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L’Italia ha deciso di abbandonare il nucleare attraverso un primo referendum nel 1987, erano gli anni di Chernobyl e della corsa agli armamenti. A distanza di dieci anni, la chiusura del ciclo nucleare era ancora lontana era ancora lontana, perciò nel 1999 fu fondata la Sogin, una società di stato per decommissionare gli impianti e gestire i rifiuti radioattivi. Con il referendum del 12 e 13 giugno 2011, l’Italia ha ribadito la volontà di non costruire centrali atomiche.

A 32 anni da quella espressione popolare l’Italia non sa ancora dove depositerà in via definitiva e in sicurezza i propri rifiuti radioattivi.
La questione delle scorie e del pericolo rappresentato da possibili incidenti nucleari, come i disastri di Černobyl (1996), Tokaimura (1999), Fukushima Dai-ichi (2011), solo per nominare i più gravi, non sono gli unici problemi.
Pensavamo che già prima di Fukushima l'era del nucleare fosse finita, dato i costi insostenibili per la gestione di tutto il ciclo nucleare, quindi rifiuti radioattivi compresi, ma dopo il disastro in Giappone ne eravamo quasi convinti, gli incidenti nucleari hanno ripercussioni enormi e lunghissime, una disastrosa eredità che graverà sulle generazioni future. Finché a determinare le scelte sarà la ricerca del massimo guadagno da parte dell'operatore, i rischi di catastrofi, l'inquinamento nonstop da scorie che non si sa dove mettere, il pericolo di proliferazione di armi nucleari (perchè le industrie dell'energia nucleare e delle armi nucleari condividono una base tecnologica comune e sono reciprocamente vantaggiose) non basteranno per fermare il nucleare. Ma l'opposizione a questa tecnologia è una questione di sopravvivenza.
Su eddyburg trovate altri articoli di critica alla proliferazione di questa tecnologia. Segnaliamo l'articolo di Angelo Baracca «Antropocene-Capitalocene-Nucleocene» per comprendere la pesante eredità dell'era nucleare e l'impatto nefasto dei prodotti nucleari, di scorie impossibili da smaltire. Sempre di Baracca l'articolo «NATO, UE, armamenti nucleari», che ricostruisce la sudditanza dell'Italia e dell'Europa alle scelte degli Stati Uniti attraverso il trattato NATO, le pesanti ripercussioni che ancora oggi gravano sulle scelte della politica italiana e il rischio catastrofico di una guerra nucleare che incombe. Ricordiamo inoltre l'articolo di Giorgio Nebbia «In morte di una centrale», quella di Montalto di Castro, storia di danni e sprechi, che potevano essere evitati, perché il nucleare era una scelta sbagliata, come già denunciato dal movimento antinucleare. Infine, l'articolo di Enrico Piovesa «Risiko nucleare. La minaccia non arriva solo da Kim» che denuncia come i programmi di modernizzazione delle forze nucleari esistenti, avviate da tutte le nazioni armate di atomica, contribuisce notevolmente alla proliferazione nucleare.
(i.b.)
Due settimane fa il Fatto online dava una notizia sorprendente, almeno a prima vista: un maxi ordine da 190 milioni di compresse di iodio anti-radiazioni era stato inoltrato a un produttore austriaco dall’Ufficio federale tedesco per la protezione dalle radiazioni. E’ noto come lo iodio “buono” agisca saturando la tiroide e impedendo che si accumuli nella ghiandola quello radioattivo, in grado di provocare tumori. Notizia ghiotta, ma, a prima vista, stravagante.

Dopo un G7 che finalmente si è accorto che l’Amazzonia brucia, che in Iran è meglio trattare che bombardare, che la guerra dei dazi rende tutti perdenti, come mai torna in vita la paura del nucleare? Dopo gli abbracci, tra una prova missilistica e l’altra, tra Trump e Kim Jong-un e dopo la clamorosa uscita di scena, almeno negli USA e in Europa, dei reattori nucleari come prospettiva energetica risolutiva. In effetti, il cambio di cultura imposto dalla minaccia della catastrofe climatica, impone non solo il controllo delle emissioni climalteranti, ma anche il pieno controllo sociale delle tecnologie per prendersi cura della Terra e l’incompatibilità tra radiazioni e salute dell’intera biosfera si è rivelata insormontabile. Così, il nucleare civile è ormai residuale negli Stati Uniti dove fornisce un contributo alla produzione di elettricità del 20% proveniente da 99 reattori nucleari attivi con un’età media di circa 37 anni, mentre in tutta la UE si prevedono dismissioni e abbandoni, con i due grandi reattori di Areva ancora di là da venire.

Da dove viene allora l’imprevisto ordine tedesco di immunizzazione radioattiva della popolazione, quando la guerra nucleare passa per un esercizio maniacale di Trump e sono solo 451 i siti nucleari civili attivi nel mondo contro 63.000 impianti tradizionali, che invece attirano le maggiori preoccupazioni per le emissioni di CO2?

Bastano tre considerazioni, purtroppo trascurate dai media, per giustificare l’allarme.

1. Il progetto di documento, chiamato Nuclear Posture Review (v. https://fas.org/issues/nuclear-weapons/nuclear-posture-review/ ), che espone la strategia nucleare degli Stati Uniti di recente elaborazione, consente l'uso di armi nucleari per rispondere a una vasta gamma di attacchi devastanti, ma non nucleari, alle infrastrutture americane, inclusi gli attacchi informatici. Il nuovo documento è il primo ad espandersi oltre lo scambio di attacchi atomici, per includere i tentativi di distruggere infrastrutture di vasta portata, come la rete elettrica o le comunicazioni di un paese, in quanto sarebbero più vulnerabili alle armi informatiche. La nuova strategia sotto Trump sarebbe la risposta pronta non solo ai progressi nucleari della Corea del Nord e dell’Iran ma anche a quelli di hackering informatici da parte di Russia e Cina. Se il cyber può causare un malfunzionamento fisico delle principali infrastrutture con conseguenti morti, il Pentagono ha ora trovato il modo di "stabilire una dinamica dissuasiva" ricorrendo all’impiego della bomba nucleare. Anche a tal fine si è stabilito il prezzo per un rifacimento trentennale dell'arsenale nucleare USA (comprese le B61 di Aviano e Ghedi!) in oltre 1,2 trilioni di $.

2. L’incidente nucleare dell’8 agosto, in una città della Russia sub-artica nella provincia di Archangelsk in Siberia (vedi Yurii Colombo su il manifesto, 14/8/2019), totalmente oscurato dall’entourage di Putin anche dopo che si è registrato un livello di radioattività 16 volte maggiore rispetto ai valori normali, si suppone dovuto ad un’esplosione durante i test su un reattore con una fonte di energia a radioisotopi montato su un razzo da crociera. Programmi di ricerca simili sono stati condotti negli Stati Uniti. I dubbi sull’esplosione dell’8 agosto non sono legati tanto al tasso di radioattività ma al tipo di radiazioni emesse, su cui “si sa davvero poco”.

3. La maledizione di Fukushima: “Il Governo giapponese inganna l'Onu, violati i diritti umani di lavoratori e bambini”. Così riferisce l’ANSA (ROMA, 08 MAR) riferendo l'accusa di Greenpeace, che, a 8 anni dal disastro dell'11 marzo 2011 pubblica un rapporto che certifica che i livelli di radiazione nella zona di esclusione e delle aree di evacuazione intorno alla centrale sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo e che in oltre un quarto dell'area la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato. A distanza di 8 anni dall’incidente non si vede nessuna prospettiva di soluzione. La rimozione del combustibile presente nelle piscine dei reattori danneggiati (per un totale di 1.393 elementi) è stata completata solo per l’unità 4, mentre per l’unità 3 dovrebbe iniziare entro quest’anno e solo nel 2023 per le unità 1 e 2. Un immane disastro nello spazio e nel tempo.

4. Infine c’è da prendere in considerazione il rilancio senza clamori della tecnologia nucleare, previsto da uno dei siti Web più influenti sul piano delle politiche industriali. Il Website “dell’innovazione e dell’industria manifatturiera USA” con sede nel Michigan (v. https://www.iqsdirectory.com/resources/although-their-heyday-is-past-the-future-of-nuclear-reactors-appears-bright ) riporta che in Cina sono partiti due reattori “sicuri” che eliminano la necessità di sistemi di raffreddamento esterni, cosa che è fallita a Fukushima. "Questa tecnologia sarà sul mercato mondiale entro i prossimi cinque anni", ha detto Zhang Zuoyi, il direttore dell’Institute of Nuclear and New Energy Technology di Pechino. "Stiamo sviluppando questi reattori per conquistare il mondo." Intanto la NASA sta collaudando il progetto Kilopower, un reattore nucleare compatto con il potenziale per alimentare le missioni sulla luna, su Marte e persino nei più profondi tratti dello spazio.

Attenti, quindi, perché zitti zitti, i militari più aggressivi ed i sostenitori di una tecnologia che sfugge al controllo sociale e alla riproduzione della biosfera potrebbero ricominciare, magari dai missili, dai robot e dallo spazio, lontano da occhi umani, a riproporci una strada che sembrava desueta e da abbandonare definitivamente. Ma quanti altri disastri nucleari e quante tonnellate di pastiglie a mo’ di Aspirina ci occorrono per costringere finalmente i politici eletti per governare non solo il presente, ma anche il futuro dei nostri figli, a porre fine alla follia nucleare?

Per comprendere la pesante eredità dell'era nucleare e l'impatto nefasto dei prodotti nucleari, di scorie impossibili da smaltire. Eppure le centrali nucleari prosperano, le estrazioni di uranio continuano, e le armi nucleari non sono debellate. Siamo seduti su una bomba atomica. (i.b.)

Qui l'articolo pubblicato sulla rivista Effimera.

Re:Common, 31 gennaio 2019. Processo contro i dirigenti della Tirreno Power accusati di disastro ambientale e sanitario colposo per la gestione della centrale a carbone di Novi Ligure, impianto sequestrato nel 2014. (i.b.)

A fine gennaio è cominciato il processo di 26 persone, ex e attuali dirigenti e funzionari dell'azienda e vari componenti dei Cda. L'accusa è di disastro ambientale e sanitario colposo. Sotto inchiesta erano finiti anche politici e amministratori locali, ma la loro posizione è stata archiviata. L'impianto é stato sequestrato nel 2014 per il rischio di inquinamento nonché di mortalità dei residenti e dell'aumento delle malattie respiratorie. Attualmente la centrale è in funzione solo in parte, ma alimentata a metano.
Si leggano gli articoli: RE: Common Stories sulla centrale di Vado Ligure,
Centrale a carbone di Vado Ligure, processo alle porte?, e La lotta contro il carbone di Vado Ligure non è finita. (i.b.)

Re:common, 25 settembre 2018. Recensione e radio intervista all'inchiesta di Marina Forti sull'impatto ambientale dell'industrializzazione del "miracolo italiano". Come allo sviluppo economico siano stati sacrificati la terra, l'acqua, l'aria e la salute dei lavoratori. (i.b).

Mala Terra, scritto dalla giornalista Marina Forti e pubblicato da Laterza, è un libro prezioso, fondamentale, imprescindibile per capire quali sono i pesantissimi strascichi lasciati dal processo di industralizzazione condotto nel secolo scorso nel nostro Paese. Soprattutto spiega alla perfezione come si stia gestendo, molto male, questo pesante lascito.

Grazie a una minuziosa ricostruzione storica e una costante presenza sul campo, uno stile asciutto e incisivo, Forti ci racconta di territori martoriati, comunità che non si arrendono, di una classe imprenditoriale sempre pronta a “socializzare” problemi e difficoltà e di istituzioni spesso assenti, a volte maldestre, non di rado complici.
Sulla scorta di un’esperienza decennale in giro per il mondo anche come inviata del Manifesto, per il quale ha curato a lungo la rubrica Terra Terra, l’autrice riesce a trattare con la giusta sensibilità alcuni passaggi fondamentali della recente storia italiana, in primis il ruolo chiave svolto dal comparto chimico, considerato per anni la panacea di tutti i mali e una fonte inesauribile di posti di lavoro.
Mala Terra è così un susseguirsi di storie ben conosciute, come il dramma di Taranto o la saga infinita di Porto Marghera, di altre scomparse troppo presto nei media nazionali, come i casi di Bagnoli o Portoscuso, o di altre ancora di cui si sa pochissimo, per non dire nulla, perché hanno avuto un po’ di eco solo sui quotidiani a tiratura locale, come la vicenda Caffaro a Brescia.
Certo, nell’età dell’oro dell’industria italiana questi luoghi erano una sorta di oasi felici, come Colleferro, la città-fabbrica della Valle del Sacco, dove la classe operaia locale aveva raggiunto un discreto benessere anche perché tutto era pensato in funzione della produzione aziendale. Non va dimenticato che, per esempio, per il petrolchimico di Priolo sono spariti agrumeti di gran pregio o che a Bagnoli un’embrionale vocazione turistica è stata cancellata dallo sviluppo industriale che ha lasciato solamente macerie.
Per molto tempo i lavoratori sono rimasti beatamente ignari dei rischi per la salute legati a quanto maneggiavano o respiravano in fabbrica. Ma già nella seconda metà degli anni Settanta per molti dei casi esaminati nel libro si iniziò a capire quali erano le conseguenze dell’avere a che fare con sostanze come Pcb o diossine, mercurio o solventi clorurati. E che lo smaltimento di quelle sostanze era e sarebbe sempre stato un grosso problema. Si sono sfiorate immense tragedie. A Porto Marghera, quando un incendio è arrivato a 20 metri da un deposito dove c’erano 12 tonnellate del letale fosgene, si è sfiorata una nuova Bhopal.
Sono stati commessi errori sistemici: alla fine del loro ciclo queste industrie assicuravano pochi posti di lavoro, eppure nessuno ha pensato a pianificare un giusto processo di riconversione, come accaduto con esiti più o meno positivi in altri paesi. Meglio spremere il più possibile l’esistente, senza uno straccio di visione di medio e lungo termine.
Il tutto “scordandosi” poi delle bonifiche, che invece chiedono a gran voce i mille comitati, associazioni e organizzazioni nate nei territori dove si continua a morire e a soffrire per uno sviluppo industriale fuori controllo. Per ripulire l’Italia servirebbero almeno 30 miliardi di euro. Tanti soldi che avrebbero dovuto in buona parte sborsare le compagnie private, che troppo spesso si sono guardate bene dal riparare i danni causati dal profitto a ogni costo.
Tratto dalla pagina qui raggiungibile.
Qui l'intervista all'autrice su radio articolo 1.

terraterraonline, 11 marzo 2018. Un reportage su un'altro caso emblematico dell'incapacità della politica, nonostante la retorica ambientalista, di tenere insieme le ragioni della salute umana e ambientale con il diritto al lavoro. (i.b.) Con riferimenti

Il gruppo Sider Alloys di Lugano ha acquisito lo stabilimento ex Alcoa di Portovesme, in Sardegna, il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario. L’accordo è stato firmato il 15 febbraio presso il ministero per lo Sviluppo Economico (Mise), a Roma, e coinvolge Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti. È stato annunciato un investimento di 135 milioni di euro per far ripartire la produzione: ma saranno in gran parte anticipati da Invitalia. I lavoratori della ex Alcoa, che da quasi quattro anni presidiano lo stabilimento per impedirne la chiusura, ora sperano di tornare al lavoro. Portovesme però è uno dei siti più inquinati d’Italia, in attesa di bonifica per rimediare a quarant’anni di scarichi industriali incontrollati. Tra le ragioni della salute ambientale e quelle del lavoro rischia di scoppiare un nuovo conflitto.

Solo trecento metri separano le ultime case di Portoscuso e i primi impianti della zona industriale. La strada passa sotto un ponte di nastri trasportatori, costeggia un deposito scoperto di minerali, supera la centrale termica dell’Enel e prosegue per cinque o sei chilometri tra giganteschi serbatoi, capannoni, un deposito di carbone a cielo aperto. Portoscuso è un comune di cinquemila abitanti sulla costa della Sardegna sud-occidentale, nella regione del Sulcis. La sua zona industriale, chiamata Portovesme, è una delle più grandi dell’isola (qui sopra una foto di Federica Mameli). Nata a fine anni ’60, è un insieme di impianti in cui si svolgeva l’intero ciclo di produzione dell’alluminio, dalla polvere di bauxite fino ai prodotti finali, oltre a una fabbrica di zinco, piombo e acido solforico. Quando lavorava a pieno ritmo qui il panorama era dominato dal nero del carbone scaricato nel porto e dal rosso della bauxite che volava dal nastro trasportatore, dal via vai di camion, e da un impressionante bacino rossastro: 125 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima.

Le ciminiere di Portovesme a 300 metri dalle case di Portoscuso, foto di Marina Forti
Oggi le ciminiere continuano a dominare la costa. Anche il bacino dei fanghi rossi resta là, ma le tracce di attività sono rare. I capannoni mostrano la ruggine. Resta in funzione la centrale Enel a carbone: ma per giorni non produce neppure un chilowattora perché non avrebbe a chi venderlo, tanto più che la stessa Enel ha disseminato la zona di pale eoliche per il fabbisogno locale. È attiva anche l’ex fabbrica di zinco e piombo, la Portovesme Srl, ma lavora solo rottame e “fumi d’acciaieria”, cioè scarti della lavorazione dell’acciaio da cui trae una (piccola) parte di metalli e una parte consistente di reflui. Il ciclo dell’alluminio invece è fermo dal 2012; solo pochi addetti accudiscono gli impianti nell’attesa di un rilancio.

Le istituzioni regionali e il governo promettono da anni di rilanciare l’area di Portovesme: trovare un acquirente per la ex Alcoa è stato il primo passo. Secondo il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, l’obiettivo è «rimettere il Sulcis in condizione di fare il ciclo completo dell’alluminio». L’Italia oggi importa alluminio, ha sottolineato il ministro; l’impianto acquisito da Sider Alloys potrà produrre a regime 150 mila tonnellate l’anno, circa il 15 % del fabbisogno nazionale. Anche la vecchia Eurallumina, oggi di proprietà del gruppo russo Rusal, promette di investire 200 milioni di euro per riprendere le attività, con un piano che prevede però di ampliare il famigerato bacino dei fanghi rossi e costruire un proprio impianto a carbone per generare vapore.

È questo il paradosso di Portovesme. Rilanciare il polo industriale porterebbe lavoro in una zona depressa: il Sulcis conta 38mila disoccupati su 130 mila abitanti. Ma porterà anche altro carbone e nuove discariche industriali in una zona ad “alto rischio di crisi ambientale”.

Alimenti contaminati

La crisi ambientale a Portoscuso scoppiò quando uno studio dell’università di Cagliari rivelò che gli scolari della prima media avevano quantità allarmanti di piombo nel sangue. Era il 1988: «Ci parlarono di “danno biologico accertato”» ricorda Angelo Cremone, allora operaio specializzato alla Alsar (poi divenuta Alcoa) e padre di uno di quei bambini. La zona industriale a quel tempo occupava oltre diecimila persone, era il primo datore di lavoro nel Sulcis. Ma scoprire che le fabbriche stavano avvelenando i propri figli fu uno shock. «Capimmo che ci nascondevano i fatti» spiega Cremone.

È nato allora un comitato di cittadini. Furono anni di proteste, denunce, ordinanze comunali. Cittadini e lavoratori erano egualmente coinvolti: un caso raro nell’Italia di allora, dove si moltiplicavano i conflitti tra il nascente movimento ambientalista e le organizzazioni dei lavoratori.

«Gli abitanti di Portoscuso cominciarono a capire cosa volesse dire un’area industriale così vicina alle case» ricorda il dottor Ignazio Atzori, allora ufficiale sanitario e assessore all’ambiente. Oggi Atzori è vicesindaco di Portoscuso e ha di nuovo la delega all’ambiente (nei primi anni Duemila è stato anche sindaco); lo incontro negli studi dell’Azienda sanitaria locale. Spiega che in quei lontani anni ’80 erano già comparsi segnali di allarme, nel vino e nei formaggi locali erano stati trovati piombo e fluoro: «Allora però se ne parlava più che altro in termini di risarcimenti».

Oggi sembra una follia mettere discariche in riva al mare e depositi di carbone accanto alle case. «Ma allora queste considerazioni non si facevano», osserva Atzori. «Le miniere dell’Iglesiente avevano appena chiuso, la zona era segnata dalla crisi. Su tutto prevaleva la necessità del lavoro, ai giovani non restava che emigrare. Così, nei primi anni ’70 tutti accolsero con grande favore la decisione di ubicare qui una nuova zona industriale».

Nel 1993 il governo dichiarò Portoscuso zona “ad alto rischio di crisi ambientale”. Arrivò il primo piano di disinquinamento, finanziato con 200 miliardi di lire. Più tardi (nel 2001) il ministero dell’Ambiente incluse Portoscuso-Portovesme nel più ampio “Sito di interesse nazionale” del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, con più di 200mila abitanti in 29 Comuni, una superficie di 620 kmq a terra e 900 kmq di mare, e una gran quantità di vecchie miniere, fabbriche e discariche.

Da allora l’aria a Portoscuso è migliorata: crollata la produzione industriale, sono venute meno anche le emissioni. La bonifica però non è mai stata completata. Nei terreni e nelle falde idriche un inquinamento profondo continua a contaminare la catena alimentare, con grave danno per gli abitanti (vedi “Una crisi sanitaria poco studiata”). A Portoscuso non si può consumare il latte delle pecore e capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la carne, né raccogliere mitili e crostacei o vendere frutta e verdura: la Asl locale raccomanda soprattutto di non farli mangiare ai bambini. Nelle polveri sottili ci sono piombo e cadmio. Il terreno è impregnato di metalli pesanti. La falda sotto Portovesme è un concentrato di veleni, secondo l’ultima relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente diffusa nel giugno 2017: i campioni prelevati nell’area industriale rivelano arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti. Sostanze tossiche, neurotossiche, cancerogene.

«Il problema è che i soldi stanziati negli anni ’90 sono quasi finiti, ma gli interventi di bonifica non sono affatto conclusi» spiega Atzori. Parla delle strade rurali e urbane che nei primi anni Settanta erano state pavimentate con scorie di piombo e zinco della Samim (Eni): «Stiamo ripulendo perfino la strada davanti alla scuola materna».

Quanto all’area industriale, la Regione Sardegna afferma che sono in corso interventi di messa in sicurezza e bonifica per oltre 230 milioni di euro tra investimenti e e costi operativi, a carico delle aziende in base al principio chi inquina paga. Alla fine del 2017, dopo anni di gestazione, è stato approvato un progetto di “barriera idraulica” per mettere in sicurezza la falda idrica sotto a Portovesme: si tratta di pompare l’acqua prima che raggiunga il mare, trasferirla a impianti per depurarla, poi riutilizzarla nei processi produttivi o rimetterla nelle falde. È un’opera “consortile”, cioè coinvolge le diverse aziende che vi hanno impegnato 54 milioni di euro. Ma poi bisognerà fermare le fonti della contaminazione.

«Abbiamo assistito a un’incredibile serie di silenzi e omissioni» dice Angelo Cremone, che oggi rappresenta l’associazione Sardegna Pulita. Licenziato dall’Alcoa, ha continuato a dare battaglia contro l’inquinamento come consigliere comunale e ora come attivista. È tra le parti civili nel procedimento in cui la direzione aziendale dell’Eurallumina è imputata per “disastro ambientale”: ma il processo cominciato nel 2015 si trascina; il 16 febbraio l’avvio delle udienze è di nuovo slittato. «L’inquinamento è noto da molto tempo» insiste Cremone «e anche l’impatto sulla nostra salute: ma chi doveva intervenire non lo ha fatto».

Portovesme è presidiata

Nell’area industriale semi deserta, i cancelli della ormai ex Alcoa si riconoscono dalle bandiere sindacali e da uno striscione azzurrino: «Continua la lotta per il lavoro e il territorio», firmato dai «lavoratori Alcoa e appalti» del Sulcis Iglesiente.

Lo stabilimento è presidiato da quasi quattro anni. Alla fine del 2012 infatti Alcoa ha sospeso l’attività e messo tutti in cassa integrazione; finita questa, dal 2014 è tutto fermo: d’improvviso ottocento persone (di cui circa metà dipendenti di ditte in appalto) sono rimaste senza lavoro né cassa integrazione, affidate agli “ammortizzatori sociali”. Però non si sono rassegnate, e dal maggio del 2014 presidiano la fabbrica. «All’inizio ci siamo organizzati in squadre e abbiamo presidiato i cancelli 24 ore su 24, tutti i giorni» spiega Gianmarco Zucca, delegato di fabbrica della Fiom, la Federazione dei lavoratori metalmeccanici della Cgil. Poi è passato un anno, due, tre, «chi ha trovato dei lavoretti, chi ha perso la speranza. Ora siamo qui due giorni alla settimana».

È un venerdì di dicembre, giorno di presidio. «Quando sono entrato in fabbrica, nel 1989, era un vero inferno. Da allora però le cose sono cambiate. L’abbiamo visto sulla nostra pelle» continua Zucca. Anni fa «la fabbrica scaricava in modo selvaggio: ma poi hanno messo filtri, chiuso alcuni impianti. Oggi ci sono regole e controlli». Saliamo in macchina per perlustrare la zona. Ecco il capannone con le celle elettrolitiche per l’alluminio: uno dei lavori più pericolosi era preparare le vasche con la polvere di allumina in un bagno di fluoruro e sodio, e poi gli anodi in grafite. Gli addetti erano esposti a polveri e sbalzi di temperatura. File di carrelli poi portavano l’alluminio fuso in fonderia, per farne pani, bille o placche in leghe diverse secondo le ordinazioni: «Era alluminio di grande qualità, anche per le Ferrari». Vicino c’era la Metallotecnica, la «fabbrica-scuola» da cui uscivano ottimi carpentieri, tubisti, lavoratori specializzati.

Il presidio dell’Alcoa è retto da un centinaio di persone, più altre che passano in modo occasionale: «È anche un modo per tenersi in contatto» osserva Milena Masia, anche lei dipendente Alcoa. L’età media dei lavoratori qui è 38/40 anni, spiega, «tutti hanno figli a scuola o all’università, e mutui da pagare». Pochi hanno trovato un altro lavoro.

Si capisce che qui aspettassero con ansia la vendita dello stabilimento. Nel 1996, quando Alcoa acquistò lo stabilimento di Portovesme, il corso dell’alluminio sul mercato mondiale era alto e il governo italiano garantiva energia a prezzo agevolato (l’energia è quasi il 40% del costo di produzione dell’alluminio primario, cioè ottenuto dalla materia prima). Così Alcoa trovò conveniente produrre anche quando nel 2009, chiusa la Eurallumina, dovette importare la polvere d’allumina da fuori. Poi però l’Unione europea ha stabilito che quell’energia a prezzo di favore era un aiuto pubblico illegittimo, e nel 2011 la Corte di giustizia europea ha ordinato all’azienda di restituire allo stato italiano circa 300 milioni di euro di sovvenzioni. Il governo ha esteso allora le agevolazioni a tutte le imprese “energivore” delle isole, (è stato chiamato “decreto salva-Alcoa”). Ma ormai Alcoa aveva deciso di lasciare l’Italia – anche se nel solo 2012 ha fatto 600 milioni di euro di utile netto, fanno notare qui. «Hanno chiuso una fabbrica in perfetta efficienza, che sulle emissioni rispettava parametri più severi di quelli dell’Unione europea, aveva mercato e faceva profitti» si indigna Francesco Bardi, della segreteria della Camera del lavoro di Carbonia, che incontro davanti allo stabilimento presidiato. Quando infine nel 2016 Alcoa ha annunciato l’intenzione di smantellare gli impianti si è fatta avanti Invitalia, con il compito di cercare nuovi acquirenti per la fabbrica di Portovesme.

Oggi il presidio dei lavoratori continua. «Speravamo di conoscere i piani della nuova azienda, ma non abbiamo avuto comunicazioni ufficiali» spiega al telefono Roberto Forresu. Già: il piano industriale presentato dal gruppo ticinese al governo italiano non è stato diffuso, e neppure i termini dell’accordo tra Sider Alloys e Invitalia. È noto però che dei 135 milioni di investimento annunciato, ben 84 saranno anticipati da Invitalia a tasso agevolato, 20 saranno messi da Alcoa come contributo alla bonifica e 8 a fondo perduto dalla regione Sardegna. L’investimento di Sider Alloys si riduce a una ventina di milioni di euro.

Una dismissione rinviata?

Nei primi anni 2000 l’area industriale di Portovesme dava ancora lavoro a cinquemila persone tra dipendenti diretti, imprese in appalto e indotto. Oggi restano 1.300 addetti alla Portovesme Srl e 380 alla centrale Enel. Le imprese di servizio fanno altri trecento dipendenti; poche decine lavorano al porto industriale. Poi ci sono 120 persone che timbrano il cartellino alla Eurallumina, ora Rusal: anche loro sperano nel rilancio.

Il “piano di ammodernamento” dell’azienda russa però ha suscitato numerose obiezioni (pubblicate sul sito della regione Sardegna). Una riguarda il carbone: perché mai un nuovo impianto? Infatti quello Enel è sottoutilizzato (e l’Italia si è impegnata a “uscire” dal carbone entro il 2025). Intanto anche la Portovesme Srl promette nuovi investimenti, ma chiede per i suoi reflui una nuova discarica: l’attuale è esaurita e l’azienda di proprietà Glencore minaccia di chiudere se non sarà autorizzata a raddoppiarla. Il solito, vecchio “ricatto del lavoro”.

«La situazione del lavoro è drammatica» riconosce il vicesindaco Atzori, e però sarebbe meglio ragionare sulla dismissione: «Stiamo parlando di produzioni non competitive, le materie prime e l’energia vengono da fuori. Erano poco sostenibili già in passato, se non per le sovvenzioni pubbliche. Regge solo la Portovesme Srl perché è diventata una piattaforma di smaltimento di rottame».

«Quella di Portovesme non è un’industria che possa reggere» è il tassativo commento di Stefano Deliperi, presidente di un gruppo di giuristi e ambientalisti, il Gruppo di intervento giuridico, che ho raggiunto al telefono. «Quelle aziende vivono di cassa integrazione e ammortizzatori sociali. Non ha senso continuare a buttare via soldi pubblici per iniziative industriali fuori mercato» continua: «Sotto il profilo ambientale e della salute pubblica è un disastro, e se non si cambia rotta non potrà che peggiorare». Difendere il lavoro non significa quel lavoro: «Perché non trasformare Portovesme in un polo di produzione di alluminio riciclato, secondo il principio del riutilizzo?». Sarebbe un considerevole risparmio di energia, osserva Deliperi; si salverebbero posti di lavoro e sarebbe un’alternativa sostenibile. Ma finora è prevalsa «una logica clientelare: si tiene in piedi una parvenza di lavoro, corsi formazione, riqualificazione, cassa integrazione». Deliperi dice che la classe politica «usa il Sulcis come un serbatoio di voti».

Per il vicesindaco Atzori, il sospetto peggiore è che il rilancio nasconda l’ennesima beffa: «Si rinvia la dismissione degli impianti per evitare di spendere le centinaia di milioni di euro necessarie a smontare le fabbriche e bonificare questo sito industriale».

Una crisi sanitaria poco studiata

La situazione sanitaria intorno all’insediamento industriale di Portovesme è allarmante, anche se ancora troppo poco indagata. L’indagine più completa finora realizzata è lo studio epidemiologico sulle aree industriali, minerarie e militari della Sardegna coordinato nei primi anni ‘2000 dal professor Annibale Biggeri. Commissionato dalla Regione Sardegna grazie a fondi europei, lo studio è stato pubblicato nel gennaio 2006 dalla rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia (Epidemiologia & Prevenzione).

Il primo rapporto Sentieri (l’indagine epidemiologica nelle zone esposte a inquinamento industriale in Italia, pubblicato dall’Istituto superiore di sanità nel 2011) segnala nella popolazione sia maschile che femminile un eccesso di mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio, oltre che per il tumore alla pleura e per le malattie perinatali. Conferma inoltre che nel 1998 la piombemia nei ragazzi di Portoscuso era superiore al livello d’attenzione in vigore negli Usa (cioè 10 microgrammi per decilitro di sangue). Nei lavoratori dell’Alcoa, in particolare gli addetti alla preparazione degli anodi per l’elettrolisi dell’alluminio, era in eccesso la mortalità per tumori al pancreas. Lo studio Sentieri considera anche le vicine zone minerarie, cioè tutto il “Sito di interesse nazionale” del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, e conclude che «la componente occupazionale svolge un ruolo rilevante nelle malattie dell’apparato respiratorio (tumorali e non) e nel tumore del polmone».

Da allora non si segnalano nuovi studi, se non parziali. Non c’è un sistema di monitoraggio continuo né uno screening periodico della popolazione esposta; in questa zona della Sardegna non è ancora operativo neppure il Registro dei tumori. Paradossale: c’è una situazione di rischio ambientale conclamato, ma non c’è il monitoraggio sanitario che ci si dovrebbe aspettare.

Ripreso da terraonline.org, il blog di Marina Forti, qui accessibile.

Riferimenti
Puoi leggere su eddyburg un altro articolo sul disastro ambientale di Portoscuso "Nel Sulcis dei veleni", e un articolo di Giorgio Nebbia "Quale futuro per l'acciao in Italia" sui rischi che la produzione di acciaio comporta e sugli investimenti e trasformazioni indispensabili per poter continuare la sua produzione in sicurezza.

Avvenire, 6 gennaio 2018. La mitica Befana porta dolciumi e carbone ai bambini. L'Epifania apre ogni giorno ai nostri occhi episodi sempre simili di utilizzazione criminale dei rifiuti velenosi prodotti in quantità crescenti dal micidiale "sviluppo" che cocciutamente perseguiamo

«Parla ad Avvenire un ex comandante indiano: «Così le industrie hanno avvelenato le coste della Somalia per anni»

«Tra il 1990 e il 2000 il mare davanti alla Somalia era diventato una pozzanghera dove tutti gettavano di tutto. Nell’ambiente marittimo era risaputo ». L’ombra delle navi dei veleni rispunta dalle parole delcomandante Kaizad H. Quarant’anni, di origini indiane, ha passato metà della sua vita navigando per i mari di mezzo mondo. Ora che si è ritirato sulla terraferma, continua a scrutare dalla scrivania ciò che si muove sulle onde degli oceani. «Adesso il mio lavoro consiste nel rintracciare navi attraverso il satellite», spiega al telefono da una località fuori Londra, senza entrare troppo nei dettagli.
La sua testimonianza, raccolta da Avvenire, conferma che per anni il mondo industrializzato ha scaricato porcherie nelle acque del Corno d’Africa. «Funzionava così – spiega Kaizad –: le industrie chimiche affidavano i loro scarti a contractors, che poi subappaltavano il trasporto per confondere le tracce il più possibile. Si creava una catena di società in modo che fosse assai difficile risalire alle responsabilità. Poi, invece di venire stoccate in modo sicuro in siti sulla terraferma, le scorie finivano per essere caricate a bordo di piccole navi e poi gettate in acqua. Queste ultime sono meno controllate, dunque è più facile passare inosservati e liberarsi del carico una volta arrivati in mare aperto. In quegli anni la Somalia era collassata, non c’era più la sorveglianza dello Stato sulle coste, quindi era il luogo ideale dove far confluire i traffici».

Parole che coincidono in modo inquietante con gli indizi messi in fila da diverse inchieste giudiziarie e giornalistiche, tutte legate da un unico filo rosso: la Somalia come meta costante di spedizioni tossiche senza mittente. Affari oscuri su cui pochi, con molto coraggio e poca fortuna, hanno cercato di far luce. C’è chi ha pagato con la vita, come Ilaria Alpi, uccisa nel 1994 a Mogadiscio. O come il capitano di fregata Natale De Grazia, morto misteriosamente un anno dopo, mentre da Reggio Calabria si stava recando a La Spezia per seguire un’altra pista inquietante, quella delle scorie radioattive affondate in mare.

Per questo le dichiarazioni di Kaizad fanno ancora più male: tutti inquinavano, tutti sapevano. Ma tanti, troppi, hanno chiuso gli occhi. E non basta. L’arrivo dei rifiuti tossici contribuì anche a scatenare la pirateria somala. Una teoria sostenuta dall’Unep (il programma dell’Onu per l’ambiente) e da alcuni analisti della Us Navy, che Kaizad sottoscrive in pieno: «Quando i pescatori locali uscivano in mare, si imbattevano in grandi navi che pescavano illegalmente – sottolinea Kaizad – oppure in imbarcazioni che affondavano fusti. Molti hanno perciò deciso di imbracciare le armi».

Uno scenario desolante, che tradisce le responsabilità dell’Occidente.Ed è una magra consolazione sapere che in seguito la situazione in Somalia è migliorata. «Ho avuto modo di constatarlo nel 2009, quando mi sono trovato a navigare da quelle parti – osserva Kaizad –. La missione internazionale anti pirateria ha consentito di pattugliare ampi tratti di mare». Le buone notizie, però, finiscono qui. «I trafficanti non si sono scoraggiati, si sono solo trasferiti altrove. Ad esempio sulle coste dell’Africa occidentale, dove i controlli sono praticamente assenti. Ci sono Paesi come la Guinea equatoriale che hanno solo due motovedette della guardia costiera. Impossibile presidiare centinaia di chilometri di costa... Attenzione anche alla Nigeria. Laggiù ci sono molte industrie del settore petrolchimico e ben poche regole. Facile disfarsi degli scarti senza grandi problemi».

È possibile che dietro questi traffici ci sia la mano della criminalità organizzata o delle organizzazioni terroristiche? «In Somalia i legami con le bande armate erano abbastanza evidenti, in West Africa si tratta di semplici affaristi senza scrupoli». Nella sua carriera Kaizad ha solcato anche il Mediterraneo. Ma preferisce non sbilanciarsi sui segreti custoditi dai fondali del mare nostrum. Si limita a osservare che è più difficile affondarvi veleni: «Forse qualcosa può essere accaduto negli anni Settanta-Ottanta. Ma ora ci sono tanti controlli, l’area è monitorata continuamente ». Meglio andare altrove per fare certe cose. L’Africa è dietro l’angolo.

«Un danno ambientale di almeno 1,5 miliardi di euro: 300 ettari di terreno inquinato, 25 mila abitanti coinvolti. Per quasi vent'anni la produzione è andata avanti nonostante i documenti interni avessero lanciato l'allarme». L'Espresso online, 17 agosto 2017 (p.d.)

Più di 20 mila documenti dell'industria dei veleni. Note riservate, lettere interne, verbali di riunioni e studi scientifici che mostrano le avanzate conoscenze che i grandi gruppi della chimica mondiale, dalla Monsanto alla DuPont, dalla Union Carbide alla Dow, avevano a disposizione già negli anni ‘70 sulla tossicità di erbicidi, pesticidi e composti chimici. Li hanno chiamati "The Poison papers", le “carte dei veleni”. Un vasto archivio formatosi negli anni grazie alle richieste inoltrate alle agenzie federali statunitensi e alle cause intentate contro le industrie chimiche, raccolto dalla scrittrice e attivista Carol Van Strum e pubblicato dal Bioscience Resource Project e dal Center for Media and Democracy. E da questa immensa mole di documenti, che risalgono fino agli anni '20, emergono i primi risvolti italiani.
Basta seguire la storia dei Pcb, i policlorobifenili, composti brevettati nei primi anni '30 dalla Monsanto, per arrivare a una fabbrica chimica alle porte di una laboriosa città del nord Italia. Alcune note confidenziali della Monsanto rivelano che anche la società che ha prodotto quelle sostanze in Italia tra il 1938 al 1984 grazie a un brevetto della Monsanto, la Caffaro di Brescia, era stata informata da tempo dagli americani della pericolosità dei Pcb usati fino agli anni '80 dall'industria elettrica come isolanti nei trasformatori. Almeno tre documenti riferiscono gli esiti di incontri riservati avvenuti all'inizio degli anni ‘70 in Europa tra gli statunitensi e gli altri produttori europei di Pcb, tra cui la Caffaro, per discutere l'opportunità di abbandonare quelle sostanze di cui ormai si conosceva ampiamente la dannosità. Come diverrà di pubblico dominio solo anni dopo, i Pcb sono inquinanti organici persistenti e cancerogeni tra i più pericolosi insieme alle diossine.
Stando alle minute della Monsanto, la Caffaro partecipò nel febbraio e nel maggio del 1970 a due incontri riservati a Francoforte e a Bruxelles, insieme alla tedesca Bayer e alla francese Prodelec sul problema ambientale del Pcb. Ma anziché lavorare per la dismissione della produzione e la riconversione industriale, decise di proseguire come se niente fosse: «Il 9 e 10 febbraio si è tenuta a Francoforte una riunione speciale - si legge in un documento confidenziale del 9 marzo '70 firmato da H. A. Vodden - per discutere il problema dei Pcb nell'ambiente. Pare non vi sia ancora preoccupazione pubblica in Germania, Francia o Italia».
Mentre i tedeschi della Bayer temono ripercussioni internazionali e sembrano voler correre ai ripari, l'azienda francese e quella italiana non vogliono sentir ragioni: «La Prodelec e la Caffaro - prosegue Vodden - non hanno ancora cominciato alcun lavoro su questo tema e il loro principale contributo pare sia stato sollecitare la bonifica, in particolare degli askarel dei trasformatori».

Alla fine, nel piano d'azione predisposto dalla Monsanto viene annotata la decisione: «Scambio di informazioni con Bayer, Prodelec e Caffaro come stabilito». Già nel 1970 dunque la Caffaro aveva avuto accesso agli studi statunitensi sulla dannosità per l'uomo e per l'ambiente dei Pcb, e scambiava informazioni privilegiate con gli altri produttori europei e con la “casa madre” americana.

Un secondo incontro, sempre tra Monsanto, Prodelec, Bayer e Caffaro, si sarebbe svolto poi a Bruxelles il 14 maggio 1970. Pochi mesi dopo Monsanto, nel fare il punto sulla necessità di riformulare i suoi prodotti escludendo i Pcb, sottolineava ancora una volta la linea degli italiani: «Progil/Caffaro non sono ancora d'accordo - è riportato in un documento dell'8 dicembre '70 firmato W. B. Papageorge - e vogliono studiare ulteriormente la questione. Abbiamo invitato i loro rappresentanti a Ruabon per una discussione tecnica».

Nonostante l'attenzione riservata alla pericolosità dei Pcb, anche negli Usa la produzione si è protratta fino al 1977, dunque ben otto anni dopo la pubblicazione del primo documento interno dell'11 ottobre del 1969 - il Monsanto Pollution Abatement Plan - in cui il gruppo chimico cominciava a discutere la necessità di mettere al bando quelle sostanze a causa dei rischi ambientali, sanitari e finanziari che avrebbero potuto travolgere l'azienda.

In Italia, invece, la produzione di “Fenclor” (una delle denominazioni commerciali del Pcb della Caffaro) è proseguita per altri 15 anni, fino al 1984, provocando a Brescia un danno ambientale che il Ministero dell'Ambiente oggi stima in almeno 1,5 miliardi di euro: 300 ettari di terreno inquinato, 25 mila abitanti coinvolti, 10 kg al giorno di Pcb fuoriusciti dallo scarico della fabbrica secondo le stime dello storico Marino Ruzzenenti, che con la sua ricerca Un secolo di cloro…e Pcb nel 2001 fece esplodere il caso del grave inquinamento nella città lombarda.

Dal 2002, una vasta area a sud del centro storico della città di Brescia a valle dello stabilimento Caffaro è stata inserita tra i Siti inquinati di interesse nazionale in base a un decreto del Ministero dell'Ambiente. Interi quartieri sono colpiti da allora da un'ordinanza del sindaco che vieta di coltivare orti, asportare il terreno, far giocare liberamente i bambini nei parchi pubblici e nei cortili delle scuole.

Gli ultimi studi confermano che i livelli di Pcb nel sanguesia della popolazione di Brescia esposta che di quella non esposta direttamente agli inquinanti sono tra i più elevati al mondo. E sul fronte sanitario, lo studio Sentieri coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità nel 2014 ha riscontrato un aumento dell'incidenza di alcuni tumori correlati al Pcb: i melanomi cutanei (uomini +27 per cento, donne +19 per cento), i linfomi non-Hodgkin (uomini +14 per cento, donne +25 per cento) e i tumori della mammella (donne + 25 per cento).

Non è dato sapere se il consiglio di amministrazione della Caffaro dell'epoca fu informato degli incontri riservati di Francoforte e Bruxelles con la Monsanto della primavera del '70 riportati nell'archivio Usa. All'inizio degli anni '70 e fino all'84 la Caffaro era di proprietà degli azionisti Mediobanca, Pechiney-Ugine-Kuhlmann, Finanziaria Pas, gruppo Oronzo De Nora, Feltrinelli, Loro e il Cda - allora presieduto da Gianbattista Loro, consigliere delegato Paolo Fontana - potrebbe anche essere stato tenuto all'oscuro sui dettagli del dibattito scientifico e strategico sulla dannosità dei policlorobifenili.

Di certo la produzione di Pcb assicurò alla proprietà importanti profitti: secondo le relazioni di Mediobanca sulle società quotate in borsa, il fatturato della Caffaro aumentò dai 13 miliardi e 134 milioni di vecchie lire del '69 ai 54 miliardi e 450 milioni del '77, i dividendi da 324 a 608 milioni.

Nel frattempo sono passati più di 33 anni dalla dismissione dell'impianto dei Pcb alla Caffaro, ma nessuno è stato condannato in sede penale né in quella civile per l'inquinamento e nessuna bonifica è stata ancora avviata, eccezion fatta per la messa in sicurezza di un parco pubblico e dei giardini di due scuole comunali. E mentre negli Usa lo stato di Washington nel 2016 ha citato in giudizio la Monsanto per l'inquinamento da policlorobifenili, trascinandola in una causa che potrebbe costare alla multinazionale diversi miliardi di dollari, in Italia dall'entrata in vigore della legge Merli nel ‘76 nessun governo ha stabilito i limiti per lo scarico di Pcb nei corpi idrici superficiali (rogge, fiumi e laghi).

E così la Caffaro, fallita nel 2010, continua ad inquinare: dallo scarico dello stabilimento, da dove vengono emunti e filtrati costantemente milioni di metri cubi d'acqua, secondo l'Agenzia regionale per l'ambiente continuano ad uscire circa 2 etti di Pcb all'anno.

«Da Brescia a Crotone ecco le bandiere nere su 15 mila siti da bonificare: 7.300 chilometri quadrati di morte». Vedrai che daranno il lavoro agli inquinatori, e pagheremo ancora una volta.il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2017 (p.d.)

Il sequestro degli stabilimenti Esso, Isab Nord e Isab Sud del polo petrolchimico di Siracusa è soltanto un granello di sabbia nei numeri devastanti dell’inquinamento italiano: un mostro da 250 miliardi di euro di danno con 15 mila siti da bonificare per 7.300 chilometri quadrati. La cifra di 250 miliardi è l’ammontare del danno ambientale che si ottiene considerando i costi delle bonifiche e l’ospedalizzazione di persone ammalate per colpa dell’inquinamento, considerando solo le aree in emergenza estrema, non tutte inserite nei Sin (siti d’interesse nazionale). Nelle cosiddette aree Sin, appunto, 44 territori da bandiera nera ambientale, il numero stimato di morti per inquinamento è di 10 mila. Poi c’è la direttiva europea 20 04/ 35/C e che applicherebbe il principio “chi inquina paga” ma che è lettera morta. Le bonifiche, in Italia, costano mediamente tra 450 mila e un milione di euro per ogni ettaro inquinato: dal 2002 al 2013 i fondi stanziati dallo Stato per le bonifiche sono stati 2,3 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 1,8 miliardi dei privati. Perché spesso, oltre alla prescrizione penale – che per reati ambientali ammontano a 80 mila casi tra il 2004 e il 2013 – c’è anche la prescrizione economica, nel senso che il principio “chi inquina paga” si perde nel vento. Un elenco parziale dei siti più inquinati del Paese traccia una profonda ferita al veleno dalla Lombardia alla Sicilia.
Dal Sud al Nord l’elenco nero del Paese
Sin di Taranto. L’area, 125 chilometri quadrati, lungo 17 chilometri di costa, comprendente il mostro dell’Ilva, ma non solo, è un danno che ammonta a 9 miliardi di euro. Oltre all’Ilva e alle sue discariche bisogna considerare la raffineria Eni, le due centrali termoelettriche ex Edison passate all’Ilva, la centrale Enipower, la Cementir, due inceneritori, la discarica Italcave, una delle più grandi basi navali militari del Mediterraneo, l’arsenale militare ed altre piccole e medie aziende.
Discarica di Bussi. Il caso dei veleni riversati nel fiume Pescara è stato considerato dal ministero dell’Ambiente un danno vicino ai 9 miliardi di euro.
Centrale Porto Tolle. L’impianto termoelettrico dell’Enel in provincia di Rovigo è causa di un danno ambientale, stimato dall’ente governativo Ispra, vicino ai 3 miliardi di euro.
Ex Pertusola Sud. L’impianto per la produzione dello zinco costruito nel 1928 e dismesso nel 2000 ha provocato danni per 3 miliardi di euro nell’area di Crotone, in Calabria.
Petrolchimico Priolo. Il polo di Augusta, in Sicilia, è uno dei disastri più grandi d’Italia: per disinquinare l’area occorrono almeno 10 miliardi, i danni sanitari e ambientali superano già altri 12 miliardi di euro.
Chimica Caffaro. A Brescia lo stabilimento ha inquinato ininterrottamente dagli anni Trenta del 900 e l’Ispra stima un danno di almeno 1,5 miliardi di euro.
Carbone pugliese. Le centrali di Brindisi, area Sin, provocano un danno di 3,5 miliardi.
Fiume Toce. La Syndial dell’Eni è stata condannata a pagare quasi 2 miliardi di euro per aver contaminato il Lago Maggiore attraverso il Toce tra il 1990 e il 1996.
Frosinate. L’area a sud di Roma è un’emergenza ambientale nazionale, almeno un miliardo il danno provocato da diverse industrie nella Valle del Sacco, tra cui la Caffaro.
Grado e Marano. Le lagune, nel Friuli Venzia-Giulia, sono state vittime della presenza della chimica Caffaro: il danno stimato è di un miliardo.
Cogoleto. Nella riviera genovese c’è uno dei siti più inquinati d’Italia, dove l’ex stabilimento Stoppani per trattamento del cromo ha provocato danni per quasi un miliardo e mezzo di euro.
Bonelli: “I colpevoli non pagano mai”
“Chi ha inquinato – denuncia Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi e autore di uno degli esposti che hanno portato al sequestro del ptrolchimico di Siracusa – e attentato alla salute degli italiani non ha mai pagato. Rimangono ancora da bonificare almeno 7.300 chilometri quadrati in Italia e la popolazione esposta alla contaminazione di queste aree è almeno il 12% dell’intera popolazione nazionale”.

«Nelle ultime settimane diversi impianti di trattamento sono andati a fuoco. Un caso o una strategia per fare affari?» il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2017 (p.d.)

A chi giovano i roghi dei rifiuti?
6 aprile, La Loggia (To) La Cmt, piattaforma di trattamento e stoccaggio dei rifiuti appartenente al Gruppo San Germano al 100%, si incendia per la terza volta negli ultimi quattro anni. Il gruppo San Germano detiene Pluricart al 65% tramite CMT e la Tirreno ambiente Spa per una quota pari al 2%. La Tirreno ambiente Spa è detenuta per un 10% dalla Gesenu (incendiatasi nel 2015) appartenente alla galassia Cerroni e per un 3% dalla A2A. Il gruppo San Germano ha sede a Mazzarà Sant’Andrea (Messina) e il suo ex presidente Giambò è stato condannato per associazione mafiosa. Procedimenti penali per reati contro la Pubblica amministrazione sono in corso a carico di amministratori, presenti o passati, della Tirreno ambiente Spa.
12 aprile, Grosseto Incendio impianto trattamento rifiuti di Futura Spa alle Strillaie, tra Grosseto e Marina di Grosseto. A fuoco i rifiuti destinati a diventare combustibile da rifiuti.
16 aprile, Follo (Sp) Un vasto incendio scoppia all’interno dell’azienda Ferdeghini, l’impianto di trattamento rifiuti che si occupa della selezione, del recupero e dello stoccaggio di materiali pericolosi e non, situato a Cerri, nel Comune di Follo. Già il 5 luglio 2015 l’azienda aveva preso fuoco nonostante gli abitanti vicini avessero presentato una diffida per l’enorme accumulo di rifiuti nei giorni precedenti l’incendio.
5 maggio, Pomezia (Rm) Scoppia l’incendio della Eco X, presso cui risultavano stoccate ingenti quantità di rifiuti. Caso ampiamente trattato dalla stampa nazionale e su cui sono in corso indagini della Procura di Velletri.
24 maggio, Bedizzole (Bs) Incendio alla Faeco già interessata da simili episodi nel luglio 2013, e nel marzo 2017. L’incendio èavvenuto nell’area sottoposta a sequestro due mesi prima.
25 maggio, Malagrotta (Rm) Le fiamme hanno interessato un deposito di combustibile prodotto con i rifiuti che poi viene mandato nei termovalorizzatori.
5 giugno, Casale Bussi (Vt) Incendio nell’impianto di trattamento rifiuti di Casale Bussi, a Viterbo. La Procura della Repubblica di Viterbo ha aperto un fascicolo per incendio doloso.
7 giugno, Fusina (Tv) Incendio alla Eco Ricicli Veritas, il più grande centro comprensoriale del Conai Corepla in Italia con oltre 2500 tonnellate al mese di multimateriale che poi vengono aggiudicate mediante asta Corepla per divenire combustibile da rifiuti, conferito ad impianti nei 300 km di distanza. Eco ricicli Veritas conferisce rifiuti a Montello spa e a Idealservice. Quest’ultima azienda nel 2015 ha subito un incendio.
11 giugno, Battipaglia (Sa) A Battipaglia si sviluppa un incendio presso la Sele Ambiente, già precedentemente posta sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, per il coinvolgimento in una inchiesta su un vasto giro di smaltimento illecito tra la Campania e la Puglia.
14 giugno, Villacidro (Ca) A fuoco la discarica Villaservice di Villacidro, discarica di servizio del Tecnocasic, altro impianto fuori uso per un incendio da fine aprile.
19 giugno, Angri (Sa) A fuoco l’impianto di trattamento dei rifiuti speciali non pericolosi di Sea Srl, con sede legale a Scafati.
Certo, tutto è possibile: incidenti, autocombustione, intimidazioni locali ecc. Ma, francamente, così tanti incendi, in tre mesi, in impianti di trattamento rifiuti sembrano un po’troppi. Tanto più che questa epidemia di incendi sembra ricorrente, e proprio quando la stagione calda e le alte temperature possono giustificare gli incendi con l’autocombustione.Sorge, quindi, spontaneo il sospetto che almeno alcuni di questi incendi servano a risolvere situazioni divenute ingombranti o pericolose per le stesse imprese andate a fuoco. Tanto più che, come abbiamo visto, spesso l’incendio è collegato ad altre attività del settore che hanno subito o un’ispezione o un sequestro o un altro incendio e fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti.
In questo quadro, le motivazioni più probabili sono quelle collegate al profitto derivante dal contributo economico erogato dai consorzi obbligatori di settore, per cui le imprese “riceventi” possono trovare più conveniente incamerare il contributo e disfarsi in qualche modo del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione/smaltimento legale comporterebbero. Emblematico in tal senso è il caso del consorzio nazionale tedesco degli imballaggi, il DSD, il quale, nella seconda metà degli anni 90, inviava in tutta Europa rifiuti di plastica, spesso di scarsissima qualità e quindi difficilmente riciclabili, accompagnati da un sostanzioso contributo economico. Molti furono allora i casi, anche in Italia, di imprese che, incassati i contributi e riempiti capannoni spesso affittati ad hoc, trovarono più conveniente “chiudere la pratica”appiccando il fuoco piuttosto che affrontare i costi necessari per tentare ardue e in certe operazioni di riciclo o di smaltimento.
Un incendio, in particolare, può servire a evitare controlli su combustibile da rifiuti prodotto al di fuori delle specifiche di legge, per cui l’impresa ha, tuttavia, già percepito contributo all’ingresso del rifiuto. O a evitare che si scopra che l’impresa ha ricevuto contributi per rifiuti non idonei o non autorizzati fatti figurare in ingresso con falsi codici. Non a caso, la termovalorizzazione viene incentivata a 220 euro alla tonnellata mentre per il riciclo l’incentivo è di 170 euro.
E probabilmente questi incendi sono aumentati da quando la Cina ha stretto i freni sulla qualità dei rifiuti italiani che prima accettava senza problemi. Peraltro, incendiare un rifiuto significa trasformarlo in rifiuto pericoloso che deve essere smaltito in apposite discariche, spesso di proprietà delle stesse imprese da cui deriva. Ma la conseguenza più grave riguarda, ovviamente, la salute e l’ambiente, per la produzione di diossina e altri inquinanti altamente pericolosi. Proprio per scoraggiare questi eventi, nel 2013 un decreto legge ha stabilito finalmente che chi appicca il fuoco a rifiuti rischia la reclusione da 2 a 5 anni con aumento da 3 a 6 anni se i rifiuti sono pericolosi.
Tuttavia, questa pena si applica solo se si tratta di rifiuti “abbandonati, ovvero depositati in maniera incontrollata”. Trattasi di una specificazione veramente singolare e poco comprensibile, perché un incendio di rifiuti stoccati ordinatamente produce gli stessi effetti dannosi di un incendio di rifiuti abbandonati. E potrebbe portare addirittura alla conclusione che questo delitto non può applicarsi a chi appicca il fuoco, appunto, a rifiuti non abbandonati ma depositati non in modo incontrollato nel suo impianto.
Forse sarebbe il caso di intervenire al più presto per correggere questa evidente stortura legislativa invece di dedicarsi, coma fa il governo nel recente decreto legge sul Mezzogiorno, a “graziare” rifiuti fino a oggi ritenuti pericolosi, con palese violazione del principio di precauzione.

«Da nord, al centro fino al sud: ovunque discariche, tonnellate interrate, quasi sempre tossiche, anche gettate alla luce del sole o coperte senza garanzie. È il disastro ambientale intorno a noi». il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2017 (p.d.)

FOGGIA, 250 MILA TONNELLATE

DI VERGOGNA
di Tommaso Rodano
L'accoglienza è da film splatter: sul lato della strada che sale fino alla discarica di Giardinetto c’è il corpo di un cane morto. Bianco, in putrefazione: dev’essere lì da giorni. Siamo a 20 chilometri da Foggia, tra le pianure della Capitanata. All’orizzonte si vedono le cime bianche dei Dauni; alle spalle, in lontananza, c’è il mare del Gargano. Ma il comune più vicino, Troia, non compare nei depliant turistici. Un territorio che pare anonimo, marginale, ma porta una dote tremenda: 250 mila tonnellate di rifiuti industriali, in buona parte tossici. Sono nascosti sotto terra e abbandonati in superficie, in due file di capannoni fatiscenti. Giardinetto è una terra dei fuochi in miniatura su uno spazio di 70 ettari. Lo scenario è immobile dal 1999: sono passati quasi 18 anni.
La strada sterrata che porta alla discarica è circondata da colline innaturali, opera dell’uomo: sono gonfie di laterizi e scarti di materiale edile. Nessuna sbarra, nessun cancello chiuso, nessun segnale di pericolo, si arriva senza impedimenti fino al piazzale su cui poggiano i fabbricati.Nel primo ci sono – letteralmente – montagne di rifiuti industriali in polvere. Il deposito è sommerso da una sostanza fangosa e scura, dalle sfumature verdastre e blu. Sulla superficie qualche impronta umana e quelle delle zampe di un animali; in cima al più alto dei colli neri c’è uno sgabello abbandonato, come se qualcuno l’avesse piazzato lì per riposarsi dopo il trekking tra i veleni.
Nella seconda rimessa ci sono centinaia di balle di rifiuti accatastate l’una sopra l’altra. La maggior parte dei sacchi sono sfibrati o squarciati. Sopra c’è la scritta “1000 kg”, su alcuni si legge “German”o“Korea”. Dentro, ancora sostanze granulose e scure. I vetri dei capannoni sono rotti, i soffitti sono a pezzi, le lastre d’amianto – per non farsi mancare nulla – sono spezzate sul pavimento, tra le pareti ci sono spazi aperti. In cima alla collina, poi, svettano le pale eoliche: nelle giornate di vento queste polveri volano dappertutto. Quando piove si mescolano all’acqua, i canali di scolo le portano a valle, scendono fino al fiume Cervaro.
Di cosa parliamo? Fanghi, ceneri di combustione, residui di lavorazione. Questo piccolo territorio ha accolto,a sua insaputa, i rifiuti velenosi delle industrie del Nord, e probabilmente anche estere. Il merito è della Iao srl, “Industria Ambientale Organizzata”. L’azienda apparteneva a una facoltosa famiglia di imprenditori locali, i Fantini, poi affiancata da un industriale vicentino, Giuseppe De Munari, considerato il deus ex machina del business immondizia.
Nel 1999, quando la fabbrica viene sequestrata per la prima volta, il risultato della loro attività è sotto gli occhi sbigottiti dei carabinieri di Bari: i materiali non venivano sottoposti ad alcun tipo di ciclo di recupero; erano semplicemente stoccati nei capannoni o adagiati all’aperto, sullo spiazzo. Qualche anno dopo si scoprirà che il peggio era invisibile agli occhi: la maggior parte dell’immondizia era stata nascosta sotto terra.
Nel 2010 il procuratore di Lucera (Fg), Pasquale De Luca – ascoltato dalla commissione parlamentare sul traffico illecito dei rifiuti – l’ha definita la “Gomorra” del foggiano: “la realtà supera ogni fantasia proprio come nel libro di Saviano e nel film: la quantità di rifiuti depositati nel sottosuolo è stata stimata dal nostro consulente tecnico (...) in circa 250 mila tonnellate. (...) Ogni camion trasporta due o tre tonnellate al massimo, quindi bisogna fare i calcoli di quante migliaia di mezzi sono passati e hanno trasportato questi rifiuti pericolosissimi, che sono fanghi, materiali misti a cemento, a benzene, a cromo esavalente, ad amianto, a vanadio, a idrocarburi e a metalli pesanti, tutti cancerogeni”.
Lo scempio è rimasto completamente impunito. Nel primo processo, anno 2004, De Munari e soci vengono condannati in primo grado, ma la sentenza è annullata in appello dalla corte di Bari. “Per un vizio di forma: – spiega De Luca – l’imputato principale era sempre malato”.
Il processo ricomincia da capo, ma gli imputati vengono salvati dalla prescrizione. Anche perché il tribunale di Lucera non ravvisa l’aggravante di “disastro ambientale”: “la barriera idraulica costituita da argille”, si legge nella sentenza del 2015, avrebbe protetto le falde acquifere. Risultato? Liberi tutti. L’azienda rientra in possesso dell’area, ma non ha le risorse per bonificarla. Il comune di Troia neppure. L’intervento potrebbe costare decine di milioni di euro.
È tutto immobile. Per le famiglie di Giardinetto è l’ultimo schiaffo. Il “disagio sanitario” e i “troppi tumori” hanno stimolato inchieste giornalistiche e interrogazioni parlamentari, ma nemmeno uno studio epidemiologico. In pochi chiedono ancora giustizia, come il comitato “Salute e Territorio” – stremato dalle battaglie perse – o il fotografo Giovanni Rinaldi, che gira come un cane sciolto con la sua reflex per testimoniare le violenze subìte dalla sua terra. Gli agricoltori preferiscono il silenzio, per paura di essere danneggiati. Quasi tutti si arrendono all’oblio.



LA POLVERE RADIOATTIVA
NELLA TOSCANA DEI FUOCHI
di Ferruccio Sansa
In questa terra qui ci puoi mettere le patate”, avrebbero detto agli agricoltori. Sì, era terra, ma radioattiva. Fino a 60 volte i livelli medi. Si chiama Polverino 500 mesh ed è lo scarto dei lavori di taglio e finitura dei metalli. Contiene piombo, rame, nichel e cromo, e proviene da rocce vulcaniche o effusive che hanno un’alta radioattività naturale. E adesso potrebbe essere finita nella terra dei campi, nei muri delle case, nella sabbia di torrenti e spiagge. Una storia lunga quella del Polverino che, secondo un investigatore, “rischia di svelare una terra dei fuochi nel cuore della Toscana”. Una vicenda dove, a leggere le intercettazioni, le strade dei rifiuti intrecciano quelle della politica. In particolare del Pd locale.
Adesso è in mano al pm Giovanni Arena della Direzione Distrettuale Antimafia di Genova. Ma la storia comincia altrove e incrocia indagini diverse, tra Aulla (ai confini tra Toscana e Liguria) e Vaglia, a nord di Firenze. Già, il centro della questione è la cava di calce di Paterno, a Vaglia, poi trasformata in discarica (sequestrata nell’estate scorsa). Qui dove, ha raccontato Franca Selvatici su Repubblica, negli anni sono confluiti i fanghi delle gallerie del Tav toscano, gli scarti tossici delle concerie di Santa Croce e quelli dello stabilimento Solvay di Rosignano. Poi pneumatici e scarti dell’edilizia contenenti amianto. Ma il guaio è soprattutto un altro: il polverino, che da Aulla sarebbe stato smaltito a Vaglia. E in giro per l’Italia.
Cominciamo appunto da Vaglia. Qui nel 2013 sono stati depositati anche 1.300 big bags (grandi sacchi, per dirla all’italiana) di questa sabbia finissima. “Quanta roba c’è costì?”, chiede il gestore della discarica al telefono. E da Aulla gli rispondono: “Cinquanta viaggi… 1.500 tonnellate”.
Ma di che cosa parlano i protagonisti dell’intercettazione? L’anno scorso è stata disposta un’analisi del contenuto dei sacchi che da Aulla sono arrivati a Vaglia. Gli esperti dell’Università di Pisa con quelli dell’Arpat hanno misurato una radioattività fino a 60 volte superiore alla media della discarica. Superiore perfino ai limiti fissati per le radiografie. L’inquinamento potrebbe essere finito nelle falde acquifere, il torrente Carzola scorre a pochi metri. Ecco allora le indagini epidemiologiche disposte sugli abitanti: le prime in linea con i livelli medi toscani (salvo per il tumore al seno), le seconde con livelli di mortalità doppi rispetto alla norma (ma bisogna considerare che le persone decedute erano anche fumatori). Ma c’è un altro punto essenziale: a Vaglia – secondo gli investigatori – i rifiuti come il polverino sarebbero stati mischiati con la calce destinata all’edilizia. Ha raccontato Salvatore Resia, dipendente della discarica: “Mi ricordo che venivano portati nel capannone o nello stabilimento della calce alcuni carichi di fanghi provenienti dalle concerie, che emanavano un odore nauseabondo. Questi fanghi venivano lavorati con la calce o il cemento… È andata avanti per circa un anno, poi i nostri clienti si sono lamentati perché i prodotti ottenuti con questo procedimento non erano di buona qualità e avevano un odore terribile. Abbiamo perso molti clienti”.
Ancora una volta le intercettazioni rivelano che cosa si voleva fare con il polverino. C’era un imprenditore che aveva in animo di utilizzarlo per i ripristini ambientali e addirittura confidava di averlo ceduto a un agricoltore: “Una parte dei sacconi di polverino – annotano gli investigatori – sono già stati allontanati, in quanto ceduti a una persona che li avrebbe utilizzati per spanderli su un terreno agricolo”. All’ignaro acquirente sarebbero state decantate le qualità della terra dicendo: “Questa qui puoi metterci le patate”. Ci sarebbe poi un’azienda piemontese dove il polverino veniva mescolato perprodurre la sabbia umida che poi veniva venduta. Per gli investigatori “diffondendo in maniera incontrollata il rifiuto sul territorio”. Non basta: c’era chi aveva in animo di rifilarlo a Libia, Iran e Iraq, di usarlo come zavorra per le navi o contrappeso per le gru.
Le intercettazioni delle inchieste rivelano anche la presenza della politica dietro all’affare polverino. Il 21 dicembre 2013 ecco al telefono Fabio Pieri (al tempo sindaco Pd di Vaglia, non coinvolto nell’inchiesta sul polverino) con l’imprenditore che gestiva la cava e l’ha trasformata in discarica. Parlano di Leonardo Borchi, ex comandante dei vigili urbani che ha intenzione di candidarsi alle primarie del centrosinistra. E che si è schierato contro la discarica. “Se passa lui, Vaglia può chiudere”, si lascia scappare il gestore della discarica. Pieri sbotta: “Bisogna lavorare perché nun lo faccia lui”. Ma nel 2014 Borchi diventa sindaco.
Sono diverse ormai le inchieste sulla discarica di Paterno. A novembre i gestori della ex cava ed ex fornace sono stati condannati in primo grado per abbandono di rifiuti e omessa bonifica. C’è poi un secondo fascicolo del pm fiorentino Luigi Bocciolini dove si parla di una discarica non autorizzata di rifiuti anche pericolosi. Ma soprattutto c’è l’inchiesta per traffico di rifiuti: è in mano ai pm genovesi perché lo stabilimento da cui è partito il polverino era ad Aulla.



PFAS, IL VELENO INVISIBILE
CHE FA AMMALARE IL VENETO
di Andrea Tornago
Non ha odore né colore. Si disperde nell’acqua senza lasciare traccia e una volta entrato nell’organismo agisce silenzioso per anni. Il veleno invisibile che ha contaminato il Veneto, dall’acronimo impronunciabile Pfas (sostanze perfluoro alchiliche), comincia a fare davvero paura.
Un recente studio della Regione Veneto sui composti chimici prodotti per decenni da una fabbrica vicentina, usati per impermeabilizzare il fondo delle pentole e i tessuti, ha dato corpo a uno dei peggiori incubi di ogni popolazione esposta: rischio aumentato di malattie per le donne in gravidanza, problemi per i nuovi nati, tra cui mutazioni cromosomiche. L’allarme è contenuto in un rapporto del 29 settembre scorso del registro nascita del Coordinamento malattie rare della Regione Veneto, reso noto solo pochi giorni fa dalle autorità sanitarie.
Nella "zona rossa" a maggior contaminazione, un’area di ventuno comuni in gran parte nella valle vicentina del Chiampo, i tecnici della Regione hanno riscontrato tra il 2003 e il 2015 “l’incremento della preeclampsia, del diabete gestazionale, dei nati con peso molto basso alla nascita, dei nati Sga (piccoli per l’età gestazionale, ndr) e di alcune malformazioni maggiori, tra cui anomalie del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche”. L’impatto elle sostanze che hanno contaminato più di 250 mila persone nelle province di Verona, Vicenza e Padova, di cui almeno 60 mila maggiormente esposte, arriva a toccare la salute delle nuove generazioni.
Il rischio aumentato di patologie come la preeclamspia, che provoca ipertensione ed altri gravi scompensi nel corso della gravidanza e può mettere a rischio la vita della madre e del bambino, e di anomalie nei neonati (in alcuni casi quasi doppio rispetto al resto della regione), ha fatto saltare sulla sedia il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia.
In una nervosa riunione di giunta, riportata dai giornali locali, Zaia si sarebbe infuriato per non aver ricevuto subito sul suo tavolo i risultati degli studi sanitari citati in una relazione del direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, che lo scorso 21 ottobre ha chiesto l’adozione di provvedimenti urgenti per la salute della popolazione “volti alla rimozione della fonte della contaminazione” ipotizzando addirittura “lo spostamento della sede produttiva della ditta”. In quel documento, Mantoan non faceva riferimento solo al rapporto sulle gravidanze. Un altro rapporto del servizio epidemiologico della Regione aveva riscontrato, nel giugno del 2016, un “moderato ma significativo eccesso di mortalità” per le cardiopatie ischemiche e cerebrovascolari, per il diabete mellito e per l’Alzheimer nelle donne. Confermando i risultati di un precedente studio dell’Enea e dell’Isde, l’Associazione medici per l’ambiente, secondo cui negli ultimi trent’anni in Veneto ci sarebbero stati “1260 morti in più” delle attese nelle aree contaminate.
Nellea aree inquinate c’è preoccupazione, ma nessuno parla. Al coordinamento dei comitati “Acqua libera dai Pfas”, da quando sono emersi i nuovi dati degli studi regionali, non si è rivolto nessuno: “Pensate che la gente sia informata? – spiega al Fatto Piergiorgio Boscagin, referente locale di Legambiente – Quella documentazione non era nota nemmeno ai sindaci”.
Il primo cittadino di Sarego, Roberto Castiglion (M5s), uno dei comuni dell’area rossa, ha subito scritto all ’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto chiedendo “perché non siano stati immediatamente messi al corrente i sindaci” per poter tutelare al meglio la salute pubblica. Dopo aver chiesto la documentazione sanitaria integrale, Castiglion ha invitato gli assessori e il dirigente Mantoan a un incontro con la cittadinanza, ma i vertici politici e tecnici hanno deciso di non partecipare.
Nelle acque sotterranee nei pressi della fabbrica Miteni di Trìssino (ex Rimar, Ricerche Marzotto), che produce Pfas da più di cinquant’anni, secondo le rilevazioni effettuate dall’Arpav nel 2013 erano presenti concentrazioni elevatissime di composti perfluorurati, fino a 245 milioni di nanogrammi. E anche se dal 2011 l’azienda ha smesso di produrre i vecchi composti più dannosi (ora si occupa di Pfas a catena corta, in gergo “4C”, che nel maggio 2015 più di 200 scienziati hanno chiesto ugualmente di mettere al bando al pari dei vecchi), secondo la Regione la barriera idraulica per mettere in sicurezza il sito industriale “non sembra garantire il rispetto delle concentrazioni soglia” degli inquinanti.

Stiamo continuando a distruggere tutte le componenti del pianeta Terra: la terra, l'aria, gli oceani (per non parlar dei popoli) Non riusciamo neppure a impedire i pestiferi packaging, inutili a tutti salvo ai padroni del Mercato. La Repubblica, 17 dicembre 2016


Il Mediterraneo è diventato una zuppa di plastica. Un chilometro quadro, nei mari italiani, ne contiene in superficie fino a 10 chili. È questo il record del Tirreno settentrionale, fra Corsica e Toscana. Attorno a Sardegna, Sicilia e coste pugliesi, la media è invece di 2 chili. Sono valori superiori perfino alla famigerata “isola di plastica” nel vortice del Pacifico del nord: un’area di circa un milione di chilometri quadri in cui le correnti accumulano la spazzatura dell’oceano. Qui la densità delle microplastiche - i frammenti di pochi millimetri da cui è formata la “zuppa” - è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni. Per evitarlo, tutta la spazzatura dovrebbe andare nei cassonetti anziché nell’ambiente.

L’analisi che ha riguardato i mari della penisola arriva da un gruppo di biologi del Cnr ed è pubblicata su Scientific Reports. «A finire in mare sono soprattutto i rifiuti della nostra vita quotidiana » spiega uno dei coordinatori, Stefano Aliani, che con i colleghi nel 2013 ha raccolto i campioni di spazzatura a bordo della nave del Cnr Urania. «Sacchetti e bottiglie vengono degradati dalla luce. Nel giro di anni o perfino secoli, a seconda del tipo di plastica e dell’ambiente in cui finiscono, questi rifiuti si riducono in poltiglia». I frammenti microscopici sono stati raccolti con una rete speciale trainata dall’Urania in 74 punti di Adriatico e Tirreno. «Nel complesso - scrivono i biologi nello studio - la plastica è meno abbondante nell’Adriatico, con una media di 468 grammi per chilometro quadro, rispetto al Mediterraneo occidentale » con una media di 811 grammi.

«La gravità della situazione del Mediterraneo non ci stupisce » dice Aliani. «È un mare sostanzialmente chiuso, in cui una particella ha un tempo di permanenza di circa mille anni. Teoricamente, cioè, impiega tutto quel tempo per attraversare la stretta imboccatura di Gibilterra. Nelle sue acque sboccano anche fiumi importanti come Danubio, Don, Po e Rodano». Anche se i mari diventano sempre più torbidi (si calcola che dei 300 milioni di tonnellate all’anno di plastica prodotta nel mondo, una dozzina finiscano in mare), quale sia la sorte di buona parte della spazzatura resta un mistero. «Non sappiamo dove sia oggi tutta la plastica che abbiamo prodotto » spiega Aliani. «Quella che ritroviamo nelle nostre spedizioni non si avvicina neanche lontanamente all’ammontare che secondo i nostri calcoli dovrebbe essere finito in mare. Può darsi che molta si perda in fondo agli oceani, dove non abbiamo la possibilità di osservarla».
La responsabilità delle zuppe marine va in buona parte al packaging non riciclabile. In Europa scatole e involucri contribuiscono al 40% della produzione di questo materiale e a più del 10% dei rifiuti. Il 92% della plastica trovata in mare è composta da frammenti di meno di 5 millimetri. Tracce sono comparse in Artide e Antartide. Sono finite inglobate in alcune rocce (un campione dei cosiddetti “plastiglomerati” è stato osservato alle Hawaii nel 2014) e si sono infilate nei sedimenti dei fondali oceanici. Questo materiale è perfino stato proposto come uno dei segni distintivi dell’antropocene, l’era geologica caratterizzata dai segni della presenza umana sulla Terra.

«Per l’ecosistema marino, i danni sono molteplici» conferma Aliani. «Il pericolo più evidente per gli animali è il soffocamento ». Ma questi frammenti possono anche essere ingoiati dal plancton, le minuscole creature che si trovano alla base della catena alimentare del mare. In Spagna è nata un’azienda - la Ecoalf - che raccoglie sacchetti e bottiglie finiti nelle reti dei pescatori e li ricicla producendo vestiti. «Il problema non è solo la plastica in sé» prosegue il biologo del Cnr. «Mancano studi approfonditi, ma si pensa che questo materiale sia inerte per gli organismi ». Più pericolose sono le sostanze che alla plastica vengono combinate durante i processi industriali, per fornirle le caratteristiche volute. «Potrebbero agire come pseudo-ormoni, creando scompensi nel sistema endocrino. Abbiamo osservato il problema nelle balene».

«E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti». Il Fatto Quotidiano online, 23 agosto 2016 (p.d.)

L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI (Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità” a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione, posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Purtroppo sul sito ufficiale della SItI non è reperibile il comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da adnkronos e ampiamente ripreso dai media. C’è da rimanere profondamente sconcertati davanti alle “7 verità” perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche sia da parte dell’Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese in esame.

Si afferma ad esempio che gli inceneritori “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte ho avuto modo di scrivere sono viceversa numerosi gli studi scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?

Quanto poi al Moniter – condotto dopo gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività spontanea e prematurità sono quindi per la SItI inquadrabili come “assenza di rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori (anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di lavaggio dei fumi, residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione.

Ancora si parla di “un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano”. In realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento!

E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti – devono essere alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una “caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico pesante – o addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare.

La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione. Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e morti avremmo risparmiato?

Davanti ad argomentazioni così banali e superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata? Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che nulla hanno a che fare con la tutela della salute.

«La metà della spazzatura finisce in discarica o all'inceneritore, investimenti per bruciare oggetti realizzati con plastiche non "rinnovabili", mancati incentivi. Così accade che alcuni riciclatori siano costretti a importare imballaggi in Pet da Francia e Spagna». Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2016 (p.d.)

Nel 2014, secondo l’Ispra, il 42 per cento dei rifiuti urbani è stato riciclato o, nel caso dell’organico, avviato ad impianti di compostaggio. Dall’altra parte, il 31 per cento è andato in discarica e il 17 all’inceneritore, per un totale del 48 per cento: quasi la metà di quello che buttiamo, insomma, continua a non essere riutilizzato, rappresentando un’occasione mancata per l’industria del riciclo, fiore all’occhiello dell’economia italiana. L’esempio delle bottiglie di acqua minerale che abbiamo tutti i giorni sulle nostre tavole può dare l’idea. Secondo Assorimap, l’associazione di riciclatori e rigeneratori delle materie plastiche, nel 2015 “le tonnellate immesse a consumo, cioè tutte le bottiglie ed i flaconi di plastica, sono state circa 400mila, di cui il 50 per cento è stato raccolto ed avviato a riciclo. Manca all’appello l’altro 50 per cento, circa 200mila tonnellate che hanno destini diversi: dalla discarica al termovalorizzatore o dispersi nell’ambiente”. Tutto questo mentre, spiega Alberto Frache, esperto di polimeri del Politecnico di Torino, “alcuni riciclatori piemontesi sono costretti ad acquistare imballaggi in Pet da Francia e Spagna, perché in Italia, dove oggi le percentuali di raccolta in molte aree sono basse, non c’è abbastanza materiale da avviare a una seconda vita”.

Investimenti per bruciare

Se il Pet, polimero riciclabile per eccellenza, è l’esempio più eclatante, “nel 2014 in Italia circa 1,4 milioni di tonnellate, il 12 per cento degli imballaggi immessi al consumo ed il 15 per cento degli imballaggi recuperati, sono stati avviati a recupero energetico”, si legge nell’ultimo rapporto di sostenibilità di Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi. “Si tratta di un valore in forte crescita, +27,5 per cento tra 2012 e 2014”, con “la plastica che rappresenta il 66 per cento del totale degli imballaggi avviati a recupero energetico”.

Numeri che, di fronte alla costruzione degli 8 inceneritori previsti dallo Sblocca Italia (inizialmente erano addirittura 12), potrebbero aumentare ancora. Secondo Francesco Bertolini, esperto di politiche ambientali dell’università Bocconi, infatti, “nel momento in cui si decide di investire in un inceneritore che costa milioni di euro e ha bisogno di grosse quantità di rifiuti per funzionare e ripagare così l’investimento, c’è un allentamento più o meno consapevole nelle politiche a favore del riciclo. Se è vero che nella regola europea delle 4R – riduzione, riuso, riciclo e recupero – la termovalorizzazione è appunto all’ultimo posto, è ovvio che se si investono qui molte risorse, poi ce ne saranno meno per misure a favore del riciclo”.

Materiali difficili da riciclare

Non solo: delle circa 927mila tonnellate di imballaggi in plastica inceneriti nel 2014 su un totale di quasi 2,1 milioni di tonnellate immesse al consumo, una parte è rappresentata da bottiglie, vaschette e flaconi buttate dai cittadini tra i rifiuti indifferenziati, mentre dall’altra ci sono contenitori ancora difficili o impossibili da riciclare. “Gli alimenti confezionati in plastica con scadenza lunga spesso hanno imballaggi formati da più polimeri. Cibi e bevande di questo tipo devono essere isolati da luce e aria: ci sono quindi strati barriera di diversi materiali che hanno queste funzioni”, dice Frache.
Pensiamo ai bicchierini del tè freddo, ad alcuni tipi di vaschette per cibi confezionati, o ancora a packaging formati da un film di plastica e uno di alluminio, come il pacchetto del caffè o le bustine di cibo per animali. “In questi casi non è possibile oggi recuperare i vari film uno per uno. Gli imballaggi poliaccoppiati vengono sminuzzati e inviati principalmente alla termovalorizzazione, che al momento appare come l’unica soluzione possibile”. Se basta fare un giro al supermercato per rendersi conto di quanti sono gli imballaggi di questo tipo, per Frache sarebbe già importante concentrarsi sul raccogliere il più possibile i materiali riciclabili. Per Bertolini, invece, “è incredibile che si continuino a non considerare le alternative tecniche già esistenti per sostituire i polimeri di derivazione petrolifera con le bioplastiche, con un’incidenza molto limitata sul prezzo del prodotto finale. A quel punto, questi imballaggi potrebbero essere conferiti nella raccolta dell’umido”.

Differenziare il Cac

Da qualsiasi punto di vista la si guardi, tuttavia, il prezzo del petrolio ai minimi degli ultimi mesi non incentiva le aziende a cercare alternative ai loro imballaggi in plastica, né il sistema così com’è organizzato oggi incoraggia il passaggio ai biopolimeri. L’input a realizzare imballaggi a più basso impatto ambientale potrebbe arrivare finalmente da una differenziazione del Contributo ambientale Conai (il Cac), che tutti i produttori e utilizzatori pagano al Consorzio per “i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi”. Il sistema è già in vigore in diversi Paesi europei, mentre fino ad oggi in Italia l’importo cambiava solo in base al materiale, ma non all’impatto ecologico della confezione. A fine febbraio, Conai ha annunciato che il nuovo meccanismo entrerà in vigore “presumibilmente entro 12 mesi” e per il momento solo per le confezioni in plastica, “modulato sulla base di tre parametri fondamentali: la facilità di selezione degli imballaggi dopo il conferimento per il riciclo, l’effettiva riciclabilità – valutate sulla base delle tecnologie disponibili industrialmente note – e il circuito di destinazione (domestico o commercio/industria)”.

Se ci guadagnano tutti

L’altro anello debole della filiera, si diceva prima, sono i cittadini, non sempre attenti a conferire i rifiuti nel modo giusto. Su questo fronte, negli ultimi anni sono nati diversi sistemi incentivanti, che puntano a promuovere la raccolta differenziata anche con remunerazioni, spesso in collaborazione con la grande distribuzione. L’azienda veneta Eurven, per esempio, fabbrica macchine intelligenti capaci di restituire, in cambio degli imballaggi, uno sconto o dei punti fedeltà. Ha tra i suoi clienti grandi nomi come Conad, Leroy Merlin e Ikea, che attraverso queste promozioni puntano a fidelizzare i consumatori.

E c’è chi come Coripet, un consorzio volontario che raccoglie aziende di acque minerali e riciclatori, grazie anche agli incentivi ai consumatori è riuscito a creare un ciclo chiuso, con vantaggi per tutti. Spiega il presidente Giancarlo Longhi: “I supermercati fidelizzano, i clienti hanno uno sconto sulla spesa, i riciclatori possono contare su materiale che rispetta i requisiti Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare, ndr) per produrre scaglie idonee al contatto diretto con gli alimenti e le aziende di acque minerali chiudono il cerchio impiegando le scaglie per produrre le loro bottiglie”.

Annunciata da tempo è stata finalmente pubblicata la legge 221... (continua a leggere)

Annunciata da tempo è stata finalmente pubblicata la legge 221 del 2015, entrata in vigore proprio pochi giorni fa. Oltre a numerose indicazioni di azioni relative alla difesa e al miglioramento dell’ambiente, la legge contiene un articolo 40 che stabilisce “E’ vietato l’abbandono di mozziconi dei prodotti da fumo sul suolo, nelle acque e negli scarichi”. Lo stato si è finalmente accorto della pericolosità dei mozziconi di sigarette, rifiuti subdoli, diffusissimi e invadenti.

Nel mondo si fumano circa seimila miliardi di sigarette all’anno; la felicità dei fumatori viene apparentemente (non lo so di persona perché non ho mai fumato) dal fatto che il tabacco delle sigarette, bruciando lentamente, fa arrivare in bocca e nei polmoni, con una corrente di aria aspirata dall’esterno, varie sostanze chimiche, fra cui la nicotina e molte altre. Dopo qualche tempo, dopo che sono bruciati circa i due terzi o i tre quarti della sigaretta, resta un mozzicone che viene buttato via. In seguito ai continui avvertimenti, da parte dei medici, che il fumo delle sigarette fa entrare nel corpo umano sostanze tossiche e cancerogene, le società produttrici di sigarette hanno cercato di attenuare i relativi danni ponendo, nel fondo delle sigarette, dove vengono posate le labbra, un “filtro” che, come promette il nome, dovrebbe filtrare, trattenere, una parte delle sostanze nocive.

Quando una sigaretta è stata adeguatamente “consumata”, il filtro, con ancora attaccato un po’ di tabacco, viene buttato via; sembra niente, ma la massa di questi mozziconi è grandissima. Ogni sigaretta pesa un grammo, il mozzicone pesa da 0,2 a 0,4 grammi e il peso di tutti i mozziconi di tutte le sigarette fumate nel mondo ogni anno ammonta a oltre un milione di tonnellate. I mozziconi dei circa 80 milioni di chilogrammi di sigarette fumate in Italia ogni anno hanno un peso di oltre 20 mila tonnellate, poche rispetto ai quasi 35 milioni di tonnellate dei rifiuti solidi urbani, ma moltissime se si pensa al potenziale inquinante di tali mozziconi, dispersi dovunque.

I mozziconi sono costituiti in gran parte dal filtro, un insieme di fibre di acetato di cellulosa disposte in modo da offrire un ostacolo alle sostanze trascinate dal fumo delle sigarette verso la bocca e i polmoni dei fumatori. Se si osserva il filtro di un mozzicone, si vede che ha assunto un colore bruno, dovuto alle sostanze trattenute, principalmente nicotina e un insieme di composti che rientrano nel nome generico di “catrame”: metalli tossici fra cui cadmio, piombo, arsenico e anche il polonio radioattivo che erano originariamente presenti nelle foglie del tabacco, residui di pesticidi usati nella coltivazione tabacco e i pericolosissimi idrocarburi aromatici policiclici, alcuni altamente cancerogeni.

La natura e la concentrazione delle sostanze presenti nei mozziconi dipendono dalla tecnologia di fabbricazione delle sigarette che le industrie modificano continuamente per renderle più gradite ai consumatori; la natura di molti additivi e ingredienti è tenuta gelosamente segreta, il che non facilita la conoscenza e la limitazione dell’effetto inquinante dei mozziconi abbandonati. Il disturbo ambientale dei mozziconi delle sigarette viene anche dall’acetato di cellulosa del filtro, una sostanza che nelle acque si decompone soltanto dopo alcuni anni, tanto che alcune società cercano di proporre sigarette con filtri “biodegradabili”, il che farebbe sparire rapidamente alla vista i mozziconi, ma lascerebbe inalterate in circolazione le sostanze tossiche che il filtro contiene.

Proviamo a seguire il cammino di un mozzicone di sigaretta. I mozziconi delle sigarette fumate in casa o nei locali chiusi, in genere finiscono nella spazzatura, ma quelli delle sigarette fumate all’aperto o in automobile finiscono direttamente nelle strade e quindi nell’ambiente. I fumatori più attenti, si fa per dire, all’ecologia hanno cura di schiacciare con il piede il mozzicone buttato per terra, per spegnerlo del tutto ma anche credendo di diminuirne il disturbo ambientale; avviene invece esattamente il contrario: il mozzicone spiaccicato spande tutto intorno per terra le fibre del filtro con il loro carico di sostanze tossiche e il residuo di tabacco che è ancora attaccato al filtro. Alla prima pioggia queste sostanze vengono trascinate nel suolo o per terra e da qui allo scarico delle fogne e da qui in qualche fiume o lago o nel mare. Le fibre del filtro galleggiano e vengono rigettate sulle coste dal moto del mare; a molti lettori sarà capitato di fare il bagno nel mare e di dover spostare fastidiosi mozziconi galleggianti.

Nel contatto con l’acqua le sostanze che il filtro contiene si disperdono o si disciolgono e possono venire a contatto con gli organismi acquatici. Si sta sviluppando tutta una biologia e tossicologia delle interazioni fra i componenti dei mozziconi di sigarette e la vita acquatica, specialmente di alghe e altri microrganismi. Rilevanti effetti tossici sono dovuti alla stessa nicotina e non meraviglia perché la nicotina è stata usata come un antiparassitario proprio per la sua tossicità verso molti organismi viventi. La nuova legge raccomanda la diffusione di posacenere, ma anche così i veleni dei mozziconi non scompaiono: i loro effetti tossici continuano anche se finiscono nelle discariche o negli impianti di trattamento dei rifiuti. C’è bisogno di molta ricerca chimica sui mozziconi di sigarette, ma soprattutto c’è bisogno che le persone fumino di meno: ne trarrà vantaggio il loro corpo e il corpo comune di tutti noi, l’ambiente, le acque, il mare.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno

Secondo un nuovo rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (Aea), nel nostro paese, nel 2012, sono morte prematuramente 84.400 persone a causa dell'aria inquinata (in Europa 491 mila). La pianura padana ancora una volta si conferma come il territorio più esposto ai veleni delle automobili e degli impianti di riscaldamento». Il manifesto, 1 dicembre2015

Siccome sappiamo che dobbiamo morire ma non quando dobbiamo morire, questi dati continuano a non spaventarci: secondo un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), nel 2012 l’Italia ha segnato il record europeo di morti premature causate dall’inquinamento dell’aria. Sono 84.400 persone morte in un anno su un totale di 491 mila in Europa. Nel mondo sarebbero 7 milioni le persone morte per l’aria inquinata (fonte Oms). Della strage si sapeva da tre anni (i dati non sono proprio freschi) eppure non si è registrata alcuna ondata di panico nell’opinione pubblica, né una sincera presa di coscienza da parte di organismi politici internazionali, stati più o meno sovrani e pubblici amministratori.

Le emissioni mortali sono note. Le micro polveri sottili (Pm 2.5), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono che si forma nell’atmosfera (O3) sono responsabili rispettivamente di 59.500, 21.600 e 3.300 morti all’anno in Italia. Le micro polveri sottili, prodotte dalle automobili e dagli impianti di riscaldamento, nell’Ue provocano 403.000 vittime all’anno: nel 2013, secondo l’Oms, l’87% della popolazione urbana europea ha respirato concentrazioni di Pm 2.5 superiori ai limiti consentiti.

L’epicentro dell’ecatombe è come sempre il territorio della pianura padana per la sua conformazione orografica, con le aree intorno a Torino, Milano, Monza e Brescia che superano il generoso limite della Ue che fissa la soglia a una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d’aria (Venezia lo sfiora appena). In realtà i gas mortiferi uccidono ben al di là della pianura padana se è vero che l’Oms raccomanda una soglia massima di emissioni di 10 microgrammi e che presto queste soglie di allarme dovrebbero essere riviste al ribasso: Roma, Firenze, Napoli, Bologna e Cagliari sono abbondantemente oltre.

“Nonostante i continui miglioramenti registrati negli ultimi decenni — ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Aea Bruyninckx — l’inquinamento atmosferico interessa ancora la salute generale degli europei poiché riduce la loro qualità della vita e l’attesa di vita. Ha anche effetti economici considerevoli, aumentando le spese mediche e riducendo la produttività per i giorni di lavoro persi”. Gli inquinanti atmosferici possono causare o aggravare diverse patologie cardiovascolari e polmonari (infarti e aritmie).

Queste sono giornate parigine di grandi appelli alla responsabilità per salvare il pianeta e i suoi abitanti, ma è improbabile che il rapporto dell’Aea costringa la Ue ad imporre limiti più rigidi sulle emissioni dei veicoli inquinanti se è vero che ultimamente proprio l’Europa ha proposto di rivedere al rialzo lo sforamento fino al 210% nelle emissioni di ossidi di azoto nei test delle auto Euro 6 (solo l’Olanda ha rifiutato la proposta).

Eppure ormai esiste una vasta letteratura scientifica sugli effetti nocivi e sui costi dell’inquinamento atmosferico che si spingono ben oltre il dato sulle morti premature per malattie polmonari e cardiache. Secondo uno studio condotto dall’università del Montana e reso pubblico la scorsa primavera da una rivista di psichiatria americana durante la conferenza di Haifa, polveri sottili e idrocarburi entrando nel circolo sanguigno potrebbero “inquinare” alcune funzioni del cervello e contribuire a generare depressione e psicosi. Tra gli altri effetti accertati di alcuni composti chimici provocati dagli idrocarburi ci sarebbe anche la capacità di influire sul sistema endocrino dei feti e dei neonati aumentando il rischio di contrarre alcune malattie nel corso della vita adulta.

Ma piangere i morti quando escono le statistiche non serve a nulla se l’Europa continua ad agevolare la lobby dell’industria automobilistica senza investire sulla mobilità leggera. Bruno Valentini, sindaco di Siena e delegato Anci all’Ambiente, ieri ha chiesto una conferenza nazionale sulla salute nelle città. “E’ sempre più urgente dotarsi in Italia di una legge sulle città. Se avessimo responsabilità chiare e le risorse potremmo lavorare per avere città con aria pulita, soprattutto con piani di gestione del traffico e politiche della mobilità capaci di cambiare questi trend. Chiederemo a tutte le istituzioni interessate risposte concrete rispetto alle procedure di infrazione comunitaria cui è già esposto il nostro paese”.

Nemmeno un governatore vuole autorizzare il piano del governo. Il problema per loro è che Renzi potrebbe non averne bisogno, se decidesse di forzare la mano: l’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”. Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2015 (m.p.r.)

I governatori non lo sanno. Se lo sanno, fanno finta di non saperlo. In ogni caso: gli inceneritori del governo non li vogliono. Un rapido riassunto delle puntate precedenti: come scritto ieri dal Fatto, lo scorso 29 luglio le Regioni hanno ricevuto la bozza di decreto legislativo che attua una delle previsioni dello “Sblocca Italia” di Renzi (approvato a novembre 2014). Il testo stabilisce la realizzazione di 12 nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti in 10 Regioni: uno in Piemonte, Veneto, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Puglia, due in Toscana e Sicilia. Gli inceneritori sono sostanzialmente anti-economici, alternativi alla raccolta differenziata e hanno un impatto ambientale che puntualmente scatena le proteste furiose delle comunità a cui toccherebbe farsene carico. Infatti –governo Renzi a parte – non li vuole davvero nessuno.

La maggior parte dei presidenti di Regione sostiene di non aver ricevuto o preso visione del documento del 29 luglio. Nemmeno i governatori del Partito democratico. Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, fa sapere di “non aver ricevuto alcuna comunicazione al riguardo”, ma garantisce che sul suo territorio non sarà costruito nessun inceneritore: “È uno degli impegni che abbiamo preso in campagna elettorale: abbiamo costruito il nostro programma dal basso e gli elettori si sono espressi chiaramente contro la costruzione di impianti di incenerimento”. Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, è altrettanto risoluto: “Di inceneritori ne abbiamo uno e ci basta: il termovalorizzatore del Gerbido, alle porte di Torino, brucia quasi 416 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Non ne sono previsti altri”. Rosario Crocetta, governatore siciliano: “Io i termovalorizzatori non li farò mai. Li vuole Renzi? Il piano sui rifiuti ce lo facciamo da soli”.
Per Luca Ceriscioli, eletto a fine maggio nelle Marche, un nuovo impianto sarebbe inconcepibile: “Quello di Macerata – spiegano i suoi collaboratori –è stato spento un anno fa proprio perché non ce n’è alcun bisogno. La raccolta differenziata è già al 63 per cento e si avvicina a rapidi passi al 70. Mancherebbero proprio i rifiuti con cui alimentare il termovalorizzatore: non abbiamo spazzatura da bruciare”. Anche Enrico Rossi, come i governatori precedenti, è stato eletto nel Pd. E nemmeno lui conosce il frutto avvelenato dello Sblocca Italia: “Non sapevo che il decreto prevedesse inceneritori in Toscana, né che da noi debbano essere addirittura due. Non è prevista la costruzione di alcun impianto”. Catiuscia Marini(sempre Pd), governatrice dell’U mbria, conosce i piani del governo per la sua Regione, ma non ha nessuna intenzione di autorizzarli: “Non avrebbe senso. Abbiamo una differenziata, in crescita, al 50 per cento, con picchi del 70 a Perugia. Restano solo 100 mila tonnellate da smaltire: troppo poche per giustificare un termovalorizzatore. Il governo lo sa. Magari un impianto in Umbria può servire a smaltire i rifiuti di altre Regioni, ma noi non ci stiamo”. L’area individuata, quella di Terni, “ha già seri problemi di inquinamento”, aggiunge il direttore dell’Arpa umbra, Walter Ganapini.
Pure la Campania di Vincenzo De Luca dice no. Dal suo staff arriva una risposta netta: per costruire un termovalorizzatore a trazione secca servono almeno quattro anni. Tra quattro anni, secondo le stime, ci saranno 700 mila tonnellate di rifiuti da smaltire. Per questa cifra basta l’impianto di Acerra: non ce ne vuole un altro. La previsione del governo è basata su dati superati, numeri vecchi. Nel Veneto del leghista Luca Zaia di inceneritori ce ne sono già tre. Anche qui, degli inceneritori di Renzi nessuno sa nulla: “Il 25 maggio c’è stata inviata una comunicazione sul monitoraggio degli impianti esistenti. Di eventuali nuovi impianti nessuno ci ha detto nulla. Abbiamo tre inceneritori e non ne costruiremo altri: siamo una Regione ‘riciclona ’ e puntiamo dritti sul compostaggio”.
Un filotto, insomma: nemmeno un governatore vuole autorizzare il piano del governo. Il problema per loro è che Renzi potrebbe non averne bisogno, se decidesse di forzare la mano: l’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”: in soldoni, se le Regioni negano il consenso all’impianto o “perdono tempo”, il Consiglio dei ministri può decidere di scavalcarle.

Avviata «una subdola campagna informativa in ordine al progetto del Deposito Nazionale finalizzata a convincere gli italiani ad accettare il materiale tossico nel proprio “giardino”». Ma sembra che abbiano già individuato i sito ideale in una ex miniera di salgemma nei pressi dei comuni di Agira, Leonforte e Nissoria, nel cuore della Sicilia. Un esposto di Italia Nostra Sicilia, 6 agosto 2015

Le scorie radioattive arriveranno con un suadente, ineffabile spot? Si avvicina il momento in cui i ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente dovranno indicare le aree in cui realizzare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani. La Sogin, la società di Stato responsabile della dismissione degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, da alcuni giorni ha lanciato, sulle principali reti televisive nazionali, una subdola campagna informativa in ordine al progetto del Deposito Nazionale. La campagna è finalizzata a convincere gli italiani ad accettare il materiale tossico nel proprio “giardino” (vedi:https://www.youtube.com/watch?v=6bOg8rvKbzI).
Realizzata da Saatchi & Saatchi, la campagna mira dunque a far riflettere sulla necessità di risolvere, insieme, il problema della gestione dei rifiuti radioattivi che quotidianamente si producono negli ospedali, nelle industrie, nei laboratori di ricerca, o provenienti dai vecchi impianti nucleari dismessi, oggi in via di smantellamento. Nel comunicato stampa della Saatchi & Saatchi si sostiene inoltre che “sul problema dello smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi il nostro Paese non è andato avanti perché ancora non esiste un’infrastruttura unica per la loro messa in sicurezza finale, come avvenuto negli altri Paesi del nostro continente. Per la prima volta in Italia viene avviato un percorso condiviso e partecipato che porterà, attraverso un’ampia e approfondita consultazione pubblica, alla realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, un’opera strategica per la sicurezza ambientale”.

Il processo entrerà nel vivo con la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il Deposito Nazionale, che Sogin pubblicherà, assieme al progetto preliminare, sul sito appena riceverà il via libera dai ministeri. Presumibilmente a settembre di quest’anno (2015). Dunque, tra circa un mese dovrebbe essere resa pubblica tale Carta nazionale (Cnapi).Dopo un iter controverso, iniziato nel giugno2014,l’Ispra ha già consegnato ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente l’aggiornamento della relazione stilata dalla Sogin. La Sogin è incaricata anche di selezionare alcuni siti italiani, e tra questi individuare il Deposito nazionale di scorie nucleari. La mappa dei siti è ovviamente sconosciuta. Top secret. L’operazione prevederebbe investimenti per1,5 miliardi in 4 anni, 1.500 posti di lavoro all’anno per la costruzione e 700 per la gestione. Le regioni italiana individuate sarebbero la Puglia, la Basilicata, la Sardegna e ovviamente la Sicilia.

L’Isola (la Sicilia) sembrerebbe avere “buone, ottime possibilità”. Gli esperti della Sogin, infatti, avrebbero individuatoun’ex miniera di salgemma nei pressi dei comuni di Agira, Leonforte e Nissoria, nell’Ennese. L’indiscrezione arriva da Giuseppe Regalbuto, presidente della commissione Miniere dismesse dell’Urps: “Se la scelta di Agira sarà confermata come sembra, sarà necessario promuovere un’azione forte in Sicilia. Non costruire trazzere, ma ergere barricate contro i governi che usano la Sicilia come una pattumiera e che non solo ci impediscono di produrre, ma vogliono persino inquinare il nostro suolo e mettere a repentaglio la nostra salute. Le miniere vanno usate per rilanciare l’economia siciliana, non per contenere rifiuti” (http://www.siciliainformazioni.com, luglio-agosto 2015).

Ben 90 mila metri cubi di rifiuti nucleari italiani potrebbero arrivare presto in Sicilia. La scelta ricadrebbe su un’ex miniera di salgemma perché i depositi salini, per la loro bassa permeabilità, si prestano ad ospitare, a lungo termine, rifiuti nucleari. In una prima fase di ricerca, per le peculiari caratteristiche morfologiche dei giacimenti, sarebbero risultate idonee ad ospitare gli speciali rifiuti 11 località siciliane: Regalbuto, Assoro-Agira, Villapriolo, Salinella, Pasquasia, Resuttano, Bompensiere, Milena, Porto Empedocle, Realmonte, Monteallegro. Dopo la seconda fase dello studio, relativa ai requisiti d’isolamento dei giacimenti,sarebbero rimasti soltanto tre siti idonei: Assoro-Agira, Salinella e Resuttano. L’ex miniera di Pasquasia, su cui ancora pesano sospetti di precedenti depositi di rifiuti radioattivi, sarebbe stata esclusa perché non sufficientemente “isolata” (http://www.siciliainformazioni.com, luglio-agosto 2015).

A settembre la mappa sarà resa pubblica. Sapremo, dunque, se sarà proprio l’ex miniera nei pressi di Agira, al centro dell’Isola, la candidata siciliana che ospiterà i rifiuti radioattivi di tutta Italia. “Agira (Sicilia) capitale italiana dell’ambiente, del paesaggio e deigiardini”, insomma. Che dire – comunque?Saremo in grado, in Sicilia, di ergere barricate efficaci contro i governi che usano l'isola come pattumiera e base militare? Governi che non solo ci impediscono uno sviluppo auspicabile, sostenibile, ma che intenderebbero persino inquinare il nostro ambiente, il nostro spazio vitale, mettendo a repentaglio la nostra salute, la nostra sicurezza. Ecco, queste sono le questioni – imprescindibili – che noi poniamo al governo regionale e al governo nazionale. Alle forze sociali, culturali e politiche. Ai cittadini. Adesso.

Leandro Janni - Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

Tra il Gran Sasso e la Maiella la discarica di veleni più vasta d’Europa. La Repubblica, 24 marzo 2014

Questa è la discarica di veleni più grande d’Europa. Qui intorno, su una superficie di circa 30 ettari, sono state “intombate” quasi 250 mila tonnellate di rifiuti tossici e scarti industriali. Una bomba ecologica al confine tra il Parco del Gran Sasso e quello della Maiella, a Bussi su Tirino, in Abruzzo. Ma oggi, dopo quarant’anni di denunce e polemiche approdate finalmente nelle aule giudiziarie, dalle ceneri contaminate di questo disastro potrebbe cominciare un’operazione di bonifica e riqualificazione di tutta l’area, per sperimentare un modello di riconversione industriale su scala internazionale.

La storia comincia nel 1972, quando l’allora assessore all’Igiene e alla sanità del Comune di Pescara, Giovanni Contratti, scrive una lettera alla Montecatini Edison, proprietaria dello stabilimento chimico di Bussi, chiedendo di ripulire il sito e adottare misure anti-inquinamento. Passarono 35 anni prima che la Guardia forestale mettesse nel 2007 i primi sigilli alla discarica Tre Monti. Fino ad arrivare ai nostri giorni, con il processo davanti alla Corte d’assise di Pescara in cui 19 responsabili dell’ex colosso devono rispondere di disastro doloso e avvelenamento delle acque, mentre sono finiti sul registro degli indagati anche otto dirigenti della società francese Solvay che nel 2002 aveva acquistato il polo chimico dall’Ausimont (gruppo Montedison).

Una prima stima dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per il ministero della Salute valuta un danno ambientale di 8,5 miliardi di euro e un costo di 500-600 milioni per la bonifica della discarica che al momento appare ricoperta da un “sarcofago”, con un telone impermeabile e sopra un terrapieno di ghiaia, come la tomba di un faraone. Per effetto della legge per il terremoto dell’Aquila, finora ne sono stati stanziati una cinquantina. Ma questi soldi - come precisa il sindaco di Bussi, Salvatore La Gatta – sono destinati alla bonifica e alla reindustrializzazione dello stabilimento che oggi è fermo.

Oltre alla discarica Tre Monti, a monte del polo industriale se ne trovano altre due, di minore estensione e criticità. Originariamente furono autorizzate per lo stoccaggio degli scarti di produzione, ma poi anch’esse sono state sequestrate dalla magistratura e recentemente risequestrate a causa di una malagestione. Un deposito di veleni, insomma, che continua a inquinare la terra e il sottosuolo in forza di un’antica maledizione chimica che risale alla fine dell’Ottocento. Già allora questo appariva il luogo ideale per localizzare la “nuova industria”, sfruttando la portata dei due fiumi Tirino e Pescara: il primo è stato deviato con un salto di 70 metri e addirittura inglobato nello stabilimento, caso unico in Italia, per produrre energia elettrica e alimentare un impianto di scomposizione elettrolitica del cloruro di sodio da cui si ricavano cloro e soda. Qui, durante l’ultimo secolo, più di mille operai sfornavano la formaldeide, il potente disinfettante poi bandito dal mercato perché riconosciuto cancerogeno. E, ancora, varechina, perclorati (componenti sbiancanti dei detersivi) e cloruro di ammonio. Nei periodi di guerra, dal paese-fabbrica di Bussi è uscito perfino l’yprite, il terribile gas nervino con cui i nostri soldati furono sconfitti a Caporetto e che noi stessi utilizzammo poi nella campagna d’occupazione in Africa.

Nel tempo gli scarti di queste produzioni, insieme alle acque di scarico che, filtrate, confluivano nei due fiumi, sono stati sparsi sul territorio come il sale a Cartagine. L’operazione di bonifica, quindi, deve comprendere il polo chimico e tutta l’area contaminata. E per quanto riguarda in particolare la discarica dei veleni, c’è chi dice che è sigillata dallo strato di argilla sottostante e chi invece sostiene come il presidente regionale di Legambiente, Angelo Di Matteo, geologo - che si tratta di un’argilla porosa, per cui non si può affatto escludere il rischio di inquinamento delle falde freatiche.

Oggi l’attenzione di tutti è concentrata sullo stabilimento e sul piano di reindustrializzazione, da cui l’amministrazione comunale si aspetta almeno un centinaio di posti di lavoro per ridare vita a un paese di 2.800 abitanti con uno dei redditi pro-capite più bassi dell’Abruzzo (11mila euro all’anno). Ma su questo futuro i pareri e i desideri divergono, anche in rapporto agli appetiti degli imprenditori interessati all’operazione. A cominciare da Carlo Toto, patron di Air One, considerato vicino al Pd e amico personale dell’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso: il suo progetto è di trasformare l’ex polo chimico in un cementificio, per approvvigionare il quale avrebbe già chiesto le concessioni minerarie sulle montagne vicine.

Il sindaco La Gatta (Rifondazione comunista) riferisce di aver ricevuto una ventina di manifestazioni d’interesse da parte di altrettante aziende, tre delle quali chimiche: «Per noi sarebbe un’occasione storica: da quarant’anni qui non investe più nessuno». Ma il presidente di Legambiente Di Matteo avverte: «Siamo d’accordo sulla reindustrializzazione. Bisogna fare, però, un salto di qualità: questo deve diventare un Laboratorio delle bonifiche, per realizzare un esperimento di frontiera da replicare eventualmente nel resto d’Italia e d’Europa».

Il modello che sottende decenni di strategie di sviluppo mostra tutti i suoi limiti, in ogni senso, ma a una intera classe dirigente manca il coraggio, o la coscienza e capacità, di ammetterlo

Ci stiamo abituando a fare i conti con i disastri ambientali e con le difficoltà ad accertare le responsabilità di tanta devastazione. I sintomi nelle aree di crisi evidenziano guasti profondi. Oggi l'attenzione è su Porto Torres (dopo il proscioglimento gli imputati di inquinamento per intervenuta prescrizione); ieri su Olbia, ma l'elenco è lungo come sappiamo: tanti casi diversi ma non sfugge il denominatore comune. Quel disegno afferra-afferra a cui guardano inchieste della Magistratura, che ci dirà – se non vi saranno altre assoluzioni decise dalla politica. Che dovrebbe interrogarsi a fondo su quest' ultimo mezzo secolo di sviluppo evanescente che ha lasciato povertà e drammi sociali. E reso l'isola brutta e insicura in molte parti, sfortunatamente per sempre. Per questo ci aspettiamo un nuovo corso senza titubanze.

Sull'ambiente – terra, acqua, aria– i governi locali hanno competenze importanti. Più di quanto non ne abbiano per altre questioni dipendenti da centri decisionali lontanissimi.

Non ci dovrebbero essere esitazioni se si mettesse nello sfondo la storia. Basterebbero una trentina di immagini per documentare la spoliazione dell'isola avvenuta in tempi tutto sommato brevi. Un quadro attutito per la grande estensione del territorio, dove tutto sfuma, e l'opinione pubblica non si accorge o fa finta. “E gli orrori arrivano solo fino a dove i nostri occhi hanno il coraggio di guardare” – è la sintesi di Alessandro De Roma nel racconto pubblicato da Einaudi (nel libro «Sei per la Sardegna», bel regalo alle popolazioni colpite dalla recente alluvione).

Il coraggio di guardare e di ammetterlo: siamo stati defraudati a lungo, e chi ha potuto prendere dalla Sardegna senza restituire nulla, ha contato su troppe complicità locali. E così tre quarti del patrimonio boschivo sono andati in fumo nell'Ottocento per produrre energia oltre il mare; così nell'ultimo mezzo secolo terre preziose sono state concesse per esercitazioni militari deleterie per la salute, o regalate a industriali sovvenzionati per inquinare liberamente. Così circa 450mila (!) ettari di territorio sono compromessi da forme di inquinamento pericolose e comunque sottratti all'uso. Il ciclo edilizio è stato spesso senza regole, e in assenza di strumenti urbanistici adeguati sono cresciuti insediamenti in grado di mettere in pericolo le comunità residenti, basta che piova un po' più forte.

La Sardegna “innocente” è quinta nelle classifica dell'abusivismo edilizio, dopo Campania e Sicilia che hanno quattro volte gli abitanti dell'isola, e quindi è prima. Uno scenario preoccupante e che impone di provvedere, e subito, almeno per limitare i rischi per le comunità più esposte.

Ma è vietato illudere e illudersi sulla palingenesi di bonifiche che – si sa – non ci restituiranno la Sardegna com'era, perché è impossibile. A sicut erat non torrat mai. Figurarsi in casi di terre maltrattate e avvelenate in quelle misure come a Porto Torres, o a Portoscuso dove da ieri agli agricoltori è vietato vendere i loro prodotti. Ci toccherà pagare, insomma (e attenzione a chi s'immagina i tornaconti del risanamento ambientale nella successione inquinamento-disinquinamento forever). E il danno, come per il debito pubblico, ricadrà comunque sulle generazioni future, e in modo inedito.

Perché è prevedibile che le agenzie di rating che oggi certificano la solidità economica degli Stati, prenderanno in esame la condizione del patrimonio territoriale per conto di investitori attenti in modo crescente a questi aspetti. E che i valori immobiliari dipendano sempre di più dalla qualità dei luoghi non è un mistero. Gli economisti più avveduti lo dicono da un po'.

Per questo occorre cogliere i segnali interessanti. I programmi per eolico, termodinamico, chimica verde – in quel solco distruttivo dove sta anche la speculazione edilizia – sono finalmente avversati dalle popolazioni che ne temono la presenza. Questa nuova “coscienza di luogo” ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso.

Condono ambientali, patto del diavolo con gli inquinatori, coperto in extremis con la solita pelle d'agnello. Il manifesto, 12 febbraio 2014
Le imprese potranno com­pen­sare per il 2014 le car­telle esat­to­riali con i cre­diti verso la pub­blica ammi­ni­stra­zione; il fondo cen­trale delle Pmi potrà pre­stare garan­zia anche per le società di gestione del rispar­mio; i soldi per i bonus libri erano troppo pochi e quindi sono diven­tati cre­dito d’imposta per i librai, ma soprat­tutto l’articolo quat­tro ribat­tez­zato sul Web come «con­dono ambien­tale». Tutto que­sto è il decreto Desti­na­zione Ita­lia appro­vato ieri alla Camera con 320 sì e 194 no (1 aste­nuto) che entro il 21 feb­braio dovrà diven­tare legge al Senato, pena la deca­denza. Per cui sem­bra più che pro­ba­bile il ricorso alla fidu­cia. Un decreto che ha stral­ciato diverse norme rispetto al testo licen­ziato dal Con­si­glio dei mini­stri ma che con­serva comun­que nume­rosi arti­coli molto contestati.

Uno su tutti pro­prio l’articolo 4 che nel testo ori­gi­na­rio sem­brava scritto per favo­rire le aziende inqui­nanti. In extre­mis ieri pome­rig­gio è arri­vata una modi­fica voluta dal depu­tato Pd Ermete Rea­lacci che ha comun­que lasciato aperti nume­rosi dubbi. Per affron­tarli ieri sono arri­vati a Roma i comi­tati ambien­ta­li­sti pro­ve­nienti da tutta Ita­lia e la Rete dei comuni Sin, i Siti di inte­resse ambien­tale, cioè i buchi neri d’Italia, i ter­ri­tori più inqui­nati del Paese.

L’articolo pre­vede che qual­siasi azienda respon­sa­bile di aver inqui­nato un deter­mi­nato ter­ri­to­rio (dall’Ilva di Taranto all’Eni di Porto Tor­res all’Enel di Porto Tolle, alla Caf­faro di Bre­scia, c’è solo l’imbarazzo della scelta) potrà, gra­zie a que­sto arti­colo, sti­pu­lare un accordo con lo Stato e rice­vere finan­zia­menti pub­blici (la quan­tità non è spe­ci­fi­cata) per la ricon­ver­sione indu­striale dei siti. Inol­tre – que­sto è il punto che ha subito una modi­fica – era pre­vi­sto un con­dono delle respon­sa­bi­lità per le aziende che sot­to­scri­ve­vano l’accordo. I soldi sareb­bero ser­viti per l’ammodernamento azien­dale o per le bonifiche.

«Salta il prin­ci­pio euro­peo del “chi inquina paga” – ha detto Mariella Maf­fini, asses­sore all’ambiente di Man­tova e coor­di­na­trice della rete dei comuni Sin – è come scen­dere a patti col dia­volo». Gli ambien­ta­li­sti pro­met­tono dieci giorni di lotta in piazza men­tre i sin­daci affi­lano le armi per pre­sen­tare un ricorso alla Com­mis­sione euro­pea. «L’articolo deve essere can­cel­lato, senza modi­fi­che», hanno detto in coro. La rispo­sta è stata indi­retta, ma senza dub­bio era inviata al pre­si­dente ono­ra­rio di Legam­biente Rea­lacci che, in con­tem­po­ra­nea con la con­fe­renza stampa, faceva sapere in una nota di aver modi­fi­cato l’articolo in questione.

Con il nuovo testo – poi votato – si pre­vede che il con­dono delle respon­sa­bi­lità possa avve­nire, ma solo dopo che l’Arpa abbia accer­tato «l’avvenuta boni­fica e messa in sicu­rezza dei siti». C’è scritto così: boni­fica e messa in sicu­rezza, come se non fos­sero due azioni che si eli­mi­nano a vicenda. E poco importa se Rea­lacci ha anche pre­ci­sato che i soldi rice­vuti dallo Stato dovranno essere spesi per l’impianto indu­striale e non per le boni­fi­che, di com­pe­tenza delle aziende respon­sa­bili del danno.

Infatti poco dopo è inter­ve­nuto il por­ta­voce dei Verdi Angelo Bonelli in un com­mento che sem­bra tec­nico ma non lo è: «Boni­fica e messa in sicu­rezza sono due cose dif­fe­renti. Se c’è l’una è inu­tile l’altra. Il testo così come è scritto è pro­prio diven­tato inapplicabile».

I Sin sono 39. Rispetto a un anno fa sono 18 in meno: con un decreto del governo Monti, zone che vanno da La Mad­da­lena alla Valle del Sacco inclusa anche la Terra del Fuoco sono stati «declas­sati», dive­nuti Sir, siti di inte­resse regio­nale. La com­pe­tenza della boni­fica spetta alle regioni. Con­tro que­sto decreto sono scese in capo anche le asso­cia­zioni che lo hanno impu­gnato al Tar. Insomma, un pastic­ciac­cio con­tro il quale medi­tano guerra gli ambientalisti.

«Occu­pe­remo le piazze, saranno dieci giorni di bat­ta­glie», assi­cura Egi­dio Gior­dani, por­ta­voce del comi­tato stop bio­ci­dio della Cam­pa­nia, forte della mani­fe­sta­zione che il 16 novem­bre scorso ha por­tato in piazza a Napoli circa cen­to­mila per­sone. I sin­daci si muo­vono su un piano più isti­tu­zio­nale, pre­pa­rando il ricorso alla Com­mis­sione euro­pea per­ché, sosten­gono, anche in que­sta ultima acce­zione modi­fi­cata è sal­tato il prin­ci­pio valido in tutta Europa del «chi inquina paga».

« Il vero problema, cioè, è che in Italia ci sono troppi territori ormai sottratti alla sovranità dello Stato. E non saranno le nuove pene per la combustione di rifiuti a restituirceli Occorre, quindi, in primo luogo riaffermare in questi territori la sovranità dello Stato con le sue leggi ed i suoi controlli». Lexambiente, 27 dicembre 2013

Adesso basta. Ogni volta sembra che si sia toccato il fondo ma al peggio non c'è fine. Perchè, guardate, non è facile scrivere tante sciocchezze "giuridiche" tutte insieme come ha fatto il governo in carica introducendo, per la cd. "terra dei fuochi", il nuovo delitto di "combustione illecita di rifiuti" nel decreto legge 10 dicembre 2013 n. 136 ("Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree interessate"). Purtroppo il problema è reale e gravissimo; e quindi è meglio trattarlo seriamente. Perchè altrimenti sarebbe da ridere.

Intendiamoci, l'intento è condivisibile se, come scrive il governo, "la norma ha l’obiettivo di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i roghi tossici, oggi sanzionabili solo con contravvenzioni". Aggiungendo che si tratta di un "fenomeno preoccupante al quale conseguono immediati danni all’ambiente ed alla salute umana, con la dispersione in atmosfera dei residui della combustione, incluso il rischio di ricadute al suolo di diossine".

Dopo di che decreta con urgenza che chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate è punito con la reclusione da due a cinque anni. Dove è il "rogo tossico" ? Dove sono gli immediati danni all'ambiente e alla salute umana? Dove sono le ricadute di diossine? Perchè, sia chiaro, con questa norma anche chi fa un focherello all'aperto con una vecchia cassetta di legno per riscaldarsi rischia almeno 2 anni di reclusione. Tanto per capirsi, più di un omicidio colposo che ha pena minima 6 mesi.

Certo, le cose possono cambiare se si bruciano rifiuti pericolosi. Ma questa è solo una ipotesi di aggravante, con reclusione da 3 a 6 anni. L'ipotesi base fa di tutt'erba un fascio: quanto meno avrebbe, invece, potuto specificare che si applica in caso di combustione di rifiuti suscettibile, per quantità e qualità, di provocare danni reali alla salute ed all'ambiente.

Tanto più che siamo in un paese dove i roghi di rifiuti molto spesso sono rose e fiori di fronte alle "fumate autorizzate" di tante industrie ed inceneritori. Tanto per fare un esempio, l'Ilva. Con questo-intendiamoci- non voglio affatto giustificare chi dà fuoco a rifiuti. Dico solo che era sufficiente applicare le leggi che già c'erano e ci sono, al massimo con una aggiunta per i casi di danno e pericolo concreto. Infatti, già esistevano ed esistono, per i fatti più gravi, i delitti di incendio e di disastro doloso aggravato, oltre a quello, specifico, di traffico illecito di rifiuti, mentre negli altri casi poteva (e può) farsi ricorso allo smaltimento non autorizzato di rifiuti previsto dall'art. 256, comma 1, D. Lgs 152/06 (arresto da 3 mesi a un anno o ammenda da 2.600 a 26.000 euro, ovvero da 6 mesi a 2 anni e stessa ammenda per rifiuti pericolosi). Senza contare che, in caso di emissioni di fumo atte a offendere, imbrattare o molestare le persone c'è il sempresialodato art. 674 c.p. (arresto fino a 1 mese o ammenda fino ad euro 200). Se proprio si volevano introdurre nuove ipotesi di reato per la "terra dei fuochi", sarebbe stato meglio, peraltro, limitarle, appunto alle "terre dei fuochi" con specifico riferimento alla criminalità organizzata. E non a considerare queste circostanze solo come aggravanti di un reato base applicabile indiscriminatamente in tutto il paese.

Ma il fatto più sconcertante è che, nella sacrosanta lotta per la "terra dei fuochi", l'appiccare fuoco ai rifiuti è solo, diciamo così, il secondo atto. Perchè, per dare fuoco ai rifiuti, prima bisogna che qualcuno li abbia buttati o li abbia portati. E allora è in questa fase essenziale che occorre severità; perchè senza di essa non ci sono "roghi tossici", che, peraltro, molto spesso sono appiccati da cittadini esasperati e stanchi di vivere con i rifiuti sotto casa.

Invece, il nostro ineffabile governo, che fa? Inasprisce, è vero, le pene per chi abbandona o deposita in modo incontrollato rifiuti, anzi stabilisce che si applicano le stesse, pesanti pene della "combustione illecita". Ma solo se abbandono e deposito incontrollato avvengono " in funzione della successiva combustione illecita di rifiuti".

Arriviamo, così, al nocciolo della questione che non riguarda le sanzioni ma i controlli sul territorio. Senza controlli e senza una forte coscienza sociale non si ferma chi abbandona i rifiuti nè chi li brucia. Ma oggi, per carenza di uomini e di mezzi, la polizia giudiziaria a stento riesce ad intervenire dopo la commissione di un reato, figuriamoci se può fare controlli generalizzati sul territorio per i rifiuti. In questa situazione, se, come abbiamo già detto per bruciare rifiuti in modo illegale bisogna prima depositarli in modo illegale, non ha senso stabilire che il deposito incontrollato e l'abbandono di per sè siano delitto solo se si provi che essi sono finalizzati alla combustione. Perchè questo si vede dopo la combustione. E ci vuole qualcuno che faccia controlli sia sul deposito sia sulla combustione. In più, si consideri che molto spesso i rifiuti dell'ecomafia sono stati interrati nel sottosuolo dove non si vedono e non vengono bruciati, anche se provocano danni gravissimi all'ambiente e alla salute. E spesso ciò è avvenuto nell'indifferenza dei cittadini e con la complicità delle autorità.

Il vero problema, cioè, è che in Italia ci sono troppi territori ormai sottratti alla sovranità dello Stato. E non saranno le nuove pene per la combustione di rifiuti a restituirceli. Occorre, quindi, in primo luogo riaffermare in questi territori la sovranità dello Stato con le sue leggi ed i suoi controlli. Certo, anche con le sue sanzioni. Ma per fare questo occorre ben altro. Non serve, come fa il decreto legge, inventarsi un Comitato ed una Commissione interministeriale per il "monitoraggio" (tra l'altro) dei terreni sospetti della regione Campania, ai cui componenti, peraltro, "non sono corrisposti gettoni, compensi, rimborsi spese o altri emolumenti comunque denominati". Nè basta la disposizione (art. 3, comma 2) del decreto legge che autorizza i prefetti delle province della Campania ad avvalersi di personale militare delle Forze Armate nell'ambito delle operazioni di sicurezza e di controllo del territorio prioritariamente finalizzate alla prevenzione dei delitti di criminalita' organizzata e ambientale: non è con la militarizzazione del territorio che si risolvono questi problemi.

Ci vogliono, invece, uomini delle "normali" istituzioni, mezzi e soprattutto volontà politica e coinvolgimento delle popolazioni interessate. Occorre garantire il lavoro e la legalità generale. Occorre cultura. Occorre far sentire che lo Stato esiste, assolve ai suoi compiti ed è al servizio dei cittadini. Di certo non basta una norma sanzionatoria del tutto avulsa, come sistema e razionalità, dal contesto in cui viene inserita.

E che, peraltro, è infarcita di inesattezze. Che senso ha dire che occorre che i rifiuti vengano "depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate"? Come se ci fossero aree autorizzate per i depositi incontrollati.E che senso ha, nel nuovo art. 256-bis, comma 2, richiamare le condotte di cui all'articolo 255, comma 1, quando, in realtà queste condotte (abbandono e deposito incontrollato) sono vietate dall'art. 192, comma 1 mentre l'art. 255, comma 1 fornisce solo la sanzione amministrativa e solo per la condotta dei privati (per la condotta di enti e imprese la sanzione contravvenzionale è prevista dall'art. 256, comma 2)?

E che senso ha, nel comma 6, l'ulteriore richiamo alle sanzioni dell'art. 255 se la combustione illecita ha ad oggetto rifiuti vegetali, provenienti da aree verdi quali giardini, parchi ed aree cimiteriali? Infatti, bruciare rifiuti sembra più propriamente rientrare nell'ambito dell'art. 256 che attiene alle attività illecite di gestione di rifiuti. Deve ritenersi, allora, che probabilmente il richiamo sia fatto quoad poenam ; con la conseguenza che oggi anche il caso frequente di bruciamento di stoppie da parte di privato deve intendersi vietato e punito con la sanzione (amministrativa) di cui all'art. 2551.

E ancora: il comma 5 prevede la confisca obbligatoria "ai sensi dell'art. 259, comma 2", dei mezzi di trasporto utilizzati per commettere i delitti di combustione illecita. Ma, ovviamente, i mezzi di trasporto non possono essere utilizzati per bruciare rifiuti; ed allora, non resta che ritenere, al di là della pessima formulazione, che ci si riferisca ai mezzi di trasporto utilizzati per trasportare i rifiuti poi oggetto di combustione illecita. Ma, in questi termini, la norma è superflua e fuorviante. Fuorviante perchè l'art. 259, comma 2 prevede la confisca dei mezzi di trasporto in caso di trasporto illecito e non di smaltimento illecito, come nel caso della combustione. Superflua perchè l'art. 260-ter, comma 5 (in relazione al comma 4), già prevede la confisca obbligatoria del veicolo e di qualunque altro mezzo utilizzato per il trasporto dei rifiuti qualora si accertino i reati (contravvenzionali) previsti dall’art. 256, comma 1; e cioè quelli commessi da «chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216». E, quindi, anche lo smaltimento per combustione illecitPotremmo continuare, ma ci sembra abbastanza.

Concludiamo: speriamo che l'anno nuovo induca il legislatore, nella conversione in legge, ad affrontare seriamente il gravissimo problema delle "terre dei fuochi", pensando più alla sostanza che ai comunicati stampa. Con norme serie ed efficaci per controllo e prevenzione, fugando il sospetto che, alla fine, l'unica cosa che interessa è il business delle bonifiche, magari affidate agli stessi che hanno creato l'emergenza. E magari ricordandosi che forse è tempo di rivedere tutta la normativa sanzionatoria ambientale, depenalizzando le violazioni formali ed introducendo finalmente nel codice penale i delitti contro l'ambiente, come da tempo ci ha chiesto l'Europa.

Altrimenti è prevedibile che "al più si coglieranno in flagranza di reato gli zingari, gli extracomunitari e la manovalanza che viene arruolata dai clan e prontamente viene "sacrificata" agli eventuali organi di polizia (e alla pubblica opinione)...."2. Tutti puniti con la reclusione da 2 a 5 anni.

note

1 In proposito si rinvia al nostro Bruciare stoppie e residui vegetali è veramente reato ? in www.industrieambiente 2008, dove concludevamo che, se l'autore era un privato, non era applicabile alcuna sanzione, visto che l'art. 256, in realtà, configura ipotesi di reato solo a carico di titolari di enti o imprese.
2 PIEROBON, Il d.l. sulla terra dei fuochi e sull'Ilva, in www.lexambiente. it, 12 dicembre 2013

No imballaggi: «Gli scarti sono in costante aumento: da 49 milioni di tonnellate nel 2012 saliranno a 65 nel 2017 Per molti un peso di cui liberarsi, seminando veleni da Nord a Sud. Come rivela un rapporto Onu». La Repubblica, 17 dicembre 2013

Se li caricassimo su camion da 40 tonnellate, formerebbero una fila lunga tre quarti dell’equatore. È la fotografia al 2017 dei computer, palmari, televisori, frigoriferi e lavatrici che buttiamo nel corso di un anno. La definizione tecnica di questi materiali è “raee”, “rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche”, quella sostanziale è più difficile: per molti rappresentano un peso di cui liberarsi clandestinamente, spesso attraverso rotte che viaggiano da Nord a Sud seminando veleni; per altri costituiscono una risorsa preziosa perché recuperare i metalli preziosi e le terre rare contenuti nei beni gettati via può essere un buon affare.

Di sicuro questa nuova categoria di rifiuti costituisce una presenza sempre più ingombrante con cui bisogna fare i conti. I numeri contenuti nel rapporto Solving the E-Waste Problem (StEP) Initiative, un’iniziativa promossa dalle Nazioni Unite, rivelano una tendenza molto netta. Già oggi ognuno dei 7 miliardi di esseri umani che popolano il pianeta butta 7 chili di rifiuti elettrici ed elettronici all’anno, per un totale che sfiora i 49 milioni di tonnellate. Nei prossimi cinque anni ci sarà una crescita di un terzo, portando la cifra a 65,4 milioni di tonnellate: l’equivalente di 200 grattacieli come l’Empire State Building o di 11 Piramidi di Giza.

Il settore legato all’e-waste (i rifiuti elettronici) diventa così un termometro per misurare la crescita e la maturità delle varie economie. Nel 2012 la Cina si è collocata al primo posto nella classifica delle merci appartenenti a questa categoria con 11,1 milioni di tonnellate immesse sul mercato, seguita dagli Stati Uniti con 10 milioni di tonnellate. Ma la graduatoria si inverte quando si passa alla quantità dei prodotti elettronici buttati via: gli Usa, essendo partiti prima, hanno maggiori volumi di scarto: 9,4 milioni di tonnellate contro i 7,3 della Cina. E anche sul piano dell’ewaste pro capite la distanza è notevole: 29,8 chili per ogni statunitense rispetto ai 5,4 chili per ogni cinese.

Ma dove finiscono questi flussi in continua crescita? «L’obiettivo dello studio è comprendere meglio le rotte illegali per sistemare il puzzle delle esportazioni dei rifiuti elettrici ed elettronici», risponde Jason Linnell, direttore del Centro nazionale per il riciclo degli apparecchi elettronici (Ncer). «A fronte di aumenti così vistosi si tratta di ottenere un quadro il più preciso possibile per impostare la migliore linea di risposta».

Anche perché al momento la quota di commercio clandestino resta molto alta. La ricerca mostra che gli apparecchi più grandi, soprattutto tv e monitor, dagli Stati Uniti vengono esportati verso destinazioni come Messico, Venezuela, Paraguay e Cina, mentre i pc usati, soprattutto portatili, hanno più probabilità di andare verso i paesi asiatici e africani. Nei villaggi dei paesi più poveri questo afflusso si traduce in un drammatico aumento delle malattie legate allo smaltimento, senza le più elementari norme di sicurezza, di beni solo apparentemente innocui.

Qui è possibile leggere integralmente il rapporto StEP

Una vergogna italiana. Nord e Sud, politica e amministrazione, uniti nell'affrontare nel modo peggiore il problema globale della produzione abnorme di rifiuti dello "sviluppo": il volto oscuro del trionfo della società opulenta. La prims puntata di un reportage di Angelo Mastrandrea e un'intervista a Massimo Scalìa. Il manifesto, 2 novembre 2013

«Il sud Italia, da Latina in giù, è la pattumiera d'Europa: a Formia 10 mila bidoni di rifiuti tossici, al largo di Salerno affondata una nave con scorie anche nucleari». Il pentito dei Casalesi Carmine Schiavone parla al manifesto e aggiunge nuovi dettagli alle sue confessioni. Ma nella «Terra dei fuochi» tra Napoli e Caserta le industrie continuano a utilizzare le discariche abusive, che poi vengono incendiate.

Coperta da un telo di plastica, una montagna di eternit. All'aria aperta. «Qui esistono una miriade di aziende che girano casa per casa a offrire prezzi competitivi per lo smaltimento dell'amianto. Poi, con le tute e le mascherine, vanno a buttarlo in campagna». Prima o poi i pannelli di eternit bruceranno, insieme a ciò che rimane dei frigoriferi, ai rifiuti dell'industria del falso e di quella legale, dell'edilizia e dell'agricoltura. Tutti insieme a comporre un mix micidiale di diossina e altre sostanze tossiche. Funziona così, nella Terra dei fuochi: si satura la discarica e poi, per eliminare qualsiasi traccia e liberare spazio per i prossimi rifiuti, si assolda un piromane che appicca il fuoco con maestria. È a buon mercato, la prestazione di un incendiario: 20 euro, non di più.

Qui, in questa pianura sterminata a cavallo tra l'alto napoletano e il basso casertano, dove la Terra di lavoro si trasforma in un groviglio di cavalcavia e paesoni, rotonde e strade poderali, il business dello smaltimento illegale, velenoso, assassino del territorio e di chi lo abita non si è mai fermato e prosegue indisturbato. Oggi come dieci o vent'anni fa. A Orta di Atella, Caivano, Succivo e in tutta l'area a nord di Napoli le discariche abusive si contano a decine. Si riempiono fin quando qualcuno non si premura di dare fuoco al tutto, poi riprendono a crescere, in un ciclo apparentemente infinito. Siamo nel cuore della Terra dei fuochi, così detta per via di quei roghi che quotidianamente la punteggiano e ne appestano l'aria, in un primordiale sistema di smaltimento dei rifiuti. È questo l'epicentro di quella «pattumiera d'Europa» cui un intreccio perverso tra mafie, un sistema industriale corrotto e malapolitica hanno destinato il sud Italia da Latina in giù, per ammissione di Carmine Schiavone, cugino di Francesco «Sandokan», capo indiscusso del clan dei Casalesi.

«Qui c'è un intero sistema industriale che smaltisce i rifiuti in questo modo, e lo Stato è connivente», dice Enzo Tosti, mio accompagnatore in questo tour nei luoghi di stoccaggio della «monnezza illegale», quella che sfugge a ogni censimento o statistica. Quanta gente si è presa la briga, a oggi, di analizzare una discarica abusiva rifiuto per rifiuto? Quali istituzioni si sono occupate di censire, monitorare, sorvegliare, prevenire quello che ogni giorno continua ad accadere nella ormai ex Campania felix?

Se il pentito Schiavone ha parlato dei veleni sotterrati o inabissati, Tosti cataloga ciò che emerge alla luce del sole, quel combustibile che alimenta i roghi della cosiddetta Terra dei fuochi. Non è una gola profonda della camorra e neppure un chimico o un biologo o un medico. È un operatore socio-sanitario, nella vita si premura di assistere giovani e meno giovani con problemi mentali, ma per amore della sua terra ha deciso di condurre una battaglia contro le discariche abusive e un sistema che definisce «sbagliato e marcio». Come altri attivisti dei comitati che si battono per una riqualificazione del territorio, Tosti trascorre le sue giornate con gli occhi aguzzati alla ricerca di una colonna di fumo nero, per segnalarla a vigili del fuoco e forze dell'ordine. Ma non è solo una sentinella del territorio. Piuttosto, mi sentirei di definirlo un entomologo della monnezza, un esperto di quel meccanismo perverso che parte da una fabbrica del nord Italia o da un cantiere edilizio della strada accanto e finisce nelle strisce di bitume, nei pannelli di eternit, in quei sacchi neri pieni di residui di pelli o calzaturieri, nei frigoriferi smontati, nei copertoni di auto e nelle plastiche delle serre messe in fila o ammassate una sull'altra nelle discariche abusive e che mi mostra articolo per articolo, come l'addetto a un museo dello scarto.

Tosti ha ragione. Bisogna guardarla da vicino, l'immondizia, per capire di cosa si parla. Solo così, osservando cosa si smaltisce, si può arrivare a comprendere quanto un intero sistema di produzione sia «marcio e malato», quali e quanti interessi si nascondano dietro al mantenimento di uno status quo insostenibile da tempo eppure ancora perfettamente funzionante. È possibile perfino arrivare a dare un volto agli inquinatori di professione, ricostruire una catena che dall'ultimo anello, il piromane su cui ogni campagna securitaria vuol ricadere ogni responsabilità e aggravare la pena, risale fino all'azienda dal volto pulito alla quale il più delle volte nemmeno si riesce a contestare il reato ambientale. Un esempio è davanti ai miei occhi, in una discarica a cielo aperto nelle campagne di Orta di Atella: ci sono residui della lavorazione di scarpe ovunque, taniche di collanti, ritagli delle tomaie. Tosti li racconta così: «Quest'area è da sempre un polo calzaturiero importante. Ora le grandi griffe parcellizzano il lavoro, affidando l'assemblaggio dei prodotti a centinaia di persone che lo fanno a casa loro. Una volta si premuravano loro di smaltire gli scarti, ora invece lo fanno fare a questi ultimi, perché non si possa risalire a loro in nessun caso».

La discarica abusiva sorge attorno a una collinetta sotto la quale c'è di tutto. In questa pianura a perdita d'occhio interrotta solo, sullo sfondo, dal Vesuvio, ogni collinetta nasconde un mostro che è meglio non risvegliare. Non è l'unica che visiterò: a Succivo il Comune ha mandato le ruspe ad accantonare i rifiuti al bordo delle strade, qui invece c'era già un sito di stoccaggio temporaneo dei tempi dell'emergenza rifiuti in Campania e tutto rimane dove viene abbandonato. L'intera Terra dei fuochi ne è disseminata e, come di solito accade in Italia, non c'è nulla di più stabile del temporaneo. Si capisce perciò la profonda diffidenza dei cittadini ogni volta che viene loro proposta una nuova discarica, un sito provvisorio o, ancor più, un inceneritore. I rifiuti, nella gran parte dei casi, non sono loro e neppure si tratta di immondizia urbana ma di altro e ben peggiore. Alle volte la terra fuma, quando piove il famigerato percolato si infiltra nel terreno e può arrivare a contaminare falde acquifere anche dopo anni. «Abbiamo fatto analizzare l'acqua di un pozzo, proprio qui vicino, ed è venuto fuori di tutto», dice ancora Tosti.
A duecento metri dalla discarica c'è un mercato abusivo: decine di ambulanti - molti africani - espongono la mercanzia a terra, lungo uno stradone e su uno spiazzo asfaltato e senza ombra. A fianco c'è invece un terreno coltivato.

È piuttosto comune, da queste parti, vedere campi arati o distese di alberi da frutta convivere con il disastro ambientale, i roghi e le cataste di rifiuti del tessile e del calzaturiero, dell'edilizia e dell'agricoltura. A Caivano un terreno coltivato fiancheggia un'altra discarica. Fino a quest'estate c'era un pescheto, ora gli alberi non ci sono più e il terreno è arato di fresco: le piante sono seccate. Perché? Non è raro incrociare intere piantagioni di alberi da frutta morti o filari di pioppi malati, ed è inevitabile per quale motivo accada, cosa ci sia lì sotto. I contadini si lamentano perché «nessuno vuole più i nostri prodotti» e ce l'hanno con i giornalisti: «Questa non è la Terra dei fuochi, è Terra di lavoro». Hanno ragione e allo stesso tempo torto: non si può fare di tutta l'erba un fascio, non tutto è inquinato e non tutti coltivano a ridosso di discariche. Ma in troppi hanno taciuto quando il territorio veniva violentato, pensando a curare il proprio orticello. Non è stato così, e loro sono rimasti in mezzo a due fuochi concentrici: i roghi e le agromafie, che impongono prezzi da fame per prodotti agricoli. Al mercato ortofrutticolo i pomodori vengono pagati otto centesimi al chilogrammo, le stesse mafie gestiscono il riciclaggio nelle discariche abusive degli scarti dell'agricoltura e poi fanno appiccare i roghi che avvelenano tutto, e nessuno vuole i prodotti di una terra malata anche se venduti sotto costo. E il cerchio di un sistema «malato e marcio» si chiude.
(1- continua)

È l’estate dei roghi nelle discariche che sprigionano diossine e altri cancerogeni. L’estate dei veleni nell’aria e nei cibi. Da Caserta a Palermo, passando per la Puglia. Gli incendi di rifiuti accomunano il Sud d’Italia nell’ennesima emergenza tra rimpalli di competenze, ritardi negli interventi e un’altalena di rassicurazioni e allarmismi sul rischio per la salute.

A Palermo brucia da sette giorni la discarica di Bellolampo, quella in cui confluiscono tutti i rifiuti della città. Per fronteggiare i roghi, oltre ai Canadair, è stato mobilitato addirittura l’Esercito.

Le fiamme, hanno accertato gli investigatori, sono dolose e sono state appiccate dai piromani in tre punti, nonostante la vigilanza interna, con precisione chirurgica. Ma chi ha interesse a bloccare l’impianto? Secondo i magistrati di Palermo, il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e il sostituto Gery Ferrara, dietro al rogo si nasconderebbe il business legato allo smaltimento dei rifiuti. Dalla montagna che sovrasta la città si innalza una nube nera che ha già invaso la periferia e si dirige anche verso i paesi della provincia.

Il sindaco Leoluca Orlando al sesto giorno di fiamme è corso ai ripari. Ha scritto al ministro Passera chiedendo la testa dei commissari Amia e ha emesso un’ordinanza che vieta il consumo dei prodotti agricoli coltivati nelle zone più prossime all’incendio. Un provvedimento «cautelare», rassicura Orlando che intanto prescrive controlli sul latte materno e impone il lavaggio di strade e tetti dei quartieri a ridosso di Bellolampo.

L’Arpa, l’azienda regionale per l’Ambiente, ha diffuso solo dati parziali sull’inquinamento dell’aria che già indicano una considerevole concentrazione di benzene, toluene e xileni nell’aria, ma non delle diossine. I risultati completi si dovrebbero avere la prossima settimana, mentre in città si sono accumulate 3.300 tonnellate di rifiuti.

Ma quella di Palermo non è che l’ennesima emergenza di un meridione sommerso dall’immondizia e nella morsa degli interessi milionari che girano intorno allo smaltimento. Un business che alimenta gli appetiti della criminalità organizzata. È quello che succede in Campania e in Puglia dove a cadenza giornaliera si appiccano roghi ai rifiuti speciali nelle campagne.

È accaduto a Foggia e da due mesi si ripete a Bari, dove i cassonetti finiscono in cenere in vari punti della città. L’azienda municipalizzata ha già presentato due esposti denunciando un vero e proprio disegno per boicottare il sistema dei rifiuti. La scia degli incendi continua tra Napoli e Caserta dove i roghi hanno una storia ventennale. Ad appiccarli le bande legate alla camorra che distruggono così i rifiuti speciali — dall’eternit ai pneumatici — abbattendo per conto di imprenditori senza scrupoli i costi di uno smaltimento autorizzato.

Un giovane farmacista di Giugliano, Angelo Ferrillo, da cinque anni racconta sul blog laterradeifuochi. it tutti i roghi, ricevendo centinaia di segnalazioni. Ne viene fuori la mappa di uno scempio quotidiano, da Scampia a Marcianise, da Casal di Principe a Santa Maria Capua Vetere. «A Caserta — racconta Ferrillo — ci sono almeno venti incendi al giorno. All’opera bande di Rom in contatto con gli imprenditori. Abbiamo denunciato sindaci, prefetti e l’azienda regionale per l’ambiente alla commissione europea». In campo è sceso anche il “Collettivo Latrones”, un gruppo di intellettuali e artisti campani che ha scritto al ministro della Salute, Renato Balduzzi, ribattendo polemicamente a una risposta del ministro in Parlamento sull’aumento dell’incidenza dei tumori: «Le nostre abitudini alimentari non c’entrano, qui è in corso uno sterminio che dipende dai roghi dei rifiuti».

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