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il Fatto Quotidiano

Caro direttore,

sul Corriere della sera di lunedì scorso, 13 agosto, l’ex membro della corte costituzionale Sabino Cassese ha riscritto l’articolo 1 della Costituzione, virandolo all’imperfetto: «La sovranità apparteneva al popolo». È questo il senso ultimo dell’editoriale in cui si afferma che «non basta godere della fiducia dei propri elettorati, bisogna anche rassicurare i mercati», per concludere con una bacchettata agli ingenui che «hanno un concetto troppo elementare della democrazia, intesa come un rapporto esclusivo, stretto soltanto tra un popolo e il suo governo». Nello stesso giorno, il supplemento economico dello stesso Corriere pubblicava un altro editoriale del professor Cassese, in cui il nostro Stato non più sovrano viene esortato calorosamente a riprendere il filo delle privatizzazioni, spogliandosi del poco che gli è rimasto.

Dal punto di vista di Cassese, che è quello della classe dirigente a cui dobbiamo l’Italia che abbiamo (e che, nel suo cerchio più interno e solidale, stringe anche gli ultimi due capi dello Stato, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella), si tratta di ovvietà: è ovvio che la volontà popolare non conti più nulla, è ovvio che la sovranità appartenga ai mercati e ai loro pagatissimi consulenti e difensori, è ovvio che lo Stato debba continuare a smontare se stesso (anche se lo ha fatto più di tutti gli altri in Europa, dopo il Regno Unito della Thatcher e Blair, e con risultati orrendi sotto il profilo economico, politico e morale). Coerentemente Cassese – che è stato ministro della Repubblica e appunto giudice costituzionale – non ha avuto alcun problemi a far parte del board di difensori di Vivendi contro gli interessi italiani: una cosa capace di scandalizzare solo chi ha un concetto troppo elementare dell’amor patrio.

Ho dunque espresso questo stesso giudizio su twitter: «Per Sabino Cassese, sul Corriere di oggi, è troppo elementare l’idea di democrazia in cui un governo risponde al popolo. A essere davvero sovrani sono i mercati e i loro esperti-mandarini, profumatamente pagati. Ebbene, come si fa a non essere antisistema se questo è il sistema?». Ora, mi aspettavo risposte indignate o liquidatorie di berlusconiani d’antan, professori ultraliberisti, confindustriali trinariciuti. Invece, chi è che a muso duro mi scrive prima un gentile: «Quindi?», poi un garbatissimo: «Mentre leggevi il testo stavi ascoltando musica? Perché ho impressione che tu abbia capito molto poco»? Nientemeno che il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, il piddino Stefano Bonaccini. Passato lo stupore - sì, non smetto di stupirmi di fronte a una ‘sinistra’ che vede il mondo come la destra -, ho replicato che «Ad aver capito poco di tutto questo è il suo partito. Purtroppo per il suo partito e anche per questo Paese, oggi finito proprio per questo nelle mani di Salvini». A questo punto, Bonaccini è uscito dal seminato ricorrendo alla meravigliosa retorica dei gufi: «Se siamo nelle mani di Salvini suddividiamoci almeno la responsabilità visto lo sforzo che lei ha prodotto per attaccare quotidianamente il Pd ed i governi di csx. E visto il successo del suo progetto politico. Applausi».

L’allusione al ‘mio’ progetto politico si riferiva, credo, a quello partito dal Brancaccio: fallito perché ciò che ne è nato (senza la mia partecipazione), e cioè Liberi e Uguali, era troppo vicino e appiattito sul Pd, non certo a causa di un suo radicalismo antisistema di sinistra (magari ci fosse stato). Quel che sfugge a Bonaccini e alla gran parte del Pd è proprio questo: un partito che introietta e fa propria ancora oggi l’analisi della realtà di Cassese (un’analisi che aderisce entusiasticamente alla realtà che descrive), dicendo al popolo che la sua volontà non conta né conterà più nulla, si candida a perdere in eterno, in un Paese in cui questo stato delle cose ha prodotto 11 milioni di italiani a rischio di povertà. Ed è quasi commovente che la dirigenza di un partito che ha governato per decenni potendo letteralmente tutto, oggi addossi la colpa ai pochi intellettuali che, da sinistra, ogni giorno dicevano al Pd che si sarebbe schiantato contro un muro, e non a a se stessa, che guidava a folle velocità precisamente contro quel muro.

Quando parla di una sovranità più larga di quella popolare, Cassese allude a quella dei grandi organismi finanziari: per esempio la banca JP Morgan, che sostenne (insieme a lui) la riforma costituzionale del Pd, che aveva il preciso intento di diminuire il potere dei cittadini. La maschia reazione da tastiera di Bonaccini dimostra che il Pd è sempre fermo lì, entusiasticamente a guardia dello stato delle cose: lasciando così tutti coloro che (letteralmente) non sopportano più questo sistema a votare per Salvini e per Di Maio. Cosa deve ancora succedere perché il Pd inizi a capirlo?

La condizione perché la parola "mutualismo" non diventi un passepartout, una parola magica da evocare per ogni cosa e il suo contrario - come è avvenuto per esempio, per le parole "sostenibilità" "partecipazione" e"sviluppo" - è che sia chiaro il suo significato nel contesto attuale, e quindi il suo contenuto, è fortemente conflittuale e anticapitalistico. Il libro di Salvatore Cannavò, recensito di seguito da Ciccarelli per i

l manifesto, è molto chiaro in proposito (e.s.)

il manifest0, 2 giugno 2018
Mutualismo, un’idea conflittuale e politico
di Salvatore Cannavò

Mutualismo è un concetto ricorrente nell’ultimo quinquennio. Salvatore Cannavò lo riporta alla realtà storica, momento germinale del movimento operaio e anarchico, e ne mostra l’attualità con una serrata rassegna delle esperienze italiane e internazionali, più o meno riuscite. Scritto da un ex parlamentare di Rifondazione Comunista, fondatore della corrente di Sinistra Critica, prima vice-direttore di Liberazione, oggi lavora al Fatto Quotidiano, Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, pp.191, euro 15) è un libro esigente che non fa sconti alla parte dell’autore.

Inizia raccontando il tempo dell’ultimo governo Prodi 2006-2008. Dall’opposizione interna alla Rifondazione di Bertinotti, Cannavò scrive: «Avevamo ragione a dire che abbandonare il movimento no-global per allearsi con Clemente Mastella avrebbe condotto la sinistra alla disfatta; ragione nello spiegare ai governi di centro-sinistra che a furia di fare le politiche di destra avrebbe vinto non solo la destra, ma quella più estrema». Certo «avere avuto ragione, però, non consola».
In un ventennio, da Genova in poi, si è esaurita la ricerca di una società «altra». Il «sociale» è diventato un vicolo cieco quanto la ricerca di una «globalizzazione» equa e giusta dall’alto. Oggi viviamo sul rovescio di quell’antica promessa, le istanze immaginarie del ritorno alla «nazione» e la saldatura con la «sovranità» sembrano avere assorbito, e sconvolto, la critica al capitalismo globale.

Per uscire da questo labirinto Cannavò propone un’idea «conflittuale e politica» del mutualismo. La precisazione è opportuna perché in questa categoria si avverte il rischio di giustificare l’esistente, fare da tappabuchi alla scomparsa del Welfare. Il mutualismo sembra essere un’istanza risarcitoria, consolatoria e sussidiaria di un’istituzione pubblica che non c’è più. O, tutt’al più, un’integrazione al welfare aziendale. In queste condizioni pensare che il mutualismo sia una via d’uscita è un’illusione.

Cannavò denuncia questo rischio. «Serve – scrive – un obiettivo di sistema» dove le esperienze di «autogestione» – raccontate nel libro – «possano divenire strumenti per un ordine sociale diverso contro questo modo di produzione e i suoi poteri». Per farlo serve un mutualismo conflittuale in senso anticapitalista. Cannavò lo descrive ripercorrendo il lavoro storico che Pino Ferraris fece un quarto di secolo fa. È una genealogia ricorrente, l’abbiamo riportata alla luce con Giuseppe Allegri nel Quinto Stato cinque anni fa. Un anno dopo l’abbiamo ritrovata in Comune di Dardot e Laval. Nel frattempo è riemersa nei discorsi di base e nelle reti già attive e ritorna in questo libro.

Cannavò fissa il movimento carsico in un concetto importante: l’auto-governo dell’essere umano. L’autogestione non basta, è necessario affermare una politica democratica ampia. Non quella basata sulla delega al leader, né sulla fusione mistica in un «popolo», ma sulla cooperazione, ovvero l’esercizio delle potenzialità dell’essere umano con i suoi simili. Tale esercizio non è ipotecato da leggi superiori (il Bene, la Legge, il Popolo) o dal Capitale. È la sperimentazione delle possibilità generate dall’uso comune, e non proprietario, della vita; la creazione di una resistenza contro lo sfruttamento; l’organizzazione di un’alternativa concreta e una critica attiva dell’alienazione.

Il mutualismo 2.0 sembra avere intercettato queste domande diffuse. Per questo si torna a parlare di società di mutuo soccorso, cooperative aperte, reti di mercato alternative, sindacati sociali, partiti a rete e federati su scala locale, nazionale e sovra-nazionale. Una prospettiva che ricorda la Prima internazionale. La storia del mutualismo antagonista ci ha trasmesso una tecnica di auto-difesa; una politica neo-comunista, e non statale; cooperativa e non burocratica; di classe e non di «popolo»; federativa, non nazionalista; anti-sessista e anti-razzista. Un’impostazione fondamentale per creare «coalizioni», utile per organizzare una battaglia per il salario minimo e il reddito di base incondizionato, due tra gli obiettivi individuati nel libro, centrali in un momento politico dove entrambi sono stati riscoperti dal dibattito politico.

Nulla tuttavia è scontato, vista la frammentazione e l’identitarismo della «sinistra». Ciò non toglie, conclude Cannavò, che bisogna mantenere alti gli obiettivi e «costruirli con lenta impazienza».

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile

Potere al popolotere al popolo a proposito delle iniziative di Sergio Mattarella, nel suo ruolo di presidente della <Repubblica: al servizio dei "mercati". Con commento (e.s.)

Le prese di posizione di “Potere al popolo” hanno il duplice pregio della radicalità e della chiarezza: due pregi del tutto coerenti con l’esigenza di fondo che ha provocato la nascita di Pap, che è quella di ribaltare il tavolo della “politica politicante" e di sostituirla con un politica che garantisca uguaglianza e democrazia a tutti, a partire dai più fragili e sfruttati. Radicalità non significa “estremismo”, ma andare alla radice delle cose e, se sono marce, tagliarle, operare un cambiamento reale e profondo. Chiarezza significa parlare in modo tale da farsi comprendere dal popolo, da tutto il popolo che si vuole rappresentare.

La critica di “Potere al popolo” a Sergio Mattarella puà essere riassunta in una sola proposizione: il presidente della Repubblica ha adoperato il suo potere inibitorio non per tutelare i cittadini, ma per difendere “i mercati” cui Paolo Savona non piace.

Il giudizio severo su Mattarella è rafforzato dal sostegno che il presidente della Repubblica ha dato a una persona, Carlo Cottarelli, efficace strumento delle centrali del finanzcapitalismo, come tale responsabile diretto delle politiche neoliberiste, della progressiva riduzione del welfare nei paesi che lo avevano raggiunto e del respingimento dei popoli di migranti e profughi dai Sud del mondo. Tutto questo, e di più, potete leggere dal documento politico di “Potere al popolo” che riportiamo di seguito (e. s.)


Potere al popolo
Il documento politico
dell’Assemblea nazionale

Il presidente Mattarella si è reso responsabile di una grave crisi istituzionale, pur di non accettare come Ministro dell’economia Paolo Savona, considerato “euroscettico” e dunque non compatibile con i diktat dell’Unione Europea.

Mattarella ha ammesso di non aver accettato Savona perché sgradito “ai mercati”, temendo “un segnale di allarme o di fiducia per i mercati”. La volontà dei mercati ha prevalso su quella dei cittadini.

Piegandosi ai diktat della Bce e del Fmi, Mattarella dà l’incarico a Cottarelli, diretto rappresentante dei poteri forti della finanza e noto “tagliatore di teste” del FMI, ex strapagato plenipotenziario per la spending review.

Un governo “tecnico” che si dà la priorità, dichiara Cottarelli, “di far quadrare i conti”. Una replica del Governo Monti, che per far quadrare i conti ha aumentato l’età pensionabile, precarizzato il lavoro, tagliato i servizi pubblici.

Non ci interessa sapere se Salvini volesse davvero fare questo governo o no, nemmeno il dibattito su un eventuale impeachment di Mattarella: quello che è inaccettabile è la motivazione della sua scelta. Dire che si rifiuta la nomina di un ministro perché ha una visione della politica monetaria diverse da quelle della UE è inaccettabile. Così come è inaccettabile il ricatto dello spread, che la sovranità sia dei “mercati” e non del popolo che vota.

In questo modo il presidente Mattarella ha portato un attacco diretto alla democrazia ed alla Costituzione del nostro paese, facendo una scelta politica in continuità con lo sciagurato interventismo dell’ex presidente Giorgio Napolitano.

Grave ci sembra anche l’accodarsi di CGIL e ANPI a questa scelta. In questo modo la rabbia popolare, che ha radici giustissime, si rivolgerà non solo contro una parte politica, la sedicente “sinistra”, ma contro le stesse istituzioni nate dalla Resistenza.

Si regalerà a Di Maio e Salvini il ruolo di “vittime dei poteri forti”, di “antisistema”, di difensori degli interessi popolari, lasciando che la nostra gente sia sempre più fomentata dal razzismo e dalla xenofobia della Lega per nascondere la guerra ai poveri dichiarata anche da Salvini (voucher, flat tax, ecc) e farla diventare guerra tra poveri. Il nostro paese avrebbe invece bisogno di giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, diritti per tutte e tutti, di cooperazione e non di odio.

La mossa di Mattarella nasconderà agli occhi degli elettori le responsabilità e le colpe della Lega che ovunque governa, alleata di Berlusconi, persegue le stesse politiche neoliberiste di Monti e Renzi, volute dai mercati e da Confindustria, di cui Savona è stato un tempodirettore generale.

Ieri, 27 maggio, si è conclusa a Napoli l’entusiasmante assemblea nazionale di Potere al Popolo, con la partecipazione di più di un migliaio di persone: giovani, donne, lavoratori. L’impegno preso è stato quello di intraprendere tutte le mobilitazioni necessarie a contrastare l’ipotizzato governo M5S e Lega, che ritenevamo lontano dagli interessi popolari, a cominciare dalla proposta di flat tax a favore dei ricchi.

Potere al Popolo!, così come era pronto ad opporsi al governo Salvini/Di Maio per il suo programma e la linea politica anti-popolare, ora afferma con altrettanta determinazione che è contro il grave atto di Mattarella e contro il futuro governo Cottarelli.

Contro questo ora intende lottare per una democrazia senza sovranità limitata e senza presidenti della Repubblica che, invece essere garanti di una repubblica parlamentare, si ergano a difensori di banche e finanza.

Le mobilitazioni che avevamo in programma contro il governo Salvini-Di Maio ora saranno rivolte contro il governo Cottarelli, pura espressione dell’austerità autoritaria del mercato, della finanza multinazionale e dei diktat dell’UE.

Saremo l’unica forza politica impegnata fino a luglio a raccogliere le firme per la legge di iniziativa popolare he chiede di cancellare il pareggio di bilancio inserito in Costituzione da Monti, Berlusconi, Pd.

Sfideremo Lega e 5 Stelle a cancellare comunque la Legge Fornero proponendone la riforma in Parlamento, dove avrebbero da subito i numeri per approvarla.

Basta rivoluzionari a parole. Non faremo ancora una volta i sacrifici per garantire i vostri profitti!

Testo tratto dalla pagina qui raggiungibile

il manifesto sardo,

1_La Sardegna tra gli scenari dello scontro tra aggressioni e difese di terre e paesaggi preziosi. Pure la sinistra sarda ha sottovalutato a lungo la questione, nonostante tutto, ad esempio l’art. 9 della Costituzione. Questo memorandum incompleto può servire ad orientarsi nella storia di un ritardo di cui si dovrebbe fare ammenda.

2_ Nel Pci sardo scarsa l’attenzione alla questione ambientale: in linea con quella di Botteghe Oscure. Prima di tutto il lavoro nel solco sviluppista, anche se qualcuno interpretava il messaggio sull’austerità di Berlinguer pure contro gli sprechi del suolo. Nelle Regioni rosse non mancavano esperienze di buona urbanistica. E tra i comunisti c’erano intellettuali in grado di orientare il confronto sull’argomento. Mai ascoltati con attenzione. Lo dice la condiscendenza verso l’abusivismo edilizio (più o meno) “di necessità” nel Mezzogiorno.

Luigi Cogodi

3_ La sinistra ha acquisito tardi l’idea del territorio bene da custodire per le generazioni future. In Sardegna una spinta in questa direzione grazie a Luigi Cogodi. Negli anni Ottanta le sue posizioni avevano determinato più di un cortocircuito nel Pci. Cogodi un contrattempo. Aveva suscitato aspettative di molti schierati contro le speculazioni nei litorali; e il suo dinamismo – da Assessore all’Urbanistica nel primo governo Melis – aveva contrariato il suo partito e gli alleati. Così il trasferimento all’Assessorato al Lavoro nella terza giunta Melis. Un messaggio agli estremisti nel percorso verso la legge urbanistica? Di sicuro una ferita mai risarcita.

4_ La fine del Pci non rafforzerà la minoritaria parte ambientalista del nuovo partito. Nonostante la svolta, dopo il 1989, lo facesse immaginare. Nel programma, la “riconversione ecologica dell’economia”, slogan solenne quanto aleatorio. Mentre in Europa soffiava il vento che in Germania aveva portato alla popolarità dei Verdi. L’idea di solidarietà ecologica e generazionale non era facile da acquisire. Nonostante le autorevoli dissertazioni di fine anni Ottanta, come l’enciclica di Giovanni Paolo II, le tesi di G.Harlem Brundtland, o le osservazioni sullo stato del pianeta di Lester Brown. Per i più distratti Chernobyl.

5_ Nel PDS non mancavano i bei discorsi sul pianeta da salvare. Ma l’impegno programmatico del partito era evasivo, specie nel Sud dove di rado si assumevano posizioni contro l’assalto a luoghi pregiati o si sollevavano dubbi su fabbriche inquinanti. Una sorpresa per la politica sarda che nei giornali nazionali si scrivesse sui rischi delle coste sarde. Un piccolo aiuto perché dopo un dibattito controverso, si approvasse, nel 1989, la prima legge urbanistica RAS.

Nello sfondo le previsioni dei comuni litoranei, 60-70 milioni di mc in riva al mare di cui aveva scritto Antonio Cederna su La Nuova Sardegna. Ma si tergiversava sull’istituzione del vincolo di inedificabilità nella fascia da 150m. a 300m. dal mare, accolta infine nella L. 23/1993 assieme alla disposizione nei PTP per dimezzare le volumetrie. Un passo avanti dopo anni di inascoltate sollecitazioni.

6_ La transizione PDS- DS, aveva comportato in Sardegna l’ingresso nel nuovo partito dell’intero gruppo dirigente exPsi. Pochi prevedevano che questa componente sarebbe stata decisiva nelle scelte di DS – PD specie sui temi dell’urbanistica.

Le idee dei nuovi aderenti molto lontane da quelle di chi aveva condiviso le battaglie di Cogodi. Indimenticabile il dissenso ai tempi del “governissimo” guidato da Cabras: quando, nel 1993, si concludeva, in modo controverso, l’iter della L.45/89. Nei Piani paesistici, cassati (grazie a Grig) per tradimento dei valori del paesaggio, tra regole accomodanti, vincoli ma con l’eccezione incorporata, deroghe col mirino. Gli “accordi di programma” incorporati nelle previsioni dei PTP. Il via al masterplan della Costa Smeralda, fortunatamente impedito per l’impegno di molti (essenziale, tra il 1994-99, l’opposizione di una pattuglia di consiglieri regionali di sinistra: tra i più resistenti G. Diana, P. Fois, GC Ghirra, PS Scano sostenuti dai più sensibili dirigenti di PDS-DS).

Renato Soru

7_ La comparsa di Soru, dopo alcuni anni di deplorevole inerzia dalla bocciatura dei PTP. Deciso a dotare la Sardegna del Ppr prima della approvazione del Codice BBCC. Detto fatto, nonostante le resistenze della coalizione, di chi avrebbe preferito l’immobilismo al Ppr “impiccio alla crescita dell’isola”. Altri hanno creduto al modello di sviluppo coerente con con la fragilità sei paesaggi sardi. Condiviso lo stop alle trasformazioni in una fascia più ampia dei 300 metri dal mare che ha reso il Ppr insopportabile ai palazzinari superattivi nel Tar ma senza successo. Memorabile il flop del referendum promosso da Pili nel 2008 per abrogare la Legge Salvacoste.

8_ Soru il contrattempo della politica sarda dopo la fine del Pci-PDS. Prevedibile che l’insofferenza verso Cogodi si sarebbe ripresentata nei confronti di qualunque leadership controcorrente su quel tema. Soru accolto controvoglia nella coalizione, con il retropensiero di arginarne le intemperanze. Lo scontro nel 2008: le dimissioni da presidente quando si decideva sull’estensione alle zone interne del Ppr e il suo rafforzamento con legge. Era nato il PD: poco propenso ad analizzare quella crisi. Nè Soru aveva sollecitato il chiarimento. Una tacita intesa, all’origine della confusione nella politica futura del centrosinistra destinata a somigliare a quella della destra. Penso alle titubanze dell’opposizione al piano-casa 2009 copyright Berlusconi. All’azzardo di Cappellacci per sostituire il Ppr con il Pps. Penso al piano-casa di Pigliaru nel clima del renzismo-SbloccaItalia molto distante dai valori della sinistra.

9_Pigliaru presidente: un compromesso dal contenuto incerto tra le varie anime del PD. Il ddl Erriu esito dell’ambiguità sulle cose da fare tra cui quelle impedite a Soru. Facile che nel disorientamento possa prevalere nel PD chi è più in grado di influenzare decisioni volta per volta. Che s’impongano le visioni di leader di lungo corso: tipo la pianificazione che ammette eccezioni decise dalla politica, come nel 1993/ come nel 2009. Mentre la smarrita base dem aspetta di vedere le mosse di Soru, il cui cauto disaccordo sembra troppo poco rispetto a quanto il ddl è nemico del Ppr.

10_ Contro il ddl la cangiante sinistra radicale si è espressa (con Rosso Mori e Possibile). E LeU? Si sa poco della posizione del M5S, salvo le dichiarazioni di qualche candidato in campagna elettorale contrario alle idee di Erriu -Pigliaru. M5S non destra-non sinistra ma votato da ex elettori del PD. Sconsigliabile non tenerne conto; dopo il 4 marzo la maggioranza al governo della Regione potrebbe essere minoranza nell’isola. Sarebbe un azzardo l’ approvazione di una legge tanto contrastata e forse incostituzionale. Squilibrante, tanto più nella condizione segnata dallo spopolamento, spia di una sofferenza territoriale che richiede un altro disegno.

Articolotratto dalla pagina qui raggiungibile

il manifesto
«Intervista alla "capa politica" di Potere al Popolo. Siamo pronti a tornare al voto ma il fine è il mutualismo non il palazzo. Da Lega e 5stelle solo chiacchiere, cancellino la Fornero. I ceti popolari non si accorgono di non avere un governo: ormai l’Europa ci guida con il pilota automatico»

«Diciamolo: siamo nel pantano. A due mesi dal voto, la matassa si aggroviglia sempre di più. Nessuno ha i voti per governare da solo, né 5 Stelle né centrodestra. Tutti sostengono di fare l’interesse del paese, di mettere al centro delle trattative i temi. Bene. Sarebbe salutare. Ma sono parole. Con buona pace delle classi popolari, vere vittime di questo chiacchiericcio quotidiano». Non che Viola Carofalo, ’capa politica’ di Potere al popolo sia una fan dei ’tavoli’.

Tifavate per un’alleanza di governo? Pd e M5S?«No, tutte le opzioni non ci piacevano. Ci fa solo piacere che questo stallo ha svelato la bugia del voto utile»

Le ’classi popolari’ si accorgono che non c’è un governo?
«Direi di no. Perché ormai nell’Unione Europea si viaggia col pilota automatico. La verità è che stentiamo ad accorgerci finanche dei cambi di governo visto che, tranne rare eccezioni, portano avanti le stesse politiche».

Salvini sale nei sondaggi. Il prossimo voto sarà lo spareggio tra Lega e 5 Stelle?
«Il consenso non è più stabile, basta poco a sgonfiare fenomeni che sembrano inarrestabili. E non dimentichiamoci che il Pd di Renzi è in stato disastroso ma non si è estinto. Renzi potrebbe tentare la mossa alla Macron per raccogliere l’eredità di Forza Italia».

E voi? In caso di voto PaP ci sarà?
«Senza dubbio. Vuoi che rinunciamo ora che già abbiamo fatto il rodaggio?»

Imbarcherete altri? Leu ha già perso pezzi che guardano a voi.
«Siamo un progetto aperto e siamo convinti di aver cominciato a costruire un confronto con una fetta del nostro soggetto sociale di riferimento, ma che non siamo arrivati a tutti».

L’1% in effetti sembrava un po’ poco per i vostri festeggiamenti della sera del voto.
«È stata mal interpretata la nostra allegria. Era poco, ma considerato che siamo appena nati e il contesto, eravamo contenti di poter dire ’ci siamo’».

Ci siete davvero?
«Dal 5 marzo stiamo incontrando nuove associazioni, collettivi, persone pronte a contribuire ad un progetto di riscatto sociale. Vogliamo allargarci con chi sui territori costruisce pratiche di resistenza e controffensiva. Un’Italia che c’è ma stenta ancora a conoscersi e riconoscersi. Chi invece ha il feticcio di un’unità fra gruppi dirigenti si riconsegnerà a un inevitabile fallimento».

Eppure il Prc toscano vi accusa di dirigismo e chiusura.

«Un problema c’è stato. Ma invito a non drammatizzare: è normale, siamo plurali, fra noi ci sono partiti, collettivi e gruppi. A fine mese facciamo un’assemblea anche per trovare le modalità di discussione comuni. Spero che la vicenda toscana si risolva».

E se invece la sconfitta vi avesse bloccato la spinta propulsiva?
«Non è così. Già il 18 marzo, a Roma, 1500 persone si sono riunite per fare un passo in avanti nella costruzione di Pap. Decine di interventi, entusiasmo. In tante e tanti hanno capito che non è un progetto elettorale. Le elezioni per noi sono uno strumento, il fine è costruire pratiche di mutualismo, reti di solidarietà, organizzazione».

In concreto?
«Abbiamo cominciato ad aprire “case del popolo”, dal Sud al Nord, che possano esser lo spazio fisico per incontrarsi, conoscersi, sperimentare attività di mutualismo. Dove siamo presenti, sosteniamo le battaglie per l’ambiente, per il lavoro. Stiamo predisponendo una piattaforma web per affiancare le assemblee territoriali. Il 26 e 27 maggio terremo da noi, all’ex Opg Je so’ Pazzo di Napoli, una due giorni di discussione sul tema del mutualismo, del lavoro, dell’Europa e delle forme organizzative possibili».

Alle amministrative vi presenterete?
«Solo in 15 città, quelle in cui le assemblee locali hanno scelto di farlo».

E poi ci saranno le Europee. Avete già deciso come vi presenterete?«Oggi ci concentriamo a radicare il progetto. Alle europee saremo presenti ma non vogliamo sfiancarci in discussioni infinite su alchimie e improbabili carrozzoni. Il futuro europeo non è una discussione tattica. Riprendiamo a respirare e a ragionare. Siamo d’accordo o no che i trattati UE siano un peso sul groppone di qualsivoglia tentativo di costruzione di una società in cui l’uguaglianza non sia solo una parola scritta e la lotta alla povertà una formula ipocrita? Da domande come queste discendono risposte che non sono “facciamo la lista tizio o caio”. Per questo abbiamo raccolto l’appello di Lisbona per una “rivoluzione democratica”, lanciato da Podemos, France Insoumise e Bloco de Esquerda, “per organizzare la difesa dei nostri diritti e della sovranità dei nostri popoli”. Faremo un dibattito quanto più ampio possibile per decidere come affrontare il voto europee. Porte spalancate chiunque accetti questa sfida».

la Repubblica,
Da sempre il 25aprile è il segnale di un clima: "racconta" il modificarsi di unPaese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è unosfregio il primo segnale venuto quest'anno, il rifiuto della giunta dicentrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell'Anpi:l'antifascismo sarebbe "di parte", per una giunta che ha il sostegnodi CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio sisusseguono incauti osanna alla "Terza Repubblica".

E ancora unavolta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: "rivela"la cultura - o l'incultura - dei vincitori, ma anche la capacità di risposta -e la cultura - di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campoquando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale.Interroga dunque i nuovi "vincitori", il 25 aprile di quest'anno, eda essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempostesso la sinistra, la costringe a riflettere su se stessa. O meglio: su quella"dissipazione di sé" che sembra prevalere. E l'urgenza di unariflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmantisegnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l'educazionequotidiana alla democrazia (la quotidiana "pedagogia dellaCostituzione") e la mobilitazione politica e civile: così come è semprestato nella nostra storia, lontana o recente.

Può essereutile ricordare il clima di vent'anni fa o poco più, quando venne proclamatol'avvento di una seducente "Seconda Repubblica". In quel 1994 andavaal governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per laprima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento nonancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega chealimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini "ilpiù grande statista del secolo", trovando la "comprensione" diBerlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti:"Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini",disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa lacapogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare ilquadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combatfilm, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due partiin conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava MarioPirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni èavvenuto qualcosa di importante in Italia, "c'è clima di banalizzazionedel Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la"Prima Repubblica" tutto diventa possibile, tutto diventapermesso". Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornaredrammaticamente attuale.

In quel 1994 larisposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta sepperitrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non vennedai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluìnella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell'anno, a Milano:"un'altra Italia" non era scomparsa e a partire da essa era possibilericostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questoavvenne, in una "Seconda Repubblica" per altri versi infausta: siavviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista arinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può esseredimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, siera sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò undiscorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì(e non da solo).

Anche allora il25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppurealtre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando lediscriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistreerano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della"guerra fredda", con punte talora estreme: nei confronti degliantifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli dipolizia e quelle "schedature" del Casellario politico centrale che ilfascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora damobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le"magliette a strisce" del luglio 1960): travolti, più in generale, dauna modernizzazione del Paese che si coniugava all'ampliamento della democraziae alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dallaCostituzione.

Modernizzazionee ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valoridell'antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chisi opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanzadecisiva (tratto comune a non pochi "vincitori" del 4 marzo): questoè stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paeseha saputo rispondere. È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 apriledi quest'anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suoruolo decisivo - se non la sua stessa esistenza - sembra messo in discussione.Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.
Guido Crainz, la Repubblica, 22 aprile 2018

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il manifesto,

Un’assemblea come quella di lunedì al Tpo di Bologna non si era mai vista. Innanzitutto non era mai successo che un arcivescovo, monsignor Matteo Zuppi, si presentasse in un centro sociale per dialogare con un gruppo storico di antagonisti. Se poi consideriamo che stiamo parlando di una delle diocesi più importanti d’Italia, per decenni guidata da una curia di stampo conservatrice, e in una città dalla lunga tradizione di sinistra; e se aggiungiamo che lo spunto per il confronto è venuto dai discorsi ai movimenti popolari di papa Francesco (diffusi dal manifesto), allora ci sono tutti gli elementi per parlare di una serata importante.

Era stata ideata come una presentazione del volume Terra, Casa, Lavoro da me curato (con l’introduzione di Gianni La Bella), ma era chiaro già da prima che il libro avrebbe dovuto funzionare da innesco per un confronto assembleare sulla trasformazione e sulla crisi del tempo presente, su Bologna e sulle sue emergenze sociali. Tra i relatori, oltre a chi scrive, Luciana Castellina e Domenico Mucignat, voce storica del Tpo.

La speranza era di avere un momento partecipato, ma neppure nelle migliori aspettative ci si sarebbe immaginati di vedere il capannone del centro sociale pieno di giovani attivisti, esponenti dell’associazionismo di base, seminaristi e abitanti del quartiere (insieme a un numero consistente di giornalisti e ad alcuni nomi della politica locale: assessori della giunta comunale (Matteo Lepore e Davide Conte), consiglieri comunali di maggioranza e di opposizione e altri volti della «sinistra diffusa». Insomma, un insieme decisamente composito e tutt’altro che privo di quella dose di autoironia – «dai, che tra poco inizia la messa», si scherza davanti al bar – che diventa quasi necessaria, anche per stemperare la tensione della prima volta.

Va detto poi che alle spalle dell’assemblea c’è stato un lungo lavoro: i contatti tra gli antagonisti e Zuppi risalgono ad almeno due anni fa, cioè da circa un anno dopo l’insediamento dell’arcivescovo venuto dalle periferie romane.

In questo tempo il vescovo scelto da Bergoglio non ha mancato di dare più volte prova di come intenda la sua pastorale: coerentemente per gli ultimi e senza paura del dialogo con le realtà cittadine. «La serata – spiega in apertura Mucignat – è il punto di arrivo di un percorso che ha mosso i primi passi dalla collaborazione tra la diocesi, lo sportello Migranti del Tpo e il progetto Accoglienza degna (dello spazio Làbas) per dare una soluzione all’emergenza abitativa di un richiedente asilo di comune conoscenza».

Il confronto assembleare prende avvio proprio da come le parole di riscatto sociale del papa possano essere tradotte concretamente nel contesto italiano. A questo proposito, ho invitato a non dimenticare che quei discorsi hanno un peso particolare anche per via del quadro in cui sono stati pronunciati, cioè nella rete mondiale dei movimenti che ha riunito in Vaticano (e nel 2015 in Bolivia) centinaia di organizzazioni di diversa estrazione politica e culturale che da anni praticano il conflitto. Non solo teoria dunque, e certo non solamente slogan, come racconta la storia dei Sem Terra e del Movimento dei lavoratori esclusi argentino.

Un’analisi dei discorsi del papa è venuta da Luciana Castellina, che ha sollecitato direttamente l’interlocutore ecclesiastico chiamando in causa la storia del dialogo tra cattolici e comunisti, il contributo del Pci e del gruppo del .

Attento e dotato di un sostanzioso dossier di appunti, Zuppi ha precisato subito che lo stupore dei media per la sua partecipazione è risultato in effetti del tutto ingiustificato: il dato preoccupante, semmai, è che «parlare faccia notizia».

Quindi ha coinvolto l’assemblea su un’analisi dei discorsi di Bergoglio, mettendo in evidenza i passaggi dai quali si evince che un’azione collettiva è necessaria, così come lo è il rispetto delle diversità d’impostazione. Ha ricordato che i cartoneros in Italia rischiano spesso il carcere e che i movimenti agiscono senza manicheismi e con in testa un’etica. Insomma, una riflessione sgombra dal timore di una reciproca strumentalizzazione, e sostanzialmente incentrata sulla definizione di un umanesimo alternativo al sistema dominato dalla finanza, ma partendo dalle emergenze concrete (migranti, lavoro, ambiente).

Durante le due ore di discussione sono risuonate più volte le parole chiave: «ingiustizia», «muri», «conflitto», «dialogo». Non sono mancati appunti sulla distanza notevole che separa la Chiesa cattolica da chi pensa che senza l’autodeterminazione dei corpi non ci possa essere una prospettiva di riscatto collettivo. Ma si può dire che, come in occasione degli incontri mondiali dei movimenti, è prevalsa la ricerca di un linguaggio condiviso.

Per Gianmarco De Pieri del Tpo, «abbiamo messo a tema come organizzare la resistenza contro l’ingiustizia. Due mondi che da tempo si parlavano, invitano tutti gli altri mondi a parlarsi. Nei periodi più felici, per esempio a Genova nel 2001, i movimenti sociali hanno camminato insieme. Ricominciamo a farlo».

Rimanendo nel terreno della storia, la serata di lunedì fa pensare agli anni Sessanta e agli incontri tra quelli che allora erano detti i «cattolici del dissenso» e i militanti della sinistra, quella vecchia e quella nascente. I concetti dell’epoca erano simili, quando non gli stessi, ma la sensazione è che siamo, nello stesso tempo, vicini e lontani anni luce dalle dinamiche di allora. Siamo vicini nella misura in cui, dopo decenni nei quali la Chiesa cattolica si è arroccata in una campagna sulla bioetica, Francesco ha compiuto un rinnovamento, con al centro il discorso sociale, che ricorda la stagione di Roncalli e del suo concilio.

In mezzo però si è consumata la fine del Novecento, con quell’accelerazione della crisi culturale e politica che obbliga a un ripensamento profondo delle categorie, un tempo definite anche in opposizione tra loro.

L’assemblea di Bologna ha reso palese, verrebbe da dire quasi con semplicità, che è in corso un cambiamento d’epoca e che, senza rinunciare alla propria appartenenza, c’è un percorso di movimento da riprendere, serve un nuovo «tessuto sociale» (Zuppi) e, soprattutto, un agire comune di resistenza e risposta, senza «pasticci ideologici» (Castellina) che suonano oggi inutilmente anacronistici.

il Fatto quotidiano,

Caro direttore, continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due). Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Sperare che questa cristallizzazione si rompa, significa sperare che il Pd possa ritrovare la forza di rappresentare i ceti più deboli: non si tratta di de-renzizzarsi (è solo una misura di necessaria igiene), ma di invertire la rotta rispetto a un tradimento delle ragioni elementari della sinistra iniziato negli anni Novanta, con la genuflessione a Blair e allo stato delle cose che fu indifferentemente compiuta da un Veltroni e un D’Alema.

È l’ultima chiamata, e se il Pd avvertisse lo strappo dei milioni di suoi elettori che hanno scelto i 5 Stelle potrebbe avere la forza di cambiare. Non sarebbe facile, certo: ma l’alternativa è trasformarsi, culturalmente e numericamente, in una specie di Scelta Civica. Volendoci provare, il terreno del confronto possibile con i 5 Stelle è quello dell’attuazione della Costituzione, a partire dai principi fondamentali: il terreno in cui il Pd potrebbe tentare una palingenesi, e il Movimento rimanere fedele a se stesso.

Se queste sono le speranze, l’osservazione della realtà non spinge all’ottimismo. Perché l’ansia di Luigi Di Maio di andare al governo rischia di far saltare ai 5 Stelle il fosso verso il sistema: e a tempo di record. Prendiamo la vicenda della guerra: la più cruciale di tutte. Dopo qualche sbandamento, i 5 Stelle hanno usato le stesse parole scelte da Martina: “Siamo fedeli all’alleanza atlantica”. Che tradotto vuol dire: se Trump ci chiede le basi per una ulteriore azione di guerra, noi le daremo. Alla faccia della Costituzione (art. 11) che si dice di voler attuare.

Dopo mesi di grottesca campagna sulle fake news, culminata nell’idea di un fact checking di Stato affidato a Minniti (!), i 5 Stelle non sanno reagire esercitando e argomentando una critica sulle ‘prove’ esibite dal fronte atlantico e supinamente accettate come tali dalla stampa. I canali della Chiesa cattolica dalla Siria, per esempio, raccontano un’altra verità, riassunta in un tweet dell’ex priore di Bose, Enzo Bianchi: “Sono in contatto telefonico con monaci e vescovi ortodossi in Siria. L’attacco degli Usa e dei francesi e l’ipocrisia del governo italiano mi rattrista e mi indigna. Menzogne e menzogne per continuare una guerra che vuole umiliare il medio oriente arabo”. Non sarà così semplice, e certo la situazione è complessa: ma proprio per questo non è possibile acconsentire a una guerra a scatola chiusa.

Contemporaneamente, Matteo Salvini denuncia la follia delle armi. Collateralismo alla Russia di Putin? Può darsi: ma anche sintonia profonda con la metà del Paese che è convinta che questo sistema, il sistema globale, è insostenibile. Una metà del Paese in cui si trova anche chi ha firmato l’appello della Rete della Pace contro questa guerra: tutta la sinistra (quella sociale, visto il suicidio di quella politica), il mondo cattolico, i sindacati, l’Anpi, Libera, Libertà e Giustizia.

Naturalmente non voglio ‘riabilitare’ la Lega perché oggi è per la pace. Non dimentico la trasformazione della Lega in un partito lepenista, simboleggiata dalla foto in cui Salvini dava la mano al terrorista fascista di Macerata, già candidato con la stessa Lega.

Se il rapporto tra Cinque Stelle e Pd, invece di far cambiare il Pd, facesse cambiare i 5 Stelle, lasciando solo la Lega a rappresentare chi è contro questo orrendo sistema, allora sarebbe un disastro.

la Repubblica

Recentemente è apparso un libro bellissimo, Popolocrazia, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar, che mi augurerei fosse letto dal numero più ampio di italiani, e in modo particolare di politici italiani, per la natura precisa e circostanziata delle analisi. La mia opinione è che il termine-concetto “ populismo” sia inappropriato alla materia che pretenderebbe di descrivere: e che perciò, usato a sproposito (non è certo il caso di Diamanti e Lazar), possa produrre qualche equivoco. Perché “inappropriato”? Perché il termine-concetto, da cui esso prende ovviamente origine, è a sua volta desueto e inappropriato alla materia da descrivere. In che senso? Nel senso che il “popolo” - non più in questo caso termine-concetto, ma realtà politico-sociale attivamente presente sul piano storico - sta uscendo di scena da diversi decenni. Dove accade questo? In tutte - io penso - le forme di democrazia rappresentativa esistenti e funzionanti nel mondo occidentale, ma soprattutto qui in Italia.

Il “popolo”, storicamente inteso, è un organismo estremamente complesso, fatto di classi, ceti sociali, orientamenti culturali e ideali, categorie professionali, ecc. spesso in lotta fra loro, ma al tempo stesso sempre, o quasi sempre, riunificati alla fine sotto il segno di un interesse comune (non a caso il concetto di “popolo” è storicamente connesso con quello di Nazione). È ciò di cui si trattava, quando io scrissi Scrittori e popolo nel 1965: in cui rampognavo il Pci di aver optato per la complessità e al tempo stesso unitarietà (nazionale) del popolo invece di rappresentare strategicamente la diversità antagonistica della classe operaia. Non negavo che ci fosse “ il popolo”, e neanche ne attaccavo la radice storico- sociale (capirai, aveva fatto la Resistenza!): negavo che il “ popolo”, proprio in ragione di quella complessità e di quella finale unitarietà, potesse diventare il protagonista di una lotta seriamente rivoluzionaria.
Ora di quella complessità, e al tempo stesso di quella finale unitarietà, non esiste quasi più nulla. Sarebbe da studiare in che misura la crisi politica ha messo in crisi la sfera sociale; e in che misura la crisi sociale ha messo in crisi la sfera politica. È indubbio peraltro che l’uscita di scena dei due grandi partiti (italiani, s’intende, in questo caso), il Pci e la Dc, abbia contribuito alla rapida disgregazione di quel sistema e all’altrettanto rapido e inesorabile affermarsi di questo.
Se non c’è più il “popolo”, cosa c’è? Io dico - l’ho già detto altrove - che c’è la “massa”. La “massa” è il vero protagonista dell’attuale momento storico nel mondo occidentale, ma con virulenza particolare in Italia. Il concetto di “massa”, cui io penso e di cui mi servo, sta a significare quella realtà umano-sociale in cui caratteri e funzioni delle principali forme associative e identitarie sono sempre meno visibili e sempre meno rilevanti (dai sindacati ai partiti): mentre prevale una caratterizzazione individuale in senso stretto, di singolo individuo accanto a singolo individuo. Però questi singoli individui tendono sempre di più ad assomigliarsi fra loro, diversamente dal passato, a riconoscersi e, appunto, a “far massa”. Non hanno altro modo, la società e la politica oggi non offrono altro modo per riconoscere che ci sono.

Quello che si costituisce è perciò un agglomerato confuso e oscillante, peraltro non contraddittorio, o meno contraddittorio che in passato, al proprio interno; quindi, in un certo senso, particolarmente coeso e uniforme, che risponde soltanto a quei messaggi che corrispondono di più ai suoi fondamentali modi di essere, e che consistono essenzialmente in un atteggiamento di esaltazione e gratificazione dei suoi fondamentali modi di essere. Il sociale diventa ipso facto l’ideale. La proposta politica e ideale (se tale si può definire) consiste essenzialmente nel garantire alla “massa” che si costituiranno le condizioni (monetarie, economiche, sociali e istituzionali) perché le sia consentito di restare, sostanzialmente, quello che è (la predicazione di Beppe Grillo e Matteo Salvini è da questo punto di vista anche retoricamente esemplare; il programma del Reddito di cittadinanza va risolutamente in questa direzione).

Esiste una vasta ed estremamente autorevole bibliografia di studi e interpretazioni della “massa”, quasi tutta però concentrata nella fase storica che va dagli inizi agli anni ‘30 del secolo scorso. Come mai? Ma perché in quella fase veniva maturando quell’estesa, profonda e drammatica crisi della democrazia rappresentativa che avrebbe portato in Italia e in Germania all’avvento del fascismo e del nazismo, movimenti come pochi altri di “ massa”. Non voglio tentare paragoni azzardati, anzi, non li penso neanche. Però non c’è dubbio che in ogni manifestazione di “massa” ci sia una componente mentale totalitaria: essere per sé quel che si è, e basta. Oggi infatti predominano - anche a livello di “massa”, sì, di “massa”, - il disprezzo sostanziale per la democrazia rappresentativa e il rifiuto, anzi, di più, l’ignoranza di qualsiasi elemento storico (Resistenza, Costituzione, organizzazione visibile ed esplicita degli interessi, ecc.) abbia costituito finora la concreta manifestazione di un’identità italiana sopra le parti (non caso, insieme al termine-concetto di “popolo”, tramonta ancor più decisamente quello di Nazione).

Siamo di fronte, dunque, al compito sovrumano che consiste non nel combattere il “populismo” ma nel tentare di ricostituire e rimettere in piedi un “ popolo”, sottraendolo alla dissoluzione nella “massa” (se sono la stessa cosa, tanto meglio). Affrontare questo compito tuttavia non si può, almeno dal nostro punto di vista, senza chiederci e chiarire perché la Sinistra in tutte le sue forme non ha impedito la retrocessione e l’inabissamento del “popolo” nella “massa”, anzi ha favorito il formarsi e l’emergere della “massa” come elemento costitutivo fondamentale del nostro (italiano) modo di pensare, progettare e fare politica. Cioè ha operato il proprio suicidio.

il manifesto
Cosa è successo alla politica che non comprendiamo? Perché dopo il grande successo referendario siamo arrivati a un governo che si annuncia inquietante? E perché la sinistra è diventata così tanto odiosa agli occhi della gente? In politica non è dato il lutto, quella fase di ripensamento doloroso necessario per metabolizzare gli errori e riprendere a vivere; il lutto richiede tempo, il tempo del lutto: kairos lo chiamavano i greci; un lutto collettivo è impensabile dati i tempi della decisione che ha una ricaduta immediata sulla vita delle persone in carne ed ossa (immigrazione, ius soli, scuola, ecc.).

Che fare dunque? Riazzerare tutto? E chi ci garantisce che non si ripercorrerebbe la stessa strada andando incontro agli stessi problemi e alla stessa tragica sorte? Eppure, come ha affermato Gaetano Azzariti (il manifesto del 24 marzo) un popolo cosciente, in occasione del referendum, era sceso in campo contro la stessa volontà dei partiti, aveva riempito le piazze e i luoghi della discussione pubblica, un popolo scomparso il giorno del voto. I partiti vincenti rappresentano solo la pancia del paese e interpretano strumentalmente le esigenze degli abitanti.

Per la sinistra un partito non c’è più, si è progressivamente prosciugato, scolorito inseguendo le magnifiche sorti annunciate dal neoliberismo, la sua ideologia dei consumi e dell’individuo fai-da-te. E’ diventato incolore, sbiadito, un sepolcro imbiancato da cui la vita (politica) è sfuggita per andare altrove, per riempire il bottino elettorale dei 5stelle o addirittura della Lega.

Perché a sinistra del Pd, bisogna ammetterlo, non è nato nulla che possa dare una speranza (se non un modesto terreno residuale di LeU e Potere al Popolo). La stessa parola sinistra è diventata odiosa: sei ancora di sinistra? Ti senti spesso dire come fossi una reliquia del passato, come se ancora ascoltassi le canzoni di Tony Dallara e i suoi gorgheggi a singhiozzo.

Resta una sinistra sociale disorganizzata che non ha rappresentanti, afona, dunque inefficace politicamente. Bisognerebbe dare fiato a questa sinistra sociale, l’unica che non arretra, che è molecolarizzata nelle pratiche quotidiane, negli episodi di solidarietà ai migranti, nell’accoglienza, nella produzione di cibo buono non adulterato, nelle scuole, nelle università.

Il referendum lo ha dimostrato: sono molti di più di quanto crediamo, sono un popolo. Ma quando si arriva al voto essa si disperde, cerca i suoi rappresentanti in ordine sparso, perde la sua carica antagonista, si sfibra, muore sciogliendosi nell’informe o nella regressione.

La sinistra sociale non chiede un partito, non almeno di quelli che abbiamo conosciuto nella storia; purtroppo la sua forza è proprio questa: aver metabolizzato e capitalizzato l’esaurimento dei partiti (ancora una volta il referendum lo ha dimostrato).

Oggi nessuno andrebbe più a una manifestazione indetta da un partito; il popolo invece partecipa in massa a manifestazione contro il razzismo, contro il femminicidio, contro la “buona scuola”, per la ricerca, per l’inquinamento, per il consumo di suolo e la cementificazione progressiva di coste e territori.

Dunque una sinistra c’è, è al lavoro ogni giorno, prende iniziative lontano dai partiti, ma evapora quando si tratta di rappresentarsi nelle forme tradizionali.E’ un’indicazione di lavoro politico.

il manifesto

RICOMINCIO DA TRECENTOMILA
IL PIANO A DI POTERE AL POPOLO

«"Leelezioni erano un pretesto per metterci insieme, ora un coordinamento tra iterritori». «Assemblee sovrane», ma il sito sarà "lo strumento per allargare lapartecipazione»

Indietro non si torna» aveva detto Viola Carofalo, portavoce (maformalmente per la legge elettorale «capo politico») di Potere al popolo, dalpalco di piazza Dante a Napoli, alla festa di chiusura della campagnaelettorale per le politiche. A livello nazionale il 4 marzo Potere al popolo haottenuto l’1,13%, 370.320 alla camera.
A Napoli, città da cui è partita la lista grazie agli attivistidell’Ex Opg Je so’ pazzo, ha sfiorato la soglia di sbarramento con il 2,9%.Siccome indietro non si torna, stamattina a Roma al Teatro Italia la listariunisce associazioni, comitati e organizzazioni politiche per «festeggiare ilrisultato e programmare le mosse dei prossimi mesi».
Nelle due settimane post voto ci sono state circa un centinaiodi incontri da Nord a Sud e altrettanti sono programmati fino a fine mese, loscopo è darsi un’organizzazione sui territori che agisca in modo coordinato:«Le assemblee sono sovrane ma stiamo lavorando al sito di PaP per trasformarloin uno strumento operativo – spiega Chiara Capretti -. Chi non può parteciparedi persona alle riunioni potrà informarsi e dare contributi attraverso ilportale. Dobbiamo ragionare su temi di interesse generale creando gruppi dilavoro che sviluppino pratiche comuni e campagne nazionali».
Salute, migranti, diritti, lotta alle povertà e lavoro sono itemi su cui si impegnano gli attivisti dell’Ex Opg, attraverso progetti dimutualismo e solidarietà, da allargare su tutto il territorio.
Poi c’è la pratica del controllo popolare del voto, esercitata aNapoli alle scorse amministrative e alle politiche vegliando sulla regolaritàdelle operazioni di voto, che adesso dovrà essere adattata ed estesa aparlamentari e istituzioni nazionali. E poi l’opposizione al prossimo governo,tutti temi di discussione oggi al Teatro Italia.
«L’abbiamo detto nella nostra prima assemblea nazionale –commenta Viola Carofalo – quattro mesi fa: le elezioni sono state solol’inizio, la prima tappa di un progetto più grande di aggregazione di forzesociali, di mobilitazione di giovani e di disaffezionati della politica. Sonostate il pretesto per metterci insieme, farci vedere da milioni di persone».
Il risultato elettorale non ha prodotto uno sfaldamento deigruppi e delle organizzazioni che avevano aderito a PaP, complice anche unappeal inesistente da parte dei partiti di sinistra come Leu, ma anzi sonoarrivate nuove richieste di affiliazione: «Molti avevano partecipato alleassemblee ma poi non avevano aderito – prosegue Chiara – hanno atteso la provadel nove del voto. Visto com’è andata e la nostra volontà di andare avanti,hanno capito che potevano fidarsi e si sono fatti avanti. È quello che èsuccesso, ad esempio, con il collettivo del Barrio di Bergamo».
Resta il tema di come ripartire in un paese spaccato in due conal Nord la Lega e al Sud i 5S. Spiega Chiara: «Noi siamo andati su e giù per loStivale, gli altri candidati non li abbiamo mai incrociati, ma abbiamo parlatocon tanta gente che voleva solo mandare a casa la classe dirigente degli ultimi15 anni. Al Sud, in particolare, molti non sapevano neppure del reddito dicittadinanza, è stata una ribellione contro chi ha distrutto le loro condizionidi vita».
Come recuperare spazio d’azione? «Il linguaggio di sinistra diper sé non ha alcuna presa sui cittadini – conclude – perché gli elettori disinistra si sono sentiti fregati dai partiti che in passato l’hanno utilizzato.Per tracciare oggi una linea tra destra e sinistra, che ne riaffermi ledifferenze, è necessario ripartire dalle pratiche, tornare a fare comunitàfacendosi carico dei bisogni collettivi. Ci vuole un movimento popolare chepratichi, oltre a rappresentare, le differenzetra destra e sinistra».
VIOLA CAROFALO: «AIGRILLINI VOTI IN PRESTITO,
PER I COMUNI PAP CI SARÀ»

«"Ci saremmo aspettati qualcosina di più, i sondaggi ci davanosopra il 2%, ma non siamo andati male", spiega Viola Carofalo. Dopo unacampagna elettorale organizzata in soli quattro mesi PaP si è fermata all’1,3%».
Qualiindicazioni avete tratto dall’analisi del voto?
Tenuto conto della valanga di consensi intercettati dai 5S,anche in segmenti a noi vicini come i giovani, ne ricaviamo un quadro che non èmalvagio. Per esempio a Napoli, dove i pentastellati sono andati oltre il 50%,nei seggi prossimi ai luoghi dove facciamo attività abbiamo ottenuto risultatiottimi. In città abbiamo totalizzato il 2,96% ma, ad esempio, Chiara Caprettinell’uninominale al centro storico ha portato a casa il 3,69%. Nel quartierePorto siamo al 6,21%, all’Avvocata 5,7%, a San Giuseppe 5,81%, a Bagnoli 4,61%,a Montecalvario 4,39%. Bene nelle zone popolari, male nei quartieri borghesi diChiaia e Posillipo. Però al Vomero e all’Arenella, dove si è candidato lostorico Giuseppe Aragno, siamo sopra il 4%. Dove ci conoscono siamo statipremiati. Dove non siamo presenti, i mezzi di informazione non ci hanno aiutatoa farci conoscere.
OltreNapoli, com’è andato il voto?
Molto bene a Livorno e Firenze, dove siamo sopra il 3%. Pocosotto il 3 a Bologna e intorno al 2% a Roma. In generale, andiamo meglio neigrandi centri dove c’è un tessuto di attivisti. Siamo in difficoltà nei piccolicentri, dove avremmo dovuto investire fondi che non avevamo per volantinaggi emanifesti. Ma a noi non interessa fare propaganda, quello che vogliamo è attivarele comunità locali. È questa la strada da percorrere nel futuro.
Moltiattribuiscono la vittoria dei 5S al Sud alla richiesta di un nuovoassistenzialismo.
Venerdì ero a un dibattito con altri partiti. Allarappresentante del Pd ho spiegato che non è necessario scomodare gli analistiper scoprire i motivi del crollo dei partiti tradizionali di centrodestra ecentrosinistra, basta andare in un pronto soccorso. Al Sud gli elettori hannoutilizzato i 5S come strumento per buttare giù tutto: anche se Luigi Di Maiosta istituzionalizzando il Movimento, per gli elettori sono ancora quelli delVaffa Day. Non li hanno votati per il programma ma per rabbia, non è una sceltadi campo ma un comune sentire. Pap non è riuscita a intercettare questoelettorato, spiegando loro che avevamo una proposta politica strutturata. Inmolti ci hanno detto che avrebbero voluto votarci ma i 5S avevano lapossibilità di mandare tutti gli altri a casa. Attenzione, però, perché i votiai grillini sono in prestito e quindi contendibili.
Ilvoto mostra un’Italia spaccata in due, con il Nord alla Lega. È possibileriunire il paese su un programma comune?
Il Mezzogiorno, con la crisi innescata nel 2007, ha subito unmassacro che arrivava su un massacro precedente. Al Nord invece la crisi èstata uno choc: il fallimento delle piccole imprese ha fatto crescere il numerodi persone costrette ad accettare lavori con paghe basse, più lontano da casa econ meno diritti. Hanno subito effetti minori, rispetto alle popolazioni delSud, ma sono ugualmente arrabbiati. Sul lavoro si può costruire un percorsocomune per le due Italie. Dopo aver cancellato temi come l’equità sociale el’antirazzismo, la sinistra istituzionale è ridotta a una tabula rasa. Ènecessario ripartire dalle comunità, così rinasce anche la coscienza politica.
Inprimavera ci saranno le amministrative e poi nel 2019 le Europee. Cosa faràPap?
I territori che vorranno partecipare alle amministrative sarannoin campo, rispettando il metodo di lavoro che ci siamo dati per le politiche.Per le Europee, osserviamo cosa succede a sinistra. Non abbiamo partecipatoall’incontro con Varoufakis, Hamon e il sindaco Luigi de Magistris. Abbiamoinvece ospitato all’Ex Opg Mélenchon. Decideremo quando il quadro sarà piùchiaro.

Potere al popolo, 5 marzo 2018un'analisi del voto del 4 marzo. Qualche parola per ciascuna delle liste che si sono presentate. Molti puntini sulle i e, per finire, qualche speranza se la novità positiva di queste elezioni Sto arrivando! durare, e moltiplicarsi

Il Pd, Liberi e Uguali.

D'Alema era certo di intercettare i voti in uscita dal Partito Democratico con Piero Grasso: “Puntiamo alla doppia cifra”. Il Pd è sceso al minimo storico, sotto al 20, ha gli stessi voti della Lega ma Leu ha rischiato di non entrare in Parlamento. Cosa non ha funzionato?
Bersani, Grasso, D’Alema, Speranza, Epifani non hanno intercettato i voti in uscita dal Pd perché, mentre quei voti uscivano, loro sono rimasti nel Pd a votare il Jobs Act, lo sblocca-Italia, il salva-banche e ogni altro provvedimento di stampo liberista, in linea con quelli approvati in precedenza.
Il voto segna il prevedibile tracollo del Pd e dei suoi fuoriusciti che hanno per anni condiviso le stesse politiche liberiste, cominciate ben prima dell’arrivo di Renzi: la precarizzazione del mercato del lavoro che Bersani e D’Alema rivendicano, le esternalizzazioni e le privatizzazioni che Bersani rivendica (“Io non sono mica Corbyn!! Io ho fatto le privatizzazioni!”), le guerre e le spese militari che D’Alema rivendica, l’aumento dell’età pensionabile, la Legge Fornero che ha svutato – prima che Renzi lo cancellasse definitivamente .- l’articolo 18, dando la possibilità alle imprese di licenziare ingiustamente i lavoratori in cambio di un indennizzo economico e che ha legalizzato lo sfruttamento delle false partite iva e dei giovani avvocati, architetti, giornalisti e tutti gli altri iscritti a un ordine professionale.

Non abbiamo assistito “alla frammentazione della sinistra”, come la definisce Cuperlo bensì alla frammentazione del Pd che unito, e con Bersani segretario, ha votato insieme a Berlusconi a favore del pareggio di bilancio in Costituzione e dei provvedimenti sopra citati e che per questo non viene più percepito “di sinistra” dagli elettori di sinistra.

Una minoranza della minoranza Pd è uscita dal partito solo quando ha compreso che Renzi non lo si poteva battere dall’interno e che per batterlo occorreva fare quello che Mdp ha fatto: un partito che indebolisse Renzi nel risultato elettorale per poi costringerlo alle dimissioni, e tornare in gioco ricostruendo il centrosnistra e il Pd. D’Alema, Bersani, Epifani hanno capito che l’unico modo per non essere trombati in fase di composizione delle liste – come è successo invece ai pochi “di sinistra” rimasti nel Pd a illudersi di poter fare la bataglia interna: Cuperlo, Manconi o Lo Giudice – era dare vita a un’altra lista dove avrebbero potuto decide loro e non Renzi le candidature.

Lo hanno fatto con grande trasparenza, senza mai nascondere che questo fosse il loro legittimo obiettivo, restando fino all’ultimo a sostenere la maggioranza di Gentiloni che andava benissimo perché rappresentava il Pd ma non era Renzi, in tempo utile per votare la fiducia sul decreto Minniti e le manovre che aumentavano i ticket sanitari e le spese militari più di quanto le avesse aumentate Renzi. Lo hanno fatto con grande trasparenza, scegliendo come leader Piero Grasso che fino al giorno prima era infatti nel Pd. Trasparenti al punto che le parole con le quali oggi Speranza chiude la conferenza stampa di Leu sono: “Ora bisogna costruire un centrosinistra più largo possibile”. È una scelta che non ho condiviso – ma mi sarei stupita a condividere le scelte di D’Alema – e che però, da un punto di vista tattico, ho compreso.

Non ho invece condiviso e nemmeno compreso la scelta di Sinistra Italiana, che era fuori dal Parlamento con Monti ma ne criticava l’indirizzo e poi cinque anni è stata coerentemente all’opposizione del Pd, esprimendosi contro tutti i provvedimenti che Renzi, Bersani, Epifani e prima D’Alema andavano votando. Non ho compreso la loro scelta di entrare in questa minoranza della minoranza del Pd chiaramente intenzionata a rifare il centrosinistra e riprendersi il Pd dopo che Sinistra Italiana aveva votato la linea esattamente opposta al suo congresso fondativo: “il centrosinistra è morto e noi siamo il quarto polo alternativo al Pd”.

Nemmeno ho compreso e condiviso la medesima scelta da parte di Possibile, i cui esponenti, a differenza di Bersani e D’Alema non erano compromessi con l’esperienza del Governo Monti e che in parlamento in questi anni hanno tentato di contrastare la deriva liberista presentando con Sinistra Iitaliana alcune ottime proposte di legge. Penso che le donne e gli uomini di sinistra di Sinistra Italiana e Possibile avrebbero avuto maggiori possibilità di entrare in parlamento se avessero preservato il percorso del Brancaccio. Ha prevalso una valutazione diversa, che condurrà molti che avrebbero fatto un buon lavoro in Parlamento a restarne fuori, e questo mi addolora.

I 5 Stelle

A queste elezioni non si registra il trionfo del centrodestra o dei 5 Stelle, piuttosto quello dell’antisistema: di quello che viene percepito dagli elettori come tale anche se poi, quando ha l’opportunità di governare, fa politiche in perfetta continuità con quelle del sistema liberista che ha scalzato e che dice di voler combattere.

Un terzo degli elettori che si definiscono “di sinistra”, di quelli che se ci fosse stata una sinistra forte e autentica come quella di Corbyn, Sanders, Melenchon l’avrebbero votata – hanno ripiegato sul Movimento 5 Stelle perché era l’unico con un rapporto di forza tale da consentire di far fuori il vecchio: Berlusconi, D’Alema, Renzi, Bersani, Casini. Molti elettori di sinistra hanno votato il Movimento 5 Stelle turandosi il naso, alcuni confortati dal fatto che tra gli esperti cooptati dai 5 Stelle per scrivere il programma ci fossero persone dichiaratamente di sinistra (De Masi, Aldo Gianuli, che ha votato Potere al popolo, Giorgio Cremaschi, candidato di Potere al popolo…).
Così avevo fatto anche io al ballottaggio a Roma, per le amministrative.

Ho votato 5 Stelle al ballottaggio a Roma perché avevano indicato Paolo Berdini come assessore all’urbanistica e ho immensa stima di lui. Berdini è stato fatto fuori per essersi opposto allo Stadio della Roma, lo Stadio si farà regalando ai palazzinari più di quanto avrebbero ottenuto da Alemanno e con i miei occhi e quelli di mio figlio ho visto sgomberare con gli idranti le famiglie dei richiedenti asilo, le donne e i bambini dalle loro case. Per questo e prima ancora che Di Maio definisse “Taxi del mare” le Ong, prima ancora che il Movimento 5 Stelle scegliesse di non partecipare alla manifestazione antifascista di Macerata e di inabissarsi dopo l’attentato fascista di Traini ho deciso che non avrei mai più votato 5 Stelle e come me – prima di me – tanti elettori.

Il boom dei 5 Stelle ha stupito il Pd e i suoi fuoriusciti che che lo hanno definito “un voto di destra”. Vi stupite se votano per un partito che non mette una riga sui contratti nel programma-lavoro (più o meno come avete fatto voi quando avete cancellato l’articolo 18)? Che definisce le Ong i taxi del mare (più o meno come avete fatto voi con il codice Minniti conrto le Ong)? Che promette la democrazia diretta ma se vince un candidato che non piace al capo viene sostituito con un altro come un qualunque concorrente di quiz a premi (più o meno come avete fatto voi paracadutando le pluricandidature)? Stupefacente è il vostro stupore.

La Lega

I 5 Stelle vincono a sud dove più ci si è impoveriti. A Nord, dove ancora c’è un poco di ricchezza e un poco di lavoro ai quali restre aggrappati, vince la Lega, l’altro partito percepito come “contro il sistema” pure se è alleato del più longevo e potente dei politici del sistema: Silvio Berlusconi.
Un risultato, anche questo, che ha stupito i dirigenti e i parlamentari “di sinistra” che hanno aumentato l’età pensionabile e trovato logico fare una moneta unica senza un’unità politica, che hanno creduto e detto che non c’era alternativa alla flessibilità e alla precarietà, all’aumento dell’età pensionabile, che hanno lasciato che montasse la propaganda delle destre l’hanno inseguita gridando all’emergenza-immigrazione invece di denunciare l’emergenza-emigrazione dovuta all’esodo di chi cerca lavoro all’estero perché quella stessa “sinistra” aveva reso troppo saltuario e mal pagato il lavoro.

Come sopra: vi stupite se gli operai votano per il solo che avete lasciato libero di promettere che avrebbe cancellato la riforma Fornero? Il solo che avete invitato sulle vostre tv a gridare che basta austerity delle oligarchiee europee, pure se è alleato di Berlusconi che ha votato a favore della Fornero e di tutti i provvedimenti di austerity del governo Monti imposti dalle olgarchie europee? Ma è colpa vostra! Vostra che quei provvedimenti li avete votati, insieme a Berlusconi. Chi vota Lega non vuole sparare ai neri anche se tace – esattamente come durante il Fascismo – tace e spesso acconsente quando qualcuno lo fa: rivuole il lavoro, il potere d’acquisto che il suo salario aveva quando c’era la lira, e siccome gli avete tolto gli strumenti per capire come sono andate le cose, siccome sui luoghi di lavoro li avete massacrati, non si fidano di quel che dice il sindacato; siccome in tv gli avete fatto vedere i cuochi e Cacciari e Barbara D’Urso e i telefilm sui carabinieri e Belpietro che dà la colpa della miseria agli immigrati a quello credono: quello sentono, quello sanno. Stupefacente è il vostro stupore.

Forza Italia.

Berlusconi tiene. Nonostante le condanne, l’incandidabilità, il bunga-bunga, le frodi fiscali, le cene eleganti, nonostante abbia votato come Bersani e D’Alema a favore dell’aumento dell’età pensionabile, della precarizzazione del lavoro, della libertà di licenziare, del pareggio di Bilancio in Costituzione. Tiene perché gli avete lasciato tre reti televisivi dalle quali raccontare a tutte le ore che aumenterà le pensioni minime a mille euro, taglierà le tasse e l’Iva sul cibo per cani, camminerà sull’acqua e il resto è colpa dei negri e ci pensa Salvini. È colpa vostra pure questa, pure per questo quelli di sinistra non votano più voi ma chi promette una legge contro il conflitto d’interessi.

Casapound

È sotto all’uno per cento ma ha fatto egemonia. Le cose che dice sugli immigrati e il decoro, la repressione e l’ordine le mettono in pratica tutti gli altri grandi partiti. Non serve aggiungere molto al Minniti di Crozza-Robecchi: “Non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti”. Pure il fascismo quello di una volta non stava in piedi grazie alle camice nere ma ai tanti che davano loro ragione.

Più Europa

Più Europa ha perso, nonostante sia stata mostruosamente pompata, nostrante Emma Bonino avesse un patrimonio personale di credibilità per le sue battaglie a favore dei diritti civili che l’aveva portata a prendere il 9 per cento alle europee del 1999. Ha perso non tanto perché ha un programma economico che ricalca l’agenda del governo più impopolare della storia della Repubblica (nessuno li legge i programmi), ha perso perché la sua lista si chiama + Europa e gli italiani vogliono – Europa. O meglio, non è che gliene freghi molto dei confini o dell’Italia, figurarsi dell’Europa o del mondo intero, ma hanno registrato che da quando c’è l’Euro si sono impoveriti e sono giustamente preoccupati per la loro sorte e quella dei loro cari. Gli avete detto che bisognava andare in pensione più tardi e precarizzare il lavoro perché “Ce lo chiede l’Europa”, mica pensavate che la ringraziassero.

Casini

Casini è il vero vincitore di queste elezioni. l’Udc all’uno per cento, il Pd al minimo storico perché ha fatto cose dieci anni fa impensabili tipo candidare Casini a Bologna, lui eletto a Bologna con i voti del Pd. Chapeau.

Potere al popolo

Il risultato elettorale di Potere al popolo è deludente. Era difficile fare di più e lo sapevamo: la “capa politica”, come impone di chiamarla la legge elettorale, Viola Carofalo non è mai stata invitata, nemmeno una volta, da Formigli o da Floris o all’Aria che Tira o da Santoro o da Giletti o a in mezz’or da Lucia Annunciata come invece il leader di Casapound che ieri sera lamentava di essere stato poco in tv e Annunziata replicava: “Ma se sei stato da me!!”.

Viola ha parlato per pochi secondi a Cartabianca ospite di Bianca Berlinguer, ha partecipato a un’unica trasmissione su Mediaset e la stragrande maggioranza degli elettori, ancora oggi, si informa attraverso la tv. A differenza di tutte le altre liste che sono note a tutti (non essendoci uno che non sappia che cos’è Casapound, che cos’è il Partito Comunista o l’Udc, chi è Emma Bonino o il ministro Lorenzin, chi sono D’Alema e Bersani e le due più alte cariche dello stato con loro in Liberi e Uguali) il simbolo, il nome, il programma di Potere al popolo è ancora oggi sconosciuto alla stragrande maggioranza degli elettori.

Anche se all’interno di Potere al popolo ci sono piccole forze organizzate, come Rifondazione o l’Usb, queste hanno rinunciato al loro simbolo, pur sapendo che la rinuncia li avrebbe resi irriconoscibili a tanti elettori non militanti che ancora ieri chiedevano come mai non c’era Rifondazione sulla scheda. Trovare un nuovo nome, un nuovo linguaggio, era però necessario per anadare oltre il recinto degli elettori che si riconoscono nella falce e martello, e una forza politica che ha l’ambizione e di parlare agli sfruttati sa che molti di loro non hanno oggi gli strumenti per decifrare il senso di quel simbolo, per comprendere quel linguaggio. Sa che bisogna cercare e trovare il modo di farsi capire e di conivolgere nella lotta di classe chi sta subendo in silenzio, convinto che subire sia il suo destino. Quattrocentomila persone che hanno votato Potere al popolo sono oltre il 10 per cento di quelli che lo hanno conosciuto, in due mesi di campagna elettorale fatta senza soldi, casa per casa.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche il Movimento 5 Stelle era sconosciuto quando è nato. Al contrario! Il Movimento 5 Stelle era il partito di Beppe Grillo e non c’era un italiano che non sapesse chi fosse Beppe Grillo e che dunque non fosse curioso di ascoltare che cosa aveva da dire. I talk di punta trasmettevano in prima serata lunghi spezzoni dei suoi comizi, senza alcun contraddittorio, poiché lui astutamente rifiutava il confronto diretto in studio. Così tutti hanno sentito che Grillo era contro “la casta” e tanto bastava e ancora basta, perché “la casta” è ancora la stessa ed è ancora lì.

Il risultato elettorale di Potere al popolo è deludente ma quello elettorale non è il solo né il principale risultato. Il risultato è aver mobilittato e entusisamato migliaia di persone che non si conoscevano e che ora si sentono legate e continueranno a lottare insieme contro l’austerity, per i diritti e contro i privilegi, per la solidarietà e contro l’inganno della guerra tra poveri che è invece una guerra ai poveri. Insieme e non più soli. Il risultato è stato aver creato questo protagonismo attraverso la mobilitazione dei non Tav, No Triv, No Muos, di chi lotta per la difesa dei posti di lavoro, per la scuola e la sanità pubblica, per le donne, e per i migranti, di chi non si sentiva più rappresentato e non si sarebbe mobilitato e tantomeno entusiasmato così solo per farsi rappresentare. Donne, ragazzi, anziani che non si sono arresi all’idea che non c’è alternativa, all’idea che non valga la pena combattere.

C’è uno scarto tra il pensarla così e l’agire di conseguenza. Il risultato di Potere al poplo è in quello scarto. Chi agisce, chi lotta, è già in salvo. Questo è poi lo scopo della sinistra: salvare i sommersi, uno per uno. Siamo a quota 400mila elettori in solo due mesi: andiamo avanti. Non c’è nulla di cui rallegrarsi nel risultato di queste elezioni solo per chi non ha beneficiato di questa ricchezza. Per noi, per me, è stata un dono immenso del quale ringrazio le compagnie e i compagni che si sono mobilitati. Sono felice di essermi battuta per costruire questa comunità di lotta, felice di vederla crescere, di stringere legami così solidi con persone così belle. È stata una gioia e un’emozione incancellabile e resta, nello sconforto, un più grande conforto. È quello che mi state scrivendo a decine e vi rispondo qui: grazie a voi, certo che andiamo avanti, c’è molto lavoro da fare e continueremo a batterci. Ci vediamo il 18 a Roma, teniamoci stretti.

il manifesto
«Dopo il voto. Per evitare un possibile sfibramento del sistema politico o i 5Stelle scelgono la via consociativa (con la destra) o confluiscono come perno in un nuovo centrosinistra»

Secondo una visione prevalente, il deficit della sinistra era quello di avere paura del leader. E quindi la ricetta vincente consisteva nell’accelerare le procedure verso i riti di investitura del capo.

Esiste una slavina lunga che coinvolge Prodi, Veltroni e precipita sino a Renzi che ha scelto la destrutturazione di antiche cose della sinistra. Non solo le sezioni, ma persino i circoli erano sopravvivenze vetuste. Non si tratta di una semplice modellistica dell’organizzazione. L’opzione per le primarie aperte nella corsa verso il partito leggero presidenzializzato, che eliminava la parola stessa congresso sciogliendola nei gazebo, sanciva la de-ideologizzazione del soggetto politico e la sua omologazione alle pratiche di un partito delle cariche elettive, senza radici identitarie per la rinuncia ad ogni idea di società da progettare con la grande politica.

La slavina che ha disgregato

la sinistra politica

La marcia della Lega nelle antiche regioni dell’insediamento comunista rappresenta la più rilevante cesura in termini storico-politici avvenuta nel voto di marzo. La destra ha spiantato le ultime finzioni di un partito erede della tradizione del civismo del movimento operaio e contadino, e ha mutato radicalmente la geografia delle culture politiche. Non esiste più l’Italia rossa, e tutti i simulacri politici che la ricordavano sono stati falcidiati.

Le conseguenze di questa mutazione genetica dell’Italia di mezzo sono incalcolabili. Collassa ciò che di residuale restava ancora di una subcultura che anche come area di cuscinetto garantiva una sorta di collante nazionale capace di frenare le pulsioni di destra che nel nord produttivo erano diventate dominanti nella seconda repubblica. La differenziazione territoriale tra un centro nord a forte trazione leghista e un centro sud a trascinamento 5Stelle rappresenta una incognita nella capacità di persistenza del sistema politico. Se la polarizzazione tra destra e M5S è al tempo stesso una frattura tra gli spazi, e se le proposte economico-sociali alternative (reddito di cittadinanza o politiche redistributive e flat tax o Stato minimo in funzione dei produttori) si legano a un antagonismo a fondamento territoriale è evidente il rischio di sfibramento del sistema.

O si dà un approdo consociativo alla eruzione determinata dalle urne per ricucire il sistema (governabilità condivisa tra i due vincitori) o i Cinque stelle confluiscono, come componente egemonica, in un schieramento plurale di forze di centro e di sinistra ostili alla destra: oltre queste evoluzioni sistemiche, si restringono i margini per aggiustamenti disegnati da una forte spinta di sinistra.

L'altro grande malato: il sindacato

Ma il dato politico della crisi del sistema non può offuscare il volto dell’altro grande malato: il sindacato del conflitto. Malconcia, oltre a quella dei simulacri di partito, pare anche l’immagine del sindacato: non solo non orienta voti alle espressioni politiche “amiche”, ma palesa una perdita di insediamento e un deficit di cultura politica che ne dissolve la funzione storicaAl centro nord l’operaio atomizzato e senza classe è stato sedotto dal verbo leghista (con più marcate adesioni però, e anche tra i quadri, verso il simbolo del M5S) e al centro sud è stato attratto dalle rivendicazioni sociali del M5S. Solo in questi termini deteriori il sindacato conserva una parvenza di coesione nazionale.

Si sgretola la connessione tra classe e politica, e il sindacato privo di rappresentanza appare come destinatario di una pura delega corporativa. Ciò segna la crisi radicale del sindacato, che non riesce più a pensare in termini politici. Dinanzi alla lunga caduta del partito amico incapace di interpretare un ruolo nei conflitti della società, al sindacato restava una inedita opzione strategica, che però non è stata afferrata: invertire il rapporto gerarchico novecentesco tra partito guida e sua cinghia sindacale per farsi regista di un nuovo partito del lavoro, espresso dalle forze organizzate.La formula della «coalizione sociale» qualcosa del genere comportava, ma è scomparsa e non ha lasciato né invenzioni organizzative né precisazioni politiche. Se la Lega è il tribuno del Nord e il M5S diventa il tribuno del Sud ciò vuol dire che non solo la politica ma anche il sindacato ha contribuito alla crisi democratica.

Certi discorsi interrotti, su come innestare soggetti del pluralismo sociale con la ridotta identitaria che comunque ha consentito di varcare la soglia di sbarramento,vanno al più presto riannodati.

I sottotitoli sono nostri [n.d.r.]

il manifesto,

«L’animo nostro informe. Un’Italia irriconoscibile. La sinistra del 2018 non è stata messa sotto da nessuno. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina»
L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.

L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…

L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.

L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza. In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.

Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

Non è una "sconfitta storica, storica", come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un "esodo". Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.

Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’altra parte un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità.

Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici…

Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

Invece niente: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

Si discuterà a lungo degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

P
er questo non basta fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

postilla

Forse se non si rimanesse ancorati a ciò che era la Sinistra nel millennio scorso e, partendo da una riflessione su quella preziosa eredità storica, si cercasse si comprendere quali sono oggi, nel nostrosecolo, le condizioni, le occasioni e i compiti di una politica che volesse significare oggi ciò che la sinistra storica ha espresso a suo tempo, si potrebbe fare qualche passo avanti. Noi l'abbiamo tentato, nell'articolo "La parola sinistra". Provate a leggerlo

Barbara-Spinelli.it,

Per la sinistra, questo è stato un giorno di fallimenti monumentali ma anche di chiarimenti, di possibili ma lente riprese. La nascita di Potere al Popolo è un buon segnale, anche se in soli tre mesi non poteva raggiungere i risultati sperati. Resta la verità più profonda delle elezioni del 4 marzo: gli italiani hanno chiesto un radicale cambiamento di rotta, e la sinistra non è stata presente all’appello. Globalmente la sinistra esce distrutta e lacerata da questa prova, e rischia di consegnare il Paese – una volta che saranno contati esattamente i seggi – alla destra di Salvini e a una Lega radicalmente spostata verso posizioni xenofobe.

Sono almeno dieci anni che la sinistra storica perde sistematicamente e in maniera continuativa il proprio “popolo”, ormai saldamente e convintamente ancorato nel voto Cinque Stelle o nell’astensione. Con la sola esclusione di Potere al Popolo, ha inseguito la destra per quando riguarda sia la politica economica sia quella concernente i rifugiati, corteggiando un elettorato che su ambedue i temi ha preferito in definitiva votare l’originale, cioè la destra.

il Post

Questo è il consueto post elettorale sulla sconfitta della sinistra. Sono un po’ stufo di scriverlo, ma la sinistra continua a perdere. Se c’è una buona notizia in questa giornata terribile è che forse è l’ultimo che scriverò, non perché da qui in poi vinceremo tutte le elezioni, ma perché forse smetteremo di esistere per un po’. Come sempre si tratta di un post chilometrico nemmeno troppo amareggiato ma estremamente lucido nel dichiarare qualcosa che è peggio di una sconfitta. L’ho scritto un po’ di getto e con uno stato d’animo un po’ ballerino. Abbiate pazienza. Anche perché ne serve molta.

Ha vinto la destra. Anzi, di più: l’Italia è la destra. La ragioneria a volte è una pratica crudele. A conti fatti, tutto ciò che è assimilabile alla sinistra, anche stando larghi e includendo proprio tutto tutto tutto, anche partiti imbarazzanti e incompatibili tra loro, vale il 25%-30% dei voti espressi.
E li vale in un’elezione in cui l’affluenza non è stata bassa (anzi, è in lieve crescita rispetto al referendum e comparabile con le elezioni del 2013 in cui si votava in due giorni).

I numeri parlano chiaro: più del 70% degli italiani ha votato per un partito o movimento o apertamente di destra o assimilabile a essa per programmi, metodo politico e totale disinteresse per valori come la solidarietà e la tolleranza. Non solo, il 50% circa ha votato per partiti apertamente filo-Putin e, probabilmente, da lui finanziati.

Di fronte a risultati simili non è nemmeno concepibile parlare di sconfitta. Sta succedendo qualcosa di diverso. Questo non è un semplice risultato elettorale: è un evento storico che segna un totale shift di paradigma in Italia e l’insediamento di un blocco di potere totalmente nuovo. Non siamo soli: è qualcosa che sta succedendo, in modo più sfumato (qui in Italia ci teniamo ad avere il primato delle brutture), in tutto l’Occidente, dove crollano le sinistre e si impongono le destre xenofobe e sovraniste e i populismi.

Non so bene cosa sia questa “cosa” che avanza e che per me è il male assoluto o quasi. Non so nemmeno bene cosa voglia in dettaglio e a quali esigenze politiche e umane risponda. So che è la nemesi dei miei valori, del mio modo di concepire la vita, dei miei comportamenti. Il problema è che questa “cosa” non ha vinto a sorpresa e per il rotto della cuffia come Trump negli Stati Uniti e non è stata fermata da sani anticorpi democratici come in Francia. Qui ha stravinto con una marcia trionfale attesa e prevista da tutti, percentuale più o percentuale meno.

Insomma, qui si è affermata chiaramente una volontà popolare indiscutibile e netta: il popolo italiano, nella sua stragrande maggioranza, vuole più destra. E la vuole populista, rabbiosa, xenofoba, antiscientifica, bigotta e vogliosa di menare le mani.

La resistenza è inutile. L’unità, pure. Se i numeri in gioco fossero altri, sprecherei un paragrafo a tentare di smontare le ragioni di quel voto scriteriato. Ma le destre populiste hanno preso il 70%: ci dobbiamo rassegnare all’idea che noi di sinistra siamo, dati alla mano, una minoranza esigua e divisa in modo irreparabile. E anche se ci unissimo non otterremmo nulla di più. Siamo meno della metà degli “altri”. Capiamolo.

Di fronte a cose così non c’è niente di utile da fare. Mi fanno sorridere gli amici che, a caldo, delirano di “resistenza”, “torniamo in montagna” e altre menate retoriche da sinistra in fase di elaborazione del lutto. Signori, se ci mettiamo a fare la resistenza, la facciamo contro la stragrande maggioranza degli italiani. Qui non c’è nessuno da liberare da un potere sgradito e impostore. Finiremmo come i “liberatori” antiborbonici, presi a roncolate a Sapri dai contadini stessi che volevano liberare.

Probabilmente passeremo buona parte del nostro tempo a cercare di dare la colpa a qualcuno, cioè, a seconda dei gusti, Renzi, Fratoianni, Bersani, D’Alema, Civati, Grasso e perfino qualche dirigente di Potere al Popolo, che è andato malissimo (contando che Rifondazione da sola, che è inglobata in quel partito, prendeva l’1,5%-2% a livello nazionale in ogni elezione).

Cambiamo pure tutti i leader delle tante versioni incompatibili della sinistra, mandiamone pure qualcuno in pensione, spediamone un paio su Marte, sono d’accordo. Dopo un risultato simile è sano e doveroso e chi non si dimette va contestato duramente. Facciamolo. Non servirà a niente, ma è una questione di igiene politica. Lo stand delle salamelle al festival vegano. Credo che il problema alla base di questa enorme sconfitta politica della sinistra non sia una questione di offerta politica. Anzi, in queste elezioni non mancavano le opzioni. Si passava dal centrosinistra moscio e in certi casi venato di destra del PD fino ai filo-venezuelani di Potere al Popolo, attraverso una gamma piuttosto ampia di posizioni intermedie, ciascuna con la propria lista, i propri leader, i propri programmi. Ce n’era per tutti i gusti, davvero.

Eppure né i renziani, né gli anti-renziani in diverse gradazioni, né i rivoluzionari, né i comunisti duri e puri hanno ottenuto voti dignitosi. Sono andati tutti male. Tutti. Quindi evitiamo polemiche su Renzi vs D’Alema e altre polemiche illusorie da abitanti della bolla di “quelli di sinistra”.

Il problema è la domanda


Forse il problema non è l’offerta politica della sinistra. Il problema – ed è una brutta notizia – è la domanda. In Italia nel 2018, insomma, è drammaticamente in minoranza chi ritiene di avere bisogno della sinistra e di ciò che promette: giustizia sociale, solidarietà, equità, tolleranza, laicità, diritti.

Attenzione: non ci sono partiti non di sinistra che promettono meglio della sinistra di fare propri questi valori e realizzarli. È proprio successo che quei valori sono passati di moda in Italia, sono diventati non necessari e visti anche come un ostacolo alle magnifiche sorti (regressive) del paese.

Nessuno ci ha portato via i voti promettendo meglio le nostre cose. Semplicemente la gente ha sposato valori diversi, si è proprio spostata eticamente e sentimentalmente verso altri lidi. Sembra quasi che in Italia sia venuta meno la necessità storica di certi valori. Questa cosa qui ha un nome: crisi di senso. La sinistra, piaccia o no, non ha più senso per il paese, per il momento storico che attraversa, per la psicologia e la narrazione collettiva dominante, che tende alla distruzione e all’accusa più che alla soluzione.

Non si ferma il vento con le mani, anche se tira a destra.
Per quanto mi riguarda di fronte a un risultato così non c’è nessuna analisi intelligente da fare. E l’autocritica diventa un esercizio di stile, che lascia il tempo che trova. Non c’era niente, né una riforma, né un’azione unitaria, né un programma che avrebbe potuto fermare questo evento epocale (che ha cause “lunghe” e lontane e su cui credo si interrogheranno gli storici, visto che i politologi nel prossimo futuro si divertiranno di più a ridacchiare dei leader sconfitti).

Potrei fare un elenco sterminato di errori che non avrei fatto, di cose che avrei gestito meglio, di alleanze che avrei evitato, di gente che non avrei candidato, ecc. Ognuno ha il suo borsello di sbagli della sinistra, del PD, di Renzi, dei dirigenti locali, ecc. Volendo ce li scambiamo tipo figurine.
Eppure, anche sommandoli tutti, non saltano fuori ragioni sufficienti per giustificare una sconfitta di questo genere.

Non solo, i conti politici non tornano. Faccio due esempi. In un contesto in cui la sinistra è stata accusata di non lavorare a sufficienza per la giustizia sociale e i diritti dei cittadini, hanno trionfato partiti che esibiscono fieri la loro cultura dell’ingiustizia (vedi la flat tax, la promessa di negare i diritti civili appena conquistati). E in uno scenario in cui la sinistra è stata accusata di non avere una politica sufficientemente umana nei confronti degli immigrati e di essere blanda sullo ius soli hanno stravinto i partiti più crudeli e indifferenti nei confronti dell’immigrazione di ogni tipo. Insomma, dovessimo dare retta ai flussi elettorali (che a questo punto non hanno più senso, perché si sono create nuove appartenenze, nuove identità politiche, ecc.), la sinistra perde voti a sinistra che finiscono a politiche apertamente di destra.

Non finisce qui. Nemmeno le divisioni a sinistra sono una spiegazione sufficiente. Non c’era nessuna azione unitaria che sarebbe diventata vincente, visti i miseri risultati delle singole liste della sinistra tutta. Anzi, forse si sarebbe ridotta l’offerta di “biodiversità” della sinistra.

Non vale nemmeno la scusa più ingenua di tutte, cioè pensare che gli elettori di centrosinistra e di sinistra non siano andati a votare e che, sotto sotto, fatto fuori Renzi salterebbero fuori milioni di persone “più di sinistra” pronte a riportare la sinistra ai consueti trionfi. Guardate i dati elettorali e fatevene una ragione: quegli elettori non sono stati a casa, l’affluenza lo dimostra. Semplicemente sono andati a votare e hanno scelto una delle tante destre populiste disponibili. Sicuri sicuri che sia gente che è andata via dal PD perché era troppo poco di sinistra? Pensateci.

Winter has come.
Consoliamoci: questa è una cosa più grande di noi. Anche facendo tutto giusto (e non lo abbiamo fatto) non sarebbe andata tanto diversamente.

E ri-consoliamoci: di fronte a risultati di questo genere e alla portata lunga che sembrano avere è inutile qualsiasi tentativo di lotta e di salvataggio del paese. Possiamo riposarci, fare altro, difenderci (e dovremo difenderci, fidatevi) e aspettare, aspettare, aspettare. Dopo un bel po’ di anni (l’ultimo shift di paradigma di questo tipo, tra l’altro più lieve e meno sguaiato, è avvenuto nel 1994 e ci ha regalato vent’anni di Berlusconi e di diseducazione etica) forse potremo tornare a costruire qualcosa, se ci saremo ancora.

Ma adesso no, non c’è letteralmente niente da fare. Quel 70% di popolo italiano è determinato e vuole andare fino in fondo. Non ha votato così in massa per avere un sistema di potere nuovo en passant. Vuole che i nuovi vincitori si mettano al lavoro, che provino davvero a mettere in campo le soluzioni a cui loro hanno creduto e non si arrenderà ai primi fallimenti. Insomma, questo paese ora è innamorato dei suoi nuovi capi e per un bel po’ darà loro fedeltà assoluta e carta bianca su ogni intervento. Gli italiani dovranno sbattere la faccia più volte contro le conseguenze delle loro scelte (e questo richiede tempo) per iniziare a dubitare del proprio voto.

Noi, nel mentre, litigheremo un po’ e proseguiremo le nostre faide tra sinceri democratici con il cuore più leggero: ora sappiamo che l’unità a sinistra non serve a niente, se non c’è il consenso e se non c’è un paese che ritiene di avere bisogno della sinistra. Quindi litighiamo pure, abbiamo anni per risolvere tutto (con le mani, quando volete).

Poi ci passerà la voglia, faremo altro, faremo qualche blando e illusorio tentativo di recupero e forse otterremo qualche vittoria di Pirro, ma ora si è imposto quello che a breve diventerà un Sistema (sì, con la maiuscola) che è talmente nei cuori degli italiani da essere difficilmente rimovibile. Bisognerà avere il tempo e la pazienza per aspettare che questa “cosa” populista e orribile si abolisca da sola. Non la aboliamo noi di sicuro.

Di sicuro, parlo per me, non farò nessun tentativo per contribuire a migliorare questo paese. No, non sto facendo l’offeso. È che l’Italia in larghissima maggioranza non vuole quello che voglio io, minoranza marginale. E non ci sono punti di contatto o convergenza. È proprio un altro mondo incompatibile. Non posso vivere da cittadino partecipe e leale in un paese che sta per diventare una versione alla vaccinara dell’Ungheria di Orban o della Polonia.

L’Italia non si cura da una malattia che gli italiani credono essere un superpotere.

Mettiamoci al sicuro, difendiamoci, difendiamo i nostri cari e le cose che abbiamo a cuore. Prepariamoci a vedere cose orribili, ingiustizie sui più deboli, violenza di Stato e una riduzione enorme dei diritti. E più povertà, più confini, meno libertà.

Pensiamo ad altro, almeno per un po’, e pazientiamo. In Italia è arrivato l’inverno. Sarà lungo.

laCittàinvisibile,

Care, cari, mi rivolgo ai lettori de La città invisibile, a chi segue l’attività del Laboratorio politico perUnaltracittà, a chi ha seguito l’esperienza della lista in consiglio comunale.

Come sapete domenica si vota, in un pessimo clima, e con una pessima legge elettorale.
In una campagna elettorale piena di veleni, con formazioni razziste e fasciste ormai sdoganate, con un improbabile centrosinistra che insegue la destra facendo leva sui peggiori istinti di un elettorato incattivito da anni di crisi e di spoliazione, di diritti negati e di guerra fra poveri, si distingue una esperienza, quella di Potere al Popolo. Esperienza, perché Potere al Popolo non è un cartello elettorale né una somma di piccoli partiti. Nasce prendendo a pretesto le elezioni ma non ha le elezioni come ragione di vita, perché queste sono solo uno degli strumenti in cui si declina un agire politico volto al cambiamento.

E’ successo che i non rappresentati hanno pensato di rappresentarsi da soli, prendere l’iniziativa e la parola. Precari, disoccupati, lavoratori sempre più sfruttati, studenti, ma anche associazioni, pezzi di sindacato, centri sociali: qualcuno ha alzato la testa e ha gridato “proviamoci”. Ed è successo quello che non era facilmente prevedibile, con l’energia della spontaneità e la forza della necessità si è messo in moto un sommovimento in gran parte autorganizzato che ha portato a decine e decine di assemblee sui territori, alla definizione condivisa e partecipata di un programma, alla scelta delle candidature che provengono tutte dalle lotte e dalle vertenze, dalle esperienze di movimento e di impegno che di quei territori sono espressione.

Nel disinteresse dei media e degli osservatori più o meno mainstream, fra il cinico e il supponente, questa strana cosa è cresciuta, si sono raccolte in pochi giorni il doppio delle firme necessarie a presentare la lista Potere al Popolo in tutte le circoscrizioni del paese, e con zero risorse è stata condotta una campagna elettorale fatta principalmente di contatto diretto con gli elettori, e fuori da una fabbrica in sciopero, nei luoghi della logistica in agitazione, fra i lavoratori dei centri commerciali, fra gli studenti o gli insegnanti, non erano stupiti di vedere i candidati che si presentavano, perché erano quegli stessi che erano sempre stati presenti quando c’era da sostenere una lotta da rivendicare un diritto, da battersi per una maggiore giustizia sociale, e perché questa società non regredisse fino alla barbarie dell’egoismo più becero.

I punti del programma sono quelli che hanno sempre caratterizzato l’azione di perUnaltracittà, i temi come il lavoro e i diritti, la redistribuzione della ricchezza, sanità, assistenza, istruzione pubbliche e gratuite, il diritto alla casa, i diritti dei migranti, la difesa dell’ambiente e dei territori.

Per tutto questo invito tutte e tutti voi a votare la lista di Potere al Popolo, a seguirne l’attività (poterealpopolo.org), e a continuare a seguirla anche dopo, perché è stato detto fin dall’inizio che le elezioni del 4 marzo servono "solo" (ed è chiaro che per questo scopo è importante riuscire a ottenere il massimo del risultato) a intercettare le persone che possono avere bisogno di noi, a coinvolgerle, a farle interessare o gettarle dentro a un processo di partecipazione. Processo che per noi deve avere una serie di requisiti: coinvolgere in tutti i modi persone diverse da quelle già presenti nei partiti, riattivare ex militanti o produrne di nuovi, privilegiare soprattutto la partecipazione giovanile, che ha più tempo ed energie e in prospettiva può diventare produttiva, scegliere le persone e i candidati non per appartenenza a un gruppo secondo una logica di spartizione, ma perché rappresentative dei territori e/o più capaci.

Finalmente lieta di andare a votare,
Ornella


«Potere al Popolo. Intervista alla portavoce Viola Carofalo: "CasaPound e Forza Nuova vanno sciolte. La risposta ai neofascisti non può essere solo repressiva ma li hanno lasciati crescere e ora c’è da preoccuparsi della violenza su donne e immigrati"»

Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, due vostri militanti sono stati feriti a Perugia e CasaPound sostiene di essere la vittima.

«È un classico, fanno sempre così, ci hanno tentato anche a Napoli quando l’aggressione ai nostri attivisti è stata fatta con mazze e bastoni della X Mas. Quello che è successo a Perugia è inequivocabile, il nostro militante è stato colpito con un coltello e non credo che quelli di CasaPound fossero andati in giro per funghi».

È il primo episodio ai vostri danni?
«Niente affatto, sono già una decina negli ultimi due mesi. Un caso quasi analogo è accaduto a Genova durante la raccolta delle firme, un nostro attivista è stato accoltellato. A Torino alcuni ragazzi dei collettivi studenteschi sono stati massacrati di botte dal Blocco studentesco. C’è un clima orribile».

Potere al Popolo condanna la violenza di Palermo ai danni di un esponente di Forza Nuova?
«Sottoscrivo quello che ha detto il sindaco Orlando: il fascismo si combatte con la cultura e la resistenza. Purtroppo i fascisti sono spesso difesi dallo stato. Dopo un episodio gravissimo come quello di Macerata la preoccupazione del ministro dell’interno è stata cercare spiegazioni al gesto di Traini, ostacolare il corteo antifascista e consentire ai fascisti di fare comizi e iniziative.

Glielo si può impedire? Sono candidati alle elezioni?
«Il problema è quello, dovrebbero essere fuori legge altro che candidati. Evidentemente fanno gioco».

CasaPound e Forza Nuova andrebbero sciolte? E come
?«Assolutamente sì, andrebbero sciolte. Le leggi ci sono. Di Stefano è venuto a Napoli a ribadire che è un fascista erede della repubblica di Salò. Mi rendo conto che si tratta di quattro cretini e che il vero problema non sono loro ma i partiti del 20%. Incluso il Pd di Minniti per il quale Traini si spiega con il fatto che arrivano troppi immigrati. Però a questi quattro cretini si è dato spazio, visibilità e sono cresciuti. Ieri ho registrato l’intervista con Bruno Vespa – gentile – e subito dopo di me hanno montato quella di Fiore che rivendicava di aver detto «non faremo prigionieri». Una frase stupida, ma anche pericolosa».

Avete un programma molto avanzato sulla giustizia, tra le altre cose chiedete una depenalizzazione per i reati politici. Però volete combattere le organizzazioni neofasciste con lo strumento giuridicamente complicato e politicamente discutibile dello scioglimento. Una contraddizione in seno a Potere al Popolo?
«Condivido che la risposta non possa essere solo di carattere repressivo, e noi dell’ex opg a Napoli lo sappiamo bene. La risposta è costruire un tessuto solidale, intervenire nei quartieri, togliere spazio alla guerra tra poveri che altrimenti fa prosperare egoismo e razzismo. Al punto in cui siamo però ho anche paure più immediate. Non per le aggressioni ai militanti, quelle purtroppo ci sono sempre state, ma ho paura delle violenze fasciste sui migranti, sugli omosessuali, sulle donne».

Perché non avete aderito alla manifestazione di sabato a Roma?
«Molti di noi parteciperanno in ogni caso. Ma Macerata è stata una grande occasione sprecata per gli antifascisti, grandi organizzazioni come Anpi e Arci hanno fatto un errore a ritirare l’adesione. Quello era il tempo e quello era il luogo per dare una risposta alla tentata strage razzista. Dopo di che ogni piazza antifascista è una piazza buona».

Vi tiene lontano un antifascismo di tipo elettorale?
«C’è anche questo, sì. I segni li vediamo benissimo. Ci vogliono mettere all’angolo invitando a votare per la stabilità, per quei partiti iper moderati che garantirebbero la tenuta democratica. Ma sono gli stessi partiti che quando si tratta di impedire il diritto democratico di manifestare l’antifascismo si muovono in modo tutt’altro che moderato».

L’ultima domanda è fuori tema: che effetto fa vedere Corbyn con Grasso?
«Secondo me Corbyn si è confuso, era distratto. Noi di Potere al Popolo non possiamo dire di ispirarci direttamente a lui. Ha fatto la sua battaglia all’interno del Labour mentre noi abbiamo lanciato un movimento nuovo. Però sicuramente è un riferimento per il tipo di campagna che ha fatto, Momentum, i giovani, l’utilizzo della rete e del porta a porta. LeU che è il prolungamento del Pd di tutto questo non fa nulla. Corbyn si ricrederà».

il manifesto,
«Chi sta con chi. Tra socialisti radicali e altermondisti moderati, Liberi e Uguali e Potere al Popolo si giocano i testimonial, in qualche caso scippandoli al Pd. Tranne Tsipras, che però appoggia entrambi»

Il blitz londinese di Grasso è un colpo basso per il Nazareno. Che infatti si guarda bene dal commentare. Il laburista antiBlair oggi in corsa per Downing Street è un meme vivente degli errori di Renzi su scala continentale. Dopo la vittoria dell’ultimo congresso del Labour il leader Pd non gli ha neanche inviato i complimenti della buona creanza. Fino a quel momento i renziani definivano il leader laburista «una catastrofe», uno che «gode a perdere». Grasso a sua volta ha portato a casa una foto che parla a molti. Corbyn è un’icona per la sinistra radicale, ma è considerato un modello anche da Prodi. L’ex procuratore si è ispirato a lui dallo slogan «Per molti, non per pochi» che traduce For the many not the few, giù fino alle singole proposte, come l’abolizione delle tasse universitarie, battaglia che ha conquistato la gioventù britannica.

L’abbraccio con Corbyn racconta anche del voto del 2019 per il parlamento di Bruxelles. Dove tutte le famiglie progressiste potrebbero rimescolarsi. E le sinistre europee guardano con preoccupazione alla divisione dei “compagni” italiani fra Liberi e uguale e Potere al Popolo. «Vedo con tristezza che la sinistra con cui potrei identificarmi non è in condizioni di combattere per vincere le elezioni», ha detto al Fatto Pablo Iglesias, leader spagnolo di Podemos. Iglesias si era felicitato con Nicola Fratoianni (Si) per la nascita di Leu, ma non può esplicitamente endorsarla, almeno finché a Bruxelles Mdp farà riferimento al Pse. Un tema che non tarderà ad agitare la Ditta per le europee, sempreché a quel traguardo arrivi unita.

L’allarme per le divisioni italiane, specchio di quelle di tutti, è tale che il partito della Sinistra europea, che raccoglie le sinistre d’alternativa che a Bruxelles siedono nel Gue (il gruppo delle sinistre europee), a gennaio ha inviato una nota riservata agli aderenti: «Sull’Italia non schieratevi» è la sostanza del messaggio. Se ne capisce il motivo: Rifondazione comunista, che aderisce a Se, corre con Potere al Popolo; invece Sinistra italiana, che è solo «membro osservatore», ha fondato Leu, i cui europarlamentari siedono nel gruppo dei Socialisti e democratici. Non è l’unico problema: le sinistre radicali continentali sono attraversate da confronto sui destini dell’Unione. Europeisti da una parte. Euroscettici e sovranisti dall’altra: una parte, quest’ultima, assai più affollata di gruppi di destra.

Il conflitto è emerso clamorosamente a fine gennaio quando Jean-Luc Mélenchon, leader della francese France Insoumise ha chiesto l’espulsione da Se di Tsipras, presidente della Grecia e leader di Syriza, con l’accusa di essere «servile con i diktat liberisti della Commissione europea». Tsipras gli ha replicato duramente: «Noi non siamo di sinistra solo a parole». Poi la crisi è rientrata. Ma il tema si riproporrà appena scoccherà la corsa per le europee.

Per l’intanto l’effetto è che in Italia Leu e Pap si contendono le star internazionali come una vecchia edizione di Sanremo. Mdp, che sul fronte europeo ha partner socialdemocratici e socialisti cioè tifosi del Pd, ha però incassato per Leu la benedizione di Pepe Mujica, mitico ex presidente uruguajano con un passato da Tupamaro.
Con Pap si sono invece schierati la cilena Camilla Vallejos e il regista inglese Ken Loach. E Mélenchon, che lo scorso 16 febbraio è sbarcato a Napoli per studiare il modello mutualistico dell’ex Opg-Je so pazzo, il centro sociale da cui è nata la lista, ha incontrato il sindaco De Magistris: «Sono venuto a Napoli a imparare, qui fate la lotta per la rivoluzione in Europa».
Sinistra italiana a sua volta ha incassato la presenza della leader della tedesca Linke Katja Kipping a un’iniziativa contro le “Groko”, le larghe intese, con Nicola Fratoianni: ma l’iniziativa era organizzata dall’Ars di Vincenzo Vita e Aldo Tortorella. A sua volta l’eurodeputata Eleonora Forenza, del Prc (ma eletta con le insegne di l’Altra Europa) ha raccolto una decina di endorsement «in tutte le lingue» per Pap: fra cui la capogruppo di capogruppo del Gue a Bruxelles Gabi Zimmer (della tedesca Linke), un irlandese dello Sinn Féinn, un portoghese del Pcp, una spagnola di Izquierda unida, un greco del Lae e un comunista basco.
Non entra infine nella mischia italiana il presidente Tsipras che ha portato a casa il ciclopico traguardo di uscire dal Memorandum (a agosto), il pesante programma di tagli con cui ha portato il paese fuori dal baratro, tenendo «la società in piedi», come dice lui. Altrettanto fa Syriza. «Auguriamo la vittoria a tutta la sinistra italiana», spiega Argiris Panagopoulos, responsabile di Syriza per l’Europa del sud, «Grecia e Italia hanno fra loro un legame di sangue costituito dai morti del Mediterraneo. Siamo impegnati insieme su questo fronte e quello che non possiamo permetterci è un governo della destra razzista. Insieme noi greci abbiamo sconfitto Scheuble e gli ultraliberisti. Insieme i socialisti e i comunisti governano in Portogallo. E nonostante le critiche contro di noi, abbiamo aiutato a vincere Mélenchon in Francia. Perché non possiamo permetterci divisioni. Dobbiamo lavorare tutti insieme contro il risorgere dei nazionalismi e dei sovranismi in Europa. Quelli di destra e di sinistra».

il manifesto,

Potere al Popolo. «Noi siamo già una federazione, un processo costituente in quanto tale già aperto e che di certo può aprirsi ancora di più nel futuro»

Una giornata di riflessione sulla sinistra post voto del 4 marzo. Suona paradossale cominciare a organizzare il «dopo» prima di conoscere il risultato delle elezioni, dunque prima di aver «pesato» le forze e le energie in campo, l’opinione dei cittadini votanti. Ma non la pensa così il gruppo dei firmatari dell’appello e dell’assemblea «Parte costituente, proposte per la Costituente del soggetto dell’alternativa» che si sono dati appuntamento domenica a Roma, alla Casa internazionale delle donne. Volutamente prima delle urne, anche se «non a prescindere», giurano.

Sono un nucleo di dirigenti e militanti di Sinistra italiana, per lo più marchigiani e abruzzesi, «ma anche indipendenti, appartenenti all’area dell’Altra Europa con Tsipras, che, più o meno tutti, hanno incrociato nel recente passato l’esperienza del Brancaccio». Fallita la quale non hanno condiviso la nascita di Liberi e uguali – anzi ne prevedono il rapido deragliamento – e votano Potere al popolo.

Non tutti i partecipanti fanno questa analisi e e questa scelta. In ogni caso l’assemblea di domenica guarda oltre la scadenza elettorale e propone da subito la nascita di un «soggetto della sinistra d’alternativa, anticapitalista, radicale ma maturo, capace di coniugare prospettive e immediatezza», così la spiega Edoardo Mentrasti, uno degli organizzatori, «un animale strano a mezz’aria fra il sociale, il culturale e il politico», questa invece la definizione di Sergio Zampini. Ad adesioni individuali («una testa un voto» era la formula usata in esperienze precedenti) e senza sciogliere le organizzazioni preesistenti.

È presto per sapere se avrà miglior sorte delle diverse creature federative che le sinistre hanno consumato nello scorso decennio, dopo elezioni perse o persino vinte. Una delle differenze fra le storie andate e la vicenda di oggi è però cruciale: la nascita della lista Potere al Popolo, «un processo costituente in quanto tale già aperto e che di certo può aprirsi ancora di più nel futuro», spiega Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista e candidato.

Pap ha già in programma un’assemblea nazionale a metà marzo per decidere le modalità di prosecuzione del lavoro. Le due cose possono coincidere?

«Potere al popolo è un soggetto ’radicale e maturo’ basato sul mutualismo», spiega Salvatore Prinzi dell’ex Opg Je so’ pazzo, il centro sociale napoletano epicentro della lista. «Dopo il 4 marzo Pap ci sarà e saremo ben felici di allargarla. La nostra è già l’esperienza di una federazione di realtà di base e forze politiche istituzionali insieme a pezzi di sindacato, non solo di base ma anche Rsu e Cgil». «Ma su una cosa siamo stati sempre chiari anche fra noi: andremo avanti, abbiamo deciso di utilizzare la scadenza elettorale soprattutto per costruire la rete e l’organizzazione del dopo». Non è un caso che il lavoro organizzativo nazionale è affidato a un gruppo di giovani dirigenti non candidati nelle liste, liberi di tessere la rete dei soggetti senza per questo sguarnire il fronte dei collegi.

I firmatari della convocazione di domenica propongono da subito un «processo costituente» anche in vista delle europee del 2019. E qui si porrà un tema cruciale per la collocazione di un eventuale soggetto politico. Sulle prospettive, sull’idea stessa di Unione c’è una linea di confronto ruvido che attraversa tutte le sinistre europee, dalle posizioni più europeiste a quelle che bordeggiano il sovranismo e il ritorno ai confini e alle monete nazionali. Discussione aperta anche in Italia, che presto impatterà sulle altre questioni – e c’è da scommettere che non saranno poche – che investiranno le sinistre nel post-voto.

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Intervista a Viola Carofalo, ricercatrice precaria di 37 anni e portavoce di Potere al Popolo, lista di sinistra che correrà alle prossime elezioni politiche: “Enormi ricchezze sono in mano a pochissime persone. Occorre prendere quei soldi e redistribuirli verso il basso”.

Uno spettro si aggira per l'Italia, e se sarà destinato a rimanere tale o acquisirà corpo e concretezza dipenderà dalle prossime due settimane e dall'esito della raccolta firme necessarie per la presentazione della lista. Lo "spettro" – per citare il Manifesto del Partito Comunista, saggio scritto da Karl Marx e Friedrich Engels tra il 1847 e il 1848 – si chiama Potere al Popolo: un progetto di sinistra, elettorale ma non solo, nato due mesi fa da un appello del centro sociale napoletano Ex Opg "Je So Pazz": una pazzia, per l'appunto, che però ha avuto conseguenze che probabilmente neppure i promotori si aspettavano, con centinaia di riunioni in tutta Italia, due "sold out" in altrettante assemblee nazionali nei teatri romani e soprattutto una lista costruita effettivamente dal basso. Di Potere al Popolo fanno parte realtà di movimento, partiti come Rifondazione Comunista e PCI e realtà come Eurostop. A capo della lista una donna napoletana di 37 anni, Viola Carofalo.

Chi è Viola Carofalo, "capo politico" di Potere al Popolo?

Una persona come tante, che vive una condizione comune a molti della nostra generazione. Quella della precarietà lavorativa ed esistenziale, quella del non sentirsi rappresentati dalla politica attuale, che non dà risposte ai nostri bisogni, che non interviene sulle ingiustizie, anzi, le rinforza. Io ho 37 anni, una passione per lo studio che mi ha portato a fare due dottorati in filosofia, oggi lavoro con contratti precari all’università.
Cerco ogni giorno di portare avanti i miei valori: l’onestà, la solidarietà, il rispetto dell’altro. In quanto donna e meridionale sento sulla mia pelle certe forme di oppressione e di discriminazione che mi sembra assurdo ancora vigano nell’Italia del 2018. E le vorrei cambiare. Per questo, più che un “capo politico”, mi sento una “capa tosta”. Perché come tanti non mi rassegno a questa situazione e da più di vent’anni faccio politica nei movimenti sociali per cercare di migliorarla, anche a partire da piccole cose.
All’Ex OPG “Je so’ pazzo” di Napoli, il centro sociale che due mesi fa ha lanciato il video-appello per costruire “Potere al popolo!”, mi occupo di mutualismo, di attività per il quartiere, di antirazzismo. Forse per questo mi hanno scelto per essere portavoce del movimento. Dico “portavoce” perché ciò che ci contraddistingue è di essere innanzitutto un collettivo, di rifiutare i personalismi, di mettere al centro le idee e le pratiche, e soprattutto i bisogni delle persone.

Perché avete scelto questo nome – Potere al Popolo – in una fase storica in cui il populismo di destra è egemonico anche nelle classi sociali popolari?

In realtà “Potere al popolo!” è solo la traduzione letterale della parola democrazia. Oggi molti lo hanno dimenticato, e pensano che democrazia sia andare a votare una volta ogni cinque anni partiti tutti uguali, e per il resto subire le decisioni che vengono prese altrove, non solo in parlamenti che ormai non rispecchiano più il paese, non solo da governi che sono macchine sempre più autoritarie, ma magari in qualche incontro riservato fra banche, finanza, associazioni di impresa, in qualche riunione di tecnocrati dell’Unione Europea…

Con “Potere al Popolo!” vogliamo innanzitutto mandare un messaggio: le decisioni sulla nostra vita e sui nostri territori spettano a noi. Oggi non decidiamo nemmeno dove passeremo la nostra esistenza, visto che per trovare un lavoro andiamo ovunque. Non decidiamo quando avere un figlio, perché dipende dal contratto che qualcuno ci farà. Non decidiamo come gestire il bilancio di una municipalità o di una città, anche perché ce lo tagliano. Figuriamoci se decidiamo su questioni di politica economica e internazionale…

Ecco, noi pensiamo che una democrazia sia tale se non è formale ma sostanziale, se è radicale nel senso che parte dalle radici; se le classi popolari possono effettivamente contare ed esercitare il potere. “Potere” può essere anche una bella parola, è la possibilità di fare, di creare. Pensiamo che non debba essere negata ad alcun essere umano, che sia bianco o nero, povero o ricco.

Poiché diciamo queste cose che non dice nessuno, non temiamo di essere confusi con la destra che oggi, nelle varianti di PD, 5 Stelle e Lega/Forza Italia, è di fatto l’unica forza politica. Nessuno di questi partiti vuole una partecipazione reale dei cittadini, nessuno vuole mettere in discussione le basi economiche di questa società, o la disuguaglianza. Quando anche sembrano parlare nell’interesse del popolo, è per ingannarlo, per dividerci e governarci meglio.

Il 4 marzo milioni di persone vedranno sulla scheda elettorale i soliti partiti che fanno gli interessi di vari gruppi imprenditoriali in lotta fra loro. E poi vedranno un movimento nuovo, che manda un messaggio di rottura, non ha dietro nessuno se non le persone che lo stanno costruendo. Ci sembra una bella novità!

Mai come oggi il "popolo" sembra propenso ad accettare un discorso razzista e securitario: i cittadini comuni sono disposti a scendere in piazza contro inesistenti invasioni di migranti e riscontrano pieno successo petizioni come quelle sul possesso di armi e la "legittima difesa". Che "popolo" è quello di Potere al Popolo?

Guarda, noi non pensiamo che il razzismo sia maggioritario in Italia. In generale la barbarie ci sembra più diffusa dall’alto che provenire dal basso. Sono i media e i politici che cavalcano le peggiori pulsioni di questo paese. E questo per uno scopo ben preciso: bisogna dare alle persone qualcuno o qualcosa da odiare. Bisogna creare falsi problemi per distogliere l’attenzione da quelli reali. Così il sistema si può conservare a vantaggio dei pochi.

È chiaro che un popolo terrorizzato, diviso, rassegnato, arrabbiato spesso senza nemmeno sapere perché, finisce poi effettivamente per ammalarsi di odio. E però noi che viviamo i quartieri popolari facciamo anche esperienza del contrario. Il nostro popolo esiste: è quello che resta umano, che anche se è in difficoltà economica aiuta il prossimo, quello degli sfruttati che si riconoscono, dei lavoratori che sui posti di lavoro non abbassano la testa, delle insegnanti che continuano a dare valori ai ragazzi anche quando altri li distruggono, dei cittadini che intervengono quando vedono consumarsi un’ingiustizia, di chi resiste alle mafie e alle prepotenze, di chi ha il coraggio di denunciare…

I razzisti, i fascisti, i mafiosi, sono una minoranza, solo che è una minoranza rumorosa e coccolata dall’alto, che si sente forte e protetta, mentre i buoni si sentono isolati, frammentati. Dobbiamo spezzare questo circolo vizioso che sta portando questo paese al decadimento, dare forza alle energie giovani, alla creatività, alla gentilezza, alle lotte.

Nel vostro programma vi sono l'abrogazione della riforma Fornero e del Jobs Act, oltre a un grande piano di messa in sicurezza del territorio e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Si tratta evidentemente di un programma molto ambizioso: dove prendereste i soldi per realizzarlo?

I soldi ci sono. In dieci anni di crisi sono anche aumentati. Il problema è che sono finiti nelle mani di sempre meno persone. Tutti i dati dicono che se da un lato aumenta la povertà, da un altro lato è aumentata la concentrazione delle ricchezze: l'1% degli italiani detiene il 25% della ricchezza nazionale. Questi soldi non vengono dal cielo, sono il prodotto del lavoro di cui qualcuno si appropria in vari modi (non corrispondendo il giusto salario, con una tassazione iniqua etc). Se vogliamo fare una società più giusta e salvare questo paese, si tratta quindi innanzitutto di andare a prendere questa massa di capitali e redistribuirla verso il basso.

Immaginiamo una serie di misure concrete innanzitutto sulla fiscalità generale, che oggi si configura come un vero furto ai danni della maggioranza. Vogliamo colpire l’evasione fiscale, a partire da quella delle grandi multinazionali, delle rendite e dei capitali finanziari: l’evasione sottrae oltre 130 miliardi ogni anno ai salari e alla spesa sociale. Poi vogliamo una vera tassazione progressiva, come previsto dalla Costituzione. L'Irpef, quando fu introdotta, prevedeva 32 scaglioni di reddito, con l'aliquota più bassa al 10% e la più alta al 72%, mentre ora gli scaglioni sono 5, con la prima aliquota al 23% e l'ultima al 43%.

Ancora, vogliamo il recupero dei capitali migrati verso i paradisi fiscali. E vogliamo una patrimoniale, che è davvero una misura minima di civiltà mentre troppi dei nostri concittadini fanno la fila alla Caritas per mangiare…

Esiste inoltre, come sottolineano anche Podemos, France Insoumise etc, una reale necessità di disobbedire al Fiscal Compact e al pagamento del debito finanziario che ci stritola – di fatto, anche se da anni siamo in pareggio di bilancio, continuiamo a pagare interessi infiniti, una vera e propria usura.

In più, le politiche dei governi Renzi e Gentiloni non hanno fatto altro che regalare risorse alle imprese, oltre 40 miliardi solo negli ultimi tre anni. Questi soldi non sono stati usati per lo sviluppo del paese, tantomeno per garantire stabilità ai lavoratori, ma sono finiti nelle tasche dei datori di lavoro, già ricchi. Per non parlare dei soldi regalati alle banche… Ecco, noi immaginiamo, con tutti questi soldi, di creare lavoro stabile e sicuro, di mettere in sicurezza i territori e gli edifici, di assumere nel pubblico, visto che il servizio pubblico italiano è inferiore quantitativamente e qualitativamente a molti dei più importanti paesi europei.

Infine vogliamo tagliare le spese militari o i programmi inutili e costosi come “strade sicure”. Parliamo di miliardi di euro all’anno usati per riempire le tasche di industrie belliche, di vere e proprie fabbriche di morte. Noi vogliamo la vita, non la morte.

Ripetiamo: i soldi ci stanno, dobbiamo solo toglierli a chi oggi ne ha troppi e metterli a disposizione delle classi popolari per lavorare, studiare, crescere in un paese più funzionante e coeso. In fondo chiediamo soltanto che sia finalmente attuato l’articolo 3 della Costituzione: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Testo ripreso da "Fanpage, originale raggiungibile qui:Fanpage


Riferimenti
Viola Carofalo presenta "potere al popolo"

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