FGirardi Il dibattito continua
Un intervento sulle questioni sollevate in Eddyburg, a proposito di consumo e città, pervenuto l’11 magio 2005
Caro Eddyburg, il dibattito sui temi urbanistici continua, anche se non nella forma razionale, ordinata e costruttiva, come forse ci piacerebbe. Eddy Salzano lo alimenta con un suo intervento al Seminario “I protagonisti del consumo e le trasformazioni del territorio…” / Sassari 19.04.05. Il tema del Seminario induce Eddy a ragionare su due argomenti (percorsi o echi, come lui dice). Il primo considera il rapporto, in genere, tra città e consumo (una categoria, come si sa, fondamentale della scienza e della vita economica); il secondo riguarda, più particolarmente, il rapporto tra la città odierna, che ha preso la forma di territorio urbanizzato, e il mercato ( altra fondamentale categoria economica, oggi fin troppo enfatizzata e pervasiva).
L’intervento, pubblicato in Eddyburg 20.04, mi suggerisce, a mia volta, alcune considerazioni, che espongo nello spazio di una breve nota.
Quanto al primo argomento si deve riconoscere che il consumo, specialmente nella forma di “consumo comune”, è un fattore necessario della città, al pari delle altre “funzioni urbane” citate nell’intervento. Non penso, però, che sia fattore sufficiente e originario, e che vadano prese le dovute distanze dalla nota tesi della americana Jane Jacobs, la quale vedeva nello scambio economico (di cui il consumo è parte costitutiva) la ragione prima e fondante della città: tesi che, a mio giudizio, è da confutare, perchè la città, fin nella sua origine, è fenomeno più profondo e complesso, anche dal solo punto di vista economico. Ma, dalla tesi della signora americana si può trarre un utile suggerimento. Il suo libro. per sua stessa ammissione, voleva essere una accusa contro i planners e la pianificazione urbanistica del suo paese e del suo tempo, e una difesa della spontaneità e complessità della città. Il suggerimento è che, oggi, mentre l’urbanistica è fatta segno di accuse ben più pesanti e pressanti, la lettura critica di quel libro può giovare ancora agli urbanisti del nostro tempo e del nostro paese, per riconoscere gli errori, ma anche le molte ragioni del loro mestiere
Una mia seconda considerazione, che metto in forma interrogativa, riguarda un problema, forse non irrilevante, di storiografia urbanistica. Mi domando se lo svilimento della “piazza” da luogo privilegiato del “consumo comune” e delle altre funzioni urbane, a mero spazio di traffico non sia il segno di una mutazione più generale e radicale, che si verifica con il nascere della città moderna borghese. Nella città antica (come insegna H. Arendt) la vita pubblica della polis tiene un ruolo primario accanto a quella privata dell’oikos; lo spazio pubblico (agorà, foro) giuoca un ruolo compositivo determinante nel configurare la struttura urbana. Nella città moderna prevale la vita privata, e lo spazio pubblico (essenzialmente stradale) si riduce a un ruolo meramente accessorio e funzionale di quello privato. Il quesito, forse, non è irrilevante quando sai parla e ci si interroga di una possibile prossima città postindustriale.
uanto al secondom argomntoQuanto al secondo argomento (la città-territorio, le risorse e il paesaggio) penso che una condizione concettuale radicale, per invertire e superare il consumo indefinito della risorsa territoriale, e del paesaggio che la esprime, sia quella di considerare il territorio, e in genere le cose del mondo che ne fanno parte, non come “risorse” da consumare in maniera più o meno selvaggia , o civile e oculata, ma di pensarli invece come “soggetti”, con una loro dignità e ragione d’essere simile, se non proprio pari all’uomo. In sostanza si tratterebbe di passare dal concetto di sfruttamento a quello di convivenza, e da un atteggiamento di dominio a un sentimento di amore. La lezione viene da San Francesco, ed è forse di tono un poco rivoluzionario. Ne ho scritto e mi permetto di rinviare al numero zero, genn.-marzo 2004 di “Relazioni solidali”, rivista del terzo settore.
“Sinistra radicale”… Discutiamo. Riproponendo il caso delle elezioni comunali a Venezia Edoardo Salzano (Eddytoriale 70 del 24 aprile) ritiene che “nella baruffa quella sinistra si è spaccata nelle due entità antagoniste, tra le quali la destra ha avuto buon gioco a scegliere quella a sé più vicina”. Non c’è, qui, una contraddizione, un’aporia? La parte della sinistra che si è riconosciuta in Cacciari certo non era essa a poter provenire da un fronte “radicale”, giacché solitamente attribuiamo tale qualifica a chi rappresenterebbe un’alternativa vera, nel pensiero e nell’azione, non solo alla destra “sporca” o “pulita” che sia, ma anche al moderatismo centrista suo fratello. Non una complessiva sinistra radicale si è divisa a Venezia, a meno di identificarla (insiemea Rifondazione e altri) con l’intero Partito dei democratici di sinistra: è infatti quest’ultimo che si è spezzato secondo le proprie differenze che vanno dal moderatismo ultra (di un Morando, per esempio) al radicalismo (di un Folena, p.es., che guarda caso è emigrato nel Prc). La preoccupante questione centrale di oggi e di domani è: cosa rappresenta, come si muoverà il Pds? Non possiamo ignorare che sarà il suo peso nell’Ulivo e poi nell’Unione (la quale il suo pezzetto di radicalismo costituito dal Prc e dai Verdi dovrebbe in ogni modo conservarlo, a meno di sorprese trasformistiche) a decidere nel confronto con la Margherita e con qualsivoglia modello centrista – o peggiore – esista nell’alleanza degli oppositori alla Cdl. I democratici di sinistra, dal momento che si sono identificati in fortissima maggioranza con la linea di Fassino (non dimenticabile detrattore di Enrico Berlinguer), hanno ripudiato definitivamente quei connotati storici che, preservati, avrebbero potuto garantire alla società la tutela e il rilancio di quegli “interessi generali” che, una volta, solo la classe operaia, appunto quale classe generale, e il suo mentore Partito comunista speravamo sapessero individuare pur fra mille difficoltà e volgere a nuovi obiettivi concreti, non ideologici: vale a dire alla fine più avanzati nell’andirivieni della storia. Questo fu per così dire necessario a causa della mancanza di una borghesia produttrice erede dell’illuminismo (mai esistito veramente in Italia), capace lei di costituirsi come classe generale.
Parliamo di cultura: quale cultura di riferimento possiede oggi e indica agli altri il Pds? Come potrà misurarsi con la cultura, presente nell’Ulivo-Unione, della corsa al centro, priva di basi storiche se non, per una parte, un vago cattolicesimo sociale? Quale sarà l’influenza di una sinistra effettiva (Pdc) non più riconoscibile in un grande e grosso partito, una sinistra partitica abbastanza debole che deve usurarsi nel difendere posizioni anziché muovere all’assalto? Quale la capacità e volontà dei Movimenti di configurarsi loro come una sinistra nuova – pressoché priva della classe operaia – essendo mescolanza di ceti non propriamente dotati di cultura storica e tenuti insieme dal un sentimento di contrasto a un governo mai visto nell’Italia democratica tanto è indecente? Queste le domande che mi pongo davanti al tema forte dell’Eddytoriale 70, ambiente, crescita, patrimonio di beni italiani… Quanto più allarghiamo l’orizzonte e ragioniamo secondo una visione planetaria, tanto più verifichiamo l’inadeguatezza culturale delle forze politiche menzionate. Il marxismo è innominabile per la stragrande maggioranza degli attori del centrosinistra. Eppure certo studio marx-engelsiano e di conseguenza certa forma mentis avrebbero aiutato a capire, avrebbero forse impedito l’impressionante disimpegno di fronte al problema del rapporto fra l’uomo e la natura (solo lo Tsunami, ho già commentato, ne ha provocato una superficiale, giornalistica riesumazione). Il mondo va in rovina, e i nostri amici politici supposti alternativi non sono riusciti a liberarsi e a liberare gli sprovveduti dai vincoli nominalistici rappresentati dai nauseanti “sviluppo”, “crescita”, “sviluppo sostenibile”, ormai privi di senso umano e, al contrario, pregni degli effetti e dei programmi dell’incontentabile e incontenibile whirl-capitalism. Noi, specie umana, apparteniamo non solo a una nostra speciale storia ma a due storie, la storia naturale e la storia sociale. La piena coscienza “politica” di tale appartenenza, libera dal radicalismo separatore cattolico, avrebbe potuto produrre una diversa acculturazione di massa capace di comprendere l’enorme inganno costituito dallo squilibrio mondiale e locale (fra uomo e natura e nell’umanità) progettato dalle classi e dagli stati dominanti, e dall’enorme loro vantaggio prodotto da un sottosviluppo preservato in quanto funzionale anzi necessario alla veloce accumulazione del capitale. Non diversamente è capitato, se non per riguardo alla scala, nel nostro paese circa la distruzione della natura, del paesaggio, insomma del famoso patrimonio di beni. Come non hanno capito, i nostri, che la costruzione, la trasformazione e la manutenzione del paesaggio (del territorio) è intimamente collegata ai rapporti sociali? Le analisi notissime del marxista e comunista Emilio Sereni: le conoscono? Sì? E allora perché non ne hanno fatto tesoro? Sono analisi vecchie? Ma quali, allora, le nuove loro culture? Che, abbiamo imparato dolorosamente a verificarle nei fatti, mai impiegano parole e concetti quali natura, paesaggio, territorio, urbanistica… nella contesa con la destra principale distruttrice dell’ambiente nazionale.
Se, come scrive Edoardo, la sinistra deve trovare oggi il suo ruolo storico disvelando la contraddizione della ‘civiltà’ attuale (mio il virgolettato) “che ha la sua radice in una concezione oggi rivelatasi errata e mortifera dello sviluppo”, ebbene: vuol dire che il ritardo è spaventoso e che le “battaglie per la difesa di quanto resta [assai poco] del patrimonio accumulato da secoli” saranno ancor più difficili delle precedenti perché estreme. In ogni modo siamo qui per combatterle, coi nostri poveri mezzi.
Milano, 2 maggio 2005
In Eddyburg non è molto frequente il commento diretto di qualcuno a un articolo, una lettera di qualcun altro. Ebbene, sento di doverlo fare, benché in ritardo a causa di una lettura ritardata, in merito al pezzo di Carla Ravaioli Il turismo inquinante. Coraggiosa davvero ad affrontare un tabù, a rompere un idolo, a rischiare pesanti critiche da sinistra: quella sinistra che per parte sua non ha mosso un dito almeno per definire una propria visione del problema e separarla da quella dominante, dei governi succedutisi in mezzo secolo e delle stesse popolazioni. Ugualmente alla mancata costruzione di una politica a scala nazionale in materia di città e territorio, urbanistica e pianificazione. Si dirà che in questo secondo caso la differenza dai poteri vincenti si è affermata a livello locale; è vero in una certa misura e fino a un certo momento, non per l’oggi, quando tutto e dappertutto tende a omologarsi, a tenersi insieme, mentre una legge urbanistica nazionale ultra-liberista sta per essere varata consenziente o dissenziente ma disattenta e silenziosa l’opposizione. Nel campo del turismo le amministrazioni locali coi loro amministrati non sono le meno responsabili del disastro denunciato. Ma città e territorio sono la ragione stessa del turismo come descritto da Carla Ravaioli. Comuni e Regioni hanno permesso e/o provocato il dissesto del territorio nel sanguinoso sacrificio verso il dio che ridistribuisce il dono. Basta consultare Eddyburg per conoscere una mucchio di casi, raccontati da alcuni di noi e da giornalisti esterni, che confermano tale verità. Nel sito ho ripetuto ad arte: del Bel Paese d’antan, oggi Malpaese (Giovanni Valentini), resta non più del 15 % t.c. (tout compris, Messieurs et Mesdames!). Quanto è “colpa” diretta del turismo, oltre che della speculazione immobiliare destinata anche ad altro, e delle infrastrutture? In verità la domanda non ammetterebbe risposta giacché tutta la materia “inquinante” proveniente da diverse fonti si è aggregata in un unico magma lavico che ha invaso lo spazio nazionale e lo ha pervaso nei minimi anfratti. Si pensi, per esempio, all’edilizia: il settore delle seconde e terze e quarte case è diventato da almeno due decenni il più redditizio, prezzi che nelle grandi città possono essere raggiunti solo nelle ridotte aree centrali di massimo pregio (prima dagli uffici, ora dalle residenze di lusso).
Il vecchio slogan che poteva essere considerato di sinistra, turismo sociale, si è dovuto ben presto ritrarre, o si è ripiegato in una mistificazione. Ricordo, a quest’ultimo proposito, gli anni del mito bolognese ed emiliano-romagnolo: si voleva dipingere la costa romagnola come luogo di turismo sociale, ingannati dai prezzi relativamente bassi e da certe capacità organizzative di un’imprenditoria piccola e media. Si doveva dimenticare che, se questo era vero, lo era anche l’enorme quantità di costruzioni susseguentisi per chilometri e chilometri lungo il litorale a designare una “compromissione urbanistico-edilizia” (secondo il linguaggio di allora) che avremmo dovuto considerare all’incontrario, ossia remora alla riforma territoriale che rendesse possibile la riforma sociale del turismo. E non si doveva nominare un mercato del lavoro solo apparentemente separato dalle politiche urbanistiche: 30-40.000 lavoratori stagionali del settore turistico-alberghiero, per lo più immigrati da Puglie, Abruzzo…, sottoposti a rapporti di lavoro e condizioni di vita miserevoli e talvolta degradanti.
Coraggiosa Ravaioli…
Le città violate… Se penso a Venezia mi sento male. Ma i veneziani della città storica o abitanti altrove ma tenutari di commerci o di case lì, sono felici di poter saccheggiare i 12 milioni di visitatori annui o gli ospiti acquirenti. Infatti hanno votato “bene”. Veniamo tacitati e giudicati elitari se dichiariamo disappunto e pena per la visione di quei gruppi che percorrono affastellati gli itinerari commerciali stranoti e bruttati. È proprio impossibile, da nessuna parte del mondo, praticare un po’ di educazione culturale e artistica? La Grand Galerie del Louvre, il potente corridoio dedicato tra l’altro all’aurea pittura italiana, il lunghissimo spazio che precipita nella sala dominata dalla Gioconda, guarda attonito il corteo dei visitatori, moltissimi sempre gli italiani, andare e andare e andare senza sosta, senza accorgersi di emozionanti capolavori, per incocciare laggiù la muraglia umana davanti alla Gioconda. Chi se ne frega della Vergine delle rocce o di Sant’Anna con la Vergine, ilBambino e l’agnello, è Monna Lisa che debbo riuscire a fotografare sollevando la macchinetta al di sopra di trecento teste!
La mobilità turistica… È l’intero sistema di trasporto a volgersi contro, ai turisti e a tutti, invece che favorire la libertà di moto; a “inquinare” non solo letteralmente ma socialmente, poiché favorendo l’interesse individuale contribuisce a svendere il patrimonio di valori comuni. La penalizzazione del trasporto pubblico, nelle città e nell’intero sistema nazionale delle infrastrutture e dei mezzi, è giunta a tal punto da essere irreversibile. Non saranno un’“alta velocità” (peraltro solo “alta capacità”) pagata con l’indecente trascuratezza della rete normale, né poche linee di tardive e costosissime metropolitane in tre o quattro città già ricoperte di automobili e gas e polveri mortali, a introdurre un qualche buon germe di socialità in un turismo spezzato consumistico e, se è per questo, nelle vite dei cittadini.
Viaggi di gruppo organizzati… Molti per mete lontanissime, accettate come si accetta un pasticcino a un tè. È incredibile eppur vero: sappiamo di coppie giovani, del tutto disinteressate a godersi risorse ravvicinate ancora pronte a offrire piacere e insegnamento: eccole in viaggio di nozze, balzano per aereo nei luoghi una volta più strani ora designati da un sistema globale che inserisce il nuovo tipo di turismo nel commercio delle persone come merci, visitano non visitano, si divertono non si divertono, fotografano. Abitano nell’hinterland milanese e non hanno mai visto Sant’Ambrogio, abitano nei dintorni di Roma e non conoscono il Pantheon.
Che fare? domanda Carla Ravaioli. Per oggi le sue risposte, no imporre la categoria della quantità, no puntare sull’aumento del turismo per la ripresa economica, no affermare che il turismo non inquina, sono le negazioni necessarie poiché rappresentano la base di una politica generale completamente diversa da quella vincente finora. Chi l’attuerà? Prodi Fassino Rutelli Bertinotti? Facciamo tanti auguri a noi stessi.
NOTA
«gre gre di ranelle»: Giovanni Pascoli, La mia sera nei «Canti di Castelvecchio»
Con la mia comunicazione 11.04.05. sollecitavo il dibattito dottrinale come strategia per contestare e contrastare la legge Lupi, e in genere l’offensiva in atto da tempo contro l’urbanistica. Leggo ora il tuo commento, e penso che tu hai buone ragioni per dubitare della effettiva possibilità di un dibattito razionale, ordinato, costruttivo, per mancanza, se non altro, della necessaria forza organizzativa. Però hai ragione anche quando dici che “tuttavia il dibattito c’è”. Ne dà prova Vezio De Lucia, il quale ritorna sul tema del rapporto urbanistica/tutela e denuncia la “separazione dannosa” tra questi termini (le due colonne che dovrebbero reggere il governo del territorio) e con molta obbiettività ne riconosce le cause da parte sia della stessa tutela, ossia le associazioni ambientaliste ( con esclusione di Italia Nostra) attente più agli effetti che alle cause, sia da parte dell’urbanistica che, rinunciando alla tutela, avrebbe spianato la strada alla legge Lupi. Mi sembra che quest’ultima considerazione offra a noi urbanisti un ottimo tema di dibattito e approfondimento dottrinale
Una prima causa è denunciata dallo stesso Vezio , quando dice che l’urbanistica, più o meno consapevolmente pensa di doversi occupare solo di cemento e asfalto, (e direi che questa è una concezione restrittivamente e banalmente edilizia dell’urbanistica, originata e spiegabile col fatto che il suo esercizio è prevalentemente nelle mani degli architetti e ingegneri). Ma se approfondiamo un poco l’analisi (e magari ne facciamo materia di dibattito tra noi) potremo scoprire che una seconda e più radicale causa (probabilmente della medesima origine professionale) sta specifica nella concezione della pianificazione urbanistica come attività essenzialmente di progetto (non importa se di cemento o di verde). Ora, va invece riconosciuto che quello del progetto è sicuramente un momento della pianificazione, ma che altrettanto lo è quello dell’analisi, ossia della conoscenza della realtà sulla quale si va ad operare, che è una realtà data e condizionata, non inventata più o meno liberamente. Il che è tanto più vero, quando ci si prefiggere, come ora, più il recupero dell’esistente che la creazione del nuovo. In definitiva bisogna ammettere (e mettere in pratica) che analisi e progetto sono due momenti ambedue necessari e costitutivi della pianificazione, e si implicano reciprocamente. Detto tra parentesi, mi sembra che questo sia il senso più pregnante del concetto di pianificazione continua, come di una successione di momenti analitici e progettuali alternati
Ammessa questa concezione della pianificazione urbanistica, è facile e naturale riconoscere la tutela quale sbocco immediato dell’analisi, così come la trasformazione lo è del progetto. E si capisce anche la distinzione, proposta a suo tempo, tra vincoli ricognitivi e vincoli funzionali in materia urbanistica. Quando sono chiari i concetti, tutto si tiene meglio. La tutela mon è solo e non tanto una possibilità e opportunità della pianificazione; ma ne è un elemento naturale e necessario: non le si aggiunge semplicemente, ma interferisce con essa, sia pure in misura variabile, secondo il contesto ambientale. Questo dovrebbero sapere coloro che fanno le leggi (e chi ne è garante) nel nostro Paese, ricchissimo di valori da tutelare. Penso anche che agli urbanisti spetti di approfondire e chiarire sempre meglio cose di questo genere.
Sostenere la domanda? O non piuttosto potenziare l'offerta? Ma come dimenticare i Grundrisse e il nesso inscindibile che connette l'una all'altra? Solo per ragioni di spazio mi permetto di sunteggiare così brutalmente il dibattito partito da «Un povero paese» di Galapagos, e da Roberta Carlini rilanciato come «Punto di domanda». D'altronde non intendo intervenire sull'oggetto della disputa, ma credo utile soffermarmi un attimo sul panorama che la contiene. Un panorama che da anni, a detta di un buon numero di esperti del calibro di Gorz, Chomsky, Severino, Wallerstein, Bello, Passet, Gallino, Stiglitz, Deaglio (solo per nominarli alcuni), è soggetto a traumi e mutamenti che ne rendono impossibile la lettura mediante i criteri e le grammatiche consueti, e insieme autorizzano a parlare di meccanismi di accumulazione inceppati, di dinamiche capitalistiche in panne, insomma di crisi strutturale dell'economia-mondo. E da qui si affaccia un bel po' di «punti di domanda». Tutti gli autori citati sopra si interrogano sul futuro. Ma le loro ipotesi non si concentrano sul come riparare il «giocattolo rotto» (Deaglio) e rimettere in moto la macchina. Tutti puntano invece su come muovere dalla situazione attuale per (tentare di) cambiare le cose, convinti come sono che esiste «un disperato bisogno di esplorare possibilità alternative» (Wallerstein), che un mondo diverso «può definirsi solo in opposizione al capitalismo» (Gorz), e che proprio la crisi va colta come «opportunità per la trasformazione del regime economico attuale» (Bello). Nessuno di loro ha una ricetta pronta, anche se Walden Bello, nel suo Deglobalizzazione (Baldini Castolidi Dalai 2004) traccia un abbozzo non generico di «una nuova economia mondiale». Ma ciò che più interessa è il comune punto di partenza, così diverso dall'impianto del dibattito più diffuso, anche a sinistra, che nel riparare «Il giocattolo rotto» sembra invece trovare il suo principale obiettivo.
Quando si dice che l'Italia, o qualsiasi altro paese, è «indietro» in questo o quel settore, quale «avanti» si auspica? E qual è il termine di paragone della lamentata scarsa competitività, insufficiente crescita, debole domanda, ecc.? Non è al modello neoliberistico che si guarda, non è ai suoi parametri e alle sue regole che si sprona il mondo produttivo ad adeguarsi al meglio? E non è questo un modo più o meno esplicito di legittimare il sistema neoliberistico (capitalistico cioè) e direttamente o indirettamente rafforzarlo? Quel sistema che le sinistre - o quanto meno una parte non piccola di esse - sacrosantamente accusano di perseguire disuguaglianza e esclusione come normali mezzi di politica economica; e di avere ridotto il lavoro a una variabile su cui scaricare tutti i costi che il mercato non sopporta; e di usare la guerra come strumento organico alla propria strategia di potere e alla stessa produzione di ricchezza; e (ma di questo non sempre, anzi raramente, ci si ricorda) di rapinare e sconvolgere a fini produttivistici l'ambiente naturale.
Ed è qui soprattutto che si affollano i punti di domanda. Certo, quando si discute di come superare il declino industriale italiano, è di disoccupazione che ci si preoccupa, di aumento dei poveri, di impoverimento dei ceti medi, cose da sempre iscritte nell'agenda delle sinistre. Ma la risposta a questi problemi può oggi essere quella di sempre? Di quando cioè il benessere dei lavoratori era funzionale all'accumulazione capitalistica, e questo dava spazio a battaglie spesso vincenti? Si può pensare alla ripresa come garanzia di più occupazione salari servizi, ecc. all'interno di un modello economico che, nella crescente scarsità di spazi utili alla valorizzazione dei capitali (Wallerstein, Gorz, Bello), solo puntando al massimo proprio su precarietà, attacco al salario, taglio dei servizi, riesce ad assicurarsi qualche aumento del Pil? In quanto appena detto non c'è ombra di idea propositiva, si obietterà. Vero. Ma sono convinta che per avanzare proposte utili occorra porsi tutte le domande oggi presenti nella nostra realtà, e guardare in faccia i problemi che esprimono. Tutti. Distinguere tra problemi urgenti e problemi di lungo termine, occupandosi nell'immediato dei primi e rinviando i secondi, è vecchia regola «di concretezza» osservata dalle sinistre. Ma serve ancora questa distinzione? O meglio, esiste ancora?
Che cosa succede nell’insegnamento universitario. Al Politecnico di Milano, particolare Facoltà di architettura civile di Milano Bovisa.
Ormai acquisito il discutibile schema 3 + 2, laurea breve e laurea specialistica, il problema più grave di oggi è la consistenza e la qualità del corpo insegnante. Voglio dire che mentre stiamo contestando il disegno Moratti teso a spezzare definitivamente il legame fra docenti e scuola, ad abolire l’incompatibilità fra professione privata o vs privati e impegno istituzionale, inoltre a ricattare gl’insegnanti circa la stabilità del posto di ruolo, sta funzionando da qualche anno ed è in corso di definitiva stabilizzazione un sistema locale dequalificato, perfino oltranzista in confronto all’ipotesi morattiana: la quale non doveva sorprendere giacché privatizzazione e liberismo nell’università rappresentano lo stesso ribaltone applicato o applicabile nei musei, nei maggiori teatri, nelle grandi stazioni ferroviarie, nelle infrastrutture di ogni tipo, e ancora, nel territorio, nella casa, nel mercato del lavoro. Si vuole svellere l’università, e il resto, dai cardini così come si vuole scardinare la Costituzione.
Il modello locale del Politecnico milanese ha anticipato e giustificato la riforma. È difficile dire come e quando, esattamente, abbia cominciato a prender forma e si sia poi irrigidito in una struttura che sarà impossibile demolire e ricostruire. È certo che il penultimo rettore del Politecnico e l’entourage dei professori più potenti fossero fautori della soluzione più facile di fronte alla scarsità di professori e ricercatori causata, per un lato, dall’”opportuno” sostanziale blocco dei concorsi, per un altro dalle norme europee relative al rapporto studenti/docenti, specificamente nelle facoltà di architettura e, qui, nei laboratori di progettazione. Pensarono: se mancano professori (veri e propri, aggiungo) prendiamo persone dall’esterno, dal mondo professionale e incarichiamole di insegnamento mediante contratti annuali di diritto privato; inoltre utilizziamo allo stesso modo quei disperati collaboratori volontari interni che stanno invecchiando senza speranza in un futuro migliore; comunque è bene che il personale di ruolo non superi la metà dell’intero organico (proprio in questo senso si esprimerà poi la Moratti); il vuoto sarà riempito da quegl’altri.
Non c’è nessun ostacolo legale a che i contratti di diritto privato per incarichi su discipline come quelle presenti al Politecnico a Ingegneria e ad Architettura – la dizione legale esatta: “settore scientifico disciplinare dell’insegnamento” – possano proliferare senza limiti. Sostenevano, i riformatori/demolitori: imitiamo gli Stati Uniti, dove le università migliori si contendono i cervelli acquistandoli, appunto, attraverso contratti. Sapevano benissimo che il paragone e l’ipotesi erano ridicoli. Là, negli istituti maggiori (privati), la contesa avviene attorno a remunerazioni da capogiro, per noi. Qua le cifre sono da miseria, di che cavolo di contesa potevano parlare?
Osservo meravigliato la facoltà che ho contribuito a fondare, leggo un elenco relativo all’anno accademico 2004/05:
professori ordinari 23
professori straordinari 6
professori associati 25
totale insegnanti veri e propri 54
professori fuori ruolo 4
ricercatori 33
totale insegnanti istituzionali (ammesso che i fuori ruolo e tutti i ricercatori siano titolari) 91.
Proseguo:
professori incaricati con il contratto di diritto privato168
insegnanti istituzionali 91
totale insegnanti 259
Così i contrattisti rappresentano il 65 % del corpo docente: un successo come privatizzazione edequalificazione della scuola; un successo come insignificanza del ruolo effettivo di professore.
Quanto vengono pagati? Approssimativamente secondo le ore assegnate, da un minimo di 900 a un massimo di circa 5.400 euro netti per i responsabili/direttori dei laboratori di progettazione, il cui peso didattico è ben conosciuto. Tale rimunerazione del lavoro va interpretata insieme al senso a al valore che assume il titolo di “professore a contratto”.
Per i giovani e meno giovani che non posseggono uno studio professionale o che, in ogni caso, non possono essere considerati dei professionisti, e che da un certo tempo svolgono compiti didattici in maniera per lo più, ma non sempre, subalterna, il titolo pare quasi un inganno verbale. Resta quel po’ di gratificazione che la parola professore concede, oltre alla modesta ricompensa da aggiungere agli occasionali pagamenti derivati da altre mansioni nei progetti di ricerca (benché sempre più rari e meno ricchi) assegnati a docenti di ruolo. Ma per i migliori, quelli che nella pratica e nello studio hanno imparato a insegnare in modo superiore al semplice compito di tutor, quel compenso può far aumentare la rabbia o la latente depressione per la duale condizione: insicurezza del lavoro e aspettativa delusa.
Per i numerosissimi professionisti esterni (specialmente architetti, poi ingegneri e qualche raro specialista in discipline necessarie ai piani di studio) la rimunerazione rispetto al reddito professionale conta poco o nulla; al contrario vale molto il titolo di “professore”. Premetto che per gli studenti, del tutto ignari riguardo al meccanismo sottostante al quadro da loro percepibile, qualsiasi persona insegnante si trovino di fronte nel corso o laboratorio sempre professore è, come d’altronde appare nominativamente, salvo le irricevibili sottigliezze istituzionali, nella corposa guida dello studente (fanno eccezione i pochi professori “famosi” per i quali è sempre risuonato nelle aule e nei corridoi al principio dell’anno accademico il tam tam informativo). Naturalmente non manca qualche professionista in grado di insegnare al di là del puro trasferimento della propria esperienza pratica, specialmente se ha goduto del rinnovo contrattuale per parecchi anni consecutivi e ha cercato di integrarla col sapere teorico e pedagogico. Ma in ogni modo a quel titolo tutti o la maggior parte ambiscono, eccome, giacché possono esibirlo, senza abuso legale se corredato da “a contratto”. Lo indicano sulla carta da lettera. Altri possono presentarli ad altri quali “professor …”. Soprattutto, la bella qualifica serve in particolare per le commesse da parte degli enti pubblici, in ulteriore particolare per gli incarichi urbanistici nei piccoli comuni: un pianetto regolatore, un piano particolareggiato a scala di disegno urbano, un progetto per la sistemazione di una piazza.
Così l’università funziona da cassa di ridistribuzione delle committenze e in definitiva del reddito.
P.s.- “…una delle leggi-omnibus approvate in questi giorni ha sottratto risorse al già esiguo fondo destinato alle università statali per aumentare del 7% lo stanziamento per le università private, recentemente aumentate di numero… Alla vigilia delle scadenze previste una circolare del 18 marzo (Prot. 91/Segr/Dgu) esenta le università non statali dal rispetto dei requisiti minimi…”, Giunio Luzzatto, in ‘l’Unità’, 27 marzo 2005, p. 27.
Condivido le tue valutazioni. Ero favorevole al progetto di Luigi Berlinguer e all’articolazione dell’apprendimento in più cicli, ma subito alcuni di noi rilevarono che la riforma degli ordinamenti didattici, per dar luogo a quella vera rivoluzione che era il passaggio dalla formazione tradizionale all’apprendimento continuo, richiedeva investimenti molto consistenti di risorse e modifica dello stato giuridico dei docenti, con una scelta decisa per il tempo pieno dei docenti. Ciò non avvenne. La privatizzazione dell’università, tenacemente perseguita da questo governo, ha trovato perciò un terreno fertile su cui applicarsi. Le conseguenze sullo stato generale dell’economia del paese e sul suo futuro sono ormai evidenti a tutti, ed altrettanto evidente è la condizione di marginalità cui sono condannati gli aspiranti docenti e ricercatori: risorse gettate a imputridire da una concezione distorta dello sviluppo.(es)
Come sconfiggere l’effetto serra e salvare l’economia è stato motivo dominante nella recente riunione londinese dei ministri dell’ambiente dei G8 e di alcuni “emergenti”. Ma, fatta salva la rilevanza dei soggetti impegnati, non si può parlare di evento d’eccezione. Ogni giorno un po’ dovunque, negli ambiti e ai livelli più diversi, si svolgono convegni dibattiti seminari dedicati al medesimo problema, cioè a dire alla necessità di fonti energetiche pulite e rinnovabili, capaci di sostituire i fossili superinquinanti oltre che in via di esaurimento. Perfino Bush, dell’ambiente finora totalmente e sprezzantemente ignaro, nel suo ultimo giro europeo ha accennato al mutamento climatico come a una “grande sfida”, da affrontare “ricercando, sviluppando, promuovendo nuove tecnologie… così che tutte le nazioni potranno progredire economicamente rallentando le emissioni di gas serra…”
In effetti da qualche tempo il mutamento climatico è oggetto privilegiato dell’attenzione generale. Non a caso l’entrata in vigore del trattato di Kyoto - di cui pure sono noti e ampiamente denunciati i gravi limiti - è stata salutata fra brindisi e pubblica euforia come un “evento storico”. Mentre l’informazione di ogni tipo si incaricava di darle massima risonanza, amplificata poi dalla dettagliata descrizione dei rischi che graverebbero sul nostro futuro se non si corresse ai ripari contro l’effetto serra; come appunto Kyoto dispone. E’ d’altronde la stessa magnitudine del fenomeno a imporsi con ineludibile evidenza all’opinione pubblica, sia per gli sconvolgenti effetti delle sue manifestazioni estreme, sia per l’emergenza smog e la crescente sregolatezza meteorologica di cui tutti direttamente soffriamo. Ma è soprattutto nella sovraesposizione mediatica ad esso dedicata, che lo sconvolgimento climatico finisce per essere identificato con il problema ambiente tout court, quasi fosse non la più allarmante ma l’unica manifestazione dello squilibrio ecologico; e quindi la sola “sfida” da affrontare e vincere, come Bush incita. Una consolatoria semplificazione, alimentata e sostenuta dal fatto che il clamore dell’informazione sull’effetto serra si accompagna al gran dibattito sulle energie rinnovabili, sulla ricerca sempre più ricca e variata di fonti diverse, sulle continue invenzioni in materia, sugli esperimenti già positivamente avviati, sui miracolosi ritrovati ormai a portata di mano. E, come noto, qualsiasi cosa indefinitamente ripetuta diventa verità.
Vaste maggioranze vengono così convinte che, se quanto prima - come ottimisticamente si promette - si troverà modo di sostituire i carburanti fossili con fonti energetiche non inquinanti, il mondo sarà salvo. L’economia anche. Con un brillante esercizio di “pensare positivo”, viene insomma drasticamente ridimensionato il quadro reale del guasto ecologico, che certamente nello sconvolgimento del clima trova la sua espressione più devastante, ma che si articola in una miriade di altri fenomeni, e proprio nel grande numero di manifestazioni diverse ma di analogo significato segnala la sua estrema gravità. Ne deriva un forte abbassamento della cognizione pubblica del rischio, e la tendenza a rimuovere o a considerare di volta in volta, solo quando si impongano con immediata urgenza, i singoli problemi che tutti insieme costituiscono il gigantesco problema del nostro futuro sul pianeta Terra.
Così solo quando la gente esasperta blocca autostrade e ferrovie, torna alla ribalta mediatica l’irresolubile (e infatti da nessuno risolta, anche se qua e là tenuta sotto controllo) questione dei rifiuti. Solo quando anche da noi i rubinetti sono a secco si sparano titoloni sull’acqua che finisce e già oggi manca a un miliardo e mezzo di persone. Solo quando una petroliera va a sbattere contro uno scoglio, si riparla del crescente inquinamento dei mari. Pochissimi sembrano poi far caso ai dati pubblicati dall’ Organizzazione mondiale della sanità, secondo i quali, oltre ai 170mila morti (circa uno tsunami all’anno) variamente imputabili al mutamento climatico, ogni anno da 2 a 5 milioni di persone soffrono di intossicazione da pesticidi e 22mila ne muoiono; mentre paurosamente si alzano le statistiche di incidenza tumorale anche tra giovani e giovanissimi, e tumori e malformazioni si moltiplicano nei territori prossimi a industrie a rischio (vedi, in Italia, Priolo, Augusta, Melillo). E praticamente del tutto ignorata è la tossicità che appartiene alla “normalità” del nostro vivere, che ci insidia sotto l’innocua faccia di oggetti quotidiani. La gran parte dei materiali sintetici in commercio e in uso, come vernici, coloranti, colle, additivi, pesticidi, fitofarmaci, numerosi tipi di plastica, batterie, metalli pesanti quali piombo, uranio, cadmio, plutonio, mercurio, absesto, ecc. sono tutte sostanze che poco o tanto ci avvelenano. Qualche settimana fa un gruppo di parlamentari giornalisti attori, volontariamente sottopostisi a un‘indagine promossa da WWF e Università di Siena, hanno saputo di presentare ciascuno mediamente tracce di 47 contaminanti (alcuni dei quali cancerogeni). Ma di che stupirci? Da oltre un decennio è stata rilevata la presenza di diossina nelle calotte polari e pesticidi nel latte materno.
A dire queste cose a uno dei tanti entusiasti delle “rinnovabili” ci si sente rispondere che sì, certo, ma il mutamento climatico è il fatto più pericoloso, prima pensiamo a quello. Se poi si chiede a che punto siamo con quello, le risposte sui tempi restano sul vago. In compenso ampia e calorosa è la descrizione di un futuro non più condizionato dalla scarsità del petrolio e dall’inquinamento, in cui si possa continuare a produrre come ora sette milioni e rotti di automobili all’anno, anzi di più, molte di più, perché anche cinesi indiani africani polinesiani tutti hanno diritto ad averne una e a circolare liberamente (che diamine, non sei per l’uguaglianza, tu?); e le nazioni, come dice Bush, possano “progredire economicamente”, usando cioè le nuove fonti energetiche per continuare a crescere e a competere tra loro per l’aumento del Pil.
A questo punto, a scanso di equivoci, mi sento tenuta ad affermare con la massima chiarezza che ritengo non solo utile ma indispensabile ogni impegno per la messa a punto di energie alternative ai fossili. Ma con altrettanta chiarezza e fermezza credo si debba dire che tutto questo non può essere guardato come la soluzione del problema ambiente, finché l’obiettivo è la salvezza dell’economia e non quella dell’ambiente naturale e di noi tutti in esso. Finché non si considera che non esiste energia in assoluto non inquinante: vi pare un inquinamento da poco una teoria di torri eoliche in una valle umbra, o una selva di pannelli solari sui tetti di un paesino medievale? Finché non si ricorda che la produzione di qualsiasi manufatto non consuma solo energia, ma una quantità di altri materiali, e di conseguenza crea rifiuti: ad esempio, ci dice John R. McNeil, “la costruzione di un’auto produce un inquinamento equivalente a quello generato dalla stessa in dieci anni di circolazione.” Finché si ragiona in termini di investimenti, di accordi economici, di crediti di emissioni, e si progetta la costruzione di migliaia di grandi centrali, e si parla di nucleare ultima generazione, per garantire una crescita sostenuta. Finché “promuovere lo sviluppo sinergico di strategie avanzate nella strutturazione di competenze di sistema”, “favorire progetti per un rapido salto di qualità tecnologica onde garantire un futuro produttivo”, e simili, non sono stralci del rapporto di una commissione tecnica al consiglio di amministrazione di una multinazionale, ma brani scelti di documenti elaborati da partiti di sinistra, istituti di ricerca e soggetti vari interessati all’ambiente, contenenti le proposte ritenute più efficaci per la riduzione dei gas serra.
Finché insomma si ritiene di poter guarire il tremendo guasto dell’ambiente con la stessa impostazione mentale che governa oggi l’economia, con le stesse certezze tecnologiche, e gli stessi criteri, lo stesso rispetto per le “leggi del mercato”, gli stessi vizi, lo stesso gergo, la stessa fede nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, che hanno conquistato anche le sinistre e una parte non piccola del mondo ambientalista. Mentre è sempre più raro imbattersi nel dubbio che davvero si possa salvare il mondo con la stessa logica e gli stessi strumenti che lo stanno distruggendo. Il dubbio cioè che fondava il vecchio ambientalismo. Ma sono lontani i tempi in cui l’economista Georgescu-Roegen segnalava ai colleghi l’assurdità e la pericolosità di una scienza economica sempre più astratta, separata dalla materialità dei processi produttivi e ignara dei limiti delle risorse; e Kenneth Boulding diceva: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista.” Forse bisognerebbe aggiungere: “Oppure un politico”.
Questo articolo era stato scritto per il manifesto del 1 aprile 2005, è uscito solo sulle prime edizioni, poi è stato soppresso (con l’intera pagina) per esigenze connesse ad avvenimenti dell’ultim’ora.
*C. E. Gadda, L'Adalgisa. Disegni milanesi (1938-1943, poi in volume nel 1944).
Il grande mutamento dell’agricoltura contemporanea si verifica quando i concimi chimici si diffondono nelle campagne. Da allora si avviano una serie di processi a catena che trasformeranno profondamente il rapporto fra l’uomo e la terra, l’ambiente agricolo, la salute delle piante e la qualità dei loro prodotti.
Una prima importante conseguenza consiste nel fatto che i concimi chimici non fertilizzano la terra, ma nutrono direttamente le piante. Questa apparentemente insignificante osservazione coglie in realtà una novità di vasta portata. Infatti, poiché si possono far crescere i raccolti gettando nella terra una determinata quantità di concimi minerali, i coltivatori hanno progressivamente abbandonato i terreni a se stessi, senza più curarsi di rinnovarne la fertilità. Oggi i suoli coltivati con concimazione chimica sono gravemente mineralizzati, privi di humus, duri, facilmente erodibili, e sono in grado di produrre solo a condizione di elevate dosi di concime. Proprio la mancanza di cura nei confronti del suolo in quanto organismo vivente ha portato gli agricoltori, nel corso del XX secolo, a trascurare le rotazioni agricole che si praticavano da millenni. In questo modo le erbe infestanti sono diventate un problema crescente: un problema che è stato affrontato con il diserbo chimico, cioè attraverso sostanze erbicide che inquinano l’aria, l’acqua e la terra. Inoltre, la possibilità di vedere comunque dei risultati produttivi, ha condotto gli agricoltori ad accettare la crescente divisione - e poi la separazione definitiva - tra allevamento e agricoltura. Senza letame animale la terra si è sempre più impoverita di humus. L’agricoltura industriale ha così creato da una parte terreni sempre più poveri e inquinati e allevamenti sempre più giganteschi in cui gli animali vivono in condizioni spesso di atroce sofferenza, e grazie all’uso costante degli antibiotici e di medicinali.
D’altro canto, il fatto che i concimi minerali fertilizzano direttamente la pianta non è, a sua volta, senza conseguenze. Poiché le piante «non si nutrono» in maniera equilibrata attraverso l’humus esse sono forzate innaturalmente ad assorbire i sali dei concimi minerali. Tale forzatura altera la loro fisiologia ponendole spesso in condizione patologica. E ‘ questa una delle ragioni prevalenti per cui le piante, ammalandosi, vengono infestate dai parassiti. Un evenienza che, com’è noto, viene affrontata con i pesticidi, cioè attraverso altri veleni chimici. Il circolo vizioso della chimica che chiama altra chimica continua all’infinito.
Così dopo almeno un secolo di agricoltura industriale - un’agricoltura che certamente ha conseguito importanti successi sul piano dei livelli produttivi e della produttività del lavoro - noi possiamo osservare tutti i risvolti negativi che stanno dietro i record dell’abbondanza: le campagne sono più inquinate delle fabbriche, i prodotti agricoli presentano rischi per la salute, le caratteristiche organolettiche di frutta e ortaggi sono gravemente scadute, la biodiversità agricola si è ridotta, limitando così l’antica ricchezza delle cucine tradizionali.
Oggi, tuttavia, l’agricoltura biologica e l’agricoltura biodinamica rappresentano tanto in Europa che in USA una prospettiva di grande interesse, perché esse puntano a rigenerare la fertilità della terra, a combattere i parassiti senza mezzi chimici, a produrre prodotti in cui la salubrità e la qualità sono messi al primo posto. Da queste nuove agricolture nascono i prodotti con cui è possibile continuare ed esaltare la nostra secolare tradizione gastronomica.
Erano una trentina d’anni che ce l’avevo davanti, ma devo ringraziare Lodo Meneghetti per averne fatto – con dati, riflessioni, contesto – una efficace fotografia.
Lo conosciamo tutti, no? O almeno lo conoscono tutti quelli che vogliono farci caso: è il cazzone bofonchiante. Si incrocia nelle aule universitarie, e un po’ per abitudine un po’ per forza si finisce per considerarlo parte del folklore locale. Sta seduto (raramente) a un tavolo davanti a un gruppo di studenti e di rotoli di carta, oppure (quasi sempre) appoggiato allo stipite di una porta, in fuga verso la riunione in comune per la variante zona artigianale.
Lo chiamano professore. Come ci spiega Meneghetti e come molti già sanno, può vantarlo davvero quel titolo, e farsi presentare come tale, all’aperitivo dopo la riunione per la variante zona artigianale. E lo fa, il professore, nel senso che mette i voti. In base a cosa, però, quello non l’ho mai capito nei miei trent’anni da studente.
Ha spesso accenti regionali, e anche di fronte a studenti di evidente pelle scura o taglio degli occhi a mandorla si riferisce a località e istituzioni con un travolgente gergo localistico (lo “stradone”, ecc.). Le sue lezioni, dai contenuti mistici, si svolgono quasi sempre e quasi totalmente nell’angolo vicino allo stipite di cui sopra. I contenuti della sua scienza, se non li capite origliando oltre il muro degli studenti e rotoli di prima fila, potete cercarli nei libri (di solito numerosissimi) della sua bibliografia. Peccato che poi, al dunque, si scopra che “quelle cose lì lascino un po’ il tempo che trovano”, e che la verità sta altrove.
Non aggiungo altro, perché credo che Meneghetti abbia già detto molto, se non proprio tutto. Concludo solo con una precisazione: quando parlo di cazzoni bofonchianti so quello che dico, perché lo sono stato anch’io. Ma giuro che smetto, almeno di bofonchiare.
Sono stato invitato alla Fabbrica del programma, una ex vera fabbrica nella periferia di Bologna, dove Romano Prodi e la sua squadra elaborano idee e proposte per il prossimo governo. Ho partecipato all’incontro che si è tenuto nel pomeriggio di mercoledì 9 marzo, riguardante trasporti e territorio. Ha efficacemente coordinato i lavori Marco Spinedi. Tempi contingentati, non più di cinque minuti a testa, fatte salve pochissime eccezioni. Prodi ha attentamente seguito gli interventi, circa trenta. Erano presenti almeno sessanta persone, di varia provenienza. Qualche nome del nostro mondo: Anna Donati, Maria Rosa Vittadini, Roberto Camagni, Silvia Zamboni, Giancarlo Storto (ex segretario generale del Cer, esiliato da Lunardi), Walter Tocci (ex vicesindaco di Roma, oggi deputato), Pino Soriero (ex sottosegretario ai Trasporti). Molti amministratori regionali e comunali, fra i quali Roberto Morassut, assessore all’urbanistica del comune di Roma; Ennio Cascetta, assessore ai trasporti della Campania. Moltissimi amministratori dell’Emilia Romagna.
Spinedi, in apertura, ha correttamente chiarito che i problemi della mobilità, soprattutto alla scala locale, dipendono, in larga misura, dalle scelte di assetto del territorio, e perciò ha dato la parola in primo luogo agli urbanisti, Roberto Camagni e chi scrive questa nota. Qui di seguito riporto il testo che avevo trasmesso in anticipo alla Fabbrica, e che ho sintetizzato nell’intervento.
Nel sito lafabbricadelprogramma sono considerate 36 aree tematiche. Mancano però la città, l’urbanistica, la pianificazione, il governo del territorio e simili. Temi che pure sono presenti negli interventi ospitati nel sito. Ne ho contati non meno di venti, sparpagliati sotto altre voci (ambiente, finanza e fisco, famiglia). Il contributo più interessante mi pare che sia quello di Giovanni Caudo, ricercatore di Roma Tre, sul sito governareper, del 9 febbraio. Caudo parte dall’osservazione che, in Italia, le città non sono oggetto di attenzione da parte della politica e illustra le ragioni che dovrebbero indurre a ricollocarle nel programma di governo del centro sinistra. Sono pienamente d’accordo con le sue proposte, e ci torno in seguito. Mi interessa prima chiarire che la politica del territorio non è nell’agenda del centro sinistra, ma è ben presente fra le iniziative della destra.
È in discussione alla Camera dei deputati un disegno di legge per la riforma urbanistica noto come disegno di legge Lupi, dal nome del primo proponente, Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia di Milano. Non è la riforma urbanistica, è la controriforma. È l’occasione per smantellare fondamentali conquiste di civiltà, cominciando dal principio stesso del governo pubblico del territorio, sostituito da “atti negoziali” con la proprietà immobiliare. Altri due inauditi contenuti della proposta sono la cancellazione dei cosiddetti standard urbanistici e lo scorporo della tutela dalla pianificazione. Tutti sanno che gli standard urbanistici sono le quantità minime di spazi destinate a verde e a servizi, un vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato dopo memorabili vertenze negli anni del primo centro sinistra. Se è vero che in alcune parti d’Italia la disponibilità di spazi per attrezzature è ormai quasi sempre garantita, non è così in molte altre parti, soprattutto nei comuni del Mezzogiorno, dove adeguate disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio.
La separazione della tutela (riservata allo Stato) dall’ordinaria attività di pianificazione è un inverosimile rigurgito di centralismo che contraddice principi mai messi in discussione dall’Unità d’Italia. Se avesse operato in passato una norma del genere, le colline di Bologna e di Firenze sarebbero coperte di cemento, non ci sarebbe il parco delle Mura di Ferrara, non sarebbe stata salvata la costa della Maremma livornese, e così di seguito.
Purtroppo quasi nessuno parla di quest’orribile proposta. Tace la stampa, salvo rare eccezioni. L’opposizione si è contentata di piccoli emendamenti e di un moderato dissenso. Solo Italia nostra ha lanciato un appello che ha raccolto centinaia di firme, e alcuni comuni della Toscana hanno approvato documenti di protesta. Chiedo alla Fabbrica del programma di esercitare un’azione di orientamento e di chiarimento. Chi vuol saperne di più consulti http://eddyburg.it.
Torniamo alla necessità di impostare una politica di governo per le città (accantono per ora il problema della casa, già trattato in un precedente incontro). Mi limito qui ad affrontare solo il più vistoso difetto della condizione urbana: il patologico ritmo di crescita delle aree periferiche, che non ha alcuna giustificazione di natura economica o sociale. Il vantaggio è solo per la rendita fondiaria: e voglio ricordare che più risorse vanno alla rendita meno ne vanno agli impieghi produttivi. In tutte le aree urbane del nostro Paese si assiste al paradosso di una vertiginosa diminuzione di abitanti, soprattutto nelle aree centrali, e di una contemporanea, spropositata espansione del territorio urbanizzato. Alle lottizzazioni residenziali e ai centri commerciali si è aggiunto il decentramento dei luoghi di divertimento e dei servizi. Aumentano l’inquinamento, lo stress, il rumore, il costo della casa, che obbligano a cercare in campagna, o in città minori, condizioni di vita sostenibili. Il problema non è solo italiano. Secondo la Commissione europea – penso che il presidente Prodi sia informato –, la proliferazione urbana è il problema più urgente per le città europee. “La proliferazione urbana aumenta la necessità di spostamento e la dipendenza dal trasporto privato, che a sua volta provoca una maggiore congestione del traffico, un più elevato consumo di energia e l’aumento delle emissioni inquinanti” [COM (2004) 60 definitivo].
In altri paesi europei (in particolare in Germania, in Inghilterra, in Francia), il contenimento delle aree urbanizzate è oggetto di apposite e rigorose politiche governative, con l’adozione di severe misure e il riutilizzo sistematico delle aree dismesse o sottoutilizzate. Il governo italiano ignora invece il problema. È interessato solo ad agevolare la rendita immobiliare.
Tutto ciò impone che sia restituito un ruolo importante nell’azione di governo ad appropriate politiche urbane e alla pianificazione del territorio correttamente intesa.
Non ho potuto fermarmi fino al termine dei lavori. Su la Repubblica di Bologna del 10 marzo (edizione locale) si legge che Prodi, esausto, ha tirato una prima conclusione. “C’è da ricostruire il territorio di questo paese, visto che non possiamo avere trasporti efficienti in un territorio disordinato”. Primo, quindi, mettere mano alle regole urbanistiche, commenta il cronista, Valerio Varesi. Se sono rose fioriranno.
foto di F. Bottini
Io ho sperimentato una particolare forma di perdita e di ritrovamento della mia lingua materna. Si tratta naturalmente di una vicenda intellettualmente minore, non solo perché si tratta di un caso personale. Benchè oggi il problema delle diversità linguistiche, della sopravvivenza dei dialetti e delle lingue «minori» può fornirle qualche interesse. Faccio tale affermazione di convinta modestia perché io non posso presentare e offrire qui l’esperienza di una scrittura costruita sullo sdradicamento dai luoghi originari della mia lingua. La mia vicenda di personale spaesamento non ha dato luogo - come è accaduto, ben più drammaticamente, agli scrittori, a coloro che si sono impegnati in linguaggi creativi - a una reinvenzione di linguaggio, resa necessaria dalla perdita dell’alfabeto materno dell’infanzia. Insomma non posso dire con Emile Cioran che abbandonare la propria lingua costituisca « il più grave infortunio che possa capitare a uno scrittore, il più drammatico». Cioran ha fatto ricorso a una bella immagine a tal proposito. Ha scritto: «Se si potesse insegnare la geografia al piccione viaggiatore, il suo volo incosciente, che va diritto alla mèta, diventerebbe impossibile … lo scrittore che cambia lingua si trova nella situazione di questo piccione sapiente e disorientato». Ma io, per mia fortuna, non ho dovuto abbandonare il rumeno per scrivere in francese.
L’approdo finale della mia esperienza, sotto questo stretto profilo, si potrebbe dire che è, molto più modestamente, il silenzio. Lo spegnimento della lingua della vita per potere accedere alla lingua della comunicazione ufficiale, al cosiddetto linguaggio della scienza. L’esperienza che posso qui rapidamente raccontare è dunque quella di una mutilazione, che solo in negativo può portare un qualche rapsodico contributo alla esplorazione del tema che ci è richiesta dal convegno. .
Io sono nato in Calabria, a Catanzaro, sul finire della seconda guerra mondiale, e vi son vissuto per tutta l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, profondamente immerso nel dialetto locale. La mia origine sociale e le mie frequentazioni quotidiane, già dagli anni dell’ infanzia, mi hanno tenuto alquanto lontano dall’italiano ufficiale, salvo, naturalmente, l’apprendimento scolastico e le mie letture. Ma tutte le altre lingue scoperte a scuola dall’italiano al francese, dal latino al greco, sono servite a mostrarmi altri e più complessi mondi espressivi, non certo ad alterare e intaccare il «vincolo di sangue» che mi legava al dialetto. Quest’ultimo restava sempre, del resto, la lingua vera della classe, del gruppo, della piccola comunità dei compagni. Linguaggio della complicità, dello scherzo, dell’ironia, della trasgressione, dell’amore, del sesso.
Vivere immersi nella propria lingua, nello stesso luogo in cui si è nati, dà un senso di identità e di pienezza che rafforza oltre ogni misura il vincolo esistenziale con le parole. Il linguaggio diventa una seconda natura, un elemento di vita necessario e al tempo stesso inconscio e involontario, come respirare l’aria: se volete, il senso di orientamento del piccione viaggiatore di Cioran. Allontanarsene ha un prezzo, anche nel caso in cui non si è costretti a una scrittura letteraria in una lingua straniera.. Io, ad esempio - non so se questa testimonianza è troppo personale - ho sempre identificato l’abbondano obbligato del dialetto con la perdita, o il forte affievolimento, di quel tanto di attitudine umoristica che faceva parte del mio temperamento.La battuta di spirito, nella mia mente, sin dalle origini, si è formata con le parole primigenie del mio dialetto. L’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, talora lo scherno esplodevano sempre all’interno della piccola cerchia della vita comunitaria, dentro quella che potrei chiamare una « comunità linguistica». Ed essi avevano le proprie parole e i propri codici. E’ probabile che ci sia sempre un sostrato storico, una speciale stoffa semantica sedimentatasi nel tempo, alla base dell’umorismo. Il dialetto possedeva inoltre delle parole uniche, dei termini che racchiudevano tipologie umane intraducibili in altre lingue. Penso - tanto per suggerire un’idea - a un termine come strolacu - probabile corruzione di astrologo - con cui venivano designate le persone bislacche e inconcludenti che allora - ma solo allora - non mancavano nel campionario antropologico corrente. Ma ancora più speciale era il termine culistru: una espressione sottilmente onomatopeica di cui non ho mai riscontrato l’eguale in altre lingue. Lo si usava per schernire la persona narcisista, vanesia, piena di sé. Quella parola la bollava alludendo al movimento e alla torsione delle terga di chi quasi femminilmente si pavoneggia. Ma il dialetto aveva espressioni impareggiabili per fare umorismo anche sulle situazioni più penose. Benché, fortunatamente, non più corrente ai miei tempi, quando in casa non c’era nulla da mangiare, si era soliti dire che a gatta passìa subba ‘a furnacia: la gatta passeggia sulla fornace, la cucina desolatamente spenta.
Debbo tuttavia dire che la perdita in certi casi è anche un ritrovamento. Un legame identitario troppo forte talora impedisce, per mancanza di comparazione con altre lingue, di cogliere le strutture profonde della propria. Solo quando dalla mia città mi sono trasferito a Roma, quando ho dovuto rinunciare in maniera costante e quotidiana all’uso del dialetto, ho scoperto dei piccoli tesori semantici che prima mi erano sfuggiti. Mi sono accorto, ad esempio, dell’assenza, nella lingua italiana di un verbo capace di esprimere la disposizione corporale e psicologica della persona che vuol dormire o sta già dormendo.Il dialetto calabrese la possiede, ed è una tenerissima metafora poetica, tratta dal mondo animale: ‘ngattarsi, cioè raggomitolarsi come fa il gatto che vuol dormire.Ngattati e dorma erano le parole premurose con cui alla sera la mamma metteva a letto il suo bambino o la sua bambina . Nessun termine della pur ricchissima e meravigliosa nostra lingua può rendere il termine papariare, così diffuso un tempo nel «lessico familiare» della mia città, e così carico di figurazioni e risonanze intraducibili. E’ il verbo che esprime l’andare a zonzo, come fa la papera, ma con un tocco speciale di dissipazione del tempo, di dondolamento nell’incedere, e di nessuna cura della méta da seguire. E sempre restando nel mondo animale senza sinonimi mi appare ancora oggi il termine runduniare: il particolare moto senza posa di certe persone irrequiete che come il rondone vanno di qua e di là cercando qualcosa di indefinito, che sfugge agli osservatori esterni. Questi termini mi hanno fatto comprendere, più di qualsiasi ricerca storica, quanto profondo, e per così dire fondativo, sia stato il legame di quel piccolo mondo urbano con i fenomeni della natura, le piante, gli animali, e insomma il dominante contesto rurale da cui esso era ancora circondato
Ora, c ‘è un piccolo paradosso nella mia personale storia intellettuale e professionale Un paradosso che può forse fornire qualche valore alla mia testimonianza. A un certo punto della mia vita io sono diventato uno storico e questo mi ha posto di fronte alla ovvia necessità non solo di accettare, ma di ratificare l’insignificanza della mia lingua originaria anche nella lingua scritta. Comunicare voleva dire usare una lingua irrigidita in codici e regole. Un mezzo “neutro”, privato degli spazi reconditi, delle ombre, dei suoni, dei segreti, delle complicità che ogni dialetto possiede, frutto linguistico di un legame profondo delle comunità con la terra, gli animali, la vita e la morte.Per scrivere di storia io dovevo sopprimere quella personale stoffa storica personale che era il mio dialetto.Le necessità del linguaggio scientifico mi disancoravano ancor più radicalmente dalla patria geografica e culturale che avevo fisicamente abbandonato per intraprendere la vita universitaria e poi l’avventura della ricerca. Ma il paradosso sta nel fatto che l’approdo allo studio della storia ha coinciso, per me, con una più profonda conoscenza della realtà e del passato della mia regione di origine. Tramite la ricerca storica, almeno che ho condotto agli esordi e per una certa fase, io ho scoperto il mondo delle campagne calabresi, il popolo multiforme dei contadini, la loro vita, le loro culture. Grazie alla cancellazione della lingua materna, e accettando i canoni del sapere accademico, io ho incontrato il mio passato, la mia storia, il fondo antropologico su cui quella stessa lingua era sorta. Ma alla geografia dei luoghi, delle economie, dei fatti e dei processi di trasformazione sociale che sono andato esplorando non corrispondeva una geografia dei linguaggi, dei dialetti, delle forme di comunicazione e di rappresentazione di quell’ inesauribile tesoro verbale elaborato in secoli di vita dal mondo popolare. In quella ricostruzione gli uomini e le donne parlavano indubbiamente con i fatti e i processi materiali di cui erano protagonisti o vittime, ma non con le proprie parole. I contadini, incapaci di lasciare tracce scritte della loro esperienza, del loro passaggio sulla terra, restavano muti. Sono rimasti muti anche per me. Solo di tanto in tanto sono riuscito a dar loro voce, utilizzando quei particolari fossili verbali che sono i proverbi e i modi di dire. Reperti inutilizzabili per una storia événementielle, ma imprescindibili per chi voglia ricostruire codici culturali e le strutture profonde della mentalità. «Pari venutu i Cutroni», sembri tornato da Crotone, si diceva nella provincia di Reggio delle persone malandate nel fisico, come se avessero duramente lavorato nelle campagne dove imperversava la malaria. «Faticamu da li stidri da matina a li stidri de la sira»: fatichiamo dalle stelle del mattino alle stelle della sera. Così, con involontaria poesia, si esprimevano le contadine della provincia di Catanzaro nel dopoguerra, mentre lottavano per più dignitose condizioni di vita.
(Testo, lievemente modificato, di un intervento letto al Convegno “I confini della scrittura. Dispatri reali e metaforici nei testi letterari.” Università di Roma La Sapienza, 10-12 marzo 2005.)
L’ultima notizia arriva dall’Algeria. Il nuovo codice di famiglia appena approvato si adegua alla più retriva mentalità islamica, recuperando antiche norme di cupa misoginia, secondo cui la donna può andare a nozze solo con il consenso di un tutore (maschio ovviamente), è soggetta all’autorità del marito e dei suoceri, deve loro obbedienza e rispetto, è costretta da una serie di vincoli a una condizione di oggettiva minorità. Il fatto appare particolarmente grave in un paese che da decenni ha visto affermarsi battagliere femministe, professioniste di grande qualità intellettuale e politica, donne combattivamente impegnate per la libertà propria e della loro società. E tuttavia non stupisce se si pensa alle masse femminili costrette al burka o al chador, alle folle di bambine sottoposte all’escissione della clitoride, alle ragazze costrette a sposare uomini mai incontrati prima, alle adultere punite con la lapidazione, alle centinaia di migliaia di stuprate … O semplicemente ai milioni di donne cui è vietato non si dice votare, ma uscire di casa, studiare, avere un lavoro extradomestico …
Tutto questo accade in Afganistan, in Iran, in Arabia, in India, in Sudan? Cioè in società che il nostro razzismo sbrigativamente definisce “arretrate” “primitive” “incivili”, e cheoggettivamente d’altronde continuano a osservare mostruose forme di dichiarata disparità tra i sessi? Oppure accade in luoghi sconvoltidalla guerra, dove lo scatenarsi dei peggiori istinti è in qualche modo autorizzato anzi richiesto, dove è “normale” la sopraffazione dei più deboli e lo stupro viene praticato come un diritto? Vero. Ma questo non ci autorizza a dimenticare che la disparità tra i sessi non è una prerogativa specifica e esclusiva di questi paesi, né conseguenza di situazioni eccezionali di belligeranza o di esodi di massa, che anche nei nostri moderni democratici paesi la subalternità femminile è ancora una realtà, che la discriminazione delle donne si esprime ancora per mille modi, come qualcosa che tenacemente appartiene al sistema-mondo e lo definisce.
E’ di poche settimane fa l’ultimo rapporto in materia di Amnesty International, che parla di un riacutizzarsi della violenza contro le donne riscontrato un po’ dovunque, e anche in situazioni all’apparenza del tutto pacifiche. Anche all’ interno della famiglia. In famiglia appunto, secondo Amnesty, si compie quasi il 70% degli abusi sessuali denunciati in Italia. Negli Stati Uniti i casi di violenza domestica sono 700mila, e si calcola che ogni 15 secondi una donna venga picchiata. In Gran Bretagna circa duemila collaboratrici domestiche ogni anno deunciano molestie sessuali. E nella nostra civilissima Europa ogni anno mezzo milione di donne vengono costrette alla prostituzione. Ma forse basta pensare a quella iniquità che indistintamente colpisce le donne di tutto il mondo, ancora oggi (e nonostante una vasta produzione legislativa tesa a correggere le discriminazioni più gravi) di fatto scaricando per intero su di loro il lavoro famigliare e domestico, cioè a dire il fondamentale compito della riproduzione sociale, anche quando sono regolarmente impegnate in un’attività di mercato. Con il risultato che, dovunque, tra famiglia e mercato, le donne lavorano molto più degli uomini.
Ma non voglio insistere sugli aspetti palesemente negativi della condizione femminile attuale, sulle innumerevoli, grandi e piccole forme di esclusione e di sfruttamento che ancora inconfondibilmente segnalano la persistenza delle radici patriarcali della cultura umana, e che le grandi vittorie segnate dal femminismo non hanno ancora sconfitto, per certi versi anzi non di rado provocandone l’irrigidimento, quasi in una sorta di vendetta. Preferisco parlare di quanto viene proposto con sembianze decisamente positive, come apertura e spinta all’affermazione delle donne, riconoscimento del loro diritto alla più piena libertà e spregiudicatezza, incitamento a una prorompente e disinibita modernità. E’ ciò che sembrano suggerire i modelli proposti dalla comunicazione di massa, televisione e pubblicità i primis, che inevitabilmente vengono fatti propri dalle masse femminili, specie dalle più giovani e culturalmente meno attrezzate, abbagliate dal successo mediatico di vallette, veline, presentatrici, modelle divenute celebri e ricche promuovendo un detersivo o una birra. Imitarle, tentare di riprodurne i fasti, s’impone quasi come un dovere. Non a caso un recente sondaggio ha rivelato che “fare la velina” è il sogno della maggioranza delle adolescenti italiane.
E quali sono gli strumenti di questo percorso? Bellezza innanzitutto, da inseguire a qualsiasi prezzo, e con tutte le innumerevoli e sempre più sofisticate tecniche promosse dal consumismo, onnipresente e attivo in ogni momento della nostra vita: cosmesi, diete, ginnastiche, body building, interventi di chirurgia estetica. Bellezza da esibire poi senza remore e senza risparmio, e da usare sapientemente (o magari anche inconsapevolmente, sull’onda del “così fan tutte”) per la seduzione e la conquista del maschio detentore del potere e della ricchezza, in grado di assicurare un radioso futuro.
Ma quanto c’è, in queste scelte e in questi comportamenti, di realmente diverso dalla femminilità della tradizione, convenzionalmente definita in conformità all’erotismo maschile, e di fatto imposta da un rapporto disuguale, quale sempre è stato tra i sessi? A parte la libertà di iniziativa e di movimento, ormai per lo più concessa anche alle giovanissime, a parte il permissivismo sessuale da quasi tutte rivendicato e praticato, a parte la dilagante erotizzazione dello spettacolo e della comunicazione in genere, spesso d’altronde ridotta a nulla più che becera volgarità, a parte cioè il radicale mutamento, o forse la sparizione definitiva del “comune senso del pudore”, è possibile in tutto ciò ravvisare la conquista di una nuova, vera, compiuta libertà delle donne? E in che modo d’altronde tale conquista sarebbe possibile, se la società intera, sotto le luccicanti ottimistiche sembianze della sua ipertecnologizzata modernità, di fatto, mediante tutte le principali agenzie formative, esercita su maschi e femmine una pressione culturale nel profondo ancora obbediente ai moduli intersessuali del passato?
E tuttavia, nonostante una società ancora dominata dal maschile e dai suoi valori come quella che ci ritroviamo, sono sempre più numerose le donne capaci di consapevolezza, di voce critica e di rigetto nei confronti dei modelli imperanti. Donne che studiano e lavorano, che si impegnano nel sociale e nella politica, che sono parte attiva dei movimenti e affollano le manifestazioni per la pace, che gridano contro lo sfruttamento del lavoro e la devastazione della natura, che si battono per il superamento di un sistema economico insostenibile socialmente non meno che ecologicamente. E forse proprio questa è la strada per affermare una fisionomia femminile pienamente autonoma e davvero nuova, non confezionata sulla base dei modelli imposti, definita dalla lotta per i diritti di tutti come il modo più pieno di sostenere anche i propri. Recuperando l’azzardo di quel formidabile progetto che l’esordio della rivoluzione femminista osava proporsi: cambiare il mondo.
Questo articolo è stato inviato da Carla Ravaioli a Eddyburg e a la Rinascita della sinistra, che lo ha pubblicato nel numero del 4 marzo 2005
Quanti non sono stati allievi del professor Meneghetti nelle aule affollate del Politecnico di Milano, quanti non hanno visto i suoi progetti (quelli dello studio Gregotti-Menghetti-Stoppino, o presentati e premiati alle Triennali di Milano, o pubblicati nelle riviste di architettura, o raccontati nei suoi libri, o realizzati nella sua amata e trasformata Novara), e quanti (come me) non hanno la fortuna di conoscerlo di persona, conoscono Lodo attraverso i brevi, e spesso fulminanti, commenti che ha pubblicato su questo sito. Commenti che condividano e deprecano, si irritano per le mille porcherie e vigliaccherie d’oggi: dove spesso riappare il fantasma di porcherie e vigliaccherie d’ieri, che anche ieri, con parole che Lodo infaticabilmente ricorda e ripropone, aveva additato e denunciato.
Questo sito, al quale ha accettato di collaborare in questa cartella di opinioni, ha dato a Lodo due dispiaceri: non aver inserito la parola “architettura” nel sottotitolo che fra poco comparirà nella testata, non aver trasformato quest’ultima da “Eddyburg” a “Il Cortile”. Questo avrebbe dovuto alludere a un fitto colloqui di voci concordi o discordi, che Lodo si augurava. Ma potrebbe diventare il sottotitolo, o il titolo, di questa cartella, se alle note degli “opinionisti” dovessero rispondere commenti di altri, e questi fossero numerosi e stimolanti.
Nessun’altra parola può darci un indizio sui sentimenti che il distacco dalla vita e dalla terra, inevitabilmente visti come prossimi dal poeta anziano, ma forse ancora non “sazio di anni”, se non le sue stesse, nella meditazione sulla prima stazione della Via Crucis al Colosseo del 1999: quando scompare chi molto ha detto è scritto, è prima di tutto lui, che deve continuare a parlare:
Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’abiezione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma tu sai questo mistero. Tu solo.
Ma mi piace esprimere il dolore della perdita di Mario Luzi anche nelle parole intonate di un piccolo gruppo di lettura, che ci aiuta a ricordare il ‘ritratto’ del personaggio; sono quelle che seguono:
Mario Luzi proprio l’anno scorso ci aveva offerto una lettura magistrale di Tetrarca e altre cose.
Ne abbiamo prodotto un dvd in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica. In un’intervista parallela con Sergio Cofferati, ospitata sul Domani a cura del nostro Andrea Severi, aveva parlato del ruolo civile della poesia.
Non aveva avuto la minima diffidenza a diventare subito amico di un piccolo gruppo come il nostro. Bastava una telefonata ed era a nostra disposizione, per leggere, per parlare, e bastava un saluto per essersi detti tutto.
Abbiamo imparato che i veri grandi sono naturalmente accessibili, non sono foderati di segreterie, non sono scostanti. Lui era un nostro amico.
Associazione "La Bottega dell'elefante", gruppo di lettura bolognese,
infoelefante@fastwebnet.it
Paradossi moderni
Mi sembra paradossale che nella fase di maturità sociale ed economica, di multiculturalità e in generale di complessità relazionale nella quale molte delle nostre città si trovano, i processi decisionali considerati più democratici e spinti, definiti altrimenti anche “innovativi”, chiamino come soggetto agente la decisione il cittadino singolo o eterogeneamente mescolato ad altri (per dar vita a comitati, associazioni, ecc.), in attività variamente nominate (forum, focus, assemblee, parlamentini, ecc.), ma ugualmente finalizzate a costruire un’espressione di principi e di obiettivi tramite elaborazioni personali, maturazioni di coscienza, elevazione culturale, “visioni” allargate ecc.; pratiche cioè di eccezionale difficoltà, per il singolo, e tanto più per una collettività.
Pare cioè che in presenza di complessità sociale, di grave crisi del sistema della vivibilità urbana (qualsiasi cosa essa voglia significare), di costante compresenza di conflitto tra livelli e competenze di governo differenti, di poteri privati potenti e sempre meno diffusi, nel porsi l’obiettivo del governo efficace (e consensuale) del sistema urbano, gli organi tecnico-amministrativi della città vedano utile e innovativo il richiamo alla partecipazione diretta dei soggetti cui le politiche di governo del territorio sono indirizzate e che subiscono pienamente il lato più drammatico dell’attuale globalizzazione (qualsiasi cosa essa voglia significare).
Questo “buon viso” ai processi partecipativi - che ho l'impressione sia passeggero come la moda dei pantaloni a zampa d'elefante - è l'esito certamente anche dell'attività culturale e di ricerca operata in questi anni da autorevoli esponenti delle accademie, anche per il fascino che produce l'utopia della partecipazione: essa tende ad avvicinare le nostre città alle "comunità", alla culla cioè della modernità occidentale; una sorta di ritorno al passato per esorcizzare i mali della modernità. Piccolo è bello! Dal villaggio al municipo medievale, l'uomo partecipativo può costruirsi continuamente un immaginario bucolico, antidoto ai fallimenti morali prodotti dall'asfalto e dal cemento, dai conflitti e dai delitti, delle nostre città.
Perché partecipare?
Conosco bene il gusto acido della sconfitta, quando l'impegno nel "cambiare lo stato delle cose" - qualunque esse siano - non produce gli esiti attesi. So che cosa sia la frustrazione e lo smarrimento quando "tutto torna come prima", dopo che si è lavorato sodo per costruire alternative diverse - che si ritengono migliori - allo scivolante andazzo delle cose. Ho perfino imparato ad apprezzare certi muri, quelli di gomma, perché adesso so di quale polimero sia fatta la sfera del potere: sapere, in ogni caso, è sempre bene.
Ho imparato anche ad apprezzare i "malati della sindrome di NIMBY". Mi è chiaro, e lo condivido, il loro diritto di difendere sé stessi, e i propri cari, da ciò che ritengono "soprusi". Poco importa che si tratti di autostrade, di insediamenti industriali, o ponti, o di tralicci dell'alta tensione.
Chi è "affetto" da questa sindrome ha un nobile obiettivo, privo di sovrastrutture. Essi non chiedono di partecipare: vogliono semplicemente impedire, contrastare, combattere, raramente proporre. Costoro hanno spesso una vita felice e serena, piena di cose da fare; hanno tempo libero dal lavoro da dedicare alla "riproduzione". Non chiedono altro che il mantenimento di questa loro condizione. La loro protesta è tutt'affatto richiesta di partecipazione: si decida con qualsiasi metodo, procedura, tecnica, ma si decida, in fretta, di sospendere quell'opera! La si faccia eventualmente, se proprio è necessaria, altrove.
L'antropologia del popolo che chiede partecipazione è variegata e non riducibile ad uno standard. Ho molta difficoltà ad intendere "che cosa vuole" questo popolo.
Si può, banalmente, rispondere che cerca più partecipazione per….Dove nei puntini di sospensione stanno diversi temi: taluni riducibili ad oggetti, altri a processi. Qualcuno vuole partecipare per dire che vuole più piste ciclabili; altri per costruire un differente e migliore modello di democrazia. Come si vede sono due categorie con grande dignità, di certa utilità collettiva, e la cui concretezza è facilmente riconoscibile.
Si tratta tuttavia di intendersi circa il vecchio dibattito che tende a separare i "fini" dai "mezzi".
Ho cioè l'impressione netta - corroborata dalla mia modesta esperienza - che esista una civiltà della partecipazione che ritenga "mezzo e fine" la partecipazione in quanto tale. Che questa civiltà abbia abbandonato, nel rigurgito per la pessima politica che ci tocca di questi tempi, l'analisi delle cose di questo mondo: analisi anche poco più sofisticata delle considerazioni rilasciate dall'istinto. Ma senza analisi non si fa la rivoluzione.
Perché la civiltà della partecipazione, che ho inutilmente tentato di capire con il massimo della serietà che io riesca a permettermi, la vedo indaffarata a costruire e a scambiarsi notizie, idee, diritti, rivendicazioni, mal di pancia, sofferenze, ricette, saluti, auguri, maledizioni, insulti, complimenti, in una rete di persone e personalità, soggetti e soggettività, moltitudini; e nel pullulare di questa attività ogni tanto mi chiedo se ciascuno dei componenti di questo variegato popolo, abbia veramente inteso - o sia addirittura convinto - che "bisogna cambiare lo stato delle cose" (la pista ciclabile o l'apparato democratico) per vivere meglio (qualsiasi cosa ciò significhi).
Mentre scrivo mi sorge però una domanda: che per vivere meglio sia necessario partecipare?
Se così è, ammetto di non aver capito nulla della civiltà della partecipazione - qualunque cosa significhi - non avendo condiviso il "bel vivere" che dovrebbe stare nei luoghi e nelle persone che chiedono più partecipazione. Di questa civiltà ricordo più i momenti di ostilità che di armonia; le ore di sonno perse, con la persistente sensazione di averle perse inutilmente e di non aver guadagnato tempo.
In fondo a tutto mi rimane un groppo in gola, come un "ovo sodo, che non va ne su ne giù", perché oggi, dopo i tempi in cui ho "osservato partecipante" la civiltà della partecipazione, in cui ho partecipato alla richiesta e alla fornitura di partecipazione, non ho la pista ciclabile che volevo.
Quindi ho deciso. Ho deciso che mi dedicherò ai marciapiedi. Prima come esercizio spirituale in preparazione alla globalizzazione (il marciapiede è la metafora di chi è calpestato) e poi magari per professione. Mi dedicherò alla cura dei marciapiedi. Ad un modesto piano per camminare sereno tutti i giorni, e non solo in quelli di festa. Marciapiedi sui quali, i miei passi sgarbati da campagnolo veneto, possano scivolare senza inciampi.
Cambiando obiettivi, cambieranno anche i mezzi.
Anch’io, come Antonio Bonomi, mi ritrovo invischiata, per lo meno come cittadina-elettrice, nella campagna elettorale "piatta e triviale" dell’Emilia Romagna: per me, bolognese che ha vissuto in prima persona l’entusiasmo per la candidatura Cofferati, che l’ha sostenuto e ha condiviso il grande momento di euforia seguito alla sua vittoria, si tratta di una conferma sempre più amara alle delusioni che si sono succedute in questi mesi. Sarà perché si parla, nel nostro caso, di una "gara" con vincitore ampiamente annunciato, o perché qui (ma anche altrove) il consiglio regionale è considerato (dagli stessi partiti, prima di tutti) poco più che un lussuoso cimitero degli elefanti o una rampa, il più possibile provvisoria, per giovani politici rampanti, ma il livello del dibattito politico locale è veramente sceso al di sotto di ogni decenza. Le liste presentate dal centro sinistra (degli altri non mi curo, of course) sono infarcite di segretari di partito o di politici in disarmo e gli unici momenti di suspence sono stati vissuti quando, al momento della stretta finale, si sono cercate affannosamente delle candidate donne da poter inserire per far vedere che loro ci tengono a noi….
Il listino del Presidente, in questo senso, tocca il fondo: "pensato" (ma da chi, ma quando?) come lo strumento per consentire a personalità della così detta società civile di accedere ad una esperienza di politica attiva, in Emilia Romagna coincide pressochè esattamente con l’elenco, in rigidissimo ordine di peso elettorale, dei segretari del centro sinistra, DS esclusi perché già sicuri nel proporzionale. La campagna elettorale dei vari candidati, poi, è un insulto quotidiano all’intelligenza e alla pazienza dell’elettore; nella totale assenza di un qualche programma politico dello schieramento degno di questo nome, c’è la corsa al "fai da te" con risultati che, oltre ad evidenziare la superficialità e l’approssimazione dei candidati, assumono a volte connotati farseschi (ma è l’ungarettiana allegria di naufragi): sciupio di aperitivi e "dibattiti" (e torna alla mente il morettiano ‘no, il dibattito, no!’) alla spasmodica ricerca di una visibilità momentanea ma "produttiva"…dal punto di vista dei voti.
Anche a chi è solo lettore delle cronache un po’ meno che distratto, infine, risulta palese il feroce scontro in atto non fra opposti schieramenti, ma all’interno della stessa Fed e dello stesso partito, more solito.
Pressochè nessuno che proponga un programma serio di ascolto e dialogo con l’elettorato e poi ci si lamenta che i cittadini non sappiano quasi nulla dell’Ente Regione e non lo "sentano" vicino. Eppure, anche grazie alle pasticciate (Bassanini) e sciagurate (Berlusconi -.Bossi – Calderoli) riforme pro-devolution, le politiche regionali sono destinate ad incidere sempre più sull’organizzazione della nostra società: dal governo del territorio alle politiche del welfare. Il ruolo delle Regioni, quindi, fin dalla prossima legislatura, si amplierà notevolmente andando a ricoprire ruoli di tutela, programmazione, pianificazione, salvaguardia e chi più ne ha più ne metta, così come pomposamente ribadito negli Statuti regionali recentemente approvati, la cui innovazione più rilevante - per dirla con le parole di Marco Cammelli – consiste nell’aumento del numero dei consiglieri.
Basta: temo che il mio cahiérs de doléances sia fin troppo condiviso per nutrire un qualche interesse di novità; da inveterata ottimista, alla pars destruens, mi sforzo comunque di aggiungere una piccolissima proposta che ha come perno proprio eddyburg, considerato come una delle poche agorai che funzionano: proviamo a stilare – noi elettori – un elenco di domande "cruciali" da sottoporre ai vari candidati per cercare di farli uscire allo scoperto: ne bastano pochissime, ma ben congegnate, mirate al proprio contesto territoriale di riferimento, oppure sulla loro volontà di contrastare la legge Lupi. Una volta predisposte si inviano ai candidati di centro sinistra (quasi tutti dotatisi per l’occasione di sito omonimo) e si socializzano le risposte. Trovo non inutile anche un passaparola ragionato e motivato, così come provò a fare eddyburg per le amministrative dello scorso anno.
Perché alla fine, votare bisogna e farlo sempre solo col naso turato, provoca dei problemi di respirazione.
Attendo segnalazioni e mi vado a rileggere Platone…la Repubblica.
Un po' di Platone anche in Eddyburg
Lo scandalo (perché di scandalo si tratta) che le vicende delle ultime settimane relative alla Scala di Milano – per tacere, ora, di quelle, annose, legate alla ri-costruzione bottiana, 300 miliardi delle vecchie lire – hanno sbattuto in faccia agli allibiti milanesi e al ristretto ambiente nazionale e internazionale della cultura lirico-teatrale non ha trovato la dovuta forte risonanza sui mezzi di informazione. Le pagine locali dei quotidiani hanno raccontato ai lettori con precisione, per quanto possibile data l’oscurità di fondo della scena, la funesta commedia recitata da diversi personaggi, parlanti mormoranti strepitanti o muti (ah…). Le pagine nazionali della Repubblica (un articolo lungo una volta) e del Corriere – l’Unità ha pubblicato un buon articolo il 27 febbraio – benché non avare di informazioni, a mio parere non hanno sollecitato a sufficienza i cittadini italiani a un’attenzione convinta e preoccupata in merito a quanto è realmente in gioco, a quel che la crisi del più importante (o solo più famoso, oggi…) teatro lirico del mondo rappresenta nella cultura musicale e nella cultura tout court, nella politica, nella società. Sappiamo che oggi la Scala è sull’orlo del burrone in cui potrebbe cadere trascinando con sé la memoria e il senso di una lunga storia, certamente impareggiabile anche se non sempre mirabile. Il teatro milanese per la nazione vale (o dovrebbe valere) molto di più dei decantati modisti con le loro quattro settimane di sfilate annuali. Non sta a me, qui, certificare la classifica dei colpevoli; direi tutti i componenti del Consiglio di amministrazione con alla testa il nostro sindaco, l’antipatico Albertini detentore del primato di arroganza e autoritarismo. Rivalità di poteri (Cda, sovrintendente, direzione artistica, direzione musicale…), soprattutto ignoranza, davvero incredibile, e disinteresse circa le pesanti conseguenze che provocherà la perdita dell’altissima funzione e rappresentatività culturale detenuta dalla più nota istituzione milanese. Ma anche il silenzio, assoluto, ininterrotto per settimane del maestro Muti (fare il pesce in barile davanti a tanto sconquasso!) non può essere capito e condiviso. Sta anche a me, però, ai fini di mostrare il valore generale e simbolico della vergogna scaligera, ricordarvi in primo luogo che il teatro milanese è dal 1996 una fondazione come le altre tredici fondazioni lirico-sinfoniche nazionali, a cui lo stato assegna la parte più consistente del Fondo unico per lo spettacolo. L’idea fondazionista, neoliberista si basa sulla fiducia che l’ingresso dei privati nei Consigli porti con sé fior di contributi al finanziamento. Che poi la tradizionale propensione degli industriali, finanzieri, commercianti italiani a spendere poco o niente per la cultura deluda in molti casi le attese non è che una conferma di caratteri storici a stento mutabili: capita così nei teatri meno famosi. Invece la partecipazione maggioritaria nella politica di un grande teatro può essere una straordinaria occasione di affermazione, poco costosa o comunque suscettibile di contropartite di enorme valore, finanziario o no o non solo: è il caso della Scala. Comprenderete al volo la situazione gestionale e del potere leggendo di seguito i nomi dei membri privati del Consiglio di amministrazione: Fedele Gonfalonieri, capo di Mediaset, braccio destro di Berlusconi (come ci fosse questi in consiglio), Vittorio Mincato, presidente dell’Eni, Bruno Ermolli, vicepresidente del Cda, altro braccio di Berlusconi per le strategie, poi, più che primus inter pares, Marco Tronchetti Provera, l’ex industriale passato armi e bagagli alla rendita fondiaria: autore con il sindaco e la giunta della più grande operazione immobiliare che Milano ricordi sui terreni Pirelli ex industriali della Bicocca, guarda caso proprio attorno al concerto pubblico/privato per l’edificazione dell’Arcimboldi, il teatro alternativo durante i lavori di ristrutturazione della madre Scala, oggi e dopo non si sa; in questa crisi nessuno programma, nessuno sa nulla. Schizzo di panna sulla torta spartita infine: rappresentante delle Regione Lombardia è l’avvocato Paolo Sciumé di Comunione e liberazione, implicato nelle indagini per il crollo della Parmalat. In ogni modo da quando il teatro è diventato una fondazione di diritto privato, ha scritto Repubblica, “si trova in una situazione simile alla Mediobanca dell’età aurea di Cuccia: il sindaco presiede, gli enti pubblici coprono la stragrande maggioranza delle spese, i privati comandano” (Anselmi, 3 marzo). Potere dei privati, ecco, e la Scala discende sé medesima. Ma se il teatro va in rovina, cosa guadagnano costoro? La condizione è simile a quella delle squadre di calcio col presidente ambizioso, presuntuoso, mentitore e dilapidatore delle risorse, tanto ciò che conta è il marchio, è la partecipazione al set “teatrale”nazionale e internazionale, è la pubblicità di sé e del proprio logo. Una condizione simile a quella di Berlusconi e del suo governo che stanno trascinando il paese sempre più in basso nella scala (eh…) dei valori civili e umani. La indecente commedia scaligera: dapprima stentiamo a crederla realtà, poi la percepiamo come riflesso e nel contempo emblema delle vicissitudini politiche e sociali dell’Italia intera, specchio della totale mancanza di predisposizione della classe dirigente a impiegare al meglio – onestà intellettuale insegni – le risorse del paese, la cultura alta e popolare, delle persone e delle libere istituzioni sociali sindacali politiche, quelle già espresse e quelle latenti. Governano la Scala e il paese personaggi senza cultura né storica né sociale né artistica, la loro dote principale è l’immodestia, se non l’impudenza.
E non dico nulla della cultura musicale per carità di patria, pur dissertando di Scala,. Del resto, anche per colpa e per scelta dei poteri che si sono susseguiti in un secolo e mezzo alla guida della nazione, il popolo, quanto a conoscenza, sensibilità, frequentazione musicale, è a livello dello zero assoluto. Se penso che l’unica riforma “musicale” è stata promossa dalla ultra democristiana e tanto denigrata ministro signora Falcucci, che ha introdotto minimi esercizi musicali nella scuola media dell’obbligo creata nel 1963 !
La tutela del territorio è sempre meno apprezzata. Anche nella magistratura amministrativa tornano a prevalere quelle che una volta si chiamarono le toghe di cemento. Nel giorno in cui entra in vigore il protocollo di Tokyo, il Tar di Catania dà spazio al cemento nelle isole Eolie e il consiglio di Stato sembra che consenta la realizzazione di quell’autentico scempio che è l’auditorium di Ravello. Le brutte notizie non sono finite, la peggiore riguarda sempre la controriforma urbanistica che sta per essere approvata dalla Camera dei deputati.
Comincio da questa ultima. Ho imparato da Antonio Cederna, di cui per trenta anni sono stato amico e allievo benvoluto, che non bisogna vergognarsi di ripetere le cose di cui si è convinti e che si vogliono far conoscere. Non solo non bisogna vergognarsi, ma si ha l’obbligo morale di continuare a dirle. E allora insisto su almeno due aspetti di inaudita gravità del testo in discussione alla Camera. I cosiddetti standard urbanistici, cioè l’obbligo per i comuni a garantire ad ogni cittadino, e in ogni quartiere, una determinata quantità di verde e di spazio pubblico, quindi un vero e proprio diritto alla città, frutto delle grandi lotte degli anni Sessanta: gli standard urbanistici sono abrogati. Restano come facoltà, non è proibito realizzare attrezzature pubbliche, ma non è più un obbligo. L’altra inverosimile proposta riguarda la tutela dei beni culturali e del paesaggio che viene scorporata dalla materia urbanistica. Tutti sanno che la salvezza di alcuni dei luoghi più pregiati del nostro Paese – l’Appia Antica, le colline di Firenze e di Bologna, le coste e i parchi della Maremma livornese, per citarne solo alcuni – è dovuta all’azione di amministratori lungimiranti che predisposero piani regolatori attenti alla salvaguardia delle risorse ambientali e paesistiche. Se fosse approvata la nuova legge, i piani regolatori non potrebbero più tutelare i beni culturali e il paesaggio. Si dovrebbero occupare solo di aree fabbricabili.
Come si usa dire, un fragoroso silenzio incombe sulla proposta di controriforma urbanistica Tacciono stampa e televisione. Ne hanno scritto soltanto Liberazione e l’Unità e molti sindaci toscani stanno sottoscrivendo un appello proposto dal comune di Piombino. Ma tace l’opposizione, di centro sinistra e di sinistra. Peggio, esponenti moderati del centro sinistra sono pienamente d’accordo. Sembra che si sia persa ogni capacità di analisi e di ragionamento. Evidentemente, l’urbanistica non interessa più a nessuno. Si piange sullo smog e le polveri sottili, si cercano soluzioni estemporanee, non si riflette più sulla crescita deforme delle città, che è la prima ragione dell’inquinamento e dei disagi della vita urbana.
In questa temperie non meravigliano le notizie sulle Eolie e su Ravello. Il Tar di Catania ha accolto il ricorso di un imprenditore al quale la soprintendenza di Messina aveva sospeso la realizzazione di un albergo nell’Isola di Vulcano. Non sono bastati l’allarme e le prese di posizione contrarie al progetto da parte di tutte le associazioni ambientaliste e dei ministri dell’Ambiente e delle Politiche agricole. Se fosse generalizzato l’orientamento del Tar di Catania, una nuova ondata speculativa si abbatterebbe sulle Eolie. Riguardo all’auditorium di Ravello, non si conoscono ancora le ragioni che avrebbero indotto il consiglio di Stato ad autorizzare la realizzazione di un progetto che Italia nostra e tanti altri giudicano illegale. Ha evidentemente ragione chi avverte che norme e leggi di salvaguardia sono sempre più spesso considerate solo ostacoli da rimuovere. Come pretende Berlusconi.
Nel lontano 1967, praticamente alle origini della scienza ambientalista, Kenneth Boulding scriveva: "Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista." Forse si dovrebbe aggiungere: oppure un politico.
Non ho conosciuto molto a fondo Renzo Imbeni: come spesso accade nei mondi della politica, è stata una conoscenza più ufficiale e superficiale, affidata alle occasioni rituali delle riunioni di direzione e dei congressi. Una piccola polemica, tra il serio e il faceto, ricorreva tra lui e me, come del resto tra lui e tutti i fumatori irriducibili, e immancabilmente, in tempi, si direbbe oggi, tabagisticamente non sospetti, ricordo la sua premura nel porre all’approvazione di qualsiasi consesso la regola, da me tollerata di malumore, che per l’appunto metteva al bando il fumo da tabacco dalla discussione.
Ma sono stata sua cittadina, per tutti i lunghi anni in cui è stato Sindaco; forse anche, indirettamente – ma sicuramente, per quei tempi, con qualche fondamento di verità – sono stata sua cittadina anche prima, quando era Segretario della Federazione del PCI di Bologna, e quando il rapporto Comune-Partito era di natura ben più pregnante di quanto non lo sia divenuto con il passare del tempo – per non parlare dell’oggi.
E allora, durante tutti quegli anni, un attributo incombeva plubleo come il cielo da neve di oggi sulla città e sulla sua amministrazione: il grigiore – attributo giustificato probabilmente da molti fatti e contingenze, e inevitabilmente esteso alla persona del Sindaco, magari anche da molti dei con-dolenti di oggi. Io stessa non posso dire di condividere tutte le politiche comunali della stagione Imbeni, ed anzi ho preso posizione esplicitamente nei confronti di alcune scelte di gestione urbanistica e territoriale.
Ma con quel Sindaco che ci lascia – perché è sempre il Sindaco di Bologna che si continua a mostrare, anche dietro la Vicepresidenza di un parlamento Europeo frequentato, a differenza della massa degli eletti, con grande assiduità e rispetto istituzionale, anche dietro l’uomo amareggiato dalla sua ultima recente mancata candidatura: è sempre il Sindaco che si ricorda –, con lui sembra chiudersi in silenzio una pagina della vita di questa città che avrebbe forse molte altre cose da dire, che forse le dirà, che può darsi sarà interrogata – ma che per ora non sembra destare troppo interesse…
Ultimo Sindaco eletto col ‘vecchio rito’, ultimo della generazione che precede coloro che, a torto o a ragione, a partire dalle amministrative parziali del 1993, saranno detti ‘grandi Sindaci’, di un tratto del carattere e del modo di porsi credo che a Renzo Imbeni debba essere resa memoria grata: la scarsa propensione alla deriva narcisistica che avrebbe contagiato in breve i Sindaci ‘nuovi’, eletti direttamente, convincendo loro per primi, e spesso in modo durevole, di non essere tanto “Sindaci di grandi città”, quanto “Sindaci Grandi” – per poi restarlo, “Grandi”, ad libitum, qualunque altra cosa facessero, quasi fosse un titolo a vita.
Non che Renzo Imbeni dal narcisismo fosse del tutto alieno. Può anche avere infastidito, in tempi pre-prodiani, l’esibizione ciclistica o podistica di un uomo che restava comunque, anche nell’aspetto, un ex-atleta; può aver infastidito come antidoto irrilevante al ‘grigiore’, o, peggio ancora, come sua quasi demagogica conferma.
Ma la discrezione con cui Renzo Imbeni ha saputo convivere con il proprio male questi ultimi mesi e settimane, il riserbo assoluto, che ha dato alla notizia della sua morte un carattere tanto improvviso e dolorosamente inquietante, e proprio perché sono stati mesi e settimane in cui, questo sì, a livello di ruolo politico non aveva nascosto la propria amarezza per quella che pareva un’ingenerosa ‘messa da parte’ – il fatto che nessun argomento di carattere ‘privato’ sia intervenuto a colorire l’espressione pubblica del suo sentimento, credo che solo questo fatto autorizzi a supporre quanto poteva esservi, dietro l’apparente grigiore, quanta consapevolezza del senso della funzione, quanto spessore inconosciuto, dietro il suo sorriso pronto e la sua bonomia, persino nel suo puntiglio di ex-fumatore pentito. Con qualche rimpianto in più, per non averlo capito in tempo: per non aver capito che, forse, il grigiore, che a un certo punto gli fu affibbiato come maligna etichetta, era più colorato di quanto tanti allora hanno pensato.
L'attenzione all'ambiente è comune a moltissime persone (e non parlo solo di quele per le quali è una moda o un rito). Una parte consistente di questo universo ispira la sua attività, e la sua vita, alla consapevolezza dei rischi che l'ambiente del nostro pianeta (e quindi il nostro pianeta in se stesso) stanno correndo in modo grave. I loro contributi sono ospitati in libri e riviste, e un pochino riecheggiano in questo sito.
La peculiarità di Carla Ravaioli è questa: è tra i pochissimi che hanno compreso, e tentano di far comprendere, che una delle radici principali della degradazione usque ad mortem dell'ambiente della nostra terra sta nei limiti profondissimi dell'economia: dell'economia pratica (e questo ormai molti l'hanno compreso) e soprattutto del pensiero economico. Argomentare questa convinzione e trovare nel pensiero economico classico (da Adam Smith a Claudio Napoleoni) le nascoste radici di un possibile superamento è l'impegno principale di Carla Ravaioli. Che non si accontenta di ricercare, come vorrebbe il suo mestiere, ma si preoccupa di condividere ciò che scopre, con un linguaggio chiaro, semplice, rigoroso.
Divulgare senza mentire, in nessuno dei due modi consueti: nè travisando la realtà, nè trascurandone parti essenziali: questo potrebbe essere il motto di persone come lei. Anche perciò le ho chiesto di fornire ai lettori di Eddyburg la sue opinioni: come per gli altri, quando lo vorrà, come lo vorrà.
(29.1.05) sulla bellezza e il paesaggio dopo avere in precedenza contestato “la soluzione prevista dal nuovo, terrificante disegno di legge urbanistica nazionale della maggioranza che esclude dall’urbanistica la tutela, e quindi la bellezza, e quindi il paesaggio”. Anche altri hanno chiamato gli urbanisti a schierarsi. Accettando subito l’invito di De Lucia, Fabrizio Bottini ha scritto un articolo molto bello (Et in Arcadia…Lego, 31.1.05) che intende confortarci mostrando come “la forte integrazione fra urbanistica e tutela paesistica”, la percezione del paesaggio o degli elementi naturali con le loro modificazioni da parte dell’uomo fossero già interiori alla parte migliore dell’urbanistica italiana dagli anni Trenta. A proposito dei casi nazionali di prima o durante la guerra, mi par giusto aggiungere e riconoscergli uno speciale risalto, anche per affiancare “milanesi” a citati “romani”, il Piano regolatore della Valle d’Aosta (1936-37): passo intermedio fra i traguardi raggiunti, nel 1933-34, dal CM8 (il Piano di Como firmato appunto dagli “otto”, Bottoni, Cattaneo, Dodi, Giussani, Lingeri, Pucci, Terragni, Uslenghi) e dopo dal Piano AR per Milano (1944-45) quando gli Architetti Riuniti lavorarono mentre la città respirava appena dopo i pesanti bombardamenti e pensarono, pur partendo dal piano urbano, in termini di territorio vasto, di paesaggio regionale. Quanto alla Valle, sotto la guida di Adriano Olivetti sette architetti (Banfi, Belgiojoso, Bottoni, Figini, Peressutti, Pollini e Rogers), un ingegnere (Italo Lauro) e il direttore pubblicitario dell’Olivetti (Renato Zveteremich) produssero quegli Studi e proposte preliminari per il piano regolatore della Valle d’Aosta a cui in seguito venne riconosciuto un primato nel campo della ricerca e documentazione di analisi e di progettazione (450 le tavole, oltre ai diversi apparati) riferibili a un ambito esteso per il quale la questione della natura e del paesaggio rapportati al problema della pianificazione urbanistica e anche del progetto a scala pre-architettonica (V. i quattro piani particolareggiati) doveva erompere con forza dalla stessa realtà, non ancora massacrata e ridotta a campione di bruttezza dagli inconcepibili interventi urbanistici ed edilizi dal dopoguerra.
Non su questo, in verità, volevo indugiare. Leggendo De Lucia e Bottini pensavo alle fonti sopranazionali della modernità cui si sono abbeverate un’urbanistica e un’architettura sensibili alla presenza immanente del paesaggio, naturale, artificiale, agrario, terra e acque, anche in occasione del piano urbano ritenuta la meno favorevole. Da dove veniamo? Domanda a cui ho risposto da molto tempo e allo stesso modo di molti altri. Sicché ridurrò a una singola dichiarazione il pensiero (luogo) comune stampato e detto. In inciso, rivolgendomi a Bottini e scusando l’autocitazione: Et in Arcadia Ego di Nicolas Poussin (1639) è la prima delle illustrazioni di Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri.
Da dove veniamo? Per me, la vecchia fonte buttante allora dai torrenti del materialismo, zigzaganti fra le bandiere del rapporto uomo-natura piantate ad ogni ansa, è William Morris, soprattutto il suo lato mentale e corporeo meno esposto, meno illustre dal quale venne il saggio News from Nowhere. Non interessa la diatriba circa il suo utopismo, semmai ricordare la complessità della figura nella misura in cui radunò l’artista, il poeta, l’operaio-artigiano, l’architetto, l’urbanista, il socialista. Interessano le premonizioni in quel testo: la dilagante congestione della grande città “che inghiotte campi e boschi e brughiere senza pietà e senza speranza… il cielo fumoso e i fiumi torbidi… la campagna invasa da miserabili costruzioni”. Tutto vero per l’oggi. Ed è facile poi ricavare, perfino disegnare, il modello di organizzazione territoriale che denominerei il progetto di città e campagna. Una incredibile anticipazione: ricuperare un equo rapporto fra l’uomo e la natura nella società moderna vuol dire riequilibrare il rapporto molteplice uomo / lavoro / tempo libero / riposo, allo stesso tempo e modo che risolvere il divario fra città e campagna. Ne sorte la chiara rivendicazione tripartita – lavoro onorevole e appropriato, riposo per la mente e il corpo, ambiente confortevole e bello – coerente all’altra triade relativa all’intrinseco abitare, “buoni alloggi, ampio spazio, ordine e bellezza”. Infine, il convincente disegno di uno spazio ‘regionale’ avverso al moloch-città smisurata: potrebbe sembrare il medesimo che avremmo voluto si inverasse nel destino delle nostre metropoli, vale a dire un modello nettamente policentrico: centri urbani spaziati nella campagna, paesaggi urbani e paesaggi degli spazi agrari e naturali come due aspetti della funzionalità e bellezza di un unico paesaggio umano. Ma sembra che la storia non abbia insegnato nulla, se non a pochissimi, in questo disgraziato paese, “malpaese” secondo il bravo giornalista Valentini. Eppure tale fantastico sistema policentrico rappresentava la realtà che possedevamo tramandataci dalle vicende storiche, specialmente in Lombardia e nel Milanese. Lo hanno, l’abbiamo in gran parte distrutto, specialmente riguardo a Milano e largo circondario dove il progetto territoriale si è risolto al contrario della nostra visione lotta speranza. Le città immaginate da Morris, paragonabili alla miriade di centri milanesi e lombardi, una volta tutti piccoli e medi, separati da larghe e perfino vastissime fasce di campagna o di boscosa brughiera, sfruttano una potenzialità basata anche sulla bellezza dell’ambiente costruito storico: una risorsa che si esalta nel rovescio della “grande città divoratrice dei campi”. Alla nitida delimitazione urbana corrisponde un’organizzazione spaziale interna come concerto armonioso fra le parti edificate e i “giardini”, mentre la campagna “integra” addossata ai margini potrebbe collegarsi ai giardini interni attraverso idonei varchi e interstizi.
Invece oggi ci aggiriamo in uno spaventevole dilagamento dello spazio edificato, una disgustosa poltiglia di case e insensate strade, augéani non-spazi dove abbiamo perduto l’identità di noi stessi insieme all’identità di luogo.
… poi vennero gli altri, figli e nipoti e parenti e amici e conoscenti, persone singole o riunite in Movimenti. A loro, tutti o molti di noi amici in Eddyburg, ci siamo ispirati in qualche modo e in qualche tempo.
… e intanto si dipanava l’altro corso dove insegnava l’altro padre degli urbanisti e architetti moderni, Hendrick Petrus Berlage. Ne uscirono bravi architetti olandesi e no. Anche a noi tutti insegnò molto.
Per concludere rischiosamente: dico che i giardini dentro i grandi blocchi cooperativi del piano per Amsterdam Sud li vorrei collegare idealmente ai giardini urbani di William Morris. In fondo l’inglese, per data di nascita, avrebbe potuto essere padre giovane dell’olandese.