Tra le Alpi e la linea del Po, con la proposta di costituire una "macroregione", si combatte una battaglia di rilevanza nazionale che va ben oltre gli schieramenti politici attuali: la proposta della costituzione di un emirato separatista. Intervista di Maurizio Giannattasio all'ex presidente della Regione Lombardia.
Corriere della Sera, 17 febbraio 2013 (f.b.)
Piero Bassetti, lei è stato il primo presidente della Regione Lombardia. Cosa pensa del «patto» di Sirmione tra Maroni, Cota, Zaia e Tondo per la creazione di una macroregione del Nord? «Dobbiamo renderci conto che se Roberto Maroni dovesse diventare presidente della Lombardia e quindi dovesse vincere la sua proposta di macroregione, ci troveremmo di fronte a una svolta della storia nazionale».
Perché?«Perché contiene tutti i germi di una vera e propria secessione. È evidente che quando si propone la separatezza politica e finanziaria si propone un tipo di autonomia sottratta al termine centrale della solidarietà rappresentata dalle risorse. Vuol dire che siamo molto più vicini a un fenomeno di secessione piuttosto che di regionalizzazione».
La Lega torna alle sue antiche parole d'ordine?«È arrivato il momento di rendersi conto che la battaglia elettorale in Lombardia tra Umberto Ambrosoli e Roberto Maroni è una linea del Piave, è un fatto storico nazionale. La Lombardia non è l'Ohio d'America. È qualcosa di molto più profondo e importante. Anche il centrosinistra dovrebbe comprendere che qui non è importante vincere come fazione politica, ma bloccare un processo evolutivo che non è nuovo nella storia del Paese, perché questa è stata l'ipotesi che ha portato alla costituzione della Repubblica di Salò».
È l'esatto contrario di ciò che dicono i politici: la battaglia in Lombardia è fondamentale per il Senato e la governabilità del Paese. Lei dice che la vera partita politica invece si gioca in Regione.«Non c'è dubbio che è molto più importante quello che succederà a Milano piuttosto che qualche deputato in più al Senato. Anche per un altro motivo».
Quale?«In Lombardia chi si contrappone a un'ipotesi secessionista non è una coalizione politica riferita a uno schieramento nazionale. Ambrosoli non è il centrosinistra e neanche il Pd. La natura del patto civico che lo sostiene è proprio quella di trarre la sua spinta dalla società civile che non significa antipolitica ma solo un modo diverso di fare politica. E la società lombarda ha capito ben prima dei partiti il rischio che si corre in Regione e che la questione settentrionale non può essere risolta nell'ambito degli equilibri romani».
Sintetizzando. Da una parte lei vede il rischio secessionista nella proposta della macroregione. Dall'altra conferma che esiste una questione settentrionale che non può essere risolta a livello centrale. Come se ne esce? «L'Europa ha già scelto di impostare il suo futuro sviluppo sulla rete delle grandi aree urbane che da sempre la innervano, e che proprio alla glocal city a sud delle Alpi sta affidando il compito di fare da cerniera tra Europa del Nord e Mediterraneo. Ambrosoli lo ha capito bene e per questo ci siamo battuti perché fosse lui il candidato. Adesso lo stanno comprendendo anche altre forze politiche».
A chi si riferisce?«L'ha capito Ilaria Borletti Buitoni che insiste sul voto disgiunto per Ambrosoli. Ma anche rappresentanti del Movimento 5 Stelle che si preparano a dare il loro voto ad Ambrosoli».
Nota: ho provato ad aggiungere qualche riflessione in più a questa giustamente allarmata nota di Bassetti (f.b.)
L’europeismo dei governi non è l’unico possibile. Ma bisognerebbe che i movimenti di protesta «si impegnassero assieme non per meno Europa, ma per un’altra Europa».
La Repubblica,15 febbraio 2013
È UN’EUROPA vecchia e svuotata, quella che ha visto i suoi leader accordarsi su un bilancio striminzito, figlio di dogmi rigoristi pieni di sonno, emanazione di un’Unione dove gli interessi degli Stati duellano senza produrre neanche l’ombra di un interesse generale.
È un’Europa rattrappita («il mondo è divenuto così malvagio, che gli scriccioli predano dove le aquile non osano appollaiarsi», come in Shakespeare), e non a caso il rigetto nelle sue genti cresce. Il conciliabolo tra i finti suoi sovrani non poteva che finire così. Per la prima volta nella storia dell’Unione è prevista una diminuzione delle risorse comuni, come se la crisi semplicemente non ci fosse: un taglio di 34 miliardi di euro, rispetto al bilancio previsionale 2007-2013, e come tetto invalicabile meno dell’1 per cento della ricchezza prodotta. Questo chiedeva l’inglese Cameron, complice la Merkel e alcuni paesi nordici, e l’ha ottenuto: il Guardian registra il suo trionfo.
Inutile tacciare di infantilismo chi, come Bersani, si adira. Le cifre parlano chiaro, i fatti hanno più forza delle propagande elettorali. Sono cifre e fatti che hanno ormai una storia, una genealogia. Fino a quando l’Europa sarà una Confederazione di Stati abbarbicati a sovranità assolute (maschere utili in campagna elettorale, ma pur sempre maschere) le grandi scelte saranno intergovernative, dunque unanimi, e l’intesa difficilmente oserà vere scommesse sul futuro. La Confederazione, diceva Ernesto Rossi, è fumo senza arrosto. Non è affare dottrinale, scegliere l’arrosto della Federazione. Se la crisi del debito ha lambito con tanta furia l’Unione e la sua moneta, dalla fine del 2009, è a causa di quest’architettura imprecisa, ignara dell’interesse generale, mantenuta in vita non solo da Stati potenti ma anche dai piccoli che esistono gonfiando le proprie taglie. Cifre e fatti parlano da soli, per chi voglia esplorare le radici autentiche dei mali presenti. L’Europa non sta peggio degli Stati Uniti, né del Giappone. Se nella zona euro il debito inghiotte l’88 per cento della ricchezza prodotta, ben più alto è quello americano, giapponese: fino all’anno scorso, rispettivamente il 100% e il 226% del Pil. Ma nei due paesi non è in gioco, ogni volta, la vita o la morte della moneta, o della federazione, o dello Stato. In Europa invece sì, e questo vuol dire che la sua crisi è politica prima che economica. Dietro yen e dollaro ci sono Stati centrali che magari allarmano i mercati, ma non trasformano questi ultimi in padroni assoluti. Dietro il dollaro, c’è un bilancio federale che copre il 22,8 per cento del Pil: capace non solo di annunciare ma di realizzare politiche di sostegno, in congiunzione con una Banca centrale sicura di avere di fronte a sé un interlocutore politico. L’1 per cento fissato come limite insormontabile nell’Unione, nessuno lo dice ma è una beffa. Non solo pesa pochissimo sui cittadini (si calcola che il costo è di 70 centesimi al giorno: più o meno un caffè al bar ogni mattina. Il 2 per cento reclamato dai più arditi costerebbe un caffè e cornetto). Neanche politicamente può funzionare, se permane il metodo, anch’esso datato, dei contributi versati dagli Stati: quando c’è crisi, è fatale che i negoziati degenerino nelle fiere della taccagneria che sono i vertici intergovernativi. Occorre che l’Unione acquisisca un potere impositivo proprio, come Washington o Tokyo. Che l’Europa chieda direttamente al cittadino di finanziare l’avventura, perché solo in tal modo rende il secondo partecipe, e la prima appetibile e controllabile. È così che le democrazie nascono e diventano indipendenti, attive nel mondo: legando indissolubilmente tassazione e rappresentanza parlamentare. L’alternativa c’è e si chiama «giusto ritorno»: lo reclamò negli anni ’80 Margaret Thatcher, ed è oggi vizio ben condiviso. Lo vediamo da anni: ogni capo di governo esige di ridurre i propri contributi o di ricevere in cambio giuste restituzioni, come se l’Europa non trascendesse mai la somma dei Ventisette.
Quando il capo torna a casa dai conciliaboli ha in mano un trionfo personale, e un fallimento europeo. È il caso di Monti. Nella sostanza, venerdì, ha venduto per un piatto di lenticchie la linea più audace che pure gli era stata chiesta dal Parlamento: bloccare, minacciando il veto, un bilancio decurtato che condanna l’Europa all’irrilevanza. È per non perdere questo potere euforizzante ma sterile, che gli Stati s’ostinano a non affidare all’Unione poteri autonomi di imposizione: le tasse sulle transazioni finanziarie (Tobin tax) e l’imposta sulle emissioni di anidride carbonica (carbon tax), finita nei dimenticatoi nonostante l’effetto benefico che essa potrebbe avere su uno sviluppo diverso, meno inquinante per il clima. Bastano le frasi ipocrite che suggellano i vertici (l’ultimo comunicato assicura che «il bilancio, guardando il futuro, ci farà uscire dalla crisi», e «dovrà essere un catalizzatore per la crescita e l’occupazione in tutta Europa») per svegliarci dal sonno dei dogmi.
Merkel e Monti dicono che le elezioni nazionali non c’entrano, ma non è affatto vero. È per fingersi in patria sovrani possenti che difendono accordi fatti per screditare e abbassare l’Europa. Tra le righe fanno capire che un giorno si potranno correggere le cose: dopo le elezioni tedesche, comunque. Ma i deputati europei hanno il potere e il diritto di reagire subito, e già lo fanno. Sorretti dal Presidente Martin Schulz, i capi dei principali gruppi del Parlamento (Daul del Ppe, il socialista Swoboda, il liberale Verhofstadt, i Verdi Cohn-Bendit e Harms) lo dicono in un comunicato: l’accordo «non rafforzerà ma indebolirà la competitività dell’economia europea, e non è nell’interesse prioritario dei cittadini europei».
Non deve passare un «bilancio basato esclusivamente su priorità del passato», indifferente a promesse del futuro come ricerca, energie alternative, trasporti: «Non accetteremo un bilancio di austerità per sette anni». Perché l'accordo sia bocciato dal Parlamento europeo, non c’è bisogno di aspettare le elezioni tedesche né una nuova Costituzione europea, anche se l’urgenza di quest’ultima è massima. Fin d’ora, la legge è inequivocabile: il bilancio pluriennale è deliberato all'unanimità dal Consiglio dei ministri « previa approvazione del Parlamento europeo », prescrive l’articolo 312 del Trattato di Lisbona. Questo significa che noi cittadini possiamo esigere dal nostro Parlamento a Strasburgo che voti contro l’accordo (e che nelle elezioni europee del 2014 dia battaglia sul bilancio). E possiamo chiedere ai governi di fare meglio quei «compiti a casa» che sono loro assegnati dai cittadini oltre che dalla Bce, e non concernono solo il rigore contabile casalingo ma gli investimenti dell’Unione e al contempo la sua visione d’un mondo in mutazione. Non è detto che Schulz, meno coraggioso del previsto, abbia l’ardire di dire No. Vale la pena incalzarlo, e ricordargli l’appello personale che gli rivolse Helmut Schmidt, al congresso socialdemocratico del dicembre 2011: che promuovesse, appena eletto presidente dell’Assemblea, un’«insurrezione del Parlamento europeo» contro la sudditanza dei governi ai mercati. Essenzialmente, è quello che ha scritto su questo giornale Ulrich Beck, il 25 novembre 2012, sulla rabbia dei popoli contro l’Unione e le sue trojke. La questione sociale è diventata una questione non più nazionale ma europea, e «per il futuro sarà decisivo che questa convinzione si affermi. In effetti, se i movimenti di protesta prendessero a cuore l’imperativo cosmopolitico, cioè cooperassero in tutta Europa al di là delle frontiere e si impegnassero assieme non per meno Europa, ma per un’altra Europa, si creerebbe una nuova situazione ». Una situazione che Beck chiama Primavera europea.
«Non si può non vedere come dentro ognuna di queste vicende giudiziarie, al di là delle singole responsabilità penali, ci sia la trama di un potere fuori controllo».
Il manifesto, 15 febbraio 2013
A meno dieci dal giorno del giudizio non si può che prenderne atto. Al centro della campagna elettorale non sono stati i temi del lavoro e della ripresa economica, che avrebbero favorito Bersani. E nemmeno quelli della crisi e del rischio default, che favoriscono la paura e Monti. E in definitiva neanche con le capriole Berlusconi è riuscito a imporre la centralità del fisco, con cui da sempre spinge le sue rimonte. Niente da fare. L'attenzione del cittadino elettore continua ad essere distratta da altro, e non è colpa del papa né di Sanremo. Ma della cronaca che ogni giorno registra un nuovo scandalo, nuovi arresti, nuovi episodi di corruzione, inquinamento mafioso, ruberie. Ed è facile prevedere chi se ne avvantaggerà.
Beppe Grillo è stato l'unico fin qui a riempire le piazze e anche l'unico a salire nei sondaggi (fino a che si poteva pubblicarli) e non di qualche zero virgola ma di cinque, sei punti al giro. Non bastasse, è lecito pensare che il Movimento 5 Stelle possa andar meglio nel voto vero rispetto al voto previsto. È accaduto così nell'occasione più recente, le regionali siciliane. Senza contare che il voto cosiddetto «di protesta» tende tradizionalmente a ridursi in prossimità delle data delle elezioni, quando gli schieramenti si definiscono. A Grillo sta accadendo il contrario: era in flessione e ha cominciato a riprendersi. Segno che qualcosa di profondo è cambiato, tra gli elettori.
I dettagli sul coinvolgimento di Formigoni negli affari della sanità privata lombarda e le mazzette internazionali di Finmeccanica raccontano storie di malaffare targato centrodestra; cosa che del resto fanno gli ultimi arresti, tutti di ieri: il para editore Rizzoli, il finto finanziere Proto e persino il sindaco di Quartu Sant'Elena, Contini. Ma il primo squillo di tromba di questa campagna elettorale ballata al ritmo degli atti giudiziari è arrivato da Siena. Grillo parla delle inchieste sul Monte dei Paschi come del «più grande scandalo finanziario della storia». Magari esagera, ma di certo il coinvolgimento del Pd lo aiuta a mettere tutti i partiti sullo stesso piano. Operazione nella quale eccelle e che gli vale la tribuna del moralizzatore. E così cresce. Di questa crescita i partiti si sono accorti solo quando l’hanno letta nelle curve dei sondaggi. Probabilmente l’unico strumento che gli è rimasto per conoscere il paese che in- tendono governare.
Esce domani la nuova raccolta di saggi di Zizek sulla contemporaneità: da Occupy alla crisi della Ue. «Il solo modo di uscire da questo stallo è proporre e lottare per un progetto universalista positivo che possa essere condiviso da tutti i partecipanti. Gli ambiti di lotta in cui "non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci" sono molti, dall’ecologia all’economia»
. La Repubblica, 13 febbraio 2013
Quando, una decina di anni fa, gli sloveni stavano per entrare nell’Unione Europea, un nostro compatriota euroscettico propose una parafrasi sarcastica di una battuta dei Fratelli Marx sull’utilità di assumere un avvocato: noi sloveni abbiamo problemi? Entriamo nell’UE! Così avremo ancora più problemi, ma ci sarà l’UE a occuparsene! È così che oggi molti sloveni vedono l’UE: porta un po’ di aiuto, ma anche nuovi problemi (con le sue regolamentazioni e multe, le sue richieste di finanziare gli aiuti alla Grecia ecc.). Vale allora la pena difendere l’UE? La vera questione è, ovviamente, capire a quale Unione Europea ci riferiamo.
Un secolo fa, Gilbert Keith Chesterton descriveva così l’impasse fondamentale della critica alla religione: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e della umanità finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa. […]». Non potremmo dire lo stesso dei difensori della religione? Quanti fanatici protettori della fede hanno cominciato con l’attaccare ferocemente la cultura laica contemporanea e hanno finito col rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? Analogamente, molti partigiani della causa liberale sono cosìimpazienti di lottare contro il fondamentalismo antidemocratico che finiranno per gettar via proprio la libertà e la democrazia così da poter combattere meglio il terrorismo. Se i “terroristi” sono pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo, i nostri guerrieri antiterrorismo sono pronti a distruggere il loro mondo democratico per odio dell’altro mondo musulmano. Alcuni di loro amano a tal punto la dignità umana da essere pronti a legalizzare la tortura, e cioè la somma degradazione di questa dignità.E non potremmo dire lo stesso anche di quelli che hanno aderito alla recente crociata europea contro la «minaccia dell’immigrazione »?
Nel loro fervore di proteggere l’eredità giudaico-cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a sacrificare il vero nucleo di questa eredità: ogni individuo ha un accesso immediato all’universalità (dello Spirito Santo o, oggi, dei diritti umani e della libertà); e io posso prendere direttamente parte a questa dimensione universale, indipendentemente dalla mia particolare posizione all’interno dell’ordine sociale globale. Le “scandalose” parole di Cristo nel Vangelo di Luca non puntano forse nella direzione di una tale universalità che ignora ogni gerarchia sociale? «Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la sua propria vita, non può esser mio discepolo » (Luca 14:26). I legami familiari rappresentano qui una qualsiasi particolare relazione sociale, etnica o gerarchica, che determina il nostro posto nell’Ordine globale delle Cose.L’“odio” imposto da Cristo non è quindi l’opposto dell’amore cristiano; ne è bensì l’espressione diretta: è l’amore stesso che ci impone di “slegarci” dalla comunità organica nella quale siamo nati; o, come disse San Paolo, per un cristiano non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci. Non sorprende affatto che l’apparizione di Cristo fosse considerata ridicola o scandalosa da coloro che si identificavano pienamente con un particolare modo di vivere. Ma l’impasse dell’Europa è ben più profonda. Il vero problema è che la maggior parte di quelli che criticano l’intolleranza verso l’immigrazione, invece di fare leva sul nucleo prezioso dell’eredità europea, si limitano a celebrare l’infinito rituale della confessione dei peccati dell’Europa, ad accettarne umilmente i limiti storici, e a esaltare la ricchezza delle altre culture. [...]
Come sfuggire a questa impasse?Un dibattito che ha avuto luogo in Germania può indicarci la via. Il 17 ottobre 2010 la cancelliera Angela Merkel ha dichiaratoa un meeting di giovani membri del suo partito (l’Unione cristiano-democratica): «Questo approccio multiculturale, sostenere cioè che viviamo felicemente l’uno con l’altro, ha fallito. Ha fallito completamente». Il meno che si possa dire è che è stata coerente, facendo da eco a un precedente dibattito sulla Leitkultur (la cultura dominante) in cui i conservatori insistevano che ogni Stato si basa su uno spazio culturale dominante che i membri di altre culture devono rispettare. Ma invece di fare le anime belle che si indignano per l’emergere dell’Europa razzista annunciata da questo tipo di dichiarazioni, dovremmo guardarci allo specchio e chiederci con spirito critico fino a che punto il nostro multiculturalismo astratto ha contribuito a determinare questa sconfortante situazione. Se non tutte le parti condividono o rispettano gli stessi standard di civiltà, allora il multiculturalismo si trasforma in mutua ignoranza o odio regolamentati per legge. Lo scontro sul multiculturalismo è già uno scontro sullaLeitkultur:non tra culture, ma tra visioni diverse di come culture differenti possano e debbano coesistere, sulle regole e le pratiche che queste culture devono condividere se vogliono coesistere. Dobbiamo dunque evitare di farci prendere dal gioco liberale riassumibile nel quesito: «quanta tolleranza cipossiamo permettere?». Dobbiamo tollerare che “loro” impediscano ai loro bambini di frequentare la scuola pubblica, che “loro” obblighino le donne a vestirsi e comportarsi in un certo modo, che “loro” combinino i matrimoni dei figli, che “loro” brutalizzino i gay tra le loro file? A questo livello, ovviamente, non siamo mai sufficientemente tolleranti, oppure lo siamo già troppo e trascuriamo i diritti delle donne ecc.
Il solo modo di uscire da questo stallo è proporre e lottare per un progetto universalista positivo che possa essere condiviso da tutti i partecipanti. Gli ambiti di lotta in cui «non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci » sono molti, dall’ecologia all’economia. [...] Allora, forse, l’euroscettico sloveno non ha colto nel segno con la sua ironica citazione dei Fratelli Marx. Invece di perdere tempo nell’analisi di costi e benefici della nostra appartenenza all’UE, dovremmo concentrarci su ciò che l’UE veramente rappresenta. Nei suoi ultimi anni, Freud espresse la sua perplessità con la domanda: cosa vuole una donna? Oggi la domanda che dovremmo porci è invece: cosa vuole l’Europa? Per lo più agisce da regolatore dello sviluppo capitalistico globale; qualche volta flirta con la difesa conservatrice della tradizione. Entrambe queste vie conducono all’oblio, alla marginalizzazionedell’Europa. Il solo modo di uscire da questa impasse è che l’Europa rianimi la sua tradizione di emancipazione radicale e universale. Il nostro compito è quello di andare oltre la mera tolleranza verso altri, conquistare una positivaLeitkulturemancipativa che sola può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di diverse culture, e impegnarci nell’imminente battaglia per questa Leitkultur.Non limitarsi a rispettare gli altri, ma offrire loro una battaglia comune, perché i nostri problemi più pressanti sono problemi comuni.
Una testimonianza di manniana "laica intelligenza del divino" in un'accorata analisi del gesto di Papa Ratzinger.
La Repubblica, 13 febbraio 2013
L’inganno consueto è l’ipocrisia dei «sepolcri imbiancati» da scribi e farisei, nel Vangelo di Matteo. Come potrebbe essere diversamente, se teniamo a mente la storia e le opere di questo Papa? È facile parlare di svolte, ma quella vera, che toglie al Vaticano il potere temporale e gli restituisce l’enorme suo peso spirituale, ancora non è avvenuta. Non avvenne dopo la rivoluzione francese della laicità, cui la Chiesa rispose con l’assolutismo, e infine con il dogma dell’infallibilità. Non a caso il cardinale Martini denunciava un ritardo di 200 anni. Il potere temporale sopravvive mutando forme, come Proteo. Oggi la forma è quella dei valori non negoziabili, o supremi. E delle leggi naturali, di cui la Chiesa si erige a custode: come se esistesse un quid che trasforma la legge – il nòmos sempre rinegoziato – in physis immodificabile dall’uomo (la nascita, la morte, il matrimonio infine fra uomo e donna: un sacramento, per i cattolici, solo a partire dal 1439). Oppure il potere temporale s’afferma nella battaglia sulle radici cristiane d’Occidente e d’Europa, con effetti tragici sui cristiani in Medio Oriente.
Resta l’immagine di una solitudine che desta ammirazione ma inquieta, anche. Un ultimo volo della nave di Ulisse, forse: di chi nel suo legno, solo, si getta per l’alto mare aperto. Un presentimento di pericoli non detti. Una serietà al tempo stesso molto spericolata, molto romantica, molto tedesca. Un Papa italiano non oserebbe questo: il nostro non è un Paese romantico. Non sarà una rivoluzione, ma nulla sarà più come prima: una mossa simile, per la prima volta del tutto libera, non forzata da nemici esterni o interni, desacralizza per forza di cose il papato.
È quanto fece Giovanni Battista. Forse chissà, questo Papa si è sentito, nel maturare la scelta di diminuirsi, più che mai vicino al Battista. L’invito a non scendere dalla croce non lo si rivolge neanche a Dio, se è vero che perfino Lui, prima del consummatum est, grida, si torce, e ha sete, e recita il salmo disperato di chi si sente abbandonato dal Padre che prometteva onnipotenza. Proprio Ratzinger, che sembrava impersonare il potere papale più arcigno, confessa di essersi trovato nella condizione più umana che si possa immaginare: quella della solitudine della coscienza, sola di fronte al Padre eterno, senza alcuna autorità terrena che potesse dirgli cosa doveva fare, e dove andava il vento.
Ogni tanto fa bene esprimere con parole tranquille l'indignazione che ci assale. Ma dobbiamo ricordare che occorre incanalare la collera come scriveva Paul Eluard.
La Repubblica, 10 febbraio 2013
Ci sono giudizi che non possono essere blandi, perché mantenerli blandi odora di complicità. Una persona che, per farsi votare, promette il condono edilizio totale, è un criminale. Nella fattispecie, è un criminale che odia il proprio Paese, attenta all’integrità del suo paesaggio (o di ciò che ne rimane), incoraggia il disprezzo delle leggi e l’egoismo sociale, catalizza i peggiori istinti degli italiani e la loro attitudine a non prendere sul serio alcun divieto, alcuna norma, perché non esiste divieto o norma che non siano contrattabili e superabili.
L’abusivismo edilizio è un delitto contro il bene comune, la cementificazione in Italia è largamente superiore alla media europea e molto eccedente le necessità abitative. L’Italia sta soffocando nel cemento, nella malaedilizia, nella bruttezza programmatica. Un uomo politico che sventola il condono per invogliare i furbi o i disperati a votarlo è un traditore dello Stato e un corruttore dei cittadini. Che poi lo faccia con totale disinvoltura, come se stesse dicendo una cosa normale, trattandosi di Berlusconi è cosa che non sorprende. Sorprende e angoscia, piuttosto, la rassegnata docilità con la quale la comunità mediatica, con rare eccezioni, registra le sue gravissime parole.
Qui trovate Liberté, la poesia di Paul Eluard
« Gli uomini e le idee che costruirono una delle architravi della Costituzioni: il lavoro come «diritto che dà senso e coagulo alla trama di tutti i rapporti economico-sociali, su cui avrebbe dovuto reggersi l’intera architettura costituzionale»
.L’Unità, 10 febbraio 2013, con postilla
«Il 13 febbraio ricorre il 100° anniversario della nascita di Giuseppe Dossetti, figura cruciale del cattolicesimo democratico Pochi sanno che l’art. 1 della Costituzione nacque da un colloquio in un bar di Roma con Togliatti»
Martedì prossimo alla Camera dei deputati sarà ricordato Giuseppe Dossetti nel centenario della nascita, alla presenza del presidente della Repubblica. Dossetti, partigiano e presidente del Cln di Reggio Emilia, è stato impegnato in politica (prima alla Consulta, poi all’Assemblea costituente, poi in Parlamento e nella Dc di cui fu vicesegretario) per un periodo di soli sette anni, a cui hanno fatto seguito 44 anni di impegno come uomo di Chiesa, prete e monaco.
Anche nella vita della Chiesa è inevitabilmente ricordato per il suo straordinario apporto riformatore, come consigliere del cardinal Lercaro e di monsignor Bettazzi, e poi come moderatore e perito al Concilio Vaticano II. Il cardinal Martini lo definì «profeta del nostro tempo», sottolineando la sua straordinaria capacità di associare profezia religiosa e profezia politica. Ma in questa sede vogliamo ricordare il Dossetti costituente per un aspetto meno conosciuto e studiato. Di lui infatti si ricorda il decisivo apporto nella definizione della struttura personalistica della Carta, negli articoli 2 e 3, e poi i due articoli di cui è stato relatore il 7 e l’11. È stato meno approfondito il suo apporto alla definizione dei contenuti economico-sociali della Costituzione, in particolare sul tema del lavoro. Così come poco si dice del suo rapporto stretto con Palmiro Togliatti, che lui stesso evocherà nel discorso all’Archiginnasio di Bologna nel 1986, come decisivo per la definizione di alcune «architravi» costituzionali.
Nasce probabilmente in quella occasione e in quel contesto non solo l’intesa per definire il contenuto dell’articolo 1 (il cui testo sarà formalmente presentato poi da Fanfani), ma un rapporto personale che segnerà tutta la vita dell’Assemblea costituente, a partire appunto dal dibattito nella prima sotto-commissione sul tema del lavoro. Ne ha parlato puntualmente il costituzionalista Mario Dogliani, nel seminario del 15-16 ottobre 2011 tenuto a Montesole sul tema «Il lavoro nel pensiero di Giuseppe Dossetti», a cui parteciparono anche i professori Ugo De Siervo e Salvatore Natoli. Il pensiero di Dossetti sul lavoro è anticipato nell’articolo apparso sulla vittoria laburista nelle elezioni del 1945 in Gran Bretagna «Triplice vittoria», riportato in questa pagina. [di seguito]
La discussione nella prima sotto-commissione prende spunto proprio da una proposta formulata da Mo-o e Dossetti: «Ogni cittadino ha diritto al lavoro e il dovere di svolgere un’attività o esplicare una funzione idonea allo sviluppo economico o culturale o morale o spirituale della società umana, conformemente alle proprie possibili tà e alla propria scelta». La discussione ovviamente si sviluppa a lungo e i testi si modificano. Quando si affronta il problema del salario, la prima formulazione che viene posta in discussione è congiunta di Togliatti e Dossetti: «La remunerazione del lavoro intellettuale e manuale deve soddisfare le esigenze di un’esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia». Questa è una formula che poi è rimasta ed è confluita nell’articolo 36.
È ancora Dossetti a dichiarare: «Il lavoro è il fondamento di un diritto che però non è concepito come un diritto nei confronti del datore di lavoro, ma come un diritto che si dirige verso l’intera società, che ha il suo fondamento non nella naturalità dell’individuo, ma nel fatto che lavora... Il diritto ad avere i mezzi per un’esistenza libera e dignitosa non deriva dal semplice fatto di essere uomini, ma dall’adempimento di un lavoro... Questa non è un’utopia perché non possiamo rinunciare al sogno, sogno inteso come sogno politico, di avviare la struttura sociale verso una rigenerazione del lavoro.... in modo che il suo frutto sia adeguato alla dignità e alla libertà dell’uomo. Tali principi programmatici non avranno la possibilità di operare un miracolo... ma serviranno almeno ad una progressiva elevazione delle condizioni di lavoro nel prossimo avvenire». E La Pira precisa: «Gli articoli formulati dalla sotto-commissione sono sempre partiti... dalla premessa che es-si debbono concorrere a far cambiare la struttura economica e sociale del Paese». Dopo una lunga discussione si arriverà finalmente all’approvazione di una nuova formulazione leggermente diversa, sempre a firma Dossetti-Togliatti: «La remunerazione del lavoro intellettuale o tecnico manuale deve soddisfare le esigenza di esistenza libe-ra e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia».
Si potrebbe continuare ancora a leggere i verbali di quel lungo dibattito che affronterà varie altre questioni, in particolare quelle relative al diritto di sciopero, alla finalizzazione della libertà economica e ad altri aspetti, e sempre registreremo gli interventi di Togliatti-Dossetti, Togliatti-La Pira, Moro-Basso-Dossetti-Togliatti, i veri protagonisti di una discussione che anche allora ruotava attorno alla centralità di un diritto soggettivo che è presupposto di altri diritti, un diritto che dà senso e coagulo alla trama di tutti i rapporti economico-sociali, su cui avrebbe dovuto reggersi l’intera architettura costituzionale.
Non è mia intenzione trascinare Dossetti nel dibattito politico, e ancor meno in quello elettorale di oggi, ma non possiamo non rilevare la straordinaria attualità di un pensiero che può aiutare ancora a dare un senso e una prospettiva al processo di profondo cambiamento nel quale ci troviamo inevitabilmente inseriti.
Perché non possiamo non dirci laburisti
di Giuseppe Dossetti
Trascorse le primissime ore di sorpresa, di fervore, di entusiasmo, l’esito delle elezioni inglesi appare sempre meglio come la vittoria di un mondo nuovo in via di faticosa emersione. Vittoria innanzi tutto del lavoro più che, come alcuni hanno detto, vittoria del socialismo; vittoria cioè di una effettiva, concreta e universale realtà umana, meglio che di una particolare dottrina e prassi politica concernente l’affermazione sociale di quella realtà.
Certo il Partito laburista ha contrastato e vinto i conservatori opponendo alla loro caparbia cristallizzazione di interessi e di metodi, un vasto programma di trasformazioni sociali; ma si tratta di tali socializzazioni che, per i principi teorici cui si richiamano (e che non hanno a che vedere con le dottrine classiche del socialismo, né di quello utopico, né di quello marxista), per il campo di applicazione (le industrie chiave e i grandi gruppi finanziari) e soprattutto per il metodo di realizzazione (proprietà sociale e non statale) non consentono, se non per approssimazione giornalistica o propagandistica, di parlare di socialismo, almeno come da decenni lo si intende nell’Europa continentale, e come da mesi lo si intende nella ripresa italiana.
Ben più propriamente invece dobbiamo parlare di un programma di concreta e realistica inserzione, al vertice della gerarchia sociale e politica, del lavoro, inteso come la prima e fondamentale esplicazione della personalità umana, come il genuino e non fallace metro delle capacità, dei meriti, dei diritti di ognuno: programma che non è logicamente né praticamente connesso con la teoria socialista e che può essere condiviso, come di fatto lo è, da altri partiti non socialisti. In secondo luogo la «vittoria della solidarietà», più e meglio che come qualcuno si limita a dire vittoria della pace. Gli elettori inglesi rifiutando con così grande maggioranza a Churchill, vincitore della guerra, il compito di organizzare il dopo-guerra, non hanno semplicemente voluto esprimere la loro volontà di pace e il proposito di allontanare gli uomini, gli interessi, gli atteggiamenti che hanno portato alla guerra e potrebbero perpetuarla in potenza o in atto, ma ben più essi hanno voluto mostrare la loro preferenza per quelle forze e quegli uomini che, appunto per la loro qualità e il loro spirito di lavoratori e di edificatori, hanno dato prova di avere una volontà positiva e attiva per l’edificazione di una nuova struttura sociale e internazionale in cui, nei rapporti tra singoli, tra classi e tra nazioni, non solo siano psicologicamente superate, ma persino oggettivamente rimosse, le possibilità concrete di egoismi, di privilegi, di sopraffazioni e in cui siano poste garanzie effettive di solidarietà e di uguaglianza.
Infine, «vittoria della democrazia»: non solo per l’aspetto dai giornali e dai commentatori più rilevato, cioè per il fatto che, con l’avvento del laburismo al potere, la democrazia inglese entra finalmente nella linea della sua coerenza plenaria e la democrazia quasi esclusivamente formale (cioè di forme costituzionali e parlamentari di fatto accessibili solo a una minoranza di privilegiati) quale sinora è stata, si avvia a essere democrazia sostanziale, cioè vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo a quello politico, ma anche a quello economico e sociale; ma vittoria della democrazia in un senso ancor più profondo e definitivo che molti non considerano e forse alcuni vogliono ignorare, cioè per il fatto che per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea si è potuto effettuare, nonostante le difficoltà dell’ambiente (la «Vecchia Inghilterra» conservatrice per eccellenza) e le difficoltà del momento (l’indomani della più grandiosa storia militare), una trasformazione così grave, decisa e inaspettata, che tutti consentono nel qualificarla «rivoluzione» e che tuttavia questa rivoluzione è avvenuta proprio per le vie della legalità e attraverso i metodi della democrazia tipica e gli istituti del sistema parlamentare.
Questo fatto è quello che riassume e corona, è quello che consacra nel presente e garantisce per l’avvenire la definitività delle altre vittorie. Ma è soprattutto quello che veramente conclude la storia dell’Europa moderna e apre non un nuovo capitolo, ma un nuovo volume, ponendo fine all’età del liberalismo europeo e preannunziando insieme la fine del grande antagonista storico della concezione liberale; cioè il socialismo cosiddetto scientifico. Non sembri un’affermazione paradossale: essa è veramente il frutto di una meditazione storica.
La vittoria del Partito laburista, che non è partito di classe, ma partito interclassista (in quanto accoglie il filatore di Manchester, Mac Farlane, il proletario del Galles e il maresciallo Alexander), del Partito laburista che non ha vinto solo con i voti dei distretti operai, ma anche con quelli dei centri rurali più legati alle concezioni tradizionali della Vecchia Inghilterra, del Partito laburista che ha vinto con una elezione popolate e veramente libera, tale vittoria, diciamo, ha non solo concluso il periodo delle dittature o delle aristocrazie conservatrici, ma ha smentito per la prima volta con la prova dei fatti le dottrine e le prassi (già da tempo confutare in teoria) che solo nel ricorso alla forza, nella dittatura di una classe sulle altre e nella metodologia dell’attivismo sopraffattore vedono una possibilità di ascesa per i lavoratori e di instaurazione di una vera democrazia.
Da oggi i lavoratori di tutto il mondo finalmente sanno di potere con fiducia rispondere ad un grido che li invita all’unità, ma non nel nome di un mito di classe e di lotta, ma nel nome di una volontà di solidarietà con tutti e di libertà e giustizia per tutti. Volontà che, come ha riconosciuto Clemente Attlee, è veramente cristiana.
Reggio Emilia, 31 luglio 1945
Fotografia di uno stato d'animo, da una giornalista di costume intelligente: il dilemma fra l'orribile padania secessionista e un voto in cui non ci si identifica appieno.
La Repubblica, 10 febbraio 2013 (f.b.)
Un rifugio che li ha liberati dal fastidio, se non addirittura dalla vergogna, di doversi umiliare nel solo centrodestra prima disponibile, quello horror berlusconiano. Ma, al momento di pensare alla Regione, molti si sono spaventati, trovandosi davanti, come candidato presidente montiano, una delle persone più noiose mai arrivate in politica: un Albertini che fu irragionevolmente sindaco di Milano due volte, iniziando una cementificazione della città tra le più allucinanti.
Chiarita la sua impossibilità a vincere queste elezioni, ai montiani più saggi si sono rizzati i capelli in testa all’idea di consegnare la Lombardia a Maroni, cioè di riconsegnarla alla Lega e al Pdl, e a tutto il malaffare, gli scandali, l’ignoranza finanziaria, politica e culturale che l’hanno devastata negli ultimi anni. La prima a rendersene conto è stata la montiana Ilaria Borletti Buitoni, capolista alla Camera per la Lombardia, che ha annunciato il voto disgiunto, cioè la libertà di votare ovviamente per la sua lista alle politiche, abbandonando però, alle Regionali, l’insignificante Albertini, per votare il Centro popolare lombardo di Umberto Ambrosoli: quel tipo di persona perbene, colta, preparata e appassionata che dovrebbe piacere moltissimo a Monti che, purtroppo, ha commesso l’errore tecnico di impantanarsi, non si sa perché, con Albertini.
Meglio, insomma, una sinistra rosa che una destra nera, meglio la novità che contiene speranza, e che tanto auspica Monti, che il vecchiume di cui già si conosce l’imprudenza e l’incapacità, tanto deprecato dal Professore. Nelle case dei lombardi importanti, in quelle non più berlusconiane e non del tutto pidielline, incerte montiane, silenziosamente grilline, Umberto Ambrosoli è il più invitato, quello che fa miglior figura nei brevi discorsi semplici e pacati, tanto da risultare convincente. Nelle strade dei centri cittadini girano signore in età che distribuiscono “solo a chi ha la faccia di uno che lo merita” le povere borse di tela col nome del candidato del Centro popolare lombardo. È tutta qui la propaganda elettorale di Ambrosoli che non ha nessun sostegno finanziario.
In giro c’è stanchezza e paura, le teste rintronate dai bombardamenti senz’anima della telepolitica elettorale. Ma ci sono momenti video essenziali anche per le elezioni regionali; come è accaduto sere fa dalla Gruber, quando la signorile distanza, la sapienza del linguaggio e la preparazione politica della montiana signora Borletti Buitoni, rispetto all’iroso e impacciato Salvini, ha chiarito l’inconciliabilità tra i due mondi. Lo stesso Salvini poi, in un incontro con i medici per parlare di sanità lombarda assieme ai rappresentanti delle altre liste, ha dichiarato che, certo del futuro maroniano della Regione, la salute lombarda sarà sempre più gestita dalla politica, altro che sistema Formigoni. Intanto altri montiani hanno seguito la signora Borletti Buitoni, dichiarandosi per il voto disgiunto a favore di Ambrosoli, confermando così che, anche per chi sostiene un centrodestra, antisinistra ma civile, per il governo, è inaccettabile l’idea di una Lombardia di nuovo prigioniera di un mondo alieno alla sua storia, alla sua cultura e persino alla sua economia, oltre che al suo futuro, come quello rappresentato da Maroni.
Aliena soprattutto al varesotto professor Mario Monti. L’incubo di milioni di lombardi, tra cui i famosi moderati più sensati, è che la Lombardia, presa per poi depredarla ancora una volta, formi quella specie di stato del Nord con Veneto e Piemonte, dominato dalla Lega smoderata e secessionista, che renderebbe ingovernabile l’Italia e quindi anche, come ha spiegato ieri Massimo Cacciari, la Lombardia stessa. Il premier Monti oggi sarà a Milano in difesa del suo Albertini e si immagina sgriderà duramente chi tra i suoi ha osato dichiararsi per Ambrosoli ma, dice la signora Buitoni Borletti, che non sarà in città, «una lista civica deve accettare la pluralità delle scelte».
«il manifesto, 10 febbraio 2013
.
Kar Polanyi , nel noto saggio «La grande trasformazione» spiegava l'avvento del mercato autoregolato come il frutto di una trasformazione in merce di tre fattori: il lavoro, la terra e la moneta. Nessuno dei tre, diceva Polanyi, è stato prodotto dall'uomo: «il lavoro è soltanto un altro nome per un'attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta(...) la terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall'uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d'acquisto». Per questo Polanyi parla di merci-fittizie, vale a dire di una finzione che ha reso merce ciò che non lo è, con conseguenze disastrose per la società e per gli ecosistemi.
Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, credo che Polanyi avrebbe aggiunto «la politica» come merce-fittizia, in quanto il processo di mercificazione l'ha pienamente raggiunta ed inglobata. In Italia, questo fenomeno è più chiaro che in altri paesi, in quanto il processo di disgregazione/disfacimento dei partiti è in stato più avanzato. D'altronde, pochi lo sanno, ma noi siano stati un paese «laboratorio politico» per secoli, da cui sono pervenuti grandi contributi teorici, da Macchiavelli a Gramsci, ancora studiati in tante Università straniere.
Non è dunque un caso se nel nostro paese, che continua ad essere un'avanguardia/laboratorio politico, i comici fanno politica (e non solo Grillo), ed i politici fanno i comici (e non solo il Cavaliere). Certo, non tutti hanno gli stessi talenti. Il povero Fini, con i suoi ragionamenti articolati in buon italiano, è completamente fuori mercato, sembra un politico di un altro secolo. Il Professor Monti, invece, è diventato patetico da quando tenta di fare il simpatico, va in Tv in trasmissioni da avanspettacolo, tentando di uscire dal ruolo di statista, grigio e rigoroso, che gli era stato dato. Anche lui ha fondato un «partito personale», come hanno fatto negli ultimi venti anni nell'ordine: Berlusconi, Di Pietro, Casini, Fini, Vendola, e per ultimo Oscar Giannino. Su questo piano l'ultimo partito, insieme alla Lega Nord, che rimane sul campo politico è il Pd, ed ha sicuramente ragione Bersani a dire che i «partiti personali» sono il cancro della democrazia. Solo che scambia gli effetti con la causa che, come abbiamo ricordato, è legata al processo di mercificazione globale che ha ridotto anche la politica a merce, e l'elezioni politiche ad un mercato come gli altri.
L’Unità, 9 febbraio 2013
Hai ragione, caro Nichi, che non ci servono gli «inciuci». Il Pd e il tuo partito si sono messi insieme per cambiare l’Italia e farla più giusta. E questo faranno, sapendo però che la cosa è impossibile se non salviamo il Paese dal degrado sociale e dalla regressione storico-politica che incombe sul suo destino. Questa è la «cosa». Ma noi una simile impresa la vogliamo affrontare sul serio? Come? Non credo che basti approfittare del fatto che l’attuale legge elettorale regala un largo premio di maggioranza a chi arriva primo e potrebbe quindi consentirci di governare da soli.
Ecco. Io vorrei dire la mia su cosa bisognerebbe intendere con questo «non da soli». Provo allora a dire qualcosa che va oltre il problema, certamente ineludibile delle alleanze politiche senza le quali sarà impossibile affrontare le grandi riforme. Ciò che vorrei aggiungere è che per affrontare questa dura prova dobbiamo dotarci di uno sguardo più vero e più profondo su ciò che è oggi il popolo italiano. L’interrogativo che mi pongo è questo. In un mondo in cui la potenza dell’economia finanziaria si è mangiata non solo l’economia reale ma ha distrutto larga parte delle funzioni pubbliche e delle capacità di governare utilmente gli interessi che sono in gioco, che cosa diventa il problema del riformismo? Tante cose, evidentemente. Ma nella sostanza e per dirla in breve io credo che il problema attuale del riformismo sia la costruzione di un nuovo potere sociale. Detto in altro modo, è il protagonismo della gente. Se guardo allora a questo Paese dove sono nato, sono cresciuto e ho lottato io non vedo solo la decadenza economica. Mi colpisce l’intreccio ormai inestricabile tra il collasso di larga parte delle strutture dello Stato e la precarietà del lavoro, la disoccupazione giovanile, la corruzione. Penso al Mezzogiorno e alla difficoltà da parte di tanta gente che conosco di impadronirsi della propria vita. Mi sembra chiaro che il Mezzogiorno non potrà risorgere se gli daremo solo un governo dall’alto. Non illudiamoci. Chiediamoci perché tanto popolo minuto e disperato non vota noi ma Berlusconi.
Noi dobbiamo ragionare così. Ed è alla luce di questi problemi che io non comprendo come si possa costruire un partito moderno del riformismo se si resta paralizzati dalla preoccupazione di non fare accordi con il partito di Monti. Il professore è troppo un tecnocrate e un conservatore? Può darsi, ma il problema che io mi pongo è capire il mondo fuori di noi. Io non capisco come la sinistra possa governare se non considera compito suo rimettere in gioco il mondo delle professioni e dell’impresa, del saper fare e dalla cooperazione, il mondo del capitale sociale e delle forze produttive. Le ricette degli economisti sono importanti ma, dopotutto, le conosciamo a memoria e in buona parte sono dettate dell’Europa. Ciò che mi serve è capire per fare un esempio perché l’Emilia è risorta così presto dal terremoto.
Ecco come io vedo i «compromessi» con il Centro. Il professor Monti può pensare quello che vuole, ma io parlo al suo mondo e noto che il suo partito va dal miliardario Cordero di Montezemolo alla gente straordinaria che lavora con la Comunità di Sant’Egidio. Perché allora il Pd non sarebbe compatibile con Nichi Vendola? Ecco perché mi è tornato in mente quel rapporto tra il movimento partigiano e il governo con Badoglio, senza il quale non so se avremmo potuto salvare l’Italia. E la conseguenza non è stata affatto quella di mettere acqua nel nostro vino.
La verità è che le dispute attuali restano molto al di qua dei problemi reali. Può essere giusto polemizzare con il sindacato ma con quale animo? Da un lato bisognerebbe prendere atto che è finita la «rappresentanza socialista del lavoro», cioè quella grande idea che è stata alla base del movimento operaio e socialista: lo sfruttamento del lavoro dipendente come base dell’accumulazione capitalistica, e quindi la liberazione del lavoro come via al socialismo (l’operaio che, spezzando le sue catene, prende il potere). Dall’altro lato la sinistra riformista non può pensare di declassare il tema del lavoro moderno a un problema sindacale, considerandolo solo come fattore più o meno flessibile dell’economia. Quelli che guardano solo alle regole del mercato del lavoro non vanno lontano. Il fatto su cui far leva è che la potenza sociale del lavoro un lavoro che presta sempre meno fatica fisica e sempre più intelligenza non è affatto diminuita. Io dico molto di più. In una economia che produce beni immateriali, conoscenze, reti, desideri, bisogni, e bisogni non più solo del corpo ma della mente, il lavoro crea ben più che un surplus per l’economia. Crea società, crea relazioni.
Il punto nuovo è questo. Su questa base poggia il nostro programma per l’Italia. Qui sta la debolezza di una certa tecnocrazia. Ma qui sta anche il ruolo storico dell’Europa, il luogo dove si affermò quella grande conquista del Novecento che abbiamo chiamato «civiltà del lavoro». Parlo di quell’insieme di diritti ma soprattutto del riconoscimento sia pure in linea di principio (ma non solo) di una pari dignità tra il lavoro e l’impresa. Finiva davvero il secolare rapporto tra padrone e servo, e questo dava alla democrazia politica il suo fondamento. Perciò io penso che si gioca qui, sui diritti del lavoro una partita decisiva non solo per la sinistra ma per la democrazia. E tuttavia per vincerla non basterà rimanere chiusi nei vecchi confini della sinistra. Perciò è così importante che tutti gli uomini che guardano alla sinistra e credono nel progresso lavorino per la vittoria di un partito come il Pd.
L'idea che il sapere serva solo a produrre e consumare, a furia di essere spacciata dalla destra e dai ragionieri di regime, introdotta nell'università in Italia dalla riforma Berlinguer, è filtrata un po' ovunque.
Il manifesto, 8 febbraio 2013 (f.b.)
Perché si va a scuola? Per trovare un lavoro da grandi. Sì, certo, ma se poi da grandi il lavoro non c'è perché siamo in piena crisi del mercato del lavoro, andare a scuola, allora, cosa serve? Risposta: a niente. O meglio: a tenere buoni alunni e studenti. Possibile? Sembra proprio così. Dunque, andiamo con ordine: negli ultimi venticinque anni si è fatta strada in Italia l'idea che la funzione principale dell'università e dell'intero sistema formativo sia fornire forza-lavoro al mondo del lavoro e dell'economia. Un'idea forte, che ha messo al centro dei processi educativi il concetto di formazione (a breve termine), mettendo nell'ombra quello di educazione (a lungo termine). È un'idea derivata dall'unione fondamentalmente economica dell'Europa. Che ha trovato diversi adepti anche tra pedagogisti e politici, non solo legati al centrodestra ma anche al centrosinistra. Potremmo chiamarla un'idea di politica scolastica di matrice neoliberista.
Anche il linguaggio dell'amministrazione scolastica è cambiato: si è parlato di scuola-azienda, con tutto ciò che questo comporta in termini didattici e pedagogici. Si sono ripetute parole d'ordine come meritocrazia, sorvolando sulla funzione sociale e di uguaglianza delle opportunità di un sistema scolastico statale. Si è provato in ogni modo a proporre test sulla qualità delle scuole e della formazione utili più a ricerche di mercato che a e nuove strategie educative; ricordiamoci sempre che l'Ocse che misura i nostri ragazzi è un organismo economico, non filosofico o pedagogico. La domanda che pongo è questa: che fine fa la visione di un'università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro? Dove magari, come accade in Italia, il cui tessuto economico è fatto in gran parte di piccole aziende semiartigianali, il laureato specializzato è meno attraente di un lavoratore non specializzato, magari d'origine straniera e a basso costo? Non sono domande nuove: negli Stati Uniti e in Inghilterra, quel sistema scolastico anglosassone che noi oggi cerchiamo di replicare fuori tempo massimo in Italia, è già sotto accusa e si sta correndo ai ripari. Intanto il risultato delle cattive politiche scolastiche messe in atto dagli ultimi governi italiani ha portato ai primi cattivi frutti. Uno: la scuola primaria italiana che era prima per qualità in Europa nel 2008, dopo la controriforma Gelmini è precipitata in classifica. Due: oltre 50.000 immatricolazioni universitarie in meno negli ultimi dieci anni; che è assurdo attribuire solo al calo demografico.
Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione - permanente, civile, della persona - che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.
«7 febbraio 2013
I diritti civili della persona, sacrosanti, non sono ancora diritti alle unioni fra le persone.La svolta della Chiesa di Roma sul riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti civili degli omosessuali è indubbiamente un evento importante. Come ricordava Vito Mancuso su questo quotidiano, mai era successo che un prelato ammettesse che i diritti civili sono eguali per tutti in materia di convivenza. Lo ha fatto monsignor Vincenzo Paglia, il nuovo Presidente per il Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il pronunciamento è importante perché centrato sull’eguale rispetto delle persone e la condanna della discriminazione che la criminalizzazione dell’omosessualità genera, come verifichiamo quotidianamente anche nel nostro Paese. Una battaglia di civiltà, sulla quale papa Benedetto XVI si è varie volte pronunciato mettendo in luce le sofferenze che ancora troppi governi infliggono a chi sceglie di vivere una relazione non eterosessuale.
Lucida denuncia del carattere violentemente regressivo degli austeri fautori della ”modernizzazione”
La Repubblica, 6 febbraio 2013
I prìncipi che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: «Non salvateci più!», e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.
A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento.
Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina «che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa». Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che «l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone». Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda.
Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’.
È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89.
È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: «Ma stiamo scherzando?», quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto? In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale – la povertà, la disoccupazione di massa – non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla finedella guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.
È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un’idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un’idea d’avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste – con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono. Non a caso viene dal più forte sindacato d’Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l’Europa, gestito dall’Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni ’30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani –welfare, cura del bene pubblico – accrescono l’irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all’assistenza.
Paventato è l’azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L’economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal ’700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. «Questo ucciderà quello», così Victor Hugo narra l’avvento del libro stampato che uccisele cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell’unione uomo-donna a soccombere, chissà perché. Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di «capitale umano» e parliamo di persone, forse l’azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati.
Nel suo saggio in uscita domani Marco Revelli, “Finale di partito” analizza la crisi dei sistemi di rappresentanza e il futuro delle istituzioni. Un libro utile per chi crede che la volontà di affrontare insieme i problemi comuni richiede ancora unaorganizzazione comune. Eccone un brano, selezionato da
La Repubblica, 4 febbraio 2013
Nel passaggio dalla riflessione colta alle retorichepolitiche prevalenti, quelle che erano domande e individuazioni di rischi sonodiventate perentorie certezze. La formula ha perso il punto interrogativo perassumere l’esclamativo: «Non può esserci democrazia senza partiti! ». L’hascritto sotto il titolo impegnativo A cosa serve la politica?, Massimo D’Alema,sia pur ammettendo la difficoltà del compito di convincerne gli elettori («Nonbasta riaffermare ciò che è indiscutibilmente vero: non c’è democrazia senza ipartiti»). L’ha ripetuto, inun accorato appello radiofonico, Rosy Bindi («Senzai partiti non c’è democrazia e il cittadino è costretto a scegliere tra i tantipopulismi che si annidano nel nostro Paese o le tecnocrazie che ci dettanoricette da organismi che non hanno fondamento democratico»). L’ha ripreso sulfronte politico opposto Maurizio Lupi in veste di vicepresidente della Camera(«Non possiamo far vincere il populismo di chi vorrebbe cancellare la politicae i partiti che ne sono la massima espressione. Senza i partiti non c’èdemocrazia»).
Addirittura troppo ottimistico ci appare oggi il pessimismo che ieri sembrava troppo cupo per essere espresso. Diceva Norberto Bobbio: La Seconda repubblica minaccia di finire peggio della Prima. Una Cassandra? Ma la figlia di Priamo ci azzeccava sempre.
La Repubblica, 4 febbraio 2013
Ma nei partiti e nel Paese c’è davvero consapevolezza della rposta realmente in gioco? Stiamo avvicinandoci solo a importanti elezioni politiche o dobbiamo anche comprendere perché pesanti macerie si siano aggiunte a quelle, ingloriose e nefaste, della “prima Repubblica”? In realtà non può essere rimosso il nodo di una “seconda Repubblica” giunta sin sull’orlo del baratro, eppure la crisi drammatica di trent’anni di storia sembra affacciarsi nel dibattito politico solo come riferimento generico e quasi rituale. Non sembra aver innescato quei profondissimi ripensamenti che sarebbero necessari per avanzare ai cittadini proposte realmente credibili. In questo sostanziale vuoto sembrano muoversi molte dinamiche e molte “normali anomalie” di una campagna elettorale che ha talora risvolti surreali: una campagna in cui le battute di Maurizio Crozza inquietano qualche leader più degli attacchi degli avversari.
Registriamo così ogni giorno l’orgogliosa sicumera con cui Berlusconi rispolvera “patti con gli italiani” sprofondati da tempo nell’oblio e nel grottesco, o prendiamo atto di quella “concordia discors” fra contrapposte figure della politica-spettacolo che ci è riconsegnata dai talk show di Michele Santoro, ma non riusciamo a capire perché tutto questo possa essere riproposto con un qualche successo. Perché non sia crollato nei sondaggi un leader che ha portato il Paese alla rovina. Perché possano riaffacciarsi le figure più ridicole o più prive di pudore e credito, da Scilipoti a Storace. E perché sia stato così difficile per il centrodestra escludere dalle liste, e in extremis, almeno due o tre dei candidati più impresentabili. Anche sullo sfondo di questo vi sono sia mali cresciuti nel tempo sia un’assuefazione ad essi che non ha trovato anticorpi adeguati. L’indecente immagine di Berlusconi assopito durante la commemorazione della Shoah rischia così di proporci non solo e non tanto il ritratto eloquente di un leader senza principi e senza valori ma anche l’inquietante metafora di una parte del Paese. Dove iniziare allora l’opera di risanamento? Quali forze mettere realmente in gioco per dare avvio ad un lavoro di lunghissimo periodo, ad una Ricostruzione economica, civile, politica ed etica? E quando, se non ora?
Nel modo con cui il centrosinistra si presenta agli italiani questa piena consapevolezza sembra spesso mancare. Sembra lontano quel colpo d’ala che sarebbe necessario per avanzare una proposta radicalmente nuova rispetto al passato: ad esempio rispetto alle sue precedenti prove di governo, terminate entrambe — al di là delle differenze — con pesanti sconfitte elettorali. Sconfitte che lasciarono segni profondissimi, e le cui ragioni non sono certo scomparse dalla memoria dei cittadini: difficile stupirsi, allora, se il Pd fatica ancor oggi a “sfondare” oltre la sua area tradizionale. Quali sono i cardini che differenziano più nettamente e chiaramente il centrosinistra attuale da quello di allora? E quali sono i nuovi, brucianti nodi sul tappeto? Si pensi almeno a quelli su cui possono far leva, strumentalmente, i peggiori populismi e la più nefasta antipolitica: ad es. la “questione Europa”, non affrontabile realmente senza un salto di qualità complessivo, non solo italiano. O le lacerazioni nel rapporto fra politica e cittadini, che avrebbero imposto da tempo risposte di moralizzazione drastiche ed esemplari. Davvero contro le sirene populiste è adeguato anche su questo terreno l’“usato sicuro”? È sufficiente cioè la riproposizione degli aspetti più presentabili della vecchia politica? Non sembra proprio che sia così.
Molte vicende ci ricordano, ad esempio, che nella nostra Repubblica l’occupazione partitica di ogni spazio possibile è male antico e consolidato, largamente precedente alle più recenti degenerazioni e alle indagini giudiziarie, e tale da estendersi anche a chi era stato a lungo escluso dal Palazzo. Lo racconta bene perfino la remota storia del vecchio Pci, coinvolto almeno in parte nella lottizzazione già al suo primo avvicinarsi all’area del potere: all’indomani delle elezioni del 1976 lo testimoniarono bene le nomine alla Rai, al Monte dei Paschi di Siena e in altre banche (questo giornale fu il più deciso nel segnalarlo criticamente). E dopo il 1989, nello sciogliersi e rifondarsi di quel partito, svanì rapidamente nel nulla la proposta di uscire anche unilateralmente dalle realtà più abnormi (ad esempio nella sanità), avanzata addirittura a Congresso dal suo segretario, Achille Occhetto. Alla lunga distanza è facile comprendere quanto sarebbe stato salutare invece accentuare ulteriormente una drastica distanza dalle pratiche e dalle derive di un sistema in sfacelo: pochissime voci, allora, continuarono a chiederlo.
Ancora alla vigilia di Tangentopoli, del resto, Norberto Bobbio scriveva: “Se questa prima repubblica (…) è alla fine, finisce male, malissimo. Per chi come me appartiene alla generazione che ha assistito piena di speranza alla sua nascita, questa considerazione è molto amara. La gestazione della seconda repubblica, se dovrà nascere, sarà lunga. Forse non avrò neppur il tempo di vederne la fine. Ma poiché, se nascerà, nascerà con gli stessi uomini che non solo sono falliti ma sono inconsapevoli del loro fallimento, non potrà che nascere male, malissimo, come male, malissimo è finita la prima”. Era il 1991, ma Bobbio decise allora di non pubblicare quell’articolo: gli sembrava troppo pessimistico. Più di vent’anni dopo esso ci appare profetico, e attuale.
Ancora un commento al libro di Carlo Galli, “Sinistra”, a proposito del quale si discuterà ancora a lungo
. Micromega, 1/2013
Che cosa sta succedendo nella bolognese “repubblica delle lettere” de il Mulino? Ossia in uno dei pochi luoghi nazionali in cui si coltivavano da almeno un cinquantennio analisi e ibridazioni culturali come esercizio di progettazione politica. Ce lo si chiede visto che alcuni tra i più autorevoli politologi della terza generazione di questa comunità, con annessa casa editrice, negli ultimi tempi scelgono di pubblicare altrove: lo ha fatto Piero Ignazi per Laterza, lo fa ora Carlo Galli con Mondadori. Forse i sospettosi potrebbero trovare una chiave interpretativa nel fatto che Galli è candidato alle prossime elezioni nel listino di Bersani mentre Michele Salvati, sull’ultimo numero della rivista bandiera del gruppo editoriale di cui è direttore, ha fatto coming out a favore di Mario Monti («… concludo con una tesi di cui sono convinto, e che qui esprimo a titolo personale: che la prosecuzione dopo le elezioni di un governo Monti potrebbe fare ancora bene al nostro Paese… non è ancora venuto il momento di sostituire Bersani a Monti» [3]).
Sia come sia, eccoci con la recentissima opera sull’ormai araba fenice della bella politica – la Sinistra – cui Galli dedica 160 pagine; per due terzi centrate sul “come eravamo” e per il restante terzo dedicato al “come potremmo essere”: un saggio molto filosofico che evolve a pamphlet appassionato, sempre in un linguaggio sostenuto (dove abbondano estese catene di antinomie: pour un tel inventaire/ il faudrait être un Prevert, borbotterebbe Georges Brassens).
Il senso complessivo del ragionamento può essere sintetizzato in due tesi:
A. Il Novecento ha conosciuto quattro rivoluzioni (Comunismo, Fascismo, Keynesianesimo dello Stato Sociale e Neoliberismo), nell’ultima delle quali si è verificata un’apparente spoliticizzazione mercatistica che ha marginalizzato la Sinistra politica;
B. La fuoriuscita dall’ormai evidente crisi NeoLib può avvenire soltanto grazie a una “quinta rivoluzione” (un New, New Deal) che metta radici in un rinnovato blocco sociale facendo perno nella rivalorizzazione del lavoro.
Per quanto riguarda la prima tesi, apparentemente innegabile, si può semmai puntualizzare che – in effetti – non si è trattato di marginalizzazione, quanto di sottomissione all’egemonia dell’economico del personale dei partiti formalmente collocati sul fronte sinistro, interpretabile in vari modi: interiorizzazione pavlovizzante del mito de “il senso della storia”, da cui il riflesso condizionato di stare sempre dalla parte dei (presunti) vincitori? Opportunismo carrieristico da Terza Via? Omologazione in un ceto politico indistinto, intimamente solidale nella difesa dei propri privilegi? Vedete un po’ voi. A parere dello scrivente la spiegazione più attendibile la si ricava da una chiosa a margine del secondo item: per quale motivo il lavoro, da grande protagonista della dialettica sociopolitica otto/novecentesca, è diventato un soggetto desaparecido.
Di conseguenza, le organizzazioni partitiche che traevano i propri successi dal radicamento in questa parte sociale hanno ritenuto più conveniente rivolgersi altrove. Veniamo così al punto: Galli sostiene che «non aver posto l’accento sul lavoro con sufficiente convinzione, aver accettato la subalternità del lavoro e le disuguaglianze sociali, è stata una delle maggiori cause di debolezza della sinistra» (pag. 135). Tesi ovviamente condivisibile. Con un però. Messo in risalto – guarda caso – dall’intellettuale italiano che ai suoi tempi fu sovreccitato portabandiera dell’operaismo, Toni Negri. Quello che nel 1977 scriveva «sono gli operai del Sud che emigrano piuttosto che accettare la miseria pianificata del sottosviluppo, sono gli operai della fabbrica verde del Nord che impongono, premendo sulle metropoli, l’estensione dell’occupazione e dei servizi e ne sconvolgono le capacità di controllo amministrativo – queste sono le forze che vengono a costituire l’operaio-massa, stravolgendo sconfitte parziali in una vittoria strategica di massa» [4]. Ora il medesimo teorico estetizzante dell’antagonismo, in collaborazione con l’alter ego Michael Hardt (ma esisterà davvero? A volte penso si tratti di un personaggio di fantasia, come l’Ida Omboni coautrice di Paolo Poli…), promuove una tesi diametralmente opposta: «per potere parlare di nuova sinistra, oggi dobbiamo innanzitutto esprimerci nei termini di un programma postsocialista e postliberale, basato su una rottura materiale e concettuale – una frattura ontologica – rispetto alle tradizioni ideologiche del movimento operaio, delle sue organizzazioni e dei suoi modelli di gestione della produzione» [5].
Insomma, il “potere costituente” su cui edificare la rivoluzione postliberista dove sta, nella moltitudine o nel lavoro organizzato/rappresentato? Sempre a parere dello scrivente, frammenti di verità galleggiano tanto nella tesi di Galli come in quella di Negri, a patto di uscire dai filosofemi (hegheliani o spinoziani) e ragionare in termini di crudi rapporti di forza e poste in gioco.
Al lavoro in quanto tale le donne e gli uomini concreti possono chiedere moltissimo; tanto dal punto di vista psicologico (senso e significati, identità/dignità) come economico (emancipazione e risarcimenti materiali). Tuttavia la conquista di una soggettività dotata della potenza che si fa cambiamento discende soltanto da precise condizioni posizionali, già verificatesi in una fase storica ma che attualmente non sono più presenti: essere al centro dei processi di riproduzione della ricchezza; appunto, come al tempo del capitalismo industrialista (fordista). In altre parole, quando le lotte del lavoro imponevano alla controparte datoriale mediazioni al rialzo; che si traducevano in conquiste collettive, generali.
Ahimé, la stagione di finanziarizzazione capitalistica e il nuovo modo di produrre transnazionale, alla ricerca dei residui eserciti di riserva del lavoro da irreggimentare in forme servili, ha disarmato il lavoro attraverso l’innovazione tecnologica e organizzativa; al tempo stesso sottomettendo la politica, ormai trasformata in caporalato del consenso in quanto subalterna ai poteri plutocratici e mediatici.
Sicché possiamo dare ragione a Galli quando propugna una «ripoliticizzazione delle istituzioni: la politica deve essere capace di nuova autonomia, cioè di nuovo orientamento e governo» (pag. 156). Per cui diventa essenziale l’aggregazione (in un nuovo “blocco storico”?) di componenti sociali attualmente oscillanti tra due stati d’animo politicamente inerti: l’indignazione e il fatalismo.
Ma tutto questo ben difficilmente potrà realizzarsi permanendo all’interno di uno specifico ordine (tardo capitalistico) – quale quello vigente – che presuppone priorità d’agenda, stili di vita e consumo, forme verticistiche del comando; un plesso inestricabile di poteri micro e macro, innanzitutto sotto forma di pensiero pensabile, che si è trasformato in “dente d’arresto” per ogni effettivo cambiamento in senso democratico.
Negri e Hardt auspicano una “nuova scienza della società”. Più modestamente l’autore di queste note pensa a una rinnovata fisiologia dell’antagonismo sociale, che riproponga la corretta circolazione tra movimenti e istituzioni. E qui compare una parola a cui lo stesso Galli ricorre sovente: conflitto, il grande motore della trasformazione sociale. Anch’esso desaparecido. «Destra e Sinistra permangono perché la politica moderna e contemporanea non è dogmatica o monolitica, ma indeterminata e conflittuale… intorno ai presupposti e alle finalità stesse dell’agire politico. Che sono, in sintesi, il primato dei doveri (la Destra) oppure dei diritti (la Sinistra)» [6]. Alla faccia della presunta obsolescenza dei due termini fatali.
Ma per esserci conflitto – non protestarismi rituali – occorre individuare il “punto archimedico” in cui l’insorgenza sociale tocca nervi sensibili e diviene significativa leva di cambiamento. Come al tempo industrialista; quando – ad esempio – lo sciopero non era ancora un’arma spuntata.
Note
[1] S. Žižek, Dalla tragedia alla farsa, Ponte alle Grazie, Milano 2010 pag. 187
[2] in G. Galletta, Il mondo non è una pesca, Socialmente, Granarolo dell’Emilia 2010 pag. 63
[3] M. Salvati, Mario Monti e un governo per l’Italia, il Mulino 6/2012
[4] A. Negri, La forma stato, Feltrinelli, Milano 1977 pag. 20
[5] M. Hardt e A. Negri, Moltitudine, Rizzoli, Milano 2004 pag. 256
[6] C. Galli, “L’attualità di Destra e Sinistra”, la Repubblica 18 novembre 2010
«Stiamo assistendo alla fine della polis? Il pensiero ha ancora un destino nella sfera pubblica, o guarda oltre?» Domande, non risposte.
L’Unità, 3 febbraio 2003
«Certo è strano non abitare più la terra»: questo mesto verso di Rilke descrive non la crisi del nostro tempo, ma il suo trionfo. Il trionfo dell’appropriazione umana della terra e del tempo, il trionfo della storia e della politica. A questa appropriazione, che, seguendo il racconto di Genesi (2, 19-20), inizia da quando Dio concesse all’uomo la facoltà di dar nome agli animali della terra e del cielo, la filosofia ha dato un contributo notevole, concependo la vita buona come quella vita che si realizza nella comunità degli uomini padroni della terra e di tutto quanto sulla terra cresce e vive.
Mestizia di poeta separato dal mondo, quella di Rilke? O non piuttosto un sentimento, frustrato, di più profonda partecipazione alla vita del tutto? Forse la crisi della polis, sottraendo alla filosofia il suo tema principale – la res publica, come la suprema res humana – apre l’orizzonte del pensiero oltre la soglia dell’umano. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione in filosofia, che, in contrasto con quella «copernicana di Kant, definirei «tolemaica», dacché segna il passaggio dalla riflessione del mondo a partire dall’uomo alla considerazione dell’uomo muovendo dal mondo. E qual filosofo della nostra modernità ha contribuito a questa trasformazione più e meglio di Spinoza?
Biagio de Giovanni, filosofo della politica che ha sempre accompagnato l’attività di studioso con l’impegno politico, in un suo recente libro, Hegel e Spinoza. Dialogo sul moderno, ha ampiamente argomentato che la risposta di Spinoza alla crisi del moderno – la scissione io-mondo – è più «avanzata» di quella hegeliana, perché non «redime» il finito, assorbendolo nel processo della universale ragione come suo momento necessario, ma lo «salva», e cioè lo «serba» nella sua finitezza, entro il «libero» spazio della sostanza eterna.
Altra volta ho rilevato la vicinanza di questa interpretazione della sostanza spinoziana all’Ereignis di Heidegger, l’evento puro che tutto pro-voca ed accoglie, e nulla impone. Vi torno su, in questa sede, perché Spinoza – lo Spinoza che de Giovanni non esita a dire «il mio Spinoza» –, pur teorizzando la razionalità dello Stato, procede oltre il «politico», verso quella fondazione etica della ‘comunità’ che non è in potere della comunità. Per l’autore del Tractatus teologico-politicus e del Tractatus politicus «sostanza» è il nome della «natura» in c «sostanza» è il nome della «natura» in cui l’uomo abita, e solo perché abita in essa, può comunicare con altri, può, cioè, far comunità.
L’etica di Spinoza ha come tema la natura che non è solo punti, linee e figure geometriche, è sovratutto corpo vivente, Leib, e cioè: passione, sentimento, amore e odio, letizia e tristezza, immaginazione. È, nel linguaggio di Rilke, la Terra oltre la Città: la Terra che «salva» l’uomo nella sua finitezza e libertà. È questo il messaggio? Il nuovo messaggio della filosofia?
Nel 1991-92 – son passati vent’anni! – Carlo Sini tenne un corso alla Statale di Milano su La verità pubblica e Spinoza. Pubblicato la prima volta nel 2005, è stato riedito nel IV volume, tomo I, delle sue Opere, in questo inizio d’anno. Essendo stato già recensito su queste pagine, posso andar subito all’essenziale, che è già tutto nello stile del testo, che ha conservato l’andamento della lectio, della lettura. Della lettura non d’un libro, ma del mondo, quale si es-pone nel pensiero che si fa nell’atto stesso di dirsi, di scriversi. Questa la verità pubblica del mondo (e non sul mondo). Verità che non è, perché in via di farsi, come il mondo.
In questa pratica di pensiero Spinoza da «oggetto» diviene soggetto del pensiero, sorgente che non si conosce, meglio: che non è altrove che in ciò che essa alimenta. Pertanto non ha senso voler distinguere quello che è di Spinoza da quello che è di Sini – e non perché non lo si possa fare, ma perché facendolo, si cristallizza il pensiero, gli si toglie vita. Sini leggendo Spinoza, lo «continua» (per usare il verbo felicemente scelto da Massimo Adinolfi per il titolo del suo libro, appunto: Continuare Spinoza). Di qui l’arditezza delle analisi siniane, dalla negazione che gli attributi della sostanza siano due, pensiero ed estensione, o addirittura infiniti, alla affermazione che l’essenza della sostanza è «espressa» nel «sive» che congiunge-separa Dio e natura: Deus sive natura.
Invero le due tesi dicono il medesimo: perché se «i due nomi (pensiero ed estensione) sono l’identico trascolorare della sostanza nella loro differenza», cosa mai può essere la sostanza fuor del «trascolorare»? Il «sive» è il segno, la traccia che l’evento del trascolorare lascia nel pensiero, come nel corpo, in cui trascolora. Ma l’evento non è la traccia: pensieri e corpi, per dirla con Spinoza, non sono la sostanza. La verità pubblica del mondo non è il mondo. L’evento puro, il mondo, di cui il «sive» è segno o traccia, «non è pensabile (... e non è da pensare».
L’evento puro del trascolorare dell’Indifferente nelle differenze non lo si pensa, lo si vive. In esso e di esso viviamo. Nella verità pubblica, oltre la verità pubblica: nella polis, oltre la polis. È un libero «trovarsi accanto» a uomini come a erbe e pietre e animali, oltre il «con-esserci» dell’ordine giuridico, delle leggi e della giustizia. Sini chiama mondo, quel che Rilke nomina terra. Pur nella grande differenza di metodo, intenti e scrittura, le analisi di de Giovanni e di Sini convergono nel risultato.
Lontani entrambi dal mito della terra incontaminata, trovano la terra, o, come entrambi amano dire, il mondo ciò che dà stabilità e potenza al fare nei conflitti della politica e pur nelle distruzioni delle guerre. Qui, nell’aiuola che ci fa feroci, e non altrove si «salva» il finito. O meglio: è già da sempre salvato. La nostra «salvezza» (de Giovanni), la nostra «eternità» (Sini), non è certo nella miseria delle nostra differenze, ma nella sovrabbondante ricchezza della sostanza, dell’evento, del mondo, che, peraltro, è solo in quelle differenze. Fuor di queste sarebbe solo Silenzio.
Mi chiedo se non sia questa un’ultima rassicurazione – necessaria all’uomo per non pensare alla morte: dell’uomo, del mondo, della Terra. Per Spinoza il filosofo pensa la vita, non la morte. Per Spinoza.
«. La Repubblica, 3 febbraio 2013
Come aiutarci nel fronteggiare l’indigenza? La fantasia non ha limiti. Un anonimo filantropo milanese che agisce tramite la Fondazione Condividere, ha elargito nei giorni scorsi una donazione in soccorso ai dipendenti della famosa scuola di Adro: dieci di loro, non certo benestanti, avevano stabilito di autotassarsi per 30 euro al mese pur di non escludere dalla refezione scolastica quindici bambini di famiglie che non ce la fanno a pagare la mensa. Il tutto per via del solito sindaco Lancini, spendaccione quando si trattava di ornare la scuola con simboli padani, ma ostinato nel rifiutare un contributo pubblico a famiglie di immigrati (poco gli importa che fra i morosi ci siano anche degli italiani): a lui piace insinuare il dubbio che si tratti di finti poveri. Ora i pasti saranno garantiti per tutti.
Ecco un’applicazione concreta del principio (biblico? laico? poco importa) di fraternità. Prevale la fratellanza là dove una guerra tra poveri avrebbe potuto dar luogo a un fratricidio. Cooperazione spontanea, mutuo soccorso, spirito di comunità.
Sono faccende di cui la politica tende a disinteressarsi, impegnata com’è nella contesa per la leadership. A sinistra ci sarà chi critica il meccanismo di una filantropia che funge da tappabuchi al doveroso intervento dello Stato. A destra si accontenterebbero di defiscalizzare la beneficenza privata. Ma in mezzo c’è la società civile, c’è il bisogno quotidiano di rispondere alla minaccia concreta della povertà sempre più difficile da ignorare. Siamo sicuri che questa società civile, immersa in una crisi che si prolunga negli anni, non sia in grado di generare un sistema economico capace di garantire fratellanza, e non solo concorrenza?
Trovo suggestiva ma anche lungimirante, in proposito, la ricerca in cui s’è impegnato l’economista Luigino Bruni, editorialista di “Avvenire”, studioso della cooperazione nonché animatore del Movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich. Non occorre essere cattolici per seguire il filo del ragionamento storico esposto da Bruni nel suo originalissimo libro “Le prime radici. La via italiana alla cooperazione e al mercato” (Il Margine). Là dove egli ci mostra come dal Medioevo dei liberi comuni e del monachesimo, quando la nozione di cittadinanza si estese ai mestieri, alle arti e al commercio, per riproporsi dopo la controriforma nell’illuminismo e nel Risorgimento, la società civile in Italia ha trovato le sue basi nell’impresa cooperativa, e poi nel credito cooperativo e nelle cooperative di consumo. Una tradizione che ancor oggi è alla base della stragrande maggioranza dell’economia del paese, se è vero che il 97% delle imprese ha meno di quindici dipendenti, e se aggiungiamo l’8% dei lavoratori nelle cooperative e il 15% nella pubblica amministrazione. Bruni esalta questo modello in cui l’impresa per vocazione si fa carico anche di problemi sociali e familiari che non trovano posto nel mero “business is business”. Dove, cioè, la convenienza economica s’intreccia naturalmente con aspirazioni umanistiche, poco importa se di natura culturale e/o religiosa.
Perché “il confine tra società, famiglia, comunità e impresa da noi è sempre stato poroso e sfumato”.
Di fronte alla crisi del capitalismo individualistico-finanziario che oggi tende a retrocedere in una difesa tipicamente feudale delle sue rendite, pur di contrastare la condivisione della ricchezza, bisogna riprendere sul serio i capisaldi dell’economia sociale. Per scoprire magari il filo che congiunge i Monti di Pietà di origine francescana alle Casse rurali ideate a fine Ottocento da Leo Wollenborg, fino alle cooperative di mestiere del socialismo nascente. Per ritrovarsi oggi nel nuovo mutualismo dei Gruppi di acquisto solidale, delle Banche del tempo, del co-housing e del co-working.
Siamo proprio sicuri che si tratti delle ingenuità di un sognatore, devoto a Mazzini e al suo ideale di riunione nelle stesse mani di capitale e lavoro? Ci andrei piano, prima di liquidarle come tali. L’alternativa tra fratellanza e fratricidio si ripropone ogni giorno con la perdita di posti di lavoro e di quote di reddito, spingendo fasce crescenti di popolazione ai margini del mercato. Per loro l’associazione è la risposta, ben più che la concorrenza. E così torna d’attualità la critica dell’economia ridotta a matematica in cui si distinse il teorico italiano della cooperazione, Achille Loria.
Riuscirà la politica a nobilitarsi raccogliendo l’impulso spontaneo al mutuo soccorso e all’impresa solidale che va diffondendosi nei luoghi della sofferenza sociale? Le resistenze culturali sono ardue da superare nelle burocrazie dei partiti e dei sindacati. Perfino le strutture ufficiali del movimento cooperativo negli ultimi anni hanno mutuato la mentalità e i metodi del management finanziario. Eppure non ci vorrebbe molto per aprire tante sedi ridotte oggi a funzioni impiegatizie, trasformandole in punti di riferimento per i bisognosi.
Nonostante il permanere di diffidenze e pregiudizi, qualcosa si muove. Mi è successo di recente alla Camera del Lavoro di Milano di suscitare le critiche di un’assemblea di esodati cui suggerivo di far tesoro del loro tempo forzatamente libero, dopo che la protesta li ha riuniti. Per poi scoprire che già lo “sportello esodati” della Cgil fornisce supporto psicologico e consulenze pratiche a un numero crescente di miei coetanei. Basterebbe un passo in più per organizzare il mutualismo, nell’assistenza così come nell’impresa sociale su base cooperativa. Succede fra i giovani in cerca di lavoro, nelle proprietà confiscate alla mafia, fra gli sfrattati, fra le partite Iva del precariato. Ma succede senza che una visione politica organizzi in speranza collettiva questa via d’uscita dalla crisi. Quasi che il rancore sociale e l’isolamento personale fossero un destino ineluttabile.
In altre epoche di penuria la società civile ha saputo condizionare virtuosamente il mercato, la cui logica non deve essere per forza spietata. Per riuscirvi di nuovo avrebbe bisogno della sensibilità di una politica che non riduca i diritti di cittadinanza al solo diritto di voto. Le persone, le famiglie, le comunità si industriano nella ricerca dell’aiuto reciproco, qui e ora. La politica invece è salitatroppo in alto.
Il manifesto, 2 febbraio 2013
L’importante saggio sulla «Sinistra» di Carlo Galli pone la necessità di una politica della trasformazione. Il filosofo italiano individua nella fine della tradizione comunista una chance per un rinnovato riformismo, rimuovendo però ogni possibilità di antagonismo
Una bella lezione di umiltà ci dà Carlo Galli con questo libro: Sinistra, per il lavoro, per la democrazia (Mondadori, pp. 266, euro 17,50, disponibile anche in ebook). È un libro umile non perché semplificato in ossequio ai militanti democratici o evasivo rispetto alle ragioni elettorali che lo situano ma perché qui un intellettuale di grande spessore vuole sperimentare il suo sapere nella lotta politica e metterlo al servizio di una parte. Senza voler prendere in giro nessuno, direi, sulle orme di Hadot e Foucault, che qui ci si trova dinnanzi ad un vero e proprio «esercizio spirituale» che si colloca nella miglior tradizione del Partito comunista italiano. Al di là di questo, il libro non ha nulla di «comunista» se non una piccola (ma importantissima) «derivazione».
Sono cinque capitoli di fattura diversa. Il primo e il secondo sono saggi di uno storico del pensiero politico. Alla fine del Novecento, egli si interroga su quali siano state le figure specifiche e le diverse linee del pensiero politico della sinistra, in quel secolo: vi si scontrano il razionalismo democratico, la dialettica progressista e socialista ed infine il pensiero negativo. Quest'ultimo scopre nella filosofia di Nietzsche il suo dispositivo - scettico e decostruttivo riguardo alla consistenza giuridica dello Stato, effettualmente aperto alla contingenza dei rapporti di forza che i movimenti politici definiscono, radicalmente capace di decisione e di normatività. Nell'avvicinarsi alle esperienze politiche della sinistra, Galli si appoggia così a quella tradizione dell'«autonomia del politico», nell'affermazione della quale il primo operaismo si distinse dall'esperienze delle lotte - altrimenti comuniste - dell'«autonomia di classe».
Fuor di polemiche passate, sono oggi d'accordo con questa assunzione di un «politico» privo di fondamento per scrutare la storia ideologica del Pci: parlamentare ed istituzionale, essa si è svolta su questo livello ed è vero che all'interno del campo filosovietico, c'è stata un'evoluzione, certa, dal razionalismo originario del pensiero dell'emancipazione al dialettismo dell'etica rivoluzionaria della liberazione, fino al niceanesimo di un'accettazione dei limiti dell'agire razionale e di una svalutazione di ogni finalità ideologica. Una volta si chiamava Termidoro: è termine da evitare perché, a sinistra, ingiurioso; ma è vero che in questo modo il pensiero del Pci, perdendo la dimensione temporale del progetto di radicale trasformazione, si accoccola nello spazio riformistico e costituzionale - dove man mano diviene sempre più «democratico».
Le rivoluzioni del Novecento
Galli inserisce a questo punto un'analisi delle «quattro rivoluzioni del novecento»: la rivoluzione comunista, quella del fascismo, quella dello Stato sociale e infine quella del neoliberalismo. Il Pci è stato drammaticamente dentro le prime due, si è accomodato alla proposta keynesiana e newdealistica, ed è stato sconfitto nella quarta: ora deve fare tesoro di questa sconfitta, subita dal neoliberalismo, adattarsi ad essa e scontrarsi con gli equilibri da quella costituiti, rompendoli, non per modificare il sistema ma per ridefinirne la consistenza. Di nuovo Galli ricorre qui (come altri autori di sinistra, Gallino in testa) agli schemi operaisti della «composizione sociale di classe». È contestabile tuttavia che quel metodo (come pretende Galli) permetta di proiettare i risultati dell'analisi politica su uno schermo categoriale assai oggettivo - di produrre cioè un riferimento statico della «parte» rispetto al «tutto». Non si tratterà invece di considerare la parte e il tutto come sempre relazionati, non perché la parte voglia o possa costituire il tutto ma perché il tutto non esisterebbe senza quella parte?
Nei capitoli 3 e 4 si entra nel vivo del discorso di Galli. Egli si chiede come nel secondo dopoguerra il Pci sia riuscito a diventare l'intera sinistra, a rappresentare la Sinistra. Vi è riuscito con un saggio uso di «doppiezza» politica. Come l'ha fatta funzionare il Pci? Positivamente, prima, per resistere e gestire la propria forza popolare; per espandersi anche dinnanzi alla conventio ad excludendum che nel periodo della guerra fredda gli era stata decretata contro; poi, dopo l'89, nel riuscire a trasformare la crisi e la perdita di identità in una nuova forza che mantiene il ruolo di sinistra e lo adegua alle nuove condizioni. Ma se Togliatti fa scivolare la sua doppiezza (frontismo democratico/insurrezione e dittatura comunista) sempre più verso la definizione istituzionale di un «partito di lotta e di governo» - di modo che i contenuti mutino (e come mutano!) mentre la doppiezza permane - non altrettanto avviene in seguito.
Rottura con i movimenti
Lungi da un consistere lineare di discontinuità mascherate da continuità, il niceanesimo del Pci, dopo la morte di Togliatti, si è desistito ed ha subito qualche grave deformazione. Ha certamente ragione Galli quando fa questi due esempi. Primo: l'incomprensione dei movimenti nel decennio '68-'77 e le rotture che ne derivarono. La «doppiezza» avrebbe dovuto permettere di assorbire i movimenti nella strategia del partito, ciò invece non avvenne. E questa incomprensione aprì, da un lato, al cosiddetto «terrorismo», dall'altro condusse al termine della fase espansiva della democrazia italiana. Quella rottura introdusse «un aut aut pernicioso fra partito e movimenti, fra «tutto» democratico declinato come accettazione sostanziale del presente, e «parte» (parzialità) lasciata ai movimenti, che la trasformarono in rabbia e in antagonismo». Secondo: la Bolognina, ecco la stazione finale. Dove non scompare solo il nome comunista ma si abbandonava la singolarità di un'esperienza secolare.
È comunque solo a questo punto che si può cominciare a ricostruire la sinistra: da questa negatività riconosciuta. La funzione di quest'operazione consiste innanzitutto nell'opporre la politica all'antipolitica. E poiché quelle sconfitte, di cui sopra, hanno frammentato a dismisura la sinistra, la si deve ricomporre. «La critica del Tutto omologante e differenziante può avvenire a cominciare dalle Parti: tanto dai movimenti quanto dai partiti rinnovati». Lo scenario italiano comprende gran numero di movimenti (ecologici, liberal, benecomunisti, ecc.). La valutazione che se ne fa è probabilistica: ricomporli arricchirebbe la sinistra. C'è un grande spazio sul quale svolgere un'energica iniziativa. Così agendo, l'antipolitica potrebbe essere abbattuta. Si badi bene, spesso Galli ci ricorda che le forze attratte dall'antipolitica non hanno nulla di tale: divengono antipolitiche semplicemente perché la sinistra è incapace di leggere questi movimenti.
Politica dell'eguaglianza
Ma se il partito ha tutto l'interesse a ricomporre la sinistra, perché mai i movimenti dovrebbero ritornare al partito? Perché mai il partito dovrebbe presentarsi come riferimento dei movimenti? Per evitare di rispondere brutalmente - perché c'è il porcellum, perché il sistema è bipolare; e perché senza rappresentanza i movimenti divengono pericolosi ed impotenti - bisogna spiegare infine quali siano le figure, la soggettività ed il programma della sinistra: e qui Galli si trova a svolgere il compito più difficile. Il capitolo V è intitolato «La politica del lavoro, il lavoro della politica». Se al posto della virgola mettiamo un «=» la cosa diventa non più retorica ma spaventosamente effettuale: solo la politica - e cioè quel segno di eguaglianza - mette assieme capitale e forza-lavoro, società e classe operaia. Marx ha spiegato più volte che il lavoro è concetto duplice: lavoro vivo e capitale variabile - che vuol dire classe operaia e lavoro come valore d'uso appropriato, sfruttato dal capitale. Che solo la politica della sinistra possa tenerli uniti, senza che diventino antagonisti, può essere vero. Ma a quale prezzo?
La modernità non è liquida
Galli riconosce al Partito Democratico il superamento della fondamentale doppiezza di un tempo, di essere dunque direttamente interprete di una politica riformista - ora rinnovata da una fertile accettazione dell'egemonia capitalista. Ma il doppio, l'antagonismo si ripropongono nella redistribuzione dei redditi e/o dei profitti dello sviluppo. E si ripropongono in maniera ancor più complicata di prima, di quanto cioè avveniva nel periodo newdealistico, perché non sono più i sindacati e neppure una ristretta forza-lavoro organizzata a rappresentare la «parte»; ma la rappresentano le moltitudini dei lavoratori, strutture plurali e dense di singolarità che non solo sono sfruttate ma, almeno nella produzione cognitiva, già si sono riappropriate di frammenti di capitale fisso. Questa nostra società è ormai molto poco «liquida» e conosce un'intellettualità ricca di risorse ed immiserita nella sua condizione sociale - un nuovo proletariato. La «doppiezza» di Togliatti consisteva nella soppressione politica di ogni antagonismo reale ma allo stesso tempo esaltava la missione egemonica della classe operaia. Galli non sembra essersi accorto che il Pd non può più farlo. Mica si può aver di meglio di quello che concordiamo con i padroni!, esclama: ad esempio, di mettere in discussione la categoria del profitto, «un'ipotesi francamente troppo ambiziosa nell'immediato». Qui la dimensione niceana della politica si chiude in uno spazio limitato, quello del «conveniente», del «consensuale», e finisce per mostrarci una «parte» che ha ormai dimenticato di collocarsi conflittualmente in un «tutto».
Il patto impossibile
È qui che vorrei ritornare su quella «deviazione» segnalata all'inizio. Essa risalta quando, nostalgicamente, Galli ci parla di «politica del lavoro/lavoro della politica» in Emilia - dagli anni della ricostruzione fino al «compromesso storico». Ebbene, che cosa fece di quella regione un modello di «comunismo all'italiana»? Il patto fra produttori, impegnato in una pratica di «democrazia progressiva». È ancora vero? No. Da troppo tempo non c'è più. È ancora possibile? Galli lo promette a nome della sinistra. Ma può esserci in una società dove il lavoro precario è ormai consolidato in una diseguaglianza di redditi enorme - questa sì, progressiva - bene, è immaginabile una siffatta ricostruzione, una seconda primavera della «differenza emiliana»? Ecco una bella utopia nostalgica, preteso programma progressivo, in effetti regressivo, da realizzare attraverso la vittoria elettorale della sinistra.
Qui finisce il libro. Termina con un lungo appello all'attuazione di quell'ideologia del lavoro che avrebbe dovuto reggere la Costituzione del '48. Pensare che quella Costituzione possa essere realizzata oggi dopo circa sessantacinque anni, e realizzata secondo i sogni, non dei costituenti, ma dei resistenti che, con le armi in mano, volevano significasse quello che oggi Galli, completamente disarmato e disilluso, ci narra - è ingenuo. Diremmo, anche ingeneroso verso la storia del Pci, se non sapessimo che in questo caso è la generosità che tradisce l'intelligenza. Ma Galli corregge subito il tiro: «la posta in gioco, per la sinistra, è la capacità di governare democraticamente i processi economici, obiettivo per il quale è necessario ricostruire le condizioni del governo stesso, di rifondare lo spazio pubblico, di operare nell'emergenza in vista di un nuovo ordine». Questo esprime l'esigenza di mettere in atto una riforma generale del sistema democratico, di andare al di là (attraverso l'esercizio di un potere costituente e, comunque, attrezzati di un vigoroso pragmatismo) di una costituzione ormai impregnata di usi inetti e corrotti - necessariamente, perché essa non corrisponde più alla materialità degli attuali rapporti sociali.
Questo per dire, solfeggiando in filosofia, che forse quella dimensione niceana, quella decisione sulle contingenze, è insufficiente. La realtà è ridiventata dura, Nietzsche orami si inzucca nelle barbarie di una dialettica insolubile, l'aforisma non è più lecito, la contingenza libera probabilmente dall'ideologia ma ci schiaccia nell'impossibilità dell'opera. Dovremo allora ripensare alla dialettica dell'oltrepassamento, meglio ancora, a restaurare il razionalismo dell'emancipazione - insomma, un «ritorno alle origini» che, nello spirito machiavellico, assomiglia assai poco al pacioso, comunque defunto, progressismo emiliano. Avendo voluto passare impunemente da Carl Schmitt al Pd, Galli dovrà ora accorgersi che non c'è «porto franco» che permetta questo baratto.
«La banca senese ha messo in pratica un modello di affari identico a quello delle maggiori banche europee. È un modello dissennato, che è all’origine della crisi economica in corso dal 2007 e ha portato al dissesto decine di banche in quasi tutti i paesi.
La Repubblica, 2 febbraio 2013
LA VICENDA del Monte dei Paschi si può così riassumere: labanca senese ha messo in pratica un modello di affari identico a quello dellemaggiori banche europee. È un modello dissennato, che è all’origine della crisieconomica in corso dal 2007 e ha portato al dissesto decine di banche in quasitutti i paesi. Mps ha potuto applicarlo fino a ieri perché una seria riformadella finanza Ue non ha compiuto finora alcun passo avanti.
Esattamente settant'anni fa prendeva avvio il "Piano Beveridge", il progetto di protezione sociale elaborato dal rettore dell'University College di Oxford, sir William Beveridge, che è alla base dei moderni sistemi di welfare. Ecco perché le sue idee sono ancora attualissime.
La Repubblica, 28 gennaio 2013
C’era una precisa intenzione politica nel fatto che tra le armi e l’equipaggiamento dell’Ottava Armata di Sua Maestà britannica e della Quinta Armata americana destinate allo sbarco in Sicilia nell’estate 1943, i reciproci uffici di informazione e di propaganda aggiungessero testi letterari e opuscoli politici. Gli americani preferivano regalare recenti romanzi e racconti in italiano e in formato rettangolare, gli inglesi diffondevano tra gli stupiti italiani, insieme ad un impeccabile The Remaking of Italy del 1942, testi più impegnativi. Tra questi, un opuscolo edito dalla “Stamperia Reale” con la data 1943, dal titolo Il Piano Beveridge.
In autunno l’Ottava Armata, risalendo la penisola e volendo aiutare gli italiani ad aprire gli occhi sul mondo, diffonderà anche Il Mese (edito dalla londinese “The Fleet Steet Press”), un compendio della stampa internazionale che sarà una efficace arma giornalistica di documentazione democratica.
Il Piano Beveridge aveva questo sobrio sottotitolo “La relazione di Sir William Beveridge al Governo britannico sulla protezione sociale. Riassunto ufficiale”: 116 pagine, in perfetto italiano, che riportavano 272 paragrafi, i più essenziali, dei 461 che componevano il Piano. Pochi grammi di dinamite culturale che avrebbero coinvolto e convinto gli italiani più consapevoli sui fondamenti della giustizia sociale, sulla solidarietà tra le classi, sulla tutela dei diritti e i bisogni dei lavoratori e dei ceti più deboli, sui doveri dello Stato e dei poteri economici per assicurare e garantire libertà e democrazia.
Mentre imperversava una guerra dall’esito incerto, l’opuscolo, scritto senza verbosità propagandistica e senza voler suggerire alcuna ipotesi di rivoluzione socialista, era una minuzioso catalogo di progetti, di programmi, di dati tecnici. Indicava il futuro che avrebbero potuto attendersi i popoli liberati dal fascismo e dal nazismo e suggeriva l’inedito sapore della protezione sociale e della libertà dal bisogno in un sistema di democrazia, vera, attiva.
Il Piano Beveridge era un piano pragmatico e funzionale diretto non ai settori guida dell’economia, industria, agricoltura, terziario, mondo finanziario, come accadeva negli Stati Uniti del New Deal, ma a quello della immediata, quotidiana esistenza delle persone. Il governo, presieduto da Winston Churchill, lo aveva annunciato alla Camera di Comuni il 27 gennaio 1942 come iniziativa di una “Commissione interministeriale per le assicurazioni sociali e servizi assistenziali” costituita nel giugno 1941 e alla cui guida era stato chiamato un economista liberale di sessantadue anni, rettore dell’University College di Oxford, Sir William Beveridge. Si faccia attenzione a questa ultima data: era l’inizio dell’operazione Barbarossa tedesca contro la Russia.
L’opinione pubblica inglese, anche la più moderata e liberale, aveva compreso che con l’estendersi in Europa della potenza tedesca, con i continui bombardamenti di Londra e i successi dell’Asse in Africa, la guerra aveva preso una piega pericolosa. Ma ottimismo e volontà di resistenza parvero prevalere in quei giorni. E non mancavano lampi di umorismo british come quelli del disegnatore satirico del Daily Express, Osbert Lancaster che pubblicò con la didascalia “June 1941” un disegno che ho rivisto con molto divertimento: un aristocratico e un ricco borghese si salutano, quasi sorpresi essi stessi, con il pugno chiuso. In questo clima fu elaborato il Piano che Beveridge consegnò a Churchill il 20 novembre 1942. Ai primi giorni di gennaio del 1943 il progetto di “protezione sociale e di politica sociale”, il Welfare State nel senso più razionale e umano del termine, fu conosciuto e se ne iniziò l’esecuzione.
Sono trascorsi esattamente settant’anni, ma l’idea che ha guidato Beveridge e i suoi collaboratori e esperti resta intatta ed attuale. Il piano implicava tre premesse: “sussidi all’infanzia, estesi servizi sanitari e di riabilitazione, mantenimento degli impieghi”. Cioè una riforma politica totale della società. Delle tre premesse è superfluo ricordare l’importanza che ebbe il servizio sanitario nazionale (da esso dipende anche il nostro in vigore). Ma è importante anche la conclusione di Beveridge: “L’abolizione del bisogno non può essere imposta né regalata ad una democrazia, la quale deve sapersela guadagnare avendo fede, coraggio e sentimento di unità nazionale”.
Una premessa ideale al secondo Piano Beveridge consegnato il 18 maggio 1944: Full Employment in a Free Society. E’ questa la più vasta indagine che sia mai stata elaborata (oltre 600 pagine) sulle cause della disoccupazione e sulla possibilità, al ritorno della pace, della piena occupazione in industria, agricoltura e terziario. Un sogno costruito su una diagnosi profonda e perfetta, oltre alcune formule keynesiane, sia del funzionamento dello Stato e delle sue strutture sia dell’efficienza del sistema produttivo capitalistico privato. “La piena occupazione produttiva in una società libera — scriveva nell’introduzione Beveridge — è possibile, ma non la si può realizzare agitando una bacchetta magica finanziaria”.
Un affresco storico sulla politica ridotta a semplice amministrazione dello status quo Un'analisi del dominio del capitale finanziario che rimuove le ragioni del suo consenso, in un libro di Rita di Leo sul "ritorno delle élites".
Il manifesto, 30 gennaio 2013
Un libro che non nasconde le sue ambizioni, quello di Rita di Leo pubblicato da manifestolibri. Già il titolo è critico verso lo spirito del tempo - Il ritorno delle élites, pp. 122, euro 15 -. A supporto dell'intenzionalità critica anche la forma scelta di esposizione - il pamphlet - è commisurata all'altro obiettivo del volume: un atto di accusa contro la politica ridotta a arida amministrazione dell'esistente.
Il punto di vista dell'autrice si muove in una prospettiva storica, con una datazione che vede nel Novecento il punto di svolta del concetto di élite. Impregnate di sapori premoderni, le élite vengono scalzata dalla scena politica mondiale a partire dalla formazione dei grandi partiti di massa nel vecchio continente. È infatti in Europa che il nodo tra produzione di ricchezza ed esercizio del potere viene reciso. I detentori del potere economico devono vedersela con la politica, quella con la P maiuscola. Non riescono più a piegare lo stato ai loro interessi, che diviene invece l'arena in cui confliggono diverse concezioni del vivere in società. Protagonisti di questa trasformazione sono i politici di professione, eredi legittimi di quegli intellettuali francesi che durante la Rivoluzione del 1789 diventarono i leader delle prime formazioni politiche moderne.
Rita di Leo ha scelto però la prospettiva storica per analizzare il ruolo delle élite. Sa che la «politica progetto» ha un suo epicentro ben preciso. È a Est dell'Elba, cioè in Russia. È in quel paese che la politica scalza dagli scranni del potere le élite economiche. Da allora, come un virus, la «politica progetto» si diffonde nel resto d'Europa, ma con una sostanziale differenza da Mosca e da Pietroburgo. Nella Russia sovietica la «politica progetto» punta infatti a trasformare la società, rinunciando all'esistenza dell'élite economiche; a Ovest dell'Elba i politici di professione elaborano strategie per contenere il «virus sovietico». Da qui prende forma quello che è stato poi chiamato il welfare state. I grandi partiti socialdemocratici, assieme a esponenti della borghesia industriale, sono gli artefici di questa «grande trasformazione» europea. Le èlite economiche per sopravvivere cedono così la sovranità alla politica.
Instabile equilibrio
Rita di Leo conosce bene la genealogia del concetto di élite, ma accetta il rischio di confrontarsi con la sua ambivalenza. E nel fare questo si sposta al di là dell'Atlantico, dove la storia ha usato un altro lessico. Negli Stati Uniti la commistione tra politica e economia è alle radici della storia americana. Le élite non hanno mai ceduto la sovranità alla politica. Semmai hanno creato un delicato dispositivo che ha consentito equilibrio di poteri, ma anche tracciato la via affinché il passaggio da una poltrona in un consiglio di amministrazione a un seggio al Congresso sia indolore e funzionale alla imprese capitalistiche. Ironicamente, si potrebbe dire che gli Stati Uniti sono fondati non sulla ricerca della felicità, come recita la loro carta fondamentale, ma su una ben più materiale commistione di interessi tra eletti al senato, al congresso e le imprese. Più che conflitto di interessi sarebbe dunque lecito parlare di convergenza di interessi in un, appunto, equilibrio di poteri.
Ma la storia è come l'evoluzione descritta da Stephen Jay Gould. Tutto procede senza variazioni, fino a quando c'è una variazione sostanziale, che crea discontinuità storica. Anche qui la datazione dell'autrice è chiara. È l'Ottantanove del Novecento ha segnare la cesura. Il crollo del Muro di Berlino e l'implosione del socialismo reale aprono la porta per il ritorno trionfale dell'élite economiche. Da allora la «politica progetto» è sospinte sullo sfondo, in un ruolo marginale e del tutto ininfluente sia a livello nazionale che globale. Sono élite economiche, che agiscono su un piano globale, spesso indifferenti al ruolo dello stato-nazione, a patto che non disturbi il loro operato. In caso contrario, lo occupano, ripristinando la «politica di potenza» che la «politica progetto» aveva ridimensionato. Soltanto che le armi usate sono la borsa e la circolazione dei capitali, che possono far eleggere un leader in un paese, oppure far cadere un governo da un giorno all'altro. D'altronde, la retorica italiana per legittimare scelte neoliberiste in politica economica si basa sulla frase: è l'Europa che lo vuole. In altri termini lo vogliono le élite economiche e la politica ridotta ad amministrazione non fa altro che ratificare quando deciso altrove. Sono dunque élite cosmopolite, anche se Rita di Leo scrive che vivono prevalentemente negli Stati Uniti o in qualche gated community della vecchia Europa.
C'è però da decidere se questo ritorno delle élite sia un ritorno al passato o a una inedita forma di interdipendenza tra economia e politica. Quesito lasciato aperto dall'autrice, anche se traspare una qualche nostalgia per quella «politica progetto» che ha plasmato la storia globale del Novecento. Ma oltre a questo è l'ambivalenza della nozione di élite che chiede di essere interrogata. Nelle pagine finali del libro, Rita di Leo evoca lo slogan di Occupy Wall Street sul 99% vittima della crisi e l'1% che continua ad arricchirsi. Più che analitica, è una rappresentazione che semplifica lo scenario sociale, la composizione del lavoro vivo e la divisione in classi della società.
Tra Gramsci e Lenin
Le élite di cui si descrive il ritorno ricordano, così rappresentate, più i ceti dominanti del passato che non gli esponenti di un capitale finanziario fortemente differenziato socialmente al suo interno. Il manager di una impresa finanziaria è infatti cosa diversa da chi siede nel suo consiglio di amministrazione. Per questo, varrebbe la pena attingere alla cassetta gramsciana degli attrezzi e mettere al lavoro - teorico, va da sé - il concetto di blocco sociale. Ne uscirebbe un quadro più articolato che aiuterebbe meglio a comprendere il consenso che le élite hanno. La stessa operazione andrebbe fatta, ma in questo caso la cassetta degli attrezzi è diversa vede al suo interno il nome di Lenin, per meglio capire come il lavoro vivo interagisce con l'esercizio del potere. Ma questo indicherebbe solo il lavoro teorico per meglio comprendere l'eclissi Politico nel capitalismo contemporaneo. Un lavoro che è sempre più urgente compiere per dare forma a una rinnovata e più radicale «politica del progetto».
"Io vi maledico", il nuovo libro di Concita De Gregorio, edito da Einaudi. Dai precari alla scuola alla tv, le storie vere di un Paese rassegnato Sono tutti esempi di qualcosa di profondo: una collera sminuzzata in tante singole collere che non si incontrano. Il poeta Paul Eluard ha scritto«Il nous faut drainer la colère» (dobbiamo incanalare la collera). I problema è che non sappiamo come.
La Repubblica, 29 gennaio 2013.
Ça ira, ça ira, ça ira/ les aristocrates à la lanterne!». Terribile è il ritornello di uno dei più popolari canti della Rivoluzione francese, quando invoca l´impiccagione dei nobili per poi, come se non bastasse, ficcargli un bastone didietro per ciascuno. Ma la violenza urlata al femminile davanti alla Bastiglia (ne è rimasta celebre l´interpretazione di Edith Piaf) culminava pur sempre nella palingenesi, inneggiava a una speranza, tant´è che il nostro Carducci ha ripreso il miraggio di quel ça ira come futuro radioso. In ben altra rabbia si è imbattuta Concita De Gregorio misurando la temperatura dell´Italia contemporanea nel suo potente libro-inchiesta Io vi maledico (Einaudi). Nessuna pulsione rivoluzionaria. Manca fra noi l´orizzonte di un rovesciamento delle gerarchie, dei dogmi classisti e tanto meno dei rapporti di produzione. La furia si ripiega su se stessa fino a bruciare l´anima in cui s´è accesa.
L´ho incontrata anch´io Sabrina Corisi, figlia di un operaio sindacalista dell´Ilva di Taranto morto di tumore al polmone dopo essersi battuto per anni contro i veleni minerali che, sospinti dal vento oltre il muro di cinta dell´acciaieria, hanno ricoperto la sua abitazione al rione Tamburi. Sabrina si presenta composta stringendo fra le mani la cornice con la fotografia del padre defunto, di cui i familiari hanno onorato l´ultima volontà affiggendo la lapide che MALEDICE, scritto in maiuscolo, «coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare».
Queste maledizioni prive di ça ira, una dopo l´altra raccontate da Concita De Gregorio, delineano una rabbia debole che «sembra ovatta». Rabbia di lamento e di protesta, rabbia gracile. Sempre dalla Francia avevamo importato l´«Indignatevi!" del vecchio partigiano Stephane Hessel, declinato in spagnolo dai giovani disoccupati del movimento 15M e in greco dagli insolventi del debito infinito. Non che l´Italia della recessione se la passi molto meglio; solo che qui cova un malessere sordo, difficilmente esprimibile in senso di comunità. Se da un lato l´autrice si cimenta in autentici pezzi di bravura, come quando narra la lettera mai spedita a Marchionne dalla figlia di un operaio della Fiat di Pomigliano, umiliato fino alle lacrime dalla decisione di votare sì al referendum aziendale, non può bastarle seguire il filo della denuncia. Io vi maledico, difatti, non può leggersi solo come un´inchiesta sull´ingiustizia sociale o su un delitto territoriale come l´amianto a Casale Monferrato. Qualcosa di più profondo è introiettato nello stato d´animo degli italiani. Le insegnanti più sensibili lo riconoscono nei comportamenti deviati di certi bambini. Gli adolescenti si abituano a sfogarlo nella sfera virtuale dei social network. Verdi di rabbia come l´incredibile Hulk, trasformato da supereroe in modello d´irrequietezza mai del tutto sopita.
Se un sociologo come Aldo Bonomi nel 2008, all´inizio della crisi, si sforzava ancora di raccontarci "Il rancore" (Feltrinelli) come radice collettiva del malessere del Nord, e ne descriveva le piccole fredde passioni dalla "paura operaia" all´individualismo proprietario, Concita De Gregorio è costretta ad andare oltre. Oltre le identità locali, oltre lo spaesamento e la protesta antistatalista. Perché la rabbia sminuzzata in tante singole rabbie personali è certo dolorosa ma non sollecita la ricerca di relazioni; semmai sembra trovare sollievo momentaneo nella rappresentazione mediatica. Va a incontrare gli amici d´infanzia dell´arrabbiato per eccellenza, Supermario Balotelli. Sergio Viotti, portiere di riserva nell´Under 21, che lo conosce da quando aveva sei anni, le confida: «Mario diceva sempre che sarebbe stato il primo negro a giocare in nazionale e che non festeggiava i gol perché lo avrebbe fatto solo il giorno che avesse segnato per l´Italia, nella finale dei Mondiali».
Trovo assai convincenti le pagine di Io vi maledico dedicate allo sfogo dei propri sentimenti in un clic. Sul Web ciascuno può scaricare la sua invettiva e provare la falsa ebbrezza di far parte così di una collettività. Riunita da migliaia di "mi piace" o anche solo dalla cancellazione del nemico. Galvanizzata dalla capacità di leader virtuali che sublimano in decibel privi di sonoro il disagio, la protesta, la denuncia. Tutto finto, effetto placebo, lenimento solo momentaneo. Ma vuoi mettere la soddisfazione di avergliele cantate - col nickname che preserva il tuo anonimato - al bersaglio facile del momento? Fin troppo ovvio è riconoscere in Beppe Grillo il re di queste innocue maledizioni, portavoce di una rabbia tradotta in grossolani calembour o sotto forma di invettiva scurrile. Capita a tutti noi di provare ammirazione per la creatività della rete, senza accorgerci di come essa ci imprigioni in una solitudine, per l´appunto, rabbiosa.
Toccante è la testimonianza di Flavia Schiavon, un´altra figlia. Ha vissuto un breve momento di notorietà quando suo padre, piccolo imprenditore della provincia di Padova, si è tolto la vita perché non sopportava il peso dei debiti che gli impedivano di pagare lo stipendio ai dipendenti. Flavia Schiavon si impegna in una campagna di denuncia contro l´Agenzia delle entrate e per questo accetta di comparire in televisione. Ma ben presto constata: «Volevano solo le mie lacrime per fare audience». Non basta. Le arriverà una lettera ignobile: «Ti fai bella della morte di tuo padre, vuoi solo diventare famosa, sei ricca e te lo puoi permettere, mi fai schifo. Faceva riferimento anche a mio figlio. Sì, lo so che anche quella lettera sarà stata lo sfogo di qualcuno che stava male. Però per me è stata una secchiata d´acqua in faccia. Mi sono svegliata».
Recitare l´indignazione è l´ultima specialità di troppi conduttori televisivi benestanti, ma è anche il nuovo business dei falsi portavoce del popolo. Basti pensare a Grillo che apostrofa Giorgio Napolitano come «un vecchietto che va in giro con tre Maserati», gira in camper e intanto custodisce per un po´ la sua Ferrari in garage. Lui è il capoccia degli arrabbiati. Non esprime l´ira di Dio né un´aspirazione di giustizia sociale, ma solo la miseria di un cattivo sentimento deprivato dalla speranza. Concita De Gregorio si rifugia allora nelle Rime di rabbia del poeta Bruno Tognolini, solo in apparenza per bambini: «Tu dici che la rabbia che ha ragione/ È rabbia giusta e si chiama
|
indignazione».
|
La Nuova Sardegna, 29 gennaio 2013
ALGHERO. Il presidente dell’associazione politica “C’è un’Alghero migliore”, Ivan Blecic, di nazionalità croata, domenica scorsa comunica candidamente su Facebook la propria decisione di dimettersi da quell’incarico. Ed ecco che tra i messaggi affettuosi degli amici ne spuntano alcuni di chiaro stampo razzista postati da qualche cibernauta nascosto dietro uno pseudonimo. Un esempio? «Sporco zingaro, profugo, tornatene in Jugoslavia». Così, proprio nel giorno in cui in buona parte del mondo si ricordava la tragedia dell’Olocausto – quindi come minimo la condanna di ogni forma di discriminazione – nella città catalana qualcuno si dimenticava che certi insulti non sono degni di un Paese civile. E che le parole sono importanti, specie quando vengono pubblicate su un social network che può vantare centinaia di milioni di utenti in ogni angolo del pianeta. Ma tant’è.
Trentasette anni, da venti in Italia grazie a un permesso di soggiorno che dal 2006 gli consente di insegnare Urbanistica nel pluripremiato Dipartimento di Architettura di Alghero, Blecic – che è nato a Labin, una cittadina istriana tra Pola e Fiume – ha sempre seguito con attenzione le vicende politiche e ambientalistiche della Riviera del Corallo, specie in relazione alla discussione in consiglio comunale del Puc, sul quale attraverso un suo blog aveva apertamente espresso parecchie perplessità. Una presa di posizione che a quanto pare è stata interpretata come un’ingerenza intollerabile da parte di chi – non essendo algherese di nascita – avrebbe dovuto assistere in silenzio al dibattito sullo strumento regolatore. E infatti, appena c’è stata l’occasione, il razzismo latente si è manifestato in tutta la sua idiozia sulle pagine elettroniche di internet.
Sempre di condanna, ma più complesse, le parole dell’ex sindaco Marco Tedde, del Pdl, la cui giunta nel novembre del 2011 cadde prematuramente proprio a causa del Puc. «Le critiche a Blecic basate sulla sua nazionalità debbono essere respinte perché caratterizzate da un’inciviltà che non alberga dalle nostre parti, ma questo ci costringe a ricordare lo scivolone di Blecic quando dichiarò che un Piano urbanistico comunale fatto dal centrodestra non poteva essere accettato, quasi a dire che l’attività di programmazione elaborata dei suoi avversari politici dovesse essere rigettata a prescindere dai contenuti». Matteo Tedde, capogruppo del Pd nell’assemblea civica, ricorda a Blecic come «la stupidità e la codardia di alcune persone sia smisurata, ma vada comunque combattuta».
E il diretto interessato? Commenta laconicamente. «Quei messaggi online non sono lo spaccato della città – dice Ivan Blecic –, anzi Alghero è un luogo che mi ha sempre accolto bene, che amo, dove voglio vivere, e per il quale sento il dovere di impegnarmi». Presenterà una querela? «Non lo so, ci sto pensando».