del razionalismo. Non a caso i quattro autori avevano tutti partecipato in modi diversi al '68.

E ci voleva la carica eversiva del '68 per poter formulare - contro tutto l'establishment accademico e contro la corporazione degli scienziati, in primis dei fisici - una visione storicizzata della scienza. Per poter cioè dire che la scienza è prodotto storico, come ogni altra attività umana, e in quanto tale condizionata dalla società in cui viene esercitata. Fino ad allora aveva prevalso la tesi che la scienza di per sé è neutra e a-storica, anche se il suo (buono o cattivo) uso può essere determinato dal contesto sociale. L'ambizione dell'Ape era invece quella di mostrare che la correlazione tra società e ricerca scientifica penetrava fino nelle teorie e nei concetti. Un'ambizione che valse al libro una levata di scudi sul genere becero «la legge di gravità fa cadere i corpi allo stesso modo in un regime socialista e in uno capitalista».

Fu proprio la non neutralità degli stessi concetti scientifici a indirizzare il lavoro giornalistico e di ricerca che facemmo sul manifesto per tutti gli anni '80 sulle pagine culturali e sul supplemento monografico settimanale la talpa. Un lavoro cui partecipavano tra gli altri Michelangelo Notarianni, Franco Carlini, Danielle Mazzonis.Certo Marcello, non sempre andavamo d'accordo tu e io: per esempio non condividevo la sua passione per Bateson, ma è certo che il confronto intellettuale sui temi che ci arrovellavano entrambi ha stimolato la mia mente, come quella di tanti altri, e ci ha consentito di non assopirci nel generale letargo della ragione che ha colpito la nostra società.E come apprezzammo nel 2007 la lettera che dalle colonne del manifesto scrivesti (insieme ad alcuni altri docenti tra cui Giorgio Parisi) al rettore dell'università La Sapienza di Roma per far annullare la lectio magistralis di Benedetto XVI!

Una vita lunga e invidiabile la tua Marcello: non solo sei sempre stato un bellissimo uomo, ma hai fatto un bellissimo lavoro, quello di fisico teorico, hai visitato terre lontane (come quando nel 1967 andasti in Vietnam e in Laos, sotto le bombe americane, come membro della giuria del Tribunale Russell), hai avuto una miriade di amici intelligenti che ti amavano, eri stimato, hai militato per una società migliore, hai contribuito a fondare il manifesto, hai stimolato la discussione filosofica italiana, hai goduto i piaceri della vita. Come scrisse Catullo a suo fratello: et in perpetuo salve atque vale.



Addio a Marcello Cini, fisico e ambientalista

di Piergiorgio Odifreddi

È morto a quasi novant’anni Marcello Cini, influente e discusso scienziatoengagé,nel senso alto della parola: quello portato alla ribalta dalle contestazioni studentesche degli anni ’60, e oggi purtroppo solo un ricordo di tempi passati. Esatta antitesi dell’intellettuale chiuso nel suo laboratorio a osservare le particelle, o rinserrato nel suo studio a cercarne le leggi, Cini era uscito allo scoperto per diventare un “cattivo maestro”, come si era definito con provocatoria civetteria negli autobiograficiDialoghi di un cattivo maestro,appunto.A portarlo alla ribalta nel 1976 fuL’ape e l’architetto,un libro scritto con Giovanni Ciccotti, Michelangelo De Maria e Giovanni Jona-Lasinio, che sollevò un vero e proprio polverone. Cini e i suoi coautori attaccavano infatti la visione di una scienza neutrale e impersonale. Ne mettevano in luce non solo le implicazioni, ma anche e soprattutto le responsabilità sociali. E percorrevano una specie di “terza via”, a metà strada tra gli eccessi acritici dell’accettazione scientista e del rifiuto idealista.

Il linguaggio di quelle pagine oggi suona un po’ arcaico edemodé,con tutti quei riferimenti ai “modi di produzione” e alle “classi dominanti”. Ma la sostanza rimane attuale, se è vero che, come ricordava qualche tempo fa lo scomparso premio Nobel per la pace Joseph Rotblatt, la maggioranza degli scienziati attualmente lavora a ricerche direttamente o indirettamente legate agli armamenti. E una percentuale ancora maggiore, ovviamente, a ricerche direttamenteo indirettamente legate all’industria e alla tecnologia.Sorprendentemente, a scagliarsi contro quest’interpretazione marxista della scienza fu Lucio Colletti, coetaneo di Cini, che in una famosa recensione sull’Espresso scrisse: «Qui la scienza e il capitalismo fanno tutt’uno. Il valore oggettivo della conoscenza scientifica è saltato. Malgrado le intenzioni è saltato anche il materialismo». Quasi quarant’anni dopo, la storia registra la coerenza di Cini, collaboratore fino all’ultimo delManifesto,e il tradimento di Colletti, fiore all’occhiello di Forza Italia dal 1996 alla mortenel 2001.

Politicamente, Cini (nato nel 1923 a Firenze, chiamato alla Sapienza da Edoardo Amaldi per insegnare Fisica teorica e, poi, Teorie quantistiche) aveva fatto parte del Partito Comunista Italiano fino al 1970, quando ne era stato espulso insieme agli altri fondatori delManifesto,appunto. E nel 2010 aveva accettato la candidatura da capolista di Sinistra Ecologia Libertà alle regionali del Lazio. D’altronde, l’ecologia e l’ambientalismo erano due dei grandi temi del suo pensiero, a favore dei quali si era impegnato nella presidenza del consiglio scientifico di Legambiente.

L’ultima zampata da leone l’aveva data il 14 novembre 2007, indirizzando al rettore della Sapienza una lettera di protesta in cui gli chiedeva di annullare l’invito a BenedettoXVI in occasione dell’apertura dell’anno accademico. Decine di docenti dell’università sottoscrissero l’appello di Cini, e centinaia di studenti manifestarono contro la visita del papa, che decise diplomaticamente di cancellare la proprialectio magistralis.Fu in quell’occasione che vidi Cini per l’ultima volta. Partecipammo insieme, la sera del 16 gennaio 2008, a una puntata di Porta a Porta, il giorno prima della mancata visita papale. Monsignor Fisichella e l’onorevole Buttiglione chiamarono a raccolta per la domenica successiva in Piazza San Pietro. Cini intervenne signorilmente e pacatamente, a difesa della scienza e della sua separazione dalla religione. E le sue parole e la sua chioma bianca sono il mio ultimo ricordo del “cattivo maestro”, che quella volta era riuscito a scuotere l’Italia intera.

Corriere della Sera

Addio a Cini, il fisico che si oppose alla lectio del Papa alla «Sapienza»

di Giovanni Caprara

«Sono convinto che anche le conoscenze scientifiche non sono verità assolute ma sono relative e contingenti e debbono essere vagliate da altri punti di vista, tra i quali anche quello della filosofia. Naturalmente anche questi punti di vista sono a loro volta relativi e contingenti: un punto di vista assoluto e immutabile non esiste». Questa era l'idea della scienza di Marcello Cini, scomparso lunedì a Roma all'età di 89 anni. E le sue parole rivelavano il metodo che lui applicava alla vita in generale, sempre, ponendo in discussione tutto pur restando fedele alla sua visione dell'uomo.

L'ultima sua uscita clamorosa risale al novembre 2007, quando scriveva al rettore dell'Università di Roma «La Sapienza» chiedendogli di annullare lalectio magistralisdi Papa Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico, giudicandola inadatta all'occasione. E fu l'ultima volta in cui riuscì a coagulare intorno a sé il consenso di 67 docenti che firmarono con lui, ma provocando fuori dell'ateneo accese reazioni, soprattutto da parte del mondo cattolico. Diventò un caso che sollevò contestazioni e disordini. E il Pontefice tre giorni prima della visita, nel gennaio successivo, rinunciava all'invito. Cini sostenne in modo risoluto la laicità dell'istituzione: considerava la presenza del Papa una violazione. E con questo manifestava anche la sua idea di laicità assoluta. Era uno dei tanti volti di Marcello Cini, il primo dei quali era tuttavia quello dello scienziato: sulla cultura scientifica egli costruiva le sue certezze.

Era nato a Firenze il 29 luglio 1923, arrivando ad insegnare fisica teorica alla «Sapienza» chiamato da Edoardo Amaldi. Poi abbracciava le frontiere più avanzate della fisica quantistica. Nonostante i suoi pensieri di fisico fossero molto astratti e apparentemente distaccati dalla quotidianità Marcello Cini guardò alla Terra e alla difesa della vita con la stessa intensità con la quale difese la laicità.Negli anni Sessanta diventò uno dei padri, il più nobile, degli ambientalisti. Cini era un fine intellettuale le cui idee potevano non essere condivise, ma era stimolante considerarle: il confronto generava sempre un arricchimento. Ma sapeva anche mettersi in discussione come nel libro Dialoghi di un cattivo maestro.

Le sue accese convinzioni, la voglia di incidere sulla realtà lo portò inevitabilmente in politica. Partecipò alla fondazione del quotidiano «Il Manifesto» e negli anni Sessanta fece parte del Tribunale Russell sui diritti dell'uomo, recandosi in Vietnam e raccontando poi le atrocità della guerra. Alla direzione della rivista «SE/Scienza Esperienza», fondata da Giulio Maccacaro, la sua linea fu discutere e diffondere lo stretto rapporto tra scienza e società. Come i suoi articoli, ancor di più facevano discutere i suoi libri, in cui scavava ancora più a fondo la visione sociale della scienza. Per questo L'ape e l'architetto, Il gioco delle regolee Il paradiso perdutosegnarono davvero un'epoca.

La città conquistatrice. Un secolo di idee per l’urbanizzazione. Antologia, Corte del Fontego editore, Venezia 2012, pp.340, euro 20

Una raccolta di testi eterogenei, costruita con acutezza e originalità per dimostrare le tappe dell’avanzare – tra Otto e Novecento – dell’idea di città come ordinatrice di spazi e modi di vita dell’uomo moderno. Questa è La città conquistatrice. Un secolo di idee per l’urbanizzazione, antologia di testi italiani e stranieri, molti dei quali di difficile reperibilità o inediti. Le scelte testuali e le traduzioni di Fabrizio Bottini, insieme al suo saggio introduttivo, ricostruiscono le ragioni del percorso che ha portato più di metà della popolazione mondiale a vivere in città, seguendo le tracce del depositarsi di progetti e pratiche che costituiscono le radici profonde dei temi oggi più frequentati dal dibattito urbanistico: dalla sostenibilità ambientale, al consumo di suolo, alla partecipazione dei cittadini nelle scelte sul futuro della città.

Ma ricostruisce insieme anche il moltiplicarsi nel tempo dei significati del termine “urbano”, aggettivo attribuito a luoghi, modi di vivere, specie di città sempre più vari. Dalla definizione di un disegno elementare ed efficace come la griglia di Manhattan, al progetto dei rettifili e sventramenti ottocenteschi nelle città storiche, fino all’invenzione del pervasivo paradigma della città giardino, l’urbanistica moderna si è dotata di strumenti di conoscenza ed intervento capaci di mantenere la città e il suo montante successo in equilibrio tra tradizione e innovazione.

Ma ha anche prodotto derive, che ritroviamo nel volume già identificate e stigmatizzate tra gli anni ’20 e ’30, riconosciute da un lato all’altro dell’Atlantico come fonti di degrado del territorio: la parola sprawl viene usata per la prima volta nel 1937 dal responsabile per la pianificazione territoriale della Tennessee Valley Authority, che vi riconosce sia la trasformazione delle campagne nella caricatura di una città, sia il principio della corsa al dissennato consumo di risorse territoriali che sarebbe esploso dopo la guerra.

Questa antologia di idee per il futuro della città, elaborate da soggetti diversi – di grande interesse il brano estratto da un testo per le scuole medie di Chicago del 1911, che testimonia l’importanza di educare i cittadini, per assicurare il buon futuro del loro luogo di vita – vuole perciò riproporre alcune delle molte ipotesi che lungo due secoli hanno inteso migliorare la città. E propone di tornare ad attingere a questo ricco serbatoio, per tentare, come sostiene l’autore, di “trasformare l’incubo dell’urbanizzazione globale in un bellissimo sogno”.

Mannaggia alla bomba atomica! Senza questo piccolo particolare, la recessione mondiale sarebbe già alle nostre spalle. Infatti le altre crisi gravi sono state sanate solo quando è scoppiata una bella guerra: l'esempio più indiscutibile è la Grande Depressione degli anni '30 superata solo grazie alla Seconda guerra mondiale.

La ragione è semplice: di solito della guerra percepiamo solo la messe umana che miete, ma dal punto di vista economico i milioni di morti sono marginali; quel che conta è che la guerra distrugge un'immane quantità di edifici, prodotti, macchinari, in definitiva di capitale; e quindi crea la necessità di una nuova accumulazione, grazie alla ricostruzione materiale. Tanto che, dopo la guerra, a vivere i miracoli economici più rigogliosi di solito sono proprio i paesi più rasi al suolo, perché i nuovi impianti sono più moderni mentre gli stati più risparmiati si tengono anche le fabbriche più desuete e vengono scavalcati. Joseph Schumpeter aveva in mente proprio la guerra quando parlava della «distruzione creatrice» come caratteristica essenziale del capitalismo.

Però non tutte le guerre vanno bene. Quella in Iraq è sì costata agli Usa migliaia di miliardi di dollari senza apportare alcun beneficio all'economia statunitense, proprio perché non ha richiesto un massiccio aumento della produzione, non ha mobilitato la popolazione, non ha messo in campo quel connubio di spesa illimitata (per armi e materiale bellico) da un lato e razionamento (dei consumi privati) dall'altro che costituisce tutto l'appeal dell'economia di guerra. La guerra consente infatti ai governi di mandare a quel paese i diktat dei "mercati", rende non solo lecito, ma necessario spendere ed espandere il debito pubblico in nome di una causa superiore. Nessuno criticherà un governo se sfora per difendere la patria.Le guerre locali e a questo scopo non servono, ci vogliono vere e proprie guerre mondiali. E' col capitalismo che nasce la nozione di "guerra mondiale": la prima fu quella dei Sette anni (1756-1763) che decise il destino coloniale di interi continenti, dal Canada all'India; mondiali furono le guerre napoleoniche (anche Bonaparte, come Rommel, pensò di andare a fiaccare la potenza inglese in Egitto, e come Von Paulus finì impantanato in Russia); mondiali furono le due grandi guerre del secolo scorso.

Sono proprio queste guerre mondiali - conflitti totali tra grandi potenze - che l'arma atomica ha reso impossibili. Il capitalismo si trova così prigioniero dell'impossibilità di ricorrere alla soluzione bellica. Una prigionia tanto più asfissiante quanto più è totalitaria la dittatura dei mercati e quanto più risulta incrollabile la fede superstiziosa negli effetti salvifici dell'austerità. Durante la guerra fredda i propagandisti occidentali coniarono un'immagine assai efficace per descrivere la dittatura materiale e ideologica cui erano sottoposti i paesi del Patto di Varsavia: "socialismo reale" fu chiamata. Termine di straordinaria comunicativa perché diceva tutto senza dire: di fronte alle promesse di un "radioso sol dell'avvenire", nella sua realtà attuale e quotidiana il socialismo era solo sorveglianza del Kgb o della Stasi, penuria materiale, censura, file davanti ai negozi di generi di prima necessità, oppressione totale (o totalitaria) sotto un tallone nello stesso tempo poliziesco e ideologico (un pensiero unico sovietico diremmo oggi). Quel che caratterizzava il socialismo reale era che non potevi sfuggire, non potevi andartene, non potevi né cambiarlo, né ricusarlo. Ci pensavano i carri armati dei "paesi fratelli" a ricordarlo.

Una volta spazzato via il socialismo reale e delegittimato il socialismo immaginato, l'ironia della storia vuole che oggi ci accorgiamo di vivere nel "capitalismo reale". Anche noi siamo topi in gabbia che non possiamo sfuggire né allo spread né agli interessi del debito; anche per noi non c'è rifugio per quanto lontano dove non ci raggiungano gli esattori del nostro debito: ci rincorrerebbero anche su Marte. Anche noi dobbiamo vivere nella penuria: i greci anziani devono privarsi della sanità e gli spagnoli giovani del lavoro, per ottemperare agli ordini dei nostri "banchieri fratelli", cui per imporre i diktat non servono più carri armati, ma ispettori finanziari. Anche noi siamo strangolati dall'ideologia.

Ed è straordinario come tutti facciano finta di credere all'idea che l'austerità serva a qualcosa mentre invece è solo la corda a cui impiccarci. Perché, se superstizione è una fede immotivata, anzi contraddetta nell'esperienza, allora la fiducia nel potere terapeutico dell'austerity (come è più bello dirlo in inglese!) è una superstizione che non ha niente a invidiare a San Gennaro. Le ricette prescritte oggi da Bruxelles e da Francoforte ai paesi "sviluppati" del sud Europa sono identiche a quelle che per decenni il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale hanno imposto agli stati del Terzo mondo: decenni di austere terapie monetariste non hanno mai fatto prosperare nessun paese, ma tutti li hanno lasciati stremati, impoveriti, socialmente più feroci.

D'altra parte anche un bambino capirebbe che uno stato NON è una famiglia: una famiglia in difficoltà stringe la cinta e forse ne esce; ma se in uno stato tutti stringono la cinta, nessuno consuma più, le industrie non hanno più clienti, la produzione e le vendite crollano, le tasse che lo stato percepisce precipitano, tanto che in questi anni di lacrime e sangue il debito greco è aumentato, non diminuito, e anche quello italiano si è avviato sulla stessa china.

Nell'ultimo numero di Harper's Magazine, in un articolo intitolato The Austerity Myth, Jeff Madrick scrive che l'ideologia dell'austerità «va considerata una superstizione tanto quanto una teoria economica... Dall'Odissea al Vecchio Testamento, l'abnegazione è stata la reazione tradizionale a circostanze difficili. Sacrificio è la parola d'ordine che mobilita in guerra, come digiunare è la pratica centrale in molte religioni. L'auto-sacrificio è anche, triste a dirsi, profondamente attraente come risposta ai problemi economici. Suona giusto - una forma di penitenza e di machismo... Il problema è che anche se l'austerità può funzionare per gli individui raramente funziona per le economie».

I riti dell'austerità inflittici dalla Germania e dalle Borse diventano allora l'equivalente mercantile delle processioni autoflagellanti del Medioevo, delle penitenze cui si sottoponevano i pietisti per salvarsi l'anima. Con la differenza che magari i flagellanti il paradiso lo trovarono (il contrario non è dimostrabile), mentre noi la ripresa economica ce la possiamo sognare. Da ex consulente di Goldman Sachs (la più potente banca mondiale) è normale che Monti sia un piazzista di questa superstizione. Più problematico è che la stessa fede cieca animi molti esponenti del Partito democratico. Forse il dirigente che più somiglia al moschettiere Aramis (non solo per i baffetti) è stato per una volta nel giusto quando ha detto che costoro «si faranno male». Il guaio è che lo fanno

Il mantra del pensiero economico dominante recita che il debito pubblico è il male assoluto. Consolatorio, ma non spiega nulla. Rivela semmai la difficoltà delle teorie neoclassiche a venire a capo della crisi del sistema capitalistico. Un percorso di lettura Da Bretton Woods alla libertà di movimento dei capitali. Le tappe più rilevanti che hanno segnato il passaggio dai «gloriosi trenta anni keynesiani» all'attuale crash finanziario.

Nell'attuale dibattito di politica economica, su una cosa si concorda tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione: il debito pubblico è un male assoluto. Da Monti a Grillo, passando per Bersani, Di Pietro e Vendola, non c'è praticamente nessuno che abbia da dissentire. Magari ci si divide su come ridurlo, ma sul fatto che il debito sia di per sé un problema gravissimo perfino la «sinistra d'alternativa» sembra essere d'accordo - quasi che si potesse considerarlo come la misura degli eccessi del nostro consumo ai danni di Madre Terra.

J. M. Keynes scrisse a conclusione della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936) che gli uomini pratici sono spesso schiavi di qualche economista defunto. Probabilmente la sua affermazione andrebbe rivista per tener conto del fatto che anche gli economisti hanno beneficiato dell'innalzamento della vita media prodotto dal welfare state, ma nel suo significato centrale tiene. La communis opinio sul debito pubblico come male assoluto discende infatti dai teoremi che costituiscono l'ossatura della teoria economica neoclassica, i cui postulati - a cominciare da quello della «scarsità» - governano a ben vedere anche quelle visioni asseritamente «alternative» che l'obiettivo della crescita si propongono invece deliberatamente di abbandonare.

Dominanti per default

Cosa dimostrino questi teoremi è presto detto: dati il progresso tecnico e la crescita della popolazione, e almeno fino al raggiungimento dell'equilibrio di crescita stazionaria, il tasso di crescita del reddito del sistema economico dipende da quello del capitale, che a sua volta dipende dal risparmio. Ne derivano ovviamente implicazioni negative circa le possibilità di intervento della politica governativa, perché l'unico scopo di quest'ultima diventa l'accrescimento del tasso di risparmio nazionale. È vero, l'evidenza empirica non è ancora riuscita a sciogliere il dubbio se siano il risparmio e gli investimenti a generare la crescita del reddito o sia invece quest'ultima a rendere parte del reddito disponibile al risparmio e all'investimento. Ma non è meno vero che la perdurante assenza di un paradigma idoneo a contenderle la scena (oltre che la drammatica mancanza di forze organizzate capaci di combattere contro l'assetto di interessi che essa tende a consolidare) rende la teoria neoclassica dominante per default: giusto come Windows, che si avvia immediatamente appena accendiamo il nostro pc.

Naturalmente, una situazione del genere favorisce l'insorgere di pregiudizi. Ad esempio, suggerendo la teoria che l'azione pubblica non può influire positivamente sulla crescita, ci si è interrogati sulla possibilità che possa danneggiarla. E siccome la fantasia degli economisti ortodossi non è certo minore di quella di tanti novelli costruttori di falansteri «dal basso», si sono elaborate al riguardo numerose risposte affermative, per giunta matematicamente molto eleganti.

Una delle più note muove dalla raffigurazione di due diagrammi relativi al mercato del lavoro: nel primo si mostra il settore in cui offrono i propri servizi individui «produttivi» che pagano le imposte, nell'altro il settore degli individui «sfigati» (per usare la pregnante espressione di un fortunato giovanotto, sottosegretario al Lavoro), che vivono di sussidi e trasferimenti pubblici. Questa coppia di diagrammi intende suggerire che vi sono costi da entrambi i lati del sistema di tassazione-trasferimenti: dal lato dei «produttivi» perché l'imposta innalza il costo a carico dei datori di lavoro e/o riduce il compenso dei lavoratori, disincentivando gli uni dall'assumere e gli altri dal produrre di più; dal lato degli «sfigati» perché il sussidio è di norma ancorato al (basso o nullo) reddito che essi percepiscono e dunque li disincentiva dall'offrire i loro servizi e/o dall'acquisire abilità che potrebbero suscitarne la domanda.

Sennonché, per quanto gli economisti ortodossi si siano ingegnati di offrire riscontri empirici circa l'ammontare di quella che, in termini di mancata crescita, sarebbe una «perdita secca», non disponiamo ancora di alcuna evidenza al riguardo: come ha scritto l'economista Peter H. Lindert, siamo ancora nel regno della «immaginazione, sia pur sorretta da capacità teoriche».

La spiegazione unificante

Non dissimile è la situazione per ciò che riguarda i presunti rapporti fra l'intervento pubblico e le crisi economiche. Gli economisti mainstream concedono senz'altro che le crisi hanno un tratto comune costituito dall'eccessiva accumulazione di debiti da parte di tutti gli attori del sistema economico (stato, imprese, lavoratori-consumatori) e ammettono pure che, ciò nonostante, l'indebitamento resta uno strumento fondamentale per il funzionamento stesso del sistema. Recentemente, però, sono giunti a ipotizzare che sia il debito pubblico il vero «problema unificante» delle crisi finanziarie, quanto meno di quelle degli ultimi otto secoli (!). E al netto della loro stupefacente capacità di mantenersi tanto più imperturbabili quanto più gli esiti delle loro «ricerche storiche» contraddicono il più elementare buon senso storiografico (una caratteristica ormai affinata in tre decenni di dominio della cliometria), bisogna riconoscere che anche qui l'evidenza empirica non aiuta, e semmai spinge in direzione opposta.

In effetti, è un dato incontrovertibile che la frequenza delle crisi bancarie e delle crisi valutarie - particolarmente elevata dall'inizio del XIX secolo, soprattutto nei paesi che di volta in volta hanno costituito i centri finanziari mondiali - ha subito un significativo decremento un po' dovunque dopo la seconda guerra mondiale e fino ai primi anni Settanta del Novecento. E altrettanto incontrovertibile è il fatto che da allora in poi (più precisamente, dalla denuncia statunitense degli accordi di Bretton Woods) la quota dei paesi che hanno registrato difficoltà nel settore bancario ha ripreso ad accrescersi, fino a generalizzarsi con l'ultima crisi finanziaria esplosa nel 2008.

Tra l'uno e l'altro di questi due periodi di tempo se ne colloca un terzo, approssimativamente databile tra il 1945 e il 1975, che i francesi di orientamento progressista solevano chiamare «trenta gloriosi keynesiani» e gli economisti neoclassici preferiscono piuttosto denominare «età della repressione finanziaria». Fu un periodo in cui gli stati, limitando i movimenti di capitali verso l'estero, costringevano di fatto i residenti a depositare il loro denaro nelle banche e queste ultime ad acquistare titoli del debito pubblico, attraverso la gestione delle riserve obbligatorie. Poiché a ciò si accompagnava quasi ovunque un controllo politico sulla banca centrale, che consentiva ai pubblici poteri di intervenire nella determinazione del tasso di sconto, ne veniva che gli stati si indebitavano a tassi molto bassi e, di fatto, «tassavano» il capitale monetario, infliggendogli un rendimento minore di quanto avrebbe potuto spuntare in regime di «libertà finanziaria». La riprova è che, mentre nel periodo in questione i rendimenti dei debiti pubblici risultarono inferiori ai tassi di interesse di mercato, sia prima che dopo è accaduto (e accade) l'esatto contrario.

Ovviamente, nemmeno gli economisti ortodossi hanno potuto fare a meno di rilevare la chiara correlazione esistente tra la maggiore mobilità dei capitali che ha contraddistinto il periodo precedente e successivo al trentennio 1945-75 e l'aumentata incidenza delle crisi bancarie, né hanno potuto esimersi dall'ammettere che la (relativa) calma dei «trenta gloriosi» dipendesse dalla «repressione finanziaria» attuata dallo stato: già nel 1985, del resto, era apparso sul Journal of Development Economics un profetico articolo di Carlos Díaz-Alejandro, eloquentemente intitolato Goodbye Financial Repression, Hello Financial Crash. Ma se è vero che l'evidenza empirica suggerisce che l'aumento dei debiti pubblici è una conseguenza delle crisi e non certo la loro «causa» (basti pensare che nei tre anni successivi ad una crisi l'indebitamento dello stato fa registrare in media un balzo dell'86 per cento), come giustificare l'insistenza sul debito pubblico, al punto da considerarlo - come s'è visto - il «problema unificante» delle crisi?

In termini teorici, la risposta è semplice. Poiché i neoclassici sostengono che l'ammontare del risparmio nazionale è positivamente correlato al tasso d'interesse, quanto più la «repressione finanziaria» riesce a tenere quest'ultimo «artificiosamente» basso tanto più si riduce la crescita (potenziale) del sistema economico. Si tratterebbe insomma di una «perdita secca» del tutto analoga a quella ipotizzata a proposito del sistema di tassazione-trasferimenti, e la crisi finanziaria non farebbe altro che sanzionarla.

Sennonché, proprio come in quel caso, non abbiamo alcuna evidenza che il supposto legame tra risparmio e tasso d'interesse sia qualcosa di diverso da un prodotto dell'immaginazione, sorretta o meno che sia da capacità teoriche. Lo ha riconosciuto perfino l'attuale Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco: «il principale risultato neoclassico - che il livello del risparmio dipende, per dato reddito, dall'andamento del tasso d'interesse - non ha trovato conferme di rilievo nelle verifiche di natura empirica, così come anticipato da Keynes». E allora, perché ostinarsi a non riconoscere quel che i dati suggeriscono a chiare lettere, che cioè la crescita del reddito appare positivamente correlata alla «repressione finanziaria», ossia a quella «signoria pubblica sul denaro» che costituisce l'esatto rovescio della costituzione monetaria degli ultimi quarant'anni?

Una risposta semplice ma non banale offrì Harry Dexter White, il negoziatore americano alla conferenza di Bretton Woods: il controllo dei movimenti di capitale varato allora significava «meno libertà per i proprietari di capitali liquidi», ossia «restrizione ai diritti di proprietà di quel cinque o dieci per cento di persone che hanno abbastanza ricchezza o reddito per investirne una parte all'estero». Una restrizione attuata non per capriccio o cattiveria, ma semplicemente perché la possibilità per i pubblici poteri di garantire - attraverso la gestione della domanda effettiva - una crescita del prodotto coerente con le potenzialità del sistema implicava anzitutto che le bilance dei pagamenti non fossero turbate dai movimenti repentini ed erratici che sono tipici degli investimenti finanziari. Diversamente, i cambi fissi si sarebbero trasformati in una camicia di forza per le prospettive di crescita delle nazioni, poiché non appena la bilancia dei pagamenti avesse registrato squilibri provocati da movimenti di capitali alla ricerca del massimo profitto a breve, il mantenimento del tasso di cambio avrebbe richiesto enormi dosi di «rigore fiscale» alla nazione in deficit: un rigore inutile e perfino dannoso, perché - oltre a tradursi in un ingigantimento del debito pubblico - avrebbe compromesso ogni strategia di politica industriale volta alle necessarie trasformazioni della struttura produttiva.

L'enigma del pasto gratis

Bisogna riconoscerlo: vista in quest'ottica, la costituzione economica europea varata a Maastricht e recentemente implementata con il Fiscal Compact sembra piuttosto riecheggiare un accorato e anonimo appello lanciato dalle colonne del New York Times il 1° luglio 1944, mentre prendevano avvio i lavori della conferenza di Bretton Woods: «Ogni nazione dovrà abbandonare l'idea fallace secondo cui avrebbe un vantaggio a vietare ai propri cittadini di esportare oro, capitale o credito». Non possiamo dirne qui. Quel che possiamo aggiungere è che, se è vero che non esiste alcuna correlazione inversa tra la crescita del reddito, da un lato, e la «repressione finanziaria», l'imposizione fiscale e una spesa pubblica non condizionata dall'obiettivo di remunerare a tassi di mercato il denaro preso a prestito, dall'altro, sorge «l'enigma di un pasto potenzialmente gratis», come lo ha definito Lindert: come mai i paesi con spesa sociale elevata registrano livelli altrettanto elevati di produttività del lavoro e per di più i lavoratori che vi abitano riescono a godere di più tempo libero all'anno, vanno in pensione prima e lavorano meno ore pro capite? Bisognerà tornarci.

Otto secoli di follia finanziaria

Una ricca (ancorché orientata) panoramica sulle diverse teorie della crescita e sulle loro verifiche empiriche è quella messa a punto da Enzo Grilli poco prima di scomparire prematuramente nel 2006 («Crescita e sviluppo delle Nazioni. Teorie, strategie e risultati», Utet, pp. 497, euro 29). Peter H. Lindert ha invece esposto la sua prospettiva eterodossa sui rapporti tra spesa sociale e crescita in un bel libro che nel 2005 ha vinto l'Allan Sharlin Prize per la storia delle scienze sociali (trad. it. «Spesa sociale e crescita», a cura di R. Artoni e A. Sommacal, Università Bocconi Editore, pp. 463, euro 30).

Definito dal Washington Post «semplicemente il libro sulle crisi finanziarie», l'ultima fatica di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff («Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria», Il Saggiatore, pp. 426, euro 22), è piuttosto l'ennesima riprova delle difficoltà - ma verrebbe da dire: dell'incapacità - dell'economia ortodossa di venire a capo dei dilemmi che il funzionamento del modo di produzione capitalistico continuamente le propone. Una difficoltà che affligge la pur meritevole disamina di Massimo Amato e Luca Fantacci, «Fine della finanza» (Donzelli, pp. 332, euro 18,50), ai quali sembra sfuggire che solo un cambiamento nei rapporti di produzione dominanti può rendere la moneta altro dal capitale.

Per quasi tutti i provvedimenti di politica economica, in particolare per i tagli della spesa pubblica, si fa oggi ricorso alla mozione degli affetti: evocandone i presunti vantaggi per le generazioni future e invocando la diligenza del buon padre di famiglia. Quali rapporti economici si debbano stabilire tra le generazioni attuali e le generazioni future è questione teoricamente e politicamente complessa: l'economia capitalistica è costituzionalmente incapace di garantire l'allocazione intertemporale delle risorse, per la semplice ragione che le generazioni future non possono fare offerte per risorse allocate sui mercati attuali. Una riforma analiticamente ben fondata e davvero «strutturale» si può tuttavia trovare nella proposta di Jonathan Swift, una proposta intesa a evitare che i figli dei poveri siano un peso per i loro genitori o per il paese, e a renderli invece utili per la comunità tutta. 

Scrive Swift, nel 1729: «È cosa ben triste vedere le strade affollate di donne che domandano l'elemosina seguite da bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano cosí i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro a elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro. Penso che tutti i partiti siano d'accordo sul fatto che tutti questi bambini costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana e utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l'intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese. 

«Io tuttavia non intendo preoccuparmi soltanto dei bambini dei mendicanti di professione, ma vado ben oltre: voglio prendere in considerazione tutti i bambini di una certa età, i quali siano nati da genitori in realtà altrettanto incapaci di provvedere a loro, di quelli che chiedono l'elemosina per le strade. Dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante e aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo. 

«È vero, un bambino appena partorito dalla madre può nutrirsi del suo latte per un intero anno solare con l'aggiunta di pochi altri alimenti, per un valore massimo di spesa non eccedente i due scellini, somma sostituibile con l'equivalente in avanzi di cibo, che la madre si può certamente procurare nella sua legittima professione di mendicante; ma è appunto quando hanno l'età di un anno che io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anziché essere di peso ai genitori o alla parrocchia, o essere a corto di cibo e di vestiti per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione e in parte al vestiario di migliaia di persone. Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedirà gli aborti procurati. Di solito si calcola che la popolazione di questo Regno sia attorno al milione e mezzo, e io faccio conto che, su questa cifra, vi possano essere circa duecentomila coppie, nelle quali la moglie sia in grado di mettere al mondo figli; da queste tolgo trentamila, che sono in grado di mantenere i figli; restano centosettantamila donne feconde. Ne tolgo ancora cinquantamila, tenendo conto delle donne che non portano a termine la gravidanza o che perdono i bambini per incidenti o malattia entro il primo anno. 

«Restano, nati ogni anno da genitori poveri, centoventimila bambini. E ecco la domanda: come è possibile allevare questa moltitudine di bambini, e provvedere loro? Nella situazione attuale questo è assolutamente impossibile. Infatti non possiamo impiegarli né come artigiani, né come agricoltori, perché noi non costruiamo case, né coltiviamo la terra; e essi possono ben di rado guadagnarsi da vivere rubando finché non arrivano all'età di sei anni. Ma in questo periodo essi possono essere considerati propriamente solo degli apprendisti; i nostri commercianti mi hanno assicurato che i ragazzi e le ragazze al disotto dei dodici anni non costituiscono merce vendibile, e che anche quando arrivano a questa età non rendono piú di tre sterline o, al massimo, tre sterline e mezza corona, al mercato; il che non può recar profitto né ai genitori né al Regno, dato che la spesa per nutrirli e vestirli, sia pure di stracci, è stata di almeno quattro volte superiore. Io quindi presenterò ora le mie proposte che, voglio sperare, non solleveranno la minima obiezione. 

«Un Americano, uomo molto istruito, mi ha assicurato che un infante sano e ben allattato all'età di un anno è il cibo piú delizioso, sano e nutriente che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno, o lessato; e io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al ragú. Espongo allora alla considerazione del pubblico che, dei centoventimila bambini già calcolati, ventimila possono essere riservati alla riproduzione della specie. I rimanenti centomila, all'età di un anno potranno essere messi in vendita a persone di qualità e di censo in tutto il Regno, avendo cura di avvertire la madre di farli poppare abbondantemente l'ultimo mese, in modo da renderli rotondetti e paffutelli, pronti per una buona tavola. Un bambino renderà due piatti per un ricevimento di amici; quando la famiglia pranzerà da sola, il quarto anteriore o posteriore sarà un piatto di ragionevoli dimensioni e, stagionato, con un po' di pepe e sale, sarà ottimo bollito al quarto giorno, specialmente d'inverno. 

«Ho calcolato che, in media, un bambino appena nato venga a pesare dodici libbre e che in un anno solare, se nutrito passabilmente, arrivi a ventotto. Ammetto che questo cibo verrà a costare un po' caro, e sarà quindi adattissimo ai proprietari terrieri, i quali sembra possano vantare il maggior diritto sui bambini, dal momento che hanno già divorato la maggior parte dei genitori. Il costo di allevamento per un infante di mendicanti è di circa due scellini all'anno, stracci inclusi; e io penso che nessun signore si lamenterà di pagare dieci scellini il corpo di un bambino ben grasso che, come ho già detto, può fornire quattro piatti di ottima carne nutriente per quando abbia a pranzo qualche amico di gusti difficili, da solo o con la famiglia. Il proprietario di campagna imparerà cosí a essere un buon padrone e acquisterà popolarità fra gli affittuari, la madre avrà dieci scellini di profitto netto e sarà in condizione di lavorare finché genererà un altro bambino. I piú parsimoniosi (ed io confesso che la nostra epoca ne ha bisogno) potrebbero scuoiare il corpo, la cui pelle, trattata artificialmente, dà meravigliosi guanti per signora e stivaletti estivi per signori eleganti. Io ritengo che i vantaggi offerti dalla mia proposta siano molti e piú che evidenti, e anche della massima importanza. Previsto che il mantenimento di circa centomila bambini dai due anni in su non può essere calcolato di un costo inferiore a dieci scellini l'anno per ogni capo, il patrimonio della nazione aumenterà in questo modo di cinquantamila sterline l'anno, senza tener conto della nuova pietanza introdotta nelle mense di tutti i signori del Regno che siano di gusti raffinati; e il denaro circolerà tra di noi, essendo l'articolo completamente di nostra produzione e lavorazione. I produttori regolari, oltre al guadagno di otto scellini buoni, ottenuti annualmente con la vendita dei bambini, si libereranno del peso di mantenerli dopo il primo anno di età. Si avrebbe un grande incoraggiamento al matrimonio; aumenterebbe la cura e la tenerezza delle madri per i bambini; e ben presto avremmo modo di vedere un'onesta emulazione fra le donne sposate nel portare al mercato il bambino piú grasso. Io non prevedo obiezione possibile alla mia proposta, a meno che non si insista nel dire che la popolazione del Regno in questo modo diminuirebbe notevolmente. Lo ammetto ben volentieri, e è questo, di fatto, uno degli scopi principali della mia proposta. Una proposta che, essendo interamente nuova, presenta alcunché di solido e di concreto, è di nessuna spesa e di poco disturbo e rientra pienamente nelle nostre possibilità di attuazione. Stando le cose come stanno, come si potranno altrimenti trovare cibo e vestiti per centomila bocche e spalle inutili? Io invito quei politici, ai quali non garba il mio progetto, e che forse avranno il coraggio di azzardare una risposta, a andare a chiedere prima di tutto ai genitori di questi mortali se non pensino, oggi come oggi, che sarebbe stata una grande fortuna quella di essere andati in vendita come cibo di qualità all'età di un anno, alla maniera da me descritta, evitando cosí tutta una serie di disgrazie come quelle da loro patite, per l'oppressione dei padroni, l'impossibilità di pagare l'affitto senza aver denaro o commerci di qualche sorta, la mancanza dei mezzi piú elementari di sussistenza, di abitazione e di abiti per ripararsi dalle intemperie, con la prospettiva inevitabile di lasciare per sempre in eredità alla loro discendenza questi medesimi triboli, se non peggiori.» 

Si noti che una politica siffatta, a differenza delle manovre attuali, garantirebbe a un tempo rigore di bilancio e crescita del prodotto pro

N el 1999 proposi a Eric Hobsbawm, l'inventore del «secolo breve», un'intervista sul nuovo secolo che stava per cominciare. Il mio era un tipico giochetto giornalistico: chiedere a uno storico una previsione sul futuro basata su un'analisi del passato. Poiché a Eric piaceva giocare, accettò.

Ne nacque una conversazione di cui l'editore Laterza vendette i diritti in tutto il mondo (in Inghilterra, Usa, Germania, Francia, in lingua spagnola e portoghese, giapponese, turco, romeno… In alcuni Paesi ci furono addirittura delle aste per aggiudicarsi il libro).

A testimonianza della fama planetaria che circondava uno storicoglobal, come si direbbe oggi: per niente eurocentrico, sempre perfettamente a conoscenza degli eventi nei più sperduti posti del mondo, e soprattutto in grado di cogliere i nessi, anche i più singolari, «ciò che legava la nascita del rock and roll, il disfacimento del matrimonio, la bancarotta dell'avanguardia artistica, il declino dell'etica puritana del lavoro o quello del regime parlamentare». Diciamo che era uno al quale non sarebbe sfuggito un battito d'ali di farfalla in Brasile capace di produrre un tornado in Texas.

L'intervista si svolse nell'arco di una decina di giorni, in unafull immersionnella sua casa londinese ai margini del parco di Hampstead Heath. Dalla mattina alle 9 alla sera alle 5,nine to five, ascoltando musica jazz (di cui era recensore professionale) e Bbc Four, facendoci il caffè e i panini da soli. Questo incontro ravvicinato con Eric, fisicamente la più perfetta descrizione dell'aggettivo allampanato che io conosca, fu un'occasione per studiare un personaggio vissuto anche più a lungo del suo secolo breve (era nato nell'anno della Rivoluzione bolscevica) e che in qualche modo ne aveva incarnato ilGeist. Il prodotto era un uomo straordinario e complesso quanto la sua era.

Intanto era difficile definirne l'identità. Si trattava di un ebreo, che la famiglia aveva allontanato con lungimiranza da Vienna e da Berlino per spedirlo lontano dalle camicie brune, cioè di un esule? O era ormai un inglese, perfettamente a proprio agio nelle sue pantofole e nella sua patria d'elezione? Oppure un apolide, come si addiceva a coloro che avevano fatto parte di un movimento di palingenesi internazionale quale era il comunismo mondiale? Oppure ancora un prototipo di europeoante litteram, come poteva far supporre la sua perfetta padronanza del francese, dell'italiano, del tedesco, e la sterminata rete di conoscenti e amici che gli telefonavano ogni giorno da tutto il continente?

Penso che la descrizione migliore di Hobsbawm non fosse nessuna di queste. Egli apparteneva in realtà a una nazionalità sconosciuta sui passaporti: era unlondoner, un cittadino di Londra, di questa specie di città-stato cresciuta lungo il Tamigi tra la City e il West End, che per secoli ha idolatrato la libertà attraendo a sé il moderno. Anzi, per essere più precisi, Hobsbawm era un cittadino di Hampstead, il villaggio collinare dove si erano concentrate alcune tra le migliori menti del Novecento, spesso in fuga dai loro Paesi. Gente strana, erudita, informale, con le case piene di libri e gli armadi pieni di vecchi maglioni con le toppe, arroccatasi intorno a un bosco, su un'altura dove per secoli mercanti, geografi, scienziati avevano scrutato il globo dalla sommità dell'impero.

Poi c'era l'altra grande domanda che la sua vita provocava: Hobsbawm era ancora, o almeno poteva ancora definirsi, un comunista? Da ragazzi lo leggevamo su «Monthly Review», era un intellettuale chiave per chi negli anni 70 coltivava l'illusione che si potesse restare comunisti in Occidente senza accettare la realtà del comunismo sovietico. Lui filosovietico di certo non era, al punto che in Urss non erano mai state tradotte le sue opere. Nel 1956 era cominciato il suo grande freddo con il Partito comunista britannico: «Dissi ai dirigenti — raccontò nella nostra intervista — che non avrei rotto i rapporti con coloro che erano stati espulsi e aggiunsi che, se a loro non stava bene, potevano cacciarmi». Non lo cacciarono, ma lui non lasciò. Cominciò allora quel limbo di ambiguità in cui tanti comunisti occidentali — italiani innanzitutto — si logorarono per decenni, cercando una via al socialismo che fosse diversa. Alla «via italiana» Hobsbawm dedicò anche un saggio, in nome di Gramsci e in ammirazione di Berlinguer, allora protagonista della effimera stagione dell'eurocomunismo.

Non volle riconoscere, nemmeno quando ne parlammo ad Hampstead alla vigilia del Capodanno 2000, che il comunismo era «il passato di un'illusione», per dirla con il titolo di un fortunato e ben più radicale libro di François Furet, che uscì quasi in contemporanea al suoThe Age of Extremes. Con quel lavoro, in italiano tradottoIl secolo breve, per la prima volta nella vita di studioso aveva finalmente scritto del comunismo: fino ad allora si era appositamente tenuto alla larga dal Novecento, diventando paradossalmente il grande storico dell'età della borghesia. Ma la sua utopia non la rinnegò mai. Fu l'orgoglio intellettuale a non permettergli abiure né allora né dopo: «Perché sono rimasto? Perché non volevo finire in compagnia di tutti quegli ex comunisti che erano diventati anticomunisti.

Per lealtà a una grande causa, a tutti coloro che per essa avevano sacrificato la propria vita, agli amici e compagni morti per quella causa, che hanno sofferto carcere e tortura, da parte dei regimi comunisti come di quelli capitalisti. Me ne pento? No. Non penso. So bene che la causa che ho abbracciato ha dimostrato di non funzionare. Forse non avrei dovuto sceglierla. Ma, d'altra parte, se gli uomini non nutrono un ideale di un mondo migliore, perdono qualcosa. Mi sembra che l'umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passioni assolute».

Rimase così uno storico comunista senza il comunismo. L'ultimo. Orgoglioso al limite della testardaggine, ma pronto a pagarne il prezzo. Una volta mi diede di sé, ridacchiando, una fulminante definizione che solo un inglese può apprezzare fino in fondo: «Io faccio parte della ristretta schiera dei comunisti Tory», che è un po' come dire in Italia «comunisti conservatori». Il suo quasi secolo di vita è stato molto lungo. Solo ora che se ne è andato si può davvero dire che il Novecento è finito.

Al tempo della rivoluzione

di Gianpasquale Santomassimo

All'età di 95 anni, scompare quello che è stato probabilmente il più grande storico marxista del Novecento, certamente il più popolare e noto al grande pubblico. Una popolarità, quella di Eric J.Hobsbawm, relativamente recente e legata in grandissima parte alla fortuna e alle controversie suscitate dal Secolo breve. Come ricordava nella sua autobiografia Anni interessanti, per la stampa inglese era stato a lungo soltanto «quello storico che è rimasto comunista e che ama il jazz».

Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1917, dall'incontro fra una ebrea viennese e un ebreo polacco immigrato in Inghilterra e spedito in Egitto quale funzionario - e da questa origine familiare, possibile solo nel mondo degli imperi che andava declinando, trarrà l'incipit per il suo volume The Age Of Empires - seppe utilizzare tanto il lascito cosmopolita quanto quella «posizione leggermente angolata rispetto all'universo», di cui si era parlato a proposito del poeta greco Kavafis, nato nella stessa città. Il suo cognome era il risultato di una serie di travisamenti della burocrazia imperiale attorno all'originario Obstbaum, che il nonno ebanista polacco aveva portato con sé emigrando in Inghilterra.

Il suo rapporto con l'ebraismo, mai praticato religiosamente né riscoperto in età avanzata, come accadde a molti intellettuali, si limitò al rispetto del principio fortemente ribadito da sua madre: «Non fare mai qualcosa né dare l'impressione di far qualcosa che lasci pensare che ti vergogni di essere ebreo»; un precetto che dichiarò di aver sempre cercato di osservare «benché alla luce del comportamento del governo israeliano, la fatica di attenervisi sia a volte quasi intollerabile». Agli ebrei di San Nicandro Garganico è dedicato uno dei suoi ultimi scritti, molto bello, uscito sulla London Review of Books.

Ma era anche consapevole di essere un sopravvissuto della «civiltà ebraica delle classi medie dell'Europa centrale dopo la prima guerra mondiale». Tra Vienna e Berlino, dove visse da giovane, non c'era molta possibilità di scelta, in quella Europa: si poteva diventare o comunisti o sionisti, e il giovane Hobsbawm compi la scelta del comunismo a cui rimase fedele per tutta la vita.

Nell'ambiente di Cambridge, tra grandi storici come Dobb e Cole, maturò rapidamente un personale ventaglio di interessi, uno stile e una forma di marxismo che ne avrebbero contraddistinto l'opera, rendendola immediatamente riconoscibile.

Una visione globale

Chi leggeva negli anni Sessanta The Age Of Revolution, che diverrà il primo volume della grande quadrilogia sul mondo contemporaneo - non voluta né pensata tale all'origine - si rendeva conto subito di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso rispetto a ciò che passava in genere per storiografia marxista. In quel libro, che rimane forse il più bello tra i suoi volumi d'insieme, non c'era il plumbeo economicismo di tante trattazioni, pur occupandosi in gran parte di economia, ma non solo: il mondo nuovo emergeva dall'intreccio di una «duplice rivoluzione», quella industriale che muoveva dall'Inghilterra e quella politica che dopo avere debuttato negli Stati Uniti trovava il suo pieno dispiegamento in Francia. Le due rivoluzioni confluivano e cambiavano tutto il mondo, non solo nel modo di produrre, ma in quello di pensare, di vivere, di sentire. Colpivano i capitoli sull'evoluzione della cultura, delle arti, delle scienze, della musica, che poi diverranno caratteristica abituale nella quadrilogia. Colpiva la dimensione internazionale della trattazione, in un libro dove c'era più Toissant Louverture che Danton o Saint-Just, dove si cercava di dar vita a una storia collettiva, basata sull'interdipendenza tra civiltà europea e atlantica e quelle degli altri continenti; effettivamente globale molto prima che qualcuno immaginasse un termine come «globalizzazione».

E in questo modo, soprattutto, si riscopriva il vero Marx del Manifesto, non un filosofo regressista che deprecava un indistinto «capitalismo», ma l'esaltatore della portata rivoluzionaria che l'industrializzazione capitalistica aveva portato nel mondo, e che rendeva possibile anche il suo superamento. A «questo» Marx Hobsbawm si richiamerà anche nelle sue ultime opere, e in particolare nel recentissimo Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l'eredità del marxismo.

Colpiva la leggibilità dell'opera, che non derivava da un compromesso con il rigore e la completezza. Né poteva parlarsi di «divulgazione», ma di una nuova interpretazione e di una nuova sintesi, completa anche nel dettaglio ma senza inutili sfoggi di erudizione.

Hobsbawm era del resto uno dei pochi storici che si era posto realmente il compito di «tentare almeno di comunicare con i cittadini comuni», senza che ciò comportasse uno scarto stilistico tra produzione storica e contributi giornalistici. «Mi sembra - affermava in una intervista degli anni Settanta - che sia molto importante scrivere storia rivolta non soltanto all'accademia. Nell'arco della mia vita la tendenza dell'attività intellettuale è stata quella di concentrarsi in modo crescente nelle università e di farsi sempre più esoterica, tanto da consistere nel lavoro di professori che parlano per altri professori, ascoltati distrattamente da studenti che devono ripetere le loro idee per poter superare i programmi di esami fissati da professori. Questo restringe considerevolmente la disciplina intellettuale».

Tra ribelli e banditi

I soggetti privilegiati nella sua lunga ricerca saranno ribelli, rivoluzionari, anche banditi, nell'intreccio tra idee rivoluzionarie e forme primitive di rivolta, dai ribelli del Monte Amiata a quelli del latifondo siciliano. Gente non comune, come recita il titolo di una sua raccolta, ma anche common gentry. E, anche e soprattutto, operai e lavoratori. Anche qui si nota la concretezza dell'approccio di Hobsbawm alla storia sociale, che per lui deve essere pienamente storia della società, e non sociologia retrospettiva.

Respingeva come schematica l'idea di una classe operaia come «una sorta di sottosuolo passivo e qualunquista... o come un immenso ghetto comprendente gran parte della nazione, o al più come una forza capace di mobilitarsi solo in difesa di interessi economici più o meno corporativi».

Era storia anche di «mestieri» e della loro trasformazione, talvolta rapida, a volte lentissima nel tempo; ma era anche storia «culturale», a pieno titolo, evoluzione di forme di coscienza e consapevolezza. La diffusione delle idee di Marx e il loro acclimatamento nei vari ambiti nazionali, di cui aveva parlato in sintesi nella Storia del marxismo Einaudi, erano parte integrante di questa storia.

In quello che è il profilo più aggiornato ed esaustivo in lingua italiana, Aldo Agosti aggiunge che Hobsbawm «vede affermarsi soprattutto dopo il 1890 una forte coscienza di classe nelle aree urbane, non identificabile però semplicemente con quella delle avanguardie di attivisti e militanti socialisti. I caratteri fondamentali di questa emergente coscienza di classe sono un profondo senso della separatezza del lavoro manuale, un codice non formulato ma molto forte basato sulla solidarietà, la "lealtà", il mutuo aiuto e la cooperazione; e si accompagnano alla formazione di modelli di comportamento, di abitudini e di stili di vita sui quali Hobsbawm proietta rapidi ma efficaci squarci di luce: l'affermarsi del football come uno sport proletario di massa, lo sviluppo di un luogo di vacanza frequentato quasi esclusivamente dai lavoratori e dalle loro famiglie come Blackpool, la diffusione degli spacci di fish and chips, e persino l'adozione dell'"inconfondibile copricapo" del proletariato britannico, il berrettino reso poi celebre dalle vignette di Andy Capp degli anni '60» (Aldo Agosti: Il test di una vita: profilo di Eric Hobsbawm, Passato e presente, n. 82, 2011).

Un altro tema assolutamente originale introdotto da Hobsbawm sarà la demistificazione dei miti di fondazione delle nazioni moderne (le tradizioni inventate), che aprirà un filone di interessi e di ricerca tuttora non esaurito.

Abbiamo detto che fu si proclamò comunista per tutta la vita, e rimase anche dopo il 1956 nel piccolo partito comunista britannico: ma nel corso degli anni divenne in patria un consigliere ascoltato del Labour Party, fortemente critico tanto della rigidità «classista» dell'era di Kinnock, incapace di comprendere i mutamenti della società, quanto del New Labour di Tony Blair, null'altro che «un Tatcher con i pantaloni». Ma la svolta di Miliband è frutto anche in parte della sua critica, e di un rapporto personale e familiare (il padre fu valido storico e teorico marxista).

In realtà Hobsbawm dichiarò di essersi considerato a partire dal 1956 un «membro spirituale» del partito comunista italiano alle cui idee si sentiva particolarmente vicino. Le numerose pagine «italiane» testimoniano di un lungo rapporto che fu anche familiarità e condivisione di problematiche con una generazione di storici (Rosario Villari, Ernesto Ragionieri, Giuliano Procacci, Renato Zangheri) e anche di politici (Giorgio Napolitano, in modo particolare, che intervistò nel 1976, quando la breve fiammata dell'«eurocomunismo» aveva acceso interessi e speranze destinate a declinare).

C'è in rete una «videolettera» toccante registrata il 20 marzo 2007 in cui Hobsbawm si rivolge ad Antonio Gramsci, con gratitudine e ammirazione, che più di ogni altro documento attesta il legame «italiano», sentimentale e teorico, dello storico inglese verso una forma di comunismo che sentiva vicina alla sua sensibilità.

La frana dell'Occidente

La sua popolarità presso il grande pubblico, come abbiamo ricordato, derivò in gran parte dal Secolo breve, titolo italiano di The Age Of Extremes, volume che brevemente e forse un po' bruscamente concludeva il ciclo del «Lungo Ottocento» che era stato oggetto dei volumi di sintesi che lo avevano preceduto. È la sua opera più discussa, e forse la più discutibile, per tanti motivi. Di fatto, Hobsbawm passerà gli ultimi anni della sua vita a discutere, limare, correggere quelle interpretazioni, alla luce dei nuovi avvenimenti che cambiavano il quadro del mondo descritto nell'ultimo capitolo: la Frana, che seguiva improvvisamente all'Età dell'Oro dell'Occidente. Ora la frana si è approfondita, rischia di travolgere tutto, e l'Occidente che si sentiva trionfante nell'Ottantanove appare sempre più in declino. Il secolo americano, che Hobsbawm aveva visto nascere, sembra avviato a chiudersi al momento della sua scomparsa, come aveva previsto a conclusione della sua autobiografia dieci anni fa.

In quella che è una delle sue ultime interviste, nel maggio 2012, l'interlocutore gli chiedeva: Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo... E Hobsbawm rispondeva: «Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe».

Quanto alla sinistra attuale, il giudizio era molto esplicito:

«Non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società».

EUROPA

L'evaporazione della democrazia

di Gianni Ferrara

Per essere un veterano della critica all'Europa dei Trattati e dei mercati spero che l'intervento di Habermas, Bofinger e Nida-Ruemelin (la Repubblica del 4 agosto) così come la presa di posizione di Balibar (su questo giornale del 20 settembre) assieme alla crisi di rigetto che si estende nella varie nazioni del Continente ridestino la coscienza europea dal sonno delle ragioni della democrazia.

Quelle ragioni che il neoliberismo dei Trattati ha sottratto ai popoli europei istituzionalizzando della democrazia una autentica mistificazione, quella dell'Ue. La cui legittimazione sarebbe derivata dalla democraticità degli stati di appartenenza. Come se la rappresentanza politica dei Parlamenti di questi stati potesse essere trasferita ai rispettivi governi, usati come tramite per una successiva investitura di rappresentatività operata a favore delle istituzioni intergovernative dell'Unione. L'evaporazione della rappresentanza parlamentare si sarebbe poi estesa oltre le istituzioni intergovernative (Consiglio, Consiglio dei capi di stato e di governo).

Perché tali istituzioni, come del resto lo stesso Parlamento europeo, pur se rappresentativo di tutti i popoli dell'Unione, sono a potestà dimezzata. Possono esercitare le rispettive funzioni soltanto per deliberare su proposte di una diversa istituzione, la Commissione europea, disegnata in modo da farla risultare svincolata dagli stati, dai governi, dai parlamenti nazionali e da quello europeo e finalizzata a «promuovere l'interesse generale dell'Unione» (art. 17, Tue). Interesse che fu identificato nella realizzazione di una «... economia di mercato aperta ed in libera concorrenza» (art. 119 del Tfue). Che la rappresentanza acquisita all'origine dai parlamenti nazionali, una volta ridotto quello europeo ad esecutivo dei trattati, possa librarsi nei cieli d'Europa per poi poggiarsi sulla Commissione di Bruxelles e pervaderla col flusso della legittimazione offertale dalla base sociale dei singoli stati è credenza risibile, affermazione mendace, teorizzazione infondata. Con conseguenze tragiche, quelle della crisi che stiamo vivendo.

Che si tratti del fallimento del neoliberismo con l'autoregolazione dei mercati, suo immediato corollario, non possono esserci dubbi. Tanto più che, via via che l'andamento del sistema costruito su quei principi smentiva una ad una le promesse declamate, si è fatto ricorso a misure che, mirando a conservarlo, lo contraddicono radicalmente trasfigurandolo in neoliberismo coatto. Non potevano che essere altrettanto catastrofiche le conseguenze sul tipo di edificazione scelto per fornire a questa Europa le istituzioni necessarie a farla nascere e ad integrarne la configurazione.

Perciò se ne vanno proponendo nuove architetture istituzionali. Ma da sedicenti costituenti quali Bce, Commissione europea, Consiglio europeo. Quindi da soggetti di legittimazione democratica nulla. Ma il problema si pone e drammaticamente. Non credo però che l'enorme ed esaltante questione dell'unità europea si possa affrontare senza ripudi irreversibili e senza assumere come compito inderogabile la costruzione di quella che Balibar chiama democrazia sostanziale. Non credo che lo si possa senza sbarrare gli effetti della rivoluzione passiva che il capitalismo ha condotto contro lo stato sociale e le conquiste di civiltà arrise al movimento operaio e democratico nel secondo dopoguerra. Non credo che lo si possa senza partire dal fattore originario della crisi mondiale - l'abbandono negli anni 70 del sistema dei cambi fissi - senza cioè riconoscere che la liberalizzazione dei capitali dagli stati comportò e comporta la liberazione dei capitali dalla democrazia negli stati, per quanto in essi si fosse realizzata o si potesse sviluppare. L'Unione europea, per il suo principio fondante e il corollario dell'autoregolazione del mercato, è stata ed è la specificazione europea della sottrazione del mercato alla democrazia, e, più ancora, cancellazione della politica, contraffazione e asservimento del diritto a funzione servente dell'economia liberista.

So bene che queste mie convinzioni mi pongono in posizione opposta a quella di Habermas quanto a concezione del mercato (v. la Repubblica del 23 settembre). Credo che possano però convergere sulla necessità di una unità europea legittimamente fondata, da qui la proposta di «un legislatore eletto da tutti i cittadini europei che possa decidere sulla base di interessi generalizzati a livello europeo». Riemerge però il mio dissenso ed ha ad oggetto il ruolo di tale legislatore. Attiene al diverso grado di legislazione che si pensa debba essere esercitata. Habermas la concepisce come interna o almeno compatibile con l'ordinamento vigente, con lo spirito e la logica dei Trattati. Il legislatore sarebbe compartecipe (la Repubblica, cit.) del Consiglio europeo. La mia opinione invece è che, perché eletto da tutti i cittadini europei, non possa che essere titolare di potere costituente. Uso questa qualificazione per una ragione che credo evidente. Il superamento di questa Europa fallimentare implica il superamento delle sovranità nazionali dimezzate dai Trattati ma ancora vincolanti o anche solo condizionanti. A simboleggiarle ma soprattutto ad esercitare, congiuntamente, poteri derivanti dalle sovranità nazionali è proprio il Consiglio europeo. Confermarlo in tale ruolo incrementandogli i poteri con l'aggiunta di quelli di grado costituente contraddice proprio tale grado di regolazione che si pone come necessaria e che è quella costituente.

Ma c'è un motivo in più a favore della discontinuità con la storia dell'integrazione europea finora perseguita. Gli stati, non solo europei in verità, sono responsabili di un'abdicazione concertata insieme per delegare al mercato la regolazione del mercato. Una delega senza limiti, senza criteri direttivi che, quindi ha privilegiato tra masse di esseri umani e contro masse di esseri umani, gli attori del mercato, quello finanziario e non solo. Questi attori si sono rivelati per quelli che erano e non potevano che essere: responsabili dello spostamento più consistente della ricchezza prodotta dai salari ai profitti e della più estesa e massiccia compressione dei bisogni delle donne e degli uomini. Hanno, questi stati, tradito la loro stessa storia, la più recente, quella che li vide accogliere le domande della democrazia di assumere la qualificazione "sociale" rendendola credibile col riconoscimento del principio dell'eguaglianza sostanziale e quello dei diritti sociali. Questi stati a fronte del fallimento del neoliberismo non reagiscono, non revocano l'abdicazione compiuta a favore del mercato autoregolato, non provano a riacquisire ed esercitare i poteri per i quali emersero nella storia e pretesero di legittimarsi, i poteri di garantire la sicurezza di vita dei sottoposti - a questo stadio di regressione si è giunti - sicurezza abbandonata alla devastazione neoliberista.

Perciò questi stati, non possono essere soggetti costituenti della democrazia sostanziale (Balibar) da costruire in Europa assumendo come suo compito l'eguaglianza sostanziale e a suo fondamento i diritti sociali con tutti gli altri che il costituzionalismo ha definito, munendoli di garanzie inderogabili. Certo, attuando il principio no taxation without representation. A condizione che sia una rappresentanza autentica, non distorta, non limitata, controllabile. Perciò aggiungendo: no representation without participation. Ma che sia una partecipazione credibile, cioè regolata, non disponibile per oligarchie irresponsabili. Una democrazia che sia insieme rappresentativa e partecipata. Con la disponibilità per il demos di ambedue le forme di esercizio del potere, distinte solo quanto alla adeguatezza di una delle due alle deliberazioni da compiere. Una democrazia che apra orizzonti alla prospettiva del libero sviluppo di ciascuno come condizione del libero sviluppo di tutti. Un compito enorme ma ineludibile.

Post scriptum. Con tutto quello che comporta di analisi, di riflessione, di approfondimenti, di elaborazione, di invenzione la democrazia sostanziale non potrebbe essere adottata come ragion d'essere di questo giornale? Da qualche parte bisognerebbe pure ricominciare.

La sentenza con la quale la magistratura di Stoccarda ha disposto l'archiviazione del procedimento contro gli appartenenti al reparto delle Watten-Ss imputati della strage di Sant'Anna di Stazzena e già condannati dalla giustizia italiana ripropone vecchi interrogativi e ne apre di nuovi sia sul terreno tecnico sia dal punto di vista etico e politico. Si presenta anzitutto un conflitto tra magistrature: è possibile che la magistratura tedesca non sia in grado di accertare quanto appurato dai giudici italiani? La difformità di valutazioni, a parte produrre le conclusioni abnormi che sono sotto gli occhi di tutti, rischia di incrinare ogni fiducia delle popolazioni nei confronti della giustizia.

Poiché non è la prima volta che questo accade, nella prospettiva di una unione europea segnala a dir poco una incongruenza che richiede sicuramente un intervento riparatore. Come si può pensare che, indipendentemente dalla dimostrazione delle responsabilità dei singoli militari delle Waffen-Ss, la popolazione dell'area teatro della strage prenda per buona l'ipotesi di essere stata vittima di un'azione non premeditata? L'archiviazione giudiziaria non archivia la memoria e rischia di inasprire ferite che solo con una lenta opera di riconciliazione, di cui sono stati e sono protagonisti anche cittadini e politici tedeschi, erano e sono in via di superamento.

Ma c'è ancora un altro versante del discorso che va considerato. Il conflitto tra la giustizia e la storia. Risulta veramente strano che la magistratura di Stoccarda, alla luce dell'esperienza pluridecennale della giustizia tedesca con crimini commessi dai nazisti in Europa non sia in grado di inquadrare la strage di Sant'Anna nel suo contesto storico. È ben vero che il giudice deve provare le responsabilità individuali ma è altrettanto incontestabile che queste si collocano all'interno di precisi contesti. Il giudice non è tenuto a compiere lui un'indagine storica, ma certo è tenuto a non ignorare che esiste un'ampia letteratura che può aiutarlo a valutare. Che una strage di centinaia di persone, con centinaia di vittime tra donne e bambini, non gli suggerisca che di ben altro si trattava che non di caccia ai partigiani, è un fatto che non denota insufficienza di informazioni ma piuttosto l'inadeguatezza (per non dire l'incompetenza) del giudice.

La politica delle stragi non è un'invenzione della storiografia, fece parte della strategia della Wehrmacht, e non solo delle Ss, nel tentativo di controllare i territori occupati dell'Europa intera e di intimidire le popolazioni insofferenti dell'oppressione dei nazisti e dei loro collaboratori. Nel caso dell'Italia, la brutalità delle violenze naziste dopo l'8 settembre 1943 non fu soltanto reazione alla secessione dal conflitto dell'alleato fascista, fu tra le opzioni tattiche strategiche adottate per superare le difficoltà del controllo del territorio. La guerra ai civili non è stata studiata soltanto da storici italiani, su di essa hanno attirato l'attenzione studiosi tedeschi - da Friedrich Andrae a Gerbard Schreiber, a Luiz Klinkhammer: essa caratterizzò la fase più acuta della campagna d'Italia, quando i tedeschi pensavano di non avere più nulla da perdere. Se i giudici di Stoccarda avessero tenuto presente questo contesto certo non sarebbe sfuggito loro che l'eccidio di Sant'Anna non era avvenuto per caso. Quali che possono essere le cause che hanno reso ulteriormente difficile la valutazione di questo caso - e certo i colpevoli ritardi della giustizia italiana causati dall'armadio della vergogne vanno messi nel debito conto - il comportamento della magistratura tedesca risulta inspiegabile. Per le popolazioni direttamente colpite suona come la capitolazione di fronte all'inesplicabilità della storia e alla viltà di uomini che oggi mentono senza scrupoli come senza scrupoli allora ammazzarono.

vedi anche in eddyburg un bell'articolo di Luciana Castellina a proposito dell'evento e del film di Spike Lee

«Siamo il 99%» di Noam Chomsky per Nottetempo L'autogoverno che può contrastare il potere oligarchico. L'esperienza di Occupy ripercorsa dal linguista e filosofo statunitense

Noam Chomsky è uno studioso che non ha bisogno di grandi presentazioni. Uno dei maggiori linguisti del Novecento, certo, ma anche uno dei più puntuali fustigatori della politica estera del suo paese. Non è certo incline all'ottimismo, quando prova a individuare una via d'uscita a una gestione oligarchica del potere politico negli Stati Uniti. Ma da quando Occupy Walla Street ha fatto la sua comparsa a New York per poi diffondersi in altre metropoli ha fatto trasparire la convinzione che quel movimento era l'unica novità politica negli Stati Uniti dagli anni Sessanta. Lo scrive e afferma anche in questo volume edito da Nottetempo, che raccoglie interviste, articoli e relazioni tenute da Chomsky nel 2012 (Siamo il 99%, pp. 106, euro 10,50). Occupy non sta cambiando la politica americana, afferma, ma sta, come un virus, trasformando la società oltreoceano.

In primo luogo perché Occupy sta sperimentando forme di autogoverno che potrebbero diventare la leva per «democratizzare la democrazia americana», ormai ostaggio delle lobby economiche e delle grandi imprese. Ma anche perché stanno diventando l'occasione di una presa di parola di quel 99 per cento della popolazione sulla quale sono stati «scaricati» i costi della crisi.

Vittime della crisi

L'ottimismo di Noam Chomsky si ferma qui. Non è infatti convinto che Occupy abbia la capacità di elaborare un programma che abbia la capacità di aggregare politicamente le «vittime della crisi». Rimprovera, affettuosamente, gli attivisti di non avere una lettura delle dinamiche del capitalismo statunitense, al quale dedica però poche pagine, proponendo una analisi incardinate sull'egemonia della finanza, un parassita che sta uccidendo l'economia reale. C'è però un passaggio in questo volume che merita la dovuta attenzione. Chomsky afferma che Occupy è un insieme eterogeneo, che muta da metropoli a metropoli, da regione e regione. Ha cioè una composizione sociale variabile. Vi sono «i nuovi poveri», ma anche quel settore del lavoro vivo che negli anni Novanta è stato considerato il sale della terra e che la saggistica anglosassone, nella sua tensione normalizzatrice, ha definito la «classe creativa». Ma dentro Occupy ha svolto un ruolo importante anche il tema del «colore della pelle», declinato in una prospettiva emancipatrice, ma potremmo dire postcoloniale, quasi a ratificare che i dispositivi di inclusione ed esclusione della «società affluente», cari alla sinistra liberal statunitense sono inceppati.

È questa eterogeneità il punto di partenza, anche nel vecchio continente. Ogni movimento sociale europeo è stato segnato da eterogeneità da differenze interne. Ne ha costituito un punto di forza, garantendone la diffusione, ma non è da considerare certo la soluzione, ma parte del problema. È ormai diventata una banalità affermare che i movimenti hanno dinamiche che ricordano quello degli sciami, che si costituiscono e disperdono in base a fattori imperscrutabili. Senza cadere in una misera narrazione del presente, Occupy - e sotto molti aspetti anche gli indignados spagnoli - pongono il problema proprio della composizione sociale dei movimenti, dell'impossibilità di «pensarli» come una sommatoria di differenze, dove la regola aurea per stabilirne la potenza è il loro grado di condizionamento è la capacità di influire nella produzione dell'opinione pubblica.

Il libro di Noam Chomsky tocca marginalmente questo aspetto, ma va comunque accettato l'invito a non imboccare la scorciatoia della riduzione del grado di «eterogeneità» presenti nei movimenti. Tutt'al più si potrebbe assistere a un ripiegamento identitario, che più che risolvere il problema lo rende irrisolvibile.

Dunque, fare i conti con la composizione sociale dei movimenti. E qui, nuovamente, Chomsky fornisce un'indicazione preziosa, anche se, come già detto, si astine dall'affrontarla. Il linguista e filosofo statunitense afferma che il vero ventre della bestia sono i rapporti sociali. Per un movimento sociale questo significa produzione della ricchezza, cioè come interviene il lavoro nel capitalismo. Dentro Occupy, ma questo vale anche per gli indignados, ci sono gli «scarti umani» della produzione capitalistica, ma anche chi lavora nei settori produttivi ad alta specializzazione e, in misura minore, anche nel settore industriale. Sono accomunati da quella precarietà che è diventata la regola generale nei rapporti contrattuali di lavoro. Sono cioè quella nuova «classe pericolosa» descritta efficacemente dallo studioso anglosassone Guy Standing nel suo libro finalmente tradotto da Il Mulino (Precari).

La scommessa da giocare

Dire che è una «classe pericolosa» perché accumunata da una stessa condizione è come dire che sono tutti essere umani. Più realisticamente ci troviamo di fronte a un lavoro sans phrase, senza aggettivi, che produce ricchezza attraverso la valorizzazione degli eterogenei stili di vita che caraterizzano la cooperazione sociale. Senza cadere in un facile determinismo, la proliferazione delle identità parziali, degli stili di vita va dunque messa in relazione con il lavoro svolto e le gerarchie che lo caratterizzano. Il problema, allora, è la costruzione di quello spazio pubblico in cui le differenze entrano in una relazione produttiva di politicità.

È questa la scommessa che Occupy chiede di giocare. Sia ben chiaro, assumerla come orizzonte teorico non ha nulla di accademico. Perché parlare di Occupy vuol dire parlare degli indignados e dei movimenti sociali che in Europa si oppongono alle politiche di austerity varate dai governi nazionali su sollecitazione dell'Unione europea. E parlare di Occupy vuol dire parlare anche della realtà italiana, dove i conflitti sociali continuano a manifestarsi senza che abbiano la capacità di costruire una lingua comune che contrasti quella «rivoluzione dell'alto» avviata dal capitalismo per uscire dalla sua crisi.

Negli anni '60 e '70 del secolo scorso i rapporti Svimez sullo stato di salute del Mezzogiorno erano seguiti con estrema attenzione e suscitavano un grande dibattito politico. Pasquale Saraceno, appassionato presidente dello Svimez, si esaltava o si deprimeva a seconda dell'andamento del Pil del Mezzogiorno rispetto al resto del paese, suggeriva soluzioni e denunciava i punti deboli della politica governativa per il Mezzogiorno. Poi, dalla seconda metà degli anni '80, la «questione meridionale» muore, scompare dall'agenda politica. Il suo posto viene occupato dalla cosiddetta «questione settentrionale» che si guadagnava la scena politica anche grazie ai successi crescenti della Lega nord.

Per oltre trent'anni la questione del divario Nord/Sud nel nostro paese è stata vista come una questione nazionale, non solo una questione di riduzione del divario economico, ma di unificazione sociale, culturale e civile delle due Italie. I governi democristiani e di centro-sinistra avevano tentato di porvi rimedio varando delle politiche per il Mezzogiorno già nell'immediato dopoguerra.

Prima la Cassa per il Mezzogiorno e la Riforma Agraria (1950), poi l'industrializzazione del Mezzogiorno attraverso i «poli di sviluppo», poi le politiche per l'occupazione giovanile (legge 285 del 1977), quella per l'incentivazione alle imprese, ecc. Sappiamo che furono politiche in gran parte fallimentari, ma facciamo attenzione a non buttare il bambino con l'acqua sporca. La Cassa per il Mezzogiorno ottenne grandi risultati nei suoi primi anni d'attività.

Molte delle infrastrutture di base nel Mezzogiorno, dagli acquedotti alle fogne, dalle strade ai sistemi d'irrigazione nell'agricoltura, erano indispensabili e furono realizzati in poco tempo. Poi la politica s'impadronì della Cassa che divenne un «Cascittuni» dove tutta la classe politica dominante prendeva a piene mani per finanziarie le proprie clientele.

La Riforma Agraria, è noto, fu una falsa riforma: distribuì le terre meno fertili ai contadini meridionali (soprattutto con tessera democristiana) senza dargli i mezzi tecnici, l'accesso al credito ed al mercato. Risultato: questi piccoli appezzamenti di terra (in media a famiglia contadina non toccò più di un ettaro) furono abbandonati insieme alle minuscole case rurali costruite per famiglie di otto-dieci membri.

Infine, la politica dei "poli di sviluppo", che si fondav

a sul pensiero teorico di Perroux e di altri economisti dello "squilibrio" e delle terapie shock per le aree depresse, produsse risultati contraddittori. In circa quindici anni furono creati, in otto poli industriali, circa 80.000 posti di lavoro nella grande industria - soprattutto siderurgia, petrolchimica, mezzi di trasporto - che furono accolti a braccia aperte dalle popolazioni locali, malgrado procurassero in alcuni casi danni ambientali gravi, e fossero del tutto avulsi alla valorizzazione delle risorse locali. L'Ilva di Taranto, con tutte le sue contraddizioni, è il frutto di quella politica dei poli di sviluppo, così come lo sono Porto Torres, Gela, Augusta Priolo, Milazzo, ecc.

Dalla seconda metà degli anni '70 non ci fu più una strategia di politica economica per lo sviluppo del Mezzogiorno, ma una miriade di interventi per lo più a carattere assistenziale che portarono ad un crescente trasferimento netto di risorse pubbliche verso l'area meridionale: alla fine degli anni '80 oltre il 30% del Pil del Mezzogiorno era dovuto ai trasferimenti netti dello Stato (spesa pubblica allargata meno gettito fiscale). Nello stesso periodo - 1950-1980- si era verificata in Italia l'ultima rivoluzione industriale, quella della Terza Italia come la definì Arnaldo Bagnasco, che aveva fatto registrare nel centro-nord-est una diffusa industrializzazione fondata sulla piccola e media impresa e sui distretti industriali. Da Roma in su, per tenore di vita, apparato produttivo, qualità dei servizi, l'Italia si era finalmente unificata ed era diventata la quinta potenza industriale. Restava quella parte marginale del paese, il Mezzogiorno, che ormai era diventato solo un peso, una zavorra, un luogo malfamato di mafie e clientelismo, un «Inferno» come lo definì Giorgio Bocca nel suo libro del 1990. Soprattutto, il Mezzogiorno non era più funzionale allo sviluppo del paese. Se negli anni '50 l'area meridionale aveva costituito il bacino di reclutamento della forza-lavoro per il triangolo industriale del nord-ovest, se negli anni '60 l'industria pesante parastatale era complementare alla crescita delle manifatture nel nord, se negli anni '70 ed '80 il Mezzogiorno aveva rappresentato un'importante area di consumo per la nascente industria della Terza Italia, adesso non serviva più. Dopo l'89, il mercato era diventato globale e i venti milioni di meridionali rappresentavano un mercato di sbocco marginale per l'industria del centro-nord, così come la forza lavoro meridionale non era più «competitiva» rispetto a quella degli extracomunitari. Basti pensare che, già in quegli anni un incremento dell'1% del Pil in Germania generava nel nord-est Italia una domanda per l'industria superiore ad un aumento di 10 punti di Pil nel Mezzogiorno!

Persa la sua funzionalità allo sviluppo del capitalismo italiano, il territorio meridionale restava interessante solo come bacino di voti. Malgrado tutto, grazie ai trasferimenti netti dello Stato il divario Nord-Sud non era cresciuto e anzi in qualche fase era anche leggermente diminuito. Se osserviamo una serie storica relativa all'andamento del reddito pro-capite tra Centro/Nord e Sud, scopriamo che negli anni di crescita economica sostenuta il divario aumenta, mentre negli anni di recessione (1963/64, 1975, ecc.) il divario diminuisce. La spesa pubblica funzionava da zavorra che rendeva il Mezzogiorno impermeabile agli shock esogeni. In altri termini, quando il mercato mondiale tirava, il Sud non ne riceveva grandi benefici data la sua struttura produttiva, mentre quando c'era una fase recessiva il Sud resisteva meglio grazie ai flussi di spesa pubblica che restavano invariati. Come scrisse Sylos Labini «il motore dello sviluppo del Mezzogiorno è la spesa pubblica», e la classe politica dominante alimentava questo motore senza più pensare minimamente di affrontare la questione del divario strutturale Centro/Nord- Sud.

Dal 2008, da quando siamo entrati nella Grande Contrazione, come l'ha definita Paul Krugman, tutto è cambiato. Le politiche di austerity tagliano pesantemente la spesa pubblica e colpiscono le fasce sociali ed i territori più deboli. Il dato fornito dal Rapporto Svimez - solo un giovane su tre lavora nel Mezzogiorno- è ancora più grave di quanto il numero ci possa dire. Rispetto agli anni '50 e '60, quelli della «grande emigrazione» meridionale, oggi un giovane disoccupato non sa più cosa fare e dove andare. C'è un fenomeno che non viene registrato dalle statistiche: è il flusso continuo di andata e ritorno sud/nord che è cresciuto in questi anni. I giovani partono verso il centro-nord Italia alla ricerca di un lavoro. Molte volte lo trovano, ma si tratta di un lavoro precario e malpagato, mentre i costi della nuova residenza sono crescenti ed insostenibili. Così,vanno e vengono, tentano per qualche tempo e poi ritornano a casa dai genitori, per poi ripartire, magari verso altri paesi europei (come la Germania e l'Inghilterra).

C'è ancora un altro divario molto grave che non appare nel Rapporto Svimez: è il divario crescente all'interno del Mezzogiorno. Innanzitutto, tra le regioni meridionali. La Puglia ha fatto molti passi in avanti nei settori dell'industria culturale e del turismo, delle energie rinnovabili e nel campo del non profit, mentre forte è la caduta economica e sociale di regioni come la Calabria, la Sardegna e la Campania. Ma, ancora più grande è il divario tra le aree interne ed aree costiere o di pianura, tra centri urbani e piccoli comuni dell'«osso meridionale». Con i tagli lineari del governo Monti, preceduti da quelli dell'ultimo governo Berlusconi, sono stati cancellati centinaia di scuole rurali, di scuole elementari, di presidi sanitari, di uffici postali e farmacie. In un piccolo Comune dell'Appennino meridionale questi tagli si traducono nella morte civile di queste comunità. Interi paesi, ricchi di storia e cultura materiale, stanno scomparendo nell'indifferenza generale. Certo, è un fenomeno che si registra anche nelle Alpi ed in alcune regioni del Nord come il Piemonte, ma al Sud è un fenomeno di massa che produce un vero e proprio genocidio culturale.

C'è infine una critica di fondo che va fatta al Rapporto Svimez. E' il suo approccio economicistico che riduce la complessità del confronto Nord/Sud al solo andamento del Pil e dell'occupazione ufficiale. Sono tanti i fattori e le variabili che sono profondamente cambiate rispetto a solo dieci anni fa. Facciamo alcuni esempi. Clientelismo, corruzione ed economia criminale non sono più una piaga che colpisce e caratterizza solo il Mezzogiorno, ma sono fenomeni ben radicati in tutto il paese. Anzi, è proprio nell'area meridionale che negli ultimi anni si registra una rivolta di ampi strati sociali allo strapotere della borghesia criminale, e che si stanno ponendo le basi per la nascita di un'economia equa e solidale. La condizione degli anziani e dei pensionati nel Mezzogiorno è migliore di quella di alcuni grandi centri urbani del nord, grazie al più diffuso possesso di case in proprietà e di piccoli appezzamenti di terra che danno un contributo importante al bilancio familiare

(autoproduzione).

Quello che è veramente una tragedia sociale, sul piano esistenziale prima che economico, è la condizione giovanile. Per affrontarla c'è una sola terapia concreta al di là delle chiacchiere: il diritto ad un reddito minimo garantito. E' il solo investimento sul futuro che può assicurare buoni frutti nei prossimi anni. Naturalmente, non può che essere una legge nazionale che comprenda tutti i giovani tra i 18 ed i 32 anni, con le opportune sanzioni per i furbetti ed i figli di papà. Non è la panacea per tutti i mali, ma un punto chiaro di ripartenza per una politica meridionale/nazionale (di cui riparleremo alla prossima occasione).

Ma, solo un reddito minimo garantito per i giovani può permettere al Mezzogiorno di guardare al futuro, scatenando queste energie per sperimentare nuovi stili di vita e di lavoro. Altrimenti, tutto il territorio meridionale si trasformerà in un ospizio per quella che Marx definiva come «sovrapopolazione stagnante», ricovero di malati, handicappati, anziani e disadattati rispetto a questo modello social

GLI italiani non hanno fiducia nel proprio Stato, nelle proprie istituzioni, ancor meno nei partiti. La cosa era nota da tempo – basta vedere come i partiti governano le regioni, a dispetto di tante promesse di rigenerazione – ma nel frattempo diffidano anche dell’Europa. Nell’articolo pubblicato lunedì su questo giornale, Ilvo Diamanti descrive la progressiva erosione dell’europeismo italiano: la più spettacolare, nell’Unione dei Ventisette. La grande illusione del dopoguerrastinge, vicina a spegnersi.

Era una sorta di polizza d’assicurazione («gli italiani preferivano farsi commissariare da Bruxelles piuttosto che farsi governare da Roma ») ma evidentemente non funziona più visto che le istituzioni europee si son fatte arcigne, asservite agli Stati più potenti, abituate a chiamarci, quasi fossimo degenerati inbanlieuedi traffici illeciti e tumulti,periferia Sud.

Non è euroscetticismo, perché lo scettico è filosofo che interroga, mette in questione i misteri di chiese o ideologie. L’avversione italiana è meno argomentativa, meno incalzante, e come vedremo è bellicosa. Somiglia più all’accartocciarsi di un’illusione che era stata troppo supina, troppo poco politica, pervasa da sotterranea apatia. All’ombra dell’Europa ci si sentiva protetti ma si poteva coltivare il vizio antico del «chi me lo fa fare»: tanto c’era lassù qualcuno che ci amava. L’avversione s’estende e sospetta ormai di ogni istituzione, nazionale o sovranazionale. Aborre il principio stesso della rappresentanza, e in Italia diffida dei politici e specialmente dei partiti, che vorrebbe sostituire con i movimenti. Ma davvero vorrebbe? Unmovimento europeistaprobabilmente risanerebbe le istituzioni dell’Unione, ma siccome né i partiti né Grillo immaginano che il potere vada oggi preso in Europa, la discriminante non è laforma della politica ma la politica stessa.

Se dunque la stragrande maggioranza degli italiani ha smesso di fare assegnamento su istituzioni e partiti (in Italia, in Europa), in chi ripone la sua fiducia? Se tutti i poteri e corpi intermedi sono esecrati, se ogni delega è truffa:cosavogliamo precisamente? Forse una sorta di democrazia diretta, che faccia a meno di corpi intermedi e rappresentanze, come nelle parole di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.Ogni persona vale uno, senza delega alcuna, e le grandi e piccole decisioni sono i cittadini a prenderle, tramite la Rete: nuova agorà pubblica dove il popolo – ecco lademo-crazia– non seleziona i migliori ma governa se stesso.Non va sottovalutata la potenza educativa del messaggio: se ogni cittadino diventacompos sui,padrone di sé, vuol dire che si sveglia. Non si chiude a riccio, non si china come giunco in attesa che la piena passi,ma s’impegna, scopre che la cosa pubblica lo concerne. Movimenti simili fanno pedagogia: l’Italia era una nazione passiva, non diversamente dalla Germania ovest che dopo il crollo del ‘45 era un paese non sovrano, mutilato, smemorato. Passare dalla passività alla partecipazione è una rivoluzione benefica.

Ma anche qui s’annida l’illusione, alimentata da nuovi vizi come il disprezzo delle istituzioni e perfino della Costituzione, giudicata insopportabilmente immobile, non malleabile. S’annida anche la disinformazione. Casaleggio cita spesso l’esempio islandese, i cittadini che sul web «ridiscutono la Costituzione ogni volta che sarà ritenuto necessario»: lo ripropone nel libro che ha scritto con Grillo nel 2011 (Siamo in guerra,Chiarelettere). Ma le cose non stanno così. Non solo l’Islanda è un paese piccolissimo (poco più di 300.000 abitanti), ma quel che è accaduto dopo il 2008, quando il paese sfiorò la bancarotta, è un’innovazione senza precedenti che preserva, tuttavia, l’idea della delega e della rappresentanza.La costituzione islandese (è copiata dalla Danimarca, da cui l’Islanda s’emancipò nel ‘44), si è rivelata insufficiente – lo sono quasi tutte, nell’Unione europea – e la revisione in effetti è cominciata online. Ma lo scopo era di eleggere un’assemblea costituente, selezionando 25 cittadini fra 522 candidati. I Venticinquepreferiscono dirsiportavoce,non essendo capi di partito, ma per forza diventano un corpo intermedio, una rappresentanza in cui il popolo web decide di avere fiducia. Non solo: il progetto costituzionale è stato presentato in Parlamento, e l’iter si concluderà con un referendum, questo 20 ottobre, che voterà sulla Carta approvata sia dai 25 sia dai parlamentari. Un referendumnon vincolante,che «servirà da guida al governo e al Parlamento». Il modello di Grillo non è un’ininterrotta assemblea online, che fa e disfa istituzioni a seconda delle opinioni vincenti. L’idea di istituzioni che durino indipendentemente da maggioranze e governi, permane.

Rivoluzionaria è la discussione preliminare in rete. Ma l’approdo è solo in parte democrazia diretta, e le istituzioni esistenti non sono considerate in Islanda ingombri, zavorra. Se hanno fallito, facilitando il tracollo finanziario del 2008, è perché mancava un efficace sistema di controlli e contrappesi (checks and balances).Un sistema che presuppone istituzioni e rappresentanzeforti. Altrimenti di chi è il contropotere? Chi frena l’arbitrio di lobby, di chiese, garantendo la laicità dello Stato?Dizavorrasi parla molto in questi giorni: troppo. Sono ingombrante zavorra i diritti, le responsabilità delle imprese, le regole, le rappresentanze, le regioni votate per loro stessa natura a sprofondarenella corruzione (Lazio e Lombardia, ma nella lista ci sono anche Calabria, Campania, Molise). L’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida non ha torto quando mette in guardia contro il desiderio diffuso «di cercare ilcolpevoledi tutto in una o altra istituzione, (...) senza mai domandarsi quali siano le vere cause dei nostri guai: e se non si debba chiedere conto di ciò che ci scandalizza non a questa o a quella istituzione della Repubblica, ma ai nostri concittadini elettori, i quali, col loro voto, hanno mandato in Parlamento e al Governo i famosi «nominati» che hanno approvato e difeso le peggiori leggi ad personam. (...) I «politici» contro cui si inveisce non sono piovuti dal cielo, sono quelli che gli elettori, al centro e in periferia, hanno scelto e premiato. Non c’entra la Costituzione» (Corriere della sera,24-9).Il libro di Casaleggio e Grillo denuncia rappresentanze inconfutabilmente corrotte. È la soluzione che non convince: l’orizzonte di guerra e di zavorra gettata da una superiore intelligenza digitale. Sono zavorra i cittadini che non si connettono (son parecchi, in un Paese che invecchia)?

E saranno corretti i difetti dei movimenti online, criticati da Enrico Sassoon che si è appena dimesso dalla Casaleggio Associati? (La Rete è «luogo democratico per eccellenza, al quale chiunque può accedere per dare voce alle proprie opinioni, (ma) può diventare arena di violenza incontenibile, diffamazione incontrastabile, vera e propria delinquenza mediatica»,Corriere23-9). Il filmGaia,concepito da Casaleggio Associati, annuncia una guerra batteriologica fra democrazie dirette a ovest e Russia-Cina-Medio Oriente, che inizierà nel 2020 e finirà nel 2040 con il nostro palingenetico trionfo, facendo circa 6 miliardi di morti. Il miliardo che resta «eliminerà i partiti, la politica, le ideologie, le religioni» (la zavorra), e istituirà un governo mondiale in mano a un’intelligenza sociale collettiva:Gaia, appunto.Un parto fobico della mente, Gaia. Fortuna che esiste l’esempio islandese, dove la Rete ha riformato senza liquidare istituzioni, partiti, giornali, religioni. Gaia è una distopia (non un’utopia): indesiderabile sotto tutti i punti di vista. In essa non regnerebbero che corporazioni, lobby, opache sette integraliste. Come nello stato di natura di Hobbes, sarebbe guerra di tutticontro tutti.

Mary Kaldor, società civile alla London School of Economics, ha guidato un gruppo di ricerca europeo che ha analizzato per due anni l'evoluzione dei movimenti di protesta contro la crisi in Europa. Il lavoro che presenta i risultati ha come titolo The 'bubbling up' of subterranean politics in Europe (Il 'ribollire' della politica sotterranea in Europa) .

Di fronte alla crisi economica e politica in Europa, come possiamo interpretare le proteste che hanno caratterizzato le piazze di Madrid, Francoforte e Atene? Quanto sono legate ai contesti nazionali e che cosa hanno in comune?

«Siamo di fronte a uno di quei rari momenti in cui quella che noi abbiamo definito "politica sotterranea" - rappresentata ad esempio dagli Indignados in Spagna o dal movimento Occupy a Francoforte - raggiunge la superficie. La sfiducia verso i governi e la classe politica in generale è ampiamente condivisa in tutta Europa. Si è aperto un divario tra politica e cittadini e le dimostrazioni di piazza, le proteste e le occupazioni riscuotono sempre più appoggio in tutta la società. I movimenti della "politica sotterranea" non sono solo espressione del malcontento per la crisi economica o per le politiche di austerità imposte dai poteri europei, ma l'espressione di un rinnovato bisogno di espressione politica che va al di là delle normali forme di partecipazione democratica. La piazza assume un ruolo centrale nella pratica delle nuove forme democratiche, come ad Atene o Madrid. In Italia la campagna per il referendum dello scorso anno rappresenta un esempio di quelle pratiche democratiche dal basso che sono state sviluppate dalle iniziative della "politica sotterranea". Internet rappresenta inoltre uno strumento di organizzazione comune e molti attivisti sono preoccupati per la libertà della rete e per le norme anti-pirateria. Il rifiuto della politica tradizionale e la richiesta di democrazia è quello che hanno in comune le diverse proteste, poi i temi e i modi delle azioni sono legate ai contesti nazionali. L'idea di una "politica sotterranea" che sta emergendo mi sembra molto più efficace per capire gli sviluppi attuali della contrapposizione tra politica e "anti-politica"».

Qual è la percezione che questi movimenti hanno delle istituzioni europee?

«L'Europa non ha alcun ruolo nel dibattito interno delle iniziative e organizzazioni che abbiamo analizzato. L'Unione europea è percepita come un'istituzione neoliberista che impone le sue regole dall'alto, senza alcun rapporto con i cittadini, e di cui molto spesso non si conosce il funzionamento. Anche se molti degli intervistati si sono definiti "europei", soltanto una ristretta cerchia di critici ed esperti sembra interessata ad agire a livello europeo. Molte delle lotte condivise mantengono un orizzonte europeo, come la Tobin Tax, le politiche per la tutela dell'ambiente e la libertà della rete, ma non c'è interesse a sfidare le istituzioni europee in quanto tali. Inoltre, come per le istituzioni democratiche nazionali, c'è sfiducia anche nella democrazia europea. Quello che interessa ai movimenti è la possibilità di esperienze immediate di democrazia, e il livello che prevale è quello locale».

La "politica sotterranea" è una reazione temporanea o può evolversi in un nuovo modello di azione politica?

«Finora hanno prevalso le reazioni immediate, ma c'è bisogno di raccogliere e incanalare queste nuove forze verso una nuova politica. Questo vale per il bisogno di una politica che restituisca ai cittadini forme di controllo sulle decisioni che si prendono a livello nazionale e sull'esigenza di ridimensionare il potere della finanza - un tema posto da Occupy a New York e alla City di Londra. E vale anche per l'Europa; nonostante la percezione negativa delle istituzioni europee, questi movimenti rappresentano l'opportunità di costruire una vera democrazia trans-europea sottraendo energie a quei populismi che premono per l'opposto. Il primo passo in questa direzione è riconoscere il ruolo della "politica sotterranea" nel dibattito pubblico, darle lo spazio perché si possa sviluppare. Non sarà possibile risolvere la crisi economica senza prima risolvere la crisi della democrazia; entrambe si presentano innanzi tutto con una dimensione europea. L'Europa deve diventare il nuovo spazio per re-immaginare la democrazia, e la "politica sotterranea" rappresenta un punto di partenza.

Info

(Mary Caldor è professore di Global governance alla London School of Economics ed è tra i curatori dell'annuario "Global civil society yearbook", Palgrave. L'edizione 2012, appena pubblicata, è dedicata a "dieci anni di riflessioni critiche" sull'azione della società civile a scala globale. Il suo prossimo libro è su "La politica sotterranea" in Europa. I materiali sono disponibili sul sito http/www.gcsknowledgebase. org/europe. Kaldor è stata negli anni '80 tra i leader del movimento per la pace in Europa)

La crisi e il governo Monti (con il Pd alleato) segna un calo della piazza. E' contro i governi di centrodestra (Spagna e Grecia) che la protesta sale. In Italia è passata nei media l'autorappresentazione del "governo tecnico". Di fronte alle dure politiche di austerity che, già da tempo ma oggi con maggiore vigore, colpiscono ampie fasce di popolazione ("Nove su dieci", dimostra il libro di Mario Pianta), una delle domande spesso rivolte agli studiosi di movimenti sociali (così come ai loro attivisti) è: perché a fronte di una sfida così grande, la mobilitazione si mantiene limitata? Perché - diversamente da Spagna, Grecia e Stati Uniti, ma anche dall'Islanda prima di loro - c'è apparentemente così poca protesta?

Occorre innanzitutto osservare che la protesta c'è, cresce e si focalizza sui temi dei diritti sociali intrecciati con domande di democrazia reale. Una ricerca che abbiamo condotto (con Lorenzo Mosca e Louisa Parks) sulle proteste riportate su un quotidiano nazionale nel 2011, dimostra una mobilitazione non solo elevata, ma anche concentrata su temi sociali. Quasi la metà degli eventi di protesta riportati coinvolge lavoratori (in condizioni occupazionali stabili), oltre la metà se si aggiungono i precari (tabella 1). Più di un quinto coinvolgono studenti. Inoltre, se i sindacati sono ben presenti nella mobilitazione, attori importanti della protesta sono anche gruppi informali di movimenti sociali, centri sociali occupati e associazioni di vario tipo (tabella 2). Non a caso, le statistiche sugli scioperi segnalano un aumento del 25% nell'ultimo anno.

Se gli episodi di mobilitazione anti-austerity sono numerosi, è però vero che, negli ultimi mesi, sono mancate le grandi manifestazioni che avevano contribuito alla caduta del governo Berlusconi, segnalando tra l'altro che politiche neoliberiste non potevano essere imposte efficacemente da un capo di governo libertino, e variamente delegittimato. Il passaggio da Berlusconi a Monti non ha segnalato un mutamento di indirizzo delle politiche pubbliche, ma l'acquisto (a prezzi modici, a dire il vero) del sostegno ad esse di quella che era stata l'opposizione politica. Se il 15 ottobre 2011, con una grande capacità di mobilitazione, ha rappresentato una eccezione, la sua evoluzione non ha facilitato la ripresa di un processo di aggregazione nella protesta, tutt'altro.

Una prima ragione della difficoltà nel mettere in rete le mobilitazioni esistenti può essere individuata nella crisi stessa. Ripetutamente, la ricerca sui movimenti sociali ha sottolineato che non è quando c'è più privazione (né assoluta, ne relativa) che la protesta aumenta, ma piuttosto quando maggiori risorse sono disponibili per chi vuole contestare le decisioni di chi governa. Già gli studi sul movimento operaio hanno rilevato che gli scioperi crescono con la piena occupazione, non quando aumenta la disoccupazione. Se l'insicurezza scoraggia l'azione collettiva, l'effetto depressivo della crisi non può che essere accentuato dal nuovo tipo di mercato del lavoro, e per le nuove figure produttive meno protette sul mercato del lavoro e sul luogo di lavoro. Chi è precario ha, certamente, più difficoltà a mobilitarsi in difesa dei suoi diritti, perché è più ricattabile, ha meno tempo libero, e spesso mancano gli stessi luoghi fisici di aggregazione che erano stati così importanti per il movimento operaio.

Se questo tipo di spiegazione, diciamo strutturale, ha qualche granello di verità, non ci aiuta però a capire perché in Spagna, Grecia, o negli Stati uniti (ma anche in Italia in altri momenti) i gruppi più colpiti dalla crisi economica e dalle crescenti diseguaglianze prodotte dalle politiche neoliberiste (peraltro responsabili di quella stessa crisi) si sono mobilitati in momenti di protesta ampia e visibile (dagli Indignados a Occupy). I precari hanno, tra l'altro, in Italia protestato in maniera ampia e visibile, in particolare nella prima metà dello scorso decennio.

La ricerca sui movimenti sociali ci offre un'altra spiegazione, più specificamente applicabile al caso italiano. La protesta, per crescere, ha bisogno di alcune opportunità politiche. Fra di esse, fondamentale per i movimenti di sinistra è la posizione di potenziali alleati come partiti e sindacati, che sono importanti per estendere la mobilitazione, sia per le risorse logistiche che possono offrire sia, soprattutto, per la possibilità di accrescere l'influenza politica di chi protesta. E' contro governi di centro-destra che la protesta di massa è stata più consistente è visibile, quando ha trovato il sostegno di partiti e sindacati. Ciò è tanto più vero in Italia dove, nonostante reciproche critiche, i rapporti tra movimenti e partiti di sinistra (quando c'erano) erano sempre stati intensi.

Se questi alleati c'erano contro Berlusconi, un governo di grande coalizione come il governo Monti ha drasticamente ridotto le opportunità di alleanze politiche. Non solo partiti che votano per il governo neoliberista e le sue politiche sarebbero alleati poco credibili per chi a quelle politiche si oppone, ma il governo in carica è anche riuscito a propagare efficacemente la sua auto-immagine di "governo tecnico".

Che questa auto-rappresentazione abbia pochi appigli nella realtà è evidente, tra l'altro guardando alle carriere della maggior parte dei ministri all'interno di istituzioni non certo neutrali rispetto alle scelte politiche, così come nelle politiche di deregolamentazione, privatizzazione, e riduzione della volontà e capacità dello stato di intervenire a ridurre le diseguaglianze prodotte dal mercato.

Ma è anche evidente che l'autorappresentazione come governo tecnico abbia attecchito sulla stampa e oltre. Non solo i principali giornali nazionali inneggiano acriticamente al "super Mario", ma istituzioni come quelle accademiche, che avevano in passato gelosamente custodito una immagine di neutralità politica, offrono oggi, spesso e volentieri, un palcoscenico politico al capo di un governo che si autodefinisce tecnico, palcoscenico utilizzato poi per fare discorsi prettamente politici e ideologicamente neoliberisti.

Questa anomalia italiana contribuisce certamente a sp

iegare la difficoltà di mettere in rete i tanti rivoli della protesta - che pur ci sono. Questa resistenza diffusa potrebbe comunque contribuire a una aggregazione e politicizzazione delle mobilitazioni, non solo attraverso la contestazione di specifiche politiche, ma anche sottolineando la natura - politica e neoliberista - di questo governo.

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Donatella Della Porta, professore all'European Universtity Institute di Fiesole, esperta di movimenti sociali. Tra i suoi libri recenti "Democrazie", Il Mulino 2011; "Another Europe", Routledge 2009; "le ragioni del no. Le campagne contro la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto, con Gianni Piazza, Feltrinelli 2008)

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Donatella Della Porta, professore all'European Universtity Institute di Fiesole, esperta di movimenti sociali. Tra i suoi libri recenti "Democrazie", Il Mulino 2011; "Another Europe", Routledge 2009; "le ragioni del no. Le campagne contro la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto, con Gianni Piazza, Feltrinelli 2008)

Le mille argomentazioni per spiegare la crisi in cui sono immersi i paesi occidentali da cinque anni a questa parte non ci appaiono molto convincenti e, come ha ricordato Vladimiro Giacché, riportano alla mente le giustificazioni di John Belushi nel film dei

Blues Blothers.

Per convincere l’ex fidanzata abbandonata sull’altare a non ammazzarlo, Belushi dice: «Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette!».

Alle mille spiegazioni della crisi, noi ne aggiungiamo un’altra: la liberazione del movimento dei capitali, che, all’inizio degli anni ’80, pose fine al grande compromesso di Bretton Woods fondato appunto sul divieto di circolazione dei capitali a cui faceva da contrappeso la libertà di circolazione delle merci.

Lo strappo effettuato dai due leader conservatori, Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra, determinò un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro, sia tra capitalismo e democrazia poiché creò una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli stati nazionali. Da quel momento la capacità di intervento dello Stato nell’economia andò incontro ad un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciarono a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive. La liberazione dei capitali rappresentò dunque la mossa decisiva che influenzò l’evoluzione dell’economia mondiale e diede l’avvio alla fase del capitalismo finanziario.

A dire la verità, anche nell’opinione degli economisti classici la libertà dei movimenti di capitale non era stata sempre vista di buon occhio. Un grande pensatore come David Ricardo aveva ammonito sui pericoli inerenti alle loro libere scorribande. I capitali, aveva sostanzialmente osservato, non sono valigie trasportabili indifferentemente da un punto all’altro del

mondo: sono elementi essenziali del contesto sociale il cui spostamento non può non determinare conseguenze rilevanti nella sorte della stessa coesione sociale. Per questi motivi sradicare e trasferire i capitali in qualsiasi parte del mondo senza il consenso della c

Ma ci sono anche altre conseguenze molto importanti, poiché si crea un mercato finanziario integrato che consente al capitale di tutto il mondo di entrare in collegamento e di dar luogo “all’internazionale dei capitalisti”, un’élite globale che concentra in sé un potere immenso. L’appello di Karl Marx, “proletari di tutto il mondo unitevi”, si realizza, ma al contrario. I mercati finanziari diventano un’istituzione strutturata e iniziano ad esprimersi come i governi. È ben noto, infatti, che a Wall Street si tengono riunioni periodiche dei capi delle grandi banche e delle società finanziarie che stabiliscono i tassi di interesse e, attraverso le decisioni di investimento o di disinvestimento, possono sfiduciare i governi che attuano politiche economiche non

Il mutamento del rapporto di forza tra il capitale e gli altri fattori di produzione da una parte e tra il capitalismo e il governo democratico dall’altra, rappresentano due fattor

Ma c’è anche un altro motivo, l’enorme concorrenza che si stabilisce dopo la liberazione dei movimenti di capitale tra i capitalismi nazionali e il mercato finanziario internazionale. Questa concorrenza acuisce e aumenta l’importanza del profitto nell’ambito della struttura economica. Nell’impresa i fattori legati al profitto riprendono una posizione dominante e con essi la distribuzione di dividendi agli azionisti e la ricerca continua dell’incremento delle quotazioniazionarie, indice supremo di efficienza e di forza. I finanzieri conquistano così un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità produttive imponendo la loro visione del mondo rappresentata dal guadagno immediato da ottenere con ogni mezzo.

Questa è la situazione che dobbiamo rovesciare se vogliamo realmente uscire dalla crisi. Le recenti decisioni della Banca Centrale Europea sugli interventi “antispread” rappresentano un primo passo importante per ricostruire la sovranità monetaria dell’Unione Europea e per ridimensionare l’influenza della speculazione finanziaria sulle politiche economiche dei paesi in difficoltà. Ormai è evidente a tutti che i mercati finanziari rappresentano un potentissimo amplificatore delle fisiologiche fluttuazioni cicliche poiché innescano dei meccanismi cumulativi che si autoalimentano. Quando c’è crescita i mercati gettano benzina sul fuoco e amplificano l’espansione, ma quando c’è crisi i mercati spingono l’economia verso la depressione. Per questo è necessario fare ben di più: la politica deve tornare a fissare le regole fondamentali dei movimenti di capitale a livello mondiale. Occorre una nuova Bretton Woods, questa volta nel segno di Keynes. Non è una riforma. È una rivoluzione.

Guy Standing, che insegna “Sicurezza economica” all’università di Bath in Inghilterra, ha collaborato a lungo con l’Organizzazione internazionale del Lavoro e vi ha ricoperto incarichi di primo piano. In tale ruolo ha pubblicato vari saggi e rapporti che hanno al centro l’idea di “lavoro dignitoso”. Inoltre ha messo in piedi una rete internazionale di ricercatori che studiano sul campo come esso sia presente oppure no in aziende di diversi settori. La stessa idea permea ogni pagina di questo suo ultimo libro. Che si intitolaPrecari. La nuova classe esplosiva, e che esce per il Mulino (pagg. 304, 19 euro).

Il lavoro viene considerato dignitoso quando offre al lavoratore una serie di sicurezze fondamentali per poter condurre un’esistenza che consenta il pieno sviluppo della persona e dei suoi rapporti sociali. Sono indicate in dettaglio nel libro (a pagina 27). La precarietà, intesa soprattutto come una prolungata sequenza di lavori di breve durata, non offre nessuna di tali sicurezze, e dove esse esistono le distrugge.

La prima sicurezza che il lavoro precario viene a negare è ovviamente quella del reddito. Pur nei casi in cui un singolo periodo di occupazione sia ben retribuito, è raro che un precario arrivi a mettere insieme più di otto o nove mensilità l’anno. Ma la sua condizione non è gravata soltanto dell’ammontare del reddito. Ciò che rabbuia la vita dei precari è il non sapere se, dove, quando troveranno un’altra fonte di reddito, una volta scaduto il contratto in essere. Altre pesanti insicurezze derivano dal potere arbitrario di cui un datore di lavoro dispone nei confronti del precario in tema di costi che questi deve sopportare e regole che deve seguire; di possibilità di mantenere il proprio ruolo professionale; di potersi esprimere per mezzo di una rappresentanza collettiva sul mercato del lavoro. Per tacere della protezione dai rischi di incidente e malattia, e della sicurezza di ricevere una formazione adeguata. Nessuna impresa investe volentieri un euro in tali ambiti, quando sa che la lavoratrice che dovrebbe esserne oggetto se ne andrà presto perché ha un contratto in scadenza.

I precari costituiscono ormai una grossa minoranza

dei lavoratori nel mondo, e potrebbero diventare tra non molto la maggioranza. Sono il prodotto della globalizzazione, del conflitto che è stato scientemente provocato tra i lavoratori dei paesi sviluppati con salari da 25 euro l’ora e quelli dei paesi emergenti che ne guadagnano uno e fanno orari doppi. Nonché delle forti pressioni che i politici come le imprese hanno esercitato per rendere più flessibile l’occupazione, dando a intendere sin dagli anni Ottanta che in tal modo sarebbe cresciuta.

Formano una classe in sé, i precari, in quanto condividono tutte le insicurezze sopra ricordate; tuttavia, sottolinea l’autore, sono lungi dal formare

una classe per sé, ossia una collettività consapevole della propria situazione e capace di intraprendere adeguate iniziative politiche al fine di migliorarla. Rappresentano una classe pericolosa (come forse si doveva tradurre nel titolo l’originale dangerous)

per diversi motivi. Essendo attraversata da sentimenti di frustrazione, rabbia, disperazione, essa tende a scaricarli sugli immigrati, le minoranze etniche, o coloro che ancora godono, forse non per molto, di un’occupazione stabile.Inoltre, essendo pressoché priva sia di un’efficace rappresentanza sindacale, sia di un solido riferimento politico,e meno che mai di una qualche guida, il suo comportamento politico ed elettorale rischia di oscillare tra il consenso per l’ultimo pifferaio di Hamelin che capiti sulla scena e il voto per le formazioni di estrema destra che promettono soluzioni facili e immediate per problemi terribilmente difficili. Il che potrebbe spiegare come mai vi siano almeno una decina di paesi, in Europa, in cui i voti pe

V’è però un’altra idea degna d’attenzione che sottende il libro di Standing. Tra le fila dei precari ha poca presa la convinzione che l’uscita dalla precarietà potrebbe essere un ritorno al lavoro che offre sì stabilità di occupazione di reddito, e però consiste nello svolgere ogni ora, giorno, settimana, per anni e anni, la stessa stupida mansione che si impara in due giorni e si svolge, sotto il controllo implacabile di un capo o di un computer, in due minuti. Per essere poi ripetuta sempre uguale. Che è il tipo di lavoro imposto dalle imprese a milioni di persone in tutti i paesi sviluppati, e con ancora maggiore durezza a decine di milioni di altre nei paesi emergenti, in forza delle moderne tecniche organizzative.

Perciò, se a qualcuno venisse in mente di proporre alla classe sociale dei precari di guardare a un futuro diverso, e ad organizzarsi politicamente per realizzarlo, dovrebbe provare a disegnare con loro un lavoro che oltre a garantire le sicurezze che lo rendono dignitoso, permetta di esercitare mentre lo si svolge intelligenza, autonomia, immaginazione, libertà di muoversi e di inventare. Un tema di cui si discuteva molto, ricorda in questo caso non Standing ma chi scrive, forse mezzo secolo fa, prima che la ristrutturazione produttiva e l’ideologia della flessibilità distruggessero, insieme con la stabilità dell’occupazione, anche la capacità di pensare il lavoro. Questo libro, oltre che una denuncia dei danni sociali della precarietà, è anche un invito a ritrovare tale capacità come programma culturale e politico.

Postilla

Magari sarebbe il caso di fare un passettino più verso la radice, domandarsi come quando e perché il lavoro è stato ridotto a una merce finalizzata alla produzione di altre merci. Qualche accenno lo trovate anche su eddyburg, nella bozza di visita guidata Il lavoro su eddyburg, che ci piacerebbe molto se qualcuno completasse.

Non è un problema tecnico. Non c'era bisogno di particolari competenze ingegneristiche o finanziarie per capire, fin dal 21 aprile di due anni fa, quando al Lingotto fu presentato in pompa magna, che il piano «fabbrica italia» stava sulle nuvole. Anche un bambino si sarebbe reso conto che quella produzione da aumentare dalle 650.000 auto del 2009 al milione e 400mila del 2014, quel milione di veicoli destinati all'esportazione di cui «300.000 per gli stati uniti» (sic!), quel raddoppio o poco meno delle unità commerciali leggere (dalle 150 alle 250mila) in meno di quattro anni, erano numeri sparati a caso. Così come quei 20 miliardi di euro d'investimenti in italia (i due terzi dell'intero volume mondiale del gruppo fiat!), senza uno straccio d'indicazione sulla loro provenienza, senza un piano finanziario serio e trasparente, erano un gigantesco buio gettato sul tavolo verde.

Non è nemmeno un problema politico. O meglio, non è solo un problema politico. I pochi - pochissimi! - che annusarono il bluff e lo dissero o lo scrissero, non lo fecero perché «ideologicamente» ostili alla Fiat, o all'«impresa», o al «capitale». Se gli uomini della Fiom, unica organizzazione nell'intero panorama sindacale, capirono al volo che quel patto leonino proposto da Sergio Marchionne - sacrifici operai subito in cambio di una chimera lontana - era una trappola mortale, non lo fecero perché politicamente schierati contro. Lo fecero perché, appunto, erano «uomini», non marionette. Ben radicati nella realtà di fabbrica, spalla a spalla con altri uomini e donne con cui condividevano difficoltà, sentimenti e interessi.

Forse sta tutta qui la soluzione dell'arcano del «caso Marchionne». In una questione di «antropologia»: nella materialità di una condizione umana e di un sistema di relazioni su cui è passata come un rullo compressore una drammatica «apocalisse culturale». È sicuramente il prodotto di un'apocalisse culturale l'anti-eroe eponimo della vicenda, l'ad Sergio Marchionne, svizzero fiscalmente, americano aziendalmente, apolide moralmente. Così come lo sono i variopinti eredi della famiglia Agnelli - i «furbetti cosmopoliti» di cui parla Della Valle - figure ormai abissalmente distanti dal tipo umano dell'imprenditore del primo e anche del secondo capitalismo. Feroce, certo, spregiudicato e «creativamente distruttore», calcolatore e cinico, ma non incorporeo, sradicato e irresponsabile. Non avulso da ogni terra e da ogni luogo come sono i nuovi manager globali e la nuova proprietà finanziarizzata, la cui parola vale l'éspace d'un matin, e la cui appartenenza è sconosciuta («siamo qui. Anzi io sono a Detroit, ma sto proprio partendo per l'Italia», ha detto l'a.d. Fiat a Ezio Mauro nell'intervista pubblicata proprio ieri da Repubblica, erettasi per l'occasione a informale tramite tra impresa e governo). Marchionne non è un imprenditore in senso stretto. Non sa «fare macchine» - macchine le fanno ancora i tedeschi, come la volkswagen che ne produce 8 milioni all'anno e veleggia verso i 10 milioni, e che investe in ricerca e sviluppo quasi 7 miliardi di euro, mentre lui va poco sopra i 2 per lo più finanziati dalle banche italiane e impegnati per trasferire oltre oceano la tecnologia fiat.

Marchionne sa fare soldi: nel solo 2010, l'anno di Fabbrica Italia, ha provocato la più severa caduta sul mercato europeo mai registrata (la fiat è scesa ad appena il 6,7%) ma in compenso ha portato il proprio gruppo a guidare la classifica della redditività per gli azionisti, «con un ritorno sul capitale del 33%»! vale per lui quanto scritto da Richard Sennett sui manager globalizzati di ultima generazione nel suo ultimo volume su la cultura del nuovo capitalismo: gente che vive strutturalmente - in forza della distanza abissale, di reddito e di stile di vita, che li separa dai luoghi e dalle figure del lavoro - la divaricazione tra guida e responsabilità. Ambivalenti per ruolo e natura. Specializzati nel pensare per «tempi brevi», sul raggio della prossima trimestrale, e a muoversi per improvvisazioni più che per programmazione e pianificazione. Gente, diciamolo, di cui non fidarsi!

Ma prodotto di un'apocalisse culturale sono anche gli altri. Quelli che dovrebbero stare di fronte a Marchionne, e che invece gli stanno dietro (o sotto): i Bonanni, gli Angeletti, buona parte della politica, quasi tutta l'amministrazione. Che cosa ha portato il capo della Cisl Raffaele Bonanni, nell'aprile del 2010 a «brindare alla salute di Fabbrica Italia», definendola «una minirivoluzione che potrebbe riportare l'italia ai vertici produttivi di un tempo»? E ancora l'anno successivo a dichiarare: «sarà brusco, sarà crudo, ma Marchionne è stato una fortuna per gli azionisti e i lavoratori della Fiat. Grazie a dio c'è un abruzzese come Marchionne». Che cosa ha spinto il segretario della CISL torinese Nanni Tosco - che pure dovrebbe essere un po' più vicino ai luoghi della produzione - a sbilanciarsi definendo il piano di Marchionne «un'opportunità irripetibile per il sindacato e assolutamente da cogliere, evitando di infilarsi tra le ombre del 'piano b'»? E il futuro sindaco fassino, alla vigilia del famigerato referendum sull'accordo a Mirafiori, a dichiarare senza esitazione che se fosse stato un operaio FIAT (sic) avrebbe votato sì? Ma è pressoché tutto il mondo politico ad aver assistito ai preparativi della fuga di Marchionne - come ha scritto Loris Campetti - «con il cappello in mano, spellandosi le mani ad applaudire le prodezze di un avventuriero». Perché?

Non erano così gli uomini di «prima». Non dico i Pugno (il leggendario segretario della camera del lavoro di Torino venuto dagli anni duri), ma nemmeno i Cesare Delpiano, gli Adriano Serafino, i Pierre Carniti, i responsabili della cisl piemontese e nazionale che guidarono la riscossa operaia. Gente che sapeva conoscere e valutare gli uomini che aveva di fronte, perché conosceva e rispettava gli uomini di cui aveva la responsabilità. E non erano così i Berlinguer, i Novelli, i Damico, ma nemmeno il democristiano Donat Cattin e persino il vecchio sindaco Giuseppe Grosso... In mezzo, tra questi due diversi «tipi umani» - tra queste opposte antropologie - è passata, come un vomere, la lama di una sconfitta storica del mondo del lavoro. Di un arretramento epocale nelle condizioni materiali del lavoro, nel livello delle remunerazioni e dei salari dei lavoratori, e insieme nel ruolo stesso che il lavoro gioca nello spazio sociale, nella sua capacità di parola e di presenza.

Luciano Gallino, nel suo splendido La lotta di classe dopo la lotta di classe calcola che nel corso del ventennio a cavallo tra il novecento e il nuovo secolo lo spostamento di ricchezza dal monte salari al monte profitti sfiori i 250 miliardi di euro all'anno: l'equivalente di numerose manovre finanziarie lacrime e sangue. E' la misura della perdita di potere del lavoro, che è stata anche sua «privatizzazione». Espulsione del lavoro dalla sfera pubblica (quella in cui l'aveva riconosciuto anche formalmente l'art. 1 della nostra costituzione), e suo confinamento nella dimensione privata, senza voce e senza forza, regolata da rapporti di comando-obbedienza individuali e irrimediabilmente asimmetrici. Di questa dimensione pubblica del lavoro sono orfani, di questa sua privatizzazione (a cui hanno assistito passivamente e collusivamente) sono figli, gli attuali politici maggioritari e i sindacalisti in ginocchio davanti al Marchionne di turno. L'insostenibile leggerezza del loro essere è il riflesso di una strutturale perdita di terreno. L'evaporare della politica e della rappresentanza in generale (istituzionale o sindacale) nella nuvola eterea dei sistematici luoghi comuni che avvolgono ormai la comunicazione pubblica come un involucro asfissiante (la «cattura cognitiva» di cui parla Gallino), riflette questa liquefazione.

Ora, se questa massa liquida cui si è ridotta la politica nazionale e buona parte dello schieramento sindacale viene chiamata a misurarsi, nelle forme ultimative che la crisi impone, con la dimensione gassosa della nuova imprenditoria globale - con il marchionne di turno - il risultato è scontato: essa è destinata ad esserne dissolta e fagocitata irrimediabilmente, con la comune rovina di se stessa e di noi tutti. Dovrebbe farci pensare il fatto che gli unici a confrontarsi, con durezza, con Marchionne sono i «forti», altri «padroni» come lui, mentre ministri, politici e sindacalisti di regime emettono flebili vagiti e si rimettono, come dice Giorgio Airaudo, «alla clemenza della corte». Se una speranza è data vedere, se una possibilità di rinascita si può immaginare, essa consiste nei punti di resistenza di ciò che ha saputo restare «solido» nel generale processo di dissolvimento. Mantenere un rapporto col proprio suolo, culturale, sociale, produttivo. Per questo tanta ammirazione - anche al di fuori del campo ristretto delle tradizionali sinistre - avevano saputo suscitare quel 40% di «inattuali» che a pomigliano avevano avuto il coraggio di dire no, e quel quasi 50% di mirafiori. Per senso di dignità, prima che per calcolo di utilità. Sapendo di giocare una partita disperata (perché il ricatto di Marchionne lasciava solo l'alternativa tra «arrendersi o perire»). Oggi sappiamo che vedevano più lontano degli altrettanto disperati operai che votarono sì. Come vedeva lontano la fiom, a cui andrebbe fatto un monumento per aver saputo mantenere aperto un varco, attraverso cui tentare di passare oltre. Di esistere ancora, nel mondo che verrà.

Jürgen Habermas ha parlato alto e chiaro sulla situazione europea e le decisioni che essa esige nell'articolo scritto assieme all'economista Peter Bofinger - membro del Consiglio tedesco dei saggi - e all'ex ministro bavarese Julian Nida-Ruemielin, uscito sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 3 agosto scorso (in italiano su Repubblica del 4 agosto) con il titolo «Rifiutiamo una democrazia di facciata», nel quale prende di mira le allusioni di alcuni membri del governo sulla elezione a suffragio universale di un presidente dell'Europa per legittimare il patto di bilancio europeo.

Nell'essenziale la tesi di Habermas è che la crisi non ha nulla a che vedere con le «colpe» degli Stati spendaccioni che gli stati «economi» stenterebbero a risanare (in tedesco «Schuld» significa sia «debito» sia «colpa»). Ha invece tutto a che vedere con l'incapacità degli Stati, messi in concorrenza dagli speculatori, di neutralizzare il gioco dei mercati e a premere per una regolamentazione mondiale della finanza. Per cui non si uscirà dalla crisi se l'Europa non si decide a «varcare il passo» verso l'integrazione politica che permetterebbe insieme di difenderne la moneta e affrontare le politiche di riduzione delle inuguaglianze al proprio interno che è la sua ragione di esistere. Terreno naturale di questa trasformazione è il «nocciolo europeo» (Kerneuropa), cioè l'eurozona più gli Stati che dovrebbero entrarvi (in particolare la Polonia). Ma la condizione sine qua non è una democratizzazione autentica delle istituzioni comunitarie, che Habermas intende essenzialmente come formazione d'una rappresentanza parlamentare dei popoli finalmente effettiva (attraverso un sistema a due livelli che egli distingue dal «federalismo» di tipo tedesco), dotata di poteri di controllo politico a livello continentale, in particolare sulla dimensione e l'utilizzazione delle imposte che sosterrebbero la moneta comune, secondo il principio degli insorti americani: «No taxation without representation!»

Bisogna felicitarsi di questo intervento e non lasciarlo isolato. Esso viene dopo una serie di coraggiose prese di posizione con le quali Habermas ha attaccato «il nuovo nazionalismo della politica tedesca e i pregiudizi unilaterali» che esso copre. E comporta un notevole sforzo per tenere assieme il piano politico, quello economico e quello sociale, come a prefigurare il contributo che l'Europa potrebbe portare a una strategia di uscita dalla crisi su scala mondiale, basata sugli imperativi d'una protezione dei diritti sociali (che non significa la loro immutabilità) e d'una regolazione dei meccanismi di credito che proliferano «sopra la testa» dell'economia reale. Per ultimo, Habermas afferma senza ambiguità che un'Europa politicamente unificata (la si chiami o no «federale») non è possibile che a condizione d'una democrazia sostanziale che investa la natura stessa dei suoi poteri e della loro rappresentatività, dunque legittimità. Da parte mia, da tempo sostengo una tesi più radicale (qualcuno dirà più vaga): una Europa politica, senza la quale non c'è che declino e impotenza per le popolazioni del continente, non sarà legittima, e quindi possibile, se non sarà più democratica delle nazioni che la compongono, se non farà un passo avanti rispetto alle loro conquiste storiche in tema di democrazia.

Un New Deal europeo

Il ragionamento del filosofo di Francoforte comporta tuttavia, ai miei occhi, due punti deboli fra loro connessi. Il primo è che non tiene in conto il tempo passato, e dunque la congiuntura: come se la crisi non si dispiegasse da anni; come se si potessero riportare indietro gli effetti che ha prodotto e realizzare ora quel che sarebbe stato necessario fare per evitarla, essenzialmente al momento di mettere in atto il sistema monetario europeo. Non credo che sia così. Converrebbe almeno sviluppare l'indicazione di Habermas relativa alla accettazione dell'imposta e il controllo del suo uso. Non ci sarà uscita dalla crisi, né in Europa né altrove, senza una «rivoluzione fiscale» che implica non solo imporre tasse su scale continentale e vegliare sulla loro giusta ripartizione, ma di utilizzarle in un'ottica diretta alla crescita dell'occupazione che la crisi ha devastato, alla riconversione delle attività produttive e alla riorganizzazione del territorio europeo. Qualcosa come un New Deal o un piano Marshall intereuropeo. Cosa che implica il ritorno a una politica monetaria equilibrata fondata sul circuito di scala non meno che su quello bancario (che è, vedi caso, quello che alimenta la speculazione).

Il secondo punto debole dell'argomentazione di Habermas è che si attiene a una concezione esageratamente formale della democrazia - sempre meno soddisfacente in una fase in cui sono in atto potenti processi di «sdemocratizzazione» nella nostre società, che derivano anche dalla crisi, ragioni di opportunità ed efficacia a favore di una «governance» dall'alto. Non si tratta soltanto di correggerli, occorre contrastarli e opporre loro delle innovazioni democratiche «materiali». Non mi si fraintenda: non ricuso affatto il bisogno di rappresentanza. Al contrario, la storia del 20mo secolo ne ha dimostrato assieme la necessità e i margini di fluttuazione, fra la semplice delega di potere e il controllo effettivo. Bisogna approfondire questo dibattito su scala europea. Ma anche introdurre altre modalità di democrazia, o meglio di democratizzazione dell'istituzione politica. È la chiave per risolvere la famosa aporia del «demos europeo». Il demos non preesiste come condizione della democrazia, ne deriva come un effetto. Ma neanch'essa esiste se non nel corso e nelle forme delle diverse pratiche di democratizzazione. Come democrazia rappresentativa, certo, ma anche come democrazia partecipativa, il cui orizzonte è il comunismo autogestito («la costruzione dei comuni», direbbe Negri), e come democrazia conflittuale («contro-democrazia», direbbe Rosanvallon), che vive di rivendicazioni e proteste, di resistenze e di indignazioni.

Unità del molteplice

Sono modalità in equilibrio instabile - è vero - che ci allontana da un costituzionalismo «normativo». Non potrebbero esser messe in atto da decisioni prescrittive, quale che ne sia il modo di legittimazione (come altri, Habermas evoca con insistenza la possibilità del referendum sul futuro dell'euro e dell'Europa). Può perfino sembrare che andando oltre la possibilità di una gestione da parte dei governi, dando vita alle virtualità dell'autonomia o del dissenso, esse vadano incontro all'obiettivo di una «rifondazione» dell'Unione europea: come fare unità con la molteplicità e la contraddizione, stabilità con l'incertezza, legittimità con la contestazione? Ma inversamente, si può chiedere a Habermas, come immettere democrazia nella costruzione europea senza un «salto» o un «passo di lato» rispetto alle strutture e procedure che sono state concepite per escluderla, neutralizzarla, e che i metodi di gestione della crisi, essenzialmente destinati a evitare l'intervento dei cittadini, hanno sistematicamente bloccato? Bisognerà pure che, su questo e altri punti («l'Europa sociale») si faccia avanti qualcosa come un'opposizione o un movimento.

Non lasciamo passare l'occasione che Habermas e suoi colleghi ci offrono di un dibattito sull'Europa per gli europei e fatto dagli europei. Esso si delinea in forme diverse dovunque è imposto dalla gravità della crisi: in Grecia, in Spagna, pochissimo in Francia malgrado l'allarme che dovrebbe provocare la valanga (di chiusure industriali e di polemiche) del rientro dall'estate, che sembra un remake delle campagne del 1992 e del 2005, con la sola differenza che non è previsto nessun referendum. Nulla che esca dalle frontiere nazionali. Nulla, quindi, che spinga la politica al livello che esigerebbero sia le urgenze sia i principi.

(Pubblicato sul quotidiano francese Liberation il 3 settembre 2012)

CON uno zelo tanto impareggiabile quanto prevedibile è cominciata nella Chiesa l’operazione anestesia verso il cardinal Carlo Maria Martini, lo stesso trattamento ricevuto da credenti scomodi come Mazzolari, Milani, Balducci, Turoldo, depotenziati della loro carica profetica e presentati oggi quasi come innocui chierichetti.

A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale. Si badi bene: non per la Chiesa (che anzi nella sua essenza evangelica ne avrebbe solo da guadagnare), ma per il suo sistema di potere e la conseguente mentalità cortigiana. Mi riferisco alla situazione descritta così dallo stesso Martini durante un corso di esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Galloro nel 2008: “Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso”. E ancora: “Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”.

Quello che è rilevante in queste parole non è tanto la denuncia del carrierismo, compiuta spesso anche da Ratzinger sia da cardinale che da Papa, quanto piuttosto la terapia proposta, cioè la libertà di parola, l’essere trasparenti, il dire la verità, l’esercizio della coscienza personale, il pensare e l’agire come “cristiani adulti” (per riprendere la nota espressione di Romano Prodi alla vigilia del referendum sui temi bioetici del 2005 costatagli il favore dell’episcopato e pesanti conseguenze per il suo governo). È precisamente questo invito alla libertà della mente ad aver fatto di Martini una voce fuori dal coro nell’ordinato gregge dell’episcopato italiano e a inquietare ancora oggi il potere ecclesiastico. Diceva nelleConversazioni notturne a Gerusalemme:

“Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Ecco il metodo-Martini: la libertà di pensiero, ancora prima dell’adesione alla fede. Certo, si tratta di una libertà mai fine a se stessa e sempre tesa all’onesta ricerca del bene e della giustizia (perché, continuava Martini, “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio”), ma a questa adesione al bene e alla giustizia si giunge solo mediante il faticoso esercizio della libertà personale. È questo il metodo che ha affascinato la coscienza laica di ogni essere pensante (credente o non credente che sia) e che invece ha inquietato e inquieta il potere, in particolare un potere come quello ecclesiastico basato nei secoli sull’obbedienza acritica al principio di autorità. Ed è proprio per questo che gli intellettuali a esso organici stanno tentando di annacquare il metodo-Martini.

Per rendersene conto basta leggere le argomentazioni del direttore diCiviltà Cattolicasecondo cui “chiudere Martini nella categoria liberale significa uccidere la portata del suo messaggio”, e ancor più l’articolo suAvveniredi Francesco D’Agostino che presenta una pericolosa distinzione tra la bioetica di Martini definita “pastorale” (in quanto tiene conto delle situazioni concrete delle persone) e la bioetica ufficiale della Chiesa definita teorico-dottrinale e quindi a suo avviso per forza “fredda, dura, severa, tagliente” (volendo addolcire la pillola, l’autore aggiunge in parentesi “fortunatamente non sempre”, ma non si rende conto che peggiora le cose perché l’equivalente di “non sempre” è “il più delle volte”). Ora se c’è una cosa per la quale Gesù pagò con la vita è proprio l’aver lottato contro una legge “fredda, dura, severa, tagliente” in favore di un orizzonte di incondizionata accoglienza per ogni essere umano nella concreta situazione in cui si trova.

Martini ha praticato e insegnato lo stesso, cercando di essere sempre fedele alla novità evangelica, per esempio quando nel gennaio 2006 a ridosso del caso Welby (al quale un mese prima erano stati negati i funerali religiosi in nome di una legge “fredda, dura, severa, tagliente”) scrisse che “non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. Questa centralità della coscienza personale è il principio cardine dell’unica bioetica coerente con la novità evangelica, mai “fredda, dura, severa, tagliente”, ma sempre scrupolosamente attenta al bene concreto delle persone concrete.

Martini lo ribadisce anche nell’ultima intervista, ovviamente sminuita da Andrea Tornielli sullaStampain quanto “concessa da un uomo stanco, affaticato e alla fine dei suoi giorni”, ma in realtà decisiva per l’importanza dell’interlocutore, il gesuita austriaco Georg Sporschill, il coautore diConversazioni notturne a Gerusalemme.

Ecco le parole di Martini: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. È questo il metodo-Martini, è questo l’insegnamento del Vaticano II (vediGaudium et spes16-17), è questo il nucleo del Vangelo cristiano, ed è paradossale pensare a quante critiche Martini abbia dovuto sostenere nella Chiesa di oggi per affermarlo e a come in essa si lavori sistematicamenteper offuscarlo.

Oggi, alle 17.45 a Sarzana, Zagrebelsky aprirà il Festival della Mente con la lectio di cui anticipiamo un brano Il Festival, diretto da Giulia Cogoli, dura fino a domenica

In un “festival della mente”, è naturale parlare di idee. Che cosa, infatti, sono le idee, se non ciò che viene dalla mente, che è “prodotto” o “scoperto” dalla mente? Come si dice, ordinariamente, “viene in mente”? Ma, possiamo anche, in certo senso, rovesciare l’affermazione e dire che la mente è ciò che viene dalle idee, che senza idee non c’è mente. Quando usiamo una parola così violenta come de-mente, non intendiamo forse uno per la cui mente non passa alcuna idea? Dunque, possiamo dire che mente e idee sono tutt’uno, che si tengono insieme e, in sintesi, che la mente tende alle idee e in esse trova il suo compimento, la sua realizzazione.

In queste prime frasi della mia relazione, desidero tessere un elogio delle idee, considerandole beni che possono dare felicità, talora molta felicità.

Gli antichi, con perfetta ragione, dicevano che la felicità è il completamento di ciò che è “per sua natura”, cioè è la realizzazione di ciò cui la nostra natura aspira. Possiamo, allora, dire che nelle idee noi troviamo la felicità, per la parte che riguarda la mente. Uno dei primi trattati sulla felicità, il dialogo Geroneil tiranno

del poeta lirico
, Simonide (VI-V secolo a. C.), tratta per l’appunto dei beni che fanno la felicità, quando li si possiede, e l’infelicità, quando mancano. Non esistono beni di questo genere in assoluto: dipende dalla natura degli esseri umani. Le persone sensuali troveranno i loro beni «con gli occhi per ciò che vedono (gli spettacoli), con gli orecchi per ciò che sentono (la musica), col naso per gli odori (i profumi), con la bocca per ciò che ingurgitano (il cibo e il vino) e con ciò che tutti ovviamente conosciamo in ragione del sesso (i corpi degli amati). C’è poi il sonno, che genera felicità per il corpo e per l’anima, anche se è difficile dire come e perché, forse a causa del sonno stesso che rende le sensazioni meno chiare di quanto siano nella veglia». Ma poi conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza,gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura.

Ma, nei tanti elenchi che riguardano quelli che consideriamo i beni della nostra vita, non troviamo mai le idee. Invece, possono dare anch’esse felicità, per qualcuno e in qualche momento, anche più di altri beni alle, per così dire, persone di pensiero. Ciò vale per le idee in quanto tali, indipendentemente dal fatto che siano vere o false, giuste o ingiuste, buone o cattive. Non si tratta di giudizi sul contenuto delle idee, ma d’idee in quanto tali. I giudizi vengono dopo.

Permettete un riferimento personale alla mia attività nell’ambito dell’Università. Ho ormai preso l’abitudine, poiché il tempo passa, la memoria diminuisce e l’improvvisazione è sempre più pericolosa, di preparare le lezioni e di scriverne la traccia, per poterla usare quasi come una rete di sicurezza. Ebbene, una mattina, mi sono trovato senza. Non sapevo doveva era sparita, la sera prima. Ho proposto allora agli studenti di fare così: prendere l’ultimo argomento trattato (era la pena di morte, un argomento davvero inesauribile) e di ragionarci su insieme, lasciando per così dire libero il pensiero di svilupparsi da sé, da un’idea all’altra. Abbiamo insieme, per due ore, “prodotto idee” con molta nostra soddisfazione d’esseri pensanti, riconosciuta da tutti (aggiungo: purtroppo con soddisfazione maggiore di quella che davano le lezioni “normali”). Chi abbia fatto una qualche simile esperienza di scoperta d’idee, che può giungere anche a punte d’esaltazione, non avrà dunque difficoltà nel considerare le idee “beni della vita” e l’elaborazione d’idee qualcosa cui può essere dedicata, in tutta o in parte, la propria esistenza, non meno degnamente di come altri la dedicano all’autorealizzazione in altri aspetti dell’umana natura.Invece, nella comune accezione, le idee non entrano affatto a far parte dei beni della vita. Anzi: sembrano stancare, essere perdita di tempo, divagazioni senza costrutto; nella migliore delle ipotesi, qualcosa di cui la gran parte delle persone può fare facilmente a meno, per essere riservate solo a qualcuno, coloro che chiamiamo, non senza una certa dose di sottinteso disprezzo, gli “intellettuali”.

Da qualche tempo, il tempo in cui tutto, per esistere, sembra dover essere misurabile, quantificato, ci si dà da fare per “calcolare” la felicità degli esseri umani. Perfino i governi si dedicano a questo compito, evidentemente in vista di “politiche per la pubblica felicità”, secondo gli intenti dei “principi illuminati” del ’700. Ora, questa politica si vorrebbe impiantare su basi scientifiche e, a questo scopo, si usano mezzi demoscopici, insomma sondaggi. Il 26-27 marzo 2010 una sessantina di psicologi, politici, filosofi, economisti si sono riuniti a Rennes, in Bretagna, per discutere del tema: Le bonheur: une idée neuv e .

Per la verità, già Saint Just, sulla fine del ’700, aveva esclamato: «la felicità è un’idea nuova in Europa». “Felicità” è una delle parole più ricorrenti in tutta la pubblicistica di quel secolo.

Ora ritorna d’attualità, sotto specie di “benessere”. Il governo Sarkozy ha commissionato a tre dei maggiori intellettuali del nostro tempo: Stiglitz, Sen e Fitoussi un rapporto, reso pubblico nel settembre 2009, destinato a suggerire criteri per il ricalcolo del benessere collettivo, sottraendolo alle regole puramente produttivistiche del Pil. Si è andati al di là, suggerendo di prendere in considerazione non solo la misura del prodotto e del consumo di beni materiali, ma anche i cosiddetti “beni relazionali” come i rapportisociali e il tempo libero, la pubblica sicurezza, ecc. Altri, hanno aggiunto la salute pubblica, l’istruzione, la certezza del lavoro, la casa, la vivibilità delle città, il verde pubblico, gli affetti familiari e la loro stabilità, ecc. A nessuno sono venute in mente le idee. Sembra che siano irrilevanti. Capisco che sono difficilmente censibili (forse non diversamente da altre cose che si considerano “beni”) e che, ancor meno, possono essere prodotti di politiche pubbliche (anche se, però, le politiche pubbliche possono favorire il loro fervore). Eppure, comprendiamo facilmente che una vita senza idee, una società che non libera da sé idee, sono letteralmente “infelici”, cioè infeconde, non creative, destinate non a vivere ma, nelle migliori delle ipotesi, a sopravvivere a se stesse, come colonie. Se confrontassimo le diverse società e le loro diverse epoche dal punto di vista del loro fervore ideale, potremmo, per quanto approssimativamente, stabilire un più e un meno; cioè, in fondo, potremmo stilare classifiche e, per esempio, interrogarci sullo stato della nostra società, nel nostro tempo. Forse, larisposta sarebbe rattristante.

Ma, in generale, che cosa ci dice questo silenzio sul valore delle idee, quanto ai caratteri dello spirito del nostro tempo? Forse che è un tempo edonista, materialista, che ha bisogno di esseri mentalmente programmati per un tipo di società che, a parole, esalta il pluralismo delle idee e, quindi, la libertà della cultura ma, nella realtà ha bisogno che di idee ce ne sia una sola, grande, omogenea, e che di quella libertà non sa che farsi. Lasciamo stare. Ognuno dia la sua risposta. Cerchiamo invece di entrare nel grande mondo delle idee, non per quel che riguarda la loro origine – se prodotte dalla fisica o dalla metafisica: questione delle neuroscienze o della filosofia – ma attraverso qualche suddivisione concettuale, che ci consenta di gettare un po’ di luce in un fascinoso mondo di realtà impalpabili.

Si possono fare distinzioni basate sui più diversi criteri. Ora, assumeremo un criterio, per così dire, funzionale che corrisponde alla domanda: a che cosa servono le idee? Le idee possono essere collocate come su una scala a tre gradi maggiori, con gradini minori, a seconda che, a partire dal basso verso l’alto, valgano per conoscere, per risolvere e per progettare “cose”. L’immagine della scala non deve suggerire l’idea d’una distribuzione secondo una minore o maggiore dignità delle idee, a seconda del posto che esse vengono a occupare. Nella scala i gradini più in basso sono indispensabili per salire su quelli più alti e quelli più in alto non sarebbero raggiungibili senza quelli più in basso. Come l’immagine della scala anche suggerisce, i gradini non sono separati da divisioni insormontabili. Anzi, servono per passare dall’uno all’altro, in salita e in discesa. Dobbiamo ora passare a vedere come.

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