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Quando proviamo a spiegare la dimensione metropolitana agli studenti del primo anno che si avvicinano titubanti alle mistiche del territorio, risulta parecchio utile quello schemino grafico chiamato transect dai nuovi urbanisti americani: sul un lato c’è il classico profilo di una città, con le torri, gli edifici fitti, le vie relativamente strette, poi una fascia in cui i viali iniziano a popolarsi di alberi magari anche in duplice filare, e i fabbricati a distanziarsi, alla fine sullo sfondo del cielo ci sono più ciuffi di foglie che falde di tetti. È particolarmente utile quello schema per chi si esercita sulla fascia orientale dell’area milanese, che la pianificazione provinciale chiama Adda-Martesana, sviluppata sull’asse della Padana Superiore e del tronco extraurbano della Metropolitana linea 2.

Gli americani articolano questa specie di "sezione territoriale" in varie fasce, e nell'area milanese si può riconoscere una Transect1, una Transect2 e una Transect3. Nella T1 ci stanno le aree quasi solo amministrativamente distinte dal capoluogo, come la Cologno di Mediaset o la Segrate di Mondadori e dell’ospedale San Raffaele; poi c’è la T2 dei grossi centri intermedi con le forti concentrazioni industriali e residenziali, da Cernusco a Gorgonzola fino al capolinea MM2 di Gessate (e al futuro tracciato esterno autostradale della TEEM); qui inizia l’ultima fascia, la T3 dove ancora qualcuno è convinto di stare in campagna, magari solo perché ci vuole un sacco di tempo per fare in macchina la quindicina di chilometri che lo separano dalla linea della Tangenziale. E poi c’è quel bell’odore di sterco di vacca, genuino ed evocativo.

Lo chiamavano idiotismo della vita rustica Marx e Engels, lo chiameremmo (dovremmo chiamarlo) ideologia suburbana noialtri, giusto per aggiornare il medesimo concetto. Oggi non ci sono più l’analfabetismo, la superstizione, l’isolamento fisico e culturale dell’epoca tradizionale, ma non ci sono dubbi che nei cul-de-sac residenziali e produttivi, nelle varie Wisteria Lane o viale Di Vittorio cresciuti negli anni attorno ai minuscoli centri storici di cascine con ex villa padronale, scorre una vita per nulla metropolitana. Almeno se con l’aggettivo intendiamo la serie di caratteri positivi ancora così ben riassunti da una delle “calamite” di Ebenezer Howard.

Inzago, pianeta Transect3, dove si è manifestato in questi giorni il fattaccio delle operaie discriminate nel silenzio dei compagni di lavoro, lasciate a casa perché così possono fare meglio ciò che la natura ha riservato alle donne (almeno nell’opinione di chi decide localmente). Inzago, dove se spegniamo le lampadine e i motori delle automobili si può tranquillamente precipitare in uno di quei begli ambienti da decentramento industriale otto-novecentesco, tale e quale alla Crespi d’Adda che da qui si raggiunge facilmente anche in bicicletta.

Sul manifesto di oggi 1 luglio 2001, Ida Dominijanni osserva che si sarebbe “tornati” a un modello di relazioni industriali anni ’50. Osservato dalla prospettiva dello sviluppo territoriale e sociale prevalente, quello che si mangia territorio agricolo senza costruire nulla che si possa lontanamente paragonare alla città (diffusa o vaporizzata o infinita, a piacere degli appassionati consulenti di settore), il caso è un po’ diverso. Nel senso che a quegli anni ’50 ci siamo rimasti, come dovrebbe apparire evidente proprio dallo schema insediativo, auspicabile e sostenibile solo per chi ragiona fantasticando american dreams di capifamiglia con l’automobile, che escono ogni mattina dalle villette, salutati dalle mogli, e queste poco dopo escono a loro volta per accompagnare con la seconda macchina i figli a scuola, nel centro polifunzionale raggiungibile quasi esclusivamente in quel modo. Poi una sosta al centro commerciale (qui si chiama la Corte Lombarda, realizzato col classico trucco dell’enclave comunale incistata nella circoscrizione concorrente, a fabbricare congestione a carico di altri), e magari i bambini li andranno a prendere i nonni, per portarli al doposcuola, con la terza e quarta macchina della famiglia allargata e del welfare privatizzato.

Quasi ovvio che, intente ad opre femminili varie, atteggiamenti d’ordinanza più o meno imposti da casalinga disperata, vago avvenir che in mente avevano, le donne qui nascano già con una tara da discriminazione anni ’50. Per fortuna un pochino di idea di città pare filtrata, insieme agli scarichi, anche sul pianeta suburbano Transect 3, speriamo che riesca a imporsi.

Habent sua fata verba. Anche le parole hanno il loro destino nel confuso universo del dibattito pubblico. Il termine moderato, ad esempio, è di quelli cui sembra arridere un imperituro favore, continuamente rinnovato, anche quando esso appare sostanzialmente falsificato dalla realtà dei fatti. Così può accadere che, per spiegare la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, gli si attribuisca un sostanziale moderatismo, confliggente con l'area di sinistra che lo ha candidato. Un caso in cui appare esemplarmente la confusione concettuale e semantica che domina spesso il dibattito corrente. Si scambia la mitezza dei modi della persona con il suo programma politico. A Milano, casomai è stato battuto, già alle primarie, il debole progetto moderato avanzato dal PD, destinato a probabile insuccesso.

Ma perché il termine moderato gode di tanto pubblico favore? Esso incassa abusivamente i meriti indubbi della virtù morale che definisce in origine. La moderazione – dal latino modus, misura, medietà – è una encomiabile proprietà dell'uomo saggio e mite, che rifugge dagli eccessi. Un ideale di umanità che la civiltà romana mise in cima alla sua gerarchia di valori. Ma il passaggio dalla morale dell'uomo alla lotta politica e alla strategia dei partiti non sempre lascia inalterata quella eccellente virtù. In Italia, ad esempio, possono verificarsi imbarazzanti paradossi. Il PDL ha sempre preteso di essere un partito moderato. Eppure esiste oggi, sulla scena pubblica italiana, un personaggio più smodato, intemperante, eccessivo, disordinato di Berlusconi?

Perché il moderatismo politico oggi non è una virtù, ma, al contrario, la conclamata perversione di una politica riformatrice? A renderla tale sono fenomeni vari e complessi, riassumibili nella trasformazione subita dai partiti politici. Tutti, infatti – salvo quelli definiti radicali – ricercano oggi il “centro”, come un tempo i cavalieri medievali cercavano il sacro Graal. Essi puntano, cioé, a disporsi in una posizione intermedia fra le classi sociali allo scopo di rappresentare gli interessi moderati che si immaginano dominanti nella società. E' una scelta che mira dritta al successo elettorale e che non ha nessun progetto di trasformazione della società. I “moderati” assumono le gerarchie esistenti, i rapporti di forza dati non come il terreno di un progetto di trasformazione, ma come un principio di realtà. Si parte dallo status quo e dal potere su cui si regge, per rappresentarlo con messaggi politici e per svolgere un 'opera di mediazione e di raccordo con le più varie figure sociali, pensate come elettori, più che come articolazioni di una gerarchia di classi. Gli esponenti del moderatismo sono, dunque, gli agenti di un nuovo «mercato della politica», impegnati a vendere messaggi in cambio di consenso per la propria riproduzione di ceto. Per la verità il moderatismo – che non è nato ieri – non sempre ha svolto un ruolo così apertamente parassitario. La Democrazia Cristiana, ad esempio, tra gli anni '50 e '70, ha realizzato una politica moderata, che ha assorbito e neutralizzato vasti settori reazionari ed eversivi, presenti nella società italiana , imponendo, talora, forme contenute ma efficaci di modernizzazione capitalistica. Ma oggi ? Sotto il profilo culturale il moderatismo rappresenta la perpetuazione di un conformismo ideologico fra i più vasti e totalitari che l'umanità abbia conosciuto. Esso si fonda interamente sul “senso comune” neoliberista, un insieme di convinzioni dottrinarie fra le più estremiste della nostra epoca. Promuove, infatti, il sostegno incondizionato alla crescita economica, immaginata come il motore da cui discendono poi a cascata, per virtù del mercato, tutti i vantaggi distribuibili tra i vari ceti sociali. Ma è ancora così ? O non è diventata nel frattempo la crescita una fonte, per nulla moderata, di distruzione, sia sociale che ambientale? Basta un rapido sguardo storico per accorgersene. Forse che non è cresciuta l'economia USA negli ultimi 30 anni? Eppure gli americani hanno visto aumentare l'intensità e la durata della loro giornata di lavoro. In tale ambito sono ritornati indietro di quasi un secolo. Mentre l'insieme delle relazioni umane tendono, per dirla con Bauman, a liquefarsi. Non è cresciuta l'economia europea nello stesso periodo? Eppure la disoccupazione, già prima della crisi, è aumentata, solo in parte contenuta dal dilagare del lavoro a tempo determinato. Una intera generazione di giovani, in diversa misura da Paese a Paese, è stata gettata nel limbo dell' incertezza e della precarietà. Sono nati nuovi poveri, la disuguaglianza ha raggiunto picchi da antico regime, è dilagata l'infelicità sociale. E che cosa ha di moderato una crescita economica che rende sempre meno vivibili le nostre città, che viene distruggendo le risorse naturali a un ritmo insostenibile, che sta modificando il clima, che minaccia la possibilità di vita di intere regioni e popoli della terra nei prossimi decenni?

Il termine radicale non ha fortuna, perché esso è – nel linguaggio corrente – sinonimo di estremo. E dunque estremista, che oggi, in politica, è peggio di un insulto. Eppure, il pensiero teorico della sinistra aveva da tempo provveduto a disinnescare l'equivoco. E' ancora permesso citare Lenin ? Qualcuno ricorda almeno il titolo di Estremismo malattia infantile del comunismo ? Ma è stato Marx a insegnarci che radicale significa «andare alla radice delle cose», affondare lo sguardo in profondità, nei meccanismi costituitivi dei processi materiali: e quindi compiere un disvelamento dei fatti sociali occultati dalle idee ricevute, dal conformismo, dal belletto ideologico dell'industria culturale. Scorgere la distruttività fondativa del capitalismo. Giacché mai come oggi è stata tanto vera l'affermazione, dello stesso Marx, secondo cui «le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti»

Dunque, la politica che non voglia essere moderata, ma che ha l'ambizione di incidere negli equilibri sociali con modalità riformatrice, ha l'obbligo di una lettura radicale del capitalismo del nostro tempo, deve essere consapevole della sfida che ad essa pone il gigantesco “fallimento del mercato” ereditato dal trentennio neoliberista. Appare oggi evidente che essa può avere successo se si impegna a risalire la china di una sconfitta storica, di rapporti di forza impervi. Altrimenti soccomberà alla logica moderata della mera gestione dell'esistente. E come può farlo ? Come si può, ad esempio, in Italia – dove il 10% delle famiglie detiene quasi la metà della ricchezza – ridare equità alla distribuzione dei redditi? Come si può rimettere in piedi la nostra Università, dare un futuro alla ricerca e alla gioventù studiosa senza generosi investimenti? E' evidente che occorre sconfiggere interessi potenti e consolidati. E il tentativo può avere successo solo se sostenuto dalla forza di una mobilitazione conflittuale di inusuale ampiezza. Ma questa non è una invocazione di fede.

La società italiana, tanto per restare al nostro Paese, ribolle di conflitti. Spiace dirlo, ma nell'analisi dei risultati elettorali recenti pochi commentatori si sono ricordati delle lotte che da due anni occupano la scena pubblica nazionale. Gli insegnanti della scuola e le famiglie , gli studenti, i precari della ricerca, gli operai delle fabbriche in crisi, la FIOM e la CGIL, gli extracomunitari resi schiavi nelle nostre campagne, le popolazioni minacciate dai rifiuti o da impianti inquinanti, il “popolo viola”, le varie associazioni in difesa della Costituzione, i centri sociali e , finalmente, le donne: tutti hanno protestato. Qualcuno si è chiesto quale nuova immagine dell'Italia, delle sue condizioni reali, al di là delle finzioni televisive, hanno tramesso questi movimenti a tutti gli italiani? Quale collettiva critica dell'esistente hanno promosso ? Essi rappresentano i portatori di bisogni avanzati, l'energia del conflitto, una inedita creatività, le nuove culture e le forme inedite della loro comunicazione e diffusione. Una politica radicale comprende che le trasformazioni non si conseguono tramite accordi tra capipartito, per abborracciare qualche traballante governo. La possibilità di una modificazione profonda della condizione italiana passa attraverso l'unificazione entro un progetto comune di società di questa moltitudine di voci e di bisogni. Ed essa non va pensata solo come un bacino elettorale, ma deve essere resa protagonista, coinvolta in un processo partecipativo senza precedenti alla lotta politica. Trasformazione grazie a un di più di democrazia. E' un compito di grande difficoltà. Ma qui e solo qui sta la nuova frontiera della politica per la sinistra del nostro Paese.

www.amigi.org. Questo articolo è inviato contemporaneamenta al manifesto

La musica classica fa aumentare la produzione di latte delle vacche, e tiene un po’ occupato il cervello dei popoli bue nei momenti di passaggio. Fino a non molti anni fa, forse ancora oggi in certi paesi e contesti, alla morte o caduta del potente di turno, della classe dirigente indiscutibile e indiscussa, si accompagnavano giorni e giorni di silenzio, rotto solo dalle note di qualche musicista sette-ottocentesco trasmesse dalla radio. Adesso il mondo in generale non deve più subire per forza quei lunghi momenti di tempo sospeso, e però …

Però ad esempio quando ci sono le elezioni, nei normali paesi democratici, non c’è alcun bisogno di sospendere nulla. Si tratta di un corrente passaggio di consegne, niente tragedia, al massimo qualcuno un po’ incazzato perché il popolo lo ama meno del previsto, e avanti il prossimo. E allora perché i siti web delle istituzioni non si comportano nello stesso modo? Perché non restituiscono in tempo reale, come dovrebbe essere il loro compito, cosa si sta evolvendo? Ci sono problemi tecnici, d’accordo, ma si possono risolvere appunto decidendo di risolverli. Il problema vero è che nessuno ci ha davvero pensato, se non di sfuggita, almeno volendo pensar bene.

Facciamo un piccolo esempio: la giustamente decantata vittoria del nuovo alle elezioni comunali di Milano. Sono passati dieci (10) giorni, durante i quali sono state assegnate deleghe, conferiti incarichi, prese responsabilità. Ci riferiscono giornali, siti, blog, di un cambiamento nell’organizzazione generale del sistema di governo, con accorpamenti, innovazioni, scorpori ecc. Nel piccolo mondo dell’urbanistica, piccolo non troppo visto che fra Piano di Governo del Territorio, Expo e grandi opere varie ci si è giocati molto del consenso dei cittadini, questi dieci giorni potrebbero aver anche ribaltato il modo di pensare la città, il suo futuro, il rapporto fra abitanti e grandi operatori che sinora hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Sul sito però nessuna traccia, nemmeno un avviso che spiega qualcosa del tipo “stiamo lavorando per voi, le cose che leggete sui nuovi progetti e quartieri appartengono all’altra amministrazione, fra una settimana arrivano gli aggiornamenti, ci scusiamo per il ritardo dovuto a malattia del responsabile ”. C’è un nuovo assessore, che non si chiama più Masseroli ma De Cesaris, e che rilascia anche alla stampa dichiarazioni di massima sulle proprie intenzioni, e però un marziano appena atterrato e che leggesse le varie pagine del sito troverebbe paro paro le grandi promesse del privato è assolutamente bello, di Santa Giulia paradiso di grandi e piccini, e via discorrendo. In definitiva, forse anche peggio della musica classica trasmessa dalla radio quando cade il dittatore, perché almeno non dà informazioni fuorvianti.

Ora, è perfettamente comprensibile che in dieci giorni non si riorganizza alcunché, neppure il modo di produrre e aggiornare il sito web di un grande Comune. Ma un impegno programmatico lo si potrebbe chiedere da subito, a questa come a tante altre amministrazioni che si insediano nel segno della novità e di un rapporto più diretto coi cittadini: piantatela di star solo chiusi in qualche stanza a decidere per il bene del popolo, non vi fa altro che bene comunicare in tempo reale quello che succede, come e perché. Gli strumenti tecnici e organizzativi ci sono, le strategie formali di comunicazione pure, usatele. Poi arrivano anche le indiscrezioni, i blog, le interviste ai quotidiani. Ma si tratta di cose in più, non invece.

Fra le novità che emergono dal primo turno delle elezioni amministrative, l'arretramento della Lega è certo la più sorprendente. Le aspettative di una ulteriore avanzata sono state smentite. Ma questo è il dato di partenza. Come già alcuni osservatori hanno messo in evidenza, la Lega che esce da queste elezioni si trova stretta dentro sempre più evidenti difficoltà. Io direi che è finita in un cul de sac di contraddizioni insostenibili.

Non è solo il dispositivo tattico del «partito di lotta e di governo» che si sta rompendo. Probabilmente si è consumato uno spiazzamento strategico più profondo. Per afferrare la novità che il risultato elettorale comincia a rendere evidente è necessario svolgere una breve considerazione preliminare. E' necessario rammentare la diversità originaria di questa formazione politica. La Lega è nata per coagulare e dar voce a un risentimento collettivo. La recriminazione di ampi ceti e territori rimasti privi, per anni, di rappresentanza e di ascolto nel governo e nel Parlamento. Una sorta di autoidentificazione conseguita per contrapposizione al potere centrale – “Roma ladrona” - e a un Mezzogiorno rappresentato come un corpo parassitario in preda alle scorribande della malavita. Più tardi un nuovo nemico esterno, i clandestini, è stato utilizzato con la stessa funzione. Dunque, e com’è noto, una delle forze propulsive della Lega è stata la sua carica “antipolitica”, la critica e la denigrazione del ceto politico tradizionale, che rappresenta un “comune sentire” degli italiani da almeno un ventennio. Il suo populismo è stato sempre più autentico di quello mediatico berlusconiano, perché legato ai territori, a ceti produttivi istintivamente portati a vedere come impacci le mediazioni e i rituali della politica, i tempi lenti delle istituzioni.

Ma in quest'ultima esperienza di governo i dirigenti nazionali della Lega non solo sono apparsi a loro agio dentro i fasti imperiali di “Roma ladrona”. Non solo hanno tenuto il sacco, in ogni occasione, alle più sordide prove pubbliche e private del presidente del Consiglio, mostrando una subalternità al Capo che ha incrinato non poche sicurezze. Un Bossi che si contorce e inventa fasulle opposizioni interne al governo, destinate a sciogliersi come neve al sole il giorno dopo, appare non più libero, consegnato mani e piedi al magnate di Arcore. Il grande capo della Lega, per riprendere il suo gergo, finisce coll' apparire sempre più, anche ai suoi, come un “contaballe”. Ma occorre anche aggiungere che, in questa discesa negli inferi della più squallida politica, i leader della Lega sono apparsi , volenti o nolenti, compagni di governo di un gruppo politico che varie indagini della magistratura hanno mostrato come una ramificata “cricca” affaristica. Non è tutto. Negli ultimi mesi niente ha potuto più nascondere che la Lega fa parte di un Governo tenuto in piedi dal più sconcio mercato di piazza di parlamentari mai verificatosi nell'Italia repubblicana.

Ora, è vero che Bossi fa appello al residuo fondo di cinismo nell'animo dei suoi elettori, per poter tagliare il “grande traguardo” finale. La traversata del deserto per giungere alla terra promessa del federalismo. Una sorta di fine della storia, il paradiso conclusivo in cui i popoli della Padania si assesteranno finalmente pacificati e felici per i decenni avvenire. Ma raggiungere l'obiettivo finale, per un movimento, non solo fa venir meno le ragioni per continuare a marciare. Il risultato nasconde un altro rischio. Scoprire che il federalismo fiscale non cambia gran che nella vita delle persone e dei territori, e che la storia non è finita, ma continua come prima e forse peggio, può generare cocenti delusioni di massa.

Da un punto di vista sostanziale, il federalismo fiscale è destinato a restare a lungo una scatola vuota, uno slogan sempre più inservibile. I suoi risultati economici e politici si vedranno – se tutto dovesse andare per il meglio – a distanza di anni. Ma per il momento niente potrà impedire che gli amministratori locali della Lega, appaiano come severi esattori di un fisco sempre più esigente. La responsabilità fiscale ha un lato scomodo che molti sindaci e assessori dovranno sperimentare a proprie spese. Questa riforma dello Stato, infatti, non solo non è a costo zero, ma deve fare i conti con la presente situazione economica e con la feroce politica deflattiva della UE. Tonino Perna su questo giornale, è arrivato a ipotizzare, che essa è un modo per “decentrare “ il debito pubblico. Ora, rammentiamo che Tremonti è, per unanime opinione, l'uomo della Lega nel Governo. Ma lo stesso Tremonti è il severo applicatore in Italia di quella politica, che colpisce tutti, ma non meno di altri i ceti produttivi che la Lega pretende di rappresentare. E anche su questo versante le contraddizioni tra il governo e “il popolo della Padania” diventano stridenti.

Di recente si è visto che la presenza al governo non è servita neppure per arginare i flussi migratori ingigantiti ad arte da Maroni. Ma è apparso anche a tanti uomini semplici da quale giganteschi problemi mondiali proviene l'emigrazione che oggi attraversa l'Europa. Che può fare la piccola Lega di fronte a un mondo così apertamente ingovernabile? Al cospetto di tali scenari tramonta anche la minaccia secessionista. Le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità sono state così calorose, in Italia, non per un rinato patriottismo, ma per evidente ostilità nei confronti degli atteggiamenti antiunitari della Lega. Dietro cui sta una ragione evidente: in un mondo spazzato dalle scorribande delle forze finanziarie transnazionali, se già lo Stato–nazione appare insufficiente a difenderci, che cosa potrà mai una strana patria chiamata Padania, di cui non sono visibili né i confini, né tanto meno le dogane? Nel frattempo si è già appannata l'immagine mitologica del Nord immune dai fenomeni criminali, che serviva a marcare la lontananza e la diversità del Sud. E la patria onesta e laboriosa delle origini, anche da questo lato, svapora. La criminalità mafiosa è operosa anche al Nord.

E vero che la Lega, in tante realtà locali è anche buona amministrazione, servizio ai cittadini. Ma il fondo culturale che la sorregge è privo di forza e di progetto, quando non escludente e rancoroso nei confronti degli esterni. L'ancoraggio della Lega al cosiddetto territorio è privo di una cultura del territorio. Basti dare uno sguardo a che cosa è accaduto alla geografia del Nord-Est, sconvolta da una cementificazione caotica che oggi penalizza anche le attività produttive che doveva servire. Paradossalmente, in Italia una cultura territoriale ricca e avanzata esiste da tempo, anche se di rado prende forma di rappresentanza politica. Mi riferisco non solo a quanto hanno prodotto negli ultimi anni i vari movimenti ambientalisti, ma anche a quella potente leva di immaginario che è stata ed è l'elaborazione di Slow Food. Un nuovo racconto culturale che ha riempito i luoghi di cucine, prodotti, agricolture, tradizioni, apertura al mondo. La stessa cura di quell'immenso patrimonio che è il nostro paesaggio, e che imprime al nostro territorio una connotazione unica, da chi è venuta ? Non certo dalla Lega. Anche qui occorre cercare a sinistra, a Italia Nostra, al FAI, alla Rete dei Comitati coordinata da Asor Rosa, al sito eddyburg di Salzano. E ora si potrà guardare anche alla Società dei territorialisti, promossa da Alberto Magnaghi, che raccoglie le numerose intelligenze che in Italia si occupano di territorio.

Dunque, in questa fase, la Lega vede liquefarsi gran parte delle ragioni della sua forza e non può tornare all'opposizione, senza rischiare l'insignificanza. Deve restare attaccata al governo e condividere tutte le abiezioni in cui sarà trascinata in questo finale di partita. E qui occorre rammentare che la “maggioranza del popolo italiano” di cui così tanto, in questi anni, si è vantato Berlusconi, in realtà non era che il frutto di un patto politico tra forze diversissime tenute insieme dall'abilità indubbia ( ma anche dal potere televisivo) del premier. E' noto: si è sfilato prima Casini, poi Fini, tardivamente, dopo aver commesso l'errore capitale di gettare AN nell'inghiottitoio del PdL. Oggi occorre mostrare agli elettori della Lega che le vele di questo partito si sono afflosciate e nessun vento le gonfierà. Anche quest'ultimo anello della catena si sta rompendo, bisogna spezzarlo definitivamente, ed il Grande Gioco di Berlusconi è finito.

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Gli auguriamo naturalmente un ampio successo nella sua attività di governo: a tutti è noto quanto bisogno abbiano il nostro patrimonio culturale e il nostro paesaggio di una politica finalmente adeguata alla loro straordinaria importanza.

Mentre il ministro sarà oggi in visita al sito archeologico campano, comincerà il suo percorso parlamentare il decreto legge 31 marzo 2011 , n. 34 contenente, fra l’altro, disposizioni urgenti in favore della cultura.

Ed è sull’articolo 2 di tale decreto, quello dedicato ai provvedimenti in favore di Pompei, che desideriamo attirare l’attenzione del ministro.

Al contrario di quanto autorevolmente affermato sui media e in sede governativa, nel decreto non vi sono per Pompei risorse economiche aggiuntive certe: non un euro proviene dalle casse ministeriali in più dei fondi normalmente in dotazione alla Soprintendenza autonoma di Napoli e Pompei. E non solo ci si affida all’ipotesi di eventuali risorse messe a disposizione dalla Regione Campania (in condizioni finanziarie non esattamente floride), ma il comma 8 prefigura addirittura trasferimenti di fondi fra Soprintendenze. Peccato che in passato tali trasferimenti abbiano piuttosto seguito un percorso al contrario, abbiano cioè comportato il passaggio di risorse finanziarie dalla Soprintendenza pompeiana (d’altro canto di gran lunga la più ricca) ad altre in maggiori difficoltà.

Riequilibri e aggiustamenti non sono peraltro riprovevoli in sè, soprattutto nella disastrata situazione economica in cui versa il Mibac, ma è a dir poco contraddittorio che in un decreto che dovrebbe stanziare risorse aggiuntive si prevedano storni che non potranno che essere in una sola direzione.

Ancora, per quanto riguarda le risorse in termine di personale, del tutto avventate ci sembrano, rispetto al dettato del decreto, le cifre pur autorevolmente avallate di 30 archeologi e 40 operai da ssumere ex novo: i 900.000 euro peraltro già nella disponibilità del Mibac consentiranno un massimo di 25-30 assunzioni complessive (e si tratta, beninteso, di uno sforzo non esiguo).

Ma ben più grave, sotto il profilo della legittimità, appare il comma 6 che consente interventi - di qualunque natura - in deroga agli strumenti di pianificazione urbanistica e rappresenta quindi l’ennesima, ingiustificabile sanatoria a priori.

In un territorio quale quello campano gravato da decenni di abusivismo che hanno degradato uno dei paesaggi fra i più celebrati al mondo si vuole quindi consentire l’ennesimo strappo alle regole, peraltro senza alcuna reale necessità legata alle esigenze di conservazione e tutela in senso ampio dell’area archeologica.

Affinchè questo nuovo corso che si preannuncia finalmente per Pompei proceda con quella trasparenza necessaria all’importanza della posta in gioco, occorre fare chiarezza sulle risorse disponibili, e dare in via esclusiva alla Soprintendenza Archeologica la gestione di quel programma di manutenzione programmata che, come ci risulta, la stessa Soprintendenza aveva peraltro già elaborato in anni recenti.

La conservazione programmata quindi è la strada maestra, quella pratica che seppur sbandierata come recente acquisizione , ben prima di ora e a ben altro livello di competenza lo stesso ministero aveva saputo concepire: il lungimirante e straordinario Piano Umbria di Giovanni Urbani, vera pietra miliare della storia della tutela, risale al 1974.

Archiviata doverosamente la disastrosa stagione dei commissariamenti (ma lo stesso si deve fare, da subito, per l’area archeologica centrale di Roma e per L’Aquila) nessuna scorciatoia amministrativa è riproponibile, ma piuttosto si deve mirare ad una collaborazione allargata con professionalità di consolidata esperienza (archeologi, architetti e restauratori di sicura competenza pompeiana) quali peraltro abbondano fra gli studiosi stranieri . Pompei torni ad essere il nostro biglietto da visita: un laboratorio internazionale così come avveniva fin dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Un cantiere di restauro a cielo aperto accessibile ai visitatori (non quello finto e perciò fallimentare della Casa dei Casti Amanti) come pratica di valorizzazione ben più efficace dei ricorrenti e risibili progetti in stile “Disneyland peplum”, inequivocabile sintomo di provincialismo culturale.

Senza rifare per l’ennesima volta operazioni di documentazione e rilievo già compiuti in passato anche recente, disponibili e tutt’al più aggiornabili con costi limitati. E senza distorcenti aspettative nelle salvifiche virtù della tecnologia (dalle nuvole di punti alle ricostruzioni in 3D) che se non inserite e rigidamente verificate all’interno di una pianificazione di attività complessiva, finiscono inevitabilmente per produrre disastrosi risultati quanto a rapporto costi/benefici.

Ma la prima azione che invitiamo il ministro a intraprendere con decisione è, senza ombra di dubbio, il ripristino della legalità: a partire dalla più ferma opposizione ad ogni iniziativa di condono e a provvedimenti che a qualsiasi titolo consentano operazioni in deroga alle norme vigenti.

La rinascita di Pompei non può che essere fondata su di un sistema di regole certe e trasparenti; in tal senso il sito archeologico deve essere l’esempio di quel ritorno ad una corretta pratica di governo del territorio che costituisce il primo e più efficace strumento per la difesa del nostro paesaggio e del nostro patrimonio culturale.

Il testo costituisce una versione rielaborata di un comunicato predisposto dall'autrice per Italia Nostra

Che la democrazia versi in più o meno precarie condizioni, in tutti i paesi in cui essa è nata o si è sviluppata nella seconda metà del Novecento, è un fatto abbastanza noto. Almeno a coloro che hanno letto qualche libro di analisi politica negli ultimi anni. Basterebbe rammentare il fatto che la democrazia è nata ed è anche cresciuta all'interno dei territori nazionali ed oggi deve fare i conti con poteri che si muovono senza frontiere, sulla base di leggi che spesso questi medesimi poteri impongono ai governi. La subalternità del ceto politico - quello che forma per l'appunto i governi e gli Stati - al potere economico e finanziario costituisce uno degli elementi di corrosione degli istituti democratici che si erano formati nel secolo scorso. Occorre aggiungere che la competizione inter-capitalistica a livello mondiale è arrivata a un tale grado di asprezza, che gli ordinamenti democratici vengono vissuti sempre più, dalla grande imprenditoria capitalistica, come una camicia troppo stretta.

Da qui la richiesta di messa in discussione dei diritti sindacali, degli accordi contrattuali, della dignità del lavoro, ridotto a merce flessibile e precaria. La democrazia diventa un ostacolo al mercato e va adattata alle sue regole. Ma così diventa un simulacro. In Italia, tuttavia, il fenomeno ha aspetti particolarmente gravi. Da noi il potere economico non si limita a condizionare il governo. In Italia è accaduto l'impensabile. Un imprenditore è diventato egli stesso il presidente del consiglio. Ma non un imprenditore qualunque, un grande magnate della tv, ossia il proprietario monopolista dello strumento principe con cui si fa la politica nel mondo attuale.

C'è di più. Questo presidente del Consiglio ha ai suoi ordini il più abietto ceto politico che abbia mai calcato la scena pubblica nella storia dell'Italia contemporanea. Non è un'invettiva moralistica ma, da storico, una constatazione freddamente politologica. Mai si era visto un'intera maggioranza di governo umiliata al punto da fare propria la più inverosimile delle menzogne per difendere il proprio premier (la nipote di Mubarak). Mai si era visto nel Parlamento italiano trionfare un così spudorato mercato dei posti di parlamentare. Moralismo? Ma l'abiezione morale dei parlamentari dei Pdl e dintorni è la condizione politica perché il presidente del consiglio possa usare le istituzioni dello Stato per fini strettamente personali, senza che questo crei dissenso e contrasti all'interno del governo e della maggioranza. Ed è anche la condizione sostanziale perché il magnate Berlusconi possa estendere la sua maggioranza con strumenti di persuasione che nessun altro possiede. Nel frattempo, perché si possa trasformare la menzogna in verità viene attaccato un potere fondamentale dello Stato, denunciati i giudici come golpisti, comunisti, persecutori di chi comanda grazie al voto popolare.

È democrazia questa? Certo, non ci sono i carri armati per le strade, le tipografie dei giornali nemici non sono incendiate, gli oppositori non sono buttati in galera. Ma si commette un grave errore di valutazione pensando che la democrazia possa morire violentemente come lo Stato liberale e sottovalutando gli aspetti etico politici della questione. Ricordiamo che la democrazia vive anche dell'ethos storico che anima le sue istituzioni. Se questo si spegne, muoiono anche i suoi istituti e noi siamo un paese fragile dove dilaga la corruzione, un paese che vanta l'infelice primato di possedere tre delle maggiori forme di criminalità organizzata del pianeta. Si indovina quale può essere il seguito della nostra storia? Di fronte all'inaudito dobbiamo solo gridare il nostro sdegno? Dobbiamo limitarci a protestare educatamente?

La proposta paradossale di Asor Rosa - equivocabile quanto si vuole - era un'evidente provocazione, frutto di una situazione moralmente intollerabile, che voleva fare scandalo. E lo scandalo occorre suscitarlo, perché le democrazie possono morire in molti modi, anche per stanchezza e rassegnazione. La canea suscitata sul Foglio da Giuliano Ferrara - un fine intellettuale, noto per il suo disinteresse personale e per sua coerenza politica, che ha dato contributi fondamentali alla cultura italiana - non mi stupisce. Continua nel suo mestiere di servire il Principe facendo finta di avere a cuore le sorti dell'Italia. Ma il manifesto bipartisan pubblicato sul Foglio del 15 aprile «contro l'antidemocrazia intollerante e anticostituzionale», firmato da parlamentri Pdl e Pd, dà le vertigini per la sua grottesca stupidità. È Asor Rosa la minaccia alla democrazia? Silvio Berlusconi sta facendo a pezzi la nostra Costituzione e si sottoscrive un manifesto con i suoi accoliti contro un intellettuale che ha reso un po' più degno vivere in questo Paese?

Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

"I litorali su cui insistono chioschi e varie strutture turistiche saranno oggetto di diritto di superficie che dura 90 anni", questo dice il decreto. I Verdi: "In nessun paese d'Europa e del mondo si è arrivati ad una simile gestione del demanio marittimo"

"Le spiagge su cui insistono chioschi e varie strutture turistiche saranno oggetto di diritto di superficie che dura 90 anni", questo dice il decreto sviluppo approvato oggi. In sostanza chi prende in concessione uno stabilimento balneare può andare avanti praticamente a vita. E le rassicurazioni Giulio Tremonti, "le spiagge restano pubbliche" ha detto, non rassicurano ambientalisti e opposizioni che attaccano: "Svendono i litorali italiani". Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli commenta: "In nessun paese d'Europa e del mondo si è arrivati ad una simile gestione del demanio marittimo".

"Un decreto sottosviluppo" con all'interno "un piano casa e la privatizzazione spiagge: un regalo senza precedenti a mafiosi, abusivi e speculatori" commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. "Mai avremmo potuto immaginare di raggiungere un punto così basso - aggiunge Cogliati Dezza - Il Belpaese smembrato e devastato dal cemento, in mano alla criminalità e agli speculatori con l'avallo del governo".

Tremonti, però, difende il provvedimento: "Tutto ciò che è terreno su cui insistono insediamenti turistici (chioschi, stabilimenti balneari) sarà oggetto di diritto di superficie, che durerà novant'anni e dovrà essere richiesto dagli imprenditori che vorranno proseguire la loro attività. Il diritto sarà ovviamente a pagamento e noi riteniamo che sarà pagato molto bene, ovviamente a condizione che ci sia regolarità fiscale e previdenziale". "Abbiamo ritenuto - spiega il m inistro - che un diritto lungo dia una prospettiva di tempo sufficiente per fare degli investimenti e creare lavoro".

Secondo il Codacons il piano spiagge, "concedendo il diritto di superficie sulle nostre coste per un periodo addirittura noventennale, crea le premesse per un "grande" piano di cementificazione del territorio".Positiva, invece, la reazione della Fiba, il sindacato dei balneari della Confesercenti. :"Sul diritto di superficie che interessa gli insediamenti turistici sulle spiagge la posizione di Tremonti è una positiva novità che registriamo con grande interesse".

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico ha inoltrato (5 maggio 2011) un esposto al Commissario per gli usi civici della Toscana, del Lazio e dell’Umbria, al Presidente della Regione Lazio, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli e al Procuratore regionale della Corte dei conti per il Lazio avverso il “piano delle alienazioni di beni immobili di proprietà comunale da classificare nel patrimonio disponibile” del Comune di Capena (RM) che, inopinatamente, include fra i terreni da alienare per far cassa ampie aree in loc. Macchie appartenenti al demanio civico di Capena, fra i boschi, proprio nel sito dove ha avuto origine l’antichissimo borgo laziale.

Il piano delle alienazioni del Comune di Capena è stato approvato con deliberazione Giunta comunale n. 21 del 25 marzo 2011, ai sensi dell’art. 58 del decreto-legge n. 112/2008, come convertito nella legge n. 133/2008 (vds. Corte cost., 16 dicembre 2009, n. 340, che ne dichiara la parziale incostituzionalità) sul presupposto, evidente quanto erroneo, che i terreni appartenenti al demanio civico siano di proprietà comunale – patrimonio disponibile.

Invece, è necessario ricordare che con sentenza del Commissario per gli usi civici per la Toscana, il Lazio e l’Umbria n. 35 del 31 ottobre 2003 veniva riconosciuta l’appartenenza al demanio civico di Capena delle aree in argomento. Tale provvedimento giurisdizionale veniva confermato con sentenza della Corte d’Appello di Roma, Sezione speciale usi civici, n. 11 del 26 agosto 2005 e con sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni unite civili, 12 marzo 2008, n. 6524 (ord.), proprio sulla Collettività di Capena. E’ chiaro, quindi, che quei terreni in buona parte ricoperti di macchie e boschi fanno parte del demanio civico.

I diritti di uso civico sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale.

Inoltre, i demani civici sono tutelati ex lege con il vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico ha chiesto il diniego da parte della Regione Lazio di qualsiasi autorizzazione alla sdemanializzazione delle aree in argomento, al Commissario per gli usi civici l’emanazione dei necessari provvedimenti per il rispetto delle sentenze già passate in giudicato. Agli Organi inquirenti ordinario ed erariale è stato richiesto lo svolgimento delle opportune indagini finalizzate a evitare la commissione di eventuali reati e il depauperamento dei demani pubblici.

Ulteriori informazioni su http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it

A voler essere filologici e anglofili, come vogliono i tempi, la frase dall’autobiografia My Life and Work del 1922 recita: “ The modern city has been prodigal, it is today bankrupt, and tomorrow it will cease to be”. Un successone: da allora il mondo tutto, coi tecnici in prima linea, si è dato da fare per realizzare il sogno. Al momento ci abitiamo in mezzo a quel sogno, e non è un bel vivere.

E a voler essere ancora più filologici e giusti, già all’epoca in cui l’autobiografia di Ford era fresca fresca di inchiostro qualche urbanista preveggente aveva intuito il problema, oltre l’entusiasmo sfrenato dei vari guru alla Le Corbusier o Wright. Basta ricordare che tutti i quartieri usati da Clarence Perry come casi studio per costruire la sua famosa teoria della neighborhood unit rispondono essenzialmente a due principi: realizzare isole di viabilità locale, autonoma e fortemente pedonale nella maglia delle grandi arterie automobilistiche; usare la composizione funzionale e l’organizzazione spaziale per farle corrispondere a un quartiere socialmente equilibrato. La realizzazione più coerente, e successiva alle teorie di Perry, è quella di Runcorn in New Jersey, dove per la prima volta si provano a mescolare strade per le auto a cul-de-sac con piccoli gruppi di case che sembrano fotocopiate dall’agreste manuale di Raymond Unwin per le città giardino.

Anche qui un altro successone: quei cul-de-sac iniziano a diffondersi come un virus, li vediamo ancora oggi in quelle mappe GoogleEarth, una specie di ameba di dimensioni continentali. Anche la città, quella già costruita, inizia a adeguarsi, usando la vecchia tecnica dello sventramento per realizzare le nuove strade per l’automobile. Strade, appunto, non vie. C’è una bella differenza. Le vie sono fatte per le persone, arterie di un grande corpo che è la città; le strade per far transitare veicoli da un punto A sino a un punto B, sono come i tubi di un sistema idraulico, o magari quelli della canna di un fucile. Il quartiere fatto di vie e la città degli ingegneri del traffico fatta di strade si evolvono ognuno per conto suo, con una interpretazione particolarmente perversa dell’unità di vicinato. Li vediamo ancora oggi nelle nostre città, specie nelle periferie anni ’60-’70, quei grumi di case e palazzi a cui si accede solo passando sopra o sotto qualcosa: dovevano essere parti organiche della città, secondo i progettisti, che non avevano però messo in conto cosa, nella testa di altri progettisti, teneva insieme il tutto: le canne di fucile della circolazione veloce. Altro che nuclei sociali equilibrati, quelle sono delle versioni tascabili della valle del Little Big Horn, con gli abitanti a fare da caricatura del Settimo Cavalleggeri in rassegnata attesa dell’attacco finale della tribù di Cavallo Pazzo. Cavallo Vapore, per essere precisi.

Non è un caso che proprio là dove è nato il problema quasi un secolo fa, si stia sviluppando un movimento che si chiama “Complete Streets”, Vie Complete, rigorosamente distinte da qualunque road, dove si cammina, si va magari in macchina, si entra ed esce dagli edifici e via dicendo. Sembra una sciocchezza a prima vista, ma provate a fare tutte queste cose su un tratto stradale di quelli suggeriti ad esempio dal nostro Codice della Strada, quello che prevede di abbattere tutti gli alberi e fasciare il nastro stradale con delle belle strisce doppie di guard-rail zincato! Là dentro c’è solo un’opzione di sopravivenza, ovvero comprarsi un baccello metallico privato, prezzo variabile da 8.000 euro minimo in su. Le vie complete vogliono anche uscire dalla valle del Little Big Horn in cui le ha confinate certa progettazione urbana novecentesca. Uno degli strumenti tecnici è quello ideato dall’ingegnere eretico olandese Hans Mondermann, e si chiama “spazi condivisi”, ovvero un’organizzazione del piano stradale che fa coesistere in una secie di conflitto governato le varie modalità di spostamento: l’esatto contrario della pedonalizzazione a ben vedere, e anche l’esatto contrario delle arterie veloci.

Per applicare il principio non basta una progettazione puramente ingegneristica, occorrono anche strategie e programmi: l’eliminazione generalizzata delle barriere, che vuol dire anche organizzazione urbanistica e permeabilità, mica un paio di scivoli; una offerta funzionale composita delle vie, che non sono tali se non sono abitate e percorse; l’intervento diretto (bestemmia!) sulle ex arterie veloci, a partire dai punti di attraversamento da e per la zona interessata dal progetto attuativo.

Questa cosa si chiama idea di città, addirittura. L’hanno sperimentato ad esempio nella cittadina di Ashford in Gran Bretagna, sinora famosa per il mega-outlet progettato da Richard Rogers, e per la prima stazione isolana del treno internazionale sotto la Manica. A Ashford avevano da molti anni un problema, prodotto esattamente dalla cultura automobilistica novecentesca, ovvero di aver “risolto” la continuità fra centro storico e zone di espansione col classico anello di circonvallazione. Beh, che c’è di strano, ce l’abbiamo pure noi a Ciccibuccoli di Sotto la circonvallazione, e stiamo benissimo, potremmo forse pensare. Invece loro volevano star meglio, e hanno così iniziato una revisione dello strumento urbanistico, tutta basata sulla permeabilità multimodale di quell’anello di circonvallazione.

Non certo con sovrappassi e sottopassi, si scavalca l’anello di circonvallazione, ma addomesticandolo, facendolo diventare una via come le altre, almeno a partire da quei punti, che ridiventano piazze anziché svincoli di traffico. L’arredo urbano naturalmente è solo l’ultima fase, prima c’è la pianificazione degli interventi su traffico esterno, e quindi prima ancora la riorganizzazione funzionale di alcuni quartieri, delle grandi barriere (l’alta velocità ferroviaria tanto per fare un piccolo esempio), dei servizi ecc.

Poi gli studi psicologici e percettivi, per intenderci alla Kevin Lynch, o Jan Gehl, o William Whyte: come reagisce l’automobilista davanti al pedone, e viceversa? Quali spazi e comportamenti mettono più a loro agio entrambi? La velocità è un fine o un mezzo? Beh, naturalmente si potrebbe continuare un bel pezzo, con domande, risposte, casi studio. La cosa fondamentale è cercare di non fare tutti la fine degli abitanti del quartiere di Milano, modernizzato dai soliti tecnocrati gonzi, e raccontato da Franco Vanni nell’articolo che segue. E chiedersi: in quante delle nostre città succedono cose simili, o anche peggiori in prospettiva, e le accettiamo come destino ineluttabile?

Franco Vanni, Prigionieri di uno spartitraffico, la Repubblica Milano, 29 aprile 2011

Sono aumentati gli incidenti stradali, sono spariti i posteggi, e soprattutto è diventato impossibile fare inversione di marcia a causa del nuovo spartitraffico. Con il risultato che per fare dieci metri si è costretti a una gimcana di un chilometro e mezzo. Sono oltre 800 le famiglie residenti in via Graf e via De Pisis che si oppongono alla trasformazione della strada voluta dal Comune: da viottolo a fondo cieco a grande arteria di traffico. Questa mattina bloccheranno la circolazione in segno di protesta, attraversando la via a velocità di lumaca.

Da quando il Comune ha trasformato e ampliato la strada, 840 famiglie di Quarto Oggiaro sono di fatto prigioniere in casa propria. Gli incidenti d’auto sono aumentati e sono scomparsi centinaia di posti auto. Via De Pisis, un tempo vicolo cieco di poco transito, oggi è un’arteria di traffico importante che collega via Eritrea alla Bovisa. La trasformazione della strada, considerata strategica da Palazzo Marino già negli anni Ottanta, scontenta i residenti che hanno scritto decine lettere di lamentela. Della «grande e strategica opera viabilistica» (sindaco Marco Formentini, settembre 1994) i residenti vivono solo i pesantissimi effetti collaterali.

Per protesta, oggi, dalle 10.30 bloccheranno per un’ora il traffico sulla via, camminando a passo di lumaca sulle strisce pedonali.

Lo spartitraffico che separa le due carreggiate costringe i residenti delle vie De Pisis e Graf a percorrere un chilometro e mezzo di strada in auto per passare dall’altra parte, vista l’impossibilità di fare inversione. La nuova conformazione della strada, con marciapiedi ridotti e nessuna visibilità verso i veicoli in transito per chi esce dai posteggi, ha causato 14 incidenti negli ultimi due mesi e mezzo, di cui due hanno coinvolto ambulanze. Con i lavori, cominciati sette mesi fa, se ne sono andati anche 350 posti auto in strada. E il cantiere, ancora aperto, contribuisce a creare caos nella circolazione. «L’amministrazione ha sempre dimostrato menefreghismo verso le nostre richieste - dice Isabella Morosini, portavoce del comitato di zona - per questo abbiamo deciso di bloccare la strada».

Luca Ruffino, anche lui attivo nell’assemblea dei cittadini del quartiere, attacca: «La speranza è che qualcuno ci ascolti. Vogliamo punti di svolta, posteggi e sicurezza. Abbiamo raccolto 500 firme e le avremmo volute consegnare alla Moratti». E infatti ieri il sindaco, temendo contestazioni, ha rinunciato all’annunciata visita a Quarto Oggiaro.

La storia delle strade a scorrimento veloce nella zona Nord della città, un tempo riunite nel "Progetto Gronda Nord", è lunga è travagliata. La costruzione della "superstrada urbana continua", che nei sogni delle giunte socialiste avrebbe dovuto decongestionare il traffico, si è scontrata con una valanga di ricorsi, bocciature del Tar e pronunciamenti sfavorevoli da parte della corte dei Conti. La "grande opera" è stata allora fatta a pezzi, con i singoli spezzoni approvati e finanziati in maniera autonoma. Uno è quello di via De Pisis.

Nella maggior parte degli stati americani i finanziamenti alla cultura sono calati drasticamente e nel Regno Unito i tagli del governo conservatore hanno provocato la chiusura di quattrocento biblioteche. Tocca ai cittadini mobilitarsi per salvare queste «infrastrutture democratiche»

Ci è voluto un cinico giornalista del Financial Times per scrivere nero su bianco quello che tutti pensano ma si guardano bene dal dire in pubblico: le biblioteche sono destinate a morire. In un lungo articolo pubblicato il 16 aprile, Christopher Caldwell ha tracciato un primo bilancio delle chiusure provocate dai tagli del governo conservatore nel Regno Unito: quattrocento biblioteche in meno. Dall'altra parte dell'Atlantico il 15 per cento delle biblioteche americane negli ultimi mesi ha ridotto l'orario di apertura, le altre cercano disperatamente aiuti privati per evitare di farlo.

Dall'osservatorio di Pittsburgh posso aggiungere che in Texas si sta discutendo un bilancio 2012 in cui i finanziamenti alle biblioteche vengono ridotti del 99%, oltre a una perdita di 8 miliardi di dollari in fondi del governo federale. In Florida, il Senato ha eliminato il 100% dei contributi alle biblioteche, il che provocherà anche una perdita di finanziamenti del governo federale, che sono legati a un certo livello dei servizi. In California il bilancio è ancora nel caos e difficilmente i servizi culturali saranno risparmiati.

In competizione con i pompieri

Un'eccezione c'è: la Pennsylvania, dove i finanziamenti dello Stato non calano: l'anno prossimo il Public Library Subsidy rimarrà allo stesso livello del 2011 (53,5 milioni di dollari) al contrario di molti servizi essenziali, come l'università, i trasporti pubblici o la difesa dell'ambiente, che il nuovo governatore repubblicano Tom Corbett ha tagliato senza esitare. Secondo American Libraries, 19 stati su 50 hanno ridotto i fondi per le biblioteche (e dieci hanno fatto tagli superiori al 10%).

Il Financial Times spiega che le biblioteche non attraversano una crisi passeggera ma una fase in cui la loro stessa esistenza è in dubbio. La ragione è semplice: in quanto istituzioni finanziate dai governi locali esse devono subire le conseguenze di una crisi fiscale che non è contingente. Tutti i governi occidentali hanno bilanci pesantemente in rosso e in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, ridurre la spesa pubblica è diventato una priorità. Né Cameron né Obama vogliono (o possono) aumentare le tasse, quindi possono soltanto tagliare le spese e non saranno certo quelle militari a essere ridotte, almeno nel breve periodo.

Tra le spese non militari, le biblioteche devono competere con servizi sanitari sempre più costosi e con un sistema pensionistico squilibrato per ragioni demografiche (in futuro ci saranno più pensionati che lavoratori attivi). La crisi continua a mantenere elevate le spese di assistenza ai disoccupati e ai poveri e - sottolinea Caldwell - negli Stati Uniti «le spese locali per il welfare sono spesso obbligatorie per legge mente le spese per le biblioteche sono discrezionali».

La fine della transizione

L'autore dell'articolo va oltre: «Le biblioteche appartengono a un periodo di transizione alla fine del XIX secolo, dopo l'affermazione della democrazia ma prima della crescita del welfare state. Le biblioteche facevano da ponte fra il vecchio stile di governo e il nuovo». Oggi questo periodo di transizione è finito da un pezzo e la biblioteca, come molti altri settori dello stato sociale, potrebbe soccombere alla crisi fiscale.

Esse sono vulnerabili anche perché, al contrario della sanità o della scuola, servono una minoranza della popolazione. Non ci sono famiglie escluse dal servizio sanitario in Gran Bretagna, né famiglie che rinuncino all'istruzione obbligatoria negli Stati Uniti (con modeste eccezioni legate a convinzioni religiose). Le biblioteche, invece, vengono frequentate da circa un terzo dei cittadini in Inghilterra e, in America, il 58% degli adulti sostiene di avere la tessera della biblioteca ma questo naturalmente non significa che poi ci si vada davvero. Gli enti locali devono decidere se tagliare servizi che semplicemente sono irrinunciabili, come i pompieri o la polizia, oppure sacrificare una istituzione utile solo a una minoranza: non è difficile immaginare quali saranno le scelte.

Studenti in difficoltà

Implicita in questa discussione, ma mai affrontata è la questione di un'altra fase di transizione che le biblioteche hanno estrema difficoltà a gestire. Si tratta della fase iniziata alla fine del ventesimo secolo con la prepotente affermazione delle tecnologie di comunicazione individualizzate. Il computer portatile, il telefonino, ora l'iPad non potevano che generare la sensazione che la fase in cui le biblioteche facevano da ponte fra la cultura accumulata nei secoli e il singolo utente fosse finita. Su questo, qualche riflessione più approfondita sarebbe utile.

I bibliotecari sostengono che le biblioteche sono un servizio necessario per la comunità e nessuno studioso serio lo nega ma i politici, almeno in questi anni tristi, sono indifferenti a ogni ragionamento che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Se proprio devono pensarci, diranno che nell'era degli smart phone, del Kindle e dell'iPad nessuno ha veramente bisogno della biblioteca. Magari potranno anche riconoscere che sono molto utili per i pensionati, i disoccupati e gli immigrati ma i primi possono andare a leggere il giornale al bar, i secondi si accontentino di non morire di fame e gli ultimi prima se ne vanno e meglio è.

Non ci sono buoni argomenti che possano convincere cattivi politici a fare ciò che dovrebbero, ma i cittadini hanno varie buone ragioni per mobilitarsi in difesa delle biblioteche, a cominciare proprio da quei grandi utilizzatori di smart phone, di Kindle e di iPad che sono gli studenti universitari. Un rapporto di qualche anno fa sulla loro capacità di fare ricerche su internet finalizzate allo studio e non all'intrattenimento dava risultati poco entusiasmanti: solo il 52% era in grado di valutare correttamente l'obiettività di un sito web, solo il 65% il suo grado di autorevolezza. In altre parole, moltissimi giovani, forse la maggioranza, non sono in grado di distinguere il valore dei materiali di Wikipedia da quello delle pubblicazioni dell'università di Harvard, né sono capaci di trovare ciò che è utile per capire situazioni complesse o problemi politici con i quali non hanno familiarità.

Questo significa che, in assenza di ambienti culturali collettivi che offrano aiuto e guida, le straordinarie possibilità di ricerca offerte dalla rete resteranno delle possibilità, quando non aggraveranno la confusione per l'eccesso di stimoli non filtrati. I gadget elettronici non sono un sostituto né della scuola né della biblioteca.

Confronto tra cittadini

Questa linea di ragionamento, tuttavia, rimane ancora nell'ambito ristretto di una valutazione economicista dell'utilità sociale della biblioteca: se non si vuole che i giovani crescano troppo ignoranti, e quindi incapaci di competere sul mercato mondiale, occorre fornire almeno dei servizi culturali minimi, tra cui le biblioteche. C'è una ragione ben più sostanziale da mettere al centro del dibattito: come scriveva la bibliotecaria Eleanor Jo Rodger in un saggio del 2009, le biblioteche sono una irrinunciabile «infrastruttura democratica» e questo è il motivo per cui Andrew Carnegie spese la sua fortuna personale per costruirne ovunque.

Il problema non è se i cittadini ci vadano o no: è che devono avere la possibilità di andarci. Non c'è teoria moderna della democrazia che ammetta un cittadino disinformato e ignorante. Una biblioteca arricchisce il tessuto democratico rendendo possibile ai cittadini di informarsi non nella solitudine di un computer casalingo ma in un confronto con altri cittadini, altri documenti, altri formati. Di questo lavoro incessante le biblioteche sono un luogo necessario. Anche se ci si va soltanto per leggere la Pittsburgh Post Gazette o il Resto del Carlino.

Il costruttore Gualtiero Cualbu al quale i giudici del Consiglio di Stato vietano oggi di edificare a Tuvixeddu, paragonò con squisitezza gli ambientalisti a “un cancro per la città”. Ma noi, che siamo ambientalisti e anche di più, consideriamo un cancro la smania edificatoria che divora Cagliari e riteniamo i palazzi a Tuvixeddu una grave complicanza. L’impresa Cualbu aveva previsto villette e strade nel colle che è la nostra storia, anche quella sentimentale che ci lega a quei luoghi, rocce bianche, falchi, orchidee, un mondo naturale perfetto e una necropoli stupefacente. Il Comune, un’eccezione planetaria, indifferente al valore di quel sito e, si vede, poco sentimentale, è schierato da vent’anni con l’impresa, disposto a difendere i mattoni sino all’estremo grado di giudizio.

La Sovrintendenza, la cui funzione “naturale” di tutela è stata deformata in un’opera di mediazione totale, funzionari che non ammettono l’evidenza dei nuovi ritrovamenti. Più di mille tombe scavate e negate nell’area che i giudici hanno definito unitaria. Per il sovrintendente negazionista Santoni una richiesta di rinvio a giudizio. Per la relazione dell’attuale sovrintendente Minoja basterà forse il pubblico giudizio.

Oggi, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, si deve finalmente considerare tutto il colle un’unità paesaggistica e si può ambire ad abbattere la brutta palazzata già costruita in via Is Maglias. Il valore dei luoghi vince sugli affari e sulla rendita. Crolla la città dei costruttori e si sfalda l’accordo di programma che non è una tavola della legge. Salta per aria l’idea che la comunità sia in debito con l’impresa e vince il principio che, casomai, è l’impresa in debito con la comunità. Insomma, il Bene Comune, opposto al vantaggio di pochi, questa volta non fa capitombolo.

E i danni di immagine minacciati dall’impresa? Be’, un danno di immagine, in effetti, c’è. Ma lo abbiamo patito noi e la città. Cagliari, a causa delle scelte del Comune, di alcuni Sovrintendenti e della stessa impresa, è apparsa nelle pagine di grandi quotidiani italiani ed europei come una città che arriva a ripudiarsi da sé in cambio di palazzine. La città esce ridicolizzata dalla vicenda, altro che capitale, altro che metropoli civilizzata.

Animosa la giunta Soru, coraggiosi tutti coloro che, privi di un interesse personale, hanno speso energie per difendere il colle sacro. L’ex direttore regionale Elio Garzillo, l’ex sovrintendente Fausto Martino, le associazioni ambientaliste - per esempio Italia Nostra che ricorre al Consiglio di Stato - disposte perfino a sentirsi paragonate a un cancro. Greve il tentativo di trasformare i sostenitori del colle in un’associazione a delinquere. Il piemme ha archiviato le accuse a Soru, ai suoi assessori e consulenti. E ha chiesto, dopo inquietanti intercettazioni telefoniche, sette rinvii a giudizio, tra i quali l’ex sovrintendente Vincenzo Santoni.

Il Tar Sardegna, a favore delle costruzioni, contraddetto dalla luminosa sentenza del Consiglio di Stato che prescrive per il colle un regime di tutela “volta alla salvaguardia della relazione di insieme che si è prodotta nella storia tra le diverse testimonianze della civiltà umana e il più ampio ambito del contesto naturale”.

Infine questa è anche la sconfitta della rovinosa mediazione sproporzionata tra un bene fragile (la necropoli) e il potere della rendita. E’ accaduto che due posizioni contrarie e nette si siano battute in tribunale e che il tribunale abbia deciso di proteggere il bene immenso del colle. Dalla mediazione di quelli del “costruiamo un po’ meno e non esageriamo con la tutela” sarebbe nato un mostro.

Oggi possiamo fare della necropoli un luogo di meraviglia. Basta pochissimo, purché vinca l’idea che il progetto perfetto, l’unico possibile a Tuvixeddu, è quello che non si vede perché là, da vedere, devono esserci esclusivamente il colle e i suoi tesori.

L'articolo è pubblicato contemporaneamente anche su la Nuova Sardegna

In un celebre brano della Ricchezza delle Nazioni, Adam Smith osservava «Le cose che hanno il maggiore valore d'uso hanno spesso poco o nessun valore di scambio; e, al contrario, quelle che hanno maggior valore di scambio hanno spesso poco o nullo valore d'uso. Nulla è più utile dell'acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa (...) Un diamante al contrario, ha difficilmente qualche valore d'uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni». A quasi due secoli e mezzo di distanza possiamo misurare il cammino percorso nel frattempo dal capitalismo. Quella che era una risorsa fondamentale alla vita umana, ma libera, perché non appartenente a nessuno ( res nullius) e priva di valore in quanto straordinariamente abbondante, è oggi diventata una preziosissima merce. E' il diamante della nostra epoca. La sua scarsità in rapporto ai bisogni della popolazione, e le possibilità tecniche della sua distribuzione e partizione la rendono un bene di mercato. Ma l'acqua che diventa merce non racconta solo un tratto di storia, ci parla anche del nostro presente e ci proietta negli scenari dell'avvenire. Le risorse fondamentali dell'umanità, la terra fertile, le foreste, i mari, il patrimonio genetico delle piante agricole, la biodiversità, l'aria salubre, i minerali e le fonti di energie del sottosuolo, proprio perché diventano sempre più scarsi, e in virtù delle crescenti possibilità tecniche del loro utilizzo, si trasformano in merci sempre più ambite e «recintabili» dai privati. L'accaparramento oggi in corso delle terre agricole in Africa, da parte della Cina, Arabia Saudita, ecc. ci illustra con eloquenza il fenomeno ormai in atto. Così possiamo facilmente prevedere l' aspro conflitto che si para davanti a noi. Mentre finalmente prendiamo atto che le risorse non sono infinite, e che essendo indispensabili per la sopravvivenza stessa dell'umanità, non appartengono ai singoli paesi, ma sono patrimonio di tutti i viventi, il capitalismo tende a trasformare la sopraggiunta scarsità in nuovi territori di profitti privati. Anzi – come ad esempio nella imposizione di brevetti su piante che appartengono alla sapienza degli indigeni – esso crea una scarsità artificiale attraverso l'istituzione di un monopolio su un bene che prima apparteneva alle comunità locali.

Ora, la difesa teorica che sta alla base di tale predazione, che può condurre l'umanità a dilaniarsi in guerre distruttive, sta tutta in una argomentazione molto semplice, a cui gli economisti di varie tendenze danno da tempo dignità culturale. I privati – essi sostengono – investono i propri capitali in queste risorse e le valorizzano, le rendono più facilmente disponibili: ad es. nel caso dell'acqua costruendo acquedotti, provvedendo alla loro manutenzione, ecc. I privati ricavano certo dei profitti dai pagamenti dei cittadini-utenti, ma proprio quei profitti attesi li spinge all'efficienza economica, alla cura e conservazione della risorsa, con vantaggio, dunque, generale. La gestione pubblica è invece inefficiente e fallimentare.

Proverò a mostrare che, l'argomentazione non regge né alla prova della storia, né della teoria. E ' noto che in Italia, tanto l'acqua potabile che altri servizi, per buona parte dell''800 furono gestiti da società private. I risultati furono talmente fallimentari, sia sotto il profilo dei prezzi agli utenti che della qualità del servizio, da convincere non solo i socialisti, ma anche i cattolici e gli stessi liberali a municipalizzare l'acqua delle città. Come ha ricordato di recente un giovane storico, Lorenzo Verdirosi, perfino Luigi Einaudi, se ne persuase, affermando che «quando un servizio assume carattere monopolistico non resta per l'ente pubblico che la soluzione della gestione diretta» E i comuni italiani hanno poi scritto una pagina positiva e importante per la diffusione delle risorse idriche nelle piazze e nelle case degli italiani.

La base dell'errore teorico che assegna il primato dell'efficienza ai privati in ambito di gestione dei beni comuni sta in questa convinzione: l'assenza di una ricerca del profitto priva la gestione pubblica di quel rigore nei conti economici che alla fine sfocia nelle passività di bilancio e nel collasso. La sottrazione alla libera competizione nel mercato le fa mancare gli stimoli all'innovazione tecnologica, ecc. Ma è proprio così? La storia dell'economia italiana offre un buon repertorio di smentite in proposito. Forse che l' ENI o la Società Autostrade hanno fatto mancare profitti alle casse pubbliche, finché erano statali, o non sono stati capaci di innovazione? E tuttavia, quando si gestiscono beni comuni, il fine non è il profitto, ma la distribuzione ottimale di un bene o di un servizio. In questo caso è la finalità sociale a essere preminente. Certo, la cattiva amministrazione non è mai rivoluzionaria. Ma non è la ricerca di soddisfare l'interesse collettivo, con criteri di economicità ( e non di profitto) il punto debole della gestione dei beni comuni. E' l'invasione da parte dei privati – in Italia gruppi e correnti dei partiti politici – che alterano la buona amministrazione pubblica. Dunque, quello che è un problema di trasparenza, di controllo partecipato dei cittadini, insomma una questione di democrazia, viene trasformata in un principio ideologico: solo l'egoismo privato del profitto garantisce l'efficienza!

Ma l'egoismo privato è efficiente, socialmente vantaggioso? Ricordiamo che tale principio ideologico ha assunto la guida monopolistica dell'economia mondiale da almeno 30 anni. Chi non ricorda il refrain che uno dei padri del neoliberismo, Milton Friedman, premio Nobel per l'economia nel 1976, ripeteva nelle sue interviste? «Il fine di ogni impresa è fare profitti» Ebbene, non pare che tale fine supremo, applicato a un bene pubblico come la salute, abbia portato efficienza e vantaggi generali alla sanità americana, la più costosa e iniqua dei paesi avanzati. Né sembra che esso abbia impedito la messa in atto di truffe colossali ai danni dei cittadini e dei risparmiatori, come ha provato la vicenda, ad esempio, di Enron Corporation o di Parmalat. Tanto per limitarci a casi universalmente noti. E che cos'è, del resto, la Grande Crisi dei nostri anni se non la somma generale dei singoli e ciechi egoismi privati? Ma noi in Italia possiamo offrire esempi sontuosi di “successo” di tale principio. Forse che i casalesi raccontati da Saviano o gli 'ndranghetisti analizzati dal giudice Nicola Gratteri non perseguono, con stringente razionalità economica, e con successo , lo scopo del loro privato profitto, ammazzando chi lo contrasta? Non realizzano profitti le imprese del Nord Italia che smaltiscono clandestinamente rifiuti tossici, avvelenando i terreni agricoli e probabilmente anche i mari, di tante regioni del Sud? E allora, chiediamo: che fine fa l'interesse generale, la legalità, la vita associata, che cosa possono le leggi di uno Stato, se l'interesse privato diventa non solo il criterio di gestione di beni collettivi, ma alla fine, inevitabilmente, un principio regolatore dell'etica pubblica?

Il referendum per l'acqua pubblica, dunque, non è solo una singola partita da vincere. E' un passaggio strategico fondamentale. Perché esso può schiudere un orizzonte nuovo di lotte per la trasformazione radicale della società capitalistica. Da quella possibile vittoria si può partire per annettere ai territori dei beni comuni, non solo quelli che sono appartenuti al welfare novecentesco (salute, istruzione, casa) ma anche i nuovi e sempre più irrinunciabili da sottrarre alla predazione del mercato: le terre agricole, l'alimentazione, la biodiversità, la salubrità ambientale, l'energia, il lavoro.

www.amigi.org Questo articolo è stato inviato contemporaneamente al manifesto

Per rispondere in modo assennato all’ondata di emigrazione di queste settimane e di questi giorni dalla Tunisia verso l’Europa e l’Italia in primo luogo, occorre chiedersi che cosa è successo davvero sulla sponda sud del Mediterraneo. Le rivolte che hanno portato alla caduta dei governi in Tunisia e Egitto, e alla sostanziale delegittimazione di quelli libico e siriano, cui si aggiunge quello dello Yemen, derivano innanzitutto dall’apparire sulla scena di questi paesi di una generazione di giovani che – come sottolineato da molti commentatori – sono determinati a vivere un futuro diverso da quello che si credeva essere già stato scritto. I flussi di informazione e di conoscenza sono alla base di questo ribellarsi: le nuove generazioni non sono più disposte a sottostare a un potere che si regge sull’autoritarismo, la violenza, il clientelismo. Le nuove tecnologie di comunicazione hanno contribuito a precarizzare le “regole di regime” e hanno permesso ai giovani di esprimere e allo stesso tempo costruire il cambiamento Le donne sono diventate protagoniste della rivoluzione dei gelsomini come a Tahrir Square, e non ci stanno più a restare in secondo piano, anche se c’è chi continua a provare a ricacciarle indietro.

Bastano questi due elementi per suggerire la portata di quello che è cambiato e che sta cambiando. Con la loro gestione patrimoniale dello Stato, i regimi che hanno governato fino a ieri hanno soffocato il potenziale che esiste in questi paesi. Invece è bene tener presente che dal Marocco alla Siria si tratta di un mercato potenziale di 200 milioni di persone che da anni attende una diversa ripartizione delle risorse per diventare un mercato reale. Una volta avviata, la costruzione di una società più democratica e dunque più equa trasformerà l’emigrazione da sola alternativa per la sopravvivenza propria e di quella di chi ci si lascia alle spalle, a una tra le scelte possibili. La storia dell’”idraulico polacco” dovrebbe aver insegnato qualcosa sulla relazione tra democrazia, emigrazione e sviluppo. Egitto, Tunisia, Algeria sono addirittura destinati a trasformarsi in paesi di immigrazione, così come già oggi il Marocco è paese di immigrazione per mauritani, senegalesi, maliani.

Il paradigma “più sviluppo per meno migrazione” non ha funzionato, ma non è stato applicato nemmeno quello della “migliore migrazione per più sviluppo” su cui l’Unione Europea ha puntato dalla metà degli anni 2000 dopo essersi resa conto di quanto necessari sono gli immigrati per il proprio stesso sviluppo. Le politiche migratorie hanno continuato e continuano ad essere centrate sulla visione dell’Europa come fortezza assediata dai clandestini, dai quali è necessario difendersi per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, con il risultato che l’industria dell’immigrazione irregolare è sempre più florida e che molti immigrati regolari sono costretti a passare nell’area dell’irregolarità, facendo crescere il lavoro nero, informale o illegale. Con un’impostazione di questo tipo, le misure che si prendono non possono che essere orientate a bloccare gli arrivi. E così è stato, soprattutto nei paesi del Mediterraneo, Grecia, Italia e Spagna, dove si è investito esclusivamente per rafforzare i controlli e assicurarsi la collaborazione dei paesi della sponda sud nella lotta all’immigrazione clandestina. Il budget di Frontex, l’agenzia europea per la gestione, meglio sarebbe dire la lotta all’immigrazione, è passato dai 6 milioni di euro del 2005 a quasi 90 milioni nel 2009 la gran parte dei quali impegnati per le operazioni di pattugliamento congiunto del Mediterraneo. Siglando accordi con i regimi oggi al capolinea, si sono barattati aiuti economici in cambio dell’impegno a trattenere i migranti fuori dall’Europa e a riprendersi quelli che riuscivano a partire. I migranti hanno cominciato presto ad essere utilizzati come strumento di diplomazia parallela, per obiettivi politici che nulla hanno a che vedere con loro, uno su tutti il caso della Libia che nel 2004, in cambio di questo ruolo di baluardo contro i flussi migratori verso l’Europa ha ottenuto la fine dell’embargo sulle armi. Poco importa se tutto ciò avveniva a discapito della tutela dei diritti umani dei migranti - come è stato ampiamente documentato – o delle stesse popolazioni dei paesi nordafricani, come poi si è verificato.

Ora in quel “muro” faticosamente eretto dall’Europa nel Mediterraneo si è aperta una falla. Coloro che arrivano sulle coste dell’UE non sono profughi ma quei migranti privi dello status richiesto per l'ingresso che si volevano tenere fuori. I numeri non sono epocali, ma non si sa come, e non si vuole, gestire la situazione perchè ogni forma d’accoglienza - doverosa in paesi sviluppati, civili e democratici come si vogliono quelli europei- comporta un radicale ripensamento delle politiche migratorie, una rimessa in discussione dell’ossessione securitaria, una tacita ammissione che il mito dell’”immigrazione zero” non è perseguibile. Ci troviamo quindi in una situazione di stallo nella quale il “non intervento” sul fronte arrivi si contrappone ad una frenetica attività diplomatica per cercare di a ristabilire i vecchi accordi con i nuovi interlocutori. I governi provvisori nella sponda sud del Mediterraneo devono però rendere conto ai movimenti democratici che hanno portato alla loro formazione, e non è pensabile che il ruolo di sentinelle anti-migrazioni possa essere riproposto, né che l’Europa possa riproporlo, con il rischio di sospingere a un ritorno al passato i governi nati dalla domanda di democrazia che si è espressa in questi mesi e settimane.

Nel contempo, i governi locali sono comunque chiamati a attivarsi per far fronte alla presenza degli immigrati e rispondere alla loro “domanda di città”, cioè avere una casa, poter accedere ai servizi fondamentali, disporre di spazi dove incontrarsi, giocare, pregare. Una domanda di città che il più delle volte non coincide con quella della popolazione locale e che dunque richiede risposte che non possono essere univoche. Che lo vogliano o meno, i governi locali sono attori centrali nella gestione degli effetti della globalizzazione sui territori locali, il loro sviluppo e le loro popolazioni. Di fatto sono i governi locali ad essere chiamati a rispondere all’emergenza immigrazione di questi giorni; a loro viene chiesto il via libera per la costruzione di campi di accoglienza mentre il governo nazionale si occupa di stilare accordi di respingimento con i paesi di provenienza. Lampedusa è un esempio clamoroso, ma non è certamente l’unico, basta ricordare Ceuta, Algeciras, Crotone, Samos o Rodi. Ma è anche la popolazione locale che deve attrezzarsi a gestire la diversità, a normalizzarla invece che farne un problema, gettando le basi per una società e delle città interculturali. Anche in questo caso, la risposta degli abitanti di Lampedusa a un’emergenza, che con ogni probabilità poteva non diventare tale, è andata ben al di là di quello che ci si poteva attendere.

Non ci si può rallegrare del nuovo vento di democrazia che spira sulle coste del Mediterraneo e allo stesso tempo respingere chi, finalmente liberatosi da decenni di ruberie e oppressione di stato si sente finalmente legittimato a cercare anche per se stesso una vita migliore, un po’ più di benessere, quanto meno la speranza di ottenerlo. L’Europa, e con essa l’Italia non può che muoversi sulla linea di una serie di misure di breve periodo di carattere umanitario per accogliere dignitosamente l’immigrazione di oggi, e una politica di sostegno aperto al processo di democratizzazione che si è appena avviato, con la consapevolezza che si tratterà di un processo non breve, irto di contraddizioni e arretramenti. Le prime andranno governate, mentre agli arretramenti occorrerà opporsi con decisione. Perché ciò che oggi è locale è allo stesso modo fortemente connesso con altri “locali” nel mondo. Perché quello che si farà qui determinerà quello che accadrà lì.

Una volta si diceva di certi incapaci scansafatiche che erano braccia inopinatamente strappate all’agricoltura, dove almeno qualche piccolo contributo alla collettività potevano garantirlo. Da qualche giorno, all’agricoltura è stata anche strappata la grande area triangolare dell’Expo 2015 fra i due tracciati autostradali verso Torino e i Laghi. Niente orto, perché non attira gli investitori, ma un bel supermercato del futuro: grande pensata ragionieresca di un tizio che pare l’interpretazione al ribasso della figura di amministratore di condominio tanto decantata per sé dall’ex sindaco di Milano, oggi nume tutelare dei neo-riformisti.

Reazione istintivamente scandalizzata del progettista Stefano Boeri, che insieme a un qualificato gruppo di architetti e urbanisti aveva ideato un master plan interamente dedicato all’oggetto centrale dell’evento, ovvero ciò che si mangia e come vive. Reazione istintivamente di opposizione dell’opposizione politica, che con lo stesso Boeri – stavolta in veste di candidato – e di altri rappresentanti in consiglio denuncia la svolta cementizia dell’operazione Expo. Macché, ribatte l’ideatore dell’ipotesi supermarket con parcheggio che piace agli investitori, andate e vedere e non c’è un cubetto cementizio in più, magari anche di meno. Perplesso e inorridito Carlo Petrini, fra i principali ispiratori del tipo di evento e dei relativi spazi, dove l’orto sta a significare un rapporto diretto e tangibile fra uomo, territorio, vita, città, campagna, e appunto alimentazione.

Intanto, a molte migliaia di chilometri di distanza ma facilmente scavalcabili col solito web, il McKinsey Global Institute pubblica in questi primi giorni di primavera 2011 un rapporto sulla mutevole Mappa del Potere Economico delle Città, sostenendo varie tesi fra cui quella essenziale suona più o meno così: fra megacities multimilionarie e centri di dimensione intermedia, sono 600 le città che concentrano e concentreranno crescita economica e relativo potere di attrazione per le imprese da qui al 2025. Ma nel 2025 le 600 città NON SARANNO PIÚ LE STESSE, l’asse si sarà spostato sensibilmente dal classico baricentro occidentale verso Asia e Sud America, le cui grandi e medie agglomerazioni urbane presentano caratteristiche di grande interesse. Fra cui brillano popolazione giovane, spinta all’innovazione ed elasticità, crescita appunto (ovvero anche forte incremento dei consumi individuali), spinta verso trasformazioni infrastrutturali di grande respiro anche per realizzare servizi che ora mancano del tutto.

Ora, che ci azzecca un antico avamposto romano nella pianura irrigua, poi centro manifatturiero, oggi sedicente capitale del design e servizi, popolazione anziana e spirito depresso, con l’immagine di McKinsey? Nulla. La mastodontica tragedia umana dell’urbanizzazione asiatica a Milano al massimo si replica in tragicomica farsa quando un assessore (bravissimo a restare serio mentre ne spara di gigantesche) si inventa sulla carta un fulmineo balzo di popolazione del 50% solo per giustificare nuove cubature. A Milano l’idea dell’Expo in qualche modo si era conquistata l’immaginario, locale e mondiale, sia per la straordinaria attualità del nuovo rapporto fra città e campagna nel terzo millennio, sia per le potenzialità (ragionieri e sfigati permettendo of course) culturali offerte da un antichissimo territorio agricolo-industriale di ripensarsi recuperando il meglio della propria storia e proiettandola verso il futuro.

L’Orto Globale, ben oltre la superficie più o meno cementificata del triangolo fra le due autostrade, si proiettava sul mondo a simbolo di tutti gli altri orti, dai lotti industriali abbandonati di Detroit alle strutture verticali autogestite delle donne dello slum di Nairobi. E si proiettava sul territorio locale irraggiandosi idealmente e non verso la greenbelt agricola metropolitana con le sue eccellenze produttive, e anche oltre verso le (ancora troppo rare) sperimentazioni e innovazioni di un nuovo rapporto fra città e campagna, dall’innovazione colturale alle energie da fonte rinnovabile ai piani regolatori che contengono al minimo o riducono a zero il consumo di territorio.

Questo non è coerente con l’idea del mondo che hanno i nostri attuali ragionieri e amministratori di condominio. Il loro modello è un altro, appunto il supermercato con comodo parcheggio, il tre per due, la televendita per gonzi, i cieli azzurri e acque limpide educatamente contenuti nei manifesti e negli spot. Il loro modello urbano in fondo è quello decantato da certi economisti, quelli che leggono anche in un bel morso di pantegana nella culla dello slum globale una spinta al Pil. E se li mandassimo a zappare?

La notizia pubblicata in trafiletto o poco più dai giornali nazionali pare giusto una curiosità: un gruppo di ragazzi che ha alzato il gomito ne combina un’altra, una specie di variante creativa di quei sogni in cui ci si aggira in mutande per il Vaticano. C’è lo svincolo automobilistico di Piazzale Roma, e lì in piena vista quella rampa, ripida ma non troppo, pensata dall’ingegnere archistar, poi il lastricato abbastanza liscio della spianata davanti alla Stazione con le fermate dei vaporetti, la strettoia di Lista di Spagna, infine il cul-de-sac di campo San Geremia. Già: perché non farsi un bel giretto?

Fra le varie sensazioni che ricordo abbastanza chiaramente, delle mie esperienze spaziali veneziane, c’è l’istintiva preferenza per un certo genere di ambienti urbani rispetto ad altri. Erano posti tutto sommato abbastanza diversi e sparsi per la città, ma pian piano ho iniziato ad accorgermi come mai la mia sensibilità adolescenziale reagiva in quel modo: il tocco (di solito ottocentesco o novecentesco) di qualche progettista aveva inconsapevolmente appiattito gli spazi peculiarmente veneziani a uno standard genericamente urbano, per quanto magari adattato nei particolari, nei materiali, negli interfaccia al contesto tradizionale ecc. Insomma là dentro era al tempo stesso abbastanza ovvio il fatto di trovarsi a Venezia, ma sottilmente si evocavano comportamenti e aspettative per nulla dissimili da quelle di qualunque altra via o piazza o ambito pubblico. E arriviamo ai giorni nostri.

C’è una grande area, che per chi ha appena attraversato la laguna venendo dalla terraferma mestrina rappresenta il passaggio dal resto del mondo a Venezia. Il terminal automobilistico Tronchetto-Piazale Roma, quello ferroviario di Santa Lucia e spazi circostanti, poi grosso modo una striscia irregolare che arriva sino alla barriera del Canale di Cannaregio. Quello che a parere di chi scrive dovrebbe saltare all’occhio subito, è che qui – consapevolmente o meno non saprei – tutte le grandi trasformazioni recenti paiono puntare in una unica direzione, ovvero prolungare l’ambiente di terraferma “moderno” in Venezia, anziché viceversa venezianizzare le teste di ponte automobilistica e ferroviaria. Con lo scavalcamento del canale progettato da Calatrava sostanzialmente si potenzia e rende esplicita questa infiltrazione.

Non si tratta, qui, di schierarsi pro o contro un modello o l’altro, ovvero tutela assoluta versus trasformazione o adattamento, conservazione vs innovazione eccetera. Piuttosto, il problema è capire, e semmai decidere coerentemente: si deve o non si deve creare una barriera invalicabile alla città d’acqua/pedonale, col suo delicato tessuto spaziale, permeablità, che coinvolge anche il sistema socioeconomico dei percorsi con le botteghe e via dicendo?

Il progetto di trasformazione implicito sull’asse automobilistico-ferroviario-pedonale che include il ponte di Calatrava pare spostare questa barriera in avanti, tendenzialmente verso il Canale di Cannaregio.

Cos’altro rappresenta infatti il nuovo asse di accessibilità diretta da Piazzale Roma, se non un implicito moderno shopping-mall (con le prevedibili proteste dei negozianti sull’altra riva del Canal Grande)? E i ragazzi in vena di bravate automobilistiche hanno colto in pieno l’occasione, usando coerentemente il nuovo “parcheggio di corrispondenza” a campo San Geremia.

Del resto lo diceva Henry Ford un secolo fa: la città è piena di problemi, ma per risolverli in fondo basta eliminarla, e con l’automobile si può. Resta da capire, fra picchi petroliferi e cambiamenti climatici, se il gesto marinettiano dei giovani sbucati dallo sprawl veneto non possa essere interpretato ben oltre la questione di ordine pubblico. Coi chiari di luna che girano, prima di ucciderli, come consigliava Marinetti, forse val la pena riflettere.

(di seguito: la nota di agenzia dal sito del Messaggero, e il commento di un lettore che in fondo dà quasi ragione alla mia tesi)

Venezia, in auto sul ponte di Calatrava: bravata di quattro giovani ubriachi“Impresa” alle 5 di mattina di un gruppo di amici di Jesolo. Denunce e foglio di via per tre anni

VENEZIA - Con l'auto hanno superato il Ponte della Costituzione, ideato da Santiago Calatrava, e poi hanno parcheggiato in campo San Geremia, davanti alla sede della Rai Veneto, e sono andati a fare un giro per Venezia. Quando i quattro giovani di Jesolo (Venezia), due ragazzi e due ragazze, sono tornati, hanno trovato ad attenderli gli agenti della polizia e sono stati portati in questura dove hanno cercato di spiegare le ragioni del gesto.

Il conducente è stato denunciato per guida in stato di ebbrezza.

Per ubriachezza molesta sono stati denunciati invece altri due, un ragazzo e una ragazza, che facevano parte del gruppo, mentre un quarto componente, una ragazza, è risultata sobria e nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti. Per tutti e tre coloro che erano in stato di ebbrezza il questore Fulvio Della Rocca ha firmato il foglio di via - ossia il divieto di rimettere piede a Venezia - per tre anni.

Il tutto è accaduto poco prima delle cinque di questa mattina.

I quattro, una volta giuntiinPiazzale Roma a bordo di una Volkswagen Polo grigia di proprietà del padre di uno dei due ragazzi, forse un po' brilli, hanno pensato bene di superare il ponte ideato da Calatrava e dopo essere passati davanti al piazzale della stazione ferroviaria si sono fermati nel primo grande campoveneziano che hanno trovato.

alla gogna! (il commento di un lettore)

Il giudice che leggerà che la patente gli è stata revocata per "passeggiata" sotto l'effetto di alcool, non potrà fare altro che annullare la revoca.

Io non capisco i commenti, chi dice che non deve guidare per 3 anni, chi dice che dovrebbero morire in un canale.

Si è un po’ perso il senso della misura. É stato un atto goliardico, immaturo, ma che di fatto non ha recato danno ne a persone ne a cose ne a loro stessi. Cosa mai dovrebbero subire?

Sopratutto, se l'auto è arrivata fino a lì vuol dire che non ha trovato barriere architettoniche che potessero impedirlo. E si applicano solo le leggi che ci sono, se ci sono. Transitare con l'auto su un sito storico, parcheggiare su una zona vietata, transitare su un ponte pedonale. Questo è quello che è successo. Queste sono le multe che prenderanno.

Tutti quelli che riempiono le code degli sportelli per contestare le multe li ritrovo qui che vorrebbero le pene esemplari, patetico.

Una domanda si aggira inquieta per le menti d'Europa che pensano alla politica come alla leva della libertà dei popoli e del governo del mondo. Per quali ragioni, il neoliberismo, la travolgente iniziativa capitalistica, avviata negli '80 in Gran Bretagna e in USA, e diventata pensiero unico planetario, è ancora così vivo e dominante in quasi tutti gli Stati? Eppure, quella stagione è finita nel fango della più grave crisi degli ultimi 80 anni. Non solo. Essa ha mancato pressocché tutti i suoi obiettivi dichiarati. Non ha creato nuovi posti di lavoro, anzi la disoccupazione è dilagata ben prima del tracollo del 2008, nonostante le imprese abbiano ottenuto dai vari governi nazionali flessibilità e precarietà dei lavoratori mai sperimentate prima. Alla fine degli anni '90, come ha mostrato un grande esperto del problema, Kevin Bales si potevano contare ben 27 milioni di schiavi diffusi nei vari angoli della terra. E nel 2000 erano al lavoro ben 246 milioni di bambini. Uno scacco alla civiltà umana che non può certo essere compensato dai nuovi ricchi affacciatisi al benessere nei paesi a basso reddito. Ma forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica. Tra il 1979 e il 2000 il tasso medio di crescita annuale del reddito mondiale procapite – come ha mostrato Branco Milanovic – è stato dello 0,9%. .Assolutamente imparagonabile al 3% e talora oltre dei periodi precedenti.

E allora? Com' è che a questa generale e inoccultabile sconfitta sul terreno economico non è corrisposta una pari disfatta sul piano politico? Non siamo così meccanicisti da non comprendere la diversità dei piani messi a confronto e la differente temporalità dei fenomeni che si agitano nelle due diverse sfere sociali. Ma la domanda si pone.

Io credo che una prima risposta sia da ricercare in questo esito paradossale: concludendo il suo ciclo nel tracollo economico-finanziario, il neoliberismo ha potuto far tesoro di due esiti politicivantaggiosi. La crisi ha infatti rese acute due gravi scarsità: la scarsità del lavoro e la scarsità di sicurezza. Quest'ultima in parte connessa alla prima. Tali scarsità pongono la classe operaia e i ceti popolari in una condizione di grave asimmetria di potere e forniscono ai ceti dominanti rapporti di forza e materia di manipolazione ideologica in grado di offuscare le sconfitte subite sul piano economico. Come sempre, bisogno e paura sono diventati due formidabili armi di potere.

Ma questa è una parte della risposta. Alla fine del '900 si è consumata una inversione storica per tanti versi stupefacente. Come ha osservato Mario Tronti, sino ad alcuni decenni fa, il movimento operaio aveva una dimensione internazionale a fronte di un confinamento nazionale del capitale. Con tutti i suoi limiti, l'insieme dei paesi comunisti era anche questo: un fronte internazionale. Oggi assistiamo a un capovolgimento completo dello scenario. Il lavoro, sempre meno rappresentato sul versante politico e sindacale, è incatenato sul suo territorio, mentre il capitale scorrazza liberamente per il mondo: una libertà di movimento che è un potere politico inedito contro chi ha perso la sua rappresentanza globale. La capacità di ricatto di Marchionne, che può muoversi liberamente tra USA, Brasile, Polonia, Serbia è, sotto tale profilo, esemplare.

Ma forse il più grande successo politico del neoliberismo- quello che gli consente oggi di avere ancora diritto di parola- è stata la sua presa egemomica sui partiti tradizionali della sinistra e il loro svuotamento come partiti popolari. Vogliamo ricordare quali sono state le parole d'ordine prevalenti – fatte salve le diversità nazionali - dei laburisti britannici, dei socialdemocratici tedeschi, dei socialisti francesi, dei comunisti italiani, in tutti questi anni ? Liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità del lavoro, riduzione dello stato sociale, emarginazione del sindacato, ecc. L'idea che la libertà individuale si dovesse far strada come agente dominante di un nuovo progetto di società, regolato dalle logiche dinamiche e vincenti del mercato, è stato il cuore – tutto di marca neoliberista – che ha sostituito il vecchio patrimonio solidarista e internazionalista. Una resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario, che, da un punto di vista culturale, si spiega anche con la tradizione marxista e comunque industrialista della sinistra europea.

L'astrale distanza di queste formazioni storiche dal pensiero ecologico contemporaneo, infatti, ha impedito loro si intravedere un nuovo orizzonte solidale e cosmopolita di fronte alla crisi fiscale dello Stato sociale nei paesi industrializzati e al tracollo dell'URSS. Esaurita la spinta riformatrice dei decenni precedenti, ad essi non è rimasta altra strada, se volevano continuare nella promozione della crescita economica, che quella indicata dall'avversario. Pur tra esorcizzazioni e camuffamenti, il neoliberismo è stato di fatto accettato come la nuova frontiera da seguire. Ma oggi quella nuova religione della crescita, che apparve negli anni '80 come l 'avanguardia di una nuova stagione di modernizzazione e di avanzamento del mondo intero, si mostra in tutta la sua paradossale e stupefacente antistoricità. Era una retroguardia ottocentesca ed è stata scambiata per il fiore in boccio di una nuova stagione dell'umanità. L'individualismo economicistico su cui esso si fondavaè apparso ben presto come l'incarnazione di un comportamento sociale non più sostenibile, perché generatore, tra l'altro, della più grave minaccia che l'umanità abbia avuto davanti a sé: l'esaurimento delle risorse, il tracollo degli equilibri ambientali, il riscaldamento climatico. E' paradossale, ma ricco di significati, il fatto che i partiti popolari non abbiano saputo cogliere il nuovo orizzonte di cooperazione e di solidarietà che i problemi ambientali rimettevano al centro della scena mentre si eclissavano quelli delle vecchie ideologie socialiste e comuniste. Essi non hanno saputo vedere come la scoperta di una “Terra finita” e in pericolo, con il corredo delle scienze ecologiche, offrivano un nuovo progetto di società nel quale il bene comune, l'interesse generale, si ripresentava in rinnovate forme universali e drammaticamente cogenti. Un nuovo collante ideologico per una moltitudine di figure e di ceti sociali e al tempo stesso la premessa di un nuovo e più vasto internazionalismo.

Oggi, esattamente il disancoramento dall' “internazionalismo del lavoro”, eredità del passato, e l'inettitudine a comprendere il nuovo, proposto dall'ambientalismo, fanno dei partiti storici della sinistra delle barche di carta nella tempesta. Senza una mèta da seguire, senza energie per affrontare il mare. Nell'immediato, tuttavia, è l'assenza di un internazionalismo del lavoro la debolezza più grave e drammatica. La mancanza di una lettura delle tendenze profonde del capitalismo contemporaneo impedisce di comprendere le distruzioni in atto nel mondo del lavoro. Non fornisce lo sguardo prospettico su ciò che il capitale va preparando, a tutto il lavoro sociale, grazie alla sua capacità di movimento su scala mondiale. Impedisce di prefigurare la gigantesca dissoluzione dei legami sociali e di classe a cui esso è sempre più vitalmente interessato. Il capitale, infatti, oggi colpisce duramente non perché c'è la crisi, ma per il gigantesco potere politico nel frattempo guadagnato sui lavoratori in una fase di aspra competizione intercapitalistica. E allora, che fare?

Io credo che se il capitale è mobile e planetario, altrettanto può esserlo il diritto, la maglia delle regole imposte dalle lotte, dalla politica: anch'essa, del resto, potenzialmente universale. Ma quale soggetto, per esempio in Italia, può muoversi in tale direzione? Dal PD mi sembra assai difficile poterlo pretendere. Dalle catastrofi culturali non si riemerge in breve tempo e per la buona volontà di qualcuno. Dai piccoli partiti di sinistra può venire solo un piccolo contributo. Senza dubbio, la forza che può assumere l'iniziativa – e che deve farlo urgentemente – è il sindacato: la CGIL.

Ritengo che oggi non sia più possibile rinviare una discussione spregiudicata e coraggiosa su questa importante forza operaia e popolare, che ha certo svolto una funzione fondamentale di difesa dei lavoratori in tutti questi difficili anni. Ma noi dobbiamo oggi chiederci e chiederlo ai dirigenti, come sia stato possibile che uno dei sindacati più potenti d'Europa – e forse il più ricco sotto il profilo patrimoniale - abbia potuto consentire un così drammatico arretramento dei redditi operai . In un rapporto OCSE 2006-2007 i salari dei lavoratori italiani risultavano al 23° posto dei 30 Paesi dell'Organizzazione. E l 'Italia, nella graduatoria, non è certo l'ultimo di questi Paesi. La CGIL, dispone di una geniale organizzazione territoriale, mutuata dal sindacalismo francese: la Camera del Lavoro. Essa raggruppa lavoratori delle varie categorie e svolge vari compiti di patronato e assistenza. Ma perché in tutti questi anni in cui il lavoro è stato frantumato, separato spesso dal luogo di lavoro, disperso, le Camere del Lavoro non hanno svolto un ruolo di ricomposizione locale, di riaggregazione sindacale e politica? Perché le Camere del Lavoro non si sono estese, disseminate nei quartieri delle città, nei piccoli centri, come nuovi presidi del lavoro sul territorio ? Non risulta che la CGIL non avesse le risorse per tali iniziative. Risulta invece che essa vive fondamentalmente e anche bene – benché non esclusivamente – con i soldi dei lavoratori e quindi ha obblighi morali più cogenti. E inoltre: come è stata possibile, mentre si realizzava l'Europa dell' euro e delle varie istituzioni dell'Unione, una così clamorosa assenza di iniziativa volta alla concertazione europea delle varie organizzazioni da parte di uno dei maggiori sindacati del Continente? Sul piano mondiale, infine, l'inerzia politica è ancora più grave e stupefacente, anche se riguarda indistintamente tutti i sindacati. E' dal 1919 che esiste a Ginevra l 'Organizzazione internazionale del Lavoro.(OIL) Essa è stata creata ben 25 anni prima del FMI e della Banca Mondiale. L' OIL, frutto delle ambizioni internazionaliste di quell'epoca, doveva vigilare sulle legislazioni del lavoro nei vari paesi del mondo. Ma nell'ultimo mezzo secolo essa è uscita di scena, mentre ha trionfato l'internazionalismo finanziario delle istituzioni di Bretton Woods. E i sindacati dove erano nel frattempo? Perché non sono stati in grado di seguire l'avanzante internazionalizzazione del capitale? Perché non sono stati capaci di fare di tale organismo, oggi membro dell'ONU, un reale potere mondiale dei lavoratori? Evidentemente, insieme alla forza dell'avversario, è l'inerzia dell'istituzione sindacale che ha giocato un ruolo importante. Per questo, l'insieme di tali fallimenti oggi rende inevitabile rivolgere alla CGIL una serie di richieste pressanti e precise. Essa deve dotarsi di una strategia volta alla creazione di una rete internazionale del movimento sindacale. Un nuovo cosmopolitismo del lavoro bussa imperiosamente alle porte. Ci sono, in Italia, migliaia di ragazze e ragazzi che a 30 anni hanno girato il mondo, conoscono più lingue, praticano ogni giorno connessioni internazionali su internet. Da essi deve venire una nuova leva di dirigenti sindacali. Per tale ragione la CGIL avrebbe l'obbligo di avviare al proprio interno un censimento che ridefinisca i compiti di dirigenti, funzionari, impiegati, per cambiare in corsa la sua organizzazione e le sue strategie. Le inerzie del passato non sono più comprensibili, né tollerabili. Questo sindacato non può più vivere nella routine mentre sul mondo del lavoro si abbatte la tempesta.

Www.amigi.org. Questo articolo è stato inviato contemporaneamete al manifesto

Nell’economia, nella ricerca, nella scienza precipitiamo all’indietro. Qualcuno ricorda gli anni d’oro del dopoguerra? Gli anni del miracolo economico italiano. Tanto per dire: l’Oscar del «Financial Times» alla lira ai tempi di Donato Menichella; il calcolatore di Olivetti, prima degli americani; la plastica di Giulio Natta; il Cnen di Felice Ippolito; l’Eni di Enrico Mattei; il sincrotrone di Edoardo Amaldi; le innovazioni dell’Iri (senza dire del cinema e delle arti). Poi le cose sono andate come sappiamo e ci troviamo oggi agli ultimi posti in Europa. Allora? Non ci resta che piangere? Che altro ci resta?

Ci resta la Storia. Non nel senso che dobbiamo ritirarci nella memoria rinunciando al domani ma, al contrario, adoperando la storia come motore per il futuro. Specialmente per il futuro delle nostre città.

Pensavo queste cose partecipando nei giorni scorsi all’affollata presentazione di un magnifico libro, «Il teatro di Neapolis», curato dalla soprintendenza archeologica, dal comune e dall’università Orientale di Napoli. Un libro che racconta e documenta accuratamente il lungo lavoro, avviato dopo il terremoto del 1980 da un gruppo di benemeriti studiosi – Bruno D’Agostino, Ida Baldassarre, Roberto Einaudi integrato negli anni successivi da Stefano De Caro, Daniela Giampaola, Giancarlo Ferulano, Fabiana Zeli e altri – che stanno realizzando il recupero dell’antico teatro romano nel cuore della Napoli greco-romana. Una straordinaria impresa di archeologia urbana, alla quale collaborano da tempo, con sorprendente concordia, la soprintendenza, il comune e l’Orientale. Non si tratta di isolare l’antico monumento (come pure, molto recentemente, è stato proposto da uno storico dell’architettura autorevole come Renato De Fusco) ma di promuoverne la riscoperta, rispettando la storia della città e documentandola. Il teatro romano si trova infatti sotto la complessa stratificazione edilizia che si è formata nei secoli a partire dal tardo antico e i suoi resti sono adesso visibili al di sotto dell’isolato moderno. Parte della cavea è stata messa in luce nel giardino di via S. Paolo ed è già stata utilizzata per una prima rappresentazione teatrale.

Il recupero della città storica è uno degli obiettivi prioritari del piano regolatore di Napoli che all’uopo prevede appositi piani attuativi, mentre per le ordinarie operazioni di conservazione edilizia sono previsti interventi diretti, regolati da norme fondate sull’analisi e la classificazione tipologica. L’archeologia urbana non è limitata al teatro romano, altre aree interessate sono l’acropoli, sopra piazza Cavour, ancora occupata dal vecchio policlinico, il complesso di Carminiello ai Mannesi, nei pressi di via Forcella, una parte delle mura aragonesi. Napoli è una città delle italiane in cui si pratica in modo rigoroso la procedura dell’archeologia urbana. A Roma il progetto Fori – che prevedeva di smantellare la via dei Fori, quella voluta da Mussolini per offrire uno sfondo imperiale alla sfilata delle truppe, e per vedere il Colosseo da piazza Venezia – è stato anch’esso seppellito.

È ora diffusa ovunque l’”archeologia derivata”, quella dipendente dalle opere pubbliche: parcheggi, metropolitane, strade, ferrovie, e via scavando. E quindi l’archeologia come sorpresa, come occasione eterodiretta, decisa altrove, “non conseguente a una domanda di ordine storico” (Piero Guzzo). Il “rischio archeologico” come il rischio geologico, la ricerca archeologica come lo sminamento, come la bonifica, spesso solo un costoso intralcio alle opere pubbliche. Con l’inevitabile corredo di vetrine, finestre, piccoli recinti specializzati, dall’esito estetico insignificante, dove sono esposti i resti recuperati e spesso incomprensibili,

Anche se, intendiamoci, l’archeologia derivata contribuisce lo stesso alla conoscenza e importanti risultati sono stati raggiunti proprio a Napoli grazie ai lavori della metropolitana seguiti da Daniela Giampaola: l’antico porto di piazza Municipio, la fortificazione bizantina di piazza Bovio. Ma l’archeologia che serve alle nostre città e al paesaggio è l’archeologia urbana, componente vitale dell’urbanistica moderna. Secondo me all’archeologia urbana si deve riconoscere addirittura un valore integrativo e sostitutivo – se volete di supplenza – nei confronti dell’urbanistica propriamente detta. È un argomento secondo me attuale e importante, da riprendere e sviluppare più estesamente in altra occasione. Qui mi limito a schematizzare che purtroppo, come sappiamo, l’urbanistica è una disciplina in via di rimozione, negletta, talvolta vilipesa, e con essa sono in discredito obiettivi una volta indiscutibili, lo spazio pubblico, il bene comune, il diritto alla città. Perciò è un’ottima cosa se questi stessi obiettivi sono parte di un progetto di archeologia urbana (si pensi ai parchi archeologici suburbani). L’archeologia, a differenza dell’urbanistica, è una disciplina che tutti gradiscono.

Sempre, nei momenti di crisi e di incertezza, quando non si capisce il futuro, ci si interroga sul passato.

A seguito della presentazione ufficiale del progetto definitivo della nuova Tangenziale Est Esterna di Milano, fatta dalla società concessionaria lo scorso mese di febbraio, si susseguono, nei territori interessati, assemblee pubbliche organizzate dagli enti locali che hanno lo scopo di illustrare ai cittadini la nuova opera e raccogliere eventuali osservazioni, che le Amministrazioni Comunali possono poi fare proprie nei pareri di competenza da trasmettere alla società.

Avendo partecipato a più di una di queste serate vi ho notato alcuni aspetti ricorrenti piuttosto rilevanti: sale affollatissime di professionisti, tecnici, amministratori, mamme, insegnanti, pensionati, addirittura giovani…insomma, di cittadini. Seduti uno a fianco dell’altro, su spesso scomode sedie (a volte addirittura in piedi) ad ascoltare dati sulle pendenza delle rampe d’accesso, sulle distanze dall’abitato, sulle barriere antirumore, percentuali e stime di traffico presunto, eccetera: un dato di partecipazione, quanto meno numerico, notevole, a testimonianza che i temi territoriali interessano ancora molto quando qualcuno si prende la briga di parlarne.

Un altro elemento ricorrente è il tentativo, da parte degli amministratori locali, di circoscrivere la questione TEM alla dimensione strettamente comunale, per cui le serate molte volte si svolgono all’insegna dei peggiori esempi di partecipazione di tradizione italica: si tenta di consolare il grande proprietario terriero che si vede un proprio campo di 200 mq tagliato dalla nuova strada, la giovane coppia che ha appena acquistato uno “splendido appartamento vista campagna” che tra qualche anno si trasformerà in “affaccio sulla rampa d’accesso”, e altre questioni populiste di queste genere come annunciare con trionfo l’aver fatto spostare una rotonda di accesso alla TEM oltre i confini comunali (sull’onda del motto: abbiamo scacciato gli oppressori!); fa niente se lo spostamento fisico è di esattamente 75 metri.

Ed infine, l’ultimo tema è l’assoluta evidenza che la nuova autostrada, che a detta di molti dovrebbe garantire lo sviluppo lombardo finora frenato dalla mancanza di infrastrutture, è stata progettata con criteri e tecniche costruttive vecchie, obsolete, altrove superate. Impatti ambientali fortissimi e, sembrerebbe, scelte progettuali che sottovalutano e sottostimano il problema della deviazione delle numerose acque superficiali e del drenaggio di quelle provenienti dalla falda che, come tutti sanno, in questa zona è piuttosto superficiale.

Ma a parte queste osservazioni io credo che ci siano due differenti aspetti per valutare la vicenda della realizzazione della nuova Tangenziale Esterna milanese: uno di tipo politico e uno più strettamente urbanistico.

Dal punto di vista politico credo che lo scandalo stia nel fatto che i risultati ottenuti dall’Associazione dei Comuni insieme alla Giunta provinciale presieduta da Penati, che sono stati ufficializzati nella stipula dell’Accordo di Programma del 2007 rischiano fortemente di rimanere solo sulla carta.

Val la pena ricordare che il progetto originario dell'infrastruttura, che risale all’anno 2003 e fu presentato dalla giunta provinciale presieduta da Ombretta Colli, prevedeva la costruzione di una nuova arteria autostradale che avrebbe raccordato i flussi veicolari provenienti dall’autostrada A4 (Milano-Venezia) e dalla nuova Direttissima Bre.Be.Mi. con l’autostrada A1 (Milano-Bologna). Solo grazie al lavoro della nuova giunta provinciale di Penati e dell’associazione dei Comuni, si sono svolti incontri e mediazioni che hanno consentito di raggiungere un’intesa per la modifica del progetto. Tale modifica ha portato alla sottoscrizione dell’Accordo di programma (2007) che ha come oggetto “la realizzazione della tangenziale est esterna e il potenziamento del sistema di mobilità dell’est milanese e del nord lodigiano” e che comprende, oltre al progetto della nuova tangenziale, importanti opere di riqualificazione e di integrazione delle strade esistenti, dove si riverseranno i nuovi flussi di traffico, (la strada Rivoltana, la Cassanese, la Paullese, la Cerca) ma anche l’impegno a potenziare le reti di trasporto pubblico su gomma e su ferro.

I risultati dell’Accordo di Programma 2007 sono a forte rischio di attuazione in quanto la società Tangenziale Esterna spa, per motivi economici, sembra avere dei problemi a rispettare gli accordi e quindi ecco saltare alcune opere di mitigazione ambientale (alcuni sottopassi saranno sostituiti da cavalcavia) e di compensazione ambientale (riqualificazione strade esistenti, potenziamento trasporto pubblico, ecc).

C’è anche da dire che erano state previste delle opere compensative che avevano poco senso: ad esempio alcuni comuni del Lodigiano toccati solo marginalmente dalla nuova infrastruttura avevano ottenuto come contro parte chi la costruzione della nuova palestra comunale (in paesi di 800 anime), chi la costruzione di un’altra opera pubblica. Insomma, forse nella fase preliminare, quando serviva soprattutto il benestare delle amministrazioni locali e nessuno doveva badare ai conti, le “opere compensative” sono state concesse con eccessiva leggerezza.

Per portare comunque avanti l’infrastruttura la società concessionaria non si interfaccia più con l’Associazione firmataria dell’Accordo di Programma ma contratta con le singole Amministrazioni Comunali proponendo dei veri e propri baratti, (voci di corridoio parlano addirittura di manciate di milioni di euro messe metaforicamente sulla scrivania di qualche primo cittadino in cambio dell’accettazione della mancata realizzazione di opere di mitigazione; soldi che per molti consentirebbero l’apertura di qualche cantiere per soddisfare qualche promessa per proprio programma elettorale). E il dramma è che molte Amministrazioni Locali si prestano a questo giochetto, chi per ragioni di appartenenza politica e chi per dare un po’ di sollievo ai propri bilanci comunali.

Il tema/dilemma di molti, a mio avviso, potrebbe essere: se io -Amministrazione Comunale- rifiuto a priori qualsiasi tavolo di discussione esco dalla trattativa e non posso che subire scelte fatte da altri senza ottenere nulla oltre alla colata di asfalto oramai inevitabile; se invece accetto di valutare le proposte e di avanzare richieste forse c’è qualche possibilità di riuscire ad ottenere qualcosa per il mio territorio. Fare i duri e puri o sporcarsi le mani? Forse è su questa scelta che si dovrebbero costruire i dibattiti pubblici e spiegare ai cittadini che si è deciso di sedere al tavolo e perché….senza essere necessariamente tacciati per essere pro-TEM o connivente con il sistema di potere lombardo.

L’associazione dei Comuni potrebbe impugnare l’Accordo di Programma ma questa scelta presupporrebbe un gioco di squadra e un fronte unico da parte dei Sindaci che al momento appare quantomeno indebolito.

Dal punto di vista urbanistico credo che nessuno può negare che la TEM sarà il nuovo confine di Milano e, se mai si giungerà alla sua istituzione, sarà il limite est della città metropolitana. Se non viene adottata nessuna politica territoriale di scala vasta lo “scenario tendenziale” dell’est Milano vedrà un processo di densificazione con ben pochi controlli e privo di funzioni qualificanti nel margine interno in parallelo a uno sprawl diffuso e massacrante (peraltro già in atto) nel margine esterno.

Se esistesse un livello di governance sovra locale si potrebbe pensare a un’accorta strategia di “perequazione territoriale” che guiderebbe un processo di densificazione cui però starebbero dietro delle logiche localizzative per alcune funzioni di qualità da “strappare” a Milano città, mentre per la parte esterna si potrebbero valorizzare le funzioni agricole che si stanno perdendo a causa delle spinte speculative e di rendita fondiaria, secondo il modello dell’agricoltura a km 0, dell’agricoltura periurbana, dello sviluppo sostenibile, ecc.

Dato che questo livello non esiste e la Provincia è assolutamente contraria a coprire questo ruolo, si può solo sperare nella “buona volontà” delle Giunte locali. Che introducano nei propri Piani di Governo del Territorio criteri per impedire l’effetto “capannoni lungo l’autostrada A4”, che utilizzino i soldi che TEM concederà loro per attuare progetti e misure di compensazione ambientale…insomma, davvero poco, considerando che questi temi non sono un patrimonio comune consolidato e che con il cambiare dei colori di alcune casacche politiche fiorirebbero le varianti e i capannoni.

Le cave sono un ulteriore problema che si porta dietro la TEM ma perché non osare e controproporre, in cambio della concessione all’esercizio della cava:

1. procedure trasparenti per chi vi avrà accesso e quindi rendere controllabile il settore del movimento terra che risulta essere il più appetitoso per le mire della criminalità organizzata;

2. la trasformazione dell’area, alla fine dei lavori, in una zona di pregio ambientale, di un parco attrezzato.

Forse un azzardo ma il giocare in attacco, o quantomeno provarci, a volte, può far trovare nuove vie.

Da qualche giorno alcuni esponenti delle Prefetture italiane sono protagonisti di vicende non proprio trasparenti. Corrado Catenacci, prefetto di Napoli ed ex commissario ai rifiuti della Regione Campania è stato arrestato nell'ambito di un'operazione per reati ambientali, in particolare e' stata accertata l'esistenza di un accordo illecito tra pubblici funzionari e gestori di impianti di depurazione campani che ha consentito, per anni, lo sversamento in mare del percolato senza alcun trattamento preventivo, contribuendo ad inquinare un lunghissimo tratto di costa.

A Genova la Corte dei Conti ha aperto un fascicolo per accertamenti sulla spesa sostenuta (pari a € 105.000,00) per i lavori di ristrutturazione della stanza da bagno dell’appartamento del prefetto, Francesco Musolino, che comprendono l’installazione di un bagno turco, di idromassaggio e di coperture marmoree.

E ancora, dagli atti giudiziari del “caso Ruby” emerge come il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi , abbia ricevuto, in almeno tre incontri, presso gli uffici prefettizi, la sig.ra Garcia Polanco Marysthell, assidua frequentatrice e animatrice delle serate di Arcore, per favorire la sua pratica di cittadinanza, come richiestogli dal Presidente del Consiglio Berlusconi.

Insomma, se la carica di Prefetto è la massima rappresentazione sul territorio dello Stato e dell’ordine pubblico, lo scenario non sembra particolarmente rassicurante.

Un ulteriore caso emerge dalle vicende lombarde dell’ultima ora ed ha come soggetto il marito del Prefetto della città di Lodi.

Il contesto è quello lobbystico e corporativo della Regione Lombardia, settore sanità, in perfetto Comunione-e-Liberazione-style.

Già la nomina a direttore generale dell’ASL – Milano 1 di Pietrogino Pezzano, decisa dal governatore Roberto Formigoni nel dicembre scorso, aveva suscitato molte polemiche, fino a spingere i gruppi consiliari regionali di opposizione (Pd, Sel e IdV) a presentare una mozione per la revoca dell’incarico, in quanto erano presenti gravi accuse sui rapporti di Pezzano con alcuni ambienti mafiosi (mozione bocciata poi dalla maggioranza del Consiglio Regionale). Il nome di Pezzano compare infatti nei documenti della maxi inchiesta “Infinito” sulla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia condotta dalla Procura di Milano. Alcune fotografie lo ritraggono assieme a ‘ndranghetisti della Brianza come Saverio Moscato e Candeloro Polimeno e il suo nome viene rintracciato in alcune intercettazioni di Pino Neri, ‘ndranghetista di casa nel Pavese.

Ed ecco che Pezzano nomina, solo il 27 gennaio scorso, il Dr. Giovanni Materia quale Direttore Sanitario della stessa ASL – Milano 1. E solo 6 giorni dopo, il 2 febbraio, lo stesso è costretto alle dimissioni in quantorinviato a giudizio per abuso d’ufficio dal gup di Messina, Maria Teresa Arena. I fatti contestati risalgono al novembre 2005 quando Materia era direttore sanitario del Policlinico di Messina dove, secondo gli inquirenti, operò delle pressioni sulla Commissione d’esame che doveva valutare i candidati di un concorso all’Istituto di Medicina del Lavoro del Policlinico al fine di favorire Umberto Bonanno, ex presidente del consiglio regionale.

Ho avuto modo di conoscere personalmente il Prefetto di Lodi, Dott.ssa Strano, quando, sulla scia della mia tesi di laurea sugli effetti delle infiltrazioni mafiose nei processi di governo del territorio, l’Ufficio Tecnico comunale nel quale lavoro, di un piccolo paese della provincia di Lodi, ha elaborato un Protocollo di Legalità da inserire nel proprio Piano di Governo del Territorio di prossima approvazione.

La consultazione con il Prefetto aveva l’obiettivo di verificare i contenuti anche dal punto di vista giuridico e di costruire un percorso istituzionale che potesse introdurre nel lodigiano criteri di trasparenza nei processi decisionali di tipo urbanistico e territoriale.

Nonostante durante l’incontro il Prefetto si sia dichiarata interessata a questa iniziativa, a quasi 2 mesi dall’incontro non ci sono pervenuti riscontri o richieste di approfondimento, solo, in risposta ai numerosi solleciti del nostro Sindaco, abbozzi di scuse e rimandi in nome delle troppe carte da sbrigare sulla scrivania e di eventi contingenti improrogabili.

Non resta che prendere atto che, nonostante la Direttiva sui controlli antimafia, scritta nel giugno scorso dal Ministro Maroni ai Prefetti , nella quale si ribadiva la necessità di affinare gli strumenti a disposizione, tenendo conto delle realtà territoriali ed ambientali, per colpire le organizzazioni criminali nei loro interessi economici, garantire libertà di impresa in sicurezza e favorire lo sviluppo dell'economia legale, alcune lungaggini burocratiche disincentivano iniziative potenzialmente virtuose.

In particolare, la direttiva sottolinea l'esigenza di valorizzare quelle iniziative pattizie, i protocolli d'intesa, che si sono già rivelate strumento prezioso per tutti quegli operatori economici che hanno chiesto, ed ottenuto, la "prossimità" delle istituzioni a supporto della libera attività d'impresa.

Peccato che non tutte le istituzioni ci credano allo stesso modo.

Nonostante qualcuno si ostini ancora a sostenere che la criminalità organizzata al nord non esiste, che leggi speciali sulla legalità “giù al nord”, nella terra dei giustizieri padani, non servono, dalla lettura degli atti dei processi, dalle testimonianze dei pentiti, dai documenti delle forze di polizia emerge l’immagine di una Pianura Padana controllata da un’economia illegale sempre più vischiosa e camaleontica, pronta a fare affari con chiunque. Riciclaggio di denaro per investire in imprese di movimento terra, per interrare nei cantieri (alle porte di Milano, non nella Locride!) tonnellate di rifiuti tossici, sui quali, una volta ricoperti, giocheranno i nipoti di questa Milano-bene, che forse sa, ma che continua a fare finta di niente e a stringere mani poco pulite in nome di lauti guadagni.

S. Maria la Carità è un comune sconosciuto, ma le sue vicende ben raccontano della tutela del paesaggio, dell’abusivismo, dello spreco delle risorse del territorio, dell’assenza delle istituzioni, della prevalenza dell’interesse di parte su quello collettivo, in Campania. Nasce nel 1978 distaccandosi da Gragnano, porta della penisola sorrentina.

Sottoposto alla disciplina del Put, unico (e serio) piano urbanistico/paesaggistico redatto dalla Regione in 40 anni di storia, sistematicamente violato da abusi edilizi e deroghe pubbliche, S. Maria conta 11000 abitanti. L’unico piano regolatore della sua storia risale al 1994 in regime di commissariamento dopo anni di diatribe locali. Le forti caratteristiche agricole evidenziano un’economia fondata sulla presenza di aziende specializzate nella floricoltura. Questo ha allontanato da S. Maria le grosse speculazioni immobiliari, ma il suo sviluppo demografico, l’assenza di pianificazione locale che disciplinasse l’uso corretto del territorio, la vicinanza d’altri comuni con forti esigenze abitative pur’essi senza prg, hanno generato in molti sammaritani la convinzione di risolvere da sé il problema casa. Per questo al Comune sono pervenute 3000 istanze di condono. In media ogni famiglia ha una domanda di condono: ogni casa ha un abuso o è tutta abusiva. La storia ha insegnato a tanta gente che il “fai da te” è il modo per risolvere i propri problemi sempre connessi all’assenza delle istituzioni, consolidando la convinzione che ciò sia addirittura “normale”. Tutto si risolve e subito con i pratici consigli del tecnico “esperto” e una delle tante imprese sempre disponibili a edificare nell’orto una nuova casa: per sé, per i figli e qualcuna pure da mettere a reddito per coprire le spese, trascurando scientemente che nessuna legge consente più nuovi condoni.

Un giorno della situazione se ne è occupata la magistratura (l’azione della quale risulta spesso rallentata da tutti i gradi di giudizio immaginabili) e sono arrivate pure a S. Maria, inesorabili, le ruspe.

Così negli altri comuni, in Costiera, a Ischia, sul Vesuvio, nei Campi Flegrei, a Capri, Procida, sul litorale domizio, nel Cilento, tutte zone soggette alla rigorosa pianificazione paesaggistica redatta dal Ministero per i beni culturali in luogo dell’omissiva Regione Campania, commissariata dal Presidente della Repubblica con un provvedimento esemplare (unico caso in Italia).

Un anno fa i “neo” abusivi si sono costituiti in comitati. Anche a S. Maria ne è nato uno: “Amici dei territori”. Presidente è uno di quegli esperti geometri, già condannato per concussione nelle funzioni di tecnico comunale e perciò allontanato (dal Prefetto) dai pubblici uffici. Tanti gli iscritti al comitato in un anno, quasi quanti sono quelli di Italia Nostra in Italia. E’ allora facile trovare l’interlocutore politico che faccia sue le istanze provenienti “dal territorio”.

Il decreto che sospende le demolizioni, la Lr 1/2011 che ammette la sanatoria anche per chi ha realizzato opere abusive insanabili non a caso simili a quelle previste in deroga dal piano casa (pure nelle zone vincolate), le dichiarazioni della nuova Regione di voler porre mano alla revisione dei piani paesaggistici per far rapidamente spazio a nuovi condoni, e riformulare la Lr 10/2004 che aveva limitato ai cittadini campani il libero accesso al condono introdotto dalla legge 326/03, rappresentano il nuovo scenario verso cui il fronte ambientalista dovrà misurarsi.

Gli alleati sono divenuti assai improbabili. Spariti dalla scena politica i partiti d’opposizione che arginavano le colate di cemento dei Piani provinciali e comunali delle amministrazioni di turno, viste le annunciate deregolamentazioni regionali che disporranno l’approvazione degli strumenti urbanistici da parte delle stesse amministrazioni che li hanno promossi, senza più controllo (i Prg saranno approvati dai Comuni senza controllo delle Provincie sulla conformità ai piani sovraordinati, alle leggi regionali e nazionali, e così via “sussidiareggiando”), visto anche l’impoverimento delle risorse degli organi decentrati del Mibac che arrancano nel garantire la tutela del paesaggio.

Di recente a S. Maria un agricoltore si è vista respinta l’istanza per realizzare una serra. Ha ricorso al tribunale perchè il decreto degli anni 70 di vincolo paesaggistico dell’intero territorio comunale non era mai stato esposto all’albo pretorio. Lo sapevano tutti in paese e pure in Soprintendenza. Il tribunale gli ha dato ovviamente ragione. Di colpo S. Maria non ha più vincoli. Tutte le 3000 istanze di condono passeranno: basterà che gli abusivi abbiano pagato oblazioni e prodotto quattro certificati. L’intimidito Mibac ha ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar, pure fuori dai termini previsti dalla legge. Non si è preoccupato semmai più semplicemente di perfezionare la procedura sbagliata.

Perderà nuovamente. E pure agli ulteriori più recenti 1500 abusi che la Regione sta preoccupandosi di salvare, non ci saranno ragioni di tutela paesaggistica da opporre. Ai forse troppo pochi cittadini di S. Maria rispettosi delle leggi, che sfuggono alla statistica di un’istanza di condono per famiglia, lo Stato non saprà che dire. Sta inesorabilmente avanzando un nuovo modo d’intendere l’interesse collettivo.

Alloggi e negozi di proprietà comunale affittati nel cuore di Milano, Piazza Duomo e Galleria. Il municipio ha pubblicato due elenchi riguardanti l’uno gli appartamenti, senza il nome del locatario, l’altro gli spazi commerciali, con la denominazione ufficiale, quella che appare nelle insegne. Precisazione quest’ultima dovuta, giacché chi e quali capitali stiano dietro di esse non è dato sapere (ma sono stati segnalati e denunciati più volte dalla stampa gli investimenti della mafia e della n’drangheta). Gli elenchi che i quotidiani milanesi hanno commentato illustrandoli con tabelle e grafici sono molto interessanti soprattutto perché mostrano come il Comune non sia stato capace di riordinare a dovere una materia, quella dell’impiego delle proprie risorse patrimoniali, del quale dovrebbe render conto all’opinione pubblica oltre che agli organi istituzionali di controllo, mostrando correttezza economica ed equità sociale.

Un analogo elenco di tre anni fa relativo agli esercizi commerciali nella Galleria e in un prossimo tratto di portico sulla piazza rivelava numerosi casi di incredibile privilegio, durato per molti anni. Nessun contratto d’affitto appariva allineato ai valori di mercato, stimati fra i più alti del mondo per questo luogo. Ma ben 17 casi su 38 (quasi il 45%) presentavano importi non solo di molte volte inferiori ma palesemente causati, nonché da colpevole noncuranza degli amministratori, da favori e diritti esclusivi dispensati a certe aziende. La dimostrazione ce la danno gli stessi prezzi convenuti nella revisione del 2010 con la moltiplicazione, in questi 17 casi, maggiore che in tutti gli altri. Tuttavia per i contratti del 2010 (41 di cui 3 nuovi) l’amministrazione comunale non ha per niente ottenuto un generale equilibrio. Mentre i valori massimi non toccano ancora il livello adeguato allo straordinario pregio “mondiale” del sito, sono evidenti gravi disparità nel calcolo dei prezzi unitari, scontate le variazioni attribuibili al diverso peso delle superfici totali. Ad ogni modo i numeri ballano dal basso al medio all’alto per posizioni di assoluta omogeneità. I pochi prezzi unitari più elevati superano i 1.000 euro al metro quadrato e potremmo accontentarci, ma quelli più bassi suscitano sorpresa e scandalo. Il Bar Zucca ubicato in uno degli angoli del voltone d’accesso alla Galleria dalla piazza, forse il bar più famoso della città, paga solo 184 euro al metro, 104.000 euro l’anno per 563 metri quadri, 8.640 euro il mese. Se la motivazione fosse il valore storico dell’ambiente (non sappiamo quale altra se ne possa trovare), non per questo sarebbe accettabile un tale regalo all’attuale proprietà, il cui ricavo giornaliero di sicuro rifiuteremmo di credere vero se ce lo rivelassero. Alcune situazioni sono incomprensibili. Di due dei tre negozi nuovi rispetto al 2007, Abbigliamento Dutti e Abbigliamento Oxus, collocati sullo stesso lato della Galleria e divisi solo dalla storica Libreria Bocca, il primo ha avuto come un regalo, l’irrisoria cifra di 130 euro/mq (31.500 euro/anno per 242 mq), il secondo ha dovuto accettarne 1.193 (129.350 euro/anno per 104 mq). Viene il dubbio che ci sia un errore nella tabella pubblicata. Il negozio di camicie Nara e il Bar Sì che vanta un’incessante frequentazione, sul lato dirimpetto poco distanti l’uno dall’altro, con superfici quasi uguali (80 e 87 mq), pagano il primo 957/mq, il secondo 351. Si vede che i bar, oggigiorno sempre anche ristoranti specie per turisti, numerosissimi in ogni stagione, godono di particolari simpatie presso la giunta comunale, se anche il lussuoso Il Salotto nell’ala verso Piazza Scala esibisce un misero contrattino da 302 euro al metro quadro.

Il panorama disegnato dai contratti attuali inerenti agli alloggi nella Galleria, nelle due strade adiacenti (via Foscolo e via Pellico), nel palazzo sul lato meridionale della piazza (accesso dalla retrostante via Dogana) è contrassegnato da prezzi stracciati. Non si conoscono i nomi dei locatari e questo, come ha osservato il candidato del centrosinistra alle elezioni comunali avvocato Pisapia, “non serve”. Qualche inquilino cinquantennale molto anziano, amici degli assessori, pensionati, enti sconosciuti e affittuari in locali lasciati senza manutenzione: è un coacervo di assurde situazioni incancrenite alle quali non sarà facile metter mano per sbrogliare il pasticcio e render equo il rendimento patrimoniale. I prezzi sono davvero quasi tutti talmente bassi da far apparire bizzarri quei pochi che se ne discostano. Che sono solo quattro (due in Galleria, uno in via Foscolo, uno in via Pellico) in cui il valore annuo al metro quadro varia attorno ai 200 euro e l’affitto mensile per superfici fra 75 e 100 metri va da 1200 a 1800 euro circa. Tutti gli altri alloggi evidenziano prezzi unitari minimi in relazione sia alla superficie sia all’affitto mensile. Un appartamento di 163 mq in via Foscolo paga 32 euro annui al metro e 430 il mese. Nel palazzo sulla piazza cinque appartamenti presentano contratti senza squilibri perché tutti a livello molto basso fra 40 e 50 euro/mq e 300-450 euro d’affitto mensile. Che cosa deve fare il Comune? Non moltiplicare brutalmente e indiscriminatamente l’onere del contratto a tutti ma valutare attentamente ogni caso per evitare di punire qualche vecchio inquilino povero, o di sopravalutare locali degradati che invece devono essere restaurati, o di sottovalutare il contributo di chi abbia fatto eseguire rilevanti ammodernamenti. Comunque, presupponendo appartamenti in buono stato da affittare secondo procedure di massima trasparenza, il canone mensile lordo comprensivo di tutte le spese, salvata la necessità di conservare in qualche caso, per ragioni umanitarie, un canone da casa popolare, potrebbe essere calcolato diciamo al 4% del valore capitale di almeno 10.000 euro al metro (questo è il prezzo minimo per alloggi in ottime condizioni in zone del centro storico anche non prossime a Piazza Duomo): dunque affitto di 400 euro/mq; per un alloggio di 75 mq 2.500.000 euro il mese; vuol dire aumentare l’importo di certi attuali contratti persino di dieci volte.

Milano, 22 gennaio 2011

Che Sandro Bondi non concorresse al titolo di “Miglior Ministro dei Beni Culturali”, ci era noto da tempo. Per molti mesi dal suo insediamento gli osservatori e gli operatori del mondo dei beni culturali e quanti semplicemente hanno a cuore le sorti del nostro patrimonio hanno stigmatizzato la sua assenza: Bondi troppo impegnato sul versante partitico ha per lungo tempo dedicato al proprio Ministero un’attenzione distratta, casuale e spesso puramente ideologica tanto da abbandonare il nostro patrimonio, in più di un oscuro passaggio, nelle mani della “cricca”. Clamoroso il caso del commissariamento per i Grandi Uffizi a Firenze, mentre le procure sono ora al lavoro sul Petruzzelli di Bari, sulla ricostruzione all’Aquila e su quella gestione commissariale di Pompei che ogni giorno di più, consegna alle cronache nuovi esempi di finanza allegra.

In questa latitanza, spiccano, per caratterizzazione “ideologica” appunto, i provvedimenti di reale tutela, poche medaglie al valore ma ripetutamente sbandierate: ma se il Pincio, non appena transitato sotto l’amministrazione Alemanno è stato doverosamente salvato dallo sventramento, non altrettanto è successo a Milano, dove il ministro non ha minimamente contrastato lo scempio inaudito del parcheggio di Sant’Ambrogio fortemente voluto dall’amministrazione Moratti.

Nella mancanza complessiva di una visione culturale, se non proprio di una politica, unico esempio di direttiva è stato rappresentato dall’accentuazione esasperata delle pratiche di valorizzazione, culminate con la nomina di apposito manager e codazzo annesso di pubblicitari che in nome del marketing in un anno e mezzo di attività hanno saputo produrre, fra continue fanfare mediatiche, solo qualche bislacca campagna promozionale per rendere ancor più appetibili i monumenti icona del nostro patrimonio già oppressi da una pressione antropica che non ha mancato di provocare i primi segnali di cedimento (v. per tutti il Colosseo e i suoi problemi di degrado).

Alla stessa visione pubblicistica (essendo il marketing vero e proprio comunque collocato su un altro livello di complessità), è ben presto risultata ispirata anche la pratica dei commissariamenti dei principali siti e monumenti nazionali, attraverso la quale si è tentato uno smembramento del patrimonio fra beni di serie A, economicamente fruttuosi e beni di serie B (il 90% dell’immenso patrimonio culturale italiano) non monetizzabili e quindi abbandonati, dopo i ripetuti tagli di bilancio, ad un incerto destino. Il caso degli Uffizi e gli eventi recentissimi di Pompei rappresentano gli esiti, dolorosi e internazionalmente conosciuti di questa “sperimentazione”.

I commissariamenti hanno costituito peraltro l’iniziativa più fragorosa, ma non l’unica di un disegno di dismissione complessiva del sistema delle tutele, che si è incarnato in una serie di provvedimenti, meno clamorosi ma ancor più devastanti, tesi a ridurre e imbrigliare il ruolo delle Soprintendenze in materia di tutela del paesaggio. Proprio in questo settore cruciale a salvaguardia non solo del nostro patrimonio culturale, ma del tessuto delicatissimo del nostro territorio, Sandro Bondi ha di fatto accettato di confinare il proprio Ministero in un ruolo di totale irrilevanza politica e di sudditanza acritica nei confronti dei Ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture. Dal piano casa al federalismo demaniale, dalle “semplificazioni” amministrative – autorizzazione paesaggistica e Scia – alle così dette linee guida sugli impianti di energie rinnovabili, con accelerazione crescente negli ultimi mesi, i già fragili organismi della tutela sono stati investiti da una serie di provvedimenti ambigui, spesso tra loro contraddittori e tutti però ispirati alla politica del laissez faire e della facilitazione dell’iniziativa privata a qualsiasi progetto applicata.

Già in passato avevamo denunciato, a partire dal Primo rapporto nazionale sulla pianificazione paesaggistica, questa deriva anticostituzionale che, complice il Ministro, tendeva a sovvertire la primazia dell’art. 9, rispetto ad altri interessi che non fossero quello pubblico, il principio guida che da Benedetto Croce a Concetto Marchesi, ha ispirato i legislatori e i padri costituenti.

Ripetute e ormai rituali affermazioni di “disponibilità” alle esigenze del progresso comunque inteso da parte della dirigenza Mibac, documenti ufficiali di imbarazzante livello culturale in cui alla tutela vengono sostituite le “buone maniere” fino a giungere a quest’ultima esplicita dichiarazione dello stesso Bondi. Coi toni ormai consueti di acrimonia e arrogante furore con i quali si rivolge a chiunque si permetta critiche al suo operato (l’episodio delle dimissioni di Salvatore Settis segnò, da questo punto di vista, una svolta verso una deriva da minculpop sempre più pesantemente applicata da allora in poi) il Ministro, in uno sbracamento culturale totalmente esplicito, identifica la propria mission nella facilitazione coute que coute della funzione infrastrutturale ed edilizia del territorio che non deve essere ostacolata da “ritardi” derivanti da fastidiosi reperti.

E’ la versione riveduta e corretta come neppure i più tendenziosi fautori della libera impresa avrebbero potuto sperare, di un art. 41 cui è stato assoggettato l’art.9, ridotto al ruolo di accessorio esornativo.

L’uomo sbagliato, dunque, al posto sbagliato: dopo queste ultime dichiarazioni non c’è altra possibilità di salvezza per il nostro patrimonio che le dimissioni di Sandro Bondi.

Per questo eddyburg si unisce all’appello a Napolitano promosso da Assotecnici e invita tutti i suoi lettori a firmarlo.

Per firmare l'appello Per Pompei e la cultura

La riforma Gelmini, definita “epocale” dalla ministra – che evidentemente ha idee confuse su ciò che sono le epoche – divenuta legge, investirà la vita delle Università italiane nei prossimi mesi. Un diluvio di norme e regolamenti da applicare pioverà sugli atenei, proseguendo ed esacerbando le tendenze dell'ultimo decennio, durante il quale “l'innovazione continua” delle cosiddette riforme ha tormentato docenti e studenti, perennemente alle prese con problemi organizzativi e novità procedurali da interpretare. Una pratica che ha assorbito non poco tempo ed energia alle loro ricerche e ai loro studi. Nulla di nuovo, dunque, se non il peggio che prosegue nella sua china, perché la riforma aggiunge un'ulteriore limitazione di risorse e di personale ai vecchi problemi.

Ciò che tuttavia iscrive la nuova legge nel quadro delle ristrutturazioni universitarie della UE è un dato di cui pochi, in verità, si sono occupati. Tutte le riforme dell' ultimo decennio non si sono neppure interrogate sulla qualità degli insegnamenti che si impartiscono nell'Università. L'unica preoccupazione che ha tenuto desta l'attenzione dei riformatori è stata quella di far corrispondere discipline e insegnamenti alle tendenze del mercato del lavoro. I solerti pedagogisti del capitale non hanno rovelli che per questo. E perciò anche un grande scrupolo nell'emarginare le discipline umanistiche, poco utili a produrre saperi strumentali, immediatamente spendibili nel mercato. Per il resto, nessuno sguardo sugli scenari attuali delle scienze, nessuna messa in discussione dell'esistente, nessun accenno a una possibile “riforma dei saperi” che allarghi gli orizzonti della ricerca e della formazione universitaria.

Qui si può osservare nitidamente la miopia sistemica della cultura capitalistica dell'ultimo trentennio. E' infatti il caso di ricordare che, mentre le nostre Università si reggono sugli insegnamenti delle vecchie discipline, sulle loro nette separazioni istituzionali – aggiornate nei contenuti da qualche solitario ed eterodosso docente - all'esterno il mondo dei saperi scientifici è stato investito da trasformazioni profonde, in questo caso davvero “epocali”. Si pensi alladiffusione, negli ultimi decenni, dell'ecologia, “la scienza delle relazioni – come scriveva il suo fondatore, Ernst Haeckel - fra le cose viventi e il loro ambiente” Questo nuovo ramo del sapere non è una qualche disciplina specialistica che si viene ad aggiungere a quelle già esistenti. Esso ha letteralmente capovolto uno dei principi costituitivi su cui si e' fondata e sviluppata l'intera scienza moderna: vale a dire la separazione e l'isolamento dell'oggetto dal suo ambiente, per essere studiato nella sua separata e solitaria struttura. L'ecologia ha mostrato, al contrario, che i fenomeni si indagano dentro il loro contesto ed ambiente, perché le connessioni, non sono accidenti, ma costituiscono la realtà intima e indisgiungibile degli stessi fenomeni. Possiamo studiare il seme del grano o l'ape in laboratorio, ma la loro vita reale si comprende nell'universo complesso del suolo, oppure tra le piante, i fiori e le altre famiglie degli insetti. La “prima scienza nuova” come Edgar Morin ha definito l'ecologia - con esplicito riferimento al nostro Giambattista Vico - per la prima volta mostra il mondo vivente in cui tutti siamo immersi come una complessa rete di connessioni i cui multiformi equilibri e relazioni costituiscono ciò che noi definiamo natura. Essa disvela, dunque, l'unità e l'interdipendenza di tutti i fenomeni che la scienza moderna aveva frantumato in una moltitudine di specialismi.

Il successo dirompente dell'ecologia che – salvo rari casi –stenta ancora a trovare spazi adeguati nelle aule delle Università, non è solo dovuto alla sua straordinaria fertilità metodologica. Basti pensare alla sua propagazione tra tante discipline tradizionali, dalla biologia alla chimica, dalla fisica alla botanica, o alla “esplosione” di un campo prima ignoto della biologia, come quello della biodiversità. Il suo vero e proprio trionfo è stato decretato da due clamorosi e drammatici fallimenti che la tecnoscienza ha subito nella seconda metà del '900. Il primo di questi, come tutti sanno, è il « buco dell'ozono”. L'intera vicenda ha mostrato che nessuno dei chimici che avevano creato i gas clorofluorocarburi aveva idea degli equilibri gassosi degli strati alti dell'atmosfera. E di come questi potessero essere gravemente alterati dai gas costruiti in laboratorio. Come apprendisti stregoni che avevano destato potenze infernali, essi hanno dovuto prendere drammaticamente atto dell'esistenza di relazioni invisibili che regolano l'atmosfera in cui dimorano i viventi sul pianeta Terra.

L'altro caso, ben noto, è il riscaldamento globale. Uno degli studiosi più impegnati sul campo, Nicholas Stern, l' ha definito “il più grave ed esteso caso di fallimento del mercato che si sia mai verificato.” Giudizio certo calzante, ma tutto interno all'economicismo imperante. In realtà, la tardiva scoperta che le attività umane condizionano il clima della Terra costituisce il più grave scacco subito dalla scienza contemporanea. L'incapacità delle discipline dominanti di pensare la Terra come una biosfera, vale a dire come un universo di relazioni il cui equilibrio rende possibile la vita, mostra nitidamente come queste discipline hanno smembrato la natura per dominarla nelle sue singole parti, dimenticando che essa è un tutto. Scoprire, come oggi facciamo, che ciò che immaginavamo come infinitamente lontano e indipendente dalle attività umane, il clima, risente invece dell'azione dei nostri scarichi e dei nostri fumi, disvela l'urgente necessità di una “scienza nuova”, di un sapere olistico di cui l'ecologia è portatrice. Dobbiamo, infatti, prendere atto, che il cielo, immaginato come infinitamente lontano e distante da noi, è invece il tetto della nostra casa, e corriamo il rischio di renderlo rovente.

Ora, questi nuovi saperi si stanno facendo strada. Com'è noto, è proprio per lo studio dei mutamenti climatici che si è formato l' IPCC, voluto dall'ONU: il più grande consesso di studiosi mai messo insieme per studiare, con diverse conoscenze disciplinari, quella speciale totalità che è il clima terrestre. Anche all'interno di qualche Università di avanguardia l'ecologia va producendo un rimescolamento dei vecchi assetti disciplinari, e comunque un nuovo dialogo tra le scienze e tra queste e i saperi umanistici. E' il caso, ad es. , dell' Environmental Science, Policy and Management dell'Università di California, a Berkeley, dove filosofi e chimici, storici e botanici cooperano o dialogano su ricerche comuni. Ma si tratta di qualche stella in un firmamento spento.

Riflessione analoga meritano i saperi umanistici, oggi letteralmente perseguitati come veicoli di parassitismi antieconomici, di contagiosi virus del pensiero libero e disinteressato. Eppure il rimescolamento senza precedenti di razze e culture che investe oggi il globo, reclama come non mai il concorso dei saperi umanistici per comprenderlo e interpretarlo. La necessità di una cultura cosmpolita, che faccia i conti con un eurocentrismo ormai angusto, capace di abbracciare le storie e le antropologie, le fedi e le lingue di moltitudini di genti ormai presenti nella nostra vita e nel nostro immaginario, reclama più conoscenze dagli storici, dagli antropologi, dai sociologi, dai geografi, dagli economisti, dai letterati.

E come rispondono i riformatori a questa sfida, anche questa, realmente« epocale »? Con quali saperi si affronta la complessità del mondo che diventa globale? Conosco un solo sforzo serio in questa direzione, avviato in Francia dalle Maisons des Sciences de l'Homme : fortilizi dei saperi umanistici di cui avremmo così bisogno in Italia. Qui, al pedagogismo straccione del centro destra italiano, che rivendicava (ricordate?) la politica delle “tre i” - internet, inglese, impresa - le Maison hanno fatto corrispondere ben diversi significati alle stesse vocali: i nternazionalità, interdisciplinarietà e interistituzionalità. Ma anche in questo caso si tratta di una piccola cometa nei cieli spenti d'Europa.

In realtà, mentre si costruisce l'UE, mentre siamo inondati di retorica sull'avanzare del mondo globale, nelle Università non si fa nulla per costruire la nuova cultura cosmopolita del cittadino europeo e globale. Anzi, in tutti questi anni abbiamo assistito a un fenomeno culturale rilevantissimo di cui le Università portano una responsabilità primaria. Alludiamo al fatto che l'economia, uno dei più antichi saperi del mondo occidentale, diventata una scienza sociale dominante in età contemporanea, si è ormai ridotta, tanto nel suo operare sociale che nelle aule dell'Università, a una tecnologia della crescita economica. Oggi dominano nei curricula delle Facoltà di economia discipline come marketing, matematica finanziaria, economia aziendale, banche e mercati finanziari, ecc, tutto ciò che serve a fare di un giovane un dirigente o un dipendente di impresa. La sua formazione culturale strettamente al servizio delle necessità presenti del capitale. E nessuno – a quanto mi risulta – mena scandalo del fatto che in queste Facoltà non sia presente una materia come storia del lavoro, o come sociologia del lavoro. Non ha nulla a che fare il lavoro con l'economia, con la formazione della ricchezza? Da dove viene, chi ha costruito la società industriale del nostro tempo, in cui i neolaureati sono chiamati a operare ?E' evidente, in questo caso, che già nelle Università si cancella il lavoro – e le persone viventi che lo realizzano - dall'orizzonte formativo dei giovani economisti. Ma questa disciplina mostra oggi altre, ormai insostenibili, inadeguatezze. Com' è possibile che chi studia economia non possa accedere a un corso fondamentale di s toria del colonialismo? Quale può essere la formazione di un giovane economista che ignora un tratto fondativo della storia economica europea: vale a dire il fatto che essa si fonda su cinque secoli di saccheggio delle risorse del Sud del mondo? Ma oggi il capitalismo, con la sua immane macchina divoratrice di energia e risorse, reclamerebbe una ben altra consapevolezza scientifica da parte delle discipline che lo promuovono e l'indirizzano. Non è l'attività economica una gigantesca e insonne manipolazione di risorse naturali destinate alla vita di esseri naturali? Non è l'economia una ecologia inconsapevole? Eppure, a tutt'oggi, i saperi ecologici dentro queste facoltà non hanno diritto di cittadinanza.

Ecco dunque che di fronte all'ampiezza di questi problemi e di queste contraddizioni – il mondo dei saperi che sopravanza in ampiezza e profondità quello strumentale con cui il capitale vuol restringere gli orizzonti formativi delle nuove generazioni – mostra quale portata strategica assuma l'Università nel nostro tempo. Quale luogo di affermazione di un sapere non piegato ai comandi del profitto, che guardi alla natura come a un bene comune da tutelare e non da saccheggiare e che operi al tempo stesso per un progetto di società solidale e multiculturale su scala planetaria. Si comprende bene, quindi, che la lotta dei ricercatori, degli studenti e dei docenti italiani è destinata a trovare motivi di continuità non solo nelle soffocanti imposizioni della legge Gelmini, ma anche in un più vasto orizzonte di ragioni e di prospettive.

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Questo articolo è stato inviato contemporaneamete al manifesto

L'articolo di Asor Rosa sul manifesto del 17 novembre merita non solo di essere ripreso, ma dovrebbe dare avvio a una discussione generale che ponga al centro i caratteri del nuovo ambientalismo e i problemi generali del territorio italiano. Quello che Asor Rosa definisce nuovo ambientalismo è l'arcipelago frastagliato dei comitati e movimenti che in tutti questi anni sono nati a livello locale per contrastare iniziative, centralistiche per lo più ( ma non solo) mirate, ad esempio, alla privatizzazione dell'acqua, o destinate a sconvolgere gli assetti ambientali di vaste aree, o a minacciare la salute degli abitanti. Di queste centinaia di esperienze – che qui non si possono enumerare – credo che il nuovo evocato da Asor Rosa consista essenzialmente in due fenomeni tra loro intrecciati. Il primo attiene alla modalità delle lotte e alla loro organizzazione. In quasi tutti i comitati di cui parliamo – da quello contro la centrale a carbone di Civitavecchia alla “comunità” No-Tav della Val di Susa, per intenderci – il movimento, nato dal basso, da gruppi di cittadini e associazioni, si è organizzato in forme di democrazia deliberativa che hanno inaugurato un modo originale di fare politica.Presidi territoriali in cui i cittadini sono diventati attori autonomi di una prolungata resistenza. Su questo punto, io credo, qualcuno dei protagonisti dovrebbe intervenire e dar conto di successi e problemi. La seconda novità consiste nel ruolo che competenze scientifiche, spesso di alto livello, hanno svolto nell'individuare le minacce ambientali ed anche , spesso, nell'indicare soluzioni alternative possibili. Queste competenze, che si sono messe al servizio dei cittadini organizzati, rappresentano una forma nuova di rapporto tra sapere e politica, tra professioni e democrazia, che meriterebbero una focalizzazione meno occasionale di quanto non si sia fatto. Ma il nuovo ambientalismo, dovrebbe anche caratterizzarsi per qualcos'altro. A mio avviso, dovrebbe oggi fornire una dimensione nazionale alle esperienze e modalità locali e al tempo stesso farsi promotore di un progetto generale di un nuovo modo di utilizzare e vivere nel territorio italiano.

Partiamo dalla configurazione fisica della nostra Penisola. Se noi escludiamo le Alpi, possiamo osservare che la gran parte del territorio abitato è costituito da aree altamente instabili. La Pianura padana è l'enorme catino in cui confluisce la moltitudine dei fiumi alpini, formando il più complesso e intricato sistema idrografico d'Europa. L'ordine di questa pianura è il risultato di opere secolari di bonifiche e regimazioni delle acque da parte delle popolazioni. «Un immenso deposito di fatiche», la definiva Cattaneo, ora densamente abitata e gremita di costruzioni. Quest'area, dove è insediata tanta parte della nostra economia, non è assolutamente al sicuro dai fenomeni atmosferici estremi che ci attendono nei prossimi anni. Com' è noto, stagioni di grande caldo e siccità ed altre fredde o intensamente piovose sono destinate a scandire l'ordine metereologico del nostro incerto avvenire. In Pianura padana ci sono vaste aree sotto il livello del mare, che vengono tenute artificialmente asciutte grazie all'opera di gigantesche macchine idrovore. Il Po, nonostante il saccheggio delle sue acque, ha mostrato negli ultimi anni le esondazioni di cui è capace sotto l'azione di piogge intense. E abbiamo appena visto di che cosa sono capaci anche fiumi minori, come il Bacchiglione.

Ma se noi osserviamo l'intero stivale cogliamo un' altra caratteristica saliente del nostro paesaggio fisico. Una ininterrotta dorsale montuosa, l'Appennino, attraversa l'Italia e continua anche in Sicilia. Come ben sapevano già ingegneri idraulici dell'800, l'Appennino è la chiave di volta dell'equilibrio dell'Italia peninsulare. Le acque e i potenti fenomeni che modellano continuamente i due versanti, tendono a trascinare materiali a valle e ad interrare le aree sottostanti. In una parola, l'Appennino e le alture pedemontane tendono a franare per necessità naturale. Non a caso almeno il 45% dei comuni italiani risulta interessato da fenomeni franosi di varia gravità. Orbene, tale discesa verso valle è stata per secoli controllata e filtrata dall'opera delle popolazioni contadine. Queste oggi sono scomparse. Ma nel frattempo ben oltre il 66% della popolazione italiana si è insediata lungo la fascia costiera dello stivale. E qui si concentrano non solo gli abitati, ma le attività produttive, le infrastrutture, i servizi.

Ebbene, è evidente che all'interno di un territorio di così singolare e complessa fragilità, negli ultimi decenni gli italiani hanno operato - con le loro scelte localizzative, con le loro costruzioni, con gli abbandoni delle aree interne – per creare una condizione futura di altissimo rischio e di certissimo danno. Tutto è stato fatto in modo che in condizione di prolungata piovosità, nel catino della Valle padana o ai margini collinari e pianeggianti dell'Appennino, l'acqua possa produrre alluvioni e frane di eccezionale gravità. Si è operato cioé perché la ricchezza accumulata in decenni di fatica e di investimenti possa essere distrutta in pochi giorni per effetto di eventi eccezionali che si prevedono sempre più frequenti. Così, anche nell'impronta antropica sul nostro territorio, è possibile vedere gli esiti che la libertà sbandierata da un ceto politico famelico e privo di qualunque cultura hanno predisposto per il presente e per l'avvenire dei nostri figli.

Ora, solo avendo bene in mente questo quadro, si può comprendere come, in Italia, la cementificazione di un solo metro quadrato costituisca oggi la sottrazione di un bene comune raro e rappresenti la predisposizione di un danno certo. Il territorio verde, capace di assorbire l'acqua meteorica, dovrebbe costituire agli occhi di tutti gli italiani una risorsa preziosa, da difendere con ogni mezzo, per conservare la ricchezza nazionale storicamente insediata nel territorio. Ma sappiamo che tali perorazioni, sempre necessarie, sortiscono, tuttavia, flebili effetti.

Ciò che oggi il nuovo ambientalismo dovrebbe mostrare è che i territori interni oggi abbandonati, costituiscono aree per la diffusione di nuove economie. Non sono una diseconomia nell'età trionfante dello sviluppo. Nelle colline interne possono risorgere le agricolture tradizionali, le policolture di un tempo, che vantavano una biodiversità agricola (soprattutto di frutta) senza pari in Europa e forse nel mondo. Oggi potrebbero dar vita a produzioni di altissima qualità. Qui è possibile riprendere o sviluppare la selvicultura, producendo legname di pregio, utilizzare in modi ecologicamente compatibili, quantità immense di biomassa. Chi si ricorda, poi, che queste aree sono ricche di acqua, che possono dar luogo a svariate forme d'uso? E quanti allevamenti, ad esempio avicoli, si possono realizzare, bandendo le forme intensive convenzionali? Non dimentichiamo che il paesaggio ereditato dal passato, e che vogliamo difendere, è stato creato esattamente da forme consimili di attività produttive e uso del territorio.I bassi valori fondiari di queste aree consentono inoltre la possibilità di rimettere in sesto grandi dimore padronali, spesso in abbandono, e farne sedi di ricerca scientifica, ostelli per la nostra gioventù. Ed ovviamente un diverso e meno consumistico turismo potrebbe fare scoprire i mille «tesori sconosciuti» del nostro Appennino.

Io credo che occorrerebbe lavorare con i sindaci, le comunità montane, il sindacato, i nostri giovani, le associazioni di extracomunitari per ricreare queste nuove economie. Gli extracomunitari che oggi vengono cacciati e perseguitati potrebbero fornire un contributo prezioso alla rinascita di queste terre. E il movimento dei comitati potrebbe più operosamente cooperare con altre forze oggi in campo, da Slow Food alla Coldiretti. A tale scopo, ovviamente, è necessario intervenire tanto a livello locale quanto nazionale ed europeo. E' ora di finirla, e per sempre, con la teoria neoliberista, finita nell'ignominia di una crisi senza sbocchi, secondo cui lo stato deve limitarsi ad arbitrare le regole del gioco. Lo stato, parte del gioco, deve piegare le regole a vantaggio del bene comune. Il libero mercato porta a rendere convenientissimo trasformare i terreni agricoli in abitazioni o centri commerciali. Ma per la generalità dei cittadini italiani tale convenienza costituisce una perdita netta e drammatica, opera per il danno certo della presente e delle prossime generazioni. Qui si vede come il mercato è vantaggio immediato e provvisorio per pochi e danno futuro e durevole per tutti. Se lo lasciamo alla sua «libertà» nel giro di un ventennio non avremo più suoli agricoli. E qui si dovrà combattere una battaglia di valore universale, di cui l'Italia, il Bel Paese, può costituire l'avanguardia. Occorrono nuove leggi, imposte dai cittadini, all'Italia e all'Europa, che rappresentino finalmente di nuovo l'interesse generale, che seppelliscano per sempre l'infausta stagione di un diritto pensato per la libertà delle merci e per gli appetiti disordinati e devastatori dei poteri dominanti.

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L'articolo di Piero Bevilacqua uscirà anche sul manifesto

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