Ascoltare Giorgio Lunghini è sempre un piacere. Da una parte perché ha fatto propria quella attitudine di alcuni grandi teorici dell'economia della chiarezza. Dall'altra perché si intravedono nei suoi occhi e risuonano nelle sue parole echi di letture lontane dalla sua disciplina. Colto, affabile e comunque rigoroso nell'esposizione del suo punto vista. Che è quello di un economista che non nasconde i continui riferimenti all'analisi marxiana dello sviluppo capitalistico spesso associati a una lettura innovativa del pensiero di Lord Keynes. Negli ultimi anni, Giorgio Lunghini ha più volte scritto attorno a temi al centro della attualità, dalla disoccupazione alla «crisi della società del lavoro», dalle proposte di riforma, o meglio di controriforma del welfare state al ruolo della cosiddetta «economia sociale». Ma lo ha sempre fatto preferendo l'analisi al rumore di fondo che spesso caratterizza la discussione pubblica. Scelta che gli ha dato l'agio di poter affrontare argomenti controversi a partire da un agire comunicativo lontano dalle esemplificazioni. L'intervista che segue ruota attorno al welfare state, argomento che le recenti proposte di politica economica hanno posto sullo sfondo nella prossima azione del governo.
In passato lei ha sostenuto che non è più possibile parlare di stato sociale solo per accenni, perché ciò darebbe luogo a fraintendimenti. È ancora così?
Credo ancora che oggi si debba affrontare quel tema senza fraintendimenti. Con questo intendo dire che bisognerebbe parlare di stato sociale senza preconcetti contro di esso e senza i diffusi e indimostrati pregiudizi circa la sua desiderabilità e la sua sostenibilità. Per quel che riguarda l'avversione al welfare state, è noto che molti - a meno che non siano evasori fiscali - non desiderrebbero affatto meno imposte se ciò dovesse comportare una riduzione dei servizi sociali. A proposito della sostenibilità, poi, basta ricordare che un ridimensionamento dello stato sociale non implicherebbe una riduzione della spesa a carico della collettività per procurarsi le prestazioni corrispondenti. Al contrario, se i servizi venissero forniti da privati anziché dallo stato la spesa sarebbe maggiore, basta guardare all'esempio degli Stati Uniti, dove però molti ne sono esclusi. Lo stato sociale è più efficiente del mercato nell'assicurare i servizi fondamentali, e sopratutto assicura quelli che i privati non troverebbero conveniente fornire per la loro scarsa redditività di breve periodo, o che sarebbero inaccessibili alla maggior parte dei cittadini.
Nel cosiddetto postfordismo, la questione del rapporto stato-mercato assume una rilevanza fondamentale. Partendo dal presupposto che il compito principale delle istituzioni politiche è quello di garantire la coesione e l'eguaglianza sociale, lei ritiene che davanti alle sfide poste dalla globalizzazione dell'economia i sistemi di welfare oggi in vigore sono in grado di ottenere questo risultato?
La tesi prevalente è che lo stato sociale determinerebbe una perdita di competitività, la riduzione delle esportazioni, il calo degli investimenti e dunque dell'occupazione, e così via. Ma non esiste alcun argomento teorico solido e alcuna evidenza empirica a favore di questa tesi.
È ovvio che in un'economia aperta al commercio internazionale la competitività è un problema. Però, la riduzione del costo del lavoro nazionale non è una condizione necessaria né sufficiente per un aumento della competitività del settore privato. Sarebbe impossibile ridurre i costi del lavoro italiano al livello dei paesi meno sviluppati, e non sarebbe accettabile ridurre a quel livello i salari per via indiretta, tagliando i servizi sociali, rendendo precario il posto di lavoro, riducendo la spesa pubblica per la previdenza, per l'istruzione, per la ricerca, per la cura di quanti per sfortuna o per età sono deboli e perciò dipendono da altri. Si può caricare di tutti questi oneri la famiglia, istituzione di cui peraltro si parla troppo? O non dovrebbe provvedere lo stato, di cui si parla troppo poco, e semmai male? I bassi salari non sono la risposta adeguata alla disoccupazione. È la disoccupazione che costringe a accettare lavori precari e poco remunerati.
Gli imprenditori che pagano poco la forza lavoro dirigono imprese inefficienti o marginali, e cercano di compensare in questo modo la loro inefficienza. Sono loro, che dovrebbero essere licenziati. Se si paga meglio un lavoratore, si rende più efficiente il suo datore di lavoro, forzandolo a scartare impianti e metodi obsoleti e affrettando così l'uscita dal mercato degli imprenditori meno capaci. Basta leggere un po' di storia economica. Se poi si considera che il mondo è un sistema chiuso, si capisce che una riduzione universale del costo del lavoro si tradurrebbe in una crisi generale di sovrapproduzione. La competitività di un sistema economico non dipende dal costo del lavoro, dipende dalla capacità, o incapacità, degli imprenditori di fare il loro mestiere. Guarda caso, la delocalizzazione delle produzioni nazionali, in paesi con un minor costo del lavoro, non si traduce in una diminuzione del prezzo delle merci, bensì in un aumento dei profitti. La presenza dello stato nell'economia e nella società è l'unica risposta possibile alle conseguenze economiche e sociali della globalizzazione, a meno che non si preferisca un mondo di imprese multinazionali senza legge a un mondo di stati nazionali civili.
Nel suo libro «L'età dello spreco. Disoccupazione e bisogni sociali» lei afferma che la disoccupazione non è un fenomeno naturale. È invece un fenomeno normale nei sistemi capitalistici, dove i frutti del cambiamento tecnico non sono distribuiti in maniera eguale. Per arginare questo fenomeno alcuni studiosi propongono l'introduzione di un reddito di esistenza o di cittadinanza e la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Cosa ne pensa di queste proposte?
Sul reddito di esistenza è in corso un ampio e fecondo dibattito, mentre non mi pare all'ordine del giorno la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Tuttavia io credo che al reddito di esistenza siano preferibili i servizi sociali, che non costringono a passare per il mercato. Sul mercato non si può comperare la sicurezza, si comprano soltanto merci.
La teoria economica si è espressa in maniera chiara sull'origine del valore: o esso è dato dalla quantità del lavoro necessaria a produrre un bene o dalla sua scarsità/utilità, che oggi è dominante. Entrambe queste interpretazioni dimenticano il contenuto relazionale intrinseco allo scambio. Crede che in un epoca in cui la conoscenza, che per definizione non è scarsa, è centrale nel processo produttivo sia possibile avanzare una teoria del valore capace di incorporare la dimensione relazionale?
Il lavoro è in sé una attività relazionale. Lo è, in primo luogo, perché il lavoro è la principale attività materiale con la quale l'uomo si pone in rapporto con la natura, al fine di cavarne valori d'uso. Qui non è questione di fordismo o postfordismo. La crescente importanza del general intellect nella forma attuale del processo di produzione e riproduzione, d'altra parte, complica la tassonomia delle diverse attività lavorative e semmai infittisce, non dirada, la rete delle relazioni tra i produttori. Rete di cui magari i lavoratori non si rendono conto. Il che può rendere più difficile l'analisi del processo lavorativo e la regolamentazione del mercato del lavoro, ma non toglie al lavoro la sua forma di lavoro salariato.
È noto che il capitalismo ha una indubbia capacità di metamorfosi. Nell'attuale fase del suo sviluppo, come si modifica il rapporto tra lavoro concreto e lavoro astratto, categorie abbastanza rilevanti nella critica al capitalismo?
La capacità di metamorfosi del capitalismo non deve indurci a liquidare frettolosamente le categorie analitiche dell'economia politica classica e della critica marxiana, né a sposare categorie dubbie come quella di «capitale umano». L'evoluzione strutturale degli ultimi decenni - nella scelta dei mercati, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro - non comporta affatto una soluzione di continuità nel rapporto tra capitale e lavoro. La sostanza del lavoro non dipende dalla forma del contratto. Si può pensare come lavoro salariato qualsiasi lavoro eterodiretto, qualsiasi lavoro che direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d'opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le sue proprie modalità economiche e politiche di riproduzione. L'apparente autonomia di molti «nuovi lavori» nasconde il ritorno a forme di lavoro servile, prive di qualsiasi mediazione o protezione sindacale o istituzionale. Di qui un ulteriore argomento a favore dello stato sociale.
A proposito del rapporto tra rendita e profitto: è possibile parlare ancora di rendita quando la struttura della proprietà passa dalla proprietà dei mezzi di produzione alla proprietà intellettuale, ovvero quando ha a che fare con le reti, i flussi di conoscenza e con la struttura gerarchica indotta dalla dinamica finanziaria (non più separata dalla produzione, ma oggi elemento costituente della creazione di valore)?
La rendita non crea nessun valore: è una sottrazione al prodotto sociale, senza nessun corrispettivo e legittimata soltanto dal diritto di proprietà. Oggi i rapporti tra rendita e profitto non sono nitidi come potevano apparire nel capitalismo precedente al 1830. Dopo di allora i comportamenti dei capitalisti, in una economia monetaria di produzione, sono più articolati. E anche più miopi. Se i capitalisti realizzano profitti come capitalisti, ma li impiegano come gaudenti o come rentier, anzichè come sacerdoti della accumulazione del capitale, l'unica prospettiva per loro praticabile sarà l'esercizio della loro forza contrattuale al fine di ridurre i salari; nonché il tentativo di aggirare il vincolo della domanda effettiva interna, spostando altrove i luoghi di produzione e i mercati di sbocco, se ne sono capaci. Altrimenti si confineranno nella nicchia del rentier e reimpiegheranno i profitti nella speculazione, finanziaria o edilizia. Tenteranno di cambiare gioco, dalla produzione di merci a mezzo di merci alla produzione di denaro a mezzo di denaro. In Italia ce ne sono molti esempi. È un gioco che può riuscire a qualcuno ma non a tutti, e che per la collettività può essere rovinoso. Sta qui il problema più difficile e urgente per le politiche economiche nazionali, la cui unica soluzione è la proposta di quel bolscevico che secondo Luigi Einaudi era J. M. Keynes: l'eutanasia del rentier.
Molti economisti politici, seguendo l'insegnamento di Ricardo, sostengono che l'imbrigliamento della rendita è fondamentale per ottenere la crescita economica e il benessere generale. A suo parere quali forme dovrebbe assumere la fiscalità e quali livelli di tassazione possono essere compatibili con un efficiente sistema di Welfare?
La risposta sta già negli articoli 3, 41 e 53 della Costituzione. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Ritiene che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio siano istituzioni sufficientemente preparate per affrontare la sfida di uno sviluppo socialmente sostenibile, oppure pensa che una loro riforma sarebbe necessaria?
Sono istituzioni effettivamente molto preparate, ma non allo scopo di perseguire l'interesse generale. Lo sarebbero state, invece, quelle prefigurate da Keynes, che infatti fu sconfitto a Bretton Woods. Un Keynes che nel suo World's Economic Outlook del 1932 aveva già capito tutto circa la mancata coincidenza tra interessi particolari e interesse generale: «Ciascun paese, nel tentativo di migliorare la propria posizione relativa, intraprende iniziative dannose per la prosperità dei suoi vicini; e poiché l'esempio viene imitato, ogni paese patirà iniziative analoghe da parte dei suoi vicini e ne soffrirà più di quanto non se ne avvantaggi. Praticamente tutti i rimedi oggi invocati hanno questo carattere di danno reciproco. Riduzioni salariali competitive, politiche tariffarie competitive, svalutazioni competitive della moneta e così via sono tutti esempi di questo gioco a rubamazzetto. Poiché le uscite dell'uno sono le entrate dell'altro, se aumentiamo i nostri margini diminuiamo quelli di qualcun altro. Se la pratica sarà seguita da tutti, tutti ci perderanno... Il capitalista moderno è come un marinaio che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo in salvo, per la fretta di spingere via il vicino e salvare se stesso. Se gli Stati Uniti risolvessero i loro problemi interni, ciò varrebbe come esempio e stimolo per tutti gli altri paesi e dunque andrebbe a vantaggio del mondo intero».
I politologi e i filosofi non sono soliti attribuire molta importanza alla saggezza del diritto, che invece spesso compendia la lezione di secoli di lacrime e sangue e di esperienza pratica. Così, nelle discussioni odierne, di là e di qua dell´oceano, non capita di vedere ricordato che la tortura è oggetto di generale e incondizionata condanna in tutti i documenti internazionali sui diritti umani (art. 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948; art. 3 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali del 1950; art. 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966; art. II-64 del progetto di Trattato costituzionale per l’Unione europea) e che una Convenzione del 1984 «contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti», interamente dedicata alla messa al bando dal mondo di queste pratiche, ne prevede la perseguibilità da parte dei tribunali di tutti i paesi ove si trovi il colpevole, indipendentemente dal luogo ove il delitto sia stato compiuto e senza che sia invocabile giustificazione alcuna, come le circostanze eccezionali di guerra o di minaccia di guerra, o come l’instabilità politica interna.
Questa unanimità si presta a essere semplicemente ignorata con leggerezza? Non significa nulla per coloro che pensano di avere qualcosa da dire e vogliono "fare opinione" su questioni di tanto peso e tanta gravità?
Gli strateghi della guerra al terrorismo ripropongono l’antica questione della legittimità della tortura e sostengono la necessità di una concezione, diciamo così, permissiva dello Stato di diritto. Il terreno della discussione è segnato dalla tensione tra sicurezza e libertà. Sicurezza e libertà vivono normalmente in un rapporto inverso d’implicazione.
Dove c’è più insicurezza, ivi c’è meno libertà. Così, chi vuole libertà deve provvedere alla sicurezza e, al contrario, chi vuole togliere libertà incomincia col diffondere insicurezza e paura. Che questo rapporto esista, almeno per chi consideri realisticamente la questione, è tanto chiaro da non meritare altre parole.
Quanto segue mira a portare argomenti alla tesi seguente: si può discutere se il bilanciamento tra sicurezza e libertà possa giustificare, e in quale misura, controlli sulle comunicazioni, indagini sull’origine e la destinazione di ricchezze sospette, restrizioni dei movimenti delle persone, perquisizioni di abitazioni, impiego della forza pubblica, "fermo" delle persone sospette, isolamento carcerario per certi periodi di tempo, e altre pur pesanti cose di questo genere; ma non si può discutere di bilanciamento a proposito della tortura e ciò per ragioni (a) di moralità e (b) di efficacia. Per una volta, l’una e l’altra vanno d’accordo.
(a) La tortura è normalmente associata, per esempio nei documenti internazionali sopra ricordati, alla riduzione in schiavitù e al genocidio, e insieme con questi è condannata come crimine contro l’umanità. In effetti, c’è qualcosa di essenziale che apparenta questi delitti e che spiega e giustifica la comune esecrazione. Per usare un’espressione di Giorgio Agamben, questo qualcosa di comune è la degradazione dell’essere umano a "nuda vita" biologica, a mera materia vivente, priva di ogni autonomia e protezione, inerme di fronte al puro arbitrio di chi, per i propri fini, esercita su di essa un potere illimitato e incontrollato. Per chi crede che sia possibile parlare di "progresso morale dell’umanità" o, almeno, formulare giudizi morali riguardanti le organizzazioni sociali, il rigetto della schiavitù, del genocidio e della tortura è il segno minimo e, per questo, irrinunciabile della coscienza civile in cammino. All’elenco, come crimine contro l’umanità, dovrebbe aggiungersi la pena di morte, sol che si considerino i momenti finali prima dell’esecuzione, i più moralmente ripugnanti, quando il condannato, spogliato ormai di ogni difesa e speranza e reso ebete con sostanze droganti, è cosa vivente inerte, nelle mani di esseri umani che la mettono a morte.
Accettare compromessi morali a giustificazione della condizione di chi, come in tutti questi casi, è totalmente privato di dignità e posto letteralmente nelle mani di qualcuno che può fare di lui ciò che vuole, significherebbe un enorme passo all’indietro, un dover ricominciare da zero, dai tempi in cui schiavitù, supplizi e stermini di massa erano non solo tollerati ma perfino giustificati come diritti naturali dei più forti. Significherebbe, in breve, un tradimento dell’umanità, dei suoi sforzi e delle sue sofferenze per uscire dallo stato belluino, dove vige solo la legge del più forte e la vita del più debole non vale niente. Questo cammino non può essere sottovalutato nemmeno registrando il grande scarto, anzi lo scarto crescente nella nostra epoca, tra la realtà morale e quella fattuale perché abbattere o abbandonare la prima significherebbe glorificare la seconda e i crimini della cosiddetta bio-politica, la politica che fa della nuda vita (altrui) un suo strumento.
Naturalmente, leggendo queste proposizioni si starà pensando che tra i crimini contro l’umanità rientrano anche quelli del terrorismo ed esattamente nello stesso senso di cui si è detto circa la tortura: anche i terroristi considerano gli esseri umani come nuda vita, da gettare nella lotta come materia bruta. Anche questa è bio-politica. E si starà per concludere che, inumanità per inumanità, la tortura, senza cessare d’essere strumento deplorevole, può diventare accettabile come male minore o effetto solo secondario, almeno fino a quando non sarà resa superflua da altri mezzi legali efficaci di cui la cooperazione internazionale si sia dotata e che, finora, scarseggiano, a dispetto degli sforzi profusi (un progetto di convenzione generale contro il terrorismo si scontra con difficoltà già sulla definizione di ciò che si vorrebbe proscrivere).
Ma prima di arrivare a questo: che un’infamia (il terrorismo) ne giustifica un’altra (la tortura) se serve, aspettiamo un momento. Il discorso, dal terreno della moralità assoluta si sposta a quello della moralità relativa, dell’efficacia rispetto al fine.
(b) Che cosa faresti tu se avessi tra le mani un terrorista che sa dove e quando una bomba è stata collocata per scoppiare tra la folla? Se attraverso una confessione estorta con violenza potessi salvare molte vite da un attentato? Sono punti interrogativi che pongono dilemmi etici non eludibili, ma non dimostrano quello che vorrebbero dimostrare: che lo Stato di diritto, in questi casi, è impotente e che, perciò, occorre comprometterne i principi in favore della sicurezza.
Di fronte a gravi e imminenti pericoli per sé e per altri, gli atti ritenuti necessari per sventarli, anche quelli che altrimenti sarebbero gravi reati, diventano, infatti, giustificati non solo moralmente ma anche giuridicamente, in forza del principio dello "stato di necessità", un principio comune a tutti gli ordinamenti giuridici. È dunque totalmente inutile, per questi casi, invocare sospensioni o attenuazioni della legalità.
Quelle domande, però, parlando di una cosa, di fatto, tendono a giustificarne un’altra: precisamente, parlano della violenza per sventare pericoli attuali e certi (cosa per la quale non c’è bisogno di alterare il sistema giuridico) e mirano a giustificare la violenza come strumento d’inquisizione, per estorcere informazioni e provocare confessioni da usare nei processi (cosa per la quale, invece, occorrerebbe sovvertire i più elementari principi del diritto). Una cosa è la violenza come difesa occasionata da impellenti circostanze di fatto; un’altra, come mezzo per condurre indagini di polizia.
Ma la tortura, a questo ultimo fine, è uno strumento efficace?
La legittimità, alla stregua della morale relativa o strumentale, dipende dall’efficacia. La criminologia che da secoli ha combattuto la sua battaglia per l’abolizione della tortura ne dubita; i dubbi aumentano con riguardo a organizzazioni criminali cementate dal fanatismo. Su chi non ha nulla da confessare, la violenza è pura e semplice gratuita crudeltà che, semmai, può indurre la vittima a inventare qualsiasi cosa per smettere dai tormenti. Chi sa ed è fortemente motivato tacerà fino alla fine o dirà cose utili non a indirizzare le indagini, ma a sviarle. Solo chi sa e non è fortemente motivato forse parlerà. Ma il terrorismo islamico si avvale di terroristi che non siano fortemente motivati? Non sono essi pronti a morire? Non trovano anzi nella morte per la causa la ragione del loro paradiso? Soprattutto, si può pensare che le organizzazioni terroristiche non prendano le cautele per evitare che i loro agenti, una volta caduti nelle mani di una polizia torturatrice, abbiano qualcosa da rivelare sotto i tormenti? Non tutti i dirottatori dell’11 settembre, a quanto si è detto, non si conoscevano l’un l’altro.
L’utilità per lo scopo dichiarato è quantomeno incerta (nemmeno Abu Ghraib e Guantanamo, con i suoi metodi, hanno prodotto risultati); certa è invece la barbarie che penetra nei rapporti civili. La tortura assolve, anzi valorizza violenza e sadismo che degradano non solo le vittime ma ancor più gli autori; comporta prelevamenti illegali di individui e segregazioni in luoghi di detenzione segreti (i "buchi neri"); richiede "esperti" addestrati all’uso tecnico della violenza; ha bisogno di tribunali speciali, processi senza pubblico e imputati senza difesa di fronte a "prove" ottenute con metodi da inquisizione; si conclude spesso con l’eliminazione fisica dei soggetti a fine trattamento, quando non servono più: tutte implicazioni che mostrano l’ingenuità, per non dire di più, dell’idea balzana di ammettere la tortura ma con garanzie legali (tortura garantita?). I fini sono così pervertiti: la tortura, giustificata con ragioni di sicurezza, finisce per istillare nella società violenza e terrore; se non si era terrorista prima, è probabile che lo si diventi dopo. Sembra fatta apposta per moltiplicare l’odio, diffonderlo anche in chi ne era esente e ritorcerlo contro coloro che l’hanno provocato. È proprio vero che quando si dispiegano le bandiere e suonano le trombette, i cervelli vanno in soffitta.
Dunque, un’immorale stupidità. Eppure c’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso, i suoi figli, i suoi cari o quelli del suo ceto, ma solo gli "altri", individui come loro ma di altre etnie, fedi, situazioni sociali o convinzioni politiche. Solo a questa condizione, si possono fare discorsi "freddi" sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra.
Noi, Hina e le altre Stiamo facendo finta?
di Susanna Camusso *
Passata l'ondata di orrore, spese tante parole che suonano rituali di fronte all'orrenda morte di una giovane che cercava la sua strada nel mondo, perché non riconoscere che la morte di Hina apre questioni difficili da dipanare?
Il ministro Amato ha messo i piedi nel piatto dicendo più o meno: il riconoscimento della libertà femminile deve accompagnare il giuramento sulla Costituzione per l'ottenimento della cittadinanza italiana. Qualcuna di noi ha pensato: ma ai nostri connazionali viene mai fatto un esame sui diritti universali delle donne? Sono scorsi davanti agli occhi recentissimi e italianissimi atti di violenza contro le donne e i ricordi non così lontani nel tempo dei delitti d'onore o dei matrimoni riparatori. Insieme, la consapevolezza che i passi avanti sono figli delle lotte delle donne e che la nostra libertà, il riconoscimento del nostro essere persone sono traguardi non ancora raggiunti.
Tutto uguale, quindi? Si tratta solo di accorciare anche per altre culture i tempi di maturazione e di acquisizione dei diritti delle donne?
Per chi sostiene il rispetto delle altre culture e l'integrazione come obiettivo del futuro multietnico del nostro paese, la risposta parrebbe obbligata, come obbligato è distinguere il gesto della famiglia di Hina dall'idea che possa riguardare tutti i musulmani, o tutti i pachistani. Tutto politically correct!
Poi si leggono le cronache, le interviste nella comunità pachistana, le storie di altre donne e le domande si affollano: non stiamo facendo finta? Non siamo sempre condizionate dall'idea che il solo porre il problema sfoci rapidamente nel razzismo? Non abbiamo detto noi, in tutte le piazze, che la democrazia non si esporta, meno che mai con la guerra? Che agitare le guerre di religione o la superiorità della cultura occidentale è la culla del terrorismo?
Allora come affrontare il tema del rapporto tra noi e gli altri?
Che si possa morire per avere scelto il proprio amore, che si possa vivere senza documenti perché vengono «custoditi» dal padre o dal marito, che si possa essere picchiate a sangue per l'abbigliamento, per il trucco o per uno sguardo, e che tutto ciò avvenga nelle nostre strade, nella casa accanto, nel silenzio o nell'indifferenza fino a quando non esplode la cronaca, è troppo. Forse urge sfatare il mito che per essere «all'altezza» del processo di integrazione sperato sia d'obbligo rispettare le altre culture a tal punto da non criticare, da non giudicare, da non discutere.
Vorrei provare a dire che nel moralismo che attraversa tanta parte della sinistra e del pacifismo non mi trovo più; mi ricorda antiche discussioni, quando in nome della rivoluzione khomeinista che cacciava lo scià sanguinario ci si rifiutava di vedere che i primi provvedimenti furono quelli di far tornare le donne dietro il velo, sottomesse di nuovo al dominio maschile. La libertà femminile non era considerata né un parametro di democrazia, né di civiltà. Adesso molti negherebbero, ma non è una storia così lontana nel tempo da non poter essere consultata; scrittrici iraniane ce l'hanno recentemente riproposta.
È forse allora per una sorta di falsa coscienza che critichiamo quotidianamente e giustamente le ingerenze papali sulla nostra libertà ma taciamo su altre religioni e mentalità?
Dobbiamo dare per scontato che possa esserci nel nostro paese un doppio diritto, quello ricomposto dalle lotte delle donne, e quello degli altri che vivono nel nostro paese ignorando diritti fondamentali?
C'è una distanza abissale tra l'enormità di questo problema e la polemichetta strumentale sul numero di anni per ottenere la cittadinanza. Servono, piuttosto, iniziative che guardino alle nuove cittadinanze ma anche al maschilismo di casa nostra. Ne elenco alcune. Aggiornare la legge sulla violenza sessuale (in Francia è considerata a un'aggravante il fatto che lo stupro si svolga nelle mura di casa). Creare o consolidare servizi come i telefoni verdi, i centri di ascolto, le case per le donne maltrattate. Garantire sostegno economico, protezione e riconsegna dei documenti alle donne cui venissero sottratti, considerandone il sequestro ciò che realmente è: un reato per traffico di persone. Forse così si darebbe anche un contributo alla lotta al traffico finalizzato alla prostituzione, che spesso si realizza con dinamiche molto simili. C'è poi la questione centrale della scuola e della formazione; non si tratta solo di far rispettare l'obbligo scolastico ma di garantire, anche a chi è già adulto, l'accesso alla scuola nazionale pubblica e laica, magari attraverso una sorta di corsi «150 ore» per l'apprendimento della lingua e per la formazione alla cittadinanza. Infine - e anche qui ci possono aiutare le esperienze fatte in altri paesi europei - credo si debba pensare a norme che garantiscano alle donne che rifiutino matrimoni combinati il diritto allo scioglimento del vincolo e alla protezione.
Altrettanto importante è farsi delle domande su noi e le altre. Come singole e come movimento dobbiamo provare a entrare in relazione con le donne delle comunità, perché la contaminazione, il confronto, la crescita collettiva sono il sale dei processi di integrazione, perché non bisogna peccare di superiorità e indagare, invece, su cosa è repressione e cosa cultura differente, perché abbiamo bisogno di capire, ma anche di discutere e affermare la libertà femminile. Non so se sia vero che il Corano nega il possesso dell'uomo sui destini della donna. So che fa parte della mia libertà dire che se la predicazione di una religione, o la cultura di una comunità, permette di uccidere Hina, voglio contrastare quella cultura. Perché ogni giorno uccide anche un po' della mia, della nostra libertà.
* Usciamodalsilenzio
Patriarcati trasversali
di Ida Dominijanni
Dovendo scegliere fra la figlia morta e il marito che l'ha massacrata, Bushra Begum sceglie il marito. Lo denuncia ai carabinieri ma lo giustifica: è vero, ha ammazzato Hina, ma è un uomo buono, non è un violento, non le aveva mai torto un capello; era lei che «non si comportava bene, andava in giro, fumava», era lei che s'inventava tutte quelle balle sulle botte, il taglierino, le molestie del padre. Quanto alla madre, mai avrebbe sospettato, partendo per il Pakistan, che sarebbe andata a finire così: che Hina fosse morta, e come, l'ha saputo - potenza del tam-tam - da una vicina a sua volta informata da una parente che vive a Brescia, e poi l'ha verificato - potenza della tecnologia - su Internet. Di tutto il suo racconto assurdo e cinico, parrà strano, è il particolare che mi ha colpito di più: vero o inventato che sia, rende l'idea di queste vite sospese tra comunità e mondo, locale e globale, arcaismi e modernità, in un disequilibrio in cui la legge sembra fuoricampo, in scacco e inappellabile.
La deposizione di Bushra completa il quadretto familiare della tragedia di Brescia (appaiata nel frattempo da quella di Elena Lonati strangolata dal sacrestano cingalese) e dà ragione a quante e quanti hanno, anzi abbiamo, puntato l'indice contro la sua matrice patriarcale, a contrasto con quanti lo puntavano piuttosto contro una presunta matrice «islamica». Quale conferma migliore di una madre complice e autorizzatrice del marito assassino della figlia, per fotografare lo stampo patriarcale della vicenda? Le comunità islamiche italiane, dal canto loro (ma attenzione, sono le stesse che militano per l'equazione nazisti-israeliani, e dunque c'è poco, pochissimo da fidarsi), hanno condannato l'omicidio di Hina sostenendo che nessuna regola sharaitica può essere invocata come attenuante del padre, stante che «nel quadro giuridico e culturale musulmano la relazione della ragazza con il fidanzato italiano è considerata una grave colpa di fronte a Dio ma nessuna scuola di diritto islamico ha mai concesso agli uomini di fare giustizia con le proprie mani». Non un delitto islamico dunque ma un delitto patriarcale. Che invece di autorizzarci a inchiodare l'alterità islamica con un giudizio razzista, dovrebbe spingerci ad affiancare nella condanna il massacro di Hina ai massacri di donne, anch'essi di impronta patriarcale, che quotidianamente insanguinano le pagine di cronaca nera della provincia (cattolica) italiana: io stessa, in Politica o quasi di martedì scorso, avevo rivolto questo invito.
Che è un invito, però, non a derubricare l'assassinio di Hina, ma viceversa a drammatizzare quelli nostrani che la cronaca gonfia e sgonfia nel giro di ventiquattr'ore. L'accentuazione della matrice patriarcale del caso-Hina suona invece, troppo spesso e da parte maschile, come una levata di scudi a difesa della comunità islamica, cui nulla consegue quanto ad analisi e condanne della violenza specifica di uomini su donne che sta (ri)prendendo piede nelle nostre società democratiche, laiche, libere e post-femministe. Ma il patriarcato non è una fatalità senza tempo e senza storia: è una struttura socio-simbolica, che si innesta su altre strutture sociali e culturali (islam compreso), e i cui destini dipendono dalle relazioni e dai conflitti fra donne, fra donne e uomini, nonché fra uomini. Nella sua inchiesta sulle pakistane in Val Trompia di giovedì scorso, Manuela Cartosio metteva bene in luce come la condizione delle giovani pakistane immigrate, anche in casi non estremi come quello di Hina, sia afflitta da cattivi rapporti fra madri e figlie e dalla mancanza di socializzazione e comunicazione fra donne: ed è certo su questo nodo che in primo luogo bisogna incidere per cambiare lo stato delle cose. Ma il secondo passo deve essere l'apertura di un conflitto maschile contro i comportamenti violenti maschili: nelle comunità immigrate e nella società italiana e trasversalmente fra le une e l'altra. Diversamente, la denuncia del patriarcato altrui non servirà a sottrarre le donne al ruolo di posta in gioco fra uomini che militano per lo «scontro di civiltà» ma anche fra quelli che militano per evitarlo.
Titolo originale: Italy's knife-edge election results are a symptom of this age of stalemate– Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini
Se esiste un settore globale che necessita di ristrutturazione, è di certo quello degli exit-polls. Lunedì pomeriggio, le prime proiezioni mettevano Romano Prodi in corsa verso una comoda vittoria su Silvio Berlusconi; man mano si avvicinava la sera, il margine di vittoria si è assottigliato fino ad una sottilissima barriera, un decimo di punto percentuale a separare i due contendenti. Due settimane fa, gli exit polls in Israele davano al partito Kadima 33 seggi, cifra caduta a 28 in un mattino. E non dimentichiamoci il 2 novembre 2004, quella notte in cui i guru dei sondaggi avevano proclamato presidente John Kerry.
E così gli italiani si sono risvegliati con un risultato fumoso e incerto, privo della chiarezza promessa il giorno prima. Eppure, per gli italiani progressisti quella era soltanto una piccola macchia sulla coppa di champagne; c’era qualcosa da celebrare: l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. "É stato tanto umiliante vederlo in televisione, a comportarsi come un dittatore latinoamericano” dice Pietro Corsi, direttore dell’edizione italiana della New York Review of Books.
Anche lui, come tanti altri, era arrivato a disprezzare tutto quanto rappresentava il primo ministro uscente. Lo accusavano per la sua alleanza coi razzisti ed ex fascisti, per il suo settarismo e la volgarità, come quando definiva gli avversari “teste di cazzo” o “coglioni”; per la sua rampante autostima, dalla chirurgia estetica alla cura della calvizie al paragonarsi a Napoleone o Gesù Cristo. Ma c’erano anche due oservazioni più gravi. La prima riguardava la sua lealtà all’amministrazione USA più di destra a memoria d’uomo, al seguire la Casa Bianca in una Guerra impopolare.
La seconda era al rappresentare la cultura della corruzione, al suo disprezzo altezzoso per la legge, ben tratteggiato dai suoi ripetuti tentativi di riscrivere le regole per tutelarsi dai processi. La sola idea di un magnate dei media che possiede il 90% delle frequenze televisive, dell’uomo più ricco d’Italia che fa il capo del governo, era di per sé un’erosione della vita pubblica. La sua uscita di scena, se avverrà, farà istantaneamente dello spazio pubblico italiano un luogo più pulito.
Per molti le elezioni sono state un referendum su Berlusconi, una questione particolare completamente italiana. Anche così, essa si colloca comunque almeno in due scenari più ampi. Primo, gli italiani ora sono diventati l’ultima democrazia matura che si rivela nazione 50%-50%. La strada è stata aperta dagli USA col testa a testa della Florida nel 2000, mentre le elezioni del 2004 si sono decise sui soli 60.000 voti dell’Ohio. Lo scorso autunno, i tedeschi hanno prodotto un proprio foto-finish, e ora il risultato italiano da’ destra e sinistra divise da soli 25.000 voti.
Potrebbe essere un cavillo aritmetico, o far pensare che queste società sono davvero spaccate in due. Le distanze culturali che separano gli stati “blu” da quelli “rossi” in America sono ben note, ma l’Italia è altrettanto polarizzata. Nord e sud, religione e cultura laica, ricchi e poveri, destra e sinistra: tutti elementi di divisione storici e profondi del paese. È un luogo dove i cattolici lottano ancora coi comunisti per il controllo dell’anima nazionale, dove qualcuno nel ricco nord crede di avere più in comune coi tedeschi del sud che con certi italiani che definisce “Marocchini”, della Sicilia o in genere del meridione.
La tendenza più grave è la paralisi che sembra attanagliare le tre maggiori nazioni dell’Europa continentale. In Germania, Francia e Italia la classe politica (spinta da quella imprenditoriale) si è convinta che occorre uno specifico urgente rimedio per le proprie economie malate. Ci si deve sottoporre, hanno concluso da tempo le élites, ad una ristrutturazione radicale, con una deregolamentazione e liberalizzazione del mercato del lavoro. Una medicina che ha vari nomi - thatcherismo, blairismo, neoliberalismo, modello anglosassone – ma i decisori di Parigi, Berlino e Roma non hanno dubbi debba essere somministrata, se non si vuole che questi tre leoni acciaccati europei vengano colpiti a morte nella giungla globalizzata, dall’India e dalla Cina.
Il guaio è, che i cittadini di questa troika europea rifiutano di sottoporsi alla cura. Lo fanno negando il sostegno alle urne, come in Germania dove si è trasformato il vantaggio iniziale di Angela Merkel in una vittoria strettissima su Gerhard Schröder. Oppure scendendo nelle strade, come accaduto in Francia, obbligando Dominique de Villepin a lasciar cadere il suo pur modesto progetto di rendere gli under-26 francesi più facilmente licenziabili, e quindi più attraenti per i datori di lavoro. Comunque sia, i cittadini non consentono ai propri leaders di imporre le riforme thatcheriane che gli stessi leaders sostengono essenziali.
Ma, in modo contraddittorio, questi elettori non corrono verso una chiara alternativa di sinistra: in parte per il fallimento dei progressisti in tutto il mondo a proporne una. Sonno cosa non vogliono, ma devono ancora capire a favore di quale programma raccogliersi. Ne consegue una situazione di stallo, più volte evidenziata dalle urne. L’Italia è uno di questi casi. Pochi negano esista un problema. La crescita economica l’anno scorso è stata zero; il debito pubblico del paese supera il prodotto nazionale lordo: l’Italia ha speso l’equivalente di 45 miliardi di sterline in un anno solo per pagare gli interessi. Berlusconi, che aveva promesso all’Italia il medesimo miracolo economico realizzato per sé, ha assistito al declino di tutti gli indicatori che contano, dalla produttività alla competitività.
La prospettiva di lungo termine è anche peggiore. I grandi settori italiani sono il tessile, calzature, arredamento, aree in cui Cina e India possono facilmente vincere sul prezzo. Il paese ha una popolazione invecchiata e in declino: il tasso di nascita è in calo e il 28% degli italiani è pensionato, si vive più a lungo ma ci sono meno lavoratori che pagano per chi è in pensione. Tutti sanno che deve cambiare qualcosa, se il paese non vuole passare tutto il XXI secolo affondando.
Ma all’elettorato non sono state proposte azioni chiare. Da un lato, non si è sostenuta direttamente l’opzione neoliberale. L’arci-libero-mercato Berlusconi ha promesso un aumento delle pensioni pubbliche è una maggiore tutela sociale, non di meno. Contemporaneamente, è stato il socialdemocratico Prodi a chiedere un taglio ai versamenti contributivi per i lavoratori da parte delle imprese. Ciascuno tenta di indossare i panni dell’altro. Ciò avviene in parte perché entrambi i contendenti hanno ampie coalizioni da tenere insieme. Ma anche perché la destra italiana non osa proporre un programma thatcheriano puro, temendo che l’elettorato lo rifiuterebbe. Così i partiti non si compromettono con le scelte, e lo fanno anche gli elettori.
Ma se la destra non ha offerto un programma chiaro, nemmeno la sinistra l’ha fatto. Non aveva una visione propria, che potesse contrastare l’ideologia neoliberista delle privatizzazioni e liberalizzazioni. Non si tratta di una debolezza italiana: la sinistra in tutto il mondo, con la fiducia di sé infranta dopo il 1989, manca di una visione coerente di politica economica, di una proposta di sistema da presentare agli elettori. "Troppo spesso l’alternativa al neoliberismo è solo conservatorismo, come quello degli studenti francesi che vogliono mantenere il mondo com’era", sostiene Charles Grant, direttore del Centre for European Reform.
Dunque abbiamo imparato dalla Germania, dalla Francia, e ora dall’Italia, che la risposta thatcheriana alla globalizzazione è temuta dagli elettori: ma essi non hanno nulla da votare, in alternativa. E non c’è bisogno di exit polls, per dire che l’epoca di stagnazione finirà solo quando ne troveranno una.
Titolo originale: Family affair – Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini
Domani si chiude il sipario su quella che personalmente considero la più strana rappresentazione della terra: un’elezione politica italiana. Se credete che un branco di appannati politici e le loro fragili promesse non siano un gran spettacolo, pensateci due volte. La cosa più grandiosa in un’elezione italiana è che – cosa inconsueta per un’occasione del genere – la politica c’entra poco.
Quando i votanti entreranno in cabina domani potranno ripensare a uno dei più divertenti spettacoli dell’ultimo periodo: Silvio Berlusconi ha dato il tono sorprendendo gli elettori con la promessa di rinunciare al sesso per tutta la campagna elettorale; il suo ministro della salute si è dimesso dopo che era stato accusato di aver ingaggiato investigatori per spiare i rivali politici; c’è una showgirl, Mara Carfagna, che ha deciso di candidarsi in Campania; decine di migliaia di persone hanno sfilato nelle piazze avvolti in cartelli che recitavano “ Sono un Coglione” (non fate domande); i proprietari delle squadre di calcio del Milan e della Fiorentina hanno avuto una rissa verbale in pubblico; Berlusconi ha detto che i comunisti bollivano i bambini; l’ambasciata cinese ha protestato dicendo che no, non hanno mai bollito bambini. É stato uno spasso per settimane.
Una teatralità del genere richiede una preparazione complessa. Ci sono 174 simboli elettorali ufficialmente registrati. Come accade per il cattolicesimo nazionale, il proselitismo è altamente esteriorizzato: l’aspetto del paese è cambiato fra bandiere e manifesti che ricordano all’elettore i simboli dei partiti: una fiamma, un arcobaleno, una colomba, uno scudo, un ulivo.
L’incredibile quantità di simboli spiega in parte il motivo per cui il dibattito politico scarseggia. Gran parte della discussione elettorale degli ultimi mesi ha riguardato le coalizioni. Elemento centrale del dibattito è la partitica, non la politica: i raggruppamenti, non i programmi. Gli scoop giornalistici sui media fanno sembrare il parlamento un gioco da bambini: è un continuo alternarsi fra chi è il migliore amico, e improvvisamente diventa nemico giurato.
Le conseguenze sono parecchie. Per dirne una, il foglio su cui si vota è quello che viene chiamato scheda-lenzuolo, con dimensioni adeguate. E se è complicato essere giornalisti politici in Italia, immaginate cosa deve significare per un leader cercare di controllare i suoi alleati: ci sono 33 partiti presenti nella coalizione di Romano Prodi, 35 in quella di Berlusconi.
Se si guardano le immagini, emerge qualcosa di interessante. Il posto d’onore non è per il partito, ma per il leader. I manifesti che dicono " vota UDC" o " vota AN" invitano molto più insistentemente a " vota Casini" o " vota Fini" . A differenza che in Gran Bretagna, i politici sono più vecchi e consolidati dei propri partiti. Fra tutti i gruppi principali, solo il Partito Radicale è stato fondato prima degli anni ‘90. I partiti cambiano tanto spesso che la persona è decisamente più importante.
Il fatto che le personalità siano più riconoscibili dei partiti significa anche che un’elezione può, come in questo caso, essere la scelta fra un uomo che non ha un partito (Prodi) e un altro il cui carisma e potere extraparlamentare è tanto immenso da essersene creato uno dal nulla (Berlusconi). Significa che cambiare campo per unirsi alla formazione rivale è piuttosto comune. Nel parlamento precedente, ben 158 politici hanno cambiato partito, o coalizione. Soprattutto, significa che la politica appare caratterizzata dal vecchio clientelismo, dove i favori reciproci sono più importanti degli ideali e delle strategie politiche.
Tutto ciò porta alla consolidata immagine della vita politica italiana: il trasformismo, ovvero la tendenza ad avere tanti cambiamenti di gabinetto e alleanze da non riuscire a far niente. Un amico lo definisce il gioco delle sedie mancanti senza che manchino sedie: I politici si muovono ma non vengono mai sostituiti, mai esclusi. Erano esattamente gli stessi, titolare e sfidante, a competere alle elezioni politiche del 1996, 10 anni fa. Se non fosse per le voci insistenti sulla cattiva salute di Berlusconi, mi aspetterei quasi di rivederlo ancora fra altri 10 anni.
La " sta-abilità" di politici dalla reputazione non impeccabile, da Giulio Andreotti a Berlusconi, ricorda un altro tratto caratteristico del teatro politico: chi prende papere non viene mai fischiato via dal palco. Può darsi che sia a causa dell’abitudine cattolica al confessionale, o magari perché i potenti sono davvero al di sopra della legge, o forse ci sono così pochi buoni attori che non c’è partita. "Il problema non è che non ci siano pecche" dice un altro amico, "è che ce ne sono così tante che la cosa non importa più".
Significa che qualunque errore si commette, nomi noti e dinastie sopravvivono sempre. Può trattarsi di una figura marginale, ma Alessandra Mussolini, nipote del Duce, sta ancora in parlamento. Nella battaglia per raccogliere voti, il suo partito Alternativa Sociale è stato accolto nella coalizione di Berlusconi. Più che in qualunque altro posto, il potere è ereditario. Bobo Craxi, figlio dell’ex primo ministro caduto in disgrazia Bettino, fa parte della coalizione di Prodi. Se non fosse stata sconfitta alle primarie, Milly Moratti, moglie di Massimo Moratti, presidente dell’Inter, avrebbe sfidato la cognata Letizia Moratti per diventare sindaco di Milano.
Per mantenere al potere le stesse persone, si deve reinventare spesso il sistema elettorale. La Prima Repubblica (dal 1945 al 1993) era l’archetipo del sistema rappresentativo proporzionale. Il che significa che qui sarebbe stato inconcepibile un processo come lo " Twigging" di Portillo del 1997. Le “liste” della rappresentanza proporzionale garantivano che i potenti non potessero essere sconfitti: il partito poteva anche perdere moltissimo, ma se si stava in cima alla lista di qual partito perdente, si poteva ancora tornare in parlamento. La punizione degli elettori toccava i soldati semplici, mai i leaders.
Dato che quel sistema non consentiva di eliminare i Golia, emerse una strategia più sinistra in forma di azione extraparlamentare. L’Italia era nota per il terrorismo politico negli anni ’70 e ‘80. Ci sono ancora alcuni episodi di omicidio politico, sommosse, molti fascisti o comunisti non convinti dal sistema democratico. Tutto ciò semplicemente perpetua un centro stagnante, che si presenza come baluardo contro gli " opposti estremismi". L’inerzia porta all’agitazione, che rafforza l’inerzia.
Alla nascita della Seconda Repubblica, il 90% degli italiani scelse di adottare un metodo elettorale che premiava i più votati. Ma ne risultò un sistema al 75% uninominale, e al 25% proporzionale. Un sistema tanto complicato che ad ogni elezione, sui giornali venivano dedicati grandi grafici a spiegare una cosa chiamata scorporo. La prossima volta che siete in Italia e non avete niente da fare, provate a chiedere a qualcuno di spiegarvelo. Avrete bisogno di una calcolatrice, di molto caffè e almeno di un paio d’ore. Spesso sembra che il modo in cui funziona il paese abbia a che fare con la complicazione, e se si è cinici sembra che la cosa raramente favorisca il cittadino comune.
Berlusconi solo qualche mese fa ha introdotto una nuova legge elettorale. Fa tornare l’Italia, dopo 12 anni di flirt col maggioritario, a un sistema proporzionale. Ha spinto qualcuno a suggerire che il paese stia entrando in una Terza Repubblica, più simile alla prima che alla seconda. Siamo di nuovo alle caute politiche centriste e alle liste elettorali.
Per completare il quadro, il tutto è ostaggio di influenze esterne. Nessuno sa esattamente quanto peso abbiano, ma certo le varie mafie fanno sentire la propria presenza durante le elezioni. Leggete come volete il fatto che Berlusconi, nel 2001, abbia preso il 100% dei seggi parlamentari in Sicilia. Criminalità organizzata significa anche che la politica è influenzata dalle pallottole quanto dalle urne: Francesco Fortugno, vicepresidente della Regione Calabria, è stato assassinato in ottobre, quasi certamente dalla 'Ndrangheta, la mafia calabrese (dominante nella punta dello Stivale).
Ci sono anche altre influenze, più benevole o bizzarre. Il Vaticano può ancora svolgere un ruolo da king-maker. Prima di ogni elezione c’è una lunga fila di politici che escono seri dal territorio nazionale per guadagnarsi l’occasione di una foto col Papa. Ancora più strano, questa elezione vede 12 seggi della Camera e 6 del Senato decisi dalla diaspora mondiale degli emigrati italiani in quattro collegi elettorali (America Settentrionale e Centrale, Sud America, Europa e Resto del Mondo). Le conseguenze diplomatiche e democratiche stanno solo iniziando a capirsi. Significa, ad esempio, che il critico gastronomico italo-scozzese del Glasgow Herald, Ron MacKenna, potrebbe trovarsi eletto al Parlamento italiano. Se i risultati elettorali fossero più in bilico di quanto si prevede, lui e altri 17 stranieri potrebbero trovarsi ad essere l’ago della bilancia a Roma.
Il motivo finale per cui la rappresentanza proporzionale appare sproporzionatamente poco rappresentativa, è che esiste un acuto squilibrio generazionale e di genere. Su 315 senatori eletti, solo 25 sono donne. Bisogna avere più di 25 anni per votare il Senato, e oltre 40 per candidarsi. Si capisce in fretta che il paese è l’opposto della Gran Bretagna: noi siamo ossessionati dalla gioventù dei nostri leaders, l’Italia è determinata a rimanere una gerontocrazia.
Quindi è comprensibile che la maggior parte degli italiani abbia una visione distorta della politica nazionale. Eppure le contraddizioni sono così tante che questa democrazia è invidiata in tutto l’occidente. La percentuale degli elettori alle ultime politiche del 2001, è stata dell’82,7%. Paragonatela al 61,3% della Gran Bretagna nel 2005.
Paradossalmente, la situazione politica è così disperata, così apparentemente senza speranze, che chiunque capisce l’importanza di esprimere il proprio voto. E ciò nonostante il fatto che non si parli di voto elettronico o postale. Mentre state leggendo questo articolo, i treni italiani sono stracarichi di elettori che tornano nel comune di residenza per votare. Esprimere il voto è ancora considerato una cosa di tale importanza che, ad esempio, l’amministrazione municipale di Parma si offre di pagare il treno ai parmigiani all’estero perché tornino il giorno delle elezioni. Può darsi che la partecipazione sia tanto alta perché gli italiani, che vivono in una democrazia ancora giovane, non la danno per scontata. E certamente aiuta il fatto che ci sia un’alta percentuale di popolazione inscritta ai partiti: i Democratici di Sinistra, per esempio, vantano una potente militanza di 604.655 persone.
É vero che una partecipazione al voto così alta potrebbe essere per molti versi conseguenza di tribalismo. Se l’alta politica spesso appare stranamente apolitica, la vita quotidiana è straordinariamente politicizzata. Spesso si può indovinare l’orientamento politico delle persone dalle cose più strane: per quale squadra di calcio tifano; che tipo di caffè bevono (la marca Illy ha caratteri di sinistra dato che il proprietario, presidente della regione Friuli-Venezia-Giulia, Riccardo Illy, fa parte dell’alleanza di centro-sinistra); che libri leggono (Tolkien era, negli anni ‘70, l’improbabile icona del movimento fascista); addirittura quali scarpe indossano (le Tod’s sono fabbricate da Diego Della Valle, proprietario della squadra di calcio della Fiorentina e ciarliero critico di Berlusconi). In un paese dove spesso si fa politica attraverso simboli e gesti, questo è un tipo di segnale esterno che consente di riconoscere, quasi a prima vista, le simpatie politiche di qualcuno.
Ma l’impegno democratico va più in profondità dei soli simboli. C’è una qualità di dibattito che si vede raramente in Gran Bretagna. Ci sono di frequente referendum su argomenti politicamente soft ma moralmente ardui, come la ricerca sulle cellule staminali; le discussioni su questi argomenti sono approfondite, in modo impressionante. Quando sono arrivato in Italia in un primo tempo mi divertiva il fatto che scioperassero gli studenti delle medie. Di sicuro si tratta semplicemente di un modo sofisticato di non andare a scuola, pensavo. Ma quando si parla con loro, si capisce che sono informati, hanno delle opinioni, a un livello piuttosto raro fra i giovani britannici. Il ristagno della politica nazionale sembra solo renderli più decisi ad agire.
E se la politica romana può essere deprimente, è invece notevole quella locale. L’Italia è notoriamente un sistema decentrato, e non c’è un villaggio degno di questo nome che non abbia i suoi graffiti da caput mundi: il luogo dove si nasce è il centro della nazione. L’attaccamento al luogo spesso produce sindaci carismatici ed efficaci. Può non sembrare gran che, ma ammiro i loro modi intelligenti di affrontare i temi dell’istruzione o dei trasporti.
In ogni democrazia c’è una semplice equazione, che dice che gli elettori hanno i politici che si meritano. Per più di un secolo questo è stato il grande enigma dell’Italia. Come poteva un paese fatto da persone così intelligenti, inventive e generose, finire con politici tanto poco entusiasmanti? La risposta buona è che l’equazione della democrazia qui non è valida, perché la democrazia italiana è troppo intricata. La risposta cattiva è che le icone politiche dell’Italia del dopoguerra - Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – sono davvero rappresentative della maggioranza degli italiani. La grande speranza per le elezioni di domani è che, per una volta, i risultati riflettano l’idealismo, non il cinismo, degli elettori.
Nota: Tobias Jones ha scritto The Dark Heart of Italy (Faber). Il suo nuovo libro, Utopian Dreams , sarà pubblicato dallo stesso editore il prossimo anno.
Titolo originale: The Terrible, Horrible, Urgent National Disaster That Immigration Isn't - Scelto e tradotto per eddyburg_Mall (http://mall.lampnet.org) da Fabrizio Bottini (scaricabile anche in PDF)
Parte Prima: Cosa non va con “Andarci duri con l’immigrazione”
I. L’immigrazione, molto semplificata. Troppo
Le argomentazioni degli osservatori favorevoli all’approccio duro sull’immigrazione, sono semplici in modo deprimente, e ciò le rende solo deprimenti.
Stringi stringi si riducono a questo: i problemi con l’immigrazione che abbiamo oggi, e una gran varietà di altri, cominciano e finiscono con gli immigrati stessi, con chi ha commesso il reato di star qui illegalmente: o semplicemente di star qui, e basta, in quantità indesiderabili, con abitudini indesiderabili, con effetti indesiderabili sulla salute del paese.
La loro presenza è vista soprattutto, quando non del tutto, come un male, imperdonabile offesa inferta ai cittadini americani.
Con questa prospettiva, il problema non si risolverà di certo mettendo ordine in un complesso sistema di leggi e norme sull’immigrazione, aggiustando i meccanismi economici alla ricerca di una migliore coincidenza fra domanda e offerta di lavoro, o con una maggiore attenzione ad applicare le norme esistenti sui posti di lavoro e le assunzioni. Certamente, il problema non si risolverà diventando più creativi o umani nell’accoglienza agli immigrati, in modi che li ripaghino del duro lavoro e del desiderio di partecipare in modo più pieno al sistema.
Si risolverà, solo, tenendoli fuori, e sbattendoli fuori. Fatelo, insisitono i restrizionisti, a avremo iniziato a risolvere una serie di altri problemi: l’invasione di quartieri e angoli di strada da parte di latini; la crescita delle bande organizzate e dello spaccio di droga; la congestione e lo sprawl urbano; il traffico di esseri umani; la crisi dei valori dell’Europa bianca; il carico sul sistema carcerario, ospedaliero e scolastico, e la minaccia alla stessa stabilità degli Stati Uniti.
Nessuna meraviglia, se qualcuno ha paragonato i lavoratori immigrati alle locuste, ai batteri, a un esercito invasore. Se si trovasse da qualche parte un americano di 250 anni disposto a discutere il problema, lui o lei racconterebbero quanto suona familiare tutto questo. Argomentazioni identiche sono state sostenute via via riguardo ai lavoratori cinesi, giapponesi, cattolici, irlandesi, italiani, e i primi poco amati – anche se ben documentati – estranei, afroamericani. Per non parlare degli Indiani d’America.
II. L’interferenza della Paura
Molti di coloro che sono favorevoli a un approccio duro all’immigrazione non amano vedere le proprie ragioni derise, la loro tolleranza messa in dubbio. Detestano essere gettati nella squallida pattumiera insieme al Colonnello Custer, a quelli Io-Non-Sapevo o al Ku Klux Klan.
É comprensibile. Ma la xenofobia non si limita a qualche frangia estrema dentro al movimento antimmigrazione. Sono state sostenute ragioni dettate dal panico, sull’immigrazione, da parte di persone apparentemente ragionevoli: compresi rappresentanti della Camera degli Stati Uniti e del Senato, delle assemblee statali, di contea, delle amministrazioni locali in tutto il paese. Il deputato degli Stati Uniti Tom Tancredo del Colorado probabilmente è il più conosciuto rappresentante xenofobo del Congresso. Ha costituito un caucus sull’immigrazione per sviluppare le sue prospettive arroventate. Ora esso conta circa 100 appartenenti, e un sito web dove si trova di tutto per quanto riguarda le argomentazioni anti-immigrati venate di paura.
Uno dei componenti del gruppo di Tancredo è John Culberson di Houston, che ha pubblicato un “ Border Security Alert” lo scorso ottobre, avvertendo che “ Terroristi di Al Qaeda e nazionalisti cinesi si stanno infiltrando nel nostro territorio da ogni parte a proprio piacimento, da Brownsville a San Diego”. Inoltre, prosegue, “ un vasto numero di individui di religione islamica si è trasferito in abitazioni di Nuevo Laredo e sta imparando lo spagnolo per assimilarsi alla cultura locale”.
Perciò, conclude Culberson, “ É in atto una guerra su larga scala lungo il nostro confine meridionale, e tutto il nostro stile di vita è a rischio, se non vinceremo la battaglia di Laredo”.
L’immagine dell’America come nazione assediata ha condotto lo scorso dicembre la Camera degli Stati Uniti ad approvare un progetto di legge sull’immigrazione, sostenuto da James Sensenbrenner del Wisconsin, che vede il problema totalmente dal punto di vista della repressione. Rende reato federale il risiedere illegalmente negli Stati Uniti, trasformando così milioni di immigrati in criminali, privi di diritto a qualunque status legale. Trasforma anche in reato, per le chiese e i servizi sociali, dar rifugio o sostegno agli immigrati illegali. Il dibattito sull’immigrazione al Senato ha avuto i suoi momenti di basso profilo, come il passaggio dell’emendamento del senatore James Inhofe dell’Oklahoma per dichiarare l’inglese lingua nazionale del paese: esplicito schiaffo agli immigrati latini e alla loro presunta riluttanza all’assimilazione. Un programma per i lavoratori-ospiti all’interno del progetto di legge del Senato è stato bruscamente ritirato dopo che la Heritage Foundation, think tank conservatore, aveva pubblicato un rapporto dove si dichiarava che, se fosse stato approvato quel testo, il paese sarebbe stato alluvionato da 193 milioni di nuovi immigrati legali entro 20 anni. La cifra, superiore alle popolazioni di Messico e Centro America sommate, era istericamente ridicola. Il progetto di legge è stato emendato in tutta fretta, e la stima rivista a un ancora surreale cifra di 66 milioni, 47 contando solo i nuovi arrivi, non chi è già qui e verrebbe legalizzato (per contro l’Ufficio Bilancio del Congresso, calcola 8 milioni netti di immigrati nei prossimi 10 anni col progetto di legge del Senato. La National Foundation for American Policy, calcolando nuovi venuti e immigrati già presenti, ha studiato il progetto di legge e ottenuto una cifra di 28,48 milioni in 20 anni, ovvero 1,42 milioni l’anno. Sono tanti, ma molto meno dei numeri che questi pugili dell’antimmigrazione avrebbero voluto far credere).
Se si scava nelle argomentazioni più discusse, che collegano gli immigrati a cose come la rampante sovrappopolazione o la crisi della lingua inglese, si ritrovano le influenze delle molte organizzazioni votate alla linea dura restrizionista. Tolte di mezzo queste, sotto di solito si trovano delle bufale. Non ci sono molti gradini, di solito, a dividere esteriormente razionali, spesso citate organizzazioni come la Federation for American Immigration Reform, che si definisce strutture senza scopo di lucro e, non di parte, dedicata alle ricerche e studi politici, e gente come il suo co-fondatore John Tanton. Il Southern Poverty Law Center, che studia gruppi che fomentano l’odio, dice che Tanton, oculista del Michigan in pensione, “Negli Stati Uniti è ampiamente riconosciuto come il personaggio di punta nei movimenti anti-immigrati e per l’Inglese Ufficiale”.
Un suo profilo sul sito web del Center recita: “ Oltre alla FAIR, di cui è ancora membro del comitato direttivo, Tanton gioca un ruolo centrale in una serie di gruppi e istituzioni inti-immigrati e nazionaliste, quali Pro English, U.S. Inc., Center for Immigration Studies (CIS), U.S. English, e Numbers USA.”
Chi è, questo Tanton? Qualcuno che ha definito gli immigrati latini come un’orda di cattolici, con l’allarmante tendenza a riprodursi, di dubbia “educabilità”, uno che gestisce una casa editrice, la Social Contract Press, che commercializza titoli sul tema quali The Camp of the Saints, denunciato come indecente e razzista.
La Anti-Defamation League, in un rapporto del 2000 sulla FAIR, ne individua le radici originarie e propone quello che definisce “ uno sguardo su come la libertà di pensiero possa superare il confine di una tendenza alla divisione, alla ricerca di capri espiatori in chi è nato all’estero”. Vale la pena di leggerlo.
La FAIR e i suoi alleati non sono per niente gli unici nemici ostinati dell’immigrazione, ed esistono altre opinioni ancora più irriferibili, che verrebbero animosamente respinte dalla gran massa delle persone all’interno del campo dell’approccio repressivo. Ma la loro influenza resta significativa: le argomentazioni riflettono alcuni passaggi di molti esponenti conservatori. E mostrano quanto l’attuale panico non trovi la propria origine nel cervello della gente, ma nelle sue viscere.
III. Una serie di soluzioni troppo costose
I restrizionisti propongono una varietà di soluzioni drastiche. Ma le rassicurazioni che offrono a chi è preoccupato per l’immigrazione sono false, per un motivo semplice: il cartellino del prezzo segna una cifra troppo costosa perché la si possa seriamente prendere in considerazione. Chiunque le proponga seriamente sta facendo qualcosa di peggio che della demagogia.
Consideriamo la soluzione preferita dei restrizionisti: deportiamoli tutti. É un argomento indifendibile in qualunque dibattito, perché solo qualche urlatore da talk-show televisivo sarebbe disposto a pagarne il conto: 200 miliardi di dollari o più, almeno il doppio del bilancio del Department of Homeland Security. E ciò senza calcolare il costo psicologico per la nazione, del veder strappare gli immigrati dalle loro case, posti di lavoro, scuole, per buttarli fuori. E tanto improbabile la disponibilità a pagare questo prezzo una volta, tanto più a ripagarlo ancora e ancora, dato che arriverebbero nuovi immigrati a rimpiazzare quelli che abbiamo rimandato a casa.
Poi, c’è l’altra soluzione di gran moda tra i fautori della linea dura: fortificare il confine, che come qualunque restrizionista vi dirà è la priorità più urgente nelle riforme sull’immigrazione. Si sono già riversati miliardi sul confine meridionale - California, Arizona, New Mexico eTexas - in muraglie, sorveglianza e tecnologie. A partire dal 1986, il bilancio della vigilanza sulla frontiera è stato aumentato di dieci volte, il numero degli agenti in servizio di pattuglia cresciuto di otto volte. La Camera dei Deputati, nel suo inquietante progetto di legge da approccio duro all’immigrazione, vuole realizzare un muro di mille chilometri, che servirà a ingrassare pochi potenti appaltatori di parecchi milioni, difficili da calcolare, e il Presidente Bush ha già mobilitato la Guardia Nazionale.
Questi cartellini del prezzo sembreranno anche più esosi, paragonati ai risultati.
Abbiamo già speso parecchio in repressione, e abbiamo davvero molto poco di valido da mostrare. Un editoriale del Wall Street Journal dal titolo “Le Brigate di Confine” nota che “ La polizia U.S.A. per l’immigrazione, almeno dopo la legge Simpson-Mazzoli del 1986 e di certo dopo gli anni ’90, ha posto l’accento sulla ‘sicurezza’ sopra ogni altra cosa”. Ma ciò non ha rallentato minimamente l’immigrazione illegale. Il Pew Hispanic Center riporta che la popolazione degli immigrati illegali negli ultimi anni mostra una “crescita stabile”, ad essere cauti. Nel 1986, nell’ultima occasione in cu il paese fu logorato da un dibattito sulla riforme dell’immigrazione, la popolazione di illegali era stimata a 3 milioni. Oggi, è di 11-12 milioni.
Chi ha sposato la logica del pugno di ferro è contrario a qualunque riforma che allenti la pressione al confine, come un programma per lavoratori temporanei, o la garanzia di visti per legalizzare chi è già qui e i suoi familiari che attendono di entrare. Non lo ammetteranno, o non lo capiscono, che stanno semplicemente insistendo nel buttare denaro sonante per cause perse.
IV. Odi e paure locali
Il modo di avvicinarsi all’immigrazione dell’America dovrebbe essere quello di una nazione costruita dagli immigrati, orientate all’idea di eguaglianza. Purtroppo, le azioni intraprese a livello locale – dove succede la gran parte delle cose – appare come un gran cumulo di prepotenza e bigotteria.
Città e contee della California, Arizona, New York e altrove hanno deliberato ordinanze che colpiscono i lavoratori giornalieri, i più visibili e umiliati componenti della popolazione immigrata. Ciò non significa che non si usi il lavoro degli immigrati illegali. Vuol dire semplicemente che la pubblica amministrazione sta rendendo la loro dura vita ancora più dura. I lavoratori giornalieri sono stati sottoposti a maltrattamenti della polizia e sgombri illegali. Senza parlare dell’ostilità spontanea e degli abusi commessi da datori di lavoro in nero, cittadini regolari, gruppi di protesta e vigilanti come il Minuteman Civil Defense Corps.
In alcuni casi ci si concentra sullo strappare da tessuto sociale la figura dell’immigrato: approvando norme che impediscono alla società a cui essi danno un contributo di aiutarli. In aprile, il Governatore della Georgia Sonny Perdue ha firmato una delle leggi più dure anti-immigrazione del paese, un pacchetto di restrizioni che fra le altre cose richiede ai maggiorenni richiedenti sostegno statale di dimostrare di essere qui legalmente, e agli uffici dello stato di verificare la condizione riguardo all’immigrazione di ogni dipendente. Non conta il fatto che gran parte della vitalità economica della Georgia nasca dagli immigrati che lavorano nelle sue fabbriche tessili, che raccolgono le sue pesche, che preparano i suoi pasti e puliscono i suoi diffusi suburbi.
Alcune di queste sparate sono semplicemente stupide. A Danbury, Connecticut, il sindaco se l’è presa con la pallavolo, uno dei passatempi preferiti degli immigrati ecuadoregni. A Nashville hanno tentato di proibire i furgoncini che offrono i tacos ma non, e questo vuol dire qualcosa, i chioschi di hot dog. Stupidi, ma cattivi.
V. Usare la Polizia
Altre misure locali sono più gravi. Il più perverso degli impulsi a reprimere è quello di ricorrere alla polizia cittadina per applicare le leggi sull’immigrazione. Gli agenti odiano questi compiti. Consigli cittadini e comandi di polizia resistono ai tentativi di far loro carico di qualcosa che è, e dovrebbe restare, una responsabilità federale.
Per esempio, sindaci e capi della polizia di Minneapolis e St. Paul si sono espresso contro la proposta del governatore del Minnesota di utilizzare le forze locali per queste funzioni: e hanno parlato per conto di molti altri sindaci e capi della polizia che hanno le stesse idee. Il comandante John Harrington del St. Paul Police Department ha dichiarato al St. Paul Pioneer Press che i poliziotti locali erano già oberati da altro lavoro – come la lotta alla criminalità violenta – più urgente, del controllo dei documenti di immigrazione della gente.
“ La città di St. Paul non ha abbastanza agenti per gestire il carico di lavoro corrente, come applicare le norme cittadine o colpire i gravi reati federali – traffico di droga, sequestri, rapine in banca – che ha ora” ha detto il Capo Harrington. Controllare gli immigrati, continua, toglierebbe uomini dal lavoro su crimini più gravi come le violenze sessuali. Sostiene anche che il costo di mandare per sei mesi 550 agenti a formarsi allo Immigrations and Customs Enforcement potrebbe servire meglio a combattere i reati in città.
C’è un altro aspetto della repressione sugli immigrati che danneggia, anziché contribuire alla lotta alla criminalità. Come hanno sottolineato il capo Harrington e molti altri, i poliziotti locali – a differenza dei loro colleghi federali – hanno bisogno dell’aiuto della comunità per svolgere il proprio compito. Gli immigrati illegali sono già una popolazione nascosta. Rivolgere contro di loro la polizia locale li spingerebbe ancor più nell’ombra. Ciò rallenterebbe le indagini, coi testimoni che spariscono, e la criminalità che, imprendibile e impunita, prospera.
Parte Seconda: La via più difficile, ma preferibile
I. Un tentativo di far meglio, di 796 pagine
Se i fautori della linea dura, che cercano di eliminare qualunque riforma generale dell’immigrazione, sono un coro disciplinato che canta la medesima tonalità, chiara e sonante, l’altro schieramento assomiglia più a una folla che tenta di mettere insieme una messa cantata in uno stadio. Un’alleanza di poveracci e potenti, di dichiarati Repubblicani come i Senatori John McCain e Lindsey Graham, insieme al vecchio leone liberal, Edward Kennedy. Sono compresi interessi di impresa, alcuni sindacati, editoriali giornalistici come questo e altre pagine giornalistiche molto diverse da queste. Anche un diffidente Presidente Bush ha tentato di trovarsi un posto da qualche parte.
Quello che unisce questa variopinta alleanza, e la distingue dalla linea dura, è il capire che una immigrazione abbondante è una manna: una manna composita, ma comunque una manna. É il tentativo di risolvere il problema, che manca di chiarezza. Ci si districa fra le contraddizioni. Il lavoro, incarnato nel mattone da 796 pagine che è il progetto di legge del Senato, è al tempo stesso perdono e punizione. Butta soldi lungo il confine, ma comprende anche un percorso verso la cittadinanza per molti, anche se non per tutti, gli immigrati illegali già presenti. Spiana la strada ad altri milioni, le cui speranze di entrare nel paese sono state sbarrate, talvolta per decenni, da ostacoli burocratici.
I critici della legge l’hanno definita impraticabile e incomprensibile. Non hanno torto. Ma per quanto lacunoso, il progetto del Senato è l’unico che riconosca e tenti di enfatizzare il contributo degli immigrati all’economia e alla cultura di questo paese. É l’unico che tenti di comprendere immigrati attuali e futuri, illegali o meno, nell’opera di miglioramento di questo paese. E quindi è l’unico con qualche speranza, nell’incredibilmente difficile soluzione della complessa equazione costi/benefici a risultato positivo.
II. Quanto abbiamo bisogno di loro
Come collettore di lavoratori verso questo paese, l’attuale sistema di immigrazione è in forte squilibrio sul versante della domanda. Il percorso legale per un lavoratore generico che entra negli Stati Uniti significa uno dei 5.000 visti rilasciati a questo scopo ogni anno, il che significa che il percorso legale non esiste. L’economia del paese si è adeguata, naturalmente, occupando lavoratori temporanei e illegali a milioni. La mano invisibile del mercato non chiede carta d’identità alle circa 500.000 persone che entrano illegalmente ogni anno.
Gli immigrati – legali e illegali – occupano una nicchia vitale dell’economia americana. Sono il 12% della popolazione degli Stati Uniti, ma il 14% della forza lavoro, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso. Dal 1994 al 2004, afferma l’ufficio in un rapporto dello scorso dicembre, il numero di lavoratori nati all’estero è cresciuto da 13 sino a 21 milioni, un’ascesa che conta per oltre la metà dell’aumento complessivo della forza lavoro USA. Secondo la American Immigration Lawyers Association, gli immigrati coprono il 40% di tutti i posti di lavoro nei settori agricolo, della pesca e forestale del paese, il 33% nella cura di edifici e proprietà, 22% nella preparazione di alimenti e il 22% nelle costruzioni. Strappare circa un terzo di questi lavoratori, quelli illegali, dalla propria fonte di sostentamento e dalle famiglie, sarebbe rovinoso per l’economia, in particolare per i agricolo e del turismo in stati come la California.
Scordiamoci l’idea che gli immigrati siano parassiti fiscali. Al contrario. Pagano di più in tasse di quanto non consumino in servizi. Gli illegali che utilizzano numeri della sicurezza sociale falsi per essere assunti, pagano trattenute e imposte sul reddito, ma non ricevono servizi e non hanno diritto al Medicaid. La quantità di versamenti non rivendicati per la Sicurezza Sociale è più che raddoppiata dagli anni ‘80, fino a raggiungere quasi i 189 miliardi di dollari. Dato che gli immigrati tendono ad essere più giovani e sani dei lavoratori nati qui, usano con più parsimonia il servizio pubblico. Uno studio generale sull’immigrazione e i suoi effetti economici – The New Americans: Economic, Demographic, and Fiscal Effects of Immigration, di James Smith e Barry Edmonston, per il National Research Council del 1997 – reassume le proprie conclusioni in questo modo: visto che gli immigrati in media sono meno istruiti di chi è nato qui, guadagnano meno e pagano meno tasse. Ma consumano anche molti meno servizi. Di conseguenza: l’immigrato medio paga circa 1.800 dollari di tasse in più di quanto non costi in servizi, anche tenendo conto dei costi di istruzione per i suoi bambini.
Il rapporto pone l’enfasi sul fatto che il modo adeguato di considerare questa spesa è in quanto investimento nel futuro del paese. In una nazione che assorbe circa un milione di nuovi arrivati l’anno, ciascun flusso annuale di immigrati paga 80 miliardi in più di tasse, nell’arco di una vita, di quanto non consumi in servizi. In altre parole, non c’è alcuna crisi economica provocata dall’immigrazione: potrebbe essercene una se l’immigrazione si arrestasse.
La scorsa settimana, è girata su internet una lettera aperta al Presidente Bush e al Congresso. Firmata da oltre 500 economisti specializzati in vari settori, compresi cinque vincitori del Premio Nobel, sostiene che l’immigrazione rappresenta una guadagno netto per l’America e i suoi cittadini, “ il più grandioso programma contro la povertà mai immaginato”.
III. Bisogna riconoscere i costi
Sarebbe sbagliato sostenere che un più rigido controllo non abbia spazio, in una attenta politica di riforma dell’immigrazione, o che il fenomeno non porti con sé una serie di problemi. Ci sono molte cose che anche i sostenitori dell’immigrazione dovrebbero e devono ammettere. Non sono soltanto buoni lavoratori dai piedi piagati e famiglie affamate, a riversarsi oltre il confine. Arrivano anche droghe, merci contraffatte e armi. Non si sa di terroristi entrati dal Messico, ma potrebbe anche succedere. Se c’è un modo realistico di sigillare il confine per quanto riguarda spacciatori di droga, criminali e terroristi, vorremmo certamente prenderlo in considerazione. Ma non c’è. Il controllo deve essere vigilante su tutti questi aspetti, ma non è al confine che si vince la battaglia.
C’è un aspetto problematico dell’immigrazione illegale, molto concreto: il costo che impone a chi compete con i lavoratori generici illegali. É ragionevole: come fa un mercato del lavoro ad assorbire tante persone nuove senza vedere cadere le retribuzioni? Uno studio citato spesso di due economisti di Harvard, George J. Borjas e Lawrence F. Katz, ha rilevato che fra il 1980 e il 2000, un’ondata di immigrazione illegale dal Messico ha ridotto le paghe i chi non ha un diploma dell’8,2%.
Ma questa ricerca potrebbe dare solo un’immagine parziale. Non tiene conto della crescita economica generate dagli immigrati: i molti posti di lavoro creati dal suo basso costo, e la lacuna demografica che si viene a colmare. Come ha sottolineato Eduardo Porter sul Times in aprile, “ Nello scorso quarto di secolo, la quantità di persone senza un’istruzione da college, compreso chi ha abbandonato gli studi, è diminuita drasticamente. Ciò ha ridotto il bacino di lavoratori più vulnerabili alla concorrenza da parte degli immigrati”.
La cosa non consola il portinaio di Los Angeles che ha visto scomparire il proprio posto di lavoro, o l’imprenditore corretto che non riesce a competere con quelli con meno scrupoli che usano a vagonate – e sottopagano e sfruttano – lavoratori giornalieri illegali. Qualunque tentativo serio di riforma sull’immigrazione deve misurarsi col fatto che molti americani – tra gli altri i giovani neri – esclusi ed emarginati dal mercato del lavoro per generazioni, continueranno ad essere esclusi. Ciò è particolarmente vero con l’economia che brulica di energie di immigrati, di cui molti illegali. Se il fenomeno fa diminuire il costo del lavoro e aumenta la ricchezza nazionale, dobbiamo trovare modi per cui questo guadagno sia condiviso da chi sta ai gradini più bassi della scala economica.
IV. La rabbia spontanea
Farmingville, una città operaia di Long Island molto bruscamente trasformata dall’immigrazione latinoamericana, è un ottimo esempio di come una fiorente immigrazione possa porre sfide e suscitare risentimento. Gli abitanti di lunga data si sono accorti loro malgrado della presenza di decine di latini agli angoli delle strade, o ammucchiati dentro ad appartamenti trasformati illegalmente in pensioni. É un chiaro esempio di globalizzazione con effetti locali, e secondo molti a Farmingville i suoi costi sono evidenti, e inaccettabili. Giovanotti che affollano il parcheggio del 7-Eleven, molestano donne e ragazze con epiteti sessualmente aggressivi. Uomini che orinano per strada, vagabondano e in generale sono fonte di disturbo. Non si può parlare con loro, non si può mandarli via.
Sono la manifestazione visibile della rottura dei confini, e qualcuno offeso ha pensato di risolvere il problema da sé. Hanno picchiato gli immigrati, e lanciato bottiglie incendiarie sulle loro case. Hanno preso i cartelli e sfilato. Hanno maltrattato e interrogato i lavoratori giornalieri, hanno scritto lettere, tenuto assemblee.
Il conflitto di Farmingville si replica, in modi diversi, in varie città degli Stati Uniti. Ma gli attivisti anti-immigrati di Farmingville non hanno ottenuto nulla, a meno che non consideriamo un successo la lotta contro la creazione di uno spazio per l’assunzione dei lavoratori giornalieri. Cinque anni dopo l’esplosione del furore, da cui è nato un documentario ben fatto, Farmingville ha tanti lavoratori giornalieri quanti ne aveva prima. Ma non ha un posto dove ingaggiarli.
V. I costi all’estero
Ci sono molti libri che documentano le difficoltà dei latini che migrano verso El Norte. Il libro Coyotes di Ted Conover, giornalista bianco con la passione di vivere direttamente le proprie storie, è un buon lavoro. Nei villaggi da cui gran parte dei giovani uomini vanno all’estero, la conseguenza è di poter contare su un flusso di rimesse regolari - in totale 25,5 miliardi di dollari nel 2003, secondo l’Ufficio Bilancio del Congresso – che rappresentano una risorsa vitale di reddito nei paesi poveri.
Ma significa anche che le comunità, in particolare quelle piccolo nel sud del Messico e in America Centrale, perdono i propri membri più vivaci, gli uomini e le donne più validi, per mesi o anni. Le energie che potrebbero essere spese per far crescere la comunità o per far prosperare attività locali, se ne vanno in un altro paese, e se i soldi sono benvenuti, spesso sono un povero sostituto all’impossibilità di avere coniugi e figli a casa, come attesta il prezzo in termini di famiglie separate.
VI. Possibilità e incertezze
L’attuale “sistema” per l’immigrazione, se si può chiamare così, è fallito. É pieno di perversioni. Lo è anche il tentativo di mettere rimedio.
Il progetto di legge della Camera è semplicemente dannoso. L’alternativa del Senato ha delle gravi lacune. Cerca di dividere la popolazione degli immigrati illegali in tre gruppi, ed è relativamente accogliente con alcuni, e più dura con altri, a seconda degli anni di presenza qui. Milioni fra I nuovi arrivati dovrebbero andarsene volontariamente dal paese: di fatto una deportazione. É difficile immaginare che una quantità significativa lo farà mai. Ma in ogni caso, sembra assai improbabile che complessivamente il Congresso possa, nel clima attuale, approvare qualcosa buono come il progetto del Senato.
Una quota notevole di gruppi a favore degli immigrati ha già concluso che il non far niente – non approvare alcun progetto di legge quest’anno – sarebbe meglio che approvare un ibrido fra i progetti della Camera e del Senato.
Potrebbero aver ragione. Con le elezioni che si profilano per novembre, l’orientamento della linea dura potrebbe risultare vincente. É quello sostenuto dalla maggioranza della Camera, e appoggiato dai gruppi di base che hanno fatto migliaia di telefonate e spedito mattoni (sì: veri mattoni) ai loro rappresentanti eletti per ottenere un risultato. Ma è sciocco pensare che chiudere l’America dentro a una muraglia, e riformare l’immigrazione solo attraverso la polizia, non sia qualcosa di diverso da sconfitta auto-inflitta.
Non solo perché i costi della sicurezza sono tanto elevati, o perché i contributi degli immigrati, legali e illegali, al paese sono positivi. Chi si è impegnato tanto come i sostenitori della linea dura per chiudere questo paese alle persone che vengono a cercare lavoro e un futuro, ha una visione incredibilmente ristretta di cosa dovrebbe essere la nazione. Militarizzare il confine, trasformare gli immigrati illegali in criminali, significa tentare di ribaltare la polarità della calamita americana, a respingere chi ha lottato, sognato, è morto, per venire qui.
Significa trasformare questo paese unico, in una delle tante potenze industriali con un tasso di nascita in calo, e un autolesionista antagonismo nei confronti di chi è nato all’estero. Vuol dire stabilire cosa vuole l’America, non importa quale possa essere il prezzo in termini economici, di tradizioni, e valori, e statura morale.
É pericoloso. Non è razionale. Ma le argomentazioni dei restrizionisti non nascono dalla razionalità. Nascono dalla paura.
Nota: vedi tra l'altro sullo stesso tono anche gli articoli di Robin Hoover e William H. Frey ; di seguito il PDF scaricabile (f.b.)
Titolo originale: Groundhog Day – Scelto e tradotto per Eddyburg da Fabrizio Bottini
Dunque vediamo ... É agosto. Bush è a Crawford in “vacanze lavoro”. I sondaggi sono precipitati in cantina. Il Congresso è in rivolta. L’economia ristagna. Le prossime elezioni non si presentano bene. Cheney è via, in Wyoming, o dove altro se ne va. É il 2001. No, è il 2006.
Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx riporta che “Hegel ha scritto da qualche parte” come i grandi eventi della storia tendano ad accadere due volte, prima in forma di tragedia, poi di farsa.
L’11 settembre, diciannove dirottatori si erano impossessati di quattro aeroplani riuscendo a uccidere circa 3.000 persone. Il 10 agosto, ci dicono, le autorità britanniche hanno bloccato un complotto omicida-suicida mirato a distruggere dodici aeroplani, uccidendo tutte le persone a bordo compresi gli attentatori, potenzialmente con più vittime dell’11 settembre. Per dirla con un funzionario superiore della polizia Britannica “Doveva essere una strage di proporzioni inimmaginabili”.
Tutte le dichiarazioni ufficiali rilasciate sinora, ci portano a credere che quello del 10 agosto fosse un piano ampiamente studiato, ad uno stadio molto avanzato, sorvegliato da qualche tempo, che avrebbe potuto entrare in azione in pochissimi giorni. E forse il 10 agosto era davvero la cosa più grossa dall’11 settembre. O forse non lo era. Non lo sappiamo ancora. E forse non è troppo presto per porre le domande sulle quali basare il giudizio finale.
Dunque. Ecco qui un elenco di cose di cui vorremmo sentir brevemente parlare. Bombe. Prodotti chimici. Detonatori. Laboratori. Un luogo per le prove. Biglietti d’aereo. Passaporti. Testimoni. Vicini sospettosi. Genitori sospettosi. Amici sospettosi. Minacce. Confessioni. Lasciatemi chiarire questo: per definizione, non si può far esplodere un aereo con una bomba, se non si ha una bomba. In questo caso, ci viene detto che non c’erano bombe; invece, i cospiratori progettavano di portare a bordo le cose per fare una bomba: prodotti chimici e un detonatore. Il tutto sarebbe stato messo insieme a bordo.
Di quali prodotti chimici si trattasse esattamente, non è ancora chiaro. Si è parlato di nitroglicerina, ma è troppo probabile che esploda sulla strada per l’aeroporto. Si è parlato di TATP, fatto di acetone e perossido,ma ci sono due problemi. Uno, che il perossido richiesto è ad alta concentrazione: non la soluzione al 3% che si compra al drugstore. L’altro, che l’acetone è altamente volatile. Come sa chiunque voli, non si può aprire una boccetta di scioglismalto per le unghie senza che tutti in un raggio di dieci metri se ne accorgano subito. É possibile immaginare un bombarolo davvero competente e motivato che riesca a farcela. Ma è impossibile immaginare Quattro persone senza alcun addestramento, di età fra i 17 e i 35 anni, riuscire contemporaneamente nello stesso trucco.
Dunque, deve esserci stato addestramento. Ciò significa che ci deve essere un laboratorio, dei laboratori. Ci devono essere state delle bombe di prova. Ci devono essere vari pezzi e frammenti dei materiali usati per mescolare i prodotti chimici e farli esplodere. Ci deve essere un manuale. Ci deve essere un luogo per le prove. E ciascuno dei giovani arrestati deve essere stato in questi luoghi. Cosa piuttosto interessante, deve anche essere andato tutto senza nessun grave incidente, feriti o morti fra i cospiratori. Se è così, sono molto più competenti di quanto non siano mai stati i Weather Underground [ gruppo armato radicale USA degli anni ‘70] ai miei tempi.
Gli arresti sono stati compiuti di notte, e gli accusati presi a casa loro. Si è fatta irruzione nelle case, sono state perquisite. Per quanto ne sappiamo sinora, non sono state trovate bombe. Nessun prodotto chimico. Nessuna apparecchiatura. Nessun laboratorio. Nessun terreno di prova. Forse salteranno fuori più tardi, ma ancora non si sono visti, anche se le autorità sembrano ansiose di dire tutto quello che sanno.
Poi, per salire su un aeroplano, anche il più dedicato terrorista suicida ha bisogno di un biglietto, che in genere si deve comprare con del denaro. A quanto are, gli arrestati non hanno comprato nessun biglietto. Una cosa poco conosciuta della sicurezza aerea (negli Stati Uniti ad ogni modo) è che chi viaggia con biglietti di sola andata comprati all’ultimo momento subisce controlli particolari all’ingresso. Questi biglietti sono anche (molto) più costosi. Se non si vuole dare nell’occhio, si comprano biglietti di andata e ritorno, in anticipo, e si risparmiano soldi, come tutti. A dire il vero, se non si sanno già quelle cose, non si è pronti per uscire da soli di casa.
Ancora, per salire su un volo internazionale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, in quest’epoca moderna di stati nazionali, c’è bisogno di qualcos’altro. É un documento che si chiama passaporto. A quanto pare, alcuni dei fermati non ce l’hanno. Chi non ha un passaporto, credo, può essere escluso con sicurezza dai ranghi dei potenziali terroristi suicidi sui voli GB-USA. Potrebbero, naturalmente, averne uno falso, o avere un ruolo collaterale: ma sinora non ci è stato detto di alcun documento contraffatto, o di operazioni collaterali. E per superare i controlli si dovrebbe usare una persona diversa per trasportare ciascun elemento chimico necessario. Per dodici voli, fa ventiquattro persone.
Per quanto riguarda i genitori sospettosi, o amici, o vicini, è tecnicamente possibile che la sicurezza dei terroristi sia eccellente al punto che non ce ne sono. E però, quando si tratta di giovani travolti dal fervore di un odio religioso, le probabilità sono estremamente basse. Di tutti i gruppi islamici, Hezbollah in Libano è l’unico che mantenga una efficace sicurezza militare, cosa che avviene isolando i combattenti il più possibile dalla popolazione civile. Ma questi giovani sono stati presi a casa; erano ben conosciuti, e a quanto pare nessuno sospettava di loro.
Per quanto riguarda le minacce: una battuta che girava all’aeroporto di Manchester il 10 agosto era che l’IRA almeno si sarebbe ricordata di fare una telefonata. Che senso ha un’esplosione suicida se nessuno sa perché? Abbattere dodici aeroplani è orribile per chi ci sta sopra (compreso il sottoscritto, tra l’altro), ma non inceppa gli ingranaggi del capitalismo occidentale. Deve far parte di una campagna molto più vasta, in corso, inarrestabile. Altrimenti, perché preoccuparsi? Un attacco episodico mostra la debolezza, non la potenza, di chi lo prepara, e alla fine rafforza non questi, ma i governi attaccati. Dopo l’11 settembre, i terroristi questo dovrebbero saperlo.
E infine, le confessioni. Sono stati arrestati ventiquattro sospetti, secondo alcune notizie. Diciannove hanno un nome. Per fortuna, i fermati sono stati catturati vivi. A differenza dell’uomo arrestato in Pakistan, dobbiamo presumere (credo) che non siano stati torturati. Quindi, avranno la possibilità di fare una libera dichiarazione sulle proprie intenzioni in sede di pubblico processo. Entro quel tempo le autorità avranno trovato laboratori, terreni di prova, biglietti d’aereo e passaporti. Saranno emersi anche testimoni credibili. Allora i giovani zeloti non potranno aspettarsi assoluzione o clemenza, e non avranno niente da perdere. Possiamo quindi aspettare con fiducia che affrontino i giudici e dichiarino esattamente quali fossero le loro motivazioni. Se lo faranno, mi mangio il cappello.
In breve: è possibile che questo caso salti? Potrebbe venir fuori che si è trattato di un eccesso di reazione, di uno sbaglio: o anche di una bufala? Si, potrebbe, e del resto non sarebbe nemmeno la prima volta. Non sto dicendo che andrà necessariamente così. Non sto accusando le autorità britanniche di malafede. Non sto sostenendo che il complotto è stato simulato: almeno, non da loro. Ma informatori furbi e politici nervosi sono una miscela esplosiva, che detona facilmente sotto pressione. Lo sanno tutti.
La paura dell'altro
di Rossana Rossanda
Condivido la collera di Angelo d'Orsi verso chi accusa di antisemitismo ogni critica alle scelte del governo israeliano. Non succede nei confronti di nessun altro paese. Non era neanche mai successo prima degli anni '70. Né l'accusa ci viene da parte di chi ha sofferto di persona delle leggi razziali e delle deportazioni, se è scampato ai campi di sterminio. Penso che ci sia voluta la guerra dei sei giorni e un vero e proprio cambio generazionale, più ancora che qualche scivolata dell'estrema sinistra degli anni '70, nello scordare la tragica percezione di sé da parte degli ebrei; sono episodi che si contano sulle dita d'una mano. Mentre non è accettabile il sospetto che alcuni nuovi esponenti della comunità ebraica gettano di continuo su ogni parola detta dalla sinistra che non approva né l'occupazione dei territori, né l'unilateralismo dei ritiri e dei muri, né la guerra al Libano, mentre aprono con entusiasmo le porte agli eredi della destra, fascisti inclusi.
D'Orsi ha ragione anche nell'infastidirsi del silenzio con il quale lasciamo passare queste accuse, come se avessimo da vergognarci di qualcosa, noi, i soli che si sono battuti assieme agli ebrei. Se il movimento operaio e comunista è stato alle origini antisionista lo è stato per motivi opposti alla discriminazione, perché riteneva ogni questione nazionale secondaria rispetto al battere il capitale. Ma così pensavano anche Rosa Luxemburg e ai suoi amici tedeschi, i molti ebrei del Bund polacco, quelli che facevano parte del gruppo dirigente leninista e perfino staliniano fino al dopoguerra. Antisionismo e antisemitismo non sono stati affatto la stessa cosa. Quanto all'Italia, se le leggi razziali passarono senza vere proteste degli antifascisti, era perché non si potevano esprimere. L'antifascismo poi unificò tutti; la mia generazione è venuta su, se mai, con la ripugnanza a distinguere fra religioni ed etnie, la rivalutazione delle differenze le è estranea, il che le viene, se mai, rimproverato. Ha colpito quelli come me il bisogno di tornare alle proprie radici dopo la sconfitta del 1968, che era stato forse approssimativamente universalista. Accresciuto in molti giovani dalla percezione di essere sopravvissuti al destino dei loro genitori o nonni . Per chi andava in cerca delle radici c'era nell'ebraismo un grande «in più», la scoperta d'una tradizione sapienziale che dette a molti una nuova dimensione del vivere.
Risalgo negli anni perché se l'accusa di antisemitismo è tutto sommato stupida, mi sembra oggi tessuta in una vicenda assai più grande e sofferente che non siano gli strepiti d'un Giuliano Ferrara. C'è nella coscienza di Israele il senso d'un eterno essere in pericolo cui non sa rispondere che con la forza delle armi, la guerra preventiva e la protezione degli Stati Uniti, compiendo un errore fatale verso i paesi che la circondano.
Angelo d'Orsi parla della lettera d'una giovane libanese, io ho sotto gli occhi quasi con le stesse parole nell'email d'una giovane e a me assai cara israeliana, e tutte e due hanno paura l'una del paese dell'altra. Sono giovani, nate là, e poco sanno di come si sia arrivati a questa ultima tragedia. La libanese ha sperimentato la crudele invasione israeliana, e poi l'occupazione siriana ed è terrorizzata dall'offensiva di Israele condotta fuori di ogni regola di guerra, con un'enormità di distruzioni e vittime civili, che viene detta contro gli Hezbollah e colpisce lei fra i libanesi, e non viene fermata da nessuno. La israeliana ha alle spalle secoli di negazioni e sofferenze, arrivate fino alla Shoah, ha imparato a scuola che gli arabi che circondano il suo paese non ne hanno mai accettato l'esistenza, dall'Iran con Israele confina ed è infinitamente più grande, Ahmadjnejad contiua a ripeterglielo, alcuni suoi amici sono morti per l'attacco dei kamikaze palestinesi e lei ha contato nell'ultimo mese i missili di Hezbollah.
Nessuna delle due donne riesce a figurarsi l'altra. Sono terrorizzate. Lo stesso pensano in Israele gli amici di Peace Now e uomini che ammiriamo come Yehoshua, Grossmann e perfino Amos Oz: pensano che «stavolta la guerra è giusta» - anche se gli pare che come «ammonimento al popolo libanese basti». Intanto quella del 1967 era finita in sei giorni, mentre adesso gli Hezbollah tengono testa da oltre tre settimane a uno degli eserciti più preparati del mondo. Va a spiegare la spirale degli avvenimenti e il meccanismo delle rappresaglie all'una e all'altra. Va a far capire alla mia giovane amica israeliana che Israele occupa la Palestina da quasi quaranta anni e ha fatto dei giovani di quel popolo, il più colto e laico del Medioriente, che non sono mai stati un giorno liberi, seguaci di un fondamentalismo che ne esprime la collera. Va a farle capire che anche l'arabismo è ormai vittima di un fondamentalismo che apparteneva solo a minuscoli gruppi, prima che la politica del suo paese in Palestina, e poi quella americana in Afganistan e poi l'invasione dell'Afganistan e poi dell'Iraq lo moltiplicasse, così come l'attuale guerra moltiplicherà gli Hezbollah. Va a farle capire che questi prima del 1982 non esistevano. Né i kamikaze durante la prima Intifada. Va a persuaderla che l'accettazione da parte israeliana di uno stato palestinese avrebbe da decenni staccato la spina che avvelena il Medio Oriente, e fatto dimenticare che Israele vi è stato installato a forza dalle potenze occidentali per garantire in qualche modo gli ebrei da una nuova Shoah di cui noi, l'Europa, eravamo soli colpevoli. Installato in un mondo che della Shoah nulla era tenuto a sapere e tanto meno di una terra promessa qualche migliaio di anni fa a sconosciuti da un Dio sconosciuto. E dalla quale venivano cacciati coloro che per duemila anni vi avevano lavorato. Va a farle capire oggi che la giovane Israele doveva vincere la diffidenza dei vicini, o almeno dopo la guerra dei sei giorni stare a quelle risoluzioni dell'Onu che adesso invoca contro i libanesi.
Qualche settimana fa Luciana Castellina scriveva su queste colonne: Io ho paura per Israele. Io non ho paura per la sua esistenza, noi tutti la difenderemmo a ogni costo. Ho paura delle sofferenze che Israele impone e si impone in una spirale di errori. Mi fa impressione il colono che dice rassegnato: «Ebbene, se Israele deve vivere grazie alla spada, viva con la spada», ma mi riempie di collera Claude Lanzmann, quello del film sulla Shoah, che protesta su Le Monde perché Israele è stata accusata di esagerare in Libano. Come, Israele non esagera, non può esagerare, il sangue fatto versare agli ebrei non sarà mai abbastanza compensato da altro sangue - gli ebrei sono stati colpiti in modo che il loro paese ha tutti i diritti e nessun dovere verso gli altri. Sono parole dementi come quelle del presidente iraniano, il reciproco l'una dell'altra. Ma il premier Olmert le sta praticando. E come Sharon non si accorge non solo dell'odio che si tira addosso, ma dell'errore strategico che fa. Rabin è stato ammazzato e dimenticato.
Di questa sciagurata spirale l'agitazione di parte della comunità ebraica italiana è un frammento derisorio. Ma è vero - ha ragione d'Orsi - che dovremmo smettere di stare in silenzio perché la matassa è complicata e ancora recente la perdita di innocenza del nostro paese. La posta in gioco è troppo alta, il pericolo troppo bruciante, il ricatto troppo stupido. Bisogna dirlo alto e forte che il governo di Israele sbaglia. Che si deve fermare. Che l'amministrazione americana è il suo più pericoloso alleato e consigliere. Che la comunità internazionale è stata finora troppo corriva. E che se c'è una discontinuità che urge per il centrosinistra al governo è questa. Se ne faccia carico.
Ribaltare la Shoah?
di Ida Dominijanni
Sottrarsi al ricatto della Shoah e dare voce a un grido liberatorio contro la politica di Israele: sul manifesto del 3 agosto e su Liberazione del 4 Angelo d'Orsi propone questa sorta di «programma minimo» per la sinistra - intellettuali, politici, giornali e comuni mortali in grado di sottrarsi al «chiacchiericcio opinionistico» che ci martella con la sicurezza di Israele e in nome della Shoah giustifica la sua aggressività in Medioriente, la sua pulizia etnica verso i palestinesi e la sua arroganza verso l'Onu. A costo di alimentare il chiacchiericcio, mi permetto di dissentire fermamente. Prima che sul merito, su una pratica intellettuale che perimetra la sinistra coi picchetti, gerarchizza intellettuali e senso comune, identifica verità e razionalità senza nulla apprendere dallo scacco della ragione in cui sulla questione mediorientale tutti, intellettuali e ordinary people, siamo presi e persi.
Sulla Shoah e sull'antisemitismo «scientifico» novecentesco che portò alla macchina dello sterminio di Hitler, molti intellettuali di sinistra, argomenta d'Orsi, hanno le carte in regola e le credenziali in ordine: energie, saggi, volumi dedicati a analizzare, condannare, combattere. Insomma: abbiamo dato. Basta questo per sentircene affrancati? Basta per decidere che siamo in un'altra epoca e in un mondo rovesciato, in cui «le vittime si sono trasformate in carnefici» e le energie, l'analisi, la denuncia e la condanna vanno spostati tutte e solo dall'altra parte? Tutte e solo, sottolineo. Perché è ovvio che su molti degli argomenti di d'Orsi siamo d'accordo: sull'aggressività e la cecità strategica della politica di Israele; sulla cecità politica della comunità israelitica italiana; sull'uso a dir poco strumentale della Shoah da parte della destra e dei giornali di destra (e non solo) italiani. Ribaltando lo schema retorico di d'Orsi verrebbe però da dire: non abbiamo già denunciato più e più volte tutto questo su questo giornale (e altrove)? Non abbiamo anche qui le carte in regola e le credenziali in ordine? E dunque in che dovrebbe consistere quell'appello a sottrarsi al ricatto della Shoah che d'Orsi ci rivolge, e da quale spostamento dovrebbe sgorgare quell'ulteriore grido d'indignazione che ci chiede di lanciare?
Temo che la chiave stia in quel presunto ribaltamento delle vittime in carnefici, che domanderebbe e autorizzerebbe il ribaltamento di cui sopra dell'epoca, del mondo, delle ragioni e dei torti. Con due conseguenze nefaste. La prima è lo schiacciamento - antisemita e antidemocratico - del popolo ebreo sul governo israeliano, schiacciamento speculare all'integralismo che d'Orsi denuncia nello stato di Israele. La seconda è la valutazione delle poste in gioco in Medioriente che ne consegue. Se le vittime si sono trasformate in carnefici, il conto è facile: tutti i torti a Israele, tutte le ragioni ai palestinesi e al Libano. Ma è così? Davvero, fermo restando il giudizio sulla politica israeliana, non c'è anche il problema del riconoscimento e della sicurezza di Israele? Davvero, fermo restando il giudizio sulla deriva integralista di Israele, non c'è anche il problema del fondamentalismo di Hamas e Hezbollah? Davvero su Hamas e Hezbollah possiamo farci scudo della religione democratica e della fede nella legittimazione elettorale, o non è piuttosto la fede democratica a essere scossa dalla legittimazione elettorale di Hamas e Hezbollah? Davvero l'11 settembre e la guerra in Iraq non ci obbligano a guardare al Medioriente con lenti modificate? La tragedia mediorientale non sta in un ribaltamento dei torti e delle ragioni: sta in una loro, spesso indecidibile, complicazione. Lo scacco della ragione sta qui, e brucia le migliori carte e le migliori credenziali.
Qual è l'eredità della Shoah in gioco nella discussione pubblica sul Medioriente, e per chi gioca? L'ha scritto domenica Sveva Haertter su queste pagine: la Shoah ha colpito il popolo ebraico ma pesa su tutta l'umanità. E' un crimine dell'umanità contro l'umanità: nella sua memoria non ne va solo del destino delle sue vittime, ma della colpa europea. Non ne va solo dell'antisemitismo novecentesco, ma di qualsivoglia biopolitica che faccia tutt'uno di una razza, una religione e uno stato. Non abbiamo svoltato pagina in un hegeliano e razionale ribaltamento del secolo e delle ragioni: quella pagina si sta tragicamente e irrazionalmente riaffacciando, per fortuna senza la macchina hitleriana dello sterminio, per disgrazia in più punti del mondo e su tutti i fronti del micro-mondo mediorientale. La sua memoria non parla a una parte o all'altra: parla a ciascuna e a noi spettatori, o tace per tutti.
Sono preoccupata - molto - per tutti quegli ebrei di origine assai diversa che hanno deciso di essere israeliani. Condivido l’allarme di questi giorni sulla sorte del paese che hanno creato. Come potrà infatti mai sentirsi sicuro uno stato che ha fatto crescere attorno a sé tanto odio? Come potrà mai legittimare davvero la sua esistenza, non nelle istanze istituzionali dove è più che riconosciuto ma nella coscienza dei milioni di arabi che gli vivono accanto e che per ragioni analoghe a quelle della diaspora ebraica si sentono anche loro fra loro solidali, se non assumendo il problema del popolo che la costituzione del loro stato ha lasciato senza patria né casa? Come potrà il governo di Tel Aviv invocare l’applicazione - sacrosanta - della risoluzione 1559 dell’Onu che ingiunge a Hezbollah di disarmare, quando ha, esso stesso, da mezzo secolo, ignorato ogni altra risoluzione delle Nazioni Unite, a cominciare dalla, fondamentale, 242 che gli ingiungeva di ritirarsi entro i confini del ’48? Come potrà rendere convincente la propria voce che si accompagna a quella del suo altrettanto incosciente alleato americano nel rivendicare l’intervento armato contro l’Iran perché pretende di possedere un potenziale nucleare, quando Israele stessa lo possiede in violazione di ogni norma internazionale? Come potranno raccogliere adesione nella denuncia degli orrendi regimi dell’Iran, di Saddam Hussein, dei Talebani, quando intrattengono ottime relazioni con altrettanto orrendi regimi reazionari (a cominciare da quelli del Golfo), e di fronte al disastro cui ha condotto l’intervento «democratizzatore» degli americani? Come potrà chiedere solidarietà contro la minaccia di Ahmadinejad, di Hamas, di Hezbollah, che rifiutano di riconoscere ufficialmente lo stato d’Israele, quando ogni giorno non solo insidia ma rende risibile ogni prospettiva di creare uno stato palestinese, che infatti ancora non c’è, né mai ci potrà essere fino a quando a quel mozzicone di terra che dovrebbe costituirne l’embrione è negato ogni attributo di sovranità, del controllo delle proprie frontiere, economia e risorse, esposto al kidnapping e all’assassinio dei propri rappresentanti democraticamente eletti, ridotto a peggio di un bantustan nell’Africa dell’apartheid? Come potrà ottenere una reale accettazione della propria esistenza e far dimenticare le sofferenze e privazioni inaudite che la creazione di Israele ha imposto a chi ci abitava ed ebreo non era, se non col coraggio di ragionare sulla rispettiva storia e cercare con umiltà un compromesso, non negando con arroganza i diritti degli altri, ma riconoscendoli e chiedendo però che anche gli altri riconoscano i propri? Come mai sarà possibile cancellare dalla memoria dei propri vicini le stragi quotidiane di innocenti, l’aver ridotto la Striscia di Gaza a un campo di concentramento esposto alle incursioni, senza acqua, cibo e lavoro? Come potrà sentirsi più forte ora che si è giocato ogni simpatia anche in Libano?
Sgomenta in queste ore, ancor più che la sostanziale indifferenza verso le vittime, la cecità e l’incoscienza di chi si pretende amico di Israele e che, pur vivendo altrove, dovrebbe dunque avere il vantaggio della lungimiranza che dà la distanza. E invece scelgono di aggiungere le loro grida alle grida della più irragionevole, furiosa e primitiva reazione, anziché richiamare quel governo alla ragione, farlo riflettere sull’errore tremendo di aver volutamente bruciato l’interlocutore migliore che avrebbe potuto avere, la laica Olp, e di detenere tuttora i suoi uomini più lucidi in galera, così aiutando il popolo israeliano a capire che la vera sicurezza del paese può esser conquistata solo per via politica, creando legami sociali culturali economici con i propri vicini, dando sicurezza e non insicurezza ai palestinesi. E’ vero: Israele è sola. Avere dalla sua il paese più potente del mondo, e con esso i suoi vassalli -media governi imprese - non riduce il suo isolamento. A chi sta a cuore salvare questo stato deve smetterla con questa mortifera, pericolosa, cieca solidarietà.
Da "MicroMega " pubblichiamo parte della "lectio magistralis" tenuta al Festival di Filosofia di Roma sul tema "Leviathan contro Dike"
Dove esista un monopolio normativo, incombe il pericolo, già individuato dai greci, che qualcuno diventi legalmente «kúrios tón nómon», padrone della macchina, abusandone. L’investitura popolare è via consueta ai regimi illiberali. Rinata la repubblica sulle spoglie della monarchia orléanista, domenica 10 dicembre 1848 i francesi votano un presidente che governi: stravince Louis-Napoléon, il cui carisma sta nel nome, 5.434.226 voti, contro 1.448.107 del generale Godefroy Cavaignac, ministro della guerra, autore d’una sanguinosa repressione a giugno; Alexandre Ledru-Rollin, 370.119; François-Vincent Raspail, 36.920; l’eloquente poeta Alphonse de Lamartine ne spigola 17.910. La Carta regola un ufficio quadriennale: al principe-presidente non bastano quattro anni; se ne piglia dieci con un sommesso coup d’Etat, 2 dicembre 1851, anniversario d’Austerlitz abilmente scelto perché gli elettori amano i ricorsi immaginosi, e gliel’approvano, 20 dicembre (7.439.216 sì, 640.736 no); undici mesi dopo, 20 novembre 1852, un plebiscito ancora più straripante rifonda l’Impero (7.839.000 contro 253.000). La dittatura mussoliniana nasce in forme legali. Altrettanto l’ascesa hitleriana.
Kniébolo, come lo chiama Ernst Janger, vola sulle ali del consenso popolare: attraverso cinque turni, settembre 1930 - luglio 1932, sale dal 18.3 al 37.3%; indi ripiega sul 33.1, settembre 1932; già cancelliere, miete il 43.9, marzo 1933; e ottiene d’emblée i pieni poteri, 441 voti contro 94, avendo garantito a Destra e Centro che li userà giudiziosamente; gli credono ritenendosi furbi. I meccanismi traslativi del potere legale sono adoperabili bene o male: a Weimar se li erano studiati nella forma più virtuosa; lavoro fine ma il diavolo s’impadronisce anche dei migliori manufatti; e arriva l’ex caporale dai baffi ridicoli, nell’occasione vestito comme il faut, cilindro, abito a code, ghette, foriero d’una terrificante catastrofe.
Le Havre, sabato 2 aprile 1831: Gustave de Beaumont e Alexis de Tocqueville s’imbarcano; vanno a studiare la riforma penitenziaria negli Stati Uniti. I Tocqueville sono una nobile e ricca famiglia normanna: il padre distava due passi dalla ghigliottina quando è caduto Robespierre; pativano l’usurpatore corso; naturalmente fedeli ai Borboni ma Alexis cova un molto cauto penchant liberale; studia diritto; s’addottora discutendo due tesi, «de usucapionibus» e «l’action en rescission ou nullité»; visita l’Italia in compagnia del fratello Edoardo; nominato uditore del tribunale versagliese, prende servizio, giugno 1827; lunedì 16 agosto 1830 presta giuramento alla Monarchia orléanista, decisione sofferta, poi chiede un congedo motivato dalla missione americana. In dieci mesi scarsi vede molto del nuovo mondo, avendo un’assai acuta vista intellettuale. Al ritorno dà le dimissioni. Fa carriera politica, senza averne la stoffa. Gli portano alte lodi i primi due tomi della «Démocratie en Amérique», editi da Gosselin, gennaio 1835. Con minore fortuna esce il séguito, meno vivo, 1840. L’autore coniuga gusti d’ancien régime e testa fredda, rassegnato al dominio delle classi medie. L’»omnipotence de la majorité» gl’ispira riflessioni memorabili. Mandato imperativo, voti frequenti, inflazione delle norme, instabilità (senza contare i malcostumi elettorali: domenica 7 ottobre 1849 Edgar Allan Poe muore a Baltimora d’un delirium tremens da crisi alcolica; era caduto in mano ai galoppini che sequestrano i passanti, li ubriacano e tengono nella stia, «coop», portandoli in giro a votare nei vari Polls). Quando abbia mano libera, l’organismo collettivo differisce poco dall’individuo. Troppo potere nuoce e il partito vittorioso costituisce «force irrésistible», nel lessico teologale «potentia absoluta»: l’opinione pubblica «forme la majorité», rappresentata nelle assemblee legislative; i governi ubbidiscono, idem la «force publique»; i jury le prestano voce; gli stessi giudici talvolta sono eletti; iniqua o dissennata che sia «la mesure qui vous frappe», bisogna subirla (I, 261ss., ed. Mayer, Gallimard, 1961). Stiamo meglio nel vecchio continente. Qui citerei un caso giudiziario tedesco, al culmine della parabola hitleriana. Fallita l’offensiva su Mosca, sopravviene una purga negli alti gradi militari: dimessi o dimissionari tre feldmarescialli; saltano trentacinque generali; uno è Erich Hoepner, comandante della 4a Panzergruppe, colpevole d’avere ritirato i resti delle sue quattro divisioni un attimo prima del permesso. Espulso dall’esercito, chiede la pensione: il tribunale lipsiense gliel’accorda presupponendo intangibili i diritti; l’infuriato Fahrer convoca il Reichstag (è l’ultima volta); al diavolo i diritti, l’ora richiede poteri extra ordinem esercitabili contro chiunque, senza limiti legali; sì, acclama l’assemblea; e domenica 26 aprile 1942, nella Kroll Opera, ore 16.24, Adolf Hitler diventa la Legge in persona.
Torniamo al nobile normanno. La «majorité» supera ogni dominio sinora subito dai sudditi europei: apud nos il pensiero sfida le tirannie; nemmeno i più asfissianti regimi assoluti comandano gl’interni d’anima; il dissenso s’annida persino nelle corti. In America, no: finché la maggioranza sia dubbia, «on parle»; appena abbia deciso, nessuno fiata più; saltano tutti sul carro; l’anonimo tiranno moderno modifica i cervelli. «La majorité trace un cercle formidable autour de la pensée»: finché stia nel cerchio, lo scrittore è libero; guai appena muove un passo fuori. Non sono più tempi da autodafé e roghi, naturalmente. Catene e patiboli erano arnesi grossolani. Avviene tutto in modi puliti: il deviante resta solo; qualunque cosa chieda, incassa rifiuti; gli negano tutto, cominciando dal riconoscimento dei talenti; credeva d’avere dei fautori; violata l’ortodossia, scopre d’essere un cane in chiesa; i vituperanti gridano; chi pensa come lui tace e s’allontana; alla fine, stremato dallo sforzo quotidiano, s’arrende vergognandosi d’avere pensato. Sotto monarchie assolute fiorisce la critica dei costumi: La Bruyère abita a corte; Molière vi recita commedie scandalose. L’America 1831 detesta lo specchio critico: l’opinione dominante esige lodi, chiusa nella «perpétuelle adoration d’elle-mome»; perciò l’ambiente sviluppa una letteratura fiacca. Libri empi sfuggono all’Inquisizione spagnola, così occhiuta. Oltre Atlantico non circolano perché non se ne scrivono e se qualcuno li scrivesse, nessuno li pubblicherebbe: esistono atei anche lì ma l’ateismo non ha organo editoriale; meglio così, commenta lui, non so quanto credente, convinto però che la religione venga utile quale connettivo e freno (ivi, 265 - 68). Siamo al capitolo antropologico: il culto della. majorité» alleva uomini mediocri (quante figure eminenti, invece, nella rivoluzione americana); dove «pubblico» e «privato» siano categorie fluide, essendo il sovrano «abordable de toutes parts», solo che uno alzi la voce, è frequente il mestiere del vivere sulle passioni altrui; s’ingrassano i parassiti, le anime deperiscono; lo spirito cortigianesco penetra dappertutto (ivi, 268s.).
I tableaux tocquevilliani illuminano esperienze italiane recenti. Parlavamo del Secondo Impero, in qual modo sia salito Louis-Napoléon, figlio dell’ex re d’Olanda e d’Ortensia Beauharnais, quindi due volte nipote dell’Imperatore: anima gentile, pensieroso, malinconico, mite, fatalista; era carbonaro in Italia; parla quattro lingue; studia e scrive molto, d’arte militare, storia, questione sociale. Non gli somiglia l’aspirante monarca italiano, ricco da scoppiare, famelico, cinico, ignorante, volgare, profittatore astutissimo, bugiardo qualunque cosa dica, monco del sentimento morale, istrione (finto sorriso, piagnisteo, ringhio): s’ingigantisce nell’abusivo monopolio delle televisioni commerciali, senza le quali non esisterebbe; salta sul palco politico; padrone dei numeri, distorce le norme commisurandole al suo tornaconto; tenta d’instaurare un regime signorile o meglio piratesco, perché le signorie superavano i particolarismi comunali; e manca poco che vi riesca; stavamo regredendo ai clan. Deo adiuvante, è caduto, grazie alla riforma elettorale combinata in extremis, contro quelli che presumeva vittoriosi: classica eterogenesi dei fini, una furberia suicida; ma nessuno con la testa sul collo lo crede innocuo o virtuosamente mutato; resta qual era, dietro l’angolo. Hanno maschera benevola le tirannie profetate nella «Démocratie en Amérique»: una servitù diffusa e calma avvilisce gli animali umani senza tormentarli; anzi, procura piccoli piaceri volgari; se ne saturano. Nello sfondo opera un’invisibile autorità tutelare dalla funzione inversa: padri e tutori conducono i figli o pupilli all’età virile; l’organo del dominio psichico fissa i sudditi a livelli infantili.
Tocqueville scrive come avesse sotto gli occhi lo slogan berlusconiano: «gli spettatori hanno undici anni», ma la soglia ideale è alquanto più bassa; l’ordigno frolla le volontà e spegne i cervelli; l’optimum è un armento timido, ebete, industrioso (frasi sue, ivi, II, 323ss.).
È una vicenda assurda. Comincia con una discussione a «L'Infedele» di Gad Lerner cui è invitato fra gli altri Alberto Asor Rosa. E' da poco uscito un suo libro, La guerra che, riprendendo un tema già toccato nel saggio sull'Apocalisse, sostiene che la belligeranza e la persecuzione dell'altro sono iscritte nel genoma maledetto dell'occidente. Al quale egli contrappone l'ebraismo, antitesi, «oriente». Basta sfogliare il libro per coglierne il filo. Ma ecco che uno degli astanti lo accusa di avere usato una volta la parola «razza» invece che «nazione» ebraica. E' vero che il Novecento ha dato al termine una eco terribile. Ma il contesto dell'intero volume rende impensabile che Asor Rosa la utilizzi in senso, appunto, razzista. Tantomeno antiebraico. Eppure di qui ad accusarlo di antisemitismo il passo è breve. Tanto più che ha anche scritto che a quel popolo di perseguitati è accaduto di diventare persecutore.
Apriti cielo. Qui non è più una parola ambigua, è una constatazione dolorosa che per gli attuali leader della comunità ebraica italiana è intollerabile. Differentemente da quelli che l'hanno preceduta - la generazione antifascista di Elio Toaff, Tullia Zevi, Amos Luzzatto - essi non concepiscono differenza alcuna fra ebraismo e governo di Israele, le cui scelte sono sacre e intoccabili. Ogni critica nasconderebbe una (inconfessata) volontà di distruzione di quello stato. Sarebbe oggettivamente fascista, filoaraba, anzi oggi terrorista.
Un paio d'anni fa successe alla sottoscritta di essere assediata perché si teneva una riunione noglobal in preparazione del forum sociale europeo in una scuola dismessa dell'ex ghetto di Roma. Una folla tumultuosa, agitata da qualcuno che ci additò come terroristi antisemiti in quanto filopalestinesi, ci voleva prendere a pietrate. Aspetto ancora le scuse del professor Di Segni. Figuriamoci quando una settimana fa viene in mente a Oliviero Diliberto che Asor Rosa sarebbe un buon ministro dell'Università - il Pdci è il solo partito che non chiede posti per i suoi. Il nuovo leader della comunità ebraica, Morpurgo, che manifestamente non ha letto La guerra ma ha sentito quel torbido vociare, protesta vivacemente sul Corriere. Un così tremendo antisemita nel governo! Ha un bel protestare a sua volta, e con fin troppo pazienti argomentazioni, e sul Corriere medesimo, il nostro professore. Fassino, che pure lo conosce e sa bene che uomo è, finge di spaventarsi e spaventa, pare, Romano Prodi. In breve exit Asor Rosa, ministro sarà Fabio Mussi. Penso che Mussi sarà un buon ministro, sono sicura che per Asor Rosa è una grana di meno, ha da scrivere e scrivere. Ma è ben amaro quel che si lascia dire su di lui, e così a vanvera, e così contro il vero. Nessuno ha aperto bocca. E sarebbe finita così se qualche giorno dopo non fossero apparse nientemeno che su l'Unità due colonne a firma di Victor Magyar che più stolte e velenose non potrebbero essere. Magyar passa per un uomo di sinistra. Si presume che, meno impegnato di Morpurgo, Fassino e Prodi, abbia letto La guerra. No. Asor Rosa, scrive, è un razzista, un antisemita, frascheggia con i negazionisti e con Auschwitz.
Adesso basta. Questa è una canagliata. Non ha a che vedere con la politica il dare dell'antisemita a chiunque critichi Israele. Soltanto una immensa sofferenza, nessun diritto divino ha dato a quel popolo una terra dove può sentirsi al sicuro da persecuzioni secolari. Ma né le grandi potenze ieri né l'Europa si sono date cura di compensare i palestinesi perché gli era tolta una terra che avevano ragione di considerare loro. Penso che portiamo una responsabilità se la lotta fra Israele e Palestina è diventata atroce. Penso che il Muro non è meno odioso di quello di Berlino, che Ehud Olmert ha meno coraggio dell'ultimo Sharon ma nessuno dei due è stato o è un giusto, che i kamikaze sono ferocemente disperati e gli omicidi mirati di Tsahal sono solo feroci, e via. Leggo che da un paio di giorni le coppie miste - di sangue? di religione? - sono obbligate a lasciarsi o lasciare Israele. Insomma è una tragedia sulla quale ho non solo diritto ma dovere di esprimermi. Che nessuno si permetta di darmi dell'antisemita. Non a gente come Asor Rosa, come me.
Signor Presidente,
onorevoli deputati,
onorevoli senatori,
signori rappresentanti delle Regioni d'Italia,
è con profonda emozione che mi rivolgo a voi in quest'Aula nella quale ho speso tanta parte del mio impegno pubblico, apprendendo dal vivo il senso e il valore delle istituzioni rappresentative, supremo fondamento della democrazia repubblicana. Sono le assemblee elettive, è innanzitutto il Parlamento, il luogo del confronto sui problemi del paese, della dialettica delle idee e delle proposte, della ricerca delle soluzioni più valide e condivise.
La nuova legislatura si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un'aspra competizione elettorale, dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale. L'assunzione delle responsabilità di governo da parte dello schieramento che è sia pur lievemente prevalso rappresenta l'espressione naturale del principio maggioritario che l'Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell'alternanza realmente operante.
Ma in tali condizioni più chiara appare l'esigenza di una seria riflessione sul modo di intendere e coltivare in un sistema politico bipolare i rapporti tra maggioranza e opposizione. Non si tratta di tornare indietro rispetto all'evoluzione che la democrazia italiana ha conosciuto grazie allo stimolo e al contributo di forze di diverso orientamento.
Ma il fatto che si sia instaurato un clima di pura contrapposizione e di incomunicabilità, a scapito della ricerca di possibili terreni di impegno comune, deve considerarsi segno di un'ancora insufficiente maturazione nel nostro paese del modello di rapporti politici e istituzionali già consolidatosi nelle altre democrazie occidentali.
Ebbene, è venuto il tempo della maturità per la democrazia dell'alternanza anche in Italia. Il reciproco riconoscimento, rispetto ed ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità in Parlamento e nelle altre assemblee elettive, l'individuare i temi di necessaria e possibile limpida convergenza nell'interesse generale, possono non già mettere in forse ma, al contrario, rafforzare in modo decisivo il nuovo corso della vita politica e istituzionale avviatosi con la riforma del 1993 e le elezioni del 1994. Ciò potrà avvenire solo ad opera delle forze politiche organizzate e delle loro rappresentanze nelle istituzioni rappresentative, sorrette dalla consapevolezza e dal dinamismo della società civile.
A chi vi parla, chiamato a rappresentare l'unità nazionale, spetta semplicemente trasmettere oggi un messaggio di fiducia, in risposta al bisogno di serenità e di equilibrio fattosi così acuto e diffuso tra gli italiani. Sono convinto che la politica possa recuperare il suo posto fondamentale e insostituibile nella vita del paese e nella coscienza dei cittadini. Può riuscirvi quanto più rifugga da esasperazioni e immeschinimenti che ne indeboliscono fatalmente la forza di attrazione e persuasione, e quanto più esprima moralità e cultura, arricchendosi di nuove motivazioni ideali.
Tra esse, quella del costruire basi comuni di memoria e identità condivisa, come fattore vitale di continuità nel fisiologico succedersi di diverse alleanze politiche nel governo del paese. Ma non si può dare memoria e identità condivisa, se non si ripercorre e si ricompone in spirito di verità la storia della nostra Repubblica nata sessanta anni fa come culmine della tormentata esperienza dello Stato unitario e, prima ancora, del processo risorgimentale.
Ci si può - io credo - ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d'ombra, eccessi e aberrazioni. Ci si può ritrovare - senza riaprire le ferite del passato - nel rispetto di tutte le vittime e nell'omaggio non rituale alla liberazione dal nazifascismo come riconquista dell'indipendenza e della dignità della patria italiana. Memoria condivisa, come premessa di una comune identità nazionale, che abbia il suo fondamento nei valori della Costituzione. Il richiamo a quei valori trae forza dalla loro vitalità, che resiste, intatta, ad ogni controversia. Parlo - ed è giusto farlo anche nel celebrare il sessantesimo anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente - di quei "principi fondamentali" che scolpirono nei primi articoli della Carta Costituzionale il volto della Repubblica. Principi, valori, indirizzi che scritti ieri sono aperti a raccogliere oggi nuove realtà e nuove istanze.
Così, il valore del lavoro, come base della Repubblica democratica, chiama più che mai al riconoscimento concreto del diritto al lavoro, ancora lontano dal realizzarsi per tutti, e alla tutela del lavoro "in tutte le sue forme e applicazioni", e dunque anche nelle forme ora esposte alla precarietà e alla mancanza di garanzie. I diritti inviolabili dell'uomo e il principio di uguaglianza, "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione", si integrano e completano nella Carta europea, aperta ai nuovi diritti civili e sociali. Essi non possono non riconoscersi a uomini e donne che entrano a far parte, da immigrati, della nostra comunità nazionale contribuendo alla sua prosperità. Il valore della centralità della persona umana viene a misurarsi con le nuove frontiere della bioetica.
L'unità e indivisibilità della Repubblica si è via via intrecciata col più ampio riconoscimento dell'autonomia e del ruolo dei poteri regionali e locali. Si rivela lungimirante come fattore di ricchezza e apertura della nostra comunità nazionale la tutela delle minoranze linguistiche. Essenziale appare tuttora il laico disegno dei rapporti tra Stato e Chiesa, concepiti come, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
La libertà e il pluralismo delle confessioni religiose sono state via via sancite, e ancora dovranno esserlo, attraverso intese promosse dallo Stato. Presentano poi una pregnanza ed urgenza senza precedenti, tanto lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, quanto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Infine, i valori, tra loro inscindibili, del ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale per assicurare la pace e la giustizia nel mondo, si confrontano con nuove, complesse e dure prove. Ebbene - Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati regionali - chi può mettere in dubbio la straordinaria sapienza, e rispondenza al bene comune, dei principi e valori costituzionali che ho voluto puntualmente ripercorrere? In questo senso, è giusto parlare di unità costituzionale come sostrato dell'unità nazionale.
Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo. I costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione "destinata a durare", per una Costituzione rigida ma non immutabile, e definirono le procedure e garanzie per la sua revisione. Nei progetti volti a rivedere la seconda parte della Costituzione che si sono via via succeduti, non sono stati mai messi in questione i suoi principi fondamentali.
Ma già nell'Assemblea Costituente si espresse - nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare - la preoccupazione di "tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo". Quella questione rimase aperta e altre ne sono insorte in anni più recenti, anche sotto il profilo del ruolo dell'opposizione e del sistema delle garanzie, in rapporto ai mutamenti intervenuti nella legislazione elettorale.
La legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento mesi or sono è ora affidata al giudizio conclusivo del popolo sovrano; si dovrà comunque verificare poi la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento.
Esprimo il più sentito e convinto omaggio al mio predecessore Carlo Azeglio Ciampi per l'esemplare svolgimento del suo mandato, e in special modo per l'impulso a una più forte affermazione dell'identità nazionale italiana e di un rinnovato sentimento patriottico.
Nello stesso tempo, nessun ripiegamento entro confini e orizzonti anacronistici. Come già si disse, precorrendo i tempi, all'Assemblea Costituente, l'Europa è per noi italiani una seconda patria. Lo è diventata sempre di più nei quasi cinquant'anni che ci separano da quei Trattati di Roma che portano la firma, per l'Italia, di Antonio Segni e di Gaetano Martino: e il cammino dell'integrazione e costruzione europea cominciò ancor prima, ispirato dalle profetiche intuizioni di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi, guidato dall'incontro tra i diversissimi apporti di personalità come Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, lo statista lungimirante e il paladino del movimento federalista, entrambi né meschinamente realisti né astrattamente utopisti. La crisi che da un anno ha investito l'Unione europea non può in alcun modo oscurare il cammino compiuto e far liquidare il grande progetto della costruzione comunitaria come riflesso di una fase storica, quella del continente diviso in due blocchi contrapposti, conclusasi nel 1989.
In effetti non solo si è portata a compimento la più grande impresa di pace del secolo scorso nel cuore dell'Europa, non solo si è realizzato uno straordinario e duraturo avanzamento economico e sociale, civile e culturale nei paesi che si sono via via associati al progetto, ma si sono poste le radici di un irreversibile moto di avvicinamento e integrazione tra i popoli, le realtà produttive, i sistemi monetari, le culture, le società, i cittadini, i giovani delle nazioni europee.
Non potranno arrestare questo processo le difficoltà pur gravi incontrate dall'iter di ratifica del Trattato costituzionale: l'Italia - dopo che il suo governo e il suo Parlamento hanno tra i primi provveduto alla ratifica di quel Trattato - è fortemente interessata e impegnata a creare le condizioni per l'entrata in vigore di un testo di autentica rilevanza costituzionale.
Ci inducono a riflettere ma non potranno fermarci i fenomeni di disincanto e di incertezza indotti nelle opinioni pubbliche da un serio rallentamento della crescita dell'economia e del benessere, da un palese affanno nel far fronte sia alle sfide della competizione globale e del cambiamento di pesi e di equilibri nella realtà mondiale, sia alle stesse prove dell'allargamento dell'Unione. Di certo non esiste dinanzi a queste sfide alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea.
L'Italia solo come parte attiva della costruzione di un più forte e dinamico soggetto europeo, e l'Europa solo attraverso l'unione delle sue forze e il potenziamento della sua capacità d'azione, potranno giuocare un ruolo effettivo, autonomo, peculiare nell'affermazione di un nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia. Un ordine di pace nel quale possa espandersi la democrazia e prevalere la causa dei diritti umani, e insieme assicurarsi un governo dello sviluppo che contribuisca a scongiurare tensioni e rischi di guerra, e ponga un argine all'intollerabile, allarmante aggravarsi delle disuguaglianze a danno dei paesi più poveri, dei popoli colpiti da ogni flagello come quelli del continente africano.
La strada maestra per l'Italia resta dunque quella dell'impegno europeistico, come il Presidente Ciampi ha in questi anni appassionatamente indicato. E in ciò egli ha incontrato, io credo, il sentire profondo ormai maturato soprattutto nelle nostre giovani generazioni, il cui animo italiano fa tutt'uno con l'animo europeo, e che non vedono avvenire se non nell'Europa. La priorità dell'impegno europeistico nulla toglie alla profondità dell'adesione dell'Italia a una visione dei rapporti transatlantici, dei suoi storici legami con gli Stati Uniti d'America e delle relazioni tra Europa e Stati Uniti, come cardine di una strategia di alleanze, nella libera ricerca di approcci comuni ai problemi più controversi e nella pari dignità.
È in tale contesto che va affrontata senza esitazioni e ambiguità la minaccia così dura, inquietante e per tanti aspetti nuova, del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, senza mai offrire a questo insidioso nemico il vantaggio di una nostra qualsiasi concessione alla logica dello scontro di civiltà, di una nostra rinuncia al principio e al metodo del dialogo tra storie, culture e religioni diverse. Non è illusorio pensare che questa cornice degli orientamenti di politica internazionale dell'Italia possa essere condivisa dagli opposti schieramenti politici.
Entro questa cornice spetta al governo e al Parlamento indicare iniziative atte a contribuire al dialogo e al negoziato tra Israele e l'Autorità palestinese nel pieno riconoscimento del diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza e del diritto del popolo palestinese a darsi uno Stato indipendente. Ed è ora di mettere al bando l'arma del terrorismo suicida e di contrastare fermamente ogni rigurgito di antisemitismo. Si impongono egualmente iniziative volte alla soluzione della ancora aperta e sanguinosa crisi in Iraq, alla stabilizzazione del processo democratico in Afghanistan, alla ricerca di uno sbocco positivo per lo stato di preoccupante tensione con l'Iran.
Più specificamente, compete al governo e al Parlamento definire le soluzioni per il rientro dei militari italiani dall'Iraq. Oggi, non può che accomunare quest'Assemblea l'omaggio riverente e commosso a tutti i nostri caduti, che hanno rappresentato il prezzo così doloroso di missioni all'estero assolte con dedizione e onore, qualunque sia stato il grado di consenso nel deliberarle.
Onorevoli parlamentari, signori delegati regionali, se rivolgo ora lo sguardo dal cruciale orizzonte europeo allo stato del nostro paese e al quadro delle nostre dirette responsabilità, posso solo consentirmi brevi considerazioni, senza affacciarmi in un campo che è, più di ogni altro, proprio del confronto tra diverse impostazioni e posizioni politiche. Posso, anche qui, esprimere solo un messaggio di fiducia, senza indulgere a diagnosi pessimiste sull'inevitabile declino del nostro sistema economico e finanziario, ma nemmeno sottovalutando la gravità delle debolezze da superare e dei nodi da sciogliere. Il nodo - innanzitutto - del debito pubblico. E insieme, le debolezze del sistema produttivo.
Le imprese italiane hanno mostrato di saper raccogliere la sfida che viene dall'operare in un mercato aperto e in libera concorrenza e di volersi impegnare in un serio sforzo per la crescita, l'innovazione e l'internazionalizzazione. Esse chiedono allo Stato non di introdurre o mantenere indebite protezioni, ma di favorire la competitività del sistema e gli investimenti privati e pubblici, nonché di riprendere quel processo di sviluppo infrastrutturale che tanta parte ebbe nella crescita del secondo dopoguerra. Ma all'esigenza di rimuovere limiti e vincoli ingiustificati, si accompagna quella di assicurare regole e controlli efficaci ed efficienti.
Il nostro paese non può rinunciare alle sue grandi tradizioni in campo industriale e agricolo, che ancora si esprimono in rilevanti prove di progresso anche tecnologico: tali da dar luogo di recente a casi di straordinario recupero in gravi situazioni di crisi e da animare nuove, vitali realtà produttive. Nello stesso tempo, appare indispensabile rafforzare e modernizzare il settore dei servizi, e valorizzare con coraggio e lungimiranza il patrimonio naturale e paesaggistico, culturale e artistico senza eguali di cui l'Italia dispone.
Di qui passa anche qualsiasi politica per il Mezzogiorno, le cui regioni diventano un asse obbligato del rilancio complessivo dello sviluppo nazionale anche per la loro valenza strategica nella nuova grande prospettiva dei flussi di investimenti e di scambi tra l'area euromediterranea e l'Asia. Né occorre che io aggiunga altro a questo proposito, signori parlamentari e delegati regionali, per la profondità delle radici e delle esperienze politiche e di vita che mi legano al Mezzogiorno: non occorrono altre parole per affidarvi un auspicio così intimamente sentito.
Sono più in generale le mie complessive esperienze politiche e di vita che mi inducono ad associare con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le accresciute disuguaglianze e le nuove emarginazioni e povertà, dell'impegno più conseguente per elevare l'occupazione e il livello di attività della popolazione, il problema non eludibile del miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati e di una rinnovata garanzia della dignità e della sicurezza del lavoro. C'è bisogno di più giustizia e coesione sociale.
E se un ruolo decisivo spetta in questo senso ai sindacati, posti peraltro di fronte a un mercato del lavoro in profondo cambiamento che richiede forti aperture all'innovazione, è interesse e responsabilità anche delle forze imprenditoriali comprendere e assecondare politiche di coesione e di solidarietà. Quando ci domandiamo - dinanzi a problemi così complessi e a vincoli così pesanti - se possiamo farcela, dobbiamo guardare alle risorse di cui dispone l'Italia. Sono le risorse delle istituzioni regionali e locali che esercitano le loro autonomie in responsabile e leale collaborazione con lo Stato e contando sull'impegno unitario della pubblica amministrazione al servizio esclusivo della nazione.
Sono, insieme, le risorse di un ricco tessuto civile e culturale, da cui si sprigiona un potenziale prezioso di sussidiarietà, per l'apporto di cui si è mostrato e si mostra capace il mondo delle comunità intermedie, dell'associazionismo laico e religioso, del volontariato e degli enti non profit. Sono le risorse della partecipazione di base, che le istituzioni locali tanto possono stimolare e canalizzare. E sono le risorse delle famiglie: come quelle che abbiamo visto in queste settimane stringersi attorno alle spoglie dei caduti di Nassirya e di Kabul.
Famiglie laboriose e modeste che educano i loro figli al senso del dovere verso la patria e verso la società. Famiglie che rappresentano la più grande ricchezza dell'Italia. E ancora, abbiamo da contare - mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti - sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica: pregiudizi e chiusure, con l'enorme spreco che ne consegue, ormai non più tollerabili.
Contiamo infine sulle risorse che possono essere attribuite ai giovani, uomini e donne in formazione, da un sistema di istruzione che fino al più alto livello offra a tutti uguali opportunità di sviluppo della persona, e premi il merito e la dedizione allo studio e al lavoro. Da tutto ciò le ragioni di una non retorica fiducia nel futuro del nostro paese. Il nostro futuro tuttavia è legato anche a problemi come quelli che ormai si collocano nel grande scenario dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.
Resta assai dura la sfida della lotta contro la criminalità, una presenza aggressiva che ancora tanto pesa sulle possibilità di sviluppo del Mezzogiorno, così come contro le nuove minacce del terrorismo internazionale e interno. Ci dà però fiducia il fatto che lo Stato ha mostrato anche negli ultimi anni di poter contare sull'azione efficace e congiunta della magistratura e delle forze dell'ordine, alle quali tutte - avendo io stesso, da responsabilità di governo, imparato a meglio conoscerne e apprezzarne l'impegno e lo slancio - desidero indirizzare il più vivo nostro riconoscimento.
Certo, i problemi della legalità e della moralità collettiva si presentano ancora aperti in modi inquietanti e anche in ambiti che avremmo sperato ne restassero immuni. Mentre sono purtroppo rimaste critiche le condizioni dell'amministrazione della giustizia, soprattutto sotto il profilo della durata del processo.
E troppe tensioni circondano ancora i rapporti tra politica e giustizia, turbando lo svolgimento di una così alta funzione costituzionale e ferendo la dignità di coloro che sono chiamati ad assolverla. Anche in questo delicatissimo campo, sono esigenze di serenità e di equilibrio, negli stessi necessari processi di riforma, quelle che si avvertono e chiedono di essere soddisfatte. Seri e complessi sono dunque gli impegni cui debbono far fronte la politica e le istituzioni.
L'Italia vive un momento difficile: ma drammatico, non solo difficile, fu il periodo che l'Italia visse negli anni successivi alla fine della guerra e alla Liberazione, dovendo accollarsi un'eredità di terribili distruzioni materiali e morali e superare anche le scosse di un conflitto elettorale e ideale come quello che divise in due il paese nella scelta tra monarchia e repubblica. Prevalse allora - la prova più alta la diede l'Assemblea Costituente - ed ebbe ragione di tutte le difficoltà il senso della missione nazionale comune : che fu più forte di pur legittimi contrasti ideologici e politici.
Così, oggi, il mio appello all'unità non tende a edulcorare una realtà di aspre divergenze soprattutto ai vertici della politica nazionale, ma proprio a sollecitare tra gli italiani un nuovo senso della missione da adempiere per dare slancio e coesione alla nostra società, per assicurare al nostro paese il ruolo che gli spetta in Europa e nel mondo. Ed è un appello che può forse trovare maggiore rispondenza in quell'Italia profonda, l'Italia delle cento province, l'Italia della fatica quotidiana e della volontà di progredire, che il mio predecessore ha voluto esplorare traendone l'immagine di una concordia di intenti e di opere più salda di quanto comunemente si ritenga. Considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche e più ampie, costruttive convergenze nel paese ; ma è un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente.
Un ruolo di garanzia dei valori e degli equilibri costituzionali; un ruolo di moderazione e persuasione morale, che ha per presupposto il senso e il dovere dell'imparzialità nell'esercizio di tutte le funzioni attribuite al Presidente. Come rappresentante dell'unità nazionale, raccolgo il riferimento ben presente nel messaggio augurale indirizzatomi dal Pontefice Benedetto XVI - al quale rivolgo il mio deferente ringraziamento e saluto: raccolgo il riferimento ai valori umani e cristiani che sono patrimonio del popolo italiano, ben sapendo quale sia stato il profondo rapporto storico tra la cristianità e il farsi dell'Europa.
E ne traggo la convinzione che debba laicamente riconoscersi la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, e svilupparsi concretamente la collaborazione, in Italia, tra Stato e Chiesa cattolica in molteplici campi in nome del bene comune. Nel momento in cui inizia il suo mandato, il Presidente della Repubblica rende omaggio alla Corte Costituzionale, come organo di alta garanzia che da cinquant'anni veglia sul pieno rispetto della nostra legge fondamentale; al Consiglio Superiore della Magistratura, espressione e presidio dell'autonomia e indipendenza di quell'ordine da ogni altro potere; a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutti gli organi e i corpi dello Stato, e in particolare alle Forze Armate italiane che si distinguono per sempre più alti livelli di moderna professionalità ed efficienza, così come alle diverse e distinte forze preposte con convergente impegno alla tutela del bene essenziale della sicurezza dei cittadini. Un segno di particolare attenzione va al mondo della scuola e dell'Università e a quanti sono chiamati a tenerne alta la funzione educativa.
Al mondo dell'informazione va indirizzato un convinto impegno a garantirne la libertà e il pluralismo come condizione imprescindibile di democrazia. Rivolgo un grato e rispettoso pensiero a tutti i miei predecessori, personalità rappresentative di diverse correnti ideali e tradizioni popolari, ritrovatesi nel primato dei valori essenziali: libertà, giustizia, solidarietà.
Uno speciale ricordo per il primo Presidente della Repubblica Enrico De Nicola, che fu simbolo di pacificazione in un contrastato passaggio storico e al quale fui legato da rapporti di antica amicizia famigliare e dal comune impegno, in diverse epoche, a rappresentare in Parlamento la nostra grande, generosa e travagliata città di Napoli. Signor Presidente, onorevoli parlamentari, signori delegati, mi inchino dinanzi a questa Assemblea nella quale si riconoscono tutti gli italiani, per la prima volta anche quelli che operano all'estero, le cui comunità hanno finalmente voce per far sentire le loro esigenze ed attese.
Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all'interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte.
Viva il Parlamento!
Viva la Repubblica!
Viva l'Italia!
«Tra ipocrisie e malafede» è il titolo dell'articolo che l'altro ieri Gianni Riotta, vicedirettore del Corriere della Sera, ha dedicato all'elezione dei membri del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Titolo perfettamente azzeccato. Così azzeccato che non ho resistito alla tentazione di usarlo anch'io. Ovviamente, con una sottile variante semantica, che può essere espressa con l'adagio medice, cura te ipsum: prima di accusare gli altri, occupati della tua personale ipocrisia e malafede, e cerca di curarti. Nel suo articolo Riotta ripete diligentemente gli argomenti di John Bolton, l'ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite. Secondo Bolton tutti gli Stati non in regola con la difesa dei diritti umani avrebbero dovuto essere esclusi dalla procedura di elezione del Consiglio.
E nel Consiglio i paesi occidentali, essendo i soli autentici difensori dei diritti umani, avrebbero dovuto avere molto più spazio. Assecondando queste tesi, nel suo articolo Riotta si scatena nel denunciare l'indegnità di una serie di Stati - una sua personale lista di «Stati canaglia», che figurano fra gli eletti nel nuovo Consiglio. Mentre si sono sdegnosamente rifiutati di farne parte gli Stati Uniti, Israele e l'Italia, nel Consiglio sono entrati, fra gli altri, la Cina, la Russia, la Nigeria e soprattutto Cuba. Questi paesi, sostiene Riotta, fanno strage dei diritti fondamentali dei loro cittadini. Lo scandalo è intollerabile: l'organismo che dovrebbe vigilare, dall'alto della sua integerrima moralità, contro torture, incarcerazioni illegali, vessazioni, aggressioni, ecc., accoglie fra le sue fila tiranni, torturatori e fondamentalisti islamici.
Certo, non si può negare che con l'elezione di questo Consiglio le Nazioni Unite abbiano mostrato ancora una volta la loro impotenza, incongruenza funzionale e irreformabilità. La loro pretesa di erigersi a baluardo di principi e valori universali è risibile. La tutela imparziale e universale dei diritti fondamentali delle persone non può essere affidata ad una istituzione politico-militare che si fonda sulla particolarità degli interessi dei governi nazionali e che, per di più, è dominata, al vertice della sua struttura gerarchica, dallo strapotere di alcune grandi potenze, in primis gli Stati Uniti.
Questa ambizione universalistica è altrettanto mistificante quanto lo è stato il tentativo del Segretario generale Kofi Annan di chiudere il suo mandato varando una (modestissima) riforma delle Nazioni Unite, riforma che l'ambasciatore Bolton ha efficacemente sabotato. Ed ora la vicenda si chiude nel grigiore e nella mistificazione di un Consiglio per i diritti dell'uomo che l'opposizione degli Stati Uniti renderà comunque impotente, come ha reso impotente la Corte penale internazionale, inutilmente insediatasi all'Aia tre anni fa (da allora non è riuscita a varare un solo processo).
Resta dunque immutato uno scenario di gravissima, diffusa violazione dei diritti dell'uomo. Ma a violarli nel modo più clamoroso sono anzitutto i paesi occidentali. Basterebbe ricordare gli orrori e le infamie di Guantanamo (e annessi voli-prigione della Cia) e di Abu Ghraib, della strage di Fallujah, delle migliaia di vite umane falciate dalle armate occidentali in guerre di aggressione mascherate come guerre umanitarie o guerre preventive contro il terrorismo.
Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, l'8 maggio ha pubblicato sul New York Times un articolo intitolato Punishing the innocent is a crime. Visostiene che Israele e i suoi alleati statunitensi ed europei, costringendo alla fame e a gravissimi disagi il popolo palestinese che ha votato per Hamas, lo assoggettano a una «punizione collettiva», e cioè a un gravissimo crimine contro l'umanità previsto dalle Convenzioni di Ginevra. Riotta provi a riscrivere il suo articolo almeno tenendo conto dell'opinione di Jimmy Carter. Medice, cura te ipsum.
Berlusconi e il berlusconismo non sono una parentesi della storia italiana. Bisogna e bisognerà sempre fare i conti con quella parte di Italia che il Cavaliere incarna. Per il semplice motivo che «Berlusconi fa parte della nostra autobiografia collettiva». Analisi lucida e spietata firmata Marco Follini. Scritta prima del 9 aprile 2006 per il numero 2/2006 della rivista il Mulino e presentata ai lettori con il titolo «Teoria, prassi e ideologia del Berlusconismo». Un testo che appare con una breve premessa in cui l´ex segretario dell´Udc si definisce «un alleato e un critico» dell´ex premier. Un «complice e ribelle tra molte virgolette» che è «un uomo di parte. Doppiamente di parte, se così si può dire. Dunque, da prendere con le molle». Un analisi che si conclude con l´invito a fare i conti con il fatto che la parabola berlusconiana «è stata imponente e che lungo il suo percorso milioni di italiani si sono riconosciuti e identificati».
Quando Follini scrive, Berlusconi non ha ancora perso le elezioni. Ma questo dato non sminuisce i ragionamenti di Follini. Anzi il risultato elettorale li rafforza. Perché il neo senatore dell´Udc scrive che «per quanto sia stato e si sia posto fuori dai canoni politici, Berlusconi non è una parentesi all´indomani della quale il gioco dell´oca della politica italiana possa comodamente tornare alla sua casella di partenza». Quasi con preveggenza Follini scrive che non si può tornare indietro «non solo perché, come si usa dire, ancora oggi è in campo. Ma perché dietro di lui, nel suo talento e perfino nei suoi difetti, si staglia un pezzo di paese: una mentalità, una visione delle cose, un sistema di interessi grandi e piccoli che è destinato a pesare».
Ovviamente Follini è ben lontano dalla demonizzazione del berlusconismo che impregna una parte della sinistra. Ma il suo dato di partenza non è diverso da molti ragionamenti girotondini e radicali. Il Cavaliere, dice Follini, «ha forgiato una parte del paese», «ne ha disegnato un tratto della sua più recente identità. Lo ha fatto con le sue televisioni, diffondendo sera dopo sera, una essenziale e, forse minimale visione della vita». Comunque, Berlusconi non è uno straniero. E´ uno di noi, «è l´espressione di qualcosa che covava dentro di noi, a cui ha saputo dare voce». In parole povere, ha intercettato in maniera dialettica una parte d´Italia, «un´Italia che ha trovato la sua cifra nel particolarismo, guicciardiana e postmoderna al tempo stesso». Ma, prosegue l´ex segretario centrista, Berlusconi non è solo tv. E´ qualcosa di più complesso. In questi anni è stato «geloso custode dei suoi interessi aziendali, un capo politico, un leader a suo modo costituente. Inedito nel suo conflitto di interessi. Inedito nella sua visione delle cose».
Follini fa poi una disamina di questi 12 anni di berlusconismo. Scrive che all´inizio il Cavaliere era un innovatore. Un innovatore rispetto al linguaggio e ai riti della Prima Repubblica caduta dopo il crollo del Muro e Mani pulite. Al posto di quel mondo politico, il Cavaliere propone «una guida plebiscitaria chiamata a trasformare la nostra vita pubblica sulla base di un rapporto diretto e immediato con la propria base elettorale (e televisiva)». Follini spiega che «deve essere lui al centro di tutto, lui prima di tutto». Il Cavaliere vuole costruire una «rilucente democrazia emozionale che dovrebbe prendere il posto di una democrazia ideologica». Ma il tentativo riformista non decolla, invece si spacca il mondo politico e il paese. Emerge allora il primo problema di Berlusconi. E´ solo al comando, «governa da lontano. E governa contro». Da qui le sue lamentele contro il resto del modo, il riemergere della «mitologia dei poteri forti». Vive una sorta di referendum costante intorno alla sua persona. E, prevede Follini, «in tempo di difficoltà economiche e delusioni civili, si fa prima a celebrare un referendum contro il leader piuttosto che a uno a favore».
Restano due domande preoccupanti: 1. Chi e che cosa ha aiutato Berlusconi a dare a quell’Italia che rappresenta un peso così consistente quale mai lo aveva avuto? 2. Che cosa fare adesso, con quale strategia mioversi per recuperare il terreno perduto?
1. Alla prima domanda la risposta non è difficile, sebbene la riflessioni non sia stata profonda ed estesa come sarebbe necessario. I colpevoli più recenti sono indubbiamente quanti hanno condiviso, in parte più o meno ampia, le “teorie” del Cavaliere e ne hanno condiviso o tollerato la scalata: è un fronte ampio, che accoglie grandissima parte del “centro” e parte consistente della “sinistra”, a partire dal presidente della sua formazione maggiore. Ma le radici sono ben più profonde: nelle simpatie “modernizzatici” verso il craxismo, e nelle miopie delle analisi compiute negli anni ancora meno recenti.
2. Più complessa è la risposta alla seconda domanda. Induce a riflessioni difficili il fatto, se si vuole simbolico, che per evitare l’attribuziona del Quirinale (e del potere sulla magistratura e sul governo) a D’Alema con la sponsorship evidente di Berlusconi, si debba ricorrere all’alleanza dei moderati dei due opposti schieramenti attorno alla figura del “migliorista” Napolitano.
Quella del Primo Maggio è una storia lunga, che più di ogni altra appartiene al mondo del lavoro e ai movimenti dei lavoratori di tutto il mondo. Ma la memoria è corta. Poco di quella storia viene ormai ricordato. Per chi è attorno alla trentina, il PrimoMaggio è il giorno in cui si tiene un grande concerto davanti a San Giovanni in Laterano, a Roma. Per chi è più giovane sarà invece l’esperienza recente della milanese May Day Parade a diventare in futuro memoria condivisa. E la ironica devozione a San Precario . dell’altro santo, il servizievoleGiuseppe messo in mezzo dalla Chiesa anni fa, non parliamo . prende il posto dell’antico, ormai più che affievolito omaggio ai Martiri di Chicago.
Niente di male in queste nuove vite del giorno di maggio. Il mutamento è intrinseco alla storia. Le tradizioni riescono a rimanere importanti non quando restano uguali a se stesse,ma quando cambiano, arricchendosi di nuovi protagonisti e significati. Eppure non sarebbe male riportare alla memoria collettiva anche i fili di altre storie, lontane, diverse da quelle di oggi ma rivelatrici di forse insospettate continuità.
Per esempio, l’idea di festa che si materializza nel concerto romano, ilmessaggio rivendicativoma anche festoso contenuto nella Parade e l’intenzione affermativa della manifestazione sindacale ufficiale, quest.anno a Locri, sono sacrosanti aggiornamenti della ricorrenza ai nuovi contesti sociali, politici e culturali. La complessità dell’oggi legittima la plurivocità e la separatezza.
Se guardiamo alle origini del PrimoMaggio e alla sua storia in una prospettiva di «lunga durata» scopriamo che cambiamenti e permanenze hanno coesistito. Bisogna fare un passo indietro nel tempo.
Dando a Cesare quel che è di Cesare, torniamo agli Stati Uniti e in particolare a Chicago, dove il Primo Maggio è nato. E facciamo riferimento a una storia romanzata appena tradotta in italiano . Haymarket, Chicago, di Martin Duberman (Spartaco, pp. 412, euro 18) . e a una ricostruzione propriamente storica appena uscita in America: Death in the Haymarket di James Green (Pantheon, pp. 385). Lo Haymarket che compare in entrambi i titoli è il piazzale del mercato dei prodotti agricoli, nel cuore di Chicago, che è associato ai fatti tragici del 4 maggio 1886 (di cui si parla qui sotto).
La storia di Albert e Lucy
Il libro di Green, storico delmovimento operaio all’università delMassachusetts a Boston, è l’ultimo dei molti lavori dedicati a quegli eventi. Rispetto ai precedenti migliori, ricostruisce con pari accuratezza e con più limpida passione la storia delle lotte per la giornata lavorativa di otto ore e delle comunità operaie che di esse furono protagoniste, il quadro sociopolitico di quegli anni, i pregiudizi e la repressione e, infine, i percorsi della memoria divisa intorno alla vicenda di Haymarket. Invece quello di Duberman è un romanzo storico . non stupisca l’utilizzo di tale disusata categoria . in cui le figure di due protagonisti di quella vicenda, Albert e Lucy Parsons, sono il perno della narrazione. Romanzo storico, perché personaggi ed eventi sono reali e situazioni e atmosfere sono ricostruite con attenzione fedele dallo scrittore, storico lui stesso.
Sia Duberman, sia Green hanno le loro radici culturali e politiche nella Nuova sinistra, in quel Movimento che «uscendo dal silenzio» alla fine degli anni Cinquanta aprì la stagione dei movimenti . per i diritti civili, contro la guerra, delle donne . e andò alla riscoperta, tra le altre cose, della orgogliosa ma cancellata storia della classe operaia negli Stati Uniti. La mattina del primomaggio 1886, sabato, fu il momento del grande sciopero per le otto ore. La tensione del corteo, concluso senza incidenti, si sciolse nei discorsi e poi nelle fanfare e nei canti e balli festosi di una folla allegra sul prato di Ogden Grove, come scrive Duberman. La domenica fu festa, e quindi musiche, danze, birra e picnic nei parchi e nei locali pubblici, in cui si fondevano le due tradizioni delle feste popolari per la primavera e della solidarietà di classe operaia. Tutti festeggiavano, americani e immigrati, separatamente e insieme. Gli aspetti rivendicativi del movimento per le otto ore e quelli con cui la nuova classe operaia industriale affermava la propria dignità erano una cosa sola.
Il momento era difficile.Dopo la terribile depressione economica del decennio precedente, era di nuovo recessione: il quaranta per cento degli operai di Chicago era disoccupato. La precarietà caratterizzava il loro rapporto con il lavoro. Tuttavia il composito ma vasto movimento per la giornata lavorativa breve aveva conquistato qualche successo parziale. Alle soglie della data fatidica, mostra Jim Green, alcuni imprenditori . birrai e inscatolatori di carni, in particolare . avevano accettato le otto ore e il sindaco della città aveva fatto lo stesso per i dipendenti comunali. Contro gli altri sarebbe continuata la lotta.
L’idea che lotta e festa, che rivendicazione e affermazione di sé in quanto classe fossero inscindibili non era presente solo negli inizi americani.Da allora in poi, dovunque poté essere celebrato, il primo maggio inglobò nella rivendicazione di una nuova vita per i lavoratori tanto la concretezza della lotta di classe, quanto il simbolismo dei rituali festivi, cristiani e non, legati al ritorno della natura alla vita. Come è noto, in tanta pubblicistica operaia italiana del primo Novecento, il Primo Maggio era anche la «Pasqua dei lavoratori» e sotto il fascismo le scampagnate portavano a luoghi dove si poteva festeggiare e cantare i canti proibiti.
Politiche della memoria
Il fatto che i percorsi delle lotte e celebrazioni attuali, quali che siano, non si concludano con tragedie come quelle del 1886 dice banalmente quanta è la strada che i lavoratori hanno fatto da allora. E segna le discontinuità rispetto al passato, incluso quello per noi relativamente recente della strage del PrimoMaggio 1947 a Portella della Ginestra, in Sicilia. Ma i giovani non considerano che è anche a quel passato . conquiste e sconfitte . che si deve il loro presente, incluso un precariato che si potrebbe pure misurare su quello di cento e più anni fa. Quasi sempre non ne sanno nulla. Invece le distanze che separano San Precario dai Martiri di Chicago andrebbero continuamente ripercorse. Le May Day Parades non più solo milanesi di oggi dovrebbero interloquire con tutti i Primi Maggio del passato.
La storia è sempre da riscrivere. Diventano indispensabili libri come quello di Green, che ricostruisce gli eventi ottocenteschi e poi, però, li collega anche con la memoria e il senso politico che essi hanno avuto. La figura di Lucy Parsons, per esempio, serve a Green per legare nel filo del racconto quegli eventi con l’Iww . alla cui fondazione Lucy partecipò . a Sacco e Vanzetti, alle lotte degli anni Trenta e all’ultimo corteo del Primo Maggio cui partecipò, nel 1941, all’età di ottantotto anni. A sua volta, Duberman colloca nel contesto degli eventi le storie personali, intime dei suoi protagonisti in modi che prima del «personale è politico» sarebbero stati impensabili.
Isteria antiradicale
Torniamo ai fatti. Il lunedì 3 maggio, scrive Green, sembrava che l’atmosfera della domenica dominasse in città: le quattrocento cucitrici che scesero in sciopero «gridando, cantando e ridendo » e le altre centinaia di uomini che si unirono a loro diedero vita a un corteo «carnevalesco». Invece in periferia, alla McCormick in sciopero dalla settimana prima, l’atmosfera era tesa perché la polizia era schierata a proteggere i crumiri che l’azienda, contraria a ogni concessione, voleva introdurre in fabbrica. Quando crumiri e picchetti si scontrarono, la polizia spar ò, lasciando a terra morti e feriti. E il luogo della manifestazione di protesta convocata per la sera del giorno dopo, Haymarket, avrebbe assunto il valore storico di simbolo dell’intera tragedia.
Il 4 maggio segnò anche l’inizio di una ondata di repressione senza precedenti. Fu la prima ma non l’unica nella storia statunitense. L’isteria antiradicale era appesantita dalla xenofobia. Degli otto che sarebbero stati condannati per i «fatti di Haymarket» solo due erano nati negli Stati Uniti, il texano Albert Parsons e il newyorkese Oscar Neebe (cresciuto però in Germania fino ai 14 anni); tutti gli altri erano immigrati: Fielden dall’Inghilterra e Spies, Fischer, Schwab, Engel e Lingg dalla Germania. Era l’americano e bianco Parsons, però, il più esecrabile agli occhi del potere: oltre ad avere sposato una negress, si era associato con degli immigrati tanto ingrati verso il paese ospite da essere rivoluzionari.
In realtà, nel movimento per le otto ore confluivano quasi tutte le componenti sindacali e politiche operaie, come mostra Green. Con gradi diversi di partecipazione e di consistenza numerica erano presenti i socialisti, i «socialrivoluzionari» della International Working People Association (Iwpa) di Parsons e dei suoi compagni, i cooperativisti Knights of Labor, che proprio allora superarono i 700.000 aderenti, i tradeunionisti della Federation of Organized Trade and Labor Union (Fotlu) e gli iscritti a sindacati locali.
La repressione fu durissima con i rivoluzionari e i Knights of Labor. Mirò non solo a togliere di mezzo loro, pericolosi perché estremisti o perché numerosi, ma anche ad approfondire quelle divisioni tra operai specializzati e non specializzati e tra «americani» e immigrati, che organizzazioni come i Knights cercavano di cancellare. Fu indifferente alla possibilità che ilmovimento operaio facesse dei giustiziati i suoi martiri. Furono conti sbagliati solo in parte. Ma facciamo non più nostro quel passato e i repressori avranno avuto ragione del tutto.
IL CALENDARIO DI UNA DATA SIMBOLICA
1_ maggio 1867. Primo sciopero dimassa a Chicago per le otto ore. La data prescelta è quella delle feste per la primavera e del giorno in cui tradizionalmente cessano le locazioni e si trasloca.
22 marzo 1879. Albert Parsons e August Spies parlano davanti a 40.000 persone. Lo stato vieta le milizie operaie; la città costruisce caserme e arsenali in città contro le «classi pericolose».
1881. Nasce la Federation of Organized Trade and Labor Union, che nel 1884 lancerà l’appello a organizzare per il 1_ maggio 1886 uno sciopero in seguito a cui nessun operaio lavorerà per più di otto ore al giorno.
1885. Durante lo sciopero nei trasporti, polizia e agenti Pinkerton sparano sugli scioperanti facendo morti e feriti.
1_ maggio 1886. Sciopero per le otto ore e 80.000 lavoratori in corteo a Chicago.
2 maggio. 35.000 lavoratori confluiscono sul Grant Park per una giornata di festa.
3 maggio. Mentre Spies parla ad altri lavoratori in sciopero, ai cancelli della vicina fabbrica di macchine agricole McCormick la polizia spara contro i picchetti. Spies e George Engel convocano un comizio per la sera successiva a Haymarket.
4 maggio. Quando Spies prende la parola sono presenti circa 2500 persone, tra cui il sindaco Harrison, che rimarrà fino quasi alla fine. A Spies succedono Parsons e Samuel Fielden. Piove e molti se ne vanno. Quando Fielden sta per finire, il sindaco va a casa. Subito dopo la polizia interviene contro i presenti, ridotti a poche centinaia. Una bomba viene lanciata nelle sue file e l’esplosione uccide un poliziotto. Altri di loro e dei presenti sono uccisi e feriti dal fuoco degli stessi poliziotti.
5 maggio. E. dichiarata la legge marziale in città e nei giorni successivi vengono arrestate centinaia di persone. Sono infine incriminati Parsons, contumace, Spies, Engel, Fielden, Michael Schwab, Adolph Fischer, Oscar Neebe e Louis Lingg.
21 giugno. Inizia il processo e Parsons si costituisce.
20 agosto. La giuria dichiara colpevoli gli imputati, che sono condannati all’impiccagione, eccetto Neebe, condannato a 15 anni di carcere.
18 marzo 1887. La Corte suprema dell’Illinois prende in esame l’appello dei condannati e conferma le sentenze il 2 settembre. La data dell’esecuzione viene fissata all’11 novembre. In difesa dei condannati si forma un vastissimo movimento internazionale.
10 novembre. L’unico successo delle mobilitazioni è la commutazione della pena di morte in ergastolo per Fielden e Schwab. Lingg si uccide nella sua cella, probabilmente con una sigaretta esplosiva.
11 novembre. Parsons Spies, Fischer e Engel vengono impiccati a mezzogiorno.
13 novembre. Al corteo funebre partecipano e assistono decine dimigliaia di persone. I «Martiri » vengono sepolti nel cimitero di Waldheim.
30 maggio 1889. Viene inaugurato a Haymarket il monumento al poliziotto, che nel corso del secolo successivo sarà ripetutamente oltraggiato e danneggiato, fino a essere rimosso.
14 luglio. Al congresso operaio di Parigi, su proposta del delegato dell’American Federation of Labor, nata alla fine del 1886, il PrimoMaggio viene adottato come data per una «manifestazione internazionale» a partire dal 1890.
25 giugno 1893. Viene inaugurato il monumento ai Martiri a Waldheim. Nel suo basamento sono incise le ultime parole di Spies: «Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più potente delle voci che oggi soffocate».
26 giugno. Il governatore dell’Illinois, John Peter Altgeld, perdona Schwab, Fielden e Neebe, che vengono scarcerati e riabilita i «Martiri». B. C.
Nell'immagine, i Martiri di Highmarket
Signore deputate, signori deputati, mi rivolgo a voi direttamente senza la lettura di un testo scritto per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e di dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento.
Ringrazio allo stesso modo chi ha voluto votarmi e chi, altrettanto comprensibilmente, mi ha negato il suo voto. Vorrei così richiamare alla pari dignità politica di ognuna e di ognuno in quest’aula, del governo come dell’opposizione, della maggioranza come della minoranza. Vorrei che ognuno di voi e ogni parte politica potesse contare sul mio assoluto rispetto di questo principio.
Saluto le donne e gli uomini del nostro paese. Saluto il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi anche per il modo autorevole e popolare con cui rappresenta il paese.
Attendo l’elezione del Presidente del Senato, al quale fin da ora assicuro la mia collaborazione. Saluto il presidente della Corte costituzionale.
A Pier Ferdinando Casini, che mi ha preceduto in questo importante incarico con una capacità e con un senso delle istituzioni che spero di potere imitare, va il sincero ringraziamento mio e di tutta l'Assemblea.
Auguro a tutte le deputate ed a tutti i deputati, all’insieme dell'Assemblea buon lavoro. Ne ha bisogno il paese, ne hanno bisogno le nostre istituzioni democratiche.
Credo che il primo compito che tocca a tutti noi sia quello di lavorare ad una forte valorizzazione del ruolo del Parlamento della Repubblica italiana. Si tratta, credo, di una necessità storica in questi nostri tempi difficili. Tempi di un passaggio impegnativo per la democrazia in Italia e in Europa.
Viviamo ogni giorno il rischio di un distacco del paese reale dalle istituzioni, il rischio di una separazione della quotidianità della vita delle donne e degli uomini dalla politica, il rischio che in questo quadro una parte della società - quella più debole, quella più spogliata - venga trascinata fuori dal quadro della politica. La politica tutta vive una sua crisi, eppure dal nostro paese viene alta e grande una domanda di politica, come si è visto anche dalla partecipazione alle recenti elezioni: una domanda esigente e, a volte, aspra. Il Parlamento non potrà da solo risolvere questi grandi problemi, affrontare questa dura crisi, ma può concorrere alla rinascita e allo sviluppo di tutte le forze democratiche, di partecipazione e di politica; concorrere con l’insieme delle istituzioni democratiche e attraverso la partecipazione delle donne e degli uomini del nostro paese, con cui penso possiamo lavorare alla riqualificazione dello spazio pubblico, che ognuna e ognuno possa vivere come propria comunità.
Credo che dovremmo guardare con attenzione e cura a tutte le amministrazioni da cui dipende la vita dello Stato repubblicano. Rivolgo da qui un’attenzione a tutti i dipendenti pubblici, ai corpi dello Stato, alle sue amministrazioni centrali e locali, centrali e territoriali, affinché possano dispiegare tutta la loro potenzialità.
Vorremmo concorrere a valorizzare la loro autonomia, le loro autonomie, che sono una grande ricchezza per il paese - tutte le autonomie, da quella della magistratura a quella del servizio pubblico di comunicazione e di informazione -, per far sì che tutti noi possiamo sentirci cittadini di uno Stato di diritto e cittadini conosciuti e riconosciuti.
Più in generale, di fronte a questo Parlamento sta il compito di un rapporto positivo tra il paese reale e le istituzioni. Il popolo deve poter investire tutta la sua fiducia sulle istituzioni democratiche per nuove conquiste di libertà, di diritti alle persone, anche liberandoli in tanta parte del paese dai gioghi che subiscono, a partire da quello intollerabile di ogni mafia, per una nuova frontiera da costruire di giustizia sociale e di sicurezza delle cittadine e dei cittadini, sicurezza nel senso più alto di diritto al futuro, e cioè il diritto di poter costruire i propri destini.
Per questo noi vogliamo contare sulla scuola come una parte fondamentale nella costruzione di una nuova convivenza e vorrei qui ricordare il lavoro prezioso delle insegnanti e degli insegnanti che costituiscono un patrimonio per il futuro del nostro paese. Un patrimonio con cui lavorare e sconfiggere la peggiore delle selezioni di classe, quella che può colpire in giovane età ragazze e ragazzi, spingendoli all’esclusione. Vorrei ricordare da questa tribuna la lezione, in cui vorrei tutti ci riconoscessimo, di una grande coscienza civile e di un riformatore del nostro paese che su queste cose tanto ci ha insegnato: don Lorenzo Milani.
Ma le istituzioni democratiche sono vitali se cresce con esse la società civile. Questa relazione sociale e umana, che fa la cultura grande di un paese, può essere oggi il fondamento anche di una nuova economia, non solo di una civiltà: l’Italia ha qui la sua risorsa più grande.
Perciò, vorrei che potessimo vivere insieme - insieme -pur nella diversità delle posizioni politiche, un allarme: il rischio della crisi della coesione sociale, che può attraversare l’Italia come tutta l’Europa. Interroga la politica questa crisi. C’è una fatica di vivere, un’incertezza, qualche volta una perdita di senso, in parti della società che vengono spogliate di futuro. Vivono, queste realtà drammatiche, insieme a tante esperienze di speranza, di innovazione, di investimento sul futuro. Per battere le prime, il Parlamento può inscrivere la sua iniziativa nell’impegno - comune - a costruire popolo, appartenenza, comunità.
Sono un uomo di parte: un uomo di parte che, perciò, non teme il conflitto; che sa che la politica chiede scelte, confronto tra tesi diverse, anche opposizioni e persino contrapposizioni. Ma una cosa vorrei che fosse bandita dal nostro futuro politico: quella di lasciare scivolare la politica nella coppia amico-nemico, in cui c’è la negazione di quello che pensa diversamente da te. Abbiamo bisogno, insieme alle differenze, e persino ai contrasti, di costruire un concorso per realizzare un’Assemblea, questa, che parli a tutto il paese il linguaggio della convivenza, della convivenza anche oltre la politica, della convivenza come valorizzazione delle differenze, delle diversità da non negare ma, anzi, da nominare e da riconoscere: differenze di genere, attraverso le quali si manifestano due punti di vista diversi nel mondo; differenze etniche, tra nativi e migranti; differenze generazionali; differenze tra credenti e non credenti e tra le molte fedi.
La laicità non è solo un’eredità del passato; e non è neppure solo la più necessaria e condivisibile difesa dell’autonomia del legislatore. La laicità chiede, in Italia come in Europa, una sua rielaborazione, per farne l’orizzonte di una nuova convivenza, della costruzione di una cittadinanza universale in cui progettare il nostro futuro, un futuro che sta sospeso tra rischi terribili e grandi speranze. Progettare il futuro: si può!
Lo sapremo fare, quale che sia anche la radicalità del nostro dissenso, se sapremo riandare alle radici più profonde del nostro popolo e delle sue grandi culture. Questa legislatura si apre tra il 25 aprile ed il 1°maggio, due date importanti della nostra storia.
Il 1°maggio, la festa del lavoro, ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà. Per anni, non solo questi ultimi, si è vissuto un oscuramento nel mondo del lavoro: un lavoro che ha subito spesso una svalutazione sociale, alla fine della quale è spuntata drammaticamente la precarietà come il male più terribile del nostro tempo. Io penso che sia intollerabile. Perciò, dobbiamo riprendere il filo di un diverso discorso, per restituire il futuro alle nuove generazioni, che ce lo chiedono in molti modi, ma che ce lo chiedono così intensamente.
Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica. Vorrei che questa Assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto, in quel cimitero sopra una collina annegata nel verde, in un silenzio che esalta il ricordo del genocidio, degli orrori della guerra. Anche lì, signore deputate, signori deputati, è nata la nostra Costituzione, la sua irriducibile scelta di pace, riassunta nell’articolo 11 della Costituzione. C’è lì la ragione prima della nostra irriducibile lotta contro la guerra e contro il terrorismo.
Noi piangiamo anche oggi le vite di soldati italiani uccisi a Nassiriya; anche oggi portiamo la nostra umana solidarietà alle famiglie di questi cittadini. L’una e l’altra cosa ci fanno intendere il dolore per ogni vittima della guerra e del terrorismo. Perciò, vorrei che facessimo insieme nell’avvio di questi nostri lavori un pellegrinaggio, il pellegrinaggio che Piero Calamandrei indicava ai giovani.
Ha scritto Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione »: lì c’è l’origine della nostra Repubblica!
Vorrei che questo pellegrinaggio fosse il viatico per il lavoro di questa Assemblea, in cui ognuno possa riconoscersi per trovare nelle radici le ragioni e la forza per progettare il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.
Il motivo per cui, in ogni consolidata democrazia, le formazioni politiche concorrenti (partiti, coalizioni, alleanze, secondo i casi) tendono a essere due e non più di due ha assai poco a che vedere con i problemi di cui si deve occupare un governo e con il numero delle loro soluzioni possibili, che è di solito superiore a due. Il motivo ha a che fare non coi problemi, ma col potere: è bina la distinzione tra maggioranza e opposizione, tra chi governa e chi non governa. E se per potere legittimamente governare occorre vincere le elezioni (come la democrazia richiede, pur con diverse e sempre imperfette tecniche elettorali), la reductio ad duos è solo conseguenza del dover costituire schieramenti capaci di vincere.
Ma quando si passa dalla scelta del chi governa a quella del come governare, lo schema da bino diviene plurimo. Non basta più lo spartiacque maggioranza-minoranza, governo-opposizione, vincitori- vinti; ognuna delle due formazioni si stende su un proprio ventaglio di soluzioni concepibili per quasi ogni questione e deve trovare in se stessa capacità di decisione e di sintesi. Poiché più soluzioni sono possibili per ogni questione (di giustizia, sicurezza sociale, immigrazione, infrastrutture, fiscalità), la matematica ci dice che il numero delle combinazioni possibili è quasi infinito; non è affatto detto che due persone concordi nel volere il ponte sullo Stretto di Messina concordino anche sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e giudicanti o sulle unioni di fatto. Non riduzione a due, ma tot capita tot sententiae.
Ciò che è bino e ciò che è plurimo hanno ragioni d'essere ugualmente forti. È per questo che, nella sua intelligenza, la lingua inglese ha coniato parole diverse per i due diversi significati della politica: conquista del potere ( politics) ed esercizio del potere ( policy).
Il cittadino non si deve spazientire. Che la convivenza tra i due termini della politica sia difficile non è una patologia o il difetto di una particolare architettura istituzionale: è la vita stessa della polis. Vale per i compiti del Parlamento: ogni governo che abbia bisogno di un voto di fiducia assembleare (come è il caso di tutti i Paesi europei) implica che il Parlamento eletto dal popolo combini il taglio netto tra maggioranza e opposizione con il possibile dialogo su singole questioni. Vale per i sistemi elettorali: né il proporzionale né il maggioritario risolvono la tensione tra il dualismo governo- opposizione e il pluralismo delle culture politiche presenti in ogni schieramento. Vale per la scelta tra partito unico e coalizione: quale che sia la forma organizzativa degli schieramenti contrapposti, entrambi ospiteranno una certa varietà di punti di vista.
Gli anni Novanta hanno visto due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Sono due cambiamenti che riguardano ciò che è bino, non ciò che è plurimo nella politica.
Ciò che nella politica è plurimo rimane e deve rimanere, senza mettere a repentaglio ciò che è bino e imporre il ritorno agli elettori. Non è venuta infatti meno l'esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di trovare accordi entro la formazione vincente, di fare una sintesi che qualifichi e renda coerente l'azione di governo. Questa è materia non di architettura istituzionale ma di leadership, ed è il compito di chi, vincitore nella parte bina del gioco, si accinge a entrare in quella plurima, compiendo il passaggio dalla politics alla policy.
Dice Pininfarina, uno che più conservatore e più di destra non si può (se si resta nell’universo liberaldemocratico), che Berlusconi è stato «antidemocratico, illiberale, e gravemente offensivo della dignità delle persone» e che ha svolto «un'arringa elettorale, al di fuori delle regole che erano state concordate».
Dice Montezemolo, uno che sta al comunismo quanto Benedetto XVI all’ateismo (o papa Borgia al Vangelo), che rispetta troppo le istituzioni per fare un commento su Berlusconi.
Dice Della Valle, uno che pure giudica «politici seri, e che rispetto, Fini, Casini, Tremonti, Alemanno», che Berlusconi «è sull’orlo di una crisi di nervi, la famiglia dovrebbe fermarlo, pensare che sia ancora presidente del Consiglio mi fa paura».
Dice Bersani, uno che più moderato nella sinistra è difficile trovarlo anche col lanternino, che Berlusconi «un caudillo sudamericano, questo è».
Insomma, a destra (e nella destra della sinistra) è un coro unanime di «demonizzazione». Berlusconi non è semplicemente malgoverno, e meno che mai destra liberale, è - se le parole citate non sono flatus vocis - populismo eversivo, peronismo (potenziato a dismisura dalla videocrazia).
Più che giusto. Con MicroMega sfondano una porta aperta, e con la saggezza popolare diremo perciò: meglio tardi che mai. I neodemonizzatori di establishment, però, traggano le conseguenze delle loro affermazioni, altrimenti è il classico «al lupo, al lupo» alternato a un più classico «sopire, troncare», a seconda delle circostanze, umori, digestioni della sera prima, ubbie e risentimenti personali.
Voi stessi, infatti, con le vostre parole, state ora denunciando quello di Berlusconi come un regime. Ma questo regime, se vincesse alle prossime elezioni, in cinque anni diventerebbe fascismo. Un fascismo in panni e apparenze post-moderni, ovviamente, ma fascismo. Non più questo già insopportabile - ma ancora non fascista - peronismo videocratico alla «ghe pensi mì».
E non si dica che esageriamo. Perché a sentirvi negli anni scorsi, noi avremmo sempre esagerato nel «demonizzare» Berlusconi e la sua politica. Cioè nel raccontarlo per quello che era. Perchè a Berlusconi si può imputare tutto (davvero, e in senso tecnico) tranne la doppiezza. La sua menzogna è sistematica, ma sistematicamente smaccata, sfacciata, spudorata. Il linguaggio del cerone e del corpo confessa sguaiatamente che non ci crede neppure lui.
Ci crede solo chi vuole. Ci casca solo chi vuole. E allora domandatevi cosa vi ha impedito di vedere, cosa vi ha spinto ad ingannarvi ed illudervi tanto a lungo. Altrimenti sareste pronti per nuove cecità.
E poiché nel trafficare della vita quotidiana non siete degli ingenui o delle figlie di Maria, l’unica domanda per non ricaderci è: perché avete voluto? Da dove originava la vostra volontà di illudervi su Berlusconi? Di non vedere il regime, la sua caratura «antidemocratica e illiberale» (Pininfarina), benché Berlusconi la vantasse e praticasse ai quattro venti?
Perché anche voi non avete poi il culto del capitalismo delle regole, del mercato virtuoso che teorizzava Adamo Smith, quello che richiamava un grande liberale (e di conseguenza gran «demonizzatore» di Berlusconi) come Paolo Sylos Labini, quello delle nuove prediche inutili di Guido Rossi. Siete (stati?) anche voi refrattari e allergici all’intransigenza delle regole.
Quanti, tra gli iscritti a Confindustria e a Confcommercio e alle altre Confabbienti, pagano le tasse fino all’ultima lira, come i lavoratori dipendenti? Quanti di voi hanno lanciato crociate contro l’evasione fiscale, considerandola per quello che è, un furto dalle tasche di chi le tasse le paga, e uno strumento di concorrenza sleale? [1]
Pagare le tasse, non truccare i bilanci, non pagare tangenti per gli appalti, rispettare le norme edilizie, non pagare in nero? insomma per troppi di voi la legalità è (stata?) un optional, perfino un «laccio e lacciuolo». Altrimenti perchè non invocare una legislazione draconiana contro i paradisi fiscali, le scatole cinesi, il caporalato, la corruzione eccetera? La legalità, e marce di strumentalizzazione al seguito, l’invocate solo quando va in frantumi qualche vetrina e a fuoco qualche macchina. Gesti deprecabili e insensati (e magari manovrati). Ma quanta più ricchezza altrui distrugge la tassa non pagata, il bilancio truccato, i due euro abusivi che la banca spreme da tutti i conti correnti? A quante migliaia di vetrine e di macchine corrispondono?
Del resto, non particolarmente simpatizzante con l’intransigenza delle regole si dimostra anche l’opposizione democratica. Altrimenti, perché le geremiadi sulle (mai indicate) esagerazioni di Mani Pulite, giaculatoria penosa all’inizio e rivoltante di inciucio quando diviene permanente?
Berlusconi è solo la dismisura di quanto avete sempre tollerato e troppo spesso praticato. Una dismisura inevitabile, se tali pratiche non vengono contrastate con sistematica intransigenza e mezzi repressivi adeguati. E poiché in Italia si sono stratificate attraverso tutte le stagioni di malgoverno, è una vera e propria rivoluzione della legalità quella che si rende necessaria per ripartire. L’avevate a portata di mano, si chiamava Mani Pulite, avete fatto il possibile e l’impossibile per soffocarla.
Ora, finalmente, siete spaventati anche voi della dismisura di illegalità, volgarità, sfascio e macerie, che Berlusconi incarna. E che ci trascina verso il Terzo Mondo. Ma la dismisura, in questo caso, è figlia della misura, del «fare i furbi» scambiato per imprenditorialità. Ecco perché una nuova stagione di Mani Pulite dovrebbe essere il vostro obiettivo, la vostra strategia e la vostra tattica. Secondo razionalità capitalistica, almeno. Ma il cuore ha ragioni che la ragione non conosce, e temo che il vostro cuore di establishment batterà sempre di indulgenza per chi ruba in guanti e colletti bianchi.
Non male il Manifesto in difesa delle civiltà con cui Liberazione ha aperto l'edizione di domenica ribaltando l'ordine del discorso del manifesto Per l'Occidente forza di civiltà di Marcello Pera e compagni. Dieci punti (si può aderire su www.liberazione.it) contro gli undici del presidente del senato teocon.
Al centro, nell'uno e nell'altro, la crisi dell'Occidente: solo che mentre Pera l'attribuisce a una "crisi morale e spirituale" che ci renderebbe molli e arrendevoli di fronte all'attacco del fondamentalismo islamico, Liberazione l'attribuisce alla crisi dei modelli economici e sociali, alla fallacia della favola bella della globalizzazione, alla guerra. Dopodiché Pera parte in quarta per «riaffermare il valore della civiltà occidentale come fonte di principi universali e irrinunciabili», Liberazione entra nel merito dei tre più importanti fra i principi in questione - uguaglianza, libertà, fraternità-sorellanza - e si cimenta nel riscriverli adeguandoli ai tempi (fra l'altro riportando a galla l'opposizione fra libertà e potere, dimenticata da tutti i liberal-liberisti di oggi e naturalmente anche da Pera). Pera snocciola: identità europea, integrazione (in cambio di assimilazione), educazione (privata o pubblica per me pari sono), Liberazione parla di sviluppo e diritti entrambi commisurati sui beni comini, di scuola pubblica come luogo di convivenza e contaminazione. Pera mette al punto 2 la sicurezza (militare e militarizzata), Liberazione ribadisce il valore della pace, la scelta strategica della nonviolenza, la condanna senza sconti del terrorismo («il terrorismo non si spiega solo con la disperazione sociale in quanto vive di una sua autonoma progettualità politica»). Pera eternizza la famiglia intesa come «società naturale fondata sul matrimonio (etero)», Liberazione la storicizza ricollocandola dopo la rivoluzione femminista, oltre il patriarcato, oltre la gerarchizzazione delle scelte sessuali. Pera chiude con la Patria italica la sua perorazione per la superiorità dell'Occidente, Liberazione denuncia la trappola che consiste nel sostituire alla parola «razza» la parola «cultura» lasciando intatta la superiorità razzista dell'uomo bianco, e allo scontro di civiltà contrappone il dialogo fra le civiltà come «nuova frontiera dell'umanità».
Non male anche un articolo di Carlo Galli, “Declinare il declino”, che apre l'ultimo numero della rivista Il Mulino ribaltando il discorso corrente sul declino italiano, solitamente attribuito (come nell'intervento di sabato del nuovo governatore della Banca d'Italia) all'insabbiamento dell'economia, al deficit di crescita, produttività e competitività, ai ritardi nella ricerca e nell'innovazione. Galli invece sposta l'asse dall'economia alla politica. Comincia analizzando il termine «declino » e la filosofia della storia incentrata sul progresso ad esso sottesa, prosegue analizzando le posizioni del dibattito politico sul tema, esamina evidenze e contraddizioni della fenomenologia del declino così come le analisi socioeconomiche (Censis, Rapporto Sapir) lo descrivono. Scoprendo così che gli indicatori più interessanti non sono tanto quelli economici quanto quelli sociali (blocco della mobilità di classe, inefficienza della formazione scolastica e universitaria, ricambio generazionale lentissimo, autoriproduzione delle elite), i quali a loro volta rinviano a un deficit di politica. Nel declino, la società si riadatta come meglio può, la politica sta ferma. La società, per dirla con De Rita, «galleggia», la politica ristagna. Il declino sta precisamente in questa condizione: non va inteso come «un unitario e coerente precipitare del paese verso un'imminente catastrofe, quanto piuttosto come una sua sconnessione a-sistematica». Che non si arresta affidandosi all'automobilitazione delle risorse sociali, né lasciando mano libera ai poteri forti, ma solo ricostruendo una sfera pubblica in cui le istanze «sconnesse» possano di nuovo entrare in comunicazione e in conflitto, e la politica possa di nuovo esercitare l'arte della scelta e della decisione. E dunque, «è 'deficit di democrazia' il vero nome del 'declino'», ed è di un di più di politica e di democrazia, prima che di cantieri e di Pil, che l'Italia ha bisogno per tentare di uscirne.
Titolo originale: Dialogue: How to prevent a clash of civilizations – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
TÜBINGEN, Germania – La controversia sulle vignette danesi ha confermato in modo definitivo l’esattezza della teoria di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà”? No, perché le civiltà non si muovono sul palco delle politiche mondiali, né conducono guerre; in molti luoghi, persone di culture diverse vivono pacificamente insieme.
La politica mondiale è questione degli stati e dei loro leaders, come è sempre stata. Ma una teoria sbagliata potrebbe diventare realtà, attraverso politiche sbagliate. Si deve prevenire, una guerra di civiltà e religioni. Il problema è come.
Attivare una de-escalation attraverso il dialogo. Ma i musulmani sono interessati ad un dialogo serio?
Questo dialogo sta avendo luogo, fra singoli, gruppi, comunità religiose in molti luoghi e a molti livelli in tutto il mondo.
E per quanto riguarda la grande scena politica, l’ex presidente della Repubblica Islamica di Iran, Mohammad Khatami, già nel 1998 proponeva all’Assemblea Generale dell’ONU che il 2001 dovesse essere “Anno del Dialogo tra le Civiltà”. Gli spaventosi eventi dell’11 settembre 2001, di cui né Iran né Iraq sono responsabili, hanno tragicamente confermato l’urgenza di questa iniziativa.
La sessione dell’Assemblea Generale l’8-9 novembre 2001 era dedicata al dialogo fra civiltà. Ma si notava l’assenza del delegato USA, da quella sessione. Il pubblico praticamente ne era escluso, per “ragioni di sicurezza”. I media ne diedero a malapena notizia. Quindi possiamo girare la questione in questo modo: l’Occidente, vuole qualche dialogo serio coi Musulmani?
Si chiede un’autocritica dell’Occidente. Ma non sono i Musulmani, ad avere per primi motivo di autocritica?
Sempre più Musulmani oggi riconoscono la difficile situazione del mondo islamico e si impegnano nell’autocritica. Dalla pubblicazione dei tre Rapporti sullo Sviluppo Umano Arabo negli anni recenti, commissionati dalle Nazioni Unite e dalla Lega Araba, e redatti da 50 accademici arabi, nessuno può negare che in particolare il mondo arabo stia andando verso una crisi sociale, politica ed economica.
Ma l’Occidente condivide le responsabilità di questa situazione. Deve riflettere onestamente su sé stesso anziché puntare sempre il dito contro l’”Islam”. In molti casi stati e imprese occidentali hanno notoriamente giocato un ruolo nel mancato sviluppo e negli abusi. Noi in Occidente abbiamo tutte le ragioni per un’autoanalisi, che deve andare oltre la superficie degli eventi attuali.
Rilassare la tensione riconoscendone le cause profonde. Ma non è stata organizzata, l’indignazione dei Musulmani per le vignette, e non si usa ogni mezzo da parte dei fondamentalisti Musulmani per suscitare la rabbia popolare?
È vero che per le organizzazioni radicali islamiche e singoli governi le vignette sono state una gradita conferma della loro caricatura, di un Occidente immorale e violento. Sono come le torture di Abu Ghraib, dove i diritti umani sono stati deliberatamente violati e i Musulmani deliberatamente disonorati, e possono essere usate per sfruttare la rabbia popolare.
Ma è anche vero che questa rabbia popolare non avrebbe potuto essere sfruttata se l’Occidente non avesse creato un’esca politica a cui bastava solo una scintilla, perché la frustrazione e la furia che si sono accumulate nel mondo islamico la facessero esplodere. Ogni giorno, Musulmani dal Marocco all’Indonesia vedono e sentono di crudeli azioni militari in Afghanistan, Iraq, Palestina e Cecenia.
Libertà di stampa in una stampa responsabile. Ma non si devono mantenere ad ogni costo, le libertà di opinione e di stampa?
Senza mezzi di comunicazione liberi non ci può essere democrazia. Ma la libertà di espressione non può essere abusata in modi da violare deliberatamente sentimenti religiosi centrali, e producendo immagini stereotipate ostili: prima degli Ebrei, ora dei Musulmani. Libertà di stampa implica erre responsabili.
Non si può consentire che si denigrino persone e si violi la loro dignità, e poi occorre anche avvicinarsi con tatto nei mezzi di comunicazione alle grandi figure religiose dell’umanità, siano esse il Profeta Maometto, il Buddha o Gesù Cristo.
Una soluzione al problema della Palestina: centrale per allentare la tensione. Ma non deve prima Hamas riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, rinunciare del tutto alla violenza e sottoscrivere trattati internazionali in questo senso?
Allo stesso modo i palestinesi possono domandare che prima Israele si ritiri da tutti i territori occupati secondo la risoluzione ONU 242, si astenga da attacchi con l’esercito e applichi tutte le risoluzioni ONU che ha ignorato.
Comunque, questo non ci porterà molto lontano. Più di 50 anni di quella che in pratica è una politica di parte, di “mediazione” degli Stati Uniti in favore di Israele, ha reso i palestinesi, la cui situazione si è costantemente deteriorata, dubbiosi sul fatto che gli USA siano un mediatore onesto per la pace.
il conflitto in Medio Oriente alla radice non è un problema di terrorismo, ma un conflitto territoriale. Un inizio è stata l’evacuazione israeliana dalla striscia di Gaza. La pace chiede concessioni da ambo le parti, ma soprattutto da parte del più forte. E oggi Israele, col sostegno USA, è la più forte potenza militare del Medio Oriente.
La grande maggioranza del popolo palestinese ha votato Hamas per una profonda frustrazione di fronte al regime corrotto e inefficiente dell’OLP, l’intransigenza di Israele e la partigianeria degli americani.
È un tragico errore trattare il nuovo governo palestinese come un’organizzazione terroristica e tentare di forzare i palestinesi indietro, in una situazione deteriorata, attraverso la vessazione e il trattenere illegalmente il reddito delle tasse e altre risorse loro dovute.
Rafforzare i Musulmani obbliga alle riforme. Ma certo gli attacchi violenti alle persone da parte di radicali islamici, l’occupazione di ambasciate straniere e istituti culturali, non sono inaccettabili?
A queste violenze occorre resistere in modo fermo. I discorsi di Ahmadinejad contro lo stato di Israele devono essere condannati, sia dai Musulmani che dai non-Musulmani. Ma la gran maggioranza del popolo iraniano ha votato Ahmadinejad per la disillusione dal precedente regime dei mullah, nella speranza di superare povertà e mancanza di prospettive.
Gli Stati Uniti hanno fatalmente abbandonato il presidente riformista, Khatami, n quanto rappresentante di un “asse del male”. Così, non ha avuto il coraggio già nelle prime fasi di usare il soverchiante potere del voto contro i mullah reazionari e le loro guardie rivoluzionarie. Così gli USA hanno messo il gioco nelle mani del fondamentalista estremista Ahmadinejad.
Dialogo preventivo, invece di guerra preventiva. Considerando le vignette su Maometto e le foto delle torture di Abu Ghraib, è sempre più importante che noi in Occidente non ci limitiamo a diffondere valori condivisi come libertà e eguaglianza, o grandi traguardi come democrazia, diritti umani e tolleranza, ma li riempiamo di vita attraverso un’etica dell’umanità, rispetto di tutte le vite, solidarietà, verità e collaborazione.
Complessivamente, i Musulmani d’Europa e degli Stati Uniti hanno reagito in modo composto a questi penosi eventi e hanno tentato di esercitare un’influenza moderatrice sui confratelli dei paesi Musulmani.
Non voglio che le buone relazioni fra Musulmani e non-Musulmani arrivino ad uno scontro, ma che diventino più profonde, anche se ciò deve avvenire attraverso la condivisione di esperienze negative.
Un modo possibile di prevenire lo scontro di civiltà e livello locale e regionale sarebbe l’istituzione di consigli interreligiosi nella maggior quantità di città possibile. Consigli del genere hanno funzionato bene in Gran Bretagna per anni.
Composti da rappresentanti ufficiali delle fedi religiose presenti, essi possono affrontare questioni che interessano direttamente le relazioni fra le comunità di credenti. In situazioni di crisi possono agire come mediatori e prevenire sviluppi pericolosi.
(Hans Küng, teologo cattolico, è anche consigliere delle Nazioni Unite in quanto presidente della Global Ethic Foundation.)
Titolo originale: The Silent Treatment – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La sinistra e la destra americane non sono d’accordo su molte cose, ma settimane di dimostrazioni e ambasciate date alle fiamme le hanno spinte a convergere almeno su un punto: esiste, se non uno scontro di civiltà, almeno una grossa spaccatura fra “mondo occidentale” e “mondo musulmano”. Ma quando si va oltre questo punto – la convergenza sull’esistenza di una spaccatura – e si chiede cosa fare a questo proposito, c’è meno accordo. Dopo tutto, i baratri sono difficili da superare.
Ma per fortuna, le dimensioni del baratro sono state esagerate. La sollevazione musulmana su quelle vignette danesi non è tanto aliena rispetto alla cultura americana come amiamo pensare. Una volta capito questo, inizia a intravedersi una risposta essenzialmente americana e benevola.
Anche molti americani che condannano la pubblicazione delle vignette accettano le premesse che il direttore dell’ora famoso giornale danese ha voluto dimostrare: in Occidente in genere non ci lasciamo indurre da gruppi di pressione in quello che chiamiamo “autocensura”
Che sciocchezza. I direttori dei principali strumenti di comunicazione americani cancellano moltissime parole, frasi e immagini per evitare di offendere gruppi di interesse, specialmente etnici e religiosi. È difficile fare esempi, dato che per definizione queste cose non appaiono. Ma usate la vostra immaginazione.
Hugh Hewitt, blogger conservatore e cristiano evangelico, ha tirato fuori un paragone adeguato per le vignette di Maometto: “il disegno di una corona di spine trasformate in candelotti di esplosivo dopo le bombe a una clinica che pratica aborti”. Come nota Hewitt, una vignetta del genere offenderebbe molti cristiani americani. Ecco uno dei motivi per cui non avete mai visto niente di questo tipo in un giornale americano.
Né, a quanto pare, in molti giornali danesi mainstream. Quello che ha pubblicato i disegno con Maometto, si scopre, precedentemente ne aveva respinti con Cristo perché, come ha spiegato in una e-mail il direttore del supplemento domenicale al vignettista che li aveva proposti, avrebbero provocato scalpore.
I difensori della tesi del “baratro” potrebbero rispondere che gli editori dell’Occidente praticano l’autocensura per evitare di perdere abbonati, o avere manifestazioni sindacali o boicottaggi degli inserzionisti, non per paura della morte. In realtà, ciò che ha forgiato la convergenza sulla questione della profonda spaccatura, convincendo molti americani che il “mondo Musulmano” potrebbe anche stare su un altro pianeta, è l’immagine di una violenza sempre pronta a scattare: compare qualche vignetta irriverente e le ambasciate vanno a fuoco.
Ma più conosciamo particolari di questo episodio, meno ci appare come processo di combustione spontaneo. La prima risposta musulmana ai disegni non è stata violenta, ma piccole dimostrazioni in Danimarca, insieme ad una campagna di pressione da parte dei musulmani danesi, che è andata avanti per mesi senza apparire sullo schermo radar mondiale.
Solo dopo che questi attivisti erano stati snobbati dai politici danesi, e che avevano trovano una sinergia con politici potenti negli stati musulmani, sono seguite le grandi dimostrazioni. Alcune di esse sono diventate violente, ma gran parte della violenza sembra essere stata orchestrata dai governi degli stati, da gruppi terroristi e da altri cinici attori politici.
E poi, chi l’ha detto che non esiste una tradizione americana di uso della violenza per ottenere qualcosa? Ricordate le rivolte urbane degli anni ’60, a partire da quella di Watts del 1965, in cui furono uccise 34 persone? Il pitcher della squadra dei St. Louis Cardinals, Bob Gibson, nel suo libro del 1968 “ Dal Ghetto alla Gloria” paragonava queste rivolte a un “ brushback pitch”: un tiro vicino alla testa del battitore per impedirgli di occupare la base, un modo di far capire che il pitcher ha bisogno di più spazio.
Nella scia delle rivolte, i neri ebbero più spazio. La National Association for the Advancement of Colored People protestava per le trasmissioni dello spettacolo “ Amos 'n' Andy”, col suo gruppo di personaggi neri inetti e conniventi, sin dagli anni ‘50, ma fu solo nel 1966 che la CBS ritirò le copie dalla distribuzione. Non c’è modo di stabilire un nesso causale, ma non c’è dubbio che le rivolte degli anni ’60 abbiano aumentato la sensibilità alle proteste su come venivano presentati dai media i neri (tradotto: aumentò la “autocensura”).
Nel mezzo delle proteste per le vignette, alcuni siti conservatori hanno avvertito che l’espressione di offesa attraverso la violenza è una forma di “appagamento” e porterà solo nuova violenza indebolendo i valori dell’Occidente. Ma questo “appagamento” non funzionò così negli anni ‘60. La Commissione Kerner, istituita dal Presidente Lyndon B. Johnson nel 1967 per studiare le rivolte, raccomandò di prestare più attenzione ai problemi della povertà, della discriminazione nel lavoro e per la casa, dell’iniquità nell’istruzione: un’attenzione che fu la benvenuta e che non innescò decenni di rivolte razziali.
La commissione riconobbe la differenza fra ciò che innesca una sollevazione (come la polizia gestisce un blocco del traffico a Watts) e cosa la alimenta (discriminazione, povertà, ecc.). Questo riconoscimento è stato raro nel caso delle sollevazioni per le vignette, con gli americani fissati sulla domanda come potesse un disegno infiammare milioni di persone.
Risposta: dipende di quale milione stiamo parlando. A Gaza molto è alimentato dalle tensioni con gli israeliani, in Iran alcuni fondamentalisti coltivano un antiamericanismo di lunga data, in Pakistan gioca un ruolo importante l’opposizione al governo pro-occidentale, e così via.
Questa diversificazione della furia, e di ciò che sta sotto l’offesa, complica la sfida. A quanto pare evitare le offese evidenti alla sensibilità religiosa non sarà sufficiente. E ancora, l’offesa di oggi è il simbolo di una sfida più generale, dato che molte delle ingiustizie si sommano a formare la sensazione che i Musulmani non siano rispettati dal ricco, potente Occidente (proprio come i neri americani in rivolta non erano rispettati dai ricchi e potenti bianchi). Una vignetta che manca di rispetto all’Islam mettendo in ridicolo Maometto è al tempo stesso una scintilla e una benzina a molti ottani.
Ciò non significa che non esistano grosse differenze fra la cultura americana e le culture di molte parti musulmane del mondo. In qualche modo, è proprio questo il punto: alcune differenze sono tanto grandi, e l’impegno per rimpicciolirle così impari, che non possiamo permetterci di mancare di chiarezza su quali siano, quelle più grosse.
E non è certo una grossa differenza, la domanda da parte dei Musulmani per una autocensura da parte delle grandi centrali della comunicazione. Quel tipo di autocensura non è solo una tradizione americana, ma qualcosa che ha contribuito a fare dell’America una delle società più armoniosamente multietniche e multireligiose nella storia del mondo.
Dunque perché non adottare il modello che ha funzionato per l’America, e applicarlo a scala globale? Ovvero: certo, sei legalmente libero di pubblicare qualunque cosa, ma se pubblichi cose che offendono gratuitamente gruppi religiosi o etnici, avrai la disapprovazione di tutte le persone illuminate. La libertà si accompagna alla responsabilità.
Naturalmente, si tratta di un percorso a due sensi. Se gli occidentali devono sintonizzarsi sulle sensibilità dei musulmani, questi devono rispettare le sensibilità, ad esempio, degli ebrei. Ma sarà difficile per gli occidentali piazzare questo principio simmetrico se essi stessi sono colti in flagranza di violazione. Quel direttore di giornale danese, e con lui i suoi difensori americani, sta complicando la battaglia contro l’antisemitismo.
Alcuni occidentali sostengono che qui non c’è simmetria: le vignette sull’Olocausto sono più offensive di quelle su Maometto. E, a dire il vero, a noi secolarizzati può sembrare evidente che scherzare sull’omicidio di milioni di persone è peggio che non prendere in giro un Dio la cui esistenza è messa in dubbio.
Ma una delle chiavi per la formula americana della coesistenza pacifica è evitare questi argomenti: lasciare che sia ciascun gruppo a decidere cosa ritenga più offensivo, fin tanto che il tabù non sia troppo gravoso. Chiediamo soltanto, che il gruppo offeso a sua volta rispetti i verdetti degli altri gruppi su ciò che essi, ritengono offensivo. Ovviamente, le vignette antisemite e altre cose odiose non si elimineranno da un giorno all’altro (nell’epoca di internet, nessuna forma di parola d’odio sarà eliminata, punto; la questione riguarda ciò che compare nei mezzi di comunicazione mainstream a cui è conferita legittimazione da parte di nazioni e popoli).
Ma l’esperienza americana suggerisce che uan veloce autoregolamentazione può far fare dei passi in avanti. Negli anni ‘60, la Nation of Islam stava guadagnando forza propulsiva quando il suo leader, Elijah Muhammad, chiamava i bianchi “diavoli dagli occhi azzurri” che dovevano essere sterminati secondo il volere di Allah. Da allora, la Nation of Islam ha perso di importanza e, comunque, ha lasciato cadere quella dottrina dal suo messaggio. Prevale la pace, in America, e una delle cose che la mantiene è una rigida autocensura.
No solo da parte delle centrali della comunicazione. La maggior parte degli americani vanno cauti quando si discute di etnia o religione, e lo facciamo tanto abitualmente che è diventato quasi inconsapevole. Alcuni potrebbero definirlo disonesto, forse lo è, ma contiene una verità morale: finché non ti sei calato nei panni di altre persone, non puoi davvero cogliere la loro frustrazione, il loro risentimento, e non puoi davvero sapere cosa li offenda e cosa no.
La confusione del direttore di giornale danese è stata quella di mettere insieme censura e autocensura. Non solo non si tratta della stessa cosa: la seconda è quanto ci consente di vivere in una società spettacolarmente diversificata, senza far uso della prima; per mantenere la censura fuori dall’ambito giuridico, la pratichiamo in quello morale. Qualche volta è scomodo, ma c’è di molto peggio.
Nota: l'Autore Robert Wright è membro della New America Foundation ; solo per palati forti, e visto che solleva il medesimo tema del "politically correct" implicitamente suggerito da Wright, chi desidera può confrontare le argomentazioni del New York Times, pure discutibili e del 17 febbraio (prima dei morti libici nelle proteste davanti al consolato italiano), con il commento che il 19 successivo ci offre il direttore della Padania. Evidentemente molto ben pagato, per questa inqualificabile porcheria(f.b.)
Oggi a Trieste e in molti altre città italiane, si svolgeranno cerimonie pubbliche - in apertura di campagna elettorale - per il cosiddetto "giorno del ricordo", annunciato a senso unico dagli spot in tv del governo Berlusconi come il giorno della «pulizia etnica comunista». Questa interpretazione è stata accreditata mercoledì dal presidente della repubblica Ciampi che nel suo discorso, prima di premiare con la medaglia d'oro i parenti di alcune vittime dichiaratamente fasciste, si è dimenticato di «ricordare», senza alcuna indicazione di memoria condivisa, che la storia attribuisce una responsabilità sanguinosa e primaria all'occupazione nazifascista della Slovenia e dei Balcani durante la seconda guerra mondiale (1940-1944). Su questo abbiamo posto alcune domande a Galliano Fogar, storico dell'Istituto per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
Che pensa del discorso di Ciampi?
Il messaggio di Ciampi per la giornata del Ricordo dell'esodo istriano, fiumano e dalmato, senza alcun cenno al fascismo e alle sue colpe per quanto è poi avvenuto nella Venezia Giulia, può anche indirettamente suffragare l'idea, tutta post-fascista, che su questi confini si sono fronteggiati due totalitarismi, quello nazista e quello comunista jugoslavo di stampo stalinista. Non è stato così. E il fascismo dov'è? Io rispetto ciò che dice Ciampi per il fatto che gli italiani dell'Istria, di Fiume e di Zara dovettero abbandonare le terre perse, ma anche lui dimentica di ricordare che tutto ciò, anche se è certamente da condannare sul piano umano e morale, ebbe il suo terreno di coltura nella violenza fascista e nell'invasione e disgregazione della Jugoslavia da parte italiana e tedesca. Senza questo non si può discutere, non esiste una storia a metà.
Fini alla cerimonia con Ciampi ha dichiarato: «Basta buchi neri, basta omissioni, basta pagine strappate...
Altro che buchi neri. Nelle terre di confine, in quella che fu la Venezia Giulia il ventennio fascista imperversò, ancor prima dell'invasione della Jugoslavia, con una violenta opera di snazionalizzazione verso tutto ciò che non era «italiano» e perciò «fascista». Io non mi rassegno al fatto che la storia venga «dimezzata», che l'ignoranza e la disinformazione su quanto realmente è avvenuto qui, in quella che fu la Venezia Giulia, la faccia da padrone e che perfino gli eredi dell'ex Pci si appiattiscano sulle tesi antistoriche di An, che fa nascere la storia - dal 1945, dall'occupazione di Trieste da parte delle truppe di Tito.
Invece di una memoria condivisa siamo ad una storia dimezzata?
Sì, c'è la volontà di una storia dimezzata. Era quello che avrei voluto dire il 6 febbraio di due anni fa a Fassino e Violante quando vennero a Trieste per aderire alla proposta di Roberto Menia (An) di istituire il 10 febbraio la giornata del ricordo dell'esodo e per attribuire al Pci di allora colpe ed errori di valutazione. Come può Fassino dire che il Pci sbaglio "perché l'aggressione fascista alla Jugoslavia non poteva giustificare in nessun modo la perdita di territori né l'esodo degli Italiani"? Ma è stata quella la causa scatenante, l'Italia fascista è stata responsabile e corresponsabile con la Germania di Hitler delle devastazioni e delle stragi che hanno insanguinato l'Europa. A partire da queste terre con stragi perpetrate dai militari italiani, rappresaglie delle camice nere contro le popolazioni in Slovenia, i campi di concentramento come quello famigerato di Arbe: decine e decine di migliaia furono le vittime civili, non solo i partigiani. Che dovrebbero dire ebrei, polacchi, russi, i milioni che sono stati sterminati?
C'è il tentativo di omologare la Resistenza alla tragica stagione delle Fobie?
Dal processo della Risiera del 1976 non si contano più i tentativi di equiparare la Resistenza alle Foibe, il comunismo jugoslavo al nazifascismo. Poi si è passati al revisionismo storico, al voler equiparare carnefici e vittime, a chiedere la pacificazione nazionale servendosi dell'ignoranza della storia per cercare di cancellare i valori della resistenza antifascista. Con una martellante campagna di stampa sulla «vergogna della tragedia dimenticata» e sui processi da fare per le foibe, dimenticando che già sotto il Governo militare alleato erano stati celebrati a Trieste processi contro 72 infoibatori o presunti tali con condanne fino all'ergastolo. E' deplorevole che parte della grande stampa , la Rai, i politici democratici conoscano assai poco le vicende internazionali - e non locali - di una regione, la Venezia Giulia, che con la guerra fu coinvolta in pieno nel conflitto dell'area danubiana-balcanica. Non è un caso che il 10 febbraio preso dalla destra come simbolo della tragedia (ma foibe ed esodo sono due cose distinte) è la data della sigla del Trattato di Pace di Parigi. Ma questi signori non spiegano che l'Italia era sul banco degli imputati e che la gran parte dell'Istria e Fiume furono perdute non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera snazionalizzatrice prima e per l'invasione
Per saperne qualcosa di più sulla pulizia etnica del governo italiano (fascista) in Slovenia e sul carattere "composito" delle foibe andate nella cartella Italiano brava gente, e in particolare leggete gli articoli di Claudia Cernigoi e di Corrado Staiano, nonchè dalle informazioni trasmesse da Paolo Cecchi
Contretemps è una rivista indipendente on-line,sovvenzionata dal dipartimento di filosofia dell'università di Sydney, che ha lo scopo di incoraggiare un pensiero del presente, capace di leggere gli eventi sociali e politici nel loro accadere «con, a fianco e anche contro la disciplina filosofica» accademicamente intesa. E curiosamente, proprio mentre il papa annuncia la sua enciclica sullo splendore dell'amore divino e umano (tema, bisogna riconoscerlo in attesa di leggerla, centratissimo nella sua dichiarata inattualità), il numero attualmente consultabile (http://www.usyd.edu.au/contretemps) apre con due titoli sul rapporto fra amore e politica, o se preferite sull'amore politicamente inteso, o sulle potenzialità di una «politica dell'amore». Il primo di questi titoli, Learning to love again, è quello di una intervista collettiva (di Christina Colegate, John Dalton, Timothy Rayner, Cate Thill) a Wendy Brown, una filosofa californiana studiosa del potere e del rapporto fra potere e libertà ( States of Injury: Power and Freedom in Late Modernity, Princeton, 1995), che qualche mese fa è stata ospite di un convegno internazionale a Sydney insieme con Judith Butler. E in questa lunga e bella intervista riprende un filo noto ai lettori di Butler e anche di queste pagine, il filo che lega amore, lutto e malinconia nella sinistra del dopo-89, smarrita per la perdita della sua identità storica e della sua utopia rivoluzionaria novecentesca. Tema altresì derridiano, giacché fu il filosofo francese a porre già nel `94, in Spettri di Marx, la questione del «lutto dei comunisti» e dei suoi effetti sulla «malinconia dell'inconscio geopolitico globale», individuando per tempo un sintomo della crisi della politica contemporanea tutt'ora non risolto. Wendy Brown torna sul punto, all'interno di una più ampia riflessione su che cosa significa essere «radicali» oggi e come possa crescere un pensiero «radicale» - capace cioè di aggredire «alla radice» il problema della trasformazione - nella generazione dei pensatori e delle pensatrici posties (ovvero postmodern) che alle radici e ai fondamenti non credono più, e che ritengono impossibile coltivare l'attaccamento al «progetto rivoluzionario» com'era inteso ancora pochi decenni fa.Una generazione che si trova da un lato di fronte ai limiti di una strategia di radicalismo democratico, dall'altro di fronte all'incapacità e forse all'impossibilità di riattivare una strategia di abbattimento del capitalismo, sempre più abile e veloce nel trasformarsi e reinventarsi; e senza poter immaginare altro dal capitalismo, si può immaginare davvero la libertà politica e l'autogoverno? Brown teme di no ma con onestà lascia in sospeso una domanda per la quale non ha la risposta.
Ce l'ha invece per un'altra domanda, che riguarda appunto ciò di cui la sinistra post-'89 deve ancora fare, e imparare a fare, il lutto: la perdita dell'identità nazionale, ad esempio, e di tutto quello che essa garantiva - ways of live, forme di relazioni familiari e sociali, rapporto con le istituzioni. Non basta, ammonisce Brown, riconvertirsi in un'ottica transnazionale, come pure giustamente ha fatto il movimento no-global da Seattle in poi, se non si elabora il senso di perdita e di disorientamento che questo passaggio comporta. E non basta nemmeno affermare che «un altro mondo è possibile» se non si attraversa il vuoto lasciato nel pensiero e nella psiche della sinistra radicale dalla fine del progetto rivoluzionario novecentesco. E' come quando uno o una perde un amante, incalzano gli intervistatori, che era parte della sua identità, la potenziava al presente e le dava una direzione di senso per il futuro: si deve innamorare di nuovo, ma può la sinistra «imparare ad amare di nuovo»? Può, risponde Brown, se come chi ha perso un amante impara che malgrado quella perdita ha ancora una sua propria soggettività e altre possibilità di relazione, e che tuttavia la sua identità non è più la stessa di prima: «Dobbiamo imparare ad amare di nuovo, ma il `noi' che imparerà a farlo sarà diverso dal `noi' che siamo stati», perché lutto e amore, nella vita personale come nella politica, provocano e domandano una necessaria trasformazione di sé, senza la quale non c'è trasformazione del mondo.
Va bene, può darsi che oggi tra destra e sinistra non ci siano differenze sul piano morale e che parlare di una superiorità etica della sinistra sia una operazione ipocrita e truffaldina. Ma è certamente sbagliato (come ha fatto il mio vecchio compagno Marco Boato) proiettare a ritroso nel tempo
Nel combattere l'ipocrisia degli uomini dei partiti, Craxi chiese a ognuno non di essere se stesso ma di attingere senza riserve alle proprie doti di spregiudicatezza e di cinismo. Il suo esempio dal «palazzo» si allargò in tanti cerchi concentrici verso il paese, coinvolgendo non solo «nani e ballerine», ma pezzi significativi del mondo delle comunicazioni di massa e segmenti decisivi dell'e stablishement imprenditoriale. A spezzare questa deriva ci provò il «secondo» Berlinguer, quello della «svolta di Salerno» del 1980, della denuncia implacabile della corruzione della vita politica e dell'affermazione orgogliosa della diversità comunista. Sembrava una battaglia di retroguardia e fu invece, con tutto quello che successe con Tangentopoli, una scelta strategica consapevole: il suo estremismo moralistico fu direttamente proporzionale ai rischi che correva, insieme al Pci, l'intero patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. A suo tempo Asor Rosa ha opportunamente ricordato quale fu il ruolo di Craxi non solo nel Psi ma direttamente dentro il Pci, le pulsioni che attraversarono un mondo comunista incerto e ansioso di «soccorrere il vincitore», l'attrazione fatale esercitata dalla prospettiva di inserirsi «senza condizioni» in un pentapartito visto come «partito unico policefalo moderato»; e allora è legittimo chiedersi oggi «cosa sarebbe accaduto in quelle condizioni all'organizzazione comunista, se non si fosse preoccupata di salvaguardare il più possibile il proprio radicamento», se Berlinguer non si fosse strenuamente impegnato a «preservare sotto il fuoco concentrico di più avversari, le ragioni profonde e ineliminabili dell'identità del suo partito». Oggi possiamo dirlo: per salvare il Pci dalla deriva che travolse tutti i partiti della prima repubblica non bastava un tasso «normale» di moralità; c'era bisogno proprio della gobettiana «aridità» di Berlinguer, della sua intransigenza radicale ed estrema. Il sussulto di commozione che ne accompagnò la morte appare così molto lontano dai limiti riduttivi in cui lo ha definito una semplice «ondata emotiva».
Archiviato Berlinguer, quelle tentazioni sono riaffiorate prepotentemente. L'ansia di diventare «normali», di accantonare una diversità che rende «antipatici» è diventata quasi un'ossessione. Alla fine degli Ottanta, «Arricchitevi!», fu il ritornello ossessivo di un libro di Giuliano Ferrara rivolto ai suoi vecchi compagni di partito; da allora, con l'astuzia di chi conosce bene e dal di dentro le cose di cui parla, Ferrara non ha mai smesso di martellarli su questo punto: invitandoli a rompere con quell'universo segnato dal tedio di riunioni lunghissime in sezioni affumicate e arredate con mobili di fortuna, dal dignitoso squallore di interni domestici spartani, dalle inconfessate ambizioni personali annegate nella totalizzante dimensione del «partito di massa», Ferrara sapeva di intercettare umori reali, pulsioni che lui stesso aveva attraversato prima di offrirsi come un esempio da seguire: accettare la ricchezza e la spregiudicatezza, senza vergognarsene e senza ipocrisie cattocomuniste; così, da anni li aspetta fiducioso e compiaciuto, sicuro del fatto suo. Può darsi che stiano per raggiungerlo, per approdare alle rive da lui indicate da più di dieci anni. Può darsi che, come ha scritto efficacemente Luca Ricolfi sulla Stampa, quando si tratta di scegliere un primario, un assessore, un professore universitario, un giornalista Rai, un candidato al Parlamento oggi non ci sia nessuna differenza tra destra e sinistra.
Ma attenzione: nell'autorappresentazione identitaria della sinistra questa superiorità morale rimane, tenacemente rimane. E se fossi un politico del centro sinistra non la sottovaluterei. E' un luogo comune molto datato quello per cui le elezioni si vincono strappando i voti allo schieramento avversario. Oggi, con la sfiducia generalizzata che ha investito la politica e con percentuali elettorali che calano vistosamente a ogni elezione, vince chi porterà a votare tutti, ma proprio tutti i suoi elettori tradizionali. E in questo senso, la dimensione identitaria in cui è radicata la «superiorità morale» più che un'anomalia da rimuovere resta una preziosa risorsa a cui attingere.