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Di prima mattina, il 5 febbraio del 62 dopo Cristo, in Campania si verificò uno spaventoso terremoto che nel volgere di pochi secondi uccise migliaia di inconsapevoli abitanti. Vaste aree di Pompei crollarono travolgendo gli abitanti nel sonno e ogni tentativo di salvarli fu ostacolato dallo scoppio di vari incendi. I sopravvissuti si ritrovarono spogliati di ogni cosa, a eccezione degli abiti che avevano indosso e che erano completamente ricoperti di fuliggine, tra gli edifici un tempo eleganti ridotti in rovine. Attraverso l´Impero dilagarono spavento, incredulità e rabbia. "Come è mai possibile", si andava chiedendo, "che i romani, i più potenti al mondo, il popolo tecnologicamente più avanzato, i romani che hanno costruito acquedotti e soggiogato orde di barbari, siano così esposti agli insensati capricci della natura?".

La disperazione e lo sbigottimento - fin troppo diffusi oggi, all´indomani del terremoto al largo dell´Indonesia - attrassero l´attenzione del filosofo stoico romano Seneca. Egli scrisse una serie di testi volti a consolare i suoi lettori, ma, cosa assai tipica in Seneca, il conforto offerto fu del genere più rigoroso e fosco che si potesse concepire: "Voi dite ?Non pensavo che sarebbe accaduto´. Pensate dunque che esista qualcosa che non accadrà quando invece ben sapete che è possibile che accada, quando vedete voi stessi che è già accaduta?".

Seneca cercò di mitigare l´impressione d´ingiustizia che imperversava tra i suoi lettori ricordando loro - nella primavera del 62 - che i disastri naturali e quelli provocati dall´uomo faranno sempre parte della nostra vita, per quanto evoluti e sicuri noi si creda di essere diventati. Pertanto, anche nella nostra epoca dobbiamo sempre attenderci l´imprevisto: la calma è soltanto un intervallo nel caos. Nulla è certo, nemmeno il suolo sul quale poggiamo i piedi. Se non ci soffermiamo a riflettere sui rischi di improvvise onde gigantesche, se di conseguenza paghiamo uno scotto per la nostra ostinata ingenuità intenzionale, è perché la realtà comprende due diversi aspetti che disorientano in modo assai crudele: da una parte il senso di continuità e di sicurezza che si trasmette di generazione in generazione e dall´altra i cataclismi non preannunciati. In pratica, ci ritroviamo a esitare tra il plausibile invito a dare per scontato che il domani sarà molto simile all´oggi e la possibilità che andremo invece incontro a un evento spaventoso, dopo il quale nulla sarà più come prima. Ed è proprio perché abbiamo fortissimi incentivi a non prendere in considerazione il secondo dei due scenari che Seneca ci esortò a ricordare che il nostro destino è sempre nelle mani della Dea Fortuna. Costei può distribuire i suoi doni e poi, con terrificante velocità, osservarci mentre soffochiamo per una lisca di pesce incastrata in gola, o mentre chiudiamo gli occhi per sempre, scomparendo per colpa di uno tsunami insieme all´hotel nel quale eravamo alloggiati.

Il terremoto in Asia ha acquisito un rilievo del tutto particolare perché molte delle aree devastate erano zone turistiche, luoghi dove la gente si è recata espressamente alla ricerca della felicità, soltanto per trovarvi morte e caos. Se si visitano i siti Web degli alberghi ora devastati, si possono ancora osservare magnifiche immagini di spiagge assolate, di camere accoglienti, di barbecue in piscina o di immersioni nei fondali marini.

Seneca sostiene che proprio perché veniamo feriti maggiormente da ciò che non ci aspettiamo, laddove dobbiamo invece aspettarci di tutto ("Non vi è nulla che la Fortuna non osi"), dovremmo sempre tenere ben in mente l´eventualità che si verifichino gli eventi più terribili. Nessuno dunque dovrebbe mai accingersi a partire per un viaggio in macchina, né scendere le scale o salutare un amico senza la consapevolezza - che Seneca per altro non avrebbe voluto che fosse necessariamente funesta o tragica - che possa accadere qualcosa di fatale.

Considerando le nostre competenze tecnologiche, è diventato naturale credere di essere in grado di controllare il nostro destino. L´uomo non deve più essere il trastullo delle forze del caso: esercitando la ragione, tutti i nostri problemi possono essere risolti. Nulla è maggiormente lontano dalla mentalità di uno stoico. Piuttosto, sottolinea Seneca, noi dobbiamo accentuare la consapevolezza di ciò che in un qualsiasi momento della nostra vita può andare storto: "Nulla dovrebbe mai esserci imprevisto. La nostra mente dovrebbe anticipare tutto, in modo da poter far fronte a tutti i problemi. Noi dovremmo considerare non ciò che non è usuale che accada, bensì ciò che può accadere. Che cos´è infatti l´uomo? Un vaso che il più lieve urto, il più lieve movimento brusco può frantumare. Un corpo debole e fragile".

All´indomani del terremoto della Campania, molti sostennero che l´intera zona dovesse essere evacuata e che non si dovesse più edificare nelle zone a rischio di terremoto. Ma Seneca confutò l´implicito principio che sulla Terra potesse esistere un luogo - la Liguria, per esempio - nel quale ci si possa considerare del tutto al sicuro, lontani e al riparo dai capricci della Fortuna: "Chi può garantire che in questo o in quel sottosuolo si possono erigere fondamenta più solide? Tutti i luoghi hanno le medesime caratteristiche e se non sono ancora stati colpiti da un terremoto, ciò non di meno potranno esserlo in futuro. Sbagliamo se riteniamo che al mondo possa esservi un luogo esente da pericoli, sicuro? La natura non ha creato nulla di immutabile". Né - potrebbe aggiungere Seneca qualora fosse vivo oggi - la natura ha creato una costa che non potesse essere investita dall´avanzare della marea.

Per cercare di prepararci psicologicamente al disastro, Seneca invitava a sottoporsi ogni mattina a uno strano esercizio, che egli in latino chiamò praemeditatio - premeditazione - consistente nel rimanere sdraiati prima ancora di colazione e di immaginare tutto ciò che nell´arco della giornata che si ha davanti potrà andare storto. L´esercizio non è fine a se stesso, essendo stato concepito per prepararsi all´eventualità che la città in cui si vive venga distrutta la sera stessa o che per qualche ragione muoiano i propri figli. Così si legge in uno degli esempi di premeditazione: "Viviamo tra cose concepite tutte per cessare di vivere. Esseri mortali ci hanno dato la vita e noi stessi abbiamo dato vita a esseri mortali. Pertanto aspettiamoci di tutto".

Lo stoicismo pretenderebbe dunque che noi si accetti tutto ciò che la vita ci propina? No, essere stoici significa riconoscere quanto siamo vulnerabili nonostante tutto il nostro progresso. Seneca arrivò a chiederci di immaginare di essere simili a cani legati a un carro guidato da un conducente imprevedibile. Il guinzaglio è lungo abbastanza da poterci lasciare un certo qual margine di libertà di movimento, ma non così tanto tuttavia da consentirci di vagare a nostro piacere. Un cane spererebbe per sua stessa natura di potersi allontanare a suo piacimento, ma la metafora di Seneca implica che se non potesse farlo, sarebbe meglio per l´animale seguire docilmente il carro, invece che esserne trascinato a forza e finire strangolato. Così disse infatti Seneca: "L´animale che si dibatte rifiutando il guinzaglio finisce col serrarlo? non esiste giogo più stretto da ferire un animale di quello che l´animale stesso stringe, osteggiandolo invece di assecondarlo. Il miglior sollievo dai mali che ci opprimono consiste nel sopportare e nel piegarsi alla necessità".

Ritornando dunque al passato e alla saggezza dei filosofi stoici, potremmo trovare un metodo utile per ridimensionare alcune delle nostre aspettative e per smorzare il nostro shock davanti ai disastri naturali e allo spargimento di sangue. Nel 65 d. C. quando l´imperatore Nerone ordinò a Seneca di suicidarsi, la moglie e i suoi famigliari scoppiarono in lacrime. Seneca no, poiché aveva imparato a seguire il carro della vita con rassegnazione. Portandosi con tranquillità il coltello ai polsi, pronunciò una frase che faremmo bene a ripeterci, quando leggiamo le notizie sui giornali in alcune mattine particolarmente tristi. Egli disse: "Che bisogno vi è di piangere in alcuni momenti della vita? È per la vita tutta intera che si dovrebbe piangere".

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Traduzione di Anna Bissanti

Il mitico Luca Mercalli di "Che tempo che fa" indirizza una lettera aperta alla candidata del l'Unione alla presidenza della Regione Piemonte. E' una raccolta di temi aggiornati sulla politica ambientale, e non solo. La Mercedes Bresso risponde in modo ragionevole e problematico. C'è una bella differenza con gli argomenti troppo spesso piatti e triviali della campagna elettorale in Emilia-Romagna. Utile per rimanere aggiornati e anche per la linea di politica locale (anche lo slogan è bello). Ciao (a.b.)

Luca Mercalli indirizza una lettera aperta a Mercedes Bresso:



Ti scrivo per porgerti qualche spunto di riflessione "per cambiare il futuro", come recita il Tuo slogan elettorale. Seguendo l'invito che compare sul Tuo sito Internet, questo vuole essere uno di quei contributi "delle più diverse articolazioni della società civile, dell'economia, del lavoro, della politica e della cultura, vale a dire a tutti coloro che condividono il nostro punto di vista e che vogliono cambiare con noi la nostra regione e il modo di governarla".

Del resto, per chi ha a cuore i problemi ambientali, la lettura del Tuo curriculum è un'iniezione di fiducia: "esperta di economia dell'ambiente, economia agraria e di economia del turismo", autrice di saggi tra cui "Per un'economia ecologica" e "Pensiero economico e ambiente", già Assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e ai Parchi". "Amante delle passeggiate in montagna e nei boschi".

So anche che sei stata tra le prime in Italia a commentare il pensiero di Georgescu-Roegen, un pioniere, uno che avrebbe meritato il Nobel per l'Economia ben più di Robert Solow.

Ho avuto il piacere di conoscerTi insieme a tuo marito, quel Claude Raffestin "geografo ed esperto di Ecologia umana e Scienze del paesaggio" che completa il quadro del Tuo ambiente culturale come meglio non si potrebbe desiderare.

Insomma, a leggere queste credenziali, il Tuo programma politico dovrebbe avere una marcia in più rispetto - che so io - a quello di un qualsiasi palazzinaro che si metta in politica con obiettivi palesemente meno sostenibili sul piano ambientale.

Sembrerebbe, con un curriculum come il Tuo, di essere in ottime mani: una figura politica che non solo è ben informata su questi problemi, ma ne è pure navigata studiosa.

Ora, a questo punto, i fatti dovrebbero corrispondere alle premesse.

Eppure dal Tuo programma trapelano gli echi delle sirene della crescita continua.

"Con l'Europa per uno sviluppo sostenibile" per evitare il declino del Piemonte, recita il Tuo programma. Ma cosa vuol dire "declino"? Sulla base di quali indicatori? Forse del PIL? O del numero di autovetture prodotte dalla FIAT? Perché mai dovremmo evitare "un dignitoso e magari confortevole declino" a favore "di una dinamica fase di sviluppo"? Sappiamo che "sviluppo", come è inteso oggi (anche se corredato dell'aggettivo "sostenibile") è in realtà un modo addolcito di camuffare la continua crescita dei consumi. E' un'ossessione il ritenere che un luogo sia prospero solo se la sua popolazione aumenta o almeno non decresce, se le merci continuano ad affluire e a ripartire in sempre maggiori quantità, se l'edilizia continua incessantemente a costruire, se il valore degli scambi finanziari continua ad aumentare. A fronte di tali indicatori sappiamo bene che vi è anche l'aumento di rifiuti di qualsivoglia natura - solidi, liquidi e gassosi - e l'irreversibile diminuzione di naturalità del paesaggio, con conseguenze sia sul piano estetico, sia su quello dei cicli biogeochimici.

Ecco dunque che il passo del Tuo programma che recita come "La regione deve essere dotata in primo luogo di tutte le infrastrutture necessarie ad assicurarne la rilevanza economica, culturale, geografica e logistica cui aspira, il tutto nella logica dello sviluppo sostenibile. Vale a dire: le opere pubbliche dovranno essere progettate e portate a termine con il minimo impatto ambientale e al più basso costo sociale possibile. Opere all'avanguardia, concepite come servizi alla terra e agli uomini che debbono ospitarle, realizzate con tecnologie innovative, gestite con tutta la cura resa possibile dalla modernità", contiene inevitabilmente i germi della catastrofe ambientale. E ciò perché non riconosce il limite, ormai raggiunto e oltrepassato da tempo, del nostro territorio di sostenere ulteriori interventi di artificializzazione. In queste infrastrutture è facile vedere l'appoggio a progetti faraonici e non prioritari quali l'alta velocità ferroviaria, la quarta corsia della tangenziale torinese, una ulteriore espansione urbana e industriale capillare.

Sono tutti interventi ormai non più difendibili, inseriti nel mito della crescita continua, che - per quanto mitigata, per quanto addolcita - non può essere sostenibile per via dei meri vincoli fisici del sistema nel quale è concepita: il Piemonte - così come gran parte del nord-Italia, ha ormai subito un ampio superamento di tutte le soglie di attenzione di natura ambientale e deve ora guardare a come ridurre le conseguenze causate da un passo più lungo della gamba.

Per fare questo ritengo che l'unico mezzo sia ormai un serio approccio al concetto di decrescita. Orbene, il passato è passato. Processi storici ed economici hanno condotto fin qui e non ha importanza esaminarne più di tanto le motivazioni. Però Tu ci dici che vuoi cambiare il futuro del Piemonte. Benissimo. E' un'occasione d'oro per dimostrarlo. Se effettivamente desideri proporre un programma politico innovativo - pure rischioso, ovviamente - dovresti fare tuoi i precetti che il mondo scientifico ha da tempo - e con sempre maggior completezza - messo in luce. Il libro che ti allego "Le mucche non mangiano cemento" ne fa una sintesi, proponendo una bibliografia di riferimento che non ho dubbi Tu conosca ampiamente.

Provo comunque a sintetizzare per sommi capi gli obiettivi di un futuro realmente diverso:

1) il paradigma della crescita continua dei consumi e delle infrastrutture (e quindi pure dei relativi rifiuti) dovrebbe essere abbandonato quanto prima. Il suo fallimento è dietro l'angolo, una presa di coscienza anticipata potrebbe ancora consentire una transizione morbida verso una struttura stazionaria, altrimenti il collasso avverrà, come spesso accade nei sistemi non lineari, in modo improvviso e non modulabile da azioni di mitigazione.

2) sviluppo non deve essere confuso con crescita: esiste uno sviluppo culturale, scientifico, spirituale, perseguibile anche al di fuori di uno sviluppo dei consumi materiali o, peggio ancora, di beni superflui ed energivori. E' proprio lo sviluppo dei primi beni elencati a compensare della riduzione dei secondi. In un momento storico nel quale i livelli di benessere fisico sono ampiamente consolidati questa transizione è possibile ed è la sola a garantirne peraltro il mantenimento a lungo termine. Detto in altre parole, con la pancia piena e la casa calda possiamo anche pensare allo sviluppo spirituale/intellettuale/culturale che a sua volta sarà la chiave per continuare ad avere pancia piena e casa calda. Altrimenti si fa indigestione e si vomita. Poi però bisogna ricominciare dall'età della pietra.

3) il consumo di suoli agrari e di «paesaggio» deve essere arrestato immediatamente: in un mondo fisico dalle dimensioni finite non è pensabile espandersi all'infinito. Basterebbe applicare le illuminate proposte del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino, strumento eccellente che Tu ben conosci, purtroppo disatteso. Ovviamente la coerenza è una dote fondamentale del politico di razza: non si possono difendere i preziosi beni agrari dell'Ordine Mauriziano da una parte e contemporaneamente avallare progetti devastanti quali l'alta velocità ferroviaria: entrambi produrrebbero i medesimi risultati finali.

4) l'economia attuale in declino può trovare nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto" che ci circonda in qualcosa di almeno accettabile. Pensiamo a una FIAT che finalmente tiri fuori dai cassetti progetti che già aveva sviluppato da decenni, come la cogenerazione, e investa magari sulla produzione di pannelli solari... Le officine per fare tutto ciò sono praticamente le stesse che oggi si usano per fare automobili. Basta volerlo.

5) vi è necessità assoluta di un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite, imposti non da qualsivoglia ideologia, ma da semplice rispetto del II principio della termodinamica. In tale contesto sarebbe fondamentale disincentivare gli sprechi e l'uso del superfluo nonché gli eccessi nell'impiego di materie prime ed energia, a vantaggio di un benessere più sereno e libero dal senso di competizione sociale generato da modelli pubblicitari ormai patologici.

6) abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. In effetti, in un'epoca dove le telecomunicazioni potrebbero rendere sempre meno necessario il movimento fisico delle persone, e l'esaurimento delle risorse petrolifere porrà in un futuro prossimo restrizioni importanti alla inutile circolazione di merci banali oggi dettata da meri giochi economici, il gigantismo infrastrutturale è una scelta miope e sottrarrebbe enormi risorse alla disponibilità diffusa di servizi efficienti.

Cara Mercedes,

se vuoi veramente cambiare il futuro, dovresti avere il coraggio di inserire nel Tuo programma politico questi elementi, in apparenza fortemente impopolari in quanto lontani dal pensiero unico oggi vigente. Però il grande politico si riconosce proprio dalla capacità di essere realmente innovatore e cambiare totalmente il punto di vista dei problemi. E' peraltro difficile portare avanti tali obiettivi, però bisogna accorgersi che non solo l'ambiente scientifico sta sempre più assumendo consapevolezza che è necessario cambiare rotta, ma anche molta gente comune. Sono innumerevoli nel mondo le associazioni spontanee di cittadini volte alla decrescita (decrescita felice, décroissance, powerdown). Ma non vengo a mostrare ad arrampicare ai gatti: Georgescu-Roegen aveva scritto queste cose già nel 1974. Forse era in anticipo sui tempi. Trent'anni sono passati e ora le condizioni sono fertili per applicare la teoria bioeconomica o una sua opportuna riformulazione attualizzata.

Eppure sembra che la politica resti indietro, fatichi a cogliere questi segnali di disagio profondo, di una disarmonia con le leggi fondamentali di natura. Non basta aggiungere l'aggettivo "sostenibile" ad ogni azione per cambiarne le conseguenze. Molte azioni dovrebbero semplicemente essere abbandonate, non essere rese "sostenibili" quando non lo sono intrinsecamente. Pensiamo per esempio ai Giochi Olimpici Invernali Torino 2006.

Chi meglio di Te può comprendere queste cose? Con un curriculum così.

Ai miei occhi, come a quelli di molte altre persone mature e consapevoli della nostra situazione, assumi con la Tua candidatura politica una grande, grandissima responsabilità: quella di garantire se non il raggiungimento di questi obiettivi, almeno un segno incisivo verso la loro realizzazione, un cambiamento netto di direzione, un gesto di speranza. Se invece anche Tu, con il tuo perfetto curriculum da persona giusta al posto giusto, cadrai sotto la malìa delle sirene dello "sviluppo a tutti i costi", allora, noi che abbiamo capito di essere in un vicolo cieco, saremmo privati anche della speranza.

E senza speranza non resta che la disperazione.

Torino, febbraio 2005

Luca Mercalli (luca.mercalli@nimbus.it)

RISPOSTA DI MERCEDES BRESSO ALLA LETTERA APERTA DI LUCA MERCALLI



La lettera di Luca Mercalli è stata inserita nella sezione "Contributi al programma" del portale.

Normalmente i "Contributi" non ricevono risposta e vengono attentamente esaminati per recepire proposte e suggerimenti utili al Programma. Ma la lettera di Mercalli, trattando argomenti di grande importanza, ha suscitato molte reazioni e ha conquistato spazio sui media.

Decine di e-mail sono arrivate al nostro indirizzo.

Pubblichiamo quindi, in via del tutto eccezionale, la risposta di Mercedes Bresso.



Una bella lettera, la tua, una lettera alla quale voglio rispondere con grande sincerità, senza nascondermi dietro ai tatticismi elettorali che troppo spesso sono una scusa per non dire quel che si pensa e, soprattutto, per ritenersi in diritto di pensare quel che viene considerato indicibile.

Debbo dirti subito che anch'io, anni fa, pensavo fosse necessario arrivare a una sorta di "blocco dello sviluppo". Mi sono resa conto, col tempo, che il blocco puro e semplice non è possibile.

Ho studiato e riflettuto a lungo sulla teoria dell'arresto della crescita. Ma noi - il Piemonte - non possiamo rimanere fuori dallo sviluppo né possiamo rinunciare alla creazione di reddito, conseguenza immediata dell'arresto della crescita. Al contrario, dobbiamo rimanere dentro questi meccanismi di crescita. E dobbiamo rimanerci perché le dinamiche che governano i processi economici non permettono di fermarsi a un certo livello: chi si ferma non mantiene le posizioni acquisite, ma corre il fortissimo rischio di tornare indietro.

Non possiamo dimenticare poi che una quota crescente degli investimenti si concentra su servizi dematerializzati (internet, telefonia, tecnologie satellitari), che sostengono lo sviluppo e hanno un basso impatto ambientale. Io sostengo - insieme a tutto il centrosinistra - che sarà una società basata sulla conoscenza a sottrarci definitivamente al declino. Ritengo anche che il criterio della sostenibilità è l'unico che ci permette di investire in infrastrutture indispensabili e di lavorare per mantenere una parte dell'industria manifatturiera. Senza dimenticare che gli investimenti per la ricerca devono crescere non solo nazionalmente, almeno il 3% del Pil, ma anche e soprattutto nel nostro Piemonte.

Certo quel che conta è cambiare cultura, abbandonando l'equazione mentale che fa coincidere il benessere con l'incremento di beni materiali e consumi.

Io non credo affatto in uno sviluppo a tutti i costi. Credo invece che nel bilancio di ogni opera debbano essere considerati i costi non solo finanziari ed economici, ma anche sociali e ambientali. Al tempo stesso però vanno anche confrontati i risparmi che si conseguono non realizzando un'opera con quelli che l'opera, portata a termine, può garantire.

Non voglio eludere i problemi che poni, a partire all'Alta velocità. Personalmente mi sono battuta perché non si parlasse solo di Alta velocità, ma anche e soprattutto di alta capacità ferroviaria. Mi spiego. I risparmi ambientali che si ricaverebbero da una nuova ferrovia transalpina dedicata al solo traffico di persone sarebbero risibili. Se, al contrario, gli interventi rientrano in un piano destinato a ridurre il traffico su gomma a livello europeo, credo che il rapporto costi-benefici potrebbe essere interessante. Eliminare, o almeno ridurre drasticamente, il traffico dei Tir attraverso la catena alpina sarebbe un fatto grandioso, in grado di produrre effetti positivi sull'ambiente dal Baltico al Mar di Sicilia. Un elemento, questo, che mi pare sia stato enormemente sottovalutato da una parte del movimento ambientalista che pure stimo.

Non sfugge a nessuno poi che l'arretratezza delle nostre infrastrutture è una delle cause più gravi di inquinamento ambientale: un Paese senza metropolitane, con ferrovie inadeguate e con reti telematiche che toccano a malapena le aree metropolitane è condannato, fatalmente, a morire nel traffico e nell'anidride carbonica.

Le alternative sono tre. La prima: condanniamo noi stessi a marcire nell'arretratezza e a morire nell'inquinamento. La seconda, rincorriamo lo sviluppo - Achille e la tartaruga - così come lo abbiamo conosciuto fino agli anni Ottanta. La terza, facciamo del nostro ritardo il punto di battuta per spiccare un salto culturale e tecnologico. Esempio: l'Italia ha rinunciato al nucleare. Bene. Sarebbe sbagliato e antieconomico, oggi, riprendere a discutere di energia atomica nel nostro Paese. Ma il fatto di non averla ci consente di ragionare liberamente su altre opzioni meno disastrose per l'ambiente. Siamo più liberi dei Paesi che hanno investito sul nucleare e che oggi debbono continuare su quella strada per poter assorbire i giganteschi costi di ammortamento.

Possiamo (e per questo dobbiamo) intraprendere con decisione la strada dell'idrogeno, del fotovoltaico, delle energie pulite.

Non possiamo fare a meno delle grandi opere se non altro per il motivo che tutta l'Europa, di cui facciamo parte, ne è dotata. Si è calcolato che il nostro ritardo riguarda interventi per 250mila miliardi di vecchie lire. Io ho la speranza che esistano oggi tecnologie e culture in grado di colmare questo gap a costi ambientali incommensurabilmente più bassi rispetto al passato.

Quanto al Piemonte, la situazione è chiara. La nostra regione fatica a reggere il passo degli altri.

Ci sono zone dove le cose non vanno malissimo (il Piemonte sud) e aree in cui i problemi persistono. Noi abbiamo bisogno di infrastrutture moderne: non a tutti i costi, certo. Pagando solo quel che possiamo permetterci.

E ora vengo ai temi che proponi per il programma del centrosinistra.

La rinuncia al paradigma della crescita continua di consumi e infrastrutture. Qui non si tratta di aggiungere infrastrutture. Si tratta di adeguarle. Quanto ai consumi, possiamo puntare a ridurli, ma con un occhio di riguardo a chi certi standard non riesce a raggiungerli. Possiamo puntare a ridimensionare la produzione di rifiuti, certo, ma per i consumi devi tener conto dei fatti. Ci sono ormai zone di nuova povertà che stanno già sperimentando la riduzione dei consumi, ma controvoglia.

Lo sviluppo non deve essere confuso con la crescita. Posso essere d'accordo con te sugli stili di vita. Se si ha una casa e se si può contare su amici interessanti e buoni libri, il resto viene dopo. Ma non tutti vivono in questa condizione. E poi: la Regione (o lo Stato) hanno il diritto di giudicare lo stile di vita? Ci provò negli anni Settanta, e non senza una certa energia, Enrico Berlinguer, che lanciò lo slogan dell'Austerità. Non ebbe molta fortuna, neppure fra gli intellettuali. Norberto Bobbio osservò che l'austerità si pratica nelle società autoritarie (Sparta), mentre è l'edonismo il corollario delle democrazie (Atene). Forse avevano ragione entrambi. Berlinguer a chiedere uno sviluppo meno dissennato, Bobbio a dire che la riduzione dei consumi, quando i beni sono disponibili liberamente, si verifica solo con interventi autoritari.

Il consumo dei suoli agrari e del paesaggio deve essere fermato. Qui mi trovi perfettamente d'accordo. Nel nostro programma pensiamo alla tutela delle tipologie architettoniche tradizionali. Proponiamo anche di sperimentare un certo tipo di asfalto che avrebbe proprietà simili al materiale fotovoltaico. Come sai il fotovoltaico porta energia pulita, ma "consuma" molto territorio. Se andremo al governo del Piemonte, proveremo a produrre energia non inquinante utilizzando le strade che già esistono, senza occupare altra terra.

Nuove forme di rigenerazione nell'applicazione dei mezzi di produzione di energie rinnovabili, di efficienza e di risparmio energetico, di promozione dell'agricoltura locale di qualità , di riconversione del "brutto". Siamo perfettamente d'accordo. Sia pure con altre parole, tutto questo è già nel nostro programma. Anche noi, poi, sentiamo l'esigenza di incoraggiare Fiat a proseguire sulla strada dei motori a basso consumo di idrocarburi.

Un programma di educazione ai valori della sobrietà e del senso del limite delle risorse. Siamo d'accordo. Ma qui le istituzioni possono solo aiutare. Tocca prioritariamente alla cultura, alle televisioni (sì), ai giornali, ai partiti, alle chiese trasmettere questi valori. Noi faremo la nostra parte, non dubitare, ma ci vorranno ben altre voci per arrivare alla sensibilità delle persone.

Abbandono delle grandi opere di scarsa o nulla utilità e dai grandi costi e impatti ambientali/sociali, a vantaggio di un aumento capillare dei servizi e della qualità di vita a scala locale. Di questo abbiamo già parlato: alcune grandi opere sono necessarie, altre no. Come forse saprai io non sono d'accordo con chi vuole fare tutto e di tutto, mentre mi pare essenziale conciliare la tutela del welfare con ferrovie efficienti.

Sono per fare il necessario.

E finisco da dove avevo cominciato. Sono perfettamente consapevole del fatto che non possiamo permetterci certi costi. Ma so anche che se rinunciamo al criterio della sostenibilità ambientale, non restano che due alternative: lo sviluppo selvaggio da un lato e la paralisi dall'altro. Due rischi che non possiamo correre.

Grazie per le belle parole che hai avuto per me e mio marito. Spero di non averti deluso e mi auguro di poterti incontrare presto per continuare a discutere di persona.

Mercedes Bresso

Bel tempo nell'economia mondiale per oggi e per buona parte di domani: crescita forte nel 2005, nessun brusco arresto all' orizzonte. Ma per il dopodomani il campo è diviso tra chi annuncia sereno e chi attende tempesta, tra Pangloss, il personaggio di Voltaire ostinatamente convinto che viviamo nel migliore dei mondi possibili, e Cassandra, la preveggente figlia di Priamo, secondo cui la quiete sta per diventare tempesta. La disputa che li divide riguarda non solo l'economia, ma anche la politica. Dice Pangloss: il benessere non è mai tanto cresciuto nel mondo quanto nella presente generazione e grazie al mercato si estenderà sempre più a tutti. Le turbolenze recenti (insolvenze finanziarie, Enron, boom e caduta della Borsa, effetto tsunami, caro petrolio) sono state superate più facilmente di quelle precedenti (primo choc petrolifero, crisi del debito latinoamericano). Sì, ci saranno altre turbolenze, ma il mercato ci penserà. Dopotutto io, Pangloss, non dico che il nostro mondo sia magnifico né che sia il migliore in assoluto, ma è il migliore possibile. Abbiate fiducia: le tempeste verranno, ma le sapremo affrontare.

Dice Cassandra: stiamo prolungando una festa che non può durare, e alla cui fine non ci stiamo preparando. L'energia che usiamo (carbone, petrolio, gas) si estingue, dilapidiamo le risorse del pianeta, di cui minacciamo vita e clima. Il mercato di cui ci beiamo è una bestia senza controllo. Stiamo entrando in un nuovo stato di natura dove è privatizzato l'uso stesso della forza, dal terrorista suicida al mercato nero di armi di distruzione di massa. L'economia sembra governare un mondo anarchico, ma finirà per esserne la vittima.

Che cosa dovremmo pensare noi, cittadini comuni? Provo a suggerire alcuni punti, che nascono da una medesima considerazione: prima ancora del mercato e della politica vi è la società, che influenza entrambi, oltre ad esserne influenzata.

Primo punto: ogni lettore può e deve formarsi una propria opinione. Sbaglierebbe a ritenersi in inferiorità rispetto agli specialisti della materia o ai detentori del potere. Questo punto può inquietare chi si attende miracoli da scienziati e governanti; invece, a mio giudizio, dovrebbe rassicurare. Quando non coincide col buonsenso l'economia di solito sbaglia. Viviamo in democrazia e ciascuno contribuisce a scegliere indirizzi e persone di governo. Il pensare che la generalità dei cittadini abbia buonsenso e informazioni sufficienti a compiere scelte ragionevoli è motivo di profonda fiducia per le sorti della nostra libertà e per le prospettive di un buon governo. Gli atteggiamenti diffusi nel corpo sociale si riflettono sul funzionamento del mercato e della politica.

Secondo punto: il «noi» usato sopra è un aggregato di interessi eterogenei. Comprende imprese e famiglie, consumatori e produttori, settori di punta e settori in declino, debitori e creditori. Spesso la fortuna di alcuni è la sfortuna di altri. I pantaloni e i mobili a basso costo offerti dai cinesi e da Ikea mettono in difficoltà il produttore nazionale, ma sono graditissimi al consumatore. L'eterogeneità degli interessi attraversa la singola persona, la singola impresa, il settore, per non dire il Paese. È come se fossimo, nello stesso tempo, dipendenti di Alitalia (oltre 1000 euro per il volo Roma-Londra) e utenti di Ryan Air (meno di 50 per lo stesso viaggio). Tra interessi eterogenei occorre scegliere e i due processi attraverso cui le scelte si compiono nelle nostre società sono il mercato e la democrazia.

Terzo punto: per capire e per decidere bene occorre uno sguardo lungo. Solo questo permette di non arrivare impreparati agli eventi. Le previsioni dell'economista e le decisioni del governo tendono, invece, a non guardare oltre l'orizzonte breve dei modelli o le scadenze delle prossime elezioni. Guardando più lontano, specialisti e politici mettono a repentaglio quanto hanno di più caro, il prestigio scientifico e il potere. Eppure, solo scrutando il paesaggio nebbioso del dopodomani si possono predisporre soluzioni non troppo dolorose alle difficoltà che ci stanno venendo incontro. La recente disputa con la Cina nel tessile e nell'abbigliamento è venuta per aver quasi dimenticato il giungere a scadenza di accordi commerciali liberamente stipulati e noti da tempo.

Quarto punto: il futuro è aperto. Nell'economia, nella politica economica, nelle relazioni umane, più di un futuro può scaturire da uno stesso presente. Nonostante l'importanza del Fato nella cultura greca, perfino Cassandra descrive catastrofi contro le quali, se fosse creduta, potrebbero essere predisposte contromisure. Il suo dramma è che, per punirla, Apollo le ha lasciato il dono della profezia, ma le ha tolto quello della persuasione. A noi Apollo non ha fatto questo cattivo scherzo.

Gli ammonimenti di Cassandra sono fondati. La più ricca società del pianeta (gli Stati Uniti) non potrà per molti anni ancora vivere sul credito di popolazioni e Paesi più poveri. Il mercato globale non può continuare a svilupparsi in modo pacifico e ordinato, se le istituzioni per il suo governo restano insufficienti, prive di potere e di legittimità. Le risorse della Terra (dalle foreste ai giacimenti energetici) non potranno non rincarare drammaticamente e infine mancare, se il consumo che ne facciamo continua a espandersi come se fossero illimitate. L'equilibrio della vita non potrà non alterarsi, se quasi due secoli dopo averlo scoperto continuiamo a ignorare l'effetto serra. Non può rimanere senza conseguenze profonde la disparità di tenore di vita e di condizioni di lavoro tra esseri umani — come gli europei e gli asiatici — con livelli di cultura e di capacità lavorativa quasi uguali.

Settembre è alta stagione per la diplomazia economica internazionale: in ogni parte del mondo sono in corso analisi e consultazioni, che culminano nelle riunioni del Fondo monetario internazionale a Washington. Incontri regionali (l'Unione Europea, i Paesi asiatici), settoriali (finanza, commercio, energia, sviluppo), consultazioni tra Paesi ricchi (il G7) e tra poveri (Africa, America Latina, Paesi in via di sviluppo). Si fa il punto sull'anno che sta per finire e si definisce l'animo con cui guardiamo al futuro.

Vi è motivo di temere che il messaggio degli specialisti e quello dei governanti abbiano lo sguardo più corto e il tono più rassicurante di quanto giustifichi una disincantata osservazione delle tendenze di lungo periodo operanti nell'economia mondiale e nelle nostre società. Spetta innanzi tutto alla riflessione, al buon senso, al desiderio di informarsi e di capire del cittadino comune rendersene conto e trarne conseguenze per il suo modo di guardare al futuro, ai propri comportamenti economici e sociali.

L’OSSERVAZIONE della realtà attraverso le lenti nazionali trae in inganno. Le cause delle periferie francesi in fiamme non vanno rintracciate soltanto in Francia, così come non fanno presa i concetti apparentemente ovvi di «disoccupazione», «povertà», «giovani immigrati». In effetti, qui affiora una nuova linea di conflitto del ventunesimo secolo. La questione centrale è la seguente: che fare di coloro che vengono esclusi dal bel mondo nuovo della globalizzazione?

La globalizzazione economica ha spaccato il mondo, provocando una frattura che taglia trasversalmente i confini nazionali. Centri superindustrializzati in rapida espansione sorgono accanto a deserti improduttivi - e non «là fuori», in Africa, ma anche a New York, Parigi, Roma, Madrid e Berlino. L’Africa è ovunque. È diventata il simbolo dell’esclusione. C’è un’Africa esterna e ci sono molte Afriche interne, in Asia e in America meridionale, ma anche nelle metropoli europee, dove le disuguaglianze radicali del mondo modellano il loro volto particolare in tendenze globalizzanti e localizzanti. E i significati apparentemente eterni delle parole «povero» e «ricco» cambiano.

I vecchi ricchi si servivano dei poveri per diventare ricchi. I nuovi ricchi globalizzati non hanno più bisogno dei poveri. Per questo i figli francesi di immigrati africani e arabi, che trascinano un’esistenza senza prospettive ai margini delle grandi metropoli, sono più che semplici poveri, più che semplici disoccupati. Infatti, i concetti di «povertà» e «disoccupazione», così come li intendiamo, erano riconducibili al gioco di potere della società di classe organizzato nel quadro degli Stati nazionali. Ma questo presupponeva ciò che vale sempre meno per quote crescenti della popolazione mondiale, ossia che la povertà è una conseguenza dello sfruttamento e quindi è utile: la povertà degli uni consentiva la ricchezza degli altri. Questa premessa storica diventa fragile.

All’ombra della globalizzazione economica sempre più persone cadono in uno stato di disperazione senza vie d’uscita, dovuto principalmente al fatto che di questi individui semplicemente non c’è bisogno. C’è di che restare sgomenti. Essi compongono un «esercito di riserva» (come lo chiamava Marx) che tiene basso il prezzo della forza-lavoro umana. L’economia può crescere anche senza il loro contributo. I governanti possono essere eletti anche senza i loro voti. I giovani «superflui» sono cittadini solo sulla carta, ma in realtà sono non-cittadini e quindi rappresentano un’accusa vivente per tutti gli altri. Essi rimangono fuori anche dall’immaginario del movimento operaio. Cosa sono per la società? Un «fattore di costo»! La loro «utilità residuale» sta forse nel fatto che alla fine, spinti dall’odio e dalla violenza insensata, essi distruggono sé stessi e inscenando questo dramma che spaventa i borghesi offrono ai movimenti e ai politici della destra populista un’occasione per ottenere visibilità.

In Germania, ma anche in molti altri Paesi, si è addirittura ossessivamente convinti che le cause dell’inclinazione alla violenza di questi giovani vandali immigrati vadano rinvenute nella cultura d’origine e nella religione tradizionali dei migranti. Studi empirici prodotti dalla sociologia meglio attrezzata per affrontare queste questioni dimostrano il contrario: non è la mancata integrazione, ma l’integrazione riuscita o, più precisamente, la contraddizione tra assimilazione culturale e l’emarginazione sociale di questi ragazzi a nutrire il loro odio e la loro disposizione alla violenza. Non si tratta affatto di immigrati legati alla loro cultura di origine. Questi ragazzi assimilati, figli di immigrati, non hanno desideri e atteggiamenti diversi dai gruppi di loro coetanei del Paese ospitante. Al contrario, gli assomigliano molto; e proprio perché commisurato a questa realtà, il razzismo dell’emarginazione è così tremendamente insopportabile per questi eterogenei gruppi giovanili e così scandaloso per tutti gli altri.

Per esprimere questo stato di cose con un paradosso, si può dire che la mancata integrazione della generazione dei genitori attenua i problemi e i conflitti, mentre l’integrazione riuscita della generazione dei figli li aggrava. I genitori dei giovani vandali, che erano emigrati dall’Africa del Nord ed erano rimasti legati al loro contesto d’origine, controbilanciavano la loro insufficiente integrazione e la loro aperta discriminazione con la crescita materiale che ciò nonostante avevano conosciuto. Perciò sopportavano il loro destino di outsider e di emarginati meglio dei loro figli, che hanno perduto il contatto con il contesto africano d’origine.

Corrispondentemente, i giovani protagonisti della rivolta delle periferie descrivono la propria condizione con i concetti di dignità, diritti umani ed emarginazione. È però significativo che, anche se sono disoccupati, non facciano alcun riferimento al lavoro.

Non si riesce a togliere dalla testa delle élite dell’economia e della politica l’idea del lavoro per tutti. Pertanto, esse sono singolarmente incapaci di percepire quanta disperazione che si stia diffondendo nei ghetti dei superflui che si vedono tagliati fuori dalla possibilità di ottenere, grazie

SALVO improbabili sconquassi fra i partiti di governo, oggi il Senato porrà il timbro finale sulla riforma della Costituzione. Una riforma unilaterale, come e più di quella decisa dall'Ulivo in solitudine, sul volgere dell'ultima legislatura. Una brutta riforma, come dichiarano all'unisono costituzionalisti di destra e di sinistra, e che d'altronde non pochi parlamentari s'apprestano a votare turandosi il naso con due dita. Una riforma quantomai ambiziosa, dato che rivolta come un calzino la nostra vecchia Carta, correggendo 52 dei suoi 134 articoli, e aggiungendone altri 3 per sovrapprezzo. Ma infine una riforma che approda in porto dopo 26 anni d'insuccessi (era il 1979 quando Craxi, con un fondo sull'Avanti, avanzò per primo l'idea della «grande riforma»), d'accordi sfumati per un soffio (come quello fra D'Alema e Berlusconi, nel 1998), di progetti e bicamerali e comitati finiti in malora uno dopo l'altro.

Ecco: perché? Perché in Italia non si riesce a battezzare una riforma sufficientemente condivisa? E perché, quando una parte s'impone contro l'altra, l'esito è sempre mediocre, sul piano tecnico ma altresì ideale? Eppure una Costituzione è quanto di più vicino a un testo sacro che la legge umana possa concepire; non a caso fra i rivoluzionari francesi del secolo dei lumi c'era chi pensava di vietarne la revisione con la minaccia della morte. E del resto ogni Costituzione ambisce a sopravvivere alla generazione che l'ha partorita, proteggendosi con un procedimento speciale ed aggravato per modificarne il testo. Anche a costo d'infrangere lo stesso principio democratico, che vorrebbe la maggioranza liberamente scelta a propria volta libera di stabilire le regole della comune convivenza. Ma invece no: in questo caso serve (dovrebbe servire) l'accordo con l'opposizione, e perciò un colpo di reni tra forze politiche divise, un soprassalto d'unità quale avvenne nel 1947, fra i banchi della Costituente, e quale in Italia non si è più ripetuto.

Sicché torna ad affacciarsi la domanda: perché? E dove si fonda la pretesa della generazione costituente di vincolare le generazioni successive, d'impegnarle su un testo scritto da altri, in un'altra epoca, in un altro clima culturale? Potremmo rispondere con le parole di John Adams, che fu il secondo presidente degli Stati Uniti, a cavallo fra il Settecento e l'Ottocento. Lui diceva che quella pretesa discende dall'eccezionalità dell'opera compiuta dalla generazione costituente: la liberazione dalla tirannide, l'edificazione della libertà, dell'indipendenza nazionale, della pace, della prosperità. È questo che le dà diritto di decidere un governo per sé e per i propri figli, facoltà che in genere gli uomini non possiedono più di quanta ne abbiano di scegliersi l'aria, la terra su cui nascono, il clima. Insomma un diritto guadagnato in uno di quei rari tornanti della storia che ai nostri costituenti capitò di attraversare, affratellandoli come non è più accaduto alle generazioni successive.

Perché fra di loro c'era un vissuto comune, una comune esperienza di vita. Quella temprata dalla guerra, ma ancor prima dall'«università del carcere», dove fermentò l'intesa tra operai ed intellettuali, così come fra laici e cattolici, fra liberali e socialisti, chi più chi meno tutti perseguitati dalla dittatura, dato che le galere fasciste si aprirono per Gramsci e per Pertini, ma anche per De Gasperi. D'altra parte a Napoli fu devastata la casa di Benedetto Croce al pari di quella di Arturo Labriola. E don Sturzo sperimentò l'esilio non diversamente da Togliatti. Sì, erano uomini d'una pasta speciale, i nostri padri fondatori. Le nuove istituzioni vennero progettate da un'élite, da un gruppo composito e compatto d'intellettuali e di politici quale forse mai l'Italia aveva avuto nel passato. Ecco perché quella generazione riuscì infine a licenziare una Costituzione che le è sopravvissuta. Agendo, secondo il verso dantesco, «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». Lo ricordò in un suo celebre intervento Piero Calamandrei, costituente fra i più illustri. Ma Calamandrei non c'è più; adesso c'è soltanto Calderoli.

micheleainis@tin.it

Sullo stesso argomento, l'Opinione di Vezio De Lucia

A novembre scorso, quando si votò per le presidenziali negli Stati uniti, l'America cattolico-militante, creazionista e familista che premiò Bush per la guerra contro l'Islam pareva ancora lontana, e il dibattito che ne seguì per le sorti del centrosinistra italiano - paga di più puntare sugli interessi o sui valori - fu come al solito alquanto accademico e salottiero. Meno di sei mesi dopo, con il referendum sulla procreazione assistita, quell'America ci è piombata in casa nelle sembianze dei teo-con nostrani (Ferrara+Fallaci), del potere temporale del cardinal Ruini, degli appelli cattolici all'astensione della seconda e terza carica dello Stato laico, del sinistro miscuglio di ontologia sacra e riduzionismo biologico con cui si santifica l'embrione, della bolla papale di ieri sera contro la «liberazione della natura da Dio». Un anno fa, quando la Francia laica votò la legge contro l'uso del velo nelle scuole, camuffando con argomenti egualitari ed emancipazionisti e integrazionisti un provvedimento che colpevolizza le ragazze islamiche che si velano per forza o per scelta, la Francia pareva lontana. Anch'essa invece si avvicina, nelle sembianze del nostrano ministro della giustizia che propone di denunciare e multare le donne con il burqa. Il paragone è blasfemo, lo so: la legge francese agisce in nome della Republique, della sua religione laica, dei principi dell'89, dell'integrazione degli immigrati nella cittadinanza neutra; l'ingegner Castelli agisce in nome del binomio paura e ordine, punto e basta. Però anche lui, come il rapporto della commissione Stasi che preparò la legge francese, parla di principi e valori basilari che devono accomunare tutti quelli e quelle che abitano il territorio nazionale; e anche se la sua intenzione è esplicitamente criminalizzante, mentre quella della legge francese lo è solo implicitamente, il risultato è lo stesso: «le donne degli altri uomini» come posta in gioco dello scontro di civiltà, sulla linea inaugurata dalla solita America di Bush con le guerre all'Afghanistan e all'Iraq legittimate in nome della liberazione delle afghane e delle irachene dal burqa e dal patriarcato islamico.

Pochi giorni fa, quando Newsweek diede notizia del Corano buttato nelle latrine nel campo di Guantanamo e poi ritrattò, abbiamo sperato tutti che la notizia fosse falsa e la ritrattazione veritiera, ma poi è arrivata la conferma del Pentagono: la notizia era vera, e aggiunge sale sulle ferite degli ordinari trattamenti disumanizzanti di Guantanamo e delle torture dell'anno scorso a Abu Ghraib. L'Afghanistan non ha gradito, l'Egitto nemmeno: il caso non è chiuso.

Stiamo precipitando, anzi siamo già precipitati, nel mondo postmoderno delle guerre di religione premoderne. Preventive, dichiarate o malcelate che siano. Combattute dalle istituzioni o dai civili, dai credenti e anche dai laici. L'Islam è stato solo il nemico numero uno, ma la caccia si è rapidamente estesa alla scienza, alle biotecnologie, agli eredi del totalitarismo (cioè agli ex comunisti, perché gli ex fascisti invece vanno assolti), al femminismo. Leggere Fallaci per credere. Oppure la hit parade neo-con americana dei «dieci libri più dannosi della storia umana», resa nota venerdì scorso da Vittorio Zucconi su Repubblica: il Manifesto di Marx e Engels, Mein Kampf di Hitler (unico titolo di destra), il libretto rosso di Mao, il Rapporto Kinsey sulla sessualità, la filosofia pragmatista di John Dewey e quella positivista di Auguste Comte, Il Capitale di Marx, La mistica della femminilità di Betty Friedan e Il secondo sesso di Simone De Beauvoir che diederorigine alla rivolta femminista negli anni 60, Al di là del bene e del male di Nietzsche, e poi ancora Keynes, Darwin, la relativista Margaret Mead, Adorno e Freud, i Quaderni dal carcere di Gramsci. Di che stupirsi? Guerre di religione e roghi di libri sono sempre andati a braccetto. E' la democrazia che non si sa come collocare in questa compagnia.

Il gesto d'amore con cui l'allenatore di pugilato Clint Eastwood, in Million Dollar Baby, stacca la spina del respiratore che tiene in vita la sua disgraziata allieva Hilary Swank è il miglior intervento politico proveniente dagli Stati uniti dell'era Bush sulla triste materia dell'eutanasia. Dalla massima istituzione degli Stati uniti, invece, proviene un gesto di arroganza che di politico non ha nulla, salvo rassegnarci ormai a considerare questo aggettivo sinonimo di strumentale.

La posta in gioco della trovata escogitata dal Congresso per tentare di sospendere l'interruzione dell'alimentazione artificiale di Terri Schiavo non è la vita di Terri Schiavo: è la campagna pubblicitaria di un governo che impugna alternativamente la bandiera della Vita o quella della Bibbia o quella del Bene per rastrellare consensi a una politica fatta di guerra e di cinismo. I sovversivi di Hollywood contro i reazionari di Washington, copione già sperimentato nella storia americana? Il grande schermo che ancora una volta batte in qualità e verità il piccolo schermo su cui va quotidianamente in onda il gioco politico postdemocratico? Anche, ma non solo.

La materia triste dell'eutanasia è anche una materia tragica, infinitamente tragica, cioè indecidibile una volta per tutte. Una di quelle materie - di questi tempi di sconfinamento fra biologia e tecnologia ce ne sono sempre più - in cui non c'è norma ma sempre eccezione; e dunque la legge non dovrebbe pretendere di dire la parola definitiva, ma solo consentire alle storie singolari di decidere dosando la pena e la speranza, la ragione e l'istinto con umana pietà. Il cinema sa raccontare questi territori impervi della condizione umana, ai quali la politica non sa più arrivare né parlare. Ma nel caso di Terri c'è di più.

C'è una inquietante e sintomatica analogia fra accanimento terapeutico e accanimento istituzionale. Quindici anni di stato vegetativo di una malata senza speranza, dodici di battaglie combattute fra tribunali, corti d'appello, corte suprema, parlamento statale e federale; e i Bush al gran completo, prima il governatore Jeb poi il presidente George W., a tentare di mettere il marchio di famiglia sulla sopravvivenza muta di quella vita senza vita. Così è fatto il biopotere del terzo millennio: marche da bollo, tribunali, parlamenti e tecnologie, alleati e concorrenti nella gara per il potere di vita e di morte sulla nostra vita e sulla nostra morte e sul loro indecidibile, singolare confine.

Quella spina ieri è stata infine staccata. Il giudice ha vinto sul Congresso? Non è ancora detto: nell'ultima riserva di sopravvivenza di Terri possono infilarsi ulteriori macabri colpi. Piccoli avvoltoi nostrani intanto si avventano sul suo corpo senza parola per trarne argomenti a favore della crociata sull'embrione. L'accanimento biopolitico a difesa della vita è l'ultima arma di una politica senza vita.

L’anno che comincia dovrebbe, dovrà, essere l’anno della liberazione del nostro paese dall’occupazione di Berlusconi e delle sue bande, dalla Lega ad An. Tutte bande ambiziose, ma oggettivamente subalterne al Cavaliere. Nell’aprile del 2005 questa liberazione - dato il risultato delle elezioni regionali - la davamo per scontata. L’Italia era uscita -pensavamo noi del manifesto -dall’ubriacatura e saremmo tornati a ragionare. Purtroppo la storia non va come le lezioni a scuola. La grande guerra delle banche e l’audace tentativo di Unipol di impadronirsi della Bnl - la banca nazionale di Nitti e poi di Mussolini - ci hanno messo nei guai. Quasi a dimostrare - con ostinazione classista - che i poveri e le cooperative non possono sedersi al tavolo dei signori. Il tentativo di Unipol e di Giovanni Consorte, che io stimo, di ottenere un posto alla tavola dei signori è fallito e su Unipol e Consorte sono cadute tutte le accuse - dovranno esser dimostrate, ma non sarà difficile - di corruzione e imbroglio. L’idea che si possa avere una finanza rossa è priva di fondamento e contraddittoria: la finanza (Marx aveva scritto qualcosa a proposito) è finanza e ha le sue regole che niente hanno a che fare con le speranze del proletariato. Così è andata male. Il tentativo di conquistare il castello del potere, usando le armi del castello del potere, è andato male, e non poteva essere diversamente. E’ una regola: nessuno vince imitando l’avversario. Però si potrebbe dire che le sconfitte, quella dell’Unipol, sono (possono essere) anche un insegnamento. Un insegnamento a essere diversi: se vogliamo assomigliare all’originale, è sicuro che vince l’originale e che noi siamo condannati come bassi imitatori. In questa epoca di massima globalizzazione (una relativa globalizzazione c’era già ai tempi dell’impero romano) bisogna avere idee globali, antiteticamente globali. Questa è la sfida dell’anno che viene, di questo 2006, che potrà essere la conferma di quel che già si è realizzato, o una svolta. Questo - e mi scuso per la presun-zione di questo giornale da tanti anni «dalla parte del torto» - per dire che non si può andare avanti attraverso piccoli aggiustamenti, «io faccio le stesse tue cose, ma un po’ meglio di te». Se entriamo nel 2006 bisogna cambiare qualcosa delle nostre vecchie astuzie politiche, quelle che - bene o male - hanno funzionato nel secolo scorso. Siamo da qualche anno nel nuovo secolo e dobbiamo sforzarci di avere l’intelligenza, la curiosità e la volontà di capire che il tempo è cambiato e che gli insegnamenti del passato sono piuttosto obsoleti. Se - come possiamo - vogliamo liberarci di Berlusconi, dobbiamo avere idee nuove e più coraggiose. Non credo che le astuzie della vecchia politica, le idee di partito democratico o altro ci possano aiutare. Sforziamoci di non essere come quei vecchi che sanno come finiscono tutte le storie. Nel mondo c’è del nuovo che dobbiamo sforzarci di capire. Capire per agire.

Pier Paolo Pasolini prima di tutto fu poeta. Poi autore di romanzi, basti pensare al suo esordio nel 1955 con 'Ragazzi di vita' e al successo, quattro anni dopo, con 'Una vita violenta'. Ma era anche drammaturgo e saggista appassionato, fazioso. Quindi, a partire dal 1961 con 'Accattone', tra i più grandi del cinema italiano. Sino al 1975: l'anno di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma'. E l'anno della sua tragica fine, assassinato il 2 novembre. Cosa è rimasto, a trent'anni dalla sua morte, di così tanta e poliedrica opera di Pasolini? In questa esclusiva, e dissacrante, intervista è uno dei maggiori poeti e intellettuali tedeschi, Hans Magnus Enzensberger, a prendere posizione sulla sua figura e opera. Enzensberger ha tutti i titoli per farlo. Non solo in quanto grande poeta e uomo per decenni impegnato nelle battaglie politiche e culturali, come lo fu Pasolini, ma anche perché è stato lui, assieme all'editore Klaus Wagenbach, a far conoscere l'opera di Pasolini in Germania e un po' in tutta l'Europa: è stato lui a trasformare la figura del poeta assassinato in un simbolo non solo italiano, ma di tutto il nostro Continente.

Signor Enzensberger. Partiamo dalla domanda del poeta tedesco Hölderlin: "Perché i poeti nel tempo della povertà"? Per dirla in prosa, che senso ha la poesia, quando si parla di un uomo come Pasolini?

"Rispondere oggi alla domanda di Hölderlin, e di Pasolini, significa constatare con sincera brutalità che l'istituzione e il mestiere del poeta hanno perso d'importanza. Oggi il terreno su cui il poeta si muove a suo agio si è drasticamente ridotto. C'è meno spazio per le passioni e per la violenta rabbia, tipiche di Pasolini".

Cosa in particolare è cambiato nel mestiere del poeta e, soprattutto, perché?

"Non c'è spazio per il sublime. E così è cambiata la posizione sociale del poeta: in giro non si vedono i mostri sacri. Pasolini è stato recepito in Italia come l'ultimo dei mostri sacri. Così come l'ultimo dei nostri - nello spazio tedesco - è stato il poeta Paul Celan. Nella galleria dei 'mostri' che da Hölderlin finisce da noi con Celan, Pasolini occupa l'ultima sezione, ormai museale, delle muse italiane".

Sta dicendo che Pasolini è un classico?

"È stato l'ultima istanza a cui la gente ai suoi tempi si poteva ancora, nel bene o nel male, appellare. Sino agli anni Settanta, infatti, ci si rivolgeva al poeta per scrutare il segreto della vita. E Pasolini credeva e corrispondeva alla sua funzione di sacro mediatore dell'ultimo senso delle cose e della vita. E questo è solo il primo dei sacri furori che hanno gravato nella sua biografia e opera".

Qual è l'altro?

"Il secondo è legato alla divinazione del destino politico di una società, anzi del genere umano. Pasolini ha creduto come pochi altri in Italia alla funzione politica, cioè pubblica del poeta. Oggi ci siamo liberati di questi due estremi pesi, sia sociali che politici, della poesia: siamo più liberi di Pasolini, e più leggeri nel nostro mestiere".

Da dove derivava in Pasolini questa doppia funzione del mestiere poetico?

"Si può credere di rivelare nella poesia il senso delle cose, mostrando al contempo all'umanità il fine ultimo, solo se si crede all'idea romantica del poeta come Genio. Ma che razza di vita, che carriera è quella del presunto Genio? Io non vedo un pizzico di gioia in queste vite costruite come opere d'arte che, per giunta, hanno sempre paura di contaminare la propria lingua e, appunto, la vita".

Le prime composizioni di Pasolini sono in dialetto, una lingua che lui sentiva pura. È un aspetto di Pasolini che a lei non piace?

"Anche la mia giornalaia qui all'angolo della strada a Monaco parla un perfetto bavarese. Ma non si pone il problema se la sua sia una magica lingua paradisiaca o adamitica. Lei, nel dialetto, si sente bene, come a casa propria, punto. È solo ideologia cercare di scavare nei dialetti chissà quali tesori ancestrali e originari".

All'origine del lavoro poetico di Pasolini rivede i romantici tedeschi, vero? Ed è questo che non piace a lei illuminista?

"Certo. I romantici hanno abilmente ricostruito ballate popolari e dialettali. E il tutto proiettato sull'oscuro sfondo di un melenso medioevo neogotico. Èd è qui che ha l'origine l'ideologia della lingua poetica pura e vera, tanto cara a Pasolini".

Non le pare di esagerare legando il gramsciano Pasolini alle reazionarie fantasticherie dei Romantiker tedeschi?

"Non è colpa mia se Pasolini, e prima di lui Gramsci, hanno creduto a certi filosofemi della storia e della lingua, che in realtà sono solo abbreviazioni mitologiche".

Ha sempre però riconosciuto la grandezza di Pasolini.

"Pasolini era una geniale bomba radicale, un esplosivo miscuglio di autentica fede cattolica più marxismo eterodosso più omosessualità. A cui si aggiunga la miccia del suo estremo gusto per la provocazione. Pasolini era un vero poeta che ha tentato, visto i tempi in cui ha vissuto, di appigliarsi e appropriarsi in fretta della terminologia marxista dell'epoca. Ma che certo non poteva che travisare sia la natura della tecnica che delle scienze moderne. Al vero marxista esse appaiono come meraviglioso sviluppo delle forze produttive. Agli occhi di un poeta come Pasolini, invece, alla ricerca della lingua e del paradiso perduti, non potevano che apparire come l'ultimo 'genocidio'".

Il suo primo grande scandalo è, nel '55, il romanzo 'Ragazzi di vita', per cui Pasolini subi-sce il primo processo per oscenità. Che valore ha, per un poeta, lo scandalo?

"Un valore per cui l'epoca e l'opera di Pasolini sono invidiabili: nemmeno la più cruda industria pornografica fa oggi scandalo, figuriamoci se può riuscirci un romanziere o la più rarefatta poesia".

Vuol dire che oggi Pasolini non farebbe più scandalo?

"Voglio dire che oggi Pasolini lancerebbe i suoi strali contro i produttori dello scandalo continuo: dalla tv al cinema. E poi, secondo lei, chi è stato, nel campo sempre più stretto della letteratura, a cominciare con questa litania dello scandalo?".

Non mi dica il vostro Goethe...

"Proprio lui col suo romanzo del giovane suicida Werther: e da allora, anno 1775, il leitmotiv della provocazione - far la pipì su crocifissi o mettere cacche di mucca su madonne, come vediamo ogni giorno nei teatri di provincia- non sconvolge più nessuno. La poetica dello scandalo s'è ridotta al formato del chiacchiericcio molesto del quotidiano: mica c'è bisogno di un grande Pasolini per scioccare il lettore".

'Una vita violenta' fu il vero successo internazionale di Pasolini...

"Ho sempre preferito la rocambolesca macchina linguistica di Gadda. Per me, la vera vena di Pasolini era altrove".

Dove?

"È stato un polemista micidiale, irriverente, un pirata. Incredibile quello che riusciva a dire nei suoi interventi così politicamente scorretti: infilarsi nella mente dei poliziotti nel periodo della contestazione di massa era allora una cosa da vero coraggioso corsaro".

Nell'officina di Pasolini c'era antropologia, psicologia e linguistica: che ne è oggi di questa vena in poesia?

"Non ho capito perché i poeti contemporanei si fermano a scienze così deboli come la sociologia. E non entrano nei paradisi della matematica o nella linguistica, passione che condivido con Pasolini".

Qui potete leggere, e scaricare il file musicale, della bellissima cantata di Giovanna Marini

«Forse non è un caso che la nuova lista di proscrizione, stilata dalla rivista conservatrice Human Events, provenga dal paese che ha generato il maccartismo», dice Luciano Canfora, autore di un saggio laterziano intitolato Libri e Libertà. «Liber, in latino, vuol dire due cose: libero e libro. Un accostamento che vorrà dire pure qualcosa».

Letture pericolose, infide, nefaste per la salute mentale dell’umanità. La storia è piena di roghi reali e simbolici, che attraversano epoche e culture differenti. A destra come a sinistra. Allestiti dai pagani ma anche dai cristiani, dai seguaci della Riforma Protestante e dai Controriformisti, dai compagni di Diderot e dai loro nemici. «Quando si parla di censura libraria, si tende a indignarsi: questo è giusto. L’elemento falso è che se ne attribuisce tutta la responsabilità all’oscurantismo, distinguendo in perfidi e virtuosi. In realtà quella dei libri messi all’indice è una storia molto più sfumata e complessa».

Inesauribile appare a destra la pratica della proscrizione, se è vero che anche di recente Il Secolo d’Italia non ha rinunciato a colpire il Pier Paolo Pasolini di Salò (in altri tempi definito "pornografo", incline a "zozzure"). Abissi di depravazione toccati soltanto da Alberto Moravia: la Noia è stata a lungo considerata da quelle parti "erotismo di bassa lega dozzinale". Non migliore sorte è toccata ad autori come Calvino, Pratolini, Pavese o Umberto Eco, rubricato da Civiltà cattolica tra gli "eretici" e gli "empi". «Le intolleranze della destra, nel lungo dopoguerra, sono state innumerevoli: il più delle volte in nome d’un perbenismo sessuale e religioso da "Dio patria e famiglia". Si tratta però d’un canone di proibizioni puramente immaginario, che nell’età repubblicana non ha mai avuto la forza di imporsi ai lettori».

Quasi mai, lei sostiene, i libri vengono seppelliti completamente.

«Sì, un’opera censurata ha comunque la forza per sopravvivere. Mi viene in mente l’esempio di Cremuzio Cordo, lo storico che ai tempi di Tiberio scrisse una storia della guerra civile di orientamento ostile a Cesare. Fu denunciato per lesa maestà, l’opera condannata alla distruzione. Ebbene: Tacito ci racconta che quei libri continuarono a vivere "occultati et editi", ossia passavano di mano in mano nonostante il divieto. Il talento perseguitato, è la conclusione di Tacito, acquista maggiore autorità».

La messa all’indice è una pratica frequente tra i cristiani come tra i loro persecutori.

«Fu un vescovo fanatico a volere la distruzione del Serapeo di Alessandria (IV-V secolo d. C), con la sua sterminata biblioteca pagana. Viceversa, insieme ai cristiani vennero eliminati i loro libri: i traditori erano quelli che tradebant libros, ossia consegnavano al nemico i libri vietati».

Nessuno è innocente.

«Basti pensare che la democratica Atene brucia i libri di Anassagora, così nei trattati di Cicerone le traduzioni latine di Epicuro sono stigmatizzate come letture insidiose. Il catalogo delle nefandezze s’arricchisce nell’Età della Controriforma. La chiave per comprendere il fenomeno è nel libro del gesuita bavarese Jacob Gretser, De jure et more prohibendi et comburendi libros noxios. Cosa dice l’acuto prelato al principio del Seicento? Ci accusano di bruciare le pagine dei protestanti, ma i seguaci della Riforma fanno lo stesso con i loro libri: Michele Serveto liquidato da Calvino».

Anche i rivoluzionari francesi non sono immuni dal libricidio.

«Diderot, si sa, fu rinchiuso nella Bastiglia con il divieto di stampare l’Encyclopédie: ma poi riprese la direzione dell’opera, che ebbe gran successo a dispetto dell’oscurantismo clericale. Spesso però ci si dimentica che la celebre Bibliotèque National, nata dopo l’Ottantanove, si fonda su un violento triage, una traumatica selezione: i depositi non riuscivano a contenere tutti i libri confiscati nei conventi e nelle dimore nobiliari, così si decise in modo violento di tagliare via tutte le pubblicazioni ecclesiastiche. È un caso paradossale: l’istituzione concepita per la promozione della lettura nasce da un atto di intolleranza antireligiosa».

La censura raggiunse il suo acme nel celebre rogo di libri allestito dal nazismo.

«Sì, un atto di grande potenza simbolica nato dal ventre mistico del nazionalsocialismo. Perfino le opere di un liberale progressista come Carl von Ossietzky furono gettate nel fuoco e metaforicamente restituite agli inferi: ogni lancio veniva preceduto da una formula rituale che doveva rimarcare il carattere quasi sacrale della cerimonia. Un caso unico di libricidio. Anche se non dobbiamo sottovalutare, nel campo della censura libraria, la straordinaria efficienza mostrata da Mussolini».

La lotta tra il libro e il potere ha radici antiche.

«A proposito delle polemiche di oggi, mi viene in mente il caso d’un imperatore cinese del III secolo a. C., il costruttore della Grande Muraglia. Un suo perfido consigliere gli suggerì di polverizzare tutti i libri di storia, salvando i trattati di agricoltura e medicina. La ragione? Raccontano il passato, si poteva criticare il governo presente. Un’accusa che sento ripetere ancora oggi».

La domanda è: che paese è un paese che da sei mesi guarda una complicata soap-opera economico-finanziaria con un cast mediocre di star dell'editoria, prim'attori affaristi e comparse politiche, fa fatica - comprensibilmente - a capire il plot, contempla rassegnato un'economia bloccata, non sogna più né cultura né ricerca né lavoro né consumi, e non reagisce? Domanda fuori luogo: nessuno story-liner ha davvero a cuore le sorti del suo pubblico, gli basta tenerlo incollato davanti al video e suscitarne mediocri reazioni emotive. Che tutto fa un po' schifo è la mediocre reazione che la soap suscita, alimentando la deriva antipolitica che travolge l'Italia in perenne transizione. Una transizione che da quindici anni scorre e si impantana sul crinale, anzi sull'intreccio, fra affari e politica. Troppi paragoni si sprecano fra Bancopoli e Tangentopoli, peggio questa o peggio quella, come se un paese governato da Silvio Berlusconi potesse stupirsi se il problema è rimasto lo stesso sotto la finta numerazione delle repubbliche in prima, seconda e terza: fine dell'autonomia della politica; subordinazione della politica all'economia, e degli interessi pubblici agli interessi privati; gestione mass-mediatica della sfera pubblica. Il problema sta qui, e chi prima riesce non diciamo a risolverlo, ma almeno a istruirlo avrebbe qualche chance di vincere la partita.

Non è stato un buon modo di risolverlo, e nemmeno di istruirlo, l'idea che bastasse aggiungere una finanza rossa al panorama per passare la linea d'ombra della modernizzazione di un partito ex-comunista e partecipare al mercato politico ad armi più pari. Non è e non è mai stata in questione la liceità della scalata Unipol; ma non può nemmeno bastare adesso liberarsi delle mele marce Consorte e Sacchetti e perseverare come nulla fosse. L'episodio, dice Napolitano, porti consiglio ai vertici diessini: sulle prospettive della finanza rossa, sul rapporto fra soldi e politica, sui criteri di valutazione dei «capitani», rossi e non, che di volta in volta tentano - legittimamente, ma la legittimità non fa lo stile né il senso né il consenso - l'assalto a questo o quel bastione del capitalismo nazionale.

Ma non solo. Checché resti legittima l'opa Unipol è morta, si dice ora; il partito democratico, invece, può nascere. Al saldo delle scalate e delle inchieste, il risultato è che il precoce crack della finanza rossa travolge con sé quel residuo di mondo ex-comunista che le coop rappresentano e quel residuo di leadership più socialista che democratica che Massimo D'Alema, agli occhi infastiditi di molti, ancora incarna. Consorte ha barato, D'Alema e Fassino hanno perso, Carlo De Benedetti ha ragione, il futuro è democratico, Veltroni e Rutelli si mettano al volante. La sequenza sarebbe questa, con l'oscar per la regia al Corsera, che in soli sei mesi sbaraglia gli scalatori suoi e quelli altrui e detta la linea della riforma finale della politica e della normalizzazione finale dell'Italia.

Troppo facile. Dietro le quinte della mediocre soap bancaria, resta il problema, e vale per il salotto buono non meno che per i parvenus, di un capitalismo italiano che non ha mai conosciuto un'etica del capitalismo. Resta il problema di un suo perimetro troppo ristretto, familistico e arroccato per consentire a nuovi attori, più presentabili di Ricucci e Consorte, di venire alla luce. Resta il problema di una politica troppo impastata di affari e di una televisione fatta di affari e politica, ma anche quello di una stampa troppo legata ai suoi azionisti di riferimento. Resta il problema di un blocco di potere, economico ed editoriale, che a scadenze ritornanti sbarra la strada, con metodi propri e impropri barche comprese, allo squilibrio che nell'establishment italiano potrebbe portare quello che resta del ricordo della sinistra di ieri. Resta infine, immutato, il problema di una sinistra di oggi, che l'ennesimo cambio di etichetta, più americana che europea, archivia senza risolvere. E che forse, più che con gli alfabeti accattivanti su Europa, potrebbe provare a inaugurare l'anno con una ruvida analisi del capitalismo italiano.

AUTORE - Queste sono tutte le case nuove fatte?

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardi - Sì, sì. Qui sotto ci sono tutte le…

AUTORE - Qui stiamo proprio sul movimento franoso.

DANIELE RAVAGNANI - Qui stiamo sul movimento franoso.

AUTORE - Cioè sono case costruite negli ultimi anni.

DANIELE RAVAGNANI - Sì, case costruite negli ultimi anni.

DUILIO ALBRICCI - Sindaco di Valbondione - Se uno guarda i rischi che ha ad andare a lavorare, a questo punto dice "è meglio che io stia a casa", ma se sta a casa non vive più, ha capito? Allora queste edificazioni purtroppo sono state realizzate non nella nostra amministrazione.

AUTORE - Siete in affitto?

DONNA 1 - No.

AUTORE - L'avete comprata? Qualcuno vi ha detto che siete sotto una frana?

DONNA 1 - No.

AUTORE - Non ve l'hanno mai detto?

DONNA 1 - No.

AUTORE - Lei abita qua?

DONNA 2 - No.

AUTORE - È in vacanza qui?

DONNA 2 - Sì.

AUTORE - Ma ha comprato o è in affitto?

DONNA 2

Ho comprato. - AUTORE - Non gliel'ha detto nessuno che lì c'è una frana?

DONNA 2 - No.

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Cioè se c'è un modo di fare prevenzione è proprio quello di evitare di costruire in posti che non vanno bene.

MILENA GABANELLI IN STUDIO - Da anni i comuni e le regioni conoscono il loro territorio e sanno bene dove si può costruire e dove no. Una zona a rischio frana non è che oggi c’è e domani no, una zona a rischio alluvione, se non si interviene, continua a rimanerla. Invece nei comuni, come nei ministeri, quando cambiano le persone, cambia anche la lettura delle carte. E poi succede quello che adesso il nostro Bernardo Iovene ci mostra. Partiamo dal nord.

VOCE DELL'AUTORE FUORI CAMPO- In Lombardia i piani regolatori dei comuni devono essere preceduti da uno studio geologico che stabilisce le zone a rischio–frane o alluvioni, e quindi, non edificabili. Qui siamo in Valseriana, alto bergamasco, il nostro geologo aveva stabilito, nel piano geologico comunale, che in questa zona era pericoloso costruire.

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Secondo me non era idoneo questo terreno, poi è cambiata l'amministrazione, l'amministrazione ha cambiato tecnico, evidentemente avevano altre opinioni.

AUTORE - Poi hanno cominciato a costruire.

DANIELE RAVAGNANI - Hanno cambiato il piano geologico e hanno cominciato anche a costruire.

AUTORE - Poi cosa è successo?

DANIELE RAVAGNANI - È successo che facendo lo scavo è partita la frana che ha interessato anche un bel tratto di versante mettendo a rischio anche una linea di alta tensione, quindi il cantiere è stato fermato ed è stato anche messo sotto sequestro.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Mentre parliamo arrivano i proprietari del terreno.

UOMO - Lei è geologo, come mai qui sopra…era l'unico prezzo in ripiano era lì, come mai di lì non è franato niente?

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - E infatti di là non era rosso.

UOMO - Qui dove è iniziato a far la strada è tutta roccia, è tutta roccia che va su fino in alto, anche perché…

DANIELE RAVAGNANI - Ma la previsione infatti era quella lì, dopodiché qualcuno l'ha cambiata, hanno deciso di costruire e infatti è venuta giù la frana.

DONNA - Ma noi abbiamo presentato un regolare progetto con una relazione geologica e noi ci siamo trovati questa sorpresa, che ci abbiamo rimesso solo noi in questo caso, perché non siamo venuti abusivi a costruire.

DANIELE RAVAGNANI - No, no certo ma nessuno vi dice che siete abusivi.

DONNA - Cioè non è che abbiamo corrotto qualcuno sia chiaro, abbiamo presentato il nostro progetto in comune, abbiamo fatto richiesta di completamento, ci è stato concesso e ci siamo ritrovati questa sorpresa.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Anche il privato, infatti, prima di costruire deve presentare una sua relazione geologica, e in questo caso, il tecnico era lo stesso incaricato dal comune.

AUTORE - Ma voi dovevate abitare in questa casa.

DONNA - Certo, era la nostra abitazione, era la nostra prima casa, di conseguenza se sapevamo che la zona era pericolosa mica andavamo a costruire la nostra casa lì.

AUTORE - Però il geologo vi ha detto che la zona era tranquilla.

DONNA - Ci ha detto, noi abbiamo presentato le cose, era tutto a posto e abbiamo iniziato a costruire.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il comune lo sapeva che era pericoloso, ma quando è cambiata l'amministrazione è cambiato il geologo e la zona è diventata edificabile.

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Ecco qui si vede, si vede il rettangolo dove è avvenuta la frana, dove si voleva fare la costruzione.

AUTORE - Noi dove stavamo adesso?

DANIELE RAVAGNANI - Noi stavamo vicino al numerino due e si vede che qui è zona quattro. Poi è successo che nel novantasette è subentrata un'altra perizia geologica e vediamo lo stesso rettangolino, la classe quattro non c'è più, c'è una classe due e una classe tre.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E dopo la frana la perizia è stata fatta sempre dal nuovo geologo comunale, che è anche il geologo pagato dal proprietario del terreno.

AUTORE - Sono compatibili queste funzioni?

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Non credo.

AUTORE - E come mai?

DANIELE RAVAGNANI - C'è un codice deontologico che bisognerebbe rispettare.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Chiediamolo al sindaco.

AUTORE - La zona è passata da classe quattro a classe tre. Perché?

ANTONIO DEL BONO - Sindaco di Ardesio - Sì, l'amministrazione comunale nel pianificare il nuovo piano regolatore è stato valutato che poteva…

AUTORE - Vabbè, una valutazione sbagliata.

ANTONIO DEL BONO - Beh, in questo caso, non si può mai dire che è sbagliato però ogni tanto si può anche sbagliare, certamente.

AUTORE - Senta lei conosce il geologo che aveva fatto questa relazione geologica?

ANTONIO DEL BONO - Sì, è il nostro geologo.

AUTORE - Che era lo stesso geologo del privato che ha fatto la relazione geologica e poi è lo stesso geologo che è andato a fare l'accertamento insomma?

ANTONIO DEL BONO - Adesso mi sta facendo delle domande che io non sono propriamente a conoscenza di tutti questi passaggi perché come le ripeto non ero in amministrazione all'epoca.

AUTORE - Però era dello stesso colore l'amministrazione?

ANTONIO DEL BONO - Sì, l'amministrazione era sempre della Lega.

AUTORE - Lei è della Lega.

ANTONIO DEL BONO - Sì sono della Lega.

AUTORE - E il sindaco precedente?

ANTONIO DEL BONO - Sempre della Lega.

AUTORE - Che adesso è vicesindaco.

ANTONIO DEL BONO - Sì è il mio vicesindaco.

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - La richiesta, l’occasione fa l’uomo ladro, la richiesta in un qualche modo si cerca sempre di soddisfarla e allora si cominciano a conquistare anche terreni che non sono esattamente i più sicuri dal punto di vista geologico. Si cerca di arrivare dove si può.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La montagna è anche turismo e, quindi, seconde case. Ad esempio a Valbondione, sempre provincia di Bergamo, vicino a questa seggiovia era previsto un villaggio di case. Ma dalla relazione geologica è risultata una grossa frana.

DANIELE RAVAGNANI - E quindi è stato molto utile fare questo lavoro. Si voleva realizzare un intervento di questo tipo.

AUTORE - Lì proprio dove abbiamo visto noi che c'era quello spazio libero?

DANIELE RAVAGNANI - Sì. Abbiamo scoperto che questa zona a monte, quest'area, è tutta un accumulo di una frana antica.

AUTORE - Vengono presi in considerazione questi studi o no?

DANIELE RAVAGNANI - Devono essere presi in considerazione.

AUTORE - Oggi come oggi com’è la situazione a Valbondione?

DANIELE RAVAGNANI - In che senso?

AUTORE - Nel senso che il suo studio è tenuto in considerazione per quanto riguarda l’edificabilità o no?

DANIELE RAVAGNANI - Penso che questa domanda la deve rivolgere all'ufficio tecnico del comune di Valbondione o al sindaco di Valbondione dal momento che dopo queste vicende io non ho più avuto rapporti con il comune di Valbondione. -

AUTORE - Cioè lei ha fatto questo studio, ha certificato che non si può edificare, dopodiché non l'hanno chiamata più.

DANIELE RAVAGNANI - Non mi hanno più chiamato. -

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ed anche qui con un nuovo geologo, la zona è passata da zona 4 a zona 3.

AUTORE . Il comune ha cambiato geologo e ora si può edificare.

DUILIO ALBRICCI - Sindaco di Valbondione e facciamo questi tipi di ragionamenti possiamo dire tutto e il contrario di tutto.

AUTORE - Parliamo di geologi, non è che parliamo di…

DUILIO ALBRICCI - Però possiamo dire tutto e il contrario di tutto. Allora lui ha fatto una serie di valutazioni su terreni che erano già edificabili e secondo i suoi ragionamenti potevano esserci delle difficoltà.

AUTORE - Cioè una frana ha individuato la sotto.

DUILIO ALBRICCI - Partiamo da un terreno edificabile e di colpo lo trasformiamo in non edificabile, anche questo è un ragionamento che deve essere tenuto in considerazione.

AUTORE - Se c'è una frana. Cosa dice lei?

DUILIO ALBRICCI - Io dico che stiamo facendo studi di approfondimento per definire in realtà delle cose, ha capito?

AUTORE - Ho capito. Per cui adesso lì si può edificare o no?

DUILIO ALBRICCI - Allora attualmente la situazione…il terreno è edificabile.

AUTORE - Comunque rimane il fatto che adesso quella zona è edificabile.

DUILIO ALBRICCI - Ma è sempre stata edificabile. Adesso noi partiamo dal ragionamento: c'è un'area di dissesto, basta, in montagna non dobbiamo starci più, allora chiudiamo, l'avevo detto una volta provocatoriamente, chiudiamo Valbondione la domenica e lo riapriamo il venerdì quando vengono i turisti a visitarlo. Però capisce che noi abbiamo un’ambizione un pò più alta rispetto a questa qui. In montagna siamo cresciuti e in montagna vogliamo rimanerci.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora si costruisce sulle frane per vendere ai turisti? Gli studi di prevenzione servono proprio ad evitare situazioni come quella che si è verificata a Gandellino un paese tra Ardesio e Valbondione.

DANIELE RAVAGNANI - Presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia - Guarda se è possibile fare una cosa del genere? Ci abiteresti tu dopo che l'hai comprata dai dieci anni? La vorresti così una casa che hai comprato da soli 10 anni?

VOCE DELL'AUTORE F.C.- No, appunto. I problemi, poi, restano a chi compra.

DANIELE RAVAGNANI - Qui si sposta tutta la montagna.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E se poi arriva una frana grossa e le case vanno giù,a riparare è lo Stato.

AUTORE - Questi sono i garage che non si aprono più?

DANIELE RAVAGNANI - E nonostante questo si vuol continuare a costruire.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Poi ci sono le opere pubbliche, anche in questo caso interviene prima la politica, e poi il tecnico deve trovare la soluzione, ad esempio il professor Vai è stato consulente per l’alta velocità tra Bologna e Firenze, nella fase del progetto preliminare aveva consigliato una deviazione. -

GIAN BATTISTA VAI - Ordinario di Geologia Università di Bologna - Questo era un tratto che allungava un po’ il percorso ma che consentiva dei attraversare dei terreni assai più facilmente perforabili e soprattutto perforabili con costi assai minori. A livello di Ferrovie dello Stato ci fu detto che tecnicamente poteva anche convenire, sarebbe stato anche opportuno, ma che a livello superiore non si poteva uscire da quella progettazione di massima.

AUTORE - Questo cosa ha comportato?

GIAN BATTISTA VAI - Quello che sono aumentati di molto, di moltissimo, sono i costi per poter garantire in condizioni peggiori una sicurezza adeguata.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Insomma si è perforato il tratto appenninico più complicato, e quindi più costoso.

AUTORE - Senta in percentuale quanto ci è costato in più questo tracciato, rispetto a quello che consigliava lei?

GIAN BATTISTA VAI - Almeno il doppio, se non di più.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Se si costruisce dove ci sono problematiche geologiche, e si vuole la sicurezza, i costi aumentano. Ed è quello che non è stato fatto 20 anni fa nel bolognese, quando si volle, contro il parere dei tecnici, fare una strada parallela alla Futa, tra Bologna e Firenze.

AUTORE - Cioè ma questa è venuto giù all’improvviso?

MARCO PIZZIOLO - Geologo - Sì

AUTORE - Cioè tutto questo masso così grosso?

MARCO PIZZIOLO - Sì, è venuto all’improvviso esattamente dove era prevedibile che venisse giù perché gli studi precedenti avevano dimostrato che quella era proprio una delle zone più pericolose di tutto il percorso delle gole di Scascoli. Ecco si vede il tratto dove riprende la strada.

AUTORE - Praticamente la strada…ma quello è il fiume?

MARCO PIZZIOLO - Sì.

AUTORE - Cioè passava sul fiume la strada?

MARCO PIZZIOLO - No, passava affianco. La strada sostanzialmente si è impostata in una zona assolutamente ristretta dove non c’era molto spazio sostanzialmente.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Questo risultato era stato previsto in uno studio del WWF.

FAUSTO BONAFEDE - WWF Bologna - Purtroppo queste conclusioni dell’ingegner Nesi, queste previsioni sono state drammaticamente confermate in seguito ai rovinosi eventi di frana che si sono verificati nel 2002 e poi nel 2005.

MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - La Valsavene è una valle selvaggia, bellissima, con gole dirupate. Lì sarebbe stato meglio, buona cosa che una strada non ci passasse. Adesso la strada c'è ed è ad elevato rischio di pericolo perché è appunto soggetta a frane di crollo improvviso.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Un disastro previsto, ma chi lo ha voluto ad ogni costo?

MARCO MALPENSI - C'era il sindaco di Loiano che capeggiava questa forma di pressione da parte di coloro che non tanto vivevano sul crinale ma quelli che vivevano nel fondovalle e che veramente potevano trarre un vantaggio effettivo dalla strada.

AUTORE - Quanto è costata questa strada?

MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - Possiamo dire che alla fine della fiera una decina di milioni di euro questa strada è venuta a costare e in futuro non si possono escludere altri cedimenti in qualche altra zona.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma tutti questi soldi ce li deve mettere lo Stato o il vecchio sindaco che ha voluto fare al strada dove non si poteva? Lo abbiamo rintracciato e ci ha portato sul luogo. Qui lui è ancora di casa.

AUTORE - Senta, ha visto che disastro?

ARNALDO NALDI - Ex sindaco di Loiano - Sì. Purtroppo è veramente una situazione che…un disastro ambientale in parte si vede, c’è anche quello.

AUTORE - Lei lo sa quanto stanno costando queste frane?

ARNALDO NALDI - Certo.

AUTORE - Non si sente un po’ responsabile?

ARNALDO NALDI - Beh, responsabile di queste frane non mi sento più di tanto perché anche io sono nato qua, quindi anche negli anni precedenti che si intervenisse in questo fiume, cioè in questa valle, vi erano degli smottamenti che avvenivano in modo naturale. -

AUTORE - Il problema è: se uno vuole andare a cercare le responsabilità di quello che succede, anche dopo vent’anni, è possibile o no? O nessuno è mai responsabile di niente in questo paese? -

ARNALDO NALDI - No io credo che sarebbe un nascondere le cose, un non volere. È chiaro che se noi sindaci non ci fossimo posti il problema che era necessario dare uno sfogo verso la città, è chiaro che qui nessuno avrebbe messo le mani e qui non sarebbe successo nulla. Col senno di poi si poteva dire ”la scelta comunque o non la facciamo o tentiamo di andare avanti sperando che”. Purtroppo…

GUIDO BERTOLASO - Capo dipartimento Protezione Civile - Non sono sufficienti i soldi stanziati e allora proprio recentemente abbiamo, d'intesa con la regione Emilia Romagna, garantito un ulteriore contributo di sei milioni di euro che permetteranno quegli interventi, vogliamo sperare definitivi, per risolvere questo problema.

ARNALDO NALDI - Dopo 25 anni, se io fossi sindaco, con la crescita culturale che anche attorno ai problemi ambientali è cresciuta nella gente, in tutti quanti, forse anch’io avrei valutato meglio il rapporto "facciamo la strada e cosa danneggiamo"; i costi e i benefici dell’una e dell’altra sarebbero stati sicuramente valutati in modo diverso.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Alla vera fine della fiera i milioni di euro non si contano e pochi giorni fa, per evitare crolli in quel tratto hanno fatto brillare ciò che rimaneva di queste gole meravigliose.

MILENA GABANELLI IN STUDIO - Siccome i nodi vengono sempre al pettine, paghiamo oggi errori di 25 anni fa, e ancora oggi non abbiamo imparato granché perché ognuno pensa per se e non si è mai visto un amministratore pubblico pagare per la propria imperizia imprudenza o negligenza. Nel ‘66 molti ricorderanno Firenze è andata sott’acqua, ma ci sono voluti 23 anni per incaricare un soggetto di individuare i punti fragili del territorio, si chiama autorità di bacino. Poi c’è voluta la tragedia di Sarno, e altri 9 anni per fare un decreto che stabilisce un programma di interventi, e nel ‘98, arrivano i Pai, ovvero piani di assetto idrogeologico. Da quel momento in poi regioni e autorità di bacino cominciano a lavorare. Passano 4 anni e arriva un’altra legge che dà facoltà al ministero dell’Ambiente di finanziare direttamente i comuni. Con quali criteri lo vediamo.

ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Non c'è dubbio che i problemi legati all’assesto idrogeologico del nostro paese è serio, ci sono grossi problemi perché si è speso molto nell’emergenza ma non si è speso per mettere in sicurezza il territorio. I Pai che sono stati approvati hanno consentito di cominciare a mettere in sicurezza il territorio.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma il ministro predica bene e razzola male, perché negli ultimi due anni non finanzia le regioni che devono fare le opere previste dai piani.

VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Quindi in questa fase noi siamo di fatto impossibilitati a continuare a lavorare per la realizzazione di opere strategiche.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il piano, ci sono voluti 32 anni per prepararlo e renderlo obbligatorio, prevede che ogni fiume d’Italia venga studiato dalla sorgente alla foce, per vedere quali problemi di frane o esondazione crea attorno alle zone abitate. Da qui partono i piani di intervento che si chiamano Pai, e a tirare fuori i soldi è il ministero dell’ambiente. Ha funzionato così fino al 2001. Poi cosa cambia? Parallelamente una nuova legge stabilisce che lo stesso ministro può decidere di finanziare direttamente i comuni. Ma quali comuni? Quelli che hanno bisogno di interventi urgenti? Pare di no! Allora questi soldi a chi sono andati? Il primo a rispondere è chi si occupa di questi problemi per l’Emilia Romagna.

VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Abbiamo dovuto fare ricerche presso il ministero per capire, per sapere dove sono andati a finire…

AUTORE - E dove sono andati a finire?

VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Sono andati a finire al comune di Bobbio, in provincia di Piacenza.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora andiamo a Bobbio. Il comune aveva chiesto cinquecentomila euro e Matteoli gliene ha dati il doppio. Ma perché?

ROBERTO PASQUALI - Sindaco di Bobbio - Il primo piano regolatore che era stato fatto prevedeva qui aree edificabili però a condizione che venisse messo in sicurezza l’intero versante.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Questi soldi quindi servono a mettere in sicurezza un’area dove si vuole costruire.

ROBERTO PASQUALI - In effetti sulla base di questo abbiamo già avuto alcuni proprietari che hanno già presentato domanda per le autorizzazioni a costruire.

AUTORE - Perché in tutta l'Emilia-Romagna nel loro programma è stato stanziato solo un milione di euro e qui a Bobbio.

ROBERTO PASQUALI - Certo. Forse ci sono anche alcuni amici a livello ministeriale. Il governo, è un governo di centro destra così come il governo che gestisce oggi questo comune è di centro destra e credo che questo possa essere un fatto positivo.

AUTORE - Li avete avuti in amicizia?

ROBERTO PASQUALI - Potremmo anche dire che li abbiamo avuti per amicizia ma possiamo dire anche un’altra cosa che noi eravamo pronti con i progetti.

ALTERO MATTEOLI - Ministro dell’Ambiente - Ora io non sono Pico della Mirandola e non posso ricordarmi tutti i comuni che hanno avuto dei finanziamenti. C’è sicuramente una sua logica, questo sì.

AUTORE - La logica che ci hanno spiegato i sindaci è che avevano conoscenza con il sottosegretario, che sono comuni di centro destra, ce l’hanno detto i sindaci.

ALTERO MATTEOLI - Il sottosegretario dell’Emilia Romagna al mio ministero non c’è.

AUTORE - No io ho chiesto come avete fatto, con quale prassi, e allora mi hanno detto ci siamo rivolti…siamo un comune di centro destra, abbiamo amicizie all'interno del ministero, abbiamo ottenuto questi soldi.

ALTERO MATTEOLI - Guardi non sapevo nemmeno che esiste un comune che si chiama Bobbio.

AUTORE - Oltre a quel milione…

VINICIO RUGGERI - Servizio Pianificazione di bacino Emilia Romagna - Oltre a quel milione di Bobbio, un programma successivo, il decimo, ha destinato quasi 10 milioni di euro.

AUTORE - Sempre all'Emilia Romagna.

VINICIO RUGGERI - Nove milioni e novecentosessantaseimila e seicento euro, sempre all'Emilia Romagna.

AUTORE - Però direttamente…

VINICIO RUGGERI - Direttamente ai comuni e alle comunità montane dell’Appennino parmense.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- I comuni beneficiati sono solo quattro. E tutti nella provincia di Parma. A Bardi la richiesta di questi soldi era stata fatta dalla comunità montana e dalla vecchia giunta nel 2004, ambedue erano di centro destra. Ma oggi c’è un sindaco di centro sinistra che avrà fatto la sua battaglia per la poltrona, ma pecunia non olet.

AUTORE - Per cui lei deve ammettere che la vecchia giunta è stata brava a prendere questi finanziamenti.

PIETRO TAMBINI – Sindaco di Bardi - Ma certo quello che c’è di buono…io non ce l'ho con chi fa, ma con chi non fa. La strada che scende che lei ha fatto per risalire è tutta interessata da quel movimento franoso.

AUTORE - Va bene.

PIETRO TAMBINI – Non è molto convinto.

AUTORE - Quello che sembra strano è che siccome questi soldi non sono nel Pai e tanti altri comuni hanno problemi simili oppure peggio dei vostri, come mai sono arrivati a voi questi soldi direttamente?

PIETRO TAMBINI –Se le devo dire la verità incredibile io non lo so. Posso presumerla ma le presunzioni non gliele dico.

AUTORE - Ho capito, però senta, come cittadino qualche indiscrezione ce la può dire.

PIETRO TAMBINI –Io penso che come cittadino glielo posso anche dire, penso che ci sia l’opera di uomini politici. In questo caso credo del senatore Guasti al quale va anche il mio ringraziamento, pur avendo noi una militanza politica diversa.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- L’intermediario fra il comune e il ministero è il senatore Guasti che ha il suo studio a Parma.

AUTORE - Si dice che è venuto da lei, è normale che sono venuti da lei a chiederglielo?

VITTORIO GUASTI - Senatore - Ma guardi da me vengono tutti i comuni, il comune di Parma…è chiaro che è una pratica a Roma per strade normali impiega più tempo…io ho fatto un po’ il tramite dopodiché…

AUTORE - A chi si è rivolto lei?

VITTORIO GUASTI - Io al Ministero dell'Ambiente.

AUTORE - Al Ministero dell'Ambiente nella persona del ministro?

VITTORIO GUASTI - No, nella persona del sottosegretario con il quale ho un buon rapporto, ho un rapporto di antica data.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma la legge parla di aree a rischio. Di riassetto territoriale e stato d’emergenza, non di buoni rapporti con i sottosegretari, e il ministro che queste cose le sa, smentisce.

AUTORE - Cioè il senatore Guasti che abbiamo intervisto ce lo ha detto lui che ha fatto così.

ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Ma guardi questo…ora ho capito cosa vuol dire. Spesso i parlamentari che si devono ripresentare, quando arriva un finanziamento si appropriano dei meriti, anche dell'opposizione, ma a volte non è nemmeno vero ma se ne appropriano per usarli nella campagna elettorale.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- In un altro programma abbiamo trovato un finanziamento al comune di Ferriere, ma il sindaco non c’è e l’assessore competente non vuole parlarne.

AUTORE - Assessore? Dico, non possiamo parlare un pò politicamente di come è avvenuta questa…

ASSESSORE DEL COMUNE DI FERRIERE - No.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Mi dice che se voglio trovare il sindaco devo andare a Roma perché è un senatore di Forza Italia.

ANTONIO AGOGLIATI – Sindaco di Ferriere - Le frane crescono tutti i giorni come i funghi, questo è un periodo di funghi che ne crescono tantissimi, da noi le frane si moltiplicano come i funghi purtroppo.

AUTORE - Come mai avete ottenuto voi questo finanziamento?

ANTONIO AGOGLIATI –Ma io non so se gli altri comuni hanno fatto delle domande, come le hanno fatte: lì c'è una commissione e la commissione ha valutato i progetti che le sono pervenuti.

AUTORE - Ma chi lo ha portato il progetto?

ANTONIO AGOGLIATI –Il progetto l’ho portato io.

AUTORE - E ha avuto un contatto con chi?

ANTONIO AGOGLIATI –Ma è un ministero, con un funzionario, insomma faccio il parlamentare non è che vengo a Roma a scaldare le seggiole.

AUTORE - Il fatto che lei è senatore, sapeva dove andare diciamo.

ANTONIO AGOGLIATI –Le ripeto…se lei vuole andare avanti su questo problema qui, andiamo avanti. Le ripeto io sono senatore e non sono qui a scaldare le seggiole. Lavorando in commissione, conoscendo e sapendo i vari interventi che si fanno con il ministero, è normale che…

AUTORE - Senta sono andato nel suo comune e c’è stato un po’ di panico quando chiedevo queste cose, ma come mai, il suo assessore era un po’ infastidito da questa mia visita, come mai?

ANTONIO AGOGLIATI –Ma forse non avrà capito cosa riguardava, non lo so, non credo che il mio assessore l'abbia trattata male, non so perché non ero presente…ma che cazzo di domande mi fa? Voleva farmi dire delle cose che non volevo. Non sono mica scemo, chi la manda qui, coso, D'Alema…

AUTORE - No, noi facciamo inchieste, cerchiamo di capire come vengono dati i finanziamenti.

ANTONIO AGOGLIATI –Non vorrà mica che le dica che io sono andato dal sottosegretario perché è mio amico e mi faccio dare i soldi…ma adesso mi scusi è…non sono mica scemo! Tanto il microfono non è acceso…Ma scusi…e insiste. Tortoli è il sottosegretario di Forza Italia, gli dico…è andato da lui? Mi puoi dare una mano? Beh vediamo…io ce ne ho fin troppo di casini…purtroppo. Ho fatto la richiesta e poi mi ha dato i finanziamenti…ha fatto il suo iter, a parte che Tortoli o non Tortoli il comune è là da vedere…

AUTORE - Ma quello è fuori di dubbio che le frane ci sono, non è che io sto dicendo che lì non c’è la frana

ANTONIO AGOGLIATI –E insiste…me l'ha fatta dieci volte la domanda: ma chi glieli ha dati? E io ho detto: caz…ci sono le elezioni l'anno prossimo, poi dicono che mi faccio portare i soldi solo al mio comune. -

AUTORE - Vuol dire che è bravo.

ANTONIO AGOGLIATI –Ecco perché io volevo non dicessero niente, ha capito? Io al mio assessore gli ho detto "che caz.. dici!"…basta, perché gli ho detto: guardate che dopo se va sui giornali o sulla televisione…io non sapevo neanche che era una cosa così, che andasse subito al telegiornale. Già dicono, perché ho ottenuto un finanziamento che io faccio il senatore solo di Ferriere, che per fortuna non è vero. Se poi va in giro la cosa che…succede il putiferio.

AUTORE - Vabbè.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Funziona così. Però nei 3 programmi di finanziamento analizzati, almeno un comune con una frana regolarmente inserita nei piani di bacino l’abbiamo trovato, è Fornovo sul Taro. A Salso Maggiore, invece, sono andati 3 milioni e 700 mila euro per interventi che non erano stati previsti dall’autorità di bacino.

AUTORE - Nei piani di bacino, nella pianificazione dell'autorità di bacino, queste frane non ci sono.

GIUSEPPE FRANCHI - Sindaco di Salsomaggiore - No, non ci sono.

AUTORE - Com'è possibile?

GIUSEPPE FRANCHI - Forse è stata una sottovalutazione del rischio.

AUTORE - Per cui avete trovato una via diretta al ministero.

GIUSEPPE FRANCHI - Al ministero. Siamo passati attraverso questo viceministro, Lucara appunto.

AUTORE - Quello che non riusciamo a capire, cioè vi ha consigliato qualcuno di andare direttamente al ministero, non sono le regioni che dovrebbero occuparsi di queste frane attraverso i Pai?

GIUSEPPE FRANCHI - Ma io ho trovato questa strada politica, ponendo il problema sotto l'aspetto fortemente tecnico, ho trovato udienza.

AUTORE - Magari quando siete dello stesso partito si facilita, o insomma si è dello stesso schieramento.

GIUSEPPE FRANCHI - Questo facilita certamente.

AUTORE - Siccome si parla di pianificazione e di programmazione e poi vengono finanziati i comuni fuori della pianificazione e chi deve attuare questi…

ALTERO MATTEOLI - Ministro dell'Ambiente - Ma che hanno bisogno di realizzare delle opere e quindi sono stati finanziati perché c'è bisogno di realizzare delle opere.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Di frane, solo in Emilia Romagna ce ne sono 32000, come ci mostra un dvd della regione. Per quelle urgenti interviene già la protezione civile, per quelle strutturali c’è una priorità di intervento stabilita dai piani di bacino, ma in Emilia come in Lombardia in Piemonte e nella maggior parte delle regioni italiane il ministro Matteoli ha finanziato direttamente comuni fuori dalla pianificazione.

ALTERO MATTEOLI - Però ogni comune che ha avuto il suo finanziamento, c’è una sua logica e un suo motivo.

AUTORE - Per esempio nell’undicesimo di questo, che è appena uscito, abbiamo visto che in provincia di Lucca sono arrivati quaranta milioni di euro.

ALTERO MATTEOLI - Perché la provincia di Lucca è una delle provincie d’Italia più a rischio dal punto di vista idrogeologico. La provincia di Lucca, la Versilia, ogni volta che piove va sott’acqua.

AUTORE - Ha fatto andare più risorse lì perché è il suo collegio?

ALTERO MATTEOLI - Ho fatto andare risorse dove c’era più necessità di mandare risorse.

AUTORE - Anche qui si può fare la polemica che è il suo collegio elettorale per cui anche lei…

ALTERO MATTEOLI - Guardi il mio collegio elettorale è uno solo, è Massarosa e Lucca, quindi…

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tanto per precisare, proprio Lucca e il comune di Massarosa hanno ricevuto più soldi di tutti gli altri comuni e cioè rispettivamente 12 milioni e 462000 e 8 milioni e seicento mila euro.

MILENA GABANELLI IN STUDIO - È da precisare che i finanziamenti non è che siano andati dove non ce n'era bisogno, sono andati a chi ha un rapporto privilegiato con le istituzioni a scapito degli interventi prioritari e urgenti individuati dall’autorità di bacino dopo anni di studi. E siccome di soldi ce ne sono sempre meno, alla fine i problemi restano lì.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nel piano di assetto idrogeologico del bacino del Po era prevista una cassa di espansione per mettere in sicurezza la città di Parma. Sono zone disabitate, recintate da argini, che formano una cassa dove il fiume può esondare salvando i centri abitati. Oggi questi lavori previsti dalla legge, però non sono finanziati, ma l’agenzia interregionale del Po ha deciso di portarli a termine con fondi propri.

AUTORE - Per cui voi state anticipando questi soldi?

PIETRO TELESCA – Agenzia Interregionale del Po Esatto, questo è il termine giusto, noi stiamo anticipando questi soldi per completare l'opera, perché per noi l’importante è completare l’opera.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Sono 6 milioni di euro che servono a tutelare la popolazione di un’intera città e che il ministero per ora non li ha tirati fuori, perché come abbiamo visto li ha dati ai comuni per rendere edificabili i terreni. Anche nel bolognese i paesi intorno ai fiumi dovrebbero essere messi in sicurezza.

AUTORE - Siete arrivati fin dove sono arrivati i finanziamenti adesso vi siete fermati.

GIUSEPPE SIMONI - Servizio tecnico bacino del Reno - Adesso siamo fermi in attesa di un ulteriore finanziamento per completare l'opera.

MARIOLUIGI BRUSCHINI - Ass. Protezione Civile e Sicurezza Territoriale - Ma certo perché i soldi vengono dati attraverso questi interventi ad personam, a comune, ministero comune, e invece la programmazione triennale, che era tutta costruita sul fatto che le regioni individuavano i punti più critici del proprio territorio, facevano un elenco di priorità e le mandavano al ministero, tutto ciò non avviene più e quindi quindici anni, tutti gli anni novanta e i primi anni duemila di programmazione, rischiano di essere completamente annullati.

VOCE DELL’AUTORE F.C.- Ma il segretario generale dell’autorità di bacino, anche se dopo 15 anni di studi non gli finanziano più i piani non è arrabbiato, è solo abbottonato.

AUTORE - Questi finanziamenti sono a discrezione del ministero dell’ambiente, che vanno ai comuni e scavalcano il vostro piano è evidente no?

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po

Bisogna vedere se questi finanziamenti sono compresi anche nei piani o no.

AUTORE - Ci sono dei finanziamenti non compresi nei piani, lei cosa ne pensa?

MICHELE PRESBITERO - Se non sono compresi nei piani penso che ci siano delle ragioni che hanno portato a queste scelte, non penso che sia un diktat o una scelta politica così pesante che possa decidere di finanziare comuni o enti scavalcando autorità di bacino e regioni.

VOCE DELL’AUTORE F.C. - Non è una scelta politica, sentiamo il ministro.

AUTORE - Il fatto che questi non abbiano fatto vedere i dati, questi dice a noi non arriva più niente…

ALTERO MATTEOLI – Ministro dell’Ambiente

È una scelta politica che ho fatto io.

VOCE DELL’AUTORE F.C. - Il signor Presbitero lo sa, visto che la sua è una nomina governativa.

DAL TG2 del 18-10-2000 - "Prendiamo la linea da Casale Monferrato anche perché qui ieri sera c'è stata l'ultima vittima dell'alluvione in Piemonte, la sesta, un agricoltore che con il trattore è finito nel fiume Po. Immagini devastanti, il dopo alluvione è più terribile di quello che si poteva immaginare. Solo qui a Casale sono 2.500 gli uomini che sono rimasti senza lavoro, industrie famose, la Cerutti che fabbrica macchine tipografiche, la seconda del mondo".

DAL TG2 del 18-10-2000 - Ecco vedete la periferia di Casale Monferrato è ancora invasa dall'acqua.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Le zone a rischio alluvione sono 2500. Il Po a Casale Monferrato è esondato nel 2000.

AUTORE - Senta ma è mai possibile che bisogna fare sempre i comitati in Italia?

MASSIMO DE BERNARDI - Comitato Alluvionati del Casalese - Purtroppo se nascono i comitati vuol dire che c'è qualcosa che non funziona a livello delle istituzioni, dei partiti, dei tecnici. Il comitato perché non abbiamo avuto delle risposte esaurienti e abbiamo ancora dei seri dubbi sulle risposte che ci danno i tecnici sulla messa in sicurezza del nostro territorio.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma cosa bisognava fare che non è stato fatto?

AUTORE - Questo è il piano.

MASSIMO DE BERNARDI - Sì questo è un piano diciamo che prevede la creazione di casse di espansione, di laminazione, chiamiamole come si vuole.

AUTORE - Questo è Casale Monferrato.

MASSIMO DE BERNARDI - Sì è Casale Monferrato.

AUTORE - Il fiume dovrebbe entrare e poi uscire. Ma queste casse in espansione sono state fatte?

MASSIMO DE BERNARDI - No. Non sono state fatte, sono stati ringrossati e livellati gli argini, non portati secondo noi alla sicurezza adeguata perché ci danno si e no un frano arginale di dieci centimetri.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Il piano è dell'autorità di bacino del Po.

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Per realizzarle ci vogliono dei fondi e dunque si devono realizzare. Sono delle proposte tecniche ma bisogna avere dei fondi per realizzarle.

AUTORE - Non ci sono i fondi, non arrivano questi fondi?

MICHELE PRESBITERO - Per fare le vasche di espansione penso che non ne abbiamo adesso, non sono stati stanziati, non si fanno finché non c'è la disponibilità.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tutte le opere che aspettano i cittadini alluvionati sono ferme. Ad Alessandria, nel 1994 ci furono 13 morti e 1600 miliardi di danni, delle vecchie lire, i quartieri San Michele e Orti, a 11 anni dall'alluvione, sono ancora a rischio. Qui, quando piove, la gente non dorme.

AUTORE - Senta ma a distanza di undici anni voi avete ancora paura?

ELIDE BIGLIA - Ogni qualvolta ci sono delle piogge un attimino più abbondanti del solito è premura di tutti gli abitanti di questa zona raccogliere tutte le cose più utili e portarle ai piani superiori.

GRAZIELLA ZACCONE LANGUZZI - Noi conosciamo qui famiglie che quando piove, subentra uno stato di ansia e di agitazione e quindi noi dopo l'alluvione siamo persone che non vivono più tranquille finché ogni città, ogni territorio non è in sicurezza: si spende ancora troppo poco in sicurezza. Dopo un'alluvione si dovrebbe essere più celeri e più attenti.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La città è a rischio perché questo ponte non reggerebbe la portata di piena, dovrebbe essere abbattuto ma il ministero dei beni culturali ha messo un vincolo.

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Ad Alessandria sono stati dati all'amministrazione comunale qualche anno fa, mi pare quindici miliardi per poter considerare la progettazione di un nuovo ponte e quindi per garantire la sicurezza della città.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- I primi 5 miliardi sono stati già sprecati.

MARA SCAGNI - Sindaco di Alessandria - Perché l'amministrazione di allora decise di chiedere un architetto americano che perse cinque miliardi; fece un progetto che può essere bello o brutto io non mi sbilancio, ma è un progetto che per la realizzazione del ponte ha bisogno di altri sessanta, settanta miliardi di lire che l'amministrazione non ha e non ha preso dallo Stato.

AUTORE - Senta Legambiente invece non vuole fare abbattere questo ponte?

VANDA BONARDO - Lega Ambiente Piemonte e Valle D'Aosta - No, perché è bellissimo, è meraviglioso e secondo noi è perfettamente inutile rispetto a una riduzione del rischio, perché per una riduzione del rischio bisogna pensare di intervenire a monte, in modo da rallentare la portata del fiume, non può esserci questo intervento.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- A monte di Alessandria, nel piano, erano previste casse di espansione, ma a tutt'oggi non è stato fatto nulla.

GRAZIELLA ZACCONE LANGUZZI - Destra, sinistra devono pensare che le alluvioni, la sicurezza della persona, di un territorio, la sicurezza di una città, della vita e dei beni dei suoi cittadini, non ha colore politico. Io potrei fare una vita tranquilla e invece no, sono cinque anni che faccio battaglie perché ho subito l'alluvione: non deve più succedere, perché al momento opportuno rimborsi fanno fatica ad averli, oggi come oggi ci sono leggi che non rimborsano più niente, hanno messo una franchigia regionale, quindi sotto una certa cifra danni non ne rimborsano più. Non rimborsano più pertinenze come un garage, una vetrata, un giardino: ma quelle cose lì una persona se le è costruite con i soldi, non so se mi spiego.

DAL TG3 DEL 27-11-2002 - "A Lodi l'Adda ha rotto gli argini e ha invaso la cittadina. Sono tremila gli sfollati fino a questa sera è interdetta la circolazione con le auto".

VOCE DELL'AUTORE F.C.- A Lodi c'è stata l'alluvione nel 2002, le opere vanno a rilento il fiume non viene pulito e la ghiaia e i tronchi possono ostruire il ponte.

AUTORE - Cioè questi qua non si sa neanche chi deve spostarli.

UOMO - Questi sono ancora tronchi e rimasugli dell'alluvione del 2002. Non è stato fatto assolutamente nulla, neanche la pulizia delle piante secche, rotte, tutto quello che è venuto giù dal 2002 fino ad adesso.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nel piano di bacino del Po ci sono altre priorità non prese in considerazione dal ministero, per esempio Berceto è un paese costruito su un lago di montagna.

SIMONA ALERBIS - Assessore all'Ambiente Comune di Berceto - Se guardi la cartina del dissesto le aree rosse e le aree viola sono aree infranativa, aree in frana quiescente, sono praticamente…

AUTORE - E il comune dov'è?

SIMONA ALERBIS - Il comune è questo che vedi colorato.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La frana si estende in questo versante dove passa l'autostrada della Cisa Parma - La Spezia.

LODOVICO BIGLIARDI - Sindaco di Berceto - Hanno preferito, per paura di frane fare questo ponte doppio che lei vede.

AUTORE - Qui l'autostrada si sovrappone.

LODOVICO BIGLIARDI - Esatto, e ci sono dei piloni che hanno dei piccoli cedimenti, e loro adesso hanno pensato di fare un ponte laterale, nuovo, e di tirare via questo ponte, per consolidare…perché la frana parte da tutta questa zona in alto, è tutto questo versante che è interessato dalla frana, quell'anfiteatro che le dicevo prima, comprende tutta questa zona, dalla Cisa fino lì in fondo a Solignano.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La frana comunque è monitorata. Ma di finanziare interventi non se ne parla.

SIMONA ALERBIS - Assessore all'Ambiente Comune Di Berceto - È chiaro che è ancora più difficile darsi una risposta quando ci si chiede "perché non è stato finanziato?", se poi ci sono anche le prove scientifiche che questo movimento c'è.

MILENA GABANELLI IN STUDIO - I soldi sono pochi e non si riesce a fare tutto, però abbiamo visto che le urgenze oltre al ponte sono quelle di mettere in sicurezza Alessandria, Lodi, il Monferrato, e altre 2500 aree abitate. I piani di assetto avevano previsto anche le casse di espansione, ma non sono mai state fatte. Si è deciso invece di dirottare il denaro là dove era probabilmente meno urgente, a qualche comune, abbiamo sentito, arriverà il doppio di quel che è stato chiesto. Ma a tutto c'è un perché.

MILENA GABANELLI IN STUDIO - E torniamo ai fiumi che ogni tanto non stanno al loro posto. Allora per evitare di disperarci dopo, sarebbe meglio prevenire. Per questo sono stati pagati degli studi, i famosi Pai, che individuano i punti in cui il fiume può esondare, e lì sarebbe buona cosa non costruire. Provate voi ad immaginare cosa succede se un'area dove è prevista la costruzione di un quartiere ad un certo punto diventa esondabile e quindi non edificabile. Siamo a Monza.

DAL TG3 DEL 27-11-2002 - "Da ieri sera a Monza non si hanno più notizie di un uomo di quarantuno anni che è scivolato nel Lambro".

VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ultima alluvione a Monza c'è stata nel 2002. In città c'è un'ampia zona, senza abitazioni, che nel piano di assetto idrogoelogico del 2001 era esondabile. L'autorità di bacino ha fatto una variante al piano, che ha più che dimezzato, la fascia di esondazione del Lambro.

AUTORE - Senta ma quindi sono terreni comunali o dei privati.

ALFREDO VIGANÒ - Assessore al territorio di Monza - Dei privati.

AUTORE - Di tanti privati?

ALFREDO VIGANÒ - No, lì è quasi interamente di un privato.

AUTORE - E di chi sono?

ALFREDO VIGANÒ - Sono di un privato, di una società di industrializzazione edilizia, ma d'altra parte i giornali hanno scritto che è una proprietà di Paolo Berlusconi, quindi non è un elemento di privacy.

AUTORE - Voi avete fatto ricorso?

ALFREDO VIGANÒ - Noi abbiamo fatto ricorso sia contro la decisione del Pai, e poi abbiamo in corso un contenzioso specifico sull'edificabilità in base alle proposte del privato di costruire qui 388 mila metri cubi, su queste aree agricole.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nell'alluvione del 2002 si è allagato il centro storico e in quest'area l'acqua è arrivata in tutta la zona evidenziata.

ALFREDO VIGANÒ - Perché creare degli abitanti a rischio, tuteliamo quelli che già ci sono storicamente che vanno tutelati con opere idrauliche. Ma per aree libere studiamo prima il problema, anzi come potenziare il loro valore naturale di aree libere ai fini idraulici. Il Pai prima arrivava fino a quella gru, adesso arriva qua.

AUTORE - Per cui praticamente tutta questa zona qui.

ALFREDO VIGANÒ - Tutta questa zona qui è stata liberata ai fini delle possibilità edificatorie. Del vecchio piano regolatore del '71. Se loro avessero, anche con amministrazioni precedenti sicuramente definito prospettive più legate al quartiere, più legate alla realtà, probabilmente una soluzione parziale al loro problema l'avrebbero già trovata da tempo. No, loro dicono è questo, voglio fare questo e comunque farò questo. Questo è stato il loro atteggiamento.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Loro sono Paolo Berlusconi, che qui vuole costruire Monza 2. Eccolo il progetto queste sono le case, questo è il fiume. il Pai del 2001 aveva certificato che l'esondazione arrivava fin qui, copriva proprio le case. Il Pai del 2004 ha stabilito che l'acqua arriva al massimo qua, salvando proprio la zona dove sono in progetto le case. Chi ha deciso che il Lambro non esonderà è l'autorità di bacino.

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Se diciamo che in una zona l'acqua non arriva, lo facciamo con cognizione di causa, e perché dobbiamo mettere un limite qui quando si può mettere lì, si aggiorna.

AUTORE - Hanno sbagliato prima.

MICHELE PRESBITERO - Alla luce delle conoscenze…mi scusi ma.

AUTORE - Deve bere l'acqua?

MICHELE PRESBITERO - Sì perché mi fa parlare, vabbè. Alla luce delle conoscenze…

AUTORE - Hanno sbagliato.

MICHELE PRESBITERO - No, io dico che dipende dal livello di approfondimento con cui vengono condotte le prime indagini, non abbiamo scritto il Vangelo.

AUTORE - Nella città di Monza c'era questa zona che non era edificabile.

MICHELE PRESBITERO - Allora non prendiamo quella zona.

AUTORE - No io voglio prendere proprio quella zona.

MICHELE PRESBITERO - Lo so ma prendiamo pure tutto l'arco del bacino del Lambro.

AUTORE - Lei è a conoscenza di quest'area perché quest'area è di Paolo Berlusconi, cioè ha cambiato destinazione d'uso.

MICHELE PRESBITERO - Guardi che la destinazione d'uso…

AUTORE - Non è a conoscenza di questa cosa?

MICHELE PRESBITERO - Ma è su tutti i giornali.

AUTORE - Allora lo sa.

MICHELE PRESBITERO - Ma cosa vuol dire? Io mi sono comportato come si è comportata l'autorità di bacino in modo irreprensibile, perché se io avessi violato qualche legge o se avessi fatto qualche cosa che tecnicamente non è sostenibile o comunque riparlo di tutta la fascia del Lambro, io ne risponderei personalmente.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Da quel che abbiamo visto è difficile che qualcuno ne risponda. Comunque lo studio di approfondimento è stato fatto a Roma.

GIORGIO VISENTINI - Ingegnere - Le fasce si sono ridotte, sono basate sugli interventi e quindi ci sono degli interventi a monte di Monza, sul bacino del Lambro, che hanno ridotto il valore della piena che arrivava a Monza. Ciò non toglie che Monza va lo stesso sott'acqua, anche nelle previsioni. Infatti c'è un intervento previsto di un by-pass, di un grosso canale che toglie una parte della portata di piena a monte di Monza per restituirla a valle di Monza. È un canale di circa sette, otto chilometri. È uno degli interventi previsti.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Per costruire qui bisogna fare un canale che gira intorno alla città.

AUTORE - Però non sono stati fatti ancora questi lavori.

GIORGIO VISENTINI - Ingegnere - No.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma la variante si. Pubblicata sulla gazzetta ufficiale del dicembre 2004, approvata dal Presidente del Consiglio che di fatto favorisce suo fratello.

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - A favore di chi, le ripeto, non c'è a favore di nessuno, perché il comune può decidere in qualunque momento qual è la sua destinazione nel suo piano regolatore.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Certo è il comune, se non fosse intervenuta una legge della regione Lombardia ad impedirlo. Cosa dice la legge? Che i comuni che hanno il piano regolatore approvato prima del 1975, non possono fare alcuna variante. In tutta la Lombardia di comuni in queste condizioni ce n'è solo uno: Monza, l'altro è l'enclave svizzera di Campione.

AUTORE - Senta, lei le sa le polemiche che ci sono?

DAVIDE BONI - Assessore Ambiente e Territorio Regione Lombardia - L'iter di questa legge alla fine è stato molto strano. È arrivato praticamente l'ultimo minuto utile dell'ultimo giorno utile della passata legislatura.

AUTORE - Per cui anche secondo lei è un articolo mirato proprio per quei due comuni?

DAVIDE BONI - Assessore Ambiente e Territorio Regione Lombardia - Evidentemente questo non lo dico io però sulla statistica di 1545 comuni lombardi gli unici che si trovano in quelle condizioni sono due: c'è Campione d'Italia, c'è Monza.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Non c'è altro da aggiungere se non segnalare l'ingiustizia che stava a monte di questa storia, che ci ha fatto notare, così bene, il responsabile della variante al piano di bacino del Po.

MICHELE PRESBITERO - Segretario Generale Autorità di bacino del Po - Sono assolutamente consapevole che questa è stata una maledetta combinazione che è andata a finire in questo caso, è andato sul sito internet, tutti gli strumentalismi.., perché Berlusconi, ma Dio santo allora un comune prima gli dice che può costruire, poi cambia amministrazione e siccome non è d'accordo dice qui non si può costruire, le sembra un'azione corretta questa?

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La scorrettezza grave non è delle amministrazioni che cambiano, ma del Lambro, perché ogni tanto vieni fuori da lì?

MILENA GABANELLI IN STUDIO - Riassumendo, e nel caso non fossimo stati chiari: La costruzione di canale di 7 km è stata pensata per mettere Monza in sicurezza non per autorizzare il fratello del Cavaliere a costruire. Il punto è che questo canale costa un patrimonio ed è probabile che non lo faranno mai, però è stato sufficiente disegnarlo sulla carta per far diventare quell'area non più esondabile, e quindi nessuno si può opporre se tireranno su un intero quartiere, nemmeno il comune, perché la regione ha fatto una legge che in tutta la Lombardia, impedisce solo a Monza di cambiare il proprio piano regolatore. Una legge ad hoc, ha detto l'assessore regionale. - L'ultima parola al Lambro con la prossima piena. Certo è che la prevenzione rimane una bella idea, noi preferiamo le emergenze, e per questo abbiamo la protezione civile, che ha giusto aperto una bella sede nuova.

GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Questa è la sala operativa Italia, cosiddetta, perché riunisce tutte quelle che sono le diverse componenti e quindi le diverse esperienze e competenze delle istituzioni.

AUTORE - Vedo poliziotti, vigili del fuoco.

GUIDO BERTOLASO - Esattamente, sono rappresentate tutte le istituzioni, i vigili del fuoco innanzitutto, ma anche la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri, il Corpo Forestale, la Guardia di Finanza e anche le Forze Armate.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La protezione civile ha appena inaugurato la nuova sede. Ai piani alti c'è un centro funzionale. Qui si raccolgono i dati che le regioni rilevano sui territori a rischio idrogeologico, e si possono prevedere gli effetti degli eventi meteorologici come frane, alluvioni e incendi.

PAOLA PAGLIARA - Servizio Rischio Idrogeologico - Viene utilizzato tutto il bagaglio di conoscenze che viene acquisito da altre strutture dello Stato le quali sono ordinariamente deputate alla conoscenza del territorio.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- I dati arrivano dal ministero dell'ambiente, dall'aeronautica e da centri di ricerca. Sono monitorati il vulcano di Stromboli e i rischi sismici. Nel sotterraneo c'è la sala operativa, che raccoglie i dati di tutte le forze di polizia e dei vigili del fuoco per valutare se e quando intervenire in stato di emergenza. Il dottor Bertolaso coordina tutto in nome del Presidente del Consiglio.

GUIDO BERTOLASO - - Può piacere, può non piacere, qualcuno può avere dei mal di pancia, perché poi quando c'è uno che comanda può dare fastidio, ma come dico io, soprattutto nei momenti d'emergenza non può esserci democrazia, ci deve essere uno che coordina, che prende delle decisioni e che se ovviamente sbaglia poi paga. Questo deve essere il funzionamento di una protezione civile che davvero vuole proteggere i cittadini.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Infatti, la protezione civile dispone di poteri eccezionali, che vuol dire soldi subito.

AUTORE - Per cui si va in deroga anche a tutte le leggi, se lei deve comprare delle cose le compra senza gara, senza niente.

GUIDO BERTOLASO - - Solo ed esclusivamente nei momenti di emergenza, mi sembra che questo sia assolutamente inevitabile e scontato.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Con questi poteri, dopo il crollo della scuola di San Giuliano, 3 anni fa, è stata emanata un'ordinanza che stabiliva i criteri per la classificazione sismica e norme tecniche per le costruzioni in zona sismica. Norme uscite con 122 errori.

PAOLO RUGARLI - Ingegnere Strutturista - La norma, anche dopo queste correzioni, la mia personale opinione è che non sia applicabile.

MARCO GUIDUZZI - Ordine degli Ingegneri Forlì - Cesena - La norma dunque non è applicabile pensando di poter eseguire un controllo manuale passo a passo.

TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Questo è il punto, il fatto incontrovertibile oggi è che l'ordinanza è stato un atto illegale.

SERGIO POLESE - Presidente Consiglio Nazionale degli Ingegneri - Abbiamo più volte interessato al riguardo le autorità competenti. Chiediamo ed esponiamo la necessità di chiarezza per quanto riguarda questa normativa.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ordinanza della protezione civile, ha previsto anche la creazione e quindi il finanziamento di un centro di ricerca antisismica, è a Pavia, si chiama Eucentre. Questo è il giorno dell'inaugurazione.

LETIZIA MORATTI - Ministro della Pubblica Istruzione - Io vedo in questo Centro una grande assonanza con le politiche che il governo ha cercato di portare avanti in questi anni.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Eucentre è diretto dal professor Calvi, colui che ha stabilito insieme ad altri esperti le nuove norme inapplicabili.

GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - Solamente le cose cristallizzate in decenni non hanno errori. Una cosa scritta in 45 giorni gli errori ce li ha. Le norme devono essere cambiate con continuità.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- L'ordinanza fatta in fretta, prevede anche la verifica di tutti gli edifici strategici, ospedali, scuole, caserme etc. Ma da una parte non ci sono i soldi, dall'altra le regioni non sanno applicare le nuove norme ed allora devono rivolgersi all'Eucentre e pagare la consulenza.

AUTORE - Vi siete rivolti a loro perché? Perché eravate in difficoltà ad applicarle?

MASSIMO FERRINI - Architetto Regione Toscana - Certamente, certamente. Il professionista a cui c'eravamo rivolti, ovviamente non era un difetto loro, c'era un difetto d'applicazione.

AUTORE - Per cui vi siete rivolti a chi ha scritto la norma.

MASSIMO FERRINI - Certamente. Era l'unica strada.

GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - Ci chiedono appunto: "Noi come dobbiamo fare?". Vi produciamo un documento che non è una norma ma che aiuta a capire.

AUTORE - Questi interventi li fate a pagamento?

GIAN MICHELE CALVI - Ordinario di Costruzioni zona sismica Università di Pavia - La logica è di una pura copertura dei costi. Tanto che questo è un centro no profit, non possiamo dividere utili.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Nato Eucentre il campo della ricerca sismica universitario langue.

TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Un tempo si diceva che forse i soldi venivano distribuiti a pioggia. Adesso siamo a secco totale. Se le università non sono in qualche modo collegate con questo polo esperto non ricevono assolutamente niente.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E a proposito di verifiche degli edifici strategici sia la sala operativa della protezione civile che quest'altra bellissima sala con le poltrone in pelle, adibita in caso di unità di crisi, per i ministri, sono in una zona a rischio esondazione.

AUTORE - È vero che questa sala è a rischio esondazione che qui c'è il Tevere, che ci può arrivare l'acqua, è una zona R3 mi hanno detto?

GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Era una zona R3, con l'autorità di bacino si sta rifacendo il nuovo piano, diciamo che può essere anche un'utile situazione per fare eventualmente delle prove, delle esercitazioni in caso di vera emergenza.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Tornando all'ordinanza antisismica, all'improvviso i professionisti non si sono sentiti più in grado di costruire da soli.

MARCO GUIDUZZI - Ordine degli Ingegneri Forlì - Cesena - Paradossalmente si può arrivare a dieci risultati diversi.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma se si vuole costruire un ponte anti-scossa progettato con l'ordinanza antisismica della protezione civile, conviene scegliere come co-progettista il professor Calvi. Il ponte è stato realizzato a tempo di record. Anche se il costo del progetto ha significato un incremento del 40 per cento rispetto ai progetti tradizionali, e i materiali sono costati il 50 per cento in più.

TERESA CRESPELLANI - Ordinaria di Geotecnica Università di Firenze - Allora che cosa succede, che i committenti, soprattutto se si tratta di grandi opere dicono "lei non la sa applicare, la mandiamo all'Eucentre, la mandiamo da qualche altra parte.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Ma un mese fa, è uscito dal ministero delle infrastrutture, dopo anni di studio il testo unico con le norme tecniche delle costruzioni. la confusione è aumentata.

AUTORE - Senta una domanda: adesso che c'è il testo unico l'ordinanza…

REMO CALZONA - Ordinario tecnica delle costruzioni - L'ordinanza decade automaticamente.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- Per Bertolaso le norme dell'ordinanza sono integrate nel testo.

GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Basta consultare le carte per vedere chi ha ragione.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- E allora leggiamo le carte: nel decreto c'è scritto che le disposizioni dell'ordinanza possono continuare a trovare vigenza, alla fine ha ragione il presidente del consiglio degli ingegneri.

SERGIO POLESE - Presidente Consiglio Nazionale degli Ingegneri - L'ordinanza potrebbe essere applicata ma in maniera facoltativa al pari di altre possibili normative.

MARISA ABBONDANZIERI - Commissione Parlamentare Ambiente Territorio - Sul piano della messa in sicurezza sismica ancora non si sa quali sono le norme prevalenti, quelle che devono essere utilizzate.

AUTORE - Per cui la protezione civile ha invaso un campo non suo?

MARISA ABBONDANZIERI - La protezione civile, quella che abbiamo conosciuto in questi anni è una protezione civile che di fatto è un organismo di molta immagine, molte deroghe e purtroppo pochi fondi da destinare alle emergenze a seguito delle calamità naturali.

VOCE DELL'AUTORE F.C.- La protezione civile, dal settembre 2001 si può occupare, attraverso le ordinanze, dell'organizzazione di grandi eventi, come il vertice Nato - Russia. Ordinanze sono state emanate per le celebrazioni del semestre europeo, per Padre Pio ed altre beatificazioni, per il congresso eucaristico a Bari, per il quarto centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino in provincia di Lecce. Ma anche per rifare il porto di Trapani in occasione della Coppa America. In quattro anni in tutto ci sono state oltre 400 ordinanze con rispettivi commissari straordinari, con i poteri eccezionali dell'emergenza.

AUTORE - Mi sono messo a vedere un po' le ordinanze, ordinanze sul traffico a Catania per cui si fa un commissario straordinario, il sindaco già si dovrebbe occupare normalmente del traffico.

GUIDO BERTOLASO - Capo Dipartimento Protezione Civile - Sì, perché non ci ricordiamo diciamo, che anche il sindaco di Roma ha chiesto le stesse cose, anche il sindaco di Venezia, anche il sindaco di Milano, anche il sindaco di Torino.

AUTORE - Sono tutti commissari straordinari per cose che dovrebbero già fare normalmente.

GUIDO BERTOLASO -

PER lungo tempo, le élite politiche hanno portato avanti da sole l´unificazione europea; e finché tutti se ne avvantaggiavano, i cittadini erano soddisfatti. Finora il progetto europeo si è legittimato da sé, grazie ai suoi risultati. Ma a fronte dei conflitti distributivi che si profilano nell´Europa dei venticinque, una legittimazione basata sul puro e semplice output non può più bastare. I cittadini rifiutano di essere diretti con metodi burocratici, e anche nei Paesi più europeisti il grado di accettazione è in calo. Per di più, il tandem franco-tedesco ha perso il ritmo, e non è più in condizioni di indicare la direzione di marcia.

In questa situazione, il governo francese ha avuto il coraggio di sottoporre la ratifica della Costituzione a un referendum. Da tedesco deluso dalla pusillanimità dei politici del mio Paese, invidio la Francia. Questa Repubblica francese ha ancora la consapevolezza dei capisaldi democratici di una tradizione della quale non vuole mostrarsi indegna. L´atto costituente si compie così nel confronto tra opinioni polarizzate e voci dissonanti, attraverso la conta dei sì e dei no espressi dagli elettori. Dovremmo dunque rallegrarci di questo dibattito a più voci, se non fosse per un piccolo problema: guardando alla Francia al di là dei nostri confini nazionali, ci rendiamo conto che il voto francese potrebbe mettere a repentaglio una Costituzione che è anche la nostra.

Allo stesso modo, i francesi dipendono dal voto dei britannici, dei polacchi, dei cechi e di tutti gli altri. Mentre di norma un popolo è chiamato a pronunciarsi sulla propria legge costituzionale, la Costituzione europea potrà nascere solo dall´adesione concomitante di venticinque popoli, e non da una volontà maturata contestualmente dai cittadini europei.

Difatti, non esiste ancora uno spazio pubblico europeo, né una tematica transfrontaliera, né un dibattito pubblico a livello dell´Ue. La discussione su ciascuno dei processi referendari si svolge quindi all´interno dei rispettivi spazi pubblici nazionali. E quest´asimmetria è pericolosa, perché la priorità attribuita ai problemi nazionali - nel caso della Francia, le riserve verso il governo e la presidenza di Chirac - distoglie l´attenzione dai problemi reali che si porrebbero nel caso dell´accettazione, o al contrario in quello del rifiuto della Costituzione. Dovrebbe almeno esistere, nello spazio pubblico di ciascun Paese, la possibilità di vagliare anche i pro e i contro delle altre nazioni.

A mio parere, se la sinistra si pone l´obiettivo di domare e civilizzare il capitalismo attraverso il "no" alla Costituzione europea, fa la scelta sbagliata nel momento sbagliato.

Esistono ovviamente buone ragioni per criticare la via su cui si è immessa l´unificazione europea. La visione politica di Delors è stata battuta, e l´integrazione europea si è andata sviluppando in senso orizzontale, con la creazione di un mercato comune e di un´unione monetaria parziale. È però presumibile che l´unione politica non avrebbe potuto farsi strada senza la dinamica degli interessi economici. Di fatto, questa dinamica non fa che rafforzare la tendenza alla deregulation dei mercati su scala mondiale. Ma l´idea xenofoba della destra, che vorrebbe sventare le difficoltà sociali conseguenti alla cancellazione delle frontiere ripiegando sulle forze protezioniste dei singoli stati nazionali, oltre che sospetta sul piano normativo, è del tutto priva di realismo La sinistra non dovrebbe lasciarsi contaminare da riflessi regressivi del genere.

Da molto tempo ormai la capacità normativa dei singoli stati non basta più a tamponare gli effetti ambivalenti della

Il senso del procedimento di revisione costituzionale in corso può essere meglio compreso alla luce delle precedenti fasi della nostra storia costituzionale: l'armistizio fragile (1943-1955), l'armistizio consolidato (1956-1968), il disgelo (1969-1978), la nuova glaciazione (1979-1993), il passaggio dalla lotta sulla costituzione alla lotta per la costituzione (1994-2001). L'armistizio fragile definisce gli anni in cui - malgrado l' idem sentire che rese possibile la concordia costituente - la situazione geopolitica era aperta ad evoluzioni armate, interne ed esterne, della guerra fredda. In quegli anni la Costituzione venne attuata solo nelle parti che disciplinano lo «scheletro» della democrazia: le regole di coesistenza che rendevano possibile il non ricorso alla guerra civile.

L'armistizio consolidato fa riferimento agli anni successivi, in cui le prime attuazioni della Costituzione testimoniano che non è più in gioco la sua revoca. Il completamento parziale e selettivo del quadro istituzionale è sintomo del fatto che il consolidamento della Costituzione avvenne attraverso il suo congelamento nella condizione, appunto, di «cornice» della politica. La parte «non minima» della Costituzione (il suo progetto riformatore) era riconosciuta solo come orizzonte di valori, non di programmi; come insieme di fini, non di mezzi. E tuttavia il «gelo costituzionale» fu gelo sì, ma non proposito di rovesciamento, se non da frange che furono dette, appunto, «eversive».

Il disgelo comprende gli anni in cui quell' idem sentire che aveva ispirato la scrittura della costituzione riacquista forza, e si fa consenso intorno ad un disegno di sviluppo sociale e (con meno chiarezza) di sviluppo politico. L'attuazione della Costituzione si pone come problema di attuazione di un insieme di politiche e di progressivo abbandono della conventio ad excludendum. I partiti dell'arco costituzionale vedono nella Costituzione non più solo un insieme di regole armistiziali sullo svolgimento della lotta politica, ma un modello complessivo di società (sono gli anni della riforma pensionistica, dello statuto dei lavoratori, dell'attuazione delle regioni, del servizio sanitario nazionale). Anche in questo periodo l'eversione fu forte e feroce, ma il sistema politico, nella sua parte assolutamente maggioritaria, continuò - almeno pubblicamente - a tenere rigorosamente separato il problema della difesa dell'ordine costituzionale da quello di un suo cambiamento.

Ma i giudizi sul decennio erano divaricati, e il tarlo dell'«eccesso di democrazia», o dell'eccesso di complessità, stava lavorando. La nuova glaciazione si è diffusa quando nel nostro sistema politico hanno trovato radici le suggestioni della rivoluzione passiva reganiana e thatcheriana e le parallele suggestioni maggioritarie e leaderistiche. Le une in polemica con il modello di welfare tardivamente realizzato nel decennio precedente; e le altre (la grande riforma craxiana) in polemica con l'evoluzione parlamentare del medesimo decennio, che avrebbe inevitabilmente portato in modo stabile il Pci nell'area delle forze di governo.

Questa seconda glaciazione - che può essere collocata tra il ristabilimento della conventio ad excludendum, con il cosiddetto «preambolo», e il referendum sul sistema proporzionale: il boomerang che colpì gli autori di quella chiusura - ha fatto regredire il riconoscimento della costituzione del 1947 oltre i limiti ai quali si era fermata la prima. Non solo non si è più visto nella costituzione un programma politico da attuare in funzione dello stabilimento di un modello di società attualmente condiviso, ma non si è più neppure accettato che la costituzione rappresentasse un quadro soddisfacente di fini proiettati sul futuro; e soprattutto si sono messe in discussione le regole sulle forme della lotta politica e sulla forma della democrazia: da democrazia organizzata, fondata sulla mediazione dei partiti, a democrazia individualistica, fondata sul rapporto immediato tra singoli e rappresentanti. Con quest'ultimo passaggio - presente già nella «grande riforma» - si è sancito che la Costituzione del `47 aveva cessato di rappresentare lo strumento essenziale di un equilibrio strategico vitale. Con questa ammissione si può dire che la costituzione materiale formatasi nel periodo del Cln sia finita.

I confini tra questa fase e quella successiva sono labili. Infatti, se la «lotta sulla costituzione» è il fisiologico, per quanto aspro, conflitto che ha per posta il prevalere di una o di un'altra sua interpretazione, e se la «lotta per la costituzione» è invece il patologico conflitto tra chi ne difende l'attuale validità e chi ne afferma invece interpretazioni svalutative, è evidente che profili di «lotta per la Costituzione» erano già presenti negli anni Ottanta. Ciò che è cambiato è il rapporto di forza, in quanto i fautori di una permanente validità della Costituzione del 1947, e della permanente normatività della cultura politica che l'ha ispirata, sono divenuti sempre più deboli. Sono assolutamente minoritari tra le forze politiche organizzate, e sopravvivono essenzialmente in «movimenti» spontanei e in settori della cultura giuridica e degli organi giurisdizionali. In questo senso si può dire che nell'attuale legislatura e in quella precedente la lotta sulla Costituzione sia stata sostituita dalla lotta per la Costituzione, che assume sempre più i connotati di una «resistenza»: come tale sparsa e minoritaria.

Che sia viva questa resistenza non deve consolare i giuristi più di tanto; e soprattutto non può nascondere il fatto che il progressivo sfarinamento della Costituzione sotto i colpi di culture politiche ostili non è stato al centro di una sostanziosa riflessione incentrata sui rapporti tra la Costituzione e il suo oggetto, e cioè l'insieme di quelle che sinteticamente possono essere chiamale le «strutture fondamentali» della società. L'escamotage consiste nel ritenere che - dopo la fine delle grandi narrazioni, delle ideologie, della lotta di classe, dell'azione collettiva, dei partiti di massa, del governo (che viene surrogato dalla governance), della politica (che si pluralizza nelle politics e nelle policies), della storia, della scalata al cielo ... - la costituzione si fondi direttamente sulla società, anzi sui singoli cittadini, che trovano in essa la carta dei «loro» diritti. Con il che, il problema della validità sarebbe risolto, in termini che potrebbero sembrare accettabili anche dal punto di vista di una teoria realistica, essendo ben possibile che alla costituzione dei partiti, alla costituzione dell'armistizio tra forze organizzate, succeda, con il diffondersi dell'area dell' overlapping consensus, la costituzione fondata su una cultura politica diffusa, sul diretto «dialogo» dei singoli con i principi costituzionali. Se non che questo modello finisce per restringere il ruolo della Costituzione pressochè esclusivamente nel circuito Corte costituzionale-giudice-individui, dunque nel circuito delle garanzie, presumendo che il problema dell'integrazione, o della costruzione dell'unità politica, o della politica costituzionale, sia risolto e scontato.

Se non si prende la scorciatoia della «costituzione dei diritti», resta il problema di come adeguatamente ristabilire la validità della Costituzione nel suo complesso (la «Costituzione politica»). Per far ciò è necessario ma non sufficiente utilizzarla come perfettamente valida, contro il dilagare dei giudizi, e dei comportamenti, svalutativi. Occorre tornare continuamente ad argomentarne le buone ragioni.

Ma con questo si viene al problema della definizione della fase attuale: è questo un compito ragionevolmente possibile, mentre sta entrando nella fase decisiva il progetto di riscrivere gran parte del testo della Carta del 1947?

Dipende dalle forze politiche. Se finirà il grossolano equivoco di vedere nella difesa della Costituzione un atteggiamento politicamente conservatore ed intellettualmente inerte, la deriva potrà essere contrastata, e forse arrestata. Il che produrrebbe un gran bene per il sistema politico nel suo complesso, anche per l'attuale maggioranza, perché un tale arresto potrebbe segnare un nuovo armistizio, un nuovo gesto di politica costituzionale nel senso più alto del termine. Se ciò non avverrà, si potrebbe temere - anche senza un'eccessiva dose di pessimismo - che la fase attuale sia destinata a configurarsi come quella dell'incubazione del «nemico interno». Sconfitte le residue forze che sostengono l'ispirazione dell'attuale Costituzione, posto il problema costituzionale non come problema di armistizio tra chi c'è per il solo fatto che c'è ma come problema di vittoria del bene sul male, che cosa potrebbe impedire che un progressivo squilibrio nei rapporti di forza - accompagnato da gravi crisi internazionali - porti a vedere nella minoranza un nemico, secondo un copione che i nostri paesi conoscono benissimo? Purtroppo qualche segnale comincia a intravedersi.

Sulla base di queste considerazioni possono essere specificati alcuni argomenti più strettamente politici. La domanda alla quale le forze del centro sinistra, tuttora, devono ancora dare una risposta chiara, è la più semplice: perché ci opponiamo a questa revisione? Si può rispondere in tre modi: perché siamo all'opposizione; perché il ddl costituzionale contiene degli sgorbi; perché contraddice alcuni principi fondamentali della nostra identità politica.

Se non si riesce a negare, in modo convincente, che la prima risposta sia quella «più vera» - come indurrebbero invece a credere le strategie costituzionali anche recenti (come la cosiddetta bozza Amato) - l'opposizione verrà giudicata solo strumentale (la variante estrema del'opposizione solo strumentale è «l'opposizione degli invidiosi»). Questo non significa che gli elettori che ritengono inaccettabile il ddl cesseranno di opporvisi, se condivideranno questo giudizio; ma certo l'indifferenza e la rassegnazione dilagheranno. La contraddizione tra il merito delle progettazioni costituzionali degli ultimi anni e l'intensità dell'opposizione parlamentare al ddl in questione (che nessuno nega) costituisce il tallone d'Achille del tentativo di radicare socialmente, in funzione referendaria, l'opposizione stessa.

La seconda risposta è seria e va ben coltivata. Potrebbe essere decisiva se il corpo elettorale fosse composto di individui perfettamente razionali, perché essi non avrebbero nessun motivo per avallare una revisione che dimostra frettolosità e incompetenza. Così però non è. La risposta ai referendum sarà, come sempre, più espressiva (di passioni e interessi) che riflessiva.

La terza risposta è quella che deve tuttora essere chiarita. La cultura costituzionalistica del Pci si è sempre ispirata, nella sostanza, all'idea di «democrazia progressiva». Nel 1993, il protagonismo assunto in occasione del referendum sulla legge elettorale ha rotto questa continuità e ha tentato di sostituire a quell'idea il modello Westminster. Tale strategia comportava, di necessità, la creazione di un grande soggetto politico pigliatutto (in senso tecnico e avalutativo) di centro-sinistra, ma comportava contemporaneamente l'accentuazione del carattere «pigliatutto» della stessa formazione politica post-Pci. Questo processo ha incontrato difficoltà, interne ed esterne. Interne, perché la dimensione e i caratteri della sintesi non sono stati chiari, ed è rimasto in dubbio se intendano abbracciare anche le domande che, per brevità e semplicisticamente, potremmo definire «anticapitalistiche». Esterne, perché le resistenze delle culture politiche tradizionali a dar vita ad un polo organico sono state molto forti. Da anni, così, si trascina la discussione intorno ai caratteri che deve/può avere la forma politica del complesso delle forze di centro sinistra, e ai mezzi per realizzarla. E' a questo proposito che scatta il problema costituzionale.

Le strade possibili imposte dalla camicia di Nesso, o dal letto di Procuste, del maggioritario sono due: o valorizzare la rappresentazione politica del pluralismo sociale e cercare unità d'azione; o privatizzare il potere sociale per rendere sempre più «specializzato» e separato, e dunque unificabile e personalizzabile, il potere politico.

Se si intende percorrere questa seconda strada è perché si pensa che dal pluralismo politico non possa venire niente di buono, perché i partiti sono di per sé veicoli di egoismo, di miopia, di irresponsabilità, di trasformismo, di instabilità e, dunque, di irrazionalità; e che sia pertanto necessario, e razionale, privarli della loro arma di ricatto più potente: il potere di crisi. E se per privarli del potere di crisi bisogna sostanzialmente annullare il ruolo del parlamento, anche ciò, in quest'ottica, appare doveroso e razionale. Ovviamente questa serie di giudizi comporta che le diverse culture politiche vengano considerate solo delle grossolane maschere, che non riescono neanche a nascondere il ghigno del taglieggiatore.

Chi ragiona in questo modo non può dire, decentemente, che la revisione in atto urti contro principi fondamentali della sua concezione della politica. Per cui delle due l'una. O la campagna parlamentare e referendaria farà leva essenzialmente sugli «sgorbi» del testo presentato dalla destra, oppure, se vorrà appellarsi a principi politici fondamentali messi in mortale pericolo, dovrà essere preceduta da una accurata revisione della catena di giudizi suddetti.

Postilla. La periodizzazione con cui si apre il testo mi sembra molto convincente. Ma gli anni della fase del "disgelo" non sono solo quelli "della riforma pensionistica, dello statuto dei lavoratori, dell'attuazione delle regioni, del servizio sanitario nazionale", ma anche quelli dell'introduzione degli standard urbanistici, della "legge ponte urbanistica", della politica della casa. I faticosi passi avanti nel campo delle condizioni di vita urbana e del controllo pubblico del territorio sono proprio ignorate dalla cultura non specialistica. (es)

Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti lasciano la guida dell’Unipol e l’Opa Unipol su Bnl è morta. Il presidente e il vicepresidente della compagnia assicurativa lasciano i loro incarichi in parte per potersi difendere meglio (ma dovevano pensarci un po’ prima) e soprattutto perché contro di loro pesano accuse infamanti: dall’aggiotaggio all’insider trading.

Due reati particolarmente odiosi perché sono, sempre e comunque, contro il mercato, contro la gente, contro gli altri risparmiatori, piccoli e grandi. Sono reati che solo i peggiori commettono. La sola idea che a commettere simili porcherie siano stati due "cooperatori" mette i brividi e lancia un’ombra lunghissima e molto nera sul mondo della cooperazione. Anche l’Unipol (come la Banca Popolare italiana di Fiorani) aveva un consiglio di amministrazione, sindaci, revisori dei conti. Anche dei codici etici, si dice. Ma nessuno ha visto niente e niente è servito a qualcosa, a quanto pare.

E quindi la partita non può certo essere considerata chiusa con l’uscita di scena di Consorte e Sacchetti. Il movimento cooperativo dovrà interrogarsi a lungo sul suo modo di essere e su quello che fa. Non è che il caso si possa chiudere mandando a casa Consorte e Sacchetti. E tutti gli altri che erano lì? Ma le coop dovranno anche riflettere sul loro futuro, su quello che vogliono fare. E questo proprio partendo dal caso Consorte e Sacchetti. I due non sono funzionari qualunque delle coop indiziati di aver commesso qualche marachella.

I due (soprattutto Consorte, che era il capo) sono quelli che in un certo senso hanno trascinato le coop nel XXI secolo. Sono loro infatti, e non altri, che hanno portato l’Unipol in Borsa, facendola diventare una protagonista (sia pure minore) della finanza italiana, dove prima c’era una compagnia che "faceva le polizze ai compagni" e alle altre cooperative.

E infatti, giustamente, dentro il movimento Consorte era considerato una star, quello più avanti di tutti. Quello che avrebbe finalmente dato corpo e sostanza a quella specie di fantasma che è, e rimane, la "finanza rossa". Lui la stava costruendo, partendo proprio dall’Unipol. Lui ha fatto quello che gli altri cooperatori, abituati a vendere piselli in scatola nei supermercati e a tirar su villette unifamiliari per i soci, non avevano nemmeno osato immaginare.

Insomma, dall’Unipol non si sta dimettendo un funzionario un po’ birbante, ma si sta dimettendo il migliore. Quello che negli ultimi quindici anni ha indicato alle coop la nuova strada, quella della finanza.

Adesso, lui se ne va, e allora le coop devono cominciare a chiedersi se quella strada era giusta. E, soprattutto, se il movimento cooperativo è attrezzato per lanciarsi in un’avventura del genere. Sembra di capire che, almeno stando alle notizie di cronaca, i bravi cooperatori italiani non sono ancora abbastanza smaliziati e severi per gestire affari di questo genere. Sono brave persone, che fino a ieri guardavano al "loro" Consorte come un bravo padre di famiglia guarda con orgoglio al figlio che si è laureato ingegnere.

Insomma, se le coop vogliono rimanere nella finanza, nel XXI secolo, possono farlo, ne hanno il diritto. Ma allora devono attrezzarsi in modo diverso. Devono, in una parola, imparare un po’ di etica protestante. E devono stare attenti alle compagnie che frequentano. Certo, facendo affari con Fiorani e con Gnutti si potevano fare molti soldi e in fretta. Ma per questo non c’è bisogno di un movimento cooperativo. Bastano una scrivania, due telefoni e un po’ di spregiudicatezza.

L’Opa sulla Bnl è morta. In queste ore i vertici delle coop continuano a dire che l’episodio Consorte non cambia niente, si va avanti. Si tratta quasi di un riflesso condizionato, di un moto di orgoglio. Ma, non appena ci avranno fatto sopra una bella dormita, gli stessi vertici delle coop si renderanno conto che la cosa più conveniente da fare è studiare una veloce "exit strategy", cioè un modo per andarsene e per sfilarsi da questo affare pasticciato. Un affare troppo grosso per l’Unipol e dalle prospettive molto incerte sul piano industriale.

Ma qualche riflessione va fatta anche in casa dei Ds. Di questo disgraziato affare (che finirà malissimo) i Ds hanno parlato troppo, spendendo nella difesa di Unipol e del suo assalto alla Bnl i migliori fra i loro dirigenti. E hanno sempre mostrato molta, troppa cautela, nel prendere le distanze da questa storia, anche quando tutti cominciavano a nutrire profondi sospetti. In altri casi i Ds hanno mostrato molto più buonsenso e molto più fiuto.

C’è da chiedersi: perché? E molti giornali stanno già facendo, a questo proposito, insinuazioni sgradevoli. Io penso invece che quello dei Ds sia stato soprattutto un errore politico. Un grave errore politico.

In realtà, a loro l’ipotesi che l’Unipol arrivava a mettere le mani sulla Bnl è sempre piaciuta. Anzi, la vedevano come il passaggio di una frontiera.

Dalle collette domenicali dell’Unità al controllo di una grande banca nazionale. Tutti, a quel punto, avrebbero capito che i Ds erano finalmente cresciuti. che non erano più quelli delle feste con le salsicce e il discorso del compagno segretario. Inoltre, avere una banca come Bnl (associata a Unipol) nella propria area di riferimento avrebbe indotto tutti a un maggior rispetto.

Ecco, l’errore (al di là del fatto di non essersi accorti di chi era Consorte e di che cosa stava facendo) è stato proprio questo: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c’è già Berlusconi che lo fa, non si sente alcun bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra. Una forza di sinistra (o di centrosinistra) vince perché sa fare buone proposte al paese. Non perché ha le "sue" banche, le "sue" coop, i "suoi" finanzieri che operano in Borsa. Se poi l’idea era quella (da qualche parte ventilata) di contrapporre al salotto buono dell’establishment italiano una specie di salottino improvvisato, gestito da Consorte, Gnutti, Fiorani, Ricucci, allora va detto che saremmo alla follia politica.

Certo, si dirà, tutti questi ragionamenti si basano, per ora, solo su accuse e tutti hanno il diritto di essere considerati innocenti fino a una sentenza definitiva.

Giustissimo. In questa vicenda, però, abbiamo visto che, finora, i giudici milanesi che seguono il caso hanno visto sempre giusto. Anzi, hanno visto (diciamo le cose come stanno) quello che altri (ben più attrezzati) non avevano e avrebbero invece dovuto vedere. La bilancia, quindi, pende già adesso un po’ dalla loro parte. E tutti quelli che in questi anni hanno considerato Consorte come "il migliore" e i suoi disegni come una strategia vincente, interessante, è ora che comincino a cambiar

Internet ha bisogno di una Costituzione? La domanda è attuale dopo le notizie di iniziative censorie del governo cinese, e addirittura della cooperazione offerta da un portale americano, Yahoo!, per l´arresto di un dissidente. Ed è una domanda che non può essere elusa con l´argomento che ogni tentativo di imporre regole alla Rete è impossibile o non necessario. Internet è il più grande spazio pubblico che l´umanità abbia conosciuto, dove ogni giorno milioni di persone si scambiano messaggi, producono e ricevono conoscenza, costruiscono partecipazione politica e sociale, giocano, comprano e scambiano beni e servizi. Può tutto questo essere abbandonato alle prepotenze dei regimi autoritari o alle convenienze del mercato?

I fatti. Aveva cominciato qualche mese fa Microsoft accettando di mettere in guardia i propri utenti cinesi dall´usare nelle loro comunicazioni elettroniche parole come libertà, democrazia, partecipazione. Più pesantemente, Yahoo! ha fornito le informazioni necessarie per rintracciare una e-mail che un giornalista, Shi Tao, aveva mandato negli Stati Uniti, riferendo un avviso del governo ai giornalisti sui pericoli della presenza dei dissidenti nell´anniversario di piazza Tienanmen. Shi Tao è stato poi condannato a dieci anni di prigione per diffusione di notizie ritenute segrete. Infine, come ha ampiamente raccontato Federico Rampini su Repubblica (26 settembre), è arrivata una legge che sottopone a stretto controllo le comunicazioni su Internet, autorizzando solo quelle "buone", per evitare che attraverso la Rete si diffonda un contagio democratico che possa far crescere il peso delle organizzazioni di volontariato, consenta mobilitazioni tra gli oltre cento milioni di navigatori cinesi e produca così non solo dissenso, ma rivolte. Si deve concludere che Internet è per sua natura democratico, è incompatibile con i regimi autoritari?

Quest´insieme di vicende mostra con chiarezza come non si possano analizzare i problemi di Internet partendo dalla tradizionale interpretazione libertaria, che vede la Rete come spazio intrinsecamente anarchico, per sua natura insofferente d´ogni regola, capace di ristabilire autonomamente la libertà violata. Ma, per giustificare la "delazione" del giornalista, uno dei fondatori di Yahoo! ha dichiarato che la sua azienda rispetta le regole del paese dove opera. Le regole, dunque, ci sono, pesanti, e vengono rafforzate da inquietanti alleanze tra Stati e imprese, divenendo strumenti limitativi della libertà.

Pensare a regole giuridiche di segno opposto diviene una necessità, quasi un obbligo democratico. Ma ci si imbatte subito in ostacoli concreti, levati in ogni campo contro i tentativi di far nascere garanzie giuridiche adeguate alla realtà di un mondo globalizzato e di nuovi spazi senza confini, come Internet: la sovranità degli Stati nazionali e la radicata abitudine delle imprese transnazionali di pretendere di essere esse stesse i produttori delle norme che le riguardano.

Non ci resta che arrenderci, o fidarci solo nelle virtù di Internet? Guardandosi intorno, si scorgono altre possibilità. Un acuto analista, Franco Carlini, propone una reazione sociale. Sfruttare subito le opportunità offerte dalla stessa Rete, la sensibilità dei naviganti e le possibilità di mobilitazione immediata, rispondendo così a tutti i messaggi che giungano da una casella Yahoo!: "il suo messaggio viene respinto, ma saremo lieti di leggerlo quando proverrà da un servizio di mail diverso da Yahoo! e rispettoso dei diritti umani". In Italia lo stanno facendo aderenti a Magistratura Democratica e l´associazione Peacelink offre una casella di posta elettronica a chi abbandona Yahoo!. In assenza di norme di garanzie, i cittadini sparsi nel mondo cercano di incarnare una sorta di contropotere.

Iniziative del genere, che sfruttano ogni varco di Internet, sono state definite "strategie da bracconiere" e, in altre situazioni, hanno prodotto effetti significativi, com´è accaduto con il boicottaggio di imprese transnazionali che sfruttavano il lavoro minorile, e oggi Reporters sans frontières fornisce istruzioni per diffondere informazioni in Rete senza farsi scoprire. Qui tutto è più difficile per l´esistenza di uno Stato nazionale deciso a tenere una linea dura e per l´interesse di Yahoo! a conquistare l´enorme mercato cinese. Tuttavia, se la reazione proposta riuscisse a raggiungere una sufficiente massa critica, avrebbe sicuramente un peso non soltanto simbolico: per questo non convince la tesi di chi sostiene che è preferibile accettare quel che fa Yahoo! piuttosto che abbandonare gli utenti cinesi ad un monopolio nazionale assai più pressante. Già l´aver sollevato il problema, ad ogni modo, mette in evidenza il rischio concreto di una "censura di mercato". Un tema, questo, sul quale da tempo ho cercato di richiamare l´attenzione e che non può più essere eluso, dal momento che gli usi commerciali della Rete hanno superato quelli civili, prospettando così rivolgimenti profondi della stessa natura di Internet.

Le possibilità di successo delle strategie dal basso crescono se hanno alle spalle anche strategie istituzionali. Quando parlo di una Costituzione per Internet, non penso evidentemente ad un documento simile alle costituzioni nazionali, ma alla necessità di definire i principi che possono trasformare in diritti le situazioni di quanti usano la Rete. E, non essendo pensabile una assemblea costituente che proclami questi principi, è necessario seguire sentieri diversi, cogliendo le varie opportunità via via presenti nelle aree del mondo.

Un buon punto di partenza può essere costituito dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, dove il diritto alla protezione dei dati personali viene riconosciuto appunto come un autonomo diritto fondamentale. Questo vuol dire andare oltre la tradizionale nozione di privacy e considerare la tutela forte delle informazioni personali come un aspetto ineliminabile della libertà della persona. Ricordare questo fatto è importante, perché l´Unione europea costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la tutela dei dati personali, e questa scelta sta influenzando le decisioni di molti altri paesi.

Nella Conferenza mondiale sulla privacy, tenuta a Venezia nel settembre del 2000, il Garante italiano lanciò il progetto di una Convenzione internazionale, ora ripreso dalla Conferenza mondiale appena conclusasi a Montreux. Arrivare a questo tipo di documento richiederà certamente le tradizionali e lunghe negoziazioni tra governi. Ma esige intanto che tutti i soggetti coinvolti nella gestione di Internet (Stati, cittadini, providers, produttori, imprese, autorità garanti) comincino a rafforzare e a far rispettare le regole sovranazionali ormai contenute in molti documenti, a sperimentare codici di autodisciplina "di nuova generazione" (nel senso che non sono il prodotto esclusivo degli interessi di settore, ma nascono dalla collaborazione tra questi e soggetti pubblici), a verificare quali problemi possano essere risolti attraverso una migliore progettazione e un miglior uso delle stesse tecnologie, contribuendo così a definire sperimentalmente quale dovrebbe essere il campo di una futura Convenzione.

Lungo questa strada, non dovrebbe essere perduta l´occasione che a novembre verrà offerta dal World Summit sulla società dell´informazione, che si terrà a Tunisi per iniziativa delle Nazioni Unite. Si è proposto, infatti, che lì venga approvata una Carta dei diritti per la Rete, che parta dalla constatazione che Internet sta realizzando una nuova, grande ridistribuzione del potere. Per evitare che prevalgano le logiche censorie, è tempo di affermare alcuni principi "costituzionali" come parte della nuova cittadinanza planetaria: libertà di accesso, libertà di utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della privacy, riconoscimento di nuovi beni comuni. E a Tunisi si dovrà decidere se la gestione tecnica di Internet dovrà passare dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite.

Ma l´Unione europea, che può essere il motore di questo processo ed ha assunto una posizione coraggiosa sul tema della gestione di Internet, sta vivendo una stagione che rischia d´essere dominata unicamente da preoccupazioni riguardanti la sicurezza. Rampini ricorda che "le autorità di Shangai hanno installato telecamere negli Internet café e registrano i documenti di chi entra". E´ quel che sta accadendo anche in Europa, mentre la Commissione di Bruxelles, soprattutto sotto la spinta della Gran Bretagna, propone di ridisegnare in modo restrittivo il quadro normativo riguardante le comunicazioni telefoniche e quelle attraverso la posta elettronica e Internet, cominciando dai tempi di conservazione dei dati che le riguardano. Il Parlamento europeo e le autorità garanti stanno reagendo, sottolineando che siamo di fronte a diritti fondamentali, che non possono essere compressi senza alterare i caratteri democratici delle nostre società.

In questo conflitto prende corpo proprio la dimensione costituzionale di Internet. E la giusta proposta di una protesta capillare contro Yahoo! deve valere, a maggior forza, nei confronti di regole europee che vanno ben oltre le esigenze di tutela della sicurezza.

Usa, alla fine della Luna

Politica o quasi”, si intitola la rubrica della Dominijanni su il manifesto. La intitolerei invece “Politica e oltre”. Questo articolo è del 17 maggio 2005.

Condoleeza Rice è contrariata per il danno inferto all'immagine degli Stati uniti dall'articolo di Newsweek - poi parzialmente smentito, ma quattro ex detenuti invece lo confermano - sulle profanazioni del Corano nel campo di Guantanamo. Dice che tutta questa storia rovina gli sforzi degli americani di migliorare i rapporti col mondo musulmano, che dopo gli abusi di Abu Ghraib ci voleva poco per riaccendere l'odio antiamericano e che qualcuno l'ha tirata fuori apposta. Per la verità il danno principale di quell'articolo consiste nei morti e feriti negli scontri che ha scatenato in Afghanistan, ma su questo Rice sorvola. Il suo ragionamento non fa una piega nella logica perversa che domina l'amministrazione e mezza società americana dall'11 settembre in poi, e che consiste nel mettere gli Usa nel posto della vittima anche quando con ogni evidenza occupano quello del carnefice. E così quella promettente domanda - perché ci odiano tanto? - che sulle ceneri delle Torri gemelle si ponevano i bambini con l'apertura mentale dei bambini, diventa un'interrogativa retorica a risposta chiusa: ci odiano tanto perché siamo liberi e buoni; non c'è niente da correggere, niente da cambiare, siamo i migliori ed è questo che i barbari non ci perdonano. Slavoj Zizek ha messo in rilievo più volte questo paradosso, anche su queste pagine. Con maggiore impatto mi è capitato di sentirlo mettere in ridicolo poche sere fa da Laurie Anderson, nota artista multimediale della scena newyorkese in concerto all'Auditorium di Roma con una performance sull'estetica della guerra, la spiritualità e il consumismo. E' come quando la più antipatica della classe si convince che i compagni di scuola la odiano perché è la più bella, recita Laurie e tronca: «ma non è per questo, è perché è la più stronza».

Performance di rara intensità, The End of the Moon, secondo atto della trilogia cominciata con Happiness, in cui Anderson raccontava di quando se n'era andata a lavorare in un Mc Donald per scendere temporaneamente dal piedistallo privilegiato dell'artista e calarsi in un pezzo di vita ordinaria. Stavolta invece racconta di un viaggio con la Nasa, prima artista a essere incorporata nel santuario del sogno americano di conquista dello spazio. E da un verso all'altro del suo testo minimalista, fra una nota e l'altra dei violini estenuati sulla base elettronica ossessiva e monotonale, il sogno si capovolge in incubo. L'incubo del progresso, della conquista, dell'espansione, del primato del più forte. Lo stesso primato a cui la piccola Laurie veniva educata quando usciva di casa per andare a scuola e la madre la salutava con un «vinci!» invece di preoccuparsi di vedere come stava.

Che c'era da vincere? Niente, canta adesso l'adulta, sola sul palco in nero anch'esso minimalista, a rappresentare la solitudine malinconica dell'epoca della guerra permanente, «questa guerra non finirà mai e lo sappiamo tutti». La performance comincia con il ricordo dell'11 settembre, neanche a dirlo, e finisce con la fantasia di un'implosione dello spazio, ritorno allo status quo ante big bang, «almeno questa storia finirà com'era cominciata». In mezzo non c'è nessuna àncora occidentale, solo sprazzi di spiritualità orientale. Altro che la democrazia da esportare e i nostri valori da universalizzare. La luna è finita, il sogno americano pure, resta l'incubo e i cocci dello Shuttle da raccattare fra la costa della Florida e quella della California.

Paranoia malinconica e disperata, l'opposto esatto della paranoia onnipotente di Condoleeza Rice. Dovremmo farci calamitare meno dal delirio del potere americano, e volgere ogni tanto lo sguardo sulla sua vittima prima, gli americani che lo subiscono senza riuscire a contrastarlo, attori di una soap «scritta da troppi sceneggiatori che lavorano di notte, all'oscuro, senza che noi ne sappiamo mai niente».

Secondo un luogo comune, l´attaccamento alla democrazia si svilupperebbe da solo, causa ed effetto della democrazia stessa: tanta più democrazia, tanta più virtù democratica. Un circolo meraviglioso! La democrazia sarebbe l´unica forma di governo perfettamente autosufficiente, rispetto a ciò che Montesquieu denominava il suo ressort, la molla spirituale. Basterebbe metterla in moto, all´inizio; poi, le cose andrebbero da sé per il meglio.

Ebbene, a distanza di qualche decennio dalla Costituzione, uno scritto famoso di Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, 1984) tra le «promesse non mantenute» della democrazia indicava lo spirito democratico. Invece dell´attaccamento, cresce l´apatia politica. In Italia, e forse non solo, si è democratici non per convinzione, ma per assuefazione e l´assuefazione può portare alla noia, perfino alla nausea e al rigetto. E´ pur vero che la partecipazione può improvvisamente infiammarsi e l´indifferenza può essere spazzata via da ventate di mobilitazione, in situazioni eccezionali. Sono però reviviscenze che non promettono nulla di buono. Gli elettori, eccitati, si mobilitano su fronti opposti per sopraffarsi, al seguito di parole d´ordine elementari: bene-male, amore-odio, verità-errore, vita-morte, patriottismo-disfattismo, ecc., cose che lestofanti della politica spacciano come rivincita dei valori sul relativismo democratico. Parole che potranno forse servire a vincere le elezioni ma intanto spargono veleni, senza che un´opinione pubblica consapevole sappia difendersi, dopo che la routine l´ha resa ottusa. Un difetto e un eccesso: l´uno indebolisce, l´altro scuote alle radici.

Apatia e sovreccitazione sono qui a dimostrare che l´ethos della democrazia non si produce da sé. Monarchie, dispotismi, aristocrazie e repubbliche hanno avuto i loro pedagoghi.

Senofonte, Cicerone, Machiavelli, Bossuet, Montesquieu... Le rivoluzioni hanno avuto i loro catechismi. La democrazia invece ha politologi e costituzionalisti. Non bastano. Il loro compito è studiare e spiegare regole esterne di funzionamento ma ciò che qui importa, il fattore spirituale, normalmente sfugge. Il loro pubblico, poi, non è certo il cittadino comune, come dovrebbe essere, in quanto si sia in democrazia. Naturale dunque è che si guardi alla scuola e al suo compito di formazione civile. Il decalogo che segue è una semplice proposta.

1) La fede in qualcosa che vale. La democrazia è relativistica, non assolutistica. Come istituzione d´insieme, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli su cui si basa. Deve cioè credere in se stessa e sapersi difendere, ma al di là di ciò è relativistica nel senso preciso della parola: fini e valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, ugualmente legittimi. Democrazia e verità assoluta, democrazia e dogma, sono incompatibili. La verità assoluta e il dogma valgono nelle società autocratiche, non in quelle democratiche. Dal punto di vista dei singoli, invece, relativismo significa che «tutto è relativo», che una cosa vale l´altra, cioè che nulla ha valore. In questo senso, cioè dal punto di vista dei singoli, relativismo equivale a nichilismo o scetticismo. Ora, mentre il relativismo dell´insieme è condizione della democrazia, nichilismo o scetticismo sociali sono una minaccia. Se non si ha fede in nulla, perché difendere una forma di governo come la democrazia che vale in quanto le proprie convinzioni possono essere fatte valere? Per lo scettico, democrazia o autocrazia pari sono. Rallegriamoci dunque se la democrazia, come insieme, è relativistica. Solo così la società può essere libera; chi se ne duole, nasconde pensieri autocratici. Impegniamoci però in ogni luogo per scuotere l´apatia, promuovere ideali, programmi e, perché no, utopie.

2) La cura delle individualità personali.

La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. Come Tocqueville ha antiveduto, la massificazione è un pericolo mortale. Proprio la democrazia, proclamando un´uguaglianza media, può minacciare i valori personali annullando individui e libertà nella massa informe. E la massa informe può accontentarsi di un demagogo in cui identificarsi istintivamente. I regimi totalitari del secolo scorso sono la riprova: una democrazia senza qualità individuali si affida ai capipopolo e questi, a loro volta, hanno bisogno di uomini-massa, non di uomini-individui. Per questo, la democrazia deve curare l´originalità di ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. Dobbiamo vedere con preoccupazione l´appiattimento di molti livelli dell´esistenza, consumi e cultura, divertimenti e comunicazione: tutti «di massa». Chi non si adegua, nel migliore dei casi è un "originale", nel peggiore uno "spostato". Non è questa certo la prima volta che ci si rivolge proprio alla scuola perché alimenti, e non reprima, caratteri e vocazioni personali delle giovani vite con cui ha a che fare.

3) Lo spirito del dialogo.

La democrazia è discussione, ragionare insieme; è, socraticamente, filologia. Chi odia discutere, il misologo, odia la democrazia, forma di governo discutidora. Alla persuasione preferisce l´imposizione. Maestro insuperabile dell´arte del dialogo, cioè della filologia, è certo Socrate, cui si deve la denuncia di due opposti pericoli. Vi sono - dice - "persone affatto incolte", che "amano spuntarla a ogni costo" e, insistendo, trascinano altri nell´errore. Vi sono poi però anche coloro che "passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi i più sapienti per aver compreso, essi soli, che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c´è nulla di sano o di saldo, ma tutto va continuamente su e giù". Dobbiamo guardarci da entrambi i pericoli, l´arroganza del partito preso e il tarlo che nel ragionare non vi sia nulla di integro. Per preservare l´onestà del ragionare, deve essere prima di tutto rispettata la verità dei fatti. Sono dittature ideologiche, quelle che li manipolano, travisano o addirittura creano o ricreano ad hoc. Sono regimi corruttori delle coscienze «fino al midollo», quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un «nichilismo della realtà», mettendo sullo stesso piano verità e menzogna. Gli eventi della vita non sono più «fatti duri e inevitabili», bensì un «agglomerato di eventi e parole in costante mutamento (su e giù, per l´appunto), nel quale oggi può essere vero ciò che domani è già falso», secondo l´interesse del momento (Hannah Arendt). Perciò, la menzogna intenzionale - strumento ordinario della vita pubblica - dovrebbe trattarsi come crimine contro la democrazia. Né intestardirsi, dunque, né lasciar correre, secondo l´insegnamento socratico. Il quale ci indica anche la virtù massima di chi ama il dialogo: sapersi rallegrare di scoprirsi in errore. Chi, alla fine, è sulle posizioni iniziali, infatti, ne esce com´era prima; ma chi si corregge ne esce migliorato, alleggerito dell´errore. Se, invece, si considera una sconfitta, addirittura un´umiliazione, l´essere colti in errore, lo spirito del dialogo è remoto e dominano orgoglio e vanità, sentimenti ostili alla democrazia.

4) Lo spirito dell´uguaglianza.

La democrazia è basata sull´uguaglianza; è insidiata dal privilegio. L´uguaglianza è isonomia - «la più dolce delle parole» - l´uguaglianza delle leggi, che, in Grecia, precedette il secolo glorioso della democrazia ateniese. Senza leggi uguali per tutti - pensiamo ai privilegi, alle leggi ad personas - la società si divide in caste e la vita collettiva diventa dominio di oligarchie. Il privilegio crea arrivismo e rincorse perverse. Se la mobilità e gli accessi in alto esistono, la società è sottoposta a stress dal carrierismo diffuso, con disagio, frustrazioni, perfino suicidi; se si chiudono, per insufficiente mobilità, si ingenera un terribile male distruttivo, l´invidia sociale. Tanto sono evidenti, non occorrono esempi della caduta attuale dello spirito di uguaglianza. Si tratta anzi di un rovesciamento: l´ammirazione sta al posto del disprezzo verso i privilegiati, esempi da imitare nel modo di pensare e nello stile di vita. C´è un luogo di culto sociale che esprime lo spirito autentico del nostro tempo: lo stadio. Si faccia attenzione alle stratificazioni del pubblico.

Alla tribuna volgarmente denominata dei vip, dove siedono i prominenti di politica, finanza, mondanità, si volgono gli occhi di diecine di migliaia di potenziali clientes che, invece di avvertire l´indecenza della situazione, farebbero di tutto per esservi ammessi.

5) Il rispetto delle identità diverse.

In democrazia le identità particolari sono ininfluenti sul diritto di stare in società. Non è stato così in passato; non è pienamente così neppure ora. Oggi, il problema della coesistenza di identità plurime è di natura etnico-culturale e religiosa; storicamente, è stato religioso, derivando dal distacco della Riforma dalla Chiesa di Roma. In nome dell´ordine interno, col principio cuius regio, eius et religio, a metà del ?500 si impose in Europa l´identità di religione agli abitanti le medesime terre, rendendo sì possibili le migrazioni da uno stato all´altro per difendere, insieme alla vita, la fede, ma permettendo la persecuzione religiosa entro ciascuno Stato. L´idea della tolleranza nacque per consentire di tenere insieme terra e fede, per non dover perdere l´una volendo conservare l´altra. Ma non alla tolleranza si rivolge la democrazia. Il contesto è diverso. L´assolutismo, quando si ammorbidisce, può parlare di tolleranza; non la democrazia, cui si addice invece il linguaggio della cittadinanza, uguale per tutti. Onde il concetto di identità, se deve valere per riconoscere e proteggere le culture diverse, è irrilevante per la partecipazione alla vita pubblica.

Il rischio viene ora da un nuovo richiamo all´unione tra potere civile e religione. Storicamente, essa ha posto la vita religiosa sotto la potenza degli Stati. Oggi, «atei-clericali», o come li si possa chiamare, mirano al rovescio: cuius religio, eius et regio, in un ambiguo intreccio di potere civile e religioso in cui l´uno si appoggia sull´altro (Stefano Levi della Torre). Una nuova alleanza tra trono e altare, una minaccia di rinnovate intolleranze su ampia scala. Questi problemi sono particolarmente vivi nel riflesso che hanno con riguardo ai simboli, velo islamico o crocifisso cristiano. La democrazia non ne può impedire l´esposizione a nessuno in particolare, ma nessuno, a sua volta, può farne uso aggressivo. Se e quando prevarrà il reciproco rispetto, un problema che oggi appare tanto acuto, all´identità associandosi l´esclusione, si supererà da sé, senza bisogno di soluzioni giuridiche. Molto può la scuola nel promuovere la reciproca accettazione e con ciò abbassare l´insolenza dei segni distintivi.

6) La diffidenza verso le decisioni irrimediabili.

La democrazia implica la rivedibilità di ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia stessa). Le soluzioni definitive ai problemi, senza possibili ripensamenti e correzioni, sono dei regimi della giustizia e verità assolute. In quanto perennemente dialogica, la democrazia non ha e non può volere verità né a priori, come frutto per esempio di mandati divini, né a posteriori, come conseguenza di decisioni popolari, anche se unanimi. La strada per dire: «ci siamo sbagliati» deve restare sempre aperta. Non è privo di significato che le democrazie siano prevalentemente orientate contro la pena di morte e contro la guerra, due decisioni dagli effetti irreversibili. Le autocrazie, invece, non hanno scrupoli.

Possono fondarsi, come in de Maistre, sull´elogio congiunto della forza armata e del boia, naturali prosecuzioni della verità assoluta. Tutti comprendiamo quanto le decisioni irreversibili possano pregiudicare la discussione in materie oggi divenute cruciali, come la bioetica, la tecnologia applicata ai temi della vita, della morte e della salute o il rapporto tra l´essere umano e la natura - tutte esposte al rischio di scelte senza ritorno.

7) L´atteggiamento sperimentale.

La democrazia è orientata da principi ma deve imparare quotidianamente dalle conseguenze dei propri atti. E´ scontata la citazione della weberiana etica della responsabilità, accanto all´etica della convinzione. Non è così per i regimi della verità assoluta. Essi non temono le conseguenze. Fiat veritas, fiat iustitia, pereat mundus. Lo spirito democratico è invece quello in cui convinzioni e conseguenze formano il campo di tensione che determina le norme dell´agire responsabile. Ogni progetto realizzato apre problemi che rimettono in discussione il progetto. L´esperienza è il banco di prova della teoria. Immergersi in questa tensione forma il carattere, rende accettabili le sconfitte e promuove nuove energie. Sotto questo aspetto, l´istituzione scolastica da noi è particolarmente carente, orientata com´è all´astrattezza che genera distacco dal mondo, induce alla rinuncia e invita all´individualismo chiuso in se stesso.

8) Coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza.

In democrazia, nessuna deliberazione si interpreta nel segno della ragione e del torto. Non vale la massima terroristica: vox populi, vox dei. Essa solo apparentemente è democratica poiché nega il diritto della minoranza, la cui opinione, per opposizione, si direbbe vox diaboli. Vox populi, vox hominum, invece; voce di esseri fallibili ma disposti a riconoscere i propri errori. Il motore di questo movimento sta non nella maggioranza, ma nelle minoranze che fanno loro il motto «distinguìti dalla maggioranza nel compiere ciò che ritieni giusto». La loro ragione d´essere è la sfida alla deliberazione presa, in previsione di un´altra migliore. Per questo, la prevalenza di una maggioranza su una minoranza non è la vittoria della prima e la sconfitta della seconda ma l´assegnazione di un duplice onere: alla maggioranza, dimostrare nel tempo a venire la validità della decisione presa; alla minoranza, insistere su ragioni migliori. Ond´è che nessuna votazione, in democrazia (salvo quelle che instaurano la democrazia stessa) chiude definitivamente la partita, perché il terreno per la sfida di ritorno è sempre aperto.

9) L´atteggiamento altruistico. La democrazia è forma di vita di esseri umani solidali. La virtù repubblicana di Montesquieu è questo: amore per la cosa pubblica e disponibilità a mettere in comune qualcosa, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali. Ciò costituisce la res publica come risorsa comune cui tutti possono attingere. L´emarginazione sociale è dunque contro la democrazia e l´idea che nessuno possa essere lasciato a se stesso non è elemento accidentale della democrazia. L´alternativa è il darwinismo sociale, l´ideologia crudele che legittima la fortuna dei forti e abbandona i deboli alla loro sorte. Dire queste cose a un pubblico di insegnanti che quotidianamente hanno a che fare con studenti che eccellono e con altri che faticano a tenere il passo significa evocare problemi che essi conoscono bene e solidarizzare con la loro fatica.

10) La cura delle parole. Essendo la democrazia dialogo, gli strumenti del dialogo, le parole, devono essere oggetto di cura particolare, come non è in nessun´altra forma di governo. Cura duplice: quanto al numero e alla qualità. (a) Il numero di parole conosciute e usate è proporzionale al grado di sviluppo della democrazia. Poche parole, poche idee, poche possibilità, poca democrazia. Quando il nostro linguaggio politico si fosse rattrappito al solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo ridotti a gregge. Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti nella scala sociale. Ricordiamo ancora la scuola di Barbiana? Comanda chi conosce più parole. Il dialogo, per essere tale, deve essere paritario. Se uno solo sa parlare, o conosce la parola meglio di altri, la vittoria non andrà al logos migliore, ma al più abile con le parole, come al tempo dei sofisti. Ecco perché la democrazia esige una certa uguaglianza nella distribuzione delle parole. «E´ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l´espressione altrui. Che sia ricco o povero importa di meno». Ed ecco perché una scuola ugualitaria è condizione di democrazia. (b) La qualità delle parole. Per l´onestà del dialogo, le parole non devono essere ingannatrici. Parole precise e dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlar le cose attraverso le parole, non far crescere parole su parole. Le parole, poi, devono rispettare, non corrompere il concetto. Altrimenti, il dialogo diventa un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con la frode. Ancora impariamo dal Socrate del Fedone: «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi». Il mondo della politica è dove questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare per l´appunto dalla parola «politica». Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano arte, scienza e attività dedicate alla convivenza. Ma oggi si parla di politica di guerra, segregazionista, espansionista, coloniale, ecc. «Questa è un´epoca politica - ha scritto Orwell. La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono ciò a cui pensare». Altro inganno: la libertà, da protezione degli inermi contro gli abusi del potere è diventata, nell´uso «politico», scudo dietro il quale i potenti nascondono la loro pre-potenza.

Inganni, dunque. A chi pronuncia parole come queste siamo autorizzati a chiedere: da che parte stai? Degli inermi o dei potenti?

Abbiamo detto della democrazia e cercato di mettere in luce dieci implicazioni pratiche della sua nozione con riguardo agli atteggiamenti spirituali che ne devono conseguire. Sarà stato certamente notato, tuttavia, che il problema più importante e, al tempo stesso, più difficile si è finora evitato. Si è infatti è taciuto della premessa, l´adesione alla democrazia. La domanda, ora, non è se si possa insegnare che cosa è o qual è lo spirito della democrazia, ma se si possa insegnare a essere democratici, cioè ad assumere nella propria condotta la democrazia come ideale o virtù da onorare e tradurre in pratica. In breve, si tratta di sapere se ideali e virtù, in particolare la virtù politica che sta a base della democrazia, siano insegnabili oppure no.

Siamo così pienamente, di nuovo, al centro di un argomento tipicamente socratico. Se solo alcuni e non altri sono predisposti alla virtù politica, gli uni saranno destinati a governare e i secondi a obbedire e la democrazia sarebbe un esperimento contro natura, destinato ad avere vita breve e a produrre gran danno.

Essa ci consegnerebbe indifesi nelle mani di maggioranze di ignoranti senza testa politica, nella migliore delle ipotesi; di malvagi con testa criminale, nella peggiore. Il mito del Protagora racconta di come Prometeo, avendo distribuito agli esseri viventi, per conto degli dei, tutte le facoltà necessarie per una vita buona, si accorse che mancava agli uomini l´euboulía, l´assennatezza nelle deliberazioni comuni. Onde essi fondavano città per difendersi dai pericoli della vita ferina ma, una volta radunati, scoppiavano dissidi, si disperdevano di nuovo e perivano. «Ora Zeus, temendo l´estinzione della nostra stirpe, manda Ermes a portare tra gli uomini rispetto e giustizia, affinché siano ornamenti e vincoli, propiziatori d´amicizia. Ermes dunque interroga Zeus in qual maniera virtù e rispetto si debbano distribuire tra gli uomini. "Debb´io distribuirle come furono distribuite le arti? E le arti furono distribuite così: un solo che possiede la medicina basta a molti che non la possiedono; e così anche i cultori delle altre arti: devo io dunque collocare allo stesso modo giustizia e rispetto tra gli uomini, o distribuirla tra tutti?". "Tra tutti - risponde Zeus - e che tutti ne abbiano parte, perché non potrebbero esistere le città, se ne partecipassero pochi, come avviene per le altre arti. E poni il mio nome per legge, affinché chi non partecipi al rispetto e alla giustizia sia ucciso come peste della città"». Tutti sono dunque capaci di virtù politica. Basta che la conoscano. Questa era la convinzione socratica: la virtù esiste in sé, tutti la possono conoscere e, poiché nessuno è malvagio se non per ignoranza, ciò che occorre e basta per essere virtuosi è la retta conoscenza.

Noi sappiamo che, disgraziatamente, non è così; che Socrate erra, sia perché le virtù non sono realtà obiettive ma valori soggettivi; sia perché, comunque, nella natura umana la conoscenza non coincide affatto con la coscienza, perché si può essere malvagi con la perfetta consapevolezza di esserlo.

Se dunque non è la conoscenza che fonda l´adesione alla virtù, potrà essere l´utilità? Possiamo cioè pensare di promuovere adesione alla democrazia mostrandone i vantaggi? Purtroppo, anche qui la risposta è no. Se ci riferiamo a beni come, per esempio, lo sviluppo economico, la promozione delle arti e della scienza, la pacifica convivenza, la sicurezza pubblica come frutti benefici della democrazia, non possiamo non considerare che esistono momenti critici in cui, proprio per garantirceli quando paiono sfuggirci, siamo disposti a limitare la democrazia, o addirittura a rinunciarci, per metterci nelle mani salvifiche di qualcuno che provveda per tutti. Onde, una fondazione solo strumentale e utilitarista della democrazia potrebbe rivelarsi un suicidio.

Né dunque essenzialismo alla Socrate, né mero utilitarismo, nella pedagogia democratica. Che dire allora, senza cadere in melliflua, ideologica e alla fine falsa e controproducente propaganda di un valore? Chi ha qualche esperienza di insegnamento di temi politici e costituzionali - la legalità, la libertà, la solidarietà, la democrazia, per l´appunto - conosce bene questo pericolo. Un pericolo che comporta anche una contraddizione: qualsiasi altro sistema di governo, ma non la democrazia, può far uso di propaganda. In ogni propaganda è implicita una tentata violenza all´altrui libertà di coscienza. La democrazia è dialogo paritario e, se vuol essere tale, questo deve farsi deponendo ogni strumento di pressione: innanzitutto pressione materiale, come quella che viene dalla violenza e dalle armi, ma anche pressione morale, come quella che può essere esercitata nel rapporto asimmetrico di autorità-soggezione che si crea talora, quando degenera in autoritarismo, tra padre e figli, maestro e allievo: un rapporto che può mancare di rispetto e contraddire libertà e democrazia.

Pensando e ripensando, non trovo altro fondamento della democrazia che questo solo. Solo, ma grande: il rispetto di sé. La democrazia è l´unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità nella sfera pubblica, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia esistenza in rapporto con gli altri. Nessun altro regime mi presta questo riconoscimento, poiché mi considera indegno di autonomia, fuori della cerchia stretta delle mie relazioni puramente private. E´ per questo - cosa notevole - che la Chiesa cattolica, pur in origine favorevole a regimi politici autocratici e poi indifferente, purché essi fossero rispettosi dei suoi diritti e del suo diritto naturale, ha da ultimo condannato le dittature (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 75) e fatto affermazioni preferenziali nei confronti della democrazia (ivi, 32), stante il rapporto tra questa e la dignità umana, un pilastro del suo insegnamento sociale attuale.

Ma non basta il rispetto di sé, occorre anche il rispetto, negli altri, della stessa dignità che riconosciamo in noi. Il motto della democrazia non può che essere: «Rispetta la dignità del prossimo tuo come la tua stessa». Infatti, il solo rispetto di se stessi e il disprezzo degli altri portano non alla democrazia ma alla lotta per l´affermazione della propria autocrazia, al fine di evitare la necessità e la limitazione del necessario coordinamento reciproco.

Questo rispetto è qualcosa di moralmente elevato, ma non necessariamente incontestabile. Si può rispettare in sé la propria dignità, e così negli altri; ma ugualmente ci possono essere buone ragioni per disprezzare sé e gli altri: ragioni personali, che affondano le loro radici nelle storie individuali; ma anche ragioni universali, come quelle offerte dalle religioni che annichiliscono di fronte a Dio l´essere umano, peccatore fin dall´origine e indegno di condursi da sé, e si predispongono così a forme di governo teocratiche o autocratiche su base religiosa.

Anche a questo proposito, la storia meno recente della Chiesa cattolica e dei suoi rapporti con l´autorità politica è istruttiva. E lo sono anche certi tentativi recenti di imporre verità dogmatiche tramite la forza dello stato, in questioni eticamente sensibili come quelle che riguardano la tecnologia applicata alla nascita, alla vita e alla morte.

D´altra parte, il rispetto di sé e degli altri è sempre esposto al peso della spossatezza. La democrazia stanca. L´oppressione dispotica suscita reazione e ribellione, la democrazia invece stanchezza. La virtù democratica è cosa «pénible», come annotava già Montesquieu: «La virtù politica (della democrazia) è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare. Questa virtù consiste nella preferenza continua prestata all´interesse pubblico invece che agli interessi propri».

Dunque, rispetto agli istinti egoistici, essa, se non proprio una cosa contro natura, almeno è una sfida permanente.

Ma vale la pena questa rinuncia? A che pro? Abbiamo già ricordato le «promesse non mantenute» della democrazia, di cui ha parlato il professor Bobbio. L´elenco delle delusioni è lungo: l´ingovernabilità delle società pluraliste; la rivincita degli interessi corporativi che soffocano l´interesse generale; la persistenza di oligarchie economiche, politiche e di ogni altra natura; lo spazio limitato che la democrazia occupa, non essendo riuscita a penetrare dappertutto nella società; il potere occulto che contrasta con l´esigenza primordiale che il potere si mostri pienamente in pubblico e ha indotto a parlare di un «doppio stato», uno visibile e un altro invisibile; l´apatia politica; il fanatismo e l´intolleranza; tecnocrazia e burocrazia (e quindi gerarchia) invece che democrazia; sovraccarico di domande e difficoltà delle risposte, cioè ingovernabilità. Questo elenco, col senno dell´oggi, è incompleto. Parliamo di videocrazia, conseguente alla crescente concentrazione a livello mondiale e nazionale della comunicazione politica; di plutocrazia, determinata dall´assunzione del potere politico in mani di pochi detentori di smisurate ricchezze personali, e di cleptocrazie, quando quelle ricchezze sono il frutto di attività illecite. Si assiste con un senso di impotenza allo sviluppo di una dimensione ormai planetaria delle organizzazioni degli interessi industriali e finanziarie dell´odierno capitalismo, in un mercato che palesemente sfugge al controllo dei poteri politici nazionali, ammesso che essi, anziché essere conniventi, intendano porre regole e controlli. L´aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie su scala mondiale alimenta l´identificazione dei regimi democratici con le plutocrazie, da cui l´identificazione della democrazia, ideale universale, con un regime di casa nostra, regime dei forti e dei ricchi, che credono talora di poterla imporre con lo strumento tipico dei prepotenti, la guerra.

Queste sono le «promesse non mantenute». Ma che significa questa espressione? Non nasconde forse un malinteso? E´ infatti un modo di dire approssimativo che mette fuori strada. E´ come se un tempo ci fossimo affidati alla democrazia, aspettandoci un contraccambio, e quindi potessimo lamentarci se le nostre attese sono andate deluse. Ma la democrazia non è un´Alcina o una Circe. Non ci hanno detto una volta: venite da noi ché vi promettiamo una vita di amorose delizie, e si siano poi scoperte per megere ributtanti che ci riducono a una vita animalesca. Non è qualcosa fuori di noi, indipendentemente da noi e tanto peggio per noi, se ci siamo illusi. Non è lecito parlare di promesse non mantenute della o dalla democrazia, come se questa ci avesse un tempo dato affidamenti, poi rivelatisi vani. La democrazia non promette nulla a nessuno ma richiede molto a tutti. E´ non un idolo ma un ideale corrispondente a un´idea di dignità umana e la sua ricompensa sta nello stesso agire per realizzarlo. Se siamo disillusi, è per illusione circa la facilità del compito. Se abbiamo perduto fiducia è perché siamo sfiduciati in noi stessi. Le promesse sono quelle che ci scambiammo tra noi nel dire di volere la democrazia (art. 1 della Costituzione) e, se non sono state mantenute, è perché abbiamo mancato verso noi stessi ed è qui, in questo scarto tra ciò cui aspiriamo e la bruta realtà delle cose, che, naturalmente, si innesta il nostro tema: la pedagogia democratica, l´insegnar democrazia.

Lo spirito attuale, di fronte a queste disillusioni, non è certo quello trionfante in cui cinquanta anni fa si celebrava la vittoria delle democrazie sui totalitarismi. Nel 1951, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, si tenne un simposio sulla democrazia promosso dall´Unesco cui parteciparono centinaia di studiosi di tutto il mondo e di ogni orientamento politico. Per la prima volta nella storia dell´umanità, in quegli anni la democrazia riceveva il riconoscimento di unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale e diventava la categoria-base su cui collocare e a cui confrontare tutte le azioni, i pensieri e le relazioni politiche. Essa risuonava come sintesi di tutto ciò che di bello e buono esiste nella vita collettiva. Nessun regime, capitalista o socialista, liberale o sociale, pluripartitico o a partito unico, rappresentativo o basato su auto-investiture carismatiche, ecc. intendeva rinunciare ad autoproclamarsi democratico. Il problema dell´adesione sembrava universalmente risolto. Fin da allora, però, doveva risultare chiaro proprio da quell´illimitata adesione che il nobile concetto era sottoposto a una tale dilatazione da perdere di significato, oltre che analitico, anche ideale, predisponendosi così, fin da allora, a corrompersi e anche a rendere bassi servigi a chi avesse voluto travestirsi in democratico per i propri scopi.

Quello spirito trionfante non c´è più e ci si accorge sempre più spesso che la democrazia esige ricostruzione, dove c´è da recuperare le posizioni, e resistenza, dove c´è da salvaguardarle.

E si fa sempre più chiara la consapevolezza che si ha a che fare con macro-difficoltà, mentre la democrazia, oggi, è all´altezza dei suoi propositi piuttosto in micro-dimensioni. Ma cos´altro possiamo fare se non considerare che la diffusione nelle coscienze dell´attaccamento alla dignità delle persone, al valore della democrazia e alle azioni che ne derivano si possa generalizzare al punto da insidiare, a sua volta, le insidie che la minacciano?

Il titolo dell' Unità di martedì scorso «Fazio se ne va, ritorna la Banca d'Italia» esprimeva solo una speranza, certo generosa, ma niente di più. La verità è che siamo al tramonto di Bankitalia, che Fazio, al massimo, ha solo accelerato e reso clamoroso. La Banca d'Italia, da quando c'è l'euro non ha più il governo della moneta (con il quale faceva politica economica), ora perde anche il controllo sulla concorrenza che passa all'Antitrust. Qualcuno potrà annetterla agli enti inutili. Forse esagero, ma il punto di maggiore interesse e preoccupazione è che la caduta di Bankitalia mette in piena luce un quadro complessivo di liquidazione o indebolimento dei poteri sui quali si è fondato l'equilibrio democratico del nostro paese. I partiti politici praticamente non ci sono più, il parlamento è fortemente indebolito, la stessa Confindustria non si sa bene che cosa rappresenti (i poteri dei capitalisti si esprimono più attraverso stampa e televisione che non attraverso l'associazione). Si può aggiungere che anche i sindacati non hanno più la forza che avevano negli anni `70. Il tramonto di Bankitalia appare come il compimento del franare della costituzione materiale del paese. E tutto questo - già preoccupante - ha due aggravanti.

Innanzitutto il famoso declino, che continua e si esprime in una stagnazione o calo della produttività. Un calo della produttività che se continua, come si prevede, ci sbatterà in faccia la questione salariale e la prospettiva di un blocco o riduzione dei salari non può procedere nella pace sociale; comporterà scontri e domanda di autorità.

In secondo luogo siamo - a livello europeo - a una crisi, direi una cancellazione, della politica economica, se non addirittura della politica. Prendiamo il caso delle banche: le banche centrali dei singoli stati hanno poteri assai ridotti e non hanno più il governo della moneta: non possono più svalutare o rivalutare, alzare o abbassare i tassi di interessi. Ma, nel contempo la Banca centrale europea ha solo una funzione antinflazionistica, cioè solo di freno e non di promozione. E così è anche a livello degli stati: gli stati nazionali debbono stare dentro le regole di Maastricht, ma non c'è uno stato federale europeo in grado di fare politica economica europea. Gli stati nazionali sono ingabbiati e non c'è uno stato europeo in grado di fare una politica continentale, sia pure articolata nelle varie regioni che lo compongono.

Sarò troppo incline al pessimismo ma una situazione caratterizzata dal frammento dei poteri componenti dell'equilibrio costituzionale di un paese e dalla estrema difficoltà o impossibilità di sviluppare politiche in grado di contrastare il declino economico e la caduta della produttività non promette nulla di buono. All'orizzonte si riaffaccia il fantasma delle tentazioni autoritarie, anche in situazioni e forme fortemente diverse da quelle che abbiamo sperimentato nel passato.

Eccesso di «disfattismo», come si diceva in tempi di guerra? Forse, ma il modo con il quale l'attuale governo ha chiesto la fiducia per il disegno di legge sul risparmio non è un buon segno.

Si apre oggi a Bagdad il primo di una serie di processi a Saddam Hussein.

È giusto trascinare l´ex dittatore davanti ad un giudice penale? Per quali motivi lo si fa?

Processando Saddam si potrà certo portare alla luce e documentare crimini efferati, ignoti alla maggior parte degli iracheni. Il processo avrà dunque un effetto non solo archivistico ma anche pedagogico, perché aprirà gli occhi di tanti. Si potrà pure dare un minimo di soddisfazione morale ai familiari delle vittime. E gli americani realizzeranno il loro obiettivo principale, che è duplice: legittimare politicamente e idealmente il nuovo governo, mostrando le nefandezze di quello precedente, e contribuire a ridurre il sostegno della popolazione per gli insorti baathisti, screditando tutti i seguaci di Saddam.

C´è anche un altro intendimento: esporre l´ex dittatore in tutte le sue debolezze di uomo, umiliandolo in pubblico: lui abituato a terrorizzare chiunque non si piegasse ai suoi ordini, costretto ora a tacere se zittito dalla Corte, ad ascoltare pazientemente tutti i testimoni a carico, a difendersi da gravi accuse. A questo scopo il governo iracheno sta prendendo tutte le misure necessarie ad evitare che Saddam adotti la strategia di Milosevic, che, difendendosi da solo, ha trasformato il processo dell´Aia in una tribuna politica per attaccare i suoi avversari politici e i suoi giudici.

A Bagdad è stata appositamente cambiata una norma processuale, proprio per impedire a Saddam di difendersi da sé: potrà solo essere rappresentato da un avvocato di sua scelta.

In principio è giusto processare l´ex dittatore: fare giustizia risponde sempre a una esigenza legittima. Chi può però ignorare le molte ombre che gravano sul tribunale iracheno? Questo tribunale soffre di un male oscuro: la «sindrome di Norimberga». Norimberga, si sa, segnò una svolta nella storia contemporanea, perché per la prima volta nel 1945-46 leader politici e militari vennero sottoposti a giudizio per i loro crimini. Norimberga servì a documentare le atrocità naziste e il genocidio, ancora non abbastanza conosciuti nel dopoguerra. Servì a scuotere le coscienze di tutti i tedeschi che avevano colpevolmente taciuto o accettato. Servì anche, come fece notare al Presidente Truman il più eminente membro dell´accusa, l´americano Robert Jackson, ad aprire gli occhi agli americani che, non avendo visto la guerra da vicino, non ne avevano vissuto direttamente gli orrori. Ma tutti sanno che Norimberga si macchiò di una grave colpa: vennero processati e puniti solo i vinti. Uno dei 22 imputati riuscì a far parlare dei crimini degli alleati solo di sfuggita. L´ammiraglio Doenitz invocò il principio tu quoque per discolparsi dell´accusa di aver fatto colare a picco dai sottomarini tedeschi le navi commerciali delle Potenze alleate senza previo avvertimento, e di non aver salvato i naufraghi; egli dunque abilmente fece interrogare dalla corte l´ammiraglio statunitense Nimitz, il quale ammise che anche gli americani si erano comportati nello stesso modo. Nell´insieme però il processo finì per costituire il prolungamento giudiziario della vittoria militare, anche se poi i giudici pronunciarono sentenze eque. Lo stesso accadde a Tokyo con il processo dei maggiori criminali giapponesi.

Purtroppo questo vizio profondo si è sottilmente insinuato anche nei successivi tribunali internazionali ad hoc, quelli per l´ex Jugoslavia e per il Ruanda. A differenza di quello di Norimberga, essi sono composti da giudici che non hanno alcun legame con le parti ai rispettivi conflitti. Si mirava così ad assicurare un´assoluta imparzialità. Tuttavia, quando si è posto il problema di accertare se i militari della Nato avevano commesso crimini di guerra in Serbia nel 1999, il Procuratore dell´Aia ha preferito evitare l´apertura di investigazioni. Quando lo stesso procuratore ha cominciato ad indagare sui crimini imputati ai vincitori nel Ruanda, e cioè ai Tutsi attualmente al governo, i politici si sono mossi ed il procuratore è stato rapidamente sostituito dal Consiglio di sicurezza. Così la «sindrome di Norimberga» serpeggia nei due tribunali, e ne infirma la portata, malgrado i grandissimi meriti che hanno acquisito e il modo per altri versi esemplare in cui stanno amministrando la giustizia. Finora si salva la Corte penale internazionale, che peraltro non ha ancora svolto alcun processo, a tre anni dalla sua istituzione.

Quella sindrome è esplosa macroscopicamente nel caso dell´Iraq. Il tribunale per Saddam rappresenta un vistoso passo indietro. È un organo esclusivamente nazionale: istituito di fatto dalla maggiore potenza occupante, il 10 dicembre 2003, è composto solo da giudici iracheni, accuratamente selezionati dall´occupante (non venne accolta la proposta, che facemmo in molti, di internazionalizzare la corte includendovi eminenti giudici di altri paesi arabi). È anche un tribunale speciale, costituito quasi ad personam: la sua competenza si estende ai crimini commessi tra il 17 luglio 1968 (data dell´ascesa al potere di Saddam) e il 1° maggio 2003 (quando Bush proclamò la fine delle operazioni militari e la sconfitta del dittatore iracheno). Date scelte oculatamente! Tutto ciò che è avvenuto durante e dopo l´occupazione (compresi i crimini degli occupanti, degli insorti e dei terroristi) è escluso dalla competenza del tribunale: creato dunque solo per sottoporre a processo penale il passato regime.

Pensate che un tribunale così costituito possa fare giustizia in modo equo? Viene in mente quel che un generale statunitense disse nel 1946 a Röling, il membro olandese del Tribunale internazionale di Tokyo, a proposito di alcuni generali giapponesi: «Faremo loro un bel processo, un processo equo, e poi li impiccheremo». Bando dunque ai processi? No, vanno fatti, soprattutto contro i dittatori. Senza però che le strumentalizzazioni politiche vanifichino i nobilissimi fini della giustizia.

La legge scritta fu una conquista, nel mondo greco arcaico. Prima c’era il predominio di gruppi, aristocratici e sacerdotali, che "amministravano" una legge «atavica» di cui erano e si proclamavano i soli detentori ed interpreti; e la cui integrità testuale era incontrollabile. La legge scritta era stata dunque una conquista contro l’arbitrio di una «legge non scritta» promanante dall’alto e controllata da caste protette dal paravento della sacralità. Non è secondario che le «leggi non scritte» siano state sin dal principio fatte percepire come un bagaglio «primario» di principi fondamentali: in nuce una sorta di diritto di natura in cui sostanza comportamentale empirica ed alone di sacralità religiosa si fondevano.

Va da sé che lo sviluppo in direzione di una prassi democratica (decisioni condivise da un ampio corpo decisionale sulla base di norme, accettate e controllabili) è andato di pari passo con l’estendersi ed il consolidarsi della pratica della «legge scritta». Essa a sua volta si accompagna a una diffusione dell’alfabetismo, che non è facile definire e quantificare in modo puntuale ma che indubbiamente rientra, come componente, in questo quadro. S’intende che anche il non alfabetizzato può farsi leggere la norma alla quale intende richiamarsi, e che c’è - per esempio ad Atene - un mestiere che pertiene direttamente a questo ambito, una figura che «collega» i cittadini alla legge: i logografi (potremmo definirli anche, modernamente, avvocati).

Non deve perciò sorprendere che il maggiore statista dell’Atene classica, Pericle, sia rappresentato da uno storico suo contemporaneo e ammiratore (Tucidide) nell’atto di elogiare il sistema politico vigente nella città (che lui dice potersi definire faute de mieux, «democrazia») e di indicare nelle leggi scritte il baluardo della libertà individuale. Ma Pericle, in quel discorso solenne che forse pronunciò davvero all’incirca in quella forma in cui Tucidide lo fa parlare, dice anche tutta la sua considerazione per le «leggi non scritte» e lascia intendere che esse comportano, se violate, soprattutto una sanzione morale (lui dice «vergogna»).

Cos’era accaduto? Il grande fatto nuovo intervenuto tra l’albeggiare della democrazia e la matura età di Pericle era stato l’irrompere di un movimento di pensiero la cui ampiezza, pervasività, efficacia e capacità di fare immediatamente presa su larghe cerchie fu almeno pari a quella dell’Illuminismo: intendo la Sofistica. Forse la corrente di pensiero più influente, anche per i suoi effetti di lunga e lunghissima durata, di tutta l’età antica. La Sofistica aveva brandito una scoperta: che cioè la legge positiva, concreta, stabilita dalle varie città, è convenzione, mentre durevole e non di rado in contrasto con la legge convenzionale è quel nucleo profondo stabile e anche ben visibile e sempre riaffiorante (anche quando la si conculca) che è la natura. Di qui il proporsi di una antitesi legge/natura che però poteva avere gli esiti più diversi. Per un verso una rispettosa accettazione delle singole «convenzioni» (tolleranza, ai limiti avalutativa); per l’altro la pretesa di fare largo soprattutto alla natura, unica «vera».

Ma che idea alcuni di loro avevano, o suggerivano, della «natura»? Dall’esperienza avevano ricavato una visione realistica. Ed era difficile contrastare la veduta che apertamente affermavano che il rapporto di forza, la "naturale" prevalenza del più forte (nei più diversi campi, dalla politica al mondo animale) riflettesse appunto, e appieno, la fondamentale «legge di natura». Nel dialogo che lo stesso Tucidide immagina svolgersi tra Melii e Ateniesi, questi ultimi sostengono che tale legge vige anche tra gli dei, nel mondo degli dei!

Ecco dunque l’imbarazzo della città democratica di fronte a questa frastornante "rivelazione", ed ecco sorgere orientamenti di pensiero miranti a rintracciare altri fondamenti universali dell’agire (e del dover agire) umano non semplicemente regolati dalla ferina «naturalità» della forza. Tutto il socratismo fino alle sue propaggini moderne è stato impegnato in questo sforzo di superamento del possibile "baratro etico" aperto dalla Sofistica. Allo stesso fine, ma con risorse intellettuali arcaiche, mira la riscoperta, simboleggiata da Antigone, della «santità» delle leggi non scritte (ma "naturali").

E nel mondo della politica? Lì si produce, con lo sviluppo della democrazia radicale, una svolta inattesa, pur essa legata ai rapporti di forza. Sorge cioè col tempo all’interno della città democratica una polarità tra l’idea della superiorità della legge (nucleo di partenza della democrazia stessa contro il sopruso di casta) e l’idea, estrema, che il popolo è esso stesso al di sopra della legge. E’ quello che dicono i capipopolo, minacciosamente, durante la prima fase del processo dei generali vincitori alle Arginuse: «qui si vuole impedire al popolo di fare quello che vuole!».

L'immagine è tratta dalla bella rivista Sagarana.net

«L'esperienza americana in quanto grande democrazia multietnica ci fa sostenere la convinzione che i popoli di diverse tradizioni e fedi possono vivere e prosperare in pace». Così la lettera di un passo della National Security Strategy, contraddetta dallo spirito di tutto quel documento dell'autunno 2002 inaugurale non solo della strategia militare della guerra preventiva, ma della strategia filosofica del primo mandato di Bush il giovane. Strategia che all'individuazione del nuovo nemico esterno - il Male del terrorismo internazionale in lotta contro il Bene della democrazia e della libertà - accompagnava l'individuazione dei nuovi nemici interni agli Stati uniti: non tanto questo o quel gruppo etnico o culturale, quanto e prim'ancora la filosofia del multiculturalismo politically correct che aveva largamente informato l'America clintoniana. Bisognava farla finita con quella rispettosa coesistenza fra culture diverse che nel senso comune democratico aveva sostituito e proseguito il mito del melting pot, e rilanciare il totem perduto di un'identità angloamericana originaria, liberale, proterstante, basata sul culto del lavoro e della proprietà, egemone su tutte le altre identità impiantatesi nel nuovo mondo per successive ondate immigratorie. Il presidente texano che ostentatamente pronunciava Airaq invece che Iraq incarnava perfettamente questo passaggio dal politically correct multiculturale a un disprezzo per le diversità etniche e culturali mascherato di noncuranza wasp. Lungi dall'essersi esaurita, questa «spinta propulsiva» del primo mandato di Bush si è rafforzata nel secondo, a onta di quanti si ostinano a rintracciare fra l'uno e l'altro cesure promettenti e rassicuranti a fini geopolitici. Come ha sottolineato Rita Di Leo nel corso di un recente seminario del Centro studi per la riforma dello stato di Roma sui rapporti fra Stati uniti e Europa, il faro ideale della rivoluzione conservatrice di Bush è il nuovo mito del ritorno alle origini: «via dal New Deal, dalla Great Society, dalle affirmative actions, dal multiculturalismo, dal relativismo amorale del liberal», l'America del nuovo secolo ripudia quella degli anni 30, 60 e 90 del Novecento per lanciarsi in una sorta di ritorno al futuro, al «paradiso originario in cui l'individuo era libero di agire a profitto di se stesso pur vivendo dentro la comunità della sua religione, del suo lavoro, della difesa dai popoli indigeni», La ricchezza, la forza, la Bibbia erano le armi di quell'individuo delle origini tradito dal progressismo novecentesco e tornano ad essere le armi dell'individuo post-novecentesco. Stato sociale, cittadinanza, conflitti di classe made in Europe possono andare in soffitta: la rinascita del primato anglo-puritano non li prevede, nutrendosi più semplicemente di una casa di proprietà, di un piccolo o grande business, di un piano pensionistico personale. La proprietà individuale è la scelta vincente per l'integrazione sociale. I latinos impermeabili al sogno americano e all'inglese possono a buon diritto incarnare la nuova minaccia di destrutturazione di questo paradiso delle origini, come Samuel Huntington teorizza.

Tornare al paradiso delle origini significa dunque anche recidere il legame con l'Europa, o almeno con quell'Europa continentale che resta la culla dello stato sociale novecentesco e di una concezione della comunità basata sulla cittadinanza e non su valori «originari» e tradizionalisti. Da questo punto di vista, che conta più delle esche e dei ponti lanciati nelle visite ufficiali, i rapporti fra le due sponde dell'Atlantico appaiono tutt'altro che in via di risanamento. Salvo il fatto però la sponda europea non appare a sua volta in grado di contrapporre al «sogno delle origini» americano altro che le origini di un sogno che stenta sempre più a tradursi in una realtà politica efficace. Non si tratta solo della debolezza di iniziativa geopolitica che tanti commentatori abituati a ragionare solo in termini di politica di potenza attribuiscono al Vecchio continente. Il fatto è che la crisi dell'America degli anni 30, 60 e 90 sulla quale è cresciuta la pianta neoconservative assomiglia per troppi versi alla crisi in cui versano anche le società europee. L'esempio del multiculturalismo è uno dei più calzanti, perché su tutte e due le sponde dell'Atlantico esso era arrivato, a fine 900, a una soglia implosiva, sulla quale il rispetto per le diversità sconfinava in tendenza alla loro ghettizzazione autoreferenziale e incomunicante: come non ricordare il quadro disinncantato che ne dà Spike Lee nel monologo centrale de la venticinquesima ora ? Come non associare a quel monologo l'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda? E come non vedere nella crisi del modello integrazionista francese l'altra faccia della stessa medaglia, che riporta il proiblema delle società multirazziali alle aporie originarie della costruzione dello stato moderno occidentale in tutte le sue varianti? Sempre più divise, le due sponde dell'Atlantico restano anche sempre più unite, non dalle prospettive sul loro futuro ma dalla crisi del loro passato.

Di Mohamed Daki , il marocchino che il ministro degli interni italiano ha espulso per «pericolosità» dopo che i giudici italiani lo avevano assolto in primo e secondo gardo dall'accusa di terrorismo internazionale, non si sa che fine abbia fatto una volta sbarcato a Casablanca e si teme che sia stato sbattuto nel carcere di Kenitra, a 200 km da Casablanca, tristemente noto per la durezza delle condizioni di detenzione. Il suo avvocato ricorda al nostro ministro che l'Italia non può consegnare nessuno a stati in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito, ma il nostro ministro sa quello che fa, vanta «indizi e elementi probatori» insufficienti per la magistratura ma più che sufficienti per lui, ed è coperto dalle leggi speciali antiterrorismo che il parlamento ha votato qualche mese fa. E' coperto anche dal giudice di Milano che due settimane fa aveva assolto Daki, e che oggi dà il suo ok a mezzo stampa alla doppia corsia della via crucis di Daki: il potere giudiziario agisce valutando le prove e se le prove non ci sono deve assolvere, il potere esecutivo «previene» valutando la pericolosità in base a «parametri diversi», dio sa quali. Contraddizioni ordinarie quando l'eccezione diventa la regola, ovvero quando le leggi speciali e l'esecutivo prevalgono sulla Costituzione e la giurisdizione.

E l'eccezione, dopo l'11 settembre, è diventata la regola per ogni dove nell'Occidente che esporta democrazia e diritti. Si cominciò con Guantanamo, la «detenzione infinita» e le corti speciali dell'amministrazione Usa, e si sapeva che si sarebbe finiti chissà dove. Per ora siamo approdati alle extraordinary renditions, gli arresti sbrigativi dei sospetti terroristi e ai voli fantasma della Cia per portarli a destinazione in centri di detenzione segreti sparsi nei paesi dell'ex blocco sovietico, con Condoleeza Rice che giura e spergiura sulla Costituzione americana e sull'osservanza dei diritti fondamentali e richiama all'ordine i governi europei al grido di «siamo tutti nella stessa barca contro il terrorismo», spalleggiata dal consigliere della sicurezza Hadley che invita i governi europei medesimi a «non fare il gioco del nemico».

Regole violate? Costituzioni e costituzionalismo nella cantina della storia? Macché, «abbiamo solo salvato delle vite umane». Anche in Iraq, va da sé, il gioco del massacro continua per impiantare democrazia e salvare vite umane, anche se le vittime irachene sono ormai 30 mila e quelle americane 2140, conti di Bush alla mano, e si suppone che pure i seicento prigionieri perlopiù sunniti ammassati, denutriti, maltrattati e torturati (elettroshock, ossa spezzate, unghie strappate) scoperti in un campo di detenzione di Baghdad gestito da iracheni siano solo un incidente di percorso, l'ennesimo: Baghdad aprirà un'inchiesta, Bush garantisce che le mele marce pagheranno.

La guerra in Iraq intanto è diventata un gioco di società, The battle to Baghdad: the fight for freedom, in vendita in Internet, 29 dollari di cui uno viene devoluto alle famiglie dei caduti, dadi bianchi per i willing, dadi gialli per Saddam, perdite fino a 200 uomini con una autobomba e fino a 100 come penalità per eventuali torture inflitte ai prigionieri. Eventuali. Rick Medina, imprenditore edile dell'Oregon che s'è inventato il gioco, non ci trova niente di male, ha 33 anni, si è pure opposto alla guerra ma «come americano sono stato educato a pensare che dobbiamo fare affari con le idee che abbiamo». Il prossimo gioco potrebbe avere come scenario il mondo intero e chiamarsi Underground, come un vecchio magnifico film di Kusturicka che parlava di quello che viveva, rimosso, nei sotterranei reali e inconsci dell'impero comunista. Nelle segrete reali dell'impero democratico adesso vive, nascosta detenuta e torturata, e se aggiungiamoi i Cpt per gli ordinari migranti semplicemente ammassata, una popolazione intera di sospetti e di reietti, il rimosso dello stato d'eccezione che non turba i nostri sonni.

In pochi anni abbiamo assistito al graduale smantellamento di un'équipe, quella che componeva Radio Tre, che ci portava in tanti a vivere le nostre giornate accompagnate dai suoi programmi, con la radio sempre accesa.

Assistiamo a questa procedura perversa per cui quando una trasmissione ha successo, è seguita e amata, in breve viene sospesa e allontanati i redattori, gli animatori, quelli che ne avevano costruito la forma, il contenuto e il successo. Fatto sta che i migliori scompaiono. Il risultato è che l'intero palinsesto di Radio Tre ha perso senso.

Erano trasmissioni dietro le quali si sentiva la passione di un gruppo di persone capaci: ogni trasmissione sembrava legata all'altra da un progetto generale e vasto, ogni notizia si collocava all'interno di un discorso trattato via via da esperti, ma sempre con un occhio all'informazione puntuale, attuale, con riferimenti al mondo circostante.

Ora per esempio: la trasmissione Il terzo anello è diventata l'intelaiatura di tutta Radio Tre su cui si incastonano gli altri programmi, occupa fra gli altri il tempo prima dedicato alla musica classica da Mattino Tre. Questa trasmissione l'ascoltavo con vero piacere mentre guidavo per l'interminabile cammino verso Roma. Mi forniva un discorso musicale globale, un confronto fra musiche diverse, una storia della musica raccontata con i pezzi e con osservazioni intelligenti, che arricchivano l'ascolto, che si collegava a un discorso che sarebbe venuto dopo o era già stato fatto prima in un'altra trasmissione, c'era insomma una radio collegata nell'interesse e nella passione delle materie trattate che ne faceva un'unica lunga giornata radiofonica piena di significato. Ora si direbbe che c'è un disc jockey che annuncia senza alcuna partecipazione i pezzi che ascolteremo. Si direbbe che il concetto guida ora sia «Un pezzo bello è bello, quindi sta bene ovunque». Non c'è storia, non c'è preparazione, non c'è progetto, spengo la radio e metto i dischi che mi porto ormai sempre da casa. Direte: «Ma quanto pretende!». Radio Tre ci aveva insegnato a pretendere cose intelligenti perché ce ne dava in continuazione.

Questo modo di fare radio era contagioso, sembrava di assistere a una palestra attraverso la quale capitavi anche a partecipare e trattare argomenti che non erano del tuo specifico, quindi in qualche modo ti esponevi, e questo costituiva un continuo monitoraggio di cosa pensa la gente. Si direbbe (questa è l'impressione che ho) che ora la Radio Tre sia tutta registrata, non c'è il piacere dell'invenzione di programmi nuovi e se per caso qualcuno invece dimostra di essere all'altezza di farlo viene immediatamente allontanato.

Ci sono pure alcuni programmi specialistici, carini, chiusi nel loro ghetto di specialità, ma manca il senso dell'équipe che lavora gomito a gomito, inventa e produce idee. Si direbbe che oggi le idee diano fastidio.

Io continuo ad ascoltare Radio Tre Suite, Fahrenheit, Uomini e profeti, mi sembrano dei bunker di resistenza, mi sembra di fare il tifo «Restate, restate, cercate di farcela».

È un ascolto da disperata che invita questi, che oramai sono diventati voci amiche, che mi hanno accompagnato per anni, a resistere in un clima sicuramente difficile, una specie di campo minato dal quale sanno che prima o poi saranno cacciati, e quindi stanno lì nel fortino, sopravvissuti. Sembra deciso che Radio Tre diventi pedante, noiosa, scostante.

Stiamo forse assistendo senza reagire alla lucida messa in atto di un progetto di svuotare i programmi Rai e Radio di Stato da ogni contenuto, così come anche la scuola pubblica, in modo da incentivare le imprese private? Che peccato!

Il sito di Amici di Radio 3

Qualcosa di Giovanna Marini

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