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Sono bastati una riunione dell’Ecofin e l’ammonimento di Draghi per far abbassare la cresta a Francia e Italia, e ridurre a zero le ambizioni della campagna elettorale di Hollande e della non campagna di Renzi. Altro che investimenti produttivi per i quali i due leader si impegnavano a tenerli fuori dai vincoli di bilancio europeo: ambedue si sono orientati a premere esclusivamente sulla riduzione non solo del costo del lavoro ma dei salari (magari come ulteriore riduzione degli occupati). Hollande non ha bisogno di leggi ad hoc, annuncia che rifarà il massiccio codice del lavoro e viene da settimane di fuoco: prima ha licenziato in tre ore il ministro della crescita produttiva Arnauld Montebourg, seguito da Hamon e Filippetti, messi fuori dal governo in quattro e quattr’otto; poi ha dovuto incassare trenta voti contrari della sua maggioranza in Parlamento, mantenendo la propria per un solo seggio. Ma questo non lo ha fatto deviare dalla strada intrapresa: il presidente ha preso la parola per una conferenza stampa nella quale ha assicurato che non avrebbe cambiato di una virgola la sua rotta disastrosa. Fra non molto, ci saranno le elezioni regionali e prestissimo quelle del Senato; di questo passo sarà un’altra tempesta che si addensa sui socialisti ma sia Hollande sia Valls tengono fermo, forse sperando, come confermano alcuni personaggi a loro vicini, in una benevola “curva di Kondriatev”, l’”onda lunga” del ciclo economico che assicurerebbe una ripresa naturale della crescita entro la fine del mandato.

In Italia, Renzi ha parzialmente scoperto le carte dell’ormai famoso Jobs Act. E ha affrontato a muso duro lo scandalo di un’ennesima messa fuori campo dell’articolo 18, quello che impediva il licenziamento “discriminatorio”. L’intera stampa italiana si è schierata con lui, eccezion fatta del manifesto, argomentando soprattutto che il famoso articolo avrebbe soltanto un valore simbolico, in quanto viene raramente usato – è noto che la maggior parte dei licenziamenti si fa per vere o presunte ragioni economiche, che non riguardano crisi di bilancio delle aziende ma un mutamento delle strategie, soprattutto in direzione delle delocalizzazioni. Mentre viene sottovalutato quel che a me pare il maggior scandalo, e cioè il dispositivo per cui nei primi tre anni di impiego “a tempo indeterminato” qualsiasi lavoratore sarebbe soggetto al licenziamento. Perché tre anni? Qualsiasi operaio vi dirà che per imparare a menadito la mansione che gli è richiesta basta al massimo una settimana; dunque anche a metterne due l’azienda è in grado di rendersi rapidamente conto se egli è in grado o no di inserirsi nel piano produttivo. Perché consentire al padrone ben tre anni di “flessibilità” gratis? Nessuno lo spiega. È un sistema per prolungare il precariato – non so come potrebbe essere definito differentemente – rendendo tutti precari fin dall’inizio del cosiddetto “impiego a tutele crescenti”: tre anni a tutele zero.

Salvo Luciano Gallino e Pierre Carniti, tutta la stampa ha dato rilievo positivo alla scelta di Renzi, accompagnata, come sua abitudine, da insolenze verso il sindacato. La stampa presunta di centrosinistra, come Repubblica, si è distinta nella crociata contro il conservatorismo di chi vorrebbe conservare qualche diritto al lavoro: fra questi una parte del Pd considerata vecchia e conservatrice. Non solo i giovani Fassina e Civati, ma il vecchio Bersani. Vedremo per quanto tempo la minoranza dell’area ex comunista resisterà all’attacco, ma è certo che se molla sarà scomparsa anche l’ombra dell’abominato Pci e resterà da constatare che cosa ne assumerà il cambio senza confondersi col centrismo vero e proprio, peraltro rappresentato in primo luogo dal giovane premier. È in corso la trasformazione finale della scena politica italiana. Quella francese non ne ha neanche più bisogno, se si considera che al posto dell’irruente ministro Montebourg è stato nominato un dirigente della banca Rotschild. In più, in Italia, naturalmente, resta – avvinto a Renzi – l’evergreen Berlusconi. Per chi pensava di aver diritto diritto a un lavoro, pieta l’è morta.

Stralci di un intervento del filosofo marxista Cornelius Castoriadis realizzato durante una conversazione con Christopher Lasch e Michael Ignatieff. Comune-info.net, 24 settembre 2014

La versione completa la trovate in libreria: La cultura dell’egoismo. L’anima umana sotto il capitalismo (di C. Castoriadis e C. Lasch). Filosofo marxista e psicoanalista di origine greca, Castoriadis (1922-1997) è stato, tra le altre cose, uno dei fondatori in Francia del gruppo e della rivista “Socialisme ou Barbarie” (1949-1965).

( …. ) Penso che la conflittualità sociale e politica sia stata estremamente importante, anche se, contrariamente al luogo comune marxista, la storia della società non è la storia della lotta di classe. Di solito gli schiavi, gli oppressi, i contadini poveri eccetera, sono rimasti al loro posto, hanno accettato lo sfruttamento e l’oppressione, arrivando a benedire gli zar. Ma la caratteristica specifica del nostro mondo, del mondo occidentale, è stata precisamente questa dinamica interna del conflitto, questo mettere costantemente in discussione la società. Il che ha generato quello che definirei il carattere duale delle società occidentali. I marxisti le chiamano società capitaliste. E questo è un aspetto. L’altro aspetto è che esse sono anche società dove, a partire dal XII secolo, le lotte per l’emancipazione, per la democrazia, per la limitazione dei poteri dello Stato eccetera, si sono sedimentate in istituzioni, in tipi antropologici che non coincidono con i sudditi dello zar, o dell’imperatore cinese, o dell’imperatore azteco.

Ci sono dunque stati questi due elementi. Il secondo elemento, ovvero ilconflitto, per gran parte del XIX secolo e fino agli anni Trenta-Quaranta del XX secolo ha assunto la forma dei movimenti operai, ma anche quella della prima ondata del movimento femminista, quella più genuina. Perché il vero femminismo non è Betty Friedan, ma la prima ragazza che, ignorando le obiezioni della sua famiglia, ha avuto il coraggio di iscriversi alla facoltà di medicina e di guardare i corpi nudi di uomini morti. O la prima donna che nel 1808 è entrata a far parte di un sindacato.

Certo, queste donne, per una ragione o per l’altra, hanno mancato l’obiettivo: a causa del totalitarismo bolscevico per un verso e a causa dell’appiattimento della socialdemocrazia al capitalismo per l’altro. Ed è stata proprio questa deriva che ha portato la gente a concludere che non c’è più niente da fare, per cui tanto vale trincerarsi nel privato. Il che, peraltro, corrisponde al movimento intrinseco del capitalismo: espansione dei mercati, società del consumo, obsolescenza programmata eccetera, e più in generale espansione del dominio sulle persone, non solo in quanto produttori, ma anche in quanto consumatori.

( …. )

La libertà nonè qualcosa di facile, non è un concetto semplice. In un certo senso, se parliamo di libertà vera, direi che ci troviamo di fronte a un concetto tragico. Proprio come la democrazia è un regime tragico. Perché non ci sono limiti esterni, non ci sono teoremi matematici che possano dirti: «è qui che bisogna fermarsi». La democrazia è quel regime politico che ci consente di affermare che noi facciamo le nostre leggi a partire dalla nostra morale, la nostra morale condivisa. Questa morale però, e qui mi rivolgo al mio amico cripto-cristiano Christopher, anche se venisse a coincidere con la legge mosaica o con il Vangelo non varrebbe solo perché è scritta lì, ma perché noi, in quanto corpo politico, l’accettiamo, e facendola nostra diciamo: «non uccidere». L’autorità non viene da Dio. Anche se il 90 per cento della popolazione è credente e accetta l’autorità dei comandamenti divini, per la società politica l’autorità non viene da Dio, ma dalla decisione dei cittadini. I cittadini sono dunque sovrani.

«». Il manifesto

Le ana­lisi di Joseph Sti­glitz, pre­sen­tate nelle pagine pre­ce­denti, che inte­ra­mente con­di­vido, sono un ottimo punto di par­tenza per capire che cosa occorre fare oggi in Ita­lia e in Europa. La prima cosa da sot­to­li­neare è che le poli­ti­che di auste­rità sono auto­le­sio­ni­ste e essen­zial­mente dan­nose. Esse pro­du­cono un’inevitabile caduta del Pro­dotto interno lordo (Pil) e dell’occupazione, ed hanno come risul­tato un aumento del rap­porto fra debito e Pil, cioè pro­prio quella fra­zione che si intende ridurre! Ciò per effetto delle dimen­sioni del «mol­ti­pli­ca­tore» : un taglio della spesa pub­blica di un euro riduce il pro­dotto nazio­nale molto più di un euro.

Non si tratta di effetti col­la­te­rali o di breve periodo, ma di effetti strut­tu­rali delle poli­ti­che di auste­rità in pre­senza di una crisi di domanda. Se è così, come ormai è rico­no­sciuto dalla mag­gior parte degli eco­no­mi­sti a livello inter­na­zio­nale, il dibat­tito che sta andando in scena in Ita­lia in merito alla pos­si­bi­lità di “sfo­rare” di una fra­zione di punto per­cen­tuale i vin­coli di bilan­cio euro­pei appare alquanto pate­tico: somi­glia ad una discus­sione sulla quan­tità giu­sta da pren­dere di un veleno di cui è per­fet­ta­mente nota la tos­si­cità. Al con­tra­rio, la discus­sione sulla crisi eco­no­mica in Ita­lia sta pro­se­guendo come se ci tro­vas­simo nel mezzo di una crisi da offerta. E in più, tale crisi da offerta viene asso­ciata alla dimen­sione ecces­siva dei costi, con un espli­cito rife­ri­mento ai costi del lavoro, il cui peso sta­rebbe sco­rag­giando gli inve­sti­menti. L’ovvia con­clu­sione è che ridu­cendo i costi del lavoro si favo­ri­rebbe lo sblocco degli inve­sti­menti. Si tratta di una let­tura pro­fon­da­mente errata, senza alcun fon­da­mento empi­rico: gli inve­sti­menti sono essen­zial­mente deter­mi­nati dalla domanda e dalle oppor­tu­nità inno­va­tive. Inter­ve­nire sulle oppor­tu­nità inno­va­tive è impor­tan­tis­simo, ma gli effetti richie­dono tempo.

Sulla domanda si può inter­ve­nire subito. Invece in Ita­lia si con­ti­nua a discu­tere in modo scel­le­rato di abo­li­zione dell’articolo 18, misura che, se attuata, e se effi­cace nell’aumentare ulte­rior­mente la fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro, avrà effetti nega­tivi sull’economia. Effetti che oltre alla loro dimen­sione eco­no­mica - iden­ti­fi­ca­bile in un ovvio impatto di ridu­zione dei con­sumi - hanno anche una dimen­sione sociale almeno altret­tanto impor­tante in ter­mini di insi­cu­rezza sociale e senso di dignità e iden­tità del lavoro.

Ma se l’austerità fa male, che cosa si potrebbe invece fare? Sti­glitz ha illu­strato le poli­ti­che diverse che occor­re­rebbe rea­liz­zare in Europa. Sareb­bero misure essen­ziali, ma noi non siamo tede­schi e non abbiamo diritto di voto in Ger­ma­nia, dove fino ad ora si sono decise le poli­ti­che per tutta l’euro-Europa. Allora che cosa è pos­si­bile fare qui?

La prima cosa da fare è quella di non con­si­de­rare più il vin­colo del 3% nel rap­porto deficit/Pil come una spe­cie di invio­la­bile legge di natura. Ma smet­tere di accet­tare il vin­colo implica una volontà cre­di­bile di con­tem­plare la pos­si­bi­lità di ristrut­tu­rare il nostro debito pub­blico, sia in ter­mini di allun­ga­mento delle sca­denze, che di hair cut­ting (cioè di taglio sul valore del capi­tale da resti­tuire alla sca­denza). Una reale cre­di­bi­lità della minac­cia di ristrut­tu­ra­zione uni­la­te­rale del debito pub­blico ita­liano potrebbe fun­gere da sti­molo all’adozione di quelle misure - come l’introduzione degli Euro­bond o un pro­gramma di inve­sti­menti pub­blici - che appa­iono indi­spen­sa­bili ma sotto veto tede­sco. Si trat­te­rebbe di una minac­cia cre­di­bile per­ché le dimen­sioni del debito pub­blico ita­liano ren­de­reb­bero una sua bru­sca e uni­la­te­rale ristrut­tu­ra­zione capace di por­tare l’intero sistema finan­zia­rio inter­na­zio­nale nel precipizio.

L’Italia è “too big to fail” e, inol­tre , occorre ricor­dare che l’Italia ha un attivo pri­ma­rio (cioè al netto degli inte­ressi pagati, il bilan­cio pub­blico è in attivo e quindi senza impel­lenti neces­sità di rivol­gersi ai mer­cati finanziari).

Dove andreb­bero spese le risorse pub­bli­che volte alla ripresa dell’economia euro­pea? Key­nes soste­neva che piut­to­sto che abban­do­narsi all’inazione meglio sarebbe stato sca­vare delle buche per poi riem­pirle. Più stra­te­gi­ca­mente, quello che sarebbe neces­sa­rio oggi in Europa è un vasto piano di poli­tica indu­striale com­po­sto da grandi pro­getti “mis­sion orien­ted”. Allo stato attuale sem­bra che l’unico pro­getto “mis­sion orien­ted” esi­stente in Ita­lia vada a soste­nere l’industria bel­lica ame­ri­cana con il pro­gramma di acqui­sto dei cac­cia­bom­bar­dieri F35 (che peral­tro sono anche un fal­li­mento tecnologico-militare). Invece occor­re­rebbe ini­ziare ambi­ziosi pro­getti nel campo dell’ambiente, della sanità, del welfare.

E la tas­sa­zione? Occorre smi­tiz­zare l’idea che la tas­sa­zione è media­mente troppo alta. E’ insop­por­ta­bil­mente alta sui red­diti medio-bassi, ma la media non è niente di scan­da­loso. E’ neces­sa­rio un piano di tas­sa­zione, sia sui red­diti che sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie, volto alla redi­stri­bu­zione e non alla resti­tu­zione del debito. Misure redi­stri­bu­tive di que­sto tipo avreb­bero anche un evi­dente impatto posi­tivo sui con­sumi, la cre­scita e l’occupazione.

Vi sono infine cose che non vanno asso­lu­ta­mente fatte. Una di que­ste è l’Accordo tran­sa­tlan­tico di libero scam­bio tra l’Europa e gli Stati Uniti (TTIP). Accordi come que­sto minano la capa­cità poli­tica degli stati, in par­ti­co­lare in mate­ria di poli­tica sociale, indu­striale e dell’ambiente. Di fatto si tratta di accordi che pri­va­tiz­zano la poli­tica. Accordi di que­sto tipo sono tos­sici quanto lo sono le poli­ti­che di auste­rità che si stanno por­tando avanti in Europa.

« ». Adistaonline.it

Lo Sblocca Italia serve. Serve tantissimo. Serve a restituire l’esatta “cifra ambientalista” di questo governo, del Partito Democratico e della nuova corte che circonda il segr. pres. del Cons. Matteo Renzi. Con buona pace per Ecodem, malpancisti vari che comunque continuano ad albergare e ad allearsi con quel partito beneficiando della grande asta democratica utile a superare ogni asticella di sbarramento, il “Nazareno” mostra la propria natura anti-ecologista.

L’Italia cambia verso… Regioni come la Basilicata diventeranno finalmente dei piccoli Texas. Novelli Jr (lo ricordate il mitico petroliere di “Dallas”?) scorrazzeranno per le campagne lucane a bordo di Hummer H1 6000 cc. Grazie allo Sblocca Italia, appena firmato dal Capo dello Stato e che presto sarà convertito in legge dal Parlamento Italiano, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestiranno carattere d’interesse strategico e saranno di pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Finalmente qualcuno ha detto basta ai comitatini che intralciano la corsa al petrolio e le trivellazioni e impediscono al nostro Paese di dotarsi di “bomboloni” sotterranei per fronteggiare le crisi energetiche.

Grazie alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, si partirà veloci con l’esproprio e ogni opposizione sarà rimossa, ogni contestazione tacitata, e se gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste si ostinano a mettersi di traverso, saranno guai!

Libertà è Partecipazione. Bellissime le parole di Giorgio Gaber che troviamo spesso nei convegni elettorali dei democratici e agli ingressi delle Feste de L’Unità: sfondi rassicuranti. Ok, belle parole, buone per prendere voti e accontentare la base, ma se sei di intralcio al “manovratore del fare”, interviene la celere. Peggio della Legge Obiettivo (Lunardi-Berlusconi) che per realizzare opere strategiche (come il TAV) ha azzerato ogni forma di partecipazione dei cittadini e di coinvolgimento delle istituzioni locali nelle scelte che interessano territori e comunità.

Nel 1787 Goethe descriveva così il territorio polesano nel suo viaggio in Italia: «Il tragitto, con un tempo splendido, è stato piacevolissimo; il panorama e le singole vedute, semplici ma non senza grazia. Il Po, dolce fiume, scorre fin qui attraverso pianure estese; ma non si vedono che le sue rive a cespugli e a boschetti».
Nel 1948, la Costituente stabiliva, per preservare la bellezza unica italiana: «La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della nazione».
Nel 2013, l’ISPRA ha certificato in 8 mq al secondo la quantità di terra italiana seppellita sotto il cemento e l’asfalto.
Nel 2014, il governo Renzi accentua ulteriormente la già grave “deregulation” edilizia che ha saccheggiato e devastato territorio e paesaggio di cui tanto ci vantiamo (e che ha romanticamente ispirato poeti e viaggiatori), rimette il turbo a tante grandi opere inutili e dannose che segneranno irreversibilmente le linee del nostro paesaggio e rilancia la svendita di patrimonio demaniale presentandolo all’opinione pubblica come agognata “valorizzazione”.

Tra le pieghe, poi, oltre al danno c’è anche una bella beffa. La mirabolante Autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi per 400 km di asfalto in territori fragili e bellissimi, densi di Zone a Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario, da realizzarsi tramite la bacchetta magica chiamata “Project Financing”, aveva un problema: non stava in piedi. Almeno senza la defiscalizzazione. Ed infatti, per questo, la Corte dei Conti aveva imposto uno stop. Ma qui arriva in soccorso lo Sblocca Italia: la defiscalizzazione (che equivale a quasi 2 mld di euro che evidentemente non entreranno nella casse dello Stato) si applicherà anche alla Orte- Mestre. Chissà cosa direbbe Goethe di fronte a cotanta fantasia al potere!

Nel decreto del governo Renzi infine non poteva certo mancare l’accelerata sugli inceneritori che saranno così sbloccati e imposti al pari delle altre opere ritenute strategiche e senza alcun vincolo di bacino. Tradotto: laddove si riducono rifiuti, si ricicla e si riusa, arrivano rifiuti freschi freschi da altri territori. Con tanti complimenti ad amministrazioni locali e cittadini virtuosi…

Spazzando via slides e buone intenzioni di chi predica la sostenibilità, lo Sblocca Italia sarà un utilissimo spartiacque. Infatti, da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.

Dall’altra parte, da questa parte, ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere. Occorre una nuova resistenza, un’alleanza di cittadini, ambientalisti, comitati e comitatini… Occorre unirsi con urgenza.

«Crisi dell’euro: cause e rimedi. La miscela esplosiva: un modello che mescola declino economico e speculazioni, produzione all’osso e controllata dalle grandi imprese, risparmi familiari che finanziano consumi impoveriti, società disuguale, frammentata e disorientata».

Il manifesto, 26 settembre 2014

Non ho biso­gno spie­gare quanto sia dram­ma­tica la situa­zione eco­no­mica in Europa, e in Ita­lia in par­ti­co­lare. L’Europa è in quella che può defi­nirsi una «tri­ple dip reces­sion», con il red­dito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una reces­sione vera­mente inusuale.

Così l’Europa ha perso la metà di un decen­nio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è infe­riore a quello del 2008, prima della crisi; se si estra­pola la serie del Pil euro­peo sulla base del tasso di cre­scita dei decenni pas­sati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l’Europa sta per­dendo 2000 miliardi di dol­lari l’anno rispetto al pro­prio poten­ziale di crescita.

Oggi abbiamo a dispo­si­zione una grande quan­tità di dati sull’impatto delle poli­ti­che di auste­rità in Europa. I paesi che hanno adot­tato le misure più dure, ad esem­pio chi ha intro­dotto i mag­giori tagli al pro­prio bilan­cio pub­blico, hanno avuto le per­for­mance peggiori.

Non solo in ter­mini di Pil, ma anche in ter­mini di defi­cit e debito pub­blico. Era un esito pre­vi­sto e pre­ve­di­bile: se il Pil decre­sce anche le entrate fiscali si ridu­cono e que­sto non può far altro che peg­gio­rare la posi­zione debi­to­ria degli stati.

Tutto ciò avviene non per­ché que­sti paesi non abbiano rea­liz­zato poli­ti­che di auste­rità, ma pro­prio per­ché le hanno seguite. In molti paesi euro­pei siamo di fronte non a una reces­sione, ma a una depressione. La Spa­gna, ad esem­pio, può essere descritta come un paese in depres­sione se si guar­dano gli impres­sio­nanti dati sulla disoc­cu­pa­zione gio­va­nile di quel paese. La disoc­cu­pa­zione media è al 25% e non ci sono pro­spet­tive di miglio­ra­mento per il pros­simo futuro (…).

Quali sono le cause? Devo dirlo con molta fran­chezza: l’errore dell’Europa è stato l’euro.

Quando fac­cio que­sta affer­ma­zione voglio dire che l’Euro è stato un pro­getto poli­tico, un pro­getto voluto dalla poli­tica. Robert Mun­dell, pre­mio Nobel per l’economia, soste­neva fin dall’inizio che l’Europa non pre­sen­tava le carat­te­ri­sti­che di un’«area valu­ta­ria otti­male», adatta all’introduzione di un’unica moneta per più paesi. Ma a livello poli­tico si rite­neva che la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa, favo­rendo l’emergere delle carat­te­ri­sti­che pro­prie di un area valu­ta­ria otti­male. Que­sto non è suc­cesso; l’euro, al con­tra­rio, ha con­tri­buito a divi­dere e fram­men­tare l’Europa.

Vediamo gli errori con­cet­tuali alla base del pro­getto dell’euro (…). Quando si crea un’area mone­ta­ria si vanno ad eli­mi­nare due mec­ca­ni­smi di aggiu­sta­mento, i tassi di cam­bio e i tassi di inte­resse. Gli shock sono ine­vi­ta­bili e in assenza di mec­ca­ni­smi di aggiu­sta­mento si va incon­tro a lun­ghi periodi di disoc­cu­pa­zione. I 50 stati fede­rati degli Usa hanno un bilan­cio uni­ta­rio a livello fede­rale e due terzi della spesa pub­blica negli Stati Uniti sono a livello fede­rale. Quando uno stato come la Cali­for­nia ha un pro­blema, può con­tare ad esem­pio sull’assicurazione pub­blica con­tro la disoc­cu­pa­zione, che è finan­ziata da fondi fede­rali. Se una banca in Cali­for­nia è in crisi, viene atti­vato un fondo di emer­genza anch’esso dotato di risorse fede­rali. Un’altra dif­fe­renza di fondo tra gli stati che com­pongo gli Usa e quelli dell’Unione Euro­pea è che nes­suno negli Stati Uniti si pre­oc­cu­pe­rebbe per lo spo­po­la­mento del Sud Dakota a seguito di una crisi occu­pa­zio­nale, anzi, l’emigrazione è vista come un mec­ca­ni­smo fisio­lo­gico. Ma in Europa un’emigrazione come quella che ha carat­te­riz­zato la com­po­nente più gio­vane e istruita della popo­la­zione del sud Europa - dove la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è a livelli ele­va­tis­simi - ha effetti nega­tivi di impo­ve­ri­mento di quei paesi, con ten­sioni sociali e fran­tu­ma­zione delle fami­glie. Sono costi sociali che non sono cal­co­lati dal Pil. Tutto ciò era stato in qual­che modo pre­vi­sto nel momento in cui si è deciso di intro­durre l’euro (…).

Non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati

Quali altri errori sono stati com­piuti? Innanzi tutto l’idea che le cose si sareb­bero risolte se i paesi aves­sero man­te­nuto un basso rap­porto tra defi­cit o debito pub­blico e Pil. È l’idea che sta die­tro al Fiscal com­pact. Ma non c’è nulla nella teo­ria eco­no­mica che offra un soste­gno ai cri­teri di con­ver­genza adot­tati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei cri­teri fos­sero sba­gliati: Spa­gna e Irlanda ave­vano un bilan­cio pub­blico in avanzo prima del 2009, non ave­vano spre­cato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gra­vis­sime. Il debito ed il disa­vanzo di que­sti paesi si sono creati suc­ces­si­va­mente, per effetto della crisi, e non vice­versa. Il fatto di aver intro­dotto un Fiscal com­pact che impone vin­coli fer­rei al disa­vanzo e al debito non risol­verà i pro­blemi, né aiu­terà a pre­ve­nire la pros­sima crisi.

Un altro ele­mento che non è stato valu­tato appieno è che quando un paese si inde­bita in euro, piut­to­sto che in una moneta emessa dal paese che con­trae il debito, si creano auto­ma­ti­ca­mente le con­di­zioni per una crisi del debito sovrano. Il rap­porto debito/Pil negli Stati Uniti è ana­logo a quello euro­peo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha inve­stito l’Europa. Per­ché? Per­ché l’America si inde­bita in dol­lari, e quei dol­lari ver­ranno sem­pre rim­bor­sati per­ché il governo degli Stati Uniti può stam­pare i pro­pri dollari.

La crisi che ha col­pito i debiti sovrani di nume­rosi paesi euro­pei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo eco­no­mi­sta della Banca Mon­diale: paesi come l’Argentina o l’Indonesia hanno vis­suto pro­fonde crisi cau­sate pro­prio dal fatto che si erano inde­bi­tati in valute che non pote­vano con­trol­lare. Quando que­sto avviene c’è sem­pre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le con­di­zioni per que­sto tipo di crisi sono state create con l’introduzione dell’euro. L’unica solu­zione pos­si­bile nell’attuale situa­zione euro­pea è piut­to­sto sem­plice e si chiama Euro­bond. Tut­ta­via, sem­brano esserci osta­coli poli­tici a que­sta solu­zione che la ren­dono impra­ti­ca­bile, ma que­sta sem­bra l’unica via d’uscita logica.

Inol­tre, con l’euro si è creato un sistema fon­da­men­tal­mente insta­bile. L’obiettivo ini­ziale era quello di favo­rire la con­ver­genza tra gli stati euro­pei, attra­verso la disci­plina fiscale dei paesi mem­bri. Il sistema che è stato creato in realtà pro­duce diver­genza. Il mer­cato unico, la libera cir­co­la­zione dei capi­tali in Europa sem­brava essere la strada verso una mag­giore effi­cienza eco­no­mica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mer­cati non sono per­fetti. Negli anni ottanta c’erano alcuni eco­no­mi­sti con­vinti del per­fetto fun­zio­na­mento dei mer­cati, men­tre oggi siamo con­sa­pe­voli delle innu­me­re­voli imper­fe­zioni che li carat­te­riz­zano. Ci sono imper­fe­zioni da lato della con­cor­renza, imper­fe­zioni sul ver­sante del rischio e dell’informazione. I mer­cati non sono quelli descritti dai modelli eco­no­mici semplificati (…).

Oggi si insi­ste molto sulle riforme strut­tu­rali che i sin­goli stati dovreb­bero intro­durre (…) Quando si sente la parola riforma si è por­tati a pen­sare a qual­cosa dagli esi­sti sicu­ra­mente posi­tivi, ma sotto quest’etichetta pos­sono nascon­dersi misure dagli esiti pro­fon­da­mente nega­tivi. Le riforme strut­tu­rali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell’offerta, con obiet­tivi come l’aumento dell’offerta o della pro­dut­ti­vità. Ma, è real­mente que­sto il pro­blema dell’Europa e dell’economia glo­bale? No. I pro­blemi oggi sono legati a una debo­lezza della domanda, non dell’offerta. Le riforme strut­tu­rali sba­gliate aggra­ve­ranno, attra­verso la ridu­zione dei salari o l’indebolimento degli ammor­tiz­za­tori sociali, la debo­lezza della domanda aggre­gata, con ovvie con­se­guenze su disoc­cu­pa­zione e dina­mica macroe­co­no­mica. E’ neces­sa­rio anche riflet­tere sul momento in cui si pos­sono adot­tare tali riforme.

Senza scen­dere nel merito delle riforme del mer­cato del lavoro nei diversi paesi euro­pei, vor­rei farvi notare che i paesi carat­te­riz­zati da un mer­cato del lavoro for­te­mente fles­si­bile non hanno evi­tato le gravi con­se­guenze della crisi. Gli Stati uniti erano appa­ren­te­mente il paese con il mer­cato del lavoro più fles­si­bile, ma hanno avuto una disoc­cu­pa­zione al 10%. E anche oggi, quando viene pro­pa­gan­data la grande ripresa dell’economia sta­tu­ni­tense, con una disoc­cu­pa­zione ridotta al 6%, biso­gna pen­sare che c’è una fetta della popo­la­zione ame­ri­cana sfi­du­ciata al punto tale da aver smesso di cer­care un’occupazione. Il tasso di disoc­cu­pa­zione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (…).
Quello che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo

Che cosa dovrebbe dun­que fare l’Europa? Sem­bra vera­mente dif­fi­cile che si possa risol­vere la crisi inter­ve­nendo con riforme nei sin­goli paesi senza rifor­mare la strut­tura dell’eurozona nel suo com­plesso. Su alcuni di que­sti inter­venti strut­tu­rali sem­bre­rebbe esserci un discreto consenso.

In primo luogo, una vera Unione ban­ca­ria, fatta di vigi­lanza e di assi­cu­ra­zione comune sui depo­siti, faci­li­te­rebbe la riso­lu­zione con­giunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l’urgenza è data dai nume­rosi fal­li­menti di imprese e ban­che, che pos­sono dan­neg­giare seria­mente le pro­spet­tive di cre­scita future.

In secondo luogo, è neces­sa­rio un mec­ca­ni­smo fede­rale di bilan­cio in Europa che potrebbe pren­dere, ad esem­pio, la forma degli Euro­bond, una solu­zione pra­tica e facile che con­sen­ti­rebbe all’Europa di uti­liz­zare il debito in fun­zione anti­ci­clica, come hanno fatto gli Stati Uniti in que­sti anni. Se l’Europa potesse inde­bi­tarsi a tassi di inte­resse nega­tivi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe sti­mo­lare molti inve­sti­menti utili, raf­for­zare l’economia e creare occu­pa­zione. E i soldi che oggi ven­gono spesi per il ser­vi­zio del debito dei sin­goli paesi potreb­bero essere uti­liz­zati per poli­ti­che di sti­molo alla crescita.

In terzo luogo, l’austerità va abban­do­nata e va adot­tata una stra­te­gia arti­co­lata di cre­scita. I paesi euro­pei sono molto diversi tra loro, ad esem­pio in ter­mini di pro­dut­ti­vità. Sono dun­que neces­sa­rie poli­ti­che indu­striali che favo­ri­scano la cre­scita della pro­dut­ti­vità nei paesi più deboli, ma tali poli­ti­che sono pre­cluse dai vin­coli di bilan­cio impo­sti agli stati mem­bri. Un osta­colo ulte­riore è rap­pre­sen­tato dalla poli­tica mone­ta­ria. Negli Stati Uniti la Fede­ral Reserve ha un man­dato arti­co­lato su quat­tro obiet­tivi: occu­pa­zione, infla­zione, cre­scita e sta­bi­lità finan­zia­ria. Oggi il prin­ci­pale obiet­tivo della Fede­ral Reserve è l’occupazione, non l’inflazione. Al con­tra­rio la Banca Cen­trale Euro­pea ha come unico man­dato l’inflazione, si con­cen­tra uni­ca­mente sull’inflazione. Que­sto viene da un’idea che era molto di moda, ben­ché non com­pro­vata da alcuna teo­ria eco­no­mica, quando lo Sta­tuto della BCE è stato redatto.

L’idea con­si­steva nel con­si­de­rare la bassa infla­zione come l’elemento di traino fon­da­men­tale e quasi esclu­sivo per la cre­scita eco­no­mica. Nem­meno il Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale con­di­vide più que­sta con­vin­zione, ma l’Europa non sem­bra in grado di abban­do­narla. Que­sta poli­tica mone­ta­ria sba­gliata, può pro­durre e sta pro­du­cendo con­se­guenze eco­no­mi­che gravi. Se gli Stati Uniti man­ten­gono bassi i loro tassi di inte­resse per sti­mo­lare la crea­zione di nuovi posti di lavoro, men­tre in Europa i tassi con­ti­nuano a man­te­nersi più ele­vati, in una logica anti-inflazionistica, que­sto favo­ri­sce l’afflusso di capi­tali e l’apprezzamento dell’euro. E que­sto, ovvia­mente, rende ancora più dif­fi­cile espor­tare le merci euro­pee con un evi­dente impatto nega­tivo sulla cre­scita. Quando gli Stati uniti hanno comin­ciato ad adot­tare un poli­tica mone­ta­ria for­te­mente espan­siva ricor­rendo al «Quan­ti­ta­tive easing», l’esito posi­tivo di que­sta poli­tica è stato faci­li­tato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso.

Se l’Europa avesse abbas­sato i pro­pri tassi di inte­resse nello stesso modo in cui l’ha fatto la Fede­ral Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arri­vata molto più len­ta­mente. Il para­dosso, dun­que, è che gli Stati Uniti dovreb­bero rin­gra­ziare l’Europa per aver aiu­tato la ripresa dell’economia ame­ri­cana tra­mite le sue poli­ti­che mone­ta­rie sba­gliate. Ci sono altri aspetti da con­si­de­rare. Viviamo oggi in un eco­no­mia for­te­mente legata all’innovazione tec­no­lo­gica e alla cono­scenza. Ma per favo­rire l’innovazione sono neces­sari inve­sti­menti costanti e di grandi dimen­sioni in com­parti come l’istruzione e le infra­strut­ture. Si tende a pen­sare agli Stati Uniti come a un’economia inno­va­tiva. Que­sto è vero, ma è neces­sa­rio ricor­dare negli Stati Uniti le inno­va­zioni più impor­tanti, come Inter­net ad esem­pio, sono state soste­nute e finan­ziate atti­va­mente dal governo. C’è stata una poli­tica attiva dell’innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei con­si­glieri eco­no­mici della Casa bianca, veri­fi­cammo che i bene­fici degli inve­sti­menti pub­blici in inno­va­zione erano supe­riori a quelli pro­dotti dagli inve­sti­menti pri­vati. Si tratta di esempi di poli­ti­che attive per la cre­scita che avreb­bero effetti molto posi­tivi e che vanno in una dire­zione oppo­sta a quella del rigore che sta stran­go­lando l’Europa.

Infine, dob­biamo ren­derci conto che sia l’economia euro­pea che quella sta­tu­ni­tense erano affette da un pato­lo­gia ancor prima dell’esplosione della crisi. Fino al 2008 l’economia euro­pea e quella ame­ri­cana erano soste­nute da una bolla spe­cu­la­tiva che inte­res­sava prin­ci­pal­mente il set­tore immo­bi­liare. In assenza di quella bolla si sareb­bero visti tassi di disoc­cu­pa­zione molto più ele­vati. Ovvia­mente non vogliamo tor­nare a una cre­scita fon­data su bolle spe­cu­la­tive (…). È neces­sa­rio com­pren­dere, dun­que, quali sono i pro­blemi di fondo che col­pi­vano le nostre eco­no­mie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affron­tati sino ad oggi, sono peg­gio­rati durante la reces­sione. Il primo pro­blema sono le disu­gua­glianze cre­scenti nelle nostre società. La crisi ha con­tri­buito ad aumen­tarle ovun­que, negli Stati uniti i bene­fici della ripresa sono andati quasi com­ple­ta­mente all’1% più ricco della popo­la­zione. Negli Usa il valore del red­dito mediano (quello che vede metà degli ame­ri­cani con red­diti più alti e l’altra metà con red­diti infe­riori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Que­sto fa si che la fami­glia ame­ri­cana media non abbia soldi da spen­dere e, di con­se­guenza, la domanda aggre­gata rimane debole. Il secondo ele­mento è legato alla neces­sità di una tra­sfor­ma­zione strut­tu­rale verso l’economia della cono­scenza. Una tra­sfor­ma­zione che i mer­cati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di sti­molo di tali tra­sfor­ma­zioni dev’essere eser­ci­tato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto que­sto compito (…)

La poli­tica indu­striale sarà senz’altro uno degli stru­menti fon­da­men­tali per uscire da que­sta situa­zione. È neces­sa­rio un Fondo euro­peo per la disoc­cu­pa­zione e un Fondo euro­peo per le pic­cole imprese, inve­sti­menti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca euro­pea degli investimenti.

Oltre alle cose che andreb­bero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mer­cato del lavoro, ho già detto che mag­giore fles­si­bi­lità non aiu­terà a risol­vere i pro­blemi attuali, anzi li aggra­verà aumen­tando le disu­gua­glianze e depri­mendo ulte­rior­mente la domanda. La situa­zione ita­liana, ad esem­pio, vede già pre­sente un ele­vato grado di fles­si­bi­lità; aumen­tarla ancora inde­bo­li­rebbe l’economia senza por­tare van­taggi. Biso­gna essere molto cauti.

Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sot­to­scri­vere il Trat­tato tran­sa­tlan­tico sul com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip). Un accordo di que­sto tipo potrebbe rive­larsi molto nega­tivo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scam­bio, vogliono un accordo di gestione del com­mer­cio che favo­ri­sca alcuni spe­ci­fici inte­ressi eco­no­mici. Il Dipar­ti­mento del Com­mer­cio sta nego­ziando in asso­luta segre­tezza senza infor­mare nem­meno i mem­bri del Con­gresso ame­ri­cano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle impor­ta­zioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicu­rezza ali­men­tare, per la tutela dell’ambiente e dei con­su­ma­tori in genere. Ciò che si vuole otte­nere con que­sto accordo non è un miglio­ra­mento del sistema di regole e di scambi posi­tivo per i cit­ta­dini ame­ri­cani ed euro­pei, ma si vuole garan­tire campo libero a imprese pro­ta­go­ni­ste di atti­vità eco­no­mi­che nocive per l’ambiente e per la salute umana. La Phi­lip Mor­ris ha fatto causa con­tro l’Uruguay per­ché l’Uruguay vuol difen­dere i pro­pri cit­ta­dini dalle siga­rette tos­si­che. La Phi­lip Mor­ris nel ten­ta­tivo di con­tra­stare le misure adot­tate in Uru­guay per tute­lare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appel­lata pro­prio ai quei prin­cipi di libero scam­bio che si vor­reb­bero intro­durre con il Ttip. Sot­to­scri­vendo un accordo simile l’Europa per­de­rebbe la pos­si­bi­lità di pro­teg­gere i pro­pri cit­ta­dini. Que­sto tipo di accordi, inol­tre aggra­vano le disu­gua­glianze e, in una situa­zione come quella euro­pea, rischie­reb­bero di appro­fon­dire la recessione.

L’Europa può ancora per­met­tersi di aspet­tare? Se non si cam­bia la strut­tura dell’eurozona, se l’Europa con­ti­nua sulla strada attuale, si can­dida a per­dere un quarto di secolo, dovete esserne con­sa­pe­voli. Quando era­vamo nel mezzo della Grande Depres­sione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mon­diale e la mas­sic­cia spesa pub­blica che l’ha accom­pa­gnata. Non dob­biamo augu­rarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate.

Infine, la que­stione della demo­cra­zia. C’è un defi­cit di demo­cra­zia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elet­tori votano a favore di un cam­bia­mento delle poli­ti­che, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse poli­ti­che euro­pee». Que­sto com­pro­mette la fidu­cia nella demo­cra­zia. Oltre alle argo­men­ta­zioni eco­no­mi­che che ren­dono neces­sa­rio un cam­bia­mento c’è que­sta disaf­fe­zione nei con­fronti della poli­tica, che porta al raf­for­za­mento delle forze estre­mi­ste. Non è sol­tanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee.

(tra­du­zione del Ser­vi­zio inter­preti della Camera dei Depu­tati, tra­scri­zione e revi­sione di Dario Guarascio)

Leggi la bio­gra­fia di Joseph Stiglitz

«Certo il ter­ro­ri­smo in Ita­lia è stato scon­fitto: ma l’assassinio di Moro ha pro­dotto una ferita che ha stra­volto la poli­tica italiana». Da lì è cominciato il dramma che viviamo ancora. Perciò è importante sapere perchè quel delitto venne compiuto.

Il manifesto, 23 settembre 2014

I ter­ro­ri­sti ita­liani e in par­ti­co­lare le Br, furono ete­ro­di­retti dalle forze nazio­nali e inter­na­zio­nali che inten­de­vano bloc­care il pro­cesso poli­tico inne­scato da Moro e Ber­lin­guer alla fine degli anni ’70?
La domanda è tor­nata in occa­sione della pre­sen­ta­zione a Roma di un libro che rie­voca que­gli anni attra­verso una serie di testi­mo­nianze (Gli anni di piombo. Il ter­ro­ri­smo tra Genova, Milano e Torino 1970–1980, edito da De Fer­rari e a cura di Roberto Speciale).

Il par­la­men­tare del Pd Gero Grassi, impe­gnato nella costi­tu­zione di una terza com­mis­sione d’inchiesta sul caso Moro – che però stenta a for­marsi per man­canza di can­di­dati a com­porla – si dice certo di que­sta ete­ro­di­re­zione. Ci sarebbe qui una verità sto­rica da accer­tare, capace di riem­pire i buchi, spesso vistosi, lasciati dai pro­ce­di­menti giu­di­ziari sul rapi­mento e l’uccisione del lea­der demo­cri­stiano nel ’78.

Ema­nuele Maca­luso pre­fe­ri­sce sot­to­li­neare la con­ver­genza di obiet­tivi poli­tici tra l’autonoma forza ever­siva dei bri­ga­ti­sti e altri sog­getti poli­tici che, dalla Rus­sia di Brez­nev al Dipar­ti­mento di Stato Usa, pas­sando per altre cen­trali occi­den­tali, avver­sa­vano l’avvicinamento del Pci al governo.

In que­gli anni ero a Genova, dove il ter­ro­ri­smo rosso mosse alcuni primi passi deter­mi­nanti, cro­ni­sta all’Unità, dopo aver vis­suto la para­bola che dal momento magico del ’68 aveva pro­dotto rapi­da­mente una deriva vio­lenta. Con­di­vi­devo quindi l’impegno del mio gior­nale e del Pci in una bat­ta­glia poli­tica e cul­tu­rale con­tro i ter­ro­ri­sti e anche con­tro quella zona gri­gia dell’estremismo che non rom­peva con i «com­pa­gni che sba­glia­vano». Ricordo pole­mi­che molto dure con Il Lavoro diretto da Giu­liano Zin­cone, dove scri­ve­vano tra gli altri Gad Ler­ner, Daniele Protti, Luigi Man­coni, che verso quell’area gio­va­nile (e meno gio­va­nile) movi­men­ti­sta man­te­neva inte­resse e apertura.

Avver­tivo però il rischio di can­cel­lare in quello scon­tro, e nel clima poli­tico della «soli­da­rietà nazio­nale», anche le buone ragioni di chi cer­cava di non disper­dere la forza cri­tica del ’68, senza la quale i pro­po­siti di moder­niz­za­zione del paese mi sem­bra­vano cari­carsi di ambiguità.

In quel tanto – sem­pre troppo poco – di rie­la­bo­ra­zione della memo­ria della sini­stra e dell’Italia che si va com­piendo per la coin­ci­denza di anni­ver­sari impor­tanti (Ber­lin­guer, Togliatti, l’Unità…) e anche per la scossa pro­dotta dall’ascesa di Renzi nel Pd, non andrebbe rimossa quella sta­gione con­tro­versa e tragica.
Più che l’accertamento della ete­ro­di­re­zione delle Br a me sem­bra impor­tante rian­dare alle cul­ture costi­tu­tive di quei sog­getti: l’estremismo e il ter­ro­ri­smo, il Pci e la Dc. Lo sche­ma­ti­smo ideo­lo­gico dispe­rato di chi spa­rava e pra­ti­cava il ter­rore. I limiti nella com­pren­sione del muta­mento pro­fondo che l’Italia – e il mondo – sta­vano vivendo da parte del prin­ci­pale par­tito di governo e della più forte oppo­si­zione «comu­ni­sta» dell’Occidente.

Leggo sul Cor­riere della sera Pier­luigi Bat­ti­sta che ria­pre la pole­mica retro­spet­tiva sulla «fer­mezza»: allora non si volle trat­tare con le Br per la vita di Moro men­tre oggi si tratta con l’Isis per libe­rare gli ostaggi. Però ame­ri­cani e inglesi non lo fanno.

Forse per Moro quella via andava ten­tata. Il che per me non signi­fica che la visione di Craxi fosse per il resto più ade­guata di quella di Ber­lin­guer e dello stesso Moro (che sul ’68 fece uno dei discorsi più aperti e intel­li­genti). Certo poi il ter­ro­ri­smo in Ita­lia è stato scon­fitto: ma l’assassinio di Moro ha pro­dotto una ferita che ha stra­volto la poli­tica italiana.

In una frase si potrebbe dire: "carità pelosa". L'articolo, e il libro di cui parla, ci raccontano come la filantropia nata in USA è stato, ed è ancora, un poderoso strumento di colonizzazione e di dominio.

Comune-info.net, 22 settembre 2014

A prima vista il mio libro potrebbe sembrare una critica un po’ dura, ma nel rispetto di quella tradizione che riconosce il merito ai propri avversari, potrebbe anche essere letto come riconoscimento della visione, della flessibilità, della raffinatezza, e della determinazione incrollabile di un sistema al quale molti hanno dedicato la loro vita, riuscendo con il loro impegno a far sì che questo mondo restasse solidamente nelle mani del capitalismo.

È una storia coinvolgente, forse svanita dalla memoria del mondo contemporaneo, una storia che cominciò negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, quando venne trovata una forma legale – una legge – che istituiva le fondazioni, fu così che la filantropia delle aziende più ricche e potenti) cominciò a sostituirsi al ruolo finora svolto dalle attività missionarie per aprire la strada al capitalismo (e all’imperialismo) e ai sistemi di controllo del sistema.

Tra le prime fondazioni istituite negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con i profitti della Carnegie Steel Company, e la Fondazione Rockefeller, finanziata nel 1914 da JD Rockefeller, fondatore della Standard Oil Company. I più grossi finanzieri del loro tempo.

Sono molte la istituzioni che sono state finanziate, con un capitale iniziale o con donazioni sostenute dalla Fondazione Rockefeller come le Nazioni Unite, la CIA, il Council on Foreign Relations (CFR), il favoloso MOMA – Museum of Modern Art di New York – e, naturalmente, il Rockefeller Center a New York (dove dovettero cancellare il murale nel quale Diego Riviera aveva maliziosamente raffigurato dei capitalisti reprobi e un valoroso Lenin). Rockefeller fu il primo miliardario americano e l’uomo più ricco del mondo. Era abolizionista, sostenitore di Abraham Lincoln e astemio. Credeva che il suo denaro gli fosse stato dato da Dio e che per questo Dio si sentisse soddisfatto.

Le prime fondazioni che presero dei fondi dalle imprese erano negli Stati Uniti e ci furono degli accesi dibattiti sulla provenienza dei fondi, sulla legalità, e sulla mancanza di responsabilità. Furono in tanti a suggerire che se le aziende avevano modo di accumulare così tanto denaro (tanto da non averne bisogno), avrebbero dovuto aumentare i salari dei loro lavoratori – (C’era gente capace di fare proposte tanto scandalose per quei tempi, anche in America.)

Solo immaginare queste fondazioni – che sembrano una cosa tanto normale al giorno d’oggi – all’epoca era come pensare di dover fare un salto nel vuoto per il mondo degli affari. Era difficile immaginare che potessero esistere delle persone giuridiche con risorse enormi, autorizzate a non pagare le tasse, a godere inspiegabilmente la facoltà di agire, quasi illimitatamente, nella non-transparenza …..

Quale modo migliore poteva essere inventato per trasformare la ricchezza economica in capitale politico, sociale e culturale?
Quale modo migliore si poteva trovare per trasformare il denaro in potere?
Quale modo migliore si poteva trovare per consentire agli usurai di usare una percentuale minima dei loro profitti per riuscire a governare il mondo?

Come avrebbe potuto fare, del resto, Bill Gates, che sicuramente conosce bene un paio di cosette sui computer, ad arrivare nella posizione di poter parlare di istruzione, di sanità e di politiche agricole, non solo con il governo degli Stati Uniti, ma anche con i governi di tutto il mondo?

Nel corso degli anni, come molti possono testimoniare, si è assistito veramente anche a molti ottimi lavori fatti dalle fondazioni (gestione di biblioteche pubbliche, lotta contro le malattie ecc.): i risultati ottenuti e il velo che ormai è sceso sul collegamento diretto che esiste tra le società finanziatrice e le fondazioni che le alimentano con il tempo hanno cominciato a far dimenticare. Alla fine, a far svanire del tutto e a far apparire normale questo stato delle cose. Adesso, neanche chi si professa di sinistra, prova vergogna a considerare “generosa la natura dei donatori”.

Dal 1920 negli USA il capitalismo aveva cominciato a rivolgersi verso l’estero per comprare materie prime e per accedere ai mercati d’oltremare. Fu allora che le Fondazioni cominciarono a formulare una nuova idea di governance globale gestita dalle Corporate. Nel 1924 la Rockefeller e la Carnegie Foundation crearono congiuntamente quello che oggi è il gruppo di pressione politica estera più potente del mondo, il Council on Foreign Relations (CFR), che più tardi cominciò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford.

Nel 1947 la CIA, subito dopo essere stata creata, fu sostenuta e lavorò a stretto contatto con il CFR. Nel corso degli anni sono stati nominati ben ventidue Segretari di Stato degli Stati Uniti che avevano prestato servizio presso il CFR. Nel Comitato Direttivo che nel 1943 che programmò la nascita delle Nazioni Unite c’erano cinque membri del CFR, e il terreno su cui si trova il quartier generale delle Nazioni Unite fu acquistato con una sovvenzione di 8,5 milioni di dollari offerta da JD Rockefeller.

Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 sono uomini che si sono presentati come missionari tra i poveri – ma sono stati tutti membri del CFR. (L’eccezione fu George Woods, che era fiduciario della Fondazione Rockefeller e Vice Presidente della Chase Manhattan Bank)

A Bretton Woods, la Banca Mondiale e il FMI decisero che il dollaro avrebbe dovuto diventare la valuta di riserva del mondo, e che per migliorare la penetrazione del “capitale globale” sarebbe stato necessario universalizzare e standardizzare le modalità di commercio in un mercato aperto e fu proprio per quel motivo che si cominciò a donare una grande quantità di denaro per promuovere il buon governo (buono finché sarà permesso tenerne salde le fila), il concetto di Stato di diritto (fino a quando sarà permesso avere voce in capitolo nel legiferare) e centinaia di programmi anticorruzione (che servono per semplificare il sistema messo in piedi).

Ci sono due tra le organizzazioni meno trasparenti del mondo, che chiedono ai governi dei paesi più poveri del mondo di assumersi le loro responsabilità e di essere trasparenti. Dato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, obbligando e imponendo le regole del mercato per aprire i paesi alla finanza globale, si potrebbe dire che la filantropia delle Corporate si è rivelata essere l’affare più lungimirante di tutti i tempi.

Le Fondazioni amministrate con i fondi donati dalle Corporate, fanno commerci e incanalano il loro potere mettendo i loro uomini nelle caselle giuste della scacchiera, per mezzo di un sistema di club d’elite e di think-tank, facendo in modo che queste persone possano interscambiarsi e muoversi liberamente, come attraverso una porta girevole, attraversando tutte le istituzioni. Contrariamente a quello che professano le varie teorie del complotto in circolazione – in particolarmente quelle dei gruppi di sinistra – non c’è nulla di segreto, di satanico, o di massone che regoli questo modo di fare. E’ tutto una normale prassi: non è molto diverso dal modo in cui le aziende-multinazionali utilizzano società di comodo e conti off-shore, per trasferire e gestire i loro soldi. Con una sola differenza, si trasferisce e si gestisce potere, non denaro.

L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, istituita nel 1973 da David Rockefeller, l’ex-consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Zbignew Brzezinski (membro fondatore dei mujahidin afghani, precursori dei talebani), la Chase Manhattan Bank, e di alcune altre eminenze private. Il suo scopo era creare un legame duraturo di amicizia e di cooperazione tra le élite del Nord America, l’Europa e il Giappone. Ora è diventata una Commissione Pentalaterale, essendosi allargata a partecipanti provenienti da Cina e India (Tarun Das del CII; NR Narayana Murthy, ex CEO di Infosys; Jamsheyd N. Godrej, Amministratore Delegato di Godrej; Jamshed J. Irani, Direttore di Tata Sons, e Gautam Thapar, CEO del Gruppo Avantha).

L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite locali, che raggruppano imprenditori, burocrati e politici, ed ha aperto filiali in diversi paesi. Tarun Das è il presidente dell’Aspen Institute, India. Gautam Thapar è presidente. Diversi alti ufficiali del McKinsey Global Institute (proponente del Delhi Mumbai Industrial Corridor) sono membri del CFR, la Commissione Trilaterale, e l’Istituto Aspen.

La Fondazione Ford (quella che si presenta come liberale e in opposizione alla più conservatrice Fondazione Rockefeller- ma le due fondazioni lavorano costantemente insieme -) fu istituita nel 1936 e, anche se viene spesso sottovalutata, ha una sua ideologia molto chiara, ben definita e lavora a stretto contatto con il Dipartimento di Stato. Il suo progetto di promuovere la democrazia e il “buon governo” è parte integrante del sistema di Bretton Woods che prevedeva di standardizzare le modalità commerciali e di promuovere l’efficienza nel mercato libero. Dopo la seconda guerra mondiale, quando il governo degli Stati Uniti mise, al posto dei fascisti, i comunisti in cima alla lista, come Nemico Numero Uno del paese, fu necessario pensare a nuovi tipi di istituzioni per affrontare la Guerra Fredda. Ford allora finanziò il RAND (Research e Development Corporation), un think tank militare che iniziò con una ricerca sulle armi per i servizi di difesa degli Stati Uniti.

Nel 1952, per contrastare “il persistente sforzo comunista per penetrare e distruggere le nazioni libere”, fu istituito il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro per lo Studio delle Istituzioni Democratiche, il cui intento era di fare una guerra fredda in modo intelligente, senza incorrere negli eccessi maccartisti.

E ‘attraverso questa lente che dobbiamo guardare il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo con i milioni di dollari che ha investito in India, finanziando il lavoro di artisti, di registi e di attivisti e le generose donazioni che sono serviti a finanziare corsi universitari e borse di studio.

Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford includono interventi effettuati su movimenti politici di base a livello locale e internazionale. Negli Stati Uniti la fondazione Ford fu quella che ha sovvenzionato con milioni di dollari i prestiti per sostenere il movimento sindacale per il credito (sperimentato per la prima volta, dal proprietario dei magazzini Edward Filene nel 1919). Filene credeva nella creazione di una società dei consumi di massa orientata verso l’acquisto di beni di consumo, per questo era bene accordare ai lavoratori un accesso al credito a prezzi accessibili: una idea geniale per quel tempo. A dirla tutta, questa era solo la metà della sua idea geniale, perché l’altra metà del pensiero di Filene credeva in una più equa distribuzione del reddito nazionale.

I capitalisti apprezzarono e si impossessarono solo della prima parte del pensiero di Filene e cominciarono a erogare a tutti i lavoratori prestiti “abbordabili” per decine di milioni di dollari, trasformato così la classe operaia degli Stati Uniti in una massa di persone permanentemente indebitate, che dovettero, da allora in poi, correre sempre di più per restare al passo con lo stile di vita che, altrimenti, non si sarebbero potuti permettere.

Molti anni dopo, questa idea è arrivata ad essere sperimentata anche nella parte più povera delle campagne del Bangladesh: fu quando Mohammed Yunus e laGrameen Bank portarono il microcredito a contadini che letteralmente stavano morendo di fame, e questo provocò delle conseguenze disastrose. Tutti i poveri del subcontinente indiano hanno sempre vissuto sul debito, stretti nella morsa spietata dell’usuraio del loro villaggio – il Baniya. Ma la microfinanza ha standardizzato, ha regolato rigidamente anche questo modo di vivere. Le imprese della microfinanza in India si sono rese responsabili di centinaia di suicidi – duecento persone si sono ammazzate in Andhra Pradesh solo nel 2010. Recentemente un quotidiano nazionale ha pubblicato un articolo sul suicidio di una ragazzina di 18 anni che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie – quelle che le servivano per pagare le tasse scolastiche – nelle mani dei dipendenti di una società di microfinanza che non smettevano più di vessarla e tormentarla.

Estratto da Capitalism: A Ghost Story, (Haymarket Books, 2014) di Arundhati Roy. L’autrice vive a New Delhi, India e ha scritto anche “Il Dio delle piccole cose” e “Power Politics” (South End Press). Questo articolo [titolo originale "Lavora sodo se ti servono soldi, ma non prendere mai prestiti" Dalla povertà si possono tirare fuori un sacco di soldi, ma anche un paio di premi Nobel (di troppo)] è stato tradotto da Bosque Primario per Comedonchisciotte.org

A proposito dell’articolo 18: il dubbio che rimane è se siano servi sciocchi della peggiore fase del capitalismo ( nel senso che non capiscono ciò che fanno) oppure se siano anche complici.

Huffington post, 25 settembre 2014

Ha qualcosa di sconvolgente (nel senso letterale di "sconvolgere") il principio contenuto nell'emendamento del governo al Jobs Act sulle cosiddette "tutele crescenti", da applicare ai nuovi contratti di lavoro subordinato. Leggiamo: «(...) il Governo è delegato ad adottare, (...) in coerenza con la regolazione dell'Unione europea e le convenzioni internazionali, (...) la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio».

Da questa disposizione si ricava che, nella nuova versione del welfare italico prospettata dal governo, sarà l'anzianità di servizio a determinare il livello di godimento dei diritti costituzionali da parte dei lavoratori, dunque, nella generalità dei casi, l'età dello stesso lavoratore.

Nel nostro ordinamento, solo la maggiore età costituisce uno spartiacque nella storia personale di un individuo, delineando una linea di confine tra un prima ed un dopo nella scala di godimento dei diritti sanciti dalla Costituzione. Beninteso, un minore non ha diritto di voto, non ha facoltà piena di porre in essere atti negoziali, ma non per questo è passibile di soprusi e di discriminazioni. Anzi, c'è una tutela rafforzata che lo riguarda, in quanto "soggetto debole".

Nello schema proposto dal governo in materia di rapporti di lavoro, c'è invece un rovesciamento del principio: più sei giovane (in Italia si può lavorare già a 13 anni) meno tutele e diritti avrai. Nel caso specifico dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e segnatamente della reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa, questo capovolgimento di scenario implicherebbe una vergognosa correlazione tra giovane età e possibilità di subire licenziamenti arbitrari o, addirittura, discriminatori, anche licenziamenti funzionali al non raggiungimento della soglia di "anzianità di servizio" prevista dalla legge per l'accesso al godimento di alcuni diritti.

Abile però il governo, ed il premier in particolare, a presentare la "riforma" come un rimedio al regime di apartheid che oggi vigerebbe nel mondo del lavoro, nel senso che la fattispecie denunciata sarebbe proprio quella che si andrebbe a concretizzare nel momento in cui venisse approvata la nuova disciplina in materia di rapporti di lavoro proposta dall'esecutivo.

Se davvero il governo avesse in mente di eliminare le discrepanze esistenti tra lavoratori "tradizionali" e lavoratori "atipici", certamente non inizierebbe ad occuparsi dei diritti dei primi. Piuttosto metterebbe mano alla giungla di contratti che negli anni ha generato il mare di precariato in cui sono immersi i secondi. Si porrebbe, in sostanza, il problema di estendere le tutele a chi oggi non ce l'ha, non a livellarle verso il basso, istituzionalizzando nuove forme di discriminazione su base generazionale.

Che c'entra il volersi occupare di "Marta", che "non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità", col voler togliere diritti a "Francesca", che invece quel diritto ce l'ha insieme all'altro di poter ricorrere contro un licenziamento senza giusta causa? Ma soprattutto, qual è il modello di società che si prospetta alle "Marta" d'Italia? Quello in cui chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani, che per giunta dovrà "guadagnarsi" con l'anzianità di servizio (di servigi?) l'accesso al godimento di diritti fondamentali?

C'è una Costituzione, tuttora vigente mi sembra, che all'art. 3 sancisce: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, (...)". Poi dice anche che la Repubblica ha il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, (...)".

Ecco, "pari dignità" e "rimozione degli ostacoli". Esattamente il contrario di ciò che il governo sta prospettando.

«Sal­va­tore è lì, con le sue cas­sette, quando i vigili urbani minac­ciano di mul­tarlo e di seque­strar­gli la merce. Lui li scon­giura di evi­tar­gli almeno il seque­stro. I vigili lo pren­dono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo fac­cia pure, ma spo­stan­dosi un po’ più in là».

Il manifesto, 24 settembre 2014

Seb­bene Sal­va­tore La Fata, disoc­cu­pato cata­nese di 56 anni, non sia la prima tor­cia umana a bru­ciare in una piazza ita­liana, la sua vicenda è tra­gi­ca­mente esem­plare. A tal punto che, que­sta volta, anche sul ver­sante sin­da­cale v’è qual­che rea­zione ade­guata. Dopo il tem­pe­stivo sit-in di soli­da­rietà nei suoi con­fronti e di con­danna del com­por­ta­mento della poli­zia muni­ci­pale, pro­mosso dal cir­colo «Città Futura», pure la Cgil si è atti­vata. Ha, infatti, annun­ciato una conferenza-stampa per oggi,mercoledì 24 e una mani­fe­sta­zione uni­ta­ria, con le altre cen­trali sin­da­cali, per il pome­rig­gio di venerdì 26, nella stessa piazza Risor­gi­mento che è stata tea­tro dell’atroce protesta.

Ope­raio edile spe­cia­liz­zato, spesso par­te­cipe d’iniziative sin­da­cali, La Fata era stato licen­ziato due anni fa. Il can­tiere in cui lavo­rava era stato costretto a chiu­dere, come tanti: a Cata­nia, rife­ri­sce la Fil­lea, ben die­ci­mila edili hanno perso il lavoro negli anni recenti. Per un po’ Sal­va­tore (spo­sato, due figli a carico) aveva sop­por­tato umi­lia­zione e ver­go­gna. Poi, pur di non stare con le mani in mano, da alcuni mesi s’era messo a ven­dere qual­cosa in piazza Risor­gi­mento: nient’altro che due o tre cas­sette di olive e fichi d’india, appena venti euro di merce. Troppo per la squa­dra di vigili urbani, agguer­rita e ultra-motorizzata, che al mat­tino del 19 set­tem­bre fa irru­zione in piazza. In tempi di crisi e di dispe­ra­zione sociale è quel che ci vuole: non sia mai che le classi peri­co­lose si met­tano a far di testa loro per sbar­care il luna­rio, invece che sop­por­tare pazien­te­mente la morte civile, con­tri­buendo così al dise­gno deciso in alto loco. Fuor di sar­ca­smo, è da notare come, paral­lelo allo sfa­celo sociale pro­vo­cato dalle poli­ti­che di auste­rità, vada inten­si­fi­can­dosi un cru­dele acca­ni­mento repres­sivo con­tro atti­vità infor­mali di nes­sun rilievo penale, volte alla pura sopravvivenza.

Ma tor­niamo a quel mat­tino cata­nese. Sal­va­tore è lì, con le sue cas­sette, quando i vigili urbani minac­ciano di mul­tarlo e di seque­strar­gli la merce. Secondo dei testi­moni, lui li scon­giura di evi­tar­gli almeno il seque­stro. I vigili lo pren­dono in giro e, quando lui grida che è pronto a darsi fuoco, uno degli agenti replica che lo fac­cia pure, ma spo­stan­dosi un po’ più in là. Sta di fatto che nes­suno di loro inter­viene per tutto il tempo in cui va a rifor­nirsi di car­bu­rante, torna in piazza, si cosparge di ben­zina e si dà fuoco. E nep­pure men­tre è già avvolto dalle fiamme.

Lo ammette impli­ci­ta­mente il coman­dante della Poli­zia muni­ci­pale, nel ten­ta­tivo di giu­sti­fi­care i suoi: «Se c’è stata qual­che incer­tezza da parte dei vigili, è per­ché siamo impre­pa­rati a que­sto tipo di soccorso». Così che, men­tre scrivo, Sal­va­tore è in pro­gnosi riser­vata nell’ospedale di Aci­reale. I suoi fami­liari hanno annun­ciato che inten­dono que­re­lare i vigili urbani. «Non è pos­si­bile - ha detto il fra­tello nel corso del sit-in - che tutto passi sotto silen­zio solo per­ché noi siamo figli di nessuno».

È quasi pleo­na­stico osser­vare quanto que­sta sto­ria somi­gli a quella di Moham­med Boua­zizi, «la scin­tilla» della rivo­lu­zione tuni­sina. Quanto sia simile, anche, alla vicenda del gio­vane maroc­chino Nou­red­dine Adnane, morto il 19 feb­braio 2011, dopo nove giorni d’agonia dac­ché s’era dato fuoco in una piazza di Palermo: anch’egli ambu­lante, ma rego­lare, eppure vit­tima di ves­sa­zioni da parte d’una «squa­dretta» di vigili urbani in odore di neo­na­zi­smo. Peral­tro, lo schema di que­ste due sto­rie è del tutto sovrap­po­ni­bile a quello delle cen­ti­naia di casi che ho rac­colto nei paesi del Magh­reb, non­ché in Europa e in Israele.

Ad acco­mu­narne molti v’è uno stesso «det­ta­glio», cioè il com­por­ta­mento arro­gante, per­sino di sfida, delle forze dell’ordine: un’autentica isti­ga­zione al sui­ci­dio. E in tutti i casi il sui­ci­dio per fuoco è un grido dispe­rato di ribel­lione e pro­te­sta, un gesto sov­ver­sivo di sot­tra­zione vio­lenta del pro­prio corpo alla vio­lenza del sistema, per citare Bau­dril­lard. Desti­nato, delle volte, a cadere nel vuoto; altre volte, come in Magh­reb, a per­pe­tuare il ciclo rivolta-immolazione-rivolta; in un caso, quello tuni­sino, a sca­te­nare un’insurrezione popolare.

Da noi, c’è uno iato pro­fondo fra la dram­ma­ti­cità dell’autoimmolazione pub­blica - atto non solo dispe­rato, ma anche di spe­ranza nel genere umano, in fondo - e la nostra impo­tenza. Da noi, non c’è alcun sog­getto col­let­tivo che riven­di­chi come pro­prio «mar­tire» chi si è immo­lato o che sia capace di cogliere fino in fondo il nesso fra le pro­prie riven­di­ca­zioni e la dispe­ra­zione sociale che spinge alcuni a sui­ci­darsi in pub­blico. Eppure le torce umane e più in gene­rale i sui­cidi «eco­no­mici» sono indi­zio di un con­flitto sociale latente. Quello che la poli­tica, i sin­da­cati, per­fino i movi­menti non sem­pre sanno ren­dere espli­cito, né sem­pre orga­niz­zare in forme razio­nali ed effi­caci, tali da impe­dire che altri corpi umani ardano nelle piazze.

«Sblocca Italia sostiene lo sviluppo dell’asfalto, molto meno destina alle ferrovie e poco alle reti del trasporto urbano, il vero deficit italiano. Il governo insiste con le distorsioni della Legge Obiettivo, senza una politica dei trasporti innovativa e sostenibile».

Sbilanciamoci.info, 24 settembre 2014

Dopo roboanti annunci alla fine il Decreto “sblocca Italia” è arrivato1. Nessuna svolta riformista tanto declamata dal Presidente Renzi, ma “passodopopasso” si prosegue ed aiuta lo sblocco di cantieri inutili, il consumo di territorio e paesaggio, ad indebolire le Soprintendenze, a svendere il demanio pubblico, a scavare petrolio per mare e per terra, a insistere con la deregulation edilizia, ad imporre inceneritori in giro per l’Italia.

Era lecito sperare che un presidente del consiglio giovane e scattante, che parla un linguaggio nuovo, avesse anche idee e progetti nuovi per il futuro dell’Italia: green economy, riqualificazione delle città, efficienza ed energie rinnovabili, reti e servizi per il trasporto pubblico, ricerca ed innovazione tecnologica, beni comuni, patrimonio storico e bellezza del paesaggio. Idee e soluzioni che dove sono state attuate hanno assicurato anche crescita dell’occupazione in particolare di quella giovanile, che certamente resta un obiettivo primario per il nostro Paese.

Certo, qua e là, qualche idea giusta c’è - le opere contro il dissesto idrogeologico, quelle dei Comuni e per le scuole, la banda larga, reti tramviarie e metropolitane - ma annegano nella lunga lista di obiettivi e progetti che vengono direttamente dal passato a base di asfalto, cemento, petrolio, consumo di suolo. Anche semplificare la troppa carta e le burocrazie pesanti potrebbe avere un senso se quello che si vuole realizzare fosse utile ed innovativo, invece suona come togliere gli ultimi “lacci e lacciuoli” a chi fa rispettare le regole, o espropriare i poteri dei Comuni come per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli avocata alla Presidenza del Consiglio e sottratta al Comune di Napoli ed al suo piano regolatore.

Quando a luglio venne lanciata dal Governo la parola d’ordine “sblocca Italia” ( ormai abbiamo una lista di Salva Italia, Destinazione Italia, Fare Italia...) per le grandi opere strategiche si annunciava lo sblocco di 42 miliardi di opere da realizzare subito. Numeri “incredibili”, anche alla luce del fallimento di 13 anni di Legge Obiettivo, ridimensionati man mano che si avvicinava il Decreto Legge e la dura realtà dei numeri e delle coperture finanziarie.

Alla fine per le grandi opere sono destinati in totale 3,9 miliardi, spalmati dal 2014 al 2020 e prevalentemente negli anni 2017 e 2018. Il Decreto contiene la lista delle opere da rifinanziare subito (lista a), da sbloccare entro il 30 giugno (lista b) e quelle di cui aprire i cantieri entro il 31 agosto 2015 (lista c). Il testo non contiene quante risorse sono assegnate per ciascuna opera - che spetterà fissare dal Ministero delle Infrastrutture insieme a quello dell’Economia – ma nella relazione tecnica allegata vi sono le previsioni distinte opera per opera. La logica è quella di dare un poco di risorse a molte opere per evitare che si fermino i cantieri e realizzare altri “pezzi”.

Sommando le previsioni, si ottiene che ben il 47% dei 3,9 miliardi andrà a strade ed autostrade (1.832 milioni), il 25% a ferrovie (989 milioni) e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane (345 milioni). Il resto sarà destinato alle opere idriche (134 milioni), aeroporti (90 milioni) mentre 500 milioni sono destinati alle opere dei Comuni, il piano dei 6mila campanili del DL del Fare del 2013.

Quindi lo Sblocca Italia continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, mentre molto meno destina alle ferrovie e davvero poco alle reti per il trasporto urbano, che sono il vero italiano, insistendo quindi con le distorsioni della Legge Obiettivo e senza una politica dei trasporti innovativa e sostenibile. Inoltre, anche dei 989 milioni destinati alle ferrovie, ben 520 milioni sono per tre nuove tratte ad alta velocità (Terzo Valico Milano-Genova, Tunnel del Brennero, AV Brescia Padova) e solo la restante parte per le ferrovie ordinarie.

Anche altre due tratte ferroviarie, la Napoli-Bari e la Palermo Catania Messina, sono inserite nello Sblocca Italia per accelerare le procedure autorizzative, mentre le risorse sono quelle fissate dal Contratto di Porgramma di RFI, che prevedono 2,9 miliardi per la prima e 2,4 miliardi per la seconda. L’amministratore Delegato di FS, Michele Elia, è nominato commissario straordinario, ha tempi stretti per l’approvazione e la revisione dei progetti (tratto Apice-Orsara) e per indire la Conferenza dei servizi. In deroga alle norme, in caso di “dissenso di una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico artistico, tutela della salute e pubblica incolumità” decide il commissario previa intesa con le regioni interessate. Non è di certo un buon modo per progettare una infrastruttura attenta al territorio ed al paesaggio, capace di adottare soluzioni innovative.

La lista delle strade ed autostrade contiene interventi per la terza corsia Venezia-Trieste, lavori per la Torino-Milano ed opere connesse, il quadrilatero Umbria Marche, messa in sicurezza della SS131 Carlo Felice, Salerno - Reggio Calabria, Benevento Caianello, Pedemontana Piemontese, asse viario Lecco Bergamo. Si può ben facilmente notare che alcune di queste opere di adeguamento di strade esistenti siano necessarie e che “sembrano mancare” le grandi autostrade che ogni giorno vengono invocate come la soluzione sia ai problemi di mobilità che di crescita e occupazione del paese.

In effetti alcune sono sparite dall’elenco, come le risorse per l’Autostrada della Maremma o la Cispadana, che il Governo rassicura saranno nel DDL Stabilità, o come la Valdastico nord, a cui la provincia Autonoma di Trento è fermamente contraria e prima il Governo deve ricomporre il quadro istituzionale.

Ma per altre come l’autostrada Orte -Mestre, opera in autofinanziamento del valore di almeno 10 miliardi, il cui promotore è una cordata di imprese capeggiata dall’On.Vito Bonsignore, è stata inserita una specifica norma (articolo 2, comma 4) per aiutare con la defiscalizzazione - almeno 2 miliardi di risorse pubbliche - il Piano Finanziario dell’opera. Era stata la Corte dei Conti con un parere del 7 luglio del 2014 che non aveva dato il via libera alla delibera Cipe di approvazione del progetto, a segnalare che le norme vigenti non consentivano di applicare la defiscalizzazione prevista dal 2013 alle opere già dichiarate di pubblico interesse e la Orte Mestre lo era stata nel lontano 2003 con il riconoscimento del progetto del promotore Bonsignore.

Questa retroattività - ottenuta con la norma inserita nello Sblocca Italia - per superare le obiezioni della Corte dei Conti, è assai grave ed anche indecente, perché se adesso lo stato mette 2 miliardi nel piatto, allora bisognerebbe azzerare anche il promotore e rifare questa selezione. Perché non dimentichiamo che il promotore ha diversi vantaggi tra cui quello che la gara avviene sul progetto preliminare da lui presentato, che ha il diritto di adeguarsi all’offerta migliore e vincere la gara per realizzare e gestire l’infrastruttura. In caso di perdita viene comunque ripagato di tutti i costi sostenuti.

Non è un cavillo, è una vera e propria distorsione dell’offerta a suo tempo presentata. Se all’epoca il promotore fu considerato il migliore da ANAS perché aveva bisogno di minori aiuti pubblici e sosteneva che si sarebbe autofinanziato l’opera, se adesso il Governo mette due miliardi di aiuti sotto forma di defiscalizzazione, allora tutto cambia. In realtà quelle risorse pubbliche si dovrebbero usare, come propongono gli ambientalisti riuniti della Rete Nazionale Stop Orte-Mestre2, per mettere in sicurezza la E45 e la Romea, senza realizzare nuovi inutili e devastanti 400 km di nuova autostrada.

Ma anche le altre autostrade hanno un articolo dedicato - art. 5, Norme in materia di concessioni autostradali - che con frasi criptiche e giri di parole consente la richiesta di proroga della scadenza delle concessioni . E’ la solita storia che si ripete, basti ricordare che dal 1993 la direttiva europea n. 37 intimava che per le concessioni fosse necessario procedere mediante gara, chiedendo a tutti i paesi membri di adeguarsi.

Ma tra la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000 tutte le concessioni sono state prorogate invocando il contenzioso pregresso, le privatizzazioni e gli investimenti da fare: da Autostrade per l’Italia prorogata di 20 anni al 20383, alla Sitaf Torino-Bardonecchia che scade nel 2050, alla Satap di Gavio al 2016, Autostrada dei Fiori al 2021, poi quelle che devono realizzare nuove autostrade come la SAT per l’Autostrada della Maremma con scadenza al 2046, o l’Autocamionale della Cisa che deve realizzare il Ti-Bre Parma Verona con scadenza al 2031.

La discussione con Bruxelles è stata accesa ma alla fine anche dalla Commissione Europea è arrivato il via libera, perché si trattava di investimenti già inseriti nelle convenzioni e del fatto che era “l’ultima proroga”, per poi procedere a gara ed utilizzare il meccanismo del subentro. Cioè chi gareggia sa di doversi accollare gli investimenti in corso e da fare. Ma questo meccanismo “non funziona” dicono in coro le concessionarie, anche se praticamente non è stato mai sperimentato. Adesso con lo Sblocca Italia il Governo Italiano ci riprova ad ha avviato una dialogo con Bruxelles per ottenere ulteriori proroghe. Forse forte del fatto che anche la Francia avrebbe avanzato una analoga richiesta.

La norma all’art. 5 dice che le concessionarie possono “proporre modifiche del rapporto concessorio “ entro la fine del 2014, negoziazione e firma degli atti aggiuntivi entro il 31 agosto 2015, per realizzare potenziamenti della rete sia per quelli già in concessione e sia per nuove opere da inserire, per tenere tariffe favorevoli all’utenza, “anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse contigue”, al fine di assicurare l’equilibrio del Piano Economico e finanziario senza ulteriori oneri a carico dello Stato.

Il terzo comma ha anche una prescrizione che sembra guardare a Bruxelles con occhio accorto: tutte le opere ulteriori inserite nelle convenzioni, saranno realizzate mediante gara di lavori per il 100% dell’importo (per quelle in convenzione va a gara il 60%). Un buon principio certo, ma che rischia di essere vano perché le convenzioni vigenti includono lunghe liste di opere e ben difficilmente se ne aggiungeranno.

L’articolo 5 al comma 4 prevede che per l’A21 Piacenza Brescia, la cui concessione è scaduta nel 2011 e per l’A3 Napoli Pompei sono approvati con legge gli schemi di convenzione ed i relativi Piani Finanziari per accelerare l’iter del “riaffidamento”. Vedremo se ad esito di gara o prorogando agli attuali concessionari.

Basti pensare che le proroghe di cui si parla (o si legge4) richieste dalle concessionarie, sono per lavori già assentiti ed opere note. Si parla di una proroga per l’AutoCisa che vuole realizzare il Tibre (1,8 miliardi) che ha però già avuto una concessione prorogata al 2031, di Autovie Venete che deve realizzare la terza corsia Venezia-Trieste (1,7 miliardi) che scade nel 2017 e che aveva già ottenuto una proroga, della SATAP A4, che chiede la proroga per ammodernare la Torino-Milano (500 milioni di investimento) e che ha una scadenza già prorogata al 2026.

Chiede la proroga anche l’Autostrada Asti Cuneo, nuova autostrada in parte realizzata e che per il completamento deve investire 1,5 miliardi e la cui scadenza è fissata al 2035. Infine c’è il caso dell’Autobrennero, scaduta il 30 aprile 2014, sui cui era stata avviata una gara poi annullata da un ricorso e che adesso chiede 20 anni di proroga sia per realizzare la terza corsia Modena-Verona e sia per destinare alla ferrovia i 500 milioni accantonati per il tunnel del Brennero (deciso con norma nel 1997).Ma anche l’autostrada Centropadane avrebbe richiesto una proroga, magari applicando quella norma sulle concessioni “contigue”.

A Genova il dibattito sulla Gronda Autostradale, prevista dalla Convenzione di Autostrade è molto acceso sia sul tracciato che sulla utilità dell’opera, ma la Società Autostrade per l’Italia ha già ventilato in diverse occasione che - dati gli alti costi dell’opera - si potrà realizzare solo se vi sarà una proroga della concessione che va ricordato scade nel 2038. Magari non sarà richiesta immediatamente, ma intanto già si lavora per andare quella direzione.

Staremo a vedere se anche questa volta Bruxelles darà il via libera alle proroghe.

Vanno segnalati anche due casi su cui c’è molta attenzione anche dalla Ue: la concessione SAT (Autostrada Tirrenica) che il governo si era impegnato a ridurre di tre anni e su cui è riaperta una procedura d’infrazione; la scadenza della Brescia-Padova prorogata al 31/12/2026 a condizione che il progetto definitivo della Valdastico Nord sia approvato entro il 30 giugno 2015. Progetto a cui si oppone in modo deciso la Provincia autonoma di Trento.

La richiesta delle proroghe si aggiunge alla richiesta diffusa da parte delle concessionarie di ottenere la “defiscalizzazione”, cioè la possibilità di non pagare Iva, Ires e Irap. Già deciso dal Cipe per la Pedemontana Lombarda, richiesto dalla autostrada Orte-Mestre e dalla Brebemi, di fatto è un contributo pubblico in quanto riduce le entrate dello Stato per gli anni a venire.

Anche su questi aiuti è acceso un faro da parte di Bruxelles, mentre nello Sblocca Italia, oltre alla norma specifica per la Orte Mestre, l’articolo 11 stabilisce che tutte le opere hanno diritto alla defiscalizzazione, abbassando da 200 a 50 milioni di euro il valore dell’opera.

Solo proroghe, niente gare ed aiuti dalla Stato. E’ il solito blocco di interessi, sono i signori delle autostrade che dopo aver promesso grandi investimenti, presentato ed ottenuto piani finanziari scritti sulla sabbia, con il calo di traffico e le banche sempre più prudenti, con il buco che si è creato nei piani finanziari, alza la voce in tempi di crisi per assicurarsi un futuro5.

Molte autostrade, qualche ferrovia, poche reti tramviarie e metropolitane: la politica del Presidente Renzi sulla mobilità e le infrastrutture non cambia verso.

1 Decreto Legge 12 settembre 2014 n.133. Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione di opere pubbliche, la digitalizzazione del paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive. Pubblicato sulla G.U n. 212 del 12.09.2014.
2 vedi www.stoporme.org
3 Giorgio Ragazzi. I signori delle autostrade. Edizioni il Mulino. 2008
4 Autostrade, le opere da sbloccare. Di Alessandro Arona. Edilizia e Territorio, Il sole 24 ore. 15 settembre 2014
5 Roberto Cuda. Strade senza Uscita. Banche, costruttori e politici. Le nuove autostrade al centro di un colossale spreco di denaro pubblico. Edizioni Castelvecchi. 2013

«Adesso la sini­stra che non era allora in par­la­mento, assieme a un po’ di depu­tati del Pd rin­sa­viti, a diverse asso­cia­zioni, alla Fiom e ai costi­tu­zio­na­li­sti che non cre­dono troppo nella pro­po­sta di refe­ren­dum abro­ga­tivo già in campo (per­ché limi­tata negli effetti e a rischio boc­cia­tura della Con­sulta) ten­tano la strada della legge costi­tu­zio­nale di ini­zia­tiva par­la­men­tare. Per boni­fi­care l’articolo 81».

Il manifesto, 24 settembre 2014

Che la parola «riforma» ormai non signi­fi­chi più niente, o comun­que niente di buono, lo prova la sto­ria dell’articolo 81 della Costi­tu­zione. «Rifor­mato» in appena sei mesi tra la fine dell’ultimo governo Ber­lu­sconi e la breve sta­gione di Monti. All’apogeo delle lar­ghe intese, il vin­colo del pareg­gio di bilan­cio fu inse­rito nella Carta con 14 voti con­trari su 650, acco­gliendo pro­po­ste con­ver­genti di Ber­lu­sconi e Ber­sani. Nean­che i più ottusi rigo­ri­sti euro­pei chie­de­vano di met­tere il vin­colo diret­ta­mente in Costi­tu­zione; l’Italia minac­ciata di troika volle strafare.

Così oggi Renzi, quando si atteg­gia ad avver­sa­rio dell’austerità, dimen­tica di dire che il nostro paese ha l’austerità scol­pita nella legge fon­da­men­tale. E che il governo la riven­dica, altri­menti avrebbe aggiunto l’articolo 81 alla lista dei qua­ranta e più arti­coli della Carta che sta impo­nendo alle camere di riscri­vere. Adesso la sini­stra che non era allora in par­la­mento, assieme a un po’ di depu­tati del Pd rin­sa­viti, a diverse asso­cia­zioni, alla Fiom e ai costi­tu­zio­na­li­sti che non cre­dono troppo nella pro­po­sta di refe­ren­dum abro­ga­tivo già in campo (per­ché limi­tata negli effetti e a rischio boc­cia­tura della Con­sulta) ten­tano la strada della legge costi­tu­zio­nale di ini­zia­tiva par­la­men­tare. Per boni­fi­care l’articolo 81, ripor­tan­dolo dal pre­cetto ragio­ne­ri­stico di quasi 20 righe che è diven­tato all’originario e sem­plice prin­ci­pio di coper­tura delle spese. Se quella era una «riforma», dob­biamo dun­que affi­darci a una «con­tro­ri­forma» che in realtà ha il segno pro­gres­si­sta del rifor­mi­smo vero e recu­pera i «diritti fon­da­men­tali delle per­sone» al cen­tro della finanza pub­blica. In que­sto modo una legge di bilan­cio che tagliasse i ser­vizi pub­blici essen­ziali e inve­stisse in armi da guerra, per esem­pio, sarebbe cen­su­ra­bile dalla Con­sulta con più cer­tezza di quanto, a parere di diversi costi­tu­zio­na­li­sti, non lo sia già oggi. Anni­chi­lita dalle scon­fitte, la sini­stra trova ancora una volta nella Costi­tu­zione «for­male» e nella bat­ta­glia per la sua piena appli­ca­zione l’ultimo ter­reno di resi­stenza. Magari il primo dal quale ten­tare una mossa.

Una lucida analisi dei poteri che, dissimulati nelle istituzioni dell'UE, stanno distruggendo la democrazia in Europa, e delle menzogne mediante le quali conquista il consenso delle maggioranze.

La Repubblica, 23 settembre 2014

«Quel che sta accadendo è una rivoluzione silenziosa - una rivoluzione silenziosa in termini di un più forte governo dell’economia realizzato a piccoli passi. Gli Stati membri hanno accettato - e spero lo abbiano capito nel modo giusto - di attribuire importanti poteri alle istituzioni europee riguardo alla sorveglianza, e un controllo molto più stretto delle finanze pubbliche». Così si esprimeva il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, in un discorso all’Istituto Europeo di Firenze nel giugno 2010.

Non parlava a caso. Sin dal 2010 la Ce e il Consiglio Europeo hanno avviato un piano di trasferimento di poteri dagli Stati membri alle principali istituzioni Ue, che per la sua ampiezza e grado di dettaglio rappresenta una espropriazione inaudita - non prevista nemmeno dai trattati Ue - della sovranità degli Stati stessi. Non si tratta solo di generiche questioni economiche. Il piano del 2010 stabilisce indicatori da cui dipende l’intervento della Ce sulla politica economica degli Stati membri; indicatori elaborati secondo criteri sottratti a ogni discussione da funzionari della CE. Se gli indicatori segnalano che una variabile esce dai limiti imposti dal piano, le sanzioni sono automatiche. Il piano è stato seguito sino ad oggi da nuovi interventi riguardanti la strettissima sorveglianza del bilancio pubblico, al punto che il ministero delle Finanze degli Stati membri potrebbe essere eliminato: del bilancio se ne occupa la Ce. Il culmine della capacità di sequestro della sovranità economica e politica dei nostri Paesi da parte della Ue è stato toccato nel 2012 con l’imposizione del trattato detto fiscal compact , che prevede l’inserimento nella legislazione del pareggio di bilancio, «preferibilmente in via costituzionale». I nostri parlamentari, non si sa se più incompetenti o più allineati sulle posizioni di Bruxelles, hanno scelto la strada del maggior danno - la modifica dell’art. 81 della Costituzione.

Questi sequestri di potere a carico dei singoli Stati non sono motivati, come sostengono le istituzioni europee, dalla necessità di combattere la crisi finanziaria. I supertecnici della Ce (sono più di 25mila), ma anche di Fmi e Bce, mostrano di essere dilettanti allo sbaraglio. L’aumento del debito pubblico degli Stati dell’eurozona, salito dal 66% del 2007 all’86% del 2011, viene imputato dalle istituzioni europee a quello che essi definiscono il peso eccessivo della spesa sociale nonché al costo eccessivo del lavoro. Oltre a documenti, decreti, direttive, ad ogni occasione essi fanno raccomandazioni affinché sia tagliata detta spesa. Pochi giorni fa Christine Lagarde, direttrice del Fmi, insisteva sulla necessità di tagliare le pensioni italiane, visto che rappresentano la maggior spesa dello Stato. Dando mostra di ignorare, la dotta direttrice, che i 200 miliardi della ordinaria spesa pensionistica sono soldi che passano direttamente dai lavoratori in attività ai lavoratori in quiescenza. Il trasferimento all’Inps da parte dello Stato di circa 90 miliardi l’anno non ha niente a che fare con la spesa pensionistica, bensì con interventi assistenziali che in altri Paesi sono a carico della fiscalità generale.

Dinanzi ai diktat di Bruxelles, il governo italiano in genere batte i tacchi e obbedisce, a parte qualche alzar di voce di Renzi. Le prescrizioni contenute nella lettera del 2011 con cui Olli Rhen, allora commissario all’economia della Ce, esigeva riforme dello Stato sociale sono state eseguite. La “riforma” del lavoro di cui si discute in questi giorni potrebbe essere stata scritta a Bruxelles. Nessuno di questi interventi ha avuto o avrà effetti positivi per combattere la crisi; in realtà l’hanno aggravata. Combattere la crisi non è nemmeno il loro scopo. Lo scopo perseguito dalle istituzioni Ue è quello di assoggettare gli Stati membri alla “disciplina” dei mercati. Oltre che, più in dettaglio, convogliare verso banche e compagnie di assicurazione il flusso dei versamenti pensionistici; privatizzare il più possibile la Sanità; ridurre i lavoratori a servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto, o di non averlo. Il vero nemico delle istituzioni Ue è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge; è questo che esse sono volte a distruggere.

Si può quindi affermare che la Ue sarebbe ormai diventata una dittatura di finanza e grandi imprese, grazie anche all’aiuto di governi collusi o incompetenti? Certo, il termine ha lo svantaggio di essere già stato usato dalle destre tedesche, le quali temono — nientemeno — che la Ue faccia pagare alla Germania le spese pazze fatte dagli altri Paesi. Peraltro abbondano i termini attorno all’idea di dittatura: si parla di “fine della democrazia” nella Ue; di “democrazia autoritaria” o “dittatoriale” o di “rivoluzione neoliberale” condotta per attribuire alle classi dominanti il massimo potere economico.
Il termine potrà apparire troppo forte, ma si dia un’occhiata ai fatti. I poteri degli Stati membri di cui le istituzioni europee si sono appropriati sono superiori, per dire, a quelli dei quali gode in Usa il governo federale nei confronti degli Stati federati.

Le persone che decidono quali poteri lasciarci o toglierci, sono sì e no alcune dozzine: sei o sette commissari della Ce su trenta; i componenti del Consiglio Europeo (due dozzine di capi di Stato e di governo); i membri del direttivo della Bce; i capi del Fmi, e pochi altri. Tutti, intendiamoci, immersi in trattative con esponenti del mondo politico, finanziario e industriale, in merito alle quali disposizioni della direzione Ce impongono che i cittadini europei non ne sappiano nulla sino a che non si è presa una decisione. Non esiste alcun organo elettivo - nemmeno il Parlamento Europeo — che possa interferire con quanto tale gruppo decide.

Pare evidente che la Ue abbia smesso di essere una democrazia, per assomigliare sempre più a una dittatura di fatto, la cui attuazione - come vari giuristi hanno messo in luce - viola perfino i dispositivi già scarsamente democratici dei trattati istitutivi. La dittatura Ue potrebbe essere tollerabile se avesse conseguito successi economici. Italiani e tedeschi hanno applaudito i loro dittatori per anni perché procuravano lavoro e prestazioni da stato sociale. Ma le politiche economiche imposte dal 2010 in poi hanno provocato solo disastri. Quali sciagure debbono ancora accadere, quali insulti l’ideale democratico deve ancora subire, prima che si alzi qualche voce - meglio se sono tante - per dire che di questa Ue dittatoriale ne abbiamo abbastanza, e che se uscirne oggi può costare troppo caro è necessario rivedere i trattati, prima di assicurarci decenni di recessione e di servitù politica ed economica?

«L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre, siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che "gli altri" vi entrino, o che ne entrino troppi».

Il manifesto, 24 settembre 2014

Un incontro a Pordenonelegge con la studiosa dell'«istituzione famiglia», in Italia per presentare il suo ultimo libro «L'amore a distanza», scritto con il marito Ulrich Beck.

Isa­beth Beck-Gernscheim ha una for­ma­zione cul­tu­rale che nelle facoltà ita­liane potrebbe essere con­si­de­rata eccen­trica, anche se ormai la trans­di­sci­pli­na­rietà tra filo­so­fia, socio­lo­gia e psi­co­lo­gia comin­cia ad essere pre­sente. Almeno tra chi rie­sce a supe­rare le for­che cau­dine dei tagli alla ricerca scien­ti­fica, che carat­te­rizza da oltre un ven­ten­nio l’Italia. Apprez­zata stu­diosa sull’«istituzione fami­glia», è docente da molti anni presso l’Università di Monaco. In Ita­lia è stato tra­dotto solo il volume scritto assieme a Ulrich Beck, teo­rico della «società del rischio», non­ché suo com­pa­gno di vita (L’amore a distanza, Bol­lati Borin­ghieri). Eli­sa­beth Beck è stata ospite a Por­de­no­ne­legge. Ed è nella città friu­lana che è avve­nuta l’intervista.

Il suo nuovo libro «L’amore a distanza», scritto con Ulrich Beck, è un’analisi ricca e sfac­cet­tata dello sce­na­rio, pro­fon­da­mente cam­biato, delle rela­zioni d’amore nel mondo glo­ba­liz­zato. Esa­mina le modi­fi­ca­zioni che si sono pro­dotte, i rischi insiti nei dif­fe­renti codici cul­tu­rali di cui, il più delle volte, si è ignari, i para­dossi e le oppor­tu­nità inat­tese che offrono per ali­men­tare la mixo­fi­lia, cioè il pia­cere di incon­trare e inte­ra­gire con chi è diverso da noi. Lei scrive di «fami­glie glo­bali». Cosa intende con que­sta espressione?

Il pro­blema, quando si parla delle nuove con­fi­gu­ra­zioni fami­liari che coin­vol­gono appunto l’amore a distanza e l’intersecarsi del Primo e del Terzo Mondo, è la foca­liz­za­zione su ambiti spe­ci­fici come le cop­pie bina­zio­nali o le ado­zioni trans­na­zio­nali. Le fami­glie glo­bali coin­vol­gono que­sti ma anche molti altri aspetti e a noi inte­res­sava svi­sce­rare, sullo sfondo di un qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale, l’interconnessione di tutte que­ste tema­ti­che: per descri­verle, dalle «fami­glie glo­bali mul­ti­lo­cali» in cui i part­ner vivono in nazioni o con­ti­nenti diversi ma con­di­vi­dono la stessa cul­tura, alle «fami­glie mul­ti­na­zio­nali o mul­ti­con­ti­nen­tali» in cui le cop­pie vivono insieme ma i cui mem­bri pro­ven­gono da cul­ture dif­fe­renti. Ma anche per cer­care di com­pren­dere se tutti gli sforzi e spesso le sof­fe­renze a cui si assog­get­tano i pro­ta­go­ni­sti di que­ste nuove costel­la­zioni fami­liari con­ten­gano il germe di un miglio­ra­mento della salute del nostro mondo.

Il «qua­dro dram­ma­ti­ca­mente dise­guale» che men­ziona è reso con acu­tezza quando parla dei tra­pianti di organi dei poveri del mondo in corpi dei ric­chi che pos­sono com­prarli, in una «moderna forma di sim­biosi» in «pae­saggi cor­po­rei degli indi­vi­dui» dove «si fon­dono ’razze’, classi, nazioni e reli­gioni», con i «corpi dei ric­chi (che) si tra­sfor­mano in pat­ch­work com­po­sti arti­fi­cial­mente, men­tre quelli dei poveri diven­tano magaz­zini di ricam­bio». O quando descrive le donne che devono abban­do­nare i loro figli e mariti per andare in un altro paese per pren­dersi cura di figli di per­sone agiate. Come si può imma­gi­nare che que­sto spec­chio del capi­ta­li­smo glo­bale possa miglio­rare il mondo in cui viviamo?

L’Occidente, come è noto, pre­fe­ri­sce in pre­va­lenza non vedere le con­di­zioni di povertà, insta­bi­lità, ten­sioni e guerra in cui vivono tan­tis­simi abi­tanti del pia­neta, e men­tre, pre­scin­dendo dai fasci­smi che rico­min­ciano a rispun­tare in Europa come con­se­guenza della crisi e del risen­ti­mento che suscita, siamo tutti a parole favo­re­voli all’uguaglianza e all’apertura, con­ti­nuiamo a costruire for­tezze per pro­teg­gerci dalle minacce locali (che spesso assu­mono le sem­bianze di uno stra­niero) e rin­sal­diamo i con­fini dei nostri paesi per impe­dire che «gli altri» vi entrino, o che ne entrino troppi. In realtà, per un verso, men­tre si pro­clama la fine del cosmo­po­li­ti­smo, che si occupa di norme, noi con­fi­diamo nella cosmo­po­li­tiz­za­zione, cioè l’interdipendenza non solo eco­no­mica e poli­tica, ma anche etica tra sin­goli, gruppi e nazioni, che si occupa di fatti e che si svi­luppa dal basso e dall’interno, in ciò che avviene quo­ti­dia­na­mente, e che spesso resta inav­ver­tita. Per esem­pio, le donne che dal Sud del mondo arri­vano in Occi­dente, pren­dono atto di una tan­gi­bile pos­si­bi­lità di vivere il rap­porto con l’uomo su un altro piano, molto meno avvi­lente per loro.

Pare però che l’Occidente, anche nelle rela­zioni amo­rose, si stia avvi­tando su se stesso in una dimen­sione indi­vi­dua­li­stica che pre­scinde dalle «per­sone», dove il verbo «per-sonare» implica il «sonare attra­verso» altre per­sone, inten­dendo la libertà come un qual­cosa che si rea­lizza insieme agli altri, come scrive Magatti nel suo ultimo libro «Gene­ra­tivi di tutto il mondo, uni­tevi». Jac­ques Attali nel 2007 ha pub­bli­cato « Amours», in cui esal­tava l’amore mul­ti­plo, la poliu­nione, la poli­fe­deltà e imma­gi­nava un futuro di rela­zioni aperte in cui la bises­sua­lità sarebbe la norma, un netlo­ving in cui «per­sonne n’appartiendra à per­sonne». Ma il «nostro» mondo è solo un ottavo del mondo intero, e altrove il desi­de­rio di una fami­glia sta­bile, di un luogo dove sen­tirsi dav­vero «a casa» è par­ti­co­lar­mente sentito…

Ogni movi­mento implica una bidi­re­zio­na­lità, e certo le tra­sfor­ma­zioni avven­gono attra­verso un reci­proco con­di­zio­na­mento. Il rispetto e l’onore, che gover­nano le tran­sa­zioni e gli equi­li­bri di tanta parte del Sud del mondo, sono stati smar­riti nella sfre­na­tezza indi­vi­dua­li­stica della nostra civiltà, ma gra­zie alle nuove rap­pre­sen­ta­zioni che emer­ge­ranno potremo forse tor­nare a con­si­de­rarli valori fondanti.

Sono nume­ro­sis­simi gli esempi let­te­rari che pun­teg­giano la sua ricerca socio­lo­gica, etno­gra­fica e antro­po­lo­gica. Si impara molto dal romanzo di Moh­sin Hamid «Il fon­da­men­ta­li­sta rilut­tante», non solo rispetto allo scon­tro di civiltà e all’«inversione bio­gra­fica» di cui lei parla nel libro, ma anche rispetto alla rela­zione del pro­ta­go­ni­sta con la ricca e fra­gile ragazza ame­ri­cana di cui si inna­mora. Zyg­munt Bau­man sostiene nella sua ultima opera «La scienza della libertà» che la let­te­ra­tura è una sorella della socio­lo­gia. Può essere pre­ziosa per­ché le per­mette di cogliere que­gli ele­menti dell’esperienza sog­get­tiva che sono costi­tu­tivi del nostro essere nel mondo e che fini­reb­bero altri­menti nel dimen­ti­ca­toio qua­lora ci si limi­tasse ad ana­lisi quan­ti­ta­tive pun­tuali quanto aride. È d’accordo con lui?

Cer­ta­mente. Infatti, fin dal primo capi­tolo, pun­tello il mio stu­dio men­zio­nando tre romanzi che sono diven­tati dei best-seller e che ren­dono più vivido il mio discorso. Il primo, di Marina Lew­ycka, che riprendo poi nel quinto capi­tolo per par­lare delle migranti che cer­cano marito in paesi più for­tu­nati, rende con evi­denza sen­si­bile «l’altra fac­cia della luna» dell’emigrazione fem­mi­nile, voli­tiva e rapace, attra­verso la sto­ria di una bel­lis­sima donna ucraina di 36 anni che sposa un inglese ottan­ta­quat­trenne e ricor­rendo alle sue affi­late armi di sedu­zione lo spreme come un limone fin­ché il suo patri­mo­nio si esau­ri­sce e con esso fini­sce anche il matri­mo­nio.

Il secondo, di Betty Mah­moody, è la sto­ria auto­bio­gra­fica di una donna del nor­da­me­rica che sposa un ira­niano e si lascia con­vin­cere da lui a seguirlo nel suo paese d’origine con la figlia per ritro­var­visi seque­strata, defrau­data di qua­lun­que libertà d’espressione, fin­ché dopo un anno e mezzo non rie­sce a fug­gire e a ridare così a sé e alla figlia la libertà. È molto impor­tante cogliere il punto di vista, le per­ce­zioni e le emo­zioni di chi vive una situa­zione e senza nar­rarne la sto­ria tutto que­sto ovvia­mente non è pos­si­bile.
Nel terzo romanzo men­zio­nato pre­do­mina l’umorismo che sca­tu­ri­sce dal confronto-scontro fra la gio­iosa ten­denza all’improvvisazione degli ita­liani e il rigore tal­volta un po’ cupo dei tede­schi. Penso che anche il cinema rive­sta un ruolo impor­tante nel ren­dere «carne e san­gue» le tra­sfor­ma­zioni in atto. Parlo anche del libro tra­spo­sto nel film Lost in Trans­la­tion dove per la pro­ta­go­ni­sta si alter­nano, alla domanda «spo­sarsi, sì o no?», la rispo­sta polacca, di ripulsa, e quella ame­ri­cana, di accet­ta­zione.
In que­sta meta­mor­fosi che stiamo vivendo, le nostre ambi­va­lenze si accre­sce­ranno, ma alla fine spe­riamo pre­val­gano rispo­ste che ren­dano migliori le nostre vite comuni.

Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2104.

Chissà come saranno fischiate le orecchie ai vari Bersani, D’Alema, Civati, Fassina, Chiti, Bindi, Cuperlo, Cofferati e ai tanti altri che nel Pd non intendono piegarsi all’editto di Matteo Renzi sull’abolizione dell’articolo 18. E chissà come si comporterà adesso la minoranza formata dai 110 deputati e senatori democratici decisa a dare battaglia nelle aule parlamentari sul Jobs Act, ma anche sulla legge di Stabilità, quando ieri sera si è vista arrivare tra capo e collo il super editto di Giorgio Napolitano. Perché se il Colle intima lo stop ai “corporativismi e conservatorismi” che impediscono l’avvio di “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione” c’è poco da fare. O si piega la testa e ci si ritira in buon ordine o si prosegue la battaglia in un clima di caccia alle streghe.

Perché nella lunga storia repubblicana mai era accaduto che il confronto democratico nella stessa maggioranza e nello stesso partito subisse una pressione così prepotente e su materie sensibili come i diritti e il lavoro a opera del suo stesso e premier in combutta con il Quirinale. Appena la sinistra pd e la Cgil hanno provato a dire che sui licenziamenti senza garanzie non erano d’accordo, cosa del tutto naturale, è partita la katiuscia. Con tanto di videomessaggio alla nazione, Renzi si è scagliato contro la «vecchia guardia che vuole lo scontro ideologico», mentre con metodi da prefetto di disciplina la Serracchiani ha ricordato ai reietti «di essere stati eletti con e grazie al Pd» quando peraltro segretario non era Renzi, ma Bersani. Poiché non era bastato a fermare la fronda, ecco che scende in campo il capo dello Stato, che da tempo ha smesso i panni del super partes per schierarsi con il patto del Nazareno. Gli è andata bene quando ha spinto per la riduzione del Senato a ente inutile. Meno quando ha preteso l’elezione dell’indagato Bruno e di Violante alla Consulta. Adesso entra a gamba tesa nel dibattito interno del Pd e sulle decisioni del Parlamento. Metodi non da democrazia costituzionale, ma da libero Stato di bananas.

«La pro­po­sta di ini­zia­tiva legi­sla­tiva popo­lare rap­pre­senta dun­que l’indicazione di una nuova rotta. Un per­corso arti­co­lato che potrà essere imboc­cato solo se si saprà costruire un con­senso dif­fuso, uni­ca­mente se verrà accom­pa­gnato da un’ampia, con­vinta e attiva par­te­ci­pa­zione. Nulla garan­ti­sce infatti il suc­cesso».

Il Manifesto, 23 settembre 2014 (m.p.r.)

Ora vediamo chi vuole cam­biare dav­vero. L’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare che vuole assi­cu­rare il rispetto dei diritti fon­da­men­tali anche nelle fasi di crisi eco­no­mica rap­pre­senta una pro­po­sta di vera rot­tura con il pas­sato. Non si limita a cri­ti­care l’introduzione del prin­ci­pio del pareg­gio di bilan­cio nella nostra Costi­tu­zione, si spinge a indi­care una strada alter­na­tiva. La riforma costi­tu­zio­nale appro­vata nel 2012 quasi all’unanimità dal nostro par­la­mento è pre­sto assurta a sim­bolo dell’incapacità della poli­tica di gover­nare i pro­cessi eco­no­mici e finanziari.

S’è trat­tato di una rispo­sta pura­mente ideo­lo­gica (il neo­li­be­ri­smo come unica razio­na­lità pos­si­bile) ad una crisi di sistema che ha con­ti­nuato ad avvi­tarsi su se stessa. Ora, con la pro­po­sta di modi­fica di tre arti­coli della Costi­tu­zione, si vuole cam­biare radi­cal­mente il punto di vista per ten­tare di uscire dalla reces­sione, che non è solo eco­no­mica, ma è soprat­tutto cul­tu­rale. Non è una pro­spet­tiva vel­lei­ta­ria quella che si pro­spetta. Si radica, invece, nel solco del costi­tu­zio­na­li­smo moderno, risco­pren­done le vir­tua­lità eman­ci­pa­to­rie. È alla sto­ria poli­tica e sociale che biso­gna rico­min­ciare a guar­dare, da tempo offu­scata dall’autoreferenzialità della poli­tica inca­pace di con­tra­stare la logica distrut­tiva del mer­cato spe­cu­la­tivo. Occorre tor­nare ai diritti.

Persi nei fumi dell’ideologia, tra­sci­nati dal vento impe­tuoso del tempo, troppo a lungo abbiamo scor­dato che alla base del vivere civile, a fon­da­mento del patto sociale, si pone il rispetto dei diritti fon­da­men­tali, non l’equilibrio finan­zia­rio. Se c’è una lezione da trarre dalla sto­ria poli­tica del costi­tu­zio­na­li­smo moderno è che la garan­zia dei diritti deve essere assi­cu­rata, altri­menti la società civile «non ha una costi­tu­zione» (così espli­ci­ta­mente nella dichia­ra­zione del 1789), e si torna allo stato di natura dove pre­vale la legge del più forte (eco­no­mi­ca­mente, oltre che mili­tar­mente). Solo l’hobbesiana pro­tec­tio può legit­ti­mare la richie­sta di oboe­dien­tia, solo il rispetto dei diritti può giu­sti­fi­care i doveri sociali. Nelle costi­tu­zioni del secondo dopo­guerra que­sto dato fon­da­tivo delle società moderne ha por­tato ad affer­mare il prin­ci­pio di «indi­spo­ni­bi­lità» dei diritti fon­da­men­tali ed il pri­mato della per­sona. Prio­rità da far valere anche sull’economia, soprat­tutto sull’economia, la quale non può essere rap­pre­sen­tata come espres­sione di un «ordine natu­rale», ma è anch’essa frutto di un «ordine giu­ri­dico». Dun­que, mani­fe­sta­zione di scelte di poli­tica eco­no­mica che con­for­mano un par­ti­co­lare assetto d’interessi, a disca­pito di altri. Opzioni — que­sto è il punto — che non sono com­ple­ta­mente libere.

E’ il nostro sistema costi­tu­zio­nale ad avere indi­vi­duando i prin­ci­pali limiti pro­prio nella «libertà, sicu­rezza e dignità umana», nell’esigenza di assi­cu­rare una «esi­stenza libera e digni­tosa», nei «doveri inde­ro­ga­bili di soli­da­rietà poli­tica, eco­no­mica e sociale». In que­sto senso può cer­ta­mente affer­marsi che in uno stato costi­tu­zio­nale «sull’economia pre­val­gono i diritti». Ed è entro que­sto con­te­sto costi­tu­zio­nale che si alter­nano i diversi cicli eco­no­mici, quelli più favo­re­voli e quelli meno.

È evi­dente, infatti, che l’espansione dei diritti richiede ingenti risorse eco­no­mi­che, per­tanto da tempo si rico­no­sce che i «diritti che costano» (pra­ti­ca­mente tutti i diritti hanno un costo) sono finan­zia­ria­mente con­di­zio­nati. Ciò non toglie però che anche in una fase di crisi eco­no­mica — soprat­tutto in fasi in cui le risorse sono limi­tate — diventa vitale assi­cu­rare una tutela pri­vi­le­giata ai diritti fon­da­men­tali, i quali devono pre­va­lere sulle garan­zie pre­state ad ogni altro inte­resse. Ed è que­sto il senso pro­fondo che si pone a fon­da­mento dell’iniziativa popo­lare. Essa rap­pre­senta una rot­tura di con­ti­nuità con il più recente pas­sato che ha invece inver­tito le prio­rità tra diritti e eco­no­mia, ponendo i primi al ser­vi­zio della seconda. Nel 2012 que­sta pre­tesa ha assunto le vesti della revi­sione costi­tu­zio­nale con l’inserimento di un prin­ci­pio «sov­ver­sivo» (in senso stret­ta­mente eti­mo­lo­gico) del sistema di garan­zia dei diritti costi­tu­zio­nal­mente defi­niti. Un prin­ci­pio che si è dimo­strato fal­li­men­tare per le stesse ragioni dello svi­luppo eco­no­mico, oltre che per la garan­zia dei diritti.

Non si tratta ora sem­pli­ce­mente di tor­nare indie­tro, bensì di svi­lup­pare nel segno del cam­bia­mento i diversi prin­cipi del costi­tu­zio­na­li­smo moderno. Ciò che si pro­pone è un altro approc­cio alla revi­sione costi­tu­zio­nale; diverso rispetto da quello sin qui pra­ti­cato da un ceto poli­tico intento a sman­tel­lare pro­gres­si­va­mente le con­qui­ste di civiltà che la lotta per i diritti ha sto­ri­ca­mente affer­mato e la nostra Costi­tu­zione ha giu­ri­di­ca­mente impo­sto. Con que­sta ini­zia­tiva si vuol dimo­strare che dalla Costi­tu­zione (dai suoi prin­cipi fon­da­men­tali) si può ripar­tire per tra­sfor­mare la società e la poli­tica ita­liana; che essa non è un osta­colo bensì il fat­tore di cam­bia­mento più vitale.

Non ser­vono molte parole per affer­mare un prin­ci­pio di cam­bia­mento radi­cale. Anche in que­sto può pla­sti­ca­mente rin­ve­nirsi una diver­sità di stile — che è anche di sostanza — con il revi­sio­ni­smo costi­tu­zio­nale che è alle nostre spalle. Si guardi a tutte le «grandi riforme» che, dalla Com­mis­sione bica­me­rale del 1993 ad oggi, hanno cer­cato di met­tere le mani sulla Costi­tu­zione: un pro­flu­vio di parole senza la soli­dità di un prin­ci­pio. Si esa­mini l’attuale pro­po­sta in discus­sione di modi­fica pre­sen­tata dall’attuale governo rela­tiva al senato e al Titolo V: un insieme di dispo­si­zioni informi, spesso tra loro in con­trad­di­zione. Si leg­gano i nuovi arti­coli scritti dai neo-revisori costi­tu­zio­nali (dal ridon­dante art. 111 all’ingestibile art. 117): lun­ghi elen­chi di incerto valore e dif­fi­cile appli­ca­zione. E, infine, si con­fronti nel merito la for­mu­la­zione ragio­nie­ri­stica e con­ta­bile del prin­ci­pio di «pareg­gio di bilan­cio» con quella pro­po­sta dall’iniziativa popo­lare: l’innovazione si sostan­zia nell’eliminazione di tutte le con­tro­verse regole di equi­li­brio finan­zia­rio, sosti­tuite dal lim­pido prin­ci­pio costi­tu­zio­nale del rispetto dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone che deve con­for­mare la legge di attua­zione alla quale si rin­via per la defi­ni­zione dei vin­coli eco­no­mici (com­presi quelli di bilan­cio). Rea­li­sti­ca­mente non si esclude dun­que che quest’ultimi deb­bano ope­rare, si afferma «sem­pli­ce­mente» che que­sti devono ope­rare nel rispetto del prin­ci­pio di tutela dei diritti.

Un ritorno non solo al diritto, ma anche alla lun­gi­mi­ranza dei prin­cipi, che val­gono per il lungo periodo e non pos­sono venir schiac­ciati sulla con­tin­genza (eco­no­mica, poli­tica o cul­tu­rale). È sem­pre stata que­sta la forza delle costi­tu­zioni che aspi­rano «all’eternità», che non si limi­tano a legit­ti­mare la poli­tica, ma – con ben altra ambi­zione – pre­ten­dono di defi­nire il qua­dro e i limiti entro cui si dovrà poi svi­lup­pare la dina­mica poli­tica e il con­flitto sociale («l’essenza e il valore della democrazia»).

È del tutto evi­dente – almeno per chi prende sul serio i diritti – che le costi­tu­zioni neces­si­tano di essere attuate. Non basta cioè l’affermazione del prin­ci­pio (di pre­va­lenza dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone, nel nostro caso) per­ché esso possa rite­nersi rea­liz­zato. La lunga lotta per l’attuazione costi­tu­zio­nale – che può assu­mere forme diverse e non tutte pre­ven­ti­va­mente deter­mi­na­bili – rap­pre­senta il cuore di quel che potremmo chia­mare il diritto costi­tu­zio­nale vivente. Non è pos­si­bile qui ricor­dare le mol­te­plici forme che ha assunto la con­ti­nua ten­sione tra costi­tu­zione e sua rea­liz­za­zione. Ciò che deve però almeno essere chia­rito è che anche la lotta per la rea­liz­za­zione dei prin­cipi è assog­get­tata al diritto. Tant’è che sarà un giu­dice (la Corte costi­tu­zio­nale) e non la poli­tica (il governo ovvero il par­la­mento) ad avere l’ultima parola.

Non tutto, dun­que, potrà venire risolto nep­pure con l’auspicata appro­va­zione di una legge costi­tu­zio­nale come quella pro­po­sta. Imme­dia­ta­mente dopo si dovrà pen­sare a come dare attua­zione al prin­ci­pio costi­tu­zio­nale nella legge gene­rale di con­ta­bi­lità e finanza pub­blica, cui si rin­via per la defi­ni­zione nor­ma­tiva dei vin­coli di bilan­cio; si ren­derà neces­sa­rio vigi­lare sulle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni che dovranno garan­tire la soste­ni­bi­lità del debito «nel rispetto dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone»; si dovrà pre­ten­dere l’attribuzione di risorse pub­bli­che per gli enti ter­ri­to­riali, i quali dovranno assi­cu­rare la tutela dei diritti sociali e civili «comun­que suf­fi­cienti a garan­tire in cia­scuna parte del ter­ri­to­rio nazio­nale i livelli essen­ziali delle pre­sta­zioni». La riforma costi­tu­zio­nale non potrà di per sé far venir meno la nor­ma­tiva euro­pea di rigore finan­zia­rio e gli obbli­ghi che il nostro paese con­ti­nua a sot­to­scri­vere. Anche guar­dando all’Europa dun­que sarà neces­sa­rio ope­rare con stru­menti giu­ri­dici ade­guati che favo­ri­scano la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini e il supe­ra­mento delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste dei governi (una Ini­zia­tiva dei Cit­ta­dini Euro­pei – ICE – potrebbe essere seria­mente presa in considerazione).

La pro­po­sta di ini­zia­tiva legi­sla­tiva popo­lare rap­pre­senta dun­que l’indicazione di una nuova rotta. Un per­corso arti­co­lato che potrà essere imboc­cato solo se si saprà costruire un con­senso dif­fuso, uni­ca­mente se verrà accom­pa­gnato da un’ampia, con­vinta e attiva par­te­ci­pa­zione. Nulla garan­ti­sce infatti il suc­cesso. La rac­colta delle firme neces­sa­rie per incar­di­nare la discus­sione presso le camere, l’incerto seguito par­la­men­tare, le inat­tuali mag­gio­ranze richie­ste per l’approvazione della legge costi­tu­zio­nale sono tutti osta­coli che si frap­pon­gono alla volontà di un cam­bia­mento radi­cale dello stato di cose pre­senti. È però anche una grande occa­sione per risol­le­vare il capo e ten­tare d’uscire dai sot­to­suoli ove le forze disperse della sini­stra si sono rin­ta­nate. Un’oppor<CW-11>tunità per ripren­dere il filo di un discorso inter­rotto. Certo, può sem­pre dirsi che «avremo biso­gno di ben altro», di una stra­te­gia com­ples­siva, di sog­getti sociali con­so­li­dati, di orga­niz­za­zioni ade­guate, di lea­der rap­pre­sen­ta­tivi e auto­re­voli, di una società civile con­sa­pe­vole, di una cul­tura alter­na­tiva ege­mone, di una soli­da­rietà e un rico­no­sci­mento col­let­tivo. È vero, avremmo biso­gno di tutto que­sto. E in assenza di tali pre­sup­po­sti tutto è più com­pli­cato. Ma anche per que­sto è urgente ricor­dare che la garan­zia dei diritti fon­da­men­tali delle per­sone e la fis­sa­zione di limiti ai poteri dell’economia e della finanza rap­pre­sen­tano valori indi­spo­ni­bili entro uno stato di demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. È neces­sa­rio ini­ziare a costruire un’altra idea di società civile, in cui il mer­cato si ponga al ser­vi­zio dei diritti. La pro­po­sta di legge costi­tu­zio­nale di ini­zia­tiva popo­lare è solo un primo movi­mento di una ancora ine­splo­rata stra­te­gia com­ples­siva; un pic­colo passo che però può aprire ad un radi­cale cam­bia­mento di rotta. Credo ci si possa pro­vare.
A chi esita, a chi ci chiede se in que­ste con­di­zioni dif­fi­cili valga la pena ancora impe­gnarsi, non pos­siamo che ripe­tere: «Que­sto tu chiedi. Non aspet­tarti nes­suna rispo­sta oltre la tua».

Perunaltracitta.org, 23 settembre 2014

Si chiama TTIP, cioè Transatlantic Trade and Investment Partnership (Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti) ed è l’ennesima minaccia alla democrazia che vorrebbero venderci come una delle soluzioni più efficaci per uscire dalla crisi permettendo alle imprese europee di fare più affari negli Stati Uniti. Perché ci dobbiamo preoccupare? Perché il trattato, in realtà, vuole creare una sorta di spazio comune di mercato tra noi e gli Usa, bypassando il più possibile non tanto dazi e quote – mediamente già bassi tra loro e noi, ma tutte quelle regole che tra le due sponde dell’Oceano abbiamo liberamente posto ai nostri consumi, alle nostre produzioni, al nostro vivere quotidiano. Sotto attacco sono infatti non soltanto servizi pubblici e beni comuni, a rischio di privatizzazioni e svendite selvagge, tutti quegli standard come la sicurezza dei cibi, dell’ambiente, dei luoghi di lavoro, della chimica, gli stessi contratti di lavoro, rispetto ai quali tra Europa e Stati Uniti non abbiamo soltanto legislazioni, ma idee e pratiche molto diverse.

Il trattato, innanzitutto, viene negoziato in segreto tra la Commissione europea e il ministero del Commercio Usa: non c’è accesso alle bozze dei testi dell’accordo – nemmeno per i membri del Parlamento europeo o dei Parlamenti nazionali – quindi la maggior parte delle cose che sappiamo arrivano da documenti che non avremmo mai dovuto avere. Con la scusa di migliorare il commercio tra le due sponde dell’Atlantico, insomma, i regolamenti disegnati per difendere l’ambiente, i diritti dei lavoratori, i servizi pubblici e gli standard pensati per proteggere i consumatori, saranno ridotti nel minor tempo possibile al minimo comune denominatore. Questo si tradurrà, ad esempio, in una riduzione della regolazione sugli investimenti negli Stati Uniti e in standard più bassi di sicurezza alimentare o per l’utilizzo dei prodotti chimici in Europa. Le corporation avranno il diritto di chiamare in giudizio gli Stati che introducessero leggi o regolamenti che potessero danneggiare i loro profitti. Questo accadrebbe attraverso meccanismi di arbitrato internazionale che bypasserebbero completamente la giustizia ordinaria. Questa forma di giustizia privata metterebbe a rischio l’intera giurisprudenza.

Movimenti, comitati, realtà della società civile e attivisti di tutta Europa si stanno opponendo a questi accordi da più di un anno:
Raccogliendo, producendo e condividendo informazioni attraverso siti web, piattaforme, media alternativi, incontri grandi e piccoli
Organizzando campagne e proteste a livello locale e nazionale
Organizzando petizioni e partecipando alle consultazioni pubbliche
Contattando e coinvolgendo i membri dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo
Mettendo sotto pressione i Governi europei perché respingano questi accordi

Società civile, sindacati, contadini, movimenti e attivisti di tutta Europa hanno lanciato una Giornata d’Azione decentrata per l’11 Ottobre 2014, con l’obiettivo di promuovere quante più azioni possibili e rendere visibile questo tema alla maggior parte dell’opinione pubblica italiana per bloccare i negoziati di liberalizzazione commerciale in corso. Come Campagna STOP TTIP Italia cui aderiscono oltre 60 organizzazioni, gruppi, sindacati, associazioni e partiti, chiediamo a tutti i cittadini italiani di organizzarsi e di lavorare di creatività: incontri, volantinaggi, azioni simboliche, campagne social, tweet storming, mozioni di sfiducia presso Comuni e regioni, lettere di pressione per i parlamentari ed europarlamentari eletti nel proprio territorio: vale tutto, per sventare l’ennesimo pericolo di svendita dei nostri diritti, del nostro domani.

>>> Scarica qui i primi appuntamenti e i primi materiali - See more at:

Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita».

Comune-info.net, 22 settembre 2014

La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (Isisi), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele–Palestina.

Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse: A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada» (Ap.6,4). E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la Nato che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.

Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles (4-5 settembre 2014), la Nato ha deciso di costruire cinque basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi pronti a battersi contro l’Isis, offrendo per di più armi ai curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice Nato, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più nella Difesa, destinandovi come minimo il 2 per cento del Pil. Attualmente l’Italia destina l’1,2 per cento del proprio bilancio alla Difesa.

Accettando le decisioni del vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2 per cento del Pil. Questo significa 100 milioni di euro al giorno! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati Sipri, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari, una somma equivalente a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli Usa e Nato). Siamo prigionieri del “complesso militare-industriale” Usa e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”, come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq, dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli Usa di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente, che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.

Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano. Questo popolo non può aver dimenticato l’articolo 11 della Costituzione: L’Italia il ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non è possibile che gli italiani tollerino che il governo Renzi spenda tutti questi soldi in armi, mentre lo stesso non li trova per la scuola, per la sanità, per il terzo settore. Tantomeno capisco il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane, eredi del Vangelo della nonviolenza attiva.

E’ ora che insieme, credenti e non, ci mobilitiamo, utilizzando tutti i metodi nonviolenti, per affrontare la “Bestia “(Ap.13,1)”. Ritorniamo in piazza e per strada, con volantinaggi e con digiuni e, per i credenti, con momenti di preghiera. Chiediamo al governo sia di bloccare le spese militari che di “tagliare le ali” agli F-35, che ci costeranno 15 miliardi di euro.

E come abbiamo fatto in quella splendida “Arena di Pace” del 25 aprile scorso, ritroviamoci unitariamente (come abbiamo fatto a Firenze il 21 settembre) e poi alla Perugia-Assisi. Tutto il grande movimento della pace in Italia si è riunito a Firenze. Il tema è stato: ”Facciamo insieme un passo di pace”. Un occasione per lanciare la campagna promossa dall’Arena di Pace: Legge di iniziativa popolare per la creazione di un Dipartimento di Difesa Non armata e Non violenta.

Il secondo grande appuntamento sarà la Perugia-Assisi, il 19 ottobre, con una presenza massiccia di tutte le realtà che operano per la pace. Noi non attendiamo più nulla dall’alto. La speranza nasce dal basso, da questo metterci insieme per trasformare Sistemi di morte in Sistemi di vita. Ce la dobbiamo fare,

Noi siamo prigionieri di un Sogno così ben espresso dal profeta Michea: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». (Michea, 4,3)

«L’introduzione di un titolo concessorio unico comprensivo delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» abolisce la consultazione pubblica preventiva sulle grandi opere.

La Nuova Sardegna, 22 settembre 2014

Sassari. L’allarme per la tutela dell’ambiente è preciso, circostanziato: «Il decreto Sblocca Italia crea nuovi incubi naturalistici e sociali per le coste dell’isola». Perché, secondo il Gruppo d’intervento giuridico - Amici della terra, «fa nascere un pasticcio che produce violazioni costituzionali».

«Con la tecnica di mettere tutto nello stesso calderone, in modo da rendere le disposizioni quasi illeggibili, sono state consentite aperture e deroghe contrarie alle norme generali del diritto», sostiene il portavoce dell’associazione, Stefano Deliperi. E tutto ciò, aggiunge l’ecologista, specialista in questi aspetti giuridici, si ripercuote a cascata su una serie sterminata di settori. Si va dall’energia alle procedure per la valutazione ambientale dei singoli progetti. Dai criteri per la gestione del demanio sino a possibili strade privilegiate per la predisposizione di varianti urbanistiche automatiche. Le riserve. Dubbi e perplessità sul testo centro delle polemiche erano state espresse dagli ambientalisti nelle scorse settimane.

Adesso Grig ha deciso di denunciare pubblicamente quel che sta succedendo, con particolare attenzione come sempre ai riflessi negativi per l’isola. «Come già osservato a prima vista e in successivi approfondimenti, da questo provvedimento scaturisce qualche luce, per esempio sui provvedimenti sostitutivi in tema di fondi comunitari o per il risanamento idrogeologico, ma a risaltare sono soprattutto le ombre – sottolinea con determinazione Deliperi – In particolare per quanto concerne le terre e rocce da scavo e il settore energetico. Dalle ricerche e dalle estrazioni petrolifere e metanifere alle infrastrutture d’importazione, trasformazione e stoccaggio dei gas».

I dettagli. A questo proposito l’esponente ambientalista cita un passaggio del decreto. «. Si aumentano i rischi per l’ambiente. Vengono messi a repentaglio e i contesti economico-sociali locali. E questo per non parlare delle norme di gestione del territorio e di tutela del paesaggio». Per il Bel Paese si addensano veri incubi, osserva Deliperi. «Più che di “Sblocca Italia”, di fronte a quest’allarme mi sembra piuttosto il caso di gridare: “Svegliati, Italia!”». afferma il dirigente ecologista.

I dubbi fortissimi di costituzionalità, per gli ambientalisti, derivano dal fatto che nel decreto non si è tenuto conto delle prerogative per la difesa del paesaggio che possono vantare sia Regioni a Statuto speciale come la Sardegna sia il ministero dei Beni culturali. Una situazione che d’ora innanzi la giunta Pigliaru e il Mibac dovranno monitorare con attenzione, visti i precedenti che negli anni si sono accumulati in Sardegna negli attentati al territorio.

Reticenze e omertà. Se non ci fosse stata in queste ore la pubblica denuncia degli ecologisti, con ogni probabilità l’intero pacchetti di provvedimenti avrebbe tardato a essere svelato e valutato a fondo. «Perché su tutta faccenda è stata fatta calare una coltre di silenzio - attacca ancora Stefano Deliperi – Il che non mi pare per niente secondario, visto che presumibilmente un testo del genere andrà a cozzare pure contro le norme generali del diritto comunitario. Specie per quel che concerne le operazioni di scavo e i lavori per realizzare tunnel e gallerie. Nelle quali viene autorizzato l’uso di additivi chimici per le frese delle macchine perforatrici».

Quadro desolante. Pericoli anche per i beni del Demanio: «Sarà sufficiente che i Comuni firmino “accordi di programma” col ministero competente perché ottengano varianti urbanistiche – denuncia in conclusione il leader di Grig – E da quel momento alla posa dei primi mattoni passerà ben poco tempo. Così come all’avvio di tutta un’altra serie di percorsi per rendere inoffensive le disposizioni complessive a tutela dell’ambiente».

Ecco perchè abbiamo scritto poco fa di un parere autorevole. Riprendiamo da un archivio un testo diUn uomo di un’Italia migliore, che è ancora tra noi e ancora insegna. Dall’archivio de

La Nuova Venezia, 29 gennaio 2009.

«Quando sono entrato in magistratura, nel 1959, il magistrato era un travet di lusso, dipendeva dal ministero e non osava alzare lo sguardo su politici, istituzioni e potere. Poi è arrivato il Csm, che ha reso liberi pm e giudici, proteggendoli dalle accuse dei potenti: con la caduta del Muro e la fine di Dc e Pci, ci siamo infilati a guardare ovunque ed è esplosa Manipulite. E’ vero, oggi la giustizia è bloccata, ma le riforme sul tavolo sono solo il cavallo di Troia per minare l’indipendenza del pm, non garantiscono giustizia più celere».
Il procuratore generale Ennio Fortuna, sabato 31 dicembre andrà in pensione, mezzo secolo dopo aver vestito per la prima volta la toga: da allora è stato pretore, pubblico ministero, procuratore circondariale a Venezia, membro del consiglio superiore della Magistratura eletto per Magistratura indipendente, procuratore della Repubblica a Bologna e, infine, pg presso la Corte d’appello veneta. Ne ha da ricordare, con la sua voce forte e il tono incalzante, il fluire carico di aneddoti del perfetto raccontastorie e l’entusiasmo di chi crede che «fare il magistrato sia il più bel lavoro del mondo».
Le inchieste. Da quella volta che si è trovato a indagare sull’allora collega, oggi senatore pd, Luciano Violante denunciato di falso per le perquisizioni a tappeto sul sospetto golpista Edgardo Sogno («Due persone degnissime, l’indagine finì in un nulla») a quando si rifiutò, nel 1968, di processare Pierpaolo Pasolini per il film «Teorema» e il Pg di allora lo sollevò dall’inchiesta («Ma poi il regista fu assolto!»). E gli anni Settanta, quelli del terrorismo, quando nel 1974 si ritrovò il garage di casa sventagliato da 21 colpi di mitra: «Negli Anni di piombo i magistrati italiani dimostrarono di non piegarsi, riuscendo a sconfiggere il terrorismo rispettando il codice e senza mai rinunciare al garantismo: i giudici di non molti Stati lo hanno fatto».
Furono anche i tempi dei primi crac dei promotori finanziari, con il caso dell’agente di cambio Marzollo che scosse la Venezia bene che gli aveva affidato milioni di risparmi. Ancora, i primi, veri furti d’arte, un decennio prima che Felice Maniero li usasse come merce di scambio: «Ritrovare arrotolati in un campo dell’isola di Poveglia tre capolavori del Gian Bellini rubati nella basilica di Santi Giovanni e Paolo è stata una soddisfazione enorme». E i delitti. «Il caso Pastres, con l’omicidio di un bimbo di appena 6 anni, a San Donà: fu terribile», racconta ancora Fortuna, «l’assassino lo bloccammo in Crazia: non avevamo prove certe contro di lui, ma durante l’interrogatorio crollò. Devo dire che negli interrogatori sono sempre stato piuttosto bravo: nei confronti psicologici riuscivo a trovare spesso la chiave giusta per la confessione, ma oggi sarebbe impossibile con la presenza dell’avvocato sin dal primo minuto».
Unabomber. Il cruccio finale: «Che dire? E’ stato più bravo di noi. Devo dire che le Procure di Venezia e Trieste hanno fatto il possibile, puntando tutto sull’indagine scientifica. Purtroppo abbiamo perso la partita dall’interno: eravamo convinti di avere la prova che Zornitta fosse colpevole e invece abbiamo scoperto che il lamierino trovato in un ordigno, era stato alterato. L’amarezza è forte».
Dalle Olivetti ai pc. «L’esperienza più esaltante è stata quella alla Procura circondariale», ricorda Fortuna, «abbiamo aperto un ufficio in un’ex scuola dove non c’era nulla: mi feci prestare le macchine da scrivere da Semenzato, che alla fine non le volle neppure indietro tanto erano vecchie. La fortuna fu che al ministero, incuranti del fatto che a Venezia c’è l’acqua, mi assegnarono 5 autisti d’auto: li misi tutti a lavorare al registro generale, anche se all’inizio scrivevamo i reati su alcuni quadernoni che comprai a Mestre, perché non avevamo neppure i libri del ministero. Sei mesi dopo, tutto funzionava perfettamente: fummo i primi ad informatizzare i fascicoli e ad introdurre l’udienza di comparizione». Il periodo nero fu quello successivo, alla Procura di Bologna: «La trovai distrutta, anche sul piano psicologico».
Giustizia malata? «Vado via molto amareggiato per non essere riuscito a dare risposta alle giuste richieste della cittadinanza per una giustizia celere e sollecita», conclude Fortuna, «ma i problemi sono altri da quelli che si vorrebbero risolvere con le riforme sul campo. Sono un appassionato nato difensore della magistratura libera e indipendente, che oggi vedo in pericolo. Gli avvocati dovrebbero capire che la separazione delle carriere tra pm e giudici - di per sé possibile - può essere un grimaldello verso l’assoggettamento del pubblico ministero a una nomina politica: un pm sotto il governo non alza lo sguardo. Senza l’indipendenza del pm viene meno la giustizia».
Il futuro. «Finché il cervello funziona, metterò la mia esperienza al servizio di enti, imprese, studi. La politica? Nel passato mi hanno chiesto di fare il sindaco e ho rifiutato: ora sono libero da ogni impedipento, se la proposta fosse seria, potrei accettare».


La nostra sfortuna è stata nella coincidenza storica tra due eventi: da un lato, cresceva la consapevolezza della catastrofe planetaria cui lo sviluppo del capitalismo ci stava conducendo; dall'altro, negli stessi l'ideologia e la prassi di quel devastante sviluppo divenivano dominanti. Il manifesto, 21 settembre 2014

Non siamo riu­sciti a dimi­nuire le emis­sioni per­ché alla fine le cose che dob­biamo fare sono in con­tra­sto con il «capi­ta­li­smo dere­go­la­men­tato», e cioè con l’ideologia che domina da quando ten­tiamo di tro­vare il modo per uscire da que­sta crisi. Non riu­sciamo a sbloc­care la situa­zione per­ché le azioni che offri­reb­bero mag­giori pos­si­bi­lità di evi­tare la cata­strofe (e che andreb­bero a bene­fi­cio di un’ampia mag­gio­ranza) rap­pre­sen­tano una grave minac­cia per una élite mino­ri­ta­ria che tiene com­ple­ta­mente sotto con­trollo la nostra eco­no­mia, i nostri pro­cessi di deci­sione poli­tica e la mag­gior parte dei mezzi di comunicazione.

Forse il pro­blema non sarebbe stato insor­mon­ta­bile se fosse emerso in un momento sto­rico diverso ma per grande sfor­tuna di tutti noi, la comu­nità scien­ti­fica è giunta a for­mu­lare la sua dia­gnosi deci­siva sulla minac­cia cli­ma­tica pro­prio nel momento in cui le élite assa­po­ra­vano un potere poli­tico, cul­tu­rale e intel­let­tuale senza para­goni se non con i primi anni Venti del ’900. Governi e scien­ziati, infatti, hanno comin­ciato a par­lare seria­mente di tagli dra­stici alle emis­sioni di gas serra nel 1988 — pro­prio l’anno in cui si pro­filò quella che si sarebbe chia­mata «glo­ba­liz­za­zione» e l’anno in cui fu fir­mato il Nafta, l’accordo sulla più grande intesa com­mer­ciale del mondo. All’inizio, tra il Canada e gli Stati Uniti, diven­tato poi, con l’inclusione del Mes­sico, l’accordo Nafta.

Quando gli sto­rici osser­ve­ranno in retro­spet­tiva i nego­ziati inter­na­zio­nali dell’ultimo quarto di secolo vedranno due pro­cessi cru­ciali spic­care sugli altri. Il primo sarà quello del nego­ziato mon­diale sul clima, che pro­cede avan­zando a stento, senza mai rag­giun­gere i pro­pri obiettivi. L’altro sarà il pro­cesso di glo­ba­liz­za­zione delle grandi imprese, che invece avanza spe­dito di vit­to­ria in vittoria (…).

I tre pila­stri su cui si fon­dano le poli­ti­che di que­sta nuova era li cono­sciamo bene: pri­va­tiz­za­zione della sfera pub­blica, dere­go­la­men­ta­zione di tutte le atti­vità di impresa e sgravi fiscali alle mul­ti­na­zio­nali, tutti pagati con tagli alla spesa statale.

Molto è stato scritto sui costi reali di que­ste poli­ti­che: l’instabilità dei mer­cati finan­ziari, gli eccessi dei super ric­chi, la dispe­ra­zione di poveri sem­pre più sfrut­tati, lo stato fal­li­men­tare di infra­strut­ture e ser­vizi pubblici. Pochis­simo, invece, è stato scritto sul modo in cui il fon­da­men­ta­li­smo del mer­cato, sin dai primi momenti, ha sabo­tato in maniera siste­ma­tica la nostra rispo­sta col­let­tiva al cam­bia­mento cli­ma­tico, una minac­cia che si è pro­fi­lata pro­prio quando quella ideo­lo­gia era al suo apice.

Il pro­blema cen­trale è che l’abbraccio mor­tale eser­ci­tato in que­sto periodo dalla logica di mer­cato sulla vita pub­blica fa appa­rire le rea­zioni più ovvie e dirette alle que­stioni cli­ma­ti­che come un’eresia poli­tica. Per fare un esem­pio: come si può inve­stire mas­sic­cia­mente in ser­vizi pub­blici e infra­strut­ture a emis­sioni zero in un momento in cui la sfera pub­blica viene siste­ma­ti­ca­mente sman­tel­lata e sven­duta? I governi come pos­sono rego­la­men­tare, tas­sare e pena­liz­zare pesan­te­mente le aziende di com­bu­sti­bili fos­sili in un momento in cui qual­siasi mano­vra del genere viene liqui­data come un resi­duo di comu­ni­smo auto­ri­ta­rio? E, infine, come si può dare soste­gno e tutele al set­tore delle ener­gie rin­no­va­bili per sosti­tuire i com­bu­sti­bili fos­sili quando «pro­te­zio­ni­smo» è diven­tata una parolaccia?

Se fosse stato diverso, il movi­mento per il clima avrebbe ten­tato di sfi­dare l’ideologia estrema che sta osta­co­lando tante azioni sen­sate, avrebbe unito le forze con altri set­tori per dimo­strare che il potere delle cor­po­ra­tion, lasciato senza freni, rap­pre­senta una grave minac­cia per l’abitabilità del pianeta.

Gran parte del movi­mento per il clima, invece, ha spre­cato decenni pre­ziosi nel ten­ta­tivo di inca­strare la chiave qua­drata della crisi cli­ma­tica nella toppa rotonda del «capi­ta­li­smo dere­go­la­men­tato», alla ricerca infi­nita di solu­zioni al pro­blema che fos­sero for­nite dal mer­cato stesso.

(Traduzione di Barbara Del Mercato)
«Sinistre. In piazza il 18 settembre con la Fiom. A novembre una manifestazione nazionale. Ma alle regionali, in Calabria e in Emilia Romagna, 'rispetto' per le condizioni peculiari. In attesa che la base di Sel decida se correre con l'Altra europa o con il centrosinistra».

Il manifesto, 21 settembre 2014
La cam­pa­gna d’autunno dell’Altra Europa per Tsi­pras pog­gia su un documento-manifesto da pre­pa­rare, discu­tere e appro­vare nei pros­simi 60–90 giorni, per avviare il pro­prio svi­luppo orga­niz­za­tivo. Anche in vista delle future ele­zioni nazio­nali, dove pre­sen­tarsi come forza alter­na­tiva al Pd di Mat­teo Renzi. Poi una mani­fe­sta­zione fis­sata per il 29 novem­bre e da orga­niz­zare sul tri­no­mio diritti-reddito-lavoro, in totale con­tra­sto con le poli­ti­che della Com­mis­sione Ue e di un governo ita­liano «che al di là degli slo­gan sta docil­mente seguendo le diret­tive di Bruxelles».

Infine un veloce pas­sag­gio sulle sca­denze elet­to­rali più vicine, regio­nali in pri­mis, con una sin­te­tica «presa d’atto» della pecu­liare realtà cala­brese e dell’attivismo dei comi­tati ter­ri­to­riali emiliano-romagnoli. Che sul punto, ricorda Cor­rado Oddi, «pre­sen­te­ranno can­di­dati che erano sulla lista dell’Altra Europa, con un pro­gramma che si richiama a quello con­ti­nen­tale». Lasciando al tempo stesso a Sel, alle prese con il refe­ren­dum fra gli iscritti per deci­dere o meno il soste­gno al can­di­dato vin­ci­tore delle pri­ma­rie Pd, l’elementare diritto alla con­sul­ta­zione della pro­pria base.

Dal comi­tato ope­ra­tivo dell’Altra Europa, una sorta di ese­cu­tivo prov­vi­so­rio che si ritrova a Firenze per sti­lare un pro­gramma di lavoro per i mesi a venire, escono più volti sod­di­sfatti di quanto ci si aspet­tasse, in una vigi­lia che era stata segnata dalle ten­sioni elet­to­ra­li­sti­che. Alla prova dei fatti invece la riu­nione viene giu­di­cata posi­ti­va­mente, sia dai rap­pre­sen­tanti delle forze poli­ti­che (Deiana e Cento di Sel, Fan­tozzi e Acerbo di Rifon­da­zione), che dagli altri pro­ta­go­ni­sti dell’Altra Europa, da Marco Revelli a Roberto Musac­chio e Mas­simo Torelli, fino agli espo­nenti dei tanti comi­tati locali per Tsi­pras che hanno lavo­rato pan­cia a terra nella scorsa pri­ma­vera, per sen­si­bi­liz­zare l’elettorato e far supe­rare alla lista il quo­rum del 4% con l’elezione di tre europarlamentari.

A que­sto punto, osserva Revelli intro­du­cendo la discus­sione, occorre però un nuovo documento-manifesto, che da un lato con­fermi il radi­ca­mento con l’esperienza euro­pea, e dall’altro avvii una fase di con­so­li­da­mento orga­niz­za­tivo. La stra­te­gia d’azione è quella di costi­tuire un’associazione che rac­colga ade­sioni indi­vi­duali, e che quindi non si trovi in con­trad­di­zione con l’appartenenza a que­sta o quella forza già orga­niz­zata. Va da sé peral­tro che, in pro­spet­tiva, le deci­sioni che saranno prese, in par­ti­co­lare sulle deli­cate que­stioni elet­to­rali, dovreb­bero com­por­tare una ces­sione di sovra­nità. Un pro­cesso aiu­tato dai tempi medio-lunghi che l’esecutivo di Renzi si è dato – i «mille giorni» — per l’attuale legi­sla­tura. E dalla pro­gres­siva con­sta­ta­zione da parte dell’elettorato, come osserva fra gli altri anche Paolo Cento, che «il cen­tro­si­ni­stra è morto».

A Revelli viene affi­dato il com­pito di ini­ziare l’elaborazione del documento-manifesto, e di coor­di­nare un lavoro di gruppo per la ste­sura defi­ni­tiva. Il comi­tato ope­ra­tivo decide inol­tre di soste­nere la cam­pa­gna per la revi­sione dell’articolo 81, e ade­ri­sce alla mobi­li­ta­zione Fiom, e alle altre ini­zia­tive di lotta dei comi­tati ter­ri­to­riali. «L’Altra Europa con Tsi­pras – dice il docu­mento con­clu­sivo — lavora per costruire l’opposizione sociale e poli­tica alle poli­ti­che di Renzi e della Com­mis­sione Euro­pea. Il pro­cesso pro­se­gue den­tro le lotte e le mobi­li­ta­zioni: l’Altra Europa ade­ri­sce alla mani­fe­sta­zione della Fiom del 18 otto­bre, e pro­pone per il 29 novem­bre una mani­fe­sta­zione nazio­nale a Roma con­tro Renzi e la Com­mis­sione Euro­pea di Junc­ker e Katai­nen. E’ fon­da­men­tale che, men­tre Renzi gioca a divi­dere e con­trap­porre i sog­getti sociali col­piti dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, l’Altra Europa pro­pone di unire i mille ‘No’ a quelle poli­ti­che: una mani­fe­sta­zione per dire no al Jobs Act e alla can­cel­la­zione di quel che è rima­sto dell’articolo 18, e al tempo stesso per riven­di­care l’introduzione di un red­dito minimo garantito»

Non è compito del ministro europeo all'occupazione e allo sviluppo «chiedere "riforme strutturali" che restringono drasticamente i diritti dei lavoratori e puntano a un depotenziamento del ruolo essenziale svolto dai sindacati, come avviene in Italia nello scontro, gravissimo, che il governo Renzi sta fomentando attorno all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Dal sito

L’altra Europa con Tsipras, 20 settembre 2014

La designazione di Jyrki Katainen come vicepresidente della Commissione e responsabile di occupazione, crescita, investimenti e competitività, e le sue prime dichiarazioni al Parlamento Europeo nei giorni successivi alla designazione, sono inquietanti. Compito del nuovo vicepresidente dovrebbe essere quello di mettersi immediatamente al lavoro per garantire investimenti europei necessari alla ripresa dell’economia europea e per il ritorno alla piena occupazione al fine di realizzare un obiettivo cruciale del Trattato, dopo sette anni di crisi durissima che le politiche di austerità hanno acutizzato al massimo. Nelle lettere di missione, il Presidente Juncker ha chiesto a Jyrki Katainen e agli altri commissari di agire entro i primi cento giorni della nuova Commissione.

A molti parlamentari è parsa che questa fosse la conclusione cui è giunto il nuovo Presidente Jean-Claude Juncker, quando non solo ha criticato il 15 luglio nell’aula di Strasburgo le politiche della trojka, ma ha anche annunciato il piano che porta ormai il suo nome: un piano di investimenti di 300 miliardi di euro per i prossimi tre anni.

In tutt’altra direzione vanno le dichiarazioni di Katainen. Invece di parlare del piano di investimenti, ha ripetuto le sue ricette sul rigore, facendo capire che prima ogni Stato dovrà mettere la propria casa in ordine, e solo dopo verranno – eventualmente - piani di investimento. Non è questa la sua missione, se è vero che egli dovrà occuparsi di lavoro, occupazione e investimenti. Né è suo compito chiedere «riforme strutturali» che restringono drasticamente i diritti dei lavoratori e puntano a un depotenziamento del ruolo essenziale svolto dai sindacati, come avviene in Italia nello scontro, gravissimo, che il governo Renzi sta fomentando attorno all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Il piano Juncker non è certo sufficiente, e non è per nulla chiaro come sarà finanziato: se si tratterà solo di aumentare un po’ i mezzi messi a disposizione dalla Banca Europea di Investimenti e di riorganizzare gli attuali Fondi europei. La vera soluzione sarebbe quella proposta dall’Iniziativa dei cittadini europei nel “New Deal 4-Europe”, con interventi della Bei e due tasse europee: sulle transazioni finanziarie e sull’emissione di CO2. E sarebbe un aumento delle risorse proprie dell’Unione, che il Consiglio europeo rigettò nella primavera 2013 (a quel tempo Juncker era membro del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo).

Ripetere che prima viene il rigore nazionale e che solo in un secondo momento si potrà discutere di cooperazione e di investimenti comuni fa parte di un’ideologia ordoliberista che ha evidenti tratti neo nazionalisti, contrari al progetto di un’Unione solidale e politicamente unita.

Così facendo egli viola i tre criteri fondamentali per essere membro dell’Unione europea: la conoscenza (degli obiettivi dell’Unione che nell’articolo 3,3 del Trattato prevedono l’economia sociale di mercato e la piena occupazione), l’indipendenza (dalle politiche di rigore che vogliono imporre alcuni Stati), e l’impegno europeo (per la solidarietà e per la cooperazione leale).

È il motivo per cui gli europarlamentari dovrebbero respingere la designazione di Jyrki Katainen, se vorranno essere credibili di fronte ai cittadini che rappresentano”.

Barbara Spinelli è vice-presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, membro supplente della Commissione per le Libertà civili, giustizia e affari interni

«Sono dovuti uscire allo sco­perto tutti i nostri that­che­riani di com­ple­mento per­ché le orga­niz­za­zioni del mondo del lavoro rea­gis­sero all’altezza della posta in gioco. Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, è diviso e sem­pre meno rap­pre­sen­ta­tivo. Ma qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo».

Il manifesto, 20 settembre 2014

Final­mente il sin­da­cato si sve­glia e trova le parole per dire la verità. Renzi «come la That­cher» è sbot­tata la lea­der della Cgil, Susanna Camusso. «Il con­tratto a tutele pro­gres­sive è una presa in giro» ribatte il lea­der della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini. Giu­dizi chiari, netti, sem­plici da capire, che com­pen­sano le troppe timi­dezze, le este­nuanti attese, le incom­pren­si­bili aper­ture di cre­dito offerte in que­sti mesi.

Sono dovuti uscire allo sco­perto tutti i nostri that­che­riani di com­ple­mento per­ché le orga­niz­za­zioni del mondo del lavoro rea­gis­sero all’altezza della posta in gioco. Dalla cam­pa­gna estiva di Alfano con­tro l’articolo 18, alla minac­cia del decreto legge sul Jobs act del pre­mier davanti al par­la­mento, con tutta la nomen­cla­tura ren­ziana a com­porre il coro della neces­sa­ria e urgente libe­ra­liz­za­zione del mer­cato del lavoro. Libe­ri­sti d’ogni spe­cie e pro­ve­nienza, tra­smi­grati dal Pd ber­sa­niano verso più ade­guate sponde cen­tri­ste, come il pro­fes­sor Ichino, o come i pasda­ran del catto-liberismo alla maniera dell’ex mini­stro del lavoro Sacconi.

Eppure era tutto abba­stanza evi­dente fin dall’inizio. Da quell’inno a Mar­chionne quando il futuro presidente-segretario era ancora sin­daco di Firenze, all’ideologia “Leo­polda” del merito e dell’elogio dell’imprenditore nasco­sto in cia­scuno di noi ai tempi delle pri­ma­rie, fino al buon­giorno Ita­lia con quel decreto Poletti che infi­lava il col­tello nella ferita del pre­ca­riato. Non era dif­fi­cile pre­ve­dere la dire­zione di mar­cia del governo. Tut­ta­via, nono­stante il mar­tel­lante ritor­nello con­tro i sin­da­cati, indi­vi­duati come la causa prin­ci­pale dell’umiliante con­di­zione delle classi lavo­ra­trici nel nostro paese, i ber­sa­gli pre­di­letti rea­gi­vano bor­bot­tando, come fos­sero ipno­tiz­zati dagli 80 euro che, oltre­tutto, già si pre­sen­ta­vano come una carta elet­to­rale che pre­sto avrebbe recla­mato la con­tro­par­tita del blocco dei con­tratti del pub­blico impiego.

La forte rea­zione sin­da­cale, con l’annuncio di mani­fe­sta­zioni e scio­peri nelle pros­sime set­ti­mane, ha pro­vo­cato l’immediata, ber­lu­sco­niana replica del pre­si­dente del con­si­glio. E’ entrato nei tele­gior­nali della sera con un irri­dente, ammic­cante video­mes­sag­gio (il Tg7 lo ha tra­smesso inte­gral­mente, come si faceva ai vec­chi tempi con le video­cas­sette). In mani­che di cami­cia si è sca­gliato con­tro la Cgil e com­pa­gni, a suo dire arte­fici dei salari di povertà, della pre­ca­rietà («dove era­vate voi quando si è pro­dotta l’ingiustizia tra chi un lavoro ce l’ha e chi no?»). Niente di nuovo, solo la con­ferma del rove­scia­mento della realtà. Come se per capire come siamo arri­vati a rispol­ve­rare con­di­zioni di lavoro otto­cen­te­sche biso­gnasse inter­pel­lare i sin­da­cati anzi­ché le poli­ti­che eco­no­mi­che dei governi che hanno basto­nato sti­pendi, pen­sioni, welfare.

Natu­ral­mente non sfug­gono respon­sa­bi­lità e limiti di chi avrebbe dovuto capire i colos­sali cam­bia­menti pro­dotti dalla ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­sta e met­tere in campo ade­guate con­trof­fen­sive. Il sin­da­cato vive una crisi sto­rica, è diviso e sem­pre meno rap­pre­sen­ta­tivo. Ma qua­lun­que nuova coa­li­zione sociale volesse opporsi a que­sta nuova destra, poli­tica e sociale, deve augu­rarsi che il sin­da­cato torni a bat­tere un colpo.

«Un articolo del decreto "Sblocca Italia" è dedicato alla Cassa depositi e prestiti. Adesso la Cassa potrà dar credito anche a privati impegnati nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, anche in funzione di promozione del turismo, ambiente e efficientamento energetico», cioè nei settori che il finanzcapitalismo tente a privatizzare.

Altreconomia.it, 17 settembre 2014 (m.p.r.)

Un capitolo speciale dello “Sblocca Italia”, l'articolo 10, è tutto dedicato a Cassa depositi e prestiti. Più il Paese reale va a fondo, più il “fondo sovrano” italiano ha bisogno -citiamo dall'intestazione dell'articolo- di un potenziamento della propria operatività, di allargare cioè il campo d'azione in cui spaziare, forte delle risorse messa a disposizione dal risparmio postale.

Nello specifico, lo “Sblocca Italia” interviene su un paio di commi dell'articolo 5 della legge 326 del 24 novembre 2003, ovvero quello che ha trasformato la Cassa depositi e prestiti in una società per azioni, aprendo le porte alla successiva privatizzazione di una parte del capitale e a una gestione totalmente “opaca” di CDP (in coda a quest'articolo, trovate l'articolato originario, ormai completamente stravolto).

Dei ventisette commi dell'articolo 5, sono due quelli toccati profondamente dalle disposizioni contenute nello Sblocca Italia, il 7 e l'11, in un intreccio di modifiche da ricostruire con attenzione, per provare a capire che cosa potrà fare, adesso, la Cassa. Citare ogni singolo comma rendere forse più difficile la lettura, ma è l'unico modo per “orientarci” ed orientare il lettore attraverso interventi di modifica che -volutamente- sono complessi e di non facile intelligibilità.

Intanto, la modifica della comma 7 lettera a) ci dice che Cassa depositi e prestiti, utilizzando “fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali” potrà finanziare non solo lo Stato, le Regioni e gli enti locali ma anche “soggetti privati per i compimenti di operazioni nei settori di interesse generale individuati ai sensi del successivo comma 11 lettera e)”.

Il comma 11 lettera e), dipende a sua volta dal comma 8, che è quello in cui si fa riferimento a partecipazioni, “partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale”, ma anche alla possibilità di “acquistare obbligazioni bancarie garantite emesse a fronte di portafogli di mutui garantiti da ipoteca su immobili residenziali”. Fa riferimento -inoltre- allo stesso comma 7 lettera a) dell'articolo, e specifica che il finanziamento -che è garantito dallo Stato, come pagatore di ultima istanza- può essere destinato a “ogni altra operazione di interesse pubblico prevista dallo Statuto sociale della CDP spa”, uno statuto che viene sovente modificato, con decisioni del consiglio d'amministrazione della Cassa, che non devono né possono essere ratificate da alcun organismo elettivo, per “allargare”, appunto, il raggio d'azione della stessa.

Utilizzando i fondi provenienti dall'emissione di titoli, o dall'assunzione di finanziamenti (ad esempio, quelli della Banca europea d'investimenti, come dimostra il caso Passante di Mestre, più volte trattato su Ae e nel libro “La posta in gioco”), invece, fino al 12 settembre CDP poteva finanziare “opere, impianti e reti” destinati alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche. Un margine troppo stretto, che è stato ampliato a dismisura intervenendo sulla lettera b) del comma 7 dell'articolo 5, che apre al finanziamento di “iniziative di pubblica utilità (lo stesso Sblocca Italia, come spiega Pietro Dommarco nella sua analisi per altreconomia.it, considera pubblica utilità ogni investimento in campo energetico, per quanto riguarda ricerca, prospezione e sfruttamento di giacimento di petrolio e gas, nonché infrastrutture necessarie al trasporto e allo stoccaggio del gas, ndr) nonché investimenti finalizzati a ricerca, sviluppo, innovazione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, anche in funzione di promozione del turismo, ambiente e efficientamento energetico, in via preferenziale in cofinanziamento con enti creditizi e comunque”. 

Ecco aprirsi le porte per una valorizzazione in proprio dei beni del Demanio civile e militare che Cassa depositi e prestiti ha acquistato nel corso degli ultimi anni dagli enti locali e dal ministero della Difesa.

C'è, infine, nello Sblocca Italia un intervento di sostituzione importante, nel testo della lettera e-bis) del comma 11 dell'articolo 5 della legge che ha trasformato CDP in società per azioni, che a sua volta fa riferimento al comma numero 8 e 8-bis, -ter e -quater, ovvero quelli che -come abbiamo visto poco sopra- permettono a CDP spa di assumere partecipazioni (come quella in ENI, ad esempio), “partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale”, ma anche “acquistare obbligazioni bancarie garantite emesse a fronte di portafogli di mutui garantiti da ipoteca su immobili residenziali”. 
Prima, potevano essere garantite dallo Stato -secondo modalità definite per decreto dal ministero dell'Economia e delle finanze- le esposizioni assunte o previste “ai sensi dela comma 7, lettera a)”, cioè quelle rivolte fondamentalmente ad enti pubblici. Adesso, con l'intervento di sostituzione che trova spazio nello “Sblocca Italia”, il ministero dell'Economia, con atti dirigenziali, avrà la possibilità di allargare la “garanzia dello Stato” a ulteriori settori d'intervento, nell'ambito delle partecipazioni e delle cartolarizzazioni.

Postilla. Questo era -in origine- il comma 7 dell’articolo 5 nella Legge 24 novembre 2003, n. 326, “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, recante disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici"

7. La CDP S.p.a. finanzia, sotto qualsiasi forma:
a) lo Stato, le regioni, gli enti locali, gli enti pubblici e gli organismi di diritto pubblico, utilizzando fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali, assistiti dalla garanzia dello Stato e distribuiti attraverso Poste italiane S.p.a. o società da essa controllate, e fondi provenienti dall'emissione di titoli, dall'assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, che possono essere assistiti dalla garanzia dello Stato;
b) le opere, gli impianti, le reti e le dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici ed alle bonifiche, utilizzando fondi provenienti dall'emissione di titoli, dall'assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, senza garanzia dello Stato e con preclusione della raccolta di fondi a vista. La raccolta di fondi e' effettuata esclusivamente presso investitori istituzionali.

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