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«Il metodo Bersani-Berlusconi ha fallito, i cinquanta giorni di inutile attesa hanno partorito un cadavere» Domani è un altro giorno.

La Repubblica, 19 aprile 2013

Cosa state facendo?, chiedono i segretari del Pd dell’Emilia Romagna che provano a redigere un appello, quelli di Roma che avvisano che così dovranno chiudere i circoli, i Giovani Democratici che manifestano davanti a Montecitorio e hai voglia a dire che sono infiltrati, che sono proteste organizzate. Basta uscire e guardarli negli occhi, parlarci un momento per capire chi sono. Basta ascoltare le parole del presidente della Camera Laura Boldrini, che si concede il tempo di un caffè alla buvette: «Abbiamo dovuto mettere il filtro alla parola Rodotà nel sistema informatico di Montecitorio. Sono arrivate duecentomila mail in poche ore, il sistema è andato in tilt due volte». Basta sentire la pensionata di Venezia che pretende di entrare, «ho mandato un fax molti giorni fa, il mio nome dovrebbe essere in lista », la signora Lombardo, elegante e gentile, che dice: «Non capisco, davvero, cosa stia succedendo ». Il decano dei commessi che le spiega che oggi no, oggi non può entrare, scuote la testa e ricorda di quando vide in una saletta al primo piano di Montecitorio Andreotti e Forlani farsi i complimenti «e poi elessero Scalfaro», solo che Forlani fu impallinato da una manciata di franchi tiratori, non da duecento come accade oggi a Marini: la metà del Pd che non sta ai patti.

Il metodo Bersani-Berlusconi ha fallito, i cinquanta giorni di inutile attesa hanno partorito un cadavere. Lo vedi dal nervosismo con cui La Russa conta i voti sullo schermo in cortile, ma come si fa a dare credito a qualcuno che non controlla i suoi, «il vero problema è che non si può stringere un patto con chi non ha le truppe ». Lo senti nelle parole di Luciana Castellina, che appoggiata al suo bastone, altera, dice: «Non è che non sentano il mondo fuori, che non vedano le tessere che bruciano che non capiscano l’aria che si respira nel mondo: non vedono nemmeno il mondo dentro, non hanno nemmeno contezza dei loro».

Marini, per la terza volta nella sua vita tirato in ballo per una corsa a perdere, non lo meritava – si dispiace persino chi non gli vuol bene. Un massacro, «una gestione dissennata» la definisce il montiano Bruno Tabacci che ha votato scheda bianca e che descrive l’intesa fra Bersani e Berlusconi come «una trattativa umiliante in cui Berlusconi prendeva in mano i foglietti e li buttava via: Mattarella no, D’Alema insomma, facciamo Marini». Col risultato, si dicono tra loro tre deputati emiliani eletti fra Parma e Reggio, che «abbiamo dato l’impressione di accettare il candidato di Berlusconi e di non averlo nemmeno votato perché spaccati in due». Josefa Idem, che ha votato bianca: «Una lose-lose situation. Come ti muovi perdi. Quando è così bisogna cambiare schema di gioco. Anche a me arrivano i messaggi, io la sento la gente che mi parla. Sono convinta che la disciplina di partito sia essenziale, si vota chi ha deciso la maggioranza, ma in canoa se arrivo alla cascata scendo, non mi butto di sotto. Qui ci chiedono di sfracellarci ».
Nel centrodestra sono furiosi. C’è stato bisogno della stampella della Lega, per eleggere Marini, e non è bastata neanche quella. Eppure l’accordo era chiaro, spiega tonante Guido Crosetto. Marini avrebbe garantito l’incarico a Bersani, che avrebbe poi fatto un governo senza l’appoggio esplicito di Berlusconi ma coi voti della Lega. Anche Laura Puppato, che ha votato Rodotà: «Un bruttissimo pasticcio. Il minimo risultato col massimo sforzo. Nessuno riesce a capire perché le riforme si debbano fare con Berlusconi e non con i cinque stelle, che hanno proposto Rodotà e Prodi, una notevole apertura, no?, una possibilità».

Nessuno riesce a capire, nemmeno Anna Finocchiaro che da candidata alla presidenza del Senato aveva già scritto il suo discorso, «ruotava intorno al tema dell’impazienza, perché non c’è più tempo da perdere, io mi vergogno quando di fronte a quello che c’è fuori, la vita delle persone, mi chiedono cosa state facendo? Hanno ragione, bisogna essere impazienti», ma Bersani non ascolta nessuno, adesso è fuori a pranzo coi compagni che chiamano “il tortello magico”, i suoi consiglieri emiliani, è solo con loro. E neppure capisce, Anna Finocchiaro, e non solo lei, perché sia cambiato il metodo che ha portato all’elezione di Boldrini e Grasso, quello in nome del quale le è stato chiesto di farsi da parte. Si è smarrito, quel metodo, nel tragitto breve tra il Senato e il Quirinale. Dice Nichi Vendola, con un sorriso triste, che «Bersani mi ha detto che dei grillini non si fida perché lo insultano su Facebook. Ma la politica non è Fb!», almeno non solo. Berlusconi è livido, sussulta quando arriva un voto per Veronica Lario, la sua ultima possibilità di rientrare in gioco era tutta in questa intesa e difatti manda avanti Alfano a insistere: proviamo ancora, chiede. Proviamo a eleggere D’Alema al quarto scrutinio, quello in cui bastano 504 voti, coi consensi di una parte del Pdl e di una parte del centrosinistra. La partita si sposta su D’Alema, ora. D’Alema contro Prodi. «Ma perché il Pd e Sel dovrebbero accettare un candidato indicato dal centrodestra quanto possono eleggerne uno loro», si domanda Rosa Calipari, chiede la segretaria d’aula Caterina Pes, si dicono i giovani neoeletti che dovrebbero aver paura di non essere rieletti ma non ce l’hanno, evidentemente, invece. E poi chi ha detto che Rodotà scioglierebbe le Camere, dice Fico dei Cinque stelle, chi ha detto che non si possa governare, invece, e fare le riforme che servono. Alessandra Mussolini prova a immaginare un Prodi presidente che dia l’incarico a Rodotà. Chissà se è per questo che prende tanti voti alla seconda, inutile votazione. In un altro pomeriggio perso, quello del secondo voto in bianco («vincerà, questa Scheda Bianca», ridono sullo scranno Grasso e Boldrini), corrono i nomi di Rocco Siffredi la pornostar, di Trapattoni, un voto ad Arnaldo Forlani in memoria del suo ’92, la Caporetto sua e della Dc. Ci vollero altre dieci votazioni, allora, per arrivare a Scalfaro. Soprattutto, disgraziatamente, ci volle Capaci.

È buio a Roma quando il decano dei commessi sgombra la sala stampa. Sarà D’Alema, vedrete, dice agli ultimi che accompagna alla porta. Pazienza per il mondo fuori: questa è la fortezza Bastiani, è l’ultimo giro di giostra della vecchia politica, l’ultima partita dei condannati a morte. A meno che la notte, come sempre accade da che Quirinale è Quirinale, non porti consiglio. E allora chissà se la domanda semplice – ma perché non Rodotà? – o una candidata fin qui non emersa – Severino? Fernanda Contri? Ma davvero abbiamo scartato Emma Bonino? – non riesca ad avere ragione della dissennatezza, della paura, del calcolo. Napolitano, dal Colle, vigila e ascolta, se necessario chiama.

. Il manifesto, 18 aprile 2013

Da oggi è in libreria «Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi», di Giulio Marcon e Mario Pianta (Laterza, 2013, 190 pp., 12 euro). Presentiamo qui un'anticipazione dall'Introduzione al volume.

Riequilibrare i poteri, colpire i privilegi. Una via d'uscita dalla recessione esiste, ma non può essere affidata al mercato. È necessario cambiare le politiche. Ripartendo dal basso per recuperare la democrazia

L'Italia del 2013 non è in buone condizioni. L'economia è in recessione, la crisi è con noi da cinque anni e segna profondamente il paese. Le politiche europee e italiane - dei governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti - hanno protetto la finanza e imposto l'austerità ai cittadini, hanno tagliato la spesa pubblica e riportato i redditi indietro di dieci anni; il peso del debito pubblico è aumentato ancora. L'industria italiana oggi produce il 25% in meno di prima della crisi, un italiano su sei vorrebbe un'occupazione ma è senza lavoro, quasi il 40% dei giovani non lavora, un lavoratore dipendente su quattro è precario. Le disuguaglianze tra gli italiani sono diventate fortissime, la povertà si estende. L'Italia sta scivolando nella "periferia" dell'Europa e non trova la strada per riprendersi.

La via d'uscita c'è. È in un cambio di rotta che si lasci alle spalle l'ideologia del liberismo e le illusioni del potere dei "tecnici", che metta al primo posto la ripresa dell'economia e il lavoro, sulla strada di uno sviluppo diverso, giusto e sostenibile. L'Europa ha sbagliato strada e fatica a correggere gli errori: occorre ridimensionare la finanza, fermare la speculazione, rilanciare la domanda, democratizzare le decisioni dell'Unione. L'Italia deve premere per questi cambiamenti, che l'aiuterebbero a uscire dalla crisi.

Un cambio di rotta a Bruxelles e Berlino è indispensabile per superare la depressione europea, introducendo politiche più espansive. Tuttavia, anche in assenza di modifiche degli attuali vincoli europei, qualche cosa di nuovo potrebbe essere realizzato dal governo italiano. La priorità assoluta per l'Italia è uscire dalla recessione. Si può allungare il periodo previsto per l'aggiustamento dei conti pubblici, si possono trovare nuove risorse per sostenere la spesa, si può così aumentare la quantità della spesa pubblica e si può migliorarne la qualità sociale - con meno cacciabombardieri F35 e più scuole, meno "grandi opere" e più "piccole opere" di tutela del territorio. Si può tassare la ricchezza e un po' meno il lavoro, aumentare la progressività delle imposte e sostenere i redditi di tutti: sarebbe una "grande redistribuzione" che darebbe al paese un po' di giustizia sociale e rimetterebbe in moto una società irrigidita e frammentata.

L'economia che uscirà dalla crisi non può essere la stessa che vi è entrata: il che cosa e come si produce deve tener conto di nuovi vincoli - il risparmio di risorse ed energia, la riduzione delle emissioni - e delle opportunità che si aprono in un'economia verde: la riconversione di tecnologie e produzioni, l'uso dei saperi, le risposte a bisogni più sobrii e diversificati. L'economia italiana può uscire dal lungo declino con un nuovo sviluppo, fatto di qualità anziché quantità, con il lavoro al primo posto e la sostenibilità come orizzonte. La mappa per l'uscita dalla crisi è in sette strade che, insieme, indicano un cambiamento possibile, fatto di proposte concrete. Tutto quello che è necessario per sbilanciare l'economia: riequilibrare i poteri, colpire i privilegi che la bloccano, farla muovere nella direzione giusta.

Questa via d'uscita non la può trovare il "mercato", quello che, "lasciando fare" a imprese e finanza, ha portato il paese al crollo del 2008 e alla depressione di oggi. La via d'uscita la può trovare la società e la politica. Nove italiani su dieci stanno peggio di 10 anni fa; gli interessi materiali dei "perdenti" nella crisi possono intrecciarsi all'affermazione di valori diversi da quelli del "mercato" - l'uguaglianza, la sostenibilità, la democrazia - e condurre a nuove identità che possono ricomporsi in un blocco sociale portatore di cambiamento. Sono moltissime le esperienze che vanno in questa direzione: movimenti, campagne, associazioni che lavorano per un'economia diversa e chiedono alla politica di cambiare.

La politica è il terreno in cui questo cambiamento deve affermarsi. Meno strapotere dei partiti e più partecipazione, meno collusione coi poteri economici e più apertura alla società civile. È questa la politica che ci vorrebbe: capace di intrecciare rappresentanza, deliberazione e partecipazione, capace di far spazio alla "politica dal basso", capace di recuperare l'arretramento della democrazia che si è realizzato in questi anni.

Sono molte le proposte concrete, realizzabili, per riavvicinare la politica alla società. Proposte venute dalle iniziative dal basso, capaci di rinnovare anche la politica dei "palazzi". Ritrovare la democrazia, come valore e come pratica concreta, come fine e mezzo al tempo stesso, è la stella polare di questo percorso.

Per uscire dalla crisi serve un cambio di rotta. Per "sbilanciare l'economia" è necessario cambiare le politiche. Per questo cambiamento serve un blocco sociale nuovo, capace di "sbilanciare" anche la politica e ritrovare la democrazia (www.giuliomarcon.it, www.novesudieci.org).

manifesto 17 aprile: i dilemmi aperti dalle prossime elezioni per il Quirinale (Azzariti) e per Roma (Medici). Una domanda di fondo: c’è un’alternativa per i naufraghi della sinistra, tra il Caimano (e i suoi numerosi complici nel PD) e il “montismo di sinistra” (da Bersani a Barca)?

LA BUONA CAUSA
di Gaetano Azzariti

Nel caos calmo in cui versa la politica italiana finalmente succede qualcosa di importante. Il M5S si sveglia e comincia a capire che il suo moVimento può essere determinante per il rinnovamento delle istituzioni. In fondo quel che sino a ieri Bersani auspicava. Sarebbe drammatico se il Pd ora oscillasse e facesse sfumare la possibilità di un risultato straordinario.

Questo giornale ha scritto sin dall'inizio che l'esito delle ultime elezioni senza nessun vincitore può favorire il cambiamento solo se si vengono a realizzare due condizioni: da un lato il centrosinistra deve abbandonare la sua naturale moderazione e la tendenza a convergere verso il centro(destra), dall'altro il moVimento deve abbandonare le sue pulsioni populiste e mettersi a fare politica in un'alleanza di cambiamento. Ora finalmente qualcosa sembra muoversi in questa direzione.
Il manifesto sostiene la candidatura di Stefano Rodotà per la Presidenza della Repubblica, e il suo nome è stato tra i più votati dagli iscritti alla rete di Grillo. Il fatto che siano i grillini a proporla e a cercare su di essa una convergenza (sebbene condizionata dall'accettazione o dalla rinuncia della giornalista Milena Gabanelli) deve rappresentare uno stimolo in più e non si può far cadere l'offerta.
Se non si vuole ricacciare questo movimento verso l'impotenza della protesta distruttiva (che rischia - con una risata - di seppellire l'intero sistema democratico) bisogna prendere molto sul serio questa apertura. Spetta ora al Pd, con lo stimolo di Sel, fare propria la candidatura del migliore tra i candidati possibili. Non solo perché i numeri dicono che in tal modo può essere eletto un Presidente autorevole e in grado di fronteggiare la più grave crisi del sistema costituzionale, ma perché quella di Rodotà è una figura in grado di rappresentare l'unità nazionale (così come pretende l'art. 87 della nostra Costituzione) a garanzia di tutti.
Al partito che detiene il maggior numero di grandi elettori ora compete operare perché possano convergere sul miglior candidato tutte le forze democratiche, tutte quelle che credono nella possibilità di un garante della costituzione che abbia il massimo di equilibrio e d'esperienza.
Dovrà rivolgersi al centro e alla destra, richiamando i valori repubblicani che un Presidente come Rodotà assicura a tutti, anche al centro- destra. La Costituzione auspica il massimo di convergenza per la scelta del Presidente, dunque è bene se il prossimo presidente sarà votato sin dalla prima votazione da gran parte delle forze politiche, anche tra loro diverse. Se però non fosse possibile alcuna convergenza e il centrodestra volesse continuare nel gioco dello scambio (un presidente qualunque al centrosinistra e un governo delle larghe intese per il centrodestra), deve prevalere il senso dello Stato e - in nome della Repubblica e dalla salvaguardia del sistema costituzionale - spetta, dalla quarta votazione, alla maggioranza assoluta dei parlamentari e dei rappresentanti regionali farsi carico di eleggere una personalità certamente in grado di rimanere custode del nostro sistema costituzionale ma anche di percepire il mutamento in atto nel nostro paese. Dividersi in questo frangente, far prevalere il piccolo cabotaggio non potrà essere perdonato a nessuna parte politica. È un'occasione per salvare il sistema costituzionale. Che non si ripeterà.
ROMA
Rompere l'arroccamento
di Sandro Medici

Ma davvero per la sinistra italiana sembra non ci sia altra soluzione che stringersi attorno a Bersani e Vendola, o al massimo sperare in Fabrizio Barca? Ma siamo proprio sicuri che, fuori da tutto questo, s'incontrano solo residualità nostalgiche e agonizzanti o qualche saccente velleità destinata a un'inesorabile irrilevanza? Possibile che per l'esteso addensamento critico sparso in lungo e in largo nel paese l'unica possibilità è fare un dispetto a Renzi o dare un dispiacere a Napolitano, altrimenti non gli resta che rassegnarsi e rinunciare?

Il risucchio politico che si è innescato all'indomani delle elezioni di febbraio sembra stia progressivamente inghiottendo schiere di ignavi e dubbiosi, prosciugando coscienze e inquietudini, neutralizzando progetti e intenzioni. Con un Berlusconi indistruttibile e un Grillo straripante, non resta che assemblare quel che c'è, piccolo o grande, bello o brutto che sia, e resistere accucciati sugli spalti della Fortezza Bastiani. Alternative non ce ne sono, spazio per altre iniziative non se ne vede. Finito. Chiuso. Oggi è così che va, inutile affannarsi a sinistra. Non resta che proclamare il proprio disarmo unilaterale.

Quest'articolo potrebbe anche non proseguire oltre: se così fosse. Ma così non è (o non del tutto), e dunque continuiamo a scrivere. Per sostenere innanzitutto che è proprio sbagliato rispondere con quest'informe arroccamento alla temperie che scuote e strapazza le nostre sicurezze, ormai presunte e forse defunte. E per almeno due ragioni. La prima è che ci si può rannicchiare quanto si vuole, ma se l'azione politica non s'impegna a scardinare la gabbia finanziaria che opprime città, paesi e continenti non si potrà offrire che qualche diversivo alla crisi sociale ed economica. La seconda ragione è che appare inutile consolidare il proprio blocco politico, se nel frattempo il bipolarismo e i suoi protagonisti si vanno sgretolando a causa della comparsa di altri aggregati che hanno disarticolato aree e perimetri. Non si tratta di avanzare pedanterie analitiche per il solo gusto di evidenziare le contraddizioni o sottolineare le critiche: o dolersi per improvvise amnesie e precipitosi abbandoni. E' che l'incalzare politico non sembra voler concedere pause, costringendo tutti a dire e fare, qui e ora e anche per un dopo sempre più sfuggente e imprevedibile.

Tra qualche settimana si voterà di nuovo per elezioni amministrative, tra le quali, importantissime, quelle romane. Non sfugge a nessuno che soprattutto nella capitale transiterà una prima verifica politica, si misureranno proposte, credibilità e rapporti di forza. Ma prim'ancora di chiedersi se reggerà la destra di Alemanno, si confermerà il Pd di Zingaretti, si consoliderà il movimento cinquestelle, sembrerebbe più utile immaginarsi un qualcosa che sfugga alla pigrizia politicista e provi a scardinare una staticità di quadro politico più apparente che reale.

Un qualcosa che contenga un progetto generale sulla città, su come migliorarla, rigenerarla e rilanciarla, e che si caratterizzi per il suo profilo indipendente, politicamente e culturalmente. Che sia insomma in grado di esprimere qualità e competenza, in una felice autonomia, lontana dai ricatti d'apparato, svincolata dai poteri oligarchici. E a Roma un progetto di questo tipo è in cammino da tempo. Si chiama Repubblica Romana. E' fondata sul lavoro e ripudia la precarietà. E' plurale e accogliente, inclusiva e solidale. Promuove le arti, le scienze, le culture, così come il pensiero e i sentimenti, il piacere e il benessere. Afferma il diritto all'abitare, alla salute, alla qualità della vita. Sostiene le politiche di genere e i diritti delle donne. Difende la bellezza e la natura, combatte la speculazione e l'abusivismo. Rifiuta l'espansione urbanistica e riutilizza l'edilizia esistente. Viaggia sui mezzi pubblici e preferisce andare su due ruote anziché su quattro. Dichiara inalienabile il patrimonio pubblico e lo riconsegna ai suoi legittimi proprietari, i cittadini e le cittadine. Tutela i bisogni sociali e si batte contro le povertà. Definanzia le grandi opere e investe sulla manutenzione di strade, parchi, scuole e servizi. Favorisce l'autogoverno, l'autoproduzione e la cooperazione. Garantisce le libertà, la democrazia e la partecipazione.

Al di là della suggestione storica di una stagione che ha segnato il punto più alto nelle lotte di liberazione a Roma, Repubblica Romana è una proposta politica che contiene una ragguardevole densità progettuale e un accumulo di esperienza di governo territoriale. S'incentra intorno alla battaglia di resistenza contro l'oppressione finanziaria, che sta progressivamente strangolando le amministrazioni locali. La sua principale rivendicazione è quella di congelare il debito comunale ed esigere di decidere la propria politica economica.

Ma l'aspetto più interessante e originale di questo progetto politico-elettorale è il percorso attraverso cui si è composto, il metodo con cui si è via via consolidato. Repubblica Romana è sì una lista elettorale di cittadinanza, ma vuol essere anche un processo costituente. Ha progressivamente aggregato realtà ed esperienze tra le più dinamiche e intelligenti sullo scenario cittadino. Soggettività organizzate, semplicemente associate e anche singole che si sono riconosciute in quell'urgenza di dar vita a una proposta diversa e distante dall'attuale configurazione politica. Condividendo l'esigenza di costruire un soggetto nuovo, nei contenuti come nelle forme, che si sganci dalle pratiche subalterne e a volte parassitarie con cui movimenti e associazioni hanno finora praticato la relazione politica. E ciò non per smanie isolazioniste o impulsi separatisti, ma perché consapevoli che l'attuale sistema dei partiti non è in grado di sostenere le pratiche e gli obiettivi che si continuano a ritenere necessari.

Custodite in una bacheca ai piani alti del Campidoglio, immobili e anche un po' sbiadite, sono conservate le bandiere della Repubblica Romana del 1849.Non vedono l'ora di tornare a sventolare.

Una discussione tra storici: quali sono i fatti, quali invece i giudizi e quali infine le strumentalizzazioni? Distinguere è indispensabile.

La Repubblica, 17 aprile 2013

«SU PRIMO LEVI SOLO SCANDALISMO»
di Massimo Novelli

Studiosi e ricercatori contro “Partigia”, che racconta un episodio controverso ma già noto della Resistenza in cui fu coinvolto l’autore di “Se questo è un uomo”

«Il mio periodo partigiano in Valle d’Aosta è stato senza dubbio il più opaco della mia carriera, e non lo racconterei volentieri: è una storia di giovani ben intenzionati ma sciocchi, e sta bene fra le cose dimenticate. Bastano e avanzano i cenni contenuti nel Sistema periodico». Così Primo Levi scriveva nel 1980 in una lettera a Paolo Momigliano, presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Aosta. Da quei «cenni» è partito lo storico Sergio Luzzatto per costruire il suo libro Partigia. Una storia della Resistenza,subito al centro di polemiche. Nel saggio, pubblicato da Mondadori e non da Einaudi, la casa editrice di molte opere di Luzzatto, si sottolinea soprattutto l’«ossessione» che lo scrittore torinese avrebbe avuto per un episodio avvenuto in quelle settimane di vita partigiana.
Rifugiatosi in Valle d’Aosta, Levi si era unito a una banda composta da comunisti legati al Partito comunista internazionalista e da anarchici. Oltretutto, dopo pochi giorni, la formazione fu infiltrata da ufficiali fascisti inviati dai caporioni aostani della Repubblica di Salò. Le spie, addirittura, ben presto assunsero il comando della banda, fino a consegnare quei ragazzi nelle mani dei loro camerati nazifascisti. La presunta «ossessione » dell’allora giovane dottore in chimica, com’era Primo Levi, sarebbe stata originata dall’avere appreso della fucilazione da parte dei partigiani di due compagni, Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, accusati di furto. Avvenne quando nella formazione si erano già insediati i fascisti

La vicenda rievocata da Luzzatto, così come le circostanze che il 13 dicembre del 1943 portarono all’arresto e quindi alla deportazione dell’autore di Se questo è un uomo, sono state presentate da Paolo Mieli sul Corriere della Sera come verità nascoste per anni da una certa «retorica della Resistenza». A onor del vero, però, nel 2008 il ricercatore piemontese Roberto Gremmo ne aveva dato un ampio resoconto sulla rivista Storia ribelle. E, qualche mese fa, lo scrittore Frediano Sessi le ha raccontate diffusamente nel libro Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), senza prestarsi peraltro a operazioni in odore di “revisionismo storico”.
Già: perché proprio il “revisionismo”, per giunta esercitato su Levi, morto nel 1987, sembra essere l’elemento principale colto da quanti, tra storici e studiosi, hanno seguito il dibattito che ha preceduto l’uscita del volume di Luzzatto. Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto, e autore dell’Einaudi al pari di Luzzatto, non esita a parlare di «uso scandalistico della storia». E aggiunge: «Non ho letto il libro. Nell’operazione mediatica per presentare il libro di Luzzatto, comunque, colpisce la sproporzione fra gli eventi, minimi, e il rilievo dato a questi. Mi sembra un’operazione dettata dal bisogno ossessivo di sensazionalismo, che è altra cosa dalla pratica storiografica. Detto questo, c’è poi un uso disumano di Primo Levi, un indagare in modo indiziario nelle pieghe della sua coscienza». È questo «uso» di Levi, in definitiva, che avrebbe indotto alcuni vecchi einaudiani a sconsigliare la pubblicazione del volume di Luzzatto, lasciandolo alla Mondadori? La casa dello Struzzo nega, ma il dubbio rimane.

Come restano i dubbi sull’interpretazione delle parole di Levi sulla fucilazione di Oppezzo e Zabaldano. Frediano Sessi ritiene che «negli accenni contenuti nel Sistema periodico, oltre a non esserci alcun suo giudizio negativo sulla Resistenza, esprime invece il dolore per la morte dei due ragazzi, probabilmente autori di furti, perché facevano parte della stessa comunità umana in cui era entrato lui. Ecco perché se ne sentì coinvolto, quasi corresponsabile ». Oppezzo e Zabaldano, a ogni modo, dopo la Liberazione furono fatti passare per martiri della Resistenza. Sessi lo spiega col fatto che «nessuno aveva più saputo niente di loro: si credette, pertanto, che fossero caduti in combattimento». ùAnche lo storico Giovanni De Luna è molto critico: «Non accetto nel revisionismo questa continua enfasi sulla rottura della cosiddetta “vulgata resistenziale”, sulle scoperte di “verità tenute nascoste”. Sono argomenti privi di fondamento. Tutto ciò era emerso da tempo, fin dal dibattito degli anni Settanta sulla Resistenza. Ad alcuni che oggi scrivono di Resistenza, gente che si è formata nel dibattito degli anni Novanta, rimprovero la mancanza di consapevolezza dei contesti storici». Ernesto Ferrero, a lungo dirigente dell’Einaudi e che a Levi ha dedicato vari studi, è altrettanto severo: «Capisco che una vicenda così intimamente dostoevskiana possa appassionare il narratore che sonnecchia in ogni storico. Ma mi pare di ravvedere nello sviluppo anche mediatico che se ne è fatto, una specie di uso improprio di estrogeni storiografici ». Conclude Ferrero: «Proprio perché Levi non ha creduto alla retorica della Resistenza, era profondamente amareggiato dalle furbizie del revisionismo. Antropologo scrupoloso e geniale, sulle scelte etiche non transigeva. E anche da questo episodio esce più grande che mai».


QUELLE POLEMICHE FUORI DAL TEMPO CONTRO LA SINISTRA
di Guido Crainz

Leggerò d’un fiato il libro di Sergio Luzzatto, e non solo perché il suo Il corpo del duce è
uno dei libri più importanti che io abbia letto sul rapporto fra la storia e la memoria del fascismo. Lo leggerò d’un fiato soprattutto perché rinvia a più di una questione storiografica ed etica. Leggendo il libro, naturalmente, capirò come lo fa, in che modo dialoghi con riflessioni avviate sin da allora su questi temi o prenda altre vie. Nel 1945, nell’ultima pagina di Un uomo, un partigiano,
Roberto Battaglia ci consegnava per intero il dramma vero che stava sullo sfondo della “giustizia partigiana”: «Nel giudicare i condannati — scriveva — si soffriva alle volte quanto essi, si era presi dalla loro stessa angoscia». In quelle pagine — ha osservato Ugo Berti introducendo per “il Mulino” la ristampa di quel bellissimo libro — «la condizione di fuorilegge-legislatore è esposta
e interrogata nell’argomento cruciale, la legittimità del dare la morte».
A questo nodo, a questo tragico nodo di fondo rinviano anche episodi marginali o feroci, “atipici” eppur impastati della “normalità” della “guerra civile”. È merito di Claudio Pavone aver aperto più di vent’anni fa la riflessione su questi temi (più di vent’anni fa, si badi bene) sfidando duri fuochi di sbarramento e offrendo però strumenti preziosi ad una stagione di studi che ha rimosso tabù e reticenze. E non ha caso il sottotitolo del suo libro, Una guerra civileSaggio storico sulla moralità nella Resistenza.
Quella stagione di studi, che ancora continua, ha affrontato ampiamente le pagine più aspre e dure del ’43-45 e poi il protrarsi della violenza armata contro i fascisti ben oltre il 25 aprile (il lungo protrarsi cioè dell’“ombra della guerra”). Si è interrogata non solo sulle “vul-
gate” ma anche su talune ipocrisie e falsificazioni della memoria pubblica Qualche anno fa un bel libro di Spartaco Capogreco, Il piombo e l’argento (Donzelli), ha illuminato di luce cruda la storia del “partigiano Facio”, combattente nell’appennino tosco-emiliano sin dalla prima fase della Resistenza (e in relazione anche con i fratelli Cervi). Insignito di medaglia d’argento nei primi anni Sessanta e un vero simbolo, in quella zona, ma ucciso in realtà da altri partigiani: non per ragioni di antifascismo ma di sopraffazione (il controllo e il comando di un’area). Un caso di ingiustizia partigiana e al tempo stesso di falsificazione di memoria: e anche qui la specifica, e feroce, “ingiustizia partigiana” rinvia — è merito di Capogreco averlo sottolineato in modo partecipe — a quel più generale nodo della “giustizia partigiana” su cui Battaglia si arrovellava con passione e tensione etica.
Per molti versi, dunque, abbiamo accumulato sufficiente maturità culturale e storiografica per misurarci in modo pacato con i nodi drammatici di una guerra civile, in tutto il loro amplissimo spettro: e i ricorrenti lamenti sulle “rimozioni della storiografia” (della storiografia di sinistra, naturalmente) appaiono pateticamente fuori stagione. Forse non è ad esse che si deve se alcune grossolane letture hanno trovato ampio spazio, se troppo spesso singoli episodi sono stati ingigantiti e assunti a rovesciato simbolo, gli alberi malati sono stati utilizzati per nascondere la foresta, il dito per occultare la luna (e, soprattutto, la riflessione su di essa). Ha una data d’avvio, questa falsificazione: è a partire dagli anni Ottanta che la “riconciliazione morbida” con il passato, in primo luogo con il passato fascista, si è accompagnata alla sostanziale deformazione del dramma e delle scelte di campo del 1943-45.Già molti anni fa Nicola Gallerano ha scritto su questo pagine illuminanti, e alla “vulgata antiantifascista” Luzzatto stesso ha dedicato di recente le acute pagine di un agile libro, La crisi dell’antifascismo. Una ragione in più, per quel che mi riguarda, per leggere il suo ultimo lavoro, anche per gli stimoli critici della recensione di ieri di Gad Lerner. Per il resto, da accanito lettore di quotidiani non mi stupisco certo se qualcuno non perde occasione per suonare stanche canzoni.

La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, un saggio del filosofo Domenico Losurdo per Laterza. «Un ambizioso e documentato tentativo di ricostruire genesi e sviluppo di un concetto che corre il rischio di perdere di vista la storicità del capitalismo e le trasformazioni imposte proprio dai movimenti "antisistema" tanto nel Nord che nel Sud del pianeta». il manifesto, 16 aprile 2013
«Il sociologo comincia a leggere il Capitale dalla fine del III libro e interrompe la lettura quando si interrompe il capitolo sulle classi. Poi, da Renner a Dahrendorf, ogni tanto qualcuno si diverte a completare ciò che è rimasto incompiuto: ne viene fuori una diffamazione di Marx, che andrebbe come minimo perseguita con la violenza fisica». Non è dato sapere se a Domenico Losurdo questa citazione tratta da Operai e capitale di Mario Tronti faccia piacere, ma sono parole che rendono ragione alla scelta di iniziare il suo La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, pp. 387, euro 24), laddove l'autore individua nei tanti Dahrendorf esistenti il bersaglio polemico. I ricorrenti profeti della fine della lotta di classe si trovano infatti puntualmente di fronte al suo insorgere, oltre che a quelle condizioni di impoverimento e polarizzazione che Losurdo mette subito in evidenza. Rispondendo alla domanda retorica dell'introduzione del volume, si potrebbe dire che la lotta di classe non deve ritornare per il semplice fatto che non è mai andata via.

Ha poi ragione l'autore quando afferma che essa «non si presenta quasi mai allo stato puro». Il punto è però individuare la sua specificità. Losurdo la pluralizza: lo scontro tra operai e capitale è solo una delle forme che la lotta di classe assume, insieme ai movimenti di liberazione nazionale, anti-coloniali, delle donne o dei neri. Anzi, proprio «in virtù della sua ambizione di abbracciare la totalità del processo storico, la teoria della lotta di classe si configura come una teoria generale del conflitto sociale». E qui iniziano i problemi. L'autore rischia infatti di sottendere un'interpretazione economicista dei rapporti di produzione. O di interpretare la lotta dentro e contro i rapporti di produzione come questione meramente economica. Le lotte per il salario o la riduzione dell'orario di lavoro vengono quindi rubricate nella tipologia dei conflitto per la redistribuzione, inferiori alle questioni che toccano le corde della coscienza, come l'indipendenza nazionale o l'abolizione della schiavitù. È noto che con le citazioni si possono dimostrare tante cose e il loro contrario, ma visto che nel testo sono sovrabbondanti vale la pena ricordare il famoso passaggio de La guerra civile in Francia in cui Marx afferma che «il proletariato non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese». Nella sua ansia di controbattere al riduzionismo economicista operato dal pensiero liberale, Losurdo finisce per incappare nello stesso errore: come se la lotta per il salario non fosse lotta per la libertà.

Il laboratorio coloniale

Ha ragione Losurdo quando individua nelle colonie il laboratorio di quello che sarebbe stato il nazismo nel Novecento: qui risuonano le famose considerazioni del poeta martinicano Aimé Cèsaire sull'Hitler nascosto che porta dentro di sé il borghese distinto e umanista. L'autore ha inoltre il merito di evidenziare quanto le questioni coloniale e razziale fossero tutt'altro che marginali nella riflessione politica di Marx sulla vocazione mondiale dello sviluppo capitalistico e sulla divisione internazionale del lavoro. E scuserà l'autore chi scrive se non riesce a considerare il Moro di Treviri un sol uomo e sol corpo con Engels, certo suo impagabile compagno, ma anche portatore di molte responsabilità nel costruire dogmi ed equivoci di quel marxismo da cui Marx aveva giustamente preso le distanze.

Invece, utilizzando il Marx della questione irlandese e in particolare Engels, Losurdo sostiene che un internazionalismo che ignori la questione nazionale si rovescia nel suo contrario, cioè nello sciovinismo di una nazione che si pretende universale. Questione complessa e storicamente densa, com'è noto. Basta ricordare, a mo' di esempio, il dibattito tra Rosa Luxemburg e Lenin, quando il secondo critica la prima per la semplicistica condanna dei movimenti nazionali. Lo fa, tuttavia, perché in quella specifica contingenza storica i movimenti nazionali sono un dato di realtà ambivalente, uno spazio di politicizzazione dentro cui il proletariato si può formare per dare un «colore comunista» alle lotte anti-coloniali a partire dall'irriducibile eccedenza del movimento rivoluzionario rispetto alle semplici rivendicazioni democratiche.

Tralasciamo le molte pagine in cui Marx prima e Lenin dopo affermano senza possibilità di equivoco come le «rivoluzioni nazionali» siano comunque sempre subordinate alle rivoluzioni proletarie. Il punto interessante da evidenziare è che tra quel dibattito e oggi sono successe tante cose: differenti cicli internazionali di lotta di classe, due guerre mondiali, la globalizzazione e la riconfigurazione del ruolo dello Stato. A mutare sono state anche le discussioni e i punti di vista dentro quei movimenti che dovrebbero essere i referenti ideali del discorso di Losurdo: l'esaurimento del carattere «progressivo» (per usare una brutta parola) della questione nazionale è stato da tempo messo in evidenza dai militanti anti-coloniali di fronte al fallimento degli stati postcoloniali: questa è d'altronde la discussione contemporanea nel contraddittorio laboratorio latinoamericano e perfino in un'organizzazione come il Pkk.

Maschere fuorvianti

L'impressione è che da queste molteplici forme di lotte di classe citate dall'autore a sparire siano proprio i soggetti concreti per essere sostituiti e rappresentati dalle astrazioni del popolo e della nazione. O meglio, in un quadro in cui la lotta di classe è in ultima analisi combattuta dagli Stati o per lo Stato, i soggetti diventano gli statisti: a Lenin viene appiccicata la maschera del Napoleone III del proletariato, l'Ottobre si trasfigura nel 18 brumaio e - con buona pace delle aspre battaglie dentro la Prima Internazionale - Marx rischia di essere confuso con Mazzini.

Marx, è noto, non perdeva occasione per sottolineare il carattere rivoluzionario del rapporto sociale capitalistico. Intorno al '17 Lenin sferzava i vecchi bolscevichi rimasti attaccati a principi e interpretazioni che, seppur corrette qualche anno prima, a quel punto si dimostravano superate o addirittura nocive. Si ha invece l'impressione, leggendo questo libro che non nasconde le ambizioni di diventare una contestazione esaustiva del pensiero unico dominante, che con Marx e Lenin la storia finisca: la storia della teoria della lotta di classe, bloccata in una pluralità di opposizioni oggettivate e immobili. Non sono certo il Moro di Treviri e il dirigente bolscevico ad essere responsabili, né che sarebbero molto d'accordo di questo estremo «oggettivismo». Non solo: con il trascorrere delle pagine si ha sempre più chiara la certezza che l'autore voglia dimostrare che l'oggetto del suo studio rappresenta solo una delle contraddizioni del capitalismo, tutte considerate nella loro fissità astorica. Anzi, sarebbe stata l'idealistica insistenza sulla «droga» della lotta di classe a condurre alla rovina il socialismo reale. Per la soddisfazione di Losurdo qualcuno se ne è accorto per tempo e, come Deng Xiao Ping, ha voltato pagina, correggendo le cadute «populiste» di Mao. E pazienza per l'«incidente» di piazza Tienanmen - causato secondo l'autore dagli avamposti occidentali del neoliberismo, e addio alla premessa sul carattere spurio dell'antagonismo, sacrificata alla logica dei processi di Mosca. Il socialismo si rivela così per quello che è: lineare continuità ed efficiente gestione del capitalismo, senza salti e cesure. Per questo la lotta di classe ne ha preso definitivamente congedo.

Losurdo critica perciò quella che definisce la «logica binaria»: classe contro classe. Insiste invece sulle divisioni all'interno dell'una e dell'altra. Quelle divisioni esistono certamente, ma non possono essere superate in modo dialettico, cioè assumendo in modo speculare e oppositivo l'identità che il nemico ci impone. Quei dispositivi vanno distrutti, essendo a loro volta il prodotto sempre mutevole della lotta di classe. Quella che Losurdo chiama «logica binaria» è così confermata. Sempre che si consideri la classe un concetto politico e non economico, cioè come il provvisorio risultato di un processo antagonista. Prima la lotta di classe, poi la classe. E sempre che si consideri la specificità dello sfruttamento capitalistico: qui la linea dell'antagonismo non passa genericamente tra oppressori e oppressi (il populismo che all'autore non piace) o nella guerra dei popoli che si fanno Stato attraverso la guida del partito (quello che apprezza), ma tra lavoro vivo e capitale.

Conflitto di forza

Ancora una volta, non è un problema di aderenza filologica ai «sacri testi». La lotta di classe condotta dal proletariato non è mai «dall'alto» o «dal basso», nella morsa tra autonomia del politico e tradeunionismo, perché la sua caratteristica è di creare un campo di battaglia tendenzialmente orizzontale: non più i subalterni contro i dominanti, ma forza contro forza. Il suo obiettivo non è il riconoscimento nella «famiglia umana», perché quell'umanità viene spaccata e ricreata dalla lotta di classe. Nella prassi e nell'orizzonte di questo scontro «binario» non c'è aufhebung (la sintesi dello Stato): c'è invece autonomia, rottura e separazione.

Ciò vuol forse dire ritornare a una marginalizzazione della molteplicità delle forme di lotta di classe? Al contrario, significa situarle e specificarle. Genere e razza, ad esempio, sono processi che si collocano non a fianco, ma pienamente dentro i rapporti di produzione, se di questi appunto non diamo una lettura economicista. Se cioè consideriamo il lavoro vivo nella sua totalità, fatta di soggettività e sfruttamento, potenza e povertà. Recentemente, i lavoratori della logistica in sciopero hanno nuovamente segnalato che è nella mobilitazione che il razzismo e le divisioni nazionali sono messe in discussione. Perché una lotta diviene di classe. Il movimento No Tav, ad esempio, non è «oggettivamente» lotta di classe: lo è diventato nella misura in cui ha saputo porre al centro il conflitto sui rapporti di produzione che passano per la messa a valore del territorio, la crisi, l'impoverimento, lo smantellamento del welfare. Non è una questione di coscienza, ma di materialità di condizioni di vita e processi di soggettivazione. A mobilitare non è l'interesse generale, ma l'irriducibile parzialità. Per Marx, per Lenin e per noi dentro queste coordinate si pone la questione dell'organizzazione: il nodo è lo stesso, però le forme di quelle coordinate sono cambiate in profondità. E a farle cambiare è stata, inutile ripeterlo, proprio la lotta di classe.

Forse è l’ultima occasione, a quanto resta del vecchio e a quanto ambisce a rappresentare il nuovo, per iniziare la costruzione di uno stato che rappresenti la società nel suo volto migliore.

Il manifesto online, 15 aprile2013

Un nome che potrebbe raccogliere il consenso della maggioranza dei grandi elettori, dal Pd ai 5 Stelle, e così rappresentare finalmente quella condivisione che tanto abbonda nelle parole quanto scarseggia nei significati che sottintende. E che, proprio per questo spirito gattopardesco delle liste dei papabili, pescati nella nomenklatura, è il petalo che ancora manca dal tavolo della trattativa dei partiti. Il nome è quello di Stefano Rodotà. Un'assenza che certo non stupisce.

Nella convulsa, seppure lentissima, marcia di avvicinamento alla prima votazione per il Quirinale, molte carte sono ancora coperte. E sarà difficile che se ne possa scoprire una diversa dal mazzo usurato in mano ai politici. La carta di un difensore, senza se e senza ma, della Costituzione, di un militante della migliore tradizione della sinistra libertaria e garantista, di uno studioso impegnato nella religione civile del pensiero laico, di un teorico della democrazia partecipativa e dei beni comuni.

Stefano Rodotà è invece tra i più citati dai sondaggi della rete e, da oggi, è anche il nome che i firmatari di una petizione recapitano ai grandi elettori del prossimo presidente della repubblica. A parte l'unico difetto di non essere una donna, Rodotà sarebbe il primo, forte segnale dell'arrivo a destinazione del messaggio di cambiamento espresso dal voto.

Citando l'articolo 50 della Carta, la petizione si riferisce a una «comune necessità» e chiama i parlamentari a raccogliere la richiesta di eleggere un presidente con un «altissimo profilo di etica pubblica», un capo dello stato che sia espressione «del popolo e dell'accademia», un uomo delle istituzioni in cui possono convergere «sia chi si riconosce nel sistema dei partiti, che quelli che non ci riconoscono più». Una figura forte di collegamento tra la società e la politica, una personalità capace di ricostruire un legame robusto tra la democrazia rappresentativa e quella diretta, tra il populismo e i partiti. Un lavoro che Rodotà proseguirà al teatro Valle di Roma dove oggi si discute del diritto dei beni comuni. Contro i poteri forti, contro le diseguaglianze, per una nuova idea di cittadinanza. Come spiega nella riflessione raccolta nel suo ultimo libro, Il diritto di avere diritti. Un bel titolo e anche un ottimo viatico per il prossimo settennato.

Roma al Teatro Valle nasce inedita alleanza giuristi-movimenti per una nuova azione sociale. Primo atto: sei proposte di legge per i parlamentari.

Il manifesto, 14 aprile 2013

«Ho lottato tutta la mia vita contro la censura e adesso non posso certo impedire che si faccia il mio nome sui giornali». Passeggiando in direzione del teatro Valle, dov'è atteso per iniziare i lavori della «costituente dei beni comuni», Stefano Rodotà commenta il titolo de il manifesto di ieri («Un bene comune») che riporta la notizia della petizione promossa da Ugo Mattei e Carlo Freccero per chiederne l'elezione alla presidenza della Repubblica.

Tra strette di mani, e l'affetto di chi fa la fila per sedersi in uno dei 666 posti del Valle, Rodotà continua: «Sono sempre stato contrario alla personalizzazione - spiega - parliamo di azione sociale. Ho appena saputo che vogliono privatizzare il teatro di Marcello a Roma, chiuderlo e imporre il biglietto ai turisti. È una nuova sottrazione di un bene comune alla cittadinanza. Ecco la cosa che mi interessa in questo momento: spersonalizzare la battaglia per i beni comuni come facemmo nel 2007 insieme a Ugo Mattei, Eligio Resta, Salvatore Settis nella commissione per la riforma del terzo libro del codice civile. Oggi lo possiamo fare con la costituente dei beni comuni». La costituente intende riprendere i lavori della «commissione Rodotà» che pose le basi giuridiche del vittorioso referendum sull'acqua nel 2011. Da allora si sono moltiplicate le occupazioni dei teatri, cinema o atelier da Milano (Macao) a Roma (Valle, Nuovo Cinema Palazzo, Cinema America), da Pisa (Municipio dei beni comuni e teatro Rossi) a Napoli (ex Asilo Filangieri) a Palermo, Messina e Catania. Oltre al Sale Docks di Venezia, alla costituente parteciperanno anche i movimenti che si battono per la ricostruzione de L'Aquila, oltre alla rete di associazioni che difendono il territorio toscano rappresentati da Alberto Asor Rosa.

Quella proposta al Valle è un'inedita alleanza tra giuristi e i movimenti. Ai parlamentari la costituente ha inviato un pacchetto di sei proposte di legge di cui chiede l'approvazione. Tra l'altro, il pacchetto contiene la proposta di legge popolare sull'acqua votata da 400 mila persone ed è rimasta lettera morta; quella sul reddito minimo che ha raccolto 50 mila firme, una proposta di legge sul fine vita e la riforma dei regolamenti parlamentari per rendere i referendum, le petizioni e le iniziative di leggi popolari un «potere dello stato». L'obiettivo è di formularne altrettante, a stretto contatto con i movimenti territoriali che si muovono sui temi dei beni comuni, dei diritti fondamentali della persona, e dei diritti sociali.

L'alleanza tra i movimenti e i giuristi vuole essere un lavoro in presa diretta sulle istituzioni, ma che non si chiude nelle istituzioni. Ugo Mattei e Maria Rosaria Marella, il vicepresidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena e il giurista Gaetano Azzariti, sostengono che i beni comuni hanno una portata rivoluzionaria. Mettono in discussione la divisione tra diritto privato e pubblico e la primazia della proprietà privata nell'ordinamento giuridico vigente. «In quanto formula di successo i beni comuni rischiano di slabbrarsi e diventare altro da sé - ha detto Azzariti - non credo che l'intera Italia sia un bene comune, altrimenti il bene comune non è nulla». L'idea della «costituente» è invece quella di un diritto vivente, espressione di ciò che si muove nella società e rompe i confini della legalità per imporre un nuovo criterio di legittimità. «I movimenti sui beni comuni si muovono su un piano di riconosciuta legittimità - afferma Guido, un attivista del Valle - Noi crediamo che il nuovo diritto sia generato dai conflitti in atto, come dimostrano le occupazioni e la mobilitazione permanente dei cittadini che difendono i loro territori e propongono nuovi modelli di sviluppo e di socialità. I beni comuni devono essere finanziati in funzione di questa utilità sociale».

Una sfida ambiziosa, al tempo del grillismo come forma telematica della democrazia diretta, condotta nel rispetto della costituzione che, all'articolo 46 che permette a lavoratori e utenti di diventare gestori di servizi. «Oggi è nato un nuovo rapporto tra cittadini, politica e diritto, che bisogna valorizzare», ha concluso Rodotà.

I lavori proseguiranno anche con tavoli di lavoro tematici. Si pensa ad una piattaforma online dove elaborare le proposte. «Non pensiamo più ad una politica dei due tempi: ci sono i movimenti e poi vengono le istituzioni - ha detto Daniela, attivista del Nuovo Cinema Palazzo di Roma - Pensiamo invece ad un nuovo principio, quello dell'autogoverno, per creare nuove istituzioni". Prossimo appuntamento in Sicilia, dove ci sono tre teatri occupati.

«Se il Pd e Sel non operano sollecitamente per dichiarare Berlusconi ineleggibile, dovranno spiegare ai loro elettori perchè mai preferiscano un comportamento che è scellerato secondo i parametri di una democrazia liberale e al tempo stesso masochista fin quasi al suicidio per Pd e Sel medesimi».Micromega, newsletter 12 aprile 2013

Cari parlamentari del Pd, M5S e Sel,

ci rivolgiamo oggi soprattutto ai parlamentari del Pd e di Sel, perchè c’è qualcosa che non riusciamo proprio a capire. Estromettere Berlusconi dalla vita politica e dal potere (compreso il suo monopolio sulla televisione commerciale) non solo sarebbe sacrosanto secondo tutti i canoni delle democrazie liberali occidentali, ma sarebbe anche un vantaggio non da poco per il centro-sinistra. Ora, se una misura a portata di mano, che corrisponde sia all’interesse generale e all’etica di una democrazia sia all’interesse egoistico e di bottega di una forza politica, viene da quest’ultima rifiutata e anzi tale forza politica si muove in direzione opposta (mantenere il Caimano nei gangli decisivi del potere e della politica), l’interrogativo è d’obbligo: perché tanta assurdità?

Il masochismo è infatti comprensibile e accettabile come una delle tante e varie inclinazioni sessuali (in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, “di tutto e di più” è l’unica norma liberale), ma in campo politico è un controsenso, oltretutto enigmatico. Nessuna forza politica e nessun singolo politico vuole il proprio male, ama danneggiarsi. Talvolta lo fa, ma per stupidità. Nel caso che stiamo esaminando, però (la possibilità di estromettere B. dalla politica e dal potere), neppure la stupidità può essere una spiegazione, perché è talmente evidente, anche al più stupido del genere “homo sapiens”, che la soluzione prospettata sarebbe di enorme vantaggio per il centro-sinistra, e carica di rischi invece la scelta opposta, che la spiegazione di tanto pervicace “masochismo” va cercato altrove.

Dove? L’unica spiegazione logica che resti, visto che ogni interesse generale, ogni valutazione etica, ogni interesse di bottega spinge nel senso della “estromissione”, è che una parte del gruppo dirigente Pd+Sel sia ricattabile. Ovviamente dei contenuti e ingredienti di tale “ricattabilità” nulla possiamo sapere e neppure immaginare, ma se non ci viene data una spiegazione più plausibile, quella della “ricattabilità” (anche solo mentale) resta l’unica in campo. In un dialogo di oltre dieci anni fa su MicroMega, Giuliano Ferrara spiegava a un allibito Piercamillo Davigo che la prima dote di un politico deve consistere nell’essere ricattabile. “Non ricattabile, vorrà dire”, insiste Davigo. No, proprio ricattabile, replicò a quel punto Ferrara, perché un politico non ricattabile non è affidabile.

Pd e Sel hanno da guadagnare un Perù dalla estromissione di Berlusconi dalla politica e dal potere (del resto perfino la destra “presentabile” che si fa chiamare “centro” ha analogo interesse). L’Italia, la sua democrazia, la convivenza civile, la considerazione del nostro Paese in Europa e nel mondo (sia presso l’opinione pubblica che presso gli establishment), ne trarrebbero un impareggiabile giovamento, e del resto in nessuna democrazia liberale sarebbe mai stata tollerata la presenza in politica di chi assommasse il potere mediatico di un Murdoch a quello economico di un emiro.

Perciò, se il Pd e Sel non operano sollecitamente per dichiarare Berlusconi ineleggibile, se non scelgono un Presidente della Repubblica che – in quanto Custode della Costituzione repubblicana e dei suoi valori – rifiuterà di sottomettersi alle pressioni di Berlusconi, alle cui esigenze resterà indifferente, dovranno spiegare ai loro elettori perchè mai preferiscano un comportamento che è scellerato secondo i parametri di una democrazia liberale e al tempo stesso masochista fin quasi al suicidio per Pd e Sel medesimi.

Perché un geniale demagogo da palcoscenico e una rispettabile adunata di boy scout, un po´ impacciati sui fondamentali della democrazia, sono diventati la Corazzata Potemkin del nostro affondare? Dell´affondare della nostre istituzioni e del nostro rispetto per esse, voglio dire».

LaRepubblica, 13 aprile 2013

Ci eravamo illusi che il clamoroso risultato delle ultime elezioni politiche ponesse termine alla assoluta insensibilità dei partiti italiani di fronte all´enorme sfiducia nei loro confronti. Ancora una volta ci siamo sbagliati.I pochissimi gesti che potevano far sperare in un´inversione di tendenza sono stati progressivamente sepolti da un incredibile annaspare e da una ottusa riproposizione di antichi vizi. Le idee programmatiche essenziali messe finalmente in campo dal centrosinistra dopo la afasia della campagna elettorale sono state presto sepolte dal ritorno alle vecchie pratiche: un altro regalo alla demagogia dell´antipolitica, e solo l´organica incapacità di proposta del Movimento 5Stelle impedisce per ora una sua ulteriore crescita. "Beato quel paese che non ha bisogno di comici per essere credibile": non lo ha detto un raffinato seguace di Brecht ma il comico Enrico Brignano a "Invasioni barbariche". Qui c´è forse la sintesi del dramma che stiamo vivendo, la "rivelazione" della mistificazione che è sotto i nostri occhi. O meglio, sui nostri schermi e in palazzetti della politica sempre meno credibili. Certo, è più facile tentare di dialogare con l'indialogabile Beppe Grillo (o cercare qualche dialogante fra i suoi deputati) che dare risposte alla questione vera: perché un geniale demagogo da palcoscenico e una rispettabile adunata di boy scout, un po´ impacciati sui fondamentali della democrazia, sono diventati la Corazzata Potemkin del nostro affondare? Dell´affondare della nostre istituzioni e del nostro rispetto per esse, voglio dire.

Eppure non è difficile comprendere quale sia l´unica via che il centrosinistra può provare a percorrere, pur fra le enormi difficoltà che il suo stesso annaspare fa aumentare ogni giorno. Non può essere, occorre dirlo con franchezza, la via delle "larghe intese" con il Pdl, e non solo per l´improbabile accostamento del condannato e plurindagato di Arcore con Aldo Moro. Esse presuppongono l´esistenza di una "destra normale" che purtroppo non è all´orizzonte: al di là di ogni buona intenzione o ispirazione non è possibile rimuovere questo dato di fondo, e andrebbe avviata anche una riflessione più ampia e pacata sul fallimento della proposta di Mario Monti. Anche per altre ragioni, inoltre, non appare pertinente l´evocazione del "compromesso storico" o della sua impropria ed accidentata applicazione nell´Italia del delitto Moro. Val la pena semmai di ricordare che quella proposta – di nobile derivazione togliattiana – non nacque all´indomani del golpe cileno ma almeno due anni prima, nel clima determinato dalla "strategia della tensione" e dal corposo spostamento a destra che essa sembrava indurre. Nel settembre del 1971 Berlinguer presentava così alla Direzione del Pci l´impostazione del Congresso allora in preparazione: "Come si può andare avanti effettivamente in un Paese come l´Italia senza scatenare una reazione che stronchi questa spinta in avanti?". E nella relazione a quel Congresso, nella primavera del 1972, affermerà appunto che "una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica". Non è possibile rimuovere quello scenario, imparagonabile con l´oggi. E non è possibile ignorare che lo stesso Berlinguer decreterà nella maniera più impietosa il fallimento di quella ipotesi: è infatti impossibile dialogare con partiti ridotti a "camarille, ciascuna con dei boss o dei sotto-boss", come dirà ad Eugenio Scalfari nel 1981. Da allora quella degenerazione ha superato ogni limite ed ha prodotto le catastrofi che sono sotto i nostri occhi.

Altro ha chiesto il voto stesso del Paese, e a quell´esigenza occorre rispondere. Occorre, perlomeno, muovere qualche passo in quella direzione ma il poco che il centrosinistra ha detto sin qui è stato presto smarrito per via, nello scorrere di giorni irresponsabilmente sciupati. È altrettanto irresponsabile che siano ancora avvolte da fitte nebbie le sue proposte reali su due questioni centrali.

Mancano ormai pochissimi giorni all´elezione del presidente della Repubblica ed è incomprensibile che il centrosinistra non abbia indicato al Paese – in primo luogo al Paese, e non in diretta streaming – un nome di altissimo profilo e indiscutibile per la più alta carica dello Stato. Negli ultimi vent´anni, di fronte all´anomalo irrompere dell´antipolitica e dell´antidemocrazia dei Berlusconi e dei Bossi, è venuta dal Quirinale la difesa più sicura e preziosa delle nostre istituzioni e del nostro stesso sentire civile. È venuta da tre Presidenti – Scalfaro, Ciampi e Napolitano – la cui storia e cultura rinviano al nostro momento fondativo e che hanno fatto comprendere bene cosa sia il "patriottismo costituzionale": non è facile ma neppure impossibile continuare su questo solco, e il centrosinistra non può più attendere neppure un minuto per fare la sua proposta. Per farla al Paese.

Vi è poi il nodo di Palazzo Chigi, e qui il tempo è ancor più gravemente scaduto. All´indomani stesso del voto solo una cosa era evidente, e riguardava il doppio ruolo di Pierluigi Bersani. Come candidato premier non aveva convinto gli elettori e non era quindi più proponibile per quell´incarico. Era però il segretario del partito con il maggior numero di consensi: spettava in primo luogo a lui, dunque, avanzare proposte diverse. Così non è stato, e il centrosinistra ha dilapidato con ostinazione il parziale vantaggio che gli elettori gli avevano dato. Oggi sembra quasi ostaggio del centrodestra sconfitto, e ha ridato fiato ad un Berlusconi che può sopravvivere solo grazie alla paralisi della politica. A questa paralisi, a questa palude il centrosinistra non può più contribuire neppure per un secondo e anche per Palazzo Chigi deve fare la sua nuova, e vera, proposta. Ogni ulteriore attesa sarebbe di gravissimo danno per tutti.

Una spaventosa serie di stupidaggini del solito reazionario politicante para-religioso, ancora contro la scienza e le politiche ambientali.

The Guardian, 12 aprile 2013 (f.b.)

Titolo originale: US congressman cites biblical flood to dispute human link to climate change – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

C'è un Repubblicano del Texas, Joe Barton, che spicca anche tra i suoi colleghi conservatori che hanno trasformato in articolo di fede la negazione del fattore umano nel cambiamento climatico. L'altro ieri, Barton ha confermato questa sua fama, citando il Vecchio Testamento per contestare l'evidenza scientifica del riscaldamento globale prodotto dalla mano dell'uomo, e precisamente evocando la vicenda di Noè e dell'Arca.

“Sono convinto che, per chi crede nella Bibbia, il diluvio universale sia un chiaro esempio di cambiamento climatico” ha dichiarato Barton in una sessione parlamentare registrata in un video visibile nel sito web Buzzfeed. “E quello sicuramente non è avvenuto per via dell'eccesso di sfruttamento degli idrocarburi da parte del genere umano”. Barton si rivolgeva a una sottocommissione del Congresso, chiamato a testimoniare dal suo partito a sostegno di un progetto di legge per accelerare la discussa realizzazione dell'oleodotto per convogliare il petrolio dalle sabbia bituminose dall'area canadese dell'Alberta verso le raffinerie sulla costa del Texas.

Il parlamentare ha esordito ribadendo il proprio sostegno al progetto dell'oleodotto Keystone XL. Proseguendo poi con il riconoscimento dell'esistenza del cambiamento climatico, ma certamente senza alcun collegamento con le attività umane e le emissioni di gas serra dalla combustione di carburanti fossili. “Vorrei sottolineare che noi sostenitori dell'uso degli idrocarburi non neghiamo affatto che il clima stia cambiando. Ma credo ci sia una diversità di opinione su cosa causa questo cambiamento: se è di origine umana, o naturale. Qui c'è una divergenza”. Barton è piuttosto noto sia per la sua esplicita negazione del cambiamento indotto dall'uomo, sia per il sostegno all'industria petrolifera.

E nel 2010, dopo il disastro della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico si era reso ridicolo profondendosi in scuse nei confronti della compagnia, spiegando al presidente Tony Hayward di vergognarsi perché la Casa Bianca aveva deliberato di imporle un investimento di venti miliardi di dollari per il disinquinamento e il ripristino delle aree di costa.
“Credo sia una tragedia immane, che un'impresa privata possa essere sottoposta così a un'estorsione, di ben venti miliardi. Chiedo scusa, non vorrei vivere in un paese dove chiunque, individuo o impresa, che certo ha sbagliato, subisca, e lo ribadisco, una estorsione. Per questo chiedo scusa”.

La Repubblica, 11 aprile 2013
La società nella quale viviamo, a differenza delle società tribali, ancestrali o feudali, è una società di mercato. L’istituzione del mercato costituisce qui l’organizzazione di base della comunità. Il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale sono sostituiti dalle relazioni di mercato. Una siffatta condizione è nuova, in quanto un meccanismo istituzionalizzato offerta/ domanda/ prezzo, ossia un mercato, non è mai stato nulla più che una caratteristica secondaria della vita sociale. Al contrario, gli elementi del sistema economico si trovavano, di regola, incorporati in sistemi diversi dalle relazioni economiche, come la parentela, la religione o il carisma. I moventi che spingevano gli individui a prendere parte alle istituzioni economiche non erano, solitamente, di per sé «economici », ossia non derivavano dal timore di rimanere altrimenti privi degli elementari mezzi di sussistenza. Quel che era ignoto alla maggior parte delle società – o meglio a tutte le società, a eccezione di quelle del laissez-faire classico,o modellate su di esso – era esattamente la paura di morire di fame, quale specifico stimolo individuale a cacciare, raccogliere, coltivare, mietere.

Infatti, la produzione e la distribuzione di beni materiali e servizi nella società non sono mai state organizzate, prima del XIX secolo, attraverso un sistema di mercato. Quest’innovazione prodigiosa fu realizzata includendo i fattori della produzione, il lavoro e la terra, all’interno di quel sistema. Il lavoro e la terra furono essi stessi trasformati in merci, cioè, vennero regolati come se si trattasse di beni prodotti per la vendita. Ovviamente essi non costituivano vere e proprie merci, dal momento che o non erano stati affatto «prodotti» (come la terra), o, comunque, non lo erano «per la vendita» (come il lavoro).

La reale entità di un siffatto mutamento può essere misurata se si ricorda che il «lavoro» è soltanto un altro nome per l’uomo, come la «terra» lo è per la natura. La costruzione fittizia della merce consegnò il destino dell’uomo e della natura alle dinamiche di un automa, che si muove sui propri binari ed è governato unicamente dalle proprie leggi. L’economia di mercato creò così un nuovo tipo di società. Il sistema economico o produttivo fu affidato a un dispositivo autoregolantesi. Un meccanismo istituzionale controllava tanto le risorse della natura quanto gli esseri umani nelle loro attività quotidiane.

In questo modo venne a esistenza una «sfera economica», la quale era nettamente separata dalle altre istituzioni sociali. Poiché nessuna comunità umana può sopravvivere senza un apparato produttivo funzionante, ciò ebbe l’effetto di trasformare il «resto» della società in una mera appendice di tale sfera. Questa sfera autonoma, ripetiamo, era regolata da un meccanismo che controllava il suo funzionamento. Di conseguenza, quel meccanismo di controllo divenne determinante per la vita dell’intera compagine sociale. Non v’è da stupirsi che l’aggregazione umana emergente fosse «economica » a un livello al quale in precedenza non ci si era mai nemmeno avvicinati. I «moventi economici» regnavano allora supremi nel loro proprio mondo; l’individuo era costretto ad agire secondo la loro logica, a pena della propria estinzione.

In realtà, l’individuo non è mai stato così egoista come preteso dalla teoria. Benché il meccanismo di mercato renda manifesta la sua dipendenza dai beni materiali, le motivazioni «economiche» non hanno mai costituito per l’uomo l’unico incentivo al lavoro. Invano gli economisti e i moralisti utilitaristi lo hanno esortato a non considerare negli affari se non motivazioni di carattere economico, ad esclusione di tutte le altre. Osservando più da vicino il suo comportamento, è apparso evidente, tutt’al contrario, come questo rispondesse ad una serie di motivazioni di natura significativamente «composita », ivi comprese quelle derivanti dal senso del dovere verso se stesso e verso gli altri (e forse, persino, godendo in segreto del lavoro come fine in sé).

Tuttavia, non dobbiamo qui occuparci dei moventi reali, ma soltanto di quelli presunti, dal momento che le teorie sulla natura umana non sono fondate sulla psicologia, bensì sull’ideologia della vita quotidiana. Di conseguenza, la fame e il profitto vennero isolati come «moventi economici» e si iniziò a presumere che l’uomo agisse, in concreto, in base a essi, mentre le altre motivazioni apparivano più eteree e distaccate dai fatti prosaici dell’esistenza quotidiana. L’onore e l’orgoglio, il senso civico e il dovere morale, persino il rispetto di sé e la comune decenza, furono ora ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi e significativamente compendiati nella parola «ideale». Si ritenne, perciò, che nell’uomo fossero presenti due elementi, uno maggiormente attinente alla fame e al profitto, l’altro all’onore e al potere. L’uno «materiale», l’altro «ideale»; l’uno «economico», l’altro «non economico»; l’uno «razionale», l’altro «non razionale».

L’immagine dell’uomo e della società risultante da tale premessa era la seguente. Rispetto all’uomo, fummo indotti ad accettare la teoria per cui i suoi moventi possono essere descritti come «materiali » e «ideali» e gli stimoli, sulla base dei quali è organizzata la vita quotidiana, derivano dai moventi «materiali». Rispetto alla società, fu propugnata una tesi analoga, secondo la quale le sue istituzioni sono «determinate» dal sistema economico. In un contesto di economia di mercato entrambe le asserzioni erano, ovviamente, vere. Ma soltanto all’interno di un simile assetto economico.

Rispetto al passato, tale prospettiva era nulla più che un anacronismo. Rispetto al futuro, essa era un mero pregiudizio. Ciò perché questo nuovo mondo dei «moventi economici» era basato su un errore. Intrinsecamente, la fame e il profitto non sono più «economici » dell’amore o dell’odio, dell’orgoglio o del pregiudizio. Nessun movente umano è di per sé economico. Non esiste alcuna esperienza economica sui generis, nello stesso senso in cui l’uomo può avere esperienze religiose, estetiche o sessuali, che diano origine a moventi i quali tendano globalmente a suscitare esperienze simili. Questi termini non hanno alcun significato immediato in relazione alla produzione materiale.

Così vacue sono, pertanto, le fondamenta del determinismo economico. I fattori economici influenzano il processo sociale (e viceversa) in innumerevoli modi; tuttavia, in nessun caso, se non sotto un sistema di mercato, i suoi effetti si rivelano più che limitanti. Né la sociologia, né la storia contraddicono questo assunto. E gli antropologi negano, a ragione, che la particolare connotazione di una determinata cultura sia dipendente dall’assetto tecnologico o persino dall’organizzazione economica. Non spetta all’economista, ma al moralista e al filosofo, decidere quale tipo di società debba essere ritenuta desiderabile. Una cosa abbonda in una società industriale, e cioè il benessere materiale, oltre il necessario. Se, in nome della giustizia e della libertà di restituire significato e unità alla vita, fossimo mai chiamati a sacrificare una quota di efficienza nella produzione, di economia nel consumo, o di razionalità nell’amministrazione, ebbene una civiltà industriale potrebbe permetterselo. Il messaggio degli storici dell’economia ai filosofi dovrebbe essere, oggi, il seguente: possiamo permetterci di essere, allo stesso tempo, giusti e liberi.

(Traduzione di Giorgio Resta)

Perché la mancata costituzione delle commissioni parlamentari è sia un errore politico che un vulnus alla legalità.

Il manifesto, 10 aprile 2013

La mancata costituzione delle Commissioni permanenti delle Camere è una flagrante violazione dei regolamenti parlamentari e quindi della Costituzione, che ad essi rinvia. Entrambi i regolamenti prevedono che i gruppi parlamentari, una volta costituiti, hanno l'obbligo di indicare i loro rappresentanti nelle Commissioni permanenti entro termini brevissimi, al massimo entro cinque giorni, già abbondantemente scaduti. L'obiezione che non si potrebbero costituire gli uffici di presidenza se non viene prima definita una maggioranza che sostiene il governo e una minoranza che vi si oppone, è del tutto inconsistente e contrasta, ancora una volta, con entrambi i regolamenti. Sia quello della Camera (art. 20) che del Senato (art. 27) prescrivono che le Commissioni eleggano presidente e ufficio di presidenza nella loro prima seduta, senza alcun riferimento a maggioranza o opposizione, che non sono articolazioni istituzionali del parlamento, ma variabili entità politiche. Viene eletto chi riporta più voti, da qualunque parte provengano, con le stesse procedure previste per l'elezione dei vertici delle due Camere (maggioranze qualificate nelle prime votazioni e poi ballottaggio), cui i regolamenti fanno esplicito riferimento anche per l'elezione dei vertici delle Commissioni. E non si capisce perché le stesse regole, applicate in un caso, non possano esserlo nell'altro.

Ed anche gli uffici di presidenza delle due Commissioni speciali di Camera e Senato, confluite nella Commissione speciale congiunta «per l'esame di provvedimenti urgenti» (crediti delle imprese) sono stati eletti con le stesse procedure. Ancora una volta non si capisce perché, a termini di regolamento, le Commissioni speciali possono essere costituite senza fare il nuovo governo e quelle permanenti no.

La ostinazione dei due maggiori partiti (per fortuna con il dissenso di Sel e di un pezzo di Pd) ad impedire l'ordinaria attività legislativa, riduce le Camere a mere strutture per l'attuazione del programma del governo, rovesciando la "gerarchia" degli organi costituzionali, relegando il parlamento in un ruolo subordinato. Invece, proprio in una congiuntura politica così difficile sarebbe stato necessario mandare al paese un messaggio di vitalità e funzionalità del parlamento, che avrebbe dimostrato nei fatti la sua centralità, che non basta declamare a parole.

Come la storia dimostra, il parlamento, quando vuole, è capace di approvare in tempi brevissimi leggi importanti e complesse. La famigerata Fini-Giovanardi - decine di articoli, centinaia di commi - è stata approvata in venti giorni dalla maggioranza di centrodestra.

Se, come sarebbe stato doveroso, questo parlamento si fosse messo al lavoro nei termini prescritti dalla Costituzione, oggi nessuno potrebbe dire che stiamo perdendo tempo e non avremmo davanti a noi uno sconcertante vuoto di qualche settimana. E qualcuno degli otto punti di Bersani potrebbe essere già legge o almeno approvato dalla Camera, con il parere del governo in carica per gli affari correnti, ritenuto legittimato addirittura ad emanare decreti legge. Sarebbe stato certamente un buon viatico per meritarsi l'incarico di governo dal nuovo Presidente della Repubblica.

«L'Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un'utopia»: dalla fine degli stati nazionali è una necessità.

La Repubblica, 10 aprile 2013

Eyes wide shut: tale la postura dell'Europa, da quando è caduta nell'odierna crisi esistenziale. Vi è caduta con gli occhi spalancati dalla paura, dalla paralisi, ma sappiamo che se gli occhi li sbarri troppo è come se fossero chiusi.

È uno dei mali di cui soffre l'unità europea, quest'intreccio perverso tra visione e cecità: ne discendono le più convenienti mitologie, i più nefasti luoghi comuni. Tra questi vorremmo citarne uno: sempre più spesso, l'Europa è descritta come utopia, parente prossima di quei messianesimi politicio religiosi che fioriscono in tempi di guerre, di cattività, di esodo dei popoli. Il vocabolo ricorrente è sogno. I sogni hanno un nobile rango: dicono quel che tendiamo a occultare. Resta il loro legame col sonno, se non con l'ipnosi: ambedue antitetici alla veglia, all'attiva vigilanza.

Ebbene, l'Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un'utopia, un'illusione di cui dovremmo liberarci per divenire realisti; o come usa dire: più moderati, pragmatici. La crisi cominciata nel 2007 ha disvelato quel che avrebbe dovuto esser chiaro molto prima, e che era chiaro ai padri fondatori: l'esaurirsi dei classici Stati nazione. La loro sovranità assoluta, codificata nel trattato di Westphalia nel 1648, s'è tramutata in ipostasi, quando in realtà non è stata che una parentesi storica: una parentesi che escluse progetti di segno assai diverso, confederali e federali, sostenuti già ai tempi di Enrico IV in Francia e poi da Rousseau o Kant. Gli effetti sulla vita degli europei furono mortiferi: questa constatazione, fatta a occhi ben aperti, diede vita, durante l'ultima guerra mondiale, non già al "sogno", ma al progetto concreto d'unificazione europea.

Nel frattempo tale sovranità assoluta - cioè la perfetta coincidenza fra il perimetro geografico d'un Paese e quello del potere statuale da esso esercitato - è divenuta un anacronismo non solo incongruo ma inconcludente, che decompone governi e Parlamenti. I nodi più ardui da sciogliere - una finanza mondiale sgovernata, il conflitto fra monete, il clima, le guerre, la convivenza tra religioni differenti - non sono più gestibili sul solo piano nazionale.

Tanto meno lo sono con l'emersione di nuove potenze economiche (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa). La loro domanda di energia, materie prime, beni alimentari, è in rapida crescita e quel che esse pretendono, oggi, è una diversa distribuzione delle risorse planetarie: inquiete per il loro rarefarsi, esigono la loro quota. Non è più tollerato che una minoranza di industrializzati perpetui tramite l'indebitamento il dominio sui mercati: è attraverso il debito infatti che i ricchi del pianeta s'accaparrano più risorse di quelle spettanti in base alla loro capacità produttiva. È il motivo per cui debiti che erano considerati solvibili non lo sono più: i BRICS non vogliono più rifinanziarli.

Il debito sovrano, in altre parole, non è più sovrano: va affrontato come incombenza mondiale, e per cominciare come compito continentale europeo. Pensare che i singoli Stati lo assolvano da soli, indebitandosi ancora di più, è non solo ingiusto mondialmente: è ridicolo e impraticabile. L'unità politica fra Europei è insomma la via più realistica, pragmatica, e la più promettente proprio dal punto di vista della sovranità: cioè dal punto di vista del monopolio della coesione civile, del bene pubblico, della forza. L'abbandono-dispersione del monopolio conduce all'irrilevanza del continente e al diktat dei più forti, mercati o Stati che siano.

I problemi da risolvere (per problemi intendo le crisi-svolte che aprono alla stasi o alla trasformazione) si manifestano dentro geografie diverse, ciascuna delle quali va governata. Non è più vero che il re è imperator nel suo regno: superiorem non recognoscens (ignaro di poteri sopra di sé), come nella formula del Medio Evo, quando l'impero era sfidato dai primi embrioni di Stati. La formula risale al XIII secolo, e nell'800-900 divenne dogma malefico. Oggi il singolo sovrano deve riconoscere autorità superiori: organi internazionali, e in Europa poteri federali e una Carta dei diritti che vincola Stati e cittadini.

Neanche la sovranità popolare è più quella sancita nell'articolo 1 della nostra Costituzione: non solo essa viene esercitata "nella forme e nei limiti della Costituzione" - dunque è divisibile - ma sempre più è scavalcata da convenzioni transnazionali (il Fiscal Compact è tra esse) che minacciano di corroderla e screditarla, se non nasce una potente sovranità popolare europea. I partiti non sono meno colpevoli degli Stati: nelle elezioni europee, è inesistente lo sforzo di vedere, oltre i propri Paesi, l'Europa e il mondo.
Questo significa che l'Unione va ripensata, oltre che rifatta: sapendo che solo lì recupereremo le sovranità perdute. Edificando un potere sovranazionale, e un Parlamento che possa controllarlo e eleggerne i rappresentanti. Le stesse Costituzioni esigeranno adattamenti alla nuova sovranità ritrovata solidalmente. Le discussioni della Corte costituzionale tedesca sono spesso dettate da chiusure nazionaliste, e tuttavia cercano di vedere e dominare mutazioni reali. È un peccato che discussioni analoghe non avvengano, con la stessa puntigliosa intensità, nelle Corti degli altri Stati dell'Unione.

Qui giungiamo al punto cruciale: all'astratto furore imputato a chi invoca gli Stati Uniti d'Europa. Tanto più astratto e fallimentare, vista la crescente disaffezione dei popoli. Disaffezione relativa, per la verità. Non è vero che tutti i referendum europei siano stati negativi, nella storia dell'Unione: la maggior parte non lo sono stati. Quanto all'euro, solo il 2 per cento dei cittadini (l'1 in Italia) vuole abbandonarlo.

Dove sta allora, oggi, l'utopia? Sta nella perpetuazione di sovranità nazionali fittizie: tenute in semi-vita da simulacri di poteri e da cittadini disinformati (le due cose vanno insieme: più spadroneggia lo status quo, più la realtà vien nascosta ai popoli). Machiavelli descrive con occhio profetico le disavventure delle grandi mutazioni: "Debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; ed ha tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene. La qual tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini, li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si periclita".
Tepidezza, incredulità, paura: questi i sentimenti che impediscono la nascita di ordini nuovi. L'ordine vecchio è difeso con partigianeria, anche quando è manifestamente defunto. Quello nuovo con tiepidezza, anche quando è manifestamente necessario. Mi è sempre apparsa tiepida la formula di Gramsci, sull'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio la ragione deve essere ottimista (per ottimismo non intendo fede progressista, ma la non-rassegnazione di cui parla Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola"). Ogni volta che udite parlare di Stati che si riprendono la sovranità, state sicuri: di fronte avete un illusionista che "dell'ordine vecchio fa bene": usandolo per dominare. I veri populisti, ingannatori di popoli, oggi sono loro.

Anche lo scetticismo è parola da usare cautamente: per rivalutare il suo antico significato. Il vero scettico non apre alcun credito all'apparenza, e non è pregiudizialmente avversario dell'unità europea ma si fa sottile e assai dubbioso osservatore dello Stato nazione. Non teme il nuovo ordine. Diffida del vecchio, ed è lo status quo che considera una chimera. Lì è il sonno - l'incubo - da cui vale la pena svegliarsi, se l'anima non è piccola. Il vero scettico non si contenta dell'Europa così com'è, perché ha capito che è un ibrido velenoso. Dunque quando incontriamo un antieuropeo dovremmo replicare, se vogliamo cambiare il mondo: sono io lo scettico, non tu che stai sdraiato nel falso ordine vecchio per timore del nuovo che già è cominciato.

L'articolo riproduce parte della lezione magistrale che Barbara Spinelli tiene oggi all'Università di Padova

«Nei recenti libri di Jose Il reddito di cittadinanza come un flessibile strumento per la sintesi tra eguaglianza e libertà, all'interno di un superamento del regime fondato sul lavoro salariato. Il manifesto

Due sono ormai le parole ricorrenti nella politica istituzionale. In nome loro, vengono decise politiche draconiane di austerità, che invece di risolvere, non fanno altro che confermare una condizione di illibertà. Si tratta di «precarietà» e «disuguaglianza», termini che dovrebbero orientare il pensiero critico nella traversata del deserto neoliberista ma che invece sono entrati a far parte del lessico di intellettuali, economisti preoccupati di dimostrare che le disuguaglianze e la precarietà sono una anomalia, una parentesi di una società che tende, grazie al buon funzionamento del mercato, all'uguaglianza. Convinzione smentita dai dati europei sul crescente divario di reddito esistente nelle società, uniti a quelli sull'altrettanto crescente esercito del lavoro «atipico» e sulla disoccupazione che ha superato la boa del dieci per cento (in Italia, le cifre sui disoccupati oscillano tra i 3 milioni e i 3,5 milioni di senza lavoro, mentre quelle sui precari sono oltre i 4 milioni).

Le eccezioni non mancano e vedono protagonisti piccoli gruppi intellettuali o movimenti sociali. Preziosa nello svelare il carattere immanente delle disuguaglianze nel capitalismo è, ad esempio, l'analisi che da anni conduce il filosofo francese Etienne Balibar, di cui vanno segnalati, oltre il recente Cittadinanza (Bollati Boringhieri), i volumi La proposition de l'égaliberté e Citoyen Sujet, entrambi pubblicati dalla casa editrice Puf. Questo nulla toglie al fatto che, tanto la precarietà che la disuguaglianza, sono tornate a infoltire di titoli una pubblicistica impegnata nel riproporre, in forma innovata, dispositivi keynesiani che hanno garantito al capitalismo oltre trent'anni di sviluppo. Tra quest'ultimi vanno ricordati il Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, il tedesco Ulrich Beck, l'inglese Anthony Giddens, il polacco Zygmunt Bauman, lo statunitense Richard Sennett, cioè i «senza partito» ritenuti le punte di diamante del pensiero democratico. Tra queste due posizioni, occorre affiancarne un'altra, che sviluppi una critica alle politiche di austerità, considerando i «senza partito» democratici interlocutori, senza rinunciare all'obiettivo di una sintesi tra eguaglianza e libertà, all'interno di una superamento del lavoro salariato, di cui la precarietà è solo l'ultima manifestazione, in ordine di tempo.

La costante neoliberista

Rilevante a questo fine è prendere atto che, sia nello spazio nazionale che in quello europeo, la condizione precaria e le disuguaglianze sono oggetto di politiche sociali che tendono a contenere gli effetti destabilizzanti all'interno del modello di accumulazione capitalistica neoliberista. Come ha argomentato Maurizio Lazzarato nella raccolta di scritti da poco pubblicata dalla casa editrice ombre corte, Il governo delle disuguaglianze è da considerare una costante del neoliberismo, sgomberando così il campo della retorica dello stato minimo che ha accompagnato il lungo inverno della controrivoluzione neoliberale. Lo stato, argomenta in maniera convincente l'autore, è lo strumento per assicurare la gestione e la legittimità delle disuguaglianze, ma anche per plasmare un «uomo nuovo», quell'individuo proprietario che doveva diventare il perno su cui far ruotare l'insieme delle relazioni sociali e attorno al quale costruire un nuovo progetto di società dove l'insieme delle tutele sociali e i diritti sociali della cittadinanza siano merce da acquistare sul mercato della protezione sociale. Che questo sia lo scenario che ha caratterizzato il neoliberismo non ci sono molti dubbi. Soltanto che dal 2008 il dominante governo delle disuguaglianze è entrato in crisi.

Il capitalismo ha visto non solo crescere la povertà, ma anche una diffusa indisponibilità di uomini e donne a fare proprio l'incubo dell'individuo proprietario. Indisponibilità che si è tradotta nelle forme ambivalenti del populismo, nell'esplosione di rivolte sociali che hanno attraversato gli Stati Uniti e l'Europa. E nella crescita, in alcuni paesi del vecchio continente, come l'Italia, la Spagna e la Grecia, dell'astensionismo elettorale. Ed è proprio in Europa e negli Stati Uniti che l'attenzione e la denuncia della precarietà e delle disuguaglianze è più forte. Anche in questo caso, le posizioni che si contendono l'arena pubblica si concentrano sulle politiche adeguate per affrontare una «questione sociale» che viene spesso paragonata a quella di fine Ottocento o a quella successiva alla «grande crisi» del '29. E se la troika europea subordina l'accesso ai diritti sociali di cittadinanza all'accettazione della precarietà, negli Stati Uniti le disuguaglianze sono l'esito di una economia di mercato andata fuori controllo.

Nel suo ultimo libro - Il prezzo delle disuguaglianza, Einaudi, pp. 473, euro 23 - Joseph Stiglitz denuncia la crescita del reddito dei dirigenti di impresa e quello del lavoro dipendente. Il panorama sociale al di là dell'Atlantico vede una minoranza di super ricchi e una numeroso esercito costituito da ceto medio impoverito e working poor. Per il premio Nobel per l'economia, se continuano così, gli Stati Uniti non solo sono destinati a un lento declino economico, ma vedranno lo sbriciolamento delle sue stesse fondamenta democratiche. Da qui, la sua valorizzazione di Occupy Wall Street, cioè un movimento che ha come collante proprio la denuncia della polarità esistente tra il 99 per cento della popolazione impoverita e il restante un per cento. La via d'uscita proposta è il ritorno a politiche redistributive del reddito, a un limitato intervento dello Stato in economia per lo sviluppo delle infrastrutture necessarie a rendere competitive imprese sempre più globali, investimenti nella formazione e politiche volte a garantire una diffusa assistenza sanitaria.

Al di qua dell'Atlantico, gli fa idealmente eco il pamphlet di Zygmunt Barman che denuncia la falsità della retorica dominante seconda la quale La ricchezza di pochi avvantaggia tutti (Laterza, pp. 100, euro 9). Anche in questo caso, il dito è puntato contro il crescente divario di reddito che caratterizza le società europee e statunitensi. A differenza di quella svolta da Stiglitz, ci troviamo però di fronte a un'analisi che lega disuguaglianze e precarietà, dove il secondo termine indica l'esito di quel dissolvimento delle istituzioni della modernità che Barman ha più volte posto come esito dell'avvento della società liquida.

Cacciatori di innovazione

Quello che però né Stiglitz né Bauman affrontano è il venir meno del nesso tra cittadinanza e lavoro. Nella condizione precaria, infatti, l'accesso ai diritti di cittadinanza garantiti dallo stato nazionale è interdetto, mentre il regime di accumulazione ha necessità di attivare un ciclo continuo di innovazione, sempre più delegato al lavoro vivo. La precarietà, dunque, va considerata come la condizione propedeutica affinché le imprese possano attingere a un bacino di expertise in un mercato del lavoro che non prevede più la stabilità nel rapporto professionale. È dunque un dispositivo che consente la «cattura» della capacità innovativa del lavoro vivo.

In una importante analisi delle tesi di Bauman e Sennett, la filosofa italiana Ilaria Possenti ne delinea, nel volume Flessibilità (ombre corte, pp. 195, euro 18), alcuni dei tratti distintivi. Adattabilità a cambiamenti repentini del processo lavorativo, gestione individuale del rischio, sviluppo e cura delle rete sociali che consentono di poter gestire l'intermittenza della presenza nel mercato del lavoro. Se per i neoliberisti, tutto ciò significa diventare «imprenditori di se stessi», per Ilaria Possenti queste sono le caratteristiche del «precario», figura lavorativa che sembra calzare a pennello per le giovani generazioni, ma che Sennett considera prerogative dell'antica figura dell'artigiano ritornata in auge nel capitalismo contemporaneo.

Nei suoi ultimi scritti - L'uomo artigiano e Insieme, entrambi pubblicati da Feltrinelli - Richard Sennett afferma che stiamo assistendo alla rivincita del lavoro concreto sul lavoro astratto, che dovrebbe consentire di far tornare a un livello socialmente accettabile le diseguaglianze. Ciò che non convince dell'analisi di Sennett non è solo la sua apologia del lavoro artigiano, ma la rimozione del fatto che sono proprio quelle caratteristiche che egli assegna al lavoro concreto ad entrare in campo nei processi di valorizzazione capitalistica. Più la precarietà diviene norma generale, più il processo di espropriazione della capacità innovativa del lavoro vivo è quindi garantito. La precarietà è cioè il dispositivo che regola i rapporti tra capitale e lavoro vivo.

Le linee del colore, la differenziazione generazionale, la contrapposizione tra permanenti e temporanei sono dunque da considerare forme di governance del mercato del lavoro, scandito appunto dalla precarietà. In altri termini, le differenziazioni generazionali, di razza e sessuali sono parte integrante di quel governo delle disuguaglianze che, anche se in crisi, è lo sfondo entro cui collocare il tema della precarietà.

La missione impossibile

Tutto ciò può servire a quell'attraversata del deserto che il pensiero critico sta compiendo. Va detto che molte altre sono le acquisizioni che ha tratto dal neoliberismo, meglio dal capitalismo contemporaneo. Tra queste, l'impossibilità di un ritorno alle norme che regolavano il rapporto tra capitale e lavoro nel passato. La precarietà non è infatti un incidente di percorso, ma il presente e il futuro del lavoro vivo. L'altro aspetto che è stato reso evidente dai movimenti sociali di questi anni è l'indisponibilità a funzionare come oggetto passivo. Ci sono stati processi di organizzazione del precariato, mentre il tema del reddito di cittadinanza è entrato a far parte del lessico politico tanto in ambito nazionale che sovranazionale. Il rischio che si corre è che precarietà e reddito siano ridotti a significanti vuoti da riempire secondo i vincoli dettati, appunto, dal «governo delle disuguaglianze».

In ambito europeo, ad esempio, precarietà e continuità di reddito sono temi affrontati all'interno di politiche di workfare: si accede al reddito solo se si è disponibili a svolgere un lavoro qualunque esso sia. La precarietà è qui declinata secondo le politiche di austerità imposte dalla troika ai paesi dell'Unione europea. In ambito nazionale, il reddito di cittadinanza è relegato da forze ritenute antisistema - il movimento cinque stelle - nell'ambito di un misero sussidio di disoccupazione al quale gli «intermittenti» del mercato del lavoro hanno diritto, additando i dipendenti del settore pubblico come dei «privilegiati».

La posta in gioco, tuttavia, è di prospettare il reddito di cittadinanza come un flessibile strumento per quella mission impossible che è la sintesi tra eguaglianza e libertà, all'interno di un superamento del regime fondato sul lavoro salariato.

Era sua «l'affermazione forte che “There Is No Alternative”, che non ci possono essere alternative. In sostanza siamo alla “fine della storia”. Ma è proprio questa visione che storicamente non ha tenuto».

Il manifesto, 9 aprile 2013

«I have given you back the right to manage». Con questa frase la primo ministro Margaret Thatcher esordiva a una cena annuale della Confederation of British Industry assumendosi il merito di aver rilanciato la crescita economica del Regno Unito. Con la vittoria del partito Conservatore nel 1979, il governo Thatcher portò un radicale mutamento nella strategia di politica economica. La svolta assume rilevanza, anche ai fini dell'analisi economica, per la netta contrapposizione con la politica keynesiana del passato. Le sue erano le dottrine economiche monetariste e della nuova macroeconomia classica che, almeno inizialmente, tentò di applicare incondizionatamente alla realtà, conquistando ampi strati di cittadini britannici che non trovavano una risposta nella ricetta laburista contro la crisi.

La fine degli anni Settanta è contrassegnata, anche nel Regno Unito, da profonde tensioni economiche e sociali. Il modello economico che fino ad allora aveva garantito la diffusione del benessere in ampi strati della popolazione, è messo in discussione dal quadro competitivo internazionale che richiede una ristrutturazione industriale costosa sul piano sociale, ma soprattutto dall'incertezza che generano le tensioni inflazionistiche dovute alla crisi petrolifera e a quella del dollaro che si traducono in svalutazioni competitive, deficit pubblici e cadute dei redditi reali. La rivoluzione politica di Margaret Thatcher (e del presidente degli Stati uniti Ronald Reagan) è la risposta del right approach a queste difficoltà. Le strategie di politica economica si modificano profondamente assumendo come propria linea di fondo il «disimpegno», ovvero l'arretramento del governo da aree d'intervento e responsabilità economica che le precedenti amministrazioni avevano occupato. (...) È la politica del lato dell'offerta: rimozione delle restrizioni all'espansione degli affari; controllo delle spese governative per ridurre l'onere sull'economia; struttura fiscale caratterizzata da una più bassa tassazione per favorire le remunerazioni delle imprese e delle capacità professionali; privatizzazione delle industrie nazionalizzate; abolizione delle restrizioni sul sistema bancario, sulla finanza internazionale; e infine liberalizzazione del mercato del lavoro (l'Employment Act del 1980 diretto a ridurre lo spazio dell'attività sindacale è il primo atto dell'amministrazione Thatcher). Gli effetti di questo «disimpegno» si manifestano da subito sulla distribuzione del reddito e sulla disoccupazione giustificata dalla necessità di stimolare l'imprenditorialità per una ristrutturazione dell'apparato produttivo, e delle connesse relazioni sociali, fondato sulla ricerca di una maggiore «efficienza» produttiva, raggiungibile attraverso una «disciplina» interna più severa: la reintegrazione degli incentivi economici è più importante dell'uguaglianza.

L'obiettivo è una società di proprietari - sostenuti da un mercato dei mutui liberalizzato - che non può essere che di supporto alla visione conservatrice della società. L'abbandono della funzione di regolatore diretto ed indiretto dell'economia da parte dello Stato risulta particolarmente incidente, non solo per le liberalizzazioni e deregolamentazioni interne in campo industriale, ma soprattutto per le relazioni finanziarie internazionali. Sono scelte che trasformano la struttura produttiva del paese; alla deindustrializzazione corrisponde una rapida espansione dell'industria dei servizi in particolare delle attività legate alla finanza nazionale ed internazionale: la City è stato il principale beneficiato di questo modello.

Il progetto Thatcher non è solo un nuovo modello di politica economica ma ha rappresentato anche una nuova proposta di aggregazione sociale intorno a un nuovo modo di sviluppo. Ma costruire una società più flessibile significa restringere i costi pubblici a una più ristretta cerchia di popolazione. Ne consegue il lungo processo di riforma dello stato sociale (sanità e istruzione) con l'obiettivo di sostituire la logica sociale con quella di mercato riportando a livello individuale il rapporto tra prestazioni e contributi e per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione condizionarli da politiche di welfare to work per evitare nei beneficiari atteggiamenti di scarsa disponibilità nella ricerca di nuovo impiego.

Si afferma una visione di una società fondata sul superamento delle istituzioni del welfare e del potere di contrattazione sindacale e quindi su un sistema di relazioni sociali che trovano nell'interesse del capitale privato la condizione di progresso per tutti. La concezione del ruolo pubblico che orienta Margaret Thatcher è ben riassunta dalla sua affermazione che «There is no such thing as society»: «non esiste una cosa come la società. C'è solo l'individuo e la sua famiglia» nella convinzione che l'unica realtà istituzionale in grado di garantire il progresso sociale sia quella fondata su strutture di mercato.

Essa finirà con il risultare vincente diventando «senso comune» che le forze di mercato sono un elemento «naturale» della vita quotidiana e i suoi esiti non sono quindi suscettibili né di riflessione critica né di considerazioni morali, etiche e politiche. Non vi è pertanto alcuna alternativa possibile a un capitalismo di mercato: l'«economia» viene rimossa dalla sfera della contestazione politico-ideologica. È l'affermazione forte che «There Is No Alternative», che non ci possono essere alternative. In sostanza siamo alla «fine della storia». Ma è proprio questa visione che storicamente non ha tenuto. L'ipertrofia del settore finanziario, la speculazione finanziaria, la crisi produttiva occupazionale che stiamo vivendo segnala che questa visione politica genera instabilità e disuguaglianza.

«Nel funzionamento della nostra democrazia è aperta una grande “questione parlamentare”».

LaRepubblica, 9 aprile 2013.
QUANDO Lenin commenterà l’esperienza della Comune di Parigi (1871) dove il Consiglio si era organizzato in commissioni, lo farà con parole celebri: “Un’assemblea parlamentare che si trasforma da mulino di chiacchiere in luogo di lavoro”. Rivoluzione e rivoluzionari a parte, ogni parlamento moderno ha seguito quella via. Perché oggi da noi vi sono incertezze su questa organizzazione parlamentare? Perché la geografia politica definitiva delle commissioni riproduce quella del governo: quella del governo: come strumenti essenziali per l’attuazione del suo programma, come snodi delle filiere di maggioranza e opposizione. Fino a che un nuovo governo si forma, non si possono perciò avere commissioni “permanenti”. Pragmaticamente però, “coperti” da Costituzione e regolamenti, i presidenti della Camera e del Senato hanno costituito due commissioni “speciali” transitorie come il periodo che attraversiamo. Il tempo però si prolunga e anche crescono le materie su cui le competenze delle due commissioni risultano affastellate. Di qui la richiesta di ampliarne le competenze, di articolarle in sottocomitati o di crearne altre, per tre o quattro macro-aree, fermo restando la precarietà temporale.

Spetterà alle assemblee decidere sul punto. E speriamo che lo facciano presto e non diano forza alla cattiva immagine - che già circola - di un Parlamento “disoccupato”, in “cassa integrazione” pagata dai contribuenti. Si è già visto che il Parlamento, anche se appena eletto, non è certo considerato “innocente” da chi grida disperazione sociale. È bene infatti che quale che sia la complicata vicenda nella formazione del governo, i nuovi parlamentari “trovino subito lavoro”. Non solo per esaminare e controllare i provvedimenti del governo dimissionario ma anche per stimolare, nel confronto e sul terreno, le loro prime riflessioni: sul Parlamento che hanno trovato e sul Parlamento che devono cambiare. Per diventare insomma anche loro, “saggi”.

Capiranno così che non basta la necessaria lotta agli sprechi della casa per dare slancio ed anima ad istituzioni rappresentative accartocciate su se stesse. Ci sono altri problemi e altre verità da scoprire sullo stato del Parlamento. Visto da un lato come istituzione “in sé”, autonoma nei suoi poteri. Dall’altro, come istituzione che condivide con il governo il peso delle decisioni pubbliche, delle “politiche generali”.

Sul piano istituzionale, se si fa il confronto con gli altri Parlamenti dell’Unione, il nostro sistema parlamentare è il più debole d’Europa. Non vi sono rappresentate le Regioni come in Germania, in Spagna, in Francia. Non ha le garanzie contro lo scioglimento anticipato che hanno il Bundestag e la Camera dei Comuni britannica. Non ha, unico in tutta l’Europa continentale, la possibilità di ricorso diretto di minoranza al tribunale costituzionale. Non ha, soprattutto, la forza rappresentativa che ovunque le leggi elettorali, con i collegi uninominali e le piccole circoscrizioni, danno, con il legame al territorio, agli altri parlamenti.

A questa specifica povertà istituzionale italiana si aggiungono, drammaticamente, le difficoltà dei Parlamenti a tenere dietro ai governi - nazionali e sovranazionali - nelle decisioni pubbliche. L’ordinamento delle decisioni pubbliche - dominate dall’urgenza - si è verticalizzato e “semplificato”. La questione non è più quella dell’equilibrio democratico nelle decisioni tra governo e Parlamento. La questione è se le decisioni pubbliche, comunque adottate, siano adeguate nella tempistica e nel merito alle necessità da fronteggiare nella crisi. E su quale sia il luogo abilitato per valutarne gli effetti. Nel magma della grande crisi, sembra ormai anacronistico richiamare rigidi schemi di competenze parlamentari (come le risalenti grida contro l’abuso della decretazione d’urgenza: vi è persino il dubbio che, alla luce della situazione attuale, la Corte costituzionale non avrebbe sentenziato contro la reiterazione dei decretilegge ...).
Le domande sono ora più radicali: lo strumento legislativo ordinario è adeguato a reggere il peso di questa nuova situazione? Dobbiamo “rinunciarvi” perché il governo ha i mezzi più idonei ad intervenire in questo contesto? Come si rimodula il Parlamento dinanzi ad una tale “dispersione” della sovranità? Come possiamo salvaguardarne le prerogative essenziali? La situazione di emergenza continua e strutturale impone, infatti, di spostare l’accento dai temi consueti della crisi della legislazione a quelli – per molti aspetti inediti - della legislazione della crisi. Non è un giuoco di parole. Non si può infatti affrontare la crisi – con le sue cause e componenti irriducibili ai confini statali e perfino ad una unione sovranazionale (come l’Ue) – costringendola nel “letto di Procuste” delle vecchie procedure normative. Sono queste procedure, invece, a dovere essere investite da uno sforzo culturale di adattamento, di meticciato, talora di de-formazione (con l’utilizzazione di moduli tradizionali per ottenere risultati nuovi; con l’immissione di procedure partecipative).

Una cosa rimane ben ferma: la necessità di una funzione di controllo parlamentare spostata sul versante dei risultati, della valutazione delle politiche pubbliche, della verifica delle procedure deliberative. La necessità del Parlamento come pubblico ministero della Nazione.

Insomma, nel funzionamento della nostra democrazia è aperta una grande “questione parlamentare”. Che ha due versanti. Quello della costruzione di una energia istituzionale del Parlamento, almeno pari a quella degli altri europei (con cui oltretutto la “cooperazione” prevista dai Trattati è zoppa, se non ad armi uguali). Quello della invenzione di procedure nuove nella vasta area che la Costituzione lascia libera per la deliberazione legislativa e in quella ancora più larga del controllo sulle politiche pubbliche. Ignorare tutto questo, non è più possibile: al di là dell’attuale, e passeggera, polemica su commissioni “permanenti” e commissioni “speciali”.

«Io credo che un cittadino che voglia provare a fare dei discorsi che incidano sulla realtà debba informarsi su quali siano le norme e provare a cambiarle. Non da giurista, ma da cittadino, credo che è necessario agire sul continuum tra beni pubblici e beni comuni».

Il manifesto, 7 aprile 2013

«I dati dell’Eurostat sul finanziamento alla cultura e all’istruzione sono l'esito preoccupante di un'intera legislatura in cui le cose sono andate sempre peggiorando afferma Salvatore Settis, storico dell’arte che insegna alla Normale di Pisa e autore di Azione popolare (Einaudi) Seguono un trend condiviso di fatto dalla destra, dalla sinistra e dai tecnici, con un peggioramento netto con i governi di centro-destra. Ma non è che quelli di centrosinistra abbiano brillato molto. Gli ultimi tagli che sono stati apportati a tutto ciò che è cultura, ricerca, università e scuola sono il risultato della crisi. Come reazione alla crisi in Italia è prevalsa l'idea che la prima cosa da fare sia tagliare la cultura. Credo che sia importante sapere che questa è un'idea italiana, ma non di tutti gli altri paesi. Ci sono paesi come gli Stati uniti dove Obama ha detto che nei momenti di crisi bisogna accrescere la spesa per l'istruzione e la ricerca».

Mentre l’Inghilterra dei conservatori eccome se ha tagliato... L'Inghilterra è il caso che ci somiglia di più. Ma in Inghilterra il punto da cui partivamo è rimasto molto alto. Al British Museum si continua ad entrare gratis ed è molto più finanziato dei nostri musei. L'ex ministro francese Valerie Pecresse, una giovane signora della stessa età della nostra Gelmini, ma molto meglio di lei – non ci vuole molto, lei mi dirà – lanciò nel 2009 un piano straordinario della ricerca di 21 miliardi in 5 anni. Di fronte a questo vorrei notare anche la contraddizione drammatica, anzi quasi ridicola, fra il continuo uso dello slogan sviluppo e crescita, crescita e sviluppo, e poi non si fanno le cose che servono ad entrambi. Nel frattempo sono stati trovati i 40 miliardi per le imprese e gli enti locali. Perché all'emergenza dei tagli alla cultura, che certo non è dell'altro ieri, non è stata data una risposta altrettanto celere?
Le priorità stabilite dai governi italiani rispondono ad un'economia miope e non lungimirante che non contiene innovazione. Per carità il problema delle imprese e dei comuni è assai grave, ma il fatto che abbiano trovato 40 miliardi e nemmeno 1 milione per la cultura fa parte di questo ordine di priorità. La seconda ragione è che le imprese hanno maturato una capacità di pressione sulla politica per ottenere quello che vogliono, mentre la cultura non ha maturato la stessa capacità».

Il prossimo governo sembra che avrà un solo compito: la legge elettorale e, forse, un paio di finanziare, di cui una straordinaria. Poi il voto. L'emergenza cultura sarà rinviata alla prossima legislatura? «Io ostinatamente credo, e spero, che nonostante tutto da questo parlamento nasca un governo che non duri tre o quattro mesi, ma l’intera legislatura. E che possa godere di una spinta che viene obiettivamente da tutto il paese. Finché questa mia speranza non sarà uccisa dai fatti continuerò a coltivarla».

La convince l'idea che l'investimento in cultura sia il «petrolio d'Italia», com'è stato ripetuto anche di recente?
«Non confondiamo il petrolio con il sangue. Il petrolio è petrolio e gli esseri umani sono esseri umani. Il valore metaforico di questo petrolio, che peraltro è una risorsa in esaurimento, non fa parte dell'armamentario delle metafore che uso. Credo che in Italia, come nel resto del mondo, l'economia e la società possano essere gestite con uno sguardo lungo nell'interesse delle generazioni future. L'innovazione è alla radice di qualsiasi forma di crescita e di sviluppo, ma essa non può esistere senza la ricerca e la ricerca non può esistere senza una buona scuola e una buona università. Bisogna però capire che la competitività si basa sulla conoscenza e non sulla commercializzazione della conoscenza. Se non prendiamo questa strada il paese è condannato.

Da tempo lei, insieme a giuristi come Stefano Rodotà o Ugo Mattei e altri studiosi, sostiene il teatro Valle occupato a Roma e l'ex colorificio occupato di Pisa, oggi sotto sgombero. Uno stile inconsueto per un intellettuale italiano. Crede che la cultura si affermi anche attraverso queste esperienze di auto-gestione?
«Io credo che un cittadino che voglia provare a fare dei discorsi che incidano sulla realtà, senza mettersi a fare il parlamentare dilettante, cosa che non mi attira per nulla, debba informarsi su quali siano le norme e provare a cambiarle. Non da giurista, ma da cittadino, credo che è necessario agire sul continuum tra beni pubblici e beni comuni. Così si può cercare di ricostruire un senso di cittadinanza, e quella sovranità del popolo prescritta dalla Costituzione che non è messa in pratica ma è il vero contenitore dei nostri grandi diritti, a cominciare dal diritto al lavoro, il più trascurato di tutti, come dimostrano le vittime della recessione. È quello che si sta cercando di fare attraverso gli esperimenti che lei ha citato. Ognuno ha preso una strada diversa. Nella sola Pisa, dove vivo, c'è anche il teatro Rossi occupato. Sono esperienze diverse, ma eticamente e politicamente le loro strade sono molto interessanti per riappropriarsi della cittadinanza».

Obbligare i migranti a omogeneizzarsi alla società che li accoglie o riconoscere che essi la modificano?. Gli italiani dovrebbero saperlo, per averlo vissuto, A proposito di un numero della rivista

MeridianaL’Unità online, blog “città e città”, 7 aprile 2013
Diritto alla mobilità non è solo questione che riguardi i trasporti pubblici. Più che un diritto, anzi, è una pratica. Pratica antica, antichissima. Nonostante l’imbarbarimento indotta dalla Lega, c’è ancora chi studia le migrazioni, mondiali e nazionali. Delle migrazioni nazionali parla il numero 75 di Meridiana, , rivista di storia e scienze sociali edita da Viella. Introdotti dallo storico Michele Colucci, dei viaggi della speranza parlano economisti come Luciano Barca e Maurizio Franzini, demografi come Corrado Bonifazi e Frank Heins, sociologi come Rocco Sciarrone, Michele Triglia e Michele Nani, statistici come Enrico Tucci.

Dalle storie delle domestiche friulane, dei manovali calabresi, degli artigiani veneti si potrebbe leggere con più accuratezza alcune differenze regionali, prodotte da emigrazione e immigrazione interna. Si potrebbe, se si riuscisse a sgomberare la vulgata antimeridionale e guardare i fenomeni con occhi chiari, così come fa questo volume. Non nascondendosi che di un lavoro di ricerca di tratta, e il lavoro sulle migrazioni e sugli effetti che hanno prodotto nelle diversità territoriali è ancora lungo e non facile.

Stella polare della ricerca, una frase di Franco Ramella: “Un’idea molto diffusa negli stidi è che gli immigrati devono adattarsi alla società che li accoglie, che è quindi pensata come qualcosa di strutturato indipendentemente dagli individui che la compongono. L’ottica qui adottata rovescia questa impostazione: il problema che nasce è come gli immigrati rimodellano la società in cui arrivano”.

Perché si parte? Perché si torna? A indagare un difficile percorso, irto di rimossi, è il saggio di Anna Morello. Che usa le testimonianze orali di un gruppo di emigrati siciliani tornati al paese. Per scelta o per sconfitta, è fortissimo il dolore che nascondono le parole semplici, è dirompente la testimonianza e la sua interruzione, il rifiuto di ricordare: “a voltarsi indietro non c’è niente che vada bene, o molto poco – scrive Morello – uno la può raccontare come vuole, è andata come è andata, ma non è andata bene, inutile negarselo. E appena la racconti, la vita diventa realtà, è tua e non di altri. Come il successo e il fallimento, gli hai dato un nome e ora sono veri. Ti appartengono”.

Per le donne c’è un di più, l’emancipazione rimpianta una volte tornate indietro, l’uguaglianza con tedeschi o americani, il sentirsi attivi e dentro la società. Una volta in pensione e al paese, si torna alle abitudini di prima, l’uomo all’osteria o al bar, la donna a sfacchinare in casa.

Sono sempre due le vite che si raccontano, quella vissuta e l’altra, quella che si sarebbe vissuta se non si fosse partiti in cerca di una vita migliore. Chissà: ma se pure si riesce a dargli parola, il conflitto tra le due vite è continuo. I matrimoni mancati o spezzati, i figli lasciati in terra straniera, i genitori comunque perduti, la forza dell’essere pionieri. Un gioco di specchi infinito, la nostalgia qui e là, irredimibile.

Bisognerebbe leggerne di più di queste testimonianze, di queste storie. E, a guardar bene, ci si troverebbe magari una koiné, un linguaggio comune con le storie che raccontano, a fatica e con frasi spezzate, i migranti stranieri in Italia. La stessa fatica, lo stesso dolore.

Come il conformismo dilagante profetizzato da L'Uomo dell'Organizzazione permea ormai anche le istituzioni. Recensione a “Neoliberalismo” di Giovanni Leghissa,

il manifesto, 6 aprile 2013 (f.b.)

Giorno dopo giorno, davanti alla crisi che stiamo vivendo, assistiamo attoniti alla messa in opera di contromisure del tutto conformi a quella stessa logica che l'ha provocata, in una continuità che esclude dal novero delle alternative qualsiasi elemento che a questa non sia assimilabile. Da qui il bisogno, inesauribile, di una critica del presente capace di problematizzare l'ovvio, ovvero quello che si configura come l'orizzonte globale insuperabile dal punto di vista cognitivo e pragmatico. È ciò che si propone di fare l'ultimo lavoro di Giovanni Leghissa ( Neoliberalismo. Un'introduzione critica , Mimesis, Milano-Udine 2012) che muove ad analizzare la «condizione neoliberale» a partire dall'usuale impianto foucaultiano - segnalato anche dalla preferenza per l'uso del termine «neoliberalismo» a dispetto del più diffuso «neoliberismo» - ma con il felice innesto di un più ampio strumentario teorico proveniente dalla filosofia e dalle scienze umane

Al centro, è quella trasformazione che porta a una sparizione del politico o, più precisamente, a uno slittamento e a un'occupazione progressiva di ambiti della vita tradizionalmente inerenti alla politica o all'etica (tenuti invece distinti dal pensiero liberale) da parte di un ordine definito «economico», che si offre come naturale e quindi non negoziabile. È in questa diffusione onnipervasiva in ogni sfera della vita attraverso una legge che incarna il principio superiore della razionalità economica, caratteristica della governamentalità neoliberale, che l'autore rinviene i tratti di un pericoloso «totalitarismo della teoria». Di fronte a cioè rivendicata la funzione critica delle scienze storico-sociali, capaci di mostrare la contingenza dei propri oggetti e di descriverne i processi genealogici, al fine di guadagnare nuovamente la possibilità di uno spazio per discutere i diversi modelli di razionalità sociale e definire gli scopi della vita associata, in riferimento ad un progetto di emancipazione.

Alla ricerca dell'utile Leghissa si impegna nel mostrare quanto vi è di intrinsecamente politico nello stesso progetto neoliberale, caratterizzato da antropotecniche (la nozione è tratta da Peter Sloterdijk) assolutamente pervasive ed efficaci nel plasmare i soggetti e i legami sociali - compito per definizione sommamente politico. L'essere umano viene così ridotto a ciò che di esso può essere calcolato in vista dell'efficienza, a vita che produce e consuma, che può essere valorizzata quale fattore economicamente rilevante. Alla base di questo dispositivo è individuata la cosiddetta Teoria della scelta razionale , il cui successo viene ricondotto genealogicamente al clima culturale e politico che caratterizzò gli Stati Uniti al tempo della guerra fredda, con lo sviluppo di quell'insieme di studi che faceva riferimento al problema della giustificazione di un sistema sociale basato sull'economia di mercato.

Tale teoria presuppone la comprensione e previsione dell'agire umano secondo il criterio di massimizzazione dell'utile, operando una vera e propria biologizzazione del comportamento orientato all'interesse individuale e guidato da un principio di efficienza. La posta in gioco del neoliberalismo è dunque nel modo in cui si articolano i processi di soggettivazione, nella riduzione - funzionale al governo degli attori sociali - della razionalità economica a unica griglia di intellegibilità del comportamento umano. Ne deriva il presupposto teorico secondo cui il neoliberalismo non deve e non può essere letto come l'ideologia del capitalismo contemporaneo, nella convinzione che non possano essere esclusivamente le logiche di un sistema produttivo a determinare la struttura dell'intera società e che sia necessario concentrarsi sull'evoluzione delle tecniche di governamentalità.

Con la necessità che queste comportano di un controllo sempre più accurato e pervasivo ma allo stesso tempo meno visibile e più indiretto - che è ciò che segna il passaggio a una vera e propria biopolitica. Le élite del pianeta Si tratta tuttavia di una tesi che, sebbene abbia il merito di sottoporre a sguardo critico alcune tradizionali acquisizioni ed equivalenze, meriterebbe un ulteriore approfondimento e dibattito rispetto allo spazio dedicato nel volume. Il cui tratto più avvincente consiste nel vedere in azione la poliedrica cassetta degli attrezzi approntata a partire da autori e approcci disciplinari differenti, sviluppando, pur all'interno di una cornice familiare, una composizione originale e stimolante. Troviamo così numerosi esempi che, lungi dal configurarsi come facili stereotipi, mirano a identificare in determinate pratiche e discorsi le specifiche e creative declinazioni di un modello governamentale diffuso su scala globale; troviamo inoltre ricostruito il processo per cui una certa razionalità può giungere a predeterminare lo spazio di azione e di decisione di coloro che sono chiamati a compiere scelte politiche determinanti a livello locale e globale, una volta insediatasi nelle università e nelle nicchie culturali dove si formano le élite del pianeta.

Altrettanto stimolante è l'analisi delle imprese come principale matrice antropologica di questi processi di soggettivazione - già al centro, ad esempio, del «nuovo spirito del capitalismo». L'impresa è ormai diventata non solo la forma paradigmatica dell'organizzazione sociale, ma anche il luogo fondamentale della formazione dell'individuo, ove egli impara a farsi egli stesso impresa, a valorizzarsi e investire su di sé in quanto capitale umano, cioè a plasmare autonomamente la sua esistenza e a ricercare la sua autorealizzazione esclusivamente all'interno della cornice della razionalità economica. Una volta esplicitata la portata biopolitica delle pratiche aziendali, diventa dunque necessaria un'analisi critica dei nuclei fondamentali delle teorie delle organizzazioni e del management , in quanto discorso capace di inverare nel modo più sottile e pervasivo il pensiero neoliberale.

Ciò che caratterizza infatti questo regime biopolitico «è il fatto che la sussunzione di tutte le sfere di azione sotto la normatività dell'economico coesiste con pratiche di governo che favoriscono una condotta della vita mirante all'autorealizzazione individuale». Ed è qui che entra in gioco il desiderio: pur essendo ciò su cui agiscono maggiormente le antropotecniche neoliberali - plasmando soggetti consumatori e sottoposti alle retoriche dell'impresa - esso ne costituisce anche l'eccedenza, la risorsa inestinguibile per uscire dalla gabbia della razionalità economica. In nome del godimento È il desiderio della lezione lacaniana, segnato dal linguaggio e dall'insopprimibile presenza dell'altro, che se da una parte trova nel godimento un'espressione profondamente assimilabile nella dimensione dell'interesse, dall'altra rimanda inevitabilmente a una dimensione simbolica, al riconoscimento dell'altro e quindi alla possibilità di chiamare in causa un'aspirazione alla giustizia.

È a partire dalla giustizia come oggetto di desiderio che diventa possibile vedere e pensare sia la violenza che la condizione neoliberale porta con sé, sia la sua onnipervasività che riduce tutto a puro calcolo economico, escludendo ogni spiegazione alternativa dell'azione umana; due aspetti che impongono di sottrarsi alle maglie di un pensiero totalizzante e pensarne l'eccedenza. Questo significa recuperare le risorse per creare nuovi discorsi, nuove pratiche, nuove soggettivazioni e traiettorie politiche - e quindi anche nuovi ordinamenti economici - che scaturiscano dal desiderio e dal conflitto creativo, derivante dalla pluralità di sfere di senso, individuali e sociali, che è possibile costruire e abitare.

Un primato italiano: il paese nel quale la diseguaglianza tra ricchi e poveri è maggiore. Ma guai a rendere la fiscalità davvero progressiva, come comanda la Costituzione. .

L'Unità, 6 aprile 2013

Quando una crisi durissima martella per anni una popolazione ad alta diseguaglianza sociale sarebbe davvero ingiusto, anzi ipocrita, sorprendersi per episodi gravissimi come quello accaduto ieri a Civitanova.
Viviamo in un Paese dove metà della popolazione possiede meno del 10 % della ricchezza privata, immobiliare e finanziaria. In nessun altro Paese dell’Unione europea esiste tanta diseguaglianza. A Bruxelles spesso i nostri governanti, da Berlusconi a Monti per restare agli ultimi, nel tentativo di ammorbidire le ricette di rigore europeo hanno elogiato la ricchezza privata: «Il debito pubblico è alto, ma grazie alla ricchezza delle famiglie il debito totale, pubblico e privato è in media europea, perciò siate meno rigorosi nell’imporci misure di risanamento finanziario». Giusta osservazione, che però non è mai stata integrata da provvedimenti consequenti.

Questa grande ricchezza privata, 8.600 miliardi di euro, quasi sei volte il Pil, è concentrata nelle mani di pochi: il 10 % delle famiglie ne possiede quasi la metà. Questo significa che 2,4 milioni di famiglie sono ricche di quasi 2 milioni di euro, mentre 12,3 milioni di famiglie sono «povere» con appena 70 mila euro.

Altra osservazione che spesso ci hanno fatto a Bruxelles, soprattutto tedeschi e olandesi: «Se voi italiani avete tanta ricchezza privata, perché non la chiamate a ridurre il debito pubblico?». In effetti, tutte le proposte avanzate da sindacati e partiti di centrosinistra per introdurre qualche misura di solidarietà a carico dei ricchi e super ricchi patrimoniale, contributi di solidarietà per pensioni e redditi alti, reddito minimo di cittadinanza si sono sempre scontrate con le opposizioni delle destra, sia quella politica che quella tecnica. Con il risultato che oggi, drammaticamente, dobbiamo registrare che almeno metà del Paese è colpita da una crisi economica di durezza senza precedenti, con redditi calati del 10 % in pochi anni, da sterilizzazioni di salari e pensioni e soprattutto da una disoccupazione crescente.

La drammaticità della situazione è in tre numeri: 31, 8 e 3,5. Trentuno sono i milioni di cittadini che posseggono solo il 10 % della ricchezza privata (70 mila euro in media a famiglia, come abbiamo detto) e fanno fatica ad arrivare a fine mese senza qualche dura rinuncia (interruzione del pagamento del mutuo, ritiro dei figli dall’università, niente ferie, etc.). Otto milioni di questi, inoltre, sono poveri «relativi», secondo l’Istat, quelli cioè che in base ad un «indice sintetico di deprivazione» non sono in grado di far fronte a una spesa imprevista, sanitaria o d’altro genere, e ben 3,5 milioni sono poveri «assoluti», pari ad una famiglia di due persone che vive con meno 800 euro al mese.

Di fronte a questa situazione, con un Indice Gini che misurando la diseguaglianza sociale ci piazza al picco più alto di questa imbarazzante classifica e a distanza siderale dai Paesi europei a più alta eguaglianza come Austria, Germania, Olanda, Francia, Svezia, Finlandia, Danimarca e Svezia, con tutto questo abbiamo meno contribuenti ricchi d’Europa (solo 215mila contribuenti superano i 150mila euro di entrate annue) e abbiamo attuato solo provvedimenti di risanamento finanziario ad alta iniquità: sono stati toccati redditi e pensioni da mille euro senza togliere niente ai grandi proprietari di ricchezza, ai percettori di pensioni d’oro e ai tanti casi di redditi cumulati di migliaia di super burocrati. Sono stati aumentati Iva, accise e tributi pesando in modo elevato sui redditi medi e bassi senza alcuna considerazione alle condizioni minime di sopportabilità di almeno metà della popolazione. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, non può bastare piangere per casi di disperazione mortale che un Paese civile dovrebbe poter evitare e non è accettabile subire prediche da chi vorrebbe governissimi senza alcun obiettivo di eguaglianza.

«Eguaglianza» è una bella parola che troppi politici usano e pochi praticano. Questi sono gli effetti dell’avidità, ma anche dell’ignoranza. Anche in Germania e Svezia non mancano cittadini che puntano al massimo arricchimento, ma con una differenza, culturale, rispetto alla nostra classe dirigente: lassù hanno capito da tempo che nella società globale della conoscenza, le diseguaglianze sociali portano alla povertà collettiva. Guardate al Pil procapite e scoprirete che i Paesi a più alta eguaglianza sono diventati anche i più ricchi del mondo.

La difficile alternativa che si pone a M5S e la pesante incidenza che la scelta avrà sul futuro dell'Italia.

Il manifesto, 6 aprile 2013

Il Movimento 5 Stelle si trova prima del previsto a confrontarsi con il problema del governo nazionale e con le inevitabili divergenze di opinioni e di atteggiamenti fra i suoi 163 eletti alla prima esperienza parlamentare. Divergenze raccolte, amplificate e spesso manipolate da giornalisti e di mezzi di comunicazione. Il M5S affronta, a un livello molto più impegnativo, gli stessi problemi incontrati a Parma un anno fa.

-Una forte accelerazione del passaggio da movimento di cittadini attivi sul territorio a responsabilità per amministrare un importante capoluogo di provincia. A livello nazionale, il passaggio è più difficile: l'approdo in parlamento crea problemi a altre forze politiche ma anche allo stesso movimento. L'esperienza del M5S ricorda per molti aspetti lo tsunami al Bundestag tedesco provocato dai Verdi trenta anni fa. I Grünen non erano solo portatori di contenuti ecologisti e pacifisti. Il rifiuto della tradizionale forma partito e il tentativo di sperimentare nuove pratiche politiche e organizzative aveva creato notevoli difficoltà al nuovo soggetto politico, lacerato a lungo dal conflitto fra le posizioni pragmatiche e quelle più radicali (i realo e i fundi ). Solo gradualmente è stata superata la diffidenza ad allearsi con le altre forze politiche, arrivando nel 1998 alla partecipazione al governo con i socialdemocratici. Anche la Lega Nord, che era stata costruita come movimento alternativo, aveva impiegato cinque anni prima di allearsi, con Berlusconi nel 1994. Il M5S deve affrontare gli stessi problemi in tempi molto più ridotti: per il peso assunto nella rappresentanza nazionale non può più limitarsi ad essere un semplice "strumento" di protesta e partecipazione.

La democrazia diretta può essere sufficiente in aree territoriali limitate o nella comunità on-line. Ma è difficile da praticare nella fase in cui l'impegno si sposta a livello nazionale e diventano necessarie definire strutture e responsabilità organizzative del movimento, al di là delle rete dei collegamenti fra i Meetup. I problemi del M5S sono diventati più complessi per i rapporti di forza fra le principali coalizioni politiche dopo le elezioni. Appare definitivamente in crisi lo schema bipolare fra centrodestra e centrosinistra. Berlusconi ha avuto per la prima volta un forte ridimensionamento dei consensi elettorali e parlamentari. Bersani non è riuscito a cogliere una vittoria che appariva scontata perché si è preoccupato più di rassicurare i mercati e le istituzione europee che di raccogliere e di interpretare la domanda di cambiamento. Il Partito democratico si trova diviso fra l'alleanza con l'avversario di sempre e il tentativo di creare un "governo del cambiamento" che potrebbe ottenere l'approvazione di importanti riforme con il sostegno a 5 stelle. Una possibile riedizione dell'esperienza realizzata in Sicilia che terrorizza però, non a caso il presidente di Mediaset.
Le divergenze di strategia interne al Pd riflettono due possibili evoluzioni dell'intera politica italiana che fanno emergere differenze anche fra gli eletti, gli attivisti e gli elettori del M5S. I sondaggi hanno segnalato l'esistenza di un segmento non trascurabile (20%) di elettori del movimento di Grillo che sarebbero favorevoli ad appoggiare un governo guidato dal Pd. Una prospettiva che, in questa fase metterebbe in discussione la necessità di costruire percorsi e strumenti alternativi ai partiti per garantire una effettiva influenza dei cittadini sulle istituzioni politiche. Le discussioni fra i parlamentari del M5S evidenziano l'esigenza di ripensare e cambiare pratiche e strutture organizzative. Se questo non avviene, le decisioni politiche sono di fatto assunte solo da Grillo e dallo staff centrale. Il comico genovese, d'altra parte, rappresenta la risorsa fondamentale per mantenere l'unità degli attivisti e garantire una influenza significativa nell'arena politica.

Il manifesto, 6 aprile 2013

È da tempo che diversi economisti non asserviti al sistema sostengono che le politiche di austerità adottate prima dal governo Berlusconi e poi da Monti avrebbero sortito gli stessi effetti di quelle imposte dalla cosiddetta Trojka alla Grecia. Ed è da più di un anno che Monti si vanta invece di aver evitato al nostro paese lo stesso destino grazie alle misure del suo governo, che però sono in gran parte le stesse imposte alla Grecia. Chi ha ragione?

La disoccupazione, la cassa integrazione e il precariato in continua crescita, i redditi da lavoro e i consumi in continua contrazione, le aziende che chiudono una dopo l'altra, il loro know-how che si disperde o emigra all'estero, i loro mercati che si dileguano, i principali gruppi industriali in disarmo, il welfare che si contrae sia a livello statale che municipale, la miseria che avanza, la scuola che avvizzisce, la ricerca che emigra, l'ambiente che si degrada, la burocrazia che si avvita su se stessa, l'ingorgo legislativo, la politica in stallo rendono evidente che l'Italia ha ormai toccato un punto di non ritorno. Forse che, se domani venissero varate misure economiche di sostegno, come quelle invocate dagli economisti non di regime - una spesa pubblica più espansiva, un credito più abbondante, un ribasso dei tassi, un nuovo programma di lavori pubblici, un sostegno alla ricerca (tutte cose peraltro incompatibili con gli accordi imposti da Ue e Bce e sottoscritti dal governo Monti e da tutti i partiti che l'hanno sostenuto), allora la macchina produttiva riprenderebbe a funzionare come prima? Cioè, le fabbriche e i cantieri chiusi riaprirebbero, gli operai licenziati tornerebbero in azienda, i precari verrebbero stabilizzati, i disoccupati assunti, la scuola ricomincerebbe a funzionare, l'ambiente si risanerebbe, la burocrazia si sbloccherebbe e la politica rinsavirebbe? No, quello che si è dissolto è perso per sempre.

Per capire le dimensioni del disastro basta pensare a questo: il 38 per cento di giovani disoccupati (per non parlare dei precari e degli scoraggiati) troverà lavoro tra qualche anno? No. Allora, e già in parte ora, saranno un 38 per cento di disoccupati adulti (e magari, per questo, anche senza casa e famiglia); e tra qualche anno ancora, non il 38 per cento, ma molto di più, di anziani senza lavoro, senza pensione e in miseria assoluta. Un intero sistema economico, e con esso un intero modello produttivo, è giunto al collasso, e in parte vi è stato portato dalle sue classi dirigenti. Sia quella politica che quelle del mondo finanziario e imprenditoriale, che della classe politica sono state i padrini e i padroni; per non parlare della classe accademica...

Per risollevare il paese ci vuole non solo il ripudio dei vincoli finanziari imposti dalla Bce, e con essi di buona parte del debito pubblico - sia di quello ufficiale che di quello sommerso, che emergerà nei prossimi anni - ma anche e soprattutto un nuovo modello produttivo, interamente impegnato nella conversione ecologica: l'unica capace di futuro, di creare lavoro vero, cioè utile e non distruttivo - e con esso redditi e condizioni di vita meno diseguali - e di recuperare quanto resta del know-how , delle professionalità e del patrimonio impiantistico dell'apparato produttivo. Ma l'attuale classe dirigente, sia politica che imprenditoriale, non è assolutamente in grado di - e meno che mai interessata a - guidare un processo del genere. E una nuova classe dirigente in grado di farlo non è in vista. Quella attuale, ben rappresentata dai dieci "saggi" scelti da Napolitano per perpetuare lo stallo politico in atto - e per continuare a imporre Monti, ovvero la politica di Monti - dimostra che a raschiare il fondo del barile non ne esce che melma (c'è tra i "saggi" persino uno che sostiene che Ruby è la nipote di Mubarak e il principe degli statistici che non è capace di calcolare l'allineamento degli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei: abbastanza per vergognarsi di far parte della comitiva, per chi non è della stessa stoffa; e per essere contenti che tra loro non ci sia neanche una donna).

Ma non lascia molte speranze neanche la nuova classe dirigente, quella giunta in Parlamento con il movimento cinque stelle e con i "giovani turchi" del Pd (ma che nome è? Non si tratta forse dei responsabili del genocidio di un milione di armeni?). Innanzitutto, perché sottoposti ad alcuni test di elementare competenza, molti di quei parlamentari si sono dimostrati decisamente ignoranti. Poco male, direte voi; impareranno.

Ma è l'incapacità o l'impossibilità di esprimere idee proprie quello che preoccupa. I "giovani" del Pd non esprimono alcun disegno alternativo a quello con cui Monti ci ha accompagnato al collasso: finiranno in bocca a Renzi. E meno che mai lo esprimono i parlamentari a cinque stelle: inchiodati al blog di Grillo come a una croce; senza un retroterra organizzato con cui confrontarsi (quei movimenti, comitati, Gas e progetti civici di cui hanno ripreso molti obiettivi, ma non la pratica politica, né l'autonomia costruita attraverso la condivisione); e senza il coraggio o la capacità di declinare quei loro 20 punti alla luce di un contesto. Che non è solo né principalmente la vicenda politico-parlamentare; ma è soprattutto l'evolversi, anzi l'involversi, del paese; che certo non si riprenderà con un referendum sull'euro.

Ma il segnale più importante, anche se non il più vistoso, della evaporazione di una classe dirigente in grado di affrontare nei suoi termini reali le dimensioni della crisi è l'eclisse dei nuovi sindaci: quelli di sinistra, quelli a cinque stelle e quelli nati per scassare tutto. Ingabbiati tra expò, debiti pregressi, patto di stabilità e tagli alla spesa pubblica (che per l'80 per cento gravano su Comuni e Regioni, e solo per il 20 per cento sulle strutture centrali dello Stato), hanno lasciato per strada i movimenti, i comitati, i centri sociali e le iniziative civiche che li avevano portati al governo delle loro città e oggi si arrabattano senz a programmi e senza interlocutori con le miserie di una politica di bilancio che azzera la loro agibilità e li induce a pareggiare i conti privatizzando quel che resta dei beni comuni. Così resteranno in mutande; e noi con loro. Non basta l'esempio di Abc (acqua bene comune) di Napoli per invertire la rotta.

Manca il progetto di un uso dei servizi pubblici locali come leva della conversione ecologica. Che è innanzitutto una politica territoriale, fatta in loco; ma che per realizzarsi ha bisogno di una cornice nazionale ed europea. Così svendono servizi e beni comuni per sanare i bilanci invece di farne un punto di forza per negoziare, insieme ai movimenti, con il governo. E' evidente allora che le forze necessarie per riorientare le politiche economiche e le istituzioni verso la sostenibilità e la giustizia vanno cercate altrove.
Le basi ci sono. Sono quelle delle miriadi di esperienze di lotta (che sono sempre grandi scuole di formazione al pensare e agire in forme autonome e condivise), ma anche quelle delle mille e mille iniziative di carattere molecolare - dai Gas ai Des, dai centri sociali a molte imprese sociali (quelle vere), dalle tante iniziative culturali ed editoriali alle associazioni e ai comitati ambientalisti, civici e del volontariato sociale: tutte scuole di "altra economia" e di amministrazione democratica - senza contare le amministrazioni di molti comuni medi e piccoli che hanno accumulato esperienze di governo fondamentali. Certamente manca loro ancora in gran parte una visione condivisa dei processi economici nelle loro dimensioni globali - soprattutto quando è in gioco il destino di grandi e grandissimi complessi produttivi - e dei passaggi stretti che occorre superare per affrontarne di petto le relative problematiche. Ma è proprio questo il vuoto che oggi dobbiamo impegnarci a colmare per promuovere insieme, su contenuti concreti, una aggregazione delle forze in campo.
Niente come la situazione attuale rende allora evidente l'esigenza di riformulare in termini condivisi un programma radicale all'altezza dei nodi della crisi, che non è solo italiana, ma mediterranea, europea e planetaria (perché è innanzitutto crisi ambientale). Niente come l' impasse attraversata dai movimenti fa rimpiangere il soffocamento precoce (e ad opera di un "fuoco amico". O no?) di un tentativo come Cambiare si può ; non tanto come proposta elettorale - i risultati forse non sarebbero stati gran che; ma sicuramente avrebbero rappresentato un rischio per Grillo e un mezzo per sviluppare una sana competizione con il movimento cinque stelle - quanto come punto di riferimento di quell'aggregazione dal basso, tra pari, di mille organismi dispersi: un progetto che non è più rinviabile. E niente, di fronte al collasso di un intero paese, e dopo il fallimento di quello che poteva essere un buon inizio, ci fa sentire ora tanto fragili e impreparati quanto le chiusure e le rivendicazioni identitarie (e magari altri "fuochi amici") che continuano a intralciare quel processo.
Se il parlamento deve essere davvero "lo Specchio del paese" e la democrazia non deve essere sacrificata alla governabilità, non c'è dubbio che il sistema proporzionale sia quello migliore. Ma occorre che la

civitas sappia ridiventare polis, che dalla società rinasca la politica. Che cosa sostituirà i partiti, al di là e megliodelle aggregazioni precarie e temporanee delle liste elettorali? Il manifesto, 5 aprile 2013

Una tradizione nefasta: dalla legge Acerbo alla legge truffa fino alla "porcata" di oggi Germania, Svizzera, Spagna, Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda, Danimarca e Olanda hanno democrazie mature e governi stabili senza presidenzialismi o meccanismi maggioritari. In Italia dovremmo aver imparato che il Porcellum o il Mattarellum hanno favorito una deriva berlusconiana

Giorgio Napolitano ha ragione: il parlamento italiano dovrebbe abolire l'attuale legge elettorale che è una porcata. La riforma dovrebbe riportare a un sistema proporzionale non maggioritario, l'unico che può garantire la rappresentatività reale degli elettori e quindi un governo condiviso dai cittadini. Il centrosinistra e il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo hanno attualmente la maggioranza alle Camere e potrebbero eliminare subito il Porcellum, che nel 2005 fu votato dalla maggioranza berlusconiana e leghista con un colpo di mano. Ma la sinistra dovrebbe respingere tempestivamente e con forza anche il presidenzialismo proposto recentemente da Berlusconi, soprattutto in una Italia dove - caso unico al mondo (neppure in sudamerica e in Russia) - al padrone della televisione e dei giornali è stato concesso di partecipare alle elezioni falsando la corretta competizione elettorale. E le eventuali modifiche costituzionali non dovrebbero essere discusse nel chiuso delle "bicamerali" formate dai partiti; si dovrebbe fare come in Islanda, dove i cittadini hanno dibattuto la nuova Costituzione su Internet, l'hanno condivisa e infine votata con oltre i due terzi dei voti.

La sinistra dovrebbe riprendere l'iniziativa sui due temi centrali per la democrazia: oltre la riforma del sistema elettorale, anche (con grande cautela) della Costituzione italiana. Per chi è democratico e, a maggior ragione, per chi è di sinistra non ci dovrebbe essere alcun dubbio: il sistema proporzionale - basato sul semplice principio ugualitario un uomo un voto - è certamente da preferire a qualsiasi altro astruso e complicato meccanismo. Con il proporzionale tutte le diverse opinioni politiche presenti nel corpo elettorale possono trovare un'adeguata rappresentanza parlamentare. Senza il perverso trucco del premio maggioritario previsto sia dal Porcellum attuale (falsamente proporzionale) che dal Mattarellum precedente (sostanzialmente uninominale), con il sistema proporzionale il numero dei voti espressi dagli elettori genera un numero proporzionale di eletti. Qualsiasi libro di testo di scienze politiche spiega nel capitolo iniziale che il proporzionale garantisce le minoranze e i partiti di minoranza; così come i sistemi maggioritari distorcono la rappresentatività del voto per promuovere artificialmente la governabilità. Il voto dei cittadini non è più uguale, la democrazia è palesemente distorta.

Il sistema proporzionale ha poi un vantaggio molto semplice: nella storia non ha mai potuto essere utilizzato per restringere gli spazi d'agibilità democratica. Spesso le tecniche elettorali sono state manipolate per favorire regimi autoritari: così hanno fatto i fascisti, i comunisti, i gollisti e, prima ancora, i termidoriani, i bonapartisti, ecc. Ma nessuna di queste manipolazioni ha potuto fare uso del meccanismo proporzionale. Tutte invece hanno fatto ricorso ai modelli maggioritari, come la famigerata legge Acerbo del 1923 voluta da Benito Mussolini, e poi la legge truffa del 1953 che dava un premio di maggioranza a chi raggiungeva il 51%, e la legge Calderoli, unica in Europa, peggiore di quella Acerbo, che regala la maggioranza dei seggi a chi arriva primo anche solo con il 20% dei voti.

Il sistema proporzionale, nato con il liberalismo di John Stuart Mill, si è diffuso in Europa dopo la prima guerra mondiale insieme al suffragio universale e ai partiti di massa cattolici, socialisti e comunisti. Non a caso il proporzionale è di gran lunga il sistema più utilizzato in Europa (anche se nessuno lo dice). Solo il Regno Unito, la Francia, la Grecia e l'Italia perseguono una logica maggioritaria. Germania, Svizzera, Spagna, nord Europa (Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda, Danimarca, Olanda, ecc) hanno un regime proporzionale, puro o misto, mentre il sistema uninominale - che è intrinsecamente maggioritario perché, come dice il nome, uno solo viene nominato e tutti gli altri perdono anche se sono la maggioranza - è stato adottato soprattutto dalle democrazie anglosassoni (Usa, UK, Canada) e dalla Francia.

L'uninomale maggioritario, come il Mattarellum, tende a tagliare le ali eccentriche e a favorire la convergenza dei partiti verso il centro. Secondo gli scienziati politici conservatori è utile perché assicura la governabilità. Svizzera, Germania e i paesi nordici hanno però governi molto stabili con il sistema proporzionale. I sistemi uninominali maggioritari hanno un altro fondamentale difetto: sono spesso accompagnati dal presidenzialismo (come negli Usa e in Francia), un retaggio della monarchia, il sogno di tutti i conservatori, dalla Trilaterale in avanti, passando per la P2, ovvero il sogno di concentrare il potere in un uomo solo per "affrontare l'emergenza".

Preoccupa che il partito democratico voglia ritornare al Mattarellum; tuttavia non stupisce troppo dal momento che anche l'ex Pds con D'Alema era pronto a (contro)riformare la Costituzione in senso presidenzialista insieme a Berlusconi e Fini; e dal momento che Veltroni vorrebbe copiare il sistema americano dove i partiti sono comitati elettorali. Il Pd ritiene evidentemente che il sistema uninominale maggioritario potrebbe eliminare le formazioni alla sua sinistra e favorire la formazione di un suo governo, ma si sbaglia: il maggioritario favorisce la destra e Berlusconi.

Stupisce invece che una formazione di sinistra come Sel di Nichi Vendola proponga di tornare al Mattarellum, e non sia schierato a favore del proporzionale. Paradossalmente è più a sinistra Grillo dichiarandosi a favore del proporzionale, contro i tentativi presidenzialistici berlusconiani.

La destra punta a snaturare la Costituzione, instaurare il presidenzialismo ed eliminare l'equilibrio tra i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. La sinistra e i democratici devono difendere la nostra Costituzione, ma non possiamo essere solo conservatori: occorre anche affrontare i pericoli sopravvenuti dopo la nascita della Costituzione del 1948. Da allora la situazione è molto cambiata, esiste ormai la necessità di prevedere che le carte costituzionali erigano barriere alte e robuste all'influenza esorbitante della finanza, delle corporation e delle lobby sulla politica e sul gioco democratico. Occorrerebbe cominciare a introdurre elementi di democrazia economica nella Costituzione, per l'autogoverno dei beni comuni, per il diritto e il dovere dello stato di promuovere il welfare, l'occupazione e lo sviluppo sostenibile, per la democrazia industriale nelle aziende. Ma le questioni costituzionali sono ovviamente molto complesse.

Dopo la crisi finanziaria che minacciava di rovinare il paese, in Islanda nel 2010 è stato eletto un Consiglio Costituzionale formato da 25 persone che hanno messo a punto i principi fondamentali della nuova Carta costituzionale. Sulla bozza presentata al Parlamento è stata poi aperta una consultazione durata più di un anno attraverso i social media on line per raccogliere le opinioni e le proposte degli islandesi. Nell'ottobre del 2012 un referendum ha finalmente votato la nuova Costituzione con una maggioranza di oltre due terzi dei cittadini. Un esempio prezioso per gli altri paesi

La lunga parabola e i numerosi autori della decadenza del massimo istituto della nostra democrazia. Chi darà l'ultimo colpo?

La Repubblica, 4 aprile 2013, con postilla

Il nostro Parlamento ha subito in questi ultimi decenni gravissime umiliazioni. Prima di tutto a causa della crisi dei partiti tradizionali che ha partorito il regime del partito padronale. Il Parlamento è stato usato da Berlusconi come la tappa finale, o premio, di un processo di selezione che con la rappresentanza politica aveva poco o nulla a che fare (non va dimenticato il criterio del favore sessuale usato dal Pdl e denunciato già nel 2008 da Sofia Ventura). Per anni le Camere hanno funzionato come megafono dell’esecutivo berlusconiano, un’eco di Palazzo Chigi. I partiti di opposizione, da parte loro, non sono riusciti a correggere questa immagine vile del Parlamento anche perché non hanno mai seriamente lottato per cambiare il sistema elettorale, la madre di tutte le viltà. Movimenti di opinione hanno per anni denunciato questa piaga che avvelena la più importante istituzione dello Stato democratico.

Ma il declino di legittimità morale del Parlamento ha anche avuto altri risvolti. Prima di tutto, la crescita inconcepibile della distanza tra rappresentanti e rappresentati: distanza negli stili di vita, nei privilegi, nel potere effettivo di muovere risorse e creare alleanze o fazioni. La “casta”, questo termine orrendo che è entrato in uso corrente nel nostro linguaggio ordinario, ha per anni reso l’idea di un Parlamento oligarchico che rappresentava non più i cittadini ma alcuni interessi particolari e alcuni cittadini in modo speciale. Il secondo risvolto è stato forse ancora più grave: il declino di credibilità del Parlamento come istituzione dalla quale dovrebbe scaturire una maggioranza legittima e la ricerca di altre strade che confidavano invece sulla capacità di singole persone più che sulle procedure.

Il primo segno di questo risvolto lo si è avuto con la soluzione della crisi del governo Berlusconi nel novembre 2011, quando al ritorno alle urne è stata preferita la nomina di un governo totalmente tecnico. Sembrò che gli elettori fossero incapaci di esprimere un’alternativa all’altezza dei bisogni del Paese. La crisi di legittimità del Parlamento porta fatalmente con sé la crisi della democrazia elettorale, poiché sembra che i cittadini stessi non siano capaci di esprimere ciò di cui il paese ha bisogno.

Il declino del Parlamento va dunque ben al di là dell’istituzione parlamentare e coinvolge i fondamenti, la cittadinanza elettorale. Il governo tecnico è stato istituito come strategia sostitutiva dei partiti e del processo politico attraverso il quale si formano ordinariamente le maggioranze. Nel corso del governo Monti, il Parlamento ha aggravato la sua posizione poiché non è stato emancipato dal suo ruolo di passività anche se per altre ragioni: perché occorrevano decisioni spedite e soprattutto “quelle decisioni”, non altre. Il Parlamento divenne una camera di ratifica con una maggioranza che si avvicinava all’unanimismo, un segno ulteriore di crisi del Parlamento che vive di divisione tra maggioranza e opposizione. La crisi di legittimità del Parlamento si è riflettuta infine nell’esito delle recenti elezioni. Queste hanno registrato il riconoscimento del M5S che si è affacciato sulla scena dell’opinione politica proprio attaccando la “casta” e, sull’onda di questa campagna martellante, ha cambiato faccia al Parlamento.

E neppure le nuove Camere sembrano essere capaci di acquistare autorità, se è vero che il primo round di consultazioni per formare il governo non ha avuto buon esito e che, in conseguenza di ciò, il presidente della Repubblica ha deciso di uscire dalla prassi consueta e di rivolgersi a dieci “saggi” di alcuni partiti per avere da loro lumi sul “che fare”. Il declino di fiducia nel Parlamento non poteva raggiungere un punto più basso. Se non che, come scriveva su questo giornale Barbara Spinelli, precedenti tentativi fatti in tal senso da altri paesi sono stati mediocri nei risultati e fallimentari. Questi fallimenti e lo scetticismo con il quale è stata accolta la scelta del presidente Napolitano sono un dato ulteriore che conferma la centralità del Parlamento, il quale deve e può essere messo nella condizione di cercare da sé quelle soluzioni che alcuni suoi rappresentanti non hanno “per ora” trovato – ma possono trovare. Mettere alla prova il Parlamento è la saggezza di cui c’è bisogno ora. C’è più che mai necessità di recuperare fiducia nella saggezza della democrazia, e questo recupero può passare solo attraverso il recupero di autorità delle Camere. Senza il recupero di autorità della rappresentanza eletta nessuna istituzione può reggere all’urto della crisi di fiducia nella politica democratica.

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Postilla

Mentre scriveva questo ineccepibile articolo Urbinati non poteva sapere che la presidente della Camera dei deputati ha avanzato una proposta decisamente controcorrente rispetto al catastrofico trend di dissoluzione del Parlamento ricostruito nell’articolo: decidano i parlamentari di costituire una commissione per proporre una nuova legge elettorale, svolgendo nell’assemblea degli eletti il compito che Napolitano ha affidato ai “saggi”. Chi si tirerà indietro rivelerà il colore delle sue vere intenzioni.

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