A partire dagli anni Novanta del secolo scorso ho incrociato molte delle vicende urbanistiche sulle trasformazioni delle grandi aree dismesse e/o da ridestinare a nuovo uso nell'area milanese (ex Falck di Sesto S.G., ex Alfa Romeo di Arese-Lainate-Garbagnate-Rho, ex Fiera di Milano, aree EXPO 2015, ecc.) che oggi suscitano tante discussioni, perplessità e spesso indagini della magistratura a causa del comportamento delle pubbliche amministrazioni coinvolte. Voglio soffermarmi qui su quella temporalmente più antica e che costituisce una sorta di preistoria delle vicende raccontate in questi giorni dai media a commento delle iniziative giudiziare della magistratura inquirente. A metà del 1992 mi chiama un consigliere comunale di opposizione (PRC) di Sesto e mi dice: so che in università studi il riuso delle aree industriali dismesse, qui ci propongono di entrare con un rappresentante in una società mista Comune-Falck, noi non ci capiamo niente, accettiamo solo se ci vai tu. Dopo aver tentennato un po', decido di accettare: meglio aver conoscenza di quel che accade e semmai uscire sbattendo la porta, facendo rumore sulle scelte non condivise! Si inizia - Sindaca Fiorenza Bassoli, presidente della società l'economista Ferdinando Targetti, recentemente scomparso – tra Natale e Capodanno del 1992, incrocio come rappresentante Falck Giuliano Rizzi, architetto allievo di Marescotti e già membro del Collettivo comunista di architettura negli anni Cinquanta, che – dopo aver studiato i piani di ricerca della Falck – propone un nucleo commerciale lungo viale Italia e sul resto dell'area centri di ricerca e sperimentazione produttiva nel riuso del rottame ferroso (carri ferroviari, frigoriferi, computers, ecc.). Una sfida intrigante su cui mettere alla prova la Falck sulle sue reali intenzioni; ma, nel frattempo, è diventato Sindaco Penati e il consigliere PRC è diventato vicesindaco e assessore all'urbanistica. Penati (primavera 1994) ci convoca e ci dice: smontare carri ferroviari e frigoriferi non è qualificante per la Sesto del 2000! Poi ci ordina di affidare un incarico da 500 milioni di lire (che la società non ha!) a Gregotti (che sta studiando il nuovo PRG e quindi non può assumere nuovi incarichi diretti), G.B. Zorzoli, Umberto Colombo (ex ministro della ricerca ed ex presidente CNEN) e un oscuro economista cileno con studio a Ginevra, Juan Rada.
Ci viene detto che hanno un piano di riuso delle aree e soprattutto clienti già pronti all'acquisto a prezzi che ripagheranno il costo dell'incarico e la ricapitalizzazione della società. Al nostro rifiuto di obbedire ci vengono imposte le dimissioni entro 24 ore, la società viene sciolta e ne viene costituita una nuova sotto la presidenza dell'ex assessore allo sviluppo economico Fabio Terragni, poi destinato ad una luminosa carriera dentro Pedemontana Spa.
Da lì in poi inizia la vicenda che altri raccontano in questi giorni con la vendita a Pasini, poi Zunino, poi Bizzi e con intricati giri di fatture milionarie (in euro!) ad off-shore olandesi, lussemburghesi e quant'altro, per oscure consulenze che – a chi proprio non vuole avere fette di salame sugli occhi – puzzano di tangenti lontano un miglio!
Dal giugno 1994 al luglio 1998 vengo chiamato a fare l'assessore a Rho e mi occupo, tra l'altro, dell'ex raffineria di Rho-Pero dove si insedierà in seguito il polo esterno di Fiera e dell'ex Alfa Romeo (di cui Rho ha nel proprio territorio una piccola quota) e in anni successivi, mi batterò coi cittadini della zona contro il progetto Citylife per il riuso dell'area della vecchia Fiera a Milano. Tutte battaglie perse, ma che forse è valsa la pena di combattere.
Oggi sembra che – almeno sull'ex Falck – la magistratura abbia deciso di metterci il naso, ma se la politica avesse voluto vedere e capire, avrebbe potuto farlo ben prima.
In realtà la politica non poteva vedere perchè era cambiata l’ideologia. Non più rigorosa distinzione tra interesse pubblico e interesse privato, non più visione olistica della città e del territorio, non più sguardo orientato al future di noi tutti, non più la politica al servizio della collettività (e sinistra in difesa dei più deboli). Iniziò con l’urbanistica contrattata e con la critica al “giacobinismo degli urbanisti”, proseguì con lo smantellamento della pianificazione. Dalla lotta agli incrementi della rendita provocati dalle decisioni pubbliche si passò alla celebrazione della rendita (delle rendite) come motore dello sviluppo. Non bastò essere chiamati una volta nelle aule della giustizia per imparare. Anzi, si accusò chi difendeva la legalità di “demonizzare” i governanti che predicano e praticano l’impunità per chi comanda. Ricordiamo, per cambiare.
Qualche riferimento a testi in questo sito: P. Della Seta, E. Salzano, Italia a sacco; E. Salzano, 20 anni e più di urbanistica contrattata; W. Tocci, L’insostenibile ascesa della rendita urbana
A Sesto San Giovanni, a Milano Santa Giulia, il sistema Lombardia come quello di Bari o di Imperia e altri scandali ancora; l’urbanistica in giro per l’Italia è divenuta (è più giusto dire continua a essere) il luogo di scambio e di mercimonio: tangenti in cambio di metri cubi, soldi ai partiti in cambio di varianti urbanistiche con gli architetti mediatori che al telefono promettono la luna in cambio di un “progettino”.
Si dirà, come da sempre! Sì, ma con qualche elemento di novità dato dalle particolari condizioni di debolezza in cui sono ridotte le regole dell’urbanistica: oggi si può legittimare qualsiasi operazione, non c’è più l’obbligo della conformità al piano e nessuno più si straccia le vesti se bisogna giustificare qualche variante. E allora, perché le tangenti? Perché in assenza di diritti certi e di doveri altrettanto chiari l’edificabilità si concede al migliore offerente. Chi paga ottiene, e chi paga di più, ottiene di più.
Quanto emerge dalla cronaca segnala i comportamenti illegali, ma sotto a questi, nella prassi ordinaria e quotidiana, la sudditanza del soggetto pubblico agli interessi immobiliari dei privati è altrettanto evidente. Facciamo un esempio concreto. A Roma il Nuovo PRG, approvato nel Febbraio del 2008, prevedeva una certa quantità edificabile all’interno delle 18 centralità. Molti ricorderanno che le centralità furono descritte come la principale scelta strategica del nuovo piano. Nella centralità Romanina è consentita una edificabilità di 352.935 mq, il 58% è pubblica e il 42% privata. Nel settembre del 2011, l’operatore privato, proprietario anche delle aree, presenta all’amministrazione comunale una nuova proposta che prevede di edificare 600.777 mq, con un incremento del 70%. Ancora più rilevante è la variazione della ripartizione tra quota pubblica e quota privata che ora è rispettivamente del 5%, invece del 58%, e del 95%, invece del 42%. Tutto questo, a scanso di equivoci, è legale e si è svolto nell’ambito delle regole che l’amministrazione si è data. Infatti, la nuova proposta avanzata dal privato segue due “indirizzi operativi delle memorie di giunta” del 4 e del 20 ottobre del 2010 che portano la firma dell’assessore all’urbanistica della giunta Alemanno, Corsini. La questione quindi è: quali sono le ragioni che giustificano una variante così consistente a favore del privato, per altro dopo pochi mesi dall’approvazione definitiva del piano? Qual è l’utilità sociale che si ricava dall’autorizzare un nuovo intervento che prevede ora circa 10.500 abitanti in una delle zone più densamente costruite della periferie Est di Roma?
Le ragioni contenute nei due atti dell’amministrazione comunale sono di una debolezza sconfortante. Nel “considerato” della memoria di giunta del 20 ottobre si legge: “che tale istruttoria ha evidenziato una serie di criticità diffuse e comuni alle differenti situazioni, consistenti prevalentemente nella difficoltà sia di adeguamento e di realizzazione delle infrastrutture per la mobilità, sia di selezione e di allocazione delle funzioni urbane e metropolitane di pregio, sia di reale fattibilità finanziaria e gestionale dell’operazione complessiva;”. Si aggiunge, subito dopo, che un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalle ridotte potenzialità edificatorie, l’indice medio di edificabilità territoriale nelle centralità private è di 0,28 mq/mq, e che pertanto “appare, altresì, necessario, a questi stessi fini, verificare la possibilità di incrementare la potenzialità edificatoria delle Centralità da pianificare, con una quota di Sul premiale da attribuire ai proprietari promotori delle Centralità, quale corrispettivo per il contributo offerto ai fini del conseguimento e del buon esito degli obiettivi pubblici e di interesse pubblico prefissati, attraverso il superamento delle summenzionate criticità;”. E’ il caso di tornare sui numeri e sulle parole. I numeri, si cita l’indice medio di edificabilità delle centralità private, comprese quindi quelle con funzioni diverse, ad esempio le superfici commerciali, al solo scopo evidente di fare riferimento a un valore medio basso, ma si omette di dire che la centralità per cui si sta decidendo la variante ha un indice edificabile di 0,38 mq/mq, superiore a quello medio. E poi le parole, una “Sul (superficie utile lorda) premiale.. quale corrispettivo per il contributo offerto .. al conseguimento degli obiettivi pubblici..”. Quali obiettivi? E come misurare il loro conseguimento? Si manipolano i numeri e si ricorre alla più banale retorica pubblica per conseguire, in definitiva, solo l’interesse del soggetto privato! Come detto non c’è nulla di illegale ma atti di questa natura sono anche più gravi e fanno luce sul problema reale che le città, e quindi anche Roma, vivono: la politica ha abdicato alle sue responsabilità verso la collettività a favore dei soli interessi privati e i documenti tecnici “apparecchiano” numeri e retoriche allo scopo.
La questione ovviamente non è mettere all’indice il ruolo del privato ma ristabilire una verità che dovrebbe essere ormai acquisita: l’intervento privato è tanto più importante e contribuisce all’ordinato sviluppo della città, quanto più esso si svolge all’interno di precise regole del gioco. Regole che hanno lo scopo di innalzare la qualità dell’intervento privato, di produrre ricchezza e, nello stesso tempo, contribuire alla costruzione di beni pubblici e conservare le risorse non riproducibili.
La questione quindi è come costruire un quadro di regole certe nel rapporto tra prerogative del soggetto pubblico e interessi dell’operatore privato. Pubblico e privato nella storia urbanistica italiana, soprattutto in quella del dopoguerra, si sono dati battaglia, e alcune sono state anche di particolare rilievo. Molti ricorderanno il tentativo di riforma della legge sui suoli proposta dall’allora ministro democristiano Sullo, una vicenda che non fu estranea, com’è stato accertato poi dagli storici, al tentativo di golpe del generale De Lorenzo, il famigerato Piano Solo. La riforma Sullo proponeva, copiando quanto già avveniva in altri paesi europei, il diritto di superficie: il comune espropria le aree da edificare, le urbanizza e successivamente le cede al privato in diritto di superficie, eliminando così la rendita fondiaria. Un’altra battaglia fu la legge Bucalossi, la legge 10 del 1977, che istituì la concessione edilizia e sancì il principio che l’atto di edificare era una potestà che spettava al soggetto pubblico il quale, attraverso le previsioni di piano, lo “concede” al privato. L’ente pubblico decide dove e quanto edificare e tramite la concessione edilizia concede al privato il compito di realizzare l’intervento e di conseguire il profitto che spetta all’imprenditore. Con la deregulation urbanistica, cominciata già nei primi anni ’80, il tentativo di affermare il primato del pubblico nella costruzione della città viene progressivamente meno e si afferma, sempre di più, il primato del privato, tanto che ancora oggi l’Italia non ha una norma sul regime dei suoli. Citare questi fatti sa di antico, di obsoleto, ma quelle sconfitte oggi pesano e la città nella quale viviamo è anche conseguenza di quelle vicende. Oggi la situazione è del tutto diversa, intanto perché la questione dei suoli connessa alla sola espansione della città è, almeno dal punto di vista quantitativo, meno rilevante. La città oggi è tutta costruita e le principali trasformazioni riguardano il territorio urbanizzato negli ultimi sessant’anni. La questione più rilevante è l’intervento nella città esistente. A questa condizione si lega poi il bisogno di ridurre il consumo di suolo salvando i brandelli di territorio ancora agricolo e non urbanizzato.
Affrontare una riforma seria e profonda del rapporto tra pubblico e privato nella costruzione della città che assicuri l’affermazione di principi comuni e consegua una migliore abitabilità della città, richiede diversi livelli di intervento. Non serve qui dilungarsi troppo sui diversi livelli (urbanistico, fiscale, giuridico,…) ci soffermiamo, invece, su quello che si potrebbe fare subito, a regime normativo invariato. Come insegna l’esempio di Roma la questione centrale è rafforzare la valutazione tecnica delle richieste di variante e rendere il processo decisionale tutto trasparente. Rafforzare l’istruttoria tecnica separandola dalle considerazioni politiche vuol dire fare la valutazione dei vantaggi concessi al privato e contemporaneamente avere la valutazione di merito dei vantaggi che il pubblico deve conseguire. Perché una tale valutazione possa essere fatta è necessario avere politiche pubbliche espresse con obiettivi chiari e soprattutto misurabili (quanti alloggi sociali si intende realizzare nell’arco di tempo considerato, quanti in quel settore urbano, quali infrastrutture per la mobilità sono necessari, quali servizi pubblici, ecc…). L’amministrazione comunale potrà definire così i modi e soprattutto i tempi della procedura di negoziazione che deve essere condotta coinvolgendo associazioni, comitati di quartiere rappresentanze locali al fine di svolgere una vera propria contrattazione territoriale. Spetta all’amministrazione pubblica decidere quando dichiarare concluso il processo negoziale; il fattore tempo può essere un aspetto decisivo tale da portare il privato ad accettare condizioni più gravose purché la decisione sia presa in tempi brevi. Una procedura trasparente, senza retorica e ipocrisie, che guarda il merito, che coinvolge le parti interessate e che si attiva solo quando è necessario modificare ciò che prevede il piano. Infatti, se non si dovesse raggiungere l’accordo il privato potrà sempre realizzare quanto previsto dal Piano regolatore generale.
Quello che si propone è che ogni variazione di piano sia riportata entro un quadro decisionale che guardi al complesso delle scelte che la città si trova a fare e che valuti le compatibilità complessive della variazione proposta, che ristabilisca quindi il quadro di coerenze che attribuiamo a una decisione quando questa è inserita dentro il Piano regolatore generale. Ogni variazione puntuale, se necessaria, deve seguire quindi una procedura di valutazione tecnica indipendente e un processo negoziale a guida pubblica che coinvolga tutti i soggetti interessati. Procedure negoziali di questa natura sono in vigore in città come Londra (si veda la procedura 106 della legge urbanistica) o in Germania; Roma non è necessariamente figlia di un Dio minore. Per farlo servirebbe però il primato della politica sui meri interessi particolaristici dell’economia immobiliare romana. Serve coraggio politico! Se si volesse intraprendere questa strada si troverebbero di certo altri alleati, come le tante piccole e medie imprese edili, schiacciate anche loro dai soliti noti, e poi si ritroverebbero soprattutto gli abitanti. Dovrebbe essere questo un criterio per decidere chi votare alle prossime elezioni comunali: chi ha questo coraggio?
La lettura dell’articolo di Alberto Roccella, I cinquant’anni della legge sui piani per l’edilizia economica e popolare (17.04.2012), con l’accenno al prossimo settantesimo anniversario della legge urbanistica del 1942, mi permette di aggiungere qualche personale breve ricordo dei primi anni Sessanta sulla riforma che ancora stiamo aspettando. Quando, il 18 aprile 1962 fu approvata la legge 167, ministro dei lavori pubblici era Fiorentino Sullo, che puntava su un obiettivo ben più ambizioso, l’approvazione di una nuova legge urbanistica generale (per un’informazione esauriente invito alla rilettura di La proposta di Fiorentino Sullo e la sua sconfitta, di Edoardo Salzano, in eddyburg 12.08.07 – è lo stralcio di un capitolo del libro Fondamenti di urbanistica, Laterza 1998).
«La legge urbanistica nuova giungerà in ogni caso troppo tardi rispetto alla prima fase di sviluppo [dell’Italia], che può dirsi iniziata subito dopo il 1953 appena ultimata la ricostruzione. Se però dovessimo impiegare (come accadde per i contratti agrari fra il 1948 e il 1956) parecchi altri anni per definire legislativamente l’indirizzo urbanistico, tanto varrebbe non farne niente». Parole di Sullo, ormai ex ministro, nel libro Lo scandalo urbanistico, edito (Vallecchi 1964) dopo l’archiviazione del suo progetto di legge ma prima che il processo di svilimento dei temi fondamentali inerenti a una buona legislazione si compisse col secondo governo Moro, ministro dei lavori pubblici il socialista Giacomo Mancini.
Il 24-25 ottobre 1964 si svolgeva a Firenze il congresso dell’Istituto nazionale di urbanistica (Inu). Lo schema di legge governativo, nato dall’accordo estivo dei quattro partiti del centro-sinistra, cozzava contro la decisa opposizione di quegli urbanisti e di quei politici contrari a un provvedimento che non rispecchiasse la volontà di un’autentica riforma, espressa da almeno un quindicennio. Una mozione (prossima ai contenuti basilari, cui accenneremo, del progetto Sullo) che raccolse 196 voti contro i 124 di un documento qualunquista (invito all’Inu «ad affrancarsi dalle ipoteche politicistiche…») rappresentò un atto di viva unità fra architetti e urbanisti quali Samonà, Zevi, Quaroni, Piccinato, Astengo e parlamentari di diverse tendenze come Camillo Ripamonti (democristiano, presidente dell’Inu), Aldo Natoli (comunista), Riccardo Lombardi (sinistra socialista).
Nel 1962 era capo del governo Amintore Fanfani quando il ministro Sullo si dedicò all’elaborazione della sua proposta ispirandosi alle esperienze verificate in anni di pratica nei paesi europei (capitalisti) più evoluti del nostro e anche ricuperando gli studi già effettuati dall’Inu. Alcuni punti cardine del progetto si rivelarono particolarmente incisivi e, nei confronti delle consuetudini nazionali in materia, in grado di avviare quei processi realmente riformatori perché pertinenti agli interessi generali della collettività, e non, come si continuerà a ripetere nei decenni successivi sprezzando il tentativo di Sullo, «troppo» rivoluzionari:
- chiara strutturazione delle competenze delle regioni e degli enti locali in un conteso finalmente costituzionale che assegnasse ai piani urbanistici regionali un ruolo guida,
- coordinamento con la programmazione economica;
- esproprio generalizzato dei suoli urbani ( generalizzato non doveva confondersi con tutti);
- indennità di esproprio nelle aree di espansione delle città commisurata al valore dei terreni agricoli;
- istituzione del diritto di superficie, ossia cessione delle aree dopo l’esproprio e l’urbanizzazione secondo un titolo tale da impedire la formazione di nuove plusvalenze.
Insomma si trattava del primo tentativo di dotare l’ente pubblico di una strumentazione atta a controllare la dinamica urbana sottraendola all’enorme potere da sempre esercitato dalla proprietà fondiaria, dai costruttori edili e dagli alleati finanzieri. Per questo la contraddizione fra la vocazione riformatrice di Sullo e la tendenza moderata assunta dalla politica del centro-sinistra fra la fine del 1962 e l’inizio del 1963 si tradusse infine nell’offensiva dorotea della campagna elettorale per le elezioni del 28 aprile: il ministro fu sconfessato e il suo disegno accantonato.
Tuttavia nell’ambiente governativo non si poteva più sottrarsi all’impegno urbanistico. Si poteva però ridurlo al minimo e comunque rimandare i provvedimenti concreti. Così nel novembre del 1963, col primo governo Moro al quale parteciparono i socialisti, al ministro socialista dei lavori pubblici Giovanni Pieraccini fu assegnato il compito di rivedere il progetto Sullo, vale a dire addolcirlo, cancellargli l’impronta «di sinistra», in altre parole adeguarlo al debole compromesso su cui si basava la nuova alleanza. Sette mesi durò il governo Moro e non si riuscì a presentare alcuno schema di legge né al Consiglio dei ministri né tantomeno al parlamento. Da bozze ufficiose del nuovo testo si percepiva la netta deviazione moderata, benché, rispetto al successivo immediato sviluppo della controversia, ne sortisse che un peggio verso la proposta Sullo si sarebbe rivelata un meglio verso lo schema Mancini. Sette mesi durante i quali la destra economica ebbe buon gioco, sbandierando il pretesto della congiuntura e della nascente crisi edilizia – mentre per quasi quindici anni i padroni del settore edilizio avevano accumulato guadagni giganteschi – per scatenare una violenta campagna contro la regolamentazione urbanistica. Immediato fu l’allineamento dei burocrati ministeriali, pronti a smantellare i principi della riforma fino a sostituirla con uno schema contro-riformatore al quale gli architetti e urbanisti migliori, del resto tenuti a sostenere fermamente l’applicazione dei piani di zona comunali voluti dalla 167, furono del tutto estranei. Quando sopraggiunse la crisi di governo fu subito chiaro che insieme alla modificazione del programma generale e all’accantonamento del progetto economico di Antonio Giolitti anche la legge urbanistica sarebbe stata trattata col metodo centrista doroteo.
Nacque il nuovo testo Mancini del secondo governo Moro (Pieraccini era stato spostato al ministero del bilancio), in maniera semi-ufficiale ma sufficiente per mostrare la resa dei socialisti e provocare l’opposizione dell’Inu al congresso di Firenze. Il processo di smantellamento del progetto riformatore era ormai compiuto, il governo aveva accettato le pressioni e i ricatti delle immobiliari, dei grandi proprietari e dei mercanti di terreni. Il principio dell’esproprio dei suoli edificabili era demolito dalla casistica degli esoneri; le indennità si prevedevano commisurate a valori assai prossimi a quelli del libero mercato, modalità che, secondo la mozione vincente al congresso dell’Inu, avrebbe impedito «l’avocazione in mano pubblica delle plus-valenze» e avrebbe premiato «le rendite patologiche accumulate negli anni recenti»; e il rinvio sine die della definizione di un regime pubblicistico dei suoli ne avrebbe comunque reso illusoria l’applicazione in maniera uniforme sul territorio nazionale.
L’accentuazione della crisi edilizia nel 1965 spaventerà la Democrazia cristiana, tanto che organizzerà un convegno di partito sul tema (Bari, 10-11 luglio). È interessante ricordare che sarà questa l’occasione per sancire il distacco definitivo dei vertici democristiani da qualsiasi ipotesi di riforma urbanistica generale di tipo «socialdemocratico», per quel momento e per sempre. Una volta cadute nel vuoto le critiche di Sullo alla nuova proposta di legge, le sollecitazioni dell’onorevole Ripamonti per adottare un programma di forti investimenti cooperativistici, le osservazioni del professor Beniamino Andreatta sulle debolezze del settore edilizio dovute anche all’episodicità e alla scarsità dell’intervento pubblico, vincerà il doroteismo: superare la fase di crisi e recessione in chiave di facilitazioni all’iniziativa privata e di limitazioni del controllo pubblico legislativo e applicativo, in edilizia come in urbanistica. Mariano Rumor, quegli che sarà cinque volte primo ministro dal 1968 al 1974, dopo aver rivendicato come obiettivo primario della legislazione urbanistica quello di facilitare l’acquisizione della casa in proprietà (sottolineatura mia), dichiarerà che la legge non dovrà intimorire o scoraggiare imprenditori e costruttori prevedendo l’esproprio, poi li inviterà a concentrarsi sulla produzione di case popolari (private) «essendosi ormai saturato il mercato delle case di lusso». Sarà il vicesegretario Giovanni Galloni a trarre le conclusioni del convegno: quattro punti «per assicurare la ripresa»:
- richiesta di uno stanziamento, davvero miserevole (solo dieci miliardi), per contributi pluriennali all’edilizia sovvenzionata;
- perorazione di grosse facilitazioni all’edilizia privata mediante l’anticipazione di norme attuative favorevoli all’edilizia convenzionata e l’aumento degli importi mutuabili fino al 75 per cento della spesa;
- affermazione della necessità di ampliare il credito fondiario a lungo termine «in modo da soddisfare le esigenze dell’edilizia libera»;
-reiterazione, infine, del principio indiscutibile per il partito in tema di legge urbanistica: che non dovrà essere punitiva, non dovrà avere l’esproprio come obiettivo primario, dovrà limitarsi a rendere operante la legge 167 prima di vincolare qualsiasi altro comprensorio.
(Per chi, come si dice, ha una certa età, ora non c’è più tempo nemmeno per attendere…)
Milano, 23 aprile 2012
Nella sua replica al servizio di Gian Antonio Stella sul crocerismo a Venezia, il presidente dell'Autorità Portuale, Paolo Costa, fa almeno quattro affermazioni che non possono restare senza commento.
La prima, che l'inquinamento prodotto dalle navi da crociera in laguna sia “insignificante”. Basterebbero le due foto che alleghiamo a smentirlo (la foto “A” è della Norvegian Jade, entrata a Venezia il 2 giugno scorso, mezz'ora prima della Msc Divina; la foto “B” è della stessa Divina), ma ricordiamo che il tenore di zolfo presente nel carburante di queste navi è dell' 1,5% in navigazione e solo da poco dello 0,1% all'ormeggio in banchina. I controlli, saltuari, sono solo sui documenti di bunkeraggio e in ogni caso, tanto per capire, il tenore di zolfo nel diesel delle automobili è dello 0,001%, cioè 1500 volte inferiore. Il parlamento europeo, dopo aver valutato che almeno 50 mila persone muoiono ogni anno in Europa a causa dell'inquinamento delle navi, ha votato a fine maggio una direttiva che imporrà per tutte le navi il limite dello 0,5%, ma solo dal 2020. Già ora, nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, tale limite è dello 0,1%: la laguna di Venezia è di minor pregio?
La seconda, che l'inquinamento verrà reso nullo all'ormeggio con l'alimentazione elettrica da terra. Al riguardo, esiste solo uno studio di fattibilità dell'Enel, non finanziato (si parla di 20 o 30 milioni di euro), per alimentare solo 4 navi delle 9 che a breve la Marittima potrà ospitare, contro le 6 di oggi: ovvero, l'inquinamento prodotto domani sarà identico a quello prodotto oggi.
La terza, che le navi non fanno onde. E chi mai l'ha detto? Il Porto continua strumentalmente a tirar fuori il falso problema delle onde di superficie per non affrontare il problema vero, e cioè gli effetti “sotto” dello spostamento (dislocamento) di migliaia di tonnellate d'acqua pari al peso delle navi che passano. Cosa succede sulle rive e le fondazioni di una città medioevale? Cosa succede nella fragile laguna che già ora per il passaggio delle navi nel canale dei petroli perde in mare circa un milione di metri cubi di sedimenti all'anno? Chiamare “ricostruzione ambientale” il devastante scavo del canale Contorta Sant'Angelo è proprio una mistificazione.
La quarta, l'indotto economico, dopo che finalmente anche Costa ha riconosciuto il “modesto” contributo del crocerismo all'economia turistica della città. Bene: dica Costa quali e quante imprese beneficiano dell' “economia di fornitura”. Dove sono localizzate? Quali ne sono i capitali, e dunque dove vanno i guadagni? Ci faccia vedere i conti. Perchè se di quelle centinaia di milioni di euro che Costa afferma girare molti non si fermassero a Venezia, la città farebbe (come al solito) solo la parte della mucca da mungere.
Scene di vita di neo-bohème
di Adriano Solidoro
Molto si è già detto a proposito dell'occupazione della Torre Galfa, e successivamente di Palazzo Citterio, da parte del collettivo artistico milanese Macao. E molto se ne dirà ancora, perché è una vicenda che non può dirsi conclusa con gli sgomberi. A Milano la discussione è ancora accesa e le domande che sono emerse, per la politica e per la città, sono tante. Il dibattito si è per lo più fin qui concentrato sulle questioni legate alle condizioni della legalità dell'occupazione o sulle ragioni e la forma di protesta degli occupanti. Come è giusto. Come è ovvio. E tuttavia, a mente fredda e con animi rasserenati, l'intero tema può essere valutato in un'ottica differente, appropriata alla complessità degli interessi in gioco, che non sono solo quelli della proprietà degli immobili o di un gruppo di «creativi», ma di aree urbane, di comunità, della città tutta.
Si è per esempio appena sfiorato il tema dell'integrazione, tra politiche cittadine e politiche culturali, delle opportunità che possono nascere da un inserimento della scena artistica indipendente in queste strategie. Il modello è quello di città come Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam e Amburgo dove gli edifici abbandonati, anche privati, possono essere affidati agli artisti con la vigilanza delle amministrazioni o dove associazioni nate occupando abusivamente spazi vuoti, ora collaborano con l' amministrazione cittadina, dando il proprio contributo di innovazione e creatività. Certo, le «buone pratiche» internazionali, anche quelle eccellenti, non sono ricette che vanno bene per tutti e per ogni città, come differenti sono le comunità per natura e obiettivi. Ma sono comunque opportunità di apprendimento intorno a un denominatore comune, quello dell'integrare, nelle politiche e nelle strategie cittadine, pratiche alternative di innovazione in sistemi locali capaci di offrire discontinuità ad alcuni contesti in degrado.
Notti bianche a Stalingrad
I modelli proposti da queste città enfatizzano anche come molte attività culturali abbiano ormai luogo al di fuori della sfera dell'ufficialità. Radio di quartiere suonano la musica di band do it yourself, esperimenti di Social tv allestiscono propri palinsesti sui contenuti prodotti dagli utenti, documentari indipendenti hanno festival dedicati e vengono proiettati anche nelle scuole, e performance artistiche partecipative, giochi urbani e iniziative di guerrilla gardening reinventano lo spazio urbano a beneficio della comunità. Si tratta di pratiche emergenti che, pur fuori dalle logiche commerciali e dalle costrizioni dell'accademia e della moda, indicano la necessità di superare la distinzione tra cultura e controcultura, mainstream e underground, popolare e avanguardia, entertainment e sperimentazione. L'eclettismo è il tratto distintivo di questa produzione culturale.
Agli appuntamenti organizzati dai centri sociali partecipa oggi un pubblico eterogeneo, che varia da coloro che si riconoscono nell'area della dissidenza, a studenti, a giovani professionisti, fino a artisti e designer già affermati che ricercano nell'atmosfera underground il tocco dell'autenticità. E nei negozi di design, agli oggetti proposti dai grandi nomi si affiancano quelli realizzati con materiale di riciclo da piccole botteghe artigianali. Si tratta insomma di una produzione (e di un consumo) eclettico e onnivoro, che si destreggia tra i diversi stili e registri. È il fenomeno della neo-bohème, così come lo ha definito Lloyd Rodwin studioso del Mit e autorità mondiale nel campo della pianificazione urbana. Un contesto culturale in cui le espressioni di arte indipendente non sono più interpretabili esclusivamente come in opposizione alla cultura mainstream o come resistenza alla cultura egemonica, ma come «nicchie» di mercato. Nicchie nelle quali alcune città hanno già cominciato a riconoscere una risorsa significativa, a dimostrazione che nei governi locali cresce la consapevolezza delle opportunità provenienti da politiche culturali non limitate alla fornitura di servizi locali. Sostenere le arti e la cultura, anche quella alternativa e indipendente, è anche sostenere lo sviluppo (e la ripresa) dell'economia locale.
Ma come può avvenire l'integrazione tra politiche urbane e culturali e scena artistica indipendente? A Parigi, l'integrazione è avvenuta in concomitanza con l'elezione a sindaco di Bertrand Delanoé nel 2001 (poi rieletto nel 2008). Dopo 25 anni, il controllo del governo locale tornava a un Consiglio comunale socialista e il mutamento politico si è presto tradotto in nuovi orientamenti. Agli artisti viene concesso l'utilizzo di spazi temporanei per lavorare e esporre, oltre all'opportunità di offrire attività culturali alle comunità dei quartieri. Così facendo, l'amministrazione cittadina si attribuisce il merito dell'emergere di nuove scene culturali e creatività locali, le quali rappresentano potenziali fattori di messa in moto di dinamiche di riqualificazione urbana. Per le aree interessate, la presenza di artisti in spazi in disuso rappresenta un valore simbolico, ma anche economico, in un'ottica di rivitalizzazione (e rivalutazione) che passa anche attraverso le attività culturali. È una strategia non priva di opportunismo, ma per gli artisti rappresenta un riconoscimento del proprio ruolo sociale, oltre che una concreta opportunità.
Il caso del quartiere La Chapelle- Stalingrad illustra bene come la dinamicità della scena artistica indipendente possa rappresentare uno strumento di pianificazione e come gli artisti indipendenti possano essere vettori simbolici del passaggio dal degrado all'allure bohème. A lungo trascurata dalle autorità locali, l'area di La Chapelle-Stalingrad ha ospitato dal 2001 diversi tipi di intervento urbano, alcuni dei quali sono stimolati dalla partecipazione di collettivi della scena indipendente. Numerosi spazi in disuso vengono destinati ad attività culturali e artistiche. La maggior parte delle performance durante la prima Nuit blanche (idea poi esportata in tutto il mondo) si è tenuta qui, così come altre iniziative simbolo del cambiamento di orientamento culturale e politico di Parigi. Iniziative che sono state strumenti di marketing locale e «city branding» rivolti alla cittadinanza, per comunicare quanto le autorità locali facciano per la comunità, e al tempo stesso azioni per attrarre turisti, nuovi residenti e investimenti.
Concedere l'utilizzo temporaneo a comunità di artisti è anche un vantaggio per i proprietari degli immobili che in questo modo evitano la fatiscenza degli spazi e il rischio di occupazioni illegali. L'azienda delle ferrovie francesi, Sncf, proprietaria di molte aree in disuso del quartiere di La Chapelle-Stalingrad, per esempio, ha messo in atto una strategia interessante (non meno opportunistica) per affrontare il problema. Nel momento in cui un edificio è vuoto e non è oggetto di piani di recupero specifici, l'azienda autorizza associazioni no-profit e collettivi artistici a occuparli. Ciò con grande vantaggio del quartiere, in quanto fruitore di servizi sociali ed attività culturali.
Tra le macerie del Muro
In linea con le politiche culturali cittadine, il Comune parigino ha steso nel 2006 la prima convenzione di occupazione, un contratto fiduciario per l'occupazione temporanea ma legale di un immobile da parte di una comunità di artisti. Dal 2006 a oggi, altri 17 collettivi hanno sottoscritto lo stesso tipo di contratto di occupazione. La convenzione stabilisce che il Comune possa visionare l'attività degli occupanti, i quali si impegnano a curare la manutenzione dell'immobile e a svolgere attività artistiche, senza fini di lucro. Ogni situazione viene vagliata nella sua specificità. Se valutata positivamente, l'occupazione viene concessa per un periodo di tempo dietro il pagamento di un affitto di locazione per lo più simbolico.
Altri esempi di politiche cittadine che integrano luoghi di produzione artistica indipendente nel tessuto culturale ed economico vengono da Berlino. Nonostante il grande sviluppo urbanistico seguito alla Caduta del Muro, il paesaggio della città rimane disseminato da una grande quantità di spazi vuoti e aree interstiziali in stato di degrado. Siti in disuso che possono venire concessi temporaneamente o ad interim a vari attori urbani, attivisti o artisti, associazioni o imprenditori culturali. Questo tipo di utilizzo degli spazi si innesta nelle politiche economiche e urbane e nelle narrazioni orientate alla promozione di Berlino come «città creativa». Narrazioni riprese e diffuse dai media negli ultimi dieci anni.
Nel 2001, come a Parigi anche a Berlino si insedia al governo della città una coalizione di sinistra. Guidata dal sindaco Klaus Wowerei (attualmente al terzo mandato), la giunta eredita una città sull'orlo della bancarotta e ben poco spazio di manovra. Rispetto ad altre città tedesche, il tasso di crescita di Berlino è rimasto basso mentre quello della disoccupazione è in crescita. Uno dei pochi settori floridi è quello delle industrie creative. Diversi fattori spiegano la rapida crescita di questo settore a Berlino: in particolare la disponibilità di abitazioni a buon mercato, una preesistente concentrazione di realtà culturali alternative e una scena musicale e artistica che attrae giovani imprenditori culturali da tutto il mondo. L'utilizzo temporaneo di immobili in disuso è la conseguenza della necessità di spazi da parte di questa scena di sperimentazione culturale e artistica. Un esempio ne è Skulpturenpark, un progetto culturale e artistico collaborativo pensato da un collettivo di artisti attivisti che dal 2006 dà vita ad attività artistiche e interventi site-specific per la rivitalizzazione del quartiere di Mitte, un'area già lottizzata per costruzioni future.
Anche a Londra, la concessione di spazi temporanei ad artisti è una politica diffusa. L'Arts Council e alcune associazioni di artisti mediano con i proprietari di immobili per concessioni temporanee di spazi in disuso in cambio di lavori di restauro e manutenzione o dietro pagamento di locazione a prezzi molto vantaggiosi. La zona sud di Peckham è quella che negli ultimi anni ha visto il maggior numero di occupazioni. Zona associata all'alto tasso di criminalità e alle gang giovanili più che all'arte, Peckham è oggi teatro di una fiorente scena artistica indipendente che si avvale dei molti spazi industriali dismessi in prossimità di due importanti scuole d'arte, Goldsmiths School of Arts e Camberwell College. Scena artistica neo-bohème che partecipa alla riqualificazione dell'area attraendo molti artisti emergenti. Le occupazioni possono sembrare a molti sinonimo di degrado e marginalità, ma le molte realtà di Parigi, Berlino, Londra - e anche di Amsterdam e Melbourne, città che conducono politiche simili - testimoniano che artisti indipendente, collettivi, attivisti e centri sociali possono essere agenti di cambiamento, ricoprendo il ruolo di pionieri nel recupero di aree urbane.
Conflitti e mediazioni
Una prospettiva, tuttavia, non priva di problemi. Così come è avvenuto per Berlino, e in misura diversa per Parigi, è necessaria una rivisitazione delle procedure di pianificazione e di concessione. dato che gli utilizzi temporanei degli immobili non sono normalmente considerati come una fase del ciclo di vita dello sviluppo urbano, ma vengono associati a periodi di crisi, di mancanza di visione e di pianificazione. Tuttavia, al di là dei preconcetti, gli esempi di dinamicità di gallerie d'arte, teatri, spazi per attività temporanee dimostrano che questa prassi di utilizzo può diventare un elemento proficuo e innovativo nella cultura urbana contemporanea. In un periodo di restrizioni finanziarie e di devolution, in cui i governi locali dispongono di possibilità di investimento molto limitate, l'esempio, in particolare, di Berlino mostra come l'innovazione culturale nasca spesso in città «in crisi», che soffrono di un processo di deindustrializzazione, di crescita lenta o di contrazione.
Ulteriori problemi derivano dalle potenziali situazioni di conflittualità. Integrare l'attenzione ai movimenti alternativi o della controcultura nelle politiche urbane e culturali e nei discorsi del city marketing significa per le autorità locali sostenere - sebbene con cautela, e a volte persino nervosamente - forme di differenziazione e di alterità che possono anche essere in opposizione al proprio esercizio. Senza contare le difficoltà legate al ruolo di mediatore di cui il governo locale si deve far carico, dovendo equilibrare la richiesta di spazi con la disponibilità a concederne l'utilizzo da parte della proprietà. Né mancano questioni di sicurezza da considerare con attenzione. E ancora: spesso, anche in presenza di un accordo contrattuale che sancisce la temporaneità dell'occupazione, gli occupanti non intendono andarsene o chiedono di essere ricollocati altrove. I casi recenti di tentativo di sgombero di luoghi istituzionalizzati, e ormai luogo di pellegrinaggi turistici, dal quartiere Christiania a Copenhagen ai collettivi artistici di Les Frigos a Parigi e di Tacheles Berlino, sono lì a dimostrarlo. Inoltre, consapevoli del rischio di perdere la propria controcultura identitaria firmando un contratto o una convezione che implicitamente riconosce i benefici del sostegno culturale e amministrativo delle istituzioni, molti artisti mantengono un approccio antagonista verso la struttura pubblica. Così, pur ottenendo la disponibilità di utilizzare spazi offerti, preferiscono, fedeli al principio di mobilità, l'occupazione illecita di altri immobili. È la scelta, per esempio, per la quale ha optato Macao, che pure ricevendo l'apertura al dialogo della giunta Pisapia e l'offerta di spazi alternativi alla Torre Galfa, non ha voluto riconoscere la validità dell'interlocuzione e ha occupato Palazzo Citterio come atto dimostrativo dell'indipendenza del movimento.
Una nuova flessibilità
Si capisce quindi quali e quante siano le sfide poste dalle pratiche di uso temporaneo. Sfide lanciate alle forme convenzionali di pianificazione urbana, ma anche lezioni sulle opportunità di impiego delle risorse e sulle nuove forme di flessibilità ben diverse dai processi di sviluppo proposti dalla pianificazione delle autorità pubbliche o dal mercato.
La Rivoluzione Culturale
di Sandro Medici
Nella loro ritmica ormai battente e incalzante, le varie occupazioni "culturali" che si vanno moltiplicando nelle nostre città (l'ultima, Macao a Milano) stanno lì a segnalare che sta emergendo un nuovo bisogno che rivendica un nuovo diritto: quell'urgenza immateriale a costruire e a esprimere un proprio immaginario. Un impulso sociale intensissimo, esito della nostra contemporaneità, ma sequestrato da un sistema pubblico-privato mediocre, conformista e discriminatorio.
In queste lotte affiorano pratiche e contenuti che alludono a un nuovo modello di creare arte e cultura: sia per le modalità collettive, condivise, partecipate, insomma democratiche con cui si gestiscono le occupazioni, sia per il rifiuto di gerarchie disciplinari e formali della produzione artistica che si promuove al loro interno.Attraverso l'autogoverno del ciclo produttivo si ribaltano i tradizionali rapporti tra chi progetta e chi esegue, tra chi realizza e chi fruisce. Con la riappropriazione diretta dei palcoscenici e delle platee si spezza il modello classico che finora aveva regolato e gestito la manifattura immateriale, dove c'è chi finanzia e chi dirige, chi riceve un salario e chi paga il biglietto: un modello autoritario ed escludente, a volte opaco, spesso clientelare. Al contrario, queste esperienze vivono in un regime di democrazia assoluta (quasi ossessiva), nel rispetto di tutti e ciascuno, dove si contribuisce "al massimo delle proprie possibilità" e si riceve "al massimo dei propri bisogni".
Insomma, è in corso una rivoluzione culturale. Forse analoga a quella che tutto travolse negli anni Sessanta, quando gli "apocalittici" prevalsero sugli "integrati", e finalmente anche in Italia irruppe il moderno.Ora come allora, la politica fatica assai a cogliere questo cambiamento. Con le istituzioni pubbliche sempre più omologate e parassitarie, oltreché scarnificate dai tagli nei bilanci, e il mercato privato sempre più standardizzato e scadente, nutrito dal peggiore sfruttamento e improntato alla più odiosa discriminazione. Il berlusconismo di questi ultimi anni ha totalmente deteriorato il sistema: non ci sono leggi e regole, non c'è incentivazione alla produzione né tutela del lavoro, non c'è più ricerca espressiva né si valorizzano opere e contenuti. Resta solo l'indegno rituale delle nomine nei consigli di amministrazione. Ci si continua a contendere i direttori artistici e si litiga per piazzare manager, consulenti e perfino parrucchieri e falegnami, a promuovere autori e interpreti e finanche l'ultimo figurante, l'ultimo orchestrale.
Intanto, da Roma a Catania, da Venezia a Napoli, si susseguono esperienze di movimento che rivendicano il diritto a una produzione culturale indipendente. Entrano nei teatri abbandonati e li riattivano per evitare che muoiano o che si trasformino in sale da gioco, supermercati, miniappartamenti, palestre, centri benessere e chissà cos'altro. Occupano spazi vuoti e inutilizzati per trasformarli in centri di creatività, dove accendere scintille di piacere, dove suonare e cantare, recitare e ballare, creare suggestioni, allestire feste e spettacoli, invitare la gente a stare insieme e accoglierla con un sorriso. Per riprendere una felice definizione di Guido Viale sul manifesto di venerdì scorso: «È una nuova declinazione del rapporto tra arte e vita».
Insomma, si libera la cultura dalla gabbia del mercato e si strappa alla speculazione il patrimonio immobiliare. A nessuno sfugge quanto tali esperienze, nel loro affermare il primato del valore d'uso sul valore di scambio, siano in assoluta controtendenza rispetto al dominante modello economico, totalmente asservito alla mercificazione di uomini e cose, così come di conoscenze ed espressività. Bisogni e interessi opposti che depositano un antagonismo inconciliabile, che a sua volta, inevitabilmente, precipita in conflitto sociale: come quello che si sta consumando a Milano su Macao e dintorni. E prim'ancora, l'Angelo Maj, il teatro Valle, il cinema Palazzo, l'Astra, Garagezero, a Roma. E in tante altre analoghe battaglie, un po' dappertutto.C'è insomma in questo paese una vastissima area creativa, un insieme di professionalità, intelligenze, risorse, talenti che finalmente (e liberamente) affrontano a viso aperto la contemporaneità. Un movimento che non essendo né pubblico né privato, sfugge sia alle liturgie istituzionali che ai parametri del mercato. Tutta questa vitalissima animazione, avventata quanto determinata, restituisce una domanda politica che non può più restare inevasa, o peggio rifiutata e sgomberata.In altri paesi, in Germania, in Francia, questo tipo di esperienze vengono valorizzate e perfino finanziate: diventano servizio sociale, offerta culturale. Qui da noi, al contrario, sono scoraggiate, contrastate e a volte represse.
E ciò accade non solo per tutelare le accademie, i manierismi, gli agonizzanti repertori che stancamente ripropongono istituzioni culturali sempre più polverose e sempre più dipendenti dal potere politico. Ci si scaglia contro questi movimenti anche per salvaguardare le rendite immobiliari, i profitti speculativi, gli utili finanziari che ormai imprigionano l'urbanistica delle nostre città. Per difendere quei luoghi e quegli spazi, i tanti luoghi e i tanti spazi che sarebbero necessari per ospitare e far crescere la cultura indipendente. Quelle stesse volumetrie che i sindaci vengono obbligati a vendere per compensare la riduzione dei bilanci comunali e, nello stesso tempo, consentire la ripresa del mercato immobiliare.In tutte le nostre città c'è un consistente patrimonio dismesso e inutilizzato, edilizia residuale, volumetrie abbandonate, scatole vuote sparse nei quartieri. Forti, caserme e rimesse militari, ex stabilimenti produttivi, depositi inutilizzati, ex mercati, parcheggi, magazzini in disuso, fabbricati svuotati di funzioni. Tutta questa cubatura potrebbe essere ristrutturata e restaurata e poi riconvertita verso un utilizzo culturale, affinché diventino (o tornino a essere) beni comuni disponibili.
È un patrimonio immobiliare che va strappato alla logica della valorizzazione privata e riadattato a ospitare cantieri e laboratori creativi. Antenne e terminali insieme: sonde che intercettano il bisogno di socialità, collettori dell'offerta di servizi territoriali. Officine aperte a ciclo continuo che vivano di progetti ed esperienze, ma anche di semplici spunti e fantasie: che ascoltino e selezionino idee e proposte, nuovi linguaggi e nuovi strumenti, individuino e allevino nuovi talenti e nuove espressività, sui quali costruire stupori e fascinazioni, via via in grado di suscitare un salto nell'immaginario collettivo.Un circuito di "casematte" che facciano da contrappunto vitale alla monotonia urbana. Luoghi che favoriscano le condizioni affinché si sviluppi un processo condiviso, lungo il quale più soggetti intervengano. In un democratico e scambievole itinerario di autoformazione, con l'obiettivo di realizzare un prodotto culturale inclusivo. Una creatività che certo coinvolga emotivamente, susciti piacere, entusiasmo, ma anche costruisca coscienza critica, consapevolezza civica, e non da ultimo attivi percorsi professionali, sviluppi economie, distribuisca reddito, inauguri modelli di gestione innovativi.
Un programma di alfabetizzazione sociale, un grande progetto di animazione artistica. Ecco quel che ci vorrebbe per movimentare e stimolare la scena territoriale: inoculare globuli rossi nei nostri anemici e impauriti quartieri. Va da sé che un progetto di questo genere potrebbe perfino svelenire quelle relazioni umane sempre più ostili e incattivite. Ritrovarsi insieme in circostanze fuori dall'ordinario, come corpi senzienti disposti e fors'anche inclini all'allegria in una festa, durante uno spettacolo, non più annidati e barricati nei propri ridotti condominiali, alleggeriti dai consueti risentimenti, insomma gli uni vicini agli altri, a guardarsi e annusarsi, crea quel composto di chimica molto organica, quella tensione magnetica che possono facilmente suscitare cordialità e vicinanza, sentimenti di reciproca disponibilità.Oggi, grazie alle battaglie di riappropriazione culturale che attraversano il paese, tutto ciò potrebbe diventare possibile. Certo, aiuterebbe se sindaci e ministri, istituzioni e partiti riuscissero a capire che l'arte e la cultura sono soprattutto pratica sociale.
Tanto si è detto a proposito dell’occupazione della Torre Galfa, tanto si dirà, su una vicenda che tra l’altro è in pieno svolgimento. Il tema non è nuovo nella politica cittadina. La Lega al governo di Milano, per fare un esempio, riempì la sua altrimenti vuota agenda politica di proclami contro il “vecchio” Leoncavallo. Il fatto che Macao sia sorto sotto la Giunta Pisapia fa sperare che – nonostante le evidenti esitazioni dei giorni scorsi – l’intero tema possa essere inquadrato in un’ottica nuova, più evoluta e appropriata a quelli che sono gli interessi in gioco, che non sono e non possono essere quelli della sola proprietà (e ciò a prescindere dalla antipatia che può suscitare Ligresti e il suo gruppo). Il fatto è che una città è un corpo vivo, e le sue parti, i suoi palazzi, spazi, parchi, strade, manufatti di qualsiasi genere ne sono le membra.
E dunque la proprietà privata va certamente tutelata e garantita, ma nell’ambito di un’ottica generale di governo del territorio, nell’interesse di tutti i cittadini e degli stessi proprietari. Dopo decenni passati a discutere di responsabilità sociale dell’impresa, in termini spesso troppo astratti perché potessero incidere davvero sul mondo reale, il rapporto tra immobiliaristi e città – con riferimento specifico alla vicenda Galfa – consente di calare finalmente la questione nella realtà. Il fatto che grandi edifici giacciano abbandonati per anni nel cuore della città non è questione che riguarda solo la proprietà, come potrebbe essere il caso di un ninnolo lasciato ad ammuffire in soffitta dal suo trascurato proprietario. Il richiamo alle questioni del latifondo del sud Italia a chi scrive appare immediato. Anche lì si invocava l’applicazione della legge contro i contadini che occupavano abusivamente terreni che però i proprietari lasciavano totalmente incolti e abbandonati mentre le manovalanze pativano la fame.
La legalità ha un senso se attraverso il rispetto delle regole viene tutelato sì il diritto di una parte, ma senza che al contempo venga leso l’interesse comune. Se l’applicazione di una norma crea ingiustizie e problemi sociali è la norma che deve essere cambiata, non la società. Il saccheggio perpetrato ai danni del territorio e delle nostre città da immobiliaristi in passato appoggiati dalle amministrazioni pubbliche è sotto l’evidenza di tutti. Interi quartieri e cantieri nuovi pressoché vuoti o mai terminati, nessuna area verde per la città se non qualche albero qua e là che ci viene spacciato come giardino metropolitano. Progetti immobiliari avveniristici in piena crisi economica, di cui la bolla immobiliare peraltro è una concausa non certo secondaria. Nessuno, anche se proprietario, può aver il diritto di sequestrare alla comunità intere aree permettendosi di abbandonarle al degrado più totale, perché l’incuria finisce sempre per tracimare dal perimetro della proprietà trascurata, per riversarsi sui quartieri limitrofi a danno della popolazione che in quel territorio vive.
Non sarà forse il caso di Ligresti, a nessuno interessa oggi personalizzare la vicenda, ma a chi ha osservato le dinamiche degli ultimi anni lo schema appare chiaro. Attraverso il mio immobile che lentamente degrada e contamina il territorio circostante lascio che l’esasperazione degli abitanti cresca, che quel relitto li faccia sentire meno sicuri, meno felici, meno cittadini. Quando la situazione è matura mi presento, io proprietario (e dunque artefice primo di quel degrado), come salvatore, propongo un progetto di risanamento dell’area partendo dal mio immobile, così il comune mi concede cubature in più ed io monetizzo, facendo piccole regalie alla comunità, come una rotonda, una piccola pista ciclabile, o asfaltando un pezzo di strada. Questo modello di sviluppo a iniziativa privata deve cessare.
La città non è dei grandi proprietari. La città è di tutti. Pisapia ha un compito, se vuole dare un senso al suo governo: progettare una città diversa. Per farlo deve dialogare con chi propone, con chi è attivo affinché questa città rinasca e si possa ricostruire, non attraverso nuovi quartieri, ma attraverso nuova cultura. E questo compito non si adempie sgomberando con la forza pubblica chi vuole una città migliore, ma condividendo un progetto con i cittadini stanchi delle vecchie logiche, per anni spacciate come pensiero unico del libero mercato.
postilla
Corrado e Nicosia hanno ragione quando propongono l'analogia tra la questione odierna dei grandi complessi immobiliari nelle grandi aree urbane e quella - di mezzo secolo fa - dei latifondi nell'Italia centrale e meridionale, questi e quelli in preda all'abbandono e alla rapina della rendita (allora si chiamava assenteista). In entrambi i casi è inaccettabile che spazi essenziali per la vita della società siano sottratti all’utilizzazione più opportuna per le esigenze della civitas e lasciati in pasto alle decisioni della proprietà.Il fatto è che in Italia, fino a pochi decenni fa, queste leggi esistevano ed esistevano i loro strumenti e metodi. Esisteva la pianificazione urbanistica, nata nel 1942 e riformata nei decenni sessanta e settanta. Esisteva il potere dell'amministrazione pubblica di decidere le destinazioni d'uso più opportune in relazione a un progetto di città democraticamente deliberato. Esisteva, grazie alla legge Bucalossi del 1977, l'obbligo dei proprietari di attuare gli interventi previsti dai piani urbanistici e inseriti nei programmi pluriennali di attuazione. Il fatto è che a partire dagli orribili anni ottanta questo insieme di leggi e di strumenti è stato progressivamente smantellato nel silenzio e spesso nella complice compiacenza della parte maggioritaria della cultura urbanistica e della totalità della cultura politica. Per quanto riguarda il resto dell'intellettualità italiana, essa ha spesso denunciato i guasti prodotti al bel paese, al territorio, all'ambiente, ma si è raramente chinata a occuparsi degli strumenti della pianificazione urbanistica (vogliamo ricordare quella rara avis che fu Antonio Cederna). Forse sarebbe ora di cominciare a farlo visto che i danni gravissimi provocati dall'uccisione del governo pubblico delle trasformazioni del territorio, dei sui principi metodi e strumenti.
Sarebbe bello, e anche utile, se il sindaco Pisapia organizzasse una pubblica riflessione per ricordare quel grande milanese che fu Pietro Bucalossi (nella foto in homepage: Sindaco di Milano negli anni '60 e Ministro dei Lavori Pubblici nei '70) , per raccontare ai contemporanei le fondamenta e il contenuto del suo tentativo, le ragioni e i modi in cui il suo progetto di migliore governo pubblico del territorio fu gradualmente smantellato. Se il sindaco raccogliesse questo invito, eddyburg sarebbe lieto di collaborare.
Esistono diverse interpretazioni relative ai "beni comuni". In effetti questa dizione è ambigua; noi cercheremo di spiegare che cosa le scienze economiche e sociali intendono per "beni comuni" (o commons ) a livello internazionale, e come invece il significato di bene comune cambia in un'accezione giuridica molto diffusa in Italia, che però ci sembra limitativa e che è senz'altro differente da quella dibattuta nel mondo. In sintesi estrema: per gli economisti il common è una risorsa condivisa che dovrebbe essere gestita dalla comunità di riferimento, per i giuristi (soprattutto in Italia) il bene comune è invece un diritto universale. Come vedremo, la questione definitoria non è sofistica o frivola, ma riguarda la precisione scientifica e ha conseguenze politiche. Per dirla con le parole di Stefano Rodotà, l'autorevole giurista che tra i primi ha avuto il merito di introdurre la questione dei beni comuni in Italia, «se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto,.... allora può ben accadere che si perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità "comune" di un bene può sprigionare tutta la sua forza».
Commons, risorse condivise
Per Elinor Ostrom, premio Nobel dell'economia, e per gli economisti e gli studiosi sociali dei beni comuni a livello internazionale, i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali (un bene è "rivale" quando l'uso da parte di un soggetto impedisce l'uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite da comunità più o meno ampie. Occorre sottolineare che la definizione economica è nettamente distinta da quella morale e giuridica. Infatti non è detto che i beni comuni siano necessariamente anche un bene in senso morale; e non è detto neppure che costituiscano un diritto primario degli individui e dei cittadini. Un pascolo, per esempio, può essere un bene comune ma non è né buono né cattivo, e non è neppure un diritto primario. I beni comuni si distinguono in questo senso dai "beni di merito", che - come l'acqua e il codice genetico - sono indispensabili per la sopravvivenza umana o hanno un alto valore morale o sociale, e che quindi devono essere tolti dal mercato e salvaguardati giuridicamente per garantirli a tutti gli esseri umani.
A differenza dei beni meritevoli, la caratteristica specifica e peculiare (e positiva) dei beni comuni non è morale: consiste invece nel fatto che è difficile escludere qualcuno dall'utilizzarli, e che sono anche tendenzialmente non rivali, cioè possono essere fruiti contemporaneamente da più persone o da comunità di utenti - come le conoscenze, Internet, l'ambiente, Wikipedia e le reti. Quindi la definizione di common della Ostrom è oggettiva, cioè relativa innanzitutto alle caratteristiche strutturali e funzionali intrinseche di certi beni rispetto ad altri. Ma i commons hanno una specificità eccezionale: possono essere gestiti in maniera più efficiente, innovativa e sostenibile dalle comunità di riferimento. E, reciprocamente, se invece sono gestiti dai privati o dallo Stato cioè in favore di élite privilegiate, private o pubbliche - in generale vengono gestiti in maniera non ottimale, cioè con sprechi e inefficienze e in modo non sostenibile nel tempo.
Questa è la vera grande scoperta scientifica di Elinor Ostrom: non è vero che se i commons sono gestiti dalle comunità allora vengono devastati, e che si verifica necessariamente la "tragedia dei beni comuni" come sosteneva la teoria dominante di Garrett Hardin. Non è vero, come suggeriva Hardin, che per gestire i beni comuni ed evitare la tragedia del sovraconsumo occorra privatizzarli o statalizzarli, cioè imporre delle regole esogene. Anzi è vero il contrario: le foreste gestite (o cogestite) dalle comunità locali sono in generale (non sempre) gestite meglio e in maniera più sostenibile di quelle sotto il dominio dello stato o delle corporations . Internet deve il suo grande successo al fatto che è gestita dalle comunità di scienziati, ricercatori, informatici, utenti, i quali impongono che i suoi standard non siano brevettati e siano aperti e gratuiti.
Wikipedia è la principale enciclopedia al mondo ed è gestita in maniera aperta dalle comunità di utenti e da una fondazione che li rappresenta. La scoperta della Ostrom è che le comunità possono consolidare rapporti di fiducia reciproca e autoregolarsi grazie a interessi comuni, a pratiche comuni, alla comunicazione costante, a sperimentazioni per prova ed errori, e possono sviluppare competenze elevate. Il vantaggio rispetto ai privati e allo stato è che le comunità hanno più interesse a conservare e sviluppare i beni comuni perché per loro i commons possono costituire risorse essenziali, e perché ne hanno esperienza diretta, e quindi in generale (anche se non sempre) le comunità hanno la migliore competenza per gestire i "loro" commons in maniera sostenibile. Inoltre - e questo è l'altro fattore di novità rivoluzionaria - la gestione comunitaria dei beni comuni comporta un nuovo modo di produzione cooperativo e non competitivo.
Il messaggio della Ostrom deriva la sua forza diromenpte proprio da questi due fattori: la gestione comunitaria dei commons è più efficiente di quella privata e statale grazie a un modo di produzione autoregolato e fondato sulla cooperazione, sulla partecipazione, e su gerarchie concordate e non autoritarie (come nelle scienze e nel software open source ). È su questi elementi forti che le teorie della Ostrom si collegano in qualche modo alle teorie di Marx, che voleva che nel comunismo i mezzi di produzione diventassero comuni in quanto frutto della cooperazione sociale.
L'economia policentrica e i semicommons
Ostrom "ha scoperto" (e auspica) un'economia policentrica non più costretta al dilemma privato o stato8 ma fondata anche sulla proprietà comune. Avverte che la questione dei beni comuni non è "arcaica" e non riguarda solo beni e modi di produzione "marginali o primitivi", come i pascoli alpini o le zone costiere di pesca, ma riguarda anche Internet, l'ambiente, le scienze, il software e le stesse aziende: queste ultime sarebbero infatti dei semicommons, dei sistemi ibridi che combinano beni privati esclusivi e beni comuni9 . Ostrom avverte anche di non confondere i regimi di Common Property con quelli Open-Access. I regimi open access, ad accesso libero, sono quelli - come il mare aperto e l'atmosfera - in cui nessuno ha il diritto legale di escludere altri; al contrario i regimi di common property sono quelli in cui i membri di un determinato gruppo condividono la risorsa comune ma possono disporre anche dei diritti di esclusione dall'uso di quella risorsa.
Enti per gestire i commons
Le analisi sui commons sono riprese dall'imprenditore sociale Peter Barnes. Barnes suggerisce che per difendere e sviluppare i commons occorre che questi siano dati in proprietà a delle fondazioni no profit che abbiano per statuto come scopo sociale quello di preservarli e svilupparli a favore delle comunità e delle generazioni future. Le organizzazioni no profit dovrebbero essere completamente autonome dallo stato e dai privati, e potrebbero inoltre vendere sul mercato il surplus eventualmente disponibile a prezzi equi e non discriminatori, e redistribuire i proventi alle comunità. Il riferimento di Barnes è l'Alaska Permanent Fund Foundation che ogni anno remunera i cittadini con i dividendi derivati dai ricavi del petrolio dello Stato. A Napoli la gestione dell'acqua è stata finalmente affidata a un ente pubblico aperto alla partecipazione dei cittadini.
Ma ci si potrebbe anche chiedere se non fosse possibile (e meglio) affidare la gestione dell'oro blu a una fondazione controllata direttamente dai cittadini e dal Comune, affrancata dai vincoli del diritto pubblico, e destinata a salvaguardare questo bene comune. L'intuizione di Barnes è geniale: usa il diritto borghese sulla proprietà privata per proporre di stabilire il diritto delle comunità a gestire i patrimoni comuni, come le risorse ambientali (per esempio l'acqua) e culturali (per esempio il copyright o i brevetti). In Italia la proposta di Barnes si sta concretizzando con il progetto di fondazione del Teatro Valle di Roma. Naturalmente la questione cruciale è che le fondazioni o le altre forme societarie, come le cooperative, siano controllate democraticamente dalle comunità di riferimento e agiscano come fiduciarie responsabili in maniera trasparente del loro operato verso le stesse comunità.
Il diritto ai beni comuni
Per gli economisti i beni comuni sono risorse condivise: per la maggioranza dei giuristi (specialmente in Italia) i beni comuni sono invece, o devono diventare, diritti universali. Per i giuristi i beni comuni non devono essere ridotti a merci disponibili solo per chi ha il denaro per comprarli: sono invece beni essenziali su cui lo stato ha diritti prioritari per assicurare la loro disponibilità universale. Questa interpretazione è meritoria perché punta a garantire beni indispensabili per la sopravvivenza e lo sviluppo dell'umanità sottraendoli a una logica di mercato e speculativa.
D'altro lato però, forse particolarmente in Italia, l'interpretazione giuridica dei commons sorvola le analisi socio-economiche che da Ostrom in poi caratterizzano la ricerca scientifica internazionale. Secondo uno dei principali giuristi italiani, caposcuola delle concezioni giuridiche sui beni comuni nel nostro paese, Stefano Rodotà che, come si è detto, ha il merito di avere "scoperto" per primo la questione complessa dei beni comuni in Italia: « ... Si può dare una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all'esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.
L'aggancio ai diritti fondamentali è essenziale». Dice inoltre Rodotà a proposito dei commons : «L' accento non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società. ... I beni comuni sono a titolarità diffusa, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive». Abbiamo però già visto che i beni comuni non sono necessariamente res nullius o beni ad accesso aperto. Cosa dovrebbe fare la sinistra Secondo noi la sinistra non dovrebbe solo difendere i diritti all'accesso ai beni comuni e ai beni di merito, ma dovrebbe soprattutto impegnarsi per attribuire alle comunità i diritti di proprietà dei commons - intesi come diritto al loro controllo strategico e alla gestione operativa - e dovrebbe incoraggiare la costituzione di un Terzo Settore di enti economici autonomi dallo stato e dai privati, come le fondazioni e le cooperative, per la salvaguardia e lo sviluppo di beni comuni come l'ambiente, la cultura, le scienze, Internet, l'informazione.
Comunque la sinistra dovrebbe favorire la partecipazione dei lavoratori e degli utenti negli organismi decisionali privati e pubblici in cui si decidono i destini dei commons . La questione dei beni comuni è quindi innanzitutto una questione di democrazia economica. In questo senso credo che la sinistra debba approfondire le analisi della Ostrom ed elaborare ulteriormente i suggerimenti di Peter Barnes.
La cultura, oppressa da trent'anni di televisione, di marketing e di carrierismo craxiani e berlusconiani torna a prendersi la scena nel modo più impensato: prima con l'occupazione del teatro Valle di Roma e la presa di parola della generazione TQ (i trenta-quarantenni); ora con la forza aggregante di Macao a Milano e, tra le due, e intorno a loro, un'altra decina di occupazioni di cinema, teatri, locali in varie città d'Italia: per "fare cultura". Cultura e arte sono scienza del possibile: potenze che scardinano l'appiattimento sulle necessità imposte dai "fatti compiuti". Il conformismo dei passati decenni era un coperchio su una pentola in lenta ebollizione: una volta sollevato, le spinte sociali sono destinate a esplodere; analogamente a come quattro decenni fa la delegittimazione dell'ordine costituito prodotto dal movimento degli studenti aveva spalancato le porte all'offensiva operaia e sociale degli anni '70.
Nelle assemblee di queste nuove aggregazioni si discute (a volte in modo ingenuo e disordinato: ed è un loro pregio) soprattutto di partecipazione, di democrazia diretta, di regole e garanzie per assicurare a tutti la possibilità e il diritto di esprimersi e di portare il proprio contributo alla crescita di tutti; in modo del tutto simile a quello che ha tenuto occupati per giorni gli acampados spagnoli o i partecipanti di Occupy Wall Street e delle mille repliche che hanno investito gran parte delle città statunitensi; ma anche in tante altre sedi, come le riunioni della per ora ancora piccola Alba. La novità maggiore di questa nuova stagione sta proprio qui: cultura e democrazia, nel senso di partecipazione, coincidono. Non c'è cultura se non ha come suo humus la valorizzazione del contributo di conoscenze, di esperienze, ma anche e soprattutto di vissuto, di sentimenti e passioni, di tutti coloro che vogliono concorrere a un risultato condiviso; e viceversa, la democrazia non è e non può essere un mero insieme di regole - che pure vanno fissate e aggiornate in corso d'opera - ma è un regime di condivisione di saperi, sia specialistici che pratici, "mettendoci la faccia"; e mettendo in gioco i propri corpi, come la modalità delle occupazioni mette in evidenza. È una nuova declinazione del rapporto tra arte e vita.
Dicono a Macao: «Si produce democrazia facendo arte e si fa arte con la democrazia». Mettendosi in ascolto da "esterno" (se non altro per motivi generazionali), cioè attraverso una lettura critica di quanto riportano i media e i social network, più qualche sporadica partecipazione alle assemblee di Macao, ma potendo contare su un background di occupazioni, di esperimenti di democrazia partecipativa e di riflessioni condivise, a me sembra che la vicenda di Macao possa insegnare a tutti alcune cose (senza ovviamente escluderne altre, che sicuramente mi sono sfuggite) che derivano direttamente dalle sue pratiche. Innanzitutto le donne e gli uomini («i ragazzi», come li chiamano i media) di Macao non sono alla ricerca solo di uno spazio in cui rinchiudersi per sviluppare insieme le loro attività (si considerano soprattutto, anche se non in modo esclusivo, "lavoratori dell'arte"). Vogliono «aprire alla cittadinanza» una serie di spazi che la proprietà, sia pubblica che privata, ha tenuto sequestrati per decenni, escludendola, senza alcun tornaconto né pubblico né privato se non quello di nasconderli per procede più liberamente nello scempio della città.
La scelta della torre Galfa è esemplare: un immane spazio per uffici tenuto vuoto dal principale speculatore edile (di Milano e non solo), mentre a pochi metri di distanza è cresciuta - seppellendo sotto il cemento uno dei quartieri storici più popolari e "vissuti" della città - una foresta di grattacieli altrettanto inutili. Tra cui la nuova residenza di Formigoni (con annessa piattaforma megagalattica di atterraggio per la discesa dal cielo del "Celeste"): una scandalosa duplicazione del Pirellone, la cui acquisizione aveva simbolizzato, già trent'anni fa, il passaggio della guida della città dalla borghesia industriale alla casta politica e speculativa; poi il "bosco verticale": un grattacielo alberato progettato dall'attuale assessore alla cultura, già estensore del Masterplan di Expo 2015 (la maggiore "palla al piede" della giunta Pisapia) e di quello del mancato G8 alla Maddalena; oppure il grattacielo Unicredit, che grazie a un vistoso pinnacolo ha vinto la gara di erezione ingaggiata con Formigoni: costruito da Ligresti con fondi Unicredit che glielo ha poi comprato nel tentativo di non farlo fallire, accollandosi l'ennesimo sperpero dei costruttori milanesi in bancarotta. E molte altre torri ancora.
Diversa ma analoga è la storia di Palazzo Citterio: comprato dallo Stato quarant'anni fa per dare respiro alle contigue Accademia e Pinacoteca di Brera, è rimasto vuoto fino all'ingresso di Macao; ma è riuscito a inghiottire decine di milioni (di euro) e di miliardi (di lire) senza farne niente, anche grazie alle cure dell'ex Ad di McDonald's Mario Resca, promosso direttore generale dei Beni culturali, e non senza l'assistenza della cricca Bertolaso, nella persona del sub commissario Mauro Di Giovampaola. Adesso gridano che l'occupazione sta bloccando la ristrutturazione della Grande Brera. Tanto "grande" da non poter più contenere gli studenti dell'accademia, che il progetto confina in una ex caserma fuori mano (rompendo la continuità tra museo e Accademia che è uno dei grandi atout di queste istituzione); per non turbare un quartiere diventato chic nel corso degli anni e per non "inquinare" il vero progetto, dato che l'annessione alla Pinacoteca di Palazzo Citterio, che forse comincerà solo tra un anno, servirà soprattutto per creare spazi per attività commerciali attraverso cui far transitare gli sfortunati visitatori (il famoso concorso pubblico-privato auspicato dal ministro Ornaghi per coprire finanziamenti che lo Stato promette ma non dà). Così Macao ha messo in grado i cittadini di Milano, e non solo loro, di venire a conoscenza di queste scelte e, se vogliono, di discuterne, contestarle e prendere posizione. Con queste premesse c'è solo da augurarsi che Macao cresca e le occupazioni si moltiplichino.
Per questo a chiedere lo sgombero immediato di Macao e la messa sotto accusa di chi tollera l'occupazione, per prevenire "vandalismi" su un palazzo del '700 sono soprattutto i rappresentanti del centrodestra cacciati dal governo della città (i veri vandali di Milano: quelli che l'hanno sfigurata); ma anche la componente più oltranzista del Pd e la burocrazia di Stato che ha in custodia l'edificio e che improvvisamente scopre nell'occupazione una congiura per bloccare lavori fermi da quarant'anni. Ma si riscontra con rammarico una generale ostilità, dai toni accesi e a volte inaccettabili, anche tra molti esponenti di quei comitati per Pisapia (ora trasformati in Comitati per Milano) che hanno portato alla vittoria l'attuale sindaco; perché vedono nell'occupazione una messa in discussione dell'operato della giunta, mentre Macao potrebbe dare una spinta verso forme più aperte di coinvolgimento della cittadinanza; soprattutto per superare l'immobilismo dell'assessorato alla Cultura. In secondo luogo Macao non cerca solo luoghi per il proprio lavoro (di qui gli equivoci sul rifiuto di accettare uno spazio nelle ex Officine Ansaldo, offerto dalla Giunta per «calmare le acque»), ma una vera politica culturale - ora del tutto assente - all'interno della quale si aprano spazi e opportunità per il "saper fare" di migliaia di giovani acculturati, creativi, altamente "informatizzati" e "connessi", oggi condannati alla disoccupazione, al precariato, al lavoro sottopagato negli studi di professionisti che li sfruttano senza dar loro, né essere in grado di dar loro, niente; anche perché nella maggior parte dei casi i loro saperi sono irreversibilmente inquadrati nell'orizzonte speculativo e omertoso dei rapporti di potere vigenti.
Eppure le opportunità per questo esercito di creativi alla ricerca di un percorso da condividere non mancherebbero: basta pensare che le quattro più quotate scuole di design della città (che in qualche modo vuol dire anche d'Europa) erano pronte a entrare nella torre Galfa, se non fosse stata sgomberata, per tenervi dei seminari: e non (solo) per un atto di benevolenza, ma perché sanno che è in processi come Macao che si sviluppa la potenza della creatività diffusa. In terzo luogo gli occupanti di Macao sono effettivamente, in grandissima maggioranza, giovani e molto giovani. E sono stati attratti in migliaia, come da una calamita, a sostenere l'occupazione sotto la torre Galfa e a Palazzo Citterio: questo dovrebbe far riflettere partiti, associazioni e organismi politici, spesso prevalentemente frequentati (compresa Alba) da persone mature o decisamente anziane (come il sottoscritto). Ma il mondo di domani si costruisce in eventi come questo o non si produce affatto (e si sottomette così ai diktat della gerontocrazia finanziaria che governa il mondo: certamente coadiuvata da un esercito di giovani rampanti, da cui non c'è però da attendersi niente di buono).
Porsi in ascolto di processi come questo è indispensabile se si vuole ricostruire un ponte tra generazioni che il trentennio craxiano e berlusconiano ha reso reciprocamente estranee, mettendo alle strette chi lavora a deprimere (e reprimere) una intera generazione, denigrandola come priva di idee, di cultura e di desiderio; e trattandola come prigioniera di pulsioni al godimento senza regole né limiti prospettato dal consumismo. Quella prigione esiste davvero; l'hanno costruita le generazioni precedenti (compresa, in parte, la mia) e vi hanno rinchiuso dentro quelle successive, facendo di quella prigionia un alibi per la propria passività e - spesso - il proprio asservimento. Ma vicende come quella del teatro Valle e di Macao dimostrano che tra le nuove generazioni il desiderio di liberarsi da questa gabbia c'è, eccome; e che è culturalmente più agguerrito di quello che molti pensano.
Provo ad aggiungere qualche breve considerazione sul dibattito che si è sviluppato su eddyburg a seguito della pubblicazione dei primi dati del nuovo Censimento del 2011.
Come è noto, il consumo di suolo è legato alla presenza sia di edifici ad uso abitativo sia di edifici non residenziali (alberghi, uffici, attività commerciali e produttive, trasporti, impianti sportivi, scuole, luoghi di culto, ecc.), tralasciando le infrastrutture. Oltre al numero assoluto di edifici, conta naturalmente anche la loro grandezza media ed il modo in cui sono stati realizzati (su un solo piano, su più piani, ecc.).
Ora, i dati che l’ISTAT ha reso al momento disponibili ci raccontano solo una parte della storia. Innanzi tutto, ci dicono che gli edifici complessivamente censiti nell’ottobre del 2011 ammontano a 14.176.371 unità; di questi, 11.714.262 sono edifici ad uso abitativo, mentre i restanti 2.462.109 sono edifici non residenziali. Purtroppo, il confronto con la situazione esistente nei decenni precedenti può essere solo parziale. Infatti, i dati sugli edifici vengono rilevati dall’ISTAT solo a partire dal Censimento del 2001, mentre in precedenza venivano rilevate solo alcune caratteristiche degli edifici ad uso abitativo.
Se facciamo comunque il confronto con il 2001 risulta in particolare che:
• gli edifici totali (residenziali e non residenziali) sono passati da 12.774.131 unità a 14.176.371 unità, con un incremento in termini assoluti di circa 1,4 milioni di unità (+11%); è importante sottolineare che nel dato relativo agli edifici totali sono compresi anche gli edifici che al momento del Censimento non risultavano utilizzati perché in costruzione, ricostruzione o in fase di consolidamento oppure perché in stato di decadenza, rovina o in corso di demolizione (nel 2001 gli edifici non utilizzati ammontavano complessivamente a circa 725 mila unità, pari al 5,7% del totale);
• gli edifici ad uso abitativo sono aumentati in misura abbastanza modesta (+4,3%), essendo passati da 11.226.595 a 11.714.262 (meno di 500 mila unità in più);
• infine, gli edifici non residenziali – che comprendono anche quelli non utilizzati – sembrerebbero viceversa essere aumentati in modo molto rilevante (+59%), poiché dovrebbero essere passati da 1.547.536 unità (2001) a 2.462.109 unità (uso il condizionale perché l’ISTAT non ci dice esattamente quanti sono, ma questo dato può essere tuttavia ricavato per differenza, sottraendo agli edifici totali il dato relativo agli edifici ad uso abitativo).Per comprendere meglio questo fenomeno sarebbe tuttavia utile conoscere più nel dettaglio quali tipologie di edifici non residenziali sono aumentate maggiormente nell’ultimo decennio, distinguendo gli edifici utilizzati a fini produttivi (alberghi, uffici, laboratori, impianti produttivi, ecc.), dagli edifici che ospitano attività sportive, ricreative, scuole, ospedali, chiese, ecc. e dagli edifici che risultano non utilizzati .
Da questi primi pochi dati mi sembra quindi di poter affermare che la “cementificazione” del Paese segnalata da alcuni quotidiani, sia un fenomeno che – laddove venisse confermato da dati più analitici al momento non ancora disponibili – è da ricollegare soprattutto al boom dell’edilizia non residenziale. Per esprimere giudizi più circostanziati sarebbe inoltre opportuno chiarire direttamente con l’ISTAT quali eventuali limiti presenti la rilevazione degli edifici, dal momento che non risulta al momento chiaro se il censimento degli edifici sia a carattere sostanzialmente esaustivo oppure trascuri alcuni edifici, ed in particolare le costruzioni più ingombranti, come sostiene Meneghetti.
Per quel che riguarda invece l’edilizia residenziale, non c’è viceversa alcun dubbio sul fatto che la situazione sia andata apparentemente migliorando nel nostro Paese, almeno rispetto agli anni precedenti. Per avvalorare questa tesi credo sia sufficiente considerare i tassi di crescita delle abitazioni mettendoli a confronto con quelli delle famiglie e facendo riferimento ad un arco temporale che copre gli ultimi 50 anni. Come emerge chiaramente dalla tabella seguente, se nei tre decenni che vanno dal 1961 al 1991, il tasso di crescita delle abitazioni nel nostro Paese è stato non solo molto sostenuto (sempre a due cifre), ma anche nettamente superiore al tasso di crescita delle famiglie, nell’ultimo decennio la situazione si è completamente invertita, visto che l’incremento delle abitazioni – oltre ad essere stato percentualmente modesto (+6%) – è risultato pari a meno della metà di quello degli alloggi (+12%). La conseguenza è stata ovviamente un aumento del tasso di occupazione abitativa, che è passato dall’80,5% del 2001 all’83,1% del 2011, il che non può che essere interpretato come un segnale di un utilizzo se non altro più efficiente del patrimonio abitativo esistente.
[tabella e note nel file .pdf allegato]
Proviamo ad anticipare lo scenario in cui il nostro paese verrà a trovarsi da qui a 7-8 mesi. Nessuno può dubitare del fatto che le condizioni economiche generali peggioreranno ulteriormente rispetto alla già gravissima situazione presente. Non è la voce inascoltata di Cassandra a dirlo, ma le previsioni dello stesso governo in carica e degli organismi internazionali. Dunque, nei prossimi mesi noi avremo centinaia di migliaia di nuovi disoccupati, l'ulteriore impoverimento dei cassintegrati di lungo corso, il trascinamento nella povertà o quanto meno nel disagio sociale di strati estesi di ceto medio a causa dell'innalzamento della pressione fiscale (IMU, IVA, imposte locali). Una spaccatura verticale fenderà in due il paese come non accadeva da decenni e come forse mai era accaduto, con tanta divaricazione, nella storia dell' Italia contemporanea.
Non è difficile immaginare che cosa accadrà al solido zoccolo di consenso, già in fase di erosione, di cui ha finora goduto il governo Monti. Così come è facile prevedere che cosa ne sarà del residuo grado di fiducia riposto dagli italiani nei partiti politici. La sfiducia presente, lo ricordiamo, non è solo alimentata dallo spettacolo moralmente riprovevole dei privilegi a cui il ceto politico, indistintamente, si mostra così tenacemente legato. Né solo dagli gli episodi di corruzione che danno un quadro desolante della vita interna dei partiti. Ma forse ancora di più dalla ormai conclamata loro incapacità di cambiare, se non in peggio, la condizioni delle grandi masse popolari. Protagonisti, per tutti i decenni del dopoguerra, della costruzione del welfare nazionale, essi hanno camuffato tramite la pubblicità ingannevole delle “riforme” il suo graduale smantellamento. Un tempo redistributori di ricchezza, essi hanno di fatto lavorato – tramite la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni, le politiche fiscali - per concentrarla in poche mani. I dati sul divario dei redditi delle famiglie italiane forniti dalla Banca d'Italia già prima della crisi son l'esito di questa politica.
Anche in questo caso la fenditura non farà che approfondire una “faglia” storica, spalancando prospettive imprevedibili di degenerazioni populistiche. La democrazia italiana, già gravemente manomessa, rischia ulteriori, gravi arretramenti. Ma da qui a 8 mesi le “grandi riforme”, le liberalizzazioni, l'ulteriore ristrutturazione del mercato del lavoro, mostreranno la loro prevedibile, totale inefficacia a lenire una disoccupazione imponente e a fare uscire l'Italia dalla recessione. Il debito resterà li, probabilmente accresciuto dal calo, ufficialmente previsto, del PIL. A quel punto il re sarà completamente nudo. Quali altre riforme propaganderanno governo e partiti che lo sostengono? Come spiegheranno il disastro a cui hanno condotto il paese?
Di fronte a un tale scenario, il Manifesto per un nuovo soggetto politico appare un scelta coraggiosa e di grande responsabilità. Un gruppo di intellettuali, di fronte alle prospettive facilmente prevedibili dell'immediato futuro, constatando la subalternità se non l'impotenza del maggiore partito d'opposizione, elabora un canovaccio progettuale per tentare di sperimentare strade nuove di democrazia, destinata a offrire alternative alla sinistra nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Quel Manifesto, ovviamente, non è lo statuto solenne di una setta. Nessuno dei firmatari ha prestato giuramento sui suoi vari articoli. Dunque, pluralità di posizioni intorno a un progetto e ad aspirazioni convergenti. Ognuno è libero di portare il proprio contributo di riflessione, sia di metodo che di contenuto. Qui, dunque, essendo un dei primi firmatari, tenterò di chiarire la mia posizione e di abbozzare alcune riflessioni.
Come hanno chiarito sul manifesto tanto Marco Revelli che Tonino Perna, non è alle viste la nascita di nuovo partito. Lo scenario è già abbastanza affollato. E soprattutto il popolo della sinistra – questa è una mia convinzione – lo vivrebbe come un elemento di complicazione dello scenario politico oltre che di divisione del fronte di lotta. Se c'è una aspirazione davvero vasta e profonda, in questo popolo, questa è l'unità delle forze che lo rappresentano. Questione, com'è noto, che costituisce il problema dei problemi e non solo in Italia. Ma come si può muovere tale nuovo soggetto in un così stretto sentiero? Io credo che una rete di comuni in grado di costituire, come dice Alberto Lucarelli, una « una intelaiatura », democratica di tipo nuovo, costituisca un tentativo importante di potenziamento della partecipazione dei cittadini al governo della cosa pubblica. Non possiamo continuare a pensare che la politica altro contenitore non abbia che i partiti. Così come credo che l'elaborazione teorica sui beni comuni, apra un' ampia e inesplorata strada, in grado di dilatare il territorio dei diritti, rinchiusi per secoli, in Occidente, dentro la rigida gabbia binaria di pubblico/privato. Tuttavia io non ritengo – come del resto gli estensori e i firmatari del manifesto - che si debba abbandonare il terreno della democrazia rappresentativa, e darla come perduta e inutilizzabile. In Parlamento si votano leggi che condizionano la vita di tutti noi, per la durata di anni e decenni. L'umana durata della lotta politica. Il potere legislativo è un pezzo rilevante dello stato, che oggi appare insufficiente a contrastare i potentati economici e finanziari mondiali. Dobbiamo rinunciare anche a tale soglia minima di potere?
C'è un aspetto, nella contrapposizione tra democrazia rappresentativa e partecipata, che andrebbe chiarito con realismo ed onestà. La partecipazione di massa alle decisioni che si sprigiona nei momenti delle lotte, non dura. Essa si rende possibile solo in luoghi delimitati, ed è frutto dell'iniziativa di ristrette avanguardie. La lotta è la febbre di crescita della società civile, che accelera la trasformazione culturale e politica generale, ma non è la sua normale fisiologia. Solo durante i sommovimenti delle rivoluzioni, la lotta può diventare anche per qualche anno dimensione quotidiana delle masse. Non è oggi il nostro caso. Pensiamo al movimento di Occupy Wall Street. I protagonisti, che parlavano a nome del 90% degli americani, erano numericamente meno dell'1% contro cui lottavano. E tuttavia il loro consenso nella società americana era ed è assai più vasto. Ma questo consente di vedere la grande differenza che esiste tra partecipazione e consenso. In questo passaggio si coglie la differenza fra avanguardie e masse. E si comprende la necessità di trasformare quel consenso in egemonia organizzata, in “casematte” – per dirla con Gramsci – in cui il potere popolare si solidifica in organizzazione per durare nel tempo. Quanti degli italiani, che nel referendum hanno votato per l'acqua pubblica, sono poi disposti a impegnarsi per il controllo della sua gestione democratica? Di certo una minoranza. Per questo la democrazia rappresentativa dell'amministrazione comunale finisce con l'avere il sopravvento e durare.
Ora, io credo che il nuovo soggetto potrebbe battersi per modificare le ragioni che fanno degenerare la democrazia rappresentativa. Chiedamoci: perché quella forma di potere delegato, col tempo, si separa e si nasconde allo sguardo degli elettori? Perché la democrazia organizzata nei partiti si restringe a oligarchia? Ma perché gli elettori, dopo aver deposto la scheda nell'urna, ritornano nei loro ruoli sociali tradizionali, e non hanno più tempo e passione per seguire le sorti del loro mandato. Nessuno, del resto, può pretendere, che la politica duri nel tempo come l'unica passione dominante della vita di milioni di persone. Questo accade a pochi individui. E la separatezza e opacità dei corpi eletti, inevitabilmente, finisce col prendere il sopravvento, la politica diventa pascolo recintato di professionisti. Ebbene, oggi la rete consente ciò che era impossibile solo venti anni fa. Io credo che la creazione di un Osservatorio politico nazionale, gestito in rete, e finalizzato a seguire e monitorare, durante il mandato, il comportamento degli eletti, potrebbe accorciare in maniera efficace la distanza tra governanti e governati. Ma esso potrebbe costituire una forma a dimensione nazionale di democrazia partecipata. Tramite la rete ogni cittadino può comunicare all'Osservatorio le proprie osservazioni locali, le proprie critiche e suggerimenti agli eletti, può prendere parte a un Agorà che non richiede una militanza fisica quotidiana, ma che offre l'opportunità di comunicare con efficacia la propria opinione a un organismo con il compito istituzionale di accoglierla e vagliarla.
Ovviamente tale istituzione andrebbe accompagnata con vari altri interventi di riorganizzazione della vita dei partiti. Uno di questi, imprescindibile, è la fissazione di un tetto massimo di spesa per ogni candidato nel corso della campagna elettorale, nel momento cioè in cui si riproduce il ceto politico della democrazia rappresentativa. Il dispositivo introdurrebbe un importante egalitarismo di partenza, risolverebbe molti conflitti d'interesse, limiterebbe la corruzione, avrebbe la forza potenziale di spezzare il legame tra i partiti e i poteri economico-finanziari che oggi limitano la sovranità degli stati.
Com'è possibile realizzare un tale ambizioso obiettivo? Oggi dall'Europa giunge una insperata opportunità. Grazie al Trattato di Lisbona sarà possibile già dai prossimi mesi mettere in atto l'ICE, l'Iniziativa dei Cittadini Europei, i quali potranno proporre importanti riforme raccogliendo un milione di firme in almeno 7 stati dell'UE. Una iniziativa che partirà quest'anno riguarda il reddito di cittadinanza. E qui siamo già ai contenuti promessi nel titolo. Tale battaglia può innescare, già alla fine di quest'anno, una mobilitazione europea di vasta portata, in grado di coinvolgere milioni di giovani disoccupati. Si rassegnino gli sviluppisti : anche quando saremo usciti dalla turbolenza questo capitalismo non creerà più piena occupazione. La sinistra deve perseguire, come suo asse strategico, la separazione del reddito per una vita degna dal lavoro, che sarà sempre meno. Anche così si spezza il rapporto di forza che dà oggi al capitale la capacità di condizionare a suo vantaggio la dinamica di classe e spaccare la società con disuguaglianze insostenibili. Anche così si può fare uscire la nostra gioventù dalla attuale disperazione, senza attendere il Godot della crescita.
Da dove prendere i soldi? Qui si apre una questione che riporta ai rapporti tra il “nuovo soggetto” e la sinistra nel suo complesso. Una sinistra, ricordo, che si compone anche di forze importanti che oggi non stanno in Parlamento. Oggi è evidente perfino a Warren Buffet , uno degli uomini più ricchi del mondo, che la crisi attuale è l'esito di un “grande saccheggio” del capitale che dura da trent'anni. Si supera trasferendo ricchezza dai ceti ricchi alle classi popolari. E' dunque necessario riportare la fiscalità generale ai meccanismi progressivi che sono stati manomessi dalle politiche neoliberistiche. Mario Pianta, sul manifesto (4.4.2012) ne ha parlato diffusamente.
Si deve allestire dunque uno scontro di classe, di inusuale ampiezza ed asprezza, che imporrà al PD scelte non facili. Il gruppo dirigente di quel partito non potrà più raccontare la favola ormai consunta delle liberalizzazioni. E dovrà fare i conti con una questione spinosissima, che è rimasta silente negli ultimi tempi. E’ dal 18 novembre 2001, con l'invio della flotta “Comando gruppo navale italiano”, che l'Italia partecipa in forme sempre più impegnative alla guerra in Afganistan. Oggi si spendono circa 68 milioni di euro al mese per il nostro contingente. Che cosa dirà, quel gruppo dirigente, a milioni di italiani disperati, su una guerra che viola la Costituzione, appare ormai perduta e accresce un debito pubblico che si fa pagare ai cittadini incolpevoli con lacrime e sangue? La partita si aprirà presto. Intanto, si potrebbe già pensare, per le prossime elezioni politiche, a organizzare, dove possibile, delle primarie territoriali: forme di selezione dei candidati che a livello locale sfuggano ai comandi delle segreterie e premino i soggetti che si sono distinti nei movimenti, mostrino capacità e culture politiche all'altezza delle sfide. Anche questo potrebbe essere un mezzo per incominciare a pensare a una ristrutturazione plurale dell'intera sinistra, che certo, dopo Monti, non può più essere quella di prima.
Questo articolo è stato inviato anche al manifesto
L’Istat pubblica i risultati “in via provvisoria”, ma in forma talmente definita per i numeri (le tabelle denominate Prospetti) e, al contrario, ambigua per le definizioni, che la cautela nell’interpretazione – già qui perorata da Vezio De Lucia – diventa un obbligo. Ad ogni modo, consultare la fonte diretta è meglio che affidarsi a quanto giornali e altri siti diversi da quello dell’istituto statistico hanno pubblicato. Ne ho ricavato le osservazioni seguenti (ed eviterò di citare numeri in apparenza veritieri perché precisati all’unità, li arrotonderò al migliaio).
Le famiglie residenti sarebbero 24.512.000 e le abitazioni occupate appunto da residenti 23.998.000. L’avanzo, se così possiamo chiamarlo, di 514.000 famiglie rispetto agli alloggi, indica un probabile aggravamento della coabitazione, che riguarderebbe almeno un milione di famiglie, giacché l’avanzo di dieci anni prima era sensibilmente minore, 388.000 (scrive De Lucia: “…rilanciare l’urgenza di una politica abitativa dai forti connotati sociali). Le abitazioni in totale sono aumentate del 5,8 per cento (da 27.292.000 a 28.864.000) ma quelle occupate da residenti lo sono del 10,83; il paragone con l’aumento delle famiglie residenti, 12,4 per cento, confermerebbe l’ipotesi circa la coabitazione.
Il moderato aumento delle abitazioni totali sarebbe dovuto alla diminuzione delle ”altre abitazioni” che, esempio massimo di doppiezza, mischiano quelle non occupate (cioè vuote o seconde case) a quelle occupate da non residenti. Così uno dei fenomeni più gravi, l’enorme spreco degli alloggi vuoti, in buona parte seconde case, potrebbe essere da altri visto come parziale contenitore di abitanti non censiti per lo più stranieri; il cui numero, se così fosse, a mio parere non potrebbe che incidere marginalmente. I 3.770.000 stranieri rilevati dall’Istat sono stranieri residenti, quindi censiti in abitazioni occupate da famiglie residenti, probabilmente partecipi non secondarie dei casi di coabitazione.
Comunque, accettando le quantità presentate nel prospetto 14, risalta la diminuzione degli alloggi che preferisco unificare sotto la dizione “non occupati”: da 5.639.000 a 4.865.000 (dal 21 al 17 per cento del totale). Le 774.000 unità in meno dal 2001, calo di misura mai verificatasi nei precedenti periodi intercensuari dal dopoguerra, spiegherebbero la decelerazione dell’aumento delle abitazioni in complesso. Non arrischio alcuna motivazione (crisi economica, crisi del mercato edilizio, restrizione dei prestiti…). Sono però convinto che la vecchia affermazione di Pier Luigi Cervellati, “abbiamo prodotto troppe case, abbiamo prodotto le case che non servono”, rimanga valida. Le case che non servono hanno accresciuto fortemente il potenziale distruttivo già detenuto da quelle ritenute necessarie: le une e le altre hanno invaso il paese in maniera anarchica, smaccatamente liberistica in “assenza di una corretta pianificazione urbanistica e territoriale, causa della devastazione del territorio e del crescente disagio dei suoi abitanti” (Salzano, in Postilla all’articolo di De Lucia sopra citato). Sul problema del conteggio delle abitazioni non occupate i miei dubbi superano quelli inerenti ad altri soggetti. In una lettera a eddyburg del 13 marzo scrivevo che nel 2005 il Coordinamento europeo per l’alloggio sociale indicava nel 24 per cento la quota di alloggi vuoti in Italia. Sarebbero bastati cinque o sei anni per attenuare in misura rilevante un fenomeno che ha segnato malamente il nostro paese più di ogni altro in Europa, per oltre mezzo secolo?
Ultima annotazione rivolta al censimento degli edifici, settore per il quale l’Istat sembra voler impedirci di avvicinare una plausibile verità degli accadimenti, essenziale per valutare il reale consumo di suolo, la “cementificazione” – come usa dire – del paese, non bastando evidentemente per questo scopo il computo delle abitazioni. “Per ciascun comune, nelle sezioni di centro e nucleo abitato sono stati censiti tutti gli edifici presenti, mentre nelle sezioni classificate come ‘case sparse’ e ‘località produttive’ la rilevazione è limitata ai soli edifici residenziali”: questo l’incomprensibile criterio adottato dall’istituto. Sono sparite dal resoconto proprio le costruzioni più ingombranti e, lo sappiamo, poco o niente controllate dai Comuni dal punto di vista urbanistico e edilizio: quell’enorme massa di capannoni, centri commerciali, eccetera che non è di sicuro distribuita ”nelle sezioni di centro e nucleo abitato” e che invece ha ricoperto persino le campagne dell’agricoltura alimentare oltre agli spazi liberi fra le case sparse. Il territorio di intere regioni è stato sconvolto dai nuovi mostri; è successo non solo nel sempre nominato Veneto (la sua classe dirigente e i consenzienti ceti subalterni…) come caso limite della distruzione del proprio paesaggio, ma dappertutto secondo una scala di disvalori urbanistici e paesistici non sempre consequenziale a quella dello sviluppo economico.
Concludendo sul bilancio statistico degli edifici: il censimento del mero numero già dichiarato parziale dall’Istat è da contestare. Un aumento dell'11 per cento comprensivo di un 4,3 per cento relativo agli edifici residenziali (Prospetto 15), dato ripreso piattamente da alcuni giornali, descrive una condizione del consumo di suolo lontanissima da quella che solo un’indagine anche dei manufatti prima esclusi, secondo la loro tipologia e la superficie di territorio occupato, potrà certificare.
Milano, 7 maggio 2012
Rendere le Regioni più forti in seguito a un disastro naturale. Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell’Aquila. Si intitola così il documento che l’OCSE e l’università di Groningen hanno reso pubblico in questi giorni e che dovrà essere discusso nel Forum previsto all’Aquila per sabato 17 marzo. Lo studio è stato finanziato dal ministero dello Sviluppo economico (Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica) e da CGIL, CISL, UIL. [il testo è scaricabarile in calce]
È un testo inverosimile. Da anni, da decenni, non si leggevano stoltezze simili, sembrano chiacchiere da bar. Non riesco a credere che invece sono state scritte da istituzioni autorevoli come l’Ocse, l’università di Groningen, il ministero dello Sviluppo e le confederazioni sindacali. Mi riferisco alla parte seconda del documento, in particolare ai paragrafi Raccogliere la sfida della ricostruzione e L’aquila: concorso internazionale di architettura e candidatura al titolo di Capitale europea della cultura. Molto in sintesi, eliminando preamboli e preliminari, si propone di “utilizzare moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche per modificare gli interni degli edifici con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici. I requisiti architettonici possono essere incentrati sulla celebrazione del passato, vista come mezzo di costruire un futuro nuovo e sostenibile”.
Sta scritto proprio così. E non è finita. Per realizzare lo scempio si dovrebbe organizzare un concorso internazionale di architettura consentendo “che venga modificata la destinazione d’uso” degli edifici, permettendo altresì ai proprietari di “modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità)”.
Alla giuria del concorso dovrebbero partecipare “architetti di fama mondiale e di livello internazionale” e per pubblicizzare l’iniziativa al concorso verrebbero affiancati un documentario televisivo e altre operazioni di comunicazione che valorizzino la natura della sfida.” Aiuto!
A questo punto – per ora – solo qualche domanda. Lo sanno gli autori del documento che esiste una cultura del recupero, che da più di mezzo secolo ha messo a punto principi, procedure e regole per intervenire nei centri storici? Lo sanno che questa cultura è un vanto dell’Italia e che dall’Italia si è a mano a mano diffusa in Europa e nel resto del mondo? Hanno mai sentito parlare della Carta di Gubbio? Fu approvata nel 1960 e per la prima volta dichiarò che i centri storici sono un organismo unitario, tutto d’importanza monumentale, dove non è possibile distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base (disponibile invece per ogni genere di trasformazione, come quelle che propongo Ocse e soci). Lo sanno che l’impostazione della Carta di Gubbio fu raccolta da una legge della Repubblica nel 1967 (allora, negli anni del primo centro sinistra, succedeva che governo e parlamento fossero sensibili ai progressi della cultura). Lo sanno che la stessa impostazione, approfondita e perfezionata, nella prima metà degli anni Settanta guidò la formazione del piano per il centro storico di Bologna che diventò un modello apprezzato, imitato, invidiato in mezzo mondo? Che da allora altre città, grandi e piccole, anche esposte a rischio sismico, hanno seguito la stessa strada (cito solo Como, Venezia, Palermo, Napoli)?
Al Forum di sabato 17 dovrebbe partecipare il ministro Fabrizio Barca delegato dal presidente Monti a seguire la ricostruzione della sventurata città dell’Aquila. Siamo certi che chiederà agli autori di cancellare le eresie insensatamente proposte e che l’Aquila faccia tesoro delle migliori esperienze italiane in materia di centri storici e di politiche di recupero.
Col consueto stile manageriale dell’uomo del fare Corrado Passera, ministro delle Infrastrutture, ha deciso di chiudere Arcus, la società per lo sviluppo dell’arte, la cultura e lo spettacolo creata nel 2004 con capitale sociale interamente sottoscritto dal Ministero dell'Economia, mentre l’attività derivava dai programmi di indirizzo forniti annualmente dal Ministro per i Beni le Attività Culturali.
Che sia un bene mettere una pietra tombale su uno dei peggiori esperimenti partoriti in campo di gestione culturale, divenuto, da subito, bancomat per regalie clientelari, da sempre oggetto di critiche della Corte dei Conti e più volte al centro di inchieste giudiziarie (cfr. Corrado Zunino su Repubblica di oggi) è fuori di dubbio.
In questi anni pressoché nessuno dei progetti finanziati da Arcus è mai rientrato nella mission della società: originariamente pensata per sostenere, con risorse provenienti dai fondi per le grandi opere, progetti di compensazione proprio sull’impatto che tali opere avrebbero avuto sul paesaggio e il patrimonio culturale, ben presto questi obiettivi si sono stemperati in “progetti importanti e ambiziosi concernenti il mondo dei beni e delle attività culturali, anche nelle sue possibili interrelazioni con le infrastrutture strategiche del Paese” (fonte Arcus).
Da lì, il passo è stato breve verso una deriva di mille iniziative, tutte riconducibili ad un padrino politico, identificabile in primis nei ministri dei beni culturali e delle infrastrutture e nel sottobosco che di volta in volta ruotava loro attorno. Vertice del malcostume, l’assegnazione dei fondi per la ristrutturazione del palazzo di Propaganda Fide, frutto di uno scambio fra l’ex ministro delle Infrastrutture Lunardi e il cardinal Crescenzio Sepe. E oggetto di ulteriore scandalo fu che nel programma delle attività 2010 successivo di qualche mese al terremoto a L’Aquila, alla ricostruzione del patrimonio culturale abruzzese fossero state destinate solo poche briciole, mentre decine di milioni erano assegnati in attività di “valorizzazione”.
Ma che questo passaggio sia ancora una volta stato deciso in altre sedi rispetto a quelle deputate, è sintomatico dell’attuale situazione di irrilevanza politica del Mibac e del suo Ministro pro tempore.
La chiusura di Arcus avrebbe dovuto essere il risultato di un coraggioso e onesto bilancio di questi anni (che invece, italicamente, si preferirà evitare) operato da parte del Mibac e non lo scippo, l’ennesimo, di risorse da parte degli interessi forti che sembrano prevalere nell’attuale governo.
Le ragioni addotte per la chiusura della società sono che Arcus avrebbe ormai esaurito la propria missione: al contrario, semplicemente non l’ha mai perseguita, ma ciò non significa che tale missione fosse sbagliata o inutile, anzi. Di fronte all’arrembante e pervasiva retorica della necessità delle Grandi Opere per la sopravvivenza economica del paese, necessario e urgente sarebbe dotare il Ministero di strumenti per mitigare in maniera non solo superficiale i danni, inevitabili, a paesaggio e patrimonio culturale.
L’alternativa è lavarsi la coscienza con i proclami quali la lettera del trio Passera, Ornaghi, Profumo a commento del così detto “manifesto della cultura” del Sole 24 Ore. Risposta consonante al vuoto e alla banalità con cui si sta cercando di nascondere il delitto perfetto: quello nei confronti dell’art. 9 della nostra Costituzione.
Seguendo la cronaca concitata di un qualunque pomeriggio padano di recessione, con il piccolo imprenditore indebitato che si barrica dentro gli uffici delle tasse in un piccolo centro della media pianura, sparando contro il soffitto con un fucile a pompa, non potevo fare a meno di ripensare a un’altra cronaca di alcuni mesi fa, probabilmente scivolata nel dimenticatoio. È un giorno di inizio gennaio 2011, e alla periferia di Tucson, Arizona, l’ennesimo ragazzo in stato di confusione mentale si presenta armato davanti a uno shopping mall, e apre il fuoco contro un piccolo comizio della deputata Gabrielle Giffords: sei morti, fra cui un importante magistrato, e la stessa Giffords ferita molto gravemente insieme ad altri. I resoconti della stampa, poi, si soffermavano abbastanza naturalmente sulle biografie dei protagonisti, andando a cercare amici, testimoni, gente del posto. E qui arrivava l’aspetto forse più interessante per il resto del mondo, incluse le medie pianure bergamasche.
La descrizione del quartiere North Soledad – dove abitava il ragazzo – immerso nello sprawl dell’Arizona, era piuttosto illuminante. File di villette con giardino, qualcuna un po’ mal messa, altre più in là pignorate e in attesa di improbabili nuovi occupanti, altre ancora con qualche abitante arrivato qui negli anni del boom trascinato dall’edilizia, e ora alle prese con la recessione e i conti da far quadrare, le rate del mutuo, la benzina sempre più cara ma indispensabile per far andare il furgoncino dell’impresa individuale, o per andare a far spesa al supermercato, una decina di chilometri minimo, intesi come dieci all’andata e dieci al ritorno. E torniamo invece a Romano di Lombardia … invece? Invece un accidente, verrebbe da dire: schiere di villette con la macchina parcheggiata sul viale di ghiaia, appena fuori dall’antico fossato che ancora cinge il centro storico praticamente non c’è altro, per chilometri e chilometri. I capannoni delle aree industriali-artigianali che chiudono comunque sempre l’orizzonte, salvo dalla parte delle Orobie a nord, in mezzo ai quali spesso spuntano curiose nuove attività, sempre capannoni con parcheggio ma bar o centri abbronzatura con tanto di palma finta illuminata, parecchi cartelli VENDESI o AFFITTASI.
Tanto lavoro operaio, tanta piccola impresa, edilizia coi furgoncini che ancora escono la mattina presto per andare magari fino a Milano, nei piccoli cantieri di riqualificazione commerciale del centro. Il sequestratore dell’ufficio tasse era titolare di una piccola attività di servizio nel settore pulizie. E centri commerciali che pullulano ovunque. Solo per citare geograficamente i più grossi, c’è il Borgo giusto sulla rotatoria appena fuori Romano, poi le Acciaierie a Santa Maria del Sasso, nel vuoto pneumatico della pianura dove pascolano le vacche, e giù a cavallo della Padana, anche lui in trepida attesa del serpentone Bre.Be.Mi., l’ultimo arrivato di Antegnate, ancora circondato dal marasma di cantieri dell’autostrada spudoratamente concepita per lo “sviluppo del territorio locale”. Per adesso i cantieri arrancano, complice anche uno dei tanti guai giudiziari della Regione, quando si è scoperto che sotto il serpente d’asfalto volevano nasconderci e anzi ce li avevano già nascosti, dei micidiali veleni. Ma se l’autostrada non c’è ancora, i suoi cosiddetti prodotti collaterali abbondano, e del resto è per quello che è stata progettata sul nuovo percorso, ad accontentare gli appetiti locali di capannoni, svincoli, cinture, bretelle, varianti.
E adesso? Adesso i carabinieri si sono portati via il sequestratore di Romano, e il dibattito anche giustamente si sta concentrando per un verso o per l’altro sulla recessione, le tasse, il cittadino lasciato solo davanti alla crisi. Ma chissà cosa stanno combinando e macchinando i fat cats ai piani alti del Formigone, il monumento alla propria vanità fortemente voluto dal cosiddetto “Celeste”, che da una quarantina di chilometri scrutano la pianura che considerano proprio possedimento e dominio. Di sicuro non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro modello di “eccellenza” a base appunto di sprawl che si autoalimenta, e trasformazioni territoriali in un modo o nell’altro a carico del contribuente. Magari, come cantava Johnny Cash, quegli alti papaveri stanno lì “probably drinking coffee, and smoking big cigars”. Mentre l’altro lo trascinano via, e già qualche ufficio stampa prepara gli inevitabili profili da psicopatico, il gesto sconsiderato, o magari lo slogan contro il fisco in genere.
Resta il fatto che, da un piccolo modesto punto di vista, quando si usano certi criteri di giudizio, magari anche certi termini come il solito sprawl, non si vuol fare nessun esotismo, ma solo provare a ricordare che ormai davvero tutto il mondo è paese, tutto ciò che capita sta capitando anche a noi, “altrove” è un concetto geografico che va sempre spiegato. Il fucile a pompa che spara sul soffitto nel pomeriggio di un giorno da cani, davanti al parcheggio di un centro commerciale, ormai ce lo dobbiamo tenere. E forse sarebbe meglio prendere però anche sul serio gli anticorpi culturali che certe situazioni hanno già prodotto: quelli sono tutt’altro che esotici, e invece utilissimi per esempio a sbugiardare gli ideologi del finto ovvio.
Mi sembra che siano esagerati o sbagliati i titoli e i commenti di molti giornali a proposito dei primi dati del censimento 2011 relativi alla produzione edilizia. “L’Italia del cemento”, titola la Repubblica, e scrive che «una nuova cementificazione selvaggia ha violentato l’Italia». Non è così almeno per quanto riguarda la costruzione di nuovi alloggi. Anzi. Basta osservare che nel 2011 le nuove abitazioni sono aumentate del 5,8 per cento rispetto al 2001 mentre le famiglie sono aumentate del 12,4 per cento, cioè più del doppio degli alloggi.
La conseguenza è l’aumento del tasso di occupazione abitativa che passa dall’80,5 per cento del 2001 all’83,1 per cento del 2011. Nell’Italia centrale le abitazioni occupate da residenti raggiungono l’87,8 per cento e nell’Italia Nord-Occidentale l’85,5 per cento. Considera che venti anni fa il tasso di occupazione era in Italia del 79 per cento. Mi pare evidente un certo miglioramento, nel senso che l’innalzamento del tasso di occupazione significa una riduzione dello spreco edilizio.
D’altra parte, la persistenza, anzi l’aggravamento degli squilibri, è subito confermato dalle 71 mila famiglie (erano 23 mila nel 2001) che vivono in “altri tipi di alloggio” eufemismo per “roulotte-caravan, tenda, camper, baracca, capanna, grotta, garage, cantina, stalla” (definizione dell’Istat). Basta andare appena fuori della periferia storica di Roma per rivedere situazioni che pensavamo cancellate dagli anni del sindaco Petroselli.
Non traggo nessuna conclusione, ha ragione Michele Serra, le statistiche sono una lingua da tradurre con molta circospezione. Mancano i dati relativi all’edilizia non abitativa e i numeri relativi a non meglio specificati “edifici” non significano nulla. Dovremo approfondire l’analisi per ambiti ristretti, a partire dalle città e dalle aree metropolitane. Ma non possiamo per questo sottrarci ad avviare una riflessione sul tema. Intanto per due ragioni:
- per mettere in guardia dalla prevedibile onda revisionista, non so come chiamarla, di chi coglierà l’occasione della differenza fra l’aumento del numero delle famiglie e il minor aumento del numero degli alloggi prodotti per rilanciare le magnifiche sorti e progressive dell’espansione senza fine e per ripetere che solo il libero mercato edilizio può risolvere il problema. Mi sembra che si debba invece rilanciare l’urgenza di una politica abitativa dai forti connotati sociali, a tutte le scale, dal governo nazionale alle regioni ai comuni, una politica che da circa venti anni è uscita di scena;
- la seconda ragione è che seppure il numero delle abitazioni costruite è minore rispetto a quanto si poteva immaginare, non si è certamente ridotto il consumo del suolo urbanizzato, che anzi negli ultimi anni – come dimostrano tutti i dati di cui disponiamo, anche se parziali e difformi – è aumentato vertiginosamente. Secondo me la spiegazione sta soprattutto nel fatto che la più recente edificazione avviene a bassa, bassissima densità (a Roma si sono costruiti nuovi quartieri con 13 abitanti/ettaro, e nel Mezzogiorno abusivo non si raggiungono i 10 abitanti/ettaro). Non dovunque è così, e anche in proposito sono necessarie analisi approfondite e circostanziate. Ma non si possono fare passi indietro nell’opposizione netta e determinata al consumo del suolo.
Le analisi imprecise conducono sempre a proposte inadeguate al problema. Così è stato nella fase iniziale del dibattito sul consumo di suolo, quando si sono confusi i dati delle diverse fonti (e si è assunta la riduzione della superficie delle aziende agrarie come la misura dell’aumentato del consumo di suolo) o si è ritenuto che la modernità tecnologica dello strumento di rilevamento (il Corine) garantisse la precisione del dato rilevato.
Una lettura attenta dei dati del censimento può essere l’occasione di aggiornare l’analisi della reale situazione del territorio in relazione ai bisogni che il territorio deve soddisfare. Solo in questo modo si potranno individuare le politiche giuste per raggiungere due obiettivi che devono sempre essere strettamente congiunti: risparmiare la sottrazione del suolo al ciclo biologico, e sodisfare i bisogni reali (socialmente e umanamente utili) che fanno del territorio l’habitat dell’uomo.
Da questo punto di vista mi sembra che anche una prima lettura dei dati del censimento confermi due tesi:
1) L’assenza di una corretta pianificazione urbanistica e territoriale è causa della devastazione del territorio e del crescente disagio dei suoi abitanti. Chi frequenta eddyburg sa che per corretta pianificazione intendiamo quella volta a realizzare la “città dei cittadini” e non quella della rendita.
2) Assumere il mercato come il meccanismo risolutore (il dominus) della soluzione dei problemi che la condizione urbana deve soddisfare è un errore analogo a quello che compie il medico che cura la malattia ammazzando il malato.
Queste tesi erano ampiamente condivise nei decenni che hanno preceduto i nefasti anni Ottanta. Abbandonarle e distruggere (o lasciar distruggere) gli strumenti che si erano predisposti per trasformarle in fatti è stato l’errore più grave che la cultura politica e quella urbanistica hanno compiuto.
Non è una “visita guidata”; se qualcuno dei frequentatori più assidui e più pazienti volssi farla sarebbe un bel regalo. Oggi ci limitiamo a segnalarvi qualcuno dei numerosi scritti sull’argomento nascosti nei quasi 19mila articoli accolti in questo sito.
Oltre ai due brevi testi di Marx raccolti nel “Glossario” Lavoro, secondo Marx, vi segnalo tre articoli recenti di Laura Balbo, L'economia e il lavoro fuori del mercato, tratto da Sbilanciamoci, Giorgio Nebbia Il lavoro: Orgoglio, non solo reddito e Piero Bevilacqua, Un reddito oltre il lavoro, gli ultimi due nella rubrica “Opinioni” di eddyburg. Poi vi rinvio all’ Eddytoriale n. 89 e all’Eddytoriale n. 144 specificamente dedicati alla questione del lavoro.
Naturalmente nelle cartelle “Sinistra”, “Giornali del giorno”, “Capitalismo oggi” e “Recensioni e segnalazione” (tutte nel settore "Società e Politica") troverete altri numerosi articoli che affrontano l’argomento. Mentre un approfondimento del tema da un punto di vista dell’economia come dimensione dell’uomo lo trovate in alcuni testi di Claudio Napoleoni, quali Scienza economica e lavoro dell’uomo nella definizione di Lionel Robbins, e nella sintetica ricostruzione del suo pensiero in proposito che ho steso in un capitolo del mio Memorie di un urbanista e ho ripreso nella relazione introduttiva alla sesta edizione (2009) della Scuola di eddyburg. (e.s.)
Un gran numero di Associazioni, Onlus, collettivi, cooperative etc. comprendenti da AIAB a Campi Aperti, da Crocevia a Civiltà Contadina, da Libera a Slow Food, hanno con manifestazioni, presidi, lettere alle commissioni parlamentari, preso posizione sulla vendita dei terreni agricoli demaniali che il Governo Monti ha di recente approvato (Decreto1/2012). La norma che la prevede è contenuta nel cosiddetto “decreto liberalizzazioni” (all'art.66) che specifica e in qualche misura aggrava quanto già previsto dalla legge del 12 novembre 2011.
In alternativa alla vendita dei terreni “agricoli o a vocazione agricola” demaniali, auspicata anche da CIA e Coldiretti, gli oppositori proponevano la concessione in affitto a equo canone, con priorità ai giovani agricoltori per:
- contrastare ai processi di ulteriore concentrazione della terra agricola nelle mani di un sempre minore numero di aziende di grandi dimensioni (un “landgrabbing” a scala nazionale) con conseguente drastica riduzione delle piccole proprietà contadine considerate più virtuose quanto a distribuzione dei redditi e cura della terra;
- l'esclusione di occasioni e facilitazioni per il riciclaggio, nell'acquisto della terra, di risorse finanziarie originate da attività criminali;
- l'esclusione di opportunità per speculazioni immobiliari possibili con l'ottenimento di cambi di destinazione d'uso dei terreni alienati.
L’iniziativa, pur non avendo ottenuto alcun esito, ha avuto il merito di porre sulla questione ipotesi diverse certamente più interessanti e con prospettive meno limitate del far cassa vendendo un bene demaniale, ma forse questa occasione costituisce una opportunità per affermare e iniziare a praticare, attraverso un progetto mirato, un paradigma economico-sociale e politico davvero alternativo centrato sul lavoro, la biodiversità e i servizi ecosistemici, la terra e i suoi prodotti come bene comune, la solidarietà, la condivisione.
Il progetto
Secondo l'Agenzia del Demanio, che utilizza dati del Censimento per l'Agricoltura 2010, l'estensione dei terreni agricoli demaniali sarebbe di oltre 338.000 ha. per un valore che oscilla fra 5 e 6 miliardi di Euro ma è facile prevedere, anche sulla base di passate esperienze di vendita di beni pubblici immobiliari che, un po' per la scarsa capacità di vendita da parte degli enti pubblici, un po' perchè a fronte di una tale ampia offerta i prezzi scenderanno, un po' perchè sono sempre in agguato meccanismi clientelari e abusi, l'ammontare complessivo di introiti derivanti dalla svendita potrebbe essere di molto inferiore alle previsioni.
Dove si trovano questi terreni? In quasi tutte le regioni; dal Piemonte (56000 ha) al Lazio (41000 ha), dalla provincia autonoma di Trento (30000 ha) a quella di Bolzano alla Lombardia e Basilicata (oltre 20000 ha). Oltre i 10000 ha sono anche in: Calabria, Toscana, Campania, Veneto, Marche, Puglia, Molise e Sardegna. Una distribuzione piuttosto uniforme tra Nord Centro e Sud del Paese tale da rendere equa, in senso geografico anche una distribuzione dei benefici possibili con un progetto nazionale per affrontare le decisive implicazioni che la questione della terra riveste per il Paese e il suo futuro “possibile”.
Le questioni connesse alla vendita di questo patrimonio pubblico vanno infatti ben oltre le pur rilevanti criticità presenti nel settore agricolo da diverse parti evidenziate ed investono temi quali la conservazione del suolo, del paesaggio e della biodiversità, la qualità del lavoro, le relazioni sociali.
Intanto è certo che anche la semplice cessione in affitto dei terreni demaniali non risolverà comunque il problema dell'accesso al credito del settore che vede, soprattutto i piccoli e i giovani agricoltori dover contare solo sulle proprie limitate risorse, strozzati come sono da banche sempre più avare. Altrettanto certo è che le piccole aziende che riuscissero ad ottenere la terra, in proprietà o anche in affitto, continuerebbero ad essere escluse dall'enorme torta degli aiuti comunitari all'agricoltura che viene distribuita soprattutto a grandi aziende o consorzi di trasformazione e commercializzazione del prodotto agricolo (spesso per riconversioni che riducono i posti di lavoro) lasciando meno che briciole ai piccoli agricoltori.
E' ancora altrettanto certo che cedere semplicemente in affitto i terreni non inciderà minimamente sul problema della distorsione della filiera di distribuzione e commercializzazione dei prodotti agricoli che: strozza i produttori pagando il prodotto al di sotto dei costi di produzione; spreca energia nella conservazione del prodotto e nel suo trasporto; distrugge grandi quantità di prodotto come eccedenza; banalizza la qualità aprendo le porte a prodotti di importazione, spesso di basso valore qualitativo e alimentare, realizzati a basso costo con sfruttamento del lavoro. Pesa, infine, in termini di costi, su un consumatore reso incapace /di o indifferente/a valutare: qualità del prodotto e del processo produttivo in senso allargato esteso cioè a fattori normalmente trascurati quali la qualità del lavoro, dell'ambiente fisico e biologico; le caratteristiche genetiche, biologiche, nutrizionali, organolettiche del prodotto; il sistema delle relazioni del territorio in cui avviene la produzione.
Il progetto a cui penso segue invece il sentiero tracciato negli ultimi anni da esperienze diverse che cominciano oggi a connettersi in reti sempre più estese e diffuse e che consentono di vedere già realizzato nella pratica un modo di produrre e consumare salvaguardando un futuro possibile per chi vive oggi, per i nostri figli e per il pianeta. Parlo dei produttori agricoli biologici e biodinamici, dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), delle esperienze di Libera nella gestione dei terreni sottratti alle mafie, degli agricoltori custodi della biodiversità agricola, dei mercati di prossimità e “a km0”, dei mercatini aziendali autogestiti dai produttori. Ognuna di queste esperienze fornisce materiale su cui costruire un progetto che in modo sistemico promuova la qualità del lavoro contadino, sia nel senso di renderlo ricco di saperi e “saper fare”, che riportandolo al centro di un sistema di relazione con le comunità del territorio riconoscendolo non soltanto per la qualità di ciò che produce per l'alimentazione e il consumo, ma per ciò che produce come conservazione di servizi goduti da tutti (i servizi ecosistemici) ed essenziali quanto il cibo per il nostro benessere. E così ricostruisca su una base territoriale identificata dalla dimensione di comunità umane partecipi e solidali, il rapporto città-campagna come sistema relazionale in grado di produrre qualità ambientale, salute fisica e mentale, valori etici, estetici ed in ultima analisi economici.
Formazione e capacity building
Per raggiungere tali obiettivi occorre mettere mano in primo luogo ad un grande progetto formativo ed educativo sostenuto finanziariamente dallo Stato con risorse del tutto ragionevoli (100-150 Ml di €) e destinate ad essere restituite moltiplicate nel tempo perché capaci di produrre (come vedremo meglio in seguito) un ritorno certo, costante nel tempo ed enormemente superiore se misurato sul valore dell'insieme dei servizi resi. Risorse, infine, una buona parte delle quali potrebbe essere attinta dalle risorse comunitarie della Politica Agricola Comunitaria (PAC).
La formazione e la costruzione di capacità ad operare dovrà essere affidata, con una articolazione regionale o interregionale e con un coordinamento nazionale soltanto di indirizzo e di definizione dei target da raggiungere, ad associazioni ed organizzazioni che già operano localmente nel settore sulle linee concettuali del progetto massimizzando così le opportunità di partecipazione.
Si può più realisticamente stimare che sugli oltre 338.000 ha di terreni demaniali possano essere impiegati, come esito di questo progetto, almeno 100.000 nuovi (una parte dei terreni risulta già in uso agricolo con la presenza di addetti) occupati raggiungendo una media di circa un addetto ogni 2,5ha. Tale media di operatori/ha è tuttavia molto prudente per diversi ordini di motivi: nelle piccole imprese contadine biologiche e biodinamiche, come quelle che si intende costituire, la media di manodopera per ettaro è più alta che nella grande impresa; le nuove realtà produttive dovrebbero mantenere come criterio generale un ciclo integrato e diversificato di produzioni animali e vegetali che richiede normalmente maggiore intensità di manodopera; la produzione dei cosiddetti servizi agroambientali meglio descrivibili come servizi ecosistemici e di conservazione della biodiversità richiede un ulteriore maggiore impiego di manodopera; altri addetti saranno impiegati nella gestione amministrativa e organizzativa dell'impresa compreso il resource management (ad es. risparmio e produzione energia, riciclo acque); ulteriore occupazione potrebbe essere generata dalla produzione di servizi educativi e formativi in ambito aziendale rivolti ai cittadini e dall'esercizio di attività agrituristiche. Un lavoro, organizzato principalmente in imprese cooperative, quindi che si configura ad alto contenuto conoscitivo e di specializzazione (fare il biologico richiede più conoscenze e capacità) , a forte contenuto sociale per i servizi che è in grado di produrre a beneficio della comunità e nello stesso tempo un lavoro che, poiché è fondato su una interazione strutturale con le componenti umane e fisico biologiche del territorio in cui opera, non risente della cosiddetta competizione globale ed è liberato dallo sfruttamento che assume talora un connotato schiavistico quando controllato da organizzazioni criminali. Un lavoro, dunque la cui caratteristica di “sostenibilità” si coniuga non solo in senso ambientale, produce cioè un positivo impatto sulla ecologia e il paesaggio, ma anche e soprattutto in senso sociale in quanto legato al sostegno etico e solidale della comunità del territorio che ne riconosce anche il contributo fornito al suo benessere e alla qualità di vita.
Perciò è necessaria anche un'opera sia di informazione ed educazione, che di formazione mirata a creare l'integrazione della costituenda azienda agricola con i cittadini che ne consumano i prodotti e ne godono i servizi. Solo in tal modo, il consumatore riconoscerà a un produttore qualificato non solo adeguata remunerazione del lavoro ma sarà consapevole della complessità di un processo produttivo fino al punto di volerne condividere(come sta succedendo in alcune esperienze tra GAS e produttori in diverse parti d'Italia) i rischi oppure di partecipare a processi di certificazione. La formazione, oltre che a dotare gli addetti di conoscenze e saper fare adeguati alle articolate e diverse attività da svolgere in azienda con le caratteristiche delle produzioni biologiche e biodinamiche, sarà dunque orientata anche a costruire capacità di organizzazione di reti locali di commercializzazione dei prodotti basate su GAS, mercati di prossimità, spacci aziendali ed anche integrazione con la ristorazione collettiva (scuole, mense, ospedali,...) e di singoli esercizi (“menù a Km 0”) e con aziende di trasformazione locale (nell'insieme qualcosa di più di una “filiera corta”).
Coloro che opereranno in una gestione aziendale così articolata avranno anche una formazione che consenta, da un lato di utilizzare appieno strumenti di gestione hardware e software e di comunicazione come la rete internet e in particolare la sua dimensione 2.0, dall'altro di avere consapevolezza dell'importanza del resource management aziendale per produrne o indirizzarne l'ottimizzazione, infine di essere in grado di mettere in valore le caratteristiche della propria azienda e le competenze acquisite creando sinergie con le istituzioni locali (per attivare progetti rivolti alle popolazioni locali di educazione ambientale e alimentare, di formazione, etc.) e soprattutto accedendo alle erogazioni degli aiuti comunitari (da cui oggi le piccole aziende sono sostanzialmente escluse a vantaggio dei grandi gruppi industriali/commerciali) che proprio verso le produzioni di qualità, la polifunzionalità aziendale, la prestazione di servizi ecosistemici, saranno sempre più orientati.
Si pensi al fatto che già nelle premesse da tempo espresse della prossima PAC è presente una pregiudiziale a favore della Agricoltura ad Alto Valore Naturale (High Nature Value Farming, HNVF), cioè quella agricoltura che, per localizzazione e/o pratiche utilizzate, maggiormente contribuisce alla salvaguardia della biodiversità, e che verranno fortemente incoraggiate attività capaci di tutelare, conservare, riprodurre razze e cultivar locali che rappresentano la biodiversità genetica agricola di un territorio.
Chi saranno i nuovi lavoratori agricoli cui nelle intenzioni di questo progetto va destinata l’attività di formazione? Certo una quota di coloro che sono stati in questi terribili ultimi anni espulsi dai processi produttivi e non abbiano, per competenze o età, più possibilità di rientrarvi. Una buona parte di loro saranno giovani che sappiano cogliere una grande opportunità, anche al di là di specifica formazione o titoli di studio precedentemente acquisiti, per potere guardare con speranza e dignità al futuro.
Accesso al credito
Non solo la cessione dei terreni dovrà avvenire in affitto a canoni agevolati ed eventualmente differiti nel tempo, non solo sgravi fiscali dovranno essere previsti nelle fasi iniziali per le nuove imprese che si costituiranno e a regime e dovranno essere rapportati al valore dei servizi prodotti (vedi oltre), ma è essenziale che le nuove realtà aziendali possano contare su risorse per sostenere l'avvio delle attività e gli investimenti necessari.
La Cassa Depositi e Prestiti, nonostante la sua trasformazione nella direzione di banca mercantile avvenuta nell'ultimo decennio, ha ancora, come doveri istituzionali, compiti legati alla produzione di servizi di interesse generale, raccoglie principalmente il risparmio postale dei cittadini ed ha ottenuto, al pari di altre merchant bank europee e italiane in particolare, crediti dalla BCE al tasso dell'1%. A tale tasso, o inferiore (con la differenza a carico dello Stato come per i recenti programmi per le energie rinnovabili al tasso dello 0,5%; vale, per la sua restituzione il criterio, già enunciato, del valore dei servizi prodotti ma anche dell'effetto moltiplicatore dell’ acquisto dei beni strumentali) la CDP dovrebbe garantire alle nuove realtà produttive agricole insediate sui terreni demaniali un credito per il sostegno dell'avvio di attività (start up di impresa) e dei primi investimenti in mezzi, tecnologie, impianti, sementi, animali etc. per almeno un quinquennio: un periodo minimo per consentire all'azienda un funzionamento a regime. Non è, per inciso, per nulla trascurabile nella valutazione del bilancio di un tale progetto, l'anticipazione che la nuova PAC incoraggerà con premi consistenti (si parla di 70.000€ per cinque anni) nuove imprese agricole.
Ruolo delle Regioni
Le Regioni e le Province autonome devono essere attori protagonisti del progetto, ad esempio: cooperando con le Agenzie nazionali all'individuazione dei terreni (sia di quelli demaniali che anche di quelli di proprietà regionale e comunale, la cui dimensione potrebbe addirittura essere superiore ai primi) da investire con il progetto stesso; contribuendo: alla elaborazione degli aspetti di dettaglio; alla diffusione dell’informazione; al supporto dell’attività di formazione; all’elaborazione dei requisiti e criteri di selezione degli attori (organizzazioni e candidati); fornendo supporti amministrativi-burocratici per la costituzione d'impresa e l'accesso al credito; rendendo coerente col progetto e ad esso funzionale in termini di aiuti erogati il Piano di Sviluppo Rurale in attuazione della nuova PAC; etc.
Distretti territoriali
La creazione delle nuove piccole aziende contadine e la loro forte integrazione con il territorio e le sue comunità è prevedibile avranno nel contesto in cui operano un effetto traino di altre realtà aziendali di piccola dimensione già esistenti che troveranno interessante e vantaggioso divenire parte di un “distretto” dotato di obiettivi produttivi, ma anche sociali, supportati da organizzazione partecipata di aspetti commerciali e amministrativi e che autonomamente non sarebbero state in grado di realizzare. A tali distretti le Regioni dovrebbero fornire costante incoraggiamento e supporto. E proprio le Regioni tra loro coordinate dovrebbero farsi carico di mantenere un monitoraggio del progetto e della sua attuazione tale da realizzare un primo studio sistematico sul valore dei servizi ecosistemici e della biodiversità legati all'uso agricolo della terra.
Servizi ecosistemici e biodiversità
Sono la chiave di questo progetto e dunque occorre un po' di spazio per affrontare concetti intuitivamente semplici, ma tanto articolati quanto poco percepiti nella loro complessità da molta parte dei cittadini. Non tragga in inganno infatti il linguaggio classificatorio e sistematico con cui sono enunciati nel mondo della ricerca e dell'accademia, si tratta proprio (almeno in parte) di quei servizi riconosciuti dallo stesso mondo contadino più attento alla ecosostenibilità ma ormai anche dalle organizzazioni di categoria più conservatrici e in qualche modo presenti da tempo più o meno esplicitamente fra le misure condizionanti gli aiuti europei del settore (le cd. Misure agroambientali).
Sul tema del valore dei servizi ecosistemici sono stati prodotti in anni recenti studi basilari come il Millennium Ecosystem Assessment (MA2005) da parte di diverse agenzie delle Nazioni Unite e un importante approfondimento concluso tra il 2008 e il 2011 da parte della Commissione UE, dell'UNEP e di numerosi ministeri e agenzie per l'ambiente di governi europei, intitolato “L'Economia degli Ecosistemi e della Biodiversità (The Economics of Ecosystems and Biodiversity – TEEB). Senza contare le esperienze empiriche di sperimentazione dei paradigmi concettuali costitutivi in diversi casi di studio, in tutto il mondo, tra cui il più sistematico e completo è certamente il National Ecosystem Assessment (UK NEA) condotto nel Regno Unito tra il 2010 e il 2011.
TEEB sulla scia di MA2005 e degli studi di R. Costanza della fine del secolo scorso ci dice che:
A) i servizi che vengono prodotti dagli ecosistemi sono distinguibili concettualmente in:
- servizi di approvvigionamento che comprendono cibo, combustibili, legnami, ma anche acqua potabile etc.;
- servizi di regolazione che comprendono la regolazione del clima e idrogeologica, l'equilibrio sanitario e la depurazione delle acque, etc.;
- servizi culturali di tipo estetico, spirituale, educativo, ricreativo, etc.;
- tutti questi servizi sono a loro volta sostenuti da servizi definibili di sostegno basilare (supporting services) quali: il ciclo dei nutrienti, la formazione dei suoli, la produzione primaria....
B) Non tutti tali servizi hanno un valore di mercato (ce l'hanno ad esempio i prodotti agricoli e il legname, non ce l'ha l'equilibrio idrogeologico!) ma tutti incidono profondamente, talora in maniera decisiva sul benessere delle persone in tutte le componenti in cui il benessere può essere schematicamente diviso: sicurezza, salute, materiali basilari costitutivi del benessere, qualità delle relazioni sociali.
C) il fatto che non abbiano mercato non significa che non abbiano valore e che tale valore non possa essere quantificato con diversi metodi dell'analisi economica. Tali valutazioni hanno anzi portato ad identificare valori di dimensione tale, su base globale o nazionale o locale, da surclassare anche l'abusato indicatore di ricchezza benessere delle nazioni: il Prodotto Interno Lordo calcolato alla stessa scala. Un importante corollario consiste nel fatto che tali servizi prodotti “gratuitamente” dal sistema naturale non sono dati una-tantum, ma possono essere fortemente compromessi dall'azione dell'uomo al punto tale da dovere provvedere alla loro sostituzione, ove e nella misura possibile, con sistemi artificiali, con risorse quindi sottratte ad altri servizi. Si pensi alla spesa per impianti di depurazione e potabilizzazione delle acque, funzione che corsi d'acqua in buone condizioni ecologiche e idro-morfologiche e senza un sovraccarico di inquinanti produrrebbero a costo zero generando così allo stesso tempo servizi di approvvigionamento (l'acqua da bere) servizi ricreativi (l'acqua adatta alla balneazione o la vista di un fiume o un lago pulito), servizi di regolazione (il mantenimento della salubrità), e sostegno basilare (il mantenimento di processi vitali necessari alle comunità ittiche o alla vegetazione ripariale). Ecco perchè si è arrivati ad affermare che, in un sistema decisionale, se si trascura “la valutazione di questi servizi il sistema economico su cui si continua a fare affidamento è destinato al degrado ecosistemico e al sovrasfruttamento”.(TEEB).
In ambito agricolo europeo, un primo approssimativo riconoscimento di tali valori è avvenuto, come già accennato, attraverso i “pagamenti agroambientali” contemplati in misura crescente, da almeno un ventennio, dalle politiche agricole della UE. E tuttavia, pur trascurando il modo discriminato, spesso infondato e inconsistente rispetto agli obiettivi di conservazione cui dovrebbero essere condizionati (il “Piano d'Azione a favore della Biodiversità in agricoltura” della Commissione Europea è del Marzo 2001!), con cui tali pagamenti sono erogati, gli studi più recenti hanno messo in evidenza che i servizi potenzialmente associati ad una agricoltura che abbia anche un alto valore di conservazione della natura, producono un valore economico enormemente eccedente i pagamenti.
Cito un aspetto dei più noti e del quale, seppure sempre in modo marginale hanno talora parlato anche alcuni mezzi di informazione. Il valore del “servizio di impollinazione” (uno dei servizi di “approvvigionamento”) fornito dalle api per le colture agricole in particolare per quelle frutticole è stato evidenziato in una casistica “catastrofica” sia quando si è avuta una morìa particolarmente grave delle api dovuta a concause diverse e non ancora del tutto chiarite (2006-2009), sia anche più recentemente a seguito dell'impatto particolarmente rilevante sugli alveari delle recenti nevicate e gelate di inizio Febbraio. Pochi hanno tuttavia evidenziato con la dovuta enfasi che il valore dell'impollinazione per le colture è sempre presente come beneficio e non solo quando appare sotto la forma di danno. Studi recenti franco-tedeschi hanno quantificato il valore del servizio di impollinazione per le produzioni agricole nella UE (a 27 membri) in 14,2 Miliardi di € ogni anno e nel mondo tale valore ammonterebbe a circa 153 miliardi all'anno. UK NEA ha identificato per il Regno Unito un valore di 430 milioni di sterline (circa 600 milioni di €); Greenpeace sostiene che oltre il 35% del prodotto agricolo vendibile nel mondo dipende dalle api e in Svizzera un recente studio ha computato il valore del servizio di impollinazione (il raccolto di frutta e bacche) generato dalle api nel Paese pari a oltre 4 volte (265 milioni di Franchi Svizzeri) il valore del prodotto vendibile(65 milioni di FS): miele, pappa reale, cera, propoli, etc. generato dal loro allevamento. Ogni colonia presente in Svizzera produrrebbe un valore annuale di servizi ecosistemici pari a 950-1250 FS. In Italia si è stimato il valore dei servizi di impollinazione a circa 1,5 Mld € per anno.
E sono proprio le pratiche agricole biologiche, che non impattano sulle api con prodotti chimici ma che anzi si avvalgono programmaticamente dei loro servizi favorendone la presenza con l'allevamento, con la diversificazione colturale, con l'alternanza di ambienti coltivati e naturali etc., che hanno un impatto positivo su tale valore conservandolo e incrementandolo nel tempo. Solo relativamente a tale servizio reso su 330.000 ha di terreni si può realisticamente stimare un incremento/conservazione di valore legato alle nuove realtà agricole realizzate con il progetto pari immediatamente a 7,5-15 milioni di Euro all'anno ed in crescita nel tempo.
Nella rassegna casuale di esemplificazioni dei servizi ecosistemici prodotti in agricoltura vale menzionare la funzione di sequestro della CO2 prodotta dalle attività colturali. Si è stimata mediamente in 0,8-0,9 t x ha x anno ma le aziende biologiche e biodinamiche, per le pratiche che utilizzano, aumentano l'efficienza di assorbimento della CO2 fino al 50%. Il valore del solo incremento stimato sarebbe di circa 4 milioni di € all'anno. Mi pare che molto più conveniente che acquistare crediti di emissione e/o pagare sanzioni per il mancato raggiungimento da parte dell'Italia degli obiettivi stabiliti dalla Commissione europea per la riduzione delle emissioni in linea con il Protocollo di Kyoto, come dimostrano i dati più recenti!
Il mantenimento e l'incremento/ricostituzione di aree boscate a macchie e lineari come corridoi ecologici o siepi e filari che stanno tra le pratiche obbligatorie dell'agricoltura biologica e biodinamica e che dunque sarà da realizzare sulle terre demaniali è azione importantissima per il mantenimento della diversità e della continuità (in opposizione alla frammentazione) degli habitat che garantisce la presenza diversificata di specie selvatiche animali e vegetali; per la conservazione e miglioramento dei paesaggi; per la costituzione di infrastrutture verdi capaci di connettere anche gli ambienti urbani con quelli agricoli e naturali. Dunque al valore della CO2 sequestrata occorre aggiungere, in questo caso, il valore della mitigazione climatica in riduzione dei consumi energetici, la ritenzione di umidità in termini di minore consumo di preziose risorse idriche, la salute fisica e mentale degli abitanti, il valore ricreativo degli ambienti; la conservazione della storia, della cultura e della bellezza del paesaggio oppure, per chi proprio non apprezza né valori etici né estetici, semplicemente il differenziale di valore che una proprietà immobiliare “nel verde” ha rispetto ad un'altra che ne è priva. Non si sottovaluti infine che la presenza di un'agricoltura ”urbana e suburbana” sana sotto il profilo ambientale e della salute umana, integrata territorialmente, socialmente e culturalmente con le comunità urbane, redditizia sotto il profilo economico, è forse l'unica chance per contenere un consumo di suolo a fini immobiliari divenuto travolgente nel decennio trascorso.
Accenno soltanto infine ai valori (consistenti in termini strettamente economici e talora incommensurabili se visti con una prospettiva allargata) connessi con la conservazione della biodiversità genetica agricola, cioè di quelle cultivar e razze animali create dall'uomo nel tempo per adattarle alle condizioni locali. Un patrimonio genetico, di cui l'Italia in Europa è il più forte depositario, a forte rischio di estinzione la cui conservazione non solo è stata definita strategica per l'agricoltura del futuro, che dovrà adattarsi a cambiamenti climatici intensi, ma anche capace di conservare saperi, culture e tradizioni del mondo agricolo e dell'alimentazione. Sono infatti proprio le aziende agricole di piccola e media dimensione e in particolare aziende biologiche e biodinamiche che dimostrano oggi maggiore sensibilità a questa funzione.
Chiudo evidenziando, sempre muovendomi in modo casuale tra i “servizi ecosistemici” connessi all'uso agricolo dei suoli, la funzione regolatrice che può assumere la pratica agricola virtuosa, sulla stabilità idrogeologica del territorio, conservando i fossi e i canali, utilizzando arature superficiali o non sovraccaricando i pascoli, mantenendo mosaicature di diversi usi agricoli (seminativi, orti, frutteti, pascoli, prati etc.) e presenza di aree con vegetazione naturale, etc.. Non farò calcoli sul valore di tale “servizio” mi limito a fornire alcuni dati sul costo medio annuo del ripristino riparazione del danno provocato da frane e smottamenti: 3 Miliardi! Ma sicuramente, e solo considerando quanto è avvenuto in Liguria e Toscana, nel 2011 tale cifra suona davvero molto sottostimata.
Quanto ho sopra enunciato assomiglia certamente più ad un presentazione concettuale che ad una analisi costi benefici di un progetto, ma ciò che mi pare emergere anche da questa limitata analisi è che il suo valore economico è consistente, duraturo, sostenibile, equamente distribuito e diffuso verso l'intera comunità nazionale, capace di dare una risposta alla crisi sociale determinata dall'uscita dal lavoro di decine di migliaia di addetti nel settore industriale e dal mancato ingresso nel lavoro di un'intera generazione. Una risposta che non implica privatizzazione di beni comuni o sottomissione ad astratte regole mercantili e che è ancora possibile ottenere, a dispetto della norma varata da Monti, se le organizzazioni e le associazioni della galassia sociale che fino ad oggi si è mobilitata saprà allargare l’orizzonte della sua proposta e se gli enti territoriali saranno spinti ad imporlo alle agenzie del Demanio in virtù del ruolo loro riconosciuto dal decreto.
Il primo tempo della vicenda della biblioteca nazionale dei Girolamini, che eddyburg ha seguito costantemente contribuendo alla diffusione e al successo dell’ appello per la rimozione di Massimo De Caro, ha dunque trovato un esito clamoroso imposto dalla magistratura: sigilli alla biblioteca e pesanti accuse al suo Direttore, Marino Massimo De Caro, nominato con il benestare del ministro Ornaghi di cui era Consigliere.
Ma molto resta ancora da fare perchè questa battaglia a difesa del nostro patrimonio culturale e non solo, possa dirsi vinta. Come spiega esemplarmente Tomaso Montanari nell’articolo di oggi che riportiamo di seguito, uno degli elementi che hanno pesantemente giocato è il ruolo delle consorterie politiche.
Anche per questo la vicenda dei Girolamini è esemplare: non per competenza o scienza in qualsiasi modo verificata, De Caro è stato posto a capo di un’istituzione di antico prestigio quale la biblioteca napoletana, ma per appartenenza di lobby.
Lo spregio del merito a favore di criteri di questo tipo è uno dei vizi che ha condotto questo paese nella situazione in cui si trova, ancora in bilico fra modernità e feudalesimo.
E che questa deriva sia oggi presente e grave più che mai lo dimostrano le interrogazioni e gli interventi dei parlamentari appartenenti alla stessa consorteria che nei giorni immediatamente successivi all’appello che denunciava l’incredibile situazione dei Girolamini, hanno attaccato i due principali protagonisti di questo atto di coscienza civica, Montanari e Caglioti: intimidazioni e minacce hanno trovato così spazio in un luogo come il Parlamento, i cui esponenti hanno dato prova dell’ennesima vergognosa difesa “a prescindere” di casta e di parte.
A salvare la dignità del luogo, un altro parlamentare, Barbato, ha suggerito al Sindaco di Napoli di attribuire a Caglioti e Montanari la cittadinanza onoraria. E ci pare effettivamente una straordinaria dimostrazione di amore civico da parte dei due docenti dell’Università Federico II la loro iniziativa di denuncia a difesa di un patrimonio culturale napoletano che la città stessa aveva per lungo, troppo tempo, abbandonato ad un grave declino.
Ma ancora per un altro aspetto la vicenda dei Girolamini sottolinea con brutalità l’attuale situazione di degrado del paese: veri protagonisti in negativo, al di là dello stesso De Caro, sono senza dubbio il ministro Ornaghi e l’alta dirigenza Mibac che, negando ogni responsabilità, si sono vergognosamente trincerati dietro la pretesa autonomia di scelta dei frati di San Filippo Neri nella nomina del Direttore e che, pur se informati da tempo della situazione, l’hanno lasciata marcire fino al suo scoperchiamento da parte di un’azione civica di un gruppo di intellettuali prima e della magistratura poi.
La gravità del comportamento di Ornaghi e dei suoi dirigenti appare però non solo in quest’ultima fase, ma fin dalla nomina a consigliere Mibac di De Caro, privo di qualsiasi titolo per esercitare quella carica cui l’aveva designato Galan, ancor meno costui poteva essere nominato in un ruolo squisitamente tecnico scientifico quale la direzione di una storica biblioteca nazionale. Eppure la considerazione dell’istituzione che dirigono è tale che nessuno, nè Ministro, nè Dirigenti generali ha ritenuto doveroso opporsi alle pressioni della lobby partitica che appoggiava De Caro.
Di fronte a questa trahison des clercs conclamata non suscita alcuna sorpresa la situazione di irrilevanza politica, culturale, sociale in cui il Mibac attualmente si trova inabissato, incapace sempre più spesso financo di una dignitosa gestione degli ordinari compiti di tutela, come il caso dei Girolamini dimostra.
Nell’articolo di Tomaso Montanari che potete leggere di seguito, vi è un termine che chi scrive ha letto, considerato il contesto, con vero rammarico: politica. Quella politica arrivata ad un tale livello di degenerazione da considerare possibile lo stravolgimento di ogni criterio di trasparenza e competenza.
E’ da lì, evidentemente, che dobbiamo ricominciare: a partire dal Mibac e dal suo ministro pro tempore il cui primo compito dovrebbe essere l’elaborazione, prima che sia troppo tardi, di una politica dei beni culturali in grado di affrontare la crisi di sistema del ministero e del paese.
Il paese che quel 25 aprile di 67 anni fa festeggiò nelle piazze d’Italia voleva opporsi anche a queste degenerazioni; i firmatari della lettera scritta da Francesco Caglioti si pongono per questo in linea di diretta continuità con quegli ideali che oggi ricordiamo, purtroppo non come conquista acquisita o consolidata, ma come traguardo cui giungere.
Prima o poi, ma i nostri avversari sappiano che abbiamo molta... Resistenza.
Patrimonio culturale, niente politica
Tomaso Montanari - ilfattoquotidiano on-line, 25 aprile 2012
Tra le tante cause di fatale degrado del patrimonio storico e artistico della nazione italiana ce n’è una assai poco analizzata e dibattuta: la violenza con cui il ceto politico si appropria di musei, biblioteche ed enti culturali, calpestando, con ostentato disprezzo, ogni criterio di competenza, merito, trasparenza.
La clamorosa vicenda della Biblioteca dei Girolamini a Napoli è un esempio da manuale. Comunque finiscano le indagini dei carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio artistico e della Procura, ce n’è abbastanza per delineare un quadro illuminante.
Marino Massimo De Caro non ha titoli per dirigere una biblioteca. Anzi, non ha proprio titoli. Si è iscritto a Giurisprudenza a Siena, nel 1992: è rimasto iscritto fino al 2002, ma non si è mai laureato. In compenso, il 22 settembre del 2004 l’Universidad Abierta Interamericana (privata) lo ha nominato dottore «honoris causa» in cambio del dono di quattro libri antichi e di un meteorite piovuto nel Sahara. In effetti, tutti i contatti di De Caro col mondo del libro antico non sono scientifici, ma commerciali: e non senza numerosi episodi assai dubbi.
In un paese normale quante possibilità ha uno con questo curriculum di arrivare a dirigere una delle 46 biblioteche pubbliche statali? Se da noi ci riesce, è solo grazie ad una cosa: la politica.
Dal marzo di quest’anno De Caro è il segretario organizzativo dell’associazione politica «Il Buongoverno», che raccoglie l’eredità dei Circoli di Marcello Dell’Utri: il presidente onorario è quest’ultimo, il presidente è il senatore Pdl Riccardo Villari, il segretario il senatore Pdl Salvatore Piscitelli, vicesegretari i senatori (sempre Pdl) Elio Palmizio e Valerio Carrara. È stato grazie all’antico legame (nato in Publitalia) tra Dell’Utri e Giancarlo Galan, che quest’ultimo si è preso De Caro come consigliere al ministero dell’Agricoltura. E quando Galan si è spostato ai Beni Culturali, anche De Caro si è spostato (ovvio no?), diventando consigliere per l’editoria.
A quel punto il gioco è fatto. La Congregazione dell’Oratorio doveva nominare il direttore della biblioteca, ma l’impoverimento numerico e culturale dell’ordine di San Filippo Neri è tale da non consentire di trovare un candidato interno: cosa di meglio che rivolgersi ad uno dei consiglieri del Ministro per i Beni Culturali?
Ci fosse un dubbio sul ruolo che il Mibac deve aver giocato in quella nomina, basta rammentare chi era il sottosegretario ai Beni Culturali quando De Caro diventa direttore dei Girolamini: il napoletano Riccardo Villari, oggi presidente del Buongoverno! Il cerchio magico dellutriano non ha abbandonato De Caro nemmeno nella tempesta di questi giorni.
I senatori Piscitelli e Palmizio hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Università per sapere se quanto il sottoscritto e il mio collega Francesco Caglioti (entrambi professori alla Federico II di Napoli) abbiamo cercato di fare per difendere i Girolamini «si riconduca allo svolgimento delle normali attività accademiche loro imposte dalla legge e se – soprattutto – non rischi di gettare discredito sulle istituzioni accademiche». Una (grottesca) intimidazione che è interessante solo perché teorizza esplicitamente che il legame politica-cultura si deve intendere come lottizzazione violenta della prima sulla seconda, giammai come azione civile degli intellettuali per la difesa del patrimonio culturale.
E non è finita. È stata Diana De Feo (senatrice Pdl e moglie di Emilio Fede) a difendere De Caro a spada tratta dalle prime polemiche. Ed è stato «il Mattino» (diretto dal nipote di Dell’Utri) ad accogliere sue interviste a raffica.
Il ministro tecnico Lorenzo Ornaghi avrebbe avuto un’ottima occasione per mostrare agli italiani che le cose possono cambiare. E invece anche lui si è genuflesso all’eterno primato della consorteria politica. Fonti ministeriali assicurano che ben prima che scoppiasse lo scandalo, erano arrivate al Mibac pesanti segnalazioni di irregolarità ai Girolamini: e che, tuttavia, una vera e rigorosa ispezione era stata archiviata a causa di pressioni politiche. Non ci sarebbe da stupirsi: Ornaghi ha taciuto dopo il mio articolo; ha taciuto dopo che gli sono state inviate le prime 500 firme (oggi sono oltre 4500) di intellettuali che chiedevano la rimozione di De Caro; ha taciuto dopo che Gian Antonio Stella ha raccontato la vicenda, da par suo, sulla prima pagina del «Corriere della Sera».
Il coraggioso ministro ha parlato solo il giorno dopo che i carabinieri hanno sequestrato la biblioteca e indagato il suo consigliere per peculato. Ma ha parlato per comunicare alla Camera che aveva accettato nientemeno che l’autosospensione di De Caro dalla carica di suo consigliere: che intraprendenza, signor ministro! L’indomani – dopo aver ricevuto la visita del procuratore aggiunto di Napoli Giovanni Melillo – Ornaghi ha avuto un soprassalto di decenza, ed ha finalmente deciso di rimuovere De Caro: ma si è ben guardato dal comunicarlo alla stampa, limitandosi a farlo cancellare dal sito Mibac. E se domani dovesse venir meno il sequestro conservativo della Biblioteca, De Caro tornerebbe a dirigerla. E Ornaghi ha detto alla Camera che quella nomina spetta alla Congregazione dell’Oratorio, e che lui, dunque, non può far nulla.
La verità è che non mancano strumenti giuridici e politici che permettano a Ornaghi di porre fine a questo scandalo. Se non lo farà, sarà almeno chiaro che il rapporto tra la politica dei tecnici e la politica dei politici si può riassumere in una singola parola: complicità.
Sulla vicenda, in eddyburg:
Segreti e bugie di Marino Massimo De Caro
Una biblioteca da cani
Sotto sequestro i Girolamini. Indagato il Direttore
In questi giorni di primarie americane ci arrivano spesso in diretta le sparate “cattolico-naturaliste” dell’incredibile Nick Santorum, e a qualcuno è sicuramente saltato in mente di accostarle, nel merito, alle altrettanto intemerate uscite del nostro loquace Carlo Giovanardi. Del resto la panoplia di argomentazioni dell’internazionale reazionaria è un po’ come l’amato (da loro) sistema tolemaico, dove tutto gira attorno a un unico motore immobile, e quindi tematiche come la vita, la morte, i rapporti umani, tutto quanto affrontato a mascella tesa da questi buzzurri dell’anima si risolve anche lessicalmente sempre dalle stesse parti: ognuno al suo posto, senza tanto cianciare di diritti, bisogni, trasformazioni. Tutto fissato per omnia secula seculorum amen.
Il passaggio diretto da questi temi sociali e culturali a quelli territoriali di cui si occupa più specificamente questo sito, lo si è visto ad esempio nella recente e segnalata levata di scudi del Tea Party contro l’Agenda 21, considerata come vero e proprio complotto contro tutto ciò che attiene al buon senso comune e quindi al cosiddetto sogno americano, ingerenza internazionale indebita a condizionare subdolamente i rapporti dell’uomo con l’ambiente. L’argomentazione, sviluppata in modo tra l’altro quasi credibile da alcuni sedicenti studiosi, è che dietro il concetto non-americano (quindi già di per sé sospetto) della sostenibilità si nasconda un progetto satanico-dittatoriale per privare l’individuo di libertà irrinunciabili. Forse superfluo osservare come gira e rigira si scopre poi che le famose libertà irrinunciabili si riducono al diritto di inquinare fuori dalla proprietà individuale, eventualmente pagando, e di occupare tanto spazio quanto il proprio reddito riesce a comprarsi, facendone quello che si vuole.
Dalle nostre parti, certi pensieri non mancano certo di svolazzare nell’aria, e anzi di atterrare solidamente nelle culture e nei programmi politici. Solo, si rivestono di altra forma di obiettività, piuttosto facile da spacciare come senso comune. Quando non è così facile, ci pensa l’elaborazione di altri sedicenti studiosi, del genere specializzato a tradurre qualunque finta ovvietà in simil-percorso scientifico, meglio se con linguaggio ricco di neologismi. Tutto è già stato stabilito, si tratta solo di ribadirlo senza farsi troppe domande, ma dare sempre la medesima risposta: certo che si. Nascono così le opere pubbliche giustificate da altre opere pubbliche, o pezza per i guai provocati da errori precedenti, dietro cui già si intravedono i guai futuri, che richiederanno altre opere ancora … Tornando al linguaggio brutalmente chiaro del cugini reazionari d’oltreoceano, la cosiddetta sostenibilità mette a repentaglio alcuni diritti inalienabili: costruirsi ciò che si vuole dove si vuole, e farci arrivare tutte le infrastrutture possibili per il massimo comfort; consumare tutto ciò che si desidera e che ci si può permettere; intrattenere relazioni sociali e umane improntate a precisi rapporti gerarchici “naturali”.
Tradotto in spazio: villetta monofamiliare in proprietà, abitata da famiglia nucleare, meglio se con parecchi figli che sono dono di dio; varie auto in garage per scarrozzare la famigliona su e giù per le autostrade, verso tutto ciò che non si è potuto privatizzare nel cortile o dentro la villetta; svincoli, bretelle, strisce attrezzate multicorsia, entro cui collocare le suddette mete, dal centro commerciale, al complesso sportivo, al centro uffici, alla fabbrica, centro scolastico integrato ecc. Il tutto garantito da un modello di produzione e consumo energetico anch’esso ispirato al modello “dio me l’ha dato e io me lo piglio”, magari bombardando l’Iraq se serve, in fondo abitato da gente stravagante con un tovagliolo in testa. È nella villetta castello con siepe fossato, che chi produce reddito ha un potere quasi assoluto su chi non ne produce, i genitori sui figli, sulla loro mobilità, socialità, consumi di qualunque genere. Dentro a questa caricatura di ambiente naturale al cemento-petrolio, non penetrano le cosiddette fratture dello sviluppo, i nuovi diritti, bisogni, relazioni. Al massimo, c’è qualche effetto diretto o indiretto dei consumi: il figlio ciccione, la casalinga sexy, il manager dallo psicanalista ma solo dopo i quarant’anni.
E non si creda che il modello di mondo villettaro-autostradale-petrolifero sia una indebita semplificazione del sottoscritto. Certo, era già sostanzialmente raccontato così fra le righe di articoli e saggi d’area culturale, ma bisognava appunto dedurlo. Adesso, è diventato pari pari programma politico del Partito Repubblicano fatto proprio da un caucus regionale, in attesa del decollo definitivo verso le politiche nazionali. Con Santorum che vola nei sondaggi, pare solo questione di tempo. Un mondo ideale anche per la famiglia modello di stereotipi, autoritaria il giusto, del nostro Giovanardi e di chi lo guarda con simpatia. Fede e business, come nella prosperosa padania di CL tanto per fare un esempio.
Se tutto questo, grazie al linguaggio adamantino e brutale dei nostri reazionari, è piuttosto chiaro e inequivocabile, non si capisce invece se e dove voglia andare a parare l’idea progressista di città. O meglio, se ne esista una. Un tempo le elaborazioni cultural-spaziali, pur articolate e perfettibili, erano ovvie: prima risanamento e igiene, più tardi la città razionale e la città giardino. A unire idealmente i due modelli complementari, ad alta e bassa densità, l’idea di quartiere coordinato, non a caso teorizzato prima sul versante sociale che su quello spaziale. Adesso, pare che per la legge dei corsi e ricorsi la città progressista sia rispuntata nel centro storico, da cui era partita qualche generazione fa verso nuove frontiere. Perché, esplose prima le magagne del quartiere alveare, poi appunto l’insostenibilità della dispersione, si è cercato rifugio nel modello teorico della città che fu. Spazi tradizionali, ma è il caso di chiedersi: sono davvero adeguati alla vita moderna, come avrebbe detto Gustavo Giovannoni? Vita moderna non intesa terra terra, come diritto a scorazzare col Suv su e giù per qualche carruggio, ma proprio nel senso che sfugge ai Giovanardi e ai Santorum: una città di diritti e relazioni aperte.
Con tutti i loro difetti, le città ideali autentiche non sono mai nate dalla matita di qualche ingegnere svizzero in vena di elucubrazioni universali, ma da un’idea condivisa di società, magari filtrata e schematizzata da qualche disegno. Solo i modelli autoritari, per quanto travestiti da pacioccona accoglienza come la paradimatica ultratecnologica E.P.C.O.T. di Disney pretendono in buona misura di adattare il contenuto al contenitore. Lo stesso potrebbe accadere se si cascasse nell’equivoco di individuare appunto la città storica con quella ideale, convinti che l’errore sia stato quello di allontanarsene. Senza chiedersi, così en passant, quanto compatibili possano risultare, che so, il diritto alle pari opportunità con il tipo di erogazione dei servizi garantito da un centro storico (privo del complemento attuale di quanto sta parcheggiato nella dispersione), il diritto alla mobilità e comunque alla prossimità qualsivoglia, alla salute, all’igiene, alla cultura. E in senso allargato, magari anche alla sessualità, o al fine vita, tanto per citare qualche tema caro ai reazionari, che non salta subito all’occhio nel rapporti con lo spazio, ma prima o poi c’entra.
Ecco: domande, che di solito vengono prima delle risposte. Anche se non sembra il caso oggi.
Le gaffe di Monti e delle sue maldestre ministre sul lavoro e le “oziose attitudini” della nostra gioventù - sinistra forma di scherno su una tragedia sociale di proporzioni mai viste - hanno avuto da più parti la risposta che meritavano. Splendido, fra gli altri, M. Gotor su Repubblica del 7 febbraio. Val la pena, tuttavia, ricordare che i nostri uomini e donne di governo non compiono solo l'errore di scambiare la condizione privilegiata della propria famiglia con quella generale degli italiani. Non solo confondono la complessa realtà del nostro tempo con i manuali di economia studiati nella loro lontana giovinezza. Ma soprattutto non hanno nessuna idea delle forme inedite e socialmente distruttive che ha assunto il capitale nel nostro tempo. Ne è prova la caparbia insistenza con cui ripropongono come rimedio alla disoccupazione la ricetta che in parte ne è la causa: la flessibilità. Quasi 20 anni di flessibilità del lavoro, che ha prodotto, come mostrano i fatti, precarietà e crescente disoccupazione, soprattutto giovanile, stagnazione economica, decadimento delle infrastrutture civili e dei servizi dell'intero paese. Ma per loro non basta e l'articolo 18 resta il totem arcaico da abbattere.
Dunque, siamo di fronte a un caso conclamato di quella che Einstein chiamava “insanity”, follia: «fare la stessa cosa e continuamente ripeterla e aspettarsi risultati diversi». Fa parte di tale insania – comprensibile in un epoca in cui la mente di tanti uomini è diventata un dispositivo tecnico per pensare un unico pensiero - l'idea che l'uscita dalla Grande Crisi in cui annaspiamo, ridarà al paese la piena occupazione perduta, sia pure in forme “cangianti” e flessibili. Basta riprendere la crescita - è questa la vulgata pubblicitaria in Italia e nel mondo - e tutto ritornerà più bello e più splendente che pria.
Tocca allora ricordare che questo, con assoluta certezza, non avverrà, perdurando l'attuale modello di accumulazione capitalistica. La certezza evidente nasce da una rapida ricognizione storica. Prima della Crisi, e a dispetto della crescita economica, la piena occupazione era sparita da un pezzo dalle società industriali. Il secolo scorso si era chiuso con 35 milioni di disoccupati nei paesi OCSE (8% delle forze di lavoro, 11% nell'Unione Europea). La crescita dell'occupazione che spesso, negli anni successivi, è stata vantata da governi e stampa benevola, è stato il lavoro frammentato e precario con cui si è cercato di mettere i lavoratori al servizio intermittente delle imprese. Utile per incoraggiare le statistiche, assai meno per dare redditi dignitosi e continuativi ai lavoratori. Se la situazione era questa prima della crisi, solo un atto di fede, non certo una previsione razionale, può fare immaginare l'approdo a una condizione di piena occupazione per effetto della crescita nei prossimi anni.
Occorre qui almeno accennare a una riflessione generale. La sempre più ridotta capacità del capitalismo di creare posti di lavoro, nasce da un insieme di cause congiunturali e storico-strutturali che l'opinione economica dominante non vuole in nessun modo vedere. Cercherò di elencarli brevemente.
La prima e più ovvia causa è che le società capitalistiche mature hanno un ritmo di crescita ridotto rispetto al passato. Un andamento che negli ultimi anni ha risentito anche del fatto che una parte degli investimenti si sono indirizzati verso i paesi a bassi salari e a bassa protezione ambientale. Tra il 2000 e il 2005 gli USA, ad esempio, hanno perso 3 milioni di posti di lavoro nelle manifatture, tra ristrutturazioni e delocalizzazioni. Ma al fondo c'è un mutamento strutturale che segna una cesura rispetto ai decenni precedenti. La maturità del capitale oggi significa soprattutto il declino dell'industria automobilistica, la più grande fabbrica labor intensive del '900. Questa industria, insieme a quella degli elettrodomestici, è stata in grado, in Italia come negli altri paesi avanzati, di svuotare quell'immenso serbatoio di forza lavoro che erano le campagne dell'Occidente. Milioni di contadini sono diventati classe operaia nel giro di pochi anni. Com'è noto, quell'industria non solo alimentava a monte l'attività mineraria e siderurgica per i suoi materiali, ma aveva intorno le piccole e medie imprese dell'indotto, a valle l'industria delle costruzioni stradali e autostradali. Questa immensa idrovora di forza lavoro ha ormai ridotto i suoi ranghi e in Occidente non risorgerà nulla di simile. Lo dice eloquentemente un dato che è anche un tratto distintivo del capitale oggi: 30 milioni di auto ogni anno rimangono invendute. Il ministro dell'Istruzione e dell'Università, Profumo, in una intervista a Repubblica (6.2.2012) ha paragonato la capacità di Internet di attivare economie, all'industria automobilistica del dopoguerra. Pensare che essa possa creare tanti posti di lavoro quanti ne ha generato il settore dell'auto è una illusione che gli USA hanno già scontato. E questo, almeno per una ragione fondamentale: se è vero che l'informatica apre continuamente nuove possibilità operative e di servizi, la sua indomabile forza, la sua centralità, è sostituire lavoro con processi automatizzati. Consiglierei a questo proposito la lettura (e possibilmente la traduzione) del testo di un ingegnere della Silicon Valley, Martin Ford, The Lights in the tunnel, che mostra la gigantesca sostituzione di lavoro con processi informatici in arrivo nei prossimi anni.
Ma la nostra epoca, e le nostre società opulente, sono contrassegnate da un fenomeno ignoto alle società del passato: la rapida obsolescenza delle innovazioni di prodotto, che riducono i margini di profitto delle imprese a una velocità prima sconosciuta. Esse si muovono in un mercato che si satura rapidamente. Quanto è durata l'automobile, quanto il computer prima di diventare un prodotto maturo? Quanto dura sul mercato un nuovo cellulare che è costato elevati investimenti in ricerca, realizzazione, commercializzazione? Quanti sono oggi gli attori imprenditoriali che si contendono il mercato di prodotti affini? E occorre, a questo proposito, ricordare che - al di la della spasmodica ricerca di profitti- l'asprezza della competizione mondiale fa la sua parte nello scoraggiare il capitale ad entrare nel circolo Denaro-Merce-Denaro. Esso trova sempre più lucroso attivare il circolo D-D-D, cioè operare nelle attività meramente finanziarie senza passare per l' impegno gravoso della produzione. Infine, com'è noto, ubbidendo ai dogmi neoliberisti, i governi hanno quasi dismesso ogni impegno imprenditoriale pubblico, riducono progressivamente il welfare, che è stato ed è ancora fonte di posti di lavoro. Una tendenza che si avvita su se stessa, generando concentrazione di ricchezza privata e impoverimento di risorse pubbliche.
Se questo quadro sommario è esatto, l'esortazione alla crescita proveniente dal Governo e gli indirizzi che la ispirano non risolveranno il grave problema della disoccupazione nel nostro paese. Purtroppo, non è neppure necessario scomodare le tendenze di fondo del capitale per pronosticare che essa è destinata ad aggravarsi almeno nei prossimi due anni, vista la recessione in atto. E allora? Quali sono i progetti per alleviare la sofferenza di milioni di disoccupati? Come si intende aiutare oltre il 30% della nostra gioventù che non ha più alcuna prospettiva di lavoro davanti a se?
Questa è una domanda, tuttavia, che non deve guardare al problema come a un fatto transitorio e congiunturale. Essa si inscrive in un più ampio interrogativo di prospettiva che André Gorz formulò in un suo scritto nel 2005: «quando la società produce sempre più ricchezza con sempre meno lavoro, come può far dipendere il reddito di ognuno dalla quantità di lavoro che fornisce?»
Com' è noto, una risposta certamente parziale, ma importante e per tanti aspetti tendenzialmente rivoluzionaria, esiste. Una risposta che tante forze, gruppi, ambienti intellettuali sollecitano e che costituisce una realtà già operante in tanti paesi d'Europa, come ricorda Giuseppe Bronzini nel suo Il reddito di cittadinanza. Si chiama reddito minimo o di cittadinanza, o universale e conosce varie declinazioni. La sua diffusione decreta ormai la separazione sempre più spinta tra lavoro e reddito. Quest'ultimo non può più dipendere in assoluto da una occupazione che diventa sempre più rara. E' arrivato il momento, per le società opulente, di destinare risorse cospicue ai cittadini cui non sa più fornire lavoro. Altrimenti il capitalismo tracolla per sovraproduzione e la democrazia prende una china dagli esiti imprevedibili.
Oggi un reddito minimo fornito ai nostri giovani tra i 18 e 35 anni costituirebbe una leva importante non solo per fare uscire milioni di ragazzi dalla disperazione, ma per fornire aiuto alle famiglie, ridare fiducia e un qualche slancio al nostro paese. Quanti ragazzi potrebbero così proseguire i loro studi e ricerche, intraprendere da soli o in cooperativa, qualche attività stabile senza perdersi in lavoretti per sopravvivere, attivarsi nel volontariato, cooperare con i comuni, svolgere compiti utili nei territori? Pochi immaginano quale sollievo sarebbe oggi anche un minimo sostegno in famiglie dove i genitori sono in cassa integrazione, o senza lavoro, dove misere pensioni tengono a galla più persone.
Un reddito minimo non è l'avvilente assistenza che si teme. Esso è ormai una condizione di libertà, fornisce una base minima ai cittadini per non chinarsi alla mortificazione di chi impone condizioni non tollerabili di prestazione, per progettare e creare nuovi servizi, per svolgere attività di valorizzazione dei beni collettivi. Su di esso ormai poggia, quale condizione imprescindibile, quel bene comune che si chiama vita dignitosa. Si vuole davvero fare retorica sulla fine del posto fisso? Bene, facciamo scegliere con un po' più di libertà dal bisogno quali lavori i nostri giovani vogliono scegliere e cambiare.
Un tale obiettivo ha un pregio politico, che non si fa fatica a scorgere. Esso potrebbe unificare l'intera sinistra, fornirle un versante rivendicativo e contrattuale forte e unitario, toglierebbe dall'isolamento il sindacato. Anche lo smarrito PD potrebbe guadagnare una immagine meno servizievole nei confronti del governo e assumere un profilo rappresentativo più spiccato dei bisogni del paese. E sì che questo partito ne avrebbe bisogno, di fronte all'onda di discredito che si è abbattuta sul ceto politico e che è destinata a ingigantirsi nel prossimi mesi di crescente disperazione sociale.
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Una battaglia rivoluzionaria, non perché usi la violenza, ma perché, le ragioni dei No-Tav, se fossero accolte, implicherebbero una ‘rivoluzione’ nel sistema partitico-imprenditoriale-tangentizio italiano. Tutto ciò è esaurientemente spiegato ne Il libro nero dell'alta velocità di Ivan Cicconi. Il libro, documentato oltre possibile dubbio, spiega non solo le vicende, ma le ragioni strutturali di un affare, l'Alta Velocità, che è, dopo tangentopoli, il nuovo banco di finanziamento dei partiti, della casta e, Fiat in testa, dei capitalisti nostrani. E' un sistema che sfugge a ogni controllo tecnico, contabile e di legittimità e si autoalimenta sestuplicando (come di fatto è accaduto) il costo delle opere.
La chiave dell'architettura è il Project financing combinato alla Legge Obiettivo. Lo stato avrebbe dovuto finanziare attraverso Tav (dal 2010 sciolta in Rete ferroviaria italiana) un quaranta per cento del costo dell'opera, il sessanta i privati; i quali, però, di tasca propria hanno messo gli spiccioli, il resto se lo sono fatto prestare dalle banche, meglio se da loro partecipate. Ma non basta, perché per legge (obiettivo) il General Contractor dell'opera, soggetto privato scelto da Tav, affida direttamente progettazione e realizzazione delle opere a imprese collegate e rappresentative di tutto il capitalismo immobiliare e cementizio italiano: da Caltagirone a Lodigiani, da Todini a Ligresti passando per la Lega delle cooperative, oltre, capofila, Impregilo della Fiat; il tutto senza gare d'appalto e via 'per li rami', cioè per sub-appalti e sub-sub-appalti, fino ad arrivare alle imprese della mafia e della camorra.
Con una fondamentale clausola: che i privati sono concessionari dell'opera per la 'realizzazione', ma non per la 'gestione'. Ciò significa che più alti sono i costi di costruzione, più si guadagna, mentre che l’opera fuzioni e faccia profitti non interessa. Come si è puntualmente verificato, con i nostri 60 milioni di euro a km contro i 10 di Spagna e Francia: una differenza che include ben altro che le gallerie e i viadotti. Un ultimo pregio: in quanto opera formalmente privata i debiti non vengono contabilizzati nel bilancio dello stato, ma di fatto le Ferrovie italiane e quindi lo stato ne garantiscono la solvibilità. La grande truffa è quindi un capolavoro politico-imprenditoriale per cui comandano i privati, pagano i contribuenti e guadagnano, oltre che gli imprenditori, i partiti, la casta, includendovi l'enorme numero di società di consulenza, advisors, esperti, progetti, consigli di amministrazione di società operative controllate, garanti, comitati, distribuiti in tutte le direzioni politiche.
Il risvolto tragico della vicenda è che l'alta velocità in Italia non serve, almeno non nel modello francese, ma piuttosto in quello tedesco o austriaco: velocità più ridotte, stazioni più frequenti, adeguamento del materiale rotabile esistente; con un unico difetto però: di costare troppo poco rispetto a faraoniche progettazioni di linee ferroviarie dedicate, sottoattraversamenti urbani – i cosiddetti ‘nodi’ - massicci acquisti di nuovo materiale rotabile. E, peggio ancora, la nostra alta velocità viene realizzata per tratte su cui è illusorio il pareggio di bilancio (ma la gestione, si è visto, non spetta ai privati): pagherà lo stato. Come a Val di Susa, dove, si sa, l'adeguamento del sistema ferroviario attuale sarebbe già ampiamente sovrabbondante rispetto alla domanda.
Insomma si distrugge il territorio, si inquina l'ambiente, si prosciugano fiumi e sorgenti, si trivellano le montagne e mettono a nudo rocce amiantifere, si mettono a rischio città e cittadini, tutto perché il sistema macini ancora guadagni sicuri per una cupola politico-affaristica e altrettanto sicuri debiti per le incolpevoli 'generazioni future'.
Qui si dovrebbe vedere alla prova un governo serio non solo nell'immagine; che puntasse a uno sviluppo ben diverso da quello millantato delle grandi opere, aumentando l'occupazione e tagliando i costi; ma, anche se Monti avesse il coraggio di andare contro gli interessi del suo establishment, una mossa decisa verso la normalizzazione del sistema significherebbe, presumibilmente, il ritiro dell'appoggio al governo da parte di Pdl e Pd. Tutto ciò per ricordare, ancora una volta, che la battaglia dei no-Tav per la Val di Susa prima ancora che per la difesa sacrosanta del proprio ambiente di vita, è una battaglia ‘rivoluzionaria’ per una diversa democrazia. Ridurla a una cronaca di incidenti, come fanno non solo le testate televisive, ma anche gran parte della stampa, significa non avere compreso la vera posta del gioco; o farne parte.
In tanti abbiamo pensato che si sarebbe realizzata un’idea di città non fondata sul cemento, che l’urbanistica avrebbe prevalso sull’edilizia, che avrebbe vinto il verde, che i viali sarebbero stati ombrosi, i centri storici restaurati e rispettati. Invece una delibera di giunta, di questa giunta, ci toglie ogni ingenua illusione.
Riappare il cemento a Tuvixeddu. Riaffiora dai fondali l’idea, naufragata nelle aule dei tribunali e non solo, che la salvezza del colle consista in una «tutela francobollo» della sola necropoli e che a pochi metri dai sepolcri si possano costruire palazzine e strade. Il medesimo progetto sostenuto dalle passate giunte sviluppiste.
Un tormento. Ma anche una irrisione dopo le affermazioni elettorali e le interrogazioni in consiglio regionale dell’attuale sindaco, il quale a febbraio del 2011 firmava un appello angosciato che reclamava il «necessario intervento immediato per evitare la realizzazione di ogni altra qualsivoglia opera o manufatto nell’area di Tuvixeddu-Tuvumannu».
Ed è davvero doloroso prendere atto che oggi questa, proprio questa giunta proponga al consiglio comunale come unica «fascia di tutela integrale» l’area asfittica del vincolo archeologico, ossia solo la necropoli e il «catino». Tutto intorno, il cemento. Un «francobollo archeologico» strangolato da mattoni e bitume, già sfigurato dalle fioriere ideate da architetti che volevano conformare la necropoli a se stessi. Quelle fioriere, costruite anche sui sepolcri, sono oggi prove in un processo.
Eppure è lampante che la minuscola area di tutela archeologica non può coincidere con l’area di tutela paesaggistica. La ragionevolezza e le norme stabiliscono che un bene archeologico è inserito all’interno di un paesaggio il quale sarà, per conseguenza, più ampio di quel bene. E ambedue devono essere protetti e inedificabili.
Invece nella delibera dell’11 gennaio, la amministrazione comunale, quella che doveva «salvare il colle», propone «coraggiosamente» di tutelare quello che è già tutelato - ossia l’area archeologica - e sostiene che si debba, per devozione al piano urbanistico, costruire a pochi metri dalle tombe. Proprio quello che Antonio Cederna chiamava «dente cariato», come i gloriosi resti di acquedotto romano divenuti uno squallido spartitraffico.
Sostiene la delibera che si dovrà tenere conto dei «princìpi ispiratori del Piano paesaggistico regionale», ma sopratutto delle «destinazioni urbanistiche individuate dal Puc». E il Puc, il Piano urbanistico comunale, prevede, si sa, circa mezzo milione di metri cubi sul colle. Il cemento, insomma, è sempre l’ago magnetico di questa città. Così le promesse e i princìpi crollano sotto il peso dei palazzi.
Del resto questa giunta comunale ha già preso la strada della cosiddetta continuità amministrativa. Ha dichiarato di voler abbattere lo stadio Sant’Elia, di voler scavare tre piani di parcheggi sotto le mura vincolate di Castello, nonostante la vicinanza della torre simbolo della città e i rischi dell’ignoto sottosuolo della rocca, ha sostenuto di essere «vittima del dovere» e di «dover» per forza costruire in un’area verde di via Milano, di «dover» edificare in molti degli otto ettari di vuoti urbani e di «dover» costruire un’orribile, smisurata casa dello studente all’ex semoleria. E questo «senso del dovere» ha scatenato una slavina di cemento che non ci aspettavamo.
Ma esistono alcuni ostacoli insormontabili.
Il primo è l’attuale condizione giuridica. Tuvixeddu è inedificabile. E questo Comune - il cui sindaco appartiene a un partito che nella sigla contiene le parole sinistra e ecologia, nonché libertà - dovrebbe oggi necessariamente adeguare il piano urbanistico al piano paesaggistico regionale. Questa procedura, che doveva avvenire cinque anni fa e non è neppure avviata, non è un’opzione. E’ un obbligo.
Il piano urbanistico adeguato al piano paesaggistico tutelerebbe quello che di buono resta alla città involgarita, fermerebbe la grandinata di mattoni e l’imbruttimento dei nostri quartieri, consentirebbe di investire in veri recuperi e veri restauri. Cagliari sarebbe curata e custodita.
Il secondo, altrettanto rilevante, è una «miscela» che si chiama pubblica opinione, già esplosa in mano a chi si svagava con il piccolo chimico. Esiste una parte rilevante della comunità che ha maturato capacità critiche evidentemente sottovalutate anche da chi, come il nostro sindaco, ha attinto sostegno e energie da quelle capacità. Quell’opinione pubblica che dopo vent’anni ha aperto le finestre sperando che l’aria cambiasse, ha i mezzi per rinchiuderle se vede l’aria ristagnare.
Costruire a Tuvixeddu sarebbe la dimostrazione che nulla cambia mai neppure se muta il vento. La prova malinconica che da qualunque parte soffi è sempre lo stesso vento già usato e scaduto.
L'articolo è pubblicato contemporaneamente anche su la Nuova Sardegna
Il governo dei tecnici non è una novità assoluta. Novità assoluta è che abbia il sostegno dei due partiti più importanti, fino a ieri opposti, anzi contrapposti. Governo di tecnici fu il governo Dini che in campo culturale ebbe alcuni meriti come l’introduzione del biglietto nei musei in luogo della tassa di accesso, l’istituzione di alcuni Parchi Nazionali, il finanziamento integrale del nuovo Auditorium di Roma, ecc. Esso si mosse comunque sulla linea storica della tutela sedimentata con le leggi Rosadi (1909), Croce (1922), Bottai (1939), Galasso (1985) cercando di far prevalere l’interesse generale sugli interessi particolari e individuali.
Pensavamo che, dopo il tracollo vertiginoso, di regole e di finanziamenti, dell’era berlusconiana, il governo Monti avrebbe ripristinato una linea di dignità culturale capendo, oltretutto, che i beni culturali e paesaggistici in realtà “fanno immagine” più di ogni altra cosa. Purtroppo, per ora, non è così. L’inerzia, le assenze, gli ostinati e quasi ostentati silenzi – pur di fronte ad autentici scandali – del titolare del Ministero, Lorenzo Ornaghi, ricordano la latitanza di Bondi. Ma vi sono, ancor più allarmanti, taluni dati di cronaca. Intanto il ministro stesso, mentre non sta facendo praticamente nulla per i piani paesaggistici con le Regioni, esce dal catacombale silenzio per proporre – come ha sottolineato Eddyburg - una legge-quadro per l’urbanistica coi bonus volumetrici, le compensazioni di cubature e facili cambi di destinazione d’uso. Una rovina. In stile INU. Meglio che continui a non fare nulla se deve cucinare e sfornare piatti avvelenati del genere.
Ornaghi non lo si è visto, con Monti, nemmeno all’Aquila dove è disperatamente urgente avviare una seria e rigorosa ricostruzione. Si ricorderà che Berlusconi e il commissario Bertolaso avevano scelto una linea volutamente estranea alle esperienze riuscite di ricostruzione dei centri storici e di restauro di grandi beni storico-artistici come Friuli (in particolare Venzone) e Umbria-Marche. Dopo aver straparlato di “new towns” non sapendo nemmeno cos’avessero significato nel dibattito urbanistico di 40-50 anni fa, per i centri storici, a partire dall’Aquila, hanno lasciato le cose come stavano, cioè alle macerie. Presunzione sommata a incultura.
Il governo Monti non ha questa scusante, i suoi componenti sono, in molti casi, professori stimati, alcuni ci forniscono lezioni quotidiane, anche comportamentali. Eppure – in assenza del solito Ornaghi – esso ha avallato un rapporto ed una proposta dell’OCSE per la “resurrezione” dell’Aquila come smart-city che suscita sferzanti sarcasmi in quanti sanno cos’è un centro storico italiano, cos’è la Carta di Gubbio, cosa sono le esperienze di Bologna e di altre città, ecc. Rapporto dell’Università di Groeningen e proposta OCSE che Vezio De Lucia ha bollato così: “È un testo inverosimile. Da anni, da decenni, non si leggevano stoltezze simili, sembrano chiacchiere da bar. Non riesco a credere che invece siano state scritte da istituzioni autorevoli come l’Ocse, l’università di Groningen, il Ministero dello Sviluppo e le confederazioni sindacali”.
E su Eddyburg si è letto: si tratta di “un intervento per l’edilizia storica che si imita a conservare le facciate demolendo il resto, che considera meritevoli di una qualche tutela solo i “monumenti” demolendo “l’edilizia minore”, che promuove la sostituzione del paziente lavoro dell’urbanistica, della storia e del restauro con l’intervento “creativo” degli architetti, magari mobilitati da un concorso internazionale”. Una regressione raccapricciante, naturalmente digitalizzata, rispetto alle esperienze che sul piano dei restauri hanno fatto dell’Italia un modello avanzato - tecnico-scientifico e sociale - nel mondo.
Berlusconi predicava e realizzava, senza pudori di sorta, la politica dei condoni edilizie e ambientali, degli scudi fiscali, la tolleranza massima verso l’abusivismo (persino in Campania), in base al motto “ciascuno è padrone a casa sua”. Un sostanziale e generale imbarbarimento. Monti non può ripetere questi modelli sottoculturali. Eppure coi decreti di liberalizzazione e di semplificazione passano a frotte – per giunta col voto di fiducia - misure destinate a stravolgere in breve tempo la vita notturna (e quindi anche diurna), il traffico, le abitudini, le relazioni famigliari nelle nostre antiche e spesso conservate città. Locali di ogni tipo, anche quelli destinati alla vendita degli alcolici, anche le discoteche, potranno aprire senza alcuna autorizzazione preventiva sulla sicurezza (i controlli saranno ex post), compresi i famigerati e finti “circoli culturali”, lo stesso potranno fare le bancarelle. Di più: locali e bancarelle (se non porranno divieti i Comuni) non avranno più orari, neppure nella vendita degli alcolici. Lo stesso i distributori automatici di birra. Con quali pericoli per i più giovani è facile immaginare. Tutto sarà possibile, veloce, anzi immediato. In nome di una nuova “crescita” turistico-commerciale. Indiscriminata, incontrollata, e quindi brutale. Quella reclamata dai “bottegari” romani e, di fatto, concessa a forza di proroghe da Alemanno.
Nessuna misura di tutela è stata infatti prevista per i centri storici che già stanno degradandosi in maniera desolante a divertimentifici notturni e che espellono con “movide” sempre più rumorose e violente i residenti, ormai esigui, cioè gli ultimi presidii di controllo sociale. Scomparsi loro, avrà libero campo la malavita organizzata la quale –– si è pesantemente infiltrata, a cominciare da Roma, nell’economia effimera della notte, potenziando la già fiorente rete di spaccio degli stupefacenti dietro insegne di mera copertura. Lo sanno tutti, è strano che non lo sappiano ministri esperti come il prefetto Anna Maria Cancellieri alla quale il senatore Luigi Zanda ha indirizzato una lettera allarmata in proposito senza ricevere risposta. Vale anche qui l’antica legge di Gresham (1519-1579): la moneta cattiva scaccia quella buona, i locali peggiori scacciano i migliori, potendo pagare superaffitti negati a chi fa impresa in modo legale e leale. Una sorta di paleocapitalismo paramafioso, una continua dequalificazione imprenditoriale, commerciale, estetica. Tutto ciò non spaventa minimamente i tecnici neo-liberisti? La loro alta cultura non riesce a concepire regole, filtri, tutele, non vede gli spazi che spalanca alla criminalità maggiore e minore, ad un generale lassismo verso l’illegalità, con la caduta di controlli preventivi di sicurezza (oltre che di decoro, nascono negozi di una bruttezza oscena)?
C’è un altro provvedimento col quale questo governo – che pure parla di continuo di “aprire ai privati” - prende le distanze dalla cultura che in passato ha consentito, pur fra mille difficoltà, di tutelare il nostro patrimonio storico-artistico. Le dimore storiche, i palazzi antichi vincolati appartenenti a privati hanno fruito di agevolazioni persino ovvie nel pagamento di tasse e imposte. Invece, di fronte all’IMU, non ci saranno facilitazioni di sorta per enti e privati i quali conservino in pieno decoro gli edifici storici del Belpaese. Il risultato sarà di costringere non pochi proprietari a cessare una manutenzione finora attenta e magari a mettere sul mercato, a svendere in pratica ai soliti affaristi ben muniti di capitali spesso dubbi. Con la legge Scotti, ministro nel 1991-92, che accordava una detrazione del 27 per cento, l’Associazione Dimore Storiche calcolò che erano stati attivati restauri per 300 miliardi di lire del tempo e che lo Stato aveva recuperato, dalle imposte per i maggiori lavori, 147 lire ogni 100 alle quali aveva temporaneamente rinunciato.
Di tutto ciò sembra non esservi più alcuna memoria. Se Ornaghi non fa nulla per mettere in moto i piani paesaggistici con le Regioni, Passera & Ciaccia (Infrastrutture) vogliono togliere i fondi di Arcus, tutta da riformare, certo, ai restauri. Anche a quelli utili, utilissimi, come alcuni del FAI. Sta passando nel corpo vivo del nostro Paese una politica sorda alla cultura, come scissa dalla storia migliore del Paese, una politica che monetizza tutto e tutti: dal lavoro alla bellezza. E chi verrà dopo di noi? Si arrangi. E l’articolo 9 della Costituzione? Polvere del tempo, evidentemente. Cenere pre-moderna. Aridàtece Berlusconi, allora? No, per carità. Però dateci una politica per la cultura seria e dignitosa. Che non si limiti al ministro Ornaghi e al duo Emmanuele Emanuele-Vittorio Sgarbi. Per favore.
L'ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paeseproposto dal Censis ha affrontato (con severità e con precisione) una descrizione della società italiana del 2011 divisa per vari settori: dai processi formativi al welfare, dal lavoro ai soggetti economici dello sviluppo, affrontando anche la questione dei mezzi e dei processi (comunicazioni, governo pubblico, sicurezza, cittadinanza).
È su tutta l'introduzione che sarebbe importante meditare. Introduzione che si conclude affermando che «è illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo. Seguendone le indicazioni, si possono fare molteplici decreti di stabilità e austerità, ma neppure un tentativo di progetto». Questioni di cui tutti i mezzi di comunicazione discutono animatamente e sovente in modo drammatico.
Qui, però, io vorrei occuparmi, favorito dal particolare interesse che il direttore del Censis, Giuseppe Roma, ha sull'argomento, del particolare problema affrontato nel capitolo «Territori e reti», dedicato nella sua parte centrale alla questione del disegno urbano e della crisi dello spazio pubblico. Due argomenti che sono nel rapporto concretamente affrontati, non solo come significativi di una condizione di difficoltà nelle relazioni tra soggetto e struttura delle società, ma come campo di lavoro (certo tra i molti) di costruzione di un riscatto da quella stessa condizione di disperata difficoltà.
Ma di chi sono le responsabilità di quello stato di crisi? Per quanto riguarda almeno le difficoltà e le modificazioni positive possibili del fatto urbano si tratta di discutere anzitutto delle opinioni delle categorie professionali pubbliche e private a cui è assegnato il compito di proporre e regolare nell'interesse collettivo (si spera) il disegno degli insediamenti. Quindi alla capacità della loro cultura specifica di produrre opere di qualità durevoli, capaci di offrire proposte eque e positive proprio alle relazioni tra soggetto e struttura della società (e qui risparmio di elencare le difficoltà e le possibilità del loro stato attuale di mutazione rapida e globale).
Ma secondo me, come secondo il Censis, un progetto di architettura deve essere comunque cosciente del fatto che lo spazio tra le cose e il «progetto di suolo» è altrettanto importante delle cose stesse. Si tratta di un progetto capace di porsi in relazione con un contesto storico fisico di uso sociale; un progetto capace di misurarsi con regole comuni e comprensibili, le sole che possono dar valore anche alle eccezioni. Non si può dimenticare che l'ideologia architettonica dominante sul piano del successo mediatico di questi ultimi trent'anni ha proposto invece, nei fatti e nelle intenzioni, una cultura opposta a tutto questo. Una cultura dell'eccezione competitiva, della provvisorietà, della promozione della privatizzazione dello spazio pubblico, della bizzarria senza necessità, e riferita solo agli interessi dei gruppi di poteri sociali transitori, contro ogni memoria collettiva del fatto urbano, contro l'idea stessa di luogo, di antropogeografia, per un'idea di flusso che, in qualche modo, sostituisce il terreno di fondazione delle cose.
Ma non meno responsabili sono stati gli enti pubblici che dovrebbero, al contrario, riprendere coscienza della necessità del disegno urbano per guidare le trasformazioni della città; una tradizione di qualche migliaio di anni, a cominciare dagli esempi prodotti dalla cultura della modernità (come quelli della Lione di Tony Garnier o dell'Amsterdam di Berlage e della sua scuola, soltanto per citare due casi). Certamente ridurre la contraddizione tra piano e progetto richiede anche una profonda revisione culturale della nozione di piano, ma anche una coscienza della relazione esistente tra insediamenti e antropogeografia del territorio con la propria storia. Una storia intesa come possibilità per l'architettura o come una minore ossessione sviluppista a favore di un nuovo equilibrio.
Mi rendo comunque conto della difficoltà non tanto operativa quanto culturale di queste raccomandazioni, che peraltro coincidono in molti punti con quelle contenute nello stesso rapporto Censis. E che anch'io mi rappresento come assai lontane dall'attuale moda architettonica postmodernista per una rappresentazione, senza costituzione di distanza critica, della cultura del capitalismo finanziario globalizzato. Una moda così lontana da ogni tentativo di progetto di equità, come segnala la stessa introduzione del rapporto del Censis.