Sopprimere le province è una decisione sbagliata , esse svolgono funzioni significative a livello territoriale e altre potrebbero svolgerne in favore dei comuni piccoli e piccolissimi che non sono in grado di adempiere, penso alla funzione di stazione appaltante per comuni inferiori a 15.000 abitanti, come previsto nella originaria stesura della legge Merloni.
Funzioni che riguardano la pianificazione, la valutazione delle opere e degli interventi, la organizzazione della mobilità sovra comunale, le scuole, l’ambiente , per fare solo alcuni esempi, devono necessariamente essere prese in considerazione a livello sovra comunale.
Le regioni in moltissimi casi poi hanno delegato o subdelegato funzioni proprie alle province, mantenendo di fatto solo la potestà di distribuire le risorse e, purtroppo, di legiferare, creando una inestricabile giungla di provvedimenti diversi da luogo a luogo sulle medesime materie.
Le regioni inoltre sono avvezze da una sindrome centralista rispetto alla quale il centralismo dello Stato appare all’acqua di rose mentre gli apparati regionali ormai si distinguono solo per la loro scarsa competenza, essendo state sottratte al loro esame le materie delegate alle province.
Da oltre 40 anni esiste nei settori più consapevoli che si occupano del “governo del territorio” in senso lato un dibattito volto ad individuare per l’ente intermedio competenze tali da superare la frammentazione delle scelte, la loro sovrapposizione e ripetizione e a definire un quadro organico di obiettivi di sviluppo e tutele, sottratto ad una visione più miope legata agli interessi più localistici.
Pensare che le Regioni siano capaci di fare tutto ciò è pura illusione, essendosi queste ultime ubriacate nell’esercizio inutile se non dannoso della potestà legislativa ed avendo abbandonato totalmente la funzione programmatoria e cancellato quella gestionale.
Mantenere un livello democratico di discussione e di indirizzo e di pianificazione nei consigli provinciali appare assai necessario e le molte proteste che si sono levate in difesa delle Province hanno numerose ragioni dalla loro parte.
La decisione presa dal Governo ha il merito di costringere tutti alla considerazione dell’urgenza di assumere un provvedimento non più rinviabile che però salvi ciò che è ( o dovrebbe essere ) una funzione che è troppo importante e estesa per poter essere assolta dai comuni in materia di programmazione, pianificazione e di tutela ambientale e che necessita di una vicinanza al territorio e di un suo rapporto costante e penetrante con esso da non poter essere svolta dalla Regione.
Resta il problema saldi, a mio avviso assai semplice da risolvere: si torni all’antico, a quando presidenti provinciali, assessori e consiglieri godevano di un gettone o poco più, pur essendo riservato ai primi addirittura il potere di firma, che poneva in capo a loro responsabilità gestionali dirette e personali.
Mentre queste responsabilità venivano trasferite ai dirigenti, ai quali spetta ora la gestione , mentre agli organi politici sono riservati poteri di indirizzo, l’appannaggio economico per tutte le figure istituzionali cresceva in modo esponenziale mentre , per effetto del “Bassaninismo” numerosissime competenze venivano trasferite dai consigli alle giunte. Risultato : meno responsabilità , più soldi.
Stando dunque così le cose la proposta che avanzo è la seguente : si azzerino i compensi per assessori e consiglieri ai quali potrebbe essere riservato un modesto e simbolico gettone per le sedute di giunte e consigli mentre ai presidenti potrebbe essere riconosciuto un modesto appannaggio, tipo quello di un insegnante o di un preside di scuola, in considerazione del fatto che essi hanno la rappresentanza legale dell’ente.
Un’altra misura di carattere democratico poi dovrebbe essere quella di riportare ai consigli le materie loro sottratte dalla c.d. esigenza di governabilità : non essendo più quello della giunta un lavoro a tempo pieno e retribuito sarebbe quanto mai opportuno condividere oneri e eventuali onori a livello consiliare , oltre alla democrazia ne guadagnerebbe moltissimo anche la trasparenza, assai appannata nell’ultimo periodo.
Il decreto dunque potrebbe essere emendato in tal senso e vi sarebbe addirittura un saldo positivo. Si sfidino con questa proposta tutti coloro che oggi si stracciano le vesti, incapaci però di una qualsivoglia idea diversa dal mantenimento dello stato quo. Vedremo cosa obiettano.
E' un obbligo di onestà intellettuale riconoscere – come hanno fatto quasi tutti gli amici che sono già intervenuti sul manifesto – il netto mutamento prodotto dal governo Monti rispetto al precedente esecutivo. Ed è anche, io credo, un obbligo della intelligenza politica saper riconoscere i mutamenti di fase, percepire gli spostamenti del fronte della lotta. Già la stessa estromissione di Berlusconi toglie all'opposizione contro le politiche neoliberistiche quell'indistinta nebulosità che l'ha caratterizzata fin qui, conferendole una maggiore nettezza, una migliore visibilità delle poste in gioco. Non sarebbe peraltro giusto sottovalutare sprezzantemente alcune novità relative alla civiltà politica del nostro Paese, che il governo ha introdotto. Il nuovo ethos pubblico, che l'esecutivo guidato da Monti ha reso subito evidente, ha non solo spazzato via d'un colpo l'aura di abiezione che circondava la masnada berlusconiana. Ha portato un ventata di pulizia nello spirito pubblico del nostro paese. E io credo che faccia in qualche modo parte – certo una piccola, ma importante parte – della pubblica felicità essere governati da persone a cui si riconosce onestà e probità morale. Si vivono meglio la proprie giornate di cittadini. La dichiarazione di umiltà da parte dello stesso Monti è, sul piano dello stile, e per il messaggio che comunica, una novità notevole, dopo un ventennio indimenticabile di arroganza e protervia del potere politico. D'altra parte, non dimentichiamolo, i governi di Berlusconi, fondati su un gigantesco conflitto d'interesse, per la costante pratica eversiva delle regole – oltre che per gli uomini che li hanno affollati dentro e nei dintorni – hanno costituito non solo un incoraggiamento, ma un incitamento e talora una fonte di illegalità. In un paese dove fiorisce la più estesa e attiva criminalità d'Europa si può agevolmente comprendere l'importanza di questo primo passo segnato dal nuovo esecutivo.
Ma tutto questo riguarda l'ethos, la pubblica moralità. La sensazione che oggi domina, di fronte a questa svolta, è che gli attori in azione sul proscenio del presente siano diretti da scelte operate nel passato, da politici defunti, oltre che da potenze impersonali e invisibili a cui si da il nome falsamente neutro ed egalitario di mercati. Le scelte sono, certamente, quelle dei vari governi nazionali che hanno accumulato un così ingente debito pubblico. Ma soprattutto quelle, fatte fuori dai confini nazionali, della deregolamentazione dei mercati finanziari messa in atto dai governi occidentali (compreso quello di Mitterand, in Francia) a partire dagli anni '80 del secolo scorso. E quelle più recenti, volte a salvare le banche dal fallimento utilizzando le risorse degli stati, oltre, naturalmente, all' internazionalizzazione del debito pubblico. Cui va aggiunta un'ultima “non scelta”, forse la decisione più clamorosa di tutte: l'assoluta mancanza di volontà politica, sia da parte di Obama, negli USA, che dei confusi e inetti governanti europei, di assoggettare il mondo finanziario in difficoltà, quando era il momento, a vincoli stringenti, che ponessero fine alle loro scorrerie. E imponendo un prelievo fiscale ai loro ingenti profitti per mettere in equilibrio un'architettura che essi stessi avevano devastato. E a proposito di inerzia e volontà politica, non si può non deplorare l'assoluta mancanza di una qualche iniziativa congiunta dei paesi con alto debito per tentare manovre comuni di contrattazione con i creditori. E la sinistra europea? Ma dov'erano, che cosa hanno detto, proposto, pensato di azione comune gli uomini che abbiamo eletto al Parlamento europeo ?
Oggi il presente esecutivo appare obiettivamente, se non al servizio, certamente subalterno ai limiti che il potere finanziario impone ai governi, alla politica intesa come libera decisione dei cittadini. Senza sottovalutare il condizionamento che esso subisce dal centro-destra, occorre riconoscere che la sua sovranità è limitata, perché essa è figlia della paura. Paura del fallimento della nazione, resa universalmente visibile dalla tragedia sociale della Grecia. Quella paura che alla fine ha avuto ragione della protervia di Berlusconi. Quello stato di necessità che svuota o limita gravemente gli spazi della democrazia e che sembra essere ormai una linea strategica dei gruppi dirigenti del capitalismo del nostro tempo.
Ebbene, bisogna dirlo subito e col giusto allarme. La paura non gioca a favore della sinistra. Corriamo il rischio, in questo anno e mezzo che ci separa dalle elezioni – se l'esecutivo Monti riesce a durare – di perdere per strada un bel po' dello slancio e dell'entusiasmo che si sono espressi nelle elezioni della primavera e nel successo dei referendum. Sotto l'assedio della paura è il centro moderato che può calamitare consensi, raccogliendo anche l'ondata di delusione che la caduta del governo e le divisioni interne al PDL e alla Lega provocherà nell'elettorato del centro-destra.
Tale pericolo imporrebbe una condotta politica del centro- sinistra e della sinistra extraparlamentare all'altezza della sfida. Non sappiamo, infatti, quanto e se l'esecutivo Monti riuscirà a farci uscire dall'emergenza finanziaria legata dal nostro debito pubblico. Quello che è facilmente prevedibile è che esso non riuscirà a contenere la divaricazione dei redditi e l'emarginazione sociale di una parte crescente della popolazione per effetto della crisi e delle decisioni di politica economica decise in Italia e in Europa. Il dato secondo cui il 10% delle famiglie italiane detiene quasi la metà del reddito nazionale – fornito non dall'ufficio studi della Fiom, ma dalla Banca d'Italia di Draghi – non verrà certamente modificato dal programma di governo che ci è stato illustrato. L'idea di una patrimoniale, che sarebbe un atto di sacrosanta giustizia sociale, prima ancora che una saggia scelta di politica economica, è scomparsa dall' orizzonte. E l'ICI sulla prima casa probabilmente aggraverà lo squilibrio.
Con ogni evidenza , dunque, il disagio sociale è destinato a crescere man mano che si faranno sentire – come già accade – l'aumento di prezzi e tariffe per l'aumento dell'IVA e gli effetti degli innumerevoli tagli imposti dal precedente esecutivo. E' a questo scenario sociale che occorrerà prestare la massima attenzione, ma intervenendo con proposte credibili, da far sentire con voce forte a tutto il Paese. Ci sono milioni di giovani senza lavoro oggi in Italia, migliaia di questi hanno lauree, dottorati, master. Quale prospettiva diamo loro? Li esortiamo a pazientare finché arriva la crescita? Draghi ci ha appena comunicato che non è alle viste. Proponiamo loro di attendere - come ha fatto il neo ministro della Pubblica istruzione – l'applicazione della legge Gelmini? Perché tanta timidezza, da parte della sinistra, nel proporre un reddito di cittadinanza per lo meno a una fascia ampia della nostra gioventù? Posti di ricercatore nell'Università, nel CNR, borse di studio per i tanti studenti meritevoli e bisognosi? Non basterebbe stornare la spesa prevista per la costruzione dei 131 cacciabombardieri F35 per finanziarlo? Non possiamo introdurre una tassa di scopo? Ricordo che la disoccupazione, presente e futura della nostra gioventù, riguarda la quasi totalità delle famiglie italiane. Essa rischia di diventare esplosiva se si aggiunge alla riduzione dei redditi familiari, alla disoccupazione dei capifamiglia. E' anche per questo che in esse si localizza una potenzialità di consenso di vasta portata. Costeggiare la sovranità della paura con una politica priva di profilo classista, moderata, incapace d'azione e di proposte coraggiose, potrebbe non rendere certa, nel 2013, una vittoria elettorale del centro sinistra che oggi invece appare alla portata.
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In questi ultimi giorni, dopo l’ennesima pioggia autunnale trasformata dai giornali e dagli effetti in devastante alluvione, il neoministro dell’Ambiente Clini si è espresso in varie occasioni pubbliche a favore di una “nuova legge urbanistica”. Il tema, giustamente ripreso nei titoli e negli occhielli degli articoli, in realtà poi veniva di fatto eluso: c’è il dissesto del territorio, si è costruito dove non si doveva, occorrono interventi mirati … Insomma della legge urbanistica vera e propria si intuivano solo alcune vaghe istanze, magari si trattava pure di una svista, chissà, o di un parlare alla nuora perché suocera intenda. Emergeva però anche un altro elemento, in realtà ormai consolidato nel dibattito culturale e politico, ma (purtroppo) relativamente nuovo nelle dichiarazioni ministeriali: un efficiente e ordinato assetto del territorio, la tutela degli spazi aperti e dei sistemi ecologici dall’edificazione indiscriminata, è una precondizione indispensabile per lo sviluppo socioeconomico.
Il che, se non si tratta proprio di una sconfessione brutale del mitico “sviluppo del territorio” decantato da lustri a destra e a centrosinistra, ci va molto vicino. Ma si può dire molto di più volendo, a questo proposito: addirittura, capannoni villette e centri commerciali a vanvera sarebbero alla base della crisi mondiale che ci sta attanagliando tutti da qualche anno, e di cui ancora non si intravede la fine. Non è la sparata di un telepredicatore, e nemmeno la constatazione un po’ iperbolica seppur in buona fede di un ambientalista. È invece l’analisi di uno studioso qualificato, ascoltato, con vasta esperienza nel settore immobiliare (sic), nonché fellow della prestigiosa Brookings Institution, ente di ricerca non particolarmente orientato a far sparate a vanvera, per quanto affascinanti e futuristiche, ma a cimentarsi direttamente con la decisione politica e le strategie operative in materia di posti di lavoro, infrastrutture, politica estera, difesa …
Lo studioso è Christopher Leinberger, piuttosto noto da anni perché appartenente a quel variegato fronte multidisciplinare che va dagli architetti di area new urbanism, al sociologo Richard Florida, ai discendenti culturali di Jane Jacobs, insomma a tutti coloro che sostengono un primato dell’ambiente urbano sulla compartimentalizzazione dispersa genericamente detta sprawl, e che invece altri pur prestigiosi e ascoltati commentatori mettono dentro al generico calderone “città”. Non si tratta ovviamente di questione di lana caprina: con una popolazione mondiale in crescita esponenziale e sempre più urbana, dare senso preciso all’aggettivo “urbano” diventa esiziale, tanto quanto decidere quali qualità debba avere il tanto agognato “sviluppo”.
Leinberger, in un recentissimo intervento sul New York Times, generalizza la sua antica convinzione sulla provata “diseconomicità” della dispersione insediativa, individuando la radice della crisi che ci ha travolto proprio nella crisi immobiliare suburbana, e a sua volta le radici di questa crisi, udite udite, nel mercato. Non il mercato che ci raccontano ai telegiornali, oscuro orizzonte fatto di flussi informatici e sadici signori in grisaglia intenti a giocare sulla nostra pelle. Ma il mercato della domanda e dell’offerta. Riassumo in breve (chi vuole si legga la raccolta degli articoli disponibili di Leinberger): dagli anni ’90 si è ribaltata la preferenza di due generazioni discontinue di americani, i baby boomers e i cosiddetti millennials, che non apprezzano più il modello della villetta unifamiliare e di ciò che le sta attorno. I primi stanno andando in pensione e cercano il quartiere urbano ricco di servizi di prossimità, i secondi sono una specie di creative class nel senso di Richard Florida, e vogliono quartieri dove si possa al contempo abitare, lavorare, divertirsi. Entrambi i gruppi non sanno che farsene del barbecue in giardino del sabato sera, o dell’automobile come prolungamento del corpo. Soprattutto non sanno che farsene della casa unifamiliare, che in assenza di domanda crolla di prezzo.
Si badi bene, qui non c’è nessun segnale necessariamente progressista o ambientalista. Per quanto ne sappiamo i pensionati e giovani professionisti possono del tutto coerentemente andare ad abitare in quei ghetti di lusso stigmatizzati da Anna Minton nel suo Ground Control, e illuminarsi e riscaldarsi con energia dalle fonti più micidiali possibili. La tendenza evidenziata da Leinberger però fa proprio pensare a un’idea di sviluppo economico di mercato non più legata al modello petrolifero, automobilistico, in realtà anche consumistico così come siamo abituati a concepirlo, visto che a ben vedere il quartiere urbano induce più consumi di spazio pubblico e immateriali, che di costosa paccottiglia (dalla motofalciatrice al SUV ecc.). Torniamo ora alle dichiarazioni del neoministro italiano per l’Ambiente e al poco che se ne capisce. Non dicono la stessa cosa, in realtà? Non usano allo stesso modo le medesime varianti, mercato, territorio, sviluppo? Se si, qualunque cosa intendesse Clini con la sua “nuova legge urbanistica” si spieghi meglio: qualche presupposto buono dovrà pur esserci. Sicuramente meglio parlare di sviluppo a partire da quella prospettiva, invece di subire tabelline truccate del genere there is no alternative.
p.s. un ragionamento analogo a quello sull'edilizia residenziale suburbana, si applica anche alle attività economich decentrate (f.b.)
Chi, ormai da decenni, studia la storia del territorio italiano, di fronte alle frane e a morti delle Cinque terre e ora al disastro di Genova, oltre al dolore per le vittime, prova oggi uno scoramento profondo. La voglia di non dire nulla, il senso dell'inutilità di scrivere e protestare. Chi scrive ha troppe volte dovuto intervenire per commentare consimili tragedie, tentando di mostrare le cause morfologiche e storiche che sono normalmente all'origine delle cosiddette calamità naturali nel nostro Paese. E, per la verità, lo ha fatto insieme a voci sempre più numerose e agguerrite di geologi, metereologi, esperti. Tutto invano. E nell'ultimo ventennio più invano che mai, considerata la qualità intellettuale e morale del ceto politico di governo che ci è capitato in sorte e che del territorio italiano si è occupato per darlo in pasto agli appetiti speculativi.
Tuttavia, l'obbligo di tentare di contribuire alla riflessione collettiva su fatti così gravi finisce col vincere sul senso di frustrazione. Senza l'ostinazione e la tenacia, d'altronde, la lotta politica, specie per chi sì è ritagliato una piccola frontiera di critica e di opposizione, non sarebbe neppure concepibile.Io credo che oggi, di fronte agli eventi catastrofici che si susseguono, bisogna denunciare ormai con chiarezza l'emergere di una grave questione territoriale in Italia. Non si tratta di una novità assoluta, le vicende del territorio hanno un corso lento, lasciano il tempo per essere osservate, ma essa oggi si presenta con caratteri assolutamente nitidi e drammatici per un insieme di ragioni. Mettiamo da parte, per brevità, la Pianura padana, che ha problemi particolari, ma che ospita, ricordiamolo, il più complesso sistema idrografico d'Europa, essendo il ricettacolo dei grandi fiumi alpini. Si tratta dell'area più stabile del nostro Paese, eppure, anch'essa, è percorsa da sistemi di forze che possono assumere carattere distruttivo in caso di eventi climatici estremi.
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Il problema principale si chiama Appennino. La dorsale montuosa con i suoi innumerevoli corsi d'acqua e gli ingenti materiali d'erosione che trascina incessantemente a valle. Un tempo, la centralità dell' Appennino nell'equilibrio complessivo della Penisola era chiaro anche agli uomini politici, quando questi possedevano un proprio profilo culturale oltre al curriculum politico. Meuccio Ruini, ad esempio, che fu anche presidente del Senato, ricordava nel lontano 1919, come « contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni, relazioni storiche, ogni cosa insomma dell' Italia peninsulare è signoreggiata dall'Appennino e ne riceve l'impronta. » Ora, è noto da tempo, l'Appennino è in stato di abbandono. Ma soprattutto in condizioni di abbandono si trovano le terre pedemontane e collinari interne, quelle che per secoli sono state presidiate dalle abitazioni contadine, che sono state tenute sotto manutenzione dal lavoro quotidiano degli agricoltori. Una delle ragioni della diffusione e della durata storica della mezzadria nell'Italia di mezzo (soprattutto Toscana, Marche, Umbria) che dal medioevo è arrivata sino alla seconda metà del '900, è legata al fatto che essa prevedeva l'insediamento della famiglia mezzadrile nel fondo, impegnata a governare un territorio instabile. Ora, anche questo è noto, da tempo le colline mezzadrili sono state abbandonate, o sono coltivate industrialmente, con poche macchine e senza uomini.
Tale situazione, nota da tempo ai pochi esperti e appassionati della materia, conosce oggi un aggravamento dovuto a più fattori evolutivi. Da una parte, il progressivo, ulteriore abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli coltivatori che non ce la fanno a reggere i bassi prezzi con cui viene remunerata la loro impresa. Un fenomeno a cui gli economisti agrari di solito plaudono, perché il modello competitivo – nel pensiero economico astratto - è naturalmente la grande azienda, senza alcuna considerazione di ciò che accade al territorio, quando scompare un presidio. Di norma, quando la piccola impresa non è accorpata a una azienda più ampia, il terreno viene progressivamente invaso dalla vegetazione spontanea. Negli ultimi anni, tuttavia, a tale fenomeno si è aggiunto un sempre più largo uso edificatorio del suolo. Il cemento ha preso il posto degli ulivi o degli alberi da frutto. I comuni hanno fatto cassa svendendo il loro territorio. Nel frattempo il circolo vizioso demografico si è venuto sempre più accelerando. Se si abbandonano le aree interne tutto tende a gravitare nelle zone di pianura, che nella Penisola solo prevalentemente le aree costiere. Qui oggi si accentra oltre il 66% della popolazione peninsulare. E qui sono insediati industrie, servizi, infrastrutture, la ricchezza materiale italiana. Ma anche qui, negli ultimi devastanti decenni dei governi di centro- destra ( e nella pochezza e brevità di quelli di centro-sinistra) si è continuato a cementificare con furia da “accumulazione originaria” cinese. Ora, l'ultimo elemento che completa il quadro riguarda la frequenza degli eventi estremi, vale a dire, nel nostro caso, la straripante quantità d'acqua che oggi cade in poco tempo in delimitate aree territoriali. Si tratta di un fenomeno dipendente dal riscaldamento globale, che il climatologo inglese John Houghton, definì, nel 1994, come « frequenza e intensità di eccessi metereologici e climatici».
Dunque, come in questi ultimi anni, le piogge tenderanno in futuro a presentarsi sempre più come eventi particolarmente intensi.E le acque, dalle colline abbandonate o cementificate, mal regimate, precipiteranno lungo le pianure costiere dove il verde – la spugna che un tempo assorbiva le piogge – è diventato sempre più raro, impermeabilizzato da chilometri quadrati di cemento. Che cosa possiamo aspettarci ? Davvero pensiamo di affrontare tale gigantesca questione organizzando meglio la protezione civile? Rendendo più efficaci i sistemi di allarme?
E' evidente che qui ci si presenta una sfida che è anche una grande opportunità per il nostro Paese. Sia per creare nuove occasioni di lavoro, sia per ridare orizzonti progettuali alla politica sprofondata nel tramestìo quotidiano. La prospettiva è: riequilibrare la distribuzione demografica e valorizzare le vaste aree interne della Penisola. Un grande progetto per scongiurare disastri, ridando vita a una vasta area territoriale in cui gli italiani hanno vissuto per secoli. Il che si può fare con una molteplicità di interventi concertati, che puntino alla selvicultura e all'agricoltura di qualità, allo sfruttamento economico delle acque interne, al potenziamento del turismo escursionistico, al recupero - anche per insediarvi centri di ricerca - di tanti borghi e centri cosiddetti “minori” : spesso gioielli monumentali che fanno l 'identità profonda di una parte estesa d'Italia. Un insieme di iniziative e pratiche che potrebbero offrire lavoro alla nostra gioventù e a tanti giovani extracomunitari, oggi perseguitati da una legislazione criminogena. L'urgenza e l'assoluto vantaggio economico di procedere in tale direzione potrebbe fornire anche nuova forza al grande e specifico problema di tutela e conservazione del nostro paesaggio. Un bene inestimabile che stiamo compromettendo.
Naturalmente, per realizzare tale obiettivo, che col tempo potrà salvare l'Italia da perdite umane ed economiche sempre più gravi, occorre utilizzare risorse. E le risorse – per definizione sempre scarse - oggi lo sono più che mai. Ma proprio per questo appare necessario, in questo momento, un atto di coraggio anche da parte di tanto ceto politico e giornalismo che, talora in buona fede, ha visto nelle cosiddette grandi opere (TAV, Ponte dello Stretto) un'occasione di sviluppo per il nostro Paese. Bisogna avere la forza di ricredersi. Se le risorse finanziarie andranno alle grandi opere verranno a mancare per le piccole con cui noi oggi dobbiamo affrontare la questione territoriale italiana. Se si realizzerà il TAV, le risorse pubbliche saranno prosciugate e, per la salvezza del nostro territorio, resteranno le briciole.O l'uno o le altre, tertium non datur. Senza dire che le due scelte si presentano incompatibili anche sotto il profilo storico e culturale. Le grandi opere sono il frutto recente di un modo di procedere del capitale finanziario, in concerto con i poteri pubblici, per costruire infrastrutture – di più o meno provata utilità collettiva – e in genere contro la volontà delle popolazioni che vivono nei luoghi interessati. Senza dire che il nostro è un territorio delicato, che mal sopporta il gigantismo delle costruzioni fuori misura. Al contrario, le piccole opere per risanare l'habitat italiano possono esaltare la partecipazione popolare, iscriversi nel solco di una tradizione secolare che ha fatto dell'Italia, per mano di anonimi artisti popolari, quello che resta ancora del Belpaese.
Sono passati esattamente venti anni dall’approvazione della legge quadro sulle aree protette e, secondo me, il bilancio, salvo rare eccezioni, è deludente. I problemi sono tanti, a cominciare dall’invadenza del sottobosco politico nella nomina dei presidenti, dei consigli direttivi e dei commissari. Personalmente sono stato sempre contrario alla presenza negli organi di amministrazione dei parchi di esponenti delle associazioni ambientaliste che dovrebbero essere una controparte e non coadiutori dell’ente. Ma in questa nota mi fermo solo su un punto, certo non marginale, che però mi sembra trascurato: mi riferisco al destino del piano d’assetto dei parchi dopo l’approvazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Il Codice, giustamente, in forza dell’art. 9 della Costituzione, ha prescritto che “le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione […] ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette” (decreto legislativo 42/2004, art. 145, comma 3). Invece, prima del Codice, la legge quadro prevedeva un piano di assetto del parco addirittura sostitutivo di ogni altro livello di pianificazione (il piano per il parco “sostituisce ad ogni livello i piani paesistici, i piani territoriali o urbanistici e ogni altro livello di pianificazione”: legge 394/1991, art. 12, comma 7).
L’insostenibilità dell’attuale situazione emerge con chiarezza, per esempio, a proposito dell’Appia Antica: mentre il piano paesaggistico dell’Appia Antica è approvato, vigente e ben fatto (è anche l’unico piano paesaggistico del Lazio approvato), il piano d’assetto elaborato dall’ente parco (molto difettoso nella tutela del paesaggio, dei monumenti e dell’archeologia) non è mai stato approvato. Né può essere approvato proprio perché in contrasto con il piano paesaggistico. Insomma, un pasticcio che non agevola certo la tutela di un bene che dovrebbe essere prezioso “come l’Acropoli di Atene” (Antonio Cederna) e continua invece a essere ingiuriato da piccoli e grandi scempi.
Stando così le cose, penso che sia necessario decidere sulla ragion d’essere del piano d’assetto dei parchi, e mi chiedo se non convenga – in un’auspicabile riorganizzazione degli strumenti di pianificazione specializzata (paesaggio, aree protette, bacini imbriferi, energia, trasporti) – unificare almeno la tutela paesaggistica e quella naturalistica. Si tratterebbe, in buona sostanza, di assegnare al piano paesaggistico anche contenuti di tutela e di cura del mondo animale e vegetale coinvolgendo e responsabilizzando al riguardo gli enti parco. Non mi sfugge che il tema merita più ampie e documentate riflessioni, ma intanto cominciamo a discuterne.
L’intervento si inserisce nella discussione sull’assetto dei parchi recentemente aperta da eddyburg, cui tutti i lettori sono chiamati a partecipare.
Ieri mi è capitato, ascoltando in diretta sulla radio il bollettino di guerra da Genova e non solo, di attraversare il ponte sul Po di Casei Gerola, alla confluenza dello Scrivia: beh, faceva paura. E non ero evidentemente il solo a cincischiarmi con impressioni del genere, visto che nonostante la pioggia battente e l’ambientino già poco accogliente di suo, c’era un po’ di pubblico ad ammirare lo spettacolo. E a guardare a valle della corrente, riflettendo sul fatto che oltre quelle cime di alberi che spuntano dalle acque limacciose, nel grande fiume si riversano poi dall’altra sponda l’Agogna, il Terdoppio, il Ticino. Si intuisce anche senza ragionare troppo, l’inquietudine che dal parmense in giù inizia a prendere la coscienza collettiva.
Ma questi sono ragionamenti sui massimi sistemi, anche un po’ faciloni e di bocca buona come il suo, Presidente, sul costruire troppo e male. Dato che quando il fango ti trascina via si tratta di faccenda più che mai terra terra, i massimi sistemi forse non sono il punto di vista più adeguato: restiamo sul pratico, come quel fiumiciattolo per ora non esondato che si chiama Lambro. Lei dovrebbe conoscerlo piuttosto bene, Presidente, visto che su quelle sponde ha iniziato a costruire la sua fortuna nel lembo del comune di Segrate appena fuori dalla Tangenziale che oggi si chiama Milano Due, lo stesso fiume che forse si intravede oltre i capannoni anche da qualche finestra degli uffici Mediaset di Cologno, o dalla cupola dell’Angelo Raffaele che l’amico don Verzé ho collocato in cima all’impero sanitario e cementizio rosicchiandosi altri pezzettini e pezzettoni di campagna nelle fasce attorno al fiume. Però in realtà vorrei parlare di una zona un pochino più a monte, un bel giro in bicicletta diciamo, cioè la Cascinazza a Monza.
Una zona che, dicono in tanti, tantissimi, non si deve costruire: perché non serve alla città, perché toglie un’area a parco di cui c’è tanto bisogno per tutti; perché, infine, elimina un’area di esondazione naturale alle piene del Lambro, che infatti lì si va a sfogare (stavolta non ancora) quando le precipitazioni, e l’urbanizzazione della Brianza a monte non dimentichiamo, ci fanno andar dentro troppa acqua. Solo propaganda antisviluppo, dicono da sempre i suoi sodali sostenitori e alleati, quella è una grande occasione per la città, e infatti dopo le ultime elezioni locali è stato spedito lì direttamente dalla capitale imperiale il viceré degli interessi superiori, che travestito da assessore al territorio (senza mollare la poltrona di sottosegretario o ministro, non ricordo) ha gestito tutta la grande variante del piano urbanistico necessaria allo scopo. E come si fa a rendere edificabile un’area di esondazione di un fiume? Nel modo più classico, ovvero imbrigliando in qualche modo le acque del fiume, con opere ingegneristiche.
Le quali opere ingegneristiche in primo luogo costano un sacco di soldi e di tempo, ma storicamente non ce la fanno mai, e poi mai, a star davvero dietro a tutti gli interessi scatenati dalla potenziale urbanizzazione indotta. I genovesi che oggi piangono le ultime vittime e svuotano le case dal fango probabilmente non hanno mai sentito nominare il prof. Ing. Gaudenzio Fantoli, luminare dell’idraulica che a cavallo fra XIX e XX secolo sviluppava tra l’altro gli studi sull’irreggimentazione del corso del Bisagno che hanno reso possibili ad esempio i progetti di Piazza Vittoria a Piacentini, o della Foce a Daneri, e in generale tutta l’infilata di strade e palazzi tra la ferrovia e il mare. Però a monte evidentemente le opere (e/o le manutenzioni periodiche indispensabili) non hanno retto il carico di un insediamento fatto a pezzi e bocconi, abusivo condonato, o del tutto legale ma sulla base di presupposti sbagliati. Con buona pace del luminare.
Anche a Monza, o in tanti altri casi simili, si trova sempre, magari pure in ottima fede, lo scienziato garante del progettone, realizzato o solo promesso, che risolve o dice di risolvere il problema. Ma anche nel migliore dei casi si tratta sempre e comunque di una soluzione locale, che il problema lo sposta a valle, e a valle c’è sempre qualcuno o qualcosa che ne soffre: gli vendiamo un altro bel costoso progettone locale? Che si fa per esempio con Milano Due e il San Raffaele, inondati dalla prossima piena del Lambro perché alla Cascinazza non si può più esondare? O alla Cascinazza stessa, quando il canale o chissà cosa realizzato a spese del contribuente non sarà più abbastanza, visto che ancora a monte si è realizzato un ulteriore progetto che impermeabilizza suolo? Non è una ipotesi peregrina, egregio Presidente: sta proprio davanti a casa sua.
Si tratta della cosiddetta Milano Quattro, prevista con apposita variante comprata al piano territoriale del parco fluviale: se ne è parlato qualche anno fa, e pareva davvero incredibile che un tizio senza problemi economici si giocasse quel magnifico spazio aperto, davanti a casa e fino al fiume, per farci l’ennesima palazzata fintamente “immersa nel verde” di fianco allo svincolo della prevista autostrada Pedemontana bi-partisan. Anche quella, c’è da dire, immersa nel verde grazie all’apporto ideologico dei compagni urbanisti che progettano le compatibilizzazioni, poco prima di presenziare ai convegni sulla piaga del consumo di suolo. E qui, forse, il cerchio si chiude, perché lei ci racconta sicuramente delle balle, quando dice che si costruisce troppo e male, ma non è assolutamente il solo a trattarci da imbecilli.
Il dibattito alto, come voi ben sapete, deve svolgersi ad una quota adeguata a inquadrare in prospettiva i grandi orizzonti che, soli, lasciano scorgere l’alba dietro l’imbrunire. A furia di stare in alto però, anche al netto delle vertigini, il linguaggio e i riferimenti perdono forzatamente contatto col terreno, se nessuno provvede a rifornirne costantemente i pensatori, che così riescono a tenerci ben saldi i piedi nonostante tutto. Deve essere per questo (è l’unica spiegazione che mi viene in mente) che il Wall Street Journal, una delle cosiddette bibbie del capitalismo, propone innocentemente un promemoria geografico sui modi di fare i conticini settimanali. Si rivolge alle grandi catene di distribuzione occidentali calate da qualche anno sul mercato cinese, che però a quanto pare faticano a raggiungere i favolosi obiettivi economici sperati. Perché?
Perché sbagliano a fare i conti dal Pil, spiega il giornale del 7 novembre con tono didattico in un pezzo dal titolo An Important Hitch in China’s Urban GDP Numbers. Quando elaborano i dati per le loro ricerche di mercato sui bacini locali, quando costruiscono quei diagrammi a mettere in rapporto densità di popolazione, propensione psico-sociologica ai consumi, accessibilità di certi nodi, il punto di partenza sono le cifre messe a disposizione dall’amministrazione pubblica. La quale amministrazione pubblica, prosegue puntiglioso il WSJ, racconta favole sui prodotti interni lordi regionali e cittadini che poi finiscono appunto per disorientare del tutto i cervelloni di Wal Mart, Carrefour e compagnia bella. Ci mettono del loro certi zelanti funzionari di partito che, annusando venti di luminosa carriera, truccano i dati su quanto starebbe nelle tasche dei loro concittadini. Ma c’è anche un aspetto territoriale/amministrativo/statistico da tenere nel conto, ovvero che la città cinese, i suoi tassi di crescita, il reddito medio ecc. sono concetti sfuggenti.
Anzi, allargando il campo, come notava anche David Pilling sul Financial Times, è tutto il sistema delle neo-città asiatiche ad essere diventato un universo piuttosto inconoscibile. A partire dal Prodotto Interno Lordo delle statistiche ufficiali, su cui si basano poi i modelli previsionali delle grandi catene di distribuzione, le loro strategie insediative, di marketing, di breve e medio periodo. La popolazione cresce a dismisura, dicono le statistiche, e invece è solo qualche burocrate locale che le ha “truccate” allargando i confini della città. Il procedimento corretto sarebbe quello della Statistical Metropolitan Area americano perfezionato all’inizio del ‘900, ma i nostri funzionari di partito non vanno tanto per il sottile quando si tratta della propria carriera, dei privilegi, e tutta la programmazione deve giocoforza seguire quei personalissimi sentieri.
Con buona pace dei consigli di amministrazione regionali e globali dei giganti commerciali colpiti al cuore/portafoglio da questa allegra gestione del Pil da parte dei sornioni furbastri con cui trattano abitualmente, l’intera vicenda getta un pochino di luce anche sugli ondivaghi criteri su cui si basa il feticcio della cultura della crescita cronica, l’indiscutibile dogma davanti al quale dalle nostre parti si levano il cappello quasi tutti. Quasi, perché anche dalle parti dell’ISTAT si è iniziato almeno sul versante del metodo a introdurre varianti significative. E l’articolo del Wall Street Journal, anche perché pubblicato proprio lì, sottolinea sino a che punto quella roba non sia affatto un dogma, e non sia affatto indiscutibile: la si discute eccome, quando tocca il portafoglio di chi ci paga lo stipendio. E dunque, possiamo iniziare a discuterla, seriamente, quando tocca cose, se si consente, un po’ più importanti.
E' tempo di riprendere la discussione sull'Università, una delle istituzioni che è entrata tardivamente nel vortice delle politiche neoliberiste e che oggi le subisce con particolare asprezza. Vorrei qui richiamare l'attenzione soprattutto sull'art. 12 della Legge Gelmini, relativa ai Ricercatori a tempo determinato. Per il commento critico sistematico a questa Legge rinvio al sito www.amigi.org. Stabilisce il Comma 4: « I contratti hanno durata triennale e possono essere rinnovati una sola volta per un ulteriore triennio previa positiva valutazione delle attività didattiche e di ricerca svolte». Ecco d'un sol colpo e quasi di soppiatto inserito nel corpo dell'Università un dispositivo che sconvolge l'assetto storico della riproduzione scientifica e intellettuale nel nostro Paese. Il “lavoro flessibile”, dunque, il precariato è legge anche dentro le nostre vetuste strutture dell'alta formazione. Come non esaltarsi di fronte a tanta modernità che avanza, alle invocate riforme che finalmente si realizzano?
La prima riflessione da fare, a proposito di questo punto della norma, riguarda la sua ratio. A che serve? L'unica spiegazione “nobile” – a parte quella economica, mirata a ridurre drasticamente il peso dell'Università pubblica nel bilancio dello stato – è quella di rendere i futuri ricercatori competitivi, sempre “sulla corda” rispetto alla loro posizione, costretti ad essere sempre produttivi per non essere espulsi dall' istituzione. Ora, c'era davvero bisogno di inserire la precarietà per legge al fine di dar slancio competitivo ai nuovi ricercatori? Credo che solo chi ha frequentato la nostra Università attraverso corsi per corrispondenza possa essere stato sfiorato dall'idea di una simile fandonia. Le nostre Facoltà, scientifiche o umanistiche che siano, non hanno alcun bisogno di stimoli o incentivi: la competizione è già elevatissima. Lo è anche per il fatto che dalla produttività scientifica dipende l'avanzamento della carriera, in maniera assolutamente più limpida che in altri ambiti dell'amministrazione pubblica. Chi vuole diventare ricercatore, professore associato, professore ordinario, deve pubblicare, essere riconosciuto meritevole dalla comunità scientifica di riferimento, superare regolari concorsi. Piuttosto è l'Università italiana, soprattutto per la miseria in cui versa da decenni e per la cattiva amministrazione, che non riesce a premiare una produttività e competitività che sono invece elevate.
Sono stato di recente presidente di commissione in un concorso per ricercatore di storia contemporanea e ho dovuto esaminare – e necessariamente bocciare, perché il posto assegnabile era soltanto uno – decine e decine di candidati con titoli scientifici così numerosi e pregevoli da meritare la cattedra di professore ordinario. Dunque, non è la competizione il problema, ma l'assenza totale di prospettive per i tantissimi nostri studiosi che fanno ricerca di alta qualità.
Ma c'è nell'art.12 della Legge l'introduzione di un dispositivo che va esaminato più da vicino per coglierne tutte le potenzialità distruttive di prospettiva. Innanzi tutto - è forse il primo aspetto da sottolineare – la norma istituisce solennemente la subordinazione intellettuale e il conformismo culturale come principio cardine della formazione dei futuri ricercatori e dei docenti. Chi non riesce a immaginare che cosa succederà a queste figure che hanno solo tre anni di lavoro sicuro davanti a sé e la cui conferma dipende dal docente cui sono legati? Qualcuno si ricorda le polemiche della Gelmini contro i “baroni”? Ecco, il vassallaggio personale al loro potere diventa ora assoluto. Nessun giovane si arrischierà a pubblicare ricerche eterodosse che possano urtare il proprio professore. Quindi il conformismo culturale e scientifico e l'uccisione sul nascere di ogni spirito di innovazione è assicurato. Ma questo è solo una parte del cammino predisposto da questa esaltante trovata della Legge Gelmini, che per la verità riprende strategie già in atto in altre Università, soprattutto negli USA. Anche nelle nefandezze la destra italiana è debitrice del pensiero altrui.
E qui sono costretto a notare che si è poco riflettuto su un aspetto ancora più grave e di più straordinarie implicazioni avvenire. Qualcuno si è chiesto quale mai grande impresa di ricerca, quale ambizioso progetto intellettuale, sia scientifico che umanistico, potrà mai essere concepito in futuro dai nostri giovani ricercatori su cui graverà- nella fase di fondazione dei loro studi – un orizzonte di così evidente incertezza e precarietà? Quale ricerca di lunga durata verrà mai progettata senza nessuna sicurezza dell'avvenire? E' evidente, dunque, che verranno intrapresi solo studi di breve periodo, immediatamente utili, per la carriera o per la produzione di brevetti, finalizzati al tempo veloce di valorizzazione del capitale, cui dovrebbe ormai subordinarsi l'intero mondo degli studi. Dunque, va detto con la solennità che l'evento merita: per la prima volta, nella storia d'Italia, tramite la Legge Gelmini, un governo della Repubblica programma il decadimento dei nostri studi e della nostra cultura, progetta cioé per i decenni futuri l'immiserimento della nostra civiltà e la creazione di un corpo docente ridotto al rango di frettolosi tecnocrati di un pulviscolo di discipline strumentali.
Certo, la Legge Gelmini ha il merito di mostrare con limpidezza il progetto sempre più dispiegato del capitale di piegare le strutture dell'alta formazione e della ricerca pubblica ai propri fini immediati e di breve periodo. Essa mostra cioé, in filigrana, l'orizzonte di immiserimento antropologico verso cui la cosiddetta crescita vuol condurci. Ma qui debbo ricordare almeno una pratica in corso, in atto da tempo nel nostro Paese, che si muove nella stessa direzione e che invece sembra godere di un tacito consenso universale. Mi riferisco alla istituzione ormai dilagante del numero chiuso che sbarra ai giovani l'accesso a un numero crescente di Facoltà.
Ora, metto da parte, i criteri della selezione: l'utilizzo dei test attitudinali, vale a dire i cascami degenerati di una branca della psicologia americana. Quanti giovani di valore non superano questi test ?Ma il punto da discutere è: perché lo sbarramento? Non sono sufficienti gli stessi esami universitari a selezionare l'attitudine dei giovani a proseguire negli studi intrapresi? Ricordo che i nostri esami sono tra i più severi che si praticano nelle varie università del mondo. Perché non possono iscriversi a una Facoltà se hanno il titolo di studio necessario e pagano le tasse? Non ci hanno assordato per trent'anni col ritornello che bisogna assecondare il mercato? E allora perché, se c'è una così elevata domanda di istruzione superiore, non si risponde con una offerta adeguata? L'offerta, e dunque l'investimento, si ha solo per fini immediati di profitto? Si obietta, ad esempio, che ci sono troppi medici e bisogna scoraggiare nuove iscrizioni. E se si vuole diventare ugualmente medici perché si ama la medicina, se si ha in progetto di fare il medico nel Senegal o in Bangladesh? Che fine fa la tanta esaltata nobiltà della conoscenza, che fine fa il cosmpolitismo del cosiddetto mondo globale?
In realtà la ragione non detta è un'altra, ed è di vasta portata strategica, destinata – se non verrà sconfitta – a distruggere la civiltà culturale dell'Occidente e dell'Oriente. Lo sforzo delle classi dominanti è di subordinare sempre più strettamente il processo di formazione delle nuove generazioni alle domande del mercato del lavoro. Dopo che, per almeno tre secoli, mondo della formazione e della ricerca e attività produttiva capitalistica erano stati ambiti correlati, ma dotati di relativa autonomia, oggi il capitale finanziario non è più disponibile a finanziare una formazione culturale “disinteressata”, non destinata a produrre immediate ricadute di profitto. Un tempo i giovani sceglievano liberamente di diventare maestri o ingegneri, poi il mercato del lavoro offriva loro varie opportunità d'impiego. Ora questo appare, al senso comune dominante, parassitizzato fin nel midollo dall'economicismo dell'epoca, non più tollerabile, diseconomico. Che cos'è questa voglia disinteressata di studiare chimica o letteratura greca se non ci sono i posti di lavoro in cui renderle “produttive”? Possiamo forse quotare in borsa la letteratura italiana, la linguistica, la filologia romanza? Non sono costi che ci possiamo permettere urlano gli economisti. Invito a riflettere .
L'abisso in cui il capitalismo ci sta trascinando è visibile in questo paradosso: la società più opulenta che mai sia apparsa nella storia umana dichiara di non potersi consentire il lusso di finanziare saperi che non valorizzano immediatamente il capitale investito. Com'è noto, del resto, in USA e UK si fanno indebitare gli studenti perché essi possano conseguire la formazione universitaria. Imprenditori di se stessi, essi sono diventati una fonte di lucro per le banche e un segmento dell'economia del debito, il cui successo è sotto gli occhi di tutti.
Infine un modesto consiglio agli studenti e ai ricercatori che hanno scritto negli ultimi due anni una pagina importante di lotta civile nel nostro Paese. Essi debbono rammentarsi che non costituiscono solo un gruppo sociale capace di mobilitazione. In moltissimi casi, essi sono i membri più colti e consapevoli delle proprie famiglie. Talora di estese parentele. Essi cioé sono in grado di avere una influenza politica di vasta portata anche al di fuori del proprio ambito. Occorre ricordarsene, perché, quando avremo cacciato via il presente governo, non è per nulla scontato che chi si candida a sostituirlo cambi radicalmente registro. E allora bisognerà esser consapevoli di poter influenzare un vasto bacino elettorale, avere la forza di incidere su scelte di decisiva rilevanza.
www.amigi.org. Questo articolo è spedito contemporaneamente anche al manifesto.
Nel 105 d.C. Plinio il Giovane venne nominato da Traiano curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum urbis. Bellissima definizione che configura una sorta di presidenza dell’Autorità di bacino del Tevere, cioè di un fiume scatenato soggetto a piene improvvise, torrentizie e furibonde. Se ne scendete il corso, come a me capitò di fare molti anni or sono, noterete che ai bordi del Tevere, nelle zone pianeggianti, nulla è stato mai costruito in antico. Come lungo il Po, del resto. I fiumi dovevano avere la possibilità di sfogare la loro forza idraulica. Oggi non è più così. Si costruisce in vicinanza delle rive di fiumi e torrenti o addirittura nelle aree di golena, nell’alveo stesso dei corsi d’acqua. Ad ogni piena disastrosa sarebbe utile sapere quante case, capannoni, laboratori alluvionati sorgono là dove in ogni altro Paese civile sarebbe, anche nei fatti, vietatissimo. Tanti, temo.
Qualche giorno addietro il Wwf – ripreso, che mi risulti, soltanto da Marco Bucciantini sull’Unità– ha denunciato che la Regione Liguria, nel luglio scorso, ha approvato un nuovo regolamento che consente di edificare a 3 metri appena da fiumi e torrenti e non più alla distanza di 10 metri (che a me paiono sempre pochi). Sulla base di quali presupposti ambientali e idraulici? Come se la Liguria non avesse riempito da decenni di cemento e di asfalto le sue riviere provocando così alluvioni a ripetizione. Cosa è successo alle spalle e dentro il Parco Nazionale delle Cinque Terre? Quanti finanziamenti sono stati accordati a questo organismo per migliorare lo stato di un territorio delicatissimo, costruito “a mano” con oltre 7.500 metri di muretti a secco? E come sono stati spesi gli stessi affinché non avvenisse quanto è invece avvenuto a Monterosso e a Vernazza?
Di fronte alle sempre più frequenti sciagure ambientali, bisogna dire le cose come stanno. Anche sulla inosservanza di leggi e regolamenti divenuta cronica dopo che, dal 1984, è invalsa la convinzione che un provvidenziale condono interverrà a sanare case, laboratori, fabbrichette e altro eretti in aree off limits, persino in parte demaniali o demaniali tout court (come sono quelle golenali, come minimo coltivate, troppo intensivamente, a pioppeto). C’è dell’altro però: i governi Berlusconi hanno decisamente peggiorato la fragilità del nostro territorio montano e collinare, non poco franoso e sismico, accoppiando alla politica dei condoni, edilizi e ambientali, la sottrazione sistematica di fondi destinati alla difesa, ordinaria e straordinaria, del suolo, impedendo così persino le più normali manutenzioni.
Nelle cronache di questi giorni c’è, purtroppo, molta emozionalità, e poca voglia di andare alle cause. Tornando alle Cinque Terre, perché tante auto sepolte nella melma a Monterosso? Forse perché lì si sono fatte entrare, anni fa, le auto e si è voluto, a tutti i costi, costruire un maxi-silos? Dove arrivano cemento e asfalto, i suoli si impermeabilizzano e, in presenza di pendenze scoscese come quelle liguri, l’acqua piovana vien giù a velocità folli. Se poi i corsi d’acqua sono stati intubati (è accaduto anche questo!) o incassati fra argini di cemento e/o fra spalti di case, il disastro è garantito. La storia, seminata di lutti e di rovine, delle alluvioni liguri non ha dunque insegnato nulla? Mi trovavo, per altre ragioni, a Genova nel ’70, quando si scatenò in città la furia delle acque del Polcevera e del Bisagno e si contarono parecchi morti. Scoprimmo che il vastissimo letto del Polcevera era stato ristretto da campi da tennis, circoli aziendali, costruzioni precarie, orti e altro. Le responsabilità delle Regioni e dei Comuni sono grandi. Pochi vigilano, reprimono, demoliscono. A Ischia non sono forse le costruzioni abusive a far cadere a pezzi l’isola? E con tutto ciò un gruppo di deputati del Pdl chiede un condono “speciale” per la Campania già tanto devastata. Le Regioni che hanno negli ultimi anni ottenuto lo stato di “calamità naturale” sono una decina e oltre. Ma di quale calamità “naturale” stiamo parlando?
Un luogo comune che corre molto in queste ore: non si è mai fatto nulla per la difesa del suolo. Non è vero. Non hanno fatto niente i governi Berlusconi tesi a “passare alla storia” col Ponte sullo Stretto. I governi di centrosinistra avevano cominciato ad invertire una rotta disastrosa con alcune buone leggi: la legge n.431 del 1985 sui piani paesaggistici e la legge n.183 del 1989 sulla difesa del suolo. La prima – pur votata alla unanimità – è stata rispettata appena da un pugno di Regioni, le altre hanno adottato in ritardo i piani o non li hanno nemmeno disegnati, né, tantomeno, colorati. La seconda prevedeva la creazione di Autorità di Bacino nazionali, interregionali e regionali. Il modello? Essendo troppo lontano quello, pur illuminato, del “curator” romano Plinio, il modello era l’Authority del Tamigi in capo alla quale si sono felicemente riunite le competenze di migliaia di enti risanando a fondo il grande fiume. Altrettanto doveva accadere in Italia dove fiumi come il Po o il Tevere corrono al mare attraverso quattro regioni, decine di Provincie, decine e decine di Comuni. Purtroppo campanilismi e particolarismi da noi non muoiono mai. Così, allorché le Autorità, nel 2001, hanno faticosamente ultimato la definizione dei piani di bacino, la loro devitalizzazione era già in atto. Ricordo che il piano di riassetto del Tevere venne contestato apertamente da Comuni della zona a nord di Roma i quali non ne volevano saperne di non poter continuare a costruire nelle aree alluvionali di questo difficile fiume le cui portate possono passare dai miserabili 40 metri cubi al secondo delle peggiori “magre” estive ai 2000-2200 metri cubi al secondo delle “piene” di autunno-inverno. La delegittimazione della legge n. 183 è andata avanti, molto pesantemente, ad opera del centrodestra sotto la spinta della Lega che vuol gestire il sacro fiume Po “a spezzatino”, cioè un pezzo per Regione. Una scemenza “criminale”. Ci sono state ribellioni a tanta insipienza? Onestamente non le ho avvertite.
Su tutto ciò si è abbattuta la scure finanziaria dei governi Berlusconi II e III: la difesa del suolo, cosa volete, non fa “passare alla storia”. Con la Finanziaria 2002 il centrodestra ha subito dimezzato rispetto al 2001 le risorse destinate a questa voce. Con quella del 2003, secondo la denuncia di Gaetano Benedetto del Wwf, “con un colpo di mannaia” ha fatto scomparire i fondi del Decreto Sarno (votati dopo quella terribile sciagura) e ridotto quelli della Legge Soverato (altro disastro, con le case edificate su una fiumara, anzi dentro…). L’Italia ha così affossato ben presto l‘approccio innovativo, di stile europeo, alla gestione delle acque avviato con la legge n. 183, e cioè praticare una manutenzione continua del territorio e la progressiva “rinaturazione” dei sistemi fluviali (fluminis alvei et riparum, per dirla con Plinio). Insomma, dalla legislatura 2001-2006 tutto lo strategico comparto ambiente-territorio è uscito “umiliato” dal governo in carica.
Nel 2006-2008, col ritorno, sia pure precario, dell’Ulivo al governo, sono state riattivate le risorse sottratte alla difesa del suolo, alla protezione dei litorali dal mare, quelli per i parchi, ecc. Fino a 584 milioni. Due anni di respiro. Ma dal trionfo di Berlusconi in qua, è ricominciato il sistematico dirottamento dei fondi. Nel 2009, alla tutela ambientale e territoriale risultava assegnato appena l’1,5 % della dotazione finanziaria contro il 6,8% attribuito alle grandi opere, tutte dal forte impatto ambientale. Mentre la crescente tropicalizzazione del clima, con piogge sempre più violente, reclamava a gran voce una strategia esattamente opposta. Nelle Finanziarie successive è andata ancora peggio. Tanto che, per il Veneto, sempre sull’orlo di nuove disastrose alluvioni, si prevede che la messa in sicurezza potrà avvenire – sempre che non si taglino altri fondi – non prima del 2041, traguardo che ovviamente sarà allontanato se vi saranno nuove alluvioni…Nel contempo Sandro Bondi titolare-fantasma dei Beni Culturali ha lasciato annegare nella palude ministeriale la nuova co-pianificazione paesaggistica Stato-Regioni prescritta dal Codice Rutelli per il Paesaggio. Quanti hanno protestato? Non ho avvertito, onestamente, forti proteste. Stefania Prestigiacomo, debolissima titolare dell’Ambiente, non ha saputo difendere da tagli pesanti il proprio Ministero, mettendo letteralmente in ginocchio i Parchi, a cominciare da quelli nazionali che sono invece fondamentali insieme ai Parchi regionali per migliorare lo stato precario della montagna e dell’alta collina italiana. Risultato, uno sfacelo idrogeologico garantito, specie laddove l’edilizia, legale e abusiva, è stata lasciata dilagare. Mentre si invocano nuovi condoni edilizi. Si è anti-berlusconiani “per principio” se, scorse le cifre, valutati i dati di fatto, si pensa che ormai siamo prossimi al suicidio finale del Belpaese? Credo proprio di no.
, “Misure di accelerazione per la realizzazione delle opere pubbliche di interesse strategico regionale e per la realizzazione di opere private”. Opere per cui la Regione ha predisposto un percorso agevolato che, utilizzando l'istituto degli accordi di programma, permetterà la variazione contestuale degli strumenti urbanistici delle amministrazioni interessate e una compressione dell'iter di pubblicizzazione, osservazioni comprese. E se qualcuno si opponesse, ad esempio un Comune che non volesse un inceneritore, una discarica o una bretella stradale, si rassegni. La legge ne prevede il commissariamento ad hoc se la maggior parte degli enti coinvolti è d'accordo sulla realizzazione dell'opera (che sul territorio del vicino fa meno male). Ma quali sono le opere strategiche?
Quelle per cui il finanziamento regionale supera il 50% e quelle che la Regione, 'in via straordinaria', deciderà essere tali: cioè potenzialmente tutte e a discrezione. Non basta: a questa 'accelerazione' partecipano anche i privati; anzi, in un tempo di tagli agli stanziamenti pubblici, sono i privati che possono diventare i protagonisti del gioco quando propongano l'insediamento di medie e grandi imprese industriali, di impianti di smaltimento dei rifiuti o di fonti rinnovabili di energia, il business più lucroso e più inquinato (in vari sensi) dell'attuale fase economica. La legge 35/2011 rappresenta il totale stravolgimento di quanto era stato approvato nel novembre del 2010 in sede di Giunta regionale: qui le opere strategiche erano quelle “essenziali per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo socio-economico e di qualità della vita, del territorio e dell'ambiente definiti nel programma regionale di sviluppo” e dovevano essere coerenti al Piano di indirizzo territoriale, vale a dire al piano paesaggistico. Gli accordi di programma, ove necessari, rimanevano disciplinati secondo la normativa preesistente e non era previsto alcun ruolo proponente dell'iniziativa privata.
Perché una legge di razionalizzazione dell'intervento regionale nelle infrastrutture si è trasformata in una mini legge-obiettivo?. La prima risposta è che, evidentemente, esiste uno scollamento tra una Giunta in cui soffia qualche vento di novità verso un modello di sviluppo sostenibile e un Consiglio ancora – maggioranza e opposizione - proiettato sulle grandi opere, le piattaforme logistiche, i porti, le bretelle, i sotto-attraversamenti. D'altronde c'è poco da stupirsi: questa schizofrenia, non fa che ribadire il peso minoritario di una sinistra (da cui non sono escluse parti del PD) diversa rispetto agli apparato correntizi che prosperano nella collusione fra gli interessi di potere (si fa fatica a chiamarli politici) e quelli di un'imprenditoria oligopolistica e garantita
In cui siedono allo stesso tavolo Impregilo, Ligresti, Zunino, cooperative rosse e simili capitani industriali, con alle spalle le banche, fra cui spicca quella 'rossa', il Monte dei Paschi di Siena, anch'esse con rischi nulli (paga lo Stato) e guadagni garantiti. In cui la regia è condotta, in pieno conflitto di interessi, da politici come Riccardo Conti, responsabile nazionale del PD nel settore trasporti, consigliere d'amministrazione del fondo privato F2ì specializzato in investimenti in infrastrutture e della controllata G6 Rete Gas, 'delegato' del Monte dei Paschi e da Antonio Bargone, già uomo chiave del partito, legato a D'Alema, presidente della Società Autostrada Tirrenica e commissario straordinario di sé stesso per nomina governativa. Il tutto nell'illusione di risolvere con scorciatoie amministrative ciò che richiederebbe innanzitutto buona politica, comunicazione e partecipazione.
Un'ultima, ma non secondaria annotazione. Cosa succederà quando un accordo di programma confliggerà con un'invariante strutturale stabilita nel piano paesaggistico: prevarrà la legge nazionale o quella toscana? O si troverà un compromesso variando e deperimetrando. E, a questo punto, per dare un'ulteriore accelerazione, tanto vale abolire la legge toscana sulla partecipazione. Lo sviluppo non può attendere.
Lodevole l’incontro, avvenuto di recente, tra Comune di Milano e costruttori-immobiliaristi. Lodevole, purché l’incontro non riconfermi le pessime disposizioni del passato P.G.T., tutte concepite a favore dei costruttori-immobiliaristi e a svantaggio dei cittadini milanesi. E’ vero che dai costruttori non si deve prescindere: essi sono una ricchezza per la società, una fonte di crescita economica, una risorsa per l’occupazione. Tuttavia una saggia Amministrazione Comunale deve programmare lo sviluppo della città, tenendo presente l’interesse della collettività, e non l’eccessivo profitto dei costruttori. Ciò significa che alcuni dei più critici capitoli del P.G.T. devono essere cambiati radicalmente; in particolare i capitoli riguardanti la casa; il verde; i trasporti.
•Politica della casa: dovranno ridursi le costruzioni di lusso e promuoversi le costruzioni economico-popolari. In un momento di crisi e di ristagno della domanda i costruttori, che oggi stentano a piazzare i loro immobili, non potranno che essere soddisfatti nel vedersi assicurato il proseguimento della loro attività, e non avranno motivo di lamentarsi per l’arresto edilizio, pretestuosamente attribuito alla momentanea stasi richiesta dalla revisione del P.G.T..
•Politica del verde: sarà impedita ogni nuova edificazione sia nelle poche aree ancora non costruite, sia nelle sempre più numerose aree in procinto di liberarsi. Scalo Farini è un caso esemplare: non appena messo in disarmo dovrà trasformarsi in un intero parco pubblico; e non – come infelicemente è stato proposto – in un nuovo terreno di addensata ed invadente lottizzazione.
La politica del verde esige una politica del territorio, cioè una previsione delle sviluppo urbano non più ristretto entro gli angusti confini municipali, secondo la deleteria espansione a “macchia d’olio”, ma esteso nel territorio circostante, prevedendo o la crescita delle cittadine esistenti, oppure la nascita di nuovi nuclei-satellite.
•Politica dei trasporti: è possibile sviluppare insediamenti residenziali al di fuori del perimetro urbano solo se si attua una efficiente politica dei trasporti, cioè una rete di collegamenti radiali che unisca i centri periferici con la città-madre; ed un altrettanto efficiente sistema di collegamenti anulari che unisca tra di loro i vari insediamenti distribuiti intorno alla metropoli.
Per i trasporti interni alla città occorre prendere una decisione drastica: o si privilegia il mezzo privato, o si incrementa il mezzo pubblico. Nel primo caso proseguirà la folle proliferazione dei parcheggi a rotazione; nel secondo caso tutti i parcheggi interrati saranno riservati a soli box per residenti, e le strade cittadine, finalmente libere dalle auto in sosta, consentiranno un veloce transito di scorrimento ed ospiteranno una rete capillare di piste ciclabili.
Tutte le politiche sopra elencate richiedono una coraggiosa e sicura visione della città futura: di questa visione non si vede, al di là di generiche e vacue affermazioni, nessuna traccia nell’incontro tra Comune e costruttori-immobiliaristi.
L’autore è Consigliere di Italia Nostra Sezione di Milano.
I primi atti del governo, oltre a ridimensionare l’autonomia impositiva di Regioni e Comuni (con buona pace della Lega), ledono fortemente la loro stessa autonomia politica. Lo fanno con provocatorie incursioni su materie e funzioni di stretta competenza regionale e locale, come sono le politiche abitative o le scelte urbanistiche e di governo del territorio. E lo fanno con una serie di misure (e di tagli indiscriminati) che, in ultima analisi, sono destinate ad abbattersi negativamente sul Welfare locale e sulla qualità dei servizi, minando le condizioni di una crescita ordinata e, civile del territorio e gli stessi cardini della coesione sociale.
Chiediamoci dove i Comuni troveranno le risorse per il loro funzionamento. Le uniche porte aperte lasciate dal governo sono quelle degli “oneri di urbanizzazione” e della “valorizzazione” fondiaria e immobiliare del patrimonio pubblico e demaniale. Si tratta, com’è evidente di un ulteriore formidabile incentivo alla cementificazione e alla speculazione edilizia! Infatti, se l’imperativo è “più concessioni edilizie, più oneri di urbanizzazione” si spingono le amministrazioni locali a rilasciare quanto più licenze di costruzione possibile, pur di incamerare risorse che - tra l’altro - sempre meno saranno utilizzate per migliorare la qualità urbana e sempre più per far fronte alla spesa corrente. L’esperienza di questi anni ci ha mostrato i guasti prodotti da comportamenti poco virtuosi, per non dire miopi, di amministrazioni che hanno rilasciato con troppa frequenza e leggerezza autorizzazioni per programmi di trasformazione urbana che poi si sono rilevati un affare solo per i grandi gruppi immobiliari ma non per le comunità locali. E con il rilancio delle vendite delle case ex Iacp e delle operazioni di “valorizzazione” immobiliare sul patrimonio pubblico si cerca di rinverdire la nefasta stagione delle cartolarizzazioni.
I Comuni hanno annunciato lo “sciopero” dei bilanci per denunciare l’impossibilità di approvare documenti contabili credibili. Ma siamo arrivati a questa situazione anche per la debolezza con cui essi hanno contrastato la politica governativa e perché, troppo spesso, nei fatti hanno abdicato alle tendenze del cosiddetto libero mercato rinunciando a usare, come avrebbero dovuto, i poteri di cui dispongono in fatto di edificabilità dei suoli, di destinazione delle aree, di cambio di destinazione d’uso degli immobili. Sono stati rilasciati permessi per la costruzione di megastore e centri outlet lungo le principali vie di ingresso delle nostre città e si continuano ad approvare piani di edilizia residenziale, destinati alla vendita, equivalenti a nuovi quartieri popolati da decine di migliaia di abitanti. Viceversa, sorgono sempre mille difficoltà quando si tratta di reperire aree per l’edilizia sociale. Ora, il governo, col cosiddetto Piano Casa, cerca di gestire questa difficoltà e si appresta a varare nelle grandi città una serie di accordi di programma e di interventi integrati ( concordati e stipulati direttamente dal ministero delle Infrastrutture). Il rischio è che l’accattivante messaggio del “piano casa” favorisca in realtà mire speculative su spazi liberi o sui terreni agricoli (come, per es., sta avvenendo a Roma), continuando così una politica di sostanziale sostegno al mercato immobiliare e agli interessi della rendita. Non è un caso che il piano casa sia incentrato sull’idea di nuova edilizia residenziale, da realizzare con l’apporto di imprese e soggetti privati, e non contenga alcun riferimento alla priorità dell’offerta in affitto.
Questa impostazione, se dovesse trovare conferma, incontrerà la contrarietà del sindacato e, ci auguriamo, di tutti coloro che hanno a cuore la tutela del territorio e del paesaggio e la qualità della vita nelle nostre città. Ma ci deve anche spingere a riflettere sul ruolo delle autonomie locali e delle forze sociali e culturali presenti sul territorio. E’ necessario che la gestione del territorio, l’uso del suolo, i piani di intervento nelle città, siano oggetto di negoziazione pubblica e trasparente e non di trattativa privata tra sindaci e assessori all’urbanistica da un lato e proprietari dei terreni e imprenditori edili dall’altro.
Il degrado, il caos, la congestione e l’invivibilità che stanno soffocando le città, sia nei centri urbani che nelle periferie, sono il risultato dell’abbandono dello “spirito pubblico” in materia di urbanistica e di governo del territorio. E su queste cose il confine tra destra e sinistra - nelle politica locale - è diventato sempre più sbiadito. C’è stato il progressivo abbandono di una cultura amministrativa incentrata sulla città come “bene comune” e sul principio della pianificazione urbanistica. E’ andata avanti, nel silenzio pressoché generale, una espansione urbana contrassegnata da crescenti diseguaglianze sociali e dalla rottura di forme di coesione sociale, di solidarietà, di convivenza e buon vicinato, un tempo forti e consolidate nelle nostre città. Nuove povertà e drammatiche solitudini convivono insieme a intollerabili esibizioni di lusso e di egoismo. L’abbandono delle periferie fa il paio con vecchi centri storici riqualificati e magari chiusi al traffico per operazioni di marketing o d’immagine.
Cambiare politica urbana significa dunque assumere scelte coerenti con uno sviluppo delle città che coniughi solidarietà, equità, ed efficienza dei servizi (e anche la sicurezza seguirà!). Ma per mettere gli enti locali nelle condizioni di operare in questa direzione, c’è bisogno di risorse ovvero di una riforma fiscale in senso federalista che individui nel settore immobiliare la base imponibile principale dei Comuni.
Dopo l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, i Comuni devono poter agire sui grandi patrimoni immobiliari presenti in loco e sull’enorme volume di affari e di ricchezze che circola sul territorio al di fuori del loro controllo fiscale. I tributi immobiliari, ridisegnati e rimodulati nell’ottica del rafforzamento dell’autonomia politica degli enti locali, rappresenta anche lo strumento per regolare con serietà ed efficacia un mercato (quello degli immobili), che oggi risponde unicamente agli interessi della rendita e della speculazione edilizia.
Riappropriarsi di un ruolo fiscale sul proprio territorio, significa per i Comuni poter governare il territorio, decidere sui delicati aspetti inerenti l’uso e il consumo del suolo, intercettare, ai fini impositivi, la crescita dei valori immobiliari (e delle transazioni) conseguenti a interventi pubblici di riqualificazione.
Allo stato l’ammontare delle imposte immobiliari (catastali, ipotecarie, di registro) è di circa 8 miliardi l’anno ed entrano totalmente nelle casse dello Stato. La riforma federalista - e il decentramento ai Comuni della gestione del Catasto – dovrebbe comportare coerentemente l’attribuzione di questi tributi alle istituzioni locali. Diventerebbe anche più efficace la lotta per ridurre e debellare un’elusione e un’evasione fiscale che, in campo immobiliare, ha percentuali elevatissime, e che la Guardia di Finanza conduce da tempo con scarsa efficacia. Uno studio Cresme del 2005 per l’Anci ha calcolato un’evasione della fiscalità erariale sugli immobili di circa 2,8 miliardi di euro (su 8 miliardi di gettito complessivo). Solo dal recupero dell’evasione delle imposte di registro sui contratti d’affitto (il 40% dei quali non è registrato) potrebbe derivare un’entrata aggiuntiva di 550 milioni di euro.
Ancora, un uso flessibile delle aliquote massime e minime dell’Ici (ancora operante su seconde case, grossi patrimoni, immobili a uso terziario), soprattutto in presenza della rivalutazione degli estimi catastali, potrebbe contribuire ad una redistribuzione più equa del carico fiscale sugli immobili oltre che incoraggiare comportamenti virtuosi nel mercato dell’affitto.
Serve infine flessibilità nell’imposizione sui trasferimenti di proprietà per favorire il passaggio da casa a casa e la mobilità intercomunale e interregionale. In un paese con circa l’80% di case in proprietà diventa indispensabile una misura che riduca al minimo le imposte di registro e catastali sulle compravendite che riguardano la prima abitazione, da compensare con imposte più alte sulle case di lusso, seconde case e altri tipi di immobili, per i quali il valore catastale deve diventare sempre più vicino all’effettivo valore di mercato.
Su queste e altre proposte è utile aprire un confronto che contribuisca a delineare una fiscalità locale nuova e adeguata alle complesse esigenze di città moderne e solidali.
Capita sempre più spesso che anche sindaci di sinistra si lascino un po’ andare nel magnificare i progetti immobiliari che stanno loro a cuore: “É un progetto che darà prestigio alla nostra città e slancio all’economia dell’intero Paese!” Questa è né più né meno l’ideologia (nel senso di errata teoria) della destra, che ritiene l’edilizia, vera o virtuale, “il vero volano dell’economia”, il settore che potrebbe muovere 4/5 punti di pil, ecc. Ed è anche l’ideologia che prepara il terreno per la speculazione e per un inevitabile declino economico e civile.
Ci saranno anche buoni argomenti per sostenere la necessità di un centro commerciale o di un nuovo quartiere residenziale, ma questo, per piacere, proprio no. Invece è qui dovrebbero risiedere le ragioni più significative della nostra opposizione alla politica economica della destra.
La speculazione, o valorizzazione immobiliare, è stata fra le cause principali della crisi finanziaria ed economica: non è vero, come sostengono gli immobiliaristi per giustificare le loro difficoltà nel presente, che è stata la crisi a causare la caduta dei valori immobiliari. È vero proprio il contrario: è stata la crescita dissennata del valore degli asset immobiliari a provocare la crisi. In Italia la crisi, inizialmente, ha colpito meno che altrove soprattutto perché non si è voluta ammettere la caduta del settore. l’intreccio col sistema creditizio avrebbe infatti causato pesanti ripercussioni sulla solidità delle banche e parecchi banchieri avrebbero dovuto rispondere di esercizio abusivo del credito.
Per un po’ hanno fatto come se niente fosse, ma ora non è proprio più possibile: la crisi dell’immobiliare, se non la scontano gli immobiliaristi, che hanno fatto tutto a credito, cioè coi soldi dei risparmiatori, la pagano le banche, i risparmiatori stessi e tutti quelli che hanno un mutuo da pagare.
Guardando a sinistra, non c’è da aspettarsi che questa posizione venga condivisa dal CCC che è ormai diventato la vera cassa di compensazione delle grandi operazioni immobiliari del Paese, perché ci entra come “partner operativo”, cioè senza pagare (non penso solo alle aree Falck di Sesto San Giovanni, ma anche, sempre per restare nel milanese, alle avventure di Segrate e Pioltello, ai progetti siciliani, o all’enormità dell’affare Uniland in Emilia e nel Lazio, ecc.), ma almeno nell’analisi si potrebbe convenire che il sostegno protervo al settore immobiliare ci fa permanere nel ristagno economico e dentro un modello di sviluppo al quale non riusciamo a sottrarci anche perché eccessivamente fondato sulla rendita e sul debito. Gli economisti la chiamano “sindrome di Baumol”, più si insiste e peggio è.
Da qui alla questione morale, purtroppo, il passo è breve. La differenza fra concussione e corruzione è enorme e nello stesso tempo irrilevante. Fra i due reati c’è apparentemente grande differenza perché altro è ricattare al fine di imporre il pagamento di denaro, altro è intascare con nonchalance la busta come frutto di una spontanea donazione. Ma la distanza è davvero solo apparente e quasi scompare del tutto se pensiamo alle tangenti non come ad un reato occasionale, ma come ad un sistema nel quale trovano composizione interessi diversi.
Come per molte fattispecie di reato c’è una fase iniziale, ingenua ed elementare e c’è una fase compiuta, dove il reato si radica nella società liberandosi delle connotazioni violente che lo caratterizzavano. Prendiamo il pizzo: a Milano pare non esista quasi più nella forma tradizionale impositiva: o paghi o ti facciamo saltare la bottega. La finanza criminale ha da gestire grandi capitali e guarda al mondo del commercio con altri occhi. “Penetra” nel sistema commerciale, promuove la realizzazione in franchising, gestisce l’usura con sistemi sofisticati, si è impadronita del business del gioco d’azzardo e delle macchinette mangiasoldi, è in grado di spingere per la creazione di uno spazio normativo funzionale ai suoi interessi. È finito da un pezzo il periodo dell’accumulazione originaria, violenta e crudele: ora la criminalità è un protagonista riconosciuto e articolato, attore a pieno titolo della scena economica. La criminalità di strada si mette in grisaglia e, invece che ai bombaroli, si affida ad avvocati e commercialisti.
Per le tangenti legate al settore immobiliare è la stessa cosa: quando tutti i soggetti “hanno capito come funziona”, il tavolo da gioco è pronto e apparecchiato. Tutto si decide nei preliminari. Se nel rugby c’è il terzo tempo, l’agape comunitaria dove si sublimano tutte le scorrettezze proprie del campo, qui tutto si gioca prima. È nel preliminare, in quella fase di gioco che anticipa la partita ufficiale, quella delle volumetrie, delle compensazioni, delle licenze edilizie e degli spostamenti di denaro, che i soggetti si “annusano” e stabiliscono i codici di comportamento. Questa fase termina quando si crea tra le controparti sufficiente reciproca fiducia e si configura un gioco nel quale tutti hanno il loro guadagno, cioè quando sul valore da attribuire al suolo si raggiunge un punto di caduta condiviso.
Ecco perché nelle inchieste sulle tangenti compare sempre qualche intermediario: occorre ci sia qualcuno che gode della fiducia sia della parte pubblica che della parte privata, che sia in grado di rassicurare entrambi dell’affidabilità dell’altro, che si sappia muovere bene nel sistema immobiliare privato, ma che al tempo stesso conosca le criticità e le debolezze della pubblica amministrazione. Finiti i “preliminari”, il sodalizio è costituito e si può giocare a carte scoperte. A questo sistema, però, ci si può sottrarre. Alla base delle scelte personali che un amministratore fa ci deve però essere sempre una valutazione di merito. Affidarsi troppo all’etica non conviene, perché c’è sempre qualcuno che pensa che in fondo non c’è niente di male a fare la cresta. La valutazione di merito, dunque, non può che riguardare l’interesse pubblico, perché le tangenti sono sempre e inevitabilmente una sottrazione di risorse alla comunità: sono cioè un anticipo sulla promessa di valore che i terreni riusciranno a produrre (qualcuno ha parlato non del tutto a sproposito di “tangenti con l’elastico”). Non provengono dal cielo, ma dalla ricchezza prodotta dal suolo e sono proprio quella parte di prodotto che invece di tornare alla comunità, sotto forma di opere o di servizi, prende una strada laterale.
Ora però c’è un aspetto, extragiudiziale ed extramorale, a partire dalla vicenda Sesto San Giovanni, che va preso seriamente in considerazione ed necessario farlo ora, perché presto sarà già troppo tardi. Il problema riguarda i riflessi che tutta questa storia potrà avere sul modo di governare il territorio. Non a Sesto, ma ovunque nel paese. Il pericolo lo si intravvede già leggendo le dichiarazioni di immobiliaristi e imprenditori coinvolti nell’inchiesta. È possibile, e perfino probabile, che nella temperie dell’inchiesta immobiliaristi, proprietari e pretendenti vari di volumetrie e cambi di destinazione si cerchino di prefigurare per il dopo, quando si parlerà meno di Penati e più di che cosa si deve fare sul territorio, una situazione in cui i comuni non possano mai dire di no.
È un rischio molto concreto: oggi, giustamente, la gente è arrabbiata con la politica e lo è ancora di più coi politici corrotti. Gli immobiliaristi appaiono per lo più come vittime. Per qualcuno è davvero così, per molti non lo è affatto. Se si crea nell’opinione pubblica un sentimento troppo favorevole verso i “diritti” della categoria, si intuisce in quale imbarazzo si potranno presto trovare i comuni. Non quelli “generosi” verso le pretese dei proprietari terrieri o quelli inclini alla corruzione, che saranno solo agevolati e continueranno ancora più indisturbati, ma quelli davvero virtuosi, quelli che intendono contenere il consumo di suolo e l’espansione della rendita, quelli capaci di dire dei no alle pretese degli immobiliaristi. E se il proprietario che si vedesse rifiutato il tradizionale aumento di volumetria o qualche altra agevolazione un domani si sentisse “concusso”?
Non pensiamo al piccolo proprietario che ha da sfruttare un modesto appezzamento. Pensiamo alle grandi compagnie immobiliari, quelle in grado di influenzare l’opinione pubblica (attraverso i giornali, perché ne sono azionisti) e di condizionare il comportamento delle banche (perché siedono nei consigli d’amministrazione): se non si afferma un’opinione diffusa, fondata e strutturata sulle conseguenze economiche e sociali della speculazione immobiliare, non c’è dubbio che la speculazione stessa ne uscirà rafforzata. La speculazione immobiliare è il vero problema per le città e per l’economia e lo sarà ancora di più quando sul caso Penati calerà il sipario.
La questione morale connessa al sistema delle tangenti (sotto diverse forme, consulenze, sponsorizzazioni, donazioni, favori, ecc.) deve essere dunque compresa al di là delle sue implicazioni giudiziarie, perché è ormai del tutto evidente che la speculazione immobiliare è una vera e propria emergenza nazionale, ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Di più, così come si configura nel nostro paese, la speculazione può rappresentare un vero e proprio crimine economico, non dissimile dalla falsificazione monetaria. Un tempo, che la speculazione fosse creazione di denaro dal nulla, era una scontata verità per la dottrina economica (si veda il volumetto di A. Del Mar, Storia dei crimini monetari, excelsior 1881), oggi lo si è semplicemente dimenticato. Solo se lo si riconosce è possibile affrontare la cosiddetta questione morale dal verso giusto.
Ammettiamo che il signor Rossi possieda, per qualche insindacabile ragione, una macchina uguale in tutto e per tutto a quella usata dalla zecca per stampare moneta. Il signor Rossi è benestante, onesto e sa bene che stampare soldi falsi è un grave reato, e così la macchina rimane in cantina inutilizzata. Ammettiamo però che un giorno il buonuomo si trovi in gravi difficoltà economiche, che abbia magari subito qualche torto che proprio non si meritava, che la sfortuna si sia accanita contro di lui, che abbia smesso di pagare le rate dell’assicurazione e che sua moglie debba subire un delicato e costoso intervento chirurgico salvavita.
Per un po’ il signor Rossi resiste, chiede senza successo aiuto alle banche e ai parenti, finché stremato deve scegliere tra il rispetto della legge e la commissione di un reato che, nelle condizioni in cui si trova, non gli procurerà nemmeno troppi sensi di colpa. A questo punto tira fuori la macchinetta e comincia a produrre. La moglie è salva, ma la famiglia sempre povera e il futuro dei figli si prospetta gramo. E intanto si avvicina la scadenza della conversione monetaria: la moneta corrente, fortemente svalutata, sarà presto sostituita da una moneta più pesante, via gli ultimi tre zeri. Si tratta pur sempre della famiglia! E allora il Rossi, sempre più solo in lotta contro il destino, sempre più incazzato coi politici che guadagnano un sacco di soldi e lo lasciano nelle peste dopo una vita dedicata al lavoro, ci dà dentro di brutto, fa lavorare il marchingegno giorno e notte e intanto pianifica investimenti e cambio di valuta. Il finale ha poca importanza, ma ammettiamo solo, per un istante, che ci siano in circolazione parecchi signor Rossi e tante macchinette di quel genere: la moneta e l’economia ne soffriranno inevitabilmente.
Molti sindaci si trovano a commettere un crimine analogo, per quanto non sanzionabile, a quello commesso dal signor Rossi: contribuiscono davvero a creare cioè moneta falsa. E questo senza avere una giustificazione altrettanto nobile. È naturale che, in questo contesto, ci sia sempre qualcuno più sgamato degli altri che va oltre. C’è anche la possibilità di portare un po’ di soldi al partito, guadagnarsi una certa riconoscenza e magari scalarne i vertici. Ci si può far pagare la sede per le riunioni o le strutture per le feste che tanto piacciono ai simpatizzanti che amano il ballo e le grigliate… ci si può sistemare per un bel po’.
C’è un aspetto però, che davvero attiene alla morale, che non viene mai sottolineato: tutto il denaro, vero, falso o virtuale, che viene creato o messo in circolazione con questo sistema, deve poi essere davvero convertito in moneta sonante, perché gli speculatori, le banche e tutti i procacciatori che si son dati da fare per il buon fine del progetto, devono essere pagati per davvero. Tutto ricade, in definitiva, su chi le case le costruisce realmente (infatti nell’edilizia è diffuso il caporalato nella forma più arcaica e violenta) e su chi le case le deve acquistare (il cittadino, che si indebita con mutui generazionali).
La salute dell’economia reale viene inevitabilmente compromessa, perché si spalanca una via facile e per niente rischiosa alla ricchezza; è a rischio il sistema creditizio, perché le banche continueranno a rifinanziare gli speculatori per difendere i prestiti già erogati; si creerà uno squilibrio nel mercato degli alloggi, perché il prezzo delle case, sia che vengano costruite sia che rimangano virtuali, dovrà almeno coprire la quantità di moneta creata sulla carta; si erode il risparmio privato che, intrappolato nei mutui, non andrà più ad alimentare le imprese e il mercato dei titoli. Sugli effetti di carattere più squisitamente sociale, poi, ognuno può fare i propri esercizi spirituali e le riflessioni che crede. Basta guardarsi attorno: difficoltà occupazionali, scarsa attitudine al rischio imprenditoriale, giovani che non mollano mai la famiglia di partenza, invecchiamento della popolazione, emergenza abitativa e immigrati che faticano a integrarsi, …..
Un articolo recentemente comparso su «Breakinviews» ad opera di Fiona Maharg-Bravo conferma una volta di più le nostre opinioni sulle conseguenze economiche della speculazione immobiliare.
“uno dei dati più preoccupanti dell’economia spagnola” è il numero degli immobili invenduti: una zavorra di 700.000 case. Ma perché questo stock “zavorra” l’economia? Perché, potrebbe pensare il cittadino, l’economia non va avanti lo stesso. Le case restano lì, chi se ne importa?! In effetti, se le case fossero state costruite da un magnate con soldi tirati fuori direttamente dalla sua cassaforte, potrebbe anche essere così. Se qualcuno ha fatto un investimento, o una speculazione, sbagliata, peggio per lui. Se vuol recuperare qualcosa, che venda a metà prezzo. Ma le cose non stanno così, e quelle case sono davvero una zavorra. “Le banche posseggono una crescente quota di queste case invendute, poiché continuano a pignorare gli immobili dai costruttori edili falliti. Nonostante gli sforzi per liberarsene, stanno ancora accumulando più immobili di quanti riescano a venderne”.
È più chiaro? Lo snodo centrale della moderna economia è la banca, o meglio è il sistema del credito. “Il credito - spiegava Schumpeter – è essenzialmente creazione di potere d’acquisto al fine di cederlo all’imprenditore, e non semplicemente trasferimento di potere d’acquisto… Attraverso il credito si apre agli imprenditori l’accesso al frutto dei beni della società, prima che abbiano acquisito il normale diritto su di essi”. Le banche, ci dice l’economista, non sono semplici intermediari finanziari, ma, attraverso il credito, creano davvero moneta: anzi, in una economia moderna, il credito è il modo essenziale attraverso cui viene creata moneta.
Il credito in un certo senso sostituisce temporaneamente il diritto al denaro con la finzione di esso. Creare denaro in questo modo, attraverso una “finzione”, è utile, addirittura necessario all’economia di scambio, dove prevale la proprietà privata, perché solo in questo modo è possibile lo sviluppo. È il credito che consente di superare quello che è un vero e proprio “ponte sull’abisso” tra immobilità e sviluppo.
Il dispositivo si inceppa pericolosamente, però, quando i beni creati attraverso “la finzione” del credito rimangono invenduti per troppo tempo, a causa di una sovraproduzione o di prezzi eccessivi. L’intero processo può essere definito come inflazione da credito, e qui i problemi, per l’economia, sono davvero seri. Ovviamente questo non vale solo per le case: anche le automobili, se sono troppe e troppo care, restano invendute e i banchieri che hanno finanziato i produttori di veicoli non saranno troppo allegri: non capita mai, però, che le banche creditrici, si prendano in bilancio, a ristoro dei crediti erogati, qualche migliaio di automobili nuove. Con le case è diverso, perché sono beni “immobili”, sono soggette cioè a un deperimento di valore molto lento nel tempo e le variabili anzianità-tecnologia-obsolescenza non sono così significative come nei beni strumentali (ad esempio un’automobile o un computer). E inoltre anche i semplici diritti edificatori vengono ormai trattati come alla stregua di beni veri e propri. Così, invece di svalutare le case invedute, ammettendo gli errori (che, in caso di bolla, sono sistemici, cioè non riguardano singoli costruttori o speculatori, ma il sistema finanziario-costruttivo nel suo insieme) e quindi le perdite, si seguono altre strade. Ovviamente il motivo per cui il sistema fatica ad ammettere le perdite e segue strade alternative è un motivo forte, tutt’altro che insignificante. Non è solo per ingordigia, cioè che immobiliaristi e banche non ammettono perseverano nel dolo: i debiti e i crediti (rispettivamente per i costruttori e per le banche) così accumulati possono rappresentare un problema serio per l’economia, perché le banche, scarsamente capitalizzate, sono troppo esposte. Hanno “creato” troppo denaro a credito e ora che il mercato è fermo quel denaro si sta rivelando non solo una “finzione” temporanea (in attesa di essere convalidato dalle vendite), ma una finzione tout court, cioè si sta rivelando falso. E con questo risultano falsi anche gli attivi corrispondenti delle banche, le ipoteche e tutte le poste finanziarie a garanzia di quei crediti ormai inesigibili. Per difendersi, le banche acquisiscono quindi grandi quantità di immobili, o subentrano direttamente nelle operazioni immobiliari, trasferendo l’esposizione dal credito a beni apparentemente più solidi, ma fortemente illiquidi, cioè difficilmente trasferibili. I bilanci sono formalmente e temporaneamente salvi, ma l’economia è ferma. Le banche, coi bilanci così infettati di asset sopravvalutati (valori immobiliari irreali), evitano i fallimenti ma, in un certo senso, cessano di fare le banche. E per di più sono prese di mira dalla speculazione. Il sistema si “avvita” e uscirne diventa sempre più complicato.
Non è successo solo in Spagna. Il premio nobel Stiglitz sostiene da tempo che anche negli USA occorre ammettere le perdite e deprezzare le ipoteche e l’economista Kobayashi parla di lezione inascoltata del Giappone, dove l’economia, negli anni novanta, nonostante tutti gli aiuti alle banche, cominciò a riprendersi solo quando i bilanci delle banche furono ripuliti e i mercati ripresero fiducia.
Ora la Maharg-Bravo applica lo stesso schema alla Spagna e sostiene che “quanto prima le banche toglieranno dai loro bilanci questi pesi morti, tanto più facile sarà aumentare il credito. Ciò aiuterebbe anche a ridare fiducia al sistema finanziario e potrebbe rivelarsi più efficace che aggiustare alla meglio l’aliquota Iva”.
E in Italia? Da noi siamo ancora più indietro, siamo ancora nella fase della crescita della bolla. Incredibile a dirsi, ma è proprio così. Piani casa, l’edilizia “vero volano dell’economia” (dichiarazioni del governo), turismo “immobiliare” al 20% del pil (idem), città satelliti in ogni provincia (Berlusconi), ecc. E la sinistra? Rimando alla vicenda Mezzini-Uniland e al ruolo che vi hanno avuto il Banco emiliano romagnolo e il Consorzio Cooperative Costruttori. Si capiscono una sacco di cose.
Occorre ripartire dal governo locale. Ma per ora la consapevolezza del problema pare davvero scarsa e le nostre amministrazioni locali sembrano spesso voler salvare se stesse correndo in aiuto alla speculazione più che dare un contributo all’economia reale, favorendo il contenimento del prezzo degli alloggi e arginando la speculazione. Le tangenti andrebbero considerate come l’epifenomeno di un sistema immobiliare malato, inevitabile conseguenza di un’ideologia egoista e demenziale, più che l’effetto della degenerazione politica.
Il Censis del buon Giuseppe De Rita ogni tanto annuncia – con l’immancabile sostegno ed entusiasmo della stampa, specie progressista - una delle sue scoperte, di solito lanciando sul mercato nazionalpopolare l’ennesima confezione di acqua calda, che per carità serve sempre. Ovvero usando dati, censuari o campionari, per confermare o smentire tendenze note a chi si occupa normalmente di quelle questioni, ma che grazie alle entrature del Centro Studi Investimenti Sociali potrebbero più facilmente trasformarsi in politiche pubbliche adeguate. Con la classe dirigente, se mi si consente la battuta, che ci ritroviamo, oggi non pare proprio l’atmosfera più adatta, ma come si dice la speranza è l’ultima a morire. Cos’ha scoperto adesso il Censis? Che oltre il 10% degli italiani vive la condizione riassumibile con l’anglofono single. Sono tanti, tantissimi, potrebbero formare un partito che la Lega Nord se la beve senza accorgersene, ma nessuno si accorge di loro, liquidandoli come stranezza, marginalità percettiva, caratteristi cinematografici sul set della vita.
Da anni, forse da lustri, ogni qual volta emergeva il dato statistico innegabile su questi singles subito saltava fuori l’esperto o il commentatore saldamente ancorato al principio dell’ovvio, a spiegarci che quella statistica non delineava certo un universo di belloni miliardari che lavorano nella moda o nel rock & roll, del tipo che si vedono nelle pubblicità tornare a casa soli a tarda notte a frugare nel frigo. Al massimo l’immagine del single da terzo millennio era la vedova con tanto di crocchia canuta, calza pesante agosto compreso, dotata di serie della borsa a rete da portarsi sulla via per il mercato rionale. Più raro ma ipotizzabile, l’ex marito o ex moglie senza figli alle prese con i disagi e l’adattamento psicologico della vita fuori dalla sacra famiglia nucleare. Stop.
Curioso che poi magari il medesimo pubblico, almeno nelle sue fasce alfabetizzate, trovasse contemporaneamente interessanti teorie come quella di Richard Florida sul ruolo della creative class nel delineare nuovi modelli di organizzazione sociale, produttiva, culturale e urbana. Perché a ben vedere, anche oltre certi schematismi del sociologo americano evidentemente più dettati dal mercato editoriale e delle consulenze che dalla coerenza scientifica, a quella fascia sociale appartenevano molte tipologie di individui, ben oltre il giovane ricco e in attesa di riprodursi (ed emigrare nella conformista categoria statistica dei normodotati). Adesso, anche nella familista e mammona Italia, anche il cantore del casa famiglia bottega territorio locale di solito semirurale che tanto fa bene allo sviluppo, anche lui si accorge che il single esiste e lotta insieme a noi. Alla buon’ora, e magari ciò si deve alla recente conversione psicanalitica del patron della sociologia subliminale, però va tutto bene ciò che finisce bene. Ok. E poi?
E poi pare caschi di nuovo l’asino, almeno da quello che riferisce la solita stampa amica progressista. La nuova entità riconosciuta, poverina, è costretta a spendere uno sproposito in più per consumi individuali indispensabili, tipo il supermercato e dintorni. E si prevede che ci vorrà più welfare. Ovvero, pare di capire, ci siamo statisticamente allargati dalla vedova con crocchia canuta d’ordinanza, ma a lei stiamo saldamente ancorati quanto a categorie interpretative: non si riesce a andare oltre la logica della disgrazia di essere single, e vista l’impossibilità di introdurre una bella tassa sul celibato (magari qualcuno del centrodestra ci ha pensato) come succedeva ai bei tempi, si evoca il welfare. Presumibilmente sognando simil-case di riposo, assistenza domiciliare per giovani eccetera? Magari no, però davvero anche rispetto ai fighetti ricchi e urbani di Richard Florida siamo indietro di qualche anno luce.
Il single, tanto per continuare a usare l’inglese in modo proprio, è una household tanto quanto la famiglia nucleare, tanto quanto la comunità, tanto quanto tutte le altre entità anche non riconosciute dalla nostra classe dirigente, se mi si consente la battuta: Remember DICO, remember PACS ecc.?
Oltre ad affermare diritti in modo astratto, tocca poi ragionare di conseguenza per vedere di dargli delle gambe meno vacillanti, a quei diritti, riorganizzando un pochino il mondo su cui camminano.
Giusto per restare dalle parti della ragione sociale classica del Censis, i territori, ce n’è uno che da sempre fa la parte del leone, ed è la dispersione suburbana ex rurale dei cosiddetti distretti, in cui si tollera di tutto perché si tiene famiglia, indissolubilmente legata a bottega, evasione, allegra ignoranza di norme ambientali e sul lavoro .. Giudizi sommari e magari un po’ pure somari, i miei, ma spero ci siamo capiti quanto a sostanza: il classico suburbio a bassa densità con capifamiglia mogli bambini anziani tutti al loro posto, è il brodo di coltura internazionale della household classica emersa dalla civiltà industriale novecentesca-automobilistica eccetera. Quale è stata l’intuizione innovativa di Florida, in una società già in gran misura postindustriale, che però ancora si fa trascinare indietro proprio dall’organizzazione spaziale disegnata su quel modello, e ingessata in decenni di investimenti delle famiglie? Che c’è un nuovo distretto di sviluppo, rappresentato da quartiere urbano mixed-use. Dove si vive, si lavora, ci si incontra, si è tolleranti, individuali e sociali.
Florida, così come ad esempio l’economista urbano Glaeser, o gli esponenti di punta del new urbanism, da bravi americani attenti agli affari e a non scontentare troppo nessuna potenziale clientela, ovviamente puntano su ciò che più fa immagine, e meno rischia di toccare esplicitamente il portafoglio di chi paga le tasse. Da qui le immagini spesso al limite del ridicolo, di posti che forse esistono solo in qualche opuscolo immobiliare, o magari negli esperimenti di centro commerciale di lusso con annesso residence. I quartieri veri, le città vere, sono un’altra cosa, lo sanno pure loro. Ma pensare solo alla “fragilità sociale” del single, alla necessità di interventi di welfare, vuol dire proprio essere graniticamente cocciuti in quel modello sfigato casa chiesa bottega di cui sopra. Che tra l’altro non funziona nemmeno più tanto bene, come ci raccontano altre statistiche, oltre a far malissimo allo stesso territorio decantato guardando solo ai conti correnti.
Certo, se intendessimo il welfare all’antica, che dico alla postmoderna, estendendolo alle cosiddette urbanizzazioni secondarie, e pure alla produzione di spazi in generale, sarebbe tutta un’altra cosa. Niente individui solitari naufraghi dentro all’unico modello di residenza che offre il mitico mercato, tagliato in semiesclusiva sulla domanda mamma papà bambini più tavernetta per festicciole di fianco al garage a tre posti. E niente più giardinetti residuali per distribuzione di briciole ai piccioni in attesa dell’eterna dipartita, o ad esempio quelle piste ciclabili esiziali, dal sagrato al piazzale del cimitero (ce ne sono a decine di migliaia concepite esattamente così, per una clientela di massa anziano-dolente ma sportiva). Il quartiere di Richard Florida popolato da improbabili modelle e maghi del social network (in fondo l’hanno rifilato pure a noi, con Santa Giulia di Foster) sarà una finzione retorica, ma in fondo lo è anche la mitologia del territorio produttivo operoso e familista, su cui modulare ogni Investimento Sociale, per omnia secula seculorum. Cose che il progressista, quando ad esempio cerca voti consensi idee, non dovrebbe tanto prendere sotto gamba.
Per chi ama la statistica e le fonti originali, di seguito l’articolo che ha ispirato questo post (f.b.)
Caterina Pasolini, “Il boom dei single, in Italia sono ormai sette milioni”. la Repubblica, 24 settembre 2011
ROMA - Soli ma socievoli, senza famiglia o coinquilini per scelta, e non solo per età o destino. Eccoli, sono i single italiani del nuovo millennio: 7 milioni di persone che abitano case e monolocali senza compagni, mogli o figli a riempire serate e silenzi, a creare confusione, scatenare litigi o risolvere assieme problemi. Sempre di più, sempre più spesso gli italiani si ritrovano a non condividere la vita quotidiana e in dieci anni è stato un vero e proprio boom: le famiglie composte da una sola persona sono infatti cresciute del 39%.
Lo dicono le cifre, elaborate dal Censis su dati Istat, che fotografano un paese dove si convive sempre meno e avere figli tra crisi e lavoro precario è un’impresa. Così se i single crescono del 39% e le coppie aumentano solo del 20%, molte culle restano vuote. Tanto che le famiglie con figli calano complessivamente del 7 per cento. Pochi i nuovi genitori (un misero più 2 %) mentre i nuclei con cinque e più persone (tre bambini o i nonni a carico) crollano del 18%.
Ma chi sono i nuovi unici padroni di casa che, stando ai dati della Confesercenti, si ritrovano a spendere per acquisti alimentari 71% in più rispetto a chi vive in coppia, ovvero 320 euro contro 187? Vedove, anziani, si sarebbe detto fino a poco tempo fa, ma ora le cose sono cambiate: «Vivere da soli è una condizione di vita che ormai coinvolge tutte le fasce di età», conferma Giuseppe de Rita, presidente del Censis.
In effetti, se è vero che dei sette milioni meno della metà sono pensionati, dall’altro lato si moltiplica in maniera esponenziale il numero delle persone che vive sola da quando è giovane. Tra i 15 e i 45 anni è infatti cresciuto rispetto al duemila del 66% (pari a 790mila unità) il numero di chi non condivide quotidianamente tavola e letto. Tra gli over 45 ma non ancora in pensione, negli ultimi dieci anni è più 59,9% (pari a 628mila) di non conviventi mentre tra gli anziani c’è un aumento del 19% (540mila persone).
Sono più giovani del previsto i single del nuovo millennio, e hanno le idee chiare su cosa faranno nei prossimi dieci anni. Quali luoghi e persone frequenteranno. Il 60% si vede con amici e parenti, il 29% va a cinema teatro, concerti e musei. Il 21% è decisamente attratto dai centro commerciali mentre il 17 vorrebbe partecipare a manifestazioni di piazza. L’11% pensa di coccolarsi in centri benessere, studi estetici e palestre. Chi può, un dieci per cento, punta a riposarsi nella seconda casa mentre i più giovani (4%) amano andare in discoteca.
L’esercito fotografato dal Censis, rappresenta il 13,6% della popolazione italiana dai 15 anni in su. Nel complesso sono più le donne degli uomini a vivere da sole (il 15,5% a fronte dell’11,6%). Ma se si guarda alle fasce di età, la fotografia del paese racconta storie di uomini solitari e padri separati con i figli affidati alle compagne, visto che tra i 15 e i 64 anni sono soprattutto i maschi a vivere non in coppia o in famiglia. Tra gli anziani le donne padrone di casa assolute sono invece molte di più (38% contro il 15%) a testimoniare la longevità femminile.
«Vivere da soli - dice Giuseppe De Rita - non vuol dire essere una monade, ma rappresenta comunque una fragilità sociale, visto che in genere, in caso di bisogno, ci si rivolge al coniuge o al convivente. Per questo il nuovo welfare deve moltiplicare al suo interno le relazioni, soprattutto quelle che nascono dal volontariato e dall’associazionismo, che costituiscono forze di coesione cruciali».
Un amico mi ha segnalato una cosa che gli è parsa strana. A me, dopo aver riflettuto, si è rivelata invece molto grave. Racconto ordinatamente.
L’antefatto. Tre anni fa un serio e rigoroso urbanista, Giuseppe Boatti, professore al Politecnico di Milano ha partecipato a un concorso universitario e non ha avuto il risultato che riteneva giusto, essendo stato scavalcato da un candidato che aveva titoli scientifici e didattici molto inferiori ai suoi. Ha ricorso al Tar e ha perso, perché il giudice ha ritenuto che la scelta effettuata dalla commissione giudicatrice rientrasse nella sua discrezionalità. Cose che capitano.
Il fatto. Un giornale nazionale, il Giornale, pubblica il 15 settembre scorso, in seconda pagina dell’edizione milanese con “strillo” in prima pagina, un articolo dal titolo “Nessun complotto. E il Tar boccia Boatti”. Veramente strano. Un quotidiano di quel calibro (è la corazzata della stampa berlusconiana) che si occupa dell’esito di un ricorso amministrativo per una controversia di carriera accademica? Addirittura con la fotografia del ricorrrente? Poi ho letto l’articolo. E ho capito. La spiegazione sta nelle parole che raccontano ai lettori del foglio chi è Giuseppe Boatti: è niente di meno «uno dei padri dell’opposizione cittadina ai grattacieli, quello che – in un’intervista al quotidiano la Repubblica del 23 novembre 2007 – disse che a Milano “i palazzi crescono non dove serve, ma dove conviene”». Per la verità è anche uno che si è opposto a tutte le malefatte dell’urbanistica milanese negli ultimi decenni, di destra e di sinistra, con le puntuali critiche, le coraggiose denunce, le costanti proposte alternative, e sempre la rigorosa attenzione alle ragioni della legittimità, della giustizia e dell’equità (che sono aspetti diversi della difesa del cittadino contro i potenti). Ecco perché. Del resto, non è lo stesso foglio che ha inventato dal nulla lo “scandalo” Boffo (il direttore dell’Avvenire costretto alle dimissioni dal fango falso gettato da quel foglio)? Diffamare, intrufolandosi nelle vicende personali e distorcendone gli eventi: così si fa la lotta politica nell’Italia del neoliberismo straccione. Ma poi mi è venuto un altro pensiero. Un brutto pensiero.
Il brutto pensiero. Come mai Boatti? Quanti urbanisti ci sono a Milano, e quanti nell’università? Moltissimi. E saranno certamente molti tra loro – pensavo - quelli che, fedeli al loro mestiere e alla loro cultura, avranno aspramente contrastato la politica urbanistica. Ho riflettuto, ma ne sono venuti in mente pochissimi. Li ho avvertiti: questa volta è toccato a Boatti, la volta prossima toccherà a voi, che avete criticato le stesse cose che Boatti ha osato criticare, dal ”rito ambrosiano” fino alle molte forme della “urbanistica contrattatata” e della ”urbanistica finanziarizzata” di oggi. Poi ho pensato: come mai ho dovuto fare così poche telefonate? Qui mi è venuto il brutto pensiero. Forse agli altri, ai più, quello che Boatti (e gli altri tre) criticano piace. Vediamo e aspettiamo. Magari questa volta si svegliano.
Per spiegare le rivolte britanniche qualcuno ha usato, in modo corretto e inappuntabile, la pianificazione urbanistica. Un bell’articolo proposto dal Guardian ha stilato un brevissimo e sistematico elenco delle differenze di contesto fra le città dove le rivolte c’erano state, e altre dove in una situazione apparentemente identica non era invece successo nulla. E fra organizzazione delle bande giovanili, tipologia delle droghe più diffuse, è spuntata anche la composizione pianificata delle zone: là dove i complessi di case popolari sono stati in qualche modo integrati nel tessuto urbano insieme alle altre tipologie e fasce di reddito, i ragazzi sono scesi in strada a devastare e saccheggiare; dove quei quartieri se ne stanno concentrati per i fatti loro a comporre una immensa brulla periferia, a quanto pare non è successo nulla. Abbastanza ovvia l'ispirazione che un’idea del genere potrebbe immediatamente fornire agli amministratori di destra, a recuperare lo zoning rigido all’americana per motivi di ordine pubblico, e far così contemporaneamente un favore agli amichetti immobiliaristi. Meno ovvia l’altra considerazione: sarebbe mai venuta in mente a un osservatore italiano qualcosa del genere? Mi riferisco al tipo di lettura, non al trucchetto conseguente. E la risposta è: improbabile, per non dire quasi impossibile. La nostra cultura, oltre alla notoria refrattarietà rispetto a un approccio scientifico, pare sconti sterminate lacune anche rispetto a cose puramente empiriche, il tipo di roba che si ha davanti al naso ma pervicacemente si ignora. La geografia innanzitutto, urbana, suburbana o rurale che sia.
Ad esempio su la Repubblica Cinzia Sasso, pubblica un reportage dalla pianura cremonese dove si sta per inaugurare un grande tempio Sikh. L’articolo mi incuriosisce perché anch’io ci ho scritto qualcosa su quel tema, giorni fa, e lo leggo con una certa attenzione. Agli altri pezzi pubblicati sulla stampa non aggiunge molto in termini informativi, qui la particolarità è tutta nelle atmosfere: la padania profonda, l’integrazione sul territorio della comunità Sikh, il piccolo comune col grande cartello antidiscriminazione, magari fra quelli destinati ad essere soppressi visto che attorno alla chiesa e alla manciata di case abitano solo poche centinaia di anime elettrici, immigrati a parte. Ma tutta questa atmosfera locale dal luogo pare non cavare assolutamente nulla. Si descrive il paese, e poi si salta al capannone del Tempio, in un luogo che ha in comune solo ed esclusivamente il sindaco, visto che sta a un quarto d’ora in macchina di distanza, alle porte di un altro comune, oltre una delle strade statali più importanti di tutta l’area padana. In altre parole, i Sikh li hanno letteralmente cacciati in un angolo, e poco importa da questo punto di vista se quell’area se la sono comprata loro perché costava poco. Il fatto è che Cinzia Sasso dal punto di vista geografico ci sta raccontando una balla enorme: il paese, la chiesina, la gente che sta in piazza, e il tempio Sikh, non hanno alcun rapporto, se non quello del sindaco che dice questo è il mio comune, qui facciamo queste scelte. Ma è proprio il QUI che non è affatto chiaro e inequivocabile.
La cosa in sé andrebbe benissimo, e la signora Sasso magari potrebbe anche chiacchierare informalmente col sindaco di Milano Giuliano Pisapia (visto che è suo marito) della particolare prospettiva in cui relaziona direttamente luoghi molto lontani, e le persone che li abitano. Ma personalmente spero proprio che poi il sindaco di Milano in quanto tale non sia più di tanto contagiato dalla prospettiva classicamente iperspaziale. Almeno lui, o almeno gli amministratori in generale, dovrebbero avere un pochino a cuore la consistenza pratica di ciò che amministrano, no? Ve lo immaginate ad esempio Pisapia che visita un quartiere di Monza elargendo promesse a man bassa a tutti gli abitanti, a proposito di trasporti, rifiuti, asili e compagnia bella? No che non ve lo immaginate, salvo in un incubo alcolico. Ma per strano che possa sembrare, la relazione con lo spazio fisico (che significa anche ambiente, in senso non ideologico, trasporti un po’ oltre i diagrammi di flusso ecc. ecc.) della politica così come della società italiana più in generale pare davvero somigliare all’iperspazio di Star Trek. Ve lo ricordate, no? L’equipaggio tutto insieme all’astronave Enterprise si spostava da una galassia all’altra infilandosi in una specie di corsia riservata invisibile dove tutto spariva in una specie di centrifuga da lavatrice, per rimaterializzarsi a milioni di anni luce di distanza. Gli stessi singoli membri, di solito il comandante Kirk e il serioso signor Spock, usavano un metodo simile per coprire gli ultimi diciamo centomila chilometri, dall’orbita ellittica attorno al pianeta di turno fino al teatro dell’azione della puntata. Anche lì, si sistemavano sotto una specie di doccia iperspaziale, sparivano fra schizzi di particelle, per ritrovarsi un istante più tardi sulla superficie di una foresta, di un deserto, insomma altrove.
Ho scoperto da poco che l’iperspazio di Star Trek, oltre ad essere una trovata fantascientifica, era anche una pensata degli sceneggiatori per risparmiare sul magro bilancio delle prime serie di telefilm: gli effetti speciali che simulano il trasferimento su lunghe distanze, costano, molto meglio scaricare tutto il peso sull’immaginazione degli spettatori, titillati da una qualsiasi doccia di lustrini centrifugati. Però questo uso sistematico e inconsapevole, ma ostinato, dell’iperspazio manco fosse la quarta magica “I” dell’innovazione berlusconiana è davvero micidiale. Si parla e straparla di territorio, ma poi pervicacemente lo si ignora proprio nella sua dimensione essenziale, che è quella fisica. Previsioni insediative fantasiose al limite della vera e propria criminalità ambientale o sociale, trasformazioni e opere decise senza alcun riferimento alla realtà tangibile, al punto che per la contestualizzazione, diventata un passaggio successivo anziché preliminare, è comune il ricorso sistematico ad appositi strumenti retorici comunicativi. Fra i casi al tempo stesso più divertenti ed emblematici, la famosa dichiarazione dell’archistar Mario Botta di essersi ispirato, per un megaprogetto a Sarzana (in provincia di La Spezia) alle tipiche architetture tradizionali mantovane. Sconcerto tra gli esterrefatti rappresentanti dei comitati che si chiedevano giustamente, ma questo ci è o ci fa? La risposta esatta è né uno né l’altro: a suo modo in ottima fede, l’architetto di fama internazionale usava il classico modello comunicativo iperspaziale, in cui il territorio è solo un vago sfondo alle proprie divagazioni. E dove confondere Suzzara (che sta appunto in provincia di Mantova) con Sarzana è cosuccia da nulla, lapsus telefonico che si corregge con uno starnuto. Che lo starnuto scarichi poi milioni di metri cubi pure fuori contesto, è di nuovo un dettaglio di poco conto, visto che il progetto era quello e quello sarebbe restato, a cambiare potevano essere solo le chiacchiere di contorno. Lustrini in centrifuga iperspaziale.
La famosa metafora della città infinita, inventata da un gruppo di tuttologi semianalfabeti e pubblicitari attenti solo al ritmo della comunicazione, è un prodotto dello stesso tipo, per vendere un’autostrada astraendola del tutto dal contenuto materiale e spaziale. La centrifuga dei lustrini alla Star Trek qui assorbe l’immaginario e l’attenzione degli abitanti e in certa misura anche di osservatori esperti (o sedicenti tali), scaraventando qualcuno alla dimensione satellitare, dove magari basta una pennellatina di verde falso in più a confondere le idee sul tracciato, o nel puro iper-uranio delle idee filosofiche, che ciascuno declina a modo proprio. E la puzzolente striscia di asfalto si allontana miracolosamente dai luoghi sensibili, o diventa ciò che non è e non potrà mai essere, ovvero un parco, un percorso ciclabile, una bacchetta magica per essere tutti più belli, moderni, sani e forti. Addirittura più giusti, democratici, alla moda: chissà, pure con gli addominali più definiti e le tette più sode di chi la città infinita non ce l’ha. Miracoli dell’iperspazio!
Poi, tornati sulla terraferma, un po’ come Kirk e Spock nelle puntate dalla trama intricata, spuntiamo in mezzo all’alluvione (di solito cementizia, o di traffico, o di rifiuti smaltiti male …) e nessuno ci aveva avvertito. Non sarebbe stato meglio saperlo, in fondo? Si, se vogliamo essere una società democratica, consapevole, in grado per quanto possibile di autogovernarsi. Certamente no se abbiamo in fondo delle idee destrorse e autoritarie, pronte alla delega assoluta purché non si tocchi il nostro orticello, il mitico cortile di casa della retorica nimby, dove appunto tutto il resto è misterioso iperspazio, sconosciuto e privo di interesse. Sconosciuto anche nelle relazioni dirette con l’amato cortile di casa, che quasi sempre in un modo o nell’altro ci sono: dal capannone/tempio Sikh che la signora Cinzia Sasso ambienta in centro a Pessina Cremonese mentre se ne sta a cacciato a chilometri di distanza perso nei campi; al piano urbanistico della Milano metropolitana che suo marito il sindaco Giuliano Pisapia lotta per far diventare davvero tale, ma senza poteri reali che vadano oltre gli angusti confini del suo comune. Certo è complicato spiegare al cittadino comune quanto demente fosse il progetto dei fanatici ciellini e degli speculatori, quando volevano costruire dentro a Milano quanto basta e avanza a ospitare la popolazione di mezza provincia. Complicato far capire che se il comune grande fa così, allora anche quelli più piccoli vorranno farlo, e che allora si esaurisce lo spazio di tutti. Ma davvero è tanto complicato? Davvero bisogna rinunciare da subito a far ragionare la gente, a mostrargli quello che in fondo ha davanti agli occhi?
Certo, così poi il consenso per le proprie scelte bisogna davvero conquistarselo. Non basta scovare un pubblicitario che inventa le architetture tradizionali sarzanesi che piacevano a una fantomatica nonna Cesarina, o la città infinita che rassoda le tette grazie al magico profumo di modernità pedemontana immersa nel verde sinergico. Che non vuol dire niente, ma titilla la fantasia, e ti frega. C’è un motivo importante, per spiegare davvero cosa significa lo spazio fisico ai cittadini. Patrick Abercrombie, uno dei padri dell’urbanistica del ‘900, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale provò a sostenere la necessità di studi geografici e territoriali obbligatori nelle scuole medie e superiori, con particolare riguardo agli ambienti antropizzati. Il suo argomento principale era: se le nostre truppe avessero avuto più strumenti di lettura del territorio, probabilmente avremmo vinto più facilmente la guerra, con meno morti, meno tempo, meno costi. Oggi qualcuno in Gran Bretagna analizza lo spazio fisico della metropoli, e spiega anche così il diverso manifestarsi della conflittualità giovanile che ha messo a ferro e fuoco le città. Ovvero, legge il territorio e usa tutti i mezzi della conoscenza spaziale per vincere la guerra: poi il come vincerla si può declinare a destra o a sinistra. Ovvero in modo progressista, leggendo gli aspetti di stimolo del conflitto e quindi anche degli assetti spaziali che lo hanno determinato. O in modo conservatore/reazionario, interpretando la classica equazione conflitto uguale crimine, e individuando la necessità di abolire i suoi presupposti spaziali. Forse non è un caso, che sia proprio la cultura del neoliberalismo ad aver alimentato negli ultimi lustri la scomparsa degli spazi pubblici urbani: meno strade complesse, meno piazze, più centri commerciali e gated communities presidiati dalla vigilanza privata e a democrazia limitata. E, si noti, il centro commerciale è anche labirintico per scelta e strategia: ne sanno qualcosa gi utenti delle stazioni ferroviarie che i nostri valorizzatori stanno trasformando in gallerie di negozi con nascosta da qualche parte una biglietteria e una pensilina per partenze e arrivi.
Conoscere lo spazio, promuoverne e divulgarne la conoscenza, stimola l’interazione sociale, anche nelle forme estreme che a volte si esprimono nel conflitto. Non conoscerlo, rendere il più possibile complicata ed opaca una consapevolezza del territorio, è operazione autoritaria e reazionaria. Come non capire, né voler discutere con nessuno, il fatto che non si può descrivere ad esempio la città di Roma guardando la cartina delle due linee della metropolitana. O negli studi sociologici parlare per pagine e pagine in un libro del problema della dispersione urbana detta sprawl (che si compone di villette e capannoni sparsi su grandi distanze) e poi quando si arriva agli esempi pratici di esistenze ed esperienze esistenziali, piazzarle invece di punto in bianco nel bel mezzo di un centro storico, con la piazza e il bar sport all’angolo. O descrivere la vita del paesino padano coi sikh che mungono operosi le vacche da parmigiano doc e poi fingendo di girar semplicemente l’angolo … zac! imboccare invece l’iperspazio di Star Trek e rimaterializzarsi davanti al tempio capannone a qualche chilometro di distanza. Non è un dettaglio che interessa solo i geometri o i pignoli: magari potrebbe evitarci fra una generazione una bella rivolta dei giovani Sikh nella padania felix.
visto che è stato usato come una sorta di pretesto anche senza essere stato riprodotto sul sito, l'articolo di Cinzia Sasso è scaricabile direttamente in formato pdf (f.b.)
L'articolo di Guido Martinotti ( il manifesto,12 luglio) che a sua volta riprendeva un articolo di Umberto Eco ( Repubblica, 2 luglio), entrambi riportati in eddyburg, su vincitori e sconfitti nelle ultime elezioni comunali, inquadra lucidamente le ragioni della subalternità della sinistra rispetto al governo Berlusconi; subalternità che ha come corrispettivo il rafforzamento consociativo della casta, guidata nel PD da D'Alema, massimo (con la m minuscola) stratega delle sconfitte politiche del partito.
La concezione di D'Alema della politica, come ramo specialistico delle professioni intellettuali (ipse dixit), ha qualcosa in comune con la Repubblica dei filosofi di Platone (in cui Bertrand Russel individuava già i germi del totalitarismo), del leninismo e, del togliattismo. In una versione 'nobile' la politica professionale è al servizio di un'idea strategica forte di cambiamento della società, come poteva essere la conquista del potere da parte della classe operaia, ma in un certo senso anche il 'compromesso storico'; inoltre necessita di un apparato partitico fedele alle direttive e intrinsecamente onesto, vale a dire scevro da mire e interessi personali che contrastino con il 'bene comune'.
Nell'Italia della seconda Repubblica sono entrati in crisi tutti questi presupposti. I cambiamenti economici e sociali del paese, la scomparsa della classe operaia intesa in senso tradizionale, il prevalere delle articolazioni 'verticali' della società (v. Lega) rispetto alle stratificazioni orizzontali, di classe, vanificano l'idea stessa di una gestione dall'alto della politica: non solo perché è venuto meno l'apparato, quei funzionari di partito improntati a una morale rigorosa (v. articolo di Mario Pirani su Repubblica del 20 luglio), ma perché è venuta meno anche la società, almeno nelle forme tradizionali cui la versione 'nobile' del dalemismo avrebbe potuto far riferimento. Perciò la tattica politica professionale ha come unico orizzonte la conservazione consociativa del potere. E nel discendere dall'alto verso il basso, dal nazionale al locale, la politica tende inevitabilmente a rendersi autonoma rispetto a ogni direzione che non sia quella di creare e consolidare e associarsi ai poteri economici esistenti.
Nella versione del governo toscano, ciò ha significato durante legislatura di Claudio Martini e di Riccardo Conti il via libera ai sindaci e ai Comuni: ognuno faccia quel che gli pare dietro il paravento ideologico dello sviluppo. Ciò che forse gli apprendisti stregoni al governo della Regione non prevedevano era una vera e propria deflagrazione di illegalità che ha percorso buona parte urbanistica toscana, dove molti Comuni non solo si sono fatti beffa di leggi e piani, ma, indipendentemente dal colore politico, sono diventati subalterni ai poteri economici: grandi (Domenici, ex sindaco di Firenze rispetto a Ligresti), e meno grandi: i suoi colleghi rispetto a cooperative, costruttori edili, proprietari fondiari.
La nuova legislatura, con Enrico Rossi presidente, mostra segnali contrastanti; buoni orientamenti e iniziative nell'urbanistica guidata da Anna Marson, vecchie logiche nel settore infrastrutture, dove prevale ancora una sviluppistica dura, come se fossero le piattaforme logistiche e le infrastrutture pesanti a creare posti lavoro e a favorire la modernizzazione. Esemplare (in negativo) a questo proposito il silenzio della Regione sul sottoattraversamento della Tav nel nodo fiorentino o l'indecisione fra scelte a favore del parco o dell'aeroporto di Peretola nella piana fiorentina, dove si dovrebbe avere il coraggio di dire che la pista parallela non solo è devastante ma non è fattibile, né tecnicamente, né finanziariamente.
La conclusione è quindi esattamente opposta a quanto teorizzato da D'Alema: solo riportando la politica all'interno della società civile, facendo propri quelli che sono molto più che segnali e volontà di cambiamento, aprendosi al confronto con comitati e cittadini, favorendone la partecipazione, si può governare una società 'liquida' in uno scenario dove il 'deficit' ambientale, e le crisi economiche e finanziarie costituiscono le grandi sfide da affrontare, prima che diventino vere e proprie catastrofi. Con buona pace dei professionisti della politica.
Almeno due fenomeni, distinti fra loro, ma fortemente correlati, sgomentano oggi chiunque osservi la turbolenta scena dell'economia e della finanza. Una scena che ormai fa del presente disordine mondiale il nostro pasto mediatico quotidiano. Il primo riguarda lo stolido e pervicace conformismo con cui banche centrali, governi, partiti, economisti, continuano a trovare «soluzioni alla crisi» riproponendo le usurate ricette che hanno l'hanno generato, e ora resa potenzialmente catastrofica.
La seconda riguarda la rapidità con cui la violenza di alcuni potentati finanziari internazionali si trasforma in uno stato di necessità, accettato dai gruppi dirigenti dei vari Paesi come una inaggirabile calamità naturale. La minaccia di declassamento del debito viene vissuta come l'arrivo di un ciclone a cui si può rispondere solo chiedendo ai cittadini di rinserrarsi nelle proprie case. La cultura che non vede altra strada alle difficoltà presenti se non il vecchio e battuto sentiero, è la medesima che, in poco tempo, ha trasformato in senso comune l'impensabile. Uno Stato oggi può perdere la propria sovranità, come ad esempio accade alla Grecia (e accade in parte anche a noi) non per l'invasione di un esercito straniero, ma per il proprio debito pubblico. La ricchezza, il patrimonio artistico, la cultura, il territorio, il frutto di millenni di storia di un popolo può essere saccheggiato e spartito da predoni in giacca e cravatta che siedono dietro una scrivania a migliaia di km di distanza. È una novità storica di devastante violenza, eppure la stampa e gli esperti, con tono impassibile, fanno già l'elenco dei beni da privatizzare, dalle isole al Partenone. Quel che pochi considerano è che quel debito è frutto della medesima politica (e della medesima etica truffaldina) che oggi si erge a inflessibile rigore di razionalità economica. Il debito greco ha ricevuto - come ha ricordato Paolo Berdini su questo giornale - una potente spinta con le grandi opere delle Olimpiadi di Atene del 2004, con 20 miliardi di euro rimasti sul groppone dello Stato. Tutto questo secondo meccanismi ben collaudati, quelli appunto delle grandi opere - tavola imbandita per banche e grandi imprese di costruzione - che lasciano poi alla mano pubblica l'obbligo di accollarsi l'onere delle perdite private. La Tav in Val di Susa e il Ponte di Messina sono perfetti archetipi di queste strategie, che dopo i banchetti di banche e imprese sono destinate a lasciare stremate le finanze pubbliche.
La riproposizione delle ricette neoliberiste, tuttavia, non è solo espressione di un conformismo dottrinario ormai senza più vie d'uscite. È anche una pervicace rivendicazione di interessi di classe. Lo "stato di necessità" è una ghiotta occasione per il capitalismo industriale, che preme per mettere più strettamente al proprio servizio il mercato della forza-lavoro. Esso torna ora utile per nascondere il grande saccheggio dei redditi operai e popolari che è a l'origine del tracollo finanziario. Basti pensare che tra il 1979 e il 2007 la quota della ricchezza prodotta nell'Europa a 15 andata ai salari è passata dal 68% al 57%. L'Italia, i cui salari operai arrancano agli ultimi posti dei 30 Paesi Ocse, è un caso esemplare per osservare gli ottimi profitti conseguiti nel frattempo dalle imprese. E parliamo dell'Italia «che non cresce», «fanalino di coda» e non delle banche, ma del cosiddetto capitalismo produttivo. Ebbene, come hanno ricordato Bertorello e Corradi in Capitalismo tossico, secondo i rapporti di Mediobanca, tra il 1995 e il 2006, le grandi imprese italiane hanno accresciuto i profitti netti per dipendente del 63,5%. Se poi si considera l'insieme dell'industria italiana, comprese le imprese fallite o in perdita, il dato cala al 15,5%, ma è pur sempre tre volte quello delle retribuzioni operaie.
Questi dati e le argomentazioni correlate - peraltro ripetutamente ribadite da tanti collaboratori su questo giornale - devono costituire a mio avviso il più importante fronte di contrapposizione politico alle manovre di «salvezza nazionale» che si stanno orchestrando in questi giorni, e che purtroppo irretiscono settori della Cgil e del centrosinistra. Deve essere chiaro e ripetuto sino alla noia che la causa della crisi è l'impoverimento dei ceti popolari e medi, consumatosi negli ultimi decenni, e che il tracollo finanziario deriva dalla immensa ricchezza che si è accumulata in poche mani. E dunque proseguire per questa via con il taglio dei servizi, l'accrescimento della precarizzazione del lavoro, la privatizzazione di nuovi settori, potrà forse tranquillizzare i cosiddetti mercati, ma produrrà lacerazioni esplosive nel corpo della società. E la macchina economica resterà imballata. È dunque molto importante che il messaggio sia semplice e comprensibile a tutti. Il senso di insostenibile ingiustizia che anima la manovra governativa deve fornire nuova energia ai movimenti politici che si opporranno alle scelte oggi in atto.
Ma la questione delle strategie neoliberistiche quali soluzioni a una crisi neoliberistica meriterebbe considerazioni di vario ordine, su una delle quali, di più immediata prospettiva politica italiana, occorrerà tornare in maniera specifica. Qui vorrei svolgere una breve riflessione di carattere più generale. È evidente a tutti che il neoliberismo, responsabile della crisi, è più vivo che mai nelle proposte dei governi e dei partiti politici, nella cultura delle istituzioni. Tale dato, del resto, riflette i rapporti di forza oggi in campo a livello mondiale. Diversamente che nel corso della grande crisi degli anni Trenta, i gruppi capitalistici non sono minacciati dallo spettro del comunismo. Né Obama né Barroso sono nella condizione di Roosevelt, che aveva di fronte Stalin e l'internazionale comunista. Ed era dunque costretto a una creatività politica che i suoi successori non sentono necessaria. Ma questo evidente vantaggio storico dei nostri contemporanei si accompagna a una stupefacente sterilità di idee, di coazione a ripetere, di conformismo, a una mancanza di prospettive che sembra spingere il capitalismo verso l'abisso. Non è tanto nell'economia reale che il capitale boccheggia, ma è sul piano culturale che oggi, per usare un'immagine di Marx, appare come un «cane morto». Il declassamento del debito Usa è una novità storica di prima grandezza non solo perché una banca privata americana colpisce e umilia agli occhi del mondo il potere politico dell'Impero. Non solo perché gli Usa nel corso del trentennio neoliberista sono stati il modello di crescita a cui economisti e media ci esortavano a guardare. E che ora sono sull'orlo di un nuovo crac. Dobbiamo imitare ancora l'America che fallisce? Ma perché il potere politico appare oggi assolutamente inetto a governare le potenze infernali che esso stesso ha suscitato. L'incapacità di Obama di abbassare le tasse dei ricchi americani, difesi dai repubblicani del Tea Party, chiude perfettamente un cerchio che rivela la continuità e l'essenza stessa del fallimento americano.La deregulation di Ronald Reagan, infatti, comincio nel 1981 con quello che fu definito «il più grande taglio di tasse nella storia fiscale americana». E la storia si è ripetuta, due volte, con Bush jr. I ricchi si sono ulteriormente arricchiti, ma gli altri, com è noto, hanno avuto un diverso destino. E così il cosiddetto «sogno americano» è stato gettato nella soffitta delle patrie retoriche.
È facile dunque immaginare che questa crisi che non finisce, che nel migliore dei casi si trasformerà in una lunga depressione mondiale, che creerà nuove povertà e disuguaglianze, è destinata a infliggere una gigantesca perdita di credibilità ai ceti dominanti e ai loro rappresentanti politici. E questo sta già accadendo. Anche se i fenomeni culturali, la stoffa sotterranea su cui si regge ogni egemonia, sono più lenti a formarsi e manifestarsi. Ma poi generano mutamenti storici profondi. E accade non solo perché la crisi colpisce ora anche ceti sociali prima interni all'orbita del sistema, ma anche perché essa si accompagna all'evidente incapacità dei gruppi che governano da trent'anni di risolvere le sfide globali incombenti: esaurimento delle risorse naturali e distruzione degli habitat del pianeta, permanenza e anzi crescita dei poveri e degli affamati, riscaldamento climatico, guerre costose e disastrosamente perse.
Alle forze di sinistra, pur deboli, divise, frammentate - ma certamente portatrici di idee nuove, capaci realmente, oggi, di elaborare gli elementi di un nuovo progetto di società - spetta il compito di mostrare ai ceti popolari e ai ceti medi le responsabilità storiche del colossale fallimento che sono costretti a sopportare. E indicare anche obiettivi credibili e praticabili che mostrino vie d'uscita, mete conseguibili. È un compito difficile e drammaticamente necessario. Rappresentare politicamente le istanze di chi reggerà il maggior peso della tempesta in corso non è solo la condizione per tentare di spostare i rapporti di forza, ma è l'unica via per evitare che la democrazia venga travolta col vecchio ceto politico che dovrà uscire di scena.
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Quest'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto
Il Sindaco di Dunquerque, in Normandia, non proprio scherzando, ha chiesto che la necropoli di Tuvixeddu gli sia data in affidamento. Il Sindaco di Barumini considera un tesoro il villaggio nuragico benché pieno di pietre e “cocci”. Perfino gli Amministratori di Olbia la Sviluppista si sono commossi quando sono stati trovati i relitti di navi romane e medievali. Ovunque, quando una comunità ritrova una traccia del proprio passato si sente più sicura sulle gambe.
Ma a Cagliari le cose vanno diversamente. Qua si cammina su gambe di cemento e piedi di mattoni, e si dichiara guerra ai “cocci”. Qua il passato è un ingombro e ci impedisce di essere “moderni”. Qua il Sindaco sbuffa perché, dice, si esagera con la tutela e c’è un Direttore delle Sovrintendenze, indicato come il “Garzillo di turno”, il quale disturba i lavori in corso che inciampano continuamente in “cocci”, altrove chiamati reperti. Ci si ferma perfino se si trova il relitto di una nave romana. Ma a cosa serve una nave romana? Non galleggia più. Una seccatura. Andata a picco proprio davanti al molo crociere dove migliaia di turisti, accolti da indigeni festosi, devono sbarcare, mordere la città per un giorno e fuggire lasciandoci i loro giudizi, annotati dai cronisti come responsi divini.
In questa città la tutela è soffocante. La villa di Tigellio è piena di “cocci” e spezza il profilo dei palazzoni intorno. I punici, ostili al Comune di Cagliari, hanno eretto templi in zone B, edificabili, i romani, nemici del PUC, hanno costruito terme dove dovevano sorgere due banche e pedanti bizantini hanno fatto mosaici dove era prevista una città mercato.
E’ urgente cancellare le tracce del passato. Che non pensino che siamo arretrati.
I sepolcri abusivi di Tuvixeddu sono un ostacolo al furore edificatorio. Dice il Sindaco che vuole fare “rivivere” la necropoli e chissà come “rivive” un cimitero. Hanno preso atto che la necropoli c’è, ne hanno tracciato liberamente i confini e deciso che qualche centimetro oltre quei confini si può costruire. E’ perfino accaduto che quattrocento sepolture siano finite sotto i palazzoni del viale senz’alberi di Sant’Avendrace. Insomma, qui non è sacra la necropoli, sono sacri i progetti e il mondo è capovolto.
Si è padroni di considerare “coccio” un’anfora sbrecciata, una sepoltura punica come un buco nel calcare o il tramonto come una lampadina che si spegne. Ma nessuno ha il diritto di eliminare un paesaggio millenario per sostituirlo con una brutta sbobba urbana.
E il “Garzillo di turno” di cui parla il Sindaco, disgraziatamente non è “di turno”. E’ l’eccezione nelle Sovrintendenze dell’Isola. Ci fosse un “ turno degli Elio Garzillo” oggi non avremmo un patrimonio archeologico e un paesaggio così maltrattati. Con il “turno dei Garzillo” avremmo conservato i nostri beni anziché ricoprirli di cemento e asfalto. Noi abbiamo patito sino a poco tempo fa un’attività di tutela che ha teorizzato e praticato una rovinosa “mediazione”. Con il visibile risultato che la tutela è stata schiacciata, la città resa mediocre e i luoghi consumati dalla frenesia edilizia. Abbiamo prodotto bruttezza e offeso l’armonia del nostro bel sito naturale perché non è vero, purtroppo, che un “Garzillo di turno” si trova sempre.
Ora il Ministero vuole in pensione anticipata i funzionari migliori e magari gli “Elio Garzillo” usciranno dai “turni”. Resterebbero le conseguenze salutari delle loro azioni ma noi forse torneremmo a una distruttiva “mediazione”. La città sarebbe ripulita dai “cocci”, lo “sviluppo” liberato da anticaglie, ruderi e sepolcri. Finalmente moderni.
L'articolo è stato pubblicato anche ne la Nuova Sardegna oggi, 25 gennaio 2010, col titolo "Archeologia? Solo cocci che ostacolano il progresso"
Meglio cominciare con la buona notizia, anzi ottima: da quando è iniziata la bella stagione 2011 le pagine cronaca e cultura di quotidiani pullulano di articoli sulla mobilità ciclabile. Ma c’è di più. Nel senso che in gran parte evapora subito anche il sospetto della subliminale promozione di qualcosa, dal nuovo modello superleggero all’accessorio firmato per la signora elegante e compagnia bella. No, quegli articoli parlano proprio dello spostarsi in bicicletta, andare da qui a lì pedalando, guardandosi in giro, da soli o in compagnia.
Però la buona notizia è già finita, perché sono quasi tutti articoli di destra, di destra estrema, subdolamente ispirati da fonti reazionarie, che vanno dai riferimenti culturali futuristi del fascismo classico a quelli postmoderni dei neoliberismo, la velocità spietatamente individualista da Marinetti a Boris Johnson tanto per dirne uno.
Possibile? Possibile.
Per fare un esempio pratico della perversione tendenziale di certa pubblicistica (e delle pratiche che poi inevitabilmente induce) basta riassumere uno di questi articoli, dedicato a decantare il minuscolo prodotto collaterale ciclabile di ben due Grandi Opere, ovvero l’alta velocità ferroviaria e l’Expo milanese. Succede che bontà loro ingegneri e managers trovino il tempo e il denaro per realizzare un collegamento continuo fra l’area metropolitana e il parco del Ticino, il giornalista salta in sella e il racconto inizia a dipanarsi. Guarda di qua, guarda di là, com’è fatta la pavimentazione, qualche pregio e difetto del percorso e degli attraversamenti, si arriva a destinazione e si conclude con l’avviso ai futuri curiosi: portatevi una bottiglia d’acqua e l’occorrente per riparare eventuali forature. Buttate anche lì, fra una cosa e l’altra, l’origine e la destinazione del percorso: il fondo cieco di una strada asfaltata che smette di essere tale, e il retro di un capannone ai margini di una zona industriale. Non sono cose marginali: riassumono tutto un mondo, che riproduce esattamente il contesto della Grande Opera su piccola scala. Sta qui, la connotazione autoritaria, di destra, elitaria eccetera, nella pista ciclabile da casello a casello.
Le cose non cambiano se invece di iniziare e terminare dietro un capannone le piste ciclabili di destra sbucano davanti a un panorama mozzafiato, o iniziano a inerpicarsi in una macchia di conifere di fianco alla chiesetta romanica. Resta identica la logica autostradale, dell’ambiente segregato, che forse piace moltissimo anche ai progettisti specializzati (che altrimenti dovrebbero confrontarsi con necessità diverse e rinunciare a qualche irresistibile tic aziendale) ma fa malissimo alla stessa idea di mobilità dolce suggerita dalla bicicletta. In poche parole, chi pensa, realizza, usa questo sistema di comunicazione, lo fa via via confrontandosi sempre meno col resto del mondo, e sempre più con una propria logica esclusiva, senza neppure accorgersene, fino a quando non è troppo tardi, e il danno è fatto. Un danno che si vede soprattutto nei punti di frizione obbligatoria fra un rete e l’altra, a partire da quella dei pedoni: non a caso a Manhattan è immediatamente esplosa la conflittualità dei quartieri attraversati dalle nuove piste dell’assessora ai trasporti Sadik-Kahn; non a caso gli ultimi sussulti del centrodestra milanese simbolicamente vedono sindaco e garrulo assessore a dipingere biciclette sui marciapiedi, in campagna elettorale.
Gli indizi di questo approccio pericolosamente di destra e autostradale alla ciclabilità sono tantissimi, e vorrei qui citarne uno particolarmente vistoso e apparentemente eccezionale, ovvero i due incidenti mortali che nel giro di un paio d’anni hanno coinvolto dei ciclisti di fianco alla pista dedicata, a qualche centinaio di metri da casa mia. Quei due ciclisti non viaggiavano sulla pista ciclabile, ma sulla corsia veloce di uno svincolo automobilistico che le sta di fianco, di quelle con pochissima visibilità e guard-rail zincato doppio. Imprudenza? No, soprattutto stupidità dei progettisti, e scarsa cura nella costruzione del percorso per le biciclette. Quanti ne vediamo e sperimentiamo ogni giorno, di casi del genere, identici salvo il morto? La pista ciclabile c’è, è costata parecchi soldi del contribuente, ma per entrarci bisogna essere dei veri esperti, del luogo o della perversione progettuale tipica. Chi non trova l’ingresso, magari è costretto appunto a costeggiare per centinaia e centinaia di metri qualche doppio guard-rail zincato, o invalicabile barriera new jersey, facendosi sfiorare il gomito sinistro dalle portiere dei veicoli in corsa, e facendosi pure maledire parecchie volte. Il paradiso del ciclista se ne sta visibilissimo oltre la barriera, ma non c’è alcun varco per entrarci: solo quell’unico ingresso per eletti, ovvero chi sa, ha avuto l’illuminazione. Più prosaicamente, un ambientino alla James Ballard, e ci passiamo ogni giorno, ballardianamente senza farci caso, nell’inferno del geometra.
Ecco, forse ci vorrebbe proprio Ballard, cantore esperto della banale perversione del suburbio, a tradurre in racconto l’incubo della pista ciclabile segregata che ci stiamo costruendo attorno blaterando invece in buona fede di mobilità dolce, rispetto per l’ambiente eccetera. Quei labirinti assurdi che disegnano sadici circoli attorno a una pozzanghera puzzolente mai asciutta, scavalcano la superstrada su una passerella che abbiamo visto centinaia di volte passando, ma non siamo mai riusciti a raggiungere (attraversando invece le quattro corsie dal trafficatissimo varco nella siepe). O magari le pedalate sognanti e balsamiche attraverso boschi, corsi d’acqua, monumenti storici, che però iniziano e finiscono dietro un capannone, vuoti nel tempo nello spazio e nella società, come la settimana in barca dei tre uomini di Jerome, che poi ritornano identici in ufficio.
Sono decisamente fuori dal tempo e dallo spazio, tutti quelli che sfilano segregati sulla pista dedicata lontano da tutto, magari impegnati a distinguersi ancora di più fra bici high-tech costose, magliette e accessori firmati, riproduzione in scala del Suv lasciato parcheggiato dietro il famoso capannone dove si esaurisce la pista segregata. Del resto glie l’hanno progettata così, come prima gli avevano progettato l’autostrada dei laghi, del sole, dalla pineta ecc. Ballard ci ha raccontato diverse volte la rivolta spontanea reazionaria e senza senso, di tutti coloro che si ritrovano in un ambiente chiuso, dal condominio, al centro commerciale alla gated community. E se i geometri vittime della lobby ciclistica benintenzionata ci stessero preparando una bike-riot del terzo millennio? Pare una cazzata, e probabilmente lo è, ma pensarci non costa nulla. Progettare meglio i percorsi ciclabili, ancora meno.
Forse è utile ricordare che è stato Jean-Francois Lyotard, filosofo francese, a fare del termine narrazione un lemma del vocabolario politico dei nostri anni, quello, per intenderci, che Nichi Vendola ha reso popolare nella sua originale prosa politica. Nel suo La condizione postmoderna (1979) Lyotard decretava la fine delle grandi narrazioni “metafisiche” che avevano sin lì influenzato gli uomini e le donne dell'Occidente. L'illuminismo, l'idealismo, il marxismo, queste grandi e totalizzanti interpretazioni del mondo apparivano ormai esaurite, di fronte ai processi di disincanto che attraversano le psicologie collettive, al pluralismo culturale che si diffonde tra gli individui, al processo di atomizzazione della società. Per la verità, io credo che la condizione definita postmoderna da Lyotard non fosse e non sia che il dispiegamento pieno dei caratteri fondativi della modernità. Quelli, per intenderci, intravisti con sovrana capacità anticipatrice da alcune grandi menti, come quella di Marx, di Nietzsche o di Weber. Chi non ricorda il famoso passo del Manifesto «Tutti gli antichi e arrugginiti rapporti della vita con tutto il loro seguito di opinioni e credenze ricevute e venerate per tradizione si dissolvono, e i nuovi rapporti che subentrano passano fra le anticaglie (...) Tutto ciò che aveva carattere stabile (...) si svapora, tutto ciò che era sacro viene profanato e gli uomini si trovano a dover considerare le loro condizioni di esistenza con occhi liberi da ogni illusione». Non parlano, queste parole, della nostra condizione? E Nietzsche nella Gaia Scienza aveva quasi urlato: «anche gli dei si decompongono. Dio è morto!» Quand'egli osservava « il deserto che avanza>> , anticipava quel dilagare del nichilismo che il processo storico avrebbe trasformato nella stoffa del nostro quotidiano. E L'Entzauberung il “disincanto” del mondo, intravisto da Weber, aveva bisogno di almeno un secolo per diventare un fenomeno di massa. La “società liquida” che Bauman oggi ci rappresenta non è che la modernità pienamente realizzata.
Quel che tuttavia stupisce e di cui importa qui parlare è il fiorire, malgrado tutto, di continue nuove narrazioni che si fanno strada, come farfalle dalla crisalide del bruco, dalla consunzione delle precedenti “immagini del mondo”. Tutta l'età contemporanea ne è teatro. La più grande vittima delle trasformazioni capitalistiche, ma anche degli orrori perpetrati dalle classi dirigenti europee, è stata l'idea di progresso, forse il più lungo racconto dell'età contemporanea: la grande fede di una umanità in marcia verso i lidi dell'emancipazione universale. Nel 1937, dopo i massacri della prima guerra mondiale e quando le ombre del nazifascismo si allungavano sull' Europa, lo storico olandese Johan Huizinga poteva irridere quella tarda eredità dell'illuminismo, degradandola quasi a credenza superstiziosa, al «concetto puramente geometrico del procedere innanzi». E dopo è seguito l'Olocausto e la carneficina della seconda guerra mondiale, che hanno seppellito, sembrava definitivamente, ogni possibile narrazione trionfante per l'avvenire. E invece non è stato così. Nella seconda metà del novecento è fiorita una nuova storia, la grande narrazione dello sviluppo, in cui siamo in parte tutt'ora immersi. La crescita economica continua e la distribuzione della ricchezza a un numero crescente di cittadini ha reincarnato, in forme nuove e per alcuni decenni, la vecchia epica del progresso ottocentesco. Il movimento operaio e i partiti di sinistra hanno incarnato perfettamente questo nuovo immaginario, non meno di altre formazioni e gruppi moderati. Ricordate Togliatti : «veniamo da lontano e andiamo lontano»? Segno, probabilmente, di una predisposizione irrinunciabile degli uomini alla speranza, alla proiezione della propria condizione presente in un futuro sempre perfettibile, al bisogno, comunque, di sentirsi dentro una storia dotata di senso. E' su questa predisposizione fondativa che la politica moderna ha giocato le sue carte, tanto in chiave conservatrice che progressista o rivoluzionaria. Occorrebbe chiedersi:non è costantemente all'opera nel fondo della politica, prima e dopo Machiavelli, un'ars retorica, un'arte della persuasione che si modella secondo narrazioni? Non risponde la politica anche a questo irrinunciabile bisogno dell'umano immaginario?
Negli ultimi 30 anni anche le èlites della borghesia hanno sentito il bisogno, per dare corpo a una controffensiva capitalistica su larga scala, della narrazione neoliberista. Un romanzo di reincarnazione del progresso al cui centro si ergeva la libertà degli individui, l'eliminazione delle burocrazie, il premio al merito, il libero mercato come supremo ed equo regolatore delle relazioni sociali. Questa aura leggenda ha avuto una gigantesca capacità di fascinazione, al punto da riuscire a parassitizzare anche i vecchi partiti della sinistra. Il termine è preso a prestito dall'entomologia. Alcuni insetti inoculano le proprie uova nel corpo di altri insetti, così che le larve nasciture possano nutrirsi con il corpo dell'ospitante. Le idee di liberalizzazione, privatizzazione, competizione, flessibilità si sono nutrite con il corpo ospitante dei vecchi partiti di sinistra, che ne sono usciti spolpati. Ma proprio oggi, guardando alle parole, si può scorgere nitidamente la fine dell'ultimo grande racconto del capitalismo contemporaneo. Che cosa sanno prometterci oggi gli apologeti dello sviluppo ? Privatizzazioni, liberalizzazioni, detassazioni, ecc. Ma quale futuro della nostra condizione possiamo intravedere dietro queste promesse? Quale pubblica felicità? Dopo trentanni di di propaganda alla libertà degli individui il fantastico risultato è che le prossime generazioni vivranno peggio delle precedenti, i figli peggio dei padri. Per la prima volta nella storia contemporanea dell'Occidente in un racconto politico manca il lieto fine. Mentre le parole sono sempre le stesse, da trent'anni. E nel grande mare del libero mercato, dove tutto diviene rapidamente obsoleto, queste consunte parole sono ormai diventate rifiuti, come le merci del consumismo quotidiano.
I beni comuni, è ormai divenuto chiaro, posseggono una straordinaria potenzialità di narrazione. Essi raccontano una storia secolare. L'avanzare dei modi di produzione capitalistici e il progressivo appropriarsi da parte dei privati delle terre, dei boschi, delle acque che prima appartenevano alle comunità. Tutta l'età contemporanea è una storia sempre più accelerata di predazioni private. Possediamo dunque un fondo storico di rivendicazioni di straordinaria potenza. Ma ci sono beni comuni, dipendenti dal vecchio welfare, che si possono rimettere al centro della narrazione, perché mutilati e messi in forse dalle aggressioni degli ultimi anni. Il sistema medico nazionale in Gran Bretagna, poi esteso ad altri paesi europei, ha reso possibile la difesa universalistica del bene comune della salute: un bene, quest'ultimo, la cui difesa consente di contrastare e battere gli interessi privati in ambiti amplissimi della vita sociale, dalla produzione di energia atomica allo smog cittadino. Allo stesso modo possono essere rivendicati con nuovo vigore il bene comune della conoscenza, della formazione pubblica garantita a tutti, un diritto nell'età dello sviluppo che ora si presenta in nuove forme. Ma al di la di ogni elencazione, e mettendo da parte questioni di definizione teorica, quel che vorrei sottolineare è che il concetto di bene comune possiede una fertilità di scoperta e applicazione assolutamente senza confronti. E' sufficiente pensarci un po' e subito si scopre che bene comune è l'etere, privatizzato da tante potenze economiche, l'aria che respiriamo, gli spazi urbani della nostra mobilità quotidiana, la bellezza del paesaggio, il tempo di vita. In realtà, la rivendicazione dei beni comuni è in gran parte l'espressione di un bisogno soggettivo degli individui di riscoprire il tessuto sociale connettivo che li può strappare all'isolamento e all'atomizzazione senza coartare la loro libertà. E' il racconto politico che tende a proteggere gli individui dall'angoscia della modernità, proiettandoli in una storia ricca di senso e in grado di illuminare criticamente i disagi del presente. Raccorda interessi e bisogni multiformi e fornisce a essi una prospettiva conseguibile con la partecipazione, quella prospettiva che negli ultimi decenni è scomparsa dai cieli delle masse popolari e di tutti noi. Infine, non va dimenticato, tale racconto confligge apertamente con la contraddizione fondativa del capitalismo: la produzione sociale di un immenso flusso di ricchezza entro i vincoli stretti dell' appropriazione privata. E oggi, dentro tale contraddizione, non si trovano soltanto delimitati stock di beni e risorse, ma la Terra intera, la casa comune degli uomini, messa in pericolo dal saccheggio privato di forze che minacciano l'universalità dei viventi. E allora si comprende quale elevato grado di consenso tra tutte le classi sociali, culture e religioni, lungo tutte le geografie del pianeta, quale slancio e progettualità può fornire a tutte le nuove generazioni il racconto dei beni comuni.
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Alla ricerca della città vivibile, a cura di Ilaria Boniburini, Alinea Editrice, Firenze 2009; 160 pagine, ISBN: 9788860554161; prezzo di copertina: € 18,00
ABSTRACT
Riqualificazione, qualità urbana, rigenerazione, vivibilità: queste parole sembrano l'obiettivo di molte azioni sulla città. In nome di esse si sono determinati mutamenti consistenti nelle tecniche e nei procedimenti per il governo delle trasformazioni urbane.
Qual è il significato di queste parole, da dove deriva il loro uso e applicazione, quali slittamenti di senso, e quindi di pratiche, si sono verificati? A quali altri aspetti della città e delle persone si collegano questi concetti secondo i diversi discorsi e punti di vista (sguardi) che possono essere assunti per leggere e comprendere la condizione urbana contemporanea? I programmi e i piani concepiti a partire dagli anni novanta hanno impiegato diffusamente queste, ed altre parole, ma in funzione di quali reali obiettivi e interessi? Quali sono gli strumenti adoperati? Al loro impiego ha corrisposto davvero la ricerca di una città più giusta, più sana, più amichevole e più bella? I risultati proclamati sono stati raggiunti? E chi ne ha beneficiato?
Queste sono le domande attorno alle quali hanno ragionato e discusso i docenti e gli studenti della quarta edizione della Scuola di eddyburg a partire da un'analisi dell'idee e dei fatti, e proseguendo con la disamina di alcune esperienze concrete di pianificazione (Bologna, Torino, Cosenza, Napoli e Monaco di Baviera).
I contributi dei docenti sono qui raccolti e articolati in tre parti: le parole, gli sguardi, le esperienze. Essi non danno risposte compiute a tutte le domande, ma aiutano a comprendere meglio ciò che accade in città, a individuare i limiti e gli errori delle idee e delle azioni, e infine a tracciare alcuni percorsi utili per agire nella città e nella società per renderle migliori.
INDICE
Scuola di eddyburg e città vivibile: Parole, sguardi, esperienze, di Edoardo Salzano, Mauro Baioni, Ilaria Boniburini
PARTE PRIMA
LE PAROLE
Linguaggio Discorso e Potere. Perché le parole non sono solo parole, di Ilaria Boniburini
PARTE SECONDA
GLI SGUARDI
Immersi nella città di Giovanni, Caudo
La vivibilità nella città sconnessa, di Paola Somma
La città come con-vivenza, di Elisabetta Forni
Vite a confronto. Il caso dello ZEN di Palermo, di Ferdinando Fava
Città delle differenze e nuove politiche urbane, di Giancarlo Paba
PARTE TERZA
LE ESPERIENZE
Riqualificazione urbana: un’occasione per chi?, di Mauro Baioni
Vivibilità e nuova urbanità nelle politiche e nei progetti di rigenerazione urbana, di Maria Cristina Gibelli
Bologna: la stagione dei programmi complessi di Giulia Angelelli, Chiara Girotti, Graziella Guaragno, Elettra Malossi, Barbara Nerozzi
Torino: La “Spina 3”. di Raffaele Radicioni
Cosenza: Il programma urban. di Giorgia Boca
Napoli: Il piano regolatore, di Roberto Giannì
APPENDICE
Le parole della città, di Ilaria Boniburini
La Rete dei comitati toscani per la difesa del territorio si è più volte schierata a sostegno della lotta contro la, Tav in Val di Susa. Non si tratta di un’adesione di principio, ma della condivisione dei dati e degli argomenti del movimento no-tav, offerti al pubblico e ignorati dalle “autorità”; e nello sfondo vi è un nodo politico che va oltre il problema delle inutili e devastanti grandi opere (non tutte, ma molte).
La Tav in Val di Susa è una questione emblematica a livello internazionale (come avrebbe potuto essere quella del Mugello a livello nazionale, un'occasione perduta). Chi tentasse di avere qualche informazione dall’Osservatorio preposto al controllo dei lavori, troverebbe, alla voce “Il progetto: a che punto siamo”, solo quattro paginette generiche: informazioni zero (ma un osservatorio non dovrebbe essere anche il tramite fra progetto e cittadini?). Quello che sappiamo è quanto viene pubblicato, senza smentita alcuna, dalle varie ramificazioni del movimento no-Tav. Chiunque abbia letto il dibattito, in particolare l'intervista a Marco Ponti, le osservazioni della Comunità montana, la lettera aperta indirizzata a Bersani da Ivan Cicconi, oltre i numerosi documenti ospitati da eddyburg, non può non dare ragione agli oppositori della Tav. Fra le tante informazioni due mi sembrano degne di essere sottolineate. La prima è che a seguito dell'accordo nel 2005 Raffarin-Berlusconi, si è stabilito che l'Italia pagherà i 2/3 del costo della tratta internazionale che è la più onerosa e il cui costo dichiarato dal ministro Tremonti (La Stampa 16/09/2010), è di 120 milioni di euro al km, ovvero 1.200 euro al cm (i risparmi solo su statali e pensionati?). La seconda è che l'alta velocità è prevista soltanto sul tratto italiano; non vi è quindi neanche l'alibi di dovere per forza completare un'opera internazionale con caratteristiche unitarie, dal momento che i francesi ben si guardano dal buttare via i soldi (ma in l'Italia non sono buttati, sono trasferiti ai soliti noti).
Tuttavia vi è un problema, a mio avviso, ancora più grave. Sono le 5 domande poste sul manifesto da Beni, Mattei, Pepino, cui nessuno ha dato risposta. Le domande sono molto semplici. Quale credibilità hanno le previsioni di traffico al 2020 e di trasferimento delle merci dalla gomma al treno che giustificherebbero l'opera? Quali sono i vantaggi in termini ambientali dato lo spaventoso impatto del cantiere? Chi paga i costi (20 miliardi naturalmente destinati a raddoppiarsi)? Per inciso, la Grecia – come ha rilevato Paolo Berdini - si è impiccata con le olimpiadi che dovevano modernizzare e sviluppare il paese. Infine: quale è il conclamato effetto positivo sull'economia locale?
A queste domande dovrebbe rispondere prima di tutto Cota, ma anche Chiamparino e lo stesso Bersani. Invece tutti recitano il mantra della modernizzazione e dello sviluppo. Perché lor signori non si degnano di rispondere, magari convincendoci delle loro buone ragioni? Forse perché hanno deciso che l'opera si farà nell'interesse dei costruttori (e delle caste partitiche) e non della collettività? Forse in tutto ciò pesa che la realizzazione della nuova galleria di servizio della Maddalena sia stata affidata alla cooperativa CMC di Ravenna (rigorosamente a trattativa privata)
Un'ultima curiosità, tutta toscana. Cosa risponderebbe il presidente Enrico Rossi investito dalle stesse domande? Sarebbe aperto – come spero - alle voci della società o si allineerebbe al partito dei costruttori (che poi è quello di D'Alema, Conti, Matteoli, Monte Paschi, cooperative, ecc., ecc., e, ahimè, temo anche di Bersani).
La Giunta della Regione Toscana ha proposto alcune modifiche della legge di governo del territorio per adempiere alle disposizioni del Decreto legislativo 70 del 2011 che, fra le altre cose, impone alla Regioni a statuto ordinario di emanare entro 60 giorni una normativa premiale che favorisca ''la riqualificazione delle aree urbane degradate”. Nella proposta di legge toscana vi sono alcune parti interessanti e, a mio avviso, positive, in particolare gli articoli che prospettano ai Comuni un percorso trasparente per formulare gli interventi di 'riqualificazione urbana con la partecipazione dei cittadini. Nonostante che siano esclusi cambi di destinazione (nel meritevole intento di incentivare l'industria manifatturiera), critica mi sembra, invece, la parte che riguarda il miglioramento urbanistico, ambientale ed energetico delle aree produttive: vediamo perché. Il meccanismo premiale previsto si articola in tre tipologie. Prima tipologia: un edificio industriale in situazione di degrado può essere ristrutturato o sostituito con un incremento di superficie utile lorda (Sul) del 20%. Si tratta della situazione di tanti impianti obsoleti o dismessi nelle periferie urbane, che tuttavia, tipicamente hanno rapporti di copertura estremamente elevati, spesso occupano l'intero lotto. Qui si tratterebbe di ridurre e non di incentivare un ulteriore incremento di superficie, peraltro nella grande maggioranza dei casi impossibile, a meno di un cambiamento di destinazione d'uso che consenta di andare in altezza. Seconda tipologia: un'area industriale, anch'essa obsoleta, da trasformare in APEA. Il caso tipico è il macrolotto uno di Prato, 150 ettari di capannoni per l'industria tessile, almeno il 30% dismessi. Qui il meccanismo premiale prevede la possibilità di un incremento del 40% della Sul; peccato che nel macrolotto la superficie coperta territoriale sia circa il 70%, difficile che si possa possa raggiungere il 110%. Trasformare il macrolotto in APEA significherebbe ridurre questo indice spaventoso (con coperture fondiarie del 100%) almeno della metà per consentire un'adeguata dotazione di verde e servizi, altro che ulteriori espansioni! La terza tipologia prevede un trasferimento delle attività industriali in un'APEA esistente o di progetto, con un premio anch'esso del 40% rispetto alla Sul esistente; in questo caso, il meccanismo potrebbe addirittura incentivare nuovi consumi di suolo, contro le intenzioni del legislatore toscano.
Il vizio di fondo è evidentemente nel Decreto legge del governo che, per funzionare, implica un'economia che tiri e la possibilità di cambiamenti di destinazione d'uso, tanto per dire cambiamenti dall'industria a residenze o centri commerciali. Esclusi questi (giustamente), non sono certo gli ampliamenti di superficie, in una situazione di crisi dell'industria manifatturiera con tanti capannoni vuoti, a incentivare gli investimenti degli imprenditori. Ma l'errore è anche cercare di affrontare con una legge generale una casistica complicata e articolata in tante situazioni diverse tra loro, che richiedono piuttosto una buona pianificazione attenta ai contesti specifici. Sarebbe meglio, perciò, se la Regione Toscana cercasse di ridurre i danni del Decreto che, oltretutto, prevede la possibilità di contenere gli incrementi di superficie al 10% e adottasse una strategia qualitativa piuttosto che quantitativa per affrontare il problema. Ad esempio, istituendo un tavolo con i Comuni per discutere altri tipi di incentivi come l'esenzione degli oneri di costruzione o dell'ICI per gli imprenditori che vogliano migliorare la qualità ambientale ed energetica dei loro stabilimenti. Dunque, se la Regione Toscana ha cercato di utilizzare uno strumento concettualmente perverso 'a fin di bene', tuttavia i provvedimenti proposti sono inefficaci da un punto di vista del rilancio economico e sbagliati da un punto di vista tecnico. Infine, è auspicabile che gli articoli riguardanti le aree produttive siano inseriti in un provvedimento diverso, magari a termine (viste le analogia con il cosiddetto 'piano casa') e non inseriti in una legge fondamentale di governo del territorio; in fin dei conti si tratta di una strategia 'edilizia' subita piuttosto che voluta, mentre ben altri provvedimenti sono necessari per il rilancio e la riconversione in chiave competitiva e moderna delle attività industriali toscane.