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Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2016 (p.d.)

Per elettrificare Favignana la Sea, la società che vende energia elettrica, vuole costruire una centrale con tre ciminiere alte 15 metri che emettono fumi prodotti da sette generatori a gasolio a 350 metri dal mare di Cala Azzurra e a 500 da quello del Bue Marino.
Ma prima che il progetto, già ritirato una prima volta, venga ripresentato 400 commercianti, residenti e villeggianti dell’isola hanno dichiarato guerra all’ecomostro proponendo, in alternativa, la realizzazione di un cavodotto di soli 7 km che collegherebbe Favignana a Trapani. Sono i firmatari dell’adesione a Greenegadi, che si preoccupa di proteggere una delle zone più belle dell’isola, tutelata dal Piano paesaggistico e dell’Area marina protetta delle Egadi.
Con gli obblighi europei che impongono lo smantellamento di tutte le centrali a combustibili fossili nel 2050, nell’isola i cittadini dicono no ai capannoni in cemento, ai silos, alla sala macchina con sette generatori attivi 24 ore al giorno per produrre 25 megawatt di energia. “È la prima volta – dice l’architetto Monica Modica, del comitato promotore – che a Favignana una comunità intera si trova coesa nel tutelare la propria terra”. Oltre all’energia elettrica, il cavodotto, su cui viaggia la fibra ottica, porterebbe anche Internet. “La connessione in media tensione (20KV) – spiega l’architetto – comporterebbe un investimento di 10 milioni di euro circa che genererebbe un risparmio annuale di circa 8 milioni di euro. Questa è la cifra che la Csea (Cassa Servizi Energetici e Ambientali) spende ogni anno per rimborsare il gasolio alle imprese elettriche minori di Favignana e Levanzo.
Libertà e giustizia, 23 giugno 2016 (p.d.)

I recenti incendi che dal 16 giugno hanno devastato vaste aree delle province di Messina e Palermo suggeriscono alcune riflessioni. Certamente l’impegno dei vigili del fuoco ha meritato il giusto riconoscimento da parte di tutti. Grazie all’encomiabile lavoro svolto non si sono verificati danni irreparabili alle persone.

Sarà comunque notevole il danno al patrimonio ambientale e saranno ingenti le risorse economiche impiegate per spegnere gli incendi e quelle che privati e collettività dovranno sostenere per riparare i guasti.

Sulle possibili cause si accerterà nel tempo se si sia trattato di episodi di autocombustione, ipotesi definita come suggestiva, o di episodi provocati da condotte dolose, ipotesi questa per la quale sono state prospettate reazioni durissime sia da parte del Presidente della Regione sia da parte del Ministro dell’Interno.

Le stesse autorità e più fonti giornalistiche hanno parlato di numerosi focolai indipendenti.

La sezione meteo di Tempostretto, giornale on line di Messina, lunedì 13 giugno segnalava ondate di calore e venti sciroccali previsti in una determinata zona della Sicilia ed ancora più esplicitamente il 15 giugno segnalava temperature oltre i 40 gradi, forti venti e il rischio di incendi nel versante tirrenico dell’area nebroidea-peloritana della costa tirrenica. Possiamo immaginare che non si sia trattato di segnalazioni isolate e possiamo immaginare che ci siano state anche informazioni non solamente giornalistiche per i circuiti istituzionali.

Legittimamente possiamo chiederci: si sarebbe potuto fare di più in via preventiva? Non sappiamo se la protezione civile abbia predisposto sistemi di prevenzione e se alla luce delle previsioni fosse utile o inutile disporli. Non sappiamo se le forze dell’ordine siano state allertate o meno per prevenire possibili attentati incendiari con servizi di vigilanza ed eventualmente arrestare i piromani colti in flagranza.

La risposta a queste domande potrebbe essere importante tanto quanto l’accertamento di possibili cause dolose degli incendi, soprattutto per costituire un bagaglio di esperienze che contribuiscano ad evitare il ripetersi dei fatti.

Ancora una volta siamo costretti a plaudire agli interventi della protezione civile a danni verificatisi e ad ascoltare rappresentanti delle istituzioni promettere reazioni durissime. Gli annunci delle reazioni non costano e di fatto le reazioni ci potranno essere se ed in quanto potranno essere identificati e processati in tempi utili eventuali responsabili, cosa tutt’altro che facile.

E comunque condanne dei colpevoli alla pena di dieci anni (la più grave edittale prevista) potranno forse consentire la punizione di responsabilità individuali, ma non potranno mai riparare i guasti ambientali.

Non possiamo escludere neppure coinvolgimenti di mafie, essendo stati colpiti territori oggetto di attenzioni mafiose.

Se su territori sui quali la mafia storicamente opera si verificano fatti dolosi dagli effetti devastanti, o si può immaginare la regia della mafia o si può configurare un consenso della mafia a fenomeni criminali che non sono considerati un ostacolo ai propri interessi. Ed è ormai un fatto di comune esperienza che interventi di soccorso, ripristini, riqualificazioni e ricostruzioni dopo calamità movimentano grandi quantità di denaro e favoriscono pratiche corruttive. Con riferimento a quest’ultima considerazione, è indubbio che le mafie possano trarre vantaggi anche da incendi riconducibili a singoli individui più o meno interessati, o addirittura a fatti non dolosi.

Ancora una volta siamo costretti a ragionare in termini di reazione dello Stato quando forse, alla luce delle previsioni meteo, sarebbe stata più opportuna se non doverosa un’azione di controllo del territorio per prevenire gesti dolosi ed assicurare interventi il più possibile tempestivi nel caso di incendi per autocombustione.

Il Fatto Quotidiano, 31 maggio 2016 (p.d.)

Vista dall’alto, era una macchia verde che dalla sommità di Montagnagrande si distendeva verso il mare di “Dietro isola’’, al Salto della Vecchia: ora è un mucchio di sterpaglie fumanti, centinaia di ettari di conifere, macchia mediterranea, lecci secolari e il vitigno di zibibbo protetto dall’Unesco andati in fumo su cui volteggia l’ultimo dei quattro Canadair che da tre giorni lavorano senza sosta su Pantelleria, in fiamme per “un atto criminale senza precedenti’’, come denuncia il sindaco Salvatore Gabriele che ha chiesto la dichiarazione dello stato di emergenza postando su You Tube un video in cui punta il dito sui piromani e chiede di non essere lasciato solo a fronteggiare l’emergenza: “Non saranno questi criminali – ha detto –a bloccare il processo di avanzamento culturale di un territorio che ha bisogno di affrancarsi da queste meschinità’’.

Le fiamme sono state appiccate nella valle tra Monastero e Sibà vicino a numerosi dammusi turistici e spinto dal forte vento di maestrale verso il versante meridionale dell’isola, tra Scauri e Salto della Vecchia. Alimentato da conigli, volpi e altri piccoli animali in fuga trasformati in torce viventi che andavano ad appiccare le fiamme oltre ogni sbarramento, il fuoco ha superato la perimetrale chiusa prudentemente al traffico minacciando una decina di case a Rekale, evacuate per l’aria resa irrespirabile dal fumo e arrivando quasi sugli scogli, davanti al mare. Dove, da tre giorni, i Canadair della Protezione civile attingono l’acqua per spegnere le fiamme (ne rimarranno due, da oggi, con dieci equipaggi, fino allo spegnimento totale) che hanno trasformato la “perla nera del Mediterraneo’’, nota per il suo ecosistema che ai turisti offre anche un bosco che degrada sul lago di Venere, in un mucchio di sterpaglie in cenere.

“Da casa mia, a Bukkuram – dice Pietro Bonomo, ex vigile del fuoco – vedo tre quarti della montagna bruciata. A mia memoria non ricordo un incendio di queste dimensioni’’. E in varie zone dell’isola si è dovuto fare ricorso ai gruppi elettrogeni messi a disposizione dall’Aereonautica militare. Il fuoco ha risparmiato la zona di riserva A ma i danni, denuncia Gabriele, “sono incalcolabili’’:“Siamo di fronte – dice – a un disastro ambientale e idrogeologico, è un attacco mirato e programmato di un gruppo di imbecilli e di criminali collegati a certe sacche di resistenza”, e cioè a chi si oppone all’istituzione di un Parco nazionale proprio nella zona colpita dalle fiamme. Un progetto, accusa il sindaco, che non piace a molti che vedono nel Parco un possibile concorrente nella gestione di risorse pubbliche. “Probabilmente – accusa il sindaco – la presenza di un altro ente che gestisce le risorse del territorio e ne controlla la destinazione ha suscitato fastidi e preoccupazioni. Ma noi siamo pronti, e lo stiamo facendo, a rispondere con denunce aperte e precise e non ci fermeremo. Anche il sostegno della popolazione è una buona ragione per andare avanti”.

La Repubblica ed. Palermo, 8 luglio 2015

Raccoglie in sé quattro progetti di legge firmati da deputati di ogni schieramento, promette una svolta epocale per i preziosi e spesso fatiscenti centri storici siciliani. Una svolta che preoccupa gli ambientalisti, in particolare Italia Nostra, ma che molti considerano inevitabile. L'Ars da il via libera con 51 voti a 0 alla norma in cinque articoli, ritoccati dopo le polemiche sul rischio che, invece di salvare le zone antiche, si desse il via a un nuovo sacco edilizio. «Sono attacchi che non si comprendono - assicura il Pd Anthony Barbagallo, uno dei padri del ddl - si colma un vuoto legislativo soprattutto per i circa 200 comuni che in Sicilia non hanno alcun strumento urbanistico e per i centri storici che presentano alti tassi di degrado». «Una legge generica e sommaria - attacca il presidente regionale di Italia Nostra, Leandro Janni - che scavalca i tradizionali strumenti urbanistici permettendo interventi in singoli edifici senza paletti». «Sono previsti pareri e vincoli - ribatte Barbagallo - innanzi tutto delle Soprintendenze».

In effetti la legge richiama le principali norme nazionali e non tocca alcune edificio o zona di interesse artistico. E soprattutto lascia intatte le prescrizioni di quei Comuni che hanno strumenti di pianificazione. Palermo, ad esempio, ha già il suo piano particolareggiato e potrà decidere di applicare o meno le nuove norme. Catania, che non ha regolamentazioni per il centro storico ed un piano regolatore del 1964 la dovrà mettere subito in pratica. Ad iniziare dalla fase più importante: entro 180 giorni i Comuni senza regolamentazioni per i centri storici dovranno approntare lo "studio di dettaglio". Un piano nel quale si delimita l'area considerata "centro storico" (nella quale possono anche essere inserite zone limitrofe con caratteristiche, anche di degrado, simili) e poi si classificano uno per uno gli edifici in nove diverse categorie. Dall'edilizia di base non qualificata ai monumenti.
Dalla classificazione dipende il tipo di intervento che si potrà realizzare sull'edificio o sulla zona. Per l'edilizia di base si potrà anche demolire "con modifica della sagoma" o accorpare, demolire e ristrutturare "più unità edilizie o immobiliari". In parole povere ricostruire interi borghi e parti di quartieri cambiandone anche la destinazione d'uso. Proprio questo preoccupa gli ambientalisti ma per la verità questo "studio di dettaglio" ha paletti precisi. Realizzato dall'ufficio tecnico comunale in conferenza dei servizi con Sovrintendenza ai beni culturali e Genio civile e con gli altri enti competenti. Poi approvato dal consiglio comunale e pubblicato per un mese per permettere eventuali rilievi di cittadini o soggetti interessati. Dopo questo periodo, anche senza rilievi, il consiglio comunale è chiamato ad una nuova e definitiva approvazione.
Se dopo 180 giorni il Comune non avrà il suo studio, scatterà l'intervento sostitutivo dell'assessorato al Territorio. Per i diversi tipi di interventi possibili sono necessarie documentazioni e certificazioni. È chiaro che molto dipenderà dai vincoli decisi nello studio di dettaglio. «Ma ciò permetterà di risanare zone disabitate e pericolanti - ricorda Barbagallo citando la relazione della commissione presieduta da Gianpiero Trizzino - realizzando alloggi popolari, incentivando le strutture ricettive come l'albergo diffuso». Ma anche costruire edifici antisismici e parcheggi sotterranei "fatti salvi i vincoli archeologici". Le ruspe, dunque, entrano nei centri storici. Se per farli rinascere o stravolgerli dipenderà molto dal lavoro delle conferenze di servizio.
[Andiamo bene! L'esperienza italiana dice che le conferenze di servizio servono per far passare tutto quello che interessa i poteri forti ed èfuori dalle regole]

Caltanissetta, 4 luglio 2015
Italia Nostra Sicilia: “No al nefasto ddl sui centri storici siciliani”

di Leandro Janni –

Nel corso della seduta di mercoledì 1 luglio 2015, l'Assemblea Regionale Siciliana ha approvato l'intero articolato del disegno di legge n. 602 denominato "Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici", con gli ultimi, irrilevanti emendamenti. Manca soltanto il voto finale al disegno di legge, che sarà dato martedì prossimo, 7 luglio 2015. Nei primi giorni di marzo 2015, l'’iter del ddl, a causa delle aspre critiche delle associazioni culturali e ambientaliste e del mondo universitario, fu sospeso, tornando in IV Commissione Ambiente e Territorio, dove siamo stati riascoltati. Tutto ciò non è servito a nulla. Alla luce di quanto letto nel testo finale dell’articolato di legge, non possiamo che confermare le nostre critiche e osservazioni in ordine al nefasto provvedimento legislativo.

Esso, infatti, appare conforme alla logica rozza e sbrigativa dello “Sblocca Italia”. In ossequio ai dettami contemporanei del “fare”, proponendosi di rilanciare l’asfittico comparto edilizio e invogliando i cittadini a effettuare interventi di ristrutturazione negli antichi fabbricati, il disegno di legge intenderebbe superare le note “difficoltà di elaborazione e approvazione dei piani particolareggiati”, consentendo interventi diretti e immediati sulle singole unità edilizie, bypassando dunque i tradizionali, imprescindibili strumenti urbanistici e pianificatori. Per raggiungere tali obiettivi, la proposta legislativa si fa portatrice di una preoccupante e sconcertante serie di “semplificazioni”, ricorrendo a regole generiche e sommarie, uguali per tutti i comuni dell'’isola –da Siracusa a Ragusa Ibla, da Catania a Palermo, da Trapani a Caltanissetta. E’ evidente che in tal modo si considera secondario, assolutamente marginale, l’'obiettivo basilare della tutela e della conservazione del patrimonio storico e artistico, indicato chiaramente dall'’art. 9 della Costituzione, dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e persino dalla legge urbanistica regionale del 27 dicembre 1978, n. 71 (vedi Titolo V, art. 55).

Per Italia Nostra tutto questo è inaccettabile. Noi, semmai, riteniamo che le cosiddette “Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici” possano rappresentare lo strumento funzionale per aggirare piani e regole fondamentali, per rimuovere quelle analisi storiche e urbanistiche imprescindibili per comprendere le diverse, specifiche realtà territoriali. Pertanto, manifestiamo la nostra più decisa opposizione, richiamando i principi della carta di Gubbio, a cominciare dalla pianificazione preventiva. Chiediamo quindi, ancora una volta, che si respinga in Aula tale provvedimento legislativo che, di fatto, costituisce un grave pericolo per la sopravvivenza dei centri storici siciliani. Un attacco speculativo senza precedenti, nel momento in cui la Sicilia riceve il settimo riconoscimento Unesco per il suo speciale patrimonio arabo-normanno.

Ddl sui centri storici siciliani
di Pier Luigi Cervellati

Bologna, 5 luglio 2015

La Regione Sicilia si appresta ad approvare un disegno di legge, più o meno identico a quello del marzo scorso, che favorisce la distruzione dei centri storici della sciagurata Regione, alfiere del tracollo dell'’urbanistica italiana. Come il crollo di Agrigento e il “sacco” di Palermo furono il nefasto “esperimento” di una politica urbanistica e territoriale che intaccò quasi subito le altre Regioni, così questa legge – anticostituzionale, fuorilegge rispetto al decreto legislativo 42/2004 – costituirà il riferimento per altre regioni e “città metropolitane” del nostro paese. Da vecchio socio di Italia Nostra, faccio appello al presidente di Italia Nostra Sicilia, Leandro Janni, affinché coinvolga i presidenti delle altre regioni, al fine di promuovere con estrema urgenza una conferenza (magari presso la stampa estera) con la Presidenza nazionale attualmente in carica per denunciare uno scandalo che può avere conseguenze drammatiche per tutto il Paese.

Se perdiamo quanto è di prezioso per la nostra identità, per testimoniare la nostra cultura, per dimostrare in un mondo globale l'’importanza e il significato che hanno i nostri monumenti e che finirebbero di avere senza quel contesto di fabbricati, che disgraziati analfabeti definiscono –oggi – “patrimonio di base” e ieri “edilizia minore”, mandiamo in malora le battaglie e le azioni compiute dall’'origine di Italia Nostra. E non si capirebbero più le ragioni dell’'esistenza della nostra associazione. Le individuali proteste sono senz'’altro importanti, ma il mantenimento, il restauro e se del caso il ripristino del “patrimonio di base” – (a proposito: quello “di cima” o di “vertice” qual è?) – è fondamentale per il nostro futuro. Se perdiamo la memoria del passato perdiamo l’'orientamento di noi stessi. Ha ragione il presidente Janni, al pari dello “Sblocca Italia” questa legge annienta le città storiche della Sicilia e ci farà apparire tutti come seguaci dell’'ISIS.

Estremo appello ai componenti dell'Assemblea regionale della Sicilia perché non approvino la proposta di crimine del governo regionale delle "larghissime intese". Articoli di Sara Scarafia e Teresa CannarozzoLa Repubblica ed. Palermo, 10 marzo 2015

Sicilia, no alla legge che fa scempio dei centri storici
di Sara Scarafia


L’hanno già ribattezzata la legge “rottama centri storici”, perché se oggi pomeriggio l’Assemblea regionale siciliana l’approverà così com’è, permetterà di abbattere e ricostruire nel cuore delle città, da Ibla a Ragusa, da Ortigia a Siracusa, da Catania a Palermo. I deputati regionali che l’hanno sponsorizzata – dal Pd al Nuovo centrodestra – la definiscono una «rivoluzione che sburocratizza gli interventi nei centri storici finora ancorati a farraginosi piani particolareggiati». Ma per urbanisti e associazioni – da Legambiente ad Anci Sicilia – altro non è che il via libera a «un assalto al territorio».

Nelle ultime ore decine di movimenti da tutta Italia hanno scritto al presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, per chiedergli di «stoppare il disegno di legge». Ma gli appelli non sono serviti: oggi il testo sarà in discussione. Cosa prevede? Di sostituire gli strumenti urbanistici finora utilizzati, cioè i piani particolareggiati, con le “tipologie edilizie”: la nuova legge classifica le costruzioni in “costruzioni di base”, “monumentali” e “moderne”, e per ogni tipologia individua gli interventi consentiti. Per restaurare immobili non vincolati basterà una comunicazione e sarà possibile, ottenuto il parere della Soprintendenza, pure abbattere intere palazzine non di pregio e ricostruirle. Le «tipologie edilizie» saranno individuate dai consigli comunali come i piani particolareggiati che, però, venivano valutati collegialmente da un comitato insediato all’assessorato al Territorio. «Mentre con la nuova legge basterà il parere monocratico della Soprintendenza e questo ridurrà le tutele», dicono gli urbanisti Teresa Cannarozzo e Giuseppe Trombino. «Facciamo appello alle persone di buon senso che speriamo si trovino ancora all’interno dell’Ars, affinché si fermino a riflettere prima di votare un ddl che potrebbe produrre effetti devastanti per la nostra memoria storica», dice il presidente di Legambiente Sicilia, Mimmo Fontana.

L’Anci Sicilia - attraverso il Pd – ha presentato un pacchetto di emendamenti che, se approvati, salvaguarderebbero i comuni che hanno già approvato i piani particolareggiati: ma in Sicilia sono appena una decina su 390 – tra i grandi ci sono Palermo, Siracusa, Ragusa – e resterebbero fuori, per esempio, i gioielli barocchi di Noto, Scicli e Modica, ma anche Catania. «Il disegno di legge va bloccato e ripensato», insistono le associazioni.

All’Ars il Pd è spaccato: se tra i deputati che hanno firmato la proposta di legge c’è Antony Barbagallo, sindaco del piccolo comune di Pedara nel Catanese, il capogruppo dei democratici Baldo Guicciardi ha firmato gli emendamenti dell’Anci. «La legge è uno scempio», attacca Manlio Mele, responsabile Beni culturali del Pd siciliano. In mezzo alla bagarre ci sono i 5stelle. Il presidente della commissione Territorio e Ambiente è Giampiero Trizzino, grillino: «Non condivido la proposta – dice – ma ci tengo a precisare che non vuole snaturare ma solo accelerare le procedure di recupero». In aula si annuncia battaglia.


Le regole immolate sull’altare della fretta
di Teresa Cannarozzo

L’ARS si accinge a discutere un disegno legge che potremmo definire di “rottamazione dei centri storici”. Il ddl si propone di dare slancio all’attività edilizia e invoglia i proprietari ad effettuare interventi di ristrutturazione superando le «difficoltà di elaborazione ed approvazione dei piani particolareggiati» e consentendo interventi immediati sulle singole unità edilizie, senza dover ricorrere a strumenti urbanistici di alcun genere. Nemmeno alle più semplici varianti dei piani regolatori introdotte dall’assessorato regionale con la circolare del 2000, che costituisce già una notevole semplificazione rispetto alla procedura dei “piani particolareggiati” e una notevole diminuzione di costo. Circolare che una quarantina di comuni hanno adoperato con successo.

Purtroppo, per incentivare gli interventi edilizi la proposta legislativa si fa portatrice di un’inquietante serie di “semplificazioni”, ricorrendo a regole generiche e sommarie, che consentiranno di omettere le analisi storiche e urbanistiche delle diverse realtà territoriali, dimenticando che i centri storici non sono la somma di case, di chiese e di palazzi, ma sono strutture urbane di antica formazione, che costituiscono la parte più pregiata della città contemporanea, il cuore e il palinsesto della memoria collettiva. Per essere più chiari questo significa che si dovrebbe conoscere quale è il ruolo che i centri storici svolgono oggi e di che cosa hanno bisogno per essere abitabili confortevolmente ed essere immersi nella contemporaneità. Quali funzioni devono essere inserite oltre quella residenziale? In che stato è l’accessibilità, la mobilità, i parcheggi, la rete idrica, le fognature, il consumo energetico, le reti immateriali? Questo significa che prima si deve fare un piano, anche quello semplificato, e poi si passa alla scala edilizia. Assumendo come prioritari la velocizzazione e la semplificazione, vero e proprio «mantra» di questi tempi fatui e mistificanti, si corre il rischio di evadere gli obiettivi della tutela sanciti dalla Costituzione, ma anche di mancare quelli di una valorizzazione «sostenibile».

In particolare il disegno di legge metterebbe il proprietario e il suo tecnico di fiducia nelle condizioni di trasformare un edificio a seguito di dichiarazione di inizio di attività, corredata semplicemente da una documentazione grafica e fotografica, in base alla quale attribuire motu proprio la tipologia di appartenenza all’edificio (?) ed i conseguenti tipi di intervento.

Si tratta di un gravissimo arretramento culturale e tecnico che non tiene conto dell’evoluzione della materia a partire dal 1960, anno in cui venne fondata a Gubbio l’Associazione Nazionale Centri Storici-Artistici (ANCSA) con la partecipazione del Comune di Erice, come socio fondatore, quando si sancì che i centri storici sono organismi da tutelare nell’insieme, quindi in termini «urbanistici » che integrano gli aspetti paesaggistici e i rapporti spaziali tra il costruito e le aree libere. La Corte Costituzionale, con sentenze 182/2006 e 367/2007, ha ribadito il principio costituzionale dell’interesse generale della tutela del passaggio, e dunque dei centri storici, affermando che essa è un «valore primario ed assoluto » che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici». Ma il ddl apporta anche una lesione alla partecipazione dei cittadini ai processi di trasformazione urbana, perché in assenza di un piano, manca la procedura di pubblicizzazione delle strategie progettuali.

Piuttosto che smantellare con furia iconoclasta la pianificazione, la tutela e la valorizzazione dei nostri centri storici, che in molti casi attingono al ruolo di siti Unesco, bisognerebbe fare un bilancio dei risultati ottenuti con i piani derivanti dall’utilizzazione della circolare 3/2000 ed eventualmente aggiornarne i contenuti e le procedure, modificando profondamente il testo in esame.

Un caso esemplare di antropofagiaculturale: una cultura e una civiltà, che per ignoranza sordida, perservilismo verso le parole vincenti del renzusconismo, e soprattuttoper compiacere i Mazzaró, distrugge se stessa. La Repubblica,ed Palermo, 3 marzo 2015

DEMOLIRE e ricostruire. Oggi pomeriggio approda all’Assemblea regionale un disegno di legge sui centri storici che, se approvato così com’è, darà la possibilità di abbattere e ricostruire nel cuore delle città siciliane, da Ortigia a Palermo, da Ragusa Ibla a Catania. Il ddl “Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici” è una proposta approvata al- l’unanimità in commissione Territorio e Ambiente che snellisce in modo sostanziale le procedure prevedendo la possibilità di intervenire, nella maggior parte dei casi, senza ricorrere a strumenti urbanistici ma con una semplice comunicazione seppur corredata di nullaosta e pareri. Una legge che prevede la «ristrutturazione totale mediante demolizione» finora non con- sentita nei centri storici. Prima di arrivare in aula il disegno di legge dovrà superare l’ultimo ostacolo:l’Anci ha chiesto una audizione last minute e l’ha ottenuta per oggi alle 10. «Incontreremo il presidente Leoluca Orlando», dice il presidente della commissione Giampiero Trizzino, Movimento cinque stelle.

L’Anci attraverso alcuni emendamenti presentati dal democratico Giuseppe Lupo – il termine per la presentazione è scaduto ieri a mezzogiorno, una cinquantina le proposte presentate – punta a non far valere le nuove regole nei centri storici della grandi città, quelli dotati di piani particolareggiati. Ma Trizzino avverte: «Il «Il ddl è stato già abbondantemente discusso, siamo pronti ad accogliere qualche suggerimento ma non a stravolgere lo spirito della legge». Del resto lo stesso Lupo assume una posizione morbida:«Èimportante che l’Anci venga ascoltata». Anche perché tra i firmatari del disegno di legge c’è il deputato del Pd Antony Barbagallo che milita nella sua stessa corrente. E che spiega: «La ratio è quella di sburocratizzare gli interventi nei centri storici per agevolarne il recupero. Nel nostro percorso in commissione abbiamo sentito tutti, dalle Soprintendenze alle asso- ciazioni e abbiamo ottenuto un largo consenso».

Ma cosa prevede in dettaglio il testo che arriva in aula? Anzitutto una classificazione minuziosa delle tipologie edilizie – di base, monumentale, moderna – ma anche un elenco dettagliato degli interventi ammessi. Ed è proprio all’articolo 3 che si prevede la possibilità di demolire il patrimonio edilizio non vincolato «previa acquisizione del permesso di costruire e del- l’autorizzazione della Soprintendenza». Gli edifici ricostruiti dovranno ricalcare quelli demoliti e dovranno essere «coerenti con il contesto». La legge prevede anche la possibilità di «accorpamenti edilizi» e di «ristrutturazione urbanistica con ridefinizione dell’assetto viario». «Significa – dice Barbagallo – che nei centri storici delle città, da Ortigia a Palermo, si potrà intervenire seriamente sui contesti edilizi fatiscenti attraverso piani particolareggiati che modifichino pure l’assetto viario».
Un’altra importante novità riguarda la possibilità di presentare programmi costruttivi di edilizia residenziale pubblica. «L’edilizia convenzionata in tempi di crisi è una risposte alle giovani coppie», continua Barbagallo che difende il provvedimento. «È una legge che finalmente interviene sul serio sui centri storici finora rimasti nel degrado, bloccati da una eccessiva burocrazia».

Ma le polemiche sono dietro l’angolo: diverse associazioni nelle scorse settimane hanno attaccato il ddl denunciando il rischio di «rottamazione» dei centri storici. «La legge – dice Trizzino – non abbassa assolutamente le tutele, ma velocizza il recupero. Abbiamo fatto nostri tutti i suggerimenti di Italia Nostra, a esempio. L’iter della legge è stato lungo e ci ha permesso di ascoltare tutti. Stupisce che l’Anci si sia mossa soltanto adesso».

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