Il punto di maggiore convergenza, o completa coincidenza, tra maggioranza e opposizione, compresa la stampa estera (per anni l'unica vera opposizione a Berlusconi), rappresentata dal settimanale Newsweek è sicuramente il giudizio sul successo di Berlusconi nell'affrontare l'«emergenza rifiuti» in Campania. Un'emergenza, dopo i risultati immediati di Napoli «ripulita», che si avvia verso la sua definitiva soluzione. Ma è proprio così? Analizziamo le principali misure adottate.
Uno. Berlusconi ha nominato il capo della Protezione civile, Bertolaso, sottosegretario all'emergenza rifiuti in Campania. Bertolaso era già stato commissario straordinario nello stesso ruolo e si era dimesso con un atto da molti assimilato a una fuga. Una fuga dovuta alla mancata realizzazione del piano di nuove discariche in cui smaltire i rifiuti che si andavano accumulando per strada. Pochi giorni dopo la sua «rinomina» la magistratura campana ha azzerato i vertici della Protezione civile proprio per reati attribuiti al modo assai «disinvolto» in cui aveva gestito i rifiuti campani. Ora, o la magistratura campana fa parte di un complotto teso a perpetuare il disastro, come sostiene Berlusconi, che per questo l'ha esautorata, oppure la nomina di Bertolaso andrebbe sottoposta a beneficio di inventario.
Due. Berlusconi avrebbe liberato in meno di tre mesi le strade della Campania dai rifiuti. La rimozione dei rifiuti era stata realizzata in gran parte dall'esercito durante la gestione del predecessore di Bertolaso. Con i rifiuti raccolti per strada - circa 300 mila tonnellate - Di Gennaro aveva riempito la discarica di Serre, spedito diverse decine di migliaia di tonnellate in Germania e aperto una serie di «depositi temporanei»: cioè accumulato dentro capannoni industriali tonnellate e tonnellate di rifiuto tal quale, rimasto lì a putrefare per mesi, evitando tra l'altro - non si sa perché - di usare una discarica perfettamente attrezzata, in località Parco Saurino (Ce), misteriosamente rimasta inutilizzata sia sotto Di Gennaro che sotto Bertolaso. Da allora quei «depositi temporanei» non sono stati più svuotati. I rifiuti che Bertolaso ha rimosso dalle strade, quindi, sono solo 15 mila tonnellate residue, che ha potuto smaltire nelle «nuove» discariche di S. Arcangelo e Savignano predisposte anch'esse da Di Gennaro. Discariche aperte in violazione di impegni sottoscritti dai precedenti commissari, solo grazie all'intervento dell'esercito, autorizzato a difenderle dalle comunità locali come «siti di interesse strategico nazionale». Un precedente le cui conseguenze sono state sottovalutate: tornerà molto utile al governo per impedire a chiunque di ficcare il naso nella conduzione degli impianti nucleari che ha in programma.
Tre. Berlusconi ha varato un piano di nuove discariche. Le undici discariche in programma sono quanto basta per sotterrare i rifiuti urbani di tutta la Campania per anni, anche se non venisse fatto nemmeno un grammo di raccolta differenziata. Perché questa dilatazione, nel tempo e nelle dimensioni, del sistema più vecchio, inquinante, insalubre e distruttivo di «smaltire» i rifiuti? Per evitare, in attesa degli inceneritori - che, come mostra il caso di Acerra, tarderanno parecchio a arrivare - il trattamento intermedio: quello che nel rifiuto indifferenziato separa il secco dall'umido, la frazione organica da quella combustibile e dal sottovaglio. In questo modo si garantisce al futuro incenerimento l'intera produzione di rifiuti: esattamente quello che voleva e ha fatto la Fibe in sei anni di gestione sciagurata dei rifiuti campani, realizzando discariche non autorizzate sotto forma di depositi temporanei di «ecoballe».
Quattro. Berlusconi ha imposto la realizzazione di quattro inceneritori. Perché quattro, con una capacità equivalente all'intera produzione di rifiuti urbani della regione senza raccolta differenziata (Rd)? Per smaltire rifiuto tal quale, ben sapendo che in queste condizioni l'obiettivo del 50% di Rd non avrà alcuna possibilità di essere perseguito, come otto anni di attesa dell'inceneritore di Acerra hanno ampiamente dimostrato. Ma che convenienza c'è mai in tutto ciò? Nessuna, se ci si attiene ai costi industriali delle diverse operazioni: raccolta differenziata, riciclaggio, compostaggio, trattamento intermedio del residuo, incenerimento, discarica. Ma miliardi (di euro!), invece, se bruciando rifiuti si incassano gli incentivi CIP6, che erano stati aboliti in ottemperanza alla normativa europea, e che Prodi ha reintrodotto per il solo inceneritore di Acerra e il Pd ha voluto estendere a tutti i futuri inceneritori campani. Miliardi che gli utenti i saranno tenuti a pagare con la bolletta elettrica.
Cinque. Berlusconi sostiene che i 4 inceneritori servono per bruciare il «pregresso»: gli 8 milioni di tonnellate di «ecoballe» che Fibe e Commissari straordinari hanno accumulato in attesa di incassare gli incentivi CIP6 non potranno mai venir smaltite in un normale inceneritore, ma su quelle ecoballe non si sa che cosa contengano e i pochi saggi effettuati hanno provato che non possono finire né in un inceneritore né in una discarica normale, dato che approfittando delle «distrazioni» delle autorità, la camorra è riuscita a infilarci dentro di tutto. Ci vogliono degli impianti ad hoc, che non hanno niente a che fare con il trattamento dei rifiuti urbani. Ma è certo anche prima che si cominci a bruciare le ecoballe nei nuovi inceneritori e a gratificarne lo «smaltimento» con gli incentivi CIP6, entrambe le decisioni verranno impugnate dalla Commissione europea, aprendo le porte a una nuova procedura di infrazione contro l'Italia.
Sei. Berlusconi, per prevenire questi divieti, ha autorizzato le discariche, gli inceneritori e persino i depuratori della Campania a ricevere rifiuti e reflui tossici, contrassegnati con codici Cer (codice europeo dei rifiuti) che ne vietano il trattamento in impianti ordinari. E questo, nonostante che la Campania, oltre a una straordinaria dotazione di impianti di trattamento intermedio dei rifiuti urbani (i cosiddetti Cdr di cui il piano di Berlusconi prevede lo smantellamento), abbia anche una dotazione straordinaria di impianti di depurazion ove trattare il percolato delle discariche: tutti fuori uso per una gestione scellerata, ma facilmente riattivabili per chi avesse una cultura della manutenzione. E' ovvio che anche questa decisione verrà impugnata dalla Commissione europea, con il rischio di nuove penali, ma anche di rimandare sine die la soluzione dell'emergenza. La quale non può trovare soluzione che in una gestione ordinaria, fondata sulla Rd spinta - prevista, è vero, dal piano Berlusconi, ma senza alcuna misura concreta per attivarla - e nel trattamento mirato delle diverse frazioni raccolte, compresa quella del rifiuto indifferenziato.
Riassumendo: la «pulizia» di Napoli - o, meglio, del suo centro - e la violazione dei patti per aprire le due nuove discariche in cui stipare la nuova produzione di rifiuti erano già state realizzate quasi completamente sotto Di Gennaro. Berlusconi si è preso la gloria di un lavoro altrui.
La «strategia» per risolvere definitivamente il problema, cioè la costruzione di quattro inceneritori, è ancora tutta da realizzare; e non sarà facile: per adesso funzionano a pieno ritmo le discariche, mentre vengono lasciati inutilizzati gli impianti di Cdr che potrebbero risolvere in modo pulito e economico il problema nel giro di pochi mesi. Per far funzionare i futuri inceneritori, Berlusconi, con l'aiuto del Pd, ha reintrodotto gli incentivi CIP6 a spese di tutti gli utenti elettrici del paese e ha autorizzato il trattamento di rifiuti e reflui tossici sia nelle discariche e negli inceneritori che nei depuratori.
Quanto alla raccolta differenziata, può attendere: se non si farà, si sotterrerà o si brucerà tutto. Se si farà, la Campania, per tenere accesi i suoi inceneritori, potrà continuare a ricevere rifiuti da altre regioni, come ha sempre fatto.
In compenso è stato smantellato il controllo di legalità sulla gestione dei rifiuti (abolendo il principio del giudice naturale) e è stato messo l'esercito a presidiare i «siti di interesse nazionale»: due precedenti che renderanno la difesa dell'ambiente ardua per tutti, in tutta l'Italia, per tutti gli anni a venire.
«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti. Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato. Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.
Carissimi, è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: " Solo falsità l'unoall'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia".
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli , non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori.Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà. E' stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna" di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania.Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni , leucemie. Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto. A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari.Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti,scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro, per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla : sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono nè incenerire, né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re ". E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro.Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico -lo dico con rabbia- ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze:una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro -come dice Guido Viale- Quanto più merda, tanto più oro!".
Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno! E' chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. E' da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione.
Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso"qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei Campani ...
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine,è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo.Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra.Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso".
Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso parteciparvi!) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo).Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti.Quella italiana sarà quasi certamente la A2A ( la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti, si papperà anche l'acqua di Napoli.Che vergogna! E' la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock! Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!)... Non abbandonateci. E' questione di vita o di morte per tutti. E' con tanta rabbia che ve lo scrivo.Resistiamo!" .
Padre Alex Zanotelli, Napoli, 12 luglio 2008
I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.
Imporre la riduzione degli imballaggi all’origine: questo sarebbe un argomento politico in una società nella quale la politica non fosse serva dell’economia e la guidasse. Ma ne siamo molto lontani. Ancora più lontana una società nella quale l’economia non avesse nella ricerca affannosa del massimo profitto l’unbico suo motore.
Se si vuole far tornare alla normalità la gestione dei rifiuti in Campania la prima cosa da fare è porre fine alla sequela di falsità, denigrazioni e insulti verso le popolazioni della regione che pagano anni di responsabilità altrui. E rispondere a 2 domande.
1. Perché, se gli sversamenti di rifiuti tossici provenienti da tutte le regioni d'Italia durano da decenni, chi ora fa barriera contro le discariche dei propri rifiuti non si è opposto anche a quelle devastazioni? La prima risposta è che la popolazione campana non si comporta diversamente da quella di qualsiasi altro territorio inquinato da rifiuti industriali. Ci si accorge «dopo» di ciò, quando il danno è fatto; spesso anni dopo, quando si cerca una diversa destinazione d'uso dei siti. Ma ci sono altri fattori.
a. L'ignoranza delle conseguenze ambientali e sanitarie - ma anche economiche e sociali - di quelle operazioni. Di qui l'importanza di un'educazione ambientale vera, adeguata a una società industriale e non relegata a qualche «progetto educativo» che si sovrappone senza modificarli ai curricula scolastici: dalle elementari all'educazione permanente. Oggi, se interrogate un abitante di Napoli sul ciclo dei rifiuti, le sue fasi, le alternative praticabili, troverete una conoscenza che lascia a bocca aperta persino gli esperti. Conoscenza acquisita a proprie spese. Ponete le stesse domande al cittadino di una regione «a posto» con i rifiuti e vedrete quanta strada ha ancora da fare. Questa cultura, di cui c'è un vitale bisogno per governarsi, non riguarda solo i rifiuti, ma l'energia, le acque, l'assetto idrogeologico, l'urbanistica, la mobilità, l'agricoltura, ecc. Certo la tv non ha contribuito granché.
b. Non parliamo di un territorio qualsiasi. Nelle province di Napoli e Caserta il territorio è controllato dalla camorra; partner utilizzato da molte industrie di tutto il paese per sbarazzarsi a basso costo dei loro rifiuti. Opporsi alla camorra, soprattutto dove le amministrazioni sono colluse, presenta dei rischi. E' vero che in questi territori c'è una contiguità con la malavita organizzata che riguarda tanto molte istituzioni pubbliche e imprese quanto una parte rilevante della popolazione. E' una contiguità senza soluzioni di continuità: tra la cosca criminale arcinota e il cittadino o l'amministratore compromessi non c'è quasi mai rapporto diretto, bensì mediazioni e «diluizioni» che passano attraverso finanziamenti, appalti, favori, assunzioni, consulenze, protezioni, raccomandazioni, prestiti, e quant'altro. A volte senza sapere veramente con chi si ha a che fare. In contesti simili, tacciare tutte le mobilitazioni popolari - anche le più odiose, come l'assalto al campo rom di Ponticelli - come «camorristiche» è il modo migliore per spingere sempre più gente nell'abbraccio della malavita. E tuttavia denunce e esposti di singoli cittadini o di organismi collettivi sono stati numerosi, da anni; spesso senza esiti. Ma molte delle inchieste sulla malavita organizzata sono partite da quelle denunce.
c. Il litorale campano da Castelvolturno a Castellammare è una delle aree più densamente popolate del mondo. Realizzare impianti dall'indubbio impatto ambientale e sanitario in contesti del genere non è certo impossibile, ma richiede rigore e selezione delle soluzioni meno lesive per la popolazione. Nessuno ha mai proposto una discarica a Milano non dico in Parco Sempione, ma nemmeno a Monte Stella; oppure a Roma, non dico a Villa Borghese, ma neppure a Villa Ada. Perché allora a Napoli una delle poche aree ancora verdi, densamente abitata, deve diventare la discarica di tutta la città? Lo stesso vale per l'inceneritore di Acerra, costruito nel sito più inquinato e più cancerogeno d'Europa, o per Agnano, dove se ne vuole fare un altro, inutile anche per chi ama questi impianti. Gli impianti ovviamente si devono fare: ma commisurandone alla «capacità di carico» dei territori dimensioni, localizzazione, impatto e tipologia. Perché, allora, solo inceneritori e non compostaggio e riciclo, come molti comuni hanno chiesto di fare? I cittadini campani chiedono che prima di costruire un nuovo impianto - e non dopo - il sito sia bonificato dai guasti pre-esistenti, per non aggiungere inquinamento a inquinamento. Invece la localizzazione di molti impianti sembra aver seguito la logica opposta: sono stati fatti nelle aree già compromesse. Il che equivale a avvelenare la popolazione. Ovvio che le reazioni siano drastiche.
2. Ma perché mai in Campania «non si fa la raccolta differenziata»? Dove le amministrazioni si sono date da fare - una cinquantina di comuni, anche di dimensioni consistenti - la raccolta differenziata ha raggiunto livelli di eccellenza. Dove non si è fatta è perché i comuni l'hanno delegata al Commissario o a consorzi che non se ne sono occupati. Ma, soprattutto, perché è stato loro impedito di farla. Da chi? Dai sostenitori dell'inceneritore. L'associazione delle banche italiane (Abi), sponsorizzando con un intervento illecito e a danno dei concorrenti, il gruppo Impregilo, che aveva presentato il progetto tecnico di inceneritore peggiore - ma che poi ha vinto la gara - faceva notare fin dal 1999 che per garantire un adeguato rientro dei costi sostenuti dall'impresa era necessario ridurre al massimo il prelievo alla fonte dei rifiuti combustibili, cioè carta e plastica. Senza questi materiali, infatti, l'inceneritore «si spegne». Di qui l'esigenza di bloccare la raccolta differenziata, frazione organica compresa. Tanto che nel 2001, la Fibe (l'azienda del gruppo Impregilo cui era stato consegnato il monopolio dei rifiuti campani) ha imposto la chiusura e lo smantellamento dell'impianto di compostaggio di S. Maria Capua Vetere, in funzione da due anni, perché «i rifiuti erano suoi» e intendeva mandarli tutti nel futuro inceneritore di Acerra, facendoli passare attraverso uno degli impianti di selezione del rifiuto indifferenziato (i cosiddetti Cdr) appena aperti: impianti che ha poi usato non per alimentare l'inceneritore, non ancora pronto dopo sette anni, ma per produrre montagne di ingestibili ecoballe. Senza impianti di compostaggio non si può raccogliere l'umido. Così, quando il consorzio Caserta2 ha realizzato un nuovo impianto a San Tammaro, il commissario gli ha riempito i capannoni di ecoballe nonostante che per quell'uso, lì di fronte ci fosse un piazzale grande come quattro campi di calcio. Così, per uscire dall'emergenza, si rende «indispensabile» l'inceneritore; anzi, quattro: perché i campani «non vogliono fare la raccolta differenziata».
Certo, come ovunque in Italia, ci saranno anche state in passato delle resistenze verso una raccolta differenziata porta a porta: quella che, dopo un periodo di avviamento, costa meno e toglie i cassonetti dalle strade. Ma invece di affrontare le difficoltà, troppe amministrazioni le hanno assecondate o indotte, per continuare con i vecchi sistemi e i vecchi appalti e «lasciar lavorare» Fibe e commissari. Oggi però, con montagne di rifiuti per strada, non c'è un solo cittadino campano che non voglia fare la raccolta differenziata «spinta». Anzi, in molti quartieri si sono organizzati per farla da soli, bypassando aziende, comuni e consorzi; anche se poi è difficile trovare chi viene a prelevare il materiale raccolto. La crisi della Campania va affrontata cominciando con il restituire alle sue popolazioni, con atti concreti, il rispetto che è loro dovuto.
L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani è un dato di fatto, consolidato dal tono e sempre più anche dalle parole dei politici impegnati sul fronte della "sicurezza". I primi, i rifiuti urbani, sono lo scarto e il residuo non consumato dei nostri "consumi", cioè di quello che ciascuno di noi compra tutti i giorni. I secondi, i rifiuti umani, sono lo scarto, il residuo non assimilato, dell’ininterrotto processo di riorganizzazione e di riconfigurazione della società. Ma la "società" siamo noi e anche i rifiuti sociali sono un nostro prodotto.
Generiamo i rifiuti urbani individualmente, ciascuno per conto proprio, ma all’interno di processi di produzione-consumo-scarto in larga parte predeterminati da altri. Produciamo rifiuti sociali collettivamente e anonimamente; ma poi ciascuno di noi deve fare i conti con la propria coscienza: con il grado e la misura in cui partecipa alla formazione e alla conferma dei processi di esclusione in atto; che possono portare anche molto lontano: per esempio all’incendio di campi nomadi e al rogo di chi ci abita, riedizione plebeo-leghista ("nord e sud uniti nella lotta") del porrajmos con cui i nazisti hanno a suo tempo sterminato mezzo milione di zingari.
L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani non dovrebbe destare scandalo perché è una verità comprovata; e può suscitare indignazione solo se e quando questo sentimento diventa il filo conduttore per fare i conti con il problema e cercare di venirne a capo.
Una città invasa dai rifiuti urbani, come Napoli e larga parte della sua provincia e del Casertano è il contesto ideale non solo per la produzione incontrollata di rifiuti umani, ma anche per il loro accumulo in forme che rendono sempre più difficile il ritorno alla "normalità". Il disordine ambientale promuove il disordine sociale e trasforma il nostro rapporto con le cose in un modello per il nostro rapporto con le altre persone. Accumulare cose che non ci servono e buttare via a casaccio tutto ciò che ci dà fastidio è un principio informatore della società e dell’economia in cui e di cui viviamo; ma è il principio che ha messo la Campania in ginocchio e che sta portando al pettine i nodi di tutto il modello di vita e pensiero che ha guidato prima lo sviluppo industriale dell’Occidente e poi il processo di globalizzazione che investe il pianeta Terra: un modo d’essere e di pensare – l’impalcatura storicamente determinata in cui si manifesta lo spirito dei tempi – che ci spinge, parallelamente, a non adoperarci per ridurre al minimo, cioè per prevenire, i problemi dell’emarginazione sociale e la produzione di rifiuti umani, ma a spingerli invece al massimo.
Che fare allora? Per alcuni la soluzione sta nel fuoco purificatore dell’inceneritore e nella continua e sempre più affannosa ricerca di siti e buchi in cui sotterrare la montagna di rifiuti che ci assedia. È quattordici anni, da quando ha avuto inizio la gestione commissariale dei rifiuti in Campania, e forse anche da prima, che i fautori di questa soluzione, senza molto preoccuparsi delle sue controindicazioni, aspettano gli inceneritori che non sono mai arrivati e che, anche quando, e se, arriveranno, non basteranno più a bruciare le montagne di rifiuti, le ecoballe e i depositi di inquinanti sotterrati in ogni dove che questa attesa ha provocato. Quanto alle discariche, è ormai chiaro che in un tessuto sociale denso e in un territorio compromesso come quello campano non c’è più spazio per sistemare, nemmeno "provvisoriamente" i rifiuti al ritmo in cui vengono prodotti. Di qui il caos, istituzionale e normativo, prima ancora che ambientale, in cui è stata fatta precipitare la regione.
Così non saranno i roghi purificatori dei campi nomadi – che campi non sono, ma suoli pregiati che fanno gola agli immobiliaristi, e nomadi sono i loro abitanti solo perché vengono continuamente cacciati dall’uno all’altro – non saranno quegli incendi a "ripulire" le nostre città dalla loro incomoda presenza: l’attesa della soluzione salvifica, oggi al centro dell’agenda politica, non farà che incancrenire il problema. Mentre il tentativo di trovare sempre nuovi siti – e buchi – in cui confinare i loro abitanti ha prodotto solo la loro moltiplicazione, così come un cassonetto circondato da sacchetti di immondizia abbandonati, perché non riesce più a contenerli e non viene svuotato in tempo, diventa un punto di accumulo di ogni sorta di altri rifiuti. Ma alla luce dei risultati raggiunti e dei guasti realizzati da quattordici anni di commissariato speciale per i rifiuti, l’idea di affrontare il problema dei rom con altri commissari speciali alla sicurezza dovrebbe far rabbrividire chiunque.
Una politica attenta alle cose e alle persone – una politica che dovrebbe radicarsi nei comportamenti e nell’educazione di ciascuno di noi – dovrebbe mirare innanzitutto a ridurre con la prevenzione la produzione di rifiuti e i meccanismi dell’emarginazione; e poi apprestare, per ciò che comunque il ciclo ordinario delle nostre esistenze non riesce ad assorbire, strumenti e circuiti di riciclaggio e di reinserimento sociale che evitino o riducano al minimo il ricorso sia alle discariche e ancor più agli inceneritori: rifiuti zero – o quasi, dato che non possiamo più permetterci l’utopia – sia per le cose che per le persone. Una raccolta differenziata in cui gli scarti del consumo si raccolgono e vengono incanalati in maniera ordinata nei contenitori e verso gli impianti preposti a reimmetterli in un successivo ciclo di produzione è la premessa indispensabile per avere una città pulita, senza monnezza e senza sporcizia per le strade; un ambiente urbano "vivibile"; una ricostituzione dei legami sociali basati sulla solidarietà e non sulla necessità di danneggiare gli altri per salvaguardare se stessi.
Un sistema di accoglienza, di inquadramento, di accompagnamento alla scuola, all’assistenza sanitaria, all’inserimento lavorativo, alla cittadinanza degli individui e delle comunità che non hanno le risorse materiali e culturali per provvedervi in proprio è la premessa indispensabile per evitare l’accumulo continuo e incontrollato di materiali umani di scarto in siti e buchi che fungono irrimediabilmente da attrattori di un’umanità sempre più ai margini del consorzio sociale.
Costruire dal basso – visto che dall’alto non arriva niente di buono – una politica del genere costa di più, non solo in termini di risorse materiali e finanziarie, ma anche culturali e morali, del disinteresse e del cinismo che hanno prodotto i campi nomadi – una realtà che esiste solo in Italia, nonostante che tutti i paesi d’Europa siano destinatari di afflussi incontrollati di migranti – e che prima o dopo è destinata inevitabilmente a sfociare nei roghi. Ma alla fine i risultati si vedono perché in questo modo si evitano i costi economici e gli inconvenienti sociali e morali legati allo smaltimento finale – e alle "soluzioni finali". Scusate la brutalità.
Monnezza, poteri e contropoteri
di Guglielmo Ragozzino
Massimo Malvegna, consigliere delegato di Fibe-Impregilo, la società delle ecoballe e del termovalorizzatore di Acerra, è sicuro del fatto suo: nel suo impianto si può bruciare qualsiasi rifiuto; al massimo si tratterà di fare una buona manutenzione. «Ci si può mettere l'amianto, quello che si vuole...» ha spiegato, intervistato ieri dal Gr1 Rai: le emissioni saranno sempre nei limiti delle normative europee. Dichiarazione assai sicura, ma non condivisa dalla magistratura di Napoli. E la magistratura, preoccupata per l'amianto o per la disinvoltura, ha messo in custodia cautelare lui, altri sei dirigenti del gruppo e poco meno di venti altre persone che hanno a lungo operato e comandato sul ciclo dei rifiuti a Napoli e in Campania.
Non è la prima inchiesta sull'attività di Fibe, in collegamento con la protezione civile. Per i magistrati di Napoli, la Fibe e quel modo di rimuovere o eliminare i rifiuti non è una soluzione ma fa parte del problema. Anzi ne è diventato una componente decisiva, anche perché quella scelta di ecoballe più bruciatore per produrre elettricità esclude recisamente ogni altra soluzione. Con il Cdr, il combustibile da rifiuti, chiamato ecoballe familiarmente, si guadagna due volte, prima raccogliendolo e trattandolo e poi bruciandolo, come fosse carbone. Occorre raccoglierne, trattarne e bruciarne più che sia possibile. Se poi il trattamento non avviene sul serio, ma solo per finta, allora si guadagna tre volte, visto che anche il trattamento viene pagato e ci si può dividere parecchi proventi.
Oggi leggerete sui giornali formidabili retroscena sui poteri dello stato che si azzannano: servizi contro protezione civile, governo A contro governo B, regione contro prefetti, magistratura contro tutti, camorra che se la ride. Noi sentiamo soprattutto l'ennesima sconfitta, lo smarrimento. C'è una voglia diffusa di mandarli tutti al diavolo, anche per l'insopportabile coazione a ripetere, manifestata dai poteri: lo stesso Guido Bertolaso, la stessa Fibe di sempre.
C'è la convinzione che non se ne uscirà mai, ma occorre reagire. E' certo difficile, in una situazione tanto compromessa, non rassegnarsi, ma continuare a fare il proprio lavoro, alla ricerca di un bene comune, tanto arduo da raggiungere, spesso non potendosi fidare di quello che lotta a fianco a te e che potrebbe agire a pagamento, essere un mestatore. In effetti i rifiuti, ripete spesso Guido Viale, sono interessanti perché sono una specie di immagine del mondo, degli usi e dei consumi di tutti noi; così anche la forma della lotta. Intanto cresce a Napoli una generazione di persone competenti. Alcuni citano l'esempio di Val di Susa: come lassù è cresciuta una schiera di tecnici-militanti che ne sanno di più del più famoso professore di scienza trasportistica, così a Napoli e dintorni c'è un popolo che ormai sa tutto dei rifiuti, del loro ciclo e della chimica per gestirli e prevenirli. Bisogna solo dare a queste mani, a questa cultura, strumenti che vadano oltre la scopa di legno e di saggina.
Schiaffo per Bertolaso Pd e Pdl lo difendono
di Adriana Pollice
Ieri pomeriggio ha incontrato nel capoluogo partenopeo il sindaco di Terzigno per discutere della discarica da costruire. Consueto sfoggio di efficienza per Guido Bertolaso, che non si ferma nemmeno quando la procura mette ai domiciliari alcuni dei sui collaboratori negli anni in cui ricopriva il ruolo di commissario straordinario ai rifiuti, incluso il suo braccio destro Marta Di Gennaro. Lo stesso procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore sottolineava: «La popolazione deve sapere che vigiliamo in modo autonomo sulla correttezza dell'azione di tutti gli attori coinvolti. Devono avere fiducia perché molte delle persone indagate non ricoprono più incarichi». I vertici delle imprese coinvolte, dalla Fibe all'Impregilo, però sono al loro posto così come alcuni funzionari che allora, come oggi, partecipano alla gestione della crisi rifiuti.
I pm Noviello e Sirleo, con i risultati della loro nuova inchiesta, riprendono il lavoro dove si era fermato l'altro atto d'accusa ai protagonisti del disastro immondizia. Una situazione che, secondo la procura, è proseguita immutata, continuando a passare sopra normative e leggi, grazie a collusioni e connivenze. Il decreto legge presentato del governo Berlusconi sembra sanare la situazione da qui in avanti ma non fornisce alcun ombrello per quanto fatto fino a ieri. Così i processi diventano due e si prosegue a sperare nella prescrizione. Qualcuno poi si è lasciato insospettire per la tempistica. Un modo per sabotare i piani del governo su Chiaiano secondo la destra, una vendetta postuma dell'ex ministro all'Ambiente Pecoraro Scanio, tra gli affondatori di Bertolaso prima maniera, e persino una resa dei conti con De Gennaro, in corsa per lo stesso incarico. Un'ipotesi, però, smentita dalla tempistica, visto che gli atti sono stati depositati a gennaio scorso.
La politica, nonostante il nuovo terremoto, prosegue a cavalcare la crisi rifiutandosi di prendere in considerazione qualsiasi elemento che esuli dal teorema emergenza-leggi speciali-discariche-inceneritori. Se il presidente della Repubblica Napolitano esorta tutti a fare la loro parte, Sergio D'Antoni per il Pd dà piena fiducia a Bertolaso: «La persona giusta. Tanto è vero che era stato scelto anche dal centrosinistra» scordandosi di sottolineare che l'altra volta non fu una grande performance la sua. Solo Idv, con Nello Formisano, ribatte che l'azione dei magistrati può far luce sui motivi per cui in Campania «l'emergenza rifiuti abbia potuto protrarsi per ben quindici anni».
Solidarietà anche dalla sindaca Iervolino. In sintonia con la destra Ermete Realacci, ministro ombra Pd dell'Ambiente: «Non sarà la giustizia a risolvere il problema dei rifiuti in Campania, ma mi auguro che agisca per accompagnare la soluzione e non la ostacoli come qualche volta ha fatto con interventi fuori contesto», non indicando però quale sarebbe il contesto a cui dovrebbe attenersi la magistratura.
Un fiume in piena di solidarietà da parte delle forze al governo per Bertolaso e il prefetto di Napoli Alessandro Pansa da parte del sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, che prova a giocare la carte del dubbio: «Senza voler formulare nessuna ipotesi di complotto e nessuna illazione, mi limito a osservare che rispetto a una richiesta di misure cautelari formulata a gennaio, l'esecuzione dell'ordinanza avviene pochi giorni dopo il varo del decreto rifiuti che sta sollevando reazioni, anche, nel mondo giudiziario».
Rocco Buttiglione invece si lascia prendere dall'entusiasmo dichiarando, a proposito del neosottosegretario ai rifiuti, «se a suo tempo avessero lasciato fare a Bertolaso, oggi non avremo l'emergenza. L'urgenza dei tempi non lascia spazio a discussioni infinite». Pacato come sempre il sottosegretario alle Infrastrutture, Roberto Castelli: «La statura istituzionale di alcuni degli inquisiti lascia aperta la porta al sospetto di essere di fronte ad una azione intimidatoria».
A mettere in fila le carte dei processi e le reazioni politiche, sembra evidente che le responsabilità del disastro rifiuti in Campania coinvolga le forze di governo da entrambi i lati dello schieramento, tutte in fila dietro gli interessi della Impregilo, niente di strano se nessuno mette in dubbio la credibilità di Bertolaso o avanzi anche solo qualche timida domanda sul suo ex braccio destro. Poche storie, è l'emergenza, baby.
I «rompiballe» che taroccavano i rifiuti. Grazie al commissariato
di Francesca Pilla
Sembra di vedere all'opera 'o sistema. Ecoballe non a norma vengono prelevate dai siti di trasferenza, si triturano facendoci passare sopra i camion, la spazzatura diventa poltiglia ed è codificata come materiale trattato, ma in realtà proviene direttamente dai cassonetti in strada. Un lavoro clean, per citare «Gomorra» di Garrone, ma invece di essere commissionato dai clan dell'antistato, si realizza attraverso le connivenze di dirigenti del commissariato straordinario, delle strutture regionali campane, fino alla complicità di un militare distaccato alla protezione civile (Rocco De Frenza). Così per due anni si è consentito lo smaltimento illecito di rifiuti, anche pericolosi, nelle discariche di Lo Uttaro (Ce) e Villaricca (Na), nonché il trasferimento con i treni in Germania. Così per quasi 24 mesi un gruppo di funzionari si è messo in tasca i proventi dell'emergenza, si è assicurato la «permanenza» della struttura «speciale» e ha ottenuto avanzamenti di carriera.
L'inchiesta Rompiballe
E' questo l'impianto accusatorio dell'«operazione Rompiballe», e anche se la procura di Napoli ha tentato all'ultimo momento di ribattezzare l'inchiesta, mai nome fu più appropriato. I «seccatori» ancora loro, i pm Noviello e Sirleo dell'inchiesta Fibe-Impregilo, con il procuratore aggiunto De Chiara, che ieri hanno depositato al gip Rossana Saraceni la richiesta di custodia cautelare per 25 persone. Tra i nomi illustri l'attuale prefetto di Napoli Alessandro Pansa, accusato di falso in atto pubblico in qualità di commissario e la vice di Bertolaso, Marta Di Gennaro. Ma a essere sul banco degli imputati è anche la solita compagnia di giro che ha gestito e gestisce in gran parte ancora oggi lo smaltimento dell'immondizia.
E' come se fosse il sequel di un film di successo, il lasso di tempo preso in esame dai magistrati infatti è immediatamente seguente a quello dell'indagine madre ormai in fase di dibattimento. Un periodo che va dal 2006 alla fine del 2007, dall'anno cioè in cui Bertolaso, allora commissario, rescisse il contratto con l'Impregilo - salvo poi conferire alla stessa impresa, la scorsa settimana, l'incarico di terminare l'impianto di Acerra - fino al passaggio di mano a Pansa. «Anche se non in qualità di società secondo la legge 231 come nella precedente inchiesta - spiega l'avvocato Tizzoni - ma nella persona fisica dell'ad di Fibe Massimo Malvagna che mi ha nominato suo difensore». Le ipotesi di reato contestate vanno dal traffico illecito di rifiuti e falso ideologico in atto pubblico, fino alla truffa aggravata ai danni del consiglio dei ministri, della Protezione civile, del Commissariato straordinario, indotti in errore con l'aggravante del danno patrimoniale. Ai domiciliari, tra gli altri, sono finiti i sei capimpianto dei cdr incriminati (quelli di Giugliano, Caivano, Casalduni, Piano d'Ardine, Battipaglia, Tufino), il dipendente regionale ed ex della Protezione Civile Michele Greco, il presidente della Ecolog, Roberto Cetera e il direttore tecnico, Lorenzo Miracle, il gruppo cioè che fino all'ultima commessa aveva curato il trasporto dei rifiuti campani in Germania.
Bertolaso a «Gomorra»
Nell'ordinanza di oltre 600 pagine depositata ieri sono diversi i passaggi che configurano uno scenario alla Gomorra e che se fossero provati potrebbero dare la stangata definitiva alla credibilità dello stato sull'emergenza. In primis a Bertolaso, non indagato, ma che in un dialogo con la sua vice si lascia andare a descrizioni di scarsa professionalità riguardo al trattamento dei rifiuti. Come nella conversazione del 30 maggio 2007 quando Bertolaso in merito alla relazione sulle tonnellate da mandare alla discarica salernitana di Parapoti dice al suo braccio destro «e tu fai una relazione molto semplice, dici abbiamo portato 17mila tonnellate o quante cazzo ne avete portate, questa sera finisce tutto. Bertolaso l'altro ieri si è preso schiaffi prima da quelli di Parapoti poi da quelli di Acerra, non ha più guance da offrire per queste vicende, quindi alternative non l'abbiamo L'unica cosa che mi sembrerebbe da immaginare è quella di portare tal quale a Parapoti ma non so se la cosa è fattibile». La Di Gennaro chiama quindi Rosetta Sporviero, la pasionaria della discarica che chiese come garanzia sul sì alla riapertura l'intervento di Napolitano, per convincerla a prendere materiale non trattato, «tanto è lo stesso perché la nostra fos è uguale al tal quale».
E ancora sul sito temporaneo la Di Gennaro, ad esempio, si rivolge a Bertolaso perché riferisca a una terza persona, «se trova i Noe, se possono stare lì ad Acerra. I Noe giusti, persone collaborative», e Bertolaso risponde: «Va bene però, ecco, che ci sia comunque qualcuno da noi che registra tutti i camion che entrano e faccia le foto. Facciamo comunque vedere che c'è un'attività di sorveglianza... andiamo in giro in elicottero senza la macchina fotografica, come abbiamo fatto l'altro giorno».
Serre, «una porcata»
Fare finta di controllare dunque. E' così che a Lo Uttaro, come si legge nell'ordinanza, sono stati inviati rifiuti diversi dal sovvallo oltre ai pericolosi? E' per questo che a Villaricca, secondo la relazione del dottor Iacucci, consulente dei pm, è stata ritrovata «un'abnorme produzione di percolato, non imputabile in alcun caso alla naturale produzione»? Perfino a Macchia Soprana, la discarica simbolo di Serre su cui si è dimesso, nel luglio del 2007, l'attuale sottosegretario non sarebbe stata predisposta a norma: «Così come intendono farla loro è una porcata», sono le parole testuali di Marta Di Gennaro. Una valutazione confermata in una successiva telefonata con Aiello, il capo dell'ufficio legislativo del dipartimento. La Di Gennaro dice tra altre cose che quel progetto è un «trappolone tecnico» di cui «non possiamo avere la responsabilità perché è tecnicamente inaccettabile» e che così facendo «becchiamo tutti, tu, tua figlia, tua nonna, l'avviso di garanzia per disastro ambientale». Alla fine però quella pattumiera da 750mila tonnellata è stata aperta vicino all'Oasi naturale protetta di Persano, come imposizione ai serresi.
Il problema dei rifiuti in Campania ritorna periodicamente di attualità, occupando prepotentemente le prime pagine dei giornali. Le immagini che ci vengono proposte sono sempre più esasperate e drammatiche: piramidi di spazzatura per le strade delle città, proteste che raggiungono livelli di tensione molto alta, scontri, vertici istituzionali di vario genere che si concludono in annunci di risoluzioni puntualmente rivelatesi fallimentari.
Da dove è iniziato tutto questo? Di chi è la colpa? E c’è una soluzione? Gli articoli ospitati su eddyburg analizzano il problema, mettendo a fuoco alcuni aspetti cruciali di quella considerata da più parti un’emergenza. Si tratta di articoli che partono dal 2004.
Antonio Di Gennaro, in due articoli scritti per eddyburg a distanza di un anno circa, evidenzia due questioni essenziali: chi gestisce il ciclo dei rifiuti? Ed è ammissibile esautorare l’autorità pubblica consegnando il potere decisionale alla gestione commissariale? In un articolo del 2004, Privatizzare i rifiuti è sbagliato, spiega come il ricorso al meccanismo del project financing significhi nei fatti delegare ai privati scelte decisive che spettano al pubblico. E’ il privato, infatti, che sceglie dove localizzare i termovalorizzatori, ma lo fa in funzione del proprio profitto più che in funzione dell’interesse pubblico. E così, può accadere che la localizzazione di una struttura così invasiva venga decisa in una zona come Acerra, già interessata da gravi problemi di inquinamento, scatenando immancabilmente le proteste e le rivolte dei cittadini. Ce le descrivono due articoli, Rifiuti, Acerra blocca Napoli di Francesco Pilla su il manifesto e Il vescovo, i verdi, il sindaco rosso. Ecco la crociata dell’inceneritore di Giovanni Valentini su la Repubblica. La seconda questione, sottolineata da Di Gennaro nell’articolo Commissariati straordinari in Campania: emergenza o stato di eccezione?, del 2005, è quella della gestione commissariale. Può l’emergenza giustificare una così prolungata delega dei poteri da parte dello Stato? Con il commisariamento, lo Stato fa un passo indietro e l’emergenza non è più sintomo di un problema ma giustificazione per non decidere.
Gestione commissariale e necessità che la politica assuma le sue responsabilità ritornano in un articolo di Di Gennaro, Discariche e lontre, sempre del 2005, che prende spunto dalla decisione di Guido Bertolaso, neo-commissario, di localizzare a Serre di Persano una nuova discarica, a due passi da un’oasi naturalistica. Su Serre di Persano la polemica si protrarrà ancora a lungo: due anni dopo, nel 2007, il geologo Giovan Battista dè Medici spiega in conferenza stampa come non siano stati valutati siti alternativi per la localizzazione delle discariche (Non hanno cercato siti alternativi). In particolare, si punta il dito contro la decisione di utilizzare cave dismesse, poco idonee da un punto di vista geologico ad accogliere rifiuti e troppo vicine ad aree protette.
Non mancano i dati che danno la dimensione dell’emergenza. Da una parte il rapporto di Legambiente sui reati ambientali, uscito nell’aprile 2007 e riportato da un articolo del il manifesto,Veleni, rifiuti e cemento, ‘o business della camorra: confermato il primato campano per reati ambientali e uno sconcertante giro d’affari delle cosiddette ecomafie. Dall’altra, nel maggio dello stesso anno, i dati dell’APAT, l’agenzia ministeriale per la protezione dell’ambiente, che mettono in luce una situazione di grave rischio igienico-sanitario di tutto il territorio regionale; di questi dati si parla in un’inchiesta del Corriere del Mezzogiorno, riportata integralmente in Campania, la Regione dei veleni.
Alcuni articoli delineano anche alcune possibili soluzioni. Antonio Cianciullo, in un articolo su la Repubblica dal titolo Abusivismo, ecoballe e camorra “Ma cambiare strada è possibile” (maggio 2007), sulla base di interviste a tecnici ed esperti, indica la raccolta differenziata come primo importante passo verso la risoluzione del problema.
Più articolati gli interventi di Guido Viale. In un articolo su il manifesto del 22 maggio 2007, Che fare della mondezza campana, fa una puntuale analisi delle molteplici cause che hanno decretato lo stato di emergenza, ricostruendo l’infinita “catena di errori”. In un altro articolo uscito su la Repubblica il 2 giugno 2007, Quali misure per l’emergenza rifiuti, vengono indicate alcune possibili soluzioni: nel momento in cui il flusso dei rifiuti aumenta considerevolmente, la soluzione non sta solo nel loro smaltimento attraverso discariche e termovalorizzatori, ma anche nella loro riduzione, attraverso, ad esempio, la raccolta differenziata e la limitazione degli imballaggi.
Il 2008 inizia nel segno dell’emergenza, con la riapertura della discarica di Pianura chiusa nel 1996. Molti gli articoli inseriti tra il 5 e il 10 gennaio. Antonio Di Gennaro, nell’articolo scritto per eddyburg Crisi dei rifiuti e crisi della politica, punta il dito contro l’istituzionalizzazione dell’emergenza.
Michele Serra, su la Repubblica, se la prende con chi governa, in particolare con la Regione, perché non è riuscito a mettere mai in discussione scelte palesemente sbagliate ( Rifiuti, ancora roghi e scontri. La UE minaccia sanzioni); Massimo Serafini, su il manifesto ( Una politica usa e getta), e Roberto Saviano, su la Repubblica ( Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli), sottolineano invece il ruolo da protagonista della camorra, soprattutto nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Saviano, in particolare, parla dei consorzi pubblici-privati come del “sistema ideale per aggirare tutti meccanismi di controllo”.
Enrico Pugliese, nell’articolo Tutto si spiega: è un mistero napoletano uscito sul il manifesto, pone alcuni interrogativi: perché non si è mai fatta chiarezza sull’appalto di Impregilo per la costruzione del termovalorizzatore di Acerra? E’ l’incapacità politica o la camorra a impedire la raccolta differenziata dei rifiuti? O la verità, forse, è che la camorra è anche un buon capro espiatorio per coprire le inefficienze della politica? E attendono una risposta anche le Sette domande sui rifiuti poste da eddyburg, che coprono sinteticamente l’intero arco dei problemi: dalla quantità dei rifiuti prodotti fino alla gestione politica della questione.
Il geologo Giovan Battista dè Medici, a un anno dalla fine della sua collaborazione con il Commissariato straordinario, ripropone in un’intervista uscita sull’ Unità ( «Folle farla qui, è zona vulcanica») le sue tesi sull’inidoneità dei siti prescelti per le discariche. E sempre sull’ Unità un’intervista a Francesco Forgione, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che propone drasticamente la fine dei commissariamenti ( «Il sistema dei commissari è criminogeno»).
Di fronte agli scontri di Pianura, però, ancora una volta gli inceneritori vengono proposti come la risoluzione definitiva del problema, dimenticando che quello di Aversa, se e quando venisse completato, non riuscirebbe a smaltire le piramidi accumulate nemmeno a pieno regime. E chi si farebbe carico del rischio connesso alla combustione di ecoballe di cui nessuno garantisce la sicurezza? Queste le considerazioni di Guido Viale nell’articolo uscito su il manifesto Incenerire è un po’ morire.
La raccolta differenziata, con la separazione dei rifiuti umidi da quelli secchi, e una limitazione degli imballaggi sono due soluzioni immediatamente praticabili e meno costose degli inceneritori: sono queste le tesi di fondo di due articoli pubblicati su il manifesto il 10 gennaio 2008, Il mondo in scatola di Gabriele Polo e Due sacchetti per uscire subito dall’emergenza, di Paolo Cacciari.
Di possibili soluzioni e di come trarre vantaggio dallo smaltimento dei rifiuti parla anche Mario Tozzi in un articolo uscito su la Stampa il 12 gennaio 2008, Dove i rifiuti diventano una risorsa.
L’articolo di Giovanni Valentini, La grande balla delle ecoballe, del 14 gennaio, approfondisce la questione dell’appalto del termovalorizzatore di Acerra e della relativa inchiesta della Procura di Napoli. Guido Viale, nell’articolo pubblicato su il manifesto il 16 gennaio, Quattro soluzioni per il problema dei rifiuti, ritorna sulle soluzioni immediatamente realizzabili per affrontare l’emergenza, sottolineando ancora una volta la necessità di produrre meno rifiuti. Elio Veltri, su l’Unità del 17 gennaio, evidenzia un altro aspetto, la scelta di concentrare gli inceneritori in aree già pesantemente inquinate (Rifiuti, uno scandalo italiano).
Con l’avvio del piano del neo commissario straordinario De Gennaro, inizia il viaggio dei rifiuti verso le altre Regioni: la Sardegna è la prima ad offrire la propria disponibilità, scatenando scontri che prendono direttamente di mira il Presidente Soru. Antonietta Mazzette, in un articolo scritto per eddyburg, Quando la politica diventa violenza, riflette sulla tendenza a reagire con una violenza spesso inaudita di fronte alle cause più disparate: oggi sono i rifiuti, domani una partita di calcio.
Sempre dalla Sardegna, Giorgio Todde commenta gli scontri con ironia e amarezza , sottolineando come mentre nel resto d’Italia si commenti positivamente l’immediata disponibilità dell’isola, a Cagliari si scatenino le proteste e le violenze (L’immagine). E sempre in un articolo scritto per eddyburg, Guardare al di là di Napoli, Lodovico Meneghetti guarda all’emergenza campana da un punto di vista più generale, considerando i rifiuti solo l’ultima prova di un’Italia che “mangia” il suo territorio.
Da più parti, le proteste campane vengono additate come tipico caso di protesta NIMBY: lo storico dell’ambiente Marco Arniero spiega invece come in America i territori più inquinati siano anche i più poveri che spesso non hanno altra via d’uscita che la protesta organizzata (Un archivio delle lotte di resistenza ambientale da Serra a Pianura).
Le violenze e gli scontri continuano ad attirare l'attenzione dei media, un po' meno riescono a farlo i veri colpevoli del disastro campano: nell'articolo Perchè sono tutti colpevoli , uscito su la Repubblica il 2 febbraio 2008, Carlo Bonini prova a farne qualche nome, più e meno noto. Roberto Saviano nell'articolo uscito su la Repubblica il 4 febbraio, L'anima perduta della monnezza di Napoli, cerca di spiegare perchè gli abitanti preferiscano tenersi la spazzatura piuttosto che aprire le discariche: in un territorio con elevati tassi di mortalità per cancro, la discarica appare infatti un rimedio peggiore del male che si propone di risolvere.
In una corrispondenza per eddyburg da Piombino del 15 febbraio (Commissariamenti e poteri speciali anche in Toscana), Paolo Bonisperi racconta la previsione di smaltimento dei rifiuti dell'Italsider di Bagnoli presso il porto di Piombino. Ancora una volta, emergono follie emergenziali e assenza di programmazione: Piombino dovrà costruire delle vasche di smaltimento per i rifiuti di Bagnoli senza aver prima smaltito i propri.
Ben presto, ci si rende conto che le proteste degli abitanti non sono poi così infondate. A dirlo è proprio Gianni De Gennaro, costretto ad ammettere che i siti da lui stesso indicati per la riapertura delle discariche sono totalmente inidonei. Oltre ad un articolo pubblicato il 16 febbraio sul Corriere della Sera (Rifiuti, De Gennaro: piano irrealizzabile), ne parla anche Antonio Di Gennaro in un commento scritto per eddyburg (Carte false).
Le dichiarazioni del prefetto De Gennaro, riportano ancora una volta la discussione sul problema economico e sociale che sta alla base della questione rifiuti, e non solo in Campania. Guido Viale, in un articolo pubblicato su la Repubblica il 5 marzo (Come vincere la sfida dei rifiuti) spiega che non basta affidarsi alla tecnologia – il termovalorizzatore – ma che bisogna intervenire sui consumi e sulle abitudini per risolvere radicalmente l'accumulo dei rifiuti.
Oltre a quelli sull’emergenza campana, eddyburg ospita altri articoli sul problema dei rifiuti. Veleni, mafie e discariche: è il Sud la pattumiera d’Italia è un’inchiesta di Giovanni Valentini per la Repubblica, del 21 ottobre 2004, che racconta in particolare le criticità ambientali della Puglia. Sempre di Valentini è un articolo sull’emergenza rifiuti in Sicilia, Le due Italie divise anche dai rifiuti, del 29 agosto 2005; all’articolo, in cui l’autore si dimostra a favore dei termovalorizzatori purchè realizzati in un’ottica di “ambientalismo sostenibile” assumendo un posizione critica verso gli ambientalisti, risponde Legambiente Sicilia con un comunicato pubblicato su eddyburg il 31 agosto 2005 ( A proposito di “ambientalismo sostenibile”: qualche precisazione dalla Sicilia).
Nell'articolo del 29 agosto 2005, Ultima spiaggia sulla plastica, l'autore Niall Ferguson pone il problema dell'inquinamento marittimo: in particolare, pone il problema dei rifiuti di plastica che soffocano le spiagge e che vengono abbandonati in mare.
La necessità di ripensare i sistemi di produzione delle merci per affrontare radicalmente il problema dei rifiuti è il tema di fondo dell’articolo di Marco Niro, Inceneritori: perché?, pubblicato su megachip.info nel dicembre 2006.
E poi, naturalmente, la metafora di Italo Calvino, Leonia, la città seppellita dai rifiuti, che era nascosta in altri scritti di eddyburg e che abbiamo riportato in evidenza in occasione della discussione in atto
Nei giorni scorsi gli ispettori dell’Unione europea, dal cui rapporto dipende l’apertura della procedura di infrazione a carico dell’Italia, hanno visitato i CDR, gli impianti che imballano l’immondizia; poi il surreale cantiere dell’inceneritore di Acerra, il più grande d’Europa. Quello che Veolia, il colosso francese che gestisce questo tipo di impianti in molti paesi del primo, secondo e terzo mondo, si è rifiutato di gestire a causa della mancanza delle minime garanzie politico-istituzionali (sic). E anche quello che il neoassessore regionale all’ambiente Walter Ganapini si è precipitato a rifinanziare, come primo atto della nuova gestione. Gli ispettori hanno percorso le strade dell’hinterland, incassate tra due muri continui di rifiuti. Alla fine, sui giornali di ieri, le anticipazioni sul desolato responso dei tre tecnici giunti da Bruxelles: la Commissione prende atto di come la Campania non abbia ancora una strategia per uscire dalla crisi.
Quattordici anni di gestione commissariale e un miliardo di euro sono dunque stati spesi senza uno straccio di strategia. Un brivido corre lungo la schiena al pensiero che lo stesso gruppo dirigente sia tuttora al lavoro per programmare (e possibilmente gestire) la spesa dei 15 miliardi di euro di fondi comunitari che pioveranno sulla Campania nei prossimi sei anni.
Qualche altra spigolatura, sempre dai giornali di ieri: in un contesto di arretramento complessivo del nostro paese, la Campania occupa ora, tra le regioni italiane, il fanalino di coda nella graduatoria del reddito stilata da Eurostat. Nello scorso fine settimana il Grand Hotel Vesuvio, sul lungomare di fronte al Castel dell’Ovo, ha registrato solo 16 presenze (non era mai accaduto in un secolo e mezzo di storia). Nel frattempo gli agricoltori campani, per vendere, sono costretti a oscurare le etichette, celando la provenienza dei prodotti.
In un drammatico finale di partita, la denuncia di oggi del supercommissario De Gennaro: la gestione di questi ultimi mesi di crisi, i più drammatici, è stata basata su informazioni sbagliate, su carte false. Le ultime verifiche tecniche hanno infatti accertato come le vecchie discariche che il commissariato di governo intendeva riattivare per smaltire le 300.000 tonnellate che sommergono ancora le strade, siano realmente non idonee, proprio come sostenuto dalle popolazioni, dai comitati, dalle assise. Insomma, si riparte da zero.
La denuncia di De Gennaro è un’ammissione di bancarotta dell’amministrazione, l’estrema manifestazione del paradosso manzoniano più volte descritto da eddyburg: in un contesto nel quale la legalità, i controlli democratici, la coesione territoriale e la fiducia sono completamente saltati, al massimo dei poteri discrezionali corrisponderà simmetricamente il massimo dell’impotenza e dell’incapacità di governo.
Il problema dei rifiuti non può essere isolato dal suo contesto, cioè dalle produzioni e dai prodotti che li generano, dai modi del loro consumo. Alla luce del contesto il tema rifiuti si colloca all’interno di una contesa tra culture diverse in cui le posizioni dei contendenti si radicano entrambe nell’ambito della modernità; ma con esiti sempre più divergenti. Ritroviamo la stessa contrapposizione tanto sulle grandi questioni dell’umanità, come guerre o cambiamenti climatici, quanto in quelle minute della vita quotidiana – compresa la produzione di rifiuti – il cui effetto cumulativo decide il destino del pianeta
Da un lato abbiamo la cultura della crescita, affidata alla tecnica e al mercato, più o meno corretto con interventi “politici”, ma anch’essi di natura tecnica; non a caso chiamati sempre più spesso “manovre”. Qui, alle aspettative sullo sviluppo tecnologico viene affidato anche il rimedio ai “danni collaterali” prodotti dalla tecnica: alla superiorità nella tecnologia bellica il compito di garantire l’ordine mondiale messo in forse dalla disseminazione di armi micidiali; all’energia nucleare, alla cattura del carbonio, all’idrogeno, il compito di neutralizzare i cambiamenti climatici provocati dai combustibili fossili, il cui utilizzo non deve conoscere tregua per non ostacolare la crescita. L’assunto è semplice: la tecnologia ci ha dato il benessere; la tecnologia rimedierà ai suoi danni collaterali.
Nella vita quotidiana la cultura della crescita è promozione del consumo per il consumo; del consumo per mandare avanti la macchina produttiva; del consumo per sostenere occupazione e redditi. Consumo di beni sempre più inutili mentre miliardi di uomini mancano del minimo necessario. Il “danno collaterale” del consumo è costituito dai rifiuti, perché tutto ciò che viene prodotto è destinato a trasformarsi in rifiuto in un lasso di tempo sempre più breve. Quindi, tanto vale produrre direttamente rifiuti: l’usa-e-getta (nel cui novero rientrano tutti gli imballaggi “a perdere”) non è altro che fabbricazione di rifiuti destinati a qualche effimera funzione per il tempo più breve possibile.
Ma la cultura della crescita ha sempre una “tecnologia” pronta per rimediare a tutto: Per i rifiuti, prima c’era la discarica, più o meno “controllata”; poi l’inceneritore (il sogno di “mandare in fumo” tutto ciò che non ci serve); poi il “termovalorizzatore” (la produzione di energia più costosa mai comparsa sulla Terra: il termovalorizzatore manda in fumo con rendimenti energetici infimi non solo quello che brucia, ma anche tutta l’energia consumata per produrre i materiali che usa come combustibile e che potrebbero invece venir riciclati); infine il “ciclo integrato” dei rifiuti, inframmettendo tra pattumiera e inceneritore altre macchine per separare il secco dall’umido e “un po’” di raccolta differenziata; ma non troppa; altrimenti il termovalorizzatore si spegne.
Il secondo contendente di questa contrapposizione è la cultura della sobrietà. Non è organizzata, né sponsorizzata, né roboante; ma in qualche modo si radica in ciascuno di noi quando realizziamo che la rincorsa ai consumi è soprattutto una corsa alla produzione di rifiuti che rende tutti più poveri e intasa il mondo. Anche la cultura della sobrietà è figlia della modernità: non è frutto della penuria, della nostalgia per il passato o di una volontà di espiazione; bensì di saperi che ci guidano a usare le risorse in modo ragionevole. Non ha inventato macchine volanti, ma il deltaplano, che permette di realizzare il sogno di Icaro sfruttando i movimenti dell’aria; o la bicicletta, che moltiplica il rendimento dello sforzo che si fa per camminare; o il trasporto flessibile che combina velocità, comodità e risparmio di spazio, di risorse e di energia. Non ha realizzato la fusione a freddo – la pietra filosofale che trasformava il piombo in oro e oggi dovrebbe trasformare l’acqua in idrogeno – ma i pannelli fotovoltaici e le pale eoliche, che possono fornire all’intero pianeta tanta energia quanta ne basta per una vita moderna e agevole. Ma solo in un quadro di contenimento e perequazione nell’utilizzo delle risorse.
Meno consumi producono meno rifiuti; ma a ridurre la produzione di rifiuti sarà soprattutto quello che si consuma e il modo in cui lo si fa: le nostre scelte di acquisto. Cioè: meno imballaggi superflui (oggi sono il 40 per cento dei rifiuti urbani in peso e il 70-80 per cento in volume), cominciando da bottiglie e flaconi a rendere cauzionati; meno prodotti usa-e-getta (un altro 10 per cento): l’usa-e-getta ha sostituito per una frazione di secolo prodotti che prima si usavano fino alla consunzione; ma oggi ci sono sostituti dei prodotti usa-e-getta che costano e inquinano meno e sono più comodi e igienici di tutti i loro predecessori: nuovi pannolini lavabili o lavastoviglie che evitano il ricorso a piatti e bicchieri di plastica nelle mense. Più prodotti venduti sfusi (“alla spina”), a partire dai detersivi; meno sprechi di avanzi alimentari, per lo più frutto di una spesa fatta senza programma, come ricordava pochi giorni fa Carlo Petrini; più compostaggio domestico dei rifiuti organici (ovunque si disponga di spazi adeguati, e lo può essere anche un balcone); adozione di prodotti tecnologici modulari (computer, hi-fi, cellulari, elettrodomestici), in modo che per adeguarli ai progressi della tecnologia non sia necessario cambiare tutta l’attrezzatura, ma solo le componenti logore od obsolete; una moderna regolazione e incentivazione del mercato dell’usato, per non mandare in discarica o in fumo quello che milioni di persone sono ancora disposte a usare. E poi, ma solo poi, raccolta differenziata capillare porta-a-porta, responsabilizzando gli addetti perché intrattengano un rapporto diretto con gli utenti; impianti decentrati di compostaggio e di recupero dei materiali; incentivi agli acquisti ecologici (green procurement) per enti pubblici e imprese, per fornire un mercato ai materiali riciclati.
Sono cose semplici, alla portata di cittadini, enti locali e imprese grandi o piccole, ma tanto più urgenti, anche ricorrendo a misure straordinarie, quanto maggiore è l’emergenza rifiuti che soffoca un territorio. Intervenire alla fonte, in base alla gerarchia delle priorità indicata oltre trent’anni fa da Ocse ed Europa: riusare, ridurre, riciclare, e poi smaltire – “termovalorizzatore” e discarica – solo quello che rimane. Ma se si fa tutto ciò, che cosa resta da bruciare in un “termovalorizzatore”? Quasi niente: non l’acqua (60-70 per cento) contenuta nel residuo organico sfuggito alla raccolta differenziata; non la carta talmente bagnata da non poter essere conferita insieme a quella riciclabile; non il vetro e le lattine che invece di bruciare assorbono calore. Ma neanche quel poco di plastica che ne resta dopo una buona raccolta differenziata (che al 2012, per decisione coincidente – caso quasi unico – degli ultimi governi sia di destra che di sinistra, dovrà raggiungere l’obiettivo del 65 per cento). Perché la plastica è fatta con il petrolio e non potrà più essere assimilata a una fonte di energia rinnovabile e fruire di quegli incentivi che in passato hanno fatto ricchi i gestori degli inceneritori – primo tra tutti quello famosissimo di Brescia – a spese dei fondi pagati da tutti noi per promuovere l’energia del sole, del vento, dei residui dei boschi e delle colture bioenergetiche.
E allora? Allora, anche nel campo dei rifiuti, la cultura della sobrietà ha soluzioni, anche tecnologicamente molto sofisticate, e tutte già sperimentate, per raggiungere risultati che la cultura della crescita non riuscirà mai a conseguire, immobilizzata com’è in attesa di inceneritori che sarà sempre più difficile e costoso realizzare e soprattutto far funzionare senza incentivi (negli Stati Uniti non se ne costruiscono più da 15 anni, mentre in molte città del Nord America la raccolta differenziata ha raggiunto il 60 per cento in poco più di un anno). La crisi drammatica della Campania deve essere l’occasione per un ripensamento profondo e generale su queste alternative.
La vicenda dei rifiuti urbani in Campania, , così come ha già messo in evidenza la Commissione Barbieri, non può che essere il risultato di problemi politici e istituzionali irrisolti ed anzi incancrenitisi in lunghi anni. Il fatto che siano stati alimentati ed abbiano alimentato un ambiente di illegalità e speculazione peggiora la situazione ma non la giustifica. Se dopo quattordici anni nessuna istituzione nazionale o locale è stata capace di risolvere il problema e se non è servita la nomina di commissari straordinari vuol dire che c’è qualcosa di profondo da modificare nelle politiche per i rifiuti, nel funzionamento delle istituzioni, nello stesso modo in cui i partiti interpretano la loro funzione. Di questo bisogna prendere atto ma di questo ad oggi non c’è traccia nel comportamento dei partiti e delle istituzioni locali e nazionali. Lo dimostra il fatto, accaduto negli stessi giorni, riguardante i rifiuti industriali di Bagnoli e del porto di Napoli. Alla fine di Dicembre il Governo nazionale, Presidenza del Consiglio in testa, le Regioni della Campania e della Toscana, le autorità locali di Napoli e di Piombino hanno firmato un Accordo di Programma Quadro in virtù del quale un milione e duecentomila tonnellate di rifiuti industriali del vecchio insediamento siderurgico di Bagnoli e oltre settecentomila tonnellate dei fondali del porto di Napoli saranno portati a Piombino per essere smaltiti in vasche in costruzione e da costruire nel porto. Progetto davvero strano per molti motivi. Perché a Piombino, dove esiste uno stabilimento siderurgico funzionante, non è stato ancora risolto il problema dello smaltimento dei rifiuti industriali accumulati nel corso degli anni né vi è un piano per quelli che vengono e verranno prodotti nel presente e nel futuro. Perché le infrastrutture necessarie allo smaltimento di quelli di Bagnoli non esistono ancora e perché lo smaltimento sarebbe potuto avvenire a Napoli in vasche portuali simili a quelle di Piombino negli stessi tempi. Perché è ingiustificato spendere oltre 40 milioni di euro per il trasporto. Perché con gli stessi investimenti si può avviare, con logiche di programmazione, sia il risanamento di Bagnoli che quello di Piombino.
Naturalmente anche in questo caso vi sono vicende, lunghe di anni, di poteri straordinari dati ad autorità locali napoletane, di nomine di commissari, di società costituite ad hoc, di quantità enormi di soldi inutilizzati o sperperati senza che niente si sia concretamente mosso salvo le procedure, estenuanti soprattutto per la ricerca di scorciatoie puntualmente smentite, per l’approvazione degli strumenti necessari all’ampliamento del porto di Napoli nel cui ambito il problema delle bonifiche industriali doveva essere risolto. Ma la cosa strana è che a Piombino questi strumenti non esistono ancora, né esistono i progetti per la realizzazione delle opere necessarie a recepire i rifiuti di Bagnoli e che contemporaneamente si pensa di cominciare a sversarli nelle vasche piombinesi entro l’Ottobre del 2008. Poiché è evidente che in questi tempi con le procedure normali di legge l’impresa sarebbe impossibile ecco allora che si inventano, non paghi dei fallimenti passati, procedure straordinarie, fondate su un’emergenza che non esiste, tali da aggirare autorizzazioni, pareri e regolari gare d’appalto e poteri straordinari addirittura richiesti dal Sindaco di Piombino e dal Presidente dell’ Autorità portuale della stessa città. Insomma procedure d’emergenza per un’emergenza fittizia che lasciano irrisolto il problema dei rifiuti industriali di Piombino e che trasportano a Piombino un’esperienza fallita a Napoli. Fallita non a caso perché è proprio la natura della procedura dell’emergenza che contrasta con la logica programmatoria necessaria a risolvere i problemi così enormi e sofisticati delle bonifiche industriali. Si arriva persino al ridicolo, se non fosse tragico, che si prevede di iniziare opere infrastrutturali imponenti prima che gli strumenti urbanistici siano approvati, bastando, si scrive, la loro semplice adozione.
Poiché in quest’operazione sono coinvolti sia la Presidenza del Consiglio che alcuni Ministri, sia le Regioni che le Province ed i Comuni e non si può pensare che non conoscano leggi e regolamenti, l’unica ipotesi plausibile è che in loro sia maturata la convinzione che le leggi ed i regolamenti, che loro stessi hanno anche recentemente approvato, sono inutili ed anzi inapplicabili e che dunque per risolvere problemi di questa natura è meglio non applicarli ricorrendo a norme straordinarie e di emergenza. Convinzione assai preoccupante di per sé ma che oltretutto deve fare i conti con le seguenti domande: “Ma non è stata proprio questa la logica che ha portato alla situazione attuale dei rifiuti urbani della Campania? Perché si persevera a seguire la stessa strada di fronte al palese fallimento che ci ha reso ridicoli in tutto il mondo? Dove è andato a finire quel principio di semplice buon governo di cui la sinistra ha menato vanto per tanti anni? Non è meglio, ammaestrati dall’esperienza, tornare alla logica della programmazione senza seguire scorciatoie inutili ed anzi dannose?”.
Niente è cambiato. Si è tentato – tardi, tardissimo – ma non si è risolto nulla. L’esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un’ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l’attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.
Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un’orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.
Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l’aria dall’odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati.
Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c’erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un’area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt´Italia, poi il più grande d’Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un’area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere. Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall’icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un’escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell’Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d’Italia. La regione è mortificata nei settori dell’agricoltura e dell’industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi. E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s’attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c’è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo. Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c’è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.
Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan. A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l’uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.
E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l’emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive. Finita l’emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l’indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d’Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l’altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.
E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l’affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall’esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno.
Non c’è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l’intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell’aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno. A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L’anima?". "No, l’anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un’anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c’è ieri. Non c’è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere. Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?
«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell’epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l’epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono "sistemiche" e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.
L’incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: "ecoballe", il combustibile da rifiuti ("CDR") per la produzione di energia, il "rifiuto dei rifiuti", il suo prodotto "nobile". Doveva essere l’oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, "il ciclo", come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l’esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.
Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l’ha guidato nell’avventura campana. Che racconta di una gara d’asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all’emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell’assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).
In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all’emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell’ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell’ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all’emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.
Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile. Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all’Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell’incanto devono essere ancora aperte l’allora e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l’importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l’inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all’Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d’accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell’Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l’oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all’emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), "ingegnere capo" responsabile per l’inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un’altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l’interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c’è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.
Interrogativi e denunce più che giusti, ma qualche imprecisione. L’appalto con Impregilo, truffa documentata e gigantesco alibi alle negligenze di tutti, fu aggiudicato e perfezionato dai “governatori”-commissarii Rastrelli e Losco (centrodestra) e non dal “governatore”-commissario Bassolino (centrosinistra). Il primo torto di quest’ultimo fu di aver firmato il contratto e aver liquidato politicamente chi gli aveva caldamente e argomentatamene sconsigliato dal farlo.
E tra i colpevoli, sarebbe bene ricordare tutti quelli che, potendolo (poiché governavano e governano) avrebbero potuto iniziare ad affrontare il problema dei rifiuti da dove logicamente esso inizia: dalla loro produzione. Avrebbero potuto – l’altro ieri, ieri, o anche oggi – a ridurre la produzione abnorme di rifiuti decretando l’obbligo di eliminare quei giganteschi orpelli dei confezionamenti inutili, che costituiscono la percentuale più elevata della mondezza urbana. Come tutti quelli che, ancora oggi, ritengono che il problema dei rifiuti (e moltissimi altri problemi ambientali) si risolvono con la tecnologia e con i poteri straordinari e la facoltà di deroga, anziché con un’ordinaria amministrazione sistematicamente volta all’interesse comune.
L’emergenza rifiuti in Campania e tutto ciò che si sta accompagnando in questi giorni a contorno, inducono alcune riflessioni.
Una prima riflessione riguarda la virulenza con cui si è affrontata questa emergenza, solo in piccolissima parte da rubricare come ‘protesta civile delle popolazioni coinvolte’. Protesta che comunque andrebbe letta in modo assai critico perché di civile in questi cumuli di immondizia non c’è praticamente nulla. I protagonisti di questa virulenza sono stati gruppi di giovani che sembrerebbero pagati dalla camorra a Napoli, prezzolati per fomentare disordini a Cagliari. Ma non è ben chiaro ancora da chi. Ciò che accomuna questi giovani è la violenza come modalità espressiva principale, per lo più praticata in gruppo. Oggi il pretesto della violenza è la questione dei rifiuti, ieri lo è stato il risultato di una competizione sportiva, e domani chissà che altro. Il punto è che questi giovani per esistere sembra che non abbiano nient’altro che usare comportamenti distruttivi che, talvolta, si trasformano tragicamente in autodistruzione. Qual è l’identità di questi giovani? Dagli arresti effettuati, sembrerebbero giovanissimi, per così dire vecchie conoscenze senza arte, cultura e mestiere. Su quelli che commettono reati l’intervento deve essere ovviamente penale; ma sugli altri, quelli più deboli e che vengono trascinati dal gruppo, forse vanno pensati interventi mirati soprattutto in termini di recupero sociale. La politica dovrebbe usare molta cautela quando inasprisce il confronto, non tanto nei contenuti quanto nei toni e nell’uso delle parole, perché è molto facile che diventino pretesto di reazione in ambienti dove prevalgono forme tribali e subculturali Questi giovani mi riportano alla mente l’omicidio di Marotto che ho sempre pensato compiuto ad opera di mani giovani. Balordi come quelli di Cagliari. Ma c’è una differenza di fondo: i giovani di Cagliari che delinquono usano pietre, grate di ferro, molotov; mentre in molti dei nostri paesi dell’interno, come è il recente caso di Orgosolo, i giovani che delinquono usano armi da fuoco non per far ( semplicemente) del teppismo ma per uccidere.
Una seconda riflessione riguarda la penosa deresponsabilizzazione dei politici che, più di altri, in questi ultimi 15 anni hanno governato Napoli e la Campania. Mi riferisco esplicitamente a Sassolino, alla Iervolino e alle classi dirigenti complessivamente intese che hanno manifestato una totale mancanza di senso autocritico su come hanno operato in questi anni. Perché una cosa è certa: i cumuli di rifiuti nelle strade di questa regione sono l’esito di una politica incapace, quando non corrotta o collusa con la criminalità. Lo confesso, per la prima volta mi sono ritrovata d’accordo con le parole schiette del ministro Di Pietro. Al contrario il presidente Soru si è accollato la responsabilità di condividere l’emergenza campana, accogliendo in Sardegna una piccola parte di rifiuti. Lo ha fatto in solitudine mentre, da vetero parlamentarista e molto poco presidenzialista, sono convinta che anche in situazioni di emergenza vanno attivati i processi decisionali della democrazia. Ma non è su questo che voglio ora soffermare la mia attenzione, ma sul fatto che la scelta di condivisione di Soru non sia da definire un atto altruistico, oneroso per la Sardegna e da taluni definito folcloristicamente dipendente dall’Italia. Credo più semplicemente che lo abbia fatto perché ciò che accade a Napoli riguarda direttamente anche tutti noi, così come ciò che accade ai nostri territori dovrebbe riguardare le altre parti d’Italia. Non per astratto e banale buonismo, bensì essenzialmente per ragioni di senso di appartenenza al nostro Paese e anche per ragioni utilitariste. In merito a queste ultime, ipotizziamo per un attimo che la Campania venga lasciata sola a gestire l’emergenza rifiuti. E supponiamo anche che scoppi un’epidemia. Qualcuno può pensare che l’eventuale epidemia rimanga confinata nei ristretti confini amministrativi della Campania? Ciò non accadeva neppure nel Medioevo, figuriamoci oggi, quando è sufficiente che un aereo faccia la tratta Napoli-Roma-Olbia per portare in un baleno virus e batteri, che siano di origine campana o sarda è del tutto irrilevante. Il mio esempio non è catastrofista, d’altra parte non lo sono neppure per carattere, ma è ormai abbondantemente acquisito, sotto il profilo culturale e sociale, che basta un battito d’ali di una farfalla in Cina per determinare un uragano dall’altra parte del mondo.
Una terza riflessione riguarda gli amministratori locali dei territori sardi. Se riesco a cogliere tutte le ragioni strumentali dell’opposizione - pur non comprendendo le aggressioni verbali, i toni alti e gli attacchi personali -, non posso invece comprendere la chiusura di quegli amministratori del centro-sinistra ad accogliere i rifiuti campani. Mi riferisco in particolare a quelli del nord-Sardegna. Più che a ragioni di preoccupazione ambientale, questa chiusura sembra essere suggerita da fatti interni al nascente partito democratico, quando non a paure di perdere consensi. Credo che il valore di un politico (riferito al maschile e al femminile) si misuri essenzialmente su due elementi: la capacità di fare delle cose buone per i territori che amministra; la capacità di fare le scelte giuste anche quando queste scelte possono ridurne la sua popolarità. Questi amministratori, per il momento, hanno evaso la seconda opzione, ma soprattutto, hanno dimostrato di non possedere quel senso della comunità che invece è sempre stata una caratteristica culturale della sinistra.
A cosa serve uno storico dell'ambiente? Ci può aiutare a comprendere da dove viene fuori un disastro ecologico come quello a cui stiamo assistendo in queste settimane in Campania? Evidentemente sì, perché la crisi dei rifiuti non è un prodotto di forze della natura ineluttabili, ma il frutto di decisioni delle persone e delle comunità coinvolte. Per dipanare la complicatissima matassa di atteggiamenti, fatti e comportamenti che spiegano l'attuale emergenza, lo storico dell'ambiente Marco Armiero, attualmente in forze a Stanford, California, ma nato e cresciuto a Napoli, ha progettato un archivio delle lotte ambientaliste in Campania: da Acerra a Pianura, da Battipaglia a Serre, da Tufino a Giugliano, una lunga serie di testimonianze permetterà di capire perché in Campania ci si ribella alle infrastrutture per gestire la spazzatura, con più veemenza e più spesso che altrove. Armiero, che ha girato gli Stati Uniti, tra Yale, Berkeley, e ora Stanford, ha visto da vicino l'emergere, oltreoceano, di un nuovo paradigma di battaglie ambientaliste, riunite intorno alla bandiera della «giustizia ambientale».
I detrattori vedono questo vessillo come la versione politically correct della famigerata sindrome N.i.m.b.y., altro acronimo di origine statunitense che sta per «Not In My Backyard», non nel mio cortile di casa: una sindrome da molti derubricata a pura espressione di egoismo campanilista. In realtà, ci spiegano teorici come Donald Worster, Carolyn Merchant, John McNeill (nei giorni scorsi a Napoli per partecipare ad un workshop sulla storia ambientale promosso dal dottorato in storia della società europea dell'Istituto Italiano di Scienze Umane), nelle nuove proteste ambientaliste si saldano vecchie parole d'ordine ecologiste con una nuova forma di lotta di classe. «Questi ricercatori», spiega Armiero, «hanno scoperto che in America i quartieri e i territori più inquinati sono quelli abitati prevalentemente da afroamericani e ispanici, che sono anche le fasce di popolazione più povere. Questo fenomeno è stato teorizzato da un importante sociologo, Robert Bullard, il quale ha definito questa strategia di gestione dei rischi ambientali come ‘‘path of less resistence'', la ricerca della linea di minor resistenza». L'assunzione è che gli amministratori scelgano di collocare le infrastrutture a rischio ambientale nei pressi di comunità più povere e meno istruite, perché è meno probabile che queste abbiano i mezzi, la cultura e il peso politico per ribellarsi. Un'ipotesi di cui anche in Campania gli studiosi vogliono verificare la consistenza. Ecco perché è importante raccogliere le testimonianze di quelli che si organizzano per opporsi.
Alcuni dati sono già disponibili: ad esempio, l'80 per cento delle testimonianze proviene da donne. «Primo», spiega lo storico, «perché alcune donne hanno più tempo libero e suppliscono all'assenza dei mariti scegliendo forme di partecipazione meno tradizionali di quelle scelte dai maschi, che privilegiano i partiti e altre ‘‘organizzazioni'' classiche, viste come più funzionali ai propri interessi. Ma soprattutto — aggiunge — perché nella nostra cultura è la donna a preoccuparsi maggiormente per la salute dei figli e dei parenti, è a lei che spetta il ruolo biologico di preservare la specie».
Nota: sul più volte citato caso americano si veda ad esempio la cronaca dell'ingiustizia ambientale nel caso di New Orleans, di Robert Bullard tradotto da The New American City (f.b.)
A Napoli, il 21 Dicembre 2007, nel corso di un’affollata manifestazione alla Mostra d’Oltremare, con presenza predominante di giovani, promossa dal comitato campano per la Lista Civica, Nicola Capone, segretario generale delle Assisi della città di Napoli e del Mezzogiorno, che ruotano attorno all’Istituto di Studi Filosofici di Marotta e Gargano e a Palazzo Serra di Cassano, testimone della rivoluzione napoletana giacobina e antisanfedista del 1799, mi ha consegnato quattro fascicoli sui rifiuti a Napoli e in Campania.
I fascicoli delle Assise, pubblicati nel Bollettino omonimo, diretto da Francesco De Notaris, ex senatore della Rete e da Francesco Iannello, sono innanzitutto una testimonianza dell’impegno civile e intellettuale di tanti giovani e meno giovani, rappresentanti, a giusto titolo l’intellighenzia napoletana, i quali, a dispetto del degrado e della violazione di tutti i diritti più elementari, studiano, fanno proposte e non si rassegnano. La lettura dei bollettini è illuminante e sarebbe stata di notevole aiuto agli amministratori comunali e regionali per risolvere il problema, diventato tragedia, e che ha fatto il giro del mondo.
Le questioni affrontate, con i contributi di professionisti e tecnici di valore e di grande prestigio sono essenzialmente tre:
la violazione di tutte le norme di legge italiane ed europee, come causa determinante del disastro rifiuti; le scelte sbagliate come causa dell’emergenza permanente e incentivo agli affari e allo spreco di denaro pubblico; le conseguenze gravissime per la salute dei cittadini e il degrado dell’ambiente.
Partendo dal primo punto la tesi sostenuta e dimostrata, accettata oramai in qualsiasi latitudine, è che se si violano i capisaldi dello smaltimento dei rifiuti e cioè: riduzione, riciclaggio, recupero e riuso e si pensa di sostituire questa strategia, peraltro stabilita da tutta la legislazione italiana ed europea, attraverso la costruzione e l’uso di grandi inceneritori o termovalorizzatori che poi sono sostanzialmente la stessa cosa, le conseguenze sono sempre uguali e inevitabili. In altre parole, i rifiuti non possono essere smaltiti come li produciamo e bisogna produrne di meno. Il professor Guido Viale lo spiega con una immagine domestica molto efficace: i rifiuti sono un “flusso” e se ne creano di nuovi ogni giorno. Pertanto, da qualche parte devono “defluire”, o in impianti di recupero o in discariche a “perdere”. Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: stringere il rubinetto, aprire un secondo flusso, disintasare lo scarico. Stringere il rubinetto significa diminuire la quantità di rifiuti prodotti, costituiti per il 70 per cento da imballaggi. Quindi si deve dare un taglio alla vendita di prodotti imballati. Il secondo deflusso è la raccolta differenziata prevista dalle leggi del nostro paese per il 60% dei rifiuti urbani nel 2011, oggi al 40% in Lombardia e al 10% a Napoli. La raccolta differenziata è efficace se viene fatta porta a porta con impegno dei cittadini e vigilanza delle amministrazioni. Essa porta soldi attraverso la vendita dei rifiuti separati (carta, plastica, vetro, umido, ecc.) che vanno a ruba. Per cui, chi fa la raccolta differenziata guadagna, chi butta i rifiuti in discarica fa guadagnare i proprietari delle discariche. Persino in Campania, alcuni comuni fanno raccolta differenziata al 90% e il comune guadagna. Il sindaco di Atena Lucana il 15 dicembre 2007 l’ha spiegato a Repubblica con queste parole: «Io per legge dovrei coprire almeno il 50% dei costi con i soldi dei cittadini. Glieli faccio risparmiare. Copro con la vendita dei rifiuti. Basta differenziarli». Con una raccolta differenziata del 60-65 % il residuo indifferenziato si riduce al 35% del totale dei rifiuti. Ma questa parte indifferenziata non può andare direttamente negli inceneritori. Per legge deve essere separata la parte di materiale combustibile dalla quella inerte e organica e questo compito avrebbero dovuto svolgerlo i cosiddetti CDR, i sette impianti previsti in Campania. Solo che non l’hanno fatto perché nessuno ha controllato e ora sono sparse ovunque sette milioni di tonnellate di cosiddette ecoballe che di eco hanno molto poco, inquinano e non si sa dove portarle. Se la separazione è ben fatta, in discarica o in un termovalorizzatore, ci va meno di un terzo del residuo. Nel caso della Campania che produce oltre 7200 tonnellate di rifiuti al giorno e, senza riduzione degli imballaggi e smaltimento rapido, ne produrrà oltre 8000 in tempi brevi, se le cose fossero state fatte a modo rispettando le leggi, si porrebbe il problema di smaltire un terzo del residuo e cioè circa 1000 tonnellate al giorno. Dopo avere incassato molti soldi ricavati dalla raccolta differenziata.
Se si tiene conto che il solo termovalorizzatore di Acerra, costruito senza valutazione di impatto ambientale, con una tecnologia vecchia di 30 anni, brucerà 2000 tonnellate di residuo, si capisce che è sovradimensionato e che gli altri due previsti non servono. Eppure la previsione dei costi è di 5 miliardi di euro. Inoltre bisogna considerare che con qualsiasi impianto che brucia le sostanze emesse: diossina o i suoi precursori, furani, idrocarburi policiclici ecc, sono sempre inquinanti e dannose per la salute dei cittadini.
Come lo sono i rifiuti interrati nella provincia di Caserta e di Napoli, una volta chiamata terra di lavoro per la grande fertilità e Campania Felix, che oggi include aree chiamate “triangolo della morte” nelle quali, come dimostra lo studio dell’Osm («Trattamento dei rifiuti in Campania - Impatto sulla salute umana»), i tumori sono aumenti del 400% e almeno 250 mila persone sono intossicate da sostanze altamente inquinanti presenti nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Della situazione si occupa l’Associazione medici acerrani, animatore il dottor Andrea Bianco, insieme ad altri medici e specialisti che insegnano all’università di Napoli come i professori Comella e Puzone, i quali lamentano isolamento e minacce. Uno di Loro, Montano, denuncia che un «fiume di denaro viene elargito dal Commissario alla popolazione bisognosa per comprarne il silenzio».
Finora i capisaldi di uno smaltimento corretto dei rifiuti (raccolta differenziata, riciclaggio, riuso e riutilizzo) previsti dal decreto Ronchi del 1997, dal decreto legge N. 245 del 2005, convertito in legge nel 2006, dalla direttiva ambientale del 2004/35/CE, sono stati ignorati e non solo a Napoli.
Ultimo problema e non certo per importanza, riguarda la struttura commissariale e il contratto con Impregilo. Il Commissariato, infiltrato da uomini della camorra, ha assunto a tempo indeterminato 2316 dipendenti a tre milioni delle vecchie lire al mese, con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, i quali, secondo quanto ha riferito il Commissario Catenacci di fronte alla Commissione di Inchiesta sui rifiuti: «al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta». I commissari che si sono succeduti hanno sprecato circa due miliardi di euro. «Il Commissariato, invece di percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece di imboccare, come prima cosa, la strada di raccolta e di recupero dei rifiuti prescrittagli e sollecitata dalla commissione Via (valutazione di impatto ambientale, ndr), dal ministro degli Interni e dal ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse». Lo scrive Raffaele Raimondi, presidente emerito della Cassazione. Per le stesse ragioni, la Commissione Parlamentare di Inchiesta, nella relazione del 19 dicembre 2007 ne chiede la soppressione immediata.
Il contratto con Fisia-Italimpianti del gruppo Impregilo, poi, non credo abbia precedenti. Gli impianti previsti vengono costruiti con denaro pubblico, restano di proprietà della società privata, la quale, per smaltire le ecoballe e gli altri rifiuti mediante i termovalorizzatori da costruire, dovrebbe ricevere i contributi dello Stato CPI6, destinati alle energie rinnovabli e “assimilate”. Una somma enorme di denaro, che in base ai contratti, la cui validità era di 10 anni, si aggirava attorno ai 2,5 miliardi di euro. Lo scrive Alberto Lucarelli il quale sottolinea che «se il riconoscimento del sussidio CIP6 fosse attribuito direttamente alle ecoballe e non agli impianti, avremmo le disponibilità finanziarie per lo smaltimento immediato di questi rifiuti». Insomma, i napoletani, ma anche noi tutti, come suol dirsi, cornuti e mazziati!
Per tutte queste ragioni a Napoli si profila la prima sperimentazione della nuova legge sulla “class action” approvata con la Finanziaria che, per il numero di richieste e la quantità e qualità dei danni, potrebbe essere davvero imponente e costituire un precedente rivoluzionario.
Chi guarda appena un po’ al di là del suo villaggio sa da anni che la produzione straordinariamente ricca di rifiuti minaccia di sommergerci, e che l’unico modo di proteggerci durevolmente dall’essere seppelliti da ciò che produciamo (ricordate Italo Calvino, Leonia, 1972?) è produrne di meno e riciclare quello che è possibile. Dopo lo scandalo di Napoli e della Campania, i cui “governanti” stanno ancora lì in sella, ormai lo sanno tutti. Non c’è giornale serio che non ricordi che la quota degli inutili imballaggi e dei prodotti “usa e getta” è preponderante, che gran parte dei rifiuti si può riciclare, cioè riutilizzare, e che la chiave di volta del sistema è la generalizzazione della raccolta differenziata. Lo sanno tutti, fuorché chi governa.
Affrontare il problema da questo punto di vista impone scelte coraggiose. Impone di contrastare le tendenze dominanti nel mondo della produzione e del commercio. Impone di proibire gli incarti inutili, gli imballaggi esuberanti, gli orpelli pubblicitari nei quali vengono presentate e avvolte le merci. Impone di scoraggiare l’impiego dei prodotti “usa e getta”. Impone quindi di aprire un fronte di lotta nei confronti di poteri forti – anzi, dominanti dove la politica è debole.
E impone di lavorare con coraggio e determinazione politica nei confronti dei produttori ultimi di rifiuti. Mi riferisco alla “raccolta differenziata”, secondo, se non primo, passo d’una seria politica di riduzione dei rifiuti. È un’impresa difficile, perché induce ad affrontare il cittadino in quanto tale: per vincere le sue pigrizie, le sue abitudini, alcune sue piccole comodità. Perciò esige l’assunzione di questo tema come questione politica centrale: non qualcosa da appaltare alla mera tecnica, ma da curare come azione politica. Ricordo che quando a Venezia, molti anni fa, si avviò la raccolta differenziata nel centro storico l’assessore all’ambiente (era Paolo Cacciari) girava la mattina per le calli per verificare il comportamento non solo dei raccoglitori (che erano stati accuratamente formati) ma dei cittadini, rimproverando quelli che non rispettavano gli standard stabiliti e resi noti con decine di assemblee.
La questione dei rifiuti è centrale nella nostra epoca, per un’infinità di ragioni. È il simbolo di un meccanismo che non funziona; può essere la testimonianza della possibilità di cambiarlo, o almeno di correggerlo dei suoi danni più appariscenti.
1. Perché non si sono mai domandati se si producono troppi rifiuti, e non hanno agito sulla produzione e sul commercio per ridurli all’origine?
2. Perché non hanno promosso e attivato la raccolta differenziata, unico strumento capace di adoperare come risorsa gran parte dei rifiuti e da ridurre massicciamente il costo di eliminazione dei residui?
3. Perchè hanno affidato la soluzione del problema (dell’emergenza) a “commissari straordinari”, quando si tratta di compiti che richiedono un impegno ordinario di buona amministrazione?
4. Perché per lo stoccaggio hanno scelto sempre e sistematicamente siti sbagliati perché pericolosi per l’inquinamento delle falde idriche, per l’instabilità dei terreni, per la distruzione di risorse territoriali preziose, per la densità della popolazione “sottovento”?
5. Perché la “destra” ha appaltato l’intero ciclo dei rifiuti a un’impresa privata e la “sinistra”, pur avvisato per tempo dell’errore, ha confermato e ribadito la scelta cancellando chi l’aveva avvertita?
6. Perché non hanno mai coinvolto i cittadini in una discussione seria sulle cause, sui rimedi possibili, sulle azioni necessarie, proponendo programmi credibili e monitorandone l’attuazione?
7. Perché, quando i nodi derivanti dalla loro incapacità di governo vengono al pettine, non trovano altra soluzione se non quella di mandare l’esercito o – addirittura – minacciare di mandare i carri armati?
Nessuno si chiami fuori, perché nessuno è esente da colpe. Ma non tutti sono uguali: le graduatoria della colpevolezza coincide con la graduatoria del potere.
Ho avuto modo di parlare ad Antonio Bassolino due volte nel corso degli ultimi dieci anni.
La prima, alla fine degli anni ’90, quando lui era stato rieletto sindaco, e prima che accettasse il Ministero del Lavoro. Gli illustrammo il piano della rete stradale di Napoli. Lui ascoltò e fece domande, sembrava ancora interessato all’attività di programmazione degli uffici. Certo, non erano già più i tempi della prima giunta, quella formata da un gruppo di intellettuali, tecnici e politici che in tre anni aveva messo in campo una strategia di riforme mai vista da queste parti, in grado di appassionare i cittadini, e di rimettere in moto gli ingranaggi arrugginiti dell’amministrazione. Il vento era cambiato: fuori i cervelli, i civil servant, dentro gli uomini d’apparato, i fiduciari, i signorotti delle tessere.
La seconda volta, l’estate scorsa, ho avuto modo di parlare a Bassolino in occasione di una riunione convocata dalla Regione per lanciare un fantomatico piano per la Campania regione sostenibile d’Europa (sic!). Avevo davanti un uomo molto diverso, incupito, ripiegato su sé stesso, profondamente solo. Gli dissi francamente quello che pensavo. Al punto al quale eravamo giunti, sostenibilità in Campania non significava uscire sulla stampa e in TV con improbabili annunci di chissà quali nuove iniziative, quanto piuttosto ridare slancio e credibilità all’amministrazione ordinaria, integrando e mettendo a sistema tutti gli strumenti di piano e di programma prodotti negli ultimi anni, tra i quali un buon piano territoriale regionale, il primo prodotto dalla Regione dalla sua istituzione nel 1970. Insomma, riprendendoci in carico un territorio commissariato da quindici anni. Fu il solo ad ascoltarmi, mentre gli altri partecipanti non riuscivano più di tanto a celare il disinteresse o fastidio per un intervento inopportuno, inutilmente critico, non collaborativo, sottilmente provocatorio.
La crisi dei rifiuti che scaraventa Napoli sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo è la crisi di questo modo di pensare, di vivere, di governare. E’ la crisi di un sistema che ha preferito istituzionalizzare l’emergenza, piuttosto che rafforzare e qualificare i poteri ordinari, e questo significa tutto in una regione dove, per ogni 100 euro di PIL legale, Gomorra ne produce altri 40 con il ciclo cave-cemento-edilizia abusiva-rifiuti.
Sono momenti difficili quelli che ci tocca vivere in questi giorni, con i turisti che disdicono le prenotazioni, e i prodotti agricoli di Campania felix che stentano sempre più a trovare mercato, perchè i marchi di qualità ai quali abbiamo lavorato in questi ultimi vent’anni si sono trasformati in marchi d’infamia. I danni ambientali, sociali ed economici del disastro non sono quantificabili. L’unica cosa che sappiamo è che, quando la bufera sarà passata, è dall’amministrazione ordinaria che bisognerà ripartire. Ci chiediamo solo con quale capitale di fiducia, con quale propellente politico, visto che quello che avevamo è stato impiegato per dar fuoco ai cumuli di rifiuti.
Vedi anche: Privatizzare i rifiuti è sbagliato ((6.7.2004), I commissari straordinari in Campania (29.8.2005), Discariche e lontre (5.4.2007)
E’ difficile aspettarsi un risultato dal piano del governo per i rifiuti della Campania. Perché in quel piano non c’è niente di nuovo. I punti «qualificanti» sono:
1) Raccolta differenziata. E’ una prescrizione già contenuta in una legge dello stato del 1997, che i commissari non hanno mai attuato. Il piano non indica le misure per cui questa volta dovrebbe riuscire, ma solo scadenze per il suo avvio.
2) Conferimento ad altre regioni «volonterose » delle centomila e più tonnellate di rifiuti che ingombrano le strade campane. Anche questo è già stato chiesto e fatto in altri periodi. E’ ovvio che in mancanza di garanzie che la storia non abbia a ripetersi le difficoltà frapposte dalle altre regioni crescono.
3) Utilizzo immediato di quattro discariche – o cinque, se verrà inclusa Pianura – già indicate dal precedente commissario Bertolaso e tre delle quali sono già state oggetto di mobilitazioni popolari contro la loro apertura; perché sature o in siti inadatti. Non risulta che Regione, Province o commissari abbiano mai effettuato una mappatura del territorio campano per individuare siti compatibili con questa funzione. Si è sempre cercato di utilizzare i siti già compromessi (gravando su popolazioni la cui salute è stata distrutta da queste servitù), nonostante che indicazioni su siti adatti dal punto di vista geologico e idrologico siano state a suo tempo fornite a Bertolaso da alcuni geologi che queste indagini le avevano svolte per proprio conto.
4) Apertura «nel medio termine» di tre inceneritori: sono quello di Acerra, in costruzione da quattro anni e in programma da dieci, che non sarà pronto prima del 2009 e quello di Santa Maria la Fossa, a soli quindici chilometri dal primo (anch’esso in programma da dieci anni). Anche qui vale il principio di insediare gli impianti più inquinanti nei territori più compromessi; con l’aggravante che in questo caso la decisione sui siti è stata delegata all’impresa aggiudicataria della costruzione e della gestione degli impianti. Il terzo inceneritore verrà localizzato a Salerno, città il cui sindaco si è da tempo dichiarato disponibile a ospitarlo, anche se il sito non è stato ancora indicato e la mobilitazione popolare contro questa decisione sta già montando. Ma l’apertura dei due nuovi inceneritori, posto che si facciano, non potrà avvenire prima di tre-quattro anni. E nel frattempo?
Ridurre, riciclare, recuperare, smaltire.
Nulla dice il piano del governo circa i cinque milioni di «ecoballe» accumulate ai piedi dei sette impianti di tritovagliatura (i cosiddetti Cdr) e infarcite di rifiuti tossici infilati più o meno clandestinamente dalla camorra. Tutti i Cdr sono attualmente fermi; per guasti tecnici, o per decreto della magistratura, o per mancanza di spazio dove stoccare la «produzione». Si tratta di un’altra ecobomba di dimensioni planetarie, che se venisse smaltita nel megainceneritore di Acerra, se entrerà in funzione, lo terrebbe occupato per non meno di 5-7 anni, mentre in attesa dei nuovi inceneritori si accumulerà un numero quasi uguale di altre ecoballe.
Che cosa bisogna fare, allora? Bisogna attuare in modo drastico le priorità dell’Ue, della normativa nazionale e di quella regionale.
Primo: ridurre; secondo: riciclare; terzo: recuperare solo quello che non è possibile riciclare; quarto: smaltire solo quello che non è in alcun modo recuperabile. E in emergenza queste regole vanno attuate con misure straordinarie.
Ridurre: ogni giorno la Campania produce 6-7000 tonnellate di nuovi rifiuti urbani. Anche se altre regioni italiane accetteranno di assorbire quelli ammonticchiati per le strade, tra quindici giorni saremo punto a capo. Tra un mese e mezzo sarà stata riempita completamente la discarica di Serre – l’unica oggi aperta in Campania – e per aprirne altre il commissario si sentirà autorizzato a usare gli stessi sistemi adottati a Genova.
Il 40% in peso di quei rifiuti è composto da imballaggi; un altro 10% da altri prodotti usa e getta. Si tratta in massima parte di vetro, plastica, carta e cartone, che in volume occupano in discarica oltre il 60 e nei cassonetti fino al 90% dello spazio disponibile. Il resto è composto quasi esclusivamente da materiale organico (avanzi di cucina), inerti e rifiuti ingombranti (mobili e elettrodomestici depositati accanto ai cumuli di rifiuti perché non ci sono centri e servizi di raccolta ad hoc). Bisogna fermare questo flusso. Se si allaga la casa, prima di asciugare il pavimento e strizzare gli strofinacci occorre chiudere i rubinetti. E la Campania è «allagata» dai rifiuti.
Ma come fare? Va proibita la vendita dei prodotti usa e getta fino al lontano ritorno a una lontana «normalità». Per lo meno di quelli più ingombranti: i pannolini possono essere sostituiti con prodotti lavabili di concezione moderna: sono più economici e igienici per chi li usa e molto meno costosi per chi li deve smaltire. Un comune li può addirittura regalare a chi ne ha bisogno – come si comincia fare a Reggio Emilia e in altre città – con la sicurezza di risparmiare sullo smaltimento.
Lo stesso vale per le stoviglie usa e getta. I comuni devono proibirle emettere a disposizione - a pagamento - di chi le usa abitualmente, cioèmense e fast food, servizi mobili di lavaggio: si possono organizzare in pochi giorni, in attesa che le utenze si dotino delle necessarie strutture. Vanno bloccati all’uscita dalla catena distributiva tutte le bibite in vuoti a perdere, acqua minerale compresa, se non nei territori dove l’acqua del rubinetto non è potabile. E’meglio questo «sacrificio» o continuare a vivere tra cumuli di rifiuti? Vanno eliminati gli imballaggi superflui, in attesa che i distributori si dotino di servizi logistici in grado di garantire l’utilizzo esclusivo di vuoti a rendere e di dispenser per la vendita di prodotti sfusi, come ormai fanno molte catene distributive nel nord e nel centro Europa, ma anche alcune catene italiane.
Ma che cosa si può fare nell’immediato? Si devono spacchettare alle casse dei supermercati e ai banchi dei negozi i prodotti acquistati, in modo che gli imballaggi superflui vengano immediatamente convogliati verso gli impianti di riciclaggio. A Natale, con la campagna «Disimballiamoci» Legambiente aiuta i consumatori volenterosi a sbarazzarsi degli imballaggi superflui presidiando con i suoi volontari le uscite dei supermercati. In Campania la stessa cosa va resa obbligatoria, impegnando in questa funzione alcune migliaia dei lavoratori finora addetti a una inesistente raccolta differenziata. E spiegando alla popolazione che questo è l’unico modo per liberarsi dai cumuli di rifiuti sotto casa e dalla necessità di aprire ogni giorno nuove discariche. Naturalmente per farlo ci vuole personale formato (rapidamente), consultato e aggiornato (quotidianamente) per avere il polso delle risposte della popolazione.
Uscire dalla monnezza non è utopia.
E’ una proposta folle? Può sembrare. Ma è più folle questa proposta o il comportamento di governatori, amministratori e commissari che per 14 anni hanno lasciato incancrenire la situazione fino a questo punto? D’altronde è una proposta che va nella direzione in cui si muove un numero crescente di amministrazioni nei contesti più «civili» dell’Europa e degli Stati Uniti: dalla Silicon Valley al Canada, dall’Austria all’Olanda, dalla Germania alla Nuova Zelanda. Napoli e la Campania potrebbero approfittare dell’emergenza per superare in un colpo solo il gap tra la posizione infima che occupano oggi e i primi posti a livello mondiale. Esattamente come12 anni fa Milano, sommersa dai rifiuti, aveva saputo superare l’emergenza mettendo a punto in pochi mesi un modello poi ripreso da molte città europee.
Anche la raccolta differenziata (per la quale la legge prescrive l’obiettivo del 65% entro cinque anni), se da un lato si avvantaggerebbe molto di poter operare su flussi di rifiuti già liberati dalla maggior parte degli imballaggi superflui e dei prodotti usa e getta, richiede comunque una mobilitazione straordinaria che i comuni che hanno già raggiunto questo obiettivo ben conoscono. La raccolta deve essere fatta porta a porta; il personale che la fa deve essere formato e investito di una responsabilità che richiede una elevata professionalità: quella di imparare a conoscere il territorio attraverso i rifiuti prodotti; di dialogare con la popolazione; di individuare i problemi e proporre soluzioni. L’addetto alla raccolta differenziata porta a porta non è più un facchino ma un lavoratore front-line.
Serve un grande lavoro con la persone, ma i risultati poi arrivano: non c’è un solo abitante dei comuni che fanno bene la raccolta differenziata che vorrebbe tornare indietro. Naturalmente ci vogliono impianti per trattare le frazioni raccolte. Nell’immediato si potrà ricorrere ad altre regioni, che riceveranno i materiali riciclabili della Campania più volentieri dei suoi rifiuti indifferenziati. Ma bisognerà individuare in fretta i siti e costruire gli impianti - soprattutto quelli di compostaggio - nella regione. Possono essere accolti meglio di una discarica o di un inceneritore. In fin dei conti si tratta di fare un patto con la popolazione: meno impianti inquinanti di smaltimento finale in cambio di più impegno nel ridurre e riciclare i rifiuti. Infine, molta parte del territorio campano dispone di condizioni adeguate per promuovere il compostaggio domestico, magari distribuendo gratuitamente compostatori, istruzioni per l’uso e assistenza tecnica continua a chi vuole provarci e riducendo così in misura consistente il conferimento di rifiuto organico. Se l’obiettivo del 65% verrà raggiunto, quando saranno pronti (se saranno pronti) i due nuovi inceneritori, i rifiuti campani da smaltire si saranno ridotti a un terzo di quelli attuali; e se sarà attivata una politica drastica di riduzione, come quella proposta qui, a molto meno di un quarto. Il «combustibile derivato dai rifiuti» prodotto da un impianto a norma è meno della metà del materiale immesso: cioè la metà della capacità dell’inceneritore di Acerra. E a quel punto, a che cosa serviranno gli altri due inceneritori? Si rischierà, in Campania come in tutta Italia, di ritrovarsi nella situazione della Germania, che, dopo aver avviato una vera raccolta differenziata si ritrova con un eccesso di capacità di smaltimento, cioè di inceneritori e di discariche. E’ per questo infatti che la Germania accoglie così volentieri i rifiuti campani: per tenere in funzione impianti che altrimenti non potrebbero ammortizzare. Se invece non si ritiene perseguibile l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, perché è stata fatta una legge che prescrive quest’obiettivo, confermando un’analoga norma del governo Berlusconi, che fissava l’obiettivo al 60% al 2011?
Resta il problema delle bombe ecologiche di cui il piano del governo non si occupa: i milioni di tonnellate di rifiuti tossici nascosti in discariche, clandestine e non, e i milioni di ecoballe che a norma di legge non potranno essere affidate a nessun inceneritore. Qui è improcrastinabile un piano di bonifica di ampio respiro e di portata nazionale, soprattutto per la quantità di risorse sia finanziarie che tecniche e umane da mobilitare. Costerà sicuramente molto di più dei due miliardi di euro che il commissario ha sperperato nel corso di quindici anni e dovrà essere messo a carico delle finanze dell’intero paese. Perché là, nelle fosse, nelle cave, nei pascoli e nelle discariche di tanta parte della Campania – e verosimilmente della Calabria e della Puglia – sono seppelliti i rifiuti di cui si è liberato a basso costo per decenni tutto il sistema industriale del paese. Ed è giusto che a pagare sia tutto il paese.
È GIÀ singolare che una forza politica rappresentata in Parlamento, nelle amministrazioni locali e perfino nel governo nazionale, decida di acquistare una pagina pubblicitaria su un giornale non per diffondere le sue idee o raccogliere voti, ma per difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Lo hanno fatto l’altro ieri i Verdi con un "avviso a pagamento" su Repubblica, per chiarire quali sono le loro "colpe" sull’emergenza rifiuti o meglio quelle che – come si legge nel testo – "in modo disonesto e strumentale, molti cercano di scaricare" su di loro.È un’autodifesa che merita di essere presa in considerazione, almeno da parte di chi vuole capire – al di là delle strumentalizzazioni politiche e mediatiche – chi sono i veri colpevoli di questo disastro ambientale e civile, a cominciare dalle imprese appaltatrici guidate dall’Impregilo che l’hanno determinato.
Premesso che "da 14 anni la legge attribuisce al Commissario straordinario tutte le competenze e i poteri per l’emergenza rifiuti in Campania", i Verdi riassumono in otto punti quello che hanno fatto nel frattempo: 1) hanno chiesto più volte di sciogliere una "struttura commissariale inefficace e inadeguata" che fra l’altro ha sperperato due miliardi di euro dei contribuenti; 2) hanno contrastato il "fallimentare" Piano di smaltimento dei rifiuti che ha prodotto cinque milioni di ecoballe; 3) hanno denunciato costantemente il giro del malaffare camorristico e le infiltrazioni delle ecomafie nel traffico dei rifiuti; 4) hanno proposto un moderno modello di gestione dei rifiuti, in linea con le Direttive europee; 5) hanno contributo ad avviare la raccolta differenziata in oltre 150 Comuni della Campania; 6) hanno sostenuto la realizzazione dell’unica discarica controllata e funzionante nella regione, quella di Serre; 7) hanno ottenuto la possibilità di commissariare i Comuni che non effettueranno la raccolta differenziata; 8) e infine, hanno contribuito a fermare il meccanismo perverso del cosiddetto CIP6, oltre 30 miliardi di euro sottratti alle energie rinnovabili e destinati ad alcune potenti lobby industriali.
Le uniche "colpe" che i Verdi sono disposti ad ammettere, dunque, sono da una parte quella di aver detto "no ad affaristi, camorristi ed ecomafie" e, dall’altra, quella di aver detto "sì alla raccolta differenziata e alla salute dei cittadini". E chi è in buona fede, se proprio non vuole rendergliene merito, deve almeno prenderne atto. Il partito del Sole che ride farebbe bene, piuttosto, a riflettere sulla propria immagine, sulla propria credibilità e capacità di comunicazione, per verificare se in qualche caso non ha peccato di estremismo o di massimalismo, compromettendo l’efficacia delle sue iniziative.
Quali sono, allora, i nomi dei veri colpevoli? Lo stesso leader dei Verdi, il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, nell’intervista rilasciata mercoledì scorso al nostro giornale, ne ha fatto esplicitamente uno: quello di Cesare Romiti. E ha richiamato il "disgraziato appalto alla Fibe del gruppo Impregilo", la società di costruzioni e ingegneria di cui Romiti ha mantenuto il controllo dopo l’uscita dalla Fiat fino al 2005 e la presidenza fino al 2006, che ha prodotto 5 milioni di tonnellate di ecoballe.
Il nome di Cesare Romiti non figura per la verità nella richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura di Napoli per il processo che avrebbe dovuto aprirsi proprio oggi e che è stato rinviato per lo sciopero degli avvocati. Ma in compenso ci sono quelli dei suoi due figli, Pier Giorgio e Paolo, rispettivamente nella qualità di amministratore delegato di Impregilo e di direttore commerciale di Fisia Italimpianti controllata dallo stesso gruppo. Insieme ad altre 26 persone, tra cui spicca l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, sono imputati "in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso" di vari reati come frode, truffa, inadempimento dei contratti d’appalto, stoccaggio illegale di rifiuti e abuso d’ufficio.
Nelle 45 pagine del provvedimento, emesso dopo un’indagine durata cinque anni, c’è la ricostruzione precisa – data per data, cifra per cifra – del "puzzle" che ha originato l’emergenza in Campania da dieci anni a questa parte. E sebbene molti reati rischino di cadere in prescrizione, questo sarà comunque il primo processo sui rifiuti contro le imprese e i rappresentanti della Pubblica amministrazione, nel quale anche il Wwf si costituirà parte civile. Paradossalmente, oltre alla presidenza del Consiglio dei ministri e alla Protezione civile, nel lungo elenco delle parti offese compaiono la stessa Regione, tutte le Province e i Comuni della Campania.
A dare il via al grande scandalo della spazzatura è un’ordinanza commissariale del 12 giugno 1998, con cui furono indette le gare d’appalto per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. A seguito dell’aggiudicazione all’Impregilo e alle aziende controllate, i contratti vengono stipulati il 7 giugno 2000 e il 5 settembre 2001. Prevedono l’obbligo di costruire sette impianti di produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti); di edificare due termovalorizzatori e di gestirli secondo le prescrizioni della normativa di settore.
Ebbene, in base all’accusa della Procura napoletana, gli imputati hanno presentato progetti difformi dagli atti di gara o hanno realizzato impianti difformi dai progetti approvati, in violazione degli obblighi contrattuali. L’Impregilo dei fratelli Romiti e le altre società del gruppo hanno prodotto cdr di qualità diversa da quella concordata, con un potere calorifico inferiore e un’umidità superiore al 25%, ma soprattutto con valori di piombo, cromo, arsenico e cloro ben oltre i limiti previsti. Il compost non risultava idoneo a essere utilizzato per recuperi ambientali. In numerose circostanze le ditte appaltatrici "hanno rifiutato o fortemente ritardato il conferimento dei rifiuti solidi urbani con i camion delle aziende di raccolta", costringendo così il Commissario straordinario e i sindaci a disporre l’imballaggio della spazzatura e il trasporto in altre regioni italiane o all’estero. Spesso sia i trasporti sia la gestione delle discariche sono stati subappaltati, con il rischio di alimentare le infiltrazioni camorristiche. E infine, la grande balla delle ecoballe: in attesa di realizzare i termovalorizzatori, non è stato effettuato il recupero energetico dalle balle di cdr.
Quanto al Commissario Antonio Bassolino, al vicecommissario Raffaele Vanoli e al subcommissario Giulio Facchi, la loro colpa in sostanza è quella di non aver impedito che tutto ciò accadesse nell’esercizio delle loro funzioni. Nel provvedimento della magistratura, si cita un fitto elenco di ordinanze con cui gli amministratori pubblici hanno consentito la violazione degli obblighi contrattuali e la pratica dei subappalti. O comunque, non le hanno contestate e denunciate.
È per tutte queste ragioni che Raffaele Raimondi, presidente emerito della Corte di Cassazione, in qualità di magistrato e di presidente del Comitato giuridico per la difesa dell’Ambiente, ha presentato recentemente un ricorso contro l’Impregilo alla Corte europea per disastro ambientale. L’accusa, com’è già accaduto nei casi di Marghera e di Severo, è di aver attentato alla salute dei cittadini. E il reato in questione è ancora più grave di quelli contestati dalla Procura di Napoli, tanto da superare anche i rischi di prescrizione e i termini di indulto.
In questi giorni si sta decidendo in Parlamento l'importante partita degli inceneritori. Oggi, i rifiuti bruciati negli inceneritori sono considerati una fonte d'energia assimilata alle rinnovabili, e per questo chi li brucia incassa un sacco di soldi, prelevati dalle nostre bollette dell'elettricità. Succede dal 1992. La Finanziaria di quest'anno doveva porre fine a questo scempio della salute e del portafoglio dei cittadini: nessun inceneritore costruito dopo il 31 dicembre 2006 avrebbe più beneficiato dei finanziamenti.
Ma c'è un emendamento che vuol cambiare le cose all'ultimo momento sostituendo il termine “costruiti” col termine “autorizzati”. Un inceneritore non lo si costruisce in una settimana, ma lo si può benissimo autorizzare. I lobbisti della cosiddetta “termovalorizzazione” (altra presa in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.
Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque. Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta, sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. “L'unica nostra preoccupazione – hanno sempre sostenuto – è di evitare la discarica a quel 20-30% di rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata”.
Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione, ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione – su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento – si può infatti ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali sistemi di produzione e consumo. Il ‘ bad industrial design' di cui parla il padre della strategia Rifiuti Zero ( http://www.zerowaste.org) , lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare un ‘good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei prodotti.
Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano per andare con decisione verso questa direzione. E' in genere a questo punto che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei, ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…
La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare. Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti. L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina, il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.
In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: “Il cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione – mi ha fatto notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento – contrasta con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere, di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva comportano notevoli investimenti”. Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo, quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino lo smontaggio di un'automobile.
Proprio in questi giorni Nimby trentino ( http://ww.eccetera.org ), l'associazione che da tre anni guida l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata, ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del “ good industrial design”. “A causa di quale tipologia di rifiuti – si domanda Rizzoli – si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?”
Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti. Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore, era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. “Allora non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak con contenitori di materiale riciclabile?”. Un'altra frazione importante del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. “E chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?”.
Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida e irreversibile. “Invece – prosegue Rizzoli – da noi in Trentino s'è fatto esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione. Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare per sempre l'idea di costruirlo”.
A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo così.
Le questioni poste da Giovanni Valentini con il suo articolo su “Repubblica” del 29 agosto a proposito del Piano per la gestione dei rifiuti in Sicilia (o meglio, del piano degli inceneritori di Cuffaro) meriterebbero risposte puntuali che non è facile riassumere.
Tra le tante cose sagge che dice, Valentini incappa però in qualche inesattezza:
Il Consiglio di Stato, intanto, non ha dato alcun via libera (tant’è che i lavori di sbancamento nei siti sono tuttora sospesi) ma ha riformato l’ordinanza del TAR Catania laddove questo sospendeva anche i lavori preparatori che non comportano la modifica dei luoghi (e quindi progettazioni, piani finanziari, ecc.).
Per evitare poi che dalla lettura dell’intervento di Valentini si tragga l’impressione che in Sicilia – se pur con qualche contraddizione – il commissario-presidente Totò Cuffaro stia operando per il meglio e che sono gli ambientalisti e le popolazioni colpite dalla “sindrome Nymby” ad ostacolare una corretta gestione della problematica dei rifiuti, provo a riportare sinteticamente i motivi dell’opposizione di Legambiente e di altre associazioni, motivi esposti in decine di documenti, denunce, ricorsi.
Il piano regionale, palesemente, non è conforme né alla normativa nazionale né a quella europea. Se questa affermazione è fondata lo dirà, speriamo presto, la Commissione Europea a cui Legambiente e WWF hanno presentato una denuncia d’infrazione. Intanto l’ha detto con chiarezza l’ex ministro Edo Ronchi, intervenendo a Palermo ad un convegno organizzato da Legambiente.
Per affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti l’Europa s’è dotata di una politica detta delle 4 R: riduzione (della produzione di rifiuti), raccolta differenziata, riciclaggio, recupero di energia. Non si tratta d’una disorganica elencazione di obiettivi, né di fattori il cui ordine può essere cambiato arbitrariamente, quanto piuttosto dei punti essenziali d’una strategia costruita su precise priorità. Bisogna dare prevalenza alle politiche di riduzione dei rifiuti e contestualmente riciclare il maggior numero di materie, sempre con l’obiettivo di risparmiare risorse (materie prime ed energia necessarie per produrre beni che poi si trasformerebbero in rifiuti). Il recupero di energia dai rifiuti (attraverso la combustione) è solo l’ultimo dei sistemi in ordine di priorità e deve riguardare esclusivamente quella frazione dei rifiuti che sfugge alla raccolta differenziata o che non può essere riciclata.
Il piano regionale inverte le priorità indicate dalla UE dando precedenza e centralità al sistema della termovalorizzazione che dovrebbe smaltire almeno il 60% dei rifiuti prodotti dai siciliani, mentre il conseguimento della quota del 35% di raccolta differenziata – obiettivo obbligatorio per tutti dal maggio 2003 e già raggiunto nel 2002 da quelle regioni italiane che, come la Sicilia, erano in emergenza negli anni ‘90 – viene rimandato al 2008 senza, fra l’altro, prevedere alcuna misura che ne assicuri il rispetto. Se poi si confronta il piano con l’ordinanza n° 333 che ha dato il via libera al sistema della termovalorizzazione, ci si trova davanti ad una realtà ancora peggiore: le quantità che la Regione s’è impegnata a conferire alle quattro Associazioni Temporanee di Imprese che dovranno trattare i rifiuti sono praticamente pari al totale di quelli prodotti in Sicilia, con l’esclusione della piccola quota di raccolta differenziata che attuano i comuni e che, notoriamente, non supera il 6%. La capacità d’incenerimento degli impianti è addirittura superiore al totale dei rifiuti prodotti in Sicilia. Per essere ancora più chiari, il sistema è stato studiato per consegnare nelle mani delle imprese per i prossimi vent’anni, a partire dal 31 marzo 2004 o da quella data in cui verranno superate tutte le difficoltà insorte nel frattempo, l’intero settore dello smaltimento – dal trasporto alla discarica e all’incenerimento. E tutto ciò prevedendo a favore delle imprese garanzie più che straordinarie. Per esempio:
a) la tariffa viene ritoccata al rialzo anche se diminuisce il quantitativo dei rifiuti conferiti – paradossalmente, più differenziata fai e più ti aumenta la tariffa;
b) un impegno della Regione assolutamente acritico affinché “ le aree di interesse dell’Operatore Industriale siano rese disponibili, unitamente a tutte le autorizzazioni e permessi necessari alla realizzazione del Sistema e permettere il corretto svolgimento delle attività su tali aree senza impedimenti ed entro i termini previsti”. Un impegno che già faceva presagire il rigetto di qualunque fondata obiezione dei cittadini e delle collettività locali sulla scelta dei siti già fatta in splendida solitudine dall’Operatore Industriale e che ha prodotto pareri favorevoli a difettose Valutazioni d’Impatto Ambientale;
c) nessuna penalità per il fermo impianti (basterà dire che si tratta di manutenzione), neppure a seguito di un eventuale sequestro della Magistratura;
d) la promessa che quando l’Operatore si sarà stufato di continuare l’attività o (solitamente dopo dieci anni) non troverà conveniente rinnovare il termovalorizzatore, la Regione subentrerà nella proprietà degli impianti acquistando i ferrivecchi o pagando il canone di locazione;
e) un organismo di vigilanza nominato dal Commissario delegato ma pagato dall’Operatore Industriale.
È forse per farci dimenticare tutto ciò – compreso il fatto che sembra si sia decretata la fine di ogni programma per una decente raccolta differenziata – che la struttura commissariale si è data ad una frenetica ricerca di un’impossibile legittimazione ed ha promosso una massiccia campagna volta a convincere i siciliani che il problema dei rifiuti è ormai risolto con la realizzazione di quattro mega-inceneritori? Si assicura che così spariranno le discariche ma si omette di dire che comunque bisognerà smaltire, in discarica, quel famoso 37% di umido (circa un milione di tonnellate l’anno) che non sarà mai un compost di qualità, come dimostra l’analogo sistema di selezione meccanica in funzione in Campania per produrre le ingestibili eco-balle. E sempre in discarica dovranno finire 400mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali (ceneri e residui di combustione) prodotti dagli inceneritori.
A proposito di “scelte di civiltà”, inoltre, bisognerebbe ricordare che a Copenhagen, a Vienna, a Parigi – ed in tutte le città straniere che ci vengono portate come moderno esempio di compatibilità tra inceneritori e centri urbani – la raccolta differenziata è ben oltre il 50%; si brucia meno roba e molto ben selezionata. La scelta fatta in Sicilia dal commissario-presidente Cuffaro, in violazione delle leggi nazionali e comunitarie, è invece quella di bruciare la maggior parte dei rifiuti “tal quale” (si leggano i decreti autorizzativi), direttamente dal cassonetto al forno. Sul piano etico, ambientale e sanitario una decisione barbara e inaccettabile; sul piano economico una manna per chi gestirà gli impianti incassando almeno 80 euro per ogni tonnellata di rifiuti che gli verranno consegnati, oltre al lauto contributo CIP6 per ogni chilowattora prodotto. È un affare grosso quanto quello per il famigerato Ponte sullo Stretto che si tenta di far passare nel silenzio. Per quale ragione non si rendono pubbliche le convenzioni che sono state stipulate con le A.T.I. e non si dice chiaramente quanto costerà a ciascuno questo sistema?
Non meno grave infine che tutti gli impianti siano ubicati in prossimità o addirittura all’interno di aree SIC e ZPS. Paradossalmente l’inceneritore di Augusta verrebbe costruito sulla stessa area della centrale Enel già contaminata da diossina, accanto al sito archeologico di Megara Iblea. La scelta dei siti non è stata fatta dalla struttura commissariale o da organi istituzionali, bensì lasciata agli stessi operatori industriali ai quali è stato affidato l’appalto. La Commissione Europea ha poi avviato una procedura d’infrazione, tramutatasi in deferimento alla Corte, nei confronti dell’Italia per come in Sicilia si è affidato il settore ai privati in violazione delle norme sugli appalti.
Sul versate della salubrità, al di là del ruolo di testimonial affidato al prof. Veronesi, il danno sanitario accertato, per esempio ad Augusta, è già fin troppo noto ed i continui dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità non sono però finora serviti a modificare la scelta dei siti.
Ci sembra urgente comprendere la portata, sul piano della tutela dell’ambiente e del rispetto della legalità, di ciò che si sta mettendo in moto in Sicilia. E cioè:
1) Di fatto, si affida il delicatissimo settore dei rifiuti a quattro A.T.I., le quali si serviranno di altre aziende private che – da troppo tempo e con molte ombre – gestiscono la raccolta e le discariche in Sicilia. Avete sentito qualcuno protestare per essere stato escluso dal business?
2) Alle imprese vengono garantite per vent’anni condizioni e tariffe vantaggiosissime per loro ma estremamente sfavorevoli per i cittadini utenti, un introito certo di alcune centinaia di milioni di euro l’anno per lo smaltimento e altrettanti dall’energia elettrica prodotta dagli inceneritori e pagata dagli utenti con la tariffa CIP6.
3) Pur di accontentare tutti, i rifiuti viaggeranno da un capo all’altro dell’isola. Per esempio quelli di Catania, Siracusa, Enna e Ragusa ad Augusta; quelli di Messina a Catania. Il biglietto, ovviamente, lo pagheremo noi.
A ben pensarci tornano in mente le pagine di storia siciliana che parlano delle esattorie: si esigeva male per il pubblico ma i privati incassavano aggi favolosi. Che il servizio fosse efficiente non importava a nessuno, tutto però era funzionale al mantenimento del potere.
Spero sia chiaro a tutti che queste questioni, o altre ancora su chi sono mai i soci locali della Falck (può a aiutare a capirlo l’articolo di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 24.11.04), non possono essere tenute dietro la cortina (fumogena, è il caso di dire) degli edifici disegnati dalla buonanima di Kenzo Tange.
Enzo Parisi / Legambiente Sicilia
A un anno dalla rivolta popolare contro l’inceneritore di Acerra, guidata congiuntamente dal sindaco comunista e dal vescovo, nella cittadina ai piedi del Vesuvio le ruspe si sono fermate perché - a forza di scavare nel terreno - una falda freatica ha allagato il cantiere. Tra la Campania e la Puglia, intanto, è in corso una disputa sulla collocazione di un nuovo impianto di smaltimento al confine tra le due regioni che è arrivata a contrapporre i rispettivi governatori di centrosinistra, Antonio Bassolino e Nichi Vendola. E in Sicilia, il progetto della Regione per la costruzione di quattro termovalorizzatori, bloccato da un ricorso al Tar e sospeso all’unanimità dalla stessa assemblea regionale fino al 30 settembre, ha appena ricevuto un via libera dal Consiglio di Stato: il "valore politico" di quella decisione, secondo l’ordinanza, "non incide direttamente sugli atti amministrativi e sulla loro efficacia".
Sullo sfondo di un Sud che aggiunge ai suoi mali storici la malagestione dei rifiuti, sotto la minaccia delle discariche abusive e l’ombra della criminalità organizzata che si allunga su quest’ultimo business, il caso siciliano rischia di diventare un paradigma nazionale. Con buona pace del glorioso generale Garibaldi, le due Italie continuano a dividersi perfino sulla spazzatura. E il nostro povero Mezzogiorno, in ritardo anche sulla raccolta differenziata rispetto al resto del Paese, rimane pericolosamente in bilico tra un degrado urbano e ambientale che è sotto gli occhi di tutti e una possibile modernizzazione civile, irta però di ostacoli e ambiguità.
Da quando nel ‘99 fu dichiarata l’emergenza rifiuti nell’isola, la Regione Sicilia ha avviato un piano d’intervento ispirato, almeno sulla carta, ai principi della sostenibilità. Il ciclo completo - come si fa già altrove - prevede innanzitutto la raccolta differenziata, presupposto indispensabile per separare il secco dall’umido, la carta, la plastica, il legno, il vetro e i metalli; poi la produzione di compost, un fertilizzante per usi agricoli; quindi la selezione e il riutilizzo dei rifiuti non riciclabili; e infine la produzione di energia attraverso una rete di termovalorizzatori, gli impianti nei quali si bruciano ad altissime temperature i materiali dotati di sufficiente potere calorifico.
In questi cinque anni, dopo la nomina dello stesso presidente della Regione Salvatore Cuffaro a Commissario straordinario per l’emergenza, la situazione è andata gradatamente migliorando con una tendenza verso gli standard nazionali: la raccolta differenziata è aumentata, mentre le discariche su tutto il territorio regionale si sono ridotte dalle 357 iniziali a 114. Ma c’è ancora molto da fare per allineare la Sicilia agli obiettivi del "decreto Ronchi" che nel ‘97 fissò il tasso di raccolta differenziata al 35% sul totale della produzione di rifiuti urbani: tanto più che il Nord ha già superato il 30%, il Centro è intorno al 15, mentre il Sud e le isole sono ancora sotto il 6.
Il piano della Regione Sicilia prevede la realizzazione di quattro termovalorizzatori: uno a Bellolampo, alle porte di Palermo; gli altri ad Augusta (Siracusa), Casteltermini (Agrigento) e Paternò (Catania), per servire altrettante aree omogenee a cavallo di nove province. I primi tre impianti sono stati appaltati al gruppo Falck con alcuni partner locali, il quarto sarà realizzato da un altro gruppo. L’investimento complessivo ammonta a circa un miliardo di euro, con 1.500 occupati nella fase di costruzione e altrettanti in quella di gestione.
Ma è soprattutto sul doppio vantaggio, ambientale ed energetico, che punta il consorzio Actelios per superare le resistenze delle popolazioni locali e del fronte ecologista che hanno prodotto lo stop bipartisan dell’assemblea regionale contro il piano del presidente-commissario. Con l’installazione dei termovalorizzatori, da una parte verrebbe trattato e smaltito circa il 70% dell’attuale produzione regionale di rifiuti; dall’altra, verrebbe installata una potenza di 150 megawatt per una produzione di energia elettrica sufficiente a soddisfare il 20% del fabbisogno della popolazione siciliana. E così le discariche si ridurrebbero a 8 in tutta l’isola, con una diminuzione della massa dei rifiuti pari all’80%.
Per sostenere il piano, e difendere naturalmente i propri interessi aziendali, il gruppo Falck ha affidato il progetto degli impianti allo studio dell’architetto giapponese Kenzo Tange (scomparso recentemente), con l’intento dichiarato di trasformarli in altrettanti monumenti industriali e renderli così esteticamente più accettabili. Ma, per vincere l’ostilità degli ambientalisti, è soprattutto sul nome di Umberto Veronesi che il consorzio fa ora affidamento: l’ex ministro della Sanità ha accettato la presidenza di un comitato a cui spetterà il compito di monitorare la salubrità dei territori dove verranno installati i termovalorizzatori. Un oncologo di fama mondiale, insomma, come testimonial di tutta l’operazione.
Al di là delle motivazioni ideologiche e politiche, dunque, il caso siciliano riassume emblematicamente tutte le contraddizioni che qui o altrove alimentano la "guerra dei rifiuti". Gli ambientalisti hanno senz’altro ragione a insistere sull’esigenza prioritaria di ridurne innanzitutto il volume complessivo, con l’uso di materiali biodegradabili al posto delle buste o bottiglie di plastica e delle lattine, per incrementare quindi la raccolta differenziata ed evitare il sovradimensionamento degli impianti. Sta di fatto però che in tutto il Sud (e a dirlo qui è un meridionale, immune da qualsiasi tentazione di razzismo) la spazzatura è ancora una questione di abitudini o di cattive abitudini, di educazione o maleducazione civica, di igiene pubblica che spesso diventa emergenza sanitaria, diciamo pure di cultura: basta osservare le montagne di sacchetti, scatole e scatoloni ammassati abitualmente intorno ai cassonetti o agli angoli delle strade, per rendersene conto. E allora, proprio in difesa delle popolazioni interessate e dell’ambiente in cui vivono, occorre procedere realisticamente per fermare il degrado e impedire guasti maggiori.
In Sicilia, come in Campania, in Puglia o altrove, tutti abbiamo il problema dei rifiuti da smaltire, ma nessuno vorrebbe farlo nel proprio paese, nella propria città, provincia o regione. Gli inglesi, cultori del pragmatismo, la chiamano con un acronimo "sindrome Nimby": not in my backyard, non nel mio cortile ovvero nel mio giardino, insomma non a casa mia. Con tutte le garanzie necessarie, a cominciare da quelle sulla separazione dei materiali per finire al controllo delle emissioni, si tratta perciò di decidere la collocazione degli impianti di smaltimento nel modo più trasparente possibile, sulla base di valutazioni oggettive e ragionevoli.
Il termovalorizzatore, come raccontammo un anno fa da Brescia in un’inchiesta sull’Italia dei rifiuti, può rappresentare una risposta moderna a un problema antico e sempre più grave. Non è un mostro e non deve diventare un tabù. Sono oltre trecento, del resto, gli impianti di questo genere già attivi nel resto d’Europa. E se in un’ottica di "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con lo sviluppo e con la tutela della salute, si riesce a smaltire i rifiuti, a ricavarne energia e a ridurre l’inquinamento, vuol dire che avremo trovato la quadratura del cerchio.
Si veda anche l'intervento di Antonio di Gennaro
Fingiamo che l’annegamento dei cittadini campani in un mare di rifiuti non sia anche un problema di ordine pubblico e di malavita organizzata e che dipenda, come altrove in Italia, solo dall’ingente quantità di pattume che riusciamo a produrre, qualcosa come oltre 650 kg per persona ogni anno. Cosa dovremmo fare operativamente per avviare a una soluzione definitiva la questione? Una discarica non è mai la soluzione globale del problema rifiuti, sebbene quello di gettare gli avanzi attorno sia uno dei gesti più antichi dell’uomo. Una discarica è solo un buco per gettare soprattutto materia organica - la cosiddetta «frazione umida» - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (Rsu), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Poi c’è la carta (28%), la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme con gli altri rifiuti che compongono la «frazione secca». E la frazione umida puzza, pure se, paradossalmente, l’aria di una discarica è certamente più salubre di quella del centro storico di Napoli, strangolato dal traffico. La puzza dei rifiuti non è gradevole, ma non intossica, come invece le diossine dei cassonetti incendiati per le strade.
Le discariche poi sono pericolose perché, a lungo termine, comunque inquinano: per quanto isolate artificialmente e poste in luoghi geologicamente adatti, sono soggette a perdere liquidi con probabile contaminazione di falde idriche, suoli e gas. Le discariche mangiano territorio e spazi comuni, alterano il paesaggio, richiamano gabbiani, topi, cornacchie, piccioni. Insomma i buchi non funzionano, perché dovremmo ancora sorbirceli magari per sempre? Non è nemmeno una soluzione bruciare i rifiuti, come si suggerisce a gran voce, non tanto per i problemi di carattere ambientale legati alle ceneri solide o ai fumi emessi al camino, carichi di diossine e polveri sottili anche quando restano nei limiti di legge. Da questo punto di vista un inceneritore non è più malefico del traffico cittadino responsabile di centinaia di migliaia di morti l’anno solo in Italia. Piuttosto è il bilancio energetico a essere in difetto perché si ottiene molta meno energia da un oggetto bruciato rispetto a quella che si è dovuta impiegare per costruirlo. Bruciare i rifiuti non conviene.
Due sono le soluzioni e le conosciamo bene: primo, produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che aziende e ditte non hanno ancora cominciato significativamente a fare. Secondo, raccogliere i rifiuti in maniera differenziata e riciclarli, operazione che porta quattro vantaggi: allunga la vita delle materie prime, riduce gli inquinamenti, fa risparmiare energia e tutela il paesaggio dall’apertura di nuove cave e miniere. È un’operazione vecchia, che già si faceva nel nostro Paese negli Anni 60, quando i netturbini venivano a raccogliere fino davanti la porta di casa il contenuto dei secchi zincati foderati di fogli di giornale. Anzi, fino dalla Napoli del Settecento, le cui strade erano pulitissime, perché tutto veniva portato agli orti della campagna per ammendare il terreno e coltivare.
Si dice: però in Campania c’è un’emergenza. Ma che emergenza è quando se ne parla da almeno quindici anni e non si sono fatti passi in avanti di un qualche rilievo? Forse la via per uscire dall’emergenza è quella di considerarla cronicizzata e di comportarsi come il buon senso vorrebbe prendendo il tempo che ci vuole: campagne di educazione sul problema, partenza di una seria strategia per la raccolta differenziata e riciclaggio, seguendo l’esempio di comuni più piccoli, ma oculati che hanno capito - prima della camorra - che i rifuti possono diventare un affare (pulito) quando non li si considera più scarti, ma risorse. Almeno fino a quando non si arriverà al sospirato (ma forse utopistico) azzeramento dei rifiuti. Nell’ormai mitologico comune di Peccioli (Pi) arrivano oltre 600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani che qui vengono trattati e producono oltre tre milioni di euro l’anno con i quali l’amministrazione provvede alle spese correnti e anche a quelle straordinarie. Non contenti, a Peccioli hanno costituito un azionariato popolare per cui i cittadini si dividono i guadagni dello smaltimento controllato che gestiscono: 5 mila azionisti per un affare che non prevede speculazioni di Borsa e che non può conoscere crisi. Proprio quindici anni fa a Peccioli i rifuti erano un’emergenza, oggi sono una risorsa, converrebbe rifletterci.