Il manifesto, 23 aprile 2014
Ci si chiedeva spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato possibile che nel 1931, su oltre milleduecento docenti universitari, solo una quindicina avesse rifiutato di giurare fedeltà al fascismo; e come fosse stato possibile che con loro si fossero allineati migliaia di giornalisti, di scrittori, di intellettuali — la totalità di quelli rimasti in funzione — contribuendo tutti insieme a costruire una solida base di consenso alla dittatura di Mussolini.
Il contesto è sicuramente cambiato, ma forse il servilismo è rimasto invariato. Oggi, senza nemmeno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere autoritario e incontrollato, a cui peraltro anche allora molti erano già ben predisposti, la corsa ad allinearsi con il potente di turno, magnificandone qualità e operato, ha assunto da due decenni a questa parte un andamento a valanga; per poi accorgersi, una volta usciti temporaneamente o definitivamente di scena i destinatari di tanta ammirazione, che i risultati del loro operare — del loro «fare» in campo economico, sociale, istituzionale e, soprattutto, culturale — erano inconsistenti, negativi, o addirittura drammatici. Ma rimaneva tuttavia, in alcuni angoli riservati del giornalismo cartaceo e televisivo, lo sforzo di un vaglio critico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spiraglio alla legittimazione di un’opposizione.
Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi — «dà con una mano per prendere con l’altra» (e molto di più) è la sintesi del suo operato — il coro delle ovazioni si è fatto assordante; lo spazio che gli riservano giornali e tv è totalitario (come documenta l’osservatorio sulle tv di Pavia); i toni sono perentori; i rimandi alle sue poliedriche capacità incontinenti; il servilismo degli adulatori dilagante (papa Francesco copia «lo stile di Renzi» ci ha informato un notiziario). Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento; sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un «moderno» autoritarismo. «Moderno» perché è quello auspicato dall’alta finanza, che ormai controlla la politica e le nostre vite; come emerge anche da un documento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si scaglia contro le costituzioni antifasciste e democratiche che ostacolerebbero il proficuo svolgimento degli «affari». È l’autoritarismo perseguito dalle «riforme» costituzionali ed elettorali di Renzi, tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti — o del partito — al potere: non solo in Parlamento, ma ovunque; a partire dai Comuni, non certo aiutati a «fare», bensì paralizzati dai tagli ai bilanci e dal patto di stabilità per costringerli ad abdicare dal loro ruolo, che è fornire quei servizi pubblici locali di cui è intessuta l’esistenza quotidiana dei cittadini. Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai consigli comunali i suoi prefetti.
Una riprova non marginale di questo clima è il modo in cui stampa e media seguono la campagna elettorale europea, confinandola interamente in un confronto Renzi-Grillo (con Berlusconi ormai ai margini) privo di contenuti programmatici e tutto incentrato sulle diverse forme di «carisma» che i due leader esibiscono.
In questo contesto il silenzio calato sulla lista L’altra Europa con Tsipras, l’unica che si presenta con un programma per cambiare radicalmente l’Europa (che è l’argomento di cui è proibito parlare) e non per abbandonarla insieme all’euro, né per continuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come passaggio obbligato per tornare alla “crescita”. Della lista L’altra Europa stampa e tv hanno seguito e ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza e sui suoi successi. La venuta di Tsipras a Palermo, con un teatro pieno, la gente in piedi e mille persone rimaste fuori ad ascoltare, con una visita all’albero di Falcone accompagnato da centinaia di sostenitori e con l’incontro con il sostituto Di Matteo, non ha meritato nemmeno un cenno o una riga. Nemmeno la consegna delle 220 mila firme raccolte per consentire la partecipazione della liste alle elezioni, un risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto, ha avuto la minima menzione. L’apertura della campagna elettorale al teatro Gobetti di Torino con la partecipazione di Gustavo Zagrebelsky e altre centinaia di sostenitori è anch’essa scomparsa nel nulla. Quando si accenna di sfuggita alla lista L’altra Europa, per lo più per denigrare o sbeffeggiare i tanti intellettuali di valore che la sostengono — ribattezzati “professoroni”; e solo per questo se ne parla — il suo programma viene assimilato a quello dei no-euro, dei nazionalisti o addirittura dei fascisti. Perché “se non si è con Renzi non si può che essere contro l’Europa”.
Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo. Eppure non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” (il 14°) partito comunista fondato da Rizzo, della presentazione della lista elettorale Stamina, della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale anche senza aver raccolto le firme (mentre chi le ha raccolte non ha meritato nemmeno una riga).
Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle tv di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti. Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà. Giornali occupati dalla stigmatizzazione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affrontare questa campagna elettorale senza un euro di finanziamenti di stato o di pubblicità. E così via. Poco per volta, e a volte impercettibilmente, si scivola verso un nuovo regime e in questa temperie persino le critiche all’operato di Renzi vengono proposte come ragioni per un sostegno dovuto e ineluttabile.
Ma soprattutto mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro. È per questo che bisogna fermarlo qui e ora, a partire da un rovesciamento dei pronostici — meglio sarebbe chiamarli auspici di regime — tutti a favore delle destre nazionaliste e razziste mascherate dietro la campagna anti-euro, o delle larghe intese tra Ppe e Pse, con le quali la politica economica, fiscale e monetaria dell’Unione dovrebbe proseguire indisturbata il suo cammino di distruzione.
«I governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.Non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito».
La Repubblica, 23 aprile 2014
Raggruppati in un’Unione che non ha niente da dire in politica estera - né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull’alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare - i governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.Una svastica sul seno per la protesta delle Femen contro Marine Le Pen in Europa.
L’ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano. S’aggrappano a un’Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda. Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta. Non c’è evento, non c’è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s’insabbia. Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l’Unione, sia per la Russia. Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l’Unione le sta fallendo tutte. Le sta fallendo in Ucraina, perché l’Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.
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Un'analisi discutibile e di superficie, ma una conclusione giusta: il populismo è «sintomo e al tempo stesso diagnosi del malessere democratico. Meglio non limitarsi a scacciarlo con fastidio. Per guarire dal populismo occorre curare la nostra democrazia». La Repubblica, 22 aprile 2014
C’È UN fantasma che si aggira in Europa e in Italia. Inquietante e opprimente. Il populismo. Una minaccia diffusa, che echeggia in questa confusa campagna elettorale, in vista delle Europee. Eppure “mi” è difficile spiegare di che si debba avere “paura”.
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«Esiste un’enorme tensione sociale sulla casa e si deve mantenere lo spazio della mediazione».
Il manifesto 19 aprile 2014 (m.p.r.)
Al ministro degli interni Angelino Alfano che vuole blindare il centro di Roma, il vice-sindaco di Roma Luigi Nieri (Sel) ribatte di «evitare sparate elettorali, visto che non passa giorno senza fare comizi, un ruolo che non si concilia con l’incarico delicato che ricopre. È una contraddizione stridente. Invece di pensare a reprimere dovrebbe pensare alla cura per risolvere i problemi che portano queste persone a manifestare».
Secondo lei l’articolo 5 del piano Lupi sulla casa è una minaccia alle occupazioni abitative?
Sono assolutamente contrario ad un provvedimento che creerà problemi enormi in una città dove abbiamo ereditato oltre 100 occupazioni, alcune delle quali vanno avanti anche da 12 anni. Lupi dovrebbe sapere che quando si fa una legge bisogna pensare alle persone in carne ed ossa. Tagliare acqua, luce e gas significa danneggiare bambini, anziani, precari, migranti, famiglie. Vuole questo il ministro?
Secondo lui chi occupa compie un reato.
Una famiglia costretta ad occupare un alloggio lo ha fatto perchè è senza casa. Questa criminalizzazione della povertà è insopportabile. Io vengo dalla storia dei movimenti per il diritto alla casa. Conosco Roma che oggi è il cuore di un’emergenza nazionale. Non è questo il modo per affrontarla. Sono molto preoccupato perchè il piano di Lupi rischia anche di interrompere il percorso del piano sulla casa, fortemente voluto dai movimenti, con il quale la regione Lazio con Zingaretti ha stanziato circa 200 milioni.
Il sindaco Marino concederà alle forze di polizia l’uso di alcune strutture comunali in dismissione. Non sarebbe il caso di adibirle ad uso abitativo?
Questo è un aspetto dei provvedimenti a cui stiamo lavorando. Faremo altri bandi per la rigenerazione urbana di 100 strutture che destineremo a fini abitativi, a atelier di artisti o associazioni culturali. Proprio in questi giorni, con la Regione e il Demanio, abbiamo avviato un processo di questo tipo sull’occupazione del Porto Fluviale.
L’offensiva, anche giudiziaria, contro i movimenti è un modo per mettere in difficoltà la giunta, com’è accaduto con l’Angelo Mai e il comitato popolare di lotta per la casa?
Alcune vicende sono contestate per reati specifici e la magistratura farà il suo corso. Sarò chiaro: tutte queste vicende vanno affrontate con un ruolo politico forte dell’amministrazione comunale. Vale per la casa e per le altre emergenze sociali. Se si trasformano i problemi sociali in ordine pubblico c’è qualcosa che non funziona in questo paese.
La giunta è in grossa sofferenza e sembrano acuirsi i contrasti con il governo. Ci sarà un rimpasto?
Non c’è uno scontro tra noi e il governo. Penso ci sia un rapporto sbagliato tra alcune forze in parlamento e il comune. Il dibattito sul «Salva Roma» ha offeso la capitale. Ha dato l’idea che sarebbero arrivati tanti soldi, mentre in realtà non è arrivato un euro. Questa giunta ha ereditato una situazione economica gravissima e ha fatto scelte in netta discontinuità con le precedenti: la chiusura della discarica di Malagrotta o sull’urbanistica. Il rimpasto è un termine datato, però non c’è dubbio che ci sia bisogno di un suo rilancio. Lo affronteremo con serenità nelle prossime settimane.
Una dura ma acuta e condivisibile critica liberale al decano del giornalismo italiano. Si parla di Barbara Spinelli e Stefano Rodotà, di papa Francesco e Torquemada, di Bruno Visentini e Ciriaco De Mita, ma soprattutto di Eugenio Scalfari e Matteo Renzi.
Critica liberale online, 14 aprile 2014
«La nostra generazione, la mia, è cresciuta lottando per tutto quello che poteva ottenere, quindi i giovani hanno bisogno di tempo per capire che devono lottare e ci sono tre condizioni basilari per questo: leggere, pensare e discutere la realtà. Questo è l’unico modo per affrontare la realtà». Il
manifesto, 18 aprile 2014 (m.p.r)
Grecia. Lo scrittore greco Petros Markaris: «Piangere sulla ricchezza passata è inutile, bisogna riabituarsi a lottare». «A pensarci bene, quello che ci ha rovinati è un ascensore troppo rapido». È così che la traiettoria sociale della Grecia è riassunta dal protagonista della fortunata serie noir di Petros Markaris, in Resa dei conti. La nuova indagine del commissario Charitos (Bompiani, 2012), l’ultimo libro uscito in Italia. Le vite segnate dalla crisi e le piccole strategie di resistenza sono molto più che lo sfondo per il mistero del delitto raccontato da Markaris. Sono al centro di una narrazione corale che riscopre legami familiari e solidarietà sociali, fa i conti con l’etica e con gli effetti del suo smarrimento da parte della politica. Un’intervista telefonica con lo scrittore greco ha aperto il corso “Narratori d’Europa: volti e luoghi dalla crisi”, organizzato dall’Istituto regionale studi europei (Irse) del Friuli Venezia Giulia. Ne riprendiamo qualche estratto.
Katerina e Adriana, le protagoniste femminili del suo ultimo romanzo, sono simboli della relazione complessa tra giovani e adulti e dei loro differenti modi di agire. In questo particolare momento della nostra vita, come si struttura questa relazione complessa?
Cominciamo a parlare del passato. Uno dei problemi che abbiamo dovuto affrontare con la crisi è quello di come abbiamo cresciuto i nostri figli, i giovani. Uno dei modi in cui lo abbiamo fatto è stato quello di lasciargli credere che la madre Europa avrebbe guarito tutto, e ora che ci rendiamo conto che non è così i giovani si sentono perduti. Oggi i giovani non sono preparati ad affrontare i tempi duri, e il problema è simile in Spagna, Grecia, Italia. La nostra generazione, la mia, è cresciuta lottando per tutto quello che poteva ottenere, quindi i giovani hanno bisogno di tempo per capire che devono lottare e ci sono tre condizioni basilari per questo: leggere, pensare e discutere la realtà. Questo è l’unico modo per affrontare la realtà.
È possibile trasformare la crisi in opportunità di cambiamento?
Penso di sì. È quello che è successo ai due protagonisti del mio libro, Zisis e Charitos, due persone provenienti da mondi molto distanti ma che trovano il modo di connettere le loro differenti personalità. Anche io sono cresciuto in una famiglia con difficoltà economiche, io stesso ne ho avute molte. Mia madre era una casalinga, è stata lei a tenere la famiglia unita, ha sempre trovato una soluzione, un po’ come, nel libro, la figura di Adriana. Tutte queste persone trovano alla fine il modo per sopravvivere, ma trovare il modo di sopravvivere più che una questione economica è un fatto soprattutto culturale, di valori. Piangere sulla passata ricchezza, che per la Grecia è stata più che altro virtuale, non è una soluzione. La soluzione possibile è trovare una ridefinizione del nostro punto di vista sulla vita. Solo in questo modo potremo uscire dalla crisi più forti.
Siamo alla vigilia delle elezioni europee e nessuno in Italia ne parla seriamente. Noi pensiamo che possano essere un’opportunità per chiedere a noi stessi quale Europa vogliamo, quale vita, quale welfare. Lei cosa ne pensa?
Questa è una domanda che mi rende molto triste e le spiego il perché. Credo che le prossime elezioni europee saranno un esperienza molto negativa per gli europei. Siamo convinti che il Sud Europa sia la parte che ha problemi ma se osserviamo bene vediamo che i problemi riguardano gli estremi, l’estrema destra in particolare. È questo il prezzo che stiamo pagando per avere ridotto l’Europa a economia. Voi avete citato Spinelli e Dahrendorf, io voglio citare Jean Monnet che prima di morire disse: «Ho fatto un errore, se dovessi rifare l’Europa dall’inizio punterei su politica e cultura». È vero, ma purtroppo è arrivato tardi. L’Europa ha bisogno di un’altra visione, noi ne abbiamo bisogno, non possiamo sempre dire sarà peggio. Abbiamo bisogno di una visione politica e culturale diversa altrimenti diventeremo dei mostri.
il presidente del Consiglio Matteo Renzi a dire l'ultima parola sul percorso alternativo al passaggio delle grandi navi in Bacino di San Marco, in una riunione con i ministri competenti di Infrastrutture, Ambiente e Beni Culturali in programma la prossima settimana. Un percorso che dovrà comunque approdare - come avviene oggi per le navi da crociera - alla Stazione Marittima, tagliando fuori, a quanto risulta dalla nota congiunta dei tre Ministeri, altre possibili soluzioni come Mar-ghera - caldeggiata dal Comune - o il terminal in Adriatico.
«Paul Krugman ha parlato di «mezzogiornificazione» delle periferie continentali. Sarebbe utile ristudiare cosa è accaduto in Italia quando i governi incitavano a emigrare, esattamente come oggi nel sud Europa». Il manifesto, 18 aprile 2014 (m.p.r.)
Rispetto a questa unificazione europea, noi italiani abbiamo la dura e storica esperienza della nostra unificazione nazionale e dell’ormai famosa “questione meridionale”. Oggi siamo di fronte alla questione meridionale europea e questo giudizio non è solo mio ma, molto più autorevolmente, di Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, che già nel 1991 ha messo in evidenza la «mezzogiornificazione» delle periferie europee, dimostrando che con la moneta unica l’Europa sarebbe stata investita da intensi processi di concentrazione della produzione e dell’occupazione nei paesi economicamente più forti, mentre le aree periferiche del continente europeo sarebbero state colpite da fenomeni di desertificazione produttiva e di migrazione verso l’estero.
La nostra questione meridionale nell’attuale situazione va ristudiata. Prima della nostra unità nazionale le regioni del sud, benché non come la Lombardia, non stavano tanto male: avevano la loro moneta e si proteggevano con le dogane e altro. Vale ricordare che il Regno di Napoli aveva un suo splendore e che in Italia la prima linea ferroviaria vide la luce in Campania, tra Napoli e Portici e che la città di Napoli aveva un prestigio internazionale. È con l’unità nazionale che le regioni del Sud vedono chiudere le industrie e vengono investite dalla fuga nell’emigrazione nelle Americhe e nel nord Europa. Una fuga migratoria – non va dimenticato — che si è ripetuta subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, prima che si pensasse a una pur modesta riforma agraria e alla Cassa del Mezzogiorno. «Imparate le lingue» consigliavano i ministri di allora quando si recavano nel sud, per incoraggiare i meridionali ad emigrare, ad andare a far funzionare le industrie del nord Italia, e del nord Europa. Ed è lo stesso fenomeno di oggi che coinvolge i cittadini dei Pigs. Per gli spagnoli e i portoghesi le vie dell’emigrazione sono le ex colonie, l’Angola, il Mozambico, il Brasile e i paesi latino-americani (non hanno nemmeno bisogno di imparare le lingue!). Per gli italiani e i greci resta il nord Europa, con il risultato che così si allarga il gap tra Mezzogiorno d’Europa e Nord.
Insomma l’unificazione europea non è ancora compiuta e già si è aperta una questione meridionale a livello continentale e molto più grave e pericolosa di quella italiana. E non dimentichiamo che non solo in Italia, ma anche in Spagna, Portogallo e Grecia ci sono stati governi fascisti. In Italia la questione meridionale si è aperta con uno stato unitario, con eguali diritti e doveri per tutti i cittadini e anche per tutte le banche. Uno stato unitario che produsse anche la Cassa del Mezzogiorno. Pensate se in Italia (come oggi in Europa) ci fosse stata solo l’unificazione monetaria: la lira valida in tutte le regioni, ma con l’autonomia legislativa di ciascuna regione. In questa ipotesi le regioni autonome del Mezzogiorno sarebbero state ancora di più condannate alla miseria. L’unificazione è solo monetaria, e quindi disastrosa, e al contrario di quel che ci insegnavano a scuola, non è più il sovrano che batte moneta, ma ormai sovrana è la moneta.
«Micromega newsletter, 14 aprile 2024
Professore, partiamo proprio dal Def. Dopo settimane di annunci e proclami, sembra che la montagna abbia partorito un topolino. Il premier Matteo Renzi ha deciso di rispettare i vincoli imposti dall’Europa rinunciando ad utilizzare il margine fino al 3% del deficit annuo. Non doveva avere più coraggio nei confronti della trojka?
Sicuramente, ma Renzi esprime un governo e una classe politica interamente supina nei confronti dei dettati dell’Europa, i quali invece vanno messi in discussione. Per farlo ci vorrebbero due prerogative, avulse all’attuale governo: una vera forza politica nazionale e le competenze per poter intervenire su punti specifici.
Tra la varie misure ipotizzate, i mille euro all'anno per i dipendenti che ne guadagnano meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica? E, per Lei, ha una reale copertura economica?
Non si è ancora ben capito da dove arriveranno i fondi. Pur ipotizzando che abbiano trovate le risorse sufficienti, siamo ad una “partita di giro” per i cittadini: si toglie da un lato per spostarlo all’altro, si mette un’esigua cifra in tasca alla gente e si preleva altrove. L’operazione ha un grande impatto mediatico, 10 miliardi per 10 milioni di persone è uno spot che rimane impresso nelle menti. Ma siamo nel campo di interventi a pioggia a fronte di una recessione gravissima nel Paese e in Europa. Quei fondi si sarebbero dovuti concentrare su qualche singolo aspetto con effetti a breve e sicuri.
Per esempio?
Con 10 miliardi di euro si creano quasi un milione di posti di lavoro, a 1200 euro netti al mese più i benefici del caso. L’impatto sull’economia sarebbe stato più forte: questi 80 euro non cambiano infatti le sorti delle persone, mentre concentrati su un tot di cittadini questa cifra avrebbe inciso nelle loro vite. Renzi ha preferito lo spot ad effetto al reale cambiamento.
Passiamo al Job Act, qual è il suo giudizio?
Siamo di fronte ad un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore. Una cosa pericolosa. Da non fare.
Ci spieghi meglio…
Il progetto del Job Act nasce vecchio. Di vent’anni. Nel 1994 l’OCSE – uno dei tanti organismi internazionali che entra negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, taglio dello stato sociale, concertazione etc… –produsse uno studio sull’indice di LPL (Legislazione a Protezione dei Lavoratori), un indicatore di rigidità del mercato: riteneva che tanto più alto fosse l’indicatore quanto più alta era la disoccupazione. Da allora molti giuristi, economisti, sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero dall’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice LPL possa portare ad aumento dell’occupazione. Nel 2006 la stessa OCSE, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento. L’indice LPL per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5, dopo 12 anni con le riforme delle leggi Treu 1997 e Maroni-Sacconi 2003 era sceso ad 1,5. Più che dimezzato. I precari sono diventati 4 milioni. La riforma Fornero ha seguito la stessa scia e ora il Job Act, a favorire ancora la mobilità in uscita. Nel 2014 siamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994 e l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante.
Quindi boccia il concetto di precarizzazione espansiva, ovvero l’idea è che attraverso ulteriori dosi di precarizzazione del lavoro si dovrebbe generare una crescita dei redditi e dell’occupazione?
La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’ è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione. Invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi. Così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata.
L’associazione di giuristi democratici ritiene incompatibile il Job Act con il diritto comunitario, per questo ha denunciato l’Italia e il presidente del consiglio Renzi alla Commissione europea. Che ne pensa?
Azione meritoria che sottoscrivo, senz’altro.
Durante il congresso della Fiom. Il segretario Maurizio Landini ha attaccato duramente la Cgil di Susanna Camusso. Siamo alle porte di un quarto sindacato confederale?
Mi dispiaccio del conflitto interno alla prima grande confederazione italiana che porta ancora la bandiera di vero sindacato, ovvero quell’organizzazione capace di aprire discussioni, avanzare vertenze e produrre conflitti a vantaggio del lavoratore. La Cgil è l’ultima a rappresentare quest’idea di sindacato. Ultimamente, però, con Camusso questa bandiera si è appannata. L’unico soggetto che riesce a tenerla alta è la Fiom.
La sottile battaglia alle europee contro il «populismo dall’alto» di Renzi e contro il «populismo dal basso» di Grillo, Nichi Vendola la vuole combattere con la razionalità. All’esordio della campagna elettorale di Sinistra Ecologia e Libertà, ieri a Roma in un teatro Vittoria gremito da un pubblico di età media matura, il suo presidente ha rivendicato la scelta di correre alle elezioni del 25 maggio con l’«Altra Europa con Tsipras» senza le bandiere del suo partito. «Per Sel rinunciare al simbolo e confluire in questa lista non è stato facile – ha spiegato – Siamo nati da una sconfitta e abbiamo attraversato una stagione difficile, ma non ci riconosciamo nella posizione di chi, come il Pd e il socialismo europeo, si è illuso di potere guidare il liberismo e poi ha sottoscritto le politiche di austerità, pensando di fare a meno di un’Europa senza la Grecia».
È la linea che ha vinto il congresso di Sel al Palacongressi di Riccione nel gennaio scorso. Quella di Nicola Fratoianni, oggi deputato e coordinatore del partito, che ha introdotto l’incontro. Dopo il fallimento dell’alleanza «Italia bene comune» con il Pd di Bersani, Sel ha rotto le incertezze e ha lasciato il guado. Non vuolefarsi «catturare nella spirale trasformistica che, in nome dell’emergenza, ha dato vita alle larghe intese con Berlusconi» ha detto Vendola seduto al centro del palco con il giornalista Luca Telese e Barbara Spinelli, una delle «garanti» della lista di cittadinanza con il nome del leader greco di Syriza. Sel si è così schierata con Tsipras, candidato alla presidenza della Commissione Ue dalla Sinistra Europea e da Rifondazione Comunista in Italia. Lo ha fatto per necessità, ma anche come una sfida, ha precisato il suo presidente. In questo percorso Vendola ha riconosciuto alla Spinelli e agli altri garanti (Revelli, Viale, Gallino) un effetto ricompositivo a sinistra con Rifondazione e la garanzia di rivolgersi ad un elettorato più ampio.
Gli inizi non sono stati facili. Le polemiche tra i garanti sulle candidature di Sonia Alfano, Valeria Grasso, Luca Casarini, poi quella di Antonia Battaglia sull’Ilva a Taranto contro Sel e il suo presidente hanno allontanato Flores D’Arcais e Camilleri. Avere superato in poche settimane le 150 mila firme necessarie per presentare la lista è stata un’impresa che ha rinfrancato molti. Per Vendola questo successo non scontato è il vero inizio. La lista sta prendendo forma, la partecipazione di attivisti e militanti l’hanno premiata. I problemi però non sono finiti, e Telese li ha elencati uno dopo l’altro. Come si può riconoscere questa lista in un dibattito politico dominato dalla retorica aggressiva dei 5 Stelle, e di chi vede nell’uscita dall’euro la salvezza dall’Europa dell’austerità? In più, il nome di Tsipras «lo conosce solo chi legge i giornali, non alle masse popolari». «Grillo ha un vantaggio straordinario: tutto per lui è facile.
Basta allora l’esorcista, una bestemmia, per fare colpo — ha risposto Vendola — È difficile affrontare questo plebeismo piccolo borghese per cui tutto è un complotto. Basta svelarlo per ritrovarsi in un nuovo mondo. Questo porta voti. Noi non possiamo fare altro se non costruire un programma alternativo fondato sulla razionalità. Diremo alle persone che non si salveranno seguendo chi dice che il nemico è solo l’euro o le tecnocrazie». È la stessa situazione in cui si trova Tsipras, solo che in Grecia le parti si presentano rovesciate. Oggi Syriza è in testa ai sondaggi e avrebbe la maggioranza relativa.
Il programma è lo stesso per la lista italiana e per quelle che appoggiano Tsipras in Europa: mutualizzazione del debito, reddito minimo, un New Deal di investimenti pubblici per rilanciare l’occupazione, riforma radicale della Bce e di tutti i trattati europei eliminandone l’ispirazione neoliberista. E infine la proposta più importante: un referendum in Italia sul Fiscal Compact, «ma non per uscire dall’Euro» ha precisato Spinelli.
«Grillo è l’espressione di un disagio profondo da comprendere, ma le sue proposte sull’Europa sono di una confusione estrema — ha continuato la giornalista– non c’è un’idea che duri più di una settimana. C’è un vago proposito di battere sul tavolo i pugni con la Merkel, un po’ come dice di volere fare Renzi, oppure fare il referendum sull’euro perchè secondo lui è facile uscirne. Tutto questo non è populista ma conservatore, mira al ritorno dell’equilibrio tra le potenze nazionali al nazionalismo e alla xenofobia, a tutto ciò che c’era prima l’europa unita». L’altro punto sono le alleanze. L’ambizione di rifare l’Europa non è da poco, e non sarà facile, come ha ricordato Spinelli, farlo con i soli socialdemocratici che candidano Martin Schultz, espressione dell’Spd che in Germania governa con Angela Merkel.
Vendola riconosce la distanza tra i suoi propositi radicali di riforma e l’astuzia conservatrice dei socialdemocratici, ma sostiene di non volersi rassegnare: «Il socialismo europeo dovrà fare i conti con le contraddizioni reali dell’austerità che ha distrutto il ceto medio, fondamento delle nostre democrazie»
«L’amministrazione americana vuole tornare al credito facile. Eppure ancora paghiamo la crisi partita dalla bolla dei subprime. Ma nemmeno in Italia c’è da essere ottimisti con il meccanismo di “Plafond casa” gestito dalla Cdp. Un intervento rischioso e controproducente».
Lavoce.info, 15, aprile 2014 (m.p.r)
Mutui made in Usa…
Il governo americano rischia di riattizzare la bolla dei mutui subprime. La bolla, scoppiata nel 2008, è stata creata da dieci anni di troppo facile accesso al credito. Il governo Usa ha drogato la domanda per i mutui obbligando due società finanziarie parastatali, comunemente chiamate Fannie e Freddie, a comprare una grossa percentuale di mutui “tossici.” Le banche hanno volentieri creato un’offerta per questa domanda “drogata”, originando una adeguata quantità di mutui tossici da rivendere, con profitto, a Fannie e Freddie: sono giunte a emettere mutui con 0 per cento (sì, zero) di downpayment (acconto) e i cosiddetti “Ninja loans”. (1) Dopo la crisi, Fannie e Freddie sono state nazionalizzate (cioè accollate alla collettività) e date in gestione a Edward DeMarco, un economista non politico, che ha innalzato i requisiti per ottenere un mutuo. E oggi, grazie anche alla ripresa economica, i debiti tossici di Fannie e Freddie si stanno riducendo. Ma la stretta ai cordoni del credito non è piaciuta al partito democratico, che vuole il credito facile per i meno abbienti. E quindi, a fine 2013, il presidente ha defenestrato DeMarco, mettendo a capo di Fannie e Freddie un uomo politico che, prima della crisi, era fra i maggiori fautori dei mutui facili. La preoccupazione è che riporti in auge il vecchio sistema di credito drogato.
…E mutui made in Italy
In Italia, ci dobbiamo preoccupare per queste vicende americane? Secondo me, sì. Primo perché un’altra crisi del mercato immobiliare Usa non ce la meritiamo, abbiamo già abbastanza problemi. Secondo, perché i nostri politici sembrano avere imparato la lezione americana, hanno imparato che il credito facile fa bene alle urne. I nostri governanti hanno messo in piedi un meccanismo “Fannie e Freddie de noantri”. La Cassa depositi e prestiti (Cdp, la nostra banca di Stato) gestisce infatti la convenzione “ casa”, e sulla base di questa concede alle banche finanziamenti a condizioni agevolate (con un limite di 2 milioni di euro totali), che verranno poi utilizzati dagli istituti di credito per erogare mutui-casa alle giovani coppie e alle famiglie numerose. (2)
Il credito in Italia è difficile da ottenere ed era ora che si pensasse ai giovani e alle famiglie numerose. Ma un dettaglio preoccupa: la convenzione non specifica i tassi da applicare alla clientela. Saranno le banche a determinarli. Praticamente: prima le banche intascano lo sconto fatto dallo Stato, poi decidono quanta parte traslarne a favore del cliente. Ma se finisce che le banche si intascano lo sconto? L’accordo sarebbe allora un trasferimento di denari pubblici (cioè nostri) alle banche? In più, il 18 dicembre 2013 è stata rimossa anche la condizione che i “mutui Plafond” siano riservati all’acquisto della prima casa. Vorrà dire che daremo un sostegno anche alle giovani coppie immobiliariste …
Sul sito del ministro delle Infrastrutture si legge che, al 19 marzo, «alcune mail [...] segnalano difficoltà nell’applicazione del casa [...] Cittadini che si sono presentati allo sportello delle banche [...] per richiedere il mutuo per l’acquisto della prima casa o per la ristrutturazione e che si sono sentiti rispondere “Non ne sappiamo nulla”». Nel solo 2011 il credito erogato per l’acquisto di abitazioni è stato di circa 72 miliardi. (3) Di contro, la quantità di credito agevolato è solo 2 miliardi e quindi per forza ci sarà un eccesso di domanda. Da cui segue un interrogativo: chi saranno i fortunati a cui le banche estendono il credito agevolato? Procedendo con la lettura si scopre che il ministro ha «girato queste mail a Cdp e all’Abi perché verifichino che cosa è successo e risolvano il problema». Ai detentori dei 72-2=70 miliardi di credito non agevolato non resta dunque che affidarsi alla alacre attività informatica del ministro che, girando e-mail a chi di dovere, sicuramente provvederà alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Ma cerchiamo di mantenere l’ottimismo e di convincerci che una parte consistente dello sconto da tutti noi pagato sui “mutui Plafond” andrà alle coppie giovani, in modo che abbiano più soldi per comprare casa. Nasce però un altro problema. Siccome la quantità di case è più o meno fissa, non c’è il rischio che i prezzi salgano? Questo della traslazione è un classico risultato della scienza delle finanze. Nel nostro caso, una politica disegnata per favorire i compratori di prime case (giovani) finisce per beneficiare i venditori di case (presumibilmente vecchi, oppure i loro eredi) e svantaggiare gli altri acquirenti (quelli non giovani). Intervenire nel mercato dei mutui è rischioso e inefficace, o addirittura controproducente nel lungo periodo. Ma mi rendo conto che nessun governo, né quello Usa né quello italiano, riesce a resistere alla tentazione di farlo. Il consenso elettorale che deriva dallo spendere i soldi pubblici è, in una democrazia, troppo attraente. Chi ne fa le spese è la collettività, cioè chi paga le tasse.
(1) Ninja è l’acronimo per “no income, no job nor assets”. Sono mutui che la banca concedeva senza verificare la veridicità delle dichiarazioni del contraente riguardo a reddito, posizione lavorativa e patrimonio.
(2) Sito web del ministro Lupi consultato il 1/4/14. L’agevolazione non è limitata, ma solo “prioritizzata’” ai giovani (coniugi o conviventi in cui almeno uno dei due componenti non abbia superato i 35 anni e l’altro non superi i 40 anni), alle famiglie con un soggetto disabile o alle famiglie con tre o più figli.
(3) Tavola a pag. 10 de “Il mercato immobiliare italiano: tendenze recenti e prospettive”, Nota di ricerca dell’Ufficio studi Aitec, febbraio 2012.
Sul comportamento del braccio armato del potere: «Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, e chi per principio prova a dimostrare che la provocazione è partita dalla piazza».
La Repubblica, 17 aprile 2014 (m.p.r.)
La premessa è che vorremmo poterci fidare della polizia. Dovremmo. La polizia rappresenta lo Stato, e lo Stato siamo noi. Lo Stato sono le istituzioni che rappresentano i cittadini e sono i cittadini che delegano altri cittadini a rappresentarli,col voto democratico . In un regime democratico le istituzioni sono al servizio di chi dà loro mandato ad esercitare un potere di governo e non viceversa. Lo Stato ci tutela dalle ingiustizie e dai soprusi, non li esercita. Questo è quello che insegniamo ai nostri bambini a scuola, fin dalle elementari.
Sabato scorso si è svolta a Roma una manifestazione che aveva come oggetto, appunto, il diritto alla casa. Le immagini degli scontri e delle violenze sono lì, non c’è molto da commentare. In alcune si vedono manifestanti vestiti di nero con gli elastici delle fionde tesi, in altre poliziotti, ugualmente vestiti di nero, che colpiscono coi manganelli e prendono a cal- ci persone disarmate e già a terra. Nell’epoca dei telefonini, nel tempo in cui di ogni evento ci sono decine e decine di filmati c’è davvero poco da discutere: i fatti sono questi. Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, ha torto per principio chi prova a dimostrare che la “provocazione” è partita dalla piazza, in molti lo fanno in queste ore — provano a mostrare che, come direbbe un bambino, “hanno cominciato loro”. È questo il senso delle parole del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, intervistato oggi da Carlo Bonini: contesta il capo della Polizia Alessandro Pansa che aveva definito l’artificiere che ha calpestato la ragazza a terra «un cretino da identificare». Non un cretino, dissente Pecoraro, ma «uno che dava una mano ai suoi colleghi». Come se fossero due eserciti che, sullo stesso piano, si affrontano. Questo è l’equivoco, se di buona fede si tratta: che sia una battaglia combattuta ad armi pari tra pari, dove ci si dà manforte fra eserciti contrapposti, e non quel che è, invece. Da una parte cittadini che manifestano, dall’altra esponenti delle istituzioni che rappresentano anche quei cittadini, e che sono chiamati a tutelare l’incolumità di tutti: anche dei manifestanti.
È dal G8 di Genova che si è persa questa nozione elementare. È lì, nelle molotov messe ad arte a posteriori per giustificare l’assalto alla scuola Diaz, la ferita originaria mai più rimarginata. Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono poco a poco, omeopaticamente, divenuti una circostanza di fatto.
Senza arrivare al rosario di morti che da Giuliani passa per Uva, Sandri, Cucchi, Aldrovandi; senza difendersi dietro la retorica delle “mele marce”, ché come dice l’ex capo dell’ispettorato di polizia inglese John Woodcock: «Non credo nelle mele marce, il problema non riguarda un’individuale predisposizione alla trasgressione ma un deficit strutturale, culturale». Il problema non è, in fondo, neppure il singolo episodio di abuso: la vera questione è quale sia la reazione istituzionale all’abuso. Nel caso delle piazze come delle curve calcistiche: quale la risposta di chi detiene il potere alla violazione e all’abuso di potere.
Non si hanno segnali, sinora, di una levata di scudi di chi dovrebbe e potrebbe evitare la violenza in divisa. Al contrario, ogni richiesta di identificare le “mele marce”, per esempio con un numero che consenta di riconoscere gli agenti anonimi come in molti Paesi del mondo accade, è stata accolta quasi come una provocazione. Da ministri di precedenti governi, dai sindacati di polizia — da ultimo, qualche giorno fa, Franco Maccari del Coisp ha bollato il numero identificativo come una proposta sciocca e inutile. Sono molti però — La maggioranza? — i poliziotti a disagio. Sono molti gli agenti che non si riconoscono in questa difesa corporativa, che prendono le distanze dalla logica degli eserciti contrapposti. Noi e loro, noi contro di loro. Proprio per non fare di ogni erba un fascio, proprio per dare atto a chi fa il suo dovere per uno stipendio infimo, proprio per chi veste una divisa con coraggio e dignità sarebbe indispensabile, invece, adottare strumenti che consentano di identificare i violenti protetti dall’uniforme. E chiamare alle loro responsabilità i violenti senza uniforme, evidentemente. Per il bene di tutti. Dello Stato, cioè di tutti. Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, e chi per principio prova a dimostrare che la provocazione è partita dalla piazza
«Lavoce.info, 15 aprile 2014
Un decreto dalle molte incertezze. Il decreto legge n. 34/2014 è stato criticato da più parti, oltre che nel merito, soprattutto per una questione di metodo, data l'evidente contraddizione tra liberalizzazione dei contratti a termine e introduzione di un contratto di inserimento “a tutele crescenti” come strumento di razionalizzazione delle forme contrattuali annunciato dal Jobs Act e ora previsto dal disegno di legge delega. Alla critica il Governo ha replicato invocando la politica dei due tempi: il decreto servirebbe ora a dare una “scossa”, per favorire assunzioni semplificate, il disegno organico si farebbe dopo, attuando la legge delega. Ma è proprio così? Davvero siamo di fronte a una liberalizzazione semplificatrice?
Mettiamoci nei panni di una impresa che voglia assumere con un contratto a termine. Il decreto dice che il primo contratto può essere stipulato senza causale e prorogato ovvero rinnovato sempre senza causale per otto volte fino a tre anni. È quello che il decreto dice ora: non si sa, però, cosa dirà fra qualche settimana quando sicuramente in sede di conversione qualcosa verrà cambiato, come ha annunciato lo stesso Governo. Forse è meglio attendere. Già questo è un primo effetto negativo della legislazione stop and go all’italiana: non si sa mai quale sia la normativa attendibile. Ma nel caso si decida ugualmente di assumere c’è da chiedersi quale termine di scadenza sia meglio indicare: allo stato attuale si potrebbe assumere con un termine abbastanza lungo, ad esempio per quattro o sei mesi, dato che otto proroghe in tre anni danno ampio margine.
Ma se poi, in sede di conversione, come già si dice, le proroghe vengono ridotte e si passa a un arco di tempo inferiore, il termine lungo non conviene: meglio due mesi, massimo tre. Ecco che la legislazione variabile produce un altro effetto negativo, la ulteriore frammentazione dei termini, che non serve né alle imprese che vogliano investire sul lavoratore e non solo averlo come usa e getta, né, tanto meno, ai lavoratori, che in quel periodo piuttosto che cercare di legarsi all’impresa cercheranno altre forme di impiego solo che ne abbiano l’opportunità. Il decreto dice anche che si può assumere o prorogare senza causa per il primo contratto e per le stessa attività lavorativa: ma se quel lavoratore è stato già assunto in passato, quand’è il “primo” contratto, e come si calcolano le diverse forme di assunzione temporanea (lavoro a termine, somministrazione, altre possibili forme atipiche), si sommano o no? E che succede se nel frattempo tra una precedente assunzione e nuove proroghe c’è un cambio di mansioni?
Comunque, si può obiettare che c’è da stare tranquilli perché ora è fissato un limite massimo di assunzioni a termine nel 20 per cento dell’organico, questa è una cosa sicura. Già, ma come si calcola la percentuale? Nel 20 per cento vanno incluse anche le assunzioni interinali e nell’organico vanno calcolati anche i contratti di collaborazione o le partite Iva? E che accade se il contratto di categoria stabilisce una limite inferiore? Siamo poi sicuri che la legge dia un colpo di spugna ai contratti vigenti? E se per caso l’impresa ha superato quel limite non essendo prima soggetta a vincoli quantitativi, deve licenziare i lavoratori temporanei in soprannumero? E se con le varie proroghe accade che una lavoratrice entri in maternità, siamo sicuri che non riassumendola non si incorra in un atto discriminatorio? Ed è proprio vero che tutta questa bella liberalizzazione mette al riparo dal contenzioso giudiziario? Non è che il lavoratore assunto senza causa e prorogato invoca la direttiva comunitaria che vieta le reiterazioni abusive dei contratti a termine, per la quale le assunzioni “sono di norma a tempo indeterminato” e si finisce alla Corte di giustizia europea?
È bene tenere presente che quella direttiva è scritta in inglese, quindi non ha bisogno di essere “traducibile”, è comprensibile in tutte le lingue europee. L’elenco delle incertezze interpretative potrebbe continuare a lungo: basta vedere quanto hanno detto non i sindacati, ma gli esperti e gli operatori nelle audizioni alla Commissione lavoro della Camera per rendersene conto.
La questione dell'apprendistato. Si dirà, ma c’è pur sempre il buon contratto di apprendistato, molto conveniente sul piano contributivo e retributivo, ora semplificato, senza più l’obbligo del piano formativo scritto, della formazione trasversale e del vincolo di assunzione di almeno il 30 per cento di apprendisti come condizione per assumerne di nuovi. Già, ma è molto probabile che qualcuno di questi obblighi sia reintrodotto in sede di conversione parlamentare perché ci si è resi conto che un apprendistato senza formazione assomiglia come una goccia d’acqua ai vecchi contratti di formazione lavoro, a suo tempo caduti sotto la scure delle autorità comunitarie.
Meglio aspettare, quindi, e alla faccia della “scossa” o non si assume o si assume con un termine il più breve possibile. Queste sono le conseguenze della semplificazione malfatta, della semplificazione che complica, già largamente sperimentata negli scorsi dieci anni nella caotica legislazione sul mercato del lavoro, sempre annunciata in nome della flessibilizzazione e della liberalizzazione. Meglio tenerlo presente, anche per non ripetere l’errore a scala più grande, quando si tratterà di attuare la legge delega che annuncia il vasto programma del codice del lavoro naturalmente “semplificato”. Forse è il caso di stare a vedere se i provvedimenti economici del Governo producono qualche risultato in termini di crescita della domanda e, nel frattempo, dare corso a una sana moratoria legislativa ovvero a una più approfondita riflessione.
Genealogie critiche di Lo straniero. Un’anticipazione dal nuovo libro dello studioso americano (
Lo straniero. Due saggi sull'esilio) da oggi in libreria per Feltrinelli. Il manifesto, 16 aprile 2014
La questione da cui sembra dipendere tutto il racconto del mito di Edipo di per sé appare di scarso interesse artistico, anzi non è che una rotellina nel meccanismo dell’intreccio. Sulle caviglie del re una ferita ricevuta nell’infanzia ha lasciato un segno nella carne. In greco il nome «Edipo» significa appunto «colui che ha le caviglie trafitte». Il re ha vagabondato, ha perso il contatto con le proprie origini, ma quando nella storia si arriva al punto in cui i personaggi devono sapere quale sia la sua vera identità, riescono a ritrovare questa verità esaminando il suo corpo. Il processo di identificazione ha inizio quando un messo dichiara: «Possono testimoniarlo le giunture dei tuoi piedi».
Se le prove che il re Edipo sta cercando non fossero quelle relative all’incesto, forse presteremmo più attenzione a questa cicatrice. Nonostante il lungo migrare del re nel corso della sua vita, il suo corpo conserva ancora la prova indelebile di chi egli sia «veramente». I viaggi che ha compiuto invece non hanno lasciato sul suo corpo un analogo marchio distintivo: la sua esperienza di migrante conta poco, ovvero conta poco in rapporto alla sua origine.
IL MARCHIO DELL’APPARTENENZA
Nella cultura occidentale questa cicatrice di Edipo sembra rappresentare la fonte da cui discendono i segni indelebili che il diciannovesimo secolo avrebbe letto nel corpo collettivo della nazione. L’origine diventa il destino. In verità, se si guarda indietro agli inizi della nostra civiltà, si ha l’impressione che l’esilio, lo spossessamento, l’emigrazione abbiano avuto un’importanza di gran lunga minore rispetto ai marchi dell’origine e dell’appartenenza. Viene da pensare al rifiuto dell’esilio da parte di Socrate come prova della credenza che perfino la morte da cittadino fosse più onorevole. O a quell’osservazione di Tucidide sul fatto che gli stranieri non hanno parola, con la quale non si vuol dire letteralmente che non sappiano esprimersi bene, ma che la loro parola nella polis conta ben poco: la loro è la chiacchiera di quelli che non hanno la facoltà di votare.
Tuttavia i segni sulle caviglie di Edipo non sono gli unici a marchiare il suo corpo. Egli risponde cavandosi gli occhi alle ferite che all’inizio altri gli hanno inflitto. Se mettiamo da parte la valenza sessuale di questo mito e lo esaminiamo semplicemente come un racconto, la seconda ferita compensa la prima: la prima è una ferita che indica le origini, la seconda la storia successiva. Doppiamente ferito, Edipo è diventato un uomo la cui esistenza si può letteralmente leggere sul corpo, ed è a partire da questa condizione che egli erra di nuovo per il mondo come un vagabondo. Quando parte da Tebe, Edipo pensa che forse potrebbe ritornare alle proprie origini, sulla montagna, «sul mio Citerone, che mio padre e mia madre, quand’erano vivi, mi assegnarono come tomba degnissima», ma questo ritorno non è destinato a realizzarsi. Infatti, quando si apre Edipo a Colono, anziché nei luoghi delle sue origini, Edipo è arrivato al deme (sobborgo) di Colono, a un chilometro e mezzo di distanza a nord-ovest di Atene, dove invece è destinato a morire secondo quanto gli ha predetto l’oracolo di Delfi, anche se la profezia si avvererà in modo diverso da come aveva immaginato all’inizio della tragedia.
Le due ferite sul corpo di Edipo sono dunque la cicatrice delle origini, che non si può nascondere, e la cicatrice dell’uomo errante, che non pare riuscire a sanarsi. Questa seconda insanabile cicatrice nella civiltà occidentale ha un significato come lo ha la cicatrice dell’origine che marca il valore attribuito all’appartenenza a un luogo specifico. I greci coglievano nell’interminabile viaggio di Edipo una risonanza con le leggende omeriche, specialmente con quella di Ulisse.
L’ESSERE IN CAMMINO
Nella procedura greca, che più tardi sarebbe stata codificata nel diritto romano, in alcune circostanze l’esilio era considerato di fatto onorevole, più della scelta di Socrate: l’exsilium concedeva alla persona condannata alla pena capitale il diritto di scegliere l’espulsione al posto della morte, una scelta che risparmiava agli amici e alla famiglia la vergogna e il dolore di assistere all’esecuzione di uno di loro. Ma Sofocle nel suo Edipo a Colono inserisce una dimensione morale nell’atto di emigrare, rappresentando Edipo come una figura nobilitata dal suo stesso sradicamento. La tragedia trasforma Edipo in meteco, in straniero, in un personaggio di tragica grandezza più che in un estraneo la cui levatura è minore di quella di un cittadino.
Diventare uno straniero significa essere strappati dalle proprie radici. La condizione di sradicamento assume nella tradizione giudaico-cristiana un valore morale positivo, anzi potremmo dire che diventa di fondamentale importanza. Gli uomini dell’Antico Testamento si consideravano nomadi senza radici. Lo Jahvè dell’Antico Testamento, con la sua Arca dell’Alleanza trasportabile, era lui stesso un dio nomade come sottolinea il teologo Harvey Cox: «Quando l’Arca, infine, fu catturata dai filistei, gli ebrei cominciarono a rendersi conto che Jahvè non si trovava nemmeno in essa (…). Egli viaggiava con il suo popolo e altrove».
Jahvè era un dio del tempo più che dio di un luogo, era un dio che aveva promesso ai suoi seguaci un senso divino per le loro tristi peregrinazioni. Anche tra i cristiani dei primi secoli, come tra gli ebrei dell’Antico Testamento, il nomadismo e l’essere esposti erano profondamente percepiti come conseguenze della fede. All’apice della gloria dell’Impero romano, l’autore della Lettera a Diogneto affermava: «I cristiani non si distinguono dal resto dell’umanità, né per sede, né per lingua, né per usanze. Essi infatti non abitano in città particolari, (…)non praticano un modo di vivere straordinario. (…)Essi dimorano nei loro paesi, ma solo come ospiti temporanei (…). Per loro ogni paese straniero è patria, e ogni patria è paese straniero». Quest’immagine di non stanzialità sarebbe diventata uno dei modi in cui Sant’Agostino avrebbe definito le due città nella Città di Dio: «Si legge nella Scrittura che Caino edificò una città mentre Abele, in quanto esule non la edificò. La città degli eletti è in cielo, sebbene si procuri nel mondo i cittadini con i quali è in cammino finché giunge il tempo del suo regno». L’essere «in cammino, finché giunge il tempo», piuttosto che la stanzialità in un luogo, attinge la propria autorità dal rifiuto di Gesù di consentire che i suoi discepoli edificassero monumenti per lui, e dalla sua promessa di distruggere il Tempio di Gerusalemme.
Quella giudaico-cristiana è quindi una cultura che, proprio alle sue fonti, riguarda direttamente l’esperienza dello sradicamento. La nostra è una cultura religiosa della seconda cicatrice. La ragione per cui viene conferito tutto questo valore allo sradicamento deriva da un profondo discredito dell’antropologia della vita quotidiana: il nomos non è verità. Le cose quotidiane sono di per sé illusorie – illusorie come lo erano per gli orfici e per Platone e nella misura in cui lo sarebbero state per sant’Agostino.
UNO STIGMA MORALE
Una svalutazione del comportamento quotidiano di questo tipo fa la sua apparizione in un momento indimenticabile dell’Edipo a Colono, proprio nel discorso che Edipo rivolge al giovane Teseo: «Figlio di Egeo a me carissimo, soltanto gli dei non conoscono vecchiaia e morte; tutto il resto viene travolto dal tempo onnipossente. Illanguidisce la forza della terra, illanguidisce la forza del corpo; muore la lealtà, germoglia la perfidia, né mai perdura lo stesso sentimento fra gli amici o fra città e città. Agli uni subito, agli altri in seguito quel ch’è dolce si tramuta in amaro e poi di nuovo in dolce. Così anche se ora Tebe è in pace perfetta con te, il tempo infinito genera nel suo corso notti e giorni infiniti, durante i quali essi, sotto lieve pretesto, manderanno al vento con la forza delle armi ogni patto d’amicizia».
Dunque questa seconda cicatrice, che è il segno distintivo dello straniero, è uno stigma morale, proprio perché non si sana mai del tutto. Sia nel pensiero classico sia in quello giudaico-cristiano, coloro che si sono liberati dalle circostanze, coloro che conducono vite da sradicati, possono diventare esseri umani di un certo rilievo. Girando per il mondo, si trasformavano. Si liberavano dalla partecipazione cieca e, di conseguenza, diventavano capaci di indagare le cose approfonditamente in prima persona, potevano operare scelte per se stessi o sentirsi infine, come il cieco re greco e il martire cristiano, al cospetto di un potere più alto. Le due cicatrici sul corpo del re Edipo rappresentano un conflitto fondamentale all’interno della nostra civiltà, in cui le pretese di verità del luogo e degli inizi si oppongono alle verità da scoprire quando si diventa stranieri
Quando diciamo che siamo per un’Altra Europa, la vogliamo davvero e non solo a parole. Abbiamo in mente un ordine politico nuovo, perché il vecchio è in frantumi. Non può essere rammendato alla meno peggio.
In realtà il nostro è l’unico progetto che non si limita a invocare a parole un’altra Europa, ma si propone di cambiarla con politiche che riuniscano quel che è stato disunito e disfatto. Gli altri partiti sono tutti, in realtà, conservatori dello status quo.
Sono conservatori Matteo Renzi e il governo, che parlano di cambiamento e tuttavia hanno costruito quest’Unione che umilia e impoverisce i popoli, favorendo banche e speculatori. Sono conservatori i leghisti, che denunciano l’Unione ma come via d’uscita prospettano il nazionalismo e la xenofobia. Nei fatti è conservatore il Movimento 5 Stelle, che si fa portavoce di un disagio reale, ma senza sbocchi chiari.
Tutta diversa la Lista Tsipras. Il progetto è di cambiare radicalmente le istituzioni europee, di dare all’Unione una Costituzione scritta dai popoli, di dotarla di una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi. Tutta diversa la prospettiva della Lista Tsipras. La nostra non è né una promessa fittizia, come quella di Renzi, né una protesta che rinuncia alla battaglia prima di farla. Metteremo duramente in discussione il Fiscal compact, e in particolare contesteremo — anche con referendum abrogativo — le norme applicative che il Parlamento dovrà introdurre per dare attuazione all’obbligo del pareggio di bilancio che purtroppo è stato inserito ormai nell’articolo 81 della Costituzione, senza che l’Europa ce l’abbia mai chiesto. In ogni caso, faremo in modo che non abbiano più a ripetersi calcoli così palesemente errati e nefasti, nati da una cultura neoliberista che ha impedito all’Europa di divenire l’istanza superiore in grado di custodire sovranità che sono andate evaporando, proteggendoli al tempo stesso dai mercati incontrollabili, dall’erosione delle democrazie e dalla prevaricazione di superpotenze che usano il nostro spazio come estensione dei loro mercati e della loro potenza geopolitica.
Ecco le 10 vie alternative che intendiamo percorrere:
1 - Siamo la sola forza alternativa perché non crediamo sia possibile pensare l’economia e l’Europa democraticamente unita «in successione»: prima si mettono a posto i conti e si fanno le riforme strutturali, poi ci si batte per un’Europa più solidale e diversa. Le due cose vanno insieme. Operare «in successione» riproduce ad infinitum il vizio mortale dell’Euro: prima si fa la moneta, poi per forza di cose verrà l’Europa politica solidale. È dimostrato che questa “forza delle cose” non c’è. Status quo significa che s’impone lo Stato più forte.
2 - Siamo la sola forza alternativa perché crediamo che solo un’Europa federale sia la via aurea, nella globalizzazione. Se l’edificheremo, Grecia o Italia diverranno simili a quello che è la California per gli Usa. Nessuno parlerebbe di uscita della California dal dollaro: le strutture federali e un comune bilancio tengono gli Stati insieme e non colpevolizzano i più deboli. In un’Europa federata, quindi multietnica, l’isola di Lampedusa è una porta, non una ghigliottina.
3 - Siamo la sola forza alternativa perché non pensiamo che prioritaria ed esclusiva sia la difesa dell’«interesse nazionale»: si tratta di individuare quale sia l’interesse di tutti i cittadini europei. Se salta un anello, tutta la catena salta.
4 - Siamo la sola forza alternativa perché non siamo un movimento minoritario di protesta, ma avanziamo proposte precise, rapide. Proponiamo una Conferenza sul debito che ricalchi quanto deciso nel 1953 sulla Germania, cui vennero condonati i debiti di guerra. L’accordo cui si potrebbe giungere è l’europeizzazione della parte dei debiti che eccede il fisiologico 60 per cento del pil. E proponiamo un piano Marshall per l’Europa, che avvii una riconversione produttiva, ecologicamente sostenibile e ad alto impatto sull’occupazione, finanziato dalle tasse sulle transazioni finanziarie e l’emissione di anidride carbonica, oltre che da project bond e eurobond.
5 - Siamo la sola forza alternativa perché esigiamo non soltanto l’abbandono delle politiche di austerità, ma la modifica dei trattati che le hanno rese possibili. Tra i primi: l’abolizione e la ridiscussione a fondo del Fiscal Compact, che promette al nostro e ad altri Paesi una o due generazioni di intollerabile povertà, e la distruzione dello Stato sociale. Promuoviamo un’Iniziativa Cittadina (art. 11 del Trattato sull’Unione europea) con l’obbiettivo di una sua radicale messa in discussione. Chiederemo inoltre al Parlamento Europeo un’indagine conoscitiva e giuridica sulle responsabilità della Commissione, della Bce e del Fmi nell’imporre un’austerità che ha gravemente danneggiato milioni di cittadini europei.
6 - Siamo la sola forza alternativa perché non ci limitiamo a condannare gli scandali della disoccupazione e del precariato, ma proponiamo un Piano Europeo per l’Occupazione (Peo) il quale stanzi almeno 100 miliardi l’anno per 10 anni per dare occupazione ad almeno 5–6 milioni di disoccupati o inoccupati (1 milione in Italia): tanti quanti hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi. Il Peo dovrà dare la priorità a interventi che non siano in contrasto con gli equilibri ambientali come le molte Grandi Opere che devastano il territorio e che creano poca occupazione, ad esempio il Tav Torino-Lione e le trivellazioni nel Mediterraneo e nelle aree protette. Dovrà agevolare la transizione verso consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili; la creazione di un’agricoltura biologica; il riassetto idrogeologico dei territori; la valorizzazione non speculativa del nostro patrimonio artistico; il potenziamento dell’istruzione e della ricerca.
7 - Siamo la sola forza alternativa perché riteniamo un pericolo l’impegno del governo di concludere presto l’accordo sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e l’Investimento (Ttip). Condotto segretamente, senza controlli democratici, il negoziato è in mano alle multinazionali, il cui scopo è far prevalere i propri interessi su quelli collettivi dei cittadini. Il welfare è sotto attacco. Acqua, elettricità, educazione, salute saranno esposte alla libera concorrenza, in barba ai referendum cittadini e a tante lotte sui “beni comuni”. La battaglia contro la produzione degli Ogm, quella che penalizza le imprese inquinanti o impone l’etichettatura dei cibi, la tassa sulle transazioni finanziarie e sull’emissione di anidride carbonica sono minacciate. La nostra lotta contro la corruzione e le mafie è ingrediente essenziale di questa resistenza alla commistione mondializzata fra libero commercio, violazione delle regole, abolizione dei controlli democratici sui territori.
8 - Siamo la sola forza alternativa perché vogliamo cambiare non solo gli equilibri fra istituzioni europee ma la loro natura. I vertici dei capi di Stato o di governo sono un cancro dell’Unione, e proponiamo che il Parlamento europeo diventi un’istituzione davvero democratica: che legiferi, che nomini la Commissione e il suo Presidente, e imponga tasse europee in sostituzione di quelle nazionali. Vogliamo un Parlamento costituente, capace di dare ai cittadini dell’Unione una Carta che cominci, come la Costituzione statunitense, con le parole «We, the people.…». Non con la firma di 28 re azzoppati e prepotenti, che addossano alla burocrazia di Bruxelles colpe di cui sono i primi responsabili.
9 - Siamo la sola forza alternativa a proposito dell’euro. Pur essendo critici radicali della sua gestione, e degli scarsi poteri di una Banca centrale cui viene proibito di essere prestatrice di ultima istanza, siamo contrari all’uscita dall’euro e non la riteniamo indolore. Uscire dall’euro è pericoloso economicamente (aumento del debito, dell’inflazione, dei costi delle importazioni, della povertà), e non restituirebbe ai paesi il governo della moneta, ma ci renderebbe più che mai dipendenti da mercati incontrollati, dalla potenza Usa o dal marco tedesco. Soprattutto segnerebbe una ricaduta nei nazionalismi autarchici, e in sovranità fasulle. Noi siamo per un’Europa politica e democratica che faccia argine ai mercati, alla potenza Usa, e alle le nostre stesse tentazioni nazionaliste e xenofobe. Una moneta «senza Stato» è un controsenso politico, prima che economico.
10 - Siamo la sola forza alternativa perché la nostra è l’Europa della Resistenza: contro il ritorno dei nazionalismi, le Costituzioni calpestate, i Parlamenti svuotati, i capi plebiscitati da popoli visti come massa amorfa, non come cittadini consapevoli. Dicono che la pace in Europa è oggi un fatto acquisito. Non è vero. Le politiche di austerità hanno diviso non solo gli Stati ma anche i popoli, e quella che viviamo è una sorta di guerra civile dentro un’Unione che secerne di nuovo partiti fascistoidi come Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, Fronte Nazionale in Francia, Lega in Italia. All’esterno, poi, siamo impegnati in guerre decise dalla potenza Usa: guerre di cui gli Stati dell’Unione non discutono mai perché vi partecipano servilmente, senz’alcun progetto di disarmo, refrattari a ogni politica estera e di difesa comune (il costo della non-Europa in campo militare ammonta a 120 miliardi di euro annui). Perfino ai confini orientali dell’Unione sono gli Stati Uniti a decidere quale ordine debba regnare.
L’Europa che abbiamo in mente è quella del Manifesto di Ventotene, e chi lo scrisse non pensava ai compiti che ciascuno doveva fare a casa, ma a un comune compito rivoluzionario.
Oggi L’Altra Europa con Tsipras presenta la proprie liste elettorali nei 5 capoluoghi di circoscrizione, forte delle più di 220 mila firme raccolte in un mese per rendere possibile la nostra partecipazione alla scadenza delle elezioni del Parlamento europeo. Lo faremo con iniziative gioiose e colorate, intanto perché festeggiamo questo risultato, che una legge elettorale perlomeno di dubbia legittimità costituzionale rendeva quasi impossibile da realizzare. E poi anche perché, per noi, la raccolta delle firme ha rappresentato a tutti gli effetti l’apertura della campagna elettorale e questa scelta — al di là dell’obbligo di legge — è già un timbro di come la intendiamo. Il rapporto diretto con centinaia di migliaia di persone, il fatto di aver ragionato con ciascuno di loro sulle ragioni e sui contenuti che qualificano la lista. Non una riedizione di esperienze già compiute in passato ma un’ operazione inedita. Facendo leva, contemporaneamente, sui soggetti politici (Sel e Rifondazione Comunista) e sociali organizzati che condividono quest’approccio e su quelle realtà di sinistra diffusa e di cittadini impegnati che in questi anni sono stati protagonisti di tanti conflitti e proposte nelle vertenze nazionali e territoriali. Con la disponibilità di tutti di mettersi in discussione e di provare ad uscire dai recinti e da una dimensione settoriale che per troppo tempo ha caratterizzato le esperienze politiche e sociali da diversi anni in qua.
220 mila firme in un mese, un dato — per usare un riferimento un po’ improprio — che corrisponde al numero delle firme necessarie in 3 mesi per indire un referendum. È stato possibile perché ci siamo dotati di un minimo di organizzazione, con un nucleo centrale e una rete diffusa di centinaia di militanti e volontari, i primi protagonisti dell’attività concreta della raccolta delle firme, ma, ancor più, perché abbiamo raccolto un bisogno di nuova politica, di chi vuole fuoriuscire dai populismi più o meno dolci di Renzi e Grillo e misurarsi realmente con la necessità di far camminare un progetto di trasformazione reale degli assetti di potere esistenti e di uscire da una logica, apparentemente oppositiva ma in realtà non così dissimile, di chi si appiattisce sulle “riforme strutturali” che vengono imposte da Bruxelles e di chi ipotizza irrealistici ritorni alla “sovranità nazionale”, che da sola non potrebbe comunque uscire dai vincoli dettati dai mercati internazionali.
Ci aspetta ora la sfida difficile, di una campagna elettorale che sappiamo si proverà a contrassegnare con una rappresentazione falsata tra chi sta con l’Europa, magari limando le politiche di austerità, e chi si oppone ad essa, con relativo corollario tra chi è favorevole e chi è contrario all’euro. E che tenterà di oscurare la presenza della lista dell’Altra Europa per Tsipras, magari dipingendola come puro residuo di una sinistra passatista e magari anche litigiosa. Sta a noi, ai tanti e diversi che si stanno impegnando in questo progetto, far emergere un percorso inedito e condiviso al di là delle appartenenze e delle esperienze di provenienza. Che si unifica appunto nell’idea di un’altra Europa e che si può ben identificare in un approccio che, dentro la più grave crisi del capitalismo dagli anni ’30 del secolo scorso, è radicale nei contenuti che propone, maggioritario nello sguardo della propria proposta, innovativo nelle forme della discussione e dell’agire politico. L’esperienza della raccolta delle firme ci dice che tutto questo è possibile, che, tra il subire le politiche dell’austerità e dei sacrifici e limitarsi a urlare la propria indignazione, si può pensare di percorrere la via della trasformazione e del cambiamento.
Dopo il nuovo fallimento della «Rivoluzione Civile» di Ingroia alle elezioni successive del 2013, quello dell’alleanza «Italia Bene Comune» tra Sel e Pd che ha preferito le «larghe intese» con Berlusconi e oggi con Alfano, dopo l’affermazione del Movimento 5 Stelle di Grillo, Tsipras è tornato in Italia come «Papa straniero». Ha federato i residui di quell’esperienza (Rifondazione Comunista e Sel, ma non il Pdci) con altri soggetti o raggruppamenti come Alba, per il momento in vista delle europee. Sulla continuazione di questa esperienza, ad oggi tenuta insieme dal prestigio intellettuale dei suoi «garanti» (Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale) poco, o nulla, si sa. Per il momento avanza la suggestione per una figura politica, che ha attraversato il movimento No Global, si è poi messo a fare politica senza mai rinunciare aalle sue idee politiche. Un esempio di coerenza e lungimiranza che oggi viene riconosciuto a livello internazionale.
Il libro di Pucciarelli e Russo Spena è il primo a raccontare, da sinistra, la storia di una battaglia impari, quella di un Davide greco, per di più di «sinistra radicale» contro i poteri forti in Grecia e il Golia tedesco in Europa. Un Davide che un sondaggio Mrb per il sito Real .Gr viene dato al 19,9% contro il 19,7 di Nuova Democrazia del primo ministro Antonis Samaras alle europee. I sondaggi per le prossime politiche ad Atene conferiscono al partito di Tsipras la maggioranza relativa e la definitiva cancellazione del Pasok – il Pd greco – responsabile dei quattro memorandum e delle politiche di austerità imposte dalla Bce, dalla Ue e dall’Fmi che hanno distrutto la Grecia. Con queste elezioni europee Syriza si è messa alla guida «della resistenza europea al neoliberismo» sostiene Tsipras nell’intervista rilasciata agli autori del libro. L’operazione è intelligente: dal suo punto di vista, il leader greco conduce una battaglia importante a livello continentale e sta usando la sua campagna elettorale per prepararsi a vincere le elezioni in patria.
È questa la lezione machiavelliana che Syriza ha imparato stando nelle lotte, durissime, condotte dalla società greca contro i governi delle larghe intese e le politiche di austerità. Una scelta difficilissima, quella di «stare nel gorgo» di una lotta, nelle sue contraddizioni, nel dramma di uno scontro che ha saputo dispiegare efferatezze, da entrambe le parti.
Radicamento sul territorio, costruzione di coalizioni con sindacati e movimenti di diversa ispirazione, ampia e articolata dialettica interna che Pucciarelli e Russo Spena definiscono una «babilonia» saldata dall’organizzazione di Syriza ma soprattutto dal carisma del suo leader 39enne. La sfida del governo non sarà facile per Tsipras che guida un partito che affronta l’aggressività interna, anche dei nazisti di Alba Dorata, e soprattutto gli attacchi della dittatura europea della Troika.
Il suo programma è solidamente socialdemocratico, neo-keynesiano, europeo e non nazionalistico, «avvicinabile a un neo socialismo di stampo latinoamericano» scrivono gli autori. La proposta per l’Europa è di riscriverne i trattati e promuovere un New Deal, un grande piano di investimenti pubblici per lo sviluppo. Per fare tutto questo, Syriza punta sulla virtù e sulla fortuna, elementi che non gli sono mancati dal 2004 ad oggi. Il libro sarà presentato domani a Roma al Forte Fanfulla alle 20 con Barbara Spinelli, Sandro Medici e Argiris Panagopoulos. Modera Daniela Preziosi.
Una domanda e una risposta su cui è utile riflettere. L'interrogativo che resta aperto è: a che serve il movimento che riempie le piazze e non riesce a cambiare ciò che vorrebbe? E' solo testimonianza, o può preparare il futuro? E se la risposta è questa, quali sono le condizioni che mancano? Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2014
«L’introduzione di un reddito minimo per i poveri di tipo non categoriale è stata cancellata dall’agenda politica. Il Governo Renzi si interessa solo di lavoratori con scarso reddito o disoccupati. Dimenticando chi non è mai entrato nel mercato del lavoro»
. da www.lavoce.info, 11 aprile 2014 (m.p.r.)
Solo lavoratori e disoccupati.
L’introduzione di un reddito minimo per i poveri di tipo non categoriale sembra di nuovo sparita dall’agenda politica. Rimandata dal Governo Letta a un lontano futuro, a favore della carta acquisti riservata solo, in via sperimentale, a una categoria di poveri così ristretta e cervelloticamente definita che i comuni fanno fatica persino a individuarli (come hanno ammesso anche Maria Cecilia Guerra e Raffaele Tangorra), nonostante l’evidenza dell’aumento della povertà assoluta, non fa parte delle riforme radicali che questo esecutivo ha in mente. Tra le tante raccomandazioni europee, è quella più ignorata, anche a parole, ancora più delle pur trascuratissime politiche di conciliazione tra responsabilità famigliari e lavorative.
Un ritorno all'Ottocento
Nella delega, il requisito dello status di disoccupato che ha esaurito il diritto all’Aspi per ottenere sostegno economico sembrerebbe contraddetto dal successivo comma 6, dove si propone “l’eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale”. Dato che non posso pensare che chi ha scritto i commi si sia distratto, temo che si tratti non di un allargamento delle norme di accesso all’assistenza economica, ma di una restrizione, per altro legittima, all’accesso ad altre prestazioni assistenziali: non basterà più essere disoccupati per avere l’abbonamento scontato sui mezzi pubblici o per non pagare i ticket sanitari. Occorreranno anche altri requisiti, in primis di reddito.
Per avere assistenza economica, tuttavia, non basterà essere poveri ed essere disponibili a mettere in opera tutte le attività necessarie per migliorare le proprie chances occupazionali. Occorrerà, appunto, anche aver perso il lavoro ed esaurito l’Aspi.Un’ultima osservazione: mentre si identificano i soli disoccupati come possibili beneficiari si assistenza economica, si dà una interpretazione assistenziale anche della indennità di disoccupazione, o Aspi. Al punto c del comma 6, infatti, si propone di individuare meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo dei soggetti beneficiari sia di Aspi che del sussidio di secondo livello, al fine di favorirne “l’attività a beneficio delle comunità locali”. Non solo l’assistenza, anche la previdenza sono così trasformate in beneficenza da contraccambiare con lavoro gratuito, neppure con i discussi e discutibili mini-jobs imposti agli assistiti in Germania. Più che la(s)volta buona, sembra piuttosto un ritorno all’Ottocento.
E' davvero interessante che un notista politico così acuto e informato si limiti a constatare che in Italia il gioco è interamente ristretto al duello tra i due populismi (direi i due "autoritarismi" o meglio ancora i due ducetti). A sinistra, per un'Europa nuova, non c'è proprio nulla? Guardi meglio.
La Repubblica, 14 aprile 2014
NON ci sono ancora dati attendibili, in vista delle Europee. Stimare in modo credibile le scelte di voto, con troppo anticipo, è difficile. E, prima ancora, rischioso. Basti l’esempio delle elezioni politiche del 2013. E fare pronostici, partendo dai sondaggi, oggi è ancor più insidioso dell’anno scorso. Un po' per i limiti dello strumento. Ma soprattutto perché sono molti gli elettori indecisi, che scelgono all’ultimo momento se e per chi votare. L’anno scorso, ad esempio, secondo le indagini del La Polis dell’Università di Urbino (pubblicate in Un salto nel voto, Laterza), oltre il 10% degli elettori del M5s (3-4 punti, in termini complessivi) maturarono la loro scelta negli ultimi due giorni. I last minute voter premiarono largamente il M5s ai danni del Pd.
Oggi, comunque, per azzardare stime di voto — usandole come previsioni — c’è la complicazione del tempo. E del tipo di elezione. Manca ancora molto. E, soprattutto, si tratta di elezioni europee. Che gli elettori hanno sempre affrontato in modo diverso, rispetto alle altre consultazioni. Usandole, di frequente, come un test per lanciare messaggi “interni” ma anche “esterni” al Paese. Contro le forze politiche nazionali e i governi europei. Tanto più che si vota con un sistema proporzionale, senza alleanze né alleati di coalizione. In più, c’è il problema dell’astensione. La quota di chi non si reca alle urne, infatti, è sempre più ampia rispetto alle altre elezioni. Nel 2009, in Italia, votò il 65% degli aventi diritto: 10 meno delle politiche di un anno fa. Per questo è difficile cogliere tendenze attendibili, in questa fase. Anche se, per quel che mi riguarda, io mi sono fatto un’impressione, abbastanza precisa. Confortata solo in parte dai sondaggi.
Personalmente, infatti, io credo che si delinei un risultato diverso, rispetto alle elezioni politiche dell’anno scorso, quando sono emerse tre grandi minoranze. Fra loro incompatibili oppure alternative. Dopo un anno di governi di intese larghe e nebulose; un anno di frazionamento partitico, a destra, e di cambiamento di leadership — e di premiership — a sinistra: penso che molto sia cambiato, rispetto al 2013. Ritengo, in particolare, che in questa occasione le grandi minoranze, in grado di ottenere un risultato importante, siano, di nuovo, due. Renzisti e Grillini. Che il voto si concentrerà, dunque, sui due principali partiti che oggi occupano la scena politica. Il (post) Pd, unica maggioranza. E il M5s, unica forza di opposizione.
Così, non resta che Grillo. Insieme al M5s. L’unico oppositore e l’unica opposizione. L’unico canale del dissenso tematico — sulle spese della politica, le regole istituzionali e costituzionali. Ma soprattutto, del dissenso-e-basta. Contro lo Stato centrale, contro l’Europa dell’Euro, contro il ceto politico e la classe dirigente. Per questo Grillo cavalca e alimenta ogni manifestazione anticentralista. Da ultimo, in modo clamoroso, la mobilitazione per l’indipendenza regionale promossa e gestita dai “venetisti”. Condivisa da gran parte dei suoi elettori (circa il 60%, secondo Demos ma anche Ipsos). L’in-dipendenza, secondo l’interpretazione di Grillo, come non-dipendenza da Roma, dallo Stato, dall’Europa. In nome della democrazia della Rete. La democrazia diretta, senza mediazioni e senza mediatori. Salvo Grillo, Casaleggio e il loro sistema operativo. Per questo Grillo ha, ormai, puntato le sue armi — retoriche e polemiche — con un solo, unico bersaglio. Renzi. “Colpevole” di essere visibile, anche troppo. Capace di comunicare, di usare i media. Come lui. Grillo. Veterano delle piazze, dei teatri, delle arene. Della tivù. Cerca, così, di personalizzare l’alternativa pro o contro Renzi. Di trasformarla in una contesa fra renzismo e grillismo. Un po’ come al secondo turno delle presidenziali oppure, per analogia, delle elezioni per il sindaco. Com’è avvenuto a Parma, nel 2012, quando Pizzarotti intercettò il voto della destra, determinata a battere la sinistra. Certo, le europee non sono le amministrative né le politiche. Tanto meno le presidenziali. Però, l’ election day associa il voto europeo a quello amministrativo. In molte città. Grillo non è Pizzarotti. E Renzi è un Capo capace di polarizzare il consenso e la competizione. Per cui non mi sorprenderei se, il prossimo 25 maggio, il voto si bi-personalizzasse. E i primi due partiti — Pd e M5s — e i loro Capi ottenessero, insieme, i due terzi dei voti. Riproponendo quel “bipartitismo imperfetto” che, secondo Giorgio Galli, ha segnato la storia della nostra Repubblica.
Le regge di quello che a troppi italiani piacque, e magari piace ancora, anche perché di travestiva da Re (Mida). L
a NuovaSardegna, 13 aprile 2014
La richiesta di Berlusconi di essere affidato ai servizi sociali all'interno della sua tenuta di Arcore (secondo Il Messaggero) è l'ultima incredibile mossa che conferma il ruolo polifunzionale attribuito alle sue case.
Per raccontare e interpretare l'ultimo ventennio, non si potrà eluderlo l'intreccio pubblico-privato – condensato nell'intimo di quelle case – e al quale l'Italia si è appassionata fino ai dettagli. Palese nelle intercettazioni che sono ormai testi con una loro cifra (la cronaca è letteratura compressa, diceva Oscar Wilde). Berlusconi si capirà solo traducendo la fiction e spiegando l'iconografia che molto si è giovata di sfondi domestici. In parte svelati da giornalisti coraggiosi o fortunati: per via di un filtro potente, una regia con il compito di escludere il caso nella rappresentazione (o pronta a volgerlo a vantaggio).
Le case di Berlusconi sono la location del format – direbbero gli esperti di televisione. Hanno contribuito molto al suo successo e alle sue disgrazie, e avranno un posto nel resoconto degli storici. Sono i palazzi del potere di quest'epoca, indispensabili alla recita allestita volta per volta (la libreria con foto di famiglia nei momenti solenni). Case di un uomo politico molto ricco, diventate scenari della politica. Come mai era accaduto nella storia della Repubblica, e com'era, piuttosto, nelle monarchie, quando la reggia assicurava i fondali per le movenze simboliche del sovrano e della corte. Gli organi di informazione hanno continuamente titolato di incontri a Palazzo Grazioli (tutto maiuscolo). E così la sua casa di Belusconi divenuta per molti una sede istituzionale. Talmente attrezzata da rendere sconsigliabile ogni attività distante da quelle mura protettive. Tant'è che il giorno drammatico della decadenza il pubblico è stato convocato nella strada lì davanti
Nessuno ha mai fantasticato sulle case dei leader della prima Repubblica, che so, sull' appartamento di Prodi a Bologna. E neppure Mussolini, in quell'altro ventennio, ha mai esibito una sua casa a Roma (era ospite dei Torlonia e vedeva Claretta a Palazzo Venezia).Dopo il 1994 le sedi del governo e della politica sono finite in secondo piano, e architetture come Palazzo Chigi (la “prua d'Italia” secondo il duce) sono state declassate a succursali della casa romana di Berlusconi, o addirittura della villa in Sardegna.
Due splendide residenze aristocratiche, impianto seicentesco, interni sempre troppo agghindati per le foto ufficiali; mentre la casa sarda, già di Flavio Carboni, rispecchia il sogno della villeggiatura dei molto danarosi. Stile “Costa Crociere”, attrezzata per gli show estivi con gli effetti speciali noti (finto nuraghe, vulcano telecomandato, anfiteatro con luci psichedeliche, ecc.), resterà nella memoria per gli illustri ospiti stranieri costretti a perdere l'aplomb istituzionale in quel clima spensierato.
E' in questo set di edifici che la corte berlusconiana ha affiancato tutti i comportamenti del leader, nelle vesti improbabili dello statista con le note derive dal pop al trash. E ognuno di questi luoghi ha consentito lo svolgimento di attività diverse in un mix simultaneo (incontri di affari, strip tease, riunioni di partito e cene eleganti). Il modello è l'abitare del sovrano per il quale tutte le occasioni – un'udienza solenne come un ballo in maschera – erano buone per prendere decisioni.
Gli studiosi che si sono interrogati sul potere sanno che pure grazie ai simboli l' autorità politica viene percepita e riconosciuta. E' andata come sappiamo in questi anni. E ora potrebbe cominciare un'altra storia, almeno affrancata da comportamenti da antico regime. Gli interrogativi di queste ore sul futuro di Berlusconi in declino sottintendono pure il destino delle sue case, con quel surplus di valore simbolico che forse impedirà un loro ritorno nella normalità della dimensione privata. E comunque vadano le cose per Berlusconi, è facile immaginare che per i suoi sostenitori conserveranno la capacità di evocare i fasti del passato, nonostante il senso di malinconia che mettono i luoghi dove i leader concludono la loro carriera.
A tutti gli altri basterà che i palazzi delle istituzioni tornino ad assumere appieno il loro ruolo.
Intervistato da Antonio Sciotto il costituzionalista ammonisce: «stiamo attenti, perché l’esclusione e la povertà hanno raggiunto ormai pesi insostenibili, e la politica non può cancellare il conflitto evitando il confronto». Ma c'è da dubitare che il balilla che conduce il paese lo ascolti.
Il manifesto, 13 aprile 2014
A concludere il congresso della Fiom, giusto poco prima della sfida tra Susanna Camusso e Maurizio Landini, non poteva che essere Stefano Rodotà. Il professore, amatissimo dai metalmeccanici e legato a doppio filo a Landini, ha esordito togliendosi qualche sassolino messogli nella scarpa dal presidente del consiglio: «C’è il populismo di Berlusconi – ha spiegato – e c’è quello di Grillo, ma c’è anche un nuovo populismo, più soffice, di Renzi. Come si può definire altrimenti l’atteggiamento di chi rifiuta il confronto con i corpi intermedi come il sindacato, per rimuovere forzosamente la complessità che c’è nella società?».
E non basta, Renzi viene anche accusato di voler realizzare un «neoautoritarismo, un autoritarismo soft, che mantiene le forme della democrazia e ne svuota la sostanza». Brucia ancora al costituzionalista l’attacco del premier ai «professoroni» che lo criticano sull’Italicum e la riforma del Senato. Ma soprattutto, Rodotà è preoccupato dalla tenuta della democrazia: «Si vuole tenere fuori chi sta sotto l’8% – dice – Si intende dire a chi prenderà magari 3 milioni di voti che per lui non c’è posto. Si profila una concentrazione del potere che sovrarappresenterà pochi soggetti, i due partiti a cui si vuole ridurre il Parlamento, e lascerà fuori tutti gli altri. Il governo e la maggioranza della nuova Camera coincideranno, con l’opposizione che sarà simbolica. E tutto senza contrappesi adeguati negli organi di controllo: perché dallo stesso blocco verranno il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i membri del Csm. E il Senato stesso non avrà sufficienti funzioni di controllo».
Rischio di autoritarismo, dunque: «Noi diciamo sì alla fine del bicameralismo perfetto – continua Rodotà – ma se la legge di bilancio e la fiducia le avrà la sola Camera, si costituisca allora un Senato elettivo, con legge proporzionale, così da assicurare la rappresentanza a tutti e poter avere contrappesi. Io sono stato deputato negli anni di piombo, e far entrare allora i partiti “extraparlamentari” fu un modo per evitare rischi di collateralismo con il terrorismo. Stiamo attenti, perché l’esclusione e la povertà hanno raggiunto ormai pesi insostenibili, e la politica non può cancellare il conflitto evitando il confronto».
Il professore pone un parallelismo tra due recenti pronunciamenti della Corte costituzionale: «Mi riferisco alle sentenze sulla Fiat e sul Porcellum, necessariamente collegate, perché vengono dalla stessa Consulta e parlano entrambe di rappresentanza». In una passata iniziativa della Fiom, tra l’altro, Rodotà aveva esplicitamente criticato il Testo Unico firmato anche dalla Cgil e attaccato dalla Fiom, rilevando dei possibili rischi di incostituzionalità: ma ieri, probabilmente a causa della presenza di Susanna Camusso – che lo ha ascoltato con attenzione seduta alla presidenza – su questo tema ha preferito non prendere posizione in modo esplicito, per non far precipitare la tensione.
Rodotà ha quindi confermato l’annuncio già fatto da Landini: il gruppo della «Via maestra» si appresta a «raccogliere le firme per un referendum sull’articolo 81 della Costituzione», in modo da abrogare l’obbligo del pareggio di bilancio. Subito dopo, ha elencato le battaglie che lo vedranno alleato alla Fiom di Landini: la richiesta al governo Renzi e al Parlamento di «abrogare l’articolo 8» voluto da Sacconi su pressioni della Fiat, «istituire un reddito minimo o di cittadinanza che dir si voglia», «approvare una legge sulla rappresentanza». Infine, «tornare a sperimentare nuovi modelli di partecipazione, come il bilancio partecipato nei comuni»
«I robot sono dietro l’angolo, ma «le strategie manifatturiere costruite sul risparmio di costo del lavoro stanno diventando fuori moda». Le variabili in gioco sono di più e sono più complesse». La
Repubblica, 13 aprile 2014
IL FENOMENO è mondiale, dall’America all’Europa. Negli Stati Uniti, fa addirittura parlare di rinascita dell’industria manifatturiera nazionale. Forse, gli americani esagerano. I numeri, però, cominciano ad essere indicativi, dice Luciano Frattocchi, dell’università dell’Aquila. Insieme a colleghi di Catania, Udine, Bologna, Modena e Reggio, Frattocchi ha costruito un gruppo di ricerca — UniCLUB MoRe — che tiene il conto. Negli Usa, sono ormai 175 le decisioni di rimpatrio, totale e parziale, di produzione. Ma dopo gli Usa, la classifica mondiale dei ripensamenti vede le aziende italiane, con un’impennata a partire dal 2009. Sono 79 unità produttive, che coinvolgono una sessantina di aziende. Circa il doppio di quanto si registra in Germania, in Gran Bretagna o in Francia. In un momento di diffusa paralisi del sistema industriale italiano, le condizioni a cui questi rimpatri avvengono, le loro motivazioni, le scelte strategiche che sottintendono riescono a dire molto, già oggi, di come potrà essere la ripresa prossima ventura dell’economia italiana.
«Per quanto la Rete sia meravigliosamente elastica e resistente, non possiamo dimenticare che fu concepita alle origini per qualche milione di utenti al massimo, ora siamo miliardi. È un sistema che si sta avvicinando al livello di guardia, nel senso che sta raggiungendo quel limite oltre il quale potrebbe sfuggire al controllo umano». La
Repubblica, 13 aprile 2014 (m.p.r.)
«Se esistesse una scala Richter da 1 a 10 per i terremoti su Internet, quello che abbiamo subìto pochi giorni fa sarebbe a quota 11». L’esperto di crittografia Bruce Schneier ha fatto questo bilancio drammatico sul New Yorker, a proposito del super-virus Heartbleed. 500.000 siti violati per due anni, inclusi colossi come Twitter, Yahoo, Amazon, Dropbox, Tumblr. Centinaia di milioni di password, carte di credito, accessi bancari potrebbero essere finiti in mano a hacker, ladri, truffatori. Il bilancio è ancora provvisorio. Questi disastri si susseguono sempre più spesso e con un’intensità crescente: è di pochi mesi fa il maxifurto di milioni di carte di credito dei clienti di Target, la catena di grandi magazzini. Tra le cause, spiccano due anomalie. Primo, nella Rete la sicurezza non è una priorità così stringente come lo è per esempio nel trasporto aereo (dove gli incidenti diminuiscono da anni anziché aumentare). Secondo punto, a conferma del primo: molti dispositivi di sicurezza (come il software di crittografia OpenSsl che è stato vittima del supervirus Heartbleed) sono frutto di lavoro volontario, semi-gratuito o scarsamente remunerato, nonostante gli immensi profitti incassati dai giganti dell’economia digitale. Ma questa sottovalutazione potrebbe portarci verso un cataclisma molto peggiore. È il Grande Blackout della Rete, evocato in una conferenza Ted da Dan Dennett, raccogliendo plausi e allarme nel mondo degli esperti. «Cerchiamo almeno di prepararci a sopravvivere per le prime 48 ore di caos e paralisi totale», è una delle esortazioni di Dennett. In quei primi due giorni forse ci giocheremmo tutto, l’umanità (almeno quella che abita nei paesi avanzati) rischierebbe di retrocedere in una sorta di Medioevo. «L’11 settembre 2001 sembrerebbe un episodio minore al confronto», rincara Dennett, ricordando che in effetti l’attacco alle Torri Gemelle avvenne in un’era quasi preistorica dal punto di vista della nostra dipendenza digitale.
Continuità a oltranza col peggior passato .
Il manifesto, 13 aprile 2014, con postilletta
C’era qualche preoccupazione nel pensare di aprire il ragionamento sul Piano casa del governo Renzi ricordando la figura di Giorgio La Pira. Temevo infatti che la lingua incontinente del premier avrebbe sepolto il grande sindaco della Firenze degli anni del dopoguerra sotto la sequela di insulti che dedica ormai al meglio della cultura italiana, da Rodotà a Zagrebelsky e Settis. Un altro professorone da disprezzare, o meglio un estremista. La Pira lasciò infatti di stucco l’opinione pubblica dell’epoca perché requisì molti appartamenti non utilizzati per assegnarli alle famiglie povere e per i senza tetto. Un adempimento audace, ma iscritto nella Costituzione (art. 3) che conosceva alla perfezione avendo fatto parte dell’assemblea costituente.
Anche oggi ci sono decine di migliaia di famiglie e di giovani che non hanno la possibilità di avere una casa, ma la musica è cambiata. Nell’articolo 5 del decreto legge n. 47 (finalmente pubblicato pochi giorni fa) «Piano casa per l’emergenza abitativa» si afferma che nelle occupazioni abitative che punteggiano molte grandi aree urbane del paese e che riguardano, come è noto, edifici abbandonati da tempo, è vietato allacciare i pubblici servizi, acqua e luce elettrica. La Pira era un cattolico come il premier e come il ministro per le infrastrutture Maurizio Lupi e quell’articolo dimostra l’abisso culturale che li divide. Quest’ultimo ha definito delinquenti gli occupanti.
Ma non è questa l’unica vergogna presente nel testo di legge preparato con tutta evidenza dall’ufficio studi dell’associazione dei costruttori e dalla proprietà edilizia e prontamente veicolato dal premier. Nei venti anni di cancellazione di ogni regola, si è costruito molto nel nostro paese: i dati ufficiali ci dicono che gli alloggi recenti invenduti sono un milione e mezzo: da soli potrebbero ospitare quattro o cinque milioni di abitanti. Ancora i dati ufficiali ci dicono poi che ci sono oltre 200 mila famiglie in grave disagio abitativo. Ma figuriamoci se chi si è arricchito oltre misura in questi due decenni rinunci ad una modesta parte delle previsioni di guadagno. Così, all’articolo 10 si permette di assimilare quegli alloggi, dovunque siano ubicati e qualunque qualità abbiano, in alloggi «sociali», che vuol dire ottenere tutte le agevolazioni di legge ed economiche per destinarli a famiglie in grado di pagarsi un mutuo immobiliare.
Se la vendita di automobili supera la domanda di mercato e i piazzali delle aziende si riempiono, si riduce la produzione e per salvaguardare i lavoratori si ricorre a contratti di solidarietà o agli ammortizzatori sociali. Il comparto abitativo continua a sfuggire alle logiche del mercato tanto osannate a parole. Se il mercato tira, gli operatori immobiliari possono guadagnare ciò che vogliono perché lo Stato ha rinunciato da tempo a qualsiasi azione calmieratrice. Nel decreto legge, ad esempio (articolo 3) si prevede ancora di vendere le poche case rimaste di proprietà pubbliche. Se il mercato entra invece in una crisi epocale che necessiterebbe di ben altre analisi e soluzioni, si ricorre agli aiuti pubblici.
Una volta piazzate le case invendute, non si rinuncia neppure a costruire ancora nuovi quartieri. Sempre l’articolo 10 dice infatti che lo stesso trucco che trasforma l’edilizia privata in alloggi assistiti dal denaro pubblico si applica anche alle grandi lottizzazioni che non erano neppure iniziate proprio per la crisi di mercato. Si perpetua dunque il modello dissipativo che ha portato all’attuale crisi di sovraproduzione.
La Pira viveva in un piccolo alloggio all’interno di un convento anche se non gli mancavano certo amici in grado di fornirgli una casa a prezzi vantaggiosi. Renzi quando era sindaco della stessa città ha scelto di farsi pagare l’alloggio da un facoltoso amico. Un altro segnale eloquente della distanza morale e culturale che ci separa da quel fecondo periodo. La conseguenza di questa distanza culturale stava ieri sotto gli occhi di Roma: decine di migliaia di persone e di giovani senza casa chiedevano provvedimenti veri in grado di risolvere davvero l’emergenza abitativa. Provvedimenti neppure sfiorati da un decreto legge scritto in continuità con le teorie economiche responsabili dell’attuale crisi
«L’ex rettore della Normale insegna a tutelare il territorio (anche dai disastri del Tav) e il premier lo tratta con sarcasmo: vietato criticare il governo».
Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2014
In presentazione di un suo saggio uscito da pochi anni (Azione popolare. Cittadini per il bene comune Einaudi, 2012) il giornalista che intervista Salvatore Settis commenta: “L’ex rettore della Normale di Pisa è un 71enne signore dai modi gentili e leggermente impacciati, tipici di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più prestigiose istituzioni universitarie”.
Salvatore Settis, dice: “Il mio non è un atteggiamento estremista né ammiccante all’antipolitica, cioè all’odio e alla volontà di eliminare gli altri, ma è invece un modo di pormi fatto di indignazione e radicalità. Tutti i cittadini dovrebbero mobilitarsi per l’interesse generale, a difesa dei beni comuni. Compresi quelli artistici”.
Conosco Salvatore Settis da parecchi anni. Ho avuto la fortuna di tenere lezioni e convegni sul teatro e sull’arte della messa in scena alla Normale di Pisa, che ha diretto lungamente. Ho imparato dai suoi saggi e dagli articoli che trattano della salvaguardia del paesaggio e del territorio sommerso quanta negligenza criminale deve sopportare il nostro Paese; non solo, ma il Prof. Settis si inoltra con analisi chiare e inconfutabili a proposito dei progetti ferroviari di transito veloce che causano veri e propri disastri ambientali e che non tengono conto dei sacrosanti diritti delle popolazioni che grazie a questo atto di feroce modernizzazione perdono la propria autonomia e libertà; inoltre, lo scienziato Settis, sottolinea con giusta ironia come siano abili e spudorati i responsabili di questa tutela nello scaricare addosso alla natura e alle calamità imprevedibili la causa dei disastri che ciclicamente colpiscono la nostra terra.
Questi suoi scritti sono lezioni impagabili che ogni gestore della cosa pubblica dovrebbe imparare a memoria. Eppure è talmente desueta la coscienza dell’apprendere che uno scienziato come Settis che ha l’ardire di avanzare una critica al programma politico del governo in carica, fa scattare l’indignazione immediata da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi che con evidente sarcasmo commenta la scienza alla quale è legato il critico Settis, l’archeologia, anzi tout court lo definisce l’archeologo, cioè qualcuno che è con il cervello nel sottosuolo.
Secondo l’enciclopedia Treccani, caratteristica dell’Archeologia è il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante cioè lo scavo sul terreno, la ricognizione di superficie e la lettura dei resti monumentali residui, cioè è la scienza che invita a guardare sotto, in profondità ai problemi e non dare nulla riguardo alla base per scontato. Come diceva Socrate: “Chi non scava, non sa su cosa cammina e trascorre la vita”.
Si vede subito che il Signor Renzi è uno che resta in superficie e si limita piuttosto ai ‘si dice che’. Andare in profondo significa scegliere la fatica di osservare le cose sempre da punti di vista diversi, scoprire spesso il rovescio della propria condizione sia statica che dinamica; ed è proprio di lì che Eratostene di Cirene, nel II sec. a.C., intuisce che non solo gli umani vanno vivendo su una superficie sferica ma ha l’illuminazione che, grazie alla rivoluzione del nostro pianeta, nell’universo non esiste né sopra né sotto né donne e uomini all’in piedi o capovolti.
Ma questo Renzi non l’ha ancora capito. Se il governo ha un’idea bisogna che tutti i cittadini la condividano. Chi fa obiezione si ritrova fuori dall’universo. E non bisogna quindi prenderlo in considerazione, specie se è un archeologo.