Sono bastati una riunione dell’Ecofin e l’ammonimento di Draghi per far abbassare la cresta a Francia e Italia, e ridurre a zero le ambizioni della campagna elettorale di Hollande e della non campagna di Renzi. Altro che investimenti produttivi per i quali i due leader si impegnavano a tenerli fuori dai vincoli di bilancio europeo: ambedue si sono orientati a premere esclusivamente sulla riduzione non solo del costo del lavoro ma dei salari (magari come ulteriore riduzione degli occupati). Hollande non ha bisogno di leggi ad hoc, annuncia che rifarà il massiccio codice del lavoro e viene da settimane di fuoco: prima ha licenziato in tre ore il ministro della crescita produttiva Arnauld Montebourg, seguito da Hamon e Filippetti, messi fuori dal governo in quattro e quattr’otto; poi ha dovuto incassare trenta voti contrari della sua maggioranza in Parlamento, mantenendo la propria per un solo seggio. Ma questo non lo ha fatto deviare dalla strada intrapresa: il presidente ha preso la parola per una conferenza stampa nella quale ha assicurato che non avrebbe cambiato di una virgola la sua rotta disastrosa. Fra non molto, ci saranno le elezioni regionali e prestissimo quelle del Senato; di questo passo sarà un’altra tempesta che si addensa sui socialisti ma sia Hollande sia Valls tengono fermo, forse sperando, come confermano alcuni personaggi a loro vicini, in una benevola “curva di Kondriatev”, l’”onda lunga” del ciclo economico che assicurerebbe una ripresa naturale della crescita entro la fine del mandato.
In Italia, Renzi ha parzialmente scoperto le carte dell’ormai famoso Jobs Act. E ha affrontato a muso duro lo scandalo di un’ennesima messa fuori campo dell’articolo 18, quello che impediva il licenziamento “discriminatorio”. L’intera stampa italiana si è schierata con lui, eccezion fatta del manifesto, argomentando soprattutto che il famoso articolo avrebbe soltanto un valore simbolico, in quanto viene raramente usato – è noto che la maggior parte dei licenziamenti si fa per vere o presunte ragioni economiche, che non riguardano crisi di bilancio delle aziende ma un mutamento delle strategie, soprattutto in direzione delle delocalizzazioni. Mentre viene sottovalutato quel che a me pare il maggior scandalo, e cioè il dispositivo per cui nei primi tre anni di impiego “a tempo indeterminato” qualsiasi lavoratore sarebbe soggetto al licenziamento. Perché tre anni? Qualsiasi operaio vi dirà che per imparare a menadito la mansione che gli è richiesta basta al massimo una settimana; dunque anche a metterne due l’azienda è in grado di rendersi rapidamente conto se egli è in grado o no di inserirsi nel piano produttivo. Perché consentire al padrone ben tre anni di “flessibilità” gratis? Nessuno lo spiega. È un sistema per prolungare il precariato – non so come potrebbe essere definito differentemente – rendendo tutti precari fin dall’inizio del cosiddetto “impiego a tutele crescenti”: tre anni a tutele zero.
Salvo Luciano Gallino e Pierre Carniti, tutta la stampa ha dato rilievo positivo alla scelta di Renzi, accompagnata, come sua abitudine, da insolenze verso il sindacato. La stampa presunta di centrosinistra, come Repubblica, si è distinta nella crociata contro il conservatorismo di chi vorrebbe conservare qualche diritto al lavoro: fra questi una parte del Pd considerata vecchia e conservatrice. Non solo i giovani Fassina e Civati, ma il vecchio Bersani. Vedremo per quanto tempo la minoranza dell’area ex comunista resisterà all’attacco, ma è certo che se molla sarà scomparsa anche l’ombra dell’abominato Pci e resterà da constatare che cosa ne assumerà il cambio senza confondersi col centrismo vero e proprio, peraltro rappresentato in primo luogo dal giovane premier. È in corso la trasformazione finale della scena politica italiana. Quella francese non ne ha neanche più bisogno, se si considera che al posto dell’irruente ministro Montebourg è stato nominato un dirigente della banca Rotschild. In più, in Italia, naturalmente, resta – avvinto a Renzi – l’evergreen Berlusconi. Per chi pensava di aver diritto diritto a un lavoro, pieta l’è morta.
Stralci di un intervento del filosofo marxista Cornelius Castoriadis realizzato durante una conversazione con Christopher Lasch e Michael Ignatieff. Comune-info.net, 24 settembre 2014
La versione completa la trovate in libreria: La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo (di C. Castoriadis e C. Lasch). Filosofo marxista e psicoanalista di origine greca, Castoriadis (1922-1997) è stato, tra le altre cose, uno dei fondatori in Francia del gruppo e della rivista “Socialisme ou Barbarie” (1949-1965).
( …. ) Penso che la conflittualità sociale e politica sia stata estremamente importante, anche se, contrariamente al luogo comune marxista, la storia della società non è la storia della lotta di classe. Di solito gli schiavi, gli oppressi, i contadini poveri eccetera, sono rimasti al loro posto, hanno accettato lo sfruttamento e l’oppressione, arrivando a benedire gli zar. Ma la caratteristica specifica del nostro mondo, del mondo occidentale, è stata precisamente questa dinamica interna del conflitto, questo mettere costantemente in discussione la società. Il che ha generato quello che definirei il carattere duale delle società occidentali. I marxisti le chiamano società capitaliste. E questo è un aspetto. L’altro aspetto è che esse sono anche società dove, a partire dal XII secolo, le lotte per l’emancipazione, per la democrazia, per la limitazione dei poteri dello Stato eccetera, si sono sedimentate in istituzioni, in tipi antropologici che non coincidono con i sudditi dello zar, o dell’imperatore cinese, o dell’imperatore azteco.
Ci sono dunque stati questi due elementi. Il secondo elemento, ovvero ilconflitto, per gran parte del XIX secolo e fino agli anni Trenta-Quaranta del XX secolo ha assunto la forma dei movimenti operai, ma anche quella della prima ondata del movimento femminista, quella più genuina. Perché il vero femminismo non è Betty Friedan, ma la prima ragazza che, ignorando le obiezioni della sua famiglia, ha avuto il coraggio di iscriversi alla facoltà di medicina e di guardare i corpi nudi di uomini morti. O la prima donna che nel 1808 è entrata a far parte di un sindacato.
Certo, queste donne, per una ragione o per l’altra, hanno mancato l’obiettivo: a causa del totalitarismo bolscevico per un verso e a causa dell’appiattimento della socialdemocrazia al capitalismo per l’altro. Ed è stata proprio questa deriva che ha portato la gente a concludere che non c’è più niente da fare, per cui tanto vale trincerarsi nel privato. Il che, peraltro, corrisponde al movimento intrinseco del capitalismo: espansione dei mercati, società del consumo, obsolescenza programmata eccetera, e più in generale espansione del dominio sulle persone, non solo in quanto produttori, ma anche in quanto consumatori.
( …. )
La libertà nonè qualcosa di facile, non è un concetto semplice. In un certo senso, se parliamo di libertà vera, direi che ci troviamo di fronte a un concetto tragico. Proprio come la democrazia è un regime tragico. Perché non ci sono limiti esterni, non ci sono teoremi matematici che possano dirti: «è qui che bisogna fermarsi». La democrazia è quel regime politico che ci consente di affermare che noi facciamo le nostre leggi a partire dalla nostra morale, la nostra morale condivisa. Questa morale però, e qui mi rivolgo al mio amico cripto-cristiano Christopher, anche se venisse a coincidere con la legge mosaica o con il Vangelo non varrebbe solo perché è scritta lì, ma perché noi, in quanto corpo politico, l’accettiamo, e facendola nostra diciamo: «non uccidere». L’autorità non viene da Dio. Anche se il 90 per cento della popolazione è credente e accetta l’autorità dei comandamenti divini, per la società politica l’autorità non viene da Dio, ma dalla decisione dei cittadini. I cittadini sono dunque sovrani.
«». Il manifesto
Le analisi di Joseph Stiglitz, presentate nelle pagine precedenti, che interamente condivido, sono un ottimo punto di partenza per capire che cosa occorre fare oggi in Italia e in Europa. La prima cosa da sottolineare è che le politiche di austerità sono autolesioniste e essenzialmente dannose. Esse producono un’inevitabile caduta del Prodotto interno lordo (Pil) e dell’occupazione, ed hanno come risultato un aumento del rapporto fra debito e Pil, cioè proprio quella frazione che si intende ridurre! Ciò per effetto delle dimensioni del «moltiplicatore» : un taglio della spesa pubblica di un euro riduce il prodotto nazionale molto più di un euro.
Non si tratta di effetti collaterali o di breve periodo, ma di effetti strutturali delle politiche di austerità in presenza di una crisi di domanda. Se è così, come ormai è riconosciuto dalla maggior parte degli economisti a livello internazionale, il dibattito che sta andando in scena in Italia in merito alla possibilità di “sforare” di una frazione di punto percentuale i vincoli di bilancio europei appare alquanto patetico: somiglia ad una discussione sulla quantità giusta da prendere di un veleno di cui è perfettamente nota la tossicità. Al contrario, la discussione sulla crisi economica in Italia sta proseguendo come se ci trovassimo nel mezzo di una crisi da offerta. E in più, tale crisi da offerta viene associata alla dimensione eccessiva dei costi, con un esplicito riferimento ai costi del lavoro, il cui peso starebbe scoraggiando gli investimenti. L’ovvia conclusione è che riducendo i costi del lavoro si favorirebbe lo sblocco degli investimenti. Si tratta di una lettura profondamente errata, senza alcun fondamento empirico: gli investimenti sono essenzialmente determinati dalla domanda e dalle opportunità innovative. Intervenire sulle opportunità innovative è importantissimo, ma gli effetti richiedono tempo.
Sulla domanda si può intervenire subito. Invece in Italia si continua a discutere in modo scellerato di abolizione dell’articolo 18, misura che, se attuata, e se efficace nell’aumentare ulteriormente la flessibilità del mercato del lavoro, avrà effetti negativi sull’economia. Effetti che oltre alla loro dimensione economica - identificabile in un ovvio impatto di riduzione dei consumi - hanno anche una dimensione sociale almeno altrettanto importante in termini di insicurezza sociale e senso di dignità e identità del lavoro.
Ma se l’austerità fa male, che cosa si potrebbe invece fare? Stiglitz ha illustrato le politiche diverse che occorrerebbe realizzare in Europa. Sarebbero misure essenziali, ma noi non siamo tedeschi e non abbiamo diritto di voto in Germania, dove fino ad ora si sono decise le politiche per tutta l’euro-Europa. Allora che cosa è possibile fare qui?
La prima cosa da fare è quella di non considerare più il vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil come una specie di inviolabile legge di natura. Ma smettere di accettare il vincolo implica una volontà credibile di contemplare la possibilità di ristrutturare il nostro debito pubblico, sia in termini di allungamento delle scadenze, che di hair cutting (cioè di taglio sul valore del capitale da restituire alla scadenza). Una reale credibilità della minaccia di ristrutturazione unilaterale del debito pubblico italiano potrebbe fungere da stimolo all’adozione di quelle misure - come l’introduzione degli Eurobond o un programma di investimenti pubblici - che appaiono indispensabili ma sotto veto tedesco. Si tratterebbe di una minaccia credibile perché le dimensioni del debito pubblico italiano renderebbero una sua brusca e unilaterale ristrutturazione capace di portare l’intero sistema finanziario internazionale nel precipizio.
L’Italia è “too big to fail” e, inoltre , occorre ricordare che l’Italia ha un attivo primario (cioè al netto degli interessi pagati, il bilancio pubblico è in attivo e quindi senza impellenti necessità di rivolgersi ai mercati finanziari).
Dove andrebbero spese le risorse pubbliche volte alla ripresa dell’economia europea? Keynes sosteneva che piuttosto che abbandonarsi all’inazione meglio sarebbe stato scavare delle buche per poi riempirle. Più strategicamente, quello che sarebbe necessario oggi in Europa è un vasto piano di politica industriale composto da grandi progetti “mission oriented”. Allo stato attuale sembra che l’unico progetto “mission oriented” esistente in Italia vada a sostenere l’industria bellica americana con il programma di acquisto dei cacciabombardieri F35 (che peraltro sono anche un fallimento tecnologico-militare). Invece occorrerebbe iniziare ambiziosi progetti nel campo dell’ambiente, della sanità, del welfare.
E la tassazione? Occorre smitizzare l’idea che la tassazione è mediamente troppo alta. E’ insopportabilmente alta sui redditi medio-bassi, ma la media non è niente di scandaloso. E’ necessario un piano di tassazione, sia sui redditi che sulle transazioni finanziarie, volto alla redistribuzione e non alla restituzione del debito. Misure redistributive di questo tipo avrebbero anche un evidente impatto positivo sui consumi, la crescita e l’occupazione.
Vi sono infine cose che non vanno assolutamente fatte. Una di queste è l’Accordo transatlantico di libero scambio tra l’Europa e gli Stati Uniti (TTIP). Accordi come questo minano la capacità politica degli stati, in particolare in materia di politica sociale, industriale e dell’ambiente. Di fatto si tratta di accordi che privatizzano la politica. Accordi di questo tipo sono tossici quanto lo sono le politiche di austerità che si stanno portando avanti in Europa.
« ». Adistaonline.it
Lo Sblocca Italia serve. Serve tantissimo. Serve a restituire l’esatta “cifra ambientalista” di questo governo, del Partito Democratico e della nuova corte che circonda il segr. pres. del Cons. Matteo Renzi. Con buona pace per Ecodem, malpancisti vari che comunque continuano ad albergare e ad allearsi con quel partito beneficiando della grande asta democratica utile a superare ogni asticella di sbarramento, il “Nazareno” mostra la propria natura anti-ecologista.
L’Italia cambia verso… Regioni come la Basilicata diventeranno finalmente dei piccoli Texas. Novelli Jr (lo ricordate il mitico petroliere di “Dallas”?) scorrazzeranno per le campagne lucane a bordo di Hummer H1 6000 cc. Grazie allo Sblocca Italia, appena firmato dal Capo dello Stato e che presto sarà convertito in legge dal Parlamento Italiano, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestiranno carattere d’interesse strategico e saranno di pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Finalmente qualcuno ha detto basta ai comitatini che intralciano la corsa al petrolio e le trivellazioni e impediscono al nostro Paese di dotarsi di “bomboloni” sotterranei per fronteggiare le crisi energetiche.
Grazie alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, si partirà veloci con l’esproprio e ogni opposizione sarà rimossa, ogni contestazione tacitata, e se gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste si ostinano a mettersi di traverso, saranno guai!
Libertà è Partecipazione. Bellissime le parole di Giorgio Gaber che troviamo spesso nei convegni elettorali dei democratici e agli ingressi delle Feste de L’Unità: sfondi rassicuranti. Ok, belle parole, buone per prendere voti e accontentare la base, ma se sei di intralcio al “manovratore del fare”, interviene la celere. Peggio della Legge Obiettivo (Lunardi-Berlusconi) che per realizzare opere strategiche (come il TAV) ha azzerato ogni forma di partecipazione dei cittadini e di coinvolgimento delle istituzioni locali nelle scelte che interessano territori e comunità.
Nel 1787 Goethe descriveva così il territorio polesano nel suo viaggio in Italia: «Il tragitto, con un tempo splendido, è stato piacevolissimo; il panorama e le singole vedute, semplici ma non senza grazia. Il Po, dolce fiume, scorre fin qui attraverso pianure estese; ma non si vedono che le sue rive a cespugli e a boschetti».
Nel 1948, la Costituente stabiliva, per preservare la bellezza unica italiana: «La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della nazione».
Nel 2013, l’ISPRA ha certificato in 8 mq al secondo la quantità di terra italiana seppellita sotto il cemento e l’asfalto.
Nel 2014, il governo Renzi accentua ulteriormente la già grave “deregulation” edilizia che ha saccheggiato e devastato territorio e paesaggio di cui tanto ci vantiamo (e che ha romanticamente ispirato poeti e viaggiatori), rimette il turbo a tante grandi opere inutili e dannose che segneranno irreversibilmente le linee del nostro paesaggio e rilancia la svendita di patrimonio demaniale presentandolo all’opinione pubblica come agognata “valorizzazione”.
Tra le pieghe, poi, oltre al danno c’è anche una bella beffa. La mirabolante Autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi per 400 km di asfalto in territori fragili e bellissimi, densi di Zone a Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario, da realizzarsi tramite la bacchetta magica chiamata “Project Financing”, aveva un problema: non stava in piedi. Almeno senza la defiscalizzazione. Ed infatti, per questo, la Corte dei Conti aveva imposto uno stop. Ma qui arriva in soccorso lo Sblocca Italia: la defiscalizzazione (che equivale a quasi 2 mld di euro che evidentemente non entreranno nella casse dello Stato) si applicherà anche alla Orte- Mestre. Chissà cosa direbbe Goethe di fronte a cotanta fantasia al potere!
Nel decreto del governo Renzi infine non poteva certo mancare l’accelerata sugli inceneritori che saranno così sbloccati e imposti al pari delle altre opere ritenute strategiche e senza alcun vincolo di bacino. Tradotto: laddove si riducono rifiuti, si ricicla e si riusa, arrivano rifiuti freschi freschi da altri territori. Con tanti complimenti ad amministrazioni locali e cittadini virtuosi…
Spazzando via slides e buone intenzioni di chi predica la sostenibilità, lo Sblocca Italia sarà un utilissimo spartiacque. Infatti, da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.
Dall’altra parte, da questa parte, ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere. Occorre una nuova resistenza, un’alleanza di cittadini, ambientalisti, comitati e comitatini… Occorre unirsi con urgenza.
«Crisi dell’euro: cause e rimedi. La miscela esplosiva: un modello che mescola declino economico e speculazioni, produzione all’osso e controllata dalle grandi imprese, risparmi familiari che finanziano consumi impoveriti, società disuguale, frammentata e disorientata».
Il manifesto, 26 settembre 2014
Non ho bisogno spiegare quanto sia drammatica la situazione economica in Europa, e in Italia in particolare. L’Europa è in quella che può definirsi una «triple dip recession», con il reddito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale.
Così l’Europa ha perso la metà di un decennio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è inferiore a quello del 2008, prima della crisi; se si estrapola la serie del Pil europeo sulla base del tasso di crescita dei decenni passati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l’Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l’anno rispetto al proprio potenziale di crescita.
Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati sull’impatto delle politiche di austerità in Europa. I paesi che hanno adottato le misure più dure, ad esempio chi ha introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico, hanno avuto le performance peggiori.
Non solo in termini di Pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico. Era un esito previsto e prevedibile: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati.
Tutto ciò avviene non perché questi paesi non abbiano realizzato politiche di austerità, ma proprio perché le hanno seguite. In molti paesi europei siamo di fronte non a una recessione, ma a una depressione. La Spagna, ad esempio, può essere descritta come un paese in depressione se si guardano gli impressionanti dati sulla disoccupazione giovanile di quel paese. La disoccupazione media è al 25% e non ci sono prospettive di miglioramento per il prossimo futuro (…).
Quali sono le cause? Devo dirlo con molta franchezza: l’errore dell’Europa è stato l’euro.
Quando faccio questa affermazione voglio dire che l’Euro è stato un progetto politico, un progetto voluto dalla politica. Robert Mundell, premio Nobel per l’economia, sosteneva fin dall’inizio che l’Europa non presentava le caratteristiche di un’«area valutaria ottimale», adatta all’introduzione di un’unica moneta per più paesi. Ma a livello politico si riteneva che la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa, favorendo l’emergere delle caratteristiche proprie di un area valutaria ottimale. Questo non è successo; l’euro, al contrario, ha contribuito a dividere e frammentare l’Europa.
Vediamo gli errori concettuali alla base del progetto dell’euro (…). Quando si crea un’area monetaria si vanno ad eliminare due meccanismi di aggiustamento, i tassi di cambio e i tassi di interesse. Gli shock sono inevitabili e in assenza di meccanismi di aggiustamento si va incontro a lunghi periodi di disoccupazione. I 50 stati federati degli Usa hanno un bilancio unitario a livello federale e due terzi della spesa pubblica negli Stati Uniti sono a livello federale. Quando uno stato come la California ha un problema, può contare ad esempio sull’assicurazione pubblica contro la disoccupazione, che è finanziata da fondi federali. Se una banca in California è in crisi, viene attivato un fondo di emergenza anch’esso dotato di risorse federali. Un’altra differenza di fondo tra gli stati che compongo gli Usa e quelli dell’Unione Europea è che nessuno negli Stati Uniti si preoccuperebbe per lo spopolamento del Sud Dakota a seguito di una crisi occupazionale, anzi, l’emigrazione è vista come un meccanismo fisiologico. Ma in Europa un’emigrazione come quella che ha caratterizzato la componente più giovane e istruita della popolazione del sud Europa - dove la disoccupazione giovanile è a livelli elevatissimi - ha effetti negativi di impoverimento di quei paesi, con tensioni sociali e frantumazione delle famiglie. Sono costi sociali che non sono calcolati dal Pil. Tutto ciò era stato in qualche modo previsto nel momento in cui si è deciso di introdurre l’euro (…).
Quali altri errori sono stati compiuti? Innanzi tutto l’idea che le cose si sarebbero risolte se i paesi avessero mantenuto un basso rapporto tra deficit o debito pubblico e Pil. È l’idea che sta dietro al Fiscal compact. Ma non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati: Spagna e Irlanda avevano un bilancio pubblico in avanzo prima del 2009, non avevano sprecato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gravissime. Il debito ed il disavanzo di questi paesi si sono creati successivamente, per effetto della crisi, e non viceversa. Il fatto di aver introdotto un Fiscal compact che impone vincoli ferrei al disavanzo e al debito non risolverà i problemi, né aiuterà a prevenire la prossima crisi.
Un altro elemento che non è stato valutato appieno è che quando un paese si indebita in euro, piuttosto che in una moneta emessa dal paese che contrae il debito, si creano automaticamente le condizioni per una crisi del debito sovrano. Il rapporto debito/Pil negli Stati Uniti è analogo a quello europeo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha investito l’Europa. Perché? Perché l’America si indebita in dollari, e quei dollari verranno sempre rimborsati perché il governo degli Stati Uniti può stampare i propri dollari.
La crisi che ha colpito i debiti sovrani di numerosi paesi europei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo economista della Banca Mondiale: paesi come l’Argentina o l’Indonesia hanno vissuto profonde crisi causate proprio dal fatto che si erano indebitati in valute che non potevano controllare. Quando questo avviene c’è sempre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le condizioni per questo tipo di crisi sono state create con l’introduzione dell’euro. L’unica soluzione possibile nell’attuale situazione europea è piuttosto semplice e si chiama Eurobond. Tuttavia, sembrano esserci ostacoli politici a questa soluzione che la rendono impraticabile, ma questa sembra l’unica via d’uscita logica.
Inoltre, con l’euro si è creato un sistema fondamentalmente instabile. L’obiettivo iniziale era quello di favorire la convergenza tra gli stati europei, attraverso la disciplina fiscale dei paesi membri. Il sistema che è stato creato in realtà produce divergenza. Il mercato unico, la libera circolazione dei capitali in Europa sembrava essere la strada verso una maggiore efficienza economica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mercati non sono perfetti. Negli anni ottanta c’erano alcuni economisti convinti del perfetto funzionamento dei mercati, mentre oggi siamo consapevoli delle innumerevoli imperfezioni che li caratterizzano. Ci sono imperfezioni da lato della concorrenza, imperfezioni sul versante del rischio e dell’informazione. I mercati non sono quelli descritti dai modelli economici semplificati (…).
Oggi si insiste molto sulle riforme strutturali che i singoli stati dovrebbero introdurre (…) Quando si sente la parola riforma si è portati a pensare a qualcosa dagli esisti sicuramente positivi, ma sotto quest’etichetta possono nascondersi misure dagli esiti profondamente negativi. Le riforme strutturali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell’offerta, con obiettivi come l’aumento dell’offerta o della produttività. Ma, è realmente questo il problema dell’Europa e dell’economia globale? No. I problemi oggi sono legati a una debolezza della domanda, non dell’offerta. Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari o l’indebolimento degli ammortizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata, con ovvie conseguenze su disoccupazione e dinamica macroeconomica. E’ necessario anche riflettere sul momento in cui si possono adottare tali riforme.
Senza scendere nel merito delle riforme del mercato del lavoro nei diversi paesi europei, vorrei farvi notare che i paesi caratterizzati da un mercato del lavoro fortemente flessibile non hanno evitato le gravi conseguenze della crisi. Gli Stati uniti erano apparentemente il paese con il mercato del lavoro più flessibile, ma hanno avuto una disoccupazione al 10%. E anche oggi, quando viene propagandata la grande ripresa dell’economia statunitense, con una disoccupazione ridotta al 6%, bisogna pensare che c’è una fetta della popolazione americana sfiduciata al punto tale da aver smesso di cercare un’occupazione. Il tasso di disoccupazione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (…).
Quello che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo
Che cosa dovrebbe dunque fare l’Europa? Sembra veramente difficile che si possa risolvere la crisi intervenendo con riforme nei singoli paesi senza riformare la struttura dell’eurozona nel suo complesso. Su alcuni di questi interventi strutturali sembrerebbe esserci un discreto consenso.
In primo luogo, una vera Unione bancaria, fatta di vigilanza e di assicurazione comune sui depositi, faciliterebbe la risoluzione congiunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l’urgenza è data dai numerosi fallimenti di imprese e banche, che possono danneggiare seriamente le prospettive di crescita future.
In secondo luogo, è necessario un meccanismo federale di bilancio in Europa che potrebbe prendere, ad esempio, la forma degli Eurobond, una soluzione pratica e facile che consentirebbe all’Europa di utilizzare il debito in funzione anticiclica, come hanno fatto gli Stati Uniti in questi anni. Se l’Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l’economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita.
In terzo luogo, l’austerità va abbandonata e va adottata una strategia articolata di crescita. I paesi europei sono molto diversi tra loro, ad esempio in termini di produttività. Sono dunque necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita della produttività nei paesi più deboli, ma tali politiche sono precluse dai vincoli di bilancio imposti agli stati membri. Un ostacolo ulteriore è rappresentato dalla politica monetaria. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha un mandato articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. Oggi il principale obiettivo della Federal Reserve è l’occupazione, non l’inflazione. Al contrario la Banca Centrale Europea ha come unico mandato l’inflazione, si concentra unicamente sull’inflazione. Questo viene da un’idea che era molto di moda, benché non comprovata da alcuna teoria economica, quando lo Statuto della BCE è stato redatto.
L’idea consisteva nel considerare la bassa inflazione come l’elemento di traino fondamentale e quasi esclusivo per la crescita economica. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale condivide più questa convinzione, ma l’Europa non sembra in grado di abbandonarla. Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica anti-inflazionistica, questo favorisce l’afflusso di capitali e l’apprezzamento dell’euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l’esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso.
Se l’Europa avesse abbassato i propri tassi di interesse nello stesso modo in cui l’ha fatto la Federal Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arrivata molto più lentamente. Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l’Europa per aver aiutato la ripresa dell’economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate. Ci sono altri aspetti da considerare. Viviamo oggi in un economia fortemente legata all’innovazione tecnologica e alla conoscenza. Ma per favorire l’innovazione sono necessari investimenti costanti e di grandi dimensioni in comparti come l’istruzione e le infrastrutture. Si tende a pensare agli Stati Uniti come a un’economia innovativa. Questo è vero, ma è necessario ricordare negli Stati Uniti le innovazioni più importanti, come Internet ad esempio, sono state sostenute e finanziate attivamente dal governo. C’è stata una politica attiva dell’innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l’Europa.
Infine, dobbiamo renderci conto che sia l’economia europea che quella statunitense erano affette da un patologia ancor prima dell’esplosione della crisi. Fino al 2008 l’economia europea e quella americana erano sostenute da una bolla speculativa che interessava principalmente il settore immobiliare. In assenza di quella bolla si sarebbero visti tassi di disoccupazione molto più elevati. Ovviamente non vogliamo tornare a una crescita fondata su bolle speculative (…). È necessario comprendere, dunque, quali sono i problemi di fondo che colpivano le nostre economie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affrontati sino ad oggi, sono peggiorati durante la recessione. Il primo problema sono le disuguaglianze crescenti nelle nostre società. La crisi ha contribuito ad aumentarle ovunque, negli Stati uniti i benefici della ripresa sono andati quasi completamente all’1% più ricco della popolazione. Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l’altra metà con redditi inferiori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa si che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole. Il secondo elemento è legato alla necessità di una trasformazione strutturale verso l’economia della conoscenza. Una trasformazione che i mercati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di stimolo di tali trasformazioni dev’essere esercitato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto questo compito (…)
La politica industriale sarà senz’altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti.
Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l’economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molto cauti.
Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l’Uruguay perché l’Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l’Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione.
L’Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell’eurozona, se l’Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l’ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate.
Infine, la questione della democrazia. C’è un deficit di democrazia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c’è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee.
(traduzione del Servizio interpreti della Camera dei Deputati, trascrizione e revisione di Dario Guarascio)
Leggi la biografia di Joseph Stiglitz
«Certo il terrorismo in Italia è stato sconfitto: ma l’assassinio di Moro ha prodotto una ferita che ha stravolto la politica italiana». Da lì è cominciato il dramma che viviamo ancora. Perciò è importante sapere perchè quel delitto venne compiuto.
Il manifesto, 23 settembre 2014
I terroristi italiani e in particolare le Br, furono eterodiretti dalle forze nazionali e internazionali che intendevano bloccare il processo politico innescato da Moro e Berlinguer alla fine degli anni ’70?
La domanda è tornata in occasione della presentazione a Roma di un libro che rievoca quegli anni attraverso una serie di testimonianze (Gli anni di piombo. Il terrorismo tra Genova, Milano e Torino 1970–1980, edito da De Ferrari e a cura di Roberto Speciale).
Il parlamentare del Pd Gero Grassi, impegnato nella costituzione di una terza commissione d’inchiesta sul caso Moro – che però stenta a formarsi per mancanza di candidati a comporla – si dice certo di questa eterodirezione. Ci sarebbe qui una verità storica da accertare, capace di riempire i buchi, spesso vistosi, lasciati dai procedimenti giudiziari sul rapimento e l’uccisione del leader democristiano nel ’78.
Emanuele Macaluso preferisce sottolineare la convergenza di obiettivi politici tra l’autonoma forza eversiva dei brigatisti e altri soggetti politici che, dalla Russia di Breznev al Dipartimento di Stato Usa, passando per altre centrali occidentali, avversavano l’avvicinamento del Pci al governo.
In quegli anni ero a Genova, dove il terrorismo rosso mosse alcuni primi passi determinanti, cronista all’Unità, dopo aver vissuto la parabola che dal momento magico del ’68 aveva prodotto rapidamente una deriva violenta. Condividevo quindi l’impegno del mio giornale e del Pci in una battaglia politica e culturale contro i terroristi e anche contro quella zona grigia dell’estremismo che non rompeva con i «compagni che sbagliavano». Ricordo polemiche molto dure con Il Lavoro diretto da Giuliano Zincone, dove scrivevano tra gli altri Gad Lerner, Daniele Protti, Luigi Manconi, che verso quell’area giovanile (e meno giovanile) movimentista manteneva interesse e apertura.
Avvertivo però il rischio di cancellare in quello scontro, e nel clima politico della «solidarietà nazionale», anche le buone ragioni di chi cercava di non disperdere la forza critica del ’68, senza la quale i propositi di modernizzazione del paese mi sembravano caricarsi di ambiguità.
In quel tanto – sempre troppo poco – di rielaborazione della memoria della sinistra e dell’Italia che si va compiendo per la coincidenza di anniversari importanti (Berlinguer, Togliatti, l’Unità…) e anche per la scossa prodotta dall’ascesa di Renzi nel Pd, non andrebbe rimossa quella stagione controversa e tragica.
Più che l’accertamento della eterodirezione delle Br a me sembra importante riandare alle culture costitutive di quei soggetti: l’estremismo e il terrorismo, il Pci e la Dc. Lo schematismo ideologico disperato di chi sparava e praticava il terrore. I limiti nella comprensione del mutamento profondo che l’Italia – e il mondo – stavano vivendo da parte del principale partito di governo e della più forte opposizione «comunista» dell’Occidente.
Leggo sul Corriere della sera Pierluigi Battista che riapre la polemica retrospettiva sulla «fermezza»: allora non si volle trattare con le Br per la vita di Moro mentre oggi si tratta con l’Isis per liberare gli ostaggi. Però americani e inglesi non lo fanno.
Forse per Moro quella via andava tentata. Il che per me non significa che la visione di Craxi fosse per il resto più adeguata di quella di Berlinguer e dello stesso Moro (che sul ’68 fece uno dei discorsi più aperti e intelligenti). Certo poi il terrorismo in Italia è stato sconfitto: ma l’assassinio di Moro ha prodotto una ferita che ha stravolto la politica italiana.
In una frase si potrebbe dire: "carità pelosa". L'articolo, e il libro di cui parla, ci raccontano come la filantropia nata in USA è stato, ed è ancora, un poderoso strumento di colonizzazione e di dominio.
Comune-info.net, 22 settembre 2014
A prima vista il mio libro potrebbe sembrare una critica un po’ dura, ma nel rispetto di quella tradizione che riconosce il merito ai propri avversari, potrebbe anche essere letto come riconoscimento della visione, della flessibilità, della raffinatezza, e della determinazione incrollabile di un sistema al quale molti hanno dedicato la loro vita, riuscendo con il loro impegno a far sì che questo mondo restasse solidamente nelle mani del capitalismo.
È una storia coinvolgente, forse svanita dalla memoria del mondo contemporaneo, una storia che cominciò negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, quando venne trovata una forma legale – una legge – che istituiva le fondazioni, fu così che la filantropia delle aziende più ricche e potenti) cominciò a sostituirsi al ruolo finora svolto dalle attività missionarie per aprire la strada al capitalismo (e all’imperialismo) e ai sistemi di controllo del sistema.
Tra le prime fondazioni istituite negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con i profitti della Carnegie Steel Company, e la Fondazione Rockefeller, finanziata nel 1914 da JD Rockefeller, fondatore della Standard Oil Company. I più grossi finanzieri del loro tempo.
Sono molte la istituzioni che sono state finanziate, con un capitale iniziale o con donazioni sostenute dalla Fondazione Rockefeller come le Nazioni Unite, la CIA, il Council on Foreign Relations (CFR), il favoloso MOMA – Museum of Modern Art di New York – e, naturalmente, il Rockefeller Center a New York (dove dovettero cancellare il murale nel quale Diego Riviera aveva maliziosamente raffigurato dei capitalisti reprobi e un valoroso Lenin). Rockefeller fu il primo miliardario americano e l’uomo più ricco del mondo. Era abolizionista, sostenitore di Abraham Lincoln e astemio. Credeva che il suo denaro gli fosse stato dato da Dio e che per questo Dio si sentisse soddisfatto.
Le prime fondazioni che presero dei fondi dalle imprese erano negli Stati Uniti e ci furono degli accesi dibattiti sulla provenienza dei fondi, sulla legalità, e sulla mancanza di responsabilità. Furono in tanti a suggerire che se le aziende avevano modo di accumulare così tanto denaro (tanto da non averne bisogno), avrebbero dovuto aumentare i salari dei loro lavoratori – (C’era gente capace di fare proposte tanto scandalose per quei tempi, anche in America.)
Solo immaginare queste fondazioni – che sembrano una cosa tanto normale al giorno d’oggi – all’epoca era come pensare di dover fare un salto nel vuoto per il mondo degli affari. Era difficile immaginare che potessero esistere delle persone giuridiche con risorse enormi, autorizzate a non pagare le tasse, a godere inspiegabilmente la facoltà di agire, quasi illimitatamente, nella non-transparenza …..
Quale modo migliore poteva essere inventato per trasformare la ricchezza economica in capitale politico, sociale e culturale?
Quale modo migliore si poteva trovare per trasformare il denaro in potere?
Quale modo migliore si poteva trovare per consentire agli usurai di usare una percentuale minima dei loro profitti per riuscire a governare il mondo?
Come avrebbe potuto fare, del resto, Bill Gates, che sicuramente conosce bene un paio di cosette sui computer, ad arrivare nella posizione di poter parlare di istruzione, di sanità e di politiche agricole, non solo con il governo degli Stati Uniti, ma anche con i governi di tutto il mondo?
Nel corso degli anni, come molti possono testimoniare, si è assistito veramente anche a molti ottimi lavori fatti dalle fondazioni (gestione di biblioteche pubbliche, lotta contro le malattie ecc.): i risultati ottenuti e il velo che ormai è sceso sul collegamento diretto che esiste tra le società finanziatrice e le fondazioni che le alimentano con il tempo hanno cominciato a far dimenticare. Alla fine, a far svanire del tutto e a far apparire normale questo stato delle cose. Adesso, neanche chi si professa di sinistra, prova vergogna a considerare “generosa la natura dei donatori”.
Dal 1920 negli USA il capitalismo aveva cominciato a rivolgersi verso l’estero per comprare materie prime e per accedere ai mercati d’oltremare. Fu allora che le Fondazioni cominciarono a formulare una nuova idea di governance globale gestita dalle Corporate. Nel 1924 la Rockefeller e la Carnegie Foundation crearono congiuntamente quello che oggi è il gruppo di pressione politica estera più potente del mondo, il Council on Foreign Relations (CFR), che più tardi cominciò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford.
Nel 1947 la CIA, subito dopo essere stata creata, fu sostenuta e lavorò a stretto contatto con il CFR. Nel corso degli anni sono stati nominati ben ventidue Segretari di Stato degli Stati Uniti che avevano prestato servizio presso il CFR. Nel Comitato Direttivo che nel 1943 che programmò la nascita delle Nazioni Unite c’erano cinque membri del CFR, e il terreno su cui si trova il quartier generale delle Nazioni Unite fu acquistato con una sovvenzione di 8,5 milioni di dollari offerta da JD Rockefeller.
Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 sono uomini che si sono presentati come missionari tra i poveri – ma sono stati tutti membri del CFR. (L’eccezione fu George Woods, che era fiduciario della Fondazione Rockefeller e Vice Presidente della Chase Manhattan Bank)
A Bretton Woods, la Banca Mondiale e il FMI decisero che il dollaro avrebbe dovuto diventare la valuta di riserva del mondo, e che per migliorare la penetrazione del “capitale globale” sarebbe stato necessario universalizzare e standardizzare le modalità di commercio in un mercato aperto e fu proprio per quel motivo che si cominciò a donare una grande quantità di denaro per promuovere il buon governo (buono finché sarà permesso tenerne salde le fila), il concetto di Stato di diritto (fino a quando sarà permesso avere voce in capitolo nel legiferare) e centinaia di programmi anticorruzione (che servono per semplificare il sistema messo in piedi).
Ci sono due tra le organizzazioni meno trasparenti del mondo, che chiedono ai governi dei paesi più poveri del mondo di assumersi le loro responsabilità e di essere trasparenti. Dato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, obbligando e imponendo le regole del mercato per aprire i paesi alla finanza globale, si potrebbe dire che la filantropia delle Corporate si è rivelata essere l’affare più lungimirante di tutti i tempi.
Le Fondazioni amministrate con i fondi donati dalle Corporate, fanno commerci e incanalano il loro potere mettendo i loro uomini nelle caselle giuste della scacchiera, per mezzo di un sistema di club d’elite e di think-tank, facendo in modo che queste persone possano interscambiarsi e muoversi liberamente, come attraverso una porta girevole, attraversando tutte le istituzioni. Contrariamente a quello che professano le varie teorie del complotto in circolazione – in particolarmente quelle dei gruppi di sinistra – non c’è nulla di segreto, di satanico, o di massone che regoli questo modo di fare. E’ tutto una normale prassi: non è molto diverso dal modo in cui le aziende-multinazionali utilizzano società di comodo e conti off-shore, per trasferire e gestire i loro soldi. Con una sola differenza, si trasferisce e si gestisce potere, non denaro.
L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, istituita nel 1973 da David Rockefeller, l’ex-consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Zbignew Brzezinski (membro fondatore dei mujahidin afghani, precursori dei talebani), la Chase Manhattan Bank, e di alcune altre eminenze private. Il suo scopo era creare un legame duraturo di amicizia e di cooperazione tra le élite del Nord America, l’Europa e il Giappone. Ora è diventata una Commissione Pentalaterale, essendosi allargata a partecipanti provenienti da Cina e India (Tarun Das del CII; NR Narayana Murthy, ex CEO di Infosys; Jamsheyd N. Godrej, Amministratore Delegato di Godrej; Jamshed J. Irani, Direttore di Tata Sons, e Gautam Thapar, CEO del Gruppo Avantha).
L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite locali, che raggruppano imprenditori, burocrati e politici, ed ha aperto filiali in diversi paesi. Tarun Das è il presidente dell’Aspen Institute, India. Gautam Thapar è presidente. Diversi alti ufficiali del McKinsey Global Institute (proponente del Delhi Mumbai Industrial Corridor) sono membri del CFR, la Commissione Trilaterale, e l’Istituto Aspen.
La Fondazione Ford (quella che si presenta come liberale e in opposizione alla più conservatrice Fondazione Rockefeller- ma le due fondazioni lavorano costantemente insieme -) fu istituita nel 1936 e, anche se viene spesso sottovalutata, ha una sua ideologia molto chiara, ben definita e lavora a stretto contatto con il Dipartimento di Stato. Il suo progetto di promuovere la democrazia e il “buon governo” è parte integrante del sistema di Bretton Woods che prevedeva di standardizzare le modalità commerciali e di promuovere l’efficienza nel mercato libero. Dopo la seconda guerra mondiale, quando il governo degli Stati Uniti mise, al posto dei fascisti, i comunisti in cima alla lista, come Nemico Numero Uno del paese, fu necessario pensare a nuovi tipi di istituzioni per affrontare la Guerra Fredda. Ford allora finanziò il RAND (Research e Development Corporation), un think tank militare che iniziò con una ricerca sulle armi per i servizi di difesa degli Stati Uniti.
Nel 1952, per contrastare “il persistente sforzo comunista per penetrare e distruggere le nazioni libere”, fu istituito il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro per lo Studio delle Istituzioni Democratiche, il cui intento era di fare una guerra fredda in modo intelligente, senza incorrere negli eccessi maccartisti.
E ‘attraverso questa lente che dobbiamo guardare il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo con i milioni di dollari che ha investito in India, finanziando il lavoro di artisti, di registi e di attivisti e le generose donazioni che sono serviti a finanziare corsi universitari e borse di studio.
Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford includono interventi effettuati su movimenti politici di base a livello locale e internazionale. Negli Stati Uniti la fondazione Ford fu quella che ha sovvenzionato con milioni di dollari i prestiti per sostenere il movimento sindacale per il credito (sperimentato per la prima volta, dal proprietario dei magazzini Edward Filene nel 1919). Filene credeva nella creazione di una società dei consumi di massa orientata verso l’acquisto di beni di consumo, per questo era bene accordare ai lavoratori un accesso al credito a prezzi accessibili: una idea geniale per quel tempo. A dirla tutta, questa era solo la metà della sua idea geniale, perché l’altra metà del pensiero di Filene credeva in una più equa distribuzione del reddito nazionale.
I capitalisti apprezzarono e si impossessarono solo della prima parte del pensiero di Filene e cominciarono a erogare a tutti i lavoratori prestiti “abbordabili” per decine di milioni di dollari, trasformato così la classe operaia degli Stati Uniti in una massa di persone permanentemente indebitate, che dovettero, da allora in poi, correre sempre di più per restare al passo con lo stile di vita che, altrimenti, non si sarebbero potuti permettere.
Molti anni dopo, questa idea è arrivata ad essere sperimentata anche nella parte più povera delle campagne del Bangladesh: fu quando Mohammed Yunus e laGrameen Bank portarono il microcredito a contadini che letteralmente stavano morendo di fame, e questo provocò delle conseguenze disastrose. Tutti i poveri del subcontinente indiano hanno sempre vissuto sul debito, stretti nella morsa spietata dell’usuraio del loro villaggio – il Baniya. Ma la microfinanza ha standardizzato, ha regolato rigidamente anche questo modo di vivere. Le imprese della microfinanza in India si sono rese responsabili di centinaia di suicidi – duecento persone si sono ammazzate in Andhra Pradesh solo nel 2010. Recentemente un quotidiano nazionale ha pubblicato un articolo sul suicidio di una ragazzina di 18 anni che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie – quelle che le servivano per pagare le tasse scolastiche – nelle mani dei dipendenti di una società di microfinanza che non smettevano più di vessarla e tormentarla.
Estratto da Capitalism: A Ghost Story, (Haymarket Books, 2014) di Arundhati Roy. L’autrice vive a New Delhi, India e ha scritto anche “Il Dio delle piccole cose” e “Power Politics” (South End Press). Questo articolo [titolo originale "Lavora sodo se ti servono soldi, ma non prendere mai prestiti" Dalla povertà si possono tirare fuori un sacco di soldi, ma anche un paio di premi Nobel (di troppo)] è stato tradotto da Bosque Primario per Comedonchisciotte.org
A proposito dell’articolo 18: il dubbio che rimane è se siano servi sciocchi della peggiore fase del capitalismo ( nel senso che non capiscono ciò che fanno) oppure se siano anche complici.
Huffington post, 25 settembre 2014
Ha qualcosa di sconvolgente (nel senso letterale di "sconvolgere") il principio contenuto nell'emendamento del governo al Jobs Act sulle cosiddette "tutele crescenti", da applicare ai nuovi contratti di lavoro subordinato. Leggiamo: «(...) il Governo è delegato ad adottare, (...) in coerenza con la regolazione dell'Unione europea e le convenzioni internazionali, (...) la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio».
Da questa disposizione si ricava che, nella nuova versione del welfare italico prospettata dal governo, sarà l'anzianità di servizio a determinare il livello di godimento dei diritti costituzionali da parte dei lavoratori, dunque, nella generalità dei casi, l'età dello stesso lavoratore.
Nel nostro ordinamento, solo la maggiore età costituisce uno spartiacque nella storia personale di un individuo, delineando una linea di confine tra un prima ed un dopo nella scala di godimento dei diritti sanciti dalla Costituzione. Beninteso, un minore non ha diritto di voto, non ha facoltà piena di porre in essere atti negoziali, ma non per questo è passibile di soprusi e di discriminazioni. Anzi, c'è una tutela rafforzata che lo riguarda, in quanto "soggetto debole".
Nello schema proposto dal governo in materia di rapporti di lavoro, c'è invece un rovesciamento del principio: più sei giovane (in Italia si può lavorare già a 13 anni) meno tutele e diritti avrai. Nel caso specifico dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e segnatamente della reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa, questo capovolgimento di scenario implicherebbe una vergognosa correlazione tra giovane età e possibilità di subire licenziamenti arbitrari o, addirittura, discriminatori, anche licenziamenti funzionali al non raggiungimento della soglia di "anzianità di servizio" prevista dalla legge per l'accesso al godimento di alcuni diritti.
Abile però il governo, ed il premier in particolare, a presentare la "riforma" come un rimedio al regime di apartheid che oggi vigerebbe nel mondo del lavoro, nel senso che la fattispecie denunciata sarebbe proprio quella che si andrebbe a concretizzare nel momento in cui venisse approvata la nuova disciplina in materia di rapporti di lavoro proposta dall'esecutivo.
Se davvero il governo avesse in mente di eliminare le discrepanze esistenti tra lavoratori "tradizionali" e lavoratori "atipici", certamente non inizierebbe ad occuparsi dei diritti dei primi. Piuttosto metterebbe mano alla giungla di contratti che negli anni ha generato il mare di precariato in cui sono immersi i secondi. Si porrebbe, in sostanza, il problema di estendere le tutele a chi oggi non ce l'ha, non a livellarle verso il basso, istituzionalizzando nuove forme di discriminazione su base generazionale.
Che c'entra il volersi occupare di "Marta", che "non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità", col voler togliere diritti a "Francesca", che invece quel diritto ce l'ha insieme all'altro di poter ricorrere contro un licenziamento senza giusta causa? Ma soprattutto, qual è il modello di società che si prospetta alle "Marta" d'Italia? Quello in cui chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani, che per giunta dovrà "guadagnarsi" con l'anzianità di servizio (di servigi?) l'accesso al godimento di diritti fondamentali?
C'è una Costituzione, tuttora vigente mi sembra, che all'art. 3 sancisce: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, (...)". Poi dice anche che la Repubblica ha il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, (...)".
Ecco, "pari dignità" e "rimozione degli ostacoli". Esattamente il contrario di ciò che il governo sta prospettando.
«Salvatore è lì, con le sue cassette, quando i vigili urbani minacciano di multarlo e di sequestrargli la merce. Lui li scongiura di evitargli almeno il sequestro. I vigili lo prendono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo faccia pure, ma spostandosi un po’ più in là».
Il manifesto, 24 settembre 2014
Sebbene Salvatore La Fata, disoccupato catanese di 56 anni, non sia la prima torcia umana a bruciare in una piazza italiana, la sua vicenda è tragicamente esemplare. A tal punto che, questa volta, anche sul versante sindacale v’è qualche reazione adeguata. Dopo il tempestivo sit-in di solidarietà nei suoi confronti e di condanna del comportamento della polizia municipale, promosso dal circolo «Città Futura», pure la Cgil si è attivata. Ha, infatti, annunciato una conferenza-stampa per oggi,mercoledì 24 e una manifestazione unitaria, con le altre centrali sindacali, per il pomeriggio di venerdì 26, nella stessa piazza Risorgimento che è stata teatro dell’atroce protesta.
Operaio edile specializzato, spesso partecipe d’iniziative sindacali, La Fata era stato licenziato due anni fa. Il cantiere in cui lavorava era stato costretto a chiudere, come tanti: a Catania, riferisce la Fillea, ben diecimila edili hanno perso il lavoro negli anni recenti. Per un po’ Salvatore (sposato, due figli a carico) aveva sopportato umiliazione e vergogna. Poi, pur di non stare con le mani in mano, da alcuni mesi s’era messo a vendere qualcosa in piazza Risorgimento: nient’altro che due o tre cassette di olive e fichi d’india, appena venti euro di merce. Troppo per la squadra di vigili urbani, agguerrita e ultra-motorizzata, che al mattino del 19 settembre fa irruzione in piazza. In tempi di crisi e di disperazione sociale è quel che ci vuole: non sia mai che le classi pericolose si mettano a far di testa loro per sbarcare il lunario, invece che sopportare pazientemente la morte civile, contribuendo così al disegno deciso in alto loco. Fuor di sarcasmo, è da notare come, parallelo allo sfacelo sociale provocato dalle politiche di austerità, vada intensificandosi un crudele accanimento repressivo contro attività informali di nessun rilievo penale, volte alla pura sopravvivenza.
Ma torniamo a quel mattino catanese. Salvatore è lì, con le sue cassette, quando i vigili urbani minacciano di multarlo e di sequestrargli la merce. Secondo dei testimoni, lui li scongiura di evitargli almeno il sequestro. I vigili lo prendono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo faccia pure, ma spostandosi un po’ più in là. Sta di fatto che nessuno di loro interviene per tutto il tempo in cui va a rifornirsi di carburante, torna in piazza, si cosparge di benzina e si dà fuoco. E neppure mentre è già avvolto dalle fiamme.
È quasi pleonastico osservare quanto questa storia somigli a quella di Mohammed Bouazizi, «la scintilla» della rivoluzione tunisina. Quanto sia simile, anche, alla vicenda del giovane marocchino Noureddine Adnane, morto il 19 febbraio 2011, dopo nove giorni d’agonia dacché s’era dato fuoco in una piazza di Palermo: anch’egli ambulante, ma regolare, eppure vittima di vessazioni da parte d’una «squadretta» di vigili urbani in odore di neonazismo. Peraltro, lo schema di queste due storie è del tutto sovrapponibile a quello delle centinaia di casi che ho raccolto nei paesi del Maghreb, nonché in Europa e in Israele.
Ad accomunarne molti v’è uno stesso «dettaglio», cioè il comportamento arrogante, persino di sfida, delle forze dell’ordine: un’autentica istigazione al suicidio. E in tutti i casi il suicidio per fuoco è un grido disperato di ribellione e protesta, un gesto sovversivo di sottrazione violenta del proprio corpo alla violenza del sistema, per citare Baudrillard. Destinato, delle volte, a cadere nel vuoto; altre volte, come in Maghreb, a perpetuare il ciclo rivolta-immolazione-rivolta; in un caso, quello tunisino, a scatenare un’insurrezione popolare.
Da noi, c’è uno iato profondo fra la drammaticità dell’autoimmolazione pubblica - atto non solo disperato, ma anche di speranza nel genere umano, in fondo - e la nostra impotenza. Da noi, non c’è alcun soggetto collettivo che rivendichi come proprio «martire» chi si è immolato o che sia capace di cogliere fino in fondo il nesso fra le proprie rivendicazioni e la disperazione sociale che spinge alcuni a suicidarsi in pubblico. Eppure le torce umane e più in generale i suicidi «economici» sono indizio di un conflitto sociale latente. Quello che la politica, i sindacati, perfino i movimenti non sempre sanno rendere esplicito, né sempre organizzare in forme razionali ed efficaci, tali da impedire che altri corpi umani ardano nelle piazze.
«Sblocca Italia sostiene lo sviluppo dell’asfalto, molto meno destina alle ferrovie e poco alle reti del trasporto urbano, il vero deficit italiano. Il governo insiste con le distorsioni della Legge Obiettivo, senza una politica dei trasporti innovativa e sostenibile».
Sbilanciamoci.info, 24 settembre 2014
Dopo roboanti annunci alla fine il Decreto “sblocca Italia” è arrivato1. Nessuna svolta riformista tanto declamata dal Presidente Renzi, ma “passodopopasso” si prosegue ed aiuta lo sblocco di cantieri inutili, il consumo di territorio e paesaggio, ad indebolire le Soprintendenze, a svendere il demanio pubblico, a scavare petrolio per mare e per terra, a insistere con la deregulation edilizia, ad imporre inceneritori in giro per l’Italia.
Era lecito sperare che un presidente del consiglio giovane e scattante, che parla un linguaggio nuovo, avesse anche idee e progetti nuovi per il futuro dell’Italia: green economy, riqualificazione delle città, efficienza ed energie rinnovabili, reti e servizi per il trasporto pubblico, ricerca ed innovazione tecnologica, beni comuni, patrimonio storico e bellezza del paesaggio. Idee e soluzioni che dove sono state attuate hanno assicurato anche crescita dell’occupazione in particolare di quella giovanile, che certamente resta un obiettivo primario per il nostro Paese.
Certo, qua e là, qualche idea giusta c’è - le opere contro il dissesto idrogeologico, quelle dei Comuni e per le scuole, la banda larga, reti tramviarie e metropolitane - ma annegano nella lunga lista di obiettivi e progetti che vengono direttamente dal passato a base di asfalto, cemento, petrolio, consumo di suolo. Anche semplificare la troppa carta e le burocrazie pesanti potrebbe avere un senso se quello che si vuole realizzare fosse utile ed innovativo, invece suona come togliere gli ultimi “lacci e lacciuoli” a chi fa rispettare le regole, o espropriare i poteri dei Comuni come per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli avocata alla Presidenza del Consiglio e sottratta al Comune di Napoli ed al suo piano regolatore.
Quando a luglio venne lanciata dal Governo la parola d’ordine “sblocca Italia” ( ormai abbiamo una lista di Salva Italia, Destinazione Italia, Fare Italia...) per le grandi opere strategiche si annunciava lo sblocco di 42 miliardi di opere da realizzare subito. Numeri “incredibili”, anche alla luce del fallimento di 13 anni di Legge Obiettivo, ridimensionati man mano che si avvicinava il Decreto Legge e la dura realtà dei numeri e delle coperture finanziarie.
Alla fine per le grandi opere sono destinati in totale 3,9 miliardi, spalmati dal 2014 al 2020 e prevalentemente negli anni 2017 e 2018. Il Decreto contiene la lista delle opere da rifinanziare subito (lista a), da sbloccare entro il 30 giugno (lista b) e quelle di cui aprire i cantieri entro il 31 agosto 2015 (lista c). Il testo non contiene quante risorse sono assegnate per ciascuna opera - che spetterà fissare dal Ministero delle Infrastrutture insieme a quello dell’Economia – ma nella relazione tecnica allegata vi sono le previsioni distinte opera per opera. La logica è quella di dare un poco di risorse a molte opere per evitare che si fermino i cantieri e realizzare altri “pezzi”.
Sommando le previsioni, si ottiene che ben il 47% dei 3,9 miliardi andrà a strade ed autostrade (1.832 milioni), il 25% a ferrovie (989 milioni) e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane (345 milioni). Il resto sarà destinato alle opere idriche (134 milioni), aeroporti (90 milioni) mentre 500 milioni sono destinati alle opere dei Comuni, il piano dei 6mila campanili del DL del Fare del 2013.
Quindi lo Sblocca Italia continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, mentre molto meno destina alle ferrovie e davvero poco alle reti per il trasporto urbano, che sono il vero italiano, insistendo quindi con le distorsioni della Legge Obiettivo e senza una politica dei trasporti innovativa e sostenibile. Inoltre, anche dei 989 milioni destinati alle ferrovie, ben 520 milioni sono per tre nuove tratte ad alta velocità (Terzo Valico Milano-Genova, Tunnel del Brennero, AV Brescia Padova) e solo la restante parte per le ferrovie ordinarie.
Anche altre due tratte ferroviarie, la Napoli-Bari e la Palermo Catania Messina, sono inserite nello Sblocca Italia per accelerare le procedure autorizzative, mentre le risorse sono quelle fissate dal Contratto di Porgramma di RFI, che prevedono 2,9 miliardi per la prima e 2,4 miliardi per la seconda. L’amministratore Delegato di FS, Michele Elia, è nominato commissario straordinario, ha tempi stretti per l’approvazione e la revisione dei progetti (tratto Apice-Orsara) e per indire la Conferenza dei servizi. In deroga alle norme, in caso di “dissenso di una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico artistico, tutela della salute e pubblica incolumità” decide il commissario previa intesa con le regioni interessate. Non è di certo un buon modo per progettare una infrastruttura attenta al territorio ed al paesaggio, capace di adottare soluzioni innovative.
La lista delle strade ed autostrade contiene interventi per la terza corsia Venezia-Trieste, lavori per la Torino-Milano ed opere connesse, il quadrilatero Umbria Marche, messa in sicurezza della SS131 Carlo Felice, Salerno - Reggio Calabria, Benevento Caianello, Pedemontana Piemontese, asse viario Lecco Bergamo. Si può ben facilmente notare che alcune di queste opere di adeguamento di strade esistenti siano necessarie e che “sembrano mancare” le grandi autostrade che ogni giorno vengono invocate come la soluzione sia ai problemi di mobilità che di crescita e occupazione del paese.
In effetti alcune sono sparite dall’elenco, come le risorse per l’Autostrada della Maremma o la Cispadana, che il Governo rassicura saranno nel DDL Stabilità, o come la Valdastico nord, a cui la provincia Autonoma di Trento è fermamente contraria e prima il Governo deve ricomporre il quadro istituzionale.
Ma per altre come l’autostrada Orte -Mestre, opera in autofinanziamento del valore di almeno 10 miliardi, il cui promotore è una cordata di imprese capeggiata dall’On.Vito Bonsignore, è stata inserita una specifica norma (articolo 2, comma 4) per aiutare con la defiscalizzazione - almeno 2 miliardi di risorse pubbliche - il Piano Finanziario dell’opera. Era stata la Corte dei Conti con un parere del 7 luglio del 2014 che non aveva dato il via libera alla delibera Cipe di approvazione del progetto, a segnalare che le norme vigenti non consentivano di applicare la defiscalizzazione prevista dal 2013 alle opere già dichiarate di pubblico interesse e la Orte Mestre lo era stata nel lontano 2003 con il riconoscimento del progetto del promotore Bonsignore.
Questa retroattività - ottenuta con la norma inserita nello Sblocca Italia - per superare le obiezioni della Corte dei Conti, è assai grave ed anche indecente, perché se adesso lo stato mette 2 miliardi nel piatto, allora bisognerebbe azzerare anche il promotore e rifare questa selezione. Perché non dimentichiamo che il promotore ha diversi vantaggi tra cui quello che la gara avviene sul progetto preliminare da lui presentato, che ha il diritto di adeguarsi all’offerta migliore e vincere la gara per realizzare e gestire l’infrastruttura. In caso di perdita viene comunque ripagato di tutti i costi sostenuti.
Non è un cavillo, è una vera e propria distorsione dell’offerta a suo tempo presentata. Se all’epoca il promotore fu considerato il migliore da ANAS perché aveva bisogno di minori aiuti pubblici e sosteneva che si sarebbe autofinanziato l’opera, se adesso il Governo mette due miliardi di aiuti sotto forma di defiscalizzazione, allora tutto cambia. In realtà quelle risorse pubbliche si dovrebbero usare, come propongono gli ambientalisti riuniti della Rete Nazionale Stop Orte-Mestre2, per mettere in sicurezza la E45 e la Romea, senza realizzare nuovi inutili e devastanti 400 km di nuova autostrada.
Ma anche le altre autostrade hanno un articolo dedicato - art. 5, Norme in materia di concessioni autostradali - che con frasi criptiche e giri di parole consente la richiesta di proroga della scadenza delle concessioni . E’ la solita storia che si ripete, basti ricordare che dal 1993 la direttiva europea n. 37 intimava che per le concessioni fosse necessario procedere mediante gara, chiedendo a tutti i paesi membri di adeguarsi.
Ma tra la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000 tutte le concessioni sono state prorogate invocando il contenzioso pregresso, le privatizzazioni e gli investimenti da fare: da Autostrade per l’Italia prorogata di 20 anni al 20383, alla Sitaf Torino-Bardonecchia che scade nel 2050, alla Satap di Gavio al 2016, Autostrada dei Fiori al 2021, poi quelle che devono realizzare nuove autostrade come la SAT per l’Autostrada della Maremma con scadenza al 2046, o l’Autocamionale della Cisa che deve realizzare il Ti-Bre Parma Verona con scadenza al 2031.
La discussione con Bruxelles è stata accesa ma alla fine anche dalla Commissione Europea è arrivato il via libera, perché si trattava di investimenti già inseriti nelle convenzioni e del fatto che era “l’ultima proroga”, per poi procedere a gara ed utilizzare il meccanismo del subentro. Cioè chi gareggia sa di doversi accollare gli investimenti in corso e da fare. Ma questo meccanismo “non funziona” dicono in coro le concessionarie, anche se praticamente non è stato mai sperimentato. Adesso con lo Sblocca Italia il Governo Italiano ci riprova ad ha avviato una dialogo con Bruxelles per ottenere ulteriori proroghe. Forse forte del fatto che anche la Francia avrebbe avanzato una analoga richiesta.
La norma all’art. 5 dice che le concessionarie possono “proporre modifiche del rapporto concessorio “ entro la fine del 2014, negoziazione e firma degli atti aggiuntivi entro il 31 agosto 2015, per realizzare potenziamenti della rete sia per quelli già in concessione e sia per nuove opere da inserire, per tenere tariffe favorevoli all’utenza, “anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse contigue”, al fine di assicurare l’equilibrio del Piano Economico e finanziario senza ulteriori oneri a carico dello Stato.
Il terzo comma ha anche una prescrizione che sembra guardare a Bruxelles con occhio accorto: tutte le opere ulteriori inserite nelle convenzioni, saranno realizzate mediante gara di lavori per il 100% dell’importo (per quelle in convenzione va a gara il 60%). Un buon principio certo, ma che rischia di essere vano perché le convenzioni vigenti includono lunghe liste di opere e ben difficilmente se ne aggiungeranno.
L’articolo 5 al comma 4 prevede che per l’A21 Piacenza Brescia, la cui concessione è scaduta nel 2011 e per l’A3 Napoli Pompei sono approvati con legge gli schemi di convenzione ed i relativi Piani Finanziari per accelerare l’iter del “riaffidamento”. Vedremo se ad esito di gara o prorogando agli attuali concessionari.
Basti pensare che le proroghe di cui si parla (o si legge4) richieste dalle concessionarie, sono per lavori già assentiti ed opere note. Si parla di una proroga per l’AutoCisa che vuole realizzare il Tibre (1,8 miliardi) che ha però già avuto una concessione prorogata al 2031, di Autovie Venete che deve realizzare la terza corsia Venezia-Trieste (1,7 miliardi) che scade nel 2017 e che aveva già ottenuto una proroga, della SATAP A4, che chiede la proroga per ammodernare la Torino-Milano (500 milioni di investimento) e che ha una scadenza già prorogata al 2026.
Chiede la proroga anche l’Autostrada Asti Cuneo, nuova autostrada in parte realizzata e che per il completamento deve investire 1,5 miliardi e la cui scadenza è fissata al 2035. Infine c’è il caso dell’Autobrennero, scaduta il 30 aprile 2014, sui cui era stata avviata una gara poi annullata da un ricorso e che adesso chiede 20 anni di proroga sia per realizzare la terza corsia Modena-Verona e sia per destinare alla ferrovia i 500 milioni accantonati per il tunnel del Brennero (deciso con norma nel 1997).Ma anche l’autostrada Centropadane avrebbe richiesto una proroga, magari applicando quella norma sulle concessioni “contigue”.
A Genova il dibattito sulla Gronda Autostradale, prevista dalla Convenzione di Autostrade è molto acceso sia sul tracciato che sulla utilità dell’opera, ma la Società Autostrade per l’Italia ha già ventilato in diverse occasione che - dati gli alti costi dell’opera - si potrà realizzare solo se vi sarà una proroga della concessione che va ricordato scade nel 2038. Magari non sarà richiesta immediatamente, ma intanto già si lavora per andare quella direzione.
Staremo a vedere se anche questa volta Bruxelles darà il via libera alle proroghe.
Vanno segnalati anche due casi su cui c’è molta attenzione anche dalla Ue: la concessione SAT (Autostrada Tirrenica) che il governo si era impegnato a ridurre di tre anni e su cui è riaperta una procedura d’infrazione; la scadenza della Brescia-Padova prorogata al 31/12/2026 a condizione che il progetto definitivo della Valdastico Nord sia approvato entro il 30 giugno 2015. Progetto a cui si oppone in modo deciso la Provincia autonoma di Trento.
La richiesta delle proroghe si aggiunge alla richiesta diffusa da parte delle concessionarie di ottenere la “defiscalizzazione”, cioè la possibilità di non pagare Iva, Ires e Irap. Già deciso dal Cipe per la Pedemontana Lombarda, richiesto dalla autostrada Orte-Mestre e dalla Brebemi, di fatto è un contributo pubblico in quanto riduce le entrate dello Stato per gli anni a venire.
Anche su questi aiuti è acceso un faro da parte di Bruxelles, mentre nello Sblocca Italia, oltre alla norma specifica per la Orte Mestre, l’articolo 11 stabilisce che tutte le opere hanno diritto alla defiscalizzazione, abbassando da 200 a 50 milioni di euro il valore dell’opera.
Solo proroghe, niente gare ed aiuti dalla Stato. E’ il solito blocco di interessi, sono i signori delle autostrade che dopo aver promesso grandi investimenti, presentato ed ottenuto piani finanziari scritti sulla sabbia, con il calo di traffico e le banche sempre più prudenti, con il buco che si è creato nei piani finanziari, alza la voce in tempi di crisi per assicurarsi un futuro5.
Molte autostrade, qualche ferrovia, poche reti tramviarie e metropolitane: la politica del Presidente Renzi sulla mobilità e le infrastrutture non cambia verso.
1 Decreto Legge 12 settembre 2014 n.133. Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione di opere pubbliche, la digitalizzazione del paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive. Pubblicato sulla G.U n. 212 del 12.09.2014.
2 vedi www.stoporme.org
3 Giorgio Ragazzi. I signori delle autostrade. Edizioni il Mulino. 2008
4 Autostrade, le opere da sbloccare. Di Alessandro Arona. Edilizia e Territorio, Il sole 24 ore. 15 settembre 2014
5 Roberto Cuda. Strade senza Uscita. Banche, costruttori e politici. Le nuove autostrade al centro di un colossale spreco di denaro pubblico. Edizioni Castelvecchi. 2013
Il manifesto, 24 settembre 2014
Così oggi Renzi, quando si atteggia ad avversario dell’austerità, dimentica di dire che il nostro paese ha l’austerità scolpita nella legge fondamentale. E che il governo la rivendica, altrimenti avrebbe aggiunto l’articolo 81 alla lista dei quaranta e più articoli della Carta che sta imponendo alle camere di riscrivere. Adesso la sinistra che non era allora in parlamento, assieme a un po’ di deputati del Pd rinsaviti, a diverse associazioni, alla Fiom e ai costituzionalisti che non credono troppo nella proposta di referendum abrogativo già in campo (perché limitata negli effetti e a rischio bocciatura della Consulta) tentano la strada della legge costituzionale di iniziativa parlamentare. Per bonificare l’articolo 81, riportandolo dal precetto ragioneristico di quasi 20 righe che è diventato all’originario e semplice principio di copertura delle spese. Se quella era una «riforma», dobbiamo dunque affidarci a una «controriforma» che in realtà ha il segno progressista del riformismo vero e recupera i «diritti fondamentali delle persone» al centro della finanza pubblica. In questo modo una legge di bilancio che tagliasse i servizi pubblici essenziali e investisse in armi da guerra, per esempio, sarebbe censurabile dalla Consulta con più certezza di quanto, a parere di diversi costituzionalisti, non lo sia già oggi. Annichilita dalle sconfitte, la sinistra trova ancora una volta nella Costituzione «formale» e nella battaglia per la sua piena applicazione l’ultimo terreno di resistenza. Magari il primo dal quale tentare una mossa.
La Repubblica, 23 settembre 2014
«Quel che sta accadendo è una rivoluzione silenziosa - una rivoluzione silenziosa in termini di un più forte governo dell’economia realizzato a piccoli passi. Gli Stati membri hanno accettato - e spero lo abbiano capito nel modo giusto - di attribuire importanti poteri alle istituzioni europee riguardo alla sorveglianza, e un controllo molto più stretto delle finanze pubbliche». Così si esprimeva il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, in un discorso all’Istituto Europeo di Firenze nel giugno 2010.
Non parlava a caso. Sin dal 2010 la Ce e il Consiglio Europeo hanno avviato un piano di trasferimento di poteri dagli Stati membri alle principali istituzioni Ue, che per la sua ampiezza e grado di dettaglio rappresenta una espropriazione inaudita - non prevista nemmeno dai trattati Ue - della sovranità degli Stati stessi. Non si tratta solo di generiche questioni economiche. Il piano del 2010 stabilisce indicatori da cui dipende l’intervento della Ce sulla politica economica degli Stati membri; indicatori elaborati secondo criteri sottratti a ogni discussione da funzionari della CE. Se gli indicatori segnalano che una variabile esce dai limiti imposti dal piano, le sanzioni sono automatiche. Il piano è stato seguito sino ad oggi da nuovi interventi riguardanti la strettissima sorveglianza del bilancio pubblico, al punto che il ministero delle Finanze degli Stati membri potrebbe essere eliminato: del bilancio se ne occupa la Ce. Il culmine della capacità di sequestro della sovranità economica e politica dei nostri Paesi da parte della Ue è stato toccato nel 2012 con l’imposizione del trattato detto fiscal compact , che prevede l’inserimento nella legislazione del pareggio di bilancio, «preferibilmente in via costituzionale». I nostri parlamentari, non si sa se più incompetenti o più allineati sulle posizioni di Bruxelles, hanno scelto la strada del maggior danno - la modifica dell’art. 81 della Costituzione.
Questi sequestri di potere a carico dei singoli Stati non sono motivati, come sostengono le istituzioni europee, dalla necessità di combattere la crisi finanziaria. I supertecnici della Ce (sono più di 25mila), ma anche di Fmi e Bce, mostrano di essere dilettanti allo sbaraglio. L’aumento del debito pubblico degli Stati dell’eurozona, salito dal 66% del 2007 all’86% del 2011, viene imputato dalle istituzioni europee a quello che essi definiscono il peso eccessivo della spesa sociale nonché al costo eccessivo del lavoro. Oltre a documenti, decreti, direttive, ad ogni occasione essi fanno raccomandazioni affinché sia tagliata detta spesa. Pochi giorni fa Christine Lagarde, direttrice del Fmi, insisteva sulla necessità di tagliare le pensioni italiane, visto che rappresentano la maggior spesa dello Stato. Dando mostra di ignorare, la dotta direttrice, che i 200 miliardi della ordinaria spesa pensionistica sono soldi che passano direttamente dai lavoratori in attività ai lavoratori in quiescenza. Il trasferimento all’Inps da parte dello Stato di circa 90 miliardi l’anno non ha niente a che fare con la spesa pensionistica, bensì con interventi assistenziali che in altri Paesi sono a carico della fiscalità generale.
Dinanzi ai diktat di Bruxelles, il governo italiano in genere batte i tacchi e obbedisce, a parte qualche alzar di voce di Renzi. Le prescrizioni contenute nella lettera del 2011 con cui Olli Rhen, allora commissario all’economia della Ce, esigeva riforme dello Stato sociale sono state eseguite. La “riforma” del lavoro di cui si discute in questi giorni potrebbe essere stata scritta a Bruxelles. Nessuno di questi interventi ha avuto o avrà effetti positivi per combattere la crisi; in realtà l’hanno aggravata. Combattere la crisi non è nemmeno il loro scopo. Lo scopo perseguito dalle istituzioni Ue è quello di assoggettare gli Stati membri alla “disciplina” dei mercati. Oltre che, più in dettaglio, convogliare verso banche e compagnie di assicurazione il flusso dei versamenti pensionistici; privatizzare il più possibile la Sanità; ridurre i lavoratori a servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto, o di non averlo. Il vero nemico delle istituzioni Ue è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge; è questo che esse sono volte a distruggere.
Si può quindi affermare che la Ue sarebbe ormai diventata una dittatura di finanza e grandi imprese, grazie anche all’aiuto di governi collusi o incompetenti? Certo, il termine ha lo svantaggio di essere già stato usato dalle destre tedesche, le quali temono — nientemeno — che la Ue faccia pagare alla Germania le spese pazze fatte dagli altri Paesi. Peraltro abbondano i termini attorno all’idea di dittatura: si parla di “fine della democrazia” nella Ue; di “democrazia autoritaria” o “dittatoriale” o di “rivoluzione neoliberale” condotta per attribuire alle classi dominanti il massimo potere economico.
Il termine potrà apparire troppo forte, ma si dia un’occhiata ai fatti. I poteri degli Stati membri di cui le istituzioni europee si sono appropriati sono superiori, per dire, a quelli dei quali gode in Usa il governo federale nei confronti degli Stati federati.
Pare evidente che la Ue abbia smesso di essere una democrazia, per assomigliare sempre più a una dittatura di fatto, la cui attuazione - come vari giuristi hanno messo in luce - viola perfino i dispositivi già scarsamente democratici dei trattati istitutivi. La dittatura Ue potrebbe essere tollerabile se avesse conseguito successi economici. Italiani e tedeschi hanno applaudito i loro dittatori per anni perché procuravano lavoro e prestazioni da stato sociale. Ma le politiche economiche imposte dal 2010 in poi hanno provocato solo disastri. Quali sciagure debbono ancora accadere, quali insulti l’ideale democratico deve ancora subire, prima che si alzi qualche voce - meglio se sono tante - per dire che di questa Ue dittatoriale ne abbiamo abbastanza, e che se uscirne oggi può costare troppo caro è necessario rivedere i trattati, prima di assicurarci decenni di recessione e di servitù politica ed economica?
Il manifesto, 24 settembre 2014
Un incontro a Pordenonelegge con la studiosa dell'«istituzione famiglia», in Italia per presentare il suo ultimo libro «L'amore a distanza», scritto con il marito Ulrich Beck.
Il suo nuovo libro «L’amore a distanza», scritto con Ulrich Beck, è un’analisi ricca e sfaccettata dello scenario, profondamente cambiato, delle relazioni d’amore nel mondo globalizzato. Esamina le modificazioni che si sono prodotte, i rischi insiti nei differenti codici culturali di cui, il più delle volte, si è ignari, i paradossi e le opportunità inattese che offrono per alimentare la mixofilia, cioè il piacere di incontrare e interagire con chi è diverso da noi. Lei scrive di «famiglie globali». Cosa intende con questa espressione?
Il «quadro drammaticamente diseguale» che menziona è reso con acutezza quando parla dei trapianti di organi dei poveri del mondo in corpi dei ricchi che possono comprarli, in una «moderna forma di simbiosi» in «paesaggi corporei degli individui» dove «si fondono ’razze’, classi, nazioni e religioni», con i «corpi dei ricchi (che) si trasformano in patchwork composti artificialmente, mentre quelli dei poveri diventano magazzini di ricambio». O quando descrive le donne che devono abbandonare i loro figli e mariti per andare in un altro paese per prendersi cura di figli di persone agiate. Come si può immaginare che questo specchio del capitalismo globale possa migliorare il mondo in cui viviamo?
L’Occidente, come è noto, preferisce in prevalenza non vedere le condizioni di povertà, instabilità, tensioni e guerra in cui vivono tantissimi abitanti del pianeta, e mentre, prescindendo dai fascismi che ricominciano a rispuntare in Europa come conseguenza della crisi e del risentimento che suscita, siamo tutti a parole favorevoli all’uguaglianza e all’apertura, continuiamo a costruire fortezze per proteggerci dalle minacce locali (che spesso assumono le sembianze di uno straniero) e rinsaldiamo i confini dei nostri paesi per impedire che «gli altri» vi entrino, o che ne entrino troppi. In realtà, per un verso, mentre si proclama la fine del cosmopolitismo, che si occupa di norme, noi confidiamo nella cosmopolitizzazione, cioè l’interdipendenza non solo economica e politica, ma anche etica tra singoli, gruppi e nazioni, che si occupa di fatti e che si sviluppa dal basso e dall’interno, in ciò che avviene quotidianamente, e che spesso resta inavvertita. Per esempio, le donne che dal Sud del mondo arrivano in Occidente, prendono atto di una tangibile possibilità di vivere il rapporto con l’uomo su un altro piano, molto meno avvilente per loro.
Pare però che l’Occidente, anche nelle relazioni amorose, si stia avvitando su se stesso in una dimensione individualistica che prescinde dalle «persone», dove il verbo «per-sonare» implica il «sonare attraverso» altre persone, intendendo la libertà come un qualcosa che si realizza insieme agli altri, come scrive Magatti nel suo ultimo libro «Generativi di tutto il mondo, unitevi». Jacques Attali nel 2007 ha pubblicato « Amours», in cui esaltava l’amore multiplo, la poliunione, la polifedeltà e immaginava un futuro di relazioni aperte in cui la bisessualità sarebbe la norma, un netloving in cui «personne n’appartiendra à personne». Ma il «nostro» mondo è solo un ottavo del mondo intero, e altrove il desiderio di una famiglia stabile, di un luogo dove sentirsi davvero «a casa» è particolarmente sentito…
Ogni movimento implica una bidirezionalità, e certo le trasformazioni avvengono attraverso un reciproco condizionamento. Il rispetto e l’onore, che governano le transazioni e gli equilibri di tanta parte del Sud del mondo, sono stati smarriti nella sfrenatezza individualistica della nostra civiltà, ma grazie alle nuove rappresentazioni che emergeranno potremo forse tornare a considerarli valori fondanti.
Sono numerosissimi gli esempi letterari che punteggiano la sua ricerca sociologica, etnografica e antropologica. Si impara molto dal romanzo di Mohsin Hamid «Il fondamentalista riluttante», non solo rispetto allo scontro di civiltà e all’«inversione biografica» di cui lei parla nel libro, ma anche rispetto alla relazione del protagonista con la ricca e fragile ragazza americana di cui si innamora. Zygmunt Bauman sostiene nella sua ultima opera «La scienza della libertà» che la letteratura è una sorella della sociologia. Può essere preziosa perché le permette di cogliere quegli elementi dell’esperienza soggettiva che sono costitutivi del nostro essere nel mondo e che finirebbero altrimenti nel dimenticatoio qualora ci si limitasse ad analisi quantitative puntuali quanto aride. È d’accordo con lui?
Certamente. Infatti, fin dal primo capitolo, puntello il mio studio menzionando tre romanzi che sono diventati dei best-seller e che rendono più vivido il mio discorso. Il primo, di Marina Lewycka, che riprendo poi nel quinto capitolo per parlare delle migranti che cercano marito in paesi più fortunati, rende con evidenza sensibile «l’altra faccia della luna» dell’emigrazione femminile, volitiva e rapace, attraverso la storia di una bellissima donna ucraina di 36 anni che sposa un inglese ottantaquattrenne e ricorrendo alle sue affilate armi di seduzione lo spreme come un limone finché il suo patrimonio si esaurisce e con esso finisce anche il matrimonio.
Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2104.
Chissà come saranno fischiate le orecchie ai vari Bersani, D’Alema, Civati, Fassina, Chiti, Bindi, Cuperlo, Cofferati e ai tanti altri che nel Pd non intendono piegarsi all’editto di Matteo Renzi sull’abolizione dell’articolo 18. E chissà come si comporterà adesso la minoranza formata dai 110 deputati e senatori democratici decisa a dare battaglia nelle aule parlamentari sul Jobs Act, ma anche sulla legge di Stabilità, quando ieri sera si è vista arrivare tra capo e collo il super editto di Giorgio Napolitano. Perché se il Colle intima lo stop ai “corporativismi e conservatorismi” che impediscono l’avvio di “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione” c’è poco da fare. O si piega la testa e ci si ritira in buon ordine o si prosegue la battaglia in un clima di caccia alle streghe.
Perché nella lunga storia repubblicana mai era accaduto che il confronto democratico nella stessa maggioranza e nello stesso partito subisse una pressione così prepotente e su materie sensibili come i diritti e il lavoro a opera del suo stesso e premier in combutta con il Quirinale. Appena la sinistra pd e la Cgil hanno provato a dire che sui licenziamenti senza garanzie non erano d’accordo, cosa del tutto naturale, è partita la katiuscia. Con tanto di videomessaggio alla nazione, Renzi si è scagliato contro la «vecchia guardia che vuole lo scontro ideologico», mentre con metodi da prefetto di disciplina la Serracchiani ha ricordato ai reietti «di essere stati eletti con e grazie al Pd» quando peraltro segretario non era Renzi, ma Bersani. Poiché non era bastato a fermare la fronda, ecco che scende in campo il capo dello Stato, che da tempo ha smesso i panni del super partes per schierarsi con il patto del Nazareno. Gli è andata bene quando ha spinto per la riduzione del Senato a ente inutile. Meno quando ha preteso l’elezione dell’indagato Bruno e di Violante alla Consulta. Adesso entra a gamba tesa nel dibattito interno del Pd e sulle decisioni del Parlamento. Metodi non da democrazia costituzionale, ma da libero Stato di bananas.
«La proposta di iniziativa legislativa popolare rappresenta dunque l’indicazione di una nuova rotta. Un percorso articolato che potrà essere imboccato solo se si saprà costruire un consenso diffuso, unicamente se verrà accompagnato da un’ampia, convinta e attiva partecipazione. Nulla garantisce infatti il successo».
Il Manifesto, 23 settembre 2014 (m.p.r.)
Ora vediamo chi vuole cambiare davvero. L’iniziativa legislativa popolare che vuole assicurare il rispetto dei diritti fondamentali anche nelle fasi di crisi economica rappresenta una proposta di vera rottura con il passato. Non si limita a criticare l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, si spinge a indicare una strada alternativa. La riforma costituzionale approvata nel 2012 quasi all’unanimità dal nostro parlamento è presto assurta a simbolo dell’incapacità della politica di governare i processi economici e finanziari.
S’è trattato di una risposta puramente ideologica (il neoliberismo come unica razionalità possibile) ad una crisi di sistema che ha continuato ad avvitarsi su se stessa. Ora, con la proposta di modifica di tre articoli della Costituzione, si vuole cambiare radicalmente il punto di vista per tentare di uscire dalla recessione, che non è solo economica, ma è soprattutto culturale. Non è una prospettiva velleitaria quella che si prospetta. Si radica, invece, nel solco del costituzionalismo moderno, riscoprendone le virtualità emancipatorie. È alla storia politica e sociale che bisogna ricominciare a guardare, da tempo offuscata dall’autoreferenzialità della politica incapace di contrastare la logica distruttiva del mercato speculativo. Occorre tornare ai diritti.
Persi nei fumi dell’ideologia, trascinati dal vento impetuoso del tempo, troppo a lungo abbiamo scordato che alla base del vivere civile, a fondamento del patto sociale, si pone il rispetto dei diritti fondamentali, non l’equilibrio finanziario. Se c’è una lezione da trarre dalla storia politica del costituzionalismo moderno è che la garanzia dei diritti deve essere assicurata, altrimenti la società civile «non ha una costituzione» (così esplicitamente nella dichiarazione del 1789), e si torna allo stato di natura dove prevale la legge del più forte (economicamente, oltre che militarmente). Solo l’hobbesiana protectio può legittimare la richiesta di oboedientia, solo il rispetto dei diritti può giustificare i doveri sociali. Nelle costituzioni del secondo dopoguerra questo dato fondativo delle società moderne ha portato ad affermare il principio di «indisponibilità» dei diritti fondamentali ed il primato della persona. Priorità da far valere anche sull’economia, soprattutto sull’economia, la quale non può essere rappresentata come espressione di un «ordine naturale», ma è anch’essa frutto di un «ordine giuridico». Dunque, manifestazione di scelte di politica economica che conformano un particolare assetto d’interessi, a discapito di altri. Opzioni — questo è il punto — che non sono completamente libere.
E’ il nostro sistema costituzionale ad avere individuando i principali limiti proprio nella «libertà, sicurezza e dignità umana», nell’esigenza di assicurare una «esistenza libera e dignitosa», nei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In questo senso può certamente affermarsi che in uno stato costituzionale «sull’economia prevalgono i diritti». Ed è entro questo contesto costituzionale che si alternano i diversi cicli economici, quelli più favorevoli e quelli meno.
È evidente, infatti, che l’espansione dei diritti richiede ingenti risorse economiche, pertanto da tempo si riconosce che i «diritti che costano» (praticamente tutti i diritti hanno un costo) sono finanziariamente condizionati. Ciò non toglie però che anche in una fase di crisi economica — soprattutto in fasi in cui le risorse sono limitate — diventa vitale assicurare una tutela privilegiata ai diritti fondamentali, i quali devono prevalere sulle garanzie prestate ad ogni altro interesse. Ed è questo il senso profondo che si pone a fondamento dell’iniziativa popolare. Essa rappresenta una rottura di continuità con il più recente passato che ha invece invertito le priorità tra diritti e economia, ponendo i primi al servizio della seconda. Nel 2012 questa pretesa ha assunto le vesti della revisione costituzionale con l’inserimento di un principio «sovversivo» (in senso strettamente etimologico) del sistema di garanzia dei diritti costituzionalmente definiti. Un principio che si è dimostrato fallimentare per le stesse ragioni dello sviluppo economico, oltre che per la garanzia dei diritti.
Non si tratta ora semplicemente di tornare indietro, bensì di sviluppare nel segno del cambiamento i diversi principi del costituzionalismo moderno. Ciò che si propone è un altro approccio alla revisione costituzionale; diverso rispetto da quello sin qui praticato da un ceto politico intento a smantellare progressivamente le conquiste di civiltà che la lotta per i diritti ha storicamente affermato e la nostra Costituzione ha giuridicamente imposto. Con questa iniziativa si vuol dimostrare che dalla Costituzione (dai suoi principi fondamentali) si può ripartire per trasformare la società e la politica italiana; che essa non è un ostacolo bensì il fattore di cambiamento più vitale.
Non servono molte parole per affermare un principio di cambiamento radicale. Anche in questo può plasticamente rinvenirsi una diversità di stile — che è anche di sostanza — con il revisionismo costituzionale che è alle nostre spalle. Si guardi a tutte le «grandi riforme» che, dalla Commissione bicamerale del 1993 ad oggi, hanno cercato di mettere le mani sulla Costituzione: un profluvio di parole senza la solidità di un principio. Si esamini l’attuale proposta in discussione di modifica presentata dall’attuale governo relativa al senato e al Titolo V: un insieme di disposizioni informi, spesso tra loro in contraddizione. Si leggano i nuovi articoli scritti dai neo-revisori costituzionali (dal ridondante art. 111 all’ingestibile art. 117): lunghi elenchi di incerto valore e difficile applicazione. E, infine, si confronti nel merito la formulazione ragionieristica e contabile del principio di «pareggio di bilancio» con quella proposta dall’iniziativa popolare: l’innovazione si sostanzia nell’eliminazione di tutte le controverse regole di equilibrio finanziario, sostituite dal limpido principio costituzionale del rispetto dei diritti fondamentali delle persone che deve conformare la legge di attuazione alla quale si rinvia per la definizione dei vincoli economici (compresi quelli di bilancio). Realisticamente non si esclude dunque che quest’ultimi debbano operare, si afferma «semplicemente» che questi devono operare nel rispetto del principio di tutela dei diritti.
È del tutto evidente – almeno per chi prende sul serio i diritti – che le costituzioni necessitano di essere attuate. Non basta cioè l’affermazione del principio (di prevalenza dei diritti fondamentali delle persone, nel nostro caso) perché esso possa ritenersi realizzato. La lunga lotta per l’attuazione costituzionale – che può assumere forme diverse e non tutte preventivamente determinabili – rappresenta il cuore di quel che potremmo chiamare il diritto costituzionale vivente. Non è possibile qui ricordare le molteplici forme che ha assunto la continua tensione tra costituzione e sua realizzazione. Ciò che deve però almeno essere chiarito è che anche la lotta per la realizzazione dei principi è assoggettata al diritto. Tant’è che sarà un giudice (la Corte costituzionale) e non la politica (il governo ovvero il parlamento) ad avere l’ultima parola.
La proposta di iniziativa legislativa popolare rappresenta dunque l’indicazione di una nuova rotta. Un percorso articolato che potrà essere imboccato solo se si saprà costruire un consenso diffuso, unicamente se verrà accompagnato da un’ampia, convinta e attiva partecipazione. Nulla garantisce infatti il successo. La raccolta delle firme necessarie per incardinare la discussione presso le camere, l’incerto seguito parlamentare, le inattuali maggioranze richieste per l’approvazione della legge costituzionale sono tutti ostacoli che si frappongono alla volontà di un cambiamento radicale dello stato di cose presenti. È però anche una grande occasione per risollevare il capo e tentare d’uscire dai sottosuoli ove le forze disperse della sinistra si sono rintanate. Un’oppor<CW-11>tunità per riprendere il filo di un discorso interrotto. Certo, può sempre dirsi che «avremo bisogno di ben altro», di una strategia complessiva, di soggetti sociali consolidati, di organizzazioni adeguate, di leader rappresentativi e autorevoli, di una società civile consapevole, di una cultura alternativa egemone, di una solidarietà e un riconoscimento collettivo. È vero, avremmo bisogno di tutto questo. E in assenza di tali presupposti tutto è più complicato. Ma anche per questo è urgente ricordare che la garanzia dei diritti fondamentali delle persone e la fissazione di limiti ai poteri dell’economia e della finanza rappresentano valori indisponibili entro uno stato di democrazia costituzionale. È necessario iniziare a costruire un’altra idea di società civile, in cui il mercato si ponga al servizio dei diritti. La proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare è solo un primo movimento di una ancora inesplorata strategia complessiva; un piccolo passo che però può aprire ad un radicale cambiamento di rotta. Credo ci si possa provare.
A chi esita, a chi ci chiede se in queste condizioni difficili valga la pena ancora impegnarsi, non possiamo che ripetere: «Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua».
Perunaltracitta.org, 23 settembre 2014
Il trattato, innanzitutto, viene negoziato in segreto tra la Commissione europea e il ministero del Commercio Usa: non c’è accesso alle bozze dei testi dell’accordo – nemmeno per i membri del Parlamento europeo o dei Parlamenti nazionali – quindi la maggior parte delle cose che sappiamo arrivano da documenti che non avremmo mai dovuto avere. Con la scusa di migliorare il commercio tra le due sponde dell’Atlantico, insomma, i regolamenti disegnati per difendere l’ambiente, i diritti dei lavoratori, i servizi pubblici e gli standard pensati per proteggere i consumatori, saranno ridotti nel minor tempo possibile al minimo comune denominatore. Questo si tradurrà, ad esempio, in una riduzione della regolazione sugli investimenti negli Stati Uniti e in standard più bassi di sicurezza alimentare o per l’utilizzo dei prodotti chimici in Europa. Le corporation avranno il diritto di chiamare in giudizio gli Stati che introducessero leggi o regolamenti che potessero danneggiare i loro profitti. Questo accadrebbe attraverso meccanismi di arbitrato internazionale che bypasserebbero completamente la giustizia ordinaria. Questa forma di giustizia privata metterebbe a rischio l’intera giurisprudenza.
Movimenti, comitati, realtà della società civile e attivisti di tutta Europa si stanno opponendo a questi accordi da più di un anno:
Raccogliendo, producendo e condividendo informazioni attraverso siti web, piattaforme, media alternativi, incontri grandi e piccoli
Organizzando campagne e proteste a livello locale e nazionale
Organizzando petizioni e partecipando alle consultazioni pubbliche
Contattando e coinvolgendo i membri dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo
Mettendo sotto pressione i Governi europei perché respingano questi accordi
Società civile, sindacati, contadini, movimenti e attivisti di tutta Europa hanno lanciato una Giornata d’Azione decentrata per l’11 Ottobre 2014, con l’obiettivo di promuovere quante più azioni possibili e rendere visibile questo tema alla maggior parte dell’opinione pubblica italiana per bloccare i negoziati di liberalizzazione commerciale in corso. Come Campagna STOP TTIP Italia cui aderiscono oltre 60 organizzazioni, gruppi, sindacati, associazioni e partiti, chiediamo a tutti i cittadini italiani di organizzarsi e di lavorare di creatività: incontri, volantinaggi, azioni simboliche, campagne social, tweet storming, mozioni di sfiducia presso Comuni e regioni, lettere di pressione per i parlamentari ed europarlamentari eletti nel proprio territorio: vale tutto, per sventare l’ennesimo pericolo di svendita dei nostri diritti, del nostro domani.
>>> Scarica qui i primi appuntamenti e i primi materiali - See more at:
Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita».
Comune-info.net, 22 settembre 2014
La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (Isisi), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele–Palestina.
Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse: A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada» (Ap.6,4). E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la Nato che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.
Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles (4-5 settembre 2014), la Nato ha deciso di costruire cinque basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi pronti a battersi contro l’Isis, offrendo per di più armi ai curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice Nato, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più nella Difesa, destinandovi come minimo il 2 per cento del Pil. Attualmente l’Italia destina l’1,2 per cento del proprio bilancio alla Difesa.
Accettando le decisioni del vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2 per cento del Pil. Questo significa 100 milioni di euro al giorno! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati Sipri, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari, una somma equivalente a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli Usa e Nato). Siamo prigionieri del “complesso militare-industriale” Usa e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”, come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq, dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli Usa di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente, che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.
Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano. Questo popolo non può aver dimenticato l’articolo 11 della Costituzione: L’Italia il ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non è possibile che gli italiani tollerino che il governo Renzi spenda tutti questi soldi in armi, mentre lo stesso non li trova per la scuola, per la sanità, per il terzo settore. Tantomeno capisco il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane, eredi del Vangelo della nonviolenza attiva.
E’ ora che insieme, credenti e non, ci mobilitiamo, utilizzando tutti i metodi nonviolenti, per affrontare la “Bestia “(Ap.13,1)”. Ritorniamo in piazza e per strada, con volantinaggi e con digiuni e, per i credenti, con momenti di preghiera. Chiediamo al governo sia di bloccare le spese militari che di “tagliare le ali” agli F-35, che ci costeranno 15 miliardi di euro.
E come abbiamo fatto in quella splendida “Arena di Pace” del 25 aprile scorso, ritroviamoci unitariamente (come abbiamo fatto a Firenze il 21 settembre) e poi alla Perugia-Assisi. Tutto il grande movimento della pace in Italia si è riunito a Firenze. Il tema è stato: ”Facciamo insieme un passo di pace”. Un occasione per lanciare la campagna promossa dall’Arena di Pace: Legge di iniziativa popolare per la creazione di un Dipartimento di Difesa Non armata e Non violenta.
Il secondo grande appuntamento sarà la Perugia-Assisi, il 19 ottobre, con una presenza massiccia di tutte le realtà che operano per la pace. Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita. Ce la dobbiamo fare,
Noi siamo prigionieri di un Sogno così ben espresso dal profeta Michea: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». (Michea, 4,3)
«L’introduzione di un titolo concessorio unico comprensivo delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» abolisce la consultazione pubblica preventiva sulle grandi opere.
La Nuova Sardegna, 22 settembre 2014
Sassari. L’allarme per la tutela dell’ambiente è preciso, circostanziato: «Il decreto Sblocca Italia crea nuovi incubi naturalistici e sociali per le coste dell’isola». Perché, secondo il Gruppo d’intervento giuridico - Amici della terra, «fa nascere un pasticcio che produce violazioni costituzionali».
«Con la tecnica di mettere tutto nello stesso calderone, in modo da rendere le disposizioni quasi illeggibili, sono state consentite aperture e deroghe contrarie alle norme generali del diritto», sostiene il portavoce dell’associazione, Stefano Deliperi. E tutto ciò, aggiunge l’ecologista, specialista in questi aspetti giuridici, si ripercuote a cascata su una serie sterminata di settori. Si va dall’energia alle procedure per la valutazione ambientale dei singoli progetti. Dai criteri per la gestione del demanio sino a possibili strade privilegiate per la predisposizione di varianti urbanistiche automatiche. Le riserve. Dubbi e perplessità sul testo centro delle polemiche erano state espresse dagli ambientalisti nelle scorse settimane.
Adesso Grig ha deciso di denunciare pubblicamente quel che sta succedendo, con particolare attenzione come sempre ai riflessi negativi per l’isola. «Come già osservato a prima vista e in successivi approfondimenti, da questo provvedimento scaturisce qualche luce, per esempio sui provvedimenti sostitutivi in tema di fondi comunitari o per il risanamento idrogeologico, ma a risaltare sono soprattutto le ombre – sottolinea con determinazione Deliperi – In particolare per quanto concerne le terre e rocce da scavo e il settore energetico. Dalle ricerche e dalle estrazioni petrolifere e metanifere alle infrastrutture d’importazione, trasformazione e stoccaggio dei gas».
I dettagli. A questo proposito l’esponente ambientalista cita un passaggio del decreto. «. Si aumentano i rischi per l’ambiente. Vengono messi a repentaglio e i contesti economico-sociali locali. E questo per non parlare delle norme di gestione del territorio e di tutela del paesaggio». Per il Bel Paese si addensano veri incubi, osserva Deliperi. «Più che di “Sblocca Italia”, di fronte a quest’allarme mi sembra piuttosto il caso di gridare: “Svegliati, Italia!”». afferma il dirigente ecologista.
I dubbi fortissimi di costituzionalità, per gli ambientalisti, derivano dal fatto che nel decreto non si è tenuto conto delle prerogative per la difesa del paesaggio che possono vantare sia Regioni a Statuto speciale come la Sardegna sia il ministero dei Beni culturali. Una situazione che d’ora innanzi la giunta Pigliaru e il Mibac dovranno monitorare con attenzione, visti i precedenti che negli anni si sono accumulati in Sardegna negli attentati al territorio.
Reticenze e omertà. Se non ci fosse stata in queste ore la pubblica denuncia degli ecologisti, con ogni probabilità l’intero pacchetti di provvedimenti avrebbe tardato a essere svelato e valutato a fondo. «Perché su tutta faccenda è stata fatta calare una coltre di silenzio - attacca ancora Stefano Deliperi – Il che non mi pare per niente secondario, visto che presumibilmente un testo del genere andrà a cozzare pure contro le norme generali del diritto comunitario. Specie per quel che concerne le operazioni di scavo e i lavori per realizzare tunnel e gallerie. Nelle quali viene autorizzato l’uso di additivi chimici per le frese delle macchine perforatrici».
Quadro desolante. Pericoli anche per i beni del Demanio: «Sarà sufficiente che i Comuni firmino “accordi di programma” col ministero competente perché ottengano varianti urbanistiche – denuncia in conclusione il leader di Grig – E da quel momento alla posa dei primi mattoni passerà ben poco tempo. Così come all’avvio di tutta un’altra serie di percorsi per rendere inoffensive le disposizioni complessive a tutela dell’ambiente».
Ecco perchè abbiamo scritto poco fa di un parere autorevole. Riprendiamo da un archivio un testo diUn uomo di un’Italia migliore, che è ancora tra noi e ancora insegna. Dall’archivio de
La Nuova Venezia, 29 gennaio 2009.
«Quando sono entrato in magistratura, nel 1959, il magistrato era un travet di lusso, dipendeva dal ministero e non osava alzare lo sguardo su politici, istituzioni e potere. Poi è arrivato il Csm, che ha reso liberi pm e giudici, proteggendoli dalle accuse dei potenti: con la caduta del Muro e la fine di Dc e Pci, ci siamo infilati a guardare ovunque ed è esplosa Manipulite. E’ vero, oggi la giustizia è bloccata, ma le riforme sul tavolo sono solo il cavallo di Troia per minare l’indipendenza del pm, non garantiscono giustizia più celere».
Il procuratore generale Ennio Fortuna, sabato 31 dicembre andrà in pensione, mezzo secolo dopo aver vestito per la prima volta la toga: da allora è stato pretore, pubblico ministero, procuratore circondariale a Venezia, membro del consiglio superiore della Magistratura eletto per Magistratura indipendente, procuratore della Repubblica a Bologna e, infine, pg presso la Corte d’appello veneta. Ne ha da ricordare, con la sua voce forte e il tono incalzante, il fluire carico di aneddoti del perfetto raccontastorie e l’entusiasmo di chi crede che «fare il magistrato sia il più bel lavoro del mondo».
Le inchieste. Da quella volta che si è trovato a indagare sull’allora collega, oggi senatore pd, Luciano Violante denunciato di falso per le perquisizioni a tappeto sul sospetto golpista Edgardo Sogno («Due persone degnissime, l’indagine finì in un nulla») a quando si rifiutò, nel 1968, di processare Pierpaolo Pasolini per il film «Teorema» e il Pg di allora lo sollevò dall’inchiesta («Ma poi il regista fu assolto!»). E gli anni Settanta, quelli del terrorismo, quando nel 1974 si ritrovò il garage di casa sventagliato da 21 colpi di mitra: «Negli Anni di piombo i magistrati italiani dimostrarono di non piegarsi, riuscendo a sconfiggere il terrorismo rispettando il codice e senza mai rinunciare al garantismo: i giudici di non molti Stati lo hanno fatto».
Furono anche i tempi dei primi crac dei promotori finanziari, con il caso dell’agente di cambio Marzollo che scosse la Venezia bene che gli aveva affidato milioni di risparmi. Ancora, i primi, veri furti d’arte, un decennio prima che Felice Maniero li usasse come merce di scambio: «Ritrovare arrotolati in un campo dell’isola di Poveglia tre capolavori del Gian Bellini rubati nella basilica di Santi Giovanni e Paolo è stata una soddisfazione enorme». E i delitti. «Il caso Pastres, con l’omicidio di un bimbo di appena 6 anni, a San Donà: fu terribile», racconta ancora Fortuna, «l’assassino lo bloccammo in Crazia: non avevamo prove certe contro di lui, ma durante l’interrogatorio crollò. Devo dire che negli interrogatori sono sempre stato piuttosto bravo: nei confronti psicologici riuscivo a trovare spesso la chiave giusta per la confessione, ma oggi sarebbe impossibile con la presenza dell’avvocato sin dal primo minuto».
Unabomber. Il cruccio finale: «Che dire? E’ stato più bravo di noi. Devo dire che le Procure di Venezia e Trieste hanno fatto il possibile, puntando tutto sull’indagine scientifica. Purtroppo abbiamo perso la partita dall’interno: eravamo convinti di avere la prova che Zornitta fosse colpevole e invece abbiamo scoperto che il lamierino trovato in un ordigno, era stato alterato. L’amarezza è forte».
Dalle Olivetti ai pc. «L’esperienza più esaltante è stata quella alla Procura circondariale», ricorda Fortuna, «abbiamo aperto un ufficio in un’ex scuola dove non c’era nulla: mi feci prestare le macchine da scrivere da Semenzato, che alla fine non le volle neppure indietro tanto erano vecchie. La fortuna fu che al ministero, incuranti del fatto che a Venezia c’è l’acqua, mi assegnarono 5 autisti d’auto: li misi tutti a lavorare al registro generale, anche se all’inizio scrivevamo i reati su alcuni quadernoni che comprai a Mestre, perché non avevamo neppure i libri del ministero. Sei mesi dopo, tutto funzionava perfettamente: fummo i primi ad informatizzare i fascicoli e ad introdurre l’udienza di comparizione». Il periodo nero fu quello successivo, alla Procura di Bologna: «La trovai distrutta, anche sul piano psicologico».
Giustizia malata? «Vado via molto amareggiato per non essere riuscito a dare risposta alle giuste richieste della cittadinanza per una giustizia celere e sollecita», conclude Fortuna, «ma i problemi sono altri da quelli che si vorrebbero risolvere con le riforme sul campo. Sono un appassionato nato difensore della magistratura libera e indipendente, che oggi vedo in pericolo. Gli avvocati dovrebbero capire che la separazione delle carriere tra pm e giudici - di per sé possibile - può essere un grimaldello verso l’assoggettamento del pubblico ministero a una nomina politica: un pm sotto il governo non alza lo sguardo. Senza l’indipendenza del pm viene meno la giustizia».
Il futuro. «Finché il cervello funziona, metterò la mia esperienza al servizio di enti, imprese, studi. La politica? Nel passato mi hanno chiesto di fare il sindaco e ho rifiutato: ora sono libero da ogni impedipento, se la proposta fosse seria, potrei accettare».
La nostra sfortuna è stata nella coincidenza storica tra due eventi: da un lato, cresceva la consapevolezza della catastrofe planetaria cui lo sviluppo del capitalismo ci stava conducendo; dall'altro, negli stessi l'ideologia e la prassi di quel devastante sviluppo divenivano dominanti. Il manifesto, 21 settembre 2014
Forse il problema non sarebbe stato insormontabile se fosse emerso in un momento storico diverso ma per grande sfortuna di tutti noi, la comunità scientifica è giunta a formulare la sua diagnosi decisiva sulla minaccia climatica proprio nel momento in cui le élite assaporavano un potere politico, culturale e intellettuale senza paragoni se non con i primi anni Venti del ’900. Governi e scienziati, infatti, hanno cominciato a parlare seriamente di tagli drastici alle emissioni di gas serra nel 1988 — proprio l’anno in cui si profilò quella che si sarebbe chiamata «globalizzazione» e l’anno in cui fu firmato il Nafta, l’accordo sulla più grande intesa commerciale del mondo. All’inizio, tra il Canada e gli Stati Uniti, diventato poi, con l’inclusione del Messico, l’accordo Nafta.
Quando gli storici osserveranno in retrospettiva i negoziati internazionali dell’ultimo quarto di secolo vedranno due processi cruciali spiccare sugli altri. Il primo sarà quello del negoziato mondiale sul clima, che procede avanzando a stento, senza mai raggiungere i propri obiettivi. L’altro sarà il processo di globalizzazione delle grandi imprese, che invece avanza spedito di vittoria in vittoria (…).
I tre pilastri su cui si fondano le politiche di questa nuova era li conosciamo bene: privatizzazione della sfera pubblica, deregolamentazione di tutte le attività di impresa e sgravi fiscali alle multinazionali, tutti pagati con tagli alla spesa statale.
Molto è stato scritto sui costi reali di queste politiche: l’instabilità dei mercati finanziari, gli eccessi dei super ricchi, la disperazione di poveri sempre più sfruttati, lo stato fallimentare di infrastrutture e servizi pubblici. Pochissimo, invece, è stato scritto sul modo in cui il fondamentalismo del mercato, sin dai primi momenti, ha sabotato in maniera sistematica la nostra risposta collettiva al cambiamento climatico, una minaccia che si è profilata proprio quando quella ideologia era al suo apice.
Il problema centrale è che l’abbraccio mortale esercitato in questo periodo dalla logica di mercato sulla vita pubblica fa apparire le reazioni più ovvie e dirette alle questioni climatiche come un’eresia politica. Per fare un esempio: come si può investire massicciamente in servizi pubblici e infrastrutture a emissioni zero in un momento in cui la sfera pubblica viene sistematicamente smantellata e svenduta? I governi come possono regolamentare, tassare e penalizzare pesantemente le aziende di combustibili fossili in un momento in cui qualsiasi manovra del genere viene liquidata come un residuo di comunismo autoritario? E, infine, come si può dare sostegno e tutele al settore delle energie rinnovabili per sostituire i combustibili fossili quando «protezionismo» è diventata una parolaccia?
Se fosse stato diverso, il movimento per il clima avrebbe tentato di sfidare l’ideologia estrema che sta ostacolando tante azioni sensate, avrebbe unito le forze con altri settori per dimostrare che il potere delle corporation, lasciato senza freni, rappresenta una grave minaccia per l’abitabilità del pianeta.
Gran parte del movimento per il clima, invece, ha sprecato decenni preziosi nel tentativo di incastrare la chiave quadrata della crisi climatica nella toppa rotonda del «capitalismo deregolamentato», alla ricerca infinita di soluzioni al problema che fossero fornite dal mercato stesso.
«Sinistre. In piazza il 18 settembre con la Fiom. A novembre una manifestazione nazionale. Ma alle regionali, in Calabria e in Emilia Romagna, 'rispetto' per le condizioni peculiari. In attesa che la base di Sel decida se correre con l'Altra europa o con il centrosinistra».
Il manifesto, 21 settembre 2014
La campagna d’autunno dell’Altra Europa per Tsipras poggia su un documento-manifesto da preparare, discutere e approvare nei prossimi 60–90 giorni, per avviare il proprio sviluppo organizzativo. Anche in vista delle future elezioni nazionali, dove presentarsi come forza alternativa al Pd di Matteo Renzi. Poi una manifestazione fissata per il 29 novembre e da organizzare sul trinomio diritti-reddito-lavoro, in totale contrasto con le politiche della Commissione Ue e di un governo italiano «che al di là degli slogan sta docilmente seguendo le direttive di Bruxelles».
Infine un veloce passaggio sulle scadenze elettorali più vicine, regionali in primis, con una sintetica «presa d’atto» della peculiare realtà calabrese e dell’attivismo dei comitati territoriali emiliano-romagnoli. Che sul punto, ricorda Corrado Oddi, «presenteranno candidati che erano sulla lista dell’Altra Europa, con un programma che si richiama a quello continentale». Lasciando al tempo stesso a Sel, alle prese con il referendum fra gli iscritti per decidere o meno il sostegno al candidato vincitore delle primarie Pd, l’elementare diritto alla consultazione della propria base.
Dal comitato operativo dell’Altra Europa, una sorta di esecutivo provvisorio che si ritrova a Firenze per stilare un programma di lavoro per i mesi a venire, escono più volti soddisfatti di quanto ci si aspettasse, in una vigilia che era stata segnata dalle tensioni elettoralistiche. Alla prova dei fatti invece la riunione viene giudicata positivamente, sia dai rappresentanti delle forze politiche (Deiana e Cento di Sel, Fantozzi e Acerbo di Rifondazione), che dagli altri protagonisti dell’Altra Europa, da Marco Revelli a Roberto Musacchio e Massimo Torelli, fino agli esponenti dei tanti comitati locali per Tsipras che hanno lavorato pancia a terra nella scorsa primavera, per sensibilizzare l’elettorato e far superare alla lista il quorum del 4% con l’elezione di tre europarlamentari.
A questo punto, osserva Revelli introducendo la discussione, occorre però un nuovo documento-manifesto, che da un lato confermi il radicamento con l’esperienza europea, e dall’altro avvii una fase di consolidamento organizzativo. La strategia d’azione è quella di costituire un’associazione che raccolga adesioni individuali, e che quindi non si trovi in contraddizione con l’appartenenza a questa o quella forza già organizzata. Va da sé peraltro che, in prospettiva, le decisioni che saranno prese, in particolare sulle delicate questioni elettorali, dovrebbero comportare una cessione di sovranità. Un processo aiutato dai tempi medio-lunghi che l’esecutivo di Renzi si è dato – i «mille giorni» — per l’attuale legislatura. E dalla progressiva constatazione da parte dell’elettorato, come osserva fra gli altri anche Paolo Cento, che «il centrosinistra è morto».
A Revelli viene affidato il compito di iniziare l’elaborazione del documento-manifesto, e di coordinare un lavoro di gruppo per la stesura definitiva. Il comitato operativo decide inoltre di sostenere la campagna per la revisione dell’articolo 81, e aderisce alla mobilitazione Fiom, e alle altre iniziative di lotta dei comitati territoriali. «L’Altra Europa con Tsipras – dice il documento conclusivo — lavora per costruire l’opposizione sociale e politica alle politiche di Renzi e della Commissione Europea. Il processo prosegue dentro le lotte e le mobilitazioni: l’Altra Europa aderisce alla manifestazione della Fiom del 18 ottobre, e propone per il 29 novembre una manifestazione nazionale a Roma contro Renzi e la Commissione Europea di Juncker e Katainen. E’ fondamentale che, mentre Renzi gioca a dividere e contrapporre i soggetti sociali colpiti dalle politiche neoliberiste, l’Altra Europa propone di unire i mille ‘No’ a quelle politiche: una manifestazione per dire no al Jobs Act e alla cancellazione di quel che è rimasto dell’articolo 18, e al tempo stesso per rivendicare l’introduzione di un reddito minimo garantito»
Non è compito del ministro europeo all'occupazione e allo sviluppo «chiedere "riforme strutturali" che restringono drasticamente i diritti dei lavoratori e puntano a un depotenziamento del ruolo essenziale svolto dai sindacati, come avviene in Italia nello scontro, gravissimo, che il governo Renzi sta fomentando attorno all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Dal sito
L’altra Europa con Tsipras, 20 settembre 2014
La designazione di Jyrki Katainen come vicepresidente della Commissione e responsabile di occupazione, crescita, investimenti e competitività, e le sue prime dichiarazioni al Parlamento Europeo nei giorni successivi alla designazione, sono inquietanti. Compito del nuovo vicepresidente dovrebbe essere quello di mettersi immediatamente al lavoro per garantire investimenti europei necessari alla ripresa dell’economia europea e per il ritorno alla piena occupazione al fine di realizzare un obiettivo cruciale del Trattato, dopo sette anni di crisi durissima che le politiche di austerità hanno acutizzato al massimo. Nelle lettere di missione, il Presidente Juncker ha chiesto a Jyrki Katainen e agli altri commissari di agire entro i primi cento giorni della nuova Commissione.
A molti parlamentari è parsa che questa fosse la conclusione cui è giunto il nuovo Presidente Jean-Claude Juncker, quando non solo ha criticato il 15 luglio nell’aula di Strasburgo le politiche della trojka, ma ha anche annunciato il piano che porta ormai il suo nome: un piano di investimenti di 300 miliardi di euro per i prossimi tre anni.
In tutt’altra direzione vanno le dichiarazioni di Katainen. Invece di parlare del piano di investimenti, ha ripetuto le sue ricette sul rigore, facendo capire che prima ogni Stato dovrà mettere la propria casa in ordine, e solo dopo verranno – eventualmente - piani di investimento. Non è questa la sua missione, se è vero che egli dovrà occuparsi di lavoro, occupazione e investimenti. Né è suo compito chiedere «riforme strutturali» che restringono drasticamente i diritti dei lavoratori e puntano a un depotenziamento del ruolo essenziale svolto dai sindacati, come avviene in Italia nello scontro, gravissimo, che il governo Renzi sta fomentando attorno all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Il piano Juncker non è certo sufficiente, e non è per nulla chiaro come sarà finanziato: se si tratterà solo di aumentare un po’ i mezzi messi a disposizione dalla Banca Europea di Investimenti e di riorganizzare gli attuali Fondi europei. La vera soluzione sarebbe quella proposta dall’Iniziativa dei cittadini europei nel “New Deal 4-Europe”, con interventi della Bei e due tasse europee: sulle transazioni finanziarie e sull’emissione di CO2. E sarebbe un aumento delle risorse proprie dell’Unione, che il Consiglio europeo rigettò nella primavera 2013 (a quel tempo Juncker era membro del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo).
Ripetere che prima viene il rigore nazionale e che solo in un secondo momento si potrà discutere di cooperazione e di investimenti comuni fa parte di un’ideologia ordoliberista che ha evidenti tratti neo nazionalisti, contrari al progetto di un’Unione solidale e politicamente unita.
Così facendo egli viola i tre criteri fondamentali per essere membro dell’Unione europea: la conoscenza (degli obiettivi dell’Unione che nell’articolo 3,3 del Trattato prevedono l’economia sociale di mercato e la piena occupazione), l’indipendenza (dalle politiche di rigore che vogliono imporre alcuni Stati), e l’impegno europeo (per la solidarietà e per la cooperazione leale).
È il motivo per cui gli europarlamentari dovrebbero respingere la designazione di Jyrki Katainen, se vorranno essere credibili di fronte ai cittadini che rappresentano”.
Barbara Spinelli è vice-presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, membro supplente della Commissione per le Libertà civili, giustizia e affari interni
«Sono dovuti uscire allo scoperto tutti i nostri thatcheriani di complemento perché le organizzazioni del mondo del lavoro reagissero all’altezza della posta in gioco. Il sindacato vive una crisi storica, è diviso e sempre meno rappresentativo. Ma qualunque nuova coalizione sociale volesse opporsi a questa nuova destra, politica e sociale, deve augurarsi che il sindacato torni a battere un colpo».
Il manifesto, 20 settembre 2014
Finalmente il sindacato si sveglia e trova le parole per dire la verità. Renzi «come la Thatcher» è sbottata la leader della Cgil, Susanna Camusso. «Il contratto a tutele progressive è una presa in giro» ribatte il leader della Fiom, Maurizio Landini. Giudizi chiari, netti, semplici da capire, che compensano le troppe timidezze, le estenuanti attese, le incomprensibili aperture di credito offerte in questi mesi.
Sono dovuti uscire allo scoperto tutti i nostri thatcheriani di complemento perché le organizzazioni del mondo del lavoro reagissero all’altezza della posta in gioco. Dalla campagna estiva di Alfano contro l’articolo 18, alla minaccia del decreto legge sul Jobs act del premier davanti al parlamento, con tutta la nomenclatura renziana a comporre il coro della necessaria e urgente liberalizzazione del mercato del lavoro. Liberisti d’ogni specie e provenienza, trasmigrati dal Pd bersaniano verso più adeguate sponde centriste, come il professor Ichino, o come i pasdaran del catto-liberismo alla maniera dell’ex ministro del lavoro Sacconi.
Eppure era tutto abbastanza evidente fin dall’inizio. Da quell’inno a Marchionne quando il futuro presidente-segretario era ancora sindaco di Firenze, all’ideologia “Leopolda” del merito e dell’elogio dell’imprenditore nascosto in ciascuno di noi ai tempi delle primarie, fino al buongiorno Italia con quel decreto Poletti che infilava il coltello nella ferita del precariato. Non era difficile prevedere la direzione di marcia del governo. Tuttavia, nonostante il martellante ritornello contro i sindacati, individuati come la causa principale dell’umiliante condizione delle classi lavoratrici nel nostro paese, i bersagli prediletti reagivano borbottando, come fossero ipnotizzati dagli 80 euro che, oltretutto, già si presentavano come una carta elettorale che presto avrebbe reclamato la contropartita del blocco dei contratti del pubblico impiego.
La forte reazione sindacale, con l’annuncio di manifestazioni e scioperi nelle prossime settimane, ha provocato l’immediata, berlusconiana replica del presidente del consiglio. E’ entrato nei telegiornali della sera con un irridente, ammiccante videomessaggio (il Tg7 lo ha trasmesso integralmente, come si faceva ai vecchi tempi con le videocassette). In maniche di camicia si è scagliato contro la Cgil e compagni, a suo dire artefici dei salari di povertà, della precarietà («dove eravate voi quando si è prodotta l’ingiustizia tra chi un lavoro ce l’ha e chi no?»). Niente di nuovo, solo la conferma del rovesciamento della realtà. Come se per capire come siamo arrivati a rispolverare condizioni di lavoro ottocentesche bisognasse interpellare i sindacati anziché le politiche economiche dei governi che hanno bastonato stipendi, pensioni, welfare.
Naturalmente non sfuggono responsabilità e limiti di chi avrebbe dovuto capire i colossali cambiamenti prodotti dalla ristrutturazione capitalista e mettere in campo adeguate controffensive. Il sindacato vive una crisi storica, è diviso e sempre meno rappresentativo. Ma qualunque nuova coalizione sociale volesse opporsi a questa nuova destra, politica e sociale, deve augurarsi che il sindacato torni a battere un colpo.
«Un articolo del decreto "Sblocca Italia" è dedicato alla Cassa depositi e prestiti. Adesso la Cassa potrà dar credito anche a privati impegnati nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, anche in funzione di promozione del turismo, ambiente e efficientamento energetico», cioè nei settori che il finanzcapitalismo tente a privatizzare.
Altreconomia.it, 17 settembre 2014 (m.p.r.)
Un capitolo speciale dello “Sblocca Italia”, l'articolo 10, è tutto dedicato a Cassa depositi e prestiti. Più il Paese reale va a fondo, più il “fondo sovrano” italiano ha bisogno -citiamo dall'intestazione dell'articolo- di un potenziamento della propria operatività, di allargare cioè il campo d'azione in cui spaziare, forte delle risorse messa a disposizione dal risparmio postale.
Nello specifico, lo “Sblocca Italia” interviene su un paio di commi dell'articolo 5 della legge 326 del 24 novembre 2003, ovvero quello che ha trasformato la Cassa depositi e prestiti in una società per azioni, aprendo le porte alla successiva privatizzazione di una parte del capitale e a una gestione totalmente “opaca” di CDP (in coda a quest'articolo, trovate l'articolato originario, ormai completamente stravolto).
Dei ventisette commi dell'articolo 5, sono due quelli toccati profondamente dalle disposizioni contenute nello Sblocca Italia, il 7 e l'11, in un intreccio di modifiche da ricostruire con attenzione, per provare a capire che cosa potrà fare, adesso, la Cassa. Citare ogni singolo comma rendere forse più difficile la lettura, ma è l'unico modo per “orientarci” ed orientare il lettore attraverso interventi di modifica che -volutamente- sono complessi e di non facile intelligibilità.
Intanto, la modifica della comma 7 lettera a) ci dice che Cassa depositi e prestiti, utilizzando “fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali” potrà finanziare non solo lo Stato, le Regioni e gli enti locali ma anche “soggetti privati per i compimenti di operazioni nei settori di interesse generale individuati ai sensi del successivo comma 11 lettera e)”.
Il comma 11 lettera e), dipende a sua volta dal comma 8, che è quello in cui si fa riferimento a partecipazioni, “partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale”, ma anche alla possibilità di “acquistare obbligazioni bancarie garantite emesse a fronte di portafogli di mutui garantiti da ipoteca su immobili residenziali”. Fa riferimento -inoltre- allo stesso comma 7 lettera a) dell'articolo, e specifica che il finanziamento -che è garantito dallo Stato, come pagatore di ultima istanza- può essere destinato a “ogni altra operazione di interesse pubblico prevista dallo Statuto sociale della CDP spa”, uno statuto che viene sovente modificato, con decisioni del consiglio d'amministrazione della Cassa, che non devono né possono essere ratificate da alcun organismo elettivo, per “allargare”, appunto, il raggio d'azione della stessa.
Utilizzando i fondi provenienti dall'emissione di titoli, o dall'assunzione di finanziamenti (ad esempio, quelli della Banca europea d'investimenti, come dimostra il caso Passante di Mestre, più volte trattato su Ae e nel libro “La posta in gioco”), invece, fino al 12 settembre CDP poteva finanziare “opere, impianti e reti” destinati alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche. Un margine troppo stretto, che è stato ampliato a dismisura intervenendo sulla lettera b) del comma 7 dell'articolo 5, che apre al finanziamento di “iniziative di pubblica utilità (lo stesso Sblocca Italia, come spiega Pietro Dommarco nella sua analisi per altreconomia.it, considera pubblica utilità ogni investimento in campo energetico, per quanto riguarda ricerca, prospezione e sfruttamento di giacimento di petrolio e gas, nonché infrastrutture necessarie al trasporto e allo stoccaggio del gas, ndr) nonché investimenti finalizzati a ricerca, sviluppo, innovazione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, anche in funzione di promozione del turismo, ambiente e efficientamento energetico, in via preferenziale in cofinanziamento con enti creditizi e comunque”.
Ecco aprirsi le porte per una valorizzazione in proprio dei beni del Demanio civile e militare che Cassa depositi e prestiti ha acquistato nel corso degli ultimi anni dagli enti locali e dal ministero della Difesa.
C'è, infine, nello Sblocca Italia un intervento di sostituzione importante, nel testo della lettera e-bis) del comma 11 dell'articolo 5 della legge che ha trasformato CDP in società per azioni, che a sua volta fa riferimento al comma numero 8 e 8-bis, -ter e -quater, ovvero quelli che -come abbiamo visto poco sopra- permettono a CDP spa di assumere partecipazioni (come quella in ENI, ad esempio), “partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale”, ma anche “acquistare obbligazioni bancarie garantite emesse a fronte di portafogli di mutui garantiti da ipoteca su immobili residenziali”. Prima, potevano essere garantite dallo Stato -secondo modalità definite per decreto dal ministero dell'Economia e delle finanze- le esposizioni assunte o previste “ai sensi dela comma 7, lettera a)”, cioè quelle rivolte fondamentalmente ad enti pubblici. Adesso, con l'intervento di sostituzione che trova spazio nello “Sblocca Italia”, il ministero dell'Economia, con atti dirigenziali, avrà la possibilità di allargare la “garanzia dello Stato” a ulteriori settori d'intervento, nell'ambito delle partecipazioni e delle cartolarizzazioni.
Postilla. Questo era -in origine- il comma 7 dell’articolo 5 nella Legge 24 novembre 2003, n. 326, “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, recante disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici"
7. La CDP S.p.a. finanzia, sotto qualsiasi forma:
a) lo Stato, le regioni, gli enti locali, gli enti pubblici e gli organismi di diritto pubblico, utilizzando fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali, assistiti dalla garanzia dello Stato e distribuiti attraverso Poste italiane S.p.a. o società da essa controllate, e fondi provenienti dall'emissione di titoli, dall'assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, che possono essere assistiti dalla garanzia dello Stato;
b) le opere, gli impianti, le reti e le dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici ed alle bonifiche, utilizzando fondi provenienti dall'emissione di titoli, dall'assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, senza garanzia dello Stato e con preclusione della raccolta di fondi a vista. La raccolta di fondi e' effettuata esclusivamente presso investitori istituzionali.