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Ragionare sulle parole non significa praticare speculazioni astratte. Ecco alcuni esempi dal linguaggio politico corrente, a cominciare dall'agenda Monti. Torniamo invece alle parole della Costituzione.

La Repubblica, 28 gennaio 2013

Bisogna essere capaci di guardare oltre le nebbie delle varie “agende” politiche in circolazione; oltre il continuo degradarsi dei partiti in raggruppamenti personali; oltre quello che giustamente Massimo Giannini ha chiamato il “dissennato referendum sull’Imu”; oltre i vorticosi tour televisivi dei candidati. Bisogna farlo, perché all’indomani delle elezioni ci troveremo di fronte a una folla di problemi oggi ignorati, e che sarà vano pensar di cancellare tirando fuori di tasca un fazzoletto da strofinare su qualche poltrona. E soprattutto perché siamo immersi in mutamenti strutturali che esigono quella forte cultura politica e istituzionale finora mancata.

Le parole, per cominciare. Negli ultimi mesi sono stati in gran voga i riferimenti all’“equità”, presentata come la via regia per riequilibrare le durezze imposte da una attenzione rivolta unicamente all’economia, anzi a un mercato “naturalizzato”, portatore di regole presentate come inviolabili. Ma equità è termine ambiguo, che occulta o vuol rendere impronunciabili proprio le parole che indicano quali siano i principi oggi davvero ineludibili – eguaglianza e dignità. I nostri, infatti, sono i tempi delle diseguaglianze drammatiche e crescenti, che tra l’altro, come è stato più volte sottolineato, sono pure fonte di inefficienza economica. E la dignità ci parla di una persona che esige integrale rispetto, che non può essere abbandonata al turbinio delle merci.Confrontata con queste altre parole, l’equità finisce con l’apparire meno esigente, accomodante, richiama quel “versare una goccia d’olio sociale” che nell’Ottocento veniva indicato come lo stratagemma per rendere accettabili scelte unilaterali e impopolari. In un contesto così costruito, l’eguaglianza deve farsi “ragionevole”, diviene negoziabile, e la dignità può essere sospesa, evocata solo in casi estremi.
Queste non sono speculazioni astratte. Se si dà un’occhiata alla più blasonata tra le agende, quella che porta il nome del presidente del Consiglio, ci si imbatte nel riferimento a “un reddito di sostentamento minimo”, formula anch’essa portatrice di grande ambiguità. Essa, infatti, può riferirsi ad una sorta di reddito di “sopravvivenza”, a un grado zero dell’esistere che considera la persona solo nella dimensione del biologico, tant’è che viene agganciata all’esperienza non proprio felice della social card,dunque alla condizione di povertà. Nessuno, di certo, può trascurare l’importanza di misure contro la povertà in tempi in cui questa aggredisce fasce sempre piùlarghe della popolazione. Ma, considerata in sé, questa è una strategia che non corrisponde alle indicazioni costituzionali e che elude il tema dell’integrale rispetto della persona in un mondo segnato da mutamenti strutturali profondi.
L’articolo 36 della Costituzione, infatti, parla di “un’esistenza libera e dignitosa” da assicurare al lavoratore e alla sua famiglia. E l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non si riferisce soltanto alla povertà, ma pure all’esclusione sociale, e afferma anch’esso il dovere di “garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”. Se la politica vuole ritrovare la sua nobiltà, e farsi pienamente politica “costituzionale”, deve seguire il cammino così nitidamente indicato, che ha come obiettivo il reddito di cittadinanza. Ripartire dal lavoro, come giustamente si torna a dire, significa proprio questo, sì che appare sorprendente il modo in cui è stata liquidata da quasi tutti i partiti e i sindacati la suggestione appena venuta da Jean-Claude Juncker che, pur parlando di salario minimo garantito, sostanzialmente si riferiva proprio alla prospettiva appena indicata. Possibile che non ci si renda conto del fatto che lo storico sistema degli ammortizzatori sociali, comunque bisognoso di revisione, nasce in un tempo in cui ad essi veniva affidato il compito di governare situazioni ritenute transitorie, mentre ora il rapporto reddito-lavoro-vita deve fronteggiare una situazione strutturalmente mutata? Possibile che non si avverta come il potere contrattuale del sindacato non sia intaccato dalla previsione ad ampio raggio di un reddito che rende la persona più libera, sottratta ai ricatti legati al bisogno?
La prospettiva non è quella del tutto e subito, ma bisogna avere chiara la direzione verso la quale si va. Proprio partendo dalla condizione materiale delle persone, oggi dovremmo avere consapevolezza piena che l’esclusione rende fragile la coesione sociale e mette sempre più a rischio la democrazia, mostrando una volta di più la lungimiranza dei costituenti che, nell’articolo 1, vollero la Repubblica democratica fondata sul lavoro. Siamo dunque di fronte ad una situazione che chiama in causa la cittadinanza e il modo in cui questa si costituisce. Sono proprio i diritti di cittadinanza l’asse intorno al quale, nei luoghi più diversi, si discute, non solo per affrontare il tema dei migranti nel mondo globale. La cittadinanza oggi significa un fascio di diritti che accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, in primo luogo la salute e l’istruzione, il lavoro e l’abitazione. Diritti ai quali bisogna guardare in una logica egualitaria, per evitare il ritorno della cittadinanza censitaria, respingendo le tentazioni di privatizzazioni dirette o indirette. Diritti che rinviano ai beni necessari per la loro attuazione, dall’acqua alla conoscenza, e che per questo sono detti “comuni”.
Di beni comuni si parla con tratti fortemente retorici nella campagna elettorale, mentre nella realtà d’ogni giorno si opera nella direzione opposta. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha approvato un nuovo metodo tariffario per l’acqua che viola l’esito del secondo referendum sull’acqua, reintroducendo sotto mentite spoglie quella remunerazione del 7% del capitale che il referendum aveva cancellato. Solo i Comuni di Napoli e Reggio Emilia hanno adottato l’indicazione referendaria riguardante la gestione pubblica del servizio idrico, mentre il sindaco grillino di Parma ha annunciato di voler vendere le quote di proprietà pubblica dei servizi locali. Nella nuova legislatura, dunque, il vero tema sarà quello di una riforma del regime della proprietà pubblica, non la ridicola giaculatoria delle “dismissioni” di beni pubblici come bacchetta magica per risolvere i problemi del debito.
Questa è una vera riforma istituzionale. E sempre la vicenda dei referendum sull’acqua, che hanno visto la più larga partecipazione dei cittadini con i 27 milioni di sì, indica la via di una riforma costituzionale che non ripercorra le vie ambigue della “governabilità”, ignorando il tema degli equilibri democratici. Se si vuole recuperare concretamente la fiducia dei cittadini, si devono quasi reinventare le istituzioni della partecipazione, a cominciare dal referendum e dall’iniziativa legislativa popolare, nella prospettiva di un ripensamento della rappresentanza. Se non si vogliono ancor più ridurre i diritti sociali, è indispensabile introdurre correttivi alla brutale subordinazione alle compatibilità economiche perseguita con le ultime modifiche alla Costituzione.
Negli anni passati, il sistema politico istituzionale è stato sconvolto in mille modi, a cominciare dalle manipolazioni della legge elettorale, e ha portato a una drammatica riduzione della tutela dei diritti. Questo è il mutamento strutturale che dovrà essere affrontato, e si dovrà cominciare proprio dalla ricostruzione dell’insieme degli equilibri e delle garanzie democratiche.

Ci aveva già provato Giuseppe Di Vittorio nel 1947. I problemi sono: quali lavori, per quali prodotti e quali consumi, e investendo quali altre risorse. Dietro a questi, il problema più grande: che cos'è il lavoro? Il manifesto, 27 gennaio 2013

Susanna Camusso tira le fila della Conferenza di Programma della Cgil, e rilancia l'idea di un «Piano del Lavoro» per il Paese. «Non è un piano irrealistico, o sovietico, come ci accusa, non capisco poi se sia un insulto o meno, Raffaele Bonanni - si infervora dal palco - Ma è un piano che si può realizzare. Faticoso, certo, non siamo qui a dispensare illusioni. Però le risorse si possono trovare». Basta la volontà politica, e soprattutto, bisognerebbe introdurre una patrimoniale vera. Scelta netta, che per ora neanche il Pd, partito di riferimento di gran parte della Cgil, si sente di proporre. «La parola tasse sembra far paura - incalza la segretaria della Cgil - Ma noi non proponiamo nuove tasse, piuttosto una progressività vera, aleggerendo finalmente lavoratori e pensionati».

«Pensiamo che la patrimoniale serva a questo Paese, serve discuterne e serve farne una vera. Anche se capiamo la difficoltà di parlarne in campagna elettorale». Una patrimoniale sulle grandi ricchezze, idea che da anni la Cgil porta avanti, per rimodulare - attraverso le aliquote o le detrazioni - l'imposizione che grava sui redditi medio-bassi. «Noi riteniamo che si debbano abbassare le tasse per il lavoro, per le pensioni, e anche per le imprese - spiega Camusso - Però raccontiamo le cose come stanno: per due volte si è ridotto il cuneo fiscale, e per due volte ci hanno guadagnato solo le imprese. È arrivato il momento, adesso, di stabilire chi debba avere la priorità».

Ma il piano del Lavoro non è solo un riequilibrio fiscale, molte risorse verranno reinvestite nella creazione di lavoro, di occupazione, soprattutto per i giovani. Ancora, Camusso ha ribadito altre due priorità che il prossimo governo dovrà affrontare: «La cancellazione dell'articolo 8, che ancora Sacconi propaganda come libertà di contrattazione: e invece non è altro che la negazione del diritto di essere tutelati dai contratti e perfino dalle leggi, grazie a un meccanismo perverso di deroghe». E, ugualmente, la cancellazione dell'articolo 9 (come l'8, appartiene all'ultima finanziaria targata Berlusconi): «Perché è incivile, in quanto crea dei ghetti per disabili nei posti di lavoro».

La Cgil vuole riportare al centro la contrattazione, e non solo nel pubblico impiego. Resta aperto il nodo sul primo/secondo livello, che si dovrebbe dirimere «tornando all'accordo del 28 giugno 2011». Ma anche con riferimento ai precari, e qui parla a tutti quelli che propongono un salario minimo definito dalla legge, tra gli altri lo stesso Pd e il segretario Fiom Maurizio Landini (quest'ultimo dallo stesso palco del Palalottomatica, due giorni fa). «Io credo che il contratto debba restare centrale, e tanto è più forte se include tutti - dice Camusso - Se tanti precari non lo vedono come punto di riferimento, sta a noi batterci perché possano finalmente vederlo come qualcosa che riguarda anche loro. Come il diritto allo sciopero, come la possibilità di elaborare una piattaforma».

Insomma, il contratto come «magnete» attira-precari, che potrebbe evitare l'applicazione tout-court di un salario minimo deciso dalla politica (che invece hanno quasi tutti i paesi europei): salvaguardando così la centralità, su questo tema, del sindacato.

Ancora, la Cgil chiede «una legge sulla rappresentanza sindacale»: «Perché poter votare nei posti di lavoro è diritto di cittadinanza e di democrazia». Quanto alla questione del Monte dei Paschi di Siena, che ha visto il Pd sotto il fuoco di fila di quasi tutti gli altri partiti, Camusso afferma che la Cgil ha una sua idea, «sulla trasparenza e il sistema di governance delle banche, che sono purtroppo ancora piene di derivati e titoli tossici». E ritiene che «il privato e la gestione manageriale debbano essere del tutto distinti, in quanto a decisioni e responsabilità, dalla gestione pubblica del territorio».

Un ringraziamento ai politici che hanno partecipato alla Conferenza: «Ci hanno rispettato, non venendo qui a fare un comizio nè a dire che le nostre proposte vanno tutte bene, ma a porci anche domande e dubbi». Infine - ma in realtà la segretaria lo aveva posto all'inizio del suo discorso - il riferimento alla giornata della memoria dell'Olocausto. Con un appello importante al governo: «Chiediamoci se non sia il caso di applicare quella legge che impedisce la ricostruzione di forze fasciste nel nostro Paese. Mi riferisco a quella organizzazione che stava pianificando in Campania lo stupro di una ragazza ebrea. Sarebbe un bel segno se il 24 e il 25 febbraio non ci fosse alcuna lista fascista a cui dare il voto». Chiaro il riferimento a Casa Pound.

Nota bene

A proposito di lavoro, su eddyburg quardate anche i link elencati qui, nell'archivio di eddyburg.

«Le municipalizzate e la giunta Nathan. Una vicenda più articolata di quanto emerge nella discussione pubblica».

il manifesto, 25 gennaio 2013

La figura di Ernesto Nathan è stata assunta sul piano politico e nel discorso pubblico divulgativo come emblema positivo di buon governo, per questo da celebrare. E la memoria ricostruita della storia di Roma lo ha posto come uno dei personaggi della narrazione novecentesca della città. Il convegno che in proposito si è svolto lo scorso sabato è stato così improntato, ma sarebbe appropriato effettuare un'osservazione equilibrata del personaggio, considerando l'esperienza collettiva della giunta.
All'epoca,nel 1907, liberali democratici, socialisti, repubblicani e radicali si unironoformando il «Blocco del popolo» (la denominazione ufficiale era Unione liberalepopolare) che sostenne l'elezione a sindaco di Nathan.

La giunta capitolinaespressa dal «Blocco» (7 liberali, 3 socialisti, 2 repubblicani e 2 radicali)raccolse le forze migliori della borghesia romana del tempo, meno legate aipotentati locali nati in parte dopo l'Unità e in parte ereditati dalla Romapontificia, e dunque fu più propensa delle precedenti a interventi chepotessero accelerare la modernizzazione della capitale. Governò fino al 1913,tra grandi difficoltà dovute alla natura delle questioni da affrontare, maanche alla diversità delle forze che la componevano. Soprattutto il sindaco el'assessore Giovanni Montemartini compirono un grande sforzo per tenere insiemele differenti anime politiche, fatica che non resse alla prova delle difficoltàreali.

Ma va detto che Nathan in alcuni momenti effettuò scelte che nonaiutarono la compattezza della giunta, come la decisione di portare il suosaluto allo zar in visita in Italia nel 1909. Nel gennaio-febbraio 1912uscirono dall'esecutivo i repubblicani, in disaccordo sulla nuova convenzionecon la Società anglo-romana che gestiva la distribuzione dell'energiaelettrica, indispensabile per garantire l'elettricità necessaria all'avviodelle linee tranviarie municipali; in agosto uscirono i socialisti,ufficialmente per ragioni di politica nazionale, ma che in realtà avevanosoltanto corroborato i ben più importanti accadimenti nell'attivitàamministrativa (accuse alla giunta di aver deluso le aspettative, tempi lunghiper la gestazione di una nuova legge per Roma, lunghe attese per i fondinecessari alle case popolari e alle municipalizzazioni, problema delcaroviveri, rivendicazioni operaie del 1908-1909, e saluto allo zar); ilsindaco e quel che restava della giunta diedero le dimissioni nel dicembre1913.


Alladata del 1912 ormai la coalizione aveva compiuto le sue opere politiche piùimportati, tra cui l'avvio della municipalizzazione del trasporto pubblico edella distribuzione dell'elettricità con la relativa costituzione delle aziendecomunali Atm e Aem. L'artefice ne fu il socialista Montemartini assessore aiServizi tecnologici. Fu il teorico più autorevole sulla materia, contribuendo acreare il contesto culturale nazionale necessario e a definire il pianonormativo della legge n. 103/1903, Assunzione diretta dei pubblici servizi daparte dei comuni. Di fatto con le sue riflessioni, argomentazioni e soluzioniche coniugavano sviluppo economico e libertà democratiche, impostò una culturametropolitana moderna, fino ad allora quasi assente in Italia.

ARoma i tempi per questo cambiamento erano ormai maturi, poiché i due servizisvolti dalle due monopoliste Società anglo-romana e «Società tramways edomnibus» erano molto inefficienti e poiché già dalla giunta precedente delmoderato Enrico Cruciani Alibrandi, si discuteva sulle modalità adottabili.Tanto maturi che il dibattito si svolse sempre su un piano concreto, e cheanche i cattolici furono a favore della municipalizzazione, partecipandoattivamente alla campagna per il referendum del 1909 (perfino l'«OsservatoreRomano» invitò a recarsi a votare).

Lemodalità che si proponevano erano differenti, ma a definire la soluzione fuMontemartini: per l'economista socialista si doveva affrontare la questioneosservandone i vantaggi nelle specifiche situazioni. E a Roma in quel frangentela soluzione doveva essere quella del «municipio concorrente», che primaavrebbe creato un suo servizio a fianco ai monopolisti, per poi procederegradualmente alla municipalizzazione completa. Senza questo scatto diconcretezza di Montemartini la città sarebbe rimasta ancora a lungo impantanatanella difficile situazione creata dai due monopoli.

Convinsetutti, ma nel 1913, quando ormai era uscito dalla giunta, cominciò adevidenziarsi che proprio Nathan non era convinto e che tra i due vi era unasostanziosa differenza di vedute. Alla critica di immobilismo sullamunicipalizzazione dei tram avanzata dall'ex-assessorre, il sindaco rispose dinon ritenere che i servizi pubblici avrebbero portato guadagno poiché quelliprivati erano più economici. La posizione di moderazione di Nathan sullemunicipalizzazioni fu definitivamente nitida nel 1918, nella fase di difficoltàche attraversava l'amministrazione Colonna nel portare a compimento il riscattodi tutte le linee tranviarie della Srto. Parlò dalle pagine del «Messaggero»,con un intervento stupefacente, e per questo importante, che a distanza di anniconfermava ciò che Montemartini e il gruppo socialista gli avevanorimproverato: «Sarebbe un errore a mio avviso abbandonare la concorrenzaattuale, per una specie di statizzazione di secondo grado. Ho i miei dubbi sel'esercizio di Stato delle ferrovie, soggette a tutte le politiche eparlamentari pressioni, non possa fra pochi anni far rimpiangere le passateconvenzioni con grandi concorrenti imprese private; così dubito se, scendendodi un grado dallo esercizio nazionale a quello municipale, gli interessi e lecomodità di Roma saranno appagati col tuffo nella municipalizzazione».

Perchédunque scegliere di assumere a metafora di buona amministrazione soltantoNathan e non tutta la giunta? E soprattutto perché non guardare piuttosto che aun «eroe borghese liberale», al riformista socialista di levaturainternazionale che fu Giovanni Montemartini?
Lasinistra romana rinata all'indomani del fascismo, fece propria l'esperienzadella giunta Nathan, scegliendo di riutilizzare la denominazione di «Blocco delpopolo» per la coalizione che vide insieme i comunisti guidati da Aldo Natoli,socialisti e azionisti. Ma lo fece guardando all'esperienza complessiva diquella giunta, non alla sola personalità del sindaco. Chi invece recuperòNathan nel discorso pubblico sulla città fu Marco Pannella nel 1993, cheappuntò l'attenzione innanzitutto sul suo anticlericalismo.

Ilperiodo della giunta Nathan è importante nella storia di Roma. Ma, in verità,per capire fino in fondo l'ambito amministrativo, politico e sociale dellacapitale all'inizio del Novecento occorre che gli storici ricostruiscanol'intera storia amministrativa cittadina dalla fine dell'Ottocento fino algovernatorato fascista. E occorre che studino ancora questa giunta a partiredalle carte d'archivio, e non a partire da un'idea o da un'interpretazione,perché nel mestiere di storico non c'è scorciatoia al documento. Nathan è statostudiato sui verbali del consiglio comunale, meno sui verbali della giuntamediante i quali si possono articolare meglio le posizioni dei componenti, enon a sufficienza sull'ampia e vivace stampa romana, attraverso la quale puòemergere con più chiarezza la battaglia politica piena di sfaccettature nellacapitale. Si può dunque augurare buon lavoro a chi vorrà farlo.

«l’Italia resta un paese in cui non sono bastati ancora i ripetuti appelli del Presidente della Repubblica per approvare una legge che naturalizzi i figli di stranieri nati sul suo territorio. Sono ancora forti le barriere culturali da abbattere, pur nell’epoca delle grandi migrazioni e del superamento degli Stati-nazione, se si vuole impedire che i dodici milioni di apolidi senza diritti si moltiplichino a dismisura».

La Repubblica, 25 gennaio 2013
CI FU un tempo in cui, tra ragazzi, faceva colpo: «Davvero sei apolide? Cittadino del mondo, piacerebbe anche a me!». In Italia c’ero arrivato che non avevo ancora tre anni, grazie a un passaporto panamense che mio padre si era procurato in Libano chissà come. Naturalmente quel documento diventò presto carta straccia, e dovetti pazientare la bellezza di trent’anni prima di conquistare l’agognata cittadinanza italiana per via matrimoniale. Nel frattempo avevo studiato e trovato lavoro, pagavo le tasse e mi ero sottoposto alla visita di leva militare (riformato), ma sempre relegato nel limbo che i francesi definiscono con efficace brutalità: apatride. Per la verità anche oggi che mi sento fino in fondo italiano, e guai a chi ne dubita, rivendico il diritto di custodire altre patrie nel mio cuore: Israele e il Libano, la Galizia ebraica cancellata e ripartita fraPolonia e Ucraina.Naturalmente quel documento diventò presto carta straccia, e dovetti pazientare la bellezza di trent’anni prima di conquistare l’agognata cittadinanza italiana per via matrimoniale. Nel frattempo avevo studiato e trovato lavoro, pagavo le tasse e mi ero sottoposto alla visita di leva militare (riformato), ma sempre relegato nel limbo che i francesi definiscono con efficace brutalità:apatride,cioè senza patria. Per la verità anche oggi che mi sento fino in fondo italiano, e guai a chi ne dubita, rivendico il diritto di custodire altre patrie nel mio cuore: Israele e il Libano, la Galizia ebraica cancellata e ripartita fra Polonia e Ucraina… Se sulla copertina del mio prezioso passaporto italiano non comparisse anche la scritta Unione Europea, la vivrei come una mutilazione di legittime identità plurali.

È la storia da nulla di un apolide fortunato, quella che ho vissuto. Niente al confronto dell’odissea recata in sorte dai capricci della storia a dodici milioni di persone nel mondo contemporaneo. Basta davvero poco per ritrovarsi sospesi nel nulla, privi dei diritti di cittadinanza, su questa terra. Basterebbe considerare le vaste regioni europee e del Sud Mediterraneo che nel corso dell’ultimo secolo hanno cambiato cinque o sei volte sovranità statale. I miei nonni nacquero sudditi dell’impero austro-ungarico in una terra divenuta successivamente polacca, sovietica, annessa al Terzo Reich germanico, di nuovo sovietica, ora ucraina. Fate un po’ i conti, ci sono vecchi che le hanno passate tutte.

Ma senza andare troppo lontano pensate ai figli dei profughi delle guerre balcaniche fuggiti in Italia. Nati nella nostra penisola, migliaia di loro hanno scoperto che il passaporto jugoslavo dei loro genitori era diventato inservibile: né le nuove entità statali bosniache, serbe, slovene, croate erano disposte a riconoscerli come titolari di un’origine certa. Così l’Italia s’è riempita di nuovi apolidi e li ha lasciati marcire a bagnomaria, spesso privi anche solo di residenza, non parliamo di certificato di nascita, magari perché alloggiati nei centri di raccolta dove nel frattempo ciabituavamo a chiamarli nomadi. Come se il nomadismo fosse una loro scelta. Sono cresciuti senza documenti e pieni di rabbia, letteralmente spaesati. In Slovenia è toccato così a 25mila cittadini di essere depennati così dall’anagrafe. Li chiamano, semplicemente, i “cancellati”. Una parola che non lascia margine a equivoci. Un sopruso che per fortuna la Corte europea per i diritti umani ha dichiarato illegale.
Se poi allarghiamo lo sguardo ai territori più lontani divenuti teatro di guerre etniche e tribali, dal Bangladesh alla Birmania, dal Kuwait all’intero continente africano, la spoliazione per decreto della cittadinanza si rivela essere prassi odiosa ma sistematica. Riguarda milioni e milioni di persone: gli “scarti umani” rinchiusi nei campi profughi, ma anche popolazioni residenti considerate intruse dai dominatori. Si tratta magari di luoghi in cui il concetto moderno di nazionalità e cittadinanza è sempre rimasto sfumato, sicché l’apolidia s’impone come una nuova gabbia incomprensibile. Lungi dal definire la possibilità affascinante di essere transazionali, cittadini del mondo, titolari di origini e identità molteplici, condanna i malcapitati all’antica condizione di paria. Privi di diritti elementari come l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, alla proprietà. Vietato contrarre matrimonio, registrare la nascita di un figlio, viaggiare e, tanto meno, votare.

Tutto questo io non l’ho vissuto: l’inclusione nel Belpaese che m’è toccato in sorte, sia pure con estremo ritardo, alla fine ha prevalso. Ma l’Italia resta un paese in cui non sono bastati ancora i ripetuti appelli del Presidente della Repubblica per approvare una legge che naturalizzi i figli di stranieri nati sul suo territorio. Perfino l’attuale ministro degli Interni s’è opposta, sostenendo in tv che altrimenti diventeremmo la meta facile di troppe donne incinte! A dimostrazione che sono ancora forti le barriere culturali da abbattere, pur nell’epoca delle grandi migrazioni e del superamento degli Stati-nazione, se si vuole impedire che i dodici milioni di apolidi senza diritti si moltiplichino a dismisura. Mentre i nostri ragazzi si sentono sempre di più cittadini del mondo e — ignari — provano tuttora una certa invidia per chi può fregiarsi del titolo di apolide

«La Repubblica, 23 gennaio 2013
Impressionante il mutismo che regna, alla vigilia delle elezioni in Italia e Germania, su un tema decisivo come la guerra. Non se ne parla, perché i conflitti avvengono altrove. Eppure la guerra da tempo ci è entrata nelle ossa. Non è condotta dall’Europa, priva di un comune governo politico, ma è ormai parte del suo essere nel mondo. Se alla sterminata guerra anti-terrorismo aggiungiamo i conflitti balcanici di fine ’900, sono quasi 14 anni che gli Europei partecipano stabilmente a operazioni belliche. All’inizio se ne discuteva con vigore: sono guerre necessarie oppure no? E se no, perché le combattiamo? Sono davvero umanitarie, o distruttive? E qual è il bilancio dell’offensiva globale anti-terrore: lo sta diminuendo o aumentando? I politici tacciono, e nessuno Stato europeo si chiede cosa sia quest’Unione che non ha nulla da dire in materia, concentrata com’è sulla moneta. L’Europa è entrata in una nuova era di guerre neo-coloniali con gli occhi bendati, camminando nella nebbia.

Le guerre – spesso sanguinose, di rado proficue – non sono mai chiamate per nome. Avanzano mascherate, invariabilmente imbellite: stabilizzeranno Stati fatiscenti, li democratizzeranno, e soprattutto saranno brevi, non costose. Tutte cose non vere, nascoste dalla strategia del mutismo. A volte le operazioni sono decise a Washington; altre volte, come in Libia, son combattute da più Stati europei. Quella iniziata il 12 gennaio in Mali è condotta dalla Francia di Hollande, con un appoggio debole di soldati africani e con il consenso – ex post – degli alleati europei. Nessun coordinamento l’ha preceduta, in violazione del Trattato di Lisbona che ci unisce (art. 32, 347). Quasi automaticamente siamo gettati nelle guerre, come si aprono e chiudono le palpebre. La mente segue, arrancando. C’è perfino chi pomposamente si chiama Alto rappresentante per la politica estera europea (parliamo di Katherine Ashton: quando sarà sostituita da una personalità meno inutile?) e ringrazia la Francia ma subito precisa che Parigi dovrà fare da sé, «mancando una forza militare europea». Fotografa l’esistente, è vero, ma occupando una carica importante potrebbe pensare un po’ oltre.

Molte cose che leggiamo sulle guerre sono fuorvianti: simili a bollettini militari, non sono discutibili nella loro perentoria frammentarietà. Invitano non a meditare l’evento ma a constatarlo supinamente, e a considerare i singoli interventi come schegge, senza rapporti fra loro. Anche in guerra prevalgono esperti improvvisati e tecnici. L’interventismo sta divenendo un habitus europeo, copiato dall’americano, ma di questa trasformazione non vien detta lastoria lunga, che connetta le schegge e rischiari l’insieme. Manca un pensare lungo e anche ampio, che definisca chi siamo in Africa, Afghanistan, Golfo Persico. Che paragoni il nostro pensare a quello di altri paesi. Che studi la politica cinese in Africa, così attiva e diversa: incentrata sugli investimenti, quando la nostra è fissa sul militare. Scarseggia una veduta cosmopolita sul nostro agire nel mondo e su come esso ci cambia.

Una vista ampia e lunga dovrebbe consentire di fare un bilancio freddo, infine, di conflitti privi di obiettivi chiari, di limiti spaziali, di tempo: che hanno dilatato l’Islam armato anziché contenerlo, che dall’Afghanistan s’estendono ora al Sahara-Sahel. Che nulla apprendono da errori passati, sistematicamente taciuti. I nobili aggettivi con cui agghindiamo l’albero delle guerre (umanitarie, democratiche) non bastano a celare gli esiti calamitosi: gli interventi creano non ordine ma caos, non Stati forti ma ancora più fallimentari. Compiuta l’opera i paesi vengono abbandonati a se stessi, non senza aver suscitato disillusione profonda nei popoli assistiti.

Poi si passa a nuovi fronti, come se la storia delle guerre fosse un safari turistico a caccia di esotici bottini. Il Mali è un caso esemplare di guerra necessaria e umanitaria. In questo decennio l’aggettivo umanitario s’è imbruttito, ha perso l’innocenza, e annebbia la storia lunga: le politiche non fatte, le occasioni mancate, le catene di incoerenze. Era necessario intervenire per fermare il genocidio in Ruanda, nel ’94, e non si agì perché l’Onu ritirò i soldati proprio mentre lo sterminio cominciava. Fu necessario evitare l’esodo – verso l’Europa – dei kossovari cacciati dall’esercito serbo. Ma le guerre successive non sono necessarie, visto che manifestamente non fermano i terroristi. Non sono neppure democratiche perché come si spiegano, allora, l’alleanza con l’Arabia Saudita e l’enormità degli aiuti a Riad, più copiosi di quelli destinati a Israele? Il regno saudita non solo non è democratico: è tra i più grandi finanziatori dei terrorismi.

La degenerazione del Mali poteva essere evitata, se gli Europei avessero studiato il paese: considerato per anni faro della democrazia, fu sempre più impoverito, portandosi dietro i disastri delle sue artificiali frontiere coloniali. Aveva radici antiche la lotta indipendentista dei Tuareg, culminata il 6 aprile 2012 nell’indipendenza dell’Azawad a Nord. Per decenni furono ignorati, spregiati. Per combattere un indipendentismo inizialmente laico si accettò che nascessero milizie islamiche, ripetendo l’idiotismo esibito in Afghanistan. Sicché i Tuareg s’appoggiarono a Gheddafi, e poi agli islamisti: unico punto di riferimento, furono questi ultimi a invadere il Nord, all’inizio 2012, egemonizzando e stravolgendo – era prevedibile – la lotta tuareg. È uno dei primi errori dell’Occidente, questa cecità, e quando Prodi approva l’intervento francese dicendo che «non esistevano alternative all’azione militare», che «si stava consolidando una zona franca terroristica nel cuore dell’Africa», che gli indipendentisti «sono diventati jihadisti», dice solo una parte del vero. Non racconta quel che esisteva primche la guerra fosse l’unica alternativa. I Tuareg non sono diventati terroristi; blanditi dagli islamisti, sono stati poi cacciati dai villaggi che avevano conquistato. La sharia,nella versione più cruenta, è invisa ai locali e anche ai Tuareg (sono tanti) non arruolati nell’Islam radicale. Vero è che all’inizio essi abbracciarono i jihadisti, e un giorno questa svista andrà meditata: forse l’Islam estremista, col suo falso messianismo, ha una visione perversa ma più moderna, della crisi dello Stato-nazione. Una visione assente negli Europei, nonostante l’Unione che hanno edificato.

Ma l’errore più grave è non considerare le guerre dell’ultimo decennio come un tutt’unico. L’azione in un punto della terra ha ripercussioni altrove, i fallimenti in Afghanistan creano il caso Libia, il semifallimento in Libia secerne il Mali. Il guaio è che ogni conflitto comincia senza memoria critica dei precedenti: come scheggia appunto. In Libia il trionfalismo è finito tardi, l’11 settembre 2012 a Bengasi, quando fu ucciso l’ambasciatore Usa Christopher Stevens. Solo allora s’è visto che molti miliziani di Gheddafi, tuareg o islamisti, s’erano trasferiti nell’Azawad. Che la guerra non era finita ma sarebbe rinata in Mali, come in quei film dell’orrore dove i morti non sono affatto morti.

È venuta l’ora di riesaminare quel che vien chiamato interventismo umanitario, democratico, antiterrorista. Un solo dato basterebbe. Negli ultimi sette anni, il numero delle democrazie elettorali in Africa è passato da 24 a 19. Uno scacco, per Europa e Occidente. Intanto la Cina sta a guardare, compiaciuta. La sua presenza cresce, nel continente nero. Il suo interventismo per ora costruisce strade, non fa guerre. È colonialismo e lotta per risorse altrui anch’esso, ma di natura differente. Resilienza e pazienza sono la sua forza. Forse Europa e Stati Uniti si agitano con tanta bellicosità per contendere a Pechino il dominio di Africa e Asia. È un’ipotesi, ma se l’Europa cominciasse a discutere parlerebbe anche di questo, e non sarebbe inutile.

Un resoconto di Sandro Medici sul convegno su uno dei due grandi sindaci che ebbe Roma nel secolo scorso e una cronaca di Ylenia Sina sulla contemporanea manifestazione: riflessione e azioni vicine per fare una politica non politicante.

Il manifesto, 21 gennaio 2013

Cent'anni fa, il futuro
di Sandro Medici
I trasporti, la scuola, i diritti sociali: un secolo fa, gli stessi problemi Di anni ne sono trascorsi ben cento. E cento sono proprio tanti. In politica, è un'era: da un inizio secolo all'altro. Eppure ad ascoltare gli interventi, le suggestioni, le argomentazioni, perfino le ricostruzioni storiche, che ieri mattina si sono snodati nella Casa dell'Architettura a Roma sembrava proprio di parlare del presente, di come questa città continui a rappresentare un problema capitale e di come sia possibile (e giusto) governarla meglio, aiutarla a liberarsi dai suoi cronici mali. Passione politica e tensione culturale sono stati i principali ingredienti che hanno animato il convegno "Ernesto Nathan 1913-2013, la storia e il futuro di Roma". Un'iniziativa nata dall'intuizione di un gruppo di intellettuali, spinti dal desiderio di riproporre l'esperienza di un grande e anomalo sindaco nell'imminenza della nuova stagione politica che si avvierà in primavera a Roma, sulle macerie dell'amministrazione della destra di Alemanno. Maria Immacolata Macioti ed Enrico Pugliese, Pierluigi Sullo e Vincenzo Naso, Antonello Sotgia e Roberto Musacchio, Vezio De Lucia e Anna Pizzo, Rossella Marchini e Roberto Magi, con il contributo di altri e altre, hanno voluto insomma rileggere un passato straordinariamente stimolante per sollecitare una riflessione che dovrebbe tratteggiare una prospettiva futura. Cercando di scuotere una discussione cittadina, in verità piuttosto modesta, se non direttamente manchevole e reticente. «Su Ernesto Nathan c'è stata una sistematica e colpevole rimozione», ha spiegato Valentino Parlato. Un sindaco ebreo, massone e molto mazziniano è stato imprigionato in una parentesi della storia, in una sorta di incidente eretico lungo una traiettoria costantemente connotata dalla subalternità alla rendita e dalla subordinazione al comando vaticano (più temporale che spirituale). Certo, con l'eccezione delle giunte rosse tra gli anni settanta e ottanta, con i sindaci Argan, Petroselli e Vetere, con la travolgenti attività dell'indimenticato Renato Nicolini: unica esperienza lungo quest'ultimo secolo che a più riprese ha saputo contrastare ed erodere il sistema di potere capitolino. Parlare di Nathan oggi, ha osservato Alessandro Portelli, è la dimostrazione di come la memoria storica si trasformi in battaglia politica, in conflitto sociale. C'è da impallidire dalla vergogna (come ha rilevato Clotilde Pontecorvo), se si paragona il programma di estensione del sistema scolastico comunale sviluppato da Nathan all'attacco alla scuola pubblica che negli ultimi tempi sta devastando il paese. Si resta allibiti di fronte all'intelligenza delle politiche urbanistiche di cent'anni fa, oggi che Roma è praticamente ostaggio di immobiliaristi e finanzieri, potentati politici e faccendieri d'ogni categoria. Le lungimiranti riforme sui servizi cittadini strategici per l'acqua, l'energia, i trasporti, ecc., attraverso la costituzione di aziende municipali, è desolatamente stridente con le scelte di alienazione e privatizzazione delle grandi società comunali, Acea in testa. Ed è forse proprio qui, in questa profonda differenza tra quanto avviato allora e quanto oggi deteriorato, il principale contrasto politico che si dovrà agire in vista della prossima battaglia elettorale per il Campidoglio. A Roma non si deve più edificare nulla, niente di niente («Bisogna tracciare una linea rossa invalicabile», ha affermato Vezio De Lucia): la città è finita , ha raggiunto il suo limite di sostenibilità. Le risorse pubbliche, il patrimonio pubblico, le stesse aziende comunali appartengono alla città e a essa vanno restituite, non possono essere vendute per compensare i tagli assassini imposti da governi nazionali e continentali. Basta con le grandi opere e si avvii un'estesa rigenerazione dei tessuti urbani, un recupero dell'edilizia vuota e abbandonata, che è una vera e propria riserva, indispensabile per corrispondere ai molteplici bisogni sociali e culturali. Nathan fu insomma il sindaco che introdusse a Roma la modernità, una modernità laica e democratica, quand'ancora l'eco delle spingarde a Porta Pia non s'era del tutto assopita. Una modernità che viaggiava con i primi embrioni di welfare («Per la prima volta si parlava di diritti sociali», ha spiegato Catia Papa), con i primi correttivi di democrazia diretta attraverso i referendum, con i primi progetti di gestione e razionalizzazione del trasporto pubblico («Arrivarono i tram, magari ce ne fossero oggi», ha evocato Enzo Naso). Una modernità che forse oggi potrebbe tradursi in bisogno di contemporaneità («O di complessità», come ha chiosato Lorenzo Romito). Un impulso alla trasformazione radicale del sistema-città: non più centrifugo, espansivo e consumistico, ma invece centripeto, rivolto al recupero e al riuso; non più giganteggiante e scioccamente competitivo con altre città, votato alla rincorsa a chi realizza il grattacielo più lungo, ma al contrario introflesso e teso al lavoro di cura di morfologie e territori, al rilancio di economie tenui e redistributive nella cultura, nei servizi sociali, n
ell'agricoltura. Insomma, per Roma non sarebbe male costruirsi un futuro di cent'anni fa.

Roma - Casa, servizi, lavoro... «Riprendiamoci la città»
di Ylenia Sina

Diecimila persone ieri pomeriggio hanno sfilato per le strade di Roma con lo slogan «riprendiamoci la città». Movimenti per il diritto all'abitare, centri sociali, studenti, precari, sindacati di base, lavoratori della sanità, insieme a comitati cittadini, associazioni ambientaliste e movimenti per i beni comuni. Una manifestazione «che dimostra come il messaggio lanciato il 6 dicembre dai movimenti per il diritto all'abitare con l'occupazione contemporanea di sette stabili non è rimasta inascoltata, ma si è allargata a tutta la città» commenta Paolo Di Vetta dei Movimenti per l'abitare. Al centro della mobilitazione l'opposizione al pacchetto Alemanno 64 delibere urbanistiche in discussione in consiglio comunale, «un nuovo sacco di Roma» - la privatizzazione dei servizi pubblici, la difesa del lavoro e della scuola, la riaffermazione del diritto alla casa «in una città in cui è sembrata una provocazione indire un nuovo bando per le case popolari senza avere alloggi da assegnare». Sfidando un freddo pungente e insolito per Roma, i manifestanti partono da Piazza Vittorio. In testa al corteo il Coordinamento lavoratori della sanità di tutti gli ospedali di Roma «perché con i tagli e le politiche di austerità non sono diminuiti gli sprechi ma solo i servizi», denuncia una lavoratrice del Cto. Di seguito, il Coordinamento romano acqua pubblica, i precari della scuola, Legambiente Lazio che ha aderito alla giornata di protesta «per bloccare il cemento di Alemanno che cancellerà ettari ed ettari di agro romano». Poi i movimenti per il diritto all'abitare, in migliaia a formare un biscione compatto di persone che avanza per il centro cittadino. «Non è questo il colore che voglio nella mia città», si legge su tanti cartelloni grigi nelle mani dei manifestanti. Tra loro, anche le «nuove occupazioni» del 6 dicembre scorso. «Questa manifestazione chiede con forza di ribaltare l'agenda della città mentre ricostruisce una coalizione di forze sociali che saprà imporre a chiunque vorrà governare un nuovo modello di sviluppo», dice Andrea Alzetta, consigliere comunale di Roma in Action. La manifestazione prosegue tranquilla in direzione dei Fori Imperiali. «La nostra forza è nel numero» dicono in molti tra le file del corteo indicando un lungo tratto di via Cavour pieno di gente. Qui un enorme striscione del Coordinamento cittadino per l'acqua pubblica lancia una mobilitazione per il 25 gennaio alle 11 a Fontana di Trevi «sotto le finestre dell'Autority che ha reintrodotto in bolletta quanto cancellato con il referendum». Intanto, un gruppo di attivisti "sanziona" con dei fumogeni un albergo di lusso: occupy suite , viene chiamata l'azione. La coda del corteo è animata dalle bandiere dell'Unione sindacale di base, in piazza con uno spezzone numeroso, preceduto da quello del Comitato No Debito. «I tagli ai servizi e le politiche di spending review peggiorano la vita dei lavoratori che sono anche cittadini e abitanti di questa città» commenta Guido Lutrario dell'Usb. In piazza anche diversi politici: da Luigi Nieri, ex consigliere regionale di Sinistra ecologia e libertà, tra i nomi in lista nelle primarie del centro sinistra per le comunali di Roma, al candidato sindaco e presidente del decimo municipio Sandro Medici, che ribadisce «la necessità di bloccare le concessioni edilizie e l'espansione di una città che deve iniziare a puntare su politiche di recupero dell'esistente». Presenti anche il consigliere regionale del Pdci Fabio Nobile e quello provinciale di Sel Gianluca Peciola. Intorno alle cinque e mezza i manifestanti raggiungono piazza Santi Apostoli dove il corteo si scioglie. «Una bella risposta contro i poteri forti di questa città», commentano gli organizzatori. Prossimo appuntamento, venerdì pomeriggio all'occupazione di via delle Province.

Chissà se dalla tragedia di Taranto su riuscirà almeno a comprendere che lo “sviluppo” e la “crescita” l’ideologia e la prassi del modello economico-sociale vigente, sono mortiferi, e che il “miracolo” necessario oggi è mettere al centro delle decisioni il territorio nella completezza dei suoi aspetti. Le notizie del giorno rivelano che sono ancora lontani da questa consapevolezza quanti si agitano sul palcoscenico elettorale, cioè i futuri decisori.

La Repubblica, 19 gennaio 2013

LO STILLICIDIO dei giorni del-l’Ilva ha un calendario di attese e strappi. Benché la tensione sia altissima, non è ancora avvenuto il passaggio dalla mobilitazione delle minoranze attive in fabbrica e in città, all’irruzione dei senza parte, di chi si batterà per la sopravvivenza.

Materia per i sociologi dell’ordine pubblico. Di chi sente di avere arte e parte, colpisce l’adesione a un copione irrigidito, senza che si intravveda un gesto spiazzante, una mossa del cavallo. Vale per tutti, padroni e operai e cittadini e partiti e ogni quadrato della scacchiera.

Il caso più esemplare è quello della magistratura, e anzi della magistrata, cui compete l’ennesima risposta sul dissequestro del prodotto. Non è sola, e la Procura ha promosso i suoi pronunciamenti: ma è lei a decidere. E al di là delle competenze ci sono i simboli, e l’acciaio la fabbrica e i suoi addetti sono uomini – come quelli della Marina Militare, dai “petti più forti del ferro che cinge le nostre navi” – mentre la città stretta fra gli uni e gli altri è donna. È impossibile mettersi nei panni di una persona, donna e giudice, sulla quale le cose rotolando vogliono addossare la responsabilità di decidere con un sì o un no delle sorti dell’intera siderurgia italiana. La giudice Todisco rischia d’esser sequestrata anche lei da un ruolo proprio e da un’aspettativa altrui, posizione la meno invidiabile. Per decidere di dissequestrare dovrebbe smentire, oltre che se stessa, quello che le sembra l’essenza e la lettera della legge. Confermandosi, non fa che adeguarsi alla parte che le spetta, avvenga quel che avvenga. Perché sia lei a rompere il cerchio vizioso, non ci sarebbe forse che una sua volontaria uscita di scena: rifiuto una responsabilità smisurata e impropria, e però confermo la fedeltà alla legge, dunque dissequestro e un momento dopo lascio. (È il conflitto fra etica della responsabilità e della convinzione, attribuito a Weber, che avrebbe preferito metterle d’accordo). Dico per dire, e per ribadire che il vicolo cieco stringe tutti e ciascuno.
La sensazione è di assistere alla fine di un’epoca. L’epoca è quella dell’acciaio. Si immagina che sia uno spettacolo grandioso, la fine di un’epoca: non lo è, non qui, non ora. E ci si chiede se davvero sia così fatale. L’acciaio non ha fatto il suo tempo, benché si pensi di poterlo congedare con quel Novecento che non si rassegna a sloggiare, come un vecchio inquilino moroso e fastidioso. L’acciaio è indispensabile anche nel nuovo millennio, e l’industria anche. Non lo si può più produrre allo stesso modo e con gli stessi costi. Non al modo e coi costi dell’Ilva tarantina. Ma la partita dell’acciaio italiano, e con lei tanta parte dell’economia industriale, non è giocata attraverso scelte argomentate: se la distanza fra Taranto e i suoi utilizzatori, già forte all’origine, non sia troppo forte quando le materie prime arrivano da altri continenti. O se impianti vecchi nella concezione e nell’ubicazione non debbano lasciare il passo a lavorazioni più sofisticate e pulite, i forni elettrici, gli acciai speciali. Invece, si va per consunzione.
Forse la conclusione era già inscritta nell’esordio, e deve corrispondergli, capovolta: come in una creazione alla rovescia. Quando, nel 1960, lo spirito di una “programmazione democratica” ai primi passi si incarnò nel progetto di insediare a Taranto il Centro siderurgico, la parola magica era il Salto. “Tutte le zone sottosviluppate richiedono un vero e proprio salto”.E, si specificava – erano le migliori intelligenze progressiste a sostenerlo, quel progetto aveva le firme di Guiducci, Fuà, Astengo, Dragone, e poi Saraceno, Giolitti, Sylos-Labini… – il “salto” non può farsi condizionare dal contesto, “l’iniziativa Italsider deve determinare una rottura in questo ambiente stagnante”. Spiegando i criteri dell’ubicazione, Paolo Radogna scriveva che “il Mezzogiorno non è propriamente un territorio, un’area sperimentata da secoli nelle sue colture e risorse…; il Mezzogiorno è il contrario di tutto ciò”, e impiegava parole ingenuamente coloniali: “…terre in parte ancora vergini e remote”. Ci ripensavo ieri mentre un tassista mi portava alle porte sbarrate della fabbrica presidiata e occupata, e diceva: “Ma vogliono far morire questa città, dopo averla devastata? Taranto esiste da prima di Roma…”. Ritornello futile, aggiornato però dalle pagine sulle sorti progressive che l’Italsider annunciava mezzo secolo fa. Non si trova, in quei progetti dettagliati dei migliori ingegneri ed economisti e urbanisti, alcun cenno ai veleni che la grande fabbrica – per 6 mila operai allora, poi diventati 20 e 30 mila, oggi 12 mila – avrebbe seminato: non si sapeva, non ci se ne curava. La parola bonifica era citata solo per nominare i lavori preliminari all’insediamento della fabbrica, le masserie da estirpare, gli ulivi da sradicare – 20 mila, 40
mila…
“Programmazione”, era la parola magica di allora: e non andrebbe forse recuperata, spogliata della magia e dell’ideologia che la facevano luccicare? Una Programmazione arrugginita, volta a fare un cammino all’indietro. Quello che vediamo giorno dietro giorno – i manifestanti alla Prefettura, operai dell’Ilva, delle ditte, camionisti, gli uni addosso agli altri, i blocchi alle porte e dentro la fabbrica colossale, gli annunci di chiusura – mostra come la gradualità negata alla partenza se ne vendichi, a mezzo secolo di distanza, con una gradualità negata e ingovernata all’arrivo. Il vicolo cieco di oggi è l’eco spenta dell’inno alla rottura, la dannazione alla chirurgia inscritta in quell’origine produttivista e “pesante”. Il decreto del governo finge una gradualità, la chiama “cronoprogramma” e finge anche che tre anni bastino: una de-programmazione nemmeno quinquennale, com’erano i Piani. Quando gli anni sono pochi in nome dell’urgenza, è perché la partita è destinata a chiudersi prima. Salvo che… Salvo che cosa? Che qualcuno, dal più basso al più alto, si mostri in grado di misurarsi con un caso decisivo e non ideologico di “decrescita”, di ripristino di dimensioni rispettose (si chiama tecnicamente “rispetto” la distanza che un’acciaieria deve tenere da una scuola elementare o da un gregge di pecore, e quella distanza è stata bruciata qui e altrove). Nessuna bonifica ripianterà quarantamila ulivi: ma intanto, su che cosa fare della fabbrica che chiude, le idee sono più opache ancora che sul come tenerla aperta. “Non c’è modo di tornare indietro perché il percorso è irreversibile”, scrivevano ancora quei programmatori, compiacendosi – generosamente, del resto – dei “tecnici venuti dal Settentrione”.
Ma se il “salto” non poteva avvenire, come loro spiegavano, che attraverso i poteri pubblici, anche il suo contrario ne ha bisogno. Gli ulivi e i greggi e la masserie erano ancora la natura, pur domestica, e natura non facit per saltus, in natura le cose non avvengono per salti. Reciprocamente, i salti non fanno per la natura. Tutto, di quell’epoca di dopoguerra, sapeva di arrembaggio: lo si chiamò infatti miracolo, il miracolo economico. La convalescenza dai miracoli è lunga e arrischiata.

Nell'occasione riproponiamo una riflessione di Michele Serra, che va al cuore del problema.

Il manifesto, 18 gennaio 2013.

Nella definizione di «impolitico» non c'è, ovviamente, nessuna volontà (né possibilità) di riferimento a Thomas Mann, il grande «impolitico» (o forse, meglio, «apolitico») degli inizi del Novecento. Molto più semplicemente la definizione è legata al dubbio, e dubbio reale, che ha colto l'autore di questa nota, relativamente alla sua capacità di comprendere davvero i nessi che legano il momento analitico al momento della sua traducibilità politica, a quell'aspetto comunemente indicato con il termine «tattica». Credo, infatti, di concordare, nella sostanza, con l'analisi di «fase ciclica» (da non confondere con l'analisi di «contingenza»), sviluppata in un periodo piuttosto lungo da autorevolissimi amici e compagni come Asor Rosa, Bevilacqua, Tronti.

Nella contingenza attuale queste personalità si sono assai impegnate perché tutti i «progressisti» convergano i loro voti verso la coalizione imperniata sul Pd con «in pancia Vendola» (Scalfari dixit). Lo stesso giornale che ospita questi miei scritti ha fatto un'evidente scelta in tale direzione. Quando personalità nei cui confronti si nutrono motivi assai giustificati di stima intellettuale, di condivisione analitica, fanno scelte politiche contingenti sulle quali sembra difficile concordare, credo sia giusto farsi prendere da dubbi, porsi domande. Non è possibile che lo sguardo di chi, come lo scrivente, è rimasto sempre esterno (a parte un brevissimo periodo della prima gioventù) alla pratica della politica, sia poco adatto per cogliere i criteri di priorità relativi alle necessità del momento attuale?
Ho sempre pensato che la sfera della politica abbia un largo grado di autonomia rispetto alla elaborazione teorica e culturale in genere, che non sia possibile, cioè, nessun processo di traducibilità diretta dell'una sfera nell'altra. Nello stesso tempo ho anche sempre pensato che la pur lunga ed articolata serie di mediazioni che le separa non possa contemplare una logica finale contraddittoria. Per questo, nonostante tutti i ragionevoli dubbi, le conclusioni a cui giungono i miei autorevolissimi amici e compagni non mi convincono.
1) «È necessaria un'affermazione netta delle forze progressiste e di sinistra (...) . Sarebbe un suicidio per tutte le forze che si ritengono progressiste e di sinistra disperdere le energie davanti al rischio che si costituisca al Senato una maggioranza diversa da quella della camera», così nell'appello Per l'unità dei progressisti (il manifesto 21/12/2012). Ribadisce Asor Rosa: «L'affermazione elettorale del centro sinistra di Bersani e Vendola è la condizione imprescindibile perché il percorso si avvii». Dove il percorso è quello che può portare alla formazione di una forza politica capace prima di «fronteggiare» poi «modificare» e «riconvertire in base a una diversa scelta», la «monumentale macchina dell'accumulazione» (il manifesto 29/12/2012)

Da notare il fatto che personalità intellettuali che sul piano analitico sono state, a ragione, acutamente critiche della validità conoscitiva della terminologia «progressista», ne ripropongano l'uso come orizzonte politico di uno schieramento, una sorta di identità comune per realtà culturali e politiche assai diverse. In questa maniera si finisce per mettere insieme due aspetti che possono agevolmente rimanere separati: a) la questione elettorale immediata, b) i percorsi di costruzione/ricostruzione di una sinistra non genericamente progressista. È ovvio che un governo Bersani è preferibile non solo ad una qualsiasi riedizione dell'orrore berlusconiano, ma anche, nonostante tutto, ad un nuovo governo Monti. Su tale piano lo schieramento di centrosinistra si provi a cercare un qualche rapporto con la lista di «Rivoluzione civile» per evitare il «pareggio» al Senato. La scelta di tattiche elettorali per favorire un risultato più avanzato è certamente da perseguire. L'esistenza ed il rafforzamento di un'area politica e culturale del tutto autonoma rispetto al centrosinistra rimane, però, elemento fondamentale di una prospettiva di ben più lungo periodo.

2) Cito ancora Tronti ed Asor Rosa. Il Tronti che sostiene che «una sinistra che non ha il coraggio di dichiararsi erede della storia del movimento operaio non merita di esistere». L'Asor Rosa che ritiene necessaria prima un'opposizione alla «monumentale macchina dell'accumulazione», poi un processo di riconversione «in base ad una diversa scelta». Che rapporto c'è tra il panorama analitico sotteso ad affermazioni di tal genere e l'indicazione di stringersi «a coorte» intorno al Pd? A mio parere nessuno. La relazione tra le due affermazioni suddette, invece, risulta estremamente chiara.

La storia del movimento operaio è stata moltissime cose insieme, ma ormai possiamo cogliere con tutta evidenza il significato profondo di una vicenda durata quasi due secoli. Il movimento operaio, nella molteplicità delle sue logiche organizzative, in maniera a volte consapevole a volte inconsapevole, si è manifestato come una forma della critica dell'economia politica operante nella complessa struttura dei rapporti sociali e politici. Proprio per questo ha potuto avere la funzione fondamentale di opposizione alla «monumentale macchina dell'accumulazione». Proprio per questo ha potuto, in parte, «civilizzare» le logiche maggiormente polarizzanti di alcune delle fasi di accumulazione capitalistica.

L'eredità di tale storia deve misurarsi, quindi, con le capacità che ha la dimensione analitica derivata dalla critica dell'economia politica di spiegare l'odierna fase di accumulazione, la fase del finanzcapitalismo. Ciò è necessario, ma con tutta evidenza non sufficiente. Senza i fondamentali nessi con le forme organizzative, politiche e sociali, oggi possibili, e nessi non contraddittori, il senso di quella storia è inevitabilmente perduto.

Ho davanti a me un recente libro di Piero Bevilacqua ("Il grande saccheggio. L'età del capitalismo distruttivo", Laterza, 2011). Si tratta di un testo assai interessante. Da notarsi in particolare, nella logica di questo articolo, il capitolo terzo su "I nuovi scenari del capitale". Un esempio felice e riuscito di utilizzazione della categoria marxiana della «caduta tendenziale del saggio del profitto» nell'analisi del capitalismo dei nostri tempi. Un Marx, dice Bevilacqua, che ha «la limpidezza e la presa sulla realtà di un nostro contemporaneo» (p.70). «La condizione attuale del capitalismo - argomenta l'autore - richiede trasformazioni radicali.» «Una riorganizzazione su base di massa e a scala progressivamente globale del conflitto sociale (...), mentre le forze che dovrebbero promuoverlo appaiono (...) rassegnate a gestire depressi orizzonti». (p. 82) Se leggiamo la Carta d'intenti del Patto dei democratici e dei progressisti troviamo la conferma immediata di quali siano le forze «rassegnate a gestire depressi orizzonti». E non per il carattere volutamente «realistico» e «moderato del testo» (realismo e moderazione fanno parte della necessità politica), bensì perché l'impianto analitico sotteso al documento è l'esatto rovescio di qualsivoglia presupposto culturale che mantenga anche un timido legame con l'economia critica.

Non c'è niente di dottrinario nel ricercare una relazione (come detto con tutte le mediazioni opportune) tra il modo di pensare il rapporto economia-società e le scelte di politica economica. Senza una sostanziale condivisione dei punti cardine del pensiero economico dominante non sarebbero state possibili scelte tanto fondamentali e tanto dirimenti come la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e l'accettazione del fiscal compact.

Piero Bevilacqua, al termine di un articolo fino a quel punto del tutto condivisibile ("A grandi passi verso la Grecia", il manifesto, 06/12/2012), ci chiede di non «dare credito alla carta di intenti delle primarie del centro sinistra». Di non guardare alle «parole», bensì alla «realtà». In sostanza, a suo parere, il Pd e Sel non applicheranno quello che scrivono e dicono, pena la distruzione dell'economia e della società italiane e, dunque, anche del senso della loro presenza. Ho molti dubbi sul fatto che Pd e Sel possano condividere tale punto di vista È vero che il mestiere di Bevilacqua e mio (quello di studiosi di storia) ci ha insegnato a leggere qualsiasi testo in «controluce», a non scambiare la «retorica» con la «prova». Nel caso specifico, però, mi pare che le «parole» e le «prove» del passato, anche assai recente, siano decisamente garanti dell'attendibilità di quel testo anche per il futuro. Ed inoltre la scelta di Giampaolo Galli e Carlo Dell'Aringa come candidati Pd di che cosa è «spia»? Galli e Dell'Aringa non sono un Calearo qualsiasi, bensì autorevoli rappresentanti tanto del livello teorico che di quello pratico dell'economia mainstream. E questo è, appunto, il nodo dell'autonomia culturale (e dunque politica) della sinistra. Certo il tempo del «paradiso dei padroni», per dirla con Serge Halimi, mal si concilia con le retoriche dell' «assalto al cielo». Ma se non si rinuncia allo sforzo di «cercare ancora» nella critica dell'economia politica, possiamo comunque aspirare a qualcosa di diverso rispetto al «profumo di sinistra»

Postilla

Il problema è comprendere quale, dei risultati elettorali ragionevolmente ipotizzabili rendano meglio praticabile il compito, per la sinistra, di"cercare ancora", e sperabilmente trovare, la definizione di un'economia e una società diverse, nonché, e soprattutto, di individuare al tempo stesso le forze sociali capaci di costruirla.

«La Repubblica, 18 gennaio 2013

Nella società del pubblico chi gode di fama può svolgere un ruolo rappresentativo di milioni di persone. Senza essere stati scelti o votati, è proprio l’essere sotto i riflettori del mondo che rende quel che le celebrità sono e dicono rappresentativo. Questa funzione di rappresentanza simbolica è stata perfettamente svolta da Jodie Foster che ha usato il palcoscenico più globale e popolare – la cerimonia di assegnazione del Golden Globe – per fare un’opera di testimonianza che ha un valore immenso per la vita ordinaria di molti uomini e donne, in tutti i paesi del mondo. Premiata per il film Modern Family,di cui è attrice, regista e produttrice, Jodie Foster ha pronunciato un discorso di ringraziamento personale che ha lasciato senza parole (e commossi) tutti i presenti. Per la prima volta ha parlato esplicitamente della sua vita privata, dei figli e della compagna di vent’anni (“gli amori della mia vita”), e infine della sua decisione di vivere come single. Ringraziandola ha definito la compagna «la mia eroica co-genitrice, la mia ex partner in amore e sorella dell'anima per la vita». Jodie Foster ha fatto questa sua testimonianza poche ore dopo che le agenzie hanno fatto circolare le immagini della manifestazione parigina contro il riconoscimento delle coppie omosessuali e lesbiche, proposta dal governo Hollande.

Di qua dell’Oceano, e a dispetto della diagnosi dei sociologi che parlano di quella europea come di una società secolarizzata, la vita per chi non è “regolare” è e resta durissima. Non soltanto perché chi non è eterosessuale non gode degli stessi diritti di chi lo è (come poter ereditare, poter far visita al proprio partner in ospedale, poter avere figli riconosciuti), ma anche perché deve in aggiunta subire la gogna della discriminazione nella vita sociale ordinaria da parte di quei tanti concittadini che sono convinti di essere dalla parte giusta (e quindi maggioranza), spessissimo offensivi e violenti nel linguaggio e troppo spesso anche nei comportamenti con coloro che hanno solo una colpa: quella di fare scelte secondo la propria autonomia di giudizio. Un diritto che le consuetudini e soprattutto le religioni, dalla musulmana alla cattolica, non riconoscono e anzi stigmatizzano come causa di disgregazione della famiglia.
Che cosa è la discriminazione? È la condizione per la quale i “diversi” in qualche cosa sono discriminati dagli eguali che, in relazione a quella cosa, sono maggioranza. L'essere discriminati è una condizione di ingiustizia e di sofferenza. Perpetrata sia dal potere che dall’opinione. Da chi gestisce i poteri dello Stato, soprattutto dal potere politico quando si oppone a leggi che possono rendere giustizia a tutti egualmente; e dai cittadini ordinari con il loro comportamento sociale discriminatorio per ragioni di mentalità. La denuncia della discriminazione presume sempre una rivendicazione di eguaglianza di dignità e di considerazione (la premessa morale di eguale valore di tutte le persone) ed è una denuncia degli effetti perversi che può avere un rapporto non equilibrato di potere, per cui chi è fatto oggetto di discriminazione è generalmente la parte debole o perché meno numerosa e con basso potere di contrattazione. Se la discriminazione è perpetrata dagli organi di uno Stato democratico costituzionale, la vittima ha per legge il diritto di appellarsi contro decisioni giudicate discriminanti e di usare gli strumenti giuridici per poter difendere le proprie ragioni e nel caso di vittoria di essere risarciti per l'offesa subita – ma si tratta di un diritto che si scontra spesso con l’opinione della maggioranza che alligna anche nella mente dei giudici. A questa condizione formale fa spesso seguito una situazione concreta densa di cultura che rende il diritto all'eguale trattamento da parte della legge, cioè il non essere discriminati, meno certo di quanto sia desiderabile. Questo è il caso della legislazione sul riconoscimento delle coppie omosessuali e lesbiche.

Inoltre, la discriminazione può anche manifestarsi in forma di ingiustizia morale attraverso comportamenti offensivi verso ciò che una persona è, il modo in cui vive (se omosessuale, membro di una comunità nazionale, razziale, linguistica, o di una classe sociale). Essere discriminati nelle relazioni quotidiane e di vita sociale può voler dire avere difficoltà a trovare un lavoro, ad affittare una casa, a svolgere bene le proprie funzioni lavorative o professionali, avere accesso alla formazione educativa, e infine avere poca voce nella rappresentanza politica.

Per chi la subisce, la discriminazione è una ragione di sofferenza poiché seguita dalla solitudine di chi non ha sufficiente potere. Per questo la rappresentanza simbolica è molto importante. Perché tra le altre cose dà a chi è rappresentato il senso di non essere solo, di non essere un’esigua minoranza, di avere testimonial che possono spendersi per loro.

Lo sbocco di questa crisi sarà quello catastrofico che ebbe quella del 29? c'è da temerlo, se la politica delle istituzioni politiche e sociali continuerà ad essere sorda e cieca. Continuando così, Cassandra avrà ragione ancora una volta. Interviste di Anna Maria Merlo e Roberto Ciccarelli.

Il manifesto, 12 gennaio 2013

JEAN FITOUSSI

La crisi dell'Europa non è economica. È politica
di Anna Maria Merlo

Jean-Paul Fitoussi, economista keynesiano, professore all'Institut d'études politiques di Parigi, dall'89 al 2010 presidente dell'Ofce (Osservatorio francese delle congiunture economiche), è pessimista per l'Europa nel 2013. «Sono pessimista perché cerchiamo di risolvere un problema economico, mentre siamo di fronte a un problema politico - spiega - è come se volessimo cambiare la gomma di una macchina che non è sgonfia mentre ne sgonfiamo un'altra senza poi volerla cambiare. E' la ruota politica che non funziona e il motore non parte perché questa gomma è sgonfia».

Il 2013 si annuncia difficile come il 2012 per l'Europa?
Le politiche condotte in Europa in tutti i paesi e quelle già approvate con le finanziarie per il 2013 sono cattive politiche per rimediare ai problemi che contano di più per la gente, cioè la disoccupazione e il livello di vita. In Europa vengono condotte politiche pro-cicliche che non danno nessuna possibilità alla crescita economica. Quindi non danno nessuna possibilità alla soluzione del problema dell'occupazione. Ci sbagliamo di obiettivo: l'obiettivo finale delle società è il benessere, il lavoro, l'integrazione sociale, non il livello del deficit di bilancio. Ma tutte le politiche condotte in Europa hanno lo sguardo fisso sui deficit di bilancio. Non ci può essere un miracolo, come ha detto recentemente anche l'Fmi in questo modo non si risolve il problema dell'occupazione, ma lo si aggrava. Siamo in una situazione vicina alle reazioni che hanno fatto seguito alla crisi del '29.
I vari governi, specie nel sud d'Europa in difficoltà, raccontano che non possono fare nulla perché sono penalizzati dallo spread, dal differenziale del tasso di interesse con la Germania.
Lo spread è una questione artificiale creata dall'assenza di volontà politica in Europa di mutualizzare i debiti. Se fosse stata decisa la mutualizzazione del debito, ci sarebbe un titolo unico, e quindi non ci sarebbe spread».
Bisognerebbe dire questo ai tedeschi, già in campagna elettorale, che non vogliono pagare per i «fannulloni»?
Ai tedeschi bisognerebbe dire che sono i fannulloni a pagare per loro. In realtà i trasferimenti non vanno dalla Germania verso il sud, ma dal sud verso la Germania, perché il fatto che lo spread cresca al sud ha come contropartita un calo del tasso di interesse pagato dalla Germania, che permette ai tedeschi di ridurre il loro servizio del debito. E' come se il sud sovvenzionasse la Germania. Ma dal momento in cui non abbiamo obiettivi politici chiari da perseguire in Europa - un'unione o solo una confederazione - allora è il paese creditore che guida il gioco. E' la Germania soprattutto, con alcuni paesi del nord. George Soros aveva detto alla Germania: leave or lead, o uscite o fate un piano Marshall per la zona euro.
La disoccupazione sta diventando insostenibile, ma perché nessuno si muove?
La situazione attuale è profondamente instabile e può avere conseguenze sociali assolutamente drammatiche. La disoccupazione in certi paesi è più forte degli anni '30, è ampiamente al di sopra per quello che riguarda i giovani. Ma la gente non è capace di combattere, non ha più poteri per negoziare.
Hollande è stato una delusione? Perché sembra non riuscire ad attuare una politica europea più incisiva? E' terrorizzato anche lui dalla minaccia dello spread?
Hollande fa come Sarkozy, fa come dicono i tedeschi. La Francia ha paura dello spread. Adesso ha tassi di interessi bassi, ma teme che, se si dissocia dalla Germania, questi aumentino. Alla fine i governi, quando arrivano al potere, finiscono sempre per obbedire alle regole della Ue. Bisognerebbe che una maggioranza di governi europei avesse il coraggio sufficiente per opporsi alla Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda ecc. dovrebbero dire «basta».
A febbraio ci sono le elezioni in Italia. La questione del rispetto delle regole europee è al centro del dibattito. Ci sarà un margine di manovra, secondo lei, dopo la stretta di Monti?
L'Italia è il paese che per ora ha completamente soddisfatto il Fiscal Compact. Se prendiamo il deficit strutturale, è allo 0,7%, cioè molto vicino ai dettami del Fiscal Compact, che sono dello 0,5%. Sarebbe quindi il solo paese europeo ad avere la possibilità di mettere in atto un piano di rilancio. Eppure il problema dello spread non è risolto. In altri termini, l'Italia in teoria soddisfa i vincoli europei ma l'assenza di unione in Europa fa sì che nessun paese possa rilanciare l'economia, salvo la Germania. O si va avanti nel federalismo o non risolveremo il problema.
L'Europa se non va avanti può indietreggiare?
Stiamo già andando indietro. Il pil per abitante in Italia è di 9 punti più basso di quello del 2007. Stiamo andando indietro come mai era successo dagli anni '30.
La crisi degli anni '30 è sfociata nella guerra, non sarà pessimista fino a questo punto?
La grande differenza con gli anni '30 è che adesso il resto del mondo non segue la politica europea, mentre allora, fino al '33, fino al piano Roosevelt, tutti i paesi avevano adottato la stessa politica. Oggi è l'Europa ad affondare nel marasma, mentre gli Usa vogliono rilanciare la macchina.
Eppure Usa e Giappone hanno un debito pubblico ben più ampio dell'Europa...

l problema del debito pubblico non è difatti nato in Europa, dove è più basso degli Usa o del Giappone. Ma i paesi europei prendono a prestito con una moneta, l'euro, su cui non hanno nessun controllo. Gli Usa, che controllano la loro moneta, possono sempre rimborsare. Mario Draghi può cercare di risolvere il debito, ma è in una situazione delicata perché il Consiglio europeo non vuole che vada fino in fondo. Il Consiglio può accettare che la Bce agisca, ma impone al tempo stesso condizioni drastiche che affondano i paesi ancora di più nella recessione.

STEFANO RODOTA'
Il reddito di cittadinanza è un diritto universale
di Roberto Ciccarelli

«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo Il diritto di avere diritti - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?
Juncker ha mostrato più volte un'attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l'Ue si impegna a riconoscere il diritto all'assistenza sociale e abitativa e a garantire un'esistenza dignitosa ai cittadini. C'è un'assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall'approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c'è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all'esclusione sociale passi attraverso l'adozione del reddito di cittadinanza.
Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l'emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?
Ma perché l'Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell'economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell'Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l'economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L'Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt'altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?
Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt'altro che ascrivibili ad un'orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l'aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?
Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.
Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?
Ripristinare l'agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all'esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un'alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell'Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c'è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori.
Perché non dovrebbe accadere oggi?
Perchè forse allora c'era l'autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l'avanzata del movimento operaio. Oggi non è così...C'è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all'articolo 18 e contro l'articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.


Questo articolo ci era sfuggito, sorry! ma la questione è rilevante. Mi viene in mente una battuta della retorica di molto tempo fa: " L'anno scorso eravamo sull'orlo dell'abisso; quest'anno, finalmente, abbiamo fatto un passo avanti". Diremo così alla fine del 2013?

La Repubblica, 8 gennaio 2013

Non ci sono solo gli Stati Uniti. Anche l’Italia ha il suo baratro fiscale, come quello Usa di natura politica prima che economica. L’agenda Monti vi dedica ampio spazio, sebbene usi altri termini. In realtà il baratro l’ha aperto il Parlamento quando ha ratificato mesi fa – su proposta del governo Monti – il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento ecc. imposto da Consiglio europeo, Commissione e Bce. L’art. 4 prescrive: “Quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore.. del 60%... tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Il Trattato è già in vigore, ma in base a un precedente regolamento del Consiglio, l’inizio della riduzione del debito verso la meta del 60 per cento dovrebbe aver luogo solo dal 2015.
L’agenda Monti riprende quasi alla lettera tale prescrizione (punto 2, comma c). Si tratta a ben guardare del tema più importante sia della campagna elettorale che dell’azione del prossimo governo, quale esso sia. Il motivo dovrebbe esser chiaro. Ridurre davvero il nostro debito pubblico nella misura e nei tempi richiesti dal Trattato in questione è un’operazione che così come si presenta oggi ha soltanto due sbocchi: una generazione o due di miseria per l’intero Paese; aspri conflitti sociali; discesa definitiva della nostra economia in serie D. Oppure la constatazione che il debito ha raggiunto un livello tale da essere semplicemente impagabile, per la ragione che esso deriva sin dagli anni ‘60 non da un eccesso di spesa, bensì dalla accumulazione di interessi troppo alti. Quindi si dovrebbero trovare altre strade rispetto alle politiche attuate da Monti e riproposte dalla sua agenda.
Al fine di ripagare un debito a lunga scadenza in rate annuali è infatti essenziale una condizione: che il debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, abbia ogni anno delle entrate, per tutta la durata prevista, che siano almeno pari in media a quella di ciascuna rata del debito. Nel caso del debito pubblico italiano tale condizione base non esiste. Il Pil supera i 1650 miliardi, per cui il 60 per cento di esso ne vale circa 1000. Mentre il debito accumulato ha superato i 2000. Al fine di farlo scendere al 60 per cento del Pil come prescrive il Trattato, si dovrebbe quindi ridurre il debito di 50 miliardi l’anno per un ventennio. La cifra è di per sé paurosa, tale da immiserire tre quarti della popolazione. Ma il problema non è solo questo. È che l’interesse sul debito, al tasso medio del 4 per cento, comporta una spesa di 80 miliardi l’anno, la quale si somma ogni anno al debito pregresso. Ne segue che quest’ultimo non smette di crescere. Ora, se riduco il debito di 50 miliardi, avrò sì risparmiato 2 miliardi di interessi; però sui restanti 1950 miliardi dovrò pur sempre pagarne 78. Risultato: il debito è salito a 2028 miliardi (2000-50+78). L’anno dopo taglio il debito di altri 50 miliardi e gli interessi di 2. Però devo pagarne 76, per cui il debito risulterà salito a 2054. Chi vuole può continuare. Magari inserendo nel calcoletto un dettaglio: l’art. 4 del Trattato prescinde del fatto che il debito di un paese potrebbe col tempo aumentare di molto, per cui l’entità del ventesimo di rientro andrebbe alle stelle. L’Italia, per dire, potrebbe ritrovarsi a fine 2015 con un Pil di pocosuperiore all’attuale, ma con un debito che a causa dell’accumulo degli interessi ha raggiunto i 2200 miliardi. Così i miliardi annui da tagliare passerebbero da 50 a 60.
Le obiezioni da opporre a quanto rilevato sopra le sappiamo. Il raggiungimento di un discreto avanzo primario ha già permesso di ridurre la spesa degli interessi di 5 miliardi: lo ricorda anche l’agenda Monti. La riduzione del differenziale di rendimento a confronto dei titoli tedeschi permetterà altri risparmi. Dalla dismissione di grosse quote del patrimonio pubblico arriveranno fior di miliardi. Le spese dello Stato possono venire ridotte di parecchi altri punti; qualcuno parla addirittura di 5 punti per più anni, alla luce di una profonda teoria politica che si compendia col dire “bisogna affamare la bestia” (cioè lo Stato, cioè quasi tutti noi). Per finire con l’immancabile “a fine 2013 arriverà la crescita e il Pil riprenderà a salire”.
Ciascuna delle suddette obiezioni o è fondata sull’acqua, come la previsione di ricavare alla svelta decine di miliardi dalla dismissione di beni pubblici – vedi la sorte delle cartolarizzazioni di Tremonti – oppure sull’accettazione per i prossimi venti o trent’anni di politiche lacrime e sangue, ancora peggiori di quelle che hanno afflitto gli ultimi anni all’insegna dell’austerità.
Naturalmente il problema non riguarda soltanto l’eventuale ritorno al governo di Monti con la sua agenda. Riguarda più ancora i partiti come Pd e Sel, che le elezioni potrebbero pure vincerle, ma che hanno dichiarato di voler rispettare nell’insieme l’agenda in parola. Sono essi per primi a dover scegliere la strada per uscire dalle strettoie attuali. Da un lato si profila una grave regressione sociale e politica, oltre che economica, indotta dalla ricerca coattiva del mezzo per ripagare un debito ormai impagabile. Dall’altro bisogna riconoscere questa sgradevole realtà, e aprire con decisione una trattativa su scala europea per trovare modi meno iniqui socialmente per uscire dall’impasse del debito pubblico, il che non riguarda ovviamente solo l’Italia. Un riconoscimento al quale potrebbe seguire la ricerca dei modi per superare una contraddizione in verità non più tollerabile: una Bce che presta migliaia di miliardi alle banche (lo ha fatto, per citare un solo caso, tra novembre 2011 e febbraio 2012) all’1 per cento, ma non può fare altrettanto con gli stati. Per cui questi vendono obbligazioni alle banche, sulle quali esse percepiscono interessi tripli o quadrupli. È vero, l’art. 123 del Trattato Ue vieta alla Bce di prestare denaro direttamente agli Stati. Ma a parte il fatto che prima o poi tale articolo dovrà essere modificato, posto che esso fa della Bce l’unica banca centrale al mondo che non può svolgere le funzioni proprie di una banca centrale, si dovrebbe d’urgenza porre rimedio a tale inaudita contraddizione. Con il baratro fiscale di mezzo, la riduzione del debito pubblico a meno della metà è inconcepibile. Ma se l’Italia, per dire, potesse prendere in prestito dalla Bce, in forma obbligazionaria o altra, 1000 miliardi al tasso dell’1 per cento, come han fatto le banche europee nel caso precitato, allora potrebbe diventarlo. Pensiamoci. E magari proviamo a spiegare ai cittadini come si pone realmente per il prossimo futuro la questione del debito pubblico.
Corriere della Sera, 10 gennaio 2013

In attesa del dimezzamento dei parlamentari e della sparizione degli inquisiti, c'è già una categoria esclusa o quasi dal Parlamento: gli ambientalisti. Il Pd rinuncia a nomi storici come Roberto Della Seta, che condusse la battaglia dell'Ilva. Altri partiti non si sono neppure posti il problema. Quel che resta dei Verdi si dilegua nello schieramento guidato da Ingroia, senza essersi mai lontanamente avvicinato ai consensi e ai risultati raggiunti dai colleghi europei. Ma il problema non è solo di rappresentanza; è soprattutto di iniziativa politica. Nelle varie agende l'ambiente latita. La tutela del territorio, l'inquinamento delle città, persino le energie alternative passano in secondo piano. Certo, la crisi ingurgita tutto, mette le ragioni della produzione e dello sviluppo davanti al resto. Ma alla vigilia di elezioni decisive, la difesa dell'ambiente e della bellezza di un Paese prezioso e delicato come l'Italia dovrebbe essere al centro della discussione pubblica. Invece è diventato lo sfondo di profezie di malaugurio, seguite da allegrie di naufraghi scampati.

Negli altri Paesi non è così. In Germania i Grünen sono da venticinque anni il terzo partito, hanno governato per due legislature accanto all'Spd, guidano con Winfried Kretschmann un Land importante come il Baden-Württemberg, che oltre a essere stato uno storico feudo conservatore ospita il più grande polo automobilistico d'Europa. In Francia i Verdi hanno stabilmente risultati elettorali a due cifre, alle ultime Europee affiancarono i socialisti a quota 16%, e ora condividono vittorie e difficoltà con Hollande. In America, a parte le campagne di Al Gore, Obama ha voluto al governo Steven Chu, Nobel per la fisica grazie alle sue ricerche sulle energie verdi, e ha affidato l'agenzia per la protezione della natura e l'agenzia per il monitoraggio geologico a due leader storiche dell'ambientalismo come Lisa Jackson e Marcia McNutt. È vero che il presidente è accusato di non aver mantenuto le promesse sulla lotta all'effetto serra; ma le critiche vengono anche da destra, ad esempio dal sindaco miliardario di New York Bloomberg. Insomma, nel mondo i Verdi esistono e non sono confinati in una riserva, dialogano con i vari schieramenti, assumono responsabilità.
Sarebbe crudele paragonare tutto questo ai disastri di Pecoraro Scanio. La questione non è tanto che gli ambientalisti abbiano fallito nel formare il loro partitino, in aggiunta alle varie sigle postcomuniste e postfasciste che ci concederemo alle prossime elezioni. La questione è che non sono riusciti a ibridare i partiti veri. A diffondere le loro culture. A imporre un tema che attraversa tutti i campi della nostra vita quotidiana e della nostra attività, dalle politiche industriali alla sicurezza sul lavoro, dalla salute al turismo (possibile motore della ripresa italiana di cui anche si parla poco). Mentre ai cittadini il tema interessa moltissimo; infatti quando possono occuparsene lo fanno in massa e con determinazione, sia pure nella forma tranchante dei referendum, che riconduce temi complessi come la ricerca sul nucleare e le risorse naturali alla semplificazione talora eccessiva di un sì e di un no. Una volta ogni dieci anni gli elettori battono un colpo; poi la classe politica lascia ricadere lentamente le polveri. Anche così si amplia il distacco tra il Palazzo e il Paese.

«Secondo la teoria liberale compito fondamentale dello Stato è offrire piena parità nelle condizioni di partenza della competizione sociale. Da molti anni si sta consolidando una situazione di disuguaglianza crescente e la crisi non fa altro che aggravarla ulteriormente».

La Repubblica, 10 gennaio 2013
«Il miracolo che l’imposta patrimoniale è chiamata a compiere in Italia è davvero grande: niente meno che mutare a fondo la psicologia del contribuente». Queste parole scritte dal campione liberale Luigi Einaudi nel 1946 restano tuttora una prima e indispensabile chiave di lettura per cercare di spiegarsi il furore politico e la strumentalità demagogica che agitano oggi la campagna elettorale attorno al tema di un prelievo sulla ricchezza accumulata. Da economista acuto lo studioso, che sarebbe diventato governatore di Bankitalia e poi capo dello Stato, soggiungeva che con questa riforma fiscale si doveva porre fine della lunga era di incrementi continui delle imposte ordinarie sul reddito.

C’era, insomma, nel disegno einaudiano una duplice razionalità. La più evidente di stampo economico: prelevando più dai patrimoni che dai redditi, lo Stato avrebbe creato le condizioni migliori per un aumento della domanda ovvero di quei consumi che restano la fonte principale di stimolo alla crescita di investimenti e occupazione. Non meno importante, però, era anche la matrice etica della sua proposta che sottintendeva la necessità di riaggiustare nel senso di una maggiore equità sociale il carico fiscale sui contribuenti.

Va ricordato che, da autentico politico liberale, Luigi Einaudi era ossessionato dal principio della “eguaglianza dei punti di partenza” ritenendo che compito fondamentale dello Stato dovesse essere quello di offrire piena parità di condizioni nella competizione sociale. Illuminanti al riguardo le sue pagine a favore di un’imposta sulle successioni tale da assicurare il riassorbimento dei privilegi ereditari nel volgere di poche generazioni.

A quasi settant’anni di distanza le condizioni dello Stato fiscale tendono ad avvicinarsi – soprattutto per il peso abnorme del debito pubblico – a quelle dell’immediato dopoguerra in cui maturò la provocazione einaudiana. Ma non può certo dirsi che il dibattito politico sull’imposta patrimoniale abbia fatto grandi progressi. Nel frattempo c’è stato anche qualche esperimento di prelievo sulla ricchezza accumulata e però in forma straordinaria di imposizione limitata e abborracciata sotto la pressione dell’emergenza occasionale. Lo ha fatto il governo di Giuliano Amato quando nel settembre nero del 1992 ha dovuto fare cassa in tutta fretta mettendo le mani sui conti correnti degli italiani per scongiurare il “default” dello Stato. Ci ha riprovato ora, in condizioni d’urgenza analoghe, il governo di Mario Monti con la nuova Imu, che si prospetta come un embrione di imposta patrimoniale ma limitata alla ricchezza immobiliare e per giunta viziata dalla base d’appoggio su un impianto catastale che per le sue scandalose scorrettezze fa rimpiangere i solerti e occhiuti funzionari di Maria Teresa.

Oggi tanto il programma del centro sinistra quanto la cosiddetta Agenda Monti prevedono, sia pur genericamente, una forma di imposizione sul patrimonio. Ma la campagna elettorale in corso, anche attraverso le esagerazioni strumentali della demagogia, offre elementi importanti per capire le vere difficoltà che si oppongono nel nostro paese a una svolta in senso patrimoniale del regime fiscale. Quando il fronte berlusconiano fa una vera e propria chiamata alle armi dei ceti più abbienti contro ogni prelievo sui risparmi delle famiglie – come con qualche eccesso di disinvoltura viene classificata dalla destra la ricchezza accumulata al riparo dal fisco – non si limita arendere chiaro quanto si sia ancora lontani dal miracolo di una mutazione della psicologia del contribuente vagheggiato da Einaudi. Questa posizione riflette qualcosa di più profondo e tangibile di un’ostilità soltanto psicologica all’introduzione di un’imposta patrimoniale. Essa è lo specchio di un conflitto d’interessi economici concretissimi che mette le sue radici nella sempre più distorta distribuzione delle ricchezze che si sta consolidando da anni nella società italiana. C’è, insomma, un’altra chiave di lettura dello scontro politico in materia che ingloba, aggiorna e sporca di materialità storica l’astratta purezza ideologica della visione liberale einaudiana. Le statistiche più recenti indicano che in Italia il dieci per cento della popolazione possiede oltre il 45 per cento delle fortune censibili, mentre il 50 per cento degli italiani – ovviamente le famiglie meno abbienti – si deve accontentare di controllare non più del 10 per cento delle ricchezze complessive. Cosicché il rimanente 40 per cento della popolazione – che per comodità può definirsi ceto medio – dispone del restante 45 per cento di valori patrimoniali.

Questa mappa statistica, che la crisi economica sta facendo peggiorare di giorno in giorno in termini di crescente disuguaglianza, induce a reintrodurre nel dibattito politico-economico nozioni e concetti troppo sbrigativamente accantonati. In particolare, guardando a quella metà di italiani che possiede il dieci per cento delle fortune nazionali, torna di sicura attualità per molti di costoro il termine “proletario” che definisce la misera condizione di chi dispone come ricchezza soltanto dei propri figli. E di pari passo con il ritorno del proletariato e lo scivolamento di parte del ceto medio verso questa posizione marginale si riaffaccia un altro motore della storia invano esorcizzato negli ultimi decenni. Che è, come si direbbe in America, la lotta di classe, bellezza!

Tante sono le forme che può assumere un’imposta patrimoniale. Essa può essere reale, personale, immobiliare e/o mobiliare, permanente o straordinaria. Ma aldilà della sua migliore veste operativa, oggi in Italia deve avere come obiettivo principale una redistribuzione del carico fiscale che ponga rimedio a una distribuzione della ricchezza così socialmente iniqua da risultare nefasta – vedi il crollo dei consumi – per la crescita economica.

Secondo la teoria liberale compito fondamentale dello Stato è offrire piena parità nelle condizioni di partenza della competizione sociale. Da molti anni si sta consolidando una situazione di disuguaglianza crescente e la crisi non fa altro che aggravarla ulteriormente

Uno sguardo nelle pieghe ideologiche degli accordi tra i grandi poteri che governano l'Italia.

La Repubblica, 10 gennaio 2013

Esserecattolici e chiudere due occhi sull’immoralità del premier è stato possibile negli anni di egemonia berlusconiana. Oggi si assiste ad un altro connubio, forse meno impervio del precedente, quello tra cattolicesimo e liberismo. Così sembra di capire da queste prime battute della campagna elettorale. Da un lato un candidato premier, Mario Monti, che fa del liberismo la sua bandiera morale oltre che l’anima del suo programma politico, dall’altro la Chiesa di Roma che ne benedice la candidatura anche se intanto getta l’allarme sui poveri che aumentano di numero e auspica un governo più equo con i tagli e con le tasse. Questa tensione amichevole è un interessante esempio di quanto possa essere ricca di risvolti la relazione fra liberalismo e cattolicesimo

Ci sono certamente diversi tipi di liberalismo (come ci sono diverse declinazioni del cristianesimo cattolico), almeno tre: come filosofia liberale dei diritti civili, il liberalismo è affermazione della sovranità dell’individuo nelle decisioni morali e politiche, anche quando si tratta di valori ultimi, come la vita e la morte; come ordinamento costituzionale, stato di diritto e sistema di divisione e bilanciamento dei poteri o liberalismo politico; infine come dottrina economica centrata sull’interesse individuale e la libera competizione. In quest’ultimo caso, la visione liberale può diventare una vera e propria filosofia dell’autoregolamentazione del mercato e una dottrina compiuta secondo la quale la giustizia o è via mercato o non è, in quanto l’intervento statale di redistribuzione della ricchezza tende a disturbare il movimento economico invece di correggerlo per il meglio. Delle tre coniugazioni la prima e la terza sono le più interessanti per la questione che ci interessa.

La prima è certamente quella che più preoccupa la Chiesa perché riduce vistosamente l’autorità del magistero pastorale. Ad una prima impressione potrebbe sembrare che anche la terza incontri resistenze, poiché la giustizia sociale è un’importante acquisizione della dottrina cattolica moderna. Eppure, le cose sono più complesse, perché tra le declinazioni del liberalismo che meno si adattano alle esigenze della Chiesa vi è proprio quella che ha partorito lo stato sociale. Prima di tutto perché ha accresciuto il potere dello Stato rispetto a tutte le fonti di solidarietà e di carità non statali: le tasse hanno per anni preso il posto della beneficenza privata, i servizi pubblici quello dei servizi erogati dalla rete delle associazioni solidaristiche, e principalmente religiose. Quindi meno stato e più società civile – il cuore del liberismo – incontra prevedibilmente l’interesse della Chiesa.

Benché quindi ci possano essere diverse declinazioni di cristianesimo cattolico, una di queste può essere quella liberista. Il catto-liberismo (un termine non bello, ma efficace) tiene insieme il progetto di un dimagrimento dello stato sociale (a cui corrisponde una crescita delle funzioni dell’associazionismo cattolico, magari con l’incentivo pubblico) e la morale della misericordia per i poveri, i quali, dove la mano dello Stato non arriva, devono sapere di poter contare sulla carità cristiana. L’orgogliosa politica dei diritti sociali che si proponeva di emancipare i poveri facendone cittadini sembra non soddisfare né liberisti né cattolici, che così si trovano quasi naturalmente alleati, uniti dalla politica della sussidiarietà che rilancia (magari con l’aiuto del pubblico) la società civile.

L'ultimo libro di Stefano Rodotà, "Le metamorfosi del nuovo diritto" è un ulteriore sforzo nel tentativo di riguadagnare l'unitarietà di un mondo lacerato e diviso lavorando sui confini riannodando e ricucendo i margini delle diversità che pretendono la ricomposizione.

Il manifesto, 10 gennaio 2013

Norberto Bobbio aveva utilizzato la fortunata espressione «età dei diritti» per indicare la progressiva centralità conquistata, sia nel discorso pubblico che nella teoria giuridica e politica, dai diritti fondamentali. Con la stagione delle grandi Costituzioni europee del secondo dopoguerra, l'idea, radicata nella tradizione statalistica di gran parte del diritto pubblico, che i diritti fossero solo l'altra faccia dei doveri, una semplice espressione della forza dello Stato che li riconosceva e li garantiva, era stata definitivamente superata in nome di una nuova centralità dei diritti fondamentali della persona. La stessa tradizionale classificazione dei diritti nelle tre generazioni dei diritti civili, politici e sociali cominciava a diventare antiquata, sia per una notevole espansione dei diritti sociali stessi, sia per l'affacciarsi di diritti «nuovi», legati alle trasformazioni culturali, tecnologiche, ambientali.

Sul linguaggio, sulla teoria ma anche sulla dimensione dell'effettività concreta dei diritti fondamentali, torna oggi Stefano Rodotà, che in questo Il diritto di avere diritti (Laterza, pp. 433, 20 euro) offre una densissima cartografia del «mondo nuovo dei diritti», esplorandolo senza mai neutralizzarne la tensione di fondo: i processi globali comportano contemporaneamente, «un incessante riscrivere il catalogo dei diritti» e, insieme, il costituirsi di un campo mai pacificato, continuamente attraversato da conflitti, all'interno del quale l'inefficacia di larghe parti delle costituzioni e delle carte sovranazionali costituisce un persistente lato oscuro dell'età dei diritti. Le guerre umanitarie hanno, del resto, mostrato un'altra faccia terribile del discorso sui diritti, l'estrema facilità con la quale i diritti umani sono diventati strumento ideologico di giustificazione delle guerre dell'Impero.

Quando i confini mutano
Mosso da un'estrema consapevolezza di questi aspetti problematici del linguaggio dei diritti, Rodotà si confronta direttamente con quelle voci critiche che, ispirandosi a impostazioni di tipo realistico, non fanno mistero di nutrire un'esplicita diffidenza per le varie prospettive di costituzionalizzazione sovranazionale e per le dichiarazioni «di carta», sognando un ritorno alla centralità dell'autorità politica degli Stati e, spesso, della legge e dei parlamenti contro quella che considerano una pericolosa estensione dell'influenza delle Corti. Contro questo tipo di critiche, il testo di Rodotà chiama incessantemente, e in modo assolutamente convincente, all'esercizio di tutt'altro tipo di realismo: non si tratta di rimpiangere il territorio perduto, il senso protettivo delle identità consolidate, ma di saper abitare i continui attraversamenti, ridefinizioni e cancellazioni dei confini tradizionali. Allo stesso modo, nessuna nostalgia è possibile per un'idea semplificata della politica, che guardi all'antico decisore «sovrano», identificandolo tradizionalmente con la centralità dei Parlamenti nazionali: dalla natura reticolare e complessa dei poteri nessuno può pensare di uscire, in un tempo in cui le classiche «istituzioni della normazione», le assemblee legislative, perdono spazio a favore delle «istituzioni del rispetto e dell'attuazione», in primo luogo le Corti, nazionali e sovranazionali. In questo universo policentrico e multilevel, una saggezza realistica deve saper riconoscere che nei diritti e nella loro azionabilità in giudizio, più che nelle sedi tradizionali della decisione politica statuale, spesso, «si è rifugiata l'unica democrazia possibile in tempi di globalizzazione».

Questa lettura contiene materiali preziosi per contestare tutti quei discorsi che, dietro una pur salutare critica degli abusi della retorica dei diritti, nascondono evidenti nostalgie per concezioni neostatualiste, pensando magari di giocare un qualche imprecisato ritorno a un'autentica sovranità del «popolo» contro i nuovi assetti costituzionali complessi e policentrici. Rodotà sa mostrarci come le sovranità statali non siano scomparse, ma anche come il loro ruolo si sia radicalmente trasformato e come, in ogni caso, la forza del «politico» non abiti certo più da quelle parti. La lotta per il diritto, trasformatasi oggi in una diffusa lotta per i diritti, incarna molta più «politicità», anche se difficilmente localizzabile, di quella che anima i luoghi e i tempi classici della decisione politica.

Modelli non disincarnati

Il cuore di questo libro non sta tanto nel difendere il costituzionalismo dei diritti dalle critiche avanzate nel nome di ritorni semplificatori allo Stato o alla Sovranità, o a una presunta purezza del Politico. Le pagine teoricamente più dense girano piuttosto intorno a un'altra serie di critiche, di diversa ispirazione, che obiettano invece al discorso dei diritti un'eccessiva astrattezza e un'insostenibile pretesa di universalità, con il rischio di far scomparire la concretezza delle differenze e la molteplicità delle esperienze, e di ridurre la ricchezza delle pratiche sociali effettive entro modelli normativi disincarnati. Nel rispondere a questo tipo di obiezioni, la ricerca di Rodotà evidenzia con forza come il richiamo ai diritti oggi si muova su coordinate molto diverse da quelle che animavano la classica modernità giuridica. La norma, anche la norma giuridica, è sempre meno un modello «trascendentale» che si impone dall'alto a dar forma alla mutevolezza dell'esperienza, ma si presenta sempre più coinvolta, aperta, resa permeabile alle trasformazioni, alle differenze, alle metamorfosi. Le lotte femministe, l'emergere delle differenze e, ancor più complessivamente, l'emergere di un soggetto che non si presenta più come «compatto, unificante, risolto», ma che «si fa nomade», richiedono, infatti, un ripensamento complessivo dello schema su cui il discorso giuridico si è fondato nella modernità. Questa nuova materialità, questo riferirsi non più al soggetto giuridico «astratto» ma ai soggetti «di carne», costituisce l'autentico punto di forza della ripresa contemporanea del discorso dei diritti. È il costituzionalismo dei bisogni, come lo definisce Rodotà, che ha saputo ridefinire l'intero discorso dei diritti dentro la materialità delle differenze, dei conflitti e delle lotte.

Questo costituzionalismo materiale, che vive di persone incarnate e dei loro legami sociali, oltre la classica astrazione del «soggetto giuridico», richiede un deciso superamento della logica proprietaria. Il rapporto complesso tra persona e beni non è riassumibile né nella proprietà privata, né nella proprietà pubblica: la questione è invece quella dell'accesso ai beni fondamentali come diritto della persona, sganciato dalla titolarità della proprietà; un accesso non puramente «formale», che si affidi a logiche mercantili, ma che renda usufruibili i beni «senza ulteriori mediazioni». Si tratta di costruire lo spazio del «comune», dimensione decisamente al di là di individuo e Stato, sapendo bene anche che non si tratta di vagheggiare un ritorno alla logica chiusa della «comunità», ma piuttosto di immaginare uno spazio globale di valorizzazione piena dell'uguaglianza e della libertà. Così, le densissime pagine su vita e autodeterminazione, cyberspazio e identità personale e quelle, cruciali, sulla necessità di ripensare in termini innovativi il nesso tra vita, diritto e lavoro, verso la costruzione di una «democrazia del reddito universale», permettono di misurare tutta la forza di una simile proposta costituzionalista: probabilmente, il riformismo più avanzato che abbiamo oggi a disposizione.

Resta però tutto da discutere se anche questo costituzionalismo avanzato possa esaurire l'intero spazio delle lotte e delle rivendicazioni contemporanee. Lo stesso discorso di Rodotà mantiene una tensione con tutto ciò che continua a emergere anche fuori dallo spazio del processo di costituzionalizzazione dei diritti, che non a caso legge come un processo sempre aperto e tendenzialmente «infinito». Resta però urgente, a nostro parere, mantenere, anche dinanzi a una versione così avanzata del costituzionalismo e del discorso sui diritti, la possibilità di interrogazione critica sul costituzionalismo stesso, e sui limiti delle lotte che si pongono nei termini classici del «riconoscimento dei diritti».

Per esempio: è vero che lo spazio giuridico europeo, quello della carta dei diritti, contiene più di un'apertura valorizzabile nel senso di un costituzionalismo materiale dei bisogni; ma, allo stesso tempo, è difficile ignorare che la finanziarizzazione ha assunto oramai in questo spazio un ruolo sempre più a suo modo costituente (da vera e propria «rivoluzione dall'altro», come ha scritto più volte Etienne Balibar), che ha imposto trasformazioni decisive alle stesse costituzioni nazionali formali. In questo quadro, è difficile continuare a immaginare una costituzionalizzazione progressiva dei diritti, affidata all'attività, pur a volte sicuramente encomiabile, delle Corti europee. La ripresa della costruzione di uno spazio europeo dei diritti all'altezza delle sfide della «costituzione finanziaria», sembra in questo momento richiedere elementi di rottura costituente non pacificamente contenibili nella grammatica istituzionale dell'espansione dei diritti e negli spazi aperti dalla loro interpretazione.

I rischi elevati

E ancora: Rodotà conosce bene - e valorizza - tutte le forme di produzione informale di diritto, di istituzionalizzazione dei diritti attraverso soggetti e procedure diverse da quelle usuali nei processi politico-costituzionali. Legge però nelle ipotesi che si fondano su processi di autocostituzionalizzazione, di elaborazione di «costituzioni civili» settoriali - sostenute per esempio dal sociologo e giurista tedesco Gunther Teubner - un elevato rischio di non superare un certo elogio, piuttosto incapacitante, della frammentazione post-moderna. Rischio che esiste, e fa bene Rodotà a soffermarsi sulle dinamiche ricompositive in atto anche nei processi globali. Ma anche qui: siamo sicuri che i processi «sociali» di autonormazione incontrino inevitabilmente il destino della debolezza frammentaria e che quelli politico-istituzionali formalizzati conservino invece forza ricompositiva? Un costituzionalismo materiale, oggi, non potrebbe invece trovare nuova forza proprio nella capacità dei nuovi movimenti sociali di dar vita a processi autocostituenti, certo parziali, ma in grado di aprire sperimentazioni di democrazia post-rappresentativa e di mantenere una tensione permanente con gli spazi rappresentativi e politico-istituzionali «classici»?

Un costituzionalismo pur incarnato e materiale, pur sensibile alle trasformazioni della società della conoscenza e capace di installarsi su un terreno riformista ricco e denso, non esaurisce insomma gli spazi di innovazione e di conflitto che i movimenti sociali vanno aprendo. E se è vero che Marx, come ricorda opportunamente Rodotà, seppe leggere nella vittoria «legislativa» sull'orario di lavoro tutta la ricchezza di un avanzamento decisivo per il proletariato, è anche vero che per Marx quella vittoria non si rinchiudeva in un recinto giuridico acquisito, ma permetteva di riproporre, a un livello più alto, la connessione tra critica del diritto e critica dell'economia politica.

Così, il riconoscimento dei progressi democratici che si possono ottenere sul terreno di un costituzionalismo materiale avanzato, potrebbe coniugarsi con processi costituenti di critica radicale degli assetti costituzionali esistenti.

Un’analisi utile sebbene molto tecnica di uno strumento necessario in una realtà sociale che è divisa in “parti” ma non vuole affidare tutto il potere a una soltanto di esse. La recensione di “Forza senza legittimità”, la nuova analisi politica di Piero Ignazi .

La Repubblica, 10 gennaio 2013.

Ormai l’antipolitica è dovunque. È entrata nel linguaggio corrente della vita quotidiana e nel discorso “politico”. Un argomento usato dai leader politici a fini polemici. Tuttavia, il bersaglio dell’antipolitica non è la “politica” in quanto tale. Coincide, piuttosto, con i partiti. Che, in Italia, godono — si fa per dire — di pessima reputazione. Peraltro, è largamente condivisa la convinzione che la “malapolitica” condotta dai partiti costituisca un “male” tipicamente italiano, che si è propagato con particolare intensità negli ultimi anni. Piero Ignazi smentisce questa leggenda, ricostruendo la “storia” e la “geografia” del fenomeno in un saggio dal titolo esplicito e suggestivo: Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza, pagg. 153, euro 14). Dove l’autore descrive, con rara efficacia, il paradosso apparente espresso dai partiti. Oggi più che mai delegittimati, sfiduciati dai cittadini. Eppure, oggi più che mai, dotati di potere e di influenza, in ambito istituzionale, ma anche nel mondo sociale, nella vita quotidiana. Ignazi ridimensiona i ragionamenti di “senso comune” sull’argomento. La sfiducia verso i partiti non è un fatto recente, non riguarda il nostro tempo. E non è una specialità italiana. Dal punto di vista storico i partiti non hanno mai goduto di buona stampa. «La colpa», esordisce Ignazi, «è nel nome». Perché il partito deriva dal latino "partire". [nl senso di dividere - n.d.r.]. E, per questo, evoca la parzialità.

Per questo sono distinti dalle “fazioni”. Ma spesso ritenuti equivalenti e altrettanto faziosi. Così, secondo Hobbes, i partiti diventano «uno Stato nello Stato». E per questo «è dovere dei governanti disperderli». I partiti, cioè, vengono considerati veicoli di interessi particolari, in contrasto con l’interesse “generale”, con il “bene comune”. Ma sono molti altri i critici autorevoli dei partiti. Ignazi ne ripercorre le posizioni. Rammenta, fra gli altri, Alexis de Tocqueville, il quale ammette che «i partiti sono un male inerente ai governi liberi». Dunque, un male inevitabile, ma comunque, un male. Bisogna attendere il passaggio tra Otto e Novecento per assistere al cambiamento del clima d’opinione verso i partiti. E di riflesso al cambiamento del loro rapporto con la società. I partiti conoscono un’età dell’oro durante la prima metà del secolo trascorso. Quando si affermano i partiti di massa. Socialisti, comunisti, popolari. Rappresentano e mobilitano le masse, appunto. Stabiliscono un legame di identificazione e di identità con i loro elettori. Anche perché sono presenti sul territorio nella società. Inoltre, sono partiti di iscritti, dotati di un’ampia rete di volontari, ma anche di funzionari. Per garantire continuità ed efficacia alla loro azione. Per questo, dispongono di consenso sociale, ma al tempo stesso, si professionalizzano sempre più. E si evolvono in senso oligarchico. Per adattarsi alla complessità sociale diventano “pigliatutti”. Partiti elettorali, che non hanno più un target specifico e definito. Ma si rivolgono, appunto, a tutti gli elettori. Per questo, perdono le loro specificità ideologiche. «Degli iscritti, così come delle sezioni territoriali», appunta Ignazi, «non c’è più bisogno». I partiti, quindi si rifugiano nelle istituzioni e sui media. Diventano, cioè, partiti di cartello. «Agenzie pubbliche regolamentate e ufficializzate che - sottolinea l’autoredallo Stato traggono le loro risorse legalmente con il finanziamento pubblico e in maniera opaca attraverso il patronage ». Investono, cioè, nel controllo clientelare dell’opinione pubblica. Per questo, conclude Ignazi, «i partiti sono oggi in Europa molto più forti di un tempo».

In Europa, si badi bene. Perché queste tendenze non riguardano solo l’Italia. Ma coinvolgono tutti i principali paesi europei. Dalla Francia alla Germania. Dal Belgio all’Austria. Per non parlare delle nuove democrazie. Il partito è, dunque, divenuto “stato-centrico”. Ma si è indebolito sul territorio e nella società. Per questo la stima nei loro confronti è precipitata. Ciò li ha spinti a correre ai ripari. Allargando il richiamo alla volontà popolare, il ritorno agli iscritti. E agli elettori. In modo diretto. Attraverso le primarie. Ma anche, in alcuni casi, attraverso lo scambio diretto tra leader e popolo. In modo carismatico e populista.

Da ciò il problema di questa fase. Perché, scrive Ignazi, «non c’è scampo: senza i partiti non c’è democrazia. Se vogliamo un sistema democratico e pluralista dobbiamo tenerci dei partiti». Ma «questi » partiti, «hanno scambiato il potere con la fiducia ». Per reagire, conclude l’autore, i partiti dovrebbero «spossessarsi di tante delle risorse accumulate ». Una condizione necessaria ma non sufficiente. E, purtroppo, difficile da realizzare, con “questi” partiti. Così, il saggio di Ignazi appare utile, interessante. Ma anche amaro. Perché in fondo al tunnel, oltre il paradosso che produce forza senza legittimità, non si vede la luce.

Ilvo Diamanti

Perché non possiamo fare a meno dei partiti

Un’analisi utile ma molto tecnica di uno strumento necessario in una realtà sociale che è divisa in “parti” ma non vuole affidare tutto il potere a una soltanto di esse. La Repubblica, 10 gennaio 2013.

“Forza senza legittimità”, la nuova analisi politica di Piero Ignazi

Ormai l’antipolitica è dovunque. È entrata nel linguaggio corrente della vita quotidiana e nel discorso “politico”. Un argomento usato dai leader politici a fini polemici. Tuttavia, il bersaglio dell’antipolitica non è la “politica” in quanto tale. Coincide, piuttosto, con i partiti. Che, in Italia, godono — si fa per dire — di pessima reputazione. Peraltro, è largamente condivisa la convinzione che la “malapolitica” condotta dai partiti costituisca un “male” tipicamente italiano, che si è propagato con particolare intensità negli ultimi anni. Piero Ignazi smentisce questa leggenda, ricostruendo la “storia” e la “geografia” del fenomeno in un saggio dal titolo esplicito e suggestivo: Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (

Laterza, pagg. 153, euro 14). Dove l’autore descrive, con rara efficacia, il paradosso apparente espresso dai partiti. Oggi più che mai delegittimati, sfiduciati dai cittadini. Eppure, oggi più che mai, dotati di potere e di influenza, in ambito istituzionale, ma anche nel mondo sociale, nella vita quotidiana. Ignazi ridimensiona i ragionamenti di “senso comune” sull’argomento. La sfiducia verso i partiti non è un fatto recente, non riguarda il nostro tempo. E non è una specialità italiana.

Dal punto di vista storico i partiti non hanno mai goduto di buona stampa. «La colpa», esordisce Ignazi, «è nel nome». Perché il partito deriva dal latino

partire. [nl senso di dividere- n.d.r.]. E, per questo, evoca la parzialità.

Per questo sono distinti dalle “fazioni”. Ma spesso ritenuti equivalenti e altrettanto faziosi. Così, secondo Hobbes, i partiti diventano «uno Stato nello Stato». E per questo «è dovere dei governanti disperderli». I partiti, cioè, vengono considerati veicoli di interessi particolari, in contrasto con l’interesse “generale”, con il “bene comune”. Ma sono molti altri i critici autorevoli dei partiti. Ignazi ne ripercorre le posizioni. Rammenta, fra gli altri, Alexis de Tocqueville, il quale ammette che «i partiti sono un male inerente ai governi liberi». Dunque, un male inevitabile, ma comunque, un male. Bisogna attendere il passaggio tra Otto e Novecento per assistere al cambiamento del clima d’opinione verso i partiti. E di riflesso al cambiamento del loro rapporto con la società. I partiti conoscono un’età dell’oro durante la prima metà del secolo trascorso. Quando si affermano i partiti di massa. Socialisti, comunisti, popolari. Rappresentano e mobilitano le masse, appunto. Stabiliscono un legame di identificazione e di identità con i loro elettori. Anche perché sono presenti sul territorio nella società. Inoltre, sono partiti di iscritti, dotati di un’ampia rete di volontari, ma anche di funzionari. Per garantire continuità ed efficacia alla loro azione. Per questo, dispongono di consenso sociale, ma al tempo stesso, si professionalizzano sempre più. E si evolvono in senso oligarchico. Per adattarsi alla complessità sociale diventano “pigliatutti”. Partiti elettorali, che non hanno più un target specifico e definito. Ma si rivolgono, appunto, a tutti gli elettori. Per questo, perdono le loro specificità ideologiche. «Degli iscritti, così come delle sezioni territoriali», appunta Ignazi, «non c’è più bisogno». I partiti, quindi si rifugiano nelle istituzioni e sui media. Diventano, cioè, partiti di cartello. «Agenzie pubbliche regolamentate e ufficializzate che - sottolinea l’autoredallo Stato traggono le loro risorse legalmente con il finanziamento pubblico e in maniera opaca attraverso il patronage ». Investono, cioè, nel controllo clientelare dell’opinione pubblica

. Per questo, conclude Ignazi, «i partiti sono oggi inEuropa molto più forti di un tempo».
In Europa, sibadi bene. Perché queste tendenze non riguardano solo l’Italia. Ma coinvolgonotutti i principali paesi europei. Dalla Francia alla Germania. Dal Belgioall’Austria. Per non parlare delle nuove democrazie. Il partito è, dunque,divenuto “stato-centrico”. Ma si è indebolito sul territorio e nella società.Per questo la stima nei loro confronti è precipitata. Ciò li ha spinti acorrere ai ripari. Allargando il richiamo alla volontà popolare, il ritornoagli iscritti. E agli elettori. In modo diretto. Attraverso le primarie. Maanche, in alcuni casi, attraverso lo scambio diretto tra leader e popolo. Inmodo carismatico e populista.
Da ciò ilproblema di questa fase. Perché, scrive Ignazi, «non c’è scampo: senza ipartiti non c’è democrazia. Se vogliamo un sistema democratico e pluralistadobbiamo tenerci dei partiti». Ma «questi » partiti, «hanno scambiato il poterecon la fiducia ». Per reagire, conclude l’autore, i partiti dovrebbero«spossessarsi di tante delle risorse accumulate ». Una condizione necessaria manon sufficiente. E, purtroppo, difficile da realizzare, con “questi” partiti.Così, il saggio di Ignazi appare utile, interessante. Ma anche amaro. Perché infondo al tunnel, oltre il paradosso che produce forza senza legittimità, non sivede la luce.

L'Espresso, 07 gennaio 2013

AGENDA MONTI Rientrare nei vincoli di bilancio stabiliti dall'Europa entro il 2013. Ove non sia possibile, farlo entro il 2014. In caso di fallimento, perseverare anche nel 2015, nel 2016, nel 2017 e così via per tutti gli anni a venire, ripetendo anche sul letto di morte, con un filo di voce: «Io devo assolutamente rientrare nei vincoli di bilancio stabiliti dall'Europa». Domandare anche ai propri cari, riuniti al capezzale: «Siete rientrati nei vincoli di bilancio stabiliti dall'Europa?». Lasciare nel mandato testamentario precise indicazioni sulle modalità di rientro nei vincoli di bilancio stabiliti dall'Europa.

AGENDA MARONI 1: Basta tasse. 2: Via da Roma. 3: Nord indipendente. 4: Cinque milioni di immigrati a casa loro. 5: Vicepresidenza della Regione Lombardia o almeno un assessorato importante. Nel caso i primi quattro punti siano irrealizzabili, concentrarsi sul punto 5.

AGENDA GRILLO (urlando fortissimo, ndr.) Trasformazione del Parlamento in un sito web interattivo, belin! Cliccando sugli omini disegnati sui banchi dell'aula si possono votare le leggi, abolirle, cambiarle, riformare la Costituzione, dichiarare guerra, firmare l'armistizio, tutto gratis belin! Abolire gli inceneritori e smaltire i rifiuti lanciandoli nella quinta dimensione attraverso il Web, basta consultare il sito www.rifiutinellaquintadimensione.com, tutto gratis belin! Stabilire una volta per tutte che i partiti sono tutti morti e vanno tumulati nel sito www.tumuliamoipartiti.com, spese funebri a carico della salma, belin! Sostituire tutti i partiti con il Movimento Cinque Stelle, belin! Dimezzare i parlamentari tagliandoli per il lungo, belin! Dire molto spesso belin!

aGENDA PAPA Per il pontefice e per la Cei la sola cosa veramente importante è la difesa della famiglia tradizionale, fondata sull'unione tra un uomo e una donna che generano almeno tre figli, un primogenito maschio di nome Giovanni, Giuseppe o Pietro, una secondogenita femmina con la coda di cavallo e un/una terzogenito/a (scelta libera) che gioca col trenino elettrico mentre i due fratelli maggiori vanno a scuola salutando sull'uscio di casa i genitori; un gatto o un cane (scelta libera); canarino o pesce rosso (scelta libera). Padre che legge "Gazzetta dello sport" o "Corriere dello sport» (scelta libera). Madre che cucina spezzatino e piselli o scaloppine burro e salvia (scelta libera). Tutto il resto è contro natura.

AGENDA BERSANI Qui la storia è che non se ne viene fuori se non si va giù a Roma a dire le cose come stanno e a fare quello che si deve fare. Altrimenti si va a finire male. E non c'è mica da scherzare. Perché si è già scherzato fin troppo. Queste sono cose serie. E sarebbe ora di prenderle sul serio, invece di continuare a fare finta che i problemi non sono quelli che sono.

AGENDA VENDOLA Collocarsi all'interno della contraddizione tra capitale e lavoro e non limitarsi a frequentarne solo i margini, spostare le politiche di riequilibrio dal campo della buona volontà sociale a quello del mutamento strutturale, agire nella determinazione di volere anche oggi quello che molti non vorrebbero neppure domani, contrastare il lavoro parcellizzato come vero e proprio impedimento identitario, fare dei diritti il termine primo e ultimo del giudizio e dell'agire politico, parlare chiaro.

AGENDA INGROIA Costruire un'alternativa basata su maschi meridionali quaranta/cinquantenni ex magistrati, uomini di legge virili e molto cazzuti come me e De Magistris. Ripulire il paese dai malviventi e poi ritrovarsi tutti nel saloon di Sammy, davanti a una buona birra, per ricordare i buoni vecchi tempi quando a Dodge City le donne e i cavalli potevano girare per la strada senza che nessuno gli mettesse le mani addosso.

AGENDA BERLUSCONI Abolizione delle tasse. Viva la figa.

Il problema è il solito: utilizzare l'intervento pubblico nell'economia per orientarla a fini coerenti con l'interesse generale oppure per aiutarla a mietere rendite di posizione? Dalla "sinistra" degli Amato e dei Bassanini ai centrodestri di Monti la risposta è univoca, e retrograda.

Il manifesto, 5 gennaio 2013

L'accaieria Ilva, la multiutility Hera, la Cassa Depositi e Prestiti hanno in comune una deriva pericolosa nei rapporti tra grandi imprese e territori in cui operano, tra potere economico e potere politico.
Il 2012 è stato un anno che ha visto rilevanti mutamenti nella situazione e nelle strategie di molti gruppi industriali italiani di dimensione grande e medio-grande, mutamenti che non sono stati positivi per le sorti del paese. Vediamo tre casi, che, pur nella diversità - di dimensioni aziendali, di controllo azionario, di settori di attività, di risultati economici - hanno qualcosa in comune: sono rappresentativi di una tendenza verso la deriva del nostro sistema industriale e finanziario e, in particolare, verso rapporti ancora più malsani con la società e la politica.

Il caso Ilva
L'Ilva, l'acciaieria di Taranto, non ha solo il problema del rispetto delle norme antinquinamento. Dietro di esso c'è un'altra questione altrettanto importante: la capacità dell'azienda di stare su un mercato sempre più difficile senza essere travolta. I due temi si intersecano tra di loro. Un'impresa con impianti aggiornati sul piano ambientale e tecnologico potrebbe giocare molto meglio la partita sul mercato internazionale dell'acciaio.
Sul primo punto, i fatti che sono emersi mostrano un gruppo che nel corso degli anni ha trascurato di osservare le più elementari norme sul fronte ambientale e su quello del lavoro, come testimoniato anche dai molti procedimenti giudiziari che esso ha dovuto subire. Poteva far questo anche per la complicità del governo e delle strutture tecniche preposte al controllo; solo l'intervento della magistratura ha permesso di portare alla ribalta il problema. Sul secondo problema, il gruppo di controllo ha gestito sino a ieri l'azienda con una strategia molto "casalinga", con favori da parte del governo e con rapporti con i dipendenti e la comunità circostante da vecchio "padrone delle ferriere". L'Ilva è stata più attenta a speculare sul prezzo delle materie prime che a dotarsi di una lungimirante strategia industriale. Ora non sembra avere le capacità di far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita e che tende a erodere le quote di mercato in Italia, dove il gruppo colloca i due terzi della sua produzione. Oltre ad essere poco presente sui mercati internazionali e ad avere dimensioni ridotte rispetto ai concorrenti principali, la proprietà dell'Ilva non è in grado di mobilitare le grandi risorse finanziarie che servirebbero per reggere la scena e neanche soltanto quelle necessarie per portare avanti il programma in tema ambientale richiesto ora dal governo. Ci sembra che solo un intervento in prima persona dei poteri pubblici sul fronte della proprietà e della gestione aziendale, nonché su quello finanziario, potrebbe permettere all'azienda di negoziare con qualche gruppo straniero un intervento di salvataggio che ne preservi un'italianità almeno parziale.
La gestione di Hera
Il settore dei servizi pubblici locali è assai diverso dall'acciaio, ma offre lezioni importanti, a partire dal caso di Hera, la multiservizi a controllo pubblico che opera in Emilia Romagna e Marche, costruita aggregando molte aziende municipalizzate locali. All'origine di strutture come Hera c'è l'idea liberista - che ha imperversato anche a sinistra - sulla trasformazione dei molti servizi pubblici locali in grandi aziende con comportamenti di mercato. Sono state così incoraggiate le operazioni di crescita di strutture politico-burocratiche sostanzialmente poco efficienti, fonte di inquinamento nei rapporti tra pubblico e privato, portatrici di inflazione.
Secondo quanto documenta la Cgia di Mestre, negli ultimi 10 anni si sono registrati nel nostro paese aumenti record nelle tariffe per l'acqua (+71,8%), per il gas (+59,2%) e per i rifiuti (+56,3%), proprio alcuni dei settori principali in cui operano queste società, mentre l'inflazione è cresciuta nello stesso periodo in generale del 24,5%. A causare l'impennata dei prezzi c'è l'aumento delle tasse, ma sono rilevanti anche gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici. Alla forte crescita delle bollette non è peraltro corrisposto un corrispondente aumento della qualità dei servizi offerti ai cittadini, anzi in molti casi essa è peggiorata.
Che non ci siano ragioni importanti di economia di scala né altri vantaggi significativi in diverse delle attività gestite dalle multiutility è testimoniato, oltre che dai risultati economici poco brillanti, dal caso tedesco, paese nel quale, almeno nel settore dell'energia, si sta tornando con decisione alle vecchie municipalizzate su base locale.
Il modello di funzionamento di Hera e di altre società del genere appare semplice e perverso: data la scarsa efficienza della sua gestione, la società aumenta in misura rilevante le tariffe e così ottiene un modesto utile annuale, che versa interamente nelle casse dei soci, che sono poi in maggioranza i comuni. Questi ultimi, affamati come sono di soldi, sono obbligati a vedere di buon occhio la sviluppo di tali strutture. Per finanziare la distribuzione dei dividendi Hera è costretta ogni anno ad aumentare il livello dei suoi debiti, livello che nel giro di qualche tempo diventerà preoccupante. Intanto negli ultimi anni è stato significativamente ridotto il livello degli investimenti. Si tratta di una strategia senza sbocchi.
Nel caso della Hera, come di strutture consimili, la ricetta più adeguata non può che consistere in un loro smantellamento progressivo, con un ritorno a servizi pubblici a dimensione più vicina al territorio.
La Cassa Depositi e Prestiti
Veniamo alla finanza "pubblica". Sino al 2003 la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), organismo controllato dal Tesoro, svolgeva in maniera dignitosa il suo compito istituzionale, che era quello di raccogliere i depositi postali e di impiegarli per finanziare gli enti locali. Nel 2003 il governo decideva di privatizzare la struttura, trasformandola in società per azioni, inserendo nel capitale le fondazioni bancarie, mentre allargava i suoi obiettivi di lavoro, che comprendevano ormai anche il sostegno ai progetti privati, nonché il finanziamento e la partecipazione al capitale delle imprese. Si aggiungeva inoltre la promozione di programmi di edilizia pubblica, la protezione dell'ambiente, la valorizzazione del patrimonio immobiliare; ma questi ultimi obiettivi non hanno peraltro trovato alcuna applicazione rilevante.
La partecipazione al capitale da parte delle fondazioni è stata fatta pagare poco, mentre, dall'altra, esse hanno ottenuto un potere di co-decisione molto rilevante e, tra l'altro, hanno cercato di frenare l'attività della CDP nel settore dei finanziamenti agli enti locali. Da allora, la Cassa interviene in maniera sempre più estesa nel sistema industriale del paese, cosa che in sè non sarebbe necessariamente negativa. Ma in concreto essa, nella sua azione, privilegia il sostegno al vecchio establishment, mentre fornisce un'equivoca copertura finanziaria allo stesso Tesoro per ridurre, ma solo formalmente, il debito pubblico.
Così essa acquisisce dal governo delle partecipazioni di controllo in alcune grandi strutture imprenditoriali, senza peraltro ottenere alcun potere decisionale, che viene lasciato alle vecchie consorterie burocratico-politico-affaristiche. Per altro verso, essa spinge in direzioni certamente poco accettabili.
Valga ricordare soltanto tre casi recenti, quello dell'intervento nel settore delle multiutility e in specifico proprio nel caso Hera; il tentativo di sostenere finanziariamente e senza contropartite Telecom Italia; infine l'ingresso nel capitale di Generali. Vediamo con qualche dettaglio quest'ultima operazione, ancora fresca d'inchiostro. Nella sostanza, il 4,5% del capitale di Generali viene trasferito dalla Banca d'Italia, che si trovava ormai in conflitto di interessi, al Fondo Strategico Italiano, controllato dalla CDP. La presenza del Fondo sarà totalmente passiva; essa ha accettato di impiegare le sue risorse per mantenere gli equilibri di potere economico preesistenti. Così Unicredit, che controlla in sostanza la compagnia, potrà stare tranquilla.
La CDP si può fregiare a questo punto del titolo di "banca di sistema", un sistema peraltro decrepito, che andrebbe demolito. Un intervento sulla Cassa da parte del governo, oltre che un ritorno alla sua pubblicizzazione, dovrebbe prevedere una concentrazione dei suoi sforzi nel sostegno alla parte migliore delle nostre imprese, privilegiando, in particolare, gli investimenti orientati verso la creazione di occupazione e l'innovazione tecnologica, nell'ambito di un complessivo progetto di sviluppo ecocompatibile.
Nel caso di tutte e tre i gruppi sopra ricordati sarebbero necessari radicali mutamenti di strategia. Chissà se il governo che si formerà dopo le elezioni, nel quadro di un necessario ripensamento della politica industriale del paese, avrà la lucidità e il coraggio di intervenire nei tre casi citati per raddrizzare la rotta.

«Siamo oltre Berlusconi. Quest'ultimo si accontentava di mettere nell'angolo gli avversari. Monti li incenerisce: siete già all'inferno e non lo sapete. La politica è morta. Ora ci sono io al suo posto».

ilmanifesto, 4 gennaio 2013

Se sul banco degli accusati arriva la cattiva politica e tutti ne chiedono lo smascheramento, il bando, la gogna, la cattiva politica che fa? Essendo una volpe capace delle più inaudite scaltrezze si unisce subito al coro e, alzando la voce ancora più degli altri, cerca di scaricare la responsabilità per intero sulla politica in quanto tale - la politica come prassi democratica - fino a cancellare ogni distinzione tra quella buona e quella cattiva, fino ad affermare che la politica è marciume di per sé e perciò va severamente condannata e possibilmente sostituita.

Con che cosa? A questa domanda si risponde in maniera duplice ma convergente. C'è chi dice: conferendo tutto il potere al popolo, purché questo popolo sia poi strettamente controllato da un capo incontrastato o, al più, da una ristretta oligarchia (vedi il caso Grillo). C'è chi dice: conferendo tutto il potere a un uomo super-partes, a un «tecnico» non schierato ma dotato di grande carisma, da collocare, assieme ad altri «tecnici» suoi collaboratori (ma evidentemente di una pasta inferiore) dentro a un limbo ideologico né di destra né di sinistra, insomma in una nuvola bianca e asettica come la corsia di un ospedale, anzi una sala chirurgica.

Come se tutto questo non fosse bastato a mettere da tempo in uno stato di indicibile sofferenza la nostra democrazia, e a configurare non impossibili futuri scenari di regime, è arrivato non molti giorni orsono il magistrato Ingroia che, proponendosi a sua volta come deus ex machina dello sciagurato caso Italia, ha subito intimato ai partiti che avevano mostrato qualche interesse per la sua persona di fare «un passo indietro», insomma di non interloquire: giovanotti, lasciatemi lavorare...

Decisamente, corrono brutti tempi per la democrazia, vittima di un diffuso disamore che sa di naufragio della ragione del quale, temo, siamo tutti un po' responsabili. Lo siamo, quanto meno, per quell'assuefazione al peggio che ci impedisce di reagire allorché vengono pronunciate parole lesive, oltre che delle nostre istituzioni, della nostra stessa intelligenza intesa come patrimonio comune di verità non suscettibili di scavalcamenti. Lungo sarebbe l'elenco delle furbesche bugie quotidianamente pronunciate in nome del ripudio della politica. Mi limito a citarne una sola, quell'autentica idiozia secondo la quale il signor Monti, proclamandosi fautore di cambiamento contro i presunti fautori dell'immobilismo, si collocherebbe al di là dell'antinomia destra/sinistra, ormai obsoleta.

Povera politica, ci mancava soltanto una sentenza di morte ufficiale. E' arrivata, pronunciata con accademica autorevolezza dallo stesso premier dimissionario e impavidamente reiterata da tutto il suo rampante seguito di fieri moderati. La politica è finita, parola di Monti. Destra e sinistra sono lemmi da cancellare dal vocabolario, e quanti continuano a battersi per una giustizia sociale non di facciata, ma sinceramente a favore dei deboli e degli indifesi, non sono altro che poveri sopravvissuti, naufraghi provenienti da un continente ormai sommerso. Il dogma insomma oggi si chiama Monti, detto anche l'Unico, più essenza ontologica che uomo. Quanto alla sua Agenda, si direbbe che essa ha la stessa inviolabilità della Legge mosaica, sia per quanto riguarda i contenuti sia per quanto riguarda i criteri di applicazione.

Come si vede, siamo oltre Berlusconi. Quest'ultimo si accontentava di mettere nell'angolo gli avversari. Monti li incenerisce: siete già all'inferno e non lo sapete. La politica è morta. Ora ci sono io al suo posto.

«». La Repubblica, 3 dicembre 2013

SI PUÒ avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? Dare una risposta a questa domanda richiede memoria del passato e considerazione dei programmi per il futuro.Ma bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti. Solo uno sguardo realistico può consentire una riflessione che prepari una nuova stagione dei diritti.

Vent’anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza.

La considerazione dei diritti permette di andare più a fondo nella valutazione comparata tra Seconda e Prima Repubblica, oggi rappresentata come luogo di totale inefficienza. Alcuni dati. Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile.

Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza.

Le proposte per il futuro, l’eterna chiacchiera su una “legislatura costituente” consentono di sperare che quel tempo sia finito? Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica, sì che gli stessi diritti fondamentali finiscono con l’apparire come una semplice variabile dipendente dell’economia. Si dirà che in tempi difficili questa è una via obbligata, che solo il risanamento dei conti pubblici può fornire le risorse necessarie per l’attuazione dei diritti, e che comunque sono significative le parole dedicate all’istruzione e alla cultura, all’ambiente, alla corruzione, a un reddito di sostentamento minimo. Ma, prima di valutare le questioni specifiche, è il contesto a dover essere considerato.

In un documento che insiste assai sull’Europa, era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti. Al Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, si era detto che solo l’esplicito riconoscimento dei diritti avrebbe potuto dare all’Unione la piena legittimazione democratica, e per questo si imboccò la strada che avrebbe portato alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Questa ha oggi lo stesso valore giuridico dei trattati, sì che diviene una indebita amputazione del quadro istituzionale europeo la riduzione degli obblighi provenienti da Bruxelles a quelli soltanto che riguardano l’economia. Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa.

Inquieta, poi, l’accenno alle riforme della nostra Costituzione che sembra dare per scontato che la via da seguire possa esser quella che ha già portato alla manipolazione dell’articolo 41, acrobaticamente salvata dalla Corte costituzionale, e alla “dissoluzione in ambito privatistico” del diritto del lavoro grazie all’articolo 8 della manovra dell’agosto 2011. Ricordo quest’ultimo articolo perché si è proposto di abrogarlo con un referendum, unico modo per ritornare alla legalità costituzionale e non bieco disegno del terribile Vendola. Un’agenda che riguardi il lavoro, oggi, ha due necessari punti di riferimento: la legge sulla rappresentanza sindacale, essenziale strumento di democrazia; e il reddito minimo universale, considerato però nella dimensione dei diritti di cittadinanza. E i diritti sociali, la salute in primo luogo, non sono lussi, ma vincoli alla distribuzione delle risorse.

Colpisce il silenzio sui diritti civili. Si insiste sulla famiglia, ma non v’è parola sul divorzio breve e sulle unioni di fatto. Non si fa alcun accenno alle questioni della procreazione e del fine vita: una manifestazione di sobrietà, che annuncia un legislatore rispettoso dell’autodeterminazione delle persone, o piuttosto un’astuzia per non misurarsi con le cosiddette questioni “eticamente sensibili”, per le quali il ressemblement montiano rischia la subalternità alle linee della gerarchia vaticana, ribadite con sospetta durezza proprio in questi giorni? Si sfugge la questione dei beni comuni, per i quali si cade in un rivelatore lapsus istituzionale: si dice che, per i servizi pubblici locali, si rispetteranno “i paletti posti dalla sentenza della Corte costituzionale”, trascurando il fatto che quei paletti li hanno piantati ventisette milioni di italiani con il voto referendario del 2011.

Queste prime osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici.

Crisi,la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “puntodi svolta”, ora sta a significare: “Guidatore, dacci dentro”!

. La Repubblica,2 gennaio 2012

SE GUARDIAMO alla nostra storia postbellica, e ricordiamo come a ritmi regolari sia degenerata instoria criminale -non solo negli anni ’92-93, ma fin da quando Pasolini cominciò, nel ’72, a esplorare nel romanzo Petrolio l’assassinio di Enrico Mattei – è difficile non dare ragione alle parole di Ingroia, il magistrato che ha indagato i ricorrenti, clandestini patti tra Stato e mafie
Evocando il proprio ingresso in magistratura, e l’odierno passaggio alla vita politica, ha detto, sabato scorso: «Quando giurai la mia fedeltà alla Costituzione pensavo di doverla servire solo nelle aule di giustizia. Ma non siamo in un Paese normale e in una situazione normale. Siamo in una emergenza democratica dovuta allo strapotere della criminalità organizzata e all’inadeguatezza della politica. E allora (...) è venuto il momento della responsabilità istituzionale e politica».

Chiunque abbia a cuore le sorti italiane sa che davvero siamo in emergenza democratica, immersi in analfabetismi storici incessanti, votati a esser tenuti all’oscuro: da molto, troppo tempo la politica classica è uscita dai cardini, come nei regni dove c’è qualcosa di marcio e ci si nutre di oscuro. Ne risentono anche i vocaboli, storcendosi. Dici riforma, e intendi tagli allo Stato sociale, discesa nella povertà. Dici crisi,e non è momento di trasformazione e opportunità di vivere in modo diverso ma, come disse Ivan Illich già nel ’78: «il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici.

Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: ‘Guidatore, dacci dentro! ’».
Ma la parola che più stenta a sopravvivere è democrazia. Anzi scompare.
Nell’Agenda Monti è menzionata solo a proposito delle primavere arabe. Se il linguaggio si è tanto rarefatto, vuol dire che a guastarsi, qui da noi, sono abitudini e regole più stremate che in altre democrazie. Scardinato non è il contrapporsi fra destra e sinistra, come pretende l’Agenda, ma l’idea stessa del conflitto, dell’alternativa che i cambi di governo possono ingenerare. Il dominio dei tecnici, aggiunge Illich, ci riduce a minorenni. Si proclama centrista, e intanto accentra. L’unità nazionale diventa non espediente ma regime ideale: quante torbide e dubbie persone, nel centro montiano!

È perché siamo a questo punto che i politici vagano nelle loro trincee come soldati mutilati, e si fanno avanti Guidatori: banchieri, tecnici, e poteri terzi come i magistrati, e ecclesiastici che da tempo non dovrebbero neanche sfiorare il potere. Al posto della politica, dunque del dividersi costitutivo della democrazia, s’installa la clinica: la tecnica che ci sdraia tutti quanti sul klìne,a letto. La Agende non sono programmi tramutati in proclami, ma bollettini medici.
Certo c’è una notevole differenza fra il giudice che entra in politica e l’economista o il banchiere deciso a guidare la pòlis. Pietro Grasso o Antonio Ingroia sanno le storie criminali italiane, su cui altri candidati sorvolano: e siccome la malavita ha messo sì profonde radici in Parlamento, pensano sia giunta l’ora di mettervi radici anche loro, per far da sentinelle. Inoltre i magistrati sono stati corpi dello Stato: per mestiere agiscono in nome della legge eguale per tutti. Non così tecnici o imprenditori, che entrando in politica tendono a confondere l’interesse privato con quello generale. Infine c’è una differenza di efficacia: Gerardo D’Ambrosio, magistrato divenuto parlamentare nel 2008, constata che «il processo penale lento, quindi facile preda della prescrizione, fa comodo a molti. Soprattutto ai colletti bianchi» di destra e sinistra. Ben nove suoi disegni di legge sono restati nel limbo, non calendarizzati né discussi. Impervia sarà la vita dei politici-magistrati.

In ambedue i casi tuttavia siamo di fronte a progetti che di per sé minano la democrazia. La convinzione di partenza è che il ceto politico soffra di vizi congeniti, che il conflitto di idee non sia che rissa letale, e che il grande unico rimedio sia la Repubblica dei Sapienti: competenti economici, o custodi della legalità come i magistrati, o cultori dell’ordine morale e dei propri privilegi come chi serve la Chiesa. Anche la parola laicità scompare dai bollettini medici. Grazie alla loro speciale esperienza, o divina illuminazione, i Sapienti sono i soli ad afferrare, come in Platone, la vera essenza dello Stato. E l’Essenza è per definizione Una: il Sapiente moderno non ama contare fino a due né tantomeno fino a tre, che consente la tripartizione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Ut Unum Sint, perché siano una cosa sola. Fa impressione, perché la teologia politica rifà capolino: i messianesimi totalitari del ’900 si proponevano proprio l’apocalittico unanimistico approdo cui oggi mirano tanti inviati della società civile, stufi di intralci politici o giudiziari. Tra costoro gli inviati della Chiesa, attivi in Comunione e Liberazione o nella Compagnia delle opere.

Per uomini come Ingroia, le divisioni destra-sinistra sono fallite perché nonostante Falcone e Borsellino, nonostante Mani pulite, i politici mai hanno combattuto la cultura dell’illegalità, ponendo al centro la questione morale. Per molti sostenitori di Monti, sono fallite perché indifferenti alle discipline dell’economia. Non a caso i Guidatori annunciano Rivoluzioni, guardandosi l’un l’altro di sbieco. Gli economisti per primi diffidano: che significa l’improvvisa transumanza di magistrati verso la politica, quando la sfiducia dei mercati è tutto? Non saranno dei parvenu? dei depistatori? Anche a causa di simili sospetti c’è del marcio, nel regno. Lo straripare della parola rivoluzione vuol dire che c’è, diffusa, ansia di piazza pulita. Di una sorta di immacolata rigenerazione, che azzeri la storia dimenticandola. C’è voglia di mandare in cantina partiti e politici inadempienti: che reimparino, nell’aiuola dell’antipurgatorio riservata da Dante ai Re Negligenti, il governare disappreso. Da anni si evita perfino il nome Italia. Provate ad ascoltare i politici o i nuovi Guidatori.

In genere dicono «questo paese», o «questi paesi qui»: quasi dissociandosi, altezzosi, da uno Stato italiano cui sono estranei e che sta lì per terra. I giornalisti sono parte del degrado: è cominciata nei primi ’90 (quando annunciatrici e conduttori Tv cominciarono a augurare «buona serata», invece dell’asciutto, non ammiccante «buona sera») l’usanza, anch’essa anomala, di dare del tu ai politici. Ai Guidatori, più rispettati, si dà ancora del lei. Non è senza pericoli, la promessa Repubblica dei sapienti e competenti. L’alternarsi di maggioranze non dà frutti, l’alternativa che ne dovrebbe scaturire è dichiarata impraticabile, dunque ambedue finiscono nel cestino. Quel che deve nascere è una democrazia truccata a nuovo. Ai comandi, in assenza dell’Europa politica: un potere che rende conto ai mercati più che ai cittadini (la regale immunizzazione della Presidenza della repubblica – il segreto sempre più ampio che essa può invocare – è stato il segno precursore della Rivoluzione, nel 2012). La democrazia è in mutazione, e in fondo siamo grati a chi, cancellandola dai dizionari, ce lo rivela.

Quanto ai Re Negligenti, ai politici di vecchio tipo, una sola frase di Bersani (19 dicembre) dice tutto, o quasi: «Tra prendere alle elezioni il 51% o il 49%, io preferisco il 49%. Non voglio avere la «tentazione» di fare tutto da solo». Un suicidio in piena regola, una fervida preghiera rivolta a noi elettori: di grazia non dateci troppi voti, perché vasta sarebbe la Tentazione di governare con proprie forze, proprie idee. Governeremo divinizzando il Centro: dove secondo Nietzsche «vince l’istinto del gregge, e ogni paura cessa». Ut unum sint, nella speranza che la cupola del potere non sia infranta da qualche Lutero di passaggio.

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