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Il manifesto, 23 aprile 2014

Ci si chie­deva spesso, decenni fa, nelle scuole e sui media, come fosse stato pos­si­bile che nel 1931, su oltre mil­le­due­cento docenti uni­ver­si­tari, solo una quin­di­cina avesse rifiu­tato di giu­rare fedeltà al fasci­smo; e come fosse stato pos­si­bile che con loro si fos­sero alli­neati migliaia di gior­na­li­sti, di scrit­tori, di intel­let­tuali — la tota­lità di quelli rima­sti in fun­zione — con­tri­buendo tutti insieme a costruire una solida base di con­senso alla dit­ta­tura di Mussolini.

Il con­te­sto è sicu­ra­mente cam­biato, ma forse il ser­vi­li­smo è rima­sto inva­riato. Oggi, senza nem­meno l’alibi di un’imposizione da parte di un potere auto­ri­ta­rio e incon­trol­lato, a cui peral­tro anche allora molti erano già ben pre­di­spo­sti, la corsa ad alli­nearsi con il potente di turno, magni­fi­can­done qua­lità e ope­rato, ha assunto da due decenni a que­sta parte un anda­mento a valanga; per poi accor­gersi, una volta usciti tem­po­ra­nea­mente o defi­ni­ti­va­mente di scena i desti­na­tari di tanta ammi­ra­zione, che i risul­tati del loro ope­rare — del loro «fare» in campo eco­no­mico, sociale, isti­tu­zio­nale e, soprat­tutto, cul­tu­rale — erano incon­si­stenti, nega­tivi, o addi­rit­tura dram­ma­tici. Ma rima­neva tut­ta­via, in alcuni angoli riser­vati del gior­na­li­smo car­ta­ceo e tele­vi­sivo, lo sforzo di un vaglio cri­tico delle misure assunte dai governi che lasciava uno spi­ra­glio alla legit­ti­ma­zione di un’opposizione.

Da qual­che mese, al seguito della caval­cata sul nulla di Mat­teo Renzi — «dà con una mano per pren­dere con l’altra» (e molto di più) è la sin­tesi del suo ope­rato — il coro delle ova­zioni si è fatto assor­dante; lo spa­zio che gli riser­vano gior­nali e tv è tota­li­ta­rio (come docu­menta l’osservatorio sulle tv di Pavia); i toni sono peren­tori; i rimandi alle sue polie­dri­che capa­cità incon­ti­nenti; il ser­vi­li­smo degli adu­la­tori dila­gante (papa Fran­ce­sco copia «lo stile di Renzi» ci ha infor­mato un noti­zia­rio). Non c’è più un regime fasci­sta a imporre que­sto alli­nea­mento; sono piut­to­sto que­sti alli­nea­menti a creare le solide pre­messe di un «moderno» auto­ri­ta­ri­smo. «Moderno» per­ché è quello auspi­cato dall’alta finanza, che ormai con­trolla la poli­tica e le nostre vite; come emerge anche da un docu­mento spesso citato della Banca J.P.Morgan che si sca­glia con­tro le costi­tu­zioni anti­fa­sci­ste e demo­cra­ti­che che osta­co­le­reb­bero il pro­fi­cuo svol­gi­mento degli «affari». È l’autoritarismo per­se­guito dalle «riforme» costi­tu­zio­nali ed elet­to­rali di Renzi, tese a can­cel­lare con pre­mio e soglie di sbar­ra­mento ogni pos­si­bi­lità di con­tro­bi­lan­ciare i poteri dei par­titi — o del par­tito — al potere: non solo in Par­la­mento, ma ovun­que; a par­tire dai Comuni, non certo aiu­tati a «fare», bensì para­liz­zati dai tagli ai bilanci e dal patto di sta­bi­lità per costrin­gerli ad abdi­care dal loro ruolo, che è for­nire quei ser­vizi pub­blici locali di cui è intes­suta l’esistenza quo­ti­diana dei cit­ta­dini. Renzi, come Letta, Monti e Ber­lu­sconi, vuole costrin­gerli ad alie­narli: come aveva fatto Mus­so­lini sosti­tuendo ai con­si­gli comu­nali i suoi prefetti.

Una riprova non mar­gi­nale di que­sto clima è il modo in cui stampa e media seguono la cam­pa­gna elet­to­rale euro­pea, con­fi­nan­dola inte­ra­mente in un con­fronto Renzi-Grillo (con Ber­lu­sconi ormai ai mar­gini) privo di con­te­nuti pro­gram­ma­tici e tutto incen­trato sulle diverse forme di «cari­sma» che i due lea­der esibiscono.

In que­sto con­te­sto il silen­zio calato sulla lista L’altra Europa con Tsi­pras, l’unica che si pre­senta con un pro­gramma per cam­biare radi­cal­mente l’Europa (che è l’argomento di cui è proi­bito par­lare) e non per abban­do­narla insieme all’euro, né per con­ti­nuare sulla rotta di quell’austerity difesa e votata fino a ieri come pas­sag­gio obbli­gato per tor­nare alla “cre­scita”. Della lista L’altra Europa stampa e tv hanno seguito e ingi­gan­tito le dif­fi­coltà incon­trate nel corso della sua for­ma­zione, per poi calare una cor­tina di silen­zio totale sulla sua esi­stenza e sui suoi suc­cessi. La venuta di Tsi­pras a Palermo, con un tea­tro pieno, la gente in piedi e mille per­sone rima­ste fuori ad ascol­tare, con una visita all’albero di Fal­cone accom­pa­gnato da cen­ti­naia di soste­ni­tori e con l’incontro con il sosti­tuto Di Mat­teo, non ha meri­tato nem­meno un cenno o una riga. Nem­meno la con­se­gna delle 220 mila firme rac­colte per con­sen­tire la par­te­ci­pa­zione della liste alle ele­zioni, un risul­tato su cui molti media ave­vano scom­messo che non sarebbe mai stato rag­giunto, ha avuto la minima men­zione. L’apertura della cam­pa­gna elet­to­rale al tea­tro Gobetti di Torino con la par­te­ci­pa­zione di Gustavo Zagre­bel­sky e altre cen­ti­naia di soste­ni­tori è anch’essa scom­parsa nel nulla. Quando si accenna di sfug­gita alla lista L’altra Europa, per lo più per deni­grare o sbef­feg­giare i tanti intel­let­tuali di valore che la sosten­gono — ribat­tez­zati “pro­fes­so­roni”; e solo per que­sto se ne parla — il suo pro­gramma viene assi­mi­lato a quello dei no-euro, dei nazio­na­li­sti o addi­rit­tura dei fasci­sti. Per­ché “se non si è con Renzi non si può che essere con­tro l’Europa”.

Il bara­tro in cui è pre­ci­pi­tato il gior­na­li­smo ita­liano si vede dal fatto che molti non rie­scono nem­meno a capire che si possa volere un’Europa diversa da quella che c’è; che è quella di Renzi, come lo era di Letta, di Monti e anche di Ber­lu­sconi e Tre­monti quando erano al governo. Eppure non è man­cato agli stessi gior­nali e tele­gior­nali lo spa­zio per occu­parsi del con­gresso del “nuovo” (il 14°) par­tito comu­ni­sta fon­dato da Rizzo, della pre­sen­ta­zione della lista elet­to­rale Sta­mina, della riam­mis­sione dei Verdi alla com­pe­ti­zione elet­to­rale anche senza aver rac­colto le firme (men­tre chi le ha rac­colte non ha meri­tato nem­meno una riga).

Il tutto viene com­ple­tato con la pre­sen­ta­zione di son­daggi che danno la lista per morta: sono i tre divul­gati dalle tv di regime, men­tre tutti gli altri son­daggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbar­ra­mento, ma non ven­gono resi noti. Io, che ho lavo­rato anche in una società di son­daggi, so bene come si fa ad orien­tarli (e anche a fal­si­fi­carli) e quanto con­tri­bui­scano a “orien­tare” e a mani­po­lare la realtà. Gior­nali occu­pati dalla stig­ma­tiz­za­zione della casta non fanno un cenno del fatto che siamo l’unica lista ad affron­tare que­sta cam­pa­gna elet­to­rale senza un euro di finan­zia­menti di stato o di pub­bli­cità. E così via. Poco per volta, e a volte imper­cet­ti­bil­mente, si sci­vola verso un nuovo regime e in que­sta tem­pe­rie per­sino le cri­ti­che all’operato di Renzi ven­gono pro­po­ste come ragioni per un soste­gno dovuto e ine­lut­ta­bile.

Tipico da que­sto punto di vista, per­ché rias­sume una para­bola che coin­volge un po’ tutti i com­men­ta­tori poli­tici che in qual­che modo devono misu­rarsi con numeri e dati che con­trad­di­cono fron­tal­mente le dichia­ra­zioni del lea­der, è l’editoriale (l’omelia set­ti­ma­nale) di Euge­nio Scal­fari com­parso sul numero pasquale di Repub­blica. In sostanza, vi si dice, gli 80 euro di Renzi sono una bufala senza coper­tura finan­zia­ria, che gli ser­virà per stra­vin­cere le ele­zioni euro­pee, anche se è basata un una serie di imbro­gli con­ta­bili che pre­sto ver­ranno alla luce. Ma — scrive Scal­fari, che pure, in mar­gine a una cri­tica alla riforma del Senato pro­po­sta da Renzi mani­fe­sta, senza sot­to­li­nearla, la con­sa­pe­vo­lezza che la sua riforma elet­to­rale stra­vol­gerà com­ple­ta­mente l’assetto demo­cra­tico del nostro paese — c’è da augu­rarsi comun­que che quell’imbroglio fun­zioni; per­ché così il governo si raf­for­zerà, recu­pe­rerà anche in Europa il pre­sti­gio per­duto e la cre­scita potrà ripar­tire. Il che mostra in che conto Scal­fari tenga “que­sta Europa”: quella a cui stiamo sacri­fi­cando le ormai molte “gene­ra­zioni per­dute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vec­chiaia e la vita stessa di un numero cre­scente di cit­ta­dini, di lavo­ra­tori e di impren­di­tori, e l’intero tes­suto pro­dut­tivo del nostro e paese. E mostra anche che idea abbia - e non solo lui - della cre­scita (il “flo­gi­sto” del nostro tempo, come lo chiama Luciano Gal­lino: tutti ne par­lano e nes­suno sa che cosa sia).

Ma soprat­tutto mostra dove porta que­sta teo­ria, o visione, o per­ce­zione, sem­pre più dif­fusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiag­gia”. Così, quando si sarà com­piuto il disa­stro eco­no­mico, sociale e isti­tu­zio­nale a cui ci sta tra­sci­nando quella sua caval­cata fatta di vuote pro­messe, di truc­chi con­ta­bili e di nes­suna capa­cità di pro­get­tare un vero cam­bia­mento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tor­nare indie­tro. È per que­sto che biso­gna fer­marlo qui e ora, a par­tire da un rove­scia­mento dei pro­no­stici — meglio sarebbe chia­marli auspici di regime — tutti a favore delle destre nazio­na­li­ste e raz­zi­ste masche­rate die­tro la cam­pa­gna anti-euro, o delle lar­ghe intese tra Ppe e Pse, con le quali la poli­tica eco­no­mica, fiscale e mone­ta­ria dell’Unione dovrebbe pro­se­guire indi­stur­bata il suo cam­mino di distruzione.

«I governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.Non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito».

La Repubblica, 23 aprile 2014

Raggruppati in un’Unione che non ha niente da dire in politica estera - né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull’alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare - i governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.Una svastica sul seno per la protesta delle Femen contro Marine Le Pen in Europa.

L’ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano. S’aggrappano a un’Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda. Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta. Non c’è evento, non c’è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s’insabbia. Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l’Unione, sia per la Russia. Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l’Unione le sta fallendo tutte. Le sta fallendo in Ucraina, perché l’Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.

L’Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l’unico che l’Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario. La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l’errore madornale di Kohl, quando disse negli anni ‘90 che la Slovenia «meritava l’indipendenza», essendo «etnicamente omogenea»). Depoliticizzata, l’Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l’avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s’erga un’Ucraina occidentalizzata d’imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia. Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l’Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.
La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell’Europa rischiano d’esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici. Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l’Unione s’è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell’ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l’assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost. Sono in pericolo anche tasse cui l’Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c’è. Nell’incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l’accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l’Europa.
Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all’anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l’Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L’istituto Prometeia, pur favorevole all’accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L’istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali. Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe. Tutto questo in nome della «semplificazione burocratica »: parola d’ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette «barriere non tariffarie», un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.
Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l’informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell’Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l’Unione intera. La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica.
L’esistenza di smascheratori di misfatti — non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione — potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto , abbia trovato riparo non in un’Europa che promette nella sua Carta la «libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera», ma nella Russia di Putin.

Il populismo , infatti, associa forze politiche diverse e, talora, opposte fra loro, ma “unite” contro l’Unione Europea e contro l’Euro. Il termine, ad esempio, viene applicato al Front National, in Francia, e alla Lega, in Italia. Insieme ad altri partiti, di altri Paesi, fuori dall’Euro. Come l’Ukip, in Inghilterra. Anche se il Fn e l’Ukip si oppongono alla Ue in nome della sovranità, rispettivamente, della Francia e dell’Inghilterra. La Lega, invece, in nome dell’indipendenza dei popoli padani e contro la sovranità dell’Italia. Fino a poco più di vent’anni fa, al contrario, era a favore dell’Europa — delle Regioni. Ma la Lega è abituata a cambiare idea, in base alle convenienze. Come ha fatto nei confronti dei veneti(sti). Nel 1997, al tempo dell’assalto al campanile di San Marco, i Serenissimi, secondo Bossi, erano «manovrati dai servizi segreti italiani». Oggi, invece, sono perseguitati dall’imperialismo romano.

Ma la lista dei populisti va ben oltre. Coinvolge gli antieuropeisti del Nord Europa e quelli dell’Est. Per tutti e fra tutti, il Fidesz di Viktor Orbán che ha trionfato di recente in Ungheria (dove Jobbik, movimento di estrema destra, ha superato il 20%). Oltre ad Alba Dorata, in Grecia. In Italia, però, il populismo è un’etichetta applicata senza molti problemi. Riguarda, anzitutto, il M5s e Beppe Grillo. Per il loro euroscetticismo ma, soprattutto, per l’esplicita opposizione alla democrazia rappresentativa. In nome del “popolo sovrano” che decide da solo. Senza rappresentanti. Grazie al referendum che ormai si può svolgere in modo permanente nella piazza telematica. La Rete. Naturalmente, il Popolo, per potersi riconoscere come tale, ha bisogno di riferimenti comuni. Così si rivolge a un Capo. Che comunichi con il Popolo direttamente. Senza mediazioni e senza mediatori. Attraverso i Media. La Rete, ma anche la televisione. Dove il Capo parla con me. Direttamente. In modo “personale”.

Non a caso, il Grande Populista del nostro tempo è stato Silvio Berlusconi. Il Berlusconismo, in fondo, è proprio questo: partito e Tv riassunti nella persona del Capo. La Rete ha moltiplicato il dialogo personale. Perché tutti possono parlare con tutti. Con il proprio nome, cognome, account e alias. Associato a un’immagine, una fotina, un marchio, un profilo. Naturalmente, c’è bisogno di un blogger, che orienti il dibattito e che, alla fine, tiri le somme. Ma che, soprattutto, dia un volto comune a tanti volti (oppure un “voto” comune a tanti “voti”). Che fornisca una voce comune a un brusio di messaggi fitto e incrociato. Senza Grillo, il

M5s non sarebbe un MoVimento. Ma un’entità puntiforme priva di “identità”. Grillo, d’altronde, sa usare la Tv, oltre che la Rete (guidato da Gianroberto Casaleggio). La maneggia da padrone. C’è sempre senza andarci mai. È la Tv che lo insegue, nelle piazze e, ora e ancora, nei teatri. Riprende e rilancia i suoi video, prodotti e postati nel suo blog.

Ma se il populismo è comunicazione personale diretta senza mediazione, allora va ben oltre la Lega, Berlusconi e Grillo. Diventa un imperativo per chiunque intenda imporsi, politicamente. Perché deve saper usare la Tv e i nuovi media. Diventare protagonista di quella che Georges Balandier ha definito «La messa in scena della politica». Come ha fatto Matteo Renzi. Capace, meglio di ogni altro, di parlare direttamente al “popolo”. Di lanciare sfide simboliche e pratiche. In Italia, d’altronde, ogni riforma promessa è rimasta tale. Imbrigliata da mille difficoltà, mille ostacoli. Renzi, per questo, va veloce. E parla direttamente al popolo. A ciascuno di noi. Guarda dritto nella macchina da presa. E ci chiama per nome. È per questo che Grillo lo ha preso di mira, come il suo principale, vero “nemico” (politico). Perché il popolo ha bisogno di un capo che gli indichi i suoi nemici. Gli “altri” da cui difendersi. L’Europa, la globalizzazione, le banche, i mercati. Gli “stranieri”. Gli immigrati, i marocchini, i romeni, i veneti, i romani, gli italiani. E, ancora, le élite, la classe politica, i partiti, i giornalisti, i giornali, i manager, le banche, i banchieri.

Così il catalogo dei populismi si allarga, insieme all’elenco dei populisti. Berlusconi, Grillo, Marine Le Pen (per non parlar del padre), Renzi. Ma anche Vendola, con il suo parlar per immagini e il suo partito personalizzato. Lo stesso Monti, bruciato dal tentativo di diventare pop, con il cagnolino in braccio (che fine avrà fatto Empy?).

Uscendo dal “campo” politico, Papa Francesco è, sicuramente, il più bravo a parlare con il suo “popolo”. Il più Pop di tutti di tutti. D’altronde, alle spalle, ha esempi luminosi, come Giovanni Paolo II e, ancor più, Giovanni XXIII. E poi è argentino, come Perón. Scivola sull’onda di una lunga tradizione. Non è un caso, peraltro, che la fiducia nei suoi confronti sia molto più alta di quella della Chiesa. Perché Francesco, sa toccare il cuore dei fedeli (e degli infedeli). E supera ogni confine. Ogni mediazione. Va oltre la Chiesa. Parla al suo popolo, senza distinzioni (visto che la fiducia nei suoi riguardi viene espressa da 9 persone su 10).

Per questo, diventa difficile dire chi sia populista. O meglio, chi non lo sia. Perché tutti coloro che ambiscano a imporsi sulla scena pubblica debbono usare uno stile “populista”. E lo ammettono senza problemi, mentre ieri suonava come un insulto. Echeggiando Jean Leca: «Quel che ci piace è popolare. Se non ci piace è populista». Oggi invece molti protagonisti politici rivendicano la loro identità populista. Grillo e Casaleggio, per primi, si dicono: «Orgogliosi di essere insieme a decine di migliaia di populisti. (…) Perché il potere deve tornare al popolo». Mentre Marine Le Pen si dichiara «nazional-populista», in nome del «ritorno alle frontiere e alla sovranità nazionale».

Meglio, allora, rinunciare a considerare il “populismo” una definizione perlopiù negativa e alternativa alla democrazia. Per citare, fra gli altri, Alfio Mastropaolo, ne fa, invece, parte. Come il concetto di “popolo”. Il quale, quando ricorre in modo tanto esplicito e frequente, nel linguaggio pubblico, denuncia, semmai, che qualcosa non funziona nella nostra democrazia “rappresentativa”.

Perché il “popolo” non trova canali di rappresentanza efficaci. I rappresentanti e i leader non dispongono di legittimazione e consenso adeguati. Perché il governo e le istituzioni non sono “efficienti” e non suscitano “passione”. Così non resta che il populismo. Sintomo e al tempo stesso diagnosi del malessere democratico. Meglio non limitarsi a scacciarlo con fastidio. Per guarire dal populismo occorre curare la nostra democrazia.
Un'analisi discutibile e di superficie, ma una conclusione giusta: il populismo è «sintomo e al tempo stesso diagnosi del malessere democratico. Meglio non limitarsi a scacciarlo con fastidio. Per guarire dal populismo occorre curare la nostra democrazia». La Repubblica, 22 aprile 2014

C’È UN fantasma che si aggira in Europa e in Italia. Inquietante e opprimente. Il populismo. Una minaccia diffusa, che echeggia in questa confusa campagna elettorale, in vista delle Europee. Eppure “mi” è difficile spiegare di che si debba avere “paura”.

«Esi­ste un’enorme ten­sione sociale sulla casa e si deve man­te­nere lo spa­zio della media­zione».

Il manifesto 19 aprile 2014 (m.p.r.)

Al mini­stro degli interni Ange­lino Alfano che vuole blin­dare il cen­tro di Roma, il vice-sindaco di Roma Luigi Nieri (Sel) ribatte di «evi­tare spa­rate elet­to­rali, visto che non passa giorno senza fare comizi, un ruolo che non si con­ci­lia con l’incarico deli­cato che rico­pre. È una con­trad­di­zione stri­dente. Invece di pen­sare a repri­mere dovrebbe pen­sare alla cura per risol­vere i pro­blemi che por­tano que­ste per­sone a manifestare».

Cosa pensa della gestione dell’ordine pub­blico a Roma?
Mi pre­oc­cupa la gestione dell’ultimo sgom­bero dell’occupazione abi­ta­tiva alla Mon­ta­gnola. È stata molto discu­ti­bile. I capi­gruppo Pd e Sel avreb­bero incon­trato gli occu­panti alle 14, e le forze dell’ordine avreb­bero dovuto lasciare a quell’ora l’immobile. Poi ci sono state le cari­che. Lo dico a tutti: dob­biamo ripor­tare alla calma la città, esi­ste un’enorme ten­sione sociale sulla casa e si deve man­te­nere lo spa­zio della media­zione. Con i movi­menti che ho incon­trato l’altra sera dico che dovreb­bero avere un’attenzione alla nostra aper­tura sui temi sociali, spo­stare l’asticella troppo avanti non aiuta.Biso­gna lavo­rare per risol­vere i pro­blemi delle fami­glie. Lo dob­biamo fare noi, il governo, le forze dell’ordine, e anche loro.

Secondo lei l’articolo 5 del piano Lupi sulla casa è una minac­cia alle occu­pa­zioni abitative?
Sono asso­lu­ta­mente con­tra­rio ad un prov­ve­di­mento che creerà pro­blemi enormi in una città dove abbiamo ere­di­tato oltre 100 occu­pa­zioni, alcune delle quali vanno avanti anche da 12 anni. Lupi dovrebbe sapere che quando si fa una legge biso­gna pen­sare alle per­sone in carne ed ossa. Tagliare acqua, luce e gas signi­fica dan­neg­giare bam­bini, anziani, pre­cari, migranti, fami­glie. Vuole que­sto il ministro?

Secondo lui chi occupa com­pie un reato.
Una fami­glia costretta ad occu­pare un allog­gio lo ha fatto per­chè è senza casa. Que­sta cri­mi­na­liz­za­zione della povertà è insop­por­ta­bile. Io vengo dalla sto­ria dei movi­menti per il diritto alla casa. Cono­sco Roma che oggi è il cuore di un’emergenza nazio­nale. Non è que­sto il modo per affron­tarla. Sono molto pre­oc­cu­pato per­chè il piano di Lupi rischia anche di inter­rom­pere il per­corso del piano sulla casa, for­te­mente voluto dai movi­menti, con il quale la regione Lazio con Zin­ga­retti ha stan­ziato circa 200 milioni.

Il sin­daco Marino con­ce­derà alle forze di poli­zia l’uso di alcune strut­ture comu­nali in dismis­sione. Non sarebbe il caso di adi­birle ad uso abitativo?
Que­sto è un aspetto dei prov­ve­di­menti a cui stiamo lavo­rando. Faremo altri bandi per la rige­ne­ra­zione urbana di 100 strut­ture che desti­ne­remo a fini abi­ta­tivi, a ate­lier di arti­sti o asso­cia­zioni cul­tu­rali. Pro­prio in que­sti giorni, con la Regione e il Dema­nio, abbiamo avviato un pro­cesso di que­sto tipo sull’occupazione del Porto Fluviale.

L’offensiva, anche giu­di­zia­ria, con­tro i movi­menti è un modo per met­tere in dif­fi­coltà la giunta, com’è acca­duto con l’Angelo Mai e il comi­tato popo­lare di lotta per la casa?
Alcune vicende sono con­te­state per reati spe­ci­fici e la magi­stra­tura farà il suo corso. Sarò chiaro: tutte que­ste vicende vanno affron­tate con un ruolo poli­tico forte dell’amministrazione comu­nale. Vale per la casa e per le altre emer­genze sociali. Se si tra­sfor­mano i pro­blemi sociali in ordine pub­blico c’è qual­cosa che non fun­ziona in que­sto paese.

La giunta è in grossa sof­fe­renza e sem­brano acuirsi i con­tra­sti con il governo. Ci sarà un rimpasto?
Non c’è uno scon­tro tra noi e il governo. Penso ci sia un rap­porto sba­gliato tra alcune forze in par­la­mento e il comune. Il dibat­tito sul «Salva Roma» ha offeso la capi­tale. Ha dato l’idea che sareb­bero arri­vati tanti soldi, men­tre in realtà non è arri­vato un euro. Que­sta giunta ha ere­di­tato una situa­zione eco­no­mica gra­vis­sima e ha fatto scelte in netta discon­ti­nuità con le pre­ce­denti: la chiu­sura della disca­rica di Mala­grotta o sull’urbanistica. Il rim­pa­sto è un ter­mine datato, però non c’è dub­bio che ci sia biso­gno di un suo rilan­cio. Lo affron­te­remo con sere­nità nelle pros­sime settimane.

Una dura ma acuta e condivisibile critica liberale al decano del giornalismo italiano. Si parla di Barbara Spinelli e Stefano Rodotà, di papa Francesco e Torquemada, di Bruno Visentini e Ciriaco De Mita, ma soprattutto di Eugenio Scalfari e Matteo Renzi.

Critica liberale online, 14 aprile 2014

Che sta succedendo a Eugenio Scalfari? Il mese scorso aveva pugnalato alla schiena con “l’affettuosa” accusa di parricidio Barbara Spinelli, rea di presunta collusione col grillismo (in effetti la valorosa commentatrice aveva semplicemente propugnato la ragionevole tesi di non demonizzare e cercare di capire). Domenica scorsa - in preda a una patologica coazione a ripetere – il decano del giornalismo nazionale si è lanciato in una scriteriata invettiva contro Stefano Rodotà, colpevole ai suoi occhi di aver analizzato nella trasmissione della Gruber (e in compagnia del cardinale della carta stampata Paolo Mieli) il “fenomeno Renzi” per quello che sembra apportare di innovazione nell’asfittico quadro politico nazionale; senza velleità di metterlo pregiudizialmente all’indice.
Spinelli e Rodotà, due tra le più prestigiose firme de la Repubblica. Verrebbe da pensare che il fondatore dell’importane quotidiano romano, sentendo prossima la fine, pretenderebbe di portarsi dietro il maggior numero di opinionisti di famiglia; come in un funerale vichingo, come in una sepoltura tribale. Fatto sta che si è beccato dai diretti interessati due repliche al vetriolo, del tipo “colpito-affondato”, seppure confezionate nel garbo formalistico dell’understatement. Aspettiamo di capire contro quali bersagli si indirizzeranno prossimamente i furori senili della penna scalfariana; di questo personaggio ormai inarrestabile nel presunto ruolo di pontefice laico, recentemente assunto dopo gli strombazzatissimi incontri con papa Bergoglio. Un’investitura che si è rivelata devastante per il suo stesso equilibrio mentale, tanto da produrre un’interpretazione del ruolo in cui di Francesco non si vede traccia, visto che il modello cui il Nostro dimostra di ispirarsi è – semmai - Torquemada.
D’altro canto questo delirio distruttivo sotto forma di invettiva contro il pensiero critico, rappresentato da Rodotà e Spinelli, qualcosa segnala pure sullo stato dell’arte mentale dell’ambiente da cui proviene: l’establishment capitolino genericamente progressista, salottiero e autoreferenziale; ossessionato dal mito degli illuminati che rischiarano dall’alto della loro eccezionalità il cammino al gregge dei concittadini (lo chiamano “illuminismo”, quando è “paternalismo” della più bell’acqua). In questo ambiente di vecchi un po’ incattiviti ma sempre molto potenti (composto da presidenti di qualcosa, dalla Repubblica all’Editoriale l’Espresso) vige la più assoluta sospettosità nei confronti di ogni nuova entrata - si tratti di idee come di persone - che non accetti di sottostare al vaglio e alla conseguente omologazione da parte dei padroni di casa. In una logica di perpetuazione del paradigma da circolo esclusivo, cui si accede soltanto per cooptazione.
Celebri furono gli innamoramenti scalfariani per possibili alleati in questa opera conservatrice di tutela dell’egemonia estetica/relazionale (tipo “Trilateral de noantri”): dall’algido commercialista lamalfiano Bruno Visentini all’intellettuale della Magna Grecia Ciriaco De Mita. Purtroppo per i guardiani di questo piccolo mondo antico, il tempo ha falcidiato anno dopo anno i soci e i possibili sostituti. Sicché bisogna fare i conti con soggetti non omologabili al criterio di cui sopra. Da Beppe Grillo a Matteo Renzi. I veri illuministi come Rodotà e Spinelli ci dialogano, senza nulla concedere all’interlocutore; gli pseudo illuministi scomunicano. E – così facendo - scatenano contro-scomuniche, in una spirale di sconfortante irrazionalità e rozza partigianeria. Fatto sta che – secondo vieto copione - nell’intero campo del confronto pubblico prevale un atteggiamento settario, che impedisce ogni serio confronto sui limiti e le contraddizioni tanto del grillismo come del renzismo. Il comune intento di monetizzare la crisi per il rafforzamento delle proprie posizioni personali. Sicché, grazie Scalari: illuminista immaginario, killer della parola che ormai ha smarrito la mira.
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«La nostra gene­ra­zione, la mia, è cre­sciuta lot­tando per tutto quello che poteva otte­nere, quindi i gio­vani hanno biso­gno di tempo per capire che devono lot­tare e ci sono tre con­di­zioni basi­lari per que­sto: leg­gere, pen­sare e discu­tere la realtà. Que­sto è l’unico modo per affron­tare la realtà». Il

manifesto, 18 aprile 2014 (m.p.r)

Grecia. Lo scrittore greco Petros Markaris: «Piangere sulla ricchezza passata è inutile, bisogna riabituarsi a lottare». «A pen­sarci bene, quello che ci ha rovi­nati è un ascen­sore troppo rapido». È così che la tra­iet­to­ria sociale della Gre­cia è rias­sunta dal pro­ta­go­ni­sta della for­tu­nata serie noir di Petros Mar­ka­ris, in Resa dei conti. La nuova inda­gine del com­mis­sa­rio Cha­ri­tos (Bom­piani, 2012), l’ultimo libro uscito in Ita­lia. Le vite segnate dalla crisi e le pic­cole stra­te­gie di resi­stenza sono molto più che lo sfondo per il mistero del delitto rac­con­tato da Mar­ka­ris. Sono al cen­tro di una nar­ra­zione corale che risco­pre legami fami­liari e soli­da­rietà sociali, fa i conti con l’etica e con gli effetti del suo smar­ri­mento da parte della poli­tica. Un’intervista tele­fo­nica con lo scrit­tore greco ha aperto il corso “Nar­ra­tori d’Europa: volti e luo­ghi dalla crisi”, orga­niz­zato dall’Istituto regio­nale studi euro­pei (Irse) del Friuli Vene­zia Giu­lia. Ne ripren­diamo qual­che estratto.

Kate­rina e Adriana, le pro­ta­go­ni­ste fem­mi­nili del suo ultimo romanzo, sono sim­boli della rela­zione com­plessa tra gio­vani e adulti e dei loro dif­fe­renti modi di agire. In que­sto par­ti­co­lare momento della nostra vita, come si strut­tura que­sta rela­zione complessa?

Comin­ciamo a par­lare del pas­sato. Uno dei pro­blemi che abbiamo dovuto affron­tare con la crisi è quello di come abbiamo cre­sciuto i nostri figli, i gio­vani. Uno dei modi in cui lo abbiamo fatto è stato quello di lasciar­gli cre­dere che la madre Europa avrebbe gua­rito tutto, e ora che ci ren­diamo conto che non è così i gio­vani si sen­tono per­duti. Oggi i gio­vani non sono pre­pa­rati ad affron­tare i tempi duri, e il pro­blema è simile in Spa­gna, Gre­cia, Ita­lia. La nostra gene­ra­zione, la mia, è cre­sciuta lot­tando per tutto quello che poteva otte­nere, quindi i gio­vani hanno biso­gno di tempo per capire che devono lot­tare e ci sono tre con­di­zioni basi­lari per que­sto: leg­gere, pen­sare e discu­tere la realtà. Que­sto è l’unico modo per affron­tare la realtà.

È pos­si­bile tra­sfor­mare la crisi in oppor­tu­nità di cambiamento?

Penso di sì. È quello che è suc­cesso ai due pro­ta­go­ni­sti del mio libro, Zisis e Cha­ri­tos, due per­sone pro­ve­nienti da mondi molto distanti ma che tro­vano il modo di con­net­tere le loro dif­fe­renti per­so­na­lità. Anche io sono cre­sciuto in una fami­glia con dif­fi­coltà eco­no­mi­che, io stesso ne ho avute molte. Mia madre era una casa­linga, è stata lei a tenere la fami­glia unita, ha sem­pre tro­vato una solu­zione, un po’ come, nel libro, la figura di Adriana. Tutte que­ste per­sone tro­vano alla fine il modo per soprav­vi­vere, ma tro­vare il modo di soprav­vi­vere più che una que­stione eco­no­mica è un fatto soprat­tutto cul­tu­rale, di valori. Pian­gere sulla pas­sata ric­chezza, che per la Gre­cia è stata più che altro vir­tuale, non è una solu­zione. La solu­zione pos­si­bile è tro­vare una ride­fi­ni­zione del nostro punto di vista sulla vita. Solo in que­sto modo potremo uscire dalla crisi più forti.

Siamo alla vigi­lia delle ele­zioni euro­pee e nes­suno in Ita­lia ne parla seria­mente. Noi pen­siamo che pos­sano essere un’opportunità per chie­dere a noi stessi quale Europa vogliamo, quale vita, quale wel­fare. Lei cosa ne pensa?

Que­sta è una domanda che mi rende molto tri­ste e le spiego il per­ché. Credo che le pros­sime elezioni euro­pee saranno un espe­rienza molto nega­tiva per gli euro­pei. Siamo con­vinti che il Sud Europa sia la parte che ha pro­blemi ma se osser­viamo bene vediamo che i pro­blemi riguar­dano gli estremi, l’estrema destra in par­ti­co­lare. È que­sto il prezzo che stiamo pagando per avere ridotto l’Europa a eco­no­mia. Voi avete citato Spi­nelli e Dah­ren­dorf, io voglio citare Jean Mon­net che prima di morire disse: «Ho fatto un errore, se dovessi rifare l’Europa dall’inizio pun­te­rei su poli­tica e cul­tura». È vero, ma pur­troppo è arri­vato tardi. L’Europa ha biso­gno di un’altra visione, noi ne abbiamo biso­gno, non pos­siamo sem­pre dire sarà peg­gio. Abbiamo biso­gno di una visione poli­tica e cul­tu­rale diversa altri­menti diven­te­remo dei mostri.

(http://​www​.cen​tro​cul​tu​ra​por​de​none​.it/​i​r​s​e​/​l​i​n​g​u​a​-​e​-​c​u​l​t​u​r​a​/​l​e​t​t​e​r​a​t​u​r​a​-​i​n​t​e​r​c​u​l​t​u​r​a​-​c​i​t​t​a​d​i​n​a​nza)

Ogni volta che c’è da distruggere qualcosa per far crescere gli affari liquidando patrimoni di bellezza, di salute, di diritti, di storia, ecco che interviene il Decisore, il Rottamatore (più giusto sarebbe chiamarlo semplicemente il Distruttore). Adesso interviene a gamba tesa per difenderela più devastante delle soluzioni proposte per portare torme di turisti a mordere la città e fuggirne subito. La Nuova Venezia, 18 aprile 2014, con postilla

il presidente del Consiglio Matteo Renzi a dire l'ultima parola sul percorso alternativo al passaggio delle grandi navi in Bacino di San Marco, in una riunione con i ministri competenti di Infrastrutture, Ambiente e Beni Culturali in programma la prossima settimana. Un percorso che dovrà comunque approdare - come avviene oggi per le navi da crociera - alla Stazione Marittima, tagliando fuori, a quanto risulta dalla nota congiunta dei tre Ministeri, altre possibili soluzioni come Mar-ghera - caldeggiata dal Comune - o il terminal in Adriatico.

Una decisione arrivata al termine di una giornata di tensione nel vertice sulle grandi navi organizzato al ministero delle Infrastrutture dal ministro Maurizio Lupi con il collega dell'Ambiente Gianluca Galletti e con il sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni. Già decisa l'adozione della legge Obiettivo per accelerare la scelta, il ministro Lupi ha cercato ieri di far passare subito come definitiva la scelta del progetto dello scavo del canale Contorta-Sant'Angelo - sostenuto dall'autorità Portuale - incontrando però l'opposizione nella stessa riunione dei Beni Culturali, con Borletti Buitoni, che ha chiesto un confronto più ampio tra le varie soluzioni progettual proposte.
Ma a pesare - quando comunque sembrava si "virasse" sul Contorta - è stata anche la mobilitazione del Pd con il capogruppo al Senato Luigi Zanda e il senatore Felice Casson che hanno scritto a Renzi ricordando la risoluzione del Senato che vincolava il Governo a un vero confronto tra tutti i progetti. II comunicato finale emesso dai tre ministri esprime, nella conclusione, questa determinazione, seguita all'intervento di Renzi. «La presidenza del Consiglio - si legge nella nota - convocherà per la fine della prossima settimana una riunione con i tre ministeri coinvolti al fine di individuare la soluzione definitiva per il percorso alternativo per raggiungere la Stazione Marini-ma e dare così piena attuazione alla legge Clini-Passera».
Trattandosi di percorsi alternativi per raggiungere la Stazione marittima, sembrano restare in piedi, oltre al Contorta, la "tangenziale" alle spalle del canale della Giudecca - sostenuta dalla Venezia Terminal Passeggeri - ma anche lo scavo del canale Vittorio Emanuele, soluzione alternativa a Marghera, comunque gradita al sindaco Giorgio Orsoni. Dalla riunione ministeriale di ieri sono comunque scaturiti risultati significativi, con la conferma della riduzione dei passaggi delle navi da crociera, al di là della sentenza del Tar sul ricorso della Venezia terminal passeggeri. «Si è preso atto di un impegno della Clia (Cruise Lines International Association) - si legge nella nota congiunta dei tre Ministeri - con il quale l'associazione delle Compagnie di navigazione fa volontariamente e unilateralmente proprie le disposizioni della Capitaneria di Porto sulle restrizioni imposte al transito delle grandi navi nel bacino di San Marco, sospese recentemente dal Tar. In particolare: di anticipare al 2014 il blocco del passaggio delle navi con stazza lorda superiore alle 96 mila tonnellate non passeranno più dal Bacino di San Marco e dal canale della Giudecca. Da subito le Compagnie si impegnano a impiegare carburanti per uso marittimo con tenore di zolfo non superiore allo 0,1 per cento in massa, dall'ingresso e per tutta la permanenza in Laguna. La riduzione già dal 2014 dei transiti delle navi da crociera di oltre 40 mila tonnellate nel canale della Giudecca».
Postilla
Inserisco a mo' di postilla una dichiarazione che ho rilasciato per il blog del sito della lista "L'altra Europa con Tsipras"
le Grandi navi a Venezia: Parole in maschera e picconate del Distruttore
Continuano a nascondere i problemi reali dietro lemistificazioni. Secondo tanti personaggi autorevoli, come il Ministro alleinfrastrutture Lupi e quello all’ambiente Galletti, il problema èquello della fastidiosa e rischiosa presenza dei “grattacieli del mare” nello specchio d’acqua antistante Piazza SanMarco. E la la stessa sottosegretaria ai beni culturali Borletti Buitoni,sebbene riconosca che «Venezia e la sua laguna devono essere tutelate in quantopatrimonio dell’umanità», chiede solo che vengano liberati «il bacino dellaGiudecca ed il canale di San Marco dai passaggi invasivi delle grandi navi».
Nei fatti, nessuno dei personaggi che influenzano l’opinionepubblica nazionale e internazionale si preoccupa dell’aggressione alla salutedei cittadini veneziani, avvelenati dalle polveri sottili.. E nessuno si opponeai progetti devastanti di nuove vie d’acqua (nuove “autostrade del mare”) che accrescerebberola distruzione della Laguna già avviata nel secolo sacorso col malfamato “Canale deipetroli”. C’è chi, come il sindaco Orsoni e i suoi supporters di destra e disinistra, vorrebbe potenziare quest’ultimo, e chi invece vorrebbe addirittura trasformarein una nuova possente autostrada il tortuoso sentiero acqueo del canaleContorta Sant’Angelo, accelerando ancora il degrado della Laguna, plurimillenariatestimonianza della bellezza e dell’utilità del rapporto saggio tral’applicazione della cultura e del lavoro dell’uomo alla rispettosatrasformazione della natura.
Bisogna lavorare, in Italia, in Europa e nel mondo, perchénell’immediato prevalgano le soluzioni che estromettono le Grandi navi dallaLaguna, utilizzando approdi esterni al cordone delle dune litoranee. In prospettiva,bisogna mettere in atto le condizioni per un turismo che non sia fattore didegrado della qualità dei luoghi che ne attirano i flussi, ma sia volto allaconoscenza e al godimento dei patrimoni che natura e storia hanno lasciato, anoi e i nostri posteri. In primo luogo promuovendo le attività volte alrestauro, alla conoscenza, alla tutela e alla manutenzione dei patrimonicomuni.
P.S - Avevo appena scritto la nota quando ho letto che l’attuale presidente del Consiglio deiministri, Matteo Renzi il Distruttore, ha avocato a sé l’autorità di deciderela realizzazione della nuova devastante autostrada del mare denominata “Canale Contorta Sant’Angelo”,scavalcando così tutte le competenze istituzionali, calpestando le leggi,offendendo i documentati pareri dellascienza indipendente e della ragione, e ponendoin definitiva lo Stato che dovrebberappresentare al servizio della mercificazione e dello sfruttamento economico di unpatrimonio della collettività.
Edoardo Salzano
CChi voglia sapere di più sulle diverse alternative sul tappeto par l'accesso dei grandi fkussi turistici a Vanezia legga il libretto Confondere la Laguna, scritto da Lidia Fersuoch per la collana "Occhi aperti si Venezia" di Corte del fòntego editore.

«Paul Krugman ha parlato di «mezzogiornificazione» delle periferie continentali. Sarebbe utile ristudiare cosa è accaduto in Italia quando i governi incitavano a emigrare, esattamente come oggi nel sud Europa». Il manifesto, 18 aprile 2014 (m.p.r.)

In un mondo con un’economia sem­pre più glo­ba­liz­zata era del tutto ragio­ne­vole che gli stati euro­pei si pro­po­nes­sero l’unificazione dell’Europa. È con que­sta con­si­de­ra­zione che si è arri­vati all’euro e all’attuale unione incom­piuta: il Par­la­mento euro­peo (da eleg­gere il 25 mag­gio pros­simo) conta assai poco e manca ancora un governo dell’Unione euro­pea. In que­sto pro­cesso di uni­fi­ca­zione, i paesi eco­no­mi­ca­mente più deboli – Por­to­gallo, Ita­lia, Gre­cia e Spa­gna (chia­mati sprez­zan­te­mente Pigs) — si sen­tono disar­mati di fronte alle eco­no­mie più forti, soprat­tutto Ger­ma­nia e Fran­cia, la cui pro­du­zione di merci è deci­sa­mente più com­pe­ti­tiva, e ci sono pres­sioni per tor­nare alle monete nazio­nali. La situa­zione attuale di que­sti paesi è sotto i nostri occhi: disoc­cu­pa­zione, imprese che chiu­dono, emi­gra­zione. Feno­meni que­sti che aggra­vano ulte­rior­mente le attuali dif­fe­renze di pro­du­zione e com­pe­ti­ti­vità. Si aggiunga che, al posto di uno stato uni­ta­rio euro­peo che batta moneta e rea­lizzi una sua poli­tica eco­no­mica per fron­teg­giare tali dispa­rità, c’è la mal­fa­mata Troika (Fondo mone­ta­rio, Banca cen­trale euro­pea, Com­mis­sione euro­pea), cioè il governo delle banche.

Rispetto a que­sta uni­fi­ca­zione euro­pea, noi ita­liani abbiamo la dura e sto­rica espe­rienza della nostra uni­fi­ca­zione nazio­nale e dell’ormai famosa “que­stione meri­dio­nale”. Oggi siamo di fronte alla que­stione meri­dio­nale euro­pea e que­sto giu­di­zio non è solo mio ma, molto più auto­re­vol­mente, di Paul Krug­man, pre­mio Nobel per l’economia, che già nel 1991 ha messo in evi­denza la «mez­zo­gior­ni­fi­ca­zione» delle peri­fe­rie euro­pee, dimo­strando che con la moneta unica l’Europa sarebbe stata inve­stita da intensi pro­cessi di con­cen­tra­zione della pro­du­zione e dell’occupazione nei paesi eco­no­mi­ca­mente più forti, men­tre le aree peri­fe­ri­che del con­ti­nente euro­peo sareb­bero state col­pite da feno­meni di deser­ti­fi­ca­zione pro­dut­tiva e di migra­zione verso l’estero.

La nostra que­stione meri­dio­nale nell’attuale situa­zione va ristu­diata. Prima della nostra unità nazio­nale le regioni del sud, ben­ché non come la Lom­bar­dia, non sta­vano tanto male: ave­vano la loro moneta e si pro­teg­ge­vano con le dogane e altro. Vale ricor­dare che il Regno di Napoli aveva un suo splen­dore e che in Ita­lia la prima linea fer­ro­via­ria vide la luce in Cam­pa­nia, tra Napoli e Por­tici e che la città di Napoli aveva un pre­sti­gio inter­na­zio­nale. È con l’unità nazio­nale che le regioni del Sud vedono chiu­dere le indu­strie e ven­gono inve­stite dalla fuga nell’emigrazione nelle Ame­ri­che e nel nord Europa. Una fuga migra­to­ria – non va dimen­ti­cato — che si è ripe­tuta subito dopo la fine della seconda guerra mon­diale, prima che si pen­sasse a una pur mode­sta riforma agra­ria e alla Cassa del Mez­zo­giorno. «Impa­rate le lin­gue» con­si­glia­vano i mini­stri di allora quando si reca­vano nel sud, per inco­rag­giare i meri­dio­nali ad emi­grare, ad andare a far fun­zio­nare le indu­strie del nord Ita­lia, e del nord Europa. Ed è lo stesso feno­meno di oggi che coin­volge i cit­ta­dini dei Pigs. Per gli spa­gnoli e i por­to­ghesi le vie dell’emigrazione sono le ex colo­nie, l’Angola, il Mozam­bico, il Bra­sile e i paesi latino-americani (non hanno nem­meno biso­gno di impa­rare le lin­gue!). Per gli ita­liani e i greci resta il nord Europa, con il risul­tato che così si allarga il gap tra Mez­zo­giorno d’Europa e Nord.

Insomma l’unificazione euro­pea non è ancora com­piuta e già si è aperta una que­stione meri­dio­nale a livello con­ti­nen­tale e molto più grave e peri­co­losa di quella ita­liana. E non dimen­ti­chiamo che non solo in Ita­lia, ma anche in Spa­gna, Por­to­gallo e Gre­cia ci sono stati governi fascisti. In Ita­lia la que­stione meri­dio­nale si è aperta con uno stato uni­ta­rio, con eguali diritti e doveri per tutti i cit­ta­dini e anche per tutte le ban­che. Uno stato uni­ta­rio che pro­dusse anche la Cassa del Mez­zo­giorno. Pen­sate se in Ita­lia (come oggi in Europa) ci fosse stata solo l’unificazione mone­ta­ria: la lira valida in tutte le regioni, ma con l’autonomia legi­sla­tiva di cia­scuna regione. In que­sta ipo­tesi le regioni auto­nome del Mez­zo­giorno sareb­bero state ancora di più con­dan­nate alla mise­ria. L’unificazione è solo mone­ta­ria, e quindi disa­strosa, e al con­tra­rio di quel che ci inse­gna­vano a scuola, non è più il sovrano che batte moneta, ma ormai sovrana è la moneta.

«Micromega newsletter, 14 aprile 2024

Voce bassa, idee chiare. Come al solito. Gli 80 euro? “Uno spot, era meglio investire quei soldi in nuova occupazione”. La Cgil? “Sta appannando la bandiera di vero sindacato”. E sul Job Act, “è un progetto vecchio vent’anni che porterà all’estremo la precarietà”. Il sociologo Luciano Gallino riflette sulle misure del governo Renzi - dal Def al provvedimento del ministro Poletti - arrivando ad una netta bocciatura: “Sul lavoro non c’è quel cambiamento auspicato”.

Professore, partiamo proprio dal Def. Dopo settimane di annunci e proclami, sembra che la montagna abbia partorito un topolino. Il premier Matteo Renzi ha deciso di rispettare i vincoli imposti dall’Europa rinunciando ad utilizzare il margine fino al 3% del deficit annuo. Non doveva avere più coraggio nei confronti della trojka?
Sicuramente, ma Renzi esprime un governo e una classe politica interamente supina nei confronti dei dettati dell’Europa, i quali invece vanno messi in discussione. Per farlo ci vorrebbero due prerogative, avulse all’attuale governo: una vera forza politica nazionale e le competenze per poter intervenire su punti specifici.

Tra la varie misure ipotizzate, i mille euro all'anno per i dipendenti che ne guadagnano meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica? E, per Lei, ha una reale copertura economica?
Non si è ancora ben capito da dove arriveranno i fondi. Pur ipotizzando che abbiano trovate le risorse sufficienti, siamo ad una “partita di giro” per i cittadini: si toglie da un lato per spostarlo all’altro, si mette un’esigua cifra in tasca alla gente e si preleva altrove. L’operazione ha un grande impatto mediatico, 10 miliardi per 10 milioni di persone è uno spot che rimane impresso nelle menti. Ma siamo nel campo di interventi a pioggia a fronte di una recessione gravissima nel Paese e in Europa. Quei fondi si sarebbero dovuti concentrare su qualche singolo aspetto con effetti a breve e sicuri.

Per esempio?
Con 10 miliardi di euro si creano quasi un milione di posti di lavoro, a 1200 euro netti al mese più i benefici del caso. L’impatto sull’economia sarebbe stato più forte: questi 80 euro non cambiano infatti le sorti delle persone, mentre concentrati su un tot di cittadini questa cifra avrebbe inciso nelle loro vite. Renzi ha preferito lo spot ad effetto al reale cambiamento.

Passiamo al Job Act, qual è il suo giudizio?
Siamo di fronte ad un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore. Una cosa pericolosa. Da non fare.

Ci spieghi meglio…
Il progetto del Job Act nasce vecchio. Di vent’anni. Nel 1994 l’OCSE – uno dei tanti organismi internazionali che entra negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, taglio dello stato sociale, concertazione etc… –produsse uno studio sull’indice di LPL (Legislazione a Protezione dei Lavoratori), un indicatore di rigidità del mercato: riteneva che tanto più alto fosse l’indicatore quanto più alta era la disoccupazione. Da allora molti giuristi, economisti, sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero dall’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice LPL possa portare ad aumento dell’occupazione. Nel 2006 la stessa OCSE, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento. L’indice LPL per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5, dopo 12 anni con le riforme delle leggi Treu 1997 e Maroni-Sacconi 2003 era sceso ad 1,5. Più che dimezzato. I precari sono diventati 4 milioni. La riforma Fornero ha seguito la stessa scia e ora il Job Act, a favorire ancora la mobilità in uscita. Nel 2014 siamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994 e l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante.

Quindi boccia il concetto di precarizzazione espansiva, ovvero l’idea è che attraverso ulteriori dosi di precarizzazione del lavoro si dovrebbe generare una crescita dei redditi e dell’occupazione?
La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’ è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione. Invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi. Così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata.

L’associazione di giuristi democratici ritiene incompatibile il Job Act con il diritto comunitario, per questo ha denunciato l’Italia e il presidente del consiglio Renzi alla Commissione europea. Che ne pensa?
Azione meritoria che sottoscrivo, senz’altro.

Durante il congresso della Fiom. Il segretario Maurizio Landini ha attaccato duramente la Cgil di Susanna Camusso. Siamo alle porte di un quarto sindacato confederale?
Mi dispiaccio del conflitto interno alla prima grande confederazione italiana che porta ancora la bandiera di vero sindacato, ovvero quell’organizzazione capace di aprire discussioni, avanzare vertenze e produrre conflitti a vantaggio del lavoratore. La Cgil è l’ultima a rappresentare quest’idea di sindacato. Ultimamente, però, con Camusso questa bandiera si è appannata. L’unico soggetto che riesce a tenerla alta è la Fiom.

La sot­tile bat­ta­glia alle euro­pee con­tro il «popu­li­smo dall’alto» di Renzi e con­tro il «popu­li­smo dal basso» di Grillo, Nichi Ven­dola la vuole com­bat­tere con la razio­na­lità. All’esordio della cam­pa­gna elet­to­rale di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà, ieri a Roma in un tea­tro Vit­to­ria gre­mito da un pub­blico di età media matura, il suo pre­si­dente ha riven­di­cato la scelta di cor­rere alle ele­zioni del 25 mag­gio con l’«Altra Europa con Tsi­pras» senza le ban­diere del suo par­tito. «Per Sel rinun­ciare al sim­bolo e con­fluire in que­sta lista non è stato facile – ha spie­gato – Siamo nati da una scon­fitta e abbiamo attra­ver­sato una sta­gione dif­fi­cile, ma non ci rico­no­sciamo nella posi­zione di chi, come il Pd e il socia­li­smo euro­peo, si è illuso di potere gui­dare il libe­ri­smo e poi ha sot­to­scritto le poli­ti­che di auste­rità, pen­sando di fare a meno di un’Europa senza la Grecia».

È la linea che ha vinto il con­gresso di Sel al Pala­con­gressi di Ric­cione nel gen­naio scorso. Quella di Nicola Fra­to­ianni, oggi depu­tato e coor­di­na­tore del par­tito, che ha intro­dotto l’incontro. Dopo il fal­li­mento dell’alleanza «Ita­lia bene comune» con il Pd di Ber­sani, Sel ha rotto le incer­tezze e ha lasciato il guado. Non vuo­le­farsi «cat­tu­rare nella spi­rale tra­sfor­mi­stica che, in nome dell’emergenza, ha dato vita alle lar­ghe intese con Ber­lu­sconi» ha detto Ven­dola seduto al cen­tro del palco con il gior­na­li­sta Luca Telese e Bar­bara Spi­nelli, una delle «garanti» della lista di cit­ta­di­nanza con il nome del lea­der greco di Syriza. Sel si è così schie­rata con Tsi­pras, can­di­dato alla pre­si­denza della Com­mis­sione Ue dalla Sini­stra Euro­pea e da Rifon­da­zione Comu­ni­sta in Ita­lia. Lo ha fatto per neces­sità, ma anche come una sfida, ha pre­ci­sato il suo pre­si­dente. In que­sto per­corso Ven­dola ha rico­no­sciuto alla Spi­nelli e agli altri garanti (Revelli, Viale, Gal­lino) un effetto ricom­po­si­tivo a sini­stra con Rifon­da­zione e la garan­zia di rivol­gersi ad un elet­to­rato più ampio.

Gli inizi non sono stati facili. Le pole­mi­che tra i garanti sulle can­di­da­ture di Sonia Alfano, Vale­ria Grasso, Luca Casa­rini, poi quella di Anto­nia Bat­ta­glia sull’Ilva a Taranto con­tro Sel e il suo pre­si­dente hanno allon­ta­nato Flo­res D’Arcais e Camil­leri. Avere supe­rato in poche set­ti­mane le 150 mila firme neces­sa­rie per pre­sen­tare la lista è stata un’impresa che ha rin­fran­cato molti. Per Ven­dola que­sto suc­cesso non scon­tato è il vero ini­zio. La lista sta pren­dendo forma, la par­te­ci­pa­zione di atti­vi­sti e mili­tanti l’hanno pre­miata. I pro­blemi però non sono finiti, e Telese li ha elen­cati uno dopo l’altro. Come si può rico­no­scere que­sta lista in un dibat­tito poli­tico domi­nato dalla reto­rica aggres­siva dei 5 Stelle, e di chi vede nell’uscita dall’euro la sal­vezza dall’Europa dell’austerità? In più, il nome di Tsi­pras «lo cono­sce solo chi legge i gior­nali, non alle masse popo­lari». «Grillo ha un van­tag­gio straor­di­na­rio: tutto per lui è facile.

Basta allora l’esorcista, una bestem­mia, per fare colpo — ha rispo­sto Ven­dola — È dif­fi­cile affron­tare que­sto ple­bei­smo pic­colo bor­ghese per cui tutto è un com­plotto. Basta sve­larlo per ritro­varsi in un nuovo mondo. Que­sto porta voti. Noi non pos­siamo fare altro se non costruire un pro­gramma alter­na­tivo fon­dato sulla razio­na­lità. Diremo alle per­sone che non si sal­ve­ranno seguendo chi dice che il nemico è solo l’euro o le tec­no­cra­zie». È la stessa situa­zione in cui si trova Tsi­pras, solo che in Gre­cia le parti si pre­sen­tano rove­sciate. Oggi Syriza è in testa ai son­daggi e avrebbe la mag­gio­ranza relativa.

Il pro­gramma è lo stesso per la lista ita­liana e per quelle che appog­giano Tsi­pras in Europa: mutua­liz­za­zione del debito, red­dito minimo, un New Deal di inve­sti­menti pub­blici per rilan­ciare l’occupazione, riforma radi­cale della Bce e di tutti i trat­tati euro­pei eli­mi­nan­done l’ispirazione neo­li­be­ri­sta. E infine la pro­po­sta più impor­tante: un refe­ren­dum in Ita­lia sul Fiscal Com­pact, «ma non per uscire dall’Euro» ha pre­ci­sato Spinelli.

«Grillo è l’espressione di un disa­gio pro­fondo da com­pren­dere, ma le sue pro­po­ste sull’Europa sono di una con­fu­sione estrema — ha con­ti­nuato la gior­na­li­sta– non c’è un’idea che duri più di una set­ti­mana. C’è un vago pro­po­sito di bat­tere sul tavolo i pugni con la Mer­kel, un po’ come dice di volere fare Renzi, oppure fare il refe­ren­dum sull’euro per­chè secondo lui è facile uscirne. Tutto que­sto non è popu­li­sta ma con­ser­va­tore, mira al ritorno dell’equilibrio tra le potenze nazio­nali al nazio­na­li­smo e alla xeno­fo­bia, a tutto ciò che c’era prima l’europa unita». L’altro punto sono le alleanze. L’ambizione di rifare l’Europa non è da poco, e non sarà facile, come ha ricor­dato Spi­nelli, farlo con i soli social­de­mo­cra­tici che can­di­dano Mar­tin Schultz, espres­sione dell’Spd che in Ger­ma­nia governa con Angela Merkel.

Ven­dola rico­no­sce la distanza tra i suoi pro­po­siti radi­cali di riforma e l’astuzia con­ser­va­trice dei social­de­mo­cra­tici, ma sostiene di non volersi ras­se­gnare: «Il socia­li­smo euro­peo dovrà fare i conti con le con­trad­di­zioni reali dell’austerità che ha distrutto il ceto medio, fon­da­mento delle nostre democrazie»

«L’amministrazione americana vuole tornare al credito facile. Eppure ancora paghiamo la crisi partita dalla bolla dei subprime. Ma nemmeno in Italia c’è da essere ottimisti con il meccanismo di “Plafond casa” gestito dalla Cdp. Un intervento rischioso e controproducente».

Lavoce.info, 15, aprile 2014 (m.p.r)

Mutui made in Usa

Il governo americano rischia di riattizzare la bolla dei mutui subprime. La bolla, scoppiata nel 2008, è stata creata da dieci anni di troppo facile accesso al credito. Il governo Usa ha drogato la domanda per i mutui obbligando due società finanziarie parastatali, comunemente chiamate Fannie e Freddie, a comprare una grossa percentuale di mutui “tossici.” Le banche hanno volentieri creato un’offerta per questa domanda “drogata”, originando una adeguata quantità di mutui tossici da rivendere, con profitto, a Fannie e Freddie: sono giunte a emettere mutui con 0 per cento (sì, zero) di downpayment (acconto) e i cosiddetti “Ninja loans”. (1) Dopo la crisi, Fannie e Freddie sono state nazionalizzate (cioè accollate alla collettività) e date in gestione a Edward DeMarco, un economista non politico, che ha innalzato i requisiti per ottenere un mutuo. E oggi, grazie anche alla ripresa economica, i debiti tossici di Fannie e Freddie si stanno riducendo. Ma la stretta ai cordoni del credito non è piaciuta al partito democratico, che vuole il credito facile per i meno abbienti. E quindi, a fine 2013, il presidente ha defenestrato DeMarco, mettendo a capo di Fannie e Freddie un uomo politico che, prima della crisi, era fra i maggiori fautori dei mutui facili. La preoccupazione è che riporti in auge il vecchio sistema di credito drogato.

…E mutui made in Italy
In Italia, ci dobbiamo preoccupare per queste vicende americane? Secondo me, sì. Primo perché un’altra crisi del mercato immobiliare Usa non ce la meritiamo, abbiamo già abbastanza problemi. Secondo, perché i nostri politici sembrano avere imparato la lezione americana, hanno imparato che il credito facile fa bene alle urne. I nostri governanti hanno messo in piedi un meccanismo “Fannie e Freddie de noantri”. La Cassa depositi e prestiti (Cdp, la nostra banca di Stato) gestisce infatti la convenzione “ casa”, e sulla base di questa concede alle banche finanziamenti a condizioni agevolate (con un limite di 2 milioni di euro totali), che verranno poi utilizzati dagli istituti di credito per erogare mutui-casa alle giovani coppie e alle famiglie numerose. (2)

Il credito in Italia è difficile da ottenere ed era ora che si pensasse ai giovani e alle famiglie numerose. Ma un dettaglio preoccupa: la convenzione non specifica i tassi da applicare alla clientela. Saranno le banche a determinarli. Praticamente: prima le banche intascano lo sconto fatto dallo Stato, poi decidono quanta parte traslarne a favore del cliente. Ma se finisce che le banche si intascano lo sconto? L’accordo sarebbe allora un trasferimento di denari pubblici (cioè nostri) alle banche? In più, il 18 dicembre 2013 è stata rimossa anche la condizione che i “mutui Plafond” siano riservati all’acquisto della prima casa. Vorrà dire che daremo un sostegno anche alle giovani coppie immobiliariste …

Sul sito del ministro delle Infrastrutture si legge che, al 19 marzo, «alcune mail [...] segnalano difficoltà nell’applicazione del casa [...] Cittadini che si sono presentati allo sportello delle banche [...] per richiedere il mutuo per l’acquisto della prima casa o per la ristrutturazione e che si sono sentiti rispondere “Non ne sappiamo nulla”». Nel solo 2011 il credito erogato per l’acquisto di abitazioni è stato di circa 72 miliardi. (3) Di contro, la quantità di credito agevolato è solo 2 miliardi e quindi per forza ci sarà un eccesso di domanda. Da cui segue un interrogativo: chi saranno i fortunati a cui le banche estendono il credito agevolato? Procedendo con la lettura si scopre che il ministro ha «girato queste mail a Cdp e all’Abi perché verifichino che cosa è successo e risolvano il problema». Ai detentori dei 72-2=70 miliardi di credito non agevolato non resta dunque che affidarsi alla alacre attività informatica del ministro che, girando e-mail a chi di dovere, sicuramente provvederà alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Ma cerchiamo di mantenere l’ottimismo e di convincerci che una parte consistente dello sconto da tutti noi pagato sui “mutui Plafond” andrà alle coppie giovani, in modo che abbiano più soldi per comprare casa. Nasce però un altro problema. Siccome la quantità di case è più o meno fissa, non c’è il rischio che i prezzi salgano? Questo della traslazione è un classico risultato della scienza delle finanze. Nel nostro caso, una politica disegnata per favorire i compratori di prime case (giovani) finisce per beneficiare i venditori di case (presumibilmente vecchi, oppure i loro eredi) e svantaggiare gli altri acquirenti (quelli non giovani). Intervenire nel mercato dei mutui è rischioso e inefficace, o addirittura controproducente nel lungo periodo. Ma mi rendo conto che nessun governo, né quello Usa né quello italiano, riesce a resistere alla tentazione di farlo. Il consenso elettorale che deriva dallo spendere i soldi pubblici è, in una democrazia, troppo attraente. Chi ne fa le spese è la collettività, cioè chi paga le tasse.

(1) Ninja è l’acronimo per “no income, no job nor assets”. Sono mutui che la banca concedeva senza verificare la veridicità delle dichiarazioni del contraente riguardo a reddito, posizione lavorativa e patrimonio.
(2) Sito web del ministro Lupi consultato il 1/4/14. L’agevolazione non è limitata, ma solo “prioritizzata’” ai giovani (coniugi o conviventi in cui almeno uno dei due componenti non abbia superato i 35 anni e l’altro non superi i 40 anni), alle famiglie con un soggetto disabile o alle famiglie con tre o più figli.
(3) Tavola a pag. 10 de “Il mercato immobiliare italiano: tendenze recenti e prospettive”, Nota di ricerca dell’Ufficio studi Aitec, febbraio 2012.


Sul comportamento del braccio armato del potere: «Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, e chi per principio prova a dimostrare che la provocazione è partita dalla piazza».

La Repubblica, 17 aprile 2014 (m.p.r.)

La premessa è che vorremmo poterci fidare della polizia. Dovremmo. La polizia rappresenta lo Stato, e lo Stato siamo noi. Lo Stato sono le istituzioni che rappresentano i cittadini e sono i cittadini che delegano altri cittadini a rappresentarli,col voto democratico . In un regime democratico le istituzioni sono al servizio di chi dà loro mandato ad esercitare un potere di governo e non viceversa. Lo Stato ci tutela dalle ingiustizie e dai soprusi, non li esercita. Questo è quello che insegniamo ai nostri bambini a scuola, fin dalle elementari.

Sabato scorso si è svolta a Roma una manifestazione che aveva come oggetto, appunto, il diritto alla casa. Le immagini degli scontri e delle violenze sono lì, non c’è molto da commentare. In alcune si vedono manifestanti vestiti di nero con gli elastici delle fionde tesi, in altre poliziotti, ugualmente vestiti di nero, che colpiscono coi manganelli e prendono a cal- ci persone disarmate e già a terra. Nell’epoca dei telefonini, nel tempo in cui di ogni evento ci sono decine e decine di filmati c’è davvero poco da discutere: i fatti sono questi. Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, ha torto per principio chi prova a dimostrare che la “provocazione” è partita dalla piazza, in molti lo fanno in queste ore — provano a mostrare che, come direbbe un bambino, “hanno cominciato loro”. È questo il senso delle parole del prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, intervistato oggi da Carlo Bonini: contesta il capo della Polizia Alessandro Pansa che aveva definito l’artificiere che ha calpestato la ragazza a terra «un cretino da identificare». Non un cretino, dissente Pecoraro, ma «uno che dava una mano ai suoi colleghi». Come se fossero due eserciti che, sullo stesso piano, si affrontano. Questo è l’equivoco, se di buona fede si tratta: che sia una battaglia combattuta ad armi pari tra pari, dove ci si dà manforte fra eserciti contrapposti, e non quel che è, invece. Da una parte cittadini che manifestano, dall’altra esponenti delle istituzioni che rappresentano anche quei cittadini, e che sono chiamati a tutelare l’incolumità di tutti: anche dei manifestanti.

È dal G8 di Genova che si è persa questa nozione elementare. È lì, nelle molotov messe ad arte a posteriori per giustificare l’assalto alla scuola Diaz, la ferita originaria mai più rimarginata. Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono poco a poco, omeopaticamente, divenuti una circostanza di fatto.

Senza arrivare al rosario di morti che da Giuliani passa per Uva, Sandri, Cucchi, Aldrovandi; senza difendersi dietro la retorica delle “mele marce”, ché come dice l’ex capo dell’ispettorato di polizia inglese John Woodcock: «Non credo nelle mele marce, il problema non riguarda un’individuale predisposizione alla trasgressione ma un deficit strutturale, culturale». Il problema non è, in fondo, neppure il singolo episodio di abuso: la vera questione è quale sia la reazione istituzionale all’abuso. Nel caso delle piazze come delle curve calcistiche: quale la risposta di chi detiene il potere alla violazione e all’abuso di potere.

Non si hanno segnali, sinora, di una levata di scudi di chi dovrebbe e potrebbe evitare la violenza in divisa. Al contrario, ogni richiesta di identificare le “mele marce”, per esempio con un numero che consenta di riconoscere gli agenti anonimi come in molti Paesi del mondo accade, è stata accolta quasi come una provocazione. Da ministri di precedenti governi, dai sindacati di polizia — da ultimo, qualche giorno fa, Franco Maccari del Coisp ha bollato il numero identificativo come una proposta sciocca e inutile. Sono molti però — La maggioranza? — i poliziotti a disagio. Sono molti gli agenti che non si riconoscono in questa difesa corporativa, che prendono le distanze dalla logica degli eserciti contrapposti. Noi e loro, noi contro di loro. Proprio per non fare di ogni erba un fascio, proprio per dare atto a chi fa il suo dovere per uno stipendio infimo, proprio per chi veste una divisa con coraggio e dignità sarebbe indispensabile, invece, adottare strumenti che consentano di identificare i violenti protetti dall’uniforme. E chiamare alle loro responsabilità i violenti senza uniforme, evidentemente. Per il bene di tutti. Dello Stato, cioè di tutti. Ha torto chi dice: ad un’offesa si reagisce con l’offesa, e chi per principio prova a dimostrare che la provocazione è partita dalla piazza

«Lavoce.info, 15 aprile 2014

Un decreto dalle molte incertezze. Il decreto legge n. 34/2014 è stato criticato da più parti, oltre che nel merito, soprattutto per una questione di metodo, data l'evidente contraddizione tra liberalizzazione dei contratti a termine e introduzione di un contratto di inserimento “a tutele crescenti” come strumento di razionalizzazione delle forme contrattuali annunciato dal Jobs Act e ora previsto dal disegno di legge delega. Alla critica il Governo ha replicato invocando la politica dei due tempi: il decreto servirebbe ora a dare una “scossa”, per favorire assunzioni semplificate, il disegno organico si farebbe dopo, attuando la legge delega. Ma è proprio così? Davvero siamo di fronte a una liberalizzazione semplificatrice?

Mettiamoci nei panni di una impresa che voglia assumere con un contratto a termine. Il decreto dice che il primo contratto può essere stipulato senza causale e prorogato ovvero rinnovato sempre senza causale per otto volte fino a tre anni. È quello che il decreto dice ora: non si sa, però, cosa dirà fra qualche settimana quando sicuramente in sede di conversione qualcosa verrà cambiato, come ha annunciato lo stesso Governo. Forse è meglio attendere. Già questo è un primo effetto negativo della legislazione stop and go all’italiana: non si sa mai quale sia la normativa attendibile. Ma nel caso si decida ugualmente di assumere c’è da chiedersi quale termine di scadenza sia meglio indicare: allo stato attuale si potrebbe assumere con un termine abbastanza lungo, ad esempio per quattro o sei mesi, dato che otto proroghe in tre anni danno ampio margine.

Ma se poi, in sede di conversione, come già si dice, le proroghe vengono ridotte e si passa a un arco di tempo inferiore, il termine lungo non conviene: meglio due mesi, massimo tre. Ecco che la legislazione variabile produce un altro effetto negativo, la ulteriore frammentazione dei termini, che non serve né alle imprese che vogliano investire sul lavoratore e non solo averlo come usa e getta, né, tanto meno, ai lavoratori, che in quel periodo piuttosto che cercare di legarsi all’impresa cercheranno altre forme di impiego solo che ne abbiano l’opportunità. Il decreto dice anche che si può assumere o prorogare senza causa per il primo contratto e per le stessa attività lavorativa: ma se quel lavoratore è stato già assunto in passato, quand’è il “primo” contratto, e come si calcolano le diverse forme di assunzione temporanea (lavoro a termine, somministrazione, altre possibili forme atipiche), si sommano o no? E che succede se nel frattempo tra una precedente assunzione e nuove proroghe c’è un cambio di mansioni?

Comunque, si può obiettare che c’è da stare tranquilli perché ora è fissato un limite massimo di assunzioni a termine nel 20 per cento dell’organico, questa è una cosa sicura. Già, ma come si calcola la percentuale? Nel 20 per cento vanno incluse anche le assunzioni interinali e nell’organico vanno calcolati anche i contratti di collaborazione o le partite Iva? E che accade se il contratto di categoria stabilisce una limite inferiore? Siamo poi sicuri che la legge dia un colpo di spugna ai contratti vigenti? E se per caso l’impresa ha superato quel limite non essendo prima soggetta a vincoli quantitativi, deve licenziare i lavoratori temporanei in soprannumero? E se con le varie proroghe accade che una lavoratrice entri in maternità, siamo sicuri che non riassumendola non si incorra in un atto discriminatorio? Ed è proprio vero che tutta questa bella liberalizzazione mette al riparo dal contenzioso giudiziario? Non è che il lavoratore assunto senza causa e prorogato invoca la direttiva comunitaria che vieta le reiterazioni abusive dei contratti a termine, per la quale le assunzioni “sono di norma a tempo indeterminato” e si finisce alla Corte di giustizia europea?

È bene tenere presente che quella direttiva è scritta in inglese, quindi non ha bisogno di essere “traducibile”, è comprensibile in tutte le lingue europee. L’elenco delle incertezze interpretative potrebbe continuare a lungo: basta vedere quanto hanno detto non i sindacati, ma gli esperti e gli operatori nelle audizioni alla Commissione lavoro della Camera per rendersene conto.

La questione dell'apprendistato. Si dirà, ma c’è pur sempre il buon contratto di apprendistato, molto conveniente sul piano contributivo e retributivo, ora semplificato, senza più l’obbligo del piano formativo scritto, della formazione trasversale e del vincolo di assunzione di almeno il 30 per cento di apprendisti come condizione per assumerne di nuovi. Già, ma è molto probabile che qualcuno di questi obblighi sia reintrodotto in sede di conversione parlamentare perché ci si è resi conto che un apprendistato senza formazione assomiglia come una goccia d’acqua ai vecchi contratti di formazione lavoro, a suo tempo caduti sotto la scure delle autorità comunitarie.

Meglio aspettare, quindi, e alla faccia della “scossa” o non si assume o si assume con un termine il più breve possibile. Queste sono le conseguenze della semplificazione malfatta, della semplificazione che complica, già largamente sperimentata negli scorsi dieci anni nella caotica legislazione sul mercato del lavoro, sempre annunciata in nome della flessibilizzazione e della liberalizzazione. Meglio tenerlo presente, anche per non ripetere l’errore a scala più grande, quando si tratterà di attuare la legge delega che annuncia il vasto programma del codice del lavoro naturalmente “semplificato”. Forse è il caso di stare a vedere se i provvedimenti economici del Governo producono qualche risultato in termini di crescita della domanda e, nel frattempo, dare corso a una sana moratoria legislativa ovvero a una più approfondita riflessione.

Genealogie critiche di Lo straniero. Un’anticipazione dal nuovo libro dello studioso americano (

Lo straniero. Due saggi sull'esilio) da oggi in libreria per Feltrinelli. Il manifesto, 16 aprile 2014
La que­stione da cui sem­bra dipen­dere tutto il rac­conto del mito di Edipo di per sé appare di scarso inte­resse arti­stico, anzi non è che una rotel­lina nel mec­ca­ni­smo dell’intreccio. Sulle cavi­glie del re una ferita rice­vuta nell’infanzia ha lasciato un segno nella carne. In greco il nome «Edipo» signi­fica appunto «colui che ha le cavi­glie tra­fitte». Il re ha vaga­bon­dato, ha perso il con­tatto con le pro­prie ori­gini, ma quando nella sto­ria si arriva al punto in cui i per­so­naggi devono sapere quale sia la sua vera iden­tità, rie­scono a ritro­vare que­sta verità esa­mi­nando il suo corpo. Il pro­cesso di iden­ti­fi­ca­zione ha ini­zio quando un messo dichiara: «Pos­sono testi­mo­niarlo le giun­ture dei tuoi piedi».

Se le prove che il re Edipo sta cer­cando non fos­sero quelle rela­tive all’incesto, forse pre­ste­remmo più atten­zione a que­sta cica­trice. Nono­stante il lungo migrare del re nel corso della sua vita, il suo corpo con­serva ancora la prova inde­le­bile di chi egli sia «vera­mente». I viaggi che ha com­piuto invece non hanno lasciato sul suo corpo un ana­logo mar­chio distin­tivo: la sua espe­rienza di migrante conta poco, ovvero conta poco in rap­porto alla sua origine.

IL MAR­CHIO DELL’APPARTENENZA

Nella cul­tura occi­den­tale que­sta cica­trice di Edipo sem­bra rap­pre­sen­tare la fonte da cui discen­dono i segni inde­le­bili che il dician­no­ve­simo secolo avrebbe letto nel corpo col­let­tivo della nazione. L’origine diventa il destino. In verità, se si guarda indie­tro agli inizi della nostra civiltà, si ha l’impressione che l’esilio, lo spos­ses­sa­mento, l’emigrazione abbiano avuto un’importanza di gran lunga minore rispetto ai mar­chi dell’origine e dell’appartenenza. Viene da pen­sare al rifiuto dell’esilio da parte di Socrate come prova della cre­denza che per­fino la morte da cit­ta­dino fosse più ono­re­vole. O a quell’osservazione di Tuci­dide sul fatto che gli stra­nieri non hanno parola, con la quale non si vuol dire let­te­ral­mente che non sap­piano espri­mersi bene, ma che la loro parola nella polis conta ben poco: la loro è la chiac­chiera di quelli che non hanno la facoltà di votare.

Tut­ta­via i segni sulle cavi­glie di Edipo non sono gli unici a mar­chiare il suo corpo. Egli risponde cavan­dosi gli occhi alle ferite che all’inizio altri gli hanno inflitto. Se met­tiamo da parte la valenza ses­suale di que­sto mito e lo esa­mi­niamo sem­pli­ce­mente come un rac­conto, la seconda ferita com­pensa la prima: la prima è una ferita che indica le ori­gini, la seconda la sto­ria suc­ces­siva. Dop­pia­mente ferito, Edipo è diven­tato un uomo la cui esi­stenza si può let­te­ral­mente leg­gere sul corpo, ed è a par­tire da que­sta con­di­zione che egli erra di nuovo per il mondo come un vaga­bondo. Quando parte da Tebe, Edipo pensa che forse potrebbe ritor­nare alle pro­prie ori­gini, sulla mon­ta­gna, «sul mio Cite­rone, che mio padre e mia madre, quand’erano vivi, mi asse­gna­rono come tomba degnis­sima», ma que­sto ritorno non è desti­nato a rea­liz­zarsi. Infatti, quando si apre Edipo a Colono, anzi­ché nei luo­ghi delle sue ori­gini, Edipo è arri­vato al deme (sob­borgo) di Colono, a un chi­lo­me­tro e mezzo di distanza a nord-ovest di Atene, dove invece è desti­nato a morire secondo quanto gli ha pre­detto l’oracolo di Delfi, anche se la pro­fe­zia si avve­rerà in modo diverso da come aveva imma­gi­nato all’inizio della tragedia.

Le due ferite sul corpo di Edipo sono dun­que la cica­trice delle ori­gini, che non si può nascon­dere, e la cica­trice dell’uomo errante, che non pare riu­scire a sanarsi. Que­sta seconda insa­na­bile cica­trice nella civiltà occi­den­tale ha un signi­fi­cato come lo ha la cica­trice dell’origine che marca il valore attri­buito all’appartenenza a un luogo spe­ci­fico. I greci coglie­vano nell’interminabile viag­gio di Edipo una riso­nanza con le leg­gende ome­ri­che, spe­cial­mente con quella di Ulisse.

L’ESSERE IN CAMMINO

Nella pro­ce­dura greca, che più tardi sarebbe stata codi­fi­cata nel diritto romano, in alcune cir­co­stanze l’esilio era con­si­de­rato di fatto ono­re­vole, più della scelta di Socrate: l’exsi­lium con­ce­deva alla per­sona con­dan­nata alla pena capi­tale il diritto di sce­gliere l’espulsione al posto della morte, una scelta che rispar­miava agli amici e alla fami­glia la ver­go­gna e il dolore di assi­stere all’esecuzione di uno di loro. Ma Sofo­cle nel suo Edipo a Colono inse­ri­sce una dimen­sione morale nell’atto di emi­grare, rap­pre­sen­tando Edipo come una figura nobi­li­tata dal suo stesso sra­di­ca­mento. La tra­ge­dia tra­sforma Edipo in meteco, in stra­niero, in un per­so­nag­gio di tra­gica gran­dezza più che in un estra­neo la cui leva­tura è minore di quella di un cittadino.

Diven­tare uno stra­niero signi­fica essere strap­pati dalle pro­prie radici. La con­di­zione di sra­di­ca­mento assume nella tra­di­zione giudaico-cristiana un valore morale posi­tivo, anzi potremmo dire che diventa di fon­da­men­tale impor­tanza. Gli uomini dell’Antico Testa­mento si con­si­de­ra­vano nomadi senza radici. Lo Jahvè dell’Antico Testa­mento, con la sua Arca dell’Alleanza tra­spor­ta­bile, era lui stesso un dio nomade come sot­to­li­nea il teo­logo Har­vey Cox: «Quando l’Arca, infine, fu cat­tu­rata dai fili­stei, gli ebrei comin­cia­rono a ren­dersi conto che Jahvè non si tro­vava nem­meno in essa (…). Egli viag­giava con il suo popolo e altrove».

Jahvè era un dio del tempo più che dio di un luogo, era un dio che aveva pro­messo ai suoi seguaci un senso divino per le loro tri­sti pere­gri­na­zioni. Anche tra i cri­stiani dei primi secoli, come tra gli ebrei dell’Antico Testa­mento, il noma­di­smo e l’essere espo­sti erano pro­fon­da­mente per­ce­piti come con­se­guenze della fede. All’apice della glo­ria dell’Impero romano, l’autore della Let­tera a Dio­gneto affer­mava: «I cri­stiani non si distin­guono dal resto dell’umanità, né per sede, né per lin­gua, né per usanze. Essi infatti non abi­tano in città par­ti­co­lari, (…)non pra­ti­cano un modo di vivere straor­di­na­rio. (…)Essi dimo­rano nei loro paesi, ma solo come ospiti tem­po­ra­nei (…). Per loro ogni paese stra­niero è patria, e ogni patria è paese stra­niero». Quest’immagine di non stan­zia­lità sarebbe diven­tata uno dei modi in cui Sant’Agostino avrebbe defi­nito le due città nella Città di Dio: «Si legge nella Scrit­tura che Caino edi­ficò una città men­tre Abele, in quanto esule non la edi­ficò. La città degli eletti è in cielo, seb­bene si pro­curi nel mondo i cit­ta­dini con i quali è in cam­mino fin­ché giunge il tempo del suo regno». L’essere «in cam­mino, fin­ché giunge il tempo», piut­to­sto che la stan­zia­lità in un luogo, attinge la pro­pria auto­rità dal rifiuto di Gesù di con­sen­tire che i suoi disce­poli edi­fi­cas­sero monu­menti per lui, e dalla sua pro­messa di distrug­gere il Tem­pio di Gerusalemme.

Quella giudaico-cristiana è quindi una cul­tura che, pro­prio alle sue fonti, riguarda diret­ta­mente l’esperienza dello sra­di­ca­mento. La nostra è una cul­tura reli­giosa della seconda cica­trice. La ragione per cui viene con­fe­rito tutto que­sto valore allo sra­di­ca­mento deriva da un pro­fondo discre­dito dell’antropologia della vita quo­ti­diana: il nomos non è verità. Le cose quo­ti­diane sono di per sé illu­so­rie – illu­so­rie come lo erano per gli orfici e per Pla­tone e nella misura in cui lo sareb­bero state per sant’Agostino.

UNO STIGMA MORALE

Una sva­lu­ta­zione del com­por­ta­mento quo­ti­diano di que­sto tipo fa la sua appa­ri­zione in un momento indi­men­ti­ca­bile dell’Edipo a Colono, pro­prio nel discorso che Edipo rivolge al gio­vane Teseo: «Figlio di Egeo a me caris­simo, sol­tanto gli dei non cono­scono vec­chiaia e morte; tutto il resto viene tra­volto dal tempo onni­pos­sente. Illan­gui­di­sce la forza della terra, illan­gui­di­sce la forza del corpo; muore la lealtà, ger­mo­glia la per­fi­dia, né mai per­dura lo stesso sen­ti­mento fra gli amici o fra città e città. Agli uni subito, agli altri in seguito quel ch’è dolce si tra­muta in amaro e poi di nuovo in dolce. Così anche se ora Tebe è in pace per­fetta con te, il tempo infi­nito genera nel suo corso notti e giorni infi­niti, durante i quali essi, sotto lieve pre­te­sto, man­de­ranno al vento con la forza delle armi ogni patto d’amicizia».

Dun­que que­sta seconda cica­trice, che è il segno distin­tivo dello stra­niero, è uno stigma morale, pro­prio per­ché non si sana mai del tutto. Sia nel pen­siero clas­sico sia in quello giudaico-cristiano, coloro che si sono libe­rati dalle cir­co­stanze, coloro che con­du­cono vite da sra­di­cati, pos­sono diven­tare esseri umani di un certo rilievo. Girando per il mondo, si tra­sfor­ma­vano. Si libe­ra­vano dalla par­te­ci­pa­zione cieca e, di con­se­guenza, diven­ta­vano capaci di inda­gare le cose appro­fon­di­ta­mente in prima per­sona, pote­vano ope­rare scelte per se stessi o sen­tirsi infine, come il cieco re greco e il mar­tire cri­stiano, al cospetto di un potere più alto. Le due cica­trici sul corpo del re Edipo rap­pre­sen­tano un con­flitto fon­da­men­tale all’interno della nostra civiltà, in cui le pre­tese di verità del luogo e degli inizi si oppon­gono alle verità da sco­prire quando si diventa stranieri

«Il manifesto, 15 aprile 2004

ELEZIONI, E' TUTTO UN ALTRO PROGRAMMA
di Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale
Verso il 25 maggio. I10 punti della Lista Tsipras perché

Quando diciamo che siamo per un’Altra Europa, la vogliamo dav­vero e non solo a parole. Abbiamo in mente un ordine poli­tico nuovo, per­ché il vec­chio è in fran­tumi. Non può essere ram­men­dato alla meno peggio.

In realtà il nostro è l’unico pro­getto che non si limita a invo­care a parole un’altra Europa, ma si pro­pone di cam­biarla con poli­ti­che che riu­ni­scano quel che è stato disu­nito e disfatto. Gli altri par­titi sono tutti, in realtà, con­ser­va­tori dello sta­tus quo.

Sono con­ser­va­tori Mat­teo Renzi e il governo, che par­lano di cam­bia­mento e tut­ta­via hanno costruito quest’Unione che umi­lia e impo­ve­ri­sce i popoli, favo­rendo ban­che e speculatori. Sono con­ser­va­tori i leghi­sti, che denun­ciano l’Unione ma come via d’uscita pro­spet­tano il nazio­na­li­smo e la xenofobia. Nei fatti è con­ser­va­tore il Movi­mento 5 Stelle, che si fa por­ta­voce di un disa­gio reale, ma senza sboc­chi chiari.

Tutta diversa la Lista Tsi­pras. Il pro­getto è di cam­biare radi­cal­mente le isti­tu­zioni euro­pee, di dare all’Unione una Costi­tu­zione scritta dai popoli, di dotarla di una poli­tica estera non biso­gnosa delle stam­pelle sta­tu­ni­tensi. Tutta diversa la pro­spet­tiva della Lista Tsi­pras. La nostra non è né una pro­messa fit­ti­zia, come quella di Renzi, né una pro­te­sta che rinun­cia alla bat­ta­glia prima di farla. Met­te­remo dura­mente in discus­sione il Fiscal com­pact, e in par­ti­co­lare con­te­ste­remo — anche con refe­ren­dum abro­ga­tivo — le norme appli­ca­tive che il Par­la­mento dovrà intro­durre per dare attua­zione all’obbligo del pareg­gio di bilan­cio che pur­troppo è stato inse­rito ormai nell’articolo 81 della Costi­tu­zione, senza che l’Europa ce l’abbia mai chie­sto. In ogni caso, faremo in modo che non abbiano più a ripe­tersi cal­coli così pale­se­mente errati e nefa­sti, nati da una cul­tura neo­li­be­ri­sta che ha impe­dito all’Europa di dive­nire l’istanza supe­riore in grado di custo­dire sovra­nità che sono andate eva­po­rando, pro­teg­gen­doli al tempo stesso dai mer­cati incon­trol­la­bili, dall’erosione delle demo­cra­zie e dalla pre­va­ri­ca­zione di super­po­tenze che usano il nostro spa­zio come esten­sione dei loro mer­cati e della loro potenza geopolitica.

Ecco le 10 vie alter­na­tive che inten­diamo percorrere:

1 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché non cre­diamo sia pos­si­bile pen­sare l’economia e l’Europa demo­cra­ti­ca­mente unita «in suc­ces­sione»: prima si met­tono a posto i conti e si fanno le riforme strut­tu­rali, poi ci si batte per un’Europa più soli­dale e diversa. Le due cose vanno insieme. Ope­rare «in suc­ces­sione» ripro­duce ad infi­ni­tum il vizio mor­tale dell’Euro: prima si fa la moneta, poi per forza di cose verrà l’Europa poli­tica soli­dale. È dimo­strato che que­sta “forza delle cose” non c’è. Sta­tus quo signi­fica che s’impone lo Stato più forte.

2 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché cre­diamo che solo un’Europa fede­rale sia la via aurea, nella glo­ba­liz­za­zione. Se l’edificheremo, Gre­cia o Ita­lia diver­ranno simili a quello che è la Cali­for­nia per gli Usa. Nes­suno par­le­rebbe di uscita della Cali­for­nia dal dol­laro: le strut­ture fede­rali e un comune bilan­cio ten­gono gli Stati insieme e non col­pe­vo­liz­zano i più deboli. In un’Europa fede­rata, quindi mul­tiet­nica, l’isola di Lam­pe­dusa è una porta, non una ghigliottina.

3 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché non pen­siamo che prio­ri­ta­ria ed esclu­siva sia la difesa dell’«interesse nazio­nale»: si tratta di indi­vi­duare quale sia l’interesse di tutti i cit­ta­dini euro­pei. Se salta un anello, tutta la catena salta.

4 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché non siamo un movi­mento mino­ri­ta­rio di pro­te­sta, ma avan­ziamo pro­po­ste pre­cise, rapide. Pro­po­niamo una Con­fe­renza sul debito che rical­chi quanto deciso nel 1953 sulla Ger­ma­nia, cui ven­nero con­do­nati i debiti di guerra. L’accordo cui si potrebbe giun­gere è l’europeizzazione della parte dei debiti che eccede il fisio­lo­gico 60 per cento del pil. E pro­po­niamo un piano Mar­shall per l’Europa, che avvii una ricon­ver­sione pro­dut­tiva, eco­lo­gi­ca­mente soste­ni­bile e ad alto impatto sull’occupazione, finan­ziato dalle tasse sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie e l’emissione di ani­dride car­bo­nica, oltre che da pro­ject bond e eurobond.

5 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché esi­giamo non sol­tanto l’abbandono delle poli­ti­che di auste­rità, ma la modi­fica dei trat­tati che le hanno rese pos­si­bili. Tra i primi: l’abolizione e la ridi­scus­sione a fondo del Fiscal Com­pact, che pro­mette al nostro e ad altri Paesi una o due gene­ra­zioni di intol­le­ra­bile povertà, e la distru­zione dello Stato sociale. Pro­muo­viamo un’Iniziativa Cit­ta­dina (art. 11 del Trat­tato sull’Unione euro­pea) con l’obbiettivo di una sua radi­cale messa in discus­sione. Chie­de­remo inol­tre al Par­la­mento Euro­peo un’indagine cono­sci­tiva e giu­ri­dica sulle respon­sa­bi­lità della Com­mis­sione, della Bce e del Fmi nell’imporre un’austerità che ha gra­ve­mente dan­neg­giato milioni di cit­ta­dini europei.

6 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché non ci limi­tiamo a con­dan­nare gli scan­dali della disoc­cu­pa­zione e del pre­ca­riato, ma pro­po­niamo un Piano Euro­peo per l’Occupazione (Peo) il quale stanzi almeno 100 miliardi l’anno per 10 anni per dare occu­pa­zione ad almeno 5–6 milioni di disoc­cu­pati o inoc­cu­pati (1 milione in Ita­lia): tanti quanti hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi. Il Peo dovrà dare la prio­rità a inter­venti che non siano in con­tra­sto con gli equi­li­bri ambien­tali come le molte Grandi Opere che deva­stano il ter­ri­to­rio e che creano poca occu­pa­zione, ad esem­pio il Tav Torino-Lione e le tri­vel­la­zioni nel Medi­ter­ra­neo e nelle aree pro­tette. Dovrà age­vo­lare la tran­si­zione verso con­sumi dra­sti­ca­mente ridotti di com­bu­sti­bili fos­sili; la crea­zione di un’agricoltura bio­lo­gica; il rias­setto idro­geo­lo­gico dei ter­ri­tori; la valo­riz­za­zione non spe­cu­la­tiva del nostro patri­mo­nio arti­stico; il poten­zia­mento dell’istruzione e della ricerca.

7 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché rite­niamo un peri­colo l’impegno del governo di con­clu­dere pre­sto l’accordo sul Par­te­na­riato Tran­sa­tlan­tico per il Com­mer­cio e l’Investimento (Ttip). Con­dotto segre­ta­mente, senza con­trolli demo­cra­tici, il nego­ziato è in mano alle mul­ti­na­zio­nali, il cui scopo è far pre­va­lere i pro­pri inte­ressi su quelli col­let­tivi dei cit­ta­dini. Il wel­fare è sotto attacco. Acqua, elet­tri­cità, edu­ca­zione, salute saranno espo­ste alla libera con­cor­renza, in barba ai refe­ren­dum cit­ta­dini e a tante lotte sui “beni comuni”. La bat­ta­glia con­tro la pro­du­zione degli Ogm, quella che pena­lizza le imprese inqui­nanti o impone l’etichettatura dei cibi, la tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie e sull’emissione di ani­dride car­bo­nica sono minac­ciate. La nostra lotta con­tro la cor­ru­zione e le mafie è ingre­diente essen­ziale di que­sta resi­stenza alla com­mi­stione mon­dia­liz­zata fra libero com­mer­cio, vio­la­zione delle regole, abo­li­zione dei con­trolli demo­cra­tici sui territori.

8 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché vogliamo cam­biare non solo gli equi­li­bri fra isti­tu­zioni euro­pee ma la loro natura. I ver­tici dei capi di Stato o di governo sono un can­cro dell’Unione, e pro­po­niamo che il Par­la­mento euro­peo diventi un’istituzione dav­vero demo­cra­tica: che legi­feri, che nomini la Com­mis­sione e il suo Pre­si­dente, e imponga tasse euro­pee in sosti­tu­zione di quelle nazio­nali. Vogliamo un Par­la­mento costi­tuente, capace di dare ai cit­ta­dini dell’Unione una Carta che cominci, come la Costi­tu­zione sta­tu­ni­tense, con le parole «We, the peo­ple.…». Non con la firma di 28 re azzop­pati e pre­po­tenti, che addos­sano alla buro­cra­zia di Bru­xel­les colpe di cui sono i primi responsabili.

9 - Siamo la sola forza alter­na­tiva a pro­po­sito dell’euro. Pur essendo cri­tici radi­cali della sua gestione, e degli scarsi poteri di una Banca cen­trale cui viene proi­bito di essere pre­sta­trice di ultima istanza, siamo con­trari all’uscita dall’euro e non la rite­niamo indo­lore. Uscire dall’euro è peri­co­loso eco­no­mi­ca­mente (aumento del debito, dell’inflazione, dei costi delle impor­ta­zioni, della povertà), e non resti­tui­rebbe ai paesi il governo della moneta, ma ci ren­de­rebbe più che mai dipen­denti da mer­cati incon­trol­lati, dalla potenza Usa o dal marco tede­sco. Soprat­tutto segne­rebbe una rica­duta nei nazio­na­li­smi autar­chici, e in sovra­nità fasulle. Noi siamo per un’Europa poli­tica e demo­cra­tica che fac­cia argine ai mer­cati, alla potenza Usa, e alle le nostre stesse ten­ta­zioni nazio­na­li­ste e xeno­fobe. Una moneta «senza Stato» è un con­tro­senso poli­tico, prima che economico.

10 - Siamo la sola forza alter­na­tiva per­ché la nostra è l’Europa della Resi­stenza: con­tro il ritorno dei nazio­na­li­smi, le Costi­tu­zioni cal­pe­state, i Par­la­menti svuo­tati, i capi ple­bi­sci­tati da popoli visti come massa amorfa, non come cit­ta­dini con­sa­pe­voli. Dicono che la pace in Europa è oggi un fatto acqui­sito. Non è vero. Le poli­ti­che di auste­rità hanno diviso non solo gli Stati ma anche i popoli, e quella che viviamo è una sorta di guerra civile den­tro un’Unione che secerne di nuovo par­titi fasci­stoidi come Alba Dorata in Gre­cia, Job­bik in Unghe­ria, Fronte Nazio­nale in Fran­cia, Lega in Ita­lia. All’esterno, poi, siamo impe­gnati in guerre decise dalla potenza Usa: guerre di cui gli Stati dell’Unione non discu­tono mai per­ché vi par­te­ci­pano ser­vil­mente, senz’alcun pro­getto di disarmo, refrat­tari a ogni poli­tica estera e di difesa comune (il costo della non-Europa in campo mili­tare ammonta a 120 miliardi di euro annui). Per­fino ai con­fini orien­tali dell’Unione sono gli Stati Uniti a deci­dere quale ordine debba regnare.

L’Europa che abbiamo in mente è quella del Mani­fe­sto di Ven­to­tene, e chi lo scrisse non pen­sava ai com­piti che cia­scuno doveva fare a casa, ma a un comune com­pito rivoluzionario.

Noi oggi fac­ciamo rivi­vere quella presa di coscienza: per que­sto al Par­la­mento euro­peo saremo con Tsi­pras, non con i socia­li­sti che già pen­sano a Grandi Intese con i con­ser­va­tori dello sta­tus quo. Siamo così fatti per­ché non abbiamo per­duto la memo­ria del Nove­cento. L’Europa delle nazioni portò ai raz­zi­smi, e allo ster­mi­nio degli ebrei, dei Rom, dei malati men­tali. L’Europa della reces­sione sfo­ciò nella presa del potere di Hitler.

LISTA TSIPRAS,L’IMPRESA DELLE 220 MILA FIRME IN UN MESE
di Corrado Onni *

Oggi L’Altra Europa con Tsi­pras pre­senta la pro­prie liste elet­to­rali nei 5 capo­luo­ghi di cir­co­scri­zione, forte delle più di 220 mila firme rac­colte in un mese per ren­dere pos­si­bile la nostra par­te­ci­pa­zione alla sca­denza delle ele­zioni del Par­la­mento euro­peo. Lo faremo con ini­zia­tive gio­iose e colo­rate, intanto per­ché festeg­giamo que­sto risul­tato, che una legge elet­to­rale per­lo­meno di dub­bia legit­ti­mità costi­tu­zio­nale ren­deva quasi impos­si­bile da rea­liz­zare. E poi anche per­ché, per noi, la rac­colta delle firme ha rap­pre­sen­tato a tutti gli effetti l’apertura della cam­pa­gna elet­to­rale e que­sta scelta — al di là dell’obbligo di legge — è già un tim­bro di come la inten­diamo. Il rap­porto diretto con cen­ti­naia di migliaia di per­sone, il fatto di aver ragio­nato con cia­scuno di loro sulle ragioni e sui con­te­nuti che qua­li­fi­cano la lista. Non una rie­di­zione di espe­rienze già com­piute in pas­sato ma un’ ope­ra­zione ine­dita. Facendo leva, con­tem­po­ra­nea­mente, sui sog­getti poli­tici (Sel e Rifon­da­zione Comu­ni­sta) e sociali orga­niz­zati che con­di­vi­dono quest’approccio e su quelle realtà di sini­stra dif­fusa e di cit­ta­dini impe­gnati che in que­sti anni sono stati pro­ta­go­ni­sti di tanti con­flitti e pro­po­ste nelle ver­tenze nazio­nali e ter­ri­to­riali. Con la dispo­ni­bi­lità di tutti di met­tersi in discus­sione e di pro­vare ad uscire dai recinti e da una dimen­sione set­to­riale che per troppo tempo ha carat­te­riz­zato le espe­rienze poli­ti­che e sociali da diversi anni in qua.

220 mila firme in un mese, un dato — per usare un rife­ri­mento un po’ impro­prio — che cor­ri­sponde al numero delle firme neces­sa­rie in 3 mesi per indire un refe­ren­dum. È stato pos­si­bile per­ché ci siamo dotati di un minimo di orga­niz­za­zione, con un nucleo cen­trale e una rete dif­fusa di cen­ti­naia di mili­tanti e volon­tari, i primi pro­ta­go­ni­sti dell’attività con­creta della rac­colta delle firme, ma, ancor più, per­ché abbiamo rac­colto un biso­gno di nuova poli­tica, di chi vuole fuo­riu­scire dai popu­li­smi più o meno dolci di Renzi e Grillo e misu­rarsi real­mente con la neces­sità di far cam­mi­nare un pro­getto di tra­sfor­ma­zione reale degli assetti di potere esi­stenti e di uscire da una logica, appa­ren­te­mente oppo­si­tiva ma in realtà non così dis­si­mile, di chi si appiat­ti­sce sulle “riforme strut­tu­rali” che ven­gono impo­ste da Bru­xel­les e di chi ipo­tizza irrea­li­stici ritorni alla “sovra­nità nazio­nale”, che da sola non potrebbe comun­que uscire dai vin­coli det­tati dai mer­cati internazionali.

Ci aspetta ora la sfida dif­fi­cile, di una cam­pa­gna elet­to­rale che sap­piamo si pro­verà a con­tras­se­gnare con una rap­pre­sen­ta­zione fal­sata tra chi sta con l’Europa, magari limando le poli­ti­che di auste­rità, e chi si oppone ad essa, con rela­tivo corol­la­rio tra chi è favo­re­vole e chi è con­tra­rio all’euro. E che ten­terà di oscu­rare la pre­senza della lista dell’Altra Europa per Tsi­pras, magari dipin­gen­dola come puro resi­duo di una sini­stra pas­sa­ti­sta e magari anche liti­giosa. Sta a noi, ai tanti e diversi che si stanno impe­gnando in que­sto pro­getto, far emer­gere un per­corso ine­dito e con­di­viso al di là delle appar­te­nenze e delle espe­rienze di pro­ve­nienza. Che si uni­fica appunto nell’idea di un’altra Europa e che si può ben iden­ti­fi­care in un approc­cio che, den­tro la più grave crisi del capi­ta­li­smo dagli anni ’30 del secolo scorso, è radi­cale nei con­te­nuti che pro­pone, mag­gio­ri­ta­rio nello sguardo della pro­pria pro­po­sta, inno­va­tivo nelle forme della discus­sione e dell’agire poli­tico. L’esperienza della rac­colta delle firme ci dice che tutto que­sto è pos­si­bile, che, tra il subire le poli­ti­che dell’austerità e dei sacri­fici e limi­tarsi a urlare la pro­pria indi­gna­zione, si può pen­sare di per­cor­rere la via della tra­sfor­ma­zione e del cambiamento.

* coor­di­na­tore nazio­nale rac­colta firme L’Altra Europa con Tsipras

ITALIA: SYRIZA E LA POLITICA RADICALE
di Roberto Ciccarelli
Ale­xis Tsi­pras è il primo lea­der poli­tico euro­peo ad avere dato il nome ad una lista che si can­dida in un altro paese, l’Italia, alle pros­sime ele­zioni euro­pee di mag­gio. Que­sta ano­ma­lia, rac­con­tata in un repor­tage coin­vol­gente da Mat­teo Puc­cia­relli e Gia­como Russo Spena in Tsi­pras Chi? Il lea­der greco che vuole rifare l’Europa (Ale­gre), si spiega con la crisi senza uscita seguita all’implosione della «sini­stra radi­cale» ita­liana dopo le ele­zioni poli­ti­che del 2008 che l’hanno can­cel­lata dall’arco par­la­men­tare come sog­getto autonomo.

Dopo il nuovo fal­li­mento della «Rivo­lu­zione Civile» di Ingroia alle ele­zioni suc­ces­sive del 2013, quello dell’alleanza «Ita­lia Bene Comune» tra Sel e Pd che ha pre­fe­rito le «lar­ghe intese» con Ber­lu­sconi e oggi con Alfano, dopo l’affermazione del Movi­mento 5 Stelle di Grillo, Tsi­pras è tor­nato in Ita­lia come «Papa stra­niero». Ha fede­rato i resi­dui di quell’esperienza (Rifon­da­zione Comu­ni­sta e Sel, ma non il Pdci) con altri sog­getti o rag­grup­pa­menti come Alba, per il momento in vista delle euro­pee. Sulla con­ti­nua­zione di que­sta espe­rienza, ad oggi tenuta insieme dal pre­sti­gio intel­let­tuale dei suoi «garanti» (Luciano Gal­lino, Marco Revelli, Bar­bara Spi­nelli, Guido Viale) poco, o nulla, si sa. Per il momento avanza la sug­ge­stione per una figura poli­tica, che ha attra­ver­sato il movi­mento No Glo­bal, si è poi messo a fare poli­tica senza mai rinun­ciare aalle sue idee poli­ti­che. Un esem­pio di coe­renza e lun­gi­mi­ranza che oggi viene rico­no­sciuto a livello internazionale.

Il libro di Puc­cia­relli e Russo Spena è il primo a rac­con­tare, da sini­stra, la sto­ria di una bat­ta­glia impari, quella di un Davide greco, per di più di «sini­stra radi­cale» con­tro i poteri forti in Gre­cia e il Golia tede­sco in Europa. Un Davide che un son­dag­gio Mrb per il sito Real .Gr viene dato al 19,9% con­tro il 19,7 di Nuova Demo­cra­zia del primo mini­stro Anto­nis Sama­ras alle euro­pee. I son­daggi per le pros­sime poli­ti­che ad Atene con­fe­ri­scono al par­tito di Tsi­pras la mag­gio­ranza rela­tiva e la defi­ni­tiva can­cel­la­zione del Pasok – il Pd greco – respon­sa­bile dei quat­tro memo­ran­dum e delle poli­ti­che di auste­rità impo­ste dalla Bce, dalla Ue e dall’Fmi che hanno distrutto la Gre­cia. Con que­ste ele­zioni euro­pee Syriza si è messa alla guida «della resi­stenza euro­pea al neo­li­be­ri­smo» sostiene Tsi­pras nell’intervista rila­sciata agli autori del libro. L’operazione è intel­li­gente: dal suo punto di vista, il lea­der greco con­duce una bat­ta­glia impor­tante a livello con­ti­nen­tale e sta usando la sua cam­pa­gna elet­to­rale per pre­pa­rarsi a vin­cere le ele­zioni in patria.

«Siamo solo alla prima bat­ta­glia di una lunga guerra, e ora i gene­rali sono Mer­kel e Tsi­pras. Domani chissà» — aggiunge Tsi­pras – Ci sono due visioni del mondo: uno del capi­tale e dei mer­cati, l’altro dell’unione dei popoli d’Europa». Puc­cia­relli e Russo Spena arri­vano così al nucleo del pro­blema. Come mai Syriza, che fino a due anni fa era cono­sciuta solo dagli ex atti­vi­sti o diri­genti della sini­stra ita­liana, è diven­tato un par­tito mag­gio­ri­ta­rio? Basta, forse, avere annun­ciato – come per lungo tempo è stato fatto a sini­stra – di volere andare al governo per otte­nere una cre­scita espo­nen­ziale dei voti dal 4% nel 2009 all’attuale 26,9%? La domanda viene rivolta ai diri­genti, ai mili­tanti e agli intel­let­tuali che si rico­no­scono oggi in Syriza, ma non ottiene una rispo­sta pre­cisa. Per fare poli­tica, è chiaro che biso­gna volere andare al governo. Più forte ci sem­bra la moti­va­zione riba­dita nel libro: biso­gna farsi tro­vare nel posto giu­sto, nel momento giusto.

È que­sta la lezione machia­vel­liana che Syriza ha impa­rato stando nelle lotte, duris­sime, con­dotte dalla società greca con­tro i governi delle lar­ghe intese e le poli­ti­che di auste­rità. Una scelta dif­fi­ci­lis­sima, quella di «stare nel gorgo» di una lotta, nelle sue con­trad­di­zioni, nel dramma di uno scon­tro che ha saputo dispie­gare effe­ra­tezze, da entrambe le parti.

Radi­ca­mento sul ter­ri­to­rio, costru­zione di coa­li­zioni con sin­da­cati e movi­menti di diversa ispi­ra­zione, ampia e arti­co­lata dia­let­tica interna che Puc­cia­relli e Russo Spena defi­ni­scono una «babi­lo­nia» sal­data dall’organizzazione di Syriza ma soprat­tutto dal cari­sma del suo lea­der 39enne. La sfida del governo non sarà facile per Tsi­pras che guida un par­tito che affronta l’aggressività interna, anche dei nazi­sti di Alba Dorata, e soprat­tutto gli attac­chi della dit­ta­tura euro­pea della Troika.

Il suo pro­gramma è soli­da­mente social­de­mo­cra­tico, neo-keynesiano, euro­peo e non nazio­na­li­stico, «avvi­ci­na­bile a un neo socia­li­smo di stampo lati­noa­me­ri­cano» scri­vono gli autori. La pro­po­sta per l’Europa è di riscri­verne i trat­tati e pro­muo­vere un New Deal, un grande piano di inve­sti­menti pub­blici per lo svi­luppo. Per fare tutto que­sto, Syriza punta sulla virtù e sulla for­tuna, ele­menti che non gli sono man­cati dal 2004 ad oggi. Il libro sarà pre­sen­tato domani a Roma al Forte Fan­fulla alle 20 con Bar­bara Spi­nelli, San­dro Medici e Argi­ris Pana­go­pou­los. Modera Daniela Preziosi.

Una domanda e una risposta su cui è utile riflettere. L'interrogativo che resta aperto è: a che serve il movimento che riempie le piazze e non riesce a cambiare ciò che vorrebbe? E' solo testimonianza, o può preparare il futuro? E se la risposta è questa, quali sono le condizioni che mancano? Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2014

CARO COLOMBO, a brevi intervalli (e spessonello stesso tempo) vediamo maree di persone riunirsi in un punto o in un altrodel mondo per reclamare qualcosa di sacrosanto. A volte durano a lungo eottengono l'attenzione del mondo. Sbaglio o quasi sempre falliscono, e lamorale resta che è inutile mobilitarsi?
Rinaldo

HO SEMPRE CREDUTO che sia nobile, ma ancheinevitabile partecipare, quando sai e credi in coscienza, conoscenza e buonafede, che quella folla stia arginando un pericolo o tentando di impedirequalcosa di grave e irreversibile, oppure stia battendosi per un dirittofondamentale negato. Quando accade, vuol dire che si sta tentando di rompereuna catena di decisioni autoritarie, oppure che la democrazia apparentemente invigore, in realtà si è bloccata e si è trasformata in arbitrio.

Ma non vasempre così e non è sempre vero. Nel giro di poco tempo abbiamo visto le folleriempire immense piazze in Egitto, Tunisia, Turchia, Thailandia, Ucraina,Libia, Siria, Venezuela. In Siria la piazza è diventata spaventosa guerracivile, in Ucraina stava per diventare guerra del mondo, in Libia è diventataguerra di bande, negli altri Paesi nessuna folla ha vinto, neppure nelle“primavere arabe” dove pure, più che altrove, il protagonismo intelligentedella folla (e il ruolo delle donne) è sembrato sul punto di cambiare civiltà estoria. A quanto pare il fenomeno del momento sembra essere che anche la follapiù nuova e disinteressata e nobilmente antagonistica (motivata non dalsalvarsi ma dal cambiare in modo profondo) non ha un leader, non lo chiede enon lo propone.

A questo punto si profilano due cambiamenti. Uno è l'abbandono.I reduci tornano sconfortati dalla piazza che a mano a mano si vuota, con lapersuasione (che qualcuno di loro a volte ha pagato a caro prezzo) che “nonserve a niente”. L'altro è il presentarsi del leader senza folla. Si offre, disolito con un espediente di spettacolo, inventa qualcosa e chiede di seguirlo.Entra in gioco la Rete, non solo per Grillo. Molto avviene, anche senza laforte celebrazione che ne fa il Movimento 5 Stelle, in Rete e attraverso laRete. Crea un militantismo solitario, ognuno con il leader e immaginando unafolla di compagni di avventura politica che, anche quando si materializza inuna piazza, è molte volte più piccola di quella che in realtà esiste o sipresume in Rete. Grillo ha certamente affrontato con inaspettato successo(inaspettato anche per lui) la prima prova nella storia. Per sapere bisogneràaspettare questa seconda, delle elezioni europee. Sapere cosa?

Sapere se unapiazza vale l'altra. O meglio se è ormai vero che la piazza in Rete è la verapiazza e che l'altra, per quanto colorita e appassionata e disperata (penso alVenezuela in questi giorni) prima o poi finisce, e tornano conformismo esilenzio. Della prima piazza sappiamo tutto, dai suoi trionfi ai suoifallimenti. Della seconda non sappiamo niente. Accade qualcosa di profondamentediverso. Ma che cosa c'è dall'altra parte?

«L’introduzione di un reddito minimo per i poveri di tipo non categoriale è stata cancellata dall’agenda politica. Il Governo Renzi si interessa solo di lavoratori con scarso reddito o disoccupati. Dimenticando chi non è mai entrato nel mercato del lavoro»

. da www.lavoce.info, 11 aprile 2014 (m.p.r.)

Solo lavoratori e disoccupati.

L’introduzione di un reddito minimo per i poveri di tipo non categoriale sembra di nuovo sparita dall’agenda politica. Rimandata dal Governo Letta a un lontano futuro, a favore della carta acquisti riservata solo, in via sperimentale, a una categoria di poveri così ristretta e cervelloticamente definita che i comuni fanno fatica persino a individuarli (come hanno ammesso anche Maria Cecilia Guerra e Raffaele Tangorra), nonostante l’evidenza dell’aumento della povertà assoluta, non fa parte delle riforme radicali che questo esecutivo ha in mente. Tra le tante raccomandazioni europee, è quella più ignorata, anche a parole, ancora più delle pur trascuratissime politiche di conciliazione tra responsabilità famigliari e lavorative.

A onor del vero, un accenno si trova nel disegno di legge delega “Disposizioni in materia di ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e politiche attive”, in cui dovrebbe concretizzarsi il promesso jobs act renziano. Ma si tratta dell’ennesima misura categoriale. All’articolo 1, comma 5 (che segue il comma sulla generalizzazione, in prospettiva e in via sperimentale, dell’Aspi), si legge: “eventuale introduzione, dopo la fruizione dell’Aspi, di una prestazione, eventualmente priva di copertura figurativa, limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente, con previsione di obblighi di partecipazione alle iniziative di attivazione proposte dai servizi competenti”. Ovvero, solo coloro che hanno perso il diritto all’Aspi e sono poveri potranno forse ottenere un sussidio. Coloro che non sono mai riusciti, per motivi diversi, a trovare un’occupazione che facesse loro maturare il diritto all’Aspi, ne sono esclusi e con loro anche le loro famiglie. Queste non vengono effettivamente “viste”, salvo che come base di calcolo dell’Isee.
A ben vedere, ciò che si propone qui è ciò che esisteva in Germania prima della riforma Harz del 2000: un sussidio di disoccupazione di secondo livello, destinato appunto ai disoccupati poveri che avevano perso il diritto alla indennità di disoccupazione standard senza aver trovato una nuova occupazione. Ma in Germania esisteva, ed esiste tutt’ora dopo l’eliminazione dell’indennità di secondo livello, una misura di reddito minimo per chi si trova in povertà, distinta dall’indennità di disoccupazione e senza il requisito della perdita del diritto a questa, ma solo sulla base del reddito famigliare. Non si capisce la logica per cui si introdurrebbe il secondo livello, che non esiste ormai da nessuna parte, mentre continua a mancare una misura di sostegno al reddito per tutti coloro che si trovano in povertà, che viceversa esiste nella quasi totalità dei paesi UE ed è specificamente raccomandata dalla UE stessa, a partire dal lontano 1992.
Mettendo insieme questa norma e quanto annunciato nel Dpef relativamente alla riduzione dell’Irpef per i lavoratori dipendenti a basso reddito (individuale? famigliare?), se ne deduce che i poveri “meritevoli” sono solo i lavoratori che guadagnano poco e coloro che hanno perso un lavoro che ha dato loro, per un certo tempo, accesso all’indennità di disoccupazione. Mamme sole costrette a presentarsi sul mercato del lavoro per la fine di un matrimonio, donne e uomini che non sono mai riusciti ad avere una occupazione nel mercato del lavoro formale, e i loro famigliari, continueranno, come già avviene per la social card sperimentale, a essere considerati immeritevoli di sostegno.

Un ritorno all'Ottocento

Nella delega, il requisito dello status di disoccupato che ha esaurito il diritto all’Aspi per ottenere sostegno economico sembrerebbe contraddetto dal successivo comma 6, dove si propone “l’eliminazione dello stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a servizi di carattere assistenziale”. Dato che non posso pensare che chi ha scritto i commi si sia distratto, temo che si tratti non di un allargamento delle norme di accesso all’assistenza economica, ma di una restrizione, per altro legittima, all’accesso ad altre prestazioni assistenziali: non basterà più essere disoccupati per avere l’abbonamento scontato sui mezzi pubblici o per non pagare i ticket sanitari. Occorreranno anche altri requisiti, in primis di reddito.

Per avere assistenza economica, tuttavia, non basterà essere poveri ed essere disponibili a mettere in opera tutte le attività necessarie per migliorare le proprie chances occupazionali. Occorrerà, appunto, anche aver perso il lavoro ed esaurito l’Aspi.Un’ultima osservazione: mentre si identificano i soli disoccupati come possibili beneficiari si assistenza economica, si dà una interpretazione assistenziale anche della indennità di disoccupazione, o Aspi. Al punto c del comma 6, infatti, si propone di individuare meccanismi che prevedano un coinvolgimento attivo dei soggetti beneficiari sia di Aspi che del sussidio di secondo livello, al fine di favorirne “l’attività a beneficio delle comunità locali”. Non solo l’assistenza, anche la previdenza sono così trasformate in beneficenza da contraccambiare con lavoro gratuito, neppure con i discussi e discutibili mini-jobs imposti agli assistiti in Germania. Più che la(s)volta buona, sembra piuttosto un ritorno all’Ottocento.

E' davvero interessante che un notista politico così acuto e informato si limiti a constatare che in Italia il gioco è interamente ristretto al duello tra i due populismi (direi i due "autoritarismi" o meglio ancora i due ducetti). A sinistra, per un'Europa nuova, non c'è proprio nulla? Guardi meglio.

La Repubblica, 14 aprile 2014
NON ci sono ancora dati attendibili, in vista delle Europee. Stimare in modo credibile le scelte di voto, con troppo anticipo, è difficile. E, prima ancora, rischioso. Basti l’esempio delle elezioni politiche del 2013. E fare pronostici, partendo dai sondaggi, oggi è ancor più insidioso dell’anno scorso. Un po' per i limiti dello strumento. Ma soprattutto perché sono molti gli elettori indecisi, che scelgono all’ultimo momento se e per chi votare. L’anno scorso, ad esempio, secondo le indagini del La Polis dell’Università di Urbino (pubblicate in Un salto nel voto, Laterza), oltre il 10% degli elettori del M5s (3-4 punti, in termini complessivi) maturarono la loro scelta negli ultimi due giorni. I last minute voter premiarono largamente il M5s ai danni del Pd.

Oggi, comunque, per azzardare stime di voto — usandole come previsioni — c’è la complicazione del tempo. E del tipo di elezione. Manca ancora molto. E, soprattutto, si tratta di elezioni europee. Che gli elettori hanno sempre affrontato in modo diverso, rispetto alle altre consultazioni. Usandole, di frequente, come un test per lanciare messaggi “interni” ma anche “esterni” al Paese. Contro le forze politiche nazionali e i governi europei. Tanto più che si vota con un sistema proporzionale, senza alleanze né alleati di coalizione. In più, c’è il problema dell’astensione. La quota di chi non si reca alle urne, infatti, è sempre più ampia rispetto alle altre elezioni. Nel 2009, in Italia, votò il 65% degli aventi diritto: 10 meno delle politiche di un anno fa. Per questo è difficile cogliere tendenze attendibili, in questa fase. Anche se, per quel che mi riguarda, io mi sono fatto un’impressione, abbastanza precisa. Confortata solo in parte dai sondaggi.

Personalmente, infatti, io credo che si delinei un risultato diverso, rispetto alle elezioni politiche dell’anno scorso, quando sono emerse tre grandi minoranze. Fra loro incompatibili oppure alternative. Dopo un anno di governi di intese larghe e nebulose; un anno di frazionamento partitico, a destra, e di cambiamento di leadership — e di premiership — a sinistra: penso che molto sia cambiato, rispetto al 2013. Ritengo, in particolare, che in questa occasione le grandi minoranze, in grado di ottenere un risultato importante, siano, di nuovo, due. Renzisti e Grillini. Che il voto si concentrerà, dunque, sui due principali partiti che oggi occupano la scena politica. Il (post) Pd, unica maggioranza. E il M5s, unica forza di opposizione.

Le ragioni per cui, a mio avviso, potrebbe avvenire ciò sono diverse. Tutto sommato, prevedibili e comprensibili. Anzitutto, vent’anni di Berlusconismo hanno abituato gli italiani a personalizzare il loro voto. A votare pro o contro Berlusconi. L’anno scorso questo gioco non ha funzionato. Perché Berlusconi, ormai, è invecchiato. Più delle inchieste della Magistratura, l’hanno logorato anni e anni di governo e di promesse senza esito. Il mito dell’imprenditore e dell’individualismo possessivo. Reso in-credibile dalla crisi. Come la figura che ne è simbolo e interprete. Appunto. Certo, Berlusconi è in grado di sopravvivere alla fine del Berlusconismo. Anche perché è stato cooptato. Da Renzi. A cui garantisce sostegno per le riforme istituzionali — anche se formalmente sta all’opposizione. Ottenendone, in cambio, una legittimazione che gli permette di resistere. O, almeno, di esistere. Renzi. È lui, ormai, il leader di riferimento. Il “capo” (come scandiscono Mauro Calise e Fabio Bordignon nei loro ultimi saggi). Difficile non misurarsi pro o contro di lui. Ma contro di lui sono pochi, a potersi schierare, tra le forze politiche dell’era berlusconiana. Sel (accanto a Tsipras), i leghisti. Mentre i problemi gli giungono, semmai, dall’interno. Da quel partito incompiuto che è il Pd. Renzi, tuttavia, l’ha addomesticato. Dopo aver vinto le primarie, ha agito “come se” il partito non ci fosse. D’altronde, gli altri partiti della maggioranza senza di lui non esisterebbero. I centristi: chi li ha visti? Il Ncd: pare impossibile, in futuro, che si allei con Berlusconi. Ultimo segnale: il passaggio di Bonaiuti, storico portavoce di Berlusconi. FI, come ho già detto, fa l’opposizione a parole, ma agisce da complemento al premier. Mentre Renzi tratta con Berlusconi per neutralizzarlo e intercettare i suoi voti, più che per restituirgli credito.

Così, non resta che Grillo. Insieme al M5s. L’unico oppositore e l’unica opposizione. L’unico canale del dissenso tematico — sulle spese della politica, le regole istituzionali e costituzionali. Ma soprattutto, del dissenso-e-basta. Contro lo Stato centrale, contro l’Europa dell’Euro, contro il ceto politico e la classe dirigente. Per questo Grillo cavalca e alimenta ogni manifestazione anticentralista. Da ultimo, in modo clamoroso, la mobilitazione per l’indipendenza regionale promossa e gestita dai “venetisti”. Condivisa da gran parte dei suoi elettori (circa il 60%, secondo Demos ma anche Ipsos). L’in-dipendenza, secondo l’interpretazione di Grillo, come non-dipendenza da Roma, dallo Stato, dall’Europa. In nome della democrazia della Rete. La democrazia diretta, senza mediazioni e senza mediatori. Salvo Grillo, Casaleggio e il loro sistema operativo. Per questo Grillo ha, ormai, puntato le sue armi — retoriche e polemiche — con un solo, unico bersaglio. Renzi. “Colpevole” di essere visibile, anche troppo. Capace di comunicare, di usare i media. Come lui. Grillo. Veterano delle piazze, dei teatri, delle arene. Della tivù. Cerca, così, di personalizzare l’alternativa pro o contro Renzi. Di trasformarla in una contesa fra renzismo e grillismo. Un po’ come al secondo turno delle presidenziali oppure, per analogia, delle elezioni per il sindaco. Com’è avvenuto a Parma, nel 2012, quando Pizzarotti intercettò il voto della destra, determinata a battere la sinistra. Certo, le europee non sono le amministrative né le politiche. Tanto meno le presidenziali. Però, l’ election day associa il voto europeo a quello amministrativo. In molte città. Grillo non è Pizzarotti. E Renzi è un Capo capace di polarizzare il consenso e la competizione. Per cui non mi sorprenderei se, il prossimo 25 maggio, il voto si bi-personalizzasse. E i primi due partiti — Pd e M5s — e i loro Capi ottenessero, insieme, i due terzi dei voti. Riproponendo quel “bipartitismo imperfetto” che, secondo Giorgio Galli, ha segnato la storia della nostra Repubblica.

Le regge di quello che a troppi italiani piacque, e magari piace ancora, anche perché di travestiva da Re (Mida). L

a NuovaSardegna, 13 aprile 2014
La richiesta di Berlusconi di essere affidato ai servizi sociali all'interno della sua tenuta di Arcore (secondo Il Messaggero) è l'ultima incredibile mossa che conferma il ruolo polifunzionale attribuito alle sue case.

Per raccontare e interpretare l'ultimo ventennio, non si potrà eluderlo l'intreccio pubblico-privato – condensato nell'intimo di quelle case – e al quale l'Italia si è appassionata fino ai dettagli. Palese nelle intercettazioni che sono ormai testi con una loro cifra (la cronaca è letteratura compressa, diceva Oscar Wilde). Berlusconi si capirà solo traducendo la fiction e spiegando l'iconografia che molto si è giovata di sfondi domestici. In parte svelati da giornalisti coraggiosi o fortunati: per via di un filtro potente, una regia con il compito di escludere il caso nella rappresentazione (o pronta a volgerlo a vantaggio).

Le case di Berlusconi sono la location del format – direbbero gli esperti di televisione. Hanno contribuito molto al suo successo e alle sue disgrazie, e avranno un posto nel resoconto degli storici. Sono i palazzi del potere di quest'epoca, indispensabili alla recita allestita volta per volta (la libreria con foto di famiglia nei momenti solenni). Case di un uomo politico molto ricco, diventate scenari della politica. Come mai era accaduto nella storia della Repubblica, e com'era, piuttosto, nelle monarchie, quando la reggia assicurava i fondali per le movenze simboliche del sovrano e della corte. Gli organi di informazione hanno continuamente titolato di incontri a Palazzo Grazioli (tutto maiuscolo). E così la sua casa di Belusconi divenuta per molti una sede istituzionale. Talmente attrezzata da rendere sconsigliabile ogni attività distante da quelle mura protettive. Tant'è che il giorno drammatico della decadenza il pubblico è stato convocato nella strada lì davanti

Nessuno ha mai fantasticato sulle case dei leader della prima Repubblica, che so, sull' appartamento di Prodi a Bologna. E neppure Mussolini, in quell'altro ventennio, ha mai esibito una sua casa a Roma (era ospite dei Torlonia e vedeva Claretta a Palazzo Venezia).Dopo il 1994 le sedi del governo e della politica sono finite in secondo piano, e architetture come Palazzo Chigi (la “prua d'Italia” secondo il duce) sono state declassate a succursali della casa romana di Berlusconi, o addirittura della villa in Sardegna.

In primo piano le tre case dislocate tre regioni. Un corpus solido, una macchina scenica unitaria nonostante le distanze. La monumentale villa di Arcore congeniale all'immagine dell'imprenditore di successo, il palazzo nella capitale (in affitto:25milioni all'anno) motore dell' attività politica, e la casa nel mare di Olbia.

Due splendide residenze aristocratiche, impianto seicentesco, interni sempre troppo agghindati per le foto ufficiali; mentre la casa sarda, già di Flavio Carboni, rispecchia il sogno della villeggiatura dei molto danarosi. Stile “Costa Crociere”, attrezzata per gli show estivi con gli effetti speciali noti (finto nuraghe, vulcano telecomandato, anfiteatro con luci psichedeliche, ecc.), resterà nella memoria per gli illustri ospiti stranieri costretti a perdere l'aplomb istituzionale in quel clima spensierato.

E' in questo set di edifici che la corte berlusconiana ha affiancato tutti i comportamenti del leader, nelle vesti improbabili dello statista con le note derive dal pop al trash. E ognuno di questi luoghi ha consentito lo svolgimento di attività diverse in un mix simultaneo (incontri di affari, strip tease, riunioni di partito e cene eleganti). Il modello è l'abitare del sovrano per il quale tutte le occasioni – un'udienza solenne come un ballo in maschera – erano buone per prendere decisioni.

Gli studiosi che si sono interrogati sul potere sanno che pure grazie ai simboli l' autorità politica viene percepita e riconosciuta. E' andata come sappiamo in questi anni. E ora potrebbe cominciare un'altra storia, almeno affrancata da comportamenti da antico regime. Gli interrogativi di queste ore sul futuro di Berlusconi in declino sottintendono pure il destino delle sue case, con quel surplus di valore simbolico che forse impedirà un loro ritorno nella normalità della dimensione privata. E comunque vadano le cose per Berlusconi, è facile immaginare che per i suoi sostenitori conserveranno la capacità di evocare i fasti del passato, nonostante il senso di malinconia che mettono i luoghi dove i leader concludono la loro carriera.

A tutti gli altri basterà che i palazzi delle istituzioni tornino ad assumere appieno il loro ruolo.

Intervistato da Antonio Sciotto il costituzionalista ammonisce: «stiamo attenti, perché l’esclusione e la povertà hanno rag­giunto ormai pesi inso­ste­ni­bili, e la poli­tica non può can­cel­lare il con­flitto evi­tando il confronto». Ma c'è da dubitare che il balilla che conduce il paese lo ascolti.

Il manifesto, 13 aprile 2014
A con­clu­dere il con­gresso della Fiom, giu­sto poco prima della sfida tra Susanna Camusso e Mau­ri­zio Lan­dini, non poteva che essere Ste­fano Rodotà. Il pro­fes­sore, ama­tis­simo dai metal­mec­ca­nici e legato a dop­pio filo a Lan­dini, ha esor­dito toglien­dosi qual­che sas­so­lino mes­so­gli nella scarpa dal pre­si­dente del con­si­glio: «C’è il popu­li­smo di Ber­lu­sconi – ha spie­gato – e c’è quello di Grillo, ma c’è anche un nuovo popu­li­smo, più sof­fice, di Renzi. Come si può defi­nire altri­menti l’atteggiamento di chi rifiuta il con­fronto con i corpi inter­medi come il sin­da­cato, per rimuo­vere for­zo­sa­mente la com­ples­sità che c’è nella società?».

E non basta, Renzi viene anche accu­sato di voler rea­liz­zare un «neoau­to­ri­ta­ri­smo, un auto­ri­ta­ri­smo soft, che man­tiene le forme della demo­cra­zia e ne svuota la sostanza». Bru­cia ancora al costi­tu­zio­na­li­sta l’attacco del pre­mier ai «pro­fes­so­roni» che lo cri­ti­cano sull’Ita­li­cum e la riforma del Senato. Ma soprat­tutto, Rodotà è pre­oc­cu­pato dalla tenuta della demo­cra­zia: «Si vuole tenere fuori chi sta sotto l’8% – dice – Si intende dire a chi pren­derà magari 3 milioni di voti che per lui non c’è posto. Si pro­fila una con­cen­tra­zione del potere che sovra­rap­pre­sen­terà pochi sog­getti, i due par­titi a cui si vuole ridurre il Par­la­mento, e lascerà fuori tutti gli altri. Il governo e la mag­gio­ranza della nuova Camera coin­ci­de­ranno, con l’opposizione che sarà sim­bo­lica. E tutto senza con­trap­pesi ade­guati negli organi di con­trollo: per­ché dallo stesso blocco ver­ranno il pre­si­dente della Repub­blica, i giu­dici della Corte costi­tu­zio­nale, i mem­bri del Csm. E il Senato stesso non avrà suf­fi­cienti fun­zioni di controllo».

Rischio di auto­ri­ta­ri­smo, dun­que: «Noi diciamo sì alla fine del bica­me­ra­li­smo per­fetto – con­ti­nua Rodotà – ma se la legge di bilan­cio e la fidu­cia le avrà la sola Camera, si costi­tui­sca allora un Senato elet­tivo, con legge pro­por­zio­nale, così da assi­cu­rare la rap­pre­sen­tanza a tutti e poter avere con­trap­pesi. Io sono stato depu­tato negli anni di piombo, e far entrare allora i par­titi “extra­par­la­men­tari” fu un modo per evi­tare rischi di col­la­te­ra­li­smo con il ter­ro­ri­smo. Stiamo attenti, per­ché l’esclusione e la povertà hanno rag­giunto ormai pesi inso­ste­ni­bili, e la poli­tica non può can­cel­lare il con­flitto evi­tando il confronto».

Il pro­fes­sore pone un paral­le­li­smo tra due recenti pro­nun­cia­menti della Corte costi­tu­zio­nale: «Mi rife­ri­sco alle sen­tenze sulla Fiat e sul Por­cel­lum, neces­sa­ria­mente col­le­gate, per­ché ven­gono dalla stessa Con­sulta e par­lano entrambe di rap­pre­sen­tanza». In una pas­sata ini­zia­tiva della Fiom, tra l’altro, Rodotà aveva espli­ci­ta­mente cri­ti­cato il Testo Unico fir­mato anche dalla Cgil e attac­cato dalla Fiom, rile­vando dei pos­si­bili rischi di inco­sti­tu­zio­na­lità: ma ieri, pro­ba­bil­mente a causa della pre­senza di Susanna Camusso – che lo ha ascol­tato con atten­zione seduta alla pre­si­denza – su que­sto tema ha pre­fe­rito non pren­dere posi­zione in modo espli­cito, per non far pre­ci­pi­tare la tensione.

Rodotà ha quindi con­fer­mato l’annuncio già fatto da Lan­dini: il gruppo della «Via mae­stra» si appre­sta a «rac­co­gliere le firme per un refe­ren­dum sull’articolo 81 della Costi­tu­zione», in modo da abro­gare l’obbligo del pareg­gio di bilan­cio. Subito dopo, ha elen­cato le bat­ta­glie che lo vedranno alleato alla Fiom di Lan­dini: la richie­sta al governo Renzi e al Par­la­mento di «abro­gare l’articolo 8» voluto da Sac­coni su pres­sioni della Fiat, «isti­tuire un red­dito minimo o di cit­ta­di­nanza che dir si voglia», «appro­vare una legge sulla rap­pre­sen­tanza». Infine, «tor­nare a spe­ri­men­tare nuovi modelli di par­te­ci­pa­zione, come il bilan­cio par­te­ci­pato nei comuni»

«I robot sono dietro l’angolo, ma «le strategie manifatturiere costruite sul risparmio di costo del lavoro stanno diventando fuori moda». Le variabili in gioco sono di più e sono più complesse». La

Repubblica, 13 aprile 2014

IL FENOMENO è mondiale, dall’America all’Europa. Negli Stati Uniti, fa addirittura parlare di rinascita dell’industria manifatturiera nazionale. Forse, gli americani esagerano. I numeri, però, cominciano ad essere indicativi, dice Luciano Frattocchi, dell’università dell’Aquila. Insieme a colleghi di Catania, Udine, Bologna, Modena e Reggio, Frattocchi ha costruito un gruppo di ricerca — UniCLUB MoRe — che tiene il conto. Negli Usa, sono ormai 175 le decisioni di rimpatrio, totale e parziale, di produzione. Ma dopo gli Usa, la classifica mondiale dei ripensamenti vede le aziende italiane, con un’impennata a partire dal 2009. Sono 79 unità produttive, che coinvolgono una sessantina di aziende. Circa il doppio di quanto si registra in Germania, in Gran Bretagna o in Francia. In un momento di diffusa paralisi del sistema industriale italiano, le condizioni a cui questi rimpatri avvengono, le loro motivazioni, le scelte strategiche che sottintendono riescono a dire molto, già oggi, di come potrà essere la ripresa prossima ventura dell’economia italiana.

Sulla Riviera del Brenta, non lontano da Verona, Gianni Ziliotto è sul punto di lanciare un progetto ambizioso per la B. Z. Moda. Produce scarpe da donna di fascia media (100-150 euro al paio) che esporta al 100%, soprattutto in Nord Europa. L’azienda è piccola — circa 11 milioni di euro il fatturato — ma Ziliotto pensa in grande. Rimpatriare il grosso della produzione dal Bangladesh e dalla Cina e puntare sui robot. «Si tratta di automatizzare 6-7 operazioni ripetitive, che oggi fanno solo gli extracomunitari » precisa. «Avremmo, invece, bisogno di periti e ingegneri ». É un investimento che si mangia, da solo, l’8-10% del fatturato e, per questo, Ziliotto si muove con i piedi di piombo. Ma è questa la strada maestra che sembrano indicare le ristrutturazioni che, nel mondo, America in testa, accompagnano il rimpatrio delle aziende. Il differenziale fra i salari cinesi e quelli occidentali non è più ampio come qualche anno fa e l’automazione consente di abbatterlo anche in patria. Insieme ai costi di trasporto è una delle motivazioni principali che spinge le imprese al “back-reshoring”, come lo chiamano Frattocchi e colleghi. «L’effetto netto sull’occupazione è che i posti di lavoro che si recuperano — conferma Frattocchi — non sono uguali, né per quantità, né per professionalità, a quelli che si erano persi originariamente con la delocalizzazione ». Del resto, i consulenti della McKinsey, la bibbia delle aziende, calcolano che, entro dieci anni, fra il 15 e il 25% dei posti di lavoro operai saranno occupati dai robot.
Eppure, se questo è un asse del futuro vicino, non è l’unico. Ce lo spiega la stessa bibbia McKinsey:
i robot sono dietro l’angolo, ma «le strategie manifatturiere costruite sul risparmio di costo del lavoro stanno diventando fuori moda». Le variabili in gioco sono di più e sono più complesse. Lo indica lo stesso fenomeno del back-reshoring italiano. A scappare erano state soprattutto le aziende del ciclo tessile-abbigliamento-calzature, colpiti al cuore dalla concorrenza dei salari cinesi o vietnamiti. Ma anche il grosso delle imprese italiane che tornano — quasi la metà — sono di quel settore. E meno del 14% motiva il cambio di strategia con i parametri di costo del lavoro. In media, nel mondo, quelli sono, invece, i fattori decisivi in quasi il 20% dei casi. Cosa spinge, allora, le aziende italiane dei jeans, delle borse e delle scarpe a ritentare l’avventura italiana?

Piquadro, 60 milioni di euro di fatturato negli accessori e nella pelletteria, oggi realizza l’80% della sua produzione in Cina e il 20% in Italia. Recentemente, tuttavia, ha deciso di riportare in Italia i prodotti della gamma più alta. «Li abbiamo affidati, come sempre — spiega l’amministratore delegato, Marco Palmieri — a terzisti, ma stiamo pensando di aprire, in collaborazione con loro, una vera e propria fabbrica nostra, qui nella nostra zona tradizionale, l’Appennino tosco-emiliano». Il motivo si può riassumere nella qualità della produzione artigianale più sofisticata che, in Italia, raggiunge la massima espressione e che è impensabile di trovare in Cina. É la stessa molla che, l’anno scorso, ha convinto un’altra azienda di accessori, la Nannini di Pontassieve a riaffidare a fornitori italiani tutta la propria linea in pelle. La qualità, però, non è l’unico elemento su cui insiste Palmieri. «Noi — dice — vogliamo avvicinarci alle esigenze del cliente. Oggi, uno, sul nostro sito, si può costruire un prodotto tutto per sé, secondo il proprio particolarissimo gusto. E sempre più queste vendite tailor-made online si faranno in futuro. Ora, noi abbiamo sempre usato, per i nostri prodotti, pellami italiani. Cosa facciamo? Prendiamo il pellame, lo spediamo in Cina e poi, quando la borsa è pronta, la reimportiamo in Italia? Magari il cliente si stufa». Quelli della McKinsey ne parlano come di corsa all’“in-time delivery” ed è un altro dei motivi centrali del rimpatrio di molte aziende.
Il 42% delle aziende censite da UniCLUB dichiara come decisivo per il rimpatrio l’effetto “made in”, made in Italy, nel caso. Una forma di “branding” nazionale, per dirla alla McKinsey, che schiude porte e spiana strade ed è una delle carte decisive della ripresa. Frattocchi racconta di un’azienda, ANDcamicie, che produce camicie in Cina e che è stata avvicinata da un imprenditore cinese che vorrebbe distribuire i prodotti AND in 40 diversi centri commerciali. Ad una condizione, però: che siano certificate come prodotte in Italia. A vendere camicie italiane made in China non ci pensa neanche.

«Per quanto la Rete sia meravigliosamente elastica e resistente, non possiamo dimenticare che fu concepita alle origini per qualche milione di utenti al massimo, ora siamo miliardi. È un sistema che si sta avvicinando al livello di guardia, nel senso che sta raggiungendo quel limite oltre il quale potrebbe sfuggire al controllo umano». La

Repubblica, 13 aprile 2014 (m.p.r.)

«Se esistesse una scala Richter da 1 a 10 per i terremoti su Internet, quello che abbiamo subìto pochi giorni fa sarebbe a quota 11». L’esperto di crittografia Bruce Schneier ha fatto questo bilancio drammatico sul New Yorker, a proposito del super-virus Heartbleed. 500.000 siti violati per due anni, inclusi colossi come Twitter, Yahoo, Amazon, Dropbox, Tumblr. Centinaia di milioni di password, carte di credito, accessi bancari potrebbero essere finiti in mano a hacker, ladri, truffatori. Il bilancio è ancora provvisorio. Questi disastri si susseguono sempre più spesso e con un’intensità crescente: è di pochi mesi fa il maxifurto di milioni di carte di credito dei clienti di Target, la catena di grandi magazzini. Tra le cause, spiccano due anomalie. Primo, nella Rete la sicurezza non è una priorità così stringente come lo è per esempio nel trasporto aereo (dove gli incidenti diminuiscono da anni anziché aumentare). Secondo punto, a conferma del primo: molti dispositivi di sicurezza (come il software di crittografia OpenSsl che è stato vittima del supervirus Heartbleed) sono frutto di lavoro volontario, semi-gratuito o scarsamente remunerato, nonostante gli immensi profitti incassati dai giganti dell’economia digitale. Ma questa sottovalutazione potrebbe portarci verso un cataclisma molto peggiore. È il Grande Blackout della Rete, evocato in una conferenza Ted da Dan Dennett, raccogliendo plausi e allarme nel mondo degli esperti. «Cerchiamo almeno di prepararci a sopravvivere per le prime 48 ore di caos e paralisi totale», è una delle esortazioni di Dennett. In quei primi due giorni forse ci giocheremmo tutto, l’umanità (almeno quella che abita nei paesi avanzati) rischierebbe di retrocedere in una sorta di Medioevo. «L’11 settembre 2001 sembrerebbe un episodio minore al confronto», rincara Dennett, ricordando che in effetti l’attacco alle Torri Gemelle avvenne in un’era quasi preistorica dal punto di vista della nostra dipendenza digitale.

Dennett non è un apocalittico. Al contrario, a 72 anni il celebre scienziato e filosofo cognitivo è considerato uno dei più grandi esponenti di un pensiero laico, iper-razionale. Direttore del Center for Cognitive Studies alla Tufts University di Boston, Dennett è autore di numerosi saggi tradotti in italiano (tra gli ultimi La religione come fenomeno naturale da Raffaello Cortina, Coscienza da Laterza). Ai cicli di conferenze Ted, affollati di esperti di informatica, lui viene presentato come “il filosofo preferito dagli studiosi dell’intelligenza artificiale” per le sue analisi sull’analogia tra il pensiero umano e il funzionamento della robotica. Quando lo intervisto, partiamo dallo scalpore che ha suscitato la sua profezia sul Grande Blackout.
Questo pericolo è sempre apparso remoto, per via della struttura stessa di Internet: agli antipodi di un sistema centralizzato, la Rete è stata concepita fin dalle origini per essere policentrica, federata, non gerarchica, diffusa, flessibile, perciò stesso non esposta ad un collasso generale. «Verissimo – mi dice Dennett – e infatti tutti sono ammirati dalla robustezza, anzi dalla resilienza di Internet. E tuttavia il monito che ho lanciato non è un’idea mia, l’ho raccolta consultando molti esperti di tecnologia. Per quanto la Rete sia meravigliosamente elastica e resistente, non possiamo dimenticare che fu concepita alle origini per qualche milione di utenti al massimo, ora siamo miliardi. È un sistema che si sta avvicinando al livello di guardia, nel senso che sta raggiungendo quel limite oltre il quale potrebbe sfuggire al controllo umano. Alcuni esperti calcolano che un Grande Blackout abbia probabilità remote, ma non nulle. Potrebbe accadere fra moltissimo tempo, o la settimana prossima ». Evento improbabile ma non impossibile, un po’ come il Big One nella versione estrema (con mezza California che sprofonda nel Pacifico).
Ieri, intanto, si è registrato il down di Instagram, il social network di condivisione di fotografie, rimasto fermo per ore. Quello che preoccupa Dennett è la totale mancanza di preparativi. O perfino di immaginazione. «La gente non si rende conto che oggi tutto dipende dalla Rete, nessuna funzione vitale può continuare se si blocca Internet. Qui negli Stati Uniti si spegnerebbero tv e cellulari, si fermerebbero bancomat, supermercati, distributori di benzina. Ecco perché il maggiore pericolo sarebbe il panico, il folle panico delle prime 48 ore, quando la gente non sa che fare, non ha notizie, non ha istruzioni, non ha mai fatto un’esercitazione per prepararsi. Occorre un piano B per resistere le prime 48 ore, in attesa che si riattivi qualche funzione essenziale della società. Altrimenti si rischia la disperazione di massa, e dunque la disintegrazione di una civiltà».
Il piano B, come “battello di salvataggio”. Dennett usa proprio quest’immagine, il vecchio canotto di salvataggio in dotazione obbligatoria sulle navi e i traghetti, con torce elettriche, acqua potabile e altri strumenti di soccorso. Ma il suo canotto di salvataggio dovrebbe includere «una seconda Rete, un Internet isolato e autonomo, pronto a mettersi in funzione, riservato esclusivamente agli scopi vitali, alle comunicazioni di emergenza ». Quando ci fu l’attacco dell’11 settembre, c’erano ancora delle tecnologie pre-digitali che ora stanno scomparendo. Molti telefonini a Manhattan si ammutolirono, ma le tv funzionavano, la radio pure. Oggi è tutto talmente interconnesso che il Grande Blackout sarebbe davvero totale.
Proprio perché è uno dei massimi pensatori della razionalità, Dannett mi spiega di aver lanciato il suo appello «anche per dare un’alternativa ai Survivalist, quei movimenti apocalittico-religiosi che hanno una presa sull’opinione pubblica americana, ispirano filoni di cinema e tv, s’impadronirebbero del Grande Blackout digitale per immaginare un mondo post-civilizzato, uno scenario da Independence Day». Curiosamente, mentre nella Silicon Valley è obbligatorio fare esercitazioni regolari per le evacuazioni in caso di terremoto (la zona è sismica), non esiste nulla di simile per un cataclisma digitale. Presunzione? O avarizia?
«Certo i costi del piano B sono elevati – riconosce Dennett – ma bisogna prendere sul serio questo pericolo, il buio elettronico non è abitabile per gli occidentali del 2014, abituati ad avere un intero universo d’informazione alla portata dei polpastrelli sul display dello smartphone. In uno scenario di caos generale, molti di noi hanno perso da tempo quei nuclei locali di sostegno che un tempo si chiamavano la parrocchia, il club, le associazioni di quartiere. Una parte delle spese per attrezzarci collettivamente dovrebbero sostenerle le banche, che sono tra le più vulnerabili». E la Casa Bianca, dopo gli avvertimenti dei cyber-attacchi contro i suoi siti? È possibile che Washington non abbia pensato di prepararsi all’ipotesi finale, la più estrema? «Ci pensano, c’è dell’interesse – risponde – ma c’è anche una reticenza, un gioco di veti. La destra repubblicana non vuole che sia un’amministrazione democratica ad aprire un cantiere di sicurezza di queste dimensioni, che potrebbe sfociare in nuovi poteri per il governo federale ». Di certo lui trova paradossale che «Internet ci abbia reso così dipendenti, al punto da poterci ricacciare verso l’età della pietra».

Continuità a oltranza col peggior passato .

Il manifesto, 13 aprile 2014, con postilletta
C’era qual­che pre­oc­cu­pa­zione nel pen­sare di aprire il ragio­na­mento sul Piano casa del governo Renzi ricor­dando la figura di Gior­gio La Pira. Temevo infatti che la lin­gua incon­ti­nente del pre­mier avrebbe sepolto il grande sin­daco della Firenze degli anni del dopo­guerra sotto la sequela di insulti che dedica ormai al meglio della cul­tura ita­liana, da Rodotà a Zagre­bel­sky e Set­tis. Un altro pro­fes­so­rone da disprez­zare, o meglio un estre­mi­sta. La Pira lasciò infatti di stucco l’opinione pub­blica dell’epoca per­ché requisì molti appar­ta­menti non uti­liz­zati per asse­gnarli alle fami­glie povere e per i senza tetto. Un adem­pi­mento audace, ma iscritto nella Costi­tu­zione (art. 3) che cono­sceva alla per­fe­zione avendo fatto parte dell’assemblea costituente.

Anche oggi ci sono decine di migliaia di fami­glie e di gio­vani che non hanno la pos­si­bi­lità di avere una casa, ma la musica è cam­biata. Nell’articolo 5 del decreto legge n. 47 (final­mente pub­bli­cato pochi giorni fa) «Piano casa per l’emergenza abi­ta­tiva» si afferma che nelle occu­pa­zioni abi­ta­tive che pun­teg­giano molte grandi aree urbane del paese e che riguar­dano, come è noto, edi­fici abban­do­nati da tempo, è vie­tato allac­ciare i pub­blici ser­vizi, acqua e luce elet­trica. La Pira era un cat­to­lico come il pre­mier e come il mini­stro per le infra­strut­ture Mau­ri­zio Lupi e quell’articolo dimo­stra l’abisso cul­tu­rale che li divide. Quest’ultimo ha defi­nito delin­quenti gli occupanti.

Ma non è que­sta l’unica ver­go­gna pre­sente nel testo di legge pre­pa­rato con tutta evi­denza dall’ufficio studi dell’associazione dei costrut­tori e dalla pro­prietà edi­li­zia e pron­ta­mente vei­co­lato dal pre­mier. Nei venti anni di can­cel­la­zione di ogni regola, si è costruito molto nel nostro paese: i dati uffi­ciali ci dicono che gli alloggi recenti inven­duti sono un milione e mezzo: da soli potreb­bero ospi­tare quat­tro o cin­que milioni di abi­tanti. Ancora i dati uffi­ciali ci dicono poi che ci sono oltre 200 mila fami­glie in grave disa­gio abi­ta­tivo. Ma figu­ria­moci se chi si è arric­chito oltre misura in que­sti due decenni rinunci ad una mode­sta parte delle pre­vi­sioni di gua­da­gno. Così, all’articolo 10 si per­mette di assi­mi­lare que­gli alloggi, dovun­que siano ubi­cati e qua­lun­que qua­lità abbiano, in alloggi «sociali», che vuol dire otte­nere tutte le age­vo­la­zioni di legge ed eco­no­mi­che per desti­narli a fami­glie in grado di pagarsi un mutuo immobiliare.

Se la ven­dita di auto­mo­bili supera la domanda di mer­cato e i piaz­zali delle aziende si riem­piono, si riduce la pro­du­zione e per sal­va­guar­dare i lavo­ra­tori si ricorre a con­tratti di soli­da­rietà o agli ammor­tiz­za­tori sociali. Il com­parto abi­ta­tivo con­ti­nua a sfug­gire alle logi­che del mer­cato tanto osan­nate a parole. Se il mer­cato tira, gli ope­ra­tori immo­bi­liari pos­sono gua­da­gnare ciò che vogliono per­ché lo Stato ha rinun­ciato da tempo a qual­siasi azione cal­mie­ra­trice. Nel decreto legge, ad esem­pio (arti­colo 3) si pre­vede ancora di ven­dere le poche case rima­ste di pro­prietà pub­bli­che. Se il mer­cato entra invece in una crisi epo­cale che neces­si­te­rebbe di ben altre ana­lisi e solu­zioni, si ricorre agli aiuti pubblici.

Una volta piaz­zate le case inven­dute, non si rinun­cia nep­pure a costruire ancora nuovi quar­tieri. Sem­pre l’articolo 10 dice infatti che lo stesso trucco che tra­sforma l’edilizia pri­vata in alloggi assi­stiti dal denaro pub­blico si applica anche alle grandi lot­tiz­za­zioni che non erano nep­pure ini­ziate pro­prio per la crisi di mer­cato. Si per­pe­tua dun­que il modello dis­si­pa­tivo che ha por­tato all’attuale crisi di sovraproduzione.

La Pira viveva in un pic­colo allog­gio all’interno di un con­vento anche se non gli man­ca­vano certo amici in grado di for­nir­gli una casa a prezzi van­tag­giosi. Renzi quando era sin­daco della stessa città ha scelto di farsi pagare l’alloggio da un facol­toso amico. Un altro segnale elo­quente della distanza morale e cul­tu­rale che ci separa da quel fecondo periodo. La con­se­guenza di que­sta distanza cul­tu­rale stava ieri sotto gli occhi di Roma: decine di migliaia di per­sone e di gio­vani senza casa chie­de­vano prov­ve­di­menti veri in grado di risol­vere dav­vero l’emergenza abi­ta­tiva. Prov­ve­di­menti nep­pure sfio­rati da un decreto legge scritto in con­ti­nuità con le teo­rie eco­no­mi­che respon­sa­bili dell’attuale crisi

postilla
qui potete scaricare il testo della legge, e verificare l'abilità del governo Renzusconi di coprire, col velo delle belle frasi e delle nobili dichiarazioni d'intenti, il connubio tra la repressione dei diritti sociali e la promozionegli affarismi immobiliari (privati, parapubblici o cooperativi che siano)

«L’ex rettore della Normale insegna a tutelare il territorio (anche dai disastri del Tav) e il premier lo tratta con sarcasmo: vietato criticare il governo».

Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2014

In presentazione di un suo saggio uscito da pochi anni (Azione popolare. Cittadini per il bene comune Einaudi, 2012) il giornalista che intervista Salvatore Settis commenta: “L’ex rettore della Normale di Pisa è un 71enne signore dai modi gentili e leggermente impacciati, tipici di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più prestigiose istituzioni universitarie”.

Salvatore Settis, dice: “Il mio non è un atteggiamento estremista né ammiccante all’antipolitica, cioè all’odio e alla volontà di eliminare gli altri, ma è invece un modo di pormi fatto di indignazione e radicalità. Tutti i cittadini dovrebbero mobilitarsi per l’interesse generale, a difesa dei beni comuni. Compresi quelli artistici”.

Conosco Salvatore Settis da parecchi anni. Ho avuto la fortuna di tenere lezioni e convegni sul teatro e sull’arte della messa in scena alla Normale di Pisa, che ha diretto lungamente. Ho imparato dai suoi saggi e dagli articoli che trattano della salvaguardia del paesaggio e del territorio sommerso quanta negligenza criminale deve sopportare il nostro Paese; non solo, ma il Prof. Settis si inoltra con analisi chiare e inconfutabili a proposito dei progetti ferroviari di transito veloce che causano veri e propri disastri ambientali e che non tengono conto dei sacrosanti diritti delle popolazioni che grazie a questo atto di feroce modernizzazione perdono la propria autonomia e libertà; inoltre, lo scienziato Settis, sottolinea con giusta ironia come siano abili e spudorati i responsabili di questa tutela nello scaricare addosso alla natura e alle calamità imprevedibili la causa dei disastri che ciclicamente colpiscono la nostra terra.

Questi suoi scritti sono lezioni impagabili che ogni gestore della cosa pubblica dovrebbe imparare a memoria. Eppure è talmente desueta la coscienza dell’apprendere che uno scienziato come Settis che ha l’ardire di avanzare una critica al programma politico del governo in carica, fa scattare l’indignazione immediata da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi che con evidente sarcasmo commenta la scienza alla quale è legato il critico Settis, l’archeologia, anzi tout court lo definisce l’archeologo, cioè qualcuno che è con il cervello nel sottosuolo.

Secondo l’enciclopedia Treccani, caratteristica dell’Archeologia è il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante cioè lo scavo sul terreno, la ricognizione di superficie e la lettura dei resti monumentali residui, cioè è la scienza che invita a guardare sotto, in profondità ai problemi e non dare nulla riguardo alla base per scontato. Come diceva Socrate: “Chi non scava, non sa su cosa cammina e trascorre la vita”.

Si vede subito che il Signor Renzi è uno che resta in superficie e si limita piuttosto ai ‘si dice che’. Andare in profondo significa scegliere la fatica di osservare le cose sempre da punti di vista diversi, scoprire spesso il rovescio della propria condizione sia statica che dinamica; ed è proprio di lì che Eratostene di Cirene, nel II sec. a.C., intuisce che non solo gli umani vanno vivendo su una superficie sferica ma ha l’illuminazione che, grazie alla rivoluzione del nostro pianeta, nell’universo non esiste né sopra né sotto né donne e uomini all’in piedi o capovolti.

Ma questo Renzi non l’ha ancora capito. Se il governo ha un’idea bisogna che tutti i cittadini la condividano. Chi fa obiezione si ritrova fuori dall’universo. E non bisogna quindi prenderlo in considerazione, specie se è un archeologo.

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