a Repubblica, 1 maggio 2013
Quasi quest’ultimo prefigurasse un Cristo (falso, peraltro) che porge la guancia all’avversario e per questo rifiuta l’elmo di bronzo, la corazza, la spada – cui non è abituato – portando con sé solo cinque ciottoli lisci e la fionda.In realtà David li porta per uccidere Golia, non per schivare il duello. Golia, il gigante filisteo alto sei cubiti e un palmo, cadrà a terrà ferito dal primo ciottolo. Il colpo finale, la decapitazione, il giovane pastore l’assesta con la spada, che sguaina dal fodero dell’avversario atterrato. L’atto fa di lui il pretendente al trono di Saul.
Chi ha visto il dipinto di Caravaggio ricorderà la resa dei conti, l’inorridita testa amputata di Golia, che ancora grida. Difficilmente gli verranno in mente le grandi intese magnificate da Letta alle Camere, l’era delle contrapposizioni finite, un intero ventennio di abusi di potere rimosso. Golia non è spodestato (Machiavelli direbbenon è spento):anzi, con lui si vuole difendere la Repubblica dalle avversità. È un Golia riabilitato, perfino premiato. Brandisce addirittura la spada, sull’Imu, per mostrare chi comanda in città. Nell’Antico Testamento, il gigante non è in predicato di divenire senatore a vita, o peggio presidente della Convenzione che ridisegnerà il regno e la sua costituzione. E Letta non è, come nel libro di Samuele, il temerario ragazzo che si getta nell’agone per «allontanare la vergogna da Israele»: indifferente ai fratelli che, impauriti, l’accusano di «boria e malizia », trascinato dalla fede. Nessuna boria né malizia, in Letta che apre le porte a Golia. Ma la fede qual è, dov’è? Quale convinzione forte lo spinge a esautorare il Parlamento — e i cittadini rappresentati — affidando a un organo parallelo e separato la rifondazione della politica, della Costituzione, della giustizia? Come può pensare, se non in una logica di compromissione più che di compromesso, di assegnare la regia della nuova Bicamerale nientemeno che a Golia?
La fede, Letta la possiede su punti tutt’altro che irrilevanti. Fede in un’altra Europa, unita in una Federazione dove non dominino gli Stati più potenti: Monti non osò, non credendoci. Fede in politiche che riducano diseguaglianze e impoverimento creati dalle terapie anti-crisi. Due ministri, Emma Bonino e Fabrizio Saccomanni, sono competenti e determinati in ambedue i campi, soprattutto quello europeo. È il linguaggio di verità sul patto con Berlusconi che manca. Gli italiani (compresi gli 11,5 milioni che si sono astenuti, per rassegnazione o rabbia) hanno condannato vent’anni e più di politica offesa da tornaconti partitocratici. Sono stati ignorati: la politica sarà rimaneggiata non dai loro rappresentanti ma da pochi cosiddetti saggi, di nuovo, che pretendono di sapere più degli altri per potere più degli altri.
Sarà verità sovversiva, dice Letta, e invece siamo tuttora immersi in quella che è stata chiamata – da quando Bush iniziò la guerra in Iraq – l’era della post-verità: degli eufemismi che imbelliscono i fatti, dei vocaboli contrari a quel che intendono. Ne citiamo solo due: la parola riforma,sinonimo ormai di tagli ai servizi pubblici; laresponsabilità,per cui la compromissione ènecessità naturale che esclude ogni alternativa. Giustamente, ieri, Ezio Mauro ha scritto: «L’abuso semantico e politico, dunque culturale, del concetto di governo di salute pubblica» non è vittoria della politica.
Non è vera questa storia della necessità: il patto Pd-Pdl, e l’eventuale elevazione di Berlusconi a Padre Costituente o senatore a vita (in sostanza: a futuro capo di Stato) non sono necessità, ma scelte discrezionali. Per questo abbiamo evocato la post-verità di Bush jr: l’offensiva in Iraq fu presentata come guerra di necessità, quando era di scelta. L’Europa acefala ne uscì a pezzi, la Nato si rivelò arnese di Washington. Speriamo che Bonino ne prenda atto: europeismo e atlantismo non sono più la stessa cosa.Napolitano ci ha ammoniti severamente, il 24 aprile: «Confido che tutti cooperino – e quando dico tutti mi riferisco anche in particolare ai mezzi di informazione – a favorire il massimo di distensione piuttosto che il rinfocolare vecchie tensioni». Mi permetto di difendere non solo il diritto, ma l’utilità del rinfocolamento. Che altro opporre alla riaccesa torcia del berlusconismo, se non la fiamma della critica, del No. La democrazia è compromessa, l’etica della responsabilità abusata, quando dall’agenda Pd scompare, grazie ai 101 traditori di Prodi, ogni accenno al conflitto di interessi e al dominio berlusconiano sulle tv.
Solo la disputa tra idee contrarie, solo l’Uno che si apre al due, può un po’ riavvicinare i cittadini allo Stato, alla politica. Solo se i media ridiventano quarto potere, libero da doveri di «cooperare»; se i partiti stessi smettono la perversa fratellanza con lo Stato. Solo se nasce, negli uni e negli altri, quella che Fabrizio Barca chiama «mobilitazione cognitiva»: la diatriba diffusa, non riservata a cerchie, cricche, attorno a conoscenze e pareri contrastanti. Salvatore Settis lo ricorda, nell’intervista al Secolo XIX di domenica: 30.000 associazioni cittadine, oggi, rappresentano 5-6 milioni di persone. Non son poche. Il potere negativo del sovrano popolare non muore.
Proprio in questi giorni abbiamo avuto una prova, decisiva, dell’utilità della non-cooperazione con la ragion di Stato. Ne ha riferito Paul Krugman, in un articolo che dichiara defunta, almeno nelle accademie, l’Austerità (Repubblica,27 aprile). È un dogma cui l’Europa è appesa da anni: se non cresciamo economicamente, è solo perché gli Stati sono troppo indebitati. A sfatare l’assioma: tre economisti non ortodossi dell’università di Massachusetts- Amherst (i professori Michael Ash e Robert Pollin, lo studente di dottorato Thomas Herndon) che hanno scoperto errori di computer (l’errore Excel) commessi nel 2010 dai due economisti di Harvard, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart. Il dogma («i Paesi che si indebitano oltre il 90 per cento del Pil non possono crescere») è in pezzi. Non si tratta solo di un errore Excel ma di un’ideologia, che mescola abilmente economia, politica, democrazia oligarchica: Krugman smaschera il «diffuso desiderio di trasformare l’economia in un racconto morale, in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza».
Così torniamo al governo necessariodi Letta. Se le dispute e le tensioni vengono tacitate, sarà difficile sperimentare nuove vie, istituzionali e anche economiche. Cosa dice il ministro Saccomanni dell’errore Excel e della deduzione di Krugman («Ciò che il più ricco 1 per cento della popolazione desidera, diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare »)? Se l’agenda Monti non è rimessa in questione, se non si mobilitano conoscenze alternative, come superare la crisi? Se non credo nell’evidenza dei fatti scoperchiata dagli economisti dissidenti – si domanda alla fine Krugman – «Cosa sto facendo della mia vita»?
«La democrazia si difende con la democrazia». Ma finchè all'ircocervo dei movimenti si contrappone l'ircocervo del PD le speranze sono poche.Il manifesto, 30 maggio 2013
Sessantacinque anni fa, nel quadrilatero romano dei cosiddetti Palazzi del potere, davanti all'uscita secondaria di Montecitorio - non lontano da Palazzo Chigi e a cento metri dalla sparatoria di questi giorni che ha ferito così drammaticamente due carabinieri - venne colpito a rivoltellate Palmiro Togliatti, il capo del Partito comunista italiano e tra i leader dei comunisti e del movimento operaio nel mondo. Allora la destra, rappresentata in larga parte dalla Dc, fece di tutto per dimostrare che quel gesto più che mirato fosse solo opera dello studente Pallante, un «isolato» quando non squilibrato. Oggi la destra, quasi tutta rappresentata da un governo di larghe intese sotto ricatto del redivivo Silvio Berlusconi, si adopera a spiegarci in modo sporco che quello dell'operaio disoccupato, disperato e spostato sociale, è un attacco alle istituzioni repubblicane e alla democrazia, mirato nientemeno che a colpire lo sforzo «immane» di avviare il nuovo governo Letta, ambiguamente voluto da uno schieramento così vasto da diventare oscuro all'orizzonte. Attacco del quale è responsabile «l'estrema sinistra», ha ripetuto il Cavaliere. Come se non bastasse, viene evocato un rapporto dei Servizi segreti, tenuto pronto all'uso nel cassetto, che rivela il pericolo rappresentato da una nuova «insorgenza sociale».
Al di là «della vocazione governativa e lealista della destra comunista, da sempre capace di interpretare il punto di vista dello Stato ben più di quello della società, dei movimenti, degli umori popolari», del PCI non è rimasto nulla. E soprattutto, «per quanti anni ancora varrà, a sinistra, il pregiudizio contro il “radicalismo minoritario”?»
. La Repubblica, 30 maggio 2013
Al di là «della vocazione governativa e lealista della destra comunista, da sempre capace di interpretare, nella lunga storia repubblicana, il punto di vista dello Stato ben più di quello della società, dei movimenti, degli umori popolari», del PCI non è rimasto nulla.
Di tutto il resto – quel cospicuo resto che è la sinistra di Berlinguer e di Occhetto, della Bolognina e della “svolta maggioritaria” di Veltroni al Lingotto, dell’Ulivo, dei sindacati e dei movimenti di massa, dei due milioni di persone con Cofferati al Circo Massimo, dei cortei infiniti e delle infinite attese di “cambiamento” – non rimane, nel consociativismo lettiano, alcuna presenza riconoscibile e significativa.
Almeno in questo senso il principio di rappresentatività è rispettato: eletti ed elettori di quel grande ceppo fondante del Pd che fu la diaspora comunista non fanno parte del governo Letta. Non un solo leader della generazione di mezzo (i D’Alema, i Veltroni, i Bersani) è direttamente partecipe di una compagine che pure pretende di reggersi su tante gambe quante sono quelle all’altezza dell’emergenza politica, e dunque della responsabilità istituzionale. Domina la componente popolare e cristiano sociale; e nei pochi casi (vedi le neoministre Kyenge e Idem) in cui la sinistra italiana può riconoscere almeno qualcuna delle proprie migliori aspirazioni, non si tratta di dirigenti politiche ma di una sorta di evidenza sociale che bypassa il partito: è il partito che le porta in spalla, ma sono loro a salutare la folla.
A meno che, in questo scomparire di una intera generazione di capi politici della sinistra, ci sia un sottile calcolo (“meglio, in questa fase, farsi notare il meno possibile”), se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una classe dirigente logorata dal tatticismo e sfibrata dalle rivalità interne; e di un modello di partito così poco permeabile alla società che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che guardava a sua volta altrove.
In una recente intervista al “Manifesto” di Stefano Rodotà, al netto delle opinioni che si possono avere sulla persona e sul tentativo politico di portarlo al Colle, ci si riferiva a un episodio che fotografa con assoluta spietatezza la crisi strutturale della sinistra italiana, e del Pd in particolare. Subito dopo la clamorosa e inattesa vittoria nei cinque referendum del 2011 sull’acqua pubblica e altro (quorum ottenuto, dopo molti anni, grazie all’auto-organizzazione sul territorio), Rodotà racconta di avere inutilmente sollecitato un incontro tra i Comitati vittoriosi (con i quali aveva lavorato) e i dirigenti del Pd. Quell’incontro non ebbe luogo, forse non interessava o forse nel Pd c’erano cose più urgenti da fare. Fatto sta che, con il senno di poi, possiamo ben dire che in quel caso la sinistra perdente (quella degli apparati) perse l’occasione di confrontarsi con la sinistra vincente, quella auto-organizzata, vivace, attiva che ebbe tante parte, tra l’altro, anche nella vittoria di Pisapia a Milano e nella caduta del centrodestra in molte città italiane.
Perché quell’episodio è amaramente simbolico? Perché da molti anni – diciamo, per comodità, dalla Bolognina a oggi: e sono più di vent’anni – ogni tentativo di osmosi tra la sinistra-partito e la sinistra-popolo ha cozzato una, dieci, cento, mille volte contro finestre e porte chiuse. La domanda è semplice, ed è tutt’altro che “populista”, riguardando, al contrario, il tema cruciale della formazione di una élite: quanti potenziali leader, quanti quadri politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto, della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il suo popolo, i dirigenti e i cittadini? Quante di quelle energie sono confluite nelle Cinque Stelle, portandosi dietro altrettanti voti? Quanto alto è stato il costo politico di un partito che per timore di perdere “centralità” ha perduto realtà, e infine ha perduto competenze, autorevolezza, e con l’autorevolezza il senso stesso della missione di qualunque vera avanguardia politica?
Infine e soprattutto: per quanti anni ancora varrà, a sinistra, il pregiudizio contro il “radicalismo minoritario” (sono state queste, più o meno, le ragioni addotte da alcuni per spiegare il loro no a Rodotà), quando le sole vittorie recenti, dall’acqua pubblica alle amministrative, sono il frutto evidente di scelte radicali, e non per questo meno popolari, e infine maggioritarie? Chi è più snob – per usare un termine tanto di moda – Rodotà che lavora con i Comitati per l’acqua e vince il referendum o un partito così castale, così impaurito da rinserrarsi a litigare, per anni, nel chiuso delle proprie stanze?
Comunque, a differenza di altri membri della compagine neo-consociativa cementata da Napolitano, per lui non è ancora detto che faccia guasti.
Corriere della Sera 28 aprile2013
«Bray», — «Chi?», — «Bray, Massimo Bray», — «Ahh».Deve essere stato più o meno questo lo scambio di battute risuonato nelle più diverse sedi a sentire il nome del nuovo ministro dei Beni e delle attività culturali del governo Letta.
Il nome per l'appunto di uno sconosciuto. Sconosciuto alla politica (si tratta di un neoeletto deputato Pd) e sconosciuto alla cultura, se con questa parola s'intende qualcosa comunque legato a un'originale creatività e competenza intellettuali. Il nostro, infatti, più che vantarsi di essere direttore editoriale dell'Istituto dell'enciclopedia italiana e presidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione «La notte della taranta» per la promozione della «pizzica» salentina, più di questo, dicevo, non può. Dal momento che fino a prova contraria, la nascita nei feudi elettorali dell'on. D'Alema (Bray è di Lecce), e la carica di direttore responsabile della rivista Italiani/Europei sponsorizzata sempre da D'Alema, ancora non costituiscono un particolare titolo di merito culturale.
Ma mentre nessuno avrebbe mai osato nominare, chessò, all'Economia o all'Istruzione, un illustre sconosciuto, o qualcuno dalle competenze inesistenti, per i Beni culturali, per la cultura, invece si è potuto benissimo. È bastato che così abbia voluto il ras politico, il capo di una corrente del Pd, celata, come oggi si usa, dietro il nome pudico di Fondazione.
Che un Paese come l'Italia — con il suo immenso patrimonio artistico d'ogni tipo, con il rapporto che la sua identità storica ha con la cultura, con ciò che l'uno e l'altra rappresentano ancora oggi per la sua immagine nel mondo — ebbene, che un simile Paese affidi tutto questo alle cure di un ignoto volenteroso (speriamo), a ciò destinato per esclusiva opera dei più bassi calcoli di potere correntizio, è cosa inaccettabile. Destinata a segnare un distacco ulteriore tra il Paese che pensa e che sente, e la politica. Francamente non pensavamo che fosse questa l'Italia di Enrico Letta.
Intervistato da Beatrice Borromeo l'autorevole esponente del mondo della cultura, sempre in prima fila nelle battaglie civili, si esprime sulla situazione politica e sugli errore del Partito democratico e del M5S, senza peli sulla lingua
: «Un pezzo del Pd dovrebbe trovare la forza di staccarsi dalle ‘larghe intese’» Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2013
Stiamo scivolando verso un governo senza popolo, dove a scegliere non sono i cittadini ma le segreterie di partito. Vedo grossi rischi per la nostra democrazia”. Il professore Salvatore Settis, già direttore della Scuola Normale di Pisa, dopo gli appelli al Partito democratico perché trovasse la forza di dialogare con Grillo e la lungimiranza di convergere sulla candidatura di Stefano Rodotà, riflette sulla scomparsa del protagonista più importante: l’elettorato. “Che non conta più nulla, e quando le decisioni vengono prese ignorando chi vota, il futuro diventa preoccupante. Le conseguenze, potenzialmente, sono molto gravi”.
Professor Settis, mai come oggi l’elettore pare ininfluente, e a gestire i giochi è il capo dello Stato. Ci stiamo trasformando in una Repubblica presidenziale?
Sono convinto che Napolitano non volesse essere rieletto. Ha accettato con riluttanza, pensando che la crisi del Paese andasse affrontata subito. Detto questo, il risultato netto del governo Letta-Letta sarà quello di riconsegnare il Paese a Berlusconi, cioè il contrario della volontà popolare.
Ieri mattina Napolitano ha incontrato il neo premier per due ore. Trova normale che il capo dello Stato, nella scelta dei ministri e nella definizione del panorama politico, abbia tutto questo potere?
La Costituzione, entro certi limiti, lo prevede. Spetta a lui indicare i ministri. Ci sono precedenti famosi in cui le prerogative del presidente permisero di scampare a scelte inaccettabili: penso a Oscar Luigi Scalfaro che impedì a Cesare Previti di diventare ministro della Giustizia. Gli siamo tutti grati per questo. Però concordo con quello che ha scritto Carlo Azeglio Ciampi, cioè che lo spirito della Costituzione, implicitamente, dice che è meglio se il capo dello Stato resta in carica per un solo mandato. Napolitano, ne sono certo, non aveva pianificato tutto questo per accumulare potere, però è successo.
Pensa che l’intransigenza dei Cinque Stelle sia eccessiva?
Quando non offre alternative, l’intransigenza si chiama movimentismo. Quello di cento anni fa, alla Bernstein: ‘il movimento è tutto, il traguardo nulla’. Non si può procedere così. Bisogna darsi una meta, da individuare nei diritti garantiti dalla Costituzione. E credo che gli elettori di Grillo capirebbero questo ragionamento.
Un’apertura però c’è stata: se il Pd avesse sostenuto Stefano Rodotà, il M5S sarebbe stato disposto a governare insieme.
Vero, in quell’occasione hanno avuto ragione. Infatti mi fa più impressione il modo di procedere del Pd, a zig zag: come si fa a proporre prima Franco Marini e poi Prodi, come se fossero sinonimi ed equivalenti? Per due mesi, poi, hanno ripetuto che non sarebbero mai andati al governo con il Cavaliere. L’elenco di dichiarazioni di Enrico Letta contro Berlusconi che avete pubblicato ieri sembra apocrifo. Il patto di legislatura tra Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola escludeva un accordo con il Pdl: e tradendo quelle promesse hanno perso ogni diritto morale anche al premio di maggioranza, si sono delegittimati di fronte ai cittadini. Alla fine, il bilancio di questa incapacità del Partito democratico e del M5S di venirsi incontro è drammatico.
Chi ci guadagna, però, è Berlusconi, non la sinistra.
È lui il vero dominus, basta osservare i suoi larghissimi sorrisi in questi giorni. Come ha scritto Barbara Spinelli, sarà lui a condurre i giochi durante questa legislatura: farà cadere il governo quando gli converrà, aspettando qualche altro passo falso del M5S, e poi si farà eleggere al Quirinale. È un quadro agghiacciante, ma non fantasioso.
Dopo il fallimento, due grandi interrogativi: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? Ora, cambieranno le politiche? La risposta è nella lotta di classe. La Repubblica, 27 aprile 2013.
È RARO che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito. quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità. Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?
Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata. Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione. Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.
E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché?La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.
Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti. Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.
Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare. Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente
un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.
Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy. Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.
(Traduzione di Marzia Porta) copyright New York Times La Repubblica
Perunanuovapolitica, 22 aprile 2013.
Finalmente si può uscire dal disastroso ventennio del post-Bolognina. Si può uscire da una triste epoca, contrassegnata dalla normalizzazione e dall’umiliazione trilateralista della democrazia italiana (ossia dalla sua costrizione entro i percorsi predefiniti del bipartitismo artificiale e della cosiddetta governabilità), e dalla contemporanea e determinante umiliazione della democrazia europea entro i gretti e oppressivi vincoli di Maastricht. Si può uscire dalla triste epoca che in Italia cominciò anche, in particolare, con la liquidazione del PCI: ossia, con la confusa e sciatta riconversione del suo capitale cognitivo secondo i canoni stilizzati (e, soprattutto, rabberciati) del nuovismo clintoniano e blairiano.
Dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio c’era urgentemente da fare i conti con un responso sconvolgente, certamente anche pericoloso, ma potenzialmente anche salutare (e in ogni caso inevitabile). Scontrandosi con Napolitano circa il modo di reagire a una tale sfida, sotto l’urgenza di un immediato e ragionevole impulso di sopravvivenza politica, Pier Luigi Bersani lo attestava, pur non apparendo abbastanza consapevole di ciò, e certamente senza neanche volerlo. Infatti, il suo comportamento in occasione dell’elezione presidenziale è stato poi guardingo fino alla timidezza: una timidezza che può apparire anche comprensibile, riconoscendo la difficoltà di trattare seriamente con una leadership narcisista e bizzosa come quella del movimento grillino e la difficoltà ancora maggiore di controllare i micidiali narcisismi e opportunismi annidati nel suo stesso partito (che i fatti hanno poi ampiamente illustrato). La contrita umiliazione cui Bersani si è visto infine costretto, comunque, non ha rappresentato tanto la sua fine politica quanto piuttosto la fine di ciò che è stato chiamato “Partito democratico”.
Ciò di cui adesso è questione è la resistenza a un processo di espropriazione della rappresentanza popolare come sede della sovranità, strisciante da lungo tempo, e finalmente culminato nella cosiddetta emergenza finanziaria dell’eurozona (prima in Grecia e poi in Italia). Ciò che adesso è in gioco, insomma, sono poco meno che i principi del 1789. Di fronte, sta una pretesa di potere assoluto, forse non di diritto divino, ma certamente dogmatico e irrazionale.
Si pensava certamente, e si sperava, che il partito democratico e il centro-sinistra potessero subire una scossa ammonitrice più consapevole, meno ambigua, di quella che milioni di italiane e di italiani gli hanno dato nelle urne. Tentativi di proporre qualcosa di simile ci sono stati, e alcuni di noi vi hanno partecipato cercando di superare con la speranza e con la volontà i loro molti segni di potenziale inefficacia (solo in parte dovuti al loro carattere tardivo).
Ma adesso è con questa realtà che bisogna innanzitutto misurarsi. Bisogna farlo con responsabilità e coerenza, e soprattutto in modo efficace: bisogna insomma misurarsi tanto con la scossa che c’è stata quanto con la faglia che essa ha aperto nella struttura ideologica e comportamentale del personale politico stabilito entro la cosiddetta area di centro-sinistra – che appariva così ottusamente irremovibile fino al giorno prima – fino a rendere finalmente problematico questo stesso ambiguo ed esile concetto.
Il rinnovamento radicale delle consuetudini e delle strutture della politica resta naturalmente un’esigenza attuale e ineludibile. Riflessioni e prese di coscienza sulla crisi della “forma-partito” come telaio portante della democrazia sono certamente utili, anche se i risultati finora raggiunti sembrano tutt’altro che definitivi e nemmeno sempre orientati nella direzione giusta. Nel mettersi al servizio di questa esigenza, e insieme e innanzitutto al servizio del grido di dolore che sale da milioni di donne e di uomini giovani e meno giovani nella morsa di questa crisi epocale, e che bisogna salvare adesso, sembra ora tempo di dare all’imprevedibile e sapiente realtà delle cose un peso almeno equivalente a quello dei suggerimenti che la nostra mente voglia dare al suo svolgimento.
Il pensiero critico sul sistema sociale e sulla sofferenza della democrazia oggi, come sappiamo, oscilla tra rinnovamento e superamento-negazione dei partiti. La grave degenerazione dell’intero sistema dei partiti come forma e telaio portante della democrazia nel corso degli ultimi due o tre decenni è innegabile. A livello intellettuale, molto sembra ancora da fare per definire correttamente il rapporto tra questa degenerazione e il concetto stesso di partito, a cominciare dalle sue manifestazioni storiche passate, ossia “novecentesche”. Queste, cioè, non possono certamente rivivere come tali. Ma non possono nemmeno essere seppellite in qualche scantinato, come se non avessero da dire e da suggerire nulla alla nuova storia.
Sarebbe miope non vedere intanto nei processi in corso, e in particolare in quelli che coinvolgono e interessano il partito democratico e il “centro-sinistra” la possibile apertura di un ciclo nuovo e discontinuo nella serie di metamorfosi che seguirono di fatto la svolta della Bolognina (quale che sia il giudizio da dare su quello specifico episodio): per la prima volta, non verso ulteriori stadi degenerativi ma verso una possibile rigenerazione. Se ciò fosse confermato, sarebbe molto grave astenersi dal lavorare, adesso, affinché vada avanti.
Ciò non significa ignorare le tossine ancora presenti: tossine che si chiamano leaderismo, personalismo, e mille altre infiltrazioni ed esalazioni di nuovismo. Significa lavorare per combatterle in modo non meno paziente che fermo, rispettando il malato. Se veramente il malato vuole guarire. C’è ragione di crederlo e di sperarlo (restando lucidi e attenti), perché l’organismo sano che adesso può rigenerarsi e prendere vita deve e può comporsi di tessuti più o meno ammalati, ma anche dell’apporto di realtà che erano restate in gran parte sane (come quelle che i nomi di Landini, e dello stesso Cofferati, possono ben rappresentare). Questo processo di rigenerazione e di rinascita ha molto bisogno di energie generose, nuove, non compromesse; energie intellettuali, energie di militanza, e le due cose insieme. Tra un ottimismo facile e infine disastroso (come quello che accompagnò l’operazione Ingroia) e pur degne e motivate pregiudiziali che non sappiano evitare di trasformarsi in pregiudizi, il sentiero è stretto. Ma obbligato.
L’Italia nelle imminenti battaglie – quasi certamente e anche elettorali – e l’Europa la prossima primavera, quando un suo nuovo parlamento dovrà essere eletto e rivendicare potere, hanno bisogno qui adesso di un’ampia e forte alleanza democratica del lavoro (così potrebbe anche chiamarsi la nuova forza).
Un'analisi corretta e una proposta politica ragionevole e condivisibile ma una domanda aperta: che cosa darà unità e coerenza, ideale e territoriale, all'insieme degli attori coinvolti e delle azioni proposte?
Il manifesto, 26 aprile 2013
Anche se le modalità hanno lasciato tutti basiti, i passaggi che hanno portato alla formazione del nuovo governo, quale che ne sia poi l'esito (finiranno comunque tutti in bocca a Berlusconi, Napolitano compreso), erano in qualche modo scontati. Il Pd non avrebbe mai potuto imboccare una strada diversa dopo più di un anno di sostegno senza se e senza ma a Monti, cioè al definitivo trasferimento del governo del paese dal Parlamento (già sostanzialmente esautorato dal porcellum) alla Bce e, per suo tramite, alla finanza, ben rappresentata da Monti e Draghi. Sono due uomini di Goldman Sachs, che ragionano alla maniera di Goldman Sachs: non è necessariamente un legame diretto, ma un dato di cultura e di modus operandi che in Europa sono chiari a tutti, ma che in Italia attirano invece l'accusa di schematismo o complottismo.
Quanto al Movimento Cinque Stelle, gli esiti disastrosi della linea di condotta adottata, che gli è già costato parecchio in Friuli, non possono essere imputati solo a inesperienza o a eccessiva rigidità: si è visto peraltro Grillo e i suoi adepti ammorbidirsi assai nel corso dei giorni. Il fatto è che il Movimento Cinque Stelle non ha un progetto. Il suo programma è solo un insieme di obiettivi, in larga parte condivisibili, anche perché riprendono temi su cui comitati, movimenti, iniziative civiche e associazioni lavorano da anni. Ma un programma che nulla o quasi dice su come arrivarci, su come imporli.
Democrazia diretta o referendaria - di cui la consultazione via web è una sottospecie - e democrazia partecipata non sono la stessa cosa. La prima, nonostante i proclami in contrario, si fonda su una delega pressoché totale ai rappresentanti - in questo caso ai parlamentari - cui viene affidato il compito di tradurre in leggi e provvedimenti quello che la constituency - nei cinque stelle la consultazione via web - decide. Senza molte mediazioni, perché queste non possono essere sottoposte ogni volta alle valutazioni di un gruppo di riferimento; neanche se, come si è visto, è assai ristretto. La democrazia partecipata esige invece un contributo costruttivo da parte di tutti i soggetti coinvolti; confronti e riposizionamenti continui; la valorizzazione dell'esperienza e dei saperi di ciascuno; e anche degli affetti, perché l'incontro fisico, la conoscenza reciproca, l'incrocio degli sguardi, a tutti i livelli, ne sono una componente essenziale. Anche in questo caso la delega, sempre a termine e revocabile, è inevitabile, perché i gruppi di riferimento, per essere tali, non possono superare una certa dimensione. Ma è una delega solida, perché la democrazia partecipata non è, o non è principalmente, assembleare.
Certo, nel passaggio tra partecipazione attiva e rappresentanza elettorale - due forme di democrazia che non possono che convivere; nessuna può escludere l'altra in via di principio - il mandato vincolante della prima si stempera nel «senza vincoli di mandato» della seconda. Ma il rappresentante che ha alle spalle un processo di democrazia partecipata avrà sempre a disposizione, se vuole, uno o più gruppi di riferimento con cui consultarsi, e a cui chiedere anche un supporto tecnico di cui nessun "eletto dal popolo" può fare a meno. E se è stato scelto con cognizione di causa - cosa che, come si è visto, il web non consente - ne farà buon uso.
Dunque, il passaggio dal vecchio al nuovo governo (e dal vecchio al "nuovo" Presidente della Repubblica), anche se non ha fatto che portare alla luce un vuoto di pensiero e azione, di capacità e responsabilità evidente da tempo, ha lasciato dietro di sé un campo di macerie: soprattutto, ma non solo, nel Pd e nel centro-sinistra. Di fronte al quale una serie variegata di organizzazioni si stanno affrettando a gettare le reti per raccoglierne i relitti, proclamando il loro impegno alla costituzione di un "nuovo soggetto politico"; magari senza nemmeno chiedersi - è il caso dei gruppi dirigenti di Sel e del Prc, per non parlare di Verdi, Pdci e altri - che cosa li abbia indotti a trasformare un progetto appena abbozzato, ma unitario, innovativo e democratico come Cambiaresipuò, nell'aborto di Rivoluzione civile; o l'ecologia e la libertà in un progetto di fusione con il Pd.
Voltafaccia del genere non portano lontano. Un soggetto politico - se così vogliamo chiamarlo - veramente nuovo potrà sorgere solo rivolgendosi in forme innovative e partecipate ai milioni e milioni di cittadine e cittadini, di lavoratrici e lavoratori travolti dalla piega che hanno preso gli avvenimenti; e solo apprestando, con fatica e per tentativi ed errori, una "casa comune" per chi si oppone allo stato di cose presente: cioè tante sedi dove costruire in forma partecipata - nel senso indicato prima - un programma radicalmente alternativo alle politiche e ai vincoli imposti a tutti i popoli dell'Europa dall'alta finanza e, per suo conto, dalla Bce e dai governi nazionali. Un programma fatto non solo di slogan e obiettivi, ma di proposte e adesioni a iniziative di lotta e a buone pratiche consolidate. Una casa che non può e non deve essere proprietà, od oggetto di appropriazione, di alcuno, perché la sua forza sta proprio nell'essere aperta a tutti quelli che ne condividono la ragion d'essere. Queste sedi - lo ribadiva mercoledì scorso Piero Bevilacqua sul manifesto - sono innanzitutto ambiti territoriali, in un rapporto al tempo stesso conflittuale a partecipativo con le istituzioni dei governi locali: conflitto per rivendicare partecipazione; e partecipazione per promuovere, a un livello più alto, nuovi conflitti.
Le aggregazioni promosse per rimettere insieme i cocci del centro-sinistra, o i meet-up del Movimento Cinque Stelle (una realtà immensamente più ridotta del suo elettorato), così come il lavoro di ciascuno di noi, dovranno trovare su questo terreno, che è quello dei movimenti che hanno saputo costruire la propria continuità nel tempo (il pensiero corre sempre alla Valle di Susa) la verifica del loro operato. La sede di questa verifica è il tassello che manca per ora ai programmi che assommano solo obiettivi, ancorché condivisibili. Si deve lavorare perché intorno ai temi che sono al centro delle tensioni sociali a livello territoriale - una o tante aziende che chiudono; i giovani che non trovano lavoro; le famiglie gettate sul lastrico dai licenziamenti; i servizi sociali che scompaiono; il territorio ceduto alla speculazione, alle autostrade o ai Tav; la cultura che si dilegua insieme ai relativi beni, ecc. - si creino delle aggregazioni sociali fondate sulla partecipazione più ampia, senza pregiudiziali di sorta, ma orientate al conflitto con i poteri costituiti; aggregazioni che siano al tempo stesso una sede di autoformazione politica e culturale e uno strumento di elaborazione programmatica. Il coinvolgimento totale o parziale delle amministrazioni locali in questi progetti è il primo passo verso il loro consolidamento.
Le scadenze per mettersi alla prova non mancano. Più ancora delle prossime elezioni amministrative, che interessano comunque un numero significativo di città grandi e medie, giugno è il mese dei bilanci preventivi dei comuni (quelli del 2013, non del 2014: la truffa comincia proprio dal fatto che i bilanci si presentano, quando si presentano, a cose fatte). Sia alle amministrazioni che si erano impegnate a costruirli in forma partecipata - e che poi se ne sono scordate - che a quelle che non l'hanno mai promesso, va imposto con la mobilitazione che i loro bilanci siano redatti per lo meno in una forma leggibile, che permetta di riconoscere le fonti delle entrate e le destinazioni delle spese per ciascuna posta. E' una partita che interessa molti, perché nei bilanci comunali si nascondono non solo clientelismo e corruzione, ma soprattutto scempi ambientali, abdicazione dai propri compiti istituzionali, deleghe a gruppi di potere privati, diversioni di spese dai servizi essenziali a favore di Grandi opere e Grandi eventi inutili, banche che strangolano la finanza locale, ecc.
Poi va aperta la partita sui servizi pubblici locali. La loro svendita - grazie ai fondi della Cassa Depositi e Prestiti - dopo quella dei diritti di edificazione, è la via principale per salvare i bilanci comunali devastati dai tagli dei trasferimenti statali. Ma i servizi pubblici locali, riportati sotto il controllo di una democrazia partecipata, possono essere invece la strada maestra per promuovere sia una domanda di servizi ecologicamente sostenibili con cui costruire una forma nuova di cittadinanza, sia una domanda di materiali, impianti e attrezzature per permettere la riconversione produttiva delle imprese senza più mercato né avvenire; ma anche la sede dove mettere a punto progetti, interventi e produzioni per creare occupazione utile: forniture alimentari a km0 per la ristorazione collettiva e promozione di Gruppi di acquisto solidale per una nuova leva di agricoltori; potenziamento del trasporto pubblico e di quello condiviso; efficienza energetica; urbanistica partecipata; salvaguardia idrogeologica; riqualificazione delle scuole e dell'istruzione.
Tutte cose che impongono una revisione radicale dei vincoli di bilancio imposti dal patto di stabilità. Si tratta allora di promuovere in ogni territorio, in ogni città, in ogni quartiere, delle conferenze per mettere a punto progetti e iniziative che nessun governo centrale o regionale sarà mai in grado di definire; ma che è il modo migliore per dare concretezza alla proposta di Luciano Gallino di creare occupazione attraverso un vasto programma di opere pubbliche e di interventi locali.
Un programma ambizioso; ma soprattutto una "casa comune" per chi non intende accettare le scelte dell'establishment. E però, come impedire che della casa comune cerchi di appropriarsi qualcuno con le proprie truppe e le proprie bandiere per portarla ancora una volta a fondo?
Intervista di Carlo Lania alla presidente di Giustizia e Libertà: « E' difficile festeggiare oggi dopo il teatrino osceno di questi giorni e con la consapevolezza che si prepara un governo con chi è avvezzo a irridere la Resistenza.
il manifesto, 25 aprile 2013
Va giù duro: «Hanno tradito il 25 aprile. Il teatrino osceno a cui abbiamo assistito in questi giorni è il risultato di una serie di sconfitte di cui tutti siamo responsabili, e più di tutti il Pd». Giornalista, scrittrice, ex parlamentare e oggi presidente di Libertà e Giustizia, Sandra Bonsanti si dice «sopraffatta» dall'amarezza per come è avvenuta l'elezione del presidente della Repubblica e per come si sta arrivando alla formazione del nuovo governo.
Una onesta autocritica da parte di un esponente della sinistra che vorremmo. Pubblicato il 24 aprile 2013 sulla rivista
globalist: http://goo.gl/RO52x
È tempo di dirci la verità sulla sconfitta per il Quirinale. Al di là della girandola di nomi, dei tradimenti occulti e dei dissensi dichiarati, c'è un nocciolo politico che va portato alla luce. L'elezione del Presidente era l'occasione per dare un segnale di coesione nazionale, e su questo siamo tutti d'accordo. Ma per realizzare un tale nobile proposito occorreva scegliere tra due diverse strade.
1. La prima strada era l'accordo istituzionale tra il Pd e il Pdl: è l'ipotesi prevalsa tra i dirigenti, ma non tra i nostri elettori. Questi ultimi non hanno dimenticato che solo tre mesi fa Berlusconi stracciò impunemente un accordo simile, come suo costume da vent'anni, schierandosi all'opposizione e lasciandoci col cerino in mano di fronte agli elettori. Eppure è stato rapidamente perdonato dai nostri, dagli opinion leader e dallo stesso Monti che ne è stato la vittima suprema. Un curioso caso di masochismo dell'establishment.
La candidatura di Marini al Quirinale, come egli stesso ha onestamente riconosciuto, era connessa ad un accordo “a bassa densità” col Pdl per il governo, cioè a una versione camuffata del governissimo che fino a poche ore prima era stato rifiutato sdegnosamente dai nostri dirigenti.
I due partiti principali, oggi, rappresentano meno della metà degli elettori aventi diritto: circa 16 milioni su 46 totali, e le rispettive coalizioni ne hanno persi più o meno 10 milioni. Se avessimo impiegato almeno un'oretta nell'analisi del voto, avremmo constatato che più della metà del popolo italiano ha perso fiducia nel sistema politico nel suo complesso. In questo clima, qualsiasi intesa tra Pd e Pdl non solo non garantisce coesione nazionale, ma esaspera ulteriormente la frattura tra i cittadini e la politica. Le grandi intese, immancabilmente giustificate da stringenti motivi di governabilità, rappresentano la principale causa dell'ingovernabilità italiana. Fossimo andati al voto quando il governo tecnico era già logorato, o ancora prima, quando il partito di maggioranza non era più tale – in tanti paesi europei le elezioni hanno prodotto governi più stabili nonostante la crisi – avremmo impedito tanto la resurrezione di Berlusconi quanto la crescita di Grillo, proteggendo il normale bipolarismo.
Con la rielezione di Napolitano ci siamo impegnati a recitare ancora una volta lo stesso copione, e siamo entrati in un presidenzialismo di fatto, senza alcun fondamento costituzionale, con l'unica attenuante di avere una persona saggia e di incrollabile fede democratica a gestirlo. L'intera vicenda sembra suggerirci di adeguare la Carta allo status quo. Così, non solo non si esce dalla Seconda Repubblica, ma se ne aggrava la malattia: il ricorso all'"uomo solo al comando" e la retorica delle intese istituzionali sono forme di accanimento ridondante. Curiamo l'alcolista col cognac.
Pur comprendendo come la strada sia ormai almeno in parte obbligata, con il voto contrario espresso in Direzione ho voluto sottolineare la responsabilità dei nostri leader, e i gravi errori commessi.
2. Si poteva del resto scegliere la seconda strada, con la consapevolezza che la vera pacificazione non sia da ricercarsi tra i vecchi partiti, ma tra le istituzioni e il popolo. Con l'elezione di Grasso e Boldrini ci eravamo mossi in questo senso, ma il successo ci ha paralizzato. Dovevamo invece insistere, con determinazione ancora maggiore. Ad esempio con la candidatura di Prodi, personalità che ha sempre creduto nel bipolarismo e, pur senza mai scendere a patti, ha sempre mostrato rispetto per l'opposizione nonostante questa lo contrastasse con atti eversivi come Telekom Serbia e la compravendita di parlamentari.
Altrettanto forti sarebbero state le figure di indiscussa garanzia costituzionale come Zagrebelsky o Rodotà. Di quest'ultimo si dice che non andava votato sotto la pressione della piazza; dovremmo piuttosto chiederci perché non siamo stati capaci di proporlo prima che lo facessero gli agitatori. Avremmo ribaltato la partita, stringendo Grillo in una morsa: portare voti al nostro candidato oppure perdere quelli del suo elettorato. La rottura col passato avrebbe contribuito a ristabilire la fiducia di tanti cittadini verso la politica. In un clima nuovo sarebbe stato molto più facile far nascere il governo di cambiamento che per due mesi abbiamo inseguito inutilmente.
3. Il PD poteva dunque essere l'artefice del superamento della Seconda Repubblica, e non la causa della sua paralisi. I vigorosi segnali che in quelle ore si alzavano dalla nostra base non erano solo sentimenti impolitici o sterile indignazione, come dichiarato da diversi dirigenti che con quella base hanno perso il contatto. Contenevano invece la lucida richiesta di una svolta politica. Il nostro elettorato, come spesso è accaduto in questo ventennio, ha mostrato più intelligenza dello stato maggiore che avrebbe dovuto guidarlo.
Quegli stessi generali, responsabili diretti e indiretti del caos, invocano ora ordine e disciplina. La sconfitta non è colpa dei parlamentari scavezzacolli, ma di alcune correnti ben strutturate, di pezzi significativi della classe dirigente che guida il partito da troppo tempo senza più averne la necessaria autorevolezza. Il guasto è in alto, non in basso. Il progetto del Pd ha funzionato tra gli elettori e i militanti, ma non tra i dirigenti. La loro ostilità ha fatto mancare il sostegno sia a Prodi che a Rodotà; proprio i nomi più apprezzati dalla nostra gente e in grado di offrire garanzie a tutti i cittadini. Nomi che perlopiù rappresentano anche due sorgenti del Pd: l'Ulivo come origine fondativa, e l'intransigenza dei diritti come base culturale che in tutto il mondo caratterizza i partiti cosiddetti “democratici”.
Ho capito solo ora, e il pensiero mi sconcerta, che l'intenzione di molti dirigenti era di rinunciare a questi caratteri, senza timore di impoverire il PD pur di mantenerne il controllo.
4. Un disegno per giunta fallito, dal momento che nella Direzione di ieri il segretario dimissionario ha parlato di insanabile “anarchismo”. Aveva vinto il congresso del 2009 promettendo di consolidare il nascente Pd, che fin dall'inizio aveva dato segni di ingovernabilità. All'epoca noi “bersaniani” attribuimmo quei sintomi alla maggioranza veltroniana e promettemmo un partito più compatto. Dopo il dramma di questi giorni, ahimé, bisogna riconoscere che l'ingovernabilità si è addirittura cronicizzata.
La promessa riforma del partito venne rapidamente accantonata, e per un'incredibile paradosso è stato proprio Bersani a portare alle estreme conseguenze la linea di Veltroni. La famosa "vocazione maggioritaria" si è realizzata facendo affidamento sul premio di maggioranza della legge elettorale piuttosto che su una convincente proposta per uscire dalla crisi più grave del secolo.
In più, abbiamo optato per le primarie "sempre e comunque". Anche a me è piaciuto molto prendervi parte, come parlamentare uscente, ma sono forse diventate un coperchio che nasconde i veri problemi e irrigidisce le scelte, compresa quella del premier. Da qui è nato l'errore che ha generato poi tutti gli altri. Dopo la sconfitta elettorale – ed è bene riconoscerla – Bersani avrebbe dovuto candidare un'altra personalità a Palazzo Chigi, guidando il processo in qualità di segretario del partito. Ne sarebbe uscito da protagonista, e noi avremmo raccolto risultati migliori. La stima che nutro per lui mi ha spinto a dirglielo apertamente nella riunione della Direzione post-voto. Coloro che la pensavano allo stesso modo sono purtroppo rimasti in silenzio.
Ora serve chiarezza in vista del congresso. La maggioranza che ha guidato il partito deve stilare un bilancio del mandato ricevuto. E non credo possa dirsi soddisfacente, se il 40% dei partecipanti alle primarie ha scelto Renzi e se il 25% dei voti nazionali è andato a Grillo. Evidentemente il nostro progetto per il Pd – che ritengo di conoscere, avendo contribuito a scrivere a suo tempo la mozione congressuale – non ha saputo contenere e tanto meno ridurre il malessere del nostro elettorato, espresso in particolare nelle roccaforti tosco-emiliane. Siamo tutti responsabili, e chi ha fatto parte della maggioranza lo è ancora di più. Da questo bisogna ripartire. Tutti insieme cercheremo di rilanciare il PD sui problemi gravi del Paese, e sulle nuove ambizioni del centrosinistra.
Aspettavamo da qualche giorno il commento dell'immaginifico e acuto penalista, fine conoscitore dell'animo umano e di quello dei politici. Eccolo finalmente.
La Repubblica, 25 aprile 2013
Tutto possiamo dire, meno che le vie della politica italiana siano imprevedibili: è storia naturale, quindi vigono serie causali fisse; animali umani evoluti, invece, reinventano il mondo (appartiene a tale quadro l’etica). Politicanti spesso garruli ripetono trame con cieco automatismo, come nella favola dello scorpione: la rana era diffidente ma l’ha persuasa a portarlo sull’altra riva; non abbia paura; se la pungesse, morrebbe anche lui annegando; e la punge; «perché, sciagurato?»; «è la mia natura». La storia politica recente offre esempi. Diciassette anni fa il centrosinistra forma un governo presieduto da Romano Prodi, ma l’ex comunista M. D’A. ha l’Ego smanioso, quindi non tollera posti in seconda fila ed escogita pro se ipso un podio alternativo, più importante, a due Camere, che rifondi lo Stato, quasi la Carta fosse da buttare, il tutto in stretto dialogo con lo sconfitto. Tale partnership lo riqualifica: era figura molto equivoca; emergono sfondi delittuosi. Gli hanno garantito l’impero mediatico ed è notizia corrente che sotto il centrosinistra le sue entrate crescano del 2500%. Lo credevano innocuo, illusi d’approfittarne, non sapendo quanto sia furbo. Sulla questione giustizia geniali riformatori esumano proposte marchiate P2. Dura 16 mesi la commedia bicamerale (5 febbraio 1997-9 giugno 1998), finché sentendosi forte, s’alza dal tavolo con tanti saluti. Quattro mesi dopo cade il governo e con i pochi voti precariamente forniti dal funesto pasticheur Cossiga, il Bicamerista s’insedia a Palazzo Chigi, restandovi fino al 17 aprile 2000. Re Lanterna era de facto egemone. Nella XIV legislatura regola affari suoi, sconfitto d’una minima misura dal solito Prodi, il cui governo ha vizi congeniti e dura poco. Riportato al potere da una maggioranza straripante, riduce l’Italia in stato agonico, costretto a dimettersi, e non lo vedremmo più in politica se le Camere fossero sciolte, come la congiuntura richiedeva, invece sopravvive sotto la tenda d’un governo cosiddetto tecnico, sfiorando il quarto en plein elettorale.
Tali i precedenti quando le Camere eleggono il presidente della Repubblica. Pierluigi Bersani, liquidatore del partito, sottopone dei nomi al redivivo: nell’elenco figurano il Bicamerista e un carissimo convertito, illo tempore temibile persecutore in toga rossa; scelga. Temendo i franchi tiratori, lui pesca il meno visibile sindacalista democristiano, uomo sicuro: paragonava l’Italia 2013 alla Germania 1933, nella morsa degli estremismi; ed è candidatura strumentale alla union sacrée.
I vertici sono d’accordo ma il candidato affonda al primo colpo, 18 aprile (in piena guerra fredda, 65 anni fa la Dc sbaragliava un socialcomunista Fronte del popolo). L’indomani mattina coup de théatre (Capranica): l’assemblea degli elettori, unanime, sosterrà Prodi dal quarto turno, dove bastano 504 voti. Svanito l’accordo omertoso, i berluscones piangono, ringhiano, tumultuano. Prodi incute paura. L’occasione cade dal cielo: votandolo (era uno dei loro candidabili) le Cinque Stelle possono entrare nella partita con peso determinante; Giolitti non esiterebbe, a fortiori Cavour, ma i pentasiderei dipendono da un oracolo, la cui parola d’ordine è «usque ad finem, Stefano Rodotà», candidatura prestigiosa con poche effettive chance. Se vogliono stravincere, sbagliano: fallendo l’atout Prodi, lo stralunato, discorde, confuso Pd cade nella rete berlusconiana; e se l’obiettivo fosse mandarlo lì (guerra senza quartiere, finché non resti un solo nemico in piedi), lo scenario sarebbe paranoico. Era finta unanimità: il Bicamerista non perdona; e verso sera tiratori occulti colpiscono 101 volte su 496, inaudito exploit balistico. Re Lanterna canta al microfono.
Così, la puntura dello scorpione e stelle cieche gli consegnano l’Italia. Con 738 voti (ne mancano solo 48) l’uscente Giorgio Napolitano rientra al Quirinale, subentrando a se stesso: predicava «larghe intese » e veglierà affinché gli operai non sgarrino; torniamo al re mandante del governo, come chiedeva Sydney Sonnino, rovinoso uomo d’ordine (Nuova Antologia, 1 gennaio 1897). Le televisioni colgono atmosfere da banchetto funebre. Oracoli dell’opinione moderata manifestano euforica partisanship, come se il Pdl fosse un Port Royal dove solitari gentiluomini coltivano intelletto e anima. Non s’era mai visto un suicidio così freddamente consumato. In 72 ore il Pd ha vissuto tre “enantiodromie” (salti nell’opposto).
Giornate simili richiedono stomaco forte: esponenti Pd, orgogliosi d’esserci, nemmeno avessero salvato la patria, declamano antifrasi, eufemismi, tartuferia; volano fumi d’incenso e salmi, «magnificat anima mea Magnum Senem Neapolitanum». Enrico Letta sorride sentendosi qualificare presidente del Consiglio in pectore: con parole e occhiate gravi denuncia germi d’eversione (lo stesso allarme mugola B., famoso pirata); vuol male al paese chi subodora accordi loschi. L’altro candidato naturale è Giuliano Amato, puntuale Jack in the box
nelle curatele fallimentari governative. L’effettivo vincitore tripudia, avendo mille e uno motivi: solo a Rutulia le mummie risorgono trionfalmente; a parte la smisurata ricchezza, era un relitto, ormai preso sotto gamba anche dai cortigiani. Il Quirinale e avversari inetti lo risuscitano. Quanti bocconi amari inghiottiranno i vessilliferi d’una sedicente sinistra: l’Olonese immune e padrone anche nello Stato; honny soit chi nomina i conflitti d’interesse; corruzione a man salva; pubblico ministero governativo, macchina penale politicamente selettiva, ecc. Il governo dura finché lui voglia, e irresistibile protagonista, comanda le urne avendo sotto mano soldi, laboratorio mediatico, poteri statali. Gli viene utile un Pd vassallo (figura ingloriosa ma comoda, porta ministeri, sottogoverno, prebende, pensioni). Restano difficoltà insolubili, perché la sventura economica ha cause organiche nel malaffare del quale è patrono: a lungo termine la catastrofe appare inevitabile ma col trucco mediatico il nero diventa bianco, né Silvius Magnus instaura tempi lunghi; l’età pesa anche sui caimani. Après lui, le déluge. Al diavolo chi verrà.
Un lucido anatema contro chi, per esorcizzare la critica al sistema dei partiti col definirla "anti-politica", ha distrutto la speranza di rinnovare la democrazia e ha portato al trionfo in Italia una destra indecente, che ci allontana dall'Europa.
La Repubblica, 24 aprile 2013
GLI ultimi movimenti di Grillo, dopo la rielezione di Napolitano, sono non solo prudenti ma inquieti: quasi contratti. Non ha afferrato l’occasione offerta dalla collera di migliaia di cittadini, che avevano sperato in Stefano Rodotà: dunque in una democrazia rifondata, che chiudesse il ventennio berlusconiano. Ha evitato euforiche piazze. Non è un comportarsi populista Perché il populista classico mente al popolo, per usarlo e manipolarlo. Viene in mente, osservandolo, quel che il filosofo Slavoj Zizek disse delle sinistre di Syriza, nel voto greco del giugno 2012: «Sono sognatori che svegliandosi si son trovati in un incubo ». Col che intendeva: non sognano affatto, ma razionalmente guardano la realtà e la riconoscono tragica.
La realtà vista da Grillo è difficilmente confutabile: è la sconfitta, enorme, vissuta sabato dall’Italia del rinnovamento. E il trionfo, non meno vistoso, dei piani del demiurgo di Forza Italia: il Pd ridotto molto democraticamente in ginocchio; poi un governo di larghe intese; poi la vittoria elettorale del Pdl. E all’orizzonte, non lontano: Berlusconi capo dello Stato. Parlando alle Camere, lunedì, Napolitano ha definito perfettamente consona alla democrazia europea la coalizione «tra forze diverse». L’orrore che essa suscita, l’ha analizzato in termini psicologici: è una «regressione» faziosa. Un’immaturità smisuratamente tenace. Mai Berlusconi è stato così banalizzato. Mai è apparso lo statista che solo nevrotici bambinizzati avversano.
Ma Grillo sa qualcosa di più. La morte della sinistra italiana, prima innescata dal rifiuto di 5 Stelle di accettare un comune governo, poi accelerata dal no del Pd a candidati di svolta, suggella l’apoteosi, più vasta, di chi da tempo vede l’Europa assediata da dissensi cittadini subito bollati come populisti, quindi euro-distruttori. La speranza che l’Unione cambi, anche su spinta italiana, certo non scompare: presto, nel giugno 2014, voteremo per un Parlamento europeo che finalmente designerà chi sta al timone, alla Commissione di Bruxelles. Ma in Italia è stasi. Il folle volo degli innovatori, come quello di Ulisse verso virtute e canoscenza,da noi s’infrange, e il mare dello status quo sopra di lui si chiude.
Le due cose vanno insieme: la rifondazione delle democrazie, ferite dalle terapie anti-crisi, e un bene pubblico comunitario che i cittadini europei possano far proprio, e influenzare. Chi si batte su ambedue i fronti è chiamato populista perché semplicemente s’è messo in ascolto dei popoli indignati, grandi assenti nelle oligarchie che fanno e disfano l’Unione.
È un’autentica offensiva antipopolare (non antipopulista) quella cui assistiamo da quando Papandreou, premier socialista greco, provò nell’ottobre 2011 a proporre un referendum sull’austerità che già minava Atene, e ora l’ha portata alla miseria. Fu ostracizzato, divenne un infrequentabile paria per le sinistre europee al completo. Solo ai Verdi, Papandreou destituito spiegherà il senso del referendum: non il rifiuto di pagare i debiti (i «compiti a casa») ma la domanda di un’Europa che compensi lo scacco degli Stati nazione con un proprio bilancio accresciuto e un comune solidale rilancio stile Roosevelt.
Sembrava il comunicato di un prefetto anti-sommosse più che di un capo politico, e si sa che poliziotti e prefetti usano mettere nello stesso sacco ogni sorta di estremismo, per poi srotolare deserti che chiamano pace civile. Nel sacco ci sono Le Pen, i nazisti greci di Alba Dorata, i liberticidi ungheresi, e a Roma o Atene i veleni letali che sono M5S e Syriza. L’ideologia è quella con cui Pangloss indottrina l’inerme Candide, in Voltaire: stiamo andando verso il migliore dei mondi possibili, l’Europa meravigliosamente si integra, ed ecco – horribile visu! – una coorte di paradossali e tristi sovvertitori mirano proprio al contrario: alla dis-integrazione.
Due bugie s’infilano in un’unica collana. La prima marchia i populismi senz’alcuna distinzione, e poco serve che Grillo ricordi l’evidenza: avremmo anche noi Alba Dorata, se lui non facesse da argine. La seconda bugia concerne i movimenti detti euroscettici: come se i disintegratori fossero loro, non chi per primo ha disintegrato fingendo d’integrare. Le bugie non hanno affatto gambe corte, lo sappiamo. Le hanno lunghissime e vanno lontano.
Vero è che Napolitano – una storia lunga l’attesta – ha sull’Europa idee ardite, non condivise da Berlusconi né forse da Monti. Quel che non vede, è il nesso causale fra crisi dell’Unione e torsione delle istituzioni democratiche, della legalità, della giustizia, delle costituzioni. Altrimenti non prediligerebbe, con tanto impeto, quelle che alcuni chiamano ipocritamente larghe intese e altri, più crudamente, inciucio.
Inciucio è parola brutta, ma ci distingue da altri Paesi. L’accordo con Berlusconi è altro dalle grandi coalizioni tedesche, inglesi. È compromettersi con una destra del tutto anomala in Europa. Se non fosse così ci si accorderebbe alla luce del sole, davanti ai cittadini. Non succede, perché il Pd ne ha avuto vergogna sino a polverizzarsi. E forse è un bene, affinché chiarezza sia fatta: gran parte dei militanti, e l’alleato Sel, e Fabrizio Barca o Pippo Civati, già provano a ricostruire.
Non è antieuropeista Grillo, anche se abitato da scetticismo. Ogni europeista che si rispetti è oggi scettico. In una recente conferenza a Torino, Casaleggio ha ammonito contro l’uscita dall’euro («Solo un Paese forte e competitivo potrebbe»). Lo stesso ha detto Mauro Gallegati, economista vicino a M5S. Ma è utile, per i Pangloss dell’Unione, dipingere Grillo come distruttore dell’Europa. È tentante bendarsi gli occhi, e nascondere l’estensione di un disastro che non sfascia solo la
democrazia deliberativa di Grillo, ma la stessa democrazia rappresentativa checontro lui si pretende presidiare. Ecco dove sta, caro Presidente, la regressione.
Il Parlamento non ha saputo farsi portavoce dell’Italia che invocava Rodotà o Prodi. Ha ucciso l’idea stessa di rappresentanza, più che la democrazia dal basso. Proprio perché non è Le Pen, Grillo ha bisogno che la democrazia classica funzioni, e la sinistra esista. Se oggi pare sì contratto è perché – un segno già viene dal Friuli Venezia Giulia – anche la sua barca rischia d’infrangersi. Vince il credo oligarchico di Monti. L’Europa federata non è necessaria (Die Welt, 11-1-12). E i governi non devono lasciarsi «vincolare da decisioni dei propri Parlamenti», ma «educarli» (Spiegel,5-8-12). Blue sunday, titola Grillo un suo post. Blue sunday t’assale certe domeniche, dopo weekend insensati. Ti sdrai nel mal-essere, in attesa che una fantasia, o un pensiero, spezzi il malinconico blu. Cos’è populismo, antipolitica? È la massa che si fa gregge, lupo fiutante sangue e prede. È energia dispotica, sfrenata, irriflessiva, suggestionabile: scrive Gustave Le Bon nella Psicologia delle Folle(1895). Come non riconoscere in essa i mercati e i loro plebisciti? Nessuno li taccia di antipolitica, e come potrebbe. I veri padroni sono loro. Se ne infischiano. Come le folle, non vedono oltre il proprio naso. Democrazia e legalità rovinano? Poco importa. Non è affar loro. Non sanno quello che fanno.
«Sbilanciamoci, newsletter n. 235 del 23 aprile 2013
Il neopresidente Napolitano impone le larghe intese con Berlusconi e bacchetta tutti tranne lui nel suo discorso d’insediamento. Che suscita l’entusiasmo generale, Sel e grillini esclusi. Ora anche il governo si farà sotto il dettato di Napolitano
Le larghe intese non sono un orrore, ha asserito ieri Giorgio Napolitano nella sua intemerata alle Camere. E invece possono essere un orrore, insegna la storia del Novecento. Facta e Hindenburg avrebbero dovuto rifiutare, come potevano fare, l’intesa con Mussolini e Hitler. Non mi si risponda che Berlusconi non è né Mussolini né Hitler, l’argomento con il quale è asceso al potere è lo stesso con il quale arrivarono al potere i due: è il popolo che li ha espressi. Senonché non sono stati loro a iniettare nel popolo l’antisemitismo, la repressione, la guerra, non se li erano inventati, stanno nelle viscere di ogni società in crisi e una Costituzione democratica è fatta per frenarli. Ma Giorgio Napolitano ha da tempo deciso di dare priorità all’unità nazionale rispetto ai principi basilari della convivenza democratica. Questa è la rotta che egli traccia, e da essa è perfettamente legittimato a entrare nel governo Silvio Berlusconi, imputato di corruzione e concussione, non condannato esclusivamente per scadenza dei termini, operazione sublime della sua squadra di avvocati. Non per caso ieri era felice, e ha dichiarato che quello del nostro presidente è il più bel discorso degli ultimi venti anni, quelli nei quali lui ha infestato il paese. Raggiante, distribuiva i suoi elogi e le sue critiche come se avesse diritto di lodare o rimbrottare qualcuno, e Napolitano non ha trovato un brandello di ammonimento per lui; fra le varie bacchettate distribuite a destra e a sinistra non ce n’è stata una per il Cavaliere, a differenza di Stefano Rodotà al quale è stata rimproverato di non aver capito la regola d’oro che guida il Colle.
Neanche a noi piace sempre il linguaggio di Grillo, ma sappiamo distinguere fra parole e fatti, e a Berlusconi non sono imputabili solo le parole, che anche ieri non sono mancate, ma corposi fatti, registrati nei tribunali della Repubblica.
Quel che più fa impressione è l’entusiasmo di quasi tutte le parti politiche – praticamente tutte salvo i grillini e Sel – per la predica presidenziale, pur sapendo a che cosa essa condurrà nei prossimi giorni. La sfilata degli ossequi è stata aperta da Eugenio Scalfari, che si è peritato di dare una lezione di costituzionalismo a Rodotà; non solo, ma di imputargli – delitto imperdonabile – di non aver telefonato a lui Scalfari prima di prendere la decisione che preso.
«Corriere della Sera, 23 aprile 2013
«Siete stati sordi». E loro applaudono. «Inconcludenti». E si spellano le mani. «Irresponsabili». E vanno in delirio. Pare quasi una seduta di autocoscienza psichiatrica quella d'insediamento di Giorgio Napolitano. Passata la sbronza correntizia finita in rissa, proprio quelli che hanno fatto arrabbiare il nonno saggio non si accontentano di ascoltare la ramanzina in silenzio. A capo chino.
Ma accolgono ogni ceffone in faccia, guancia destra e guancia sinistra, come se fosse rivolto ad altri. Chi? Altri. Ma quali altri? Boh... Mai e poi mai a loro.
«Ci ha fatto un mazzo a quadretti e come grandi elettori ce lo meritavamo», riconoscerà con onesto imbarazzo il governatore ligure Claudio Burlando: «Ci ha detto che siamo stati a trastullarci di votazione in votazione anziché trovare un'intesa nell'interesse del Paese. Tanto più in un momento che per il Paese è drammatico». «La cosa divertente è che ho visto battergli le mani», ride Felice Casson, «colleghi che nei giorni scorsi hanno fatto l'esatto contrario di quello che il Presidente ci raccomanda». «E che domani hanno intenzione di restare esattamente inchiodati là dove stavano ieri», rincara Claudio Bressa.
Ugo Sposetti invita a non chiamare «Anonima Sicari» i franchi tiratori: «In passato hanno consentito di bocciare alcune candidature sbagliate per far passare uomini come Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro». A proposito, ha votato per Marini e poi per Prodi? «Il voto è segreto, lo dice la Costituzione». Ma se il partito aveva deciso... «Come: per alzata di mano?» Il senatore democratico Andrea Marcucci lo rivendica: «Dopo le campagne diffamatorie degli ultimi giorni oggi riaffermiamo l'orgoglio di aver votato Napolitano e non gli altri candidati in gara».
Manco il tempo di sfollare verso le uscite ed ecco «il giovane turco» Matteo Orfini interpretare già a modo suo il monito del presidente: «Un discorso perfetto, ineccepibile che chiede un'assunzione di responsabilità da parte di tutti per un accordo comune di governo». Però... Però «è importante che il sostegno arrivi da parte delle tre principali forze politiche. Se non c'è il MoVimento 5 Stelle cambia tutto e io sono contrario a un patto politico tra Pd e Pdl». Quindi? «Il voto di fiducia è un voto di coscienza, non c'è disciplina di partito... Se sono contrario voto contro». Poco più in là il deputato grillino Giorgio Girgis Sorial butta lì: «L'ultima volta che ho sentito un discorso così era quando in Egitto si è insediato Morsi».
Avrebbe potuto scommetterci prima ancora di scendere sotto la pioggia dal Quirinale verso Montecitorio, Napolitano, di essere destinato a ricevere inchini e baciamano, elogi e salamelecchi, senza però riuscire a scalfire la scorza di tanti. Troppo duro, lo scontro dei giorni scorsi. Troppo profonde le fratture. Troppo calloso l'odio personale che ormai divide le diverse fazioni dello stesso Pd. L'aveva messo in conto. Come aveva messo in conto il diluvio di applausi trasversali indispensabili a coprire pudicamente certe fratture.
Ed eccolo là, l'anziano Re Giorgio, che sale a fatica, senza neppure provarci a mostrare un'elasticità giovanile che non ha più, le scalette che portano alla presidenza. Perché mai dovrebbe rassicurare l'Aula sulla sua salute? Al contrario, raccolta l'ovazione di tutti con l'eccezione dei pentastellati che si alzano in segno di rispetto ma salvo eccezioni non battono le mani manco per cortesia, spiega le sue perplessità davanti a questo secondo mandato anche per «ragioni strettamente personali, legate all'ovvio dato dell'età». Come a dire: mi avete costretto voi, a restare. E lui ha dovuto accettare per il «senso antico e radicato d'identificazione con le sorti del Paese». (Sottinteso: «Che molti di voi non hanno»).
Ciò precisato, comincia a rinfacciare ai presenti «una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità». E li bacchetta per non avere dato risposte alle «esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti» facendo «prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi».
Tanto da svuotare, accusa, «quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica» col risultato che alla fine «l'insoddisfazione e la protesta sono state con facilità, ma anche con molta leggerezza, alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie e da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono». Ed ecco che, muti e silenti sotto i ceffoni sui ritardi nei tagli e le riforme, esplodono tutti nell'applauso liberatorio: ooh, finalmente gliele canta a chi accusa la politica di aver dato solo delle sforbiciatine!
Ed è lì che Napolitano esce dal discorso scritto e ferma l'entusiasta battimani: «Attenzione: il vostro applauso a quest'ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza». E vabbé, meglio che niente: e vai con nuovi applausi!
Pier Luigi Bersani, tradito prima dal risultato elettorale che si era illuso di avere in qualche modo già acquisito quando parlava del suo «squadrone» e poi tradito dai compagni di partito prima nelle sue disastrose aperture ai pentastellati e poi nelle votazioni per il Colle, se ne sta lì, deluso e cupo, il gomito piantato sul banco, il mento appoggiato nel cavo della mano. Dirà poi che «Napolitano ha detto quel che doveva dire, con un discorso di una efficacia eccezionale». Ma lo sa che, quando il Presidente ricorda che «piaccia o non piaccia, occorre fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto», parla anche di lui.
Sull'altro fronte, Silvio Berlusconi sprizza allegria. Sette anni fa, dopo la prima elezione di «Re Giorgio», le cronache raccontarono che aveva raccomandato ai suoi: «Mi raccomando. Composti. Come fosse un funerale». E successivamente non aveva fatto mancare le sue riserve. Come quando, in una manifestazione a Vicenza, urlò che le elezioni erano state «taroccate» e che le sinistre avevano occupato tutte le istituzioni: «Il presidente della Repubblica è uno di loro, così come i presidenti di Camera e Senato, la Corte costituzionale...». Quando il Colle rifiutò di firmare il decreto su Eluana andò oltre: «Vi ho visto tutta la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora tramontata».
Tutto cambiato, oggi. Tanto da spingere il Cavaliere, compiaciuto del discorso di insediamento dove il capo dello Stato «ha invitato a buttare a mare la parola inciucio perché la politica è fatta di compromessi e collaborazione e la realtà comporta la necessità di superare le distanze», ad ammiccare: «Ho pregato le mie parlamentari per oggi di cambiare l'inno del Pdl in "meno male che Giorgio c'è"».
E come potrebbe non essere allegro Pier Ferdinando Casini? «Ora chi è andato a chiedergli di rimanere, chi lo ha pressato per fare ciò che non voleva, ha il dovere morale di fare subito un governo. Altrimenti siamo nel regno dei buffoni». Bella sfida. Ce la faranno?
Daniela Preziosi intervista il candidato che poteva salvare il vecchio nel nuovo. «Riaprite il dialogo con i cittadini, questi politici hanno perso la testa. M5S è incostituzionale? Invece Berlusconi lo è?» Il manifesto, 23 aprile 2013
«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano 'Rodotà non si pronuncia?', dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l'«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l'irresponsabilità o l'interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c'è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell'irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l'obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell'iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.
E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.
Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l'unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.
Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull'acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l'autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull'aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L'unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul , appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?
A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.
Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell'M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c'è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c'è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev'essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c'è un'apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un'iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un'aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.
Che idea si è fatto si Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l'altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull'incostituzionalità del berlusconismo?
A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?
«È auspicabile che chi ha la responsabilità delle nostre istituzioni sia consapevole della gravità ed eccezionalità di questo momento; che sia in grado di farsi una rappresentazione corretta di questo frangente delicatissimo»
La Repubblica, 22 aprile 2013
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E oggi si torna a sperare in Napolitano. Un fatto, questo, che conferma l’incapacità del Parlamento di uscire dalcul-de-sac nelquale si trova, e di gestire la democrazia senza bisogno di un momento verticale d’autorità. È in atto, diceva Massimo Giannini, una metamorfosi presidenzialista di fatto. Forse abbiamo bisogno di un ripensamento istituzionale poiché la frammentazione dei partiti è inarrestabile con la democrazia del web; e sarà un fatto permanente. Oggi tutta la partita politica si gioca in diretta: tra parlamento e web. Con un esito prevedibile di indisciplina, inseguimento di umori, incapacità a tener fede agli impegni dati, di fare trattattive. Solo quei partiti che dipendono da un leader forte possono essere più
disciplinati e uniti — paradossalmente il Pdl e il M5S sono più disciplinati e uniti del Pd, tra tutti i partiti il più autonomo da padri e padroni e il più esposto all’instabilità.
Il Pd è lo specchio della crisi della democrazia parlamentare. Difficile pensare a come riuscire a superare questa fase di mancanza di autorità. Ecco perché è ora importante più che mai che si comprenda il senso di questo momento critico e si agisca di conseguenza: occorre fare subito la riforma elettorale. Questa legge elettorale è lo scandalo sul quale questo parlamento ha inciampato e ogni parlamento futuro inciamperà, proprio perché esalta la frammentazione. Ma anche nel caso si giunga alla riforma elettorale non può non saltare agli occhi il fatto che se ad essa si giungerà sarà perché prima si è messo in piedi un implicito sistema presidenzialista. È auspicabile che chi ha la responsabilità delle nostre istituzioni sia consapevole della gravità ed eccezionalità di questo momento; che sia in grado di farsi una rappresentazione corretta di questo frangente delicatissimo.
La risposta che il fondatore di Repubblica meritava.
la Repubblica, 22 aprile 2013. In calce la replica di Scalfari. Ai lettori la valutazione
CARO direttore, non è mia abitudine replicare a chi critica le mie scelte o quel che scrivo. Ma l'articolo di ieri di Eugenio Scalfari esige alcune precisazioni, per ristabilire la verità dei fatti. E, soprattutto, per cogliere il senso di quel che è accaduto negli ultimi giorni. Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani? Per la stessa ragione per cui, con grande sensibilità, mi ha chiamato dal Mali Romano Prodi, al quale voglio qui confermare tutta la mia stima. Quando si determinano conflitti personali o politici all'interno del suo mondo, un vero dirigente politico non scappa, non dice "non c'è problema ", non gira la testa dall'altra parte. Affronta il problema, altrimenti è lui a venir travolto dalla sua inconsapevolezza o pavidità. E sappiamo com'è andata concretamente a finire.
La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l'esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata. Nella drammatica giornata seguita all'assassinio di Giovanni Falcone,
l'esigenza di una risposta istituzionale rapida chiedeva l'immediata elezione del presidente della Repubblica, che si trascinava da una quindicina di votazioni. Di fronte alla candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, più d'uno nel Pds osservava che non si poteva votare il candidato "imposto da Pannella". Mi adoperai con successo, insieme ad altri, per mostrare l'infantilismo politico di quella reazione, sì che poi il Pds votò compatto e senza esitazioni, contribuendo a legittimare sé e il Parlamento di fronte al Paese.
Incostituzionale il Movimento 5Stelle? Ma, se vogliamo fare l'esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell'imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? E tutto quello che ha documentato Repubblica
nel corso di tanti anni sull'intrinseca e istituzionale incostituzionalità dell'agire dei diversi partiti berlusconiani? Di chi è la responsabilità del nostro andare a votare con una legge elettorale viziata di incostituziona-lità, come ci ha appena ricordato lo stesso presidente della Corte costituzionale? Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo.
Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell'iter che l'ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all'area della sinistra italiana siano state snobbate dall'ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l'attenzione del Movimento 5Stelle. L'analisi politica dovrebbe essere sempre questa, lontana da malumori o anatemi.
Aggiungo che proprio questa vicenda ha smentito l'immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo. Questo fatto politico, nuovo rispetto alle posizioni di qualche settimana fa, è stato ignorato, perché disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd. E ora, libero della mia ingombrante presenza, forse il Pd dovrebbe seriamente interrogarsi su che cosa sia successo in questi giorni nella società italiana, senza giustificare la sua distrazione con l'alibi del Movimento 5Stelle e con il fantasma della Rete.
Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull'intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità.
La replica di Eugenio Scalfari
Ringrazio Rodotà delle precisazioni che ci ha mandato. Rispondo quanto segue.
Non certamente un golpe, ma di sicuro una vergogna, una resa. «Da oggi l'Italia non è più una democrazia parlamentare». E' anche il parere di Norma Rangeri e Marco Revelli.
Il manifesto, 21 aprile 2013
SINISTRA ANNO ZERO
di Norma Rangeri
Non scherziamo con le parole. Nessun «golpe» è in atto. E al presidente della Repubblica va riconosciuto il gesto di generosità compiuto nell'accettare la sua ricandidatura dopo aver resistito a questa scelta. Non solo per questioni anagrafiche ma perché certo non gli sfugge come la sua rielezione significhi la perpetuazione di un'anomala funzione di supplenza. Del resto già esercitata oltre misura con lo stato d'eccezione che il paese ha vissuto con il governo Monti.
Oggi dobbiamo sopportare un altro grave strappo "presidenzialista". Un Capo dello Stato che torna a farsi eleggere inaugurando il secondo mandato, stressando la tenuta del sistema democratico: un unicum nella nostra storia. La Costituzione sarà sottoposta a ogni possibile (e purtroppo anche probabile) involuzione antidemocratica.
E' l'ultimo atto di un copione che ha molti autori e un protagonista assoluto. Se siamo giunti a questo bel risultato dobbiamo ringraziare il gruppo dirigente del Pd. Ridotto a una brutta copia delle tribù democristiane, con il vertice decapitato, il Pd porta la responsabilità di aver procurato al paese, e alle sue istituzioni rappresentative, non il vituperato «stallo», ma un precipizio politico, vibrando una mazzata (un'altra) alla credibilità della politica e del Parlamento. Con il contributo di molte, autorevoli, complicità siamo ora traghettati da un governo a un altro in fotocopia (predisposto dall'incubazione del gruppo dei saggi), già benedetto dalle gerarchie d'Oltretevere. Monti, Maroni e Berlusconi ne costituiranno il patto di sindacato, con i reduci del Pd relegati al meritato ruolo di consiglieri onorari. Le destre d'ogni provenienza, torneranno in campo con rinnovata forza, per stringere ancora le maglie dello stato sociale, per confermare l'austerità montiana, per frantumare la coesione nazionale. Il Pd (e tutta la sinistra), non ha la credibilità, né la forza per farsi interprete dell'onda lunga della rabbia popolare. È Grillo, insieme a Berlusconi, il vincitore di questa brutta partita. Sciolto da ogni responsabilità grazie alla dissennata condotta, politica e parlamentare, del Pd, ora il beniamino delle piazze può veleggiare verso quel terribile «cento per cento» rivendicato per il suo non-partito alle prossime elezioni.
In mezzo, tra un populismo cieco e un governo di larghe intese, c'è un'Italia stremata sulla quale infierire.
PRESIDENZIALISMO DI FATTO
Non e' un golpe, è una resa
di Marco Revelli
Da oggi l'Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c'è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando.
E se la prima volta poteva apparire ancora "umana", la seconda volta - con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità - è senz'altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C'è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d'eccezione. Una sospensione della forma di governo... Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D'ora in poi - e in un momento socialmente drammatico - Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com'è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un'estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.
Mentre il fondatore del giornale è contento della vittoria di Napolitano e rimprovera Rodotà di non avergli telefonato, Concita De Gregorio e Curzio Maltese scrivono gli articoli fortementi critici che abbiamo scelto.
La Repubblica, 21aprile 2013
Sono le sei e dieci del pomeriggio, e i Cinquestelle sono i soli che restano seduti e non applaudono. Vergognatevi, alzatevi, gli gridano da destra – a destra sono in effetti i più entusiasti. Non si vergognano né si alzano. Pippo Civati, che ha votato scheda bianca e che per settimane ha fatto la spola fra i dirigenti Pd e i cinquestelle, dice: «Mi hanno mandato da loro a trattare e poi mi hanno lasciato lì come il soldato Ryan. Nessuno voleva avere notizie. A nessuno interessava niente, dei cinquestelle, in realtà. Volevano solo l’eterno ritorno dell’uguale». Alessia Rotta, neoeletta pd di Verona, dice che «i vecchi del pd hanno fatto come le murene dietro gli scogli, hanno affos-
sato Prodi per i loro calcoli, non hanno voluto Rodotà per la loro sopravvivenza e poi hanno provato a dare la colpa a noi, dicendo che sono i giovani incontrollabili che danno retta al web, quelli eletti dalle primarie, ad aver tradito. Ma non è così, non è vero. Io ho votato Prodi, e poi Napolitano: la resa dei conti è tutta roba loro». Altre schede bianche, nel voto a Napolitano, sono arrivate da Tocci, da Antonio Decaro deputato barese che ha proprio scritto “Bianca”, il nome di sua figlia. Corradino Mineo aveva votato contro già nella riunione mattutina del gruppo, unico no.
Civati era un ragazzino, dice che se lo ricorda di quando nel ’92 Rodotà scrisse un testo durissimo contro la corruzione a Milano, contro i miglioristi del Pci lombardo. Si ricorda che poi, subito dopo, gliela fecero pagare eleggendo alla presidenza della Camera un migliorista del Pci, appunto, e non lui: l’eletto era Giorgio Napolitano. Hanno la memoria lunga, gli eredi del Pci. Racconta Laura Puppato che venerdì mattina è andata nella stanza di Bersani, al piano terra di Montecitorio, a dirgli: per quel che sento dai cinquestelle si può provare a chiedere a Rodotà di ritirarsi di fronte alla candidatura Prodi, lo vuoi chiamare tu, segretario? Bersani ha risposto no, io non lochiamo, parlaci tu. E così nessuno degli anziani compagni di partito ha chiamato Rodotà, hanno mandato avanti la neoeletta Puppato. «Doveva essere lui a chiederci i voti», dice il “giovane turco” Matteo Orfini. Chiami tu, chiamo io, no chiama lui. Una candidatura naufragata così, le vere ragioni occultate dalle presunte buone maniere.
Una rielezione, questa di Napolitano, che nasce – dice Walter Verini, veltroniano – «dalla Capaci della politica come quella di Scalfaro nel ’92 fu determinata dalla morte di Falcone. Solo che oggi la voragine è qui dentro». Tutta la manfrina sui nomi “divisivi” non era altro che un modo per occultare – male, tra l’altro – l’incapacità dei tre blocchi usciti dalle elezioni di allearsi alla luce del sole: Pd-Pdl era un inciucio, e così è morto Marini, Pd-Cinquestelle era una resa, e così è morto Rodotà. Prodi è stato ucciso invece per mano del Pd, che ha fatto al tempo stesso harakiri. Si torna ora alle case madri, come da anni invoca D’Alema: un partito nettamente di sinistra che vedrà protagonisti Vendola e Barca, quest’ultimo ieri tardivamente intervenuto a sostegno di Rodotà. E poi il sindaco Emiliano, e i tanti altri che dal Pd in tutta Italia hanno chiesto invano un cambio di passo. «Chiederemo di entrare nell’internazionale socialista», ha detto Vendola. Chiarissimo: saremo la sinistra in Europa. Dall’altra un partito di centro con una lieve propensione a sinistra, con Renzi alla guida. La scissione è ormai alle porte. Chi ieri ha votato “Francesco Guccini”, nell’urna, dice che «non si può andare avanti guardando all’indietro». Dice anche che quando cadono gli equilibristi, al circo, entrano in scena i clown. Ma non c'è niente da ridere, perchè «siamo come funamboli che camminano sulla fune, in bilico sul baratro, e l’idea di restare immobili fermando il film di Napolitano non può funzionare a lungo». Perché, come tutti sanno, quando si è sulla fune a restare immobili si cade. La paura paralizza, poi uccide.
Una new company del cambiamento
Eppure la sinistra, nella sua massima espressione politica, il Partito Democratico, non c’è più. Esiste un vasto popolo di sinistra, più ampio di quanto non dica il risultato elettorale, che condivide valori e progetti comuni e ha maturato negli anni del berlusconismo un idem sentire solido e coerente, manifestato in mille occasioni. Esistono élite di sinistra in ogni settore del Paese, nell’economia e nella cultura, nel mondo delle professioni e nell’informazione e perfino nella politica, che godono di stima e considerazione in patria e all’estero. L’elenco dei candidati presidenti votato dagli iscritti militanti 5 Stelle ne comprendeva un bel campionario. La questione è: perché questo pezzo di società vitale e intelligente esprime un ceto politico dirigente così lontano da se stesso? Cosa c’entra la sinistra che s’incontra tutti i giorni nel paese reale con questi personaggi che si odiano da vent’anni, capaci di qualsiasi tradimento o compromesso pur di far valere le proprie immotivate ambizioni e soprattutto far fallire quelle del compagno di partito?
Il problema di rappresentanza è serio e antico. Da sempre si dice che Berlusconi identifica quasi antropologicamente gli elettori del centrodestra ed è vero. Ora vale anche per Grillo e i suoi elettori, contenti di chiamarsi grillini. In tanti anni invece non s’è mai trovato un leader del centrosinistra che ne identifichi gli elettori. Non per caso ne abbiamo avuti una decina. Le primarie sembravano la soluzione, ma non lo sono state. Al principio perché non erano vere e l’ultima volta perché si sono rivelate una recita. Almeno da parte del vincitore, Pierluigi Bersani. Il tracollo della linea dell’ex segretario di questi giorni è soltanto il precipitato finale di una lunga serie di ambiguità e finzioni cominciata subito dopo la vittoria su Renzi. Se Bersani avesse tenuto la barra dritta sulle idee delle primarie, probabilmente avrebbe vinto anche le elezioni. Si è invece lanciato in una
serie di giravolte e omissioni, non ha detto nulla su programmi e alleanze, nel tentativo di lasciarsi tutte le porte aperte dopo il voto. Dopo che il voto degli italiani gliele ha chiuse in faccia, Bersani ha finto per cinquanta giorni di volere un accordo con i grillini.
SIl manifesto, 20 aprile 2013
La candidatura di Stefano Rodotà è la migliore tra quelle oggi possibili non solo per le sue note e riconosciute doti personali, ma anche perché è la figura più di ogni altra idonea al ruolo istituzionale che deve possedere il presidente della Repubblica in Italia.
La nostra Costituzione, infatti, assegna al capo dello Stato, il ruolo di "garante" del sistema politico-costituzionale. Una persona che abbia una vasta esperienza entro le istituzioni, ma che non sia un leader di partito in attività. Se troppo vicino al potere il Presidente non garantirebbe quel necessario distacco dalle forze politiche che invece deve possedere se vuole esercitare, così come la Costituzione prescrive, con vigore nei loro confronti la sua delicatissima funzione di intermediazione, stimolo e consiglio. Se troppo distante dalla politica non potrebbe invece rappresentare un interlocutore saggio, competente e imparziale, che sono le doti necessarie per realizzare il suo compito.
È questa la ragione per la quale segretari di partito o esponenti di primissimo piano delle forze politiche maggiori non sono mai riusciti a salire all'alto colle. Da Andreotti a D'Alema. Si è invece sempre privilegiato chi, pur avendo avuto ruoli rilevanti in passato o rappresentando le istituzioni, avessero anche maturato un qualche distacco. Così Einaudi, Pertini, Ciampi, lo stesso Napolitano, sono stati eletti presidenti in una fase della loro vita in cui non ricoprivano più responsabilità politiche in prima linea.
Stefano Rodotà ha passato quindici anni dentro il Parlamento e ne è stato vicepresidente, ha ricoperto anche importanti cariche di partito (è stato presidente del Pds), ma ormai da diversi anni ha terminato la sua esperienza nella politica attiva, maturando un salutare distacco.
Se si vuole affidare le sorti della Repubblica ad un solido garante, in questa fase storica, poi, una dote aggiuntiva deve essere ricercata. È necessaria una forte cultura costituzionale che può permettere al prossimo Presidente di non farsi travolgere dalle tempeste populiste e riuscire a difendere la Costituzione dagli assalti sempre più estesi in questo periodo contrassegnato da una scarsa cultura istituzionale. Forse, in tempi di quiete, il capo dello Stato può anche essere la mitica «cuoca» di Lenin, oggi è necessario avere una persona che sappia riconoscere nel profondo il valore e l'essenza della costituzione. Uno studioso che ha dedicato la vita ad interpretare al massimo del suo significato le disposizioni scritte nella nostra Carta appare quanto mai necessario.
Una terza ragione dovrebbe indurre a indicare Rodotà come il candidato ideale per la Presidenza. La sua figura si è sempre caratterizzata per una particolare vicinanza alla società, alle sue istanze, alle passioni civili che attraversano ormai gran parte del paese. Il capo dello Stato non rappresenta solo l'apparato istituzionale, né solo le forze politiche, ma anche la società nel suo complesso (in questo senso «rappresenta l'unità nazionale», come scrive la Costituzione). Se un tempo la rappresentanza sociale era appannaggio esclusivo dei partiti che trovavano al loro interno - tra i propri massimi dirigenti - chi era in grado di esprimere i sentimenti popolari, oggi non è più così.
La crisi di legittimazione delle forze politiche induce a sostenere una candidatura che non nasca al loro interno, ma sia espressione di un consenso sociale diffuso. Rodotà, a ben vedere, non è il candidato di nessuno (neppure del M5S, che ha solo fiutato il vento), per questo deve essere riconosciuto come il candidato di tutti. O almeno di tutti quelli che credono che in nome della Costituzione si possa cambiare questo paese in meglio e uscire dalle secche nelle quali siamo stati trascinati. Chi lo appoggerà, superando calcoli di poco conto, dimostrerà di avere a cuore il paese e le sorti della nostra democrazia. C'è ancora tempo, si può ancora sperare.
«Alla fatidica domanda – perché non Rodotà – i dirigenti Pd rispondono balbettando che «non rappresenta il partito» (ma Marini e Prodi lo rappresentano?)».
La Repubblica, 20 aprile 2013
Quei numeri sul tabellone non sono la fotografia del Pd, sono la sua autopsia. I parlamentari escono dall’aula come da una camera ardente, i leader dalle porte laterali per non attraversare il Transatlantico: muti, a testa bassa, nessuno che vada a raccogliere le loro dichiarazioni e d’altra parte che cosa potrebbero dire? È tutto scritto nei numeri. Il primo giorno, giovedì, più di duecento voti sono mancati a Marini: quasi la metà del partito non ha seguito le indicazioni di Bersani. Il secondo, ieri – presidente eleggibile a maggioranza semplice di 504 voti – il Pd ne ha fatti mancare a Prodi più di 100. Al fondatore dell’Ulivo, al suo “padre nobile”. All’uomo che la mattina era stato accolto dal gruppo come candidato al Colle con un applauso all’unanimità. Figuriamoci cosa sarebbe successo se non fossero stati unanimi. Prodi è rimasto sotto quota 400 – 395 voti – una vergogna.
Rodotà, che – per motivi che nel Pd nessuno è riuscito ancora ad illustrare in pubblico con esattezza – non è considerato affidabile, ne ha avuti invece 50 in più. Sono arrivati, quei 50 voti, tutti dai parlamentari del Partito democratico. Difatti ieri pomeriggio Pdl e Lega non hanno votato. C’erano, nel conto dei voti, solo quelli del centrosinistra e di Monti. «Un voto che serve a ricompattarci, a contarci», aveva spiegato il segretario ai suoi: «Dimostriamo che ci siamo, poi alla quinta votazione eleggiamo Prodi con i quindici voti che mancano e che dai Cinque stelle, vedrete, arriveranno». Un attimo prima del voto il consigliere del segretario Miguel Gotor diceva che «non è escluso che arrivino subito, questi 15 voti, e che ce la si faccia oggi». E allora vediamolo, il ricompattamento.
Cancellieri, candidata dei 66 montiani, ha preso 78 voti: 12 vengono dal Pd. Sel, che ha 44 parlamentari, ha votato Prodi indicandolo come “R. Prodi” secondo il vecchio metodo democristiano che serviva a contare il peso delle correnti: ieri abbiamo sentito nello spoglio Romano Prodi, Prodi Romano, R.Prodi, Prodi, Prodi R. A ciascuna formulazione corrisponde una scheggia dell’alleanza. “R. Prodi” lo hanno scritto gli uomini di Vendola ed ha avuto 46 schede, due in più dei parlamentari di Sinistra e Libertà. Quindici hanno votato D’Alema, 3 Marini, 2 Napolitano. Un Fioroni, un Veltroni. Un perfido “Massimo Prodi” accolto da applausi a destra. Un Vittorio Prodi, fratello di Romano. Un Andreotti, forse un omaggio al metodo, o peggio. Un Migliavacca, che nel lessico interno della politica è una specie di sfottò al “tortello magico”, il cenacolo ristrettissimo che tiene «praticamente sequestrato il segretario», spiega Corradino Mineo ai cronisti, «è ormai impossibile parlarci direttamente », diceva ieri Anna Finocchiaro. Mineo: «Quelli del tortello sono Errani, Zoggia, Migliavacca e il portavoce, come si chiama, Di Traglia».
Riassumendo: consigliato da alcuni fedelissimi il segretario del Pd ha non vinto le elezioni, non formato un governo con un non incarico e non fatto eleggere due candidati al Colle. Dal suo gruppo parlamentare è emersa un’indicazione chiarissima: contro Prodi, meno cento voti, in favore di Rodotà, più cinquanta. Ora: è chiaro che siamo in presenza di un disastro politico. Che siano stati i dalemiani a ordirlo, come qualcuno dice (Civati, fra i tanti) o che sia stata una vendetta dei mariniani traditi, o tutt’e due le cose ha poca importanza, alla fine. È stato, è un “suicidio politico”, scrive Pina Picierno su twitter. E Paolo Gentiloni, già candidato alle primarie romane in una sanguinosa rissa di correnti: «Siamo in preda alla cupio dissolvi».
C’è il vuoto di candidati possibili, al momento: nessuno vuole più essere indicato da Bersani per il Colle. Anche no, meglio di no, grazie no. Sembra una specie di condanna al pubblico ludibrio, la candidatura. Il vero problema è che nessuno sembra aver capito, nel ristretto gruppo dirigente e di consiglieri del medesimo, che la grammatica della politica è radicalmente, definitivamente cambiata. Per colpa o per merito di Grillo, certo, ma non solo. Perché il Parlamento nuovo, composto da moltissimi giovani e donne, esce, a sinistra, in gran parte dalle primarie. E chi è stato eletto dalle primarie risponde ai suoi elettori, all’opinione pubblica che rappresenta o pensa di rappresentare, ai militanti del suo territorio e non al segretario. Enzo Lattuca, 25 anni, il più giovane degli eletti Pd, Lia Quartapelle, anche lei ventenne e come loro tutti i ragazzi usciti dalle primarie rispondono su fb e su twitter ai loro elettori: non hanno votato Marini al primo giro, per questo. In moltissimi, ieri, hanno votato Rodotà.
La perdita drastica di autorevolezza dei leader si sposa all’irrompere sulla scena del “mondo fuori”, della delega che arriva dal territorio. È a quella che gli eletti, nello sfarinamento e nella mediocrità dei referenti parlamentari, rispondono. C’è poi lo spettro dei Cinque stelle dai quali il Pd è terrorizzato di farsi “dettare la linea” senza avvedersi del fatto che questo, nella totale insensatezza delle scelte, è già avvenuto. Alla fatidica domanda – perché non Rodotà – i dirigenti Pd rispondono balbettando che «non rappresenta il partito» (ma Marini e Prodi lo rappresentano?), che «avrebbe dovuto smarcarsi da Grillo dicendo che non è uomo suo» (questo è Gotor. Ma anche Prodi è stato indicato da Grillo, lui non doveva smarcarsi?), che «dopo Ciampi e Napolitano al Colle ci vuole un cattolico » (Epifani, ma poi bisogna eleggerlo, il cattolico). Andrea Cecconi, un giovane eletto dei Cinque stelle a Pesaro, dice che «non è vero che dal Pd sono venuti a cercarci, sono due mesi che non ci parla nessuno. Siamo qui e se non andiamo noi loro non vengono. Ma Rodotà non è il nostro candidato, è il loro: allora perché non lo votano? Ci vuole tanto a capire che se si elegge Rodotà e poi lui dà un incarico di governo è ovvio che quel governo noi lo sosteniamo?».
In effetti non è difficile da capire. E l’argomento che «Rodotà è stato indicato da Grillo dunque non ci possiamo far imporre il candidato» somiglia tanto a quel «non appoggiamo i referendum perché li ha sostenuti prima Di Pietro», coi risultati che sappiamo. Dagli errori bisognerebbe imparare. Invece la ripicca, il dispetto, il malinteso orgoglio identitario provocano atteggiamenti, dice un altro Cinque stelle, Andrea Cioffi, «da asilo Mariuccia. Non ci dicano che non possono votare Rodotà perché lo indichiamo noi dopo aver provato a far eleggere il candidato che indicava Berlusconi.
Non sono credibili. Qual è la loro logica?». Paolo Cirino Pomicino dice che «quando non capisci qualcosa della politica devi andare a vedere dove sono i soldi», ride e se ne va. Verdini e Sposetti – i banchieri, i cassieri dei due schieramenti – sono stati in effetti gli sherpa degli accordi abortiti. I capannelli dei politici della prima Repubblica sono tutti attorno a loro. Ma questo Parlamento parla una lingua diversa, la musica della politica è cambiata.
Una vecchia guardia che non prende nemmeno in considerazione Emma Bonino, l’unico esponente politico italiano elencato tra i più influenti nel mondo, che scarta i suoi candidati per dispetto, perché li ha indicati prima qualcun altro. Una vecchia guardia sconfitta, capace solo di dare al mondo uno spettacolo indecente di sé. Si potrebbe eleggere D’Alema coi voti del Pdl, diceva ieri qualcuno. Certo, come no. Si potrebbe anche fare adesso quel che sarebbe stato sensato fare subito: indicare un candidato votabile da una maggioranza che poi sia anche una forza di governo. Si è sbagliato con Marini, nell’intesa con Berlusconi. Sbagliato il metodo, sbagliato il nome. Si è sbagliato con Prodi nell’illusione di salvare il Pd. Bisognerebbe ora alzare bandiera bianca, evitare di spargere altro sangue. Cancellieri e Rodotà hanno preso più voti dei loro: si ascolti l’aula, si apra la vera gara. Prima il Paese. Poi la resa dei conti nel Pd, con Renzi alle porte, si farà dopo. Può essere difficile da capire ma davvero: il destino di pochi è meno importante del destino di tutti.
Ecco il manico dell’errore: « Qualsiasi soluzione contrattata con l'indegno, indecente, intollerabile rappresentante attuale del centro-destra avrebbe prodotto, e produrrebbe in un qualsiasi futuro, il medesimo disastro».
Il manifesto, 19 aprile 2013
Non c'è dubbio alcuno che il miglior Presidente della Repubblica che sia fra noi è Stefano Rodotà. Alto profilo intellettuale; personaggio rappresentativo della miglior società civile italiana, e tuttavia dotato al tempo stesso di un'ampia esperienza politica e parlamentare; contraddistinto, e non solo nel suo settore disciplinare, di una vasta fama internazionale. Aggiungo in forma di corollario (ma non tanto) che una disposizione etico-psicologica personale, fortemente radicata, lo tiene permanentemente in un atteggiamento di vigile discrezione e di assoluto rifiuto di ogni forma di esibizionismo.
Per quanto indiscutibilmente connotato in senso liberaldemocratico (cioè, dico io, di sinistra) sarebbe difficile immaginare uno più di lui disposto a svolgere un ruolo equilibrato e super partes, d'inflessibile custode (e innanzi tutto, il che non guasta di questi tempi, di straordinario conoscitore) della nostra Costituzione. Le scelte compiute negli ultimi anni con la Commissione che da lui prende il nome hanno ulteriormente ribadito e perfezionato questo profilo: la teoria, da lui formulata, desidero precisarlo, in forma tutt'altro che estremistica, dei «beni comuni», va nella direzione d'innovare l'impianto giuridico, - e, perché no, anche politico, - italiano, senza scambiare, come capita ad altri, lucciole per lanterne, anzi rimanendo come e più di prima ancorati saldamente alla Costituzione italiana.
Scrive queste cose uno che, fino all'altro ieri, ha pensato e, a dir la verità disperatamente continua a pensare, che senza un Pd il più possibile forte e coeso, e di governo, andiamo tutti allo sfascio. Così come si va allo sfascio se si torna ora, con colpevole disinvoltura, alle urne.
E allora? Allora, se il quadro è questo, non c'è che da manovrare al suo interno. L'errore commesso, e cioè quello di tentare di eluderlo, è grave ma forse è rimediabile.
Il povero Marini non c'entra per niente. Qualsiasi altro nome di quella «specie» avrebbe prodotto, e sarebbe nei prossimi giorni destinato a produrre, il medesimo disastro. Qualsiasi soluzione contrattata con l'indegno, indecente, intollerabile rappresentante attuale del centro-destra avrebbe prodotto, e produrrebbe in un qualsiasi futuro, il medesimo disastro. La dissoluzione della seconda Repubblica (ammesso che vent'anni fa ne sia nata una dalla prima, e che noi invece non siamo ancora conficcati nella lunga, estenuante, angosciosa dissoluzione di quella) non consente più espedienti di tale natura. L'unica soluzione possibile è uscire - cominciare a uscire, - da quella logica.
Per cominciare a uscirne, nelle condizioni date dell'ultimo risultato elettorale, - un centro-sinistra e un centro-destra drammaticamente contrappositivi e reciprocamente escludentisi, e un terzo del Parlamento nelle mani di una forza, il Movimento 5 Stelle, che per ora si rifiuta di pronunciarsi a favore di una qualsiasi scelta di linea (il voto di fiducia), - non si può che procedere passo dopo passo.
Le strategie complessive, che mettono insieme troppe cose, non funzionano. Anzi, quando ne siano state poste le condizioni apparentemente autosufficienti, esse si rivelano alla prova dei fatti ancor più catastrofiche delle mancanze cui vorrebbero sopperire.
Oggi bisogna eleggere (bene) il Presidente della Repubblica, non designare il Presidente del Consiglio. Un buon esempio era stato dato con l'elezione dei Presidenti delle due Camere, Boldrini e Grasso. Si è tornati indietro da quel traguardo: ed è stato il caos.
Bisogna mettere qui un punto fermo e riprendere dall'inizio. Bisogna evitare di pensare al ritorno al voto anche semplicemente come estrema risorsa mentale. Bisogna invece tornare a studiare il voto presidenziale con le idee chiare e con la determinazione coraggiosa d'innovare radicalmente le condizioni della scelta.
L'antipolitica, per passato, esperienze e convinzioni, mi è estranea più di qualsiasi altro atteggiamento. Ma la condizione storica che stiamo vivendo esige che si esca dalla cerchia dei «soliti noti», per quanto, in non pochi casi, dotati di attributi etici e politici assolutamente fuori discussione.
Per giunta, come argomentavo all'inizio, il candidato inequivocabilmente c'è. La partita ora ritorna tutta nelle mani del Pd. Se il Pd ritrovasse la sua unità intorno a quel nome, - che non mette in gioco né contrappone fra loro correnti, mira più in alto della solita diatriba quotidiana e si riallaccia a una corrente forte e viva dell'opinione pubblica italiana, - non solo nulla sarebbe perduto, ma si ripartirebbe col piede giusto: a malo bonum, come in quello sventurato paese che è l'Italia, il più delle volte, storicamente, ci è accaduto di dover auspicare e praticare.
E il governo? Qui ci vorrebbe più fantasia di quanto la politica sia disposta di solito a praticare. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe in Parlamento, a condizioni date, se il problema della Presidenza della Repubblica fosse impostato e risolto come io dico. Avremmo a disposizione una immensa carica d'entusiasmo da riversare in tutte le direzioni, a cominciare dal paese. E' così che si gioca la partita, non imboccando la strada che, se riporta al voto una volta fallita una trattativa in ogni senso sbagliata, comporta il disastro finale del Pasok e il nuovo, ormai consolidato trionfo delle destre. L'Europa deve accettare questa volta che si faccia a modo nostro. E il modo nostro, questa volta, consiste nel non aggirare per l'ennesima volta l'ostacolo, sperando che dal compromesso nasca un compromesso che produca un compromesso... ma affrontandolo in pieno e rimuovendolo ab origine. Ci vuole un Presidente della Repubblica nuovo. E' ciò di cui abbiamo bisogno.