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Cronache dal fondo dell’abisso. Ma per favore, Maltese, Renzi no!

La Repubblica, 12 maggio 2013

CENTO anime e nessuna identità. Il dramma pirandelliano del Pd, il «caro defunto» lo chiama qualcuno, prosegue con toni e riti sempre meno comprensibili al comune cittadino. Anche ieri, nel giorno dell’elezione di Epifani, si sono fatti rubare la scena da Berlusconi, nel bene o nel male. Tumulti da prima pagina a Brescia, minuetti dal palco dellaFiera di Roma.

Nella lunga lista degli intervenuti, a rappresentare con tutele da manuale Cencelli tutte le correnti interne, non se n’è trovato uno capace di stare sul fatto del giorno. E magari dire con chiarezza che un condannato in appello per evasione fiscale dovrebbe dimettersi, insieme ai ministri manifestanti, invece di arringare le folle in piazza. Così, per dare un contentino ai poveri elettori. I quali, al solito, stanno da un’altra parte. Sono in piazza a Brescia, a contestare Berlusconi, l’innominato dell’assemblea Pd. Quello che i dirigenti del partito debbono fingere di considerare davvero uno statista, un alleato affidabile, una sponda per le riforme necessarie a rilanciare il Paese. Non un caimano che pensa ai troppi affari suoi, convoca l’ennesima piazza eversiva e vi raduna i ministri appena nominati a fare da claque per i soliti attacchi alla magistratura.ùL’unico che aveva intenzione di dirlo, il sindaco di Bari Michele Emiliano, non l’hanno neppure fatto entrare nella sala dell’assemblea. È rimasto fuori a masticare amaro: «Ci stiamo mettendo una vita per nominare un camerlengo. Berlusconi per scegliere il suo (Alfano,
ndr) ha impiegato due minuti».

Questo è più o meno il senso di un’altra giornata vissuta come in un acquario. Con qualche momento patetico, come la salita sul palco di Pierluigi Bersani, salutato con uno svogliato tentativo di standing ovation,subito abortito. «Si vince insieme, si perde da soli» ha detto l’ex futuro premier, guardando dalla parte dei dalemiani, i quali naturalmente applaudivano. Per quattro anni avevano fatto finta di essere bersaniani e un minuto dopo la sconfitta su Prodi intorno a Bersani non c’era più nessuno.

Nel caos calmo del Pd, il blocco dei dalemiani e quello dei popolari, in pratica i post comunisti e i post democristiani, costituiscono l’unica certezza. Sono stati loro i registi delle ultime scelte del partito. Il boicottaggio della candidatura di Prodi, l’affossamento della linea Bersani, il ripescaggio di Napolitano e l’alleanza con la destra. La nuova «svolta di Salerno» dicono dal palco. Una bella inversione a U in autostrada, secondo altri. Sono passati vent’anni e comandano sempre loro. Hanno usato Veltroni contro Prodi e poi Bersani contro Veltroni, adesso Letta contro Bersani. Ora la strategia prevedeva la nomina di un reggente di scarso peso, Guglielmo Epifani, per traghettare il partito fino all’autunno, in attesa di farsi venire una buona idea per far fuori Matteo Renzi.

Il sindaco di Firenze, persona sveglia, l’ha capito. Nel suo intervento, uno dei pochi comprensibili e perfino affascinanti, si è permesso di ricordare a chi da vent’anni elabora vecchie soluzioni per nuovi problemi che il mondo cambia in fretta, senza aspettare i tempi del centrosinistra italiano. Si è permesso pure qualche soddisfazione personale e qualche brillante battuta da esperto di twitter: «Se non si prendono i voti degli elettori delusi del centrodestra, poi tocca prendere i ministri della destra». Renzi è l’unico in grado di dare una nuova e moderna identità a un partito mai nato e aggrappato a due identità vecchie e ormai inutili, ex Pci ed ex Dc. «Una sinistra che da decenni non conosce e quindi non riconosce il nuovo mondo del lavoro che dovrebbe rappresentare», spiega il sociologo e neo eletto Franco Cassano. Per queste ragioni gli oligarchi del Pd, dalemiani ed ex popolari, ora cercano di usare Enrico Letta contro il sindaco di Firenze. La scelta inconsueta di far finire l’assemblea del partito con le conclusioni del presidente del Consiglio in carica è significativa. La strategia è far durare il governo il tempo necessario per rottamare il rottamatore e presentare alle elezioni Letta candidato premier del centrosinistra. Più tardi, con calma, dalemiani e popolari penseranno anche a come far fuori Letta, come hanno fatto con ben sette leader del centrosinistra. Un merito che è limitativo attribuire al vanesio Berlusconi. Hanno già deciso tutto. Poi però le cose cambiano, il mondo corre in fretta come dice Renzi, Berlusconi torna a rivelare la natura di caimano. La politica e la vita alla fine sono quel che accade mentre elabori progetti sbagliati.

Finalmente un “esperto” anche alla commissione cultura: molto esperto in cemento e infrastrutture,perfetto partner per il minostro del ramo, Maurizio Lupi.

Il Fatto Quotidiano", 11 maggio 2013

Salvatore Settis ha scritto che una serie di ministri per i Beni culturali come Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi, “fosse stata a Firenze nel Quattrocento, sarebbe riuscita a insabbiare il Rinascimento”. Ottimo motivo per eleggere uno di questi tre draghi (Galan, nella fattispecie) alla presidenza della commissione Cultura della Camera, no? Se tra le macerie del Pd qualcuno avesse ancora a cuore le sorti della cultura, tuttavia, avrebbe potuto ricordare che esiste un motivo ben più grave e specifico per ritenere il nome di Galan davvero impresentabile e radicalmente incompatibile con ogni responsabilità in fatto di cultura: ancora più incompatibile, se possibile, di quanto sia quello di Nitto Palma con la commissione Giustizia.

Quel motivo è il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Del quale saccheggio Galan non ha responsabilità penale: ma ha tutta intera la responsabilità politica, pesante come un macigno. Nell’ordinanza del Gip di Napoli, Francesca Ferri, che ha confermato la detenzione in carcere del direttore-ladro Marino Massimo De Caro (condannato a sette anni in un primo processo, e ora rinviato a un secondo giudizio) si legge che la nomina dello stesso De Caro alla direzione dei Girolamini è avvenuta “ad onta di ogni regola e grazie all’influenza politica correlata all’incarico fiduciario di consigliere dell’ex ministro per i Beni e le attività culturali, Gianfranco Galan”. La nomina a direttore (non fatta da Galan, ma resa possibile solo dal fatto che De Caro era consigliere di Galan al Mibac) fu dunque il decisivo punto di partenza di “un piano criminale studiato in ogni dettaglio” , facilitato dalla “perdurante assenza di controllo e vigilanza da parte degli organi del ministero a ciò deputati” (così sempre il Gip).

Galan ha chiesto pubblicamente scusa per la sua parte di responsabilità in questa storiaccia, ma poi si è appreso che un altro consigliere ministeriale (Franco Miracco) dette l’allarme sulla figura e l’opera di De Caro fin dall’estate del 2011: perché, allora, né Galan né il suo staff ne tennero conto? Perché De Caro era il braccio destro di Marcello Dell’Utri (anche lui indagato perché in possesso di alcuni volumi rubati ai Girolamini), ex capo di Galan in Publitalia. E quando è stato chiesto a Galan perché avesse nominato proprio consigliere uno come De Caro (senza alcun titolo: non è manco laureato), Galan ha risposto candidamente: “Me lo aveva presentato un uomo al quale devo tutto nella vita: Marcello Dell’Utri”. C’è dunque solo da sperare che Dell’Utri non abbia più nulla da chiedere al novello presidente di commissione.

Particolare grottesco, anche Galan aveva ricevuto in dono un libro rubato ai Girolamini da De Caro: ma l’attuale presidente della commissione Cultura è così interessato alla cultura da aver gettato quel volume a casaccio nella sua anticamera ministeriale, dove la Procura di Napoli l'ha rinvenuto. Ora nessuno chiede la gogna mediatica o l’esilio, ma in quale paese ad appena un anno dall’esplosione dello scandalo dei Girolamini uno con le responsabilità di Galan avrebbe la faccia di tornare a occuparsi di cultura? E in quale paese il partito (ex) antagonista del suo lo voterebbe per una simile posizione, umiliando e offendendo Napoli, e tutto il mondo della cultura italiana? Irresponsabilità, amnesia, incompetenza, impudente arroganza: una perfetta costellazione per illuminare le magnifiche sorti e progressive della cultura italiana nell’era Letta-Letta.

Roberto Ciccarelli intervista uno dei protagonisti della difesa e del rinnovamento della Costituzione repubblicane e del consolidamento concettuale e giuridico della nozione di "beni comuni". «Lavoriamo su diritto di proprietà, testamento biologico, reddito, territorio, democrazia costituzionale. Ma non punto a un nuovo partitino».

Il manifesto, 10 maggio 2013

Marcello De Vito, candidato a sindaco di Roma per il Movimento 5 stelle, ha annunciato di volere sgomberare il teatro Valle per «riportare la legalità». Stefano Rodotà ci risponde al telefono proprio mentre si sta dirigendo al Valle per un incontro della «Costituente dei beni comuni».

Come giudica questa uscita?
Mi sembra infelice, è ispirata ad un'aggressività che non ha ragione d'essere, ancor più se confrontata con la reale esperienza del Valle che tutto mi sembra tranne che aggressiva. È più che altro il segno del personaggio che l'ha pronunciata. Altri candidati a sindaco di Roma come Ignazio Marino oppure Sandro Medici hanno ben altra considerazione di questa esperienza. Del resto, l'uscita di De Vito mi sembra in contraddizione anche con quello che i gruppi parlamentari del movimento 5 stelle sostengono nel comunicato redatto dopo l'incontro che abbiamo avuto alla camera mercoledì, dove si afferma l'impegno di questo movimento a proseguire il lavoro politico nella piena attuazione della Costituzione e dei beni comuni. È un lavoro da fare, ci possono essere delle imprecisioni, ma l'impegno va in questa direzione.
Che cos'è per lei il teatro Valle?
Il teatro Valle è stato occupato per restituire un bene comune alla cittadinanza, altrimenti sarebbe stato abbandonato al suo destino. Pensare di sgomberarlo con la forza pubblica significa non considerare il progetto di Fondazione che sta nascendo che è un'opportunità per l'intero paese, e non solo per la città di Roma. Con il progetto della «Costituente dei beni comuni» che, insisto, non vorrei fosse etichettata come una riedizione della «commissione Rodotà» del 2007, attorno al Valle si sta costituendo una rete molto ampia e significativa che non può essere liquidata come un'irregolarità. Questa rete già oggi coinvolge movimenti e associazioni di diversa natura e sta riscuotendo un forte interessamento. Tanto è vero che mi ha chiamato anche il segretario della Fiom Maurizio Landini. Mi auguro che questo interessamento abbia un seguito e ampli il lavoro della Costituente, perché è la prova della grande rilevanza sociale e politica che ormai hanno assunto i beni comuni in Italia tra tutte le parti attive della società. L'obiettivo è rendere il Valle un modello. Rispetto all'incontro con i 5 stelle mi permetta però di aggiungere una precisazione. Durante l'incontro non ho fatto alcun riferimento a quel che ha fatto o avrebbe dovuto fare il presidente Napolitano. Trovo irrispettoso mettersi abusivamente nei panni degli altri, a maggior ragione se sono quelli del presidente della Repubblica. Sono stato chiarissimo: avrei dato un incarico per formare un governo che prendesse in parola il Movimento 5 Stelle per le dichiarazioni che aveva fatto, dunque a una personalità diversa dagli appartenenti a quel movimento.

Tornando alla «Costituente dei beni comuni» di cosa si occuperà e come funzionerà?
I nostri lavori saranno completamente aperti, si terranno in forma assembleare e saranno itineranti, verranno ospitati di volta in volta da realtà attive nei diversi territori. Tre sono gli obiettivi di questa Costituente: il primo è formulare una nuova disciplina del diritto di proprietà, già in parte elaborata dalla Commissione nel 2007, provando a definire la categoria dei beni comuni e a superare così la categoria tradizionale della proprietà; il secondo è perfezionare alcune proposte di legge sui beni comuni, il reddito, il testamento biologico, il territorio e la disciplina delle proposte di legge di iniziativa popolare; il terzo è istituire quella che con Gaetano Azzariti definiamo una «convenzione per la democrazia costituzionale» che dovrebbe contribuire a rafforzare, appunto, la nostra democrazia costituzionale.

Non le sembra che i beni comuni siano a dir poco scollati dal dibattito che c'è tra i partiti della sinistra, tra «cantieri» che nascono e governi di larghe intese?
La ringrazio per la domanda perché mi permette di spiegare il momento complicato dopo i giorni dell'elezione del presidente della Repubblica. In quei giorni ero tranquillissimo. Poi mi sono ritrovato in una condizione che non è la mia, non rispecchia il lavoro che ho fatto nella mia vita, né quello che a me interessa fare. Non sono certamente il fautore di un nuovo partitino di sinistra, né di coalizioni come mi sembra sia stata Rivoluzione civile che raccoglieva più che altro l'intenzione di alcune realtà a mantenere le proprie identità. Senza considerare che proprio la coalizione formata da Pd e Sel intitolata al «bene comune» non abbia retto al primo urto. Non voglio lasciare alibi a nessuno, non sono uno di quelli che dice 'armiamoci e partite'. Le assicuro che in Italia esistono migliaia di persone che al solo udire di queste intenzioni si allontanerebbero in un secondo. Il lavoro da fare è un altro ed è quello di costruire una rete capace di rispondere all'esigenza di partecipazione dei cittadini

La proposta è giusta, sebbene incompleta, sul piano della tattica. Ma la strategia deve essere più ampia, e guardare più lontano, e più a fondo. Ne riparleremo, a partire dalla domanda: che cos'è il lavoro per l'uomo?

La Repubblica, 10 maggio 2013

Il nuovo governo ha dichiarato di volersi impegnare a fondo allo scopo di creare lavoro. Nel perseguire tale proposito dovrà compiere diverse scelte, alcune che gli sono note perché presenti da tempo nella discussione su questo tema, altre pressoché ignorate ma non di minore importanza. Il suo problema è quindi duplice: evitare di fare le scelte sbagliate tra quelle note, ma anche individuare scelte originali, attinenti a situazioni di cui al momento sia il governo sia i commentatori che lo spronano ad agire per creare lavoro sembrano ignorare.

Prima di toccare queste ultime, è opportuno un cenno a una scelta che sarebbe sbagliata, ma ha già fatto capolino in alcuni interventi del presidente Enrico Letta. Consisterebbe nel rispolverare l’idea che la flessibilità dell’occupazione – tradotto: una maggior facilità di licenziare, o di assumere tramite contratti di breve durata – serva a creare un maggior numero di posti di lavoro. La flessibilità è un ritornello diffuso dall’Ocse quasi vent’anni fa, con l’ausilio di un marchingegno chiamato Epl (acronimo inglese che sta per “legislazione a protezione dell’occupazione”). Quanto più elevato l’indice Epl osservato in un paese, dicevano i rapporti Ocse a metà degli anni Novanta, tanto più alto il suo tasso di disoccupazione. Circa dieci anni dopo, dietrofront: un altro rapporto Ocse diceva che gli studi empirici condotti su tale correlazione portavano a risultati contrastanti, e per di più la loro solidità era dubbia. Altri rapporti apparsi in tempi più recenti hanno concluso che il rapporto tra rigidità della protezione dell’impiego e il tasso di disoccupazione è assai ambiguo. Ad onta della sua inconsistenza, il ritornello dell’Ocse ha fatto presa in molti paesi e un risultato lo ha sicuramente avuto. Con il rapporto Virville in Francia, le leggi Hartz in Germania, le riforme del mercato del lavoro italiane del 1997, 2003 e 2012, tutte effettuate all’insegna della flessibilità, o sono stati creati milioni di precari, oppure quelli che erano già precari sono stati mantenuti in tale stato. Parrebbe dunque giunto il momento di congedare definitivamente l’idea di flessibilità.

La situazione che impone oggi nuove scelte sul fronte dell’occupazione e delle politiche economiche è la sostituzione del lavoro umano con le tecnologie elettroniche.

È in corso da decenni, ma negli ultimi tempi ha fatto registrare sia una straordinaria accelerazione, sia una prepotente espansione in settori lavorativi e professionali che sembravano esserne immuni. Si sa qual è l’obiezione: la tecnologia crea tanti posti di lavoro quanti ne distrugge. Su tale assunto chi scrive ha espresso dubbi in un testo di quindici anni fa. Quel che sta succedendo con la diffusione dell’elettronica mostra che esso non regge più. Recenti studi americani (per esempio Ford 2009, MacAfee e altri 2011) arrivano alla stessa conclusione: la tecnologia continua a creare posti di lavoro, ma ne sopprime molti di più. La differenza l’hanno fatta microprocessori sempre più potenti e minuscoli, e programmi (o software) sempre più complessi e intelligenti. Per cui da un lato il lavoro umano continua a venire espulso dalle fabbriche perché le auto, le lavatrici e i televisori li fabbricano oramai i robot, controllati da computer costruiti da altri computer. Dall’altro, la novità è che sia mansioni impiegatizie di medio livello, sia attività professionali di fascia alta sono sostituite da macchine. Non scompaiono soltanto l’impiegata

del check-in all’aeroporto, il bigliettaio in stazione, la cassiera del supermercato, perché una macchinetta permette (o impone) al cliente di fare da solo, ovvero il libraio o il negoziante soppiantato dalla vendita in rete. Scompare anche il praticante con laurea e master di uno studio da avvocato, perché adesso c’è un software che in pochi secondi trova qualunque articolo di qualsiasi legge; il giovane architetto che trasformava in un dettagliato disegno tecnico lo schizzo del maestro, perché un computer lo fa meglio di lui; il matematico che disegnava complicati algoritmi per le transazioni di borsa computerizzate, perché ora che la sua banca ha acquistato un nuovo programma, di matematici gliene bastano due in luogo di dieci; l’insegnante delle medie che perde il posto insieme a metà delle colleghe, perché la sua materia gli studenti adesso la imparano con un sistema di e-learning che assegna pure i voti e fornisce consigli per studiare meglio. Risultato: senza scelte originali un tasso di occupazione intorno o al disotto del 5 per cento, il meno che si possa chiedere a una società decente, al posto dello scandaloso 12 per cento di oggi, l’Italia non lo rivedrà neanche fra trent’anni. Con i suddetti sviluppi della tecnologia non siamo affatto dinanzi alla fine del lavoro, quale preconizzava Jeremy Rifkin dieci anni fa. Siamo dinanzi alla necessità di concepire in modo radicalmente diverso la creazione di occupazione e l’allocazione di questa a differenti settori produttivi.

L’obiettivo primario dev’essere quello di creare posti ad alta intensità di lavoro. C’è soltanto da scegliere. Ci sono gli acquedotti che dalla sorgente al rubinetto perdono metà dell’acqua che convogliano e i beni culturali che cascano a pezzi. Ci sono milioni di abitazioni ancora costruite in modo da consumare energia in misura cinque o dieci volte superiore a quella necessaria per assicurare lo stesso livello di comfort e le scuole da mettere a norma per evitare che caschino in testa agli studenti. Ci sono migliaia di chilometri di torrenti e fiumi, e decine di migliaia di chilometri quadrati di boschi e terreni da sistemare affinché ogni volta che piove non ci scappi il morto e siano distrutte case e officine. C’è la metà almeno di ospedali da ristrutturare perché oggi terapie e degenze richiedono spazi organizzati in modo diverso rispetto a quando furono costruiti, mezzo secolo fa, e forse la metà degli edifici esistenti, in mezza Italia, che dovrebbero venire protetti dal rischio sismico con le tecniche oggi disponibili.

Tutto ciò significa milioni di posti ad alta intensità di lavoro, e qualifiche professionali che vanno dal manovale al perito all’ingegnere, che aspettano di venire creati a vantaggio dell’intero paese. Ci si potrebbero impegnare migliaia di piccole imprese, di cooperative, di artigiani, in parte forse coordinate da imprese pubbliche o private più grandi.

E qui cade una seconda scelta originale che il governo dovrebbe decidersi a fare. È inimmaginabile che un’attività del genere si possa avviare con qualche riduzione d’imposta o qualche incentivo alle imprese che assumono e simili. È necessario un piano. Un piano che miri a collegare la creazione rapida di occupazione alla necessità di effettuare una transizione regolata di masse di lavoratori verso settori produttivi diversi da quelli tradizionali, dove essi saranno sempre di meno, e perché no a una idea un po’ più alta del paese in cui si vorrebbe vivere.

Postilla

Premessa

Ho vissuto in diretta il collasso della classe dirigente del Pd. Una delle esperienze più amare della mia vita da militante. Se ne può discutere su quattro piani diversi:

1. Sul piano personale è una sofferenza parlare e agire contro la propria parte a causa di un grave dissenso. Non si fa a cuor leggero. Nel mondo antico da cui provengo la disciplina non era un vincolo regolamentare ma un atto spirituale: il senso nobile di sacrificare il proprio punto di vista a favore di un pensiero collettivo che si fa azione; anzi di più, una terapia antinarcisistica che regala la forza di trovarsi spalla a spalla coi compagni di lotta. Tutto ciò è irripetibile nel mondo banale di oggi.

2. Sul piano più distaccato dell’analisi forse l’evento diventerà un case-study della teoria politica su come si suicida lo stato maggiore di un partito. Jared Diamond1 ha classificato le forme di Collasso dei popoli nei diversi continenti ed epoche, soffermandosi in particolare sull’analisi della civiltà dell’isola di Pasqua, caratterizzata dallo splendore delle sue grandi sculture, che scomparve improvvisamente dalla storia. Si trattava di una comunità chiusa e divisa dall’inimicizia tra diversi clan. La tensione tra la forza divisiva interna e la forza centripeta che veniva dalla chiusura con l’esterno sprigionò un’energia autodistruttiva. La somiglianza col PD è inquietante, speriamo che l’esito sia diverso.

3. Sul piano politico si è intaccato il legame di rappresentanza del parlamentare con gli elettori. Fare il governissimo avendolo escluso prima e dopo il voto è una frattura che richiederà tempo per essere sanata. Vorrei andare per strada e fermare le persone per chiedere “Ma lei mi ha votato? Ne possiamo parlare per ritrovare la fiducia?”. Mi fa cadere le braccia il neoluddismo, perfino da parte di nostri giovani dirigenti, che attribuisce il dissenso alla frenesia virtuale della rete, scambiando il dito col cielo. Non diciamo sciocchezze, erano i nostri elettori in carne ed ossa che ci chiedevano di non farlo.

4. Sul piano storico, infine, l’evento avrà conseguenze di lungo periodo ancora imprevedibili e si colloca nell’intersezione tra diversi cicli politici in via di esaurimento: il fallimento della Seconda Repubblica, lo sfinimento della generazione postcomunista e cattolico-democratica, la crisi dell’Europa di Maastricht, l’indebolimento del trentennio liberista. Siamo ancora dentro i fatti, ma quando ne avremo conquistata la consapevolezza ci accorgeremo che è stato un evento storico poiché intreccia i fili del passato e proietta interrogativi sul futuro.

Nel presente mette in luce una verità più amara. La sinistra italiana si trova oggi al minimo storico nella capacità di influenza sulla vita nazionale, sulla politica, sugli assetti sociali e sugli orientamenti culturali. Mai nella storia repubblicana la sua rilevanza era stata tanto scarsa, neppure nei momenti più difficili. Si dice spesso che la sinistra è sempre stata minoranza, ma si dimentica di aggiungere che proprio in quanto tale ha saputo condizionare le classi dominanti, soprattutto nell’epoca giolittiana e nella Prima repubblica, attraverso i movimenti sociali, la produzione culturale e la rappresentanza politica. Quando è mancato questo contrappeso il Paese ha sbandato nell’avventura, prima nella tragedia della dittatura fascista e poi, in regime democratico, nel suadente sovversivismo berlusconiano. Senza questa benefica minoranza l’Italia esprime il suo lato oscuro.

Mi torna in mente una vecchia canzone di Aznavour che diceva: “Com’è triste Venezia senza di te”. Così, l’indebolimento dell’altra Italia ha favorito la peggiore Italia. Lo squilibrio ha contribuito alla decadenza della creatività, all’involgarimento dello spirito pubblico, al dilagare dell’illegalità, alla mancanza di futuro. Con questo senso di responsabilità nazionale dobbiamo mettere a tema il rinnovamento della sinistra dopo il collasso della sua classe dirigente.

L’evento

Se l’evento è tanto importante cominciamo col ricostruirne la cronaca. Il Pd entra in campagna elettorale pensando di aver già vinto e puntando ad amministrare il risultato, come la squadra che segna un gol al primo minuto e fa catenaccio per tutta la partita. Il messaggio elettorale è debolissimo, rivolto per lo più verso Monti e le cancellerie europee, senza alcuna consapevolezza della tempesta che viene a sconvolgere le dinamiche elettorali. A urne aperte la sconfitta politica, prima che elettorale, non viene ammessa e si prosegue con lo schema già previsto in caso di vittoria, cioè la candidatura di Bersani alla guida di un governo del Pd e della sua coalizione, come se non fosse successo nulla. È la madre di tutte le successive scelte sbagliate. Mi rimarrà sempre nella memoria il gelo che sento intorno a me nella riunione della direzione post voto mentre dico apertamente al segretario che è un errore. Almeno la metà di quella sala era in disaccordo con il segretario, ma non lo dice, con un’ipocrisia che anticipa già l’esito perverso dei 101. Se si fosse scelto subito il governissimo non lo avrei condiviso, ma sarebbe stata una linea politica chiara, ci saremmo risparmiata la figuraccia successiva e tutto sommato lo avremmo fatto in condizioni di forza.

Il tentativo di costituire un governo di minoranza al Senato si arena di fronte al rifiuto di Napolitano, che interviene già nel merito manifestando la sua preferenza per l’accordo PD-PDL. In quel momento Bersani dovrebbe esplicitare il dissenso col Presidente e candidare un’altra personalità di sinistra, ma purtroppo accetta un’ambigua ricognizione che si risolve in una perdita di tempo. Quando si inverte l’agenda il Pd propone il doppio binario di un’ampia condivisone per la scelta del Quirinale e di un “governo di combattimento”. Ma è una linea politica inconsistente che conferisce un enorme potere contrattuale a Berlusconi, il quale, mostrando una sapienza tattica di gran lunga superiore, dichiara apertamente di accettare l’accordo sul presidente solo se può condizionare il governo. I due binari non esistono, e una volta presa quella direzione si consegna all’avversario la soluzione del problema, pur continuando a infuocare la base contro il governissimo, fino a pochi giorni prima del voto con il comizio di Bersani a Corviale. Si aggiunge l’errore di presentare una rosa di nomi a Berlusconi che sceglie Marini, il quale, dopo l’insuccesso, ha onestamente riconosciuto in un’intervista che la sua elezione avrebbe consentito un’intesa “a bassa densità” col Pdl per il governo, cioè una versione camuffata del governissimo. Nell’assemblea dei Gruppi a bocciare il candidato è quasi la metà dei parlamentari, tra voti contrari, astenuti e altri che lasciano la seduta. Viene risposto picche anche a chi propone una pausa di riflessione e si va avanti in modo irresponsabile verso il primo fallimento.

Presi dal panico i dirigenti ribaltano la linea politica e scelgono la candidatura di Prodi che viene acclamata in assemblea e bocciata nel voto segreto. I 101 non sono parlamentari indisciplinati, ma un pezzo del gruppo dirigente che ha imposto il ritorno all’intesa col Pdl, senza assumersene la responsabilità a viso aperto. L’esito finale della delegazione contrita al Quirinale e del governo organico tra Pd e Pdl per molti esponenti del Pd non è stato un incidente, ma la politica che desideravano sin dall’inizio, come si vede dalla soddisfazione ostentata da molti in questi giorni. La gravità della vicenda non è formale ma sostanziale.

Ora è patetico ridurre l’accaduto all’indisciplina dei parlamentari, che nel caso delle elezioni al Quirinale è costituzionalmente protetta dal voto segreto. I franchi tiratori ci sono sempre stati nelle elezioni presidenziali, con l’unica eccezione di Cossiga, non a caso il peggior presidente. Ma non era mai accaduto che la dirigenza di partito utilizzasse quel momento per imporre alla propria gente il ribaltamento della proposta elettorale, senza avere neppure il coraggio di dichiararlo. Non è una questione di regole, è il collasso della classe dirigente. Non si può guidare un partito senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È un’abdicazione senza onore.

Si poteva evitare?

Bastava proseguire col metodo vincente usato per l’elezione di Boldrini e Grasso. Bisognava rinunciare a candidare il segretario, aprire ad una personalità di sinistra per il governo e ad una figura di prestigio al Quirinale per restituire fiducia ai cittadini. Si dice che Rodotà non andava votato sotto la pressione della piazza; dovremmo piuttosto chiederci perché non siamo stati capaci di proporlo prima che lo facessero gli agitatori. Avremmo ribaltato la partita, stringendo Grillo in una morsa: portare voti al nostro candidato oppure perdere quelli del suo elettorato. La stessa candidatura di Prodi presentata in anticipo avrebbe potuto ottenere consensi più ampi anche oltre il Pd. Entrambe queste figure avrebbero creato un clima favorevole al governo di cambiamento che per due mesi abbiamo inseguito solo a parole. Per la prima volta nel Parlamento italiano avremmo avuto i numeri per approvare leggi del tipo conflitto d’interessi e reddito di cittadinanza per i giovani. Il Pd sarebbe stato protagonista del superamento della Seconda Repubblica invece della sua ibernazione. Si è persa una occasione storica.

Ho ricevuto due obiezioni a questo ragionamento. La prima riguarda la necessità di una “pacificazione”, tema in voga tra gli editorialisti dell’establishment. I partiti che dovrebbero appacificarsi, oggi, rappresentano meno della metà degli elettori aventi diritto: circa 16 milioni su 46 totali, e le rispettive coalizioni ne hanno persi circa 10 milioni. Più della metà del popolo italiano ha negato la fiducia al sistema politico nel suo complesso. In questo clima, qualsiasi intesa tra Pd e Pdl non solo non garantisce coesione nazionale, ma esaspera ulteriormente la frattura tra i cittadini e la politica.

Dal voto è uscito un sistema tripolare e c’erano quindi non una, ma due vie di “pacificazione”, o verso il passato per chiudere la conflittualità del bipolarismo oppure verso il futuro per riconciliare istituzioni e popolo. La scelta della prima strada viene naturale se si ragiona con lo schema del ceto politico. Per la seconda ci voleva coraggio nello sporgersi sull’abisso del rancore e della protesta per sortirne con la politica. I nostri dirigenti sono rimasti prigionieri del frame imposto dall’avversario e non sono riusciti a Non pensare all’elefante, il titolo del libro di George Lakoff che spiega la subalternità della sinistra.2

La seconda obiezione riguarda l’irresponsabilità di Grillo, come se avessimo già dimenticato quella di Berlusconi. Sento dire da sinistra che il comico sarebbe un reazionario e posso anche consentire. Però, chi come noi viene da una grande scuola non può dimenticare che nei terribili anni trenta nelle Lezioni sul Fascismo Togliatti invita i militanti a prendere contatto con i lavoratori organizzati dai sindacati di regime al fine di sottrarli alla retorica di Mussolini. Molto più agevolmente si può dialogare con milioni di elettori Cinque Stelle che prima votavano per noi. Mi sono fatto l’idea che sarebbe molto facile battere Grillo, metterlo in difficoltà con un’iniziativa incalzante, come non si è mai fatto finora. Non servivano né gli sterili strali né le poco dignitose sedute in streaming. Dovevamo mettere in discussione noi stessi per incuriosire il suo elettorato. Presentarsi con il nostro leader battuto alle elezioni, invece, ha consentito al demagogo di rinserrare il suo popolo.


Le cause dell’evento

Lo studio di Diamond spiega che il collasso è un evento improvviso, ma preceduto da una lenta incubazione. Nel nostro caso, sarebbe lungo cercare a ritroso le ragioni della sconfitta della sinistra. In un libro che cerco di scrivere tra gli affanni di questi mesi le ho ritrovate addirittura negli anni sessanta, sono ancora più evidenti nell’ultimo ventennio, ma qui per brevità mi limito agli anni del PD.

Questo partito era stato pensato come strumento per chiudere la transizione italiana e battere il berlusconismo. Perché ha fallito l’obiettivo? Tanti motivi soggettivi sono evidenti, ma voglio soffermarmi sulle cause più profonde. I referendum hanno spesso segnato le fratture tra politica e società, da quello sul divorzio a quello sulla preferenza unica. Ma è incredibile come siano stati rapidamente dimenticati i più recenti. Nel 2006 e nel 2010 quasi trenta milioni di italiani hanno salvato la Costituzione dallo sfregio di Calderoli e hanno colto l’occasione dell’acqua per affermare il primato dei beni comuni. Al di là del merito tecnico dei due quesiti emergeva una nuova sensibilità popolare che poteva essere mobilitata per liberarsi dall’egemonia della destra. Gli elettori si mobilitarono senza trovare una guida nei dirigenti del Pd, i quali vissero con fastidio quelle vittorie cercando di archiviarle prima possibile. E invece sarebbero state le occasioni per cancellare i falsi miti della Seconda Repubblica.

Il referendum costituzionale archiviava la retorica delle riforme istituzionali, cioè il pupazzo di pezza che tiene impegnato un ceto politico sempre più distratto dai problemi reali del Paese. La priorità nazionale ormai è diventata il superamento del bicameralismo per accelerare l’attività legislativa, mentre bisognerebbe ritardarla per fare meno leggi ed evitare l’alluvione normativa che ormai sommerge la vita pubblica. Si è discusso fino allo sfinimento dell’ingegneria istituzionale, mentre nel frattempo l’amministrazione statale veniva lasciata alla degenerazione burocratica e clientelare, provocando il rigetto da parte dei cittadini. Con un vero transfert il ceto politico ha attribuito alle istituzioni la responsabilità dell’indecisione che invece dipende dalla trasformazione dei partiti in macchine di consenso per i notabili. In quel referendum cominciavano a manifestarsi le domande, crescente negli anni successivi, di una democrazia parlamentare, di una vera riforma dell’amministrazione, di spazi di partecipazione per i cittadini. Averle ignorate ha preparato le fascine per il fuoco grillino.

Il secondo referendum non era una questione di acquedotti, era la manifestazione della saggezza popolare che di fronte alla crisi più grave del secolo e dopo trent’anni di liberismo chiedeva di uscirne con la solidarietà, la dignità del lavoro e con i beni comuni. Di fronte a quella formidabile novità un grande partito di sinistra avrebbe dovuto fare un vero congresso alla Bad Godesberg, proporre una lettura strutturale della crisi mondiale, revisionare le vecchie dottrine per darsi un nuovo programma fondamentale e predisporre una campagna di mobilitazione per ottenere risultati tangibili a favore dei giovani e dei ceti popolari. Al PD dopo una settimana già non si parlava più di referendum. Italia Bene comune è diventato uno slogan privo di proposte concrete.

Quella primavera del 2010 è stato l’ultimo momento utile per uscire a sinistra dalla crisi della Seconda Repubblica. La mobilitazione spontanea dell’elettorato vince per la prima volta contro la destra a Milano, e a Genova, Napoli, Cagliari. Il Pd perde tutti i suoi candidati sindaci ma si intesta il successo e prosegue imperterrito per la propria strada. Non trovando una sponda a sinistra quelle domande hanno cominciato ad ardere le fascine dell’indignazione sotto le uniche bandiere disponibili della lotta alla Casta.

In quei mesi il Pd manca l’unica risposta possibile, cioè intestarsi una lotta coerente ai privilegi della politica per passare alla controffensiva dimostrando che non sono tutti uguali. L’establishment accarezza la protesta con i suoi giornali al fine di produrre un discredito generalizzato dei partiti e quindi evitare che il regime berlusconiano, di cui aveva ampiamente beneficiato, cadesse a favore della sinistra. Non a caso la campagna stampa si accentua dopo la doppia vittoria delle amministrative e del referendum.

In questo modo il Pd arriva indebolito e delegittimato come forza di governo all'appuntamento decisivo della fine della maggioranza di destra ed è costretto ad accettare l’emergenza del governo tecnico. Da quel momento non si riesce più rimettere al popolo la decisione elettorale, come invece si è fatto in una decina di paesi europei, anche quelli in forte difficoltà di bilancio, con risultati che hanno sempre stabilizzato i governi. Il Pd non ha il coraggio di mettere in discussione Monti neppure nel 2012 quando era già evidente il suo logoramento e ancora non era esploso il consenso grillino. Sceglie di fare le primarie in autunno invece di vincere le secondarie. Il coraggio non manca invece a Berlusconi che è riesce a presentarsi come forza di opposizione alle elezioni dopo aver votato tutte le leggi di Monti. La nostra campagna elettorale rivela una paurosa carenza di proposta di governo, come mai era accaduto prima. Ce la caviamo dicendo "un po’ di equità e un po’ di lavoro", ma non può bastare nel cuore della più grande crisi del secolo. Gli 8 punti sono tardivi e sbrodolati in 80 microproposte tecniche. Berlusconi, invece, cala con chiarezza i suoi assi sul tavolo, che ci piaccia o no, dall’Imu all’attacco all’austerità europea. Si posiziona sui contenuti e non a caso tiene banco anche nei primi passi del governo Letta.

Come è potuto succedere che una classe dirigente arrivasse così impreparata all’appuntamento cruciale con la crisi della Seconda Repubblica? Perché il Pd non ha percepito i processi che preparavano il collasso? Non aveva gli occhi e le orecchie nella società perché era già consumata la riduzione dei gruppi dirigenti a ceto politico.
A metà degli anni duemila, infatti, Ds e Margherita sono già due partiti spenti. Si uniscono per dare vita ad un partito nuovo e invece portano le rispettive decadenze nel PD. I fondatori diventano subito gli affossatori del progetto che perde rapidamente lo smalto iniziale. Nessuno dei leader riesce a scalfire il primato del ceto politico, pur avendo ricevuto proprio per tale scopo un'ampia investitura dal popolo delle primarie. In molti, compreso il sottoscritto, abbiamo pensato che la partecipazione dei nostri elettori potesse cambiare la logica del Pd. È accaduto il contrario, il ceto politico è riuscito a usare le primarie per conservare se stesso, a dimostrazione che non bastano marchingegni procedurali, ma occorre sostanza culturale e radicamento popolare per cambiare un partito. Questa era la promessa con cui Bersani vinse il congresso nel 2009, ma fu rapidamente accantonata per non modificare lo status quo. Rimase il residuo di una politica debole e non convincente verso l'elettorato, il quale ha manifestato la sua insoddisfazione all'interno col 40% dei voti a Renzi e all'esterno col 25% a Grillo.

Rispetto all’Ulivo il Pd costituisce non uno sviluppo ma un passo indietro; è inferiore sia per la capacità di governo sia per l’apertura alle diverse culture riformistiche. Basta ripensare al clima di partecipazione, di entusiasmo e di innovazione che si determinò intorno al primo governo Prodi, senza paragoni in seguito. La sua bocciatura al Quirinale è il segnale di processi più profondi che hanno portato alla fine dell’ulivismo e perfino del cattolicesimo democratico. Con la consueta ruvidezza a Renzi è bastato un articolo su La Repubblica per dichiarare finita la rappresentanza cattolica in politica.3 E il veto a Stefano Rodotà non è venuto dai cattolici, come si è voluto far credere, bensì proprio da una parte degli ex diessini. Anche questa tradizione, infatti, nel corso degli anni si è sempre più rinchiusa in se stessa. Basta pensare che nel corso di un ventennio la generazione postcomunista ha fondato diversi partiti, ma ha sempre mantenuto il monopolio dei vertici politici, tenendo ai margini altre personalità di sinistra prive di curriculum di partito e con profilo analogo a quello di Rodotà, presidente del Pds nei mesi iniziali. In questi giorni si è esaurita una genealogia che dal vecchio Pci ha finito per assorbire molti difetti e poche virtù.

Tutto sommato il collasso ha portato chiarezza eliminando i gusci vuoti delle tradizioni. La sinistra italiana adesso è più libera di ripensarsi guardando al futuro.

Ripensare il popolo

Con tutto il rispetto spero si possa criticare anche l’indirizzo seguito dal Presidente Napolitano. La continua ricerca delle larghe intese ha contribuito non poco all’attuale ingovernabilità. Il paese sarebbe stato più governabile se si fosse agevolato il confronto elettorale prima dell’ascesa di Grillo: nel 2010 senza regalare due mesi di tempo per comprare Scilipoti, nel 2011 senza rendere obbligatorio il governo Monti, nel 2012 senza prolungarne l’esistenza oltre il dovuto, nel 2013 senza impedire a Bersani di andare a cercare i numeri al Senato. Un Quirinale meno attivo avrebbe aiutato la governabilità. Se da questa vicenda venisse avanti il presidenzialismo, aumenterebbe l’ingovernabilità. Gli uomini soli al comando hanno già combinato guai nel governo, elevarli al rango costituzionale sarebbe come curare l’alcolista con il cognac oppure con il bourbon, come dice Massimo Luciani.4

L’accanimento terapeutico delle larghe intese ha prodotto la resurrezione di Berlusconi e l’ascesa di Grillo. Ora abbiamo due populismi e una sinistra senza popolo. Questa asimmetria impoverisce sia di voti sia di pensieri la politica di sinistra. Da quando ci troviamo in questa morsa, infatti, abbiamo preso il vezzo di classificare come antipolitica e populismo tutto ciò che non rientra nelle nostre categorie di analisi. E non è poco, se tra i consensi raccolti dai due comici, il cavaliere e il vaffaleader, e quelli che non votano si arriva a circa tre quarti dell’elettorato. A noi rimane solo un quarto. Viene da domandarsi se siamo normali noi oppure gli altri. Pensare che noi facciamo politica e il resto è solo antipolitica è come andare sull’autostrada contromarcia dicendo che sono impazziti gli altri automobilisti. No, purtroppo siamo impazziti noi a fare politica perdendo tempo appresso a Casini con il suo 2% di voti, senza neppure accorgersi che stava crescendo un nuovo partito del 25%. Chi raccoglie milioni di voti fa politica non antipolitica.

E anche quando usiamo la parola populismo in senso spregiativo mostriamo una debolezza inconsapevole, cerchiamo di dimenticare che abbiamo perso il contatto col popolo.5 Come la volpe dice che l’uva è acerba quando non riesce a coglierla. Propongo di abolire a far data da oggi le parole antipolitica e populismo dal lessico del CRS. La ricerca di parole diverse ci obbligherà ad assumere nuovi punti di vista sulla realtà, saremo costretti ad affacciarci sull’abisso del distacco di milioni di cittadini dalle istituzioni, saremo costretti ad affrontare la questione elusa da circa trent’anni di una sinistra che perde voti nei ceti popolari e li guadagna nelle classi agiate.

Fino a quando sopporteremo una sinistra senza popolo? Da qui bisogna ripartire con un salto teorico e pratico per intendersi meglio sul concetto di “popolo”. La prima battaglia che deve vincere il concetto è con se stesso, deve liberarsi cioè della tradizione che lo vuole come un insieme organico e senza differenze. Il popolo non esiste in natura. Non è un aggregato sociale e tanto meno una classe. E’ prima di tutto una costruzione politica. Nasce un popolo quando il politico decide una linea di frattura sulla quale attesta la ricomposizione dell’eterogeneità sociale.

Nel pieno della più grave crisi economica il malessere non si è espresso nel conflitto sociale pur essendo ampiamente disponibili i motivi. Il collettivo Wu Ming ha osservato che il movimento Cinque stelle ha neutralizzato il conflitto6orientando il malessere su un cleavage tra casta e società che ha unificato tutti gli altri: destra e sinistra, lavoro e impresa, qualunquismo e partecipazione. In tal senso Grillo non è affatto antipolitico, anzi ha realizzato un capolavoro politico riuscendo a ridurre l’eterogeneità entro una dicotomia politica che spazza via tutte le altre.Qualcosa del genere aveva già realizzato Berlusconi nel ventennio precedente creando il mito del “fate come me per diventare ricchi”. Anche quell’invenzione è stata capace di costruire linee di frattura – contro il fisco, l’Europa, i comunisti – che hanno unificato elementi sociali molto eterogenei tra di loro: ricchi e poveri, nord e sud, produttori e profittatori.

Anche i partiti della Prima Repubblica avevano la capacità di contenere la complessità sociale dentro le linee di frattura delle ideologie novecentesche. Così hanno creato i grandi aggregati interclassisti, non solo quello democristiano, ma in una certa misura anche quello comunista. Il Pci è stato il partito della classe operaia come costrutto ideologico, ma non completamente nella base sociale. Era di meno perché molti lavoratori votavano per la Dc. Era di più perché sapeva ampliare le alleanze verso ampi settori produttivi, professionali ed intellettuali. Non era l’unità di classe a determinare univocamente la politica, ma era la politica che inventava un popolo capace di unificare l’eterogeneità sociale. Il capolavoro della “funzione nazionale” fu possibile perché c’era stato Gramsci che aveva compensato il vuoto di teoria politica del marxismo introducendo il concetto eterodosso di Egemonia. Non a caso questo revisionismo nasce in Italia, riconnettendosi con la tradizione di Machiavelli e misurandosi col tema storico dell’incongruenza nazionale che è l’asimmetria tra Stato e popolo.

In tutti i paesi europei le due entità sono portate all’equilibrio da legami prepolitici radicati nella cultura e negli stili di vita. Da noi, mancando una cultura statuale, l’equilibrio può essere raggiunto solo per via politica: siamo diventati democratici non per il rispetto delle regole, ma in quanto comunisti o democristiani. Questa compensazione della debolezza statuale comporta però sempre un’eccitazione del lato popolare. Per questo ciò che chiamiamo impropriamente populismo è un carattere permanente tra Prima e Seconda Repubblica. La differenza è solo nelle forme diventate oggi più volgari, irregolari e autoritarie rispetto al passato. La continuità è anche geografica: Bossi e Berlusconi nei feudi democristiani delle valli lombarde, delle pianure del nord-est e delle terre meridionali; Grillo sia nelle regioni più bianche sia nelle regioni più rosse. Bisogna rileggere Gramsci, come suggerisce Ida Dominijanni, se vogliamo capire perché le nostre sono sempre rivoluzioni passive e mai trasformazioni radicali della società, dalla Dc al Pci, da Berlusconi a Grillo.

Ecco il compito teorico: unire la lettura gramsciana del politico come costruttore di egemonia con la radicalità del decostruzionismo postmoderno che coglie l’irriducibile frammentazione.7 Questa è accentuata proprio dalle trasformazioni del lavoro, non solo nei livelli alti della produzione immateriale, ma anche nelle attività manuali che non possono essere automatizzate. Le divaricazioni tra knowledge-workers e poor-workers, tra occupati e inoccupati, tra pubblico e privato sono solo gli aspetti più visibili di una più generale scomposizione dell'organizzazione produttiva. Dopo una dimenticanza di quasi venti anni, a sinistra è tornata la priorità del mondo del lavoro, non senza l'illusione di poterne ripristinare la soggettività a partire da facili sociologismi o da volontarismi di correnti di partito. Proprio il lavoro invece dimostra che la ricomposizione può avvenire solo nell'immaginario politico.

Da un lato bisogna affacciarsi sull’abisso, cogliere il perturbante della forma di vita, vedere la differenziazione della condizione lavorativa, immergersi nell’eterogeneità. Dall’altro lato però non si deve rinunciare al costruttivismo politico capace di inventare linee di frattura che consentano di ridurre la complessità. Proprio perché oggi è più radicale la frammentazione c’è più bisogno della creatività del politico per ricomporla. Viviamo un’epoca fortemente politica, non è vero che ci sia spoliticizzazione. Oggi, l’autonomia del politico ha qualche chance in più rispetto agli anni settanta. Rileggo l'opera del mio maestro Mario Tronti proprio mentre mi trovo in evidente contrasto con lui sulle scelte contingenti.8

L’esodo dei partiti dallo Stato

[omissis]

Per una riforma geopolitica dell’Europa

[omissis]

Dopo il trentennio dell’Inganno

bisognerebbe chiamare dell’Inganno. Aveva promesso più crescita economica e invece è stata inferiore a quella del trentennio glorioso. Aveva promesso di liberare le forze produttive e invece il lavoro e in parte anche il capitale sono stati dominati dalle rendite finanziarie e immobiliari. Aveva promesso meno Stato e invece ha statalizzato i debiti della finanza privata. Aveva promesso che tutte le barche sarebbero state innalzate dall'acqua alta e invece alcune sono sprofondate e altre sono andate a gonfie vele. Aveva promesso di consentire a tutti di prendersi il futuro e invece per la prima volta i giovani hanno la percezione di tornare indietro rispetto ai propri genitori. Aveva cantato gli inni della democrazia universale e invece è aumentata la disaffezione elettorale dei cittadini specie i più poveri.

C’è un disincanto verso queste ideologie e uno spazio aperto per una ripresa della cultura di sinistra. Lo si vede anche nel fermento di tanti movimenti, di esperienze sociali, di nuovi stili di vita, della ricerca di legami sociali. È tempo che queste tendenze sotterranee incontrino una soggettività politica in grado di rappresentarle. Non c'è solo una sinistra senza popolo; c'è anche un popolo che cerca una sinistra.

Perché dopo cinque anni di crisi non si esce dall'Inganno? Certo, non incanta più la gente, è diffuso il malessere sociale, si accendono qua e là anche i fuochi della protesta, la scienza economica si è svegliata dal lungo sonno dell'ortodossia, lo stile di vita del passato viene sempre più messo in discussione. Ma ancora non si afferma in Occidente alcuna alternativa politica all'egemonia liberista. Forse è troppo presto, in fondo il New Deal impiegò quasi dieci anni a rendere convincente la risposta alla crisi del '29 e poi ci volle la guerra per attuarla a larga scala.

Se il trentennio fosse stato solo il primato dell’economia sulla politica non avrebbe potuto reggere a tante smentite proprio in campo economico. Resiste ancora perché è stato prima di tutto una forma di dominio politico che, secondo Colin Crouch,14 ha sedimentato strutture di regolazione e di comando capaci di resistere alle smentite della crisi. L'Inganno è una forma politica sfuggente, ma resistente ad ogni burrasca perché capace di presentare le sue decisioni sempre come conseguenze di una razionalità tecnico-economica. Nel contempo la vita reale dei cittadini si allontana sempre di più dai miti che in passato avevano sostenuto quella razionalità. Nella crisi si crea una frattura tra il livello sistemico e la dimensione vitale che si esprime nella dimensione politica come conflitto tra la tendenza tecnocratica e i fenomeni che genericamente chiamiamo populisti.

La contrapposizione lacerante tra il normativismo economico e l'anomia individuale rende sempre più difficile la decisione. Questo è il dato eclatante della crisi politica europea. E l'Italia è un formidabile laboratorio che anticipa e spiega la divergenza di queste tendenze politiche. Solo qui esse hanno avuto compiuta rappresentazione negli eroi del nostro tempo, il comico e il tecnico. In nessun altro paese queste figure sono arrivate al governo, né sono riuscite a condizionare il sistema politico. Anche nell’ultima campagna elettorale solo il vecchio e il nuovo comico hanno saputo interpretare la risposta vitalistica contro la dottrina dell’austerità europea. Questa d’altronde, aveva trovato l’interpretazione più ortodossa proprio nel governo Monti che è stato, ormai è evidente, più realista del re nell’applicare i vincoli di Maastricht a differenza perfino di alcuni governi dei paesi nordici.

Il comico e il tecnico sono le forme politiche di questo tardo liberismo che resiste senza convincere. Pur molto diversi tra loro, sono uomini soli al comando che chiedono ai cittadini di affidarsi a chi ne sa più di loro o a chi dice di essere proprio come loro. Con l’ubbidienza o l’immedesimazione non si esce dall’Inganno.

Sono invenzioni italiane che, pur non avendo paragoni negli altri paesi, non di meno esprimono caratteri latenti della politica europea e segnalano una più ampia carenza egemonica delle classi dirigenti. Questo, anzi, è il nodo della crisi europea, l'accentuazione della frattura élite-popolo. C'è una doppia incapacità delle élites, in un verso di convincere i popoli e nell'altro di metabolizzarne le energie vitali. L'epifania in Italia di questa apparente divaricazione tra tecnocrazia e populismo anticipa ed esaspera una tendenza europea verso soluzioni unilaterali dell'ingovernabilità. I nostri problemi anticipano quelli europei, per questo nelle cancellerie si preoccupano di noi.

La sinistra italiana finora è rimasta schiacciata in questa morsa. Ha subito sempre l’egemonia altrui. Prima accettando senza colpo ferire tutti gli errori del governo tecnico, che solo un anno fa era scandaloso criticare, mentre oggi sono proprio i più accaniti difensori di quei provvedimenti a spiegarci che bisogna rivedere l’Imu e il doppio fallimento Fornero sulle pensioni e sul lavoro. In secondo luogo presentandosi in campagna elettorale senza un progetto riformatore capace di convincere gli italiani e di smascherare le illusioni grilline e berlusconiane.

Bisogna lavorare ancora sull’anomalia italiana. In passato si è spesso manifestata in Europa come innovazione maligna. Ma nel Paese dell’invenzione politica si può immaginare anche una via d’uscita per la crisi di egemonia delle classi dirigenti europee. Solo una sinistra che fa popolo può realizzare le riforme con il consenso dei cittadini. L’anomalia italiana deve ancora mostrare il suo lato positivo.

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«Post Berlusconem non vale più la discriminante vero-falso, né esistono figure così ignobili che uno debba vergognarsene; in trent’anni d’antipedagogia s’è allevate fameliche turbe berlusconoidi. Le grancasse indicano un guasto genetico».

La Repubblica, 9 maggio 2013

Abbiamo un governo e con quanta festa l’accolgono i commenti: ringiovanito, «fresco», senza cariatidi inamovibili; vi figurano sette donne; non esistono precedenti. Ottimisti falsari proclamano che niente sia più come prima. Nuovo cielo, nuova terra ( Apocalisse, XXI capitolo). La politica diventa geometria non euclidea: tolto il quinto postulato, risultano pensabili triangoli la somma dei cui angoli non dia 180°; era classico quesito teologale se Iddio possa comporre tali figure (sì, secondo Cartesio, contraddetto da Spinoza). E qual è il postulato rimosso? L’idea d’uno Stato dove i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario appartengano a organi diversi e siamo tutti eguali davanti alla legge, due canoni malvisti dalla parte dominante nel ventunesimo secolo. I maestri cantori li mandano in soffitta (metafora giolittiana, a proposito del marxismo in casa socialista).

Il tempo storico ha degli scatti. Ogni tanto gli scenari mutano improvvisamente. Venerdì 19 aprile tiravano il fiato milioni d’italiani, confortati dall’idea d’un trasloco. L’uscente dal Quirinale aveva idee pericolose: che Silvio Berlusconi sia rispettabile statista; e ad ogni passo raccomandava «larghe intese», refrain ossessivo. Dio sa con quale titolo (forse la «justice retenue » posseduta dai monarchi francesi ancien régime) aveva ammonito tribunali e corti: pendano congelati i dibattimenti relativi all’insigne politico, dove manca solo la sentenza; e nella tattica berlusconiana la stasi vale battaglie vinte, con tanti saluti alla divisione dei poteri, nonché al conto dei voti («omnipotence de la minorité», direbbe Tocqueville).

Riconsideriamo l’eventus mirabilis. I predestinati alla vittoria sbagliano ogni mossa, nel modo più goffo, mentre il Re di denari imbonitore sfiora l’en plein recitando parti da vecchio comico con punte torve. Vengono fuori tre schieramenti minoritari e complica lo stallo la corsa al Quirinale. Avesse la testa sul collo, il Pd sosterrebbe Prodi, insidiato dai bicameristi, finché le Cinque Stelle convergano, ma circolano idee torbide: la candidatura fallita al primo colpo nasceva dal patto sotto banco con l’affarista supremo; gli avevano sottoposto dei nomi affinché scegliesse; e saltando al capo opposto (terzo salto in quaran-tott’ore), mandano emissari al Quirinale con una supplica. Li salvi ricandidandosi. Eroicamente lui accondiscende. Rieletto sul campo, ripete l’oracolo: esiste una sola via, intendersi con Silvius Magnus; il quale non sta nella pelle, tanto gli piace questa musica; e passa al Totem l’inno delle serate osées: «Meno male che Giorgio c’è». Infatti, traghetta un Pd più morto che vivo, come se nel 1932 Hindenburg, vegliardo feldmaresciallo, presidente dell’odiata Repubblica nata a Weimar, installasse un gabinetto presieduto da von Papen, nel quale siedano lo stremato Brüning e l’invadente Goering. Avviene tutto in famiglia. Con arte democristiana i due Letta, zio e nipote, escludono dall’équipe falchi e poiane d’Arcore, intollerabili dagli elettori furenti, ma agl’Interni, vicepresidente del consiglio, va Angiolino Alfano, chierichetto scampanellante dallo sguardo severo, né tubano quali innocue colombe i quattro commilitanti (due, garruli, impersonano l’ultras cattolico vivamaria): comanda un padrone; e solo qualche farceur può raccontare che ormai il Caimano sia pesciolino rosso. «Governo politico», esclama l’ostetrico sabato 28, ore 17.15, uscendo dalla Vetrata. La mutazione genetica sopravviene nel Pd, i cui rigoristi parlano d’espulsione se qualcuno non vota fiducia al nascituro. Qui viene in mente La fattoria degli animali, ultimo capitolo, dove maiali umanoidi camminano eretti e barano giocando a carte. Regna l’euforia d’una festa funebre: risulta ufficialmente morta la sinistra, già esanime; gli appetiti dicono quanto siano vivi i convitati. Il partito rosabiancofiore s’è tagliate le gambe: ogni cedimento ai modelli berlusconiani aggrava l’effetto ripulsivo nell’elettorato; e chi gli crederebbe quando, bruciato dalla mésaillance, risfoderasse intenzioni virtuose?

I falchi d’Arcore stridono, chiedendo politica forte, ossia poltrone, ma B. è troppo furbo per disfarsi d’un Pd ingaglioffito. Tutto sta nel tenere il governo sotto tiro. L’abbiamo visto irremovibile nell’imporre un suo fido presidente della commissione giustizia al Senato. Nel Pd ha un socio debole, quindi condiscendente (tutto fuorché le urne); e poiché il porcellum garantisce una Camera ubbidiente, la riforma elettorale scivola alla settimana dei tre giovedì. I ventidue resteranno in sella finché lui abbia cavato tutto l’utile: lo sappiamo giocosamente feroce; non farà sconti sul salvacondotto, servendogli il quale lo sventurato partner s’infogna, e cade l’intero sistema. Abolire l’Imu è slogan da fiera: sa che mancano i soldi; l’importante era mettersi dalla parte dei contribuenti scaricando l’ira sul povero partner.

L’aspetto patetico sta nel fatto che due italiani su tre non vogliano finire così. Niente esclude, anzi pare probabile un governo dalla vita media o persino lunga, con l’incognita biologica: quanto duri lui; gl’interessati la studiano freddamente; correva l’ipotesi d’una successione familiare. Complimenti al Pd, senza dimenticare l’occasione persa dalle Cinquestelle (votare Prodi al quarto turno). Nelle storie umane esiste anche l’imponderabile. Speriamo che stavolta porti bene, ma resta il segno: post Berlusconem non vale più la discriminante vero-falso, né esistono figure così ignobili che uno debba vergognarsene; in trent’anni d’antipedagogia s’è allevate fameliche turbe berlusconoidi. Le grancasse indicano un guasto genetico.

"L'amaca",

La Repubblica, 9 maggio 2013

A i fautori delle larghe intese sfugge la folle anomalia italiana.
Qui non si tratta di superare o smussare le differenze ideologiche tra destra e sinistra, compito improbo ma concepibile in tempi di emergenza sociale. Si tratta di fare finta che non gravino, sul leader di uno dei due schieramenti, processi e sentenze; di disinnescare uno scontro ventennale non sull’Imu o altre somme e sommette, ma sull’indipendenza della magistratura e sulla giudicabilità del potere politico. Così che ad ogni stormire di scartoffia, ad ogni refolo di tribunale, tutti tremano e sono costretti a sperare che una tregua o una distrazione o un caritatevole trucco possano rimandare a chissà quando il Giorno del Giudizio, che non varrà – capite la pazzia – solo per Lui, varrà per tutti, per il governo, per la legislatura, per la destra idolatra che se lo è scelto senza fiatare, per la sinistra imbelle che se lo è sciroppato fino a questa disperata partnership, per tutto lo sciagurato Paese che vive, da vent’anni, in ostaggio di un uomo che altrove (vedi Bernard Tapie in Francia) sarebbe stato rimesso al suo posto in un paio d’anni al massimo.
Ieri era Nitto Palma, oggi una sentenza, domani un nuovo scontro al penultimo sangue tra avvocati, magistrati e parlamentari sempre inchiodati alla stessa croce. È politica, questa? O è la sua sospensione fino a nuovo ordine?

CIl manifesto, 8 maggio 2013

Nella mucillagine cui è stata ridotta la società italiana da un ventennio di egemonia neoliberista in salsa berlusconiana e da una decrescita infelice che distrugge certezze e fiacca resistenze, per vedere all'orizzonte il soggetto di una possibile trasformazione bisogna abbandonare gli schemi novecenteschi. Il lavoro salariato non costituisce più un'identità di massa, i partiti politici sono ridotti da tempo a scatole vuote e le identità illusorie costruite dal neoliberismo non perdono la loro egemonia sulla società. La situazione in cui ci troviamo è il punto di arrivo di una deriva cominciata con il boom economico del dopoguerra, lucidamente denunciata da Pier Paolo Pasolini fin dagli esordi, quando l'ideologia dell'individualismo proprietario e dell'edonismo consumista, in buona sostanza l'americanizzazione della società, andava modellando un blocco sociale che sostituiva nuovi valori, legati al mercato, a quelli vecchi, sanfedisti e clericali.

Produrre analisi e contenuti utili a cementare un blocco sociale alternativo a quello denunciato da Pasolini e a costruirne una narrazione potenzialmente egemonica è l'obiettivo dichiarato di Giulio Marcon e Mario Pianta, che hanno riassunto in un libro un lavoro pluriennale di analisi e proposte per uscire "da sinistra" dalla crisi: Sbilanciamo l'economia (Laterza, pagg. 188, euro 12). I due autori affrontano questioni politiche decisive: la crisi degli Stati e l'Europa, la democrazia ridotta a tecnicismo e populismo, la profonda recessione economica, i movimenti sociali e la loro difficoltà di andare oltre l'indignazione.

I numeri rendono esplicita l'entità del disastro: l'Italia ha perso in cinque anni il 25% della sua produzione industriale, la disoccupazione reale si aggira attorno al 18% e, se a questa si aggiungono il precariato diffuso, il crollo del reddito medio, la sempre maggiore finanziarizzazione dell'economia, i tagli alla ricerca che si riverberano nell'assenza di innovazione e producono una nuova emigrazione intellettuale il cui saldo è addirittura in attivo rispetto all'immigrazione, si capisce quanto drammatica sia la crisi sociale che sta spingendo l'Italia verso la periferia dell'Europa. Una catastrofe che non ha impedito al 10% della popolazione di arricchirsi ulteriormente, attraverso la speculazione finanziaria, il circuito dell'illegalità, l'evasione fiscale oppure approfittando delle politiche "di classe" dei governi.

Eppure, ogni scorciatoia antieuropeista è impensabile, nonostante il deficit di democrazia nell'Unione e le politiche di rigore economico. È a quel livello che bisogna agire, pur se, ammettono Marcon e Pianta, perfino i movimenti sociali altermondialisti, molto attenti a coniugare la dimensione locale con quella globale, scontano un deficit di elaborazione. Il problema è l'assenza, ab origine, di uno spazio pubblico continentale. Quella sfera pubblica allargata che, per dirla con il filosofo francese Jacques Rancière, permette di «riconoscere l'uguaglianza e la qualità di soggetto politico a coloro che la legge dello Stato respingeva verso la vita privata di esseri inferiori, riconoscere il carattere pubblico di spazi e relazioni che erano lasciati alla discrezione del potere e della ricchezza». Per Marcon e Pianta «la posta in gioco è la realizzazione di quella democrazia sostanziale che è stata ridimensionata in questi trent'anni di liberismo». Su questo progetto di rovesciamento della piramide che vuole la politica calata dall'alto hanno un ruolo fondamentale i cosiddetti "corpi intermedi": movimenti, comitati, campagne, associazioni, reti di esperti, capaci di tenere insieme rappresentanza, deliberazione e partecipazione nonché di arrivare, tessendo reti e alleanze transnazionali, a quelle alte sfere della decisione politica che, come bunker inaccessibili, la cosiddetta governance del capitalismo mondiale fa in modo che siano irraggiungibili. Dall'esplosione della crisi globale, i movimenti sociali post-novecenteschi sono però riusciti a esprimere soltanto quella che Pierre Rosanvallon definisce «democrazia del rifiuto»: gli Indignados e gli Occupy hanno svolto un importante ruolo di «contro-democrazia», basata però su un potere di interdizione piuttosto che di costruzione di alternative.

La questione che si pongono Marcon e Pianta è come scendere dalle barricate del rifiuto e proporre un progetto politico gramscianamente egemonico. Le condizioni oggettive, per i due autori, ci sono tutte: il fallimento palese del neoliberismo spalanca praterie per un ordine del discorso antagonista. Anche quelle soggettive non mancano: produttori "verdi" e consumatori responsabili, terzo settore, altra economia, la galassia della solidarietà sociale, comunità locali attente al territorio sono realtà già ben presenti, pur se focalizzate sulle loro battaglie e incapaci di elaborare un progetto complessivo di società. È sui beni comuni che è nato il movimento più interessante degli ultimi anni. A proposito di quest'ultimo, Marcon e Pianta rispolverano un articolo comparso nel 1842 sulla Gazzetta Renana. L'autore è un ventiquattrenne Karl Marx, che prendeva le parti dei contadini tedeschi contro i proprietari terrieri che li accusavano di furto perché utilizzavano la legna secca per riscaldarsi, come avevano fatto per secoli: «Noi rivendichiamo alla povera gente il diritto consuetudinario, e non un diritto consuetudinario locale, ma tale da costruire il diritto della povera gente».

Individuato il "soggetto" della trasformazione, il terreno di scontro è l'egemonia nella società. Marcon e Pianta non si arrendono all'evidenza di un Paese in cui la frammentazione sociale, aggravata dallo smantellamento del welfare e dalla cancellazione di ogni residuo di collettivismo, potrà produrre solo ribellioni individuali e nichiliste. Per sventare ulteriori pericolose derive, sostengono, bisogna far propria la lezione degli anni '30, quando - come ha scritto Karl Polanyi in La grande trasformazione - «proprio perché il mercato minacciava non gli interessi economici ma gli interessi sociali di diverse sezioni trasversali della popolazione, persone appartenenti a vari strati economici univano inconsapevolmente le loro forze per affrontare il pericolo». Gli sbocchi politici dell'«autodifesa della società» nei confronti dell'economia sono stati il nazismo da una parte e il new deal rooseveltiano dall'altra. Oggi, in presenza di un'analoga Grande Depressione, ci troviamo di fronte al riemergere di populismi e, viceversa, alla possibilità di ripartire dal crescente rifiuto del dominio del mercato sulla società, dell'individualismo esasperato e del profitto a tutti i costi. È su questa base, per Marcon e Pianta, che bisogna lavorare per costruire la prospettiva di uno «sviluppo nuovo» che aggreghi un blocco sociale post-liberista, appunto, e faccia sbocciare, dal declino italiano, nuove culture e comportamenti.

«Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario». Ma è sufficiente una democrazia ridotta alla sola dimensione orizzontale?.

Il manifesto, 7 maggio 2013

Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni '80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall'abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l'ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l'abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L'imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l'«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall'alta finanza sotto «l'incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.

Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.

Questa deriva, che riguarda tutta l'Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all'anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l'Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell'alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.

Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l'occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.

Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell'alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.
Ma per opporsi all'azzeramento della sovranità popolare non basta restituire al Parlamento quei poteri che i partiti non vogliono né usare né difendere. All'accentramento dei poteri va contrapposto, in tutti i paesi d'Europa, il progetto di un loro radicale decentramento: un governo dei territori, dei servizi pubblici e delle imprese basato sulla democrazia partecipata promossa dalla componente attiva della cittadinanza in un regime di trasparenza e leggibilità dei bilanci assolute. Per recuperare e potenziare quelle funzioni delle Municipalità che i patti di stabilità stanno soffocando. Ma se è chiaro quali sono le forze che lavorano per l'esautoramento della sovranità popolare, dove sono mai «i soggetti» in grado di elaborare, perseguire e portare a compimento un programma alternativo?
Quei soggetti non ci sono. Vanno costruiti. Ma senza distogliersi dai loro obiettivi specifici, le potenzialità dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, delle iniziative civiche - ma anche e soprattutto quelle dei milioni di cittadini che in Italia espresso con il voto la volontà di liberarsi di Monti e Berlusconi - possono trovare una convergenza nel progetto di imporre alle rispettive amministrazioni comunali - alle poche disponibili, ma soprattutto alle molte che non lo sono - quel ruolo peculiare che le politiche di accentramento stanno azzerando: far saltare il patto di stabilità interno; quello che impedisce ai Comuni di far fronte ai propri compiti istituzionali, ma soprattutto che inibisce loro la possibilità di farsi promotori di una radicale conversione ecologica imperniata su un potere diffuso nei territori. Un passo irrinunciabile per costruire un'alternativa concreta al potere della finanza a livello locale, nazionale ed europeo.
Non è vero che «non ci sono i soldi» per politiche di promozione dell'occupazione, di sostegno dei redditi, di riconversione delle imprese, di salvaguardia del welfare e dell'ambiente. Nel mondo, di denaro o titoli equivalenti ce ne è anche troppo: oltre dieci volte il valore del Pil mondiale; e anche in Italia non manca di certo. Ma è nelle mani sbagliate: di speculatori che lo usano per metter alle corde lavoratori, amministrazioni locali, piccole e medie imprese e governi. Con quella massa immane di denaro l'alta finanza - che è ormai mera speculazione: fare denaro con il denaro a spese di chi non ne ha - impone la sua volontà ovunque. Ma tutto quel denaro è «solo» virtuale: funziona finché gli stati gli riconoscono un valore; in fin dei conti non è che una gigantesca «bolla finanziaria» creata nel corso degli anni e tenuta in piedi - fin che dura - dalle scelte operate da banche centrali, governi e parlamenti asserviti alla sua potenza. Come si è creata può essere sgonfiata e ricondotta alle dimensioni necessarie ad alimentare il credito e i redditi che fanno circolare beni e servizi sui mercati.

Ma per perseguire un sovvertimento del genere occorre un programma che renda praticabile un diverso modo di organizzare il lavoro, le imprese, l'amministrazione pubblica e i consumi: il nostro «stile di vita». Questo programma è il recupero della sovranità all'interno di ogni territorio non solo in termini politici, ma anche in campo economico: sovranità alimentare (filiera corta per le produzioni agroalimentari); energetica (fonti rinnovabili ed efficienza energetica); nella gestione delle risorse (soprattutto di ciò che oggi bistrattiamo come rifiuti); sui suoli (sottratti a speculazione edilizia e infrastrutture devastanti); monetaria (controllo partecipato di banche e monete locali); e, ovunque possibile, anche sulla produzione industriale (filiere corte con accordi diretti tra produttori e consumatori associati). In tutti questi campi il ruolo promozionale di una municipalità democratica e partecipata è fondamentale.

Utopia? I prossimi anni non saranno la prosecuzione di quelli che abbiamo alle spalle. Siamo ormai in mezzo a sconvolgimenti radicali; e altri, anche maggiori, sono in arrivo. O li affrontiamo con uno sguardo capace di vedere oltre le miserie del presente, o ne rimarremo soffocati (www.guidoviale.it)

La Repubblica, 7 maggio 2013

C’ERA una volta Italia Bene Comune, ovvero Italia giusta: in mezzo a una crisi economica mai vista dopo il ’45, la sinistra sembrò cercare la parola, che la squadrasse da ogni lato. Giustizia non era solo sociale. Comprendeva diritti che proprio in tempi di disagio la persona possa accampare. Che siano fondamentali: irrinunciabili come i primi 12 articoli della Costituzione. In fondo non basta chiamarli diritti: meglio parlare di autodeterminazione del cittadino, come dei popoli. Gli inglesi usano il termine empowerment: padronanza di sé. Nata da un accordo fra Pd e Sel, la Carta d’intenti di Italia Bene comune denunciava «i guasti del pericoloso bipolarismo etico» invalso per un ventennio. I temi etici di cui tanto si parla da anni (la sovranità della persona sulla propria vita e la propria morte, la procreazione assistita, le unioni libere, i diritti delle coppie omosessuali, matrimonio e genitorialità compresi) sembravano ridefinire la sinistra, svegliarla. Erano presenti anche nei punti di Bersani (nr 2, 4, 7), quando il Pd fece credere, non credendoci, in un governo di svolta con 5 Stelle.

Non era che fiato corto. D’un tratto, con le larghe intese, un patrimonio di progetti e idee evapora, come medusa si scioglie al sole. La pacificazione rende inoffensivo il bipolarismo etico, congelando l’etica. La guerra civile e ideologica italiana, assicura Berlusconi, è finita. Senza che il Pd lo ammetta finisce tuttavia con un appeasement, non con grandi coalizioni. Storicamente appeasement è sottomissione: vince uno dei due contendenti — la destra legata agli integralismi della Chiesa — senza neanche speciali combattimenti. Finiscono nel cestino l’autodeterminazione, la costituzionalizzazione della persona descritte da Stefano Rodotà. La sinistra governante non è più sinistra. Vende l’anima tradisce promesse fatte non ieri, ma qualche ora prima.

Nel discorso di Enrico Letta alla Camera: non un accenno ai temi etici, all’esausta cultura della legalità e del diritto, all’antimafia. La questione morale posta da Berlinguer dopo il compromesso storico è sotterrata. Dal naufragio si salva la lotta alla violenza contro le donne: è il minimo sindacale. Tutto il resto è roba ustionante: «troppo divisiva». Si dimentica facilmente che democrazia è il contrario di tutto questo: è divisione, scontro tra visioni del mondo, rifiuto di un regno della Necessità cui soccombano le libere alternative. È possibilità e obbligo di occuparsi delle questioni più controverse, senza paura: non avremmo mai avuto il suffragio universale, se avesse prevalso il timore di dividersi. Ce lo ordina la nostra Carta, che riconosce alla persona diritti spesso contraddittori e si cura di farli convivere.

La Costituzione, disse Piero Calamandrei nel 1955, non fotografa le conquiste della Resistenza ma è un programma inconcluso. Per questo è polemica: contro il passato, nella parte dei diritti fondamentali, ma soprattutto contro il presente: «Dà un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione mette a disposizione dei cittadini italiani» ( Discorso sulla Costituzione, Società di studi politici del Liceo classico Sannazzaro, 2011). Che facciamo: tumuliamo la Carta costituzionale perché divisiva?

I fautori odierni della pacificazione sanno quello che dicono e che fanno. Assieme ai temi etici, seppelliscono ogni progresso sulla laicità, obbediscono ai vertici ecclesiastici proprio quando la Chiesa muta, tergiversano su antimafia o diritto alla cittadinanza degli immigrati proprio quando il diritto del suolo s’espande nella multietnica Europa (il ministro Cécile Kyenge sa, immagino, con chi governa). Resuscitano rigidezze democristiane che non risuonano più nella società, né in tanti cattolici adulti, memori del Concilio e di dismesse battaglie legalitarie. I cittadini non avevano chiesto questo: non gli elettori di Italia Bene Comune o di M5S, non gli 11,5 milioni di astenuti. Pacificazione è sinonimo di oligarchica colonizzazione di un popolo in maggioranza ribelle, simile a quella di Roma conquistatrice dei Britanni in Tacito: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, là dove fanno il deserto lo chiamano pace. Tacito non parla propriamente di deserto ma di genti ridotte alla solitudine. Tale è il cittadino, disoccupato o immiserito: i suicidi l’attestano. Nessuno più lo rappresenta nel rapporto con i mercati, lo Stato, le chiese, le mafie: né i partiti né i sindacati.

Ogni giorno sentiamo tuonare contro 5 Stelle che vorrebbero insediare la democrazia diretta sopprimendo quella rappresentativa. Ma di quest’ultima non è che resti un granché. La solitudine del cittadino è il danno collaterale della crisi, e non stupisce che altrove i democratici ripartano proprio da qui. Mancano i soldi per dare lavoro, e allora la sinistra si distingue facendosi araldo dei diritti della persona: le aperture di Obama e Hollande alle coppie gay non sono diversivi. Sono il permanente empowerment che secondo Amartya Sen coniuga democrazia e mercato, e dà alla persona la sovranità almeno sul proprio corpo. Troppo disinvoltamente cruento è il continuo appello ai sacrifici: parola che specie i cristiani dovrebbero avversare. Il cittadino immerso nel disagio non è bestia da immolare, e i diritti civili servono precisamente a questo: a farlo sentire padrone di sé, malgrado la pressura. La laicità, Rodotà lo spiega nel suo ultimo libro, non è solo tutela della res publica e della sua pluralità dalle ingerenze vaticane. È autonomia del singolo — in scelte che riguardano i suoi stili di vita, dunque anche di morire – da qualsiasi morale esterna: della Chiesa, del potere statale, di quello medico (Il diritto di avere diritti, Laterza 2012). L’uomo solo non è per forza impotente; e l’impotente – diceva Havel durante il comunismo – ha poteri che non sospetta.

Berlusconi, dominus e beneficiario dell’odierno appeasement, non dice solo che la guerra è finita, inclusa quella morale. Dice che le decisioni cruciali concernenti le istituzioni, la Costituzione, i diritti, andrebbero discusse, se possibile sotto la sua guida, «nel chiuso di una stanza. Non possiamo tollerare veti alla mia persona imposti dai giornali». Ben altro sarebbe intollerabile: che giornali e Rete accettino veti di occulti conciliaboli. Che la democrazia smetta d’essere polemica: all’aperto, non in una stanza. È sperabile che i giornalisti continuino le loro inchieste, difendendo la laica separatezza del Quarto Potere. Che denuncino la nomina del deputato Pdl Michaela Biancofiore, disgustata dai matrimoni gay, a sottosegretario alle Pari Opportunità: strafottenze simili le correggi, ma restano. O la scelta come rappresentante nell’Assemblea parlamentare Euromediterranea di Antonio D’Alì (Pdl), imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. O la carica di sottosegretario alla Pubblica amministrazione conferita a Gianfranco Miccichè («grazie a Berlusconi e Dell’Utri», ha detto al Corriere). Sono gesti che spiegano i silenzi sui diritti.

C’è chi dice: moriremo democristiani. Non credo. Andreotti collaborò con la mafia, e a tutti insegnò il potere per il potere. Ma si difese nei processi, non li schivò. Non così Berlusconi, che spregia laicità e diritti ma della Dc è falso erede. Che ha abituato gli italiani a temere i tribunali, a disperare della giustizia. Difficile dimenticare le parole di Enrico Letta, il 30 novembre 2009 sul Corriere, quando definì inopportuna ma legittima la fuga di Berlusconi dai processi. La politica oggi ha poco a vedere con la Dc, e molto con la perdita di potere sovrano dei cittadini. Vale assai più per loro che per i governanti il detto di Andreotti: «Il potere logora chi non ce l’ha».

Ecco il terreno su cui nascono e pascolano la “grande intesa” e la “solidarietà nazionale”: l'energia inquinante, le Grandi opere” inutili e spesso dannose, defiscalizzazione degli appalti, la finanza di progetto all’italiana (paga Pantalone): tutti al lavoro per ls crescita della città della rendita.

La Nuova Venezia, 8 maggio 2013
Energia, Tav, cantieri defiscalizzati, nuovo ospedale Padova I retroscena e le prospettive dell’incontro a Palazzo Balbi

Negli ultimi mesi Luca Zaia è sceso dal primo al terzo posto nella classifica di popolarità tra i governatori regionali, registrando un -0,8% di consensi. Lo afferma l’indagine trimestrale dell’istituto Datamonitor che colloca al primo posto il nuovo presidente del Lazio Nicola Zingaretti, seguito dal toscano Enrico Rossi. Il veneto non se la prende più di tanto: «Credo che l’exploit di Zingaretti sia legato alla vicinanza alla campagna elettorale, faccia tre anni di mandato come i miei e poi ne riparliamo», ha commentato. Quanto al possibile legame con i successi del fratello attore nelle vesti televisive del commissario Montalbano, Zaia ammette: «In effetti può esserci in effetti un effetto ’pubblicità occultà, io non ho nessun fratello da mettere in campo... ».

Nel cassetto il fazzoletto verde, in soffitta la bandiera rossa, Luca Zaia e Flavio Zanonato sottoscrivono un patto di non belligeranza all’insegna del pragmatismo. La mossa, maturata lunedì nel corso della visita del ministro a Palazzo Balbi, riflette l’urgenza della congiuntura economica e sociale ma risponde anche a reciproche convenienze politiche. Il governatore sconta il travaglio della Lega e le tensioni del suo gruppo dove la longa manus del rivale Flavio Tosi pilota la metà dei consiglieri; e l’assenza di risorse finanziarie minaccia di compromettere progetti cruciali nella strategia della sua amministrazione, condannandolo all’impotenza. Il ministro, da parte sua, è chiamato a dirigere un dicastero di prima grandezza - lo Sviluppo economico - che ha nel mondo dell’impresa un interlocutore obbligato ma tradizionalmente lontano dalla sinistra; cosciente delle aspettative create dalla sua nomina, avverte la necessità di centrare obiettivi significativi e visibili. Ecco allora delinearsi l’intesa su quattro punti prioritari: conversione della centrale Enel di Porto Tolle (2,5 miliardi di appalto e 5 mila posti di lavoro per tre anni); accelerazione e ampliamento della Tav con ingresso di capitali privati; defiscalizzazione (Irap e Ires) delle opere pubbliche immediatamente cantierabili; nuovo ospedale di Padova. Traguardi strategici, volani formidabili per il sistema produttivo ed il mercato occupazionale. Zanonato non risparmierà gli sforzi in questa direzione: «Nel Governo darò voce al Veneto, alla Regione Veneto e al suo presidente»; e Zaia - che a breve, insieme a Maroni e Cota, incontrerà il premier Letta per discutere di macroregione nordista - gli promette manforte. Ma c’è altro e c’è di più. Al rendez-vous veneziano ha presenziato anche il consigliere democratico Piero Ruzzante, padovano e vicinissimo a Zanonato. È stato lui, durante la discussione della legge finanziaria, a gettare una testa di ponte in terra leghista, proponendo con successo (grazie all’esplicito assenso di Zaia) il dirottamento di 14 milioni nel fondo emergenza sociale.

La circostanza ha segnato l’avvio di un “dialogo sui fatti” favorito anche dal cambio della guardia nel centrosinistra: l’elezione in Parlamento di Laura Puppato, fautrice di un’opposizione ideologica alla maggioranza di centrodestra che relegava oggettivamente il Pd ai margini del confronto, è coincisa con la nomina a capogruppo di Lucio Tiozzo, amministratore di lungo corso dotato di grande concretezza. Inciuci in vista? «Neanche per sogno, alla giunta Zaia non faremo sconti né ora né mai», reagisce Ruzzante, quasi echeggiando le parole del governatore («Restiamo su posizioni politiche diametralmente opposte»). C’è da crederci, perché il copione non scritto prevede mani libere sul piano della politica nazionale e dei prìncipi (ultimo, in ordine di tempo, il tema dirimente del diritto alla cittadinanza) ma vincola a un gioco di squadra sull’asse Roma-Venezia. Per fronteggiare una recessione che provoca lacrime e sangue e non fa distinzione tra fazzoletti verdi e bandiere rosse

A proposito di un rimprovero inaspettato alla ministra per 'integrazione: «o si sta con Cecile Kienge e Giorgio Napolitano o si sta magari in nome di una prudenza governativa, con Mario Borghezio.

www.huffingtonpost.it, 7 maggio 2013
È davvero difficile che provi indignazione alla lettura dei giornali. Evidentemente, come gran parte dei giornalisti, ho raggiunto anch'io una certa dose di cinismo. Ma stamattina l'indignazione è inaspettatamente risorta di fronte all'editoriale di Gian Antonio Stella sul Corriere della sera. L'editorialista rimprovera alla ministra per l'integrazione Cecile Kienge una "euforica loquacità" che l'ha portata, senza il rispetto di alcuna cautela, a dichiarare il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli, cioè ad una legge che sancisca il diritto di cittadinanza per tutti i nati in Italia.

Non l'ha fatto nel modo giusto, dice Stella, ma in modo spiccio, creando una situazione di inquietudine se non di ostilità. Invece bisogna andarci cauti, esaminare, discutere, vagliare, studiare... E qui l'editorialista snocciola dati, enumera posizioni, racconta come si sono comportati altri paesi. Certo, Stella non approva le "reazioni isteriche di razzisti del web o della politica come Mario Borghezio", ma il suo editoriale è dedicato alle "inutili forzature" di Cecile Kienge ponendosi di fatto su una illusoria linea di mezzo fra le posizioni razziste e quelle della "euforica" ministra.

Allora dove nasce l'indignazione? Dal fatto che non c'è alcuna linea di mezzo fra il razzismo e l'affermazione di un diritto. Che non c'è alcuna posizione di appoggio al governo (e il Corriere della sera e i suoi editorialisti degli equilibri di questo governo sono soprattutto preoccupati) che giustifichi questa equidistanza, perché - lo sappiamo - una volta affermato un principio poi le modalità applicative, si trovano. Che non si può citare Napolitano, che afferma le stesse cose della ministra, per usarlo in contrapposizione. La domanda è semplice: ha diritto un bambino che nasce da genitori stranieri in Italia e poi ci studia, e magari ci lavora ad avere gli stessi diritti di un suo coetaneo che è nato da genitori italiani?

Se la risposta è sì, questa è la battaglia da fare. Anche in fretta, bruciando i tempi della burocrazia. (Ma Stella non ha fatto molte battaglie contro la lentezza nell'approvazione delle leggi?). Magari con convinzione, con entusiasmo, con decisione e passione. Questi non sono peccati.Il peccato è la prudenza, l'ambiguità, l'equilibrismo. Tertium non datur, caro Stella, o si sta con Cecile Kienge e Giorgio Napolitano o si sta magari in nome di una prudenza governativa, con Mario Borghezio.

«Il cardinale Bagnasco ha dichiarato che il finanziamento pubblico alla scuola privata permette allo Stato di risparmiare. Non comprende che non siamo di fronte a una questione contabile.». Non è il solo, ahimè.

il manifesto, 5 maggio 2013

Cari amici del manifesto,
si svolge domenica 26 maggio a Bologna un referendum sul finanziamento alla scuola privata importante, difficile e rischioso. Ma la politica, quella vera, è anche, e in molti casi soprattutto, proprio capacità di assumere rischi quando sono in questione principi, quando bisogna cercar di promuovere mutamenti nella società e nel sistema politico-istituzionale. Quel che dovrebbe sorprendere, allora, non è che qualcuno abbia avuto l'ardire di promuovere un referendum, ma che questo referendum si debba fare. E oggi, in presenza di iniziative politiche a dir poco azzardate, è più che mai necessario riprendere il filo, spezzato in questi anni, della politica costituzionale e della legalità che essa esprime.

L'oggetto specifico è quello ricordato - risorse pubbliche a beneficio di scuole private. Per giustificare questa scelta, a Bologna, e non solo, si adoperano argomenti di opportunità e ritornano le contorsioni giuridiche alle quali da anni si ricorre per aggirare l'articolo 33 della Costituzione. Ma questo, davvero, è un punto non negoziabile, per almeno due ragioni. La prima riguarda la necessità di rispettare la chiarissima lettera della norma costituzionale che parla di una scuola privata istituita «senza oneri per lo Stato». Ma bisogna anche ricordare - e questa è la seconda considerazione - che è sempre la Costituzione a prevedere che lo Stato debba istituire «scuole statali per tutti gli ordini e gradi». In tempi di crisi, questa norma dovrebbe almeno imporre che le scarse risorse disponibili siano in maniera assolutamente prioritaria destinate alla scuola pubblica in modo di garantirne la massima funzionalità possibile. Non a caso, Piero Calamandrei definì la scuola pubblica «organo costituzionale», individuando la linea dalla quale non può allontanarsi nessuna istituzione dello Stato.
Il cardinale Bagnasco ha dichiarato che quel finanziamento permette allo Stato di risparmiare. Non comprende che non siamo di fronte a una questione contabile. Si tratta della qualità dell'azione pubblica, del modo in cui lo Stato adempie ai suoi doveri nei confronti dei cittadini. La consapevolezza di questi doveri si è assai affievolita in questi anni, e le conseguenze di questa deriva sono davanti a noi. È ottima cosa, allora, che siano proprio i cittadini a ricordarsene e a chiedere con un referendum che la legalità costituzionale venga onorata.
I cittadini bolognesi hanno oggi la possibilità di far valere un principio, al di là delle convenienze. E, comunque si concluda questa vicenda, è stata fatta una buona azione civile, destinata a lasciare un segno nelle coscienze.
Buon voto a tutte e a tutti.

Il linguaggio non è molto chiaro, ma la decisioni di riproporre un tema cancellato dall'attenzione per favorire il prevalere della "città della rendita" contro la "città dei cittadini" è certamente da sostenere e seguire con attenzione.

il manifesto, 4 maggio 2013

L'Art. 42 della nostra Costituzione dice che la proprietà ha una funzione sociale. Noi lo vogliamo ricordare. Il nodo teorico della rendita nel rapporto con la teoria dei beni comuni. Un nuovo percorso costituente

La prima tappa della Costituente itinerante per i beni comuni in sede deliberante che si svolge oggi all'Aquila rappresenta un momento di sperimentazione importante per la vita del diritto (e pure della politica) nel nostro paese. Questo primo appuntamento sarà seguito a Roma dalla prima riunione dei giuristi in sede redigente che si svolgerà a porte aperte e in streaming il 9 maggio al Teatro Valle Occupato. Il teatro romano, dopo aver organizzato in Aprile la "riunione 0" della Costituente Itinerante, si conferma un essenziale avamposto dell'innovazione istituzionale in materia di beni comuni. Il tema discusso all'Aquila, in questa attesissima prima che sperimenterà finalmente in pratica la metodologia del lavoro dei prossimi mesi, è quello della città come bene comune, dell'accesso agli spazi urbani, delle utilità condivise nella vita cittadina, dell'ecologia urbana e della responsabilità verso le generazioni future di consegnare una città armonica, viva e sostenibile. La scelta dell'Aquila perché proprio qui il saccheggio neoliberale, fatto di un misto di arroganza, disonestà e incapacità, ha dato il meglio di se. Il cuore teorico dell'incontro sarà perciò la questione della "rendita fondiaria" che per tutti gli anni sessanta e settanta del secolo scorso aveva affaticato una dottrina giuridica volta a discuterne la compatibilità con la Costituzione (in particolare l'Art. 42 sulla funzione sociale della proprietà) e che invece, dagli anni ottanta, è stata completamente abbandonata dalla riflessione giuridica e costituzionale. Da trent'anni si dà per scontato che la rendita fondiaria "appartenga" al proprietario come una sorta di inattaccabile "frutto civile" del suo titolo proprietario. Questa naturalizzazione all'appartenenza individuale della rendita è messa in radicale discussione da una politica del diritto incentrata sui beni comuni che riconosce la rendita come prodotto della collaborazione sociale e dunque qualcosa di strutturalmente collettivo. L'esperienza pratica dell'Aquila, mostra tutte le conseguenze nefaste di questa vera abdicazione teorica del pensiero giuridico critico. Per i numerosi giuristi dell'ex Commissione Rodotà, presenti sotto il tendone aquilano, quest'interlocuzione dal basso con una città ferita e con le molte pratiche di riappropriazione degli spazi urbani (incluse le lotte per il diritto alla casa) sarà ben più importante di qualunque lettura di repertori di giurisprudenza che su questi temi tramandano tristi idee, incapace di rompere il circolo vizioso che mette in collegamento corruttivo l'interesse privato con quello degli amministratori pubblici. Questo inizio di partita all'Aquila mette sul tavolo le ambizioni della Costituente itinerante, per una nuova legittimità dei beni comuni, per un'alternativa alla legalità neoliberale. Un Codice dei beni comuni, che eredita e amplia (senza più aspettar deleghe da un Parlamento delegittimato dalla legge elettorale vigente) la parte della Legge Delega prodotta dalla Commissione Rodotà nel febbraio 2008 relativa ai beni comuni, non può che partire dalla nozione di utilità e di accesso condiviso, come del resto già risulta dai primi documenti prodotti subito dopo la riunione del 13 aprile al Teatro Valle.

L'utilità prodotta dai beni comuni va interpretata in connessione con una idea di cittadinanza (ovviamente in senso non formalistico e quindi estesa a tutti perché nessuno è clandestino) cui deve essere garantita un'esistenza libera e dignitosa. L'accesso condiviso a sua volta consentirà di codificare i beni comuni come «opposto della proprietà» (la felice formula è di James Boyle), sostituendo l'esclusione tipica della struttura proprietaria borghese con l'inclusione e la concentrazione del potere (condivisa da proprietà e sovranità statuale) con la sua diffusione. Questa declinazione dal basso dei beni comuni è pure l'opposto del riformismo neoliberale, simboleggiato dalla consegna del Ministero delle Riforme istituzionali a un politico come Quagliariello e che trova nella proposta Convenzione costituzionale la sua declinazione più pericolosamente sovversiva del nostro ordine costituito. Se quello della Convenzione è riformismo, all'Aquila allora si porta avanti un concreto cammino costituente di contro-riforme. Con la Costituente itinerante i giuristi redigono, per conto del popolo, una diffida formale al potere: il sovrano vuole il mantenimento di quella rivoluzione promessa che Calamandrei considerava l'essenza della nostra carta fondamentale. Come ha ribadito ieri la costituzionalista Lorenza Carlassare sul manifesto , dalla crisi non si esce continuando a calpestare la democrazia.

La nuova ministra per l'integrazione, italiana con la pelle nera, aggredita da soliti, sostiene che «L'Italia ha una cultura dell'accoglienza ben radicata, ma c'è una non conoscenza dell'altro, non si capisce che la diversità è una risorsa».

Il manifesto, 4 maggio 2023

«Non mi aspettavo tanti insulti. Sono rimasta ferita, ma non credo che gli insulti possano fermarmi». Gli insulti, razzisti, sono quelli che, non solo via web, sono stati scagliati contro un'altra donna, la nuova ministra per l'integrazione, Cécile Kyenge, non «di colore» - chiarisce lei - ma «nera, e lo ribadisco con fierezza», cittadina italiana originaria del Congo. Ma «è solo una minoranza, l'Italia non è un paese razzista», confida, presentandosi ai giornalisti. Però, aggiunge, «da questi attacchi ho imparato tante cose. L'Italia ha una cultura dell'accoglienza ben radicata, ma c'è una non conoscenza dell'altro, non si capisce che la diversità è una risorsa».

La ministra dice di sentirsi comunque «tutelata», riferisce che «sia il premier sia gli altri ministri mi hanno tutti espresso solidarietà». Ma deve attendere qualche ora dal termine del suo incontro con i giornalisti per una presa di posizione pubblica, con una nota congiunta, da parte di Enrico Letta e Angelino Alfano, che si dicono «fieri di averla nel governo».
L'ex ministro dell'interno leghista, Roberto Maroni, poi, aspetta giorni per commentare l'orrido Mario Borghezio, distintosi anche in questo caso. A precisa domanda, il segretario del Carroccio e presidente della Lombardia risponde: «No, non condivido. Ho parlato con lui al telefono per dirglielo». Provvedimenti? «Vedremo». Ma gli insulti alla ministra a Maroni «non piacciono» perché «si prestano solo a critiche e non portano alcun vantaggio». Visti gli argomenti, avrebbe fatto meglio a stare zitto anche Maroni. Anche perché se un altro leghista come Luca Zaia cambia registro - se andrà in Veneto Cécile Kienge «verrà accolta con tutti gli onori» dice ora - c'è n'è sempre un altro che vuole farsi riconoscere. Come l'ex parlamentare Erminio Boso che vomita razzismo alla La zanzara.
«Il discorso razzista in Italia è un problema che perdura da tempo, gli eventi più recenti confermano da un lato l'urgenza di affrontare la questione e dall'altro che le autorità devono mettere in atto misure più efficaci», dice il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks.
Delle misure che dovrebbe prendere il governo parla la ministra: «Bisogna dare risposte ai tanti figli di stranieri che nascono e crescono in Italia e non si sentono né italiani né del paese di origine dei loro genitori». E ancora, ospite di Gad Lerner su La 7, a proposito dei Cie: «Non si possono trattenere 18 mesi le persone perché non hanno un documento o perché sono irregolari. Ci sono irregolarità e molte cose che vanno cambiate. Tutti devono essere uguali davanti alla legge, e i diritti sono universali. Le persone in questi luoghi sono come sospesi, non hanno diritti e a volte stanno peggio di quelli che sono in carcere». Certo, riconosce Kyenge, «nel governo ci sono forze politiche diverse dalla mia come il Pdl o Scelta Civica», aveva detto in conferenza stampa. Ma «dobbiamo cercare uno spazio comune e un terreno condiviso, sempre nel rispetto dell'altro, senza mai offendere».

«Credo che la situazione storica sia assolutamente inequivocabile: l’Unione Europea è in grado di realizzare gli interessi nazionali più di quanto potranno mai fare le nazioni da sole. Perché si affermi questa convinzione, è necessario battersi in Europa per l’Europ».

La Repubblica, 4 maggio 2013
IL 2013 assomiglia davvero al 1789, come scrive allarmato il giornaleLe Point,pigiando sulla tastiera del simbolismo storico della grande nation? Oppure è l’ironia dell’estremo disorientamento che vuole attirare l’attenzione pubblica giocando con una metafora rivoluzionaria deliberatamente sbagliata? Viviamo in “tempi rivoluzionari” – anche se senza rivoluzione e senza soggetto rivoluzionario. Ciò che prima era a buon diritto chiamato “rivoluzione” si è per così dire trasferito nelle condizioni generali. Lo si può osservare con la massima chiarezza nel tramonto del linguaggio, delle coordinate politiche e dei concetti-chiave. Prendete quelli che volete: il nazionalismo, che nel mondo interdipendente non fa che acuire ogni problema; la distinzione tra indigeni e stranieri; la demarcazione tra natura e società; la famiglia; primo e terzo mondo; centro e periferia; Unione Europea – ovunque formule linguistiche svuotate, coordinate spezzate, istituzioni devitalizzate.

Il prefisso “post” è la parola-chiave del nostro tempo: postmoderno, post-democrazia, costellazione post-nazionale. “Post” è il bastone per ciechi degli intellettuali – la piccola parola del grande disorientamento che regna ovunque.Lo spettro della “post-grande nation” si aggira per la Francia e per l’Europa. La narrazione del ruolo peculiare della Francia in Europa e nel mondo, che ha formato l’autocoscienza della grande nation a partire dal 1945, perde il suo senso storico. All’interno l’orgoglio francese si fondava sul “modello sociale” dello Stato forte e centralizzato. L’industria dell’energia nucleare organizzata e controllata dallo Stato era considerata il museo del futuro, nel quale potevano essere ammirate le conquiste del progresso dello Stato moderno. Nella politica estera la potenza globale della Francia era costruita sulla base della posizione eccezionale del Paese nell’Unione Europea e perpetuata nel motore franco-tedesco dell’europeizzazione.

La forza persuasiva di tutti e tre questi progetti viene meno. Il modello sociale è eroso poiché il regime neoliberista del mercato mondiale domina ovunque. La catastrofe di Fukushima che cova ancora sotto la cenere ha spezzato l’orgoglio nucleare dei francesi. E non c’è bisogno di ripeterlo: l’Unione Europea versa in una crisi profonda. Di più: l’idea che le faccende europee vengano regolate in una coalizione franco-tedesca dominata dalla Francia viene messa in crisi non soltanto dalla cattiva performance politica della Francia, ma soprattutto anche dal fatto non più dissimulabile che la politica di risparmio viene progettata a Berlino e che “Merkiavelli” detta legge in Europa. Nello stesso tempo, però – ecco la schizofrenia – essa si rifiuta di assumere la responsabilità per il bene comune europeo.

Sicuramente, il primo anno del presidente François Hollande è stato deludente. Ma questo comporta forse il pericolo che il presidente debba finire sotto la ghigliottina, come suggerisce Le Point? Certo non si può dire che in questo primo anno la fortuna abbia baciato il presidente. Occorre riconoscere che egli ha quasi sistematicamente deluso le aspettative suscitate nella campagna elettorale. Dopo essere stato eletto per respingere l’isteria della politica del risparmio e per fare accomodare alla cassa i ricchi, non è riuscito – almeno finora – a fare né l’una né l’altra cosa. Il governo si è dedicato a praticare tagli drastici al bilancio. Nel frattempo la tassa sui ricchi è diventata una farsa dopo che la Corte costituzionale l’ha respinta e lo scandalo Cahuzac ha diffuso il suo devastante messaggio sulla doppia morale dei governanti.

Tuttavia, il desiderio dei commentatori, nutrito da un misto di disorientamento e disperazione, di decapitare François Hollande sulla ghigliottina dei titoli di giornale, è del tutto esagerato ed eccessivo. Gideon Rachman, confrontando la situazione della Francia con quella della Gran Bretagna e dell’Italia, giunge alla conclusione che la Francia non sta poi così male. Il deficit di bilancio di quest’anno ammonterà al 3,7%, mentre quello della Gran Bretagna corrisponde al 7,4%. Il saldo passivo della Francia ammonta ora a più del 90% - ma il debito italiano è più del 125%. Il tasso di disoccupazione è dolorosamente aumentato al 10,6%, ma in Spagna ha raggiunto un insostenibile 26%. A differenza dalla Spagna e dall’Italia i francesi possono ancora ottenere crediti a tassi convenienti. E l’economia francese è pur sempre la quinta del mondo. Hollande non entusiasma e attualmente la sua presidenza è turbata da incidenti di percorso. Ma è indubbiamente intelligente, serio ed è consapevole che la Francia deve reinventarsi in Europa e nel mondo globalizzato.
Quando le tempeste dei rischi globali scuotono un paese, sono possibili tre reazioni: la ritirata, l’apatia o la trasformazione. La prima – la ritirata – è tipica dell’alleanza tra la cultura moderna e il nazionalismo. I rischi vengono negati. E si noti il paradosso: il nazionalismo è diventato nemico delle nazioni europee perché non fa che acuire tutti i problemi delle nazioni e dell’Europa. Nelle ultime elezioni presidenziali in Francia il nazionalismo di destra e quello di sinistra hanno ottenuto circa il 30% dei voti – e, stando ai sondaggi, sono ancora in crescita. Qui sta la vera sfida per la Repubblica francese! Non vedo nessuno oltre al presidente Hollande, attualmente così in difficoltà, in grado di superarla e di salvare la grande nation.

La seconda reazione – l’apatia – è il nichilismo postmoderno, che in tutti i paesi ha radici più profonde della disillusione nei confronti della politica attuale, benché le élite politiche abbiano perduto in misura spaventosa qualsiasi credibilità agli occhi di molti cittadini.

La chiave per la terza risposta, la trasformazione, sta nel futuro dell’Europa – e non nella tentazione di cercare una via di fuga nei grandiosi e turbolenti passati nazionali. Come potrebbe presentarsi questa visione del futuro europeo? Al riguardo è necessario un dibattito in tutta l’Europa: qual è il senso e lo scopo dell’Unione Europea? L’Unione Europea ha poi un senso? Perché l’Europa? Perché non il mondo intero? Perché la Francia non può starsene per conto suo, o perché non possono starsene per conto loro la Germania, l’Italia, la Spagna, la Grecia, eccetera? Per avviare questo dibattito estremamente urgente, vorrei abbozzare (per punti) quattro risposte parziali.

Il primo senso e il primo scopo dell’Ue, che sta riacquisendo importanza, consiste nell’esperienza per la quale i nemici sono diventati vicini; non sempre buoni vicini, magari vicini che litigano, si ignorano, coltivano stereotipi, ma non più spauracchi. Sullo sfondo della storia di violenza dell’Europa, di questa “storia clinica di folli” (Gottfried Benn), tutto ciò equivale a un miracolo. Occorre fare molta attenzione affinché l’ortodossia della politica tedesca del risparmio imposta all’Europa e i riflessi antitedeschi non continuino ad acuirsi. Per questa via, alla fine i vicini potrebbero ridiventare nemici.

Il secondo senso e scopo dell’Europa può essere sviluppato come risposta alla globalizzazione. L’Europa è una polizza di assicurazione contro il pericolo che le nazioni europee scompaiano nel buco nero dell’irrilevanza. Il futuro delle nazioni europee può essere riconquistato solo
nell’Europa, non contro di essa. Una Francia post-europea sarebbe una Francia perduta, una Germania post-europea una Germania perduta, una Spagna e un’Italia post- europee una Spagna e un’Italia perdute, eccetera.

Il terzo senso e scopo può essere riassunto in questa formula: il futuro dell’Europa sta nella risposta ai rischi globali. Il modello della modernità nazional-statale e industrial- capitalistica, che l’Europa e l’Occidente hanno imposto a tutto il pianeta, si è rivelato difettoso, anzi, autodistruttivo. L’Europa (per riprendere una metafora del sociologo francese Bruno Latour) si trova nella situazione di un’azienda automobilistica che constata che i suoi modelli di punta hanno freni malfunzionanti e producono emissioni di anidride carbonica nocive per la salute dei guidatori e dei passeggeri. Cosa fa l’azienda? Ritira il suo prodotto! L’Europa deve riportare in un’officina di riparazione il suo modello di modernità autodistruttiva – ossia: ripensarlo e ricollaudarlo politicamente.

La mia quarta risposta alla domanda sul senso e lo scopo dell’Europa vuol essere un sussulto liberatorio, per così dire. Tutti si interrogano sull’Europa, ma nessuno ribalta da capo a piedi la domanda sull’Europa. Non dobbiamo soltanto riflettere sulla visione di un altro futuro europeo, ma anche sulla visione di una “altra nazione”: come si possono liberare dall’orizzonte del XIX secolo e come si possono aprire al mondo cosmopolitico del XXI secolo l’autocomprensione della grande nation, del nazionalismo e la categoria dello Stato nazionale democratico? Occorre allora distinguere chiaramente tra un fondamentalismo nazionale non-patriottico, che si rifugia nella nostalgia e si chiude all’Europa e al mondo, e un nazionalismo cosmopolitico, che ridefinisce i suoi interessi nazionali aprendosi al mondo, nell’alleanza cooperativa con gli altri paesi europei. Che l’Ue abbia un futuro dipende da una Francia europea, una Grecia europea, una Germania, una Spagna, una Polonia, un’Olanda, ecc. europee. Immaginiamo che in Gran Bretagna gli euroscettici prendano il sopravvento e che la Gran Bretagna esca dall’Ue. I britannici avrebbero allora un senso più chiaro della loro identità? Avrebbero più sovranità per decidere sulle loro faccende? No! Molto probabilmente gli scozzesi e i gallesi rimarrebbero nell’Ue; di conseguenza, si creerebbe una frattura dell’United Kingdom. E la Gran Bretagna – no, l’Inghilterra! – subirebbe una notevole perdita di sovranità, se per sovranità si intende il potere reale di influenzare le proprie faccende e le decisioni degli altri. Credo che la situazione storica sia assolutamente inequivocabile: l’Unione Europea è in grado di realizzare gli interessi nazionali più di quanto potranno mai fare le nazioni da sole. Perché si affermi questa convinzione, è necessario battersi in Europa per l’Europa.

(Traduzione di Carlo Sandrelli) . - Dell’autore è appena uscito in libreria Europa tedesca. La nuova geografia del potere, Laterza. Per un approfondimento di questi temi è anche disponibile il recente volume La crisi dell’Europa, il Mulino

Come e perché la responsabilità dell’assassinio viene spostata dal carnefice alla vittima L’inchiesta-denuncia e una proposta di soluzione di Loredana Lipperini e Michela Murgia nel libro "L'ho uccisa perchè l'amavo (Falso)". La Repubblica, 3 maggio 2013

Quando un uomo uccide una donna compie un femminicidio. Abbiamo battezzato questo crimine con una parola goffa. Lo sappiamo: pazienza. Serviva un termine esatto, per dare specificità a un crimine che si stava nascondendo tra gli altri. Esistono i morti per mafia, le vittime della strada, gli infanticidi... Da adesso chi scanna la moglie, la compagna, la fidanzata è un femminicida. Un nome è una cornice, chiama attenzione. L’attenzione è il tema del pamphlet scritto da Loredana Lipperini e Michela Murgia, pubblicato da Laterza nella collana Idòla. Un energico pamphlet che fin dal titolo — iconico e irrituale: Ho ucciso perché l’amavo. (Falso!)— svela il suo carattere intemperante, verso la volgarità ideologica, verso la disattenzione colpevole, soprattutto dei giornali. «L’ex confessa: l’amavo più della mia vita», «pronuncia il nome dell’ex fidanzato: strangolata per gelosia», «L’ho uccisa durante un lungo abbraccio» «Lo tradiva, perde la testa e le dà fuoco» e ultimo e sublime per la sua ossimorica insensatezza: «L’ha uccisa perché non voleva perderla». Sono titoli apparsi in questi anni, soprattutto negli ultimi due, da quando il femminicidio ha assunto proporzioni che chiamano allarme. Le due scrittrici, con voce limpida e un’oratoria inoppugnabile, per un centinaio di pagine smontano teoremi, svelano schemi mentali ammuffiti, ribadiscono cifre. Nel 2012 sono state ammazzate cento donne. È un numero che conosciamo, l’abbiamo scritto, gridato per strada, l’abbiamo recitato e ballato perché fosse chiaro a tutti. Una donna uccisa ogni tre giorni. Per dare un’idea della progressione, Murgia e Lipperini scrivono che, nel 1991, l’11 per cento delle persone uccise in Italia era donna, mentre adesso siamo intorno al 25. Una vittima su quattro. Una donna che muore «in famiglia », colpita da chi aveva amato, da chi dichiarava e dichiarerà inseguito di amarla perdutamente.

La prima cosa da fare, spiegano le due scrittrici, è eliminare dal contesto dell’omicidio la parola amore. Nei titoli dei giornali, ma anche nella nostra testa, perché un reato è anche l’humus culturale nel quale cresce. Amore, gelosia, abbandono. Ogni volta che scriviamo di un uomo che non ha retto alla separazione, i cui nervi hanno ceduto all’idea di non poter star più con quella donna e quindi l’ha ammazzata, compiamo a nostra volta un crimine: spostiamo la responsabilità dal carnefice alla vittima. L’azione è il coltello, la corda, la pistola. È lui che ammazza, non lei che se ne va. Nelle nostre società — dal punto di vista legale e anche morale — non ci sono circostanze che consentono l’omicidio. Da quando, nel 1981, è stato abolito il delitto d’onore rimane soltanto la legittima difesa. Soltanto se si tratta di decidere tra la tua vita e quella di chi ti sta attaccando, nella nostra civiltà è lecito uccidere. Niente pena di morte, prese di distanza dai poliziotti violenti, una scarsa seduzione nei confronti delle armi. Eppure, quando si tratta si donne, la reprimenda sociale sfuma leggermente. Secondo Murgia e Lipperini questo avviene, soprattutto, per una distorta e impresentabile idea di possesso: tu sei mia, e come tale dispongo di te. Se scappi, ti uccido. Neanche le bestie, neanche i cani.

Per smontare questo schifoso teorema occorre un tempo, lo sappiamo. Ma è necessario che in questo tempo non si pensino le cose sbagliate. Sono le donne, di nuovo, è il femminismo ad aver colpa, qualcuno dice e scrive. Quella smania di libertà e indipendenza che umilia i maschi. Costa a me, deve essere costato a Murgia e Lipperini riportare un ragionamento così rozzo, prendere atto di una inerzia terribile che, innestandosi su una generale crisi, genera mostri. Uomini che non ci aspetteremmo più di incontrare, pensieri che speravamo dissolti. Invece no, e quindi con pazienza torniamo a spiegare che le società si muovono, gli esseri umani progrediscono, le donne aspettano ancora diritti. Che non esiste, non è mai esistito, quel luogo edenico di armonia tra i sessi, dove ognuno compiva il suo dovere in letizia. Quella famiglia, quei ruoli erano il frutto di una sottomissione da una parte e di un comando dall’altra. Che ogni convivenza è un accordo tra le parti, e qualsiasi conflitto, chiunque riguardi e di qualsiasi natura, non è di per sé un abominio. Dovrebbe anzi essere un laboratorio, un modo per capire e crescere. Se questo diventerà impossibile, se i maschi non sapranno reggere lo scontro con le femmine per spartirsi compiti e premi, vorrà dire che nasceranno società separate, comunità omosessuali, come in alcune specie animali. I cinghiali, per esempio, vivono così. Se non riusciremo più a convivere ci separeremo, andando a vivere in due territori diversi, che varcheremo soltanto per procreare, come fanno i cinghiali. I quali, come è noto, non praticano l’omicidio su base sessuale, come del resto la maggior parte degli animali.

Il manifesto, 3 maggio 2013

«Ti avverto. Adesso guarderò questo schifo, dato che me lo ordini. Ma è l'ultima volta...». Così dice Clov a Hamm nella celebre piéce di Samuel Beckett Finale di partita. E in effetti forse il teatro dell'assurdo beckettiano è l 'unica chiave con cui rappresentare la farsesca tragedia italiana delle ultime settimane. A cominciare dalla resurrezione del Cavaliere, appena pochi mesi fa sbalzato di sella - politicamente morto, relitto di un naufragio dalle cui vicinanze fuggivano anche gli uomini (e le donne) più fidati - e ora ricomparso miracolosamente a cavallo, assurto al ruolo di salvatore della patria, "statista" nientemeno, colui che con la propria benevolenza ha permesso di uscire da una crisi istituzionale senza precedenti, un padre della patria che si candida addirittura a presiedere una nuova Costituente senza che si levi nel Palazzo non dico un urlo di Munch ma almeno un autorevole coro di «non est dignus»!!!

Certo, ha ragione Ezio Mauro quando scrive che si tratta in buona misura di una finzione, necessaria per sostenere la sua exit strategy dai giganteschi guai giudiziari in cui si è cacciato. Di una "bolla", insomma, costruita dagli spin doctors al suo servizio - tanti, distribuiti trasversalmente dentro il sistema mediatico -, perché ingigantire la figura e il ruolo di Berlusconi significa rimpicciolire il peso dei suoi vizi, ridimensionarli a dettaglio marginale permettendone l'asportazione chirurgica silenziosa, come si rimuove un foruncolo dal corpo di un gigante.

Ma - bisogna aggiungere - si tratta purtroppo di una "finzione reale", se la bolla che cresce non trova almeno uno spillo che la buchi. Se chi dovrebbe contrastarla la subisce e tace. Fuor di metafora, se un Pd allo sbando, intontito dal tracollo strategico subìto e vittima di un'atavica subalternità allo spirito berlusconiano, l'avalla aprendo la strada - attraverso il foro d'entrata della Convenzione - alla costituzionalizzazione dell'anomalia italiana (per usare ancora un'espressione del direttore di Repubblica). Alla riconciliazione definitiva non degli italiani tra di loro, ma dell'Italia con i propri eterni vizi. Con le proprie peggiori tare storiche.

Per intanto quell'anomalia selvaggia è stata istituzionalizzata, e pesa come un macigno sulle condizioni di esistenza e sull'immagine esterna di questo governo. L'aver incorporato Silvio Berlusconi e il suo partito personale in un'unica, totalitaria maggioranza politica di governo guidata dalla forza che ne avrebbe dovuto costituire l'antitesi morale, lasciando l'opposizione a quella che ci si accanisce a definire l'anti-politica, equivale a dire, ufficialmente, che nella politica italiana quell'anomalia è neutralizzata. Che la politica italiana è quella cosa lì, senza differenze discriminanti. Il che la dice lunga sulla cecità degli strateghi, anche di altissimo rango, che hanno concepito questo orribile connubio pensando di trovare una soluzione alla drammatica crisi di sistema delle nostre istituzioni. In realtà preparando un nuovo, forse più grave, cedimento strutturale.

In primo luogo perché il governo che nasce da questo assemblaggio contro natura è debole, anche sul piano del numeri. Non ci si lasci ingannare dai valori percentuali, come fanno gli aedi del potere che esibiscono trionfalmente numeri da maggioranza bulgara (oscillanti intorno al 75 per cento del consenso), come a dire: il paese è col governo Letta-Berlusconi. Si tratta di un'illusione ottica. Se anziché alle percentuali si guarda ai valori assoluti si scopre che i due partiti che costituiscono l'architrave su cui si regge lo sbilenco edificio del governo, tutti e due insieme, Pd e PdL, non fanno più di 16 milioni di voti, su un "corpo elettorale" di 47 milioni di cittadini: a malapena un terzo. Aggiungendoci anche i montiani e i cespugli del Pdl, si arriva a sfiorare il 50 per cento. Metà del Paese sta fuori. E in prevalenza contro. Ne fanno parte gli oltre 13 milioni di astenuti e di schede bianche o nulle, e gli 8 milioni e mezzo di "grillini". Insieme, queste due forme di exit dalla politica tradizionale avevano espresso una domanda esplicita di discontinuità. Un segnale d'allarme, potente, forse ultimativo, che è stato platealmente ignorato (in primis dal Capo dello Stato).

In secondo luogo questo governo è debole perché la sua nascita, la sua filosofia, la sua composizione riesce, contemporaneamente - e non era facile - a contraddire la volontà degli elettori di tutte e tre le principali forze rappresentate in Parlamento. Gli elettori Cinquestelle, naturalmente. Ma anche gli elettori del Pd, che avevano espresso il proprio consenso come "voto utile" per farla finita una volta per tutte col berlusconismo, e che ora vedono i propri voti usati dai gestori di quel capitale elettorale per un risultato esattamente opposto, un po' come fanno i banchieri fedifraghi col capitale finanziario dei propri clienti. E persino gli elettori del Pdl, in fondo - che avevano creduto alla balla della resistenza contro i "comunisti" -, hanno buone ragioni per sentirsi traditi. Cosicché quella che nasce, lungi dall'essere la somma di due forze, finisce per essere l'assemblaggio informe di due debolezze, destinate a galleggiare su un magma elettorale instabile, sofferente e smarrito, soprattutto sul versante del centro-sinistra dove sembra impossibile un ricupero della fiducia così platealmente dilapidata.

Ma c'è un terzo fattore, dirimente, di debolezza di questo governo. E sta nel fatto che, con la cecità dei folli, a Berlusconi è stato dato in mano il congegno con cui può far brillare in ogni momento la carica esplosiva che sta sotto i piedi del governo che ha contribuito a far nascere. O, per usare la metafora nautica di un suo ministro, lo spillone con cui può bucare il gommone su cui, non a caso, ha fatto salire i suoi uomini meno fidati - quelli che erano pronti a tradirlo nei tempi duri -, tenendo a terra i fedelissimi... Il Caimano ha cioè una sorta di diritto di vita e di morte sul governo dei "due vice", e possiamo star certi che ne farà buon uso al primo accenno di sentenza sfavorevole dei giudici. O quando un sondaggio favorevole, o un nuovo segno di cedimento economico gli consiglierà di cavalcare la tigre del populismo e della rivolta (magari fiscale) che stanno nelle sue corde, e di incassare il relativo premio elettorale.

Si dirà che non c'era più tempo. Che l'Europa e i mercati imponevano una qualche fine del vuoto politico. E, comunque, che non c'erano alternative, visto il fallimento del tentativo di Bersani di "agganciare i grillini". Si crede forse che questo governo avrà la necessaria autorevolezza in Europa, per condurre - come dovrebbe - una seria battaglia per modificarne strutturalmente le linee guida, con sulle spalle l'ombra dell'uomo che ci ha condotto, un anno e mezzo fa, sull'orlo del fallimento e che con la sua volgarità ci ha alienato la stima universale? O che, d'altra parte, se scegliesse, come è più probabile, di sottostare ai vincoli dell'Agenda Monti, riuscirà a contenere gli appetiti da rentier di quel socio ingombrante, esperto in falsi in bilancio e pronto ai rilanci più spericolati pur di compiacere un elettorato affollato di affaristi e speculatori.

E quanto all'alternativa, esisteva eccome. Sarebbe bastato che il Capo dello Stato avesse affidato l'incarico a una personalità di alto profilo indipendente dai partiti, con un programma limitato alla riforma elettorale e alle emergenze economiche, e la convergenza dei 5 stelle sarebbe stata a portata di mano. Il fatto è che sull'irto colle si diffidava molto di più di chi portava una domanda di discontinuità politica che di chi ne incarnava la peggiore continuità. Che faceva assai più paura un "nuovo radicale", che non la riproposizione del "vecchio peggiore". E che in fondo, con l'anomalia selvaggia di destra si era convissuto amichevolmente in questo ventennio di compromesso strisciante, mentre con l'anomalia dirompente venuta dal basso si rischiava lo stato di natura.
Per questo i mesi che ci aspettano non saranno di stabilizzazione, ma di turbolenza. La tempesta perfetta non è affatto alle spalle, forse ci sta davanti. In una situazione in cui il presidenzialismo di fatto inaugurato un anno e mezzo fa da Giorgio Napolitano e consolidato dopo febbraio (in una forma cripto-monarchica) ha finito per corrodere e infine assorbire in sé gli altri corpi istituzionali - Parlamento e Governo - e per accelerare la crisi dei partiti politici, lasciando lo Stato nudo, senza più significative mediazioni con la società (e le sue convulsioni).

Per questo sarà decisiva nei prossimi mesi la partecipazione e la mobilitazione dal basso, delle reti organizzate che ancora resistono. Intanto - è il minimo - per impedire che si metta mano alla Costituzione, almeno finché sarà in gioco la presenza eversiva del Grande inquinatore.

E poi per offrire una casa (nuova e organizzata) ai tanti - troppi - esodati della politica che vivono oggi l'esperienza sradicante di uno spaesamento che non ha precedenti nella storia della nostra Repubblica. Sapendo che la crisi del Pd è divenuta, dopo gli ultimi strappi, irreversibile: che da un gruppo dirigente ridotto a viluppo di personalismi tra loro conflittuali non ci si può aspettare la spinta ideale e la determinazione collettiva indispensabili per rimediare a una caduta così catastrofica («Mi sento troppo vecchio, e troppo lontano, per formare nuove abitudini », dice Hamm a Clov prima di uscire di scena). E che la nuova casa, se saprà sorgere, dovrà essere ricostruita lontano da Bisanzio, dai veleni del Palazzo, dai giochi e dai tiri incrociati di un ceto politico esaurito, dalle macerie fumanti del centro-sinistra. La manifestazione della Fiom, il 18 maggio, è una prima occasione per guardarsi e per contarsi. Ma sarebbe importante che in ogni città si organizzassero assemblee (come va proponendo Alba): si aprisse uno spazio libero di incontro e di riflessione, per non trasformare l'esodo in una disfatta. Se non ora, quando?

“Io, minacciata di morte ogni giorno non ho paura e non voglio scorte ma dico basta all’anarchia del web”: Questo il titolo che

la Repubblica (3 maggio 2013) ha dato all’intervista di Concita De Gregorio. L’abbiamo cambiato, perché ci è venuta in mente la bella canzone delle mondine, poi fatta propria dalla Lega dei socialisti e dal movimento femminile. Il link alla canzone, interpretata da Paola Daffinà, è in calce.

— Laura Boldrini, seduta alla sua scrivania di Presidente della Camera dei deputati, legge attentamente i messaggi che la sua giovane assistente Giovanna Pirrotta le porge. Sono minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura. Accanto al testo spesso ci sono immagini. Fotomontaggi: il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore, il suo viso sul corpo di una donna sgozzata, il sangue che riempie un catino a terra. Centinaia di pagine stampate, migliaia di messaggi. A ciascuna minaccia corrisponde un nome e un cognome, un profilo Facebook, l’indirizzo di una pagina Internet. Le minacce — tutte a sfondo sessuale, promesse di morte violenta — si sono moltiplicate nel giro di due settimane con il tipico effetto valanga che la Rete produce: al principio erano una decina, qualche sito le ha riprese e rilanciate, i siti più grandi le hanno richiamate dai siti più piccoli con la tecnica consueta: dichiarare in premessa l’intenzione di denunciare l’aggressione col risultato, in effetti, di divulgarla ad un pubblico sempre più ampio. In principio, quasi all’indomani della sua nomina, aveva preso a circolare una foto che a questo punto della vicenda pare addirittura innocente: una donna nuda, in spiagga, indicata come Laura Boldrini e affiancata da commenti machisti. Poi le prime minacce, altre e altre ancora sempre più gravi fino ad arrivare alle ultime, pochi giorni fa: una donna sgozzata, uno stupro. Siti di destra, razzisti e xenofobi, pagine Facebook, di seguito l’effetto macchia d’olio, incontrollabile. Dunque cosa fare?, è l’intatto quesito che si ripropone ogni volta che ci si trova di fronte a messaggi, comunicati, rivendicazioni di una minoranza violenta. Dar loro visibilità e amplificarli, facendo il loro gioco, o tacere, subire, reagire sul piano della denuncia individuale senza offrire un più largo palcoscenico a quelle miserevoli gesta.
«Io non ho paura», mormora la presidente della Camera mentre ascolta questa discussione, i suoi collaboratori attorno a lei. «Nel senso che certo, sì. Ho paura quando i fotografi inseguono mia figlia di 19 anni in motorino, ho paura che possa spaventarsi e avere un incidente, mi si gonfia in cuore. Ho paura quando si appostano sotto casa di mio fratello Enrico, il più piccolo dei miei fratelli, che soffre di una forma grave di autismo. Non capisco come possano farlo, e ho paura per lui. Ma non ho paura io, adesso, di aprire un fronte di battaglia, se necessario. Daremo visibilità a un gruppo di fanatici? Sì, è vero. Ma non sono pochi, sono migliaia e migliaia, crescono ogni giorno e costituiscono una porzione del Paese che non possiamo ignorare: c’è e dobbiamo combatterla. Non posso denunciarli tutti individualmente: è un’arma spuntata, la giustizia cammina lentamente al cospetto della Rete, quando arriva la minaccia è già altrove, moltiplicata per mille. E poi non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si sca-
tena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni. E questa davvero è una questione grande, diffusa, collettiva. Non bisogna più aver paura di dire che è una cultura sotterranea in qualche forma condivisa. Io dico: un’emergenza, in Italia. Perché le donne muoiono per mano degli uomini ogni giorno, ed è in fondo considerata sempre una fatalità, un incidente, un raptus. Se questo accade è anche — non solo, ma anche — perché chi poteva farlo non ha mai sollevato con vigore il tema al livello più alto, quello istituzionale. Dunque facciamolo, finalmen-
te».
Sul tavolo della presidente le pagine in cui uomini con nome e cognome, dati a cui corrispondono persone reali, scrivono «ti devono linciare, puttana», «abiti a 30 chilometri da casa mia, giuro che vengo a trovarti», «ti ammanetto di chiudo in una stanza buia e ti uso come orinatoio, morirai affogata», «gli immigrati
mettiteli nel letto, troia». Accanto alla foto della donna sgozzata: «Per i Boldrini in rete ecco l’Islam in azione».
La seconda questione è se possibile ancora più delicata, riguarda i reati commessi via web. Ogni volta che si interviene a cancellare un messaggio, ad oscurare un sito — dice Roberto Natale, portavoce della Presidente — c’è una reazione fortissima della rete che invoca la libertà e parla di censura. Valentina Loiero, responsabile comunicazione: «Al principio abbiamo individuato un sito, di cui è titolare Antonio Mattia, che aveva diffuso la foto di una nudista spacciandola per Laura ed aveva dato il via ai commenti sessisti. Abbiamo informato la polizia postale. La reazione dell’uomo alla visita delle forze dell’ordine
è stata una denuncia di violazione della privacy a cui hanno fatto seguito in rete accuse di abuso di potere, subito riprese da esponenti politici della destra».
Boldrini: «Abbiamo due agenti della polizia postale, due, che lavorano alla Camera, distaccati qui a vigilare sulle moltissime violazioni di cui un luogo istituzionale come questo può essere oggetto. C’è stato il caso della parlamentare del Movimento Cinque Stelle di cui è stata violata la posta personale. C’è il caso di una deputata oggi ministra che non ha più potuto accedere ai suoi social network e teme che a suo nome si possano divulgare messaggi non suoi. Poi ci sono le minacce di morte nei miei confronti. Tutte donne, lo dico come dato di cronaca. So bene che la
questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada». C’è in questi giorni la discussione sulla scorta. «Io ho chiesto di non essere scortata. Non ho paura di camminare per Roma, non ho paura di andare da casa in ufficio. Può accadere qualsiasi cosa in qualsiasi momento, certo, ma questo vale per chiunque. Piuttosto mi pare molto più grave, molto più pericoloso che si diffonda in rete una cultura della minaccia tollerata e giudicata tutt’al più, come certi hanno scritto, una “burla”. Mi sento molto più vulnerabile quando penso che chiunque, aprendo un computer, anche mia figlia, anche i suoi amici, anche i ragazzi giovanissimi che vivono connessi al computer possono vedere il mio volto sovrapposto a quello di una donna sgozzata. Mi domando che effetti profondi e di lungo periodo, fra i più giovani, un’immagine così possa avere».
La campagna contro Laura Boldrini si è impennata all’indomani della sua visita alla comunità ebraica, il 12 aprile scorso. In quell’occasione, incontrando i dirigenti della comunità, ha parlato della necessità di «ripristinare il rigore della legge Mancino» a proposito dell’incitamento al razzismo e all’odio razziale su web. È infatti dell’8 aprile la sentenza di condanna dei quattro gestori di Stormfront, sito web neonazista, condannati per antisemitismo. È la prima sentenza che riconosce un’associazione a delinquere via web: a quella si richiamava Boldrini nel suo discorso alla comunità. Da quel giorno è partita la valanga. Il sito “Tutti i crimini degli immigrati” associa il volto del presidente della Camera alle notizie di reati commessi da cittadini stranieri. “Resistenza Nazionale”, “Fronte Nazionale”, “MultiKulti” e altri indirizzi web diffondono. Poi i fotomontaggi, e le minacce. Dal 28 aprile, dopo la sparatoria davanti a palazzo Chigi, hanno iniziato a circolare centinaia di messaggi che dicono «Dovevano sparare a te», «la prossima sei tu», «cacati sotto, a morte i politici come te». La magistratura è avvertita, le denunce sono partite. «Ma è come svuotare il mare con un bicchiere. Credo che ci dobbiamo tutti fermare un momento e domandarci due cose: se vogliamo dare battaglia — una battaglia culturale — alle aggressioni alle donne a sfondo sessuale. Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire»

«Se mi chiede di trovare un filo rosso nelle vicende politiche degli ultimi giorni mi viene da rispondere: il disprezzo per i cittadini». Il parere dell’autorevole costituzionalista Lorenza Carlassara sulle minacciate modifiche alla Costituzione.

Il manifesto, 3 maggio 2013

Lorenza Carlassare, professoressa emerita a Padova e illustre Costituzionalista, spiega le ragioni della sua contrarietà alla «Convenzione» del governo Letta: «La procedura di revisione costituzionale prevede modifiche limitate ed omogenee. L'articolo 138 non è una porta attraverso la quale far passare lo stravolgimento della Carta». Quanto agli ultimi due mesi, Carlassare parla di una «sospensione» dei risultati elettorali, decisa infine dalla «condizioni quasi impossibili» che Napolitano ha imposto a Bersani: «La fiducia del parlamento si verifica nel voto, prima non può essere "certa"». Intanto anche i comitati Dossetti chiedono che si parta dalla riforma elettorale. «Se mi chiede di trovare un filo rosso nelle vicende politiche degli ultimi giorni mi viene da rispondere: il disprezzo per i cittadini». A Lorenza Carlassare non è piaciuto il modo in cui il parlamento è uscito dallo stallo post elettorale - il governo Letta - e ancora meno piace la piega che sta prendendo il dibattito sulle riforme costituzionali. Riforme che ancora una volta vengono proposte in maniera strumentale, stavolta per puntellare un governo fragile. E non solo: «Secondo me - dice l'illustre costituzionalista - l'obiettivo principale è ancora quello di rimandare la modifica della legge elettorale. Si propongono percorsi che il minimo che si possa dire sono lunghi e complicati e intanto si cancella dall'orizzonte l'unica riforma che invece si potrebbe fare velocemente. Che è tanto più urgente vista la pessima prova della legge Calderoli e visto che siamo in presenza di un governo insicuro, che può andare in crisi in qualsiasi momento. Evidentemente - aggiunge Carlassare - gli estimatori di questa legge elettorale si tengono nascosti ma sono ancora la maggioranza».

Professoressa, come giudica la Convenzione costituente, tratteggiata dai «saggi» del Quirinale e proposta ufficialmente dal presidente del Consiglio Letta?
Mi pare un'assurdità. Semplicemente non si può fare. È una proposta illecita: la procedura di revisione costituzionale, l'articolo 138, prevede modifiche limitate e omogenee. Non è una porta attraverso la quale si può far passare la redazione di una diversa Costituzione, come mi pare si voglia fare. La procedura non può essere saltata. E la Costituzione non può essere modificata nei principi fondamentali e nella struttura di base, la forma di stato. Né possono essere cancellati i diritti e le limitazioni al potere, il principio democratico e l'appartenenza continua della sovranità al popolo (non solo in occasione delle elezioni). I rapporti fra gli organi costituzionali sono stati disegnati conformemente al principio della divisione dei poteri: se concentriamo tutto il potere in un solo organo, primo ministro o presidente della Repubblica che sia, si cambia la forma di stato non solo quella di governo. E poi l'idea che un piccolo gruppo prenda in mano i destini del paese mi fa paura, è un ulteriore segnale dello spirito autoritario che si sta affermando.

Cosa pensa delle alternative in campo, premierato forte e semipresidenzialismo?
Si tratta della riproposizione di contenuti non voluti dal corpo elettorale. Quella Costituzione di tipo autoritario, col rafforzamento dei poteri del primo ministro in modo tale da renderlo capace di superare qualsiasi ostacolo, era già stata proposta da Berlusconi e dalla Lega ed era stata respinta dagli elettori. Tornare lì adesso è un primo schiaffo ai cittadini che nel 2006 hanno bocciato quella riforma con il referendum. Un secondo schiaffo è immaginare di approvare di nuovo queste modifiche con una maggioranza tale da impedire un altro referendum confermativo, come è accaduto da poco con l'articolo 81. Sono riforme oltretutto inutili, che si spiegano solo con l'eterna pulsione a non attuare la parte sociale della Costituzione. Così ogni volta che, magari per caso, si profila la possibilità sviluppare i principi sociali della Costituzione con un governo che non sia espressione della pura conservazione, succede qualcosa che lo impedisce.

Sta parlando del fallimento, tra marzo e aprile, del tentativo di Bersani?
I risultati delle elezioni di febbraio sono stati come sospesi per due mesi. Eppure una cosa era apparsa chiara da subito, lo ha scritto Gianni Ferrara: senza il centrosinistra non sarebbe potuto nascere nessun governo. Il presidente della Repubblica - in un regime non (ancora) presidenziale - ha scelto però di porre al leader della coalizione che, di poco, era risultata vincente una condizione quasi impossibile: la garanzia di una fiducia certa. In politica non si può mai essere sicuri di avere i numeri fino al momento della prova, e del resto abbiamo già avuto nella storia repubblicana governi sfiduciati all'indomani della nomina. Questa volta, al limite, avremmo sostituito un governo dimissionario lontanissimo da qualsiasi gradimento del parlamento (di quello vecchio e di quello nuovo), parlo del governo Monti, con un governo Bersani, dimissionario anch'esso e in carica solo per gli affari correnti, ma almeno rappresentativo della coalizione più votata dagli elettori.

Invece abbiamo avuto il governo Letta, che ha messo insieme gli avversari delle elezioni.
Questo è il terzo segno di evidente disprezzo degli elettori. Chi ha votato per Berlusconi mai avrebbe voluto l'alleanza con Bersani, e viceversa. È stata fatta invece l'unione degli opposti, degli incompatibili. Una soluzione che mi pare condannata alla paralisi, come si vede dai primi ricatti. Un governo di coalizione si può fare con un sistema elettorale proporzionale, come in passato, quando comunque ad unirsi erano le forze più vicine e non quelle assolutamente contrastanti. Il Pd e il Pdl, o almeno i loro elettori, sono due mondi opposti. Paragonare il loro esecutivo al «connubio» tra Cavour e Rattazzi - espressione entrambi di un gruppo ristretto di elettori della stessa classe sociale - mi pare un insulto alla storia.

Gravi preoccupazioni per l’avvio del governo costruito da Berlusconi sulle macerie del PD. Ma non tutte le carte sono ancora giocate:«molte forze vitali sono già in campo, e non mancheranno di far sentire la loro voce».

La Repubblica, 3 maggio 2013

COME, e da chi, sarà governato questo paese nella fase che si è appena aperta? La prima risposta è tutta politica e deve partire dalla constatazione che Berlusconi è il vincitore della partita sulle macerie del Pd. E, in quanto tale, non sarà solo il lord protettore di questo governo, ma il depositario di un potere di vita e di morte.

La seconda riguarda il modo stesso in cui il governo si è costituito e si è presentato: un governo “per sottrazione”, non tanto per l’esclusione di pezzi del vecchio personale politico (in realtà, una vera “rottamazione” riguardante il solo Pd), quanto piuttosto per il silenzio su una serie di questioni evidentemente ritenute “divisive” (l’orrenda parola che connota sinistramente il nuovo lessico politico). La terza risposta è istituzionale ed è affidata all’invenzione di una Convenzione che dovrebbe, nelle parole del presidente del Consiglio, farci uscire dalla Seconda e traghettarci nella Terza Repubblica. La quarta, ma in verità la prima, è quella sociale, che riassume le urgenze dell’economia e il dramma delle persone.

Partiamo, allora, proprio da quest’ultimo tema. Sono stati descritti, in questi anni, alcuni caratteri che veniva assumendo la società italiana, caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale. Ma queste rilevazioni oggettive non sono mai state prese seriamente in considerazione. Poiché l’unica bussola è stata quella dell’economia, e il mercato è vissuto come un’invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto “sacrificabile”. E infatti la parola “sacrifici” è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s’inoculava il virus della violenza. Quella inammissibile dell’aggressione armata, ma pure quella terribile del “tempo dei suicidi”, accompagnate dall’aumento dei reati documentato da commercianti e imprenditori come effetto del disagio che spinge all’illegalità chi vede in ciò una via obbligata per la sopravvivenza. E’ giusto, allora, invocare misura nel linguaggio, invito che tuttavia dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che nel corso degli anni si sono fatti seminatori di discordia e imprenditori della paura. Ma è doveroso un riconoscimento a chi incanala la protesta sociale nelle forme della legalità. Penso alla Fiom, tante volte aggredita, che ha scelto la via giudiziaria per affermare i diritti dei lavoratori.

Siamo ormai di fronte ai drammi dell’esistenza, e la capacità di governo dei processi sociali si misurerà proprio in questa dimensione, che non può essere dominata dalla prepotenza dell’economia. Se la politica vuole ritrovare il filo costituzionale perduto, deve pur ricordare che la Costituzione parla di “esistenza libera e dignitosa” collegata alla retribuzione, sì che né il lavoro può essere considerato una merce, né l’azione pubblica può essere pensata solo come rimedio per le situazioni di povertà, pur essendo evidente che interventi in quest’ultima direzione siano urgenti. La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa in una prospettiva che guarda a un nuovo welfare, così come il mondo del lavoro non può essere lasciato privo di una legge sulla rappresentanza sindacale.

Legalità e Costituzione ci portano al non detto del programma di governo, al suo essere prigioniero della logica della sottrazione. Non una parola del presidente del Consiglio sui diritti civili, terreno sul quale in tutto il mondo si discute, si sperimenta, si innova, si legifera. I prossimi anni saranno quelli di un isolamento civile del nostro paese? Eppure, davanti a Governo e Parlamento stanno questioni ineludibili. La legge sulla procreazione assistita, la più ideologica e sgangherata tra i tanti mostri legislativi partoriti dalle maggioranze di destra, è stata fatta a pezzi dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: coerenza vorrebbe che si abbandoni la logica proibizionista, che ha prodotto un turismo procreativo che discrimina le donne in base alle loro risorse finanziarie, e si approdi ad una legge essenziale, rispettosa del diritto all’autodeterminazione e di quello alla salute, come la Corte costituzionale ha detto chiaramente. Il presidente della Corte ha recentemente ricordato una sentenza della Consulta che ha riconosciuto alle coppie di persone dello stesso sesso il diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro situazione, rinviando correttamente al Parlamento la definizione delle modalità del riconoscimento. Può il Parlamento lasciare senza garanzie un diritto fondamentale delle persone? Possono gli eletti del Pd dimenticare che questo era un aspetto assai sbandierato del loro programma e compariva tra gli 8 punti di Bersani? Si potrebbe continuare, ma bastano questi esempi per mostrare che cosa si sacrifichi sull’altare delle larghe intese.

Conosco la vecchia obiezione. I diritti sono un lusso in tempi di crisi, Bertolt Brecht fa dire a Mackie Messer, nell’Opera da tre soldi, “prima la pancia, poi vien la morale”. Ma la dignità delle persone, il rispetto dovuto a ciascuno sono ormai un elemento costitutivo delle società democratiche. Possiamo dimenticarlo, sia pure per un momento? Peraltro, la cancellazione della dimensione dei diritti contraddice la dichiarata attenzione per l’Unione europea, dove ormai la Carta dei diritti fondamentali ha lo stesso valore giuridico dei trattati e afferma chiaramente l’indivisibilità dei diritti. Le convenienze purtroppo spingono in questa direzione, e tuttavia questo erode la legittimità del governo e la credibilità del Pd, cosa che dovrebbe preoccupare assai, e spingere ad azioni concrete, quei parlamentari che hanno manifestato critiche e preoccupazioni. E che dovrebbero essere memori, di nuovo, degli 8 punti di Bersani, dove comparivano la legge sui conflitti d’interesse e sull’incandidabilità, sul falso in bilancio e sulla prescrizione dei reati. Tutti temi che, malinconicamente, sembrano archiviati.

Qui nasce un ulteriore, significativo problema politico. I gruppi di opposizione hanno responsabilmente parlato della loro volontà di valutare nel merito, senza pregiudizi, i singoli provvedimenti del governo. E tuttavia il ruolo dell’opposizione non può ridursi al gioco di rimessa. Utilizzando anche le norme regolamentari che assegnano spazi garantiti per la discussione delle loro proposte, i gruppi d’opposizione presenteranno certamente proposte proprie, tra le quali con ragionevole probabilità compariranno alcune almeno tra quelle ricordate. Saranno valutate dalla maggioranza di governo con lo stesso spirito costruttivo manifestato dalle opposizioni? O questa si trincererà dietro un rifiuto pregiudiziale, vedendo in quelle proposte l’intenzione di mettere in difficoltà il governo?

Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d’incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che – cambiando il titolo V della Costituzione, l’articolo 81, le norme sul processo penale – le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente “suscettibile di travolgere l’insieme della Costituzione” (parole di Valerio Onida nella relazione dei “saggi”). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l’artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini.

Rispetto a questa linea si manifesteranno certamente le opinioni critiche in quel mondo della sinistra che, in questi anni, ha cominciato a ricostruire una vera linea di politica costituzionale, consapevole dei problemi della democrazia rappresentativa, ma convinta che la via d’uscita non sia quella dell’accentramento dei poteri e della cancellazione dei diritti. Molte forze vitali sono già in campo, e non mancheranno di far sentire la loro voce.

Tre articoli di Andrea Fabozzi, Paolo Favilli, e Pierfranco Pellizzetti.

Il manifesto, 1 maggio 2013

BERLUSCONI IL RIFORMATORE
di Andrea Fabozzi

Ieri il governo delle larghe intese ha avuto la fiducia anche del senato, ma poco prima Berlusconi gliel'aveva già tolta. Parlando dell'Imu e della convenzione per le riforme, il cavaliere alleato ha espresso un pensiero semplice: o si fa come dico io o faccio cadere il governo. Prima ancora di cominciare a crederci, dunque, il presidente del Consiglio Letta può scambiarsi di posto con il vice presidente Alfano. Realizzerebbe oltretutto il desiderio che ha confessato in aula: sedere tra i ministri ma non come primo ministro. In effetti non sembra che lo lasceranno guidare.

L'illusione di un Berlusconi affidabile è durata così 24 ore. Si potevano risparmiare anche quelle evitando di resettare la memoria degli ultimi 20 anni. Il Pd, di fronte all'immediato sgretolarsi del suo piano B (o era il piano A?) ha reagito con quel riflesso di responsabilità che tanti insuccessi ha garantito. Ha richiamato i nuovi alleati alla nobiltà del compromesso. I nuovi alleati hanno risposto con la nobiltà, e la grazia, di un Brunetta o di un Gasparri. Immaginate.

Ci toccano le repliche del governo Monti, due mesi dopo. Il Pd a puntellare l'insostenibile e il Pdl ad ammonticchiare quotidiane macerie per scalare la sua rimonta elettorale, regalando il resto a Grillo. Non che gli strateghi democratici e quirinalizi siano così ingenui, anche in questo caso hanno un piano. Concepiscono le larghe intese come il purgatorio necessario per uscire dall'inferno del bipolarismo conflittuale (che pure non gli era sembrato tanto male, all'ora). Tentano ancora di costituzionalizzare Berlusconi, in questo caso adattando la Costituzione a Berlusconi. Che continua a illuderli, presentandosi adesso come il nipote di De Gaulle. Dal bipolarismo conflittuale alla coalizione ricattatoria non c'è chi non veda il progresso. Ora il Pd può coerentemente dare al cavaliere alleato la guida della nuova bicamerale, evitando richieste peggiori. Tipo Lorenzin alla sanità, Quagliariello alle riforme o Lupi alle telecomunicazioni, non si sa mai.


GOVERNISSIMO
È TORNATO IL SIGNORE DELLA CORRUZIONE
di Paolo Favilli

Paolo Volponi, ne Le mosche del capitale, (1989) osserva un paesaggio italiano ancora «bello e pingue, ma svagato e stracco come se aspettasse una passata di peste e una notte da Medioevo». Il romanzo è ambientato nel 1980 ed è, nella sua lucidità, un premonizione ragionata della barbarie che stava arrivando. I suicidi «per cause economiche», episodi estremi, si manifestano come indicatori, spie dei modi di declinazione della barbarie nei tempi dell'inversione del progetto democratico.

Il progetto democratico, infatti, è del tutto compenetrato dalle logiche di uno svolgimento intrinsecamente opposto a quello della barbarie: un percorso in cui si declinano le forme storicamente possibili dell'uguaglianza, scandite dall'ampliamento progressivo della sfera dei diritti.

La dinamica regressiva dell'ultimo trentennio, le sue cause strutturali, non sono purtroppo elemento essenziale del discorso politico. Non è un caso. Da tempo ormai la politica ha scelto l'irrilevanza. Questo non è un problema per le parti politiche organiche alle classi dominanti. Il pilota automatico (si fa per dire, la scelta politica è implicita) che gestisce economia e società è garanzia di funzionamento adeguato per logiche e interessi cui tali parti politiche sono organiche. Per le parti la cui funzione storica era stata quella dell'emancipazione dei subalterni, si è trattato, invece, della catastrofe. Catastrofe di quella funzione storica, non certo dei destini personali dei molti che, di quella parte, provengono dal ceto politico dirigente. Anzi mai come negli anni dell'inversione del progetto democratico i loro destini sono stati contrassegnati da onori e privilegi.

Si è avverata la profezia di Leonardo Sciascia che ne Il contesto fa dire ad un leader del partito di governo sollecitato ad «aprire» nei confronti del partito di Enrico Berlinguer: «Questo paese non è ancora arrivato a disprezzare il partito del signor Amar quanto disprezza il mio. Nel nostro paese il crisma del potere è il disprezzo». Ora disprezzo e potere si sono alfine pienamente coniugati. Ecco allora che dell'orrore in cui siamo immersi possiamo dare conto solo prendendo le distanze dal luogo della narrazione dei giochi incrociati tra i poteri, per immergersi nel luogo della narrazione delle punte estreme dell'orrore quotidiano, della banalità dell'orrore. D'altra parte sappiamo bene, ormai, come in genere sia proprio l'analisi dei «margini» a darci conoscenza sulla verità del «centro».

La microstoria del triplo suicidio «per povertà», avvenuto recentemente a Civitanova Marche, non è altro che la riduzione di scala di problemi di ben più ampia dimensione. Vanno affrontati con analisi politiche e socio-economiche a quello stesso livello. Una microstoria innervata del senso profondo della storia generale che stiamo vivendo. Romeo Dionisi e Maria Sopranzi, i due coniugi che si sono impiccati in un garage di Civitanova, avevano interiorizzato la lezione sulla dignità dell'uomo che ha caratterizzato la storia dell'emancipazione dei subalterni, e non hanno retto alla vergogna del suo attuale naufragio.

La vergogna è paralizzante, distrugge le risorse interiori proprio perché è la condizione prodotta dalla perduta dignità. Romeo Dionisi e Maria Sopranzi si trovavano a giudicare degradante una situazione economico-sociale degradata. L'identità va in pezzi. Se gli esiti suicidali rimangono marginali, tuttavia il processo descritto riguarda ormai milioni di persone. La povertà diventa miseria proprio perché la povertà è indotta da un ulteriore ciclo di modernizzazione. Il ciclo dell'invenzione della scarsità, della scarsità socialmente costruita.

La modernizzazione della povertà, la sua riduzione a miseria, è uno dei parametri fondamentali su cui si articola l'analisi del capitalismo nell'età contemporanea. Nei cosiddetti «trenta gloriosi» (fine anni Quaranta, fine anni Settanta), si era avviata un'inversione di tendenza, un ciclo opposto: quello del percorso democratico; poi uno nuovo di modernizzazione. La banalizzazione del moderno, ma insieme la sua riduzione a senso comune dominante, la si può cogliere bene nell'affermazione lapidaria di una delle firme del Corriere della Sera relativamente al merito maggiore della Thatcher: «Ha costretto l'Inghilterra a diventare moderna» (Severgnini, 22/04/'13). La tragedia sociale dei subalterni come indice di modernità.

Alla banalizzazione della modernità si accompagna, in particolare nel caso italiano, la banalizzazione del nesso tra questione politica, questione morale e questione criminale. Il braccio destro (o sinistro) di Berlusconi è stato condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari. La corruzione è avvenuta con l'utilizzazione di fondi riconducibili al suo datore di lavoro ed a vantaggio dello stesso. Il suo braccio sinistro (o destro) è stato condannato in primo e secondo grado (cioè nel giudizio di sostanza) per concorso in associazione mafiosa. In particolare nel suo ruolo di interfaccia (protettiva o meno) tra tale associazione e il solito datore di lavoro. È necessario ricordare che la lunga fase politica in cui siamo ancora immersi è cominciata proprio con il tridente d'attacco Berlusconi, Previti, Dell'Utri, cioè la triade fattuale di ciò che è stato provato: intreccio di questione politica, questione morale, questione criminale. Il corpo a cui appartengono il braccio sinistro ed il destro, dopo una breve parentesi, è ritornato ad essere uno dei signori della politica italiana. Si tratta di un fenomeno obbiettivamente mostruoso («che suscita stupore e meraviglia, straordinario» ), ma ancora più mostruoso il fatto che non sia avvertito come tale da chi ancora, qualche volta, evoca Enrico Berlinguer, sia pure in riferimenti del tutto retorici.

Tale mostruosità ha a che vedere con i lineamenti lunghi di una tipicità italiana. Lineamenti che si manifestano in maniera carsica, ma che tendono sempre a ritornare in superficie nei momenti in cui le risposte alle crisi emergono dalla decomposizione di climi caratterizzati da forte tensione etico-politica. Per dirla con il fulminante incipit tolstoiano di Anna Karenina: «Le famiglie felici si rassomigliano tutte. Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo». E nella famiglia Italia la crisi fa emergere componenti di lungo periodo che si coniugano agevolmente con la tradizione, anch'essa di lungo periodo, della politica come luogo privilegiato della coltivazione raffinata della pianta cinismo. Il fatto che lo scioglimento del nodo rappresentato dalla suddetta triade, vero e proprio paradigma della politica alta, sia stato sterilizzato, tolto dal campo della politica, dimostra come quella pianta sia divenuta rigogliosa.

«Intese non sono orrore...», ha tuonato Napolitano divenuto il presidente di una Repubblica con una nuova costituzione materiale. L'affermazione è un'ovvietà. Le intese figlie di un cinismo tanto profondo e radicato sono invece proprio l'orrore. Un indicatore preciso di barbarie politica. Solo la presa di coscienza degli aspetti fondamentali di questa barbarie, delle loro radici profonde, della necessità di una discriminante netta, sia etico-politica che analitica, nei confronti del vasto fronte della banalizzazione cinica, può costituire il punto di riferimento unitario di una sinistra divisa e dispersa.


PAROLE KILLER
INCIUCIO, IL LESSICO DEL POTERE
di Pierfranco Pellizzetti

Il presidente taumaturgo Giorgio Napolitano, quale primo atto ad alto valore simbolico della sua sacralizzazione, ha posto all'indice il termine inciucio. Nel frattempo la clacque si è premurata di spiegare che il compromesso sarebbe l'essenza stessa della politica, nel machiavellismo d'accatto del fine che giustifica i mezzi (e Albert Camus rispondeva: «Ma chi giustifica i fini?»). C'è, tuttavia, compromesso e compromesso. Per dire, quello keynesiano è un po' diverso dall'accordo collusivo sottobanco definito - appunto - inciucio. La rimozione lessicale per diktat presidenziale indica che questo lungo tramonto inverecondo della «Seconda Repubblica» trova uno dei suoi principali campi di battaglia nell'imposizione delle parole che determinano il pensiero pensabile mainstream. In perfetta simmetria con quanto già era avvenuto proprio agli albori di tale fase politica nazionale.

Infatti, agli inizi degli anni Novanta - mentre la crisi di Tangentopoli veniva aggirata virando la questione morale in questione istituzionale (maggioritario versus proporzionale, elezione diretta dei sindaci, ecc.), deviando l'attenzione dai comportamenti concreti alle regole astratte - i laboratori sul libro-paga del Potere elaborarono il nuovo lessico al servizio del controllo sociale. Parole-killer incaricate di ferire a morte tendenze incontrollabili e dunque pericolosissime per i gestori degli immaginari.

Fu il tempo in cui comunista perse qualsivoglia riferimento storico e culturale diventando sinonimo di generica ignominia, un po' come giudeo in bocca a un nazista; quando giustizialista compì la trasmigrazione di significato da movimento peronista degli anni Cinquanta in utilizzo ingiusto dell'azione penale allo scopo di perseguitare innocenti.

Le odierne perversioni linguistiche, che iniziano a risuonare nelle invettive dei pompieri che accorrono a frotte per sostenere il nuovo corso sulla carta stampata e nei talk show, privilegiano demagogo e populista. Sicché viene bollato con il marchio infamante della demagogia chiunque osi avanzare dubbi sull'apprezzabilità che la corporazione trasversale del potere abbia realizzato il proprio salvataggio aggrappandosi a un antico apparatciki migliorista, fossilizzato nell'idea che la priorità democratica consiste nel preservare il controllo dei partiti sulla società. Populistica diventa la messa in discussione dell'assunto che la mattanza dei diritti sociali e la precarizzazione della vita, effetto di massa del paradigma liberistico, corrisponda al migliore dei mondi possibili; anzi, all'one best way della società nella vaticinata fine della storia.

Se di sovente le parole sono pietre, talvolta diventano catene per imprigionare i corpi attraverso le menti. Per occultare l'inconfessabile. La ricostruzione mistificatoria del paesaggio mentale, di cui siamo agli albori, induce a pensare che si stanno ponendo le basi per equilibri di lungo periodo. Alla faccia del «governo di servizio per fare cinque cose cinque e poi le elezioni», teorizzato dal vice direttore de la Repubblica Massimo Giannini nel tentativo di salvare la collocazione del quotidiano.

Ormai il clima sta cambiando, dopo i giorni in cui le maldestraggini dei rivoluzionari onirici del web e i gattopardismi dei rinnovatori altalenanti hanno spianato la strada alla protervia dei restauratori. E si è realizzata l'operazione perfetta della collusione spartitoria innominabile (massì, inciucio). Clima destinato a durare, che rischia di andare rafforzandosi nel momento in cui l'indignazione generale - come qualche segnale induce a pensare - scivola nel fatalismo di massa, l'istanza collettiva a difesa del principio democratico preso sul serio ripiega nella ricerca individuale di tutele materiali. Parlando il linguaggio della sottomissione.

Il ricordo di un sindacalista, Nazareno (Neno) Coldagelli, e un racconto di momenti importanti della nostra storia: la lotta alla Marzotto di Vicenza, che aprì il “68” italiano, e quella a Porto Marghera, che fu alla base degli sforzi per il risanamento della città. Soprattutto una testimonianza di ciò che intelligenza critica e dedizione morale possono fare quando incontrano la volontà di riscatto degli sfruttati.

Ho di fronte a me la foto di Neno all’ultima manifestazione nazionale della FIOM a Roma. Gli sono accanto. Intorno a noi tante bandiere rosse. Sono quelle della FIOM di Vicenza. Vicenza, ancora Vicenza, la terra che entrambi abbiamo frequentato, seppur con qualche scansione temporale, nell’«età dell’oro».

NENO A VICENZA.

L’esperienza vicentina, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, fu decisiva nella formazione di quella straordinaria figura di uomo e di dirigente sindacale che è stata Neno Coldagelli. A Vicenza – egli scrive – “diventai sindacalista a tutti gli effetti”. E, aggiunge: “La vicenda della Marzotto è quella che più mi ha segnato”. Più volte abbiamo parlato nel corso degli anni di questo storico, duro scontro di classe, lungamente preparato, evento anticipatore dell’autunno caldo. Tutt’altro che una “Jacquerie” come finalmente riconoscono la maggior parte degli storici. Neno rivendica la “giustezza e la lungimiranza” delle scelte compiute allora e ne attribuisce gran parte del merito al suo amico Ermenegildo Palmieri, che considera “il protagonista assoluto della lotta”. Ho riconosciuto in questo scritto lo stile attraverso cui Neno si relazionava anche con noi, allora giovani dirigenti sindacali promossi a ruoli di grande responsabilità già nei primissimi anni settanta. Era appena stato eletto segretario generale della Camera del Lavoro di Venezia, ma abitava ancora a Vicenza con la famiglia, quando lo conobbi nel gennaio del 1972. Veniva nella piccola sede della Camera del Lavoro in Contrà Corpus Domini, forse per terminare il passaggio di consegne a Gildo.

Anche lui, come me, era venuto da fuori e comprese subito il mio stato d’animo determinato dalla durezza dell’impatto che subivo con una realtà in cui il predominio della DC era così pervasivo della cultura dominante e del sistema di potere. Ciò mi appariva in contraddizione con il “mito”, che per anni avevo coltivato, di quella classe operaia che aveva prodotto “l’avvenimento topico del Sessantotto”. Devo a lui la comprensione dell’assenza di un rapporto diretto tra combattività operaia e coscienza politica. In breve tempo anch’io compresi che a contrastare quell’egemonia “non c’era una pattuglia di disperati e vinti ma una CGIL e un PCI che imponevano uno stile e una capacità di combattimento attiva e intransigente, una martellante presenza sul campo, particolarmente nella fabbrica” che richiedevano una dedizione assoluta e totalizzante alla causa.

L’ambiente nel quale avemmo il privilegio di essere inseriti era un luogo di unificazione generazionale, profondamente plasmato da questi uomini tenaci e combattivi e da un gruppo dirigente solidale e coeso che aveva nel Partito la sponda dell’ingraiano Romano Carotti con il quale Neno “si trova a proprio agio” ma ciò non lo metteva ovviamente al riparo né dagli strali che gli riserva Cossutta né dalle raccomandazioni alla prudenza che ripetutamente venivano da una parte della CGIL Nazionale. Già, perché Neno è figlio della “sinistra sindacale” della quale – scrive Giuseppe Pupillo – “Coldagelli e Palmieri sono stati interpreti intelligenti e dinamici” conferendo alla CGIL Vicentina “una vivacità che difficilmente si ritrova negli anni successivi”.

Sono gli anni del superamento delle Commissioni Interne sostituite dal “Sindacato dei Consigli” e dell’unità sindacale costruita “dal basso”. E’ questa una storia di successi che dimostra che si può essere radicali nell’impostazione, coraggiosamente innovatori nelle scelte politiche, ma non minoritari. Al contrario, Neno e Gildo dimostrano, in quegli anni cruciali, che una CGIL di assoluta minoranza dentro “la sagrestia d’Italia” può diventare - e diventa- egemone nelle scelte delle politiche sindacali e crescere anche dal punto di vista organizzativo.

A questa impostazione culturale Neno rimase profondamente legato per tutta la sua vita. Ne è testimonianza anche la bella lettera che mi ha inviato il 18 settembre del 2008 per commentare con acutezza e molta generosità “La statua nella polvere”, il libro da me curato sulle lotte operaie del sessantotto a Valdagno. Nel suo denso scritto s’interroga sulle ragioni della scomparsa dei Consigli dei Delegati. Non considera esauriente l’analisi contenuta nella lunga citazione di Bruno Trentin che nel ’98 ne attribuisce sostanzialmente le cause alla loro burocratizzazione, per il venir meno del faticoso esercizio della democrazia. “Parole sante” scrive Neno, ma si chiede “è solo questo?” Egli ci propone la seguente riflessione:

“ La forza originaria del Consiglio dei delegati risiedeva certo nella democrazia, ma si nutriva di una politica sindacale di grande spessore che, per dirla in soldoni, aveva al suo centro la contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro esercitata sul campo dal delegato di gruppo omogeneo, effettivo strumento di democrazia e di rinnovamento del sindacato. La mia convinzione è che la democrazia è stata sovrastata dalla burocrazia quando è venuta a meno quella politica e gli ambiti della contrattazione si sono sempre più risolti in termini quantitativi. Nella crisi dei Consigli ha naturalmente concorso la fine della fase fordista e l’inizio degli effetti della globalizzazione. Dentro questo quadro oggettivo va però anche collocata la responsabilità soggettiva della CGIL, dalla politica dell’EUR agli accordi del ‘92/’93, che hanno definitivamente ossificato il concetto di contrattazione. E qui purtroppo c’entra anche Bruno”.

Dalla sua bella e ricca testimonianza sul quinquennio vicentino emerge la conferma di come sia esistita una relazione dialettica tra le “istanze della base” e l’intelligenza politica dei suoi dirigenti ( che egli con il “suo caratteristico understatement” attribuisce solo agli altri), tra “spontaneità operaia” e comportamenti soggettivi dei quadri dirigenti e la loro totale dedizione alla causa.

E’ senza dubbio vero che in quella fase il mercato del lavoro fa lievitare il potere contrattuale; che l’ideologia del benessere e del miracolo economico contribuiscono a legittimare richieste e aspettative; che il clima politico nel mondo stava mutando. Ma tutto ciò non basta a spiegare la riscossa operaia e un ciclo così prolungato di lotta che non ha paragoni in Europa: il maggio francese durò “l’espace du un matin”. Vi contribuisce il fatto che, come scrive Asor Rosa, “solo in Italia – solo in Italia in tutto il mondo – movimento operaio e movimento studentesco crebbero solidalmente, tendendosi la mano”.

Vi contribuisce fortemente la tenacia del sindacato di classe nel partire dall’interesse concreto senza smarrire la visione politica. Al suo interno vi ha un ruolo decisivo quella “sinistra sindacale” che faceva capo alla “FIOM e a Garavini” a cui Neno s’ispirava e si sentiva di appartenere. “Una minoranza”, egli ci dice “da testimone diretto”, perché “settori importanti” del sindacato assumono “molto burocraticamente” i Consigli dei Delegati anche quando essi “straripano”. Vi contribuisce l’esperienza di lotta dei sopravvissuti nuclei operai rimasti fedeli ai valori anticapitalisti e antifascisti che Neno incontrerà nelle due principali fabbriche metalmeccaniche: la Pellizzari di Arzignano e le Smalterie di Bassano. Vi contribuisce la scelta di puntare su una forma di contrattazione articolata incentrata sulla “contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro” che si traduceva in “una politica rivendicativa che poneva al centro i problemi degli organici, dei carichi di lavoro, degli orari e dei turni, della difesa della salute, con una presenza martellante di fronte alle fabbriche”.

Questo racconta Neno parlando simpaticamente del “leggendario” suo amico Palmieri che, nelle calure estive “non aveva il tempo di cambiare le gomme da neve” e “soffiando e sbuffando intorno al ciclostile, sfornava migliaia di volantini al giorno che distribuiva la mattina successiva davanti alle fabbriche Marzotto e Lanerossi che da sole allora occupavano ventimila persone.” Volantini che parlavano delle specifiche condizioni di lavoro in quella determinata fabbrica precedentemente scandagliate attraverso il metodo dell’ “inchiesta operaia” creando così coscienza collettiva.Volantini che indicano la strada da seguire nella contrattazione attraverso la conquista del diritto di tutti i lavoratori di “eleggere su scheda bianca i comitati di reparto”. Volantini che in alcune occasioni si trasformano in schede referendum per ottenere un consenso di massa alla proclamazione dello sciopero indetto dalla sola CGIL.

“Questa iniziativa” – racconta Piero Fortunato – “riesce a ribaltare i rapporti di forza con il padrone e gli altri sindacati proprio mantenendo legami con la condizione operaia e promuovendo la partecipazione operaia alle scelte per cambiarla”. Una linea questa – commenterà molti anni dopo Neno - che “non è una banale versione operaista allora in voga in Italia. Centrale non è il salario, ma la conquista di elementi di potere e di democrazia all’interno dei luoghi di lavoro”. Essa richiedeva -aggiungo io- una concezione dell’unità sindacale come conquista dal “basso”, nella lotta, con la partecipazione e il protagonismo di tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Una concezione processuale dell’unità che non esclude confronti anche aspri, che passa attraverso un travaglio, una capacità di legittimarsi attraverso la verifica del mandato dei lavoratori organizzati e non organizzati, salvaguardando il pluralismo culturale.

NENO A VENEZIA

Quando Neno giunge a Venezia nel dicembre del 1971, trova una situazione di forte tensione sociale e di effervescenza sindacale. I lavoratori della SAVA in lotta contro la chiusura della fabbrica avevano piantato la tenda in piazza Ferretto. A novembre c’era stato lo sciopero generale, il quarto, che aveva riguardato tutta la provincia. Il 2 dicembre una cinquantina di operai della Montedison e dell’impresa Fochi venivano intossicati dal fosgene, il micidiale gas usato nella prima guerra mondiale. Non perde tempo. Si butta nella lotta. Già il 9 gennaio organizza una manifestazione antifascista intorno alla tenda della SAVA alla quale partecipano operai e studenti. Il 24 è insieme agli operai della SAVA che occupano il Municipio di Mestre. Lo stesso giorno viene chiusa un’altra fabbrica, l’Allumina. Immediata è la reazione: il giorno dopo è sciopero generale dell’industria con assemblea generale al capannone del Petrochimico che Neno conclude. Questo ciclo di lotte si compie con l’accordo del 10 febbraio che prevede la garanzia dei livelli di occupazione attraverso l’intervento delle Partecipazioni Statali nelle due fabbriche di alluminio. Nel frattempo si susseguono le fughe di fosgene che intossicano i lavoratori del Petrolchimico e delle imprese d’appalto. Le lotte riescono in modo eccellente ma Neno ne coglie il limite: tra queste e la pratica possibilità di prefigurare un qualche elemento di “diverso sviluppo” la distanza è grande. Quello che manca è un progetto di riordino dei settori industriali, di unificazione delle lotte e degli obiettivi.

Non bastano gli scioperi generali per tenere saldamente insieme l’aristocrazia operaia del Petrolchimico, “i quadristi che controllano cicli complessi”, con la “rude razza pagana” dei meccanici e degli edili, con “i negri di Porto Marghera” delle imprese d’appalto che costruiscono il Petrolchimico2 ed effettuano “ i lavori più pesanti e pericolosi” nella manutenzione degli impianti, esponendosi alle fughe di fosgene. Questi ultimi costituiscono un cospicuo “serbatoio mobile di manodopera” a basso costo e ad altissima flessibilità e precarietà. Al cospetto di una classe operaia differenziata serve una piattaforma unificante. Essa viene costruita in progress. Innanzitutto si punta al reimpiego dei lavoratori delle imprese - licenziati in seguito alla conclusione della costruzione del Petrolchimico 2 - nei lavori di manutenzione e d’investimento tesi a salvaguardare la salute e la sicurezza che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto saldarsi con le lotte per il rinnovo del contratto nazionale dei chimici che prendono avvio con lo sciopero dell’8 giugno e si concludono a ottobre, dopo quasi 100 ore di duri scioperi articolati. L’esito non è però ritenuto soddisfacente dai lavoratori. Infatti, le assemblee della Montefibre e del Petrolchimico respingono l’accordo nazionale. Questo esito rafforza in Neno la convinzione che salute, qualità del lavoro, inquadramenti professionali, orari e occupazione devono saldarsi. Per questo imposta una piattaforma sulla salute che successivamente si tradurrà nel felice slogan “fermata, risanamento, riavvio” degli impianti pericolosi e nocivi.

Una piattaforma salute si rende urgente se si considera che dal dicembre 1971 al novembre 1973 si registra una lunga e tragica sequenza di fughe di gas -“41 casi, con 1000 operai colpiti di cui 133 ricoverati in ospedale”- tanto che nel gennaio del 73 l’ispettorato del lavoro aveva adottato il sorprendente provvedimento secondo cui “tutti i dipendenti delle 205 aziende operanti a Porto Marghera(..) dovranno essere muniti di maschera individuale respiratoria”. Un’assemblea dei delegati, lo stesso giorno, respinge indignata il provvedimento. Il 12 gennaio del 73, gli operai sfilano indossando polemicamente le maschere antigas durante una grande manifestazione a Mestre (e un’altra a Venezia). Neno Coldagelli, durante il comizio conclusivo in Piazza Ferretto rilancerà la battuta subito circolata nelle fabbriche: “È più conveniente per gli industriali mettere le maschere ai lavoratori che alle ciminiere!”

Ma non basta. La classe operaia di Porto Marghera per svolgere un ruolo egemone (in senso gramsciano), per essere “classe dirigente”, deve rappresentare “l’interesse generale”. Ecco allora che si propone di allargare il tema: dalla fabbrica alla società. Senza dimenticare però mai l’insegnamento di Sergio Garavini: mantenere saldamente le radici in fabbrica è essenziale perché “nessuna classe operaia sconfitta in fabbrica potrà mai battersi per le riforme sociali”. Con questa consapevolezza imposta la piattaforma territoriale.

LA LEGGE SPECIALE

Solo nel 1973, sette anni dopo la drammatica alluvione del novembre 1966, fu approvata, dopo una lunghissima e faticosa discussione in parlamento, sulla stampa, nel sindacato, la legge speciale per la “salvaguardia” e la “vitalità socioeconomica” della città e della sua laguna. Schematizzando potremmo dire che le esigenze della tutela prevalevano alla scala nazionale e internazionale mentre la vitalità raccoglieva il consenso di quasi tutte le forze politiche e sindacali veneziane. Tra i temi più discussi all’interno del movimento sindacale vi erano quelli della portualità e della cosiddetta “terza zona industriale”, circa quattromila ettari, nella laguna Sud di Porto Marghera, assurta a simbolo della prospettiva di gigantismo industriale perseguita a Venezia negli anni Sessanta.

Ancora nel dicembre 71, la DC e la giunta comunale neocentrista tentano di sfruttare a proprio favore la chiusura della SAVA per denunciare “le smanie vincolistiche” con la connivenza intenzionale o oggettiva dei “nemici della terza zona”. La DC tenta in tal modo di rompere l’unità sindacale e la rete dei rapporti che si stanno tessendo “a sinistra” con l’obiettivo di unificare in una sola piattaforma le critiche al modello di sviluppo imperniato sull’espansione fisica di Porto Marghera, che muovono a partire dalla contestazione operaia all’organizzazione del lavoro, dei ritmi, della nocività e infine dalle preoccupazioni di tutela degli equilibri idrogeologici, ambientali, di assetto territoriale.

Il tentativo democristiano di riegemonizzare la CISL non passa, grazie anche al ruolo crescente assunto al suo interno dalla FIM CISL di Bruno Geromin. Così la Federazione CGIL,CISL,UIL scende in campo il 14 ottobre del ’72 con un corteo da Mestre a San Marco, contro una pessima legge speciale appena approvata dal Senato “con i voti dei fascisti” e l’opposizione del PSI. Da quel momento è un susseguirsi di scioperi articolati per categoria fino al grande e memorabile evento.

E’ il 21 febbraio del 1973 quando a Venezia è sciopero generale di tutta la provincia contro quella pessima legge speciale e a sostegno della vertenza territoriale. Scrivono le cronache: “Un corteo enorme attraversa per due ore una città paralizzata e raggiunge Piazza San Marco, dove parla Luciano Lama, davanti a 40.000 persone, in una delle più grandi manifestazioni mai effettuate a Venezia”.

Si trattò di un momento decisivo nella storia del movimento sindacale: da un’impostazione fortemente operaista ad una visione che collega “fabbrica e società” fino ad assumere il tema delle alleanze. Non dimentichiamo che a quello sciopero aderì persino la Confesercenti. Se si tiene conto che fino a qualche anno prima “l’acculturata classe operaia del Petrolchimico” era egemonizzata da Potere Operaio si comprende il salto qualitativo. Gli sviluppi politici che seguirono negli anni successivi, la felice scelta di Gianni Pellicani, autorevole vicesindaco di Venezia, di nominare Vezio De Lucia a segretario del comprensorio per il piano urbanistico, portarono alla eliminazione della “terza zona” imponendo di restituire la parte già imbonita “alla libera espansione delle maree”.

Ma questi frutti matureranno solo nel ’75. Tornando a quel cruciale 1973, di grande interesse è la sua relazione al Congresso della Camera del Lavoro, il 24 maggio, al Capannone del Petrolchimico. La novità che egli propone consiste nel tentativo “di uscire dalla dicotomia tra lotte aziendali e grandi manifestazioni per obiettivi generali” come si definiva allora la strategia delle riforme che sarà definitivamente sancita al congresso nazionale di Bari. I tempi sono maturi per “aprire una vertenza sul territorio” partendo dall’ambiente per “risalire a una prospettiva di riassetto del polo, degli insediamenti urbani, dei servizi sociali”. Solo con quest’articolazione – prosegue – sarà possibile far vivere “ la battaglia per le riforme, da quella sanitaria a quella della casa, dei trasporti, dei servizi.” Quello che immagina e propone è un complesso sistema di livelli negoziali coerenti tra di loro che partendo dai luoghi di lavoro risalgono via via su “per li rami” fino agli obiettivi “più generali” che riconducono alla necessità di “dare uno sbocco politico” alle lotte. Ne affida la gestione al “Consiglio intercategoriale di zona”, che nelle intenzioni sarebbe dovuto diventare il secondo livello unitario del sindacato. Di questo si parlava a Bari nelle sei giornate di congresso nazionale della CGIL che anch’io, allora giovane dirigente dei tessili di Vicenza, ho avuto il privilegio di vivere intensamente, con Gildo e Neno, con Sergio Garavini che era il nostro autorevole punto di riferimento. Nel suo intervento Neno invita il congresso ad “approfondire meglio le ragioni della stasi del movimento, delle difficoltà di articolazione del movimento con obiettivi concreti a livello territoriale e settoriale”. Ne individua le cause nella mancata continuità” tra “le piattaforme rivendicative contrattuali e gli obiettivi più generali per l’occupazione, lo sviluppo e il Mezzogiorno”. Suona come critica, fatta come sempre con molto garbo, all’impostazione della relazione di Luciano Lama. Egli infatti avverte “la necessità di non scindere la proposta politica da un grande movimento di massa che ne costituisca il segno politico” che va costruito subito con “l’obiettivo di una risposta immediata e non episodica contro l’attacco al potere d’acquisto dei salari scatenato attraverso la manovra inflazionistica”. Inoltre invita a far marciare la strategia delle riforme rimettendola con i piedi saldamente a terra, perseguendo “obiettivi concreti” individuando priorità nei consumi sociali a partire “dall’esigenza di rilanciare sin da ora l’obiettivo della gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo”.

Dieci anni dopo, quando anch’io, appena eletto segretario generale aggiunto della Camera del Lavoro di Venezia, mi proposi l’obiettivo di riportare le manifestazioni nel cuore di Venezia chiesi consigli a Neno. Complice la grande nevicata del 16 dicembre del 1983, non fui altrettanto fortunato. Ma , questa è un’altra storia. Quello che però a distanza di così tanto era ancora vivo era la “vertenza territoriale Venezia” che da quel 1973 diventa un riferimento costante dell’iniziativa del sindacato veneziano, nella quale confluiscono tutte le spinte rivendicative. Il tempo l’aveva certamente logorata, perché ne erano venuti a meno molti dei presupposti su cui era nata, ma non cancellata.

Questo lascito politico fu importante anche per mantenere un filo unitario dopo la drammatica rottura del 14 febbraio 1984. Per continuare nelle lotte di Porto Marghera ma anche sviluppare la nostra iniziativa per la “salvaguardia” di Venezia e della sua laguna. Per tutelare, come dicemmo finalmente qualche anno dopo, “la città più moderna del mondo”.

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