loader
menu
© 2026 Eddyburg

Il manifesto, 8 giugno2013

La verità è rivoluzionaria. E chi ha creduto di battersi per la rivoluzione, per tutta la vita, dovrebbe sempre dire la verità. Ma i principi e i valori vengono messi da parte quando si pensa di avere ragione. Si può dire che i nostri lettori ogni giorno leggono «un chiacchiericcio insensato». Si può essere distanti politicamente e culturalmente affermando che «beni comuni e ecologismo, si certo di queste cose non me ne importa niente», perché invece per il manifesto rappresentano una teoria e una pratica in cui ci sentiamo coinvolti e protagonisti. Chi è poi, oggi, che, culturalmente, propone un'alternativa di sinistra ai beni comuni? La riflessione di molti, tra questi Stefano Rodotà, è una ricchezza, una via da percorrere, un terreno da coltivare. Di più, un ancoraggio di questo giornale fin dalla straordinaria campagna sui referendum del 2011. Quando un voto largo, popolare, vincente, di cambiamento scombussolò le certezze della vecchia guardia.

Si possono anche dare giudizi sprezzanti o tentare di fare la lezione su quanto è diventato brutto e cattivo il mondo. Ma ricordiamo che facciamo un giornale quotidiano per combattere con i nostri piccoli mezzi contro ingiustizie e diseguaglianze sociali molto più complesse e articolate rispetto a trenta anni fa. E non solo con belle interviste di Luciano Gallino al manifesto, con gli interventi quotidiani dei compagni di Sbilanciamoci, o con gli articoli, i commenti, le firme di un folto gruppo di collaboratori, per noi un intellettuale collettivo che parla a tutta la sinistra. Raccontando, criticando gli ingranaggi e contrastando le "verità " di un neoliberismo feroce. Bellissimo l'ultimo libro di Alberto Asor Rosa (citato da Rossana), come preziosi per noi sono i contributi di riflessione che Asor da alcuni anni non fa mancare al manifesto.

La ragione per replicare alle affermazioni rese da Rossana Rossanda a Repubblica sta nel doveroso obbligo di smentire la falsificazione della realtà. Sostenere che lei e gli altri compagni e compagne che hanno lasciato il giornale sono stati «cacciati» è una falsità. Una grave falsità. Che peraltro tutti possono verificare: basta andarsi a rileggere i numerosi commenti pubblicati durante e dopo la nostra discussione, quando invitavamo Rossanda, Valentino Parlato e gli altri, a ritornare al giornale, perché non c'era ragione per una rottura così violenta, unilaterale, forzata. Questi nostri ripetuti inviti sono rimasti inascoltati, caduti nel vuoto. Del resto era già successo. Più volte in passato Rossana ha deciso di tagliare i ponti con il giornale, comunicandolo lei stessa ai lettori in prima pagina.
Sarebbe giusto adesso, e molto più onesto intellettualmente, riconoscere che tra noi c'è stata una forte divisione politica. Sarebbe ora di ammettere che in una condizione di fallimento dell'impresa (la liquidazione della vecchia cooperativa), e dunque nel momento più drammatico e di maggiore fragilità per tutti, Rossana e gli altri hanno abbandonato la "nave", pensando soltanto a se stessi, senza alcun interesse per la sorte del manifesto , quello stesso giornale che avevano contribuito a fondare. Solidarietà, collettivo, gruppo, obiettivi comuni, sono stati bruciati sull'altare di un dissenso politico ritenuto insanabile. Noi comunque non siamo morti. Anzi, siamo riusciti nell'impresa di formare una nuova cooperativa. Avere oggi in campo un giornale come il manifesto , in una crisi dell'editoria quotidiana che negli ultimi cinque anni ha inghiottito un milione di copie, in una crisi politica di sistema che mette a rischio la Costituzione repubblicana e ciò che resta della sinistra, non è il risultato di un "chiacchiericcio". Lo strumento di un giornale quotidiano di lotta politica è oggi imprescindibile. Soprattutto nell'asfittico panorama politico-editoriale italiano. Forse è questo che brucia? Così ci era sembrato di vedere nella lettera di Rossana, privata ma generosamente recapitata qualche settimana fa alla rubrica "Riservato" dell' Espresso (già: Espresso e Repubblica sembrano molto interessati alle nostre vicende...). Una lettera alla quale abbiamo evitato di rispondere per non adeguarci al, questo sì, «chiacchiericcio insensato». In quella brutta lettera non solo offendeva noi ma se la prendeva con chi aveva lasciato il giornale, fustigandolo per non aver saputo combattere, accusandolo di aver deposto le armi, spronandolo a darsi da fare. Comunque non avremmo replicato neppure questa volta, nonostante le bugie e i toni sprezzanti. Ma qui è in gioco un collettivo che lavora ogni giorno con le armi delle idee, dell'intelligenza, della volontà, della militanza. Per fare, con fatica ma con la testa e il cuore, un giornale legato alla comunità delle lettrici e dei lettori. Comunità con la qualche vorremo condividere anche altri momenti, oltre la lettura del manifesto , sperando di riuscire a farlo quando potremo alzare la testa per progettare un piano editoriale.
A Rossana un ultimo messaggio. Le giornaliste, i giornalisti, i tecnici che oggi lavorano a via Bargoni non li conosce, ma sono di sinistra, di un'altra, diversa, sinistra. Sono, politicamente parlando, i suoi "nipoti", le ragazze e i ragazzi di questo secolo. Per tutti noi è una fortuna, perché il futuro sarà nelle loro mani. Noi lo speriamo e lavoriamo, da quarant'anni, proprio per questo: per assicurare una ancora lunga vita al manifesto .
Continuano i tentativi di far ascoltare il linguaggio della ragione. Ma non c'è miglior sordo di chi non vuol sentire e gli italiani hanno eletto uomini sordi; grazie al Porcellum. ma anche alla vittoria a destra e a manca dell'ideologia craxi-berlusconiana.

La Repubblica, 7 giugno 2013

NEL tempo ingannevole della “pacificazione”, il conflitto giunge nel cuore del sistema e mette in discussione la stessa Costituzione. Una politica debole, da anni incapace di riflettere sulla propria crisi, compie una pericolosa opera di rimozione e imputa tutte le attuali difficoltà al testo costituzionale. Le forze presenti in Parlamento non ce la fanno a sciogliere i nodi tutti politici che hanno reso impossibile una decisione sull’elezione del Presidente della Repubblica? Colpa della Costituzione. “Je suis tombé par terre, c’est la faute à Voltaire”.

Imboccando questa strada, non si dedica la minima attenzione all’esperienza degli anni passati, alle manipolazioni istituzionali che, sbandierate come la soluzione d’ogni male, hanno aggravato i problemi che dicevano di voler risolvere, rendendo così la crisi sempre più aggrovigliata. Ho davanti a me le dichiarazioni di politici e commentatori, i saggi e i libri di politologi che, all’indomani della riforma elettorale del 1993, sostenevano che l’instaurato bipolarismo, con l’alternanza nel governo, avrebbe assicurato assoluta stabilità governativa, cancellato le pessime abitudini della Prima Repubblica con i suoi vertici di maggioranza e giochi di correnti, eliminato la corruzione. E tutto questo avveniva in un clima che svalutava la funzione rappresentativa delle Camere, attribuendo alle elezioni sostanzialmente la funzione di investire un governo e accentuando così la personalizzazione della politica e le inevitabili derive populiste.
Sappiamo come è andata a finire.

E gli autori e i fautori di quella riforma oggi si limitano a lamentare il bipolarismo “rissoso” o “conflittuale”, senza un filo non dirò di autocritica, parola impropria, ma neppure di analisi seria e responsabile di quel che è accaduto. Eppure quel rischio era stato segnalato proprio nel momento in cui si imboccava la via referendaria alla riforma, suggerendo altre soluzioni. Ma non si volle riflettere intorno all’ambiente politico e istituzionale in cui quella riforma veniva calata, sulla dissoluzione in corso del vecchio sistema dei partiti e sulla inevitabile conflittualità che sarebbe derivata da una riforma che, invece di accompagnare una transizione difficile, esasperava proprio la logica del conflitto.

Oggi sembra tornare il tempo degli apprendisti stregoni e di una ingegneria costituzionale che, di nuovo, appare ignara del contesto in cui la riforma dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando, in un domani non troppo lontano, il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie? Diranno che si trattava di effetti inattesi?

Questo ci porta al modo in cui si è voluto strutturare il processo di riforma. Si è abbandonata la procedura prevista dall’articolo 138 per la revisione costituzionale, norma di garanzia che dovrebbe sempre essere tenuta ferma proprio per evitare che la Costituzione possa essere cambiata per esigenze congiunturali e strumentali. Compaiono nuovi soggetti – una supercommissione parlamentare e una incredibile e pletorica commissione di esperti, con componenti a pieno titolo e “relatori”. Il Parlamento viene ritenuto inidoneo per affrontare il tema della riforma e così, consapevoli o meno, si è imboccata una strada tortuosa che finisce con il configurare una sorta di potere “costituente”, del tutto estraneo alla logica della revisione costituzionale, concepita e regolata come parte del sistema “costituito”. Sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.

Si entra così in una dimensione di dichiarata “discontinuità”, che apre ulteriori questioni. Quando si incide profondamente sulla forma di governo, come si dichiara di voler fare, si finisce con l’incidere anche sulla forma di Stato, come hanno messo in evidenza molti studiosi del diritto costituzionale. E, di fronte alla modifica della forma di governo e di Stato, si può porre un altro interrogativo. Queste modifiche sono compatibili con l’articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”? Originata dalla volontà di impedire una restaurazione monarchica, questa norma è stata poi letta per definire quali siano gli elementi costitutivi della forma repubblicana così come è stata disegnata dall’insieme del testo costituzionale. Ne conseguirebbe che la modifica o l’eliminazione di uno di questi elementi sarebbe preclusa alla stessa revisione costituzionale. Sono nodi problematici, certamente. Che, tuttavia, non possono essere ignorati nel momento in cui si vuole intervenire sulla Costituzione abbandonando il modello di democrazia rappresentativa intorno al quale è stata costruita.

Ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky che l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”. Il riferimento al “nostro paese” risponde proprio a quella necessità di valutare ogni riforma costituzionale nel contesto in cui è destinata ad operare. Sì che ha poco senso l’obiezione che il semipresidenzialismo, ad esempio, è adottato in un paese sicuramente democratico come la Francia. Questa obiezione, anzi, obbliga a riflettere sul fatto che la compatibilità di quel sistema con la democrazia è strettamente legata a un dato istituzionale – l’assenza in Francia di gravi fattori distorsivi, come il conflitto d’interessi o il controllo di una parte rilevantissima del sistema dei media; e a un dato politico — il rifiuto di usare il partito di Le Pen come stampella di uno dei due schieramenti in campo, mentre in Italia pure la destra estrema è stata arruolata sotto le bandiere di una coalizione pur di vincere.

Più sostanziale, tuttavia, è la contraddizione con il modello della democrazia partecipativa. Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe. Una revisione condotta secondo la logica costituzionale, e non contro di essa, esige proprio la valorizzazione di tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione, tirando un filo che va dai referendum alle petizioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare. Le proposte già ci sono, per quelle sull’iniziativa legislativa popolare basta una modifica dei regolamenti parlamentari, e questo aprirebbe canali di comunicazione con i cittadini dai quali la stessa democrazia rappresentativa si gioverebbe grandemente. Altrettanto chiare sono le proposte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul superamento del bicameralismo paritario, su forme ragionevoli di rafforzamento della stabilità del governo attraverso strumenti come la sfiducia costruttiva. Si tratta di proposte largamente condivise, che potrebbero essere rapidamente approvate con benefici per l’efficienza del sistema senza curvature autoritarie. E che potrebbero essere affidate a singoli provvedimenti di riforma, senza ricorrere ad un unico “pacchetto” di riforme, più farraginoso per l’approvazione e che distorcerebbe il referendum popolare al quale la riforma dovrà essere sottoposta, che esige quesiti chiari e omogenei.

Vi è, dunque, un’altra linea di riforma istituzionale, sulla quale varrà la pena di insistere e già raccoglie un consenso vastissimo tra i cittadini, alla quale bisognerà offrire la possibilità di manifestarsi pienamente. Solo così potrà consolidarsi quella cultura costituzionale che oggi manca, ma che è assolutamente indispensabile, “capace di adeguare la Costituzione ma soprattutto di rispettarla”, come ha sottolineato opportunamente Ezio Mauro.

Nel libro «Carte come armi» di Edoardo Boria s'indaga la storia delle mappe ufficiali e il loro ruolo formativo (e arbitrario) riguardo la nascita del concetto di «nazione».

Il manifesto, 6 giugno 2013

La geografia rappresenta l'impalcatura archetipica del sapere. In principio, sotto forma di cosmologia, educava la memoria dell'uomo. Prima dello sviluppo della filosofia, fu il mito a spiegare quel mondo, Ghé, che i greci avrebbero imparato a disegnare, gráphein, per affermare il controllo sulla realtà. Strumento principe della disciplina è, da allora, la cartografia. Una carta, tuttavia, non può essere uno specchio del territorio: è per definizione una raffigurazione approssimata, ridotta e simbolica che implica una fisiologica arbitrarietà da parte dell'autore. Di qui l'uso strategico oggetto di indagine del libro (Edizioni Nuova Cultura, pp. 174, euro 24) di Edoardo Boria, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'università di Roma La Sapienza e collaboratore di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo.
Il saggio, appena pubblicato, mostra quanto le mappe ufficiali siano cartine al tornasole per monitorare gli obiettivi che gli stati moderni hanno individuato come prioritari e presenta una ragionata panoramica dei più significativi esempi della cartografia politica, nata con la Rivoluzione francese e divenuta adulta in Germania con la fine della Grande Guerra.
Diverse le curiosità. Dalla satira geografica di René Magritte in occasione delle elezioni in Belgio del 1937 ai francobolli argentini dedicati alle isole Falkland nel 1982, anno del conflitto con la Gran Bretagna, passando per i fotogrammi cartografici della Disney inseriti nei documentari di propaganda realizzati tra il 1942 e il 1945 da Frank Capra. Pagine inconsuete sono dedicate anche a Hitler e Mussolini, Mao e Stalin. Senza dimenticare il sogno americano di Roosevelt e Kennedy.
La carta tradizionale, della quale lei traccia la storia contemporanea, riesce ancora a raccontare con efficacia la politica del XXI secolo?
I fenomeni sociali tendono oggi a despazializzarsi. Di conseguenza, rappresentarli graficamente secondo le regole della cartografia geometrica è diventato difficile. Una modalità che punta a raffigurare dati materiali, in una società in cui contano sempre di più quelli immateriali, va necessariamente in crisi: per questo fatichiamo a decriptare la realtà.
Nemmeno il potere è ormai precisamente localizzato, perché nasce dalla relazione: dunque, non solo le sedi di potere, ma le reti di potere diventano oggetti fondamentali per comprendere lo spazio politico. A partire dagli anni Novanta, sperimentazioni per adeguare sotto questa prospettiva la cartografia alla contemporaneità sono comparse sulle riviste Limes e Le Monde diplomatique. La carta sembra invitare a considerare il mondo come depositario, a priori, di un ordine razionale e immutabile. Ci sono stati tentativi di cambiare questo paradigma?
La volontà di rifondare su basi nuove le relazioni nord-sud spinse l'Unicef a promuovere, nel 1980, la diffusione di carte nella proiezione di Arno Peters, che riportando le aree geografiche secondo la loro dimensione reale veniva considerata più rispettosa dei paesi del sud del mondo. Ancora prima, nell'Ottocento, una timida produzione di cartografia anarchica era stata tentata da Élisée Reclus. Si trattava, tuttavia, solo di piccole fiammate.
Oggi la situazione sta invece cambiando molto rapidamente. Internet ha introdotto la partecipazione degli utenti finali nella stessa fase di produzione: un sapere inedito è sfuggito al controllo delle autorità, prefigurando decisive novità dal punto di vista scientifico.
Con il romanticismo ottocentesco, il territorio diventa il corpo di una nazione e il paesaggio il suo carattere. Il polipo, russo, prussiano o austriaco, rappresenta il fortunato topos cartografico di un impero che con i suoi tentacoli stritola le nazionalità assoggettate. L'Italia è uno stivale.
Ogni progetto politico ha una sua specifica concezione del territorio. Una delle espressioni più inflazionate nella pubblicistica post-risorgimentale era «Italia irredenta», per indicare i territori sotto il dominio asburgico, Trentino, Trieste, Istria e Dalmazia, dei quali si reclamava l'annessione. Soprattutto dopo la caduta del governo Crispi, nel 1896, in Italia si assistette al boom, anche nelle pubblicazioni scolastiche, delle carte etnografiche.
Bisognava far conoscere quei territori agli italiani: per spingerli a rischiare la vita in guerra, al servizio della patria, occorreva che l'obiettivo fosse da loro condiviso. La carta, di conseguenza, ha finito per rappresentare uno strumento politico naturale nel caso dell'irredentismo, il cui contagio avrebbe colpito ovunque in Europa, con particolare virulenza nei paesi balcanici e orientali.
La cartografia scientifica nasce, quindi, insieme al concetto di nazione? Nasce per soddisfare i bisogni dello stato: fare guerre, riscuotere imposte, controllare lo spazio. Nel momento in cui lo stato diventa nazionale, la cartografia si trasforma nello strumento più idoneo a rappresentare il territorio. Ne è un effetto l'enfasi nuova assegnata al confine, segno ben marcato su tutti gli atlanti. Il confine mostra il contenitore spaziale della nazione e ne definisce l'ambito di sovranità, compiendo un'operazione funzionale alla sua stessa esistenza. Una nazione per esistere ha bisogno della sovranità su un territorio, altrimenti è costretta a rivendicarlo.
Nel libro, discorsi epocali di Roosevelt e Kennedy sono evidenziati per sottolineare due tappe progressive nell'evoluzione della comunicazione politica, contestualmente alla diffusione della radio e della televisione.
Il 20 febbraio 1942, a due mesi dall'ingresso nella guerra, durante il tradizionale discorso radiofonico alla nazione, Franklin Delano Roosevelt chiese ai concittadini di comprare una carta geografica del mondo, in modo tale che fossero attrezzati per seguirlo nell'appuntamento successivo. In tre giorni, le vendite di carte geografiche schizzarono alle stelle. Il 23 febbraio, l'atteso discorso iniziò con la richiesta agli ascoltatori di «distendere davanti a sé una carta dell'intero globo». Seguì, pragmatica, la spiegazione della strategia bellica del presidente. Kennedy, in una conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva, non ebbe invece problemi a mostrare le sue, di carte geografiche. Così, il 23 marzo 1961, gli americani videro con i loro occhi i tre grandi pannelli cartografici allestiti affinché meditassero sull'urgenza di impegnarsi militarmente nel lontano Vietnam.
E l'Unione Sovietica? Per l'Urss si può parlare di una vera e propria cartografia della paranoia. Diffusa era la tendenza a omettere nelle carte i luoghi delle basi strategiche o a non riferire informazioni, anche banali, da una parte per paura che il nemico esterno potesse attaccare, dall'altra per nascondere al pubblico interno informazioni considerate riservate, rinfocolando il principio d'autorità nel mantenimento del segreto. Per esempio, la medesima località siberiana di Logashkino viene deliberatamente riportata in sei modi diversi su sei atlanti ufficiali, dal 1939 al 1969. Del resto, la disponibilità di cartografia adeguata è sempre stata alla base dei successi militari. L'esempio più emblematico, nella Seconda Guerra Mondiale, è la dettagliatissima tavola del luogo dello sbarco in Normandia: Omaha Beach, con il profilo altimetrico della costa visto dal mare e la visuale zenitale dal cielo per i paracadutisti e i piloti. Oggi la centralità della cartografia nelle operazioni militari è palese. Nel momento in cui una battaglia si conduce con un drone, i militari devono conoscere esattamente il territorio nemico per dare indicazioni precise, sapendo che non potranno essere modificate da ulteriori interventi.

L'allontanamento dal "Manifesto". Il conflitto fra generazioni. Le nuove disuguaglianze. Colloquio con la "ragazza del Novecento".

La Repubblica, 7 giugno 2013

BRISSAGO - "No, non ci capiamo più. Li ho ascoltati per tanti anni, un lungo miagolio sulle mie spalle. Venivano dalla madre a raccontare le delusioni esistenziali. Gli amori, le speranze, le difficoltà. Ma ora davvero non ci capiamo più". Lo sguardo è severo e insieme sorridente, l'incarnato candido come le camelie che fioriscono nel giardino qui intorno. Da qualche mese Rossana Rossanda vive a Brissago, un angolo del Canton Ticino dove si fermerà fino alla fine di agosto. "Sì, è un bel posto. Dall'ospedale di Parigi vedevo solo la periferia, qui c'è il lago per fortuna increspato dal vento. Per chi non la conosce, la Svizzera può essere incantevole. Ma pare che chi ci vive la trovi insopportabile".

Azzurro ovunque, le vele bianche, anche i monti innevati, una bellezza quasi sfacciata e intollerabile allo sguardo ferito di chi abita nella grande casa di vetro affacciata sul lago Maggiore. "La prego", si rivolge con famigliarità all'infermiere, "può dare un po' d'aria alle rose?". La stanza è luminosa, sul comodino la bottiglia di colonia e la biografia di Furet, un po' più in là l'ultimo libro di Asor Rosa, I racconti dell'errore. "È un bellissimo libro sulla vecchiaia e sulla morte. Ma noi vogliamo parlare d'altro, vero? I necrologi lasciamoli da parte".

Per i più vecchi, nella famiglia del Manifesto, è stata l'eterna sorella maggiore, la quercia sotto cui ripararsi nella tregenda. Per i "giovani" - così li chiama, anche se giovani non sono più da tempo - è la madre temuta e ingombrante. "Sì, una madre castratrice. Mi hanno sempre visto così, anche se io non mi sono mai sentita tale. Ho sempre cercato di capire, di dar loro spazio, ma forse è una legge generazionale. I figli per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri. E ora è toccato anche a me".

Nel settembre scorso ha lasciato il giornale da lei fondato con un articolo molto polemico: è mancata una riflessione su chi siamo, su cos'è diventato il quotidiano, sul rapporto con le origini e con il presente. Su cos'è oggi la sinistra. Insieme a Rossanda, se ne sono andati anche Valentino Parlato e diverse altre firme. "Non siamo noi ad essercene andati. È il Manifesto ad averci cacciato. L'abbiamo perso. Non voleva più saperne di noi, e noi ci siamo ritirati. Anche stupidamente, perché dovevamo essere noi a far tacere i più giovani. C'è stata una grandissima cesura, tra la nostra generazione e quella successiva. Mossi da una sorta di risentimento, non fanno che dirci: soltanto un mucchio di macerie, ecco quello che ci avete lasciato. Voi, con le vostre certezze e le vostre idee granitiche. È la frase più stupida che abbia mai sentito".

Macerie, certezze, noi e loro. Nessun errore, nessun ripensamento? "Il mio errore è stato non tenere unito il gruppo. E anche non capire che, se per la nostra generazione è stata dura, per quelli nati negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso lo è ancor di più. Ma non dovevamo farci portare via il giornale. Come in un refrain, ci ripetono: è cambiato tutto, niente è più uguale a prima. Ma cosa vogliono dire? Cos'è questo tutto che è cambiato?".

Il mondo le appare più ingiusto che mai, tra privilegio e povertà, sfruttatori e sfruttati, management superpagato e lavoratori affamati. "Non c'è mai stata tanta ineguaglianza nella storia. Però si passa sopra tutto questo, non importa. È stato assorbito anche dai giovani il bisogno di abolire il conflitto, come se lo scontro sociale fosse una roba del secolo scorso. Anche il Manifesto ci ha rinunciato da tempo, mescolando confusamente beni comuni ed ecologismo. Sì, certo, di queste cose non me ne importa niente anche per miei limiti. Ma sento il bisogno di chiedere un ritorno al conflitto di classe. E non penso a un estremista assetato di sangue, ma alle analisi di Luciano Gallino, che io ricordo all'epoca di Adriano Olivetti".

Le fa orrore una società pacificata, "l'assurda intesa benedetta da Napolitano tra Berlusconi e quel po' di sinistra che resta". E non ha grande fiducia nei movimenti, generosi e vitali ma impotenti. "Prevale ovunque l'antipartito, che mi sembra profondamente sbagliato. I partiti hanno avuto molti difetti, ma ciascuno da solo non combina niente. L'alternativa rischia di essere Grillo, il quale è riuscito a condensare i peggiori vizi dei partiti - l'autorità del Capo - senza esercitarne la funzione più nobile, ossia tenere insieme le persone, impegnarle in un progetto comune. Poi lo stile: quello che ha fatto con Rodotà è al di sotto di ogni decenza".

No, ora non le interessa più tornare al Manifesto, confondersi "in quel chiacchiericcio insensato". Preferisce scrivere "su un sito di economisti intelligenti come Sbilanciamoci". Ma non è una rottura personale, solo politica. Lo ripete più volte, come se ci volesse credere. "Almeno per me è così. Non mi pesa aver litigato con qualcuno, umanamente faccio la pace subito. Io non faccio pace con le idee, che è cosa molto diversa. Ma i giovani ragionano in altro modo. E forse io voglio più bene a loro di quanto loro ne vogliano a me".

Ora che è finita, quella storia può essere raccontata, cominciando dall'inizio. Là dove chiude Una ragazza del secolo scorso, con la nascita del Manifesto e il tentativo di far da ponte tra il Sessantotto e la vecchia sinistra. "Non funzionò e vorrei tentare di capire cosa è successo. Il libro l'ho già in testa, si tratta di scriverlo. Più che l'attuale divisione da Norma Rangeri, mi pulsano gli antichi contrasti con Pintor, Magri e Natoli". Bisogna capire tante altre cose, anche perché il paese s'è ridotto in questo stato. "Lucio è stato quello che dal fallimento politico ha tratto le conclusioni più pesanti, scegliendo di morire. La perdita della moglie amata ha coinciso con una perdita di senso più generale. E ha preferito andarsene". Perché volle accompagnarlo nell'ultimo viaggio? "Era il minimo che potessi fare. Nel nostro gruppo, ero la persona che l'aveva più ferito. All'epoca del Pdup, gli portai via il giornale, sottraendogli la carta più forte nella discussione con Berlinguer. Naturalmente lo rifarei da capo, ma è sicuro che gli feci male. E avendogli voluto molto bene, mi è parso il minimo stargli vicino nel momento della fine. Stava male da anni, non era una malinconia passeggera. Abbiamo fatto di tutto per dissuaderlo, ma non ci siamo riusciti. Allora gli ho chiesto: "Lucio, vuoi che ti accompagni?". Speravo mi dicesse no. Invece lui mi ha detto sì. E io l'ho fatto".

Aveva immaginato una morte serena, "come accadeva nell'antichità". E invece no, non è andata così. "Un'esperienza terribile. Però è una scelta che rispetto, e capisco. Vivere per vivere non ha molto senso. Se non ci fosse Karol (ndr il marito malato che l'aspetta a Parigi) non avrei alcun interesse a vivere". Accompagnare qualcuno verso la morte - disse una volta in un dialogo con Manuela Fraire - vuol dire addomesticare il pensiero della propria fine. "Il dolore ti fa capire molte cose, ossia il dolore stesso. Noi rifuggiamo dall'esperienza negativa, dall'annullamento, mentre il dolore ti sbatte sul muso questa roba, e allora lo capisci. Non credo invece che tu possa uscirne migliorato, perché è un'esperienza pesante, che può schiacciarti. Così come non penso che il lutto si possa elaborare, ma rimane parte di te, incancellabile".

Tutte le persone perdute se le trascina dietro, anche qui, davanti allo strano lago che assomiglia al mare. Il lago nero della sua gioventù partigiana, quello dove i tedeschi buttarono i corpi martoriati. "Oggi vivo nel presente, ma non è più il mio, essendone venuti a mancare gli elementi costitutivi. Un presente che si restringe nel tempo e nella frequentabilità. Prima potevo dire domani vado a Berlino o salgo in montagna. Ora non lo posso dire più". Prevede l'obiezione, gli occhi s'accendono d'ironia. "No, non mi piace invecchiare. Sono entrata nel novantesimo anno, ma non ne faccio motivo di vanto. Norberto Bobbio ci scrisse sopra uno splendido libro, De Senectute. Ma io non appartengo a questa categoria. Sono rimasta esterrefatta quando mi sono trovata un ictus addosso, e vorrei liberarmene. Cosa che non avverrà. Noi del corpo non sappiamo nulla. Le mie amiche femministe dicono che le donne siano più vicine all'organismo, ma non è vero. Ora provo cosa vuol dire avere mezzo corpo, ed è terribile. Il corpo o è integro, o non è. Non si è un po' paralizzati, un po' malati. Lo si è completamente".

Ma la mente è lucida e affilata come prima dell'imboscata. "Un'aggravante. Non ti puoi distrarre da quel che sei. Non mi sono accorta di niente, quando mi è venuto l'ictus. Non ho provato dolore, non sono caduta. Guardavo la tv, nella mia casa di Parigi. E all'improvviso sono diventata una medusa, una creatura gelatinosa e impotente. Ha presente un grosso medusone?". Ti guarda e scoppia a ridere, come se l'improbabile mostro marino appena evocato potesse portarsi via le paure. "Davvero, è così. Allora bisogna avere un carattere energico, e dirsi: io vado avanti. Ma non ho questo temperamento eroico".

Doriana, l'amica che non l'ha mai lasciata, le porta il tablet per leggere. Rossanda è divertita e perplessa, "chissà se mi ci abituo". Eterna sorella maggiore, quella che ne sa sempre di più, e s'addolora se gli altri non la seguono, forse è lei oggi a desiderare una sorella più grande. "No, sono prepotente. E non potrei sopportarla". Le "ragazze del secolo scorso" sono fatte un po' così. "Sì, certo appartengo al Novecento. Anche al giornale mi hanno guardato come una donna di un tempo lontano. Ma è stato un grande secolo, cosa che l'attuale non ha l'aria di essere. Abbiamo vissuto una storia terribile, ma una grande storia. Ora siamo nelle storielle".

«il manifesto, 6 giugno 2013

Comprendere le cause di questa crisi economica è premessa indispensabile per avanzare soluzioni all'altezza della situazione e che abbiano, quindi, la possibilità di apparire credibili agli occhi di chi ne sta subendo le peggiori conseguenze. Per farlo bisogna analizzare la crisi nel profondo e con una capacità di proiezione storica, non fermandosi alle apparenze e non facendosi distrarre dalle molte sfortunate specificità nazionali che aggravano in special modo le sofferenze sociali nell'area mediterranea europea.

Quella che il capitalismo sta conoscendo non è una delle ricorrenti crisi congiunturali, fisiologiche che accompagnano l'alternanza di cicli espansivi e depressivi del processo economico. Ci troviamo di fronte, quantomeno, ad una «tempesta perfetta», ad un intreccio e ad una sovrapposizione di tante diverse crisi. Una crisi multidimensionale e polisistemica che potrebbe preludere al cedimento strutturale delle istituzioni socioeconomiche e politiche esistenti. Non si tratta di un'ipotesi accademica. È già accaduto molte volte nella storia dell'umanità. Facendo attenzione che il «collasso - come scrive lo storico Niall Ferguson, Complexity and Collapse. Empires on the Edge of Chaos - arriva come un lampo nella notte». Gli imperi impiegano molti secoli a crescere e ad imporsi, ma pochi anni a scomparire.

Una sovrapposizione letale

Sono proprio gli studi di Joseph Tainer (The Collapse of Ccomplex Societies, Cambrige Univertity Press, 1988) e di Jared Diamond (Collasso, Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi) la base delle riflessioni di Mauro Bonaiuti (La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, con prefazione di Serge Latouche, Bollati Boringhieri, pp. 188, euro 15), l'economista che ha fatto conoscere in Italia Nicholas Georgescu-Roegen, padre delle teorie bioeconomiche (quelle che collocano l'economia all'interno della biosfera) e che da tempo sostiene la necessità di una trasformazione della società attraverso una decrescita conviviale, scelta, selettiva, serena.

Sappiamo già che quella che stiamo vivendo non è (solo) una crisi di solvibilità dei debiti «sovrani» e di quelli delle famiglie e delle imprese. Non è nemmeno (solo) una crisi da domanda e quindi di sovrapproduzione. Tantomeno una crisi finanziaria, visto che siamo letteralmente sommersi dalla liquidità che indossa le divise del dollaro, dello yen o dell'euro. È certo (anche) una crisi dovuta alla rarefazione delle risorse naturali, che si rendono quindi sempre meno accessibili e più costose.

È certamente una crisi ecosistemica planetaria con effetti «controproduttivi» devastanti, basti pensare agli sconvolgimenti climatici. È una crisi geopolitica dovuta allo spostamento del baricentro del sistema delle relazioni economiche da un oceano all'altro che muta consolidate «ragioni di scambio» tra ex primo mondo ed ex terzo mondo e, conseguentemente, fa saltare le bilance commerciali di molti stati. C'è sicuramente (anche) una crisi occupazionale dovuta all'innovazione tecnologiche che ha aumentato esponenzialmente la produttività industriale, i profitti delle (poche) companies multinazionali e i fallimenti a grappolo delle piccole e medie imprese, poiché sappiamo che i comportamenti competitivi non sono mai a somma positiva. C'è (anche) una crisi di profittabilità di quelle imprese (compreso il settore dei servizi) che non sono riuscite ad internazionalizzarsi. L'elenco potrebbe continuare a lungo mischiando tipologie di crisi che gli economisti solitamente attribuivano a fasi storiche distinte e a aree geografiche separate e che invece ora precipitano tutte assieme. Forza della globalizzazione. Non deve stupire quindi che medici di scuole e specialità diverse somministrano contemporaneamente al malato medicine contraddittorie: eccitanti e calmanti, antivirus e antibattericidi. Ma una pillola per ogni sintomo con cura il male.

Che il malato (il capitalismo occidentale) muoia non sarebbe una grande tragedia, avendo conosciuto quante nefandezze ha combinato durante la sua vita. Il guaio è che sta trascinando nella disperazione i ceti sociali più deboli, gli individui che nel corso della sua marcia trionfale ha reso totalmente dipendenti dalla produzione di reddito attraverso il lavoro subordinato. Quando crolla un impero, a farne le spese non sono solo i cortigiani. E ciò ci obbliga a preparare vie di fuga e alternative di vita.

Da tutte le manifestazioni della crisi in atto, Bonaiuti ne conclude che sia giunta a termine la fase economicamente espansiva dei paesi a capitalismo maturo. La riprova è la progressiva caduta dei rendimenti di tutti i fattori produttivi, da non confondersi con la sola caduta del saggio di profitto, né con l'idea ricardiana della produttività marginale decrescente. Secondo l'autore il sistema socioeconomico globale avrebbe già oggi raggiunto i limiti esterni (energetici e di sfruttamento delle risorse naturali in generale) della sostenibilità ambientale e quelli interni della tollerabilità sociale (disuguaglianze, frustrazioni consumistiche, dissoluzione dei legami comunitari), gli uni e gli altri legati alla natura entropica del processo economico capitalistico, fondato su una logica «autoaccrescitiva», predatoria ed estrattivista. Siamo dunque giunti al «crepuscolo dell'età della crescita».

La ricerca di alternative

Il libro di Bonaiuti si svolge a partire dalla riscoperta delle «scienze della complessità» nei sistemi fisici, biologici e sociali. Descrive poi l'«età della crescita» come prodotto della spirale accumulazione-innovazione. Spiega il declino dei paesi del capitalismo maturo con il fenomeno dei «rendimenti decrescenti» . Infine prospetta possibili punti di caduta della tarda modernità («scenari») ricavati dalla storia che comprendono orribili «derive autoritarie». A meno che le nostre società non scelgano di imboccare la via della resilienza e riescano ad utilizzare ragionevolmente le risorse del proprio ambiente.

Al lettore «di sinistra» il saggio di Bonaiuti provoca qualche angoscia per la mancanza dell'individuazione e della nominazione di un qualche soggetto capace di intraprendere la via di una nuova «Grande Trasformazione» polanyiana. Penso infatti che a motivare uomini e donne non sia sufficiente la ragione astratta e nemmeno la necessità imposta dal pericolo di una imminente catastrofe. Per rimuovere il «teorema dell'impossibilità» (There Is No Alternative) serve un «immaginario sociale» non certo nostalgico, ma pur sempre fondato su una libera scelta etica di valori e di interessi riconoscibili.

«Non abbiamo ancora un ministero della Verità deputato a tagliare le notizie che danno fastidio al grande fratello, ma il sottile, continuo e sordo limare i significati delle parole prosegue a ritmo incessante».

La Repubblica, 6 giugno 2013

NEL mondo orwelliano della neolingua il bianco è nero, il freddo è caldo, e la guerra è pace. Non abbiamo ancora un ministero della Verità deputato a tagliare le notizie che danno fastidio al grande fratello, ma il sottile, continuo e sordo limare i significati delle parole prosegue a ritmo incessante. Così il governo di emergenza diventa il governo delle larghe intese. La difesa delle istituzioni un conservatorismo codino e reazionario, la legalità un fastidioso impedimento (non legittimo, ovviamente). E infine, a coronamento di questo strisciante rovesciamento del mondo, una situazione eccezionale e transitoria — come giustamente l’ha definita lo stesso auspice di tale situazione, il presidente Giorgio Napolitano — diventa nientemeno che la «pacificazione nazionale». Come fossimo all’indomani del 1945 dopo i due anni di morti e violenze per tutto il paese. C’è da rimanere allibiti per paragoni del genere. Nemmeno alla fine degli anni di piombo, nonostante venisse invocata anche allora dai protagonisti delle violenze, aveva senso parlare di pacificazione: non si poteva riconoscere alcuna legittimità a chi aveva imbracciato il mitra o maneggiato il tritolo contro la democrazia e i suoi rappresentanti. Figurarsi se ha senso adesso quando, per fortuna - e grazie anche al movimento di Beppe Grillo - la frustrazione e la rabbia di tanti non ha preso la via della disperazione distruttiva. Una via che ha solcato la storia della nostra nazione.

Fino agli anni Ottanta lo scontro politico non conosceva limiti e l’avversario politico non aveva dignità alcuna, con tutte le conseguenze del caso. Ma poi si aprì una stagione nuova, di «riconoscimento » reciproco, in cui i neofascisti, con Giorgio Almirante in testa, andavano a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, e i comunisti, guidati da Giancarlo Pajetta, onoravano il feretro di Almirante. Quella stagione ha posto le basi per il superamento di antichi steccati e per il crollo del vecchio sistema dei partiti. Si avviava una fase inedita. Lo prova la fiducia che tanti riformatori riponevano nel cambiamento del sistema elettorale al tempo dei referendum del 1993: quel passaggio metteva in moto un «nuovo sistema», riformato ma intatto nell’impianto. Il bilanciamento tra rinnovamento e conservazione era garantito proprio da un quel clima di ottimismo riformatore. Poi tutto si è invelenito. Basti pensare al fallimento della Bicamerale.

Chi oggi invoca senza retropensieri la riscrittura della Costituzione dovrebbe tenere presente quella esperienza. Finché serve a Berlusconi il dialogo può continuare, ma se le «cose» cambiano allora viene buttato tutto alle ortiche. E per «cose» intendiamo, ovviamente, i processi del leader della destra. Il Cavaliere vuole una cosa sola, l’immunità/impunità. La cerca attraverso varie strade: un ennesimo intervento legislativo ad hoc (e in poche settimane ne abbiamo contati un bel numero), un intervento dall’”alto” per ammorbidire i procedimenti giudiziari, e persino un laticlavio senatoriale. E, in prospettiva, anche una repubblica presidenziale. Il suo destino personale, ancora una volta, si sovrappone al normale funzionamento di un sistema democratico, che si fonda sul bilanciamento e l’autonomia reciproca dei poteri e sul primato della legge.

Contro il rispetto di questi cardini fondamentali la destra gioca le carte dell’emotività neo orwelliana, introducendo nel linguaggio politico il termine falso di pacificazione, e dello stravolgimento delle regole. Non c’è nulla da pacificare — ed è sconcertante che questa espressione abbia circolazione al di là del manipolo dei fedelissimi del Cavaliere — perché è la fedeltà alle norme democratiche sancite dalla costituzione che garantisce a tutti una «pacifica» cittadinanza politica. Pertanto, ogni intervento su quel patto fondante va fatto con molta cura e attenzione, per evitare un esito da apprendisti stregoni.

Che la pretesa di modificare la forma dello Stato italiano, in senso presidenzialista, sia un tentativo improvvido e sbagliato dei partiti per uscire dalle proprie interne difficoltà, è stato già sottolineato >>>
Che la pretesa di modificare la forma dello Stato italiano, in senso presidenzialista, sia un tentativo improvvido e sbagliato dei partiti per uscire dalle proprie interne difficoltà, è stato già sottolineato da autorevoli costituzionalisti: da Rodotà a Zagrebelsky a Gaetano Azzariti( sul Manifesto del 4/6). Oltre che da alcuni giornalisti della stampa democratica. E la sferza critica vale sopratutto nei confronti del PD, erede di una tradizione che per decenni ha fatto della difesa della Costituzione una intransigente bandiera e la propria bussola politica. Ma come si è arrivati a questo punto? Perché i partiti e soprattutto un partito di centro-sinistra, crede di trovare una soluzione alla propria incapacità di governo nella torsione autoritaria della forma statuale, restringendo lo spazio istituzionale del potere di comando? Credo che occorra una rapida riconsiderazione storica per afferrare le radici profonde di un simile percorso fallimentare.
Ed è sufficiente volgere lo sguardo al nostro passato prossimo, per scorgere la grande corrente di pensiero, la potente mitologia che ha cambiato la natura dei partiti politici e svuotato dall'interno quelli, comunisti e socialdemocratici, che rappresentavano gli interessi operai e popolari. Una travolgente idea-forza ha infatti spazzato lo spirito del tempo per tutto il trentennio neoliberista, mettendo in un angolo secoli di cultura politica, tradizioni di pensiero, ragioni ideali, elaborazioni multiformi. La buona novella evangelica era che il mercato, costituendo il più efficiente allocatore delle risorse, fosse anche il più virtuoso e imparziale regolatore dei rapporti sociali. La politica è stata la grande accusata, in quanto portatrice di interessi particolari, frantumati, affaristici, clientelari.
Per decenni abbiamo vissuto sotto il dominio incontrastato di questo indiscutibile aristotelismo del tempo presente: occorreva che la politica si limitasse a elaborare le regole della competizione, che operasse a favore della competizione, lasciando libere le forze sociali di esprimere la propria capacità d'iniziativa, le loro energie imprenditoriali. In breve tempo ciò che era individuale, privato, economico è venuto a incarnare il progresso, il motore dello sviluppo, il territorio senza confini della libertà. E parallelamente tutto ciò che era politico, pubblico, collettivo odorava odiosamente di parassitismo, inerzia, soffocamento delle libertà individuali.
Tutte le condizioni storiche degli ultimi 30 anni, nei i paesi di antica industrializzazione, hanno fortunosamente favorito il successo di questo nuovo senso comune universale : dalla crisi fiscale del welfare state al crollo dell' URSS, che mostrava, come in un esperimento , l'impossibilità della politica, degli apparati statuali, di surrogare la geniale spontaneità della mano invisibile. E in Italia, a onor del vero, le ragioni di discredito della politica erano forse più accentuate e visibili che altrove. Ricordiamo la lunga stagione, negli anni '80, della critica alla partitocrazia? Il blocco del sistema politico italiano, il potere di ricatto di un partito, il PSI di Craxi, l'occupazione da parte delle forze di governo di tutti gli spazi delle istituzioni e della società – secondo la denuncia di Enrico Berlinguer, riemersa di recente – hanno creato le condizioni ideali per una svalutazione radicale della politica come rappresentanza delle forze sociali dentro lo Stato, come forma di governo di un paese moderno.
Ai partiti, quali centri di potere parassitario, inconcludenti , veniva contrapposta l'impresa capitalistica, un agente dotato di una propria intrinseca eticità, in quanto generatore di ricchezza, ottenuta tramite sfide competitive e capacità di innovazione. E' questo il grande mare mitologico in cui è sguazzato per decenni il populismo berlusconiano.
Ma qual' è stato l'esito di tale ondata di emarginazione e discredito della politica? Domanda che richiederebbe un ampio saggio di ricostruzione storica. Si può tuttavia almeno ricordare un aspetto decisivo per caratterizzare la situazione attuale. L' affidare alla libera competizione delle forze in campo tutto lo spazio da esse richiesto ha avuto un risultato di indiscutibile evidenza: il soccombere del più debole, l'emarginazione delle forze di lavoro a livello mondiale. L'astrattezza da manuale di economia della libera competizione che premia i migliori ha avuto una smentita già in ambito economico. Si è visto che le imprese, anche quelle che puntano sull'innovazione di prodotto, le più avanzate e moderne, competono sul costo e sulle prestazioni intensive della forza-lavoro.
Basti per tutti l'esempio della Foxconn a Shenzhen, dove le grandi multinazionali tecnologiche, dalla Apple a Nokia, l'avanguardia lucente del capitalismo mondiale, fanno profitti sfruttando sino all'esaurimento la manodopera semischiavile cinese. Senza andare lontano, in Italia come in tanta parte dell'Occidente i prezzi relativamente contenuti dei generi alimentari si reggono sul lavoro servile degli immigrati. Mentre il dilagare del lavoro precario ha cambiato i connotati della civiltà industriale.
La consegna al libero mercato del potere di comando nella vita sociale ha progressivamente svuotato le basi popolari dei vecchi partiti comunisti e socialisti. Essi si sono trovati così a mediare tra diverse forze sociali e tra queste e lo stato, cercando di cambiar pelle, di trovare nuove configurazioni per giustificare la propria esistenza. Perché, va detto con fermezza, l'esaltazione del mercato come regolatore dominante della vita sociale, fomentata dai partiti, toglie ad essi non solo rilevanza, ma svuota le ragioni storiche della loro esistenza. Qual'è il fine di queste istituzioni, se esse non sono in grado di redistribuire la ricchezza che l'asimmetria di potere, la divisione tra capitale e lavoro, produce incessantemente in forme squilibrate ? Perciò anche il PDS, DS, PD si è trasformato progressivamente in un “partito pigliatutto”, per utilizzare l'efficace formula del politologo tedesco Otto Kirchheimer.
Una formazione che cerca di pescare consensi in tutti i ceti sociali, avendo tirato via l'ancora che la legava al mondo popolare. Una direzione di marcia sempre più obbligata, dal momento che tale partito, tutti i partiti, rimangono confinati negli spazi nazionali, mentre il libero mercato - che nel frattempo, con scelte suicide, si è lasciato scatenare - quello delle merci e quello della finanza, si muove nel mare globale. Partiti e stati impotenti e mercati sovrani. La storia capovolta dei nostri anni.
Se guardiamo a questo quadro generale, sia pure sommariamente abbozzato, noi riusciamo a comprendere le ragioni non superficiali delle attuali difficoltà del PD. Intanto il disancoraggio dalla classe operaia e dai ceti popolari, comporta una perdita gigantesca di conoscenza, il deperimento di quel sapere sociale che serve a illuminare e a indirizzare l'azione politica. Il ricorso ai sondaggi è un misero surrogato pubblicitario. Mentre è assente qualunque analisi delle tendenze profonde del capitalismo contemporaneo e dunque delle prospettive del lavoro, pur sempre il cuore della società. I partiti italiani dei primi tre decenni del dopoguerra, non solo il PCI, ma anche la DC, erano degli intellettuali collettivi, per dirla con Gramsci. Oggi questa figura viene incarnata dall'impresa multinazionale, che studia strategie di penetrazione del mercato, elabora prodotti e bisogni, anticipa tendenze culturali su scala mondiale. Mentre i partiti hanno abbandonato il compito di analizzare la società e navigano a vista in una spessa cortina di nebbia.
Perciò i loro dibattiti interni sono così dominati dalle opinioni, da un pluralismo di lega superficiale, oltre che da ragioni di lotta personale. Il PD che ha rinunciato a rappresentare la classe operaia, i ceti popolari, ampi strati di ceto medio e quella diffusa intellettualità italiana storicamente schierata a sinistra, ha rinunciato anche alla propria coesione interna, alla propria omogeneità e coerenza di corpo politico. Perciò sbanda, è un aggregato volatile, esposto a tutte le brezze. Ma restando nel presente limbo manca di riempire quello spazio politico che le è storicamente proprio: quello della sinistra popolare, capace di stare sul territorio, di rappresentare interessi e conflitti relativamente omogenei, oltre che di promulgare leggi di governo. Una latitanza, questa si, che paralizza e rende zoppo l'intero sistema democratico. Che cosa c'entra la Costituzione?
Durissima invettiva, condivisibile in ogni passaggio. «La nostra guerra d’Algeria l’abbiamo in casa: è la nostra casa, squassata, che va decolonizzata. Sono qui i golpisti, non lontani nelle colonie. Piazzare all’ingresso un padre-padrone, non preserva la casa dalla rovina».

LaRepubblica, 5 giugno 2013

COME se fosse l’architettura dei poteri e una Costituzione difettosa, a impedire alla politica e ai partiti di ritrovare la decenza perduta, o a darsene una ex novo. Come se un capo di Stato eletto direttamente dal popolo, e più dominatore – è il farmaco offerto in questi giorni – servisse a curare mali che non vengono da fuori, ma tutti da dentro, dentro la coscienza dei partiti, dentro il loro rapporto con la cosa pubblica, con l’elettore, con la verità delle parole dette.

De Gaulle in Francia concepì la Repubblica presidenziale per sormontare la guerra d’Algeria: aveva di fronte a sé un compito immane – la decolonizzazione – e alle spalle una classe politica incapace di decidere. Non aveva tuttavia uno Stato intimamente corroso come il nostro, in cui i cittadini credono sempre meno. La costituzione semi-monarchica nacque per adattarsi a lui – l’uomo che da solo era entrato in Resistenza, nel 1940 – non per servire un capopopolo stile Berlusconi, che non sopporta il laccio di leggi e costituzioni. La politica francese prima del 1958 era inservibile, ma la corruzione morale e mentale non l’aveva sgretolata sino a farla svanire. La nostra guerra d’Algeria l’abbiamo in casa: è la nostra casa, squassata, che va decolonizzata. Sono qui dentro i golpisti, non lontani nelle colonie. Piazzare all’ingresso dell’edificio un padre-padrone, con poteri più vasti ancora di quelli che già possiede, non preserva la casa dalla rovina.

E poi non dimentichiamolo. Non fu facile far nascere la Quinta Repubblica. L’accentramento dei poteri all’Eliseo rese il Paese più efficiente, ma moltiplicò opache derive e non lo democratizzò. Avvenne piuttosto il contrario: un Presidente autocrate e decisamente di parte; un Parlamento in gran parte esautorato; un governo sempre sacrificabile dal Capo supremo, e non a caso chiamato fusibile: la Quinta Repubblica è anche questo, e venne confutata da politici e costituzionalisti di rilievo. Non si oppose solo il socialista Mitterrand, che nel ’64 scrisse Il colpo di Stato permanente, denunciando antiche vocazioni bonapartiste e la perdita – grave – della funzione di arbitro del Presidente. Pur esecrando il precedente regno dei partiti, pur approvando l’elezione diretta, si sollevarono anche costituzionalisti come Maurice Duverger: nella nuova Costituzione, egli scorse fin dal ’59 «spirito di rivincita» e partigianeria: “Ogni costituzione è un’arma politica, attraverso la quale un partito vincitore cerca di consolidare la propria vittoria e trasformare gli avversari in vinti”.

Né la rivolta fu solo di sinistra. L’attacco finale venne da Jean-François Revel che, osservando l’uso socialista della Carta gollista, scrisse un pamphlet feroce: L’assolutismo inefficace. Mitterrand fu accusato di indossare il detestato manto presidenzialista per spezzare la dialettica democratica: “Le costituzioni sono cattive quando il controllo può divenire invadente al punto di paralizzare l’esecutivo, oppure quando l’esecutivo diventa onnipotente al punto di annientare il controllo”. Testi simili aiutano a capire. Una costituzione è buona se consente controlli: “Senza contropoteri costituzionali – così Revel – il Presidente reagisce solo a forze esterne alle istituzioni: ai media e alle piazze”. Né si può dire che il presidenzialismo sia, almeno, più efficace: “Una buona costituzione non solo associa controllo ed efficacia senza sacrificarli l’un l’altro, ma garantisce l’efficaciaperché esiste il controllo”.

Bisogna comunque avere uno Stato e virtù pubbliche ben solidi, per schivare questi pericoli. E l’Italia di oggi, dopo la Prima repubblica degradata in Tangentopoli, nella P2, nei patti Stato-mafia, dopo il ventennio dominato da uno scardinatore di istituzioni come Berlusconi, faticherà a salvaguardare la democrazia se cincischia la Carta proprio ora: è come se De Gaulle l’avesse negoziata con l’Organizzazione dell’armata segreta Oas. E non perché possediamo
“la Costituzione più bella del mondo”, ma perché il vero check and balance, il reciproco controllo fra poteri indipendenti, non è compiuto.

Più che bellissima, la nostra Carta è finalmente da realizzare. Credere di raddrizzarla con il presidenzialismo vuol dire aggiungere un potere, lasciandola storta. Dicono che il popolo tornerebbe a esser sovrano, votando il Presidente. Non è detto affatto, rammentano i detrattori della V Repubblica. Mitterrand descrive rischi che saranno anche i nostri: una volta svuotati Parlamento, politica, governi, “si installa una tecnocrazia rampante, una sfera di amministratori indifferenti al popolo” che “confiscano il potere della Rappresentanza nazionale”. Citiamo ancora Revel: “La logica della V Repubblica deresponsabilizza, perché il potere è attribuito da un onnipotente irresponsabile a creature che sono solo emanazioni della sua essenza, e che dunque partecipano del suo privilegio di irresponsabilità”. De Gaulle non era temuto come tiranno. Ma i suoi successori?

Altro scenario in Italia. Primo, perché non c’è un De Gaulle fra noi. Secondo, perché il contesto conta quando si disfa la Carta e il contesto nostro è quello di uno Stato diviso in bande, che ha patteggiato finanche con le mafie. Un male come il nostro nemmeno sappiamo più bene nominarlo, e proprio quest’afonia trasforma le discussioni sul presidenzialismo in furbo escamotage. In doppia fuga: fuga dai fondamenti (quale bene pubblico è difeso da partiti o sindacati?) e fuga da noi, dalla nostra storia di colpe e misfatti. Una storia in cui si bagnano ormai destra e sinistra.

Se evochiamo parole morali come colpe e misfatti è perché qui è il nostro guaio, dilatatosi a dismisura: l’aggiramento voluto delle volontà cittadine, la parola sistematicamente non tenuta, il tradimento. Il governo Letta è visto come inciucio perché nato da intese tutte fuoriscena, ob-scaena.

È strano come i politici, perfino gli innovatori, evitino di menzionare una tema che resta cruciale: la morale pubblica. Giacché è per immoralità che si rinviano le cose prioritarie, anteponendo l’escamotage. Mai come adesso invece, la questione posta da Berlinguer nei primi ’80 è stata così attuale. Oggi come allora, è obbligo etico il «corretto ripristino del dettato costituzionale», il divieto ai partiti di occupare lo Stato. Nulla è cambiato rispetto a quando Berlinguer diceva a Scalfari che la questione morale «è il centro del nostro problema»: quell’«occupazione » produce sprechi, debito, ingiustizia. È questione morale allontanarsene subito. È urgente, fattibile, e però intollerato dalle oligarchie. Per questo pesa ilcontesto delle riforme istituzionali, e inane è mimare Parigi. Questo è un paese dove non è stata mai fatta una legge sul conflitto di interessi. Dove un magnate tv ha governato nonostante una legge del ’57 proibisca l’elezione di titolari di concessioni pubbliche (frequenze tv). E restano le leggi ad personam, grazie a cui quest’ultimo elude processi e condanne.

Questo è il paese dove si ha l’impressione che niente sia vero, di quanto detto in politica. Che tutto sia fumo o diversivo. Il Pd aveva promesso di non governare con Berlusconi, e ora Berlusconi comanda. Aveva promesso di cambiare subito la legge elettorale, restituendo all’elettore la scelta dei suoi rappresentanti, e neppure questo fa. Quel che è accaduto giorni fa è una pagina nera, simile alla pugnalata di Prodi. La mattina del 29 maggio il deputato Pd Giachetti raccoglie adesioni contro il Porcellum per tornare automaticamente alla legge Mattarella (1 milione 210.000 italiani hanno chiesto un referendum per ottenere proprio questo, il 30-9-11). Circa 100 firmano: di Pd, Sel e 5 Stelle. Ma arriva l’altolà di Enrico Letta e Finocchiaro («È intempestivo, prepotente!») e dei Pd resta solo Giachetti. Se ne parlerà, sì, ma se vorrà Berlusconi.

Questo è un paese dove si mente al popolo, annunciando pompose abolizioni del finanziamento pubblico ai partiti, e poi ecco una proposta che obbliga i contribuenti a sovvenzionarli col 2 per mille, anche quando non lo dichiarano (le cosiddette somme “inoptate”) Questo è un paese dove il presidente della Repubblica esercita poteri imprevisti. Con che diritto, sabato, ha definito «eccezionale» il governo: «a termine»? Il Quirinale già ha pesato molto, influenzando il voto presidenziale e favorendo le grandi intese. Formidabile è la coazione a ripetere inganni, tradimenti. La chiamano addirittura pace, responsabilità. In realtà nessuno risponde di quel che fa o non fa. Deridono Grillo, che chiama portavoce i rappresentanti. Ma loro non sono affatto rappresentanti, essendo nominati. Nessuno è imputabile, e che altro è la non-imputabilità se non la fine d’ogni etica pubblica.

Fra psichiatria, stupidità pura, e notabilato locale d'antan, naturalmente a carico del cittadino e del contribuente. Anche questo ci rifila la balcanizzazione del Pd.

Corriere della Sera, 5 giugno 2013 (f.b.)

ROMA — Non bastano i problemi della città e le incombenze ministeriali. Che spesso, come vedremo, si sovrappongono provocando effetti antiestetici. Da settimane Vincenzo De Luca se la deve vedere anche con i grillini che gli stanno attaccati ai polpacci. Non gli danno un attimo di tregua, continuando a domandare pubblicamente perché il viceministro delle Infrastrutture si ostini a non mollare la poltrona di sindaco di Salerno. Ieri l'hanno azzannato addirittura in quattro. «Tiene il piede in due scarpe, mentre il consiglio comunale continua a prendere altro tempo per approfondire la questione dell'incompatibilità», gli hanno rinfacciato i parlamentari del M5S Silvia Giordano, Mimmo Pisano, Angelo Tofalo e Andrea Cioffi. Ringhiando: «Non c'è nulla da approfondire, la legge parla chiaro. Deve scegliere fra l'incarico al ministero e quello di sindaco di Salerno». C'è chi dietro tanta resistenza intravede una strategia per evitare l'arrivo del commissario, nella speranza magari di passare il testimone all'interno dell'attuale amministrazione per il tempo che rimane alla fine del mandato. Ma certo questa vicenda fa riflettere per molti motivi.

La legge, come argomentano i «cittadini» del 5 Stelle parlerà pure chiaro. In linea con la nostra tradizione, tuttavia, non si può dire che sia scritta nel migliore dei modi. Il terzo comma dell'articolo 13 della manovra economica approvata nel 2011 dal governo di Silvio Berlusconi due mesi prima di andarsene, dice in effetti che i parlamentari e i componenti dell'esecutivo «sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa a organi di governo di enti territoriali aventi (...) popolazione superiore a 5 mila abitanti». Passaggio che si riferisce anche ai sindaci, non ci piove. Ricordate lo scandalo dei parlamentari che non mollarono la poltrona di sindaco finché la Corte costituzionale, giusto un paio d'anni fa, non glielo impose? La norma di cui parliamo è servita a ribadire questo principio sacrosanto di incompatibilità, giustamente estendendolo. Peccato che lo stesso comma precisi come tutto questo valga «fermo restando quanto previsto dalla legge 20 luglio 2004, n. 215, e successive modificazioni». Si tratta, per chi non lo ricordasse, della famosa legge sul conflitto d'interessi fatta dal governo Berlusconi. Un provvedimento inconsistente, perché non prevede sanzioni e dunque si può impunemente violare. Ma dove c'è un grimaldello. Stabilisce infatti che i componenti del governo non possono ricoprire cariche diverse da quella di parlamentare ma anche «di amministratore di enti locali». Cioè permette loro di fare i sindaci, i presidenti di Provincia, i consiglieri provinciali e comunali nonché gli assessori. E questo grazie proprio a una «successiva modificazione» di quella legge, introdotta nel marzo 2005 in un decreto sugli enti locali. Un ritocchino che ha consentito, per esempio, all'ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli di candidarsi nel 2006 al Comune di Orbetello, rimanendo sindaco per cinque anni. E che fece dire all'ex ministro Renato Brunetta, candidatosi alla poltrona di sindaco di Venezia, che lui non avrebbe lasciato il ministero se fosse stato eletto. Mettiamoci pure che De Luca, al contrario di Matteoli e Brunetta non è parlamentare…

In questa situazione qualche azzeccagarbugli, scommettiamo, ci andrebbe a nozze. Ma è evidente che il doppio incarico non può reggere alla prova del buonsenso. Una dimostrazione clamorosa? Venerdì prossimo il viceministro delle Infrastrutture Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, ha convocato una riunione al ministero per discutere di un'importante opera pubblica ancora su un binario morto: la metropolitana di Salerno. Parteciperanno i rappresentanti delle imprese, della Regione Campania, e del Comune: l'assessore alla mobilità Luca Cascone e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Sensibilissimo alla faccenda. Il problemone della metropolitana della città campana, «mi è stato posto anche dal viceministro De Luca», ha rivelato qualche giorno fa il titolare del dicastero Maurizio Lupi. Che ha poi tenuto a precisare: «Quando si sono investite risorse è un dovere morale ed etico che le opere non rimangano ferme. Ognuno ha il proprio ruolo. Noi siamo il ministero, non il Comune di Salerno». Non del tutto esatto, caro Lupi. Perché oggi il ministero delle Infrastrutture è anche un po' il Comune di Salerno. O no?

«Le condizioni di salute dell'intero territorio sono al primo posto: un precedente fondamentale per tutti i territori e le città che vivono ancora in condizioni di grave pericolo per la salute umana».

Il manifesto, 4 giugno 2013

Una sentenza esemplare quella emessa dalla Corte di appello di Torino per il disastro ambientale dell'Eternit. Il responsabile della multinazionale franco-svizzera Stephan Schmidheiny, riconosciuto colpevole di disastro ambientale doloso, ha visto aumentare la condanna da 16 anni di reclusione, in primo grado, a 18. Nella sentenza i giudici hanno esteso la responsabilità dell'imputato non soltanto ai siti produttivi piemontesi, dove è avvenuto il maggior numero delle 2.800 vittime, ma anche a quelli di Bagnoli e Rubiera.

Sono due motivi che rendono eccezionale la sentenza. In primo luogo si riconosce il danno verso l'intera popolazione e non soltanto per gli operai che lavoravano nelle fabbriche. Ci sono stati morti non solo tra le maestranze ma anche tra i loro familiari e l'intera la popolazione. La tutela della salute di tutti a prescindere dalle condizioni soggettive di dipendenza da questa o quella fabbrica è stata riconosciuta come un diritto assoluto. Non si può che festeggiare per l'importanza di questa posizione. Sarà più difficile -anche se non mancheranno nel futuro tentativi di sfuggire alle responsabilità- inquinare, provocare morti, malattie e invalidità. Le condizioni di salute dell'intero territorio sono al primo posto: un precedente fondamentale per tutti i territori e le città che vivono ancora in condizioni di grave pericolo per la salute umana.
Per il secondo motivo, quello relativo al risanamento dei danni provocati dall'inquinamento ambientale, quantificati dalla Corte in 30,9 milioni in favore di Casale e 20 in favore della regione. dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Alla fine del 2011 il sindaco di Casale Monferrato, città che conta circa 1.800 morti su circa 36 mila abitanti, aveva accettato di ritirare la costituzione di parte civile al processo d'appello in cambio di una somma di denaro che -così si affermò- sarebbe servita per le bonifiche ambientali. L'offerta di Schmidheiny era pari a 18,3 milioni e dopo una gigantesca protesta organizzata il 7 gennaio del 2012 dall'associazione dei familiari delle vittime, il comune fece marcia indietro dichiarandola irricevibile.
Se non fossimo davanti ad una tragedia di proporzioni inaudite potremmo misurare il danno che avrebbe avuto la popolazione se quel pavido atto fosse stato confermato. Ma la vicenda ci porta invece ad affrontare la questione di fondo che c'era dietro l'iniziale accettazione del risarcimento: si disse infatti che era una strada obbligata, visto che a causa dei selvaggi tagli alla spesa pubblica non c'erano soldi per compiere le bonifiche. La strada invece c'era: quella di rivendicare rigorosamente i diritti collettivi. Bene ha fatto la popolazione di Casale a non demordere e la loro lotta di civiltà ha aperto la strada per ulteriori azioni non solo contro chi inquina, ma anche contro chi continua a demolire il welfare urbano sulla base delle ricette liberiste. I soldi, infatti, ci sono: problema è che vengono sperperati nel calderone delle grandi opere inutili. Davvero una sentenza storica.

Una lettera aperta ai/alle parlamentari del Partito democratico. I pessimisti direbbero:”interrogato il morto, non rispose”; gli ottimisti: “ finché c’è vita c’è speranza”. Vedremo chi in questo caso avrà ragione.

L’Unità, 4 giugno 2013

Caro deputato/a del PD, con il sostegno di 80.000 firme, e di 650 associazioni e 50 enti locali, 158 tuoi colleghi e colleghe (14 dei quali del tuo gruppo) hanno sottoscritto una mozione per interrompere la partecipazione italiana al programma di acquisizione e costruzione dei cacciabombardieri F35. Non è ancora nota la posizione ufficiale del Pd, quindi mi permetto di rivolgerti alcune domande.


1. Bersani affermava in campagna elettorale che «il lavoro viene prima degli F35»: il Pd mantiene ancora questa posizione o l’ha mutata, e perché?
2. Per l’Italia il costo complessivo del programma F35 è 14 miliardi di euro, e lo stanziamento 2013 per gli investimenti in sistemi d’arma (F35 e sommergibili U-212) è oltre 5 miliardi e 200 milioni di euro. Ritieni che siano cifre sostenibili, in un Paese in cui si stenta a trovare risorse per cassa integrazione, scuola, lavoro?

3. Il ministro Mauro ha dichiarato che gli F35, aerei armati anche di ordigni nucleari, sono «uno strumento di pace» necessario per la difesa. Si tratta di una posizione decisa collegialmente dal governo, e quando? Quale posizione hanno preso i ministri del Pd, e sulla base di quale mandato?
4. Molti Paesi partner del programma (Canada, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Australia, Norvegia) stanno rivedendo la scelta degli F35, o l’hanno rinviata. Il Gao (la Corte dei Conti Usa) ha criticato le spese folli per un cacciabombardiere che presenta molti problemi tecnici (vulnerabilità ai fulmini, problemi al motore e al casco del pilota, ecc), documentati peraltro anche da un’inchiesta della Rai. Non servirebbe un supplemento di riflessione anche in Italia?

5. La mozione parlamentare chiede di destinare le somme oggi previste per gli F35 ad un piano di investimenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la tutela del territorio dal rischio idrogeologico, l’apertura di asili nido. Tale piano garantirebbe decine di migliaia di posti di lavoro, a fronte delle poche centinaia previsti per la costruzione degli F35. Il Pd ritiene più urgenti questi investimenti, o l’acquisizione di cacciabombardieri?

6. Durante la campagna elettorale anche Berlusconi dichiarò che agli F35 si può rinunciare: il Pdl non farà cadere il governo per difendere lo sperpero di 14 miliardi. Non credi che su questo tema valga la pena di far valere l’autonomia del Parlamento?

7. Non ritieni che questioni di così grande portata richiedano una trasparenza del dibattito e del percorso decisionale, e che dunque il Pd debba incontrare al più presto i firmatari della mozione e le associazioni che la sostengono, per ascoltarne e valutarne le ragioni? Tutto qui. Attendo con fiducia le tue risposte, non tanto a me, ma all’opinione pubblica e al tuo stesso elettorato.

Addolorata dalla scelta presidenzialista di Letta, Prodi e altri esponenti del suo partito l'ex presidente del PD afferma:«è una scelta che stravolge la Carta. Io non scambio il governo Letta e la sua tenuta con la Costituzione, che deve durare ben oltre le larghe intese». LaRepubblica, 4 giugno 2013

Rosy Bindi, ha ricominciato a dare battaglia?
«Se la coerenza in politica è ancora un valore, faccio la battaglia che considero giusta per la Costituzione e che ho sempre fatto quando qualcuno ha cercato di indebolire e stravolgere la Carta. Ora, se vogliamo, ci sono le condizioni per le riforme di revisione costituzionale indispensabili perché funzioni la nostra democrazia».
Però lei è contraria sia al presidenzialismo che al semi presidenzialismo?
«Premetto che noi come Parlamento non abbiamo un potere costituente, ma solo di revisione della Costituzione, cioè non possiamo dare alla Carta un impianto completamente nuovo rispetto alla Costituente del 1946. Possiamo invece intervenire per rendere funzionante quell’impianto, le scelte che sono state compiute. E la nostra è una democrazia parlamentare».
Che però funziona male?
«Con il bicameralismo perfetto e mille parlamentari, con una riforma federalista incompleta, con il cambiamento delle leggi elettorali in senso maggioritario, senza pesi e contrappesi, il nostro assetto democratico non funziona. Cambiamenti quindi sì, ma per rendere efficiente la forma di governo e di Stato nella cornice costituzionale. Il Pd è stato in prima linea in questi anni contro i tentativi di stravolgere la Costituzione e ha vinto un referendum contro la destra. L’Assemblea del partito nel 2011 ha detto “no” a ogni forma di presidenzialismo e ha avanzato la proposta del modello tedesco con il cancellierato e la sfiducia costruttiva per rafforzare il capo del governo e rendere più funzionante il Parlamento ».
Ma adesso il Pd ha cambiato opinione?
«Vedo prese di posizione anche molto autorevoli, che sembrano andare in senso opposto».
Come quella di Prodi?
«Penso al segretario Epifani; al presidente del Consiglio Enrico Letta che si è lasciato scappare che mai più eleggeremo in parlamento un presidente della Repubblica. Penso a Veltroni. C’è stata anche la presa di posizione di Prodi, che mi addolora in modo particolare. Ma non cambio idea».
Perché? «La scelta del semi presidenzialismo è quella più innaturale per la nostra Costituzione e per il nostro paese».
Per via di Berlusconi e del rischio “caudillo”?
«Se diventa un’altra battaglia anti berlusconiana punto e basta, è più difficile vincerla. Il nostro è un paese che in questi anni ha visto crescere spinte populiste e tentazioni plebiscitarie, nel quale manca la legge sul conflitto d’interessi. Con il semi presidenzialismo alla francese, indeboliremmo la figura di garanzia del capo dello Stato, che non avrebbe più quel profilo di garante che è un capolavoro della nostra Carta. Renderemmo marginali il Parlamento e il capo del governo. Proporrei di fare come prima riforma il conflitto d’interessi in Costituzione. Vediamo se il centrodestra ci sta, e mettiamo poi mano
al resto».
Sempre senza introdurre il semi presidenzialismo?
«In un paese così diviso, con una corruzione così forte, con un rischio di criminalità invasiva abbiamo bisogno di rafforzare la democrazia parlamentare e partecipativa, non di prendere la scorciatoia del presidenzialismo. Invocando questo tipo di riforma istituzionale, rischiamo - è l’errore dell’affer-mazione di Letta - di pensare che la settimana di calvario per l’ultima elezione del capo dello Stato sia dipesa dalla mancata riforma della Costituzione. No. La responsabilità è stata dell’inadeguatezza delle forze politiche e degli errori del Pd».
I partiti sono deboli?
«Vanno rafforzati e riformati profondamente».
È favorevole all’abrogazione del finanziamento pubblico?
«Ritengo sia una sferzata utile. Però dobbiamo stare in Europa dove ovunque cisono forme di finanziamento pubblico».

Per ripristinare l'equilibrio tra i poteri istituzionali, condizione necessaria della democrazia rappresentativa, è necessario restituire autorità ed efficacia al Parlamento, non accentuare ulteriormente il potere del Presidente. I

l manifesto, 4 giugno 2013

Un centrosinistra allo sbando si appresta a discutere di riforme costituzionali con un centrodestra agguerrito. Può non essere piacevole dirlo per chi milita tra le file degli «sbandati», ma questa è la realtà ed è inutile nasconderla. Basta pensare al modo in cui si è aperta la discussione sulla modifica della nostra forma di governo parlamentare per avere una conferma del grave stato di confusione in cui versa il centrosinistra. Il 22 maggio il ministro per le riforme costituzionali (esponente del centrodestra) indica le diverse ipotesi possibili: «Abbiamo di fronte due strade - scrive Quagliariello - la forma di governo parlamentare razionalizzata e il semipresidenzialismo secondo il modello francese». Consapevole dunque che alla proposta tradizionale della sua parte politica, da sempre favorevole all'elezione diretta del presidente della Repubblica, si contrappone quella della parte politica avversa che nella razionalizzazione della nostra forma di governo trova il suo ambito naturale. Veniva così definito il terreno del confronto. È bastata una settimana, senza neppure bisogno di aprire la discussione nelle sedi parlamentari proprie, perché autorevoli esponenti del centrosinistra - l'accorto presidente del Consiglio in primo luogo - dichiarassero la resa: che si discuta esclusivamente di come eleggere il capo dello Stato, l'unica via per riformare il sistema costituzionale.
A questo punto un doppio risultato è già stato ottenuto: da un lato la rottura del fronte di centrosinistra, che sarà condannato a dividersi e a lacerarsi in scontri traumatici tra neopresidenzialisti e filo parlamentaristi; dall'altro la sicurezza per il centrodestra di aver già ottenuto il pieno successo culturale, avendo portato l'avversario storico a riconoscere la bontà delle sue tradizionali proposte.
Diventa urgente rimettere le cose al loro posto, nella speranza che non sia troppo tardi. È necessario dire ad esempio che gli argomenti di chi a sinistra auspica l'elezione diretta del capo dello Stato non sono per nulla innovativi, bensì espressione di una cultura conservatrice. È necessario dire ad esempio che il passaggio da una forma di governo parlamentare a una semipresidenziale non risolverà la crisi politica e istituzionale in cui versa l'Italia, bensì la farà definitivamente precipitare rendendo ancor più incerto il governo democratico del paese. Un'accusa di arretratezza culturale e di miopia politica che - a sinistra - dovremmo impegnarci a dimostrare se vogliamo dare un contributo critico, ma anche costruttivo, alla prossima discussione sulle riforme della costituzione. Se vogliamo uscire dalla subalternità cui da troppi anni siamo costretti e che ci hanno portato a subire - distratti e afoni - l'egemonia altrui.
Per ora, nelle poche righe di un articolo, limitiamoci a ricordare l'essenziale. Il problema - culturale e politico al tempo stesso - delle forme di governo (tanto di quelle parlamentari, quanto di quelle presidenziali) è principalmente quello di definire un equilibrio tra i poteri e tra gli organi costituzionali. In ogni caso in cui il rapporto tra parlamento, governo e capo dello Stato volge a favore di uno solo di tali organi si produce una degenerazione e la crisi politica comincia ad avvitarsi su se stessa, con pericolosi spostamenti di potere e tendenze all'assolutismo di uno dei tre organi. Esattamente quel che è avvenuto in Italia. Potremmo ripercorrere la storia dell'ultimo ventennio per vedere i progressivi spostamenti dei poteri tra un organo e un altro, ci renderemmo così facilmente conto di come, a fasi alterne, ora il governo, ora il capo dello Stato, hanno assunto un ruolo di dominanza, rompendo il fisiologico equilibrio tra i poteri. Da questo scompenso deriva la crisi della nostra forma di governo.
L'affermazione comunemente ripetuta di un governo senza poteri adeguati è priva di senso costituzionale: la migrazione del potere legislativo dal parlamento all'esecutivo dimostra il contrario. Tutti i governi dell'ultimo trentennio - e da ultimo con sempre maggiore intensità - hanno dettato l'agenda legislativa, relegando il parlamento in un ruolo servente. In caso sono le divisioni politiche, le debolezze strategiche, gli opportunismi dei leader a rendere instabile un esecutivo dotato di poteri in eccesso. Immaginare che un rafforzamento del governo possa passare per un'ulteriore concentrazione dei poteri nelle mani di chi già ne ha troppi dimostra un'elevata dose di spregiudicatezza costituzionale. Non sarà rafforzando l'esecutivo che usciremo dalla crisi politica.
Per quanto riguarda più direttamente il capo dello Stato, l'ultima convulsa fase politica ha imposto una «reggenza» proprio a quell'organo che nel nostro paese svolge le funzioni di garanzia degli equilibri costituzionali. Può essere compreso che nel vuoto della politica e nella perdita di potere delle altre istituzioni il garante del sistema sia spinto a dare soluzioni alle crisi, ma dovrebbe essere anche evidente che per evitare una degenerazione degli equilibri costituzionali è necessario ristabilire quanto prima la fisiologia, puntando dunque ad un riequilibrio. Immaginare, invece, che la soluzione alla crisi della nostra forma di governo possa passare stabilizzando lo sbilanciamento e snaturando la figura di garanzia del presidente è illusorio e pericoloso.
Pericoloso soprattutto perché negli ultimi vent'anni un organo è certamente stato sacrificato e ha bisogno di essere riqualificato se si vuole evitare la degenerazione della forma di governo: il parlamento. Non può esservi strategia culturalmente consapevole e politicamente efficace che non ponga al centro della riforma istituzionale e costituzionale la questione dell'organo della rappresentanza politica.
Espandere i poteri del parlamento, rilanciare la rappresentanza politica, mettendo in discussione le chiusure prodotte nell'ultimo ventennio, dovrebbe essere il compito di riformatori consapevoli della gravità in cui versa il sistema costituzionale italiano. Una strada che appare ostruita dai tanti che non sono disposti ad andare alla radice delle disfunzioni della nostra forma di governo. Il paradosso è che questi, che sono i veri conservatori, si presentano come finti innovatori. Un ribaltamento di senso che spiega molto delle sventure della sinistra e della confusione del nostro tempo.

Solo dopo 100 anni di denunce si ammette, grazie a magistrati coraggiosi, che la polvere d’amianto è mortale, sbugiardando medici, avvocati e altri intellettuali prezzolati. Ne uccide più il profitto che la spada.

La Repubblica, 4 giugno 2013

LA SENTENZA di Torino sulla Eternit pone un punto fermo, con una condanna di severità senza precedenti, a una terribile storia durata centoquindici anni. La elevata nocività dell’amianto fu infatti scoperta da un’ispettrice del lavoro inglese nel 1898. Sulle prime aveva qualche dubbio, ma un medico del lavoro da lei interpellato, che studiò al microscopio le particelle di amianto sospese nell’aria degli ambienti in cui veniva lavorato, concluse che per la loro forma tagliente e frastagliata esse potevano risultare estremamente dannose per chi le ispirava. Nei primi anni del Novecento medici francesi misero in relazione la morte di decine di operaie tessili con la polvere di amianto diffusa nei loro reparti.

Negli anni Venti e Trenta le morti imputate dai medici alla lavorazione dell’amianto diventano migliaia. Negli anni 60 si scopre che muoiono anche i parenti di coloro che lavorano a prodotti amiantiferi, nonché gli abitanti di quartieri situati nella vicinanza degli impianti che li fabbricavano. Verso la fine degli anni 90 uno studio della Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) stima che da quel tempo al 2035 i casi di tumori al polmone e mesotelioma si aggireranno sui 3-400 mila, quasi tutti mortali. In totale, si stima che soltanto in Europa le morti riconducibili all’amianto siano state, in oltre un secolo, alcuni milioni, e secondo le stime dell’Eea non sono affatto finite. L’uso dell’amianto nelle lavorazioni industriali è stato vietato dall’Unione Europea nel 1999. Appena centouno anni dopo che un’ispettrice del lavoro a due sterline la settimana aveva lanciato l’allarme.

Com’è possibile che una simile tragedia non sia stata fermata prima, i responsabili individuati e condannati, le fabbriche e i siti inquinati sottoposti decine di anni addietro a un’opera radicale di disinquinamento? Un fattore è stato il tempo. Diversamente da altre sostanze nocive – tipo, per dire, la diossina – l’amianto non uccide quasi subito. Ci si ammala, e si muore, perfino decine di anni dopo essere stati esposti alle sue polveri. Tale circostanza è stata sfruttata dalle direzioni delle corporation attive nel settore dell’amianto, da falangi di legali da esse impiegati, come pure da centinaia di medici di parere opposto a quello dei loro colleghi, per sostenere nel corso di quasi un secolo che tra l’esposizione all’amianto e la patologia che colpiva chi lo aveva maneggiato o toccato o ispirato non era possibile stabilire con sicurezza una relazione causale. I tribunali americani ed europei hanno molto spesso dato loro ragione. Quello di Torino no.

La sentenza torinese ha spezzato tale muro di negazionismo quanto a tutela della salute sui luoghi di lavoro. È un salto nella incisività dell’azione giudiziaria la cui portata va perfino al di là del problema amianto. Essa impone ai dirigenti delle imprese, ma anche ai loro principali proprietari, di prendere molto più sul serio di quanto non abbia fatto finora la maggioranza di loro il cosiddetto principio di precauzione. Esso dice che quando le conseguenze di un dato modo di operare possono essere estremamente gravi, la sola possibilità che esse intervengano debbono indurre a studiare d’urgenza quel modo stesso di operare, e a fronte di prove anche non certe sospenderlo. Se la Eternit avesse adottato tale principio, per non parlare delle tante imprese del medesimo settore, vi sarebbero state migliaia di morti in meno. È probabile che molte persone, nei prossimi anni, debbano essere grate, senza magari saperlo, al tribunale di Torino e ai suoi pm, per il fatto che le imprese avranno d’ora innanzi un solido motivo per guardarsi bene dall’ignorare il principio di precauzione. E questo vale per tutti. A partire dall’Ilva di Taranto.

Parole sante. Una visione politica ed etica dell'Italia di oggi nell'intervista allo scrittore siciliano: «Dal Colle invasione di campo non da Repubblica parlamentare. Berlusconi, Marchionne, i Riva, l'Italia è nelle mani di queste persone».

Il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2013

La signora Rosetta apre la porta di casa sorridente. Un filo di fumo ci guida da Andrea Camilleri, al lavoro nel suo studio: è appena uscito Come la penso, autobiografia in forma di saggi e racconti (Chiarelettere). E da Sellerio il nuovo Montalbano, Un covo di vipere. Nuovo, ultimo no. “Quando mai! L’ultimo Montalbano l’ho già scritto, quando ho compiuto ottant’anni: posso dire che il commissario non muore. E che non sposa Livia, non è tipo da matrimonio Salvo Montalbano”. Lui no, ma Andrea Camilleri sì: quest’anno fanno 56 anniversari di nozze. “Ci vuole tanta voglia di stare assieme. E tanta pazienza”. “Ma il commissario è diventato un fedifrago cronico”, proviamo a protestare. “È perché i maschi quando sentono arrivare la vecchiezza diventano di una fragilità sentimentale incredibile. Quando l’ho detto a mia moglie, mi ha risposto: Spero che non sia autobiografico, Andrea”.

In Come la penso tratteggia una sorta di ritratto “genetico” dell’italiano: impietoso.
C’è un modo di pensare, nell’italiano, che è ancora fascista: piace la prevaricazione, la sopraffazione. È un virus mutante, come quello dell’influenza. Si fa il vaccino e già il virus è cambiato. Noi italiani, è sgradevole dirlo, non amiamo i politici che ragionano e agiscono onestamente. Ferruccio Parri, un uomo mite, onesto, era appena stato nominato presidente del Consiglio e già tutta l’Italia lo chiama “Fessuccio”. Non piacciono, all’italiano, le persone dimesse: bello il luccicore delle divise, bella la parola tonante. Berlusconi no, non è un fascista. Ma ha un modo di proporsi, da gerarca, che piace molto perché è speculare a una certa mentalità italiana. I giudici scrivono: “Anche da presidente del Consiglio gestì una colossale evasione fiscale”. In un Paese normale, questo avrebbe annullato Berlusconi; in Italia gli fa guadagnare voti.

Che dice delle ragazze?
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Credo che anche queste storie destino l’ammirazione di tanti maschi italiani, e pure di tante femminelle che vorrebbero essere “olgettinizzate”: mettiamo sul mercato questo verbo. Tu ti porti a casa una ragazza, due, tre. E puoi passare inosservato. Ma lui se ne porta a casa trenta perché non vuole affatto passare inosservato: è scioccamente esibizionista.

Su MicroMega lei ha sostenuto l’ineleggibilità di Berlusconi.
I suoi cosiddetti avversari dicono: “Preferiamolo batterlo politicamente”. Solo che non ci sono mai riusciti. E dire questo, batterlo politicamente piuttosto che per vie giudiziarie, è sottilmente pericoloso. I processi se ne vanno per i fatti loro e non si tratta di battere Berlusconi, si tratta di giudicarlo per i reati che ha commesso o non commesso. Dire: preferisco sconfiggerlo politicamente, significa opzionare che la giustizia sia alleata dei politici. L’unica via che hanno è quella di ricorrere a questa legge.

Come fanno a far valere l’ineleggibilità? Il Pdl sta al governo con il Pd…
Io non faccio parte del Pd: se la vedano loro, che si sono consegnati mani e piedi a Berlusconi. Secondo me andrebbe rispettata la legge.

Cadrebbe il governo.
Non so se a Berlusconi converrebbe far cadere il governo, l’Italia è in una situazione difficilissima. Ma me lo faccia dire: come cittadino sono stanco dei ricatti. L’Italia è diventata un Paese che vive di ricatti. E non riguarda solo Berlusconi. Il ricatto lo fa Marchionne, lo fanno i Riva a Taranto. Ormai siamo condizionati dai ricattatori.

Lei ha la stessa età del presidente Napolitano.
Sì, siamo del ‘25 tutti e due: la rielezione non era cosa. Aveva fatto bene quando aveva detto “Me ne vado e buona sera”. Il secondo mandato è stato un errore, sia per chi l’ha proposto sia per chi ha accettato.

Un passaggio strano per i modi, quasi da Repubblica presidenziale.
Da quel momento tutto il fatto costituzionale è andato a vacca. C’è stato un allentamento delle briglie costituzionali, tanto valeva – a lume di logica e di naso e di buon senso – fare un governo del Presidente. È stato più grave l’intervento sui partiti del capo dello Stato. Una sorta d’invasione di campo, un fatto non da Repubblica parlamentare. Bisogna rispettare la Costituzione: non devo essere io a dirlo, dovrebbe essere il presidente Napolitano. Il secondo mandato non è proibito, ma non è un caso che non sia mai successo. Di solito, poi, uno non arriva a fare il capo dello Stato a 40 anni: due mandati fanno 14 anni e te ne vai a 54. Qui te ne vai a 95.

Non un bel segno non aver trovato un’alternativa.
Appena sentii che i Cinque Stelle proponevano Rodotà, feci un balzo di gioia. Dissi a mia moglie: “Che meraviglia, ora agguantano al volo questa liana sospesa, come Tarzan. Ed è fatta”. Quando mai… e sono riusciti a far fare quella figura a Prodi, Dio mio. L’alternativa c’era, era Rodotà. Cosa ostava a Rodotà?

Loro hanno detto che non ha telefonato…
Queste cose io a sei anni le facevo. “Eh no, perché non mi ha dato la caramella”. M’ha telefonato, non m’ha telefonato: non possono essere ragioni valide per la politica. Sono ragioni infantili, piccole scuse. Se ne possono trovare di migliori.

Tre anni fa in un’intervista al Fatto, disse: “Il Pd va verso il suicidio, avrebbe bisogno di una seduta psicanalitica collettiva”. Quasi profetico.
Devo ammettere, ahimè, che in queste ultime elezioni ho suggerito di votare Pd. Ho aderito a un invito di Alberto Asor Rosa. Lui temeva che un Pd debole fosse costretto ad allearsi con Monti: si pensava che Monti avrebbe avuto un successo maggiore. E l’idea di Asor Rosa era portare il Pd a un’alleanza con Sel, invece che Monti. Sbagliammo i calcoli, entrambi. Tutto potevamo prevedere, tranne le estrosità di Pier Luigi Bersani.

Estrosità?
Eh, chiamiamola così. Dissi quel fatto della psicanalisi per via delle due anime del Pd: una cattolica e una ex comunista. Invece la cosa è risultata ancora più complessa: la lunga convivenza tra queste due anime ha fatto sì che invece di essere una bianca e una nera, diventassero tutte e due grigie. Creando situazioni psicanalitiche ancora più oscure. Ora, onestamente, siamo più da psichiatria che da psicanalisi.

Che fine farà il Pd?
Sparisce. O si raccoglie attorno agli oppositori interni, come Civati.

Epifani?
Una toppa.

In questi giorni arrivano dalla sua Sicilia notizie del processo sulla trattativa Stato-mafia. Che idea si è fatto di questa storia?
Dunque: uomini dello Stato e mafiosi sono accusati di avere trattato insieme. Tu puoi ipotizzare che le prime trattative si svolsero con Totò Riina. Puoi pensare che un capomafia come lui vede sedersi davanti a sé un colonnello dei Carabinieri e non gli chiede le commendatizie?

Cosa sono?
Chi c’è dietro, chi ti manda. Da questa parte abbiamo un capomafia di grande potere e grande forza, dall’altra un semplice colonnello dei Carabinieri. È chiaro che mai lo avrebbe ricevuto se questo colonnello dei Carabinieri non gli avesse portato le credenziali. Cioè a dire: dietro di me, c’è questo e quest’altro ministro. E te ne do anche la prova. Oggi due ministri sono accusati di falsa testimonianza: è cosa da poco, uno scherzetto. Il generale Mori non ha mai detto chi lo mandò, ma è chiaro che non andò da solo. Nemmeno l’avrebbero fatto entrare. Nella seconda fase della trattativa intervenne Provenzano, con l’eliminazione di Riina: era indispensabile levarlo di mezzo, per poter trattare seriamente perché le pretese di Riina erano eccessive. Dopodiché un ex ministro viene a dire: “Ho allentato il 41 bis di mia spontanea volontà, decidendo da solo”. E va bene, allora. Questo processo ci viene a raccontare solo la mezza messa, come si usa dire dalle mie parti. La vera messa forse era nell’agenda di Borsellino.

Non sapremo mai la verità?
Ma quando mai abbiamo saputo la verità sulle cose italiane! Pensiamo alle stragi: Bologna, piazza Fontana, l’Italicus. In Italia esistono solo i servizi deviati, quelli non deviati no. Tutto il casino, tra il Colle e la Procura di Palermo, sta a dimostrare, così a fiuto, che la cosa è talmente grossa che hanno paura di uno sconvolgimento istituzionale, se la verità venisse a galla.

Possibile che non abbiamo anticorpi verso tutto questo?
Prendiamo l’informazione. I giornali degli anni Cinquanta parlavano chiaro: c’erano polemiche anche forti, ma l’informazione era esaustiva, non parziale come ora. A quei tempi noi ci esercitavamo nella libertà, non l’avevamo avuta per tanto tempo. Le tribune politiche si svolgevano di fronte a 30 giornalisti, liberissimi di fare tutte le domande che volevano al politico di turno. Le domande non erano concordate prima, le domande erano a levare la pelle. Oggi è tutto concordato e i giornalisti scelti a seconda della convenienza. Ho sentito un giorno un cronista chiedere a Tony Blair: “Lo sa che lei ha le mani sporche di sangue?” E lui, dopo un momento di esitazione, si è messo a rispondere. Provate a rivolgere una domanda di questa violenza a un politico italiano. Non è più possibile, negli anni Cinquanta era possibile.

Vale anche per la produzione culturale?
Il fervore di quei primi anni del Dopoguerra era dovuto al fatto che il mondo si apriva davanti a noi. E tutto quello che ci era stato negato – i grandi scrittori americani, i musicisti, i pittori, i francesi, gli inglesi – provocava un desiderio di linfa culturale e vitale. Tu ne eri così pieno che avevi la voglia di restituirla. Poi c’è stata una sorta di saturazione. E quando arrivò la Democrazia cristiana con la censura, fu in un certo senso stimolante: ti ribellavi alla censura.

Ogni censura trova il suo antidoto, si dice.
Ma certo. Mi ricordo quando Andreotti proibì L’Arialda con la regia di Luchino Visconti e successero macelli. Questo ci teneva svegli. Ora c’è un assopimento, un andazzo, senza più un vero scontro culturale.

Non è che abbiamo meno strumenti intellettuali?
Le persone si sono disabituate. Ormai tutti sono dei seguaci delle fabbriche del credere. La fabbrica del credere numero uno è la televisione: quello che dice la televisione è Vangelo.

Internet è una contromisura? Assolutamente. Se ci fossero state solo le tv senza Internet non avremmo avuto le primavere arabe, non sarebbero state possibili senza comunicazione diretta, non mediata. La comunicazione mediata è velenosa, è contraffatta.

Di mezzo ci sono i media, appunto.
E le proprietà: un giornale come il Fatto, se dovesse dipendere da un proprietario, sarebbe così libero di scrivere quello che scrive? Non credo. Quando c’era un solo canale in televisione, il colonnello Bernacca leggeva le previsioni del tempo. E diceva: “Domenica potete fare tutti una bellissima gita, perché splenderà il sole”. E la domenica veniva una pioggia fottuta. O viceversa. Io avevo un compare, Peppe Fiorentino, il quale sentiva le previsioni di Bernacca e diceva: ”OI po si o po no ‘u paracqua m’u porto”. E allora dico: quando guardate la televisione, portatevi appresso il paracqua. Cioè a dire: apritelo, in modo che il cervello non vi si bagni e voi possiate ragionare di testa vostra; altrimenti la tv v’inonda. Ma è un esercizio difficile, anche perché si dice che la Rai offre la possibilità di avere tre canali, di cui il terzo è quello più di sinistra. Ma dove? Come segnale stradale? A momenti ho sentito più elogi di Berlusconi sul Tg3 che sul Tg1. Dov’è tutta questa differenza? Ai miei tempi c’era.

Questo dipende dal fatto che anche i partiti si sono omologati?
Mi rifiuto di chiamare quello che vedo e sento in questi ultimi tempi “Politica”. Politica oggi è sinonimo di corruzione. Vogliamo dissentire? Dopo Mani pulite sembrava chissà che cosa, invece siamo ridotti peggio di prima. Ed è del tutto trasversale. Una volta almeno Berlinguer poteva permettersi di teorizzare la diversità, ora il signor Penati mi pare che appartenga al Pd. Come il presidente della Provincia di Taranto. L’Italia dei Valori te la raccomando. Alla gente comune, che dice “sono tutti ladri” non gli puoi dare torto. Perfino i consiglieri regionali e comunali rubano. Allora perché io lo devo chiamare “uomo politico”? Lo chiamo ladro, perché i ladri sono quelli che rubano.

Una politica che cambia casacca nel giro di ventiquattro ore è politica?
In Sicilia si dice: u porco pa’ coda e l’omo pe’ a parora. Il porco si riconosce perché ha la coda a tortiglione. E l’uomo si riconosce per la parola data. Dicono: “Non faremo mai il governo con Berlusconi”, allora i cittadini li votano. Dopo un giorno, fanno il governo con Berlusconi. Tu non sei un uomo politico, sei un truffatore. Perché dovremmo avere fiducia in una corporazione che non fa altro che difendersi?

A cosa pensa?
Do un esempio, incontrovertibile. La Camera nega l’autorizzazione a procedere per Cosentino. Appena lui decade, se ne va in galera. Allora, io ho fiducia nella politica. Non ho fiducia in questa cosa oscena che ci spacciano per politica.

I partiti sono la vera antipolitica?
Non c’è dubbio. Sono la negazione della politica. Dicono che in politica tutto è possibile. Non è vero. In politica sono possibili più cose, ma non “tutto”. Altrimenti è un bordello, non politica. La politica è un patto che va continuamente rispettato tra gli elettori e coloro che vengono votati per rappresentare i cittadini. Ma è tradito dal fatto che questa legge elettorale fa sì che l’uomo politico non rappresenti un cazzo, perché è stato nominato dalle segreterie dei partiti e non votato. L’uomo politico, se lo possiamo chiamare così, è sempre più negato ai suoi doveri. Non solo: proprio questo porta a non rispettare le regole interne, vedi i 101 che votano contro Prodi.

Che pensa di Grillo?
Non so che pensarne. Una volta dissi: probabilmente i suoi grillini sono migliori di lui, più concreti. Lui è un capopopolo, un trascina folle. Poi quando si arriva al concreto della politica probabilmente lì in mezzo c’è qualcuno che è capace di fare la buona politica: hanno voglia di fare l’interesse dell’Italia. Non sono ridotti come la stragrande maggioranza dei politici italiani a fare il proprio interesse, o quello del partito.

Oltre i Cinque Stelle?
La Boldrini è una donna che si è occupata di profughi e rifugiati. Ebbene, ha accettato la candidatura di Sel e alla Camera ha tenuto un discorso estremamente politico, anzi di bella politica. Finalmente.

C’è un’ondata di rivalutazioni della Prima Repubblica. Lei ne ha nostalgia?
Ma per carità! La Prima Repubblica è stata una prova generale andata male. La Seconda non è andata meglio, la Terza sta andando peggio. Però non mi va di essere pessimista: gli elementi buoni a un certo punto si stancheranno di starsene tranquilli. Mi ricordo una frase bellissima di Alberto Savinio. Dicevano: “Dio riconoscerà i suoi”. E Alberto Savinio chiosava: “A fiuto”, perché una volta i cattolici non si lavavano per non commettere peccato mortale toccandosi le parti intime. Ecco, quelli giusti si riconosceranno a fiuto, indipendentemente dal partito cui appartengono.

Una rivoluzione?
Fino a oggi il popolo italiano ha dimostrato una pazienza e una resistenza psicologica notevoli. Basta pensare alla disoccupazione dilagante, alla difficoltà delle famiglie. Grillo ha ragione quando dice di aver incanalato un malcontento che avrebbe potuto anche essere violento.

La politica, compreso il governo tecnico, ha dimostrato un sostanziale disinteresse verso il disagio sociale.
Questi qui vivono in un ventre di balena! Non hanno nessun contatto con la gente, perché non sono stati più eletti. Il Papa tedesco è stato allevato sempre dentro la Chiesa, questo nuovo ci fa un’enorme impressione perché la sua origine è in mezzo ai poveri. Anche se pure lui… Va benissimo ricordare don Puglisi, ma si è ben guardato da ricordare Don Gallo. Quello sì che rompeva veramente i cabasisi… E così il Pd ha cominciato a morire quando ha perso il contatto con la base, con i lavoratori. Ma perché il Pd dovrebbe occuparsi dei lavoratori?

Forse perché è un partito di sinistra?
S’illude, cara. Di lavoro si occupa Sel, se ne occupa Landini. Che infatti ormai sembra un marziano.

Da nazione a vocazione europeista dopo la catastrofe nazionalsocialista all'egemonia esercitata sugli altri paesi dell'Europa per allontanare dal paese gli effetti della crisi. L'ultimo libro di Ulrich Beck per Laterza.

Il manifesto, 31 maggio 2013

«Oggi il Bundestag tedesco decide sul destino della Grecia», annuncia un notiziario della radio nel febbraio del 2012. È da questo annuncio, inquietante nella sua ostentata naturalezza, che Ulrich Beck prende le mosse per affrontare in un piccolo volume edito da Laterza (Europa tedesca, pp. 96, Euro 12) il tema, spinosissimo, dell'egemonia germanica nell'Europa della crisi. Che il parlamento di uno stato membro possa dettare legge a quello di un altro, non legittimato naturalmente da alcun ordinamento, ma in base a un potere di ricatto che le circostanze gli conferiscono, è un paradosso al quale ci siamo ormai quasi assuefatti. E il fatto che questo potere di decisione passi attraverso i trattati e le istituzioni dell'Unione europea, la valutazione e il giudizio di commissioni e commissari comunitari e transnazionali, perfino attraverso il simulacro di un negoziato, cambia poco alla sostanza e, soprattutto, alla percezione di una profondissima asimmetria, di una dipendenza a senso unico. L'annuncio ci rivela essenzialmente una cosa: la politica europea, in conseguenza dell'architettura comunitaria e delle sue lacune, è ostaggio delle politiche interne dei diversi stati e in particolare di quello economicamente più potente. Dalla Germania europea, quella che abbiamo conosciuto dal 1945 al 1989, saremmo passati, in un breve volgere di anni, - come sostiene Beck - all'Europa tedesca.

La macchina del consenso
Nel clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e rigorosamente atlantico. Ma dopo la riunificazione le cose cambiano. Non che la Germania unita potesse fare a meno dell'Europa, ma poteva guardarvi con altri occhi e adottare un diverso linguaggio. L'intero spazio dell'est europeo si apriva alla sua influenza e penetrazione economica. Ma, soprattutto, la riunificazione stessa avrebbe finito col fare da modello al rapporto tra la Germania, forte dei suoi successi economici, e i paesi più fragili dell'eurozona. Beck lo scrive senza mezzi termini: «il modello della politica tedesca di crisi in Europa è dato dalla unificazione con la Rdt in bancarotta. Ma con la differenza sostanziale che nell'Europa della crisi la parola solidarietà è diventata una parola senza senso».

La riunificazione della Germania fu condotta in stile coloniale, con piglio severamente pedagogico e con l'idea che i tedeschi orientali dovessero scontare, in termini di sicurezza sociale e di livelli salariali, le colpe accumulate in più di mezzo secolo di economia pianificata. Non senza suscitare una buona dose di risentimento nella popolazione della ex-Rdt e perfino nostalgie del passato regime. In quel frangente l'accusa non fu di «aver vissuto al di sopra dei propri mezzi», ma di aver lavorato al di sotto delle proprie possibilità in ossequio a un sistema sociale aberrante e soprattutto inefficiente. I professorini occidentali avrebbero dunque assegnato i compiti da svolgere ai somari prodotti dallo «stato degli operai e dei contadini» e sorvegliato che venissero eseguiti a puntino. Tuttavia, poiché gli Ossis, i cittadini dell'Est, erano pur sempre tedeschi e si erano liberati da un regime di oppressione, meritavano anche un po' di solidarietà. Merito che non spetta invece ai governi dei paesi indebitati dell'area mediterranea che, pur godendo di tutti i vantaggi della democrazia parlamentare e dell'economia di mercato, ne avrebbero dissipato le potenzialità non essendo stati capaci di tenere a freno gli appetiti dei governati nel timore di perderne il consenso. Ciò che nell'un caso come nell'altro non è in discussione è il valore esemplare del modello tedesco. Certificato dal successo economico della Germania. Il cui governo fa del paragone stesso tra la solidità economica della Germania e la fragilità (relativa) di altre economie europee un motivo di autocelebrazione e una poderosa macchina di cattura del consenso. La quale, stando ai sondaggi e alla voce dei media, sembra funzionare egregiamente. Tutto questo produce qualcosa di assai simile a una forma di nazionalismo che consiste nel difendere a oltranza e rafforzare quelle regole e forme dell'Unione europea che consacrano l'ossessione dei tedeschi per la stabilità monetaria e la competitività, conquistate a scapito dei salari e dei sistemi di Welfare state. Ma tutto questo non è a costo zero e anche nella Bundesrepublik in molti cominciano ad accorgersene. Mentre in molti paesi europei crescono rapidamente le forze euroscettiche, quando non schiettamente nazionaliste, e sentimenti antitedeschi si diffondono con toni sempre più aspri, in Germania comincia a svilupparsi e ad assumere dimensioni rilevanti un fronte antieuropeo che considera l'Unione più una zavorra che una opportunità, un peso indebitamente caricato sulle spalle dei virtuosi lavoratori tedeschi.

Tuttavia resta una incognita, sia sul piano economico che, soprattutto, su quello politico, se e fino a che punto la Germania possa trarre vantaggio dalla fine dell'euro, da un suo eventuale distacco dalla moneta unica o dall'implosione generale dell'Unione europea. Gli industriali non nascondono crescenti preoccupazioni per la contrazione dei mercati europei. Per questa ragione, ci spiega Beck, la cancelliera Angela Merkel avrebbe messo a punto una strategia dell'esitazione e del rinvio, che colloca la Germania non al centro ma sulla soglia di una Unione che potrebbe anche essere abbandonata repentinamente e comunque costantemente ricattata.

Il ricatto di Berlino

Una strategia che centellina la disponibilità di Berlino a mettere in gioco il suo peso e le sue risorse nel tentativo di superare in avanti e più o meno unitariamente la crisi europea. Questo gioco che fa pendere l'intero continente dalle labbra del governo berlinese, da quelle del Bundestag e della corte costituzionale di Karlsruhe, ha una forte presa sull'opinione pubblica tedesca e rafforza il consenso interno al governo di Berlino. Nonostante il fatto che sul piano continentale le ricette made in Germany non producano altro che un drammatico aggravamento della crisi e una minaccia sempre più incombente di instabilità sociale. È sotto gli occhi di tutti il fatto che la recessione prodotta dalle politiche europee di stabilità e di austerità aggravi l'indebitamento pubblico in un circolo vizioso senza fine, che l'abbassamento degli spread nei paesi mediterranei si accompagni alla crescita della disoccupazione (anche per quanto riguarda il lavoro intermittente e precario), alla perdita di innovazione e capacità produttiva. Detto in forma sintetica, la politica interna tedesca ha un riverbero europeo che ostacola la politica interna e la ripresa economica di altri paesi membri e dell'unione in generale. È il brodo di coltura più propizio per il ritorno nefasto dei nazionalismi. A testimonianza del fatto che l'Europa politica è, in larghissima misura, ostaggio delle sovranità nazionali che si affrontano, si dividono e si accordano secondo gli schemi più classici della diplomazia. Dall'interpretazione dei trattati internazionali alle alleanze tattiche tra stati, dal ricatto alla concessione di condizioni di favore. E la diplomazia è notoriamente una sfera al riparo da ogni «interferenza democratica» e interamente condizionata dai rapporti di forza internazionali e dalla loro asimmetria. Il punto di vista tedesco dimostra, aldilà dalla pretesa di rappresentare un modello continentale, come la politica europea degli stati membri dell'Unione si dia oggi nelle forme di una «politica estera». Aspetto che l'inasprimento della crisi non ha fatto che accentuare sempre di più, accrescendo lo squilibrio tra i paesi più forti e quelli più deboli.

Beck fa ricorso, come è noto, al paradigma della «società del rischio». Una condizione nella quale la modernità è chiamata a confrontarsi con le criticità che essa stessa ha prodotto e di cui finisce col perdere il controllo. La crisi consisterebbe insomma in un esempio di quelle catastrofi sistemiche, di quelle minacce incombenti, che, contrariamente allo scontro amico-nemico, solo la cooperazione tra stati e istituzioni è in grado di fronteggiare. Ricondotto alle politiche interne dei singoli stati - e il caso italiano ne costituisce un esempio tra i più chiari - questo punto di vista condurrebbe a privilegiare le grandi coalizioni e le «larghe intese». Ciò che il paradigma del «rischio» mette in ombra è il fatto che la crisi globale, diversamente dalle catastrofi naturali, è attraversata da linee di divisione e di conflitto non ricomponibili. Il processo di accumulazione del capitale finanziario non può scendere a patti, almeno fino a quando i rapporti di forze glielo consentiranno, con il livello di vita e le libertà dei cittadini europei. E questo accade anche in Germania dove il segno più (ma fino a quando?) degli indicatori economici si accompagna a un workfare severo per non dire spietato e a un enorme potere di ricatto sul lavoro vivo che si traduce nel potere di ricatto esercitato dal governo di Berlino sull'intero continente. Che a sua volta funziona, in chiave nazionalista, come principio di legittimazione dello sfruttamento interno e conferma del modello tedesco. Queste linee di conflitto non passano solo tra europeisti e difensori delle sovranità nazionali, ma le attraversano e le confondono. Nei secondi la strada non conduce altro che verso destra in una velenosa combinazione di protezionismo (più o meno finto) e di autoritarismo (decisamente vero) o nel perseguimento di una egemonia nazionale sul processo di integrazione europea, l'«Europa tedesca» appunto. Nel campo dei primi la partita è difficile, ma aperta.

Ostaggio delle oligarchie

Ci troviamo di fronte una unione sempre più ostaggio di un negoziato tra governi delegittimati dall'implosione dei dispositivi della rappresentanza e accomunati da una indiscussa fede neoliberista, comunque logorati dalla stretta di una crisi di cui non riescono a venire a capo. La costruzione dell'Europa politica non può essere lasciata nelle mani di questi attori, affiancati da una burocrazia imperscrutabile e compromessa. Ma faticano ancora a prendere forma soggetti transnazionali capaci di contrastarli e di affermare una propria politica europea, nei singoli paesi e nelle istituzioni comunitarie, che muova verso una radicale redistribuzione del reddito e delle risorse e sappia aggredire efficacemente il potere delle oligarchie. Senza sottovalutare i rischi del caso forse dovremo passare attraverso una fase di «ingovernabilità» dell'Europa che imponga l'affermarsi di una nuova «agenda» le cui voci, disperse e ancora troppo flebili, si fanno comunque sentire in varie parti del continente. Le uniche voci possibili di quella lingua comune di cui abbiamo massimamente bisogno.

«Usare l'espressione «governo Berlusconi-Napolitano» per l'attuale esecutivo guidato (?) da Enrico Letta, non è assolutamente una forzatura polemica, ma corrisponde a un dato di fatto difficilmente controvertibile».

Il manifesto, 28 maggio 2013

La giustificazione dei vari salvataggi di Berlusconi con lo stato di necessità ha legami evidenti con la concezione della modernità che fin dagli inizi degli anni Ottanta ha caratterizzato la linea di Napolitano. È lo stesso progetto del Craxi leader politico e uomo di Stato, che cancella il Craxi gravato da vicende giudiziarie. Usare l'espressione «governo Berlusconi-Napolitano» per l'attuale esecutivo guidato (?) da Enrico Letta, non è assolutamente una forzatura polemica, ma corrisponde a un dato di fatto difficilmente controvertibile. I due protagonisti dell'accordo, però, non potrebbero essere più diversi. Da una parte un avventuriero per cui la politica è nient'altro che la continuazione dei propri affari (e dei malaffari) con altri mezzi. Dall'altra un uomo politico di indubbia integrità personale. L'avventuriero considera le «larghe intese» alla stregua di un espediente contingente, un accordo da rompere al momento più opportuno secondo calcoli di convenienza personale. L'uomo politico, invece, sebbene sia cosciente (per lo meno oso credere) degli aspetti miserevoli di queste larghe intese, le fa derivare da una convinzione profonda maturata in tempi lontani.

Su tale base si prova a nobilitare l'ultima delle operazioni di salvataggio dell'avventuriero facendo esplicito riferimento alla tradizione togliattiana, a quella tradizione che vedeva nella rottura del 1947 una grave iattura per la prospettiva, aperta con il patto costituzionale, di una democrazia progressiva in Italia. Facendo riferimento, inoltre, al compromesso storico di Berlinguer, visto come la traduzione in proposta politica pratica della visione strategica di Palmiro Togliatti.

Si tratta, mi pare ovvio, di una pura copertura propagandistica. Il mio maestro universitario, Ernesto Ragionieri, un intellettuale comunista che Napolitano ha conosciuto bene, c'insegnava ad avere in sospetto la nostra stessa propaganda, a non crederci sempre, e comunque a non far derivare dalla propaganda le scelte politiche dirimenti. Penso che il presidente della Repubblica, il garante politico del governo, sia ben cosciente della impossibilità di accostare la tensione verso intese con forze che avevano contribuito alla stesura del patto costituzionale, nella prospettiva di progressi reali della democrazia, ad accordi con nemici di quella costituzione, nella prospettiva di rendere immutabili, anzi di rafforzare, gli equilibri economici e politici attuali. Se così non fosse il degrado culturale che ci circonda avrebbe raggiunto livelli che non osiamo immaginare.

In questa rappresentazione propagandistica costruita dal presidente della Repubblica c'è però anche un importante elemento di verità. La giustificazione dei vari salvataggi dell'avventuriero con lo stato di necessità (a ben vedere uno stato di eccezione permanente) ha legami evidenti con la concezione della modernità che fin dagli inizi degli anni Ottanta, per lo meno, è stata tipica dell'allora dirigente di primo piano del Partito comunista.

È in quella prima fase del mutamento del ciclo economico e politico che il problema della modernità diventa elemento di riflessione anche per l'iniziativa politica. Il termine riflessione è forse troppo impegnativo per il discorso sulla modernità condotto da una classe politica che stava rapidamente trasformandosi in ceto politico. A parte rarissime eccezioni, infatti, tale discorso non si sollevò mai al di sopra della banalità di una modernità concepita come naturale effetto dello svolgimento lineare del tempo. Quello che viene dopo, insomma, il nuovo, è il moderno, migliore del vecchio per essenza, spazio in cui necessariamente dislocarsi. La critica di quel moderno non poteva che essere antimoderna. Giorgio Napolitano non fu uno di quei politici capaci di sottrarsi alla pervasività del senso comune prevalente. Anzi il fastidio per gli aspetti radicali connessi alla funzione della critica non poteva che portarlo a considerare i processi in atto come fenomeni naturali. E, come è ovvio, non si dà critica della naturalità.

A leggere la rivista Il Moderno uscita a Milano nell'aprile del 1985, la rivista che, nella «capitale morale», rappresentava il «nuovo» della corrente del Pci di cui Napolitano era il punto di riferimento riconosciuto, si ha l'evidente prova, addirittura in eccesso, di questo dato di fatto. «L'innovazione nella società, nell'economia, nella cultura» di cui la rivista si proclama portatrice trova rapidamente la personificazione del processo auspicato, «il principale agente di modernizzazione»», in colui che «ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere (...) una cultura pubblicitaria nuova..» (febbraio 1986). La «Milano da bere», insomma, è la modernità.

Non devono stupire, dunque, quelli che sono i motivi profondi dell'opposizione davvero radicale di Giorgio Napolitano all'elaborazione culturale e politica che aveva contraddistinto gli ultimi anni della segreteria di Enrico Berlinguer. È proprio Berlinguer, infatti, che riflette, e di una vera riflessione si tratta, sulla dimensione ambigua e plurale delle promesse moderne. Sui processi di trasformazione in corso che stanno invalidando le promesse di emancipazione della modernità. Sui caratteri specifici delle molteplici modernità. Sulla crisi, e dunque sulla critica necessaria, di un modello di modernità politica incapace di sviluppare la dimensione economica in modo inclusivo/egalitario. Proprio questo è aspetto e problema costitutivo della modernità.

Che la critica della modernità, fondamento della modernità stessa, sia stata (sia) fatta passare per atteggiamento culturale antimoderno è uno dei portati del clima ideologico dominante dopo la fine delle ideologie. La riflessione critica di Berlinguer non poteva, quindi, sfuggire alla questione centrale del problema: la qualità della democrazia compatibile col capitalismo nella diversità dei suoi cicli di accumulazione. Ebbene, nello stesso tempo, Napolitano stava progressivamente lasciando quella dimensione della modernità, tipica della storia e della cultura del movimento operaio e socialista, che consiste nel pensare il capitalismo come problema. E allora la modernizzazione del sistema politico non poteva essere che quella ipotizzata da Bettino Craxi, l'interprete politico della modernità della «Milano da bere».

In una lettera scritta ad Anna Craxi in occasione del decennale della scomparsa del marito, i lineamenti di questa profonda convinzione di Napolitano emergono con particolare chiarezza. Anche in questo caso Napolitano cerca di nobilitare la sua operazione politica con l'esigenza di «un sereno giudizio storico», ma ai criteri di metodo e di analisi relativi al «giudizio storico» l'argomentazione del presidente della Repubblica resta del tutto estranea. L'asse portante di tale argomentazione concerne la considerazione a parte delle vicende giudiziarie di Craxi. La loro separazione dal giudizio complessivo «della sua figura di leader politico, e di uomo di governo». Una volta separate le ombre dalle luci sono queste a illuminare il quadro. È la luce della modernizzazione del sistema politico italiano, una modernizzazione che ha come stella polare il controllo degli «eccessi di democrazia», che fa risaltare il merito storico di chi ha pensato la «grande riforma».

Si comprende bene come per tutto questo lungo periodo la convinzione profonda di Napolitano sia stata quella di portare a termine, nelle condizioni possibili, il progetto del Craxi leader politico e uomo di Stato, senza il bagaglio del Craxi gravato da vicende largamente provate di corruzione a scopo di finanziamento del partito e di arricchimenti privati.Il fatto è che la forma tipica italiana risultante dalla programmata separazione di un ceto di governanti da quella dei governati, di un ceto politico da un popolo ritrasformato in plebe, è quella della formazione di una corte a suggello del successo dell'«imprenditore politico», dove di politico ci sono soltanto le forme attraverso cui si arriva al consenso pubblico, e il soggetto vero è l'imprenditore della propria fortuna. Il comune plebeismo, di ceto politico e soggetti che consentono, è una delle chiavi del successo dell'operazione.

Napolitano è certamente riuscito, dal punto di vista della sua persona, a proseguire nel programma del Craxi dimidiato, del Craxi uomo di Stato. Il governo Napolitano-Berlusconi però, ci riporta al Craxi intero. E non è un paradosso

Mentre Grillo urla e maledice e i grillini meditano, l'attenzione ritorna ai temi che, abbandonati e infine traditi dal PD, sono al centro dello tsunami elettorale. L'Unità, 31 maggio 2013

Posti in piedi, anzi neanche in piedi,con porte chiuse e fila fuori, ieri al ridotto del teatro Eliseo in viaNazionale a Roma, per il convegno sulla crisi della democrazia e dipresentazione del manifesto di Salvatore Settis, 15 tesi «non inchiodate alportone di una chiesa», come ha detto lui, ma affidate alla rivista left chele ha pubblicate e ha organizzato il convegno, al quale hanno partecipatoesponenti del Pd come Fabrizio Barca e Renato Soru, di Sel e dei Cinque Stelle,del Teatro Val- le Occupato e giornalisti tra cui il nuovo direttore di LeftMaurizio Torrealta.
L’archeologo, già direttore per oltre undecennio della Scuola Normale Superiore di Pisa, ora Accademico dei Lincei,editorialista di grandi quotidiani nazionali, è nel direttivo del Louvre diParigi, dopo aver anche diretto il Getty Research Institute di Los Angeles epresieduto il Consiglio Superiore dei Beni Culturali. È, senza tema dismentite, uno dei più importanti intellettuali italiani. Ma l’ap- proccio concui si è posto con le sue 15 tesi e nel discorso di ieri è tutto politico. Luiche, come ha ricordato, non ha mai avuto tessere ma ha «sempre votato a sinistra, per un’istanza di giustizia che ma- gari avrei voluto più radicale mami sem- brava comunque rappresentata come di- rezione». Un tempo, rimproveranegli ultimi anni «in particolare al Pd» di aver smarrito la bussola, inparticolare ades- so con il governo delle larghe intese ma anche prima, «avendoaperto la strada a progetti della destra» come la svendita del patrimoniomonumentale e culturale. Da professore dopo il suo ritorno dagli Usa ha scritto alcuni librisull’argomento, poi ha deciso di scendere in campo, «senza però averealcuna ambizione a fare l’assessore o il deputato», e invece per rivitalizzareil dibattito politico. Con- siderando l’Italia come il caso limite di unprocesso che investe anche l’Europa di «democrazia senza popolo», che puòevolvere in una riscossa dei cittadini o avvilupparsi in qualcosa di peggiore epe- ricoloso. In ogni caso che sarebbe sbagliato pensare di lasciare al«pilota auto- matico» di cui parla Mario Draghi, per- ché significaabbandonarla alla dominan- za dei mercati, alle oligarchie e tecnocra- zie, o aapparati di partito che si autoper- petrano inducendo fenomeni di sfiducia,astensionismo, gesti estremi di protesta fino al suicidio o movimenti diprotesta come quello di Beppe Grillo.
Il faro per Settis, applaudito per alcuni minuti al termine del suo lungo intervento da una platea attenta compostain gran parte da persone non giovanissime, è «l’associazionismo diffuso». Untessuto stimato da lui in 5-8 milioni di cittadini, inclusi i sindacati, pocoascoltato dalle istituzioni, cittadini che «guadando fuori dalla propriafinestra cercano di capire più in là» e difendere quelli checonsiderano beni comuni, dall’acqua pubblica al paesaggio, dai diritti aiservizi sociali. Settis richiama il diritto «alla resistenza del singolo controlo Stato in nome del bene pubblico e dello Stato», in inglese si chiama -spiega - adversary democracy o controllo pubblico, lui prende ilconcetto dalla Repubblica partenopea di Eleonora de Fonseca Pimentel, maspiega che l’elaborazione dossettiana non fu esplicitata nella Costituzioneperché «ritenuta implicita». Per altro la Carta del ’48 va bene così, non vaemendata né considerata come «litania di articoli staccati», ma solo attuata.Contrarissimo a Convenzioni o progetti di presidenzialismo.
Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione sociale, ha aggiunto a queste «due gambe» - movimenti e Costituzione -l’idea di una terza, un partito in grado di fare da cassa di risonanza. Sapendoche il vero male, seme del liberismo ma non solo, è l’idea di una governancesemplice, di pochi che decidono perchè il sapere si pensa che sia di pochi,«dall’asse Torino-Lione ai termovalorizzatori». «Il li-mite anche delgoverno al quale ho parte- cipato».

A proposito di un genocidio travestito, in atto da tempo immemorabile e finalmente svelato.

LaRepubblica, 31 maggio 2013 C’È UNA vera ragione di allarme sulle donne uccise, o c’è un allarmismo colposo o doloso? Si è andata ampliando la reazione negatrice, fino a diventare una campagna. Lo scandalo sul femminicidio è montato lentamente e tardissimo. Ha da subito eccitato dissensi troppo aspri e ottusi per non essere rivelatori. C’è stato anche chi ammoniva che gli uomini uccisi sono più numerosi delle donne uccise: vero, salvo che il confronto va fatto fra le donne uccise da uomini e gli uomini uccisi da donne, e allora diventa irrisorio.

Strada facendo, le obiezioni si sono irrobustite, valendosi anche di una (effettiva) carenza di statistiche esatte. All’ingrosso, si è negato che le uccisioni di donne siano cresciute in numeri assoluti, e si è sottolineato che la crescita – impressionante – nella loro quota relativa rispetto al totale degli omicidi è dovuta solo alla riduzione degli altri omicidi, soprattutto quelli di mafia. Prima di motivare i dubbi sulla prima affermazione — il numero di femminicidi che resta sostanzialmente stabile nel tempo e nei luoghi — sbrighiamo la seconda: se nel complesso degli omicidi c’è una rilevante riduzione, e quelli contro donne restano inalterati, vuol dire che la nostra convivenza migliora tranne che nei rapporti fra uomini e donne. A questa allarmante constatazione si aggiunge l’altra

Abbiamo alle spalle (recenti) un mondo patriarcale e un codice penale che giudicavano con sfrenata indulgenza, o con malcelata simpatia, gli uomini che ammazzavano le “loro” donne; e ora ci illudiamo di vivere in un mondo più affrancato dai pregiudizi e più libero per tutti. Anzi, un altro dato, secondo cui le uccisioni di donne sono molto più frequenti al nord che al sud, segnala una relazione complicata se non inversa fra liberazione dei costumi e insofferenza maschile. Rinvio, per una replica generale, al blog di Loredana Lipperini (“Il fact-screwing dei negazionisti”, 27 maggio). Per parte mia, faccio alcune obiezioni peculiari.

Nella discussione “specialista” al neologismo “femminicidio” si è aggiunto da tempo l’altro “femicidio” (sono latinismi passati attraverso aggiustamenti anglofoni): il primo alludendo alle vessazioni che le donne subiscono da parte di uomini, il secondo all’assassinio. Il binomio mi sembra privo di senso e comunque di utilità, e tengo fermo il solo termine di femminicidio come, alla lettera, uccisione di donne. Gli obiettori all’esistenza di una “emergenza di femminicidi” hanno capito che la categoria riguardi le donne uccise da loro mariti e amanti e fidanzati o exmariti, ex-amanti, ex-fidanzati (e padri e fratelli…), dunque “dal loro partner”. Questa delimitazione è frutto di un significativo fraintendimento. È vero, e raccapricciante, che la gran parte delle violenze e delle stesse uccisioni di donne è perpetrata dentro le mura domestiche, dove i panni andavano lavati, cioè sporcati, al riparo da sguardi estranei. Ma questa selezione statistica toglie altre circostanze in cui donne vengono uccise “perché donne”. Addito le prostitute assassinate. Piuttosto: non “le prostitute”, ma le donne che si prostituiscono; correzione essenziale, se appena riflettiate alla differenza, di spazio e di emozione, fra i titoli che dicono “donna uccisa” o “prostituta uccisa”. Gli assassinii di prostitute sono molti e orrendi. Gran parte dei detenuti per omicidio di un carcere non speciale hanno ammazzato la “loro” donna, o una, o più, prostitute. Non è femminicidio? Per bassezza di rango? O perché le prostitute non hanno padre, coniuge, fidanzato, e gli assassini non sono i loro “partner”? Ma lo sono senz’altro.

Nel caso delle prostitute, l’assassino è “il loro partner”. Basta a renderlo tale la cifra che sborsa o promette per il prossimo quarto d’ora, o il loro stare su un marciapiede a disposizione di chi le voglia e prenda a nolo. La nudità esposta delle prostitute da strada – le più allo sbaraglio – è per loro un modo di aderire, per la durata della loro fatica, all’alienazione di sé, di sospendere la propria identità salvo rientrarvi a nottata passata; per gli uomini, è la manifestazione denudata dunque resa astratta e universale – come la moneta, corpo che sta per tutti i corpi – del piacere che può loro venire, della loro indimentegente questua di badanti sessuali. La gelosia maschile è così diversa da quella femminile (come attesta la sproporzione di botte e coltellate, salvo che lasi riduca alla differente musco-latura) perché noi uomini intuiamo e temiamo una superiorità sessuale femminile, una disposizione al piacere che nessunapresunzione amorosa può del tutto addomesticare. Lo sapevano gli antichi, e ne avevano confidato al mito la memoria anche dopo aver ridottole donne in cattività, prime fra gli animali domestici. Ne hanno ereditato la nozione, pur non sapendo più spiegarla né spiegarsela, e dandola falsa- come una prescrizione religiosa, le società che si dedicano scrupolosamente a mutilare le bambine degli organi sessuali, mutando in strumenti di dolore e anche di morte una fonte di piacere renitente al comando. (Ricordiamo il catalogo: “Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie di lui, né il suo schiavo e la sua schiava, né il suo bue né il suo asino…”). Alle donne che fanno le prostitute gli uomini prendono a basso costo e basso rischio un surrogato alla violenza casalinga e amorosa: come le bambole sulle quali i medici cinesi visitavano le loro pazienti vestite, le prostitute sono le fidanzate momentanee e traditrici su cui infierire. “Non era che una puttana”. Romena, russa, bielorussa, nigeriana: “Uccisa una nigeriana”. Titoli in corpo piccolo (si chiama così la statura delle lettere a stampa, corpo), al di sotto del femminicidio consacrato. Vuoi mettere, si dirà, una nigeriana uccisa con la ragazza quindicenne che ci ha spezzato il cuore? Certo che no. Eppure sì.È affare di noi uomini. Le donne che fanno le prostitute e partono ogni sera per la più asimmetrica delle guerre civili la sanno lunga, su noi, che esitiamo a seguire il filo dei pensieri fino al punto in cui fa il nodo. È seccante rileggere i più bei frutti della nostra creatività letteraria e artistica per scorgervi la rovina del Grande Delinquente che ha ucciso la puttana perché l’amava e la voleva solo per sé.

I volontari della campagna anti-scandalismo sul femminicidio protestano che una morte vale un’altra: la ragazza massacrata vale il pensionato rapinato (qualcuno si spinge a confrontare le uccisioni di donne con le vittime degli incidenti stradali!). Che si distingua chi perseguiti o uccida qualcuna o qualcuno perché è donna – o perché è gay, o perché è ebreo, o nero – sembra loro un’insensibilità costituzionale. Il paragone con le minoranze è improprio: le donne sono la sola maggioranza brutalizzata. Le leggi, dicono, valgono per tutti. È vero, e riconoscono aggravanti particolari. Come spiegano Lipperini e Murgia – e tante altre – occorre a un capo l’impegno culturale e all’altro capo il sostegno materiale ai centri antiviolenza. Aggravare le pene è il riflesso condizionato di legislatori di testa leggera e mano pesante.

Di una sola misura c’è bisogno, più efficace a impedire di nuocere a chi ha minacciato, picchiato e molestato abbastanza da annunciare l’esito assassino. Qui è il punto penale: solo in apparenza preventivo, perché quelle minacce e molestie e violenze, quando siano accertate, sono già sufficienti alla repressione che il femminicidio attuato renderà postuma.

La minimizzazione del femminicidio si presenta come un’obiezione al sensazionalismo. Si potrà dire almeno che ha avuto una gran fretta. Si sono ammazzate donne per qualche migliaio di anni, per avidità amorosa e per futili motivi: da qualche anno si protesta ad alta voce, e già non se ne può più?

Questo articolo è stato pubblicato da il manifesto del 30 maggio 2013 col titolo "Lavorare meno, lavorare tutti" e aveva dei refusi. Abbiamo chiesto all'autore il testo corretto e lo ha cortesemente inviato col titolo originario. Ne pubblichiamo questa versione, con una postilla

La disoccupazione giovanile che colpisce l’Italia ed altri paesi europei in una forma estremamente acuta è vissuta come una calamità naturale, un’emergenza, come se si trattasse di un incidente di percorso, di un evento imprevedibile nella storia del capitalismo nei paesi industrializzati. Il fatto che la disoccupazione in generale, e quella giovanile in particolare, siano un dato strutturale nei paesi a capitalismo maturo non è nemmeno preso in considerazione nell’odierno dibattito politico.

Keynes pensava che, nel breve periodo, si potesse contrastare la disoccupazione con un incremento della spesa pubblica in deficit, ma nel lungo periodo dovevamo inevitabilmente fare i conti con la disoccupazione tecnologica: «Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nell’arco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dell’energia umana che eravamo abituati ad impegnarvi. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con un ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera» (Prospettive economiche per i nostri nipoti,1930)

In sostanza, Keynes aveva molto chiaro il fatto che l’inarrestabile progresso tecnologico avrebbe comportato una disoccupazione crescente, all’interno delle società a capitalismo maturo, ed avrebbe richiesto provvedimenti strutturali per farvi fronte. L’unica terapia efficacia in grado di contrastare la crescente disoccupazione era , secondo il grande economista di Cambridge, la netta riduzione dell’orario di lavoro: «Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi» (ibidem).

Anche il movimento operaio europeo si è battuto in passato per la riduzione dell’orario di lavoro. Nel 1848 le Trade Unions ottennero in Inghilterra le “10 ore di lavoro” come tetto massimo, in un tempo in cui gli operai lavoravano anche 14-15 ore al giorno. Tra le due guerre mondiali, in quasi tutti i paesi europei il movimento dei lavoratori ottenne le famose “8 ore di lavoro” , come limite massimo della durata del lavoro giornaliero. Bisogna aspettare la seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso perché la discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro riprendesse quota. Con scarsi risultati. Solo in Francia, durante il governo Jospin nel 1998 fu varata una legge per la riduzione da 40 a 35 ore del lavoro settimanale. Suscitò grandi polemiche e una guerra mediatica della Confindustria francese, con il risultato di un rientro di fatto, o tramite gli straordinari, alle 40 ore settimanali. In Germania c’è stato un accordo per le 36 ore settimanali, o la settimana breve, in qualche grande industria automobilistica, che è rimasto come un fatto separato dal resto dell’apparato produttivo. In breve, dopo quasi un secolo, l’orario di lavoro è rimasto pressoché invariato nei paesi industrializzati, malgrado gli enormi aumenti di produttività che, come aveva previsto Keynes, hanno ridotto drasticamente l’energia umana impiegata per unità di prodotto. Gli straordinari aumenti di produttività per addetto sono andati in gran parte ai profitti ed alle rendite, dato che la quota dei salari sul Pil è scesa drasticamente in tutti i paesi occidentali negli ultimi venti anni. Per mantenere elevata la domanda, e quindi la crescita economica, si è ricorsi ad un iperbolico processo di indebitamento- di famiglie, imprese e Stati- che ci ha portato al collasso che stiamo vivendo dal 2008.

E’ ormai evidente che nessun paese possa, da solo, trovare una terapia efficace per contrastare la disoccupazione strutturale. Ma, nell’area della Unione Europea, se ci fosse la volontà politica, si potrebbe concertare una riduzione significativa dell’orario di lavoro, almeno nei settori meno esposti alla concorrenza internazionale (ad esempio, l’edilizia, il pubblico impiego,ecc.). Ma, si potrebbe anche pensare ad una defiscalizzazione proporzionale alla riduzione dell’orario di lavoro nelle imprese che decidessero di percorrere questa strada. Anziché dare contributi ed incentivi alle imprese per assumere giovani- inutili in un momento in cui le imprese hanno le scorte di magazzino piene e la domanda è stagnante o calante- l’incentivo governativo dovrebbe premiare chi ridistribuisce l’orario di lavoro, con un beneficio per l’occupazione e per le imprese: i lavoratori meno stressati producono meglio.

Per esempio, con un diminuzione di quattro ore di lavoro settimanale, a parità di salario, si potrebbe solo in Italia creare oltre un milione di posti di lavoro, tra pubblico e privato. Ed invece, neanche se ne parla. Anzi, le imprese insistono per la defiscalizzazione degli straordinari, i precari ed i lavoratori sottopagati sono costretti a fare anche un secondo o terzo lavoro in nero, il governo Monti ha tentato di allungare le ore di lavoro nella scuola, l’età per andare in pensione è stata spinta verso l’alto, con la conseguenza di una disoccupazione che cresce a dismisura e di 2,2 milioni di giovani che non studiano né lavorano.

Gli economisti neokeynesiani – da Stiglitz a Krugman - insistono per una ripresa della spesa pubblica per contrastare la recessione e le politiche di austerity, ignorando il fatto che Keynes vedeva il deficit spending come una misura congiunturale, di breve periodo, per contrastare la disoccupazione e fare ripartire la domanda aggregata,in una fase storica in cui il debito pubblico era ancora una frazione del Pil.

La riduzione dell’orario di lavoro è non solo una necessità per contrastare la disoccupazione crescente, ma anche una scelta di civiltà: a che cosa è servito lo strepitoso progresso tecnologico, la telematica, la robotica, la meccanizzazione di tante operazioni una volta svolte dalla mente e dalle braccia degli esseri umani ? Che senso ha una società che dopo aver moltiplicato per cinque volte la sua ricchezza materiale, dopo la seconda guerra mondiale, non riesce a distribuire decentemente il lavoro e la ricchezza prodotta, costringendo alcuni a morire di lavoro ed altri a suicidarsi per la mancanza di lavoro ?

PostillaIl titolo che il manifesto ha dato a questo articolo (ne pubblichiamo la stesura che mi ha cortesemente inviato Tonino Perna, che ringrazio) è un vecchio slogan: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Questo slogan mi sembra che non riassuma perfettamente il testo, sebbene ne colga l’essenziale se riferito a ciò che è possibile affrontare positivamente oggi. Se ci si allontana dall’ottica keynesiana-neokenesiana e si prova a immaginare un sistema economico-sociale diverso dal capitalismo, le cose potrebbero vedersi diversamente e quello slogan potrebbe non avere più senso. Oggi, e finchè siamo nel sistema capitalistico, il lavoro è utile all’uomo è perchè gli procura un reddito e gli assicura una posizione sociale, ma il suo fine ultimo è produrre plusvalore in misura crescente a chi può sfruttare la forza lavoro altrui. I miei maestri Claudio Napoleoni e Franco Rodano mi hanno insegnato che, a partire da Marx, si puà avere una diversa idea del lavoro, pienamente confacente alla persona umana e a un’idea di umanità diversa da quelle proprie alle culture del capitalismo. Non è forse “lavoro” anche l’attività psicofisica svolta da quanti impèiegano il loro “tempo libero” alla comprensione del mondo e alla sua trasformazione? Quelle attività che vanno dalla creazione artistica e all’investigazione sul mondo e sugli uomini, a comprendere e governare meglio le trasformazioni del pianeta (e dell’Universo) nel quale abitiamo. , dalla politica alla solidarietà. E’ utopia tirar fuori la testa dlle consolidate ideologie del capitalismo e pensare che tutte le forme dell’impiego dell’energia psicofisica dell’uomo, del lavoro, ove ritenute socialmente utili, abbiano un riconoscimento sociale e quindi il diritto a un reddito. Probabilmente si, ma la storia ci insegna che senza utopie il mondo siferma gli uomini diventano (o ridiventano) bestie. Sull'argomento vedi anche, benché non aggiornato, Il lavoro su eddyburg.

«Nel caso della scuola come in quello dei partiti, la rinascita della fiducia dei cittadini nella politica passa per la rinascita del rispetto del valore del pubblico».

La Repubblica, 30 maggio 2013

LE RECENTI consultazioni amministrative e referendarie testimoniano che esiste un bisogno insoddisfatto di politica. Un bisogno che i partiti sembrano incapaci di comprendere. Non è l’anti-politica il problema, ma la non-politica. Per questo incolpare gli elettori, come ha fatto Beppe Grillo, è, oltre che irragionevole, bizzarro. Poiché è l’assenza di progetti e di idee, di credibilità e di coraggio dei partiti che allontana dai seggi, non l’avversione dei cittadini per la politica. Essi cercano una merce che non trovano sul mercato. Il giudizio deve essere diretto ai soggetti che si incaricano di mediare i bisogni degli elettori senza esserne capaci. Ciò che viene chiesto e manca non è solo la risoluzione dei problemi ma, prima ancora, l’interpretazione dei problemi. La carenza politica e della politica sta qui. Ed è una carenza grave che ha a che fare con una cronica mancanza di studio, di analisi, di esame non pregiudiziale delle trasformazioni della società e delle strategie che i principi democratici e i diritti suggeriscono di seguire o di non seguire.

Il partito sul quale molti italiani cercavano l’àncora per una sicura alternativa, il Pd, è più di altri vittima di questa sindrome da sopravvivenza che porta i suoi leader da un lato a farsi promotori di proposte radicali e dall’altro a persistere nella difesa testarda dello status quo. Due comportamenti opposti/uguali che denotano un’attitudine a inseguire l’opinione dominante piuttosto che interpretarla secondo principi e diritti.

Insistere per esempio come è avvenuto a Bologna sulla difesa d’ufficio della sussidiarietà senza voler esaminare o comprendere la differenza che c’è tra finanziare con i soldi pubblici i servizi sociali e i servizi educativi è segno di questa incomprensione della relazione tra principi/diritti e problemi da risolvere. Formare i cittadini, educarli cioè a vivere con gli altri nel rispetto delle diversità dovrebbe suggerire di pensare che le istituzioni educative non possano essere trattate alla stregua dei servizi di assistenza sanitaria o sociale. È per questa ragione, del resto, che i costituenti insistettero nel tenere separato, non commisto, il pubblico dal privato (cosa che non fecero quando si trattava di servizi alla salute per esempio). Non vedere questa specificità della scuola (anche quando è scuola materna) comporta non dare peso ai diritti eguali e quindi proporre soluzioni errate o insoddisfacenti. La difesa dello status quo – delle politiche già esistenti perché esistenti - è, questo sì, un esempio di anti-politica, di burocratica mancanza di saggezza politica.

Al polo opposto c’è l’atteggiamento di voler rovesciare l’esistente di trecentosessanta gradi nel tentativo di inseguire l’opinione corrente. Questo è il caso della proposta del governo sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. La proposta dovrebbe articolarsi su due pilastri, trasparenza (degli statuti e dei bilanci dei partiti) e risorse; e dovrebbe mirare a due scopi: “semplificare” e “privatizzare”. Semplificazione delle procedure per le erogazioni liberali dei privati in favore dei partiti; introduzione dei meccanismi di natura fiscale fondati sulla libera scelta dei contribuenti a favore dei partiti; e, infine,la possibilità di prevedere modalità di sostegno “non monetario”, per esempio donando “strutture” e “servizi”. All’insegna della privatizzazione: nel caso delle scuole materne come in quello dei partiti.

Anche in questo caso, senza prestare attenzione al bene in questione: un bene pubblico non solo per il servizio che eroga ma prima ancora per la sua specifica identità. Sappiamo inoltre quanto lasca (e insincera) sia la politica del dono nelle società di mercato – donare per avere in cambio non è donare. Soprattutto quando il ricettore è il partito, un mezzo per gestire il potere dello Stato, condizionare decisioni su leggi e regolamenti. Ne sanno qualcosa gli Stati Uniti che hanno un sistema nel quale si prevede il dono sia in spese vive (pubblicità televisive, cene elettorali, consulenze, ecc.) che in denaro. Studiosi e giuristi stanno da anni intensificando il loro impegno affinché questa politica dissennata sia fermata, anche perché la privatizzazione dei finanziamenti ai partiti ha portato le spese elettorali a cifre da capogiro e innescato logiche non egualitarie macroscopiche.

La proposta di cui si discute da noi in questi giorni sembra purtroppo seguire questa logica privatistica. Il governo vuole, con più di una giustificata ragione, abrogare l’attuale sistema dei rimborsi elettorali. Non tuttavia per sostituirlo con un nuovo sistema virtuoso e saggio di finanziamento pubblico. Propone invece il ricorso al sovvenzionamento privato diretto: se ami il tuo partito lo finanzi; questa la logica. Ovviamente i poveri cristi, di cui l’Italia comincia a essere molto popolata, daranno o nulla o briciole. Si tratta di un approccio perverso perché dà priorità alle possibilità economiche. Mentre la politica democratica vuole l’eguale distribuzione del potere e promette di bloccare il travaso delle diseguaglianze economiche nella sfera politica. Pensare di bonificare i partiti dalla corruzione facendone agenzie di cittadini e/o gruppi privati è come cadere dalla padella alla brace.

Del resto, non basta togliere soldi pubblici per togliere la corruzione. La nostra storia lo dimostra. La legge sul finanziamento pubblico fu introdotta nel 1974 per sostenere le strutture dei partiti presenti in Parlamento e fu voluta e approvata sull’onda degli scandali. Attraverso il sostentamento diretto dello Stato, si disse, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione con i grandi interessi economici. Ma si trattò di una pia illusione perché gli scandali non si fermarono come mostrano le vicende Lockheed e Sindona. Evidentemente, la ragione della corruzione non sta nella sorgente del finanziamento. Che sia pubblico o privato, la corruzione resta. Quindi, pensare di rendere virtuosi i politici rendendoli dipendenti dai soldi privati è illusorio.

Questa proposta non varrebbe a togliere la piaga della corruzione e inoltre ne produrrebbe una peggiore. Aggiungerebbe alla corruzione classica (quella dello scambio sottobanco e della ruberia) un’altra forma che è semmai ancora più devastante per la democrazia: la diseguaglianza politica. Infatti, lasciando che siano i privati a finanziare i partiti si darebbe alle differenze economiche la possibilità di tradursi direttamente in differenze di potere di influenza politica. Quindi alla corruzione della legalità si aggiungerebbe la corruzione della legittimità democratica. Nel caso della scuola come in quello dei partiti, la rinascita della fiducia dei cittadini nella politica passa per la rinascita del rispetto del valore del pubblico.

waltertocci.blogger.it, 29 maggio 2013

Sono trent’anni che parliamo di riforme istituzionali. È cambiato il mondo ma l’agenda è rimasta sempre la stessa. L’elenco delle cose da fare si è sfilacciato e rimpicciolito, ma campeggia in tutti i programmi di governo. Certo, non c’è più l’entusiasmo iniziale delle tante Bicamerali. In compenso si è tramutato in ossessione.

Psicoanalisi: la colpa del fallimento della politica trasferita dai partiti alle istituzioni

Il dato saliente del trentennio è il fallimento dei partiti, dei vecchi e dei nuovi, della Prima e della Seconda Repubblica. La classe politica, però, ha oscurato questa causa della crisi di governabilità e l’ha attribuita alle istituzioni. È riuscita con una sorta di transfert psicanalitico a spostare il proprio trauma sulla forma dello Stato. Ha rimosso la propria responsabilità per attribuirla alle regole. In nessun altro paese europeo si è manifestata una simile ossessione, per il semplice motivo che i partiti, pur in difficoltà per ragioni generali, non hanno mai perduto la legittimazione.

Questo è il motto del politico, a tutti i livelli, dal governo nazionale all’ultimo dei municipi. Di questo alibi è riuscito a convincere i giornalisti e i politologi – grandi esperti di semplificazioni – e tramite loro l’intera opinione pubblica. Quando la politica è in crisi non perde affatto la capacità di convincimento del popolo, bensì si ritrova ad applicarla alle divagazioni invece che ai problemi reali.

L’equivoco ha alimentato l’accanimento a cambiare le regole, e quando è stato raggiunto lo scopo l'esito si è rivelato negativo. Si fatica a trovare un caso di successo: tutte le regole modificate sono state anche peggiorate.

La divagazione non è stata innocua. Mentre ci occupavamo dell'ingegneria istituzionale, avanzava un pauroso degrado dell'amministrazione statale. La burocrazia, l'inefficienza e l'incompetenza hanno raggiunto livelli inimmaginabili solo trent'anni fa. Le decisioni ormai si prendono solo tramite norme e incentivi, perché non esistono più gli strumenti efficaci per attuare vere politiche pubbliche, come ha denunciato autorevolmente Sabino Cassese.

Il malessere dei cittadini nasce proprio dalla fatica del rapporto quotidiano con la macchina statale, sempre più incomprensibile e bizzosa. Qualcuno si illude ancora che il cittadino allo sportello sentirà giovamento dalla riforma del bicameralismo. La vera priorità sarebbe una profonda riforma dell'amministrazione, che invece è addirittura scomparsa dall'agenda di governo e affidata a un modesto ministro.

Così, l'esaurimento della Seconda Repubblica ci consegna una forma istituzionale sfilacciata e una classe politica disprezzata se non rifiutata dalla metà del popolo. Alla lunga la rimozione della causa politica della crisi non ha funzionato; l'alibi è stato scoperto, e i cittadini hanno attribuito tutte le responsabilità alla Casta.

Eppure, torna all'esame del Parlamento la vecchia agenda di riforme istituzionali. E stavolta si vuole fare sul serio, cambiando prima di tutto l'articolo 138 che è la chiave di sicurezza dell'intera Costituzione. Mi pare incredibile che una decisione di tale rilevanza storico-giuridica sia presa qui frettolosamente, senza neppure conoscere il testo. Chiedo almeno un rinvio perché si possa esprimere la Direzione del partito, già convocata per la prossima settimana, o ancora meglio l'Assemblea nazionale. E su un argomento tanto importante - per la procedura e ancor di più per i contenuti – sarebbe davvero utile ascoltare il popolo delle primarie con una consultazione ben organizzata.

La mitologia politica

La vecchia agenda resiste perché appartiene alla mitologia politica, cioè a quelle fantasie che durano nel tempo proprio perché evitano di fare i conti con la realtà. Due miti sembrano i più resistenti alla smentita dei fatti.

Il primo è il futurismo legislativo: bisogna fare in fretta, il mondo cambia ed esige velocità nelle decisioni. Sembra una cosa di buon senso, ma nella realtà le leggi più brutte sono anche quelle approvate in fretta: il Porcellum in poche settimane, le norme ad personam di gran carriera, le leggi Fornero sotto lo sguardo ansioso dei mercati (mentre ora tutti vorrebbero correggerle), e così via molte altre.

Approvare una legge è diventata forma di rappresentazione mediatica che prescinde dall'utilità dell'amministrazione: quasi tutte le norme assunte per motivi propagandistici sulla sicurezza, sul fisco e sulle promesse per la crescita si sono rivelate inutili o dannose non appena spente le luci dei riflettori della scena televisiva.

C'è una pericolosa tendenza alla riduzione dei concetti e delle parole. La riforma è ridotta a una congerie di norme, senza alcuna attenzione per i processi organizzativi e sociali della fase attuativa. La decisione è ridotta alla mera approvazione di una legge, senza la profondità culturale e concettuale di una vera innovazione politica.

Il decisionismo si è ridotto a iper-normativismo. Gli snellimenti delle procedure che promettevano un'amministrazione più efficiente in realtà hanno aperto gli argini all'alluvione normativo-burocratica che soffoca la vita quotidiana dei cittadini. Tutti i campi dell'amministrazione – la scuola, i tributi, la giustizia – sono travolti da continui cambiamenti delle regole. Si approva una legge, e prima di attuarla già viene modificata; si accumulano micronorme disorganiche e improvvisate che spargono confusione e contenziosi nell'ordinamento.

La vera riforma dovrebbe, al contrario, rallentare la procedura legislativa: poche leggi l'anno, magari in forma di Codici unitari che regolano organicamente interi campi della vita pubblica, delegando funzioni gestionali al governo e aumentando i poteri di controllo e di indirizzo del Parlamento. Si dovrebbe introdurre l'innovazione della policy analysis rinunciando a legiferare su un argomento prima di aver verificato i risultati della legge precedente.
Ci sono oggi tanti sedicenti liberali; ma fu un liberale vero come Einaudi a fare l'elogio della lentezza parlamentare: meno leggi si fanno – diceva - meglio è per il paese.

Il secondo mito che resiste ai fatti è l'uomo solo al comando. Eppure i guasti della Seconda Repubblica derivano proprio dall'esasperata personalizzazione politica. Sembrava ormai acquisita tra noi questa consapevolezza, e invece vedo crescere una nuova infatuazione. Si confonde la malattia con la terapia. Ho già detto che introdurre il presidenzialismo in Costituzione è come curare l'alcolista con il cognac, se vi piace il modello francese. Oppure curarlo con il bourbon, se vi piace il modello americano. Noi non abbiamo i contrappesi civili degli americani né quelli statuali dei francesi. L'uomo solo al comando si è sempre presentato come una patologia nella nostra storia nazionale, soprattutto oggi nella crisi della politica. Solo in Italia sono potuti diventare protagonisti le due figure opposte e simili del tecnico e del comico, questa addirittura in doppia versione. Tecnocrazia e populismo sono malattie endemiche in Europa. Le cancellerie europee si preoccupano non per noi ma per loro, perché sanno che l'Italia anticipa le innovazioni maligne e hanno paura del contagio del nostro virus.

No, non si tratta della svolta autoritaria paventata da un certo refrain di sinistra. Ma il presidenzialismo non è neppure il semplice emendamento di un articolo, poiché implica la riscrittura di parti intere della Carta. È un'altra Costituzione. Non sappiamo se alla fine avremo ancora la più bella Costituzione del mondo.

Non sappiamo più pensare col linguaggio della Costituzione

Non voglio dire che sia un tabù il cambiamento della Carta. Anzi, ci vorrebbe una policy analysis delle modifiche apportate nell'ultimo decennio. Quasi tutte si sono rivelate se non sbagliate almeno controverse: il Titolo Quinto, approvato in fretta prima delle elezioni del 2001, che oggi tutti vorrebbero modificare; lo ius sanguinis, che abbiamo introdotto per consentire a un figlio di emigranti di votare alle elezioni politiche, molto diverso dallo ius soli che oggi invochiamo per dare lo stesso diritto ai figli degli immigrati che ancora non possono chiamarsi italiani; l'obbligo di pareggio di bilancio, approvato sotto il ricatto dei mercati e dell'establishment europeo, che oggi vorremmo derogare senza sapere come liberarci dalle nostre stesse macchinazioni.

D'altro canto basta leggere il testo costituzionale per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi e articoli, come nello stile di un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte dalla nostra generazione. Dovremmo prenderne atto con un certa umiltà, con quel senso del limite di cui parla Papa Francesco. Non tutte le generazioni hanno la vocazione a scrivere le Costituzioni. Che la nostra sia inadeguata al compito è ormai evidente. Lasciamo alle generazioni future il ripensamento dell'eredità costituzionale.

Tanto meno questa ambizione può essere affidata al governo PD-PDL, che si dovrebbe occupare di altre priorità, su tutte quella di creare lavoro per i giovani. Qui si misurerà la sua efficacia, e anche il risultato politico del PD. Al governo Letta servirebbe molto pragmatismo. Non ha bisogno di cercare la santificazione con la revisione costituzionale. E allo stesso tempo non può pretendere di condizionare con la lealtà di maggioranza la discussione sulla Costituzione. Sarebbe la prima volta nella storia repubblicana.

Questo rischio è intrinseco alla mozione sull'articolo 138 che si spinge a “impegnare il governo” nella proposta di revisione costituzionale. E ancora più preoccupante è la correlazione che il testo stabilisce tra la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. Il Porcellum, dopo essere stato riconosciuto incostituzionale dalla Cassazione, rischia di essere costituzionalizzato dalla mozione parlamentare, poiché qui c'è scritto che non si potrà approvare una nuova legge elettorale prima di aver concluso il lungo processo di riforme istituzionali. È un assurdo giuridico: la legge elettorale è ordinaria e segue procedure più semplici di quella costituzionale. Ma ancor di più si tratta di un autolesionismo politico per noi del PD, dal momento che cederemmo di nuovo a Berlusconi il pallino della partita. Quando avrà esigenza di staccare la spina, non dovrà far altro che portarci a votare senza alcuna modifica al Porcellum. Già una volta, la scorsa estate, ci siamo fatti gabbare accettando di discutere la legge elettorale insieme al pacchetto istituzionale. Sappiamo come è andata a finire. Siamo rimasti col cerino in mano.

Temo che in casa nostra i professionisti della sconfitta siano ancora nella plancia di comando. Per tutte queste ragioni, non ritengo possibile votare la mozione che apre la strada al cambiamento dell'articolo 138 della Costituzione.

Capitalismo all'italiana: hanno usato il potere pubblico per privatizzare tutto il possibile, arricchire i "capitani coraggiosi", agevolare il cammino dell'economia di carta e distruggere il patrimonio produttivo del paese. Non hanno neppure imparato.

Il manifesto, 29 maggio 2013
Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l'Ilva. Riva ha comprato l'Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro. Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi.

Riva non è un'eccezione: il resto dell'Italsider ceduta a privati come Lucchini e ora prossima al fallimento non è stata da meno. Ma le privatizzazioni degli anni '90 hanno riguardato ben altro: le tre Banche di Interesse Nazionale e con loro quasi tutto il sistema bancario, compresa la Banca d'Italia (che, grazie al «divorzio» dal Tesoro, che da allora non la «controlla» più, oggi è «proprietà privata» delle banche che dovrebbe controllare...). Le quali, ingrossate e ingrassate, si sono dedicate soprattutto ad acquisizioni e a speculazioni fallimentari (grandi immobiliaristi alla Ligresti, grandi opere tipo Tav, titoli dello Stato, che si dissangua per loro). Se oggi il tessuto produttivo sta naufragando per il credit crunch lo dobbiamo a quelle privatizzazioni. Quanto al manifatturiero dell'Iri, oggi resta solo Fincantieri che è un covo di (presunti) delinquenti, vive di commesse militari e ha liquidato tutto il settore civile, motore di gran parte del settore metalmeccanico del paese. E Telecom prima è stata regalata a Fiat, poi a Bernabè, poi ai «capitani coraggiosi» di D'Alema, poi a Tronchetti Provera (che l'ha usata, sembra, per integrare il suo reddito con lo spionaggio; chi controlla i telefoni controlla tutti), poi di nuovo a Bernabè che ora la smembra con l'aiuto della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) cioè dello Stato nascosto dietro a una banca fintamente privatizzata. Ma anche Telecom era il motore di tutta la microelettronica italiana (un «gioiello» tecnologico avanzatissimo), che da allora è stata prima svenduta a multinazionali estere, poi svuotata del suo know-how e poi liquidata insieme, ovviamente, ai lavoratori del braccio e della mente che impiegava (sono storie di oggi: Jabil, Nokia-Siemesn, Lucent-Alcatel, ecc.). La chimica dell'Eni non ha avuto sorte diversa. Per non parlare della Fiat, che ha campato per decenni con gli aiuti di Stato e che oggi emigra negli Usa o in Serbia a seconda delle convenienze. E potremmo continuare...
Ma perché privatizzare tutte quelle imprese? E perché lo Stato non può rinazionalizzare l'Ilva, che è l'unica strada per bonificarla e non farla chiudere? «Ce lo chiede l'Europa» è la risposta falsa allora e falsa oggi: il «divorzio» tra Banca Centrale e Tesoro - poi trasferito a livello europeo, ciò che oggi ci inchioda a un'austerità paralizzante - ha preceduto quello di tutte gli altri paesi dell'Ue (e in quelli non-euro non è mai avvenuto). E in Italia sono state privatizzate tutte le banche pubbliche (che erano il 70 per cento del settore bancario), mentre Germania e Francia ne hanno privatizzato solo il 10 per cento. In Francia il settore elettrico è rimasto tutto in mano pubblica (e questo è un bene, visto che si tratta di impianti nucleari); ma è pubblico, molto più che in Italia, anche in Germania. E il Regno Unito, antesignano delle privatizzazioni all'epoca della Thatcher (poi superato dalle svendite del nostro paese) ha rinazionalizzato la rete ferroviaria di fronte alle pessime performances dei privati che l'avevano comprata. E potremmo continuare...
Ora è il turno dei servizi pubblici locali: le ex-municipalizzate su cui la finanza, dopo l'assalto a salari e pensioni, ha messo gli occhi per appropriarsene a spese della popolazione. Con un meccanismo semplice: il patto di stabilità interno strangola gli Enti locali - sui quali ricade l'80 per cento dei tagli della spesa pubblica - e costringe i Comuni, per «salvare i bilanci e non venir commissariati, a svendere le loro partecipazioni nelle ex-municipalizzate, ormai trasformate in Spa. I comuni non hanno più accesso al credito anche perché la Cdp, creata più di centocinquant'anni fa per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli Enti locali con il risparmio dei piccoli risparmiatori, è stata anch'essa privatizzata (all'italiana, cioè in modo fittizio). Ora non fa più credito ai Comuni, ma in compenso finanzia la privatizzazione delle loro «partecipate», o la loro concentrazione, per «portarle in borsa» e sottrarle definitivamente al controllo delle amministrazioni locali e della cittadinanza. Portarle in borsa significa renderle redditizie, cosa che si può fare soltanto aumentando le tariffe: cioè a spese degli utenti. Cent'anni fa le municipalizzate erano state create, con la legge Giolitti del 1903, e finanziate con la fiscalità generale, per portare acqua, fogne, elettricità, gas e trasporti in quartieri popolari dove gli abitanti non avrebbero potuto accedere a quei servizi se avessero dovuto pagarli a tariffa piena. Oggi quegli stessi servizi - più altri - vengono privatizzati perché ai Comuni non vengono più date le risorse per finanziarli. Ci pensano, con l'aiuto della Cdp e i soldi dei piccoli risparmiatori, i privati. Ma per finanziare i loro profitti con l'aumento delle tariffe: di chi può pagare. Perché agli utenti che non pagano il servizio viene sottratto: le linee di trasporto pubblico (bus e treni) che non sono redditizie vengono tagliate e la fornitura di beni essenziali come l'acqua viene bloccata, come insegna l'esperienza della società Acqua Latina...
«È l'Europa che ce lo chiede» continuano a blaterare i nostri governanti. Falso. Non ce lo chiede affatto l'Europa (altri paesi si comportano differentemente), ma ci viene imposto dai patti finanziari scellerati che i nostri governanti hanno sottoscritto. Patti che come sono stati firmati possono venir revocati; soprattutto se a pretenderlo fossero non un solo governo, ma tutti quelli dei paesi che da quei patti vengono trascinati verso la catastrofe.
Ma che cosa c'è dietro quei patti? All'inizio, la volontà di bloccare spesa pubblica e salari, accusati di essere la causa dell'inflazione: è la grande svolta degli anni '80 che ha aperto l'era del liberismo e del pensiero unico, quello del «Non c'è alternativa». Da quella svolta molti (il 99 per cento forse no; ma quasi) ci hanno perso, e parecchio; ma qualcuno ci ha guadagnato, e ancora di più. A guadagnare è stata la finanza, la forma che il potere del capitale ha assunto nell'epoca della globalizzazione.
Ma guardiamo le cose un po' più da vicino, per esempio nei consigli di amministrazione e nel management delle società: private, privatizzate o ancora (formalmente) pubbliche, o di organismi di indirizzo e controllo. Scopriamo che ciascuno dei membri di questa élite è presente, contemporaneamente o in successione, in molte di queste imprese o di questi organismi; anche se sono tra loro concorrenti o in un rapporto di controllore e controllato. Di più: il loro curriculum non è fatto di saperi e competenze (come ci hanno dimostrato, per esempio, il prof Monti, la prof. Fornero o il prof. Profumo nella passata compagine governativa: la loro incompetenza in tutto ciò di cui si sono occupati è addirittura proverbiale; e ne portiamo tutti le conseguenze), bensì del cumulo dei loro incarichi: che è ciò che permette loro di agire «in rete»; di consolidare reciprocamente il loro potere e di coprire a vicenda le loro responsabilità (che cosa non hanno fatto Monti, Passera e Clini per coprire le responsabilità dei Riva; o dei dirigenti di Finmeccanica, di Fiat, di Eni, ecc!).
Insomma, rinazionalizzare, o riportare comunque sotto una gestione pubblica, è in molti casi - e non solo in quello dell'Ilva - indispensabile. Ma non basta (anche l'Italsider prima dei Riva non è cosa da rimpiangere; come non lo sono molti servizi pubblici locali ancora sotto un formale controllo dei relativi Comuni). Ci vuole un controllo dal basso della gestione di queste società: da parte delle maestranze, ma anche della cittadinanza attiva e delle loro associazioni; e di amministrazioni locali a cui si imponga di assumersi responsabilità dirette nella loro gestione. Dobbiamo puntare, e in fretta, alla creazione di una nuova classe dirigente in grado di aprirsi - quando verrà il momento; e non è lontano. In molti casi è già arrivato - a nuove forme di gestione democratica e partecipata. Perché le classi dirigenti attuali sono inemendabili e ci stanno conducendo al disastro.

«Lo Stato, la politica, i cittadini: il triangolo resta malato, corrotto, e se c’è chi si rallegra per la tenuta del Pd e la caduta di 5Stelle vuol dire che ha un rapporto storto con la verità. Il triangolo suscita non solo disgusto, ma voglia di altra politica».

La Repubblica, 29 maggio 2013
STRANE elezioni amministrative. Le capisci se l’occhio guarda oltre, se vede quel che accade intorno e ha viva la memoria. Le elezioni ci mostrano un’Italia che diserta il voto – quasi la metà dei romani si astiene – e al tempo stesso, ovunque, proliferano iniziative, associazioni. Come quella che a Bologna ha organizzato e vinto un referendum consultivo sullo Stato troppo avaro con le disastrate scuole materne comunali, troppo prodigo con quelle private: scarsa è stata l’affluenza, ma non la cocciuta grinta dei referendari. I cittadini fuggono i comizi ma intanto le piazze s’affollano di italiani pronti a salutare don Gallo, o padre Puglisi ucciso dalla mafia nel ’93. Due persone mitiche, amate perché politicamente eterodosse.

Lo Stato, la politica, i cittadini: il triangolo resta malato, corrotto, e se c’è chi si rallegra per la tenuta del Pd e la caduta di 5Stelle vuol dire che ha un rapporto storto con la verità. Il triangolo suscita non solo disgusto, ma voglia di altra politica. Nello Stato e nella politica gli elettori credono sempre meno. Sono anche delusi da Grillo, dall’assenza di leader locali forti, ma non smettono il desiderio di partecipare, anche usando la lama dell’astensione. Sono impolitici? Sì, se la politica si esaurisce tutta nei partiti. Se Ignazio Marino ha successo a Roma è perché nel Pd è un eretico: voleva Rodotà presidente della Repubblica, e non ha votato la fiducia alle larghe intese prescritte dal partito. Infine è un laico, mentre il Pd non lo è.

È come se davanti al nostro sguardo scorresse un film che narra più eventi paralleli, e però ha un unico titolo. Narra uno Stato di cui si diffida, perché predato da potenze che il cittadino non controlla: potenze che sprezzano lo Stato imparziale, laico, e se possibile se ne appropriano. È significativo che il Movimento 5Stelle vacilli, sospettato di non aver mantenuto le promesse. Ma è significativa anche la scarsa tenuta del Pdl, guidato da nonstatisti. Lo stesso Stato, non dimentichiamolo, è da lunedì sotto accusa al tribunale di Palermo per aver vissuto (per vivere tuttora, probabilmente) all’ombra di patti con la mafia, stretti in concomitanza con le stragi del ’92-93 con la scusa che solo destabilizzando fosse possibile stabilizzare l’Italia. Lo Stato è infine giudicato infedele alla Costituzione nel referendum bolognese.

Se guardiamo le tre cose insieme (elezioni, referendum di Bologna, processo di Palermo), il Partito democratico ha poco da festeggiare, e molto da rimproverarsi. È pur sempre il partito che dopo il voto di febbraio ha fatto abiura. Che ha mobilitato 101 traditori per affossare Prodi, ingraziarsi Berlusconi, confermare un Presidente favorevole alle larghe intese. Localmente il Pd ha apparati ferrei: ma apparati benpensanti più che pensanti, timorosi d’apparire di sinistra. A Bologna non ha saputo ascoltare chi difende la scuola pubblica, minacciata mortalmente in tempi di penuria. Di fronte ai processi di Palermo è afasico, avendo avallato l’isolamento delle procure per anni. Non è di sinistra la smemoratezza che regna sui patti con la mafia, avvenuti anche quando lo Stato era retto da politici «amici». Quando Veltroni denuncia i «pezzi di Stato» compromessi nelle stragi mafiose, mai ammette che pezzi del Pd hanno forse tollerato lo scempio.

Né può dirsi di sinistra la difesa delle scuole private dell’infanzia (il 99 per cento cattoliche) che, almeno a Bologna, hanno ricevuto dallo Stato finanziamenti sproporzionati, senza rapporto alcuno con il costo della vita. Una sovvenzione che negli ultimi 15 anni si è più che triplicata, mentre tantissimi genitori si trovavano nell’impossibilità di iscrivere i figli alle scuole comunali o statali gratuite, neglette dallo Stato, e costretti a optare per scuole private a pagamento di cui non condividevano l’impostazione religiosa.

Dice Daniel Cohn-Bendit in un’intervista al quotidiano online Lettera 43 che i partiti vanno trasformati radicalmente – se non soppressi come scriveva nell’immediato dopoguerra Simone Weil – e sostituiti da cooperative, da «spazi di dibattito politico dove la gente possa discutere di questioni ambientali, sociali, culturali». Perché le persone «vogliono oggi vivere, non offrire la propria vita al partito». Perché hanno l’impressione che dibattere serva a creare nuove realtà, ma a condizione di svolgersi «fuori dalle strutture della politica», e mutando il concetto di militanza.

Nella sostanza, pur diffidando di Grillo, è la democrazia deliberativa di 5Stelle che Cohn-Bendit propone: affiancando (ma non distruggendo) quella rappresentativa, rovinata da partiti «più interessati alla cucina interna che a risolvere i problemi ». Non si tratta di mandare tutti a casa («Non c’è nulla di più autoritario che questa concezione». Si potrebbe aggiungere: nulla di più impraticabile). Grillo non è riuscito né a deliberare né a rappresentare, con il risultato che i suoi elettori si sono in gran parte ritirati nelle terre selvagge dell’astensione. Voleva essere una diga contro i flussi incontrollati del disgusto, ma di questo disgusto ha sottovalutato l’impazienza, la voglia di risultati concreti: compreso il risultato di un governo di cambiamento, presieduto da persone non partitiche, che per calcoli tattici Grillo mancò di proporre a Napolitano.

Ciononostante le associazioni cittadine sopravvivono, ed è rivelatore che molte assumano nomi di articoli costituzionali. Per esempio il Comitato articolo 33, promotore del referendum bolognese: l’articolo garantisce scuole statali gratuite, e istituti privati «senza oneri per lo Stato». O il sito articolo 21, che si appella alla libertà di stampa nelle battaglie antimafia. Da tempo la bussola dell’associazionismo è la nostra Carta, non i programmi partitici. Sono iniziative sparse, spesso misconosciute. Ma sono accanite, non mollano. Nel Manifesto che presenterà il 30 maggio al teatro dell’Eliseo per la rivista Left, Salvatore Settis ne sottolinea la forza: un numero crescente di cittadini si associa dissociandosi, impegnandosi civilmente in modi diversi e inediti: sfiduciando lo Stato com’è fatto e rifugiandosi nell’astensione; militando in M5S; creando piccoli club di scopo volutamente antipartitici (ambiente, salute, giustizia, democrazia). Non meno di 5-8 milioni di cittadini si associano così. «Queste forme di opposizione “vedono” quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo ». Non stupisce che Stefano Rodotà,sostenitore del Diritto di avere diritti per far fronte a poteri oligarchici sempre più endogamici e chiusi, sia divenuto per gli associati-dissociati un punto di riferimento. Nello stesso giorno in cui i candidati alle municipali parlavano in piazze vuote, sabato scorso, 80 mila persone affluivano a Palermo per la beatificazione di don Puglisi, e a Genova erano in più di 6000 a salutare Don Gallo. Lo storico Marco Revelli ne deduce: «Il Paese è sano. È la politica a essere ormai un ectoplasma, tenuto in vita solo dalla spartizione di poltrone ».

Don Puglisi, le folle l’hanno onorato con la canzone, scritta da Fabrizio Moro sull’uccisione di Borsellino, che s’intitola «Pensa». Proprio quello che i partiti hanno disimparato, specie a sinistra: pensare che«...ci sono stati uomini che hanno continuato nonostante intorno fosse tutto bruciato. Perché in fondo questa vita non ha significato, se hai paura di una bomba o di un fucile puntato». Non pensa, chi sopporta uno Stato che finge di scordare i patti stretti con la mafia, e dunque è pronto a ripeterli. Non pensa, un Pd comandato da 101 persone pronte a tradire l’elettore, e a intendersi con un avversario descritto fino al giorno prima come giaguaro da neutralizzare e bandire.

© 2026 Eddyburg