“Mi sun minga vert: mi sun russ!” Col suo eloquio spiccio, una trentina di anni fa il massiccio sindacalista della periferia milanese mi riassumeva la sua posizione su un problema di riqualificazione urbana. Ovvero il lavoro innanzitutto, poi magari proviamo anche a vedere queste faccende cosiddette ambientali che sembrano stare a cuore a certa gente … Presumo che a tutti sia capitato più volte nel tempo di incrociare queste posizioni, sfumate in un senso o nell’altro, e di sperimentare direttamente come e quanto da allora si sia evoluta e diffusa la sensibilità a queste tematiche, senza nulla perdere sull’altro versante, quello sociale of course.
Ma come si ripete sempre, c’è ancora tanta strada da fare: è ormai quasi scontato riflettere sulla qualità di cosa respiriamo, beviamo, mangiamo; e c’è anche la discriminante fra destra e sinistra, perché l’ambientalismo di destra spontaneamente pensa a pochi eletti che raggiungono la cima, e magari poi si trascinano la massa bue, mentre la sinistra vuole l’acqua pulita subito per tutti, il pomodoro biologico a portata di mano di tutti, perché ne hanno diritto … Però.
Però manca ancora qualcosa nell’equazione, ovvero il mitico territorio, inteso nelle varie forme che assume, di filtro per l’acqua di cui sopra che si purifica, di pompa per far crescere il bel pomodoro, e dulcis in fundo di aggeggio variegato sul quale camminiamo, costruiamo e ci scanniamo ogni giorno che passa.
Pensandoci bene, lo diceva già il vecchio profeta Isaia, “Guai a quelli che aggiungono casa a casa, e uniscono campo a campo, fino a occupare ogni spazio, e diventano i soli proprietari in mezzo al paese!”. Ovvero stateci attenti a non consumare tutto il territorio, perché poi sono guai, e soprattutto a non lasciarlo consumare per pura avidità a pochi (Isaia era di sinistra? ma va?).
Però il Verbo pare proprio difficile da declinare, se dopo migliaia di anni siamo ancora qui ad ascoltare le stupidate dell’intellettuale organico canzonettista interista Roberto Vecchioni. Che dal punto di vista mediatico, beato lui, ha un impatto paragonabile a quello di Isaia, e di sinistra pure si dichiara pubblicamente da lustri, ma che poi casca nella seguente profezia: “l´unica soluzione è uno stadio nuovo, un po´ lontano dalla città, dove si possa fare davvero tutto il rumore che serve” (la Repubblica ed. Milano, 17 gennaio 2010).
La profezia di Vecchioni, a differenza di quella di Isaia, forse ha bisogno di qualche precisazione di contesto. A Milano, come in tanti altri posti, quelli che le archistar oggi chiamano superluoghi provocano un bel casino ormai da tanto tempo, e rischiano di provocarne ancora di più. Casino in termini di disagi, congestione, degrado dei quartieri ridotti a parcheggi, e casino nel senso più stretto dei decibel, prodotto non più solo dai boati della folla, ma anche dagli amplificatori degli eventi e concerti che i grandi luoghi di raduno umano in forma di massa consumatrice di qualcosa (in gergo superluoghi) sempre più offrono, con continuità nel tempo. E a Milano si è introdotto un limite ai decibel che gli abitanti della zona di San Siro, superluogo in nuce, potrebbero sopportare. Scoppia l’ira mediatica di Sir Paul McCartney, e i giornali scattano immediatamente, a raccogliere altre voci, dal boss Springsteen alla Lega Nord che da par suo propone di sostituire le rumorose star mondiali con spettacolini localisti in dialetto dai pochi decibel. Brr!
Doverosa tutela dei residenti o solo prospettiva culturale reazionario/strapaesana? Neanche una delle due, come lucidamente e inconsapevolmente ci spiega l’intervento di Vecchioni: ancora una volta, l’ennesima manovra di accerchiamento per “unire casa a casa, campo a campo …” ovvero lanciarsi nell’ennesimo assalto all’arma bianca a qualche altro dimenticato brano della Bibbia, ad esempio quello che dice “Essi avranno le città per abitarvi e il contado servirà per il loro bestiame, per i loro beni e per tutti i loro animali … si estenderà per lo spazio di mille cubiti fuori dalle mura della città tutt'intorno” (Numeri, 35:4). In altre parole, basta andare con lo stadio un po’ lontano dalla città, ovvero costruirne uno nuovo su quei campi, e portarsi via tutto il rumore e il fastidio, no? Tanto i campi non servono più, e in fondo anche nello stadio c’è un bel prato.
E poi dai! Ma quanto misuravano in realtà quei "cubiti" della Bibbia? Qui ci vuole precisione tecnica. Facciamo un bel convegno sul tema, finanziato dall’associazione costruttori, dal sindacato cantanti e dagli ultras del calcio!
Insomma ci risiamo. Qualcuno prova l’ennesimo colpaccio, ovvero speculare in città sulle aree del grande stadio e ampi dintorni, e anche sui “mille cubiti fuori dalle mura della città tutt'intorno” di biblica memoria. E per farlo coinvolge l’ennesimo pensoso intellettuale, pure di sinistra, che però inconsapevolmente rivela quanta poca strada si sia fatta in tanti anni nel diffondere cultura e consapevolezza.
A modo suo, e con parole più raffinate, il cantante ci sta dichiarando: “Mi sun minga vert: mi sunt interista”. Qualcuno glie lo spiega, di informarsi meglio prima di far pubblicità gratis ai palazzinari?
Alfano si affida al modello L’Aquila. E il capo dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta si ispirerà a Guido Bertolaso. Da ieri, con il voto del Consiglio dei ministri, è emergenza per il sistema carcere e non si possono attendere le lungaggini di una riforma. Perciò, in poche mosse, il piano del ministro prevede l’attribuzione di poteri di commissario delegato al capo del Dap e ordina la costruzione, nell’immediato, di 47 nuovi padiglioni. «Mentre apriamo questi cantieri sul modello dell’Aquila, noi evadiamo tutta la procedura burocratica per realizzare nel 2011 e nel 2012 le strutture tradizionali e flessibili a cui daremo vita con tempi e con modelli organizzativi realizzati in Abruzzo», ha comunicato il Guardasigilli fiducioso. Una corsa contro il tempo per tirar su edifici penitenziari che risolvano la questione del sovraffollamento, una situazione drammatica che riguarda, a ieri, 64.670 persone private della libertà.
Ma soprattutto un’emergenza, altrimenti destinata ad abbattersi sul governo con gli effetti di un terremoto. Niente indulto, tanto meno amnistie, dunque. L’autorizzazione a procedere viene dallo stesso presidente del Consiglio che ha affiancato il ministro in conferenza stampa. Ai cinquecento milioni stanziati in Finanziaria, se ne aggiungeranno altri cento distratti dai fondi del ministero della Giustizia, mentre le risorse per la costruzione dei nuovi istituti devono ancora essere individuate. «Se non è un bluff, è quantomeno assai preoccupante », spiega Patrizio Gonnella, il presidente di Antigone, l’associazione che monitora il sistema di detenzione italiano. «Con questi soldi, anche volessero risparmiare, difficilmente si realizzeranno i 21.749 posti in più promessi da Alfano. Ma ciò che davvero ci allarma – incalza Gonnella – è che la partita “emergenza” finisca con la secretazione delle gare d’appalto, creando nuova illegalità economica». Se, secondo le stime dello stesso dipartimento penitenziario, per erigere un padiglione da 200 posti occorrono circa 20 milioni di euro, il piano «è poco credibile» anche per il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi, che ha sottolineato come «questo governo ha tagliato i fondi destinati al comparto sicurezza», mentre molto ha impiegato nella «politica degli annunci».
Che si tratti di «un rimedio di tipo comunicativo», come indica il presidente di Antigone, è la tesi comune a molti operatori del settore. Paola Balducci, responsabile Giustizia dei Verdi e autrice di molti scritti sul sistema penale, entra subito nel merito del problema: «Quello delle carceri è un tema che si solleva da sempre e questo Paese continua a attribuire un potere salvifico alla sanzione penale. Ci vuole molto tempo per costruire nuovi edifici, mentre si dovrebbe riformare il codice, depenalizzando quei reati che non sono più tali e incentivando il sistema delle misure alternative». Temi che erano al centro delle mozioni presentate lunedì e martedì scorso a Montecitorio e che ora, dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, devono cedere il passo.
Bisogna riconoscere che stavolta è stata Legambiente a lanciare per prima l’allarme. Con inusitata durezza, il presidente dell’associazione Vittorio Cogliati Dezza ha dichiarato che, se approvato, il disegno di legge sugli stadi in discussione alla Camera può dare il via alla più grande speculazione urbanistica nelle città italiane dal dopoguerra. E che parlare di europei di calcio e di miglioramento degli impianti è un’ipocrisia. I disastri di Italia ’90 sono niente di fronte alle prospettive spalancate dal nuovo provvedimento. Mirko Lombardi e Roberto Musacchio hanno scritto su Gli altri che l’enormità della proposta in discussione fa impallidire la famigerata legge Lupi del precedente governo Berlusconi.
Eddyburg ha già dato trattato l’argomento, ma è bene riprenderlo. Dunque, la commissione cultura del Senato, il 7 ottobre scorso, ha approvato all’unanimità, il disegno di legge intitolato “disposizioni per favorire la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi e stadi anche a sostegno della candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale”. L’approvazione all’unanimità evita il passaggio in aula e trasferisce il testo di legge direttamente alla Camera, dove è in corso la discussione, anche qui in commissione cultura.
Gli europei di calcio, i tifosi, lo sport sono un paravento, il cuore del provvedimento sono i “complessi multifunzionali” che si possono costruire insieme agli stadi e possono comprendere interi pezzi di città: attività commerciali, residenziali, ricettive, direzionali, di svago, culturali e di servizio. Perfino in aree non contigue allo stadio che dovrebbe legittimarle. Tutto ciò con procedure derogatorie, come al solito e più del solito. A promuovere le iniziative sono le società sportive o soggetti a esse collegati che presentano uno studio di fattibilità, il sindaco promuove un accordo di programma che determina le necessarie varianti urbanistiche e, nientemeno, la “dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità e urgenza”, quasi fossero opere pubbliche. Non basta, sono previsti addirittura agevolazioni e contributi finanziari e, infine, gli interventi possono essere realizzati con una semplice Dia – dichiarazione di inizio attività –, istituto in origine pensato per semplificare la costruzione di opere interne alle abitazioni, a mano a mano dilatato fino alla scala urbanistica.
Opportunamente, Legambiente ha fornito anche i dati relativi al confronto tra il nuovo stadio del Bayern di Monaco inaugurato nel … – e considerato un autentico gioiello, uno degli impianti più funzionali del mondo – e quelli di cui si discute nella capitale per le squadre della Roma e della Lazio. Riporto qui solo le quantità riguardanti il consumo del suolo: a Monaco, tutto compreso, 14 ettari; a Roma i nuovi stadi (insieme agli inevitabili complessi polifunzionali) dovrebbero occupare rispettivamente 150 e 600 ettari, con il consenso di regione e comune.
Che devo dire? Mentre è ancora aperta la drammatica vicenda delle leggi regionali per il piano casa, scatta quest’altra immonda e unanime proposta. A generare il mostro è ancora una volta l’atteggiamento di resa senza condizioni del potere pubblico. Il governo del territorio è ormai legalmente e dichiaratamente passato nelle mani della speculazione fondiaria. Possiamo andare avanti così? Che dobbiamo fare? A chi dobbiamo dirlo? Siamo sfiniti. Non è più un problema di urbanistica, è un problema di democrazia e di regole fondamentali della società.
Nota: per la legge Stadi si vedano anche gli articoli da La Gazzetta dello Sport dell'aprile 2009; da Terra dello scorso ottobre e di pochi giorni fa quello dal Corriere della Sera (f.b.)
Ho seguito con molto interesse, il 16 giugno scorso, il convegno "Progettare la memoria - L’archeologia nella città contemporanea" e sono veramente lieto per questa iniziativa che Italia Nostra (nazionale) ha voluto intraprendere.
C’era gran bisogno di un approfondimento di quel tema e auguro che, com’è avvenuto per altri fondamentali atti dell’Associazione, anche questo possa costituire un valido riferimento unificante per tutte le sezioni, un messaggio illuminante per tanti cittadini volenterosi ed uno stimolo efficace per le istituzioni d’ogni livello.
Ho apprezzato in particolare due segnali ritrovati proprio sulla linea di partenza e su quella d’arrivo del convegno, come due cardini indispensabili su cui far girare una porta socchiusa, per riaprirla ad una questione particolare e decisiva accantonata da troppo tempo. Il primo riguarda l’immagine che fa da sfondo al cartoncino d’invito con il programma: il complesso dei Fori Imperiali spaccato dal superdiscusso stradone littorio. Il secondo sta nell’intervento finale del presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio, il quale ha detto senza mezzi termini che il rilancio del Progetto Fori è un obiettivo dichiarato e convinto di Italia Nostra, che va rilanciato e su cui ricominciare a lavorare con impegno. Appunto: ricominciare.
Allora c’è da chiedersi come questo obiettivo si sia offuscato e perso non solo nella linea del Comune di Roma, a partire dall’improvvisa morte del sindaco Petroselli, ma anche nella stessa Italia Nostra e soprattutto nella sua Sezione romana, che l’ha praticamente sepolto.
Con Antonio Cederna la Sezione romana aveva avuto il privilegio di essere la più agguerrita paladina del Progetto Fori ed anche in parte madrina attraverso il Piano per il Parco dell’Appia Antica coordinato da Vittoria Calzolari. Inoltre il pregevole Studio per la sistemazione dell’Area Archeologica Centrale promosso dalla Soprintendenza archeologica di Roma ebbe come coordinatore Leonardo Benevolo, che era stato il primo presidente della Sezione stessa all’atto della sua costituzione nel 1959. Ma negli ultimi tempi in questa sede si è parlato sempre meno del Progetto Fori. Di fatto prima lo si è accantonato, ma poi qualcuno l’ha anche avversato ritenendo bella e intoccabile via dei Fori Imperiali, mentre si ritrovava perfino una presunta difficoltà per la sua chiusura al traffico automobilistico. Tutto ciò usufruendo di quella gelosa autonomia e della tendenza all’esclusiva assoluta sui problemi cittadini che si è sviluppata sempre più nell’ultimo decennio e ne ha fatto una repubblica indipendente governata da un minidirettorio con poteri esclusivi.
Si è trattato, a mio giudizio, di un errore strategico che, abolendo un quadro generale, ha favorito le tante ricadute negative che stanno avvenendo e alle quali è sempre più difficile opporsi. Proprio Italia Nostra non avrebbe dovuto mettere nel cassetto quel grandioso programma di unificazione tra l’area archeologica centrale e il cuneo verde dall’Appia ai Castelli che avrebbe dovuto essere il fulcro culturale e operativo per un capovolgimento delle devastanti linee urbanistiche già operate e future operanti sulla capitale. Sicuramente il più grande intervento di archeologia urbana nazionale e mondiale mai ideato.
Vezio De Lucia, nel suo intervento al convegno, ha detto efficacemente che oggi c’è più che mai bisogno di assumere l’archeologia urbana come unidirezionalità culturale e di darle un forte ruolo di protagonismo "altrimenti l’esito non può essere che quello disastrante e disastroso del Progetto Fori". Un esito capovolto rispetto alle aspettative che aveva suscitato e al successo straordinario che aveva invece conseguito inizialmente nella cultura italiana ed europea, rafforzato dal forte apprezzamento e coinvolgimento dei cittadini romani di ogni ceto sociale.
Di quei tempi esaltanti, purtroppo di breve durata, ricordo la mia esperienza nel Pci, che ho trascorso anche con incarichi di responsabilità in una zona di Roma comprendente cinquantasei sezioni di partito, collocate in un vasto territorio di quartieri e borgate esteso tra le Mura Aureliane e l’estrema periferia della città. Più di una volta si erano affrontati problemi ambientali e di tutela, anche mutuati dalle ottime elaborazioni di Italia Nostra, ma riscontrando spesso un certo distacco o sentendosi dire che c’erano altri più gravi problemi di carattere nazionale o internazionale a cui pensare: il solito e ripetuto "quadro politico", sempre sovrastante e incombente che non lasciava troppo spazio a questioni passibili di venir rubricate nel cosiddetto "problema della fontanella", che magari proprio "fontanella" non era.
Quando invece fu la volta di divulgare e discutere il Progetto Fori nella sua portata culturale ed urbanistica esso fu sintomaticamente recepito senza obiezioni di sorta, anzi con un sorprendente entusiasmo. Forse avranno pure giocato, in quello specifico contesto di militanti, l’antimilitarismo di chi non voleva vedere carri armati e cannoni sfilare nel centro della città e l’antifascismo di chi parteggiava visceralmente per lo smantellamento di una simbolica e nefasta Opera del Regime, luogo di tronfie esibizioni e di parate anticipatrici di una guerra rovinosa.
Ma, al di là delle riunioni e indicazioni di partito, fu la città a rispondere con grande partecipazione e lo si vide nelle domeniche ai Fori, affollatissime, con splendide lezioni dei nostri migliori urbanisti ed archeologi sul patrimonio archeologico che ci stava di fronte e sotto i piedi e, di fatto, su quella Nuova Idea per Roma che Petroselli aveva politicamente lanciato quando non era ancora sindaco ma solo segretario della Federazione romana del Pci.
Ci tengo nel merito a ricordare che proprio su tale base programmatica il Pci ebbe a Roma un notevole successo nelle elezioni della primavera del 1981, conquistando il 35% dei voti mentre la Dc scendeva al 30. Ciò in netta controtendenza rispetto ai negativi risultati nazionali e nonostante l’accanita campagna elettorale messa in atto dagli avversari contro la giunta di sinistra in piedi dal 1976, in cui da poco più di un anno all’intellettuale Argan era subentrato quel prototipo di dirigente comunista che era Petroselli. Una campagna molto infuocata su cui soffiarono in particolare gli strumentali e martellanti articoli del quotidiano Il Tempo, con toni agitatissimi per il sacrilegio che si poteva commettere anche su via dei Fori Imperiali dopo gli scavi intrapresi su via della Consolazione per riunificare Foro Romano e Campidoglio.
Tornando invece all’accantonamento del Progetto Fori da parte della Sezione romana di Italia Nostra, posso dire di essere stato diretto testimone della fase decisiva in cui si passò da una forma di desistenza a un vero e proprio strappo. Fu quando si sparsero le voci che, su pressione del nuovo governo di centrodestra insediatosi dopo le stravinte elezioni del maggio 2001, si stesse approntando uno specifico vincolo monumentale per via dei Fori Imperiali. Chiesi, come membro del direttivo della Sezione, che questa si informasse e ne discutesse ma furono fatte orecchie da mercante. Saputo poi che il decreto ministeriale di vincolo era stato emanato (20/12/2001), sollecitai la Sezione a richiederne il testo per prendere una posizione ufficiale, ma la proposta non fu minimamente presa in considerazione, anzi mi fu risposto seccamente di andare a cercarmi quel decreto da solo. Per l’esterno si preferì far finta che non fosse successo niente, suscitando ovviamente molte perplessità in chi alla questione stava più attento.
D’altra parte ritengo che in questa occasione giocarono in parte l’influenza di nuove posizioni culturali come quella di Giorgio Muratore, anche lui del direttivo della Sezione, al quale poi il Messaggero del 12 febbraio 2002, giorno seguente l’anniversario della Conciliazione, dedicò un grosso articolo titolato "L’architettura fascista va salvata. Giù le mani da via dei Fori" in cui di fatto assimilava un selciato ad un’opera d’arte e arrivava perfino a dichiarare che "eliminarvi la circolazione risponderebbe solo a un criterio di komeynismo archeologico"; in parte i rapporti molto amichevoli con l’allora soprintendente Ruggero Martines che, adeguandosi rapidamente alla richiesta del Ministro e del Governo di allora, aveva confezionato il decreto; in parte, infine, l’orientamento politico verso un centrodestra in grande volata che un gruppetto organizzato cercava di consolidare anche in vista di proprie occasioni professionali.
Per queste ultime il precedente si poteva ritrovare nel "Protocollo di consenso" sulla mobilità preparato all’insaputa del direttivo e improvvisamente siglato davanti a televisioni e giornali il 9 maggio 2001 (a soli quattro giorni dalle elezioni nazionali e amministrative) dal vicepresidente della Sezione romana Oreste Rutigliano "per Italia Nostra", quindi anche con un ambiguo coinvolgimento dell’Associazione a livello nazionale, e dal candidato sindaco Antonio Tajani, che quella firma "di Italia Nostra" se la cominciò a sbandierare per bene come ciliegina ambientalista sul suo programma. La Sede centrale intervenne sbigottita per chiedere chiarimenti e smentire il tutto, ma ormai la frittata era fatta. Anche la presidente della Sezione romana, Maria Antonelli Carandini, rimase sconcertata e mi telefonò preoccupata a tarda sera chiedendomi si intervenire in qualche modo, cosa che feci immediatamente con una diffida a strumentalizzare la sigla di Italia Nostra, che inviai in particolare al "Maurizio Costanzo Show" perché questo si doveva tenere eccezionalmente a piazza del Popolo come conclusione della campagna elettorale di Tajani e, almeno in questo caso, il comunicato sortì effetto deterrente.
Lo stesso gruppetto tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 fece ancora pressione per ottenere la copertura di Italia Nostra su un’operazione sottesa a quel protocollo, relativa a interventi infrastrutturali nel centro storico di Roma e nel Parco dell’Appia Antica. Tale operazione, intrapresa segretamente in un paio di studi professionali, contava su un piano generale portato avanti da una Fondazione per la ricerca e lo sviluppo dei trasporti, fatto proprio dalla Regione Lazio (Storace) e dal Governo (Berlusconi), già avviato attraverso un accordo di programma e fortemente finanziato. Se non avessi denunciato io la manovra, la quasi totalità del direttivo della Sezione ne sarebbe rimasta del tutto all’oscuro. Secondo la mia cultura politica queste cose si possono anche chiamare "comitati d’affari".
Evidentemente a chi, dentro l’Associazione, era immischiato in tale iniziativa imprenditorial-politica figuriamoci se poteva interessare più che niente l’ormai d’altronde sepolto Progetto Fori, che di una nuova mobilità cittadina avrebbe invece dovuto costituire l’elemento centrale. Personalmente avevo già maturato delle forti divergenze con le linee di quelle persone in tema di mobilità (e non solo), ma quando per giunta e per un caso scoprii la suddetta manovra la smascherai in un tesissimo Consiglio direttivo (11 aprile 2002) augurandomi che Italia Nostra potesse dare un taglio netto con quel modo di procedere. Ciò però non avvenne grazie ad una reticenza complessiva e alla copertura che fu stesa sull’episodio, così il gruppetto consolidò le sue posizioni e fu perfino premiato entrando al completo nel direttivo della Sezione. Da qui in seguito è anche diventato il cavallo di Troia per l’arrembaggio alla direzione nazionale di Italia Nostra, contribuendo a provocare le dimissioni della presidente Desideria Pasolini dall’Onda, stimatissima fondatrice storica, e la presa di possesso da parte di Carlo Ripa di Meana, personaggio dalle mutevoli casacche politiche, immediatamente datosi da fare per la discussa svendita della sede nazionale di via Porpora, il prestigioso villino che i coniugi Astaldi avevano donato all’Associazione perché ne facesse il suo luogo più rappresentativo e preservasse così anche la loro memoria..
Tutto ciò che ho scritto finora è premessa alla questione che mi sembra sia rimasta un po’ elusa nel convegno: come portare avanti la linea che ne è scaturita, in particolare la proposta di rilanciare il Progetto Fori?
Non c’è più purtroppo Antonio Cederna, ma non credo manchino personalità in grado di farsi sentire con grande competenza attraverso una campagna puntuale e sistematica che sappia riprendere le fila del suo pensiero, riproporre la sua irriducibile tenacia, insistere appropriatamente in relazione agli oppositori e alla situazione politica di oggi, trovare i giusti alleati. Non dimentichiamo che quelle idee a suo tempo uscirono da un ristretto gruppo di intellettuali per allargarsi poi a tanti cittadini e diventare prezioso patrimonio culturale della città. Confido quindi che interventi su giornali e riviste, ulteriori e specifici convegni, collegamenti col mondo politico e anche imprenditoriale (vista l’entità di un’opera sicuramente più allettante rispetto al congelamento dello stato attuale), possano raggiungere buon fine. Certo i tempi non sono i migliori, ma occorre comunque lavorare se non per l’immediato presente almeno per il futuro, quando finalmente si riterrà inconcepibile che la maggiore superficie delle antiche piazze imperiali possa avere meno dignità, valore e tutela della soletta di cemento e dei sampietrini che la sovrastano.
La cosa più assurda è che si cerca di gettare ombra sui sostenitori del Progetto Fori accusandoli di ideologismo, mentre è proprio questo il principale elemento che sta alla base della presunta intoccabilità di via dei Fori Imperiali, che qualcuno preferisce qualificare come "asse stradale storicizzato" e mummificarlo, come si è cercato di fare con lo stesso indecoroso vincolo.
Mi fa specie, al proposito, la posizione che ho sentito ribadire nel convegno da Giuseppe Strappa, di cui peraltro apprezzo gli interventi espressi su molti altri casi. Non mi convince non solo il suo riferimento al solito motivo della "storicizzazione", ma anche la giustificazione che dà alla costruzione di via dell’Impero come continuità dello sviluppo di Roma per assi stradali, perché a mio giudizio non si può minimamente paragonarla ai rettilinei papali, finalizzati a riorganizzare tutta la città, stretti, funzionali rispetto alle dimore più o meno nobiliari che vi si dovevano affacciare. Ma soprattutto mi sento di respingere il destino che profila per l’ampio stradone. Già a suo tempo scrisse (Corriere, 24-11-02) che esso doveva "essere salvato dalla furia del nuovo "piccone liberatore": per permettere ai romani di riappropriarsene trasformandolo, magari, in un luogo per spettacoli, manifestazioni, riti civili. Uno straordinario foro moderno capace di tramandare il monito e la nobiltà dei fori antichi sui quali è fondato". Non mi sembra corretto attribuire in tal modo la qualifica di spicconatori a coloro che vogliono sicuramente rigorosi scavi stratigrafici (che nessun vincolo peraltro può vietare) all’interno di un quadro unitario e su un obiettivo straordinario che generi un nuovo sistema archeologico ed urbano. Né credo sia esaltante parteggiare, più che per le marmoree piazze imperiali ritrovate e riunificate, per un cosiddetto "foro moderno" di sampietrini. E poi per farne che? Magari proprio quelle kermesse di pacchiani centurioni e altro, quegli spettacoli assordanti o quelle incongrue adunate e parate che più possono mortificare il valore delle antichità circostanti e contribuire anche a danneggiarle. Quanto alla proposta dello stesso Strappa di valorizzare gli attuali percorsi sotterranei già presenti ma trascurati, niente da eccepire, purché essa non intenda saldarsi e stabilizzarsi con l’ibrida "proposta Fuksas" che, a costi comunque elevati, vorrebbe conciliare l’inconciliabile: il mantenimento della strada e una presunta continuità dei Fori.
C’è infine da affrontare e risolvere un problema tutt’altro che secondario: la questione della Sezione romana di Italia Nostra, che peraltro non ha partecipato al convegno e che continua a manifestarsi oggettivamente contraria Progetto Fori, senza avere nemmeno il coraggio di dichiarare apertamente e ufficialmente che questa grande idea propugnata da Antonio Cederna è morta e sepolta. Certo occorre battere resistenze ed incrostazioni, ma una forte presa di posizione dell’Associazione a livello nazionale, unita ad un suo vivo protagonismo, potrà di sicuro risultare vincente. Sarà in ogni caso necessario infrangere anzitutto la barriera di quella specie di "sacro pomerio" in cui si vorrebbero gelosamente restringere, senza alcuna interferenza, tutte le azioni sul territorio romano. Non è assolutamente concepibile delegare una decisiva questione di portata nazionale e mondiale ad un piccolo gruppo che si avvale impropriamente di una più che illustre eredità passata. Ritengo pertinente, al proposito, quanto ha scritto Francesco Scoppola: "Ciò che più dispiace nel caso dei Fori, come in altri, è il proporre o addirittura realizzare idee opposte a quelle di Antonio Cederna fingendosi o davvero credendosi suoi discepoli devoti. Il fatto grave è contrabbandare ciò che Antonio non voleva come se fosse un compimento del suo pensiero o un omaggio a lui. Pare trattarsi di un fenomeno contagioso: sempre più numerosi sono quelli che lo contraddicono nei fatti e lo ricordano a parole". Su queste parole dovrebbe meditare soprattutto la Sezione romana di Italia Nostra, che pure le ha riportate nel recente libro pubblicato a propria cura "Antonio Cederna – archeologo giornalista uomo poeta", avendo costantemente presente che tuttora al nome di Cederna è titolato solo quel misero belvedere, o meglio mal-vedere, davanti al quale, come un insulto, continua a scorrere imperterrito e ad emettere gas di scarico il traffico automobilistico.
Roma, 4 luglio 2009
Leggendo Alle sorgenti della Metropoli di Fabrizio Bottini su eddyburg (24.10.09) torna in mente il modello insediativo di William Morris, come traspare da News from Nowhwere (1), che ci autorizza a parlare di dimensione metropolitana mentre non ci importano le altezzose accuse di ingenuo utopismo che gli sono toccate. Nell’«Inghilterra comunista» immaginata al 2003 non sarà più necessaria l’abnorme concentrazione della popolazione nei termini propri della grande città industriale poiché la renderebbe inutile il radicale mutamento nello sfruttamento della forza meccanica. Il movimento della popolazione fra le grandi città e la campagna porterebbe a nuovi equilibri tanto per organizzazione territoriale che per rapporti fra le componenti sociali. Si ridimensionerebbero le città enormi come Londra, invece diventerebbero cardini del sistema territoriale «socialista» le città piccole, ricomposte in modo da collegare strettamente le periferie alle aree agricole, da conservare ampie fasce separatrici di «campagna integra» e da assegnare al centro anche le funzioni di «giardino». L’alternativa deriva la propria certezza da una dura critica della realtà di allora e nello stesso tempo presagisce le nostre odierne valutazioni di determinati processi sociali e territoriali. Già anni prima Morris aveva scritto:
«Pensate alla dilagante congestione di Londra, che inghiotte con la sua detestabilità e campi e boschi e brughiere senza pietà e senza speranza, che divide i nostri deboli sforzi per fronteggiare anche i suoi mali minori quali il cielo fumoso e i fiumi torbidi; […] la stessa campagna aperta viene invasa da miserabili costruzioni che scacciano le solide e grigie costruzioni che ancora esistono […]. In breve, il cambiamento dall’antico al moderno comporta la certezza di un peggioramento nell’aspetto del paese» (2).
Morris incontestabile anticipatore: è infatti vero che oggi le città sono dilagate e che le aree metropolitane, laddove siano tali per essere luogo di relazioni complesse, consistono in detestabile distruzione dello spazio agrario, e laddove manchi tale complessità presentano agglomerazioni anche peggiori per uso dello spazio e dell’edificazione; è infatti vero che a deboli sforzi è corrisposto un aggravamento dei mali e che il problema ecologico appare insolubile; è infatti vero che le costruzioni invasive nella campagna sono, ora, miserabili, da un punto di vista diverso da quello di allora ma coincidente coi principi morrisiani se il giudizio riguarda la qualità urbanistica e architettonica nelle nuove sterminate periferie: volgarità, squallore e arroganza si alternano e si intersecano, così esaltando la dignità delle vecchie costruzioni e dei coerenti insediamenti storici in pericolo di essere travolti dall’aggressione edilizia. Il progetto, possiamo denominarlo così, del socialista inglese assume significati ancor più stimolanti le nostre attuali meditazioni se lo osserviamo attraverso l’ottica del rapporto fra l’uomo e i tempi e i modi del vivere: il lavoro, il tempo libero, il riposo…
«William Morris è il primo pensatore socialista che ha introdotto la filosofia del lavoro e del tempo libero direttamente nelle questioni di formazione degli insediamenti» (3).
Non vige contrapposizione fra lavoro e tempo libero nella misura in cui il lavoro debba essere degno di essere eseguito in condizioni ambientali appropriate e il tempo libero possa contenere tempi di lavoro piacevole e utile alla società; in altri termini: le necessità e i diritti dell’uomo si articolano in lavoro onorevole, ambiente circostante confortevole e bello, riposo per la mente e il corpo. L’armonizzazione delle funzioni vitali in un unitario senso della vita corrisponde all’organizzazione territoriale. Il modello, come possiamo ricostruirlo teoricamente e perfino disegnarlo, è policentrico e come tale oppositivo al dilagare della grande città e alla distruzione della campagna. Il ruolo sociale e spaziale della grande città ridimensionata e delle circostanti città piccole (e medie, pare a noi) assettate, diremmo ora, a misura d’uomo, si risolve nel contrario di quello di «divoratrici dei campi»: entità ben delimitate, secondo un disegno che non temiamo di definire propriamente urbanistico relativo sia alle relazioni fra edificato nelle diverse funzioni e la campagna, sia fra le diverse realtà urbane costituenti l’ordine policentrico emergente dal contesto agrario.
| fot f. bottini |
Ordine che sarà «il vecchio tricheco baffuto Ebenezer Howard» (Bottini) a prospettare in maniera più circostanziata e non meno convincente. Mi riferisco non alla città giardino di per sé ma all’ipotesi di sistema insediativo mediante «grappoli di città», cioè non l’espansione a macchia d’olio da una città madre, ma un decentramento secondo entità urbane distaccate di misura contenuta, riproducibile quando si tocchino determinate soglie limite. Ne sorte una struttura policentrica integrata da sistemi di trasporto pubblico e da spazi ben definiti di città e di campagna. Una dimensione metropolitana alternativa a quell’abnorme crescita così ben descritta da Morris con l’esempio di Londra che inghiotte «campi e boschi e brughiere…». Una dimensione e un’organizzazione territoriali non rinunciatari dei valori urbani, anzi apportatori di nuove e maggiori possibilità di utilizzo proprio grazie alla ricchezza del policentrismo e al connettivo agricolo che lo garantisce. Rifacciamoci al «Diagram» (4) di Howard.
Come si sa, il grappolo, ripetibile più volte, sarebbe costituito da una città-campagna centrale di 58.000 abitanti e da altre sei di 32.000 dislocate all’intorno. Nell’insieme un organismo urbano-rurale di 250.000 unità in cui «ogni abitante del complesso, pur vivendo in una piccola città, sarà in realtà l’abitante e potrà godere dei vantaggi di una città grande e bellissima; e tuttavia le fresche delizie della campagna saranno a pochi minuti di cammino o di carrozza» (5). La rapidità di spostamento è garantita da una rete ferroviaria (“metro”) che unisce tutte le città satelliti fra loro e a quella centrale. Più grappoli possono designare un ampio territorio, sempre policentrico, a scala grande-metropolitana e regionale. Facciamo un po’ di conti per smentire il luogo comune relativo a presunti difetti consistenti in una densità umana troppo bassa.
Prendiamo uno dei satelliti di 32.000 unità, 30.000 appartenenti al territorio urbanizzato vero e proprio e 2.000 insediate nella campagna produttiva. Secondo lo schema howardiano la città, 1.000 acri (400 ha, 4 kmq), presenterebbe una densità di 7.500 ab/kmq, circa quella del territorio comunale di Milano. La densità propriamente territoriale media dell’ insieme di città e largo spazio agrario pertinente, 6.000 acri (2.400 ha, 24 kmq), sarebbe di 1.143 ab/Kmq, un indice né troppo basso né troppo elevato che esteso a tutto il complesso metropolitano di 250.000 abitanti e alla relativa moltiplicazione a scala regionale rispecchierebbe, insieme alla notevole densità urbana, la straordinaria attitudine del modello policentrico ad assicurare urbanità e ruralità ugualmente forti. (Come la proposta howardiana abbia influenzato l’urbanistica inglese dagli ultimi anni di guerra, poi diversi piani di Mosca e tutta quella pianificazione in Europa rivolta a decongestionare la grande città mediante centri satellite, è ben noto).
Cosa mi risponderebbe «il vecchio tricheco» se potessi raccontargli che avremmo potuto realizzare in Lombardia e nel Milanese un magnifico sistema metropolitano policentrico, operando al tempo giusto (almeno dall’immediato dopoguerra), senza bisogno di fondare dal nulla varie Garden City (o Concord…), ma valendoci del persistente eccezionale policentrismo storico distribuito nella vasta campagna secondo diversi ordini di grandezza dei centri urbani? E che, invece, abbiamo realizzato l’osceno sprawl?
Milano, 11 Novembre 2009
(1) News from Nowhwere, Pubblicazione a Londra 1890, a Boston 1891. Edizione Italiana Notizie da nessun luogo, Garzanti, Milano 1984.
(2) W. Morris, Architettura e socialismo (1881-1892), Sette saggi a cura di M. Manieri-Elia, Laterza, Bari 1963, p. 119.
(3) E. Golzamt, L’urbanistica dei paesi socialisti (1971), Mazzotta, Milano 1977, p. 177.
(4) E. Howard. Garden Cities of Tomorrow(1902). Edizione italiana L’idea della città giardino, Calderini, Bologna 1962, p. 121. La prima pubblicazione dell’opera avvenne nel1898 con un titolo completamente diverso e forse più significativo: Tomorrow, a peaceful path to real reform.
Il piano paesaggistico della Toscana tutela efficacemente il territorio della regione, in particolare il suo patrimonio collinare? Si può discutere fin che si vuole sui principi, ma sono i fatti a dare le vere risposte. Circa due anni fa ho scritto su eddyburg.it a proposito di un caso esemplare di cattiva urbanistica: un villaggio turistico di circa 25.000 mc. – spacciato come complemento di un ‘parco’ di pochi ettari - da realizzare nel comune di Serravalle pistoiese, sul Montalbano, un territorio collinare delicato e di grande qualità paesaggistica. Si trattava di un insediamento che appariva nel regolamento urbanistico ma non era dimensionato nel piano strutturale, dove veniva adombrata tortuosamente l’eventualità che il RU prevedesse una struttura turistica ricettiva, “senza che ciò costituisse variante al PS (!)”. Procedura irregolare non solo per il mancato dimensionamento, ma perché, guarda caso, il RU localizzava l’intervento proprio in un’area di proprietà di un importante vivaista pistoiese, escludendo altre localizzazioni, possibili se si fosse seguita una procedura regolare.
Finalmente nell’ottobre 2009 la vicenda può dirsi conclusa: il piano attuativo del villaggio è stato approvato, ed è interessante vedere come e in qual modo. In risposta ad una mia lettera pubblicata su Repubblica in cui segnalavo il caso all’assessore al territorio della regione Toscana, Riccardo Conti, questi, sempre su Repubblica, rispondeva nel novembre 2007 “non trovo scandalosa una previsione di piano che in un parco immagina un intervento edilizio da destinare ad una limitata capacità di accoglienza per studenti o studiosi di passaggio. Cosa diversa è se mi trovo di fronte a un complesso turistico vero e proprio. Il Pit pone una riserva tale fino a prevedere specifiche procedure di contrasto” e aggiungeva l’assessore “Abbiamo da mesi concordato una linea con il Comune di Serravalle che prevede che non si proceda all'adozione del piano attuativo prima che, in accordo con la Provincia di Pistoia e con la Regione, il Comune non abbia provveduto a una ricognizione dei propri strumenti urbanistici, nel senso di un adeguamento alla legge 1 e al Pit. Questo lavoro in corso nei prossimi mesi porterà a un adeguamento normativo degli strumenti urbanistici e a un'adeguata dislocazione dell'intervento”.
Vediamo dunque in cosa consista l’adeguamento alla legge 1/2005 (la legge di governo del territorio) e al PIT che nel marzo del 2009 è stato adottato come piano paesaggistico e quali siano state le procedure di contrasto e l’adeguata dislocazione. Per ciò che riguarda la legge 1/2005, il comune di Serravalle ha formalmente sanato l’illegittimità della procedura con una variante al PS in cui viene dimensionato l’intervento, senza alcuna ulteriore specificazione e rimanendo ferma la localizzazione già prevista nel RU.
Quanto al piano paesaggistico, questo prescrive che nel patrimonio collinare “gli strumenti della pianificazione territoriale dei comuni possono prevedere nuovi impegni di suolo a destinazione d’uso commerciale, ovvero turistica o per il tempo libero, … a condizione che dette destinazioni d’uso siano strettamente connesse e funzionali a quella agricolo-forestale (art. 21). Sempre secondo la disciplina del PIT, gli strumenti urbanistici comunali devono rispettare le direttive e prescrizioni contenute nelle ‘schede dei paesaggi’. Ma nella scheda 6, relativa all’ambito Pistoia, il Montalbano semplicemente non esiste. Un fatto stupefacente perché si tratta di un rilievo collinare posto ai margini della piana che va da Firenze a Pistoia, di grande valore paesaggistico, un patrimonio naturale e culturale che, secondo numerosi studi e progetti, dovrebbe diventare un’ area protetta.
Nel febbraio 2009 il comune di Serravalle ha adottato il piano attuativo del villaggio turistico. Nella valutazione ambientale del piano (una volta tanto fatta con serietà) si afferma che “le zone interessate dai cantieri potrebbero alterare la composizione specifica, la struttura e la densità delle zone effettivamente coperte da bosco” (VA, p. 96). Inoltre, per quanto riguarda il paesaggio la VA sottolinea che “la realizzazione della struttura turistico-ricettiva prevista determinerà inevitabilmente, in un ambiente praticamente libero di edifici, impatti visivi dovuti agli ingombri di nuove sagome e la modifica del contesto locale, pur in un’ottica di progetto che limiti e mitighi tali effetti” (VA, p. 98). Ulteriori elementi di criticità sono rilevati nella VA per ciò che riguarda la viabilità di accesso, lo smaltimento dei rifiuti, la mancanza di acquedotto, metanodotto e fognature, e soprattutto per il rifornimento idrico che dovrà esser effettuato tramite nuovi pozzi; inoltre, “eventuali infiltrazioni di acque dagli strati superficiali a quelli sottostanti potrebbero causare interferenze significative con l’acquifero”, una falda classificata di pericolosità da media ad estremamente elevata (VA, p. 95). In aggiunta la VA indica come misura necessaria la realizzazione di un invaso a fine antincendio boschivi ed irriguo”. Invaso che non è previsto negli strumenti urbanistici, di realizzabilità problematica e che comunque provocherà con le opere di sbarramento, per la viabilità necessaria alla manutenzione e per le opere accessorie, un impatto paesaggistico estremamente negativo andando a modificare sostanzialmente la morfologia del territorio.
Ritorniamo al PIT. La disciplina del piano (art. 36) prevede che “le previsioni dei vigenti piani regolatori generali soggette a piano attuativo …, sono attuabili esclusivamente a seguito di deliberazione comunale che - per i comuni che hanno approvato ovvero solo adottato il Piano strutturale - verifichi e accerti la coerenza delle previsioni in parola ai principi, agli obiettivi e alle prescrizioni del Piano strutturale, vigente o adottato, nonché alle direttive e alle prescrizioni del presente Piano di indirizzo territoriale”. E, in effetti il Comune di Serrravalle ha deliberato nel giugno 2009 che il piano attuativo del villaggio è conforme al PIT.
Poiché la localizzazione del villaggio ricade all’interno di un’area boscata (per inciso: la tutela del patrimonio collinare presuppone che, nell’ambito degli strumenti di pianificazione, sia limitato al massimo il fenomeno della sottrazione di suolo agroforestale, PIT, art. 22) e quindi in un’area in cui vige il vincolo paesaggistico, il piano attuativo è stato sottoposto a conferenza di servizi (PIT, art. 36, 2ter) nel settembre 2009. Alla conferenza hanno partecipato, oltre al comune, regione, provincia e soprintendenza, ma non gli altri 8 comuni del Montalbano, nonostante che il ‘patto del Montalbano’, ratificato un protocollo d’intesa del 21/12/1999, impegni i comuni a coordinare le proprie iniziative, forse perché in data 17 marzo 2005 tutti i sindaci espressero unanimemente parere contrario alla proposta dell’insediamento turistico ricettivo delle Rocchine. La conferenza ha dato il via libera al piano con alcune prescrizioni da rispettare nel progetto esecutivo. Conseguentemente, il piano attuativo è stato approvato il 9 ottobre 2009. Si tratta di un complesso turistico vero e proprio di 80 appartamenti e 372 posti letto e non un intervento edilizio da destinare ad una limitata capacità di accoglienza per studenti o studiosi di passaggio. L’osservazione di legambiente di Pistoia, ampia e argomentata, è stata respinta dal comune con l’incredibile motivazione che non è pertinente al piano particolareggiato, una scorciatoia che risparmia anche la fatica delle controdeduzioni.
La lezione che si ricava dalla vicenda è che il piano paesaggistico viene gestito dalla regione Toscana in modo burocratico, e che le sue prescrizioni sono inefficaci. Il nodo critico rimane nel fatto che sono i comuni a autocertificare la conformità dei propri strumenti urbanistici al PIT, ignorando le valutazioni ambientali quando non sono acquiescenti, mentre le osservazioni di associazioni o cittadini se scomode non sono prese in considerazione. Le conferenze di servizi sono precluse alla partecipazione dei comuni limitrofi, ancorché direttamente interessati (non parliamo delle associazioni e dei comitati). Un ultimo consiglio agli altri comuni del Montalbano. Lasciate perdere il progetto di iscrivere il Montalbano nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Prevedete, sull’esempio di Serravalle, un bel villaggio turistico, ognuno nel proprio territorio, e state tranquilli che – dato il precedente - né PIT, né conferenze di servizi avranno alcunché da obiettare in proposito. Ma mi raccomando, come prescrive il regolamento urbanistico di Serravalle, evitate l’uso di ‘tegoli portoghesi’ nelle coperture.
| foto f. bottini |
Mio nonno già sul finire del XIX secolo ne combinava di tutti i colori per scappare da quei campi nella grande pianura alla confluenza dei due fiumi. Aveva una innata abilità manuale, e invece di rovinarsele, le mani, con gli attrezzi agricoli, preferiva cose un po’ più industriali: la carpenteria ad esempio. Il legno poi se lo portò via lontano, a costruire aeroplani, che la campagna al massimo la guardavano da molto lontano, o la usavano come pista da atterraggio.
| foto f. bottini |
Così anche mio padre, che di aeronautico costruiva solo modellini di balsa con “motore” a elastico, se ne è stato a rigorosa distanza da campi, fossi, filari e compagnia bella, allevando pure il sottoscritto nella totale indifferenza a quello che pure, nelle varie case suburbane dell’infanzia e dell’adolescenza, mi stava giusto davanti a gli occhi o sotto i piedi.
| foto f. bottini |
In definitiva, ad essere onesti, tutto questo ritrovato entusiasmo per le campagne mi puzza un po’ di bufala. Ecco, esattamente: puzza, e fango che si appiccica sotto i piedi, e canicola d’estate con quella botta ai polmoni se il vento gira dalla parte sbagliata rispetto alle stalle, o nebbia che ti stronca morale e articolazioni in certe mattine giù in valle, quando dai rami gocciola il gelo della notte e del sole sopra la testa non si vede ancora traccia. E però.
| foto f. bottini |
Però c’è anche l’aspetto, per così dire, postmoderno della questione, quello che il vecchio tricheco baffuto Ebenezer Howard chiamava già “ town-country” giusto mentre mio nonno, ignaro di queste riflessioni, se ne scappava dalle poco amate campagne a una pensioncina giusto nella periferia industriale dipinta da Boccioni. Una town-country metropolitana che nel bene e nel male oggi è il nostro spazio di vita quotidiano, dove tutto si mescola ed è difficile da distinguere. Forse anche impossibile da distinguere. E probabilmente anche sbagliato distinguere: cose come la città e la campagna in senso tradizionale, nella regione metropolitana sono concetti privi di senso. Lì tutto interagisce, deve farlo, e chi ci sta in mezzo deve cercare di capirlo. Tutti quanti, intendo.
| foto f. bottini |
Sono sicuro che in qualche modo l’ha capito Giovanni Gronda, che giovedì (ore 17, Cassinetta di Lugagnano, Palazzo Comunale) presenta il suo progetto di percorso ciclabile metropolitano Grande Gronda. Basta provare, idealmente o meno, a seguire con un dito su una mappa i nomi delle località elencate, per tracciare uno schema storico-geografico di straordinario interesse, e infatti si osserva come il percorso “potrebbe favorire la nascita di un turismo eco-compatibile che contribuisca allo sviluppo sostenibile dei territori attraversati”. Però credo che ci sia di più, e di meglio. Opinione personale naturalmente, ma le mie idee istintive sulla campagna e relativi miti le ho già spiegate prima e non posso farne a meno: che certi fumosi sottopassi tra Gaggiano e il Ticinese, o il patchwork di prefabbricati e granturco di Inzago, possano diventare l’idillio pastorale del terzo millennio, pare ipotesi abbastanza remota.
| foto f. bottini |
Per fortuna. E anche, all’opposto, addomesticare troppo certi cuori di tenebra palustri nelle anse dell’Adda a nord di Brivio, tirare a lucido i boschi di Coarezza nel tratto a monte del Ticino, con la campagna e la natura non pare azzeccarci molto, no?
Credo che, indipendentemente dai pur auspicabili risultati pratici dell’idea GrandeGronda, un suo portato ideale e immediato sia quello di mettere le basi di una nuova coscienza. C’è una recente canzonetta da cabaret che recita più o meno “diamoci un’aria metropolitana, in questa provincia italiana, diamoci un’aria metropolitana, da Baggio alla Martesana”. Molto seria e profonda la riflessione, nonostante il tono scanzonato. Dice in sostanza, non prendiamoci troppo sul serio, ma ricordiamoci sempre che certi localismi e ansie di ritorno al passato fanno solo ridere, e fanno solo il gioco di chi sfrutta queste nostre confuse aspirazioni a proprio vantaggio.
| foto f. bottini |
Che altro è, ad esempio, l’arcaica pensata centrodestra ciellina e milanocentrica del capoluogo da due milioni, e contemporaneamente la strategia local-leghista dei sindaci nel Parco Sud che rivendicano un proprio “sviluppo del territorio” a colpi di nuove lottizzazioni di dubbia utilità? Uno dei risultati di Grande Gronda è appunto quello di proporre una prospettiva di osservazione della realtà territoriale ad altezza d’occhio umano, stavolta senza né i morsi della fame contadina, né il mito della velocità futurista stroncato negli ingorghi della Tangenziale, presente e futura.
| foto f. bottini |
Iniziare insomma a riflettere davvero e sul serio sulla metropolitan community locale, e farlo dal basso, visto che chi pretende di guidarci si dimostra a ogni passaggio sempre più inadeguato. O magari crede di rappresentare qualcun altro, chissà.
Comunque, forse lo pensava anche il vecchio tricheco Ebenezer Howard contemplando la sua bella pensata di town-country: hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
la settimana prossima sarà decisiva per il paesaggio della Sardegna. Il piano casa (?) è in fase di approvazione, con qualche contrasto all'interno della maggioranza in Consiglio regionale, segno che si tratta di un provvedimento difficile da accettare anche per quelli più forti di stomaco. Ma temo che verrà approvato e sarà tra i peggiori nella classifica dei piani voluti dalle regioni nel solco dell' annuncio del premier. Una legge regionale che inciderà su un piano paesaggistico, con incrementi di volume pure nelle parti più delicate delle coste, è roba da non credere, ma non per chi - figuriamoci - ha pensato di cambiare la Costituzione con il lodo Alfano.
Lo aveva detto Berlusconi in campagna elettorale che sarebbe finita la carestia edilizia degli anni di Soru (“i migliori anni della nostra vita” potremmo dire noi osservatori appassionati di questi temi). E non è difficile immaginare il suo smagliante, terribile sorriso alla notizia di un'altra Regione che ha imboccato la strada maestra.
Tutto secondo il programma ispirato dalla demagogia pop che conosciamo bene. Prima si attizza l'insofferenza verso la pianificazione (l'individualismo antisociale è normalmente vigoroso). Poi basta azzopparle le regole, iniziando il processo di correzione del piano paesaggistico senza prendersi la briga di farlo davvero. Così si capisce quanto si può tirare la corda.
Il danno sarà oltre gli effetti del fai-da-te che si vedranno nell'isola. Perché la cosa peggiore è il messaggio che stanno mandando: la tutela del territorio è una fissazione di pochi pessimisti. I soliti del “partito del no”, che vaneggiano sul paesaggio invece di calcolare con ottimismo quanti bi-trilocali starebbero su quel costone così tenero che si taglia con un grissino.
Colpisce che vadano avanti nonostante tutto, nonostante le tragedie che hanno colpito alcune parti del Paese e che non hanno risparmiato la Sardegna.
Aiuto!
Sembra che il Consiglio regionale stia animatamente discutendo quanto tutelare o non tutelare entro una fscia di 300 (trecento) metri, che per una larga maggioranza sarebbe l'area costiera da tutelare!.Sembra che si voglia consentire ricostruzioni con vistosi premi di cubatura al di là di questo limite.
Se per caso fosse così bisognerebbe dire che chi non preferisce il cemento al paesaggio, e ciò nonostante accetta questo piano di discussione, o è ignorante oppure è ipocrita.
La vigente tutela della costa sarda è ben più estesa e articolata dei quel limite geometrico. La aree da tutelare (anche con l'esclusione di nuove cubature e di infrastrutture) non solo è generalmente molto più ampia, (2.000 metri mediamente, con punte fino agli 8-10mila), ma è accuratamente studiata analizzando le caratteristiche paesaggistiche (visuali, ambientali, ecologiche, funzionali) di tutti gli ambiti costieri.
I limiti solo geometrici (quali i 150 m della legge Galasso 431/1985, i 300 m della successiva legge regionale 45/1989, anche i 2.000 m della legge regionale 8/2004) costituiscono una salvaguardia transitoria assolutamente grossolana ("colpi di sciabola", li definiva Alberto Predieri a proposito dei vincoli della Galasso), in attesa delle più accurate determonazioni della pianificazione paesaggistica.
Siamo veramente curosi di sapere se i consiglieri regionali sanno queste cose e, soprattutto, se ne terranno conto ed eviteranno di modificare le norme di difesa del paesaggio costiero con una successione di colpi di mano, quale quello che si perpetrerebbe col "piano-casa" se si volesse rispettare solo il miserevole limite dei 300 metri.
Un paio d’anni fa, forse anche di più, mi aggiravo per l’ennesima fascia medio padana individuata dal ras legaiolo locale come fabbrica di consensi e prebende a colpi di audaci sparate retoriche. In quello come in altri casi, le sparate non puntavano in basso, a colpire con le classiche salve di pallettoni da trecento lire qualche poveraccio in cerca di vita migliore. Puntavano invece ad altezza di portafoglio, e facevano un bel rumore gratificante: HUB!
Apparentemente perso tra le raffiche da trecento lire in valuta bossiana, forse non saltava sufficientemente agli occhi il senso di quel suono: hub vuol dire nodo e questo lo sappiamo tutti, ma nella retorica urlante delle tonnellate di rapporti faziosi, convegni compiacenti, e va pure detto opposizione spesso fessacchiotta e premoderna, si perdeva la strategia. Che consiste, nel caso degli strateghi così così che ci riserba il destino, nel buttarci dentro un po’ di tutto in quell’hub, che da cosa poi nasce cosa e tutto si aggiusta. Che sia nodo di trasporti, su gomma ferro reti immateriali persone merci, o dell’immaginario commerciale lussuoso nazionalpopolare middle target, o di servizi veri & presunti, il nodo si presta a diventare groviglio, e si sa che coi garbugli azzeccati o meno la cultura nazionale ci va a nozze. Così da un aeroporto nasce una stazione, o viceversa, e dentro ci vanno il palaghiaccio che poi quando si scioglie genera il parco per grandi e piccini acquasplash, o la cittadella della moda esclusiva che però - non sia mai - non vuole escludere nessuno.
Questa nuova iniziativa del governo sugli stadi, altro non è se non la ratifica istituzionale di un altro passo, coerente senza uno sbaffo, nella direzione hub, vale a dire c’è tanto spazio vuoto da valorizzare, concentriamo lì aspettative e investimenti, e poi vediamo come va a finire. Di solito va a finire che paga Pantalone, ovvero che nascono baracconi senza capo né coda, magari poi mollati a metà dopo aver consumato inopinatamente ettari all’agricoltura. Con lo stesso top manager, nel frattempo passato alla concorrenza, che a nuovi convegni spiega con la sua bella faccina di tolla come quello sia ormai (dopo due o tre anni in media, così vanno le carriere oggi) un “modello superato”. E con l’esperto pescato chissà dove pronto a spiegare al popolo bue e asinello le grandi prospettive della nuova cittadella, o legge deroga, o rete nazionale … E qui, casca appunto il popolo di buoi e asinelli.
Perché dura ormai da alcuni anni, quello che dovrebbe essere un dibattito sugli hub, ma non riesce proprio ad esserlo. Siamo ancora (lo ha confermato ad esempio il nostro ex faro di modernità Veltroni inaugurando l’ennesimo “centro commerciale più grande d’Europa”) ai salumieri che si incazzano per la concorrenza della grande distribuzione, o agli intellettuali che continuano in un modo o nell’altro a storcere in naso e basta. Mi sia consentita, per farla breve, una troppo rudimentale carrellata pubblicistica:
1) c’è una raccolta interessante di qualche anno fa, curata dal sociologo Giandomenico Amendola, La Città Vetrina, dove parecchi contributi affrontano comparazioni internazionali, analisi sui comportamenti nei nuovi contesti, letture storico-critiche. Poi arrivano gli architetti, e siamo al disastro, perché la prospettiva pare tornare a filo di parete, manco fossimo precipitati all’epoca dei primi progetti di Victor Gruen: il centro commerciale e l’hub a funzioni miste complesse come nuovo nodo di centralità, eccetera eccetera. Senza alcuna considerazione del fatto che i signori hub non sono affatto tali, perché nascono in una logica di puro mercato, e si fanno concorrenza l’uno con l’altro rubandosi il nostro territorio, che nessuno considera mai nell’equazione. E qui il peccato è veniale, visto che gli architetti in quella raccolta erano una sorta di ospiti invitati, e il mestiere del sociologo non è quello di arginare consumi di suolo, promuovere il mix integrato di funzioni sul territorio ecc.
2) passa un po’ di tempo ed esplode la faccenda Superluoghi, ovvero gli hub abilmente riconfezionati dallo stilista archistar. Qui scatta un bel meccanismo, che facendo uno strumentale strafalcione latino potrei anche chiamare rerum sunt consequentia nomina. La critica qui se ne è andata in ferie e alla eccezionale (almeno inedita per il tema) esposizione mediatica ha fatto riscontro il modestissimo contenuto della pubblicazione, e la vita effimera del sito (nonostante si trattasse di iniziativa apparentemente istituzionale) che quel dibattito avrebbe almeno potuto in parte ospitare e promuovere. La cosa induce a una interpretazione dietrologica ma andreottianamente plausibile: l’obiettivo era solo mediatico, di affermazione dello slogan-neologismo, e contemporaneamente del punto di vista generale degli sponsor, ubiqui e ingombranti come non mai.
Più modestamente e sistematicamente, prosegue però la riflessione scientifica sui temi, come quella che ad esempio ormai da anni sviluppano i ricercatori del Laboratorio Urbanistica & Commercio del Politecnico di Milano. E che ha prodotto proprio sulla Urbanistica dei Superluoghi uno studio in una prospettiva internazionale scritto da Mario Paris (Maggioli 2009), a sostegno di una tesi: si tratta di una chiave essenziale per capire le aspettative degli investimenti in trasformazioni urbane-territoriali, che si propongono di costruire un nuovo riferimento sociale e immaginario forte del terzo millennio. E non conta molto sapere se si è d’accordo o no, se e come questa prospettiva confligga con una immagine di mondo ideale dove commercio e servizi continuano a svolgersi in assolate o nebbiose piazze all’italiana, fra bancarelle porfido sagrato della cattedrale e portico del broletto. Insegnano, le riviste internazionali, che se questo vuole il “mercato” questo avrà. Gli outlet insegnano, coi loro portici folk finti, e sono solo l’inizio, che non a caso l’ennesimo top manager o sociofago a gettone qualche mese fa ha definito “superati”.
Il libro di Mario Paris molto significativamente riporta in copertina una foto dall’alto in cui si intravedono la solita ridda di scatoloni irta di impianti tecnici, una fascia autostradale a otto corsie e addendi che la taglia manco fossimo in un quadro di Mondrian, e le inconfondibili sagome di aerei accostati a un terminal aeroportuale. Non siamo dalle parti di qualche misterioso futuribile polo di sviluppo concepito dal comitato centrale del PCC o dagli sceicchi di Dubai, ma solo alla periferia di Bergamo.
Tutto il mondo è paese, e lo cantava anche Pippo Franco qualche anno fa. “ I cavalli nel Nevada, fan la cacca per la strada … Proprio come qui da noi, a Bergamo”. In definitiva, se non si vuole davvero che quell’ HUB! stia poi a significare il rumore del ruttino che tutti ci digerirà, forse sarebbe meglio cominciare almeno a smetterla con la pura indignazione, e/o l’attesa di conquistare qualche amministrazione locale per opporsi una manciata di anni a qualche processo, che poi ricomincerà tranquillamente una volta passata a’ nuttata. Questi nodi territoriali sono la strategia centrale delle trasformazioni urbane e di chi – sono tanti, importanti, pesano – ci investe sopra sul lungo termine.
Sta anche alla risposta culturale adeguarsi, cercare di capire, cercare di escogitare proposte innovative e sostenibili perché queste trasformazioni avvengano nel rispetto della città, della società, dell’ambiente. Ma per favore senza pensare continuamente a qualche tremante vecchina che trascina le ciabatte sotto le bancarelle del centro storico, visto che comunque:
a) la vecchina è una elettrice di Formigoni, Berlusconi, Galan ecc. ecc.
b) tra le nuove professioni del futuro i nostri top manager avranno già di sicuro escogitato anche il figurante/vecchina, un po’ come i pupazzoni viventi di Disneyland.
Nota: a puro titolo informativo, su Mall ho riportato presentazione e introduzione del libro di Mario Paris; probabilmente ne proporrò anche qualche estratto in futuro, visto che l'Autore mi ha gentilmente mandato dei brani scelti; sugli altri testi citati si veda ad esempio il contributo di Gabriella Paolucci sull'utenza giovanile nei nuovi territori del consumo, o l'articolo dedicato a suo tempo al tema superluoghi da Francesco Erbani su Repubblica (f.b.)
Ho conservato il bell’articolo di Guido Viale in Repubblica del 21 gennaio 2006 dedicato al traffico nella città. Viale afferma che il primo nemico degli abitanti, più dell’inquinamento dell’aria, è l’occupazione delle strade da parte delle auto in movimento e, peggio, parcheggiate; che è di per sè il traffico privato a essere inconciliabile con la vita urbana. Unico provvedimento veramente «strutturale» (parola della quale abusano i nostri amministratori e i loro tecnici), sarebbe ridurre drasticamente il numero dei veicoli.
Noi milanesi verifichiamo ogni giorno che lo spazio pubblico, dalle strade ai marciapiedi, dalle piazze ai parterre dei viali, è asservito ai signori della motorizzata guerra giornaliera. Penalizzato pesantemente il trasporto pubblico. Non si contano le volte che il tram rimane bloccato, e non per pochi minuti, dall’ingombro di autoveicoli privati; non si contano questi ultimi parcheggiati in doppia fila, persino sui due lati stradali, così da restringere la carreggiata e da impedire il passaggio degli autobus. È consuetudine la sosta sulle righe bianche che vieta il passaggio al frastornato pedone, o la presenza irregolare dei famosi «camioncini».
I signori della guerra automobilistica combattono fra loro ma prima contro le persone appiedate, o anche in bistrattata bicicletta, poi contro i mezzi pubblici. Vincono sempre perché protetti dall’amministrazione comunale (anche se una buona parte non sono residenti in città) e non perseguiti dai vigili urbani mediante giuste contravvenzioni, almeno, o con l’aborrita (da questi) rimozione del mezzo. La ragione non è solo la ricerca del consenso elettorale, è anche l’arretratezza culturale, la condotta urbanistica estranea agli effettivi problemi della vita sociale urbana e succube di imprenditori edili, finanzieri, padroni della moda che disprezzano qualsiasi ipotesi di isola pedonale. Tutte categorie che se ne impipano delle difficoltà dei comuni cittadini afflitti dall’insostenibile pesantezza del traffico privato.
Oggi, a distanza di quasi quattro anni dall’articolo di Guido Viale, alla questione del predominio nello spazio urbano delle automobili in movimento o ferme in spazi illeciti bisogna aggiungere quella di motociclette e motorini, presenti in massa. Aumentate in progressione geometrica, non hanno eguali, riguardo all’occupazione dello spazio circolando o parcheggiando, per violazione delle regole e dei comportamenti ragionevoli. Quando sono in movimento, diventano sempre un pericolo a causa dell’eccesso di velocità e, soprattutto, dell’abitudine a infilarsi in ogni minimo vuoto fra le auto, gli autobus, i tram, le biciclette, gli stessi pedoni. Quando sono ferme, se ne stanno, a parte i posteggi destinati e segnalati, dappertutto: marciapiedi (che peraltro percorrono a motore acceso per trovar posto), piazze e sagrati, sotto i portici (idem come i marciapiedi). Chi non vive o frequenta Milano non può immaginare quanto gravemente incida sulla vita urbana il trattamento abusivo, tollerato anzi favorito, dello spazio pedonale da parte delle «due ruote» a motore («due ruote»: così i nostri amministratori amano mischiare in un unico calderone biciclette e moto, mezzi che più diversi non potrebbero essere riguardo al modello di «città affabile» che avremmo voluto conservare).
Come può accadere che, fra automobili e motociclette, certi spazi pubblici storici diventino da ambienti per star bene, grazie alla loro riservatezza e bellezza, luoghi da scappar via afflitti? Come sopportare, per esempio, lo stato di Piazza San Sepolcro con la chiesa e la biblioteca Ambrosiana, di Piazza Belgiosioso col fastoso palazzo e la Casa del Manzoni, di Piazza Sant’Alessandro con la grande chiesa barocca, dello slargo con la Cappella della Pietà di Santa Maria presso San Satiro (e parcheggio segnalato…)? Vedere le fotografie scattate in un giorno qualunque.
Allegato un Power Point di quattro immagini. Cfr. nel sito i miei articoli «È l’auto il nemico numero uno della città», 2 febbraio 2006 e «Smog e traffico, a Milano non cambia nulla», 19 gennaio 2009 (l.m.)
Un decreto da ritirare
Emilio Molinari, Rosario Lembo – il manifesto
Il Senato ha votato la conversione in legge del decreto art. 15 con il quale si privatizzano tutti i rubinetti d'Italia. L'acqua del sindaco, come per anni l'hanno chiamata i lombardi, non c'è più e di questo bisogna ringraziare la classe politica italiana. In particolare un ringraziamento va alla Lega, che con questo voto ha segnato il suo passaggio al sistema economico di potere e ha mostrato quanto il suo federalismo sia puro linguaggio, e altrettanto la decantata partecipazione dei cittadini.
La mobilitazione del movimento, le mail che hanno intasato i computer dei senatori, la presa di posizione di molti sindaci e della regione Puglia, che ha dichiarato di voler assumere la gestione del Servizio idrico integrato, hanno reso meno celebrativo il dibattito al Senato. Per la prima volta i nostri argomenti sono risuonati in quelle aule in modo chiaro e nel Pd si sono sentite voci discordanti da quelle sostenute da sempre in questo partito.
Ma tutto ciò non ha cambiato la sostanza del decreto.
Si è resa obbligatoria la gara, si sono praticamente liquidate le Spa a totale capitale pubblico, si sono generalizzate e affermate le società miste definendo il tetto alla partecipazione pubblica al trenta per cento, facendo cadere così anche l'ultima foglia di fico di qualche amministratore che nel passato ha sostenuto che con il 51% delle azioni il controllo maggioritario del pubblico era assicurato.
Si è introdotta una nuova mistificazione: la possibilità ai comuni di partecipare come «privati» alla prima gara. Si tratta di una cosa paradossale: i comuni sono obbligati a mettere a gara le proprie azioni ma poi possono gareggiare per riprendersele, magari attingendo a prestiti bancari... Incredibile schizofrenia: mentre si afferma definitivamente il primato del mercato, si permette l'estrema finzione di chi, in mala fede, può ancora dire che non privatizza. A ben vedere, questa ipocrita giustificazione è già in circolazione
E' un vizio tipico di una certa politica italiana: perseguire la privatizzazione e negare di averla fatta. Gli amministratori delle regioni - solo per fare due esempi, la Toscana e l'Emilia Romagna - sono stati maestri in tale arte.
Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie, con un vero attentato alla democrazia. Tutto questo fa dell'Italia l'unico paese europeo che si incammini su tale strada.
Per la stragrande maggioranza dei partiti, questo non è che l'epilogo di una lunga sbornia privatistica, dalla quale solo in Italia sembra non si voglia più uscire, nemmeno davanti all'attuale devastante crisi finanziaria, nemmeno davanti al palese fallimento del neoliberismo Per altri partiti prevale una storica indifferenza per il problema acqua, per i beni comuni e per la difesa delle risorse limitate: prevale l'abitudine, non il pensare.
Ora il decreto va alla Camera: la battaglia perciò non è chiusa.
Vorremmo tuttavia rivolgere un appello a tutti i partiti perché rivedano questo decreto: bisogna ritirarlo, o in ogni caso togliere dal decreto l'acqua per ciò che essa rappresenta. D'altro canto, si sono già tolti alcuni servizi come il gas e si è tolta la liberalizzazione delle farmacie. Vorremmo venisse tolto l'obbligo di privatizzare imposto ai comuni.
E un altro appello, speciale, ai partiti e ai parlamentari che hanno votato contro il decreto e hanno sostenuto i nostri argomenti.
Li ringraziamo, ma vogliamo dire loro che se si vuole fare veramente una battaglia, non basta votare contro in aula. Ci si pronuncia come partito attraverso il segretario nazionale, si dà mandato a tutto il partito di mobilitarsi, si va in televisione o sui media per denunciare ciò che avviene; si informa l'opinione pubblica.
E questo vale per chi sta in Parlamento e per chi è stato messo fuori.
Per i partiti che intendono mobilitarsi il 5 di dicembre contro la politica sociale di Berlusconi, chiediamo di mettere nella piattaforma la questione dei servizi idrici privatizzati.
E infine, un appello particolare va alle organizzazioni sindacali, affinché si pronuncino e si mobilitino non solo per il destino dei lavoratori del settore, ma al nostro fianco, contro quella che si chiama mercificazione dell'acqua, di cui il decreto italiano è un tassello determinante e un precedente gravissimo.
È in ballo la capacità della sinistra di rinnovare i propri paradigmi. Ne va della sua stessa esistenza.
*Sezione italiana del contratto mondiale dell'acqua
L'acqua che scotta
A. Pal. – il manifesto
C'è una questione semplice - ma con un valore culturale immenso - dietro il decreto legge approvato in Senato e che presto arriverà alla Camera. E' possibile oppure no generare profitto utilizzando il bene acqua? Non si tratta solo di capire se il servizio idrico è essenziale, perché su questo sono tutti d'accordo. E' così importante da diventare la frontiera più estrema della speculazione finanziaria, ben oltre i fondi sulle commodities. La questione della gestione delle risorse idriche è il vero punto focale oggi, forse più della proprietà delle reti.
Quello che il governo - e parte del Pd - vuole, è dare in mano alle società per azioni, nazionali o multinazionali, questo in realtà poco importa, la gestione e quindi lo sfruttamento economico della risorsa acqua. E' una questione che ritorna regolarmente sul tavolo della politica dai primi anni novanta in poi, da quando il governo di Giuliano Amato si lanciò sulla strada delle privatizzazioni. Il governo di Silvio Berlusconi tenta oggi di accelerare la stretta privatizzatrice, a colpi di decreto. Potrebbe essere il colpo finale. I comuni proprietari in tutto o in parte del capitale delle società di gestione dovranno vendere le loro azioni in borsa sacrificando gran parte dell'investimento. I soldi ricavati finiranno di nuovo in speculazioni finanziarie; questo almeno è l'intento della finanza internazionale: mettere le mani sull'acqua e nello stesso tempo sui comuni e sulla loro libertà.
La prima tappa è stata l'approvazione dell'articolo 23 bis del decreto Tremonti, lo scorso anno; poi nei giorni scorsi l'articolo 15 del disegno di legge 135 ha completato, almeno per ora, l'opera. L'articolo in sostanza affida la gestione dei «servizi pubblici locali di rilevanza economica» al mercato, pur mantenendo la proprietà pubblica delle reti. Il problema nasce dal fatto che per il governo anche l'acqua ha una «rilevanza economica».
Questa definizione - che implica di conseguenza l'applicazione delle regole della concorrenza e del libero mercato - è stata ben capita negli ultimi quattro anni dalle centinaia di comitati per l'acqua pubblica. E una resistenza silenziosa è nata in tantissime città, dove alcuni consigli comunali hanno inserito negli statuti la dichiarazione che l'acqua non può avere quella «rilevanza economica» che il governo vuole dare per decreto. Una risposta che è nata proprio in quelle città dove l'impatto dei gestori privati o pubblico-privati - come Acqualatina o Acea - ha fatto capire cosa significa la gestione speculativa dell'acqua. Un movimento, questo, che pochissimi giorni fa è stato abbracciato anche dal presidente della giunta regionale della Puglia Nichi Vendola. Con una delibera del 20 ottobre scorso la giunta pugliese ha stabilito due principi fondamentali: l'Acquedotto pugliese dovrà lasciare la forma di società per azioni diventando una azienda di diritto pubblico e dovrà essere preparata una legge regionale dove l'acqua verrà dichiarata un bene comune, senza rilevanza economica.
Il conflitto politico - e costituzionale, visto che si parla di competenze di stato e di regione - si è dunque aperto. Dalla Puglia Nichi Vendola fa sapere con chiarezza che questo punto sarà - come nel 2005 - la bandiera più importante della sua campagna elettorale. Lo scontro sull'acqua non sarà semplice e non avrà come controparte solo il governo e il centrodestra. Subito dopo la votazione della delibera della Regione Puglia per la ripubblicizzazione dell'acquedotto pugliese la componente del Pd che fa riferimento a Massimo D'Alema ha precisato che non è questa la posizione che sosterranno.
Anche l'altro ieri in Senato buona parte del partito democratico ha sostanzialmente accettato l'idea della gestione privata, nascondendosi dietro il principio della proprietà pubblica delle reti.
La risposta all'approvazione dell'articolo 15 da parte del Forum dei movimenti per l'acqua è arrivata più dura che mai. «Se la Camera dei Deputati - scrive il Forum - non ribalterà il misfatto del Senato, davanti agli occhi attenti del Paese si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni». Non è in gioco solo la gestione delle risorse idriche, ma, secondo il Forum, la stessa democrazia locale. Secondo diversi giuristi, infatti, la decisione sulla rilevanza economica di un servizio locale spetta costituzionalmente solo ed esclusivamente ai consigli comunali.
Lo scorso marzo la stessa Corte dei Conti della Lombardia, interpellata da alcuni comuni, ha riaffermato la validità di questo principio, rimandando alle autonomie la scelta sulle modalità di gestione del servizio idrico.
La risposta alle scelte del governo verrà prima di tutto dalle quotidiane battaglie per i diritti che le centinaia di comitati in tutta Italia hanno avviato da almeno quattro anni. Nelle due province dove la privatizzazione arrivò per prima - Arezzo e Latina - hanno già sperimentato direttamente l'impatto della gestione privata: tariffe che aumentano anche del 300% e una qualità dell'acqua che diventa insostenibile. La sfida in realtà è già partita da diverso tempo. A Torino a breve il consiglio comunale dovrà discutere la proposta d'iniziativa popolare per la dichiarazione dell'acqua come «bene senza rilevanza economica». Sarà il terreno per un confronto anche all'interno della sinistra, per capire che direzione prenderà il partito democratico guidato da Pierluigi Bersani.
Affari da bere
Vittorio Emiliani - l’Unità
L’acqua potabile è un diritto essenziale per la vita. Così recita la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Ma la sua gestione - come quella di altri servizi pubblici – deve essere affidata, secondo il nostro governo di centrodestra, soltanto ai privati. Così si è espresso il Senato, pur essendo stato inserito in commissione un emendamento del Partito Democratico che mantiene ai Comuni la proprietà dell’acqua. In un certo numero di Enti locali le società private si sono già insediate al posto dei tradizionali gestori comunali o consortili e le tariffe dell’acqua potabile hanno registrato impennate vessatorie. L’acqua rischia di essere un business e non, invece, uno dei beni primari da garantire alle popolazioni. Va detto subito che la gestione pubblica dell’acqua non è stata nel nostro Paese esemplare: per demagogia le tariffe sono assai più basse di quelle dei Paesi europei sviluppati e i consumi, in parallelo, molto più alti. Contemporaneamente però consumiamo una quantità incredibile di acqua minerale la quale costa da 500 a 1000 volte di più e “produce” una montagna ingombrantissima di bottiglie di plastica.
Le tariffe pubbliche troppo basse, oltre a indurre gli italiani a consumi molto elevati (293 litri per abitante/giorno contro i 196 della Germania o i 211 della Francia), hanno impedito ai Comuni di investire in modo adeguato nella rete, ridotta, per lo più, ad un colabrodo, con perdite ingentissime.
Inoltre pochi Comuni si sono dotati di stoccaggi di acqua riciclata per le fabbriche e per l’irrigazione (che si prende il 60-70 per cento dei consumi). Lo hanno fatto i Comuni più seri e attenti all’ambiente i quali registrano infatti la virtuosa catena di tariffe non stracciate, consumi privati mediamente più bassi, buona efficienza della rete idrica e disponibilità di acque riciclate o comunque non potabili per usi produttivi. Per esempio a Forlì, a Ferrara, a Pistoia, a Livorno o a Reggio Emilia, dove nel 2005 vigevano le tariffe pubbliche dell’acqua più elevate si registravano consumi per abitante dimezzati nei confronti delle città dove all’epoca si praticavano le tariffe più basse.
Ebbene, col testo di legge approvato, i Comuni potranno d’ora in poi partecipare alle aziende idriche miste al massimo per il 40 per cento, ma senza più gestioni dirette: la privatizzazione della gestione dell’acqua punirà dunque nel modo più ingiusto i Comuni “virtuosi”, quelli che hanno sin qui assicurato servizi adeguati a tariffe non demagogiche, facendo così, in modo equo, l’interesse degli amministrati. Né consentirà una sana competizione, alla pari, fra pubblico e privato. E sì che le prime privatizzazioni hanno già provocato un caro-acqua assurdo. Questo governo è rimasto sordo ad ogni saggio richiamo. A Silvio Berlusconi, in qualunque campo, non importa nulla dell’interesse generale. Gli stanno a cuore i tanti interessi privati e corporativi. Ma i cittadini italiani quando apriranno gli occhi su questa elementare realtà?
Perché l’Italia frana quando piove. È l’endecasillabo che recitava Antonio Cederna dopo ogni alluvione, frana, dissesto. E spiegava che c’è un solo fattore che mina l’integrità fisica del territorio: la mano dell’uomo. La pioggia è il più naturale dei fenomeni atmosferici. Se si trasforma in catastrofe, quando supera anche di poco i livelli medi, è per l’uso dissennato che si è fatto e si continua a fare del nostro territorio. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove più violentemente sono stati alterati antichi e fragili equilibri.
Spero che almeno per un po’ di tempo si smetta di piangere sul fatto che sono troppi i vincoli che frenano l’attività edilizia e le spinte alla trasformazione del suolo. I giornali portano la contabilità dei danni, sette morti all’anno per frane, centinaia a partire dalla tragedia del Sarno di dieci anni fa. Già allora, tutti i cronisti misero a nudo la fragilità del territorio, i disboscamenti, la devastazione della natura, l’abbandono dell’agricoltura, l’abusivismo, le cave gestite dalla malavita, l’espansione caotica delle città, la speculazione edilizia. Si lessero serie indagini sul deficit di cultura civile che sta all’origine di tutti i guai del Mezzogiorno, dove le catastrofi cosiddette naturali svelano sempre disastri sociali: l’imprenditoria miserabile, l’intreccio fra l’economia legale e quella malavitosa, il controllo camorristico dei beni pubblici, la rassegnata solitudine, o la fuga, dei cittadini migliori.
Ieri, dopo poche ore di pioggia, di nuovo lutti e devastazioni. Non si può che ripetere, ancora una volta, la solita predica. Non serve inseguire l’emergenza e pensare a politiche straordinarie. Straordinario deve essere solo l’impegno a recuperare il tempo perduto. E a mettere mano alle cose che finora non sono state fatte, in primo luogo all’attuazione dei piani di bacino, obbligatori per legge da circa vent’anni. Che però, in particolare nelle Regioni meridionali, sono oggetti sconosciuti. I piani di bacino sono il cardine della politica di difesa del suolo. Vanno elaborati con grande cura, utilizzando risorse tecniche e scientifiche di prim’ordine. E pretendono un’attuazione rigorosa, eliminando, per esempio, le costruzioni sorte nelle aree a rischio. Le autorità di bacino dei grandi fiumi del Centro-Nord operano abbastanza efficacemente. I guai sono nel Mezzogiorno. Dove la difesa del suolo, la gestione dell’acqua non possono essere affidate a istituzioni da troppi anni inadempienti. E’ indispensabile che intervenga il governo centrale, sostituendo le Regioni incapaci. Ma figuriamoci.
E poi c’è il capitolo abusivismo che continua senza freni, più intenso proprio dove non sono garantite condizioni di sicurezza. Un solo dato: a Roma le domande di condono presentate nel 2003 sono state oltre 85 mila, quasi la metà del totale nazionale. Riguardano gli anni dal 1994 al 2003, quando in Campidoglio sedevano prima Francesco Rutelli, poi Walter Veltroni. 85 mila abusi denunciati in nove anni significa che nella capitale non c’è controllo del territorio. Resta Rita Paris, la benemerita archeologa che si occupa dell’Appia Antica, intrepida e imperterrita a denunciare, per lo più inascoltata, lo scandalo delle costruzioni abusive a ridosso della regina viarum che il comune continua a sanare.
Su eddyburg, documenti e articoli sulla frana di Agrigento del 1966 che rivelò agli italiani le conseguenze dell'uso dissennato del territorio
“Quelli del sì a tutto” avrebbero quotidiane dimostrazioni dell’utilità di un salvifico “no”. Ma se ne impipano. L’Isola si perde anche perché certi suoi podestà sviluppisti considerano l’attività politica simile a quella immobiliare, e le confondono. Tutt’e due attività lecite, s’intende. Lecite ma in conflitto quando si sommano nella stessa persona.
San Teodoro è un esempio di paese-cantiere edile, dove la politica è tutta concentrata nell’azione incontenibile di costruire. Un territorio governato dall’esaltazione immobiliare che lo ha portato alla perdita di sé. Un luogo sublime, come tanti altri dell’isola, che la “politica del sì” ha trasformato in un funebre grumo di case e gru. I sindaci impresari passeranno alla storia dell’isola come i nostri flagelli antichi, ma avranno ferito a morte i luoghi.
I suoli, considerati come uno strumento per riempire la pancia, immancabilmente ripagano gli scempi, si sa. Villagrande ha avuto i suoi morti perché si costruiva sul greto del fiume. Capoterra, indenne da inondazioni sino agli anni ’60, incoraggia un raccapricciante uso del territorio e per conseguenza subisce lutti e distruzione che restano nella memoria di ognuno, salvo in quella di chi, perduto il senno, continua a costruire.
Chissà quanti sindaci d’impresa amministrano i nostri 380 comuni. Chissà quanti candidati edilizi hanno utilizzato nei comizi l’idea brutale che nel metro cubo è contenuta la felicità eterna. Chissà quanti amministrano e contemporaneamente costruiscono.
Qualcuno ha declamato che lui il Paesaggio lo “deve fabbricare”, un altro che lo “restaura”, un altro ancora che “lo ricostruisce”. Insomma, la politica, grande e piccola, vede come propria bussola non il benessere dei singoli e la protezione del patrimonio naturale che ci è stato consegnato, no. Non il cosiddetto “uomo al centro” del Creato, l’uomo che, proprio perché è al centro, dovrebbe difenderlo questo povero Creato. No. L’ago magnetico è dritto e fisso verso gli affari di pochi, senza cura delle conseguenze, senza la filosofia richiesta quando si ragiona di uomo e paesaggio.
E’ naturale che l’impresa desideri costruire. E talvolta tira calci per farlo. Non è naturale, anzi, così nasce un mostro, che l’impresa diventi contemporaneamente amministrazione e ci governi. Questa è una mescolanza che ci conduce in un territorio grigio e indistinto, dove l’ambiguità può scivolare verso l’illegalità. E le conseguenze sono drammatiche, qualsiasi legge si faccia per proteggere il territorio.
Le casette che si moltiplicano come virus, secondo la primitiva “ideologia”: più mattone, più ricchezza. Il sogno di container carichi di turisti. Le stagioni che si accorciano e gli alberghi che si allungano. Migliaia di case vuote, inutili, brutte, spettrali per undici mesi l’anno. E la risposta a questo orrore è nell’inevitabile e certo “premio di cubatura”, l’elisir per ogni male.
Nessun ragionamento, nessun amore per i luoghi, nessun senso della patria, delle origini. Nessuna memoria, nessuna speranza per una terra così disposta a vendersi e già così venduta per qualche metro cubo. D’altronde come il cane assomiglia al padrone, anche il paesaggio assomiglia a chi lo abita. Una società mediocre produce un paesaggio mediocre, paesi miseri, città brutte, periferie atroci.
Quelli che, a detta loro, “fabbricano, restaurano, ricostruiscono” il Paesaggio, lo costringono con tale violenza che lo perdono. Perdono, accecati da un piccolo guadagno immediato, perfino il vantaggio economico che un paesaggio bello contiene in sé finché è bello. Ci privano, ricoprendo tutto di “bruttezza”, del diritto sacro di godere del Paesaggio e di vivere in armonia.
La scomparsa della spiaggia sublime di San Teodoro, sommersa dal fiume che da millenni porta l’acqua allo stagno, il fiume innocente soffocato dai mattoni e da argini insulsi, sono la rappresentazione perfetta di come i “costruttori” di Paesaggio considerano la terra. Tutto è lì per loro. Ora che hanno sfinito i suoli e le acque il diluvio sommergerà anche loro. Senza arca, però.
La spiaggia di san Teodoro, prima e dopo ... l'incuria
L'articolo è stato pubbòicato oggi anche su la Nuova Sardegna
“Al fine di garantire migliori condizioni di competitività sul mercato internazionale e dell'offerta di servizi turistici, nelle strutture turistico-ricettive all'aperto, le installazioni e i rimessaggi dei mezzi mobili di pernottamento, anche se collocati permanentemente, per l'esercizio dell'attività, entro il perimetro delle strutture turistico-ricettive regolarmente autorizzate, purché ottemperino alle specifiche condizioni strutturali e di mobilità stabilite dagli ordinamenti regionali, non costituiscono in alcun caso attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici”.
Poche righe rabberciate - infilate di soppiatto nella legge 99 del 23 luglio 2009, enfaticamente rubricata come "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia" - per sovvertire decenni di giurisprudenza e fornire alle favelas di casa nostra la protezione che i palazzinari e gli speculatori non avrebbero mai osato immaginare.
Altro che condono edilizio. Per le lottizzazioni abusive realizzate affastellando roulotte e case mobili, il Legislatore, questa volta, non si è accontentato di una “semplice” sanatoria. Ha fatto di più, ha depenalizzato la fattispecie criminosa; ha affrancato da ogni e qualsiasi obbligo di autorizzazione “le installazioni e i rimessaggi di mezzi mobili di pernottamento, anche se collocati permanentemente”. In poche parole, ha reso lecito ciò che per decenni è stato perseguito dall’Autorità Giudiziaria Penale, che aveva costantemente rilevato l’alto potenziale distruttivo di tali realizzazioni.
Le conseguenze per l’ambiente saranno devastanti e la legge, retroattiva per il noto principio del “favor rei”, si frapporrà perfino alle sentenze passate in giudicato che quelle lottizzazioni avevano colpito. Bloccate tutte le demolizioni avviate, sospese le acquisizioni ai patrimoni comunali: dopo tre leggi di condono, ne arriva un’altra. La quarta. Nascosta, irrituale, “a gratis” direbbero a Roma.
Poche parole, congegnate ad arte da qualche oscuro azzeccagarbugli di regime, magari per risolvere problemi particolarissimi, nella deriva ormai incontrastata delle leggi ad personas: “Le installazioni e i rimessaggi di mezzi mobili di pernottamento, anche se collocati permanentemente – così il testo di legge - non costituiscono in alcun caso attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici”. Insomma, installare permanentemente “mezzi mobili di pernottamento” è oggi possibile. Ovunque e comunque, purché all’interno delle strutture turistico-ricettive all’aperto. E che saranno mai, nelle intenzioni del Legislatore, i mezzi “mobili” di pernottamento ancorché “collocati permanentemente”? Un ossimoro, forse. Come “ghiaccio bollente”, “copia originale”, “politico onesto”.
E, a proposito di onestà, non sarebbe stato più corretto dire che è stata cancellata tutta la giurisprudenza che per anni aveva sanzionato come “lottizzazione abusiva” l’installazione permanente di campi roulotte, container, case mobili et similia? Forse no. Forse era necessario utilizzare termini ambigui, per evitare la levata di scudi che, ahimè, non c’è stata. Obiettivo raggiunto, bersaglio centrato, dunque. Ora, finalmente, le favelas di casa nostra, le baraccopoli che saturano le “strutture turistico ricettive all’aperto”, le bidonville spesso collocate a ridosso delle spiagge, di siti archeologici e nei luoghi più incontaminati del Paese, hanno un proprio “scudo spaziale” che le proteggerà dagli assalti degli ambientalisti e delle toghe rosso-verdi.
La legge non si limiterà a frapporre ostacoli alla rimozione delle bidonville abusivamente realizzate, ma ne produrrà di nuove. Non male per l’internazionalizzazione delle imprese, vero?
Che io sappia, solo la regione Toscana ha impugnato la norma e, rilevandone il contrasto con la propria legge regionale, ha sollevato un conflitto di attribuzioni. Solo la regione Toscana. E le altre?
Salerno, 1 novembre 2009
Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l'importanza di aver ipotizzato l'esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione "comunitaria" possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l'atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per l'attuale crisi finanziaria, che si può leggere come il saccheggio di una proprietà comune: la fiducia degli investitori.
Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.
UNA TERZA VIA TRA STATO E MERCATO
Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento.
Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.
Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “ common pool resources” (res communis omnium) dai “ free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.
Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.
Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone può far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.
Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il climao gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.
Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterrane a e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.
UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa “ tragedy of the commons” è in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori “scoprono” il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. È interessante anche notare come il “comunitarismo” della Ostrom trovi qui un punto di contatto con “l’anarchismo” antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.
Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma è quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell’importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non è che un esempio di “saccheggio” di una “proprietà comune”, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servirà qualcosa di più di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.
La risposta del governo alle vittime dell’ultima alluvione del Messinese non può essere soltanto: “Costruiremo a tempi brevi le nuove case”, come ha ripetuto ieri il presidente Berlusconi. Non può essere cioè soltanto “edilizia”. Dev’essere una risposta ambientale che porti al graduale, ma sicuro, risanamento dello sfasciume di territorio prodotto dall’abusivismo e/o da concessioni edilizie dissennate, dalla mancata attuazione di ben 1.191 ordinanze di demolizione disposte dalla magistratura, da disboscamenti e da incendi criminali che hanno “cotto” terreni discioltisi alla prima pioggia violenta, dalla permissività dei Comuni e da una Regione che, forte di una autonomia speciale, non ha mai voluto un vero piano paesaggistico.
Ieri l’altro l’arcivescovo di Messina è stato chiarissimo parlando di “territorio sfregiato, violentato dall’uomo”: “Dateci la garanzia di un piano di sicurezza fatto di opere concrete e non di carte o di parole vuote, perché simili tragedie non debbano più accadere”. Assai più della semplice risposta “edilizia” di Berlusconi, la quale elude la causa di fondo delle ripetute tragedie messinesi, e cioè il dissesto profondo di un territorio già difficile, con 41 torrenti sotterranei che “dormono” anni e poi si scatenano furiosamente. Alla messa in sicurezza nazionale ha accennato giorni fa lo stesso commissario Guido Bertolaso ipotizzando la cifra di 25 miliardi di euro. Ottimistica, temo. Dopo la gigantesca colata di fango di Sarno (160 vittime nel maggio ‘98) il suo predecessore, lo scienziato Franco Barberi, parlò di 40 miliardi di euro per un piano nazionale adeguato.
Da scalare in più decenni e però senza saltare un anno, perché, se non si ricomincia subito ad investire nella difesa del suolo (si era iniziato a farlo dopo la legge n. 183), per turare le falle di sempre nuove emergenze si spenderà di più di quanto serve al piano nazionale. La commissione De Marchi stimò, nel ‘70, in 10.000 miliardi di lire (circa 5 miliardi di euro da rivalutare) la somma necessaria in venticinque anni per il risanamento. Nei trent’anni seguenti si è speso tre volte tanto solo per le emergenze. Oggi il servizio Protezione del suolo del Ministero dell’Ambiente dispone della cifra di 198 milioni. Niente.
Per questo si è chiesto di accantonare le opere faraoniche dedicandosi a questi piani strutturali da cui dipende il futuro stesso dell’Italia. L’ha chiesto anche il presidente Napolitano oggi, non a caso, nel mirino delle polemiche del giornale della famiglia Berlusconi (e siamo soltanto all’inizio). “Un piano di sicurezza”, l’ha reclamato sabato l’arcivescovo di Messina. Ma la risposta del premier è sempre la stessa: avanti col Ponte sullo Stretto, subito le nuove case nelle zone alluvionate. L’uno e le altre su terreni fragili, per giunta sismici. La messa in sicurezza? Alla prossima tragedia. Non fa spettacolo, non fa immagine, non fa “passare alla storia”. E i poveri morti del Messinese restano di serie B.
È di sinistra prendere voti di destra, da persone di destra, per un programma che loro condividono in pieno e che quindi è piuttosto difficile definire specificamente di sinistra?
Una bella domanda, neh?
Eppure è la prima cosa che viene da chiedersi dopo aver letto le percentuali che Francesco Erbani riporta nel suo articolo su Domenico Finiguerra e l’esperienza di Cassinetta di Lugagnano: alle politiche si vota compatti ben oltre il 60% per Berlusconi, Bossi & compagnia cantante; alle amministrative, voilà, tutto ribaltato, e una percentuale simile si riversa sul “comunista” Domenico. Nuovo mago della comunicazione? Diabolico manipolatore dell’opinione locale? Fortunato primo cittadino in un paesello di gonzi facili da abbindolare? Macché: siamo noi che non abbiamo capito niente, perché siamo retrogradi provinciali, con scarsa attitudine a una prospettiva metropolitana.
Tocca qui intendersi, però, su quell’aggettivo “metropolitano”. Dove la metropoli è da intendersi nel senso old-fashioned coloniale, di lontano centro direzionale da cui tutto emana e a cui tutto prima o poi dovrà rendere conto. Ovvero, non l’ormai paesanotta Milano ridotta a terra di caccia per fascistelli cresciuti, localisti in malafede e speculatori immobiliar-finanziari, ma la grande rete mondiale delle città globali: dove si involano l’immaginario, i quattrini, qualche delocalizzazione di lusso e molto altro. E che poi ci restituisce smaterializzatissime gocce di saggezza, che però vanno lette a modino, non scartabellate distrattamente alla ricerca di soluzioni manualistiche.
E cosa ci casca addosso, dalla mitica saskiasasseniana rete globale? Che ovunque da lustri si manifesta una forte tendenza alla suburbanizzazione, che si tratta di un processo “balcanizzante”, che le antiche categorie tradizionali di destra, sinistra, conflitto e dialettica sociale nel suburbio balcanizzato non valgono una cicca, e quindi che occorrono nuovi strumenti di lettura e analisi, se si vuole ricondurre (come credo tutti vorremmo) la prospettiva almeno a una dialettica fra conservazione, progresso, privilegio, eguaglianza, ambiente, sviluppo, e compagnia bella.
Le ricerche sui suburbi balcanizzati lo dicono appunto da lustri, ad esempio, che la tutela dell’ambiente locale, anche nella versione allargata di una maggiore attenzione al territorio agricolo, oltre che della “solita” sperimentazione tecnologica avanzata, non caratterizza assolutamente comunità a orientamento politico generale progressista. Basta pensare alla serie di meritori rapporti che la Brookings Institution ha dedicato agli anni della dinastia Clinton-Bush e alla polarizzazione degli stati rossi e blu sulle fasce esurbane: alla concentrazione del voto incarognito e reazionario corrispondevano più spesso che no anche atteggiamenti ad esempio assai orientati al contenimento di consumi energetici, alla produzione-consumo locale di alimenti freschi, alla tutela degli spazi aperti e del verde territoriale … Insomma tutti i parafernali che quasi automaticamente un commentatore nostrano rovescia senza pensarci un attimo nel cestino della Sinistra, che sarà pure orfana delle belle classi e categorie di una volta, ma sull’Ambiente … signora mia …
E invece, all’ombra dei pannelli solari, della cura per la flora e la fauna, finanche della democrazia diretta assembleare autogestita per le questioni amministrative mica poi tanto correnti della comunità, si nascondono razzismo, atteggiamento bigotto ai limiti della comicità, una granitica triade famiglia-soldi-individualismo da far paura, fino alle cose solite, tipo l’arsenale da dopobomba in tavernetta, il SUV rostrato anche se ibrido, il disprezzo per categorie sociali come insegnanti e immigrati.
E se guardiamo bene, nel senso di affacciarci oltre la classica membrana di prosciutto ideologico, con tutte le nostre varianti locali nazionali, regionali, provinciali, comunali, queste cose sono normalissime anche qui da noi. La gated community, da sempre vessillo di certa destra, non ha necessariamente bisogno del muro o del filo spinato nascosto fra i lauri, per essere tale: quasi sempre basta e avanza la barriera mentale alimentata dal solo pregiudizio, o da un informato, intelligente giudizio critico … ma pur sempre di destra. Domenico Finiguerra, nel suo piccolo territorio comunale chiuso a sandwich fra due (ancora per un po’) bellissime zone a parco metropolitano come la valle del Ticino e il Sud Milano, ne ha intuito intelligentemente il potenziale politico-identitario, ha saputo tradurre in pratica amministrativa e di consenso la sua intuizione, e ora conseguentemente porge il proprio modello all’attenzione di chi vuole ascoltare. Ascoltare: non fotocopiare.
Nota: sulle ultimissime tendenze alla balcanizzazione suburbana (oltre alla lettura di alcuni dei rapporti della Brookings che ho proposto tempo fa su Mall) c’è un libro appena uscito dedicato agli aspetti razziali, recensito da Lewis Bealeper Alternet; qui il link ovviamente all'articolo di Francesco Erbani, ultimo della serie "locale" da cui prendono spunto queste riflessioni; si veda anche per affinità il mio Sinist'-Dest'! nonché il breve scambio con Sandro Roggio (f.b.)
Con un sospiro di sollievo gli albergatori sardi hanno registrato un labile tutto esaurito di qualche giorno grazie alla moltitudine che a ferragosto si è rovesciata sull’isola dal cielo e dal mare. Neppure abbiamo fatto in tempo a ragionare sul fenomeno che, frenetici come girini, i villeggianti si preparano, dopo l’esodo, al controesodo. E “quelli del sì” sono stati felici per qualche giorno.
Ma “ quelli del sì” e alcuni sfortunati albergatori hanno sentito qualcosa di insolito nell’aria proprio mentre godevano questa boccata d’ossigeno.
Era il flagello della cacca generata a ferragosto che ritornava al produttore perché i depuratori non ce l’hanno fatta benché siano, si sa, sovradimensionati proprio per i periodi di pienone. Era troppa questa cacca. Tanta incontinenza non era stata prevista dai sostenitori del nostro efficace modello di sviluppo. Gli stessi che propugnano premi di metri cubi agli alberghi per ingrandirli e moltiplicano non solo i servizi, attenzione, ma le camere d’albergo per ammucchiare più gente. Premiano chi non ha saputo fare dell’isola un luogo rispettato per tutto l’anno dai suoi abitanti e da chi lo visita. E chiamano “riqualificazione” quest’uso inconsulto del territorio.
“Quelli del sì” ampliano gli alberghi e abdicano alla leggendaria “stagione lunga” e al “risparmio” dei luoghi. E cadono in una mortale contraddizione. Non si possono nello stesso tempo stipare le coste di metri cubi e turisti e pretendere che quel turista, immerso nel suo stabulario come una cozza nella quale il cibo entra e esce, corra perfino a vedere il cosiddetto interno isolano al quale intanto ne fanno di tutti i colori sino alla desertificazione.
“Quelli del sì”, a forza di sì, hanno da mezzo secolo la responsabilità morale, e non solo, della scomparsa di buona parte dei nostri paesaggi, storici e naturali. Questo gli verrà rimproverato da chi riceverà in dono da loro l’inconfondibile “bruttezza sarda” che dalle città e i paesi si è estesa alle campagne, frutto della confortevole filosofia del sì e dell’intolleranza alle regole. Come i guai provocati da chi sfreccia a centocinquanta all’ora e sfacciatamente definisce “agguato” una multa con l’autovelox. Troppe regole, dicono.
La politica di “quelli del sì” è facile da praticare. Dire sì, produrre leggi a corto raggio, il “tutto e subito”, evita norme fastidiose, divieti e codicilli capziosi.
La cacca di questi giorni non è una cacca qualunque, ha un significato profondo e dimostra come le nostre acque, certificate da innumerevoli bandierine blu, siano naturali. E qualcuno proporrà per la stagione spilorcia ridotta a un mese di ingigantire i depuratori perché per trenta giorni la pressione sulle coste diviene insopportabile e la cacca insostenibile. Questa cacca metaforica, castigo degli spensierati, verrà ricordata. Verrà ricordato l’albergatore negazionista che ha detto: “Non è cacca, signori, sono meduse” e poi si è angosciato non già per l’orrore, no, ma per il danno minore, quello all’immagine. L’immagine dovrebbe corrispondere sempre alla sostanza ma in questo caso la sostanza è sconveniente.
Molta cacca, sosterranno, significa che la nostra isola è una meta ambita e basterà distribuirla meglio sulla costa e sull’interno. La cacca, spesso cacca internazionale, volgerà a misura del successo del nostro turismo, diverrà un volàno dello sviluppo e accrescerà il Pil. D’altronde è un segno di salute e fortuna nella cabala napoletana.
Ha dichiarato l’assessore al turismo di un paese costiero che bisogna “riflettere e spalmare il turismo un po’ dappertutto”. Non abbiamo capito esattamente cosa volesse dire. Ma la parola “spalmare”, termine “strategico” del linguaggio aziendale, non è stata scelta con accortezza. Ha ragione l’assessore, bisognerà riflettere a lungo sul nostro povero mare fecale, però noi, nel frattempo, ce ne restiamo tra “quelli del no”.
Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 25 agosto 2009
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La città nasce con lo spazio pubblico
Si può dire che la città nasce con gli spazi pubblici. L’ uomo, nel suo sforzo di costruire il proprio luogo nell’ ambiente, genera quella sua meravigliosa invenzione che è la città a un certo momento della sua vicenda: precisamente quando, dal modificarsi del rapporto tra uomo, lavoro e natura, nasce l’ esigenza di organizzarsi (come urbs, come civitas e come polis) attorno a determinate funzioni e determinati luoghi che possano servire l’ insieme della società.
Decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’ incontro tra le persone (i ricchi e i poveri, i cittadini e i foresti, i proprietari e i proletari, gli adulti e i bambini). Le piazze come i luoghi della mixitè e della libertà.
Nelle piazze i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’ era un evento importante per la città. E il ruolo che svolgevano era sempre correlato alle condizioni della società, al tempo e al contesto cui erano riferiti: un allarme o una festa, la celebrazione di una vittoria o di una festa religiosa, la pronuncia di un giudizio o una sanguinosa esecuzione.
Le piazze non erano solo dei luoghi aperti. Erano lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino. Il loro ruolo sarebbe stato sterile se non fossero state parte integrante del sistema dei luoghi ordinati al consumo comune dello scambio e del giudizio, della celebrazione dei valori comuni e del governo della polis..
Non è pubblico solo il sistema degli spazi, aperti e costruiti, d’ uso collettivo, ma è pubblico, comune, anche qualcos’ altro. Qualcosa che determina il modo in cui i luoghi peculiari al privato (la casa, il capannone, la bottega) vengano ordinati.
Sono pubbliche, insomma, anche le regole che guidano l’ intervento delle famiglie, degli abitanti, delle imprese.
Dalla fabbrica al welfare
Il conflitto tra dimensione privata e dimensione collettiva, tra momento individuale e momento collettivo si è sempre manifestato nella storia – come quello tra esclusione e inclusione. Con il trionfo del sistema capitalistico-borghese esso assume una configurazione particolarmente rilevante per la città.
Il prevalere dell’ individualismo porta a due conseguenze, entrambe negative. Sul versante della struttura, conduce alla frammentazione e privatizzazione della proprietà del suolo urbano, minando una base della capacità regolativa della polis. Sul versante dell’ ideologia conduce all’ affievolirsi dei valori sociali impliciti nel concetto di cittadinanza.
Ma dall’ altro lato le caratteristiche proprie della produzione capitalistica provocano effetti di segno opposto. L’ inclusione di tutti i portatori di forza lavoro, i servi sfuggiti alla miseria delle campagne e accorsi alla città “la cui aria li renderà liberi” pone le premesse materiali all’ allargamento della democrazia. Contemporaneamente il conflitto di classe che di quel sistema è l’ inevitabile prodotto conduce al formarsi di una nuova solidarietà nel campo del lavoro. S’indebolisce la solidarietà cittadina ma nasce e s’irrobustisce la solidarietà di fabbrica e da questa, progressivamente, germoglia una nuova domanda di spazio pubblico.
Dal movimento culturale, sociale e politico scaturito dalla solidarietà di fabbrica nasce la spinta a ottenere il soddisfacimento di bisogni antichi negati dal prevalere del nuovo sistema e, soprattutto, di nuovi bisogni nati dall’ affermarsi della democrazia: attraverso le loro azioni e le loro rappresentanze entrano nel campo dei decisori le grandi masse fino allora escluse.
L’ incontro tra la pressione organizzata del mondo del lavoro e il pensiero critico e costruttivo degli intellettuali riuscì a incidere in modo consistente sull’ allargamento dello spazio pubblico, nella città e nella società.
Lo vediamo nell’ affermarsi del diritto socialmente garantito all’ uso di un alloggio adeguato alle necessità, e alla capacità di spesa, delle famiglie degli addetti alla produzione. Come lo vediamo nella nascita, e poi nel consolidamento, di servizi che soddisfano collettivamente alcuni dei bisogni che nel passato erano svolti nell’ ambito familiare
Le parole dello spazio pubblico
Nel quadro di questa riflessione, nell’avviare la Scuola abbiamo presentato una serie di approfondimenti e specificazioni del termine “spazio pubblico”, e ne abbiamo verificato ed esteso l’analisi nel corso delle tre giornate. Diamo sempre grande importanza alle parole. Don Lorenzo Milani diceva: “Chiamo uomo chi è padrone della propria lingua”, e sosteneva che chi ha più parole (chi controlla meglio l’uso delle parole e dei loro significati) ha più potere.
In questa occasione l’analisi delle parole ci ha permesso di ragionare sulla molteplicità dei significati del termine e sulla molteplicità dei suoi usi.
Abbiamo esaminato le diverse definizioni di spazio pubblico: a partrire da quella più ampia e intuitiva (luogo in cui a tutti è concesso qualche diritto di accesso, e regolato da un insieme di norme e convenzioni), allo spazio della partecipazione alla vita collettiva, allo spazio dei servizi collettivi orientati al “consumo comune”, allo spazio come “sfera pubblica (cioè area dove si forma l’opinione pubblica, dove si confronta e si discute), allo spazio non intenzionale, anarchico (quello che viene occupato dagli immigrati delle varie etnie, nazionalità, lingue culture, dai non rappresentati, da quelli che non hanno voce, i giovani), come spazio della rappresentazione, come luogo del conflitto e delle differenze (là dove i conflitti si manifestano e trovano la loro composizione, dove le differenze si manafestano e trovano la loro con-vivenza).
Abbiamo poi prroposto alla discussione le condizioni che possono influenzare il carattere pubblico di uno spazio e aiutare a definirne il gradiente di “pubblicità”. Ci sono sembrati rilevanti l’accessibilità/inclusività, la proprietà, l’intersoggettività.
Particolarmente rilevante ci è apparso il primo. Ma abbiamo sottolineato che un luogo può apparire accessibile e inclusivo, ed essere invece condizionato da sottili forme di esclusione e oppressione: esclusione di determinate le attività (protesta, comizi…) o di certi comportamenti o persone, monitoraggio e controllo, ecc. E le barriere possono essere fisiche; visuali e simboliche; sociali, culturali e finanziarie. Il criterio dell’accessibilità/inclusività rappresenta in definitiva la relazione tra potere di accesso e potere di esclusione, tra diritti privati e diritti della collettività in quanto il diritto di accedere esteso a tutti implica la necessità individuazione dei limiti per tutelare il sopruso di potere da parte degli altri.
L’attribuzione di uno spazio pubblico alla proprietà privata o a quella pubblica ha importantiimplicazioni e conseguenze su tipo di restrizioni ed esclusioni che possono essere applicate (in termini di accesso, di attività che si possono esercitare, e del grado di libertà di espressione consentito). Certamente se la proprietà è privata l’accessibilità è a discrezione del proprietario che ha il diritto di disporre di quel bene come meglio crede.
Il terzo criterio, l’intersoggettività, riguarda l’interazione che lo spazio pubblico potenzialmente consente. Esso può porre i partecipanti principalmente come consumatori (di merci o di eventi), può porti come membri di un’audience (lo stadio, il teatro, il festival, ecc.), come co-creatori di uno spazio condiviso (la piazza, la strada, ecc.), oppure infine (ed è il livello più alto) può consentire ai soggetti di avere un dialogo e svolgere un ruolo critico, e quindi di concorrere alla modellazione dell’ecosistema in cui vivono (arene di dibattito culturale e politico).
Abbiamo riflettuto sulla regolamentazione dello spazio pubblico. Questo deve essere sempre regolato, per trovare un giusto equilibrio tra libertà e diritti: tra la libertà per tutti di esprimersi e il diritto di ciascuno di non essere privato della sua voce. Le regole devono essere condivise: un sistema effficace di regole è quello che va sotto l’espressione di “buona educazione”; ma non possono essere le regole di una comunità di eguali, devono aiutare la con-vivenza di soggetti caratterizzati da differenze.
Se le regole condivise non esistono, le testimonianze recate alla Scuola rivelano che prevale o la “legge del branco”, oppure l’ultra-regolazione, a base di divieti, ordinanze, ukase..
Il declino dello spazio pubblico
Dopo l’analisi del significato di “spazio pubblico”, l’analisi del declino. I diversi interventi hanno testimoniato come oggi la situazione della città e l’ orientamento delle politiche urbane siano radicalmente diverse da quelle che la storia della città ci suggerisce, sia che le osserviamo nel lungo periodo che se ci riferiamo ai secoli più vicini.
Il carattere pubblico della città è profondamente in crisi: è negato in tutti i suoi elementi. A cominciare dal suo fondamento: la possibilità della collettività di decidere gli usi del suolo, o attraverso lo strumento patrimoniale (proprietà pubblica dei suoli urbanizzabili o appartenenza pubblica del diritto a costruire), oppure attraverso quello di una pianificazione urbanistica efficace, autorevole, condivisa da chi esercita il governo in nome degli interessi generali.
Gli standard urbanistici, lo strumento di base per ottenere una quantità ragionevole di aree da dedicare agli spazi, alle attrezzature, ai servizi d’ interesse comune, sono in decadenza, e se ne propone addirittura l’ abolizione o la “regionalizzazione”: come se il diritto di disporre di scuole, parchi, piazze, mercati, attrezzature sanitarie, biblioteche, palestre fosse diverso per gli abitanti della Puglia e quelli del Veneto.
Le aree già destinate dai piani a spazi pubblici, e quelle già acquisite al patrimonio collettivo, sono erose da utilizzazioni private, o distorte nel loro uso dalla commercializzazione. Il gettito finanziario originariamente rigorosamente destinato dalla legge alla realizzazione degli spazi e delle attrezzature pubbliche, gli “oneri di urbanizzazione”, viene dirottato verso le spese correnti dei comuni, utilizzato per pagare gli stipendi o le grandi opere di prestigio.
Alle piazze reali, caratterizzate dall’ essere luoghi aperti a tutti, disponibili a tutte le ore, e per diverse attività (passeggio, incontro, gioco, ecc.), luoghi inseriti senza discontinuità negli spazi della vita quotidiana, si sono sostituite le grandi cattedrali del commercio, caratterizzate dalla chiusura ai “diversi” (in nome della sicurezza), dall’ obbligo implicito di ridurre l’ interesse del frequentatore all’ acquisto di merci (per di più sempre più superflue). La piazza, luogo dell’ integrazione, della varietà, della libertà d’ accesso, è sostituita dal grande centro commerciale, dall’ outlet, dall’ aeroporto o dalla stazione ferroviaria (da quelli che sono stati definiti “non luoghi”). Parallelamente il cittadino si riduce a cliente, il portatore di diritti si riduce a portatore di carta di credito.
Le ragioni del declino
Ci siamo ovviamente domandati perché tutto questo sia successo. La ragione di fondo sta nel mutato rapporto tra uomo e società. L’aspetto centrale è la rottura dell’ equilibrio che lega tra loro le due essenziali dimensioni d’ ogni persona: la dimensione pubblica, collettiva, comune e la dimensione privata, individuale, intima. E’ quell’ equilibrio che si esprime fisicamente nei nostri centri storici e nei nostri paesi, là dove vediamo la strada (dove non è invasa dalle auto) e la piazza costituire il naturale prolungamento della vita che si svolge nell’ abitazione.
In effetti negli ultimi decenni è giunto a un punto di svolta un processo avviato molti secoli fa. Mentre da un lato, infrangendo i tabù dell’autoritarismo e del controllo sociale, si sono liberate le energie derivanti dalla piena esplicazione dei diritti individuali, dall’altro lato si e smarrita la consapevolezza dell’essenzialitò, per lo stesso equilibrio della persona, della dimensione sociale.
Contemporaneamente, l’ uomo è stato ridotto alla sua dimensione economica: prima alla condizione di mero strumento della produzione di merci, poi a quella di mero strumento del consumo di merci prodotte in modo ridondante, opulento, superfluo. L’alienazione del lavoro prima, l’alienazione del consumo poi. Il lavoratore ridotto a venditore della propria forza lavoro prima, il cittadino ridotto a cliente poi.
Infine, la politica è diventata a sua volta serva dell’ economia, si è appiattita sul breve periodo, è divenuta priva della capacità di costruire un convincente progetto di società: priva della capacità di analizzare e di proporre.
Le politiche urbane del neoliberalismo accentuano tutti i fenomeni di segregazione, discriminazione, diseguaglianza che già esistono nelle città. Lo smantellamento delle conquiste del welfare urbano ne è una componente aggressiva, soprattutto nel nostro paese dove – a differenza che altrove – non c’ è mai stata un’ amministrazione pubblica autorevole, qualificata, competente, e dove salario e profitto sono stati sistematicamente taglieggiati dalle rendite. Un’ altra componente è la tendenziale privatizzazione d’ ogni bene comune che possa dar luogo a guadagni privati: dall’ acqua agli spazi pubblici, dall’ università alla casa per i meno abbienti, dall’ assistenza sanitaria ai trasporti. La città diventa una merce: nel suo insieme e nelle sue parti.
Una ulteriore componente è la progressiva riduzione degli spazi di vita collettiva e di partecipazione sociale, soprattutto a partire da due momenti: quando l’ obiettivo della “governabilità” è diventato dominante rispetto a quello della “partecipazione”, e si sono impoveriti alcuni decisivi momenti della democrazia nell’ ambito di tutte le istituzioni, dallo stato ai comuni; quando il crollo delle Twin Towers e il riemergere, in Italia, della xenofobia e del razzismo hanno fornito la giustificazione – o l’ alibi – alla pratica della priorità assoluta della sicurezza su qualunque altro bisogno, esigenza, necessità sociale.
Nei confronti degli spazi pubblici si produce quindi una devastazione che ne colpisce l’ uno e l’ altro versante: la loro consistenza fisica e la loro consistenza sociale. Si riducono sempre di più gli spazi pubblici nei quali vivere insieme, come si riducono gli spazi, reali e virtuali, per la discussione, la partecipazione, la critica o la condivisione della politica.
Collocarci nella storia
Lo spazio pubblico è stato, ed è tuttora, il risultato di un processo storico caratterizzato da faticose conquiste e sofferte sconfitte. Lo sarà anche in futuro. Per costruire un futuro accettabile è necessario collocarci nella storia: avere consapevolezza di ciò che è alle nostre spalle, comprendere la condizione che viviamo oggi e scoprire in essa i germi di un futuro possibile.
Per comprendere in che modo esercitare la difesa e la riconquista dello spazio pubblico è stata utile la riflessione a più voci sugli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Discorrendo con gli studenti ci siamo resi conto del grave danno provocato da quella rimozione della memoria che è stata compiuta negli ultimi decenni. Cancellare il passato, la nostra storia, è particolarmente grave se ci proponiamo di costruire un futuro diverso dal presente.
Nella narrazione a più voci che abbiamo fatto sugli eventi che hanno condotto al decreto degli standard urbanistici, alla politica della casa con tutto l’arco dei provvedimenti che vanno dalla legge 167/1962 fino alla legge per l’equo cannone, alla generalizzazione della pianificazione urbanistica, all’acquisizione di rilevanti beni pubblici come l’Appia antica. Si è ragionato sulle condizioni che, allora, resero possibili i risultati positivi.
Illuminante è stato il ruolo allora svolto dai movimenti di massa: l’Unione donne italiane e il movimento per l’emancipazione della donna dalla condizione d’inferiorità, negli anni dal 1962 al 1968, le lotte studentesche e quelle operaie dopo il 1968. É apparso significativa la testimonianza del modo in cui nuove esigenze sociali (la liberazione dal lavoro casalingo) abbiano trovato negli esperti le parole mediante le quali esprimersi, nella politica e nelle istituzioni gli strumenti per tradursi in norme e politiche.
Come tener conto oggi dei suggerimenti della storia?. Occorre in primo luogo individuare i nuovi bisogni che nascono dalla società di oggi, e che esprimono la necessità di una società nuova. E bisogna nutrire la speranza che essi possanno essere soddiafetti anche nei tempi che viviamo.
Aiuta in questa direzione il confronto con le esperienze di altri paesi europei. Quelle che sono state illustrate nella Scuola testimoniano come le istituzioni, là dove la politica assume la questione dello spazio pubblico come tema cenetrale, possono fare molto, sia a livello statale che a livello locale. L’Italia appare molto in ritardo al confronto, sebbene non manchino interessanti esperienzedi gestione intelligente degli standard urbanistici, anche nell’indispensabile dimensioe dell’area vasta e del coordinamento intercomunale.
Esistono già domande che si esprimono nel terreno specifico dell’azione della pianificazione delle città e dei territori. L’aspirazione a difendere le qualità del territorio in quanto tali, in quanto “beni comuni” di cui a atutti deve essere garantita una fruizione rispettosa delle regole dettate dalla necessità di difenderne consistenza e valore. Estendere il concetto di “standard urbanistico” ai beni culturali e a tutti i luoghi dotati di particolari qualità è parso un’indicazione utile. Vi sono due insiemi di aree che vanno tutelate e aperte all’uso pubblico: quelle necessarie per lo svolgimento di determinate funzioni urbane, e quelle che meritano la tutela e l’accessibilità pubblica per le loro caratteristiche intrinseche. Due insiemi, che possono anche coincidere in talune parti, in uno dei quali prevale l’esigenza della funzionalità del servizio reso, nel’altro la tutela e la fruizione responsabile delle qualità intrinseche.
Che fare oggi
Infine ci siamo chiesti che cosa fare oggi per uscire dal declino, per difendere e riconquistare lo spazio pubblico.
É alla politica – alla dialettica tra le parti che essa esprime – che spetterebbe configurare e proporre un “progetto di società”, e in relazione a questo, un progetto di città e di territorio. Sono esistiti tempi in cui è stato così. Oggi non si può fare affidamento alla politica dei partiti. Nessuno dei partiti esistenti ha le carte in regola.
Oggi dobbiamo ricostruire la politica. Per farlo bisogna lavorare su due fronti, guardare a due tipi di interlocutori.
In primo luogo, i movimenti che affiorano dalla società, e che aspirano a un superamento delle condizioni date. Essi crescono mese per mese: sono fragili, discontinui, spesso abbarbicati al “locale” da cui sono nati. Eppure, nonostante la loro fragilità, testimoniano una volontà di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose, e sempre più spesso, riescono ad aggregarsi in reti più ampie, a inventare strumenti per consolidarsi e dare durata alla loro azione, a comprendere meglio le cause da cui nascono i guasti contro i quali si ribellano.
Costituiscono un possibile modo di ricostituire la politica. Sono già “politica”, nel senso proprio di volontà e, non raramente, la capacità di partecipare al governo della cosa pubblica. Le testimonianze già emerse nelle prime tre giornate della Scuola e quelle che emergeranno oggi ci raccontano di questa capacità, degli ostacoli e dei rischi che ne caratterizzano il cammino.
L’ altro interlocutore sono le istituzioni: i comuni, le province, le regioni, il parlamento. Naturalmente con maggiore attenzione per la prima, perché più sensibile al “locale”, cioè al luogo ove finora si manifesta la maggior pressione dei movimenti, ma non dimenticando mai che occorre avere una visione multiscalare: dal locale al globale, attraverso tutte le scale intermedia. Una visione corrispondente alle molteplici “patrie” di cui ciascuno di noi è cittadino: dal paese e dal quartiere, dalla città alla regione e alla nazione, all’ Europa e al mondo.
Siamo convinti che un compito grande spetti agli intellettuali, soprattutto a quelli che hanno nella città (come urbs, come civitas e come polis) il loro specifico campo d’ azione. Siamo intellettuali, depositari d’ un sapere che dobbiamo amministrare al servizio della società. Dobbiamo saper ascoltare la società, individuare le esigenze che sollecitano alla costruzione di una città bella perché buona, perché equa, perché aperta. E a quelle esigenze dobbiamo saper dare risposte: come hanno saputo fare i nostri padri negli anni Sessanta.
Se sono stato io a provocare la reazione di Fabrizio Bottini (eddyburg ci guadagna il bel contributo Sinist’-Dest’!) provo a discolparmi e mi attendo comunque la concessione di qualche attenuante. Da una parte le sintesi giornalistiche sono sempre a scapito della completezza delle argomentazioni ( mi riaccadrà anche ora); dall'altra giuro che quando dico – con l'accetta – di sinistra/ di destra non mi riferisco all'atteggiamento contingente di D'Alema e Cicchitto, ma a sinistra /a destra nel verdetto di studiosi (lo so che citare Bobbio è scontato: ma è lui che spiega bene che in una società complessa destra e sinistra si possano in più casi sovrapporre e intrecciare. Ma esclude che tali contingenze possano avere importanza decisiva). Figuriamoci l' hippy tra i fascisti, fotografato da Bottini, che è come una infreddolita rondine a primavera. O un doppiopetto ai congressi del Pci.
Ne sono convinto, la solidarietà ecologica e generazionale ( così per mia comodità di sintesi) è una cosa di sinistra. Se tengo nello sfondo la differenza indicata da Bobbio: la politica di sinistra è ispirata da ideali, guarda lontano; la politica di destra è mossa da interessi, guarda dietro l’angolo.. Qualunque cosa dicano, in sintonia o in discordia Labour e Tories, Bersani e Gasparri, importa pochissimo.
L'accetta mi serviva. A fronte di quella affermazione dei due amministratori di Toscana e Umbria secondo i quali sinistra vuol dire “attenzione per gli edili che perdono il posto di lavoro”. E a rincalzo il solito rimbrotto al partito del no, a chi vorrebbe “il territorio sotto la teca”. Roba di destra, ho scritto. Potrei finire qui, ma aggiungo un paio di cose perchè è troppo ricco di spunti l'articolo di Fabrizio Bottini (pure con la british memory nello sfondo e riluttante quanto basta a rievocare un passato compresso da un giudizio storico, che è sempre fazioso, ma sufficiente per prese di distanza dalla cronaca). Su un aspetto concordo con lui : “… non è la prospettiva di lettura del valore relativo di ambiente e territorio, a distinguere l’approccio di destra e di sinistra, ma quella di uso e accessibilità sociale di quel valore”. Appunto. Mettiamo l’affermazione nel qui e adesso di una lettura d’ assieme, senza ignorare il senso politico delle scelte in atto a proposito di accessibilità sociale ai valori comuni. Nel programma del Presidente del Consiglio, l’edilizia rivestirebbe il ruolo di punta per il rilancio dell’economia. Provvedimento “concreto”, che intende dare risposte alla recessione, cui si è fatto fronte con il solletico di social card e con progetti di federalismo che, allo stato attuale, sgravano lo Stato di interventi strutturali improntati alla coesione economica e sociale, e caricano Regioni Province e Comuni di ulteriori tariffe e fiscalità.
Ed ecco le Regioni che rientrano nei doveri di ruolo, dopo che il grande comunicatore viene avvertito che la legge deve essere concorrente e ripartita, magari con un passaggio in conferenza Governo-Regioni, con procedimento corretto e più meditato; infine consapevoli ( quasi tutti) di una giurisprudenza che ad esempio in Sardegna richiama lo Stato al principio di coerenza della azione amministrativa, si teme che gli interessi diffusi adiscano le magistrature in livelli di giudizio defatiganti, e dagli esiti confortanti per chi ha a cuore il paesaggio, come si dice nell' eddytoriale ultimo. Però le stesse Regioni si mettono poi, a guardare bene, nel linea tracciata da Berlusconi con l'etica deplorevole del male minore, che non produce molto riguarda l’accessibilità sociale.
L’edilizia volano dello sviluppo, tutti più o meno d’accordo a quanto pare. E’ un intervento congiunturale a bassissimo valore aggiunto di tecnologie e lo Stato se ne starà nella dimensione concessiva e concessoria. Un lasciafare al privato, che accederà a poco a conti fatti, in linea con le macchine dei carabinieri ferme e le ronde padane in piazza. Sappiamo com'è. Non un intervento organico sulla riqualificazione del patrimonio edilizio: la demotica per le disabilità in case datatei; non servizi a quartieri disgraziati; non fotovoltaico sui tetti delle scuole; non scuole e ospedali e carceri ripensati in relazione alla rivoluzione informatica. Eccetera. Lo Stato evapora: asseconda il processo di individualizzazione delle responsabilità sottraendosi ai compiti di welfare. Soffriamo per questo andazzo noi che ci diciamo di sinistra e magari lo siamo davvero, sempre con la patente rilasciata da Bobbio; soffriamo per la vicenda della Scuola riformata, da destra, senza una riforma; mentre si declina il paradigma di nuove povertà (i precari della formazione) dando ragione a Bauman: il nuovo povero non è quello escluso dai processi produttivi ma da quelli del consumo e perciò al sostegno alla produzione.
Guardiamo al mondo? Sì, e perché non proviamo a riflettere sulle motivazioni politiche che stanno dietro l’elezione di Obama e il suo graduale andare verso una riconversione globale dell’economia e dell’ambiente ? (che piace -?- pure a Berlusconi ovviamente per finta).
Sentiamo Rifkin: «Più industrie e meno emissioni ? – gli chiedono. «Esattamente. La terza rivoluzione industriale è quella che permette uno sviluppo economico che si concilia perfettamente con la riduzione delle emissioni... ».Le case come elemento trainante del nuovo modello energetico? «Uno dei quattro pilastri. Il primo è costituito dalle energie rinnovabili. Il secondo è rappresentato dagli edifici sostenibili. Il terzo dalle tecnologie basate sull' idrogeno che serve a immagazzinare l' energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Il quarto pilastro dalle reti intelligenti per distribuire l' energia secondo il modello del web».
Ecco, c’è un orizzonte di sinistra su questi temi. Meno angusto di quello che immaginiamo. Argomenti portati dentro un progetto articolato e difficile, che non si affida alle pulsioni anarchiche, strategico, politico, con la p maiuscola, ben altra cosa del favore permanente alla lobby di interessi legittimi – l’edilizia – da parte di politici che del consenso immediato hanno comprensibile necessità. E se si pensasse anche ai figli degli edili? Non sarebbe male mi pare. Perché sarebbe /è una cosa molto di sinistra che, ahimè, le forze di sinistra, o una parte di esse, soprattutto in Italia stentano a comprendere. Ma questa è una contingenza, insisto, che conta relativamente – direbbe forse Bobbio; che non balet a nudda – dicono in modo sbrigativo dalle mie parti.
Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it
Chiusa per ferie? No, per mancanza di personale. Ma questa volta non si tratta purtroppo di una qualsiasi sala pubblica, all’interno di un ufficio o di un museo, bensì di una sala operatoria: quella dell’ospedale «Santo Stefano», nel comune siciliano di Mazzarino, provincia di Caltanissetta. E chissà quante altre si trovano nelle stesse condizioni nel resto d’Italia, a causa dei tagli alla sanità che possono improvvisamente tagliare la vita o la salute a tanti cittadini, ignari e incolpevoli.
L’ultima vittima è un giovane di 23 anni, rimasto ferito gravemente in un incidente stradale. Si era tranciato una gamba cadendo in motocicletta. Ma non ha potuto essere operato in tempo ed è morto per un’emorragia. Ucciso dalla malasanità, dall’inefficienza e dalla crudeltà di un sistema sanitario che ormai s’ispira alla legge di bilancio più che a quella della solidarietà, umana e civile.
Si può anche morire così nel Paese dei privilegi e degli sprechi, dell’evasione fiscale, delle «grandi opere» incompiute o irrealizzabili, dei finanziamenti a pioggia o dei fondi europei non utilizzati. Per mancanza di personale. Cioè per mancanza di risorse, ma soprattutto per mancanza di un’organizzazione sanitaria in grado di assicurare un’assistenza immediata e tempestiva a chi si trova in pericolo di vita.
Eppure, nel più disastrato bilancio statale d’Europa, quella per la sanità è tuttora la voce maggiore di spesa. Ma non basta evidentemente a impedire un delitto come quello di Mazzarino, a soccorrere la vittima di un incidente stradale, a sottrarre alla morte un giovane che cade in moto e finisce dissanguato. E non tanto o non solo per carenza di soldi, quanto per le inefficienze, gli sperperi, le ingiustizie o le ruberie di un sistema sanitario che, sotto l’ingerenza della politica nazionale e locale, è diventato ormai da tempo la più grande greppia di Stato; la fonte principale del malaffare e della corruzione; la centrale delle concessioni, delle clientele e delle tangenti.
Che cos’altro può fare un povero padre che perde un figlio in tali circostanze, più che incatenarsi davanti all’ospedale per disperazione e per protesta? E che cos’altro possono fare i suoi compaesani, più che scendere in piazza e occupare la superstrada statale in segno di solidarietà? L’indignazione popolare minaccia fatalmente di degenerare nella rivolta contro il potere, contro i suoi rappresentanti e i suoi simboli, quando il potere volta le spalle ai cittadini; ignora le loro esigenze fondamentali; nega di fatto il diritto alla salute e alla vita.
C’è un filo nero che collega questo tragico episodio alla strage dei disperati che ha insanguinato nei giorni scorsi il mare di Sicilia. È il cinismo di una politica disumana che chiude le porte delle sale operatorie come quelle dei centri di accoglienza per gli immigrati, nel culto pagano di un primato dell’economia che finisce per soffocare la ragione, il sentimento, la pietà. Ma quanto vale una vita umana, affidata alla precarietà di una motocicletta o di un gommone? E qual è la gerarchia dei valori e delle priorità che deve orientare le scelte di uno Stato civile?
Dall’altra parte dell’Atlantico, il presidente Obama sta combattendo proprio in queste settimane una coraggiosa battaglia, personale e politica, per garantire al suo Paese un’assistenza sanitaria più equa e solidale. Da noi, invece, nel cuore della vecchia Europa, patria del welfare e dei diritti sociali, l’ideologia del mercatismo penetra perfino nelle corsie d’ospedale e nelle sale operatorie, imponendo il dogma assoluto del profitto. Ma di mercato e di profitto si può anche morire: e non solo per mancanza di personale.
Chi ama il paesaggio viene talvolta liquidato come estremista, pasdaran, massimalista, komeinista, fanatico, oppure apostrofato con formule vuote come “basta con le ideologie”, “siete quelli del no”. Ma vediamo.
Chiamano vacanze gli sbarchi apocalittici in Gallura, le migliaia di auto arroventate, l’isola scossa di colpo da un turismo anfetaminico, una regione di un milione e mezzo di abitanti che brulica per un mese di altre centinaia di migliaia di persone piene di esigenze spirituali e corporali, i fuoristrada sulle dune di Piscinas, le spiagge trasformate in rosticcerie, i fiumi di alcol, le cale alla nafta, i ginepri amputati. Ma neppure davanti a tutto ciò si riflette sulla necessità di governare questo fenomeno distruttivo, questo uso sfrenato della nostra unica risorsa. No. Si accetta qualsiasi cosa. La stagione è corta, dicono, e allora allunghiamo gli alberghi.
C’è stato un indicativo convegno promosso dagli albergatori e dai rappresentanti dell’onesto partito detto dei Riformatori che vuole riformare anche gli alberghi i quali non devono lavorare solo due mesi l’anno e dovrebbero procurare lavoro per dodici mesi anziché dispensare uno stipendio che appare a luglio e agosto, poi scompare e riappare, forse, un anno dopo.
Ma neppure gli integerrimi Riformatori hanno resistito alla mania irragionevole del cosiddetto “premio di cubatura” che non si rifiuta a nessuno. Così abbiamo saputo che a 300 metri dal mare si possono costruire palestre, centri benessere e centri congressi. Tra i 300 metri e i 2 chilometri, per ottenere il 20% di letti in più si aumenta la volumetria del 50%. Nel manuale del perfetto cementificatore non è mancato il tocco di verde dei campi da golf che devono essere fatti subito sennò i filantropi investitori vanno da altre parti. Un pasdaran albergatore ha deplorato che in questa lotteria dei premi di cubatura ci si è dimenticati degli sfortunati alberghi a 300 metri e ha chiesto come rimedio alla crudele ingiustizia il 10% di metri cubi in più per chi è là da 5 anni, il 20% per chi è lì da 10 anni e il 30% se l’albergo è là da 20 anni o più. Un’usucapione alberghiera. Così, hanno detto, si sta “al passo coi tempi”.
Comunque vada ti premiano con un allargamento o un allungamento. Questo sì, ci pare un modo ideologico di concepire regole fondate su diritti inesistenti che, oltretutto, ignorano diritti fondamentali. Perfino i pacati Riformatori prevedono regali a chi, come gli albergatori isolani, ha fallito, lavora un mese l’anno ma pretende una ricompensa per la propria incapacità. Come se per rimediare al tracollo di una fabbrica si proponesse di allungarla con un bel premio in metri cubi.
C’è nell’aria un massimalismo del metro cubo, un estremismo edilizio, un fanatismo sviluppista. La stagione è corta e allora si prolungano gli alberghi. Nessun tentativo di governare gli avvenimenti, solo la volontà di inseguirli affannando, chiusi in un’asfissiante visione edificatoria del mondo.
Lo stesso atteggiamento “ideologico” di chi, sgombro dalla prudenza del dubbio, vide nella chimica l’unico possibile futuro dell’Isola, creò posti di lavoro di cartapesta e molto dolore.
Basterebbe in questi giorni un’occhiata ai moli infernali di Olbia per comprendere che non servono metri cubi ma regole. Fra trenta giorni tutti se ne andranno e ricomincerà il lamento dell’inoperoso albergatore sardo.
Quando la costa sarà una costruzione continua, esauriti i perniciosi premi di metri cubi, privi dell’unico patrimonio che possediamo, il Paesaggio, poveri senza rimedio, prenderemo di colpo coscienza, come è accaduto per la chimica, della scelta rovinosa che abbiamo fatto. Non abbiamo saputo governare la nostra terra e non avremo più nulla di nostro, né un’ideale di paesaggio, né di territorio, né di patria.
Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 4 agosto 20098
La direzione di marcia dell’attuale maggioranza si palesa sia nel ricorso al commissario per qualsiasi opera od azione calpestando ogni possibile obiezione o dissenso (è l’apoteosi della governabilità del monarca contrapposta alla democrazia di tutti) sia nella costruzione di nuove città invece di recuperare, riusare, riqualificare, rendere vivibili per tutti le città che già esistono, che hanno una storia, che sono abitate da una società viva. Queste, in sintesi, le considerazioni di Edoardo Salzano, nell’ Eddytoriale n° 128/’09. Poiché, con C. Napoleoni e F. Rodano, E. Salzano scriveva sui quaderni della Rivista Trimestrale, egli sa che già negli anni ’70 e ’80 si parlava della “incompatibilità di fondo tra capitalismo e democrazia”. Nel 1981, venne fatto presente ad E. Berlinguer d’essere di fronte ad un bivio: o la trasformazione processualmente profonda della società italiana sulla base di un “blocco storico” rivoluzionario, ovvero il ripristino, a livello d’azienda e di “sistema”, delle essenziali compatibilità capitalistiche, sulla base di una involuzione secca della democrazia e dunque di un “blocco storico” di tipo fascistico. Inoltre, Salzano sa che, nell’ottobre di quell’anno, Craxi imboccò la strada del riallineamento del lavoro alle esigenze esclusive del profitto, ed il percorso verso la china della soluzione reazionaria divenne inarrestabile. Rodano considerò come non obbligata questa seconda via e perciò non irrealistica la prima. Infatti, nei decenni del secondo dopoguerra, ai percorsi di Truman, Nixon, Kissinger, Tatcher, Reagan, si contrapposero momenti significativi in cui si affermò la via tracciata da Roosevelt, Kennedy, Brandt (e, in Italia, da Togliatti, De Gasperi, Moro, Berlinguer). Poi, la “sinistra” allentò sempre più i freni ed il baratro fu in breve raggiunto coincidendo il fine delle imprese (la massimizzazione del reddito/profitto) e quello generale del sistema stesso (il controllo totale del mercato e dello spazio fisico). Pertanto, Salzano ribadisce che la direzione di marcia dell’attuale maggioranza è “debolmente ed inefficacemente contrastata” dall’opposizione.
Non sappiamo dire se, in realtà, sia stata seguita una terza via o se il percorso berlusconiano differisca, solo in parte, da quello craxiano. Tuttavia, se Berlusconi può continuamente presentarsi come l’innovatore assoluto in tutto, ci dovrà pur essere una qualche ragione. Magistralmente, è riuscito a far apparire irrilevante, privata, la “confidenza” di Noemi L. ed importante, pubblica, la sua personale frequentazione della tesi di Naomi Klein. A lungo e nei particolari, s’è fantasticato sull’utilizzatore finale di avvenenti fanciulle italiote, ma s’è evitato di far luce sul come, dopo il terremoto del 6 aprile, stia applicando l’italica versione della “shokterapia” illustrata dall’affascinante giornalista canadese. Essenziale che la giovane Noemi riceva la ‘Coppa del nonno’ per la sua partecipazione al ‘Trofeo papi’ e debba la notorietà alle vesti succinte visibili nel book dimenticato da E. Fede. Marginale che la Naomi autrice del famoso saggio No Logo gli sia stata “presentata” dall’amico G. Bush solo in veste ridotta (?). Allora, crediamo che la terza via stia proprio nel saper mescere ogni cosa senza tanti complimenti e con sempre meno oppositori reali. Deve fare il “miracolo” di dare la casa a tutti gli sfollati. I suoi giornali, le sue TV ed i suoi “bravi” sottoposti, 24 ore su 24, ripetono: non distraete più di tanto il “Santo” di notte, giammai disturbate il “Ricostruttore” di giorno. Così, alla fin fine, come l’uomo del fare (e del fottere) ama più il vedere ed il “sentir dire” che il leggere, il suo popolo libero preferisce farsi turlupinare dal logorroico dire quotidiano, piuttosto che far sforzo per capire ciò che succede, tanto in Abruzzo quanto in Italia. Al 4 di settembre consegnerà la prima casa e tutto sarà risolto.
Lucidamente compendiando le poche osservazioni critiche apparse in questi mesi, Salzano propone una ulteriore chiave di lettura del fare di governo affermando che la direzione di marcia dell’attuale maggioranza “rende vera ed attuale, nel nostro Abruzzo, la frase di Noemi Klein: le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case”.
Nel seguito, riportiamo le sue argomentazioni, (riproposte nel testo pubblicato in Tiscali Italia on line) perché i commenti ivi lasciati dai fedeli/tifosi della causa berlusconiana, se non dall’alto orchestrati, sono “terribilmente istruttivi” e significanti l’esistenza d’una cieca, assoluta, fede nel “se-dicente” messia.
“La vera tragedia del modo berlusconiano di procedere alla ricostruzione risiede in due scelte, tra loro strettamente collegate, che avrebbero meritato un’attenzione più ampia: la scelta dell’affidamento della responsabilità esclusiva al commissario del premier, e la scelta della ricostruzione “altrove” delle case distrutte.Con la prima scelta si è colpita lademocrazia, e quindi la dimensione stessa della politica. I poteri locali sono stati emarginati fin dal primo giorno, e il loro allontanamento dal luogo delle decisioni ha proseguito e si è rafforzato nel tempo. Invece di allargare l’area della partecipazione popolare (una necessità che l’emergenza rendeva particolarmente stringente) la si è annullata mortificando le istituzioni che la rappresentano. Con la seconda scelta si è colpita direttamente la società. Città e società sono due aspetti d’una medesima realtà: l’una non vive senza l’altra. Una città svuotata della società che l’ha costruita e trasformata nei secoli e negli anni, che l’abita e la vive, non è una città più di quanto lo siano le splendide rovine d’una Leptis Magna disseppellita dalle sabbie o d’una Pompei liberata dai lapilli. E una società i cui membri siano dispersi sul territorio e trasferiti in siti costruiti ex novo (per di più senza la loro partecipazione) privati dei loro luoghi, degli scenari della vita quotidiana e degli eventi comuni, delle loro istituzioni, è ridotta un insieme di individui dispersi”.
In un dibattere democratico, non v’è pretesa che tutti condividano questa posizione, ma se non fosse più lecito esporla pacatamente senza essere “linciati”, come è successo in questo caso allo stesso Salzano, allora, risulterebbe inconfutabile l’assoluta veridicità delle sue affermazioni: democrazia e tessuto sociale si uccidono anche sottraendo alla comunità ruolo e scelte nella ricostruzione dell’identità urbana e della polis.
Negli stessi giorni in cui fra le sterpaglie di Santa Giulia evapora la visione neocementizia dell’ex furbetto Zunino, qualche svincolo di tangenziale più a nord si recita a venti metri di altezza un altro atto del medesimo dramma.
Per attirare finalmente la dovuta attenzione su un caso che a malapena trovava spazio nelle pagine interne di cronaca locale, alcuni operai della INNSE di Lambrate sono (come sempre più spesso si fa ormai in questi casi) saliti su una gru, e intendono rimanerci fino a quello che hanno chiamato il “lieto fine”. Il caso non ha nulla a che vedere con la crisi, né internazionale né rionale: la fabbrica lavora benissimo, e ha abbondanza di ordini da evadere. Ma come succede ormai normalmente, quei terreni si trovano dove non dovrebbero stare, ovvero sul Pianeta Italia, e qui produrre (produrre qualunque cosa, anche sofisticati macchinari per il mercato europeo come si fa alla INNSE) è cosa “superata”, tutti corrono a “smaterializzare”, che non si sa bene cosa voglia dire, salvo forse che smaterializzati si scappa più in fretta col malloppo.
Quella fabbrica sta dove un tempo prosperava la Innocenti, quella della Lambretta, quella dei mitici Tubi Innocenti ecc. ecc. La vicenda è raccontata meglio ed esaurientemente nei dettagli da Loris Campetti nel suo Capitalismo Italiano , storia di fabbrica, di città, di classe e sviluppo economico-sociale. Tutto vecchiume superato, naturalmente: adesso vanno forte le sparate incredibili. Basta ripeterle senza battere ciglio e dopo un po’ tutti (quasi tutti, va!) ti vengono dietro. Come la panzana della Milano da due milioni, che adesso è diventata argomento corrente, cosa che ogni tanto si precisa giusto fra parentesi, per argomentare il nuovo progetto più o meno griffato, come quello che probabilmente anzi sicuramente è già pronto appena quegli operai riusciranno a farli scendere, dalla gru. Al posto della Innocenti, appunto, avanzano implacabili le compatte schiere dei banalissimi quartieri della nuova Milano da taroccare, tutti con la loro griglia stradale a cul-de-sac da lottizzazione brianzola, ma coi palazzoni multipiano invece delle villette, o il parcheggio dell’Esselunga (catena di distribuzione ufficiale della maggioranza cronica di centrodestra) al posto del campo di granturco. Per la piazza, c’è già quella del Duomo, no? Cosa volete ancora: comunisti!
Ecco, posto di lavoro e dignità a parte (a parte?) cosa ci stanno a fare quegli operai in cima alla gru. A ricordarci quanto anti-social sia e sempre sarà l’housing di questa gente e di chi la vuole scimmiottare. Qualche curva della tangenziale più a sud, pochi svincoli, cinque minuti se non c'è il ciclico biblico ingorgo, c'è il fantasma finanziario immobiliare che qualcuno chiama Santa Giulia. I mozziconi lasciati lì da Sir Norman Foster in mezzo a sterpaglie e corvi becchettanti, servono solo a ricordarci che fra non molto toccherà magari pure a noi salire metaforicamente su qualche gru, perché tocca ricordarsi l'antica massima di John Donne: non chiederti per chi suona la campana, suona sempre per te!