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. Aggettivo che ha fatto anche comodo per isolarlo in un perimetro lontano dalla politica dura e pura di chi sa come va il mondo.

L’estate romana è stata la pagina più straordinaria dell’urbanistica di Roma capitale e in generale della moderna cultura della città. Prese il via nel 1977, sindaco Giulio Carlo Argan con una giunta di sinistra insediata in Campidoglio dopo trent’anni di amministrazioni democristiane, quelle del sacco di Roma, mentre gran parte dei romani viveva nella vergogna delle borgate. Nicolini era assessore alla cultura. Fino ad allora le iniziative estive erano l’Aida alle Terme di Caracalla, il teatro romanesco di Checco Durante, qualche concerto. Con Nicolini cambiò tutto, e per sempre.

Ma per cogliere la profondità della svolta si deve ricordare che erano gli anni del terrorismo, delle brigate rosse, dell’assassinio di Aldo Moro, quando un clima cupo induceva a non uscire di casa. Nicolini fissò un grande schermo nella basilica di Massenzio, tremila posti, ogni sera una maratona di film, cinema alto e basso senza steccati. Senso di Visconti insieme alle fatiche di Ercole, ogni volta un successo. A mano a mano palcoscenici furono montati ovunque, in centro, a piazza Farnese e a santa Maria in Trastevere, e in periferia, al Tiburtino III, a Ostia, a Primavalle, Villa dei Gordiani e villa Lazzaroni. Poi il circo, il teatro di strada, il festival dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. E a Roma tornarono le mostra di prestigio, Matisse, Cézanne, Kandisky, Chagall, la Vienna Rossa, i musei di Berlino Est.

Cominciarono subito le polemiche sull’effimero, da destra (ma un po’ anche da sinistra), che il sindaco Argan stroncò da par suo riferendosi al precedente storico del barocco: “Il barocco romano ha scoperto il pensiero immaginativo e l’ha definito, soprattutto con Bernini, con lo stesso rigore con cui negli stessi anni Cartesio definiva il pensiero razionale”. Insomma, contrapporre l’effimero allo storico dimostrava solo la sprovvedutezza delle critiche.

L’estate romana era l’altra faccia del progetto Fori che in quegli stessi anni il nuovo sindaco Luigi Petroselli, succeduto al dimissionario Argan, metteva a punto insieme ad Adriano La Regina, Antonio Cederna, Italo Insolera e altri. Non era solo una diversa sistemazione archeologica del cuore di Roma, non era solo la liberazione dalla morsa del traffico era soprattutto un modo strepitoso di attuare l’idea dell’unificazione di Roma, accorciando le distanze fra il centro e la periferia, portando il popolo delle borgate a farsi custode della storia di Roma antica. Le domeniche pedonali volute da Petroselli nella via dei Fori, sotto la basilica di Massenzio, rispondevano alla stessa filosofia dell’estate romana.

Nel 1981, con l’improvvisa morte di Petroselli, morì il progetto Fori e cominciò il declino dell’amministrazione di sinistra finita nel 1985. L’estate romana è intanto copiata in mezzo mondo, in Italia non ci fu città o paese che non fece iniziative all’aperto. È continuata anche a Roma, ma senza lo spirito di ricerca e di sperimentazione che le aveva impresso Renato Nicolini.

Ma Renato non è stato solo estate romana. Altri celebreranno il suo impegno parlamentare, accademico, professionale e di quando ha fatto l’assessore a Napoli con la prima amministrazione Bassolino. Mi interessa qui ricordare la sua presenza nel dibattito di oggi sull’urbanistica romana e sul futuro della città dopo Alemanno. A fine giugno su queste pagine ha scritto un articolo che possiamo considerare come il suo testamento politico. Si è rammaricato che nessuno associasse il suo nome alle prossime candidature a sindaco di Roma e, accanto a Zingaretti, ha fatto i nomi di Medici e di Berdini. Ha richiamato due concetti alla base del pensiero di Petroselli: l’importanza della cultura nel governo della città e la necessità di rompere con l’idea che la crescita di Roma debba dipendere dall’edilizia. Al riguardo ha scritto che apprezzava particolarmente l’appello di Paolo Berdini (“non è più possibile tacere”) e che quello del 2008 è il peggior piano regolatore della storia di Roma capitale. Concludeva che il suo obiettivo non era il Campidoglio ma la necessità di contribuire a una svolta dell’amministrazione capitolina: non basta vincere bisogna anche cambiare rispetto ai quindici anni di Rutelli e Veltroni.

Addio Renato, lasci un vuoto incolmabile.

L'articolo è pubblicato anche sul manifesto, 5 agosto 2012

Non mi pare che si possa parlare, per l’intero territorio italiano, di riscoperta della vecchia tradizione ciclistica urbana e rurale, o comunque di grosse novità nell’impiego del silenzioso mezzo a due ruote”.

Così Lodo Meneghetti nella sua ultima Opinione. Parole sacrosante, verrebbe da dire: è proprio vero che né in Italia né altrove si stiano massicciamente riscoprendo tradizioni ciclistiche. Ma la grossa novità c’è eccome. Salvo che sta altrove. Ne ho scritto su Mall un mese fa, in un articolo intitolato Demotorizzazione.

E proprio oggi il sito The Atlantic Cities pubblica un post intitolato Fine dell’automobile in proprietà, e dall’altra parte del globo leggiamo dello stato di avanzata sperimentazione nella città di Toyota del modello a qualità totale e pervasiva Toyota Motor Company, cioè una rete locale di car-sharing gestita direttamente da chi le vetture le produce, insieme ai sistemi di ricarica, all’energia da fonti rinnovabili, ai modelli amministrativi, di manutenzione, di marketing …

Ovvero, anche una eventuale localista “riscoperta della vecchia tradizione ciclistica urbana e rurale”, del genere che piace alle associazioni di tutela dell’ambiente e del paesaggio non va letta in quanto tale, ma nel filone di un più vasto movimento che ci allontana dal modello auto centrico novecentesco, e magari auspicabilmente anche dal modello territoriale che si porta appresso. La cosa a suo modo divertente è che a trascinare tutto sia il mercato: non quello mitico e sacrale davanti alle cui arcane terminologie si inginocchiano politici e pure scienziati, ma quello terra terra della domanda e dell’offerta. Come quando a furia di studiare le propensioni di consumo dei giovani le case automobilistiche si sono accorte che di avere una bella tonnellata di lamiera attorno ai ragazzi non frega quasi nulla. Per adesso si consolano vendendo ad esempio i SUV a personaggi come “er Batman”, ma i suoi figli probabilmente per fare i bulletti con le pupe preferiscono lo smartphone modello 5 alle quattro ruote rostrate. Muoversi ci si muove ancora, e parecchio, ma via via vengono meno tutti gli altri presupposti canonici della civiltà auto centrica.

Piccoli spunti direttamente urbanistici: parcheggi densità e verde. Se cambia anche solo esclusivamente il modello di proprietà della vettura, l’enorme superficie che sinora è stata dedicata dal mercato e dai piani pubblici alle auto in sosta diventa automaticamente obsoleta e pronta a nuovi usi. Superficie enorme, se pensiamo che mediamente, al contrario di quanto sarebbe intuitivo, un’auto sta ferma per quasi tutta la sua esistenza (su base quotidiana, oltre 23 ore) ma lo vuole fare in posti diversi moltiplicando virtualmente la piazzola dal garage di casa, all’angolo della via, all’autosilo del centro commerciale al posto coperto davanti all’ufficio. Per funzionare bene i modelli di condivisione dei mezzi, e le relative reti di rifornimento e assistenza, hanno bisogno di densità media di tipo urbano, di quartieri permeabili con sistema stradale a griglia, magari gerarchizzato tra arterie di attraversamento e raccordo, arroccamento, sistema pedonale e ciclabile di corrispondenza. La domanda di mobilità complessa chiama automaticamente una migliore fruibilità e distribuzione di verde e spazi pubblici sicuri e sani di elevata qualità.

Tutto questo non è un progetto, un auspicio, un programma politico, ma solo una specie di osservazione “fantascientifica” di futuro probabile. Di cui le statistiche sul sorpasso della bici sull’auto (in salita, in discesa, qui non conta molto) sono solo una fettina, come una fettina è anche la passionaccia dei giovani per l’ultimo forse rinunciabile prodotto della Apple, che però contestualizzato può aiutare tantissimo ad esempio nel gestire tariffe e informazioni sulla mobilità integrata. Resta sicuramente il problema delle nostre città, che si chiamino Parma o Ferrara ed evochino centro storici e scampanellio di biciclette, o Milano e Napoli col classico ingorgo che crea un’atmosfera … irrespirabile. Ma come ci dicono altri signori e per tutt’altri motivi, certi aspetti delle crisi contengono non solo la soluzione, ma speranze di un futuro migliore. Certo c’è da lavorare, per chi il lavoro ce l’ha. Per gli altri al massimo pedalare.

E per concludere,che i rapporti fra mobilità e metropoli si stiano pian piano sciogliendo nell'aria, come tutto quanto pare solido, lo conferma in piccolo anche la recente ecatombe di una giornata milanese.

Riferimenti:

l’Opinione di Lodo Meneghetti citata in apertura e che ha dato lo spunto a questo contributo;

l’articolo “Fine dell’auto in proprietà” su The Atlantic Cities;

il comunicato di avanzamento della rete locale Toyota Car Sharing;

il mio pezzo (pure nato da un articolo su la Repubblica) dedicato alla Demotorizzazione

Il ministro Ornaghi fa sul serio: ha impugnato il Piano casa del Lazio davanti alla Corte costituzionale, e la stessa sorte toccherà al sedicente disegno di legge della Campania sul paesaggio, lì dove venisse approvato.

In effetti, il principale risultato dell’iniziativa congiunta dell’ambientalismo storico e di Eddyburg con l’appello “Salviamo la penisola sorrentina-amalfitana”, oltre alle prestigiose adesioni, al battage che si è scatenato in rete, alla presa di distanza di ben due ministri (Catania e Passera), è stato l’irrituale pronunciamento preventivo della Direzione regionale del paesaggio della Campania – del Ministero quindi – che ha diramato sull’argomento una nota ufficiale.

In essa si afferma seccamente che il disegno di legge presenta, come a suo tempo evidenziato dalle associazioni, molteplici punti di incostituzionalità (a partire dal titolo della legge, che assegnerebbe alla regione nientedimeno che i compiti di tutela del paesaggio), escludendo ogni responsabilità nella elaborazione del testo, che pure la regione affermava essere stato scritto di concerto con il ministero.

Ciò nonostante la Campania va avanti: dopo il flop in consiglio regionale del 18 settembre scorso, quando era mancato il numero legale, il disegno di legge è stato rimesso all’ordine del giorno, e verrà esaminato in una delle prossime sedute.

Tanta ostinazione aiuta una volta di più a comprendere le reali finalità del provvedimento, che con l’alibi del paesaggio porta avanti il lavoro di delegificazione urbanistica iniziato in Campania tre anni fa, con il primo sciagurato piano casa del centrosinistra, e proseguito poi con tre successivi provvedimenti legislativi, contenenti circa 100 abrogazioni puntuali e modifiche sostanziali, che di fatto azzerano i due principali strumenti di governo del territorio, la legge 16/2004 e la legge 13/2008.

Il risultato è un singolare esperimento di “legiferar facendo”, con lo strumento legislativo impiegato non già per definire una volta per tutte le regole del gioco, ma per rincorrere l’esigenza particolare del momento, che nello specifico è quella di sottrarre alle tutele vigenti due territori strategici – la fascia pedemontana della Penisola sorrentino-amalfitana, e i comuni della zona rossa del Vesuvio – restituendoli alla disponibilità dei piani casa di iniziativa comunale.

Un’iniziativa improvvida, che apre la strada ad un ulteriore incremento dei valori esposti, in termini di vite umano e di capitale infrastrutturale e urbano, in aree fragilissime, contribuendo così ad innalzare ulteriormente il debito pubblico territoriale nazionale, non meno rilevante di quello finanziario.

A queste osservazioni la regione risponde asserendo che queste aree non sono soggette a tutela paesistica, e che pertanto essa può disporne a piacimento, e qui si apre una discussione di cruciale importanza per la pianificazione paesaggistica in Italia.

Con il disegno di legge vengono infatti scorporati dal Piano urbanistico territoriale della Penisola Sorrentina-Amalfitana i quattro comuni pedemontani non interessati da decreti ministeriali di tutela (S. Maria la Carità, Angri, Nocera Superiore,Nocera Inferiore): come se il PUT potesse non essere considerato uno strumento di tutela paesaggistica di valenza unitaria, con la possibilità di smembrarlo in parti che tale valenza hanno, ed in altre aventi mero carattere urbanistico, nelle quali la potestà regionale sarebbe dunque piena.

La realtà, come ben raccontato da Francesco Erbani nel suo articolo su Repubblica.it, è diversa: aveva ragione da vendere Piccinato a disegnare in questo modo il PUT, cogliendo magistralmente l’unità paesaggistica, ecologica e morfologica della Penisola con i territori pedemontani che la raccordano alla Piana campana, riconoscendo in essi la prima essenziale fascia di protezione. Senza dimenticare che il territorio di alcuni di questi comuni (le due Nocere,ad esempio) si spinge sino al crinale dei Monti Lattari, ad oltre 1.000 metri di quota, nel cuore dunque dell’ecosistema Penisola.

Una tale logica dissettoria la nuova legislazione “in progress” della Campania la applica anche al territorio rurale, ispirandosi così al funesto disegno di legge Lupi sul governo del territorio. Nel momento in cui il ministro Catania propone il primo rivoluzionario disegno di legge nazionale sul consumo di suolo, si ripropone in Campania la funesta suddivisione delle aree agricole in “ordinarie” e “strategiche”, che è poi la maniera migliore per giustificare a priori ogni loro ulteriore dissipazione.

A fronte di simili approcci, il punto qualificante del disegno di legge sarebbe l’introduzione di non ben specificati strumenti di compensazione ambientale (l’eco-conto), ispirati ad approcci messi a punto in tutt’altri contesti (i tecno-paesaggi minerari della Ruhr), evidentemente poco idonei ad essere applicati alla complessità dei nostri mosaici rurali storici.

Insomma, proprio un bel pasticcio. La cooperazione istituzionale stato-regioni, essenziale per una effettiva applicazione del Codice del paesaggio, segna il passo tra forzature e furberie. In questa storia complicata l’esperienza della Campania non rappresenta al momento la pagina migliore.

L'appello aggiornato al 30 settembre 2012

Venerdì scorso, 6 luglio, due eventi, fra gli altri, hanno coinvolto il mondo dei beni culturali italiano e il suo Ministero, fautore di entrambi e rappresentato, in uno di questi, ai più alti livelli.

Ebbene, per uno strano caso del destino, essi rappresentano i perfetti antipodi di come possa essere gestito il nostro patrimonio culturale.

Così, mentre a Pechino si inaugurava, in pompa magna e con un’affollata delegazione italiana degno revival della famosa missione cinese di Craxi, una mostra simbolo del degrado scientifico cui sono giunti ormai alcuni dei nostri principali Poli museali, sull’Appia Antica prendeva avvio, fra una folla di cittadini entusiasti, un festival di tre giorni che ha costituito uno dei migliori esempi di valorizzazione del nostro patrimonio che sia stato dato vedere da molti anni a questa parte.

Sull’indecorosa iniziativa pechinese con la quale si è toccata l’ennesima punta al ribasso nella prostituzione dei nostri capolavori rinascimentali, è già stato detto con grande efficacia (v. Montanari, Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2012). Anche se su questo episodio occorrerà ritornare, perchè non paghi della risibilità culturale cui hanno abbassato istituzioni gloriose, i responsabili di quest’impresa l’hanno giustificata facendo ricorso ad un “innovativo” concetto di tutela. Così la nuova vision cui sarà ispirata la politica culturale di questo governo è stata così condensata in un’inaudita dichiarazione dal ministro Ornaghi: “bisogna lanciare operazioni di questo genere, anche correndo qualche rischio” (Corriere della Sera, 7 luglio 2012). Il rischio, ovviamente, è per le opere d’arte, prelevate a casaccio dalle abituali sedi museali e deportate a migliaia di chilometri di distanza, non per illustrare, secondo un progetto culturale, un tema, un evento, un’idea, ma semplicemente per fungere da cornice di lusso ad eventuali accordi economici con i nuovi padroni del mondo.

Lontano non solo molte migliaia di chilometri, ma anni luce in termini di civiltà e intelligenza operativa, nelle stesse ore, il meraviglioso basolato lucidato dai secoli della regina viarum era percorso da una folla via via crescente di cittadini romani e turisti, che partecipavano agli eventi del festival “Dal tramonto all’Appia”, una serie di iniziative che si sono succedute per tre giorni, dal 6 all’8 luglio, lungo la via Appia e alcuni dei suoi monumenti.

Evento cardine è stata la riapertura dopo tempo immemorabile (è stato detto 500 anni) della chiesetta gotica di San Nicola, piccolo edificio compreso un tempo all’interno del castrum Caetani, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella. Ora, restaurata con intelligente sobrietà e illuminata splendidamente torna ad essere visitabile, bene pubblico restituito alla collettività, a poche decine di metri da quella proprietà privata che si è impossessata di buona parte del castrum e contro i cui abusi aveva lottato invano anche lo stesso Antonio Cederna (era il 1993).

Già, gli abusi: una piaga che, come dimostra un recentissimo studio curato da Vezio De Lucia, è persino aumentata di intensità (300.000 mc negli ultimi dieci anni), rispetto ai tempi in cui Cederna cominciò a denunciarla (era il 1953), continuando la sua opera di difensore dell’Appia fino alla scomparsa nel 1996. I condoni edilizi hanno solidificato una cancrena di illegalità che l’amministrazione comunale e quella del Parco Regionale hanno sempre tollerato, spesso ostacolando l’opera di tutela svolta in solitudine da alcuni funzionari della Soprintendenza Archeologica di Roma.

Gli stessi, pochissimi, coordinati da Rita Paris, che hanno concepito quest’iniziativa: con risorse risibili (neanche un decimo della spesa di trasporto di un solo quadro “pechinese”), ma in uno slancio di ottimismo e di passione, si è voluto dimostrare come l’Appia possa essere vissuta, nella sua bellezza, passeggiando sui basoli e godendo di proposte culturali concepite per ricordarci la nobiltà e allo stesso tempo le miserie di questo luogo incantato.

Così a Capo di Bove, la sede dell’archivio Cederna, una deliziosa mostra fotografica – Marmo, latte e biancospino – ci mostra aspetti di questa zona inaspettati, che rimandano ad un passato rurale non così lontano nel tempo. E nella stanza accanto si poteva assistere alla proiezione del film di Pasolini, La ricotta, girato nelle campagne che costeggiano l’Appia.

E ancora concerti, di altissimo livello, dal jazz alla musica classica, a quella elettronica, visite guidate al mausoleo di Cecilia Metella, un piccolo film girato per l’occasione che suggestivamente ci ricorda come, fin dai tempi di Napoleone, il sogno di tutti gli uomini di cultura è stato quello di trasformare l’Appia, dal centro di Roma fino ai colli albani in un unico, indimenticabile parco offerto a tutti per la contemplazione e il ristoro dell’anima e del corpo.

Fra i vari momenti culturali, spostandosi da un monumento all’altro, si potevano gustare le specialità proposte dai ristoratori della via Appia che hanno aderito con entusiasmo all’ iniziativa della Soprintendenza, rivelatasi come sempre, in questo luogo, non solo presidio di legalità – quasi l’unico – ma istituzione in grado di suscitare collaborazioni fra pubblico e privato mirate ad una valorizzazione operativa e culturalmente aggiornata.

E in questo caso almeno, uno dei pochissimi nella sgangherata congerie di eventi che il Mibac ha saputo propinarci in questi ultimi anni sotto questa etichetta, si può davvero parlare di valorizzazione, ovvero sia di quella funzione e quelle attività tese, come ci insegna il Codice “a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso”.

Il successo del Festival è stato travolgente: i visitatori, sempre più numerosi ed entusiasti hanno affollato la via, intrattenendosi, mentre il tramonto incupiva le chiome dei pini marittimi, fino a tarda notte, commentando gli eventi, rilevando come, miracolosamente e nonostante tutto, questi spazi possano essere ancora vissuti con tanto piacere collettivo e rimpiangendo la temporaneità di un’occasione come quella.

Così, siamo sicuri che ieri, leggendo il bell’articolo sulla Stampa che riassume, impietosamente, i guai da cui questa strada è afflitta, dagli abusi, al traffico, alle ridicole assegnazioni di fondi per nuove acquisizioni e restauri, qualche cittadino in più abbia pensato che qualcosa bisogna fare per tutelare questo patrimonio preziosissimo e fragile e alleviare la solitudine di chi – Rita Paris - da anni, attraverso un’opera incessante, innovativa e tenace fino alla cocciutaggine la sta difendendo dal degrado, restituendo, centimetro dopo centrimetro, pietra su pietra, nuovi spazi al “godimento di tutti”.

Fra questi nuovi adepti, difficile pensare ai vertici del Mibac, pressochè assenti sia nella fase di organizzazione, che durante il festival.

Ma già, erano tutti a Pechino.

Che dispiegamento di forze maligne nel tentativo di cancellare il Piano Paesaggistico sardo. Quante ambiguità e perfino bugie. La Magistratura indaga. Il Ministero forse si metterà di traverso. Ma molti, troppi sardi credono alla fandonia del Piano che paralizza l’Isola. Il turismo crolla, le fabbriche chiudono, colpa del Piano, raccontano. E vorrebbero mano libera per costruire ovunque perché è giusto che anche loro abbiano una vera bolla immobiliare che gli esploda tra le mani. Abbiamo diritto di essere al passo con gli altri. Dunque, via il vecchio Piano. Eppure la diminuzione dell’attività edilizia in Sardegna è pari e perfino inferiore a quella di altre regioni italiane dove il malvagio Piano non c’è. Niente da fare, non ascoltano ragioni e premono per avere metri cubi per tutti e nuove regole le più malleabili possibile.

Però ci sono punti che gli scappano da tutte le parti.

Punto uno. Nella Commissione regionale per il Paesaggio è prevista la presenza di un rappresentante delle Associazioni ambientaliste portatrici di interessi diffusi. Così a febbraio gli Uffici regionali informano le Associazioni principali che entro sessanta giorni devono proporre tre nomi e la Regione sceglierà il componente. Solo Italia Nostra e Legambiente indicano, nei termini previsti, un candidato. Trascorrono molto più di sessanta giorni e a giugno appare per la prima volta e viene subito scelto il rappresentante di un’Associazione di cui i più ignorano l’esistenza. Si chiama Ambiente e/è vita Sardegna. E la burocrazia regionale fa un’altra capriola. La stessa delibera di giugno, quella che sceglie l’inverosimile candidato di Ambiente e vita, viene bruscamente modificata sul web. Dalla seconda versione scompaiono le sgradite Italia Nostra e Legambiente. Così la Magistratura indaga, mentre sarebbe bastata un po’ di trasparenza.

Balla numero due. Raccontano che su 377 Comuni sardi solo 10 avrebbero adeguato il proprio Piano Urbanistico al Piano Paesaggistico. Una bugia per quei sardi che si bevono tutto. Il Piano è, come si sa, solo delle coste e non delle zone interne. Così solo 104 Comuni costieri – compreso qualche comune pilota non costiero – devono adeguarsi al Piano.

Punto tre. Le Zone Umide. L’idea di costruire nei 300 metri da qualunque stagno, sblocca un centinaio di progetti cementificatori, ci costerà l’ennesima sanzione europea e infrange contemporaneamente più regole. Così distruggono gli stagni sardi. Un tesoro immenso. Contro l’umidità propongono cemento. Mica come quegli sciocchi che si ostinano a tutelare lo stagno della Camargue facendone perfino un buon affare turistico. Qua si bonifica con i mattoni. Gli stagni del Sinis, della Gallura, dell’Ogliastra, di Cagliari, un paesaggio meraviglioso a vocazione, dicono, edilizia.

Punto quattro. L’inestimabile Assessore all’Urbanistica Rassu dopo una riflessione durata sei anni, ha scoperto che il PPR del 2006 ha un vizio che lo fa crollare. Dice l’Assessore che nel 2006 la Giunta non ha proceduto all’intesa con il Ministero e che questo inficia il Piano. Così loro ci devono mettere mano. L’Assessore, però, deve riprendere la meditazione perché il Codice del Paesaggio non prevedeva, nel 2006, l’intesa obbligatoria. Invece la prevede dal 2008. E, per quanto spinoso sia il capitolo delle intese, quella che la sua Giunta ha sfornato pare solo un’esplorazione dei beni concordata con le Sovrintendenze. Che desiderio di nitidezza.

Insomma, nasce male questo nuovo Piano di metri cubi che vuole cancellare la salvaguardia, edificare le campagne, gli stagni, i fiumi e considera la costa una zona “ad alta intensità di tutela”, però variabile. Soccomberà nell’aula del Consiglio o nei tribunali. Nonostante sia vero che parla dritto a molti sardi i quali, speriamo, comprenderanno che la strada del benessere non è lastricata di cemento.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a "la Nuova Sardegna

finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d'indipendenza. L'Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.

Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine di questo giornale (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un giuristadell'Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un “manifesto “ del 1867, elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinquennale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l'utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale «Tesoro della Nazione... un tesoro produttivo indefinitamente .” da conservare anche per le future generazioni.

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare. Innanzi tutto - e questo è noto anche agli uomini del governo - nell'attuale situazione di mercato l'operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell'operazione. L'obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie. Questo è accaduto anche negli anni '60 dell' 800. Come ha ricordato la Biasillo, nel 1872 l'allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del Governo Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2. Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l'intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell'attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l'ardimento imprenditoriale e l'attitudine al rischio. E' un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l'acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E' facile immaginare che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all'iniziativa imprenditoriale.

La convenienza a non vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sosteneva Del Bon, quale “prospettiva di credito stabile e duraturo” trova oggi una singolare conferma nella recente esperienza della Finlandia , alle prese con gravi problemi di finanza pubblica. Come ha ricordato il primo ministro conservatore di quel Paese, Jyrki Katainen, in una intervista a Der Spiegel del 13 agosto – ne ha riferito Repubblica lo stesso giorno – anziché vendere i loro beni, i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per l' emissione di nuovi titoli pubblici. Tale operazione ha ottenuto una notevole riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del PIL in un breve periodo di tempo.« Non dimenticheremo mai questa istruttiva esperienza.”(We will never forget this formative experience) conclude Katainen. Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in fatto di patrimonio immobiliare, la Finlandia non è certo l'Italia.

E qui veniamo ad un altro punto di riflessione. E' vero che nel novero di “beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti, anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le amministrazioni locali spesso non conoscono gli immobili di cui sono proprietari, o che appartengono allo Stato, e pagano talora lauti affitti ai privati – come ha ricordato Paolo Berdini sul Manifesto del 10 agosto - per ospitare scuole od uffici. Ma, fatte le debite distinzioni, occorre ricordare a tutti- ai nostri governanti, al nostro ceto politico, agli economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici - che i beni pubblici dell'Italia non sono i demani postunitari, né gli immobili della Finlandia. I nostri sono i beni ricadenti nei confini di un Paese che, secondo l'Unesco, racchiude il 60% del patrimonio artistico dell'umanità. Dobbiamo perciò chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Ma quelle opere non solo hanno un valore artistico in sé, come singoli manufatti. Essi sono spesso legati a una più larga trama urbana e territoriale e compongono, nel loro complesso e nel contesto del nostro paesaggio, la bellezza dell'Italia, la sua fisionomia e la sua identità nel mondo. Quindi la sua ricchezza inalienabile presente e futura. Quella ricchezza che nessuna mirabilia tecnologica può riprodurre, che non può essere minacciata dalla concorrenza delle manifatture cinesi o indiane, ma che oggi, paradossalmente, può essere distrutta dall'interno, dal ceto politico di governo. Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, la nostra memoria , la trama della nostra storia e del genio nazionale. E allora ? Devono perdere la loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, essere smembrate e accaparrate da mani privati, magari da coloro che nell'ultimo ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza deregolata? C'è infine una ulteriore ragione di opposizione all'alienazione del nostro patrimonio. Una ragione sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro la liquidazione della nostra identità e della nostra storia. Come ha ricordato Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati restaurati, hanno ricevuto tutela e manutenzione grazie all'intervento pubblico e quindi con il supporto della fiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino all'attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E' evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito della nostra storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi. Chi dà legittimità morale e politica di vendere il nostro passato a un pugno di uomini che nessuno ha eletto, che dureranno qualche mese alla guida del Paese? E per ripianare quale debito? Gli uomini della Destra storica, che misero in vendita il demanio, dovevano ripianare le spese sostenute per liberare con le armi l'Italia e realizzare l'unità del Paese. Ma oggi? Il nostro debito è pubblico perché grava su tutti noi, ma le sue origini sono prevalentemente private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese ( in primis e per decenni, alla Fiat) al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di guerra ( dai Balcani all'Afganistan) in violazione della nostra Costituzione?

Eppure, tale strada segna un grave errore politico dell'economicismo neoliberista . Questo ambito della manovra del governo attuale – ma anche di quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi sulla stessa linea – costituisce una grande occasione culturale e politica per la sinistra italiana. Perché laddove verrà minacciata la vendita ai privati di manufatti importanti di un determinato territorio, sarà possibile attivare la reazione popolare in difesa di beni e monumenti che costituiscono, in tanti casi, il pregio e l'identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all'opera Italia Nostra, il Fai ecc. che metteranno in evidenza il valore del singolo manufatto, ma sarà l'occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni singolari che fanno la fisionomia del loro comune, del loro borgo, del loro quartiere urbano. E le lotte in difesa di questi speciali beni comuni, contro la loro privatizzazione, costituiranno l'occasione per mostrare ad aree sempre più vaste di opinione pubblica il fondo miserabile della cultura capitalistica del nostro tempo. Alla furia privatizzatrice del ceto politico neoliberista sarà possibile contrapporre l'idea di una società che difende i beni pubblici della bellezza, dell'identità dei luoghi, della memoria storica, della condivisione comune degli spazi del vivere sociale. Perché, infine, anche quest'altra drammatica differenza va segnalata, tra i padri della patria che nell' '800 vendevano i demani e gli attuali governanti. Quegli uomini avevano un'idea dell' Italia che volevano costruire. I nostri governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi stessi hanno contribuito ad alimentare. Il termine futuro, che ritorna ossessivo nei loro discorsi, è come la parola luce in bocca ai ciechi, che invocano ciò che non vedono, testimonia lo smarrimento di ogni idea del nostro possibile avvenire. Nessun altra prospettiva emerge dalle loro parole se non rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. La futura società che essi riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere i nostri beni artistici, il patrimonio collettivo della nazione, consentirà di mostrare ancor più nitidamente il nulla verso cui marciano questi fautori della crescita, il cui unico orizzonte è quello di sciogliere la società nell'acido del mercato.

(questo articolo è inviato contemporaneamente a il manifesto)

Credo anch'io, con Alberto Asor Rosa, che il dilemma lavoro/ambiente fatto emergere drammaticamente dalla vicenda dell' Ilva di Taranto, costituisca « la problematica fondamentale con la quale avremo a che fare nel corso dei prossimi decenni ». ( Il Manifesto, 5/8/ 2012 in controreplica a Rossana Rossanda, che aveva scritto sul Manifesto del 31/7). Aggiungerei che essa riporta in primo piano e in forma paradigmatica , il nodo teorico e culturale che la sinistra non è stata in grado di affrontare nella seconda metà del '900. E non soltanto in Italia. Certo, non sfugge a nessuno il dramma sociale che vivono in questo momento le migliaia di famiglie minacciate dalla perdita del lavoro e del reddito. E dunque sappiamo bene quale difficile compito sindacati e forze istituzionali hanno di fronte dopo la lodevole, coraggiosa, obbligata iniziativa della magistratura. Ma tale stato di necessità, questa gigantesca questione sociale in uno momento per giunta acutissimo della Grande Crisi, non può impedirci di pensare ai significati più generali della vicenda e ai rischi che essa presenta. Asor Rosa paventa, osservando la riduzione della classe operaia italiana a “classe particolare”, che essa finisca col porsi contro le ragioni dell'ambiente e quindi contro l'interesse generale. La sua legittima difesa del lavoro, infatti, la spinge a collocarsi a difesa della continuità produttiva e dunque dell'interesse padronale. Contro gli interessi degli altri cittadini che operai non sono, contro la salute del territorio tarantino, che riguarderà anche la vita delle prossime generazioni. Ma questo rappresenta esattamente il capovolgimento delle finalità strategiche e della storia della classe operaia. Quanto meno della classe operaia politicamente orientata dalla sinistra. E paradossalmente in una fase nella quale la difesa dell'ambiente rappresenta il nuovo orizzonte di rappresentanza generale, la nuova universalità di una politica progressista.

Io credo che tale condizione di subalternità della classe operaia e della sinistra non rispecchi soltanto la condizione politica di debolezza propria di questa fase storica, ma anche, e forse soprattutto, l'esaurimento di una tradizione teorica. Ci sono stati momenti in cui il movimento operaio è stato in grado, in Italia, di organizzare conflitti in difesa della salute in fabbrica, determinando talora mutamenti positivi nell'organizzazione del lavoro. Negli '70 il movimento "Medicina democratica", grazie a Giulio A. Maccacaro, segnò in questo senso una grande novità nel nostro Paese. Ma l'analisi si limitava all'ambiente di lavoro e a problemi della salute, non andava oltre. L'ambiente naturale restava oltre i recinti pressocchè dell'intera cultura nazionale. Credo, a tal proposito, che nessuno abbia mai sollevato, visto che parliamo di Taranto – neppure chi scrive - il sacrificio storico che il Mezzogiorno ha subito delle sue bellezze naturali, dei suoi paesaggi e delle sue risorse per rispondere alla fame di occupazione delle sue popolazioni. Una storia che è iniziata con Bagnoli, agli inizi del secolo scorso, e che è proseguita appunto con Taranto, con Brindisi, Manfredonia, Priolo, Siracusa, Gela, Porto Torres. Luoghi, talora di straordinaria bellezza, di notevole potenzialità turistica, costretti a ospitare industrie chimiche e siderurgiche altamente inquinanti, divoratrici di acqua e di suolo. Ricordo qui che è stata sufficiente la promessa di un centro siderurgico, a Gioia Tauro, per far sparire una delle agricolture più ridenti e prospere che sorgevano allora in fondo alla Penisola. Potrei azzardare che il bisogno di lavoro nel Sud ha favorito, nel secondo Novecento, una nuova geografia neocoloniale dell' industrializzazione italiana. Una specifica “questione ambientale” si è incistata anche nel cuore della questione meridionale.

Ma il ritardo culturale della sinistra sui temi dell'ambiente ha una portata teorica ben più vasta su cui cui occorre insistere. Soprattutto in momenti come questi, nei quali lo stato di necessità, spinge a ripercorrere il vecchio sentiero. Lo stesso modo con cui si pone il problema dell'Ilva di Taranto è rivelatore di questo limite radicale e originario. L'ambiente naturale viene infatti percepito solo in quanto danno alla salute delle popolazioni locali. E questo perché alla natura non viene assegnata nessuna realtà autonoma, nessun valore generale. Essa esiste se gli uomini che ci vivono subiscono danno, se produce perdite economiche, se si presenta come “esternalità negativa”. Un antropocentrismo ingenuo, infatti, è sempre alla base del pensiero economico contemporaneo. Non mi riferisco tanto al pensiero economico neoclassico, che la natura non sa che cosa sia, quanto soprattutto al pensiero economico marxista. La teoria del valore lavoro su cui si fonda l'interpretazione marxista del capitale( che non esaurisce, ovviamente, il pensiero di Marx) ha tolto ogni ruolo alla natura nel processo di produzione della ricchezza. Non diversamente che nella teoria capitalistica la natura viene ridotta a merce, degradata a “materia prima.” E' sufficiente darle un prezzo e il cerchio della razionalità economica appare perfettamente chiuso. Ma la natura non è una cosa, una quantità di materiale disponibile all'uso. Il rame del Cile, utilizzato nell'industria automobilistica ed elettronica, non è solo dato dalle tonnellate di materiale pronto alla valorizzazione e pagato dai capitalisti americani o giapponesi. Esso non è solo frutto del lavoro operaio, come continua giustamente, ma oggi limitatamente, a ricordarci la tradizione marxista. Dietro di esso c'è la distruzione di ecosistemi naturali che appartengono al popolo cileno e a tutti noi. Gli scavi minerari per produrre la materia prima necessaria all'industria, ancor prima che questa incominci a generare i suoi specifici danni, comportano la sbancamento di vasti territori, l'uso e l'inquinamento di fiumi e falde acquifere, l'ammassamento di montagne di scarti, la dispersione di veleni nell'aria, il consumo gigantesco di energia che contribuisce alla produzione di C02 e quindi al riscaldamento climatico globale. La preistoria della materia prima è da subito una vicenda di distruzione generale. L'economia capitalistica, dunque, non è una partita che si gioca solo tra operai e capitale. Essa coinvolge un Tertium, la natura, senza diritti e senza rappresentanze, ma che oggi acquista una universalità inoccultabile. Ovviamente son sempre gli uomini, è l'umano interesse alla salute e alla sopravvivenza a rappresentare i diritti di questo Tertium. Ma ora in una forma radicale e universale. E questo rinnovato antropocentrismo mette in luce, per la prima volta, un limite fondativo di egemonia del capitale: la produzione illimitata di ricchezza, con cui esso ha creato le basi del suo consenso, coincide sempre più perfettamente con la distruzione di ecosistemi limitati, con le fonti stesse della nostra prosperità e del nostro benessere. L'interesse privato del capitale non solo sottrae plusvalore al lavoro operaio, ma viene distruggendo i beni comuni della terra. Negli ultimi decenni la sinistra aveva davanti a sé una formidabile risposta teorica e culturale da dare alla retorica dell'individualismo neoliberistico. Non l'ha trovato, soprattutto perché inchiodata alla propria tradizione industrialista e sviluppista, chiusa nei limiti della proprie basi teoriche originarie. Ma non è riuscita a trovarla anche perché schiacciata dagli “stati di necessità” che ha dovuto di volta in volta affrontare. Le considerazioni realistiche di Rossana Rossanda, prima ricordate, ne costituiscono ancora oggi una testimonianza esemplare. Senza dire che, oltre una certa misura, il realismo rischia di coincidere con la difesa dello status quo. Io credo che la questione dell'Ilva possa costituire occasione per riprendere uno sguardo progettuale. Anche in questo momento difficile. Abbiamo ancora di fronte una prospettiva che rimane aperta e che fornisce a noi una nuova, straordinaria possibilità di allargare le alleanze della classe operaia a forze sociali varie e diverse. E al tempo stesso al mondo della ricerca e della scienza. Sempre che a questo mondo siamo in grado di chiedere non certo altra crescita, ma nuove forme di economia, nuovi paradigmi tecnici in cui collocare l' umana operosità.

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Se la crisi profonda in cui siamo immersi ci sta insegnando qualcosa quel qualcosa è che, per immaginare il futuro, è imprescindibile passare da quella che è stata definita la «politica del fare» ad una politica (e cultura) del «fare responsabile, giusto, equo e sostenibile». Questo passaggio ha oramai raggiunto lo stato di necessità e di urgenza dal punto di vista etico, sociale, ambientale ed economico; anziché essere visto come un’ulteriore difficoltà allo sviluppo, va considerato come approccio unico e necessario che possa portare, anche velocemente, ad un nuovo sviluppo più durevole e più solido. La questione della Torre Cardin pone quindi, prima ancora che di merito, una questione di metodo. Ciò che sorprende infatti è che pur parlando di una trasformazione fisica significativa e consistente il “dibattito” in corso ruoti essenzialmente attorno al valore monetario (peraltro oscillante) della cosidetta“grande occasione”. Nessuna considerazione sulla forma urbana, sul traffico, sull’impatto ambientale. Solo soldi, ma in questo caso di cemento, di un cemento che deve rimanere almeno mezzo secolo per potersi “ripagare”. Il pericolo di questa impostazione sta nel fatto che, soprattutto in un momento di crisi economica gravissima come quello attuale, il progetto e la discussione sul progetto vengano strumentalizzati in modo assoluto: o prendere o lasciare, la Torre Cardin o lo status quo cioè il degrado. Posta così la questione lascia lo stesso molti dubbi sia nel Consiglio Comunale che tra i cittadini ma porta inevitabilmente verso un consenso acritico cioè all’accettazione del meno peggio essendo oggi quel degrado già ampiamente insopportabile. È questione di metodo perché la città e i suoi cittadini non dovrebbero trovarsi di fronte ad un simile aut‐aut ma dovrebbero discutere quali opportunità la città intende offrire al mercato; costruire com‐porta e porta sempre molto denaro; si tratta di capire come, cosa e dove costruire; perché non si tratti di una “abominevole speculazione”ma per far sì che si tratti di una “importante occasione” il progetto (qualsiasi progetto di siffatta dimensione) dovrebbe creare , oltre che profitto immobiliare, ricchezza collettiva tramite l’apporto di nuove relazioni, l’introduzione di fattori di efficienza energetica, la creazione di nuovi collegamenti, di nuova socialità, di nuova urbanità che incrementa il senso civico del vivere sociale. Questi sono gli elementi che trasformano una qualsiasi operazione edilizia in qualcosa che rappresenta un vantaggio per la collettività. Se si partisse da questo presupposto allora il progetto dello stilista dovrebbe essere valutato in quanto progetto urbano, progetto di una parte di città importante. La discussione sarebbe virtuosa se, per quella preziosa parte urbana, si valutassero questo sì in un dibattito pubblico aperto alla cittadinanza l’ipotesi del grattacielo immerso in una distesa di parcheggi insieme con altre proposte progettuali alternative a quello schema. Il grattacielo isolato è “una delle” possibilità ma ve ne sono molte altre, forse più opportune, che andrebbero valutate, con la serenità del sapere che anche nelle altre “forme” ci sarebbero grandi capitali coinvolti, si creerebbero posti di lavoro, servizi, commerci, cioè sarebbero altrettanto “grandi occasioni” non piovute dal cielo ma saggiamente preparate ed indirizzate ad un obbiettivo condiviso. Forse si potrebbe discutere, in alternativa al grattacielo, di un intero quartiere innovativo, sostenibile, di un vero cuore pulsante del sistema Mestre‐Marghera che ha oggi un vuoto nella sua cerniera centrale – l’area della stazione ‐ e che la torre non farebbe altro che congelare per i prossimi decenni come “vuoto” della città al servizio della torre. Il centro di una grande città non si può trasferire nella lounge di un grattacielo, e tantomeno in un immenso parcheggio.

Sull’argomento vedi anche l’articolo di Somma

Mi sembra che l’occasione della ricorrenza dei 70 anni dalla approvazione della legge urbanistica nazionale puntualmente colta da eddyburg, in particolare da link http://eddyburg.it/article/articleview/19358/0/375/Vezio De Lucia>, sia molto opportuna proprio in un momento di così intensi e, per certi aspetti, confusi mutamenti in corso in questo paese.Non sostengo che bisognerebbe “aprire un dibattito” ma qualche considerazione e qualche proposito forse si potrebbero azzardare. Provo a portare il mio contributo sulla base della mia esperienza “sul campo”, da funzionario pubblico.

Lo scritto di De Lucia lascia un fondo amaro quando riconosce il progressivo declino delle speranze di ottenere una legislazione urbanistica nazionale imperniata sulle acquisizioni fondamentali elaborate in decenni di battaglie culturali e politiche della comunità che si era riproposta di adeguare i principi di governo del territorio al dettato costituzionale repubblicano.

L’affermazione che «abbiamo finito con il sentirci obbligati a difendere quella legge con le unghie e con i denti, sapendo che dalla politica e dalle istituzioni di oggi possono venire solo peggioramenti» riassume efficacemente un senso di desolazione dell’autore a cui sono tentato di aderire senza riserve. Però mi sforzo, nonostante tutto, di cercare una strada e un metodo razionale per riproporre l’esigenza di una nuova stagione della disciplina degli interventi sul territorio.

Proprio di fronte ai pessimi esempi che siamo costretti a constatare quotidianamente a tutti i livelli di responsabilità istituzionale?

Proprio in una fase in cui la ristrutturazione economica in corso (impropriamente e interclassisticamente chiamata “crisi”) sembra travolgere gli ultimi pilastri di una corretta gestione dei fatti urbani e assume il territorio come motore di un improbabile e, comunque distruttivsviluppo (anzi crescita senza aggettivi di sorta)? Proprio nel momento in cui non si sa più bene nemmeno quante e quali entità territoriali sopravviveranno alla sconclusionata distruzione spacciata per riduzione della spesa pubblica? Si, penso che proprio ora sia il momento di riprendere il ragionamento sul tipo di ordinamento che vogliamo dare alla legislazione del territorio di questo tormentato Paese.

Il punto di partenza sono i principi cardine su cui costruire un nuovo quadro di riferimento nazionale. Questi sono talmente presenti sulle pagine di Eddyburg da consentirmi di darli per acquisiti. Mi limito solo a riprendere la recente intervista di Salzano ad “Architettura del Paesaggio” pubblicata sul sito dove indica con chiarezza i tre passaggi essenziali per imprimere il cambiamento culturale necessario ad aprire la strada ad una nuova stagione dell’urbanistica italica. Lì c’è già tutto quel che serve e provo a riassumerli:

- bloccare il consumo di suolo come presupposto per il rinnovo del patrimonio edilizio costruito e la difesa delle risorse naturali;

- affermare una concezione “sistemica” del territorio per ricondurre ad unità le sue componenti e ricostruirne le relazioni complesse e imprescindibili;

- ridare centralità alla pianificazione urbanistica e territoriale (pubblica, aggiungo io, e forte perfino autoritativa!) per scongiurare la deriva di un libero mercato che poi non è ne libero ne mercato ma semplice appropriazione privata di beni e valori pubblici.

A questi andrebbe senz’altro aggiunta una decisiva disposizione che sganci definitivamente i contributi sulle attività edilizie da utilizzi di bilancio impropri facendo venir meno l’alibi delle esigenze di finanza locale per lo spreco di suolo.

Il secondo punto da valutare riguarda le gambe sulle quali la rivendicazione di una nuova legge urbanistica può camminare. Si sa che i processi di riorganizzazione politica in corso, in Italia come altrove, seguono orientamenti che vanno in direzione ben diversa dalle mete auspicate.

Si è ancora impegnati in una scomoda trincea in cui si cerca di difendere le posizioni acquisite dai continui assalti avversari.

Eppure siamo in una situazione in cui si mescolano

elementi regressivi nelle scelte politico-istituzionali a esperienze diffuse di indubbio interesse per la qualità e intensità dei conflitti che sui territori si generano.

Penso alle lotte su molti aspetti legati a obbiettivi affini a quelli proposti da Salzano che ho richiamato. Per tutti indicherei la difesa dei beni pubblici territoriali ed economici: paesaggio, acqua pubblica, recupero del significato di “comunità”; la scoperta/riscoperta del concetto di “bene comune” (che bello sarebbe vederlo scritto in una legge urbanistica); le mille iniziative che coinvolgono temi grandi (NO TAV, il risanamento di una fabbrica-città come l’Ilva) e piccoli (come la difesa di un lembo di spazio di vita sociale in un piccolo borgo italiano). Per tutto questo e per i cittadini che resistono dobbiamo continuare a sostenere la necessità e l’urgenza di una legge urbanistica nazionale basata sui principi ricordati. Sono tanti, generosi e lo meritano.

Chi la può sostenere oltre a quelli che questa legge già la praticano nel loro impegno? Il panorama offerto dalle istituzioni odierne non induce certo all’ottimismo ma, prima o poi, anche le rappresentanze politiche, se vorranno ancora rappresentare qualcosa, saranno costrette ad accorgersene. O ne pagheranno le conseguenze.

Un’obiezione del tutto ragionevole suggerisce che in questo momento storico è più prudente un’azione di contrasto delle nefandezze peggiori in attesa di tempi più propizi. Temo che il momento favorevole per conquistare nuove posizioni non verrà mai se non usciamo dal ristretto orizzonte dei rapporti di potere consolidati passando ad una fase propositiva che faccia tesoro delle migliori esperienze su cui possiamo già oggi contare. Di questo, in fondo, si discuterà nella prossima scuola di eddyburg a Verona che propone una riflessione sulle forme della politica e i conflitti territoriali oggi. Forse vale anche la pena di legarla alla ricorrenza dei 70 anni della legge urbanistica nazionale.

Postilla

Ricominciare e poi che senso ha. Ho pensato a Mina leggendo l'intervento di Bellone. Nel merito della sua proposta sono pienamente d'accordo, ma al tempo stesso non mi sottraggo al senso di inutilità, e quindi di frustazione, che mi prende all'idea di impegnarci nuovamente nella stesura di un disegno di legge urbanistica. L'ultima proposta di eddyburg è del 2006, frutto di un lavoro intenso e collettivo. Fu anche, inutilmente, presentata alla Camera e al Senato. Comunque ne discuteremo , a cominciare prossimo seminario Se/ed, anche in preparazione di nuove iniziative, nelle quali ci piacerebbe molto riuscire a mobilitare anche altri rispetto a quelli che hanno finora lavorato per le nostre proposte normative, mutando il loro ruolo da interlocutori e amici a protagonist di iniziative di eddyburg.(v.d l.)

E' possibile fare un breve e disincantato bilancio del governo Monti? La prima, avvilente constatazione, è che in quasi 9 mesi di “riforme” e di “vertici decisivi” la montagna del debito pubblico italiano non è stata neppure scalfita. Anzi si è fatta ancora più alta e imponente. Il debito ammontava a 1.897 miliardi di euro nel dicembre 2011, oggi è arrivato a. 1.966. Dunque, la ragione fondamentale della nostra condizione di rischio , la causa causarum delle nostre difficoltà presenti e future si è ulteriormente aggravata. Lo spread si mantiene elevato e il 16 luglio ha sfiorato i 500 punti. Il Pil – questo vecchio totem delle società capitalistiche – è nel frattempo diminuito e diminuirà ancora. Scenderà di oltre il 2% nel 2012. Dicono gli esperti che si riprenderà nel 213. Ma per quale felice congiunzione degli astri non è dato sapere. Qui, infatti, la scienza economica si muta in astrologia, dà gli oroscopi. L'elenco dei disastri non è finito. La disoccupazione, com'è noto, è aumentata, quella giovanile in particolare. Per quella intellettuale in formazione il governo propone ora di aumentare le tasse universitarie, così potrà essere efficacemente ridotta... Una nuova tassa sulle famiglie italiane di cui occorrerebbe informare l'on. Casini, che ne è uno zelante difensore.

Nel frattempo le più importanti riforme realizzate dal governo incominciano a mostrare effetti indesiderati che pesano e peseranno sull'avvenire del Paese. Prendiamo la riforma delle pensioni, sbandierata dai tecnici al governo come lo scalpo di un mostro finalmente abbattuto. Pur senza considerare qui il grande pasticcio dei cosiddetti esodati, che pure costituisce un dramma inedito per migliaia di famiglie, la riforma appare come un'autentica sciagura economica e sociale. L' allungamento dell'età pensionabile ha già bloccato l'assunzione di migliaia di giovani nelle imprese. Vale a dire che essa impedirà l'ingresso nelle attività produttive e nei servizi di figure capaci di portare innovazione e creatività. Mentre riduce ulteriormente prospettive e speranze di lavoro alle nuove generazioni. Quale slancio può venire da una società se si chiede agli anziani di continuare a lavorare sino alla vecchiaia e ai giovani di aspettare, cioé di invecchiare senza lavoro? Ma le imprese dovranno tenersi lavoratori logorati e demotivati sino a 65 anni e oltre. Chiediamo: è' questo un 'incentivo alla crescita della produttività, fine supremo di tutte le scuole economiche? Quale danno, in realtà, sarà portato alle imprese e a tutti noi? E' facile infatti immaginare – salvo ambiti limitati in cui l'anzianità significa maggiore esperienza tecnico-organizzativa – che questi lavoratori saranno più facilmente vittime di infortuni, che contrarranno più malattie , si assenteranno per stress, ecc. Dunque peseranno sul bilancio dello stato, probabilmente in maniera più costosa che se fossero in pensione.

Non meno fallimentare appare la riforma del lavoro della ministro Fornero. A parte la razionalizzazione di alcuni aspetti di una normativa ingarbugliata, essa ha peggiorato la condizione dei lavoratori occupati. Come hanno mostrato tante analisi pubblicate sul Manifesto, questi sono oggi più ricattabili da un padrone che può licenziarli con maggiore facilità tramite un indennizzo monetario. Nel frattempo la giungla legislativa del lavoro precario non è stata cancellata. I giovani, pochi, che entrano nel mondo del lavoro fanno ingresso nel regno dell'insicurezza, non diversamente da quanto accadeva in precedenza. Ma quanta nuova occupazione creerà questa rivoluzione copernicana della supponente Ministra ? Perchè le imprese straniere dovrebbero precipitarsi a investire nel nostro Paese, dove prevale una forza-lavoro anziana, le Università e i centri di ricerca sono privi di risorse, dove la pubblica amministrazione è in gran parte inadeguata, dove illegalità e criminalità sono fenomeni sistemici, dove spadroneggia un ceto politico fra i più inetti e affaristici dell'Occidente? Questi ultimi due aspetti, ovviamente, non sono addebitabili al governo Monti, ma fanno parte ineliminabile del quadro nazionale di cui occorrerebbe tener conto.

Ebbene, dove ci porterà questo governo nei prossimi mesi? Economisti e media continuano il loro estenuato ritornello: faremo “riforme strutturali”, la formula magica che dovrebbe dischiudere la spelonca di Alì Babà, deposito di immensi tesori. Quali riforme strutturali? Forse la nazionalizzazione delle banche, una tassazione stabile sulle transazioni finanziarie, il 3% del PIL destinato alla formazione e alla ricerca, la creazione di un sistema fiscale progressivo, una tassa stabile sui patrimoni, una grande legge urbanistica che protegga il nostro territorio e faccia vivere civilmente le nostre città? No, niente di tutto questo. Le riforme strutturali sono state già fatte e sono quelle che abbiamo esaminato e ora la spending review, che avrebbe bisogno di tempi lunghi e di circostanziata conoscenza della macchina statale per non diventare un' altra operazione di tagli lineari. Quale di fatto è. Essa, infatti, deprimerà ulteriormente la domanda aggregata, con quali effetti sul PIL ce lo comunicheranno nei mesi seguenti, invocando qualche altro vertice decisivo. Ma il repertorio pubblicitario è in realtà esaurito. Proveranno con la svendita dei beni pubblici, ma non avranno né il tempo né l'agio.

Chi dice dunque, a questo punto, che il re è nudo, che il governo Monti ha fallito? Il fallimento è certo globale. Sono ormai 5 anni che le società industriali navigano nella tempesta e gli uomini di governo, che hanno salvato le banche dalla rovina, protetto i potentati finanziari da tracolli su vasta scala, sono ancora col cappello in mano a chiedere comprensione ai grandi speculatori, definiti mercati. Cinque anni nei quali si potevano separare le banche di credito dalle banche d'affari, bandire i prodotti finanziari ad alto rischio, riformare le agenzie di rating, regolamentare i movimenti di capitale, chiudere i paradisi fiscali, applicare la Tobin tax, ecc. Eppure niente è stato fatto. La finanza spadroneggia e il ceto politico ubbidisce, demolendo pezzo a pezzo, su suo ordine, le conquiste sociali del XX secolo. E chiama riforme strutturali questo cammino all'indietro verso il XIX secolo.

In Italia non si è fatta eccezione. Ma oggi occorre aggiornare il quadro. Non si tratta più, per gli italiani, come alla fine dello scorso anno, di scegliere fra uno dei peggiori governi dell'Italia repubblicana e la strada di una cura severa e dolorosa, ma che alla fine ci porterà fuori dalla catastrofe. Oggi non si da più questa alternativa. Il governo Monti ha solo ritardato la discesa del Paese nell'abisso per un comprensibile effetto psicologico. Oggi appare nella sua piena luce di “governo ideologico”, come lo chiama Asor Rosa: esso è la malattia che vuol curare i sintomi, acuendo le cause che ne sono all'origine. E' l'ideologia che domina a Bruxelles. Lo abbiamo visto con la Grecia, lo stiamo osservando con la Spagna. Un medico che dovrebbe dare ossigeno al malato e continua a tagliare col bisturi. Prima il “risanamento” e poi la crescita è un vecchio ritornello, che oggi appare tragicamente fallimentare. La presente crisi, com'è noto ormai a molti, origina dalla sproporzione fra l'immensa ricchezza prodotta a livello mondiale e la ridotta capacità della domanda di attingerla. Troppe merci a fronte di redditi popolari stagnanti e in ritirata, sostenuti con il surrogato dell'indebitamento familiare. La politica di austerità, dunque, rende più grave la crisi perché ne ripropone e alimenta le cause. Premi Nobel come Stiglitz e Krugman lo vanno ripetendo da mesi, anche sulla stampa italiana.

Forse qualcuno dovrebbe rammentare ai dirigenti del Partito Democratico che in autunno le condizioni economiche generali del Paese saranno peggiorate. E che agli occhi degli italiani il perdurante sostegno a Monti finirà col rendere tale partito interamente corresponsabile di un fallimento di vasta portata. La sua prudenza e il suo tatticismo si trasformeranno in grave irresponsabilità. Perché la forza politica che dovrebbe costituire e aggregare l'alternativa, non solo di facce, ma anche di politiche economiche, apparirà irrimediabilmente compromessa. Parte indistinguibile del mucchio castale che ha fatto arretrare le condizioni generali del Paese. Un vuoto drammatico che, temiamo, la sinistra radicale non riuscirà a colmare e che indebolirà il tentativo di una nuova “rotta d'Europa”: vale a dire l'alleanza con le sinistre europee per cambiare strategia, a cui gruppi e singoli intellettuali vanno lavorando da tempo. Appare a tal proposito molto significativo che un giornalista come Eugenio Scalfari, uno dei più convinti sostenitori del governo Monti nell'area liberal progressista, abbia preso le distanze con tanta eleganza, ma con tanta fermezza, nel suo editoriale su Repubblica del 15 luglio. Che abbia più fortuna di Stiglitz e di Krugman ?

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Si deve ammettere l’esistenza di una costante sarda che, però, non è una costante resistenziale. Da almeno mezzo secolo, infatti, salvo brevi sussulti d’amor proprio, non resistiamo più a nulla.

L’emiro del Qatar ha comprato la Costa Smeralda. Ora, dicono, vuole investire nel Sud dell’isola. Il Qatar è per Amnesty International uno Stato nel quale i diritti civili sono limitati, soprattutto quelli delle donne e degli immigrati. Ma la costante compiacente sarda non è interessata a queste quisquilie. La costante compiacente sarda è abbagliata dalla solita promessa di una pioggia d’oro e onori sull’isola in liquidazione.

Comprano e consumano l’unica ricchezza che possediamo. Comprano il Paesaggio, e noi con esso. Ma non compra solo l’emiro. Arbus, Teulada, la Marmilla, tutto è in vendita. L’Isola si vende e venera – come accade agli sventurati – chi la compra. A capo chino chiede almeno di poter guardare lo sfarzo da lontano. E noi capiremo troppo tardi che un popolo privato del Paesaggio non è più neppure un popolo.

Il Presidente della nostra Regione ha incontrato in un “summit segreto” l’emiro del Qatar. Il termine “summit” è ridicolo. Ma l’aggettivo “segreto” è oltraggioso.

Quale comunità sopporterebbe che il proprio rappresentante incontri “in segreto” un Capo di Stato per discutere alla chetichella del destino di tanti? I 2300 ettari inedificabili di Arzachena - parte del consorzio Costa Smeralda - diventerebbero edificabili se la Giunta sviluppista cancellasse le regole del Piano Paesaggistico. Questo è l’argomento neppure tanto segreto. Indebolire il Piano e poi costruire, costruire, costruire.

A Cagliari, invece, approda il sultano dell’Oman e andremo a contemplare l’irriguardosa ricchezza di un altro monarca assoluto, possibile compratore di porzioni di Sardegna. Una giornalista poco resistenziale lo descrive: “Sguardo profondo, ama le donne, così come i fiori e i cavalli”. E immaginiamo che non si confonda mai. Il sultano elargisce qualche milione di euro alle città dove ormeggia e noi, a causa della nostra costante compiacente, tendiamo la mano. Ci sarà un incontro al vertice anche con lo sceicco. Stanno sempre in vetta.

Nel frattempo, in pianura l’aria è pesante e alcuni regnanti locali – a breve senza regno – parlano di sovranità, di orgoglio sardo (che si dovrebbe chiamare in altro modo), di lingua sarda (concessa come trastullo, tanto non disturba gli affari) e di Sardegna indipendente proprio mentre la vendono. E viene dolorosamente da chiedersi se scozzesi, islandesi, catalani e corsi sopporterebbero un Presidente che contratta la sorte dell’Isola in un colloquio segreto. No, scozzesi,islandesi, catalani, evocati in modo martellante e antistorico dagli indipendentisti sardi, non ammetterebbero l’anacronistico comportamento di chi organizza vertici come titolare di un feudo. Altro che sovranità, indipendenza e autodeterminazione. I sovranisti sardi cercano sovrani.

Non una parola sulle alternative vere al crepuscolo industriale, sull’agricoltura e la sua ripresa, su un plausibile governo del turismo che sino a oggi è stato un travestimento dell’edilizia. Non una parola su un realistico modello di vita. Solo il cupo desiderio di consegnarci, spogli di ogni responsabilità, ad altri. Una comunità in cerca di affidamento.

Ma la modifica compiacente del Piano passerà dritta dalla Giunta che la concepirà al Tribunale che la boccerà perché la tutela dei nostri beni non può essere allentata ma solo, casomai, rafforzata. Quando si è raggiunto un livello di protezione dei luoghi nessun summit, vertice o Giunta lo può attenuare, specie se agisce in nome degli affari di pochi e non in nome della comunità che con un referendum ha dimostrato di considerare il Piano Paesaggistico una conquista primaria. Un rarissimo guizzo d’orgoglio.

Il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Mario Catania, ha partecipato all’evento “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione”, convocato ieri 27/07/2012, dal suo Ministero nella Biblioteca della Camera a Palazzo San Macuto. Con i relatori Sergio Rizzo, del Corriere della Sera e Carlo Petrini, fondatore di “Slow Food” ha presentato un disegno di legge sul tema. Lo stato di fatto delle campagne nostro Paese è da anni ben noto, e il Ministro ne ha dato una spietata sintesi: «Ogni giorno 100 ettari di terreno vanno persi, negli ultimi 40 anni parliamo di una superficie di circa 5 milioni. Siamo passati da un totale di aree coltivate di 18 milioni di ettari a meno di 13. Sono dati che devono farci riflettere sul fatto che il problema del consumo del suolo nel nostro Paese deve essere una priorità da affrontare e contrastare. In un quadro come quello italiano, che da questo punto di vista non è assolutamente virtuoso, dobbiamo invertire la rotta di un trend gravissimo che richiede un intervento in tempi rapidi[...] . In epoca recente, in questa alternanza, si è inserito un fattore che ha reso il consumo del suolo un processo irreversibile: la cementificazione. È un fenomeno che ha un impatto fortissimo sulle aree agricole del nostro Paese, ma diventa ancora di più preoccupante quando lo vediamo concentrato in quelle zone altamente produttive, ad esempio sulle pianure. È qualcosa di devastante sia per l'ambiente sia per l'impresa agricola, con effetti negativi sul volume della produzione. La sottrazione di superfici alle coltivazioni abbatte la produzione agricola, ha un effetto nefasto [...] Tutto ciò avviene in un Paese come il nostro dove il livello di approvvigionamento è molto basso, dato che almeno il 20 per cento dei consumi nazionali è coperto dalle importazioni». Petrini e Rizzo hanno poi ricordato il valore del lavoro agricolo per la tutela dell’ecosistema e i principi costituzionali violati, mettendo in risalto da diversi punti di vista la caratteristica di “salute pubblica” del tema e la sua eccezionalità catastrofica.

In conclusione il Ministro ha invocato la collaborazione di tutte le istituzioni per salvare il salvabile e passare a un nuovo modello di sviluppo: contrastare l’aggressività dei poteri forti, l’assenza di regole e la cecità della politica; cambiare il meccanismo degli oneri di urbanizzazione che vanno ai Comuni. Ha concluso chiedendo suggerimenti e dialogo.

Subito Michele Serra gli ha risposto dalla sua Amaca di Repubblica: «io non ci credo che un ministro, per giunta “tecnico”, per giunta a termine, possa avere la meglio contro l’orda famelica degli speculatori».

Il disegno di legge Catania, già all’articolo 1 parte con il piede sbagliato e limita l’intervento alle aree definite “terreni agricoli qualificati tali dagli strumenti urbanistici vigenti”. Finiremmo col veder salvaguardato solo ciò che lo dovrebbe essere già, impotenti nei confronti delle enormi aree agricole produttive, ma anche naturali, boschive, permeabili, che si possono cementificare “a norma”, col beneplacito di Comuni, Provincie e Regioni.

C’è poi il rischio di continuare a mettere le galline sotto la protezione delle volpi. Infatti, nell’articolo 2, si articola una piramide istituzionale che in 180 giorni dovrà spartire fra le Regioni nuove “quote terra”, cioè quanto del terreno agricolo di cui sopra, finora sottratto alla rendita immobiliare, potrà essere scialato. Speriamo sia poco, ma è certo di troppo rispetto alle già enormi estensioni compromesse con i Piani, anche dalle Amministrazioni che si dichiarano meno sensibili alle lusinghe delle cricche del cemento.

I criteri che il Ministero si darà per determinare le quote di agricoltura da dismettere, non sembrano voler essere quelli di salvare il salvabile, di difendere tutto ciò in cui può vivere e produrre una vigna o un orto, qualche albero da legno o da frutta, un po’ di biodiversità e di paesaggio, nella grave situazione di carenza alimentare a km 0, mantenendo la possibilità di riassorbire in agricoltura di qualità almeno una parte della dilagante disoccupazione. Ci si occupa invece «dell’esistenza di edifici inutilizzati, dell’esigenza di realizzare infrastrutture e opere pubbliche e della possibilità di ampliare quelle esistenti, invece che costruirne di nuove». Tutti urbanisti fai-da-te quindi, ancora una volta, a discutere quale tangenziale sia più comoda, quale sacrificare fra i poderi per farci la discarica o l’inceneritore, quali dei beni comuni venduti per far cassa possa diventare un villaggio turistico.

Se qualcuno azzarda a credere che, piani o non piani, il suolo “agricolo e naturale” sia un bene comune da proteggere collettivamente (meglio se in modo democratico e partecipato) perché da esso dipendono, fra l’altro le riserve idriche, la qualità dell’aria, la sicurezza geologica, il cibo e i luoghi ameni del paesaggio, non trova in questo decreto niente di consolante.Trova invece all’art. 4 un insieme di scoordinate misure di incentivazione alla ristrutturazione dell’edilizia rurale sparsa, con tanto di sconto fiscale e sugli oneri di urbanizzazione che, da come sono messi giù, possono solleticare le voglie villiniche dei ceti benestanti a ciò vocati.

Non insensibile al grido di dolore... il ministro Catania ha denunciato la gravità del problema del paesaggio agrario italiano. Peccato che la risposta costruita con il disegno di legge non risulti conseguente o convincente. Ben diverso è lo stile adottato dal Governo Monti quando tratta a muso duro con altre categorie: i pensionati, gli esodati, i precari. Ci saremmo aspettati un maggior rigore con gli speculatori dell’espansione urbana alla cui avidità dobbiamo almeno una parte dei guai di questa crisi. Data la gravità della situazione del paesaggio agrario, il cui destino si muta non in tempi biblici, ma in annate, il provvedimento indispensabile è la moratoria, di un quinquennio, alla trasformazione edilizia o per infrastrutture di ogni terreno agricolo produttivo o no, naturale o permeabile (con una franchigia, ad esempio, di 1000 o 2000 metri quadrati), destinato o no alla edificazione o all’urbanizzazione da un Piano urbanistico vigente. Con qualche norma di adeguamento che tenga conto delle autorizzazioni concesse, dei cantieri veramente avviati, delle infrastrutture da adeguare. Non sottraendo a tale moratoria le innumerevoli nuove tangenziali, bretelle che minacciano le aree più ubertose delle varie regioni del Paese.

C’è persino un precedente, che possiamo richiamare, nella storia urbanistica Italiana, la legge 765/1967, la Legge Ponte.

Una equa moratoria, senza indennizzo, data la durata canonica, permetterebbe, come nell’occasione citata, di riconsiderare tante scelte megalomani o interessate, arrivando a soluzioni più sagge e sobrie da porre alla base del modello sostenibile cui aspira lo stesso Ministro. E la moratoria potrebbe dare ancora un po’ di fiato a noi cittadini che da anni ci battiamo in massa, con risultati deludenti, per la salvaguardia dei beni comuni, del paesaggio o di ciò che ne rimane.

Dinanzi a un provvedimento di secca moratoria potremo perdonare finanche una lacrima in diretta, da versare sulle rendite e sulle speranze sfumate di qualcuno di coloro che sulle rovine del Bel Paese di tutti vogliono continuare a fondare le loro private fortune.

mercoledì 25 luglio 2012

Postilla

Sulla fondatezza dell’allarme lanciato, sulla gravità della situazione determinata dalla concezione mercantile del territorio, sulle gravi conseguenze che ne deriveranno (se il processo non s’interrompe e s’inverte), come sulle bune intenzioni del ministro e dei suoi consiglieri non solleviamo dubbi né perplessità: li condividiamo in pieno. Siamo invece fortemente dubbiosi sulle proposte. Intanto, sono viziate le stesse basi conoscitive: i dati di partenza. Da tempo insistiamo per spiegare che è un errore grave misurare il “consumo di suolo” determinato dall’abnorme espansione della “repellente criosta di cemento e asfalto con le statistiche relative riduzione della superficie delle aziende agricole. A nostro parere la superficialità nell’analisi di un fenomeno patologico impedisce di individuare lo soluzioni giuste per correggerlo. . Abbiamo scritto più volte in che direzione deve essere cercata la soluzione efficpace. Le opinioni possono essere diverse. Una cosa er noi è certa: non basta una cosa sola. che si tratti del ripristino delle regole originarie per la finalizzazione degli oneri di costruzione (cosa in sé sacrosanta) o della fissazione di traguardi quantitativi (cosa della quale dubitiamo fortemente, anche dopo l’analisi dei risultati del tentativo tedesco), o della moratoria (quella del 1967 andava nella direzione opposta, caro Toni). Come abbiamo scritto « Il fenomeno deve essere contrastato con un insieme sistematico di azioni, che ne affrontino i diversi aspetti». Lo abbiamo argomentato nell’ eddytoriale n. 136 del dicembre 2009, al quale per ora rinviamo. Torneremo presto sull’argomento.

Nel 1994 , al momento della istituzione del Parco delle Alpi Apuane (la proposta di legge di iniziativa popolare per la sua istituzione, risalente al 1977, era stata firmata dalla locale sezione di Italia Nostra e dalle sezioni di Lucca, Pisa e Pistoia del Club Alpino Italiano) la Regione Toscana si è trovata a fare i conti con un’attività estrattiva alquanto ingombrante e deturpante, oggi con soli 1.000 addetti che mette quotidianamente a rischio gli acquiferi e uno dei sistemi carsici più importanti d’Europa. Netta è stata la scelta del Comune di Carrara che ha deciso di sottrarre i suoi agri marmiferi alla tutela e la stessa strada ha seguito il Comune di Massa per una piccola area alle spalle di Carrara, che ricade però nella zona della sorgente del Cartaro.

Ma, se osserviamo la cartografia allegata al piano istitutivo del Parco, ci rendiamo conto che i principi della tutela sono stati da subito sacrificati all’interesse del privato, dal momento che l’area delle cave è stata artatamente disegnata con una linea di confine grossolana, con tratto infantile, che ignora le curve di livello; una carta perciò poco attendibile scientificamente.

Potremmo definirla senza ombra di dubbio una carta “politica” , perché la Regione disponeva di carte molto precise e disegnate con i criteri convenzionali usati per la stesura della cartografia, le quali individuavano per le singole località il bacino di escavazione con completezza, indicando anche le cave lavorate nell’Ottocento e poi caducate (carte Giunta Regionale-ERTAG, progetto marmi).

Viceversa, la cartografia rispondente alla realtà è stata adottata per ottemperare alle Direttive CEE sulle aree protette (SIC, SIR, ZPS), con la conseguenza che in queste mappe gli agri marmiferi risultano (come è nella realtà) di dimensione ridotta rispetto alla carta allegata all’atto istitutivo del Parco.

Purtroppo i funzionari rilasciano i permessi di escavazione in base a quella che ritengono il documento ufficiale, cioè la carta allegata al documento istitutivo del Parco, che non risponde alla reale condizione dei luoghi.

Ma altre ancora sono le carenze: infatti non sono ottemperate, né fatte rispettare le prescrizioni (?) del Consiglio Regionale del 24 luglio 1997 che specificavano tra l’altro “le modifiche morfologiche indotte dalla coltivazione NON devono alterare le linee di crinale e di vetta”. La cava Piastramarina situata sul crinale del monte Tambura, ad esempio, ha abbassato il passo della Focolaccia (m. 1650 in origine) di oltre 50 metri, devastato parte del crinale, ma continua regolarmente la sua attività.

Poche sono le cave in galleria e sia queste poche, sia quelle a cielo aperto, intercettano vene d’acqua e occultano le cavità carsiche che incontrano durante lo scavo, con due conseguenze negative e dannose per l’ambiente e per l’uomo: nella cavità carsiche della Carcaraia capita che i laghetti abbiamo spiagge di marmettola ( polvere di marmo) e in caso di piogge abbondanti la marmettola fuoriesce dalle sorgenti che danno acqua alla città, cioè la sorgente del Cartaro e la sorgente del Frigido a Forno (la sorgente più importante della Toscana per portata), ma anche nelle grotte di Equi Terme in Lunigiana, con gravi alterazioni dell’ecosistema carsico. Meno evidenti all’occhio sono le tracce di olii usati per il funzionamento delle macchine in caso di sversamento.

E’ evidente che per queste cave sarebbe opportuna la chiusura anche perché si trovano sopra i 1.200, che è l’altitudine da cui parte la tutela prevista dal Codice dei Beni Culturali negli Appennini, tanto più che la Regione stessa nel 2000 e nel 2002 stabiliva: “ E’ da prevedere la dismissione di cave che possono palesare condizioni ambientali e paesaggistiche precarie e contrastanti”.

Si aggiunga, a sottolineare la trascuratezza della Regione nei confronti dell’istituzione, che il Parco non è al momento dotato di un regolamento e la materia paesaggistica resta ancora delegata ai Comuni, nonostante il Codice (art. 4 comma 16, Legge 106/2011) preveda gli Enti Parchi tra i soggetti cui la Regione può delegare la materia paesaggistica. Da ultimo segnaliamo questo “paradosso” tollerato dalla Regione, la quale permette che il Comune di Massa, non essendosi ancora dotato del regolamento specifico richiesto già da una legge del 1927, poi dalla legge regionale 28/2/1995, regolamenti le cave, cioè quelle aperte e quelle che ri-apre, sulla base delle leggi estensi e di un regolamento del 14 luglio 1846 (milleottocentoquarantesei) con gravi danni per il patrimonio comunale e le sue entrate. Infatti viene applicato in questo modo un regime privatistico con livelli perpetui che il concessionario può alienare e lasciare in eredità e con facoltà di subconcessione, livelli che hanno “laudemi” cioè diritti di entrature bassissimi. Viceversa la normativa regionale, essendo stati riconosciuti gli agri marmiferi “beni indisponibili”, prevede che le concessioni siano regolate secondo il diritto pubblico e cioè diventino temporanee, con il divieto di subconcessione e soprattutto con un canone adeguato al marmo scavato.

Un Parco zoppo? Sì, un Parco zoppo e una Regione cieca o che non vuol vedere!

L’autrice è Consigliere Nazionale di Italia Nostra

Meglio alcune Grandi Opere oppure tante, diffuse Piccole Opere? Da tempo economisti e trasportisti, ma anche politici (come Pier Luigi Bersani), sostengono che la seconda opzione sia preferibile: più agile, meglio condivisa dalle popolazioni e quindi più cantierabile. Il migliore antidoto contro la crisi occupazionale drammaticamente in atto. Una filosofia opposta all’enfasi berlusconiana delle Grandi Opere (e non meno Grandi Trafori) tanto cara a Lunardi e a Matteoli.

Prendiamo il comparto dell’edilizia gravemente depressa. Durante l’ultimo “boom” edilizio (2000-2008) l’offerta era fatta di seconde e terze case o di alloggi “di mercato”, nulla per la angosciosa domanda di edilizia economica e sociale (adesso fa fino chiamarla “social housing”) per la quale l’Italia è finita in coda all’Europa con un misero 5 % (la Francia è al 17, l’Olanda al 34). La situazione occupazionale sarebbe meno disperata se, invece di finanziare la speculazione edilizia (e sempre nuovo consumo di suolo), si fosse impostato un serio piano pluriennale di recupero del patrimonio edilizio degradato, sfitto, precariamente occupato (a Roma 185.000 alloggi, a Milano 90.000, con uffici vuoti equivalenti a 30 grattacieli).

Il discorso vale per la messa in sicurezza anti-sismica e idrogeologica, strategiche nel nostro Paese sismico e franoso, per la riforestazione mirata, con le essenze autoctone, dell’Appennino. Ma sarebbe bastato non togliere ossigeno ai Parchi “motori”, di per sé, di una nuova, diffusa economia agro-silvo-forestale, invece a rischio di soffocamento.

Le Grandi Opere sono fondate, in genere, su non meno Grandi Previsioni. Spesso fantasiose. Come il traffico passeggeri e merci fra Italia e Francia posto alla base della TAV, che sarebbe dovuto balzare a vette incredibili e inevece è sceso nettamente. Per cui gli esperti di trasporto da anni invitano a ragionare e a progettare su dati reali. Anche il cosiddetto Corridoio Tirrenico da Livorno a Roma (oltre sul Tirreno non si va) è stato prima spacciato come un “obbligo europeo” e poi come opera comunque strategica. Malgrado i veicoli/giorno risultassero 18.000, pochi per un’autostrada a pedaggio. Non basta: quei 18.000, oggi calati del 20 %, sono per due terzi di maremmani che giustamente invocano l’esenzione dal pedaggio, oppure il diritto (costituzionale) di fruire di complanari gratuite, costosissime da realizzare sul piano finanziario e ancor più pesanti sul piano ambientale. Il tratto di gran lunga più pericoloso dell’Aurelia è quello fra Grosseto e Civitavecchia (sotto Capalbio una sola corsia di marcia per parte) con 0,87 incidenti/Km, il doppio della media Italia e della Rosignano-Grosseto. Dove invece, a Cecina, suo collegio, l’allora ministro Matteoli concentrò i pochi fondi disponibili. Per fortuna la Giunta Marrazzo aveva concordato e definito il progetto per la Civitavecchia-Tarquinia (una corsia soltanto) che ormai “vede” i primi cantieri. Rimane il nodo difficile di Orbetello. Comune e Provincia propongono una bretella al di là della collina a est che però trancia boschi, aziende biologiche, siti archeologici (Settefinestre). Bisogna studiare, discutere e ancora discutere, progettando tante piccole opere ben fatte anziché poche grandi opere impattanti, spesso infinite. “Dobbiamo insieme trovare le soluzioni più ‘risparmiose’”, ha detto, ad un recente convegno a Orbetello (disertato da Comune e Provincia), Maria Rosa Vittadini, docente a Venezia. Nel 2001 il governo Amato approvò il sospirato Piano nazionale dei trasporti. Berlusconi lo buttò via. Ecco i risultati.

Un versione ridotta dell’intervento è stata pubblicata su L’Unità del 20 luglio 2012.

Ricordo che l'idea ispiratrice da cui nasce il Partito Democratico, arriva storicamente tardi, quando il bipartitismo di tipo angloamericano, a cui esso si rifà, era in conclamato declino e ormai andava svuotando, in quasi tutti i paesi in cui si era affermato, la sostanza della vita democratica: l'effettività della rappresentanza dei cittadini e la partecipazione popolare. Una Grande Trasformazione si è consumata infatti nell'ultimo trentennio negli assetti tradizionali delle democrazie rappresentative: la scomparsa di fatto della figura del partito di opposizione. L'eclisse della “competizione di classe” tra i grandi partiti politici - surrogata da una semplice “competizione elettorale” - ha spinto sempre più verso una una gestione monopolistica del potere. Il sociologo americano Richard Sennet ha paragonato la sostanziale identità di posizioni fra partiti di governo e di opposizione alla funzione che ha il telaio nell'industria automobilistica. Le grandi fabbriche producono un medesimo telaio per tutte le automobili, ma poi vi aggiungono vari optionals – dorature, dice Sennet - per rendere diversificati i prodotti destinati al pubblico, ma che sono sostanzialmente simili, come i programmi elettorali dei partiti.

Tale trasformazione, che ha lasciato i lavoratori senza rappresentanza e favorito la diffusione della disuguaglianza sociale, costituisce una componente politica fondamentale all'origine della Grande Crisi. Sotto l'apparenza della varietà delle sigle governa un' élite di ceto politico che opera come una moderna oligarchia. La grosse Koalition in Germania, nel 2005-2009, e oggi il governo Monti sono delle emersioni che rendono visibile una tendenza, operante da tempo, verso il “partito unico”. Un partito unico a due teste, ma sempre più simile, in forme aggiornate, a quello dei totalitarismi del XX secolo.

E questo è un folgorante paradosso: mentre tutte le voci del coro incitano alla competizione, infallibile regolatrice perfino dei rapporti fra persone, i gestori del potere supremo, quello che si fa stato, vale a dire i partiti, tendono a configurarsi come monopoli. Detentori unici delle decisioni in cui la competizione è finta.

Dunque, il PD che voleva rendere più dinamica ed efficiente la nostra democrazia, porta in realtà un tardivo contributo alla riduzione dei suoi spazi. Ricordo che esso si è imposto violentemente al ricco arcipelago di culture politiche che contrassegna l'Italia, con un disegno semplificatore che forzava caratteri storici insopprimibili. E senza un'idea della loro possibile valorizzazione.

Ora, a parte la litigiosità irresponsabile della sinistra minoritaria, è anche giusto ricordare che il PD ereditava un partito il quale, dopo lo scioglimento del PCI, aveva progressivamente abbandonato la rappresentanza diretta degli interessi operai e popolari e annacquato progressivamente la propria funzione di partito di opposizione. Si potrebbe fare un lungo elenco di scelte molto significative di tale percorso. Ogni potere, allorché vede eclissarsi le ragioni ideali che l' hanno fatto sorgere, rivolge tutte le proprie residue energie al compito unico della propria sopravvivenza. Ma oggi questo processo di avvizzimento storico si svolge entro una nuova geografia dei poteri mondiali. I centri transazionali dell'economia finanziaria non solo scorazzano per il mondo e condizionano apertamente la vita degli stati. Essi oggi formano personale per il ceto politico o trasformano gli esponenti del ceto politico in loro personale. E' la nota pratica del revolving door, la porta girevole, che fa passare le persone dalle banche ai partiti e dai partiti alle banche. Ne “ Il volto dei signori del debito” – su Le Monde Diplomatique. Il manifesto di giugno 2012 - G.Geuens ha fornito un quadro impressionante di questa disinvolta incestuosità civile che ormai tocca tutti i partiti del mondo e anche gli esponenti della socialdemocrazia europea, non esclusa quella scandinava.

Nessuno, tuttavia, creda che siamo di fronte a una semplice “questione morale”. La questione è eminentemente politica: quanto più i partiti politici perdono consenso tra i ceti popolari, a causa delle restrizione delle politiche di welfare, tanto più chiedono risorse al potere economico- finanziario per mantenere la base clientelare del loro consenso.

Occorre tuttavia tenere presente anche la specifica storia italiana. Il discredito profondo e senza precedenti che oggi circonda i partiti è continuazione di una vicenda pluridecennale. Non siamo mai usciti da un lungo ciclo di svalutazione della funzione dei partiti politici. Qualcuno si ricorda della virulenta stagione di critica alla partitocrazia negli anni '80? Una invadenza delle forze politiche che tendevano a occupare ogni spazio visibile di potere. Tangentopoli sembrò interrompere e spezzare quella trama sotterranea che soffocava l'Italia. Ma, com'è noto, fu solo una pausa. Anche Berlusconi, che in quanto imprenditore doveva incarnare l'alternativa ai burocrati di partito, ha inaugurato una nuova e più larga e ramificata invadenza delle élites politiche nella vita del Paese. E' storia nota.

Ma, mentre il PCI dei primi anni '90 apparve ai margini del sistema affaristico, oggi il PD appare parte interna al quadro, anche se non sempre in forme che assumono rilievo penale. Chi ha un minimo di esperienza delle politiche di amministrazione locale sa bene quali intrecci legano gli amministratori del PD agli affari, soprattutto al mondo delle costruzioni. Non mancano, ovviamente, gli amministratori bravi e onesti, anche giovani, che rinnovano una tradizione a suo modo esemplare. Ma non costituiscono, come un tempo, l'indirizzo dominante delle politiche locali di questo partito. Nel Mezzogiorno capita spesso che gli amministratori del PD siano al di sotto, per qualità culturale e civile, degli standard medi del ceto politico nazionale.

Oggi, il progressivo venir meno della funzione di forza d'opposizione da parte del PD si può constatare in un esito davvero paradossale della storia recente del nostro Paese. L'Italia ha uno dei debiti pubblici più elevati del mondo e un welfare che era in costante ritirata già prima della crisi presente. Al tempo stesso vanta una distribuzione sperequatissima fra i redditi delle famiglie, i salari agli ultimi posti dei Paesi Ocse, disoccupazione e precarietà fra le più elevate degli stati industrializzati. Chi ha vigilato sulle spese dello stato? Chi ha tenuto d'occhio le tendenze distributive della ricchezza prodotta? Chi si è fatto carico di quanto stava accadendo a un paio di generazioni di giovani privati di ogni prospettiva?

Ebbene, dovrebbe apparire evidente che questo partito, così com'è oggi, rappresenta una delle più rilevanti concause del declino storico del nostro Paese. Innanzitutto per la drammatica inadeguatezza culturale del suo gruppo dirigente. Qualcuno ha mai sentito i suoi maggiori esponenti discutere di assetto delle città e di questioni urbanistiche, del sistema nazionale della formazione e di 'Università, dei problemi drammatici del territorio italiano, della difesa del nostro paesaggio agrario e dei beni artistici, della potenzialità della nostra agricoltura? Non pretendiamo, ovviamente che si occupino di riscaldamento climatico e della distruzione degli ecosistemi. Ci mancherebbe! Ma oggi nessuno sa che progetto di società vuol proporci il gruppo dirigente di questo partito, a quale nuovo assetto dovrebbe aspirare l'intero apparato produttivo del Paese, in un momento così grave. Che cosa ha da dire sul destino che attende i ceti medi? E che analisi ci offre del Mezzogiorno. Che cosa propone a milioni di giovani laureati senza lavoro? Non è il caso di infierire sul tema dei diritti civili.

Non è tutto. Oggi questo partito comincia a rappresentare una agente attivo di arretramento della democrazia italiana. Culturalmente subalterno alle ideologie neoliberiste, esso tende ad accettare gli “stati di necessità”imposti dall'avversario e dunque manipolazioni gravi della nostra Costituzione. La modifica dell'art. 81 e l'inserimento dell'obbligo di pareggio di bilancio nella nostra Carta, che priva i cittadini del diritto di referendum confermativo, è una ferita grave. Mentre sono in discussione altri assetti della nostra Costituzione e dei nostri ordinamenti, come l'art. 41 della Carta e l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori(di fatto svuotato), insieme ad altri tentativi di manipolazione della forma di Stato di cui il Manifesto ha dato conto in questi giorni. La paura di assumere responsabilità di governo, di affrontare una competizione elettorale che nella primavera scorsa dava questo partito come vittorioso, conferma tale dato preoccupante della situazione italiana. Da anni la vita vegetativa del Partito Democratico corrisponde alla paralisi di ogni iniziativa politica dell' opposizione nel nostro Paese. Uno stallo che neutralizza tante energie riformatrici, che pure esistono al suo interno, e che genera frustrazione nel vasto popolo dei suoi elettori: una variegata platea di cittadini che non ha cessato di manifestare una fedeltà meritevole di ben altro ascolto.

Il come uscirne è uno dei più ardui rompicapo di questa fase. Forse si può delineare il problema, esprimere aspettative . La questione, credo, è la seguente: alla prossima scadenza elettorale occorrerebbe ridimensionare il peso del PD, inducendo un shock chiarificatore al suo interno, senza portare il centro-sinistra alla sconfitta elettorale. Tale evento potrebbe favorire un centro sinistra di tipo nuovo, in cui l'ipoteca moderata che Ds e Pd hanno esercitato nei precedenti governi non possa più esercitarsi. Ricordo che un governo di sinistra-centro, come sarebbe auspicabile, è uno strumento imprescindibile per rimettere in equilibrio la macchina economica nazionale. Tale operazione è infatti resa possibile solo da una rilevante redistribuzione della ricchezza fra le classi e le famiglie. Il Pd non possiede né la cultura né l'intenzione politica di un tale compito e ci trascinerebbe in una replica ancora più fallimentare di quelle conosciute in passato.

Difficile, ovviamente, il compito della sinistra radicale, difficilissimo quello di Vendola. L'incognita Grillo complica ulteriormente il quadro, sebbene sia difficile pensare che i rappresentanti del movimento Cinque Stelle possano fare peggio dei parlamentari del PDL e della Lega: avanguardie del più abietto Parlamento dell'Italia repubblicana. Nel nuovo Parlamento i vecchi giochi saranno più difficili. Ilvo Diamanti su Repubblica del 25 giugno ha prospettato un quadro numerico di difficile ricomposizione.

Occorrerebbe perciò una più forte avanzata della sinistra, in questa fase in cui l'egemonia moderata, anche quella del PD, è in rovina. La crisi è il collasso di un paradigma economico e di un assetto di potere di cui i partiti sono parte integrante. Ma a contrastare tale avanzata, a mio avviso, sono almeno due cause. La prima è l'incapacità, finora dimostrata, di offrire all'opinione pubblica un progetto credibile di nuova occupazione e ripresa economica. Abbiamo milioni di giovani disoccupati, provenienti da tutte le classi sociali, quindi la possibilità di guadagnare il consenso trasversale delle famiglie italiane e tuttavia nessuno accenna a un possibile progetto. Bisogna rammentarselo : il consenso a Monti, oggi in declino – e in parte la tenuta del PD - si fondano in buona parte sulla paura della maggioranza delle famiglie che temono, col tracollo dell'euro, di perdere i risparmi conquistati col lavoro di una vita. E a queste paure occorre saper parlare, mostrando alternative, sia pur minime. Temo che lo si farà solo in campagna elettorale, quando ogni voce contende verità all'altra, diventa confuso schiamazzo pubblicitario.

L'altro ostacolo, che si potrebbe più agevolmente superare, è l'assenza di accenni di autoriforma del ceto politico. Occorre che i dirigenti delle formazioni che non stanno in Parlamento non si facciano illusioni. Essi sono percepiti come vecchi partiti politici. Tale percezione ha inchiodato il Prc alle sue esigue percentuali, che non crescono nella Fds. Questo – in una misura che temo crescente – impedisce a SEL, tra altre cause, di espandere la sua influenza. Tali formazioni debbono togliersi di dosso l'odore di partito che si portano appresso. Non perché devono sciogliersi nei movimenti, ma perché devono cambiare le loro modalità di organizzazione. Con il passare dei mesi, in Italia, a tale odore si darà la caccia, e credo anche all'odore dei tecnici, quando disoccupazione, alti prezzi dei servizi, tassazione crescente mostreranno il fallimento di un ceto politico che ha allungato “nello spazio di una notte” le pensioni dei lavoratori e recalcitra a ogni forma di limitazione dei suoi privilegi. Sempre che lo scenario non sia più catastrofico. Il PD potrebbe pagare un prezzo rilevante per tutto questo, di cui finirà col portare piena responsabilità. Io credo che le formazioni minori debbano presentarsi agli elettori dichiarando in programma – Alba potrebbe svolgere un compito importante in tale direzione- la durata dei mandati parlamentari, la volontà di sottoporsi al monitoraggio dei propri redditi durante il mandato, di presentare una legge che fissi la quota massima di spesa per ciascun candidato nella campagna elettorale, le incompatibilità fra le varie cariche, e insomma la volontà di essere portatori di una politica come bene comune.

So bene che un governo di sinistra-centro non è la presa del Palazzo d'inverno. Ma a sinistra scambiamo agevolmente la forza delle nostre ragioni con la forza politica con cui dovremmo farle valere, che invece non possediamo. Una delle più limpide vittorie conseguite dai movimenti negli ultimi decenni, quella del referendum contro la privatizzazione dell'acqua, rischia di essere vanificata perché il potere, nelle istituzioni, ce l'hanno gli altri.

Un esito fortunato di tale strategia potrebbe favorire una svolta in Europa, in grado di emarginare la Germania e soprattutto di unificare le sinistre. Nell'attuale partita internazionale, mentre la finanza minaccia gli Stati, la concertazione fra tanti paesi europei avrebbe una forza straordinaria: perché c'è questo di singolare e poco esplorato nel rapporto tra debitori e creditori. Il creditore ha un bisogno vitale che il debitore goda di ottima salute, altrimenti può dire addio ai suoi soldi.

. www. amigi.org. L’articolo è inviato contemporaneamente al manifesto

Il sistema dei parchi della Val di Cornia è stato, ed è tutt'oggi, uno degli esempi più avanzati e complessi di tutela e valorizzazione integrata del patrimonio culturale e naturale di un territorio. Prende vita dalla pianificazione urbanistica coordinata di 4 comuni della Val di Cornia degli anni 70-90, è stato il luogo di feconde ricerche in campo archeologico e naturalistico, è stato costituito per esclusiva volontà dei Comuni senza ricorrere ad enti parco ed è gestito da una società pubblica che ha raggiunto livelli altissimi di autofinanziamento (99% nel 2007) con tangibili ricadute sull'economia locale, in particolare sul turismo. Tuttavia, neppure questi risultati sembrano mettere al riparo l'esperienza dei parchi della Val di Cornia da regressioni nelle politiche di tutela del patrimonio culturale, nella stessa gestione associata del sistema e, più in generale, nella percezione del valore strategico del progetto.

In una recente assemblea, Renzo Casini, esponente del PD, e il Sindaco di Campiglia Rossana Soffritti, hanno espresso giudizi preoccupanti sui parchi.

Sorvolo sulle affermazioni di Casini, secondo il quale nella società Parchi, definita “carrozzone”, ci sarebbero sei dirigenti. Sono affermazioni del tutto prive di fondamento, perchè quella società non ha dirigenti, ha il costo del personale più basso tra le società partecipate, ha assicurato la gestione di parchi e musei con costi inferiori a quelli di strutture simili e, per questo, viene ancora oggi considerata una buona pratica a livello nazionale. Posso dirlo a ragion veduta, avendola amministrata per 9 anni. Sconcerta che Casini, evidentemente molto male informato e mosso da un irresponsabile calcolo politico, neghi l’evidenza e getti discredito su un progetto che ha cambiato in positivo la nostra economia.

Preoccupazioni maggiori destano le affermazioni del Sindaco, per il quale sarebbero state fatte “troppe ricerche archeologiche”, “troppe valorizzazioni” ed ora è giunto il momento di dedicarsi al “marketing territoriale”. Basta analizzare i bilanci per capire che i risultati economici dei parchi sono migliorati man mano che, grazie alla ricerca e oculati investimenti, le aree archeologiche di San Silvestro e Populonia si arricchivano di contenuti e attrattive. Così come lo sviluppo e la qualificazione del turismo in Val di Cornia è andato di pari passo con la crescita del sistema dei parchi. Disponendo di straordinari beni archeologici e naturali, solo in parte valorizzati, è proprio sicuro il Sindaco che la scelta giusta sia quella di fermare questo processo virtuoso? Io penso l’opposto e che, se ben condotto, il progetto dei parchi può crescere, dare risposte di lavoro ai giovani e sostenere lo sviluppo dell’economia locale.

Davvero singolare, poi, è sostenere che il “marketing” prescinderebbe dalla valorizzazione del patrimonio culturale. Secondo questa tesi, essendo l’Italia ricca di beni culturali e paesaggi, dovremmo sospendere studi e ricerche e trasformare archeologi, storici e naturalisti, in “venditori” di quello che altri hanno fatto prima di loro. Una visione miope, poiché il marketing non è scisso dal prodotto e si basa sulla crescita e sulla qualificazione delle offerte culturali e dei servizi. E’ inconcepibile che un territorio che ha queste potenzialità decida scientemente di rinunciarvi, proprio nel momento in cui sono venute meno le certezze dell’economia del secolo scorso, basata sull’industria manifatturiera e sulla speculazione immobiliare.

Senza considerare che il “marketing territoriale” non è la promozione di quello che c’è (questo lo stanno già facendo egregiamente la Parchi e le aziende turistiche), ma una strategia politico-amministrativa che individua i punti di forza dell’identità territoriale e su questi costruisce coerenti azioni di governo: funzioni che spettano ai Comuni e vanno svolte in forma associata. E’ l’opposto di ciò che accade in Val di Cornia, dove è scomparsa la sovracomunalità lasciando spazio a ricatti e decisioni arbitrarie dei singoli Comuni che indeboliscono anche la coesione sociale. Così come manca la coerenza strategica, perché non si può affermare che i parchi sono uno degli elementi forti dell’identità territoriale e compiere scelte che li mettono in contraddizione con le cave a Campiglia, la speculazione edilizia a Rimigliano o la pressione antropica sulla costa che rischia di snaturare il significato stesso delle aree naturali protette; mentre distese di pannelli fotovoltaici e impianti industriali disseminati nelle campagne negano il valore del paesaggio rurale e la tipicità dei nostri prodotti agricoli.

Dunque c’è un vuoto di analisi e di visione strategica che non si colma con slogan, scorciatoie o, peggio ancora, meschini calcoli politici, ma con seri confronti, senza menzogne, e un unico obiettivo: il bene comune e il futuro della Val di Cornia, tanto più in tempi di crisi.

L’idea di promuovere un Piano per le città è di qualche interesse. Diversamente da altri Paesi a noi vicini, l’attenzione per le città da parte della politica è stata da sempre pressoché inesistente (con l’eccezione del Dipartimento delle aree urbane, scomparso dalla scena istituzionale senza sollevare discussione alcuna dopo essersi occupato di piste ciclabili e poco più). Anzi, una prima critica sul come è stata gestita l’iniziativa è proprio nel non averne marcato la rilevanza e la novità qualora si ritenga davvero che le città possano contribuire alla tanto invocata crescita, ma, se ancora oggi non è dato di conoscere cosa intenda questo Governo per ”crescita”, sarebbe illusorio aspettarsi che Monti o qualche ministro teorizzasse il contributo atteso da un (eventuale) programma di interventi mirato sulle città.

Nessuna indicazione di merito, dunque, da parte del Governo. Se, come appare assai verosimile, era chiaro fin dall’inizio che la disponibilità di risorse finanziarie da destinare alle città è di entità irrisoria (su questo aspetto tornerò in seguito), si sarebbe potuto quantomeno avviare un percorso. Provare cioè ad affermarne l’importanza, a declinare alcuni punti su cui impostare una politica urbana a livello delle amministrazioni centrali, a veicolare il semplice ed inappuntabile messaggio che le politiche urbane necessitano – e chi può contestarlo? – di tempi medi (non inferiori al decennio) per conseguire risultati apprezzabili e che quindi con il Piano per le città si avviava una iniziativa responsabilizzando i governi successivia proseguire l’opera.

Al contrario – ed è quanto ritengo più colpevole – nessuna strategia è stata messa in campo; si è privilegiato l’annuncio rispetto al contenuto, la promessa di rapide aperture di cantieri al tentativo di scomporre la complessità - che però va assunta come tale senza scorciatoie, senza inventare impossibili scorciatoie – per attivare le necessarie politiche di settore. Insomma, una riproposizione delle vuote promesse che hanno costituito quanto di peggio è statopropagandato negli anni trascorsi.

In checosa consiste, in definitiva, il Piano per le città? Decismente in una piccola iniziativa destinata, inevitabilmente, a far perdere le proprie tracce in breve tempo. Così la vede in sintesi il vice Ministro Ciaccia che ne ha assunto la paternità: riunire intorno ad un tavolo, ambiziosamente chiamato Cabina di regia, i rappresentanti delle amministrazioni dello Stato che, al momento (e quindi senza finanziamenti aggiuntivi o riconvertiti per l’occasione), gestiscono programmi di spesa con una ricaduta percepibile e localizzabile (nel senso che l’investimento o il contributo pubblico può essere incluso in un ambito predefinito) sul territorio. I comuni presentano delle proposte, ma non sono previsti vincoli dimensionali di popolazione, né di estensione dell’ambito oggetto della richiesta, né sono definiti di particolari caratteri da possedere come requisiti di accesso per l’ammissibilità. La Cabina di regia verifica se sussistono le condizioni per attribuire risorse. Tutto qui, tenendo comunque presente che i vari capitoli di bilancio gestiti dalle amministrazioni statali – in tutto poche centinaia di milioni di euro - hanno solitamente finalità e modalità di spesa dalle quali è difficile svincolarsi. Qualche esempio: il piano per l’edilizia scolastica deve rispettare delle priorità che non è detto coincidano con le richieste contenute nella proposta, così come il fondo Fia della Cassa DD e PP deve necessariamente ottenere una remunerazione del capitale investito (altrimenti l’operazione non è sostenibile).

C’è di più. Anche pergli obiettivi più modesti il “piano “rischia il fallimento. Nel decreto ministeriale che verrà firmato tra qualche giorno da Ciaccia non è chiaro chi debba fare cosa: da procedure snelle si è passati a (quasi) nessuna procedura. L’ANCI è chiamata a raccogliere ed illustrare le proposte (sono già pervenute circa 40 richieste ma è questo il mestiere dell’Associazione? Di che strumenti tecnici dispone?) dnon si sa con quali criteri le poche risorse disponibili sulla carta saranno ripartite; la questione non è di poco conto poiché, come era prevedibile, i comuni hanno presentato ambiti del tutto eterogenei: riguardano, in alcuni casi, territori assai vasti e, in altri, poco più di un singolo complesso immobiliare.

Una parola sul ruolo delle regioni. Il 5 giugno, in Conferenza unificata, le regioni sono state chiamate ad esprimere il parere sulla questione; le richieste avanzate, con l’eccezione di alcune di incidenza minima, sono volte esclusivamente a rivendicare le proprie competenze senza affrontare alcun aspetto del merito della proposta. In sintesi, le regioni hanno chiesto che le proposte formulate dai comuni siano a loro indirizzate per poi essere trasmesse, dopo una verifica di coerenza con la programmazione e la legislazione regionale”, alla Cabina di regia. Ancora una volta il confronto Stato-regioni si esaurisce in una contrattazione simile ad una vertenza sindacale il cui fine è stabilire il perimetro che delimita il posizionamento dei diversi ruoli (la mediazione “di alto profilo” che sarà proposta, a quanto si dice, in sede ministeriale prospetta l’attribuzione, all’interno della Cabina di regia, di 5,5 punti ai due rappresentanti regionali per bilanciare gli undici voti dei rappresentanti degli altri membri dell’organismo decisore).

In conclusione – ma ci sarà modo di tornare sull’argomento – invitiamo a lettura dei commi 2 e 3 dell’articolo 12 del decreto legge, riguardanti rispettivamente gli elementi che devono essere riportati nelle richieste dei comuni ed i criteri che la Cabina di regia deve adottare per selezionare le proposte. Sulla compilazione dei due elenchi una valutazione che si traduce in una domanda (senza attesa di risposta): è possibile che la complessità dei problemi che oggi investono le città si traduca in forme di tale sconcertante arretratezza culturale?

Postilla

Il nostro corrispondente ha una buona conoscenza degli ambienti nei quali è stata elaborata la proposta governativa. Le sua critica investe ulteriori aspetti della questione rispetto a quelli che abbiamo affrontato nell’eddytoriale 153. Conferma un connotato sconcertante della compagine governativa: la sua assoluta incapacità “tecnica”, non sanno progettare bene neppure la macchine volte al male che si propongono di avviare per realizzare la “crescita”. Ecco, su questo punto abbiamo un’idea diversa da quella espressa da Buccino: crediamo di conoscere checosa intenda questo Governo per ”crescita”: solo l’aumento del “prodotto interno lordo”, il PIL. Che cosa questo sia lo ha descritto con grande precisione Bob Kennedy. Per conto nostro sappiamo che il concetto di sliluppo e di crescita che il goveno “tecnico” mette nel conto comprende l’incremento del valore della rendita immobiliare. Ogni metro di aumento della “abominevole crosta di cemento e asfalto”, ogni volume edilizio costruito (quale che sia la sua utilità) aumenta il Pil: perciò ben venga, quale che sia il contributo che esso dia ai reali problemi della città e dei suoi abitanti

Vogliamo solo accennare a un’ altra iniziativa del governo Monti nella quale si rivela la pochezza culturale e “tecnica” della compagine montiana: ci riferiamo a quella forma draconiana di abolizione delle province che è stata decisa: come se il complesso disegno istituzionale (la forma italiana della moltiscalarità deil governo) non fosse un organismo complesso che l’uso della scimitarra distrugge ma non riforma; e come se non esistessero problemi essenziali del funzionamento del territorio urbanizzato che gli altri livelli di governo sono incapaci di risolvere. L’amarezza per i danni provocati dall’assoluta inadeguatezza del governo ad affrontare i problemi reali cresce se si considera che all’abolizione delle province sembrano opporsi solo quanti vedono minacciati i piccoli feudi che l’arcipelago dei partiti, vecchi e nuovi, che ha rovinato l’Italia negli ultimi decenni.

del libro patrocinato da Italia Nostra Lombardia con l’intento di “rivedere” e “aggiornare” il pensiero di Antonio Cederna. L’immediato e deciso intervento di Giulio, Camilla e Giuseppe Cederna, cui fece seguito un appello di decine di intellettuali – da Alberto Asor Rosa a Corrado Stajano –, indusse Electa a interrompere subito la distribuzione del libro. Ma all’interno del consiglio nazionale dell’associazione la vicenda fu condotta molto maldestramente. La presidente Alessandra Mottola Molfino – d’accordo con la maggioranza – rifiutò di assumere qualunque provvedimento nei confronti degli autori del pasticcio. Mise anzi sullo stesso piano i responsabili del libro impropriamente attribuito a Cederna e i componenti del consiglio – soprattutto il sottoscritto, Maria Pia Guermandi ed Elio Garzillo – che contro quel libro avevano preso posizione pubblica, con il che avrebbero danneggiato l’associazione. Alla stampa fu comunicato che la vicenda si era conclusa nel migliore dei modi e tutti i consiglieri erano allineati alle posizioni della presidente.

Ho ricordato queste cose perché nei prossimi giorni i soci di Italia Nostra votano per il rinnovo delle cariche elettive e potrebbe finalmente concludersi uno dei periodi più tristi nella vita della benemerita associazione, un periodo caratterizzato da un’attività tanto estesa e propagandata, quanto superficiale, anodina e inconcludente. Solo un esempio. L’Aquila, in particolare il centro storico. A leggere i documenti ufficiali sembra che l’azione di Italia Nostra sia stata decisiva per il suo recupero. Ma non è così. A fine marzo [cfr. eddyburg] autorevoli esponenti del governo hanno formalmente condiviso un inaudito documento dell’Ocse e dell’università di Gröningen che propone di svuotare gli interni degli edifici del centro storico dello sventurato capoluogo abruzzese conservando soltanto le facciate. Una cosa inverosimile, che avrebbe preteso (e tuttora pretende) un energico e risoluto intervento sui vertici del ministero dei Beni culturali. Con i quali la presidenza di Italia Nostra vanta rapporti inutilmente cordiali.

Ma non è tutto. Il dato più grave dell’inerzia di Italia Nostra riguarda l’atteggiamento di fronte alla crisi della cultura, dell’etica, della politica che sta travolgendo la società italiana. In una realtà drammaticamente caratterizzata dalla perdita di riferimenti, nella quale la rappresentanza istituzionale non ha più credito, che sembra destinata al si salvi chi può, l’azione di un soggetto come Italia Nostra – storicamente impegnato in nient’altro che non sia l’interesse generale – dovrebbe essere obbligatoriamente orientata a ricomporre, compattare, organizzare brandelli di società intorno al nostro patrimonio d’arte e di cultura. Non per sostituirsi ai partiti, ma per contribuire con la propria specificità alla ricostruzione di un più vitale tessuto civile. Invece, in questa direzione, di Italia Nostra non è traccia se non nel senso di una retorica perorazione di buone pratiche.

Mi pare francamente più utile ed efficace l’azione di eddyburg. Penso all’impegno per lo stop al consumo del suolo, alla critica inesorabile alla mala urbanistica capitolina, all’attenzione sempre disponibile nei confronti di comitati e tensioni emergenti (anche all’Aquila). Perciò mi sembra importante segnalare la candidatura del direttore e del vicedirettore vicario al consiglio nazionale di Italia nostra insieme ad altri che possono considerarsi parte della squadra di eddyburg: una bella novità che può essere decisiva per la rinascita di Italia Nostra.

Concludo ricordando che in questi giorni è stato pubblicato un libro commissionato da Legambiente a Francesco Erbani su Antonio Cederna, nel quindicesimo anniversario della sua morte. Un libro che ricostruisce con puntualità il rigore e l’intransigenza di quel grande italiano, fondatore del moderno ambientalismo. Come sappiamo, Cederna è stato il più autorevole esponente di Italia Nostra ed Erbani lo scrive con esattezza. Che ciò sia raccontato in un libro voluto da Legambiente mi pare che sia meritevole di apprezzamento, non disgiunto dal rammarico per l’ennesima occasione persa da Italia Nostra.

In allegato il programma della lista: Nel nome di Cederna

Da tempo i media legati ai poteri dominanti fanno ricorso a un binomio retorico per screditare tutto ciò che cerca di resistere alle innovazioni distruttive imposte dal capitalismo che avanza. Il mondo viene spaccato in due: antico e moderno, arretrato e avanzato, conservatore e innovatore, vecchio e giovane. Com'è noto, Marchionne ha rinfrescato il binomio con una divaricazione immaginifica: prima e dopo Cristo. Dove, “per dopo Cristo”, lui intende una modernità che si mette alle spalle anche la misericordia cristiana, ormai invecchiata come tutte le cose che non stanno coi tempi rapidi dei mutamenti in atto. La sua lucente modernità, è a tutti noto, riporta in fabbrica i ritmi di lavoro al livello di intensità dei primi del XX secolo, quando in USA trionfava lo Scientific Management di Robert Taylor. Quello, per intenderci, messo alla berlina da Chaplin in Tempi moderni. Ma non è tutto. Il suo compenso è arrivato a superare anche di mille volte il salario di un suo dipendente. Ora, per trovare una tale disparità di reddito bisogna risalire molto indietro nel tempo, assai prima che la società industriale si articolasse nella attuale stratificazione sociale. Una tale divaricazione di ricchezza è tipica dell' Antico regime ( secoli XII-XVIII) quando la società era divisa tra grandi feudatari, che avevano in mano tutto, e popolazioni contadine, che possedevano solo le proprie braccia. E' moderno, avanzato, giovane, Marchionne?

Di recente, un nuovo modernizzatore è apparso sulla scena pubblica italiana, è il ministro dell' Istruzione dell' Università e della Ricerca, Francesco Profumo. Il ministro ha appena incassato una disfatta personale sul terreno di una innovazione che gli sta particolarmente a cuore: l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Il referendum on line che egli ha organizzato, tramite il suo ministero, ha sonoramente sconfitto le sue velleità con oltre il 70% dei no. Una risposta degli «italiani “conservatori”» titolava mestamente un articolo di commento del Corriere della sera del 22 aprile. Se non l'avesse già fatto Monti, il ministro avrebbe potuto recriminare sul fatto che « gli italiani non sono ancora pronti. Capita a tutti i grandi novatori di giungere fra noi con troppo anticipo sull'avvenire. E' infatti caparbia aspirazione del prof. Profumo togliere alle Università, vale a dire alle istituzioni storiche in cui da secoli si viene organizzando e trasmettendo il sapere degli italiani, la possibilità di certificare la qualità delle lauree che esse rilasciano. Le ragioni di tanto zelo riformatore, sono state variamente dibattute, e non è ora il caso di ritornare su una questione da considerare, ormai, «un cane morto» : come si diceva un tempo di un eminente filosofo fuori moda.

Val la pena, tuttavia, aggiungere qualche elemento di chiarificazione sulla modernità degli intenti perseguiti dal ministro. L'abolizione del valore legale della laurea, tra le altre novità, comporterebbe una liberazione straordinaria degli individui dalle pesanti bardature statali. Non sarebbe infatti più lo stato a certificare la qualità della formazione del cittadino, ma finalmente il mercato. Non più la validazione di una entità pubblica, dietro cui stanno decenni di tradizioni di ricerca, di scuole scientifiche, di procedure di verifiche consolidate, in una parola il sapere di una comunità culturale che è parte costitutiva della storia di una nazione. Al contrario, varrebbe il parere di un qualunque commisario di concorso pubblico, ma sopratutto il giudizio di opportunità del privato, dell'imprenditore, che non deve essere condizionato nelle sue scelte di assunzione del personale.

Si dissolve così uno dei collanti della società, intesa come comunità di valori universalmente riconosciuti, e si risolve il problema della valutazione all'ingresso nel mondo del lavoro in un rapporto meramente contrattuale, tra due individui privati: l'assuntore, cioé l'imprenditore e il dipendente-lavoratore. Tutto ciò che è comune si dissolve, restano solo gli individui. «Ognuno è solo sul cuore della terra», recitava Quasimodo. Scava, scava e salta fuori la solita rogna neoliberista. Vale a dire l'ideologia che negli ultimi 30 anni ha scavato abissi di iniquità nella società del nostro tempo, dissolto le relazioni umane, trascinato nell'insicurezza milioni di individui, generato la crisi mondiale che continua ad alimentare con le sue ricette fallimentari. Quanto è moderno, avanzato, giovane, Profumo?

Questo ministro, che ha davanti a sé circa un anno di possibili iniziative, potrebbe intraprendere almeno un paio di decisioni, certamente modeste, dati i tempi ristretti, ma sicuramente utili , sia in prospettiva che nell'immediato. La prima di queste, che non comporterebbe spese particolari, potrebbe essere l'avvio di un processo di delegificazione della vita universitaria. Gli atenei ( ma anche le scuole) soffocano sotto montagne di carte. I neoliberisti tuonano contro la burocrazia che soffoca le imprese, ma non risparmiano leggi e regolamenti quando si tratta di assoggettare l'autonomia del sapere alla volontà delle burocrazie ministeriali. Naturalmente, il ministro non muoverà un dito su questo fronte, essendo egli l'esecutore testamentario della legge Gelmini. L'altra iniziativa possibile, diciamo così congiunturale, potrebbe essere quella di sventagliare un po' di milioni di euro in borse di studio per studenti meritevoli, per dottorandi, per post-dottorati che a migliaia, in Italia trarrebbero un sospiro di sollievo. E lo farebbero trarre anche alle loro famiglie. Un piccolo aiuto, mentre il numero dei nostri laureati continua a precipitare rispetto alla media europea, mentre la nostra migliore gioventù intellettuale continua a fuggire fuori d'Italia. E' troppo? Il ministro non lo fa, verosimilmente perché il suo peso specifico all'interno del Governo deve essere nullo. Tuttavia, poiché il prof. Profumo sa di marketing, cerca di dar segni di vita e rilievo al suo ruolo e si inventa trovate fantasiose. Com'è noto egli ha aperto un nuovo fronte di modernizzazione: quello dell'uso esclusivo della lingua inglese nel Politecnico di Milano, con l'intenzione di estendere la pratica al resto degli atenei. Un po' di lustrini per stupire l'analfabetismo linguistico della borghesia italiana.

Ora, a differenza del ministro Profumo, noi sappiamo che l'inglese è la lingua imperiale del XX secolo, lo strumento dell'egemonia del capitalismo angloamericano, fonte di bussines e vantaggi innumerevoli per i paesi di lingua madre. Pure non ci sogniamo di svalutare i vantaggi di una buona conoscenza dell'inglese da parte dei nostri giovani, strumento di comunicazione internazionale, mezzo utile anche per accedere alla saggistica di paesi e lingue di difficile accesso. Ma perché darle tanto spazio e peso nell'Università? Un buon possesso della lingua inglese dovrebbe essere una conquista della scuola media. All' Università lo studio delle lingue - non di una sola lingua – dovrebbe costituire oggi, in Europa (come in parte già accade ) un momento di alta formazione culturale. Si studia il francese, il tedesco, lo spagnolo per penetrare in profondità la cultura di quei paesi, per afferrare attraverso queste straordinarie lingue di cultura le articolazioni nazionali di una civilizzazione che è fra le più alte e plurali della storia umana. O dobbiamo realizzare l'unità d' 'Europa parlando tutti inglese'? Si dovrebbe studiare questa lingua per poter leggere in originale Shakespeare o Defoe, non solo per comunicare informazioni. E perché l'apprendimento dell' italiano – come ha osservato Raffaele Simone su Repubblica del 17 aprile - non dovrebbe costituire un elemento di attrazione per gli studenti dei vari paesi del mondo? L'italiano non è solo indispensabile per leggere direttamente Dante o Italo Calvino, ma per comprendere l'arte italiana nei suoi svolgimenti e nelle sue stagioni , il melodramma, il paesaggio, le cucine regionali. Dopotutto, quando nel XIV secolo, in Italia fioriva la prima lingua letteraria d'Europa, un fondamento della civiltà del Continente, l' England era ancora un povero paese abitato da pastori. Perché i giovani europei che escono dalle nostre università non dovrebbero possedere almeno la conoscenza della nostra o delle altre lingue nazionali? Non possiamo permetterci questo avanzamento, questo ulteriore salto di civiltà?

Il ministro Profumo è fissato con l'inglese. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti solo di provincialismo. No, la ragione è che l'inglese è un mezzo, uno strumento per qualcos'altro. Come un martello per fissare un chiodo. Serve per comunicare, per organizzare, per mettere su aziende, per scambiare informazioni e possibilmente beni e danaro. Serve alla crescita. La cultura, per questo ministro, non è mai un fine, che ha le proprie ragioni fondative nell'elevazione culturale, civile, spirituale delle persone, prima che nelle tecniche destinate ad attività professionali. Gratta, gratta, ed esce fuori il fondo miserabile dell'economicismo, la più grave infezione spirituale della nostra epoca.

E' moderno, avanzato, è giovane il ministro Profumo?

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Duecentoventiquattromilioni di euro sono i finanziamenti disponibili per i progetti da finanziare con il Piano Città promosso la settimana scorsa dal Governo Monti con il Decreto Legge cosiddetto sviluppo. Pochi spiccioli per poter dire che c’è un reale cambio di rotta sullo stato in cui versano le nostre città. Si potranno finanziare forse dieci quindici progetti in altrettante città. I Comuni recupereranno progetti che giacciono nel cassetto o che non si sono guadagnati altre forme di finanziamento e li riproporranno. Ci sarà da augurarsi che si riesca almeno in parte a selezionare quelli più robusti, quelli che pur presentando interventi puntuali si applicano ad ambiti urbani unitari e che possano dare una qualche consistenza all’obiettivo della rigenerazione. L’attenzione dedicata dai media alla proposta, due pagine su Repubblica e il titolo di apertura, mette in luce il delicato momento che sta attraversando il governo: ci si aggrappa e quello che c’è, si fa quel che si può.

Rimesso nelle giuste misure l’intento del governo resta però la questione di fondo: la mancanza da anni nel nostro paese di politiche urbane di livello nazionale. Su questo chiamerei a riflettere, dipanando la nebbia della notizia che avvolge i fatti.

Il decreto riafferma la potestà del governo centrale a formulare iniziative rivolte alle Città, alla rigenerazione della città costruita. Mi pare un punto da non sottovalutare e sul quale pretendere che si vada avanti in modo serio, non frettoloso o perché sospinti dalla sollecitazione mediatica.

Rivendichiamo la possibilità che ci sia un’attenzione nazionale sulle città. In Italia da decenni non ci sono più politiche urbane e, invece, le città costituiscono una carta da giocare per uscire dal declino. Le politiche urbane degli anni Novanta (ricordate i vari Pru, Prustt, ecc…) sono ormai finite in una sorta di vicolo cieco, lasciate alle capacità dei singoli comuni.

Il secolo nuovo, nei suoi primi dieci anni, ha portato una “mistificazione” della questione urbana. Le politiche della sicurezza da una parte e il dibattito sul federalismo municipale, dall’altro, hanno dominato il discorso pubblico e hanno evitato che si affrontassero le questioni urbane entro a un quadro di respiro strategico che ne evidenziasse l’interesse nazionale dinanzi ai cambiamenti che le città hanno registrato nel ventennio a cavallo tra il secolo vecchio e il nuovo. Le città hanno subito cambiamenti profondi, per alcuni versi radicali.

Pretendiamo che l’affermazione di centralità delle Città nella politica del governo centrale, pur nel rispetto delle competenze e delle attribuzioni che restano alle Regioni, alle Province e ai Comuni, si affermi; pretendiamo che si individui un percorso reale che porti alla costruzione di un vero Piano nazionale per le Città d’Italia. Dobbiamo pretendere, anche in vista dei futuri programmi di governo, che le forze politiche si pongano l’obiettivo di ricostituire in sede nazionale un luogo di elaborazione e di attuazione di queste politiche (meno improvvisato e spartitorio della cabina di regia prevista dal decreto). Sparare sul Piano Città di Monti è come sparare sulla Croce Rossa e ci distoglie dalla questione vera che merita di essere affrontata: se e come le città possono tornare al centro dell’Agenda politica nazionale.

Una delle espressioni più alte dell’ambientalismo italiano risiede proprio nelle riflessioni e nelle azioni legate alla città e al suo territorio portate avanti nel corso degli ultimi cinquant’anni da una minoranza piuttosto agguerrita, alla quale l’Italia e gli italiani devono molto. Una storia di cui si parla poco, ma che andrebbe fatta conoscere nelle scuole a studenti ed insegnanti, poiché chiarisce strade ed obiettivi. una strada per il futuro. Questo è il senso più profondo che si può trarre dalla lettura congiunta dei due libri presentati insieme lunedì 18 giugno a Napoli presso la sede della casa editrice Clean: La misura della terra di Antonio di Gennaro edito da Clean Edizioni e Antonio Cederna. Un vita per la città, il paesaggio, la bellezza, pubblicato di Francesco Erbani pubblicato da La Biblioteca Del Cigno.

Si tratta di due libri apparentemente molto diversi. Una raccolta di articoli e interventi sulle vicende che hanno interessato il territorio (prevalentemente campano) il primo e la biografia di un grande ambientalista il secondo. Anche gli autori praticano attività professionali per nulla affini. Un agronomo, pianificatore e “misuratore della terra” e un giornalista raffinato, scrittore e saggista. A ben vedere, tuttavia, questi due libri non solo sono profondamente legati da una varietà di temi e di questioni, da un mondo di valori e di ideali, ma nel loro insieme raccontano un unico percorso intellettuale e civile di cui gli stessi autori sono al contempo interpreti e protagonisti.

Nel ripercorrere la vita di Antonio Cederna, Francesco Erbani ricostruisce e rappresenta questo percorso soffermandosi sulle elaborazioni teoriche e sulle battaglie e civili e politiche più significative portate avanti dal grande archeologo e giornalista: la difesa dei centri storici, la lotta contro la speculazione edilizia a Roma tra gli anni cinquanta e sessanta, la battaglia contro i condoni negli anni ottanta, l’attività da parlamentare, l’intensissima opera di sensibilizzazione sui costi del dissesto idrogeologico e della cementificazione delle coste.

Antonio Cederna apparteneva a quell’area di intellettuali che si era formata intorno a “il Mondo” di Pannunzio. Ed è dall’incrocio tra il liberalismo radicale e progressista di questo gruppo, che individuava nello stato il principale attore in grado di tutelare la società e l’ambiente dalle spinte distruttive provocate dal libero dispiegarsi delle forze di mercato, e i principi più autentici dell’urbanistica riformista propria della cultura politica di una parte del PCI poi Pds, che derivava l’idea originaria e fondante di quel pezzo importante della cultura territorialista italiana che Cederna contribuì a costruire e di cui rappresentò una delle figure di maggior rilievo fin dalla fine degli anni quaranta. Insieme a Italia Nostra e al FAI, a Elena Croce e ad Antonio Iannello, a Vezio De Lucia e a Piero della Seta, ad Aldo Natoli a Edoardo Salzano e a molti altri, Cederna maturava una concezione di intervento sul territorio non più inteso come mera registrazione del processo espansivo della città, ma come governo delle sue trasformazioni volto alla ricerca di un equilibrio il più possibile sostenibile tra attività umane e risorse naturali.

Appartenente ad un’altra generazione, Antonio Di Gennaro si connette con forza a questa tradizione e ne condivide valori e ideali, configurandosi come prosecutore ed erede di questo percorso. Ne La misura della terra, spostato il suo sguardo al Sud del paese e la sua sfera di azione alla Campania, egli ricostruisce in questo libro la storia del suo lucido (a volte precursore) punto di vista sulle trasformazioni del territorio campano nel corso degli ultimi otto anni e sul suo progressivo processo di distruzione e di irreversibile degrado: Oltre a ciò egli ci dà conto delle sue battaglie: quella contro l’approvazione del piano provinciale di Napoli nel 2003 che avrebbe in gran parte annullato gli effetti del Piano regolatore, la difesa e il sostegno al Parco delle colline di Napoli, la dura lotta contro l’approvazione del Piano Casa e molte altre .

Gli argomenti e i temi che i due libri pongono sono dunque numerosi e non è possibile qui trattarli tutti. Vale la pena, tuttavia, soffermarsi su tre importanti chiavi di lettura delle vicende che hanno interessato e interessano il territorio contemporaneo e che ambedue i libri sembrano offrirci.

Questa tradizione non ci indica solo i modi attraverso i quali difendere e tutelare risorse e paesaggi, ma definisce una weltanshauung, una concezione del mondo all’interno della quale trovano il loro posto la politica, la giustizia, l’economia. Il territorio rappresenta l’espressione del patto costitutivo di una società e del suo livello di civiltà, di benessere e di equità. Esso è storicamente un ambito eminentemente pubblico, è storia e ricchezza. I centri storici per cui lotta Antonio Cederna così come i terrazzamenti lungo le coste della Campania di cui ci racconta Antonio di Gennaro sono frutto di lavoro e di saperi sedimentati nel corso di secoli. Ed è proprio la sua dimensione storicamente pubblica che impone al territorio trasformazioni che tengano conto delle funzioni collettive che esso esprime. Tale dimensione impone anche che sia governato da chi è svincolato da interessi privati siano essi dei poteri forti che dei ceti più umili.

La storia di paesi e nazioni può dunque essere letta attraverso questa categoria. Ed uno dei caratteri originali della storia dell’Italia repubblicana risiede proprio nella debolezza con cui fin dal secondo dopoguerra lo Stato ha regolato il rapporto tra diritto di proprietà e diritto di edificabilità, tra attori privati e attori pubblici nell’ambito del mercato del suolo, delle acque, dell’energia e più in generale dei beni comuni. Da qui è nata una grande questione urbana intesa come modernizzazione senza sviluppo. Un’urbanizzazione caotica e disordinata e a bassa densità demografica ha prodotto consumo dei suoli più fertili, inquinamento, disagio sociale, problemi igienico sanitari, aggravio di costi pubblici, difficoltà di trasporto e così via. Ed è a questi scenari che Antonio di Gennaro dedica le pagine più belle, le più accorate e arrabbiate ad un tempo.

In alcuni parti del paese (si pensi alla parte meridionale della provincia di Caserta ed alla settentrionale di quella di Napoli) , poi, dove i poteri pubblici hanno consentito alleanze con la criminalità organizzata, questa caratteristica ha lasciato spazio al sorgere di intere città illegali, ha dato vita a quel ciclo del cemento che si è andato intrecciando a quel ciclo dei rifiuti tossici che è costantemente al centro della cronaca locale e nazionale.

Ma qual è dunque l’anello debole? Dov’è che le istituzioni pubbliche non hanno funzionato? Antonio di Gennaro e Francesco Erbani ci offrono una risposta dando una efficace rappresentazione di donne e di uomini che ricoprono ruoli di responsabilità all’interno dei poteri pubblici che si sono macchiati non solo di gravi atti di disprezzo del bene comune, di ricerca del proprio “particolare” interesse e del proprio personale consenso politico, ma anche di azioni che non sembrano sostenute da quelle competenze richiesta per delineare strategie in grado di governare trasformazioni così complesse che necessitano conoscenze profonde e visioni condivise di progetti e soluzioni. Il cuore della questione è qui, ed è in questo ambito che l’Italia rivela ancora tutta la sua fragilità.

Con una singolare se pur casuale tempestività il Consiglio dei ministri, approvando il decreto legge (n. 59 del 15 maggio) che riordina e potenzia il servizio nazionale di protezione civile, è giunto a darsi il rinnovato strumento per governare gli effetti del sisma che meno di cinque giorni dopo avrebbe colpito l’Emilia.

La più rilevante (e inquietante) innovazione del provvedimento legislativo d’urgenza: il potere di ordinanza “in deroga ad ogni disposizione vigente”, riserva fino ad ora della responsabilità politica al più alto livello – il presidente del consiglio -, è conferito al capo del dipartimento della protezione civile.

E appunto, deliberato dal governo lo stato di emergenza nei territori delle province di Bologna, Modena, Ferrara e Rovigo, il capo della protezione civile ha inaugurato quel potere con le ordinanze del 22 maggio e del 2 giugno che minutamente organizzano gli interventi di soccorso, apprestando i necessari mezzi al riguardo, e in nessun modo considerano i concorrenti e irrinunciabili poteri delle istituzioni statali della tutela del patrimonio storico e artistico.

Se ne è invece preoccupato il segretariato generale del ministero dei beni e delle attività culturali che si è affrettato (25 maggio) a dettare con un proprio “decreto” un vero e proprio assetto organizzativo speciale di emergenza, creando appositi organi ai livelli centrale e regionale (ma è esercizio di potestà regolamentare che non spetta certo al segretariato) e a interpretare autenticamente le nuove disposizioni con una pedissequa e perentoria circolare.

E così come la “unità di crisi - coordinamento nazionale” istituita presso il segretariato generale non comprende e supera le direzioni generali dei diversi ambiti di merito, la direzione regionale, operando quale “unità di crisi – coordinamento regionale”, accentra in sè i compiti di rilevazione e intervento, perché “tutti gli istituti del MIBAC aventi sede nell’ambito territoriale dell’evento emergenziale [bene lo spiega la circolare] dovranno riferirsi esclusivamente[sottolineatura nel testo della circolare] alla direzione regionale territorialmente competente sia per le comunicazioni relative al danno subito che per i successivi interventi (rilievo e messa in sicurezza). La direzione regionale costituisce infatti l’unica struttura del MIBAC che, in stretto collegamento con l’unità coordinamento nazionale, opera in sinergia con le strutture territoriali deputate agli interventi in emergenza (prefetture, vigili del fuoco, protezione civile, enti locali)”.

Insomma, un ufficio di coordinamento amministrativo come la direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici, privo di attribuzioni di merito istituzionalmente affidate alle differenziate soprintendenze, tenuto allo “stretto collegamento” con l’unità di crisi nazionale, è identificato come l’unica struttura operativa che esercita la tutela nelle condizioni straordinarie di difficoltà e impegno. Così mortificate e in pratica escluse le soprintendenze di merito, l’esercizio della tutela è condannato alla subordinazione alla protezione civile ed è sollevato dal compito suo proprio (che non può essere sacrificato alla affermata esigenza di “sinergia”) di mettere in discussione il fondamento in concreto delle misure di massima precauzione perseguite (con sbrigative demolizioni), nei singoli casi di edifici tutelati e lesionati dal sisma, dalle diverse istituzioni preposte alla salvaguardia della pubblica incolumità. Che è quanto è apparso non sia avvenuto con la affrettata dichiarazione di condanna alla demolizione di più di un campanile, mentre ne è risultato accreditato tra i residenti lo schema polemico, comprensibile ma artificioso, della alternativa tra conservazione del bene e difesa della vita.

Quello che non hanno fatto le ordinanze 0001 – 0003 del capo del dipartimento della protezione civile (che pur avrebbero potuto derogare ad ogni disposizione vigente, salvi i principi generali dell’ordinamento giuridico) è stato dunque operato dal segretariato generale con il “decreto” che sospende l’esercizio delle competenze come affidate agli istituti territoriali di merito dal codice dei beni culturali e del paesaggio e disciplinate dal regolamento di organizzazione del ministero. Alle soprintendenze è stato in pratica sottratto lo strumento tipico, appropriato alle condizioni di urgenza, previsto dall’art.33, ultimo comma, del “codice”, il così detto “pronto intervento” (“In caso di urgenza, il soprintendente può adottare immediatamente le misure conservative necessarie”).

Crediamo che il decreto 25 maggio del segretario generale abbia introdotto una inammissibile lacerazione nel compatto tessuto della tutela, sia cioè palesemente illegittimo e soprattutto ci preoccupano gli effetti di burocratizzazione della funzione, mortificata nel suo esercizio nel merito e indebolita nella sua efficacia.

Non può stupire che nelle province colpite dal terremoto non sia stato attivato alcun pronto intervento, come invece era (1996) con successo avvenuto nei territori della bassa reggiana dove furono immediatamente messi in sicurezza i campanili danneggiati dal sisma di allora (e non meno gravemente rispetto a quelli di cui oggi è stata decretata la demolizione). Né può stupire che dalla prima manifestazione del terremoto, dal 20 maggio, sia stata vanamente attesa la voce dei soprintendenti per i beni architettonici (ridotta al silenzio, si direbbe), mentre per le istituzioni della tutela parla, esprimendo valutazioni di merito pure sui singoli casi controversi, la direzione regionale (e se è architetto il titolare, il ruolo amministrativo non esige affatto quella qualificazione professionale). Non stupisce quindi ma allarma che fino ad oggi la tutela si sia qui in Emilia espressa con l’assenso alle demolizioni e con l’avvertimento che non sono affatto scontate ricostruzioni sollecite.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso ho incrociato molte delle vicende urbanistiche sulle trasformazioni delle grandi aree dismesse e/o da ridestinare a nuovo uso nell'area milanese (ex Falck di Sesto S.G., ex Alfa Romeo di Arese-Lainate-Garbagnate-Rho, ex Fiera di Milano, aree EXPO 2015, ecc.) che oggi suscitano tante discussioni, perplessità e spesso indagini della magistratura a causa del comportamento delle pubbliche amministrazioni coinvolte. Voglio soffermarmi qui su quella temporalmente più antica e che costituisce una sorta di preistoria delle vicende raccontate in questi giorni dai media a commento delle iniziative giudiziare della magistratura inquirente. A metà del 1992 mi chiama un consigliere comunale di opposizione (PRC) di Sesto e mi dice: so che in università studi il riuso delle aree industriali dismesse, qui ci propongono di entrare con un rappresentante in una società mista Comune-Falck, noi non ci capiamo niente, accettiamo solo se ci vai tu. Dopo aver tentennato un po', decido di accettare: meglio aver conoscenza di quel che accade e semmai uscire sbattendo la porta, facendo rumore sulle scelte non condivise! Si inizia - Sindaca Fiorenza Bassoli, presidente della società l'economista Ferdinando Targetti, recentemente scomparso – tra Natale e Capodanno del 1992, incrocio come rappresentante Falck Giuliano Rizzi, architetto allievo di Marescotti e già membro del Collettivo comunista di architettura negli anni Cinquanta, che – dopo aver studiato i piani di ricerca della Falck – propone un nucleo commerciale lungo viale Italia e sul resto dell'area centri di ricerca e sperimentazione produttiva nel riuso del rottame ferroso (carri ferroviari, frigoriferi, computers, ecc.). Una sfida intrigante su cui mettere alla prova la Falck sulle sue reali intenzioni; ma, nel frattempo, è diventato Sindaco Penati e il consigliere PRC è diventato vicesindaco e assessore all'urbanistica. Penati (primavera 1994) ci convoca e ci dice: smontare carri ferroviari e frigoriferi non è qualificante per la Sesto del 2000! Poi ci ordina di affidare un incarico da 500 milioni di lire (che la società non ha!) a Gregotti (che sta studiando il nuovo PRG e quindi non può assumere nuovi incarichi diretti), G.B. Zorzoli, Umberto Colombo (ex ministro della ricerca ed ex presidente CNEN) e un oscuro economista cileno con studio a Ginevra, Juan Rada.

Ci viene detto che hanno un piano di riuso delle aree e soprattutto clienti già pronti all'acquisto a prezzi che ripagheranno il costo dell'incarico e la ricapitalizzazione della società. Al nostro rifiuto di obbedire ci vengono imposte le dimissioni entro 24 ore, la società viene sciolta e ne viene costituita una nuova sotto la presidenza dell'ex assessore allo sviluppo economico Fabio Terragni, poi destinato ad una luminosa carriera dentro Pedemontana Spa.

Da lì in poi inizia la vicenda che altri raccontano in questi giorni con la vendita a Pasini, poi Zunino, poi Bizzi e con intricati giri di fatture milionarie (in euro!) ad off-shore olandesi, lussemburghesi e quant'altro, per oscure consulenze che – a chi proprio non vuole avere fette di salame sugli occhi – puzzano di tangenti lontano un miglio!

Dal giugno 1994 al luglio 1998 vengo chiamato a fare l'assessore a Rho e mi occupo, tra l'altro, dell'ex raffineria di Rho-Pero dove si insedierà in seguito il polo esterno di Fiera e dell'ex Alfa Romeo (di cui Rho ha nel proprio territorio una piccola quota) e in anni successivi, mi batterò coi cittadini della zona contro il progetto Citylife per il riuso dell'area della vecchia Fiera a Milano. Tutte battaglie perse, ma che forse è valsa la pena di combattere.

Oggi sembra che – almeno sull'ex Falck – la magistratura abbia deciso di metterci il naso, ma se la politica avesse voluto vedere e capire, avrebbe potuto farlo ben prima.

Postilla

In realtà la politica non poteva vedere perchè era cambiata l’ideologia. Non più rigorosa distinzione tra interesse pubblico e interesse privato, non più visione olistica della città e del territorio, non più sguardo orientato al future di noi tutti, non più la politica al servizio della collettività (e sinistra in difesa dei più deboli). Iniziò con l’urbanistica contrattata e con la critica al “giacobinismo degli urbanisti”, proseguì con lo smantellamento della pianificazione. Dalla lotta agli incrementi della rendita provocati dalle decisioni pubbliche si passò alla celebrazione della rendita (delle rendite) come motore dello sviluppo. Non bastò essere chiamati una volta nelle aule della giustizia per imparare. Anzi, si accusò chi difendeva la legalità di “demonizzare” i governanti che predicano e praticano l’impunità per chi comanda. Ricordiamo, per cambiare.

Qualche riferimento a testi in questo sito: P. Della Seta, E. Salzano, Italia a sacco; E. Salzano, 20 anni e più di urbanistica contrattata; W. Tocci, L’insostenibile ascesa della rendita urbana

A Sesto San Giovanni, a Milano Santa Giulia, il sistema Lombardia come quello di Bari o di Imperia e altri scandali ancora; l’urbanistica in giro per l’Italia è divenuta (è più giusto dire continua a essere) il luogo di scambio e di mercimonio: tangenti in cambio di metri cubi, soldi ai partiti in cambio di varianti urbanistiche con gli architetti mediatori che al telefono promettono la luna in cambio di un “progettino”.

Si dirà, come da sempre! Sì, ma con qualche elemento di novità dato dalle particolari condizioni di debolezza in cui sono ridotte le regole dell’urbanistica: oggi si può legittimare qualsiasi operazione, non c’è più l’obbligo della conformità al piano e nessuno più si straccia le vesti se bisogna giustificare qualche variante. E allora, perché le tangenti? Perché in assenza di diritti certi e di doveri altrettanto chiari l’edificabilità si concede al migliore offerente. Chi paga ottiene, e chi paga di più, ottiene di più.

Quanto emerge dalla cronaca segnala i comportamenti illegali, ma sotto a questi, nella prassi ordinaria e quotidiana, la sudditanza del soggetto pubblico agli interessi immobiliari dei privati è altrettanto evidente. Facciamo un esempio concreto. A Roma il Nuovo PRG, approvato nel Febbraio del 2008, prevedeva una certa quantità edificabile all’interno delle 18 centralità. Molti ricorderanno che le centralità furono descritte come la principale scelta strategica del nuovo piano. Nella centralità Romanina è consentita una edificabilità di 352.935 mq, il 58% è pubblica e il 42% privata. Nel settembre del 2011, l’operatore privato, proprietario anche delle aree, presenta all’amministrazione comunale una nuova proposta che prevede di edificare 600.777 mq, con un incremento del 70%. Ancora più rilevante è la variazione della ripartizione tra quota pubblica e quota privata che ora è rispettivamente del 5%, invece del 58%, e del 95%, invece del 42%. Tutto questo, a scanso di equivoci, è legale e si è svolto nell’ambito delle regole che l’amministrazione si è data. Infatti, la nuova proposta avanzata dal privato segue due “indirizzi operativi delle memorie di giunta” del 4 e del 20 ottobre del 2010 che portano la firma dell’assessore all’urbanistica della giunta Alemanno, Corsini. La questione quindi è: quali sono le ragioni che giustificano una variante così consistente a favore del privato, per altro dopo pochi mesi dall’approvazione definitiva del piano? Qual è l’utilità sociale che si ricava dall’autorizzare un nuovo intervento che prevede ora circa 10.500 abitanti in una delle zone più densamente costruite della periferie Est di Roma?

Le ragioni contenute nei due atti dell’amministrazione comunale sono di una debolezza sconfortante. Nel “considerato” della memoria di giunta del 20 ottobre si legge: “che tale istruttoria ha evidenziato una serie di criticità diffuse e comuni alle differenti situazioni, consistenti prevalentemente nella difficoltà sia di adeguamento e di realizzazione delle infrastrutture per la mobilità, sia di selezione e di allocazione delle funzioni urbane e metropolitane di pregio, sia di reale fattibilità finanziaria e gestionale dell’operazione complessiva;”. Si aggiunge, subito dopo, che un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dalle ridotte potenzialità edificatorie, l’indice medio di edificabilità territoriale nelle centralità private è di 0,28 mq/mq, e che pertanto “appare, altresì, necessario, a questi stessi fini, verificare la possibilità di incrementare la potenzialità edificatoria delle Centralità da pianificare, con una quota di Sul premiale da attribuire ai proprietari promotori delle Centralità, quale corrispettivo per il contributo offerto ai fini del conseguimento e del buon esito degli obiettivi pubblici e di interesse pubblico prefissati, attraverso il superamento delle summenzionate criticità;”. E’ il caso di tornare sui numeri e sulle parole. I numeri, si cita l’indice medio di edificabilità delle centralità private, comprese quindi quelle con funzioni diverse, ad esempio le superfici commerciali, al solo scopo evidente di fare riferimento a un valore medio basso, ma si omette di dire che la centralità per cui si sta decidendo la variante ha un indice edificabile di 0,38 mq/mq, superiore a quello medio. E poi le parole, una “Sul (superficie utile lorda) premiale.. quale corrispettivo per il contributo offerto .. al conseguimento degli obiettivi pubblici..”. Quali obiettivi? E come misurare il loro conseguimento? Si manipolano i numeri e si ricorre alla più banale retorica pubblica per conseguire, in definitiva, solo l’interesse del soggetto privato! Come detto non c’è nulla di illegale ma atti di questa natura sono anche più gravi e fanno luce sul problema reale che le città, e quindi anche Roma, vivono: la politica ha abdicato alle sue responsabilità verso la collettività a favore dei soli interessi privati e i documenti tecnici “apparecchiano” numeri e retoriche allo scopo.

La questione ovviamente non è mettere all’indice il ruolo del privato ma ristabilire una verità che dovrebbe essere ormai acquisita: l’intervento privato è tanto più importante e contribuisce all’ordinato sviluppo della città, quanto più esso si svolge all’interno di precise regole del gioco. Regole che hanno lo scopo di innalzare la qualità dell’intervento privato, di produrre ricchezza e, nello stesso tempo, contribuire alla costruzione di beni pubblici e conservare le risorse non riproducibili.

La questione quindi è come costruire un quadro di regole certe nel rapporto tra prerogative del soggetto pubblico e interessi dell’operatore privato. Pubblico e privato nella storia urbanistica italiana, soprattutto in quella del dopoguerra, si sono dati battaglia, e alcune sono state anche di particolare rilievo. Molti ricorderanno il tentativo di riforma della legge sui suoli proposta dall’allora ministro democristiano Sullo, una vicenda che non fu estranea, com’è stato accertato poi dagli storici, al tentativo di golpe del generale De Lorenzo, il famigerato Piano Solo. La riforma Sullo proponeva, copiando quanto già avveniva in altri paesi europei, il diritto di superficie: il comune espropria le aree da edificare, le urbanizza e successivamente le cede al privato in diritto di superficie, eliminando così la rendita fondiaria. Un’altra battaglia fu la legge Bucalossi, la legge 10 del 1977, che istituì la concessione edilizia e sancì il principio che l’atto di edificare era una potestà che spettava al soggetto pubblico il quale, attraverso le previsioni di piano, lo “concede” al privato. L’ente pubblico decide dove e quanto edificare e tramite la concessione edilizia concede al privato il compito di realizzare l’intervento e di conseguire il profitto che spetta all’imprenditore. Con la deregulation urbanistica, cominciata già nei primi anni ’80, il tentativo di affermare il primato del pubblico nella costruzione della città viene progressivamente meno e si afferma, sempre di più, il primato del privato, tanto che ancora oggi l’Italia non ha una norma sul regime dei suoli. Citare questi fatti sa di antico, di obsoleto, ma quelle sconfitte oggi pesano e la città nella quale viviamo è anche conseguenza di quelle vicende. Oggi la situazione è del tutto diversa, intanto perché la questione dei suoli connessa alla sola espansione della città è, almeno dal punto di vista quantitativo, meno rilevante. La città oggi è tutta costruita e le principali trasformazioni riguardano il territorio urbanizzato negli ultimi sessant’anni. La questione più rilevante è l’intervento nella città esistente. A questa condizione si lega poi il bisogno di ridurre il consumo di suolo salvando i brandelli di territorio ancora agricolo e non urbanizzato.

Affrontare una riforma seria e profonda del rapporto tra pubblico e privato nella costruzione della città che assicuri l’affermazione di principi comuni e consegua una migliore abitabilità della città, richiede diversi livelli di intervento. Non serve qui dilungarsi troppo sui diversi livelli (urbanistico, fiscale, giuridico,…) ci soffermiamo, invece, su quello che si potrebbe fare subito, a regime normativo invariato. Come insegna l’esempio di Roma la questione centrale è rafforzare la valutazione tecnica delle richieste di variante e rendere il processo decisionale tutto trasparente. Rafforzare l’istruttoria tecnica separandola dalle considerazioni politiche vuol dire fare la valutazione dei vantaggi concessi al privato e contemporaneamente avere la valutazione di merito dei vantaggi che il pubblico deve conseguire. Perché una tale valutazione possa essere fatta è necessario avere politiche pubbliche espresse con obiettivi chiari e soprattutto misurabili (quanti alloggi sociali si intende realizzare nell’arco di tempo considerato, quanti in quel settore urbano, quali infrastrutture per la mobilità sono necessari, quali servizi pubblici, ecc…). L’amministrazione comunale potrà definire così i modi e soprattutto i tempi della procedura di negoziazione che deve essere condotta coinvolgendo associazioni, comitati di quartiere rappresentanze locali al fine di svolgere una vera propria contrattazione territoriale. Spetta all’amministrazione pubblica decidere quando dichiarare concluso il processo negoziale; il fattore tempo può essere un aspetto decisivo tale da portare il privato ad accettare condizioni più gravose purché la decisione sia presa in tempi brevi. Una procedura trasparente, senza retorica e ipocrisie, che guarda il merito, che coinvolge le parti interessate e che si attiva solo quando è necessario modificare ciò che prevede il piano. Infatti, se non si dovesse raggiungere l’accordo il privato potrà sempre realizzare quanto previsto dal Piano regolatore generale.

Quello che si propone è che ogni variazione di piano sia riportata entro un quadro decisionale che guardi al complesso delle scelte che la città si trova a fare e che valuti le compatibilità complessive della variazione proposta, che ristabilisca quindi il quadro di coerenze che attribuiamo a una decisione quando questa è inserita dentro il Piano regolatore generale. Ogni variazione puntuale, se necessaria, deve seguire quindi una procedura di valutazione tecnica indipendente e un processo negoziale a guida pubblica che coinvolga tutti i soggetti interessati. Procedure negoziali di questa natura sono in vigore in città come Londra (si veda la procedura 106 della legge urbanistica) o in Germania; Roma non è necessariamente figlia di un Dio minore. Per farlo servirebbe però il primato della politica sui meri interessi particolaristici dell’economia immobiliare romana. Serve coraggio politico! Se si volesse intraprendere questa strada si troverebbero di certo altri alleati, come le tante piccole e medie imprese edili, schiacciate anche loro dai soliti noti, e poi si ritroverebbero soprattutto gli abitanti. Dovrebbe essere questo un criterio per decidere chi votare alle prossime elezioni comunali: chi ha questo coraggio?

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