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"Il passato è prologo", ammonisce Shakespeare, ed è vero perché gli eventi di oggi sono stati preparati e anticipati da simili eventi del passato. Questo vale in particolare per i problemi ambientali, come inquinamenti, erosione del suolo, violenza per la conquista delle risorse naturali scarse, conflitti occupazione-salute, per i quali dal passato abbiamo imparato ben poco. Da qui l'importanza della storia dell'ambiente, una disciplina troppo poco praticata e tanto meno diffusa nell'opinione pubblica.

Negli anni cinquanta del Novecento si diceva, un po' per scherzo, che le bizzarrie del clima, le estati troppo calde o gli inverni troppo freddi erano "colpa delle bombe atomiche". Negli anni quaranta e cinquanta del Novecento le centinaia di esplosioni di bombe nucleari americane, sovietiche, francesi e inglesi nei deserti e nelle isole lontane, non influenzavano molto il clima ma rappresentavano un gravissimo pericolo per la vita diffondendo nell'atmosfera di tutto il pianeta atomi radioattivi che venivano assorbiti dai mari, dai vegetali, entravano nei cicli biologici e finivano nel corpo umano. Il massimo della contaminazione radioattiva planetaria si ebbe nel 1961 e 1962. Intellettuali e studiosi si sforzavano di informare l'opinione pubblica dei pericoli sulla salute mondiale di questa corsa ad armi nucleari sempre più potenti, ma negli Stati Uniti il governo cercava di metterli a tacere accusandoli di essere comunisti, processandoli per attività antiamericane.

Nello stesso tempo venivano scoperti i danni provocati all'ambiente e alla salute dal crescente uso di nuovi "potenti" prodotti chimici, grandi successi commerciali ma spesso tossici come i pesticidi clorurati. Molti processi chimici usavano sostanze tossiche come mercurio, piombo, cloruro di vinile, amianto; producevano sostanze "perfette" e indistruttibili come molte materie plastiche, detersivi sintetici, fosfati e nitrati che finivano nelle acque con danni biologici. La protesta degli scienziati fu diffusa dai primi movimenti di contestazione ecologica attraverso riviste, pubblici dibattiti fino a raggiungere la grande stampa.

Nel 1952 un certo Lewis Herber pubblicò negli Stati Uniti un articolo intitolato: "Il problema dei prodotti chimici negli alimenti", a cui fece seguito, nel 1962, un libro più ampio intitolato: "Il nostro ambiente sintetico", apparso pochi mesi prima dell'altro libro di successo scritto da Rachel Carson, "Primavera silenziosa". Herber era lo pseudonimo che Murray Bookchin (1921-2006) aveva adottato per evitare l'incriminazione da parte della Commissione sulle attività antiamericane a cui non erano sfuggite le sue attività di informazione dell'opinione pubblica sui pericoli ambientali. Bookchin era nato a New York, figlio di emigrati russi, ed ebbe una vita avventurosa cominciata come operaio, poi come sindacalista; divenuto scrittore di successo e professore universitario fu l'animatore di movimenti in difesa dei consumatori, ecologici, pacifisti, contro la discriminazione razziale.

Fu tra i primi a scrivere di "ecologia sociale" (1974), a parlare dei "limiti delle città" (1973) e di crescita e declino dell'urbanizzazione (1987), anticipando anche in questo caso nuove visioni che cominciano oggi a farsi strada. Il suo libro "Per una società ecologica" (1980), tradotto anche in italiano, spiega le ragioni di molti guai con cui stiamo facendo i conti adesso e indica alcune delle vie per superarli.

Il libro "Il nostro ambiente sintetico", apparso mezzo secolo fa (purtroppo non è stato tradotto in italiano, ma si può leggere liberamente in Internet) denuncia la presenza negli alimenti di sostanze dovute all'inquinamento ambientale come le sostanze radioattive e i residui di pesticidi tossici, la contaminazione di prodotti commerciali ad opera di additivi usati nei cosmetici o nei preparati per lavare, nelle materie plastiche, nei carburanti. In sessant'anni di lotte ecologiche sono stati eliminati alcuni pericoli ma ne sono sorti altri; nuovi nomi come quelli delle diossine o del benzopirene sono entrati nel dizionario dei veleni.

Addirittura una recente proposta di legge minaccia di autorizzare l'uso come potabile di acqua contenente una pur piccola, ma non trascurabile concentrazione di microcistina LR, una molecola la cui presenza indica che le acque superficiali, inquinate da residui di fogne e concimi, prima di essere immesse negli acquedotti, hanno subito una depurazione soltanto imperfetta. L'attenzione per gli alimenti è spesso basata sulle mode e sulle diete dimagranti; la composizione e gli ingredienti dei prodotti come cosmetici e detersivi, quando devono essere indicati per legge, sono scritti in caratteri e in forma illeggibili. La situazione è complicata dalle crescenti importazioni di prodotti fabbricati chi sa come e dove.

Proprio la storia ambientale dei decenni passati dovrebbe stimolarci a rilanciare una "merceologia ecologica", quella descritta da Bookchin e dalla Carson, che aiuti e riconoscere i pericoli per l'ambiente, e quindi per la salute, nascosti nelle sostanze che maneggiamo ogni giorno.

(testo inviato anche alla Gazzetta del Mezzogiorno)

A rappresentare la crisi del mercato edilizio sarebbero la diminuzione dell’occupazione, la caduta del valore dei fondi immobiliari, il rallentamento della costruzione di abitazioni. Si dimentica, al contrario, l’andamento del settore riguardante gli uffici, i centri commerciali, i capannoni-magazzino, le infrastrutture pubbliche e private. Il censimento della popolazione e delle abitazioni (2011) mostra un aumento decennale degli alloggi inferiore a quello dei decenni precedenti. Dovuto in parte alla diminuzione delle abitazioni non occupate, che tuttavia restano a un livello inaudito, quasi cinque milioni. Permangono anzi si aggravano le vecchie distorsioni. I casi di coabitazione costituiscono un primato, se si esclude il periodo del dopoguerra. Infatti, se ne contano, sempre alla data del censimento, un milione, stante l’«avanzo» di oltre 500.000 famiglie residenti rispetto agli alloggi occupati.

Ho altre volte ricordato il fulminante giudizio dato da Pier Luigi Cervellati durante un convegno di quarant’anni fa, lo ripresento qui: «abbiamo prodotto troppe case, abbiamo prodotto le case che non servono». Aggiungendo la pletorica edificazione di quanto non concerne le abitazioni, considerando inoltre l’abusivismo mai morto (forse 30.000 abitazioni l’anno; così una stima relativa al 2008), il risultato è quella «cementificazione» del territorio, quell’enorme consumo di suolo urbano libero e distruzione anche di terreni agricoli su cui si discute anche in eddyburg. Sembra perfetto un titolo in il Fatto Quotidiano: «aumenta il cemento calano le abitazioni» (10.12.12.) intendendo alloggi economicamente accessibili alla gran parte di coloro che, non avendolo in proprietà, lo cercano disperatamente o in acquisto con mutuo o in affitto, comunque l’uno o l’altro proporzionato al proprio reddito. E non lo trovano. Perché, nonostante qualche dato statistico medio indichi una modesta flessione dei prezzi, la realtà della condizione urbana soprattutto nelle città grandi e medie mostra l’opposto, benché il mercato della compravendita non sia più quello esaltato, pazzo di certi periodi. Osservo Milano e noto che né il prezzo di vendita né l’affitto ha ceduto posizioni.

L’affittanza o il mutuo, poi, sarebbero la soluzione per singoli o coppie giovani che lavorano per lo più nel terziario e cercano alloggi di due, tre locali, se non il monolocale. Con stipendi fra i 1000 e i 1500 euro il divieto di accesso è assoluto. Un piccolo appartamento di due locali a Milano o a Roma, in aree periferiche urbane non lontanissime dal centro, può valere 250.000 euro. Leggo di una «prova» inerente a un mutuo trentennale e ai diversi vincoli fissati dalla banca: la rata sarebbe di 1400 euro il mese (Il FQ, idem). Una cifra che sbatte immediatamente fuori del mercato il richiedente, come fosse un pericoloso eversore. Conosco a Milano un gruppetto di cinque giovani neolaureati, impiegati a termine in una stessa azienda, che co-abitano in un alloggio di cinque stanze arredate ma con una sola cucina e che pagano ciascuno 800 euro, così che il locatario se ne ritrova 4000 il mese. Loro ne guadagnano 1400. Intanto la città è stravolta da una spropositata espansione interna o ricostruzione costituita da giganteschi edifici in buona parte di uffici e per il resto appartamenti di lusso, in forma di fantasioso per non dire insensato grattacielo, talvolta firmato dai soliti noti internazionalisti, o di alte muraglie a far da pesante contrappeso.

Area dell’ex Fiera, il Portello (terreno dei vecchi capannoni dell’Alfa Romeo, Montecity-Rogoredo, Garibaldi-Repubblica, Porta Vittoria (ex scalo ferroviario), l’Isola (vecchia Milano spazzata via)…, cui si aggiungeranno altri milioni di metri cubi sempre del medesimo tipo e «stile» nei terreni di altri scali ferroviari dismessi: ecco la nuova Milano, estranea a un principio di metropoli organizzata e a ogni legame con la città reale, che sbeffeggia i lavoratori in cerca di una casa equa per qualità e prezzo. Milano nasconde 50.000 alloggi vuoti e un numero inestimabile ma per così dire certo di uffici sfitti o invenduti. Il grattacielo Galfa, proprietà di Ligresti (l’indescrivibile nonno degli immobiliaristi) vicino alla Stazione Centrale, è completamente vuoto da quindici anni. La rendita fondiaria, lo sappiamo, si riproduce nel passare del tempo indipendentemente dalle vicende vissute dall’oggetto messo sul mercato o tenuto artificiosamente fuori. Intanto a Roma ci sta pensando Alemanno a onorare in misura mai vista la mai smentita fama di «città della cazzuola». Sembra che la giunta si affretti ad approvare, nel breve tempo prima delle elezioni comunali, progetti di nuove costruzioni dappertutto per venti milioni di metri cubi.

Milano, 11 dicembre 2012

Non convince la proposta del ministro Mario Catania. >>>
Non convince per gli antiquati e storicamente inconcludenti procedimenti a cascata, per l’imprevedibile lunghezza dei tempi, non convince soprattutto perché, alla fine, a decidere sono le regioni. Che è come chiedere al gatto di Pinocchio di tenere a bada la volpe, o viceversa. Intendiamoci, non tutte le regioni sono uguali. So bene che in certi posti gli spazi aperti sono in qualche misura tutelati, soprattutto nel centro Nord. Viceversa, nel Mezzogiorno, dal Lazio in giù (Lazio e Roma da questo punto di vista sono profondo Sud) lo spazio aperto è considerato sempre e comunque edificabile, farsi la casa in campagna un diritto inalienabile, e chi ha provato a metterlo in discussione è stato rapidamente emarginato. Insomma, con la proposta Catania, l’obiettivo logicamente prioritario, che dovrebbe essere di imporre le misure più severe laddove maggiore è sregolatezza, diventa francamente velleitario: ve le immaginate la Campania, il Lazio prime della classe che bloccano le espansioni e reprimono l’abusivismo? Servono perciò soluzioni radicalmente diverse.
E urgenti.
Continuare con l’attuale ritmo di dissipazione del territorio, anche per pochi anni, in attesa che le regioni si convertano al buogoverno, significherebbe toccare il fondo, annientare materialmente l’unità d’Italia, un disastro non confrontabile con crisi come quelle economiche e finanziarie, più o meno lunghe, più o meno gravi, più o meno dolorose, ma dalle quali infine si viene fuori. Il saccheggio del territorio è irreversibile. E allora? Andando subito al merito, secondo me, e scusandomi del carattere anche molto tecnico dell’esposizione, dovrebbero essere praticabili due percorsi che provo a illustrare. Il primo percorso fa capo al Codice dei Beni culturali che, com’è noto, sottopone a tutela (art. 131, c. 2) il paesaggio dotato di “quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale, in quanto espressione di valori culturali”: parole che riprendono quelle scritte da Benedetto Croce in occasione della legge 778 del 1922, da lui voluta (“Il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e vari del suo suolo”). Il paesaggio come identità nazionale non può essere evidentemente tutelato in autonomia da 20 regioni, e perciò il Codice dispone (art. 135, c. 1) che i piani paesaggistici siano elaborati “congiuntamente” tra ministero dei Beni culturali e regioni: mentre prima, al tempo della legge Galasso, i piani paesistici erano di esclusiva competenza regionale.
Che lo Stato non debba partecipare solo nominalmente o in via subordinata alle iniziative regionali, ma debba essere invece il motore della pianificazione è previsto dalla seguente norma che secondo me è la più importante del Codice (art. 145, c.1): “La individuazione, da parte del Ministero, delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali” (una norma d’importanza capitale di cui va anche apprezzato il ritorno al lessico del noto e colpevolmente disatteso art. 81 del Dpr 616 del 1977, che prevedeva la funzione centrale di indirizzo e coordinamento in materia di urbanistica). Ma quest’aspetto davvero innovativo del Codice, è totalmente disatteso. Delle “linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione” non c’è traccia. Non è stata possibile neanche l’individuazione dell’ufficio che dovrebbe occuparsene. Il ministero dei Beni culturali, più volte sollecitato in proposito (per esempio da Italia Nostra, nell’ambito del primo – e ahimè unico – Rapporto sulla pianificazione paesaggistica dell’ottobre 2010, e dall’associazione “Salviamo il paesaggio” con una nota al ministro del febbraio di quest’anno) non ha dato segni di vita.
Riguardo al contenuto delle linee fondamentali, non mi pare che possano esistere dubbi sul fatto che al primo posto debba essere collocato lo stop al consumo del suolo, riconoscendo in esso il male assoluto, quello che distrugge il paesaggio come identità nazionale e perciò da fermare con inflessibile determinazione. Se necessario, individuando formalmente nello spazio aperto una specifica categoria del territorio (ex legge Galasso) meritevole di tutela assoluta. Esiste forse un’emergenza più avvertita? (Allo stop al consumo del suolo possono certo affiancarsi altri obiettivi, per esempio Italia Nostra propone anche un vincolo di tutela generalizzato per tutti i centri storici). Si può qui osservare che anche il percorso che sto proponendo alla fine fa capo alle regioni. È vero. Ma è anche vero che in questo caso le regioni sarebbero ingabbiate in un’unica procedura nazionale, con precise scadenze e poteri sostitutivi ope legis (art. 143, c. 2), e il perseguimento della tutela del territorio attraverso i meccanismi di una pianificazione immediatamente cogente e direttamente riferita alla complessità del reale appare più convincente delle contorte modalità della proposta Catania. Ma più ancora delle procedure dovrebbero contare l’impegno politico-culturale del governo e la sua azione sull’opinione pubblica per obbligare le regioni a fare la loro parte: da questo punto di vista mi pare decisivo lo spostamento del comando dal ministero dell’Agricoltura a quello dei Beni culturali con il conseguente spostamento dell’oggetto della tutela dalla produzione agricola, importante quanto si vuole ma non come il paesaggio, connotato costitutivo e costituzionale del nostro Paese. Ovviamente, adesso è inutile sperare in una resipiscenza dell’attuale compagine governativa. Con Lorenzo Ornaghi forse è peggio che con Sandro Bondi, ma non si può dare ragione a chi sostiene che il ministero del Collegio Romano sia ormai destinato all’estinzione. Dobbiamo invece sperare che al più presto un nuovo governo, con un prestigioso ministro dei Beni culturali, affronti con risoluta autorevolezza la questione del consumo del suolo. Magari come occasione per la riforma e il rilancio del ministero. O addirittura con la responsabilità diretta del presidente del Consiglio come garante dell’impegno collegiale del governo nella tutela del paesaggio.
E se, sognando a occhi aperti, il nuovo governo fosse davvero sensibile, si potrebbe anche pensare – è il secondo percorso che propongo – a una spietata decisione statale – un decreto legge o una legge di principi in attuazione dell’art. 9 della Costituzione – che azzeri subito tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati attraverso interventi di riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione, rinnovamento, restauro, risanamento, recupero (ovvero di riedificazione, riparazione, risistemazione, riutilizzo, rifacimento: la disponibilità di tanti sinonimi aiuta a cogliere la molteplicità delle circostanze e delle operazioni cui si può mettere mano). Non si possono escludere situazioni eccezionali, irrisolvibili senza occupare lo spazio aperto (come impianti produttivi connessi a particolari caratteri dei suoli). In queste circostanze si deve fare ricorso a norme altrettanto eccezionali, per esempio provvedimenti legislativi regionali ad hoc.
Questo secondo percorso è molto meno feroce di quello che sembra. Chi conosce le condizioni attuali delle città italiane sa che la strategia di una grande e insormontabile linea rossa da tracciare intorno allo spazio urbanizzato non è un’utopia. Sa che le possibilità di riuso e simili sono sconfinate. Sa che stop al consumo del suolo non significa sviluppo zero, perché i bisogni da soddisfare – in misura diversa al variare delle circostanze – sono comunque sconfinati (a cominciare dalle residenze per gli strati sociali sfavoriti). Sa che in una logica di riuso e simili ogni investimento volto al soddisfacimento di bisogni è al tempo stesso un’azione di recupero ambientale. D’altra parte non sono poche le recenti esperienze di pianificazione senza consumo di suolo. Non è solo Cassinetta di Lugagnano. Ci sono anche, che io sappia, a zero consumo di suolo, il piano regolatore di Napoli del 2004, il piano territoriale della provincia di Torino del 2010 e il piano territoriale della provincia di Caserta approvato nel luglio di quest’anno. Non mi pare poco (ma sarebbe bene disporre di un quadro aggiornato delle altre analoghe situazioni).

Niki Vendola ha invitato i suoi elettori a votare Bersani nel ballottaggio con Renzi, perché nelle sue parole sente un 'profumino di sinistra'. Speriamo che ci sia anche l'arrosto! Ma quale è l'arrosto, cioè, cosa significa una politica di sinistra? A questa domanda possiamo rispondere con una dichiarazione impegnativa dello stesso Vendola: ridare centralità politica alla questione dell'ambiente e del paesaggio. Prospettare cioè, un modello di sviluppo (ma altri direbbero di decrescita) in cui paesaggio e ambiente siano considerati beni comuni 'della comunità' (e non dello Stato in quanto 'persona' - si veda a questo proposito lo straordinario ultimo libro di Salvatore Settis "Azione popolare"); quindi inalienabili e non spacchettabili o cartolarizzabili. Ma vi è molto di più; significa, tanto per cominciare, iniziare una poderosa opera di cura del territorio, dai versanti in pericolo, al reticolo idraulico minore, primo passo indispensabile per un ripopolamento della collina e della montagna. Le tante piccole opere che, perfino il ministro Clini, in un recente convegno, ha indicato come necessarie e occasioni di occupazione - intellettuale e non solo bracciantile - per molti giovani cui piace un ritorno qualificato all'agricoltura. Scelta tanto più necessaria, quanto più appare evidente che i cambiamenti climatici sono già ora e nel futuro non potranno che aggravarsi; a partire dal fatto che le alluvioni catastrofiche non 'rispettano' più tempi di ritorno duecentennali (su cui sono calibrate le opere idraulica di messa in sicurezza, con conseguenti possibilità edificatorie), come mostrano i recenti fenomeni in Liguria e Toscana. Dunque, l'alternativa fra destra e sinistra, fra neo-liberismo e consapevolezza della necessità di superare l'idolatria del mercato è molto chiara. Non valgono le alchimie politiche delle alleanze a prescindere dai programmi e dagli impegni. Qui si tratta di cogliere un'occasione formidabile per dare rappresentanza al popolo dei cittadini e dei comitati che difende territorio e ambiente come beni comuni in grado di produrre ricchezza, non solo per noi ma anche, soprattutto, per le generazioni future. Su questo tema centrale, il centrosinistra al governo, con Prodi e D'Alema, è stato sostanzialmente subalterno alla strategia di rientro del debito (ma in realtà così non avverrebbe) ottenuto della vendita dei beni statali o del loro uso ai privati, previa un passaggio intermedio a Regioni e Comuni, incaricati di varianti urbanistiche 'di valorizzazione' alla barba degli strumenti urbanistici: un federalismo distorto e micidiale nella situazione attuale di tagli lineari alla spesa pubblica. Vendola ha perciò una responsabilità precisa: non solo portare questi valori in un prossimo governo di sinistra (se mai si farà), ma far sì che siano tradotti in azioni concrete. Altro che profumino di sinistra...

Fra le più diffuse perplessità non epidermiche o ideologiche, sulla candidatura di Matteo Renzi a presidente del consiglio in un ipotetico governo di centrosinistra, c’è quella del suo rappresentare o meno il nuovo che avanza. E soprattutto di che razza di nuovo si tratti, perché la sostanza in queste cose conta parecchio.
Solo una verniciatina luccicante sulla vecchia muffa democristiana, giusto malamente aggiornata con qualche sbandata liberista, dicono i cattivi. No, osservano i più favorevoli, quello del sindaco di Firenze è lo spirito giusto, certo non privo di contraddizioni (chi non ne ha?) per interpretare la domanda di cambiamento che emerge dal paese, cambiamento non solo generazionale, del tipo che in modo assai più perverso e misterioso sta prendendo la via del grillismo. Meglio accoglierlo con spirito aperto, innovando in tante cose che a volte possono apparire ostiche, ma così deve andare il mondo.

Forse un buon momento di verifica di questa capacità di interpretare il nuovo, audacemente ma senza eccessi di sbandamento o sparate a vanvera, può essere l’emergenza di Firenze sotto le piogge invernali. Come noto (Genova insegna) quello del rapporto fra territorio ed emergenze è un ambito scivoloso, che può costare la carriera ai sindaci. Ma Renzi sindaco è, e qualcosa dovrà pur dire, o fare, con la sua città a mollo, anche indipendentemente da responsabilità pregresse specifiche su urbanistica o gestione ambientale.

E si tratta, guarda l’occasione, della settimana fra il primo turno e il ballottaggio delle primarie. Pensiamo a Barack Obama, alla sua (strumentale o meno non importa, qui) grande visibilità e interventismo quando di fronte all’emergenza dell’uragano Sandy ha mollato immediatamente i comizi della campagna elettorale per andare a stringere la mano a governatori e sindaci Repubblicani, da cui ha praticamente ricevuto una bella spinta a vincere la contesa con Mitt Romney. L’ha fatto appunto per quello? Non si sa, ma di sicuro il posto di un Presidente, nel momento del bisogno, è là dove questo bisogno si manifesta con più urgenza. La stessa cosa vale, forse anche di più, per un sindaco.

E invece basta scorrere i giornali per leggere di una situazione quasi surreale: titoloni nelle pagine di politica con Renzi che tuona contro le regole elettorali; e titoloni in quelle di cronaca con “bombe d’acqua su Firenze”. Qualcosa ovviamente non torna: dove sta il Sindaco, quando la sua città, il posto dove l’hanno messo nella posizione di più alta responsabilità pubblica, è in quella situazione? Il sindaco, a leggere i titoli della stampa, sta altrove e se ne frega, preso dai fatti suoi di carriera. E sorge spontanea la domanda: farà così anche da presidente del consiglio? Oppure teme un effetto simile a quello di Alemanno sotto la neve? In un caso o nell’altro, non sta facendo bene il suo mestiere: né di comunicatore, né di sindaco, né di candidato alla massima carica politica, che certe cose le dovrebbe capire al volo.

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Cagliari porta la sua croce edilizia anche sulla spalla sinistra e resta una città del cemento nonostante le dichiarazioni di chi oggi la governa al grido di “neanche un mattone in più” e invece opera al contrario. Più di diecimila appartamenti vuoti, ma progetti di centinaia di nuove case, perfino di nuovi quartieri per esseri umani che non esistono e non esisteranno. Dire e fare si divaricano.

Cagliari ha già visto tristi progetti “di sinistra”. Il quartiere di Sant’Elia è stata una fallimentare esperienza “progressista”. Migliaia di persone allontanate dalla città che da più di mezzo secolo non è stata più voluta compatta, ma sparsa nel suo hinterland.

Una malattia dell’insediamento umano consistente nel disperdere la città in tanti nuclei difficili da collegare, che favoriscono l’esclusione di bambini, di anziani e di intere comunità, costringono all’uso dell’auto, dilapidano denaro, peggiorano la vita. Quasi mezzo milione di persone sparpagliate tra Cagliari e i paesi intorno. Il vuoto al centro e la periferia brulicante di uomini e automobili. Paesoni di una bruttezza irreversibile che hanno infestato campagne, uliveti, rive degli stagni. Questo è il Patto per l’area vasta, questa la “strategia”.

La malattia peggiora ogni giorno perché ciascuno dei comuni che compongono questa sbobba chiamata area metropolitana produce un proprio Piano Urbanistico Comunale. Ogni paese gioca a chi ha il PUC più grosso. E inventa una crescita demografica immaginaria con nuovi metri cubi per abitanti che non arriveranno mai. La colata di cemento è impressionante, basta un’occhiata lungo strade incivili come la 130 o la 554. Un orrore urbano. Ogni comune, in anarchia, immagina nuovi abitanti che però si ostinano a non venire al mondo. Cagliari e hinterland hanno il più basso tasso di fertilità del Paese, ma i Comuni affibbiano metri cubi ai mai nati.

Anche a Cagliari si intestardiscono, smentendo le promesse elettorali, a costruire case in aree distanti da tutto: il Fangario – approvato da destra, sinistra e centro – e Su Stangioni, lontani dalla città. Nuovi quartieri con tutto quello che ne consegue di male. Hanno inventato anche una formula per i più creduli: housing sociale. Ma non basta ripetere ossessivamente “housing sociale” per contrabbandare come edilizia agevolata nuovi quartieri al Fangario e a Su Stangioni. Il social housing, comunque lo si definisca, prevede case a prezzi d’affitto o d’acquisto bassi. Ma il presupposto deve consistere in un effettivo fabbisogno di nuove abitazioni che oggi non esiste.

E’ insensato attivare il censimento delle case vuote e progettare nuovi rioni fantasma. Così si distrugge per sempre il tessuto e il carattere della città. Un disastro abitativo.

Ma chi ci amministra non si distrae e pensa anche ai centri storici. Ci sono otto ettari allettanti di vuoti urbani in centro.

Non è progresso – ma solo una squallida idea di sviluppo – tappare i vuoti urbani del Centro Storico con mattoni e cemento, ignorando ogni principio di restauro e conservazione che da queste parti è considerato roba per signorine.

Perché fare case nuove se la popolazione diminuisce? Perché permettere che ogni Comune decida da sé il proprio PUC gonfiato mentre si celebra la firma di un cosiddetto “piano strategico” dei 16 Comuni dell’area vasta? E perché distruggere il Centro Storico di Cagliari con un piano particolareggiato di sterminio? L’abbiamo già vista questa strategia.

Ancora vincono – ecco la continuità – le esigenze finanziarie di pochi e non quelle reali della comunità. Come sarebbe bello – una svolta storica – se le promesse elettorali coincidessero con i fatti, se nella cosiddetta “area vasta” si individuassero i bisogni veri e non si presumesse di spostare la gente come sopramobili in base alle esigenze dei padri del mattone che decidono - chiunque la amministri - la forma invariabilmente brutta della città nuova.


Come in tutti i periodi di crisi e di grandi mutamenti economici e sociali tutti cercano di formulare previsioni: i governi, le imprese (che cercano di capire che cosa e come produrre), le banche (che sono preoccupate per i soldi che dovranno prestare a governi e imprese), le compagnie di assicurazioni (preoccupate per i soldi che dovranno versare per risarcire catastrofi e errori). Così da alcuni anni a questa parte si moltiplicano le previsioni dei consumi e fabbisogni energetici, dal momento che tutti i fenomeni economici richiedono energia: per produrre acciaio, per scaldare le case, per far camminare le automobili, per ottenere patate e grano, eccetera. Le previsioni sono in genere estese a periodi fra il 2025 e il 2035, più in la ben pochi si azzardano ad andare. Tutti più o meno concordano nel fatto che la popolazione umana aumenterà dagli attuali 7000 milioni di persone a un numero intorno a 8500 milioni di persone verso il 2030.

Queste persone avranno bisogno di varie cose irrinunciabili: alimenti, prima di tutto, metalli, cemento, acqua e inevitabilmente produrranno crescenti quantità di rifiuti. Le previsioni concordano su un crescente fabbisogno di energia e si tratta piuttosto di immaginare da dove trarla. La richiesta annua di energia oggi, 2012, si aggira nel mondo intorno a circa 12.000 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep), un valore che corrisponde all’energia “contenuta” in circa 4300 milioni di tonnellate di petrolio, più circa 5000 milioni di tonnellate di carbone, più circa 3000 miliardi di metri cubi di gas naturale, più l’elettricità fornita dalle centrali idroelettriche e nucleari e da un po’ di fonti rinnovabili. Le previsioni per il 2030 si aggirano intorno ad un fabbisogno di 16.000 milioni di tep all’anno. Le miniere di carbone contengono ancora riserve abbastanza grandi di questo combustibile fossile solido, ma la sua estrazione è pericolosa e il suo uso inquinante, anche se è quello che costa meno, per unità di energia fornita, tanto che il suo uso sembra destinato ad aumentare.
Peggiore è la situazione del petrolio, l’unico che fornisce i carburanti liquidi indispensabili per tenere in moto i novecento milioni di autoveicoli di oggi che diventeranno oltre 1500 milioni nel 2030. I grandi giacimenti mondiali di petrolio si stanno più o meno rapidamente impoverendo. Per soddisfare una crescente richiesta mondiale di petrolio, stimata di circa 5000 milioni di tep all’anno nel 2030, le previsioni contano sui giacimenti sottomarini a profondità sempre maggiori e in mari sempre più profondi e sulle tecniche, peraltro molto inquinanti, che permettono di estrarre il petrolio dalle rocce e sabbie che ne sono impregnate nel sottosuolo; alcuni prevedono che, sfruttando queste difficili risorse petrolifere, gli Stati Uniti potrebbero soddisfare i propri crescenti fabbisogni e addirittura diventare esportatori di petrolio. Le promesse dell’energia nucleare sembrano definitivamente svanite; un poco potrebbe aumentare l’elettricità ottenuta da grandi centrali che utilizzano il moto delle acque; qualcosa potrà venire dal Sole e dal vento.
L’uso di tutta questa energia farà aumentare i gas che finiscono nell’atmosfera per cui la temperatura “media” della Terra potrebbe aumentare in venti anni fra 2 e 4 gradi Celsius, con catastrofici effetti sul clima futuro. E l’Italia ? Negli anni settanta del secolo scorso, dopo la prima grande crisi energetica, sono stati fatti vari Piani Energetici Nazionali, rivelatisi tutti sbagliati nelle previsioni e nei rimedi suggeriti. Poi nell’ultimo ventennio si è vissuti alla giornata e solo in questo 2012 il governo ha finalmente formulato una Strategia Energetica Nazionale (SEN)(il termine “piano” è stato evitato perché sembra porti sfortuna): i consumi totali di energia dovrebbero restare costanti fino al 2030. Dovrebbero diminuire le importazioni di petrolio da circa 65 a circa 45 milioni di tonnellate all’anno con un aumento dell’estrazione da nostri giacimenti terrestri e sottomarini, da circa 5 a circa 12 milioni di tonnellate all’anno.
Alcuni critici si chiedono se davvero esistano riserve nazionali di questo genere ancora da sfruttare e quali sarebbero gli effetti ambientali. Gli attuali giacimenti italiani di gas naturale si stanno esaurendo: il SEN prevede tuttavia una ripresa della produzione nazionale da nuovi giacimenti, al fianco di ancora rilevanti importazioni. Le importazioni di carbone dovrebbero restare stazionarie intorno a 20 milioni di tonnellate all’anno. La produzione di elettricità dovrebbe restare più o meno costante fino al 2030, fra 300 e 320 miliardi di chilowattora all’anno: dovrebbe raddoppiare la produzione di elettricità dai rifiuti (la moltiplicazione degli inceneritori non è una buona prospettiva) e dovrebbe aumentare molto l’elettricità da impianti fotovoltaici solari. Dovrebbero restare più o meno costanti i consumi energetici finali nell’industria, nelle abitazioni, nei trasporti e dovrebbero diminuire un poco le emissioni annue di gas serra. Come mai si parla così poco di documenti da cui dipendono la vita e il lavoro futuro di tutti noi ?

Sentir parlare di Piano Fanfani, ai più, evoca una cosa grossa, anzi da un certo punto di vista la più grossa di tutte se si parla di città moderne italiane, quella che le ha rese direttamente o indirettamente quel che sono oggi. Che a partire da una intuizione socioeconomica giovanile, sviluppata teoricamente per quasi vent’anni, l’allora ministro del Lavoro seppe a modo suo trasformare in un coinvolgimento collettivo di impressionante efficacia, sul versante del consenso (elettorale e non), dello stimolo a studi e riflessioni, di modernizzazione nazionale nel senso migliore della parola. Ben oltre le intenzioni e la consapevolezza del ministro naturalmente, ma i ministri del giorno d’oggi che evocano quel programma per l’occupazione e lo sviluppo costruendo quartieri urbani potrebbero almeno evitare di semplificare oltre il dovuto la faccenda. In fondo non ci vuole tanto, avendo a disposizione ottimi uffici stampa in grado di elaborare eleganti comunicati ricchi di particolari e articolazioni tali da accontentare tutti.

Invece anche qui pare imperversare l’arroganza contabile che è il marchio di fabbrica dell’azione sedicente tecnica, in realtà roboticamente politica, dell’attuale governo non eletto. Lo si capisce leggendo la brevissima cronaca dell’incontro coi costruttori alla Triennale (la riporto di seguito) che ci dà l’interessato Sole 24 Ore. La città e il territorio, secondo questo approccio, sono contenitori di quattrini e si pensano e valutano in quanto tali: più ne producono, fanno circolare eccetera, meglio è, il resto conta quanto il due di picche. Ho già provato a commentare altrove in senso ampio questo atteggiamento, ma la specifica domanda che pongo qui è: possibile che la cultura delle città complessivamente intesa non insorga, almeno a parole, per classificare come meritano queste sciocchezze da ragioniere?

È pur vero che senza gli investimenti, gli strumenti per gestirli, non si muove nulla, ma qualunque movimento si intende di qualcosa in una certa direzione, e dunque: cosa vogliamo muovere e verso dove? Boh! Un po’ come con la TAV, l’importante sono i cantieri, i bilanci, i conti, il resto si vedrà. A cavallo fra gli anni ’50 e tutti i ’70, accanto e a volte oltre queste faccende contabili, il piano per il lavoro e la casa di Fanfani si è invece sostanziato in un vasto movimento di studiosi, progettisti, gruppi sociali e culturali, che ha cambiato l’idea di città e quartiere nel nostro paese. Al centro architetti e urbanisti, che ne hanno riempito i vuoti e aggiustato gli obiettivi col migliore portato della cultura internazionale, anche a costo di certe innovazioni un po’ ridicole che parevano atterrate direttamente da Marte. Come certi villini in stile britannico adatti alla famiglia ex contadina italiana quanto la guida a destra, o le planimetrie razionaliste stranianti a cui ci siamo abituati con tanta fatica, noi che non le consideravamo da un tavolo da disegno.

Generazioni di comitati cresciuti plasmando una nuova idea di comunità e magari di conflitto dentro i “centri sociali” a metà della famosa “piastra dei servizi” affacciata sullo stradone detto con iniziatica metafora scacchistica “asse di arroccamento” perché non portava da nessuna parte se non alla scuola, dove le auto, per chi le aveva, invertivano la rotta. Tutte cose quasi inedite, nelle nostre città ancora fatte quasi solo di centro storico, quartiere ottocentesco verso la stazione, e qualche intimidente palazzo pubblico di epoca fascista. Ben oltre le note piastrelline colorate col “logo” INA-Casa sulle facciate, questi quartieri hanno insomma marchiato e condizionato una lunga epoca, catalizzatori di sviluppo che non si calcola certo con gli investimenti e i loro meccanismi. E neppure si riduce (qui Ciaccia è forse consapevolmente fazioso) a un meccanismo di finanziamento pubblico del mercato privato attraverso il riscatto: buona parte delle realizzazioni era pensata per il godimento in affitto, grazie all’opposizione di sinistra, e il tipo di quartieri ne ha risentito. Ma, senza farla troppo lunga: nessuno ha qualcosa da dire? Tutti tengono famiglia e non si vogliono sbilanciare? La vera qualità, la marcia in più per cui il piano INA-Casa ancora oggi è circondato da una specie di alone leggendario, non sono certo le improbabili villette da suburbio londinese ricopiate da qualche manuale internazionale. E neppure il grande coinvolgimento del professionismo nazionale, che insieme agli altri settori del mondo del lavoro contribuì in modo determinante alla riuscita. È stata invece la capacità di entrare in risonanza con lo spirito diffuso, e di superare così gli steccati di settore, corporazione, interesse. Tutto quanto manca, al 100% all’approccio contabile di Ciaccia e della maggior parte dei suoi colleghi tecnocrati.

Giorgio Santilli, Ciaccia lancia il nuovo «piano Fanfani» per la casa, Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2012 (per un impietoso confronto sul respiro sociale, economico, politico, chi non l'ha ancora fatto si legga l'idea di "new deal territoriale" di Luciano Gallino)

Ciaccia lancia il nuovo "piano Fanfani" per la casa con Cdp, banche, fondazioni e costruttori.
Serve un vero e proprio piano casa
Il viceministro alle Infrastrutture, Mario Ciaccia, rompe gli indugi e dice quello che nessuno nel Governo aveva ancora detto: i progetti di housing sociale, per quanto importanti e innovativi, non bastano e serve invece un vero e proprio "piano casa" sul modello, adattato ai tempi, del "piano Fanfani" della fine degli anni 50. Ciaccia lo ha detto intervenendo stamattina alla Triennale, al convegno Ance «Cosa succede in città».

Ciaccia: e non basterà
A dire la verità, Ciaccia ha ammesso che non basterà neanche il piano città, con i 420 progetti presentati per un importo di quasi 12 miliardi, a soddisfare il fabbisogno abitativo e di infrastrutture metropolitane. «Il piano Fanfani - dice Ciaccia - prevedeva in origine il patto di futura vendita, trasformato successivamente in piano di riscatto, con ipoteca sull'immobile da estinguere all'avvenuto pagamento delle rate previste. Oggi - ha continuato Ciaccia - esistono tutti gli strumenti operativi per adattare con successo il Piano all'attuale quadro istituzionale: una grande alleanza, un grande patto tra cittadini, Cassa Depositi e Prestiti, sistema bancario, Fondazioni, Mondo delle costruzioni».

Cartelle fondiarie con la collaborazione di Cdp
L'ipotesi avanzata da Ciaccia prevede che «la Cassa Depositi e Prestiti e anche la Bei potrebbero acquistare i titoli emessi dalle banche per finanziare i mutui residenziali, con una forte riduzione del costo della raccolta. In altri termini: cartelle fondiarie con la collaborazione di Cdp e, meglio ancora, cartolarizzazione di mutui già in corso concessi dalle banche. Tra gli strumenti operativi, inoltre, gli ex Iacp potrebbero essere i gestori del patrimonio realizzato per il periodo di locazione previsto».

Allentare i vincoli del patto di stabilità
C'è un solo problema: per varare un piano casa, o anche qualunque altra ipotesi di politica abitativa, è necessario subito un allentamento dei vincoli del patto di stabilità sui comuni, con una deroga più ampia di quella che si sta immaginando di introdurre nella legge di stabilità (al Senato) per il piano contro il dissesto idrogeologico. Se il "piano Clini" si potrebbe applicare, infatti, solo ai comuni in ordine con i bilanci e con il patto di stabilità interno, per la casa andrebbe prevista una deroga anche per i comuni inadempienti. Ciaccia è pronto a battersi per questa nuova politica. Ma a Via Venti Settembre ci sentono da questo lato?

La proposta della giunta regionale sulla ricostruzione post sisma sopprime i vincoli di tutela all’ edilizia storica più danneggiata. Scritto per eddyburg, 21 novembre 2012 (m.p.g.) Tra ministero delle infrastrutture e dei trasporti e ministero dell’ambiente si sono venute dissolvendo le strutturate competenze nella “materia” dell’“urbanistica”che costituivano un solidissimo servizio del ministero per i lavori pubblici fino alla attuazione dell’ordinamento regionale. Non può dunque stupire la inerzia del governo e dei suoi ministeri che hanno totalmente ignorato la produzione legislativa delle regioni nella materia di urbanistica, omettendo di verificare se essa fosse rispettosa dei principi fondamentali espressi nella legislazione statale (e ben guardandosi dal sollevare, come sarebbe stato doveroso, l’immanente conflitto). Quando ben si può dire che le mutevoli leggi regionali da quei principi si siano venute via via allontanando, fino a dar corpo a un vero e proprio sistema radicalmente alternativo. E paradossalmente le proposte di legge avanzate in parlamento (che fortunosamente non avrà tempo neppure di prenderle in discussione in questa legislatura) per la determinazione esplicita dei principi fondamentali (rimessa alla potestà legislativa dello stato), si propongono di ricavarli, e così sanzionarli, dalle trasgressive leggi regionali.

Premessa troppo lunga, questa (ma infine si riconoscerà pertinente), a un rilievo di palese legittimità costituzionale della proposta di legge recentemente deliberata dalla giunta della regione Emilia – Romagna che detta norme per la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del maggio scorso. Certamente un principio fondamentalissimo, se si potesse dire, si deve cogliere nell’articolo 7 della gloriosa legge 1150 del 1942, come fu modificato dalla legge 1187 del 1968 (di temporaneità dei vincoli allora si trattava) sul “contenuto del piano generale” che segna una vera e propria conquista dell’urbanistica, con il riconoscimento che compito essenziale della pianificazione territoriale è la tutela dei valori di cultura espressi nei luoghi di vita, attraverso “vincoli da osservare nelle zone a carattere storico, ambientale, paesistico”. Vincoli forti, questi, non soggetti a decadenza, concorrenti con quelli delle leggi di settore affidati alla gestione del ministero per i beni culturali, e rispetto ad essi (puntuali e selettivi che isolano il bene protetto dal suo contesto) perfino più efficaci. Una potestà autonoma dalla legge statale affidata al comune, primario titolare della potestà di governo (oggi diciamo) del proprio territorio. Una attribuzione incomprimibile e una legge regionale che sopprima le tutele poste dal comune nell’esercizio della sua autonomia viola un principio fondamentale che limita la potestà legislativa delle regioni, dunque trasgredisce una regola costituzionale .

In Emilia - Romagna quella attribuzione è stata generalmente esercitata dai comuni con convinzione, attraverso la introduzione di vincoli conservativi estesi agli interi tessuti edilizi autentici dei centri storici, scrupolosamente normati (spesso perfino più rigorosamente rispetto alla libera incontrollabile discrezione delle soprintendenze) anche con la prescrizione di fedeli ricostruzioni nei casi di eventuali demolizioni, fortuite o intenzionali che fossero. Ebbene, la proposta legge regionale sopprime i vincoli di tutela posti dai piani regolatori dei comuni terremotati (nell’esercizio di quella autonoma potestà) sugli edifici riconosciuti “di interesse storico-architettonico, culturale e testimoniale” se essi siano “interamente crollati a causa del sisma ovvero siano gravemente danneggiati e non recuperabili se non attraverso demolizione e ricostruzione”. “La disciplina di tutela stabilita dalla pianificazione urbanistica” in questi casi “si intende decaduta”. Dunque libera sarà la ricostruzione, o secondo parametri planovolumetrici determinati per nuova convenzione. E come apprendiamo con preoccupazione dalle dichiarazioni impegnative di chi spende nei luoghi del terremoto la responsabilità del ministero dei beni culturali, si vogliono introdurre non poche eccezioni al principio della ricostruzione degli edifici formalmente tutelati, se siano stati gravemente danneggiati dal sisma. Di edifici religiosi “crollati”, prevalentemente si parla, per il cui destino si ipotizzano estrose manipolazioni, affidate magari a concorsi internazionali. Ma l’attuazione di un simile proposito trova un ostacolo nella vigente disciplina dei piani regolatori, sicché l’amministrazione dei beni culturali paradossalmente ha bisogno di una legge regionale che sciolga dalla prescrizione conservativa, in una perversa alleanza contro il principio fondamentale di una urbanistica che aveva saputo rivendicare il compito irrinunciabile di tutelare la storia delle nostre città.

C’è dunque da temere che gli assopiti controlli governativi sulla legittimità costituzionale delle leggi urbanistiche regionali non troverebbero ragione di destarsi, se questa proposta della giunta trovasse il consenso dell’assemblea della regione Emilia Romagna.

Il testo rappresenta l’intervento letto in occasione del convegno ferrarese di Italia Nostra “Limiti e risorse dell’edilizia storica nel caso di eventi sismici”, Ferrara, 17 novembre 2012.

Non ci è stato dunque dato di avere Paolo Ravenna osservatore attento (pur se non necessariamente qui presente di persona) a quanto andrà a discutere questo nostro incontro di oggi. Ci mancherà il suo sicuro giudizio (sul quale facevamo affidamento) sul modo in cui Italia Nostra deve sapere esercitare la sua responsabilità di libera associazione di fronte ai complessi problemi che le distruzioni del sisma e la ricostruzione pongono alle istituzioni pubbliche e innanzitutto pongono alle amministrazioni delle comunità colpite e agli uffici della tutela del patrimonio culturale. E questa dolorosa assenza ci stimola a riflettere sul rapporto consolidato negli anni tra Paolo Ravenna e Italia Nostra che sarebbe semplicistico considerare di ideale immedesimazione e risolvere nella ricognizione delle esemplari iniziative che Ravenna ha saputo concepire e voluto perseguire nei modi che son propri di questa nostra associazione. Da lui intesa, ne abbiamo sempre avuto la consapevolezza, come il più adeguato strumento per l’esercizio dell’impegno civile cui il cittadino responsabile è chiamato in un ambito di autonomia estraneo a quello nel quale si confrontano i partiti: e l’associazione così intesa è fattore di arricchimento della complessiva vita politica. Un impegno rivolto innanzitutto al più prossimo ambiente di vita e cultura e proiettato dentro l’orizzonte dell’intero paese (travolta l’antitesi locale – nazionale) per una responsabilità assunta verso la comunità nazionale. Italia Nostra lo ricordava, fu voluta, e nel suo più di mezzo secolo di vita è stata, unitaria e nazionale.

Ma se certo la personalità di Paolo Ravenna non si risolve ed esaurisce (non vogliamo, complessa come è, risolverla ed esaurirla) nella sua appassionata (ma sempre lucida) partecipazione alla vita della associazione, non possiamo qui sottrarci a quell’essenziale repertorio delle sue idee, forti ben può dirsi, che son divenute iniziative di Italia Nostra e spesso, misura del loro illuminato realismo, opere per tutti. Fu sua la prima concretamente concepita ipotesi di un parco, dovuto per la salvaguardia dei territori ferraresi del Delta e delle residue valli minacciate da una definitiva artificializzazione; sua la indicazione della più appropriata conversione d’uso dei complessi exconventuali ferraresi idonei ad assicurare l’insediamento degli istituti universitari in sviluppo, integrati nel tessuto vivo del centro storico e ricordiamo l’esemplare convegno di promozione di quella ambiziosa operazione; sua la fortunata campagna per il recupero - restauro delle mura, metafora della difesa attuale dell’idea di città che con gli Este fu la prima città moderna d’Europa (intangibili rimangano e son rimasti gli spazi verdi di sottomura) e la mostra promosse questa idea della “moderna” Ferrara anche oltre oceano; sua la intuizione che ben può dirsi geniale, su questa stessa linea di proiezione nella modernità, della “addizione verde”nel preservato Barco, che ricongiunge la città al suo fiume, e ha già trovato una prima attuazione nel parco dedicato a Giorgio Bassani; sua la ben fondata e vincente rivendicazione per Ferrara dell’atteso museo della cultura e presenza ebraica in Italia, che Ravenna avrebbe visto insediato nel Barco con una nuova architettura di assoluta qualità (di cui, se avesse realizzato il giovanile sogno di farsi architetto, lui sarebbe stato capace) o forse avrebbe preferito il museo opportunamente articolato dentro il vasto quartiere urbano del Ghetto con le sue sinagoghe (che ha buon titolo per accoglierlo), piuttosto di un solenne memoriale della shoah dentro il recuperato e severo edificio ex carcerario.

Si è detto di questa appassionata cittadinanza ferrarese esercitata assiduamente da Ravenna e se ne può parlare a condizione di vederla espressione di una lucida, originale nel senso di non comune, intelligenza della città e dentro l’ampia rete di relazioni ideali che vanno oltre i confini stessi del paese, aperte dalla appartenenza, cui da laico era rimasto fedele, alla cultura delle comunità israelitiche.

E questa appassionata e lucida cittadinanza ha animato negli anni Italia Nostra a Ferrara e ha dato vita a un modello alto, esemplare, di condotta della associazione, che qui ha esercitato (come forse in nessun altro luogo del paese) un ruolo incisivo e talvolta perfino determinante nella vita civile della città, con un equilibrio che pur nella fermezza delle posizioni ha evitato l’asprezza degli scontri, sapendo con tenacia conquistare decisivi consensi e meritando insomma il generale riconoscimento in considerazione e stima, come abbiamo visto in questi giorni testimoniato dal corale saluto riconoscente e affettuoso che Ferrara ha voluto dare a Paolo Ravenna. E per Italia Nostra rimane motivo di orgoglio che un uomo come Paolo Ravenna abbia riconosciuto nell’associazione i modi a lui più congeniali per l’esercizio dell’impegno civile.

Si potrebbe scrivere una storia dell'Italia elencando le perdite di vite, di ricchezza, di beni, conseguenti le frane e le alluvioni e la siccità, tutte ricorrenti, in tutte le parti d'Italia, con le stesse modalità e cause, tutte rapidamente dimenticate. Come anno zero può essere preso il 1951, l'anno della grande alluvione del Polesine provocata dal dissesto idrogeologico del lungo periodo fascista e di guerra durante il quale si è aggravato il taglio dei boschi ed è venuta meno la manutenzione dei fiumi.

In quell'anno del grande dolore nazionale, ci si rese conto che la ricostruzione dell'Italia avrebbe dovuto dare priorità alle opere di difesa del suolo; molte indagini e inchieste misero in evidenza la fragilità di molti corsi d'acqua, oltre al Po, in cui i detriti dell'erosione si erano depositati nell'alveo e avevano fatto diminuire la capacità ricettiva dei corpi idrici. Inoltre era già stata avviata una graduale occupazione e privatizzazione delle fertili zone golenali, originariamente appartenenti al demanio fluviale proprio perché ne fosse conservata, libera da ostacoli di edifici e strade, la fondamentale capacità di accoglimento delle acque fluviali in espansione nei periodi di intense piogge.

Il "miracolo economico" degli anni cinquanta e sessanta del Novecento è stato reso possibile dalla moltiplicazione di quartieri di abitazione, di fabbriche e di attività di agricoltura intensiva che richiedevano una crescente occupazione del territorio, nelle pianure e nelle valli. Nello stesso tempo la intensa migrazione interna dalle zone più povere e dissestate del Mezzogiorno verso un Nord che prometteva lavoro in fabbrica e paesi e città più vivibili e con migliori servizi, ha lasciato vaste zone del Mezzogiorno e delle isole e delle montagne e colline esposte all'abbandono umano e esposte ad un crescente degrado del territorio e a una serie crescente di frane e alluvioni.

Per una nuova politica del territorio, per avviare serie iniziative di difesa del suolo non servì la frana di un pezzo del monte Toc nel bacino del Vajont, e i relativi duemila morti del 1963. E neanche la grande alluvione di Firenze e Venezia del 1966, un altro momento del grande dolore nazionale; anche allora fu riconosciuta, nel dissesto territoriale la causa prima della tragedia; fu istituita la Commissione De Marchi che riferì al Parlamento che occorrevano investimenti di diecimila miliardi di lire di allora (100 miliardi di euro 2012) in dieci anni per opere di difesa del suolo. Opere che non sono state fatte.

Nei decenni successivi la costruzione di edifici e strade ha continuato ad alterare, anzi in maniera accelerata, profondamente la superficie del suolo creando ostacoli al flusso delle acque; si è innescata una reazione a catena che ha fatto aumentare l'erosione del suolo, i detriti dell'erosione hanno invaso gli alvei dei fiumi e torrenti e, di conseguenza, è diminuita la capacità dei fiumi e torrenti e fossi di ricevere l'acqua, soprattutto a seguito di piogge più intense.

Nello stesso tempo si sta assistendo a modificazioni climatiche planetarie che alterano i cicli delle stagioni e delle piogge. Di conseguenza sempre più spesso, il territorio e la collettività italiani sono (e saranno) esposti a siccità e frane e alluvioni che distruggono edifici, strade, raccolti; sempre più spesso le comunità danneggiate richiedono la dichiarazione di stato di calamità, che significa che lo stato deve provvedere a risarcire i danni provocati da "calamità" considerate "naturali" ma che tali non sono: sono calamità dovute ad errori e imprevidenza umani: per evitarli la politica della "protezione civile" dovrebbe essere sostituita con una cultura della "prevenzione".

Le frane e le alluvioni derivano in Italia da vari fattori. Dalle piogge, prima di tutto, che si alternano rapide ed intense in certi mesi e scarse in altri; ma come si può organizzare la prevenzione delle calamità se non si sa neanche esattamente quanto piove in una regione in un anno ?

La velocità con cui le piogge scorrono nelle valli, sul fianco delle montagne e colline, e poi nei fiumi a fondovalle, la loro forza di erosione del suolo, dipendono dalla vegetazione: se il suolo è coperto di alberi e macchia spontanea, la "forza" contenuta nelle gocce d'acqua delle piogge si attenua cadendo sulle foglie e l'acqua scorre sul suolo abbastanza dolcemente. Se il suolo è nudo, la forza delle gocce d'acqua lo sgretola in particelle fini che rapidamente sono trascinate a valle e, quando il flusso di acqua è intenso, il ruscellamento si trasforma in un fiume di fango, quello che abbiamo visto tante volte nelle immagini delle alluvioni.

Se poi il flusso delle acque incontra ostacoli, edifici, muraglioni, il fiume di acqua e fango si rigonfia, cambia strada, si infiltra dovunque e spazza via tutto. E di ostacoli le acque sul suolo italiano, in tutte le regioni, ne incontrano tanti: decisioni miopi ed errate e l'abusivismo edilizio, tollerato dalle autorità locali e addirittura incentivato con due devastanti "condoni", hanno fatto moltiplicare sul fianco delle valli, addirittura nel greto dei fiumi, case, fabbriche, edifici, strade.

Nel 1989 era stata emanata una legge, la "centottantatre", che stabiliva come rallentare ed evitare i disastri delle frane e delle alluvioni. La difesa del suolo e delle acque deve, indicava giustamente la legge, essere organizzata per bacini idrografici, quelle unità geografiche ed ecologiche che comprendono le valli, gli affluenti, i fiumi principali, dalle sorgenti al mare. Poiché i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli delle regioni e delle province, per ciascun bacino idrografico deve essere istituita una autorità di bacino che deve redigere un "piano" per indicare dove devono essere fatti i rimboschimenti, dove devono essere vietate le costruzioni, deve devono essere fermate le cave o le discariche dei rifiuti, dove devono essere costruiti i depuratori. Al piano di ciascun bacino dovrebbero attenersi --- lo voleva la legge, non sono ubbie di ecologisti --- le autorità amministrative, i consorzi di bonifica, le comunità montane, gli enti acquedottistici. Anche questa legge è stata abrogata dal testo unico delle leggi sull'ambiente approvato dal governo nel giugno 2006.

Eppure la salvezza del territorio contro le alluvioni e l'aumento delle risorse idriche richiederebbero un grande illuminato programma di opere pubbliche, sull'esempio di quelle intraprese dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt, nel 1933, per far uscire l'America dalla crisi con investimenti per la sistemazione delle valli e del corso dei fiumi, creando occupazione e tornando a rendere fertili terre erose e assetate proprio per l'eccessivo sfruttamento del suolo.

Tali opere richiederebbero un piano quinquennale che dovrebbe cominciare con una indagine dello stato del territorio, oggi facilmente eseguibile con mezzi tecnico-scientifici come rilevamenti satellitari e aerei. Tanto per cominciare gran parte di questo lavoro è disponibile, sparso per diversi ministeri e agenzie: in parte è stato fatto (avrebbe dovuto essere fatto) nell'ambito delle autorità di bacino idrografico secondo quanto richiesto a suo tempo dalla legge 183; in parte fu (avrebbe dovuto essere) predisposto dal decreto del 1999 dopo l'alluvione di Sarno. Tale indagine dovrebbe rilevare le vie di scorrimento delle acque dalle valli verso il mare e gli ostacoli attualmente esistenti a tale flusso, rivo per rivo, fosso per fosso, torrente per torrente, fiume per fiume.

Come secondo passo, l'indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove non devono essere fatte nuove opere come costruzioni di edifici e strade e dove sarebbe opportuno localizzare futuri edifici e strade in moda da assicurare il deflusso senza ostacoli delle acque. Le decisioni conseguenti la pianificazione dell'uso del territorio --- l'indicazione di dove si può e di dove non si deve intervenire con opere nel territorio --- comporta due sgradevolissime conseguenze: la modificazione del valore di molte proprietà private e la necessità di una moralizzazione della pubblica amministrazione alla quale dovrebbe essere iniettato il coraggio di "dire no" alle pressioni di molti proprietari di suoli.

Come terzo passo l'indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove esistono ostacoli al flusso delle acque; tali ostacoli sono costituiti da edifici o opere costruiti, abusivamente o anche "legalmente", al fianco dei torrenti e fossi, talvolta nelle golene e negli alvei; dalle arginature fatte per aumentare lo spazio occupabile a fini economici e che fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque, dai ponti e dalle strade e dalle opere che ostacolano il deflusso delle acque o che si trovano in zone esposte ad erosione, alluvioni e frane.

In parte tali ostacoli devono essere rimossi; sarà una scelta politica trovare delle forme di indennizzo per i costi di spostamento e di demolizione di proprietà private o di opere pubbliche; in qualche caso basta eliminare la cementificazione dei fianchi di colline; in altri si tratta di recuperare e riattivare antiche note pratiche di drenaggio delle acque, abbandonate in seguito allo spopolamento delle colline e montagne; in altri casi si tratta di praticare una pura e semplice "pulizia" di canali e torrenti. Opere di "manutenzione idraulica" esattamente equivalenti alla manutenzione che viene praticata sulle strade, negli edifici, ai macchinari, ma mirate allo scorrimento delle acque.

Come quarto passo, una accurata indagine territoriale è in grado di indicare come è variata, nei decenni, la capacità ricettiva dei torrenti e fiumi; tale variazione è dovuta sia al deposito di prodotti dell'erosione nell'alveo dei fiumi e torrenti, sia all'escavazione di sabbie e ghiaie; nel primo caso le acque piovane tendono ad uscire dagli argini e ad allagare le zone circostanti, e non servono le opere di innalzamento o cementificazione degli argini, ché anzi aggravano la situazione, trasferendo a valle materiali che ostacolano altrove il deflusso delle acque: nel secondo caso i vuoti lasciati dall'escavazione fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque in movimento.

Va anche tenuto presente che quanto avviene nel corso di fiumi e torrenti influenza i profili delle coste provocando avanzata o erosione delle spiagge, con conseguente, rispettivamente, interramento dei porti o perdita di zone di valore economico turistico --- e quindi ancora una volta costi per la collettività e anche per privati.

La quinta azione --- ma dovrebbe andare al primo posto come efficacia --- per rallentare e fermare i costi per frane e alluvioni, e per aumentare la disponibilità di acqua di buona qualità, consiste nell'aumento della copertura vegetale del suolo. La presenza di alberi e vegetazione fa sì che la pioggia cada sulle foglie, anziché direttamente sul terreno; le foglie e i rami sono elastici e attenuano la forza di caduta e quindi la forza erosiva delle acque. Inoltre la loro presenza e la presenza di sottobosco rallenta la discesa delle acque e quindi la loro forza erosiva.

Normalmente si ragiona in termini di rimboschimento delle terre esposte ad erosione; il rimboschimento tradizionale richiede pazienza, cultura e conoscenza delle caratteristiche del suolo, oltre che delle specie vegetali, e tempo e manutenzione perché il trasferimento delle piante dai vivai al terreno è opera lunga e delicata; ma l'attenuazione del moto delle acque è svolto anche dalla vegetazione "minore", dalla macchia e dalla vegetazione spontanea. Purtroppo esiste una anticultura che suggerisce o impone la "pulizia", che vuol dire distruzione, del verde, dalle campagne alle valli, ai giardini privati e pubblici urbani.

La macchia è spesso estirpata per lasciare spazio per strade o parcheggi o edifici: non ci si rende conto che ogni foglia, anche la più piccola e insignificante, anche quella che cresce negli interstizi delle strade, ha un ruolo positivo non solo come "strumento" per sequestrare dall'atmosfera un po' dell'anidride carbonica responsabile dell'effetto serra e dei mutamenti climatici, ma anche per contribuire allo scambio di acqua fra il suolo e l'atmosfera --- essendo, ancora una volta, l'acqua la fonte vera della vita anche economica.

Alla distruzione del poco verde contribuisce la gestione del territorio agroforestale, l'abbandono dell'agricoltura di collina e montagna, la diffusione di seconde case e attrezzature sportive proprio nelle valli, una parte molto desiderabile del territorio, la mancanza di "amore" per la vegetazione che è la forma prima di "vita", dalla quale dipendono tutte le altre forme di vita umana ed economica.

La poca cura e protezione del verde spontaneo è la fonte degli incendi (alcuni, molti sono provocati proprio per sgombrare il terreno dal verde che ostacola costruzioni e speculazioni); gli incendi, a loro volta lasciano il terreno esposto a crescente erosione.

C'è una sesta azione di sostegno alle cinque precedenti che avrebbe anche il vantaggio di non costare niente; un'opera di informazione e di "pedagogia" delle acque, di narrazione di come le acque si muovono nelle valli e nelle città, delle interazioni fra il moto delle acque e il suolo e la vegetazione e le opere umane; al di là dell'utilità pratica, appunto per diminuire i costi annui dovuti al risarcimento delle perdite economiche provocate da frane e alluvioni, la "cultura delle acque" avrebbe un valore politico e civile, mostrando come la popolazione di ciascuna valle è unita, nel bene e nel male, dalle acque che scorrono nella valle stessa, mostrando le forme di violenza che opere sconsiderate a monte esercitano sugli abitanti a valle.


Intervenire sulle alluvioni che ogni anno provocano disastri ambientali e morti in qualche angolo della Penisola fa sentire come i sacerdoti che celebrano uno stanco e inutile rito, cultori di una religione ormai spenta. L'Italia impone ai suoi osservatori l'”eterno ritorno dell'eguale”. Eppure corre sempre l'obbligo di ripetere, di tenere vive le armi della critica, di ricordare. La lotta è fatta anche di ripetizioni e di repliche. E in questo caso sono più che mai necessarie. Com'è noto, quello che è accaduto in questi giorni nel Grossetano e nell'Umbria meridionale è infatti il nuovo capitolo di uno spettacolo a puntate che si ripete ormai puntuale in ogni autunno e inverno. E occorre anche aggiungere che questa volta l'esito sarebbe potuto essere ben più tragico, se la pioggia avesse continuato a cadere per un altro giorno. Pochi sanno, infatti, che la diga di Corbara che sbarra il Tevere – poco distante dallo scalo di Orvieto, dove è tracimato il fiume Paglia – era minacciosamente colma, mentre i caseggiati di Ciconia e dintorni erano già allagati.

Se il maltempo avesse continuato il suo corso, si sarebbe reso necessario aprire la diga con conseguenze imprevedibili , ma sicuramente devastanti, per tutti i centri abitati lungo la Valle del Tevere fino a Roma. Il ritorno del bel tempo ci ha risparmiati, lo spuntare del sole ha evitato una catastrofe. Ma fino a quando dovremo affidarci al caso, alla buona sorte, alla cessazione benigna di un temporale per evitare alluvioni, frane, morti, devastazione di case e imprese, distruzione di strade e ponti? Non è evidente ormai a tutti che l'intero territorio nazionale è in pericolo? Che bastano pochi giorni di pioggia intensa, concentrati in una qualunque area, per determinare danni ingenti alle popolazioni e agli habitat, imponendo poi costosissime ricostruzioni?
Appare evidente che oggi paghiamo a caro prezzo una urbanizzazione selvaggia, la quale ha coperto disordinatamente di costruzioni e infrastrutture un territorio che è fra i più vulnerabili dell'intero bacino del Mediterraneo. L'acqua che scende dalle Alpi o dall'Appennino è sempre meno assorbita dai campi agricoli o incolti delle colline e delle pianure, ormai non più abitate dai contadini, ed è al contrario resa più vorticosa nel suo corso dall'asfalto e dal cemento che incontra. Un paese, tra i pochi in Europa, privo di una legge urbanistica , che ha assistito con poche resistenze a una svolta inaudita. Alla consueta attitudine illegale di classi dirigenti e popolazioni a occupare il territorio con costruzioni abusive ( che hanno sfigurato tante nostre città ) è venuta in sostegno la versione italiana del neoliberismo: il verbo che ha fatto dei nostri habitat delicati materia di “libero mercato”. Oggi, dopo tre decenni di “furia liberale”, il territorio nazionale mostra le stimmate della sua trasformazione mercantile, riplasmato, com'è dalle spinte caotiche delle convenienze private: terre d'altura e aree interne in stato di abbandono, valli e pianure - la polpa ricca - intasate di popolazione, edifici, strutture produttive, vie di comunicazione. Qui l'acqua piovana non ha più spazio, come era accaduto in tutti i secoli passati, e perciò appare come il grande nemico. Come e quanto può durare tale conflitto tra le forze imprevedibili della natura e i nostri abitati?
Ebbene, questa drammatica novità storica impone oggi un nuovo atteggiamento della pubblica opinione nei confronti delle classi dirigenti italiane e del ceto politico nazionale. Sappiamo da studi decennali che all'Italia è toccato in sorte un paradossale destino. Il paese fisicamente più fragile d'Europa (insieme all'Olanda) è stato governato da classi dirigenti privi di ogni cultura territoriale, sguarniti anche delle più elementari forme di consapevolezza, di memoria storica dei caratteri dei vari habitat locali e dei loro delicati equilibri. Tale carattere originale della nostra cultura, il suo sradicamento metafisico dalle condizioni materiali della vita, oggi rappresenta una minaccia per la collettività nazionale. A questa incultura originaria, infatti, si aggiunge oggi la religione della crescita che alimenta nuovi e disordinati appetiti speculativi nei confronti del nostro territorio. Ancora oggi il suolo nazionale non appare come un habitat da proteggere, per tutelare i beni, la ricchezza storica del paese dagli eventi atmosferici, ma come la materia prima per “continuare a crescere”, come recita la superstizione contemporanea. E' altamente esemplare che un paese, il quale ha i problemi drammatici che osserviamo puntualmente ad ogni inverno, si ostini a progettare il Tav in Val di Susa. I nostri governanti sono pronti a sperperare svariati miliardi per un' opera inutile e non trovano tempo, energia, risorse per mettere in campo un progetto assai meno costoso e generatore di nuove economie finalizzato a proteggere il nostro territorio in pericolo.

Ebbene, credo che sia tempo di rendere evidente il carattere drammatico che ormai occorre dare alla nostra opposizione. Abbiamo mostrato in altre occasioni che il nostro territorio può essere messo in salvo solo attraverso una vasta opera di ripopolamento e valorizzazione delle aree interne. Ma oggi occorre agire anche con misure di urgenza. E' necessario chiarire che tutte le nuove costruzioni, tutte le manipolazioni dell'habitat che si progettano e si realizzano in Italia sono contro l'interesse collettivo, minacciano il bene comune della sicurezza nazionale. Ogni metro quadrato di nuovo asfalto o cemento sottrae spazio alle acque, accresce la vulnerabilità dei nostri abitati e delle nostre vite. Non possiamo più tollerarlo. Io credo che ormai bisogna incominciare a considerare sotto il profilo penale gli interventi che consumano suolo. Questo bene non è infinito, esso è la spugna che assorbe l'acqua, è dunque un bene di tutti che ci protegge , chi lo cementifica rende più pericolosi i nostri abitati, rende più insicura la nostra incolumità, le nostre case, i nostri beni, i nostri animali. E' perciò necessaria una iniziativa legislativa che dia nuovi strumenti all 'interesse collettivo oggi così gravemente minacciato. Occorre rendere possibile, alle associazioni impegnate nella difesa del territorio e del paesaggio, di costituirsi parte civile nei vari luoghi dove si progetta il consumo di verde, da configurare, com'è ormai drammaticamente necessario, quale fattispecie criminale. Privati, amministratori locali, imprenditori non possono più utilizzare come bene privato ciò che con tutta evidenza appare un bene comune intangibile e irrinunciabile.

C'è una contraddizione troppo grande ed estesa allabase del terremoto che sta investendo i partiti politici italiani alla provadelle recenti elezioni siciliane e delle campagne elettorali in corso.Terremoto, va ricordato, che dirigenti politici e commentatori con la testagirata all'indietro, tentano di esorcizzare con vecchi rituali, definendolo frutto del populismo, dell'antipolitica, della demagogia,ecc. Un vecchio e impotente armamentario propagandistico.Troppo estesa, infatti, è diventatal'informazione, lo spirito critico, la consapevolezza dei cittadini a fronte della opacitàcrescente del potere, della chiusura oligarchica del ceto politico, delrestringimento generale della democrazia. E' un fenomeno generale che haportato cospicue avanguardie cittadine nelle strade e nelle piazze di Roma, diMadrid, Londra, New York. E il montante disagio sociale rende sempre menosostenibile tale contraddizione, perché appare sempre più evidente la preminenteresponsabilità del ceto politico nell'esplosione della Grande Crisi e il suotentativo di uscirne indenne, cavalcando la politica del rigore antipopolarechiesta dai grandi poteri capitalistici. In Italia essa appare poiintollerabile mano a mano che i privilegi castali che i partiti si sonoritagliati all'interno dello spazio pubblico appaiono immodificabili, mentreintorno milioni di persone, interi ceti sociali precipitano all'indietro, nellecondizioni di alcuni decenni fa.


Anche Roma mostra oggi segni diinsofferenza democratica crescenti. Segni destinati a ingigantirsi nei prossimimesi, quando le politiche di austerità in corso getteranno altro sale sulleferite recenti e i problemi cronici della città – come quelli dei rifiuti –assumeranno forme incontenibili. Ho avuto una prova recente di tale sentimentodiffuso all'assemblea del 27 ottobre, tenutasi alla Facoltà di Ingegneria dellaSapienza, su cui è già intervenuto Antonio Castronovi ( Manifesto dell'1/11)E'bastato l'appello de La Roma che vogliamo per richiamare una massaconsiderevole di romani, rappresentanti di circoli, associazioni, comitati,tutti attratti non dalla notorietà dei proponenti, ma dal suo messaggiosemplice e dirompente: prima i problemi della città, i bisogni e le domande deiromani, dopo il nome del leader. Partiredal leader equivale a confermare la logica oligarchica dominante che asfissiala vita politica del nostro paese. Chi designa il leader, infatti, non fa checalare dall'alto un deus ex machina senza alcuna consultazione dei cittadini, iquali sono chiamati ad applaudire una scelta fatta nel chiuso di una qualchesegreteria. Com'è noto, e come si fa finta di non sapere, i partiti non sonopiù il luogo in cui si organizza ed esprimela volontà popolare. In questa visione i cittadini continuano ad essere passiviconsumatori di messaggi politici preconfezionati, il cui unico protagonismo siconsuma con un segno di matita apposto su una scheda. Ma la stessaossessione della ricerca del nome del candidato da incoronare, da indicare alleimprobabili folle osannanti, fa parte di una vecchia e ammuffita cultura di cuinon riusciamo a liberarci. Esso esprimeuna divinizzazione dell'individuo, la ricerca del capo, del comandante che dovrebbeda solo guidare le truppe, risolvere eroicamente i problemi di tutti. El'individuo deve avere le caratteristiche del grande comunicatore – adatto almezzo televisivo, che è il linguaggio della politica corrente – secondoi canoni consunti della società dello spettacolo. Si tratta di una concezioneantidemocratica, il distillato della cultura politica neoliberista affermatesinegli ultimi trent'anni, dilagata anche nella sinistra e diventata ormai senso comune dominante.
E' evidente che la popolarità delcandidato a sindaco costituisce un fattore importante per il successoelettorale. Ma io credo che sia necessario, per incominciare a capovolgerela logica oligarchica, porre in evidenza soprattutto le caratteristichedella” squadra possibile” destinata adaccompagnare l'azione del sindaco. Le competenze professionali, i saperi, ilprofilo intellettuale e morale di donne e uomini che di concerto si dovrebberomettere al lavoro per il governo della città, sono da mettereal primo posto, come segno di una inversione democratica dell'operare politico.Ricordo che i partiti di massa sorti nel dopoguerra erano retti non da un capo,ma da gruppi dirigenti. La politica è per eccellenza un'opera collettiva,altrimenti è tatticismo, tran tran, sopravvivenza da ceto politico,coltivazione di interessi individuali, affarismo.
Dunque, il ripristino el'allargamento della democrazia è uno dei punti programmatici e insieme dimetodo del gruppo che promuove La Roma che vogliamo. Credo che questocorrisponda a una esigenza sempre più avvertita dai cittadini romani. Ma per realizzarlo occorre essere consapevolidei deficit, delle manchevolezze della democrazia rappresentativa, oggi ridottaa un simulacro. Occorre prendere attoche non è più possibile affidare una delega così ampia e temporalmente così lunga agli eletti delpopolo. Perché tutti sappiamo che gli uomini e le donne elette, così presenti epieni di zelo durante le campagne elettorali, una volta eletti, scompaiono allavista per tutta la durata del loro mandato. Salvo a rendersi visibili incircostanze che costituiscono occasioni di visibilità mediatica, perrinfrescare la loro popolarità presso gli elettori dimentichi. Ebbene, io credoche questa esperienza non possa più essere replicata. Propongo di inserire nelprogramma de La Roma che vogliamo l'impegno di sindaco e giunta aincontrare ogni 6 mesi i cittadiniromani, tramite le loro varie rappresentanze istituzionali e sociali, per darconto dell'attuazione del programma e delle questioni sul tappeto. Potrebberoprendervi parte associazioni, corpi intermedi, singoli rappresentanti – comegià avviene in alcuni comuni - e dar vita così alla fusione della democraziarappresentativa con quella deliberativa e associativa. I cittadini devonoessere informati sul governo cittadino, devono essere resi consapevoli del lorodiritto ad avere informazione da coloro i quali essi hanno mandato al governodella città. Democrazia è trasparenza, informazione, ma anche partecipazione.La partecipazione, tuttavia, non può essere costante e permanente – come spessosi illudono tanti generosi giovani e non giovani dei movimenti, in Italia efuori d'Italia – perché la società civile è assorbita nei propri ruoli dilavoro e di organizzazione familiare e sociale e solo occasionalmente puòimpegnare il suo tempo nell'esercizio della cittadinanza. Questo tempooccorrerà farlo crescere in futuro, dimezzando la giornata lavorativa diognuno, ma per il momento si può incrementare la partecipazione con una piùampia trasparenza e informazione, oggi resi possibili dallo sviluppo dellatecnologia informatica. Penso alla possibilità di trasmettere via rete e in qualche canale di TV locale leriunioni dei consigli comunali impegnati su questioni rilevanti e di far partecipare gruppi organizzati dicittadini tramite le piattaforme telematiche oggi a disposizione. Ma questo nonbasta. Occorre sottoporre i governanti alla vigilanza costante etecnicamente attrezzata dei governati.Io credo che si possa proporre la costituzione di un organismo esterno per ilcontrollo sistematico del bilancio municipale, da affidare a giudici contabili,che informino correntemente i cittadini dell'andamento dei flussi di entrata edi spesa. Su questo essi potrebbero intervenire tempestivamente. Far sentire laloro voce. La vigilanza della Corte dei Conti non è sufficiente, essa arriva tardi e nonpuò intervenire nel merito politico delle scelte. Questo dovrebbe esserecompito dell'opposizione politica, ormai sempre meno agguerrita. Oggi siamo al punto che i romani non sannoquale ammontare di debito l'indimenticabile giunta Alemanno lascia loro ineredità. D'altra parte, il bilancio di una grande città costituisce uncomplesso groviglio di voci a cui la grande maggioranza dei cittadini fatica adaccedere. Una esemplificazione comunicativa da parte dei tecnici, che sitrasforma in costante informazione viarete, coinvolge l'attenzione e la partecipazione generale, ma al tempo stessomette gli atti dei governanti sotto il grande faro del controllo pubblico.
Dunque, Roma potrebbe davverocostituire un laboratorio di nuova democrazia - utilizzando esperienze già incorso altrove - fornire un messaggioall'Italia intera. Perché una trasparenza così piena e istituzionalizzata degliatti di governo non rappresenta solo la via maestra per una moralizzazionedella condotta dei partiti, per farsoffiare un nuovo vento di pulizia nella vita pubblica. Essa costituirebbe una componente strategicaimportante per ridurre gli spazi di manovra dei gruppi affaristici e dellacriminalità vera e propria, che del potere politico ha bisogno come i pescidell'acqua. Ma c'è un altro nodoimportante, che tale modello di trasparenza viene a toccare. Una indicazione divalore più generale. Esso può incominciare a incidere i legami tra i partiti eil potere finanziario. E' qui, in effetti, che oggi si gioca la grande partitastrategica per la sinistra e le masse popolari. Debbo ricordare che il punto di vulnerabilità sistemica del capitaleè il controllo del potere politico? Spezzare i legami della politica con leforze economiche dominanti, significa restituirla alla sua autonomia esovranità, grazie non a prediche moraleggianti, ma a un più ampio e sistematico controllo delle massepopolari.
Roma può diventare laboratorioanche per altri contenuti del programma, ma di questo in altra occasione.
laromachevogliamo_@googlegroups.com. Questo articolo è invuato contemopraneamente anche a il manifesto.

"Le lauree in beni culturali e in archeologia aprono sbocchi nella ricerca, valorizzazione e tutela presso Enti di ricerca, istituzioni pubbliche e private (enti locali, soprintendenze, musei, biblioteche, archivi, ecc.) nonché presso aziende ed imprese operanti nel settore ...".

Queste parole potrebbero essere prese dal sito di un qualunque ateneo italiano, sezione corsi di laurea, paragrafo sbocchi professionali.

E suonano come una crudele presa in giro. Credo infatti che sia ormai evidente a tutti (e non da poco tempo) che nessun ente di ricerca e nessuna istituzione pubblica potrà mai assumere le migliaia di laureati in beni culturali sfornati annualmente dalle Università italiane; non parliamo nemmeno di aziende e imprese, che non hanno molto interesse a investire in un settore che non promette grandi prospettive di business e in cui la litigiosità fra gli attori è spesso paralizzante.

Eppure ci si continua a meravigliare della contrazione del numero degli iscritti nei corsi universitari, chiamando in causa di volta in volta declinazioni bizzarre e pericolanti del più classico degli o tempora o mores:

"colpa delle giovani generazioni, sono ignoranti", "in Italia non c'è interesse per la cultura", "viviamo un momento di imbarbarimento dei tempi".

Spesso avallate da un forte sentimento antimodernista e antitecnologico: "ormai non legge più nessuno", "i ragazzi giocano sempre con il telefonino", ecc. ecc.

Al di là di questi facili pretesti, buoni solo ad autoconvincersi dell’imminente fine del mondo, esistono in realtà cause ben più serie che minano alla radice un possibile, vero sviluppo del settore dei beni culturali.

Fra queste va sicuramente additato il disinteresse della formazione universitaria umanistica verso il mondo del lavoro.

Che lo sbocco professionale dei propri laureati non sia esattamente il primo pensiero delle facoltà umanistiche è cosa nota. La situazione negli ultimi dieci anni si è ulteriormente aggravata con l'istituzione dei corsi di laurea in beni culturali e affini, che, ben più della contemporanea e famigerata riforma del 3+2, hanno costituito un'occasione persa.

Quel che ha reso disastrosa questa prospettiva, che pure si presentava potenzialmente molto positiva è stata la mancanza di una riforma contestuale del mercato del lavoro e di un impulso deciso verso la creazione di nuove professioni, considerato che veniva meno anche la 'comoda' rete di protezione dell'insegnamento scolastico che storicamente assorbiva (o perlomeno ci provava) i laureati in Lettere che non riuscivano a trovare una occupazione più in linea con i propri studi (archeologi, storici dell'arte, ecc.).

Si sarebbero potute fare cose straordinarie in questi dieci anni, ma non si è nemmeno riusciti ad aggiornare i siti web. Tutti eravamo impegnati in battaglie di civiltà e a difendere il diritto allo studio, e abbiamo colpevolmente trascurato il dovere di pensare al lavoro.

Oggi che vengono al pettine questi nodi atavici (e gordiani!) ci lamentiamo del precariato che uccide la passione, e dei tanti giovani che non ottengono un riconoscimento professionale consono con i loro studi. Ma trascuriamo di indagare più nel profondo, chiedendoci, ad esempio, quanto le nostre ricerche e i nostri insegnamenti siano professionalizzanti e quanto invece siano frutto della totale autoreferenzialità del mondo accademico.

- Siamo infatti noi ricercatori a decidere che ricerche fare e come usare le risorse; poi, se nessuno ci vuole finanziare, è perché il mondo è cattivo e nessuno capisce nulla (all’infuori di noi ...).

- Siamo sempre noi a decidere, di conseguenza, che cosa insegnare, e se gli studenti non capiscono l'importanza dei nostri corsi ... (vedi punto precedente)

- Di conseguenza se i nostri studenti sono bravissimi ma imparano cose che non serviranno mai, questo è colpa del mondo che, ancora una volta è cattivo, e pieno di gente che non capisce nulla, ecc. ecc.

- Idem se i nostri collaboratori se ne vanno a tentare mestieri altrove;

- E lo stesso se nessuno si iscrive più ai corsi di studio;

- E ancora lo stesso motivo se non esistono programmi di finanziamento in cui è possibile candidare una nostra ricerca.

Per un istante proviamo anche noi, ricercatori e docenti, a pensare alle nostre responsabilità e alle colpe di una formazione che non porta all’acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro ma solo ad una specializzazione estrema nella ricerca.

Specializzazione che non ha alcun esito se non quello di proporre una perpetuazione infinita di un meccanismo insostenibile di creazione di nuova ricerca (a sua volta fine a se stessa ...)

Sarebbe ora di smetterla con l'autocelebrazione della ricerca 
e con la conseguente immancabile commiserazione del volontariato e del precariato, termini di una triste liturgia che noi stessi abbiamo contribuito a costruire e imporre, 
con la didattica inutile
 e con la ricerca inutile, ma soprattutto rifugiandoci nella aulica impenetrabilità del nostro mondo.

Sarebbe di contro molto utile pensare al placement dei nostri laureati, e iniziare a lavorare per proporre una visione dei beni culturali che non sia più solo protezionistica ed erudita.

Nessun governo infatti darà mai le risorse per assumere diecimila ricercatori o cinquemila archivisti o mille ispettori di soprintendenza. Perché nessuno avrà mai le risorse per pagare un costo così alto.

Oggi infatti i beni culturali sono solo un costo. Dalla formazione al (poco) lavoro è un settore che produce, per la collettività, solo ed esclusivamente oneri, e, ed è la cosa più grave, non è in grado di immaginare un futuro diverso.

E' evidente invece la necessità di una mentalità nuova, e di un nuovo modello per l’utilizzo delle risorse (compreso il tempo) di tutti ed in particolare dei ricercatori e dei docenti universitari, che partecipano da protagonisti alla fase delicata di creazione (e demolizione) di prospettive e speranze.

Il ritardo è enorme. Senza indugio si deve costruire una nuova formazione nel settore, immaginare e realizzare scenari nuovi di impiego delle competenze dei nostri laureati, che non siano quelli, avvilenti, che tutti conosciamo. Prospettive nuove che diano finalmente impulso a un'industria: innovativa, creativa, tecnologicamente avanzata, che assorba e richieda lavoro competente e specializzato (che non è certo la sorveglianza archeologica ...).

Che spinga i nostri laureati a diventare dei professionisti, come fanno i loro colleghi, avvocati, ingegneri, architetti, medici e anche, più recentemente, insegnanti e professori di scuola ...

Il testo costituisce una rielaborazione di un post presente su Passato e futuro (www.passatoefuturo.com), un blog nato nell’ottobre 2012 per iniziativa di Giuliano De Felice, ricercatore in archeologia presso l’Università degli Studi di Foggia. I temi che affronta sono legati alla convinzione che uno sviluppo nel settore dei Beni Culturali in Italia sarà possibile solo all’interno di uno scenario completamente nuovo, in cui tutti gli attori imparino a ragionare in maniera condivisa e costruttiva, contribuendo ad una crescita che risulti sostenibile e misurabile in termini di ricchezza e occupazione. In Passato e Futuro riflessioni, proposte e denunce... e un pizzico di ironia.

Cometrasformare il nostro territorio in risorsa – anche - economica. Siapre oggi a Firenze la Biennale dei Beni culturali. L’Unità 3 novembre 2012 (f.b.)

La Biennale dei beni culturali ed ambientali che inizia oggi a Firenze e andrà avanti fino all’undici novembre affronta alcuni temi di crescente interesse nel dibattito in corso sul modello sviluppo, con particolare attenzione al paesaggio e all’ambiente, argomenti i cui significati e le cui reciproche relazioni sonoin rapida evoluzione. Oltre alle giuste proteste per la cementificazione, lascarsità di risorse finanziarie, o le inefficienze degli enti delegati allatutela, la valorizzazione dei beni ambientali e paesaggistici richiede unatrasformazione culturale ed una diversa consapevolezza, da parte di tutti,compresi gli addetti ai lavori. Il paesaggio è oggi interpretato come ilrisultato dell’integrazione di processi economici, sociali ed ambientali nelterritorio, piuttosto che una semplice «bellezza naturale » di Crocianamemoria, incorporando le tematiche ambientali al suo interno piuttosto cheviceversa.
Si tratta di una risorsa economica del Paese, un valore aggiunto nonriproducibile dalla concorrenza specialmente quando legato alle «unicità » chel’Italia presenta, sia nei suoi centri storici, sia nelle sue campagne.Parliamo di quella «identità competitiva» che governi, regioni e città cercanodi valorizzare e che l’Italia possiede in abbondanza, venendo spesso citata adesempio per la sua dotazione di risorse culturali, ma non come modello di buonagestione. Il corrente Piano Strategico Nazionale di Sviluppo Rurale ha giàindicato il paesaggio come risorsa strategica, mettendo a disposizione delle regioniparte dei 17 miliardi di euro delle politiche agricole comunitarie, ma pochiconoscono le difficoltà non solo per fare accettare questa idea, ma anche dichiarirne significato e funzioni e di sviluppare strategie adeguate.

Se il riconoscimento della importanza della sua conservazione per laprevenzione del rischio idrogeologico inizia ad essere esplicitata conchiarezza, vedi il caso delle Cinque Terre, molto più problematico e carico disignificati simbolici è, ad esempio, l’idea dei rapporti fra paesaggio e naturadiffusa nel Paese. Come altri Paesi occidentali l’Italia ha incorporato nella pubblicaopinione e nella legislazione il concetto di «ritorno alla natura» permigliorare ambiente e paesaggio, in omaggio a correnti di pensiero nordamericane e nord europee, che tali culture «forti» hanno esportato in tutto ilmondo, assieme a molti altri aspetti della globalizzazione, ma fortementesostenuto nella letteratura scientifica. Da un po’ di tempo si è però iniziato ariflettere in modo meno superficiale sulle strategie fin qui seguite. Se, comescriveva Emilio Sereni, il nostro paesaggio rurale sono le forme impresse dall’uomoalla base naturale per le esigenze delle attività agricole, pastorali eforestali, la sua conservazione non può essere interpretata come il ritornoalla «natura primigenia ».

Un processo in realtà favorito da un abbandono delle campagne che oggiprocede al ritmo di più di 100.000 ha all’anno, di cui solo un piccola parte(8.000 ha ) è trasformato in cemento, ed una parte molto di più grande, 70.000ha, in vegetazione arborea ed arbustiva che invade i campi abbandonati,valutato positivamente e favorito sia dalla legislazione ambientale che da quellasui beni culturali. Si tratta di un fenomeno senza reali vantaggi economici edambientali, ma che ha poco a che vedere con il significato ed i valori delpaesaggio italiano, anche in termini di biodiversità, concetto il cuisignificato viene scambiato con il proliferare incontrollato di animaliselvatici e aree boscate. Peraltro, non potremo mai competere con laScandinavia o il nord America per naturalità, ma possiamo competereegregiamente come quantità di cultura di cui anche la nostra natura, modellatada secoli di storia, è l’espressione. Abbiamo invece bisogno di contadini e diun maggiore valore da assegnare al loro lavoro e alle produzioni locali chemantengono il paesaggio. Si tratta di temi non semplici da affrontare, ma ancherischiosi e facili da equivocare, perché legati ad orientamenti politici,interessi economici e sensibilità sociali diverse.

Nonostante tutto questo, alcuni piccoli ma significativi cambiamenti, indicanoche è in corso una trasformazione nel sentire comune. L’inserimento dellaqualità del paesaggio rurale tradizionale come indicatore del benessere dellapopolazione operata dall’Istat, seppure frutto di un confronto accesso all’internodel Cnel è stato un passaggio importante. Analogamente, le nuove competenzeassunte dal Ministero dell’Agricoltura per le politiche sul paesaggio rurale,il decreto che consente di rimuovere la vegetazione che ha invaso aree ruralidi valore storico abbandonate, così come l’istituzione dell’InventarioNazionale dei Paesaggi Rurali Storici e delle pratiche tradizionali, segnano unsignificativo cambiamento nelle competenze e nella gerarchia dei valoriassegnati al territorio. Si registrano poi significative sinergie fraimportanti fondazioni, enti, associazioni e privati, che hanno preso ilpaesaggio come tema centrale delle loro attività. Sono segnali da tenere inconsiderazione anche da parte della classe politica, in un paese che hacertamente bisogno di lavoro e giustizia,ma anche di riconoscere i proprivalori e le proprie risorse durante crisi che lo attraversano e cherappresentano, come spesso avviene, le poche reali occasioni per operare uncambiamento.

Qualche anno fa, quando dedicavo alle mie piccole inchieste territoriali per eddyburg più tempo di quanto non accada ora, mi è capitato di frugare parecchio qui e là alla ricerca di materiali informativi sul mega progetto di fusione tra gli aeroporti di Montichiari e Ghedi, spinto dalla locomotiva a tutto vapore della Lega bresciana, in evidente contrasto con le argomentazioni dell’altro braccio leghista gallaratese tutto proteso verso il gigante Malpensa. Per non farla tanto lunga rinvio a quel vecchio articolo, Hub? Burp!, limitandomi qui a ricordare un aspetto piuttosto paradossale: il documento territoriale del relativo Piano d’Area era una frazione minima di quello socioeconomico. Ovvero, semplicemente accostando i fascicoli uno di fianco all’altro era possibile intuire, o quantomeno sospettare con parecchio fondamento, quali fossero i criteri che ispiravano l’idea e sbilanciavano tutte le decisioni in un senso preciso. Da un lato uno spazio intercomunale piuttosto ampio, che scendeva dal pedemonte del capoluogo alla pianura agricola, interessato dalle trasformazioni fisiche e dagli impatti ambientali del nuovo grande hub internazionale centro padano. Dall’altro i vantaggi economici ed occupazionali delle medesime trasformazioni. Bastava appunto misurare lo spessore dei fascicoli per avere un’idea di quanto pesassero sulle decisioni.

Poi, poi, si poteva anche entrare in tutti i possibili e legittimi dettagli: gli impatti ambientali della trasformazione sono davvero così limitati, oppure territorio e salute collettiva ne risentono molto di più? I luminosi futuri di prosperità per l’area vasta sono reali, e valgono davvero lo scambio con il consumo di suolo agricolo, l’investimento nelle infrastrutture dedicate invece che altrove, e via dicendo? Dettagli, appunto, per quanto sterminati, davanti alla quasi evidenza dei due fascicoli: quello territoriale sottile, quello socioeconomico grasso e spesso. Si potrebbe anche proseguire ricordando che, come hanno raccontato le cronache, la cosiddetta Valutazione Ambientale Strategica, per la sua parte di discussione pubblica, è avvenuta nello spazio di pochi minuti, in un’assemblea convocata in fretta e furia, suggerendo che probabilmente quello dello spessore dei fascicoli era davvero un ottimo criterio di giudizio preliminare sul metodo. Ma veniamo al dunque: il caso della condanna inflitta dal tribunale dell’Aquila alla commissione scientifica incaricata di esprimersi sui rischi del terremoto, ha l’indubbio merito di chiarire in modo brutale i termini della questione, e al tempo stesso rilanciare il tema della decisione informata in generale.

Come si decide? Quanto pesano le varie considerazioni su quella decisione? Chi ha la parola finale e quale discrezionalità è ammessa? Sta tutto qui, reso brutale e impattante dal caso specifico: avete rassicurato la popolazione, esponendola a un rischio per informazioni sbagliate o carenza di informazioni. Almeno così recita più o meno l’accusa, accolta dagli organi competenti evidentemente dopo aver valutato i termini dell’incarico scientifico. Stare in casa mentre la casa ti crolla sulla testa è una cosa assai più semplice del vivere un’intera esistenza abitando e lavorando in un territorio che in pratica ti crolla addosso, ma ripaga te (in quanto collettività, anche se con ovvi squilibri) con una crescita di ricchezza e consumi? A Brescia con l’aeroporto, o a Taranto con le acciaierie, o in tantissimi altri casi, chi ha deciso, e come, sulla base di quali competenze e discrezionalità?

Non pare per niente un dibattito teorico sul massimi sistemi, e appunto per restare con le radici ben piantate nel territorio, e anche ai temi trattati da questo sito, che dire di prestigiosi oncologi che promuovono per anni progetti di trasformazione che fanno evidentemente male alla salute? Faranno benissimo alla scienza, chissà, o alla competitività metropolitana, anche: ma quanto sono spessi i due fascicoli? E chi li valuta alla fine? O quei sociologi senza neppure uno straccio di laurea, che validano schemi di trasformazione territoriale, produttiva, autostradale non capendone assolutamente nulla, interessati al massimo ai meccanismi decisionali discrezionali della politica? Degni di rispetto anche loro, certo, ma poi tutti rispondono di quanto ricade sulla pelle di altri? Ecco, con le case crollate nonostante le rassicurazioni su base scientifica dell’Aquila si richiamano un sacco di altri problemi, meglio se prima che arrivi la magistratura, e invece di evocare le forche, o l’anima del compianto Galileo, che magari dal punto di vista scientifico-teologico aveva pure torto.

Non so se Michael Halpern, che si occupa da tempo delle interferenze della politica sulla scienza, quale esponente dell’americana Union of Concerned Scientists sia stato il primo -e poco conta- a proporre il confronto: la condanna della Commissione grandi rischi “è avvenuta nel paese natale di Galileo. Certe cose non cambiano mai”. Sta di fatto che in molti hanno sposato la tesi del “processo alla scienza”. Il mondo della ricerca e l’accademia hanno così mostrato solidarietà per i sette condannati; addirittura qualche ministro e molti giornali nostrani -quelli che hanno nel mirino la magistratura per motivi molto diversi- non hanno saputo resistere alla tentazione di scomodare il Galilei. Così il Pubblico ministero Picuti assume le sembianze del commissario dell’Inquisizione frate domenicano Vincenzo Maculano, ed il Tribunale prefabbricato nell’area industriale di Bazzano, nella piana aquilana, diviene il Sant’Uffizio. Amen.
La suggestione del “processo alla scienza” era già stata prospettata quando partirono gli avvisi di garanzia. Quattromila ricercatori e scienziati sottoscrissero un documento con il quale si diceva che i “terremoti non si possono prevedere” e che quindi gli scienziati non potevano essere sottoposti a giudizio. Più o meno la stessa cosa avvenne quando gli avvisi di garanzia si trasformarono in rinvii a giudizio per l’intera Commissione riunitasi il 31 marzo del 2009. C’era quindi da attendersi che il tema si riproponesse, anche con maggior vigore, dopo la sentenza. E così è stato: tutto il mondo sta gridando che i terremoti non si possono prevedere e che quindi non si possono condannare degli scienziati per non averlo fatto. Peccato che il tema non sia questo. Nonostante in molti, magistrati ed avvocati ed anche autorevoli commentatori, abbiano richiamato l’attenzione su un’impostazione processuale obiettivamente tutta diversa: il Pubblico ministero ha voluto verificare quanto espresso dalla Commissione in termini di valutazione del rischio, corretta informazione, diligenza, prudenza, perizia, osservanza di leggi e regolamenti, ordini e discipline. Niente da fare, forse senza leggersi le carte, il mondo della ricerca mantiene la barra dritta sul suggestivo paragone con le disgrazie di Galileo.
Dopo le tante cose che in questi giorni sono state dette e scritte sulla sentenza del giudice Billi, anche senza ancora conoscerne le motivazioni, può essere interessante considerare la questione da un diverso punto di vista: le sopraggiunte dimissioni dell’intera Commissione grandi rischi ora in carica e presieduta dal fisico Luciano Maiani. Le motivazioni sono espresse nei seguenti termini: "…la situazione creatasi a seguito della sentenza sui fatti dell'Aquila sia incompatibile con un sereno ed efficace svolgimento dei compiti della commissione e con il suo ruolo di alta consulenza nei confronti degli organi dello Stato". Così altri grandi titoli sui giornali che dipingono una Protezione civile allo sbando, in crisi profonda.
Procedendo in modo, diciamo così, deduttivo, si può osservare che se l’attuale Commissione si dimette perché teme che ciò che è capitato a “quell’altra” Commissione possa ripetersi, togliendo così serenità di giudizio, significa che lo svolgimento dei fatti per cui vi è stata causa a L’Aquila, e le relative condizioni al contorno, si possano considerare “normali”. Si tratterebbe cioè di un termine di paragone plausibile rispetto a quanto potrebbe riproporsi in futuro, tanto da impensierire i componenti l’attuale consesso scientifico. Insomma: così non si può lavorare! Come se la modalità con cui a L’Aquila la Commissione grandi rischi si espresse possa essere considerata davvero scevra da omissioni, carenze, ingerenze. Insomma, il normale procedere della sua attività. Se così fosse, non si potrebbe non condividere l’apprensione degli scienziati che offrono la loro competenza alla Protezione civile.
Ma la questione è che le cose non stanno proprio così; la vicenda non si è sviluppata proprio nel modo che è descritto da chi a Galileo, ed al suo processo, oggi si vuol forzatamente riferire.
Intanto è utile porre l’attenzione sul fatto che non vi è nulla di più incongruente con le “regole” che sostengono la vita della Commissione, di quanto successe nei giorni che precedettero il terremoto del 6 aprile 2009. Convocazione, formulazione del quesito, numero legale, espressione e formalizzazione del giudizio, svolgimento della riunione, sottoscrizione del verbale. Nulla, assolutamente nulla, si è svolto secondo quanto il decreto che regola il funzionamento di quell’organo consultivo prevedeva. Ma, si potrebbe dire, questa è una visione burocratica della questione. Non è vero. Se ci si appella alla necessaria serenità per svolgere una funzione assai delicata, perché attiene alla sicurezza dei cittadini di questo paese, in cosa si deve far assolutamente affidamento se non alle regole che presiedono al suo funzionamento? E dunque di procedure si deve parlare. Ma è noto: quelli erano anni in cui si andava sviluppando un’epidemica avversione alle regole. Una volta si diceva che in certi contesti la forma assume il valore di sostanza. In questo caso la sostanza sono le regole di funzionamento di una Commissione a elevato tasso di responsabilità; esse costituiscono il sistema di garanzie per chi partecipa alle sue riunioni. E l’Amministrazione, di tale sistema, deve essere pienamente responsabile. Di tutto ciò, in quanto avvenuto a L’Aquila non c’è traccia.
Ma la questione non si risolve tutta qui. Non si tratta solo del non aver rispettato procedure, si tratta anche di esser stata, quella Commissione, usata in modo improprio rispetto al proprio mandato.
Il Pubblico ministero, nell’atto di imputazione dei sette componenti la Commissione, dopo aver chiarito che il problema non è la previsione del terremoto, notoriamente impossibile- fa riferimento al fatto di non esser stata trattata la questione del livello di rischio incombente su quel territorio. E sul rischio sismico, il famigerato verbale -quello sottoposto alla firma dei componenti la Commissione solo il giorno dopo, sulle macerie del terremoto- dice davvero poco e quel poco è davvero non convincente. Certo, si può sostenere che il quesito posto a quel consesso riguardava soprattutto la prevedibilità del terremoto. D'altronde pochi dubbi ormai sussistono sulle ragioni della convocazione del 31 marzo 2009. Il giorno prima una scossa di magnitudo 4.0 aveva ridato fiato alle previsioni di quel Giuliani che, misurando il gas radon, prevedeva i terremoti.
Nonostante il Capo della Protezione civile l’avesse denunciato qualche giorno prima alla Procura della Repubblica per procurato allarme, quella ennesima scossa, ancora più forte delle tante che l’avevano preceduta, fece decidere per una irrituale convocazione della Commissione con l’intenzione dichiarata di ottenere un pronunciamento in termini di “situazione normale, sono fenomeni che si verificano…meglio così che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter, piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà la scossa quella che fa male”. Cose che poi la Commissione, nel corso della riunione davvero non disse, limitandosi a dichiarare la imprevedibilità dei terremoti. Ma insomma, il “fattore Giuliani” si doveva depotenziare con la voce della scienza.

La valutazione del rischio
Il tema del rischio di quella parte di Abruzzo, invece, era davvero necessario affrontarlo. E sul rischio sismico è necessario sottolineare come non vi fosse altro luogo nel paese che potesse esprimere strumenti di valutazione superiori a quelli disponibili presso il Dipartimento di Protezione civile. Da tempo, in adempimento del proprio compito istituzionale, era in possesso di conoscenze scientifiche e capacità di elaborazione in grado di disegnare scenari di evento molto attendibili, proiezioni di impatto di eventi che già si erano verificati nel passato. Insomma, le dimensioni di ciò che sarebbe potuto accadere a L’Aquila, e quindi il livello di rischio a cui la popolazione era esposta, risultava essere un dato sicuramente e da molto tempo nella disponibilità della Protezione civile. In proposito sarebbe stato comunque importante sentire anche la Commissione grandi rischi. Anzi, sarebbe stato utile convocarla molto prima; quando il ripetersi prolungato di scosse aveva fatto perdere la tranquillità alla popolazione.
Davvero una Commissione, di composizione diversa (perché parlare di previsione non è la stessa cosa che trattare il tema della prevenzione e della comunicazione in emergenza) da quella interrogata invece il 31 marzo sulla possibilità di prevedere i terremoti, avrebbe potuto consigliare la Protezione civile sul da farsi. Certo non una generale evacuazione, ma piuttosto come muoversi per fare prevenzione a breve (edifici strategici, edifici pubblici, sgombero di edifici a maggiore vulnerabilità, assistenza alla popolazione) e, soprattutto, una corretta comunicazione alla popolazione.
Un problema di comunicazione
Ecco questo ultimo è forse l’aspetto più importante di tutta questa vicenda, su cui molti attenti commentatori hanno ripetutamente appuntato l’attenzione. Questo paese, come al solito in ritardo nei confronti di quanto accadeva in altri paesi, si è dotato solo nel 2000 di una legge, la numero 150, intitolata “Disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni” che regola l’attività finalizzata a promuovere, tra l’altro, conoscenza su “temi di rilevante interesse pubblico e sociale”. In attuazione di tale norma la Protezione civile ha determinato il funzionamento dell’Ufficio stampa del Capo Dipartimento; tra i suoi compiti vi è quello di curare i rapporti con gli organi d’informazione, predisporre i comunicati stampa, monitorare le agenzie di stampa, gestire la comunicazione alla popolazione attraverso gli organi d’informazione, elaborare strategie per la comunicazione istituzionale. Incredibilmente di tutte queste corpose e delicate competenze nulla venne attivato dopo la sciagurata riunione del 31 marzo del 2009. Nemmeno un comunicato stampa per spiegare le determinazioni raggiunte dalla Commissione, nemmeno un’azione di verifica di quanto, nelle ore successive, passava su radio, televisione e compariva sui giornali.
Se quanto veniva proposto svolgeva una deleteria azione tranquillizzante nei confronti della popolazione, come il processo ha riconosciuto, perché chi ne aveva la competenza non ha ritenuto di dover intervenire per spiegare, integrare, correggere? Tutto fu affidato ad una estemporanea conferenza stampa a cui si presentò il Presidente vicario della Commissione Franco Barberi, il Vice capo della Protezione civile De Bernardinis e il sindaco Cialente. Di essa non è disponibile una registrazione, solo alcune dichiarazioni dei partecipanti rese alla stampa prima di lasciare la sala. Su concetti espressi in pochi secondi di interviste si è fondato il delicatissimo percorso di comunicazione istituzionale sul tema. Null’altro fino alla tragica notte del 6 aprile 2009.
E dunque, davvero la Commissione grandi rischi si dimette oggi perché prevede che macroscopici scostamenti dalle regole del suo funzionamento, si possano riproporre? Davvero può ancora succedere che ci si dimentichi di essere, la Commissione, organo consultivo esclusivo del Dipartimento al cui Capo è tenuta a riferire dei risultati delle riunioni, e che poi questi ricondurrà al livello politico ogni decisione sul da farsi? Davvero si può pensare che di nuovo, qualche suo componente, si renda incautamente disponibile per supplire alle funzioni delicatissime di front end della comunicazione in emergenza attribuite al Dipartimento?
Non sembra davvero che le condizioni che determinarono quel pasticcio della Commissione riunitasi il 6 aprile 2009, e che oggi è stata così severamente sanzionata, possano riproporsi. Per due ragioni fondamentali: perché quanto successo rappresenta certamente un monito per il futuro e perché obbiettivamente sono pochissime le possibilità che quelle sciagurate condizioni al contorno davvero si ripetano. Condizioni delle quali alcuni brandelli (leggi registrazioni telefoniche) stanno incredibilmente emergendo ancora in questi giorni, dopo che il processo si è concluso.
Per questo è opportuno lasciare in pace Galileo con il quale, forse, l’unico termine di confronto possibile sembra essere proprio la singolarità dei diversi, ma comunque particolari, contesti in cui i fatti si svolsero. Allora c’era l’Inquisizione.

Ci affidiamo al grafico e ai numeri pubblicati ieri da Repubblica, che riguardano l’intero quadro nazionale. Lo premetto perché a scala locale il rapporto fra biciclette e automobili evidenzierebbe probabilmente condizioni fra loro diverse. [il riferimento di questa Opinione è ai due articolisul tema ripresi da eddyburg.it - n.d.r] Anzi, un minimo di conoscenza della vita nelle città italiane, anche attraverso la cronaca oltre che grazie al soggiorno o alle visite, mostrerebbe differenze enormi. Per citarne qualcuna: tra una Ferrara, una Parma o una Modena (Augé) e città grandi emblematiche del pasticcio urbanistico edilizio, della deregulation anche socioeconomica. Ebbene, quel grafico e quel numero non dimostrano un aumento effettivo delle vendite di biciclette, che invece diminuiscono decisamente rispetto al vertice raggiunto nel 2007, 1.989.000; semmai una maggiore diminuzione delle immatricolazione delle auto a partire dal livello di 2.517.000 del 2007 (anno prima della crisi, nel 2008 si assiste a un subitaneo crollo riguardo alle une e alle altre).

Sicché all’ultima data indicata, 2011, notiamo quello “scarto minimo” ma “simbolico” (Tonacci) di sole 1.748.000 immatricolazioni di auto e però di modeste 1.750.000 vendite di bici. Insomma, non mi pare che si possa parlare, per l’intero territorio italiano, di riscoperta della vecchia tradizione ciclistica urbana e rurale, o comunque di grosse novità nell’impiego del silenzioso mezzo a due ruote. Queste ultime parole per ricordare che c’è un altro mezzo antagonista delle auto ma anche delle biciclette, il contrario che silenzioso, invadente e dominatore di cui sembra che pochi se ne accordano, se non i cittadini, pedoni e ciclisiti, di certe città che vi devono fare i conti ogni giorno.

Il mio punto di osservazione è Milano. Tutti conoscono l’attesa riforma del traffico attuata dall’amministrazione guidata dal sindaco Pisapia, proprio come era stata promessa nella campagna elettorale. Il centro della città all’interno della circonvallazione che siamo soliti denominare “spagnola” è accessibile alle quattroruote solo pagando un pedaggio (salvo eccezioni), cioè finalmente si è ricorsi a una congestion charge e non a una pollution harge relativa a troppo poche auto. Tuttavia ne sono esentate le motociclette. Intanto la giunta ha proseguito nella politica di sostegno all’uso della bicicletta, aumentando le postazioni di bike sharing e tracciando dove possibile ciclopiste. Tutto bene? Si vedono molte più persone in bicicletta. Che, insieme ai pedoni, devono subire il nuovo malanno (mi permetto di chiamarlo così) evidente da qualche anno e aggravatosi in maniera certamente sconosciuta in altre città, dell’invasione delle moto.

Questa la contropartita della notevole diminuzione delle auto. Il tema, ora, non è di disquisire se le motociclette nel centro della città sono più dannose delle auto, queste più invadenti diciamo dal punto di vista volumetrico (perché, per tremendo rumore e inquinamento le prime non la cedono alle seconde). Ma è di affermare regole di comportamento, ora mancanti o labili, e anche di assegnare equi spazi d’uso. Oggi, oltre agli sciami di decine di moto per volta che sfrecciano pericolosamente fra le auto e invadono le ciclopiste a raso, per esse il parcheggio è concesso dappertutto, compreso marciapiedi e portici, del resto piroettando senza spegnere il motore. E perché non sperimentare anche per questo mezzo niente affatto moderno come la bicicletta, ossia non conforme ai progetti per una vita migliore, più umana nelle città, un modesto pedaggio per entrare nel suo cuore?

Milano, 2 ottobre 2012

Qualunque sia il grado di condivisione delle sue tesi, l'articolo di Alberto Asor Rosa, sul manifesto del 14 ottobre, ha il merito di centrare il cuore dei problemi politici di questa fase. E difatti una importante discussione si è aperta su questo giornale, a riprova ancora una volta, della insostituibilità del manifesto come luogo di confronto politico-teorico dell'intera sinistra. Il mio intervento, che succede agli articoli di Livio Pepino e di Paolo Favilli (16 e 18 ottobre) ha l'ambizione di ampliare lo spettro dei ragionamenti che si son fatti sin qui. Se non sono troppo sbrigativo nella mia sintesi, credo che le obiezioni di fondo mosse dai due autori alle tesi di Asor Rosa, consistano essenzialmente nel non aver egli posto nel dovuto rilievo la natura moderata e sostanzialmente neoliberista del Pd, e nell'aver sottovalutato, di fronte all'alleanza Pd-Sel, l'alternativa possibile rappresentata dai movimenti e da altre forze politiche della sinistra. Per quanto riguarda l'analisi impietosa che i due intervenuti fanno delle politiche del Pd credo che ci sia poco da obiettare. Tuttavia essa è parte, certo importante, ma di un ragionamento incompleto. Credo di possedere un eccellente pedigree di critico radicale di quel partito da non poter essere sospettato di nascoste simpatie. E tuttavia, se dobbiamo ragionare intorno ai caratteri arduamente problematici dell'alleanza Bersani-Vendola, dobbiamo compiere uno sforzo di ragionamento più freddo, come quello che , a mio avviso, ha compiuto Asor Rosa. Ma anche più largo. Occorre una sorta di simulazione di scenario, per avere un quadro più complesso della situazione in cui viene a cadere la scelta di Nichi Vendola.

Poniamo, ad esempio, che Sel avesse scelto di non allearsi con il Pd, cecando al contrario di rappresentare il vasto e variegato mondo della protesta sociale, i gruppi dei movimenti referendari, ecc. Prospettiva che anch'io auspicavo come una svolta necessaria per la sinistra. E tuttavia l'ipotesi deve farsi carico di immaginare effetti e variabili che non compaiono né nel ragionamento di Pepino né in quello di Favilli. E' evidente che se Vendola fosse «andato per la sua strada», il Pd sarebbe stato completamente fagocitato nella logica centrista di Casini. L'«agenda Monti» sarebbe rimasta la linea maggioritaria e dominante delle forze di governo per i prossimi anni. Con le pressioni potenti che vengono dall' Ue, l'Italia sarebbe rimasta a galleggiare con le sue iniquità intollerabili, con la mortificazione a livelli inauditi del lavoro umano, con la progressiva emarginazione della scuola pubblica e dell'Università, con la restrizione ulteriore degli spazi della nostra malandata democrazia. Chi ci assicura che Vendola, insieme a Di Pietro, e a Ferrero avrebbero potuto rappresentare una opposizione forte e unitaria, in grado fronteggiare la definitiva plasmazione neoliberista del nostro Paese? Accolgo subito l'obiezione secondo cui l'occasione era propizia e ci si poteva provare. In effetti, nelle scelte della politica occorre affrontare le incognite che nessun Dio può decifrarci in anticipo. Ma ci sono un paio di perplessità che vorrei esplicitare. La prima riguarda il Pd. Dobbiamo considerare questo partito, nel suo insieme, definitivamente perduto alla causa del welfare, della democrazia, della lotta per i diritti e l'eguaglianza sociale? Visto il seguito di cui ancora gode, credo che si tratterebbe di una grande perdita per tutta la sinistra. La seconda perplessità riguarda l'alternativa al Pd. Una vittoria ( improbabile) del nostro schieramento avrebbe esposto il governo e l'intero Paese ai continui e logoranti ricatti della finanza internazionale. E' difficile avere dubbi su questo punto. L'Italia, con il suo enorme debito, ha perso una parte rilevante della sua sovranità. E noi avremmo bisogno di sostegni internazionali, soprattutto europei, per alimentare la lotta contro l'austerità: sostegni che siamo lontanissimi dall'avere. La scena della sinistra europea è drammaticamente frantumata. Ci si para di fronte e contro un capitale-mondo di enorme pervasività e noi siamo minoranza dentro un paese sotto tutela. Infine una considerazione più specifica sulla sinistra radicale, la nostra parte.

E' indubbio che esista un vasto e variegato fronte di gruppi e movimenti disseminati nel nostro Paese, culturalmente più attrezzati - come ha ricordato Norma Rangeri - di quanto non fossero le formazioni degli scorsi decenni. E' questa la condizione di partenza delle nostre speranze. Ma oltre a essere frantumato ed eterogeneo, quel fronte stenta ad assumere una configurazione politica stabile. L'estremo pluralismo che lo caratterizza rende arduo il suo approdo nella sfera della rappresentanza. Si, la rappresentanza! Considero lo svuotamento dei risultati del referendum sull'acqua da parte di governi e amministrazioni locali, la verifica drammatica dell'impotenza a cui sono condannati i movimenti quando il loro potere è affidato unicamente agli sforzi della società civile. Dobbiamo insediarci stabilmente nei luoghi in cui si decide, si fanno e si applicano le leggi. E senza il governo politico del pluralismo sociale e culturale non si va lontano. Tutti oggi possiamo osservare quanto sia difficile mantenere la coesione all'interno di un mondo in cui è penetrato un individualismo dissolvitore che ha cambiato i connotati storici della militanza. Potrebbe vivere un sol giorno Sel senza il carisma di Nichi Vendola? E sarebbe stato possibile il Movimento 5 stelle senza l'affabulazione di uno strano leader-attore come Beppe Grillo? Stessa considerazione vale per l'Idv di Di Pietro.


Certo, Alba - evocata da Pepino - rappresenta una novità, ma una novità allo stato ancora nascente. E' un'alba, appunto. Essa è per il momento un ricco e plurale laboratorio di idee. Nulla di più. Ma è priva di mezzi e di influenza soprattutto nel mondo dei media. L'importante assemblea di Torino del 6-7 ottobre, dedicata al lavoro, è avvenuta nel silenzio mediatico più completo. Non fosse stato per il manifesto e per una nota del Fatto, il vasto pubblico nazionale non se sarebbe accorto. 
Tale debolezza dell'Alleanza - che contrasta con la ricchezza di analisi e proposte al suo interno e con le tante figure intellettuali che la animano - la mette oggi in una condizione di paralisi. Essa non può prendere parte all'appuntamento elettorale del 2013: presentare una propria lista sarebbe, infatti, un evidente suicidio. Dov'è oggi, a sinistra, lo spazio per una ennesima formazione? Paul Ginsborg, a Torino, ha invitato a non considerare un dramma l'eventualità di una mancata partecipazione di Alba alla competizione elettorale. Considerazione saggia, ma che contiene anche una visione un po' irenica della lotta politica. E' come se pensassimo che il mondo stia nel frattempo ad attendere la nostra crescita. Non partecipare alla competizione elettorale del prossimo anno è invece, a mio avviso, per le tante figure intellettuali e politiche che i movimenti hanno espresso negli ultimi anni, una perdita secca. Nella fase storica in cui si verificherà un prevedibile sommovimento della composizione del Parlamento italiano, non avere al suo interno i rappresentanti delle donne e degli uomini che hanno lottato contro il Tav in Val di Susa, il Sottopasso di Firenze, che hanno animato le lotte nelle scuole e nelle Università, che hanno guidato le popolazioni locali contro la distruzione del loro territorio, è, con ogni evidenza, una sconfitta.
www.

Questo articolo è stato inviato contemporaneamente anche al manifesrto. www.amigi.org

Il programma di Matteo Renzi, sul sito www.matteorenzi.it, ha il merito di indicare una serie di azioni concrete, fra cui si segnalano quelle per una diversa allocazione delle risorse a favore dell'istruzione e dei ceti meno abbienti. Manca, tuttavia, di un vero e proprio spessore politico; ciò che in un'ottica riformatrice non significa ripetere gli slogan consunti di una certa sinistra, quanto prendere posizione rispetto a un modello di sviluppo e a un'ideologia che a livello europeo hanno fatto del neoliberismo il loro unico credo e a livello italiano coprono la collusione fra capitalismo nostrano e caste politiche - insegnano gli infiniti episodi di corruzione. Nel programma, le indicazioni di contenuto più impegnativo come "ritrovare la democrazia" - questa sì che sarebbe una scelta di grande significato politico - sono ridotte a proposte di mero carattere legislativo (nuovo bicameralismo, preferenze elettorali) o in inutili esortazioni. Domina un approccio efficientista che nei dodici capitoli del programma ripete le ricette di 'snellire', 'semplificare', 'ridurre la burocrazia', e simili

Tuttavia, il paragrafo c) del capitolo 5 "Dalle grandi opere ai grandi risultati" sembra dire 'qualcosa di sinistra', con un inizio promettente: "... Non è detto che lo sviluppo dipenda solo da grandi opere per le quali non esistono, nella maggior parte dei casi, neppure le più elementari valutazioni d’impatto econo¬mico. L’Italia spende una cifra spropositata in trasporti e infrastrutture.... E’ una spesa non sempre necessaria e altamente inefficiente,.... Negli ultimi vent’anni abbiamo speso l’equivalente di 800 miliardi di euro in infrastrutture, con risultati tutt’altro che soddisfacenti. Noi proponiamo di invertire la rotta con tre mosse. Prima mossa. "Dare la priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie opere, come, a titolo di esempio: la costruzione di asili nido (sic), interventi per decongestionare il traffico e per il trasporto pubblico locale, per il recupero ambientale, la messa in sicurezza di edifici in aree critiche o l’efficienza energetica." Cui seguono una seconda mossa che consiste in alcune proposte di carattere tecnico-procedurale e una terza mossa che parla d'altro. Fine.

Qui non pretendiamo che Renzi abbia conoscenza delle molte proposte di Piero Bevilacqua, tutte pubblicate su eddyburg, e di tanti altri sul tema, ma leggendo come si concretizza 'l'inversione di rotta' rispetto alla politica delle grandi opere, è impossibile non piombare nello sconforto. Chiuso nella sua ottica efficientista, Renzi, nonostante tutto "dalla parte di Marchionne", non si rende conto che il sistema che lui ammira e sostiene, proprio quel sistema, produce e si nutre di grandi opere costose e inutili; e che una reale inversione di rotta sarebbe il più efficace metodo per rottamare una classe politica - inetta, spesso corrotta - che prospera su quel sistema.

Nel Programma, non una parola è spesa sui grandi temi che oggi agitano buona parte della società italiana: quelli negativi, il dissesto idrogeologico, l'abusivismo più o meno legalizzato, l'assalto alle coste e alle parti più pregiate del territorio; ma anche le grandi risorse del nostro patrimonio culturale e paesaggistico che possono essere valorizzate proprio nel modello alternativo delle 'piccole opere'. Mutismo completo; è evidente che Renzi non ha alcuna cultura in proposito e che di territorio e paesaggio non gli importa; ed è evidente che fra i suoi collaboratori manca qualcuno che gli spieghi la situazione e che su questi temi - ambiente, territorio, paesaggio, consumo di suolo - vi è più di un quarto di italiani che non si sente rappresentato e che ha la forte tentazione di non andare a votare.

Ma se il sindaco di Firenze è muto, anche tutti gli altri tacciono, a cominciare dai rivali di Renzi all'interno del PD e nei partiti di sinistra.

Ho avuto il privilegio di lavorare con Giuseppe Grandori, scienziato illustre dell’Ingegneria Sismica. Ruoli di primo piano fin dalla prima Protezione Civile di Giuseppe Zamberletti. Grandori si è messo da parte ed è stato lasciato da parte, man mano che la Protezione civile perdeva la sua essenziale connotazione (ricordata da Zamberletti su l’Unità del 24 ottobre), di luogo esecutivo nutrito da un virtuoso convergere di scienza, politica, amministrazioni locali, cittadinanza, convergenza la cui mancanza è, non solo a mio parere, non ultima causa delle attuali nostre difficoltà nell’attuare programmi di prevenzione.

Intervengo, potrei dire, anche a nome di Grandori, recentemente scomparso, riassumendo l’argomento sostanziale delle nostre ricerche sugli aspetti decisionali in condizioni di incertezza, con la speranza che ciò aiuti a riattivare quel lontano virtuoso circuito. E a disincagliarci da pessime posizioni di accusa o di difesa degli scienziati o dei magistrati.

Da molti anni noi ci siamo dedicati allo studio dei terremoti, costruendo le probabilità del loro accadimento a valle dei cosiddetti precursori, perché ciò è base indispensabile per cercare criteri decisionali che possano suggerire se dare oppure no l’allerta nell’ intricata situazione sismica, caratterizzata da piccole probabilità e gravissimi possibili danni. Per criteri decisionali si intende in letteratura la determinazione i livelli di rischio accettabile, i sistemi di fattori e informazioni (di varia provenienza e non solo tecniche) in base ai quali decidere di dare diversi livelli di allarme, e valutare i costi di mancato allarme e di falso allarme.

L’argomento non ha avuto in generale seguito di interesse nella comunità scientifica. Anzi, anche al suo interno ha attecchito la sterile polemica se i terremoti siano prevedibili o no (è chiaro infatti che in senso deterministico non è prevedibile né che avvengano né che non avvengano, ma la probabilità del loro accadimento è una base necessaria, ancorchè non sufficiente, per le nostre decisioni). Eppure noi continuiamo a credere indispensabile l’argomento, almeno finchè il nostro patrimonio edilizio non sarà messo in sicurezza. Dobbiamo essere preparati affinchè non si debbano improvvisare i criteri di intervento sotto pressione dell’evento.

Cosicchè occorrono studi volti a cercare criteri decisionali basati (come fra l’altro anche le indicazioni legislative nazionali e internazionali richiedono) sulla probabilità di accadimento del terremoto e sulla valutazione del possibile danno. A ciò Grandori ha dedicato anche i suoi ultimi sforzi, chiarendo in particolare la differenza tra seguire procedure corrette di decisione e giudicare col ‘senno di poi’ a seconda dell’accadimento effettivo di un terremoto.

Scriveva Grandori, in un articolo divulgativo (ora anche on line): “Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi decenni orsono, i cittadini non si accontentano più delle approssimative conoscenze popolari e chiedono alla comunità scientifica informazioni più specifiche e anche suggerimenti sui possibili provvedimenti di prevenzione. Una informazione importante è il valore dell’aumento temporaneo del rischio sismico. Questo valore può essere stimato con ragionevole approssimazione se si dispone di un catalogo degli eventi della zona sufficientemente lungo. Altrimenti, accettando una più incerta approssimazione, è possibile affidarsi ai dati riguardanti zone sismogeneticamente simili.

I possibili provvedimenti di prevenzione vanno dalla diffusione di semplici regole comportamentali in caso di emergenza, alla selezione dei luoghi di raccolta, dalla organizzazione dell’evacuazione degli ospedali e del trasporto delle persone disabili al raduno di mezzi di soccorso provenienti da zone non esposte, all’evacuazione di edifici eventualmente già danneggiati, all’evacuazione di tutti gli edifici non antisismici (massimo allarme).

Che fare? Va da sé che prima di decidere se e quali provvedimenti adottare dovranno essere considerati tutti gli altri elementi a favore e contro ciascuna delle decisioni possibili. Ma una volta completata l’analisi, va bene affidare solo all’esperto (o gruppo di esperti) la responsabilità della decisione finale?

Autorevoli studiosi di psicologia sociale sostengono in generale che anche i cittadini non specialisti dovrebbero essere coinvolti nel processo decisionale. A loro dovrebbe essere fornita l’informazione scientifica disponibile discutendo i possibili provvedimenti di prevenzione. Nel caso delle scosse premonitrici, in particolare, il contributo dei cittadini può essere determinante sotto molti aspetti. Nessuno meglio di loro, ad esempio, è in grado di valutare il costo sociale di un eventuale falso allarme.

Si dovrebbe in sostanza tendere ad un iter decisionale compreso da tutti e il più possibile condiviso. E’ importante infine osservare che tutto l’iter decisionale (dalle premesse scientifiche agli sviluppi dell’analisi ) è aperto alla critica metodologica; mentre non ha senso, a posteriori, e cioè a seconda che il terremoto poi si verifichi oppure no, dire che gli avvenimenti reali dimostrano che la decisione presa era quella “giusta” ( o quella “sbagliata” ). Infatti in una impostazione probabilistica, il risultato di un singolo esperimento non può validare alcunché. La critica metodologica è utile per migliorare le modalità di formazione della decisione.

In conclusione: le scosse premonitrici hanno in passato salvato molte vite umane grazie ad una tramandata conoscenza popolare e ad una intuitiva analisi costi-benefici. La comunità scientifica è chiamata a suggerire sempre migliori metodi di interpretazione di questo provvidenziale precursore, così da salvare, statisticamente parlando, un sempre maggior numero di vite umane.”

, dal Mibac agli enti locali, alle Università, ha ricevuto, finalmente, uno schiaffone: il 27 settembre si è svolta a Roma una giornata di mobilitazione, riflessione, protesta organizzata dall’Associazione Bianchi Bandinelli sul precariato giovanile nell’ambito dei beni culturali.

L'Italia dei Beni Culturali: formazione senza lavoro e lavoro senza formazione, il titolo dell’iniziativa di grande impatto sociale, culturale, emotivo, cui anche eddyburg ha aderito e che ha finalmente acceso i riflettori su quelle migliaia di giovani laureati nell’ambito dei beni culturali, in percentuali altissime specializzati e plurispecializzati costretti a condizioni lavorative troppo spesso sotto il limite della dignità, senza diritti, nè tutele. E’ l’inferno del precariato che sta condannando una o forse due generazioni ad una qualità di vita con pochi confronti in Europa.

Le crisi speculari di Università e Mibac (quest’ultima probabilmente irreversibile), hanno aggravato e accellerato il fenomeno: da un lato l’Università ormai persa in un loop autoreferenziale ha continuato a proporre, nel corso degli ultimi vent’anni, percorsi formativi privi di sbocchi professionali e per di più inadeguati anche sotto il profilo delle competenze richieste in ambito lavorativo: valgano per tutti i famigerati corsi o facoltà in Conservazione in beni culturali, moltiplicatisi soprattutto negli anni ’90. Dall’altro lato, un Ministero sempre più esangue, ormai incapace di mantenere i seppur minimi livelli di gestione del patrimonio culturale, sta procedendo da almeno un lustro alla dismissione delle proprie funzioni in una climax di tentativi maldestri e pasticciati: dai commissariamenti alle fondazioni, ai fantozziani esperimenti di marketing elaborati dalla Direzione alla Valorizzazione.

Eppure, in tale convergenza di disastri, queste migliaia di ragazzi che hanno resistito nel loro impegno, nonostante retribuzioni orarie fra i 5 e i 10 euro lordi, e un reddito annuo che, nella grande maggioranza dei casi non supera i 10.000 euro lordi l’anno (la soglia di povertà secondo l’ISTAT), hanno sostanzialmente garantito, cifre alla mano, il mantenimento di un livello dignitoso alla gestione dei nostri musei, archivi, biblioteche, delle centinaia di interventi di archeologia preventiva o di emergenza.

Il quadro articolato di questa complessa galassia è stato fornito nella giornata della Bianchi Bandinelli dagli stessi giovani precari, di gran lunga i più efficaci, da Federico De Martino a Claudio Gamba a Tsao Cevoli e Salvo Barrano, che con le loro documentatissime relazioni hanno dimostrato, geometrico more, quanto la situazione in questo settore sia da allarme rosso: siamo di fronte ad una vera e propria bomba sociale costituita da ormai decine di migliaia di giovani (e non più tanto giovani, nel frattempo).

A completare, sotto il profilo emotivo, la crudezza dei dati numerici, un gruppo di giovani attori (a loro volta precari) ha recitato i racconti di vita dei precari dei beni culturali.

Purtroppo, la lettura delle storie e testimonianze di lavoro precario ha subito uno spostamento rispetto al programma e per lo stesso motivo un’interessante relazione sulle forme contrattuali è stata brutalmente interrotta per lasciar spazio al sottosegretario dei beni culturali Roberto Cecchi appalesatosi nel frattempo.

Costui, dopo un intervento più consono a chi avesse trascorso la sua vita in tutt’altre faccende affaccendato rispetto al mondo dei beni culturali e dopo aver persino pronunciato il famigerato enunciato “beni culturali come volano dello sviluppo”, con un gesto di arroganza che riuniva in sè il peggio del malcostume politico della prima e seconda repubblica assieme, al termine di un discorsetto in cui – lui, funzionario statale per oltre trent’anni e rappresentante del governo in carica - ha livorosamente ribadito il suo sdegno per tutti coloro che “demonizzano il privato”, se ne è sgattaiolato via, senza attendere un solo minuto, verso il successivo inderogabile impegno.

Ci dica, sottosegretario Cecchi, quali appuntamenti c’erano nella sua agenda, più importanti di ascoltare le ragioni, spietate nella neutrale freddezza delle cifre, struggenti nella rivisitazione teatrale, aggiornatissime e inedite nella loro sistematicità, di coloro che in condizioni, non solo precarie economicamente, ma spesso lesive della dignità professionale e umana contribuiscono in maniera ormai determinante a reggere il sempre più pericolante sistema della tutela del nostro patrimonio culturale?

Forse una svendita pronta cassa all’Abramovich di turno del brand pompeiano (essendo quello del Colosseo ormai indisponibile per i prossimi 15-20 anni)?

Nessuno si aspettava da lei risposte – non le ha sapute dare in trent’anni di carriera ai vertici del Mibac che la collocano di diritto nell’olimpo dei correi dell’attuale disastrosa situazione del ministero - ma il semplice doveroso ascolto, imprescindibile in chi riveste un ruolo che dovrebbe essere di servizio all’intera comunità dei cittadini e in primo luogo di coloro che per quel ministero da lei rappresentato lavorano con una passione persino un po’ incosciente.

Negli astanti, l’educazione ha prevalso sull’indignazione: e questo è stato forse l’unico neo di un’iniziativa che, seppur in altre forme, dovrà continuare.

Perchè se una speranza si è affacciata, in mezzo ai racconti sconsolati, alle riflessioni desolate, ai dati drammatici, mi sembra possa essere letta soprattutto in una nuova consapevolezza di questi giovani, ormai indisponibili a farsi illudere dalle chimere del posto fisso nel Ministero o nell’Università, istituzioni ormai sature e soprattutto bisognose, urgentemente, di una radicale riforma che dovrà essere gestita “dal basso”. Non tanto per pulsioni radicaliste, ma perchè, come è stato ampiamente dimostrato anche l’altro ieri, è in questa fetta della società, ormai sempre più importante dal punto di vista anche numerico, che si trovano le idee più innovative e le energie più (forse le sole) vitali.

Perché un giovane che in Italia voglia iscriversi all'Università deve incontrare così tanti sbarramenti in un numero oggi crescente di Facoltà? Non è sufficiente che egli paghi le tasse e poi affronti la severa selezione degli esami, vera “prova attitudinale” affrontata davanti a una commissione di docenti? Sostengono i propugnatori del numero chiuso che lo sbarramento agli ingressi alle nostre Università serve a garantire decenti standard di servizi agli studenti che superano i test. A onor del vero, da quando esiste il numero chiuso, che ormai da anni sta dilagando come una malattia , non mi pare che on Italia i servizi abbiano conosciuto un qualche visibile miglioramento. A tutti è noto che è accaduto esattamente il contrario e ciò a causa dei tagli lineari degli ultimi anni. Viene dunque facile e spontanea la replica : ma perché, se esiste una cosi vasta domanda della nostra gioventù, che preme sulle vecchie strutture universitarie, non si investe per ampliarle e ammodernarle ? Perché non si incrementano i servizi? Non lamentiamo un basso numero di laureati rispetto agli stati d'Europa? Non deve la classe dirigente di un grande Paese tentare di rispondere a una richiesta civilmente, economicamente e culturalmente importante di così tanti giovani? E' il caso di rammentare che essi aspirano a un lavoro di qualità più elevata, che vogliono accedere alle professioni, che amano le scienze e le lettere e che per questa via rendono più prospero e civile il Paese ?

A tale obiezione si risponde con un'altra più impegnativa argomentazione: per molti profili professionali (medici, veterinari, architetti, ecc) non esiste capacità di assorbimento da parte del mercato del lavoro e quindi non sarebbe giusto assecondare la tendenza spontanea dei giovani a intasarlo ulteriormente. E' questa la risposta di apparente buon senso, che fa la stoffa del senso comune rassegnato oggi dominante. Essa appare ragionevole perché tessuta col filo del conformismo economicistico in cui si distilla la miseria culturale della nostra epoca.

Ma perché impedire a un giovane che voglia studiare medicina di accedere liberamente ai corsi, di misurarsi con le discipline, di affrontare gli esami con la propria preparazione, sbarrandogli ex ante la strada con dei quiz che a volte penalizzano persone dotate, rendendo talora impossibile il loro progetto di vita? Dopotutto, un giovane può aspirare a diventare medico perché vuole andare a praticare tale meritoria professione in Bangladesh o in Uganda, perché è nel suo progetto di vita svolgere un'attività lavorativa che abbia anche un'utilità sociale e non sia soltanto finalizzata al reddito. Non viviamo in un mondo globale? Non dobbiamo sentirci cittadini del mondo? Non gridano tutti ai quattro venti che i confini delle nazioni sono saltati? E allora perché questa nostra sedicente società liberale assicura la cittadinanza alle merci e non anche alle persone?

Ma c'è un'altra obiezione. Il giovane può voler studiare medicina perché sogna di fare il ricercatore in quel campo disciplinare, perché sente di possedere il talento e la vocazione. Perché sbarrargli la strada con un quiz cervellotico, che può definitivamente compromettere le sue legittime aspirazioni? Non è importante favorire la ricerca scientifica, l'ingresso di giovani intelligenze in questo ambito fondamentale della conoscenza ? Non troviamo scritto dappertutto, fra poco anche sui muri delle osterie di paese, che la ricerca aiuta la crescita?

Ma esiste un'altra e più dirompente obiezione, che, a mio avviso, mostra alla radice l'incostituzionalità del numero chiuso e la vocazione autoritaria delle società neoliberiste. Percorrere, con lo studio, i curricula universitari per diventare medico, veterinario, architetto, (ma anche chimico o ingegnere) ecc. non significa semplicemente impossessarsi di un insieme di tecniche per poi svolgere un mestiere. Questo è quel poco che riescono ad afferrare gli economisti neoliberisti. Studiare le discipline scientifiche, che portano alla fine alla professione, costituisce un processo formativo rilevante, non dissimile da quello che compiono i giovani nelle facoltà umanistiche. Per diventare medico o architetto occorre studiare matematica, chimica, urbanistica, ecc, ma questo significa acquisire conoscenza, farsi una visione del mondo. Nell'accedere a una professione, che non si esaurisce nell'apparato delle sue tecniche specialistiche, si conquista dunque una rilevante fisionomia e ruolo intellettuale, un potenziamento della personalità , una dotazione culturale che arricchisce l'intera società.

Come si può impedire agli individui di perseguire un simile percorso di umana emancipazione, base fondamentale della nostra civiltà? Non è evidente che una società la quale subordina la formazione e il destino sociale degli individui alle condizioni del mercato del lavoro è una società apertamente illiberale, che inchioda i singoli nelle caselle delle strutture economiche esistenti? Non appare chiaro come la luce del sole che essa non pone gli individui nelle condizioni di superare i limiti dell'esistente, ma li subordina a questi? Quale sforzo mentale è necessario per comprendere che questi sbarramenti sono dunque le avvisaglie di una programmazione autoritaria dei destini sociali e culturali delle persone?

E' il caso di osservare che tale posizione è l'esatto rovesciamento del messaggio di libertà individuale che i neoliberisti vanno propagandando da decenni in ogni canto di strada. Come si spiega un tale paradosso? La risposta indiretta ce l' ha data da tempo Milton Friedman, uno dei padri fondatori del neoliberismo, che ha dedicato particolare attenzione al nesso fra scuola e mercato del lavoro. In un testo del 1980, Liberi di scegliere, scritto insieme alla moglie Rose, egli lamentava esplicitamente: «in un paese come l'India, una classe di laureati che non trovano il lavoro che ritengono adatto al loro livello di istruzione, è stata fonte di agitazioni sociali e di instabilità politica. Dunque la disoccupazione intellettuale è politicamente pericolosa, genera movimenti sociali, danneggia l'economia. Occorre perciò scoraggiarla. O quanto meno bisogna neutralizzarla. In Italia l'attuale ministro dell' Istruzione e dell' Università - e con lui l'intero sistema dei media- svolge tale compito attraverso l'ideologia del merito: uno stratagemma ideologico per far sentire le centinaia di migliaia di giovani pur bravi e preparati, che non passano i test, che non superano i concorsi, che non trovano un dignitoso posto di lavoro, immeritevoli di raggiungere quell'obiettivo. Le vittime devono sentirsi, malgrado il merito già conseguito, responsabili del loro fallimento, messi nella condizione di non poterlo addebitare ad altri che a se stessi. In realtà, è ormai evidente che il capitalismo oggi non è in grado - con la presente organizzazione del lavoro – di offrire occupazione al numero crescente di lavoratori intellettuali che esso stesso produce. Perciò cerca di filtrare una élite ristretta, la più “produttiva” possibile, in grado di incrementare la valorizzazione del capitale.

Il resto deve rimanere fuori, a pascolare nei campi angusti e affollati della precarietà e della marginalità. La nostra società tende a organizzarsi per l'inclusione dei pochi – quelli strettamente necessari – e l'esclusione dei più. Ma ha bisogno, per ovvie ragioni politiche, di camuffare in qualche modo questo spreco gigantesco. Ed ecco a tal fine correre in soccorso politici, rettori, economisti, giornalisti, docenti universitari, che alzano le fitte cortine fumogene dell' ideologia del merito. Ma se si diradano le nebbie, in Italia appare ormai evidente che una oligarchia di anziani, asserragliata nei propri bastioni , sta sparando a pallettoni contro i propri figli e nipoti.

Ho letto con qualche giorno di ritardo l’intervento su l’Unità di Federico Oliva, Giuseppe Campos Venuti e Carlo Gasparrini del 18 scorso (riportato di seguito n.d.r.) che contestano la critica di Vittorio Emiliani alle proposte dell’università di Groningen per il centro storico dell’Aquila. Essendo stato, mi pare, il primo – in una conferenza stampa dell’associazione Bianchi Bandinelli, poi in un intervento su eddyburg e altrove – a denunciare le stoltezze dell’università di Groningen mi sento in obbligo di riprendere quanto avevo a suo tempo sostenuto. Mi riferisco al documento Rendere le Regioni più forti in seguito a un disastro naturale. Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell’Aquila. Si intitola così il documento dell’OCSE e dell’università di Groningen per il Forum dell’Aquila del 17 marzo 2012, se Oliva e gli altri non lo conoscono, e si riferiscono ad altro, sarebbe bene che lo leggessero. Nello studio, finanziato dal ministero dello Sviluppo economico (Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica) e da CGIL, CISL, UIL, si leggono cose inverosimili. Non riesco a credere che sia stato scritto da istituzioni autorevoli come l’Ocse, l’università di Groningen, il ministero dello Sviluppo e le confederazioni sindacali. Mi riferisco alla parte seconda del documento, in particolare al paragrafo 2.4 L’aquila: concorso internazionale di architettura e candidatura al titolo di Capitale europea della cultura. Molto in sintesi, eliminando preamboli e preliminari, si propone di “utilizzare moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche per modificare gli interni degli edifici con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici. I requisiti architettonici possono essere incentrati sulla celebrazione del passato, vista come mezzo di costruire un futuro nuovo e sostenibile” (pag. 11).

Sta scritto proprio così. E non è finita. Per realizzare lo scempio si dovrebbe organizzare un concorso internazionale di architettura consentendo “che venga modificata la destinazione d’uso” degli edifici, permettendo altresì ai proprietari di “modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità)”. Alla giuria del concorso dovrebbero partecipare “architetti di fama mondiale e di livello internazionale” e per pubblicizzare l’iniziativa al concorso “verrebbero affiancati un documentario televisivo e altre operazioni di comunicazione che valorizzino la natura della sfida.” Aiuto!

Non mi risulta che il citato documento sia mai stato smentito dal ministro Barca o da altre autorità nazionali e locali. Mi compiaccio sinceramente che Oliva, Campos e Gasparrini condividano la Carta di Gubbio e le posizioni di Antonio Cederna, ma come fanno a conciliarle con le stupidità dell’Ocse e dell’università di Groningen?

L’Aquila, salvaguardiadel centro storico

Federico Oliva, Carlo Gasparrini, Giuseppe Campos Venuti - L’Unità, 18 ottobre 2012

All’esposizione di Vittorio Emiliani degli errori compiuti nella ricostruzione de L’Aquila nei primi tre anni (L’Unità di venerdì 12 ottobre), manca un tassello fondamentale per valutare lo stato attuale della vicenda e, soprattutto, l’entità e la qualità della svolta impressa dal ministro Barca, nominato dal governo inviato speciale per la ricostruzione. L’esortazione di Napolitano all’inaugurazione dell’Auditorium di Renzo Piano, è in sostanza la presa d’atto di un cambiamento sostanziale dell’azione pubblica relativa alla ricostruzione impressa dal ministro; tradotta nei rapporti predisposti dalle tre commissioni di esperti dal ministro nominate, che hanno lavorato a titolo assolutamente gratuito.

In particolare la commissione presieduta dal presidente dell’Inu Federico Oliva e composta anche da Carlo Gasparrini e Giuseppe Campos Venuti, ha ampiamente argomentato sulle ragioni per le quali bisognava cambiare rapidamente e radicalmente pagina rispetto alla politica emergenziale voluta dal governo precedente che aveva privilegiato la logica delle new town e bloccato di fatto, attraverso la filiera straordinaria, il recupero del centro storico de L’Aquila su cui si sofferma anche Emiliani. La commissione ha proposto inoltre di partire proprio dal centro storico per immaginare il futuro di tutta la città, con una strategia capace di coniugare la conservazione fisica dei luoghi della memoria più profonda, con la contestuale attivazione di un percorso virtuoso di rilancio economico, sociale e identitario compatibile con questa conservazione. Il futuro del centro storico è, infatti, parte integrante di un’idea di futuro dell’intera città esistente, dell’identità e del ruolo che si riconosce a tutte le sue parti e alle loro reciproche relazioni e interdipendenze.

Dal punto di vista delle metodologie del recupero del centro storico de L’Aquila, il documento della commissione urbanistica individua con chiarezza la necessità di una salvaguardia dei tessuti originari della città di antico impianto, attraverso «la conservazione della loro struttura morfogenetica, architettonica e costruttiva». È una linea di pensiero e azione che si inserisce pienamente nel solco delle riflessioni e delle esperienze pluridecennali sul recupero dei centri storici in Italia, dalla Carta di Gubbio ad oggi.

La posizione espressa dall’Oecd e dall’università di Gronigen - che non fa affatto cenno ai concetti di distinzione tra «monumento» ed «edilizia minore» e di sola «conservazione delle facciate» paventati da Emiliani - è stata citata nel documento della commissione urbanistica, esclusivamente per condividere la necessità di alcune operazioni concorsuali in campo architettonico. Egli uomini dell’Inu, che insieme all’Associazione dei centri storici ha lavorato a L’Aquila negli anni 2009 e 2010 contro la linea del governo di destra, hanno ancora una volta confermato la linea di Gubbio e di Cederna, che Campos Venuti applicò a Bologna come assessore comunale all’Urbanistica negli anni Sessanta.

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