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Breve il terrore seguito al crac della finanza: cielo, torna Marx! E perché? Perché i governi sono corsi in aiuto alle banche, rifinanziandole. L'intervento fatale dello stato, cioè il riaffacciarsi di Marx...

Che sciocchezza. Intanto lo spavento non è durato molto. Stati, o meglio governi, non sembrano chiedere nulla in cambio. Si limitano a dire che non si può lasciar fallire una banca perché questo trascinerebbe nel vortice risparmiatori e imprese. Lasciar fallire Lehman Brothers è stato un errore; salvare una banca è un atto di salute pubblica, come far fronte a una inondazione. Quindi altre imprese chiedono aiuto, per prime le grandi costruttrici di auto, perché quote ingenti dei loro clienti hanno smesso di cambiare la vettura, per cui rischiano il licenziamento centinaia di migliaia di lavoratori, che da disoccupati costano allo stato e producono tensione sociale. Solo in Europa si moltiplicano le cifre di disoccupati a breve, per non parlare dell'est che, gettato spensieratamente nel libero mercato, vi sprofonda più degli altri. Perfino gli oligarchi che avevano ammassato ricchezze nella svendita della proprietà pubblica ne stanno perdendo una parte.

Quindi gli stessi che per venti anni hanno strillato «meno stato più mercato» adesso chiedono l'intervento statale. C'entra Marx? Per niente. Prima di tutto non è mai stato un fautore dello stato, del quale anzi prevedeva a termine l'estinzione; se mai fu Lenin a pensare che la proprietà statale, ma d'uno stato proletario, fosse l'ultima fase prima della socializzazione della proprietà stessa. Nulla di simile passa per la testa dei governi, né delle opposizioni attuali.

I primi sono reticenti perfino a dichiarare la natura di queste erogazioni. Si tratta d'un prestito, oppure di un acquisto di parte delle banche e imprese, delle quali essi assumerebbero una congrua parte della proprietà? Sarkozy ha recentemente affermato per una operazione del genere che si tratta di un prestito a un buon tasso di interesse, l'8 per cento; insomma sarebbe un investimento un po' azzardato. Se ho capito bene soltanto nel Regno Unito Gordon Brown ha dichiarato che si tratta di una partecipazione al capitale azionario delle banche salvate, e qualcuno ha aggiunto «pro tempore», ma lo stato non vi metterà becco, non voterà a seconda delle azioni che detiene, interviene come cassa d'emergenza e basta.

Gran silenzio sugli interrogativi che si fa il semplice cittadino: i soldi che lo stato eroga come «aiuti» da dove li prende? Dalla finanza pubblica, cioè da noi? Con le tasse? Quali e quando? Solo Obama dichiara che aumenterà le imposte per gli alti redditi, ma ai fini di pagare l'estensione della sanità pubblica a tutti i cittadini. Gli Usa possono stampare moneta, aumentando così un deficit pubblico già cinque volte più elevato del nostro; ma gli stati europei non lo possono fare, lo potrebbe soltanto la Banca Centrale, che non ne manifesta alcuna intenzione. E fino a ieri dichiaravano di essere così a secco da dover tagliare energicamente la spesa pubblica - scuole, ospedali, enti locali. In Francia anche i tribunali.

Per ultimo, come appariranno nei bilanci dello stato le somme erogate per gli aiuti, se appariranno?

Le sinistre, se così si può chiamarle, che rappresenterebbero i lavoratori e i lavoratori medesimi che scendono in piazza gridano: il giocattolo finanza l'hanno rotto i padroni delle banche, paghino loro. Anche l'Onda ha usato lo stesso slogan: non pagheremo noi la vostra crisi. Ma dubito che gli uni e gli altri ci credano. Le sinistre non stanno marciando all'assalto del credito, non reclamano neanche che, salvato, diventi quota di proprietà pubblica - che non sarebbe affatto socialismo ma sì e no una misura keynesiana - e l'utilizzo ne sia discusso pubblicamente nei parlamenti e fra le parti sociali. Fino a poco fa anche esse tuonavano per la privatizzazione di quanto era pubblico. Non abbiamo strillato anche noi, il manifesto, contro la proprietà statale e i boiardi di stato? Non abbiamo scritto che è l'occhio del padrone che ingrassa il cavallo mentre le burocrazie statali sono inerti e corrotte? D'altra parte non avevamo le forze per proporre che la proprietà pubblica passasse in autogestione, anche per il dubbio (inespresso) di come funzionerebbe una autogestione nuda e cruda in un mondo globalizzato. Mancò poco che non giovassimo alle privatizzazioni della sanità e della scuola, cui sono allegramente andati i governi di centrosinistra.

Quindi dalle nostre parti, per dir così, silenzio o richiesta agli stati di salvare le imprese per salvare i dipendenti, in primis dell'auto. Di «nazionalizzazione» si parla a vanvera, come proprietà statale forse transeunte, certo non ammessa al controllo pubblico, a sua volta incontrollato (salvo forse dalla corte dei Conti). Una riflessione autocritica sullo slogan «meno stato più mercato» non la fa nessuno. O mi è sfuggita?

Neppure si domandano condanne per i responsabili della rovina. Nessuno di coloro che hanno lasciato andare in pezzi il proprio istituto, è imputato di nulla. In genere sono confermati nei loro incarichi. Ho, per così dire, sott'occhio l'amministrato delegato della Fortis che è stato sollevato, sì, dalla direzione ma con un paracadute d'oro e con un incarico ben retribuito di consulente speciale della medesima banca. Per configurare una frode bisogna proprio che gente come Madoff o Stanford abbiano visibilmente ingannato il prossimo proponendo per depositi fatti presso banche di loro fiducia, perlopiù nei paradisi fiscali, interessi favolosi pagati con i soldi dei nuovi piccioni via via acchiappati. Ma è frode o no far nascere nuovi titoli l'uno dall'altro, «derivarli» nella speranza che il mercato speculativo li acquisti e rivenda prima che atterrino su un pezzo di quella che chiamano «economia reale»? Una tradizionale bolla in borsa scoppiava quando i titoli emessi da una impresa triplicavano di valore rispetto alla base produttiva su cui li emettevano. Stavolta no. I famosi derivati derivano da altri titoli, sul principio che messo sul mercato il denaro produce da se stesso altro denaro. È una frode oppure va chiamata affettuosamente «ingegneria fiscale», e funziona fin quando la inesigibilità del titolo si rivela clamorosamente?

Al semplice cittadino questo genere di operazioni ricorda la storiella del furbo romano che, vedendo un contadino mirare stupefatto il Colosseo, gliene propone l'acquisto, lo sprovveduto sgancia e il furbo sparisce con i quattrini. Le banche hanno potuto vendere e rivendere un virtuale, un derivato, un future - dice Tremonti che i derivati sono pari a dodici volte e mezza il prodotto industriale lordo di tutto il mondo! - senza che questo configuri un reato. Fu forse reato che gli olandesi, incantati dai tulipani, si contendessero come l'oro il bulbo di quel fiore fino ad allora sconosciuto? È stata la prima speculazione, la racconta Galbraith, e durò fin che di colpo si avvidero che ci si poteva procurare quel rizoma con due centesimi.

La scorsa estate un trader della Société Générale ha lasciato aperto il suo computer un venerdì, un collega ci ha messo l'occhio, ha scorto che stava inanellando spericolatamente acquisti e vendite, ne ha avvisato la direzione; la quale prima di tutto ha rifilato a ogni buon conto ad altre banche i titoli giocati e poi lo ha denunciato. Ma che si riesce a imputargli? Ha operato per amor dell'arte, non ne ha intascato un soldo, nessun superiore è in grado né è tenuto a controllarlo, se il suo percorso non fosse stato interrotto la banca ne avrebbe tratto ingenti guadagni. L'ingegneria finanziaria lavora sul virtuale. Calcola sul desiderio.

Il povero Marx non lo immaginava proprio. Al contrario aveva razionalmente previsto la fine del rentier. Anche le famose righe dei Grundrisse nelle quali afferma che in futuro il lavoro sarebbe diventato una ben misera base per l'aumento della ricchezza mettevano in conto l'enorme mutamento delle tecnologie, non la crescita parassitaria di una speculazione (sempre in qualche misura virtuale), che diventando smisurata sfocia nelle bolle ed esplode in distruzione di ricchezza, come sta avvenendo ora, dopo essersi deposta di passaggio su questo o quel speculatore. Va da sé che anche quel che si chiama ora capitale cognitivo non si identifica nella capacità di George Soros di prevedere i movimenti delle borse.

In realtà chi sproloquia su Marx si dimentica spesso e volentieri che tutta la sua analisi riposa sul fatto, intollerabile per un nipotino della rivoluzione francese, che il modo capitalistico di produzione elude l'uguaglianza in diritti che sarebbe propria di ogni essere umano, perché si fonda al contrario sull'inuguaglianza fra chi possiede i mezzi di produzione e chi non possiede altro che la propria forza di lavoro, materiale o immateriale. Nella produzione al primo rimangono capitale, macchine (tecnologia), prodotto, il secondo è un accessorio vivente (magari intelligentissimo), della macchina (tecnologia), anche lui merce, magari individualmente preziosa, acquistabile e vendibile sul mercato del lavoro. Nella speculazione questo ingombrante soggetto scompare come tende a sparire, fino alla resa dei conti, l'ingombrante prodotto che dà origine nella quotazione in borsa.

Ugualmente fin che il soggetto lavoratore introduce nel processo una sua relativa autonomia di contrattazione del salario e dei diritti, ne modifica gli equilibri. Di qui la furia distruttiva di ogni traccia della sua organizzazione, anche la più elementare come il sindacato. Sacconi e Marcegaglia sono figure ottocentesche classiche. Su questa introduzione nel processo da parte dei lavoratori si è basato, con non poche semplificazioni ma con la forza di un corposo materiale umano, tutto il movimento operaio. In quello socialista per breve tempo, in quello comunista per dir così sempre - almeno in linea di principio - restò la convinzione che anche il più forte dei sindacati migliorava ma non modificava il rapporto di produzione, la cui inesorabile illibertà sta nell'usare l'uomo come strumento. Di qui la necessità di un passaggio rivoluzionario. Non è andata così, e non è affatto misterioso capirne le ragioni.

Ora il capitale ha vinto non nei rapporti di forza, da sempre inuguali, ma anche nella testa, nella idea di sé di chi lavora, senza più speranza di una propria emancipazione ma solo di salvare il suo posto di lavoro, cioè il salario, identificato con il salvataggio dell'impresa che glielo dà.

Questo ereditiamo dal Novecento. E vale la pena di tenerlo fermo, piuttosto che divagare su straordinarie innovazioni che renderebbero impossibile, anzi inutile, qualsiasi lotta al capitale proprio mentre si dibatte in clamorose contraddizioni interne.

La politica è l’arte della coesistenza tra sconosciuti - persone che non si conoscono, che non si frequentano come amici o parenti e che sanno conversare senza dover sapere in anticipo le rispettive idee e, soprattutto, senza dover essere sempre d’accordo. La lingua che li unisce è quella che regola il loro discorso e che dà alle loro parole un significato che tutti possono comprendere perché non è segreto o per pochi iniziati, ma accettato per convenzione da tutti e consolidato con la tradizione. La politica è quindi anche il nome dello spazio che accoglie la parola-spazio che è pubblico perché non ci lascia entrare (o così dovrebbe essere) nelle vesti private alle quali affidiamo la nostra più intima identità, i nostri gusti, i nostri affari, i nostri sentimenti, le nostre scelte morali.

Le parole della politica sono parole del discorso ragionato anche quando convogliano interessi sociali e privati – e questo spiega perché in una democrazia matura nessun politico ha l’ardire di dire in pubblico che persegue interessi particolari (anche quando li persegue di fatto). Questa che i puristi chiamano "ipocrisia" è invece un’arte civilissima, quell’arte che ci costringe a modificare il nostro linguaggio quando siamo nella sfera pubblica, che ci induce a pensare in una forma che è tutto fuor che naturale e istintiva, difficile da apprendere e praticare. E l’esito di questa scuola è l’abito della cittadinanza, quel costume pubblico che ci fa comprendere cosa dire e come, quando dirlo e dove. Che ci fa comprendere che le parole servono a tenere aperta la comunicazione anche quando dissentiamo, che servono a farci capire e a interagire per trovare ragioni per assentire e dissentire, infine per decidere pro o contro.

L’arte della parola, che è arte della politica, non teme il dissenso né la partigianeria. "Partigiani amici" erano i cittadini ai quali Machiavelli pensava quando ragionava su come una città libera articola la propria vita pubblica. Non "partigiani nemici", i quali non sanno come i primi distinguere tra inimicizia privata e dissenso politico, tra antagonismo e odio totale, tra minoranza/maggioranza per elezione e perdenti/vincitori come in guerra. La lotta politica democratica assomiglia certo a una battaglia senza armi e sangue; una battaglia di idee e con parole. Ma non è battaglia meno difficile – semmai è più impegnativa e richiede una virtù che solo i cittadini democratici possiedono: la capacità di ascoltare e di rispettare l’avversario.

In questi anni ininterrotti di transizione verso una democrazia dell’alternanza matura e senza risentimenti, abbiamo progressivamente disimparato l’arte della parola pubblica perché abbiamo appreso a disistimare la politica. Il privato, con tutto il peso che si porta dietro, è entrato prepotente nel pubblico e lo ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio. I programmi televisivi ne sono il segno più evidente e inquietante. Anche quando sono fatti con lo scopo di discutere di problemi d’attualità, sono vere e proprie corride, più interessate a fare largo ascolto che a costruire opinione – anche perché hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare lo scontro più che il dissenso pacato, a volere la demolizione dell’avversario, diventando una pessima scuola per la cittadinanza. Uomini politici e dello spettacolo si sono affermati al pubblico largo grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare che non fa prigionieri. E così, l’avversario è diventato oggetto di offesa e dileggio, mentre l’amico di partito è diventato un alleato acritico.

Ciò che ha cambiato la scena pubblica italiana – lo spazio pubblico – è stata questa giornaliera pratica di mala educazione della cittadinanza, di trasformazione del discorso politico in un’arte tutta privata, come è quella appunto del divertimento e dello spasso. Ma le regole del gioco democratico si adattano all’agora non al colosseo. Si combatte di fiorino non di piccone: ci si confronta sulle cose non fatte, da farsi, o fatte male; su scelte sbagliate o necessarie; sui problemi che sono quelli ai quali tutti pensiamo, dal lavoro alla sanità, dalla scuola all’integrazione degli immigrati, dalla religione nello spazio pubblico all’ambiente. Di fronte a questi problemi, che sono i problemi della nazione grande, lo spazio del discorso dovrebbe essere un’agora di cittadini che vogliono sapere e capire, che non si accontentano delle dichiarazioni roboanti e vogliono poter ragionare e controbattere. Fuori da questo spazio c’è quello che vediamo sotto i nostri occhi: reazione totale, violenza verbale e reale. Ma qui si ferma la ragione, perché di fronte all’atto esemplare di aggressione la parola è muta e impotente. Ed è di parole che invece vive la società democratica.

Non è escluso che dal grande chiasso che regna ai vertici del governo nasca, taciturno ma testardo, un attaccamento più intenso degli italiani alle istituzioni e alla carta costituzionale su cui poggiano le istituzioni. Il politico che se ne sente ingabbiato e vuole liberarsene continuerà magari a esser applaudito, per la spavalderia che esibisce e per il ruolo di vittima che recita. Ma in parallelo con questo consenso, fatto di adorazione e indolenza, è probabile che si rafforzi proprio la pianta che il leader vorrebbe disseccare: la pianta, rara in Italia, che quando attecchisce dà come frutto il senso delle leggi e dello Stato. C’è qualcosa nel chiasso della presente legislatura che ricorda i dipinti dell’espressionismo tedesco, durante la Repubblica di Weimar: volti stravolti da eccitazioni, maschere che sogghignano, città sghembe che urlano senza più ordine. Kurt Tucholsky scrisse che il precipizio «spettrale» cominciava con l’uomo che mette l’Io in primo piano (politico o scrittore, giornalista o imprenditore).

Hitler era un uomo così, e l’Io che accampava era la sua persona e qualcosa di più nascosto, torbido: l’Io della nazione, del Popolo illimitatamente sovrano. «L’Io di per sé non esiste», scrive Tucholsky fin dal 1931: «Quest’uomo non esiste; in realtà egli è solo il chiasso, che produce».

Il frastuono coesiste da tempo con il rispetto italiano delle istituzioni, a ben vedere. La seduzione e il carisma di Berlusconi hanno alcune qualità inossidabili, ma non meno incorruttibili sono stati, lungo gli anni, l’ammirativa affezione per i garanti della Costituzione e l’adesione dei cittadini all’equilibrio fra i poteri. Sono stati molto popolari Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi. Lo è Giorgio Napolitano. Anche l’adesione agli organismi di garanzia non scema, come dimostrano i sondaggi favorevoli al Csm e alla Consulta. La lezione sulla Costituzione che Scalfaro tenne nel 2008 all’Auditorium di Roma riscosse un successo vasto. È una conferenza che andrebbe riascoltata: la maniera in cui l’ex Presidente racconta la scrittura intellettualmente elettrizzante della Carta, le visioni profetiche che essa contiene, fa rivivere un testo che non è affatto vecchio e che in pieno frastuono non andrebbe modificato. Ricordo in particolare il passaggio sui diritti della persona: per la prima volta in Italia, dice Scalfaro, lo Stato non li concede né si limita a garantirli, ma li riconosce. I diritti precedono i governi e le Carte, e davanti a essi gli uni e le altre «si inchinano». Ricordo anche quel che disse a proposito del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi. Gli italiani dissero no non solo alla devoluzione ma anche, con forte maggioranza (più del 60 per cento), a un Premier dotato di poteri esorbitanti, compreso quello che scioglie le Camere e che la Carta affida al Capo dello Stato.

Istituzioni e carte costituzionali hanno questo, di specialmente prezioso: durano più degli uomini, dei governi, delle campagne elettorali, dei sondaggi. Sono lì come una tavola fatta di pietra, conferiscono stabilità a quel che nell’alternarsi democratico delle maggioranze necessariamente è votato all’instabilità. È significativo che non solo le nazioni uscite dalla dittatura si siano messe come prima cosa a riscrivere le Carte, ma che anche l’edificio europeo abbia anteposto la permanenza delle istituzioni all’impermanenza degli uomini, dopo le guerre del ’900. Jean Monnet, che dell’Europa fu uno degli artefici, venerava in particolar modo le istituzioni. Citando il filosofo svizzero Henri Frédéric Amiel scrive nelle Memorie: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente» (Cittadino d’Europa, Guida 2007, i corsivi sono miei).

Questo vuol dire che grazie alle istituzioni non cambia la natura dell’uomo (missione impossibile e, se tentata, deleteria) ma il suo comportamento: il progresso di cui è capace l’uomo vive e si trasmette solo attraverso le istituzioni che egli sa darsi. Per alcuni, le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente - la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica. Non sono Habermas e le sinistre ad aver inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale. Lo coniò negli Anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger: per l’allievo di Hannah Arendt, il patriottismo costituzionale era «una sorta di amicizia per lo Stato» (Staatsfreundschaft): amicizia che Weimar non aveva posseduto a sufficienza.

L’adesione italiana alle istituzioni e alla Costituzione ha radici più forti che ai tempi di Weimar. Ha una resilienza a quell’epoca sconosciuta. Uomini come Scalfaro e Ciampi, nella Germania di allora, non avrebbero avuto la popolarità che hanno oggi in Italia. Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate. L’altro concetto formulato da Sternberger è quello di democrazia agguerrita. Alle violazioni delle leggi e agli abusi d’un singolo potere, la democrazia deve rispondere anche con la forza. In guerra si difende con le armi; in pace con le istituzioni, le leggi, le corti, perché queste si decompongono meno rapidamente e facilmente di un uomo o una maggioranza.

Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male, fuori e dentro di sé. Quando il politico, spinto esclusivamente da volontà di potenza, mostra di non tollerare confini e non riconosce, sopra di sé o al proprio fianco, poteri che frenino i suoi abusi. Quando smette, dice Ciampi, di essere compos sui: pienamente padrone di sé (intervista al Corriere della Sera, 11-12-09). Limiti e contrappesi sono necessari anche quando l’espansione della volontà di potenza s’incarna nel popolo e nelle sue maggioranze: il popolo non ha innocenza e anch’esso può divenire despota, insofferente ai limiti. La democrazia che gli attribuisce sovranità assoluta non è già più democrazia. Anche questa è una lezione del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo sono state escrescenze della democrazia, e tutte son partite dall’idea che il popolo-sovrano sia compos sui per natura. L’idea che l’uomo sia naturalmente buono è di Rousseau, e tende a squalificare sia il controllo esterno delle istituzioni sia il controllo interiore della coscienza, scriveva nel 1924 un altro filosofo conservatore, Irving Babbitt: «Con la scomparsa di questo controllo, la volontà popolare diventa solo un altro nome dell’impulso popolare» (Babbitt, Democracy and Leadership, 1924).

Quel che avvince gli italiani, negli ultimi capi di Stato, è l’attitudine o comunque l’aspirazione a fissare uno standard, a farsi custodi non notarili ma perfezionisti della Costituzione. Nel dizionario Battaglia, lo standard è «la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività, servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali sono valutati». Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale come nelle parole di Tucholsky.

L'immagine di Irene Bedino è tratta da la Stampa

Lotta continua è stato il gruppo all'apparenza meno intellettualistico, tra quanti sono nati dopo il Sessantotto, per stile, pratiche e fraseologia, ma è stato quello che ha prodotto più intellettuali e comunicatori. Anche grazie a questo ha esercitato una sorta di egemonia nella memoria di una parte attiva della generazione che ne aveva attraversato l'esperienza. Egemonia talvolta ingombrante, al punto da suscitare il luogo comune (ingiusto) di una lobby politico-culturale; tradizione minore che nel tempo si è in gran parte fusa in una koiné tardoazionista che è l'ideologia più riconoscibile e individuabile nella cultura di una sinistra ormai post-socialista.

Una esperienza che ha prodotto anche molti storici, di grande valore. Due di essi, Guido Crainz e Giovanni De Luna, presentano oggi libri diversissimi nell'impianto (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell'Italia attuale, Donzelli, pp. 241, euro 16,50; Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, euro 17,00. Di quest'ultimo ha scritto David Bidussa il 4 Novembre), ma che sono accomunati da un tentativo molto impegnativo di definizione degli Anni Settanta. Che è l'oggetto stesso del libro di De Luna, ma è anche elemento centrale e nuovo di un ragionamento più ampio di Crainz sulla storia repubblicana.

Entrambi parlano di «anni '68» per definire il decennio, in qualche misura sganciando l'evento dal contesto degli anni Sessanta, del quale è conclusione, e legandolo agli sviluppi del decennio successivo. La periodizzazione adottata da Crainz è per la verità più impegnativa, proponendo un'unica cornice che abbraccia il ventennio che va dal miracolo economico alla fine degli anni Settanta, blocco unico di una «modernizzazione» italiana che sfocia negli anni Ottanta (dove verranno alla luce, senza più ostacoli, tendenze presenti sin dall'inizio della «grande trasformazione»). Questo imporrebbe un forte ridimensionamento degli «anni '68», del peso e del valore di quella esperienza: eterogenesi dei fini, lavorare per il re di Prussia, e tutte le altre metafore correnti che potrebbero venire in mente...

Lo spettro delle regole

In primo luogo si potrebbe osservare che non si tiene nel dovuto conto come le istanze, sacrosante, di libertà, soggettività e diritti individuali si muovessero sempre in un quadro di riferimento di socialità. E dove mi sembra anche che l'esito finale suggerisca una retrodatazione di tendenze e di pratiche, niente affatto scontate o acquisite nel corso del processo.

Anche qui, e in misura più marcata che negli ampi e fortunati studi precedenti di Crainz - Storia del miracolo italiano (1996), Il paese mancato (2003) - la partita sembra giocarsi e concludersi all'inizio del ciclo, con la sconfitta del primo centrosinistra che segna la fine della stagione riformatrice. Niente programmazione, niente legge urbanistica, avvio di uno sviluppo senza regole e non governato. È questo il «paese mancato» a cui alludeva il titolo ispirato dal giurista Dante Troisi. Assenza di regole che da quella falsa partenza giunge fino a noi, divenendo nel tempo slavina e poi valanga che tutto travolge. La critica al Sessantotto, in Crainz come in De Luna, è anche quella di non aver saputo proporre e introdurre nuove regole che sostituissero le vecchie che venivano scalzate (rilievo per la verità singolare se rivolto a un movimento di contestazione: c'era una classe dirigente, c'era un governo in questo paese? E poi forse di regole ne abbiamo anche troppe, mentre è drammaticamente deficitaria lo loro osservanza, ma questo rinvia assai più all'etica pubblica che non al quadro normativo).

C'è molto di vero nella centralità attribuita al ridimensionamento dei programmi del primo centrosinistra, che è del resto notazione unanime in tutta la storiografia che è tornata su quegli anni. Ma va anche detto che è proprio a partire dagli anni immediatamente seguenti che si apre la stagione più incisiva nell'esperienza riformatrice della società italiana. Di fatto nel decennio 1969-1979 abbiamo le riforme più importanti, non solo sul terreno civile, ma su quello sociale e istituzionale. Proviamo ad elencare, sia pure in maniera incompleta e disordinata: Statuto dei lavoratori, ordinamento regionale, legge Basaglia, obiezione di coscienza, divorzio e aborto, voto ai diciottenni, sistema sanitario nazionale, liberalizzazione degli accessi all'università, comunità montane, eccetera: e non ultima la tanto deprecata «scala mobile», destinata ad essere rapidamente sterilizzata e poi soppressa negli anni successivi.

Le riforme dimezzate

Non convince il modo di presentare (e svalutare) queste riforme, già presente nel Paese mancato, ma qui reso più esplicito dalla stringatezza necessaria dell'esposizione: «Si pensi alle Regioni (1970), clonazione dei difetti dello Stato centrale, alla riforma della Rai (1975), che introduce non il pluralismo ma la sua degenerazione partitocratica; o alla riforma sanitaria (1978), costellata di sprechi e storture per la lottizzazione selvaggia». Questi limiti saranno pure autentici e vistosi, ma ci troviamo di fronte a una intelaiatura di stato sociale e di governo delle autonomie su cui ancora in gran parte si regge ciò che resta della democrazia italiana, mentre negli Stati Uniti un presidente tenta con difficoltà di introdurre un timido sistema sanitario statale.

Certo tutto questo non avviene come frutto di un piano dall'alto, a cui ormai si è rinunciato, ma come adeguamento a spinte sociali, che configura però un risultato non incoerente e non vissuto come tale dalla maggioranza dei cittadini. E del resto è stata questa la dialettica particolare del meccanismo riformatore nell'esperienza repubblicana, dalla riforma agraria in poi. È anche da notare come alcune delle riforme più qualificanti e coraggiose intervengano nella seconda metà degli anni Settanta, che la memoria modellata sull'esperienza di Lotta Continua attribuisce già compattamente a sconfitta e riflusso.

In quegli anni non c'era un governo che presiedeva a un piano riformatore, anzi si occupava (male) dell'ordinaria e fin troppo straordinaria amministrazione, ma c'era un parlamento - presieduto con grande spirito costituzionale da Pietro Ingrao - che legiferava liberamente e senza vincoli ferrei di maggioranza. Assemblearismo, scriveranno alla fine del decennio gli opinionisti della Loggia P2, gli stessi che parleranno di egualitarismo, anziché di eguaglianza. Ma non era piuttosto il normale funzionamento di una democrazia parlamentare? Fuori e dentro l'orbita governativa le spinte della società trovavano una sia pur parziale risposta, e il revirement del Psi craxiano sarà alla fine esiziale non solo sul piano dell'etica pubblica, ma anche nel porre fine a questa particolare dialettica repubblicana.

Ma è proprio il tema dell'eguaglianza che bisogna rimettere al centro del discorso per un giudizio storico sugli anni Settanta, che rischiano di restare nell'immaginario corrente sospesi tra demonizzazione degli «anni di piombo» e pappa del cuore dei militanti delusi. La questione fondamentale è che quel decennio fu l'unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell'ultimo quindicennio.

Di tutto questo fu certamente parte l'esperienza di Lotta continua, anche se i veri protagonisti furono innegabilmente altri, come riconosce una memoria attenta e sensibile quale quella proposta da Giovanni De Luna. Nel suo libro, molto bello da leggere e molto sofferto nell'elaborazione, il gruppo trova la sua esemplarità in quanto luogo «in cui precipitarono le percezioni diffuse... un senso comune che spontaneamente serpeggiava in tutto il movimento».

La glaciazione dopo la sconfitta

È una memoria non solo di gruppo, ma anche, consapevolmente, molto «torinese», che inizia col ricordo dei militanti morti, discute della sottile linea fra ribellione e violenza, intreccia rievocazioni storiche e riflessioni attuali proiettate nel passato, come è proprio di una memoria viva. Nel ricordo quella esperienza emerge come «un sentimento assoluto di verità», innestato su «una rigidezza dottrinale altrettanto ossessiva», che dava luogo a molti (troppi) abbagli, riscattati dalla generosità dell'impegno e della militanza. Tutto sprofonderà nella «glaciazione degli anni '80», preludio dell'Italia del XXI secolo, che nasce all'indomani della sconfitta operaia alla Fiat. Da allora «l'impressione è quella di essere precipitati in un presente enormemente dilatato, in grado di ingoiare sia il passato che il futuro».

Retrospettivamente l'esperienza viene riassunta nel tentativo di dar vita a un «progetto avanzato di democrazia inclusiva», col limite di poggiare su un «lessico politico ancora totalmente novecentesco», che suscita oggi una sensazione di «straniamento» nel rileggere giornale e documenti.

Non si vede in realtà come avrebbe potuto essere diversa una esperienza nata all'apice del Novecento, e prima che la sua aura declinasse. Se mai, colpiscono oggi i residui sette-ottocenteschi di quella cultura. E colpisce, in particolare, la completa rimozione della lunga e intensa infatuazione per i colonnelli portoghesi, tutt'altro che casuale, in quanto in essa precipitava un modello storico ben preciso, quasi un Cln armato e giacobino in grado di «superare» la democrazia parlamentare.

Lo scioglimento di Lotta Continua avverrà in effetti nel novembre 1976, quando il suo giacobinismo si infrangerà contro lo scoglio dei nuovi movimenti. Lo scontro con il nuovo femminismo sarà più crudo e lacerante di quanto venga qui rievocato, e il Settantasette, se avrà come bersagli più vistosi Lama, il Pci e il sindacato, metterà in discussione anche e soprattutto la pratica politica e l'orizzonte teorico dei gruppi dei primi anni Settanta.

I diritti sociali dimenticati

Entrambi gli autori, Crainz e De Luna, si richiamano con forza alle intuizioni di Pier Paolo Pasolini, che è quasi divenuto per antonomasia il profeta inascoltato della nostra decadenza prima, della nostra abiezione poi. Ma al momento della scomparsa di Pasolini, nel 1975, stavano scomparendo le lucciole e le classi popolari stavano perdendo l'antica saggezza contadina, ma la televisione non era ancora il nuovo fascismo, bensì un servizio pubblico molto dignitoso che aveva contribuito all'unificazione e all'elevazione culturale degli italiani, e, soprattutto, il «popolo» non era irrimediabilmente corrotto dalla società dei consumi, ma proprio attraverso l'acquisizione di primi elementi di benessere e diritti sociali era divenuto cittadinanza democratica, organizzata e strutturata, che interveniva e modificava i rapporti di forza nella società.

La sinistra non ha saputo interpretare la realtà che mutava, affermano a ragione entrambi gli autori, ed è un giudizio più volte pronunciato e su cui tutti, credo, possono convenire. Si tratta di capire però il sottinteso che è spesso nascosto dietro questa constatazione. Contrastare, correggere o adeguarsi? L'omologazione sarà la scelta finale, per molti festosa e liberatoria.

Ma la «grande trasformazione» italiana non preludeva necessariamente agli esiti che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo.

In risposta all´appello di Roberto Saviano al presidente del Consiglio affinché ritiri il provvedimento sul processo breve e all´intervista rilasciata da Carlo Azeglio Ciampi su Repubblica per criticare il provvedimento, intellettuali e politici della maggioranza hanno invocato «concordia» e imparzialità (lo stare "sopra le parti"). Sandro Bondi ha scritto in una lettera aperta a Saviano che la vera cultura democratica è «priva di coloriture politiche», quelle che invece Saviano sembra essersi dato da quando ha vestito i panni «dell´intellettuale militante che nella storia del nostro Paese ha tradito la missione della cultura e che spesso è diventato ideologicamente intollerante verso gli stessi intellettuali non irreggimentati». Infine, a commento dell´appello di Ciampi («basta con le leggi ad personam»), Fabrizio Cicchitto ha tuonato che «Ciampi non è mai stato al di sopra delle parti, ma orientato contro di noi». Sembra di capire che il ragionamento imparziale si identifichi nel primo caso con il ragionamento incolore o il non schierarsi, nel secondo con lo schierarsi (se Ciampi non fosse stato "contro" la parte di Cicchitto sarebbe stato "sopra le parti"). Il secondo caso è meno interessante da discutere perché o illogico o fazioso. Il primo merita invece qualche osservazione perché solleva questioni importanti.

Sembra di capire che giudizio imparziale si dia quando non ci si schiera o non si sta né di qua né di là; che, in altre parole, la "verità" equivalga a una sospensione del giudizio proprio per non formulare giudizi. C´è un grano di vero in questa concezione incolore della verità perché è innegabile - i filosofi, basti ricordare Immanuel Kant, lo hanno spiegato molto bene - che il giudizio produce o un sì o un no. Se questo non può darsi (o per insufficienza di dati o per mancanza di chiarezza nelle idee di chi deve giudicare) allora lo si sospende in attesa di poterlo formulare. Un giudizio sospeso non è però un giudizio. Nel giudizio giuridico, l´imparzialità è l´esito dello sforzo che il giudice fa per formulare un giudizio che sia del colore dei criteri assunti come fondamenti del giudicare: per esempio, i diritti, le regole procedurali e costituzionali. Si sa quanto sia difficile la formulazione di un giudizio che sia in grado di mettere a tacere tutte le possibili contro-argomentazioni per giungere all´unanimità, che è la meta ideale del giudizio imparziale. Se l´imparzialità è difficile nella dimensione giuridica, figuriamoci in quella politica. Se è vero che la politica è l´arena dove interessi e idee si incontrano e scontrano, si organizzano ed cambiano, pare evidente che non sia né possibile né desiderabile la sospensione del giudizio, l´imparzialità angelica, incolore.

E veniamo all´altro argomento invocato, quello della concordia. Bondi l´ha opposta, opportunamente, alla «guerra civile». La concordia è una cosa maledettamente seria. I trenta tiranni che rovesciarono la democrazia ateniese la invocarono per giustificare il colpo di stato con la scusa di mettere rimedio alla discordia che divideva il corpo politico a causa della perversa identificazione della libertà con l´eguaglianza. Un fatto che cancellando la preminenza di rango provocava, dicevano i tiranni, anarchia e disordine. E poi, negli anni in cui la repubblica romana era come un corpo lacerato da eserciti contrapposti (una guerra civile non di parole ma di sangue), Cicerone invocò e predicò la concordia degli animi, quell´unità di intenti che gli amici come i cittadini di una buona repubblica dovrebbero avere. Pare evidente che quella di Cicerone sia un´idea di concordia più attraente di quella dei tiranni ateniesi. Essa era invocata nel nome non di una parte (quella di Antonio o di quella di Cesare, poco importa), ma dei fondamenti della aequa libertas, dell´eguale libertà sancita nei codici e contenuta come valore nella tradizione comune. Concordia, come si intuisce, non equivale né a sospendere il giudizio per evitare dissenso, né, soprattutto, a raggiungere unanimità su una opinione che, se accolta, finirebbe per favorire una parte dei cittadini, e quindi vanificare proprio quella legge fondamentale nel nome della quale l´appello alla concordia è legittimo e giusto.

Dissentire sull´interpretazione di questi fondamenti è legittimo e non un segno di "guerra civile". È frutto di una normale dialettica politica in una democrazia robusta e sana. Perché tanto timore del dissenso politico? E non è per nulla chiaro perché coloro che si sforzano di pensare con la loro testa e di conseguenza formulano giudizi coerenti con le ragioni della nostra comune vita democratica siano "intellettuali militanti" e "irregimentati", mentre coloro che formulano giudizi in coerenza ad uno schieramento politico (per giunta maggioritario) siano invece "senza coloritura", ovvero neutrali e imparziali. Gli intellettuali militanti erano, come si sa, coloro che negli anni della guerra fredda militavano manicheamente pro o contro, in nome di fedi e dogmi più che di ragioni; non per difendere la carta fondamentale ma per realizzare un´idea, e quindi per portare avanti un progetto di cambiamento della costituzione, quello che meglio si adattava alla loro idea. Chi sono oggi gli equivalenti degli "intellettuali militanti" di ieri? Se è l´amore per la verità che ci accomuna, come Bondi dice a Saviano, allora in nome della verità egli non può non vedere che a seminare "l´odio" non sono coloro che si appellano alla Costituzione, ma coloro che vogliono piegarla alle esigenze della loro parte. Ecco perché proprio in nome della concordia e della verità si deve cessare di essere intellettuali militanti per essere "intellettuali critici", intellettuali liberali pronti a formulare giudizi sulle questioni che la vita sociale e politica solleva, in nome e alla luce di quei fondamenti sui quali conveniamo tutti e grazie ai quali possiamo dialogare e dissentire senza per questo essere in guerra.

Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato radicalmente la vita economica, politica e sociale dei popoli e degli individui, senza che il diritto ne abbia seguito e disciplinato l'evolversi.Jacques Derrida nei suoi seminari su La Bestia e il Sovrano (Jaca Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri Gemelle del World Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse stata registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato, il Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è l'unica cosa che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che «siccome non c'è legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone, provoca la paura».

Il pericoloso filosofo del diritto tedesco, Carl Schmitt, amato oggi sia a destra che a sinistra, precisava che «Protego ergo obligo è il cogito ergo sum dello Stato». E questo principio era stato uno dei fondamenti dello stato nazista.

Ma lo Stato attuale nella sua dimensione politico-mediatica ha strumenti per la creazione di paura e quindi di esigenze di protezione o addirittura di omologazione con la Gewalt, cioè la violenza, ben maggiori di quanti se ne potessero immaginare. La cronaca quotidiana, purtroppo, mi esime da qualsivoglia esemplificazione. Mi basterà citare il Patriot Act e Guantanamo, perché sono forse fra gli esempi più clamorosi della sconfitta del diritto di fronte alla paura. Tant'è che il presidente Obama ha recentemente dovuto contraddirsi smentendo la promessa di chiudere Guantanamo.

La verità è spesso manipolata in nome della sicurezza. È così che la costruzione della categoria degli enemy combatants ha tolto a costoro, dopo l'11 settembre, ogni diritto a un giusto processo, ad una normale istruttoria, all'assistenza di un avvocato, ad un regolare dibattimento. Purtroppo neppure la Corte Suprema, altre volte ben più attenta, nel caso Hamdi versus Rumsfeld (124, S.Ct. 2633 , è riuscita a garantire quei diritti a chi viene definito enemy combatant, anche se si trattava di un cittadino americano: il tutto in nome della sicurezza. Sempre identica è la conclusione: la violenza del Leviatano per proteggerti dalla paura (questa volta dei terroristi) colpisce sempre chi non è in grado di difendersi: dai minori, agli immigrati, a tutti i diversi che le società attuali tendono sempre più ad escludere.

Né è possibile sottacere che l'impero della violenza, e quindi quello omonimo della paura, è diventato planetario e trascende ormai la Gestalt del Leviatano. La letteratura apocalittica è immensa. Mi limiterò qui a citare solamente tre testi recenti che ne danno un quadro complessivo, abbastanza preciso, ancorché forse non completo.

Il primo è l'ultima opera di René Girard (Portando Clausewitz all'estremo, Milano 2008, 312) il quale dimostra come la violenza e le guerre nel mondo siano portate all'estremo e come l'accelerazione della storia crei nel genere umano una inconscia angosciante corsa verso l'apocalisse. Precisa Girard in conclusione che «il riscaldamento climatico del pianeta e l'aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati (...) e questa confusione di naturale e artificiale rappresenta forse il messaggio più forte contenuto nei testi apocalittici». E ovviamente la globalizzazione ha reso la sorte dei minori più precaria, poiché - ripeto - la violenza si scarica sempre sui più deboli.

Martin Rees, il cui saggio Our Final Century (London, 2003) lascia poche speranze di sopravvivenza, entro la fine di questo secolo, non solo per il pericolo delle armi atomiche, al quale siamo fortunosamente scampati nel secolo scorso, ma per gli altrettanto gravi pericoli ai quali ci sottopongono ora le biotecnologie, piuttosto che gli errori, sempre più frequenti, negli esperimenti scientifici e nelle tecnologie di vario tipo. E ciò, indipendentemente dalle ulteriori osservazioni di R. Posner (Catastrophe, Oxford, 2004), sui rischi catastrofici delle malattie pandemiche, piuttosto che sulle possibili collisioni astrali e via discorrendo. Con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli di Levy-Strauss, nel 2050 ammonterà a più di 9 miliardi di individui, difficilmente sfamabili ma soggetti a rischi di carestia. L'ultima copertina del settimanale The Economist intitola "How to feed the world" (come sfamare il mondo), per giungere alle stesse conclusioni. La sottovalutazione della portata di questi rischi non riduce certo la loro costante riproposizione nei media e il conseguente aumento collettivo dello stato di paura e di angoscia.

A questi rischi apocalittici si è ora aggiunta una grave crisi economica mondiale che nelle sue ricadute sull'economia reale e in particolare sulla disoccupazione aumenta in tutti i paesi la sensazione di instabilità e di minaccia alla sopravvivenza. La crisi ha dimostrato i limiti di un'ideologia basata sulla ricerca individualistica della ricchezza che ha portato all'autodistruzione del sistema in una recessione economica mondiale che colpisce soprattutto i paesi più poveri. Per di più, in un sistema dove vige la forza, chi è destinato a perdere è sempre il più debole che è sprovvisto di forza contrattuale, l'unica alla quale un'ostinata volgare ideologia continua ad attribuire valore anche agli effetti risolutivi della crisi. L'autoregolamentazione e il contratto sono nuovi idoli del mercato globale che ha clamorosamente fallito.

Senza contare che lo stesso sviluppo economico orientato sempre più verso il consumismo ha provocato un fenomeno brillantemente descritto di recente da Robert Reich (Supercapitalismo, 2009). La spinta all'estremo della concorrenza fra le imprese, al fine di ridurre sempre più i prezzi dei prodotti, per conquistare i consumatori, ha necessariamente portato alla riduzione dei costi, laddove era più facile e cioè come sempre nei confronti dei più deboli, vale a dire i lavoratori. Questi si sono visti via via sottrarre i diritti che avevano faticosamente conquistato. Insomma, l'interesse del consumatore ha avuto la meglio sui diritti del cittadino e così la concorrenza ha sconfitto la democrazia e la sicurezza.

Quella sicurezza, che con la paura, e i diritti è diventata oggetto di inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza, ma con quelle violazioni si creano paure e così in un circolo vizioso torna la violenza del Leviatano.

Allora la soluzione sta altrove: cioè sopra il Leviatano, sopra gli stati, cioè nel rispetto dei diritti umani e in quei principi che stanno sopra e al di fuori delle norme imposte dal Leviatano.

È pur vero che, come ci hanno insegnato sia N. Bobbio, sia M. Ignatieff, i diritti umani, nella loro pretesa di universalità, sono assolutamente storici e neppure assoluti. Alla loro base, tuttavia, nella diversità delle culture, esiste un minimum senza il quale le società non potrebbero sopravvivere. È in quel minimum che si sconfigge il loro supposto relativismo ed è in quel minimum che oggi G.B. Vico riconoscerebbe il senso comune insito nella facoltà dell'ingenium propria a tutto il genere umano, ed alla sua naturale propensione alla giustizia. A quella giustizia, alla quale il filosofo napoletano riconduceva altresì la «sapienza volgare» dei popoli primitivi. Uno dei maggiori esponenti di questa corrente di pensiero è, attualmente, il filosofo americano Ronald Dworkin.

Si tratta insomma di massime generali, di standards, pur difformi dalle norme positive, il cui contenuto si ritrova nei principi soprattutto costituzionali e poi anche morali di comune accettazione, rappresentati da quel minimum di cui ho sopra parlato. Ed è questo il momento dell'incontro fra diritto ed etica, a fini di giustizia e lontano invece dalle equivoche e fuorvianti formule di codici etici o della responsabilità sociale, o peggio ancora morale, delle imprese.

Il contenuto di questi principi, di questi standards è estremamente vario e complesso. E forse non è un caso che a tali principi, i cosiddetti global legal standards, anche l'Europa stia lavorando per evitare che ci sia la replica della crisi che ha sconvolto l'economia mondiale.

I principi devono essere accettati dai vari paesi, secondo le modalità e le strutture del diritto internazionale. Essi serviranno altresì a decidere gli hard cases, cioè i casi difficili dove la norma manca o è lacunosa. Mi basta qui citare la straordinaria sentenza della Corte suprema degli Stati uniti nel caso Roper versus Simmons del 1° marzo 2005. Si trattava di giudicare sulla pena di morte sentenziata a carico di Christopher Simmons per un assassinio da lui commesso quando aveva 17 anni. E' noto che l'art. 37 della Convenzione dell'Onu sui diritti dei minori del 1989 stabilisce, tra l'altro, che: «Né la pena capitale né l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni». Ma è altrettanto noto che gli Stati uniti e la Somalia sono gli unici due paesi al mondo che non hanno sottoscritto la Convenzione. Ebbene, la Corte Suprema, nella sua magistrale sentenza, concluse che: «È corretto che noi si consideri il peso determinante dell'opinione internazionale contro la pena di morte nei confronti dei minori, consistente in larga misura sull'instabilità e labilità emozionale dei minori che può essere spesso fattore del crimine». E così la pena di morte non fu applicata, perché, secondo l'estensore, il giudice Anthony Kennedy, sarebbe stata, tra l'altro, contro gli evolving standards of decensy. La decenza diventa criterio interpretativo e principio fondamentale del diritto! Il riferimento all'opinione internazionale nell'interpretare la Costituzione americana è stata poi oggetto di ampie discussioni, che alla fine hanno confermato il principio statuito dalla Corte suprema.

Vorrei, come finale meditazione, concludere che in presenza di alluvioni normative e amministrative scoordinate e sovente contraddittorie da parte dei poteri legislativi ed esecutivi non solo italiani od europei, ma di tutto il mondo, l'orizzonte del diritto si può aprire soltanto se i giudici sia interni, sia internazionali, di qualunque categoria, in tutti i paesi democratici, continueranno impegnando la loro dignità e indipendenza, a rivendicare con vigore i principi delle libertà democratiche e della giustizia, sia con valutazioni corrette della realtà, sia con riferimento, quando necessario, agli standard di civiltà per bloccare la violenza e le iniquità del Leviatano.

Mi piace allora terminare con l'ultima frase scritta da Ronald Dworkin ne L'impero del diritto (Milano, 1989): «L'atteggiamento del diritto è costruttivo: il suo scopo, nello spirito interpretativo, è quello di far prevalere il principio sulla prassi per indicare la strada migliore verso un futuro migliore, mantenendo una corretta fedeltà nei confronti del passato. Infine, esso rappresenta un atteggiamento fraterno, un'espressione del modo in cui pur divisi nei nostri progetti, interessi e convinzioni, le nostre esistenze sono unite in una comunità. Questo è comunque ciò che è diritto per noi: per gli individui che vogliamo essere e la comunità in cui vogliamo vivere».

Il dopo Berlusconi? Ancora non lo vedo all’orizzonte…». Paul Ginsborg conosce bene l’Italia e da storico non trova elementi per dire che è iniziato il tramonto del berlusconismo. «Non illudiamoci ancora, l’uomo sa resistere», spiega. Ritiene importante la forte partecipazione alle primarie del Pd ma invita la sinistra a «tornare a studiare» per capire la società. Il«No Berlusconi day»? «Diamo una mano a questi ragazzi».

Professore, assistiamo da mesi a forti tensioni istituzionali: prima gli attacchi al Capo dello Statoealla magistratura,poi i tentativi pericolosi di salvare il premier dai processi. La nostra democrazia sta proprio male?

«Sono molto allarmato sullo stato della democrazia, perché ormai stiamo assistendo a uno svuotamento delle istituzioni e a un continuo attacco al sistema di bilanciamento dei poteri. I pilastri classici delle democrazie sono sotto tiro. Sì, in Italia c’è una emergenza democratica: questa destra sta tentando di imboccare la via populista».

Peròc’è qualcuno che sostiene che siamo agli ultimi giorni del berlusconismo...

«Sarei molto cauto, provo una certa difficoltà a dire che Berlusconi è in crisi. Certo, dentro la maggioranza ci sono fibrillazioni e rissosità. Ma penso ci siano ancora interessi forti che spingono i protagonisti del centrodestra a restare uniti fino alla fine della legislatura».

Le fibrillazioni però stanno facendo emergere Tre destre dentro la destra: quella dei fedelissimi del premier, quellaTremonti-Bossi e quella di Fini…

«A me pare che vadano delineandosi fondamentalmente due destre. Quella di Fini che è più rispettosa delle strutture democratiche e più aperta su alcuni temi come l’immigrazione. È un tentativo interessante perché, per dirla con una battuta, credo che sia quasi più importante in Italia avere una destra decente che non una sinistra decente. Ma Fini non mi pare sia maggioritario, anzi. L’altra destra che emerge è quella di Bossi, Tremonti, Formigoni che credo sia quella maggioritaria».

Tutti personaggi in cerca del dopo Berlusconi?

«Molte volte abbiamo dato per morto politicamente Berlusconi. Oggi però siamo ancora qui. Voglio che sia chiaro: il dopo Berlusconi non è affatto vicino, ancora non ci rendiamo conto di quanto l’uomo sia tenace. E poi anche se lui uscisse di scena resterebbe questa formidabile costruzione culturale che condiziona l’Italia. Vede, il problema è che a sinistra manca proprio un’analisi approfondita del berlusconismo». Soffermiamoci su questo: come hafatto Berlusconi negli anni ’90 a conquistare gli italiani?

«Berlusconi ha cambiato gli italiani. Ha offerto loro un modello di libertà negativa: tutti liberi da ogni interferenza, dallo Stato, dalle tasse. Lui ha parlato al familismo e all’individualismo, con la tv commerciale ha coltivato l’idea forte di perseguire la via del consumo e della ricchezza. Questo modello non va via domani mattina perché è radicato ed è la versione estremizzata di un trend che è presente in gran parte dell’Europa».

E perché invece la sinistra non è stata capace di offrire un modello alternativo?

«Perché non ha studiato. Non scherzo: se guardiamo alla vecchia sinistra, al Pci, vediamo che c’era un forte tentativo di capire la società. Pensi alle riflessioni sul miracolo economico, ai convegni sulle tendenze del capitalismo. Questo oggi manca e si vede, soprattutto nelle qualità intellettuali dei leader che puntano solo ad essere mediatici. Togliatti invece studiava, Berlinguer anche. La sinistra deve prima capire, poi mettersi a scrivere i programmi. Deve chiedersi come favorire la partecipazione. Certo, oggi si tenta di recuperare maci sono stati molti ritardi. I Ds per esempio sono stati troppo sospettosi della società civile e non hanno colto la modernità di quei movimenti. Insomma, per riprendere un’espressione dello storico inglese Anderson, la sinistra italiana è invertebrata».

Lei insiste sul ruolo della società civile. Sette anni fa fu uno degli animatori dei girotondi: quel movimento che effetti ha prodotto sulla sinistra?

«È stato un grande movimento. Ma non è durato. È stato significativo riuscire a portare 800 mila persone a Piazza San Giovanni. Si è tentato allora di lanciare un messaggio: frenare Berlusconi e fare un’opposizione di massa. Se lo ricorda? Sembrava che l’opposizione fosse scomparsa. Quella spinta però non è durata perché i partiti non hanno trovato il modo di sostenerla. La società civile da sola non ce la fa».

Tre milioni di persone hanno partecipato alle primarie per la scelta del segretario del Pd. Una partecipazione straordinaria no?

«Sì, lo valuto molto positivamente. Il Pd, unico partito in Italia e anche in Europa, non solo ha chiesto agli iscrittimaa tutti i simpatizzanti di votare. Anche io, che non sono iscritto, sono andato. Èstata unaprova di grande apertura. Però attenzione: c’è una differenza tra un voto e un impegno continuo. Si può anche votare e poi non fare più nulla. Società civile vuol dire una rete di associazioni, mobilitazioni, proposte, crescita culturale con le quali fare i conti tutti i giorni».

Come giudica il Pd di Bersani dai suoi primi passi?

«È presto per dirlo. Ma non sono convintissimo che Bersani sia l’uomo più adatto in questa fase diemergenza democratica. Vorrei sbagliarmi ma credo che di fronte alla tracotanza di Berlusconi e agli elementi eversivi dei suoi comportamenti ci voglia una risposta di grande fermezza e chiarezza».

E perché, Bersani secondo lei non è ingrado di dare questa risposta?

«Vedremo».

Il 5 dicembre si svolgerà la manifestazione «No Berlusconi day». Lei ci sarà?

«Certo, la ritengo importante. Quando ci fu il movimento dei girotondi pensai di vedere una cosa nuova nella storia italiana: li chiamai i ceti medi riflessivi. Anche se con qualche cautela penso che quel fiume, che è rimasto per anni sottoterra, oggi può riemergere nelle persone che hanno organizzato la manifestazione del 5. Vedo una connessione forte tra i girotondi e questa mobilitazione: hanno la stessa idea di difesa della democrazia e della Costituzione».

Però lei e il costituzionalista Gustavo Zagrebelski avete avuto una polemica sulla partecipazione. Lui sostiene che non si può andare a una manifestazione indetta da sconosciuti...

«Fra noi non c’è stata polemica, ma una semplice conversazione. Capisco gli argomenti di Zagrebelski. Ma questi ragazzi meritano sostegno. Certo, i rischi ci sono e io garanzie da Dare non ne ho, però bisogna appoggiare quello che c’è di nuovo nella società».

Professore come farà l’Italia a uscire da questa pesante anomalia che la avvolge? C’è qualche speranza?

«C’è più di una speranza. Credo che la parte migliore della destra e tutto il centrosinistra debbano avere la capacità di vedere bene i pericoli e le vie di uscita. Se le forze migliori della società trovano i veicoli giusti per agire e la smettono di guardare la tv con le facce depresse forse possiamo vedere qualcosa di nuovo. Ognuno di noi deve fare di tutto affinché si esprima finalmente la parte più bella del Paese ».

L’identikit

Esperto di storia italiana è stato animatore dei girotondi. Paul Ginsborg è nato a Londra nel 1945, è stato professore all’Università di Cambridge e dal 1992 insegna Storia dell’Europa contemporanea all’Università di Firenze. Ginsborg è uno dei massimi storici dell’Italia contemporanea e ha dedicato, tra gli altri, due volumi alle nostre vicende: «Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988» e «L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996». Nel 2002, sull’onda della protesta di Nanni Moretti a piazza Navona, è stato tra gli animatori del movimento dei girotondi a Firenze diventando uno deipunti di riferimento di studenti, insegnanti e professionisti.

Ho scritto un libro - afferma Giovanni De Luna, autore di Le ragioni di un decennio 1969 79. Militanza, violenza, sconfitta, memoria(Feltrinelli, pp.253, 17 euro) - che affronta vari aspetti di un tempo che era quello delle lotte studentesche e operaie del biennio 1968-69, delle stragi, del terrorismo, del compromesso storico, ma anche di una prorompente voglia di vivere, di una partecipazione politica mai così intensa e tale da delineare scenari insoliti per la nostra democrazia ».

Sono d’accordo con De Luna. Era fatale che colpiti e traumatizzati dal pesante bagaglio di stragi e dalle azioni sanguinose dei terroristi prima “neri” e poi “rossi”(o mascherati come tali) i più ricordino quel decennio come qualcosa di terribile e monotematico (gli “anni di piombo”), caratterizzato dai lutti e non da altro. Peraltro se si ricordano i terroristi e le vittime di quel periodo, si ha un quadro somigliante della situazione.

In uno studio, pubblicato nel 1984 da M. Ricci e D. Della Porta e intitolato Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, edito dal Mulino, si afferma «che il primo periodo individuato, gli anni tra il 1969 e il 1975, è caratterizzato dalla pressoché esclusiva presenza dei gruppi di destra. Nel caso degli episodi di violenza il peso della destra è pari al 95 per cento tra il 1969 e il 1973, all’85 per cento nel 1974 e Al 78 per cento nel 1975».

Il periodo successivo fino al 1982, anno in cui la violenza politica non si ferma del tutto, anche se registra un calo indubbio (basta pensare - per far due esempi - all’assassinio da parte delle Br dell’economista Ezio Tarantelli nel 1985 e dello storico Roberto Ruffilli nel 1987), «gli anni dal 1976 al 1982 - scrivono Ricci e Della Porta - sono caratterizzati da una spettacolare e improvvisa crescita di tutte le forme di violenza seguiti da un’altrettanto improvvisa e drastica flessione che porta infine tutti gli indicatori - con l’unica eccezione degli attentati a persone - a valori nettamente inferiori rispetto a quelli registrati financo nel 1969. Le violenze passano nel rapido giro di due anni dai 176 episodi del 1976 ai 781 del 1978 (che è l’anno del rapimento e assassinio di Aldo Moro) e in soli quattro anni scendono a 15 episodi nel 1982».

Le cifre assolute non sono ancora precise ma si trattò, senza dubbio, di molte centinaia di morti e di feriti. Peraltro il caso Moro fu quello che, per l’importanza del protagonista e i misteri non ancora del tutto svelati, che accompagnarono quell’episodio, su cui si concentrò l’attenzione dei testimoni e, fino ad oggi, anche quella degli storici che del decennio hanno parlato nei loro libri. Ma la domanda che molti si pongono oggi, soprattutto quelli che erano troppo giovani in quel periodo o non erano ancora nati, è questa: che altro è accaduto negli anni Settanta?

Da questo punto di vista, Giovanni De Luna, che di quel periodo parla da testimone ma anche da storico con un certo necessario distacco, avanza un’osservazione centrale: «In rotta di collisione con tutti gli strumenti dell’artificialismo politico, la società si rimodellò intorno a una illimitata fiducia nel progresso materiale (e nell’accrescimento dei beni e delle merci) e ai due più forti elementi di aggregazione che questo paese abbia mai sperimentato in un secolo di storia unitaria: l’unificazione del mercato nazionale della forza-lavoro, diventata fatto compiuto proprio negli anni ‘60; e la corsa al benessere diffuso e protetto (da un sistema di welfare che metteva al riparo di ogni rischio) sviluppatasi proprio negli anni ’80»”.

Il giudizio è condiviso da chi scrive anche perché, il libro di De Luna, è articolato, nelle pagine finali del saggio, con altre osservazioni che segnalano adeguatamente una serie di fenomeni che magari hanno inizio negli anni Settanta ma si consolidano nei due successivi decenni.

I fenomeni più significativi sono, a mio avviso, l’aumento del distacco tra la classe politica nazionale e la società in fase di forte trasformazione, l’incapacità delle istituzioni educative (ma anche della politica) di rielaborare il passato (quello più lontano ma anche quello più vicino) e la diffusione di un “revisionismo” storico e giornalistico non fondato sulle ricerche ma su motivazioni politiche contingenti. Nello stesso tempo, la difficoltà di trarre lezioni utili dalla crisi della Repubblica per evitare il riprodursi di contraddizioni ed errori che conducono il Paese all’agonia e al crollo del sistema politico, con la nascita nel ’92-93 non di una “seconda repubblica” (come spesso si dice) ma di una lunga e preoccupante transizione di cui oggi vediamo meglio tutti i pericoli.

Così nelle società globalizzate la convivenza tra culture differenti è diventata una caratteristica ineliminabile Nel passato la presenza dello "straniero" era sempre un dato temporaneo È necessario comprendere che le differenze sono una ricchezza inestimabile. - Pubblichiamo una parte dell´intervento tenuto in videoconferenza da al convegno su "La qualità dell´integrazione scolastica" che si è tenuto a Rimini nei giorni scorsi

Vivere con gli stranieri, che è il fondamento demografico e sociale dell´esposizione alle differenze, a una qualche sorta di alterità, non è affatto nuova nella storia moderna. Ma l´idea era grosso modo che chiunque sia alieno, straniero, diverso da te perderà prima o poi il suo carattere di straniero. La politica dominante verso gli stranieri, per la maggior parte della storia moderna, è stata una politica di assimilazione: "Voi siete qui, siete fisicamente vicini; diventiamo quindi vicini anche spiritualmente, mentalmente, eticamente", che vuol dire accettare gli stessi valori universali dove però, per "universali", abbiamo sempre inteso i "nostri" valori. Quindi, con questa prospettiva dove l´essere stranieri era soltanto uno spiacevole fastidio temporaneo, non esisteva l´idea di dover imparare a vivere con il diverso.

Ora per la prima volta nella storia moderna siamo arrivati a renderci conto che le cose non stanno così. La modernità è sempre stata un periodo di migrazioni massive di persone da un continente all´altro, da un capo del mondo all´altro, da una cultura all´altra, e la migrazione è avvenuta per necessità nelle circostanze moderne in cui le persone cosiddette in soprannumero, persone per cui non si poteva trovare una sistemazione nella loro società d´origine, non c´era spazio per loro nel nuovo ordine, nel nuovo stato avanzato del progresso economico, erano costrette a viaggiare. Tuttavia c´è una differenza: le migrazioni contemporanee hanno un carattere diasporico, non assimilatorio. Le persone che vanno in un altro Paese non ci vanno con l´intenzione di diventare come la popolazione ospite. La popolazione ospite, nativa, non è particolarmente interessata ad assimilarle.

Ci sono circa 180 diaspore che convivono a Londra, 180 diverse lingue, culture, tradizioni, memorie collettive. E il problema è che se la politica di assimilazione non è più facilmente percorribile, come possiamo vivere giorno per giorno con gli stranieri? Come possiamo comunicare, cooperare, vivere in pace senza che noi perdiamo la nostra identità e che loro perdano la loro, quindi in una coabitazione che non porta all´uniformità? In altre parole la questione non è più quella di essere tolleranti verso le persone diverse. La tolleranza in realtà è molto spesso un altro volto della discriminazione. "Sono tollerante verso le tue abitudini e le tue usanze bizzarre. Sono una persona molto aperta, sono superiore a te. Capisco che il mio stile di vita è irricevibile per te. Tu non puoi raggiungere lo stesso livello. Quindi ti permetto di seguire il tuo stile di vita ma io non lo farei mai se fossi in te". La sfida con cui ci dobbiamo confrontare oggi consiste nel passare da questo atteggiamento di tolleranza a un livello più alto, cioè a un atteggiamento di solidarietà. Dobbiamo rassegnarci al fatto che ci sono degli stranieri ma anche imparare a ricavarne dei vantaggi. La maggior parte di noi vive in grandi città. Le città sono sempre piene di stranieri e la loro presenza è inquietante perché non sai come si comporterebbero se non li tenesse a distanza, destano sospetto, fanno orrore semplicemente perché sono delle entità estranee. Gli stranieri fanno paura. Ho chiamato questa paura tipica delle città contemporanee mixofobia, la fobia di mescolarsi con altre persone, perché là dove ci mescoliamo ad altre persone in un ambiente poco familiare tutto può succedere.

Ma la stessa condizione di mescolanza con gli stranieri provoca anche un altro atteggiamento. Ci sono due reazioni contraddittorie al fenomeno, entrambe osservabili nelle città contemporanee. La seconda è la mixofilia, la gioia di essere in un ambiente diverso e stimolante. Hannah Arendt fu probabilmente la prima pensatrice moderna che ripensando a Gotthold Ephraim Lessing, uno dei pionieri dell´Illuminismo tedesco, vide in lui una delle figure più lungimiranti fra i filosofi della prima modernità. Secondo Lessing non bisogna limitarsi ad accettare il fatto che la differenza sia destinata a perdurare ma bisogna effettivamente apprezzarla, riconoscere che in essa c´è un potenziale creativo senza precedenti. Il fatto di mettere insieme esperienze, ricordi, visioni del mondo molto diverse può portare a una prosperità di sviluppo culturale. È troppo presto per dire quali potranno essere gli sviluppi perché le due tendenze contrapposte, la mixofobia e la mixofilia, hanno più o meno uguale forza. A volte prevale l´una, a volte l´altra. La questione è incerta, siamo ancora nel mezzo di un processo che non sappiamo bene come andrà a finire.

Quel che stiamo facendo nelle vie delle città, nelle scuole primarie e secondarie, nei luoghi pubblici dove stiamo accanto ad altre persone è di estrema importanza non soltanto per il futuro delle città in cui vogliamo trascorrere il resto della nostra vita, o perlomeno in cui viviamo al momento, ma è di somma importanza per il futuro dell´umanità. Viviamo in un mondo globalizzato. La globalizzazione ha raggiunto un punto di non ritorno, non possiamo tornare indietro, siamo tutti interconnessi e interdipendenti. Ciò che avviene in luoghi remoti ha un impatto formidabile sulle prospettive di vita e sul futuro di ognuno di noi. Quindi è giunto il momento di fare ciò che Lessing predisse che avremmo dovuto fare, cioè imparare ad apprezzare le opportunità create dalle nostre differenze, anziché temere le conseguenze morbose del convivere con le differenze. Ci confrontiamo con le conseguenze della globalizzazione in ogni strada delle città in cui viviamo, in ogni scuola in cui insegniamo, ma dal canto opposto per la stessa ragione, le città, le scuole sono il laboratorio in cui sviluppiamo i modi per imparare, trarre beneficio, tesaurizzare e rallegrarci per l´appunto della natura diasporica della realtà contemporanea. Non sto dicendo che si tratti di un compito facile. Confrontarsi con una sfida che i nostri antenati non hanno mai raccolto, ci pone di fronte a un compito che mette a dura prova la nostra mente e le nostre emozioni e che dobbiamo riuscire ad affrontare nel suo dispiegarsi, in corso d´opera, senza disporre di soluzioni precostituite.

Sulla crisi della democrazia, non mi pare che ci sia molto da dire, in più di quel che sappiamo. Se non bastasse la realtà di cui tutti facciamo esperienza nei piccoli e grandi rapporti di vita quotidiana – prima ancora che nella vita delle istituzioni – , ci sono studi ponderosi che parlano della democrazia odierna nella luce spettrale di un "totalitarismo capovolto".

Si elaborano griglie concettuali per "misurare" le democrazie esistenti, e ciò meno per rilevare progressi, e più per attestare regressi verso il punto-zero al di là del quale, di democratico, resta la forma ma non la sostanza. Ritornano antiche immagini biologiche delle società, paragonate ai corpi naturali viventi che, come nascono, sono destinati a morire. Nulla, nelle opere degli uomini è eterno e così, oggi, quest’idea del ciclo vitale si applica alla democrazia. La caduta dei totalitarismi del secolo scorso sembrava avere aperto l’èra della vittoria della democrazia su ogni altra forma di governo degli uomini. Dalla seconda metà del secolo XX, si cominciò a mettere tutte le concezioni e le azioni politiche in rapporto con la democrazia, diventata quasi un concetto idolatrico comprensivo di tutte le cose buone e belle riguardanti gli Stati e le società, in tutte le loro articolazioni, dalla famiglia, al partito, al sindacato, alle Chiese, alla comunità internazionale. Questa connotazione positiva era un rovesciamento di antiche convinzioni. Fino allora, la democrazia era stata associata all’idea della massa senza valore, egoista, arrogante, faziosa, instabile e perciò facile preda dei demagoghi. Il giudizio negativo di Platone fece scuola nei secoli: la democrazia come regime in cui il popolo ama adularsi, piuttosto che educarsi: «Un tal governo non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo».

Oggi, nel senso comune, non c’è un ri-rovesciamento a favore di concezioni antidemocratiche. C’è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un "lasciatemi in pace" con riguardo ai discorsi democratici che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio della forza e, nelle parole dei deboli, spesso suonano come vuote illusioni. Non c’è bisogno di consultare la scienza politica per incontrare sempre più frequentemente una semplice domanda – «democrazia: perché?» – , una domanda che, solo a formularla, suona come espressione del disincantamento a-democratico del tempo presente e mostra tuttavia l’oblio di una durissima verità: che, salve le differenze esteriori, prima della democrazia c’è stata una dittatura e, dopo, ce ne sarà un’altra.

Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della "società civile". È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.

Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino "visioni del mondo", che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene - privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.

Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.

Ma, se questo - la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più.

Con queste considerazioni, si spiega l’orientamento che a poco a poco prende piede, a favore di un ri-disegno dei rapporti tra i poteri costituzionali, con l’esecutivo predominante sugli altri. L’investitura popolare diretta del capo, depositario d’un potere tutelare illimitato, contrariamente all’apparenza di parole d’ordine come innovazione, trasformazione, riforme, decisione, ecc. è perfettamente funzionale alla sconfitta della politica democratica, cioè della politica che trae alimento dalla vitalità della società civile. Non solo: più facilmente, sarà funzionale alla sconfitta della politica tout court e alla vittoria della pura amministrazione dell’esistente, cioè alla cristallizzazione dei rapporti sociali esistenti. Di per sé, il pericolo non è l’autoritarismo, anche se può facilmente diventarlo, le volte in cui si tratta di cancellare o reprimere istanze politiche non integrabili nell’amministrazione dell’esistente. Il pericolo immediato è la garanzia della stasi, cioè la decomposizione ulteriore della nostra società in emarginazioni, egoismi, ingiustizie, illegalità, corruzione, irresponsabilità.

Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione. L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla "partitocrazia" e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.

Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza - cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto - perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato? Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine.

Qui si innesta il compito della società civile, nei numerosissimi campi d’azione che le sono propri, e delle sue tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre. La formula di democrazia politica che la Costituzione disegna è per loro. La sua difesa è nell’interesse comune. Non c’è differenza, in questo, tra le associazioni che operano per la promozione della cultura politica e quelle che lavorano nei più diversi campi della vita sociale. C’è molto da fare per unire le forze. E c’è molto da chiedere a partiti politici che vogliano ridefinire i loro rapporti con la società civile: innanzitutto che ne riconoscano quell’esistenza che troppo spesso è stata negata con sufficienza, e poi si pongano, nei suoi confronti, in quella posizione di servizio politico che, secondo la Costituzione, è la loro.

Questo testo sarà letto domani dall’autore all’incontro annuale di "Libertà e Giustizia" che inizia oggi al Palazzo Ducale di Genova.

Due cose che sciolgono il cerone

di Ida Dominijanni

Concitato, ecco, Berlusconi era solo un po' concitato, dice il fido Bonaiuti, e quando uno è concitato «può succedere»...Può succedere che gli scappi una battuta più sessista che razzista o più razzista che sessista, scegliete voi. Ma può anche succedere, a Berlusconi succede sempre più spesso, che la concitazione gli strappi dalla faccia la maschera di cerone con cui di solito si ingessa in tv, e che improvvisamente ci appaia com'è in natura: un poveraccio circondato da poveracci, uno che non sa più che fare di se stesso e che come tutti quelli che non sanno che fare di se stessi se la prende con la prima donna che gli capita a tiro. «Vedo che c'è la signora Bindi, che è sempre più bella che intelligente». Bell'autogoal, complimenti. Raddoppiato dal compagno di merenda di turno, l'ingegner Castelli nonché - absit iniuria verbis - ex guardasigilli: «Ma perché parli sempre, zitella petulante?». Complimenti raddoppiati. Giacché si diverte a portare in tribunale salvo se stesso chiunque e qualsiasi cosa, domande impertinenti comprese, il premier potrebbe querelare la tv e la sua adorata Porta a porta per alto tradimento. L'immagine non mente, e lo schermo assegna nettamente il vantaggio a Bindi. Per quello che dice, «Presidente, io sono una donna che non è a sua disposizione, e che dice la verità», e per come lo dice, a testa alta, sguardo piantato nella telecamera e concitazione zero. L'immagine non mente anche sugli astanti, uomini: tutti zitti stecchiti, dal padrone di casa agli ospiti. E poi dicono che su Berlusconi c'è «il silenzio delle donne».

Per l'occasione peraltro ritrovano la lingua anche molte colleghe della vicepresidente della camera che in questi mesi l'avevano perduta o balbettavano, e perfino molti colleghi, gli stessi che finora hanno parlato solo per dire che la faccenda dei rapporti di Berlusconi con le donne è una sua faccenda privata poco seria in cui la politica, che invece è una cosa seria, non deve mettere il dito. Rosi Bindi, che invece è una che sulla faccenda ha parlato e con nettezza fin da subito, da donna e da cattolica, merita beninteso questo e altro, infatti siamo tutte pronte a sostenere con lei quella tranquilla sfida - «la vedremo» - con cui ha chiuso il suo duello col premier. Ma è lecito chiedersi se anche sulla dignità delle donne valgano, in casa Pd, due pesi e due misure? La dignità delle donne vale doppio nel caso che la donna in questione sia una parlamentare, e vale la metà nel caso di mogli (Veronica), giornaliste (variamente aggredite dal premier qua e là), per non dire delle escort (minacciate di essere spedite in galera per 18 anni)? Misteri di classe e di ceto (politico). Incassiamo comunque questo risveglio. Meglio ancora, il ceffone di rimando di Livia Turco al premier:_«Le donne pensano, sanno valutare e presto lo manderanno a casa». Lo sa anche il premier, che sono le donne che lo stanno mandando a casa. Da sua moglie a Rosi Bindi, una vera persecuzione, altro che i giudici. «Sono una donna che non è a sua disposizione» e «dico la verità» sono precisamente le due cose che Berlusconi e quelli come lui da una donna non possono sopportare: gli si rompe lo specchio in cui ricompongono a fatica un sé inesistente. E' per questo, Bonaiuti, che il premier è ormai da mesi perennemente concitato?

La bella e la bestia

intervista di Daniela Prezioni

Nessuno l'ha difesa a Porta a Porta, ma Rosy Bindi non ne ha avuto bisogno. Ha risposto alle offese di Berlusconi - «lei è più bella che intelligente» - e solo ieri ha ricevuto solidarietà. E il cavaliere non si è scusato: «Può succedere»

ROMA

«Lei è sempre più bella che intelligente». «Sono una donna che non è a sua disposizione, e ritengo molto gravi le sue affermazioni». Uno scambio di battute al vetriolo, martedì sera a Porta a Porta, fa persino dimenticare che l'episodio avviene nel corso dell'ennesima intrusione telefonica del presidente del consiglio in una trasmissione Rai, ormai ridotta al rango catastale di «casa sua», per usare la sintomatica definizione dei conduttori di Unomattina.

È la breve cronaca di un match fra titani. Silvio Berlusconi tenta zittire Rosy Bindi, che critica gli strafalcioni da lui appena pronunciati sulla Consulta, dandole - fuori dagli eufemismi - della brutta e 'pure' stupida, in un raro combinato linguistico di sessismo al quadrato. C'è anche la chiosa del ministro Castelli: «Zitella petulante». Lei non si scompone, gli risponde senza pensarci un momento, allude esplicitamente alle escort del cavaliere e a quella sua idea delle donne, ormai pubblica, che ha espresso alle signore presidenti come alle signore industriali, per lo più strizzando l'occhio alle telecamere e, attraverso di loro, all'intero paese. Per dirla con Emma Bonino, una delle poche - e dei pochi - che ha commentato pubblicamente il 'Barigate' - Bindi dimostra «un autogoverno e una disciplina esemplare». Si difende da sola, la vicepresidente della camera, non si preoccupa neanche delle poche solidarietà che gli arrivano lì per lì in studio, mentre Bruno Vespa strabuzza gli occhi. L'ho fatto, dice poi ieri mattina a Radio Popolare, «non per difendere me dalle offese di Berlusconi, che non mi sfiorano minimamente. Ma perché ho pensato di doverlo fare in nome di tutte le donne». Anche di quelle che, insultate, non godono di così buona stampa.

Il caso - consumato a notte fonda - esplode la mattina, prima sui siti, poi sulle agenzie di stampa che cominciano a rilanciare la solidarietà delle donne Pd alla collega. Una marea che monta, stavolta. Che pure non è la prima occasione in cui Berlusconi insulta pubblicamente una donna. Con Bindi, poi, si è già scontrato a più riprese, prima dell'estate difendendosi dall'accusa di aver messo in lista veline e show girl, aveva detto che mica poteva candidare tutte «Rosy Bindi».

Deve scusarsi, (Marina Sereni), è un maleducato volgare (Anna Finocchiaro), non un capo di stato ma un vero «bulletto del quartierino» (Vittoria Franco), cui le donne devono dire basta (Barbara Pollastrini). Perché in quelle poche parole offensive «c'è tutto il Berlusconi-pensiero: l'idea che la donna non abbia il diritto di prendere la parola se non per compiacere l'ego smisurato del sultano di Arcore», dice Giovanna Melandri. Che poi rende la battuta, pan per focaccia: «Il presidente del consiglio ha dimostrato di essere più alto che educato». Come Patrizia Bugnano, dell'Italia dei Valori, «il premier smetta di insultare, e comunque qualcuno gli dica che non è George Clooney». «Rosy lo ha battuto tre a zero», dice Livia Turco, «il premier non sa cosa sia il confronto e il dialogo. Se poi ad interloquire con lui è una donna autorevole, combattiva e competente come Rosy Bindi, lui perde le staffe e ricorre all'insulto».

Il sottosegretario Paolo Bonaiuti tenta di minimizzare, «questi sono momenti di estrema concitazione» dice «può succedere». Ma la concitazione c'entra poco, dice Emma Bonino: «Bonaiuti non mi convince, pare che a qualcuno questo modo di apostrofare le donne capiti proprio sempre». «Ho già avuto modo di sottolineare questo inaccettabile modo di rivolgersi alle donne in pubblico da parte di autorevoli esponenti italiani. E proprio perché è così ripetitivo e invasivo, penso che non sia un problema di concitazione, ma esprime una visione di fondo che si ha del mondo femminile e del ruolo che deve avere».

Poi arriva anche la solidarietà e l'indignazione dei gruppi parlamentari democratici, e di qualche collega, non moltissimi. Dario Franceschini è fra i primi a telefonare alla vicepresidente della camera, arriva il telegramma del presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani, di Vannino Chiti e di tutta la Cgil. Interviene Giorgio La Malfa. Nichi Vendola, in un'intervista all'Altro anticipata alle agenzie, si impegna un po' oltre la solidarietà e lo sdegno e parla di parole che «rivelano l'insofferenza di un genere maschile che ha una figurazione del mondo femminile molto legata all'epopea delle escort e delle ninfe», «il completamento di una regressione culturale», « il trionfo dell'impudicizia, della volgarità e del cameratismo». d.p.

La trasformazione dei partiti in espressione organizzate dei gruppi di interessi economici alimenta la crisi dei sistemi politici neoliberali. A queste derive oligarchiche può essere contrapposto un rinnovato «uso pubblico della ragione» basato sull'apertura di forum e di spazi di partecipazione diffusa. Oggi a Modena un incontro sulla democrazia

Interrogarsi oggi sulle questioni della democrazia significa innanzitutto mettere a tema una crisi e una difficoltà. A questa crisi, dunque, è necessario dedicare qualche osservazione.

La situazione odierna potrebbe essere messa a fuoco in prima battuta partendo dalle parole-chiave crisi di fiducia, o crisi di legittimità. Il discredito sempre più grave che investe le pratiche, gli attori e talvolta anche le istituzioni della democrazia rappresentativa (e che ha avuto ed ha nella cosiddetta «antipolitica» la sua manifestazione più eclatante) affonda le sue radici in una serie di trasformazioni dei processi politici che si sono verificate negli ultimi anni e che hanno prodotto un panorama dalle caratteristiche inedite e, per certi versi, anche pericolose. Proviamo a enucleare qualche aspetto di queste trasformazioni, che peraltro sono sotto gli occhi di tutti.

In primo luogo sembra che sia venuta meno, dopo la crisi dei socialismi reali e l'affermazione sostanzialmente incontrastata delle ideologie neoliberiste, una delle caratteristiche sostanziali che avevano caratterizzato la vita democratica per molti decenni, cioè il confronto o conflitto tra opzioni valoriali e orizzonti politici radicalmente diversi.

Il sequestro della tecnocrazia

Accade infatti che, nell'età del neoliberismo e del mercato globale, molte delle scelte più rilevanti siano di fatto sottratte a un vero dibattito pubblico e conflitto politico, perché: o trascendono l'ambito della politica a misura di stato-nazione e vengono sequestrate da tecnocrazie sovrananzionali lontane e poco controllabili; o vengono ricondotte a considerazioni tipo tecnico che il pubblico dei profani è costretto ad accettare passivamente; oppure rispondono a opzioni sulle quali entrambi gli schieramenti in competizione si trovano d'accordo. Per esempio, si concorda, per ragioni «tecniche» (la presunta difesa del consumatore, mille volte smentita dagli effettivi andamenti dei prezzi) sulla necessità di liberalizzare e ricondurre a logiche di mercato la fornitura di servizi essenziali come l'acqua, l'energia elettrica, il trasporto ferroviario o quant'altro, e ci si divide solo in funzione dei gruppi di interesse, o delle cordate imprenditoriali, che vengono dall'una o dall'altra parte favorite. In sostanza, dopo una trentina d'anni di martellanti campagne, l'egemonia delle parole d'ordine neo-liberali si è affermata sui due principali schieramenti politici in competizione, costringendo i cittadini a scegliere tra alternative che in molti casi non sono tali, e inducendo dunque la chiara sensazione della futilità e inefficacia della loro partecipazione.

In conseguenza di queste trasformazioni, è completamente saltata anche un'altra caratteristica costitutiva della democrazia europea postbellica, e cioè la simmetria tra la geografia degli schieramenti politici e quella degli interessi sociali e delle classi che (sebbene con molte complicazioni e possibilità intermedie) assegnava alla sinistra la rappresentanza dei ceti popolari e alla destra quella dei ceti borghesi. Da un lato, infatti, appare evidente come l'accettazione delle coordinate fondamentali del neoliberismo da parte dello schieramento di centrosinistra abbia prodotto la separazione tra questo e ampi strati della cittadinanza operaia e popolare. Sottoscrivendo, per esempio, la privatizzazione di servizi essenziali e la riduzione dei diritti del lavoro, il centrosinistra non poteva non alienarsi le simpatie di molti strati sottoprivilegiati, che hanno dunque perso la fiducia nelle loro rappresentanze storiche.

Il problema, però, non si esaurisce in questa prima constatazione elementare. Il fatto è che, nell'età del mercato globale, la classe operaia e il popolo, cioè gli strati sociali che la sinistra aveva preteso per decenni di rappresentare, sono a loro volta divenuti, per così dire, «irrappresentabili», in quanto hanno subito un peggioramento delle loro condizioni di vita che però era molto difficile da contrastare, soprattutto se lo si voleva fare appoggiandosi sui valori tradizionali della sinistra. Gli operai del settore manifatturiero hanno visto svanire il loro potere contrattuale di fronte alla concorrenza dei prodotti asiatici o alla delocalizzazione delle produzioni nell'Est europeo; mentre il popolo delle periferie metropolitane vedeva le sue già difficili condizioni di vita degradarsi ulteriormente, ed era tentato di darne la colpa alle cospicue ondate migratorie che hanno investito il nostro paese. Cosa poteva fare la sinistra per proteggere questi interessi? È molto difficile rispondere. Certo non poteva chiedere il ritorno al protezionismo o la blindatura delle frontiere. Ma il risultato di queste difficoltà è stata la produzione di un popolo senza rappresentanza. (E dunque esposto a farsi rappresentare dai peggiori e dai più improbabili).

Il dominio della casta

La crisi della sinistra, però, non è cosa diversa dalla crisi della democrazia. La sinistra, infatti, è la parte politica che difende il valore della politica, mentre la destra è la parte politica che svaluta la politica. Dunque, la crisi della sinistra si traduce inevitabilmente in una crisi della politica democratica.

Lo stato di sofferenza della politica democratica oggi deve però essere compreso anche come il risultato di processi di lungo periodo che hanno prodotto quella che può essere chiamata una riduzione del tasso di democraticità della democrazia. Processi di neo-elitizzazione e di sdemocratizzazione hanno investito sia gli assetti giuridici e politici sia la configurazione materiale della società. Per quanto riguarda il quadro «legale» della democrazia basterà ricordare, per esempio, la riduzione del ruolo del Parlamento rispetto all'esecutivo, la diminuzione della possibilità di controllo dei cittadini sulla scelta dei candidati (con sistemi come i collegi uninominali o l'abolizione delle preferenze), la sempre più marcata separazione dei rappresentanti dai rappresentati (il tema della «casta»).

La nuova «elitizzazione», non solo della società, ma anche delle dinamiche politiche (su questo ha osservazioni interessanti Jacques Rancière nel suo recente libro L'odio per la democrazia) si può facilmente riscontrare nel fatto che l'accesso alla competizione politico-elettorale è diventato sempre più ristretto a causa della crescente quantità di risorse economiche che è necessario mettere in campo; il ruolo sempre più rilevante della comunicazione televisiva, inoltre, ha ridotto il numero di coloro che sono protagonisti della scena e la mediatizzazione ha concentrato tutto l'interesse su pochi leader, sostenendo una forte spinta verso la oligarchizzazione del potere politico. Leaderismo e personalizzazione, ovviamente, si sono diffusi anche all'interno dei partiti, che hanno visto anch'essi diminuire (quando non sparire del tutto) il loro tasso di democrazia interna.

In nome dei Lumi

Non c'è dunque da meravigliarsi se, su questa base, fioriscono e prosperano quelle tendenze emergenti e pericolose che sembrano caratterizzare la politica del nostro tempo: quella che si profila è, ex parte populi, una politica del risentimento, dove il rancore, variamente indirizzato, prende il posto della critica razionale e della difesa dei propri interessi effettivi, che sono stati sostanzialmente marginalizzati. Ex parte principis, invece, quella che si viene affermando è una politica del populismo: che va definito come la pretesa di offrire soluzioni politiche che siano in sintonia con il sentire immediato della «gente», e che dunque pretendono di porsi al di là della dicotomia destra/sinistra. Risentimento e populismo, si potrebbe sostenere, sono l'altra faccia dell'eclisse del conflitto sociale, e configurano una vera e propria riduzione al grado zero della discussione pubblica.

Rispetto a questa situazione critica la teoria politica democratica tende a rispondere, oggi, attraverso una ricerca sui modi in cui si possano rilanciare la sfera pubblica e la discussione argomentata. All'uso politico dei sentimenti (e soprattutto dei risentimenti) si tenta di contrapporre la riscoperta dell'uso pubblico della ragione, la vecchia parola d'ordine kantiana che viene oggi rivisitata e attualizzata da tutta quella variegata famiglia di teorie che si raccolgono nel grande contenitore della «democrazia deliberativa». Il punto di fondo che accomuna gli approcci «deliberativi», che sono divenuti ormai, soprattutto nella letteratura politica anglofona, una vera e propria galassia, si può sintetizzare in una tesi molto semplice e anche piuttosto persuasiva: se la democrazia è un buon modo per prendere decisioni, e per dare ad esse una legittimità, non è solo perché in democrazia si contano i voti, e dunque prevale la volontà della maggioranza. Più importante ancora è, per i «deliberativi», il fatto che, prima di decidere, si discute, si esaminano i pro e i contro, si confrontano ragioni e argomenti a sostegno dell'una o dell'altra alternativa.

L'opinione pubblica, e la discussione attraverso la quale essa si forma (tra i cittadini, nei giornali, nelle organizzazioni e associazioni, nelle pubbliche manifestazioni), è per i deliberativi non solo il sale della democrazia ma, più in profondità, ciò su cui riposa in ultima istanza la sua legittimità: rispettiamo le decisioni di maggioranza in quanto risultano (o meglio dovrebbero risultare) da un confronto aperto e paritario, che autorizza dunque, per dirla con Jürgen Habermas, una presunzione di razionalità, o quantomeno di ragionevolezza, degli esiti a cui si perviene.

Tra dialogo e conflitto

I processi della democrazia reale, però, sembrano allontanarsi sempre più dal modello che, secondo i deliberativi, dovrebbe ispirarli; ed ecco dunque un fiorire di ricerche su come re-innestare discorsi e buone ragioni dentro una sfera pubblica che è sempre meno capace di ospitarli: per esempio affiancando alla politica parlamentare sedi diverse, forum nei quali si possano confrontare cittadini informati, oppure istituzioni partecipative che possano fungere da contraltare rispetto a una politica di professione divenuta sempre più autoreferenziale (su alcuni di questi temi è da leggere un testo recente di Yves Sintomer, Il potere al popolo, pubblicato da Dedalo). Data la triste situazione in cui le procedure democratiche versano oggi, le proposte volte a rinnovarle e a rivitalizzarle non possono che essere salutate con favore. È necessario però porsi anche le domande che molte teorie della democrazia deliberativa sembrano lasciare in qualche modo inevase: che rapporto c'è tra la democrazia procedurale, che si vorrebbe rafforzare, e la democrazia sostanziale che manca nella società? E che validità può avere il modello discorsivo di fronte a conflitti culturali, religiosi o tra convinzioni morale profonde, che sembrano segnati da una rigidità che li rende quali impermeabili alla discussione pubblica? Insomma, come si rapportano tra loro il paradigma del dialogo e quello del conflitto?

Più mobile che in passato, e ancora più incerta, appare oggi la frontiera tra pubblico e privato, fino a far dubitare che questa distinzione possa ancora essere proposta. La sfera dei media sembra sfuggire alla presa di queste categorie, contiene tutto e il contrario di tutto, e tutto proietta in una dimensione di crescente visibilità. La sfera globale, dove scompaiono o diventano opachi i poteri dei grandi soggetti pubblici, degli Stati nazionali, annuncia la privatizzazione del mondo. Ma una alternativa secca appare spesso improponibile. Nascono nuove formule - "privato sociale", "pubblico non statuale" - che scardinano gli assetti tradizionali. E, sempre più impetuosa, compare la "ragionevole follia" dei beni comuni. Né pubblico, né privato, allora?

Oggi non si possono seguire gli itinerari di Riesman o Sennett, che disegnavano processi lineari, con il prevalere ora dell’una, ora dell’altra logica. Se pure è vero che il privato invade il pubblico, che nella sfera pubblica il personale sostituisce l’impersonale, non si può poi concludere che il privato rimane sempre identico a se stesso. Un altro "privato" è davanti a noi, conosce il bisogno imperioso dell’apparire, si fa governo. E questo impone di ridefinire l’intero quadro di riferimento.

Si va su Facebook per essere visti, per conquistare una identità pubblica permanente. Si alimenta il "pubblico" per dare senso al "privato". Viviamo continui passaggi dall’intimité a quella che Lacan ha chiamato l’extimité: una intimità "esteriorizzata" che non connota soltanto il bisogno di guadagnare una ribalta costi quel che costi, ma rende possibili nuove forme di comunicazione sociale o politica.

In presenza di una sfera pubblica nutrita di spettacolo, di personalizzazione, le figure pubbliche accettano questa logica come una via obbligata per "promuovere" la propria immagine, per guadagnare consenso. Ma, imboccata questa strada, non si può pretendere un diritto all’autorappresentazione, che farebbe nascere una contraddizione tra la scelta di chiedere il consenso attraverso la spettacolarizzazione del privato e la pretesa di fornire un’immagine di sé costruita attraverso selezioni delle informazioni. Se chiedo di essere legittimato e giudicato per quel che sono, non posso poi proporre una immagine falsificata, che inquinerebbe quel giudizio su chi ha funzioni pubbliche che costituisce un elemento essenziale del processo democratico.

Si fa così più impegnativa la definizione della democrazia come "governo in pubblico". Non soltanto il passaggio da figura privata a figura pubblica determina una più ridotta aspettativa di privacy per i politici, per chi ricopre cariche pubbliche, ma si costruisce un nuovo circuito per il controllo del potere, fondato sulla trasparenza, sulla luce del sole come "miglior disinfettante", che attribuisce alla conoscenza dei cittadini una funzione essenziale, e così accentua il ruolo "pubblico" del sistema dell’informazione.

Ma, appunto, non siamo di fronte a processi lineari. Mentre la società della comunicazione presenta il suo conto, poteri vecchi e nuovi elaborano strategie di difesa, si trasferiscono in luoghi sottratti all’occhio del pubblico. Ricompaiono gli arcana imperii, che possono assumere la forma di un modello matematico, di un algoritmo che governa le attività finanziarie. Di questo mondo, privato e opaco, abbiamo avuto diretta nozione con l’esplodere della crisi economica, che ha rivelato la distruttiva privatizzazione di un potere che, esteso sull’intero pianeta, si è sostituito ad ogni altro. E così il pubblico è dovuto correre in soccorso del privato, con un ritorno ad una "privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite". La tardiva riscoperta di un bisogno di regole pubbliche obbliga a ridisegnare un territorio che si riteneva definitivamente assegnato a poteri privati.

Proprio qui s’innesta la questione dei beni comuni, dell’acqua e dell’aria, dell’ambiente nel suo complesso. "Il grande campo di battaglia sarà la proprietà" - aveva scritto, con parole presaghe, Alexis de Tocqueville, svelando la fragilità di un assetto il cui equilibrio era stato fondato su una divisione di compiti: "al cittadino appartiene la proprietà, al sovrano l’impero". Quel conflitto continua, e si è trasferito al mondo dei beni immateriali, alla conoscenza. L’oggetto della contesa non sono più soltanto beni scarsi (la terra, in primo luogo), ma l’ininterrotta produzione di conoscenza che ha in Internet il suo luogo di elezione. Qui la scarsità non è più naturale, ma prodotta da tecniche che limitano la libertà di accesso, determinando processi impropri di privatizzazione. Le regole pubbliche non possono limitarsi ad affermare che l’accesso alla conoscenza è un diritto fondamentale della persona se, poi, troppi contenuti non sono liberamente accessibili. Il centro dell’attenzione, allora, diviene appunto quello dei beni comuni. Non si può consegnare ai cittadini una chiave che apre una stanza vuota.

Continui conflitti di potere accompagnano la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato. Molti sono i protagonisti di questa vicenda, ma è bene ricordare la radicalità con la quale le implicazioni profonde del tema sono state svelate dal pensiero delle donne. Non è solo una formula perentoria - "il personale è politico" - che torna alla memoria. Sono le molte vicende di questi tempi a inquietare, con la pretesa di ridisegnare il privato e il pubblico delle donne in forme che prospettano il primo come una prigione e l’altro come una subordinazione.

La lezione forse più importante degli ultimi anni di crisi economica è l’inconsistenza, la vuotezza del tempo breve. Per chi gioca in borsa il tempo è un attimo. Così per il politico, quando si nutre di sondaggi al punto di fabbricarseli. Per il giornalista, l’imprenditore, il sindacalista, le generazioni future sono nulla, l’immediato è tutto anche se serve a preservare un potere ormai finto.

Già nell’800 Jacob Burckhardt scriveva che l’indebitarsi dello Stato («La più grande, miserabile ridicolaggine del XIX secolo») era un «dissipare in anticipo il patrimonio delle future generazioni: una superbia senza cuore». Non rattrappisce solo il tempo, come la pelle di zigrino di Balzac. Il rattrappimento colpisce anche lo spazio. Tempo breve e spazio corto eclissano artificialmente le più vaste realtà che sono la nazione, l’Europa, il mondo. L’artificio sta ovunque sbriciolandosi perché ha prodotto danni enormi.

Non la crisi è mentale, come dissero gli avversari di Obama e come ripete Berlusconi. È mentale l’illusorio ottimismo consumistico di cui la crisi è stata la nemesi. Citiamo l’Italia perché da noi questa genealogia mentale della crisi persiste, con molteplici rami. Perché il tempo breve qui celebra i suoi fasti, e più che altrove è malato il rapporto col tempo: passato, presente, dunque futuro. Inutile commemorare 150 anni di storia italiana, se di questa malattia non si discute. Ambedue, tempo e luogo, sono pilastri delle storie nazionali e da noi pericolano. Quando Berlusconi vanta i tanti anni a Palazzo Chigi, quando imprime il suo marchio sull’anniversario dell’unità («Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni della sua storia») parla di una cosa apparentemente essenziale: del tempo lungo. Ma è tempo lungo fittizio, centocinquant’anni di storia sono un’emanazione luminescente e plastificata della sua persona e vengono d’un colpo vanificati. Il suo vero tempo è il governare giorno per giorno, come denunciato giovedì da Gianfranco Fini a Gubbio. Lo stesso avvenne in vari paesi sviluppati, prima della crisi: la furia dell’attimo borsistico era la regola, e da essa nascevano i chimerici incanti chiamati bolle.

La mancanza di visione del domani viene spesso identificata con un accidioso attardarsi sul passato. In realtà è il culto idolatrico dell’istante che crea immobilità, se è vero che l’istante nel momento stesso in cui arriva cessa d’esistere. Questo gioco col tempo fabbricato, che lusinga l’artefice e perciò è idolatrico, è una patologia non solo dell’Italia ma in Italia specialmente acuta; è il «chi me lo fa fare» che ricorre nei film di Fellini. Mai meditato a fondo, il passato viene insabbiato, anche giudiziariamente, e le ferite restano aperte. La patologia dell’Italia plasmata da 30 anni di tv berlusconiana è metodica distruzione del tempo. Quando se ne è afflitti accade che una sola cosa resti: l’inalterabile gelatina degli stereotipi. Gli stereotipi sono oggi, dice il Times, la nostra maledizione.

Come si sopprime il tempo? Trasformando la storia lunga in una successione di verbali scoppi rivoluzionari senza seguito, e il leader in prestigiatore carismatico onnipotente. La soppressione del tempo è compiuta da un re che non si cura delle istituzioni, fiero della propria corona ma ignaro di come i regni durino solo se si distingue tra corpo deperibile del monarca e permanere eterno della Corona. Un re che maschera il vuoto dietro il villaggio che Potemkin, amante di Caterina II, allestì lungo il Dnepr, per gabbare la regina (ieri illudeva la cartapesta, oggi lo schermo che gli spagnoli chiamano caja tonta: scatola tonta). Eros e Priapo imperversano come nel saggio di Gadda e sfociano nel sottotitolo gaddiano: «Da furore a cenere». Eros e Priapo vuol dire che il corpo del re è tutto, e il regno niente. Nelle democrazie parlamentari l’equivalente del Regno e della Corona è il senso delle istituzioni, dello Stato, della Costituzione.

La soppressione del tempo accade con la complicità di molti, perché sono molti, in tutti i partiti, ad aver interiorizzato il pensar breve, anzi brevissimo. Non mancano le eccezioni, e grazie alla crisi c’è chi tenta un cambio di rotta. Può apparire paradossale, ma due persone diverse come Obama e Fini allungano lo sguardo, provano a restaurare il tempo. Pur impensierito dal voto di metà mandato, Obama non smette d’insistere sui disastri dei tempi brevi, sull’obbligo di «costruire il futuro». È significativo che Fini abbia dato vita a una Fondazione che usa parole analoghe, «Fare futuro», e che i tempi lunghi siano un suo pensiero dominante.

Società e classi dirigenti riluttano a questo apprendistato. Soprattutto in Italia, Obama è dato per spacciato (i giornali già annunciano il «naufragio della riforma sanitaria») come si dava per spacciato ogni giorno Prodi. Alla furia borsistica dell’istante Obama risponde, nel discorso alle Camere del 9 settembre: «Troppi hanno usato come occasione per assicurarsi punti di vantaggio nel breve periodo, anche se così facendo derubano il paese dell’opportunità di risolvere una sfida di lungo termine». E conclude: «Non è quello che ci proponevamo di fare venendo qui. Non siamo venuti qui per aver paura del futuro».

L’uccisione del tempo ha i suoi conformisti, anche tra chi critica il governo. Anch’essi accumulano vantaggi brevi, trascurano l’arduo durare. Il caso Fini è così importante perché svela la permanenza, ben oltre la destra, dello sguardo tattico, corto. Non sono solo i giornali del premier a scagliarsi contro il presidente della Camera. Una più ampia platea reputa velleitarie le sue parole e proposte: perché le giudica prive di immediati consensi. Quante «divisioni» ha Fini? vien chiesto: è vista corta anche questa. Fini e FareFuturo sono minoritari a destra perché guardano oltre, lontano. Qui è la loro forza, che per molti è debolezza. Sono tanti a difendere uno status quo che garantisce popolarità e profitti, subito. Anche l’Unione Europea fu pensata con sguardo lungo, e derisa da chi lo aveva corto. È l’inerte saldezza dei vecchi ordini, descritta da Machiavelli nel Principe: «E debbesi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nemici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene, e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene». L’ordine vecchio rincuora, ma è dal nuovo che verranno i benefici.

Tempo lungo e spazio vasto (lo spazio della nazione, dell’Europa, del mondo) sono le due grandi vittime di chi guarda corto, e con l’accetta abbrevia, rimpicciolisce. Il sindaco di un paesino del Bergamasco, il leghista Aldegano, ritiene che la targa di Peppino Impastato nella biblioteca comunale non interessi nessuno da quelle parti e vada tolta, negando con ciò che mafia e illegalità siano fatti nazionali. Antonio Rapisarda sul sito FareFuturo scrive che simili offese toponomastiche rinchiudono il divenire collettivo «tra le strade del piccolo rione». Non diversa la reazione del premier alla riapertura delle indagini sulla morte di Borsellino e sul patto Stato-mafia: «È follia pura», ha detto l’8 settembre, che le Procure di Palermo e Milano «ricomincino a guardare i fatti del ’92, ’93, ’94». I magistrati sperperano soldi dei contribuenti, «cospirano come tori inferociti».

Non è cospirazione e non è spregio dei contribuenti accendere la luce su quegli anni. Sono gli anni in cui Dell’Utri «promise alla mafia precisi vantaggi in campo politico» (sentenza di primo grado), e nacque Forza Italia. Gli anni in cui ci accorgemmo che era vinta la battaglia contro il terrorismo ma non contro la mafia (Gian Carlo Caselli, Le due guerre, Melampo 2009). Gli italiani non sono solo consumatori-contribuenti ma cittadini con diritto di sapere il tempo da cui vengono e quello verso cui vanno. Giacché tutti viviamo il tempo come il duca di Guermantes in Proust: siamo «appollaiati» sul passato come «su viventi trampoli che aumentano senza sosta» e, certo, per questo siamo malfermi. Difficile camminare su trabiccoli «più alti di campanili». Ma difficile anche - senza trampoli - guardare alto e vedere lontano.

Stando a un sondaggio di SkyTg24, sono molti gli italiani convinti che i cinque eritrei sopravvissuti alla morte nel Mediterraneo vadano processati per reato di immigrazione clandestina: il 71 per cento. Su quel barcone sono periti 73 fuggiaschi, tra il 18 e il 20 agosto, eppure non sembra esserci emozione di fronte al naufragio ma solo famelica ansia di allontanare gli alieni dalle nostre terre, con ogni mezzo. Erano uomini di troppo i sommersi, e lo sono anche i salvati. I ministri di Berlusconi ne approfittano per ricordare che i respingimenti funzionano, che si fan rari gli intrepidi che tentano le traversate: nessuno porta il lutto per i sommersi né immagina quel che hanno vissuto i salvati. Se ci son colpe, è l’Europa a commetterle. La miseria del mondo non può addensarsi sul Sud del continente. Non siamo buoni al punto da esser fessi: questo fanno capire Maroni, Calderoli, e gli italiani sembrano sostenerli.

Ma forse l’opinione pubblica li sostiene perché scandalosamente male informata, non solo su quello che accade nel mondo ma su quello che succede in Italia, nell’anima d’ognuno di noi. Gli italiani non sono informati, e ancor meno formati, da guide morali alla testa del paese. Non conoscono l’insipienza di un’Unione europea incapace di darsi regolamenti vincolanti e rispettosi dei diritti, riguardo agli immigrati irregolari. Non sanno quel che prescrivono le convenzioni internazionali, la Costituzione, e le antiche leggi del mare che obbligano al salvataggio del naufrago anche in acque territoriali straniere (Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, cap 11 e 12; Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare, cap 98, 1 e 18,2).

Abbiamo parlato di emozione, ma non è l’unico istinto a far difetto. Quel che è profondamente incrinato, se non spezzato, è il rapporto che gli italiani - cominciando da chi oggi pretende di governarli - hanno con la legge. Quale che sia la legge, nazionale o internazionale, essa è vista come qualcosa di esterno al singolo, allontanata dalla nostra coscienza. È come se la coscienza nazionale e dell’individuo avesse preso le sembianze e il lessico di un’azienda. Nelle aziende si usa esternalizzare a imprese terze la gestione di alcune operazioni che non fanno parte del core business. Così la coscienza: dal suo core business, dalla sua principale attività, il senso della legge viene scacciato in terre aliene.

Questo allontanamento non è in verità nuovo. Piero Calamandrei lo smascherò, il 30 marzo 1956, quando pronunciò a Palermo la sua ultima arringa in tribunale, in difesa di Danilo Dolci e della sua protesta (sciopero della fame contro i pescherecci contrabbandieri tollerati dal governo; sterramento gratuito di una strada abbandonata presso Palermo, da parte di gruppi di disoccupati). Narrando la «maledizione secolare» dell’Italia disse: «Il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e soffocare sotto carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami».

Quel che è cambiato, dal ‘56, è che nel frattempo non sono solo i poveri a farsi un’idea soffocante della legalità, della giustizia, dello Stato di diritto. Se Berlusconi è tanto popolare, se a Nord la Lega è oggi il primo partito operaio, vuol dire che anche i ricchi si sentono gabbati e schiacciati da ogni sorta di regole: legali, costituzionali, internazionali. Che l’esteriorizzazione della legge è ormai una patologia diffusa, intensificata da una ostilità senza precedente alla stampa veramente libera. Se si esclude il dramma degli immigrati, la legalità e la battaglia alla corruzione non sono prioritarie neppure per alti esponenti della Chiesa, che pur di ottenere favori e pubblicità accettano di compromettersi. Di qui la sensazione che siamo male informati anche su quel che succede nei nostri animi. Una coscienza che delocalizza la legge è vuota, è pelle senza corpo. Neppure le riforme economiche riescono, in queste condizioni. Diceva ancora Calamandrei che democrazia è innanzitutto «fiducia del popolo nelle sue leggi»: leggi che il popolo sente «come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall'alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro, non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così» (i corsivi sono miei).

La legge del mare violata più volte negli ultimi anni è una delle nostre leggi: plurisecolare, fu codificata fra il ‘700 e il ‘900. Lo stesso dicasi per le condotte private che l’uomo pubblico deve avere per divenire modello oltre che capo o dirigente. All’inizio, tutte queste erano leggi non scritte, ataviche. Una sorta di permanente stato di eccezione ha sospeso anche le leggi che Antigone difende contro i decreti d’emergenza di Creonte. «Antigone obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire», dice Calamandrei. Oggi tali leggi sono scritte, proprio perché si è riconosciuto che oltre a portare ordine sono anche annunciatrici dell’avvenire.

La maledizione antica si è fatta più spavalda, nei 15 anni passati. Non solo manca la fierezza della legge. C’è una sorta di fierezza dell’illegalità, ci sono tabù di civiltà fatti cadere con spocchia. Il degrado non è avvenuto con lo sdoganamento di Alleanza Nazionale, come si credette nei primi anni ‘90, ma con lo sdoganamento delle idee, degli atti, delle parole della Lega. E di questo affrancamento non è responsabile solo Berlusconi. È responsabile anche la sinistra, incurante dei principi quando è in gioco il potere (D’Alema parlò dei leghisti come di una «costola della sinistra», negli anni ‘90). Lo è ancor più da quando il Nord leghista si è ulteriormente disinibito. In ben 17 comuni del Veneto, il Partito democratico governa oggi con la Lega, senza rimorsi.

È lunga ormai la lista delle devianze leghiste, e quasi ci meravigliamo che all’estero non ci si abitui come ci siamo abituati noi. Ma come abituarsi a quanto sentito in coincidenza con l’ecatombe di agosto! Una pagina Facebook di militanti della Lega Nord con sede a Mirano, cui sono legati da «amicizia» oltre 400 persone, ha esibito qualche giorno fa la scritta: «Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa». Tra gli amici citati: Bossi e il figlio Renzo, Cota capogruppo della Lega alla Camera, Boso ex parlamentare leghista. Lo stesso Renzo Bossi ha ideato un gioco di gran successo, sulla pagina di Facebook della Lega. S’intitola: «Rimbalza il clandestino». Più barche affondi, con un clic preciso e deciso, più punti vinci. Soprattutto se i barconi son grandi e i profughi molti.

Tuttavia c’è un’immensa ansia di redenzione in Italia - e in particolare di redenzione attraverso la Legge - che si esprime in vari modi e ha i suoi protagonisti solitari, cocciuti, impavidi. Il desiderio di redenzione è passione civile, non solo religiosa. Ne furono pervasi scrittori del ‘900 come Walter Benjamin e Hermann Broch, durante il nazismo. In Italia ne ebbero sete uomini come Borsellino, Falcone, Ambrosoli, Pasolini, e oggi Roberto Saviano. È strano come i loro vocabolari si somiglino. Borsellino sognava il «fresco profumo di libertà», contro «il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, della complicità».

E altri sognarono aria pulita e uno Stato riformato. Checché ne dicano i sondaggi non c’è italiano, credo, che non aneli a quell’aria pulita e a quel fresco profumo.

A partire dalla Rivoluzione francese, la nazione è stata concepita come il corpo sovrano rappresentato nell´assemblea costituente e poi nel Parlamento. La nazione, prima ancora di assumere connotazioni etniche o culturali, è stata concepita come l´unità giuridica e politica delle donne e degli uomini che risiedono stabilmente in un paese e sottostanno alle leggi dello Stato (per i rivoluzionari francesi un anno di residenza era sufficiente ad acquisire il diritto di voto). Anche se non tutti i costituenti francesi concepirono l’inclusione nel corpo nazionale come un diritto universalmente distribuito, tuttavia dal momento in cui l’imputazione individuale di responsabilità di fronte alla legge e il consenso espresso con il voto sono diventati i criteri legittimanti, la lotta per il diritto di voto e l’inclusione nella cittadinanza ha segnato la storia della democratizzazione nei paesi moderni.

A questa tradizione appartiene Giuseppe Mazzini, la cui idea di nazione è stata squisitamente politica (egli ha radicalmente distinto la nazionalità, che concepiva come autodeterminazione democratica, da nazionalismo che criticava come un’ideologia non politica e pericolosamente egoistica), ma anche pensatori moderati cattolici come Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo e soprattutto teorici liberali-federalisti come Carlo Cattaneo e Carlo Pisacane. La differenza tra loro riguardava essenzialmente l’interpretazione dei criteri e dell’estensione dell’inclusione: per Mazzini, Cattaneo e Pisacane questi criteri erano idealmente universali e democratici, per Rosmini, Gioberti e Balbo invece, come per molti liberali moderati dell’Ottocento, valeva la capacità censitare come condizione per l’inclusione politica.

Comunque sia, da allora la questione dell’inclusione nel corpo della nazione (e per questa ragione la definizione dei requisiti e dei criteri che denotano la nazione) è diventata oggetto fondamentale delle distinzioni ideologiche e della stessa lettura della storia italiana e ora anche di quella europea. Un tema che è ancora oggi in primo piano. A partire dalle lotte risorgimentali, e soprattutto dall’unità nazionale, le forme di appartenenza alla nazione sono state l’oggetto di conflitti e di trasformazioni. La storia dell’unità italiana può essere interpretata come la storia delle battaglie per l’inclusione nel corpo politico ovvero per l’estensione dei diritti politici oltre che di quelli civili e, poi, sociali: nell’Ottocento furono le classi lavoratrici e contadine a rivendicare l’appartenenza alla nazione politica; nei decenni della democratizzazione che ha vinto sul fascismo, sono state le donne, i giovani e coloro che appartenevano a minoranze linguistiche e religiose; oggi, nell’Italia post-industriale sono gli immigranti che giungono nel nostro paese per vivere e lavorare a chiedere l’inclusione.

Il tema dell’inclusione non riguarda semplicemente il diritto di voto. Esso concerne tanto l’interpretazione dei diritti individuali fondamentali e della tolleranza quanto la stessa riformulazione dell’identità del corpo sovrano e degli individui che chiedono di farne parte. L’inclusione è una rivendicazione di dignità e di responsabilità, ovvero di cittadinanza in senso pieno e non solo giuridico; è una rivendicazione di rispetto e riconoscimento del diritti di ciascuno di praticare la propria religione, vivere la propria scelta sessuale, coltivare la propria tradizione culturale (l’Italia è essa stessa uno straordinario esempio storico di unità nella differenza culturale).

La definizione della cittadinanza, i suoi caratteri e la costellazione di diritti che la qualificano, sono l’oggetto del contendere nelle questioni di inclusione. Per questa ragione, ogni studio sulla nostra storia nazionale dovrebbe diventare anche uno studio sulle trasformazioni di questa identità e delle forme di appartenenza ad essa. La lotta delle minoranze (pensiamo in primo luogo alle minoranze nazionali tedesche e francesi o a quelle sarde e siciliane, ma anche alle minoranze religione, come gli ebrei, gli evangelici o i valdesi, e oggi i mussulmani) ha non solo portato a ridefinire in maniera non intollerante la nazione italiana, ma ha anche contribuito a consolidare quel processo di autonomie regionali che ha cambiato radicalmente l’ordine politico e amministrativo del nostro paese. Egualmente: la lotta dei lavoratori e delle donne per l’inclusione nel corpo politico ha aperto la strada alla rivendicazione e conquista di diritti prima sconosciuti (la terza generazione di diritti, ovvero i diritti sociali e sindacali) e cambiato la stessa identità dello Stato da semplice sistema legal-coercitivo a Stato sociale. Infine, la natura democratica dello Stato nazionale così come è emersa da queste lotte ha inaugurato la sfida che ci è più vicina: quella di una politica democratica delle frontiere e quindi dell’ospitalità e della tolleranza; infine, e soprattutto, dell’inclusione degli immigrati nella nazione italiana.

Non è esagerato dire che la messa in moto con il Risorgimento della politica di autodeterminazione nazionale e democratica ha avuto e ha effetti trasformativi della nostra identità collettiva che vanno ben oltre gli eventi storici ottocenteschi e le stesse intenzioni dei protagonisti che li hanno animati, promossi e guidati. La nazione quindi come trama della storia politica e civile passata e presente – un’occasione per ripensare criticamente a quello che siamo e vogliamo, o non vogliamo, essere. Come ha scritto Adriano Prosperi sulla Repubblica di qualche giorno fa, «è sulla base di questa consapevolezza storica che oggi si può dare un senso alla celebrazione dell’unità d’Italia guardando avanti, a una nuova e piú coraggiosa integrazione».

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Titi Tazrar è una dei cinque sopravvissuti al viaggio dei disperati. Ha 27 anni. E’ ricoverata all’ospedale di Palermo. La attende, lei e gli altri sopravvissuti, l’incriminazione per il reato di immigrazione clandestina.

I procuratori competenti per territorio non hanno alternative: non possono ignorare l’art. 10 bis del decreto sicurezza. Né possono ignorarlo gli italiani che vanno per mare. Sono le leggi che creano i reati; creano anche l’omertà, la volontà di chiudere gli occhi, la capacità di non sentire le grida di aiuto, di chi non vedeva i convogli di deportati del Terzo Reich e di chi navigando oggi nel mar di Sicilia ignora i barconi africani. Dietro la paura c’è il potere. Noi tutti dimentichiamo volentieri quanto l’opera del potere sia efficace nel modellare la pasta morale dell’umanità. Oggi in Italia il decreto sicurezza produce paura, produce morte, cancella le reazioni umanitarie.

Bisogna cancellare il decreto, denunziarlo davanti al mondo, sperare nell’intervento di autorità esterne visto che non possiamo sperare in una rivolta del paese. Ma per ora, aspettando il processo e l’espulsione, Titi Tazrar è ancora in Italia. I giornalisti la cercano, lei risponde in uno stentato inglese. Una cosa ha detto che ci interroga tutti: «Sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia, ma in Italia. Voglio restare qui».

A questa domanda si deve dare una risposta. Una sola. Titi deve restare qui, con gli altri superstiti. Perché al disopra della legge scritta c’è la giustizia, senza di che la legge è arbitrio, violenza, suprema ingiustizia. Chi ha attraversato l’inferno di quei pochi chilometri di mare senza trovare fra gli infiniti natanti che lo affollano un briciolo di umanità, chi ha visto finire a mare prima i bambini abortiti poi le loro madri poi tutti gli altri, non può essere rimandato al punto di partenza. Se accettassimo in silenzio questo esito saremmo complici di un infame gioco dell’oca. Titi e i quattro sopravvissuti con lei hanno conquistato un diritto.

Lei è partita per venire proprio qui da noi. E noi italiani scopriamo all’improvviso nella sua frase la risposta al problema che da giorni è al centro del confuso discorrere sul se e sul come celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Lo ha capito subito con una dichiarazione che gli fa onore il Presidente della Camera Fini quando ha detto che bisogna far sentire «l’Italia come patria anche a coloro che vengono da paesi lontani e che sono già o aspirano a diventare cittadini italiani». Patria è la parola giusta.

Oggi se ne parla guardando solo al passato. Ritengono alcuni che si tratta di ritrovare o di ribadire una specie di identità collettiva che avremmo ereditato perché qui siamo nati; argomento non di qualità diversa da quello di chi propone invece di sostituire all’Italia la sua piccola patria locale, il pezzo di suolo dove gli fa comodo vivere e di cui vorrebbe chiudere le porte agli altri. Ebbene, in questione non è l’indiscutibile appartenenza di fatto e di diritto della popolazione italiana a uno fra gli stati europei; né lo è il dovere delle nostre istituzioni di esplorare e commemorare e far conoscere le ragioni e i caratteri storici e culturali dell’esistenza del paese. Tutto questo è doveroso, ma non sufficiente.

Ciò che abbiamo ricevuto - dice una famosa massima di Goethe - dobbiamo conquistarlo perché possiamo dirlo nostro. Da noi la passività dell’eredità ricevuta è moltiplicata dagli abissi di ignoranza di un paese in preda all’analfabetismo di ritorno. Oggi il problema è ancora quello antico: la nazione come volontà e speranza di futuro. Un plebiscito di tutti i giorni, diceva Ernest Renan. A questo plebiscito aderisce oggi Titi Tazrar quando affronta il deserto e l’orrore in nome di una speranza e di un desiderio che ha nome Italia.

Quanto a noi italiani, con lei e con tutto il suo popolo abbiamo un grande debito storico, una promessa non mantenuta. Titi è figlia di un popolo che fu unito a quello italiano nelle sofferenze e nelle miserie delle nostre guerre coloniali. Accanto agli eritrei hanno vissuto e combattuto tanti italiani, poverissimi come loro, spediti in guerra da una patria che stava nel cuore di uomini come il siciliano Vincenzo Rabito, autore dell’indimenticabile Terra matta, che come lui non riconobbero più la patria in quella "porca Italia" fascista che li mandava a combattere altri disperati come loro, ma che si riconciliarono poi con la riconquistata libertà del paese.

La storia della patria italiana è quella dei processi di integrazione che hanno portato le masse a diventare coscienti del loro essere l’Italia. Processi lunghi, difficili, spesso bloccati e rovesciati da scelte sbagliate. Se Cavour ebbe chiara coscienza del fatto che una volta creata l’Italia bisognava creare gli italiani, le lacerazioni e le violenze di una storia più che secolare hanno attraversato e ostacolato quel progetto, lasciando alla polemica clericale il facile compito di seminare tra le classi popolari delle campagne il discredito verso lo scomunicato Stato liberale.

E si può ben capire che non fosse vissuto come patria uno stato che mandava l’esercito nel Mezzogiorno a piegare i cosiddetti briganti e nelle pianure padane la polizia a incarcerare gli scioperanti. Come disse Camillo Prampolini nel 1894, replicando in Parlamento all’accusa di Crispi ai socialisti di essere "senza patria", il problema era precisamente quello di dare una patria alla massa dei diseredati, ai braccianti di Molinella come ai contadini veneti guidati dai parroci che si affollavano sulle banchine di Genova. L’integrazione di quelle masse nella vita del paese richiese lotte durissime, passò attraverso lacerazioni profonde, costò l’immane bagno di sangue della prima guerra mondiale.

Oggi i loro nipoti non raccolgono più i pomodori nell’agro napoletano e loro eredi non sono costrette a lavori domestici e ad assistere vecchi e malati: sono liberi, liberi di studiare, viaggiare, sviluppare attività creative e produttive. Al loro posto sono subentrati quelli che sono per ora degli schiavi, dei ribelli, dei fratelli in spirito di Vincenzo Rabito, tentati come lui dalla ribellione allo sfruttamento disumano ma tentati ancor più dalla speranza di diventare i nuovi italiani.

Davanti a noi c’è una alternativa: taglieggiarli con le sanatorie, chiuderli in centri di espulsione, oppure tentare la scommessa dell’integrazione. Con le plebi senza diritti del nostro passato, con quei contadini e operai tentati da una speranza che si chiamava rivoluzione proletaria e cancellazione delle patrie borghesi, l’integrazione è avvenuta: una imprevedibile svolta della storia ha portato un’Italia scalciante e urlante nel mezzo dello sviluppo civile del 900. È sulla base di questa consapevolezza storica che oggi si può dare un senso alla celebrazione dell’unità d’Italia guardando avanti, a una nuova e più coraggiosa integrazione.

17 agosto 2009

La strana guerra

Sappiamo poco della campagna elettorale in Afghanistan, che giovedì si concluderà con la riconferma del presidente Hamid Karzai o con la sua sostituzione. Non conosciamo altro, del Paese dove siamo schierati da quasi otto anni, che gli spostamenti dei nostri soldati e il colore delle loro tute, le terribili minacce che «insorti e talebani» fanno pesare sui militari occidentali e l’aumento delle truppe americane deciso da Obama. A malapena sappiamo quanti sono stati colpiti negli ultimi attentati: se non ci sono italiani la notizia è data verso la fine dei telegiornali, sempre che sia data.

Una singolare pigrizia assale i reporter, abituati a enumerare insorti locali e scaramucce circoscritte senza chiedersi quel che si nasconde dietro più diffuse insurrezioni e prove di forza. Le campagne elettorali dei rivali di Karzai, la profondissima corruzione che quest’ultimo ha inoculato nello Stato al punto da renderlo fatiscente, le inquietudini che vanno dilatandosi nella vasta regione attorno all’Afghanistan (Pakistan e India, Iran, Russia e anche Arabia Saudita): per i giornalisti come per i governi occidentali tutto questo è terra ignota, frequentata solo da qualche incaponito studioso.

É come se le guerre mondiali in Europa fossero state raccontate da un unico cronista, distaccato magari sull’orlo della Marna e incapace di alzare lo sguardo oltre la propria trincea e vedere il continente intero in preda a caos e violenza. Per questo è importante fare il punto, oggi, sulla strana guerra che viene combattuta in buona parte dell’Asia centrale, con ramificazioni politiche e strategiche nel Sud asiatico, nelle nazioni limitrofe della Russia meridionale, nel Kashmir, nel Golfo Persico. Drôle de guerre venne chiamato il preludio mortifero che precedette, fra il 1939 e il ’40, la caduta in Europa della linea Maginot e l’occupazione nazista della Francia: strana perché era guerra dichiarata e tuttavia non-guerra, perché nessuno ci credette sino in fondo e vi si preparò con mezzi e animi adeguati. Tanta incuria non poteva che sfociare, scrisse lo storico Marc Bloch che narrò in diretta la sopraffazione della Francia, in una altrettanto Strana disfatta.

È la stessa disfatta che oggi incombe sull’Afghanistan: simile è lo sguardo incollato sul proprio posto di battaglia; simile la cecità al luogo, che è spazio più vasto e stratificato del posto e include storia, cultura, consuetudini che alternano le inimicizie agli scambi. Simile infine il vocabolario: le parole ripetute tali e quali a dispetto della loro insensatezza crescente, e evidente. Quasi otto anni sono passati così, fingendo un’universale guerra contro il terrorismo e poi perdendo per strada tutto: obiettivi bellici e calcolo preciso dei mezzi per raggiungerli, sguardo alto e interesse vero a questa zona del pianeta che è oggi invelenita non solo perché Bin Laden e i suoi luogotenenti vi hanno eletto dimora.

Fanno impressione soprattutto gli Stati europei, che partecipano dal 2001 allo sforzo ma che neppure una volta hanno messo in questione la strategia generale e le decisioni statunitensi nell’insieme dell’Asia centrale, e dunque non esclusivamente a Kabul ma anche in Pakistan, India, Iran, Arabia Saudita. Non hanno mai spinto l’alleato-guida a riesaminare a fondo gli errori commessi, a soffermarsi sulla natura di un’insurrezione che non scema, a valutare i rapporti sempre più tortuosi e meno solidali fra insorti e talebani, fra talebani afghani e pakistani, fra talebani, capi tribù e Al Qaeda. Hanno ignorato sistematicamente il caos che s’inaspriva lungo il confine col Pakistan: le paure antiche di Islamabad e quelle di Teheran, il peso dell’India e della Russia nel conflitto e la maniera in cui tutte queste paure s’incrociano in terra afghana, tenendola in uno stato di bollore che tanti, troppi, vogliono perpetuare anziché raffreddare.

Non ci sono stati neppure dibattiti parlamentari, nel vecchio continente: in Germania, il paese che più esita a parlare di guerra e ha distaccato 4.050 soldati praticamente disarmati, non se ne è discusso neppure una volta dal 2001, né in commissione esteri né in commissione difesa. L’Inghilterra comincia a pensarci adesso, perché molti soldati male equipaggiati cadono. Perfino la Francia, che vanitosamente dice di far di testa sua, tace e s’accoda. Il silenzio italiano fa tanto rumore quanto più è vacuo, come accade di frequente: quella che conducono i soldati italiani non si sa se sia guerra, né si conosce il codice che regna nel teatro delle operazioni, se il codice militare di pace o quello militare di guerra. Il ministro La Russa vorrebbe chiarimenti che nessuno gli dà e nessuno discute, in pubblico o in Parlamento. Problemi analoghi li conobbe anche Arturo Parisi, ministro della Difesa nel governo Prodi.

Come nella follia di Amleto, c’è del metodo anche nell’ignoranza cieca dell’Occidente, ed è con metodica ignoranza che gli europei aderiscono, da anni ormai, alle mutevoli scelte americane in Afghanistan. Hanno condiviso il rifiuto netto di trattare con insorti e talebani locali, senza mai studiare l’evoluzione degli uni o degli altri e senza accorgersi che gli insorti non coincidono sempre con i talebani e che i talebani hanno spesso rapporti tesi con Al Qaeda. Presto scopriranno che la trattativa è invece cosa buona, e forse tutto l’Occidente comincerà fervidamente a patteggiare con bande armate che hanno voluto non meno fervidamente, ma senza riuscirvi, sterminare.

Rischiano di farlo alla cieca anche in questo caso, ragionando con testa fredda ma misconoscendo, come in passato, gli ingarbugliati tormenti della regione. I tormenti dell’Iran, che teme paradossalmente ambedue le cose: l’insediamento statunitense in un paese contiguo - motivato dall’eternarsi della guerra ai talebani - e però anche un patteggiamento con i talebani, che restituirebbe legittimità a forze fondamentaliste sunnite, legate a Pakistan e Arabia Saudita, esecrate da Teheran sin dalla fine dell’occupazione sovietica. Anche russi e pakistani sono nel tormento: i primi temono l’influenza dei talebani sui musulmani del Caucaso, i secondi paventano la nascita di un nazionalismo afghano, nella comunità talebana pashtun, animato da smanie irredentiste verso l’etnia pashtun in Pakistan.

Gli europei sono restati passivi anche dopo l’uscita di scena di Bush, quando Obama ha cambiato rotta e ha scelto di estendere l’attenzione al Pakistan e all’estrema sua fragilità statale, non fissandosi su Kabul. Anche qui, i governanti europei hanno omesso di chiedere all’amministrazione Usa il perché della svolta e il come, vietando a se stessi di sapere se l’estensione dell’impegno Usa avverrà con le sole armi o con una più accorta politica che annodi fili tra Afghanistan, Iran, Pakistan, India, Russia. In alcuni momenti è parso addirittura che quel che importava al fronte euro-americano fosse una dimostrazione di forza e prestigio autoreferenziale, più che l’interesse autentico ai destini di una zona divenuta cruciale nel mondo: non son mancati politici che hanno cominciato a dire che l’obiettivo recondito ma più vero era la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica, la sua tenuta o il suo naufragio dopo il venir meno dell’Urss nel 1989-90. In realtà la Nato ha perso ogni senso, da quando non ha più missioni politiche chiare e strutture adatte ai bisogni. È solo una tecnica per assemblare truppe, e quando la tecnica diventa scopo la follia è vicina.

Peccati di omissione, incongruenza dei vocabolari, incapacità di meditare gli errori e quindi di correggerli. A pochi giorni dal voto afghano, l’Occidente ha grandi compiti di fronte a sé, se vuol mobilitare le menti e non solo gli eserciti.

20 agosto 2009

Una guerrafatta di errori

Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba.

Questo ci dicono gli autori dell’attentato di ieri a Baghdad: le vostre guerre sono morti che camminano. L’11 settembre è l’eterno vostro presente, nell’Iraq che avete abbandonato e anche in Afghanistan dove vi credete ancora forti perché domani si vota sotto la vostra protezione.

Nelle guerre accade che sia il nemico a dirci la stoffa di cui è fatto il principale nostro errore, e alla vigilia del voto afghano Baghdad ineluttabilmente diventa specchio di Kabul. Il conflitto ha dato agli afghani una costituzione che mette fine al predominio assoluto dei sunniti sugli sciiti, ha emancipato le donne e gli uomini dalla sfrenatezza ideologico-religiosa dei talebani, ma non ha creato uno Stato autorevole, imparziale, in grado di monopolizzare la violenza legale. Per sopravvivere, Karzai ha accettato il dilagare della corruzione e si è circondato di signori della guerra colpevoli di eccidi e malversazioni: piccoli capetti spesso appoggiati dalle truppe Usa che ne hanno bisogno. Tanti nel suo paese lo considerano una marionetta della Casa Bianca. I bei vestiti etnici che sfoggia sono confezionati da rinomati sarti occidentali. Le elezioni di oggi mostreranno se esiste un’alternativa all’esperimento Karzai, e a uno Stato corrotto che prolunga la guerra.

Tra i vizi che hanno guastato l’operazione afghana c’è innanzitutto l’incostanza americana: la fatua volubilità con cui Bush ha ballonzolato, ubriaco, da un teatro di guerra all’altro - in Afghanistan il 7 ottobre 2001, in Iraq il 20 marzo 2003 - senza stabilizzarne alla fine nessuno. Ma di questo spreco di forze e intelligenza sono stati protagonisti anche gli europei, che mai hanno messo in discussione obiettivi e strategie. Siamo ancora molto lontani da una politica comune del continente: da anni i singoli paesi dell’Unione seguono le mosse della Casa Bianca e sono in attesa che qualcosa cambi: non in Afghanistan, ma in America. Abbiamo visto in un precedente articolo quanto deleteria sia questa pigrizia della mente, quanto ipocrita l’impegno militare di Stati europei che si schierano con zelo ma si guardano dall’equipaggiare adeguatamente i propri soldati.

Tanto più scandaloso è il silenzio che copre gli errori commessi in quasi otto anni di battaglia: un silenzio indolente, di cui son responsabili i dirigenti Usa, che questa guerra l’hanno voluta e diretta, ma che rende del tutto vacua anche la presenza europea. Che contribuisce all’insabbiarsi dei combattimenti ma paralizza la politica nell’intera zona asiatica, divenuta cruciale per il mondo come cruciali furono i Balcani quando precipitarono gli imperi austro-ungarico e ottomano. Vediamo dunque di ripercorrere alcuni errori più vistosi, che gli esperti hanno più volte denunciato lungo gli anni, senza essere in genere ascoltati.

Il primo, madornale, è l’ossessivo parlare di guerra al fondamentalismo islamico, che inevitabilmente rimanda all’idea di una civiltà moderna cui tocca difendersi da un Islam retrivo e tradizionalista. In una lettera al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Frattini ripete questo luogo comune: «Il motivo per il quale siamo impegnati in quel Paese è fondamentalmente uno: difendere la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale. Una minaccia “esistenziale” L’Afghanistan è stato e resta il principale incubatore della rete terroristica che fa capo ad Al Qaeda».

La realtà raccontata da esperti e storici come Barnett Rubin o Ahmed Rashid è completamente diversa, e narra di una strana guerra in trompe-l’oeil, i cui veri bersagli non sono mai quelli visibili e ufficiali. Il santuario di Al Qaeda è oggi in Pakistan, e proprio questa consapevolezza ha spinto Obama a mutare rotta, a guardare ben oltre Kabul: se si resta in Afghanistan non è per esportare la democrazia o sgominare i talebani, ma per evitare che la talebanizzazione del paese acceleri il crollo del Pakistan: vera potenza chiave perché molto popolosa e armata dell’atomica.

Neppure al Pakistan quel che interessa è davvero l’Afghanistan. Se gli serve controllare Kabul, è a causa di un’unica grande ossessione, potente soprattutto tra i militari: l’ossessione dell’India, che da anni minaccia di divenire alleata stabile di Kabul e di stringere in una morsa Islamabad (da un lato tramite il Kashmir musulmano, dall’altro tramite l’Afghanistan). L’Afghanistan ancora non ha riconosciuto il confine col Pakistan (la linea Durant, fissata nel 1893 dai britannici), né è stato spinto a farlo dagli Stati Uniti. Ignorare le ansie del Pakistan significa accettare una sua non recondita tentazione: quella di impedire che lo stemperarsi della guerra occidentale al terrorismo metta fine all’importanza strategica che Islamabad ha per l’Occidente.

Non è l’unico errore americano. Non meno esiziale è stata la decisione di rinunciare all’assistenza che l’Iran presieduto da Khatami offrì dopo l’11 settembre 2001. Fu proprio nel periodo più tumultuoso del Presidente riformatore, quando l’ala dura del khomeinismo andava agguerrendosi, che Bush pronunciò il discorso sull’Asse del Male (era il 29 gennaio 2002), includendo Teheran fra i nemici esistenziali delle democrazie. Preoccupata dall’integralismo sunnita dei talebani, Teheran continuò tuttavia a cooperare, fino a quando Bush non tese un insano nuovo agguato: nel maggio 2005 proibì a Karzai di stringere con Teheran un patto di non aggressione, che vietava attacchi militari all’Iran a partire dall’Afghanistan. Poche settimane dopo, il 3 agosto, Ahmadinejad veniva eletto Presidente: l’aiuto di Bush, secondo lo storico Rubin, fu decisivo. Ancora una volta, un mortifero fondamentalismo nazionalista nacque come Golem fabbricato dall’Occidente.

Viene infine l’errore dei vocabolari: intrisi di propaganda e smemoratezza storica, ignari dei fatti reali. La propaganda dice che siamo in guerra contro un Islam retrogrado, integralista: tale è il nemico esistenziale, mondialmente ramificato, della civiltà democratica. Anche in questo caso si parla a vanvera, ignorando la durata lunga della storia afghana: che non è la storia di un paese fagocitato per tradizione dall’integralismo. Il fondamentalismo regressivo, contro cui pretendiamo combattere, è frutto della politica di potenza che è stata fatta sulla pelle dei questo paese, nell’800 e poi di nuovo nella seconda metà del ’900. Prima degli Anni ’70 la tradizione afghana era laica, e Kabul era una città musulmana culturalmente aperta, sveglissima. L’ascesa dei talebani, scrive il filosofo sloveno Slavoj Zizek, «non esprime una profonda deriva tradizionalista» ma è stata «la conseguenza del fatto che il paese venne risucchiato dal gorgo della politica internazionale» (Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi 2002).

Ultimo errore: l’equivoco della guerra in corso. Equivoco in ragione della sua natura anfibia, per metà bellica per metà umanitaria, per metà scontro armato per metà «missione di ricostruzione». In realtà, questo è un conflitto di tipo nuovo, su cui vale la pena meditare. È un conflitto che estromette ogni figura terza, tipo Croce Rossa, visto che gli occidentali fanno ambedue le cose: la guerra e l’umanitario. «La guerra è presentata quasi come un mezzo per garantire la consegna degli aiuti umanitari», scrive ancora Zizek. Una delle parti in conflitto si assume il ruolo della Croce Rossa, mescolando il soldato che uccide con il ricostruttore di scuole, ed esponendo alla stessa inimicizia insurrezionale militari e civili. È forse il lato più osceno delle guerre odierne. È il motivo per cui la nostra propaganda non è così distante dallo slogan che il partito totalitario affigge sui muri, nel romanzo 1984 di Orwell: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza».

Sempre più la politica si teatralizza e teatralizza anche il suo essere oggetto di derisione. Fatti recenti, che commentatori e notisti non sanno più se collocare tra il gossip, la cronaca rosa o la deriva tragicomica di una società che non riesce ormai a trovare una minima posizione di equilibrio, stanno lì a testimoniare che il «politico» tende oramai a massimizzare ogni residuo e ogni scoria mediatica trasformandoli - in ogni caso, in ogni circostanza e qualsiasi sia la causa che li produce - in effetti di consenso e potere.

A questo proposito, in un passaggio particolarmente illuminante del suo corso sugli «anormali» tenuto al Collège de France nel 1974-1975, Michel Foucault parlava di una connotazione grottesca della sovranità. Il potere politico, sosteneva allora Foucault, può arrivare a concedersi la possibilità di trasmettere i propri effetti in un «recesso» che è manifestamente, esplicitamente, volontariamente squalificato dall'odioso, dall'infame o dal ridicolo. Questa «meccanica grottesca o questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere», è molto antica nelle strutture e nel funzionamento politico delle nostre società. Esempi si ritrovano nella storia romana, con la «qualificazione quasi teatrale» del potere nella persona dell'imperatore, qualificazione che fa sì che «il detentore della maiestas, cioè del di più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, sia allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo essere un personaggio infame, grottesco, ridicolo». Nel suo ultimo libro in ordine di traduzione, La trasfigurazione del politico (a cura di Vincenzo Susca, trad. di Rossella Rafele, pref. di Alberto Abruzzese, Bevivino, pp. 262, euro 20), Michel Maffesoli, sociologo alla Sorbona e direttore del Ceaq (Centro studi sull'attuale e l'immaginario) si concentra sulle «mutazioni e i sussulti» che marcano la postmodernità, portando al tempo stesso l'attenzione sui riti profani e le meccaniche grottesche che descrivono, sul terreno reale e su quello dell'immaginario, questi passaggi. Segni di un mondo e di un'etica di cui, nel bene o nel male, la democrazia rischia di non essere più la matrice.

Si può fondare o quanto meno legittimare a posteriori un potere istituzionale sul «ridicolo»? Crede che si stia assistendo a forme nuove di «saturazione» del discorso politico attraverso un gioco al ribasso dove non si comprende più dove sia il medium e dove il messaggio, quale il mezzo e quale il fine?

Ritengo che non si possano comprendere adeguatamente le grandi caratteristiche della postmodernità se non considerando e ricorrendo alla comparazione con le manifestazioni premoderne. La teatralizzazione del politico è, infatti, qualcosa che attiene in particolar modo alla sensibilità mediterranea e fa regolarmente ritorno nella storia e nelle vicende umane: pensiamo a Caligola, a Eliogabalo, alla festa della dea Ragione durante la Rivoluzione francese, alle migliaia di inutili cerimonie e di riti profani che hanno circondato o circondano la nostra vita. Potremmo ricordarci, a tale proposito, la formula del buon vecchio Marx, secondo cui ogni cosa che si presenta nella nobile forma della tragedia è destinata, prima o poi, a ripresentarsi ma trasfigurata in farsa o in volgare commedia. Solo collocandoci a questo livello - il livello della farsa - possiamo capire che cosa è la «transfiguration du politique».

Trasfigurazione che si regge su uno spostamento fondamentale del nostro asse politico: il passaggio dalla convinzione alla seduzione. La seduzione non è tanto un'attitudine programmatica, un contenuto preciso, quanto una tonalità emotiva che ha assunto come punto privilegiato il «sentire», attraverso la messa all'opera di strass e paillettes e altre parades all'americana. Per citare solo alcuni tra i seduttori postmoderni, possiamo ricordare Obama, Sarkozy, Berlusconi...

Perché Obama al fianco di Sarkozy e Berlusconi?

Perché, da questo punto di vista, anche lui si è impegnato più a sedurre che a convincere. Ma si tratta di una tendenza che ha travolto il politico in quanto tale e va inteso astraendo - se possibile - dalle singole personalità. Questa tendenza alla seduzione corrisponde anche alla saturazione di tutti i canali emotivi, fatto che ci costringe a chiederci, per il futuro, quali saranno le nuove forme del vivere, del sentire e dello stare insieme.

È per questa ragione che la «sovranità» può assumere forme grottesche, presentarsi attraverso le gradazioni (o le degradazioni, dipende dai punti di vista) dell'infamia e dell'osceno. Un clown al potere può sedurre tanto, se non di più di un ex attore di b-movies palestrato o di un alto funzionario dedito alla corsa o al test di Cooper. La seduzione opera a livelli che la tradizionale critica politica non ha ancora compreso. A dispetto di tutto, però, oltre le seduzioni e i detriti di un razionalismo che non funziona più, oltre le derive irrazionali, nella confusione generale avanzano nuovi stili vita comunitaria. In una prospettiva un po' libertaria un po' anarchizzante, ritengo che questo stare insieme ci avvicinerà sempre più a una federazione di micro-entità autonome, legate traversalmente dai nuovi mezzi di comunicazione interattiva. Qui si gioca la sinergia dell'arcaico e dello sviluppo tecnologico: si formano tribù postmoderne.

Al tempo stesso si radicalizza il distacco fra i produttori di opinioni, «che continuano a instillare e a mettere in pratica le idee di un mondo in declino», e il mondo di queste tribù postmoderne... In «Apocalypse» (Cnrs, 2009), lei parla di intellettuali che hanno smarrito ogni senso della realtà, raggruppandoli nella categoria dei ««faux professeurs».

Gli intellettuali, gli universitari e altri esponenti del sapere costituito tendono a cedere sempre di più alle sirene mediatiche, fatto che favorisce la proliferazione di «falsi professori» e la moltiplicazione di opere «di serie B» che scompaiono al primo soffio di vento. Il problema è grande e soprattutto grave: le élites hanno perso il loro tradizionale senso di responsabilità e, quotidianamente, sono indaffarate a soddisfare un gusto o un'opinione effimera. Fatto che permette di capire ancora di più la ragione di questa sfasatura, del divario che c'è tra l'intellighenzia (coloro che hanno la possibilità e il potere di fare e di dire) e il popolo in se stesso. Negli ultimi due decenni, abbiamo visto che il sospetto colpiva e pesava soprattutto sui politici, successivamente si è rivolto nei confronti degli intellettuali. Ma, oggi, questo sospetto pesa soprattutto sui giornalisti.

In quest'ottica va ricompresa e studiata la crisi dei media, perché essendo rimasti ancorati a un modello obsoleto - i grandi valori della modernità - non sono più in grado di osservare ciò che sta succedendo attorno a loro, nei microsaperi e nella vita di tutti i giorni.

Crisi, shock economy, fallimenti personali e collettivi, esistenziali o societari, sconfitte elettorali e via discorrendo: nel discorso dei media, la parola «crisi» assume oramai la forma di un «passe-partout» attraverso cui descrivere una situazione che appare come eccezione» ma che, nella sua struttura interna, sembra più la regola delle nostre società. Marx sosteneva che il capitalismo è crisi. La sinistra sembra si sia dimenticata questa lezione, presa anch'essa in un presente totale, incapace di riflettere sulle lunghe derive della (sua) storia... Lei, però, a quello di crisi preferisce il termine apocalisse. Perché?

Uso il termine nella sua accezione etimologica. Apocalisse è ciò che rivela qualcosa che, fino a quel momento, era sconosciuto. Non è, pertanto, un pensiero apocalittico nel senso abituale del termine, inteso come pensiero catastrofico e catastrofista. Al contrario, l'«apocalisse» è ciò che ci consente di comprendere che la fine del mondo non è la fine del mondo. Rimanendo all'idea dell'apocalisse come rivelazione, credo si debba relativizzare anche la concezione abituale di crisi. Evitando, soprattutto, di ridurla alla sua dimensione economica o finanziaria. L'apocalisse ci rivela che, in effetti, si tratta di un vero e proprio mutamento di paradigma. I grandi valori sui quali lavorava la cultura moderna - ragione, futuro - stanno lasciando spazio a un altro insieme di valori che converrà analizzare. In questo senso, bisogna ricondurre anche il termine «crisi» all'etimologia: giudizio.

Il suo giudizio verte sul «grande scenario»dei temi mobilizzatori del nostro tempo: il presente totale, l'immanenza assoluta.

Effettivamente, credo si possa comprendere un'epoca a seconda di dove quest'epoca pone l'accento su questo o quell'altro elemento della triade temporale «presente-passato-futuro». La modernità è stata così improntata sull'idea di futuro (pensiamo soltanto alla filosofia della storia o al mito del progresso), quanto la nascente postmodernità è stata essenzialmente «presentista». Questo fatto è evidente, in particolare, per quanto concerne le giovani generazioni che, in maniera esacerbata, rifiutano qualsiasi idea di progetto, non preoccupandosi del domani e impegnandosia a «rimpatriare il godimento».

Se nella tradizione giudaico-cristiana l'eternità era concepibile solo in un paradiso celeste (la Città di Sant'Agostino) o terreno (la società di Marx), ora è l'istante stesso a diventare eterno e eternamente attuale. Si è assistito a un cambiamento che fa sì che la vera vita non sia attesa, ma vissuta, bella o brutta che sia, qui e ora. Bisogna saper cogliere questo immanentismo. Coglierlo e analizzarlo, perché le conseguenze di una tale visione del momdo ci sono ancora ignote.

In «Icone d'oggi» (trad. di Roberta Ferrara, Sellerio, pp. 235, euro 13), lei fa riferimento a «miti» e immagini capaci di provocare un «radicamento dinamico»...

Dovremmo ricordarci che la tradizione giudaico-cristiana fu, sulla lunga durata, essenzialmente iconoclasta. Precisamente perché le icone e gli idoli non permettevano il buon funzionamento del cervello e risvegliavano i sensi. Dai profeti dell'Antico Testamento al cartesianesimo tipico della modernità osserviamo una costante condanna, una stigmatizzazione e una marginalizzazione delle immagini. Mi pare che, in effetti, le società postmoderne vadano, al contrario, verso una sorta di iconofilia: pubblicità, televisione, videogiochi... il ritorno delle immagini si potrebbe moltiplicare all'infinito. È in questo senso che parlo di idolatria postmoderna. Gli idoli (siano essi Zidane, l'Abbé Pierre o Harry Potter) sono come tanti totem attorno ai quali le tribù si aggregano e si compongono in funzione dei gusti che le costituiscono. Gusti sessuali, gusti musicali, gusti sportivi, gusti politici e via discorrendo. Le icone traducono e trasportano al presente cose molto antiche. Questo fatto conduce a una sorta di «radicamento dinamico». Sono le radici mitologiche molto antiche, archetipali che permettono di capire le forme assunte oggi da miti di antichissimima memoria.

Da «Nel vuoto delle apparenze» (Garzanti, 1993) a «La contemplazione del mondo » (trad. di Agostino Petrillo, Costa & Nolan, 1996) fino a «Le réenchantement du monde» (La Table Ronde, 2007), lei ha sempre parlato di «comunitarismo» e di nuove dimensioni del «comune».

Negli anni Ottanta, con «Il tempo delle tribù» (trad. di Valentina Grassi, Guerini, 2004), ho posto l'attenzione sull'esplosione delle nostre società unificate. Tutto partiva dalla constatazione che le comunità, che avevano contrassegnato società antiche o premoderne, ritrovavano oggi nuova vitalità. Tentavo quindi di «sociologizzare» la questione - che fu alla base del lavoro di uno storico come Philippe Ariès - dell'esistenza di società spontanee, vivaci, che rappresentano l'humus essenziale di tutto la vita in società. Ma la moderna intellighenzia, obnubilata dall'universalismo illuminista e dai grandi fenomeni sociali del XIX secolo, costantemente rifiuta o condanna un tale stato di cose. Ecco spiegata la valenza prettamente negativa data, in particolare in Francia, al termine «comunitarismo».

Ammettiamo però, anche a titolo di ipotesi, che una forma, un modo di vita in società non sia forzatamente eterno. E che, anche se questo porta tante cose belle e tante cose buone, la Repubblica «una e indivisibile» che fu uno slogan del giacobinismo della modernità lasci posto a un'altra forma, quella del mosaico postmoderno. Questo significa che la «Respublica» può essere l'aggiustamento delle particolarità, delle specificità locali e comunitarie. Ma la sua coerenza non è a priori, bensi a posteriori, fatto che è più difficile da pensare e da gestire. Può accadere che - e lo indico qui in maniera allusiva - alcuni siti comunitari su internet, le reti elettroniche corroborino una simile asserzione e ci costringano a ripensare la strutturazione stessa della cosa pubblica. Che cosa è pubblico, oggi?

Dalla società delle paure, a quella del rischio zero. La violenza, fenomeno al centro dei suoi «Essais sur la violence» (Cnrs, 2008), cresce però nel tessuto collettivo e, al tempo stesso, viene banalizzata nel teatro dei media. Si direbbe che, mentre sale di livello, il corpo sociale si immunizza dalla violenza che ne scuote la vita nervosa, proprio grazie alla sua spettacolarizzazione. A questo proposito, lei parla di una «buon uso della violenza». Di che cosa si tratta?

Dal XIX secolo, nelle società europee si è assistito a un'immunizzazione della vita sociale. «Pastorizzazione» attraverso la quale si è creduto possibile evacuare il virus nella sua totalità, mettendo al sicuro vita individuale e collettiva. I lavori di Foucault e della sua scuola hanno messo a nudo la logica di questa tendenza che, dalla biopolitica, oggi culmina nell'ideologia del rischio zero. Ma le sommosse urbane, le rivolte giovanili, le ribellioni di ogni ordine e grado, il desiderio di avvenura sono lì a mostrarci che in qualche modo esiste un nuovo imbarbarimento dell'esistenza. Le società equilibrate sono sempre state quelle che hanno saputo integrare al loro interno la violenza, farne per dire così buon uso o che, metaforicamente parlando, hanno saputo omeopatizzarla. Nei paesi più civilizzati che il rifiuto dell'animalità ha condotto alle bestialità peggiori (campi di sterminio nella Germania hitleriana, Goulag nell'Unione Sovietica). Questo avviene perché c'è una sfasatura molto forte tra una vita sociale (in particolare quella giovanile) che non teme il rischio e le istituzioni politiche, mediatiche, universitarie che sopravvivono grazie al fantasma della paura e lo agitano in continuazione. Possiamo pensare che la saggezza demoniaca all'opera nei rave, nei raduni sportivi, nella molteplici effervescenze del sociale trionferà e avrà la meglio sulla paura all'opera nelle istituzioni senili e mortifere di un moderno che tarda a dileguarsi.

Trarre indicazioni di carattere generale dalle vicende di due imprese medio-piccole in difficoltà – la Innse di Lambrate e la Cim di Marcellina – che occupano in tutto meno di duecento operai, a fronte di migliaia d’altre imprese che nelle regioni italiane si trovano in condizioni simili e hanno centinaia di migliaia di dipendenti, sembra davvero un azzardo. Resta il fatto che la rapidissima e dichiarata imitazione del comportamento dei lavoratori della prima da parte di quelli della seconda, e il non meno rapido successo nell’impedire la chiusura della fabbrica, ormai certo nel caso della Innse, e assai probabile nel caso della Cim, abbiano indotto molti a chiedersi quale significato può leggersi nelle due vicende.

Ricordiamo gli aspetti principali di esse. Anziché mettersi tutti in sciopero dinanzi alla preannunciata chiusura o smantellamento della propria fabbrica, succede che un piccolo gruppo di operai, non più di cinque-sette in ambedue i casi, sale su una struttura alta decine di metri – un carro ponte alla Innse, una torre di lavorazione di materiali cementiferi alla Cim – e sopportando seri disagi e pericoli dichiara che non scenderà a terra se la fabbrica non verrà salvata. Non si tratta d’una occupazione di azienda secondo i canoni classici; il resto della fabbrica è deserto – anche con l’aiuto, nel caso Innse, di interventi della polizia. Ma degli operai arroccati su alte strutture parla l’intero paese, i media vi dedicano spazi quasi mai visti nemmeno per scioperi con milioni di partecipanti, si muovono sindaci, prefetti, questori, e ovviamente i vertici sindacali.

Mentre questo è l’aspetto più noto e discusso, i commenti hanno riguardato assai meno il fatto che nessuna delle due imprese aveva in realtà problemi di produzione o di mercato. Sotto il profilo economico, ambedue andavano piuttosto bene. Il proprietario della Innse voleva venderla a un acquirente cui interessavano soltanto i macchinari, non l’azienda; la Cim rischiava (è d’obbligo l’imperfetto) la chiusura perché il comune ha indetto in passato un bando pubblico per l’affitto dell’area su cui sorge lo stabilimento – con prevedibile vittoria di qualche società immobiliare – senza sottacere che l’azienda pare non avesse pagato il canone dovuto. Forti interessi immobiliari, è stato scritto, si muovevano anche nello sfondo della vendita dell’Innse. In altre parole, pare doversi concludere che ai proprietari delle imprese e delle aree non interessasse granché assicurare la continuità delle due fabbriche, ma piuttosto trarre un utile dalla loro chiusura.

Grazie al loro comportamento, una dozzina appena di operai otterranno, a beneficio di tutti, quello che nemmeno uno sciopero di sei mesi di tutti i dipendenti sarebbe probabilmente mai riuscito ad ottenere: salvare in pochi giorni le due fabbriche. Visto il successo, troveranno altri imitatori? C’è da aspettarsi che in dieci o cento altre imprese che minacciano licenziamenti piccoli gruppi di lavoratori si pongano volutamente in una situazione pericolosa intanto per richiamare l’attenzione, poi per sollecitare chi può a intervenire per compiere salvataggi più o meno veloci? La possibilità esiste. Ma occorre considerare innanzitutto che se la Innse o la Cim avessero avuto milioni di debito, o fossero afflitte da una falcidia degli ordinativi, o mostrassero una produttività insoddisfacente nel loro settore, come si osserva per tante aziende in crisi, il loro salvataggio sicuramente non sarebbe arrivato così presto, e forse non sarebbe arrivato mai. In secondo luogo è certo che dopo il quarto o il quinto caso, se mai si verificassero, l’attenzione dei media, nonché di prefetti, questori e consigli comunali scenderebbe velocemente verso lo zero, e con essa la probabilità di trovare qualche tipo di soluzione.

C’è però un punto da tenere presente. Un operaio della Innse, dialogando a Radio Popolare con i compagni della Cim, ha detto che «il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più. Bisogna utilizzare altre forme di lotta». Per quanto riguarda le grandi vertenze contrattuali, è probabile che al momento la sua previsione sia sbagliata. Ma per molte questioni che hanno a che fare con gli innumeri marchingegni usualmente messi in opera al fine ultimo di tagliare l’occupazione, dalla cessione di rami d’impresa alle fusioni e acquisizioni i quali hanno come risultato che due più due fa sempre tre, è possibile invece che abbia ragione. Nessuno vorrebbe rivedere operai che rischiano la vita restando per giorni interi su strutture alte trenta o quaranta metri. Però bisogna riconoscere che la loro protesta, in questi casi, non ha danneggiato nessun soggetto terzo, ha inciso in misura minima sul reddito dei lavoratori interessati, e neppure ha recato alcuna menomazione agli impianti. Ed ha avuto un rapido successo. In altre parole, è stata una protesta ben inventata quanto efficace. Poiché la crisi delle imprese piccole e medie sarà indubbiamente lunga e severa, e i mezzi per scaricarne i costi anzitutto sui lavoratori sono soprattutto nelle mani della proprietà e delle direzioni, v’è da prevedere, se non anzi da augurarsi nell’interesse generale, che altre forme di protesta parimenti ben concepite – di tipo non-sciopero, e meglio se meno rischiose – emergeranno nel prossimo autunno.

Postilla

Meglio ancora sarebbe se (1) fosse drasticamente disincentivata la speculazione immobiliare sulle aree dismesse, con un’adeguata politica urbanistica; (2) vi fosse una politica nazionale volta a stimolare gli investimenti produttivi e penalizzare quelli improduttivi, anche con forti tassazioni delle rendite finanziarie e immobiliari; (3) stampa e televisione non si occupassero soltanto degli eventi eccezionali e straordinari ma si impegnassero a formare l’opinione pubblica e non a titillarne gli istinti.

Insomma, non può essere solo la classe operaia a positivamente allo smantellamento del capitale industriale, ma il compiito spetta anche – e forse in primo luogo – alla politica e alla cultura.

Sì, è vero, nessun governo è riuscito a fare in quattordici mesi quel che ha fatto il Governo Berlusconi. Ma non nella dimensione fantastica dove un Supereroe insonne sforna un "colpo di genio" dietro l´altro, salva la Nato, evita una nuova Guerra Fredda, promette lenzuola cifrate ai terremotati. Piuttosto nella concretissima dimensione istituzionale dove, invece, si è realizzato uno stravolgimento continuo del sistema delle garanzie al quale sono affidate le possibilità stesse di funzionamento della democrazia.

Consideriamo quel che è avvenuto solo nelle ultime settimane. Si è andati all´assalto della Banca d´Italia e della Corte dei Conti. Si è stravolto in forme sconcertanti l´uso del decreto legge. Si è inflitta l´ennesima mortificazione al Parlamento, con un ricorso al voto di fiducia che azzera l´autonomia di deputati e senatori e conferma l´ostilità mai nascosta di Berlusconi per l´istituzione parlamentare. Si è realizzata una nuova blindatura del sistema televisivo intorno agli interessi delle reti Mediaset, ai quali vengono subordinate le reti che dovrebbero essere pubbliche. Si è manifestata una volta di più l´ostilità per la libertà di informazione e di critica, con toni variamente intimidatori verso chi scrive cronache sportive o riferisce di vizi privati che annientano le virtù pubbliche. Un comune denominatore unisce queste diverse iniziative. Il bisogno di un potere sciolto da ogni controllo; l´insofferenza per una opinione pubblica critica e vitale, non ridotta a "carne da sondaggio"; il disprezzo per ogni "governo delle leggi" che dia la regola al "governo degli uomini".

Alcuni guai sono stati evitati, almeno per il momento. Grazie al provvido intervento del Presidente della Repubblica vengono salvaguardate l´autonomia della Banca d´Italia e la possibilità della Corte dei Conti di continuare a esercitare il controllo sul funzionamento delle amministrazioni pubbliche. Il Presidente della Camera, anche se inascoltato, non si stanca di ricordare quale sia il valore, davvero non negoziabile, della democrazia parlamentare. Ma più passa il tempo più la tenacia di Napolitano e Fini si rivela come il segno di difficoltà gravi del sistema istituzionale, la cui buona salute non può essere affidata ad una sorta di guerriglia istituzionale divenuta ormai quasi quotidiana.

Intendiamoci. La "custodia" della Costituzione garantita dal Presidente della Repubblica è preziosa, ma rivela pure come garanzie e controlli fondamentali non siano più patrimonio dell´intero sistema, ma vadano rifugiandosi in alcuni suoi luoghi soltanto, appunto la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, di cui cresce la responsabilità. I casi ricordati prima, infatti, non sono una eccezione o una emersione casuale di pulsioni autoritarie. Rappresentano la conferma di una linea avviata fin dall´inizio della legislatura: con il Lodo Alfano e gli attacchi ripetuti e le minacce rivolte a giudici costituzionali e ordinari; con la drastica riduzione dei poteri di controllo della magistratura e del sistema dell´informazione affidata al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche; con la negazione della stessa separazione dei poteri, che ha avuto la sua manifestazione più clamorosa, ma non unica, in occasione del caso Englaro, quando si cercò di cancellare in via legislativa una sentenza già passata in giudicato.

Proprio questa vicenda consente di cogliere l´altra faccia della politica istituzionale di questo governo e della sua maggioranza. Mentre si opera tenacemente per affrancare il potere esecutivo da ogni forma di controllo, questo medesimo potere agisce anche con violenza per assumere il controllo della vita delle persone, cancellando diritti, negando l´idea stessa d´una moderna cittadinanza come patrimonio inalienabile e non comprimibile d´ogni persona. La logica dei controlli democratici è così capovolta.

Di nuovo vicende recentissime. Questi sono i giorni dell´entrata in vigore del pacchetto sicurezza e dell´attacco all´autorizzazione all´uso della pillola Ru486. I diritti delle donne e degli immigrati vengono esplicitamente messi in discussione, con un inquietante ritorno verso forme di discriminazione e stigmatizzazione sociale. Quale sia l´idea di dignità e libertà femminile coltivata da questa maggioranza lo ha rivelato la "cultura" messa in campo dai comportamenti del presidente del Consiglio e dalle difese apprestate dalla sua corte. Una cultura, peraltro, che continua a fare un uso spudoratamente strumentale del riferimento alla tutela della privacy per assicurare coperture ad una figura pubblica per definizione, come il presidente del Consiglio, e per far passare norme autoritarie in materia di intercettazioni telefoniche, mentre si approva una più generale riduzione delle garanzie modificando, per asserite ragioni di efficienza, l´articolo 1 proprio del codice sulla privacy. Schizofrenia istituzionale o manifestazione ulteriore del doppio movimento in materia di controlli, inaccettabili per i potenti e costrittivi per le persone?

Un inquietante "efficientismo penale" percorre il testo sulla sicurezza appena entrato in vigore. Ne conosciamo le caratteristiche. Una pericolosa privatizzazione della sicurezza pubblica attraverso le ronde. La negazione della cittadinanza come insieme di diritti che accompagnano la persona in qualsiasi luogo del mondo in cui si trovi attraverso il reato di immigrazione clandestina che porta con sé la cancellazione di diritti fondamentali come quelli di sposarsi o di avere una abitazione, e rende precaria la possibilità del diritto alla salute, all´istruzione, al riconoscimento e alla educazione dei figli (dove sono gli scatenati difensori della famiglia?). Ce lo ha appena ricordato il Presidente della Repubblica, sottolineando che la piena integrazione degli immigrati e la sicurezza sui luoghi di lavoro "sono diritti fondamentali ed esigenze totali e civili", in un messaggio significativamente letto dal presidente della Camera in uno dei luoghi simbolo della tragedia dell´emigrazione italiana, Marcinelle.

La regressione culturale e civile incarnata dagli ultimi provvedimenti è evidentissima, e ha la sua origine e il suo fondamento soprattutto nella politica della Lega, la cui influenza è cresciuta a dismisura e sta producendo una curvatura del sistema istituzionale nel senso dell´accettazione della logica della diseguaglianza e della discriminazione come via per la legittimazione di identità separate e della costruzione di una cittadinanza a geometria variabile, non solo tra italiani e immigrati, ma tra gli stessi italiani in base alle appartenenze regionali. Non sono folclore i test di cultura regionale, già presi in considerazione dal ministro dell´Istruzione, o il "pluralismo delle bandiere" o il modo in cui si propongono le gabbie salariali.

Più si seguono le iniziative politiche della maggioranza, più si fa pesante il bilancio istituzionale di questi quattordici mesi. Siamo di fronte a una strisciante revisione costituzionale, ad un vero e proprio abbandono della logica della Costituzione repubblicana proprio nella sua parte più significativa e impegnativa, quella dei principi e dei diritti. Le istituzioni repubblicane si scompongono lungo strategie che parlano di dissoluzione, non di federalismo. Sono le dichiarazioni di esponenti politici con impegnative responsabilità pubbliche, e non aggressive interpretazioni "laiciste", a dare la prova di una crescente debolezza dello Stato, di una sua perdita di autonomia di fronte alle gerarchie vaticane, come sta accadendo con la pretesa di far intervenire Parlamento e governo per bloccare il ricorso alla pillola Ru486.

Per evitare di essere sempre più prigionieri di questa perversa "costituzione materiale", servono almeno due mosse. La prima riguarda la necessità di uscire da una forma di schizofrenia politico-istituzionale robustamente presente nel mondo del centrosinistra: si può continuare a fare analisi che rivelano i guasti di questi anni senza chiedersi se all´origine di tutto questo non vi sia pure quell´ingegneria costituzionale che ha secondato la personalizzazione del potere? La seconda rimanda alle proposte di riforma indicate come le più urgenti, in primo luogo quella dei regolamenti parlamentari che, almeno in alcune proposte, assomiglia pericolosamente a una semplice razionalizzazione delle prassi che oggi vengono indicate come spoliazione delle prerogative delle Camere. Di tutto questo bisognerà discutere, liberi dalle malie che il presidente del Consiglio cerca di esercitare su una opinione pubblica sempre meno informata e, soprattutto, dalle arretratezze di cui sono ancora prigionieri troppi suoi oppositori.

C’è una singolare concordia bipartisan nel giudicare cosa non seria la proposta del presidente dei senatori della Lega on. Bricolo di «recuperare i simboli identitari» delle regioni. Con bandiere e inni distinti, che fa seguito all’altra proposta, quella relativa ai dialetti. Eppure queste proposte hanno un senso e una logica di cui bisogna tenere conto. L’appuntamento del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è un’occasione per riflettere su dove stiamo andando e su che cosa sappiamo e pensiamo di un paese dove pezzo su pezzo quell’unità si sgretola.

Prendiamo come guida la celebre definizione di Alessandro Manzoni: «Una d’arme, di lingua, d’altare». Una d’arme: oggi registriamo il ritorno con le ronde a un’imitazione edulcorata delle squadracce fasciste e l’avvio della fine di un carattere essenziale dello Stato moderno – il monopolio della violenza, il rifiuto del farsi giustizia da sé. Una d’altare: quale altare? Oggi l’intolleranza della Chiesa scatena il fanatismo di una sua verità senza carità contro le leggi dello Stato, contro il rispetto dei diritti costituzionali dell’individuo e dei principi della laicità e del pluralismo. Qui si deve parlare chiaro. Abbiamo seguito con attenzione il crescere dell’indignazione morale in mezzo al clero di base davanti al dilagare del fiume di immondizia che ha trasformato i palazzi del potere in nuove stalle di Augia. Ma com’era facile prevedere la dirigenza ecclesiastica non ha trovato niente di serio da dire contro un potere dal quale si attende concessioni tanto più generose quanto più chi ne è il titolare e il simbolo è oggi bisognoso del suo sostegno. Dai tempi di Enrico IV a Canossa questa è la situazione preferita dal papato. Un giorno qualcuno indagherà su questi silenzi così come si è fatto per i silenzi papali e i sussurri dei palazzi apostolici ai tempi della Shoah. Ma spetta a noi cercar di capire dove questa politica della Chiesa mira a portare il paese.

L’importanza della Chiesa in Italia è innegabile. Non per niente la riflessione di Antonio Gramsci sulla funzione degli intellettuali e sulla costruzione di una nuova egemonia prese a modello il clero come "intellettuale organico". Oggi c’è un legame tra lo stato di crisi della cultura italiana e le pulsioni integriste e fondamentaliste del blocco sociale che ha trovato nella benedizione della Chiesa la sua espressione culturale "seria". Non importa se la saldatura mette insieme pezzi solo apparentemente eterogenei come il divieto cattolico dell’aborto e l’immoralità grossolana di chi tratta il corpo femminile come merce da esibire e consumare, sul letto privato o sulle poltrone pubbliche. Per l’alta dirigenza ecclesiastica il diritto fissato dalla Costituzione e sancito dalle leggi di disporre del proprio corpo è intollerabile: invece l’umiliazione della dignità femminile da qualunque parte venga non urta una cultura clericale tradizionalmente ostile alle donne.

Ma veniamo all’ultimo termine della definizione manzoniana: la lingua. Oggi il "paso doble" di un leader che fa strame di moralità pubblica e privata e di un partito – la Lega – che persegue senza ostacoli il disegno della cancellazione dell’unità del paese è arrivato all’ultimo baluardo: la lingua. È forse necessario ricordare che ben prima di Mazzini e di Garibaldi è stata la lingua italiana a unificare la penisola? Questo è il patrimonio immateriale del paese. Patrimonio altissimo, non solo dell’Italia ma dell’umanità: non c’è bisogno di un riconoscimento dell’Unesco per sapere che l’Italia vive nel mondo in grazia di una tradizione letteraria e intellettuale che spinge genti lontane a studiare la lingua di Dante e di Boccaccio, di Machiavelli e di Galilei – una lingua condivisa ben al di là dei confini statali, tanto che, come ha detto una volta il presidente Napolitano, potrebbe essere considerata la lingua franca del Mediterraneo. Cancellate quella lingua e scomparirà il paese Italia.

Lingua come cultura? Oggi non si dice più cultura. Si dice identità. La cultura è parola buona per assessorati e ministeri, per l’industria pubblica del divertimento, del sogno e dell’evasione. Mentre eravamo distratti, mentre la volontà di voltar pagina faceva illudere che si potesse semplicemente dimenticare il "secolo breve", il vocabolario è cambiato: oggi si dice "identità". E si intende diritto del sangue e del suolo, chiusura, esclusione. Allora le classi dirigenti italiane scelsero la chiusura culturale e sognarono il cupo sogno della purezza della razza italiana. Sappiamo bene com’è finita. Oggi il virus torna, solo apparentemente innocuo. Invece di ridere o di scandalizzarsi, sarebbe utile chiedersi in quanti abbiano arato e concimato il terreno su cui cade oggi la proposta del senatore Bricolo di dare espressione ai "simboli identitari" delle regioni; e magari contare i palazzi pubblici che inalberano già bandiere e simboli del genere. Quanta esaltazione del tipico e del locale, quante sagre strapaesane sono state pagate col taglio delle risorse per scuole, biblioteche, musei, con la svendita e la cementificazione del paesaggio.

Il "sacro egoismo" degli otto milioni di baionette fu negli anni Trenta la morale pubblica di un regime liberticida e razzista. Oggi, nel paese dei nove milioni di auto sulle vie delle vacanze, il sacro egoismo è quello del Nord contro il Sud, delle gabbie salariali, dei muri e delle prigioni per gli immigrati. Allora nel carcere di Turi Antonio Gramsci iscrisse sull’agenda politica della rinascita del paese la necessità di una riflessione sul Risorgimento, sulla questione meridionale, sulla funzione degli intellettuali. Oggi questi sono i temi che ci tornano davanti come un rimorso, a ricordarci che la cultura è confronto, dialogo, arricchimento nel continuo confronto tra passato e presente, tra noi e gli altri.

Nell'iicona Petrarca, dipinto da Alichiero da Zevio, 1372 Padova

La reazione che si sta (per fortuna) alzando giorno dopo giorno contro le abitudini private e pubbliche del nostro premier mostra, ha scritto ieri Michela Marzano su Repubblica, un’Italia «individualista, materialista e machista che ha vergogna quando si guarda allo specchio».

La confusione della cultura dei diritti con un individualismo antisociale – quello che si riconosce nella massima del "me ne frego" – è uno degli aspetti di questo smarrimento. La rappresentazione della nostra società come di un mercato cinico nel quale si scambiano diritti con soldi, sesso con potere, si interseca con quella di una società che pare non avere più un centro di forze etiche capaci di unire i cittadini come una forza di gravità invisibile: il rispetto per gli altri; la solidarietà, l’eguaglianza di cittadinanza.

Senza queste forze etiche, la libertà che i diritti liberali garantiscono e proteggono può trovarsi di fronte a due rischi: essere sentita come poca cosa dai molti, poiché avere diritti significa anche poter vivere il proprio quotidiano sicuri senza accorgersi di essi; e diventare un privilegio di chi sfrutta a proprio vantaggio le potenzialità offerte dalla società liberale facendo dei diritti uno strumento di affermazione contro gli altri. Entrambi questi rischi – il primo di apatia e il secondo di individualismo anti-sociale – sono il segno di una disposizione che la cultura liberale dei diritti può stimolare, ma anche di un’erosione del sentimento di eguaglianza, la condizione senza la quale i diritti si possono tramutare in privilegi antisociali.

Nella tradizione liberale che si è affermata dopo la Seconda guerra mondiale, l’eguaglianza non ha avuto un peso significativo, anzi, per alcuni importanti pensatori come Isaiah Berlin l’eguaglianza è stata intesa come un valore di disturbo e perfino un pericolo per la libertà – va dato merito a Norberto Bobbio di essersi sempre distinto da questa lettura «negativista» dei diritti individuali e aver insistito sulla funzione di libertà giocata dall’eguaglianza. È proprio questo pensiero di Bobbio che andrebbe oggi ripreso: non per mettere in ombra il liberalismo e i diritti, ma per legarli più fortemente alla democrazia.

Gli anni Sessanta hanno inaugurato la stagione dei diritti civili consentendo a milioni di donne e di uomini delle società occidentali di liberare le loro vite individuali dai lacci di una cultura autoritaria e gerarchica, di storiche e recalcitranti disuguaglianze. A quei diritti non si può rinunciare – non solo, essi vanno difesi dai permanenti tentativi di ridurli, abbatterli o decurtarli come avviene oggi con quelli relativi alla vita, dalla procreazione alla morte, dalla maternità alla salute.

Tuttavia, la cultura dei diritti ha prodotto anche il seguente paradosso: ha liberato gli individui dai lacci sociali autoritari ma non ha dato loro nuovi vincoli, quella sorta di colla etica capace di tenere insieme una società di individui liberi e autonomi. Per riprendere Alexis de Tocqueville, mentre ha umanizzato la società e la politica, la cultura dei diritti ha prodotto individui dissociati e isolati, con il risultato di renderli anche più esposti alle disuguaglianze economiche e al potere delle maggioranze, politiche e di opinione. Il populismo che stiamo esperimentando in Italia è anche l’esito del paradosso di una società individualista liberale nella quale la dimensione privata (intesa per giunta come la sfera dove "tutto è lecito") ha preso il posto più alto nella gerarchia dei valori, facendosi passaporto per acquistare favore e potere, non importa con quali mezzi. Come riscattare l’individuo dal degrado di questo individualismo che il declino della politica ha esacerbato?

Dei due partner – liberalismo e democrazia – di cui si compone il nostro ordine costituzionale, è venuto il tempo di volgere l’attenzione al secondo, il più politico dei due. Ma la debolezza della nostra concezione della democrazia non ci aiuta, poiché di questo sistema noi abbiamo ancora una visione sostanzialmente negativa – come del migliore tra i peggiori governi, per dirla con Churchill, o come un sistema elettorale per la selezione della classe politica; questa è stata la visione che ne ebbero i liberali che combatterono e vinsero contro i totalitarismi del XX secolo.

Ma ora, nelle nostre democrazie consolidate, è proprio questa visione negativa e minimalista della democrazia che ci può essere di ostacolo, perché abbiamo bisogno di recuperare la forza etica della dignità della persona e della partecipazione politica che sono alla base della democrazia; infine di riscattare la politica dall’impero tirannico del privatismo individualistico. E ne abbiamo bisogno per recuperare i due valori fondanti della democrazia, la cittadinanza e l’eguaglianza. Della prima abbiamo bisogno perché l’erosione delle istituzioni politiche e del ruolo della partecipazione è facilmente strumentalizzabile da chi ha più presenza politica e più strumenti per formare il consenso; della seconda abbiamo bisogno perché è sotto gli occhi di tutti l’attacco sistematico all’eguaglianza, con l’indebolimento dei diritti sociali, della scuola pubblica, della stessa idea della ridistribuzione come volano di solidarietà (l’esempio più macroscopico viene dal modo egoistico con il quale è stato pensato il federalismo nel nostro paese, come una sorta di secessione dalla responsabilità collettiva di condividere insieme fortuna e sfortuna). Sia la cittadinanza che eguaglianza meritano la nostra attenzione oggi; non per ridimensionare la cultura dei diritti, ma per rafforzarla reinterpretandola all’interno di una cornice politica, non soltanto morale e giuridica (appunto individualista).

La democrazia è una ricca cultura dell’individualità morale e cooperativa, non solo una tecnica di selezione delle élite o un sistema procedurale per giungere a decisioni pubbliche. L’individuo democratico è simile ma non identico a quello liberale perché non è un essere puramente razionale che sceglie fra opzioni diverse, ma una persona emotivamente disposta verso gli altri per le ragioni più diverse, come la curiosità, la volontà imitativa, il piacere di sperimentare. Queste qualità, che possono produrre anche spiacevoli effetti (come l’adesione acritica alla cultura di massa o l’accettazione dell’opinione della maggioranza), hanno però un lato positivo che è importante sottolineare ed esaltare: rendono l’individuo naturalmente disposto verso gli altri, un cooperatore, e anche una persona capace di sentire vicinanza simpatetica con i diversi e di identificarsi con chi è nel bisogno; infine di sentire vicinanza con tutti gli esseri umani (anche con chi non è membro della comunità nazionale, con importanti implicazioni universaliste e antirazziste), un carattere che è essenziale per dare senso e valore all’eguaglianza. L’azione politica può spingere l’individuo democratico nell’una o nell’altra direzione. La destra populista che domina oggi la scena italiana è stata capace di usare a proprio vantaggio i caratteri dell’individuo democratico, mettendo in luce la sua parte più volgare, massificante e apatica. Spetta alla cultura democratica non populista ma popolare, riuscire a rovesciare questa tendenza.

Si avvicinano le celebrazioni per il 150° anniversario e crescono le polemiche sul modo di festeggiare un Paese che, da Nord a Sud, è sempre più diviso

Le lamentazioni sulle sorti d’Italia rappresentano quasi un genere letterario da molto prima che si realizzasse l’unità della Penisola. Da Dante a Petrarca, da Leopardi a Manzoni è un inseguirsi di appassionate strofe: da «Ahi serva Italia, di dolore ostello» a «Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno», da «O patria mia, vedo le mura e gli archi/e le colonne, ma la gloria non vedo» fino alla breve speranza di «O giornate del nostro riscatto!»: è tutto un disperato anelito all’inveramento della nazione lacerata. Anelito, peraltro, sofferto da minoranze che sognavano una patria, da ristrette aristocrazie del pensiero e del lignaggio, da spiriti liberi indipendenti e rari; la maggioranza, in gran parte analfabeta e sepolta nel duro lavoro dei campi e nel servaggio, non potendo che riconoscersi, invece, nel cinico «Franza o Spagna, purché se magna». Motto seicentesco degli italiani soggiogati e divisi, ma che potrebbe esser stato scritto da Alberto Sordi e lasciato a perenne eredità per quei più, che sprezzano ogni poetico idealismo (o altro "ismo" che sia) in nome dei prosaici interessi, misurabili su scala individuale o familistica.

Tale preambolo può essere utile per rammentare come la poetica sulle peculiari sorti del nostro Paese, accompagnata, lungo tutto l’Ottocento, dal trionfo popolare del melodramma verdiano, che a essa si affiancava e a una letteratura formativa del carattere, dei valori e della lingua, dai Promessi sposi al Cuore, declinò quel "racconto italiano" scandito dalla formazione scolastica universale.

Quel "racconto italiano" che servì, almeno fino agli anni del secondo dopoguerra, a plasmare, in continuità con quel loro passato, finalmente riscattato, il profilo dei cittadini di una Nazione ritrovata. Delineata nel 1861, coronata con Roma capitale nel 1870, completata nel 1918 con Trento e Trieste, esaltata nel ventennio fascista, che la dilatò in un nazionalismo catastrofico e in un vacuo quanto magniloquente richiamo augusteo, l’unità d’Italia, salvata dalla Resistenza, sembrò recuperata e messa in sicurezza dall’avvento repubblicano e costituzionale del 1947.

Storia e geografia parvero comporsi lungo la dorsale appenninica e l’arco alpino. La lingua unica si diffuse e radicò, accanto ai vecchi dialetti, grazie alla formazione di base universale e, soprattutto, alla tv.

Tutto questo patrimonio culturale ed emotivo, riferimento primario che ha forgiato per generazioni l’auto identificazione degli italiani, sembra improvvisamente dissolversi, uscire dalla memoria collettiva e individuale di milioni di persone, regredite da cittadini ad abitanti di una penisola lobotomizzata. Molti commentatori, sollecitati dalle traversie celebrative del 150° anniversario e dall’esplodere del malcontento siciliano hanno affrontato il fenomeno. Gli ottimisti di natura, come Giuseppe De Rita, giurano che tutto andrà per il meglio: l’Italia sarebbe «una nazione in corso d’essere, un semenzaio di nazioni che continuano a cercare faticose convergenze». Altri, come Angelo Panebianco, vedono «il riacutizzarsi delle storiche fratture» di cui solo la Dc aveva impedito il dispiegarsi. Giorgio Ruffolo, invece, riconduce la crisi al venir meno di ogni attenzione alla pur irrisolta questione meridionale, giustamente vista come «la questione critica dell’unità nazionale, oggi praticamente uscita dall’agenda politica e sostituita da una questione settentrionale che punta piuttosto alle divergenze che all’unità».

Sono contributi che denotano la sensibilità verso un tema che tutti sentiamo incombere. Il sottoscritto, ad esempio, reputa che il disgregarsi dei principi che ressero per quasi un secolo l’unità della nazione italiana sia di natura politica ma non corrisponda affatto a un preciso disegno. Come quasi sempre accade è il risultato di errori, sedimentatisi nel tempo, di coincidenze casuali, di esiti eterogenei rispetto ai fini, di nefandezze culturali concimate per insipienza che hanno fecondato uova di serpente. È pur vero che l’intelaiatura del nostro Paese si reggeva su un sistema partitocratico e che la Dc vi svolgeva un ruolo decisivo, finalizzato in primo luogo a legittimare l’apporto cattolico alla gestione dello Stato, ma questo non era affatto esclusivo. Anche più incisivo, ai fini di far vestire ai ceti popolari gli abiti della storia patria e della Costituzione unitaria, fu l’apporto della sinistra e principalmente del Pci.

Collocati dalla genialità del Togliatti 1944-1948 in un prospettiva atemporale, sia il vecchio internazionalismo socialista che il legame con l’Urss, il motore propulsivo del partito fu attivato in ogni sua potenzialità per raggiungere la identificazione della sinistra con la storia d’Italia. I partigiani si chiamarono non a caso garibaldini, Gramsci fu declinato come inventore dell’alleanza permanente tra contadini del Sud e operai del Nord, Togliatti si spese per allargare l’alleanza ai ceti medi (teorizzata in un celebre discorso, "Ceti medi e Emilia rossa"). Non si trattò mai di una edificazione di facciata ma di una costruzione a tutto tondo con solide fondamenta per allineare il recepimento di una politica nazionale a un impianto sociale che tendesse a rendere, quanto meno sul piano dei principi, gli italiani eguali, dalle Alpi alla Sicilia. Le leggi, i salari, le riforme, la scuola e in genere il Welfare state si svilupparono con questa impronta egualitaria e nazionale a un tempo.

Ancor più intrinseca alla storia d’Italia fu l’elaborazione di quella che si chiamò l’egemonia culturale, imperniata sulla triade De Sanctis-Labriola-Gramsci, affiancata in dialettico rapporto al duo Croce-Gentile. Migliaia di intellettuali, di riviste, di centri studi vi apportarono arricchimenti continui. Mentre scandirono i tempi della questione meridionale, concepita come centrale questione nazionale, uomini come Fortunato e Salvemini, Dorso e De Martino, Amendola e Rossi Doria, Compagna e Saraceno.

Non era scritto da nessuna parte che tutto ciò dovesse venir meno con il crollo del vecchio sistema partitocratico. Non era scritto che il Pci dovesse tentare il proprio rinnovamento gettando alle ortiche non solo Stalin ma anche Cavour e Garibaldi, riducendosi a soggetto immemore dalla incerta identità. Non stava scritto che alla Dc dovesse subentrare non un altro movimento di centro, orientato o meno a destra, liberale o populista che fosse, ma un partito-azienda, partorito da Mediaset e guidato da un personaggio la cui filosofia politica e di vita è priva di retroterra storico come di prospettive future, ma tutta appiattita sul presente, sull’hic et nunc misurabili in termini mass-mediatici e di potere. Non stava scritto che anche la destra nazionale abdicasse all’unica parte valida del proprio passato per un piatto di lenticchie berlusconiano, da cui rifugge il solo Fini, rassegnato a sbandierare le sue buone ragioni dalla presidenza di Montecitorio. Un assieme di eventi che sarebbero stati probabilmente metabolizzati col tempo se non si fossero incrociati in un punto di coincidenza del tutto casuale: la comparsa della Lega. Fenomeno di per sé nient’affatto eccezionale ma apparentabile ad altri simili, ispirati al localismo e alle "piccole patrie", in Austria, in Catalogna, in Belgio, in Slovacchia e, con effetti sanguinosi e dirompenti, in Jugoslavia.

Da noi la Lega poteva restare nell’ambito della Padania, recependo e realizzando concreti miglioramenti regionali per il suo elettorato. Invece, come quei virus che diventano mortali quando passano dall’animale all’uomo, così la Lega incrociando un Pd senza memoria e un PdL privo di radici storiche, ha infettato gli uni e gli altri. Da un lato la deplorevole riforma del Titolo V della Costituzione, con la cancellazione del principio prioritario dell’interesse nazionale, dall’altra il recepimento di dosi massicce di velenosità anti nazionali, atte a produrre esplosioni incontrollate di fronte alla crisi economica e alla appropriazione da parte del Nord delle scarse risorse a disposizione. Così quella di Bossi si è trovata a essere l’unica ideologia che ispira il PdL e ha finito per condizionare il Pd.

Non basta il pessimismo leopardiano per lamentarne gli esiti.

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