Una riflessione difficile ma necessaria se è vero che le radici della crisi affondano in terreni profondi. A proposito di un “manifesto" di Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca, e della discussione che ha suscitato.
L’Unità online, 22 dicembre 2012
Questa è la cornice, assai impegnativa, tracciata dalla lettera aperta apparsa poco più di un anno fa su Avvenire e sull’Unità, a firma di quattro studiosi di provenienza marxista: Barcellona, Sorbi, Tronti, Vacca, per i quali si è già trovata l’etichetta di marxisti ratzingeriani. A distanza di un anno, la lettera è divenuta un libro, che raccoglie solo parte (significativa) delle reazioni vivaci suscitate dal documento. Il segno complessivo è di interesse e partecipazione, anche se non mancano obiezioni e esigenze di approfondimento: Emma Fattorini, ad esempio, lamenta la scarsa attenzione dedicata alla questione femminile; Pasquale Serra chiede se non si corra il rischio di far coincidere il religioso con la funzione politica della Chiesa; Luca e Paolo Tanduo avanzano invece dubbi sulla capacità del Pd di ospitare un dialogo su temi bioetici e valori non negoziabili, mentre Claudio Sardo sottolinea la distanza alla quale deve tuttavia mantenersi la mediazione politica rispetto ai valori.
I quattro autori, d’altra parte, non hanno scelto il terreno più facile su cui incontrare le posizioni della Chiesa cattolica. Benché la questione antropologica investa anche il piano dei diritti sociali declinanti e dei modelli economici dominanti, non è su questo versante che viene condotto il confronto. I temi su cui la lettera chiama a riflettere sono infatti (proposti con le stesse parole di Benedetto XVI) da un lato la critica del relativismo, cifra dominante del nostro tempo, dall’altro la difesa dei valori non negoziabili, bussola che il papa chiede di adottare per tutte le questioni che attengono alla difesa della vita, dal concepimento fino alla morte naturale.
È giusta questa strada? Forse sì, se si tratta di correggere la «deriva» individualistico-radicale e la «torsione nichilistica» dei processi di secolarizzazione: non è un caso che si avverta così tanto, in queste pagine, la presenza di Augusto Del Noce, che tempo fa indicò nel relativismo soggettivista e nichilista l’approdo autodistruttivo (per lui inevitabile) del progressismo di sinistra. Forse no, però, se questa correzione viene proposta solo come un argine, come una reazione e non come una costruzione comune, affidata alla responsabilità degli uomini.
A proposito di responsabilità, il libro offre già in premessa un terreno di verifica: “una vita che nasce – vi leggiamo – rappresenta un valore in sé fin dal suo concepimento per la responsabilità che conferisce a ciascun individuo adulto di accoglierla, tutelarla, educarla e seguirla con amore e con cura fino alla sua fine”. Riprenda o no posizioni del magistero della Chiesa, l’affermazione richiede un impegno concettuale non piccolo: stanno infatti insieme, l’uno a fianco all’altro, l’essere «in sé» e l’essere «per-altro» (cioè per la responsabilità) del valore: perché non sia una contraddizione, ci vuole una filosofia a dimostrarlo. E ci vogliono indicatori di direzione: il valore vale perché investito dalla responsabilità che si accende per esso, o la responsabilità consegue soltanto al valore? Mentre quest’ultima affermazione suonerebbe dogmatica, e avrebbe bisogno di tutto un sistema di pensiero a sostegno, la seconda farebbe invece maggiore affidamento all’azione umana, e darebbe molto più spazio e fiducia all’idea, proposta dagli autori (e di grande spessore), di una «società educante».
Certo, una simile società non potrebbe non avere in vista la verità, e dovrebbe quindi accogliere la critica del relativismo, ben distinto dal pluralismo, condivisa dagli autori e in tutti gli interventi raccolti nel libro. Ma la verità, a sua volta, va forse concepita come un abito, o un ethos, piuttosto che come una proposizione o un dogma (immediatamente traducibile in obbligo giuridico): si può dare torto a Kelsen, che giudicava indissolubile il nesso fra democrazia e relativismo, perché la democrazia può avere rapporto con la verità. Ma quale verità? Anche in questo caso due son le strade, una guarda avanti e l’altra indietro: si tratta di un’arcigna verità che precede e fonda, o di una verità che accompagna e segue, che sta tra le mani degli uomini e che è perciò ancora da fondare, ancora a venire?

La Repubblica, 22 dicembre 2012
IL DISCORSO di Roberto Benigni sulla Costituzione è stato per molti una rivelazione: rivelazione, innanzitutto, di principi fino a lunedì scorso, probabilmente, ignoti ai più; ma, soprattutto, rivelazione di ciò che sta nel nucleo dell'idea stessa di Costituzione. In un colpo solo, è come se fosse crollata una crosta fatta di tante banalità, interessate sciocchezze, luoghi comuni, che impedivano di vedere l'essenziale. Non si è mancato di leggere, anche a commento di quel discorso, affermazioni che brillano per la loro vuotaggine: che la Costituzione è un ferrovecchio della storia, superata dai tempi, figlia della guerra fredda e delle forze politiche di allora. Benigni, non so da chi, è stato definito "un comico", "un guitto". Il suo discorso è stato la riflessione d'un uomo di cultura profonda e di meticolosa preparazione, il quale padroneggia in misura somma una gamma di strumenti espressivi che spaziano dall'ironia leggera, alla tenerezza, all'emozione, all'indignazione, alla passione civile. La Costituzione, collocata in questo crogiuolo d'idee e sentimenti, ha incominciato o ricominciato a risuonare vivente, nelle coscienze di molti. È stato come svelare un patrimonio di risorse morali ignoto, ma esistente. Innanzitutto, è risultata la natura della Costituzione come progetto di vita sociale. La Costituzione non è un "regolamento" che dica: questo si può e questo non si può, e che tratti i cittadini come individui passivi, meri "osservanti".
La Costituzione non è un codice di condotta, del tipo d'un codice penale, che mira a reprimere comportamenti difformi dalla norma. È invece la proposta d'un tipo di convivenza, secondo i principi ispiratori che essa proclama. Il rispetto della Costituzione non si riduce quindi alla semplice non-violazione, ma richiede attuazione delle sue norme, da assumersi come programmi d'azione politica conforme. L'Italia, o la Repubblica, "riconosce", "garantisce", "rimuove", "promuove", "favorisce", "tutela": tutte formule che indicano obiettivi per l'avvenire, per raggiungere i quali occorre mobilitazione di forze. La Costituzione guarda avanti e richiede partecipazione attiva alla costruzione del tipo di società ch'essa propone. Vuole suscitare energie, non spegnerle. Vuole coscienze vive, non morte. Queste energie si riassumono in una parola: politica, cioè costruzione della pòlis.
A differenza d'ogni altra legge, la cui efficacia è garantita da giudici e apparati repressivi, la Costituzione è, per così dire, inerme: la sua efficacia non dipende da sanzioni, ma dal sostegno diffuso da cui è circondata. La Costituzione è una proposta, non un'imposizione. Anche gli organi cosiddetti "di garanzia costituzionale" - il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale - nulla potrebbero se la Costituzione non fosse già di per sé efficace. La loro è una garanzia secondaria che non potrebbe, da sola, supplire all'assenza della garanzia primaria, che sta presso i cittadini che la sostengono col loro consenso. Così si comprende quanto sia importante la diffusione di una cultura costituzionale. L'efficacia del codice civile o del codice penale non presuppone affatto che si sia tutti "civilisti" o "penalisti". L'efficacia della Costituzione, invece, comporta che in molti, in qualche misura, si sia "costituzionalisti". Non è un'affermazione paradossale. Significa solo che, senza conoscenza non ci può essere adesione, e che, senza adesione, la Costituzione si trasforma in un pezzo di carta senza valore che chiunque può piegare o stracciare a suo piacimento.
Così, comprendiamo che la prima insidia da cui la Costituzione deve guardarsi è l'ignoranza. Una costituzione ignorata equivale a una Costituzione abrogata. La lezione di Benigni ha rappresentato una sorpresa, un magnifico squarcio su una realtà ignota ai più. È lecito il sospetto che sia ignota non solo a gran parte dei cittadini, ma anche a molti di coloro che, ricoprendo cariche pubbliche, spensieratamente le giurano fedeltà, probabilmente senza avere la minima idea di quello che fanno. La Costituzione, è stato detto, è in Italia "la grande sconosciuta". Ma c'è una differenza tra l'ignoranza dei governanti e quella dei governati: i primi, ignoranti, credono di poter fare quello che vogliono ai secondi; i secondi, ignoranti, si lasciano fare dai primi quello che questi vogliono. Così, l'ignoranza in questo campo può diventare instrumentum regni nelle mani dei potenti contro gli impotenti.
A questo punto, già si sente l'obiezione: la Costituzione come ideologia, paternalismo, imbonimento, lavaggio del cervello. La Costituzione come "catechismo": laico, ma pur sempre catechismo. La Costituzione presuppone adesione, ma come conciliare la necessaria adesione con l'altrettanto importante libertà? Questione antica. Non si abbia paura delle parole: ideologia significa soltanto discorso sulle idee. Qualunque costituzione, in questo senso, è ideologica, è un discorso sulle idee costruttive della società. Anche la costituzione che, per assurdo, si limitasse a sancire la "decostituzionalizzazione" della vita sociale, cioè la totale libertà degli individui e quindi la supremazia dei loro interessi individuali su qualunque idea di bene comune, sarebbe espressione d'una precisa ideologia politica. L'idea d'una costituzione non ideologica è solo un'illusione, anzi un inganno. Chi s'oppone alla diffusione della cultura della costituzione in nome d'una vita costituzionale non ideologica, dice semplicemente che non gli piace questa costituzione e che ne vorrebbe una diversa. Se, invece, assumiamo "ideologia" come sinonimo di coartazione delle coscienze, è chiaro che la Costituzione non deve diventare ideologia. La Costituzione della libertà e della democrazia deve rivolgersi alla libertà e alla democrazia. Deve essere una pro-posta che non può essere im-posta. Essa deve entrare nel grande agone delle libere idee che formano la cultura d'un popolo. La Costituzione deve diventare cultura costituzionale.
La grande eco che il discorso di Benigni ha avuto nell'opinione pubblica è stata quasi un test. Essa dimostra l'esistenza latente, nel nostro Paese, di quella che in Germania si chiama WillezurVerfassung, volontà di costituzione: anzi, di questa Costituzione. È bastato accennare ai principi informatori della nostra Carta costituzionale perché s'accendesse immediatamente l'immagine d'una società molto diversa da quella in cui viviamo; perché si comprendesse la necessità che la politica riprenda il suo posto per realizzarla; perché si mostrasse che i problemi che abbiamo di fronte, se non trovano nella Costituzione la soluzione, almeno trovano la direzione per affrontarli nel senso d'una società giusta, nella quale vorremmo vivere e per la quale anche sacrifici e rinunce valgono la pena. In due parole: fiducia e speranza. Ma senza illusioni che ciò possa avvenire senza conflitti, senza intaccare interessi e posizioni privilegiate: la "volontà di costituzione" si traduce necessariamente in "lotta per la Costituzione" per la semplice ragione che non si tratta di fotografare la realtà dei rapporti sociali, ma di modificarli.
La Costituzione vive dunque non sospesa tra le nuvole delle buone intenzioni, ma immersa nei conflitti sociali. La sua vitalità non coincide con la quiete, ma con l'azione. Il pericolo non sono le controversie in suo nome, ma l'assenza di controversie. Una Costituzione come è la nostra, per non morire, deve suscitare passioni e, con le passioni, anche i contrasti. Deve mobilitare. Tra i cittadini c'è desiderio di mobilitazione, cui mancano però i punti di riferimento. I quali dovrebbero essere offerti dalle strutture organizzate della partecipazione politica, innanzitutto i partiti che dicono di riconoscersi nella Costituzione. Ma tra questi spira piuttosto un'aria di smobilitazione, come quando ambiguamente si promettono (o minacciano, piuttosto) "stagioni", "legislature" costituenti, senza che si chiarisca che cosa si vorrebbe costituzionalizzare, al posto della Costituzione che abbiamo. Possibile che non si veda a quale riserva d'energia così si rinuncia, in cambio di flosce e vaghe prospettive?
Ritornano le Edizioni di Comunità che ripropongono il pensiero del fondatore, Adriano Olivetti. Un uomo di un'altra stagione dell'urbanistica (e dell'industria) italiane Ieri per domani. La Repubblica, 21 dicembre 2012 (m.p.g.)
Quando Beniamino de’ Liguori è nato, nel 1981, suo nonno Adriano Olivetti era morto da oltre vent’anni. Bambino, sua madre e sua nonna gli parlavano di lui. Se poi camminava per le strade di Ivrea, ogni edificio gli rimandava brani di una storia industriale e culturale che, una volta all’università, avrebbe preso a studiare fino alla tesi di laurea. Una storia non comune, intanto per l’intreccio dei due elementi - industria e cultura. E poi per le missioni che a entrambe l’ingegnere di Ivrea attribuiva. Ora Beniamino a trentun anni prova a riportare in vita uno dei lasciti di suo nonno, le Edizioni di Comunità.
È uscito un primo volumetto, Ai lavoratori si intitola. Tremila copie di tiratura, già una ristampa di altre duemila. Raccoglie due discorsi di Olivetti, uno pronunciato nel 1954 a Ivrea, l’altro del 1955 quando fu inaugurata la fabbrica di Pozzuoli, lo stabilimento progettato da Luigi Cosenza e affacciato verso il mare, con i giardini che Pietro Porcinai disegnò quasi abbracciassero una residenza estiva. Erano parole per i propri dipendenti «quanto mai attuali e però ignorate dai contemporanei», scrive Luciano Gallino nell’Introduzione. Nella stessa collana, Humana Civilitas (il motto che sovrastava la campana nel logo delle vecchie Edizioni di Comunità, nate nel 1946), compariranno altri discorsi olivettiani, il primo dei quali, Democrazia senza partiti, sarà accompagnato da un saggio di Stefano Rodotà. Seguiranno le opere di Olivetti (La città dell’uomo, L’ordine politico delle comunità), e in febbraio un’antologia di discorsi e di scritti anche inediti (Il mondo che nasce, a cura di Alberto Saibene: da questa anticipiamo il brano che compare qui accanto). E quindi, nella collana Nostalgia del futuro avranno posto alcuni classici ormai introvabili del catalogo storico delle Edizioni di Comunità, più, assicura Beniamino de’ Liguori, saggi nuovi, prevalentemente traduzioni.
Un’avventura. Una sfida. Forse un azzardo. Comunque niente celebrazioni. Anzi, ripetendo Gallino, idee attuali, ma inascoltate. La missione sociale dell’impresa. Il bisogno di fare comunità. Il territorio pianificato. La cultura fuori dai suoi recinti. Tutto sarà sulle spalle di una struttura ridotta all’osso, praticamente il solo Beniamino de’ Liguori, con l’appoggio della Fondazione Adriano Olivetti e una essenziale rete di collaborazioni, rigorosamente all’unisono generazionale. E anche spiazzante rispetto a come ci si può ingannevolmente immaginare l’eredità olivettiana. Distribuzione capillare, rapporto diretto con i librai – catene e indipendenti – ma soprattutto con il gruppo di Becco Giallo, l’editore padovano di graphic novel, fumetti di impegno civile sul Tav, su Enrico Mattei e Paolo Borsellino, e su Olivetti stesso, il cui autore, Marco Peroni, ha in carico proprio le relazioni delle Edizioni di Comunità con le librerie.
Laureato in storia contemporanea, un anno negli Stati Uniti, due nella casa editrice per bambini Gallucci, recuperato il marchio di Comunità dalla Mondadori, Beniamino nel 2010 si è messo all’opera. «La forza di questo progetto è Adriano Olivetti liberato dalla membrana mitica che lo avvolge», spiega. «Vorremmo che in libreria questi volumi fossero assimilati alle novità, colpissero la sensibilità di un lettore attirato tanto dalla sua figura, ma anche dall’idea di una società diversa ».
È stato difficile tenere non certo separate, ma almeno distinte, la storia di Olivetti nonno e quella di Olivetti imprenditore, innovatore, animatore culturale, «ma, per carità, non visionario né utopista ». Beniamino racconta di aver sempre sentito in modo disordinato di trovarsi dentro una storia familiare molto inconsueta, anche per le contraddizioni che esprimeva. «Un ambiente iper privilegiato, ma non fuori dalla realtà. Un grande potere economico e sociale, ma altrettanta semplicità, a cominciare dalle case che abitavamo». Per alcuni tratti della propria giovinezza, il nonno gli appariva «come un ingombro». Pesava «l’aspetto luttuoso di una storia industriale, successiva alla morte di Adriano, in cui gravava il senso di esproprio vissuto in tutta la famiglia, ma anche fra gli abitanti di Ivrea, i quali si ritrovavano senza più la fabbrica che aveva dominato la propria vita e il proprio paesaggio ». Sentimenti complessi, conflittuali. «L’idea di ingombro è svanita quando ho capito che Adriano Olivetti racchiudeva in sé questioni universali, non più solo mie: la giustizia, ma anche l’efficacia produttiva, il territorio, la solidarietà. Scriveva Thomas Bernhard che gli incontri con i grandi uomini sono incontri che annientano oppure salvano».
La vicinanza ad Adriano Olivetti «produce un’irresistibile voglia di conoscere la sua storia e ritrarre la sua enigmatica personalità da più punti di vista, quasi ci fosse un richiamo oscuro a privilegiare la ricerca degli aspetti difficilmente accessibili, quelli meno ordinari e forse, in fondo, più attraenti con il solo rigore analitico. Come fosse una necessità irrinunciabile, perlomeno per la generazione alla quale appartengo ». E così nasce la voglia di mettere a disposizione di tutti la fonte originale di quel singolare magnetismo. «I lettori giovani sono forse quelli più capaci di sentire Olivetti nelle sue note autentiche. E ne abbiamo prova dai commenti che raccogliamo sul web e su Facebook».
Alle Edizioni di Comunità Olivetti teneva moltissimo. Erano il contenitore in cui convivevano molti segmenti della sua personalità e dei suoi interessi che altrimenti, a guardarli oggi, potrebbero disperdersi in rivoli inafferrabili. Lì trovavano una sede il progetto comunitario, l’idea di fabbrica che esprimesse valori per un territorio e non solo dividendi per gli azionisti e poi l’intreccio di discipline che altrove e non in Italia davano conoscenze nuove per un mondo nuovo - la sociologia, l’urbanistica. «Nacquero in un momento di profondo turbamento morale e di grandi speranze», dice Beniamino de’ Liguori, «ma gli obiettivi che si proponevano sono tuttora incompiuti».
Quando Beniamino cominciò ad avere coscienza di chi fosse suo nonno, questi gli apparve come una figura incombente. «Emanava un’ombra lunga, ma l’unico modo per neutralizzare l’ombra e guardare la persona nella sua interezza era quella di affrontarla faccia a faccia. Ho capito che in quella persona erano raffigurate le mie ambizioni e che così avrei fatto anche i conti con la mia storia».
«Sembra enorme, il divario fra Berlusconi e Monti. Ma ancora non sappiamo bene la visione che Monti ha del mondo: se auspichi la riscoperta del senso dello Stato, o se sia un fautore della società senza Stato, senza politica, senza contrapposizione fra partiti». Insomma, abbiamo la senzazione di assistere a una partita in cui tutti gli scacchi abbiano lo stesso colore.
La Repubblica 19 dicembre 2012
MARIO Monti contro Silvio Berlusconi? Ancora una volta, quel che accade in Italia si decide a Milano: nelle sue istituzioni politiche, nelle sue università, nelle sue aziende, nelle personalità che di qui partono, a intervalli regolari, per conquistare Roma. «Milano è la chiave d’Italia», la clef d’Italie, diceva Margherita d’Austria, zia di Carlo V, quando la caduta del Ducato di Milano mise fine alle libertà dell’Italia nel Cinquecento.
al venir meno della passione che aveva animato la scelta cavouriana e unitaria del vecchio ceto patrizio, al riproporsi dell'alleanza fra potere politico e gerarchie ecclesiastiche.
Su questa fase di decadenza, durata per gran parte del ’900, si sofferma Tommaso Padoa-Schioppa in una lettera del settembre 2009, pubblicata in apertura del libro, quasi un'epigrafe. Scrive Padoa-Schioppa: «Non è un’esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861, forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti». Le responsabilità milanesi non si limitano all'aver suscitato le «tre marce su Roma» – Mussolini, Craxi, Berlusconi – per «mettere un leader politico “decisionista” alla guida del Paese». Un’intera classe imprenditoriale «ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all’impresa e portati fuori dall’Italia, dell’evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell’informazione economica».
Così veniamo all’oggi: alla quarta apparizione, nell’orizzonte della politica nazionale e romana, di un milanese di primo rango. Monti non viene da un’impresa come Berlusconi, ma da un’università, la Bocconi, che non è mai riuscita veramente a selezionare classe dirigente. È giunta l’ora in cui l’Ateneo si riscatta, in cui rivive la tradizione dell’incivilimento? È fondata, la fede di Umberto Ambrosoli nel senso di responsabilità rinato in Lombardia? In apparenza sì, ma molti dubbi restano da chiarire. La continuazione del governo Monti è reclamata a viva voce dai vertici ecclesiastici (Bagnasco, Ruini). Riceve il sostegno di Comunione e Liberazione, che furbamente s’è congedata da Berlusconi. È difficile che con lui tali vertici siano disturbati da leggi sulle questioni dette etiche, cruciali per l’incivilimento e la laicità dell’Italia: nuove regole sul fine vita, rispetto della legge sull’aborto, unione matrimoniale o semimatrimoniale fra omosessuali. È difficile che Monti difenda la neutralità laica dello Stato, attaccata aspramente dall’arcivescovo di Milano Angelo Scola il 6 dicembre a Sant’Ambrogio. Tanto decisivo è l’imprimatur del Vaticano, e della Dc europea: un imprimatur ingombrante, troppo, ma di buon grado accolto dal Premier.
manifesto. Presentate senza reticenze le vicende di un giornalismo militante, che nel panorama della sinistra costituisce una esperienza unica. Dagli inizi fino al presente, che vede il quotidiano comunista a rischio di chiusura . Il manifesto, 18 dicembre 2012
La storia del manifesto raccontata da Valentino Parlato non è certamente l'unica possibile, ma probabilmente la più credibile (La rivoluzione non russa. Quarant'anni di storia del manifesto, a cura di Giancarlo Greco, Manni, pp. 188, euro 14). Perché viene da quello che si autodefinisce «il più modesto e moderato del gruppo» dei fondatori, ma soprattutto dal protagonista che più a lungo e con più continuità ne ha vissuto la storia, nei suoi aspetti politici, ideali, e soprattutto pratici, e di pratica non solo giornalistica.
E il manifesto c'è davvero tutto in questo libro, comprese le sue contraddizioni irrisolte, gli interrogativi senza risposta ma che era doveroso porre, i dibattiti interminabili; come pure i lapsus generosi (Bush al posto di Reagan nei bombardamenti a Gheddafi) e perfino la genialità dei refusi (Sindona come Stravinsky anziché Stavisky è delizioso). E soprattutto c'è un pezzo di storia della sinistra italiana da un'angolatura parziale ma essenziale, quarant'anni in cui tutto è cambiato nel mondo e nel modo di pensarlo.
«Moderato» Valentino si considerava perché, unico nel novero dei fondatori, accanto alla fascinazione ingraiana recava pure una dimestichezza con Giorgio Amendola e le sue tematiche, cui retrospettivamente rende più di un omaggio (quel capitalismo italiano effettivamente arretrato e «familiare»). Ma tipicamente amendoliana sembra anche la disposizione a interpretare la propria storia come intessuta di «errori provvidenziali», vale a dire di innegabili abbagli nel giudizio e nella previsione, da cui si traggono però lezioni importanti e vitali, che irrobustiscono per il tornante seguente da affrontare.
Passeggere infatuazioni
«Cadere sette volte, rialzarsi otto», è il proverbio francese che Valentino cita, augurandosi che anche l'ultima caduta non sia definitiva. Una storia fatta di grandi intuizioni di fondo, cui si accompagnano equivoci di non lieve momento, sì che lo «stare dalla parte del torto» come recita la frase brechtiana assume un significato duplice e non autoconsolatorio. Gli «abbagli» teorici sono tutti lealmente elencati, forse con più severità rispetto alla giustezza delle opzioni da cui erano scaturiti. La comprensione - nel Sessantotto, al momento giusto - della insostenibilità del modello sovietico si accompagna a una infatuazione per la rivoluzione culturale cinese, così come la fiducia nel risveglio di un mondo postcoloniale fuori dalle logiche usurate della guerra fredda si assocerà poi a un fraintendimento della rivoluzione iraniana di Khomeini. E tanti altri ancora, che Parlato non si risparmia, infatuazioni passeggere e talvolta inevitabili, fiducia acritica nel carattere «epocale» di tendenze significative ma modeste. «È fuori di dubbio che il giornale abbia fatto bene a cavalcare questi movimenti - si scrive a proposito di uno di questi episodi -. Però sarebbe bastato poco per capire che essi erano poco più che rivolte di soggetti privi di visione d'insieme».
Del resto «l'unico modo per tollerare il logorio quotidiano della battaglia politica è credere in un avvenire migliore che non si realizzerà mai», scrive con consapevolezza disincantata, nel dar vita in maniera continua e tenace a quella che risulterà sempre una «vicenda politica ed editoriale senza prospettive certe, ma vissuta giorno per giorno».
Gli errori più significativi, perché riconducono a un nodo non ancora del tutto sciolto, sono quelli che alludono al modo di interpretare la funzione di giornale-partito che Parlato considera naturale per il manifesto, e su cui torneremo alla fine. Il manifesto fu davvero organo di partito dal 29 ottobre 1974, modificando anche la celebre testatina, che divenne «quotidiano di unità proletaria per il comunismo». Quella del Pdup è rivissuta qui come «esperienza logorante e frustrante», con rigidità assurde e col distacco doloroso e temporaneo di Luigi Pintor, più di ogni altro fedele alla funzione essenzialmente autonoma e giornalistica del manifesto. Anche a esperienza conclusa, continuerà a rimanere sotto traccia quella che Pintor definiva la «tentazione del giornale di partito senza partito, come lo stalinismo senza Stalin». Nel tempo si realizzerà la trasformazione piena da giornale-volantino in giornale di approfondimento e di discussione che caratterizzerà la storia futura del giornale.
Ma qui interverrà l'evento che cambierà tutto. Dopo l'Ottantanove e dopo la fine del Pci, il giornale si troverà improvvisamente a rivestire un ruolo molto più ampio di quello che sembrava essersi ritagliato, troverà nuovi lettori e nuovi collaboratori, sembrerà acquisire un senso e un posizionamento che ne faranno a lungo un interlocutore autorevole e rappresentativo di un mondo improvvisamente senza strumenti di connessione. Per molto tempo l'unico antidoto a quello che sembrò davvero un «pensiero unico» pervadente ogni aspetto della mentalità occidentale e, con particolare virulenza, del modo di pensare (e ricordare) degli italiani.
Ci sarà il paradosso per cui l'unico gruppo che in Italia assumerà su di sé la difesa e la valorizzazione dell'esperienza del comunismo italiano sarà proprio quello che ne era stato posto fuori per motivi disciplinari. Mentre i liquidatori di quel partito «mantennero proprio le caratteristiche fondamentali del Pci, producendo all'infinito una classe dirigente di burocrati avulsi dal Paese che avrebbero alimentato un linguaggio sempre più autoreferenziale, aprendo così la strada al populismo berlusconiano, cui avrebbero ceduto la maggior parte dell'elettorato popolare e operaio».
Anche in quella occasione si aprì, pur nella crescita, un dissidio, già percepibile al tempo ma che oggi viene rivelato con più chiarezza, tra fondatori e gran parte della generazione più giovane coinvolta nell'avventura editoriale. Una sostanziale messa in minoranza del nucleo più antico e prestigioso, di cui furono spia le uscite di Rossana Rossanda e Luigi Pintor dal comitato editoriale. Semplificando, potremmo dire che secondo Parlato si produsse allora una contrapposizione tra Comunismo e Antagonismo (termine quasi dimenticato ma che segnerà una lunga stagione di parte della sinistra). «Il manifesto si dice del tutto "comunista" ma preferisce non definire la parola - scriveva Rossanda nel giugno 1990 -. Fra "anticapitalista" e "antagonista" preferisce la seconda dizione». E con più durezza Pintor: «Il manifesto non cesserà di essere "comunista" (qualsiasi cosa voglia dire) per restare "antagonista" (che non vuol dire niente), ma per diventare politicamente nullo, omologato e integrato nella disintegrazione della sinistra». E Parlato commenta: «Luigi aveva il dono della premonizione».
L'utopia fallita del liberismo
Indipendentemente da comunismo non più definito e definibile e dall'antagonismo disperato e inconsistente, non c'è dubbio che col passare del tempo la decrescita infelice del manifesto si accompagnerà a quella della sinistra italiana. Parlato sembra molto consapevole e anche impietoso nel definire la base sociale - potremmo dire - su cui poggia il giornale: «Il lettore del manifesto non è l'operaio ma un medio-piccolo borghese colto, arricchitosi negli anni del miracolo (economico) che vota comunista ossessionato dalla fragilità del proprio successo sociale e sperando in uno Stato garante di stabilità e di uguaglianza».
Tra le cose più belle del libro è un'analisi feroce del liberismo, che Parlato cataloga come utopia fallita, rovesciando l'accusa ricorrente che da quel mondo è venuta, un'ideologia pericolosa e distruttiva per l'economia e per la società. Rispetto alla profondità della crisi, più grave ed estesa di quella del 1929, Parlato torna immancabilmente agli esempi antichi di uno strumentario duttile che l'Europa sembra oggi essersi preclusa: l'intervento dello Stato, l'Iri, ecc., e il modello del Piano del lavoro di Giuseppe Di Vittorio per quanto riguarda la necessità di proposta della sinistra. Ma, al di là di vecchie e gloriose rivisitazioni, mi sembra vi sia, in forma ancora abbozzata, la consapevolezza di come da questa crisi sia possibile uscire solo modificando i vincoli che strozzano non solo l'economia ma lo stesso capitalismo («anche il capitalismo ha una storia e una sua parabola», non è sempre uguale a se stesso), infeudato a una finanza sganciata dalla produzione reale, e che questo sia un compito che richiede l'esercizio di una forza della politica in quanto tale, che torni a porsi anche il problema del potere reale e dei meccanismi concreti del suo funzionamento.
L'ultima parte del libro («Senza confini» ovvero quanto è difficile «il futuro del manifesto e della sinistra») è anche la più attuale e dolorosa. «Il manifesto e il collettivo che ne è stato la linfa giungono ad una resa dei conti che ne mette in gioco l'esistenza. Hanno percorso un strada inventata di sana pianta... hanno parlato per decenni alla politica italiana. Hanno dialogato costantemente con gli intellettuali e i lavoratori, gli studenti e gli artisti, i sindacati e i partiti. Sono stati - piccoli e poveri - protagonisti di campagne appassionate e di grandi mobilitazioni. Hanno costruito un senso originale dell'informazione e della politica e sono stati scuola di politica, di giornalismo e di umanità per molti uomini e donne, oggi autorevoli e famosi».
Si torna a quel nodo cui accennavamo prima. Il manifesto, per Parlato, deve essere un giornale-partito, pur senza legarsi a una definita formazione politica, così come sono, di fatto e indiscutibilmente, giornali-partito Repubblica, il Corriere e tutti i quotidiani che vogliono influire attivamente nella politica. Di più: il manifesto deve essere, esso stesso, «soggetto politico» («Non sono venuto al manifesto per fare il giornalista!»), senza per questo partecipare ad elezioni («un giornale è un giornale è un giornale», come vuole la parafrasi di Gertrude Stein formulata da Luigi Pintor).
Il limite del pluralismo
Un equilibrio molto difficile, sempre irrisolto. Su questo terreno il giornale si è speso in diverse fasi della sua vita, fino a tempi recenti, promuovendo infiniti e forse ripetitivi «cantieri della sinistra», affollati da personaggi ormai attempati, e sempre di fatto inconcludenti: il che non toglie valore alla tensione che aveva prodotto quei tentativi. Ma forse il compito del giornale non è più questo, e non comunque negli stessi termini.
Pure afflitto costantemente da minoranze di lettori che lo vorrebbero «organo» di qualche partito o corrente di partito, e che gli addebitano smodate simpatie per la fazione che essi avversano, va riconosciuto che il manifesto ha avuto il grande merito di non cedere più alla tentazione di farsi giornale-partitello. Né di credere che il suo compito sia quello di alleviare il lutto di svariate piccole culture tribali in via di estinzione.
Il problema, semmai, è quello di riuscire ad avere una linea originale e autonoma, una disposizione all'ascolto ricettivo ma non passivo, che comporta l'obbligo di tentare comunque una sintesi interpretativa della realtà. Perché il «pluralismo», necessario e indispensabile, in sé e per sé non può bastare, laddove in realtà convivono molte culture che non si intrecciano più ma si giustappongono e quasi non dialogano più tra loro.
Valentino Parlato conclude il suo libro col richiamo al mito di Anteo, che fu già caro a Stalin come a Roosevelt negli anni Trenta: «Le ripetute crisi del manifesto mi hanno ricordato il mito di Anteo. Il combattivo gigante libico... vinceva perché tutte le volte che cadeva per terra (la Terra era sua madre) riprendeva le forze e batteva l'avversario. In tutte le ripetute crisi del manifesto la Madre Terra sono stati i lettori compagni, il popolo del manifesto che sempre ci ha ridato forza». Poi deve essere accaduto qualcosa, forse la terra è sembrata troppo lieve, e anche Valentino Parlato si è aggiunto, imprevedibilmente, alla mesta Spoon River degli annunci di ritiro.
Cosa si può dire, dall'esterno, di fronte a uno stillicidio di abbandoni fatti di brevi lettere che a tutto alludono ma nulla spiegano? L'ultimo chiuda la porta. Ma poi per favore qualcuno la riapra subito, in un ambiente più accogliente e rinnovato, dove vecchi e nuovi possano tornare a discutere e collaborare, magari anche litigando. Perché di un giornale come questo ci sarà sempre bisogno.
Il mio incontro ravvicinato con la Scure di Carne risale a più di vent’anni fa. C'era un ispirato relatore a un convegno sulle dinamiche urbane, il quale appunto straparlava di scuri di carne a tagliare e lacerare la società locale, lanciando a piene mani dallo sgabello su cui stava appollaiato inopinati moniti sulla rivolta incipiente, perché quella carne lacerata restava pur sempre viva. Ci spiegava, che quella folgorante immagine della scure di carne veniva da uno studioso americano degli sventramenti urbanistici, e stava a significare magnificamente la lacerazione del tessuto, al tempo stesso edilizio e umano, che la modernizzazione si porta con sé. Successo culturale assicurato, e concetto ripreso anche da altri in altre piccole e grandi occasioni.
Solo dopo tanti, tanti anni, in una notte d’inverno il corvo del dubbio ha picchiettato alla mia finestra. Stavo leggendo un libro purtroppo mai tradotto in italiano, The Power Broker, di Robert Caro, monumentale lavoro biografico sullo zar dei lavori pubblici di New York, Robert Moses. C’erano due lunghi e avvincenti capitoli dedicati allo sventramento del quartiere Tremont negli anni ’40, per farci passare l’autostrada urbana che collega Manhattan all’entroterra, e a un certo punto si citava una cinica e sprezzante dichiarazione pubblica di Moses: “when you build in an overbuilt metropolis, you have to hack your way with a meat ax". Pesante, come atteggiamento nei confronti della società locale di un quartiere: solo un ostacolo al progresso, da spazzar via con la mannaia … è stato lì, il mio cortocircuito: MEAT AX? Ma vuoi vedere che quei sociologi della domenica di tanti anni fa …?
Il giorno dopo sono andato in biblioteca a recuperare il libro frettolosamente citato dal guru delle rivolte urbane tanti anni prima; Marshall Berman, L’esperienza della Modernità (Il Mulino, 1988). La citazione della frase di Moses è tradotta: "Quando si opera all'interno di una metropoli con troppi edifici, ci si deve aprire il varco con una scure di carne". Eccola lì, ancora colpevolmente grondante di equivoco, la leggendaria Scure di Carne. Giusto pochissimi giorni fa, poi, l’ultima scoperta: anche Marco D’Eramo, che pure Marshall Berman lo conosce benissimo personalmente, nel suo noto e decantato Il maiale e il grattacielo (Feltrinelli) casca nel medesimo equivoco, prima citando quella traduzione italiana improvvisata, e poi divagandoci attorno per diversi paragrafi. Concludendo: diffidate dei profeti sociologici e stiano più attenti i traduttori.
RLa Repubblica, 11 dicembre 2012Negli anni recenti i discorsi sulla disuguaglianza si sono concentrati per lo più sulla distribuzione tra lavoratori, e quindi o sul divario esistente tra i lavoratori più istruiti e quelli meno istruiti o sui redditi in forte rialzo di un pugno di superstar nel campo della finanza e di altri settori. Ma è giunto il tempo di rivalutare una contrapposizione molto più attuale per capire cosa sta succedendo: quella (marxiana) fra capitale e lavoro.
L’economia americana, sotto molti punti di vista, è ancora adesso gravemente depressa. Eppure gli utili societari stanno raggiungendo cifre da record. Come è possibile? Semplice: gli utili si sono impennati come frazione del reddito nazionale, mentre i salari e le altre retribuzioni della manodopera sono in flessione. La torta non sta crescendo come dovrebbe, ma il capitale se la passa bene arraffandone una fetta sempre più grossa, a discapito della manodopera.
Un momento: stiamo forse parlando ancora una volta di capitale in contrapposizione a lavoro? Non è un argomento obsoleto? Un soggetto quasi marxista di cui parlare, passato di moda nella nostra moderna economia dell’informazione? Beh, questo è quanto molti pensavano. er la scorsa generazione i discorsi sull’ineguaglianza non si sono concentrati per lo più sul capitale in contrapposizione a lavoro, ma su questioni di distribuzione tra lavoratori, e quindi o sul divario esistente tra i lavoratori più istruiti e quelli meno istruiti o sui redditi in forte rialzo di un pugno di superstar nel campo della finanza e di altri settori. Questa sì, in effetti, potrebbe essere storia passata.
Più specificatamente, se è vero che i pezzi grossi della finanza stanno ancora agendo da banditi – in parte perché, come ormai sappiamo, alcuni di loro effettivamente lo sono –, il divario retributivo tra i lavoratori che hanno un’istruzione universitaria e quelli che non l’hanno (che si acuì molto in modo particolare tra gli anni Ottanta e i primi Novanta) da allora non è variato granché. In verità, i lavoratori neolaureati avevano redditi statici addirittura prima che la crisi finanziaria colpisse. Sempre più spesso, gli utili stanno aumentando a spese dei lavoratori in genere, compresi i salariati che hanno le qualifiche ritenute adatte a portare al successo nell’economia odierna.
Perché sta accadendo questo? Il meglio che posso dire è che vi sono due spiegazioni plausibili, ed entrambe potrebbero essere vere in parte. La prima è che la tecnologia ha preso una piega che colloca in posizione di netto svantaggio la manodopera. L’altra è che stiamo assistendo agli effetti di un palese aumento del potere dei monopoli. Provate a pensare a queste due ipotesi come a una maggiore importanza conferita ai robot da una parte e ai signori della rapina dall’altra.
Parliamo di robot: è fuor di dubbio che in alcuni settori industriali di alto profilo la tecnologia sta rimpiazzando sempre più lavoratori di tutti i generi o quasi. Per esempio, una delle ragioni per le quali da qualche tempo alcuni processi produttivi di articoli hi-tech stanno tornando negli Stati Uniti è che ormai il componente di maggior valore di un computer, la scheda madre, è fabbricato in pratica da robot, e di conseguenza la manodopera asiatica a prezzi stracciati non costituisce più un motivo valido per produrlo all’estero.
In un libro appena pubblicato e intitolato Race Against the Machine (La corsa contro le macchine), Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee dell’Mit sostengono che la stessa cosa sta avvenendo in molti campi disparati, compresi servizi quali la traduzione e la ricerca legale. Negli esempi da loro addotti in particolare colpisce il fatto che molti posti di lavoro soppressi richiedono alte competenze e sono ben retribuiti. Ne consegue che lo svantaggio della tecnologia non è limitato ai mestieri più umili.
E tuttavia: innovazione e progresso possono danneggiare davvero un gran numero di lavoratori o addirittura i lavoratori in genere? Spesso mi imbatto in affermazioni secondo le quali ciò non può accadere. In verità, invece, può accadere eccome, e illustri economisti sono consapevoli di tale probabilità da almeno due secoli. David Ricardo è un economista dell’inizio del XIX secolo famoso per lo più per la sua teoria del vantaggio comparato, che costituisce uno dei capisaldi del libero commercio. Ma nel medesimo libro del 1817 nel quale Ricardo illustrava quella teoria c’è anche un capitolo su come le nuove tecnologie della Rivoluzione industriale ad alto impiego di capitale di fatto avrebbero potuto peggiorare le condizioni dei lavoratori, quanto meno per un po’. Gli studiosi moderni puntualizzano che le cose in realtà sono andate avanti così per parecchi decenni.
Che dire dei signori della rapina? Di questi tempi non si parla molto del potere dei monopoli. L’applicazione delle leggi anti-trust durante gli anni della presidenza Reagan è stata per lo più abbandonata e da allora non è mai ripresa davvero. Eppure Barry Lynn e Phillip Longman della New America Foundation sostengono – in modo convincente, dal mio punto di vista – che la crescente concentrazione di aziende potrebbe costituire un fattore determinante ai fini della stagnante richiesta di manodopera, dato che le corporation usano il loro potere monopolistico in netta espansione per aumentare i prezzi senza passarne gli utili ai propri dipendenti.
Ignoro in che misura la tecnologia o il monopolio possano spiegare la svalutazione della manodopera, in parte perché si parla molto poco di quello che sta accadendo. Tuttavia, penso che sia corretto affermare che lo spostamento del reddito dalla forza lavoro al capitale non è ancora entrato nel nostro dibattito nazionale.
Quello spostamento, peraltro, è in corso, e ha implicazioni ragguardevoli. Per esempio, vi sono forti pressioni, lautamente finanziate, a favore della riduzione delle aliquote fiscali applicate alle grandi società. È davvero questo che intendiamo lasciare che accada nel momento in cui gli utili sono in forte aumento a detrimento dei lavoratori? E che dire delle pressioni volte a ridurre o abolire del tutto le imposte di successione? Se stiamo per tornare a un mondo nel quale è il capitale finanziario – e non le qualifiche professionali o il livello di istruzione – a determinare il reddito, vogliamo davvero rendere ancora più facile ricevere in eredità la ricchezza?
Come ho premesso, questo dibattito non è ancora iniziato sul serio. In ogni caso, è ora di iniziarlo, prima che i robot e i signori della rapina trasformino la nostra società in qualcosa di completamente irriconoscibile.
(Traduzione di Anna Bissanti) © 2012, The New York Times
«Nell'occidente secolarizzato dalla modernità, i concetti potenzialmente sovversivi sono legati al mondo dell'economia, la attraversano e la collegano con la politica, il diritto e la filosofia, costruendo così un senso comune istituzionale. Due esempi: privatizzazione e sostenibilità. Nel primo il concetto sovverte. Nel secondo, addomesticato, poco a poco si spegne. Quale sorte toccherà ai "beni comuni"»?
Il manifesto, 8 dicembre 2012
Leparole manifestano, a volte, un affascinante potere performativo. Accade ancheai concetti. Talvolta, sono infatti capaci di sovvertire un sensoapparentemente immutabile, stabilito, istituzionalizzato, mutando così iprocessi storici; altre volte rientrano nel cassetto delle occasioni perdute.Nell'occidente secolarizzato dalla modernità, i concetti potenzialmentesovversivi sono legati al mondo dell'economia, la attraversano e la colleganocon la politica, il diritto e la filosofia, costruendo così un senso comuneistituzionale. Due esempi per intenderci, tratti dalla storia recente:privatizzazione e sostenibilità. Nel primo il concetto sovverte. Nel secondo,addomesticato, poco a poco si spegne. Quale sorte toccherà ai «beni comuni»?
Il manifesto, 6 dicembre 2012
Qualcuno ricorda ancora le previsioni di Mario Monti a proposito delle liberalizzazioni varate dal suo governo, nel gennaio del 2012? Predisse allora che il Pil nazionale sarebbe potuto crescere del 10%. Una cifra che lasciò increduli tutti, e che gettò anche una piccola ombra di credibilità sulla figura di un così autorevole tecnico. Forse però qualcuno ricorda altri detti memorabili del presidente, come «la crisi è alle spalle» del marzo scorso, o «la fine del tunnel sta incominciando a illuminarsi», pronunciato alla vigilia della sua visita al presidente francese Hollande, nel luglio 2012. Tutte queste ottimistiche previsioni e quelle, ripetute, di altri ministri che abbiamo ascoltato in questi mesi e settimane, gettano oggi una ulteriore luce sinistra sulle prospettive dell'Italia. Perché esse si rivelano delle previsioni erronee e infondate e certificano l'incapacità del governo tecnico di venire a capo di una crisi vasta come mai nella storia del capitalismo e di inedita complessità. Quelle promesse senza fondamento mostrano infatti che molti dei tecnici del governo brillano in una branca limitata della loro disciplina, il marketing. Sono degli ottimi pubblicitari, forse contagiati, nel loro mestiere, dal Grande Pubblicitario che li ha preceduti al governo. Ma falliscono tragicamente sul terreno decisivo, quello dell'economia reale.
Tutti gli indici della situazione economica italiana autorizzano tale giudizio. Se si fa eccezione per l' abbassamento dello spread (mai portato, tuttavia, a livelli fisiologici e mai stabilizzato) e per la ritrovata dignità e autorevolezza dell'Italia sulla scena internazionale, dopo un anno di "agenda Monti" le condizioni del paese sono peggiorate, talora precipitate. Com'è a tutti noto, il debito pubblico, il mostro per il quale il governo ha chiesto cosi tante vittime sacrificali, è cresciuto. Ma è cresciuta ulteriormente anche la disoccupazione - come confermano ancora gli ultimi dati Istat - e le proiezioni dell'Ocse ci dicono che crescerà ancora il prossimo anno e non solo in Italia. Il Pil, altro totem sacro dell'economia nazionale, decresce di anno in anno a dispetto degli scongiuri governativi, che annunciano la sua risalita sempre per l'anno prossimo. Nel frattempo diminuisce costantemente la capacità di risparmio delle famiglie, lo scrive la Banca d'Italia, i consumi precipitano all'indietro di decenni, cala costantemente la produzione industriale, mentre si fanno più acuti i processi di deindustrializzazione che interessano il nostro Paese ormai da molti anni. Ad aumentare è solo la pressione fiscale.
Tali considerazioni sono necessarie innanzi tutto per riportare a dimensioni realistiche le pretese virtù salvifiche del presidente Monti. Non vogliamo sminuire la sua figura, ma almeno mostrare la clamorosa infondatezza della sua esaltazione, soprattutto da parte di tanti moderati, sbandati e senza idee, che cercano le ali di un qualche capo sotto cui rifugiarsi. Mario Monti è uno stimato tecnocrate che ha lavorato insieme ai tecnocrati della sua generazione a edificare il castello dell'economia neoliberistica, quella macchina ideologica e di potere che ha generato la crisi presente. Le sue idee economiche si muovono entro un recinto di categorie concettuali che hanno provato il loro fallimento. Sono state «falsificate», direbbe Popper, dalla presente crisi e dal disordine mondiale che vanno alimentando.
Ma, al di la delle ricette economiche, crediamo che la sua figura di leader sia tutt'altro che moderna, se vogliamo dare a questo termine il significato volgare che ad esso si dà nel dibattito politico corrente. Avete mai sentito Mario Monti parlare di ambiente, di riscaldamento climatico, di problemi del territorio italiano, di sistemi urbani? Qualcuno l'ha udito soffermarsi sulla questione vitale dei diritti delle persone, dei problemi della vita e della morte nelle società dominate dalla tecnoscienza? E la scuola e la formazione? Che idee ha il professor Monti? Le considerazioni sugli insegnanti italiani, espresse alla trasmissione di Fabio Fazio il 25 novembre, mostrano quale scarsa conoscenza specifica egli ha di questa istituzione fondamentale del Paese. Sgomenta poi, nel suo argomentare, l'assenza di una qualunque visione strategica del ruolo dello Stato nel nostro tempo, ovviamente sostituito dall'intelligenza metafisica del mercato.
Certo, l'impareggiabile modestia (per dire cosi...) del ceto politico che l'ha preceduto lo fa giganteggiare. Ma Monti incarna, simbolicamente e di fatto, il risucchiamento della politica nella tecnocrazia finanziaria. E questo non solo significa che il ceto politico ha consegnato l'esecutivo di un grande Paese a un rappresentante di quell'élite internazionale che lo ha messo ai margini e ora sta manomettendo la sovranità degli stati. Sotto il profilo culturale significa che chi oggi invoca la permanenza di Monti alla guida dell'Italia non insegue alcuna modernità. Non corre dietro alcuna avanguardia. Al contrario, chiede che si torni indietro, applaude a un tecnico del secolo scorso, al rappresentante di una cultura politica non solo fallimentare, ma anche vecchia, unilaterale, chiusa in un recinto di mondo reale che non va oltre la vita di banche e imprese. La sinistra lo deve dire alto e forte: Monti è un leader vecchio e inadeguato di fronte alla varietà e complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Ma i dati recenti dell'Ocse, che gettano una luce fosca sul prossimo avvenire dell'Italia e dei paesi della zona euro, inducono a una più larga considerazione. Continuiamo a parlare di crisi come un fenomeno unitario, che continua a imperversare da cinque anni. In realtà bisogna ormai scandire al suo interno almeno tre distinte fasi. La prima e la seconda sono state già messe in evidenza da tanti analisti. Nel settembre 2008 il fallimento della Lehman Brothers, in seguito alla crisi dei mutui subprime, trascina nel tracollo l'architettura della finanza mondiale, portandola sull'orlo dell'abisso. Il salvataggio delle banche operato dagli Usa e da molti altri governi ha poi ingigantito il debito degli stati, trasformando il tracollo delle banche in una crisi dei debiti sovrani. I salvati hanno utilizzato la forza ritrovata per sommergere i salvatori sotto l'onda della loro pirateria speculativa. Ma dal 2010 prima in Irlanda, Grecia e Spagna e negli anni successivi anche in Italia e altrove, inizia una fase inedita della crisi. Ad alimentarla ora con rinnovata energia è la politica di austerità della Troika. L'attuale situazione economica e sociale dell'Italia è sempre più alimentata da una sorgente nuova: la politica del governo Monti. Non è tanto più il disordine finanziario, ma la risposta data dall'esecutivo alla speculazione che sta mettendo in ginocchio l'economia e la società italiana. Per comprenderlo occorre ricordarsi dell'origine strutturale della crisi. Questa è nata per la prolungata stagnazione dei redditi popolari, soprattutto americani, sostenuti artificialmente da quel dispositivo che è stato definito "keynesismo finanziario": vale a dire l'indebitamento delle famiglie tramite crediti e mutui facili. È perciò inevitabile che oggi l'ulteriore riduzione dei redditi, generata dalle politiche di austerità, scavi nuovi abissi di disuguaglianza e dunque acuisca le cause e le forme della crisi.
Oggi, dopo un anno di governo, è distintamente evidente che la cosiddetta agenda Monti è l'agente diretto del peggioramento generale. Perfino il Fmi, che ha una lunga esperienza nella pratica di distruzione delle economie nazionali dei Paesi del Sud del mondo, comincia a denunciare i guasti dell'austerità. L'Italia si sta avvitando in una spirale che la porterà allo schianto, e, se non si cambia rotta, trascinerà con sé la moneta unica e l'Europa Unita. I difensori di tale politica tentano di rassicurarci ricordando che il governo ha «messo i conti in ordine» e questo ci porrà al riparo da una rovinosa risalita dello spread. Ma basta questo per rimontare la china? Come fa un Paese nelle nostre condizioni a ritrovare un qualche equilibrio, se deve (come ha ricordato su questo giornale Guido Viale) rispettare il pareggio di bilancio, sborsare ogni anno 40 miliardi per onorare il fiscal compact e pagare circa 100 miliardi di interessi sul debito? Non abbiamo una laurea alla Bocconi e quindi potremmo sbagliarci. Ma perché il prossimo anno la speculazione finanziaria dovrebbe risparmiarci, solo perché non aumenta il nostro debito? Domanda, peraltro, generosa visto che il debito continua a crescere. Perché dovrebbe apparire solvibile un Paese dove dilaga la disoccupazione, dove vanno in frantumi pezzi importanti dell'apparato industriale, dove la gran parte della gioventù è senza lavoro, dove si riducono gli investimenti per scuola e Università, mentre la ricerca - che dovrebbe accrescere la nostra competitività - è messa nell'angolo? Perché il nostro Paese dovrebbe apparire più sicuro per la finanza internazionale e il mondo degli investitori se il disagio sociale è destinato ad aumentare di mese in mese, se ci aspettano anni di rivolta, se la coesione sociale andrà in pezzi? Come si accrescerà l'attrattività dell'Italia, considerando i vantaggi offerti da tale scenario alla criminalità organizzata, che troverà più numerosi proseliti nell'esercito dei disoccupati e nuove lucrose occasioni di investimento nelle aziende in crisi?
Le rassicurazioni che vengono dal governo sono fatte della stessa pasta pubblicitaria delle loro precedenti previsioni. L'attesa fideistica della ripresa sono pura superstizione, testimoniano l'inaffidabilità tecnica dei tecnici. Nessuno, negli ambienti che contano, ha il coraggio di dirlo. Ma la politica di austerità del governo Monti è incompatibile con la salvezza dell'Italia. La via di fuga passa per la sconfitta di quell'agenda. E bisogna far presto, perché quando i gravi raggiungono un punto molto avanzato di un piano inclinato occorre assai meno forza a continuare la discesa che a risalire...
Infine, qualche parola agli amici della sinistra radicale, di cui mi sento parte. Essi sembrano oggi dare più credito alla carta di intenti delle primarie del centro-sinistra che ai fatti, alle parole più che alla realtà. Si sbagliano quando affermano che il Pd e Sel applicheranno l'agenda Monti. Si sbagliano perché questo sarà impossibile. Sarebbe come se queste forze si impegnassero a distruggere l'economia e la società italiana e dunque se stesse. La realtà è più forte delle parole, anche di quelle scritte. Ad essi dico che non saranno soli (per nostra fortuna), come pure amerebbero pensare, a combattere contro una politica ormai condannata dai suoi plurimi, ripetuti e ormai non più occultabili insuccessi.
Una "utopia concreta": un proposta che indica l'unica strada per uscire dalla crisi dell'ILVA di Taranto e dal conflitto tra lavoro e ambiente, ed evitare che - come al solito da noi_ l'intervento dello stato produca devastanti privatizzazioni All'insegna della riconversione ecologica dell'economia.
Il manifesto, 4 dicembre 2012
Alla fine le parole fatidiche sono state pronunciate. «Confisca» (Passera e Cremaschi) e «requisizione» (De Benedetti e Leon), riferite all'Ilva di Taranto o forse a tutto il gruppo Riva; e «nazionalizzazione» (Hollande: riferita al gruppo Mittal, che vuole dismettere uno dei più antichi altoforni della Francia, con tutti i suoi operai: ma solo una parte dell'impianto, per impedire a un eventuale compratore di poterlo utilizzare per fargli concorrenza: con tanti saluti per le sorti e la vita dei lavoratori. «E' l'economia, stupido!», direbbe qualcuno).
Ma era comunque da trent'anni che non si sentivano più quelle parole. Al loro posto si parlava e si parla solo di "privatizzazioni" o - ma è solo un modo per mascherare la sostanza della prima - di "liberalizzazioni". E non se ne parla soltanto; le hanno fatte e continuano a farle; salvo poi nazionalizzare, senza dirlo, le banche per salvarle dal crack. Ma solo temporaneamente, per poi restituire subito tutto ai legittimi speculatori che continuano a controllarle.
D'altronde, che cosa potrebbe mai fare dell'Ilva il Governo, dopo averla espropriata, requisita o nazionalizzata? Lasciarla in gestione ai "quadri" messi lì dalla famiglia Riva con il solo scopo di trasformare la fabbrica in un Lager? Riva è già stato condannato per l'istituzione di un reparto confino e per inquinamento, e oggi governa lo stabilimento con una rete di "fiduciari dell'azienda", non inseriti nell'organico della fabbrica, e per questo in grado di dare ordini illegali senza assumersene la responsabilità. Oppure venderla a un suo pari o a un gruppo che la compra per chiuderla e impadronirsi del mercato italiano? O sostituire quei quadri così compromessi con quelli di un'industria di Stato che non esiste più? Una volta c'era l'IRI, che era anche una importante scuola di management. E' vero che i suoi quadri erano stati poco per volta scalzati da ladri di stato, provenienti dal pozzo senza fondo dei partiti, che avevano portato quelle imprese al disastro. Ma molti di quei quadri e di quei processi di formazione dell'IRI restavano pur sempre a disposizione di chi si fosse ritrovato nella necessità di sostituire rapidamente un management da esautorare perché criminale. Oggi invece c'è il deserto. Se mai un governo decidesse di nazionalizzare l'Ilva, come spesso chiedono Bertinotti e altri come lui, con quali uomini la governerebbe? Per questo, a salvare ambiente, produzione e occupazione non saranno certo gli uomini dei Riva, e meno che mai il prefetto Ferrante, uomo per tutte le stagioni, che qualche anno fa ha già messo a disposizione nome e curriculum per coprire il disastro provocato dall'Impregilo con i rifiuti della Campania; ma nemmeno i manager dell'industria di Stato che non ci sono più e che comunque, in una situazione come questa, non avrebbero assolutamente la cultura per farlo. Si dovrebbe ricominciare da zero nel crearli e nel formarli.
Allora tanto vale cominciare, non da zero, ma da quello che già c'è, per imboccare una strada del tutto diversa. E quello che c'è è il "Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti", che quella fabbrica la conosce perfettamente come conosce perfettamente la città e i suoi malanni, ed è ben radicato in entrambe. Ma che ha anche i collegamenti e i titoli per chiamare a raccolta una miriade di competenze tecniche, economiche, ambientali, sanitarie e sociali per costituire innanzitutto il nucleo di una struttura di controllo sulle prossime mosse del management aziendale e dei governi, sia quello nazionale che quelli locali; ma poi anche per candidarsi alla gestione del risanamento del sito e del territorio e di una produzione siderurgica ridimensionata e impostata su basi nuove e più sane. Un Consiglio di gestione partecipato per promuovere la conversione ecologica dell'impianto che prefiguri, pur in un regime giuridico che non concepisce, per ora, niente di diverso dall'alternativa tra proprietà privata e proprietà pubblica, le modalità di una gestione dell'impresa come bene comune; e di un'economia e di una produzione improntate ai principi della sostenibilità sociale e ambientale.
Può sembrare un'utopia, e lo è; ma è "utopia concreta". Molto più concreta e realistica dell'ipotesi insensata di riaffidare la gestione di un'impresa delle dimensioni dell'Ilva a una famiglia criminogena, o di vendere l'impianto a un acquirente, magari estero, che lo porterebbe a una sicura chiusura e all'abbandono del sito così com'è; o di tornare alla gestione tradizionale di un'impresa "nazionalizzata", affidandola a un management che non c'è e che non ci sarà mai più. Da qualunque parte lo si guardi, il futuro dell'Ilva va posto in mano di quei cittadini e lavoratori che con la loro lotta e le loro contestazioni stanno mettendo gli attuali padroni con le spalle al muro
Pubblico, 17 novembre 2013. con postilla
Rossana Rossanda vive a Parigi da tanti anni. Ha una casa sulla Senna: sulla Rive Gauche, naturalmente. La palazzina ottocentesca ha un’aura tutta particolare. Nel suo appartamento, mi racconta, c’era la tipografia di Colette. È in questo angolo di Parigi che arrivo per intervistarla. Le ho spiegato che abbiamo uno spazio particolare di racconto su Pubblico, che noi chiamiamo what’s left. Era curiosa di sapere di noi e del nostro modo di vedere le cose: «Che cosa intende per sinistra il tuo direttore?», mi chiede.
Le rispondo che a me sembra che da questo punto di vista Luca [Telese]sia rimasto congelato al suo passaggio nella Fgci a metà degli anni ‘80. La cosa l’ha sorpresa e, mi è sembrato, anche divertita: «Più passa il tempo – mi dice – e più il Pci quel partito, che ho criticato molto, lo trovo meraviglioso. Fu una grande costruzione». La guardo, per un attimo: un ovale di madreperla incastonato in una corona di capelli bianchissimi che sembrano disegnati da un giro di matita di Picasso. Mi ricordavo la Rossanda dell’iconografia letteraria de Il manifesto: l’intellettuale rigorosa e austera. E invece la trovo affabile e curiosa.
Parliamo a lungo, per tre ore. Partiamo da Internet («Sopravviveranno i giornali alla rete?») per terminare all’America Latina («Capisco che hanno fatto cose importanti, ma non è un modello a cui guardo»). Ma alla fine, gira e rigira, mi rendo conto che abbiamo parlato soprattutto di storia e del Novecento. E non poteva essere diversamente con una «ragazza del secolo scorso», per stare all’immagine con cui ha scelto di intitolare la sua autobiografia.
In questo lungo dialogo mi accorgo che ci sono tre tappe, tre snodi che contrassegnano il suo racconto. La prima è la sua adesione al comunismo, al Pci. Siamo nel 1943, dopo il 23 luglio, a Milano. (Al ricordo sorride). «Avevo sentito dire che Antonio Banfi fosse comunista. E glielo sono andata a chiedere. «È vero?». Così, quasi come un’oca.
E lui? Mi ha risposto: «Perché me lo chiede?». Mi ha dato dei libri da leggere. Sono tornata dopo una settimana, gli ho detto: «Va bene. E se uno volesse mettere in pratica queste idee?». (Ma ciò che è importante per Rossanda, oggi, è spiegare, oltre questo episodio, come avesse potuto essere facile per una ragazza di famiglia borghese «a-fascista» aderire al comunismo).
Perché? Perché la cultura borghese era sin dall’800 impregnata di valori progressisti e di uguaglianza. Vedi, mio padre, per esempio, si era formato su Tolstoj, Rudolf Steiner. Bene: quando capì che ero entrata nella Resistenza – perché la polizia venne a perquisire casa – mi domandò preccupato: «Ma con chi ti sei messa?».
E tu gli hai detto la verità? Sì. E quando seppe che ero con i comunisti, mi disse: «Meno male!». La borghesia magari poteva essere fascista. Poteva essere moderata. Poteva pensare che la disuguaglianza ci sarebbe sempre stata. Ma non c’era quell’idea che trovi oggi: la povertà come una colpa. La disuguaglianza come un valore. Il secondo atto di questa storia personale e collettiva si svolge negli anni ’60. Ma il racconto non è sulla vicenda del Manifesto.
Che succede in quegli anni? C’è una mutazione antropologica. Hosbawn la racconta bene. Tutto cambia. C’è il boom. I consumi di massa. Le donne entrano nel mercato del lavoro. La scolarizzazione di massa.
Inizia la critica ai partiti. Comincia quella divaricazione tra partiti, movimenti e società, che forse proprio oggi ha raggiunto il suo culmine. Si. Esplodono i movimenti, prima studente- schi, poi operai. Il Pci e i partiti non li capiscono. Ricordo, erano stupefatti da questa onda che si formava al di fuori di loro. I vecchi, gente tipo Secchia e Terracini. pensavano: «Se gli operai si sono mossi senza il Pci, ci deve essere uno sbaglio». Nella sua autobiografia, che forse significativamente, si ferma qui, al 1969, Rossanda, riferendosi al gruppo de Il Manifesto, dice: “speravamo di essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra: non funzionò”. Infine, ecco la terza tappa: inevitabilmente, si svolge alla fine degli anni 80.
Il 1989 cosa è stato per te? Il crollo dell’Urss per implosione interna. Forse persino più sorprendente, la svolta della Cina: un partito comunista che si fa fautore del capitalismo. Se me lo avessero detto dieci anni prima non ci avrei creduto. Per l’idea della sinistra è stato un passaggio fatale.
Perché? Perché – ti piacessero o meno – fino a lì c’erano stati due campi, due culture, due realtà. A quel punto, ne rimane una sola. E rimane anche una sola interpretazione che dice: il capitalismo – il darwinismo sociale – sono una condizione naturale. Il socialismo, l’uguaglianza, sono illusioni, per dirla con Furet. Sono un’utopia. Una parola che detesto. E’ lì che quella cultura progressista del ’800, e quella sua ipotesi socialista, vaga, sparisce.
E con ciò, in qualche modo, affonda l’idea stessa di sinistra. Perché per me la sinistra è questo. Una morale dell’uguaglianza. Se vuoi è un’idea che data dalla Rivoluzione francese. Non è una questione di ordine economico, ma politico, morale. Perché sul piano del funzionamento tutti e due sistemi possono stare in piedi. Sinistra è questa lotta contro le ingiustizie del mondo attraverso un’idea di proprietà gestita politicamente.
Era qui che ci volevi portare? Si, perché se la vedi così, la domanda da che parte ricomincia la sinistra, è molto complicata.
Che cosa è che complica la risposta? Che cosa è successo? Cosa non ha funzionato? A quelle domande bisogna rispondere. Non come ha fatto fino ad oggi la sinistra. Che è sfuggita a queste domande. Non lo ha fatto quella chimera, quel minestrone, quel centauro che è oggi il Pd. E nemmeno quelli che si continuano a chiamare comunisti. Ma c’è anche una seconda mutazione antropologica che avviene negli anni 80 e 90. Quella generazione post-89 che – «anche per effetto della rivoluzione tecnologica» – perde il filo della continuità con il passato, «come se l’esperienza cessi di essere trasmissibile». Rossana racconta due episodi che le sono rimasti impressi.
Partiamo dal primo? Il primo è quel che successe quando Pintor scrisse un editoriale negli anni ’90 sulla villa con 16 bagni di Berlusconi.
Perché lo consideri così importante? Per lui era come dire: non può essere una persona perbene. In tanta ricchezza, c’era qualcosa di sbagliato e di immorale. Lo avrebbe scritto anche mio padre. Ebbene fece un tonfo spaventoso. Prese un mare di critiche. Era successo qualcosa. Erano cambiati i valori.
E il secondo episodio? È più recente. Ero in viaggio in Italia, presentavo il mio libro in un’università. Una giovane donna laureata, con tanto di master, faceva lì la segretaria in forme precarie. E cosa succede? È gentile con me, ma mi dice: «Io di quello che lei dice – che studiando, impegnandosi in un partito, in un sindacato si possa cambiare qualcosa – non credo niente».
Purtroppo non è stupefacente…
Quella giovane rappresenta una disperazione che la mia generazione non ha conosciuto. Vedi: mio padre fallì nella crisi del ’29. Mi ricordo ci portarono via i tappeti. Finimmo in grandi ristrettezze. A vivere in due stanze. Eppure io mi ricordo quell’orgoglio luciferino di sentirci intellettuali. Quella sicurezza che io e mia sorella avevamo. Che studiando non avremmo avuto problemi. E non li abbiamo avuti. Oggi c’è una condizione di miseria che si combina con una maggiore conoscenza. Ma non c’è più fiducia che si possa cambiare.
Adesso però c’è una crisi profonda, sistemica del capitalismo.
Si, posso essere d’accordo. Però la crisi della sinistra mi sembra ancora più grave.
E che pensi di questi fenomeni emergenti di populismo?
Dopo questa spaccatura sociale, seguita alla devastazione della sinistra, escono i populismi. Fino a che abbiamo avuto il Pci e un sindacato forte si sono avute riforme e progresso, per il lavoro e nei diritti civili. Il Pci ha prodotto grandi riforme anche dall’opposizione. Adesso saranno pure andati al governo, ma c’è stata involuzione e divaricazione nei redditi. La sinistra non c’è più. Ed escono i populismi.
E di Grillo che ti sembra?
A me sembra il classico qualunquismo di destra.
C’è stato qualcosa che ti è sembrato di interessante, dopo l’89? Solo i movimenti.
Che a te non entusiasmano… Cosa oppongo ai movimenti? Non tanto il culto dell’efficacia elettorale, che ha portato i partiti a una crisi profonda. Però hanno sacrificato il problema dell’efficacia a favore del tema della partecipazione, pure importante. Ma il problema è che non sfondano da nessuna parte. Non hanno continuità. Diventano pazzi anche solo a parlare di organizzazione.
Però qualche ragione ce l’avranno a criticare i partiti? Si. Ma non è che si siano posti il tema di come essere efficaci evitando le gabbie dei partiti tradizionali, per ridare voce alla persona, alla sua complessità. alla convivialità. Posso capire la critica che ha fatto il femminismo. È vero che io fino agli anni ‘70 non ho mai scritto cominciando con io… cercavo l’obiettività delle cose. Però c’è anche il mondo. L’io non può essere la misura di tutto.
E quindi? E poi questa immagine dei partiti è anche sbagliata. Il Pci era una grande medusa che respirava nella società. Stare in quel grande corpo – in quel partito pesante, come lo definì Occhetto – ti portava a incontrarti con tanti mondi, ad avere una percezione più obiettiva della società. Nei movimenti ci sono molti individualismi di gruppi. Non si lavora insieme. Ciascuno va per sé. Guarda: finirò per scrivere un elogio dei partiti. Tanto per rendermi un po’ più antipatica.
Che ti sembra di questa idea che è in questo momento tornata con molta forza di abolire i gruppi dirigenti? È vero che questa idea è iniziata nel 1968 e sta venendo fuori nuovamente, dopo 45 anni. Tutti uguali. Però alla fine, quando si dice tutti uguali, ti salta fuori il leader. Dove non hai partiti, hai leader. Non gruppi, ma un uomo solo. Almeno finora è andata così.
Pensi a Grillo? Io penso anche al gruppo di Ginsborg. O alle donne a Paestum, che recentemente si sono incontrate in questo modo. Nessuno in presidenza. Nessuna relazione introduttiva. Nessun vertice. Tre minuti ciascuna.
Tu sei scettica? Loro sono state contente. Hanno avuto un’emozione di appartenenza. A me per la verità sembra un gran casino. Però è vero che i partiti comunisti erano organizzazioni formate da una élite, e dietro c’erano masse quasi analfabete e non educate. Oggi c’è un acculturamento di massa. Il tema quindi c’è. Ed è questo: come si può organizzare una massa acculturata.
Ho detto a una giovane spagnola, a una indignata, che venivo a intervistarti. Le ho chie- sto cosa le sarebbe piaciuto chiederti. Mi ha chiesto di domandarti come fa il 99% a sconfiggere l’1%. Perché il 99% dell’umanità incassa dall’1%? Perché si è perso il primato della politica sull’economico. La politica nel Novecento ha portato il primato della uguaglianza. La politica ha perso il primato. Però attenzione: lo ha perso per effetto di una sconfitta politica. Perché è stata sconfitta l’idea di uguaglianza.
Insomma, come concludiamo? Guarda: viviamo un momento tragico e interessante. Oggi c’è un massimo di divaricazione tra movimenti e istituzioni. I movimenti sono forti, ma non superano la barriera di istituzioni spiaccicate. L’Italia è forse la più disgraziata: con tutto questo parlamento schiacciato su Monti.
Sei pessimista. Sì. Però penso anche che qualcosa rinascerà. Guarda: la sola ragione per cui mi dispiace di morire è non vederla. Anche perché questa volta non sarà in una società arretrata, come è stato con l’Urss. Questa volta – anche grazie a internet e alla rivoluzione delle comunicazioni – la protagonista sarà una società acculturata. E sarà diverso.
Postilla
Molto lucida, convincente e condivisibile su più argomenti Ma su due temi si rimane un po' stupiti. (1) Possibile che intellettuali del livello di Rossanda non avessero compreso che il "socialismo reale" non fosse un sistema economico diverso dal capitalismo ma 'solo' un capitalismo di Stato. Con tutte le differenze, ma tutt'altro che un nuovo sistema economico. (2) Davvero la differenza decisiva del prossimo tentativo di imprimere una svolta radicale sarà nella maggiore accolturazione dovuta «anche a internet e alla rivoluzione delle comunicazioni
In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, che significa garantire a tutti gli stessi diritti? Lo abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, costituzionalista, professore emerito di Diritto civile all’università La Sapienza di Roma, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo per la tutela della privacy, deputato indipendente nelle liste del Pci e Pds, vicepresidente della Camera, oggi autore di un saggio per Laterza, da poco in libreria, significativamente intitolato con un’espressione di Piero Calamandrei “Il diritto di avere diritti” (pagg. 433, euro 20). Richiamandosi alla Costituzione italiana, Rodotà ci risponde che “la libertà non è negoziabile, così come avviene per i diritti”. Sono, i nostri, anni di “grande riduzionismo” in cui si sente il bisogno diffuso di avere dei “grandi principi di riferimento”.
Professor Rodotà ritiene che oggi, passato il ventennio berlusconiano, ci sia un’opportunità in più per aprire una nuova stagione all’insegna dei diritti e dei beni comuni?
Dovrebbe esserci, ma non ne sono particolarmente sicuro. In questi anni in materia di diritti abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Se paragono gli Anni Settanta a oggi, il bilancio è magro. Allora ci fu una grande affermazione dei diritti civili: del 1970 e degli anni seguenti sono lo statuto dei lavoratori, la legge sul referendum, l’istituzione delle regioni, le nuove norme sulla tutela della libertà personale. Poi c’è stata la riforma del diritto di famiglia, la parità uomo-donna, l’interruzione di gravidanza, la legge Basaglia sui manicomi, la legge Gozzini sulle carceri.
E oggi?
Oggi siamo veramente in un altro clima, in un’altra dimensione. Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente. La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato. Di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso, il contropotere, è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti. La più grande fabbrica del mondo si trova in questo momento in Cina, la Foxconn, che produce componenti della Apple: lì hanno scioperato per avere un miglioramento delle condizioni di lavoro, cosa impensabile fino a poco tempo fa in quel Paese. Segni di questo genere ce ne sono ovunque nel mondo: quindi abbiamo, da una parte, la prevalenza della logica di mercato, dall’altra parte, quella dei diritti. I diritti tuttavia non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.
Ad esempio?
Il caso dell’Ilva di Taranto è la dimostrazione, in casa nostra, di quanto dico: per anni sono stati trascurati i diritti di lavoratori e cittadini, come il diritto alla salute. Adesso tutto ciò sta portando a una crisi economica drammatica dell’azienda. Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. Spero in una ripresa della politica dei diritti, ma non sono così ottimista. Anche perché la politica, per guadagnarsi un sostegno, si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione delle gerarchie ecclesiastiche. Un’influenza esercitata non da tutto il mondo cattolico, beninteso, di cui una parte cospicua si è invece resa conto dell’importanza dei diritti, ma direi soprattutto dalle gerarchie vaticane, specie in materia di fine vita, procreazione assistita e rispetto dei diritti degli omosessuali. Mi auguro che questa fase sia ormai superata.
Lei parla, nel suo libro, di un possibile avvento di una democrazia su base “censitaria” in termini di rischio: che significa?
Vuol dire che alcuni diritti non ci sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi. Se, come ha lasciato intendere il premier Mario Monti pur correggendo in seguito l’affermazione, si dovesse andare in futuro verso forme di privatizzazione del servizio sanitario nazionale, è chiaro che il costo dei servizi crescerebbe per i cittadini, con la conseguenza che io avrò tanta salute quanto potrò comprarmene sul mercato. Questa direzione sarebbe all’opposto di quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Cittadinanza censitaria è un’espressione che si usava nell’Ottocento, quando votavano solo gli uomini e, tra loro, soltanto quelli che avevano un reddito superiore a una certa cifra.
Come si stabiliscono i diritti?
Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma col censo e in base al denaro, noi torniamo alla democrazia censitaria appunto. E, così facendo, andremmo anche contro una tendenza globale. La campagna elettorale americana è stata fortemente giocata proprio intorno al tema della riforma sanitaria di Obama, che ha cercato di dare una tutela al diritto alla salute per milioni di persone, che ne erano rimaste – fino a quel momento – escluse. Il tema dei diritti è capitale ovunque esiste la necessità di far uscire le persone da una condizione di minorità.
Tempo di crisi. L’agenda Monti per affrontare l’emergenza è – a detta di molti – un’agenda di cose da fare, da affidare così com’è al prossimo governo.
Se la cosiddetta ‘agenda Monti’ è null’altro che prosecuzione di quello che è stato fatto per superare l’emergenza, allora non credo che ci avviamo verso una stagione politica particolarmente promettente. Non possiamo vivere all’insegna dell’emergenza continua e dell’esistenza dei soli problemi economici. I diritti, come nel caso menzionato dell’Ilva, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose. In questa situazione si dice continuamente che una delle vie d’uscita è “avere più Europa”, e sono assolutamente d’accordo. Tuttavia l’Europa non è soltanto l’economia. Dal 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Europa non è più fatta soltanto di norme che riguardano il mercato, ma ha – allo stesso titolo e col medesimo rango – una Carta dei diritti fondamentali.
Perché questa Carta è importante?
Nell’ultimo periodo, c’è stato un distacco e in alcuni casi un vero e proprio rifiuto dell’Europa. Per molti Paesi, infatti – l’Italia è tra questi – Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’. Ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini. In tal modo, il popolo europeo si allontana sempre più dalle sue istituzioni e si rischia non solo una crisi dal punto di vista economico, ma anche da quello della legittimità democratica. Un’Unione Europea può avere il consenso dei cittadini se i cittadini vedono che in essa c’è un valore aggiunto proveniente dai diritti. Lo testimoniano molte sentenze di corti europee e di corti costituzionali nazionali che hanno preso sul serio la Carta. Se i cittadini cominciassero a vedere che l’Europa porta loro nuove opportunità di tutela dei diritti, la spirale negativa cominciata in questi ultimi anni forse potrebbe essere interrotta.
Come mai si sente oggi la necessità di rimettere la Costituzione al centro dell’attenzione?
La Costituzione ha, specie nella sua prima parte, una straordinaria forza, eloquenza e attualità, tanto più oggi di fronte al fatto che le nostre società sono diventate sempre più disuguali. Ai tempi di Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, la differenza tra il suo stipendio e quello di un operaio era di uno a quindici. Oggi il rapporto tra lo stipendio dell’operaio Fiat e quello di Sergio Marchionne è di uno a quattrocentotrentacinque. Quindi le disuguaglianze sono diventate enormi e insopportabili economicamente e socialmente. Ed ecco che ritorna il principio di dignità e uguaglianza. Il problema di sicurezza e dignità della persona sul lavoro dimostra che la Costituzione – come diceva Calamandrei – è ‘presbite’, ossia capace di guardare lontano. Si dice, ad esempio, che i partiti dovrebbero tornare a essere uno strumento nelle mani dei cittadini e non delle oligarchie: allora leggiamo l’articolo 49 dove si sostiene che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per partecipare con metodo democratico alla definizione della vita politica nazionale. Lì era scritta un’idea di partito che, in questi anni, è stata completamente stravolta.
Allora occorre tornare a leggere la Costituzione?
Sì. Vi troveremo tutta una serie di indicazioni che ci aiutano ad affrontare con principi forti le difficoltà odierne. Parlando di lavoro, forse l’articolo più bello, che non dovremmo mai perdere di vista, è proprio l’articolo 36, laddove si dice che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa”: sono parole bellissime. L’esistenza deve essere libera e dignitosa, non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, come quando si afferma “io ti do soltanto il minimo che ti fa sopravvivere biologicamente”: questo umilia le persone. Per tale ragione oggi il tema del lavoro è diventato capitale.
Però il dettato costituzionale, anche in tema di lavoro, viene spesso disatteso.
Una diagnosi di perché questo accada non è facile. Certo è che organizzare l’economia intorno al riconoscimento dei diritti del lavoro, della considerazione che il lavoro non è una merce che debbo poter comprare sul mercato al prezzo più basso possibile, implica scelte di carattere generale molto impegnative. Nei momenti in cui c’è una reale difficoltà economica, come ora, si è sempre pensato che occorresse ridurre il costo del lavoro. Poi ci siamo accorti che c’era scarsa capacità imprenditoriale, che c’erano diseconomie molto forti, una corruzione che significava costi più elevati in quanto costituiva un aggravio per il sistema delle imprese. Allora abbiamo visto il lavoro come l’unica variabile che poteva essere ‘colpita’… Non l’evasione fiscale, non la corruzione. L’elevato costo del lavoro è anche il risultato di reperire risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente, invece di fare un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero. Entrambi i fenomeni sono stati – ormai lo sappiamo e ce lo ricordano di continuo le cifre della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. Il lavoro ha finito per venire sacrificato in un quadro nel quale sono stati ritenuti prevalenti altri tipi di interesse.
Quanto conta oggi la società civile, che ascolto ha?
Difficile dirlo. In alcuni momenti abbiamo l’impressione che conti molto. Adesso si dice “c’è un risveglio”, 3 milioni e mezzo di persone sono andate a votare per le primarie del centrosinistra, ci sono manifestazioni – che personalmente non mi piacciono affatto – e che hanno fatto capo a Beppe Grillo, c’è gente che si mobilita fuori dai canali tradizionali. C’è, insomma, una società capace di esprimersi. Questo in parte è vero. Ma prima non è che ci fosse una società civile opaca… Abbiamo vissuto una lunga fase in cui la società civile riusciva a esprimersi attraverso la mediazione non al ribasso fatta dai partiti. Non a caso si parlava di ‘partiti di massa’. Mentre oggi noi parliamo di ‘partiti oligarchici, di plastica, partiti-azienda e partiti leggeri’. Il che vuol dire che questi partiti sono più oligarchia, più organizzazione su modello manageriale (ricordo il caso del ‘marketing politico’). Tutto questo ha determinato l’esclusione dei cittadini, che poi magari imboccano strade non tra le più felici. Questo crea, da un lato, una distorsione e, dall’altro, reazioni della società civile che possono avere ‘effetti distorsivi’.
Che rapporto c’è tra società civile e politica?
Un rapporto basato su un equivoco di fondo, secondo cui tutto quello che c’è nella società civile è bello e buono, e tutto quello che c’è nella società chiamiamola ‘politica’ è male. Questo ha determinato effetti negativi, perché in questi anni abbiamo avuto una caduta della cultura politica in senso proprio, cioè della capacità di fare politica al più alto livello. Sono arrivate in Parlamento troppe persone che non erano in grado di fare questo mestiere, un mestiere difficile che si deve imparare in maniera adeguata. Di fronte a questa incapacità sono venuti fuori i tecnici. Allora la società civile, che è stata esaltata – giustamente – come soggetto che deve avere voce in capitolo, ha finito per essere santificata anche nelle sue manifestazioni meno positive. Ogni cosa che proveniva dalla società civile era buona, salvo accorgersi poi che non era così, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.
A sinistra del Pd c’è spazio, a suo avviso, per una nuova formazione politica?
In proposito ho un’opinione molto netta. Quando è stato avviato il movimento di Alba (acronimo per Alleanza per il Lavoro Beni comuni e Ambiente, ndr.), ho detto che c’era molto spazio per l’azione politica e molti rischi legati alla fretta di far diventare l’associazione una lista elettorale. Ritengo che ci sia stata, e spero che non sia del tutto perduta, una spinta – soprattutto dalla seconda metà 2010 alla prima metà del 2011– che ha portato a risultati importanti nella primavera 2011, con tutta una nuova generazione di sindaci, non espressione unica e diretta dei partiti, ma del grande dibattito della società civile. Stessa valutazione riguardo ai referendum del giugno del 2011, in particolare quello sull’acqua originato da un grande movimento sviluppatosi negli anni precedenti. Credo che esista, indipendente da dove la collochiamo rispetto al Pd, a sinistra a destra in alto o in basso, una grande capacità di elaborazione politica e culturale nella società italiana, perché quei movimenti sono riusciti a cambiare l’agenda politica. Se poi questo possa tradursi in un successo elettorale nelle elezioni del 2013 ho i miei dubbi.
E quindi?
In questo momento penso che noi dovremmo – e mi rivolgo soprattutto a chi stimo e alle persone di Alba con cui continuo ad avere rapporti – piuttosto proseguire in quella direzione e insistere in quella linea di elaborazione di idee e cambiamento anche dei referenti, senza generiche contrapposizioni. Perché poi, per riprendere l’esempio dei nuovi sindaci, alcuni di loro sono venuti fuori dall’esperienza dei movimenti, altri invece dalle organizzazioni dei partiti. Quindi la contrapposizione frontale non è detto che dia sempre risultati positivi, dipende da cosa c’è dietro, dalla capacità di elaborazione e anche di trovare collegamenti. Questa non è una critica che rivolgo soltanto ai movimenti. Il Pd, ad esempio, non si è reso conto dell’importanza che i movimenti avevano avuto in quella stagione e non li ha presi sul serio. Mi pare sia stato un errore politico. Oggi vedo una situazione in movimento, una difficoltà a tradurre tutto questo in nuove forme organizzative che possano avere successo elettorale e vedo, nello stesso tempo, le difficoltà della sinistra tradizionale.
Si parla molto della costituzione di un quarto polo: sogno o realtà?
Io non riesco a usare né l’uno, né l’altro termine. C’è un dato di realtà indubbio: tutto questo mondo ha avuto risultati politici che non si possono negare. Quei sindaci non sarebbero stati eletti senza quel tipo di movimento alle spalle. I referendum hanno mobilitato 27 milioni di persone, ma è un po’ un’illusione ritenere che quei 27 milioni di persone sposterebbero il loro consenso su formazioni minoritarie, a sinistra della sinistra, come quelle di cui stiamo parlando. Uno sbaglio commesso in passato dai Radicali, che hanno pensato che il consenso ottenuto nei referendum e nella raccolta delle firme si traducesse in consenso elettorale. E’ assai complicato riuscire a convertire l’azione di movimenti che hanno un obiettivo specifico, ben percepibile e ben al di là dei confini dei partiti, assegnare loro un obiettivo, raggiungerlo, e poi pensare che ciò si traduca in una lista elettorale sostenuta dalla medesime persone.
Quali sono, dunque, i suoi auspici?
Mi augurerei che quanto c’è nella sinistra tradizionale, per così dire, venisse recepito con più attenzione e diventasse seriamente parte dell’agenda politica. Se si arrivasse ad avere alcune liste a sinistra della coalizione imperniata sul Pd e poi queste dovessero subire uno scacco, com’è avvenuto nelle ultime elezioni per le liste arcobaleno e verdi, quale sarebbe l’effetto? Di nuovo si direbbe: “voi politicamente non contate nulla”, un risultato che va evitato. Invece, sono convinto che proprio il cambiamento avvenuto in questi anni debba molto a un mondo che non è anchilosato come nella politica tradizionale. Un elemento emblematico è che il Pd ha come suo slogan “Italia. Bene Comune”; è successo in seguito al referendum sull’acqua, bene comune, e il Pd è stato l’unico partito a farne un programma. Se questo slogan viene usato strumentalmente non va bene, ma se dietro continua a esserci un lavoro costante, allora si possono cambiare molte cose.
Lei teme la mancanza di coesione?
E’ un rischio effettivo, una questione che dovrebbe interessare chi è già soggetto politico strutturato, quindi il Pd. Finora quest’attenzione ai movimenti non c’è stata o non c’è stata in maniera adeguata. Secondo me, la società civile non è un indistinto generalizzato e dovrebbe costruirsi non per opposizione e invettiva (sul genere di “il Pd succube dell’agenda Monti”, “Vendola traditore”), ma dovrebbe lavorare molto sui temi che debbono riuscire a comporre una nuova agenda politica. Così questo mondo della sinistra potrebbe ritrovare, pur in una diversità difficile da cancellare, delle modalità di organizzazione e di presenza sociale e politica più forti delle odierne. In troppi casi, purtroppo, queste modalità riflettono la storia meno apprezzabile della sinistra, il litigio continuo. Un tempo, nelle vecchie logiche dei partiti comunisti, questo veniva chiamato ‘frazionismo’, ossia un’esasperata ricerca del dato differenziale. Anche se non bisogna andare a cercare spasmodicamente l’unità a qualsiasi prezzo, però che almeno non ci sia una sorta di disconoscimento preventivo dell’interlocutore, sul genere di “con quello io non parlo”, semplicemente perché è sbagliato.
Giovani/vecchi: una contrapposizione che oggi ha un senso?
Dal momento che si era costituito un sistema di oligarchie, questa formula ha finito per giocare un ruolo e lo vediamo. Ma, nello stesso tempo, in astratto questa è una contrapposizione insensata, specie a generalizzarla. Personalmente ho fatto due esperienze dirette nel pubblico: come parlamentare e come presidente di un’autorità indipendente. In quest’ultimo caso, fissare un tetto di otto anni all’authority è un bene: serve un ricambio, scandito da regole precise, anche per evitare intrecci di interessi e il pericolo di burocratizzazione. Riguardo al Parlamento, invece, la cosa è diversa, dal momento che il lavoro parlamentare è anche un accumulo di esperienza. Ci sono stato immerso per 15 anni e poi me ne sono andato di mia spontanea volontà. Inoltre, il Parlamento è un luogo rappresentativo: se i cittadini vogliono affidarsi a persona che ha esperienza, perché impedirlo? Nella questione giovani/vecchi un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che si vogliono trascinare le carriere al di là dei giusti limiti.
Di cosa è fatta la politica? Di simboli e visioni, come diceva Berlinguer, o di risposte concrete?
Di tutte e due. Le risposte concrete che non sono capaci di guardare il contesto rischiano di essere drammaticamente inadeguate. Quanto sento Monti che a una domanda sui malati di Sla, costretti a manifestare esibendo la loro terribile condizione umana, risponde semplicemente che c’è stata una politica economica sbagliata e che pertanto le risorse sono ridotte, non va bene. Non si possono ignorare questi dati concreti. Se governo un Paese e voglio rispettare le persone non posso non distribuire le risorse ignorando simili situazioni. E’ sintomatico di una diversa visione della società: il governo come puro calcolo economico. Le due cose, visioni e azioni politiche devono essere tenute insieme: le grandi visioni politiche si sono poi tradotte in grandi programmi, realizzati almeno in parte.
Dunque che fare?
Non mettere visioni e azioni politiche le une contro le altre, in quanto questo autorizza molte cose. Ad esempio dire “Ma quel signore le cose le fa, quindi apprezziamolo indipendentemente da…”: è la logica del “rubo ma faccio”, slogan di un noto senatore brasiliano. Zero visione e tutto fatti. Ridurre la politica a questo significa mortificare la democrazia. Io vorrei che la politica fosse sempre accompagnata da una visione. E’ la ragione per cui ritorna l’attenzione alla Costituzione. I nostri sono anni di grande riduzionismo. Tutto viene ridotto, nella peggiore delle ipotesi a interesse personale, nella migliore a calcolo economico. Mentre si sente il bisogno di avere dei grandi principii di riferimento. La nostra Carta costituzionale è molto eloquente in questa direzione: su alcuni punti come quelli dell’uguaglianza e della salute ha formulazioni ricche e precise. E’ un documento che guarda alla persona e alla sua dignità. Credo che questo bisogno di idealità e principii sia sentito molto fortemente.
Lei parla di una ‘religione della libertà’: di che si tratta?
E’ una citazione che ho tratto da Benedetto Croce. Croce vedeva la storia come il risultato di un atteggiamento spirituale, che deve nutrire la politica e portare alla libertà. La libertà è quella che deve essere messa sugli altari da qualsiasi cittadino. Ecco perché mi sono sentito, da laico, di usare quest’espressione che oggi ci può aiutare. La libertà non è negoziabile da nessuno e per essa dobbiamo impegnarci. C’è una canzone partigiana francese che dice “viviamo nella notte ma la libertà ci ascolta”, un’affermazione molto fideistica, che si sposa bene con l’idea di religione della libertà. Ma anche un antidoto al pessimismo che si traduce in passività. E le democrazie muoiono di passività, non solo di aggressioni esterne.
Le ragioni dello scontro fra politica e magistratura a sottolineare l’inadeguatezza dell’approccio contabile ai problemi della città e del clima.
La Repubblica, 30 novembre 2012, postilla (f.b.)
A chi sarà affidata la gestione e il controllo dell’azienda “dissequestrata” d’autorità (dubbia), e da dove verranno i soldi necessari a ottemperare alle prescrizioni di magistrati e periti che il governo stesso dichiara di voler seguire alla lettera. Perché l’idea che gestione e controllo stiano nelle mani di una gerarchia aziendale che ha portato a questo punto è temeraria. Ancora più temeraria l’idea di dare a chi ha portato le cose a questo punto (e se stesso in galera) il denaro necessario alla riparazione, piuttosto che farselo restituire.
La chiusura dell’Ilva di Taranto, i cui pericolanti titolari hanno ribadito ancora che ne deriverebbe immediatamente la liquidazione della siderurgia genovese e del resto d’Italia, sarebbe differita di due anni: come la Troika con la Grecia. Tra le poche cose che si sono capite in questi giorni convulsi, c’è che la frase fatta sull’Italia secondo paese manifatturiero d’Europa, ripetuta mille volte come un esorcismo, decadrebbe nel momento stesso in cui finisse la produzione di acciaio. La quale non è per sé novecentesca né ottocentesca, come a qualcuno piace ripetere, salvo che sia condotta nel modo più regressivo e speculativo. L’Italsider pubblica degenerò a rotta di collo, per essere regalata ai Riva che ne tirarono fuori profitti colossali alla condizione tacita (salvo che nelle telefonate e nelle tavolate) di produrre calpestando salute e diritti di cittadini e lavoratori. Produrre diversamente si può, e lo si fa in paesi meno corrivi – persino i Riva lo fanno, quando sono costretti.
Altri paesi dominano la produzione mondiale dell’acciaio, come la Cina, in condizioni di nocività pubblica e di sfruttamento del lavoro che renderebbero Taranto invidiabile. Il vincolo fra controllo delle prescrizioni e investimenti necessari alla bonifica diventa perfino più stringente nel momento in cui l’intervento chirurgico della magistratura viene sostituito dalla dilazione del decreto, senza di che i due anni – se tanti saranno – significano soltanto la rassegnazione a che i danni per la salute di chi lavora e di chi abita la città continuino immutati. E poi, davvero, chi vivrà vedrà.
Il governo – per il quale forse la questione industriale e sociale viene dopo quella dell’ordine pubblico – sottolinea la propria premura verso la magistratura. È difficile immaginare che la Procura tarantina voglia alzare ulteriormente il tiro sulla chiusura dell’Ilva: per sollevare piuttosto, con tempi meno urgenti, un problema di legittimità. Però restano aperti diversi filoni di indagine, e possono arrivare, così si mormorava attorno all’incontro beckettiano di ieri a Roma, nuovi avvisi di reato di peso aziendale e politico. D’altra parte è difficile immaginare che un commissariamento dell’Ilva, che non sia solo di facciata, possa conciliarsi con la proprietà e la direzione di un’azienda decapitata. C’è un ambientalismo che mira senz’altro alla chiusura dell’Ilva e coltiva la bella e sconfinata utopia dei lavoratori siderurgici trasformati in operatori della bonifica e della conversione. Anche la proposta di una specie di rinazionalizzazione dell’Ilva, oltre a fare scandalo per l’ortodossia privatista, è utopica, a proclamarla.
Forse sarà la strada sulla quale le cose si incammineranno ma con prudenza, con ipocrisia, con mezze misure, e senza mai ammetterlo: dunque nel modo peggiore. Un po’ come si è fatto con la Grecia e i suoi due anni di rianimazione. Intanto ieri a Taranto il mare era ancora tempestoso, e la città era piuttosto vuota. Si facevano comunque incontri interessanti. In un caffè del lungomare ho incontrato un ammiraglio di squadra molto importante, dev’esserci un’esercitazione sulla portaerei Cavour, che ha il nome della infelice corazzata. Si avverte spesso che Taranto è sì la capitale dell’acciaio, ma prima ancora della marina militare, e che il suo ruolo strategico nel Mediterraneo fa tenere le briglie strette sulla città. Mi sono chiesto se l’idea che l’Europa smetta di avere 28 eserciti e di dilapidare risorse per avere invece una difesa comune, una forza armata federale, e una capacità comune di tutela della pace e della legalità al proprio interno e fuori, appaia come una diminuzione ai nostri marinai e ai nostri ammiragli: mi sono detto di no, per incoraggiamento. Poi ho incontrato dei funzionari di polizia. Erano appena arrivati, da lontano, alcuni da Trieste, perché il Viminale è preoccupato dalle tensioni sociali di questi giorni. Per ragioni infantili, ho sempre pensato a Trieste e Taranto come città sorelle, ai due capi dell’Italia.
Sembrava anche a loro, per il mare che sale sulle strade, stupiti da un vento da far invidia alla bora, che per giunta, dicevano, “qui soffia continuamente, non a raffiche”. La loro prima volta a Taranto, non avevano ancora visto l’Ilva. Del resto la Ferriera triestina è ancora più nel cuore della città che l’Ilva a Taranto, e cancerogena altrettanto. All’Ilva andranno, e troveranno le differenze. Per esempio, lungo i recinti della fabbrica intossicata, l’ultimo giorno di novembre, le bougainville sono slanciate e fiorite come nel luglio di una città moderata. Per il resto, vedranno che le questioni si assomigliano molto.
Postilla
Molti commentatori americani dopo i vari eventi che hanno accompagnato la catastrofe tascabile (resa efficientemente tale) di Sandy, sottolineavano l’emergere, finalmente, nella coscienza pubblica, della consapevolezza del cambiamento climatico. Una verità scomoda per tutti coloro che vogliono per motivi sostanzialmente stupidi e egoisti continuare nel business as usual come niente fosse. E pare che anche dalle nostre parti gli scimmiottatori dei Repubblicani negazionisti, delle specie di Nando Mericoni Americano a Roma, siano saldamente al potere. Eppure col composito caso di Taranto ci sarebbero in campo tutti, ma proprio tutti gli elementi per iniziare una seria riflessione e azione sulla scomoda verità che ci attende al varco, compresi coloro che continuano a procedere a paraocchi innestato: una grande area urbana industriale costiera, con tutti i suoi problemi sociali, economici, ambientali e insediativi, legati al modello di sviluppo a emissioni intense che va superato molto alla svelta. Potrebbe trasformarsi in un laboratorio di innovazione legislativa, per le politiche energetiche, produttive, urbane: lo dicono da anni e anni gli esperti di tutto il mondo, che saranno proprio le città ex industriali a indicarci la via per evitare (per cercare di evitare) la catastrofe climatica che ci aspetta, inesorabile, fra una manciata di anni. Invece pare si stia nelle mani di una schiera di sobri coglioni, con rispetto parlando. A chi volesse aggiornarsi sul tema, propongo in lettura un capitolo di Carbon Zero, libro ancora inedito in Italia, che ho tradotto per Mall (f.b.)
«Il manifesto, 28 novembre 2012
Presentata la manovra 2013 contro rendite e privilegi. Mentre Palazzo Chigi annuncia nuovi tagli alla salute e non rinuncia ai nuovi cacciabombardieri F35 Aliquota Irpef al 75% per i redditi sopra al milione. Tassa sui profitti al 23% come in Europa. Ferrovie per i pendolari. Reddito minimo e abolizione dei Cie
Ieri a Roma, presso la Fondazione Basso, si è tenuto il consueto appuntamento annuale in occasione della presentazione della «Controfinanziaria» di Sbilanciamoci!
Il Rapporto 2013 (scaricabile su www.sbilanciamoci.org), giunto alla sua quattordicesima edizione, contiene analisi e soluzioni concrete per uscire dalla crisi tutelando i diritti e l'ambiente e formula 94 proposte - in una «manovra» da 29 miliardi di euro - sia per entrate e uscite, sia per riduzioni della spesa pubblica come quelle che, nelle intenzioni della campagna, dovrebbero interessare gli stanziamenti per la Difesa (nel complesso, più di 5 miliardi di euro) o le «grandi opere» (2 miliardi e 700 milioni di euro).
La filosofia alla base del rapporto è opposta rispetto a quella delle politiche di austerity del governo Monti: investire nel rilancio dell'economia, nella redistribuzione della ricchezza, in un nuovo modello di sviluppo sostenibile; sgombrare il campo da neoliberismo e subalternità ai mercati finanziari e da una politica economica che acuisce le sofferenze sociali e la recessione dell'economia reale.
Serve un modello di sviluppo in cui alcune merci, consumi, pratiche economiche siano condannate alla decrescita (tra tutte, la speculazione e la rendita finanziaria, il consumo di suolo e la mobilità privata) e altre siano destinate a crescere.
È necessario promuovere un'idea di economia radicalmente alternativa che si fondi su tre pilastri: sostenibilità sociale e ambientale; diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare; conoscenza come architrave di un sistema di istruzione e formazione capace di far crescere il paese con la ricerca e l'innovazione.
Ecco alcune delle proposte del rapporto di Sbilanciamoci!, suddivise per ambiti di intervento:
Giustizia e legalità fiscale
Tassa sui milionari. Introduzione di un'aliquota Irpef del 75% sui redditi al di sopra del milione di euro. Gettito addizionale: 1 miliardo e 400 milioni di euro.
Rendite finanziarie. Portare la tassazione di tutte le rendite al 23%, soglia che accomuna i grandi paesi europei e non presenta rischi di fughe di capitali. Si otterrebbero almeno 2 miliardi di euro.
Ambiente e sviluppo sostenibile
Riduzione stanziamenti grandi opere. Cancellazione del finanziamento di 2,7 miliardi di euro destinato dalla Legge di Stabilità 2013 alle grandi opere.
Ferrovie locali per i pendolari. 1 miliardo di euro per l'ammodernamento e il potenziamento delle linee locali di collegamento all'interno dei cosiddetti Sistemi Locali del Lavoro.
Disarmare l'economia, costruire la pace
Riduzione dei programmi d'arma. Cancellazione del programma di produzione dei 90 cacciabombardieri F35, dei 4 sommergibili Fremm e delle 2 fregate Orizzonte. Risparmio: 800 milioni di euro.
Riduzione delle spese militari attraverso il ridimensionamento degli organici delle forze armate a 120mila unità. Entrata: 4 miliardi di euro.
Welfare e diritti
Liveas e politiche sociali. Stanziamento di 2 miliardi di euro per il finanziamento del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e l'introduzione dei Livelli Essenziali di Assistenza previsti dalla legge 328/2000 e tuttora inattuati.
Chiusura dei Cie. Con i 236 milioni previsti nella Legge di Stabilità 2013 per l'attivazione di nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione si potrebbe finanziare un programma nazionale di inclusione sociale per i migranti.
Cancellazione dei fondi alle scuole private e del buono scuola. Si risparmierebbero 500 milioni di euro dall'eliminazione dei sussidi pubblici alle scuole private, in modo da utilizzare le stesse risorse per rilanciare la scuola pubblica.
L'impresa di un'economia diversa
Sostegno ai redditi dei lavoratori, delle famiglie e dei disoccupati attraverso una serie di misure:
a) introduzione della 14° per i pensionati sotto i mille euro lordi mensili;
b) reintroduzione del Reddito minimo d'inserimento per i disoccupati e per chi non gode di altre forme di ammortizzatori sociali; c) indennità di disoccupazione (della durata di 6 mesi con l'80% dell'ultima retribuzione) per tutti i co.pro monocomittenti sotto la soglia retributiva di 23mila euro lordi l'anno; d) recupero del fiscal drag.
Stima della spesa: 5 miliardi di euro.
Sostegno a chi assume i ricercatori. Concessione di un ulteriore credito d'imposta alle imprese che garantiscano l'assunzione di giovani ricercatori - sulla base di commesse a università, a istituti di ricerca o costituendo laboratori - per un periodo fino a 18 mesi. 100 milioni di euro per l'assunzione di 4000 ricercatori.
*** Il documento definitivo con tutte le proposte su www.sbilanciamoci.org
«No agli errori del passato, le risse ma soprattutto la subalternità». «Dobbiamo tentare di rompere il recinto del neoliberismo».Se votassi, voterei per lui, per la sinistra. Per la speranza. E perché la società non può essere solo "orizzontale". il manifesto, 25 novembre 2012
«Nichi libera tutti» è lo striscione che lo aspetta in piazza della Prefettura a Bari, ed è vero quello che dice il tamtam impazzito delle ultime ore sui social network, questo non è «il solito comizio» per Nichi Vendola, è un voto - quello di oggi - in cui lui insieme a un pezzo di sinistra si giocano l'osso del collo: la scommessa di ancorare a sinistra il futuro centrosinistra. «La mia presenza ha costretto tutti i candidati a prendere le distanze da Monti», ha detto ieri al manifesto. Ma Monti scalpita, l'Udc ieri ha assicurato che il professore sarà l'icona delle liste centriste. Per questo Vendola chiama a raccolta la sinistra, quella che è «andata in vacanza», «in astinenza», per la quale «non è il tempo di riposare», le prime cose che dice dal palco.
Nel pomeriggio il presidente della Puglia alla «cara sinistra» - cioè non solo ai suoi, ma a anche a quelli che alle primarie mai, a quelli che con il Pd mai, con gli amici di Monti mai - manda una videolettera, un'ultima chiamata per i gazebo: «Il campo in cui giocare è questo qui». Non c'è la baldanza della propaganda. Il tono è a misura di un elettorato appassionato ma anche critico, che lui conosce bene e di cui è stato dirigente per una vita: «Non c'è un esito scontato, c'è un campo di battaglia. È quello in cui a noi tocca il compito - qualunque sia il sentimento o il risentimento che ci portiamo addosso - di provare a rompere il recinto delle culture liberiste». E qui cita (solo gli amanti del genere se ne accorgeranno) cambiando il significato, un «padre» politico, Fausto Bertinotti, che a quest'ultimo giro non l'ha voluto accompagnare, lui che invece nel 2005 alle primarie di Prodi pure partecipò; e che poi fu candidato premier della sinistra Arcobaleno, nell'orribile 2008 in cui la sinistra fu asfaltata e divenne extraparlamentare. Un'era geologica fa, non c'era Grillo, l'astensione era a livelli di guardia, ma non la valanga che segnalano oggi i sondaggi. Una sconfitta che a partire da oggi Vendola vuole ribaltare. «Ce la possiamo fare, forse non ce la faremo. Ma penso, cara sinistra, che sarebbe una colpa grave non provare a romperlo quel maledetto recinto», dice Vendola. Negli stessi minuti Paolo Ferrero, segretario del Prc, ormai lontano mille miglia dalle primarie, chiede agli elettori di Vendola almeno di «firmare per i referendum sull'art.18 e sull'art.8». Anche Vendola sostiene i referendum sul lavoro. E anche Di Pietro, e quel che resta dell'Idv. Come si organizzerà la sinistra è uno dei busillis del dopo-gazebo, che inizi oggi o al ballottaggio del 2 dicembre.
Gli arancioni invocano il pm Ingroia come premier, De Magistris promette altri «nomi» per il 12 dicembre ma chiama l'Idv , che invece è in fila per rientrare nel centrosinistra. Ieri Bersani ha risposto un «sì con molti se». Il Pdci vota Vendola, al primo turno, poi nel caso Bersani. .Persino alcuni dirigenti radicali voteranno per Renzi. La riedizione dell'Unione è lo spauracchio che agitano le destre, che dovrebbero piuttosto farsi le primarie loro. Vendola dal palco scandisce: «La nuova coalizione non ripercorrerà gli errori del passato», che sono «rissosità» ma anche «subalternità culturale». Ancora ieri Renzi gli ha ricordato che la sua parte politica per due volte ha fatto cadere il governo Prodi. Vero per il '98, falso per il 2008: fu Mastella. Ma fa comodo al Pd dimenticarlo, per dare l'idea che l'Udc sarebbe un alleato affidabile. «Un compromesso con Casini è impossibile», ha ripetuto ieri al manifesto Vendola. Un'altra delle incognite del dopo-gazebo. Come un'incognita resta l'atteggiamento che avrà Renzi sulla coalizione. «Se uno vota per Bersani e poi, ad esempio, vince Vendola, non è moralmente obbligato a votare per Vendola». Il sindaco di Firenze si lascia le mani libere. Si vedrà stasera per cosa e fino a quando.
Un milione e mezzo di elettori già registrati («un traguardo», esulta Bersani) dalla percentuale del leader Pd dipende il futuro del centrosinistra e del governo, anche se c'è chi scommette che il vincitore di oggi non sarà mai premier. Vendola è terzo nei sondaggi, che - ricorda lui - hanno avuto torto nelle ultime 4 competizioni in Puglia: 2 primarie e 2 regionali stravinte. Oggi si gioca tutte le sue carte: ha iniziato la campagna per ultimo, solo dopo l'assoluzione dal processo che gli pendeva sulla testa. Dietro il palco, con l'inseparabile portatile, Dino Amenduni, coordinatore dello staff dei social network, non smette di inviare in rete «pezzi di vita» del candidato. Stasera «si twitta anche con il cuore», spiega, per la prima volta appare un video di Ed, il fidanzato di Nichi, che fino a questa campagna si è tenuto rigorosamente in disparte. Vendola fa ancora appello a tutti, lo dice anche la ragazza accanto a lui, nella lingua dei segni: lavoratori, studenti pacifici in piazza «questa classe dirigente non ha più alibi», la Cgil «che non va lasciata sola». A tutti chiede di dargli la possibilità di «giocare la partita».
Puntuale e sistematica recensione, efficace ed esaustiva anche se leggermente ingessata, a “Il diritto di avere diritti” di Stefano Rodotà.
La Repubblica, 23 novembre 2012 (f.b.)
Che succede al diritto in un mondo senza terra? Orfano di territori circoscritti in cui affondare le proprie radici e di tutela da parte di sovranità nazionali capaci di imporlo? Cosa ne è di esso, quando si interrompono le grandi narrazioni che per secoli ne hanno costituito lo sfondo? Sono queste le domande cruciali che Stefano Rodotà pone in un libro – Il diritto di avere diritti, appena edito da Laterza – in cui sembrano convergere, componendosi in un affresco di rara suggestione, le grandi questioni che egli ha sollevato in questi anni con coerenza e passione. Prima ancora che un vasto ripensamento del diritto nell’età della globalizzazione, sono in gioco i rapporti tra spazio e tempo, vita e tecnica, potere ed esistenza in una trama discorsiva che intreccia continuità e discontinuità senza assolutizzare né l’una né l’altra. Ciò che conferisce all’analisi forza e respiro è la consapevolezza che anche le più clamorose rotture sono percepibili solo in rapporto ai tempi lunghi entro cui si ritagliano. L’autore sa bene che passato e presente, origine e contemporaneità, si illuminano a vicenda e che anzi è proprio la loro tensione a rendere visibile l’effettivo movimento delle cose.
Rispetto alla radicale dislocazione che rimette in gioco l’intero ius publicum europaeum, in cui quella che è stata chiamata (da Bobbio) “età dei diritti” pare perdere terreno di fronte alle sfide della tecnica e dell’economia, Rodotà rifiuta entrambe le vie più facili – sia quella, regressiva, dell’arroccamento nei vecchi confini sovrani, sia quella, utopica, di un’immersione totale nel mare indistinto della rete. Certo la metafora della “navigazione” negli spazi infiniti di Internet,
a dispetto delle guardie confinarie dei vecchi Leviatani, è suggestiva. Ma le parole con cui, qualche anno fa, John Perry Barlow apriva la Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio testimoniano come una straordinaria promessa possa rovesciarsi in una sottile minaccia: «Governi del mondo industriale, stanchi giganti di sangue e di acciaio, io vengo dal cyberspazio, la nuova dimora della mente. In nome del futuro, invito voi, che venite dal passato, a lasciarci in pace. Non siete benvenuti tra noi.
Non avete sovranità suoi luoghi dove c’incontriamo». Contro gli occhiuti fantasmi del passato e le fughe in avanti in un futuro per nulla rassicurante, Rodotà coniuga al meglio attenzione al nuovo e consapevolezza delle sue ambivalenze, realismo e speranza. La sua tesi centrale è che solo l’elaborazione di un rinnovato diritto possa riempire le faglie aperte dalle scosse telluriche in corso, ricostituendo quell’equilibrio tra politica, economia e tecnica che le dinamiche globali hanno forzato fino a sgretolarlo. Alle fine delle grandi narrazioni, l’unica che appare resistere – capace di rassicurare gli individui e mobilitare i popoli – è soltanto il progetto di estendere ad ogni essere umano i diritti faticosamente conquistati in una lotta che ha attraversato l’intera storia moderna. E ciò nonostante i limiti, le contraddizioni, le disillusioni che di volta in volta hanno dato una sensazione di insufficienza, di arretramento e perfino di tradimento delle conquiste precedenti. Il ragionamento di Rodotà si sviluppa per passaggi consecutivi che, nel momento stesso in cui profilano con nettezza la sua posizione, tengono però già conto, incorporandole, delle possibili obiezioni.
Certo, il diritto non è in grado di coprire l’intera gamma dei nostri bisogni – e del resto una giuridicizzazione integrale dell’esistenza assomiglierebbe più a una gabbia che a un libero spazio di convivenza. Eppure solo esso è in grado di contenere la pressione sempre più invadente dell’economia e della tecnica. La prima attraverso uno scioglimento del mercato da qualsiasi vincolo sociale che rischia di spezzare il nesso moderno tra dignità e lavoro. La seconda attraverso un controllo pervasivo della vita da parte di apparati solo apparentemente neutrali, in realtà custoditi in poche mani, come accade per Facebook e Google. Che sarebbe di un mondo affidato a una lex mercato ria senza limiti o di una vita interamente esposta all’occhio di invisibili terminali elettronici che ne spiano ogni minimo movimento?
Naturalmente, perché il diritto possa esercitare una funzione non solo legislativa, ma compiutamente giurisprudenziale, deve passare dal piano di una legge imposta dall’alto a quello, immanente, di una norma che risponda ai bisogni materiali delle persone – proteggendo i loro diritti civili, politici, sociali e adesso anche informatici. Ma perché ciò assuma senso è necessario strappare la vecchia maschera della persona giuridica, incarnandola nel corpo dell’individuo vivente. Quanto ciò sia complicato è ben noto a chi conosce il ruolo discriminante, ed anche escludente, che il dispositivo romano della persona ha esercitato per secoli nei confronti di coloro che sono stati dichiarati di volta in volta nonpersone, persone parziali, semipersone o anche anti-persone. Ma l’uso della categoria assunto dalle Costituzioni e dalle Dichiarazioni postbelliche sembra voler aprire una nuova storia, che ha portato alla Carta dei diritti fondamentali proclamata a Nizza nel 2000 ed entrata in vigore col Trattato di Lisbona del 2009. A questo insieme di processi sociali, giuridici, semantici – che pongono al centro del diritto il corpo di donne e uomini liberi ormai anche dal vincolo di cittadinanza, perché cittadini del mondo – Rodotà dà il nome di costituzionalizzazione, collocandolo al cuore del libro.
Proprio su di essa io credo si possa, e si debba, lavorare, spingendola sempre più avanti nella direzione di una connessione profonda tra diritto e vita. Che, naturalmente, non può fare a meno della politica, come ben riconosce l’autore. A tale proposito avanzerei due ulteriori osservazioni. La prima riguarda appunto il rapporto tra diritto e politica. Rodotà vede nel primo soprattutto una salvaguardia per la seconda, il cerchio di garanzia all’interno del quale il politico può svilupparsi legittimamente. Bene. Ma se quella sui diritti, come egli scrive, è una lotta – lotta per e sui diritti, il diritto non è a sua volta interno alla dinamica politica? Voglio dire che la stessa opzione per l’universalismo dei diritti passa necessariamente per un conflitto con coloro che lo negano – e dunque non può non assumere un profilo di per sé politico. Il “politico”, insomma, non è un ambito come gli altri, che il diritto possa limitarsi a garantire dall’esterno, ma è il grado di intensità della lotta che li percorre tutti, compreso quello del diritto.
La seconda osservazione riguarda l’Unione Europea, cui Rodotà dedica la massima attenzione. Egli scrive che se l’Europa saprà pienamente riconoscersi nella Carta «troverà pure una via d’uscita da una sua minorità, dal suo continuare ad essere “nano politico”». Ho il timore che, per ridare un profilo politico all’Europa, ciò possa non bastare – se insieme non si mette in moto un processo costituente che restituisca, almeno nella fase di avvio, piena sovranità politica ai popoli europei in una forma non del tutto coincidente con una pura giuridicizzazione. C’è sempre un momento iniziale in cui il politico oltrepassa il giuridico o almeno lo forza in una direzione imprevista. Ovviamente domande del genere, che rivolgo all’autore, nascono dall’impianto stesso di una ricerca che per ricchezza, competenza e intelligenza, ha pochi uguali nel dibattuto giuridico contemporaneo.
Nel libro-intervista “Il mio Nord” Roberto Maroni racconta il suo programma. Ma il centrosinistra, legalitarismo a parte, ne ha uno alternativo?
Corriere della Sera, 22 novembre 2012 (f.b.)
MILANO — «Quando sarò eletto presidente della Lombardia, ci mettiamo insieme con Cota e Zaia e dal giorno dopo parte l'Euroregione del Nord. Questo è il valore aggiunto della mia candidatura». Roberto Maroni si stacca in parte dalla stretta attualità politica. Questa volta, intervistato dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, ha modo di spiegare compiutamente il nuovo sogno che offre ai suoi «barbari», non più la Padania ma un'Euroregione che è «l'aggiornamento della visione di un vecchio leghista, Gianfranco Miglio con le sue macroregioni». La novità sta nella direzione in cui il futuribile soggetto indirizzerà la sua azione: «Non più verso Roma, non più verso Sud. Ma oltre le Alpi, per diventare parte di quell'Europa delle Regioni che è l'unica uscita possibile della crisi dell'Europa degli Stati». Il direttore del Corriere chiede anche qualche autocritica a Maroni, «un esame serio di quello che è accaduto nel rapporto tra Stato e Regioni negli anni di governo», che hanno visto il boom della spesa regionale. Il segretario leghista raccoglie fino a un certo punto, per lui ormai l'obiettivo è il lancio di una «nuova Europa federale in cui le tessere siano le Regioni e non più gli stati nazionali». E aggiunge di apprezzare per l'Europa «il modello americano, con l'elezione del premier o presidente. Oggi Barroso non è eletto da nessuno. E il Parlamento di Strasburgo è l'unico al mondo che non fa le leggi».
Ferruccio de Bortoli chiede a Maroni se non ci sia contraddizione tra le critiche alla vecchia alleanza con il Pdl e le prove tecniche di nuova alleanza. E qui Maroni torna all'oggi: «Al momento, salvo che la Lega decida diversamente, con noi all'opposizione e il Pdl al governo, non c'è la minima possibilità di fare l'accordo per le elezioni politiche. Diverso è il caso della Lombardia, dove siamo tuttora al governo insieme. Ma io aspetto fino a domenica. Non do ultimatum, ma se il Pdl rimane lì ancora dieci giorni, arrivederci e grazie». Tra l'altro, ieri Maroni ha incassato l'intenzione di voto di Giulio Tremonti: «In Lombardia voterei e voterò Roberto Maroni», ha detto ieri mattina a Omnibus, su La7.
L'occasione della pubblica intervista è offerta dalla presentazione del libro «», scritto con Carlo Brambilla, per vent'anni cronista di cose leghiste per «L'Unità». Ed è quest'ultimo che rivela la genesi del libro: «Doveva essere la rivendicazione del lavoro svolto in trent'anni di Lega nel momento in cui contro di lui era in atto l'offensiva di una parte del partito. Poi, in corso d'opera, il libro si è trasformato in qualcosa di profondamente diverso: nel frattempo, Maroni era diventato il segretario della Lega».
Il libro, così, è tutto giocato su un doppio registro. Da una parte, la «versione di Bobo», la storia della Lega vista con gli occhi di un protagonista come Maroni. Dall'altra, il manifesto politico della «nuova» Lega, il senso compiuto di quel «Prima il Nord» che rappresenta non semplicemente il brand del Carroccio di seconda generazione, ma soprattutto una profonda revisione della sua cultura, delle sue parole d'ordine e della sua organizzazione.
Nel suo ripercorrere le vicende del movimento, Maroni parte dalla fine. Dalle vicende che hanno portato lui a sostituire Umberto Bossi alla guida del partito e dall'onda sismica anche giudiziaria che ha investito il Carroccio all'inizio dell'anno. Al cosiddetto cerchio magico intorno a Bossi sono in realtà dedicate poche righe: dopo la malattia del «Capo», «il gruppo si è formato quasi subito, prima come cordone sanitario per proteggere l'integrità dell'illustre degente, poi come (presunto) depositario e unico comunicatore delle indicazioni che sarebbero venute da un capo sempre più isolato e lontano dalla realtà, tanto da essere portato ad occuparsi di "altro"». E ancora, «il punto massimo della spudoratezza»: quando alcuni esponenti cerchisti si sono presentati all'uscio del consiglio dei ministri parlando a nome di Bossi, «addirittura con lo stesso Bossi presente».
Da lì, la nascita dei «barbari sognanti», non come corrente interna ma come rinnovato spirito leghista. Maroni torna poi all'inizio, al suo primo contatto con Bossi nel 1979 tramite il comune amico Andrea Brianza, che voleva coinvolgere entrambi nella mobilitazione contro un'operazione edilizia vicino a Lozza, il paese di Maroni. Il nuovo leader ripercorre poi altre tappe-chiave: la nascita della Lega lombarda, la sua segreteria a Varese e la fine della «fase etnica» e del dialetto quando Bossi comprese, sul finire degli anni Ottanta, che l'eccesso di localismo rischiava di minare l'ideale unità della Padania.
Recensione all’ultimo libro di Serge Latouche,
Limite, per capire meglio il pensiero di una autore – come accade del resto a Bauman, o Augé - spesso frainteso. Il manifesto, 13 novembre 2012 (f.b.)
Marx, all'interno dei «Grundrisse» afferma che per il capitale «ogni limite si presenta come un ostacolo da superare». Ebbene, nell'epoca della globalizzazione neocapitalista, e della sua crisi, questa tendenza sembra aver toccato il suo massimo livello. Niente più frontiere per merci e capitali, asservimento e sussunzione globale di corpi e cervelli all'interno del sistema capitalistico, rapporti sociali improntati alla massima diseguaglianza. Eppure questo voler oltrepassare i limiti ad ogni costo, fa venire in mente un concetto fondamentale della letteratura tragica della Grecia antica. Il concetto in questione è quello di hybris, ovvero arroganza, tracotanza, oltrepassamento illecito e sacrilego da parte dell'uomo dei limiti a lui assegnati. È questa la colpa fondamentale dell'eroe tragico greco - che mette in moto il meccanismo drammatico - questo voler andare al di là dei confini stabiliti causando così l'ira e la vendetta degli dei e, conseguentemente, la sua perdizione. Sarebbe l'intero mondo moderno allora, e soprattutto l'Occidente, che oggi si avvia alla rovina a causa della hybris, della tracotanza che porta ad oltrepassare i limiti? Ma soprattutto quali sono i limiti che la società dovrebbe darsi e saper rispettare? E infine qual è e quale dovrebbe essere il rapporto che si dovrebbe instaurare tra regola e trasgressione?
Su questi e altri argomenti connessi spinge a riflettere l'ultimo libro di Serge Latouche, uscito di recente per Bollati Boringhieri e intitolato appunto Limite (pp. 113, euro 9). Si tratta di un breve testo, ma estremamente denso e davvero esaustivo, nel senso che passa in rassegna il concetto di limite, declinandolo nei più diversi settori: da quello geografico a quello economico, da quello ecologico a quello politico, da quello morale a quello culturale e così via.
Si viene ad instaurare, così, una fitta rete di rapporti tra i diversi ambiti analizzati, quasi fili sottili di una ragnatela che collega tutto il discorso, mostrando cosa è diventato un concetto come quello di trasgressione, oltrepassamento dei limiti dati, in origine liberatorio e sovversivo, una volta sussunto all'interno della relazione capitalista. Così, per fare un esempio, in campo culturale, la mancanza di confini tra culture diverse porta all'omologazione più totale fondata sul sopravvento della cultura più forte, piuttosto che a un confronto ricco e gravido di aperture tra vari sistemi culturali differenti. E si arriva alla governance, come «risultato del passaggio dal buon governo pubblico alla gestione delle imprese giganti, la corporate governance». E il concetto «emigra poi a sua volta in campo politico con la controrivoluzione liberale e si ritrova applicato tanto al livello della Banca Mondiale e del Fmi quanto al livello della Commissione Europea e delle amministrazioni pubbliche». Tutto, così, dalla sanità all'istruzione, alla cultura e persino le prigioni, deve essere gestito come un'impresa. Dunque privatizzazioni, dunque governo dei tecnici. E questo tipo di governance si sta estendendo a livello mondiale e «sta portando il mondo al crollo e al caos». Il discorso, poi, tocca aspetti davvero catastrofici quando si applica a livelo ecologico. Basti semplicemente pensare cosa può significare un'espansione economica senza limiti all'interno di un ambiente, il nostro pianeta, necessariamente limitato.
Naturalmente anche i sostenitori dell'attuale sistema sono consapevoli dei rischi e dei pericoli. La soluzione proposta, però, è quella di proseguire ulteriormente sulla strada intrapresa, continuando ad oltrepassare ogni limite ed affidando alla scienza e alla tecnologia la risoluzione dei problemi che via via si presentano. Una speranza fideistica ed irrazionale, secondo Latouche, ed anche estremamente pericolosa, che, invece, non perde l'occasione per rilanciare la sua «utopia concreta», quella della «decrescita serena, conviviale e sostenibile», declinata nelle sue otto «R» - ovvero Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare - unica reale possibilità per l'umanità di evitare la catastrofe incombente.
Gli scritti di Marx sulla Russia e l'India pongono al centro il tema della natura umana in una realtà non capitalista. Un percorso di lettura a partire dal saggio di Luca Basso
. il manifesto, 10 novembre 2012
Tornare a leggere Marx oggi non può che significare farsi carico della discontinuità che la storia politica del Novecento ha determinato. Lo scacco dei «socialismi reali» (di stampo sovietico, nazionalista o socialdemocratico) è infatti coinciso con una crisi dei marxismi che non ha risparmiato neppure quelli che si erano costituiti nel corso del secolo come «eretici» - e che pure avevano mostrato una straordinaria vivacità teorica e politica. Ben prima dell''89, del resto, un insieme di movimenti (dalla presa di parola delle donne a quella di una molteplicità di soggetti «subalterni») aveva prima attraversato problematicamente il marxismo, poi contribuito a farlo esplodere. Se da più parti sembra annunciarsi un «ritorno a Marx», è bene auspicare che questo «ritorno» non si esaurisca nella soddisfatta constatazione della lucidità con cui Marx aveva annunciato la globalizzazione del capitalismo e la sua crisi, né nell'immediata riproposizione di una qualche variante di «marxismo». Tanto più dopo che i progressi della nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (la cosiddetta Mega2) ci hanno in qualche modo consegnato l'immagine di un «altro Marx»: l'immagine cioè di un autore certo dominato da una fortissima «volontà di sistema», ma costretto al tempo stesso dall'urto con la materialità della storia e della politica a riaprire continuamente e a sviluppare in direzioni contrastanti la sua ricerca. L'immensa mole di manoscritti e frammenti di teoria che Marx ci ha lasciato fa della sua opera un vero e proprio cantiere aperto. E come tale è bene oggi considerarla ed esplorarla: a me pare che sia questo il modo più produttivo di leggere Marx oggi, nella prospettiva di una riappropriazione creativa del suo pensiero per la comprensione e la critica del nostro presente.
Il libro di Basso affronta anche un gran numero di manoscritti redatti da Marx negli ultimi dieci anni della sua vita, quando il suo lavoro di ricerca, anziché concentrarsi sul secondo e terzo libro del Capitale (ricavati da Engels dai suoi manoscritti), intraprese appunto direzioni molteplici: Marx esplorò gli sviluppi contemporanei di una serie di scienze (dalla geologia alla chimica), si soffermò sull'opera di etnologi e antropologi e allargò ulteriormente l'orizzonte della sua riflessione al di là dell'Europa occidentale (l'interesse per la Russia è qui in particolare decisivo).
L'«ultimo Marx» è da tempo al centro di un vivace dibattito, che si concentra in particolare sugli ultimi due punti richiamati, ovvero sul confronto di Marx con gli etnologi a lui contemporanei (una traduzione parziale dei Quaderni antropologici del 1881-1882 è uscita per Unicopli nel 2009) e sul suo giudizio sulla «comune agricola» russa. Uno degli elementi di maggiore originalità del libro di Basso consiste nella decisione di ricomprendere nell'«ultimo» Marx anche gli scritti solitamente considerati come emblematici della produzione teorica del Marx «maturo»: in particolare il primo libro del Capitale. C'è qui in primo luogo una scelta interpretativa, quella di smarcarsi dalle infinite polemiche che all'interno del marxismo si sono determinate attorno alla questione del rapporto tra il «giovane» Marx e il Marx appunto «maturo»: questo libro muove piuttosto dalla «convinzione di una sostanziale, anche se non aproblematica e lineare, continuità nel percorso marxiano». Sono in primo luogo i problemi affrontati da Marx all'inizio della sua riflessione a rimanere costanti, anche se continuamente sottoposti a verifica, a «rettifica» e a torsioni concettuali con il passare degli anni. Il problema dell'«alienazione» (o «estraneazione»), in particolare, trova secondo Basso una originale riformulazione nell'analisi del «feticismo» delle merci nel primo libro del Capitale, dove è del resto ben presente la traccia della riflessione giovanile sul concetto di «ideologia».
La specificità del feticismo, l'«inversione» che conduce gli uomini a considerare come proprietà «oggettive» delle merci i «caratteri sociali» del loro lavoro, costituisce per Basso una sorta di «filo rosso» che corre attraverso l'intera critica marxiana dell'economia politica.
Oltre l'oggettività L'«opacità» che caratterizza il modo di produzione capitalistico si determina proprio dall'interno del continuo gioco di rimandi tra apparenza, realtà e rappresentazione che Marx analizza in modo rigoroso a proposito del feticismo delle merci (ma che ritorna nella sua analisi del denaro, del diritto, del capitale). Ne deriva, per riprendere una formula marxiana, un'«oggettività spettrale», che ha delle ripercussioni molto precise sul modo in cui la soggettività è costruita nel capitalismo - e che, scrive Basso, deve essere percorsa criticamente fino in fondo per fare emergere il profilo della stessa «soggettività operaia», su cui si esercita lo sfruttamento e che tuttavia è sempre in eccesso rispetto alla «misura» capitalistica.
Il modello dell'universaleQuesto rapporto non è del resto in alcun modo assimilabile a quello che caratterizzava le formazioni sociali pre- o non capitalistiche. Resta tuttavia il fatto che l'«ultimo Marx» mette in discussione la rigidità con cui, con l'obiettivo di fare emergere i caratteri di dirompente novità del modo di produzione capitalistico, aveva caratterizzato tali formazioni sociali negli anni Cinquanta (in particolare nei Grundrisse), riconducendole a un generico «organicismo». L'interesse crescente per le società extra-europee e per il lavoro degli etnologi suoi contemporanei determina indubbiamente uno scarto in Marx: l'idea secondo cui il mercato mondiale è il presupposto del capitalismo moderno si carica di sempre maggiore concretezza, mentre viene progressivamente messa in discussione l'immagine di una transizione al capitalismo costruita univocamente sul modello inglese e presentata come «universale».
Se ne è andato ancora un personaggio di un'Italia oggi inimmaginabile. Figure e idee che restano, patrimonio per una società migliore. lo ricordiamo con articoli di Alfredo Reichlin e Valentino Parlato, da
L'Unità,il manifesto, 9 novembre 2012. Era anche un amico; lo ricordo anch'io con rimpianto, e con una postilla
Alfredo Rechlin, La forza di una passione, l'Unità
Anche Luciano Barca se n’è andato. Non so ricordarlo senza dire perché la sua scomparsa tanto mi colpisce e mi addolora.Certo, Luciano era un vecchio amico. Ma non solo. Era tra i pochi che hanno contato nella formazione della mia identità oltre che della mia memoria. Enrico Berlinguer, Luciano Barca, Pietro Ingrao, Tonino Tatò, Franco Rodano, Fernando Di Giulio e pochi altri che non sto a ricordare e che si confondono nella mia memoria. Erano molto diversi tra loro ma ciò che nella mia mente li accomuna è la straordinaria passione per le idee, era l’enorme fiducia che la politica potesse cambiare il mondo. E la prova stava lì, sotto i loro occhi. Stava nel fatto che l’Italia in quegli anni cambiava come mai da secoli. Finiva l’antica arretratezza, la povertà assoluta, l’analfabetismo.
I sudditi diventavano cittadini e scrivevano la più avanzata Costituzionedemocratica, i contadini attraverso lotte anche sanguinose facevano saltare ilvecchio blocco agrario, i sindacati conquistavano un potere mai avuto prima,gli artigiani diventavano piccoli industriali, la legge, i diritti e i doverierano certi e uguali. E gli intellettuali italiani inventavano un nuovo cinema,scrivevano romanzi e dipinge- vano quadri e si chiamavano Rossellini, Fellini,Moravia, Calvino, Guttuso. Diventavano l’avanguardia d’Europa.
Ho avuto con lui un rapporto molto stretto, e per me fruttifero, quando è stato mio direttore alla rivista «Politica ed Economia». Mi ha insegnato a cercare la sostanza dietro le apparenze, e i modi e le vie per fare questo. Sempre franco nelle critiche e negli apprezzamenti mi ha insegnato che la critica non è offesa, ma il modo più serio per portare avanti un lavoro o una ricerca. Quel periodo per me è stata una scuola, che mi ha molto aiutato a fare poi il giornalista.apporto molto stretto, e per me fruttifero, quando è stato mio direttore alla rivista «Politica ed Economia». Mi ha insegnato a cercare la sostanza dietro le apparenze, e i modi e le vie per fare questo. Sempre franco nelle critiche e negli apprezzamenti mi ha insegnato che la critica non è offesa, ma il modo più serio per portare avanti un lavoro o una ricerca. Quel periodo per me è stata una scuola, che mi ha molto aiutato a fare poi il giornalista.
L'Italia entra nella seconda guerra mondiale nel 1940, quando Luciano ha vent'anni e vi partecipa come ufficiale nei sommergibili. Va ricordato che la Marina non aveva simpatia per l'alleato tedesco. Luciano Barca, nel 1943, a soli 23 anni al comando di un sommergibile attacca una nave tedesca sulle coste di Bastia e poi ripara nella base militare di Malta dove entra a fare parte del gruppo Midway della marina inglese e continua la guerra. Tornato in Italia fa parte della resistenza, per un certo periodo fa parte della Sinistra cristiana e nel 1945 si iscrive al Pci. Si schiera contro la svolta della Bolognina, non aderisce al nuovo Pd, ma non abbandona la battaglia politica. Difficili gli ultimi anni, pesantissima la morte recente della moglie Gloria Campos Venuti. Ogni tanto lo chiamavo per sentire come stava e cosa pensava. E' stato un maestro e con lui se ne va una straordinaria stagione anche della mia vita.
Un forte abbraccio ai figli Fabrizio, Flavia e Federico.
Postilla