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In un clima teso - c’era perfino la polizia - è stato presentato il progetto che prevede una pioggia di ville, residences e club house a Malfatano. Tutti intorno a un plastico montato nell’Aula del Consiglio provinciale, come davanti a un presepe edilizio. Nella mangiatoia, appunto, il progetto Malfatano. Una presentazione postuma, per bocche buone, visto che a Tuerredda sono già molto avanti con i metri cubi. Ma quella è solo una piccola parte e tutti i crinali più belli aspettano il cemento come il condannato aspetta il boia.

Moderatore dell’incontro un giornalista, mai stato a Malfatano, che si è definito “parte terza” benché scriva per il Sole 24ore, giornale di Confindustria. Però il gruppo Marcegaglia avrà in gestione il resort di Malfatano e così la terzietà ha fatto capitombolo.

L’incontro potrebbe essere riassunto da un’espressione fulminante del Presidente della società costruttrice, la Sitas, che, magnificando il progetto, ha parlato di “sviluppo del paesaggio”. E noi ci siamo atterriti. Sì, perché questo povero paesaggio, anziché essere lasciato in pace e rispettato, viene “progettato, ridisegnato, recuperato, riqualificato” e infine “valorizzato” con il solito arricchimento di pochi. Così lo “sviluppano”. E a Teulada restano più poveri di prima perché perdono il loro unico tesoro. Poveri, ma “valorizzati”. Una tragedia.

Però, come sempre, i problemi, quelli più profondi, non derivano dall’impresa. Il brutto clima dell’incontro proveniva dalle viscere delle nostre comunità.

Il sindaco di Teulada, ambientalista abusivo, presente all’incontro, non si muove da solo. Lo scorta una falange di lavoratori del cantiere. Lui li usa a sostegno dei suoi argomenti, evita di dire loro che in sessant’anni nessuno ha mai pensato per i teuladini un modo di vivere che garantisse dignità e un lavoro durevole. Li ha convinti che l’unica possibilità di stare al mondo consiste nell’impastare calce e mettere un mattone sull’altro. Ha dimenticato la ricchezza che deriverebbe dal risparmio e dall’uso saggio del territorio che li ha tenuti in vita per secoli. Utilizza le difficoltà di quelle cento persone per muoverle contro chi gli propone un altro uso della terra e una vita diversa. Il Sindaco trasforma le preoccupazioni di cento lavoratori in rabbia contro gli altri. Divide e allontana l’intera comunità teuladina dalle altre comunità.

Eppure il dubbio che quel progetto sia una disgrazia inizia a serpeggiare tra i teuladini e perfino tra quei cento lavoratori. Serpeggia addirittura tra gli architetti del paesaggio, compreso quello che, sorprendendo tutti, ci ha rivelato come nella nostra campagna si trovino cisti, lentischi, fichi d’india e corbezzoli. C’è sempre da imparare, perfino dagli architetti.

Nessuna titubanza, invece, nel mondo della scienza. Un botanico della nostra Università ha spiegato, preciso come un laser, che la flora di Malfatano è in sofferenza. Sarà, a noi sembra una macchia in buona salute e l’ultimo incendio è di vent’anni fa. Ma la scienza progredisce ogni giorno e il botanico, che nulla obietta al progetto, forse immagina che 150.000 metri cubi fertilizzeranno su murdegu. Sitas farà investimenti su erbe officinali e corbezzoli. Forse è lì per questo e per ingannare il tempo costruisce case.

A garanzia della bontà natalizia del progetto si useranno, oltre che sindaci e botanici sardi biodegradabili, pietre sarde che vengono da Orosei, estranee a Malfatano, ghiaia sarda nei sentieri, cibi sardi (ma solo per gli ospiti del resort ché a Teulada non coltivano per tutti). E’ previsto esclusivamente l’uso di sardi ecocompatibili, camerieri, giardinieri e cuochi. Lo chiamano indotto e cosa induca lo si vede ogni giorno.

Unica consolazione dopo l’incontro, un architetto che non ce la faceva più e si è augurato che gli alberi crescano in fretta e coprano le costruzioni. Finalmente un architetto che considera un progetto invisibile come il migliore dei progetti. Il motto è “costruire e poi occultare”. Evidentemente ha compreso di avere qualcosa da nascondere: il progetto Malfatano.

L'articolo di Giorgio Todde uscirà anche su La Nuova Sardegna

1. Ambiguità del vuoto



Nel tentare una analisi critica delle dinamiche insediative nell’XI Municipio di Roma, correlate alle indicazioni del PRG, ho articolato i “luoghi” di interesse in tre grandi categorie: i luoghi dei “grandi progetti”, i luoghi della solidarietà e del conflitto, i vuoti urbani. Quest’ultima voce non mi convinceva. Ho dovuto allora confrontarmi con questo mio disagio, per capire da dove derivasse. Semplice: derivava dall’aver utilizzato un termine che nasconde un modo distorto di vedere i fatti urbani.

“Vuoto” è un concetto che evidenzia una mancanza, un’assenza. Parliamo di una bottiglia come vuoto per dire che non ha un contenuto: evidenziamo così che manca il requisito fondamentale per cui una bottiglia viene realizzata. Può esserci una bottiglia vuota, certo, ma questa circostanza viene considerata del tutto provvisoria: o la bottiglia si riempie di qualcosa, oppure è “inutile”. In modo analogo si tende a considerare un ambito urbano “vuoto”: lo è perché non ha un contenuto, che invece dovrebbe avere. In questa condizione quell’ambito è inutile, non ha “senso”; unica possibilità per dagli senso è riempirlo (perché a differenza di una bottiglia non si può gettare via, magari nel sacchetto della raccolta differenziata). E va riempito con un contenuto che rappresenta il motivo per cui quell’area esiste: una costruzione, o comunque un qualunque fatto insediativo.

Il paradigma del “vuoto” si applica anche ad altri consolidati termini del lessico urbanistico. Uno dei più frequenti, anche se con diverse declinazioni linguistiche, è quello di area dismessa. Per il Devoto - Oli, dismettere vuol dire “cessare di usare”. Ancora una definizione in negativo, dunque, che sottolinea una condizione anomala rispetto a uno stato “normale”, che è quello di essere utilizzato. Anche in questo caso, attribuire ad un contesto la condizione di area dismessa presuppone che si debba operare per eliminare questa incongruenza, provvedere quindi ad un nuovo utilizzo. Non si può lasciarlo così com’è, quel contesto dismesso, la testimonianza può magari vivere attraverso una permanenza di alcuni segni (gli involucri, a volte gli ambienti interni), ma si ferma lì: “nuove” funzioni, residenziali, culturali, commerciali, di servizio sono destinate a riutilizzare l’area.

Nel continuare l’esplorazione, emerge come una particolare categoria di luoghi sfugga (o meglio, tenti di sfuggire) al paradigma del vuoto: mi riferisco a quelli che in generale vengono definiti spazi pubblici, a quei contesti cioè che sono “vuoti” perché non vi insistono manufatti (intesi come edifici destinati a residenza o a servizi), ma non vengono considerati tali perché viene loro riconosciuto un carattere collettivo, che per rimanere tale richiede l’assenza di edificazioni. La piazza è un tipico esempio, ampiamente trattato nella pubblicistica perché rappresenta uno dei più potenti simboli della città sociale. Ebbene, questa anomalia appare sempre più come un retaggio culturale in dismissione. Il più delle volte le piazze sono diventate parcheggi, hanno cioè assorbito una funzione spuria rispetto al loro significato, perché strettamente “privata”. Ma a questa piegatura si affianca una tendenza molto più devastante in termini sia concettuali che fattivi: la tendenza a “riempire” le piazze con manufatti dotati di funzioni specifiche. Mentre passeggiavo per la meravigliosa Siviglia, sono rimasto assolutamente sconcertato nello scoprire come a Plaza de la Encarnacion si stia realizzando un gigantesco intervento, dall’equivoco nome “Metropol - parasol”, che si inserisce nella sciagurata scia dell’“archistar production” (si tratta, in questo caso, dell’architetto tedesco J. Mayer). La struttura portante è composta da alcuni enormi pilastri a forma di fungo; le loro sommità sono collegate, a trenta metri di altezza, da una copertura in legno a nido d’ape (il “parasol”), destinata ad ospitare un centro commerciale, servizi di ristorazione, uffici turistici ed altre funzioni; una piazza panoramica ed una “promenade” completano l’opera . Non so quanto questa opera possa “esaltare la bellezza di una delle più affascinanti tra le mete culturali di tutta la Spagna” (www.archiportale.com) o quanto possa rappresentare “un luogo di identificazione in grado di ricordare al mondo quanto sia culturalmente ricca la città andalusa” (www.ingegneri.info). La mia impressione è stata di tutt’altro genere, come di una profonda ferita inferta alla città pubblica, una sorta di espropriazione di senso; certo, la piazza magari non era “bella”, poco più che uno slargo nel traffico urbano, ma una cosa è riformulare una piazza, un’altra è negarla. Purtroppo il caso sivigliano non è l’unico; soprattutto nelle città caratterizzate da una “grande storia” e da un’aurea culturale, interventi come quello di Plaza de la Encarnacion si sono diffusi con una progressione geometrica (un esempio per tutti, la nuova “Ara pacis” a Roma).

Ancora un esempio, anche se di natura diversa, riguarda l’ambito di Potzdamer Platz a Berlino. Di natura diversa perché in quel contesto una piazza c’era stata; ma, come è noto, prima i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, poi la spartizione della città tra i “vincitori”, infine la realizzazione del muro avevano creato un’ampia area di circa 12 ettari abbandonata e desolata. Una vera e propria “terra nullius”. Questo intenso significato sociale avrebbe meritato maggiore considerazione, ma l’ansia di dimenticare e la retorica dei fasti della “modernità” (naturalmente guidati dagli enormi interessi economici in gioco) hanno determinato tutt’altro esito. Come al solito il massiccio intervento, coordinato e progettato dalle più acclamate archistar della storia contemporanea, ha sollevato ammirazione e meraviglia; a me è sembrato invece che, ancora una volta, si sia persa una buona occasione per interpretare la città e il suo “senso” attraverso la collettività che la produce e la abita.

Concludo il discorso sul vuoto accennando ad un’altra categoria, che peraltro richiederebbe una trattazione specifica che va al di là dei limiti di questo scritto. Mi riferisco alle aree non edificate che siamo soliti definire come “aree agricole”, “aree non urbanizzate” e con altre definizioni analoghe. Per questo tipo di ambiti sarebbe necessaria un’articolazione tassonomica, perché in effetti le condizioni in cui possono trovarsi sono molteplici. Pur senza entrare nel merito, si può facilmente affermare che almeno una parte di queste condizioni viene di fatto considerata alla stregua di un “vuoto urbano”; tanto che, nel lessico urbanistico del novecento, sono state coniate espressioni come “aree di attesa”, “aree cuscinetto”, “aree urbanizzabili”, e così via. Vuoti quindi incomprensibili se non associati ad una istanza di mutare questo loro anomalo carattere attraverso un intervento insediativo.

Il paradigma del vuoto è dunque espressione di una specifica visione dell’insediamento, che ha come sua regola primaria l’edificazione di ogni centimetro quadro, e sopporta di malavoglia alcune indispensabili eccezioni; una visione, neanche a dirlo, permeata dall’obiettivo della rendita e del profitto. Questo paradigma orienta pesantemente la cultura e la pratica del governo del territorio, e si esprime nelle politiche, nei piani, nei progetti, spesso con l’adesione di professionisti “di marca” che danno lustro all’equivoca tensione verso la “modernità”.

Allora, se si vuol contrastare questa visione, non dobbiamo più utilizzare il termine “vuoto urbano”. Dobbiamo trovare un altro modo per rappresentare quelle realtà, per dare loro un senso. Per questo, ci si deve ancorare ad un diverso paradigma. Un paradigma che espunga dal concetto di suolo (o di territorio, è lo stesso) l’associazione con il “valore di mercato”. In fondo, si dice “vuoto urbano” perché quel suolo, in quanto non investito da un fatto insediativo, non esprime la sua funzione di produttore di profitto o di rendita. Ecco il problema.

2. Un diverso paradigma: “suolo bene comune”



Si può partire, per questo, dall’invertire l’ottica. Per contrastare il principio che assegna ad ogni superficie una potenzialità insediativa, dobbiamo affermare che queste aree non sono “vuote”, ma sono brani di terra (anche se magari sono coperti da uno strato di asfalto o di pavimentazione), residuo prezioso di uno “stato primario” che costituisce più in generale l’essenza di ogni metro quadrato di suolo. Coprirlo con un fatto insediativo costituisce un’alterazione di una “condizione naturale”, è dunque un’azione modificatrice che può essere accettata solo se adeguatamente motivata, e non da ragioni speculative. Se mi si consente il gioco di parole, la natura del suolo proviene dalla natura.

Ma la questione non si ferma qui. I luoghi si definiscono anche attraverso il contenuto sociale che viene loro attribuito. Un contenuto che deriva dalle memorie individuali e collettive sedimentate, ma che può formarsi e consolidarsi anche attraverso una esplorazione cosciente dell’immagine che un luogo suscita in termini di “prospettiva di futuro”. Se chiedo (come mi è capitato di fare più volte) ad un abitante di Garbatella cosa dovrebbe diventare una parte di “terra” che si insinua tra un edificio a otto piani ed un altro simile, non mi risponderà mai “questo è un vuoto, occorre riempirlo di edifici”. Magari mi dirà: “caro mio, qui trent’anni fa ce stavano le pecore, er pastore era amico de mi’ padre, e quarche vorta ce dava er formaggio che faceva proprio lui, dentro ‘na baracca che stava proprio llà, vedi? Certo, ar giorno d’oggi nun se po’ pretenne de facce pascola’ le pecore, però sarebbe bello, nun crede?”. Certo, sarebbe bello; ma perché no?

Allora, cominciamo intanto dal cambiare lessico. Come definire questi ambiti? Non è facile trovare un termine che non riproponga, magari in modo più velato, il punto di vista del “vuoto”. A questa ambiguità vanno incontro ipotesi come “area libera”, oppure “area inedificabile”, o ancora “area indisponibile”; ognuno di essi richiama in qualche modo (magari per opposizione) una visione del suolo come contenitore di edificazione: libera perché non occupata, inedificabile perché lì non si può costruire, indisponibile perché non è concesso averla a disposizione per realizzarvi qualcosa. Così non se ne esce fuori. Ci vuole un riferimento che abbia un deciso valore programmatico, che mostri cioè l’istanza di un radicale superamento di questa visione “in negativo”. Una proposta semplice è attribuire a questi luoghi la qualifica di “suolo comune”. Questa ipotesi risponde ad un duplice obiettivo: sottolineare la loro essenza concreta, fattiva, che il termine suolo immediatamente richiama; mettere in campo, con l’appellativo comune, un paradigma troppo a lungo espulso dall’immaginario collettivo ma che suscita oggi una sempre maggiore attenzione.

Risolta provvisoriamente la questione terminologica, possiamo ora proporre una strategia d’azione che, considerata la complessità del tema, deve necessariamente essere scandita nei modi e nei tempi. Propongo la seguente articolazione, impostata seguendo un criterio di priorità.

A) Costituzione di “Reti di coordinamento locale per il suolo comune”

Il primo traguardo operativo da raggiungere è la costituzione di aggregazioni di soggetti collettivi della società civile e della sfera politica, singoli cittadini, “professionisti” (urbanisti, avvocati, economisti, ecc.). Potremmo definire queste aggregazioni “Reti di coordinamento locale per il suolo comune”. Queste reti dovrebbero aggregarsi in relazione agli specifici contesti urbani/territoriali di cui si prenderebbero cura: nei singoli municipi o quartieri delle grandi città, in piccoli centri, in contesti non urbani.

B) Indagine sui “vuoti” esistenti

Un secondo passo consiste nel promuovere e svolgere una accurata indagine nei singoli contesti su cui agiscono le Reti di coordinamento, tesa ad individuare i “vuoti urbani” interessati ad una ridefinizione come “suoli comuni”. Ciò comporta:

- individuare i “vuoti”

- inserirli in un’adeguata cartografia di base

- capire chi ne è il proprietario

- individuare le forme di proprietà (demaniale, pubblica, privata, ecc.)

- individuare le forme di gestione (pubblica, privata, mista, ecc.)

descrivere in che condizioni si trovano, con particolare attenzione a distinguere tra aree “non coperte” (ad esempio, acque, aree senza alcuna funzione attiva, giardini, parchi pubblici, ecc.) e aree comunque rese “impermeabili”, cioè coperte per motivi funzionali (piazze, strade, parcheggi e simili, ma anche campi sportivi, ecc.)

- evidenziare le indicazioni normative definite per queste aree dagli strumenti urbanistici. Va qui sottolineato che alcuni ambiti di questo tipo sono stati apparentemente “sottratti” al paradigma dei vuoti perché dichiarati “verde pubblico”, “spazi aperti” o qualcosa del genere; ma anche in questa categoria esistono delle notevoli diversità di situazioni, legate soprattutto al tipo di proprietà ed alle modalità di gestione delle aree. Altri ambiti invece si trovano in una condizione opposta, perché ad essi è stata attribuita dagli strumenti urbanistici una destinazione d’uso diversa, che prevede una qualche forma di “riempimento del vuoto”.

- verificare l’esistenza di progetti approvati o in itinere.

C) Attribuire la qualifica di “suolo comune” alle aree demaniali e di proprietà pubblica

A questo punto, si deve procedere in primo luogo ad azioni tese ad attribuire la qualifica di “suolo comune” alle singole aree demaniali e di proprietà pubblica dove non insistano edificazioni. Vanno però valutate con attenzione le diverse situazioni relative alle condizioni materiali, alle destinazioni d’uso ed alle modalità di gestione delle singole aree.

- per le aree non coperte, deve essere vietato qualunque intervento di edificazione o di impermeabilizzazione; la terra (o l’acqua) deve essere lasciata libera, o resa di nuovo libera se nell’area esiste una qualche forma di copertura artificiale “non funzionale”. Elemento centrale è che le decisioni e le azioni devono essere stabilite a partire dagli abitanti: la terra dovrà essere messa a loro disposizione affinché individuino collegialmente le forme di gestione e di fruizione: ad esempio, impiantare degli orti urbani, realizzare un bosco, un giardino, un vivaio non commerciale, un parco, e così via.

- per le aree rese impermeabili, l’obiettivo è comunque di stabilire il divieto assoluto di edificazione di ogni tipo, fermo restando l’affidare ai cittadini ogni decisione riguardante le modalità e le forme del loro utilizzo.

In entrambi i casi le destinazioni d’uso definite dagli strumenti urbanistici e le condizioni di gestione possono determinare situazioni molto diversificate.

Per le aree non coperte affidate ad una gestione pubblica (giardini pubblici, parchi urbani, ecc.), il passaggio allo status di “suolo comune” non presenta grandi difficoltà (anche se non è da considerarsi così lineare come potrebbe sembrare). Ma possono esistere situazioni di aree demaniali o di proprietà pubblica non coperte che sono destinate dagli strumenti urbanistici ad una qualche funzione che presuppone una loro “copertura”, o comunque un loro utilizzo legato ad interessi privati (un tipico esempio è la concessione a privati delle spiagge). Qui l’azione collettiva dovrà spingere affinché siano modificate la destinazione d’uso e/o le modalità di gestione.

Per le aree demaniali o di proprietà pubblica rese impermeabili per motivi funzionali, ci si può trovare più spesso in presenza di interessi privati nella gestione (altro esempio tipico, gli impianti sportivi). In questo caso si possono determinare “resistenze” anche notevoli. Ciò comporta esercitare adeguate forme di pressione sulla sfera politico-istituzionale, ed in primo luogo sulle istituzioni proprietarie e su quelle più “vicine” al territorio (Municipio, Comune, Provincia). Le obiezioni che ci si può aspettare riguardano la necessità dell’istituzione pubblica che detiene quei “beni” di piazzarli nel mercato per recuperare quattrini, perché le finanze pubbliche sono asfittiche e per realizzare l’interesse pubblico si deve arrivare a compromessi con il privato, e così via.

D) Azioni relative alle aree di proprietà privata

Per i “vuoti urbani” di proprietà privata, si deve spingere affinché l’amministrazione pubblica li acquisisca, ma attraverso l’esproprio e non con compromessi speculativi tipo compensazioni. Ritorna la solita obiezione: non ci sono soldi. Ma questa è una risposta “politica”; la carenza di fondi non è una “condizione ineluttabile”, deriva dai princìpi assunti e dalle conseguenti scelte che vengono fatte ai diversi livelli istituzionali, dall’UE al singolo comune. Allora, a questa obiezione si controbatte “politicamente”, su quattro piani.

• Sul piano dei princìpi: i “diritti edificatori”

La critica si deve orientare sul principio dei “diritti edificatori acquisiti”, che rimanda alla più ampia questione della rendita fondiaria ed immobiliare (con le correlazioni sempre più stringenti al campo della speculazione finanziaria). La centralità del mercato nei processi di sviluppo urbano produce una evidente incongruenza: il “valore” viene conferito dal mercato al suolo a seguito di una dinamica evolutiva che è stata generata da una collettività; così, un singolo proprietario si appropria di un valore che lui, come individuo, non ha contribuito minimamente a formare.

• Sul piano dei paradigmi: la “crescita”

E’ da tempo consolidata una visione che, in ogni campo, assume il concetto di “crescita” come paradigma costitutivo e insieme criterio valutativo cruciale nella società contemporanea. Questo trionfo della quantità sulla qualità, dell’avere sull’essere, viene ormai sottoposto ad aspra critica da una parte del pensiero contemporaneo, che non possiamo qui riprendere, se non per attestare la possibilità di un altro modo di vedere le cose.

• Sul piano della programmazione economica: le grandi opere

Si tratta di argomentare sulle modalità seguite dall’amministrazione pubblica nel destinare i fondi a propria disposizione; ad esempio, nello stabilire ingenti impegni di spesa per le “grandi opere”, con i conseguenti spropositati compensi alle archistar o urbastar del momento. Il tema si inquadra peraltro nel campo più generale della finanza pubblica, in riferimento anche alle aporie del “federalismo”.

• Sul piano della gestione urbanistica: gli strumenti di concertazione

La questione riguarda l’utilizzo degli “strumenti di concertazione” tra pubblico e privato, che le istituzioni locali definiscono come irrinunciabili proprio in conseguenza delle difficoltà finanziarie in cui versano: assunto come principio ineluttabile il “diritto edificatorio”, sposato il paradigma della crescita infinita e dichiarata la permanente penuria delle casse, non rimane altra via che concordare con i privati la gestione del territorio, nel tentativo, tanto dichiarato quanto vano, di recuperare una qualche agibilità pubblica in cambio di ampie concessioni alla speculazione. Questo approccio alla città e al territorio va combattuto.

Riconosco che alcune di queste azioni possano apparire “velleitarie”. Credo però che non abbia tanto peso il raggiungere un obiettivo, quanto il percorso che si deve fare per tendere ad esso.

Postilla

Se si vuole trasformare davvero una società insostenibile e un habitat dell'uomo devastante, allora nessuna operatività è possibile se non ha il suo motore in una visione totalmente alternativa, quindi utopistica. Claudio Napoleoni, a chi gli rimprovrava di formulare proposte utopistche, rispondeva: "il fatto è che posti a un livello inferiore i problemi non sono risolubili". Perciò non definirei queste azioni "velleitarie".

Estrema periferia di una grande città, terzo millennio.

Qualche volta i confini comunali sono il punto in cui l’abitante della villettopoli ogni sera sulla strada di casa inizia (inquinamento permettendo) a tirare il fiato. È qui che, senza dover fare i conti con qualche striscia di edifici troppo poco arretrati, le cosiddette grandi arterie iniziano a fare il loro mestiere, e la guida a rilassarsi un po’, anche se la coda prosegue magari fino ai confini dell’area metropolitana. Qui però succede anche un’altra cosa: la strada smette di essere una strada urbana, per trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso. Non un’autostrada né superstrada, ma neppure una via di città, per quanto senza edifici vicini. È un ibrido, che per molti versi concentra il peggio di tutti i modelli a cui fa riferimento.

foto di f. bottini

La prima cosa che si nota, anche senza farci troppo caso, è che non siamo più in città, ma neppure (figuriamoci!) in campagna. Il paesaggio è una specie ci corridoio su cui si aprono delle porticine, da imboccare eventualmente a colpo sicuro. Quella che manca, di solito, è l’idea di spazio aperto vero e proprio, ovvero della strada che attraversa un territorio, si mescola con le sue componenti, eventualmente sale, scende, curva, insomma fa parte del luogo.

Non è uno scherzo del destino, ma uno degli effetti perversi di certa progettazione a canna di fucile. In cui la strada appunto non fa assolutamente parte del mondo in cui si colloca, ma è pensata in tutto e per tutto al di fuori di esso, come perfetto tubo in cui far scorrere veicoli da un punto all’altro, e solo in quei punti eventualmente costruire un interfaccia.

Il tipo di interfaccia più evidente è quello dello svincolo o della rotatoria, del tutto indifferente al resto del mondo proprio perché il rapporto da costruire è fra una strada e l’altra. E fin qui passi, ma ci sono gli altri, subdoli e traditori: quelli che costruiscono, o meglio pretendono di costruire, un rapporto con la città, la campagna, o tutte le loro gradazioni intermedie.

È meglio partire dalla versione più brutale, quella dell’accesso ai campi, che fa capire subito dove si va a parare. C’è la canna di fucile a varie corsie, ben lubrificata di guardrail singolo o doppio su entrambi i lati, sulla mezzeria la striscia bianca o i cordoli coi cespugli. E all’improvviso ZAC! si apre uno scorcio di mondo. Una strada tradizionale, come per fortuna ce ne sono rimaste ancora parecchie, non ha alcun bisogno di queste brutali discontinuità (il controllo del territorio qui è monopolizzato da smaltitori abusivi di spazzatura, prostitute, contadini e/o pensionati locali con l’orto) perché esistono slarghi di ogni tipo e immissioni graduali dirette e indirette.

foto di f. bottini

Invece la logica del condotto per mezzi meccanici, che ignora chi ci sta dentro a quelle scatolette, vive con fastidio la rinuncia alla continuità, e ce lo dimostra ancora meglio nella versione più elaborata dello ZAC (Zona ad Amministrazione Controllata?), ovvero nell’accesso a quelli che gli americani chiamano giustamente e da decenni auto-oriented-development. Una cosa costruita su misura per l’automobile, e che anche se finge di rivolgersi all’essere umano automobilista di fatto lo ignora, salvo in quanto titolare di portafoglio da svuotare. Il prototipo è sicuramente il distributore di benzina: fa parte della città, della campagna, del paesaggio? Macché, lo sappiamo tutti benissimo che è solo un prolungamento laterale della strada, rigorosamente chiuso su tutti i lati salvo accesso e uscita sulla carreggiata. Meno immediatamente si capisce che quel modello poi si estende anche a tutto il resto, solo che essendo un pochino più raffinato ce ne accorgiamo troppo tardi.

È capitato quasi a tutti, per un motivo o l’altro (sosta per un viaggio un po’ lungo, l’attesa di qualcosa di più complicato del pieno di benzina) di passeggiare fino al punto in cui un’area di servizio confina col paesaggio circostante, e di verificare come si tratti, in tutto e per tutto, di un prolungamento della strada. Capita però meno spesso di arrivare nello stesso modo ai margini di un parco uffici, di una fascia commerciale, o peggio ancora di quelle ancora rare mescolanze di questi due modelli con il quartiere residenziale: sono tutti spazi identici al distributore di benzina nel loro appiattire tutto o quasi tutto a un prolungamento della strada, mascherato come succede con la strada da arredi, aiuole (se sono più grandi si chiamano giardini), muretti ecc. Identica alla strada-canna di fucile, è anche la segregazione totale fra auto, pedoni, ciclisti, e fra spazio costruito e paesaggio naturale, rurale, storico. ZAC! Ogni escrescenza del genere si mangia un pezzo di territorio, e raggiunta un certa massa critica ha bisogno di un altro stelo-strada per far crescere il prossimo baccello, un po’ come in quel film, L’Invasione degli Ultracorpi.

foto di f. bottini

Insomma la recente sentenza sull’interpretazione corretta del Codice della Strada, quando dice che gli alberi (insieme a tutto quanto non è coerente col condotto di flusso meccanico) vanno levati di torno, non dovrebbe preoccupare solo ed esclusivamente pensando ad uno o più scorci di paesaggio potenzialmente deturpati dall’incrollabile logica “da casello a casello” applicata all’universo, ma allo spazio che in fondo sottende: un intero territorio nazionale ridotto a baccelli auto-oriented, con l’eccezione di qualche enclave di tutela artistica, paesaggistica, naturale. Apocalittico? Macché, basta rifletterci solo un istante.

La sicurezza, come ci potrebbe spiegare con maggiori dettagli uno specialista, sta nell’unire la logica dei cosiddetti spazi condivisi (teoria sviluppata da un ingegnere stradale, mica da uno stravagante esteta che aveva alzato il gomito) a quella della parkway, bellissimo concetto dell’era pionieristica dell’auto, poi travolto da certa modernità un po’ sfigata e fine a sé stessa. Proviamoci.

Le mille luci della città: un modo di dire talmente antico e sedimentato da suonare fin banale. Bright Lights Big City il miraggio che da sempre attira popolo e immaginazione verso quei marciapiedi su cui trabocca la vitalità concentrata della metropoli. Ma c’è luce e luce.

Forse non si nota tantissimo, o forse si, ma è proprio l’idea di rapporto stretto fra le mille luci e il loro senso ad essere tirata in ballo. Cosa si vede di solito nelle cartoline classiche della città, più o meno addobbata per le feste, più o meno consumistiche queste feste? Si vedono i contorni dello spazio urbano sottolineati dalle file di lampadine, più ammenicoli vari di complemento. C’è addirittura una marca di divani che nello sprawl della città dispersa prova con qualche effimero successo a dare identità crepuscolare e notturna a luoghi che non ne hanno alcuna, solo trasformando edifici di qualità varia (dallo scatolone prefabbricato ad hoc al mozzicone di cascinale sull’antico crocicchio) che occupa in una specie di insegna coi profili di tubi al neon bluastri.

Addirittura il battesimo globale del Santa Claus biancorosso della Coca Cola, all’inizio del Novecento, avviene esattamente con questo genere di proposta: la slitta con le renne guidata dal panzone barbuto, sormonta una scia di stelle e stelline che dal cielo scende giù transustanziando gradualmente nelle file di luminarie ad avvolgere la famosa prua del Flatiron Building di Daniel Burnham all’angolo strategico fra la Quinta Strada e Broadway. Babbo Natale sì, ma ben avvitato a una idea forte di ambiente urbano, fisico, complesso.

Oggi succede ben altro. C’è un figliol prodigo che sta tornando, ma non chiede il permesso a nessuno per prendersi tutto il vitello grasso e cucinarselo come gli pare. Se ne era andato dalla città, quel figliolo, sotto forma di negozio un po’ cresciuto, all’inseguimento di una clientela spesso più attenta allo spazio per parcheggiare che a tutto il resto. Una clientela sempre più estranea allo spazio urbano, alle sue complicate relazioni, e via via inconsapevole o disinteressata rispetto a quello che le scorreva sotto ai piedi. Del resto non ce n’era affatto bisogno, là nell’ex campagna, di capire cosa succedeva davvero: c’erano altri che lo capivano per loro e glie lo spiegavano nei messaggi pubblicitari. Il mondo degli shopping mall comodamente a trenta chilometri dalla casa unifamiliare, trenta chilometri da percorrere naturalmente con un mezzo adeguato, di stazza e qualità, per comprare tutto ciò che serve a sopravvivere tanto lontani dalla fonte di approvvigionamento. Senza MAI chiedersi perché: non è di moda.

Quel mondo si accendeva davvero solo con le luci artificiali, perché con un soleggiamento normale faceva decisamente schifo. Anche di giorno, non a caso, lucine e lucette accese dappertutto, e a migliorare l’effetto (come si faceva qualche volta nelle festicciole pomeridiane da adolescenti) si chiudeva tutto per fare buio. Tecnicamente si chiama enclosed shopping mall, ovvero un posto senza finestre, dove parlano solo le luci, tutto è una specie di insegna brillante nella notte. Adesso questo figliol prodigo sbarca in città, con le sue indiscutibili pretese, e si è preventivamente comprato una bella fetta di cervelli e di assessori (due cose non necessariamente coincidenti).

C’è una bella differenza, fra le antiche luci di Bright Light Big City e questi festoni un po’ strapaesani, ma non è il tono incolto e poco metropolitano. Quelle nuove luci non c’entrano nulla con la città: la ignorano, volutamente. Nello stesso modo in cui certe architetture globalizzate nascono eteree su un tavolo da disegno o schermo di computer a Singapore, e poi atterrano di botto a Casalpusterlengo sotto forma di qualche milione di quintali, così le file di lampadine vivono in un mondo tutto loro, più o meno come gli archi al neon di McDonald’s avvitati ovunque a significare sé stessi, cancellando qualunque “supporto”.

Muri, buoni a tener su tasselli, su cui si scarica il peso dei cavi, dei pannelli ecc. La città diventa, semplicemente, questo. Non deve comunicare nulla. Ci pensa la televisione. Al massimo, nei casi migliori, può fare da sfondo, ma non pare troppo importante. In fondo sono cose per cui basta la grafica computerizzata. Puff! Sparita. Accorgersene, forse, aiuta.

Nota: consiglio su questo argomento anche la lettura del bel testo di Marshall Berman su Times Square, la capitale mondiale delle insegne luminose, che ho tradotto tempo fa per Mall (f.b.)

Ci sono almeno due buone ragioni per sostenere la proposta avanzata da Carlo Petrini su Repubblica del 18 gennaio ( in consonanza con quanto scriveva Paolo Berdini sul manifesto) nella quale il presidente di Slow Food invoca una moratoria generale nel consumo di suolo in Italia. La prima di questa riguarda la natura del fenomeno. La distruzione del territorio, la cementificazione del suolo agricolo è un fenomeno pressoché irreversibile. Una volta ricoperto di alsfalto o di manufatti quel territorio sarà perduto all'agricoltura e all'ambiente chissà per quante generazioni. Non è la stessa cosa per altri fenomeni. I colpi inferti all'Università pubblica in questo ultimo decennio, ad esempio, e lo stesso ddl della Gelmini, possono essere sanati, anche in tempi relativamente brevi, se uno schieramento politico democratico cancellerà, con una iniziativa legislativa, questa pagina infausta della nostra storia recente. La partita che si gioca sul territorio ha un'ampiezza temporale che trascende la nostra vita. Petrini spiega bene le ragioni profonde di questa difesa. Il manifesto del 28.11.2010 ha dedicato ampio spazio al tema, sotto la sigla del “nuovo ambientalismo” introdotto da Asor Rosa e Viale. Ma occorre ritornare sull'argomento.

E' noto che gli economisti di tutte le fedi e tendenze, vedono nell'industria delle costruzioni il cosiddetto “ volano” “per fa ripartire la crescita”, come se la presente crisi fosse una “congiuntura” qualsiasi. Quindi, oggi incombe sul nostro territorio una minaccia supplementare. Ebbene, io credo che occorre battere questa argomentazione sul suo stesso terreno. Essa è infatti figlia dell'attuale capitalismo del breve termine, che guarda all'immediato, a quello che potrà incassare domani o dopodomani, senza nessuna considerazione non dico dell'avvenire, ma di quello che accadrà fra 5-10 anni. Anche se i suoi menestrelli non fanno che inneggiare al grande futuro della modernità che ci attende. Agli economisti e ai costruttori si può ricordare che il restauro delle nostre città, il rifacimento di tante nostre desolate periferie, potrebbero costituire opportunità di investimento senza consumare altro suolo. Non minori occasioni potrebbero offrire oggi le piccole opere, destinate a bonificare e riparare gli innumerevoli habitat devastati della Penisola.

Ebbene, ciò che occorre dire con chiarezza, sul piano strettamente economico, è che una tendenza inarrestabile dall'industria manifatturiera è quella di produrre merci con sempre meno valore. L'aumento crescente della produttività, l'entrata in scena sul mercato mondiale dell'industria cinese e asiatiche, del Brasile, fra poco dell' India, stanno già producendo un effetto ben noto: la riduzione del fenomeno della scarsità che dà valore alle merci. I capi di abbigliamento che ormai si possono comprare sulle bancarelle anche a pochi euro testimoniano di questa realtà già in atto. Certo, l'industria innoverà continuamente i suoi prodotti, per creare una scarsità artificiale, ma un oceano di merci invendute dilagherà intorno a noi a prezzi popolari. E' questo il destino della produzione manifatturiera nei prossimi anni: inseguire una novità, una unicità di prodotto nel mare delle merci standardizzate con sempre meno valore.

Esattamente per questa ragione, in Italia, dovremmo guardare al nostro territorio come a un patrimonio destinato a vedere crescere esponenzialmente il suo valore: valore che nella nostra epoca tenderà sempre più a rifugiarsi nei servizi e nei beni industrialmente non riproducibili. Il pregio del territorio da noi è già elevato per ragioni demografiche e per le devastazioni accumulate, in certi casi è unico per ragioni naturali, storiche ed estetiche, ma diventerà ben presto inestimabile per via della domanda mondiale che ne farà richiesta. Milioni di nuovi ricchi, russi, cinesi, brasiliani, ecc vorranno ben presto possedere una villa sulle Langhe, in Val d'Orcia, nelle Cinque terre, sul Lago di Como, vicino ai templi di Paestum o di Agrigento, per passarvi una settimana l'anno o per godersi una dorata vecchiaia. Ma verranno in Italia anche per poter godere dei nostri formaggi, del sapore della nostra frutta, per l'eccellenza dei nostri vini, per la straordinaria varietà delle nostre cucine locali. Vale a dire, ci chiederanno tutto ciò che è frutto del nostro suolo agricolo, quello che noi continuiamo a distruggere per alimentare lo sviluppo.

E' evidente, dunque, che abbiamo di fronte una grave minaccia, ma anche una grande opportunità. Il nostro suolo diventa sempre più prezioso e occorre pensare a forme collettive di accoglienza per chi ne fa domanda. Ma dobbiamo trovare forme concertate di decisione democratica del suo uso – non solo a livello locale - per rispondere a una così vasta ed elevata pressione. Altrimenti, nel giro di qualche decennio, tutto sarà compromesso e forse perduto.

La seconda ragione per sostenere la proposta di Petrini riguarda la modalità del fare oggi politica. Su questo punto occorrerà ritornare con altra lena. Ma intanto chiediamoci: che cosa possono fare in positivo le tante organizzazioni attive oggi nei territori del nostro Paese, spesso protagoniste di esperienze di vera democrazia partecipata a livello comunale? Come superare la drammatica separatezza che domina la scena italiana: tra la straordinaria, benché frantumata e dispersa, conflittualità sociale e la sua rappresentazione e voce nel cuore dello Stato? Oggi non possiamo contare su un partito d'opposizione, che non solo non riesce a svolgere la sua funzione istituzionale, ma non possiede nè la cultura, né l'orizzonte progettuale per questo genere di problemi. Occorre allora pensare a strumenti sempre più mirati di pratica politica, in cui dalla società si entra direttamente nelle istituzioni, mirando a trasformare i bisogni popolari e le ragioni delle lotte in leggi generali cogenti per tutti. Quel che oggi infatti occorre aggiungere alla vasta e dispersa sinistra sociale disseminata nei territori, o divisa in varie istituzioni, è la capacità di percorrere il tratto finale del conflitto politico: vale a dire la capacità di imporre scelte di governo. La mobilitazione per l'acqua pubblica, ad esempio, va esattamente in tale direzione. Certo, non sempre si presentano situazioni e possibilità così limpide per far valere lo strumento referendario. Ma occorre rammentare che la nostra Costituzione prevede la legge di iniziativa popolare: uno strumento che gli esperti dovrebbero aiutarci a utilizzare anche per la salvezza del nostro territorio: bene comune per eccellenza. E' vero che a valle si troverà poi la strozzatura di un Parlamento indifferente o apertamente ostile. Ma non bisogna dimenticare che le lotte così finalizzate hanno il merito di unificare le forze, di radunare conflitti e speranze sotto un orizzonte comune. E al tempo stesso schiudono tra le masse popolari e il ceto politico di governo divaricazioni sempre più nette e alla lunga insostenibili.

WWW.AMIGI.IT. Questo articolo è stato inviato contemporaneamete al manifesto

I predatori

“Vorrei fare dell’Italia una Disneyland culturale” è il titolo su Sette, il magazine del Corriere della sera, dell’intervista a Mario Resca diVittorio Zincone. “Sì alle aziende dentro l’università” è il titolo del fondino di Bebbe Severgnini, sempre sul Corriere del 13 gennaio 2011.

Di Resca, si sa ormai tutto: è il responsabile della “valorizzazione del patrimonio culturale” scelto dal ministro Bondi, nonché membro dei consigli di amministrazione di Eni e Mondadori, già manager di McDonald’s, Cirio, Standa, Casinò di Campione ecc. Viene da una famiglia operaia: “Mi iscrissi alla Bocconi vincendo una borsa di studio all’insaputa dei miei genitori”. “Partecipai ai cortei e a qualche occupazione. Ma non ero molto barricadiero. Prima comincia a lavorare per il mensile economico L’espansione. Poi entrai nella Chase Manhattan Bank. Gli amici mi accusavano di essermi venduto all’imperialismo. Mi difendevo dicendo che l’imperialismo si può combattere dall’interno”.

Il nostro manager è contento: “Nell’ultimo anno c’è stato il 15% dei visitatori in più”. E il futuro gli darà ragione: “Nei prossimi 20 anni, se ci crediamo, potremmo assistere a un nuovo rinascimento della produzione di ricchezza basato sulla leadership del nostro patrimonio culturale. L’Italia potrebbe diventare una grande Disneyland culturale. Crediamo davvero che il futuro dei nostri figli sia ancora nelle fabbriche e nel manifatturiero? Lì non abbiamo speranze”.

Pompei non lo sfiora: tutta colpa dei sovraintendenti: “Per guidare la Fiat non è stato chiamato il progettista di un motore Panda, ma un manager come Marchionne. Per gestire Pompei, che ha problemi di sicurezza e migliaia di visitatori al giorno, non ci si può affidare ad un archeologo”. Convinzione avvalorata alla fine dell’intervista. Chiede il giornalista: “Sa dove si trova La madonna del parto di Piero della Francesca? Risposta: “Mi pare in Toscana. Non l’ho mai vista. Lo sa che la volevo portare in trasferta nelle sale del Senato?”.

Ma andiamo con ordine. I musei in Italia sono tanti: 450 solo quelli statali. Forse Resca ne vuole chiudere qualcuno? “No. Voglio valorizzare quel che abbiamo. Soprattutto i siti meno visitati. Magari delegando qualche gestione ai privati”. Però non ne vanno aperti altri: “Dobbiamo valorizzare quel che abbiamo, non aprire nuovi buchi nel bilancio per autocelebrare la politica”.

E’ favorevole alle feste nei musei? C’è forse un problema di decoro? Insinua il nostro giornalista. Risposta: “A me è capitato di cenare all’ombra di incredibili capolavori: un dinner di classe in un museo non è male”. Si teme che un uomo d’azienda come lei punti a mercificare la cultura. Risposta: “La mercificazione era già qui prima che arrivassi io”. Altre domande. E’ favorevole o contrario alla tassa di soggiorno proposta per i turisti? Risposta: “La considero una stupidaggine. Dobbiamo attirare i turisti con nuovi servizi, non con nuove tasse”. Se lei fosse premier? “Defiscalerei le donazioni”. Concetto ripreso: “Berlusconi ha molti meriti, ma non è ancora riuscito a liberalizzare il Paese.”.

Ancora più memorabile l’opinionista, saggista, sociologo di successo Severgnini che inizia così: “Davanti all’Aula del Quattrocento, nella romantica e unitaria Pavia, hanno appeso uno striscione giallo: ‘Fuori le aziende dall’università!’. Domanda:perché? Sono il mostro che vuole divorare il sapere, infilandosi nei consigli di amministrazione? Il seducente vampiro che risucchia i brevetti (…) Questa ostilità va spiegata. In un momento di magra e di tagli rinunciare ad agganciare le università all’economia è una scelta impegnativa. (…)”. Per Severgnini sarebbe meglio scrivere: “Dentro le aziende nell’università!. Con regole chiare, paletti evidenti, vantaggi reciproci: ma siano benvenute. Mi dice un’amica biologa: ‘se le industrie interessate alle nostre ricerche non retribuissero i dottorandi, avremmo una soluzione sola: niente dottorandi’ (…) Impariamo dagli Stati uniti, dove gli ex alunni sono corteggiati e il rapporto con le aziende è incoraggiato e governato da regole chiare (…) Basta dogmi pelosi. Se lo studente tratta le aziende come appestate, mentre è all’università, rischia di venir ripagato con la stessa moneta, appena è laureato e cerca lavoro”. Più chiaro di così.

Per quasi due mesi prima di Natale è aumentato, con altri mezzi, il maltrattamento cui è normalmente sottoposto il centro della città mediante opere permanenti come i sopralzi insensati, i tetti massacrati, le demolizioni con violente ricostruzioni, i parcheggi sotterranei devastatori di piazze e giardini, e, ultima ma non meno importante, l’invasione di superfici pubblicitarie che non rispettano nessun ambiente o monumento, nemmeno il Duomo. Basta la scusa di un nuovo duraturo cantiere di restauro per trasformare la facciata di un palazzo o di una chiesa in un pacchiano cartellonismo con figurazione fissa o, peggio, in movimento, per di più esaltato da riflettori per decine di migliaia di watt ingiurioso omaggio al problema del risparmio energetico.

Ma, a cosa è dovuto questo surplus di maltrattamento? Alla decisione dell’amministrazione comunale e dei commercianti associati di «abbellire» le strade e le piazze maggiormente frequentate con luminarie destinate a influire (credono) sulla psiche di milioni di «viandanti girovaghi» per renderli più propensi all’acquisto di cose inutili. Intanto si concede a Tiffany gioiellerie e oreficerie di impiantare in Piazza Duomo, proprio davanti e vicino alla cattedrale (sprezzate le proteste del parroco), un gigantesco cubico spazio di vendita contrassegnato nel mezzo dal «più alto abete d’Italia come albero di Natale», sradicato chissà dove, ricoperto da centinaia di metri di festoncini luminosi. L’albero morente di Tiffany è come il perno delle disparate installazioni pendule sulle strade o dell’illuminazione su monumenti a fasci di luci colorate e variabili.

Nell’insieme, nella città con la miglior tradizione di design ad alto livello, copiato in tutto il mondo, una sorprendente mancanza di buon gusto, una dimostrazione di basso provincialismo, una schifezza dopo l’altra, un colpevole saggio di disprezzo verso spazi storici e opere d’arte. Fra le luminarie basti vedere le due più belle strade di Milano, Via Dante e Corso Venezia. La prima, quasi ricoperta da centinaia di grosse patate appese, di color marroncino (proprio come le patate vere), la cui visione a luce interna accesa o spenta annienta il piacere di osservare la doppia cortina ottocentesca di palazzi convergenti nella prospettiva incentrata sul Castello. La seconda, poveramente e tristemente festonata da esili filamenti forse alludenti maldestramente a forme di rose; anche qui un pessimo servizio reso alla fuga prospettica dei palazzi e dei Giardini verso i grandi caselli neoclassici di Porta Venezia, a loro volta subissati da lenzuolate di lucine a maglie fitte, fantasiosa cancellazione di un’armoniosa, severa architettura. I giochi di luce su monumenti raggiungono effetti persino peggiori per volgarità, violenza figurativa, disprezzo dell’opera d’arte.

Bastino anche per quest’aspetto due trattamenti esemplari in luoghi-simbolo della storia milanese, Piazza della Scala e Piazza Fontana. Nella prima gli sciagurati ideatori del divertimento natalizio si sono sfogati sul monumento a Leonardo da Vinci, opera di Pietro Magni del 1872. Il maestro e i quattro allievi che lo circondano, Filippo Lippi, Marco d’Oggiono, Cesare da Sesto e Andrea Salaino, sono sottoposti al tormento di colpi di luce a diversi colori (viola, rosso, verde, giallo…), alternati fra Leonardo e scolari come fossero dei fantocci in fiera da mirare e abbattere con le palle, ognuno dopo l’altro quando messi in risalto dall’illuminazione. Un orrore che nemmeno nella provincia più famosa per disamore dell’estetica urbana sarebbe tollerato. Nella seconda è la fontana progettata da Giuseppe Piermarini ed eseguita da Giuseppe Franchi nel 1782, elegante e raffinata composizione di vasche sovrapposte, sirene e delfini, a essere rovinata dall’insana voglia di strafare. Oggetti e figure sono impigliati in una scomposta rete di lucette irrispettose delle forme e poi tramortiti da un botto finale costituito da un’aggiunta sopra la vasca minore di un incomprensibile cesto come di filigrana veneziana. Così si completa per il passante l’abolizione del godimento estetico che l’osservazione della scultura intatta posta al centro del bel cerchio di alberi da sempre assicura.

Postilla. Dopo aver subito la solita cura mortale, si è infine salvata la grande scultura «L’ago e il filo» di Claes Oldenburg e di sua moglie Coosje van Bruggen in Piazza Cadorna (inaugurazione 2000). Già imbrigliata inopinatamente in tutt’altri fili luminosi, se ne è infine liberata grazie alle dure proteste dell’architetto, Gae Aulenti, che l’aveva prevista nel riassetto della piazza alla fine degli anni Novanta.

Roberto Giannì se ne va. Lascia il dipartimento di urbanistica del comune di Napoli e si trasferisce a Bari dove assumerà la direzione dell’urbanistica regionale pugliese. Per un verso è un ritorno a casa, Roberto è nato in provincia di Lecce e non ha mai interrotto il rapporto con la sua terra. Venne a Napoli a studiare e subito dopo la laurea cominciò a collaborare con il comune insieme agli altri “ragazzi del piano” negli anni dell’amministrazione di Maurizio Valenzi (quando erano davvero ragazzi). Si deve a essi il cosiddetto piano delle periferie, approvato dal consiglio comunale prima del terremoto del novembre 1980 e poi in larga misura realizzato con gli interventi per la ricostruzione, di cui si occuparono gli stessi ragazzi del piano.

Ma non è solo un ritorno. Mi pare evidente che, per un temperamento come quello di Roberto – un commis d’état che non ama la routine –, dev’essere irresistibile l’idea di ricominciare e di contribuire all’esperienza di una regione per tanti versi all’avanguardia, grazie anche all’altissimo profilo dell’assessore al territorio Angela Barbanente e al fascino del presidente Nichi Vendola.

La partenza di Giannì non è una notizia privata, né di poca importanza. Sono coinvolto – e me ne scuso, non mi succede quasi mai su queste pagine – ma non credo di cedere a sentimenti personali se scrivo che a Napoli finisce una stagione, nonostante tutto una bella stagione. Di cui Roberto Giannì è stato indiscusso protagonista. Mi riferisco agli anni dal 1993 a oggi, dalla prima amministrazione di Antonio Bassolino all’ultima di Rosa Russo Iervolino (in carica fino alla prossima primavera). Anni in cui è successo di tutto, dall’estate sfolgorante del G7, quando lo splendore della città conquistava le prime pagine dei giornali del mondo, all’orrore dei rifiuti e alle prime pagine di segno opposto. Una stagione lunga e contraddittoria durante la quale però un segmento dell’attività comunale, quello dell’urbanistica, ha tenuto il passo con coerenza, conservando uno standard eccellente. Dall’impostazione alla stesura del nuovo piano regolatore tutto all’interno degli uffici, dal progetto per Bagnoli alla tutela delle residue aree verdi, dallo studio delle tipologie dell’edilizia storica alla gestione dell’edilizia privata: sono queste le tappe di un percorso diverso da quello di Milano, Firenze, Roma, e della stragrande maggioranza delle città italiane grandi e piccole. A Napoli non comanda l’urbanistica contrattata, non sono praticate la deroga e altre scorciatoie, non esistono “atti negoziali” che prevalgono sulle norme di piano. Non ci sono scandali.

Se l’urbanistica è politica, il merito è indubbiamente dei sindaci e degli amministratori ma, si sa, i buoni risultati, e soprattutto quelli di lunga durata, si realizzano solo se procede perfettamente l’abbinamento fra il potere politico e quello specialistico. A Napoli ha funzionato mirabilmente. La riprova è che l’attività edilizia privata – che negli anni passati nella capitale del Mezzogiorno era quasi scomparsa, soverchiata dall’edilizia pubblica e da quella abusiva – si è moltiplicata in ogni settore urbano, dal centro storico alle periferie. E non si contano gli articoli e le dichiarazioni di costruttori e di esponenti del mondo imprenditoriale che apprezzano l’azione del comune.

Ho scritto che quella stagione adesso finisce. Farei un torto a Roberto se pensassi che dopo di lui il diluvio. Auguro a lui e a tutti noi, agli amministratori e ai ragazzi del piano ormai stagionati (qualcuno è andato in pensione) che a Napoli cominci subito un’altra bella storia. Però un’altra storia, quella di prima è finita.

Vedi anche l'intervista a Roberto Giannì e i materiali nella cartella " Una città un piano: Napoli

I rom, privi di un’abitazione che non sia una baracca accomodata alla meglio, sono cacciati di campo in campo. A Milano si sono susseguiti gli sgomberi mentre è bloccata la consegna di quindici appartamenti di edilizia pubblica già assegnati mediante contratti regolari. Ai rom è negata la casa popolare, che intanto è impedita a un ben maggior numero di famiglie che aspirano a un’abitazione decorosa a prezzo proporzionale al reddito.

In questo novembre 2010 ripenso al novembre di cinque anni fa quando una grande manifestazione di popolo a Roma fece improvvisamente riscoprire l’esistenza di un problema che il diffuso e menzognero ottimismo berlusconiano faceva credere risolto. La questione delle abitazioni giaceva sepolta sotto la massa delle case in proprietà (il 71 % al censimento del 2001). Le famiglie non proprietarie sembravano una minoranza troppo debole, perciò, sosteneva anche la sinistra, il tema non sfondava nella politica. Sorprese allora il successo del grande corteo di inquilini che occupò le strade di Roma rilanciando slogan di trentasei anni prima sul diritto all’abitazione gridati durante lo sciopero generale per la casa.

Era, quel novembre 2005, un momento difficile per chi non poteva contare sulla protezione di un buon alloggio in proprietà o in affitto equo e duraturo: sfratti facili, non più ostacolati dalla legislazione sociale, mercato banditesco comandato dalla speculazione edilizia, prezzi in aumento, precarietà anche degli affittuari di alloggi pubblici in via di privatizzazione (cartolarizzazione). Ma il fuoco della protesta si spense, né si è ravvivato negli anni successivi per la scarsa condivisione se non l’insofferenza della politica e dell’opinione pubblica; anche perché il problema della casa, oggi, può essere percepito come collegato a quello dell’immigrazione (4,5 milioni i residenti stranieri) e, si sa, quando si tratta di extracomunitari o di romeni il sentimento nazionale non è esente da disinteresse intriso di razzismo.

Proviamo a ricominciare da qualche dato statistico. Come si distribuiscono oggi la proprietà e l’affitto? Ha ragione Berlusconi che ha assegnato più volte alla prima l’80%? Ben nove punti in più rispetto alla percentuale del 2001. Aumento improbabile poiché la popolazione totale, in minimo aumento per due decenni (56.557.000 unità nel 1981, 56.885 nel 1991, 56.995 nel 2001), ha avuto un balzo dal 2001 al 2009 (+ 3.350.000) dovuto esclusivamente al saldo migratorio positivo. Non è plausibile un nesso fra questi due aumenti (proprietà e immigrazione); invece lo è una relazione fra immigrati e case in locazione. Tuttavia, nel gioco delle stime, prendiamo in parte per buono il ritornello di B., riconosciamo che la tendenza all’acquisto sia un segno permanente, ma inevitabilmente rallentata dalla stessa altezza della proprietà, e valutiamo che l’attuale percentuale di abitazioni possedute dagli occupanti sia del 75%.

Affitto (o altri titoli simili) al 25% vuol dire in valori assoluti circa 6.250.000 abitazioni. Una minoranza le famiglie locatarie, ma tanto ampia da rendere il mercato delle affittanze, oggi, in regime di prezzi liberi, molto appetibile per investimenti. Chi possiede alloggi ha meno convenienza a vendere che affittare. Le famiglie di lavoratori sono vittime dei costi sproporzionati e delle condizioni abitative forzatamente ristrette. Non hanno possibilità di scelta essendo il tipo di abitazione strettamente dipendente dai redditi familiari, ora stagnanti o addirittura in diminuzione.

Intanto perdura, né avrà mai fine, il fenomeno dell’enorme quantità di abitazioni non occupate. Se applichiamo lo stesso aumento percentuale delle abitazioni occupate, 15%, rispetto al dato del 2001 di 5.640.000 unità (e saremmo cauti giacché numerosi indizi mostrano che quella delle seconde case è la porzione del mercato che si è espansa di più), risultano quasi 6.500.000 alloggi, 21% del totale come nel 2001. Non tutti sono alloggi secondari, una parte minoritaria corrisponde al «vuoto» specialmente per l’affitto che le mie precedenti stime indicano in 5-6 punti (seconde case 15-16%). Nelle grandi città questo indice non corrisponde alla reale utilizzabilità perché le case inabitate comprendono quelle tenute apposta fuori mercato dalle immobiliari per produrvi maggior tensione così da tenere alti o far aumentare i prezzi delle case affittabili. Analogamente a come avviene nel mercato del lavoro, quando gli imprenditori restringono l’occupazione generando disoccupazione in modo da far crescere la pressione dell’offerta abbondante di mano d’opera sulla scarsità di domanda da parte dell’impresa, così da tener bassi i salari.

A Milano, la città che ha inventato i sistemi urbanistici e edilizi più «moderni» per liberare più speculazione e più rendita, gli appartamenti vuoti al momento del censimento 2001 erano 50.000. Ora la stima corrente è di almeno 60.000 (p. es. Luca Beltrami Gadola, arcipelagomilano.org), entità che comprende una larga fetta di «vuoto artificioso», se così si può dire. Nonostante la crisi i prezzi non diminuiscono e il mercato è chiuso a chi non abbia un guadagno sicuro e molto superiore alla media dei redditi da lavoro, quando poi è sempre più difficile usufruire del cumolo fra almeno due redditi. Il prezzo di 1.000 euro/mese per due buone stanze è quello usuale fuori dal centro e da altre zone pregiate. E non è di 1000 euro/mese il salario medio del lavoratore precario (a progetto, a termine, a chiamata, eccetera). Intanto è pressoché sparito il compito svolto dagli istituti per l’edilizia pubblica.

L’Iacp, diventato da anni Aler (Azienda regionale per l’edilizia residenziale – eloquente l’abolizione dell’aggettivo popolare e l’introduzione di azienda) è impegnato soprattutto a privatizzare il patrimonio e a lasciar marcire situazioni di degrado, di abbandono, persino di gestione criminosa. Il Comune di destra, altrettanto, non esprime alcun interesse a intervenire nel mercato, coerentemente ai principi ultraliberisti fautori della massima deregolamentazione dei rapporti in ogni campo, lavoro e casa soprattutto.

In una diversa condizione politica e culturale, come potrebbe darsi, dopo la disastrosa vicenda della giunta Moratti, con una nuova amministrazione milanese guidata dal vincitore delle primarie del centrosinistra, Giuliano Pisapia, si potrebbe «tornare indietro» e ricostituire i ruoli originari di un istituto per l’edilizia residenziale pubblica, in meno e vecchie parole: per le case popolari.Da destinare all’affitto e non alla vendita né all’assegnazione a riscatto. Scrive Vezio De Lucia «Con Pisapia superiamo il “rito ambrosiano”» (in eddyburg, 16 novembre 2010). Vuol dire cancellare l’attuale Piano di governo del territorio (ammesso che sia approvato prima delle elezioni) nel quale il problema della casa è del tutto trascurato e adottarne uno diverso incentrato sulla domanda sociale, in primo luogo quella dell’abitazione commisurata ai bisogni di chi lavora. Come fossimo nell’immediato dopoguerra (è una guerra quella combattuta dal municipio reazionario contro i ceti privi di alti redditi), quando Piero Bottoni pubblica il mirabile progetto La casa a chi lavora, «l’assicurazione sociale per la casa» (Görlich, Milano 1945).

E perché non ritenere possibile che dopo Berlusconi un governo di centrosinistra possa varare una legge di disciplina degli affitti richiamandosi al limite delle forme d’uso della proprietà (articolo 42 della Costituzione)? «Il fatto che il costo dell’abitazione rimanga […] elemento di profonda e generale discriminazione sociale rende attuale il richiamo al limite generale del diritto di proprietà qualora si accerti che una delle forme di proprietà oggi diffuse [, quella dell’abitazione,] è l’ostacolo a un miglior godimento individuale del bene casa» (Renzo Stefanelli, La questione delle abitazioni in Italia, Sansoni, Firenze 1976, p. 29).

Per comprendere meglio ciò che accade a Mirafiori e a Pomigliano è necessario affondare lo sguardo nelle tendenze storiche che muovono il capitalismo del nostro tempo. E bisogna scomodare Marx. Egli aveva colto come “legge fondamentale dell'accumulazione capitalistica” una tendenza già evidente ai suoi tempi e oggi conclamata : «Dato che la massa di lavoro vivo impiegato diminuisce costantemente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa messo in movimento (cioé ai mezzi di produzione...) anche la parte di questo lavoro vivo che non è pagato e si oggettiva nel plusvalore, dovrà essere in proporzione costantemente decrescente rispetto al valore del capitale complessivo impiegato”. Nel corso del suo sviluppo, dunque, il capitalismo riduce costantemente la quota di lavoro per unità di prodotto, cercando di sfuggire alla caduta tendenziale del saggio di profitto e di sostenere la competizione. Quella competizione che oggi esso stesso si fa delocalizzando parte delle sue imprese nei paesi a bassi salari.

Ma il capitale che espelle lavoro cerca di sfruttare più intensivamente quello che impiega, perché più ridotta diventa nel frattempo la quota da cui può estrarre plusvalore. André Gorz ha riassunto lapidariamente questa attuale contraddizione del capitale in cui i lavoratori vengono stritolati: «più la quantità di lavoro per una produzione data diminuisce, più il valore prodotto per lavoratore – la sua produttività – deve aumentare affinché la massa del profitto realizzabile non diminuisca. Si ha dunque questo apparente paradosso per cui più la produttività aumenta, più è necessario che aumenti ancora per evitare che il volume del profitto diminuisca. La corsa alla produttività tende così ad accelerarsi, gli impiegati effettivi a essere ridotti, la pressione sul personale a inasprirsi, il livello e la massa dei salariati a diminuire». E in questa morsa oggi, letteralmente, si soffoca. Chi ha la pazienza di leggersi la grande inchiesta della Fiom del 2008, condotta su un questionario cui hanno risposto 100 mila lavoratrici e lavoratori, può farsene un'idea.

Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà l'intera società industriale nella barbarie. Non è un'espressione di maniera. Non è uno slogan. Chi oggi, anche in buona fede, difende il nuovo contratto imposto da Marchionne, crede che tale cedimento sia accettabile come un compromesso temporaneo, dovuto alla drammatica crisi in atto e ai vincoli della competizione mondiale. E' un gravissimo errore. Questa idea fa parte di una campagna pubblicitaria che punta a far arretrare ulteriormente i rapporti di classe con un argomento puramente propagandistico: oggi occorre tirare la cinghia per poter ritornare allo splendore di prima. Ma prima il cielo era davvero così splendido? Che questa sia una menzogna è possibile illustrarlo , non per congettura, ma con una semplice analisi storica, quindi con fatti scientificamente verificabili.

Prima della crisi, vale a dire nel 2000, nei Paesi dell'OCSE si contavano 35 milioni di lavoratori disoccupati. Come ha ripetutamente illustrato Luciano Gallino i nuovi posti di lavoro che si sono creati in Europa sono stati in gran parte a tempo determinato e precari. Negli USA, non solo i nuovi posti di lavoro – per lo più nei servizi e con ampio utilizzo part- time di donne – sono stati ufficialmente gonfiati dal sistema di rilevazione statistica: anche una settimana di lavoro poteva fare un impiego annuale nelle stime generali sull'occupazione. Ma in quegli anni sparivano dalle statistiche oltre 2 milioni di persone “occupate” nelle carceri di Stato ( e in quelle private). E qualche hanno fa abbiamo scoperto che tra il 1973 e il 2005 il reddito dei lavoratori «è lievemente diminuito». Ma sul Paese più ricco del mondo, epicentro della crisi mondiale, voglio aggiungere due dati che persuaderanno il lettore di ciò che voglio dire. Nel 1995 il numero dei bambini che risultavano al di sotto della linea ufficiale di povertà assommavano al 26, 3% , quasi alla pari con la Russia di Yeltsin (26,6%), allora in vendita ai predoni di tutto il mondo e in mano alle mafie locali. In tale statistica – elaborata da un'inchiesta comparativa su 25 paesi - figuravano al 3° e 4° posto il Regno Unito (21,3%) e l'Italia (21,2), vale a dire i paesi che con maggior zelo hanno applicato il verbo e i dettami del pensiero neoliberistico.E sempre per restare negli USA , ricordo che già nel 1990 , la National Association of State Board of Education aveva dichiarato senza mezzi termini: «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stessa età».

Potremmo continuare con altri dati e analisi. Ma ciò che qui è sufficiente ricordare è che gia prima della crisi il capitale aveva saccheggiato il lavoro salariato e i redditi dei ceti medi senza risolvere il drammatico problema della disoccupazione e diffondendo la precarietà. In Italia, dopo decenni di asservimento del ceto politico, di centro-sinistra e di centro-destra alle ragioni dell'impresa, è andata anche peggio. Nell' utilizzare il termine asservimento, non mi riferisco solo alle vendite del patrimonio pubblico, alla liberalizzazione di tanti servizi municipali. In questo caso penso , specificamente, alla deliberata volontà di scaricare sul lavoro i rischi dell'impresa, rendendo il lavoratore flessibilmente subordinato alle sue necessità. Dalla Legge Treu del 1997, alla Legge 30 del 2003 , il capitalismo italiano ha potuto godere di condizioni di generosa disponibilità nell'uso della forza lavoro. Con quale esito? Mi è sufficiente sintetizzare i risultati di tale geniale strategia con un bilancio recente (2008) del Governatore della Banca d'Italia: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Ma aggiungo: alte tasse relativamente più gravose per gli operai che – secondo un'indagine IRES – tra il 2002 e il 2008 hanno lasciato al fisco, mediamente, 1.182 euro delle loro misere paghe. E per finire, sempre dati Banca d'Italia 2008, la metà più povera della popolazione possedeva il 10% della ricchezza nazionale, mentre il 10 di quella più ricca deteneva il 44%.

E allora torniamo alla Fiat, agli operai, ai partiti politici. Quanto abbiamo ricordato significa innanzi tutto una cosa: la politica moderata del centro-sinistra, che ha attuato – non diversamente dal centro-destra - le ricette neoliberiste, non è minimamente servita a difendere i ceti operai, anzi li ulteriormente impoveriti. Non ha ottenuto maggiori investimenti da parte delle imprese, ha contribuito a fare arretrare il paese nel suo complesso. Ma significa anche che continuare su questa linea fallimentare, con l'idea di “uscire dalla crisi” secondo la ricetta moderata, costituirà una sciagura di portata incalcolabile per le masse popolari e per tutta la società industriale italiana. Il tracollo economico in cui siamo immersi non è la solita crisi ciclica. Altrimenti non avremmo avuto così tanta disoccupazione e povertà prima che essa esplodesse. Nelle fasi alte del ciclo - come sappiamo dalla lunga storia storia dei tracolli capitalistici - crescono ricchezza e occupazione. Noi abbiamo avuto soltanto la bolla finanziaria, cresciuta sul debito. La “crisi” di questi anni è il risultato di un gigantesco saccheggio di reddito che il capitale ha compiuto in una fase storica di debolezza del suo avversario di classe e del movimento operaio organizzato. Perciò dal presente imballo sistemico non si esce se non attraverso una altrettanto gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza.

Un compito di ampia portata ne siamo consapevoli. Ma bisognerebbe innanzitutto incominciare a dichiararlo. Poi predisporre le forze. Perché oggi, per essere all'altezza delle sfide, bisogna mettere in piedi un fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza. Il comportamento “moderato” di tanti dirigenti del PD, sostanzialmente favorevoli ad accettare la strategia di Marchionne è a mio avviso un fatto drammatico, che impone una presa d'atto di tutte le persone che militano oggi nella sinistra.

Il Pd : «un amalgama malriuscito» è stato definito da chi si intende della materia, avendo ridotto la politica all'arte di “amalgamare” capi partito. Credo che sia stato qualcosa di ben più grave. La scelta veltroniana del bipartitismo perfetto rivela una lettura di retroguardia delle tendenze politiche mondiali. Laddove esso è stato storicamente dominante ( USA e UK) oggi appare come una barriera all'esercizio della democrazia. Gli scienziati della politica hanno coniato in proposito il termine di cartel party, cartello di partiti, per indicare questo assetto di duopolio, che emargina le voci e le culture politiche dissenzienti e realizza invariabilmente le medesime politiche alternandosi alla guida degli esecutivi.

Ma è la scelta di equidistanza tra le classi, il moderatismo sociale che oggi fa del PD – sia detto con tutta la responsabilità che l'argomento e il momento richiede – un partito inservibile. Esso ha privato la società italiana di una opposizione che portasse i bisogni del paese dentro il Parlamento. Qualcuno dei lettori ha mai sentito D'Alema, Veltroni, Bersani parlare, poniamo, di legge urbanistica e di problemi della città, di assetto del territorio, di riscaldamento climatico, di agricoltura biologica, di ritmi di lavoro e di sfruttamento in fabbrica, di beni comuni ? Non aggiungo nell'elenco precarietà e disoccupazione, perché sono presenti nel loro vocabolario, ma come slogan privi di qualunque contenuto. Mi permetto di continuare con le domande. Quanto la sfida che Marchionne ha lanciato alla Fiom e alla classe operaia di Pomigliano e di Torino si fonda sul calcolo di un'opposizione benevola di tanta parte del PD? E infine una questione generale, relativa alla vita politica italiana recente: quanto il dilagare della Lega nelle zone operaie del Nord, quanto la permanenza del potere berlusconiano, anche in queste ultime settimane, dipende direttamente dall'assoluta incapacità del PD - culturale ancor prima che politica - di rappresentare gli interessi delle masse popolari, di offrire agli italiani un progetto e almeno un'immagine diversa di società?

Il moderatismo politico non è oggi una scelta di prudenza, di politica dei piccoli passi. Non è la moderazione, piuttosto è un galleggiamento sull'esistente. Ma l'esistente, dominato oggi da forze predatorie, non rimane fermo, tanto meno procede verso il meglio, come del resto mostra tutto lo scenario che abbiamo intorno a noi. Si indietreggia lentamente sul terreno sociale, dei diritti, della democrazia. In una fase storica in cui solo la ripresa del conflitto può ridare equilibrio alla macchina economica e alla società, significato e forza alla politica, i partiti moderati sono inservibili. Sono oligarchie parassitarie. Danno ospitalità permanente a professionisti che vivono di politica. E dobbiamo amaramente concludere: a che serve un PD che crede di uscire dalla situazione in cui siamo precipitati replicando la politica che ci ha condotti sino a questo punto?

www.amigi.org

Questo articolo è stato inviato contemporaneamete al manifesto

Oggi, 11 gennaio 2011, il quotidiano della Confindustria, il Sole 24 ore, dedica un ricco inserto speciale alla edizione biennale “Pitti immagine uomo” di Firenze. Foto di giacche, scarpe, orologi… i migliori brand e gli indossatori più sexy. Nulla di nuovo, se non fosse per l’editoriale di apertura a cinque colonne, così titolato. Occhiello: “Nuove visioni. La 79° edizione di Pitti si apre in una difficile congiuntura economica e sociale”. Titolo: “Così la crisi ha cambiato l’idea di felicità e di natura”. Sommario: “L’uomo 2011 potrebbe ribellarsi agli effetti del turbo capitalismo e del narcisismo esagerato che ha prodotto disastri su persone e sistemi”. A firma di un giornalista filosofo Walter Mariotti direttore del raffinatissimo supplemento mensile Lifestyle, sempre del Sole, che vi invito a guardare ogni tanto, perché spesso pubblica servizi interessanti.

Ecco ampi stralci dell’articolo.

«Essere felici. E’ il programma minimo per il 2011, realizzabile ad una sola condizione: il coraggio di abbandonare l’idea base del capitalismo classico che fonda il nostri immaginario personale e collettivo. La convinzione di uno sviluppo crescente e infinito. Del resto dopo l’ultima crisi siamo paradossalmente fortunati. Sappiamo che l’accumulazione è un mito, che non si può separare l’economia dall’etica ed equilibri ecologici perché il prezzo è troppo alto: la devastazione dell’ambiente, del mercato e di qualcosa ancora più profondo ed essenziale: l’inconscio, fonte della verità degli uomini contemporanei».

Mariotti passa ad intervistare lo psicanalista Massimo Recalcati, che afferma:

«E’ l’epoca del turbo capitalismo, dell’inebetimento maniacale, della gadgettizzazione della vita, della burocrazia robotizzata, del culto narcisistico dell’io, dell’estasi della prestazione, della spinta compulsiva al godimento immediato come nuovo comandamento assoluto. (…) Recalcati parla di ‘antiamore’ di una società dominata da legami liquidi, dove ogni giorno si sbriciolano i riferimenti simbolici che facevano da bussola per orientare le nostre vite (…) di ‘ assimilazione conformista con il mondo esterno’.(…). Come uscirne? Come riscoprire la verità del proprio desiderio oltre gli schemi del turbo capitalismo? Ancora una volta la risposta è semplice ma coraggiosa. Un nuovo modello di pensiero, che riancori l’economico nel sociale facendo della sobrietà la base necessaria. Un patto sociale inedito, che risponda all’individualismo degli ultimi trent’anni strutturando forme di identità e di democrazia attraverso consumi qualitativi e alternativi basati su principi di sovranità essenziale».

La parola quindi passa ad un altro filosofo, Eduardo Zarelli, direttore della casa editrice Arianna che spiega - tra l’altro- che «l’uomo non può mutare se stesso senza mutare l’approccio relazionale con la natura». Prosegue Mariotti:

«Occorre una vera svolta culturale ed esistenziale che riesca nuovamente a collocare l’uomo nella natura innescando una revisione critica dell’idea di civiltà tecno-scientifica. ‘L’ecologia profonda – spiega Zarelli – oltrepassa l’approccio scientifico fattuale per raggiungere la consapevolezza del sé e della saggezza della manifestazione naturale. L’uomo è polisticamente inteso come parte di un tutto relazionale. L’implicazione di questo principio è l’ecocentrismo, secondo cui la natura va protetta di per sé, per il suo valore intrinseco, indipendente dall’utilità strumentale o intergenerazionale. Se arrechiamo danni alla natura danneggiamo noi stessi.. Il tipo di approccio alla realtà che se ne ricava è radicale: bisogna interamente ripensare l’attuale società, le forme culturali e il posto dell’uomo nella natura. Occorre agire sulle cause invece che sugli effetti (…) Non giocare la natura contro l’uomo e i suoi processi ribaltando lo schema meccanicistico dello sfruttamento in un’irreale fuga dalla civiltà, ma praticare la via intermedia del giusto mezzo all’insegna del riequilibrio olistico tra cultura e natura (…) nello sposare la semplicità volontaria dello stile di vita a una felicità cercata nella virtù, nella misura, della compiutezza in controtendenza alla dissoluzione dei consumi nell’egoismo narcisistico che fa della felicità un diritto, a prescindere dai doveri dell’uomo nei confronti della natura e della comunità di cui è parte. Dolo una felicità-virtù può ridurre i bisogni materiali, la complessità organizzativa e la tensione psicologica e decisionale del singolo; all’opposto una società edonistica, sposando una felicità-piacere, proietterà i bisogni nell’artificio e nell’illimitatezza fino a rendere patologica l’indecisione individuale nell’ansia abulimica o anoressica dell’eccesso o del suo rifiuto»

E così chiude:

«E’ il cuore di tenebra del capitalismo, la sua ultima fermata verso una visione riduttiva dell’uomo creato per ben altri orizzonti. Liberi dall’immaginario - che oggi qualcuno cima ‘narrazione’ - di uno sviluppo deviato che rende sudditi e consumatori per riscoprirsi soggetti liberi e creativi, in grado di sintonizzarsi di nuovo con l’essere divino della natura umana. Rinunciando alle seduzioni faustiane dell’avere che hanno prosperato per troppi anni tradendo tragicamente l’idea di felicità». Fine.

Tutto questo al Pitti!

Spazio Pubblico: declino, difesa, riconquista, a cura di Fabrizio Bottini, Ediesse Editore, Roma 2010; 268 pp., ISBN: 882301509X; prezzo di copertina € 15,00

Abstract:

Negli anni recenti anche in Italia si sono rese esplicite le tendenze verso una concezione autoritaria, mercificata, privatistica dello spazio pubblico. Secondo un percorso che sviluppa anche radici e interpretazioni sostanzialmente reazionarie di teorie come quella degli spazi difendibili (1972) o della cosiddetta finestra rotta (1982), saldandole alla più generale tendenza a cancellare tutto ciò che appare estraneo al puro valore di scambio.

La stessa involuzione si ritrova nell'idea più generale dei rapporti sociali, alla chiusura e frammentazione della famiglia, dell’impresa, della corporazione, di cui le discussioni sul ruolo relativo dei poteri dello stato o della privatizzazione dell’acqua sono solo alcuni degli aspetti più vistosi.

È possibile interrompere questa spirale di deriva autoritaria, mercificata, privatistica, che ci sta progressivamente restringendo un diritto essenziale come quello allo spazio pubblico?

Studiosi di discipline sociali e territoriali, amministratori, sindacalisti, rappresentanti della società civile analizzano la questione, iniziando a delineare un progetto per restituire alla comunità i luoghi deputati alla socialità.

L'occasione per confrontare e intrecciare punti di vista, discipline e soggetti è stata la Scuola estiva di Eddyburg, nel settembre 2009: una settimana di relazioni, seminari, gruppi di lavoro tematici e, infine, un convegno organizzato assieme alla Camera territoriale del lavoro - CGIL di Padova, con il contributo di Legambiente Padova.

Indice

Introduzione: Questo libro: perché

di Fabrizio Bottini

La lotta per lo spazio pubblico come pratica di cambiamento

di Ilaria Boniburini

Definizioni di spazio pubblico

Gli spazi pubblici del neoliberalismo

Verso la costruzione di spazi pubblici contro egemonici

Sfera pubblica, spazio pubblico e democrazia

Società, territorio e vertenze del lavoro

di Oscar Mancini

Stato e mercato: l’Europa

Gli spazi pubblici

Le lotte sociali e il Libro Bianco

La speranza

La domanda che emerge dalle vertenze sociali

Per la rinascita della sinistra

Lo spazio pubblico come pratica di cittadinanza

di Antonietta Mazzette

Preambolo

Che cosa si deve intendere oggi per spazio pubblico?

La città questa sconosciuta …

Conclusioni provvisorie

La guerra per lo spazio pubblico

di Paola Somma

Declino

Rigenerazione

Restituzione

Assedio, tradimento, saccheggio

Riconquista

Spazi pubblici: l’esperienza quotidiana della con-vivenza in città

di Elisabetta Forni

Lo spazio del contatto e dell’interdipendenza

Lo spazio sciolto ( loose space)

L'aria della città rende ancora liberi?

di Maria Cristina Gibelli

La città europea e lo spazio pubblico

Lo spazio pubblico a rischio

Quale ruolo per lo spazio pubblico in epoca di sostenibilità

Come rilanciare lo spazio pubblico: alcuni suggerimenti dalle buone pratiche

Conclusioni

Riportare gli spazi pubblici al centro della pianificazione

di Mauro Baioni

Gli standard urbanistici e la dimensione pubblica della città

Tre temi chiave per l’Italia

La città perduta. Il progetto Fori e una diversa idea di Roma

di Maria Pia Guermandi

Storia del progetto: da Benevolo a Petroselli

Antonio Cederna: un’altra idea di Roma

Storia recente di un’idea tradita

Dal cittadino al turista: senza ritorno?

Il sistema dei servizi nella pianificazione provinciale bolognese

di Elettra Malossi

Inquadramento legislativo

Le dinamiche evolutive nella Provincia di Bologna

L’analisi sulla dotazione di servizi alla popolazione

Politiche e azioni del PTCP per il policentrismo

Esploso Metropolitano

di Fabrizio Bottini

Gli spazi della nuova frontiera

Recintopoli

Prima casa e mezza: l’esurbio metropolitano alla milanese

Ragioniamo sugli anni della conquista degli standard urbanistici. Dialogo con Marisa Rodano, Oscar Mancini e Vezio De Lucia

a cura di Edoardo Salzano

La storia negata

Come eravamo

Per una società non solo maschile

Gli “standard urbanistici”

Un biennio decisivo

Per concludere: tornare dall’Io al Noi

Un’esperienza della Cgil a Padova. Togliere il velo al project financing

di Andrea Castagna

Le ragioni della contrattazione territoriale

Il nuovo ospedale a Padova

Nuovo welfare non è privatizzazione

Esperienze di partecipazione e di conflitto di Legambiente a Padova

di Sergio Lironi

Spazi pubblici e pratiche di cittadinanza attiva

Le battaglie di Legambiente a Padova

Confronti aspri con l’amministrazione sulla perequazione

Riconquista di uno spazio pubblico. L’area Macrico a Caserta

di Maria Carmela Caiola

Cominciò con un’omelia

Il Comitato entra in Consiglio comunale

Si aprono i cancelli (ma per poco)

Cinquecentomila metri cubi nel parco

Nuovi protagonisti dello spazio pubblico nell’esperienza di Torino

di Ilda Curti

Quale spazio per quale città

Uso, usi e tempi dello spazio pubblico

Spazio pubblico, sicurezza e allarme sociale

Politiche dello spazio pubblico

Schede e interventi dalla società civile

Emilio Viafora, introduzione: Perché la CGIL è qui con voi; Mario Agostinelli, Comitati territoriali in Lombardia; Franco Arboretti, Il cittadino governante; Marco Boschini, Associazione dei comuni virtuosi; Paolo Cacciari, AltroVe: La rete dei comitati veneti; Luisa De Biasio Calimani, Associazione Città Amica; Giulia Fiocca e Lorenzo Romito, Stalker Osservatorio Nomade; Giovanni Laino, Arcipelago Napoli; Cesare Melloni, CGIL - Comitato regionale Emilia Romagna; Maria Pia Robbe, Veneziano GAS - Gruppi di acquisto solidale ed esercizi di democrazia; Maurizio Ulliana, Amissi del Piovego

Politica: governo collettivo dei beni comuni

di Chiara Sebastiani

A partire dalla memoria

Lo spazio pubblico come oggetto di politiche pubbliche

Lo spazio pubblico come spazio politico

La città, la società, gli spazi pubblici

di Edoardo Salzano

La città nasce con lo spazio pubblico

Spazio pubblico e città del welfare

Il declino dello spazio pubblico

Tensioni positive verso la riconquista

Che fare per riconquistare?

Bibliografia

In questa stessa cartella anche gli altri libri della Scuola di eddyburg

No Sprawl, a cura di Maria Cristina Gibelli e Edoardo Salzano; in appendice: proposta di legge elaborata da un gruppo di amici di Eddyburg “Principi fondamentali in materia di pianificazione del territorio” (maggio 2006), Alinea Editrice, Firenze 2006; ISBN 88-6055-063-7;

ABSTRACT

"Sguaiatamente sdraiato" è la traduzione fedele del termine sprawl che compare nel titolo di questo volume. Nelle discipline territoriali, lo sprawl è un modello di urbanizzazione disperso e a bassa densità che aggredisce la bellezza dei paesaggi sfigurandoli e annullandone le caratteristiche identitarie sotto una massa indifferenziata di elementi artificiali anonimi e spesso volgari.

Ma lo sprawl non è soltanto portatore di danni "estetici"; esso è per sua natura "insostenibile", perché produce elevatissimi consumi di suolo e una crescita incessante della mobilità su gomma, perché sottrae al ciclo biologico risorse insostituibili per l'equilibrio tra uomo e natura, perché esaspera i fenomeni di specializzazione e segregazione spaziale indebolendo la coesione sociale e il senso di appartenenza delle comunità. Si è capito che la frammentazione amministrativa e la deregolamentazione urbanistica hanno costituito una causa decisiva dell'elevata dispersione insediativa manifestatasi in molte regioni urbane europee negli ultimi decenni.

Perciò, in tutti i paesi avanzati il contenimento dello sprawl è oggi considerato un obiettivo cruciale, da affrontare prioritariamente attraverso riforme legislative, strategie e strumenti rinnovati di pianificazione territoriale ed urbanistica. Non è così in Italia dove gran parte della cultura e della prassi urbanistica sembra molto lontana dalla comprensione del fenomeno, della sua rilevanza negativa, della sua portata distruttiva.

In questo volume, studiosi di diversa formazione e specializzazione, ma uniti nella condivisione del progetto culturale di eddyburg.it (e del suo promotore, Edoardo Salzano), restituiscono un quadro, molto articolato dal punto di vista problematico e ricco di dati empirici e di raffronti internazionali, sui rischi della dispersione insediativa e della carente risposta normativa nel nostro paese. Comune agli autori, e ai loro scritti, è la critica perentoria e argomentata all'indifferenza manifestata da molta cultura urbanistica italiana recente nei confronti dei costi pubblici e collettivi associati alla dispersione insediativa, e la consapevolezza della necessità di una nuova stagione di riforme in materia di pianificazione urbanistica e territoriale.

A questo volume è allegato il testo della proposta di legge "Principi fondamentali in materia di pianificazione del territorio" elaborata da un gruppo di amici di Eddyburg nel maggio 2006, data la rilevanza attribuita, nel suo articolato, alle norme per il contenimento dell'urbanizzazione e la tutela del territorio rurale.

Si tratta di una pubblicazione di vasto interesse nazionale, sia per l'importanza degli autori, sia per la presentazione di una proposta di legge sulla pianificazione del territorio elaborata dagli stessi.

INDICE

INTRODUZIONE

Su alcune questioni di sfondo, di Edoardo Salzano

PARTE PRIMA

DESCRIZIONI

Diffusione, dispersione, anarchia urbanistica, di Mauro Baioni

Importanza della storia del territorio in italia, di Piero Bevilacqua

Consumo di suolo e trasformazione del territorio rurale, di Antonio di Gennaro e Francesco P. Innamorato.

Nel cuore verde della megalopoli padana, di Fabrizio Bottini

PARTE SECONDA

INDICAZIONI PER LA PIANIFICAZIONE

La dispersione urbana costi collettivi e risposte normative, di Maria Cristina Gibelli

Politiche per il contenimento del consumo di suolo in europa, di Georg Josef Frisch

Strumenti per interpretare e governare la città diffusa: accessibilità e mobilità, di Alfredo Dufruca

Disposizioni per il contenimento del consumo del suolo nella legislazione regionale, di Luigi Scano

L’esperienza di pianificazione della provincia di Bologna, di Piero Cavalcoli

La cancellazione della campagna romana, di Paolo Berdini

La pianificazione territoriale coordinata e la realizzazione del sistema dei parchi della val di cornia, di Massimo Zucconi

Consumo di suolo: le sfide per la pianificazione. Considerazioni conclusive sulla prima edizione della scuola estiva di pianificazione di Eddyburg di Mauro Baioni

APPENDICE

Proposta di legge. “Principi fondamentali in materia di pianificazione del territorio” elaborata da un gruppo di amici di Eddyburg (maggio 2006)

Le lotte studentesche esplose in Europa negli ultimi mesi, legate ad occasioni contingenti – come le proteste contro l'aumento delle rette nel Regno Unito o quelle contro il ddl Gelmini in Italia – meritano una riflessione di portata più generale. Un rapido sguardo storico ci mette innanzi tutto sull'avviso di un fenomeno di ampia portata: la crescita costante della popolazione studentesca universitaria nell'ultimo mezzo secolo. In Italia gli studenti universitari erano 402 mila nel 1965-66, raggiungono la cifra di 1 milione e 685 mila nel 1995- 96, si attestano a poco meno di 1 milione e 800 mila nel 2009-10. Spettacolare è anche la crescita degli scritti nel Regno Unito che tra il 1980 e il 2002 passano da poco più di 800 mila a oltre 2 milioni. Crescita proseguita fino a oggi. Nello stesso ventennio, nell'Europa a 15, essi più che raddoppiano , passando da 6 milioni e mezzo a 13 milioni e mezzo.

A che cosa si deve una tendenza sociale e culturale così evidente e negli ultimi decenni così accelerata? Senza dubbio essa è figlia dello sviluppo “generale delle forze produttive”, direbbe Marx. Le società industriali e postindustriali reclamano in maniera crescente forza-lavoro dotata di formazione superiore, in grado di soddisfare i bisogni produttivi e di creazione di servizi che il capitalismo richiede in questa fase di tarda maturità. Ma questa è solo una una faccia del processo.

Il crescente numero di ragazzi che prosegue gli studi iscrivendosi all'Università è figlio di un altro fenomeno: la sempre più accentuata disoccupazione giovanile e il tentativo di sfuggirla e di sottrarsi a un lavoro subalterno e precario grazie a una più elevata formazione. L'ideologia della competizione, nuova religione della nostra vita quotidiana, fa il resto. Com' è noto a livello generale, e come ha mostrato per l'Italia Livi Bacci ( Avanti giovani, alla riscossa, 2008), l'ingresso dei ragazzi nel mondo del lavoro si è spostato, significativamente, sempre più in avanti. Parlo di un fenomeno ormai storico, che dura cioé da due-tre decenni.

A tal proposito va ricordato quanto sia infondato il tentativo di molti commentatori di spiegare tutte le difficoltà del capitalismo attuale con la crisi in corso.Il loro sforzo apologetico di convincerci a tirare momentaneamente la cinghia, in attesa del luminoso avvenire che sta dietro l'angolo, ha lo scopo di farci accettare il vecchio modello di accumulazione oggi a pezzi.Ma quel modello, dal punto di vista della capacità di creare lavoro, era in rotta da tempo. Nel 2000, quindi 8 anni prima della Grande Crisi del nuovo millennio, nei 30 paesi dell'OCSE si contavano ben 35 milioni di disoccupati ufficiali. Creare pochi posti di lavoro e crearli precari è una tendenza ormai sistemica del capitalismo del tempo presente.

Ora, a partire dalla Processo di Bologna (1999) i gruppi dirigenti dell'UE hanno avviato un progetto di razionalizzazione degli studi universitari, tendente a uniformare a livello continentale procedure e forme di valutazione, ma con un intento strategico che apparirà evidente in seguito: staccare l'istituzione universitaria dall'ambito del welfare per trascinarla nell'agone del mercato. Da allora e in maniera sempre più evidente negli ultimi anni, gli sforzi dei riformatori si è indirizzato a fare dell'Università del Vecchio Continente una New Public Company, vale a dire una azienda pubblica, gestita secondo stretti criteri di economicità e di profitto. Una impresa come le altre in un mondo di imprese. Gli studenti, trasformati in clienti, dovevano pagare in maniera economicamente soddisfacente per sostenere l' offerta formativa di cui facevano domanda. Domanda e offerta si dovevano incontrare. E anche la formazione, dentro le aule delle Facoltà, doveva assumere la forma di prestazioni standardizzate sottoposte a valutazioni misurabili con crediti, secondo il nuovo e glorioso linguaggio bancario. E naturalmente gli studenti sono stati invitati a competere tra di loro. Così come le Facoltà e le Università, spinte a conquistarsi gli studenti-clienti con adeguate campagne pubblicitarie.

Quanto è avvenuto nelle Università inglesi illumina di chiarezza solare fino a che punto si è spinto il processo di aziendalizzazione degli studi, ma anche di mercificazione della vita. L'aumento delle rette fino a 9000 sterline l'anno – a parte i costi per vivere - che verranno anticipate agli studenti dallo stato sotto forma di crediti (secondo il modello USA) determinano un mutamento drammatico nella condizione di tantissimi giovani. Essi sono costretti a indebitarsi seriamente fino al conseguimento della laurea, senza nessuna certezza della riuscita finale. A parte l'ipoteca del debito che graverà per anni sulle loro spalle, da sostenere per lo più con lavori incerti e precari, non può certo sfuggire la novità che fa davvero epoca: gli studenti sono costretti ad assumersi precocemente dei rischi d'impresa. Da giovani in formazione si trasformano in imprenditori che investono nel proprio curriculum, ipotecando il proprio immediato futuro. Il neoliberismo mostra gli ultimi cascami del suo delirio economicista, mentre estende ulteriormente gli spazi sociali dell'indebitamento. Ma per questa strada infila un cuneo di disuguaglianza nella massa dei giovani e completa un processo ormai evidente degli ultimi anni: l'emarginazione sempre più conclamata dei ceti medi. Fenomeno di paradossale inversione nella storia del capitalismo contemporaneo.

Ora, io credo che l'attuale pressione sia economica che di ordinamenti indirizzata contro l'Università pubblica in Europa ( ma anche in USA, come mostra un'ampia letteratura) risponda a molteplici logiche. Avere una massa crescente di giovani laureati costituisce un vantaggio evidente per gli attuali gruppi dominanti. Da questa si possono selezionare più agevolmente i quadri eccellenti che sono in grado di far fare un salto di qualità al processo di valorizzazione del capitale: grandi manager, scienziati, creatori di brevetti, inventori di nuovi prodotti e servizi. La retorica dell'eccellenza che domina nelle ciarle pubbliche quotidiane ubbidisce a tale specifico fine. Ma la dimensione di massa di questa nuova manovalanza intellettuale costa troppo e perciò si tende da tempo ridurla e a selezionarla. Una strada intrapresa da tempo è quella di diminuire gli spazi dei saperi umanistici. Tutto ciò che rimanda a formazione, mondo umano, sapere critico e disinteressato, in una parola cultura, va vigorosamente ridotto. E' materia non edibile, come sostiene un ministro della Repubblica italiana, dichiarando l'evidente intento del capitalismo attuale e dei sui rappresentanti di muovere ormai apertamente contro gli assetti della nostra civiltà. L'altra strada, che nell'Italia degli ultimi due anni ha conosciuto fasti inauditi, è quella di tagliare i costi generali, trasferendoli alle famiglie.

Quest'ultima necessità sembra ubbidire a realistici vincoli di bilancio e quindi difficilmente aggirabile. In realtà, si tratta di una contabilità fasulla che trasforma l'interesse capitalistico in senso comune. Addirittura in realistico buon senso, specie di questi tempi, in cui la Crisi è stata trasformata in una sorta di minaccia divina, cui chinarsi rassegnati e pazienti. Che cosa appare , invece, a uno sguardo analitico che osservi i fenomeni a un livello minimo di profondità? Come già aveva osservato Marx, la formazione scolastica e culturale di un individuo soddisfa due diverse sfere di esigenze: per un verso arricchisce spiritualmente la persona, lo emancipa dalla sua condizione naturale, lo dota di sapere per sé. Ma al tempo stesso lo predispone a servire in forme più elevate la valorizzazione del capitale. Nessuno, nella società capitalistica contemporanea, sfugge a questo compito generale. Oggi, come già nell' '800 di Marx « tutte le scienze sono catturate al servizio del capitale.”.

Ma allora non può sfuggire la ben diversa contabilità che oggi va messa in luce. Tanto le famiglie che lo stato, nell'investire in formazione, non elevano solo culturalmente le nuove generazioni. Contribuiscono potentemente alla valorizzazione del capitale, creando forza lavoro altamente qualificata per le imprese. In alcuni casi, come nelle Facoltà di Economia, con i soldi pubblici si preparano soldatini pronti alla “guerra economica” senza neppure dotarli di quella cultura che potrebbe renderli non solo tecnici della crescita, ma anche esseri pensanti. I risparmi delle famiglie e il danaro di tutti, rastrellato attraverso la fiscalità generale, va a valorizzare l'impresa economica dei privati. E solo una ristretta élite di giovani parteciperà, più tardi, al banchetto dei profitti capitalistici. Chi restituirà alle famiglie il valore in più che con i loro risparmi hanno generato per il capitale? In che misura il fisco gravante sulle imprese restituirà allo stato gli investimenti sostenuti per valorizzare la forza lavoro altamente qualificata che esse impiegano?

E' evidente dunque che il bene comune del sapere necessità oggi di una nuova contabilità. Gli oneri per la sua produzione vanno ripartiti secondo un nuovo calcolo dell'utilità generale. Gli studenti europei mostrano di aver compreso l'aspro fronte di classe in cui si inscrive oggi la loro lotta. Quando la capiranno le formazioni politiche che si richiamano alla sinistra?

www.amigi.org



L'articolo di Piero Bevilacqua uscirà anche sul manifesto

ROMA - «In nome della sicurezza non si possono espropriare i diritti fondamentali». I costituzionalisti lanciano l´allarme e bocciano l´estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza: «Il rischio è di violare le libertà costituzionali». Il divieto di assistere a spettacoli sportivi è una misura restrittiva della libertà personale, disposta dall´autorità di pubblica sicurezza (il questore) nei confronti di una persona ritenuta pericolosa. È una misura di prevenzione - che prescinde cioè dalla commissione di un reato - giudicata legittima dalla Consulta con la sentenza 512 del 2002. Qual è allora il problema?

«Una cosa è comprimere il diritto di tifare Lazio, un´altra limitare il diritto di manifestare contro una riforma universitaria - risponde Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre - in questo secondo caso, infatti, c´è una tutela costituzionale rafforzata, perché esistono diritti funzionali ad altri». Tradotto: «La democrazia non si limita al voto e se prima delle elezioni non potessi manifestare la mia opinione, verrebbe aggredito un bene costituzionale di valore ben superiore al tifo calcistico». Per questo «i beni costituzionali vanno bilanciati e in nome della sicurezza, o della paranoia della sicurezza, non si possono certo espropriare i diritti».

Sulla stessa linea, il ragionamento di Stefano Merlini, costituzionalista a Firenze: «In base all´articolo 17 della Costituzione, le riunioni in luogo pubblico possono vietarsi "solo per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica". Il divieto vale dunque per tutti ed è esclusa la possibilità di impedire a un singolo cittadino di partecipare a riunioni non vietate. Non solo. Sulle misure di prevenzione si discute ormai da anni. Limitare la libertà personale con pronuncia dell´autorità di pubblica sicurezza, e non del giudice, è già al limite della costituzionalità nell´ambito sportivo; se esteso alla piazza travolgerebbe tutto il sistema delle libertà costituzionali, violerebbe la riserva di giurisdizione indicata dall´articolo 13 della Costituzione e rischierebbe di riportarci a una situazione simile a quella originaria del Testo unico di pubblica sicurezza, così come varato in epoca fascista».

Contro il rischio di generalizzare una misura eccezionale si schiera anche Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza di Roma: «Con una reazione emotiva e poco razionale agli avvenimenti complessi degli ultimi giorni - sostiene il giurista - il governo ancora una volta si contrappone all´autonomia e al ruolo della magistratura, alla quale sola spetta il potere di limitare la libertà di circolazione». E ancora: «Tutto questo è segnale di una cultura di governo più attenta alle questioni d´ordine pubblico, che alle garanzie di libertà dei cittadini, col rischio concreto di disattendere il chiaro quadro costituzionale improntato al garantismo».

Alla cautela invita Federico Sorrentino, docente di diritto costituzionale a Roma, «perché - premette - vanno comprese le legittime esigenze della sicurezza pubblica». Ma non per questo il giurista nasconde la sua «perplessità su una misura grave e di dubbia conformità al quadro costituzionale». L´estensione del Daspo al di là del ristretto ambito sportivo, infatti, «non incide tanto sull´articolo 21 della Costituzione relativo alla libertà di manifestazione del pensiero, quanto principalmente sull´articolo 17 che prevede la possibilità di vietare le riunioni per motivi di sicurezza, ma mai fa riferimento al singolo manifestante».

Pare che a Milano, faro guida del cabaret politico-amministrativo che poi si irraggia per tutto il paese, ne abbiano inventata un’altra. Un’altra cazzata, si intende.

Dal 15 novembre, se tutto va nel senso ipotizzato da questi programmatori della nostra vita, sarà vietato circolare senza catene a bordo in tutto il territorio della provincia. Della provincia di Milano, ovvero di quel luogo nel quale già nel periodo fra le due guerre si scherzava, tra tecnici, sui regolamenti edilizi comunali evidentemente ricopiati da qualche non-pensante, visto che riportavano abbondanti norme per i terreni in pendenza. Mentre appunto la provincia di Milano (allora tra l’altro molto più estesa di oggi) salvo qualche cavalcavia e la vigna di San Colombano, era piatta come il tagliere della polenta.

Un editoriale firmato sul Corriere da un economista della Bocconi si chiede: cui prodest? E la risposta in effetti pare proprio alla portata anche di chi alla Bocconi non è mai neppure passato davanti: i rivenditori di accessori auto. Perché le sedicenti spiegazioni neotrasportistiche, assai poco scientificamente desunte dalle recenti esperienze di ingorghi biblici causa nevicate, paiono proprio campate per aria.

È vero che ormai, ogni qual volta scendono un paio di candidi fiocchi, abbondano gli imbecilli messi di traverso sulla strada, o finiti direttamente nel fosso, perché pare non sappiano rinunciare alla partenza a scatto, alla frenata in stile Formula Uno all’ultimo momento, alla rotatoria imboccata usando il volante manco fosse il collo del nemico mortale. Ma è anche vero che, ad esempio nelle province pedemontane, nonostante dislivelli e precipitazioni più abbondanti, di casi del genere ce ne sono meno, e sinora a nessuno è saltato in mente di minacciare di multe e taglio punti patente chi non ha le catene a bordo.

Appunto: le “catene a bordo”. Perché poi bisogna montarle. Chi lo fa? La stessa ragazzotta che non riesce a distinguere l’asfalto asciutto (grigiastro o nero) da due dita di neve (se non altro grigio parecchio più chiaro)? Ma per favore!

In definitiva, pare proprio che ci risiamo: la nostra “sicurezza” usata come scusa per inventarsi inenarrabili sciocchezze, fare un piccolo favore agli amici e agli amici degli amici, fingere di risolvere un problema mentre invece se ne creano alcune dozzine. A parte il raggio d’azione esteso, pare la fotocopia del coprifuoco per i negozi, ovvero una monumentale cazzata in punta d’autorità assessorile. Qui però, vorrei entrare da dilettante allo sbaraglio nel campo della psichiatria: perché lo fanno? Intendo, a parte fingere di fare qualcosa, e a parte regalare un po’ di giro d’affari a garagisti e ipermercati.

La risposta suona più o meno: perché sono di destra.

Leviamo pure di torno la malafede, la goffaggine, lo sprezzo del ridicolo, e resta un’idea della vita, diciamo, alla Sarah Palin: armatevi di Winchester e scatole di munizioni, fate il pieno a SUV e motoslitta, e poi scendete sul territorio a vendere cara la pelle.

Fuori dalle palle il big government che vuole le vostre tasse per spalare la neve e chiudere le buche, trionfa il fai da te dell’Individuo, magari un po’ nascosto dietro le ovvie miserie degli individui con la minuscola. Un po’ come dire, e per anni l’abbiamo ascoltato senza farci tanto caso, la pubblica amministrazione non riesce a garantire la sicurezza delle persone e della proprietà, allora armatevi. Eccetera. Del resto, pur con eleganza britannica, anche il ministro per le aree urbane Eric Pickles quando ha imposto la teoria urbanistica dello “ spazio condiviso” declinata alla neo-conservative pensava la stessa cosa: via tutte le infrastrutture stradali inutili, cartelli, cordoli, libertà … ma in fondo voleva dire solo, arrangiatevi.

E quando, catene a bordo o no, vi ci vorranno (è già successo e succederà) ad esempio nove ore di viaggio allucinante nella notte bianca, per spostarvi da San Donato Milanese a Vimercate, ringraziateli. Quelli che le pensano, queste diaboliche sciocchezze, e quelli che in un modo o nell’altro li sostengono. Altro che un favore ai garagisti!

Nelle ultime settimane, a Napoli, Salerno, Avellino, Caserta e nei piccoli centri dell’interno, ci sono stati molti incontri, convegni, appuntamenti, in memoria del terremoto di trent’anni fa e poi servizi giornalistici e televisivi, e altre iniziative sono in programma nelle prossime settimane. Non era stato così nei precedenti anniversari dieci e venti anni fa, quando furono poche e trascurabili le occasioni per commemorare la catastrofe. È stata forse la prossimità del terremoto e la drammatica attualità della mancata ricostruzione dell’Aquila a sollecitare i ricordi, e vale la pena di proporre qualche piccola e riflessione.

Per prima cosa, una rapida ricostruzione dei fatti. Alle 19,30 circa del 23 novembre del 1980, una violentissima scossa lunga oltre un minuto – con epicentro al confine fra le province di Salerno, Avellino e Potenza – distrusse o danneggiò gravemente decine di comuni. I morti furono circa tremila. Ma, come si disse allora, se il baricentro sismico era stato nel cuore degli Appennini, il baricentro sociale fu a Napoli e nell’area metropolitana, dove il terremoto assestò il colpo di grazia a un patrimonio edilizio affetto da secolari processi di degradazione, provocando centinaia di migliaia di senzatetto. La situazione diventò subito terribile. A soffiare sul fuoco furono le brigate rosse mobilitate “contro la deportazione dei napoletani”. L’episodio più grave fu il rapimento dell’assessore regionale all’urbanistica Ciro Cirillo e l’assassinio della sua scorta, che generò un sordido intrigo fra terroristi, camorristi e servizi segreti. Se poco più di tre anni prima, in occasione del rapimento Moro, il fonte della fermezza era stato vasto e compatto, nel caso Cirillo la disponibilità alla trattativa fu immediata e unanime. Una vicenda tenebrosa che faceva seguito ad altri fatti di pochi mesi prima ancor più spaventosi e mai del tutto chiariti: la strage di Ustica del 27 giugno del 1980 e la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto.

Ma torniamo al terremoto. I soccorsi furono caotici, i ritardi paurosi. Funzionò invece benissimo la televisione arrivata dovunque per prima. Il presidente della repubblica Sandro Pertini intervenne con inusitata durezza contro il governo Forlani, di fatto determinandone le dimissioni. La vicenda va ricordata a coloro che in questi giorni accusano Giorgio Napolitano di scarso equilibrio nei rapporti con il governo Berlusconi.

La ricostruzione delle zone interne fu gestita ancora peggio dell’emergenza. Si cercò di far tesoro delle precedenti esperienze, il terremoto del Belice del 1968 e quello del Friuli del 1976. Nel primo caso, nonostante la regione a statuto speciale, la ricostruzione fu opera del ministero dei Lavori pubblici ed è difficile immaginare risultati peggiori da ogni punto di vista, dai ritardi smisurati agli esiti deludenti dei paesi ricostruiti altrove. Del tutto diversi i risultati in Friuli dove il potere fu subito affidato ai comuni, coordinati da un’attenta ed efficace azione regionale. In dieci anni la ricostruzione fu completata e non è forse un caso se da allora prese corpo il repentino sviluppo del Nord Est. [Per una storia sintetica ma completa, chiara e documentata dei terremoti dal Belice all’Aquila, cfr. Francesco Erbani, Il disastro, Laterza, 2010].

In Irpinia si cercò di fare come in Friuli, ma finì in tragedia. Le regioni Campania e Basilicata restarono alla finestra, tutto il potere fu affidato ai comuni, in assenza di coordinamento e di controlli, in un quadro politico comandato dal clientelismo e dagli affari. Per dire, i comuni terremotati, che erano in realtà qualche decina – 71 secondo lo studio di Manlio Rossi Doria, sul quale torno dopo – diventarono ufficialmente quasi settecento, tutti beneficiati dal pubblico erario. Comuni piccoli e piccolissimi gestirono decine di miliardi di lire. Quasi diecimila, dei cinquantamila miliardi di lire stanziati per la ricostruzione, finirono nelle tasche dei tecnici dell’edilizia, ingegneri, architetti, geometri, il ceto sociale più ricco, potente e famelico di questa parte d’Italia. Tutti di ferrea appartenenza partitica. Una delle pagine più scandalose fu l’insediamento di nuove aree industriali in montagna (quasi ottomila miliardi di lire), spesso dentro il letto dei fiumi e servite da inutili strade sopraelevate, oggi semiabbandonate.

Ci furono anche, qua e là, risultati apprezzabili a opera di volontari, amministratori e tecnici benemeriti, ma furono casi eccezionali. La verità è che, trent’anni dopo, è cambiata la geografia. A poche settimane dal terremoto Manlio Rossi Doria curò un rapporto sul territorio colpito, definito come “il cuore e la parte più bella dell’Appennino meridionale, una regione antica e di antica e solida civiltà”. Un territorio che presentava la minore estensione delle terre incolte o abbandonate di qualunque altra zona d’Italia o d’Europa. Alla fine del ‘700, mentre l’Italia nel suo complesso e il Centro Nord avevano un terzo della popolazione attuale, nei luoghi del terremoto era invece insediata la stessa popolazione di oggi. [Università degli studi di Napoli. Centro di specializzazioni e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno, Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980, Einaudi, 1981]. Prima del 1980 la popolazione era concentrata nei paesi, pochi i residenti nelle case sparse. Dopo il terremoto, gli antichi abitati si sono spopolati, si vive soprattutto in villette sparpagliate in campagna. E si resta sconcertati dal contrasto fra l’opulenza, lo spreco, il lusso di molte nuove case e lo squallore prevalente degli spazi pubblici e del paesaggio. Credo che sia stato Franco Arminio a raccontare meglio di tutti la mutazione anche antropologica di quelle terre. [Per esempio: “Il desiderio secolare di poter contare sul pane e su un po’ di povera lietezza non doveva trasformarsi nel desiderio del contributo”, in Viaggio nel Cratere, Sironi, 2003].

Concludendo, nelle zone terremotate e poi in tutta la Campania le conseguenze disastrose del dopo terremoto si sono sommate alla più generale decadenza della cultura urbanistica e alla crisi irreversibile della pianificazione, cominciate proprio all’inizio degli anni Ottanta, con la new wave della deroga come regola, dell’abusivismo condonato, del furore privatistico, fino all’infamia del piano casa. La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che, in trent’anni, dal 1980 al 2010, è raddoppiata la superficie urbanizzata e il consumo del suolo continua a ritmo vertiginoso.

«Non ci piace la Milano brutta, trasandata, lontana dagli standard di vivibilità delle metropoli europee», Valerio Onida, 25 ottobre 2010.

Milano, “capitale economica e morale” (si diceva) funzionava bene in ognuno dei suoi organi e nel loro insieme coeso, come un corpo sano. Ora, capitale – con Roma – della speculazione immobiliare e degli affari mafiosi, rifugge da tutte le buoni funzioni indispensabili per la buona vita degli abitanti, residenti o frequentatori. Era città madre della borghesia produttiva e della classe operaia, ora le due classi antagoniste e protagoniste, ragione primaria dell’organizzazione urbana razionale e conveniente per la comunità, sono sparite. Al posto dei borghesi non eredi dell’illuminismo – inesistente in Italia – ma illuminati, un ceto finanziario, proprietario, commerciale; al posto degli operai, impiegati (i nuovi operai?), negozianti, pensionati. Era città di industria caratteristica per diversificazione della produzione e della dimensione. Ora, distrutte inopinatamente tutte le fabbriche, è centro di due abnormi mercati improduttivi, quello della merce più preziosa, il denaro e quello dei terreni.

Milano esibiva belle case della borghesia e anche del ceto medio allineate nelle eleganti strade dell’Ottocento e del Novecento – benché non immuni da eccessi di densità fondiaria – e dignitosi quartieri popolari semiperiferici, specie dell’Istituto autonomo case popolari. Ora è sottoposta alla più smaccata deregolamentazione edilizia: violente alterazioni nel patrimonio esistente; costruzioni mostruose, specie in forma di grattacielo, laddove ci sia un’area vuota di cui la fasulla urbanistica comunale, nemica della pianificazione, esige il riempimento edilizio privato anziché la destinazione a parco comunale. Gli enti pubblici detenevano una parte del potere e non erano, come adesso, dipendenti in toto dai poteri economici; un Istituto come l’Iacp svolgeva i suoi compiti con una certa autonomia, persino in epoca fascista. Del buon funzionamento urbano era parte fondamentale e famosa la rete di tram, un mirabile sistema unico in Italia ed esemplare in Europa. Poi la politica municipale del trasporto, compiacente verso l’abuso dell’automobile, dopo aver abolito intere linee o averle sostituite con autobus solo in alcuni casi, ha raggiunto l’auspicato, dai liberisti, traguardo dei tagli bruti, della riduzione dei percorsi, dell’abolizione del collegamento più moderno, quello da periferia a periferia passando per il centro.

La città richiamava nuova popolazione, fattore essenziale di un riequilibrio demografico necessario alla vita urbana. Oggi, dopo la perdita di residenti cominciata a metà degli anni Settanta, ne ha quasi mezzo milione di meno e solo l’arrivo di immigrati non comunitari l’ha arrestata ma non ha potuto ancora ripianare lo scompenso strutturale, causa di gravi distorsioni nel mercato del lavoro, nel mercato delle abitazioni e nei servizi sociali. Il vecchio piano regolatore generale sancì la fine della pianificazione urbanistica. Presto cominciò a perdere i pezzi sotto la mannaia delle varianti pubbliche per favorire la ricostruzione privata della città tutta rivolta alla speculazione e non alla risoluzione dei problemi sociali. Milano, approdata al dominio dei capitalisti rentier, ha cambiato profondamente se stessa qua e là, così cambiando la totalità, attraverso l’erezione insensata di cubature edilizie enormi avulse dai contesti urbani e dalla domanda sociale: volumi destinati in buona parte all’inoccupazione ma tuttavia capaci di riprodurre plus-rendita nel processo incessante di compravendita. Esisteva un’architettura della città compatta. Accantonati gli spropositi edilizi del dopoguerra dovuti alla lassista legge sulla ricostruzione, Milano riusciva a superare gli errori mediante l’”affermazione ed evoluzione del razionalismo” (Piero Bottoni) e le opere degli architetti succeduti alla generazione dei maestri.

Ora è sottoposta a una doppia vessazione compendio di un’ulteriore novità nel passaggio di millennio e nel ventunesimo secolo: in basso parcheggi sotterranei multipiano in spazi pubblici di alto valore storico e sociale, piazze, slarghi ricchi di alberi (tagliati con gusto perverso), giardini intatti; in alto sopralzi di ogni genere, uno, due e più piani sfruttando cavillosamente la famosa legge per il falso riutilizzo dei sottotetti e la incredibile “regola” della Tslp, ovvero Traslazione di superficie lorda di piano (demenziale norma, secondo la quale si è potuta ottenere in una cortina stradale costituita di edifici a tre piani la riedificazione di una singola casa fino a otto piani). Intanto sorgono dappertutto, dentro e fuori della cerchia spagnola, gli oggettoni pseudo architettonici degli internazionalisti, non veri autori indipendenti ma attenti servitori degli imprenditori di turno ai quali garantiscono il perseguimento fino all’ultimo centimetro cubo della smisurata volumetria concessa dall’amministrazione comunale.

Non sorprende l’ultima trovata dell’assessorato “allo sviluppo del territorio” (locuzione programmatica): “realizziamo una nostra Defense” sui terreni di Ligresti prossimi alla zona destinata all’Expo (via Stephenson, periferia nord-ovest): cinquanta grattacieli per uffici. Superficie territoriale 400.000 metri quadrati, volume totale 3.600.000 mila metri cubi, probabile altezza dei grattacieli 140 metri (la guglia con la Madonnina è di 108,50), una densità di fabbricazione mai pretesa nemmeno dai più famelici speculatori del dopoguerra.

La città non funziona ed è brutta. La bruttezza, inseritasi nella città storica e dispiegata all’intorno, è peggiore della disfunzione perché irrimediabile. A Milano si stava bene.

Colpisce lo stupore con cui i giornali hanno riferito del governatore delle Puglie in visita in California, dove è stato fotografato in compagnia della granitica massa di Terminator Schwarzenegger: che ci sarà mai in comune fra questi due, oltre all’evanescente titolo, appunto, di Governatore? Oltretutto uno ex leader della quinta potenza mondiale, l’altro al secondo mandato nell’assai più modesto Tacco dello Stivale? Restiamo alle parole, a partire da quella più improbabile: Terminator. Che vuol dire, anche, linea d’ombra, passaggio dal buio alla luce, dal freddo al caldo, da una condizione a un’altra. E qui forse si comincia a capire meglio cosa ci azzeccano quei due: in una logica di mondi contrapposti, propongono ciascuno a modo suo una prospettiva trasversale. Partiamo da Schwarzenegger. Un po’ come successo da noi con Berlusconi, all’inizio non lo prendevano molto sul serio il mister muscolo, ex attore d’azione, anche dopo che si era fatto eleggere alla massima carica in California. Ma poi sono arrivate diverse sorprese: alcune positive.

Di governatori repubblicani anomali se ne sono già visti negli Stati Uniti: si pensi ad esempio al governatore dell’Oregon Tom McCall che fece passare nel 1973 una “legge urbanistica” (Senate Bill 100) che nulla aveva da invidiare alle migliori leggi urbanistiche europee dell’epoca, arricchendola anzi di contenuti molto avanzati in materia di tutela delle risorse ambientali e di pianificazione partecipata. E’ grazie a lui se la fascia costiera, una delle più belle che si affacciano sul Pacifico, è stata resa completamente inedificabile. L’anomalia repubblicana di Terminator sta nell’aver affrontato con lungimiranza la lotta al cambiamento climatico. Gran parte dello schieramento conservatore-petroliero ha strepitato di un complotto comunista contro lo sviluppo; lui ci ha visto (insieme al più lungimirante venture capital) un’occasione. Da sviluppare con azioni politiche coerenti: incentivi alle imprese che innovano, leggi che scoraggiano certi investimenti e ne sostengono altri, azioni correttive nel modo di operare della pubblica amministrazione; ma anche una nuova sensibilità per il costo collettivo e sociale dello sprawl.

Un bell’esempio di quest’ultima attenzione lo troviamo nel Senate Bill 375 del 2008: a partire da obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, si arriva (e questo gli interessi penalizzati l’hanno intuito subito con vero terrore) a mettere in dubbio la legittimità dell’American Dream, ossia del diritto inalienabile ad accaparrarsi privatamente quante più risorse ambientali e territoriali possibili, a spese della collettività. Naturalmente questa definizione è di parte: ma come altro chiamare il modello a tutt’oggi in vigore, secondo cui il denaro del contribuente finanzia le politiche pubbliche di sostegno alla raffinazione di petrolio, alla costruzione di autostrade, i crediti agevolati all’edilizia monofamiliare per una popolazione esclusivamente WASP in aree remote?

Il vero sogno americano era sognarsi che tutto questo fosse gratis. Con il Senate Bill 375 in pratica i fondi pubblici destinati ai trasporti verranno erogati con priorità alle aree metropolitane (ne sono state individuate 18 MPO – Metropolitan Planning Organization) che sono sollecitate a predisporre programmi di pianificazione coerenti con gli obiettivi ambientali. Ossia, appunto, in collisione con l’American Dream, perché si dovranno progettare quartieri compatti, strade urbane e fruibili a piedi, servizi, attività economiche e commercio integrati alla residenza, tutto coordinato con una rete di trasporti collettivi e mobilità dolce. Niente “di sinistra” forse, ma migliore gestione di risorse scarse e maggiore lungimiranza. Al di là degli strali dei destrorsi più o meno interessati, dai petrolieri al Tea Party, Schwarzenegger era e resta una persona con riferimenti conservatori, di destra, ma che cerca con vario successo di superare quel Terminator, quella linea d’ombra novecentesca che divide per schieramenti ideologici e, spesso, per miopia preconcetta.

Un altro esempio di Repubblicano anomalo lo troviamo sulla costa orientale: a New York dove il sindaco Michael Bloomberg ormai da diversi anni porta avanti il suo PLANYC 2030 per la sostenibilità ambientale. Da noi magari si parla solo della pedonalizzazione parziale di Broadway, o del pur interessante e innovativo recupero a parco della ferrovia sopraelevata della High Line, ma le politiche urbane che coerentemente questo piano innesca sono molto altro. E vanno dall’integrazione a rete delle iniziative alimentari-sociali (gli incentivi urbanistici per nuovi negozi nei quartieri poveri, gli orti urbani, i tetti verdi), al sostegno per le produzioni e sperimentazioni energetiche locali, alla mobilità dolce, alla straordinaria serie di azioni di rezoning intraprese dall’ufficio urbanistica: il Planning Department diretto dalla signora Amanda Burden con prospettive che ricordano le teorie di Jane Jacobs. E neppure Bloomberg lo si può “accusare” di essere anche solo lontanamente di sinistra. Un esempio: la liquidazione di tanto patrimonio di edilizia residenziale pubblica, dalla messa sul mercato di veri gioielli del Novecento come Stuyvesant Town (sinora destinato a ceti medi come insegnanti ecc.), a meccanismi che ben conosciamo anche noi come i cicli di riscatto degli alloggi popolari, che di fatto sottraggono potenzialità e strategia all’investimento e alla pianificazione (*).

Tornando dalle nostre parti, vediamo quello che è successo e sta ancora succedendo a Milano, con le incombenti elezioni del sindaco che si mescolano alle convulse vicende nazionali sia a destra che a sinistra. La linea d’ombra, il Terminator, i candidati alle primarie milanesi hanno cercato di superarla subito, dichiarandosi a vario titolo indipendenti da partiti e schieramenti. Con varie sfumature, e magari anche contraddizioni: le appartenenze, visibili e meno visibili, sono lì e prima o poi saltano fuori. Ma il senso era: proviamo a entrare nel merito delle questioni. Non pare proprio che siano stati aiutati in questo percorso, almeno dal vivo della campagna per le primarie a oggi. Salvo forse in quello che poteva apparire l’esatto contrario: la comparsata sostegno a Pisapia di Nichi Vendola, dove nonostante il tipo di pubblico assai schierato il tentativo era proprio di uscire dallo schema. Come invece non è avvenuto per nulla col candidato “ufficiale” del Pd, Stefano Boeri, il cui insuccesso è stato in gran parte determinato dalla invadenza del suo sponsor.

Qual è il problema, a nostro modo di vedere? Si può partire da quanto è sotto gli occhi di tutti: una città, Milano, ridotta al lumicino sul versante sociale, ambientale, urbanistico; avulsa da qualsiasi riflessione strategica con la sua area metropolitana, ormai libero territorio di caccia per i grandi interessi in settori parassitari, finanza ed edilizia in testa. Per non parlare degli aspetti anche formalmente criminali ormai organicamente alleati in questa “città dei veleni”.

Ma la domanda che oggi ci poniamo con crescente preoccupazione è: come se ne esce?

Sicuramente non recuperando il sedicente “meglio” del bel tempo che fu, che a Milano è assai difficile da rintracciare. Allo stesso modo, non può valere la sola opzione “prima di tutto mandiamoli a casa”, ma neppure pensare che tutto si risolva mettendo in campo la solita accoppiata alternativa di governo & buone intenzioni.

Si parla spesso di puntare al centro, senza poi capire esattamente di cosa si tratti. Per qualcuno, in positivo e in negativo, è solo tirare a campare, o peggio cambiare qualche faccia o slogan perché nulla cambi. Invece, ciascuno a modo suo, Schwarzenegger, Vendola, Bloomberg, Pisapia (gli americani con solide radici a destra, gli italiani a sinistra) propongono un percorso, di coinvolgimento di chi ci sta in un progetto innovativo, coerente, responsabile, e soprattutto fuori da schieramenti e alleanze prefissati a priori.

Vendola e Pisapia per ora hanno un problema in più: i tantissimi che in buona fede stanno tirando loro la giacchetta, ricordando che c’è il partito, la linea, e via con la lista di tutto ciò che è “fondamentale”. Mentre invece l’unica cosa fondamentale è, senza rinunciare alle radici, che anzi rafforzano la proposta, pensare a cose molto pratiche, in grado queste sì di coinvolgere i cittadini: di far loro aprire gli occhi e di farli tornare a sperare.

Non si può non essere d’accordo con una prima diagnosi dell’articolo di Asor Rosa sul ‘neo-ambientalismo italiano’, preliminare a ogni ulteriore considerazione: ovunque in Italia, in molteplici circostanze urbane e territoriali, per motivi simili, fioriscono e sono attivi comitati, a volte effimeri, a volte consolidati localmente come quasi mini-partiti politici. Questa Italia migliore – perché più altruista – esprime quanto esiste nel nostro paese in tema di democrazia partecipata. Dall’altra parte, da parte delle forze politiche, tutte, stanno risposte negative, l’indifferenza o l’ostilità, un comportamento che deriva prima di tutto dall’interesse di una classe ad auto perpetuarsi.

Veniamo alla parte propositiva. E’ essenziale l’idea che il paesaggio sia considerato ‘bene comune’, già lo è secondo la Costituzione. Per questo, una delle proposte cardine della Rete dei comitati per la difesa del territorio è di amministrare questo bene comune sulla base di una carta statutaria, uno ‘statuto’ appunto, fatto delle regole di uso e trasformazione del paesaggio e dei ‘paesaggi’.

Statuto del territorio a livello regionale, perciò, da articolare in tanti statuti locali, a livello di ‘ambiti’, distinti e sovraordinati ai piani, da cui discendano politiche urbanistiche comunali coerenti. Questa potrebbe essere una proposta unificante per la costellazione neo-ambientalista. Una proposta da praticare in forme di democrazia diretta – un esempio in Toscana è lo statuto partecipato di Montespertoli coordinato da Alberto Magnaghi – e da adattare a seconda delle realtà regionali, delle leggi, della qualità delle rappresentanze politiche. Va da sé che gli statuti una volta approvati non possano essere modificati con delibere di variante come avviene nei piani in un circuito interno alle amministrazioni.

Statuti e movimenti, termini apparentemente contraddittori, ma in realtà i primi possono prefigurare lo sfondo politico, unificante dei secondi, non fosse altro per un conseguente spostamento di potere decisionale verso il basso. Tenendo conto che i secondi, i comitati, ma anche movimenti, associazioni, costituiscono nel complesso una cittadinanza politicamente delusa, propensa ad astenersi dal voto perché non rappresentata se non combattuta dalle forze politiche di destra e di sinistra.

Ma le forze politiche perché sono così sorde nei fatti alle ragioni del paesaggio e dell’ambiente nonostante che la loro sostenibilità sia spesa (a parole) in ogni circostanza? Alla base – come sottolinea Asor Rosa - c’è un capitalismo oligopolistico, colluso con il potere politico, che in Italia si esprime nei grandi gruppi di costruzione e si sostanzia negli appalti, nei sub appalti, nelle ditte mafiose, nelle amministrazioni conniventi, nelle valutazioni ambientali fasulle, nei mancati controlli … tutte cose note, ma su cui è necessario insistere. E alla base della base ci sono le banche che finanziano le grandi opere, le Tav, le autostrade, le ferrovie i trafori; tanto più costano meglio è, più corrono interessi: rendite sicure perché tutte le perdite sono a carico dello Stato. Business che deve andare avanti, mal che vada a spesa del contribuente.

Ma allora, ci si può chiedere, di fronte a questo moloch cosa possono fare i comitati? In realtà quello che possono fare non è poco, prima di tutto resistere come fece il popolo vietnamita, che conosceva il suo territorio, di fronte allo strapotere militare americano. Poi, come dice Asor Rosa “allargare attorno a sé il consenso popolare”. Aggiungo, da professore universitario, svegliando la coscienza dei giovani, non con la propaganda ma mostrando la bellezza, (nel senso più pieno del termine), la profondità identitaria del paesaggio, l’unico vero bene non esclusivo, non riservato, aperto all’esperienza di tutti, bene comune appunto.

Tuttavia non si possono omettere i punti deboli della proposta federativa dei comitati. Il fatto è che qualsiasi federazione, qualsiasi coordinamento con finalità in qualche modo politiche richiede un’infrastruttura. E questa infrastruttura suppone ruoli, organizzazione, risorse finanziarie, tutto ciò che in realtà i comitati non possiedono e che è, oltretutto, lontano dal loro modo di essere. Infrastruttura che non può essere surrogata dalle prestazioni volontaristiche – il volontarismo è una fiammata, non un fuoco continuo. Si capisce perciò la decisione (nel convegno tenuto a settembre a Sarzana) del movimento ‘no consumo di territorio’ di rimanere allo stato di movimento – una decisione accompagnata, però, dalla dichiarazione della stanchezza per un lavoro volontario alla lunga insostenibile.

Qui, a mio avviso, potrebbero entrare in gioco le amministrazioni di sinistra, se sono tali non solo a parole e se capiscono che dare ascolto e supporto a movimenti e comitati è l’unica o quasi chance di rinnovamento. Iniziando da fatti semplici: rendere gli atti urbanistici trasparenti e accessibili, in particolare le ‘conferenze di servizi’ dove si consumano i peggiori crimini contro il territorio, sostenere processi partecipativi non istituzionali, rivedere le leggi e i piani - la Rete toscana ha fatto molte proposte circostanziate in proposito, come d’altronde le associazioni ambientaliste tradizionali. In Toscana, l’assessore al territorio, Anna Marson, si sta muovendo in questa direzione e ora la questione fondamentale è se la giunta regionale le darà quel supporto politico che nasce da una condivisone di valori.

Su un piano più generale ognuno può fare le considerazioni che crede. Certo sarebbe interessante se almeno un partito di sinistra non marginale fosse capace di rappresentare questa cittadinanza non rappresentata – diciamo il 10% degli elettori, ma forse sottostimo. Non per tatticismo o per opportunità locale, ma per reale adesione al principio che paesaggio e territorio sono beni comuni. Quindi con un conseguente cambiamento di programmi e di uomini.

PS Riccardo Conti ex assessore al territorio della Regione Toscana, grande sostenitore della autostrada tirrenica e di ogni altro tipo di opera è diventato il 21 giugno di quest’anno coordinatore nazionale del settore infrastrutture del Pd e da poco è entrato nel consiglio di amministrazione di F2i Sgr, Fondo italiano (chiuso) per le infrastrutture. “F2i Sgr nasce da un progetto condiviso tra Vito Gamberale, manager di lunga esperienza al vertice di importanti aziende italiane e, in qualità di sponsor, primarie istituzioni, istituti di credito, banche d’affari internazionali, fondazioni bancarie e casse di previdenza” (dal sito della società). Tanto per dire che il conflitto di interessi non è solo di Berlusconi.

Sarebbero dunque appena poco più di 2 mila le domande inoltrate ai Comuni per ottenere gli ampliamenti di volume previsti dai cosiddetti piani casa. Più della metà nelle sole Veneto e Sardegna; regioni ahimè non sempre nella fascia d'eccellenza nelle politiche di tutela del territorio (è possibile dimenticare che Zaia ha dovuto aspettare le alluvioni per ammettere che la maggioranza delle campagne è stata divorata dai capannoni?).

Altrove, nel resto del Paese, quasi nulla. Un migliaio di richieste in tutto. Un'inezia per delle leggi che, stando ai loro proponenti, avrebbero dovuto rilanciare l'edilizia e sanare il disagio abitativo. Che chi cercava casa non avesse nessun miglioramento da quei provvedimenti era ovvio e, infatti, dodici mesi dopo, sono cresciuti gli sfratti (+17%; dati ministero interni) e con la prevista cancellazione del fondo affitti altre 400 mila famiglie si troveranno presto sulla strada. Meno scontato invece che questo robusto ricostituente risultasse vano su un comparto, quello edile, che continua a languire e a bruciare posti di lavoro.

Davvero però non si può dire, come fanno invece le associazioni datoriali di categoria, che il fallimento dei “piani casa” vada attribuito alla loro severità e ristrettezza. Basta andare a rileggere l'intesa stato-regioni del 31 marzo 2009 con cui venne dato il via libera a quei provvedimenti per scoprire quanto poi le regioni, legiferando, tennero in scarso conto i vincoli là contenuti. Se il protocollo Fitto-Errani prevedeva infatti che la normativa non superasse la vigenza di 18 mesi, fosse riferita ai soli edifici residenziali e comunque non superiori ai 1000 mc e autorizzasse ampliamenti non superiori al 20%; tali e tante furono le eccezioni poi contemplate nelle leggi approvate dal finire col riconoscere anche gli edifici condonati, quelli inseriti nei centri storici e nelle aree protette e di concedere, in certi casi, anche aumenti pari alla metà del volume originario!

Insomma, si è realizzato un complesso di leggi contradditorie unite solo dal comune denominatore di sospendere e umiliare gli strumenti urbanistici ordinari.

Avvilisce ora che di fronte a dati inconfutabili che attestano il fallimento di quei provvedimenti, molte regioni, anche rette da coalizioni di centro sinistra, anzichè accompagnare alla naturale scadenza i loro piani casa, immaginino di prorogarli abbassando ulteriormente i vincoli di tutela. Rischia di essere una gara alla deregulation, all'aggressione del territorio e al sostegno alla speculazione. Capita pertanto di ascoltare, in queste settimane, l'ipotesi di inserire nei “piani casa” anche gli edifici abusivi; di estendere i benefici agli immobili commerciali e industriali e financo la facoltà di abbattere e ricostruire anche in sito diverso edifici fino a 3.000 mc concedendogli per giunta un incremento del 35%!


È davvero impossibile assumere un altro punto di vista? È proprio proibito, anche qui, sfidare l'impresa sul piano della qualità, della ricerca e, finalmente, dell'utilità? Occorre davvero insistere nel ricordare che il problema casa nel nostro Paese non è affatto dato da un deficit di volumi, ma piuttosto dalla sua scadente qualità, dall'assoluta indifferenza alle sue caratteristiche energivore, dall'inesistenza di una politica di alloggi a basso costo? Insomma, si può almeno provare ad indicare il tema di città più belle, più giuste e più utili?
Chissà che non sarebbe un modo per provare già ad andare oltre Berlusconi.



Bruno Pastorino 
è Assessore alle politiche per la casa del Comune di Genova

Tra il 23 e il 26 ottobre, a Teano, si svolgerà una delle più insolite manifestazioni politiche e culturali degli ultimi anni. L'occasione è la ricorrenza dei 150 anni dal famoso incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Un incontro assunto a simbolo dell'annessione dell'ex Regno di Napoli allo Stato sabaudo, e dunque della data di nascita dello Stato unitario italiano. Sarà perciò la prima delle celebrazioni che si susseguiranno lungo il 2011, e che con molta probabilità è destinata a restare come la meno convenzionale e politicamente più eterodossa dell'intera stagione.

A Teano prenderanno la parola gli storici, alcuni dei più prestigiosi studiosi italiani e stranieri dell'Italia contemporanea, che esporranno gli esiti dello loro più aggiornate ricerche e che tenteranno anche di fornire uno sguardo storico sulle trasformazioni recenti del nostro Paese. Serietà e severità scientifica, utili non solo come antidoto alle vulgate “revisionistiche” degli ultimi anni, ma finalizzate anche a una comprensione più profonda dei caratteri dell'Italia contemporanea. Tuttavia non si parlerà solo di storia. A Teano confluiranno le rappresentanze delle più vitali e generose associazioni che la società civile italiana é riuscita ad esprimere negli ultimi anni, da Libera all' Altra economia per intenderci, e che daranno vita a workshop tematici su problemi rilevanti del nostro tempo. All'interno di questi, per 4 giorni, una foltissima rappresentanza di studiosi di varia formazione, militanti, amministratori, sindacalisti, provenienti da ogni regione d'Italia, discuterà di acqua pubblica, beni comuni, città e territorio, energie alternative, legalità, disoccupazione e lavoro, formazione e ricerca, ecc.

Teano è dunque l'occasione per una riflessione storica non celebrativa che fa da sfondo e premessa alla rappresentazione in grande stile della nuova cultura politica che fermenta nel cuore del Paese e che non trova più rispondenza, e neppure un' eco, non solo nelle aule del Parlamento nazionale, ma neppure nelle stanze ormai vuote dei partiti. Certamente, nel comune campano si incontreranno culture, storie, persone fra loro diverse. Linguaggi e punti di vista che si confronteranno e in qualche caso, probabilmente, si scontreranno con schiettezza. Ma questo straordinario pluralismo culturale e politico si presenta con solide basi comuni: esso porta a Teano, pur nella varietà delle posizioni, la difesa delle autonomie locali e dei territori che non mette in discussione l' unità nazionale, i valori dell'accoglienza e dell'inclusione, la condanna senza se senza ma del lavoro precario, della guerra che viola la nostra Costituzione e porta morte ad altre popolazioni, rivendica la difesa e l'estensione dei beni comuni come forma di gestione che si sottrae al mercato, la tutela della legalità, la cura dell'ambiente e del paesaggio, la pratica di economie e di relazioni solidali, riafferma la centralità della scuola e dell'Università pubblica.

Potremmo dire che le giornate di discussione a Teano si presentano un po' come una metafora della sfida che una formazione politica all'altezza delle necessità presenti dovrebbe oggi in Italia assumere come proprio obiettivo storico: raccogliere la diversità di culture, economie, bisogni, storie e provenienze che sommuovono e talora lacerano il nostro Paese, ma che alimentano spesso la sua creatività, per farne la leva di un nuovo progetto di società solidale. Trasformare le sue interne diversità e differenze, l'arcipelago delle sue vitali difformità, in un superiore disegno cooperativo che ridia nuovo senso e nuove speranze allo stare insieme nella casa comune della nazione. E' forse oggi la sfida più grande che gli italiani hanno di fronte. Contro «l'egoismo territoriale» della Lega, fomite di divisione, ispiratore di un'idea rancorosa e perdente di organizzazione sociale, si può contrapporre una diversità che dialoga, che si tende la mano, che collabora nella comune sfida all'interno dell'economia-mondo del nostro tempo.

Ma Teano rappresenterà anche altro. In quei giorni nella piccola cittadina ci sarà quella che definirei l' Esposizione universale della sinistra reale del nostro Paese. Sia pure per ristrette rappresentanze, saranno all'opera le multiformi culture politiche che in tutti questi anni la sinistra non parlamentare è venuta elaborando al di fuori dei partiti, nel vivo delle vertenze, delle lotte locali, delle iniziative settoriali, sui siti della rete, sulla stampa, nei territori, nei mille comitati e associazioni in cui si è venuta esprimendo la politica dal basso in Italia. A Teano si potrà avere una idea campionaria di una sinistra del Paese, oggi priva di rappresentanza, e che il sistema maggioritario, applicato come una camicia di forza, tiene ai margini della vita politica nazionale. Ma questa Esposizione può costituire una grande occasione sperimentale. Qui si potrebbe cominciare a provare come la diversità, la varietà dei punti di vista, degli approcci, delle prospettive possa alla fine approdare a una pratica cooperativa, dare vita a un progetto comune: articolato, ma condiviso.

La stessa sfida che oggi ha di fronte l'Italia ce l'ha la sinistra. Ambedue, in passato, hanno saputo tenere insieme le diversità interne e hanno attraversato, da protagoniste, la storia contemporanea.

La sinistra non è ancora riuscita a portare la propria pratica politica all'altezza di una sfida che si è trovata di fronte negli ultimi decenni: la ricchezza critica e culturale raggiunta dagli individui nel nostro tempo. Essa è rimasta al di qua di questa soglia, che non le ha ancora consentito di approdare a una nuova epoca dell'organizzazione del conflitto. Le fedi del passato si sono dissolte e la politica, che certamente vive di passione, si pratica tramite le analisi circostanziate degli individui. E qui va accennata una verità scomoda: in passato gran parte dell'unità, del disciplinamento militante degli uomini della sinistra, era frutto anche di un atteggiamento semireligioso, di un'obbedienza passiva a dettami ideologici ridotti a catechismo. Il pluralismo delle visioni individuali oggi non consente più quella formidabile coesione ideale. Un livello sempre più avanzato di informazioni e di conoscenza critica rende arduo trovare tra gli individui la sintesi che costituisce la base della decisione, la premessa dell'azione comune. Ma qui sta il punto drammatico su cui occorre concentrare l'intelligenza di questo vasto arcipelago che è oggi la sinistra italiana. E' necessario elaborare, al più presto, una cultura dell'accordo, dell'accettazione delle decisioni prese a maggioranza, sapendo che una scelta collettiva valle mille volte la propria solitaria verità individuale. Coltivare non l'arte dell' unità – che non sarà più possibile – ma della cooperazione solidale deve diventare l'obiettivo strategico di una sinistra che esce dalla propria minorità.

Facile a dirsi, difficile a farsi. E tuttavia le innumerevoli sconfitte degli ultimi anni sono troppo ricche di insegnamenti per far finta di nulla. Alla fine sono le necessità che danno alle possibilità l'occasioni e i fondamenti per realizzarsi. O la sinistra consegue questo più avanzato livello cooperativo o s'inabisserà nell'irrilevanza.

A Teano si possono, dunque, fare prove importanti di questo territorio sperimentale. Perché la discussione avverrà su problemi concreti, lontani dalle diatribe degli schieramenti e delle tattiche elettorali in cui le oligarchie oggi in frantumi continuano a scindersi e a dissipare il loro tempo. Acqua pubblica, disoccupazione della gioventù, energie alternative, agricoltura biologica, acquisto solidale, rifiuti differenziati , vivibilità urbana, ecc. Tutti temi su cui non solo è facile trovare il legame cooperativo, ma che non si presentano come i tasselli sconnessi di rivendicazioni settoriali. Un comune, vasto orizzonte culturale e strategico li tiene insieme. Costituiscono le articolazioni di un progetto ormai sempre più evidente di società, che attende di trovare le proprie specifiche forme organizzative, per partire dai dispersi territori del Paese ed entrare come forza riformatrice nello luoghi decisionali dello Stato.

Qui il programma e gli altri materiali dell'incontro di Teano

Malfatano e la collina di Tuerredda, comune di Teulada, trasformati in cantiere edile. Un progetto invasivo che arriva dritto dai terribili anni sessanta con un tocco di stile Dallas-dinasty. La solita balla da capitan Fracassa che 150.000 metri cubi porteranno “lavoro” per incanto. Rivive l’antica pars dominicana, quella del padrone, a scapito della comunità di massai. I teuladini condannati a divenire un’indifferenziata manovalanza – un cameriere ogni quaranta posti letto, qualche muratore a scadenza, qualche giardiniere che anziché innaffiare il proprio campo innaffierà i giardini dei prìncipi – e un plotone di disoccupati ai confini del territorio dei nuovi signori delle spiagge e delle campagne vendute. E quando i padroni di Teulada chiederanno, per capriccio e concessione, qualche prodotto locale per la mensa dei ricchi, non ci saranno neanche formaggio, vino, grano per il pane, perché a Teulada non si produrrà più nulla.

Il “modello di sviluppo” che il Sindaco immagina per i suoi cittadini è talmente retrò da costituire una novità. E toglie speranza apprendere che il progetto Malfatano si sia concretizzato, anni fa, con un sindaco che si qualificava progressista. Altro che progresso. Altro che “indotti economici” per tutti. Questo è un modello con il quale si rinuncia al miglioramento sociale, alla qualificazione professionale, all’agricoltura, alla possibilità di operare e vivere secondo le personali capacità, si accettano tassi desolanti di scolarizzazione, si negano apprendimento e conoscenza, uniche forma di ricchezza durevole di una comunità. E si tratta di affari per pochi.

Nessuno immagina che i teuladini debbano rinchiudersi nei “furriadroxius”, fissati in una macchina del tempo. Le donne all’arcolaio, i maschi con la falce nei campi e con le greggi nei pascoli. Ma un’Amministrazione deve provvedere, o tentare di provvedere alla scuola e allo studio, a una possibilità di vita dignitosa, indipendente ed economicamente accettabile, a un lavoro duraturo per i suoi amministrati. Deve immaginare un’economia reale di cui sia responsabile la comunità, non un’economia affidata ad altri, a capitali luccicanti che alimentano se stessi. Non deve consegnare i propri cittadini e la terra su cui cammina e vive ad altri.

E’ inammissibile che il Sindaco di quel paese, impresario edile, propugni una crescita fondata su un uso atroce del mattone che ha fallito ovunque e in certi casi è saltato in aria con fragore. Le comunità che hanno distrutto le proprie prerogative si sono inesorabilmente impoverite. Ancora di più quando gli indigeni hanno “sgombrato” dalla loro incomoda presenza il territorio più bello.

Edilizia e turismo non sono veleni in sé, s’intende. Il veleno è contenuto nell’uso improprio delle due risorse che divengono tossiche se male utilizzate, nella politica microscopica che si allinea con i poteri economici dalle cui tasche cascano resti e rimasugli sui quali noi isolani da mezzo secolo ci avventiamo famelici. Il veleno è nel considerare “inutilizzato” un luogo intatto mentre lasciarlo com’è è il migliore degli “usi” possibile.

Ci rassicura un’idea, una filosofia economica che preveda “anche” il turismo ma conservando il legame con le proprie origini, senza distruggere il territorio e senza l’onta dello “sfratto” a chi lo abita e lo lavora da secoli. Un turismo tutto in mano a chi vive davvero i luoghi e li “risparmia”. Economie agricole aggiornate, lontane dalla retorica del contadino zappatore con la schiena curva. Una comunità operosa che costruisce il futuro sul proprio passato.

La nuova “signoria fondiaria” decisa dal Comune di Teulada ci riporta indietro sino all’economia curtense quando il signore del castello dominava grandi territori e lasciava le briciole ai massai. E proviamo per questo una profonda, dolorosa vergogna.

L'articolo è pubblicato contemporaneamente anche su la Nuova Sardegna

Per la realizzazione di Roma capitale il governo ha appena approvato il primo decreto attuativo, per ora riguardante solo l’assetto istituzionale. Un provvedimento retorico e demagogico che, se andasse avanti, provocherebbe un inverosimile sconquasso istituzionale, di fatto eliminando dalla geografia e dalla storia la regione Lazio e la provincia di Roma così come le conosciamo. Per quanto se ne sa, i poteri da trasferire alla capitale con successivi decreti legislativi dovrebbero riguardare i beni culturali, lo sviluppo economico e il turismo, l’assetto del territorio, le aree protette, l’edilizia pubblica e privata, la mobilità, i rifiuti, l’energia, la protezione civile e altre eventuali materie, tutte sottratte in particolare alla regione e alla provincia. Che sarebbero snaturate. Alla regione resterebbe integralmente la sanità e poco di più.

Si guardi il disegno: che senso avrà, come si potranno formare il piano territoriale di coordinamento o governare i trasporti di una provincia di Roma ridotta a spazio residuale, con un buco in mezzo? La popolazione provinciale – quella virtualmente riferita alle materie elencate sopra – si ridurrebbe da oltre 4 milioni di abitanti a meno di un milione e mezzo. E non tanto diverso sarebbe il declassamento della regione Lazio che, sempre astrattamente riferendoci a quelle stesse competenze, avrebbe una popolazione quasi dimezzata, e nella graduatoria delle regioni per peso demografico, scenderebbe dal terzo posto (dopo Lombardia e Campania) al decimo posto, dopo la Toscana e prima della Calabria. Insomma, un pasticcio incomprensibile che, tra l’altro, collocherebbe Roma e dintorni in una prospettiva molto peggiore di quella prevista per le ordinarie città metropolitane.

Il Sole 24 Ore dei giorni scorsi ha fatto il punto sui ritardi nell’avvio delle 9 città metropolitane previste dalle norme sul federalismo approvate l’anno scorso. Esse sono Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino e Venezia e dovrebbero sostituire le vigenti province, ereditando lo stesso territorio, oppure uno diversamente organizzato, in questo caso i comuni non ricadenti nella città metropolitana andrebbero assegnati alle restanti province “ordinarie”. Sarebbe quindi ridisegnata la geografia amministrativa, secondo principi dettati dalla logica e dal buon senso. Sempre che logica e buonsenso sopravvivano nel nostro povero Paese, e che la riforma vada avanti.

Roma capitale dovrebbe invece convivere con una provincia e una regione depotenziate, mortificate, superflue. Non serve la zingara per capire che siffatta impostazione non andrà avanti, se non altro per l’opposizione (giustamente) furiosa di regione e provincia. E allora si dovrà rimettere mano alla questione. Secondo me, la prima decisione da prendere dovrebbe essere di attribuire a Roma capitale il rango di regione, com’è stato fatto per altre capitali europee che comprendono sempre vasti territori (la comunidad autonoma di Madrid comprende 179 comuni). Di conseguenza si dovrebbe decidere se la regione Lazio sopravvive (con una diversa articolazione delle province) o viene spartita fra Toscana, Abruzzo e Campania. Insomma, un’autentica riforma. Inconcepibile con l’attuale personale politico, dell’una e dell’altra parte.

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