La crisi finanziaria esplosa in queste settimane rappresenta il culmine di un processo che ha avuto inizio sul finire degli anni '70 e che, dopo un primo crack nel 1987, ha vissuto un vero e proprio boom negli anni '90 e una sorta di superfetazione negli ultimi dieci anni. Si tratta di un processo nel corso del quale sono stati letteralmente rovesciati gli assunti su cui, nel trentennio precedente, si era costruito il senso comune in materia di politica economica. In quel periodo un po' tutti erano convinti che il buon funzionamento dell'economia necessitava di alcune regole. I settori guida dovevano essere socializzati. Una grossa quota di bisogni privati (trasporti, casa, scuola, sanità, pensioni) doveva essere soddisfatta attraverso consumi collettivi. La tassazione dei redditi e della ricchezza doveva ridurre le disparità economiche. Ultimo, e non meno importante, i mercati finanziari dovevano essere limitati nella loro capacità di speculare sulle passività delle imprese e dello stato.
Non era una ricetta sbagliata, tant'è che tutte le economie occidentali, sul finire degli anni '60, avevano praticamente raggiunto la piena occupazione: nell'opinione di storici insigni come Hobsbawm, quel periodo viene designato non a caso col nome di «Età dell'oro». Fu in quel torno di tempo (approssimativamente, tra il 1968 e il 1977) che a sinistra si consumò una cesura rilevante tra coloro che, fino a quel momento, si erano avvalsi del patrimonio di teorie e prassi del movimento operaio novecentesco per interpretare il mondo (e, bisogna aggiungere, anche per trasformarlo non poco) e coloro che, invece, erano cresciuti nel ferro e nel fuoco della critica a quel patrimonio di pratiche sociali e culturali.
Oggetto del contendere fu proprio quel che Rossanda è tornata a perorare su queste colonne l'11 ottobre scorso [qui su eddyburg], ossia l'«intervento pubblico in economia». Secondo i primi (i «tradizionalisti»), non era proprio socialismo, ma ci assomigliava o comunque ne avrebbe facilitato l'avvento. I secondi (i «contestatori») erano invece di tutt'altro avviso: negli ambienti maoisti francesi, per esempio, le società a «economia mista» venute fuori dal secondo conflitto mondiale - incluse quelle d'oltrecortina - erano considerate la quintessenza del fascismo, e opinioni non troppo dissimili circolavano nel vasto arcipelago della sinistra extraparlamentare italiana (incluso il manifesto).
Fu così che un consenso via via crescente arrise all'idea che la via d'uscita alla crisi insorta a metà degli anni '70 - una classica «crisi di crescita» - dovesse ricercarsi in un dimagramento della presenza pubblica nell'economia. Un dimagramento che, certo, fu voluto primariamente dalle classi proprietarie, ma che progressivamente venne a essere salutato con favore anche dai «contestatori»: sia dalla loro componente «modernizzatrice», che declinava la spinta antistatalistica ereditata dal '68 in un individualismo competitivo, sia dalla componente «millenarista», che preferì invece ricercare le forme di un'alternativa nella «decrescita solidale», nel «commercio equo e solidale» o nell'imprenditoria non profit.
Sta qui, in questo consenso di massa verso la riduzione delle attività statuali, il motivo di fondo per cui, negli ultimi vent'anni, abbiamo vissuto una replica in grande stile dei «ruggenti anni '20» e delle scorrerie dei robber barons senza che dalle cosiddette «sinistre» si levasse altro che qualche voce fievole per protestare contro gli eccessi della «speculazione» o la privatizzazione di beni supposti comuni «per natura» - come se, puta caso, l'acqua portasse scritta in fronte la veste sociale in cui può diventare oggetto d'appropriazione.
Il problema è che, a parte forse Tremonti, Marx non lo legge più nessuno. Se da parte delle cosiddette «sinistre» lo si fosse fatto, si sarebbero comprese almeno due cose. In primo luogo, che la leva del credito può spingere il processo di produzione fino al suo limite estremo solo perché, in questo modo, una gran parte del capitale sociale viene impiegato da chi non ne è proprietario e, proprio per ciò, non ha né i timori né la prudenza di chi rischia in proprio. È questo il motivo per cui i profitti e le perdite derivanti dalle oscillazioni dei prezzi dei titoli azionari e obbligazionari «diventano sempre più, secondo la natura delle cose, risultato del giuoco, che si presenta, invece del lavoro, come il modo originario di appropriarsi capitale e prende anche il posto della violenza diretta», scrive il Moro.
In secondo luogo, si sarebbe capito che «l'enigma del feticcio denaro - come scrive ancora Marx - è soltanto l'enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l'occhio». La caratteristica preminente del capitalismo, infatti, è che «non si parte dal lavoro degli individui in quanto lavoro comune, ma, viceversa, da lavori particolari di individui privati, lavori che soltanto nel processo di scambio si affermano come lavoro sociale generale». E dunque è vano pretendere di dar vita a «nuovi modelli di sviluppo» se all'allocazione decentrata delle risorse inevitabilmente presupposta dalle favoleggiate «autogestioni» non si sostituisce «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale». Insomma, una pianificazione democratica.
Qui sta il vero nodo della crisi di queste settimane. Il progressivo emergere di queste consapevolezze fra le macerie della disoccupazione e della povertà aveva spinto negli anni '30 verso la pubblicizzazione del sistema creditizio, la separazione fra credito a breve e lungo termine, l'intervento pubblico diretto nella produzione e, soprattutto, l'imposizione di drastici vincoli alla libertà di movimento dei capitali. E se, negli anni '60, quelle strutture avevano lentamente cominciato a democratizzarsi, oggi nulla o quasi ne resta nelle economie occidentali. Meno che mai nella nostra.
ROMA - Quando ha parlato di «governare per decreti, Berlusconi ha usato un’espressione provocatoria che lascia perplessi». Tanto che, «se lo si fosse sentito dire 20 anni fa, si sarebbe gridato al colpo di stato». È il parere del presidente emerito della Consulta, Gustavo Zagrebelsky, sulle recenti dichiarazioni del premier. Esagerato sarebbe parlare di dittatura, ha spiegato il costituzionalista ai giornalisti, ricordando tuttavia come «un atto fondativo del regime nazista» fu consentire per legge a Hitler «di governare per decreto». «La democrazia è fatta di procedure che richiedono tempo», ha sottolineato Zagrebelsky, «tempo per la formazione delle decisione e per rimetterle in discussione». Oggi invece il Parlamento «è stato depauperato da un sistema elettorale che ha abolito le preferenze e ha lasciato fuori alcune forze politiche», trasformandosi semplicemente nella «longa manus legislativa» dell’esecutivo.
Non credo che una sinistra possa dirsi esistente se di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa che cosa proporre. Questi erano i lumi che la cittadina sprovveduta chiedeva di avere dai leader delle sinistre e dell'opposizione e dagli amici economisti, ma non ne ha avuti. Stando così le cose, mi azzardo ad avanzare alcune osservazioni e proposte elementari che, se sono infondate, spero vengano vigorosamente contraddette.
Prima osservazione. Perché le sinistre non si chiedono la ragione per cui non solo le destre thatcheriana e reaganiana ma anch'esse si sono e restano persuase che non c'è altra via economica da percorrere che non sia la privatizzazione (spesso liquidazione) di tutti i beni pubblici e di gran parte dei servizi, quelli di interesse sociale inclusi? E perché era giusto incitarli alla concorrenza dentro e fuori i confini nazionali ed europei? La destra ha detto che i privati li avrebbero gestiti meglio e che le tariffe si sarebbero abbassate, ma questo non è successo affatto e in nessun luogo.
Seconda osservazione. Perché le sinistre hanno accettato, talvolta mollemente opponendosi, la detassazione delle imprese, delle successioni e delle grandi fortune, togliendo entrate allo stato, nella previsione che i capitali, rimpinguati, sarebbero stati investiti nella produzione? Non è stato affatto così, la produzione non è mai stata così bassa, fino all'orlo - per esempio in Francia - della recessione.
Terza osservazione. Perché le sinistre, che fino a ieri rappresentano il lavoro dipendente, hanno accettato che per facilitare la crescita si dovessero abbassare, rispetto al passato, i salari mentre lo Stato doveva restringere nella spesa sociale quel tanto che c'era di salario indiretto (vedi, in Italia, finanziaria e protocollo sul welfare dell'anno scorso)? Con l'ovvia conseguenza di una caduta generale del potere di acquisto in tutti i ceti dipendenti? Stando così le cose non occorrono grandi discussioni filosofiche sulla crisi della politica.
Quarta osservazione. Non so se dovunque, ma è certo che in Italia questa strada ha condotto non solo a una produzione bassa ma non puntata sull'innovazione di prodotto, bensì al basso costo del lavoro, in questo dando la testa al muro, o cercando le condizioni per delocalizzare, perché sia nell'Est del nostro continente sia fuori di esso i salari sono ancora più bassi che da noi.
Quinta osservazione. Perché le sinistre e le loro stesse teste d'uovo non si sono accorte che i capitali, invece che in produzione se ne andavano sia in modo legale sia in modo fraudolento, nella speculazione finanziaria, dandosi a tali demenze che stanno sbaraccando l'intero sistema?
Ultima osservazione. Perché le sinistre non sanno dire altro, a mezza bocca o con grandi sorrisi, che i buchi formati dalle banche, dalle assicurazioni e dagli hedge fund, mandati a picco per demenza dei loro dirigenti, vengano sanati col denaro pubblico, cioè quello dei contribuenti, senza chiedere nessuna proprietà pubblica effettiva in cambio? Suppongo la risposta: non si può reimmaginare un intervento pubblico perché si sa che lo stato gestisce malissimo. Già. Perché, il privato gestisce bene? Nell'epoca dei «trenta gloriosi», cioè della partecipazione pubblica e statale, nessuno di questi immensi guasti si è verificato. Dunque in nome di che cosa, che non sia il pregiudizio, non viene oggi riproposta una politica di intervento pubblico? Certo esso implica darsi non solo una linea economica ma un metodo di gestione pubblica pulito, fatto di diritti chiari invece che ottativi. Perché è vero che questo è mancato dando luogo a quelli che sono stati chiamati boiardi di stato e a clientelismi di vario tipo. Un intervento pubblico non sarebbe il socialismo, come qualche ignorantissimo afferma, ma darebbe luogo a una forma di contrattazione partecipata fra cittadini e istituzioni assai diversa dall'attuale riduzione della democrazia a fiera quinquennale del voto. Chi ci impedisce di metterci a ripensarlo? Nessuno. Chi lo propone? Nessuno. Salvo qualche isolato pensatore americano come Krugman con la riproposizione di un new deal.
Chi dirige la musica in Italia è ancora Berlusconi, con la sua speranza che la «scarsa» modernizzazione delle banche italiane ci salvi dal terremoto. Con maggior ragione si può obiettare che una politica di intervento pubblico non si fa da soli, tantomeno in tempi di globalizzazione e dopo che lo stato nazionale si è consegnato mani e piedi alla Costituzione europea che, sotto il profilo politico, è flebile, come si è visto nel caso dei rom e, sotto quello economico, è superliberista. Da parte mia, obietto che lo spazio europeo può essere invece una carta da giocare, per la sua dimensione e la sua moneta unica; vi si potrebbero mettere in atto i processi macroeconomici che oggi un intervento pubblico comporterebbe.
Che cosa impedisce che una sinistra possa e debba muoversi su questo terreno su scala continentale? Non penso che mancherebbero le resistenze, e potenti. Ma questo è il momento per aprire il conflitto con qualche possibilità di vincere. I lavoratori europei non sarebbero con noi, invece che darsi alla disperazione o consegnarsi alla Lega o al primo Haider che passa perché gli salvi protezionisticamente l'azienda? La verità è che si tratta di una scelta non «economica», ma «politica». Ecco quanto. Naturalmente sono pronta a riflettere su tutte le critiche demolitrici che mi si vorranno inviare.
Nella notte del 25 aprile 1943 il fascismo «si sciolse come neve al sole»: una metafora diffusa e ricorrente nel corso dei decenni e che riaffiora nelle narrazioni storiche e nelle memorie personali di tanti, volta a suggerire inconsistenza e carattere effimero del segno impresso dal regime nella cultura e nella mentalità degli italiani. L'intera nazione aveva «riacquistato in una notte il suo sicuro, istintivo senso della realtà storica» (l'Unità, 27 luglio 1943). Un evento miracoloso, di fatto inesplicato e inesplicabile, ma corrispondente alla percezione di moltissimi italiani, nel volgere accelerato della disfatta bellica, dei lutti e dei disastri che avevano accomunato l'intera penisola. Il rito collettivo della cancellazione dei segni esteriori del fascismo è stato rievocato da tanti storici e memorialisti: non solo l'uccisione in effige del duce e i fasci scalpellati dagli edifici pubblici, ma anche la sparizione dei distintivi, delle divise confezionate su misura, delle foto di famiglia in orbace ostentate nei salotti, di medaglie e attestati, fez, labari e gagliardetti. Sommatoria di milioni di azioni private compiute in silenzio, in parallelo al clamore delle manifestazioni pubbliche.
Rimozione concordata
Più difficile è valutare, al di là della rapida distruzione di simboli, il percorso individuale e collettivo di fuoruscita dal fascismo. Non solo e non tanto il tema dell'epurazione (che pure incide moltissimo nella sua tortuosa ambiguità nell'esistenza di molti italiani) o della continuità di apparati, strutture e istituzioni. Ma qualcosa di più corposo e al tempo stesso sfuggente, il quadro etico e politico che sottende all'uscita dall'esperienza fascista, il confronto pubblico con la fitta trama di relazioni intrattenute dalla società italiana con il regime. E' questo il tema del libro di Luca La Rovere, L'eredità del fascismo. Gli intellettuali, i giovani e la transizione al postfascismo 1943-1948, (Bollati Boringhieri, pp. 377, euro 30), che offre per la prima volta una lettura ad ampio spettro di questa complessa dimensione del dibattito postbellico. È il tema che potremmo definire della metabolizzazione del fascismo da parte degli italiani.
Diciamo subito che proprio per la ricchezza e la complessità delle voci che si agitano in questa discussione, la disputa sul passato non era in grado di offrire risposte univoche (e neppure di suggerirle retrospettivamente). Certo il risultato finale è quello di una sorta di rimozione concordata, ma è appunto un esito non scontato di un dibattito che offre suggestioni ancora attuali. Il limite dell'analisi di La Rovere è probabilmente quello di aver ricostruito essenzialmente un dibattito «colto», nutrito dai giornali e dalle riviste che danno vita a una effettiva polemica politica sull'eredità del fascismo, un'orbita che non interseca rotocalchi, stampa popolare, nascente cultura di massa (che è tema ora del libro di Cristina Baldassini, L'ombra di Mussolini. L'Italia moderata e la memoria del fascismo (1945-1960), Rubbettino, pp. 353, euro 18).
Un confuso tramestio di idee
Pur con questo limite, va detto che in quella discussione tutto o quasi tutto affiora, e che i temi portanti del dibattito italiano sul fascismo sono in nuce contenuti o abbozzati sin dal primo apparire. Non è neppur vero affermare, come si è spesso fatto, che non emerga il tema della colpa, quasi per una riluttanza dell'animo italiano ad affrontare un tema così severo. Certo mancano voci paragonabili alla profondità delle lezioni tenute a Heidelberg da Karl Jaspers nel 1946 sulla «situazione spirituale» della Germania. L'esito diverso della catastrofe legittimerà posizioni molto difformi, e in Italia proprio l'uso strumentale e immediato di quella Resistenza, poi detestata o confutata, offrirà a molte voci «moderate» il destro di utilizzarla come lavacro collettivo della coscienza nazionale. In ambito cattolico fioriscono alcune delle riflessioni più addolorate e consapevoli della profondità del baratro da cui si tenta di emergere: colpiscono le riflessioni di un giovane Aldo Moro sul fascismo nella sua dimensione totalitaria in quanto vera e propria apostasia dal cristianesimo. Ma anche nella cultura laica, complessa e divisa, emerge una consapevolezza sia pure intermittente della gravità del problema. Nello stesso Croce notiamo un singolare impasto di pessimismo realistico e fiduciosa negazione del peso che grava sulla coscienza nazionale; talora nella stessa argomentazione si può ricondurre il fascismo a «confuso tramestio di idee», e quindi parentesi destinata a non lasciar traccia, ma nella consapevolezza dei guasti arrecati in profondità al tessuto etico della società italiana. Piuttosto, va notata una ricorrente ambiguità nel modo in cui viene declinato il tema della colpa collettiva, a cui non è estraneo anche il carattere confuso e farraginoso del processo epurativo, e dove proprio le estremizzazioni lasciano il campo a una sostanziale irresolutezza della questione. Si può affermare - e si afferma - che tutti erano colpevoli e tutti erano innocenti, risoluzioni solo apparentemente opposte, perché se tutti erano colpevoli nessuno lo era veramente e dunque diveniva irrilevante accertare le responsabilità individuali.
In nome dell'uomo qualunque
La convergenza più sorprendente è tuttavia un'altra. Semplificando al massimo, possiamo dire che si assiste alla fine alla confluenza di un paradigma antifascista e di un paradigma qualunquista nell'identico esito assolutorio. Con motivazioni del tutto opposte, nel primo caso negazione della effettiva presa del fascismo nell'animo italiano, tirannide di pochi aguzzini destinata ad essere spazzata via da un popolo «naturalmente» antifascista, nel secondo caso riduzione del regime fascista a fondale di cartapesta estraneo ai veri interessi e alle autentiche passioni dell'italiano qualunque, che tiene famiglia e guarda oculatamente al suo particolare, questi due schemi sommari procedono di fatto nella stessa direzione. Cioè nella banalizzazione del fascismo, nella sua riduzione a fenomeno esteriore che non ha inciso e non poteva incidere in profondità nelle coscienze degli italiani. Fatti salvi gli aspetti repressivi e criminali del regime, il tratto che emerge e che durerà a lungo nell'opinione degli italiani è quella sensazione di inconsistenza, propria di una «dittatura da operetta», priva dei caratteri di tragica determinazione propri dell'esperienza tedesca. Su questo processo di «nullificazione» del fascismo torna Emilio Gentile nella nuova edizione de La via italiana al totalitarismo (Carocci, pp. 420, euro 26,50), con nuove aggiunte all'impianto precedente e qualche giusta notazione polemica sulle pensose banalità di Hanna Arendt sul fascismo italiano.
Ma in questo quadro, di sostanziale e finale concordia assolutoria, stride e diviene particolarmente delicata la questione della «generazione fascista», dei giovani cresciuti integralmente nell'aura del regime, della loro collocazione nella nuova Italia democratica. Con accenti di maggiore o minore severità, di propositi «rieducativi» o di fiduciosa ma vigile inclusione, è tema che occupa tutte le forze politiche e culturali, parte integrante del dibattito generale sul postfascismo. Il percorso della generazione dei Guf era stato al centro del libro precedente di La Rovere (Storia dei Guf. Organizzazione, politica e miti della gioventù universitaria fascista 1919-1943, prefazione di Bruno Bongiovanni, Bollati Boringhieri, pp. 408, euro 34), a cui si aggiunge ora il libro di Simone Duranti Lo spirito gregario. I gruppi universitari fascisti tra politica e propaganda (1930-1940) (prefazione di Enzo Collotti, Donzelli, pp. 403, euro 27), più attento ai contenuti del dibattito interno tra i giovani fascisti. Opere che in ogni caso hanno posto in dubbio, e fondatamente, quella immagine un po' inverosimile di «palestra di antifascismo» che tante memorie avevano attribuito a quella organizzazione.
Le consolazioni del moderato
E proprio la memoria generazionale di questi giovani entra a far parte del dibattito: dove emerge con chiarezza che quel «lungo viaggio attraverso il fascismo», tante volte rievocato da Zangrandi in poi, si svolge in realtà in gran parte all'interno della democrazia, e che è soprattutto storia del rapporto istituito a posteriori con quel passato, tra buona e malafede, consistenti abbagli, rimozioni.
Anche qui, per semplificare al massimo, possiamo sottolineare la singolare convergenza, anche terminologica, tra personaggi così diversi come Ruggero Zangrandi e Indro Montanelli, accomunati dalla milizia giovanile in chiave di «sinistrismo» fascista, ma poi su sponde opposte nella vita e nella cultura dell'Italia repubblicana. Per Zangrandi il fascismo dei giovani era stato «socialismo inconsapevole», «criptoantifascismo» che conduceva naturalmente agli esiti dell'antifascismo attivo. Zangrandi teorizzava esplicitamente la necessità di elaborare una «strategia della memoria», che consentisse di «riconnettere» il passato con il presente. Che in pratica significava agire sulla memoria del passato per renderlo compatibile con le scelte attuali.
Montanelli sarà invece il massimo divulgatore di quella immagine del fascismo come «pagliacciata all'italiana», che avrà tanta fortuna nell'opinione pubblica moderata, rassicurante fondamento di una memoria consolatoria del fascismo. Ma il Montanelli del '45 argomenta le sue posizioni in termini convergenti con quelli di Zangrandi: «fascismo antifascista», «antifascismo in camicia nera», rivendicato come «vero antifascismo» e contrapposto a quello dei «professionisti dell'antifascismo» di sinistra. «Il Paese siamo noi, impuri antifascisti, che all'antifascismo siamo arrivati attraverso il fascismo» Dietro la condanna facile e ripetuta del «moralismo» si cela il rifiuto di qualsiasi moralità nell'agire politico.
In conclusione, poniamoci una domanda invitabile: si trattò di una occasione mancata che condizionò tutto lo sviluppo successivo del rapporto degli italiani con il passato fascista? La risposta che mi sentirei di dare è molto più sfumata e problematica rispetto a quanto siamo soliti affermare. Certamente il periodo del 1943-48 è una fase delicatissima perché in essa si formano luoghi comuni, stereotipi destinati ad operare a lungo e nel profondo dell'animo italiano. Alcuni di essi giungono direttamente fino a noi, e danno corpo a un campionario di banalità rassicuranti che vediamo riaffiorare con quella inquietante naturalezza che è crosta di una ignoranza disperata e sostanziale (la «dittatura benefica» asserita pochi anni fa dal presidente del consiglio in carica).
E indubbiamente l'occasione non viene colta in tutte le potenzialità che avrebbe potuto offrire; ma realisticamente bisogna pur dire una modica (magari meno tossica) quantità di rimozione e di edulcorazione era inevitabile e fisiologica per guardare avanti. Oblio e memoria sono in eguale misura indispensabili per una società che non voglia farsi schiacciare dal passato e che non voglia vivere in un presente eterno e immobile, senza radici. Del resto lo stesso fenomeno di rimozione del passato fascista, in forme ancor più opache e preoccupanti, avvenne, come è noto, in Germania. Ma sono le occasioni successive, irrimediabilmente non colte, che formano la vera particolarità italiana. La rivolta degli anni Sessanta sarà in Germania occasione per fare i conti col passato, mettendo per la prima volta sotto accusa la «generazione dei padri» per il suo coinvolgimento attivo nella dittatura. In Italia si riprodurrà invece l'ennesima polemica sulla Resistenza come rivoluzione tradita o mancata.
Negli anni Ottanta nella coscienza occidentale verrà alla luce in tutta la sua portata l'enormità dello sterminio e il complesso e lacerante capitolo delle sue implicazioni. La coscienza italiana si proclamerà subito «fuori del cono d'ombra dell'Olocausto», nella formulazione del più noto storico del fascismo, e coltiverà con intensità ancora maggiore lo stereotipo del «buon italiano» vittima incolpevole della storia.
L'introduzione della problematica del consenso sarà un trauma per i tedeschi, costringerà a un esame di coscienza collettivo e senza sconti. In Italia la stessa problematica verrà accolta quasi con sollievo, vissuta come conferma definitiva del luogo comune della dittatura bonaria e modernizzatrice.
1 ottobre 2008
Il ventennio di Berlusconi
Alberto Asor Rosa
Nel corso dell'estate, sottovalutando il rischio che il solleone avesse ulteriormente infrollito il già scarso acume dei commentatori politici e giornalistici italiani, ho pubblicato sul questo giornale (6 agosto) un articolo («Più del fascismo»), in cui mi sforzavo di collocare Berlusconi e il berlusconismo nel solco della storia italiana contemporanea. Apriti cielo: quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio . Di questo inviterei a discutere, non delle fittizie (e talvolta tendenziose letture) che di quel testo sono state date. Per favorire tale (peraltro improbabile) obiettivo aggiungerei qualche argomento al già detto.
Richiamo l'attenzione (se c'è ancora qualcuno disposto a prestarmene) sull'«incipit» di quell'articolo: «Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi». Di questa frase è soggetto implicito l' Italia : certo, soggetto in sé astratto, difficile da definire, come tutti quelli che se ne sono occupati sanno, connotato tuttavia, nonostante tutto, da una storia e da alcuni dati identitari comuni di lunga durata; ancora più astratto, forse, ma ancor più ancorato a una storia e ad alcuni dati identitari comuni, se consideriamo l'Italia sotto specie di Nazione («dall'Unità in poi...», appunto), ossia di quel conglomerato di fattori politico-ideal-istituzionali, di cui ci apprestiamo a celebrare (2011) il 150˚ anniversario, proprio nel momento in cui - questo è ciò che sostengo - quel conglomerato sembra in fase di dissoluzione.
Ebbene, per valutare a che punto è arrivato tale processo, e anche per operarne alcuni confronti sul piano storico (storico, ripeto, non etico-politico), bisognerà individuare alcuni indicatori, che ci facciano capir meglio di cosa stiamo parlando. Parliamo una volta tanto, se siamo d'accordo su questo punto di partenza, dell'Italia, più esattamente dell'Italia come nazione (altri punti di vista ovviamente sono legittimi e possibili; quello di «classe» ovviamente non ci è estraneo, ma noi questa volta, per l'eccezionalità della situazione in cui ci troviamo, riteniamo preferibile questo). Poiché si parla dell'Italia, e dell'Italia come nazione, pare a me che gli indicatori fondamentali non possano che essere questi tre: l' unità (e il senso dell'unità), il rapporto del cittadino con l e istituzioni (e cioè, anche, il senso della distinzione tra pubblico e privato) e il rapporto del presente con la tradizione italiana (e cioè il senso dell'identità e dell'appartenenza nazionali). Da tutti e tre questi punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo, o per lo meno si sforza tenacemente di esserlo.
Dal punto di vista dell' unità la fondatezza di tale affermazione è lampante. Nel governo Berlusconi siede come ministro delle riforme (!) un signore il quale si batte fieramente (ed esplicitamente) per la disarticolazione e frammentazione dell'unità politicoeconomico-istituzionale e identitaria del paese. Si tratta di un processo, evidentemente: ma che diffonde una cultura politica e un senso comune avversi a tutte le definizioni topiche dell'essere «italiano» . Il berlusconismo ingloba questa fenomenologia e la fa propria; se non altro perché al presidente del consiglio unità o non unità nazionali sono del tutto indifferenti, purché la macchina del potere resti tutta in ogni caso nelle sue mani.
Secondo indicatore: il rapporto del cittadino con le istituzioni non è mai - ripeto, mai - stato così mortificato dal punto di vista della prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Ovviamente una dittatura tutela comunque i suoi esponenti dalle eventuali contestazioni pubbliche. Ma nessuna dittatura europea del Novecento (e dunque neanche il fascismo) ha fatto dell'interesse privato del leader (e dei suoi accoliti) il fulcro intorno a cui far ruotare l'elaborazione e la promulgazione delle leggi e persino l'esercizio della giustizia. Lo «Stato etico» rappresenta senza ombra di dubbio una torsione intollerabile nella lunga e tormentata storia dello «Stato di diritto» moderno. Ma il livello di corruzione (inteso il termine anche questa volta in senso puramente fatturale: come un aspetto, una forma, una modalità della macchina del potere) raggiunto dal berlusconismo non trova eguali nell'esercizio fascista delle istituzioni e del potere, almeno formalmente rimasto al rispetto o addirittura all'esaltazione della legge, per quanto dispotica (naturalmente sarebbe troppo ingeneroso arrivare a contrapporre ad Alfano e Ghedini le figure di Rocco e Gentile...).
Nel terzo indicatore precipitano e si moltiplicano tutte le nefaste conseguenze degli altri due. Il fascismo ebbe con la tradizione italiana un rapporto distorto ma vistoso: volle ristabilire a modo suo (un modo esecrabile, non ci sarebbe bisogno di dirlo da parte mia) la continuità con il Risorgimento, vanificata e interrotta secondo lui dalla tarda, sconnessa e impotente esperienza liberale. Il berlusconismo non ha nessun rapporto, né buono né cattivo, con la tradizione italiana: il suo eroe eponimo è un homo novus che spinge ai limiti estremi la sua totale mancanza di radici, in sostanza niente di più di un abile affarista, che usa il pubblico per incrementare e proteggere il suo privato e il privato per possedere senza limitazioni il pubblico. Tutto ciò che ha a che fare con etica e politica dello Stato di diritto moderno gli è estraneo. Ha tratto anche lui la sua forza dall'impotente declino e dalla irreversibile crisi di questo regime liberal-democratico: nasce cioè e vive da una corruzione, non da una reazione, come invece presunse di fare il fascismo (da intendersi anche in questo caso ambedue i termini in senso politico-istituzionale, non etico-politico). Ora, nella storia italiana post-unitaria, di cui si diceva, è innegabile che a fondare il nocciolo più duraturo della nazione siano stati il Risorgimento prima e la Resistenza poi: da considerare quest'ultima - come fu da molti protagonisti di diverse parti politiche e ideali considerata - una realizzazione più avanzata ma consequenziale del primo. Ma se al Cavaliere nulla importa dei valori di democrazia e del rispetto delle regole (Carta Costituzionale, separazione dei poteri, rapporto elettori-istituzioni, ecc.), cosa dovrebbe importargli non dico della Resistenza, ma dello stesso Risorgimento, che bene o male ha fondato unità e identità italiane nazionali e dato inizio al processo di costruzione di una società (sia pure limitatamente) democratica nel rispetto delle regole? La «rottura storica», alla quale egli, senza sforzo e senza neanche pensarci, si sottrae, non è quella del 1945, è quella del 1861-1870: Cavour è più lontano da lui di Palrmiro Togliatti.
Rispondiamo ora, per andare verso la conclusione, all'ultima, più insidiosa e forse più legittima obiezione al nostro ragionamento precedente: si può comparare una democrazia (quale che sia) a una dittatura, arrivando alla conclusione che la democrazia è peggiore della dittatura? Mah, non lo so. Non vedo però che cosa ci sia di male a tentare un confronto, se non altro per capire meglio cosa ci sta accadendo oggi (non è così che si formano i parametri di giudizio storici?). Il fascismo è stato «il male assoluto»? Proviamo a pensare cosa sia per essere e per produrre il «male relativo» nel quale noi attualmente viviamo: «male relativo», ma endemico, profondo, penetrato in tutte le fibre. Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo...) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche.
Il «modello» - che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico - sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l'identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo. Alla fine del processo non ci sarà una nazione (pur nei limiti ben noti in cui tale processo si è sviluppato nei centocinquant'anni che ci stanno alle spalle) ma solo un mero aggregato di stati-vassalli (di varia natura: economici, corporativi, regionali, ecc.), che troveranno la loro unità unicamente nel fare riferimento al solo Capo. Per questo, - non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» - vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l'ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent'anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo).
La conclusione, cui pervenivo nel mio precedente articolo, va oggi ribadita: per quanto non esista in Italia forza politica, uomo politico, in grado attualmente d'intenderla e di praticarla. Per combattere un simile flagello ci vorrebbe un partito, un movimento, un'opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (molto a rischio: alla catastrofe nazionale s'accompagnerà, non c'è ombra di dubbio, la catastrofe economico-sociale). Ma dov'è? E, visto che non c'è, quanto ci metterà per nascere, o rinascere?
P.S. Il modo migliore di manifestare solidarietà a un giornale è di scriverci sopra. Aggiungerò che i rischi che corre attualmente una testata come il manifesto rappresentano la manifestazione esemplare di quanto avviene in Italia e che ho cercato di descrivere nelle righe precedenti. Il lettore tiri le somme e saprà cosa fare.
? ottobre 2008[1]
I ventenni d’Italia
di Piero Bevilacqua
Sull’articolo di Alberto Asor Rosa, Il ventennio di Berlusconi, pubblicato su questo giornale il primo ottobre, vorrei esprimere la mia condivisione di storico, di studioso del mondo contemporaneo. Condivisione di metodo e di merito. Cominciamo col metodo. Certo, può apparire uno stucchevole esercizio fare comparazioni su epoche distanti e diverse, per qualità delle composizioni sociali in gioco, natura dei problemi, diversità profonda delle opinioni pubbliche. Così come si può correre il rischio di intrupparsi in quella vasta letteratura di protesta che dietro la comprensibile demonizzazione del magnate di Arcore, nasconde un drammatico vuoto di progetto politico. E tuttavia, sul piano del metodo occorre dire che la comparazione, con tutti i rischi ben calcolati che comporta, offre la possibilità di una analisi illuminante della situazione presente.L’esercizio comparativo ci consente di osservare quanto è cambiata la società italiana e quanto siamo cambiati noi stessi negli ultimi 15 anni. «Non si fa mai tanta strada come quando non si sa dove si va», diceva quel tizio. E si può andare avanti, ma anche tornare indietro. E noi quanta strada abbiamo nel frattempo percorso e in che direzione ? Che cosa abbiamo perso in tutti questi anni in qualità della democrazia, dissoluzione della solidarietà e dell’identità nazionale, qualità dello spirito pubblico, difesa dell’ambiente e del territorio, rapporto tra cittadini e potere, natura delle relazioni tra gli stessi cittadini? L’inguaribile accademismo della storiografia italiana, incapace di fare storia del medio periodo, impedisce per l’appunto di darci conto di quanto nel frattempo si è consumato intorno a noi. E quindi, chi sa guardare nella profondità del proprio tempo, al di là di angustie accademiche e conformismi – come ha fatto Asor Rosa – assolve ad un compito importante.
Sul piano del merito alle argomentazioni di Asor Rosa vorrei aggiungere un paio di considerazioni Intanto, il tema nazione. Un’asfissiante retorica, condensata nel termine passepartout globalizzazione – il sacro graal del nostro tempo – impedisce di vedere il ruolo ancora decisivo che lo Stato-nazione gioca oggi per l’economia, la coesione sociale, la qualità della vita, l’avvenire delle popolazioni che esso governa. Siamo nell’Europa Unita, d’accordo, ma ci siamo come Stato-nazione e per lunghissimo tempo la dimensione nazionale sarà decisiva per la vita di tutti noi. Dunque l’attacco, diuturno e spesso sordido che la Lega (alleata strategica del magnate di Arcore) va conducendo da vent’anni non colpisce un’entità già dissolta nel gran mare dell’Europa. Più esattamente mina le capacità contrattuali del nostro Paese nell’ oceano agitato dell’economia mondiale. Davvero la Nazione è un ferrovecchio da buttar via? Dobbiamo tornare ai campanili, ai guelfi e ai ghibellini? Può sembrare un esercizio retorico, ma ormai siamo arrivati a questo punto., occorre ritornare a didattiche elementari. Debbo allora ricordare che l’Italia del Rinascimento, che aveva illuminato il mondo coi suoi bagliori di civiltà, fu travolta dai nascenti Stati europei per effetto della sua interna fragilità e divisione. E, com’è noto, essa è rimasta per oltre due secoli, in condizione di marginalità e di minorità, prima che riprendesse il suo ruolo accanto ai grandi partner europei. Quel ruolo l’ha ripreso con l’unità, raccogliendo le sue sparse membra, superando divisioni regionali e comunali. Debbo ricordare che lo Stato, in Italia, ha guidato e spesso direttamente costruito l’industria moderna, in assenza di capitali di rischio da parte degli imprenditori privati? Debbo rammentare che è stato lo Stato unitario ad avere avuto visione strategica – pur sulla base di un punto di vista classista- degli interessi generali del Paese? E’ da qui che veniamo, questa è la nostra storia profonda, non un’altra immaginaria. Perciò bisogna sapere che i colpi inferti all’unità nazionale compromettono gravemente l’avvenire del Paese.
Che gli italiani non si siano ancora ribellati a questo devastante attacco alla loro storia e al loro stesso futuro può apparire un fatto misterioso. E questo è uno degli interrogativi che si pone Asor Rosa a conclusione del suo articolo. Forse una parziale risposta – l’altra sta nelle scelte della parte maggioritaria della sinistra - si può rintracciare nell’opera specificamente berlusconiana di dissoluzione dell’unità nazionale.
Ai colpi della Lega, infatti, negli ultimi 15 anni, si è accompagnato un lavoro culturale e ideologico di vasta portata, orchestrato dalle TV di Mediaset, che ha fatto leva sulla parte più arcaica e anarcoide dello spirito nazionale. Quel particulare che già Francesco Guicciardini individuò nel XVI secolo come un tarlo nella coscienza civile degli italiani. La libertà osannata in mille guise da Forza Italia ha incarnato la versione paesana di quel neoliberismo devastatore che oggi morde la polvere negli USA, e che ha precipitato il mondo in uno dei più devastanti tracolli finanziari dell’intera storia del capitalismo. Ma da noi libertà ha significato soprattutto possibilità di violare le regole di una condotta civile, di rompere i patti di mutua solidarietà che fanno il tessuto vivente di una nazione. Libertà di aprire imprese senza vincoli ambientali e controlli, libertà di manomettere il patrimonio edilizio urbano, di saccheggiare il territorio, di non pagare le tasse. In nessun Paese del mondo si era mai vista la novità storica assoluta di un presidente del Consiglio che esorta i cittadini a non pagare le tasse. E le tasse sono il fondamento storico del patto che regge le nazioni moderne.
E’ stata dunque questa ideologia a svolgere un’opera culturalmente e spiritualmente dissolvitrice. Ha trasformato gli italiani in gente, i cittadini in produttori e consumatori, ciascuno libero in casa propria( ma anche fuori di essa), individui solitari privati di un’idea di nazione come comunità solidale, monadi isolate, ispirate esclusivamente dalla ricerca dei propri privati interessi. Ma quando si smarrisce, come in questo caso, il senso di far parte di un patto collettivo e ci si sente, per l’appunto, individui solitari, non si ha più la forza di reagire, di contrastare le avversità che arrivano, le oppressioni di nuovo conio che il potere appresta. Nessuno vede più nel vicino un compagno con cui lottare per difendere il bene comune minacciato.
Asor Rosa tocca un punto importante, nella comparazione tra Mussolini e il Magnate di Arcore. Il dittatore fascista mise in piedi uno Stato totalitario, che oggi non sarebbe per fortuna possibile. Nel tempo della rete, delle interconnessioni avanzate tanto dell’informazione che dell’economia mondiale quel modello di sopraffazione non sarebbe possibile. E certo la qualità di quella dittatura non è paragonabile all’autoritarismo di oggi. La libertà di stampa e di espressione, benché potentemente condizionata e manipolata, costituisce in effetti un quid importante della democrazia contemporanea. E tuttavia a nessuno sfugge la gravità di quello che Asor Rosa definisce con il termine neutro di «corruzione». Neppure sotto il fascismo il capo del governo era arrivato al punto di fare della cosa pubblica materia del proprio personale dominio e interesse. Non è solo un incommensurabile passo indietro di natura morale. Si tratta di un passaggio politico di grande rilevanza storica. Esso potrebbe costituire un pernicioso modello avvenire, come il fascismo lo fu negli anni ’20 e 30 per altri Paesi. Nell’epoca in cui dominano giganteschi colossi multinazionali il rischio che si affermi una nuova forma di Stato è evidente. In Italia – unica al mondo, lo sappiamo – un detentore privato di capitale mette al servizio della sua azienda e dei suoi casi personali l’intera macchina dello Stato. Sia pure giunto al governo per via elettorale, un segmento del potere economico privato piega il potere pubblico ai suoi particolari interessi.. Mussolini agiva, per sete di potere, certo, ma entro l’involucro di una ideologia totalitaria che separava gli interessi privati da quelli pubblici. Come definiamo la situazione presente?
Infine, un’altra considerazione aggiuntiva. Anche qui lamento la disattenzione degli storici: ai quali, per la verità, i giornali spesso non danno lo spazio che sarebbe necessario per fare storia del breve periodo. Pochi,infatti, hanno pensato in prospettiva storica alla sorte subita dal lavoro in Italia negli ultimi venti anni. E’ progredita la condizione dei lavoratori ? Sappiamo tutti quel che è accaduto. Il lavoro è stato frantumato in mille modalità contrattuali diverse, costretto a mansioni rapidamente mutevoli, di breve e brevissima durata, regolato da orari imprecisati, remunerato con salari spesso di umiliante esiguità. La flessibilità: quanti peana da destra e da sinistra alla nuova formula magica che riduce la persona umana ad un accessorio variabile dell’impresa! Certo, non è tutta responsabilità dei governi di centro-destra, anche il centro sinistra (subalterno alla cultura degli avversari ) ha fatto la sua parte. Ricordate la legge 30? Certo, ci sono stati periodi di più dura miseria per i lavoratori italiani nel Novecento. Certo, sotto il fascismo le condizioni di illibertà sindacale erano pesanti e incidevano sulla vita delle persone. Eppure, io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, svuotamento, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno Stato formalmente democratico.
[1] L’articolo è stato inviato a eddyburg prima che fosse pubblicato su il manifesto.Ne ringraziamo l’autore
Fascismo naturale e berlusconismo.
Il "fascismo storico" è un evento non più riproducibile: quella società e quel mondo - le sue condizioni e il suo contesto - sono mutati enormemente. Ma ciò non basta a rallegrarci e tantomeno a rendere la storia orientata verso il meglio. Allo stesso tempo ci sono permanenze profonde, elementi che attraversano il mutamento antropologico avvenuto nel corso del secolo breve: quell'indole nazionale che Luigi Pintor definì il "fascismo naturale" persistente nella società italiana. C'è qualcosa che rende fascismo, craxismo e berlusconismo capitoli diversi di una medesima autobiografia nazionale e non il succedersi -altrimenti inspiegabile- di parentesi in un discorso privo di frasi principali.
Dietro il nuovo "ressentiment" dei salvati nei confronti dei sommersi - in primis gli immigrati- dietro la paura di perdere privilegi acquisiti all'interno di un mondo strutturato su diseguaglianze ritenute inevitabili, resta fermo, al fondo, un elemento di fascismo naturale: il gusto per la sopraffazione attraverso il potere e il denaro. A ciò si è mescolato, a partire dagli anni ottanta, il trionfo del modello acquisitivo individuale. E così la maggioranza degli italiani ha votato Berlusconi non malgrado il conflitto d'interessi, ma grazie al conflitto d'interessi; così una giovane studentessa ha potuto scrivere nel giornale della scuola "sì, ha usato il potere per arricchirsi personalmente: ma chi al suo posto non avrebbe fatto lo stesso?".
Il fascismo, nel contrapporre a "Liberté, Egalité e Fraternité" i principi "Dio, Patria e Famiglia" mostrava il suo fondo tradizionalista, religioso e antimoderno. Il berlusconismo è qualcosa d'innovativo, in grado di coniugare questi elementi arcaici a fenomeni di modernità volgare. I programmi con cui Mediaset ha fatto la sua fortuna ne sono uno stupefacente condensato. E alla tradizione antiamericana della destra fascista si è sostituita la rivendicazione della tradizione occidentale e dello scontro di civiltà, elemento che connette gli elettori di Bush e di Berlusconi.
Dal partito unico al sistema unico.
Di certo è rintracciabile una declinazione tipicamente italiana di quel processo globale la cui direzione è la postdemocrazia, secondo la fortunata definizione di Crouch. Ma è davvero tutta farina del sacco della destra? In Italia la cultura postdemocratica è stata coltivata dalla destra berlusconiana ma anche dalla galassia confluita nel Partito Democratico. Aziende che si fanno partiti e partiti che si fanno aziende, senza più iscritti (come il PD, appunto): corporazioni di imprenditori del mercato politico. Forza Italia, partito di cui non si ricorda un congresso degno di questo nome nè un vero dibattito interno, ha il merito d'aver aperto la strada. Dunque non un partito unico, ma un sistema unico sì, sempre più protetto da qualsivoglia controllo diretto degli elettori, garante di nuove sovrapposizioni fra Res Publica e poteri privati. Un sistema che, escludendo la sinistra dal Parlamento, è stato capace di scaricare quel pezzo di corporazione meno assimilabile e integrabile.
Ma questa privatizzazione della politica e di ogni spazio pubblico (per non dire della privatizzazione di beni comuni e servizi fondamentali, dove il modello delle Spa e delle Multiutility è ancora una volta bipartisan, scusate il termine) è andata di pari passo con la "comune" costruzione di una nuova memoria pubblica, della quale l'antifascismo non doveva più far parte. L'antifascismo è stato visto come un ostacolo alla modernizzazione del paese (a ragione, considerati i tratti di questa modernizzazione). Un'operazione intellettuale pronta a risolversi in operazione politica. Non per caso la Bicamerale mostrò subito come la Costituzione - nata dall'antifascismo- fosse un impaccio di cui liberarsi almeno in parte.
Il Sindaco e la storia.
Pure i propugnatori di questa operazione culturale non stanno necessariamente a destra. Persino quando si tratta della rivalutazione del fascismo storico. La considerazione delle "ragioni dei ragazzi di Salò" iniziò con l'ineffabile Violante e arriva alle recenti parole del ministro della difesa, stupefacentemente pronunciate in occasione dell'otto settembre. Nel frattempo resta diffuso nel paese l'immaginario di un fascismo bonario. Pochi nostri concittadini sanno dell'uso dei gas nelle guerre coloniali. Ancora meno sanno che i militari italiani hanno sterminato un migliaio di persone, fra cui donne e bambini, bruciandole vive nella grotta in cui si erano rifugiate. Una scoperta - fatta dallo storico Dominioni- che sulla stampa nazionale fu un'autentica meteora; il Corriere della Sera, tra l'altro, titolò: "Le foibe italiane in Africa". Le foibe? Se la coscienza civile tedesca, a partire dal tanto vituperato sessantotto, iniziò a fare i conti con il nazismo, in Italia persiste un rapporto spensierato con il passato, fatto ancora di miti e leggende, di "italiani brava gente". Le leggi razziali del trentotto? Un tributo dovuto all'alleato nazista, qualcosa di estraneo al fascismo. Eppure quelle leggi non solo furono precedute dal censimento razzista degli ebrei italiani ma anche dai crimini e dal sistematico razzismo nelle colonie, compresa l'obliata legge contro il madamato per impedire l'imbastadimento del puro sangue italiano. La rimozione del nostro recente passato - si sfoglino i libri di testo delle scuole superiori - significa che quando un sindaco sgombera un campo Rom non vede nè può vedere alcuna relazione con il razzismo coloniale, nè con le leggi razziali. Le azioni del presente sono come sospese nel nulla. Così oggi possiamo ripartire da zero, o meglio, da tolleranza zero. Complici i giornali, che aiutano a costruire il terribile pericolo urbano incarnato dai lavavetri ai semafori ma minimizzano la bomba molotov lanciata contro una macchina di Rom nei dintorni di Firenze, definendola "una bravata".
Anomalie italiane in "anomie" globali.
Sarebbe sbagliato ignorare le anomalie italiane, derubricare le differenze specifiche o, peggio, sottovalutare i caratteri estremi della via italiana alla postdemocrazia planetaria. La destra berlusconiana è una campionessa di estremismo postdemocratico: al decisionismo e alla personalizzazione del potere, al dispregio per l'universalità dei diritti e delle funzioni di controllo del potere, ha sommato la ripetuta fabbricazione di leggi ad personam e ha reso pacifica la condizione di un presidente del consiglio che domina televisioni pubbliche e private. In questo senso è illuminante la grande metafora del "comunismo", mattone del lessico della destra. Con audace slittamento semantico questa parola denota, in senso complessivo, ogni idea di limite al potere o più popolarmente di limite al "far ciò che si vuole"; il comunismo rappresenta le tasse, le leggi, talvolta la Costituzione, che è addirittura "sovietica" secondo una dimenticata definizione dello stesso Berlusconi. Perciò era comunista il democristiano Scalfaro e lo è la magistratura, che limita il sovrano nella sua potestà assoluta.
Tuttavia la crisi dei "fondamentali" della democrazia costituzionale non è solo italiana. Questa crisi ha condotto al superamento funzionale del principio basilare della divisione dei poteri nel continente in cui il principio è nato: il Parlamento europeo è poco più di una camera di consultazione e il Consiglio d'Europa composto dagli esecutivi- legifera. Il trattato di Lisbona, poi, prevede una Commissione che assommerà ancora di più potere esecutivo e legislativo, come se nulla fosse. D'altra parte in molti teorizzano la necessità di un'efficace governance postparlamentare. C'è infine da considerare il ciclo contemporaneo di guerre preventive d'aggressione scatenato dagli Stati Uniti, che hanno così polverizzato il fondamento della Carta delle Nazioni Unite. In altri termini, l'eversione costituzionale è un tratto generale del nostro tempo e non solo uno spiacevole incidente italiano.
Lo stesso si può dire a proposito dello scricchiolio costituzionale dei vecchi Stati nazione. Dalle torture di Bolzaneto a quelle istituzionalizzate di Guantanamo, spazi situati al di là dei diritti costituzionali, assieme ai tribunali speciali antiterrorismo. Cosa è complessivamente il Patriot Act? Quale imbarbarimento culturale ha potuto spingere il (post)liberal Panebianco - sul Corriere della Sera un paio d'anni fa- a riconsiderare le ragioni dei rapimenti di stato e delle torture al fine di prevenire mali peggiori, come gli attentati terroristici?
Il nostro governo prende le impronte ai Rom; Zapatero ha fatto sparare sui migranti nelle "sue" terre africane; l'intera Europa assassina ogni anno migliaia di persone con la militarizzazione delle frontiere, in gran parte ipocritamente esternalizzata (vedi accordi con la Libia). Le politiche sull'immigrazione dell'UE hanno il solo effetto di rendere piu' mortali e tortuosi i tragitti di chi comunque cercherà di emigrare, trasformando il Mediterraneo nella più grande fossa comune del continente dopo la seconda guerra mondiale. Il tutto per volontà di governi costituzionali, il tutto nell' indifferenza dell'opinione pubblica.
E' vero, in Italia s'afferma più nettamente che altrove il principio secondo cui chi vince le elezioni avrebbe un mandato assoluto del popolo, che lo legittimerebbe a far ciò che vuole. Le Costituzioni, al contrario, sono un sistema di limiti e obblighi al potere della maggioranza: la loro ragione fondamentale è la garanzia dei diritti fondamentali di tutti, a maggior ragione quelli di chi sia, di volta in volta, minoranza. Ma, fatte salve le caratteristiche di degrado morale e civile del nostro paese, davvero vi sono differenze di sostanza fra i modelli Bush, Berlusconi e Putin? Nella concentrazione postdemocratica di potere economico e politico? Negli Stati Uniti mai Berlusconi avrebbe potuto divenire presidente, ma è fatto di poca consolazione se guardiamo al governo dei petrolieri Bush e Cheney: sono varianti della medesima occupazione e del medesimo controllo dei poteri pubblici da parte di poteri economici, finanziari e tecnologici.
Radici della postdemocrazia.
I consumatori postcittadini assistono consensualmente al progressivo sostituirsi del mercato capitalistico - divenuto "mercato" tout court- alla politica e alla vita. E' il trionfo del diritto privato su quello pubblico; sul piano sovranazionale è l'affermarsi di una potente lex mercatoria prodotta dagli uffici legali delle grandi Corporation, nel vuoto di diritto planetario.
Sarebbe interessante discutere se questo processo abbia una possibile radice in uno dei vizi originari delle nostre democrazie costituzionali: il non aver posto limiti all'arricchimento privato e alla cultura acquisitiva, e l'averne addirittura fatto un diritto assoluto (per quanto implicito) oltre che effettivamente garantito. Tutte le nostre democrazie garantiscono cioè il funzionamento di una società nella quale il singolo individuo può accrescere la ricchezza personale senza alcun limite, almeno in linea di principio. Al medesimo tempo è proprio il mercato capitalistico -ottimo e unico sistema di produzione e distribuzione della ricchezza - ad esser divenuto la fonte principale di legittimazione delle istituzioni politiche: è il nuovo collante sociale, è la sostanza della postdemocrazia e la fonte del consenso. Che poi la democrazia abbia tratti autoritari è un fatto che diviene secondario e inessenziale. Ciò che i postcittadini ricercano è prima di tutto l'assicurazione di un certo grado di benessere, coincidente con il consumo privato, e la possibilità di arricchirsi, elementi che devono essere prioritariamente garantiti e ai quali possono essere sacrificati altri diritti (prima di tutto quelli altrui, naturalmente, come dimostra la produzione di un diritto speciale per gli immigrati). A questo si somma la psicosi securitaria, dove la paura spinge a rinunciare volontariamente a parte della propria libertà e dei propri diritti in nome della sicurezza. E anche attorno alla paura la destra ha saputo coagulare il suo blocco sociale, di massa.
Certo, il consenso ai tempi della propaganda fascista e il consenso oggi, al tempo degli imperi televisivo-mediatici, si costruisce in maniera diversa. Sembra definitivamente scomparsa ogni forma di coercizione. Contemporaneamente i postcittadini sono sempre più incapaci d'aver cognizione dei meccanismi attraverso cui sono portati a volere ciò che vogliono o a sapere ciò che sanno. Il problema è come si formano le opinioni, attraverso quali strumenti e con quale coscienza del processo. Non è solo questione di agenda setting, è che la produzione d'immaginario è divenuta un' industria vera e propria, in grado di realizzare enormi profitti attraverso la trasformazione dei nostri orizzonti simbolici. Si tratta dei modelli televisivi, dei divi, dei miti e delle forme di vita che questa fabbrica di senso veicola, per fare l'esempio più banale.
Se infine pensiamo che il postcittadino formerà le sue primitive capacità critiche all'interno della scuola delle tre "i" (impresa, internet, inglese), la postdemocrazia è servita. Lo studente delle tre i dovrà imparare ad eseguire, non a decidere, perchè la postdemocrazia è assenza di partecipazione democratica, è scelta fra opzioni già predeterminate, è desiderio di decisioni rapide. Se il fascismo storico è stato negazione della democrazia, la postdemocrazia non coincide con la "non-democrazia", ma allo stesso tempo non è meno pericolosa.
Anticipiamo parte della prefazione che Zygmunt Bauman ha scritto per Amore per l’odio. La produzione del male nelle società moderne, di Leonidas Donskis (Erickson, pagg. 344, euro 20) che esce in questi giorni.
L’odio e la paura dell’odio sono antichi quando il genere umano (forse ancora più antichi...), e le probabilità che la loro eterna familiarità con la condizione umana possa essere interrotta in un prossimo futuro appaiono alquanto scarse, sempreché ve ne siano. Odiamo perché abbiamo paura; ma abbiamo paura a causa dell’odio che avvelena la nostra coabitazione sul pianeta che condividiamo. Così ci sono sempre motivi più che sufficienti per avere paura; e sempre motivi più che sufficienti per odiare. Sembra che l’odio e la paura siano prigionieri di un circolo vizioso, che si alimentino vicendevolmente e traggano l’uno dall’altra l’animosità e l’impeto che li infiammano. (...)
L’odio è sempre stato con noi, lo è adesso e lo sarà per sempre - qualunque cosa facciamo, e per quanto impegno mettiamo per cercare di rimpiazzare ciascuna delle sue numerose e variegate manifestazioni con la mutua compassione, la comprensione, la solidarietà. È vero? Sì, ma non del tutto. Come ha fatto notare Albert Camus, c’è una novità impressionante nella vecchia storia che abbiamo riportato. Nei tempi moderni - i tempi in cui viviamo, e soltanto nei tempi moderni - ci accade di diffondere e coltivare la paura e l’odio, e di commettere atti di violenza che tendono a esserne conseguenza, in nome di una vita migliore e pacifica, della felicità, dell’umanità, dell’amore. Di usare il male per promuovere il bene. (...)
Abbiamo bisogno di qualcuno da odiare per sbarazzarci del senso devastante della nostra indegnità, sperando così di sentirci meglio, ma affinché questa operazione riesca, essa deve svolgersi celando tutte le tracce di una vendetta personale.
Il legame tra la percezione della ripugnanza e dell’odiosità del bersaglio prescelto e la nostra frustrazione alla ricerca di uno sbocco deve restare segreto. In qualunque modo l’odio sia nato, preferiremmo spiegarlo, agli altri e a noi stessi, adducendo la nostra volontà di difendere cose buone e nobili che essi, quegli individui odiosi, denigrano e contro le quali cospirano, sostenendo che la ragione per la quale li odiamo e la nostra determinazione a liberarci di loro siano causate (e giustificate) dal desiderio di assicurarci la sopravvivenza di una società ordinata e civile. Insistiamo a dire che odiamo perché vogliamo che il mondo sia libero dall’odio. (...)
Recentemente la Suprema Corte di Cassazione italiana ha deliberato che sia legittimo discriminare i rom sulla base della motivazione che «gli zingari sono ladri». E quando i delinquenti di Napoli, brandendo mazze, spranghe di ferro e bottiglie incendiarie, si precipitarono sui campi dei rom e dei sinti situati nella periferia est della città a causa della diceria che una bambina fosse stata rapita da una zingara, la reazione del ministro dell’Interno [Roberto Maroni, ndt] del governo democraticamente eletto di Silvio Berlusconi, fu l’affermazione che «questo è ciò che accade quando gli zingari rubano i bambini», mentre il leader della Lega Nord e ministro dello stesso governo [Umberto Bossi, ndt], dichiarò (benedicendo «la gente» che mette i campi nomadi a ferro e a fuoco e manifestando uno sprezzante sarcasmo per la «classe politica» reticente) che «se lo Stato non fa il suo dovere, lo fa la gente». Fatti analoghi - benché meno pubblicizzati perché annunciati meno esplicitamente e spudoratamente - erano avvenuti in precedenza nella Slovacchia, nella Repubblica Ceca e in Ungheria. L’editorialista del Guardian Seuman Milne riflette che, dato il clima europeo caratterizzato da un acuto senso di incertezza e ansia, «la degenerazione sociale e democratica raggiunta ora in Italia» potrebbe verificarsi dovunque. «La persecuzione degli zingari è la vergogna dell’Italia», conclude, «e un monito per tutti noi». (...)
A differenza delle paure del passato, le paure contemporanee sono aspecifiche, disancorate, elusive, fluttuanti e mutevoli - difficili da identificare e localizzare esattamente. Abbiamo paura senza sapere da dove venga la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che causano la nostra ansia e la nostra inquietudine. Potremmo dire che le nostre paure vagano alla ricerca della loro causa; cerchiamo disperatamente di trovarne le cause, per essere capaci di «fare qualcosa in proposito» o per chiedere che «qualcosa venga fatto». Le radici più profonde della paura contemporanea - la graduale ma inesorabile perdita di sicurezza esistenziale e la fragilità della propria posizione sociale - non possono essere affrontate direttamente, poiché le agenzie ancora esistenti di azione politica non hanno potere sufficiente per sradicarle in un mondo che si sta rapidamente globalizzando. E così le paure tendono a spostarsi dalle cause reali di malessere per scaricarsi su bersagli che sono solo remotamente, sempreché lo siano, connesse alle fonti di ansia, ma che presentano il vantaggio di essere prossimi, visibili, a portata di mano e per ciò stesso possibili da gestire. Tali battaglie sostitutive, intraprese contro un nemico sostitutivo, non cancelleranno l’ansia, poiché le sue radici reali resteranno dov’erano, assolutamente intatte - ma perlomeno trarremo qualche consolazione dalla consapevolezza di non essere restati inerti, di aver fatto qualcosa per cercare di vendicare la nostra infelicità e di esserci visti mentre lo facevamo. la tormentosa consapevolezza della nostra umiliante impotenza ne sarà forse lenita - per qualche tempo, almeno.
L’afflusso dei migranti, e specialmente di quelli fuggiti da vittimizzazioni, persecuzioni e umiliazioni, o la minaccia del loro arrivo, dà ai nativi dei Paesi a cui approdano un profondo disagio poiché ricorda loro sgradevolmente la fragilità dell’esistenza umana - la loro stessa debolezza che i nativi preferirebbero decisamente nascondere e dimenticare ma che nondimeno li tormenta per la maggior parte del tempo. Quei migranti hanno lasciato le loro case e hanno dovuto separarsi dagli affetti più cari perché non avevano più mezzi di sostentamento e avevano perso il lavoro all’impatto con il «progresso economico» e il «libero mercato», o perché le loro case erano state bruciate, sventrate e rase al suolo a causa del corto circuito dell’ordine sociale, di sommosse e tumulti, o perché vi erano stati costretti dal fatto di essere in esubero, incapaci ormai di guadagnarsi da vivere e segnati a dito come un «fardello della società». Essi perciò rappresentano - o, meglio, incarnano - tutte le cose che i nativi temono; rappresentano quelle terrificanti e misteriose «forze globali» che decidono le regole del gioco in cui tutti noi, i migranti al pari dei nativi, siamo non già giocatori bensì pedine o gettoni. Quando respingono i migranti e li costringono a fare i bagagli per tornarsene da dove sono venuti, i nativi possono almeno bruciare quelle forze odiose e spaventose in effigie; possono conseguire una specie di «vittoria simbolica» in una guerra che sanno (o sospettano, per quanto ne neghino la consapevolezza) di non poter vincere «sul serio».
Prendere i migranti per le cause delle proprie difficoltà e paure può sembrare illogico, ma tutto ciò riposa su una sorta di logica perversa: c’era la sicurezza del lavoro e la certezza di buone prospettive di vita, prima ? ma lo scenario è cambiato sostituendovi la flessibilità del mercato del lavoro e assunzioni incerte e a breve termine, accompagnate da uno sgradevole allentamento dei legami fra le persone, e tutte queste novità si sono verificate proprio quando arrivavano i migranti. È dunque «ragionevole» presupporre che l’arrivo di questi stranieri e l’insicurezza che prima non esisteva siano connessi, e che se si obbligano i nuovi arrivati ad andarsene, tutto tornerà nuovamente agevole e sicuro come ci si ricorda che fosse (indipendentemente dal grado di correttezza del ricordo) prima del loro arrivo. (...)
Le paure di oggigiorno sono generate in larga parte dalla globalizzazione (in altre parole, la nuova extraterritorialità) di forze che decidono delle questioni fondamentali riguardo alla qualità della nostra vita e alle possibilità di vita dei nostri figli. Il primo nesso causale collaterale riguarda il senso di sicurezza esistenziale. (...) La questione della sicurezza esistenziale è scivolata via dalle mani dei partiti che per forza d’inerzia vengono ancora chiamati «la Sinistra», che potevano contare in passato, ma non più nel tempo presente, su uno Stato intraprendente che risolvesse il problema. La questione perciò giace, letteralmente, in mezzo alla strada - da cui è stata lestamente raccolta da forze che, anch’esse erroneamente, vengono chiamate «la Destra». Il partito italiano di destra, la Lega, promette adesso di ripristinare la sicurezza esistenziale - che il Partito Democratico, l’erede della Sinistra, promette di minare ulteriormente con una maggiore deregolamentazione dei capitali e dei mercati, un sovrappiù di flessibilità nel mercato del lavoro e un’apertura ancora più larga delle porte del Paese alle misteriose, imprevedibili e incontrollabili forze globali (porte che, come sa dalle sue amare esperienze, non si possono chiudere comunque).
Soltanto la Lega intercetta l’insicurezza esistenziale, ma la interpreta, ingannevolmente, non come il tipico prodotto del capitalismo senza regole (che significa in pratica libertà per i potenti e impotenza per chi è a corto di risorse), bensì come la conseguenza, per i ricchi lombardi, di dover condividere il loro benessere con i pigri calabresi o siciliani, e come la disgrazia di dover condividere, gli italiani tutti, i loro mezzi di sussistenza con gli zingari ladri e con tutti gli altri stranieri (dimenticando che la migrazione di milioni di loro antenati italiani negli Stati Uniti e nell’America Latina ha contribuito enormemente all’attuale ricchezza di quei Paesi).
Traduzione di Riccardo Mazzeo
«Dimmi, Pericle, mi sapresti insegnare che cosa è la legge?» chiede Alcibiade a Pericle. Pericle risponde: «Tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa mettere per iscritto, stabilendo ciò che si debba e non si debba fare, si chiama legge». E prosegue: «Tutto ciò che si costringe qualcuno a fare, senza persuasione, facendolo mettere per iscritto oppure in altro modo, è sopraffazione piuttosto che legge». Se non ci si parla, non ci si può comprendere e, a maggior ragione, non è possibile la persuasione.
Questa è un’ovvietà. Per intendere però l’importanza del contesto comunicativo, cioè della possibilità che alle deliberazioni legislative concorra un elevato numero di voci che si ascoltano le une con le altre, in un concorso che, ovviamente, non è affatto detto che si concluda con una concordanza generale, si può ricorrere a un’immagine aristotelica, l’immagine della preparazione del banchetto. In questa immagine c’è anche una risposta all’eterna questione, del perché l’opinione dei più deve prevalere su quella dei meno.
Il principio maggioritario è una semplice formula giuridica, un espediente pratico di cui non si può fare a meno per uscire dallo stallo di posizioni contrapposte (E. Ruffini)? È forse solo una «regoletta discutibile» (P. Grossi) che trascura il fatto che spesso la storia deve prendere atto, a posteriori, che la ragione stava dalla parte delle minoranze, le minoranze illuminate (e inascoltate)?
Oppure, si tratta forse non di una regoletta ma di un principio che racchiude un valore? Non diremo certo che la maggioranza ha sempre ragione (vox populi, vox dei: massima della democrazia totalitaria), ma forse, a favore dell’opinione dei più, c’è un motivo pragmatico che la fa preferire all’opinione dei meno. A condizione, però, che «i più» siano capaci di dialogo e si aggreghino in un contesto comunicativo, e non siano un’armata che non sente ragioni.
In un passo della Politica di Aristotele (1281b 1-35), che sembra precorrere la sofisticata «democrazia deliberativa» di Jürgen Habermas e che meriterebbe un esame analitico come quello di Senofonte al quale ci siamo dedicati, leggiamo: «Che i più debbano essere sovrani nello Stato, a preferenza dei migliori, che pur sono pochi, sembra che si possa sostenere: implica sì delle difficoltà, ma forse anche la verità. Può darsi, in effetti, che i molti, pur se singolarmente non eccellenti, qualora si raccolgano insieme, siano superiori a ciascuno di loro, in quanto presi non singolarmente, ma nella loro totalità, come lo sono i pranzi comuni rispetto a quelli allestiti a spese di uno solo. In realtà, essendo molti, ciascuno ha una parte di virtù e di saggezza e quando si raccolgono e uniscono insieme, diventano un uomo con molti piedi, con molte mani, con molti sensi, così diventano un uomo con molte eccellenti doti di carattere e d’intelligenza».
Dunque, inferiori presi uno per uno, diventano superiori agli uomini migliori, quando è consentito loro di contribuire all’opera comune, dando il meglio che c’è in loro. Più numeroso il contributo, migliore il risultato.
Naturalmente, quest’immagine del pranzo allestito da un «uomo in grande» non supera questa obiezione: che nulla esclude che ciò che si mette in comune sia non il meglio, ma il peggio, cioè, nell’immagine del pranzo, che le pietanze propinate siano indigeste. Ma questa è un’obiezione, per così dire, esterna. Dal punto di vista interno, il punto di vista dei partecipanti, è chiaro che nessuno di loro ammetterebbe mai che il proprio contributo all’opera comune è rivolta al peggio, non al meglio.
Ognuno ritiene di poter contribuire positivamente alle decisioni collettive; l’esclusione è percepita come arbitrio e sopraffazione proprio nei riguardi della propria parte migliore.
Ora, accade, e sembra normale, che il partito o la coalizione che dispone della maggioranza dei voti, sufficiente per deliberare, consideri superfluo il contributo della minoranza: se c’è, bene; se non c’è, bene lo stesso, anzi, qualche volta, meglio, perché si risparmia tempo. Le procedure parlamentari, la logica delle coalizioni, la divisione delle forze in maggioranza e opposizione, il diritto della maggioranza di trasformare il proprio programma in leggi e il dovere delle minoranze, in quanto minoranze, di non agire solo per impedire o boicottare, rendono comprensibile, sotto un certo punto di vista, che si dica: abbiamo i voti e quindi tiriamo innanzi senza curarci di loro, la minoranza. Ma è un errore. Davvero la regola della maggioranza si riduce così «a una regoletta». Una regoletta, aggiungiamo, pericolosa. Noi conosciamo, forse anche per esperienza diretta, il senso di frustrazione e di umiliazione che deriva dalla percezione della propria inutilità. Si parla, e nessuno ascolta. Si propone, e nessuno recepisce. Quando la frustrazione si consolida presso coloro che prendono sul serio la loro funzione di legislatori, si determinano reazioni di auto-esclusione e desideri di rivincita con uguale e contrario atteggiamento di chiusura, non appena se ne presenterà l’occasione. Ogni confronto si trasformerà in affronto e così lo spazio deliberativo comune sarà lacerato. La legge apparirà essere, a chi non ha partecipato, una prevaricazione.
La «ragione pubblica» - concetto oggi particolarmente studiato in relazione ai problemi della convivenza in società segnate dalla compresenza di plurime visioni del mondo - è una sfera ideale alla quale accedono le singole ragioni particolari, le quali si confrontano tramite argomenti generalmente considerati ragionevoli e quindi suscettibili di confronti, verifiche e confutazione; argomenti che, in breve, si prestino a essere discussi. Le decisioni fondate nella ragione pubblica sono quelle sostenute con argomenti non necessariamente da tutti condivisi, ma almeno da tutti accettabili come ragionevoli, in quanto appartenenti a un comune quadro di senso e di valore. Contraddicono invece la ragione pubblica e distruggono il contesto comunicativo le ragioni appartenenti a «visioni del mondo chiuse» (nella terminologia di John Rawls, che particolarmente ha elaborato queste nozioni, le «dottrine comprensive»). Solo nella sfera della «ragione pubblica» possono attivarsi procedure deliberative e si può lavorare in vista di accordi sulla gestione delle questioni politiche che possano apparire ragionevoli ai cittadini, in quanto cittadini, non in quanto appartenenti a particolari comunità di fede religiosa o di fede politica.
Un sistema di governo in cui le decisioni legislative siano la traduzione immediata e diretta - cioè senza il filtro e senza l’esame della ragione pubblica - di precetti e norme derivanti da una fede (fede in una verità religiosa o mondana, comunque in una verità), sarebbe inevitabilmente violenza nei confronti del non credente («l’infedele»), indipendentemente dall’ampiezza del consenso di cui potessero godere. Anzi, si potrebbe perfino stabilire la proporzione inversa: tanto più largo il consenso, tanto più grande la violenza che la verità è capace di contenere.
Sotto questo aspetto, dire legge non violenta equivale a dire legge laica; al contrario, dire legge confessionale equivale a dire legge violenta. La verità non è di per sé incompatibile con la democrazia, ma è funzionale a quella democrazia totalitaria cui già sì è fatto cenno.
L’esigenza di potersi appellare alla ragione pubblica nella legislazione, un quanto si voglia sconfiggere la violenza che sempre sta in agguato nel fatto stesso di porre la legge, spiega la fortuna attuale dell’etsi Deus non daretur, la formula con la quale, quattro secoli fa, Ugo Grozio invitava i legislatori a liberarsi dall’ipoteca confessionale e a fondare il diritto su ragioni razionali; invitava cioè a lasciar da parte, nella legislazione civile, le verità assolute. Mettere da parte Dio e i suoi argomenti era necessario per far posto alle ragioni degli uomini; noi diremmo: per costruire una sfera pubblica in cui vi fosse posto per tutti. Naturalmente, da parte confessionale un simile invito ad agire indipendentemente dall’esistenza di Dio non poteva non essere respinto. Per ogni credente, Dio non si presta a essere messo tra parentesi, come se non ci fosse. Ma l’esigenza che ha mosso alla ri-proposizione di quell’antica espressione (G. E. Rusconi) non è affatto peregrina. È l’esigenza della «ragione pubblica». A questa stessa esigenza corrisponde l’invito opposto, di parte confessionale, rivolto ai non credenti affinché siano loro ad agire veluti si Deus daretur (J. Ratzinger). Altrettanto naturalmente, anche questo invito è stato respinto.
Per un non credente in Dio, affidarsi a Dio (cioè all’autorità che ne pretende la rappresentanza in terra) significa contraddire se stessi. Ma questa proposta al contrario coincide con la prima, nel sottolineare l’imprescindibilità di un contesto comune, con Dio per nessuno o con Dio per tutti, nel quale la legge possa essere accettata generalmente in base alla persuasione comune.
Entrambe le formule non hanno dunque aiutato a fare passi avanti. Sono apparse anzi delle provocazioni, ciascuna per la sua parte, alla libertà, autenticità e responsabilità della coscienza. In effetti, non si tratta affatto di esigere rinunce e conversioni di quella natura, né, ancor meno, di chiedere di agire come se, contraddicendo se stessi. Non è questa la via che conduce a espungere la violenza dalla legislazione.
Un punto deve essere tenuto fermo: la legge deve essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in «legislazione che persuade», perché la democrazia non è nichilista. Ma solo a patto però - questo è il punto decisivo - che si sia disposti, al momento opportuno, quando cioè ci si confronta con gli altri, a difendere i principi e le politiche che la nostra concezione della verità a nostro dire sostiene, portando ragioni appropriatamente pubbliche (J. Rawls).
Così, i sistemi religiosi, filosofici, ideologici e morali non sono esclusi dalla legislazione, ma vi possono entrare solo se hanno dalla propria parte anche buone ragioni «comuni», su cui si possa dissentire o acconsentire, per pervenire a decisioni accettate, pur a partire da visioni del mondo diverse, come tali non conciliabili. La legislazione civile, in quanto si intenda spogliarla, per quanto è possibile, del suo contenuto di prevaricazione, non può intendersi che come strumento di convivenza, non di salvezza delle anime e nemmeno di rigenerazione del mondo secondo un’idea etica chiusa in sé medesima.
Il divieto dell’eutanasia può essere argomentato con una ragione di fede religiosa: l’essere la vita proprietà divina («Dio dà e Dio toglie»); l’indissolubilità del matrimonio può essere sostenuta per ragioni sacramentali («non separare quel che Dio ha unito»). Argomenti di tal genere non appartengono alla «ragione pubblica», non possono essere ragionevolmente discussi. Su di essi ci si può solo contare. La «conta», in questi casi, varrà come potenziale sopraffazione. Ma si può anche argomentare diversamente. Nel primo caso, ponendo il problema di come garantire la genuinità della manifestazione di volontà circa la fine della propria esistenza; di come accertare ch’essa permanga tale fino all’ultimo e non sia revocata in extremis; di come evitare che la vita, nel momento della sua massima debolezza, cada nelle mani di terzi, eventualmente mossi da intenti egoistici; di come evitare che si apra uno scivolamento verso politiche pubbliche di soppressione di esseri umani, come dicevano i nazisti, la cui vita è «priva di valore vitale». Alla fine, se ne potrà anche concludere che, tutto considerato, difficoltà insormontabili e rischi inevitabili o molto probabili consigliano di far prevalere il divieto sul pur molto ragionevole argomento dell’esistenza di condizioni di esistenza divenute umanamente insostenibili. Oppure, viceversa. Nel secondo caso, si potrà argomentare sull’importanza della stabilità familiare, nella vita e nella riproduzione della vita delle persone e delle società; a ciò si potrà contrapporre il valore della genuinità delle relazioni interpersonali e la devastazione ch’esse possono subire in conseguenza di vincoli imposti. Su questo genere di argomenti si può discutere, le carte possono mescolarsi rispetto alle fedi e alle ideologie, le soluzioni di oggi potranno essere riviste domani. Chi, per il momento, è stato minoranza non si sentirà per questo oggetto di prevaricazione.
Qualora poi le posizioni di fede non trovino argomenti, o argomenti convincenti di ragione pubblica per farsi valere in generale come legge, esse devono disporsi alla rinuncia. Potranno tuttavia richiedere ragionevolmente di essere riconosciute per sé, come sfere di autonomia a favore della libertà di coscienza dei propri aderenti, sempre che ciò non contraddica esigenze collettive irrinunciabili (questione a sua volta da affrontare nell’ambito della ragione pubblica). Tra le leggi che impongono e quelle che vietano vi sono quelle che permettono (in certi casi, a certe condizioni). Le leggi permissive, cioè le leggi di libertà (nessuno oggi pensa - in altri momenti si è pensato anche questo - che l’eutanasia o il divorzio possano essere imposti) sono quelle alle quali ci si rivolge per superare lo stallo, il «punto morto» delle visioni del mondo incompatibili che si confrontano, senza che sia possibile una «uscita» nella ragione pubblica. Anzi, una «ragione pubblica» che incorpori, tra i suoi principi, il rigetto della legge come violenza porta necessariamente a dire così: nell’assenza di argomenti idonei a «persuadere», la libertà deve prevalere. Questa è la massima della legge di Pericle.
La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l'origine dell'insicurezza Un'intervista con lo studioso polacco
Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all'amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato a amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all'orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l'individualismo sembra essere l'alfa e l'omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Di tale bisogno e di come esso si manifesti ne scrive in alcuni saggi raccolta dalla casa editrice Diabasis con il titolo Individualmente insieme (pp. 137, euro 10). Bauman sostiene tuttavia che tale bisogno è simmetrico rispetto a quella vita liquida dove l'identità, le relazioni sociali sono all'insegna della contingenza. E alla domanda se tale necessità di stare in società possa essere affrontata con la nozione di «individuo sociale» sviluppata da Karl Marx, preferisce parlare di ambivalenza, di processi contraddittori, talvolta aspramente confliggenti l'un con l'altro, che rendono nuovamente necessario affrontare il tema del «male», argomento che è al centro di un recente saggio che Bauman ritiene adeguato per mettere l'argomento sui binari giusti e che ha voluto introdurre anche nella edizione italiana. Si tratta di Amore per l'odio. La produzione del male nelle società moderne del giovane filosofo polacco Leonidas Donskis (Erickson edizione). Paura, esclusione sociale, produzione del male: sono gli elementi che Bauman ritiene «gli effetti collaterali» proprio di quella globalizzazione che gli ideologi del libero mercato hanno presentato come il migliore dei mondi possibili. Ma come ama sempre ripetere: il pessimismo della ragione non deve necessariamente coincidere con la rinuncia all'azione e si deve nutrire di molto ottimismo della volontà.
Nella sua analisi sugli «scarti umani», lei scrive che la loro produzione costituisce una delle industrie più prolifiche del mondo. Uno degli effetti della globalizzazione è l'aumento dell'esclusione sociale e il ridimensionamento del welfare state. Inoltre lo stato-nazione sempre più si caratterizza per le misure contro i «portatori» di insicurezza. Insomma è uno «stato della paura». Cosa ne pensa di questo cambiamento avvenuto nel ruolo dello stato-nazione?
Il mondo contemporaneo, con la sua compulsiva e ossessiva bramosia di modernizzare, ha determinato lo sviluppo di due industrie di «scarti umani». La prima è un cantiere sempre aperto, sebbene non produca direttamente «scarti umani». È un'industria popolata da «inadatti» esclusi dalla società a cause delle loro «carenze» nel partecipare alle forme di vita dominanti. La seconda è di recente costituzione e il suo sviluppo non conosce crisi. Potremmo chiamarla l'industria del progresso economico e produce un impressionante e sempre più crescente numero di «avanzi umani»: quelle donne e uomini per i quali non c'è più posto nell'economia e che per questo non hanno nessun ruolo utile da svolgere. Sono uomini e donne che non hanno nessuna opportunità di poter avere il denaro sufficiente per condurre una vita soddisfacente o almeno tollerabile. Lo stato sociale è stato un ambizioso tentativo di scongiurare la presenza di queste due industrie. È stato un progetto politico che aveva come obiettivo l'inclusione universale, ponendo così termine alle pratiche di esclusione sociali allora esistenti. Indipendentemente dal fatto che i successi ottenuti abbiano messo in secondo piano i suoi punti deboli, il welfare state è stato scalzato via, mentre le due industrie di cui parlavo prima sono tornate in azione e lavorano a pieno regime. La prima produce «alieni»: sans papiers, immigrati clandestini, richiedenti asilo politico e ogni sorta di «indesiderabili». La seconda industria produce invece «consumatori difettosi». In entrambi i casi contribuiscono alla crescita dell'«underclass», costituita da uomini e donne che non trovano posto in nessuna delle classi sociali esistenti. Sono i profughi cacciati dal sistema di classe della società normale. Gli stati nazionali sono ormai incapaci o più semplicemente non hanno nessun desiderio o voglia di garantire ai suoi sudditi una sicurezza sostanziale, quella che in un famoso discorso Franklin Delano Roosevelt chiamò «libertà dalla paura». La conquista della sicurezza - il cui ottenimento e conservazione garantiscono la legittimità e la dignità dei singoli di vivere in una società umana - è oramai lasciata alla capacità e risorse di ogni individuo, il quale deve farsi carico degli enormi rischi e della sofferenza necessari che un obiettivo di questa portata necessita. La paura, che lo stato sociale aveva promesso di sradicare, è dunque ritornata sulla scena con propositi di vendetta. Molti di noi, indipendentemente dal posto occupato nella gerarchia sociale, sono terrorizzati di essere esclusi perché ritengono di essere inadeguati al cambiamento avvenuto.
In Europa, la paura è il volto diabolico dei nuovi partiti populisti. Ma proprio in Europa, e negli Stati Uniti, la criminalità - la cui presenza è sintomo di insicurezza - è in diminuzione. Dunque: più diminuisce la criminalità, più viene agitato lo spettro dell'insicurezza. Una vera e propria contraddizione, se non aporia. Non crede?
La diffusa e impalpabile paura che satura il presente è usata da molti leader politici come una merce da capitalizzare al mercato politico. Si comportano come dei commercianti che pubblicizzano le merci e i servizi che vendono come formidabili rimedi all'abominevole senso di incertezza e per prevenire innominabili e indefinibili minacce. I movimenti e i politici populisti stanno cioè raccogliendo i frutti avvelenati fioriti con l'indebolimento e in alcuni casi con la scomparsa dello stato sociale. Sono quindi interessati a far aumentare la paura. Ma solo quella paura che possono manipolare per poi mettersi in mostra tv come gli unici protettori della nazione. Il risultato è che la radice dell'incertezza e della insicurezza sociale, che sono le vere cause dell'epidemia di paura che ha colpito le moderne società capitalistiche, rimane intatta e si rafforza sempre di più. Se la vita nelle periferie di Roma, Milano e Napoli è davvero terribile e pericolosa, come viene normalmente affermato, non è perché gli abitanti sono obbligati a vivere in condizioni terribili e perché esposti ai pericoli derivanti dall'avere la pelle di una differente pigmentazione o perché vanno in chiesa o al tempio in giorni differenti della settimana. Nei quartieri periferici italiani, così come nelle banlieue di Parigi o Marsiglia o nei ghetti urbani di Chicago e Washington, la vita è terribile e pericolosa perché sono stati progettati come pattumiere per i reietti, per scarti umani esiliati dalla «grande società». Uomini e donne che condividono la stessa sorte, ma che li porta a configgere invece che a unirsi. Qualunque siano i sentimenti che provano e le umiliazioni subite, sono uomini e donne che non nutrono molto rispetto per i propri vicini, altri scarti umani ai quali, come a loro, è stata negata qualsiasi dignità e diritto a un trattamento umano. Sarebbe però disonesto qualificare il problema dei migranti solo come un problema di «condizione sociale». Gli antichi rimedi dei reietti - i disoccupati o i miserabili di Honoré Balzac - contemplavano la rivolta o la rivoluzione. Oggi nessuno pensa davvero che la resistenza alle attuali ingiustizie sociali possa venire dalle periferie. Soltanto i mendicanti, gli spacciatori, i rapinatori, le bande giovanili si attendono che ciò possa accadere. La grande maggioranza degli elettori è molto attenta al comportamento dei leader politici e li giudica in base alla severità che manifestano nella loro dichiarazioni pubbliche attorno alla «sicurezza». E i leader politici fanno a gara tra di loro nel promettere di essere duri e inflessibili contro gli «scarti umani» ritenuti i colpevoli dell'insicurezza che attanaglia le società contemporanea. Nel vostro paese, partiti come Forza Italia e Lega Nord hanno vinto le elezioni promettendo, tra le altre cose, di difendere i sani e robusti lavoratori settentrionali da chi quel lavoro può rubarlo, di garantire che non ci sarà mai la possibilità, per i nuovi arrivati, di insidiare il frutto del loro lavoro e di difenderli da vagabondi, accattoni, rapinatori. Per questi partiti, la possibilità di avere una vita dignitosa e decente emergerà solo dopo che tutti gli uomini e donne qualificati come scarti umani saranno schedati e messi sotto controllo.
Nel suo libro sull'Europa, lei scrive che il vecchio continente è condannato a essere cosmopolita, indipendentemente dalla volontà dei singoli stati nazionali. Eppure in molti paesi europei i partiti populisti o nazionalisti aumentano i loro consensi...
Esiste una ideologia della globalizzazione e ci sono ideologie contro di esse. Poi esiste un punto di vista che viene oramai chiamato altermondialista perché prefigura un altro modello di globalizzazione. Ma non dobbiamo dimenticarci che esistono anche i processi reali della globalizzazione che essiccano ogni sovranità nazionale e che contrastano ogni possibilità di sviluppo sostenibile e autosufficiente. Sono processi che tessono una densa tela che avvolge la terra, definendo così ferrei criteri di interdipendenza tra i paesi del pianeta. È un'interdipendenza che ha assunto una forma capitalistica e si è imposta quando il mercato è diventato la regola dominante. Così, mentre la circolazione dei capitali non conosce limitazioni, gradualmente, ma con inflessibilità, sono state cancellate tutte le forme economiche non capitalistiche. Un processo che potrebbe essere liquidato come una mera invenzione ideologica. Oppure, possiamo ignorare la globalizzazione, ma solo a nostro - e del pianeta - pericolo. Sarebbe un drammatico errore, perché così facendo non affrontiamo una della maggiori priorità del ventunesimo secolo: riportare sotto controllo le forze economiche «liberate» dalla democratica forma di regolazione a cui erano sottoposte. La tendenza in atto nel mondo si può sintetizzare come il passaggio da un mondo di stati-nazione al mondo della diaspora. Il tempo della paradossale alleanza tra stato, nazione e territorio sembra infatti finito, mentre le lancette della storia sono rivolte al passato. Alcuni paesi possono provare a resistere alla riduzione della loro autonomia economica, politica, militare e culturale. Ma è sempre più difficile che ci riescano.
Eppure il neoliberismo è in crisi. La sua rappresentazione più drammatica è nel fallimento di molti istituti di credito statunitensi. Molti studiosi parlano espressamente sulla necessità di un ritorno dello stato come regolatore della vita economica. Ma più che un ritorno al keynesismo sembra il disperato tentativo di salvare il neoliberismo...
La invito a notare una cosa. Il governo statunitense è entrato in azione soltando quando la suicida tendenza della globalizzazione a deregolamentare completamente i mercati finanziari globali ha raggiunto il suo acme. E la prego inoltre di notare che tutte le misure che sono state repentinamente prese, segnando una contraddizione con i precedenti atti di fede fatti dalle autorità federali, sono animate dalla volontà di salvare dalla catastrofe solo «forti e i potenti». Sono cioè misure che mettono al riparo le élite economiche, salvano i pescecani e non i pesciolini di cui i pescecani si nutrono. In questo modo, tutti i pescecani si rafforzano, non corrono più pericoli e possono tornare a muoversi liberamente nel grande mare che è la globalizzazione neoliberista. In un fiorito editoriale del Financial Times del 20 o 21 settembre, non ricordo bene, si poteva leggere che «i mercati globali approvano» le azioni statunitensi per fronteggiare la crisi finanziaria. Allo stesso tempo, erano riportate sobriamente alcune stime sulla possibilità che avevano le «banche e gli istituti di credito di recuperare le perdite, ricapitalizzarsi e tornare a fare affari».
Non una parola era spesa sui motivi che avevano provocato le perdite economiche, né vi erano accenni sul perché i meccanismi di mercato ritenuti fino allora ritenuti infallibili avevano fatto cilecca. Una tesi accreditata che circola in queste settimane è che le misure del governo americano potrebbero mettere a rischio le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani solo per salvare gli istituti di credito. Accettiamo pure questa tesi, ma io mi pongo alcune domande: chi sono questi contribuenti?
In primo luogo, va detto che gli americani sono coperti di debiti fino alle orecchie, che sono terrorizzati perché il valore delle imprese in cui lavorano declina sempre più, con la possibilità di una loro bancarotta e conseguente perdita del lavoro. Non è quindi detto, vista la situazione, che il governo statunitense possa accedere a quelle centinaia di milioni di dollari. Inoltre, sempre quel medesimo governo ha destinato altrettante centinaia di milioni di dollari in spese militari per sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq, tagliando al tempo stesso le tasse per i ricchi, arricchendoli sempre di più. Potremmo dire che gli Stati Uniti si sono comportati come milioni di cittadini americani che si sono indebitati per continuare a vivere. Ora lo stato statunitense è depresso e vive grazie solo a quell'istituzione che è il credito al consumo. Non può più andare avanti così e allora chiede all'Europa, meglio spera che l'Europa, possa temporaneamente aiutarlo a superare la crisi. Lo stesso si può dire dell'aiuto che spera possa arrivare, in qualche forma, dalla Cina e dai paesi arabi ricchi di petrolio. In altre parole, è uno stato insolvente che sta facendo nuovi debiti per pagare quelli già accumulati, posticipando così il giorno in cui l'ufficiale giudiziario passerà a chiedere il pagamento del conto. Secondo le ultime indiscrezioni della stampa, il ministro inglese della cancelleria Alistair Darling ha dichiarato che «proprio come un governo non può combattere da solo il terrorismo globale o i cambiamenti climatici, così non può fronteggiare le conseguenze negative della globalizzazione». Vorrei però aggiungere a questa dichiarazione che «è la globalizzazione stessa che vanifica l'operato di un governo, perché rende impossibile a un singolo governo di risolvere la crisi del paese». Detto in altri termini, la globalizzazione ha conseguenze globali che possono essere affrontate solo globalmente.
Farinelli lo dice nel modo più sintetico possibile: se il mondo non è più una sfera o un paesaggio, non cè più tempo o distanza. Non sfera perchè funzionalmente discontinuo, disomogeneo, non più universo ma pluriverso: il villaggio complessivo, appunto. Niente distanza per via delle comunicazioni, della tecnologia elettronica, ricostruite sulle rovine della civiltà alfabetica. Dalla presenza dei tamburi tribali, alla geografia dei flussi, al tempo veramente reale se è di questa geografia, ad un minore, continuo attrito della distanza, se usciamo dal virtuale.
Un attrito che comunque lo determini non farebbe più paura nemmeno ad Icaro. E allora la geografia fisica che è in Kant diventa sistema.
Il tempo, potrebbe dire allora Borges, non è più un fiume che ci trascina, es la sustancia de que estoy hecho: la sostanza di cui sono fatto.
Già, siamo un sistema compiuto, un globale, che il tempo lo sostanzia.
E parlando di Scalfari, interprete e comunicatore, filosofo e intellettuale non possiamo che cominciare così. Un guardacaccia che diventa giardiniere, secondo una lettura di Bauman. Perchè lintellettuale non è mai indifferente agli stimoli della sua interiorità, non si accontenta che il mondo esista e che le cose accadano, vuole, cerca spiegazioni, ricerca certezze, in una pratica di sacerdozio laico, che coglie insicurezze e riproduzioni abitudinarie dellesistere e nel dipanarle capisce se stesso e le cose, con uno status, il suo, che lo integra separandolo. Lintellettuale che per questo diviene quasi autoconsapevolmente a collocarsi fuori dai ranghi chiusi, quasi ancora come entità a sè stante, che come orizzonte ha il fuori sè, il resto del mondo. E questo intellettuale va incontro al fuori da sè perchè filosofo, che dalla sua république des lettres porta sullenorme schermo della società, convinzioni condivisibili, stadi successivi di virtù, ipotesi e strumenti per questo trapianto di virtù, e perchè no, una volta, forse ogni tanto comportamenti e maniere cortesicAggiungiamo con De Tocqueville, la direzione delle intelligenze. Anche il gusto, le emozioni, le opacità: il tutto dello stato-nazione o stato-nazioni, nelle variegate sfaccettature: far fiorire i giardini e gli orti, spegnendo se del caso i boschi che bruciano, recingendone spazi e costruendo sicurezze virtuose, e poi prospettando modi di vita plausibili e compatibili. Ancora Bauman: guardia caccia e giardiniere. E il bello è che per questo, diciamo, ministero sacerdotale non servono crismi o unzioni, riti o trascendenze, misteri da inventare, nascondere, manipolare e ingigantire, per poi svelarli, ottenendone consensi di dipendenza religiosa, pressochè illimitata.
Asor Rosa ha parlato di fisiologia di un mestiere difficile: la notizia è merce spesso ben confezionata, troppo, forse, non del tutto fruibile dalle masse. E spesso incalza la desuetudine a descrivere fatti, ipotesi, idee, con semplicità: alcuni ci riescono. E con doviziosi argomenti Asor Rosa enumera anche i più giovani di allora (siamo agli inizi degli anni 80), da Cederna a Forcella , a Giovannino Russo, a Scalfari, subito dopo la generazione dei Cattani, Brancati, Monelli, Rossi, Flajano, e dopo ancora quella di Croce, Salvemini, Einaudi : generazioni che tutte assieme ad editori come Benetti, Olivetti, Caracciolo hanno fatto il paese della storia e dei vissuti. Leggendo Bateson possiamo cogliere questi flussi comunicativi molteplici, nella loro, diciamo non staticità, e ritrovarli poi in codici alla fine inventariabili come unificati. In una sorta di interdipendenza di livelli culturali comuni.
Per questo il giornale di Scalfari assumerà limpossibilità di fare in Italia un organo per le grandi masse come stimolo a creare uninformazione rivolta essenzialmente in crescita.
Per questo il ministero di Scalfari emerge svettante in un tutto laico, che è quello della politica quale dovrebbe essere. Quella politica che, dice il geografo Gunnar Olson, serve, dovrebbe servire, a rendere visibile linvisibile. La politica come anello tra antropologie e storie e culture che si immagazzinano negli scaffali del vissuto. Senza magie, dopo limbrunire soltanto la notte. E la luce, le ore, la sera, il buio, sono la stessa cosa, appartengono allo stesso ordine. Quando Heghel, nella borsa degli attrezzi della sua fenomenologia, ci racconta che seme, albero, fiore, frutto solo apparentemente si distinguono dialetticizzandosi, ma si ontologizzano in un insieme, fa in sostanza lo stesso discorso.
Chi negli anni ha seguito Scalfari, nei suoi percorsi, dai suoi romanzi di formazione, allintuizione dellespresso-elefante, alla prima battaglia laica della nascente repubblica su Roma: capitalecorrottanazioneinfetta, unItalia che sembrava gratificarsi del suo essere a sovranità limitata per il perdonismo leninista di Togliatti e per quella che poi sarebbe diventata la confusione concordataria; quando sosterrà le guerre di rossi ai padroni del vapore, quando immaginerà spazi possibili per una sinistra liberale, non opererà dal tetto di un sapere aristocratico, ma sarà sostanza di una coscienza civile, che dal suo impegno trarrà linfa, insufficiente solo per le paure reali della guerra fredda, con i danni per una democrazia in fieri che ci raccontava Pietro Scoppola, democrazia che avrebbe invece avuto bisogno di unetica luterana; dalla convinzione che il Fanfani del congresso di Napoli, avrebbe ridotto i poteri di un ceto di notabili, corrotti e corruttori, per un moderno partito quadri-massa, come nellaccezione di Duverger, salvo poi ad accorgersi che i giovani turchi, e non solo nella Sicilia Occidentale, avrebbero monopolizzato la trasformazioni mafiose (a Palermo e nel Val di Mazzara), e avrebbero ingigantito, industrie, finanze e corruzione di stato. Si pensi alliniziale rispetto per lintellettuale De Mita e la successiva terribile reprimenda per scelte di potere bancario non commendevole. E comunque Scalfari sarà presente con Moro, che autocostruisce la sua condanna a morte con lapertura ai comunisti e per primo con lui decifra, con estrema lucidità, larcano della terza fase. E ancora quando penserà che in qualche modo sarà utile e generoso "sporcarsi le mani per una candidatura socialista par porre argine allincontenibile potere d.c. E proprio a partire dalla Calabria, dove si erano sempre spente le illusioni rivoluzionarie sperimentate ab antiquo. E siamo a Repubblica, secondo quotidiano italiano, dalla metà degli anni 70, e poi a Repubblica on line e alla vorticosa presenza nellattualità culturale multimediale e regionale.
Il Libro, lultimo di un tenace interrogarsi, (Luomo che non credeva in Dio, Einaudi, Torino, 2008) vive e ricorda una vita. Un romanzo-diario, che non butta nulla, dove tutto si tiene. Le stagioni che si susseguono, i dolci anni 70, la giovinezza e il mondo plasmato dai fatti, il tempo che ci è stato dato da vivere, avrebbe detto Moro, i natali e Calvino, la Calabria dello zibibbo, Cartesio e Pascal: Dio, allinterno di una presenza dellindividuo in un mondo in cui tutto è dubitabile, tranne levidenza. Siamo ad un romanzo di figure, che si sovrappongono, che riappaiono con ruoli, dualità, e che si fanno immagine e metafora, in un immutabile senza aporie di continuità. Ed è perduta la possibilitè di trovare rifugio in Dio? Un Dio che soffre e che muore e che non è onnipotente, più che altro "in silenzio" . Allora cosa? Unindolore riconciliazione con perchè che non trovano risposta?
Per testualizzazioni che, dice Ricoeur, come se postulassero relazioni, appunto, tra il testo e il mondo. La testualizzazione genera senso, prima isolando un fatto o un evento e poi lo contestualizza nella realtà che lo ingloba. Ecco, ascoltare la crescita del grano, avrebbe potuto dire Lévi-Strauss. In ogni caso la capacità di produrre senso dipenderà dalla coerenza creativa e dalle ri-percorrenze consentite alla ri-creazione del lettore: l'immagine che è dopo l'oggetto. Una proiezione mentale che trasfigura, ri-crea in quella comunicazione iconica di cui parla il tuo Proietti, nella grammatica delle immagini. Allora scrittura, ma anche critica sovversiva: un viaggio, un modo di capire e di muoversi in un mondo eterogeneo, solo cartograficamente unificato: non insieme di flussi e di relazioni che connotano spazi aperti, ma con funzioni che si risolvono in struttura dinsieme. Dice Clifford: "Non è più possibile lasciare il proprio tetto fiduciosi di trovare qualcosa di radicalmente nuovo, un tempo e uno spazio altri. La differenza la si incontra nella più contigua prossimità, il familiare affiora agli estremi della terra". E il nuovo dis-orientamento, con nuove strutture interpretative, paesaggi, linguaggi. E non mi soffermo se non per cenni, su passaggi, appena detti, ma sempre originali e creativi: luscita dei comunisti dal ghetto, il tema La Malfa, come ispirazione coinvolgente, Berlinguer il crollo della I repubblica con la fine del Caf, l'esilio di Craxi, l'ibernazione di Andreotti, la fuga dei topi da imbarcazioni tenute insieme da ossimori, avari di idee e ricchi di logorroiche ipocrisie, il neo-lenismo, anche questa volta infantile e massimalista di Occhetto, linutile e troppo esibita malinconia di Martinazzoli. Infine lo sdoganamento fascista, il secessionismo leghista e lo scoppio dei mortaretti del populismo berlusconiano, tra tanti, troppi soldi, ma sprattutto nani, ballerine, veline, canzonette e talk show. Ma allItalia, a cavallo del millennio, è piaciuto così: meglio l'effimero che saprofitismi ambigui. Lo scarto tra ideali e costituzione materiale è stato alla fine poco sopportabile.
Eil passato che scrive la memoria, dice Scalfari, la vecchiaia invece è un lusso: je suis comme je suis.
E Dio Scalfari non lo aspetta sul prato della Favorita, in una sfilata degna della fantasia di Fellini, di innocenti prelati che rispondono, bel belli, vestendo magnificamente Prada, così, al grido di dolore e di rabbia di Agrigento del vecchio papa polacco, nè partecipando alla rutilante piedigrotta dellapertura della porta dellanno santo. La moralità non è un prodotto della razionalità, nè ci arriva dal cielo, e non cè bisogno di raccontarla a Dio, dice ancora Scalfari.
Le geo-grafie, quelle del senso comune, comunque si sono aperte sempre di più allascolto dei luoghi e alla ricerca di significanti non banali. Proprio perchè la complessità si è rivelata irriducibile.
Alla domanda chi è Dio, nel secondo capitolo dell'Ulisse, Stephen risponde: "un urlo sulla strada" ("a shout in the street"). E aveva appena detto che la storia, come manifestazione di un ordine ultimo, è "a nightmare from which I am trying to awake" ("un incubo da cui cerco di destarmi") .
Vale allora il principio della scrittura come recupero del dimenticato? In un altro spazio, quello della memoria leggera? Tanto, comunque, lo spirito soffia se, quando e dove vuole.
Nel nuovo saggio il sociologo approfondisce la tesi di una società globale esposta a minacce impossibili da arginare. D’ora in poi nulla di ciò che accade nel mondo è un evento soltanto locale. La situazione di ogni singola etnia ci riguarda e dobbiamo farcene carico. Da Conditio humana. Il rischio nell’età globale (Laterza, pp. 416, euro 18), anticipiamo parte di un capitolo
Viviamo in una società mondiale del rischio, non solo nel senso che tutto si trasforma in decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, o nel senso delle società della gestione del rischio, o in quello delle società del discorso sul rischio. Società del rischio significa, precisamente, una costellazione nella quale l’idea che guida la modernità, cioè l’idea della controllabilità degli effetti collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è diventata problematica; una costellazione nella quale il nuovo sapere serve a trasformare i rischi imprevedibili in rischi calcolabili, ma in questo modo a sua volta produce nuove imprevedibilità, ciò che costringe alla riflessione sui rischi. Attraverso questa "riflessività dell’incertezza" l’indeterminabilità del rischio nel presente diventa per la prima volta fondamentale per l’intera società, sicché dobbiamo ridefinire la nostra concezione della società e i nostri concetti sociologici.
Nello stesso tempo la società mondiale del rischio genera una "spinta cosmopolitica", ad esempio nel confronto storico con l’antico cosmopolitismo (Stoà), con lo jus cosmopoliticum dell’illuminismo (Kant) o con i crimini contro l’umanità (Hannah Arendt, Karl Jaspers): i rischi globali ci mettono a confronto con "l’altro", apparentemente escluso. Essi abbattono i confini nazionali e mescolano l’indigeno con l’estraneo.(...)
Entrambe le tendenze - la riflessività dell’incertezza e la spinta cosmopolitica - sono riconducibili a un meta-mutamento complessivo della "società" nel XXI secolo:
a) le messe in scena, le esperienze e i conflitti del rischio mondiale compenetrano e modificano i fondamenti della convivenza e dell’agire in tutti gli ambiti, a livello nazionale e a livello globale;
b) dal rischio mondiale si può evincere la nuova forma di rapporto con le questioni aperte, il modo in cui il futuro viene integrato nel presente, quali forme assumono le società ad opera dell’interiorizzazione del rischio, come si trasformano le istituzioni esistenti e quali modelli organizzativi finora sconosciuti si creano;
c) ora, da un lato, vengono in primo piano i grandi rischi (non voluti), come il mutamento climatico; dall’altro, l’anticipazione delle minacce di nuovo tipo provenienti dagli attacchi terroristici (voluti) crea una costante aspettativa pubblica;
d) si compie un mutamento culturale generale. Nasce un altro modo di intendere la natura e il suo rapporto con la società, ma anche di intendere noi e gli altri, la razionalità sociale, la libertà, la democrazia e la legittimazione - e perfino l’individuo. (...)
Il significato onnicomprensivo del rischio mondiale ha conseguenze molto rilevanti, poiché ad esso si lega un intero repertorio di nuove rappresentazioni, timori, paure, speranze, norme di comportamento e conflitti di fede. Queste paure hanno un effetto collaterale particolarmente fatale: le persone o i gruppi che diventano (o sono fatti diventare) "persone a rischio" o "gruppi a rischio" sono considerati come non-persone, i cui diritti fondamentali sono minacciati. Il rischio separa, esclude, stigmatizza. Si formano così nuovi confini della percezione e della comunicazione - ma nello stesso tempo vengono anche compiuti sforzi che travalicano i confini per risolvere problemi sottoposti per la prima volta a un’influenza pubblica. Di conseguenza, la messa in scena del rischio mondiale dà luogo a una produzione e costruzione sociale della realtà. Il rischio diventa così la causa e il medium della riconfigurazione della società. Ed è strettamente connesso alle nuove forme di classificazione, interpretazione e organizzazione della nostra vita quotidiana, al nuovo modo di mettere in scena e di organizzare, di vivere e di configurare la società in riferimento al presente del futuro.
* * *
Il salto dalla società del rischio alla società mondiale del rischio può essere chiarito richiamandosi a due testimoni: Max Weber e John Maynard Keynes, i classici della sociologia e dell’economia moderne. In Max Weber la logica del controllo vince nel confronto moderno con il rischio, e vince in modo così irreversibile che l’ottimismo culturale (Kulturoptimismus) e il pessimismo culturale (Kulturpessimismus) vengono riconosciuti come due lati della medesima dinamica. In forza del dispiegamento e della radicalizzazione dei princìpi basilari della modernità, e in particolare della radicalizzazione della razionalità scientifica ed economica, incombe un regime dispotico, come conseguenza, da un lato, dello sviluppo della democrazia moderna e, dall’altro, del trionfo del capitalismo orientato al profitto. Speranza e preoccupazione si condizionano a vicenda: dal momento che le incertezze e gli effetti collaterali imprevisti e non voluti prodotti dalla razionalità del rischio non cessano di essere affrontati "ottimisticamente" grazie a un incremento della razionalizzazione e della logica del mercato, la preoccupazione di Weber non riguardava - a differenza di Comte e Durkheim - la mancanza di ordine e integrazione sociale. Egli non temeva il "caos delle incertezze" (come Comte). Al contrario, egli vedeva e affermava che la sintesi tra scienza, burocrazia e capitalismo trasforma il Moderno in una sorta di "prigione". Questa minaccia non emerge come un fenomeno marginale, ma come conseguenza logica della razionalizzazione del rischio riuscita: se tutto va bene, sarà sempre peggio. La razionalità strumentale depoliticizza la politica e mina la libertà degli individui.
Allo stesso tempo, nel modello di Max Weber è contenuta un’idea che spiega perché il rischio diventa un fenomeno globale, anche se non spiega ancora perché esso dà luogo alla società mondiale del rischio. Secondo Weber la globalizzazione del rischio non è legata al colonialismo o all’imperialismo, cioè non è portata avanti con il fuoco e con la spada. Piuttosto, essa procede lungo la via della coazione non coatta dell’argomento migliore. La marcia trionfale della razionalizzazione si basa sulla promessa di beneficio del rischio e sulla delimitazione a sua volta razionale degli effetti collaterali, delle incertezze e dei pericoli ad esso collegati. È questa autoapplicazione del rischio al rischio, finalizzata al perfezionamento dell’autocontrollo, a globalizzare l’"universalismo". L’idea che proprio l’imprevisto, l’indesiderato, l’incalcolabile, l’inatteso, l’incerto, reso permanente dal rischio, possa diventare la fonte di possibilità e pericoli non anticipabili che mettono seriamente in questione l’idea-guida della razionalità del controllo nel modello weberiano è un’idea impensabile. Essa sta alla base della mia teoria della società mondiale del rischio. (...)
All’inizio del XXI secolo vediamo la società moderna con occhi diversi - e questa nascita di uno "sguardo cosmopolita" fa parte dell’inatteso, dal quale deriva una società mondiale del rischio ancora indeterminata. D’ora in poi nulla di ciò che accade è più un evento soltanto locale. Tutti i pericoli essenziali sono diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine della situazione dell’umanità. Il punto decisivo è che d’ora in poi il compito principale è la preoccupazione per il tutto. Non si tratta di un’opzione, ma della condizione. Nessuno lo ha mai previsto, voluto o scelto, ma è scaturito dalle decisioni, dalla somma delle loro conseguenze, ed è diventato conditio humana. Nessuno vi si può sottrarre. Si profila così un cambiamento della società, della politica e della storia che finora è rimasto incompreso e che già da qualche tempo indico con il concetto di "società mondiale del rischio". Quello che finora conosciamo è soltanto l’inizio.
Le città, ed in particolare le metropoli, sono come pattumiere in cui i problemi della globalizzazione vengono gettati. Sono anche laboratori in cui l´arte di vivere con questi problemi (pur non risolvendoli) è sperimentata, messa alla prova e (speriamo) sviluppata. Mi concentrerò su un aspetto del processo di globalizzazione: e cioè, il mutamento di alcuni aspetti della migrazione globale.
Si possono individuare tre distinte fasi migratorie nell´epoca moderna. Quella attuale, la terza, tuttora in pieno vigore e slancio, ci porta nell´era delle diaspore: un arcipelago planetario di insediamenti etnici/religiosi/linguistici ha indotto una logica della redistribuzione planetaria delle risorse umane. Le diaspore sono disseminate, diffuse, si estendono in molti territori sovrani, ignorano le rivendicazioni territoriali per la supremazia di richieste e doveri locali, sono schiacciate dal doppio (o multiplo) legame della "doppia (o multipla) nazionalità" e doppia (o multipla) lealtà.
La nuova migrazione pone un punto interrogativo al legame tra identità e cittadinanza, individuo e luogo, vicinato e appartenenza. I confini del proprio "quartiere" sono porosi, è difficile identificare chi vi appartiene e chi è un estraneo. Che cos'è ciò a cui apparteniamo in questa località? Che cos´è ciò che ognuno di noi chiama casa e, quando ricordiamo e ripensiamo a come siamo arrivati qua, quali storie condividiamo? Vivere come noi in una diaspora tra diaspore ha imposto alla nostra attenzione il tema della "convivenza con la diversità". È probabile che avvenga solo una volta che tale differenza non sia più percepita puramente come una "irritazione temporanea", e così, diversamente dal passato, urgentemente bisognosa di interventi specifici, insegnamento e apprendimento. L'idea dei "diritti umani", si traduce oggi nel "diritto a essere diverso".
Un po' alla volta, questa nuova interpretazione dell'idea dei diritti umani, tutt'al più, semina tolleranza; deve cominciare seriamente fin d´ora a seminare solidarietà. La nuova interpretazione dell´idea di diritti umani scardina le gerarchie e distrugge l'immagine di una "evoluzione culturale" verso l'alto (progressiva). Forme di vita galleggiano, si incontrano, scontrano, precipitano, si aggrappano l´una all´altra, si fondono, si separano (per parafrasare George Simmel) con uguale gravità specifica. Le fisse e monolitiche gerarchie e le linee evolutive sono state sostituite da interminabili lotte per il riconoscimento, endemicamente inconcludenti; o al massimo da scale gerarchiche rinegoziabili.
Potremmo dire che la cultura è nella sua fase liquido-moderna, fatta a misura della libertà di scelta individuale. E dovrebbe sostenere tale libertà; assicurarsi che la scelta sia inevitabile: una necessità vitale e un dovere. La cultura contemporanea si basa su offerte, non norme. Come già notato da Pierre Bourdieu, la cultura vive secondo la seduzione, e non regole normative; secondo relazioni pubbliche, e non mantenimento dell'ordine; creando nuovi bisogni/desideri/volontà, non coercizione. Questa nostra società e una società di consumatori, e proprio come il resto del mondo è vissuto da consumatori, la cultura si trasforma in un magazzino di prodotti pensati per il consumo – in cui ognuno di essi compete per catturare l´attenzione di potenziali consumatori nella speranza di attirarli e trattenerli per un attimo. Abbandonare i rigidi standard, assecondare la mancanza di discriminazione, servire tutti i gusti non privilegiandone alcuno, incoraggiare la discontinuità e la "flessibilità" e romanticizzare l'instabilità e l'inconsistenza, è questa la "giusta" strategia da perseguire.
L'attuale fase di progressiva trasformazione dell'idea di cultura dalla sua originaria forma ispirata all'Illuminismo verso la sua reincarnazione liquido-moderna è stimolata e gestita dalle stesse forze che promuovono l'emancipazione dei mercati dagli impedimenti di natura non-economica – cioè da quei legami sociali, politici ed etici. Perseguendo la propria emancipazione, l'economia, focalizzata sul consumatore liquido-moderno, fa affidamento sulle offerte in eccesso, sul loro invecchiamento accelerato, e sul rapido declino del loro potere seduttivo – cose che, tra l'altro, la rendono un´economia di dissipazione e spreco. Dal momento che non è dato sapere in anticipo quali offerte si riveleranno sufficientemente attraenti da stimolare il desiderio consumistico, l'unica soluzione è quella di costosi tentativi.
La cultura sta diventando ora come uno di quei reparti del tipo "tutto ciò che ti serve e che puoi sognare" dei grandi magazzini in cui il mondo abitato da consumatori si è trasformato. Come in altri reparti di quel magazzino, le mensole strapiene sono rifornite giornalmente di merci, mentre i banchi sono addobbati con le ultime offerte commerciali destinate a scomparire immediatamente, assieme alle attrazioni che pubblicizzano. Le merci e le pubblicità allo stesso modo sono pensate per accrescere i desideri e stimolare le volontà (come George Steiner ha notoriamente descritto – "per un massimo impatto e un immediato invecchiamento"). I commercianti e i copywrighter contano sul connubio tra il potere seduttivo delle offerte e la radicata "arte di primeggiare", il desiderio di "ricavarsi uno spazio" proprio dei potenziali consumatori. La cultura liquido-moderna, differentemente dalla cultura dell´epoca del nation-building, non ha persone da acculturare. Ha invece clienti da sedurre. E, diversamente dai suoi predecessori "solidi moderni", non vuole più lasciare che le cose si risolvano da sole, il suo compito oggi è rendere permanente la sua sopravvivenza – rendendo temporali tutti gli aspetti della vita dei suoi precedenti protetti, ora rinati come clienti.
(Traduzione di Silvia Sai, testo elaborato in occasione del primo Festival delle Culture "Uguali-Diversi" a Luzzara e Novellara dal 12 al 14 settembre)
Faccetta nera, bell’abissina
Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina.
Quando saremo vicino a te
Ti porteremo il nostro duce e il nostro re!
Comincio così, e non sembri che il tono sia leggero. Provo a utilizzare pezzi da letture e riflessioni che non sono quelle che di solito richiamiamo su questi temi. Possono forse servire. In questo scritto voglio che le vicende italiane ci siano ben presenti perché, allargando lo sguardo a quel che avviene su queste questioni a livello europeo e internazionale, finisce che di noi non ci occupiamo abbastanza. Pensiamoci per un momento a quello che si voleva affermare con questo ritornello patetico: la superiorità, e anche la bonomia, di noi italiani (fascisti) nell’impresa coloniale; e che avessero pazienza, avremmo portato loro questi straordinari regali, il nostro duce e il nostro re.
Nel luglio 1938 - dunque, settant’anni fa- esce il “Manifesto della razza” stilato da intellettuali e studiosi di varia appartenenza. Dieci punti, ma mi fermo ai primi tre.
1. Le razze umane esistono.
La esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per i caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che che esistono razze superiori o inferiori ma che esistono razze umane differenti.
2. Esiste ormai una pura “razza italiana”
Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
3. E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.
Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti d razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo (…) vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
Qualche altro dato, perché queste informazioni mancano a quasi tutti noi.
Nei mesi successivi alla pubblicazione del “Manifesto” si hanno prese di posizione di intellettuali vari e di docenti universitari: limitati i dissensi.
Tra l’estate e l’autunno il governo Mussolini vara le “leggi razziali”, cominciando con i “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” firmati dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre 1938. Nei mesi successivi vengono promulgate norme che escludono i bambini ebrei dalle scuole, impediscono agli ebrei l’esercizio di qualsiasi professione e di possedere beni.
Si entra in una fase in cui molti (di noi, italiani), sono stati coinvolti: racconti e documenti ci confermano insulti e pratiche discriminatorie contro gli ebrei, e le denunce, e tanti che assistono alle retate e alle deportazioni o hanno un ruolo attivo nell’organizzarle. Poi quelli che si impossessano dei beni lasciati incustoditi. E peggio, per anni e anni.
Dalla scelta di parole (e allusioni, metafore, stereotipi) all’elaborare e comunicare ideologie, a legiferare; e dalle ideologie e le politiche, alle pratiche: diffuse, considerate ovvie, comunque tollerate. Le persecuzioni, le violenze, lo sterminio.
Così procede il razzismo. In molti casi segue il silenzio; o la negazione. O la ricostruzione di una memoria selettiva e distorta. Dimenticare, minimizzare.
Un documento dell’Unione Europea pubblicato nel 2007 (Report of Racism and Xenophobia in the Member Countries), fa il punto sulla disponibilità di dati, sulle iniziative nei diversi contesti nazionali, su “buone pratiche”in questo ambito. L’Italia risulta assente per quasi tutte le voci rilevate a livello europeo. Ma la questione ovviamente non riguarda noi soltanto.
Torna la parola razzismo
A me va bene che questa parola ritorni.
Diventata negli ultimi anni desueta, quasi impropria, ritorna, in scritti e convegni, sui giornali e in televisione, e anche nel nostro linguaggio quotidiano. Era stata, come dire, messa da parte, semmai sostituita da altre: paura, insicurezza. Certo molti (osservatori del mondo in cui viviamo, studiosi, e soprattutto quelli che continuano ad avere esperienza diretta di ciò che questa espressione significa) erano pienamente consapevoli di ciò che il termine evoca (tragedie della storia passata e condizioni e processi del presente). Ma parlarne sembrava una cosa ripetitiva, fuori del tempo. E’ stato comunque inutile anche provarci.
Oggi siamo sollecitati a interrogarci di nuovo sul razzismo (e su perché il razzismo, i razzismi, permangono nel tempo, ci siano fasi come di “latenza”, e poi riemergono). E che cosa questo possa significare - la latenza, il permanere sotterraneo, il riemergere in determinati momenti - chiediamocelo in modo non banale, senza frettolose semplificazioni.
Innanzitutto, dicendo razzismo è di noi che si tratta: di ciascuno di noi di fronte alle responsabilità del vivere, alla consapevolezza, e al coraggio. Ricordiamola questa frase di Bertold Brecht:
Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno per protestare…
L’attenzione va rivolta a noi, noi italiani, europei (non soltanto, naturalmente). Da diversi anni al centro delle analisi e del dibattito sono loro, gli immigrati, gli stranieri, gli altri. Come se non si trattasse di guardare allo scenario complessivo, e a noi come i soggetti principali dei processi che riguardano, è ovvio, sia noi che loro.
Riprenderla, questa parola, è - più che utile - necessario. Noi, appunto. Oggi. Si era creduto, nei decenni scorsi, che le esperienze terribili del razzismo che ha segnato l’Europa ci avessero insegnato, impegnato anzi, a non riviverle.
MAI PIU’, si era detto.
Che la parola razzismo ritorni oggi ci costringe a soffermarci sulle circostanze del sotterraneo perdurare di questa componente della società e sul fatto che, nel riemergere a cui stiamo assistendo, ne è venuta alla luce una diffusa accettazione e condivisione. Ritorna, permane, è condiviso: dunque chiediamoci se il mai più sia possibile dirlo.
Recurring racisms è una formulazione che ho incontrato di recente.
Forse dovremmo affrontarlo, questo tema, con la stessa impietosa lucidità con cui James Hillman ha analizzato il permanere, nella storia dell’umanità, del “terribile amore per la guerra”.
Qui la rivista online Sbilanciamoci
Mentre si esaltano i combattenti di Salò, si torna a fare il tiro al bersaglio contro il '68. Addirittura presentandolo come ideologia del «nullismo», accanto alle altre ideologie scadute quali fascismo, comunismo, socialismo e «mercatismo» (Tremonti). Non penso che se ne debba fare l'apologia, ma l'immagine del Sessantotto che traspare da molti interventi e che viene trasmessa alle nuove generazioni comporta dei rischi per tutti: vecchie e nuove generazioni.
Perché mai, ci si dovrebbe chiedere, quarant'anni fa il mondo accademico non è stato in grado di prevedere né di contenere l'ondata della contestazione studentesca, nonostante che i segnali per aspettarsela ci fossero tutti: da Berkley a Pechino, da Amsterdam a Berlino, da Praga a Tokyo? E perché il mondo politico e governativo non era stato capace di affrontare in modo sensato l'esplosione dei movimenti di massa degli anni seguenti? E il mondo imprenditoriale l'insorgenza operaia nelle sue fabbriche? Per ottusità . Non per ottusità individuale (il quoziente intellettivo era nella media), ma per una forma di «ottusità sociale» che rimanda alla temperie culturale di quegli anni: alle cose che ciascuno riteneva importanti e a quelle che riteneva irrilevanti. Una gerarchia di priorità che il Sessantotto avrebbe sovvertito alle radici. A quarant'anni di distanza la comprensione del Sessantotto da parte degli uomini e delle donne al potere sembra non aver fatto passi avanti. Di qui l'interpretazione dei disastri in cui siamo immersi come se fossero il frutto del Sessantotto; e non, invece, dell'incapacità delle classi dirigenti, allora, di rapportarsi con esso e, in seguito, del suo soffocamento: in Italia particolarmente pesante perché costellato da stragi di Stato (non una, ma almeno dieci) e dal terrorismo: entrambi stupidamente assimilati ai movimenti di massa dell'epoca. Come se l'esercito sconfitto fosse responsabile dei saccheggi perpetrati dal conquistatore; o le guardie dei furti del ladro che non hanno saputo arrestare.
Mondi paralleli
Il Sessantotto ritorna così sul banco degli imputati ad opera, in realtà, di coloro che più se ne sono avvantaggiati: individui e gruppi che mai avrebbero raggiunto le posizioni che hanno oggi, né potuto attivare gli strumenti del potere che hanno fatto la loro fortuna, né sentenziare nel modo spregiudicato che hanno adottato, né ostentare comportamenti che non hanno più bisogno di nascondere, se allora un intero mondo non fosse crollato, sgombrando la strada al loro successo. Invece, disconoscendo questo incontrovertibile dato, la proposta politica che ci presentano è di fare come se il Sessantotto non ci fosse stato. Di ricominciare da «prima del Sessantotto». E ricominciare naturalmente (come allora), dalla scuola. Lo ha fatto sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia: con una descrizione dello stato delle cose (la «perdita di senso della scuola italiana») tanto corretta quanto scontata; per passare subito alla sua ricetta per «uscirne fuori»: ritrovare un collante culturale nella storia e nella letteratura italiane quali vettori di una ritrovata identità nazionale: quella che il Sessantotto ha cancellato.
Una proposta che equivale al rifiuto di confrontarsi con il presente; poco importa che Galli la integri chiedendo maggiore spazio alla matematica per affrontare il futuro: la matematica, senza una griglia di interpretazione del presente, non è di aiuto per nessuno.
Viviamo in un'epoca di globalizzazione, di «connettività» a tutto campo, di migrazioni che trasformano il nostro habitat - che lo vogliamo o no - in un ambiente multiculturale, di crisi ambientale planetaria, di guerre locali permanenti (altro che il Vietnam: un evento singolo che era bastato a cambiare la vita a un'intera generazione), di manipolazioni incontrollata delle basi biologiche delle nostre esistenze, di modifica permanente dello statuto degli affetti e dei sentimenti. Una scuola che non guidi a confrontarsi con questi problemi è condannata alla marginalità e all'irrilevanza. Cioè a quella perdita di senso che Galli della Loggia imputa al Sessantotto e che il Sessantotto aveva invece cercato - senza riuscirci, o riuscendoci malamente, e per troppo poco tempo - di superare. Non che tutto ciò elimini l'importanza degli snodi della storia e della letteratura italiane, come di quelle greche, romane o ebraiche (le nostre famose «radici»!), per comprendere e interpretare il mondo d'oggi. Ed è altrettanto vero che la letteratura zulù - se esiste - non ha prodotto un Tolstoj (e neanche un Dante), come aveva fatto notare a suo tempo Saul Bellow; per cui sarebbe certo sbagliato «mettere tutto sullo stesso piano». Ma rinchiudere il problema dell'educazione - che non è solo «scuola» in senso stretto, ma anche e soprattutto formazione permanente - nei confini di una identità nazionale da ritrovare è una nuova manifestazione di quell'ottusità sociale nei confronti del presente che aveva impedito all'establishment del tempo (e impedisce ancora a quello di oggi) di fare i conti con il Sessantotto.
In nome del Pil
Rispondendo a Galli il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti ha proposto addirittura di abolire il numero 1968 (per scaramanzia; come sugli aerei dell'Alitalia e/o Cai è abolita la fila 17, perché nessuno vuole sedersi lì) e rivalutare invece i numeri 10, 9, 8, 7, 6, ecc. Cioè voti al posto di giudizi (ottimo, buono, discreto, insufficiente): il che, come ha fatto notare Tito Boeri su lavoce.info non cambia proprio niente. Ciò a cui Tremonti voleva forse alludere è l'eliminazione di tutte quelle scartoffie che gli insegnanti sono costretti a compilare invece di aggiornarsi e di preparare le lezioni. Ma questo, con il Sessantotto, che cosa c'entra? Sono stati forse i cortei, le assemblee e i gruppi di studio del Sessantotto a introdurre quelle scartoffie?
C'è qualcosa di ottuso in questo culto dei numeri di Tremonti, che non ha niente a che fare con il culto della matematica di Galli. È quella stessa ottusità sociale che spinge il ministro Renato Brunetta (un altro nemico del '68) a misurare la produttività della Pubblica amministrazione con le ore di presenza degli impiegati dietro le scrivanie. Ottusità tanto maggiore perché entrambi, come tutti gli economisti, sommano poi salari e stipendi erogati (risparmiandoci, bontà loro, bustarelle e tangenti) per calcolare il «valore aggiunto» della Pubblica Amministrazione: cioè il suo contributo al Pil, indicatore supremo di successo o di insuccesso di una politica («Crescita! Crescita! Crescita!»). Ben prima di Serge Latouche (il teorico della «decrescita»), era stato il '68, e prima ancora Robert Kennedy, a sostenere che le cose non stanno così: perché la «produttività» di una persona, cioè il suo contributo al bene comune , va misurata in modi - certo più complessi e aleatori, perché più «mirati» su contesti specifici e circoscritti - capaci di promuovere la responsabilità di tutti (a partire da chi ha ruoli dirigenti): non solo per quanto (quante pratiche, e per quante ore?) e per come (magari eliminando i passaggi inutili) si fa un determinato lavoro; ma anche per quello che si fa: entrando cioè nel merito degli obiettivi che si perseguono con quel lavoro. Il che non si può fare in ordine sparso, ciascuno per conto proprio, ma solo in modo collettivo : attraverso una consultazione reciproca di chi è coinvolto: se si vuole, quelli che oggi si chiamano stakeholder.
Educazione catodica
Infine, sempre sul Corriere della Sera , ecco in sette parole la ricetta del ministro Mariastella Gelmini: «Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito». Caduto ogni riferimento alle «Tre I» (inglese, informatica e impresa) della precedente «riforma della scuola», sponsorizzata dal suo principale, e mai realizzata e nemmeno tentata. Era solo una trovata, come lo è questa: per nascondere il vuoto di proposta e soprattutto di finanziamenti. Ma, prescindendo dall'autorevolezza (che ha poco a che fare con le strade che hanno portato il ministro Gelmini al governo del paese, o anche solo a diventare avvocato), se autorità e gerarchia si combinano bene in un manifesto anti-'68 (ma in epoca di «organigrammi piatti» persino nelle aziende, la cosa suona un po' retrò ), la fatica non sempre è merito (è più spesso una condanna senza contropartite) e, quanto al rapporto tra insegnamento e studio, rimane aperto il quesito di che cosa insegnare e che cosa studiare perché queste due attività non girino a vuoto. Problema non secondario.
Quello che il ministro Gelmini comunque non può spiegare è con quali strumenti - con quale «temperie culturale» intenda imporre nelle scuole il ritorno ai valori che propone. Forse con la cultura che da oltre trent'anni il suo principale diffonde in Italia con le televisioni (sia quelle sue che quelle non sue): pubblicità, reality show , calcio e fiction edificante (Tette, Totti e Padre Pio)? E da dove hanno imparato il bullismo gli studenti? Glielo ha insegnato il Sessantotto o il mondo attuale dagli adulti che ne è pervaso fin dentro le «istituzioni»? E chi lo ha insegnato e lo insegna a entrambi, grandi e piccini? Non è forse quel sistema di «educazione permanente televisiva» che ha messo da tempo al palo - niente di più facile, d'altronde: sono più le ore passate davanti al televisore che quelle sui banchi di scuola - quei «contenuti» incentrati su storia e letteratura nazionali che Galli della Loggia propone di reintrodurre a scuola per restituirle «senso»? Senza essersi accorto, peraltro, che sono proprio quelle le cose che si continua a cercare di insegnare nelle nostre scuole; con sempre minor successo. Perché sempre meno gli insegnati, e soprattutto l'istituzione, sono messi in grado di misurarsi con i problemi che la condizione esistenziale delle nuove generazioni pone loro di fronte.
A fine luglio il ministero del Lavoro ha diffuso un Libro Verde (LV) sul modello sociale, titolo La vita buona nella società attiva. In esso vengono delineate le politiche che il ministero intende perseguire relativamente a mercato del lavoro, previdenza e sanità. Una consultazione pubblica sulle questioni sollevate dal LV resterà aperta per tre mesi. Dopodiché le principali opzioni politiche che emergeranno da tale consultazione saranno sintetizzate in un Libro Bianco (LB) che servirà di base alle proposte che il Governo formulerà per l´intera legislatura.
La maggior parte delle 22 pagine del LV sono dedicate a questioni, anche molto tecniche, attinenti alla sanità. Per ragioni di competenza, su questo tema mi limiterò a rilevare verso la fine un´omissione che mi pare di peso, per soffermarmi invece sui temi pensioni e lavoro. Nel LV, sebbene siano sparsi in vari box e passi isolati, essi formano un quadro organico che lascia intravedere chiaramente le politiche che il ministero conta di adottare.
Quali esse siano in ordine alle pensioni si può desumerlo dalla prima pagina del LV. La composizione della nostra spesa sociale sarebbe "manifestamente squilibrata in favore della spesa pensionistica". Segue tabella in cui detta spesa appare superiore dal 2005 al 2020, come percentuale del Pil, di almeno tre punti e mezzo a confronto della Ue a 15. Il 14% e passa contro il 10,5%. Un´enormità, corrispondente a oltre 50 miliardi di euro di spesa in più. Se non fosse che ancora una volta si confrontano qui, in gergo statistico, cavalli e mele. Nella tabella citata, come in dozzine di altre fatte circolare in questi anni, la spesa pensionistica italiana appare superiore alla media Ue per tre motivi. In primo luogo si prende a riferimento la spesa totale dell´Inps, anziché la spesa per le pensioni pubbliche in senso stretto. In realtà la spesa totale è gonfiata da interventi assistenziali per decine di miliardi che sono stati accollati a un ente previdenziale come l´Inps, per cui diventano "pensioni". Per contro in altri paesi lo stato provvede ad esse, quando lo fa, usando voci diverse del pubblico bilancio. Al netto delle spese assistenziali la spesa per le pensioni pubbliche erogate dall´Inps e altri enti costituiva nel 2005 non il 14, bensì l´11,7% del Pil.
In secondo luogo la spesa pensionistica italiana è gravata dai passivi derivanti dall´avere usato per decenni i pensionamenti anticipati come ammortizzatori sociali. Queste spese spariranno con il tempo, ma per ora i passivi dei fondi trasporti, elettrici, telefonici, dirigenti d´azienda, cui vanno aggiunti quelli dei coltivatori diretti, pesano in totale per almeno un altro punto percentuale. In terzo luogo, le nostre pensioni figurano come voce di spesa al lordo dell´imposta sui redditi, mentre grandi paesi come la Germania le versano al netto, con limitate eccezioni per le pensioni più elevate. Ciò significa che i pensionati italiani restituiscono allo stato intorno ai 28-30 miliardi di euro l´anno, circa due punti di Pil, mentre quelli tedeschi e altri non restituiscono quasi nulla. A conti fatti, i nostri pensionati forniscono un sostegno significativo al bilancio pubblico.
L´uso improprio dei dati apre la porta nel LV a ricette già viste per una politica della previdenza. Anzitutto si dice che i coefficienti previsti dalla legge Dini, applicando i quali si stabilisce di quanto la pensione sarà ridotta rispetto alla retribuzione – coefficienti il cui metodo di calcolo rimane misterioso – saranno probabilmente insufficienti; in chiaro, dovranno forse essere ulteriormente appesantiti. Poi l´età minima della pensione dovrebbe salire al disopra del limite già previsto dei 62 anni (ma è solo un´idea, ha precisato il ministro). Infine si afferma che occorre una maggior diffusione della previdenza complementare. Sembra qui che i collaboratori del LV non sapessero in quali condizioni versano oggi i fondi pensione britannici e americani, non solo a causa della crisi del sistema finanziario.
Quanto alle politiche del lavoro delineate nel LV, esse paiono ispirate in generale dal criterio di proseguire con la de-regolazione dei rapporti di lavoro, ovvero con una maggior dose di flessibilità; nonché, più specificamente, dalle riforme operate in Germania nel decorso decennio mediante le leggi Hartz. Alla base di tali leggi v´è il concetto di responsabilità e attivazione personale. Esso significa che chi ha perso il lavoro, o stenta a trovarlo, oppure ne vorrebbe uno migliore, deve sentirsi responsabile della sua situazione e darsi da fare, ossia attivarsi, per migliorarla. Solo a tale condizione sarà "preso in carica" dalla collettività, formata da una molteplicità di attori pubblici e privati, che provvederà a trovargli una occasione congrua di lavoro e/o un percorso formativo di qualificazione professionale. Il concetto è ripreso tal quale dal LV, incluse le conseguenze per chi devia dal retto cammino. Se non si comporta in modo sufficientemente responsabile e attivo, magari perché l´occasione di lavoro non gli sembra "congrua", o il "percorso formativo" poco adatto, sarà sanzionato con la decadenza dalla indennità di disoccupazione o altri benefici. Poste simili basi, il LV conclude chiedendosi se non esistano le premesse per "un rinnovato clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro che consenta di cementare… una alleanza strategica tra gli imprenditori e i loro collaboratori".
In Germania si moltiplicano intanto i rapporti di ricerca sui risultati delle citate riforme. Se si tolgono quelli di enti troppo interessati a mostrare che tutto va bene – tipo la Bundesbank o l´Agenzia federale per il lavoro – le conclusioni sono unanimi. Le riforme hanno esercitato una pressione efficace al fine di tener bassi i salari. Han così giovato alle esportazioni, ma hanno anche seriamente limitato i consumi delle famiglie. Sono stati creati milioni di cosiddetti minijobs, posti di lavoro da 15 ore la settimana e non più di 400 euro al mese. E´ notevolmente cresciuta la precarietà. I lavoratori poveri sono saliti al 22% degli occupati. Le riforme non hanno invece accresciuto per niente il volume totale di ore effettivamente lavorate. Tra il 1991 e il 2006 esse sono anzi diminuite di quasi quattro miliardi. Se questi sono i risultati di riforme fondate su maggior flessibilità, responsabilità e attivazione personale, non pare il caso di imitarle come fa il LV. E fanno nascere seri dubbi circa la proposta di fondare su di esse un clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro.
Del LV vanno segnalate infine due omissioni. Anzitutto nel testo, seppur così largamente dedicato alla sanità, gli incidenti sul lavoro sono menzionati solo una volta. Meglio di niente. Non compaiono invece per nulla le morti correlate a malattie professionali. L´Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che esse siano almeno quattro volte superiori alle morti per incidenti, e siano in aumento anche nei nostri paesi per diversi motivi. E´ sperabile che nel transito dal LV al Libro Bianco il ministero trovi modo di inserire anche tale questione.
Dubito invece che ad un´altra omissione si trovi rimedio. Il LV non prova nemmeno ad abbozzare un´indagine delle cause globali che hanno generato i problemi di cui tratta, a partire dalle condizioni di lavoro e della salute collettiva. Si possono compendiare in una sola: l´enorme disuguaglianza di reddito e di ricchezza che si è prodotta negli ultimi decenni, nel nostro come in altri paesi. E´ da questa che si dovrebbe partire per rivedere il modello sociale.
Sul "Libro verde" vedi anche l'articolo di Roberto Romani su il manifesto del 31 luglio
«Il punto non è rispettare l'intima convinzione dei politici, ma avere leggi che rispettino la libertà di agire di ciascuno di noi davanti alle decisioni importanti della vita» «La polemica sull'aborto non è solo una trappola tesa al governo, ma è sintomo della regressione culturale e politica che anche la sinistra vive». Non la considera una provocazione, una trappola tesa alla maggioranza di governo. Stefano Rodotà, giurista ed ex garante della privacy, crede invece che sia giusto valutare «con altro metro» la proposta di una «moratoria» sull'aborto lanciata dal Foglio di Giuliano Ferrara: «È il sintomo della grave regressione culturale e politica che stiamo vivendo», afferma. «Questo dibattito sta creando un clima che tende a rimettere in discussione, nel modo peggiore, un'acquisizione culturale e legislativa molto importante. Queste sono battaglie di lungo periodo che sarebbe un errore di sottovalutazione leggere solo con l'attualità. Non è affatto vero che a breve ci lasceremo alle spalle questa polemica: è stato introdotto nella discussione culturale italiana un tema che può avere effetti molto gravi».
Vale la pena parlare nel merito della proposta di una «moratoria» sull'aborto da portare in sede Onu al pari di quella contro la pena di morte?
Io parlerei piuttosto del clima che è stato creato per riproporre il tema della revisione della legge 194 e in genere per affrontare la questione dell'aborto. Ecco, penso che corrisponda perfettamente alla regressione culturale che stiamo vivendo. Lo dico per diverse ragioni, prima fra tutte l'improponibilità del paragone con la pena di morte: l'associazione con la moratoria dell'Onu è stato un colpo mediatico ma certamente non un contributo alla discussione seria di un tema che ha bisogno di grande consapevolezza culturale. L'aborto non è il risultato di politiche dissennate di chi non rispetta la vita ma è qualcosa che si può dire accompagna antropologicamente il genere umano.
La consapevolezza era il primo insegnamento del pensiero delle donne...
Sì, e in questo dibattito è stato completamente cancellato. La donna è sparita da questa discussione, è diventata semplicemente l'oggetto di macchine di dissuasione spacciate per politiche di di prevenzione. Quello che si cerca di sostenere - per esempio mettendo su comitati medici composti anche da psichiatri che dovrebbero valutare le richieste di aborto - è il presupposto che la donna non abbia autonomia di giudizio, capacità di decisione responsabile. La prevenzione poi è intesa solo come politica di dissuasione, anziché di informazione sulla contraccezione, compresa la pillola del giorno dopo che invece viene demonizzata, e sulla disponibilità di servizi sociali adeguati per le donne madri. Con questa politica di dissuasione, in altri tempi si arrivò fino all'aberrazione di proporre un premio per le donne che rinunciavano all'interruzione della gravidanza. Una delle cose più orribili per una società: comprare un bambino non curandosi del dramma psicologico e sociale che ciò produce.
E la sinistra si salva da questa regressione culturale?
Una parte della sinistra e del centrosinistra di fronte a questa offensiva mostra tutta la sua debolezza, la sua incapacità di reazione culturale prima ancora che politica: un altro aspetto della regressione che viviamo. Parlando della legge 194 bisognerebbe ricordare alcuni dati di fatto: l'abbattimento del numero di aborti, l'emersione dalla clandestinità che mieteva molte vittime, la fine del turismo abortivo che era un privilegio di classe, di chi poteva premettersi di prendere un charter per l'Inghilterra. Sempre per essere consapevoli della realtà, va ricordato che le politiche proibizioniste nei paesi come l'India dove si pratica l'aborto selettivo delle femmine sono state inefficaci perché aggirate con mille espedienti. E quando in quei paesi non era legalizzato l'aborto, le bambine nascevano e venivano ammazzate. L'aborto selettivo delle femmine è una prassi così antica che non si cancella da un giorno all'altro.
E sicuramente non si cancella promuovendo la cultura fondamentalista che vede la donna come un animale procreativo...
Assolutamente. L'idea della donna come contenitore, sul cui corpo il legislatore può impunemente legiferare senza tenere conto della sua volontà, è di nuovo un frutto della regressione culturale. Abbiamo letto in questi giorni un dato inquietante: in Lombardia due terzi dei medici sono obiettori di coscienza. Questo è un fatto grave e mi ricorda che già dopo la legge c'era chi chiedeva l'obiezione perfino per i portantini o per i cuochi dei reparti dove venivano praticati gli aborti. Fin da allora si voleva costringere la donna ad una condizione umiliante, invece di fornire un servizio adeguato. Allo stesso modo, l'accettazione sociale dell'handicap non è una predica da fare alla donna: è la disponibilità di servizi, di sostegno, di investimenti sociali.
Di nuovo si parla di rischio di eugenetica, uno spettro adombrato di tanto in tanto dalla destra e dalle gerarchie cattoliche...
Se non c'è una componente terroristica nella campagna anti interruzione di gravidanza, le argomentazioni finiscono per incidere assai poco. Ricordo benissimo che durante la campagna referendaria per la legge 194 il deputato democristiano Carlo Casini, oggi parlamentare europeo, andava in giro con un feto dentro un boccione. Si ricordi che i sostenitori della legge 40 difendevano il divieto per la diagnosi preimpianto dicendo che in caso di malformazioni la donna avrebbe potuto sempre ricorrere all'aborto terapeutico nel corso della gravidanza. Insomma, questo discorso sull'eugenetica non è posto con dati probanti e rimanda invece a una cultura che vuole la donna prigioniera di una sorta di pregiudizio negativo, non come un essere responsabile che manifesta il suo diritto a una scelta libera e individuale.
Si antepone invece la libertà di coscienza dei politici, non le pare?
Per carità, la libertà di coscienza va sempre presa in considerazione. Ma in realtà in queste materie cosiddette eticamente sensibili e che riguardano decisioni individuali, la libertà di coscienza che deve essere rispettata è quella della persona che deve prendere la decisione. Il punto chiave non è la libertà di coscienza del politico ma il fatto che la legge non può espropriare la libertà di coscienza di ciascuno di noi. E questo è un limite all'invasività della politica e all'uso proibizionista della legge. Inoltre è anche evidente che così la politica perde il suo senso di grande dibattito pubblico e si privatizza, e anche questo è sintomo della regressione culturale. Il confronto tra le idee lascia il posto all'arroccamento sulla torre d'avorio della propria coscienza, della quale non si risponde né alla politica né alla collettività. Ma attenzione all'effetto cascata delle obiezioni di coscienza: perché allora un giudice non potrebbe rifiutarsi di applicare una legge non conforme alla propria coscienza?
Perché nel resto del mondo la rappresentanza femminile in politica è ben più nutrita di quanto non sia in questo mio paese infine così europeo? Perché non possiamo non dico pensare a un presidente della Repubblica donna, o a un presidente del Consiglio donna, ma anche a un capo di Confindustria, a un ministro delle Infrastrutture, dell'Interno, della Giustizia donna? Un direttore di grosso quotidiano? Di tg?
Questa l'avete già sentita. In forma di notizietta a una colonna, piccola piccola, eterna lamentazione di questa o quella donna in una pagina di politica interna occupata dai seri discorsi degli uomini. Pagine e pagine sulle quote rosa, per dire una cosa recente, un'impennata delle donne politiche sui giornali. Ma capita spesso che l'intervista alla donna politica occupi un boxino «da curiosità», «il caso», «spunti», i titolini sono da Settimana Enigmistica nel mare magnum del pensiero del leader, maschio. Si parte dalla politica perché sembra l'ambito più alto, più rappresentativo. Ma ci si accorge presto che lì si riproduce il pensiero unico corrente e imperante. Guerra di tailleur. Chi è la più bella del Parlamento. Come veste male quella lì.
Guarda come si è cotonata. Fino a elogi e insulti ad personam, purché donna. Fino alle offese palesi, da camionista, alla donna che non incarna l'ideale prestigiacomiano della bella politica. A Rosy Bindi, stanchi di dire che è brutta e grassa, usurati dalle battute sulla prestanza fisica, si è arrivati a dire che è lesbica, con il doppio carpiato di aggiungere alla cafoneria sessista anche un sessismo cafone. La politica, lasciamo perdere. Con un (ex, sia ringraziato il Signore) presidente del Consiglio che andava dicendo (all'estero! in pubblico!) agli imprenditori europei di investire in Italia «dove abbiamo bellissime segretarie». Facendo proprio la faccia che indovinate.
Quando i provvedimenti sulle quote rosa prendono il solenne colpo (dagli uomini), l'allora ministro per le Pari opportunità piange. Ovvio, è donna, piange. Cosa che i giornali non smettono di sottolineare.
E allora? Niente elogio delle donne, qui, per carità. Il discorso «di genere» è una porta pericolosa, che conduce direttamente al tutto-va-bene-purche-donna. Trovo che Condoleezza Rice, Oriana Fallaci e Letizia Moratti siano figure inquietanti; che la Pivetti era meglio non festeggiarla come più giovane presidente della Camera.
Un discorso «di genere» presenta notevoli trappole. Come dire che tra la Thatcher e i minatori inglesi si sarebbe scelta la Thatcher, in quanto donna. Mah!
Niente genere, insomma. Penso anche che non mi basta aver avuto una Montessori effigiata sulle mille lire, né mi interessa più di tanto che una Tamaro, una Melissa P. o una Mazzantini vendano milioni di copie dei loro libri. Non mi sento indennizzata, per dire, quando per contro non posso girare gli occhi senza ritrovarmi in qualche modo sbeffeggiata. Con buona pace di tutte le belle notizie propagandate con gran foga: crescita dell'imprenditoria femminile, pari opportunità, manager donne che emergono rampanti. Ma le cifre generali dicono un'altra cosa. Le eccezioni si sprecano, e l'emergenza è ormai così endemica che non se ne parla più: l'abbandono del lavoro, il ricatto, il mobbing alle donne causa maternità. E sono più che mai acuti i vecchi problemi: asili nido insufficienti, consultori in via di smantellamento, servizi scadenti, o nulli, essendo servizi che riguardano soprattutto le donne. A questo si aggiungono problemi nuovi nuovi come la precarizzazione del lavoro, che coinvolge tutti ma per le donne è peggio che mai.
Le problematiche del mondo del lavoro, già complicate in una situazione di bassa crescita (di crescita zero, finché governava il presidente delle belle segretarie di cui sopra), si fanno addirittura drammatiche per le donne, costose per i ceti medio-alti e insostenibili per i ceti medio-bassi.
Se si aggiungono aspetti variamente correlati al problema, come la situazione delle straniere, la violenza contro le donne che si è fatta, se possibile, più brutale e diffusa, o la mercificazione del corpo, si vedrà che nessun progresso reale è intervenuto nella situazione delle italiane negli ultimi vent' anni.
Se si aggiungono ancora (benzina sul fuoco) gli attacchi ai diritti acquisiti, aborto, inseminazione -quasi quasi pure le ecografie - e i balletti necrofili, integralisti, neo-con sulla pelle delle donne, si vedrà che abbiamo fatto un vero, innegabile, strabiliante passo indietro.
Un grande passo indietro delle donne con la grande complicità delle donne stesse. È così, non nascondiamocelo. Non di tutte, certo, ma di molte. E se fossimo un esercito, avremmo tra le nostre fila un po' troppi collaborazionisti.
Certi giorni mi sento accerchiata. Certi giorni le cose vengono avanti tutte assieme e allora è più facile verificare che quel sentimento di assedio non è una paturnia solo mia. Certi giorni le agenzie di stampa sputano fuori dati e statistiche, o le dichiarazioni di un politico particolarmente becero, o l'ultima di Ruini, o le intercettazioni d'un principe porcaccione, o l'ennesimo massacro in famiglia, e allora mi accorgo che tutto, in qualche modo, torna. Si ricombina. Ecco un segnale, mi dico. Ed ecco un altro segnale. E poi: ehi, ancora un altro segnale. Finché emerge la certezza che tutto si tiene. Un Ruini, a sorpresa, si incrocia perfettamente con la pubblicità osé, e allo stesso tempo si incastra come il pezzo di un puzzle sul guizzo maschilista, sulla battuta volgare. Tutto si tiene; è lo stesso disegno, tanti fiumi che vanno allo stesso mare: quello dell'ostentato disprezzo per la donna.
Va bene, a volte mi impunto su cose che sembrano assolutamente secondarie e che magari colpiscono solo me: una pubblicità particolarmente lasciva, un claim discriminatorio, il commento d'un vicino al ristorante quando appare la Turco al tg e lui, tutto unto e porroso col gambero mezzo succhiato ancora in pugno come un personaggio della Ghermandi, dice sarcastico: «Guardate quant'è bella! Una donna splendida...».
La stampa periodica costringe a un eterno interminabile slalom per evitare, ad averne l'accortezza, gli eccessi fascistelli d'un Pietrangdo Buttafuoco che non manca mai di apostrofare la Prestigiacomo con i bavosi e per nulla galanti «bedda» o «beddissima», da vero «galantuomo» del Sud (che palle!); oppure ecco le curve della nobil fanciulla signorina Ilaria Visconti di Modrone, gambe all'aria in un bel salotto, fotografata con tacchi a stiletto di dodici centimetri e autoreggenti nere a commento di una banalissima (anzi, alquanto loffia) intervista, che rappresenta la scusa per pubblicare qualche foto pornosoft.
Sfogliate, sfogliate, qualcosa resterà.
[…]
Nel mio libro ' The arts of life', non ancora pubblicato, parlo tra le altre cose di coloro che aiutavano gli ebrei in Polonia durante l'occupazione nazista. La punizione per questo tipo di reato era la pena di morte. Perché lo facevano? I sociologi non sono riusciti a trovare un correlazione tra idee politiche, forza delle fede e comportamento concreto. Io avanzo l'ipotesi che chi aiutava gli ebrei lo faceva perché sentiva che la vergogna fosse più forte della paura della morte. E questo, a pensarci bene, è un messaggio di speranza. Il nostro carattere conta nella storia... Zygmunt Bauman ha 82 anni, è nato a Poznan in Polonia, è sociologo britannico, professore emerito all'Università di Leeds e uno degli intellettuali più influenti di questo inizio di secolo. Ha coniato il termine ' Modernità liquida', ed è il titolo di un suo celebre libro. In ' Amore liquido', ha spiegato che i nostri sentimenti sono privi di punti di ancoraggio. E dopo aver dato alla stampa ' Vita liquida' e ' Società sotto assedio', ora l'editore Laterza sta per mandare in libreria ' Paura liquida', un altro suo importantissimo saggio. Ma prima di diventare l'acuto analista della condizione postmoderna, Bauman si è misurato con il cuore stesso della modernità: ha indagato su come l'illusione del progresso e del regno della ragione abbia reso possibile la Shoah e il crollo della civiltà (' Modernità e Olocausto', il libro che per la sua importanza sta accanto a ' La banalità del male' di Hannah Arendt). In questa intervista a ' L'espresso' parla della paura e del nostro bisogno della sicurezza.
Professor Bauman, ha detto che la vergogna è più forte della paura della morte. Ci vuole una situazione così estrema, come quella che ha descritto, per capirlo?
"No. E le faccio un altro esempio: pensi a persone come Vaclav Havel in Cecoslovacchia o Jacek Kuron in Polonia. Non hanno avuto carri armati a disposizione, né folle osannanti alla tv. Con la sola forza della volontà, con perseveranza e coraggio, con l'idea che si potessero pensare e mettere in atto cose 'impensabili' hanno saputo cambiare il vissuto delle persone e il presente dei loro paesi, e lasciare così nel mondo un segno concreto della loro esistenza".
Ma perché abbiamo bisogno di sicurezza? Per quale ragione temiamo il rischio? La paura una volta era materiale, il diavolo aveva un corpo, la natura era sconosciuta, mentre oggi è astratta?
"Il desiderio di 'sentirsi al sicuro' è comune a tutti gli umani, e forse non solo a loro: una volta lo chiamavano l''istinto di sopravvivenza'. Però per gli umani la sopravvivenza ha una senso molto più ampio che non per gli altri animali, comprende anche la salvaguardia del proprio status sociale e della dignità a fronte ai pericoli di fallimento e dell'umiliazione. Oggi, i pericoli per la sopravvivenza fisica e che derivano dai capricci della natura non sono così gravi come lo erano nel passato, i lupi sono spariti dai boschi, sono state inventate medicine che curano le malattie una volta ingauribili, ci sono gli antidolorifici... È cresciuta invece la preoccupazione di perdere l'identità sociale, di subire umiliazioni e di vedere calpestata la propria dignità. Oggi, il modo con cui guadagniamo i mezzi per vivere, i valori della professionalità, la valutazione che la societa dà alle virtù e ai successi, i legami intimi e i diritti acquisiti, tutto questo è fragile, provvisorio e soggetto alla revoca. E nessuno sa quando e da dove arriverà il colpo fatale. Mentre i nostri antenati sapevano bene che occorreva avere paura di lupi affamati o dei banditi sui cigli delle strade. Non è quindi l'astrazione a rendere i pericoli in apparenza più gravi, ma la difficoltà di collocarli, e quindi di evitarli e di controbatterli".
Per essere concreti, perché abbiamo paura degli immigrati, degli zingari?
"Perché le minacce più spaventose sono oggi nascoste in una specie di terra di nessuno, globale. Sono terribili, perché impercettibili e quindi fuori dai nostri, miseri mezzi di difesa (per esempio, capitali erranti o concorrenti avidi in grado di privarci del nostro posto di lavoro e dei nostri introiti, i terroristi, la criminalità organizzata, le epidemie). Gli immigrati sono l'incarnazione delle paure non pronunciate. Sono l'unica avanguardia visibile con l'occhio nudo, e che possiamo toccare con mano. Sono, come diceva Bertolt Brecht, i messaggeri della cattiva notizia: annunciano quanto sia fragile la nostra esistenza. E siccome sono qui, accanto a noi, possiamo finalmente intraprendere qualcosa di 'concreto' per arginare il pericolo. Chiudendoli nei campi profughi o deportandoli, 'bruciamo le forze ostili in effigie'. Scarichiamo così la tensione, ma non risolviamo niente".
Un'altra paura, il terrorismo. Perché se ne parla tanto, anche se le vittime non sono numerosissime?
"È proprio su questo che poggia la strategia dei terroristi: sono sicuri che le loro gesta creeranno molto più effetto psicologico e morale, parlandone, che non risultati e danni concreti, provocati delle loro armi primitive e artigianali. I terroristi possono contare sulla collaborazione dei media, che riportano su scala globale le loro azioni locali; su potenti armate che in rappresaglia per queste azioni semineranno distruzione e odio, procurando ai terroristi schiere di nuove reclute; sui governi che vedono nelle azioni terroristiche (quelle riuscite e quelle fallite, o pianificate o solo pensate, o in sospetto di essere pensate), una chance per dimostrare di essere vigili ed efficaci e di ottenere l'applauso degli elettori".
In ' Paura liquida', lei dice che i media mettono in continuazione in guardia dai presunti o veri pericoli in arrivo. Finita l'emergenza, passano a parlare di altri, futuri pericoli. E scrivendo di Katrina e del caos a New Orleans dopo l'uragano, riflette su come la civiltà sia fragile e crolli di fronte alle catastrofi. Pensiamo che la messa in guardia può salvarci dall'apocalisse?
"Sarebbe bello poter pensare che la nostra civiltà proceda verso il regno di ragione e delle moralità, seppure con qualche incidente di percorso. Ma non è così, purtroppo. Alcuni osservatori coltissimi sostengono che le impertinenti ambizioni della modernità sono cominciate con lo choc causato dal terremoto a Lisbona (nel 1755, ne ha dedicato pagine memorabili Voltaire, ndr): una natura cieca, priva di ogni razionalità, indifferente alle distinzioni tra virtù e peccato tra merito e colpa, colpisce a casaccio. Occorre quindi arginare la forza degli elementi, costringere la natura ad adoperare le categorie del bene e del male. E con l'ausilio della ragione e della tecnica l'umanità darà un ordine morale a un caos amorale".
Ha appena fatto la sintesi del pensiero illuminista. Il risultato?
"I risultati sono diversi dalle intenzioni. Non siamo riusciti a convincere la natura a ubbidire all'immaginazione umana di pregi e difetti. Però le conseguenze delle nostre azioni, ineccepibili dal punto di vista tecnico, ci colpiscono con una crudeltà irrazionale, crudeltà che finora attribuivamo proprio e solo alla natura".
E dove il problema?
"Il problema sta nel fatto che, nonostante l'evidenza, non si sono mai spente le promesse di poter trasferire sulla tecnica e sui suoi prodotti il compito di risolvere le questioni umane e le ambizioni di trasformare il mondo (e i suoi abitanti), secondo gli imperativi della ragione tecnico-scientifica".
Da dove viene questa resistenza ad arrendersi all'evidenza?
"Lo ha chiarito, in parte Ulrich Beck (sociologo tedesco, ndr) parlando dei pericoli di oggi e del passato. A differenza di quelli antichi, i pericoli di oggi non sono percepibili con l'occhio nudo. Non sono visti finché non li portano alla nostra conoscenza gli esperti, che sono attrezzati per farlo. La nostra futura esistenza dipende quindi in gran parte dalla nostra attenzione nei loro confronti. La fiducia negli specialisti della tecnica e della scienza si amalgama così con l'istinto di sopravvivenza".
Un altro fattore di insicurezza. C'è sempre meno Stato. Diminuisce perfino il numero dei portalettere e dei ferrovieri. È l'estinzione dello Stato come lo voleva Lenin, ma in versione neo-liberale e non in quella sovietica?
"Una bella annotazione. Lo Stato, si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l'insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l'entusiasmo degno di una causa migliore, delega i propri compiti, anzi li dà 'in affitto' alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamenti e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l'idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita".
Ogni giorno vediamo cose terribili, che accadono fuori, e in contemporanea nel nostro salotto sullo schermo tv (Iraq, Cecenia, Palestina, Israele). Ci tolgono ogni sensazione di sicurezza. Per timore che così sarà anche il nostro futuro? O c'è una speranza di liberazione dalla paura, come ai tempi di un'altra guerra aveva promesso Roosevelt?
"Non ho gli strumenti per dire che cosa sarà il futuro quando diventerà realtà quotidiana. Ma so che lo sforzo di resuscitare quelle potenzialità del passato che sono state annientate e abbandonate con troppa leggerezza e troppo presto, determineranno la forma con cui sarà disegnato l'avvenire; e tra queste potenzialità: la speranza di liberarci dalla paura. Ma la cura per il futuro sta anche nella speranza, ancora più generale e più importante, di un mondo libero dalle umiliazioni e più ospitale per la dignità umana".
La redazione di Carta ha deciso- forse per la prima volta - di assumere un atteggiamento comune, frutto della discussione tra di noi, sulla crisi di governo, i suoi esiti e le sue cause. Ci pare che quel che è accaduto dopo il voto sulla politica estera abbia un significato che va al di là degli aggiustamenti politici e parlamentari o nella composizione del governo. Accade cioè che la frattura tra sistema politico della rappresentanza (e dei partiti) e società reale si è ulteriormente allargata. Ovvero, quel che, nell'anno precedente e in quello successivo alle elezioni politiche, era stato messo tra parentesi dal desiderio del grande elettorato di centrosinistra di porre fine all'avventura berlusconiana, è oggi diventato molto più evidente.
Il fatto non è solo che le attese suscitate dalle primarie o dal programma dell'Unione, o dalla stessa partecipazione al governo della "sinistra radicale", sono state deluse. Si tratta, più in profondo, della sconnessione tra i movimenti sociali e cittadini che disegnano, con le loro lotte e le loro sperimentazioni, un altro genere di democrazia e di economia, e la cieca ostinazione con cui i politici dell'Unione rivendicano - nella quasi totalità - il loro potere di decidere nonché il dominio della "crescita" economica. I dodici punti che Prodi ha imposto ai partiti alleati come condizione per proseguire ne sono un riassunto molto efficace: accentramento della decisione addirittura in un uomo solo; "grandi opere" (la Tav, i rigassificatori, le "liberalizzazioni") come priorità assolute; rispetto cieco delle "alleanze internazionali" (la base di Vicenza, l'Afghanistan). Qualcuno di noi dice: è come se il governo, che aveva già azzerato la mediazione con le reti sociali, avesse eliminato il dialogo anche al proprio interno, costituendosi di fatto in consiglio d'amministrazione, in un organismo plasmato sul solo scopo di "fare ciò che va fatto".
Tutto questo non è frutto di "tradimento": è piuttosto l'effetto di quel che libri come quello di Paul Ginsborg (La democrazia che non c'è) o di Danilo Zolo (Da cittadini a sudditi: si veda l'intervista in pagina 21), solo per citare gli ultimi due sul tema, analizzano in modo difficilmente contestabile: è la crisi della democrazia rappresentativa a scala nazionale, i cui poteri si stanno dileguando a causa del predominio dei poteri del liberismo globale. Ciò che poi comporta applicazioni "locali". Perché la Tav in Val di Susa, i rigassificatori e le "liberalizzazioni" sono così importanti da comparire tra le dodici priorità del paese, mentre scompaiono il lavoro e i diritti civili? La risposta è che "grandi opere", energia (fossile) e privatizzazione dei servizi pubblici sono i "mercati" nei quali il grande capitale (italiano e non solo) sa di avere le maggiori opportunità di remunerazione. E questo, agli occhi dei governanti del centrosinistra, equivale a favorire la "crescita", a fermare il "declino" del paese. In sostanza, i politici sono gli agenti, i terminali - nelle istituzioni - di quei poteri economici.
Perciò la competizione politica, le "alternative" che i diversi schieramenti dovrebbero proporre, non sono in verità tali: ai cittadini, agli elettori, viene proposto solo il ruolo di "fan" di proposte politiche diventate - dice Zolo - campagne pubblicitarie.
Questo non significa che un governo Berlusconi o un governo Prodi siano la stessa cosa. Nel secondo caso, vi sono per i movimenti della società - come abbiamo potuto talvolta vedere in questi mesi, su vari temi - maggiori possibilità di influire, di ottenere compromessi. Con la destra al governo, lo abbiamo sperimentato tra il 2001 e il 2006, tutto sarebbe peggiore. La "sinistra radicale", ma anche altri settori o personalità dell'Unione, sono meno impermeabili, come la ribellione dei parlamentari veneti contro la base di Vicenza mostra. Ma quel che la crisi di governo dovrebbe suggerire, secondo noi, è che sempre più l'onere del cambiamento pesa sui movimenti sociali, sulla loro capacità di allargare consapevolezza e modi di azione ad intere comunità, come è accaduto in Val di Susa e a Vicenza e come con il tempo sta accadendo in molti altri luoghi. Dovrebbe quindi suggerire che al governo bisogna guardare con disincanto, non aspettandosi risposte definitive, né prendendolo come causa di tutti i mali.
Il punto di vista che cerchiamo di adottare, nel guardare alle vicende della politica, è quello dei valsusini e dei vicentini. I quali sono ovviamente furiosi con i loro "rappresentanti": in Val di Susa i tre partiti della "sinistra radicale" hanno ottenuto oltre il 40 per cento dei voti, alle politiche, perché promettevano un'opposizione ferma alla Tav: non li hanno avuti perché i cittadini fossero di colpo diventati "comunisti" o "verdi". Ma quelle comunità, così come non stanno difendendo il loro "cortile" bensì il grande cortile in cui tutti noi viviamo, raccontano a tutto il paese un altro possibile modo di vivere, ossia la possibilità di un'altra economia, di un'altra democrazia e di un'altra idea della pace. E il loro messaggio è arrivato già tanto lontano, da rendere l'azione del "consiglio d'amministrazione" molto difficile. Anche perché gran parte dei politici dell'Unione non vede, e se vede non capisce, quel che sta accadendo nella società. Perciò pensano che basti vincolare la "sinistra radicale" all'obbedienza ai comandi della "crescita" per poter procedere con basi, Tav, rigassificatori, ecc.
Si sbagliano, come i prossimi mesi dimostreranno.
Carta, n. 7, 24 febbraio 2007
La Res Publica di Vicenza
di Pierluigi Sullo
Questa non è una «lettera», per una volta, ma un suggerimento su come guardare al nostro paese dopo la manifestazione di Vicenza. Nel suo modo grezzo, Antonio Di Pietro riassume la sostanza del problema. Il ministro si è chiesto sulla Stampa: «Andare in pullman fino a Vicenza per contestare la Torino-Lione, cosa significa? Cosa c'entra l'allargamento della base Usa con la realizzazione di questa infrastruttura? Vorrei capire». Poi, siccome ognuno legge le cose per quel che è, si risponde: i valsusini sono agli ordini di «gente che cerca solo di costruirsi una carriera politica». La sostanza del problema è che i politici - con rarissime eccezioni - non capiscono cosa c'entrino i valsusini con i vicentini (e se fosse stato attento l'ex magistrato avrebbe visto nel corteo di Vicenza i veneziani contro il Mose, i calabresi e i siciliani contro il Ponte, ecc.). Di Pietro, come Prodi e Rutelli e Amato, come i media, non vedono, e se vedono non capiscono, quel che sta accadendo nel paese che starebbero governando o raccontando. Sono degli Ufo che invadono le nostre case con deliri televisivi in cui parlano di un mondo che esiste solo nelle loro credenze para-religiose, quelle per cui la «crescita» è un totem, le «alleanze internazionali» un tabù e la «politica» una zona rossa.
Questa gente è disposta a tutto per confermare se stessa. Può capitare che un ministro degli interni (Amato) e un vicepresidente del consiglio (Rutelli) si augurino - nella forma ipocrita del temerli – incidenti gravi a una manifestazione popolare. E che un ministro dell'economia, Padoa-Schioppa, dichiari tranquillo, poche ore dopo la fine di quella manifestazione, che la Tav si farà, subito dopo per altro che Prodi ha annunciato che il governo non si lascia influenzare dal suo elettorato (da chi, allora?). Lo stesso conflitto di Vicenza viene correntemente spiegato come una competizione tra «sinistra radicale» e «riformisti», in cui i cittadini sono ostaggi, battaglioni da spostare a comando.
Da almeno un anno prima delle elezioni politiche in molti - noi compresi - si sono dati da fare per deporre sui tavoli della politica quel che la società civile aveva capito, sperimentato ed elaborato su un mondo tanto cambiato da rendere lo «sviluppo» una sciagura (per il territorio, la nostra salute, il clima...) e la «democrazia» una finzione (grazie alla globalizzazione e ai suoi poteri sovranazionali). Il programma dell'Unione contiene perfino qualche traccia di questo tentativo. Ma già da subito il governo ha - con rarissime eccezioni - mostrato di non aver capito, o di rifiutare, i punti di vista della società civile. Per restare all'esempio della Tav, Di Pietro ha subito dichiarato che la Legge Obiettivo è «efficiente» e dunque va tenuta in vigore. Se avesse voluto capire, gli sarebbe bastato guardare alla manifestazione che si fece a Roma il 14 ottobre del 2006 - sostenuta nella sua modestia quasi solo da Carta - quando diecimila persone venute da tutto il paese dissero: non accettiamo più di essere violentati in nome dell'efficienza (falsa) nella costruzione di grandi opere (inutili, costose e vandaliche). Quella manifestazione fu l'annuncio di quel che sta accadendo ora con Vicenza, ma fu ignorata dai media e dai politici.
L’abisso che si è scavato tra «rappresentanti» e cittadini, tra governo e comunità locali, tra democrazia delegata e democrazia cittadina, è sempre più irrimediabile. Pure esistono, nel governo e nel parlamento, interlocutori, spiragli, possibilità di aprire conflitti. Ed esistono ovviamente la necessità e la possibilità di resistere, a Vicenza, in Val di Susa e in cento altri luoghi, essendo ormai chiaro che le intimidazioni, le violenze travestite da «ordine pubblico», il coro bugiardo dei media, i tentativi di divisione possono essere dispersi quando ad opporsi non sono «avanguardie», gruppi che a loro volta pretendono di agire in nome di altri, ma le comunità, i cittadini, le famiglie, le persone che amano i loro luoghi, ne hanno l'orgoglio e allo stesso tempo sono consapevoli di vivere in un mondo aperto, nel quale quel che succede qui viene da lontano e può produrre effetti a lunga distanza.
Forse bisogna concludere che tra la politica «di sopra» e quella «di sotto» non vi è solo un difetto di comunicazione, ma una differenza sostanziale. E che i prossimi anni saranno quelli della nascita di un nuovo genere di politica: comunità auto-governate si legheranno tra loro, scambieranno esperienze e solidarietà in Italia e non solo, getteranno le fondamenta di una Res Publica dei beni comuni a un tempo municipale e planetaria, guarderanno alla politica «nazionale» con un disincanto crescente, la useranno se sarà utile farlo, vi si opporranno quando sarà nociva, la ignoreranno per tutto il resto. Il germe di questa nuova democrazia ha camminato nelle strade di Vicenza, ha riconquistato Venaus nel dicembre del 2005, sta facendo le sue prove in molti altri luoghi.
Perciò, pur non essendo vicentini, ci siamo sentiti a casa, sabato 17 febbraio.
Aspettando la rivoluzione, di Antonio Ghirelli è un libro di straordinaria utilità (dico utilità) in questa brutta e lutulenta stagione nella quale gli ideali si riducono a interessi o si esasperano nella disperazione autolesionista. Antonio Ghirelli, che è duttile e tenace compagno, un socialista di qualità in poco meno di duecentocinquanta pagine ci racconta - senza distacco «scientifico», ma con partecipazione umana - cento anni di storia della sinistra italiana.
A cominciare dagli anarchici, da quello straordinario e tragico personaggio che fu Carlo Cafiero, dalla banda del Matese, e poi ancora ad Andrea Costa, a Filippo Turati (forse il più intelligente protagonista del socialismo italiano), fino a Pietro Nenni e ai sui incontri con Benito Mussolini.
Il leit motiv è l'attesa della rivoluzione, sempre aspettata e sempre rinviata. Il che potrebbe costituire la vera sostanza della rivoluzione («il movimento è tutto» aveva detto qualcuno), ma nel libro c'è l'amarezza dell'attesa sempre prolungata e anche il rovello del perché. Perché la rivoluzione, più precisamente la trasformazione della società, la conquista dell'eguaglianza e della libertà non è stata possibile. Perché i capitalisti continuano a comandare, perché il capitalismo impone i suoi meccanismi anche in Cina, dove ci sarebbe un potere comunista e dove una rivoluzione indubbiamente c'è stata?
Franco Rodano scriveva che il capitalismo era il nuovo Proteo, capace di cambiare continuamente di forma tanto da essere inafferrabile. Rodano, con intelligenza, era un po' fatalista e ci diceva che se continuiamo ancora ad aspettare la rivoluzione non è tanto colpa nostra, quanto piuttosto merito del Proteo-Capitalismo. Antonio Ghirelli, forse meno fatalista e più fiducioso, sta attento agli errori e ai limiti di tutti quelli, che, come noi, aspettavamo e aspettano ancora la rivoluzione.
Piero Craveri nella sua recensione, sul Sole 24 Ore di domenica 11 febbraio, individua la causa della vana attesa «nell'irriducibile contrasto interno alla sinistra tra la sua componente riformista e quella più radicale». Certo, nella narrazione di Ghirelli, che è piena di riferimenti storici approfonditi, questo contrasto è messo in evidenza molto bene, ma resta - a mio parere - un interrogativo. Perché in Italia ci sono state più riforme nella situazione descritta da Craveri, che non nei tempi di trionfante riformismo?
Certo, aspettavamo la rivoluzione, ma nel frattempo quante riforme ha prodotto la pressione del Pci, che poi, quasi sempre, votava no? Giorgio Amendola, per il quale io ero un ragazzo di bottega, cercò (con successo) di spiegarmelo. Il Pci votò contro la Cassa del Mezzogiorno, ma senza le lotte del Pci la Cassa del Mezzogiorno non ci sarebbe stata. E così l'Iri e addirittura il ministero per la programmazione con Antonio Giolitti, e i patti agrari e l'equo canone e il Piano del lavoro della Cgil di Di Vittorio e poi ancora lo Statuto dei lavoratori di Gino Giugni, che, certo, fu gambizzato dai «rivoluzionari».
Tutto questo per dire che, certo, il contrasto tra riformisti e rivoluzionari non è buono, ma ancora peggio stanno le cose quando si scende al riformismo debole, oppure - anche con qualche buona intenzione - (penso al ministro Bersani) al riformismo liberale, quello che dice di volere liberare il mercato dai vincoli corporativi.
Il punto è che oggi non c'è più contrasto tra riformisti e rivoluzionari, c'è la morta gora e c'è (Antonio Ghirelli consentirà) un tale impoverimento e corporativizzazione della politica che i contrasti del passato tra riformisti e rivoluzionari ci sembrano un motore da Ferrari.
Il libro di Ghirelli è - lo ripeto - ottimo e di grande utilità per chi lo legga, ma non condivido affatto l'ultima frase: «La ragione profonda della crisi sta, tuttavia, nell'incertezza in cui si dibatte la sinistra tra il richiamo alla vecchia cultura del movimento, compresi naturalmente i rancori e i risentimenti del passato, e l'esigenza di misurarsi con la nuova società e il suo incontenibile dinamismo».
Dove Ghirelli vede questo dinamismo non lo so, ma lui che è un vecchio e serio compagno, proprio nei giorni scorsi sul Riformista ha scritto un articolo dal titolo «Saremo il primo paese senza socialisti?». Appunto. È l'incontenibile dinamismo.
I fatti ci hanno dato ragione. I timori che avevamo espresso fin da quando fu istituito il giorno del ricordo si sono puntualmente avverati. Anche dalle più alte cariche dello Stato si è sentito il dovere di enfatizzare una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, l'unica che possa servire ad elevare il nostro senso civile, ma che alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale. Per questo vogliamo ribadire quanto scrivevamo già due anni fa con la prima Giornata del Ricordo per onorare le vittime delle foibe.
Non era difficile prevedere che collocare la celebrazione a due settimane dal Giorno della Memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno l'unico denominatore comune di appartenere tutte all'esplosione sino allora inedita di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia. Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili la cosa più sorprendente è l'incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l'incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile e ambiguo pentitismo, non contribuisce - come fa il discorso del presidente Napolitano - a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.
La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell'italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell'italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando parliamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l'Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro paese.
Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d'Aosta) addirittura da prima dell'avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione dell'identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica?
I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero, che volevano impedire lo sviluppo dei porti jugoslavi per conservare all'Italia il monopolio strategico ed economico dell'Adriatico. Che cosa sanno dell'occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d'Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S. Sabba e degli impiccati di via Ghega?
Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell'arco di un ventennio con l'esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici dell'odio, delle foibe, dell'esodo dall'Istria.
Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. Al singolo, vittima di eventi più grandi di lui, può anche non importare capire l'origine delle sue disgrazie; ma chi fa responsabilmente il mestiere di politico o anche più modestamente quello dell'educatore deve avere la consapevolezza dei messaggi che trasmette, deve sapere che cosa significa trasmettere un messaggio dimezzato, unilaterale. Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale (Msi) un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell'esodo per rinfocolare l'odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l'unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.
I profughi dall'Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell'Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci ha esortato Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l'esilio. L'Istria e le memorie divise d'Europa, Donzelli, 2005) bisogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell'Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall'Istria, ma l'Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano (i più fortunati) dai campi di concentramento - di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari - centinaia di migliaia - che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?
La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte rimozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d'Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provinc
L’internazionalizzazione dei mercati ci sta accanto come uno spettro cui non sappiamo ancora dare un nome perché il suo volto è ambiguo e le menti non sono esercitate a pensare in grande: la globalizzazione promette ai poveri l’uscita dalla miseria, e ai ricchi promette ottimi affari di alcuni industriali ma un impoverimento generale delle società. Le cose si fanno più chiare quando si guarda al nostro pianeta malato, alla possibile bancarotta dell’abitare umano sulla terra: 2 gradi di riscaldamento in più sono rovinosi, il livello del mare che si alza pure. Se continua lo scioglimento dei ghiacciai antartici e della Groenlandia scompaiono Londra, New York, Miami, Olanda, Bangladesh, Venezia. Qui veramente siamo di fronte a un tutto che rende vana ogni illusione di poter vivere da soli, difendendo il proprio particolare. Qui i più svariati eventi nazionali e mondiali s’intrecciano come mai in passato, e obsoleta è ogni distinzione tra vicino e lontano.
La Conferenza che si è conclusa a Bali è un piccolo passo avanti, anche se parziale. Prevale la resistenza di dirigenti intrisi d’inerzia, contrari a obiettivi cifrati di riduzione del gas serra, ed è straordinario come gli Stati Uniti, icona del moderno, appaiano la più inerte, retrograda delle potenze. A Bali hanno però suscitato ira, e alle spalle di Bush c’è un’America che vuole agire sul clima (500 sindaci e la metà degli Stati): l’amministrazione può sprezzarla, non ignorarla.
L’Europa non ha strappato obiettivi cifrati ma è percepita come avanguardia e può sperare che la conferenza di Copenaghen nel 2009 riconosca i fallimenti di Kyoto e fissi più severi traguardi. Ha anche ottenuto che i Paesi poveri e in sviluppo partecipino allo sforzo, ma che i ricchi contribuiscano di più e aiutino, avendo ridotto il pianeta a quello che è.
Una cosa comunque è chiara: c’è un legame tra l’evento di Bali e quel che viviamo ogni giorno; non sono sconnessi i negoziati sul clima, la collera dei camionisti per l’aumento del gasolio, gli aumenti di pasta, latte, grano, carne. Siamo assuefatti all’energia a buon prezzo che emette anidride carbonica, e toccherà disintossicarsi. Abbiamo alle spalle un trentennio di cibo poco caro (1974-2005), e anch’esso appartiene al passato, come ha scritto l’Economist. «La festa è finita!», afferma l’accademico Richard Heinberg in un libro omonimo (ed. Fazi, 2004). Secondo alcuni il punto critico, di non ritorno, è imminente e forse già passato. È tempo di cessare le dispute e di agire. È tempo di cambiare parole cui eravamo avvezzi, dottrine che sembravano sicure, abitudini.
Una delle prime conseguenze è il ritorno della politica, dopo anni di perentoria certezza liberista. I governi sono diventati comitati d’affari di lobby industriali, sulla scia di quest’ideologica certezza: ma sono industrie che dovranno trasformarsi, e sono sindacati che non hanno minimamente pensato il clima mutato. Anche la festa liberista è finita, perché le virtù d’un mercato senza regole né interferenze si son rivelate illusorie. Lasciato a se stesso, esso ha generato catastrofi. «Siamo davanti al più grande fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto», ha detto in una conferenza a Manchester del 29 novembre l’economista Nicholas Stern, che nel 2006 aveva presentato a Blair un rapporto sul clima. E si è spiegato così: «Coloro che danneggiano gli altri emettendo gas serra generalmente non pagano». Nessuna mano invisibile ha permesso che le condotte irresponsabili, sommandosi, producessero vantaggi. Per questo c’è di nuovo bisogno di Stato, di forza della politica. Solo la politica può frenare il precipizio, perché frenarlo vuol dire pagare prezzi ben salati, tassare la gente in nome del pianeta, spendere meno, consumare diversamente, tener conto del mondo e non solo di se stessi. D’un tratto, alla luce del naufragio terrestre, la politica liberista sembra vecchissima, pre-moderna. È prigioniera di lobby che hanno tuttora un potere soverchiante ma destinato all’anacronismo: lobby petrolifere e di vario tipo. È significativo che Obama, candidato democratico alla presidenza Usa, riscuota sempre più successo con un discorso tutto incentrato sull’autonomia del politico da lobby e sondaggi.
Smarriti davanti a quel che accade, ci mancano le parole e quelle che usiamo sono false e diseducative. Dovranno sparire parole come manovra, perché dire manovra anziché risanamento rimanda a loschi affari di corridoio, che screditano il governante. Sparirà la certezza di poter ridurre le tasse facilmente. Sparirà anche la retorica sulla libertà (del popolo, dell’individuo) contrapposta allo Stato: i margini di libertà si restringono, non è vero che possiamo produrre, consumare come vogliamo. Sparirà, si spera, lo sguardo solo nazionale sulla politica: la fine del cibo a buon mercato è mondiale. I produttori ci guadagneranno, e non bisogna dimenticare che tre quarti dei poveri sulla terra abitano zone rurali; che il nefasto divario cinese tra campagne e città sarà mitigato. I prezzi alti sono per i poveri una dannazione quando consumano, una manna se producono. Anche la fine del petrolio a buon mercato aiuta a cercare fonti alternative. In fondo lo Stato dovrà organizzare un impoverimento costruttivo, mirato. Solo lo Stato può accingersi a sì ciclopica impresa.
Il ritorno della politica è colmo di pericoli autoritari e pur essendo ineluttabile non avverrà senza traumi. Perché sarà difficilissimo per tutti: per gli stati, i sindacati, gli industriali e per ogni cittadino, soprattutto nei Paesi ricchi. È un processo che comporta importanti metamorfosi del modo di pensare la politica.
La prima metamorfosi riguarda il rapporto tra politica, mezzi di comunicazione e scienza: rapporto torbido, distorto. La politica sa che esiste ormai una verità scientifica sul destino terrestre, ma per inerzia continua a disputare come se il clima fosse una discriminante fra destra e sinistra: è una cecità condivisa dalla stampa. Nelle riviste scientifiche esiste oggi un consenso pressoché totale sul clima. Non nei giornali generici, dove contano più le lobby e i politici reticenti che gli scienziati. I politici temono di apparire impotenti, impopolari: per questo si concentrano su fatti contingenti (i camionisti, in Italia) pur di non spiegare come il rincaro degli alimentari sia ormai strutturale e duraturo. Perché non dire il vero? Il cibo costa ovunque di più, per precisi motivi. I raccolti in alcune regioni del mondo sono più vulnerabili al clima (Australia, Africa, Brasile, Kazakistan). C’è poi negli Stati Uniti la spregiudicata corsa all’etanolo, unita al solipsistico sogno d’indipendenza energetica. L’etanolo ha ingigantito i prezzi del mais con cui è prodotto, e spinge al rialzo tutti i cereali. La corsa è spregiudicata perché l’America è intervenuta con sovvenzioni pubbliche per coltivare più mais (7 miliardi di dollari l’anno), e questo ha decurtato le scorte cerealicole mondiali, scoraggiato il più pulito etanolo brasiliano (estratto da zucchero), esteso la deforestazione.
Nel rapporto con la scienza i politici si comportano come il cardinale Bellarmino con Galileo: non vogliono vedere il reale, invitano gli scienziati a parlare ex suppositione, «per ipotesi», purché sia salva la Sacra Scrittura. Per il politico sono sacri i sondaggi, ma il rifiuto di guardare nel cannocchiale di Galileo è lo stesso. Non stupisce la doppia dipendenza di Bush dalle lobby e dai fondamentalisti cristiani.
La seconda metamorfosi, legata alla prima, riguarda i costi di riparazione del pianeta. Anche qui, il politico dovrebbe sapere che essi infinitamente minori rispetto ai benefici futuri. Secondo Stern, urge tagliare l’1 per cento del prodotto lordo nel mondo, ogni anno, per decenni, se si vuol evitare che i costi dell’inazione si quintuplichino. Ma quell’1 per cento resta pur sempre gravoso: 600 miliardi di dollari. Significa più tasse, e posti di lavoro perduti. Le misure dovranno esser «radicali, urgenti e costosissime», scrive John Lanchester sul London Review of Books del 22 marzo scorso. Tutte le invettive contro tasse e stato converrà rimeditarle, davanti all’enormità dei prezzi da pagare per riparare il clima.
La terza metamorfosi riguarda ciascuno di noi: produttori o consumatori. Anche il nostro rapporto con la scienza è religioso: ci crediamo ma senza conoscere, dunque crediamo male. Immaginiamo di poter fare a meno della politica, dello Stato, convinti magari che i forti vinceranno. Non è così. I forti di oggi domani s’indeboliranno. Alcune nostre abitudini diverranno talmente costose, a causa del carbonio emesso, che un giorno saranno proibitive. Avremo case meno scaldate, pagheremo alte imposte, saremo un po’ più poveri. Prima o poi smetteremo la costruzione frenetica di aeroporti, visto che gli aerei emettono quantità gigantesche di anidride carbonica. Verrà il giorno in cui si rinuncerà ai Suv, queste auto assassine del clima. La situazione non cambia se dalla benzina si passa all’etanolo e si garantisce un’«energia più efficiente»: secondo la Banca Mondiale, il mais che serve per un Suv può nutrire una persona per un anno.
I prezzi alimentari sono la cosa che capiamo di meno, perché è colpito il nostro quotidiano, e per questo è essenziale che la pedagogia occupi il centro della politica e estrometta il voler compiacere sempre. Se i prezzi aumentano è perché il mondo, meno iniquo, ha cominciato a divenire più ricco. Un’ingente parte dell’umanità - Cina, India - mangia carne oltre a cereali. Lamentarsene è insensato oltre che scandaloso moralmente. C’è bisogno di molto più grano per alimentare gli animali che per fabbricare pane: ci vogliono tre chili di cereali per un chilo di carne di maiale, 8 per un chilo di carne di bue. Questo è tutto.
La tentazione è grande di parlare di apocalisse. Ma nell’apocalisse sono due le vie. Una è quella del tutto è permesso: festeggiamo, visto che non avremo discendenti. L’altra prepara il futuro, trattiene il disastro con l’azione. Nel secondo capitolo della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, si parla del katèchon che trattiene la venuta del Male con mezzi terreni, in attesa di interventi divini. Il katèchon per gli stoici è qualcosa di più semplice: è fare il proprio dovere, rispettando l’altro e la natura anche se la terra viaggia verso la conflagrazione.
Nel terzo anno in cui si celebra la "giornata del ricordo" delle vittime delle foibe e dell’esodo istriano – nella data del Trattato di Pace di Parigi, siglato il 10 febbraio del 1947, sessant’anni fa - è forse possibile comprendere ciò che l’iniziativa ha stimolato e ciò che ha lasciato ancora in ombra. Indubbiamente ha contribuito al superamento di una prolungata rimozione, ha permesso il riemergere della memoria dolente e ferita di una lacerazione significativa: eppure qualcosa sembra ancora sfuggire, la ricostruzione del passato appare ancora insufficiente.
Certo, è cresciuta la consapevolezza che il dramma del secondo dopoguerra è parte di una storia più lunga, e su questo si sofferma ora in modo puntuale un saggio di Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale (Il Mulino, pagg. 392, euro 27). Da tempo gli studi della Cattaruzza hanno richiamato l’attenzione su questo nodo, e hanno contribuito al tempo stesso a inscrivere il tragico epilogo della vicenda istriana in una vicenda più ampia, anch’essa largamente rimossa. Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo era il titolo di un volume da lei curato qualche anno fa assieme a Marco Dogo e Raoul Pupo che collocava l’esodo giuliano all’interno dell’Europa del 1945: con particolare riferimento alle feroci espulsioni di milioni di tedeschi dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, e alle ancor più feroci espulsioni reciproche di polacchi ed ucraini da aree che li avevano visti convivere per secoli.
L’Italia e il confine orientale è interamente dedicato alle vicende specifiche e di lungo periodo di quest’area: l’acutizzarsi delle tensioni fra nazionalità già all’interno dell’impero asburgico; la radicalizzazione nazionalistica provocata dalla prima guerra mondiale e l’annessione all’Italia di territori in cui vivevano centinaia di migliaia di sloveni e croati; il violento affermarsi del fascismo e poi la politica del regime; l’occupazione italiana e tedesca della Jugoslavia nel 1941 e poi l’operare – dopo l’8 settembre del 1943 - della "Zona di operazioni Litorale Adriatico", alle dirette dipendenze della Germania. In questo quadro incandescente – in cui gli odii fra nazionalità erano già portati all’estremo - si inserì la politica di Tito, volta esplicitamente ad annettere alla Jugoslavia l’intera Venezia Giulia. Di qui i traumi drammatici della fase finale della guerra e del dopoguerra, con la tragedia delle foibe e l’esodo della quasi totalità degli italiani da quelle zone.
Una storia di lungo periodo, dunque, tratteggiata efficacemente molti anni fa in uno dei tanti, densi romanzi dello scrittore istriano Fulvio Tomizza, La miglior vita. Su questa stessa storia rifletteva già nel 1947 Ernesto Sestan, il grande storico di origine istriana, che dedicava «alle ceneri dei miei vecchi, là nel cimitero di Albona» un libro di straordinaria e dolente finezza intellettuale, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale. Il dolore non faceva velo alla lucidità critica dello storico, capace di tratteggiare magistralmente l’inasprirsi dei nazionalismi ottocenteschi, e poi le responsabilità del fascismo. «Un fascista giuliano che sarà poi ministro di Mussolini», annotava Sestan, «ha riassunto così "il programma di snazionalizzazione: "Bisogna impedire agli avvocati slavi che sono pericolosi la libera attività (…). Bisogna togliere i maestri slavi dalle scuole, i preti slavi dalle parrocchie"». I più, nella popolazione italiana, "applaudirono o assentirono tacendo".
In questo quadro irrompe la guerra, e nel 1941 vi è l’occupazione della Jugoslavia da parte della Germania, dell’Italia e dell’Ungheria: quell’aggressione congiunta, osserva Marina Cattaruzza, «implicava per il popolo sloveno un pericolo incombente di estinzione», provocava «un senso di giustificata angoscia» per la possibilità stessa di sopravvivere come entità collettiva.
Abbiamo da tempo documentati studi sulla crescente ferocia dell’occupazione fascista della Slovenia, così come sul trauma dell’8 settembre e poi sul controllo nazista del territorio. Per una breve fase in Istria, in quel settembre, sono i partigiani jugoslavi a tenere il campo, e si ha allora la prima esplosione di violenze anti-italiane. Si svolge in quei giorni anche il dramma di Norma Cossetto, uccisa barbaramente a ventitré anni: un libro di Frediano Sessi, Foibe rosse (Marsilio, pagg. 149, euro 12) lo ricostruisce con sensibilità e partecipazione. Ai molti studi sulla tormentata e complessa fase che porta al dopoguerra si aggiunge ora uno sguardo non riducibile a schemi e a odii, una "anomalia" di grande umanità: Borovnica ‘45, al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, di Gianni Barral (a cura di Renzo Timay e con penetranti Note di inquadramento storico di Raoul Pupo). Il testo è pubblicato dalle Edizioni Paoline (pagg. 303, euro 16), ma era già comparso nella rivista Zaliv (Il golfo), fondata e animata dallo scrittore sloveno di Trieste Boris Pahor.
È davvero una testimonianza particolare. Agli inizi del 1943 Barral è un giovane studente di origine provenzale, ufficiale degli alpini, inviato a presidiare la Valle dell’Isonzo: scopre qui il mondo sloveno, nella cui cultura e nella cui lingua si immerge con passione. Conosce, anche, la ragazza che poi sposerà. Il suo sguardo ci avvicina a un caleidoscopio di culture e di vicende, ci fa scoprire inaspettati momenti di solidarietà umana e di pietas anche all’interno delle diverse fasi di una guerra feroce, e di un feroce dopoguerra: nel maggio del 1945, dopo un complesso percorso, Barral è deportato appunto nel campo di concentramento di Borovnica, un inferno. Per la sua conoscenza dello sloveno è utilizzato nell’amministrazione del campo, e ce ne riferisce. Il maggio del 1945 è anche il mese che segna il culmine delle violenze anti-italiane a Trieste, Gorizia e nelle zone controllate allora dai partigiani jugoslavi, con migliaia di persone gettate nelle foibe o uccise nelle prigioni e nel corso di disumani trasferimenti (muoiono in questo modo anche sloveni e croati ostili al nuovo regime).
Inizia allora la fase che porta alla Conferenza di Parigi, cui Alcide De Gasperi si presenta con amara e lucida consapevolezza: «Prendendo la parola a questo congresso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me» (è il tema de L’Italia e il trattato di pace del 1947 di Sara Lorenzini, pubblicato ora da Il Mulino, pagg. 218, euro 12). Prende avvio in quei mesi il grande esodo: «I fuggiaschi di Pola e dell’Istria», scriveva Giani Stuparich, «sbarcavano come storditi, si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie». Si alternano allora speranza e disperazione, alimentate sino al "Memorandum di intesa" del 1954 dalle discussioni fra le potenze sulla definizione dei confini: e l’esodo non conosce più freni quando quei confini appaiono ormai tracciati.
È la vicenda che ci è stata raccontata con grande intensità da Marisa Madieri, Anna Maria Mori, Nelida Milani, o dall’Enzo Bettiza di Esilio, e da una miriade di altre voci. A lungo inascoltate, o quasi, ci hanno riproposto straniamenti e sofferenze, non solo materiali. Hanno disegnato l’immagine di un’Italia che «all’inizio è stata una matrigna», per citare una delle testimonianze proposte da Enrico Miletto in Istria allo specchio (Franco Angeli, pagg. 288, euro 16). Utilizzando con intelligenza e attenzione un’ampia mole di fonti orali Miletto ricostruisce le molteplici vie che disperdono istriani e dalmati nell’umiliante esperienza dei campi profughi e altrove, in un’Italia che mostra spesso estraneità, incapacità di accogliere. Continuando un lavoro precedente (Con il mare negli occhi, pubblicato sempre da Angeli) Miletto pone quella Italia, in realtà, di fronte a uno specchio impietoso.
Una storia lunga, dunque, un intrecciarsi di dolori e lacerazioni che possiamo comprendere appieno solo ponendo a confronto punti di vista differenti, facendo dialogare le diverse e opposte memorie che in questa storia si sono sedimentate, al di qua e al di là di confini che dovrebbero ora avviarsi a scomparire. Questo in larga misura ancora ci manca, e a colmare questa lacuna occorre lavorare. Possono acquistare ulteriore, positivo significato in questo quadro quegli atti simbolici e istituzionali di pacificazione fra Italia, Slovenia e Croazia che sono ancora allo studio, e di cui si è parlato anche di recente. All’interno della costruzione di un’Europa più ampia atti pubblici di questo tipo sono stati compiuti da tempo in paesi segnati da lacerazioni del passato ancor più profonde. E naturalmente atti simbolici diventano realmente fecondi se li accompagnano processi culturali capaci di coinvolgere in profondità la società, la scuola, tessuti connettivi differenti e molteplici. Siamo ancora lontani da questo. Siamo lontani da un confronto diffuso di conoscenze e di vissuti che sappia comprendere le sofferenze e i dolori di tutte le vittime, e che permetta a ogni comunità nazionale di riconoscere anche le proprie responsabilità. Alcuni anni fa una commissione storico-culturale italo-slovena ha segnato comunque un avvio importante, mentre nei rapporti con la Croazia le rigidità e le difficoltà sembrano maggiori anche su questo terreno. È solo piccola parte, naturalmente, del più ampio confronto culturale che riguarda un’Europa segnata sotterraneamente più di quanto si creda da traumi lontani: lo hanno segnalato l’estate scorsa le accese polemiche suscitate in Germania, in Polonia e altrove da una mostra berlinese sulle espulsioni di tedeschi dall’Europa centro-orientale del 1945. Misurarsi con ferite talora nascoste, rimuovere sordità, far dialogare memorie ancora tenacemente divise appare oggi aspetto non secondario e non superfluo di un impegno culturale.
Sulle foibe, altre letture consigliate anche al Quirinale: Corrado Staiano, Claudia Cernigoi e Galliano Fogar.
Poltiglia di massa, indifferente al futuro e ripiegata su se stessa. Mucillagine inerte e inconcludente. Coriandoli individualisti che galleggiano solo per appagato imborghesimento. Aspirazioni senza scopo e senza mordente che separano e non uniscono. E su tutto, istituzioni incapaci di riattivare processi di coesione sociale. Sono citazioni testuali dal Rapporto Censis 2007, che stavolta non risparmia né i sostantivi né gli aggettivi per descrivere lo stato di vulneralbilità della società italiana. E non risparmia neppure l'autocritica. De Rita ci aveva provato, negli anni passati, a battere sul tasto dell'ottimismo: mentre altri piangevano sul declino, lui puntava sul «silenzioso boom». Che c'è stato e continua, grazie anche alle astute strategie di consumo post-Euro degli italiani e malgrado sia sabotato dai salari scandalosamente bassi e dal debito pubblico. Però, e questo è il punto, il silenzioso boom non fa sviluppo, non fa legame, non fa progetto, non fa speranza. A differenza che sotto il boom fragoroso degli anni Cinquanta, la società italiana non vola e non decolla: «antropologia senza storia», è intrappolata nell'inerzia di un presente depresso e senza futuro che progressivamente uccide la sua - per il Censis proverbiale - vitalità.
L'economia non è tutto, e questo ogni buon sociologo lo sa. Ma stavolta anche il sociologo vacilla: «Il benessere piccoloborghese degli ultimi decenni ha creato un monstrum alchemicum che ci rende impotenti, come di fronte a una generale entropia». La sensazione diffusa di una deriva verso il peggio in tutti i campi della vita individuale e collettiva, dalla politica allo smaltimento dei rifiuti, non si spiega solo con gli indicatori sociali. Il sociologo fa ricorso alla psicologia: le pulsioni frammentate che vincono sulle passioni unificanti, il «masochismo ansiogeno» che trapela dall'ansia di comparire in tv. Ma anche questo non spiega tutto. La crisi, De Rita deve dirlo a chiare lettere citando Melanie Klein, è di ordine simbolico: sta nella regressione individualistica di tutti i valori di riferimento - laici e religiosi, dalla libertà al lavoro all'etica pubblica - un tempo interpretati collettivamente. E si sa, citiamo invece Julia Kristeva, che quando crolla l'ordine simbolico sale il sole nero della malinconia.
Come sconfiggere questa malinconia? Non, dice il Censis, con i giudizi morali, o moralistici. Non con l'invocazione dell'uomo forte. Non con i riti fondamentalisti che resuscitano i simulacri di identità sepolte. Ma nemmeno resuscitando il simulacro di una politica sfinita. Qui il Rapporto si fa spietato: «l'offerta culturale e politica che oggi tiene banco è un'offerta taroccata dalla logica vuota degli schieramenti». Se c'è un antidoto alla malinconia, sta nelle «minoranze attive» che crescono, al riparo del sole nero, nel sottosuolo: lì c'è ancora vita e senso. Lì, può ancora esserci politica. Diventare minoranza, come diceva un filosofo, è l'unico progetto, se la maggioranza è diventata poltiglia.
E' l'antipolitica che parla per bocca di un sociologo impolitico? O è solo uno sguardo non professionalmente politico che può cogliere come la politica professionale muore, e dove c'è ancora politica sorgiva? Stona, di fronte a una diagnosi tanto allarmante sullo spirito del tempo, il silenzio o la pochezza dei commenti dei politici deputati. Quelli che oggi si riuniscono alla Fiera di Roma, tentando di ridare senso alla parola «sinistra», speriamo meditino questa diagnosi. Qualcosa s'è rotto nel profondo della società italiana. L'entropia non domanda aggiunte ma tagli. Il sole dell'avvenire non basta a sconfiggere il sole nero. I simboli contrattati a tavolino non stuccano le crepe dell'ordine simbolico. Il passaggio è stretto, ma è solo nei passaggi stretti che qualcosa può venire al mondo.