Secondo un luogo comune, l´attaccamento alla democrazia si svilupperebbe da solo, causa ed effetto della democrazia stessa: tanta più democrazia, tanta più virtù democratica. Un circolo meraviglioso! La democrazia sarebbe l´unica forma di governo perfettamente autosufficiente, rispetto a ciò che Montesquieu denominava il suo ressort, la molla spirituale. Basterebbe metterla in moto, all´inizio; poi, le cose andrebbero da sé per il meglio.
Ebbene, a distanza di qualche decennio dalla Costituzione, uno scritto famoso di Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, 1984) tra le «promesse non mantenute» della democrazia indicava lo spirito democratico. Invece dell´attaccamento, cresce l´apatia politica. In Italia, e forse non solo, si è democratici non per convinzione, ma per assuefazione e l´assuefazione può portare alla noia, perfino alla nausea e al rigetto. E´ pur vero che la partecipazione può improvvisamente infiammarsi e l´indifferenza può essere spazzata via da ventate di mobilitazione, in situazioni eccezionali. Sono però reviviscenze che non promettono nulla di buono. Gli elettori, eccitati, si mobilitano su fronti opposti per sopraffarsi, al seguito di parole d´ordine elementari: bene-male, amore-odio, verità-errore, vita-morte, patriottismo-disfattismo, ecc., cose che lestofanti della politica spacciano come rivincita dei valori sul relativismo democratico. Parole che potranno forse servire a vincere le elezioni ma intanto spargono veleni, senza che un´opinione pubblica consapevole sappia difendersi, dopo che la routine l´ha resa ottusa. Un difetto e un eccesso: l´uno indebolisce, l´altro scuote alle radici.
Apatia e sovreccitazione sono qui a dimostrare che l´ethos della democrazia non si produce da sé. Monarchie, dispotismi, aristocrazie e repubbliche hanno avuto i loro pedagoghi.
Senofonte, Cicerone, Machiavelli, Bossuet, Montesquieu... Le rivoluzioni hanno avuto i loro catechismi. La democrazia invece ha politologi e costituzionalisti. Non bastano. Il loro compito è studiare e spiegare regole esterne di funzionamento ma ciò che qui importa, il fattore spirituale, normalmente sfugge. Il loro pubblico, poi, non è certo il cittadino comune, come dovrebbe essere, in quanto si sia in democrazia. Naturale dunque è che si guardi alla scuola e al suo compito di formazione civile. Il decalogo che segue è una semplice proposta.
1) La fede in qualcosa che vale. La democrazia è relativistica, non assolutistica. Come istituzione d´insieme, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli su cui si basa. Deve cioè credere in se stessa e sapersi difendere, ma al di là di ciò è relativistica nel senso preciso della parola: fini e valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, ugualmente legittimi. Democrazia e verità assoluta, democrazia e dogma, sono incompatibili. La verità assoluta e il dogma valgono nelle società autocratiche, non in quelle democratiche. Dal punto di vista dei singoli, invece, relativismo significa che «tutto è relativo», che una cosa vale l´altra, cioè che nulla ha valore. In questo senso, cioè dal punto di vista dei singoli, relativismo equivale a nichilismo o scetticismo. Ora, mentre il relativismo dell´insieme è condizione della democrazia, nichilismo o scetticismo sociali sono una minaccia. Se non si ha fede in nulla, perché difendere una forma di governo come la democrazia che vale in quanto le proprie convinzioni possono essere fatte valere? Per lo scettico, democrazia o autocrazia pari sono. Rallegriamoci dunque se la democrazia, come insieme, è relativistica. Solo così la società può essere libera; chi se ne duole, nasconde pensieri autocratici. Impegniamoci però in ogni luogo per scuotere l´apatia, promuovere ideali, programmi e, perché no, utopie.
2) La cura delle individualità personali.
La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. Come Tocqueville ha antiveduto, la massificazione è un pericolo mortale. Proprio la democrazia, proclamando un´uguaglianza media, può minacciare i valori personali annullando individui e libertà nella massa informe. E la massa informe può accontentarsi di un demagogo in cui identificarsi istintivamente. I regimi totalitari del secolo scorso sono la riprova: una democrazia senza qualità individuali si affida ai capipopolo e questi, a loro volta, hanno bisogno di uomini-massa, non di uomini-individui. Per questo, la democrazia deve curare l´originalità di ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. Dobbiamo vedere con preoccupazione l´appiattimento di molti livelli dell´esistenza, consumi e cultura, divertimenti e comunicazione: tutti «di massa». Chi non si adegua, nel migliore dei casi è un "originale", nel peggiore uno "spostato". Non è questa certo la prima volta che ci si rivolge proprio alla scuola perché alimenti, e non reprima, caratteri e vocazioni personali delle giovani vite con cui ha a che fare.
3) Lo spirito del dialogo.
La democrazia è discussione, ragionare insieme; è, socraticamente, filologia. Chi odia discutere, il misologo, odia la democrazia, forma di governo discutidora. Alla persuasione preferisce l´imposizione. Maestro insuperabile dell´arte del dialogo, cioè della filologia, è certo Socrate, cui si deve la denuncia di due opposti pericoli. Vi sono - dice - "persone affatto incolte", che "amano spuntarla a ogni costo" e, insistendo, trascinano altri nell´errore. Vi sono poi però anche coloro che "passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi i più sapienti per aver compreso, essi soli, che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c´è nulla di sano o di saldo, ma tutto va continuamente su e giù". Dobbiamo guardarci da entrambi i pericoli, l´arroganza del partito preso e il tarlo che nel ragionare non vi sia nulla di integro. Per preservare l´onestà del ragionare, deve essere prima di tutto rispettata la verità dei fatti. Sono dittature ideologiche, quelle che li manipolano, travisano o addirittura creano o ricreano ad hoc. Sono regimi corruttori delle coscienze «fino al midollo», quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un «nichilismo della realtà», mettendo sullo stesso piano verità e menzogna. Gli eventi della vita non sono più «fatti duri e inevitabili», bensì un «agglomerato di eventi e parole in costante mutamento (su e giù, per l´appunto), nel quale oggi può essere vero ciò che domani è già falso», secondo l´interesse del momento (Hannah Arendt). Perciò, la menzogna intenzionale - strumento ordinario della vita pubblica - dovrebbe trattarsi come crimine contro la democrazia. Né intestardirsi, dunque, né lasciar correre, secondo l´insegnamento socratico. Il quale ci indica anche la virtù massima di chi ama il dialogo: sapersi rallegrare di scoprirsi in errore. Chi, alla fine, è sulle posizioni iniziali, infatti, ne esce com´era prima; ma chi si corregge ne esce migliorato, alleggerito dell´errore. Se, invece, si considera una sconfitta, addirittura un´umiliazione, l´essere colti in errore, lo spirito del dialogo è remoto e dominano orgoglio e vanità, sentimenti ostili alla democrazia.
4) Lo spirito dell´uguaglianza.
La democrazia è basata sull´uguaglianza; è insidiata dal privilegio. L´uguaglianza è isonomia - «la più dolce delle parole» - l´uguaglianza delle leggi, che, in Grecia, precedette il secolo glorioso della democrazia ateniese. Senza leggi uguali per tutti - pensiamo ai privilegi, alle leggi ad personas - la società si divide in caste e la vita collettiva diventa dominio di oligarchie. Il privilegio crea arrivismo e rincorse perverse. Se la mobilità e gli accessi in alto esistono, la società è sottoposta a stress dal carrierismo diffuso, con disagio, frustrazioni, perfino suicidi; se si chiudono, per insufficiente mobilità, si ingenera un terribile male distruttivo, l´invidia sociale. Tanto sono evidenti, non occorrono esempi della caduta attuale dello spirito di uguaglianza. Si tratta anzi di un rovesciamento: l´ammirazione sta al posto del disprezzo verso i privilegiati, esempi da imitare nel modo di pensare e nello stile di vita. C´è un luogo di culto sociale che esprime lo spirito autentico del nostro tempo: lo stadio. Si faccia attenzione alle stratificazioni del pubblico.
Alla tribuna volgarmente denominata dei vip, dove siedono i prominenti di politica, finanza, mondanità, si volgono gli occhi di diecine di migliaia di potenziali clientes che, invece di avvertire l´indecenza della situazione, farebbero di tutto per esservi ammessi.
5) Il rispetto delle identità diverse.
In democrazia le identità particolari sono ininfluenti sul diritto di stare in società. Non è stato così in passato; non è pienamente così neppure ora. Oggi, il problema della coesistenza di identità plurime è di natura etnico-culturale e religiosa; storicamente, è stato religioso, derivando dal distacco della Riforma dalla Chiesa di Roma. In nome dell´ordine interno, col principio cuius regio, eius et religio, a metà del ?500 si impose in Europa l´identità di religione agli abitanti le medesime terre, rendendo sì possibili le migrazioni da uno stato all´altro per difendere, insieme alla vita, la fede, ma permettendo la persecuzione religiosa entro ciascuno Stato. L´idea della tolleranza nacque per consentire di tenere insieme terra e fede, per non dover perdere l´una volendo conservare l´altra. Ma non alla tolleranza si rivolge la democrazia. Il contesto è diverso. L´assolutismo, quando si ammorbidisce, può parlare di tolleranza; non la democrazia, cui si addice invece il linguaggio della cittadinanza, uguale per tutti. Onde il concetto di identità, se deve valere per riconoscere e proteggere le culture diverse, è irrilevante per la partecipazione alla vita pubblica.
Il rischio viene ora da un nuovo richiamo all´unione tra potere civile e religione. Storicamente, essa ha posto la vita religiosa sotto la potenza degli Stati. Oggi, «atei-clericali», o come li si possa chiamare, mirano al rovescio: cuius religio, eius et regio, in un ambiguo intreccio di potere civile e religioso in cui l´uno si appoggia sull´altro (Stefano Levi della Torre). Una nuova alleanza tra trono e altare, una minaccia di rinnovate intolleranze su ampia scala. Questi problemi sono particolarmente vivi nel riflesso che hanno con riguardo ai simboli, velo islamico o crocifisso cristiano. La democrazia non ne può impedire l´esposizione a nessuno in particolare, ma nessuno, a sua volta, può farne uso aggressivo. Se e quando prevarrà il reciproco rispetto, un problema che oggi appare tanto acuto, all´identità associandosi l´esclusione, si supererà da sé, senza bisogno di soluzioni giuridiche. Molto può la scuola nel promuovere la reciproca accettazione e con ciò abbassare l´insolenza dei segni distintivi.
6) La diffidenza verso le decisioni irrimediabili.
La democrazia implica la rivedibilità di ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia stessa). Le soluzioni definitive ai problemi, senza possibili ripensamenti e correzioni, sono dei regimi della giustizia e verità assolute. In quanto perennemente dialogica, la democrazia non ha e non può volere verità né a priori, come frutto per esempio di mandati divini, né a posteriori, come conseguenza di decisioni popolari, anche se unanimi. La strada per dire: «ci siamo sbagliati» deve restare sempre aperta. Non è privo di significato che le democrazie siano prevalentemente orientate contro la pena di morte e contro la guerra, due decisioni dagli effetti irreversibili. Le autocrazie, invece, non hanno scrupoli.
Possono fondarsi, come in de Maistre, sull´elogio congiunto della forza armata e del boia, naturali prosecuzioni della verità assoluta. Tutti comprendiamo quanto le decisioni irreversibili possano pregiudicare la discussione in materie oggi divenute cruciali, come la bioetica, la tecnologia applicata ai temi della vita, della morte e della salute o il rapporto tra l´essere umano e la natura - tutte esposte al rischio di scelte senza ritorno.
7) L´atteggiamento sperimentale.
La democrazia è orientata da principi ma deve imparare quotidianamente dalle conseguenze dei propri atti. E´ scontata la citazione della weberiana etica della responsabilità, accanto all´etica della convinzione. Non è così per i regimi della verità assoluta. Essi non temono le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus. Lo spirito democratico è invece quello in cui convinzioni e conseguenze formano il campo di tensione che determina le norme dell´agire responsabile. Ogni progetto realizzato apre problemi che rimettono in discussione il progetto. L´esperienza è il banco di prova della teoria. Immergersi in questa tensione forma il carattere, rende accettabili le sconfitte e promuove nuove energie. Sotto questo aspetto, l´istituzione scolastica da noi è particolarmente carente, orientata com´è all´astrattezza che genera distacco dal mondo, induce alla rinuncia e invita all´individualismo chiuso in se stesso.
8) Coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza.
In democrazia, nessuna deliberazione si interpreta nel segno della ragione e del torto. Non vale la massima terroristica: vox populi, vox dei. Essa solo apparentemente è democratica poiché nega il diritto della minoranza, la cui opinione, per opposizione, si direbbe vox diaboli. Vox populi, vox hominum, invece; voce di esseri fallibili ma disposti a riconoscere i propri errori. Il motore di questo movimento sta non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto «distinguìti dalla maggioranza nel compiere ciò che ritieni giusto». La loro ragione d´essere è la sfida alla deliberazione presa, in previsione di un´altra migliore. Per questo, la prevalenza di una maggioranza su una minoranza non è la vittoria della prima e la sconfitta della seconda ma l´assegnazione di un duplice onere: alla maggioranza, dimostrare nel tempo a venire la validità della decisione presa; alla minoranza, insistere su ragioni migliori. Ond´è che nessuna votazione, in democrazia (salvo quelle che instaurano la democrazia stessa) chiude definitivamente la partita, perché il terreno per la sfida di ritorno è sempre aperto.
9) L´atteggiamento altruistico. La democrazia è forma di vita di esseri umani solidali. La virtù repubblicana di Montesquieu è questo: amore per la cosa pubblica e disponibilità a mettere in comune qualcosa, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali. Ciò costituisce la res publica come risorsa comune cui tutti possono attingere. L´emarginazione sociale è dunque contro la democrazia e l´idea che nessuno possa essere lasciato a se stesso non è elemento accidentale della democrazia. L´alternativa è il darwinismo sociale, l´ideologia crudele che legittima la fortuna dei forti e abbandona i deboli alla loro sorte. Dire queste cose a un pubblico di insegnanti che quotidianamente hanno a che fare con studenti che eccellono e con altri che faticano a tenere il passo significa evocare problemi che essi conoscono bene e solidarizzare con la loro fatica.
10) La cura delle parole. Essendo la democrazia dialogo, gli strumenti del dialogo, le parole, devono essere oggetto di cura particolare, come non è in nessun´altra forma di governo. Cura duplice: quanto al numero e alla qualità. (a) Il numero di parole conosciute e usate è proporzionale al grado di sviluppo della democrazia. Poche parole, poche idee, poche possibilità, poca democrazia. Quando il nostro linguaggio politico si fosse rattrappito al solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo ridotti a gregge. Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti nella scala sociale. Ricordiamo ancora la scuola di Barbiana? Comanda chi conosce più parole. Il dialogo, per essere tale, deve essere paritario. Se uno solo sa parlare, o conosce la parola meglio di altri, la vittoria non andrà al logos migliore, ma al più abile con le parole, come al tempo dei sofisti. Ecco perché la democrazia esige una certa uguaglianza nella distribuzione delle parole. «E´ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l´espressione altrui. Che sia ricco o povero importa di meno». Ed ecco perché una scuola ugualitaria è condizione di democrazia. (b) La qualità delle parole. Per l´onestà del dialogo, le parole non devono essere ingannatrici. Parole precise e dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlar le cose attraverso le parole, non far crescere parole su parole. Le parole, poi, devono rispettare, non corrompere il concetto. Altrimenti, il dialogo diventa un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con la frode. Ancora impariamo dal Socrate del Fedone: «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi». Il mondo della politica è dove questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare per l´appunto dalla parola «politica». Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano arte, scienza e attività dedicate alla convivenza. Ma oggi si parla di politica di guerra, segregazionista, espansionista, coloniale, ecc. «Questa è un´epoca politica - ha scritto Orwell. La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono ciò a cui pensare». Altro inganno: la libertà, da protezione degli inermi contro gli abusi del potere è diventata, nell´uso «politico», scudo dietro il quale i potenti nascondono la loro pre-potenza.
Inganni, dunque. A chi pronuncia parole come queste siamo autorizzati a chiedere: da che parte stai? Degli inermi o dei potenti?
Abbiamo detto della democrazia e cercato di mettere in luce dieci implicazioni pratiche della sua nozione con riguardo agli atteggiamenti spirituali che ne devono conseguire. Sarà stato certamente notato, tuttavia, che il problema più importante e, al tempo stesso, più difficile si è finora evitato. Si è infatti è taciuto della premessa, l´adesione alla democrazia. La domanda, ora, non è se si possa insegnare che cosa è o qual è lo spirito della democrazia, ma se si possa insegnare a essere democratici, cioè ad assumere nella propria condotta la democrazia come ideale o virtù da onorare e tradurre in pratica. In breve, si tratta di sapere se ideali e virtù, in particolare la virtù politica che sta a base della democrazia, siano insegnabili oppure no.
Siamo così pienamente, di nuovo, al centro di un argomento tipicamente socratico. Se solo alcuni e non altri sono predisposti alla virtù politica, gli uni saranno destinati a governare e i secondi a obbedire e la democrazia sarebbe un esperimento contro natura, destinato ad avere vita breve e a produrre gran danno.
Essa ci consegnerebbe indifesi nelle mani di maggioranze di ignoranti senza testa politica, nella migliore delle ipotesi; di malvagi con testa criminale, nella peggiore. Il mito del Protagora racconta di come Prometeo, avendo distribuito agli esseri viventi, per conto degli dei, tutte le facoltà necessarie per una vita buona, si accorse che mancava agli uomini l´euboulía, l´assennatezza nelle deliberazioni comuni. Onde essi fondavano città per difendersi dai pericoli della vita ferina ma, una volta radunati, scoppiavano dissidi, si disperdevano di nuovo e perivano. «Ora Zeus, temendo l´estinzione della nostra stirpe, manda Ermes a portare tra gli uomini rispetto e giustizia, affinché siano ornamenti e vincoli, propiziatori d´amicizia. Ermes dunque interroga Zeus in qual maniera virtù e rispetto si debbano distribuire tra gli uomini. "Debb´io distribuirle come furono distribuite le arti? E le arti furono distribuite così: un solo che possiede la medicina basta a molti che non la possiedono; e così anche i cultori delle altre arti: devo io dunque collocare allo stesso modo giustizia e rispetto tra gli uomini, o distribuirla tra tutti?". "Tra tutti - risponde Zeus - e che tutti ne abbiano parte, perché non potrebbero esistere le città, se ne partecipassero pochi, come avviene per le altre arti. E poni il mio nome per legge, affinché chi non partecipi al rispetto e alla giustizia sia ucciso come peste della città"». Tutti sono dunque capaci di virtù politica. Basta che la conoscano. Questa era la convinzione socratica: la virtù esiste in sé, tutti la possono conoscere e, poiché nessuno è malvagio se non per ignoranza, ciò che occorre e basta per essere virtuosi è la retta conoscenza.
Noi sappiamo che, disgraziatamente, non è così; che Socrate erra, sia perché le virtù non sono realtà obiettive ma valori soggettivi; sia perché, comunque, nella natura umana la conoscenza non coincide affatto con la coscienza, perché si può essere malvagi con la perfetta consapevolezza di esserlo.
Se dunque non è la conoscenza che fonda l´adesione alla virtù, potrà essere l´utilità? Possiamo cioè pensare di promuovere adesione alla democrazia mostrandone i vantaggi? Purtroppo, anche qui la risposta è no. Se ci riferiamo a beni come, per esempio, lo sviluppo economico, la promozione delle arti e della scienza, la pacifica convivenza, la sicurezza pubblica come frutti benefici della democrazia, non possiamo non considerare che esistono momenti critici in cui, proprio per garantirceli quando paiono sfuggirci, siamo disposti a limitare la democrazia, o addirittura a rinunciarci, per metterci nelle mani salvifiche di qualcuno che provveda per tutti. Onde, una fondazione solo strumentale e utilitarista della democrazia potrebbe rivelarsi un suicidio.
Né dunque essenzialismo alla Socrate, né mero utilitarismo, nella pedagogia democratica. Che dire allora, senza cadere in melliflua, ideologica e alla fine falsa e controproducente propaganda di un valore? Chi ha qualche esperienza di insegnamento di temi politici e costituzionali - la legalità, la libertà, la solidarietà, la democrazia, per l´appunto - conosce bene questo pericolo. Un pericolo che comporta anche una contraddizione: qualsiasi altro sistema di governo, ma non la democrazia, può far uso di propaganda. In ogni propaganda è implicita una tentata violenza all´altrui libertà di coscienza. La democrazia è dialogo paritario e, se vuol essere tale, questo deve farsi deponendo ogni strumento di pressione: innanzitutto pressione materiale, come quella che viene dalla violenza e dalle armi, ma anche pressione morale, come quella che può essere esercitata nel rapporto asimmetrico di autorità-soggezione che si crea talora, quando degenera in autoritarismo, tra padre e figli, maestro e allievo: un rapporto che può mancare di rispetto e contraddire libertà e democrazia.
Pensando e ripensando, non trovo altro fondamento della democrazia che questo solo. Solo, ma grande: il rispetto di sé. La democrazia è l´unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità nella sfera pubblica, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia esistenza in rapporto con gli altri. Nessun altro regime mi presta questo riconoscimento, poiché mi considera indegno di autonomia, fuori della cerchia stretta delle mie relazioni puramente private. E´ per questo - cosa notevole - che la Chiesa cattolica, pur in origine favorevole a regimi politici autocratici e poi indifferente, purché essi fossero rispettosi dei suoi diritti e del suo diritto naturale, ha da ultimo condannato le dittature (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 75) e fatto affermazioni preferenziali nei confronti della democrazia (ivi, 32), stante il rapporto tra questa e la dignità umana, un pilastro del suo insegnamento sociale attuale.
Ma non basta il rispetto di sé, occorre anche il rispetto, negli altri, della stessa dignità che riconosciamo in noi. Il motto della democrazia non può che essere: «Rispetta la dignità del prossimo tuo come la tua stessa». Infatti, il solo rispetto di se stessi e il disprezzo degli altri portano non alla democrazia ma alla lotta per l´affermazione della propria autocrazia, al fine di evitare la necessità e la limitazione del necessario coordinamento reciproco.
Questo rispetto è qualcosa di moralmente elevato, ma non necessariamente incontestabile. Si può rispettare in sé la propria dignità, e così negli altri; ma ugualmente ci possono essere buone ragioni per disprezzare sé e gli altri: ragioni personali, che affondano le loro radici nelle storie individuali; ma anche ragioni universali, come quelle offerte dalle religioni che annichiliscono di fronte a Dio l´essere umano, peccatore fin dall´origine e indegno di condursi da sé, e si predispongono così a forme di governo teocratiche o autocratiche su base religiosa.
Anche a questo proposito, la storia meno recente della Chiesa cattolica e dei suoi rapporti con l´autorità politica è istruttiva. E lo sono anche certi tentativi recenti di imporre verità dogmatiche tramite la forza dello stato, in questioni eticamente sensibili come quelle che riguardano la tecnologia applicata alla nascita, alla vita e alla morte.
D´altra parte, il rispetto di sé e degli altri è sempre esposto al peso della spossatezza. La democrazia stanca. L´oppressione dispotica suscita reazione e ribellione, la democrazia invece stanchezza. La virtù democratica è cosa «pénible», come annotava già Montesquieu: «La virtù politica (della democrazia) è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare. Questa virtù consiste nella preferenza continua prestata all´interesse pubblico invece che agli interessi propri».
Dunque, rispetto agli istinti egoistici, essa, se non proprio una cosa contro natura, almeno è una sfida permanente.
Ma vale la pena questa rinuncia? A che pro? Abbiamo già ricordato le «promesse non mantenute» della democrazia, di cui ha parlato il professor Bobbio. L´elenco delle delusioni è lungo: l´ingovernabilità delle società pluraliste; la rivincita degli interessi corporativi che soffocano l´interesse generale; la persistenza di oligarchie economiche, politiche e di ogni altra natura; lo spazio limitato che la democrazia occupa, non essendo riuscita a penetrare dappertutto nella società; il potere occulto che contrasta con l´esigenza primordiale che il potere si mostri pienamente in pubblico e ha indotto a parlare di un «doppio stato», uno visibile e un altro invisibile; l´apatia politica; il fanatismo e l´intolleranza; tecnocrazia e burocrazia (e quindi gerarchia) invece che democrazia; sovraccarico di domande e difficoltà delle risposte, cioè ingovernabilità. Questo elenco, col senno dell´oggi, è incompleto. Parliamo di videocrazia, conseguente alla crescente concentrazione a livello mondiale e nazionale della comunicazione politica; di plutocrazia, determinata dall´assunzione del potere politico in mani di pochi detentori di smisurate ricchezze personali, e di cleptocrazie, quando quelle ricchezze sono il frutto di attività illecite. Si assiste con un senso di impotenza allo sviluppo di una dimensione ormai planetaria delle organizzazioni degli interessi industriali e finanziarie dell´odierno capitalismo, in un mercato che palesemente sfugge al controllo dei poteri politici nazionali, ammesso che essi, anziché essere conniventi, intendano porre regole e controlli. L´aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie su scala mondiale alimenta l´identificazione dei regimi democratici con le plutocrazie, da cui l´identificazione della democrazia, ideale universale, con un regime di casa nostra, regime dei forti e dei ricchi, che credono talora di poterla imporre con lo strumento tipico dei prepotenti, la guerra.
Queste sono le «promesse non mantenute». Ma che significa questa espressione? Non nasconde forse un malinteso? E´ infatti un modo di dire approssimativo che mette fuori strada. E´ come se un tempo ci fossimo affidati alla democrazia, aspettandoci un contraccambio, e quindi potessimo lamentarci se le nostre attese sono andate deluse. Ma la democrazia non è un´Alcina o una Circe. Non ci hanno detto una volta: venite da noi ché vi promettiamo una vita di amorose delizie, e si siano poi scoperte per megere ributtanti che ci riducono a una vita animalesca. Non è qualcosa fuori di noi, indipendentemente da noi e tanto peggio per noi, se ci siamo illusi. Non è lecito parlare di promesse non mantenute della o dalla democrazia, come se questa ci avesse un tempo dato affidamenti, poi rivelatisi vani. La democrazia non promette nulla a nessuno ma richiede molto a tutti. E´ non un idolo ma un ideale corrispondente a un´idea di dignità umana e la sua ricompensa sta nello stesso agire per realizzarlo. Se siamo disillusi, è per illusione circa la facilità del compito. Se abbiamo perduto fiducia è perché siamo sfiduciati in noi stessi. Le promesse sono quelle che ci scambiammo tra noi nel dire di volere la democrazia (art. 1 della Costituzione) e, se non sono state mantenute, è perché abbiamo mancato verso noi stessi ed è qui, in questo scarto tra ciò cui aspiriamo e la bruta realtà delle cose, che, naturalmente, si innesta il nostro tema: la pedagogia democratica, l´insegnar democrazia.
Lo spirito attuale, di fronte a queste disillusioni, non è certo quello trionfante in cui cinquanta anni fa si celebrava la vittoria delle democrazie sui totalitarismi. Nel 1951, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, si tenne un simposio sulla democrazia promosso dall´Unesco cui parteciparono centinaia di studiosi di tutto il mondo e di ogni orientamento politico. Per la prima volta nella storia dell´umanità, in quegli anni la democrazia riceveva il riconoscimento di unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale e diventava la categoria-base su cui collocare e a cui confrontare tutte le azioni, i pensieri e le relazioni politiche. Essa risuonava come sintesi di tutto ciò che di bello e buono esiste nella vita collettiva. Nessun regime, capitalista o socialista, liberale o sociale, pluripartitico o a partito unico, rappresentativo o basato su auto-investiture carismatiche, ecc. intendeva rinunciare ad autoproclamarsi democratico. Il problema dell´adesione sembrava universalmente risolto. Fin da allora, però, doveva risultare chiaro proprio da quell´illimitata adesione che il nobile concetto era sottoposto a una tale dilatazione da perdere di significato, oltre che analitico, anche ideale, predisponendosi così, fin da allora, a corrompersi e anche a rendere bassi servigi a chi avesse voluto travestirsi in democratico per i propri scopi.
Quello spirito trionfante non c´è più e ci si accorge sempre più spesso che la democrazia esige ricostruzione, dove c´è da recuperare le posizioni, e resistenza, dove c´è da salvaguardarle.
E si fa sempre più chiara la consapevolezza che si ha a che fare con macro-difficoltà, mentre la democrazia, oggi, è all´altezza dei suoi propositi piuttosto in micro-dimensioni. Ma cos´altro possiamo fare se non considerare che la diffusione nelle coscienze dell´attaccamento alla dignità delle persone, al valore della democrazia e alle azioni che ne derivano si possa generalizzare al punto da insidiare, a sua volta, le insidie che la minacciano?
Il titolo dell' Unità di martedì scorso «Fazio se ne va, ritorna la Banca d'Italia» esprimeva solo una speranza, certo generosa, ma niente di più. La verità è che siamo al tramonto di Bankitalia, che Fazio, al massimo, ha solo accelerato e reso clamoroso. La Banca d'Italia, da quando c'è l'euro non ha più il governo della moneta (con il quale faceva politica economica), ora perde anche il controllo sulla concorrenza che passa all'Antitrust. Qualcuno potrà annetterla agli enti inutili. Forse esagero, ma il punto di maggiore interesse e preoccupazione è che la caduta di Bankitalia mette in piena luce un quadro complessivo di liquidazione o indebolimento dei poteri sui quali si è fondato l'equilibrio democratico del nostro paese. I partiti politici praticamente non ci sono più, il parlamento è fortemente indebolito, la stessa Confindustria non si sa bene che cosa rappresenti (i poteri dei capitalisti si esprimono più attraverso stampa e televisione che non attraverso l'associazione). Si può aggiungere che anche i sindacati non hanno più la forza che avevano negli anni `70. Il tramonto di Bankitalia appare come il compimento del franare della costituzione materiale del paese. E tutto questo - già preoccupante - ha due aggravanti.
Innanzitutto il famoso declino, che continua e si esprime in una stagnazione o calo della produttività. Un calo della produttività che se continua, come si prevede, ci sbatterà in faccia la questione salariale e la prospettiva di un blocco o riduzione dei salari non può procedere nella pace sociale; comporterà scontri e domanda di autorità.
In secondo luogo siamo - a livello europeo - a una crisi, direi una cancellazione, della politica economica, se non addirittura della politica. Prendiamo il caso delle banche: le banche centrali dei singoli stati hanno poteri assai ridotti e non hanno più il governo della moneta: non possono più svalutare o rivalutare, alzare o abbassare i tassi di interessi. Ma, nel contempo la Banca centrale europea ha solo una funzione antinflazionistica, cioè solo di freno e non di promozione. E così è anche a livello degli stati: gli stati nazionali debbono stare dentro le regole di Maastricht, ma non c'è uno stato federale europeo in grado di fare politica economica europea. Gli stati nazionali sono ingabbiati e non c'è uno stato europeo in grado di fare una politica continentale, sia pure articolata nelle varie regioni che lo compongono.
Sarò troppo incline al pessimismo ma una situazione caratterizzata dal frammento dei poteri componenti dell'equilibrio costituzionale di un paese e dalla estrema difficoltà o impossibilità di sviluppare politiche in grado di contrastare il declino economico e la caduta della produttività non promette nulla di buono. All'orizzonte si riaffaccia il fantasma delle tentazioni autoritarie, anche in situazioni e forme fortemente diverse da quelle che abbiamo sperimentato nel passato.
Eccesso di «disfattismo», come si diceva in tempi di guerra? Forse, ma il modo con il quale l'attuale governo ha chiesto la fiducia per il disegno di legge sul risparmio non è un buon segno.
Si apre oggi a Bagdad il primo di una serie di processi a Saddam Hussein.
È giusto trascinare l´ex dittatore davanti ad un giudice penale? Per quali motivi lo si fa?
Processando Saddam si potrà certo portare alla luce e documentare crimini efferati, ignoti alla maggior parte degli iracheni. Il processo avrà dunque un effetto non solo archivistico ma anche pedagogico, perché aprirà gli occhi di tanti. Si potrà pure dare un minimo di soddisfazione morale ai familiari delle vittime. E gli americani realizzeranno il loro obiettivo principale, che è duplice: legittimare politicamente e idealmente il nuovo governo, mostrando le nefandezze di quello precedente, e contribuire a ridurre il sostegno della popolazione per gli insorti baathisti, screditando tutti i seguaci di Saddam.
C´è anche un altro intendimento: esporre l´ex dittatore in tutte le sue debolezze di uomo, umiliandolo in pubblico: lui abituato a terrorizzare chiunque non si piegasse ai suoi ordini, costretto ora a tacere se zittito dalla Corte, ad ascoltare pazientemente tutti i testimoni a carico, a difendersi da gravi accuse. A questo scopo il governo iracheno sta prendendo tutte le misure necessarie ad evitare che Saddam adotti la strategia di Milosevic, che, difendendosi da solo, ha trasformato il processo dell´Aia in una tribuna politica per attaccare i suoi avversari politici e i suoi giudici.
A Bagdad è stata appositamente cambiata una norma processuale, proprio per impedire a Saddam di difendersi da sé: potrà solo essere rappresentato da un avvocato di sua scelta.
In principio è giusto processare l´ex dittatore: fare giustizia risponde sempre a una esigenza legittima. Chi può però ignorare le molte ombre che gravano sul tribunale iracheno? Questo tribunale soffre di un male oscuro: la «sindrome di Norimberga». Norimberga, si sa, segnò una svolta nella storia contemporanea, perché per la prima volta nel 1945-46 leader politici e militari vennero sottoposti a giudizio per i loro crimini. Norimberga servì a documentare le atrocità naziste e il genocidio, ancora non abbastanza conosciuti nel dopoguerra. Servì a scuotere le coscienze di tutti i tedeschi che avevano colpevolmente taciuto o accettato. Servì anche, come fece notare al Presidente Truman il più eminente membro dell´accusa, l´americano Robert Jackson, ad aprire gli occhi agli americani che, non avendo visto la guerra da vicino, non ne avevano vissuto direttamente gli orrori. Ma tutti sanno che Norimberga si macchiò di una grave colpa: vennero processati e puniti solo i vinti. Uno dei 22 imputati riuscì a far parlare dei crimini degli alleati solo di sfuggita. L´ammiraglio Doenitz invocò il principio tu quoque per discolparsi dell´accusa di aver fatto colare a picco dai sottomarini tedeschi le navi commerciali delle Potenze alleate senza previo avvertimento, e di non aver salvato i naufraghi; egli dunque abilmente fece interrogare dalla corte l´ammiraglio statunitense Nimitz, il quale ammise che anche gli americani si erano comportati nello stesso modo. Nell´insieme però il processo finì per costituire il prolungamento giudiziario della vittoria militare, anche se poi i giudici pronunciarono sentenze eque. Lo stesso accadde a Tokyo con il processo dei maggiori criminali giapponesi.
Purtroppo questo vizio profondo si è sottilmente insinuato anche nei successivi tribunali internazionali ad hoc, quelli per l´ex Jugoslavia e per il Ruanda. A differenza di quello di Norimberga, essi sono composti da giudici che non hanno alcun legame con le parti ai rispettivi conflitti. Si mirava così ad assicurare un´assoluta imparzialità. Tuttavia, quando si è posto il problema di accertare se i militari della Nato avevano commesso crimini di guerra in Serbia nel 1999, il Procuratore dell´Aia ha preferito evitare l´apertura di investigazioni. Quando lo stesso procuratore ha cominciato ad indagare sui crimini imputati ai vincitori nel Ruanda, e cioè ai Tutsi attualmente al governo, i politici si sono mossi ed il procuratore è stato rapidamente sostituito dal Consiglio di sicurezza. Così la «sindrome di Norimberga» serpeggia nei due tribunali, e ne infirma la portata, malgrado i grandissimi meriti che hanno acquisito e il modo per altri versi esemplare in cui stanno amministrando la giustizia. Finora si salva la Corte penale internazionale, che peraltro non ha ancora svolto alcun processo, a tre anni dalla sua istituzione.
Quella sindrome è esplosa macroscopicamente nel caso dell´Iraq. Il tribunale per Saddam rappresenta un vistoso passo indietro. È un organo esclusivamente nazionale: istituito di fatto dalla maggiore potenza occupante, il 10 dicembre 2003, è composto solo da giudici iracheni, accuratamente selezionati dall´occupante (non venne accolta la proposta, che facemmo in molti, di internazionalizzare la corte includendovi eminenti giudici di altri paesi arabi). È anche un tribunale speciale, costituito quasi ad personam: la sua competenza si estende ai crimini commessi tra il 17 luglio 1968 (data dell´ascesa al potere di Saddam) e il 1° maggio 2003 (quando Bush proclamò la fine delle operazioni militari e la sconfitta del dittatore iracheno). Date scelte oculatamente! Tutto ciò che è avvenuto durante e dopo l´occupazione (compresi i crimini degli occupanti, degli insorti e dei terroristi) è escluso dalla competenza del tribunale: creato dunque solo per sottoporre a processo penale il passato regime.
Pensate che un tribunale così costituito possa fare giustizia in modo equo? Viene in mente quel che un generale statunitense disse nel 1946 a Röling, il membro olandese del Tribunale internazionale di Tokyo, a proposito di alcuni generali giapponesi: «Faremo loro un bel processo, un processo equo, e poi li impiccheremo». Bando dunque ai processi? No, vanno fatti, soprattutto contro i dittatori. Senza però che le strumentalizzazioni politiche vanifichino i nobilissimi fini della giustizia.
La legge scritta fu una conquista, nel mondo greco arcaico. Prima c’era il predominio di gruppi, aristocratici e sacerdotali, che "amministravano" una legge «atavica» di cui erano e si proclamavano i soli detentori ed interpreti; e la cui integrità testuale era incontrollabile. La legge scritta era stata dunque una conquista contro l’arbitrio di una «legge non scritta» promanante dall’alto e controllata da caste protette dal paravento della sacralità. Non è secondario che le «leggi non scritte» siano state sin dal principio fatte percepire come un bagaglio «primario» di principi fondamentali: in nuce una sorta di diritto di natura in cui sostanza comportamentale empirica ed alone di sacralità religiosa si fondevano.
Va da sé che lo sviluppo in direzione di una prassi democratica (decisioni condivise da un ampio corpo decisionale sulla base di norme, accettate e controllabili) è andato di pari passo con l’estendersi ed il consolidarsi della pratica della «legge scritta». Essa a sua volta si accompagna a una diffusione dell’alfabetismo, che non è facile definire e quantificare in modo puntuale ma che indubbiamente rientra, come componente, in questo quadro. S’intende che anche il non alfabetizzato può farsi leggere la norma alla quale intende richiamarsi, e che c’è - per esempio ad Atene - un mestiere che pertiene direttamente a questo ambito, una figura che «collega» i cittadini alla legge: i logografi (potremmo definirli anche, modernamente, avvocati).
Non deve perciò sorprendere che il maggiore statista dell’Atene classica, Pericle, sia rappresentato da uno storico suo contemporaneo e ammiratore (Tucidide) nell’atto di elogiare il sistema politico vigente nella città (che lui dice potersi definire faute de mieux, «democrazia») e di indicare nelle leggi scritte il baluardo della libertà individuale. Ma Pericle, in quel discorso solenne che forse pronunciò davvero all’incirca in quella forma in cui Tucidide lo fa parlare, dice anche tutta la sua considerazione per le «leggi non scritte» e lascia intendere che esse comportano, se violate, soprattutto una sanzione morale (lui dice «vergogna»).
Cos’era accaduto? Il grande fatto nuovo intervenuto tra l’albeggiare della democrazia e la matura età di Pericle era stato l’irrompere di un movimento di pensiero la cui ampiezza, pervasività, efficacia e capacità di fare immediatamente presa su larghe cerchie fu almeno pari a quella dell’Illuminismo: intendo la Sofistica. Forse la corrente di pensiero più influente, anche per i suoi effetti di lunga e lunghissima durata, di tutta l’età antica. La Sofistica aveva brandito una scoperta: che cioè la legge positiva, concreta, stabilita dalle varie città, è convenzione, mentre durevole e non di rado in contrasto con la legge convenzionale è quel nucleo profondo stabile e anche ben visibile e sempre riaffiorante (anche quando la si conculca) che è la natura. Di qui il proporsi di una antitesi legge/natura che però poteva avere gli esiti più diversi. Per un verso una rispettosa accettazione delle singole «convenzioni» (tolleranza, ai limiti avalutativa); per l’altro la pretesa di fare largo soprattutto alla natura, unica «vera».
Ma che idea alcuni di loro avevano, o suggerivano, della «natura»? Dall’esperienza avevano ricavato una visione realistica. Ed era difficile contrastare la veduta che apertamente affermavano che il rapporto di forza, la "naturale" prevalenza del più forte (nei più diversi campi, dalla politica al mondo animale) riflettesse appunto, e appieno, la fondamentale «legge di natura». Nel dialogo che lo stesso Tucidide immagina svolgersi tra Melii e Ateniesi, questi ultimi sostengono che tale legge vige anche tra gli dei, nel mondo degli dei!
Ecco dunque l’imbarazzo della città democratica di fronte a questa frastornante "rivelazione", ed ecco sorgere orientamenti di pensiero miranti a rintracciare altri fondamenti universali dell’agire (e del dover agire) umano non semplicemente regolati dalla ferina «naturalità» della forza. Tutto il socratismo fino alle sue propaggini moderne è stato impegnato in questo sforzo di superamento del possibile "baratro etico" aperto dalla Sofistica. Allo stesso fine, ma con risorse intellettuali arcaiche, mira la riscoperta, simboleggiata da Antigone, della «santità» delle leggi non scritte (ma "naturali").
E nel mondo della politica? Lì si produce, con lo sviluppo della democrazia radicale, una svolta inattesa, pur essa legata ai rapporti di forza. Sorge cioè col tempo all’interno della città democratica una polarità tra l’idea della superiorità della legge (nucleo di partenza della democrazia stessa contro il sopruso di casta) e l’idea, estrema, che il popolo è esso stesso al di sopra della legge. E’ quello che dicono i capipopolo, minacciosamente, durante la prima fase del processo dei generali vincitori alle Arginuse: «qui si vuole impedire al popolo di fare quello che vuole!».
L'immagine è tratta dalla bella rivista Sagarana.net
«L'esperienza americana in quanto grande democrazia multietnica ci fa sostenere la convinzione che i popoli di diverse tradizioni e fedi possono vivere e prosperare in pace». Così la lettera di un passo della National Security Strategy, contraddetta dallo spirito di tutto quel documento dell'autunno 2002 inaugurale non solo della strategia militare della guerra preventiva, ma della strategia filosofica del primo mandato di Bush il giovane. Strategia che all'individuazione del nuovo nemico esterno - il Male del terrorismo internazionale in lotta contro il Bene della democrazia e della libertà - accompagnava l'individuazione dei nuovi nemici interni agli Stati uniti: non tanto questo o quel gruppo etnico o culturale, quanto e prim'ancora la filosofia del multiculturalismo politically correct che aveva largamente informato l'America clintoniana. Bisognava farla finita con quella rispettosa coesistenza fra culture diverse che nel senso comune democratico aveva sostituito e proseguito il mito del melting pot, e rilanciare il totem perduto di un'identità angloamericana originaria, liberale, proterstante, basata sul culto del lavoro e della proprietà, egemone su tutte le altre identità impiantatesi nel nuovo mondo per successive ondate immigratorie. Il presidente texano che ostentatamente pronunciava Airaq invece che Iraq incarnava perfettamente questo passaggio dal politically correct multiculturale a un disprezzo per le diversità etniche e culturali mascherato di noncuranza wasp. Lungi dall'essersi esaurita, questa «spinta propulsiva» del primo mandato di Bush si è rafforzata nel secondo, a onta di quanti si ostinano a rintracciare fra l'uno e l'altro cesure promettenti e rassicuranti a fini geopolitici. Come ha sottolineato Rita Di Leo nel corso di un recente seminario del Centro studi per la riforma dello stato di Roma sui rapporti fra Stati uniti e Europa, il faro ideale della rivoluzione conservatrice di Bush è il nuovo mito del ritorno alle origini: «via dal New Deal, dalla Great Society, dalle affirmative actions, dal multiculturalismo, dal relativismo amorale del liberal», l'America del nuovo secolo ripudia quella degli anni 30, 60 e 90 del Novecento per lanciarsi in una sorta di ritorno al futuro, al «paradiso originario in cui l'individuo era libero di agire a profitto di se stesso pur vivendo dentro la comunità della sua religione, del suo lavoro, della difesa dai popoli indigeni», La ricchezza, la forza, la Bibbia erano le armi di quell'individuo delle origini tradito dal progressismo novecentesco e tornano ad essere le armi dell'individuo post-novecentesco. Stato sociale, cittadinanza, conflitti di classe made in Europe possono andare in soffitta: la rinascita del primato anglo-puritano non li prevede, nutrendosi più semplicemente di una casa di proprietà, di un piccolo o grande business, di un piano pensionistico personale. La proprietà individuale è la scelta vincente per l'integrazione sociale. I latinos impermeabili al sogno americano e all'inglese possono a buon diritto incarnare la nuova minaccia di destrutturazione di questo paradiso delle origini, come Samuel Huntington teorizza.
Tornare al paradiso delle origini significa dunque anche recidere il legame con l'Europa, o almeno con quell'Europa continentale che resta la culla dello stato sociale novecentesco e di una concezione della comunità basata sulla cittadinanza e non su valori «originari» e tradizionalisti. Da questo punto di vista, che conta più delle esche e dei ponti lanciati nelle visite ufficiali, i rapporti fra le due sponde dell'Atlantico appaiono tutt'altro che in via di risanamento. Salvo il fatto però la sponda europea non appare a sua volta in grado di contrapporre al «sogno delle origini» americano altro che le origini di un sogno che stenta sempre più a tradursi in una realtà politica efficace. Non si tratta solo della debolezza di iniziativa geopolitica che tanti commentatori abituati a ragionare solo in termini di politica di potenza attribuiscono al Vecchio continente. Il fatto è che la crisi dell'America degli anni 30, 60 e 90 sulla quale è cresciuta la pianta neoconservative assomiglia per troppi versi alla crisi in cui versano anche le società europee. L'esempio del multiculturalismo è uno dei più calzanti, perché su tutte e due le sponde dell'Atlantico esso era arrivato, a fine 900, a una soglia implosiva, sulla quale il rispetto per le diversità sconfinava in tendenza alla loro ghettizzazione autoreferenziale e incomunicante: come non ricordare il quadro disinncantato che ne dà Spike Lee nel monologo centrale de la venticinquesima ora ? Come non associare a quel monologo l'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda? E come non vedere nella crisi del modello integrazionista francese l'altra faccia della stessa medaglia, che riporta il proiblema delle società multirazziali alle aporie originarie della costruzione dello stato moderno occidentale in tutte le sue varianti? Sempre più divise, le due sponde dell'Atlantico restano anche sempre più unite, non dalle prospettive sul loro futuro ma dalla crisi del loro passato.
Di Mohamed Daki , il marocchino che il ministro degli interni italiano ha espulso per «pericolosità» dopo che i giudici italiani lo avevano assolto in primo e secondo gardo dall'accusa di terrorismo internazionale, non si sa che fine abbia fatto una volta sbarcato a Casablanca e si teme che sia stato sbattuto nel carcere di Kenitra, a 200 km da Casablanca, tristemente noto per la durezza delle condizioni di detenzione. Il suo avvocato ricorda al nostro ministro che l'Italia non può consegnare nessuno a stati in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito, ma il nostro ministro sa quello che fa, vanta «indizi e elementi probatori» insufficienti per la magistratura ma più che sufficienti per lui, ed è coperto dalle leggi speciali antiterrorismo che il parlamento ha votato qualche mese fa. E' coperto anche dal giudice di Milano che due settimane fa aveva assolto Daki, e che oggi dà il suo ok a mezzo stampa alla doppia corsia della via crucis di Daki: il potere giudiziario agisce valutando le prove e se le prove non ci sono deve assolvere, il potere esecutivo «previene» valutando la pericolosità in base a «parametri diversi», dio sa quali. Contraddizioni ordinarie quando l'eccezione diventa la regola, ovvero quando le leggi speciali e l'esecutivo prevalgono sulla Costituzione e la giurisdizione.
E l'eccezione, dopo l'11 settembre, è diventata la regola per ogni dove nell'Occidente che esporta democrazia e diritti. Si cominciò con Guantanamo, la «detenzione infinita» e le corti speciali dell'amministrazione Usa, e si sapeva che si sarebbe finiti chissà dove. Per ora siamo approdati alle extraordinary renditions, gli arresti sbrigativi dei sospetti terroristi e ai voli fantasma della Cia per portarli a destinazione in centri di detenzione segreti sparsi nei paesi dell'ex blocco sovietico, con Condoleeza Rice che giura e spergiura sulla Costituzione americana e sull'osservanza dei diritti fondamentali e richiama all'ordine i governi europei al grido di «siamo tutti nella stessa barca contro il terrorismo», spalleggiata dal consigliere della sicurezza Hadley che invita i governi europei medesimi a «non fare il gioco del nemico».
Regole violate? Costituzioni e costituzionalismo nella cantina della storia? Macché, «abbiamo solo salvato delle vite umane». Anche in Iraq, va da sé, il gioco del massacro continua per impiantare democrazia e salvare vite umane, anche se le vittime irachene sono ormai 30 mila e quelle americane 2140, conti di Bush alla mano, e si suppone che pure i seicento prigionieri perlopiù sunniti ammassati, denutriti, maltrattati e torturati (elettroshock, ossa spezzate, unghie strappate) scoperti in un campo di detenzione di Baghdad gestito da iracheni siano solo un incidente di percorso, l'ennesimo: Baghdad aprirà un'inchiesta, Bush garantisce che le mele marce pagheranno.
La guerra in Iraq intanto è diventata un gioco di società, The battle to Baghdad: the fight for freedom, in vendita in Internet, 29 dollari di cui uno viene devoluto alle famiglie dei caduti, dadi bianchi per i willing, dadi gialli per Saddam, perdite fino a 200 uomini con una autobomba e fino a 100 come penalità per eventuali torture inflitte ai prigionieri. Eventuali. Rick Medina, imprenditore edile dell'Oregon che s'è inventato il gioco, non ci trova niente di male, ha 33 anni, si è pure opposto alla guerra ma «come americano sono stato educato a pensare che dobbiamo fare affari con le idee che abbiamo». Il prossimo gioco potrebbe avere come scenario il mondo intero e chiamarsi Underground, come un vecchio magnifico film di Kusturicka che parlava di quello che viveva, rimosso, nei sotterranei reali e inconsci dell'impero comunista. Nelle segrete reali dell'impero democratico adesso vive, nascosta detenuta e torturata, e se aggiungiamoi i Cpt per gli ordinari migranti semplicemente ammassata, una popolazione intera di sospetti e di reietti, il rimosso dello stato d'eccezione che non turba i nostri sonni.
In pochi anni abbiamo assistito al graduale smantellamento di un'équipe, quella che componeva Radio Tre, che ci portava in tanti a vivere le nostre giornate accompagnate dai suoi programmi, con la radio sempre accesa.
Assistiamo a questa procedura perversa per cui quando una trasmissione ha successo, è seguita e amata, in breve viene sospesa e allontanati i redattori, gli animatori, quelli che ne avevano costruito la forma, il contenuto e il successo. Fatto sta che i migliori scompaiono. Il risultato è che l'intero palinsesto di Radio Tre ha perso senso.
Erano trasmissioni dietro le quali si sentiva la passione di un gruppo di persone capaci: ogni trasmissione sembrava legata all'altra da un progetto generale e vasto, ogni notizia si collocava all'interno di un discorso trattato via via da esperti, ma sempre con un occhio all'informazione puntuale, attuale, con riferimenti al mondo circostante.
Ora per esempio: la trasmissione Il terzo anello è diventata l'intelaiatura di tutta Radio Tre su cui si incastonano gli altri programmi, occupa fra gli altri il tempo prima dedicato alla musica classica da Mattino Tre. Questa trasmissione l'ascoltavo con vero piacere mentre guidavo per l'interminabile cammino verso Roma. Mi forniva un discorso musicale globale, un confronto fra musiche diverse, una storia della musica raccontata con i pezzi e con osservazioni intelligenti, che arricchivano l'ascolto, che si collegava a un discorso che sarebbe venuto dopo o era già stato fatto prima in un'altra trasmissione, c'era insomma una radio collegata nell'interesse e nella passione delle materie trattate che ne faceva un'unica lunga giornata radiofonica piena di significato. Ora si direbbe che c'è un disc jockey che annuncia senza alcuna partecipazione i pezzi che ascolteremo. Si direbbe che il concetto guida ora sia «Un pezzo bello è bello, quindi sta bene ovunque». Non c'è storia, non c'è preparazione, non c'è progetto, spengo la radio e metto i dischi che mi porto ormai sempre da casa. Direte: «Ma quanto pretende!». Radio Tre ci aveva insegnato a pretendere cose intelligenti perché ce ne dava in continuazione.
Questo modo di fare radio era contagioso, sembrava di assistere a una palestra attraverso la quale capitavi anche a partecipare e trattare argomenti che non erano del tuo specifico, quindi in qualche modo ti esponevi, e questo costituiva un continuo monitoraggio di cosa pensa la gente. Si direbbe (questa è l'impressione che ho) che ora la Radio Tre sia tutta registrata, non c'è il piacere dell'invenzione di programmi nuovi e se per caso qualcuno invece dimostra di essere all'altezza di farlo viene immediatamente allontanato.
Ci sono pure alcuni programmi specialistici, carini, chiusi nel loro ghetto di specialità, ma manca il senso dell'équipe che lavora gomito a gomito, inventa e produce idee. Si direbbe che oggi le idee diano fastidio.
Io continuo ad ascoltare Radio Tre Suite, Fahrenheit, Uomini e profeti, mi sembrano dei bunker di resistenza, mi sembra di fare il tifo «Restate, restate, cercate di farcela».
È un ascolto da disperata che invita questi, che oramai sono diventati voci amiche, che mi hanno accompagnato per anni, a resistere in un clima sicuramente difficile, una specie di campo minato dal quale sanno che prima o poi saranno cacciati, e quindi stanno lì nel fortino, sopravvissuti. Sembra deciso che Radio Tre diventi pedante, noiosa, scostante.
Stiamo forse assistendo senza reagire alla lucida messa in atto di un progetto di svuotare i programmi Rai e Radio di Stato da ogni contenuto, così come anche la scuola pubblica, in modo da incentivare le imprese private? Che peccato!
Il sito di Amici di Radio 3
Qualcosa di Giovanna Marini
La prolusione sul revisionismo storico al III Congresso del Partito dei Comunisti Italiani, Rimini, 20 – 22 febbraio 2004
Vorrei esordire ricordando una verità elementare: che cioè la storia la scrivono i vincitori. E poiché la lunga guerra europea e poi mondiale incominciata nel 1914 e sviluppatasi in più fasi e finita, dopo vari rivolgimenti, paci apparenti, cambi di fronte, con la sconfitta dell'Unione sovietica nel 1991, è evidente che per ora, e per lungo tempo ancora, la storia che prevarrà sarà quella scritta dai nemici dell'Unione Sovietica e quindi dell'antifascismo.
Non stupisca quel "quindi": l'antifascismo, anche non comunista, ebbe sempre una considerazione rispettosa della storia e del ruolo dell'URSS.
Non è casuale che un capofila del revisionismo storiografico come François Furet, nel suo troppo vezzeggiato pamphlet Il passato di un'illusione, abbia presentato reiteratamente l'antifascismo europeo come "l'utile idiota" di Stalin. E la sua opera non è rimasta senza seguito, ora che saldamente la grande stampa e salvo rare eccezioni la grande editoria stanno passando nelle mani di coloro che riscrivono la storia appunto nell'ottica degli ultimi vincitori.
Per l'Europa borghese, corresponsabile dell'agosto '14 e levatrice perciò della rivoluzione, fu appunto, sin da allora, il comunismo il principale problema. La nascita del fascismo, e poi dei fascismi, fu la risposta estrema e pienamente avallata dalle classi dominanti nei confronti di tale "grande pericolo".
Due scene tornano alla mente, emblematiche in questo senso:
- la sfilata delle camicie nere a Napoli pochi giorni prima della marcia su Roma e tra loro, in camicia bianca, Enrico De Nicola con il braccio levato nel saluto romano;
- e circa due anni dopo, Benedetto Croce, che vota la fiducia al governo Mussolini, pur dopo il delitto Matteotti.
Questo non è moralismo storiografico. Nei due casi che ho ricordato non c'era costrizione, quella costrizione o necessità che si invoca per giustificare la debolezza di tanti lapsi per salvare magari una cattedra universitaria. Era invece il segno chiaro dell'iniziale consenso della borghesia anche colta, anche illuminata, verso il fascismo visto come argine contro l'unico pericolo: la rivoluzione comunista.
Ecco perché è cruciale continuare a studiare l'esperienza del fascismo nella sua interezza e non limitandosi - come sarebbe più comodo - al suo infame crepuscolo. Perché solo studiandolo per intero sin dai suoi esordi si comprende che esso fu figlio legittimo delle classi dominanti. Le quali hanno fatto buon viso a tale mezzo estremo pur di mantenere l'ordine sociale costituito. Certo, col tempo, una parte si è tirata indietro, ma era ormai troppo tardi ed il fascismo, forte di un largo consenso, stava già portando il mondo intero alla guerra e alla rovina.
La domanda da porsi è dunque: Quali erano le fattezze del nemico contro cui si faceva ricorso ad un rimedio così estremo? Cos'era quel "comunismo" contro cui tutti, dal giovane De Gaulle al ministro di Sua Maestà britannica Winston Churchill, dalle armate polacche ad Ovest ai generali giapponesi ad est si scatenarono sin dal primo momento, in un attacco concentrico che rischiò di essere mortale?
Oggi che l'URSS è finita da un pezzo, lo sforzo dei vincitori è di dimostrare che quello fu il regno del male, della soprafazione, della smisurata e ininterrotta ecatombe. Il cosiddetto "Libro nero" è la Bibbia di questo sforzo senza soste. L'implicazione che va di pari passo con tali diagnosi è molto chiara: recuperare in larga parte un giudizio positivo sul fascismo che - si dice ormai apertamente - poneva rimedio (ipocritamente alcuni dicono doloroso rimedio) ad un male di gran lunga peggiore.
Questo è oggi il terreno di scontro in quell’ambito necessariamente, strutturalmente, "impuro" che è la storiografia. Dati i nuovi rapporti di forza, la partita è già largamente vinta dai grandi strumenti di informazione (grande stampa, tv, saggistica): ogni giorno viene ripetuto in modo martellante e ossessivo che quello, il comunismo, era il grande male, mentre si suggerisce talora scopertamente che il fascismo fu comunque un male minore o, a piacer vostro, una dolorosa necessità. Restano fuori dell'opera di salvataggio le leggi razziali, ma si tenta poi di far credere - ed è menzogna - che esse fossero effettivamente operative e micidiali solo con Salò.
La partita è dunque ardua. Si tratta di RECUPERARE LA MEMORIA di una fase storica - l'URSS e il socialismo: una memoria che resta positiva soprattutto nella mente di chi ne trasse vantaggio, per esempio i ceti ormai ridotti alla fame nella nuova Russia mafio-capitalistica. I quali però non hanno voce, men che meno voce storiografica. La loro voce è coperta dal fragore di una pubblicistica storiografica che dà con ogni disinvolta lettura l'immagine più fosca dell'impero del male.
Né vale opporre le testimonianze d'epoca, anche le più diverse, anche quelle che quantunque ostili, davano tuttavia ampio riconoscimento a quel mondo nuovo che faticosamente nell'entusiasmo di intere generazioni si cercò allora di costruire.
Certo, noi sappiamo di essere di fronte a una mistificazione, né ignoriamo che già con la rivoluzione francese si assistette alla medesima parabola storiografica. Dopo la sua fine, con la vittoria della Restaurazione, la sua immagine dominante fu solo quella di un cumulo insensato di crimini. Solo molto dopo la lettura di quel grande avvenimento cambiò: ma passò molto tempo e l'orientamento della storiografia mutò quando un nuovo movimento democratico risospinse indietro la lettura demonizzante divenuta dominante. Né manca ancora oggi chi della Rivoluzione francese parla con il tono e l'orrore del conte De Maistre. Pochi faziosi si ostinano oggi a credere che la Rivoluzione francese fosse soltanto Vandea e repressione, tribunale rivoluzionario e "ghigliottina a vapore", per dirla con un ironico poeta. Certo, la rivoluzione fu anche questo, ma fu soprattutto altro e durevole. Analogamente ci vorrà tempo perché sia dissipata la attuale forma mentis da libro nero. Io credo che lo storico del futuro, se onesto, non potrà non prendere atto del fatto che comunismo e rivoluzione coloniale su scala planetaria sono un unico gigantesco e positivo fenomeno che ha man mano messo in crisi nel corso del secolo ventesimo " il mondo di ieri". E già questo basterebbe, per ribaltare gli schemi oggi dominanti.
Per il momento la questione che ci sta di fronte può essere così espressa: pensiamo noi che un nuovo andamento della vicenda politica e sociale possa avviare - come già avvenne per la rivoluzione francese - quel riassestamento storiografico che permetta di leggere l'esperienza del socialismo nelle sue giuste dimensioni e in un'ottica non più demonizzante? Non è facile dare una risposta certa, anche se molti segnali fanno intendere che l'ondata di piena della mistificazione è ben lunge dall'essere passata.
L'importante è che sia chiara la posta in gioco. Il recupero storiografico di una parte più o meno grande dell'esperienza fascista e la contestuale demonizzazione martellante dell'esperienza comunista non sono un'operazione erudita: sono un'operazione politica con voluti effetti politici. Si tratta di travolgere la nozione positiva di antifascismo (concetto che assume il fascismo come male principale) e di fondare un ordine costituzionale conforme alle aspirazioni di quei ceti che a suo tempo non esitarono ad avvallare appunto il fascismo come rimedio.
Non ci lasceremo abbagliare dalla varietà degli argomenti e dei tentativi. Uno è il punto di partenza, uno l'obiettivo: ribaltare il giudizio che era consolidato nella coscienza degli italiani intorno all'esperienza fascista. Qualche professore in cerca di gloria o qualche supergiornalista dirà che non è vero: che c'è un ambito vastissimo in cui il revisionismo storiografico si è da sempre esercitato e continua ad esercitarsi. Ma questa ovvietà, che nessuno contesta, serve a mascherare il problema specifico. Esso riguarda il fascismo italiano e la sua sdramatizzazione in funzione della politica italiana.
Il ragionamento parte dalla cosiddetta scoperta del CONSENSO. Apparente scoperta. Apparente per un duplice motivo: perché l'intuizione di come il fascismo si fosse via via radicato, ferme restando le sue origini violente e soprafattorie in un consenso di massa, era il cardine delle fondamentali "lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti, incentrate appunto sulla nozione del fascismo come "regime reazionario di massa"; e inoltre perché quel consenso - che non fu né costante né indiscusso - è stato per lo più documentato con il dubbio strumento delle ingannevoli perché corrive carte di polizia. E andrebbe dunque studiato in modo ben altrimenti critico.
L'implicazione di questa apparente scoperta è ben nota: trasformare il fascismo in regime normale, magari un po' paternalistico ma non repressivo. L'ulteriore corollario è la denuncia dell'età staliniana come unica vera esperienza totalitaria. Essendosi peraltro il fascismo proposto come antitesi frontale del bolscevismo, il corollario ulteriore è che qualcosa di molto buono vi doveva essere in tale "primo della classe" dell'anticomunismo. Coronamento del ragionamento è l'attacco alla nostra costituzione repubblicana ed ai suoi principi fondanti, per essere essa stata scritta anche dai comunisti e comunque da uomini che comunisti non erano ma che alcune delle istanze fondamentali del comunismo accoglievano e apprezzavano: a cominciare dall'esordiale indicazione (articolo 1) del lavoro come fondamento della Repubblica e dalla implicita identificazione tra cittadino e lavoratore, a seguitare con l'articolo 3, ed il suo impegno a "rimuovere gli ostacoli" di ordine sociale che impedivano e tuttora impediscono l'effettiva uguaglianza tra i cittadini.
Orbene qui non si intende sottrarsi alla sfida. Il "velen dell'argomento" ci è ben chiaro. Noi sappiamo che la principale battaglia che tutti i democratici hanno da affrontare è proprio la difesa della costituzione e in primo luogo dei suoi principi esemplarmente delineati nel capitolo primo. E sappiamo anche che il vulnus più profondo finora inferto alla costituzione è stata la modifica della legge elettorale, l'abbandono del principio proporzionale, unico istituto che rispetti davvero l'istanza del suffragio universale.
Tutto questo ci è chiaro, e la battaglia è ardua.
Ma il punto di partenza non ci sfugge , né intenderemo sfuggirvi, anzi lo dobbiamo affrontare di petto. È la questione del consenso. L'Italia sta scivolando verso un REGIME REAZIONARIO FONDATO SUL CONSENSO. Ed è sui modi in cui oggi, diversamente che nel 1922-1926, il consenso si consegue che le idee non sono sempre chiare.
Ma il processo è ormai molto avanzato. Le forme di creazione del consenso sono molto più capillari e sofisticate e irresistibilmente pervasive che non in passato: concomitanti con la radicale trasformazione del reclutamento stesso del personale politico-parlamentare - ormai prevalentemente abbiente e centrista -, dovuto appunto al meccanismo elettorale maggioritario.
Orbene lo studio del modo in cui davvero il fascismo pervenne - in capo a cinque lunghissimi anni dal 1921 (sua prima apparizione in parlamento) al 1926 (leggi eccezionali e messa fuori legge del PCI)- a dar vita ad un REGIME è forse oggi il più istruttivo dei compiti intellettuali.
Forse la sinistra (il centro-sinistra) si fa qualche illusione sulle prossime elezioni del 2006. A mio avviso, invece, la destra oggi al potere non cederà facilmente il timone, non attenderà passivamente il responso delle urne. Farà di tutto, ma proprio di tutto, per conservare il potere. Essi pensano di avere ormai in pugno l'Italia per un lungo tempo. Pensano di averla riplasmata sotto ogni riguardo. Noi non possiamo chiudere gli occhi su questa evidente verità.
Dal 1922 al 1926 il fascismo creò le premesse per restare al timone. Per prima cosa abrogò il sistema elettorale proporzionale poi creò un blocco, un listone unico nel quale imbarcò pezzi di tutte le formazioni politiche liberali e cattoliche delle più varie sfumature. Quindi ricorse alla provocazione. E mi riferisco non solo al rapimento di Matteotti. Ma alla provocazione imbastita contro il partito comunista (l'arresto dei "corrieri" sorpresi alla stazione di Pisa con volantini "eversivi" come prova della imminente "eversione comunista"): donde l'arresto di Gramsci e degli altri dirigenti; donde la creazione del tribunale speciale, donde il mostruoso "processone"; e alla fine l'attentato oscuro di Bologna e la sospensione degli altri partiti.
Questo crescendo è uno scenario che sembra arcaico ma è un modello ancora utilizzabile.
Ben venga l'invito a studiare come davvero il fascismo giunse al potere e si affermò. Non ne caveremo, come si vorrebbe, la tranquillizzante immagine di un regime tutto sommato "normale" (tenendo conto anche dei tempi perigliosi in cui nacque), ma l'allarmante scenario ancora ripetibile, mutati lo stile e gli strumenti, di come si demolisce una democrazia.
Da qualche giorno l'italiano non fa più parte del gruppo ristretto delle lingue stabili dell'Unione europea, nel quale restano solo l'inglese, il francese e il tedesco. Per decisione della portavoce di José Manuel Barroso, infatti, la nostra lingua è stata cancellata da tutte le conferenze stampa (salvo quelle del lunedì, unico giorno in cui è comunque garantita la traduzione nelle principali lingue dell'Unione) dei commissari della Ue. La notizia è di qualche giorno fa e ha suscitato sulla stampa nazionale grande scandalo e alti lai. Il presidente dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, intervistato venerdì scorso dal Corriere della Sera che è stato il primo giornale a lanciare l'allarme, ne deduce che il prestigio dell'italiano è in picchiata e denuncia l'assenza di una politica linguistica dell'Unione e di una politica del governo italiano di sostegno all'italiano: stante che le lingue europee sono venti, la Ue, sostiene Sabatini, dovrebbe «compensare» quelle che non vengono usate nelle sedi ufficiali finanziandone l'insegnamento e le traduzioni, mentre il governo italiano dovrebbe investire nel sostegno della lingua nazionale all'estero. Gianfranco Fini gli ha risposto assicurandolo che la promozione della lingua e dell'identità italiana nella Ue e in tutto il mondo è in cima alle priorità del suo ministero e degli istituti di cultura all'estero, che l'italiano rimane una delle lingue usate nelle riunioni del Consiglio europeo, che la domanda di studio dell'italiano cresce ovunque nel mondo. Ma il problema ormai è sul piatto, e non riguarda solo le politiche di sostegno all'italiano: riguarda il rapporto fra lingua e identità nazionale per un verso, fra lingue e costruzione europea per l'altro. E spiace in verità che venga sollevato solo in termini di difesa identitaria e solo sulla base di un risentimento per l'esclusione della nostra lingua da una sede istituzionale. E' vero che, come ha scritto Raffaele Simone sul Messaggero, la cancellazione dell'italiano dalle lingue ufficiali dell'Unione rischia di depotenziare la comunicazione politica dei nostri rappresentanti; ed è vero che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corsera, quella cancellazione è segno di una perdita di peso politico dell'Italia nella costruzione europea, a vantaggio del peso della Gran Bretagna, della Francia e della Germania. In questa prospettiva, l'unica politica possibile per la nuova Europa sarebbe quella di un plurilinguismo sostenuto dai singoli stati e dalle istituzioni comunitarie, a garanzia di una Europa pluriculturale e pluriidentitaria, in cui la comunicazione, politica e sociale, resta affidata fondamentalmente a una continua opera di traduzione (che attualmente occupa un terzo dei laureati che lavorano nelle istiutuzioni Ue). Ma questa ipotesi non mancherebbe di sollevare, se non subito di qui a pochi anni, le obiezioni che già circolano oggi nei confronti dei modelli multiculturali anglosassone e olandese: troppe identità autoreferenziali, troppa poca mescolanza, troppo comunitarismo garantito dalle barriere linguistiche. C'è invece la possibilità di ribaltare l'ostacolo del plurilinguismo europeo in una opportunità di ibridazione e contatto fra culture e identità diverse?
Questa possibilità passa in primo luogo per il riconoscimento del problema. Il quale invece è stato, fin qui e malgrado l'anno europeo della lingua celebrato pochi anni fa, ignorato o rimosso, nel corso di un processo di costruzione europea ridotto alla pura dimensione istituzionale e costituzionale. Eppure, che l'esistenza di 11 lingue diverse, diventate 20 con l'allargamento ai paesi dell'est, fosse un problema difficilmente superabile nell'universalismo del linguaggio giuridico avrebbe dovuto essere chiaro. Come dovrebbe essere chiaro che nessuna politica protezionista e nessuna salvaguardia identitaria può reggere l'impatto con i processi sociali e culturali attraverso i quali una lingua si impone più di un'altra, o le giovani generazioni imparano più e meglio delle vecchie a comunicare in più lingue, via via che il romanzo di formazione europea si sostituirà al romanzo di formazione nazionale. Serve di più resistere a questi processi difendendo le barriere linguistiche e identitarie, o spingerli in avanti a costo di perdere ciascuno qualcosa, compreso l'agio della lingua materna? O meglio ancora, si può ripensare l'agio della lingua materna come qualcosa di irrinunciabile, ma a cui si può tornare per andare e andare per tornare, aprendosi al rischio della lingua dell'altro invece che rinserrandosi nella propria? Non è questa apertura, che passa anche e in primo luogo, l'unica strada per la costruzione di un'Europa aperta alla differenza, invece che arroccata sull'identità? Non vale la pena, per questo obiettivo, di correre qualche rischio di fraintendimento, invece di contare su un'intesa fredda garantita dagli esperti in traduzione?
Postilla – “Comunicare in più lingue”, comprendere più culture, far conoscere la propria (e quindi in primo luogo coltivarla) e insieme aprirsi a quelle altrui (e quindi in primo luogo difenderne l’esistenza e la pratica). Mi sembra l’unico modo per far crescere la civiltà umana. Ma è molto difficile, ed esige personale politico all’altezza di questa sfida. Il cui primo rischio è questo: la promozione del distacco tra alcune élites plurilingue e masse condannate all’idioma locale (quindi all’idiotismo), o all'esperanto del linguaggio pubblicitario (quindi all'idiozia). O no? (es)
Il 10 dicembre 1948, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l'Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.
DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
Preambolo
Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;
Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;
Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;
Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;
Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;
Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;
L'ASSEMBLEA GENERALE
proclama
la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.
Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 4
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Articolo 5
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.
Articolo 6
Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.
Articolo 7
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
Articolo 8
Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.
Articolo 9
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 10
Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.
Articolo 11
Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.
Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.
Articolo 12
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.
Articolo 13
Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Articolo 15
Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.
Articolo 16
Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
Articolo 17
Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.
Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.
Articolo 18
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.
Articolo 21
Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.
La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.
Articolo 22
Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
Articolo 23
Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
Articolo 24
Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.
Articolo 25
Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.
La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.
Articolo 26
Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.
Articolo 27
Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.
Articolo 28
Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.
Articolo 29
1 Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.
Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.
Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.
Articolo 30
Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.
Antigone, forse più di tutte le altre tragedie, è esempio di ricca messe di significati potenziali, che le generazioni di lettori nel tempo hanno costruito su un testo di classica semplicità e, insieme, di straordinaria complessità e fecondità. Ma che esista un nucleo di significato originario autenticamente sofocleo, dettato dalle condizioni della vita della città e indirizzato agli Ateniesi di quel tempo, si deve facilmente ammettere. In generale, tutte le rappresentazioni tragiche, per il loro carattere pubblico, ubbidivano a una funzione pedagogica ufficiale.
Anche la scelta degli argomenti, per lo più legati a figure e avvenimenti regali, sempre ripresi dagli Autori tragici in veri e propri cicli (di Oreste, di Edipo o di Tebe), mostra l´intento di promuovere e vivificare, di anno in anno, la discussione della città su temi vitali. In Antigone è evidente e pieno di insegnamento il cambiamento radicale - dall´elogio del tiranno all´elogio della saggezza - che si manifesta nella psiche del Coro, il Coro che rappresenta la città: all´inizio, tutto dispiegato a giustificare la decisione sovrana del re: «Certo tu hai il potere di adottare qualsiasi misura, sia verso i morti che verso i vivi» (vv. 212 ss.); e alla fine, attraverso dolorosi passaggi, tutto ripiegato a considerare l´insensatezza dell´arbitrio: «La saggezza è la prima condizione della felicità. Non si deve mai commettere empietà verso gli dei. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino e in vecchiaia insegnano a essere saggi» (vv. 1348).
È questione della sepoltura di un cadavere e gli studi sul diritto funerario dell´epoca fanno pensare a contrasti sulla condizione giuridica delle spoglie di chi - come Polinice, il fratello di Antigone - avesse preso le armi contro la patria. Il tema del funerale è ritornante. Lo troviamo, ad esempio, in Aiace, dove in due circostanze (vv. 1130 e 1343) si tratta del dovere di seppellire i morti «secondo la legge degli dei», e in Supplici (vv. 524 ss. e 531 ss.) dove l´argomento è affrontato dal punto di vista della "legge dei Greci" o "legge panellenica". Si è anche congetturata l´esistenza di un´occasione specifica, i contrasti circa il ritorno in patria dei resti di Temistocle, il difensore di Atene, l´eroe di Salamina, datosi al re persiano e morto suicida, ciò di cui narrano Tucidide e Plutarco.
Il diritto funerario era collocato in un punto nevralgico del sistema giuridico del tempo, al confine tra il diritto del genos e il diritto del demos, il primo tradizionale e arcaicizzante, il secondo convenzionale e modernizzante. Il significato storicamente determinato di Antigone è dunque vasto. Le riforme di Pisistrato e l´inizio dell´esperienza democratica, fin dall´inizio del V secolo, stavano spostando l´equilibrio, in nome dell´isonomia, a sfavore del diritto arcaico, non scritto, di matrice aristocratica. Dato il potere del tiranno o la volontà della maggioranza, il rischio della legge arbitraria doveva essere oggetto di riflessioni preoccupate. Tanto più che si manifestavano i primi effetti disgreganti della compagine cittadina e del suo nomos determinati dalla critica di sofisti. Mettendosi in discussione le credenze tradizionali in vista della formazione, per così dire, dell´"uomo di cultura" e diffondendosi punti di vista relativisti, si finiva per esaltare il diritto come pura volontà, rischiando di assecondare le propensioni tiranniche della democrazia.
È chiaro, tuttavia, che, per le generazioni che si sono abbeverate alle fonti tragiche, l´essenziale non è il contesto storico di allora. Le innumerevoli Antigoni che dalla prima sono state tratte hanno trovato la loro verità non in una pretesa corrispondenza con un nucleo originario di pensiero autentico e storicamente determinato, consegnato al testo sofocleo, ma nella capacità sempre nuova di rappresentare lo specchio di permanenti contraddizioni dell´esistenza umana, ovvero nella possibilità di mettere in rilievo le vie che fatalmente portano all´epilogo tragico, per distogliere dall´imboccarle finché si è in tempo.
Questo è il legittimo "uso attuale" delle grandi figure del teatro classico: l´interrogazione dei testi a partire da domande concrete che cercano risposte in una riflessione generale e le trovano anche oltre quel che originariamente i testi intendevano significare, in relazione alle specifiche condizioni in cui furono scritti. In Antigone, tale fecondità di pensiero concerne le vicende del potere e della resistenza al potere. Così, quella che è stata definita la più filosofica di tutte le tragedie classiche si è dimostrata anche essere la più politica di tutte, anche se non immediatamente politica. Essa tocca i caratteri primigeni della politica ed è quindi sempre politicamente rilevante.
Delineando nel modo più netto la figura della coscienza pura che si ribella alla prepotenza del despota, essa è stata ed è esempio e sostegno di chi disobbedisce per ragioni morali e pone in discussione così la legittimità del potere che pretende obbedienza. Individuo e collettività: tra questi estremi stanno i problemi maggiori di ogni filosofia politica e sta, per l´appunto, la vicenda di Antigone. (...)
Al centro dello scontro tra Antigone e Creonte c´è un corpo, conteso tra pietà familiare e ragion di stato. Antigone, sorella, lo vuole sepolto; Creonte, re, insepolto. La prima fa valere la legge del sangue; il secondo, la legge della città. Per quanto lontani dalla pietas antica verso i defunti, neppure oggi potremmo sminuire il contrasto. Nella cultura antica, il defunto privo di onori funebri era destinato a vagare senza patria: non più quella dei vivi e non ancora quella dei morti. La profanazione del corpo di un morto è oltraggio a quanto c´è di più santo nell´identità di una famiglia. Lo spregio più odioso è la profanazione dei sepolcri. Il diritto funerario è fondamento di tutte le civiltà, dall´antichità più remota. Se noi meno ne avvertiamo l´importanza fondativa delle società dei viventi, se la sorte dei cadaveri è diventata quasi esclusivamente problema di spazi e igiene pubblici, è solo perché l´effimero mondo dei vivi è venuto ad assorbire ogni energia, speranza e attenzione.
Il ludibrio del corpo che marcisce insepolto è rituale di annientamento. Essere consegnati alle mani dei propri cari, dopo morti, è invece l´ultima difesa contro la disperazione, è tornare a casa, alla "terra nativa" (v. 1203) dove c´è pace e vita che continua nella pietà del ricordo. «Cara mamma», scrive un condannato a morte della Resistenza di 18 anni, «oggi 17 alle ore 17 fucilati innocenti. La mia salma si trova [notare il tempo presente] di qua dalla scuola cantoniera dove sta Albegno, di qua dal ponte. Potete venire subito a prendermi [notare: non a prenderla]. Mi sono tanto raccomandato, ma è stato impossibile intenerire questi cuori. Mammina, pregate per me, dite ai miei fratelli che siano buoni, che io sono innocente. Mentre scrivo ho il cuore secco, mamma e babbo cari venite subito a prendermi. L´anello datelo alla mia Maria, che lo tenga per ricordo».
Alle prese con un cadavere, carico di ricordi e significati simbolici e affettivi, è Antigone, una giovane donna di nobili natali (gli eroi tragici sono sempre tali, quasi che la gente semplice - come il nunzio nei vv. 223 ss. - non sia capace di sentimenti elevati), promessa sposa del figlio di Creonte stesso, Émone, anche lui una vittima. Fino ad allora, nulla diceva che fosse un´estremista, una ribelle. Non esistono, né in Antigone né in tutto il ciclo di Tebe, segni della predestinazione a un simile ruolo: anzi, i precedenti la mostrano fanciulla saggia, desiderosa di preservare sé e la sua famiglia da ulteriori sciagure decretate dal destino. I giovani devono sopravvivere alle maledizioni dei padri. Veniva infatti da una genia particolare e la maledizione di Edipo che, per i suoi inconsapevoli delitti, si era strappato dagli occhi (I sette contro Tebe, stasimo II), incombeva sui suoi figli-fratelli e sulle sue figlie-sorelle. L´Edipo a Colono preannuncia il conflitto mortale tra Eteocle e Polinice, figli di Edipo, per il governo di Tebe dalle sette porte. Antigone aveva cercato di dissuadere il fratello prediletto, Polinice, dallo scontro mortale, ma senza successo: «Nelle mani di dio, del nostro dèmone, sta l´essere e il mutarsi delle cose», questi aveva risposto (vv. 1849-1850). Levato un esercito di Argivi, l´aveva mosso contro Eteocle e Tebe. I due fratelli si erano affrontati in armi e si erano dati l´un l´altro la morte. Creonte, fratello della lor madre Giocasta, aveva assunto il potere e, come primo atto decretando funerali solenni per Eteocle, il difensore della città, e l´esposizione del cadavere alle fiere e agli uccelli rapaci per il traditore Polinice, ad ammonimento per tutti coloro che avessero tramato contro la città e il suo re. Chi avesse violato il divieto di sepoltura sarebbe stato messo a morte.
Capisco che la prescrizione d´un reato di strage come quello di Primavalle del 1973 (perché di questo si trattò, anche se nella sentenza fu derubricato a omicidio colposo) susciti emozione anche a trentadue anni di distanza. Ma un´emozione montata col frullatore mediatico, l´evocazione di memorie lottizzate e non condivisibili, la mobilitazione dei "talk show" televisivi, la chiamata di correi fisici e metafisici, il tutto servito ad un´opinione pubblica frastornata, in perenne ricerca di piatti ravvivati col pepe di Caienna, fa pensare. Di solito la moneta cattiva scaccia dal mercato quella buona. Nel caso in questione il rogo appiccato da un gruppuscolo di disperati, nel quale perirono carbonizzati i due giovanissimi fratelli Mattei, ha scacciato per qualche giorno dalle prime pagine argomenti di ben altro rilievo e attualità. Questo è un dato di fatto preliminare che merita d´esser considerato.
Dal frullatore mediatico sono emersi personaggi che avevamo dimenticato a giusta ragione; altri che nel frattempo avevano mutato pelle e colore assumendo con spregiudicata disinvoltura nuovi ruoli e nuove tribune e, insieme con loro, è riemersa un´atmosfera di violenza, di furore, di regolamento di conti, sapientemente stimolata, una vampata d´inferno artificialmente amplificata, un "horror" in piena regola popolato di attori tratti da una realtà remota: attori incanutiti, arrochiti, ma tuttora in cerca d´un qualsiasi palcoscenico dal quale esibire la propria rabbia e le proprie inaccettabili giustificazioni.
C´è una logica in questa follia? Sì, io credo che vi sia. Ma prima di parlarne cerchiamo di guardare il quadro con il distacco che il tempo consente a quanti furono allora testimoni di ciò che avvenne e possono dunque rendere ancora testimonianza scevra di faziosa partecipazione.
* * *
La contabilità dell´orrore si divide in due partite: quella dei singoli omicidi mirati e quella delle stragi.
Due partite di eguale efferatezza ma di assai diversa fattura. Redatte entrambe sulla bocca dell´inferno da demoni di natura opposta: rosi da passioni di tenebra i primi, gelidi e professionali i secondi; ma entrambi congiunti contro l´ordine costituito, contro il sistema democratico, contro lo Stato costituzionale.
Le persone della mia generazione ricordano bene quegli anni. Ricordano le prime vittime degli omicidi mirati, quelli caduti per mano dei gruppi di estrema destra e quelli caduti per mano dei gruppi di estrema sinistra.
E ricordano le stragi che segnarono l´inizio dei cupi anni di piombo: piazza Fontana del dicembre ?69 e poi Brescia e poi i treni e poi la stazione di Bologna e Peteano, e il punto culminante del mattatoio, il rapimento di Aldo Moro, la sua detenzione il suo omicidio, cui seguì ancora la lunga e sanguinosa scia fino a Roberto Ruffilli, con i truci "post scriptum" di D´Antona e di Biagi.
Faida tra opposte ideologie e comune invidia e disadattamento sociale? Certo. Opposti estremismi? Certo. Disegni eversivi e "golpe" minacciati per influire sullo svolgersi della politica? Certo.
Nel lungo articolo pubblicato sul "Foglio" di giovedì scorso in cui Lanfranco Pace abbozza una giustificazione peggiore del suo trentennale silenzio, c´è una frase, una sola, da cui traluce una scheggia di verità e di sincerità. Leggetela con attenzione quella frase, che spiega molti fatti di allora e molti successivi percorsi di quei personaggi che arrivano ai giorni nostri.
«Per noi [di Potere Operaio] l´antifascismo e a maggior ragione l´antifascismo militante non è mai stato nemmeno alla lontana una priorità. Lo scontro per noi, nelle fabbriche e nel territorio, era contro lo Stato e le sue articolazioni. Ed era contro il Pci, equivoco da sciogliere, ibrido da superare. Certo i fascisti c´erano e dovevamo prenderne atto. Ma controvoglia, come si fa con qualcosa che ti occupa la visuale e ti distoglie dal vero obiettivo».
Ammazzavano i fascisti e ne erano a loro volta ammazzati, ma per toglier l´ingombro che ostruiva la visuale e nascondeva gli obiettivi veri: il sistema, lo Stato, il Pci. Non a caso, quando arrivarono in campo le Br al culmine di quel percorso di confusa violenza, le forze che si opposero al terrorismo furono la Democrazia cristiana e il Partito comunista. E a quelle forze, guidate da Benigno Zaccagnini e da Enrico Berlinguer e sorrette compattamente dall´intera società italiana, si deve se il terrorismo fu sconfitto senza che la democrazia fosse stravolta e i diritti fossero indeboliti o addirittura confiscati.
La stampa fece allora interamente il suo dovere. Voglio ricordarlo perché da tempo è invalso l´uso di accusarla di volta in volta di faziosità e di conformismo. E poiché il nostro giornale si trovò anche in quell´occasione a raccontare e a testimoniare i fatti e la verità, dirò anche in che modo cercammo di adempiere al nostro dovere professionale. Cito da un editoriale di "Repubblica" pubblicato il 15 gennaio del 1979 con il titolo "Due morti che pesano sulla nostra coscienza".
«Tre giorni fa un agente di polizia in borghese ha ucciso il giovane Alberto Giaquinto con un colpo di pistola alla nuca. Cioè sparandogli da dietro mentre il giovane stava fuggendo. Poche ore dopo un "commando" di estremisti di sinistra ha ucciso a revolverate il giovane Stefano Cecchetti, "reo" di frequentare un bar dove si danno spesso convegno estremisti di destra. Sono entrambi, l´uccisione di Giaquinto e quella di Cecchetti, fatti gravissimi non solo perché due vite di giovani sono state falciate da una violenza barbara e inutile, ma anche perché hanno messo a nudo una verità sconcertante: noi giornalisti "democratici", noi opinione pubblica "democratica", abbiamo cercato inconsciamente di rimuoverli, di archiviarli al più presto e di dimenticarcene.
Fosse stato ucciso da un agente in borghese con un colpo di pistola alla nuca un giovane "democratico", noi giornalisti "democratici" e noi opinione pubblica "democratica" non avremmo dato tregua per giorni e giorni, avremmo chiesto conto in tutte le sedi di quanto era accaduto, avremmo invocato prevenzione e repressione e riforme. Ma nel caso di Giaquinto e di Cecchetti la nostra attenzione è stata distratta, la nostra protesta assente o flebile e passeggera.
Mi sono accorto di questo comportamento leggendo i giornali a cominciare da "Repubblica" e non esito ad affermare che si tratta d´un comportamento orribile, quello di pesare il valore della vita e le responsabilità della violenza secondo i colori di bandiera. Per la parte che ci compete ne faccio pubblica ammenda: perciò non rimuoveremo i due morti dell´altro ieri, come non rimuoviamo le cinque donne colpite nella stanza di Radio Città Futura. La sorte di tutti ci deve toccare e ci tocca allo stesso modo; e allo stesso modo, con la stessa ferma tenacia, dobbiamo condannare i responsabili ed esigere la loro punizione esemplare».
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Una cosa ci è sempre stata ben chiara: l´attacco allo Stato democratico e alle forze politiche che in quegli anni ne assunsero la difesa non ebbe mai gli aspetti di una guerra civile. Fu, come sopra ho ricordato, l´attacco di bande terroristiche e prima ancora di estremisti di destra e di sinistra in cerca d´avventura, drogati di violenza e di inconcreti furori ideologici mentre, nello stesso tempo, professionisti del killeraggio organizzavano stragi contro innocenti per elevare la tensione pubblica e piegare la democrazia ai loro turpi disegni.
Personalmente ho sempre pensato che neppure lo scontro del '43-45 tra la resistenza partigiana e le bande di Salò abbia avuto natura di guerra civile.
Non ci fu, dalla parte di Salò, appoggio di popolo. Le milizie del governo fascista operavano come forze ausiliarie dell´armata tedesca di occupazione, senza alcuna partecipazione emotiva e tantomeno pratica della popolazione che dette invece alle formazioni partigiane tutto l´appoggio che si poteva dare in un paese occupato da truppe straniere.
Ci furono a guerra finita massacri odiosi effettuati da partigiani ancora in armi, e furono disonoranti per i valori di libertà in nome dei quali la Resistenza era insorta contro il nazismo.
Nel 1947, con opportuna saggezza, il governo e per esso l´allora ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, promulgò una generale amnistia per i reati di sangue commessi in quell´arco di anni.
Quell´atto di doverosa clemenza chiuse la guerra di liberazione. Restano intatti i valori che animarono (laddove ce ne furono) l´una e l´altra parte e resta intatto il giudizio, tante volte ripetuto da Carlo Azeglio Ciampi di quale sia stata la causa e la parte giusta e quale la causa e la parte sbagliata.
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I conti sono dunque stati chiusi da allora e non li ha certo riaperti la violenza, lo stragismo e il terrorismo degli anni di piombo che furono e sono questione della magistratura ordinaria.
Qual è dunque la finalità che sta dietro al frullatore mediatico che ha montato l´"horror" del rogo di Primavalle con tutto il seguito (ultra-noto e ultra-analizzato) degli annessi e dei connessi? La probabile finalità non è la ricerca della verità, che per la parte ancora ignota spetta alla magistratura di ricercare oppure non sarà mai raggiunta. Si vuole invece riaprire il tema di Salò. Si vuole rimettere in discussione un punto fondamentale e cioè la base di legittimità su cui è nata la Repubblica e la Costituzione repubblicana. Si vuole metter mano, appena sarà politicamente possibile con la scadenza del settennato di Ciampi, ai principi enunciati nella prima parte della Costituzione, fondati sui valori della democrazia e dell´antifascismo.
Il primo passo su quella strada si chiama Salò. A chiudere quella questione l´amnistia del '47 non basta più. Si vuole il riconoscimento dello "status" di combattenti per le milizie fasciste e la loro completa equiparazione morale e materiale alle formazioni partigiane. Con il che non si cambia soltanto lo stato giuridico degli individui che militarono nella parte sbagliata e in difesa di valori negativi, ma (questo è il vero obiettivo) si vogliono cambiare i fondamenti dello Stato repubblicano, la sua identità e la sua legittimazione storica.
Temo (ma spero di sbagliarmi) che il sapiente montaggio dell´"horror" di Primavalle sia strumentalizzato (o strumentalizzabile) a questo fine, ben più gravido di conseguenze politiche e morali. Ma confido che la saggezza della pubblica opinione non cada nelle trappole del "trash" a tutti i costi e preferisca semmai gli "horror" di Dario Argento a quelli di Lollo e dei suoi compagni di crimine, più o meno ravveduti.
«Donna: una persona che si ritiene affidabile per mettere al mondo un figlio ma non per decidere se lo vuole o no». « Pro-life: chi dà valore alla vita umana fino alla nascita». Due esempi dal Dictionary of Republicanism che la Nation Books sta per pubblicare e di cui il sito di The Nation, storica rivista leftist americana, anticipa alcune voci. Un'iniziativa divertente di satira popolare del lessico neocon che sarebbe divertente importare come è stato fin qui importato il lessico neocon medesimo. Che è diventato, scrive su The Nation di questa settimana Katrina Vandel Heuvel (prestigiosa firma della rivista), «un vero e proprio codice cifrato, che distorce l'uso corrente delle parole per manipolare il pubblico ai fini dei Repubblicani». Una strategia lingusitico-politica studiata a tavolino con l'aiuto di appositi think-thanks della destra radicale, che consiste soprattutto nell'usare in senso reazionario parole che nel senso comune hanno un suono moderato, avvalendosi degli slittamenti semantici fra sinonimi, dell'uso pseudo-accademico di prefissi come neo-, della risemantizzazione di alcune espressioni (ad esempio la definizione di liberal trasformata in insulto).
Stufa di questo «programma orwelliano», The Nation ha deciso di darci un taglio combattendo le manipolazioni dei neocon con le armi della satira e i think-tanks con la gente comune, e ha raccolto per sei settimane le definizioni ironiche delle parole topiche della destra scritte dai suoi lettori. Eccone qualcuna: «Bancarotta: un crimine punibile quando è commesso da gente povera ma non quando è commesso dalle corporations». «Cambio del clima: il giorno benedetto in cui gli stati blu saranno ingoiati dagli oceani» (gli stati blu sono quelli che hanno espresso una maggioranza di voti per i democratici). «Creazionismo: pseudoscienza che sostiene che la somiglianza di George Bush con uno scimpanzé è una totale coincidenza». «Democrazia: un prodotto così largamente esportato che le scorte nazionali sono esaurite». «Fox News: faux (false) notizie». «Dio: consigliere anziano del Presidente». «Habeas corpus: termine legale arcaico non più in uso». «Crescita: la giustificazione per tagliare le tasse ai ricchi». «Onestà: menzogne dette in semplici frasi declanmatorie, tipo `la libertà è in cammino'». «Pigrizia: quando i poveri non lavorano; tempo libero: quando i ricchi non lavorano». «Liberals: seguaci dell'Anticristo». «Neoconservatori: idioti con il complesso di Napoleone». «11 Settembre: tragedia usata per giustificare qualunque norma dell'amministrazione, specialmente se non c'entra nulla». «Società dei proprietari: quella civiiltà in cui l'un per cento della popolazione controlla il 90 per cento della ricchezza». «Patriot Act: sciopero preventivo delle libertà americane che serve a evitare che i terroristi le distruggano, o anche l'eliminazione di una delle ragioni per le quali gli altri ci odiano». «Wal-Mart: lo stato-nazione del futuro».
Il gioco, si diceva, è esportabile come la democrazia e potremmo continuarlo noi. Esempi: «Multiculturalismo: le metropoli contemporanee trasformate in gironi infernali danteschi». «Relativismo: subdola strategia per impedire la libertà religiosa» (qui parla Ratzinger, o Pera che fa lo stesso). «Atto dovuto: trasparente strategia per dimostrare che le donne sono tutte potenziali assassine» (qui parla Casini, sul via all'indagine parlamentare sulla 194). «Centri di detenzione per sospetti terroristi: beauty farm con prodotti marca Rice», e qui torniamo negli Usa e il cerchio si chiude.
La lettera è stata publicata con il titolo “Quel giorno, tra i seguaci di bin Laden” dal Corriere della sera del 16 settembre 2001.Ora è in Tiziano Terzani, Lettera contro la guerra, Longanesi & C., Milano 2002
Il mondo non e più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l'occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, L’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino the ci ha portato all'oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell'umanità e stata in gioco.
Non c'è niente di più pericoloso in una guerra - e not ci stiamo entrando -- che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni possibile ragione, definirlo «un pazzo”. Ebbene, la jihad islamica, quella rete clandestina ed internazionale che fa ora capo allo sceicco Osama bin Laden e che, con ogni probabilità, ha avuto la mano nell'allucinante attacco-sfida agli Stati Uniti, e tutt'altro the un fenomeno di “pazzia” e, se vogliamo trovare una via d'uscita dal tunnel di sgomento in cui ci sentiamo gettati, dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare e perchè.
Nessun giomalista occidentale e riuscito a passare molto tempo con Bin Laden e ad osservarlo da vicino, ma alcuni hanno potuto avvicinare e ascoltare la sua gente. A me capitò nel 1995 di passare due mezze giornate in uno dei campi di addestramento che lui finanziava al confine fra il Pakistan e l'Afghanistan. Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell'Islam.
Avevo provato sulla pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l'America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell'Islam. L'avevo intuito per la prima volta viaggiando nelle repubbliche musulmane dell'Asia centrale ex sovietica;* l'avevo sentito con la stessa precisione incontrando i guerriglieri antiindiani nel Kashmir e intervistando uno dei loro capi spirituali che mi salutò dandomi in regalo una copia del Corano - la mia prima - perché ci “imparassi qualcosa”.
Morto un papa, fatto l'altro, dispiegate forme e liturgie, usciamo dal grande spettacolo cattolico delle ultime settimane con molte domande aperte. Che non riguardano solo la figura controversa dell'ex cardinale Ratzinger, ma le forme che la religiosità sta assumendo dentro la Chiesa cattolica e fuori. E il rapporto fra religione e secolarizzazione nel mondo globalizzato. Col senno di poi, suona perfettamente calzante la diagnosi che Juergen Habermas azzardò nel suo discorso alla Fiera del libro di Francoforte un mese dopo l'11 settembre, quando disse che la prima conseguenza dell'attentato alle Torri gemelle sarebbe stata un ritorno di religiosità e di fondamentalismo non tanto nel conflitto fra Islam e occidente, quanto all'interno delle società occidentali secolarizzate. Previsione azzeccata, come il seguito della vicenda politica ha dimostrato negli Stati uniti, col trionfo dei neocons, e in Europa, con i contrasti sull'inserimento delle radici cristiane nella Costituzione laica dell'Unione. Giro la «profezia» di Habermas a Mario Tronti, per cominciare da qui a decifrare le tracce degli eventi visti in piazza San Pietro.
Tre anni dopo, ti pare una diagnosi confermata dai fatti?
Effettivamente era una bella profezia questa di Habermas, anche se suona un po' paradossale che venga proprio da un filosofo di matrice illuminista come lui. Centra il problema che queste ultime settimane ci hanno messo di fronte: l'eterno ritorno del circolo fra il sacro e il secolare. La modernità sembrava averlo risolto una volta per tutte, invece ecco che si ripresenta: non solo in seguito a eventi tragici o «apoocalittici» come l'11 settembre, ma anche in circostanze meno eclatanti. E più che conseguenza del cosiddetto «scontro di civiltà», sembra un esito della modernità e postmodernità della civiltà occidentale. A partire da qui possiamo leggere il passaggio dal pontificato di Wojtyla a quello di Ratzinger su uno sfondo più profondo e in una luce non contingente.
Il passaggio da un pontificato all'altro si può ritenere sempre un evento significativo? O il fatto che ci appaia significativo questo da Wojtyla a Ratzinger fa già parte del problema, segnala già il ritorno di una sensibilità verso il sacro anche fra laici?
Non so se sia stato significativo ogni cambio di pontificato, ma questo certamente esemplifica bene il ritorno del circolo fra sacro e secolare, e come tale va analizzato. Siamo stati appesi alla elezione del papa come qualche mese fa eravamo stati appesi all'elezione del presidente degli Stati uniti. Con la differenza che il presidente degli Stati uniti si elegge ogni quattro anni, mentre l'elezione del nuovo papa avveniva dopo ventisette: ecco la differenza fra i tempi della politica e i tempi della Chiesa. E i tempi lun ghi secondo me si addicono di più alla dimensione del pensiero.
Le prime reazioni all'elezione di Ratzinger non sono state positive, nella sinistra laica e anche fra i cattolici progressisti. Tu che valutazione ne dai?
Ho sentito effettivamente una certa preoccupazione fra i cristiani migliori che abitano la Chiesa ai margini e nelle pieghe. Anch'io lì per lì ero un po' diffidente e preoccupato. Poi, ascoltando l'omelia proeligendopontifice, ho cambiato idea. Intanto il passaggio da un papa polacco a un papa tedesco, e dall'attore di teatro a Cracovia al professore di teologia a Tubinga, è cosa seria e promettente. Anche la provenienza di Ratzinger dal ceppo agostiniano invece che da quello tomista di Wojtyla è una garanzia. Di contro, ad allarmarmi c'è l'entusiasmo degli atei devoti. Questa destra cosiddetta culturale che inneggia a Ratzinger dobbiamo cominciare a chiamarla col suo vero nome: una destra legittimista, mossa dalla nostalgia per un sovrano assoluto - legibus solutus, alla lettera - che sia anche una guida illuminata. Ha detto così il presidente Pera, «abbiamo bisogno di una guida, morale e spirituale», e l'ha detto all'aula del senato della Repubblica, non a un'assemblea di papa-boys. Uno scandalo, di cui troppo pochi si sono accorti.
Che cosa ti ha colpito dell'omelia?
L'incipit: quando Ratzinger riporta il brano di Gesù al Tempio che legge Isaia a proposito del giorno della misericordia, e nota che Gesù omette il versetto seguente di Isaia, laddove si ricorda che il giorno della misericordia è anche il giorno della vendetta. Ho visto in questa citazione di Ratzinger la fine di quello che potremmo chiamare, per parafrasi col politically correct, il «religiosamente corretto».
Cioè?
La riduzione del cristianesimo, e più in generale della religione, a etica delle buone intenzioni o dei buoni comportamenti che perdono il senso originario della fede. E mi pare che questa curvatura dell'omelia di Ratzinger vada messa in relazione con la sua ormai famosa critica del relativismo. Che è fondamentalmente una critica del pensiero debole, quello che sostiene che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. In sostanza, mi pare che Ratzinger riproponga la prospettiva di una fede forte. E qui bisogna intendersi: la fede forte è tutt'altro che una fede violenta: è quella che lui chiama «fede adulta», cioè non infantile, non superficiale, non esposta ai venti delle mode, delle ultime trovate del pensiero. Un accento alla Bonhoeffer, in cui a me pare di poter rintracciare anche l'impronta di Romano Guardini.
Però la questione della critica del relativismo secondo me è più ambivalente. Credo anch'io che si tratti di un problema serio, che del resto è ben presente anche al pensiero radicale più spregiudicato - penso alla critica di Zizek alla tolleranza liberale, o alla critica del pensiero della differenza al refrain postmoderno della danza delle differenze. Ma non sono affatto sicura che i termini in cui lo pone Ratzinger siano condivisibili. Nel libro sulle radici cristiane dell'Europa sottoscrive il Pera-pensiero, che vede le matrici del relativismo in Wittgenstein, Nietzsche e Derrida mettendo praticamente sotto accusa tutto il pensiero novecentesco. E anche nell'omelia pro eligendo pontifice, sotto l'etichetta del relativismo c'era di tutto un po', dal marxismo al pensiero post-conciliare. Infine dobbiamo tenere presente qual è l'uso politico che oggi si fa della lotta contro il relativismo, scagliando «la verità» dell'occidente contro «l'inferiorità» delle culture altre.
Infatti, la critica al relativismo non deve andare a finire in un neo- fondamentalismo. Su questo l'attenzione dev'essere vigile, nei confronti del nuovo pontefice. Secondo me però la «fede adulta» esclude una deriva fondamentalista. Proprio perché è adulta, non è una risposta superficiale, e non emargina la ragione ma la esalta. Ratzinger la esemplifica col rapporto fra verità e carità, che va nello stesso senso del rapporto fra vendetta e misericordia. Una carità intesa non come scelta morale ma come scelta di fede, il che impegna a difendere la propria verità sicuramente non con le armi né con la forza, ma forse proprio con un dialogo che sale di livello, che non rinuncia alle proprie posizioni ma le confronta con quelle degli altri. Senza cedimenti ma anche senza chiusure. Almeno, questo è quanto si vorrebbe da un papa grande teologo invece che grande comunicatore.
A proposito di comunicazione. Fra la morte di Wojtyla e l'elezione di Ratzinger c'è stato un dispiegamento di massmedia senza precedenti. Ha ragione chi ci ha visto solo un grande evento mediatico? Oppure il teatro e la liturgia di San Pietro esprimevano ancora una loro forza autentica? E se sì, che cosa dice questa forza alla politica secolarizzata?
La scenografia di Piazza San Pietro, sia nel giorno dei funerali sia in quello dell'intronazione, esprimeva tutta la potenza simbolica della Chiesa, una potenza simbolica intatta e grandiosa dopo due millenni di storia e dopo alcuni secoli di modernità secolarizzata. Questa sapienza divina nell'uso del simbolico, questo saper tenere insieme le masse e i prìncipi del pianeta, ci rimette di nuovo di fronte alla Chiesa come potenza politica. C'è un rapporto complesso fra eskathon cristiano e katechon della Chiesa, fra il futuro di salvezza che il cristianesimo offre all'umanità e la funzione di trattenimento della storia che l'istituzione-Chiesa svolge da sempre. E credo che bisognerebbe instaurare un rapporto preciso fra questa complexio oppositorum del cattolicesimo romano e le forze storiche della trasformazione. Dovremmo riconoscere alla Chiesa questa sua funzione di trattenere la modernità, di ritardare l'accelerazione dello sviluppo. C'è oggi una grande questione antropologica, che riguarda in primo luogo l'Occidente ma comincia a interessare anche il grande Oriente: il contrasto fra l'accelerazione impetuosa del tempo nella produzione, nei consumi, nelle comunicazioni, nell'uso di massa della tecnologia, e i tempi umani che non riescono ad assorbirla, fanno fatica a starle dietro, con tutte le conseguenze che ben conosciamo in termini di comportamenti di massa: assunzione superficiale dell'innovazione, accettazione leggera di tutto quello che passa il mercato, acquisizione volgare del benessere e della ricchezza. Una sinistra moderna dovrebbe farsi carico di questa contraddizione invece di mettersi al seguito della corsa.
Ed è qui che invece interviene il rapporto della Chiesa con il mondo. Dice Ratzinger: «più una religione si assimila al mondo più diventa superflua». Ha ragione, e la frase vale anche per la politica: più la politica si assimila al mondo, a ciò che è così com'è, più diventa superflua. La secolarizzazione rischia di essere questo semplice inseguimento dei tempi accelerati della produzione e della tecnica, senza forze di contrasto. E il sacro risulta l'unico elemento in grado di operare dentro questa contraddizione. Secondo me la ragione di fondo di ciò che chiamiamo crisi della secolarizzazione e ritorno del sacro sta precisamente qui. Molto spesso il ritorno del sacro va interpretato come bisogno di umanizzazione del rapporto dell'essere umano con il mondo che rischia di diventare un rapporto puramente tecnico-economico. Ed è un ritorno che ovviamente non riguarda solo la religione cattolica - anzi, se si esprime in forme religiose diverse tanto meglio.
Non so, qui tocchiamo un altro punto controverso. Molte analisi del fondamentalismo islamico dicono il contrario, lo leggono come uso armato della religione per competere sulla modernità, non per frenarla o trattenerla. E lo stesso vale per il fondamentalismo cristiano dei neocons, potente alleato del liberismo selvaggio.
Infatti sto parlando del sacro, non del fondamentalismo. Il fondamentalismo si allea facilmente con il mercato e con la tecnica. Ma l'alternativa al fondamentalismo non sta nell'accelerazione della secolarizzazione, sta anche in una riconsiderazione del sacro. Che non è solo dimensione religiosa, è dimensione umana, bisogno - lo dico nei termini della filosofia novecentesca - di declinare l'umano nei termini di una differenza irriducibile.
Hai detto finora della funzione di «katechon» della Chiesa. Ma alla politica della trasformazione non interessa anche la funzione escatologica? Ratzinger risponderebbe di sì. Una volta disse che preferiva il mondo di prima dell'89 a quello di oggi, perché il comunismo era sì un grande nemico, ma condivideva qualcosa del messianesimo cristiano. La sinistra di oggi non soffre anche della fine di questa dimensione?
Eschaton e catechon infatti vanno assieme. Nel linguaggio cristiano: devi trattenere il male e proporre il bene. Nel linguaggio politico: devi governare questa società e superarne la forma attuale. Le due prospettive non sono affatto in alternativa come nella vulgata di oggi, per cui o sei contro il capitalismo e non devi governarlo o lo governi e non vuoi più superarlo. Da questo punto di vista è interessante che il politico e il religioso rischino oggi la stessa deriva. Il politico che si affida soltanto all'innovazione non controlla più i tempi del rapporto sociale e ne viene travolto. E così il religioso che si affida a sua volta all'innovazione perde l'essenziale del rapporto di fede. Sarebbe interessante - ho in programma di provarci al Centro per la riforma dello Stato, nell'ambito di una ricerca su fede e secolarizzazione oggi - un'analisi del Concilio Vaticano II, che fu una grande rottura dello schema tradizionale di una Chiesa gerarchica e papista, ma nei decenni ha perso la sua carica propulsiva e ha facilitato l'approdo a una chiesa di credenti senza fede, con le piazze piene e le chiese vuote, a cui Ratzinger dice di voler reagire. Infatti nella prima omelia papale ha parlato di un Dio emarginato, oltre che di una Chiesa che fa acqua, usando quella bella metafora degli apostoli che tirano una rete piena ma strappata, da cui i credenti nella fede sono fuggiti, con la conseguenza dei «deserti interiori» che provocano «santa inquietudine». Una deriva ben visibile in quella piazza San Pietro piena di segni più profani che sacri, telecamere e telefonini e applausi. «Laddove irrompe l'applauso, si è di fronte al segno sicuro che si è del tutto perduta l'essenza della liturgia, sostituita da una sorta di intrattenimento a sfondo religioso», ha detto Ratzinger. Vale anche per la politica di oggi: grandi raduni ma pochissima intensità di visioni.
Infatti. C'è il sacro che rispunta nel secolare e c'è il secolare che rispunta nel sacro. Nel pontificato di Wojtyla non abbiamo visto chiaramente questo slittamento nella religiosità delle forme della crisi della politica?
Culto del capo e populismo: come nella destra di oggi, e nella sinistra che è costantemente tentata di imitarla. Cattiva secolarizzazione di elementi di religiosità, e cattiva traduzione religiosa di elementi della secolarizzazione. Un intreccio molto interessante da frequentare, se siamo capaci di farlo con rigore intellettuale.
I comunisti non mangiano i bambini, gli ebrei non li sacrificano al loro Dio, gli zingari non li rapiscono. Si sa che i pregiudizi sono proiezioni di timori irrazionali, personali e collettivi, e che, come diceva Einstein, "è più facile disintegrare un atomo che un luogo comune". Era dunque ovvio che la contestabile sentenza di Lecco avrebbe rilanciato l’ossessione e la leggenda della corte dei miracoli celebrata da Victor Hugo. Infatti i leghisti hanno affisso i loro manifesti elettorali "giù le mani dai nostri bambini" appropriandosi appunto del pregiudizio sul misterioso popolo dei ladri di neonati che, come insegnano i libri di storia, è addirittura un postgiudizio.
In Europa si cominciò a pensare già tra sei e settecento di assorbire il problema del nomadismo "eslege" togliendo l’acqua al mondo irregolare degli zingari, vale a dire sottraendo i loro bambini agli accampamenti diseducativi per affidarli ai contadini e alla dolce e soda cultura stanziale della zappa. In tutta l’Europa centrale, che registrava il tasso più alto di popolazione zingaresca, per ben tre secoli decreti e leggi furono emanati per "liberare" quei bambini dai loro genitori naturali, sino alla soluzione finale nazista e dunque all’internamento di adulti e pargoli, tutti irrecuperabili come gli ebrei. Ne furono sterminati più di cinquecentomila.
In questo nostro pregiudizio così antico e radicato c’è forse dunque un’astuta operazione di prestidigitazione storica per mettersi in pace con la propria coscienza puerofila e familistica. Insomma eravamo noi a rubare i loro bambini e invece nel fondo oscuro dell’immaginario collettivo da più di tre secoli sono loro a rubare i nostri.
La prima domanda da porsi è dunque: davvero gli zingari rubano i bambini? A Lecco il segretario provinciale della Lega ha denunciato "il tentativo di rapire una giovane padana". E nel manifesto della Lega c’è scritto: "leggerete il futuro nelle nostre manette", che è il contrappasso promesso alle zingare divinatrici le quali, mentre ti leggono la mano o i tarocchi o i fondi di caffè, non solo fregano i portafogli dalle tasche, ma anche i figli dalle culle. I leghisti che, a firma del ministro Castelli, hanno preparato un disegno di legge per lo sgombero dei campi, cavalcano dunque la leggenda dei camerieri di Dracula, le carovane del film di Francis Ford Coppola, delle streghe esotiche e delle saghe notturne, le femmine dei rapimenti demoniaci che organizzano il racket dei mendicanti, allevano schiavi e li nascondono nei loro accampamenti ai margini delle città come in una specie di Aspromonte imprendibile. Si sa che la Padania, quella di ricchezza recente, è tremebonda come i kulaki sotto il potere bolscevico ed ha bisogno di mostri e di capri espiatori. Sino a una generazione fa, era infilata nell’albero degli zoccoli, con un reddito inferiore a quello della Sicilia. Rapidamente opulenti, questi falegnami diventati mobilieri e questi scarpari evolutisi in calzaturieri appunto come i kulaki vedono bolscevichi dappertutto: nei meridionali, negli sloveni, nei croati, negli extracomunitari neri, e ovviamente negli zingari che sono il massimo del "bolscevismo" perché rubano i bambini e, magari, se li mangiano pure.
La Padania, tra le tutte le zone d’Italia, è la più esposta a cadere preda dei pregiudizi e degli umori razzisti. Ogni fenomeno illegale che sta dentro la fisiopatologia della modernità qui può diventare una minaccia apocalittica. Ecco perché il tentato rapimento della bimba di Lecco è il dettaglio che annuncia la calata degli Unni. Ed è una Attila "annebbiata dall’ideolgia marxista e buonista" il magistrato Cristina Sarli che a Lecco, con il rito del patteggiamento, per sottrazione di minore ha condannato a otto mesi e ha rimesso in libertà le due nomadi. Come si sa, una mamma le accusava del tentato ratto della sua bambina. Secondo i cronisti del quotidiano di Lecco La Provincia, che meglio di tutti hanno seguito la vicenda, né il giudice né il pubblico ministero e neppure l’avvocato difensore d’ufficio hanno potuto stabilire e provare con certezza che davvero si era trattato di un tentativo di sequestro. Non c’erano testimoni e, alla fine, il pubblico ministero, che si chiama Luca Masini ed è considerato molto severo, non ha creduto completamente alla versione un po’ confusa e contraddittoria della madre. Temendo dunque che al processo le due nomadi sarebbero state assolte, ha patteggiato la pena minore. E il giudice ha accettato il patteggiamento.Intendiamoci: questa sentenza non ci piace e ha ragione Castelli quando dice che bisognava o assolverle o condannarle severamente. La sentenza, con i suoi giochi di ombre, somiglia alla diagnosidi "quasi incinta". Era rapimento o non lo era? Non esiste il "mezzo rapimento". Ma le ragioni di Castelli si fermano qui. Che tra gli zingari ci siano abilissimi ladri di portafogli e svaligiatori di appartamenti è facilmente dimostrabile, ed è certo che sono dediti all’accattonaggio pietoso e spesso aggressivo. C’è anche una pessima retorica all’incontrario sugli zingari, sui ribelli, i banditi, la Carmen dionisiaca di Berlioz, le fisarmoniche, gli artisti, i coltelli. È la faccia concava dell’ottusità convessa, quella dei pregiudizi; fa il paio con la leggenda dei furti dei bambini. È la poesia dell’accattonaggio, la presunta bellezza esotica e imprendibile della maga Esmeralda che protegge il povero gobbo di Notre Dame... È insomma la retorica rovesciata dei miserabili, degli umili manzoniani, le "Anime perse" di De André, con l’idea che non bisogna chiamarli zingari ma Rom o Sinti, che i campi sono belli come accampamenti indiani nel bel mezzo delle metropoli, che i lori riti tribali sono gioia...
Gli zingari sono dei profughi apolidi, gente che non sta da nessuna parte. Non ci piace la retorica che li beatifica, ma non sono ladri di bambini. E anche se quelle donne di Lecco davvero avessero tentato di rubare quella bambina, non risulta che gli zingari siano il popolo che ruba i bambini. Nelle statistiche del ministero degli Interni non c’è un solo precedente. È vero che non esistono statistiche serie sui furti di bambini, che rimangono una specialità della malavita organizzata: per il commercio sessuale, per la prostituzione, per il traffico delle adozioni. In Italia c’è un’antica tradizione orale che attribuisce agli zingari tentativi di sequestri nei mercati, per la strada, dalle macchine. E c’è anche la leggenda che i rapimenti stiano alla base dell’industria di espianti e impianti di organi, con elicotteri a motore acceso e svelti camioncini adibiti a sala chirurgica volante per rapire e subito consumare. Non ci sono dati reali e non ci sono neppure sospetti sui nomadi nelle sparizioni che tutti conosciamo, quelle di Angela Celentano, Mariano Farina, Salvatore Colletta, Pasquale Porfida, Benedetta Adriana Roccia, Santina Renda... sino al caso recente di Denise Pipitone a Mazara del Vallo. Del resto, se gli zingari rubassero davvero bambini, nell’Italia che è la vera patria della sacra famiglia e che del Cristo iconograficamente stracelebra la puerizia, nell’Italia dove Dio è bambino... allora sì che diventeremmo tutti jihadisti cristiani. Perché tutto in Italia tolleriamo, anche Castelli e Borghezio, ma sui figli no, quelli sono "piezz ‘e core", e non solo a Napoli.
The Iraq Study Group Report, dicembre 2006 (trad. per Eddyburg di Fabrizio Bottini)
Lettera introduttiva dei Co-Presidenti della Commissione
Non c’è una formula magica per risolvere i problemi dell’Iraq. Comunque, ci sono azioni che possono essere intraprese per migliorare la situazione e proteggere gli interessi americani.
Molti americani sono insoddisfatti, non soltanto per la situazione in Iraq ma per lo stato del nostro dibattito politico riguardo all’Iraq. I nostri dirigenti politici devono assolutamente assumere un atteggiamento bipartisan per giungere ad una conclusione responsabile di quella che è diventata una guerra lunga e costosa. Il nostro paese si merita un dibattito più orientate alla concretezza e meno alla retorica, una politica adeguatamente finanziata e sostenibile. Il Presidente e il Congresso devono lavorare insieme. Il nostri leaders devono essere espliciti e diretti nel rivolgersi al popolo americano per ottenere il suo sostegno.
Nessuno può garantire che qualunque azione intrapresa in Iraq a questo stato delle cose possa arrestare la guerra tra le fazioni, l’aumento della violenza, lo scivolamento verso il caos. Se prosegue l’attuale tendenza, le conseguenze potrebbero essere gravi. Per il ruolo e responsabilità degli Stati Uniti in Iraq, e gli impegni presi dal nostro governo, il paese ha obblighi particolari.
Dobbiamo fare il massimo possibile per affrontare i molti problemi dell’Iraq. Gli Stati Uniti hanno relazioni di lungo termine e interessi in gioco in Medio Oriente, e devono proseguire nel loro coinvolgimento.
In questo rapporto unitario, noi dieci membri dell’ Iraq Study Group proponiamo un nuovo approccio perché riteniamo che esista una via migliore. Non sono state ancora esaurite tutte le possibilità. Crediamo sia ancora possibile perseguire politiche diverse, tali da dare all’Iraq l’occasione di un futuro migliore, combattere il terrorismo, stabilizzare una regione cruciale per il mondo intero, proteggere la credibilità dell’America, i suoi interessi, i suoi valori. Il nostro rapporto esplicita anche come il governo e il popolo iracheno debbano agire per ottenere un futuro stabile e di speranza.
Quanto raccomandiamo richiede una enorme volontà politica e cooperazione fra le branche esecutiva e legislativa del governo americano. Richiede un’attuazione accorta. Richiede unità di impegno da parte delle agenzie governative. E il suo successo dipende dall’unità del popolo americano in un momento di polarizzazione politica. Gli americani possono e devono poter contare sul diritto a un onesto dibattito in un quadro democratico. Ma la politica estera degli U.S.A. è destinata al fallimento – insieme a qualunque azione intrapresa nel caso dell’Iraq – se non ha il sostegno di un ampio consenso. Obiettivo del nostro rapporto è di spostare il paese in direzione di tale consenso.
Vogliamo ringraziare tutti gli interpellati, e chi ha contribuito con informazioni e assistenza al Gruppo di Studio, sia all’interno che all’esterno del governo U.S.A., in Iraq, e in tutto il mondo. Ringraziamo i componenti del gruppo di lavoro di esperti, e il personale delle organizzazioni coinvolte. In modo particolare, ringraziamo i nostri colleghi dello Study Group, che hanno lavorato con noi su queste difficili questioni, con generosità e spirito bipartisan.
Nel presentare il nostro rapporto al Presidente, al Congresso, e al popolo americano, lo dedichiamo alle donne e agli uomini – militari e civili – che hanno prestato servizio in Iraq, alle loro famiglie in patria. Hanno dimostrato uno straordinario coraggio, e compiuto difficili sacrifici. Ogni americano è il debito con loro.
Onoriamo anche i molti iracheni che si sono sacrificati per il bene del loro paese, e i componenti della Forza di Coalizione che si sono schierati insieme a noi e al popolo dell’Iraq.
James A. Baker, III - Lee H. Hamilton
Di seguito: le schede informative sui due co-presidenti Baker e Hamilton, proposte dal manifesto il 7 dicembre 2006, e un articolo di commento di Michele Giorgio dallo stesso giornale (f.b.)
James A. Baker III da piccolo era un democratico. Passa con i repubblicani a quarant'anni per militare nella campagna che nel 1970 cerca di portare al Senato, senza successo, il suo più vecchio amico: Bush padre. Nasce da quella fallita campagna elettorale l'intera vita successiva di Baker, spesa a fare il capo dello staff di Reagan, poi il suo ministro del tesoro, quindi al consiglio per la sicurezza nazionale, infine capo dello staff e segretario di stato di Bush padre. In quegli anni trova anche il tempo e i miliardi per salvare dalla bancarotta un'azienda in crisi: la Arbusto, la ditta di Bush figlio. Nel '93 esce dalla scena governativa, fonda il James Baker Institute e si dedica al super-lobbismo: è tra i padri della coalizione della prima guerra del Golfo, entra nel consiglio d'amministrazione di diverse società (come il Carlyle group) e si arricchisce immensamente, nel 2000 è fra i protagonisti della battaglia legale in Florida che regala a Bush figlio la presidenza. E' un vetero-con, temporaneamente accantonato dalla travolgente onda neo-con e ora riportato al centro della scena proprio dal loro fallimento.
Lee H. Hamilton è un campione moderato, un cacciatore del compromesso, un professionista del bipartisan. La biografia politica dell'uomo che insieme a James Baker ha firmato il rapporto del parlamento americano sull'Iraq è quella di un oliatore professionista: figlio di un pastore metodista della Florida, 74 anni dei quali ben 34 passati alla Camera - in cui entrò poco più che trentenne al seguito di Lyndon Johnson - Hamilton entrò nell'allora Foreign affairs comittee della Camera (che oggi si chiama Comitato per le relazioni internazionali ed è il luogo in cui il parlamento americano decide la politica estera dal paese), scegliendo di restarci anche quando, anni dopo, gli venne offerta una prestigiosa candidatura al Senato. E' conosciuto per avere rapporti particolarmente stretti con la Casa Bianca, anche quando è guidata dai repubblicani. Negli anni '80 frenò gli attacchi democratici a Reagan durante lo scandato Iran-Contra. Si è opposto più volte a obbligare l'ex ministro della difesa Rumsfeld a deporre sotto giuramento davanti alla commissione che indagava sull'11 settembre.
Michele Giorgio, La terapia Baker non guarirà Bush
Le reazioni con motivazioni opposte, gli analisti arabi e israeliani restano scettici sul cambiamento
Alla fine la ricetta di James Baker per far uscire gli Stati Uniti dalle sabbie mobili dell'Iraq e del Medio Oriente, è stata consegnata: meno forze da combattimento e più sostegno tecnico e di addestramento ai reparti di sicurezza iracheni, più coinvolgimento diplomatico nel conflitto israelo-palestinese e un atteggiamento meno aggressivo, se non di dialogo vero e proprio, nei confronti della Siria e dell'Iran. Gli analisti arabi e, con motivazioni opposte, quelli israeliani tuttavia dubitano che l'Amministrazione Bush seguirà la terapia indicata dall'ex Segretario di stato e pensano che gli Usa si limiteranno a modificare l'utilizzo delle truppe Usa in Iraq. «Più volte in passato esponenti di varie Amministrazioni americane, una volta terminato il loro incarico, hanno avanzato proposte fondate sul buon senso. Ma alla fine i presidenti in carica svolgono sempre la stessa politica, che è di aperto appoggio alle posizioni israeliane», ha commentato l'analista palestinese Ghassan Khatib del Centro media e comunicazione di Gerusalemme Est. «Staremo a vedere - ha aggiunto - in ogni caso un ipotetico maggior coinvolgimento Usa (nel conflitto israelo-palestinese) per essere effettivo dovrà fondarsi sulle risoluzioni internazionali e mantenersi neutrale. Altrimenti rimarremo al punto di partenza».
Tra gli analisti arabi il giudizio è simile. «Quello che mi attendo nei prossimi mesi è solo lo spostamento graduale delle forze armate statunitensi dal centro e dal sud dell'Iraq verso il nord del Paese in modo da limitare il più possibile le perdite americane e favorire, con una adeguata assistenza tecnica, il coinvolgimento dei reparti iracheni», ha detto l'egiziano Mohammed Sayyed Said, del Centro studi strategici Al-Ahram del Cairo. «Prevedo anche cambiamenti nelle relazioni con le varie organizzazioni politiche irachene per favorire la riconciliazione ma oltre a ciò non riesco a immaginare un atteggiamento nuovo nei confronti di Siria e Iran nonostante questi due Paesi siano in grado di svolgere politiche effettive per stabilizzare l'Iraq. Ancora meno credo che Washington scelga di lasciarsi coinvolgere maggiormente nella questione israelo-palestinese», ha previsto. In casa araba tuttavia non mancano reazioni più articolate al rapporto-Baker. «Il punto non è cosa Bush pensa o vorrebbe fare - ha dichiarato Mouin Rabbani, dell'ufficio di Amman dell'International crisis group - è evidente che il presidente americano desidera portare avanti la sua 'guerra preventiva' e di isolamento totale di quei paesi che ha descritto come Asse del Male. Sul terreno però le cose vanno nella direzione opposta e Bush oggi è obbligato a riscoprire il multilateralismo, a cercare il consenso degli europei e, infine, a riaprire canali di collegamento in particolare con la Siria ma anche con l'Iran». Rabbani è convinto che Washington ricercherà la collaborazione indiretta della Siria per stabilizzare l'Iraq e metterà da parte, almeno per il momento, piani di attacco contro le centrali nucleari iraniane.
Duro il giudizio dell'esperto israeliano Gerald Steinberg, del Centro studi Begin-Sadat. «L'ex Segretario di stato è sempre stato un sostenitore della Siria ed ostile nei confronti di Israele - ha commentato - in realtà sta cercando di riorganizzare a 15 anni di distanza una nuova Conferenza di Madrid. Il suo tentativo è destinato al fallimento perché questa Amministrazione americana ha capito la natura del regime siriano e pertanto non cambierà posizione». Israele, secondo Steinberg, «è tranquillo perché la linea americana verso la Siria non è destinata a cambiare in modo sostanziale mentre con l'Iran di Ahmadinejad non è possibile alcun dialogo anche se dopo gli sviluppi recenti è probabile che Washington chiuda nel cassetto i piani per un attacco militare alle centrali iraniane». Steinberg infine ha escluso novità di rilievo per il conflitto israelo- palestinese: «È una questione molto vecchia - ha commentato - ormai avviata da tempo su binari noti, come la Road Map, sostenuti proprio dagli Usa. Ipotizzare stravolgimenti è pura fantasia».
Nota: di seguito scaricabile il PDF del Rapporto (f.b.)
Cinquemila romani, di tutte le età, i più anziani muniti di seggioline pieghevoli, si sono messi in coda domenica mattina davanti all’Auditorium (a partire dall’alba…) per ascoltare una prolusione del professor Luciano Canfora su Ottaviano. Identica sorte aveva avuto una precedente conferenza dell’archeologo Andrea Carandini. I cinquemila fanno parte di una setta numericamente non quantificabile, ma decisamente considerevole: quella degli italiani che chiedono cultura. Inutile snocciolare qui di seguito l’ormai nota trafila di eventi grandi e piccoli (festival, fiere culturali, conferenze, dibattiti) che possono vantare vere e proprie folle di spettatori.
Devo piuttosto spiegare perché ho usato il termine "setta" per definire, con un paradosso, un fenomeno di massa. La condizione di chi domanda cultura è infatti, se misurata con il principale metro di rappresentazione (e rappresentanza) del nostro come di altri paesi, cioè la televisione, semiclandestina. A pieno titolo, ed è un secondo paradosso, di questa nuova clandestinità fa parte, come membro onorario, perfino un transfuga della televisione sedicente "popolare", come lo show-man Claudio Lippi, il cui autoesilio dai palinsesti, motivato da disgusto per la bassezza dei contenuti, andava forse trattato con minore supponenza.
Lippi, ovviamente, non ha alcuna parentela con Canfora e Carandini. È un intrattenitore di lungo corso, e si rivolge a ben altre fasce di pubblico. Eppure il suo rabbioso abbandono, proprio perché del tutto interno al mondo e alla logica del "popolare", è legato a un pauroso deficit di qualità: perché la qualità, sia chiaro, non significa trasmettere più kultura con la kappa e meno intrattenimento. Ci possono essere mediocri e corrive trasmissioni di libri, e strip-tease di totale raffinatezza: la cultura è un modo, uno sguardo, un approccio. Una qualità, appunto, non una quantità. Difatti a denunciare la catastrofe qualitativa della televisione non è un intellettuale sprezzante o uno scrittore ombroso, ma un protagonista trentennale della televisione facile, quella allegrotta e senza pretese destinata all’indeterminato (e fantasmatico) pubblico "delle famiglie".
Se parliamo proprio di lui, è perché la scomparsa del parametro della qualità dall’orizzonte televisivo è esattamente ciò che spiega l’apparente "stranezza" di una folla in coda per sentire la conferenza di un antichista. Viene da definirla "sorprendente", ma sorprendente non è. Banalmente, non è rappresentata. Quella folla, che è uno dei tanti segni di una solida e crescente domanda di qualità, che è quella che va a teatro, quella che entra in libreria, in buona misura anche quella che legge i quotidiani, abita in questo paese ma rarissimamente può riconoscersi in televisione. È come se la televisione l’avesse espulsa, nel nome di un ostracismo del "difficile" che viene poi smentito, in giro per l’Italia reale, dal facile e familiare approccio agli oggetti culturali da parte di moltissime persone.
Poiché non è immaginabile (e nemmeno desiderabile, per giunta) che la televisione, almeno quella pubblica, torni a comportarsi e a progettare secondo i vecchi ideali pedagogici e formativi della Rai delle origini, resta da chiedersi come mai un pubblico così ingente, e spesso così solvente, sia considerato superfluo o marginale dal management televisivo. Gli investitori pubblicitari, già da tempo, si preoccupano per il livellamento verso il basso di un audience dal portafogli piuttosto esiguo, e dai consumi limitati. Procedendo secondo cinismo – visto che di responsabilità politica e civile non sembra più il caso di parlare - , è possibile che la televisione, principale veicolo pubblicitario del paese, rinunci a rivolgersi alle fasce colte, o curiose di cultura? Quante delle moltissime persone che frequentano teatri, librerie e festival culturali dedicherebbero qualcosa di più di uno sguardo disgustato alla tivù (non solo al satellite: è la tivù generalista, checché se ne dica, che forma identità e descrive una società), se l’offerta fosse meno mediocre? Se, cioè, potessero nuovamente riconoscersi nella televisione come avvenne per l’Italia dei padri, che si formò anche davanti al video e nel video? E ammesso che la "setta" di cui sopra si sia formata, invece, contro la televisione, o senza la televisione, e tutto sommato possa continuare a farne volentieri a meno: che genere di delitto è escludere a priori che i meno acculturati possano, nella televisione, trovare stimoli, scoprire cose che non sanno, uscire dal ghetto?
Negli ultimi articoli che ha scritto su la Repubblica, Eugenio Scalfari si domanda come mai la politica italiana funzioni così male, come mai sia così difficile far riforme che ridiano forza al paese, e va alla sostanza delle cose: quel che manca è la visione d'insieme, il senso di un interesse generale che trascenda i bisogni dei particolari e i diritti da essi accampati. È il motivo per cui quando guardiamo oggi all'Italia abbiamo l'impressione di stare davanti a uno specchio infranto: nei suoi minuscoli frammenti il singolo - gruppo o individuo che sia - guarda se stesso e si compiace di non veder altro che se stesso. Lo specchio è rotto, questa la triste verità, ma il singolo è come avesse dimenticato quel che un grande specchio può mostrare. Ciascuno si rimira nella scheggia e non pensa ad alcun altro: né al vicino né al lontano, né a chi gli è contemporaneo né a chi nascerà dopo di lui. Dopo di me venga pure il diluvio, dice a se stesso. La morale pubblica diventa oggetto di esecrazione, ed esecrabile è anche chi si dedica alla funzione pubblica. Il particolare giudica ambedue le categorie (morale e funzione pubblica) con un certo pudico fastidio, quasi ne avesse vergogna. Quando ne parla lo fa con parsimonioso distacco, come se l'etica pubblica fosse un affare di cuore: un affare che non deve intorbidire l'asciutta purezza del giudizio.
Scalfari pone una questione essenziale: la più essenziale forse delle questioni contemporanee. In altre parole si chiede se sia possibile, dopo il naufragio delle utopie che promettevano paradisi collettivisti di salvezza, avere ancora un'idea dell'interesse generale e del bene pubblico, o se il mondo che viviamo sia quello dove solo gli interessi particolari hanno visibilità, legittimità e potere. La questione è fondamentale per l'Italia, e Scalfari ricorda le ragioni storiche per cui da noi l'interesse generale è flebile: le frammentazioni dell'epoca dei comuni, il modo in cui si è fatta l'unità nazionale, privilegiando l'annessione a una comune identità. Si potrebbe aggiungere anche la malattia descritta da Leopardi: quello scetticismo ferocemente disilluso, incapace di immaginazione, che impedisce agli italiani di creare una «società stretta».
Ma la questione è essenziale per tutte le democrazie e per l'Europa intera, perché tutte hanno alle spalle quel naufragio delle utopie e tutte sono alle prese con gli effetti che esso ha avuto sul modo di pensare la politica e il governo, i diritti dell'individuo e i suoi doveri.
Ovunque è difficile ricominciare a discutere con serietà di interesse generale, anche se in Italia è difficile in modo specialissimo: nell'agorà, che è la piazza dove i cittadini discutono le loro comuni questioni, è l'idea stessa di questione comune che crea diffidenza, malessere, e chi la propone si isola, inascoltato o frainteso. Quel che seduce le penne e le menti sono le questioni del particolare, le cosiddette questioni-tabù, che il naufragio ha restituito alla vista dopo lungo occultamento. La perniciosa preminenza del pubblico sul privato e sull'individuale, le conseguenze di un interesse generale che soffoca le soggettività e financo le fedi: queste sono le questioni più seducenti. Vengono anche chiamate questioni politicamente scorrette, anche se nel frattempo son diventate le più corrette e correnti, anche tra molti che si dicono riformisti. La cosa veramente più scorretta, soprattutto in Italia, è parlare di interesse generale.
Eppure è di questo che urge parlare, se desideriamo contemplare sullo specchio un paesaggio leggermente più ampio, leggermente meno striminzito e breve della nostra persona. Se vogliamo metter fine alla frammentazione di cui ha parlato ieri il presidente Romano Prodi, quando ha detto: «Il paese è impazzito perché non è più capace di pensare al domani».
Naturalmente non è il paese ad avere tutte le colpe. I principali responsabili sono i politici e la classe dirigente - cioè tutti coloro che esercitano un'influenza sui cittadini anche se non governano - e il paese è piuttosto vittima del loro impazzimento (della frammentazione dello specchio): non si può accusarlo quando preferisce questo o quel partito. Governo e classi dirigenti modellano tuttavia la società civile, quando la influenzano con il proprio esempio, e anche la società ha sue responsabilità ed è soggetta a impazzimenti. Se per natura il popolo fosse incolpevole, i governi dovrebbero sempre decidere misure popolari e mai azzardarne di impopolari. Sicché è da meditare e non da scartare frettolosamente il punto che Prodi solleva quando accenna al paese impazzito e invita a non cercar conforto nelle favole: «È ora che i politici governino anche scontentando: scontentare a volte significa fare il bene di tutti».
Una cosa simile ha detto l'arcivescovo Bruno Forte, venerdì in una conferenza all'università di Chieti, accennando all'evasione fiscale e alla cultura dell'illegalità: se la classe dirigente non ricomincia a «cercare il bene comune più che quello della propria parte», se non rispetta i principi etici nell'ambito pubblico, per forza la società penserà che non pagare le tasse sia legittimo. Invece «è un peccato grave, è rubare!» ha ricordato Bruno Forte, raccontando subito dopo che nel confessionale nessuno mai gli confessa l'evasione. Vuol dire che evadere non è interiorizzato come peccato, dai più. Lo Stato derubato è qualcosa di distante, alieno: non è la personificazione di un superiore patto tra cittadini, che pagano tutti per pagare tutti di meno.
Nei secoli scorsi, è vero, l'interesse generale è stato deturpato. Lo fu sin dal '700, quando venne teorizzato da Jean-Jacques Rousseau. Hannah Arendt ricorda in alcune limpide pagine come l'idea di una volontà generale, di un corpo unanimistico della nazione, abbia ridotto gli interessi particolari a nemici eversivi del bene pubblico. Quest'ultimo è stato sacralizzato, estromettendo la libertà in nome di una falsa uguaglianza. La volontà generale di Rousseau «sostituisce la vecchia nozione di consenso, esclude ogni processo di scambio di opinioni e ogni eventuale tentativo di conciliare opinioni diverse». L'interesse del collettivo cancella le differenze, le spiana in nome di un'amorfa e unanimistica totalità, e sfocia infine «nella teoria del Terrore, da Robespierre a Lenin e Stalin»: una teoria secondo cui «l'interesse di tutti deve automaticamente e permanentemente essere ostile all'interesse particolare del cittadino». Il rivoluzionario collettivista esalta il sacrificio e l'abnegazione, deprezzando quel che c'è di più nobile nel sacrificio. «Il valore dell'uomo viene giudicato dal grado in cui egli agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà». (Arendt, Sulla Rivoluzione, ed. Comunità 1983)
La perversione dell'interesse generale è dunque denunciata con validi motivi. Troppe volte la persona è stata sacrificata sull'altare del bene pubblico, e l'interesse generale suscita scetticismo. Quel che si omette di dire tuttavia è che l'idea di bene comune è stata travisata, avvelenata. Nel comunismo non fu il bene pubblico a vincere: quando un partito si arroga il diritto di definire quale debba essere l'interesse di tutti, escludendo ogni dissenso, il bene pubblico torna a essere il male contro cui era stato invocato. Torna a essere interesse particolaristico, che non include ma esclude, il che vuol dire: l'interesse del più forte. La fine di questa perversione ha riportato infine la persona al centro dell'attenzione. Ha riscoperto i suoi diritti, ha introdotto i diritti della persona anche nel diritto internazionale. Ma ha anche generato nuovi squilibri: perché come salvare dalle macerie quello che c'era di costruttivo, di utile e di morale, nell'interesse generale? Come salvare Rousseau da Rousseau?
L’idea di Rousseau è che l'uomo sia buono per natura, e che la sua corruzione cominci con la differenziazione della società e con il razionale perseguimento dell'interesse particolaristico. Il seme totalitario è qui: è nel terrore di una virtù che si esprime nella volontà una e indivisibile. Quel che è accaduto nei secoli recenti ha smentito tale ipotesi, ma non interamente: l'uomo non è buono per natura, ma è pur sempre vero che la società può renderlo ancora più malvagio - può farlo impazzire - se è governata senza idea d'un interesse generale, d'un bene pubblico cui ciascuno concorre sacrificando un po' di se stesso ed equilibrando i diritti coi doveri.
Cos'è il bene pubblico? È tutto quello che il singolo (individuo, gruppo) non può tutelare da solo, nei tempi lunghi. L'educazione, la sanità, l'acqua, l'aria, e tante cose ancora: sono beni nell'interesse di ogni privato cittadino, ma non finanziabili dal privato. Per definizione, sono interessi della res publica, delle sue leggi e istituzioni. In molti casi neppure lo Stato-nazione può tutelare, ed è l'Unione europea ad occuparsene. Il pensiero moderno (a cominciare dai testi ultimi del filosofo Hans Jonas) aggiunge al classico interesse generale la responsabilità verso le future generazioni e anche verso il futuro della Terra minacciata. Una sorta di responsabilità per il futuro, un'«etica della distanza» che s'aggiunge all'etica della vicinanza e della contemporaneità.
Tutto questo è considerato fastidioso, troppo corretto. La rivoluzione conservatrice americana, cominciata nel '94 con le arringhe di Newt Gingrich contro le servitù della cosa pubblica e dello Stato, ha avuto e ha un'influenza grande ma in questi giorni si sta sfiancando. Trascurando l'interesse generale, queste rivoluzioni creano un vuoto che produce disgregazione, anomia, cultura dell'illegalità, e non per ultimo impossibilità di riforme. E siccome il bisogno di beni comuni e quindi di sicurezza permane, sono altri a riempire il vuoto: le chiese, le sette, le religioni, con le loro leggi esclusive. Oppure, in Italia, la mafia e la camorra.
Se i riformisti non vogliono questi vuoti converrà dirlo, e parlare un po' di interesse generale. Altrimenti non resterà che la compassione dei singoli verso i più deboli: una virtù che non dura nel tempo, che non si sostanzia in istituzioni durature come è accaduto con lo Stato sociale, che alimenta la lotta di tutti contro tutti, che promuove alla fine l'interesse del più prepotente. È la prossima perversione totalitaria in cui rischiamo di cadere.
Il paradosso della tolleranza torna in campo ormai ogni settimana nell'Europa alle prese con l'incontro-scontro con altre culture, altre religioni e altre storie. Ne avevo parlato la settimana scorsa, a proposito dei propositi di impedire o limitare l'uso del burka e del velo in Olanda e in Gran Bretagna, nonché a proposito del caso Redeker in Francia. Nei giorni successivi la questione è di nuovo esplosa, ancora in territorio francese e ancora con effetti e risonanze europee, a proposito della legge che punisce il negazionismo sul genocidio degli Armeni. La legge, com'è noto (ne hanno già scritto, sul manifesto, Annamaria Merlo, Astrit Dakli e Carla Casalini) , è stata approvata in prima lettura dal parlamento francese, ma difficilmente riuscirà a passare la seconda lettura entro la fine della legislatura e per fortuna, non sembrandoci buona prassi, né in questo né in altri casi, quella di affidare a una legge penale la sanzione di un problema storiografico, culturale e politico: è una di quelle circostanze in cui la sacrosanta giustezza di un contenuto - combattere il negazionismo - rischia di essere del tutto inficiato dallo strumento a cui ci si affida. Come hanno sostenuto i tre intellettuali turchi e armeni autori di un appello contro la legge francese - e tutti e tre accusati e condannati in patria per avere scritto del genocidio armeno - una legge del genere sarebbe opposta negli intenti, ma identica nella forma alla legislazione turca che inibisce la libertà d'espressione. Può la Francia - e può l'Europa - impugnare la libertà d'espressione quando si tratta di difendere il professor Redeker, autore di un attacco frontale all'islam, dalle minacce di morte fondamentaliste, e dimenticarsene quando pretende di punire per legge il suo pessimo esercizio negazionista sul genocidio armeno?
Ralf Dahrendorf, su la Repubblica di ieri, aggiunge al dilemma un elemento importante. La cultura europea, scrive, è quella che ha progressivamente - e positivamente - fatto cadere tutti i tabu, soprattutto dagli anni 60 in poi e soprattutto nel campo del pensiero e dell'espressione artistica. Come difendere questa conquista dell'illuminismo europeo, nel momento in cui entriamo in contatto ravvicinato con comunità che viceversa ricorrono anche a metodi violenti pur di salvaguardare i loro tabu? Il paradosso della tolleranza interviene in questo punto: se da un lato essa ci imporrebbe di tollerare gli «altri» da noi, dall'altro lato tollerarli significherebbe in questi casi rinunciare alle nostre libertà. In altri - e classici - termini: è possibile tollerare l'intolleranza?
Dei due corni del dilemma, Dahrendorf sceglie il secondo, con una condizione che lo distingue però dall'arroccamento aggressivo dei «fondamentalisti» occidentali dello scontro di civiltà: le libertà illuministe vanno difese come valori non negoziabili, ma in tutti i casi in cui il dilemma si pone è d'obbligo aprire la sfera pubblica al dibattito, non necessariamente conciante ma se necessario anche aspro, con gli «altri». Slavoj Zizek, che al paradosso della tolleranza si è più volte dedicato, risponderebbe invece con qualche ragione che è falso il punto di partenza, perché in Occidente la tolleranza funziona solo quando c'è da tollerare il simile, ma cade non appena il contatto con l'altro diventa un urto.
La questione dei tabu però complica e arricchisce il tema. Siamo sicuri infatti di poter applicare alla caduta dei tabu lo schema lineare e progressivo che Dahrendorf assume? Davvero la convivenza umana può fare a meno di qualsivoglia tabu? La questione della Shoah, ad esempio, per l'Europa è un tabu di quelli non arcaici e primitivi, bensì positivamente costruiti in seguito ad accadimenti e responsabilità storiche precise: è dal «mai più» sullo sterminio che simbolicamente prende avvio la costruzione europea, nonché molto costituzionalismo europeo. Non sempre dunque i tabu si tratta di abbatterli; qualche volta - ed è il caso del genocidio armeno - si tratterebbe semmai di allargarli. Ma prendendosi la briga di un confronto e di un conflitto culturale e politico, invece di prendere la scorciatoia di una legge.
Titolo originale: The Economy of Gaza – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
In uno dei molti rapporti e resoconti sulla vita economica della Striscia di Gaza che ho avuto modo di leggere recentemente, sono stata colpita dalla descrizione di un vecchio sulla spiaggia che gettava le sue arance in mare. Il racconto mi ha fatto sobbalzare perché era la medesima scena a cui avevo assistito di persona 21 anni fa durante la mia prima visita a quel territorio. Era l’estate del 1985 ed ero guidata in un giro a Gaza da un’amica di nome Alya. Mentre percorrevamo in macchina la strada litoranea vidi un vecchio palestinese sulla riva con alcune cassette di arance vicine. Ero perplessa e chiesi a Alya di fermare l’auto. Il palestinese prendeva le arance una per una e le gettava nell’acqua. Il suo non era un gesto giocoso, ma di dolore e tristezza. I movimenti erano lenti ed elaborati, come se il peso di ciascun frutto fosse più di quanto lui potesse sopportare. Chiesi alla mia amica cosa stava facendo, e lei mi spiegò che il vecchio, non potendo esportare le arance in Israele, anziché guardarle marcire nel frutteto aveva scelto di buttarle in mare. Non ho mai dimenticato quella scena e l’effetto che ha avuto su di me.
Politica ed Economia
Oltre vent’anni più tardi, dopo accordi di pace, protocolli economici, road map e separazioni, gli abitanti di Gaza stanno ancora buttando in mare le proprie arance. E Gaza non è più il posto dove sono andata tanto tempo fa, ma un luogo molto peggiore e pericoloso. Un anno dopo il “ritiro” di Israele del 2005 dalla Striscia, salutato dal Presidente Bush come una grande occasione perché “il popolo palestinese possa costruire un’economia moderna che sollevi milioni di persone dalla povertà [e] crei le strutture e l’abitudine alla libertà” [1], secondo Thomas Friedman una “Dubai sul Mediterraneo” [2], Gaza sta subendo un grave e debilitante declino economico, verso livelli di povertà senza precedenti, disoccupazione, caduta degli scambi, deterioramento dei servizi sociali specie per quanto riguarda salute e istruzione.
L’ottimismo che circondava il ritiro ha trovato un riflesso anche nel piano dell’Autorità di rinnovo dell’economia noto come Strategia di Sviluppo Economico della Striscia di Gaza, pubblicato subito dopo la conclusione del ritiro. [3]Questo piano, una serie di obiettivi più che un programma di sviluppo, aveva fra i primi punti “raggiungimento di stabilità, contiguità e controllo sul suolo per sostenere l’economia palestinese” e “adozione di politiche economiche efficaci per consentire che la ripresa dell’economia palestinese persegua uno sviluppo equilibrato” [4].
Non c’è bisogno di dire, che l’Autorità non è stata in grado di realizzare i propri obiettivi, date le urgenze imposte. Ad ogni modo, è importante sottolineare che anche in assenza delle molte restrizioni, una pianificazione razionale come quella descritta nel documento dell’Autorità è semplicemente inutile, in un contesto in sé tanto irrazionale, caratterizzato da una crescente grave imprevedibilità, vulnerabilità e dipendenza, tutte risultanti da una continua e immodificata occupazione. Non si tratta di un problema nuovo, ma di uno vecchio che richiede un nuovo atteggiamento, che sostenga come finché il contesto politico resta immutato (o peggiorato), è precluso lo sviluppo economico, e la pianificazione debba concentrarsi su aree meno vulnerabili alle pressioni esterne (p.es. la formazione professionale, lo sviluppo istituzionale). Altrimenti, la pianificazione diventa nient’altro che un esercizio teorico sempre più astratto, che non promette alcun risultato di qualche senso. In questo contesto, l’aiuto internazionale può giocare un ruolo critico nell’aiutare le persone a sopravvivere, ma con poco o nessun impatto strutturale sull’economia.
L’impoverimento dell’economia di Gaza non è accidentale, ma deliberata, risultato delle continuate politiche restrittive di Israele (principalmente la chiusura), in particolare dall’inizio dell’attuale rivolta sei anni fa, e più di recente dall’embargo internazionale sugli aiuti imposto ai palestinesi dopo l’elezione e l’assunzione del potere del governo democraticamente eletto a guida di Hamas all’inizio di quest’anno. Comunque, basta solo guardare l’economia di Gaza, ad esempio, alla vigilia della rivolta, per capire che la devastazione non è un fatto recente. All’epoca in cui scoppiò la seconda intifada, la politica di isolamento di Israele era in vigore da sette anni, e aveva condotto a livelli di disoccupazione senza precedenti (che sarebbero presto stati superati). E pure la politica di chiusura si è dimostrata tanto distruttiva soltanto a causa di un processo trentennale di integrazione dell’economia di Gaza a Israele, che la rendeva profondamente dipendente. Di conseguenza, quando il confine fu chiuso nel 1993, non era più possibile l’autosufficienza: semplicemente non ne esistevano i mezzi. Decenni di esproprio e deindustrializzazione avevano da tempo rubato alla Palestina il suo potenziale di sviluppo, assicurando che non ne potesse emergere nessuna valida struttura economica (e dunque politica).
Le agenzie internazionali: realtà e previsioni
Secondo la Banca Mondiale, i palestinesi stanno attualmente subendo la peggiore depressione economica della storia moderna. L’oltraggiosa imposizione delle sanzioni internazionali ha avuto un impatto devastante su un’economia già gravemente compromessa, data la sua estrema dipendenza da risorse finanziarie esterne. Ad esempio, l’Autorità Palestinese dipende fortemente da due fonti di entrata. La prima sono gli aiuti annuali dei donatori occidentali con circa un miliardo di dollari a sostegno (nel 2005, secondala Banca Mondiale, i contributi sono stati di 1,3 miliardi fra umanitari e di emergenza [500 milioni / 38%], per lo sviluppo [450 milioni / 35%] e di bilancio [350 milioni / 27%]), gran parte dei quali ora sospesi. La seconda è un trasferimento mensile da Israele di 55 milioni di dollari in entrate doganali e fiscali raccolte per la AP, fonte di entrate assolutamente critica per il bilancio palestinese, completamente sospesa. [5]Di fatto, Israele ora sta trattenendo quasi mezzo milione di dollari di entrate palestinesi di cui c’è disperato bisogno a Gaza.
L’impatto complessivo delle restrizioni, soprattutto l’incessante chiusura e il proseguimento del boicottaggio economico, si è tradotto in livelli senza precedenti di disoccupazione, che attualmente a Gaza si avvicinano al 40% (contro meno del 12% nel 1999). In realtà, se non è stato consentito l’ingresso dei lavoratori palestinesi da Gaza a Israele dal 12 marzo 2006, tutti i punti di entrata e uscita principali per il mercato sono in pratica sigillati dal 25 giugno, quando è iniziata l’attuale campagna militare israeliana. [6] Inoltre, nei prossimi cinque anni sarebbero necessari altri 135.000 nuovi posti di lavoro soltanto per mantenere la disoccupazione al 10%. [7]Nello stesso modo sono stati influenzati i livelli degli scambi. Ad esempio, all’inizio del maggio 2006 il passaggio di Karni, attraverso il quale entrano a Gaza le forniture commerciali, è stato chiuso per il 47% dell’anno con perdite giornaliere stimate a 500.000-600.000 dollari. [8]A questo si sommano le perdite agricole, che ammontano a una stima di 1,2 miliardi di dollari fra Gaza e la West Bank negli ultimi sei anni.
Nell’aprile del 2006, il 79% dei nuclei familiari di Gaza viveva in povertà [9] (contro meno del 30% nel 2000), una quota probabilmente aumentata da allora; molti i casi di fame. Inoltre, a Gaza, l’aggiunta di un componente dipendente alla famiglia aumenta la probabilità di essere poveri del 3,5%. Il carico di dipendenza rilevato a Gaza è secondo soltanto a quello dell’Africa. [10]Quindi, il numero di adulti occupati in una famiglia è un forte fattore di attenuazione della povertà. Non sorprende che le persone che abitano nella Striscia di Gaza abbiano il 23% di probabilità in più di essere poveri di quanto non accada a quelle della West Bank.
Le Nazioni Unite attualmente si fanno carico dell’alimentazione di circa 830.000 dei 1.400.000 abitanti di (ovvero il 59% della popolazione totale morirebbe di fame senza aiuto ONU): di questi 100.000 si sono aggiunti da marzo di quest’anno. La United Nations Relief and Works Agency ne sostiene 610.000 (tutti rifugiati) e il World Food Program altri 220.000 (60.000 si sono aggiunti nel solo mese di settembre 2006) non-rifugiati. Quest’ultimo gruppo comprende 136.000 “poveri cronici” che in precedenza ricevevano aiuti dall’AP. [11]
A esacerbare il declino socioeconomico di Gaza c’è stato l’attacco israeliano dello scorso giugno alla centrale energetica. L’impianto, completamente distrutto, forniva il 45% dell’elettricità alla Striscia. Le cadute di tensione sono state estremamente gravi per la fornitura di assistenza ospedaliera, la distribuzione di acqua e cibi, la gestione degli scarichi e altri problemi. Recentemente, il gruppo israeliano per i diritti umani B'tselem ha dichiarato che l’attacco alla centrale costituisce un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, dato che ha preso di mira la popolazione civile.
Inoltre, dall’invasione militare israeliana della Striscia di Gaza nota come “ Operazione Pioggia d’Estate” sono stati uccisi dai militari 237 palestinesi (sui 382 dal gennaio 2006 e 2.137 dal settembre 2000, di cui la maggioranza civili) e feriti 821. I soldati israeliani hanno anche sparato almeno 260 missili aria-terra e centinaia di proiettili di artiglieria, in maggior parte verso bersagli civili, come edifici governativi o scolastici, decine di abitazioni private, sei ponti e una quantità di strade, centinaia di ettari di terreni agricoli, devastandoli. [12] [Nota: fra il 29 marzo e il 27 giugno 2006, Israele ha lanciato 112 attacchi aerei, sparato 4.251 colpi di artiglieria e cinque bordate navali uccidendo 94 abitanti di Gaza di cui 35 civili.] [13]
Secondo le Nazioni Unite, nel 2007 in assenza di significativi miglioramenti nell’economia palestinese, nell’insieme essa sarà del 35% più ridotta di quanto non fosse nel 2005, precipitando ai livelli del 1991, con oltre la metà della forza lavoro disoccupata.[14]Le previsioni sono quelle recentemente rese pubbliche dall’ONU sull’impatto della riduzione degli aiuti internazionali sull’economia palestinese. Utilizzando il 2005 come base di confronto, le proiezioni assumono una riduzione del 30-50% negli aiuti (e con essa della spesa pubblica), un 50-100% di incremento nella riduzione degli scambi, un 10-20% di incremento nelle restrizioni sui flussi per lavoro verso Israele. Secondo lo scenario peggiore, del resto non improbabile, la perdita in termini di prodotto interno lordo fra il 2006 e il 2008 potrebbe raggiungere i 5,4 miliardi di dollari, ovvero superare l’intero prodotto lordo palestinese del 2005. Potrebbero andare perduti l’84% dei posti di lavoro disponibili nel 2005.[15]Anche secondo lo scenario migliore, scrive Raja Khalidi, economista della United Nations Conference on Trade and Development, “l’economia palestinese imploderebbe verso livelli mai visti da generazioni”.[16]
Il fattore popolazione
Il problema di Gaza non è soltanto di occupazione, ma demografico, e questo è vitale da comprendere. Oggi, ci sono oltre 1,4 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza: per il 2010 la cifra si avvicinerà ai due milioni. Gaza ha il tasso di natalità più elevato della regione – 5,5 6,0 figli per donna – e la popolazione cresce del 3-5% l’anno. L’80% è sotto i 50 anni, e il 50% sotto i 15 anni. La metà del territorio in cui si concentra la popolazione ha una delle densità più elevate del mondo. Nel solo campo profughi di Jabalya, ci sono 74.000 persone per chilometro quadrato, contro le 25.000 di Manhattan.
Secondo gli ultimi dati elaborati dal Progetto 2010 dell’Università di Harvard, con una crescita annuale fra il 3,45% e il 3,5%, la popolazione di Gaza di 1.330.000 persone raggiungerà le 1.590.000 entro il 2010, e le 2.660.000 al 2028, raddoppiando la dimensione attuale. Inoltre al 2010 la popolazione adulta, in proporzione a quella infantile, crescerà del 24%, ponendo ulteriori pressioni sui mercati del lavoro e della casa. [17]Se cresce il numero di persone che non riescono ad accedere al lavoro e alla casa, entrambi fattori chiave di matrimonio e struttura familiare, il conseguente gap sempre più ampio fra domanda e offerta porterà a un aumento della violenza, e con esso ad una più elevata militarizzazione della società. Dunque, le tendenze per quanto riguarda la popolazione saranno uno dei fattori principali nel determinare il benessere socioeconomico, o la sua assenza, nella Striscia di Gaza. Anche nel caso di un immediato arresto nel tasso di fertilità, la popolazione giovane di Gaza è destinata a crescere per almeno una generazione (a causa delle dimensioni dei gruppi già esistenti). [18]
Il complesso di popolazione in crescita e spostamento nella composizione per età pone enormi pressioni sui servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità. Nel caso dell’istruzione, ad esempio, la sola crescita di popolazione senza alcun miglioramento nella qualità dei servizi richiederà un’aggiunta di 1.517 e 984 aule nei prossimi quattro anni. Parallelamente, se il sistema educativo di Gaza vuole raggiungere gli attuali livelli della West Bank, necessita di almeno 7.500 insegnanti in più, e 4.700 aule aggiunte. Per quanto riguarda la sanità, se la Striscia di Gaza vuole semplicemente mantenere gli attuali livelli di accesso ai servizi fino al 2010, avrà bisogno di altri 425 medici, 520 infermieri aggiuntivi, 465 nuovi posti letto negli ospedali. [19]
Una previsione economica
Il danno conseguente – sia quello attuale che futuro – non può essere rimediato semplicemente “restituendo” territorio a Gaza, rimuovendo i 9.000 coloni israeliani, consentendo ai palestinesi libertà di movimento e il diritto di costruire fabbriche, in una Gaza più grande, ma isolata e circondata. Non è possibile affrontare i suoi molti problemi quando la popolazione in rapida crescita è costretta fisicamente entro un territorio dalle risorse limitate. La densità non è soltanto un problema di quantità di persone, ma di accesso alle risorse, specialmente al mercato del lavoro. Senza accessi esterni e il diritto di emigrare, cose che il Piano di Ritiro da Gaza e quello di riallineamento di Olmert efficacemente impediscono, la Striscia continuerà ad essere una prigione senza possibilità di sviluppare qualunque forma di attività economica.
E nel 2005, la comunità internazionale (attraverso l’ Ad Hoc Liason Committee) ha concluso che il fattore più importante nel declino economico palestinese non sono le riduzioni degli aiuti, ma le restrizioni nell’accesso e negli spostamenti, e la sospensione dei trasferimenti di reddito. In definitiva, la prolungata assenza di un accordo politico (che consentirebbe un maggior movimento verso Israele e oltre), fa sì che gli aiuti internazionali possano soltanto contribuire alla sopravvivenza dei palestinesi, e nulla di più.
L’urgenza del dramma di Gaza è grave, perché come scrive Raja Khalidi “Anche assumendo una totale ripresa del sostegno dei paesi donatori e il ritiro delle restrizioni alla mobilità per il 2008, le perdite di prodotto interno e di posti di lavoro continuerebbero ad accumularsi. Ciò fa pensare che il declino attuale avrà pericolosi e duraturi effetti sull’economia, che persisteranno anche se in futuro verranno attenuate le condizioni avverse” [20].
Nota: Sara Roy è professore al Center for Middle Eastern Studies della Harvard University. La Dottoressa Roy ha lavorato nella Striscia di Gaza e nella West Bank a partire dal 1985 conducendo ricerche principalmente sullo sviluppo economico, sociale e politico della Striscia di Gaza e sugli aiuti USA nella regione. La Dottoressa Roy ha ampiamente pubblicato sul tema dell’economia palestinese, in particolare a Gaza, e documentato i suoi sviluppi negli ultimi trent’anni.
Questa nota informativa è stata redatta per il Palestine Center (Jerusalem Fund). Le opinioni non rispecchiano necessariamente quelle del Jerusalem Fund.
[1] The White House, Office of the Press Secretary, "President Bush Commends Israeli Prime Minister Sharon's Plan," 14 aprile 2004.
[2] Vedi la mia analisi sull’accordo per il ritiro, in Sara Roy, "A Dubai on the Mediterranean," The London Review of Books, novembre 2005.
[3] Ministry of National Economy and Ministry of Planning, Gaza Strip Economic Development Strategy, The Palestinian National Authority, settembre 2005.
[4] Ibid. v Roy, "A Dubai on the Mediterranean."
[5]Samar Assad, "Forecast for Palestinian Economic Survival," PalestineCenter Information Brief No. 135, 18 aprile 2006.
[6]United Nations, The Humanitarian Monitor-occupied Palestinian territory, n. 4, agosto 2006, p. 1.
[7]Program on Humanitarian Policy and Conflict Research, HarvardUniversity, Gaza 2010: human security needs in the Gaza Strip, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, Working Paper n. 1, maggio 2006, Cambridge, MA, p. 18.
[8]OCHA, Situation Report: The Gaza Strip, 3 maggio 2006
[9]United Nations, The Humanitarian Monitor, p. 7.
[10]HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, p. 15.
[11]Steven Erlanger, "As Parents Go Unpaid, Gaza Children Go Hungry," The New York Times, 14 settembre 2006, p. A11.
[12]Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), Weekly Report: A Special Issue on the 6th Anniversary of the al-Aqsa Intifada, No. 38/2006, 21-27 settembre 2006, p. 2.
[13]Palestinian National Initiative, The Forgotten People: The Despair of Gaza One Year After the 'Disengagement', 14 settembre 2006. http://www.amin.org.
[14]Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all," Ha'aretz, 17 settembre 2006.
[15]Ibid.
[16]Ibid.
[17]HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, pp. 13-16, 20.
[18] Ibid, p. 13
[19]Ibid, p. 21.
[20]Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all."
I compagni Cesare Salvi e Massimo Villone nella loro sacrosanta battaglia contro gli sprechi, per la moralizzazione della vita pubblica rischiano (vedi il manifesto 30 settembre, pagina 4), come già fecero nel titolo del loro importante libro di qualche mese fa, di prendere lucciole per lanterne. Lo dico con grande rispetto poiché condivido pressoché totalmente l'analisi dei due esponenti diessini. Dove sta l'abbaglio? Nel confondere, non solo da un punto di vista lessicale, terminologico, democrazia con politica. La democrazia non comporta dei costi in quanto tale, semmai è la politica che li determina, soprattutto se degenera sino ad arrivare ai livelli parossistici che ben documentano i due autori. L'articolo di sabato scorso sul manifesto di Salvi e Villone conferma quello che poteva essere soltanto un dubbio derivante dal titolo del loro libro I costi della democrazia , quando propongono nella loro analisi della legge finanziaria «una serie di emendamenti volti a combattere la congestione istituzionale, i costi eccessivi della (cattiva) politica, le pulsioni clientelari di una falsa modernità». Quale primo provvedimento indicano la soppressione delle attuali circoscrizioni comunali, laddove previste, e la riassunzione nelle maggiori assemblee elettive - in non meglio precisate «varie forme» - della funzione di rappresentanza più ravvicinata del territorio.
Salvi e Villone ben ricordano, perché erano membri della commissione affari costituzionali del parlamento, che quando venne discussa la questione non ci si limitò a paventare il trasferimento di funzioni di rappresentanza o burocratico-amministrative, bensì il passaggio di reali poteri di governo, di gestione di tutti i servizi cosiddetti «alla persona». Il «Grande Comune» nello spirito di quella riforma doveva scomparire per lasciare spazio alle municipalità, con un salto di qualità da un punto di vista democratico, avvicinando le istituzioni ai reali bisogni dei cittadini, consentendo loro di partecipare alle scelte politiche e amministrative, informandoli, rendendoli consapevoli e quindi corresponsabilizzandoli. Le municipalità, di fatto, non dovevano comportare aumenti di costi poiché si dovevano ridurre drasticamente quelli del comune centrale. L'invenzione della città metropolitana, addirittura inserita nella Costituzione (articolo 114), votato da Salvi e Villone (e non dal sottoscritto perché contrario a quel pasticcio di riforma inficiata dall'elezione diretta del sindaco) non fu un'ubbia di qualcuno, bensì una razionale visione della realtà, affidando ad un governo di grado superiore la gestione dei servizi di "area vasta": grandi infrastrutture, grande viabilità, energia, acquedotti, smaltimento rifiuti solidi ecc.
Tutto questo moderno disegno istituzionale (già sperimentato in altri paesi, si pensi a Parigi e Londra) naufragò in Italia e, se vogliamo dircela tutta, per «merito» di alcuni comuni governati dal centrosinistra: Roma, Napoli e Torino, con i sindaci Rutelli, Bassolino e Castellani i quali mai e poi mai avrebbero accettato di perdere il prestigio ed il potere del comune capoluogo: Dio me lo ha dato e guai a chi me lo tocca! E la sinistra, che tante battaglie aveva fatto in passato a favore del decentramento inteso come partecipazione, sviluppo e crescita della democrazia dal basso, restò a guardare intimidita, per dirla con D'Alema, dal frastuono dei nostrani «cacicchi».
Lo sanno Salvi e Villone che oggi i consigli comunali non contano praticamente più niente? Provino ad assistere ad una seduta di queste assemblee elettive: si discute e si strilla sul nulla, come nel defunto processo del lunedì di Aldo Biscardi. La giunta non è più un organo collegiale e gli assessori sono degli impiegati-manager scelti dal sindaco, il quale ha su di loro diritto di vita e di morte. In questi anni sono state distrutte le aziende municipalizzate per un perverso concetto di liberalizzazione e privatizzazione, costituendo una miriade di spa, con tanti presidenti, vicepresidenti, amministratori delegati, consigli di amministrazione, direttori, funzionari, stipendi e gettoni a go-go. Tutto sotto l'alto patrocinio del nuovo deus ex machina : il sindaco. Gli assessorati che con la riforma degli anni Novanta erano stati ridotti sono silenziosamente cresciuti: nel quadro dell'austerity e del risparmio, ad esempio, a Torino sono passati in quest'ultimo anno da 14 a 16 per accontentare le «esigenze» della politica, non della democrazia. Non parlo degli assistenti, degli staffisti, dei consulenti esterni alcuni dei quali marciano «a botte» da 100 a 200 mila euro all'anno (e non sono a tempo pieno, fanno tutti un altro mestiere, magari il preside di qualche facoltà universitaria). Sono totalmente d'accordo per la revisione delle provincie che stanno lievitando. I nostri due bravi fustigatori degli sprechi si facciano dare dalla segreteria del senato l'elenco delle proposte di legge per l'istituzione di nuove provincie in Italia, e verifichino quante di queste sono state presentate da parlamentari della sinistra (o presunta tale).
E' la politica, cari Salvi e Villone, che è ammalata e non da oggi. E non dalla discesa in campo di Berlusconi: semmai il Cavaliere ha portato avanti, aggravandolo, un processo di degrado avviato con il protagonismo, il liderismo, il decisionismo, la politica-spettacolo, la falsa modernità di craxiana memoria. Tutto ciò è accaduto nella totale timidezza, nell'imbarazzo, se non nel silenzio responsabile della cultura politica di sinistra. Diceva mia nonna: chi è colpa del suo mal pianga se stesso.
Alla domanda di un intervistatore che una volta gli aveva chiesto: «In che cosa spera, professore?», ha risposto: «Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui è sconosciuta la dimensione della speranza».
Questo, in effetti, sembra un mondo di rassegnazione. Ma subito dopo ha precisato (pagg. 107-108): «la speranza è una virtù teologica. Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane, civili».
Ma noi possiamo a nostra volta domandare: in vista di che cosa? Sono virtù fini a se stesse o c’è qualcosa di simile a una speranza, una speranza laica, che le giustifica?
Rispetto a che cosa questi atteggiamenti, che per taluno (i dogmatici, i fanatici, gli inquisitori d’ogni risma, gli uomini dell’azione per l’azione) sono gravi difetti, possono invece essere concepiti, per l’appunto, come virtù e non semplicemente come disposizioni dell’animo prive di valore come tante altre, se non addirittura come corruzioni dell’animo, debolezze o almeno mancanze di energia? «Questi uomini mettono nel dubbio ogni cosa. Ma - dice l’Inquisitore nel processo a Galileo (B. Brecht, Leben des Galilei, 12. Trad. it., Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 1994, pagg. 200) - possiamo noi fondare la compagine umana sul dubbio anziché sulla fede?».
In un passo della sua Autobiografia (a cura di A. Papuzzi, Bari, Laterza, 1997, pagg. 226 ss.) dedicato a «il problema della guerra e le vie della pace», riprendendo il tema di un corso universitario da cui è nato un libro famoso dallo stesso titolo e utilizzando le immagini ivi usate per descrivere la condizione dell’umanità nel tempo delle armi termonucleari (Bologna, Il Mulino, 1979, pagg. 21 ss.), Norberto Bobbio si interroga sul significato della vita individuale e collettiva per mezzo di tre immagini tratte da Wittgenstein, elevate a paradigmi: la bottiglia nella quale la mosca vola a casaccio, la rete in cui si dibatte il pesce, il labirinto entro il quale ci si aggira cercando la via per uscirne. Al di là del comune malessere, la mosca nella bottiglia, il pesce nella rete e l’errabondo nel labirinto sono in condizioni molto diverse. La mosca uscirà dalla bottiglia (sempre che sia senza tappo) solo per un colpo di fortuna. La sorte del pesce è invece segnata e il suo dibattersi non farà che impigliarlo sempre di più, mentre chi è perso nel labirinto può tentare di uscirne con il suo ingegno. La sorte, la necessità e l’ingegno sono le cause che muovono le tre situazioni. Bobbio, si comprende facilmente conoscendone il carattere prima ancora che l’opera, tra le tre immagini predilige quella del labirinto: «Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro». L’etica del labirinto richiede che «non ci si butti mai a capofitto nell’azione, che non si subisca passivamente la situazione, che si coordinino le azioni, che si facciano scelte ragionate, che ci si propongano, a titolo d’ipotesi, mete intermedie, salvo a correggere l’itinerario durante il percorso, ad adattare i mezzi al fine, a riconoscere le vie sbagliate e ad abbandonarle una volta riconosciute».
Le tre immagini corrispondono a tre visioni della vita e della storia e rinviano a tre etiche diverse: il pesce nella rete non ha prospettive per il futuro e può solo, subendo senza reagire con rassegnazione apatica, limitare il dolore; la mosca nella bottiglia può solo giocare disperatamente d’azzardo, agitandosi più che possibile sperando nella buona sorte; l’ospite del labirinto può ponderatamente coltivare una speranza, tenendo i nervi saldi e controllando responsabilmente la situazione. In tutti e tre i casi, si potrebbe sperare in un intervento esterno: qualcuno che ci liberi dalla rete, ci faccia uscire dal collo della bottiglia o ci conduca per mano fuori del labirinto. Ma questa sarebbe una prospettiva messianica, di un messianesimo religioso o storico, che presuppone la fede in qualcuno, un qualche salvatore (un messo divino o una forza storica) che ci trascende. Ed è per l’appunto ciò che è precluso a un Bobbio «che non ha alcuna speranza» di questo tipo: la salvezza, se salvezza ci può essere, non verrà da altri che da noi stessi.
Ma perché prediligere il labirinto, che lascia una speranza razionale, e non la rete, che toglie ogni speranza, o la bottiglia, che mette in gioco la cieca sorte? Per la semplice ragione che Bobbio è un uomo di ragione e scommette pascalianamente non sulla fede in un Dio trascendente o in una qualche «levatrice della storia» ma sulla ragione umana. A chi chiedesse quali buone ragioni d’essere vinta ha dalla sua questa scommessa, si dovrebbe rispondere semplicemente: nessuna buona ragione, ma è l’unica speranza per l’essere umano: e più non dimandare.
Nell’ultima pagina della già citata Autobiografia leggiamo: «Come ho detto tante volte, la storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino». Il che è quanto dire, per stare ancora all’immagine del labirinto, che non sappiamo se c’è l’uscita ma che dobbiamo sperare che ci sia e operare quindi come se ci sia e su questo esile filo costruire la nostra speranza, la speranza degli uomini di ragione e non di fede. Rispetto a ciò le virtù mondane e civili sopra ricordate possono per l’appunto essere ritenute virtù.
Si sarà notato che tutte queste immagini contengono in sé l’idea del passaggio da un luogo a un altro e che questo passaggio equivale alla liberazione dai tormenti, dall’oppressione, dall’infelicità. Questa è un’idea ebraica e cristiana. Il Dio di Israele è colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per trarlo alla terra promessa; libera nos a malo implora la principale preghiera al Dio dei cristiani e la resurrezione del Cristo - centro del messaggio evangelico - è presentata come il passaggio da un regno a un altro, dal regno della morte al regno della vita. Questo passaggio, promesso a tutte le creature, è paragonato da Paolo di Tarso alle doglie del parto che travagliano il creato (Romani, 8, 19-22; 2 Corinti 5, 1-4).
Sono, queste, tutte figure dell’esodo, un nucleo concettuale che tanta parte ha avuto e ha tuttora nella formazione della mentalità del mondo occidentale. Le immagini della rete, della bottiglia e del labirinto ne sono soltanto versioni, per così dire, più familiari. In ogni caso, ciò che si intende dire è che la salvezza sta nel lasciare il luogo in cui siamo in oppressione e andare o ritornare in quello della libertà.
Anche per il labirinto è la stessa cosa. Anche qui si tratta di guadagnare la libertà. Una sua particolarità, rispetto ad altre immagini dell’esodo, è che l’uscita è all’indietro: occorre ritornare sui propri passi perché la libertà non è dove non siamo ancora mai stati ma là, da dove proveniamo. Il filo di Arianna e il mito di Teseo parlano non di progresso, ma piuttosto di regresso o, meglio, di ritorno al tempo felice perduto. Ma non è questo il punto più importante. E invece il postulato che ci sia un altro mondo, alternativo a quello in cui ci troviamo a vivere. Il labirinto è immagine che calza a pennello con l’idea del professor Bobbio circa le virtù laiche, indicate in alternativa alla speranza teologica. Ma si può dire la stessa cosa circa l’esistenza di questo «altro mondo»? Sembra di no.
Il passaggio da un mondo a un altro è idea tipicamente messianica. Essa evoca un intervento dall’esterno di «questo» mondo da parte di un salvatore, di una forza millenarista, di un qualche movimento palingenetico irrazionalista, di un capo inviato dalla provvidenza.
Nessuno di noi, comuni mortali, potrà mai aspirare a tanto, a scrollarci di dosso il nostro mondo per indossarne un altro. Nessuno di noi potrà mai pensare di dare un senso, una direzione alla sua e alle altrui vite per trasformarle in qualcosa di totalmente altro. A ritenere il contrario, si incorrerebbe nel sarcasmo di un Jacob Taubes (La teologia politica di San Paolo, Milano, Adelphi, 1997, pagg. 143) che, citando Kafka, dice che i tentativi dall’interno, come ad esempio quelli che si richiamano all’idealismo tedesco e alle «leggi della storia», non portano a nulla: «Il ponte levatoio si trova sull’altra sponda» (altra immagine dell’esodo); è dall’altra sponda, se mai, che lo devono abbassare per farci passare.
Dire che queste visioni catartiche sono del tutto estranee a Norberto Bobbio è perfino un’ovvietà. Nel suo universo concettuale non esiste un «altro mondo», diverso dal nostro; l’esodo è un’immagine consolatoria; il messia, un’illusione pericolosa. Noi siamo e resteremo nel nostro mondo, il mondo che costruiamo con le nostre forze. Siamo e resteremo nel labirinto. Il labirinto non è luogo dal quale si possa uscire e non possiamo attenderci nulla da fuori, meno che mai la nostra «salvezza». Il compito, il senso della vita e di quel aspetto essenziale della vita umana che è la cultura è lavorare insieme, nel dialogo e nel rispetto reciproci, nel rigore analitico, nell’assenza di dogmi messianici, affinché la condizione nel labirinto, che è la condizione umana, sia progressivamente resa più sopportabile, più umana, meno ingiusta. Tutto il resto non è che teologia politica. Se poi, indipendentemente da noi, «alla consumazione dei tempi» qualcosa (e che cosa) da fuori accadrà, sono solo punti interrogativi.
Le trecentoquarantaquattro pagine dell’analitica, e per nulla indulgente alla retorica giustizialista, ordinanza del Gip di Milano si leggono in preda a un vivo senso crescente di spaesamento, nel senso preciso della parola: in che paese ci siamo ridotti a vivere?
Cerchiamo di comprendere il senso d’insieme, nel modo più freddo possibile. Si tratta di dati contenuti in un’ordinanza di custodia cautelare, quindi non di prove nel senso della condanna penale delle numerose persone coinvolte, condanna che non c’è ora, e potrebbe non esserci alla fine del processo. Ma certo siamo di fronte almeno a quei “gravi indizi di colpevolezza” che la legge richiede perché si possa limitare la libertà delle persone e sequestrarne i beni, sia pure solo in via provvisoria. Da questi “gravi indizi”, emerge quanto segue. All’interno di Telecom, la più grande impresa di telecomunicazioni operante in Italia, è esistito un soggetto responsabile della sicurezza, facente capo direttamente al vertice dell’azienda, sostanzialmente esente da controlli interni che non fossero – come è detto pudicamente –“soft”, dotato di un’elevatissima capacità di spesa (si parla di un “fiume di denaro”, più di 20 milioni di euro in otto anni, gestiti “in nero” e sottratti ai bilanci sociali e quindi agli azionisti), il quale, in base a un suo rapporto personale col titolare di un’agenzia investigativa, ha stabilito con questa un rapporto di collaborazione stabile. I clienti di gran lunga più importanti di tale agenzia sono Pirelli e Telecom. Gli incarichi che essi conferivano erano, per così dire, molto informali. Questa agenzia madre, a sua volta collegata ad altre due società fasulle, con sede all’estero – due “scatole vuote”, per la circolazione del denaro estero-su-estero – ha progressivamente costruito una ramificata struttura investigativa capace di operare in tutta Italia, anche grazie a sub-appalti con soggetti d’investigazione locali. L’attività di questa rete si è avvalsa, e non in modo episodico, anche di personale in servizio presso le forze di polizia, agenti di polizia giudiziaria, pubblici ufficiali infedeli e sedicenti ispettori di polizia, disponibili a farsi corrompere, e si è svolta attraverso gravi reati: associazione per delinquere, corruzione, rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio, violazione dei doveri d’ufficio, appropriazione indebita, eccetera (sullo sfondo, almeno per ora, stanno reati societari).
Questa rete non lascerebbe esenti nemmeno i Servizi segreti, dei cui “rapporti pericolosi” con gli indagati principali si parla diffusamente nell’ordinanza. Lo strumento principale di questa attività illecita sono state le intercettazioni telefoniche illegali, disposte non dall’autorità giudiziaria per fini investigativi, ma da privati per i loro interessi. Che questi facessero capo al responsabile della sicurezza della società che, a favore degli utenti che pagano il servizio, dovrebbe garantire il buon funzionamento della rete telefonica potrebbe sembrare un’ironia del destino, ma è invece un dato che fa seriamente pensare sulla necessità di garanzie per tutti, in questo settore.
Nella rete nazionale di ascolto illegale sono cadute migliaia di persone (e dall’ordinanza risulta che si tratta solo di risultanze provvisorie), tra cui diversi esponenti noti del mondo dell’economia, della politica, dello spettacolo e dello sport, oltre a innumerevoli cittadini ignoti alla grande cronaca, ma non per questo meno titolari di diritti costituzionali alla riservatezza delle loro comunicazioni. Per una parte, questi controlli illeciti si sono indirizzati a dipendenti, o aspiranti tali, di Pirelli e Telecom (“operazione filtro”), per un’altra e maggior parte fuori della cerchia aziendale. Si può congetturare a che cosa queste potessero servire: carpire notizie del mondo finanziario da usare per operazioni sul mercato a proprio favore, insider trading, ricatti del più vario genere per i più diversi fini, eccetera.
Resta da aggiungere, per completare il quadro, sperando in una smentita, che quel tale responsabile della sicurezza in Telecom avrebbe svolto anche un ruolo direttivo della struttura addetta alla messa sotto controllo legale delle utenze telefoniche per disposizione dell’autorità giudiziaria!
Dati di un’ordinanza emessa nelle indagini preliminari, ripetiamo; non prove che suffragano sentenze di condanna. Ma c’è da trasecolare a leggere il modo di intendere e presentare questi dati da parte di molta stampa: la riduzione o a un’intrigante spy story o a un episodio degli interessi turbolenti attorno a Telecom e al suo ex-presidente.
C’è ben altro e qui è difficile tenere la freddezza di chi semplicemente mette una vicina all’altra le tessere di un mosaico, come fa l’ordinanza del Gip di Milano. Il quadro d’insieme incute spavento. A ragione, a partire da questo giornale, si è parlato di una vicenda che solleva interrogativi sulla nostra democrazia e sullo Stato di diritto, ridicolizzando tanti retorici discorsi in proposito. Da questa vicenda non c’è tanto da essere esterrefatti per la sua estensione, quanto per la sua qualità. Anche se l’intercettazione illegale fosse stata una soltanto, non sarebbe per questo men grave, date le sue modalità. L’allarme maggiore deriva dall’intreccio di poteri e soggetti pubblici e privati che si legano (e si combattono) in attività deviata e illegale, e dunque segreta, per interessi comuni o contrapposti. La democrazia ha un’esigenza primaria: che i circuiti del potere si manifestino in pubblico. Quelli occulti la svuotano dall’interno.
In passato, si è adoperata la formula del “doppio Stato”. Essa è nata per designare il potere parallelo allo Stato di diritto che si era formato in Germania attorno al movimento nazionalsocialista, per eroderlo progressivamente. In Italia, quella formula è stata ripresa negli anni ‘70 del secolo scorso per indicare l’esistenza di strutture parallele dello Stato, le une visibili, depositarie della legalità e soggette alle regole e ai controlli della democrazia, e le altre invisibili, che conducevano una propria politica attraverso atti illegali (la “strategia della tensione”, ad esempio.), al riparo di sguardi indiscreti. L’impressione, addirittura, è che questa formula si presti poco e male per descrivere quello che oggi abbiamo visto esistere, e che potrebbe esistere in chissà quanti altri casi che non vengono nemmeno alla luce. Non c’è “doppio”, per la ragione che c’è invece una profonda immedesimazione: soggetti sociali e soggetti pubblici (o addirittura organi dello Stato, come è detto in un passo dell’ordinanza), nel loro intreccio, formano tutt’uno. Notiamo una “statizzazione” della società, cui corrisponde una “socializzazione” dello Stato, realizzata nel modo peggiore, attraverso la corruzione reciproca dell’una e dell’altro. Ma non c’è neppure “Stato”, perché si farebbe fatica a usare questo nome, che allude alla cura di interessi generali come definiti dalla legge comune, per designare quest’indegna mistura di arbitrio.
Ora, dalle sedi della politica, si levano voci sdegnate: ispettori, decreti-legge, commissioni parlamentari d’indagine… Buone cose, buoni propositi, ma del tutto insufficienti ad affrontare il problema alla radice. La radice è la distinzione che manca tra interessi pubblici e interessi privati; è l’assenza di autonomia tra le due sfere; è la tentazione dell’una a ricercare il favore dell’altra; è, in definitiva, la corruzione del senso delle responsabilità pubbliche come di quelle private. Chi, nel mondo politico, è disposto a far a meno di cercare cointeressenze col mondo economico? E chi nel mondo economico è disposto a non cercare protezione in quello politico?
Non riduciamo il significato di quanto vediamo a una brutta storia di spioni. E rendiamoci conto che la reazione è difficile – più difficile di quella dei tempi del nostro “doppio Stato” – perché non è contro qualcuno che sta fuori di noi, ma è contro una parte che sta dentro di noi.