risucchia in questi giorni gorghi d’intelligenza con molta probabilità degni di miglior causa - anche se di molti altri simboli, molto più banali e consueti, e tuttavia insinuanti, chissà perchè non discute nessuno. Ma stiamo al tema.
Nell’introduzione a Le querce di Monte Sole, volume dedicato da Luciano Gherardi alle comunità martiri vittime della strage nazista di Marzabotto, Giuseppe Dossetti sviluppa un ragionamento sulle stragi come delitti “castali”, la cui suggestione, ci dice, è nata nel corso dei suoi viaggi in India:
“Certo chi vada in India non può non rimanere impressionato lungo tutto il corso del Gange dalla moltitudine di templi con la svastica. La croce uncinata, che fin dai tempi preistorici si ritrova raffigurata su ceramiche funerarie o rituali e che fu assunta da un certo tempo in poi come simbolo solare, nel 1910 venne scelta come distintivo dei gruppi antisemiti tedeschi, e poi come simbolo del partito nazionalsocialista e infine del III Reich”.
Ora, è noto come non si trattasse affatto di coincidenza: l’urgenza di riconnettersi alle proprie remote radici indoeuropee ebbe la forza di distogliere, a conflitto mondiale dispiegato, uomini e mezzi facenti capo all’Ahnenerbe dagli obiettivi bellici, per spedirli invece ad approfondire le ricerche sulla propria ‘eredità ancestrale’ dalle parti del tetto del mondo. E’ noto anche – questo forse un po’ meno – che la svastica nazista cambia nel corso del tempo. Dapprima perpendicolari, i bracci della croce in seguito sono inclinati a 45°, mentre viene invertito l’orientamento dei ‘raggi’, dal senso antiorario al senso orario. Questa, definitiva, è la svastica che conosciamo (soprattutto dai film di guerra).
Ma naturalmente era impossibile – se non altro, dato l’enorme quantitativo di stoffa impiegata – che questa variazione sul tema desse luogo magicamente alla scomparsa di tutte le vecchie bandiere; così succede che, ancora oggi, scorrendo i vecchi filmati, si assista a parate in cui, per evidenti ragioni di economicità (solo per questo?), le diverse svastiche compaiono assieme – inducendo fatalmente, sia pure in modo subliminale, e sia pure attraverso la bionica lucidità dell’obiettivo di Leni Riefenstahl, un leggero senso di stonatura, la percezione laterale di una dissonanza.
Hitler manomise la svastica per quanto fosse – ed effettivamente era – ‘ancestrale’: ma se anche alle parate ufficiali la commistione dei simboli non faceva la differenza, prevalendo la ‘moltitudine’ su qualsiasi dettaglio, a maggior ragione noi, oggi, non dovremmo sottilizzare troppo, e limitarci ad ammettere che la svastica di Hitler era comunque la svastica indiana.
Ma se così è, e se anzi, come sempre ricorda Dossetti, Pio XI definì la croce uncinata “nemica della croce di Cristo”, dovremmo noi oggi risalire il corso del Gange provvedendo a cancellare una per una tutte le svastiche dagli antichi templi? (i Talebani che hanno fatto saltare il Budda di Bami-an potrebbero in ogni caso fornirci una consulenza).
La risposta è ovvia – ma le implicazioni meno; la svastica è scelta da Hitler non perché è bella, ma proprio perché è un simbolo ancestrale: e di certo anche per questa ragione, implicante neopaganesimo allo stato latente, Pio XI, che non vedrà gli orrori della guerra e l’Olocausto, la definisce “nemica della croce di Cristo”.
Ora, la falce e martello può essere equiparata alla svastica nel suo essere ‘simbolo’ – ma certamente non nella sua connotazione ancestrale: la mano che disegna la falce e martello è quella di una mitopoiesi laica, post-illuminista, post-baconiana: se di simbolo si tratta, trova le proprie corrispondenze in regioni terrene, terricole (la falce!), lontane dall’astrale onnipotenza del sole dai raggi uncinati. Paradossalmente, si tratta di un simbolo ‘debole’, che mostra la propria debolezza nell’obsolescenza degli stessi segni che esibisce (quanti mai hanno visto o toccato dal vivo una ‘falce’?: ma se ne possono trovare ai mercatini dell’antiquariato…). Il fatto che in hoc signo si siano compiute efferatezze non è argomento dotato di spessore, e proprio avendo davanti agli occhi della memoria la croce cristiana, e ciò che nel suo segno l’uomo ha fatto.
Non è il permanere – dove?, sui vessilli?, sui manifesti, sui volantini, sulle T-shirt? – di simboli come questo che ci dovrebbe preoccupare (né occupare del tutto, veramente): di nessun interesse per i cassintegrati FIAT come per i padroncini del nord-est come per le vittime attuali e future della riforma fiscale né a quelle annunciate della campagna per la salute né per i ferrovieri né per i pendolari – questi però costretti, se non altro da misericordiosi ritardi, ad appassionarsi per forza alle opinioni di chi è di turno (!).
C’è un intero universo di microsimboli che sono oggi la falce e martello (quelli concreti: gli atomi, non i bit) quotidiani di chi lavora: un intero linguaggio, un universo semantico dotato di derive magiche e misteriche né più né meno di quanto lo siano le sette religiose; vanno formandosi inavvertitamente cerchie di adoratori dell’icona, del proliferare dell’icona, della sua onnipotenza. Questo è il terreno, oggi, non nel 1930, del neopaganesimo strisciante: quello della presunta ‘intelligenza globalizzata’.
Al di sotto, sotto il pelo dell’acqua del falso egualitarismo che nell’icona si ‘visualizza’, sta il popolo di quanti non l’adorano, ma la subiscono; spesso, anche per meno di 5 Euro all’ora.
Le città sono una risorsa importante per la crescita sociale ed economica del nostro paese, eppure non sono più da tempo oggetto di attenzione da parte della politica. La vita materiale di molti cittadini dipende però dalle città, dalla loro efficienza e dalla loro capacità di costruire senso di sicurezza sociale e di progresso. Non è così in molti altri paesi europei. Si può e si deve riportare le città al centro dell’agenda politica e farne un punto essenziale del programma di governo del paese.
Da tempo le città non sono più oggetto di discussione nella politica e tanto meno nei programmi. La sicurezza urbana è il modo, ormai prevalente, con cui le città entrano nei dibattiti, nelle agende della politica (ma ne escono presto, quanti si ricordano ancora oggi delle polemiche estive del 2003 attorno agli omicidi avvenuti nella periferia Milanese, a Rozzano?). Non è così in altri paesi europei e del mondo sviluppato, dove le città sono oggetto di politiche nazionali con connotati strategici con l’obiettivo di concorrere al consolidamento dell’economia nazionale e a rafforzare i margini di crescita della società.
Si può cambiare rotta? Possiamo tornare a guardare le città come a luoghi dell’innovazione e della crescita del paese Italia? La risposta deve essere si, e bisogna fare in modo che la città torni ad essere un tema centrale nel momento in cui ci si appresta a formulare un programma di governo.
I dati positivi sulla crescita del Pil, come dei posti di lavoro, registrati dalle principali città italiane, non bastano e, anzi, ci nascondono una crisi che si trascina, si radicalizza e che modifica strutturalmente il carattere delle città. Il censimento del 2001 fotografa ormai un esodo dalle città verso la periferia che si sposta sempre più lontana (Roma ha perso circa 270 mila residenti). La crescita degli indicatori economici, registrata dalle statistiche, non ci dice nulla su dove vanno a vivere queste persone, su come si spostano, su dove hanno trovato casa, su dove portano i figli a scuola, su dove trovano spazi di socialità e di solidarietà. L’emergenza ambientale registrata nelle grandi città italiane è solo la manifestazione ultima di una sofferenza sociale, di disagi di uomini, di donne, di ragazzi e ragazze, di bambini e anziani. La manifestazione del bisogno di spazi dell’abitare, di possibilità di spostamento, di cultura e di opportunità di socialità. Per questo non basta la tecnologia pulita applicata all’automobile, il problema è di natura diversa.
Qual’è lo stato delle nostre città? L’impossibilità di rispondere a questa domanda è già di per sé un segnale negativo ma anche un compito per il programma di governo. Il cancelliere inglese Gordon Brown, nel novembre del 2000, ha reso pubblico uno studio sullo condizioni delle città inglese segnalando i problemi ancora irrisolti e le nuove prospettive che si aprivano nelle politiche urbane. Nel giugno del 2001, lo stesso governo inglese, ha lanciato un programma nazionale per migliorare le città. Il governo italiano, l’attuale ma anche quello precedente, si è invece attardato su politiche che codificavano strumenti, procedure, metodologie e che non guardavano dentro ai problemi delle città.
Oggi, spostarsi dentro le città è più difficile di ieri, lo si fa più lentamente. Si pone tanta attenzione all’alta velocità ferroviaria senza però porsi l’altro di problema: che se da Firenze a Roma in treno ci si impiegherà poco più di un’ora, ci sono aree, anche centrali, di Roma che, dalla stazione ferroviaria, si raggiungono in un tempo più lungo. Le proteste dei pendolari di questi giorni sono la spia accesa sulla carenza dei treni ma, anche, sulla difficoltà più generale di vivere e lavorare in città. Su quella geografia dinamica che è come un respiro: si entra e si esce, si è accolti e si è espulsi a seconda della condizione sociale.
Oggi a Roma ci sono 17 mila famiglie con un reddito medio basso che devono chiedere il buono casa perché non riescono a far fronte all’affitto. Il 27% di queste sono famiglie di anziani magari composte da una sola persona. A Milano si diffonde sempre di più, tra gli anziani, l’affitto di una camera per integrare il reddito e poter far fronte all’affitto. Quali alternative abitative hanno queste persone? Quali alternative ha una coppia di giovani che cerca casa e che magari gli basterebbe usarne una, non da comprare ma da usare, la casa come bene d’uso, magari in attesa di migliori condizioni economiche?
Solidarietà e partecipazione si stanno diffondendo e attraversano le città non solo più nelle periferie. In molti casi queste forme rappresentano l’unico modo per soddisfare bisogni essenziali: realizzare un parco, costruire un asilo, una casa o una struttura per ospitare gli immigrati. Le esperienze cooperative e del volontariato sono oggi una risorsa importante per rispondere nei contesti urbani ai bisogni primari. Perché, allora, non mettere a punto politiche per aiutare, per consolidare queste pratiche per far si che le città non si scollino, non si separino socialmente in tanti frammenti ma si tengano insieme secondo principi di solidarietà e di economia alternativa.
E’ necessario formulare un nuovo progetto politico di valenza strategica e di interesse nazionale che colga la sfida di collegare lo sviluppo economico e le aree urbane, che si ponga l’obiettivo di migliorare le prestazioni delle città (ambientali e di qualità della vita). Nuovo, perché a differenza del passato oggi le città dispongono di un capitale fisico (spesso pubblico) che può essere oggetto di valorizzazione. In molti casi questo capitale fisico è sprecato, terra di nessuno: lande deserte di asfalto o di rovi. Si potrebbe cominciare da questi terreni e restituirli con politiche pubbliche ad un uso più intenso che incroci i fabbisogni degli abitanti. Ci sono una serie di vantaggi in questa valorizzazione: localizzazioni che hanno valore strategico, domanda di mercato locale, presenza di capitale sociale.
Si può e si deve riformulare un nuovo progetto delle città d’Italia che ripensi a come, in questi ultimi trent’anni, le città sono cresciute ma la città non è ovunque, ciò che vediamo è un territorio abitato, un’area urbana non definita. E’ la campagna che si è fatta metropoli senza passare per la città. Il territorio, indicato come la condizione contemporanea dell’abitare, ha al suo interno interstizi di città, forme minime di città. Ma ciò che abbiamo davanti non è stabile, non è definitivo è, ancora, “disordine, precarietà tanto più grave e pericoloso perché si presenta sotto forma di agio, di meno peggio – mentre tutto, invece, sarebbe ancora da cominciare”. Cominciare a cambiare non dal presente, al quale non apparteniamo, ma dal passato e dall’incognito futuro.
Giovanni Caudo (1964). è ricercatore di urbanistica presso l’Università degli studi “Roma Tre”, dove svolge attività didattica nel corso di laurea e nel dottorato di Politiche territoriali e progetto locale. E’ impegnato in ricerche sulle politiche locali nelle trasformazioni delle città e sulle pratiche di autoorganizzazione comunitaria e di economia solidale nella costruzione dei beni pubblici. Ha pubblicato: Territori d’Europa. (in collaborazione), Alinea Firenze 2004.
La foto è tratta dal sito http://www.comune.napoli.it/napolisociale/citta.jpg
Il dibattito sul ddl Lupi si dipana dall’estate 2003 sino ad oggi; in questo lasso di tempo, sul ceppo originario sono connfluiti diversi ddl, di maggioranza e di minoranza; la minoranza non ha ritenuto di presentare una mozione a sostegno di una propria distinta proposta di legge; la VIII Commissione della Camera ha licenziato il 2 febbraio 2005 un “testo unificato” in modo sostanzialmente unanime, salvo ripromettersi – da parte di taluni esponenti di minoranza – di approfondire e meglio discutere in aula alcuni passaggi e/o emendamenti che non avevano a loro giudizio trovato esito soddisfacente in Commissione.
In apertura della discussione sul ddl si fa riferimento da una parte alla riforma costituzionale del 2001 – dall’altra a quella in corso di elaborazione – che come è noto ha portato all’approvazione in seconda lettura da parte della Camera del ddl C 4862 il 15 ottobre 2004.
Anche nel caso del dibattito sulla legge costituzionale, la minoranza parlamentare ha, giustamente, operato per verificare i margini per possibili intese: il Parlamento esiste, e va fatto funzionare; qualsiasi seduzione che spiri dall’Aventino porta con sé una cattiva memoria.
Tuttavia nel corso del dibattito sulla nuova Costituzione, ad un certo punto di quel dibattito, la minoranza ha ritenuto di avere a che fare con un testo ormai inemendabile, di trovarsi di fronte ad un oggetto giuridico non migliorabile attraverso la mediazione del gioco parlamentare.
Ed il dibattito sulla legge costituzionale è solo uno tra i tanti fatti che sono accaduti fra l’estate del 2003 e il primo inverno del 2005 – ivi inclusa anche un’ampia consultazione elettorale; un altro importante appuntamento elettorale è alle porte: si può a giusta ragione ritenere di essere – e sarà così fino al 2006 almeno – nel corso di una campagna elettorale continua.
Benchè abbia poca risonanza mediatica – di gran lunga inferiore a quella di materie quali la bioetica, certo ‘universali’ sul piano dei principi, ma che interessano direttamente un numero ben più limitato di cittadini – il tema del governo del territorio è tema generale, anzi, per usare proprio le parole dell’articolo 42 della Costituzione, tema che può, in determinate condizioni, essere latore diretto dell’ “interesse generale” , né più né meno che l’ordinamento della Repubblica o i diritti e i doveri dei cittadini.
Resta da spiegare perché alla ‘presa di coscienza’ che ha caratterizzato il comportamento delle minoranze parlamentari nel caso della riforma della Costituzione non abbia fatto riscontro nulla di simile nel caso invece della legge per il governo del territorio: e resta da capire (o semplicemente da stare a vedere) quale sarà il comportamento che queste forze politiche assumeranno nella discussione in aula.
Ai cittadini piacerebbe sapere per chi votano, magari non solo guardando i talk show.
Nelle scorse settimane e mesi ci siamo scambiate diverse opinioni sui nostri problemi urbanistici. Da parte mia ho considerato specificamente tre temi: il vuoto di interesse della Sinistra per quei problemi; la nuova legge urbanistica ( di governo del territorio); l’INU e la sua attuale posizione culturale-politica. Le tre questioni sono riassunte nella mia nota 04.09.04, con il tuo commento che “la discussione è aperta”. Poi c’è stato l’intervallo, con l’interesse più sui temi politici, con la tua denuncia di “smontaggio della Costituzione” da parte della Destra, e la sfiducia di Bruno Ballardini nei confronti della Sinistra In una mia successiva comunicazione 04.12.04. ho invitato a “tornare all’urbanistica”, proprio per fare politica “in positivo” sui temi specifici, nostri, e concreti.
Mi sembra che ci stiamo arrivando in pieno e nel modo migliore per la penna (se così ancora si può dire) di Vezio De Lucia.Il nostro amico, sollecitato dal suo impegno con Italia Nostra e il tema del paesaggio, promosso da questa associazione, denuncia (comunicazione 25.01.05) la proposta, che si vorrebbe introdurre nella nuova legge di governo dl territorio, di scorporare la tutela del paesaggio dalla pianificazione territoriale-urbanistica. Dopo di che, è ovvio, la pianificazione si ridurrebbe alla “cantierizzazione” più frenata e al più volgare “decisionismo”. Dopo la denuncia, Vezio De Lucia invita Eddyburg a sviluppare un dibattito sul paesaggio, come fisionomia del territorio, o meglio ancora come sua bellezza, investendo in tal modo il tema della dimensione estetica (parola da lui espressamente citata) nella e della pianificazione territoriale-urbanistica Per me è un invito a nozze; ed è anche l’occasione per tornare all’urbanistica, discuterne i principi fondamentali, consolidarli e (per stare anche nel politico) rispondere, con qualche possibilità di successo, alla guerra che le è stata mossa ed ora si fa più acuta.
Comincio col dire (forse correggendo un poco l’impressione che possono dare le parole di Vezio De Lucia) che la ragione estetica e la ragione economica e politica, nonché non opporsi, anzi si sorreggono reciprocamente. Una città ricca, ben governata e ben funzionante è anche bella; e di ciò sono solito portare a esempio la Siena di Ambrogio Lorenzetti.
Ma c’è di più, e ne ho scritto di recente nella rivista “Relazioni solidali” num. 02, febbr. 2005. L’urbanistica, se vuole essere una cosa seria, deve impegnarsi su un gran numero di questioni e materie vitali, quali i bisogni sociali, l’economia, il diritto e la politica, etc. etc. Ne nasce un problema di rapporti interdisciplinari tra la materia e dottrina urbanistica e quelle che sono specificamente deputate a studiare e praticare le altre materie. Ci si è giustamente chiesto: come può l’urbanista dominare tutte quelle diverse materie, che tutte convergono nel suo operare? Se lo si pensa come un demiurgo, con il compito di operare una sintesi tra i contenuti delle diverse materie, bisogna anche dire che l’urbanista dovrebbe conoscerle almeno quanto i loro cultori; e questo è impossibile, anzi è contraddittorio.Se lo si pensa come semplice registratore di scelte altrui, si svilisce l’urbanistica a mero esercizio notarile (e di qui può ben avere origine la sua presunta neutralità). Al dilemma si deve rispondere, e così si è risposto in pratica, che il compito dell’urbanistica e dell’urbanista è quello, di natura estetica, di dare forma ai contenuti delle varie materie che convergono nella pianificazione territoriale urbanistica, e delle quali l’urbanista deve avere una conoscenza essenziale (dei principi, non delle specifiche formulazioni): deve disegnare il paesaggio del territorio e della città, dando loro ordine funzionale e bellezza. Al dilemma originale se l’urbanistica sia scienza o arte, si deve rispondere con la seconda alternativa. L’urbanistica è l’arte di costruire e insieme tutelare il paesaggio. Nell’esercizio di questa arte l’urbanista procede a fianco dei suoi concittadini, autori materiali e quotidiani del paesaggio. Perciò l’attività dell’urbanista è pubblica, per sua intrinseca natura.
Qui mi fermo: avendo esposto troppo in breve la mia opinione (confortata dalla mia personale esperienza, che credo sia la stessa di molti bravi amici urbanisti) sperando di veder continuare e approfondire il dibattito, felicemente provocato da Vezio De Lucia.
Il prossimo 27 gennaio si celebra la giornata della Memoria dell’Olocausto – e ogni anno, di questi tempi, si sprecano commossi e compiti appelli al ‘non dimenticare’ (Retequattro ha scelto lo slogan: “noi siamo ciò che ricordiamo”). Ma al di sotto di questa valanga di commemorazione, noi ‘ricordiamo’ veramente?, e che cosa, precisamente, ricordiamo?
Subito dopo la fine della guerra, Lord Russel di Liverpool, meglio conosciuto come Bertrand Russel, scrisse “Il flagello della svastica”, un testo che, se allora aveva a disposizione una documentazione infinitamente minore di quella oggi disponibile, ha ancora, credo, qualcosa da insegnare. Ci insegna per esempio – in primis a noi cittadini di quest’Europa sempre più allargata – che lo sterminio non fu destino esclusivo del popolo ebraico – per quanto quest’ultimo, in quanto comunità etnico-religiosa, fu effettivamente spazzato via dal territorio d’Europa. Ai sei milioni di ebrei ne corrispondono almeno altrettanti – il numero complessivo è stimato, anche da ricerche recenti, tra i dodici e i quattordici milioni – che non erano ebrei, ma che erano comunque untermenschen. In primo luogo i prigionieri russi – i costruttori materiali del lager di Auschwitz II – Birkenau, nonché le vittime-cavie del primo esperimento con il gas Zyklon B, nella camera a gas di Auschwitz I: si deve ricordare che i prigionieri russi non sono mai stati considerati come gli americani o gli inglesi, per loro nessuna ‘fuga per la vittoria’, ma campi di raccolta all’aperto, senza cibo né acqua, a morire in piedi al freddo. Niente ispezioni della croce rossa, per loro. I russi e gli slavi in genere – compresi gli sciagurati collaborazionisti, ucraini, polacchi, croati – sarebbero stati, a guerra vinta, le vittime successive. Gli stessi Einsatzgruppen che seguivano la prima linea nach Ost, con il compito di effettuare i cosiddetti ‘sterminii caotici’, avevano il mandato di liquidare ebrei e commissari politici (la famosa circolare sui commissari). Poi, come è più noto, gli zingari, gli omosessuali, i sacerdoti cattolici che avevano seguito alcune coraggiose prese di posizione dell’episcopato tedesco, non favorite né sostenute da Roma.
Tutto ciò non per togliere nulla allo squarcio della Shoà come ferita inguaribile del popolo ebraico – cancellazione di intere comunità e di un’intera cultura plurisecolare, quella dello shtetl, il villaggio ebraico dell’Europa orientale, di cui restano memorie non riproducibili come le pagine di Roth e di Singer. Ma, al contrario, per farci sentire la stessa Shoà come problema anche nostro: qualunque gruppo (e non necessariamente minoranza) può trovarsi in determinate condizioni a vivere la situazione di untermenschen: e forse anche a questo alludeva Primo Levi quando ha scritto “se è accaduto una volta, può accadere di nuovo”.
Ancora una volta agli ebrei?, secoli di persecuzioni – e gli stessi sinistri rigurgiti di antisemitismo cui accenna oggi Elie Wiesel dalle pagine di Repubblica sterebbero a dire che qualche probabilità esiste. Ma non è detto affatto che si tratti di loro; o solo di loro. Non mi sento di seguire Elie Wiesel – che pure merita un infinito rispetto – nell’accomunare a questo atteggiamento chi manifesta per le strade contro la politica di Busch e di Sharon dipingendoli come nuovi Hitler: del resto, dovrebbero bastare le immagini di Abu Graib a sollevare qualche dubbio.
Il fatto che il 70 % degli ebrei americani si sia espresso alle presidenziali di novembre a favore non di Busch, ma di Kerry, il fatto che nello stesso Israele esista un problema di obiezione di coscienza a livelli medi e alti delle forze armate, sono altrettanti segnali del fatto che dissentire dalla politica di Sharon non è tutt’uno con l’essere antisemiti.
Ma proprio in occasione della Giornata della Memoria, e proprio ricordando, accanto e assieme agli ebrei d’Europa, le altre vittime, credo si possa cominciare a riflettere anche su un terreno laico di quel loro essere “nostri fratelli maggiori” evocato da Giovanni Paolo II in occasione della sua visita alla Sinagoga di Roma: in questo caso, nel caso dello sterminio, la primogenitura credo vada ricercata in un richiamo forte alla tolleranza, forse il più alto, assieme all’eguaglianza di cui è parente prossimo, fra i valori della cultura laica prodotta da quest’Europa e dalla sua filiazione americana nel secolo delle rivoluzioni.
E si tratta di un valore prezioso anche, se non soprattutto, da un punto di vista religioso: se e in che misura pace è possibile anche nel regno di questo mondo – e teoricamente le tre grandi religioni del Libro dovrebbero concordare su questo – essa è affidata alla conservazione di questo principio. Un principio sempre più spesso minacciato – anche da intromissioni ‘pacifiche’ di istituzioni religiose, come nel caso della Chiesa di Roma e delle ‘radici’ da attribuire all’Europa.
Anche l’Inquisitore di Dostojevskij sapeva commemorare; si può dire anzi che fosse un professionista, circonfuso nella luce dei suoi barocchi paludamenti. Ma al prigioniero-Cristo fece capire senza mezzi termini che era senz’altro preferibile dimenticare, dimenticare persino la sua faccia…
Urbanistica e beni culturali sono più o meno la stessa cosa, soprattutto in Italia. Da dove nasce infatti la stessa nozione di urbanistica moderna, se non dai conflitti tardo ottocenteschi fra ingegnerie della città piattamente efficientiste, e variegati gruppi di cultori dell’arte, della storia, del rapporto fra tradizione, identità, progresso sociale? E tanto per alleggerire con una battuta, date un’occhiata alle Guide Rosse del Touring che si vendono in questi giorni in edicola. Contate gli urbanisti il cui nome compare tra i collaboratori dei volumi, e avrete fatto bingo. Peccato: non sarete mai dei politici puri e raffinati. Ovvero con una dose industriale di faccia tosta.
Perché ci vuole del bello e del buono, in un’epoca in cui sul senso dell’ambientalismo ci sono pure battaglie ideologico-religiose (come negli USA di Bush parte II: ci torneremo, su Eddyburg), a pretendere di separare pianificazione del territorio e tutela del territorio, là dove esso territorio è nella quasi totalità una fitta rete di centri storici, paesaggi agrari, infrastrutture varie di collegamento e complemento cresciute coi tempi della storia e della natura. Ma qui abbiamo a che fare con una nuova versione del motto: Et in Arcadia, Ego. Che in questo caso è l’ego con la minuscola, dei minuscoli megalomani che hanno fatto questa bella pensata.
Ricordava giustamente Vezio De Lucia, su queste pagine, come lo sviluppo delle leggi sul territorio italiane tra le due guerre sia stato univoco, nonostante la separazione formale tra le leggi Bottai del 1939 sui beni culturali, e quella urbanistica di Gorla del 1942. Ma c’è qualcosa di più, molto di più: è la stessa alchimia che negli anni venti vede la formazione dell’urbanistica moderna italiana, ad alimentarsi direttamente alla fonte beni culturali, paesaggio, insediamento storico. A partire dall’episodio forse più noto, della provocazione del giovane Piccinato (sostenuto sotto sotto da Giovannoni e Piacentini) a Padova contro lo sventramento dei quartieri centrali della società APE, replicato quasi identico a Bari contro il piano Veccia di sventramento della città vecchia, e sfociato poi nell’organizzazione italiana del Congresso internazionale del 1929 esattamente sui temi della tutela, che darà poi vita indirettamente all’INU. E anche le forme assunte originariamente dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, nel bene e nel male, si devono in parte proprio alla “marcia in più” della componente tutela storica e del paesaggio, contro l’approccio più esclusivamente tecnico-amministrativo dei funzionari municipali e del loro progetto di Scuola di Alti Studi per l’Urbanismo.
Un altro elemento, ora del tutto corrente, che deriva sempre dalla forte integrazione fra urbanistica e tutela paesistica, è la dimensione sovracomunale del piano. Nasce negli stessi anni, quando la via italiana alla pianificazione territoriale non può certo basarsi su problemi tangibili come quelli del bacino minerario della Ruhr, o dell’area metropolitana di Londra o New York. C’è però qualcosa che salta agli occhi nella sua dimensione decisamente indifferente ai margini amministrativi o del costruito, ed è appunto quella del paesaggio, delle grandi campiture della stratificazione storica, dell’intreccio fra elementi naturali e loro modificazione da parte dell’uomo. C’è anche un piccolo precedente legislativo, ed è il Decreto 765 15 aprile 1926, noto soprattutto per l’istituzione delle Aziende Autonome di turismo e soggiorno, ma che prevede la redazione di un piano regolatore che riguardi, indipendentemente dai confini amministrativi, l’intero bacino urbanistico/paesistico che si intende così tutelare e rendere contemporaneamente più adatto alla nascente economia turistica di massa.
Non è cosa da poco, se solo qualche anno dopo ancora il giovane Luigi Piccinato col suo Gruppo Urbanisti Romani propone nel dibattito che sfocerà nel piano del 1931 una dimensione “regionale”, esattamente orientata a miscelare gli elementi di pianificazione più strettamente urbanistica, e quelli di tutela del paesaggio, in quello che ora forse chiameremmo “programma di sviluppo sostenibile”. E basta leggere un bell’articolo di Virgilio Testa, Necessità dei piani regionali e loro disciplina giuridica, del 1933, per capire sino a che punto la nuova pianificazione del territorio e quella del paesaggio costituiscano un corpo unico. Tra l’altro la redazione di questo articolo è più o meno parallela all’altro più noto lavoro di Virgilio Testa dello stesso periodo, ovvero la Relazione al progetto di legge urbanistica Di Crollalanza, che come notava Vezio De Lucia su queste pagine recepisce in pieno il collegamento ovvio fra i due aspetti, dello sviluppo e della tutela. Tra l’altro ancora il Testa, proprio durante un convegno sull’ormai approvata legge Bottai per la tutela delle bellezze naturali, conierà il temine “Piano Territoriale”, presente ancora oggi nel lessico disciplinare (per non offendere qualche gerarca centralista con l’aggettivo “regionale”, usato sino a quel momento).
E si potrebbe continuare anche a lungo, ad esempio con la prima stagione dei congressi INU del dopoguerra, ma non credo sia questa la sede, né il momento. Resta invece la convinzione che, come in altri casi, questa maggioranza (e forse qualcun altro, chissà) prosegua per la sua strada, nella logica del divide et impera, già vista per magistrature inquirente e giudicante, o per i percorsi formativi morattiani, di apartheid classe dirigente/classi subalterne. Forse può farlo Ciampi, come auspicava Lodo Meneghetti, in quanto garante della Costituzione che oltre a proteggere il paesaggio si presume protegga anche gli strumenti per metterla in pratica, questa protezione.
Mah!
L'immagine di Poussin è tratta da questo sito
Il 27 e 28 gennaio, si svolge a Roma il convegno di Italia nostra sul paesaggio, di cui Eddyburg ha già dato notizia. Può essere un’occasione utile anche per dipanare, se possibile, la gran confusione che regna a proposito della parola paesaggio, che da qualche anno è tornata in voga (la conferenza nazionale è del 1999), e la cosa è sicuramente positiva, ma al tempo stesso la parola paesaggio continua a essere utilizzata con significati diversi, contraddittori ed equivoci. In particolare da quando si sono affermati i movimenti ambientalisti e il pensiero verde, il paesaggio è stato progressivamente ridotto a sinonimodi ambiente. Oppure, più drasticamente, il paesaggio, tema considerato futile, antiquato, fuori moda, è stato semplicemente cancellato e sostituito, volta a volta, da ambiente, o da ecologia, ecosistema, biosfera, biodiversità, parole evidentemente reputate più scientifiche e moderne.
Un caso clamoroso di confusione sta nei lavori parlamentari relativi alla modifica dell’art. 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. L’Italia è probabilmente l’unico paese al mondo che ha assunto la tutela del paesaggio e delle belle arti fra gli obiettivi fondamentali dell’ordinamento costituzionale. (Anche se, proprio a partire dagli anni della repubblica, ha avuto inizio il più disastroso saccheggio del nostro patrimonio d’arte e di natura, quel saccheggio che i padri costituenti intendevano scongiurare. Ma oggi non trattiamo di questo). Che succede allora alla Camera? Ben 181 deputati, alcuni autorevolissimi, di varia ispirazione, hanno proposto (Atti Camera n. 3591 della XIV legislatura) di sostituire la tutela del paesaggio con le seguenti espressioni: “Riconosce l’ecosistema come bene inviolabile della Nazione e del pianeta, appartenente a tutto il genere umano, e ne incentiva la protezione dalle alterazioni e dalle contaminazioni ambientali. Garantisce il rispetto degli animali e delle biodiversità”. Cose tutte da condividere, che non giustificano però l’obliterazione del paesaggio e che non possono sostituirlo. In verità, un po’ diverso, ma sempre pasticciato, è il testo poi approvato in prima lettura con una vasta maggioranza trasversale.
Di fonte a tanta disinvoltura dobbiamo, secondo me, confermare che con la parola paesaggio si deve intendere la fisionomia del territorio, la sua forma, meglio ancora, la sua bellezza. La parola paesaggio dovrebbe sempre rimandare alla qualità estetica: un paesaggio può essere più o meno bello, oppure brutto, ma è sempre espressione di un giudizio estetico – non trascurando il fatto che, soprattutto nel nostro paese, dov’è difficile identificare una condizione di pura natura, ogni paesaggio è sempre prodotto di arte e natura. La conseguenza è quindi che il paesaggio, siccome valore estetico, è un valore culturale, unfattore insostituibile ai fini della percezione, dell’identificazione, della descrizione e della trasformazione di un territorio. E, perciò, al paesaggio deve essere riconosciuta una collocazione autonoma, tanto in senso disciplinare, quanto in senso operativo, cioè in materia di scelte urbanistiche, com’è sempre stato nelle migliori esperienze del governo del territorio in Italia (qui non posso non rinviare alla mia precedente opinione su Eddyburg, dove si contesta la soluzione prevista dal nuovo, terrificante disegno di legge urbanistica nazionale della maggioranza che esclude dall’urbanistica la tutela, e quindi la bellezza, e quindi il paesaggio).
Ma l’autonomia del paesaggio deve essere rivendicata anche e soprattutto nei confronti dell’economia, dell’occupazione, dello sviluppo e via di seguito. Lo sviluppo è diventato il valore supremo della società contemporanea, quello che comanda su ogni altra prospettiva. Fra lo sviluppo e il paesaggio è in corso una guerra mondiale che non finisce mai, e che il paesaggio continua a perdere. Senza considerare strumentalizzazioni e mistificazioni, anche nella più limpida delle circostanze, il paesaggio è quasi sempre costretto alla resa se sono in gioco nuovi posti di lavoro, incremento del reddito, prospettive turistiche.
Vince sempre l’economia. Anche nelle situazioni meno schematiche, quelle all’apparenza più condivisibili, gli stessi valori del paesaggio e della bellezza sono esplicitamente utilizzati ai fini dello sviluppo e dell’incremento del reddito. La domanda che a questo punto dobbiamo porci è la seguente: ma la supremazia dei valori paesistici e della bellezza non dovremmo perseguirla anche senza alcun beneficio pratico, né immediato né futuro? Posso permettermi di chiedere a Eddyburg di sviluppare una discussione in proposito?
Postilla - Non "lo sviluppo", ma quella particolare e "moderna" concezione dello sviluppo che è raccontata, per esempio, dalla brava Carla Ravaioli (es)
L’eddytoriale del 21 dicembre gronda sacrosanta indignazione perchè i beni culturali e il paesaggio sarebbero scorporati dal governo del territorio, come prevede uno gli ultimi emendamenti apportati al terrificante disegno di legge urbanistica in discussione alla Camera. L’urbanistica sarebbe così ferita a morte e disonorata. E sarebbero oltraggiate alcune delle pagine più belle della recente storia, non solo urbanistica, del nostro paese. Chi ha scritto quella norma sciagurata probabilmente non sa che la tutela dei beni culturali è sempre stata uno dei contenuti essenziali della pianificazione del territorio. E’ ben vero che , in Italia, operano due regimi distinti: quello specifico delle tutele, che fa capo alle leggi del 1939 e a successive norme di protezione del paesaggio, dell’ambiente e dell’integrità fisica del territorio; e il regime delle trasformazioni urbanistiche, che fa capo alla legge del 1942 e ai successivi precetti statali e regionali. Ma le tutele sono ancheun obiettivo proprio della disciplina urbanistica. E’ così da sempre. A cominciare dalla legge del 1942, anzi, dal precedente disegno di legge urbanistica del 1933 che prevedeva, fra i contenuti dei piani regionali, i vincoli per la tutela di bellezze artistiche o panoramiche. Quel disegno di legge non fu approvato per l’opposizione della federazione nazionale fascista della proprietà edilizia. Lo stop sgomberò il campo a favore delle leggi del 1939 e del piano paesistico. Si stabilì allora la distinzione fra il regime delle tutele e quello delle trasformazioni urbanistiche. Distinzione che ha retto al trascorrere degli anni e delle vicende storiche, nonostante alcuni tentativi di superamento del doppio regime (commissioni Franceschini e Papaldo). Solo i “piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali” della legge Galasso hanno unificato pianificazione urbanistica e del paesaggio.
Ma l’affermazione del doppio regime, convalidato dalle numerose sentenze costituzionali che si sono susseguite, con indiscutibile coerenza, dal1968 (sent. n.55)al 2000 (sent. n.378) non ha mai comportato – è bene dirlo con assoluta chiarezza – un affievolimento del potere di tutela riconosciuto ai piani urbanistici ordinari. Non è qui possibile una rassegna di testi legislativi, di pronunciamenti giurisprudenziali e di esemplari esperienze applicative. Mi limito a ricordare la cosiddetta legge ponte del 1967, che incluse fra i contenuti sostanziali del piano regolatore generale “la tutela del paesaggio e di complessi storici, monumentali, ambientali ed archeologici”. Dieci anni dopo, il decreto presidenziale (616/1977) che regola il trasferimento delle funzioni dallo stato alle regioni, attribuisce alla materia urbanistica “la disciplina dell'uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell'ambiente”.
La legge ponte del 1967 va ricordata anche per aver imposto un’appropriata tutela dei centri storici. Come molti sanno, la legge ponte fu voluta da Giacomo Mancini, ministro dei Lavori pubblici negli anni del primo centro sinistra, dopo l’indignazione provocata dalla frana di Agrigento del luglio 1966, causata dall’immane sovraccarico dell’edilizia speculativa. La legge fu definita “ponte” perché doveva rappresentare un rimedio provvisorio, nell’attesa di un organico provvedimento di riforma urbanistica, quello che stiamo ancora aspettando. Riguardo ai centri storici, la legge ponte subordina, di fatto, ogni intervento di sostanziale trasformazione all’approvazione di piani particolareggiati. Una soluzione all’apparenza precaria e semplicistica che però, con il passare degli anni, si è dimostrata di eccezionale efficacia. Tant’è che l’Italia è l’unico paese d’Europa che ha in larga misura salvato i propri centri storici. Certamente, nessuno può sostenere che nel nostro paese la tutela del patrimonio immobiliare d’interesse storico sia perfettamente garantita, ma certamente non sono più all’ordine del giorno gli episodi di gravissima alterazione, se non di vera e propria distruzione, che avvenivano frequentemente nei primi lustri del dopoguerra.
L’obbligo o la facoltà di tutela da parte degli strumenti urbanistici non sono stati soltanto riconosciuti legislativamente, ma anche diffusamente utilizzati nella pratica della pianificazione. Solo qualche esempio. Il decreto ministeriale di approvazione del piano regolatore di Roma del 1965 introdusse, per “preminenti interessi dello Stato” una modifica al piano adottato, sottoponendo a tutela, e quindi destinando a parco pubblico, oltre duemila ettari dell’Appia Antica e della campagna circostante, da porta San Sebastiano al confine comunale. Mi pare importante ricordare, ai fini del nostro discorso, che con lo stesso decreto furono eliminate le possibilità edificatorie consentite dal piano paesistico dell’Appia Antica approvato nel 1960.
Fra gli esempi illustri di urbanistica sposata alla tutela, si può citare il caso di Ferrara, la sua prodigiosa addizione verde, milleduecento ettari fra la cinta muraria e il Po, destinati a formare un gran parco urbano.
E, ancora, mi permetto di menzionare il nuovo piano regolatore di Napoli che ha sottratto all’edificazione, per ragioni di tutela, quanto resta del territorio comunale non coperto di cemento e di asfalto.
Soprattutto, mi pare giusto porre in evidenza che i centri storici sono stati più volte oggetto di studio, di politiche e di interventi di salvaguardia nell’ambito della pianificazione urbanistica, mentre sono molto meno frequenti le azioni di conservazione promosse dai titolari di specifiche competenze in materia di tutela. E’ noto, infatti, che solo alcuni centri storici sono integralmente sottoposti alle leggi del 1939 e che la propostaper generalizzare il vincolo monumentale a tutti i centri storici (cosiddetto disegno di legge Veltroni) non fu approvata per le resistenze dell’Inu e degli energumeni del cemento armato.
Tutto ciò è probabilmente ignoto, come ho detto, ai parlamentari che propongono la separazione della tutela dall’urbanistica e forse non si rendono conto (o è questo che vogliono?) che si avvierebbe in tal modo un rovinoso revisionismo legislativo il cui esito sarà la sistematica devastazione del territorio nazionale. Propongo che Eddyburg promuova una indignata mobilitazione, sollecitando in particolare quanto resta della sensibilità istituzionale e civile dell’opposizione.
Solo il TG3, e solo timidamente, in coda a un servizio sul blocco della circolazione auto nelle grandi città, ha suggerito l’analogia tra il fumo (quello delle sigarette) e la concentrazione omicida di polveri sottili nell’atmosfera (le famigerate PM10), facendo ricorso allo slogan ormai divenuto eufemismo, a fronte per esempio de “il fumo uccide”, con cui i disgraziati fumatori sono costretti a convivere quasi avessero sottoscritto la regola dei carmelitani scalzi.
Ed è il caso di parlarne proprio nel giorno dello sciopero indetto dai macchinisti dei treni dopo il disastro di Crevalcore, per diverse ragioni. Come ha detto con splendida umiltà istituzionale, sfilandosi dalla disgustosa passerella di ‘autorità’ et similia, il Sindaco di quel comune, Valeria Rimondi, in quella parte del territorio non è possibile che i cittadini abbiano paura di andare in treno: la nebbia, la nebbia assurda che in questi giorni nasconde buona parte della nazione a se stessa, in quella parte del territorio è una compagna abituale, non eccezione meteorologica, ma protagonista di buona parte dell’inverno, di tutti gli inverni, e spesso anche delle altre stagioni. Ci sono dunque ottime ragioni per non usare l’auto – per adottare quel comportamento ‘civile’ che molti pianificatori/trasportisti/ambientalisti auspicano divenga fatto diffuso – che gli stessi provvedimenti di blocco della circolazione auto implicitamente prevedono: fare uso delle reti di trasporto pubblico, e specialmente di quelle in sede propria. Ma la rete ferroviaria italiana è quella che mostra di essere: non è storia degli ultimi anni, ma storia di un capitalismo che ha ritenuto – ancor prima della guerra – di favorire nella produzione auto (nella Fiat) uno dei propri punti di eccellenza: la privatizzazione di FS (la pseudoprivatizzazione, come ogni altra simile che abbia avuto luogo nel nostro paese) ha dato solo il colpo di grazia. Ma, mentre l’obsolescenza dilagava come una muffa nociva, nascosta dal luccichio degli appalti per l’alta velocità, ecco che l’auto italiana, ancorchè protetta in modo quasi indecente dalle politiche economiche ed infrastrutturali di intere generazioni di governi, si è allontanata sempre di più dall’eccellenza, e la stessa Fiat è divenuta ostaggio dell’unica cosa che pare funzionare nel paese: la rendita, in questo caso quella finanziaria. Il decorso dei due fenomeni paralleli non è durato un giorno – ma diversi decenni – nel corso dei quali il capitalismo italiano faceva del suo meglio per perdere altre posizioni di eccellenza (l’informatica, la chimica, l’alimentare), di nuovo, se non per dolo conclamato, per il prevalere di logiche finanziarie su quelle produttive.
Anziché interrogarsi oziosamente sull’attualità o meno di comode astrazioni come la ‘socialdemocrazia’ o il ‘comunismo’, le forze di centro sinistra in questo davvero ‘sinistro’ frangente della vicenda economica nazionale dovrebbero forse per prima cosa tornare a riflettere su che cosa sia, oggi, in Italia, ciò che sbrigativamente si chiama ‘mercato’ – ciò che una volta, più seriamente, si chiamava il sistema capitalistico: solo a quel punto potrà essere credibile ragionare di quale debba essere il rapporto fra questo ‘mercato’ e lo Stato – socialdemocrazia e welfare compresi. Perché non cominciare, per esempio, proprio dagli esiti delle decantate ‘privatizzazioni’?, perché non cominciare la riflessione da quelli che sono stati i ‘nostri’ errori?, che cosa abbiamo da rispondere, allo sciopero dei macchinisti?, abbiamo qualche idea nuova, che ci prometta di poter viaggiare in sicurezza?
Per il momento, è assodato che sui treni non si fuma: diminuiscono (di quanto?) le probabilità che l’esposizione al fumo passivo induca sul nostro organismo i suoi effetti nefasti. In compenso si deraglia e ci si scontra: di qualche morte bisogna pur morire…
E l’attento e consapevole e medico e responsabile ministro Sirchia non ha una parola sulle polveri sottili, non una sul fatto che l’80 % delle merci movimentate su gomma - non tanto la mamma che va in macchina a portare i bambini a scuola - sia tra i principali responsabili dell’avvelenamento dell’aria, della nuvola nera che si addensa sul cielo padano e vaga, spinta dal vento, da una città all’altra, dal groviglio delle autostrade alle nostre misere e ottocentesche ferrovie.
In attesa di un nuovo banco di nebbia che si addensi a nascondere altri disastri, senza però riuscire a nascondere del tutto la nazione a se stessa – e questo anche grazie agli scioperi come quello di oggi.
Ci sono giorni nei quali il desiderio di comunicare agli altri una tua reazione a certi avvenimenti o una notizia saputa/letta di particolare gravità diventa un dovere irrinunciabile. Oggi sto scrivendo di politica, dell’ennesima manifestazione di intolleranza, autoritarismo, repressione del dissenso, aggressione verbale da parte del potere tanto da rendere sempre più evidente il passaggio, che stiamo vivendo nel nostro paese, a una democrazia finta, costituita dai puri numeri maggioritari. I quali, di fatto, negano il parlamentarismo costituzionale, vogliono sovvertire l’intero nostro ordine istituzionale e approderanno in poco tempo a un regime fuori dell’attuale costituzione se il pesante passo dei mostri non sarà fermato. Il fondo sull’Unità di ieri, Il Potere del Potere, autore Furio Colombo, ci informa del nuovo tremendo attacco che il giornale sta subendo, dopo tanti altri del passato, ma molto più pericoloso nella misura in cui c’è come un’azione di accerchiamento costituita dai mezzi di informazione, televisione, quotidiani, settimanali…, verso l’unico giornale di autentica, incessante opposizione alle malefatte del governo e centri di potere alleati, e di tutte le televisioni con minime eccezioni. Il punto origine è l’incredibile accusa lanciata dal vicecapogruppo forzista Malan all’Unità, un cui articolo di fondo sarebbe stato la causa diretta del colpo di treppiedi sferrato da Del Bosco. Ma a preoccupare profondamente tutte le persone dotate di onestà intellettuale è il seguito: il silenzio dei partiti, di giornalisti seri delle testate nazionali, delle persone televiventi, e, al contrario, il rumoroso consenso dei tanti, tantissimi giornalisti lacché dei nuovi potenti. Scrive Colombo (da quando dirige l’Unità , da quando è riuscito a darle un ruolo chiaro e a farne luogo di effettiva libertà d’espressione è sottoposto a ogni genere di vessazioni morali): “La cosa strana però non è Malan… La cosa strana è che nessuno – sulla stampa o nei talk show di un grande Paese europeo – vi presti attenzione. Ciò che sta accadendo all’Unità è una regressione alla teoria lombrosiana, applicata in questo caso allo scrivere. Si tracciano i parametri di ciò che è accettabile o non è accettabile dire. La tracciatura avviene nei luoghi del potere. Niente di strano, il potere prova sempre a farlo. Il caso è che la tracciatura viene osservata scrupolosamente da tutti.Ovvero la descrizione lombrosiana di Malan (l’articolo e l’attentatore si assomigliano, dunque l’attentatore è l’articolo) non fa scandalo né notizia”.
Vogliamo, noi scandalizzati nel nostro cortile, manifestare a Colombo la nostra solidarietà? Intanto Edoardo pubblichi oggi stesso (se non l’ha già fatto, non ieri) l’intero articolo di fondo.
Lodo Meneghetti, 10 gennaio 2005
Il 26 dicembre 2004 una nostra giovane e graziosa collega, Simona Landi, è stata travolta dall’onda Tsunami mentre si trovava in vacanza in Tahilandia, e si è salvata – è tornata quasi illesa, ed è già rientrata al lavoro – nel modo che di seguito racconta brevemente, grazie al suo sangue freddo e ad una sorprendente forza di volontà. Ha ancora qualche incubo, ma pensa di riprendersi presto.
Simona, che ha ancora degli amici sul posto del disastro, ci chiede di diffondere una mail, da lei ricevuta, che fornisce un’utile “controinformazione” nei confronti del torrenziale sproloquio mediatico cui in queste settimane abbiamo assistito. Il dato più inquietante è la connessione tra “notizia Tsunami” e aumento dell’audience – dato che senza dubbio è stato tempestivamente valutato dai responsabili dei palinsesti – per quasi il 90 per cento dell’emittenza italiana, Confalonieri e Cattaneo.
Questo mi ha suggerito la parafrasi del titolo La Svizzera, l’oro e i morti, il libro-scandalo di Jean Ziegler sui beni delle vittime dell’olocausto custoditi nei caveau delle banche svizzere, e sulla decisa resistenza opposta da queste ultime alle richieste di restituzione.
Di seguito, riposto per intero i due messaggi. Non credo che ci sia molto altro da dire.
Ciao
scusate se vi porto via qualche minuto
Molti di voi sanno chi sono e della mia disavventura il giorno di Santo Stefano a Phi Phi Island in Tailandia
Volevo ringraziare tutti di cuore per l'affetto sincero dimostrato nei miei confronti. Grazie per la vostra presenza al mio rientro in Italia e grazie per gli abbracci e gli sguardi commossi al mio rientro in ufficio.
Vi allego di seguito una lettera che ho ricevuto in questi giorni da un volontario italiano conosciuto all'ospedale di Phuket, credo sia importante sentire testimonianze vere da chi vive sul posto.
Vi dico anche che cercherò di "sfruttare" quello che mi è capitato per fare un po' di bene a chi ogni giorno lotta non solo per una casa, ma per un po' d'acqua potabile e il mio pensiero corre soprattutto agli abitanti dello Sri Lanka che avevo avuto modo di conoscere anni fa in un precedente viaggio. Ho atteso i soccorsi per quattordici lunghe ore e in quel breve lasso di tempo avere poca acqua da bere e il rischio di rimanerne sprovvisti mi preoccupava molto. Queste persone il mio timore lo hanno costantemente, ogni singolo giorno ed è terribile. So che siete già stati molto generosi, ma per chi non lo avesse ancora fatto e volesse contribuire, sto raccogliendo fondi da mandare a chi pur non avendo più nulla con noi superstiti è stato molto molto generoso.
Grazie a tutti, è bello potervi riabbracciare!!!
Simona
Simona Landi
Sett. Pianificazione Territoriale e Trasporti
Uff. Supporto alla Direzione
Via Zamboni 13 - 40126 Bologna
tel +39 051 6598018
fax +39 051 6598524
Cara Simona,
qui - fortunatamente - va tutto assai meglio di come appare dai telegiornali italiani. Come sempre accade in occasioni simili, vi sono due realtà: quella dei fatti e quella giornalistica. Le quali si somigliano solo di lontano. Sono quotidianamente informato su toni e contenuti dei notiziari trasmessi da RAI International, che mi lasciano alquanto perplesso. Un nostro amico è incaricato di accompagnare la troupe della RAI in giro per l' isola, in peregrinazioni che se nei primi giorni erano plausibili, ora sono sempre più.....sospette: nel senso che, per quello che c' è di nuovo, potrebbero essersene tornati a casa da un pezzo.
E invece no, stanno lì (strapagati dai contribuenti italiani), a rivoltare notizie già vecchie e ad inventarne di nuove.....che non ci sono, solo perchè Roma ha riscontrato sull' argomento un aumento dell' "audience". Che schifo.
No, Phuket sta bene, è viva e vitale come prima, anche se ha - anche lei - qualche ferita da ricucire. Da più parti ci si augura che questo disastro possa trasformarsi in una occasione per adottare modelli di sviluppo più rispettosi dell' ambiente. E francamente, a questo punto, credo sia l' unica cosa sensata a cui pensare.
Chi ha capito qualcosa, adesso, sta invitando amici e conoscenti che avevano in programma viaggi in Thailandia a confermarli senza timore, anche in questa zona stessa. La rapidità di ripresa di questa gente è impressionante, abbiamo sotto gli occhi esempi che hanno dell' incredibile. Uno dei ristoranti preferiti da me ed Ann e dai nostri amici italiani, sulle rocce di Nay-Harn, era stato completamente spazzato via, non era rimasto in piedi un solo mattone. Bene, dodici giorni dopo siamo tornati a pranzo lì. In dodici giorni è stato completamente ricostruito - e non stiamo parlando di una capannuccia ma di una struttura in muratura di rispettabili dimensioni - più bello di prima, riammobiliato, rimesso in funzione completamente.
In questo momento si trovano prezzi buoni, poco affollamento, spiagge allo stato di 30 anni fa (non so quanto potranno durare...), il tutto in un' atmosfera vagamente "retrò" che ha, credimi, un suo fascino.
Non è, quindi, il momento di fare del terrorismo su Phuket, nè sulla Thailandia in generale. Questo è un Paese con buone risorse e ottima capacità di reazione. Non necessita, fortunatamente, nè di quarantene né di elemosine. Il vero aiuto che gli si può dare, in primo luogo attraverso un'informazione responsabile, è promuovere la pronta ripresa del turismo.
Essendo (non te lo avevo ancor detto) anche corrispondente di un quotidiano ravennate, ho già ampiamente pubblicato considerazioni di questo tenore sullo stesso e su un altro della mia città. Se ti è possibile, ti chiederei di diffondere questa mia lettera attraverso tutti i mezzi che tu possa ritenere idonei, allo scopo di dare un piccolo contributo alla ripresa di questa gente.
Qualche giorno fa, leggendo le osservazioni e le proposte di Stefano Fatarella sulla riforma di eddyburg, avrei voluto ragionare di nuovo intorno alla questione dei rapporti urbanistica / architettura (ne ho scritto o parlato o mostrato la pratica molte volte nel passato in diverse occasioni, ). La mia proposta di inserire la parola architettura non era così “accorata” come scrive Stefano, né soffro, come lui teme, per il troppo rapido rifiuto. Ora mi limito a pregare Edoardo di difendere il cortile da invasioni estranee alla sua “costituzione” o, come gli ho già scritto, barbine. Non rinuncerò a riparlarne. Ho deciso però di rinviare l’argomentazione perché troppo coinvolto mentalmente – come tutti, penso – nei terribili avvenimenti di questo scorcio d’anno; e di proporvi alcune considerazioni in merito a un tema che ho visto scorrere, esplicito o implicito, nei sevizi giornalistici descrittivi di un’apocalisse in continua enorme crescita su se stessa: il tema del rapporto fra l’uomo e la natura.
Prendo spunto da un articolo di Alain De Bottom (la Repubblica, 29.12.04) che ricorda Seneca e la posizione degli stoici di fronte alle catastrofi naturali come i terremoti.
So che lo stoicismo è considerato – da un senso comune privo delle cognizioni indispensabili per comprendere la realtà e le relative interpretazioni – una forma di accettazione, appunto detta “stoica”, di ogni accadimento imprevedibile e incontrollabile. Lo stoico sarebbe per così dire inerte, succube, sopporterebbe ogni dolore. Le cose non stanno così. Lo stoicismo, a mio parere, è una filosofia vitale che definirei della consapevolezza.
L’uomo consapevole sa, deve sapere, soprattutto oggi che è pieno di orgoglio per aver raggiunto grandi successi nel progresso scientifico e tecnologico, di non essere affatto onnipotente, anzi di essere fragile davanti alle manifestazioni violente della natura, più di tutti gli altri animali compresi i mammiferi grandi e piccoli eccetto quelli resi schiavi dall’addomesticamento. Sa, l’uomo moderno, deve sapere che determinate applicazioni tecniche sono loro stesse così violente verso la natura da provocare la sua rivolta: se non è il caso dei terremoti, sono gl’infiniti casi di frane, crolli, alluvioni, tifoni, siccità e quant’altro potremmo elencare a partire dalla prima rivoluzione industriale (tanto per fissare un cippo della storia moderna, considerando deboli, o più deboli, tutte le tecniche precedenti); o, diversamente, da provocare un netto peggioramento del corso vitale nell’indifferenza apparente della natura: inquinamento dell’aria e dell’acqua, avvelenamento superficiale della terra, disintegrazione della coesione del suolo profondo. E, fuori da questo quadro, cosa dire dell’uomo insipiente deciso a rischiare gravissime conseguenze di errori enormi commessi al puro scopo di raccogliere profitto o accumulare patrimoni immobiliari persino illegali? Mi riferisco agli insediamenti in luoghi inadatti, già valutati in tal senso dalla consuetudine ragionevole o dalla legislazione. Circa alcuni insediamenti costieri nei luoghi colpiti dal maremoto qualche perplessità è legittima quando si notano certe modificazioni, attraverso opere antagoniste e invasive, di terre basse lambite dal mare una volta intatte nel loro assetto naturale: come in molte isole e isolette dotate o meno di barriera corallina. Da sempre all’attività, all’operosità dell’uomo è corrisposta una modifica dei paesaggi, da un minimo a un massimo secondo le epoche e i luoghi, secondo il grado di sviluppo delle forze produttive, potrei affermare: ma non basta: occorre distinguere fra necessità vitale della comunità “consapevole” insediata e, al contrario, decisione oligarchica del gruppo dominante “inconsapevole” interessato solo al proprio vantaggio, talvolta consenzienti altrettanto inconsapevoli subalterni. Quanto alle costruzioni in luoghi totalmente inadatti, abusive o, peggio, concesse dall’autorità, nel nostro paese siamo maestri: dalle aree golenali di fiumi e torrenti alle pendici instabili di colline e montagne, ai versanti alpestri esposti alle valanghe, ai suoli urbani a rischio di sprofondamento: c’è una ricca antologia inserita nella ben più corposa antologia della “distruzione della natura in Italia” (tutti voi conoscete il libro di Antonio Cederna, scritto trent’anni fa!). Eppure, si potrà obiettare, gli uomini sono andati a insediarsi dappertutto, anche in territori di difficile e pericoloso accesso. È vero, nel passato: quando piccoli gruppi o addirittura singole famiglie allargate andavano alla disperata ricerca di un minimo di risorse per sopravvivere; oppure quando corpose popolazioni già a un buon livello di organizzazione sociale sapevano valutare un rischio anche grave in rapporto a un beneficio risolutivo dei loro bisogni. A esempio della prima condizione posso nominare i piccoli, sparsi nuclei di uomini e animali in valli alpine isolate e su scoscendimenti impossibili; della seconda, visti anche certi richiami notati sulla stampa in questi giorni, posso prendere la piana vesuviana (non le pendici del monte!) tanto fertile e generosa di prodotti agricoli da rendere trascurabile il timore delle eruzioni. (L’esclamativo inerente alle pendici del Vesuvio me lo sono concesso allo scopo di poter dichiarare l’assurdità, direi la sorprendente balordaggine dell’idea bassoliniana: evacuare dalle dette pendici 500.000 abitanti a causa della cosiddetta priorità della sicurezza, uno dei tanti modi di essere più realisti del re divenuti una moda nel paese. La proliferazione delle costruzioni lì appartiene a uno degli episodi più funesti della storia nazionale e partenopea dell’espansione edilizia urbana. Ma questa non è una buona ragione per aggiungere violenza a violenza.
Rapporto fra l’uomo e la natura: binomio oggi riscoperto da tutti in un senso dimenticato, quello del “rispetto” dovuto dal primo verso la seconda, che diventerebbe immediatamente “dovere di difendere l’ambiente”, un sentimento e una pratica poco coltivati in Italia (virgolette legittime giacché quasi letterale citazione dal discorso di fine d’anno del presidente Ciampi, davvero consolante per tutti noi difensori per lo più sconfitti). Cerchiamo il significato più profondo. Ritorniamo agli stoici, alla loro saggezza. Non succube accettazione, inerzia di fronte a ogni manifestazione della natura, ma consapevolezza, ho scritto. Cerco però di precisare la definizione: per gli stoici occorrerebbe trovare la miglior forma possibile di adeguamento alla natura, vale a dire rifiutare la pesantezza d’azione e praticare la sostenibilissima leggerezza dell’essere e del fare (del resto, quale personaggio più “leggero” di Seneca nella storia dell’uomo tout court, non solo della filosofia?). Ma l’affascinante uomo stoico non poteva trovare il centro di una questione che potrà essere trovato solo dal pensiero scientifico rivoluzionario. Né avrebbe potuto trovarlo il pensiero cattolico che, nella lunga gestazione dei difficoltosi tentativi di rinnovamento, non ha mai superato il limite originario riguardo alla divisione irriducibile fra uomo e animali, fra uomo e natura.
… e vennero Darwin e Marx-Engels primevi a offrirci le chiavi per chiudere la porta all’ideologia deterministica e meccanicistica, aprire quella della “dialettica senza dogma” (Robert Havemann) e, dunque, darci la possibilità di porci in modo completamente nuovo davanti alla storia del mondo.
Riduco il ragionamento all’osso: ci sono due storie, la storia naturale e la storia sociale. L’uomo appartiene a entrambe ma tende a dimenticare la propria naturalità (animalità, si vorrebbe dire darwinianamente; materialità, marx-engelsianamente) quando e quanto più crede di poter trasformare la natura a proprio piacimento, di poterla dominare. La latente perenne schizofrenia fra lo stato di homo biologicus e quello di homo faber precipita così in un inesorabile sbilanciamento verso uno stato prometeico, prossimo alla deificazione, cioè il peggior grado dell’ideologismo: che niente può condividere con la “naturale” laboriosità del faber, cara al materialismo dialettico antidogmatico.
Ritorno nel cortile dopo molto tempo quasi tutto impiegato nel Ssn.
L'editoriale 61 del 22.12 è totalmente condivisibile, è ovvio dirlo. Quanto abbiamo già scritto contro l'"orrida legge in corso di discussione"? e contro il nuovo Inu? L'esclusione dal testo di qualsiasi riferimento all'ambiente, al paesaggio, alla loro tutela, ecc. ecc. mi sembra logica visto l'andazzo della nuova banda inuista e quello nel governo, nei ministeri interessati, e anche, ne sono convinto da tempo, nella maggioranza della popolazione, una forte maggioranza. Della parola "sviluppo", da te giustamente collocata nell'incultura governativa e urbanistica, sono stato nemico fin dagli anni Cinquanta-Sessanta. Nell'insegnamento, ai miei studenti era vietato usarla nel senso purtroppo ancor oggi gradito anche a urbanisti non collusi con la nuova gestione. Una brutta abitudine, viva anche nei tempi migliori di "Urbanistica".
Intanto non si fermano le violazioni paesaggistiche, benché una piccola consolazione possa venirci dalla nuova sentenza del TAR circa Baia Sistiana, per me una delle prime occasioni, insieme a quella relativa a Venezia, di intervento in eddyburg e di dialogare, oltre che con te, Eddy, con altri frequentatori del cortile, Dusana Valecich per esempio. Ma, come scrive il WWF, il posto è stato intaccato dai lavori iniziali e non abbiamo certezza circa la conclusione davvero... conclusiva della vicenda. E del male già fatto, come si potrà rimediare?
Due cosette, forse mica tanto -ette, rilevo in questi giorni.
La prima: l'Assemblea regionale siciliana (invito qui a rileggere il mio pezzo sui poteri locali, 15 settembre 2004) ha varato una normativa che punisce le sovrintendenze con il silenzio di 120 giorni uguale ad assenso per opere da realizzare in zone soggette a vincolo paesistico o inerenti a immobili di interesse storico-artistico (Ved. una lettera in "Repubblica" del 23.12, p. 19).
La seconda: in Liguria che, dobbiamo dircelo a fronte delle pur giuste prediche nordiste al Sud abusivista e massacratore del territorio, è la regione primatista, per data d'inizio e per quantità proporzionale, della cementificazione costiera eccetto l'estremo lembo sud-orientale prima di La Spezia, "è successo qualcosa" (Joseph Heller, 1974) di molto grave proprio qui: addirittura alle Cinque Terre - patrimonio dell'umanità, in pieno Parco nazionale:
- nei giorni scorsi agenti del Corpo forestale dello stato hanno scoperto tre abusi edilizi nei comuni di Vernazza e di Riomaggiore(bravi i forestali a notare costruzioni inesistenti nelle foto aeree di qualche anno fa) e hanno denunciato tre persone;
- verso la fine di novembre i carabinieri di Monterosso avevano individuato diciannove costruzioni fuorilegge e denunciato tredici persone. Cito da "Il Secolo XIX", p. 23: "...per lo più manufatti abusivi spacciati per pollai o rimesse per attrezzi che potevano però essere comodamente ampliati fino a diventare villette e già predisposti per ospitare persone". In questo caso, oltre alle vecchie foto aeree per il rilievo fotogrammetrico hanno testimoniato le attuali fotografie scattate da un elicottero.
Qualche tempo fa dovendo escogitare un nome per il rinnovato sito, la scelta cadde su Eddyburg per i motivi vari, già in parte esposti nelle presentazioni. Ma come accade (soprattutto ai grandi studiosi) dopo sofferte pensate, alla fine una amara constatazione: “scoperta” si, ma scoperta dell’acqua calda.
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Eddyburg c’era già, molto più pesante (peso fisico, mica culturale!) di tutti i testi e le immagini che si potranno mai mettere su un server, e portava addirittura al Grande Cocomero in persona. Eddyburg era una strada di campagna.
Per trovarla bisogna andare al centro dello stato dell’Ohio, Midwest USA, dove ai margini orientali dell’area metropolitana di Columbus c’è la Licking County. Centocinquantamila abitanti in tutto, con un reddito pro capite di circa ventisettemila dollari l’anno, un tasso di povertà del 7,5% (inferiore a quello medio statale), e un’economia soprattutto industriale. Ma anche l’agricoltura non va malaccio, con 1300 aziende che coprono complessivamente poco meno di centomila ettari.
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La sede del capoluogo di contea della Licking, è Newark, un centro di circa cinquantamila abitanti con una florida economia, che offre lavoro alla gran parte dei residenti, esclusi quelli che fanno i pendolari verso la metropoli di Columbus. Vanto e orgoglio di Newark, ospitare la sede centrale della Longaberger Company, leader nazionale e noto a livello mondiale per la produzione di canestri intrecciati a mano, presumibilmente gli stessi che poi saranno riempiti di sandwiches e rubati da Yogi e Boo-Boo. La Longaberger dà lavoro a settemila dipendenti, e la sua rete di vendita che emana da qui comprende più di 70.000 persone. Leggendaria la sede centrale, qui a Newark: un palazzo per uffici modellato sulla forma del prodotto principale: un canestro intrecciato appunto.
Uscendo dalla città di Newark sul lato orientale, ovvero dall’altra parte se si arriva dalla direzione di Columbus, si imbocca il tratto urbano della State Route 79, che cinque o sei chilometri più a nord si dirama a destra (finalmente) nella Eddyburg Road, che serpeggia per parecchio nelle Foothills svolgendo il suo ruolo di township highway 298, fino a terminare molto più a est all’incrocio con la sua omologa 250.
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E di massimo rilievo, due o tre chilometri dopo la diramazione a est dalla State Route 79, la Foothills Farm, specializzata nella produzione di zucche ornamentali (quelle che si fanno seccare, si decorano, si usano come contenitori) e nella loro commercializzazione su internet. Ci sono serre, campi, vivai, e un posto chiamato “valle delle zucche”. Chissà che da qualche parte non ci cresca anche il Grande Cocomero, qui in fondo alla Eddyburg Road.
Nota: per chi non potesse fare a meno di una zucca secca ornamentale, il sito della Foothills Farm