Il fenomeno è circoscritto ma importante. Intendo parlare dell’emergere dall’interno della destra moderata di un filone di pensiero liberal democratico, implicitamente destinato a contrapporsi al populismo demagogico e autoritario, impersonato da Berlusconi. Sul piano politico questo filone è rappresentato da Gianfranco Fini e dalla fondazione FareFuturo, mentre sul terreno più specificamente culturale è identificabile nell’opera, pressoché solitaria, di Domenico Fisichella. Questo nucleo tiene alta la bandiera di un moderatismo democratico, purtroppo in Italia da sempre con scarso seguito. Del resto, anche oggi Fisichella appare come l’unico personaggio di alto prestigio accademico della Destra italiana. Non è poi senza significato che la sua uscita da An abbia coinciso con la battaglia perduta, da lui, però condotta strenuamente dagli scranni del Senato, per la salvaguardia dell’unità nazionale, deturpata in prima battuta dalla modifica del titolo V della Costituzione per sciagurata iniziativa della Sinistra ed affossata, poi, dall’asservimento di Forza Italia alla Lega.
Oggi Fisichella, che ha accompagnato quasi sempre le sue battaglie politiche con la pubblicazione di un’opera che ne illustrasse i presupposti dottrinari, ha pensato bene di rispondere alle devastazioni costituzionali immaginate da Berlusconi, riproponendo una lettura aggiornata di Montesquieu («Montesquieu e il governo moderato», ed. Carocci 2009) con particolare riguardo, quindi, alla separazione dei tre poteri istituzionali, il potere legislativo, quello esecutivo e, infine, il potere giudiziario. Per cogliere l’incidenza attuale di questo fondamentale paradigma, su cui si reggono le democrazie liberali, e che ebbe il suo massimo teorico in Montesquieu (1689-1755) e nella sua opera più importante, l’«Esprit des lois», è bene por mente all’assunto fondamentale, di Berlusconi, secondo cui in una democrazia tutto il potere discende dal voto popolare, e solo chi è «unto» dal suffragio ne detiene tutti gli attributi. Inoltre con una forzatura e, ad un tempo, con una falsificazione il nostro premier pretende di essere stato eletto direttamente dal popolo. Ne deriverebbe, a suo avviso, una «intoccabilità» che può essere revocata solo da un nuovo suffragio negativo.
Col che va molto al di là di una concezione presidenzialista dell’ordinamento, dato che nelle democrazie dove questo vige – vedi gli Stati Uniti – il Presidente non è affatto sottratto alla giurisdizione, come si è ben visto sia con Nixon (Watergate) e con Clinton (caso Monica Lewinsky). Per contro sottolinea, appunto, Montesquieu il sovrano che sfugge alla legge ricade nelle forme del «dispotismo asiatico» perché «l’inconveniente non è quando lo Stato passa da un governo moderato ad un altro governo moderato.... ma quando esso precipita dal governo moderato al dispotismo». Dispotismo, si badi, che è caratterizzato in primo luogo dalla sottomissione dei giudici al sovrano. Or bene, cosa altro significa ripetere a ogni piè sospinto, come accade a Berlusconi, che i magistrati, ricoprendo la loro funzione «solo perché hanno vinto un concorso», non possono pretendere ad un ruolo indipendente nei confronti di chi gode del suffragio universale? Probabilmente il nostro presidente del Consiglio non immagina neppure di richiamarsi a regimi che preesistevano, persino, alle monarchie moderate del XVII e XVIII secolo.
Eppure è così. Come bene illustra il libro di Fisichella i sovrani di Francia prima dell’Ottantanove esercitavano il potere nella «felice impossibilità» di ordinare ai magistrati di tenere comportamenti che potessero violare le leggi. Addirittura «Luigi XIV ordina ai suoi magistrati di disobbedirgli, sotto pena di disobbedienza, se mai avesse rivolto loro ordini contrari alla legge, così facendo il re vieta di obbedire all’uomo, poiché non ha nemico più grande di lui. In altri termini il re, nel suo ruolo di monarca, ha nelle sue passioni di uomo il suo nemico più grande». C’è di che meditare.
Si è svolta ad Asolo la quinta edizione della scuola estiva di eddyburg. Credo che molti dei lettori di questa rivista conoscano eddyburg, il sito di Eddy Salzano, urbanista notissimo, professore all’Iuav di Venezia, città di cui è stato anche amministratore, autore di libri che hanno insegnato l’urbanistica a generazioni di studenti, e non solo. Il suo sito si occupa “di urbanistica, società, politica e di argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita”, anche se ogni giorno pubblica prevalentemente cronache tutt’altro che piacevoli sugli scandali, le politiche dissennate e le speculazioni ai danni del Belpaese.
La scuola di eddyburg di quest’anno ha trattato degli spazi pubblici: declino, difesa, riconquista, e si è conclusa sabato 12 settembre a Padova confluendo nel convegno nazionale della Cgil che ha discusso lo stesso tema della scuola. Agli allievi e ai partecipanti al convegno è stato distribuito, insieme ad altri materiali, il libro scritto a più mani Città e lavoro. La città come diritto e bene comune, che raccoglie i contributi, soprattutto di urbanisti e sindacalisti (delle Camere del lavoro di Bologna, Ferrara, Modena, Padova, Reggio Emilia, Venezia, Vicenza, Roma). Quasi tutti si rifanno ai documenti approvati al convegno dell’European social forum di Malmö del 2008, e hanno insieme partecipato a un convegno su città e territorio tenuto l’anno scorso a Venezia, anche quello per iniziativa di eddyburg e della Cgil. Il filo che unisce gli interventi è che città e lavoro sono le due principali vittime del neoliberismo, e che le politiche urbane del neoliberismo accentuano tutti fenomeni di segregazione, discriminazione, disuguaglianza che esistono nelle nostre città.
Uno degli interventi più lucidi di Città e lavoro è di Oscar Mancini, dirigente sindacale del Veneto, protagonista del movimento di contestazione alla base militare Usa di Vicenza, da tempo collaboratore di Salzano e “ambasciatore” del mondo del lavoro presso eddyburg. Mancini sviluppa un convincente ragionamento sulla necessità dell’incontro tra la cultura rossa e quella verde: “è necessario un incontro tra il movimento sindacale e i comitati, le associazioni, i gruppi, spesso nati spontaneamente attorno a un evento, una minaccia, un progetto.
Una nuova coscienza collettiva che nasca da questo incontro non può che essere fondata sulla consapevolezza dell’incapacità del mercato di risolvere i problemi derivanti dal carattere intrinsecamente sociale e collettivo della città e del territorio, in contrasto con il carattere individualista proprio dell’ideologia che sta alla base del sistema capitalistico, ovvero dell’attuale sistema economico-sociale”. Anche se, continua Mancini efficacemente citando Alberto Asor Rosa: “una classe operaia ecologista ancora non s’è vista, ma neanche s’è visto un militante ecologista capace di ‘pensare’ la questione sociale contemporanea”. La sfida insomma è difficile, ma non ci sono alternative se vogliamo uscire dall’impasse dove siamo rimasti intrappolati negli ultimi lustri.
Chase off those stay-at-home blues
Stairway stairway
Down to the crowds in the street
They go their way
Looking for faces to greet
But we run on laughing with no one to meet
(Joni Mitchell, Night in the City )
Il guru della sicurezza urbana Oscar Newmann, sul finire degli anni ’60 del secolo scorso esplorava per i suoi seminali studi gli spazi tenebrosi del complesso popolare Pruitt-Igoe di St. Louis, la cui successiva demolizione venne pomposamente etichettata dai critici come “morte dell’architettura moderna”.
Notava, Newmann, come tutto il sistema degli spazi collettivi, nella cavernosa macchina per abitare concepita a tavolino dagli architetti modernisti, apparisse abbandonato, collassato, eventuale territorio di conquista per bande. Ma, appena superata la soglia di qualunque appartamento privato, si era improvvisamente catapultati in un’altra dimensione, dove regnavano tranquillità, pulizia, comfort.
Tranquillità, pulizia, comfort, che invece permeavano di sé, fuori dagli alloggi, anche gli spazi pubblici e collettivi di un intervento di case popolari adiacente alle torri corbusieriane del Pruitt-Igoe, pur abitato dalla medesima composizione sociale. Forse basta già il nome del quartiere dirimpettaio, a suggerire la soluzione dell’enigma: Carr Square Village. E come ci si può già immaginare si trattava di case a schiera con giardinetti, insomma quel tipo di quartiere tradizionale che oggi un po’ ripulito farebbe il suo figurone in certe iniziative degli ammiratori del Principe Carlo. Saltano in mente in modo quasi automatico, questo genere di rifugi paleourbani (o antiurbani?) primordiali, quando ci si ritrova inopinatamente scaraventati in quella che Antonietta Mazzette definisce “città che è andata trasformandosi da complesso sistema sociale e produttivo in un’articolata macchina del consumo per incrementare il quale le attrattività (potenziali o già presenti) hanno assunto valore centrale e primario”. Dagli anni del boom economico post bellico, è cambiata forse la composizione degli ingranaggi di questa macchina tritatutto, non certo il suo procedere imperterrita nel produrre spazi che anche nelle migliori intenzioni si rivolgono a una società che non esiste più, sempre che sia mai effettivamente esistita.
Un segmento assai significativo della società che si muove negli spazi dei territori contemporanei, è quello proposto da Mazzette nel suo Estranee in città. A casa, nelle strade, nei luoghi di studio e di lavoro (F. Angeli, 2009). Una raccolta articolata quanto omogenea di saggi e ricerche che illumina l’universo femminile, che soprattutto nello spazio pubblico e collettivo attraversa un duplice disagio: da un lato la relativa “estraneità” che condivide col resto del corpo sociale rispetto al mutamento di tali contesti, dall’altro la particolare esposizione, a un universo frammentato e disorganizzato come quello di oggi, di giovani, straniere, badanti, colf. E con esse, implicitamente, a incontrare inopinati ostacoli sono anche tutti quei processi di interazione, integrazione, rapporti che sottende il loro muoversi nella metropoli.
Un muoversi, attraversare contesti, che nell’insediamento complesso e dilatato contemporaneo assume contorni spazio-temporali molto diversi e articolati, anche solo paragonato alle recenti esperienze della mobilità pendolare. Significativamente collocato in testa alla raccolta, il saggio di Matteo Colleoni e Francesca Zajcykz, Il tempo della mobilità femminile nella società degli insediamenti urbani diffusi, può costituire una sorta di cornice generale di riferimento anche agli altri contributi. Da cui sembra curiosamente emergere anche un nuovo ruolo femminile territoriale, in grado di riproporre secondo modalità diverse un ruolo di connessione fra luoghi, simile a quello tradizionale all’interno della famiglia.
Giampaolo Nuvolati, col suo Presenze e assenze: le donne nei luoghi di vita urbana, ricostruisce uno schema leggibile dei percorsi, assai poco noti ai più, che intersecano spazio urbano e vite delle badanti-colf. Ovvero restituisce un quadro non episodico o aneddotico a immagini che tutti conosciamo ma che a tutti per molti versi sfuggono: l’anziano guidato attraverso ambienti metropolitani-territoriali che probabilmente gli sarebbero preclusi senza le innovazioni di percorso introdotte dalla badante; la maggiore articolazione pubblica che la città assume grazie all’uso e riuso intensivo di alcuni ambiti socialmente dismessi; la valorizzazione di servizi che parevano al tramonto, o l’emergere di nuovi bisogni.
La duplice estraneità dell’essere immigrate e giovani, è oggetto di interesse dei due contributi di Silvia Crivello, Aldolfo Mela (Torino) e Roberto Segatori (Perugia). Nel primo caso il processo di integrazione dentro gli spazi della città riguarda le ragazze più giovani, la “seconda generazione”, alle prese da un lato con l’identità familiare, dall’altro con un mondo che fuori da casa vivono in gran parte come proprio a tutti gli effetti, e che come tale vorrebbero vivere. Con varie difficoltà e contraddizioni. A Perugia è il caso di Meredith Kircher/Amanda Knox che introduce all’apparentemente nebuloso mondo delle studentesse straniere, che gli fa da sfondo. Qui, grazie al rigore della ricerca, dati e interviste restituiscono tra l’altro da un lato una realtà assai meno romanzesca, e più positiva, di quanto sospettabile, dall’altro la curiosa, ambigua, cangiante realtà degli spazi di un centro storico affatto ideale nella qualità dell’offerta. Un’immagine che forse declinata solo in parte per Venezia dalla letteratura, in effetti è possibile applicare con ogni probabilità a qualunque città storica italiana ed europea, e che l’interazione col mondo specifico delle studentesse riesce a far emergere con straordinaria vivacità (ma si ripensi ad esempio all’analogo mondo bolognese abbozzato a suo tempo dall’arte di Andrea Pazienza).
Sono solo alcuni esempi, tra i molti, della interessante raccolta di Antonietta Mazzette che comprende saggi su altri casi e temi: sicurezza ed estraneità delle donne (Roma, Fiammetta Mignella Calvosa, Simona Totaforti); casa e immigrate (Venezia, Tiziana Plebani); il “maledetto” ritorno delle migranti (Sicilia, Michela Morello); storie di vita e città (Genova, Antida Gazzola). A conclusione del percorso, la curatrice si pone strumentalmente la retorica domanda: Perché l’Italia non è più il Bel Paese?
E la risposta, naturalmente articolata fra la fisiologica difficoltà sociale all’adattasi a un contesto in evoluzione, e la patologica incapacità, tutta italiana, a ragionare in termini strategici sul futuro del territorio, pone un altro quesito di natura decisamente interdisciplinare: che tipo di “politica dello spazio” auspichiamo, e siamo in grado di gestire. Ovvero, se un ritorno al Bel Paese non è ovviamente possibile, e forse per molti versi neppure auspicabile (agli spazi tradizionali corrispondono quasi sempre, piaccia o meno, soggetti e ruoli tradizionali), in quali contesti metropolitani o meno potrebbe interagire la nostra società?
Anche se chi scrive non è certo in grado di dare una risposta, qui e ora, sicuramente le tematiche evocate dai saggi proposti da Antonietta Mazzette sottendono un implicito percorso storico-spaziale a cui è possibile far riferimento. E ripercorrerlo forse aiuta a chiarire alcuni problemi.
Si parlava all’inizio del disagio della città-macchina, contrapposto alla “misura d’uomo” del villaggio. E in effetti sin dai suoi esordi moderni, la standardizzazione dello spazio collettivo garantito dalla città moderna, almeno quello di cui si fa carico in modo diretto la pubblica amministrazione (ad esempio attraverso le norme urbanistiche), rinvia sempre all’idea di villaggio, più o meno estesa, articolata, dilatata e adattata, e sostanzialmente alle figure sociali che questo villaggio ideale abitano e percorrono. In principio è la ward, sottocircoscrizione amministrativa tradizionale britannica (nominalmente ancora in uso oltreoceano, ad esempio a New Orleans), ripresa all’inizio del ‘900 negli schemi della città giardino come unità di vicinato minima del nuovo insediamento: cinquemila abitanti, con le case che fanno riferimento funzionale e spaziale a una rete di ambienti stradali, aperti, piazzette, verde, nucleo di servizi essenziali. Basta scorrere i suggestivi schizzi delle città giardino con cui l’urbanista Raymond Unwin illustra il suo manuale Town Planning in Practice nel 1909, per capire che ci troviamo in tutto e per tutto nella riproduzione moderna di un villaggio tradizionale: pulito, ordinato, igienico e socialmente equo, ma inequivocabilmente granitico nel proporre spazi a misura di famiglia altrettanto tradizionale.
È il medesimo criterio a ispirare, dopo la prima guerra mondiale, la prima teorizzazione compiuta della Neighborhood Unit, quella elaborata negli anni ’20 da Clarence Perry per il Piano Regionale di New York. Anche qui, pur nel contesto metropolitano delle highways automobilistiche ad alta capacità e velocità, se ne ritagliano come parti costitutive veri e propri villaggi autosufficienti, col loro common verde, la scuola/centro civico, la mini-piazza, il calcolo dei tempi e delle distanze tanto rigorosamente orientato alla pedonalità quanto implacabile nel dettare ritmi comunque imposti alla vita urbana, almeno a quella del quartiere che sfugge alla logica della produzione. E ancora a loro modo tradizionalissimi e standardizzati sono i soggetti sociali a cui si rivolge: famiglia nucleare implicitamente wasp, marito impiegato, moglie casalinga, un paio di figli, tempi di lavoro e riposo più o meno determinati da quelli della grande impresa fordista che permea di sé il metabolismo metropolitano. Basta vedere l’elegiaco film The City (1939), soggetto di Lewis Mumford, per cogliere immediatamente ed esplicitamente come il quartiere residenziale moderno proposto dai riformisti rooseveltiani altro non sia se non un ritorno al villaggio tradizionale, ai suoi valori, alle sue figure sociali di riferimento.
A modo suo forse un po’ più aperta all’innovazione, la bistrattata (ai tempi nostri) cultura della città moderna razionalista, proprio quella della “macchina per abitare”. Ad esempio, nel nostro paese negli stessi anni di The City un Piero Bottoni di stretta osservanza corbusieriana stila un Quadro Sinottico delle funzioni della città, dove al lavoro, al tempo dell’abitare e della famiglia, alle attività ludiche, sportive, culturali, alla fin fine corrispondono spazi fisicamente piuttosto liberi (esattamente, col senno di poi, quelli che i contemporanei paladini della sicurezza a senso unico chiamano i terrificanti vuoti tra gli anonimi casermoni). Passo in avanti che pare immediatamente vanificato quando, nel dopoguerra, iniziano apparentemente nel segno pur parziale del razionalismo a crescere i quartieri del piano Fanfani. Non a caso pensati dal ministro del lavoro a traghettare l’Italia da una condizione rurale-contadina ad un più avanzato stadio urbano-operaio, i quartieri Ina-Casa assumeranno rapidamente di nuovo l’aspetto di villaggi, certo più simili ai borghi di bonifica dell’era fascista che non alle nuove città che caratterizzano la ricostruzione europea. E del resto la domanda sociale a cui si rivolgono questi “paesi dei barocchi” (nell’azzeccata definizione di un critico d’architettura dell’epoca) è ancora quella della famiglia tradizionale, e qualunque tentativo di innovazione sia negli spazi privati che in quelli pubblici verrà poi praticamente vanificato dai modi d’uso concreti.
Siamo dunque ancora all’anno zero, nel rapporto fra domanda di vita moderna da parte dei vari soggetti che abitano e si muovono nello spazio metropolitano contemporaneo, e offerta di ambito pubblico? La risposta è ovviamente no, visto che i medesimi soggetti hanno elaborato spontaneamente di generazione in generazione, di specificità in specificità, una personalizzata colonizzazione sia di tutto quanto si presentava sufficientemente elastico ed aperto (le grandi campiture del quartiere razionalista così come della piazza rappresentativa borghese ecc.), sia di altri ambiti pubblici, semipubblici, privati ma non troppo rigidamente delimitati. Esistono però moltissime sfumature, gradazioni, manifestazioni esplicite, predatori e gazzelle, in questo sfuggente mondo della rete metropolitana di relazioni, riferimenti, identità. Sicuramente ben oltre le (necessariamente?) schematiche riflessioni spaziali di architetti, urbanisti, amministratori e decisori vari, ma anche assai più quantificabili e qualificabili di quanto spesso (se non sempre) ci propone certo giornalismo conformista, facile agli stereotipi.
Nella bella raccolta di Antonietta Mazzette, nei contenitori di pietra, asfalto, passerelle, fazzoletti di verde, luci di insegne e lampioni, riflessi di schermi, si muovono le “estranee”, ovvero quel particolare soggetto che sinora è comparso nei villaggi ideali solo con la silhouette della casalinga, qualche volta della bambina che teneva per mano sulla via della scuola. Persone che nella realtà assumono le sembianze assai diverse degli infiniti segmenti in cui si spezzetta l’universo femminile, e che pure riflettendo solo un istante sappiamo di conoscere benissimo dall’esperienza di tutti i giorni. La pendolare per lavoro e servizi familiari nello sprawl metropolitano, presenza ubiqua e vero e proprio trait-d’union del nuovo villaggio allargato, tra il complesso scolastico, il centro sportivo, il supermercato, il posto di lavoro, le abitazioni proprie e di parenti. Protagonista involontaria di una vera e propria colonizzazione di territori sterili, come il ciglio stradale, il parcheggio luogo di incontro, occasionale gioco per bambini, la scansia fra lo scatolame e i detersivi luogo di discussione. O gli infiniti universi sconosciuti in cui si articola il mondo delle immigrate, badanti ancora alla conquista di spazi pubblici dimenticati o residuali, per le passeggiate con l’anziano assistito, o connazionali alla ricerca di un surrogato di piccola patria, conquistata tenacemente magari strappandola a qualche banda giovanile.
Ma probabilmente è soprattutto l’ambigua qualità degli spazi storici di fronte ad una utenza caratteristicamente postmoderna, come le giovani donne straniere studentesse universitarie descritte a Perugia, a farci tornare al punto di partenza: è possibile nell’epoca del villaggio globale, virtuale-mediatico ma anche assai materiale e tangibile nella vita quotidiana, andare oltre gli ambienti pubblici del villaggio tradizionale? O almeno cercare di superare la totale separatezza fra domanda (implicita, s’intende) e offerta, che obbliga da un lato a sterili esercizi intellettuali urbanisti e pubblici amministratori, dall’altro l’utenza finale, specie la più debole ma innovativa, a faticosi processi di adattamento?
La risposta, sta probabilmente nell’applicare davvero il principio dell’interdisciplinarità alla gestione urbana: cosa ben diversa dall’accontentare qualche corporazione scientifico-professionale cooptandone rappresentanti in commissioni e gruppi di lavoro. Anche questa, per usare la categoria introdotta da Anonietta Mazzette nelle conclusioni del suo libro, è una propositiva forma di resistenza.
ROMA - Devono essere un servizio. Funzionare come una piazza, un luogo d’incontro. Devono essere attraenti e comode. Devono opporsi alla trasformazione dei luoghi pubblici in centri commerciali, ma alla luminosità e ai colori di un centro commerciale dovrebbero tendere. Le biblioteche devono cambiare ruolo e aspetto, secondo Antonella Agnoli che, dopo trent’anni di lavoro in biblioteca, ora è consulente di architetti e di amministrazioni pubbliche, in Italia e all’estero, e coordina l’Associazione Forum del libro. Ha scritto Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza, pagg. 172, euro 18). Nel 2001 ha fondato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, diventata esemplare: quando l’ha lasciata, nel 2008, su una popolazione cittadina di 96 mila abitanti, gli iscritti erano 26 mila (quasi il 30 per cento). Il successo non è servito a evitare che, non essendo laureata, qualcuno facesse ricorso chiedendo che venisse rimossa. Vincendolo. Dopo Pesaro, Agnoli è andata a Londra, a Idea Store, una serie di biblioteche, ma non solo biblioteche, promosse da un altro italiano, Sergio Dogliani.
«Il San Giovanni è in un antico convento, e nella ristrutturazione l’abbiamo concepito come una strada coperta, un luogo di passaggio da un punto all’altro del centro storico», racconta Agnoli. «Le sezioni al piano terra, quelle per i bambini, per l’informatica, per la musica o l’arte, sembrano dei negozi: insomma la biblioteca deve somigliare sempre meno a un ufficio dell’anagrafe e sempre più a un luogo di qualità». San Giovanni è aperto il sabato e la domenica. Come Idea Store, anche se, avverte Agnoli, «ogni biblioteca ha una storia a sé». Il primo degli Idea Store è nato a Tower Hamlets, quartiere londinese di 215 mila abitanti, per metà immigrati, provenienti in particolare dal Bangladesh. Sono collocati dentro centri commerciali, hanno caffetteria e grandi cartelli segnaletici. I risultati? «Ottimi: la media dei frequentatori di biblioteche a Londra è del 51 per cento, a Tower Hamlets è il 56».
F.Erb.
Titolo originale: Fewer days for the slumdog – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini. Recensione del libbro: Jeb Brugmann, Welcome to the Urban Revolution, How Cities are Changing the World , Harper Collins.
Gran parte degli spettatori del cinema in India, si è rallegrata del successo internazionale di Slumdog Millionaire. Molti l’hanno considerato con occhio critico, ma senza rancore nei confronti della American Academy of Motion Pictures. Una parte del paese, però, è rimasta perplessa dal fatto che il film abbia acceso i riflettori sul ventre molle della città indiana. Chi è interessato anche ai libri, chi vorrebbe veder sparire gli slum, dovrebbe leggere il libro di Jeb Brugmann, Welcome to the Urban Revolution, How Cities are Changing the World.
Brugmann spinge il lettore a considerare la città come era un tempo, e a ricostruirla come nodo di innovazione. Secondo l’autore, l’urbanistica si è trasformata, da quello che era un processo organico basato sulle attività e la comunità. Oggi ruota tutta attorno al profitto, anche se ciò significa obbligare le persone a vivere in condizioni precarie. Gran parte degli studiosi che esaminano le questioni urbane tendono a guardare per le buone pratiche a Europa e America. Alcuni fanno tanto di cappello a Tokyo, Singapore o Shanghai. Brugmann invece dedica gran parte della propria attenzione al ventre molle delle città in rapida crescita dell’Asia e dell’America Latina. Il caso studio più significativo del libro è quello della zona di Dharavi a Mumbai.
Per molti, potrebbe trattarsi di una sconveniente macchia sul tentativo di Mumbai di darsi un “marchio” di città mondiale. Per il suo milione di abitanti, Dharavi è una potenza economica dotata di un PIL di oltre un miliardo e mezzo di dollari. Ma chi parla il linguaggio della “città pianificata” sembra non capire questa energia imprenditoriale. Così Dharavi potebbe essere rasa al suolo e “risanata” trasformandola in un corridoio di torri multipiano. Per favore, basta con gli Slumdog Millionaires. Brugmann ha una prospettiva di pianificazione e progettazione urbana: non solo nel senso fisico del termine, ma anche in quello filosofico. In cui le riflessioni su come comporre spazi residenziali, commerciali, produttivi, sono essenziali tanto quanto la costruzione di un senso di comunità.
Apprezziamo le idee di Brugmann. Ma poi ci sono le tendenze in atto, e probabilmente vedremo molti altri immigrati dalle zone rurali, e altre grandi città. Ci saranno quantità spaventose di persone senza nulla, e molte lotte. Non c’è posto per Slumdog Millionaires.
AL MERCATO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE Studiosi e «opinion maker» scoprono l'effetto serra e la distruzione delle risorse naturali come la frontiera per salvare il capitalismo dagli eccessi del mercato. E propongono intervento statale e un cambiamento radicale negli stili di vita. Ma c'è anche chi invoca la giustizia ambientale per cancellare le diseguaglianze sociali. Un sentiero di lettura sulla «nuova ecologia» messa a confronto con la crisi economica
Riscaldamento climatico, inquinamento marino e dell'aria, smaltimento dei rifiuti. I problemi legati all'ecologia non solo sono diventati luoghi comuni, ma sempre più influenzano la vita di tutti. Così tra ritmi stagionali che sembrano impazzire, stravolgimenti del territorio, limitazioni del traffico nelle città, spiagge non più frequentabili, rifiuti accumulati agli angoli delle strade, con disagi ancora più gravi per chi vive nei pressi di discariche o inceneritori, le abitudini quotidiane si modificano, per non parlare dei danni alla salute che tutto ciò comporta e della sensazione di fine del mondo sempre più diffusa.
In tempi di crisi economica, poi, quando il capitalismo neoliberista sembra mostrare la corda, all'improvviso tutti si scoprono attenti ai problemi ambientali e da più parti si sostiene che una crisi globale come quella attuale può, in realtà, rappresentare un'occasione: si tratta solo di coniugare l'economia con l'ecologia. In questo modo si potrà uscire dalla crisi e salvare l'attuale stile di vita, rendendolo solo un po' più ecologico. Via allora ad espressioni come «sviluppo sostenibile», «rivoluzione verde», «nuova ecologia politica».
I dittatori del petrolio
C'è anche chi, proprio partendo dall'analisi della situazione ambientale ed economica, si schiera per cambiamenti profondi che modifichino alla radice l'attuale sistema socio-economico. Sembrerebbe quasi, insomma, che nell'ambito dell'analisi della situazione dal punto di vista economico ed ecologico, vadano prendendo slancio due tendenze analitiche e politiche che richiamano alla mente la classica distinzione tra riformisti e rivoluzionari, dove i primi tendono a mantenere con alcune correzioni la struttura capitalistica attualmente in auge, mentre i secondi propugnano una fuoriuscita dal neoliberismo in nome di un altro tipo di società.
Appartiene senza dubbio al campo riformista un libro come Caldo, piatto e affollato di Thomas L. Friedman (Mondadori, pp. 535, euro 22). Editorialista del «New York Times», vincitore tre volte del premio Pulitzer, Friedman offre una descrizione chiara, di taglio giornalistico della situazione e delle sue ricette per uscirne. Si parte da una constatazione: viviamo in un mondo in cui il surriscaldamento climatico è una realtà, in cui ovunque si è affermato il medesimo stile di vita a discapito delle diversità culturali e ambientali, in cui la crescita demografica appare inarrestabile. Si continua mettendo a fuoco i cinque problemi chiave con cui misurarsi, ovvero la domanda crescente di forniture energetiche e risorse naturali sempre più scarse, il trasferimento di ricchezze ai paesi produttori di petrolio e ai loro «petrodittatori», la penuria energetica che oppone chi ha energia in abbondanza e chi ne è a corto, il mutamento climatico, la perdita di biodiversità. Si tratta allora di affrontare tali problematiche adottando quello che Friedman chiama «codice verde», ovvero da un lato di utilizzare in modo massiccio, sviluppandole ulteriormente, quelle tecnologie, come l'eolico e il solare, che garantiscono energia pulita, dall'altro premere per un deciso intervento governativo che impiegando sia la leva fiscale, con sgravi e incentivi, sia quella legislativa, elevando i limiti in materia di emissioni inquinanti, funzioni da stimolo potente per quella che dovrebbe apparire come una «rivoluzione verde».
La morale della frugalità
Certo, si tratta di affrontare la decisa opposizione di gruppi potenti, come la lobby del petrolio, e di adottare provvedimenti fortemente impopolari, almeno sul breve periodo, ma interventi del genere non possono essere rinviati. Il problema è che non si capisce appieno come sia possibile un tale cambiamento, senza modifiche radicali dell'intero sistema socio-economico. Sembra, insomma, che le istanze propugnate dall'autore si basino più sulla necessità morale che sull'analisi realistica dei rapporti concreti all'interno del sistema socio-economico. Del resto che tutto debba avvenire all'interno di un'ottica comunque di conservazione del capitalismo appare chiarissimo anche dalla citazione riportata da Friedman della famosa sentenza del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi».
La morale è anche al centro del testo di Jean-Paul Fitoussi ed Éloi Laurent, intitolato La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano (Feltrinelli, pp. 124, euro 14). Fin dall'inizio, infatti, gli autori affermano che «la questione etica si trova al centro dei problemi economici». Si schierano, inoltre, contro il paradigma economico della regolazione interna - secondo il quale il mercato, tramite la libera interazione di liberi attori, ritorna sempre in uno stato di equilibrio ottimale - per quello della regolazione esterna: «il corretto funzionamento dell'economia di mercato non è concepibile senza l'intervento di un agente esterno - il potere pubblico -, in quanto l'ordine economico e sociale scaturisce da un complesso equilibrio tra decisioni individuali e decisioni collettive». Inoltre, partendo da una disamina di alcune delle principali teorie economiche - da Smith e Ricardo fino a Mill, Keynes, Georgescu-Roegen, Sen - Fitoussi e Laurent delineano i caratteri fondamentali di una «economia veramente dinamica», un sistema aperto e non chiuso, cioè, in cui la scarsità prodotta dall'inesorabile legge dell'entropia possa essere contrastata dal ritardo, ossia differendo nel tempo consumi o godimenti materiali, approfittando del progresso tecnico e delle conoscenze accumulate in questo periodo di tempo.
La scelta di Latouche
Naturalmente, occorrerà investire nell'istruzione e nella ricerca per sfruttare il tempo guadagnato e impegnarsi a fondo nella difesa dell'ambiente. La nozione di ritardo dovrà così essere considerata come «un bene pubblico prodotto dai governi e attuato da sistemi di incentivazione adeguati alle scelte di lungo termine» e, in questo senso, tale nozione «può esistere soltanto nel tempo lungo della democrazia». Una democrazia che, sulla scorta di John Rawls e Amartya Sen, viene quasi a coincidere con la giustizia sociale e viene definita come «il regime che mira a ripartire nel modo più equo i beni primari e a correggere per quanto possibile le ineguaglianze di capacità».
Uno sguardo sulle varie posizioni che analizano crisi economica ed ecologia sarebbe incompleto senza quella teoria della decrescita, propugnata da Serge Latouche, che ha avuto per i suoi tratti di novità ampia risonanza e di cui il manifesto si è occupato più volte. È di recente uscito un interessante libretto di Latouche intitolato Mondializzazione e decrescita. L'alternativa africana (Dedalo, Bari, 2009, pagg. 124, euro 14) che raccoglie vari scritti d'occasione degli ultimi anni incentrati sul continente africano. L'interesse del testo risiede, innanzi tutto, nel suo mettere a nudo, in maniera chiara e comprensibile, le radici, i fondamenti proprio d'origine africana a cui l'autore si è ispirato per costruire la propria teoria della decrescita serena.
Emergono, così, dalle pagine del libro l'opposizione tra la «razionalità» occidentale e la «ragionevolezza» africana o i contrasti e le differenze che dividono l'Africa delle élites, quella ufficiale, preda di modelli e prodotti imposti dal mercato globale e l'altra Africa, quella abbandonata, dei poveri, ma in grado di resistere e di sopravvivere grazie all'economia neoclanica, alla logica del dono, alla solidarietà. Ed emergono, soprattutto, i protagonisti concreti di questa economia vernacolare, le donne, gli artigiani, i contadini che hanno costruito questo stile di vita resistente e alternativo al neocapitalismo che, secondo i sostenitori della decrescita, può rappresentare l'unica via per salvare il mondo. Se Latouche, per la sua tensione a un radicale mutamento del sistema socio-economico, è da annoverarsi tra i «rivoluzionari», allo stesso campo appartiene, e con venature più marcate, un testo come Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale di Joan Martìnez Alier (Jaca Book, pp. 423, euro 38).
Libro materialista, secondo la stessa definizione dell'autore, Ecologia dei poveri è un testo incentrato sul conflitto: conflitto tra ecologia ed economia, ma soprattutto conflitto tra gruppi sociali, conflitto tra linguaggi diversi. Così Alier definisce la nozione di economia ecologica come lo studio dello «scontro ineluttabile tra espansione economica e conservazione dell'ambiente» e delle sue forme. Allo stesso modo l'ecologia politica non sarebbe altro che quel campo interdisciplinare di studi incentrato sull'analisi dei «conflitti ecologici distributivi».
L'etica del conflitto
Il libro non è per niente un arido manuale di teoria, anzi. Si parte dalla distinzione tra le principali correnti ambientaliste: quella della wilderness, volta sostanzialmente a «preservare e mantenere ciò che resa degli spazi naturali integri rimasti fuori dal mercato»; quella dell'ecoefficienza, che crede nello «sviluppo sostenibile», nella «modernizzazione ecologica», nel «buon uso» delle risorse; e infine una terza corrente, chiamata «giustizia ambientale», oppure «ecologismo popolare» o ancora «ecologismo dei poveri». Quest'ultima mostra non «una reverenza sacra per la natura, bensì un interesse materiale per l'ambiente come fonte e condizione di sostentamento; non tanto una preoccupazione per i diritti delle altre specie e le generazioni umane future, bensì per gli umani poveri di oggi... La sua etica nasce da una domanda di giustizia sociale tra esseri umani, oggi».
Tale corrente è al centro dell'analisi del libro che, con scrittura agile e chiara, si addentra nel racconto di vari conflitti in varie parti del mondo, cogliendone le implicazioni teoriche, le strategie, soprattutto linguistiche ma non solo, utilizzate, le forme di lotta. Insomma, si parte dall'analisi delle lotte per poter cogliere la teoria generale. Così, attraverso le storie legate alla protezione delle mangrovie contro l'industria dei gamberi, alla resistenza contro le dighe, ai movimenti contro lo sfruttamento di gas e petrolio in aree tropicali, ai conflitti per la salute e la sicurezza sul lavoro, alle lotte ambientali urbane sull'uso del suolo, sull'accesso all'acqua o contro certe forme di smaltimento dei rifiuti, e tanti altri racconti di resistenze e lotte, Alier raggiunge appieno l'obiettivo che si era prefissato con il suo libro, ovvero osservare da vicino «la crescita di un movimento globale per la giustizia ambientale che potrebbe condurre l'economia verso l'adeguamento ecologico e la giustizia sociale».
NOTA
Dai movimenti sociali alla nascita di una sinistra globale
La «green economy» è l'espressione che evoca un auspicabile cambiamento nei rapporti tra la produzione la tutela dell'ambiente. Si parla di «economia verde» da oltre un decennio, ma sono stati Al Gore e Barack Obama che l'hanno portata sotto i riflettori del grande pubblico. Il primo, attraverso la sua attività di produttore indipendente, l'ha imposta come un tema centrale nell'agenda mondiale. Un lavoro di denuncia premiato, nel 2007, con il Nobel per la pace. Il presidente degli Stati Uniti, invece, ha indicato nella «green economy» la via d'uscita dalla crisi economica. Ma al di là della versione «mainstream», l'ecologia è anche l'asse attorno alla quale ruota una proposta di rifondare la «sinistra politica» alla luce dei movimenti sociali in difesa dell'ambiente, di critica alla multinazionali agroalimentari e dei faraonici progetti di «modernizzazione». È questo il filo rosso del saggio «The rise of the global left» scritto dallo studioso brasiliano Boaventura De Sousa Santos e pubblicato dalla casa editrice Zed Books (www.zedbooks.co.uk).
Quando si tratta di salvare il paesaggio, in superficie pare che le coorti di cui canta l’inno nazionale siano più coese che mai: dagli intellettuali di istituti e fondazioni, su o giù fino alle pimpanti promotrici turistiche in autoreggenti, nessuno nega la sacralità degli scorci patri. Ma poi arrivano le specifiche.
Che inquadrano in prospettiva, con punti di vista particolari, ma che non hanno nessuna intenzione di considerarsi tali. Risultato finale: “Se è vero che un territorio … è un sistema vivente ad alta complessità, di cui si può scrivere una biografia, allora è altrettanto vero che quel territorio-individuo può morire”. Così Alberto Magnaghi, da una lunghissima citazione riportata nel libro di Franca Canigiani, sintetizza l’effetto potenziale delle bordate dei nostri “specialisti”.
I quali specialisti, proprio avocando a sé un inopinato ruolo di sintesi del sistema vivente ad alta complessità, che invece ritagliano solo a propria immagine e somiglianza, fanno spesso danni anche quando si muovono con le migliori intenzioni. Figurarsi poi se le intenzioni sono quelle a quanto pare prevalenti – comunque negli effetti - nel nostro paese, ovvero di arraffare quanto si può e fuggire col malloppo. Fuggire dove, poi, ci si potrebbe anche chiedere … ma questa è un’altra storia.
E a sottolineare proprio l’estrema difficoltà di costruire una prospettiva comprensiva e almeno in buona parte condivisibile, il capitolo con cui Franca Canigiani apre lo studio è dedicato ai “valori” del paesaggio, ovvero proprio ai pressoché infiniti punti di vista che evoca questa “memoria impressa sul territorio”. A inserire qui un ricordo del tutto personale, vorrei ricordare i passaggi apparentemente ineccepibili con cui Gustavo Giovannoni presentava a suo tempo l’appena approvata legge Bottai sul paesaggio. Giovannoni, indiscutibile pilastro nella formazione delle scienze del territorio in Italia (oltre che del restauro e dei centri storici) prendeva spunto anche dal suo ruolo di presidente del CAI e gran scarpinatore per sentieri, descrivendo il modello del villaggio alpino. Dove abitazioni, attività economiche semplici ma in grado di assicurare da secoli una decorosa sopravvivenza, e il grande ambiente della montagna si fondono sui tempi lunghi a definire un sistema unico e inscindibile. Tutto, appunto, apparentemente perfetto nella dissertazione dell’accademico d’Italia, salvo quelle che a me, osservatore da terzo millennio, paiono un paio di voragini non da poco, probabilmente neppure le uniche. E che emergono più esplicite, più o meno negli stessi anni, in quella piccola parodia in buona fede dell’americana TVA rappresentata dal Piano per la Valle d’Aosta, sponsorizzato dal giovane Olivetti, che innesca suo malgrado evoluzioni esiziali. Giovannoni non considerava infatti almeno due aspetti fondamentali di debolezza nella sua fotografia del paesaggio: il fotografo e i fotografati, ovvero gli stessi “agenti dello sviluppo” che su versanti diversi ma spesso convergenti poi entrano in sinergia ad operare le trasformazioni.
Trasformazioni di cui nessuno nega la legittimità, sin dagli esordi del dibattito sul tema al finire del XIX secolo, ma sui cui effetti spesso irreversibili c’è invece sempre molto, moltissimo da dire.
Ed è per questo che il capitolo sui “valori” del paesaggio a suo modo già riassume l’intera prospettiva della riflessione, ben oltre la doverosa rassegna della letteratura scientifica disponibile, che invece ci propinano, spietati, altri studi meno criticamente attenti. Valori, quelli del paesaggio, che sono ambientali, estetici, ma anche economici, identitari, con tutto ciò che segue nella combinazione (nello spazio e nel tempo) delle loro cangianti prospettive. Una combinazione nello spazio e nel tempo che riprendendo l’immagine del villaggio alpino-rurale di cui sopra, si può per esempio declinare nel caso specifico del Canavese e della visione olivettiana: prima un territorio ad economia tradizionale, poi calato dall’alto un capitalismo illuminato high-tech e uno sfruttamento d’élite delle risorse paesistico-ambientali, e oggi l’high-tech solo virtuale negli scatoloni del centro commerciale-divertimentificio Mediapolis, piazzato nel bel mezzo dell’anfiteatro morenico e del paesaggio agrario. È accaduto, semplicemente, che gli abitanti del mitico villaggio di Giovannoni si siano chiesti se avevano davvero voglia di continuare a stare in quel meraviglioso (secondo Giovannoni) equilibrio fra l’ambiente e le piccole trasformazioni di un’economia di sussistenza. Valori divergenti, insomma.
Questo introduce la seconda grande questione proposta da Franca Canigiani: il paesaggio, CHI lo tutela? L’esempio del villaggio rurale che transustanzia in outlet village perché gli abitanti del posto sono padroni a casa propria, e a loro garba così, ovviamente mette il dito sulla piaga. Anche da uno dei primi documenti programmatico-politici della Lega Nord in materia di territorio, sgorgava inatteso un rigurgito di buon senso là dove si ammetteva la non assoluta sovranità delle popolazioni locali in materia di trasformazioni del paesaggio. E pure quella che dovrebbe essere la “convergenza” del livello federale europeo, nazionale, regionale e locale, a volte se non quasi sempre appare contraddittoria, negli effetti se non nelle intenzioni. Una parte della risposta, la si trova ben riassunta nel titolo-questione che apre il secondo capitolo: Un quadro legislativo incerto e confuso. Che, oltre appunto ad eliminare la propria confusione e contribuire a trovare certezze, dovrebbe orientarsi invece verso l’obiettivo di una maggiore sussidiarietà, ad esprimere “obiettivi e indirizzi di lungo periodo condivisi da una pluralità di soggetti interagenti”.
Fin qui alcuni dei caratteri più generali del lavoro, che si focalizza sul caso della Toscana. E concludo.
Concludo nel senso che nella logica di queste brevi note sono gli aspetti estendibili ad altre realtà ad assumere maggior rilevanza (se mi è consentito), e la Toscana a fungere da caso studio paradigmatico: regione che unisce altissima qualità dei paesaggi e altissimo rischio determinato dalle trasformazioni più recenti, e che in parallelo ha sviluppato, non da ora, una forte cultura sociale e istituzionale a fare da potenziale anticorpo alle trasformazioni più impattanti e irreversibili. Saprà questo potenziale tradursi in realtà operante? Tutto dipende dalla capacità di includere nei processi (di dibattito, di sviluppo, di consapevolezza) la maggior parte dei soggetti coinvolti, e quella di conferire via via adeguato peso e priorità alle varie prospettive.
Perché, se è certo che la logica specialistica del mordi e fuggi devasta irreversibilmente identità e risorse, in cambio di poco o nulla, anche quella di tutela non può non fare i conti con le (sempre legittime, in un modo o nell’altro) aspettative di sviluppo. Dipende da come lo si vuole intendere, naturalmente.
Un’ultimissima nota alla prima delle appendici che concludono Salvare il Belpaese: per i frequentatori abituali del sito eddyburg.it potrebbe (e giustificatamente) apparire come una versione stampata delle nostre Visite Guidate. E in effetti il Volo sul Belpaese che scompare propone una breve rassegna di testi, in buona parte ripresi dagli interventi, su temi nazionali o specificamente toscani, comparsi via via nelle varie cartelle del sito. Se si tratti di un motivo di speranza, o di depressione perché rischiamo sempre di “raccontarcela tra di noi”, dipende naturalmente dai punti di vista.
Nota: per motivi di malfunzionamento dell'editor, non è stato possibile inserire prima i links relativi ad alcuni testi citati e disponibili qui sul sito. Riporto di seguito i collegamenti per esteso (f.b.)
Gustavo Giovannoni, La nuova legge sulla difesa delle bellezze naturali, 1939
Il problema urbanistico della Valle d'Aosta, 1938
Comunità "olivettiane" dei nostri tempi, il parco a tema Mediapolis
La postmodernità ha portato con sé una sorta di svolta nella quale lo spazio è divenuto centrale a scapito del tempo. Tra le proposte recenti più interessanti per avvicinare testi letterari, filmici, pittorici, c’è quella della geocritica. Al centro non sono più né l’opera né l’autore, bensì il luogo, visto attraverso più testi, da una prospettiva multifocale
Da tempo ormai siamo entrati nell'epoca del prefisso post al quale si lega strettamente il prefisso geo (geopolitica, geofilosofia, geopoetica, geocritica) a segnalare la centralità della costruzione di nuove aree prodotte dal capitalismo globale e la necessità di continuare a riflettere sui modi di costruzione sociale dello spazio. Anche la critica letteraria ha riflettuto su queste questioni proponendo, da diverse angolazioni critiche, studi sulla rappresentazione letteraria della spazio (basti ricordare la produzione dei molti Atlanti della letteratura, in primo luogo quello di Franco Moretti), e continua ora a farlo la nuova prospettiva introdotta dalla geocritica.
Dalla critica letteraria proveniva Edward Said e provengono anche autori di recenti lavori sulla rappresentazione dello spazio, come Bertrand Westphal, che nel 2008 ha pubblicato uno studio tradotto in italiano dal suo collaboratore Lorenzo Flabbi, Geocritica. Reale finzione spazio (Armando 2009) dal quale possiamo utilmente prendere le mosse per misurare il contributo rivelante della geocritica alla questione della rappresentazione dello spazio. La geocritica dà per acquisita una concezione dinamica dello spazio, che non è un referente stabile e fisso passibile di venire descritto o trasfigurato, piuttosto è ciò che risulta dall'interazione tra diversi agenti sociali e soprattutto dalla relazione tra spazio intimo, eterotopo, e spazio pubblico, tra spazio della trasgressività e spazio della legge.
Come costruire una mappa
La letteratura non si ritrova più di fronte all'alternativa tra descrivere spazi «reali» o creare spazi immaginari: è invece una delle varianti che codeterminano la spazialità, una componente attiva della produzione dello spazio, di quello urbano come del paesaggio, sulla cui trasformazione a contatto con lo statuto contemporaneo dell'immagine ha ragionato di recente Michael Jakob nel suo libro Il paesaggio (Il Mulino 2009).
Se è vero che la postmodernità ha portato con sé una sorta di spatial turn, come l'ha definito il geografo e urbanista Edward William Soja, una svolta nella quale lo spazio diviene centrale a scapito del tempo, come possiamo «mappare» questo presente? È una domanda inquietante dal momento che lo spazio-tempo postmoderno sembra essere irriducibile alla razionalità cartografica moderna, così come alla strategia ordinatrice delle grandi narrazioni storiografiche, entrambe, peraltro, complicate nell'impresa imperiale e coloniale. Una domanda destinata a complicarsi quando sia inevitabilmente seguita da altre questioni: lo spazio postmoderno è davvero uno spazio fluido ed eterogeneo, plurivoco e plurispottettico? o non è invece anche spazio diseguale, segnato dalla segregazione, dalla frammentazione e dalla separazione? non è «striato» da costruzioni identitarie e da strategie di separazione che ci impongono di considerare la funzione repressiva dello spazio, che è sempre politico e strategico, ma nel contempo ci chiedono di immaginare e praticare altri e differenti spazi, interrogandoci sui confini e su una geografia ineguale? e che ruolo può avere in tutto questo la «parola poetica»?
Da più parti e da tempo si cercano risposte, anche in ambiti non tradizionalmente deputati allo studio dello spazio, come appunto la critica letteraria, in particolare quella che intreccia le proprie riflessioni con la critica postcoloniale, gli studi culturali e gli studi di genere e che si confronta con altre discipline (urbanistica, architettura, geografia, semiotica).
A rendere possibile, fondare e richiedere a un tempo, la proposta geocritica sono le teorizzazioni dello spazio che hanno quale primo punto di riferimento comune l'opera di Henri Lefebvre, ma anche la definizione di spazio eteroclito di Michael Foucault, in breve l'opera di chi ha indagato le interrelazioni tra spazio e potere. Accanto ad esse e sulla loro scorta si pongono le più recenti acquisizioni di una critica che, dagli studi di genere a quelli postcoloniali, pone il corpo al centro e prende posizione contro gli spazi di segregazione e di esclusione. Per farsi un'idea di quali siano gli esiti in fatto di interpretazione di testi letterari, e non solo, ai quali può portare un'impostazione vicina alla geocritica che pone lo spazio al centro dell'analisi, conviene rivolgersi al libro di Giulio Iacoli, La percezione narrativa dello spazio (Carocci 2008).
Già negli anni '60 e '70 Henri Lefebvre si era chiesto quale forma avessero assunto la produzione e il controllo dello spazio in relazione ai processi capitalistici, denunciando «la miseria dell'habitat» e insieme quella «dell'abitante sottomesso ad una quotidianità organizzata». Nello spazio urbano leggeva la presenza di un potere che frammenta e scompone, affermando la segregazione quale principio ordinatore e dispositivo normativo. Lo spazio è solcato da divieti, imposizioni, prescrizioni che ne sanciscono l'efficacia repressiva e - tesi che suscitò vivaci proteste - le pratiche della pianificazione urbanistica moderna e della progettazione archittetonica sono coimplicate nelle strategie di dominio, benché siano percepite e si percepiscano come forme di positiva razionalizzazione. In breve, esiste un nesso tra il sapere analitico riconducibile a queste discipline e la costruzione di uno spazio urbano segnato da pratiche di separazione che determinano eslusione.
Contro la tirannia della linea retta
Il fatto è che la prospettiva marxista di Lefebvre ancorava il discorso controegemonico a un soggetto, individuale e collettivo, in grado di ricongiungere la triade, solitamente disgiunta nel discorso delle scienze sociali, di spazio percepito, conosciuto (pensato, progettato) e vissuto (immaginato, simbolizzato). Questi tre elementi avrebbero dovuto a suo avviso essere riuniti in un processo di conoscenza e in una pratica sociale consapevoli del fatto che la produzione dello spazio è modificabile se non si cade nello «spazio-trappola», spesso occupato da «simulazioni della pace civica, del consenso, della non-violenza», che contengono, dissimulandole, le istanze della Legge, della Paternità e della Genialità.
A proseguire questa linea di analisi dei rapporti tra produzione dello spazio e capitalismo sono stati, tra gli altri, David Harvey e Neil Smith (del quale nel 2008 è stato riedito, con introduzione di Harvey, l'importante studio sui rapporti tra geografie ineguali e capitalismo Uneven Development. Nature, Capital, and the Production of Space). Un buon esempio dell'attenzione riservata da Harvey ai processi materiali e ai concreti processi sociali implicati nella costruzione dello spazio è la sua nota affermazione secondo la quale: «quando un urbanista-architetto come Le Corbusier o un amministratore come Haussmann creano un ambiente edificato in cui domina la tirannia della linea retta, dobbiamo necessariamente correggere i nostri comportamenti quotidiani». David Harvey ha inoltre introdotto una distinzione tra spazio e luogo destinata ad avere fortuna, che punta sull'inscindibile e concreta connessione di luogo e tempo, mentre ha attribuito allo spazio una maggiore astrazione. Lo spazio condensa la complessità dei rapporti tra luoghi, una complessità sempre più difficile da afferrare perché destinata ad aumentare proporzionalmente alla crescita di complessità di ciò che, sulla scorta di Rernand Braudel e di Immanuel Wallerstein, definiamo economia-mondo e sistema-mondo.
La riunificazione di spazio percepito, conosciuto e vissuto che Lefebvre indicava come compito per un soggetto rivoluzionario viene oggi rideclinata in riflessioni sui confini e sul «terzo spazio», dove la sfida è quella di individuare zone di contatto che consentano di riarticolare la segregazione e di costruire nuove identità ibride e nuovi spazi trasgressivi. Spazi che emergano dalla tensione tra i luoghi della segregazione e la mobilità della frontiera, una tensione della quale oggi si occupano teorici e artisti.
Molti di questi fili si annodano anche nel discorso interdisciplinare della geocritica, che evita però di tematizzare, se non in modo indiretto, la questione del rapporto tra produzione/rappresentazione, anche letteraria, dello spazio e trasformazioni del capitalismo nell'epoca della globalizzazione (forse per questo è assente ogni riferimento a Fredric Jamenson, uno dei più rilevanti studiosi della postmodernità da una prospettiva marxista) e che si avvale del contributo di teorici e artisti che hanno lavorato alla decostruzione dello spazio normativo e prescrittivo, soprattutto delle proposte di Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Collocandosi in una linea di discendenza da Lefebvre che privilegia i suoi eredi postmoderni e post marxisti come l'urbanista postmoderno Soja, Bertrand Westphal punta tutto sullo spazio vissuto, spazio di rappresentazione attraverso simboli e immagini, spazio della letteratura, di una parola poetica oppositiva rispetto alla parola dell'urbanista che proietta il piano sul luogo: una parola capace di facilitare «il passaggio dalla città reale alla città immaginaria», di riscoprire il proprio compito fondativo, che fa essere, «dà nascita». Il discorso dunque «fonda lo spazio», come già nell'antica Grecia «crea il luogo». Qual è allora la relazione tra realtà e rappresentazione? Alla questione più appassionante e cruciale della postmodernità, Westphal, come Umberto Eco, come Carlo Gizburg risponde in modo chiaro: esiste una relazione tra realtà e rappresentazione. E prosegue: è di un'evidenza palmare che anzi essa è oggi più che mai stretta. Esiste infatti, come ha sostenuto Brian Mc Hale, una «interpenetrazione tra la realtà e la sua rappresentazione», il che significa che la realtà è trasformata dalle sue rappresentazioni, che la realtà imita la finzione, come nello spazio al contempo reale-e-immaginario di cui parla Edward William Soja, descrivendo Los Angeles in Thirdspace. Da qui, per Westphal, l'importanza della rappresentazione letteraria dello spazio reale: «Non mi stancherò mai di ripetere che la finzione non riproduce il reale, ma attualizza delle nuove virtualità inespresse che possono così interagire con il reale».
Una prospettiva multifocale
Il discorso letterario e artistico è dunque una delle forme discorsive che interagiscono con la percezione e la produzione dello spazio e lo modificano: questo l'assunto centrale della geocritica, un metodo di studio dei luoghi che propone una prospettiva multifocale, ovvero l'analisi di più sguardi su e rappresentazioni di, un luogo, ed esige un'attenzione polisensoriale, che non indulga alla centralità del visivo, ma tenga presente il corpo in tutte le sue possibilità percettive.
Dal punto di vista dell'innovazione del metodo critico nell'avvicinamento ai testi, letterari, filmici, pittorici, ma non solo, la geocritica è certamente una delle proposte più interessanti di questi anni, poiché ribalta la prospettiva tradizionale di studio dello spazio in letteratura, ponendo al centro non l'opera o l'autore, ma il luogo, visto attraverso più testi, e quindi in modo complesso e dinamico. Un'innovazione che si distingue e fa tesoro del lavoro di chi, come Franco Moretti - ma si dovrebbero menzionare molti altri, tra i quali sicuramente Pierre Bourdieu, Fredric Jamenson e Edward Said - aveva posto la questione dello spazio cittadino e delle geografie ineguali al centro delle letture letterarie e artistiche. Una prospettiva che intende porsi oltre la sterile opposizione tra una concezione ingenua del realismo in letteratura e uno strutturalismo in preda al demone della testualità, per il quale nulla esiste fuori del testo.
La letteratura va dunque studiata perché «si fa garante della compossibilità degli universi, della libera circolazione tra i mondi, proprio mentre, come tutte le forme d'arte mimetiche, produce rappresentazioni libere, orgiache e non organiche (come direbbe Deleuze)».
Ciò detto, resta da indagare chi abbia accesso alla parola e alla scrittura e quali siano le scritture e le narrazioni alle quali abbiamo accesso noi lettori e in quale lingua, all'interno di un mercato editoriale contraddittorio e di politiche della traduzione troppo spesso improntate da una persistente gerarchia delle lingue e delle culture, intrecciata alle ineguaglianze che solcano la geografia globale. E resta da precisare che, accanto allo studio della rappresentazione artistica dello spazio, dobbiamo continuare ad occuparci anche delle altre rappresentazioni spaziali, che rendono questo mondo inabitabile per molti. Dobbiamo continuare ad occuparci della «miseria dell'habitat». C'è infatti un rischio, ed è sempre il solito, nel presupporre che una declinazione «debole» della spazialità sia dominante o in procinto di diventarlo: quello che (come continua ad avvenire) si impongano, in luogo delle città alter-native che la letteratura è capace di configurare, modi di progettare/configurare/pianificare tutt'altro che alieni dalla segregazione.
Libri: Andrea Cavalletti, Classe, Bollati Borighieri, Pp. 159, Euro 9
Nel confronto con realtà come la folla, la massa, il popolo, la moltitudine, il concetto di classe emerge come segnale di un'entità distinta, non descrivibile con il linguaggio della quantità né riducibile solo a un soggetto collettivo dotato di una propria identità biologica e psicologica. Lo aveva scritto con chiarezza Lukács nel suo fondamentale Storia e coscienza di classe (1923): «la coscienza di classe non è la coscienza psicologica dei singoli proletari oppure la coscienza della loro totalità (intesa in termini di psicologica di massa), ma il senso divenuto cosciente della situazione storica della classe stessa». Walter Benjamin, che riprende il testo di Lukács ma se ne distacca in alcuni snodi decisivi, individua dal canto suo quel che trasforma la compattezza biologica e psicologica della folla e della massa nell'unità politica della classe: la solidarietà, principio che non rinvia al livello dei buoni sentimenti ma che struttura il dinamismo di un processo nel quale il monolite della massa si differenzia, i suoi vincoli «naturali» si allentano, e viene meno dialetticamente la contrapposizione fra l'individuo e la folla.
Oggi che proprio l'idea di classe sembra storicamente tramontata, in misura direttamente proporzionale al venir meno di interessi collettivi capaci di trasformarsi in coscienza politica, un bel libro di Andrea Cavalletti, Classe, prova a ricostruirne la genealogia e a rintracciarne le persistenze nel presente, spesso nascoste sotto un modello di aggregazione che ricalca precisamente gli schemi della biologia e della psicologia: più o meno quello che Foucault riuniva nella parola «biopolitica». L'esempio di Benjamin è il motivo che organizza anche da un punto di vista metodologico un volume apparentemente dispersivo, che alterna analisi sulla sociologia, la psicologia, le scienze sociali in genere e la teoria politica nel passaggio tra Otto e Novecento, con riferimenti che non trascurano né Marx né Canetti e con momenti di riflessione su una figurazione di tipo letterario che allinea nomi come quelli di Robert Stevenson, Jules Verne o Raymond Chandler.
Cavalletti ricapitola per un verso alcune sue ricerche precedenti, come quelle sulla nascita e lo sviluppo dell'urbanistica o sulla forma dell'esperienza dei campi di concentramento. Per un altro spinge in avanti il senso della ricostruzione genealogica fino a gettare una luce sull'attualità: per esempio sul rapporto fra massa e leader, o sulla progressiva biologizzazione del politico. Il capo che si erge a guida della folla, si legge per esempio con riferimento a un libro di Emil Federer (1940), «non viene propriamente scelto, non supera alcun processo di prova» ma «diviene inaspettatamente il polo di una cristallizzazione», non esprime una inesistente «anima collettiva», ma funge da frangiflutti nei confronti del panico che agita la massa ed è, in questo senso, un semplice «funzionario» di coloro che guida, secondo l'espressione di Hannah Arendt: in fondo, chi guida è anche guidato, come avrebbe osservato Georg Simmel.
Da questo breve excursus sulla figura del leader si nota lo spirito benjaminano del collage che innerva la forma del libro: l'accostamento di autori diversi, provenienti da epoche anche lontane fra loro, ma riuniti dalla volontà di riflettere su un fenomeno di lunga durata, la cui estensione storica coincide con quella della contemporaneità, produce aperture inaspettate e permette di comprendere come proprio l'espansione di quello strato sociale cui né Benjamin né Lukács attribuivano lo statuto di una classe, la piccola borghesia, abbia provocato l'irrigidimento della folla e il suo compattamento in una collettività che non propone alcunché di politico, ma reagisce emotivamente al delinearsi di scenari terrorizzanti.
Occorre però soffermarsi sui passi che Cavalletti dedica alle forme attuali del «metalavoro», un lavoro prestato nel tentativo di procurarsi un lavoro, al volontariato, alla conseguente confusione tra i ruoli dell'occupato e del disoccupato, per vedere come un'idea di classe continui ad agitarsi al fondo delle strutture sociali senza più avere, però, la nitida riconoscibilità di quando poteva essere identificata con il proletariato dell'industria, e come tale poteva essere anche sindacalizzata. Bisogna allora pensare la classe come una variabile, e non come un apparato rigidamente codificato, seguendo in questo un'intuizione di Deleuze e Guattari che compare nel libro al modo di un Leitmotiv: «sotto la riproduzione delle masse c'è sempre la carta variabile della classe». Ed è appunto questa variabilità che la ricostruzione genealogica di Cavalletti ci invita a riconoscere e a ripensare in un libro eminentemente politico.
Di che è fatta un'identità italiana, ammesso che ci sia, se non dalla lingua che si è andata secernendo, luminosa e iridata come una perla scaramazza, dalla vecchia ostrica del latino? Riflessioni a margine dei tre volumi della recente «Storia europea della letteratura italiana»
Con che faccia può parlare dei tre volumi di Alberto Asor Rosa sulla Letteratura italiana - ed è solo un tirare i fili del lavoro di una vita - una che ha assai mal frequentato le patrie lettere? Al mio tempo avevo ingoiato il mortifero Vittorio G. Rossi e ascoltato Fubini che faceva lezione cupamente reggendo la fronte su una mano. 1941, 1942, tempi bui. Quale corso faceva? Non ricordo. Eppure ricordo Banfi e Marangoni e Chabod. E financo la «Farsaglia» di Luigi Castiglioni - forse per lo spavento che mi incuteva. E poi perfino lettere romanze. È la letteratura italiana che è scomparsa dalla mente; la scuola inabissa quello che un certo insegnante o certe pagine non hanno destato con un sussulto.
E dopo il 1945, ché allora giusto finivo l'università, ci gettavamo sui libri prima introvabili, Verlaine e Joyce e Apollinaire e Mann e Hemingway e Malraux e Melville in voluttuosa confusione. Avrei reincontrato l'Italia privatamente e senza metodo. Chissà da quando mi porto dentro tanti versi della «Commedia», penso agli amici con «Guido, io vorrei ...», mi ha stupito a Vaucluse il verde profondo delle «Chiare fresche e dolci acque» e borbotto «Italia mia benché il parlar sia indarno...»? Perché ricordo Chichibio che se la cava con la gru più che un'altra novella? Capisco perché l'Ariosto stia fra i libri a portata di mano e non il Tasso ma, non avendo mai più riaperto il Carducci, come mai non mi si schiodano di dosso «Teodorico di Verona, dove vai così di fretta?» e il pio bove o «Tu che pasci i buoi presso Bevagna caliginosa»? Caliginosa. Poi ci sono gli inconfessabili odi, Pascoli, perfino Manzoni - a torto, a torto, mi pento (ma è così, un milanese sempre a posto con tutto). Invece Leopardi è mio da e per sempre. Dopo, ogni lettura è un tassello del confuso vivere.
Troppo poco. Che vergogna. Volevo rimettermi a studiare con ordine, uno dopo l'altro e meglio tardi che mai, sull'Asor Rosa, invece il suo ragionare mi ha messo in moto i pensieri. Specialmente uno: di che è fatta un'identità italiana, ammesso che ci sia, se non dalla lingua che si è andata secernendo, luminosa e iridata come una perla scaramazza, dalla vecchia ostrica del latino? E dopo essere passata per le lingue d'oc e d'oil, come il francese? Cosa che non succedeva agli spagnoli. Soprattutto Francia e Spagna si facevano anche stati o imperi. Noi niente, per secoli; tutti ci hanno passeggiato sopra, non sono mancati, credo, che i mongoli. Distruggendo e costruendo, ammazzando e incrociandosi, rubando e lasciando, tutti insopportabili e tutti subìti (donde, suppongo, anche il peggio del paese, «Francia o Spagna pur che se magna»).
Molto tardi i grandi devono avere concluso che era più prudente lasciar indipendente la penisola invece che annettersela, uno di loro diventando troppo grosso. C'erano gli antichissimi e innocui conti di Maurienne, poi duchi di Savoia, appollaiati sulle Alpi a affittarne i passaggi («portinai» delle Alpi li definisce Le Roy Ladurie) allergici alla rivoluzione francese e poi a Napoleone, scoloriti Umberti e Amedei esperti nel ribaltare alleanze, che a un certo momento hanno senz'altro lasciato alla Francia il suolo natale e prestato orecchio agli afflitti patrioti di un'Italia che non c'era. Ma non è curioso che l'Italia, di cui non esisteva che l'italiano, sia stata unificata da una famiglia che parlava francese? È vero che c'era l'abile Cavour, che ha saputo tessere fili e usare e gettare il Garibaldi di Teano («Obbedisco, Sire» ed è finito a Caprera a rimuginare orribili versi, povero leone).
Quel popol disperso
Le pagine di Asor mi obbligano a chiedere perché ci hanno insegnato storia da una parte (si fa per dire), storia della lingua mai, e letteratura italiana dall'altra? Che senso ha? Leggo questi volumi, che mi aprono tante prospettive assieme, e mi viene il dubbio che non ne abbia nessuno specie per un paese come il nostro. Anche la Germania si unificava tardi dopo una coda meravigliosa di lingua e cultura, sarà un destino, ma essa almeno si faceva mettere assieme da uno dei suoi. Noi, in compenso, non siamo riusciti a farci dividere fino in 350 stati. Bah.
In ogni modo è la tempesta del 1848 che rovescia le carte e i Savoia fanno l'Italia, un millennio che esiste l'italiano e di più la nostra letteratura. Che mi importa della nazione? Meno che ad Asor. Mi va bene che i barbari ci abbiano percorso da nord a sud e ritorno, e i greci, gli arabi, i turchi, i francesi, gli spagnoli. Che Nelson sia passato solo per schiacciare la rivoluzione napoletana e che, con l'aiuto della Francia, i papi abbiano massacrato la repubblica romana: potremmo averne dedotto sul serio che razza di roba eravamo e che cosa è libertà. Invece no, non mi pare. È esistita sola e sempre la koinè d'una splendida lingua (koinè è meglio di nazione, identità, stato, eccetera).
Mi incanta apprendere che all'inizio del Seicento un modesto tale di Udine e un modesto tale di Grottaglie non avessero in comune né sovrano, né moneta, né leggi, né, credo, modo di alimentarsi, niente di niente se non un amore spropositato per il cavalier Marino. Mi appassiona che Galileo sganci la scienza, oltre che da Aristotele, dalla chiesa e dal latino e illimpidisca il volgare. Il popol disperso che nome non ha aveva questo sontuoso linguaggio. Che ha retto a venti e maree anche se parlato da pochi, i più sprofondati nei vigorosi dialetti.
Ma basta. Credevo di suggerire la lettura di questi tre libri per scoprire questo o quel grande, annegarvi provvisoriamente come in un quieto lago, rifare il viaggio di Dante, ascoltare le novelle di Boccaccio raccontate due volte, innamorarsi di nuovo dello scettico Ariosto, costeggiare il Poliziano e farsi tentare da Ippolito Nievo piuttosto che, come è successo a me, dalla Certosa di Parma di Stendhal. Invece mi ha avvinto il castone in cui le gemme sono collocate, quel crogiolo di eventi e idee di un'Europa nell'infuriare di eserciti belligeranti e trattati che ne amputavano e ricucivano incessantemente i territori. Le koinè linguistiche mettono in comunicazione e in forma per loro correnti profonde, veicolando tesori, scordando lo scordabile e cancelleresco, collegando le genti. Perché diavolo ci fanno studiare tutto diviso, neanche una modesta sinopsi che metta accanto davanti ai più giovani la sorprendente contemporaneità di luci ed orrori?
Così avevo a lungo pensato pigramente al nostro Seicento - invidiando ai francesi le grand siècle e agli spagnoli Cervantes - come peste, guerre, lontani ma decisivi trattati di Westphalia, streghe arrostite e leziose decadenze, Galilei come se fosse di un altro mondo. E invece le pagine sul barocco e la decadenza sono bellissime e inducono una messe di problemi e gettano luci su insospettati legami, perché è anche un secolo di filosofia, anzi di passaggio per tutte, più o meno amabili. È implicito il rapporto con quella storia della chiesa, che in Italia è coperta da un fitto velo - almeno se ne parlasse nell'ora di religione - benché la gran parte di noi sia stata per secoli sotto le sue per niente spirituali zampe. E in latino. Credo che solo per il concilio di Tours abbia permesso qualcosa di simile all'italiano e al tedesco. Ancora adesso l'italiano le dispiace.
Bisogna essere grati anche a Sabine Koester Genuini per le limpide schede sulla lingua; anch'essa torrentizia. E pensare che la nostra letteratura è nata prima di essa, assieme al francese e agli occitani che già avevano sfondato il latino volgare e molto piacevano a poeti e viaggiatori della penisola dopo che i barbari vi avevano scorrazzato e prima che gli indigeni decidessero se la più bella del reame fosse la fiorentina, e se sì, quella di Dante o quella di Guido Cavalcanti.
La chimera dell'identità
Siamo proprio un paese che fa spesso a meno di date e confini precisi. A proposito di date, si dice che il primo italiano trascritto siano state le parole d'un tale che certificava alcune terre essere appartenute da trent'anni ai benedettini. E io che credevo da una vita che la prima scritta in volgare fosse su un affresco in San Clemente a Roma e suonasse, ahimé, «Tira su quella trave, figlio di puttana». Gli amici francesi cui la mostravo mi precisavano che loro, invece, avevano «Etoilette, te voilà - que la lune trait à soi» (Eccoti, stellina, che la luna si tira accanto). Vuoi mettere? Almeno fossi autorizzata ad opporgli d'ora in poi «Meravigliosamente - un amor mi distingue»...
È in questa galassia che fluttua per secoli la chimera dell'identità italiana, fra potentati altrui e servaggi nostri. Almeno non abbiamo l'arroganza dei francesi che della loro lingua presumono ancora che sia la sola nella quale si possa pensare. Invece le perle formatesi nella putredine del latino seguono ciascuna i loro cammini, in versi, vezzi, prose, pensieri, lampi, ragionevoli abiure.
Insomma, giovani internauti, leggete gaudiosamente. Sappiate che non è obbligatorio morire di Google. Per conto mio, stasera comincio Paolo Sarpi, che a lungo ha significato per me soltanto l'omonima via, e mi vendicherà di Ratzinger.
Nell'antica Mesopotamia fondare città era attività considerata divina. Sarà di questa specie la nuova città che potrebbe sorgere tra Dolo e Mirano, a cavallo delle province di Padova e Venezia, 560 mila metri quadri a poca distanza dal Passante di Mestre? Il nome circola già: Veneto City. Si innalzeranno torri di 150 metri accanto ad alberghi per mille posti letto, sale congressi, teatri, cinema, residenze. Motore finanziario saranno uffici regionali e centri direzionali. «Un sogno o un incubo?», si domanda Alberto Statera in Il termitaio. I signori degli appalti che governano l'Italia (Rizzoli, pagg. 197, euro 17, da oggi in libreria). Nel libro sfila la galleria dei nuovi e vecchi potenti oggi seduti su un'enorme catasta di cemento, da dove controllano i destini di un paese in cui la politica ha ceduto loro le armi. Quella politica che si riserva al massimo di regolare il traffico, ma senza troppa energia, e si ritrova d'accordo nell'assecondare interessi e appetiti, lasciando che il destino di città e territori sia governato dai più smaccati congegni speculativi.
In Veneto governa la destra di Giancarlo Galan e dei suoi alleati-rivali leghisti, ma sulla new town è d'accordo anche «un bel pezzo di sinistra», annota Statera. Che sintetizza in un elementare quesito il paradosso di un'iniziativa imposta dopo l'esaurirsi del radioso ciclo nordestino: «Tanti centri direzionali che cosa dirigeranno, a parte se stessi, in un deserto di iniziative imprenditoriali?».
Il reportage dal Veneto è esemplare del modo di fare inchiesta giornalistica proprio di Statera: documentazione ricchissima, raccolta ben al di là della cronaca superficiale, scrittura fluida e attraente. Ed è anche uno dei pezzi più gustosi fra quelli che Statera colleziona viaggiando dalla Milano dell'Expo alla Sardegna orfana di Renato Soru, dalla Roma governata dai Caltagirone e dai loro amici-nemici costruttori Toti, Mezzaroma, Scarpellini, fino al piccolo Molise in cui regna il clan di Michele Iorio, presidente della Regione del Pdl con sorella direttrice di distretto sanitario di Isernia, cognato primario e presidente dell'Ordine dei medici di Isernia, figlio medico chirurgo nell'ospedale di Isernia, cugino ex direttore del distretto sanitario di Isernia, moglie del cugino vicedirettrice sanitaria nel distretto sanitario di Isernia.
Dunque, il Veneto. A Vicenza - dove sta calando un villaggio per tremila soldati americani nell'area dell'aeroporto Dal Molin, un paio di chilometri dalla Basilica palladiana, unico spazio verde fino a Schio e Thiene - il sistema degli appalti è controllato da Amalia Sartori, ex socialista, ora Pdl, sconfitta dal democratico Achille Variati nella corsa a sindaco (Variati è un ex dc, fermamente contrario all'operazione Dal Molin). La Sartori è considerata, scrive Statera, «la mente del governatore Giancarlo Galan». Ed è il fulcro intorno al quale, durante la precedente giunta comunale di centrodestra, ruotavano costruttori, studi di progettazione e Irene Gemmo, presidente di Veneto Sviluppo, una finanziaria di proprietà della Regione, e socia di un'azienda che ha vinto l'appalto per l'ampliamento della Fiera di Vicenza, di cui sempre la Gemmo è socia sia con la sua società che con Veneto Sviluppo. «L'appalto l'ha vinto con il massimo ribasso?», si chiede Statera. No, con il massimo rialzo, perché a Vicenza, dove si progettano tangenziali e circonvallazioni per servire la base americana, il sistema è congegnato affinché si possa prevalere con il prezzo meno vantaggioso per l'ente pubblico. E come mai? Perché si inserisce nel bando «un punteggio altissimo per la valutazione estetica del progetto».
Il viaggio di Statera fra le termiti, insetti divoratori di danaro pubblico e di suolo, avviene seguendo «una trama fatta di malaffare trasversale, nella quale quel che resta dei partiti è ridotto a sponda degli affari e di consorterie per le quali i tradizionali concetti di destra e sinistra sono ormai un residuo giurassico». Teorico di questa società a suo modo post-ideologica è Alfredo Romeo, detto la Volpe, che saltella come gestore immobiliare fra Napoli, Milano e Roma, Genova e Pescara, e per il quale la magistratura napoletana ha chiesto l'altro ieri dieci anni di reclusione. Romeo non fabbrica solo servizi che vende ai Comuni, fabbrica anche carriere politiche: è lui che può trasformare un consigliere comunale in deputato e un deputato in sottosegretario.
Romeo è sbarcato anche a Firenze, dove una schiera di amministratori del Pd è inciampata nelle seducenti spire di Salvatore Ligresti, uno che sapeva bene come trattare con la politica quando ancora Romeo si pagava gli studi facendo il cameriere ed era iscritto al Pci. La Fondiaria-Sai è proprietaria dei 180 ettari della piana di Castello che, come a Vicenza il Dal Molin, è l'ultimo lembo di verde che interrompe la continuità cementizia verso nord-ovest. Ed è qui che dovrebbero sorgere edifici destinati a residenze e a uffici pubblici per un milione di metri cubi, risparmiando un'area da convertire a parco, che per molti era la foglia di fico che copriva l'inondazione di cubature. Ma anche il parco stava saltando, sacrificato per lo stadio di calcio voluto dai fratelli Della Valle. Su tutto questo indaga la Procura.
L'economia, dunque, non è più succube della politica, ricorda Statera, e si diletta nel saccheggio del territorio, risorsa non riproducibile. Le ultime pagine del libro Statera le dedica alla madre di tutte le inchieste giornalistiche su affari, politica e devastazione del suolo. Gennaio 1956: sull'Espresso diretto da Arrigo Benedetti esce il primo degli articoli di Manlio Cancogni sulla speculazione edilizia a Roma. Si intitola Capitale corrotta = nazione infetta. Da allora poco è cambiato, annota Statera. Ma, parafrasando Cancogni, il titolo giusto per il termitaio di oggi potrebbe essere Provincia corrotta = nazione infetta.
Anticipiamo la prima parte dell´introduzione di al libro Ex Italia di Giampaolo Visetti (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 256, euro 17). Il volume contiene anche un testo di Michele Serra
on è facile raccontare l´Italia, anche se molti viaggiatori – più o meno illustri – l´hanno fatto in passato e in tempi più recenti. Non è facile perché è un «Paese di paesi», una collezione di contesti e di realtà locali di cui è sempre stato difficile trovare il denominatore comune. Anzi, in modo più insistente, negli ultimi due decenni, è cresciuta la tentazione – e sono aumentati i tentativi – di dichiarare, una volta per tutte, improduttiva la ricerca di un punto di riferimento unitario per il Paese. Affermando implicitamente (e talora esplicitamente) che l´Italia non esiste. È una espressione geografica priva di fondamento. E sarebbe, dunque, meglio accettarne e, anzi, accentuarne le divisioni. Anche se non è chiaro neppure quante Italie dovremmo ricavare da questo Paese accidentalmente unitario. E stabilmente provvisorio. Anche la Padania, di cui la Lega rivendica l´indipendenza, non è chiaro dove cominci e dove finisca. Sopra o sotto il Po? E poi, quali territori comprenderebbe? Anche il Piemonte o la Valle d´Aosta? L´Alto Adige e il Friuli? Non so se gli interessati (sudtirolesi, valdostani, piemontesi ecc.) ne sarebbero felici oltre che convinti. E non so se il Veneto, dove è sorta la prima Lega e dove la lega continua a ottenere i risultati migliori, sarebbe disposto davvero a recitar la parte della provincia di Milano.
Per cui è difficile ricavare una rappresentazione unica e unitaria dell´Italia. E anche coloro che la vorrebbero dividere scontano la stessa difficoltà. Creare nuove patrie senza che il medesimo problema si ripresenti in seguito, uguale a ora. Dove, cioè, le ragioni di identità comune risultino effettivamente condivise dalla popolazione. Evitando che emergano successivamente altre pretese di separazione, scissione, secessione. Per cui conviene, forse, rassegnarsi. E vedere in questo stesso aspetto – la pluralità, la differenza – non tanto un problema o un limite, ma, al contrario, un motivo unificante dell´Italia. Uno dei pochi, forse il principale. Come ebbe a sostenere anni fa l´allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L´Italia unita dalle diversità. Dove coabitano città, regioni, province tanto diverse e distinte eppure attratte da un legame di reciprocità.
D´altra parte, le ricerche confermano questa tendenza dei cittadini a definirsi «…e italiani». A concepire l´Italia come una patria di complemento. Un´appartenenza di secondo livello. Prima veneti, siciliani, romagnoli, abruzzesi. Prima ancora: vicentini, torinesi, baresi, fiorentini, napoletani, catanesi. E quindi, tutti italiani. «E» italiani, appunto. L´Italia, per questo, è sempre apparsa un «collage» piuttosto che un ritratto dai lineamenti e dai colori definiti. E piuttosto che un quadro: una cornice. Si tratta, peraltro, dell´unico modo e dell´unica soluzione possibile per tenere insieme tante identità e tante realtà locali – municipali, provinciali, regionali – così forti. Dotate di tradizioni storico-culturali e di caratteristiche socioeconomiche specifiche e diverse. Impossibile vincolarle a regole troppo forti e a condizioni troppo esigenti.
Questa stessa ragione – la molteplicità, il particolarismo – rende singolare l´esperienza narrativa del «viaggio». Un genere letterario largamente sperimentato, in Italia. E che ha prodotto opere talora nobili, in tempi passati e recenti. Eppure ogni volta appare originale. Perché restituisce l´impressione di attraversare non i mille volti diversi di un Paese, ma mille Paesi diversi. Soprattutto in questi anni, in quest´epoca di cambiamenti profondi, che hanno investito la società e quasi stravolto il territorio. Tanto più se, come ha fatto Giampaolo Visetti in questa collezione di inchieste, si va alla ricerca – quasi programmatica – delle tensioni più violente ed estreme che agitano i diversi punti del Paese. Anzi: i diversi paesi che coabitano sotto lo stesso tetto, nello stesso Paese. Il nostro. Non per deformare la rappresentazione della realtà, ma per delinearne gli scenari. Per cogliere i segni e i segnali del cambiamento, che corre veloce. Per immaginare meglio cosa possa diventare l´Italia nel futuro prossimo. Peraltro, è probabile che la sensibilità di Visetti sia, in parte, acuita dalla «distanza». Visetti, infatti, ha attraversato e visitato a lungo e a fondo molti luoghi esemplari del Paese – per mesi e mesi – dopo esserne stato lontano per anni. Inviato nei luoghi difficili del pianeta. In Russia, in Asia, in Africa. E ciò ne ha, sicuramente, condizionato lo sguardo. Per due ragioni. Anzitutto perché ha, ormai, assunto, per deformazione professionale, l´abitudine quasi automatica a cercare e a scrutare le tragedie. A cogliere i segni critici disseminati nella realtà. Per un altro verso, la distanza fisica ma anche temporale dal nostro (e suo) Paese ha reso più evidenti, ai suoi occhi, i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Nel paesaggio, nei modi di vita e nella cultura. Per questo il viaggio – ma forse è meglio parlare di «viaggi» – di Visetti attraverso i luoghi tipici e critici dell´Italia offre uno specchio fedele e attendibile di ciò che è capitato intorno a noi negli ultimi anni. Senza che riuscissimo ad accorgercene fino in fondo.
È capitato, anzitutto, che le vecchie contraddizioni del nostro sviluppo siano riemerse, più laceranti di prima. In particolare, la distanza fra Nord e Sud, tornata a essere una frattura quasi incolmabile. È capitato, inoltre, che accanto ai problemi antichi, e mai risolti, ne stiano affiorando di nuovi. Disseminati un po´ dappertutto. A causa di un ipersviluppo distorto, associato a una modernizzazione incompiuta.
Visetti ne offre una raffigurazione efficace e al tempo stesso inquietante perché sceglie i suoi luoghi – uno per regione – in modo da spiazzarci. Perché ne evidenzia aspetti inattesi (...).
Slavoj Zizek è un ossimoro permanente. Pugnace leninista sloveno e seguace della psicoanalisi lacaniana. Teorico della dittatura del proletariato che s'immola sull'altare di una cristologia rivoluzionaria, quella di Che Guevara, certo non San Paolo. Comunista che odia i partiti comunisti è stato chiamato «fratello Marx» dal New Yorker. Tutto è esorbitante in Zizek: lancia nello spazio le sue lunghe braccia nel tentativo di afferrare i propri pensieri e suda come un pugile immaginario. Quando lo incontriamo in un albergo milanese per una conversazione sull'ultima prestazione della sua fluviale opera filosofica, In difesa della cause perse (Ponte alle Grazie, pp. 637, euro 26), sfoggia un look informale: maglietta proletaria su jeans sgualciti, rivendica di non avere una giacca né una cravatta. Come molti intellettuali ex Jugoslavi, Zizek parla molte lingue, addirittura sei, ma preferisce esprimersi in lunghi monologhi in un inglese che assomiglia a quello di Borat, lo stralunato comico dell'omonimo film. "Scrivere libri in inglese significa avere un impatto politico nel mondo" è una frase contenuta nel suo libro che traduce una mentalità diffusa anche tra gli intellettuali italiani dell'ultima generazione.
È da poco tornato dagli Stati Uniti. Qual è lo stato di salute del pensiero critico, definito in questo paese «French theory», che è stato il bersaglio preferito dell'ideologia neo-conservatrice?
Negli ultimi anni i conservatori hanno accusato la French Theory di relativismo, di storicismo, di anarchismo poiché contestava l'autorità, il logocentrismo e l'eurocentrismo della cultura occidentale. Oggi mi sembra interessante fare un'analisi della pluralità di teorie raccolte nel marchio French theory, dal decostruzionismo di Jacques Derrida all'analisi del potere di Michel Foucault, dalla schizoanalisi di Deleuze fino al postmoderno di Lyotard, insomma ciò che è stato chiamato «post-strutturalismo». Penso che questa cultura francese riscritta negli Stati Uniti in tutti questi anni era in fondo adatta ad un periodo di egemonia neo-conservatrice. La sua critica era più interessata alla resistenza e alla marginalità che ai problemi della presa del potere.
Negli Stati Uniti siamo ormai in una fase che definirei post-French theory che non ha nulla a che vedere con il post-strutturalismo. C'è Giorgio Agamben, che è molto influente e studiato a livello accademico, ma c'è una significativa presa delle riflessioni di Alain Badiou e Jacques Rancière, pensatori impegnati nella ricostruzione di una metafisica forte e di una filosofia politica radicale. Di una cosa sono certo: lo storicismo è finito. Si torna a pensare l'universale e i progetti di emancipazione globale.
Anche i «neocons» però reagivano al postmoderno proponendo uno storicismo forte, anche se paradossale: contro il relativismo morale e l'anarchia del mondo hanno rilanciato il discorso sui valori e l'idea che la democrazia sia esportabile con la guerra. Non crede che, così facendo, si rischia di rimuovere il requisito di ogni pensiero critico che mette in guardia contro le grandi narrazioni fondate sulle verità assolute?
Le darò una risposta un po' folle e paradossale. Negli Stati Uniti ero in albergo e guardavo la televisione. Su un canale c'era un documentario su Pete Seeger, per la sinistra americana un eroe della canzone folk. Sulla Fox c'era invece la diretta del tea party, la manifestazione che ha contestato la politica delle tasse di Obama. È stata un'esperienza metafisica. Gli argomenti di Seeger a difesa della gente comune, della lotta contro il padrone, li ho ritrovati nei discorsi dei repubblicani. In un primo momento ho provato fastidio per l'irrazionalità dell'accusa: i repubblicani non dicono che il 95 per cento della popolazione pagherà meno tasse. Solo il 2 o il 3 per cento pagherà di più. Poi ho capito il senso dell'analogia: gli argomenti sono gli stessi, ma cambiano di senso. Le faccio un esempio: il Kansas.
Negli anni Cinquanta e Sessanta è lì che è iniziato il movimento anti-razzista. Negli anni Ottanta è finito nella Bible Belt, nella cintura degli stati devoti ad una forma di cristianesimo purificato, quello dell'ultimo Bush. Prenda le Black Panthers. Organizzazione semilegale e militarizzata per la costruzione di una società alternativa. Strano a dirsi, ma fino a poco tempo fa erano i fascisti americani che misero la bomba ad Oklahoma City ad avere adottato gli stessi costumi. Fino ad oggi questa trasformazione non ha sfiorato la sinistra. C'è stato un periodo in cui sembrava più importante occuparsi delle onde descritte da Virginia Woolf piuttosto che delle cose da fare. Questo è il senso della mia critica alla French theory: il suo storicismo, il suo relativismo non sono strumenti per comprendere la ragione per cui la destra si è appropriata dell'energia politica del movimento popolare (grassroots).
C'è da dire che l'elezione di Obama non sarebbe avvenuta senza l'inversione di questa tendenza...
Obama è un personaggio tragico. Il suo scopo è quello di salvare il sistema americano con riforme strutturali. Se il suo progetto politico avrà successo, sarà ricordato come un grande presidente conservatore anche se è a tutti gli effetti un democratico. Ai presidenti democratici tocca sempre il compito delle riforme. Ciò non vuole dire che saranno forti come il De Gaulle che decise di lasciare l'Algeria.
Crede allora che la popolarità di cui Obama gode attualmente sia dovuta a quello che lei ha definito il «cliché anti-totalitario degli intellettuali»?
La tragedia della sinistra in Occidente è che la rivoluzione accade sempre altrove, a Cuba, in Cina, in Iran, in Venezuela. La coscienza di questa impossibilità ha trasformato la rivoluzione in qualcosa di esotico o di autentico, nel cliché degli intellettuali radicali bianchi che proiettano l'oggetto del desiderio altrove per soddisfare il proprio desiderio di emancipazione. Questo cliché corrisponde però all'insoddisfazione per l'ideale asettico e neutrale dei liberali e dei centristi per i quali la vitalità politica necessaria alla trasformazione deve essere trovata all'interno del sistema. Il successo di una politica «rivoluzionaria» dipende invece dall'entusiasmo prodotto dagli eventi rivoluzionari sulle persone, e quindi anche sugli intellettuali, che partecipano a questi eventi come protagonisti o come osservatori. È quello che Kant ha provato nella Rivoluzione francese. Il significato della rivoluzione non corrisponde ai fatti terrificanti che accaddero a Parigi, ma nella risposta entusiastica che quegli eventi suscitarono negli osservatori dalla Germania a Trinidad. La stessa cosa è avvenuta nel Novecento con Heidegger e il nazismo e con Foucault e la rivoluzione khomeinista in Iran. Con una differenza però: rispetto ad Heidegger, Foucault aveva individuato il potenziale utopico di quella rivoluzione, la politica non è mai un mero calcolo di interessi strategici, ma è l'affermazione di un «Evento rivoluzionario». L'errore iniziale di valutazione Foucault l'ha riconosciuto. Il khomeinismo non era una politica dell'emancipazione. Ma il suo problema era un altro: come si fa a creare un territorio liberato che sfugge alla presa dell'ordine esistente?
Anche Hugo Chavez in Venezuela e Evo Morales in Bolivia esercitano la stessa fascinazione?
Senz'altro. Le sinistra europee e americane hanno trasformato Chavez e Morales in oggetti del desiderio. Non bisogna però dimenticare che esistono anche i processi reali. In questi paesi il popolo è al potere nel pieno senso sovrano del termine. I suoi rappresentanti forzano lo spazio dello Stato rappresentativo in direzione del popolo. Rispetto a Chavez, che si è avviato verso forme di neo-peronismo, mi sembra che Morales si stia avvicinando ad una forma contemporanea di «dittatura del proletariato». Gli spossessati esercitano la propria forza egemonica attraverso il loro presidente. Chavez e Morales dicono di rispettare i processi elettorali, ma la fonte della loro legittimazione risiede nella relazione privilegiata con i poveri.
Più che «dittatura del proletariato», sembrano forme aggiornate di un nazionalismo rivoluzionionario o del populismo latinoamericano, che è cosa diversa da quello europeo o statunitense....
Una politica basata sul popolo non è automaticamente un populismo. Diversamente dal mio ex amico Ernesto Laclau, penso che il populismo è il prodotto di un nemico interno che sta dietro tutte le minacce che incombono sul popolo. C'è sempre bisogno di una persona che elimina la minaccia e con essa il fastidio per la complessità delle cose. In politica l'antagonismo rivendica in tanti modi diversi un elemento che non rientra nella democrazia esistente. Possiamo definire populisti il movimento contro la segregazione di Luther King o i movimenti studenteschi degli anni Sessanta?
Lei che è vissuto in un paese «socialista» riconoscerà che è tuttavia improprio parlare di dittatura del proletariato in Venezuela o in Bolivia...
Dico anche che pensare che il comunismo di Tito in Jugoslavia fosse un populismo, come fa Laclau, è sbagliato. Mi accusano di stalinismo quando parlo di dittatura del proletariato. È assurdo, quando c'era lo stalinismo in Jugoslavia io ero disoccupato. Per me la dittatura del proletariato è un modo diverso di gestire lo Stato. Non è l'opposto della democrazia, ma il modo di funzionamento che sta dietro la democrazia. «Dittatura» significa gestire diversamente lo Stato e «proletariato» designa coloro che non hanno un ruolo in questo spazio politico. Per Marx, il «proletariato» è una «classe universale»: la classe operaia, il popolo, i poveri, i «senza parte», gli esclusi da tutto che incarnano la «Totalità» della società, l'«Universale», l'interesse generale contro gli interessi particolari. I movimenti degli esclusi sono gli unici ad abolire lo Stato esistente e a trasformarlo in qualcosa di più giusto.Sono poche le volte in cui mi trovo d'accordo con Toni Negri. Mi piace però la sua definizione leninista: dittatura del proletariato significa governare con i movimenti.
Per lei la dittatura del proletariato è esercizio del terrore rivoluzionario ed espressione dell'idea eterna di giustizia. È esercizio della «Sovranità» e della «Verità». Questa commistione tra politica e teologia è un elemento ricorrente in gran parte del pensiero radicale contemporaneo. Come lo spiega?
Non c'è contraddizione. Per me il vero materialismo non può che essere cristiano. Ovviamente non penso al cristianesimo istituzionale, ma a quello evangelico. Quando parlo di terrore mi riferisco ad una sospensione teologico-politica dell'etica, quella che Cristo ha vissuto quando è stato ucciso. Dio muore per amore degli uomini e diventa la fonte della nostra libertà. Questa esperienza la fa anche il materialismo quando capisce che la realtà è ontologicamente incompleta. La dittatura del proletariato è l'esperienza del terrore in uno spazio politico istituzionale. È il terrore di essere niente, uno che non ha una parte nella società. È lo stupore che Heidegger ha definito come il vuoto oscuro dell'insignificanza che sta alla base della vita. È il modo di essere autenticamente umani rifiutando di appartenere all'umanità ordinaria.
Alla fine mi può dire quali sono le sue cause perse?
Ne abbiamo parlato per tutta questa intervista: il comunismo e la dittatura del proletariato.
La crisi finanziaria internazionale ha rivelato la fragilità del mercato come strumento di regolazione dell'ordine globale e ha ridato improvvisa legittimità all'azione degli stati nazionali. In tutti i paesi, nei governi, nei partiti e nei movimenti, sociali c'è chi, da un lato, è tentato dalla nostalgia di pensare che tutto possa tornare come prima; dall'altro, c'è chi invece sostiene che dopo la lunga globalizzazione neoliberista la politica e la democrazia debbano ridefinirsi radicalmente. Due libri aiutano a tracciare le mappe del cambiamento, verso l'«alto» dei processi globali e verso il «basso» della partecipazione dei cittadini. Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica, di Daniele Archibugi (Il Saggiatore, pp. 320, euro 20) disegna i contorni di un mondo possibile dopo l'epoca della sovranità degli stati nazionale. Dopo la politica. Democrazia, società civile e crisi dei partiti, a cura di Duccio Zola (Edizioni dell'Asino, euro 12) esplora invece le pratiche di democrazia dopo l'era della politica monopolizzata dai partiti.
Su scala globale il «vuoto» di democrazia e capacità di governo è apparso evidente nell'inconcludente vertice del G20 del 2 aprile scorso a Londra, che ha tentato di mantenere gli attuali rapporti di potere attraverso forme più «multilaterali» di global governance. Una via alternativa alle conclusioni del G20 londinese è la democrazia cosmopolitica proposta nel volume da Archibugi, che delinea un sistema di governo a più livelli ed estende i fondamenti della democrazia - diritti, partecipazione, poteri di controllo - oltre i confini nazionali.
Tra nonviolenza e controllo popolare
Alcuni passi in questa direzione sono già stati compiuti, ad esempio il Tribunale penale internazionale all'Aja deve tutelare i diritti umani fondamentali di tutti i cittadini del mondo e dispone per questo di un'autorità che scavalca quella degli stati. Altre azioni «cosmopolitiche» riguardano le richieste per rafforzare, democratizzare e rendere più autonome dai paesi più potenti le istituzioni sovranazionali legittime - come le Nazioni Unite, di cui fanno parte i 192 paesi del pianeta - e affidare a loro - anziché a un gruppo ristretto scelto dai più ricchi - responsabilità specifiche su problemi globali. Così, in contrapposizione al G20, l'Onu terrà a giugno la sua «Conferenza sulla crisi economica e finanziaria mondiale e sull'impatto sullo sviluppo», da cui potrebbero venire risposte alla crisi più condivise, democratiche ed efficaci che non dagli incontri ristretti di Washington e Londra.
Ma i protagonisti sulla scena globale non sono solo gli stati. Un altro insieme di proposte della democrazia cosmopolitica riguarda il riconoscimento ai cittadini del mondo di un insieme di nuovi diritti e doveri che superino quelli nazionali, e la creazione di nuove istituzioni sovranazionali che siano indipendenti dai governi degli stati e rispondano invece ai cittadini o alla società civile di tutti i paesi. Gli esempi comprendono la creazione di una Assemblea parlamentare delle Nazioni unite dove siano rappresentati i cittadini (o i parlamenti) - anziché i governi - del pianeta, il coinvolgimento di organizzazioni della società civile nei meccanismi di decisione delle organizzazioni sovranazionali, la creazione di un Consiglio per i diritti umani con un forte ruolo delle organizzazioni non governative, e così via.
Proposte di questo tipo emergono, nel libro di Archibugi, da una visione della democrazia fondata su tre principi: nonviolenza, controllo popolare e uguaglianza politica, che va al di là degli aspetti più immediati - presenza di elezioni, partiti, libertà d'informazione. Tali principi, per essere effettivi su scala nazionale, devono affermarsi anche a livello globale. La nonviolenza definisce una condizione necessaria per la democrazia: l'accettazione di preventive regole condivise - che escludono l'uso della forza - su come si può ottenere o perdere il potere politico. Il controllo popolare deve riguardare anche le decisioni prese da altri stati (o da poteri economici transnazionali) e che hanno conseguenze sui cittadini di un singolo paese. L'uguaglianza politica deve portare a definire una comunità di cittadini del mondo con uguali diritti e doveri sui temi di rilievo globale.
Sono evidenti qui i paralleli con le richieste avanzate dai movimenti globali che - da Seattle nel 1999 a Londra nel 2009 - si sono opposti alla globalizzazione neoliberista in nome della democrazia e della giustizia economica e sociale. Il volume individua alcuni temi di azione prioritaria - il controllo sull'uso della forza, l'accettazione delle diversità culturali, l'autodeterminazione dei popoli, il monitoraggio degli affari interni e la tutela dei diritti umani, la gestione partecipativa dei problemi globali - sui quali i cittadini del mondo potrebbero acquisire i diritti e doveri di una nascente «cittadinanza cosmopolitica». Per Archibugi la scommessa è di trasformare le rivendicazioni dei movimenti globali in nuove istituzioni capaci di estendere la democrazia e di porre vincoli alla sovranità degli stati, in un sistema di «costituzionalismo globale» in cui il nuovo possa convivere con l'attuale sistema inter-statale.
Cinque modelli concreti di quest'ordine «ibrido» sono esaminati nella seconda parte di Cittadini del mondo, con i casi delle Nazioni unite, degli interventi umanitari, dell'«esportazione della democrazia», dell'autodeterminazione dei popoli e dei contesti multilinguistici. Ritroviamo qui uno dei punti di forza del volume: la capacità di unire una solida visione complessiva con la concretezza delle proposte, in parte già praticate dall'evoluzione dei rapporti internazionali e dal ruolo crescente della società civile mondiale. Meno convincente è invece lo schema che contrappone un'uniforme democrazia (nella sua versione liberale più standard) a un generico autoritarismo (in sostanza: l'assenza di elezioni politiche), mentre il rapporto tra democrazia e capitalismo su scala globale non viene affrontato.
Il potere delle élite
Le idee chiave per essere Cittadini del mondo si intrecciano bene alle proposte di Dopo la politica per le pratiche a scala nazionale. Qui è in gioco la ridefinizione della politica, oltre una democrazia rappresentativa svuotata e mediatizzata, controllata dalle élite e dai partiti. I contributi raccolti in Dopo la politica. Democrazia, società civile e crisi dei partiti esplorano così i meccanismi di tale declino e suggeriscono alcune direzioni per un rinnovamento radicale della politica. Il punto di partenza, individuato dal saggio di Jürgen Habermas, è la fine della politica dello stato sociale come si è affermata nel dopoguerra nei paesi europei. La debolezza della politica come strumento per «temperare» il capitalismo, la burocratizzazione del welfare e la forza dei mercati globali sono alla radice della caduta di efficacia e consenso di una politica nazionale fondata sulla redistribuzione promessa dal welfare. Per Habermas, la via d'uscita passa per un maggior spazio riconosciuto alla solidarietà come principio di regolazione sociale, rispetto ai meccanismi dominati dal potere dello stato e dal mercato, e per una espansione della sfera pubblica e dei processi di comunicazione che la caratterizzano.
La prospettiva della democrazia deliberativa proposta da Habermas incontra così la società civile intesa come una sfera pubblica che vede protagonisti i cittadini e le loro relazioni sociali, tema questo al centro del capitolo di Duccio Zola. Il rinnovamento della democrazia può trovare terreno fertile in quest'incontro, che offre nuove modalità di definizione delle identità, di aggregazione degli interessi, di accordo sulle procedure per decidere sul bene comune. Resta aperta tuttavia la questione dei rapporti tra le attività della società civile e i processi istituzionali che caratterizzano la politica degli stati nazionali, un terreno senza regole, segnato da pratiche e comportamenti differenziati, e da una continua capacità della politica tradizionale di esercitare controllo e potere sulla società.
La pratica del consenso
Ma esiste una capacità della società civile di «reinventare» la democrazia? La risposta è nel capitolo di Donatella della Porta, che presenta i risultati di una ricerca europea sulla democrazia nei movimenti globali. Nelle risposte di duecento organizzazioni sociali europee, le idee e le pratiche di democrazia all'interno dei movimenti ruotano intorno a tre valori chiave: la partecipazione diretta (e la critica della rappresentanza), l'autonomia (delle esperienze, dei livelli territoriali, e la critica delle gerarchie), il metodo deliberativo del consenso (e la critica alle procedure di votazione). Tutto ciò ha alimentato i conflitti per chiedere più democrazia ai poteri politici ed economici sovranazionali e ha aperto la strada a una visione della politica come partecipazione, con un significativo avvicinamento tra richieste all'esterno di democratizzazione della politica e pratiche di democrazia all'interno della società civile. Quanto ai rapporti con le autorità politiche, è significativo che forti pratiche conflittuali non escludano forme di collaborazione con le istituzioni, soprattutto a livello locale e nazionale.
Gli altri saggi - di Ekkehart Krippendorf, Carlo Donolo, Luigi Bobbio, Giuseppe Cotturri - aggiungono nuove prospettive sulle forme di autogoverno e di partecipazione sociale, mentre le conclusioni sono di Pino Ferraris e Giulio Marcon.
Per Pino Ferraris, dopo la politica dei partiti deve seguire una diffusa «politicizzazione dal sociale», magari con una «confederazione» leggera delle esperienze sociali che hanno progetti di cambiamento, su basi solidaristiche. Giulio Marcon definisce questo percorso come il passaggio dalla «monarchia dei partiti» alla «repubblica della politica», in cui ogni forma di politica diffusa - nei movimenti, nelle associazioni, nel terzo settore, nei gruppi locali, nel sindacato, etc. - abbia la stessa dignità e riconoscimento della politica dei partiti nel definire il bene comune e le decisioni da prendere. Tanto a livello globale che nazionale, la possibilità di partecipare in prima persona e di esercitare un controllo sulle decisioni restano i due pilastri su cui costruire il futuro della democrazia, al tramonto dell'epoca in cui lo stato nazionale e la politica dei partiti definivano l'unica arena della democrazia.
Vittoriano Viganò. A come Asimmetria, a cura di Antonio Piva ed Elena Cao, Gangemi Editore, Roma 2009. Volume pubblicato a seguito del Seminario tenuto a Milano il 14 maggio 2008 e a Mendrisio il 15 maggio 2008
Nella mia casa a Costella di Bonassola guardo la lampada da terra «Cappuccina». Forse non la conosce più nessuno. Nemmeno il nome è rimasto, giacché sembra noto soltanto il «Modello 1047» di produzione Arteluce 1951 (vedi fig. a p. 97, in Dell’Acqua Bellavitis), una lampada simile ma diversa nella calotta. La figura presenta una forma a conca o a scodella dissimmetrica mentre la «Cappuccina» è (era) dotata di un più efficace coppo, una semplice lamiera piana piegata appunto a prender forma di tegola, ruotante longitudinalmente e trasversalmente mediante un semplice supporto a U. Colore bianco riflettente all’interno, rosso all’esterno. Ha l’aria, la lampada, anche di un copricapo di suorina, da cui il nome. Non riesco a ritrovarne il tempo dell’acquisto. Ora, quando arrivo da Milano, è lì ad aspettarmi collocata proprio sull’asse fra l’ingresso e una lunga finestra alla francese, sotto la luce marina, a ricordarmi Vittoriano: il collega un po’ più anziano ma non tanto da appartenere alla generazione detta dei maestri precedente alla nostra di nati dopo la metà degli anni Venti. Viganò come il coetaneo Giancarlo De Carlo (1919), Achille Castiglioni (1918), Leonardo Ricci (1918)…, un gruppo di mezzo, per così dire. È lì, la «Cappuccina», a ricordarmi l’eccezionale bravura nel disegno di mobili, oggetti, arredi fissi, a evidenziare tuttavia che la competenza nel tema del «cucchiaio» non ne esclude anzi quasi ne garantisce altrettanta nel disegno di architettura, nel progetto urbano, nel piano paesaggistico. «Dal cucchiaio alla città», epigrafe storica ma anche realtà operativa degli architetti nati nel primo trentennio del Novecento, distingue un modo di essere e di lavorare ora pressoché sepolto sotto il pietrone delle arrischiate specializzazioni, una ricerca di completezza conoscitiva, di ansia comprensiva che non ha portato che bene alla costituzione del valore sociale dell’attivita d’architetto. E Viganò lo fu, architetto in questo modo, con una continuità e intensità d’impegno che l’attuale volume sortito da un seminario internazionale riesce a illustrare con nuova chiarezza a diciassette anni di distanza dall’esposizione milanese A come Architettura. Vittoriano Viganò (col relativo catalogo Electa, 1992).
La figura di Vittoriano si muove nel ricordo attraverso diversi episodi, specie quelli legati a momenti particolari della storia della Facoltà di architettura che si rispecchiano in testi del volume in due direzioni: la Facoltà come luogo delle contraddizioni ai tempi della contestazione (p. es. in Portoghesi) o come occasione del suo spregiudicato insegnamento (p. es. in Faroldi); la scuola come costruzione, nuovi spazi per una didattica moderna grazie alla rocambolesca realizazzione del progetto di Viganò (p. es. Piva), talmente per lui tormentosa a causa dei disaccodi trovato nel Consiglio di amministrazione del Politecnico da collaudarne severamente le doti di serena perseveranza, equilibrio, pazienza. Ero membro del Consiglio durante gli anni cruciali della progettazione, delle continue richieste di varianti, dell’andirivieni di disegni fra l’autore e i rappresentanti degli ingegneri, critici per partito preso verso gli architetti e incapaci di capire l’originalità e pur la razionale organicità (ossimoro doveroso) del progetto. «La grande A di acciaio color rosso [portale d’ingresso della Facoltà di architettura in Via Ampère a Milano] è simbolo evidente di una destinazione dove Architettura, Amore, Asimmetria si incontrano per suggerire una fede…» (Piva, p. 74). Capovolgiamo la A e togliamo l’asticciola, è la V di Vittoriano, di Vittoria della sua fede due volte: quando batté la reazionaria opposizione al progetto e poi superò tutte le grosse difficoltà della realizzazione; quando, al momento della repressione ministeriale della lotta di studenti e docenti ci trasmise, nelle riunioni quasi clandestine presso il suo studio, la caparbia fiducia nella vittoria della scuola, cioè, per lui, tout court la vittoria dell’architettura, nella scuola e nella pratica professionale. Durante la quale, esposto indifeso al giudizio pubblico, dovette sconfiggere talvolta difficoltà enormi: come nel caso del Marchiondi, o della sistemazione Sempione-Arco della Pace quando il rovesciamento del successo in parziale sconfitta, dovuta all’inconcepibile ignoranza del Comune di Milano e alla gretta incomprensione degli abitanti, non fece altro che evidenziare la superiorità civile del progetto viganoano.
A come asimmetria. Potremmo davvero assumere la locuzione come distintivo delle opere? Non alla lettera, quasi pretendendo di verificare nei progetti e nelle realizzazioni la mancanza di assi di riferimento, di rapporti numerici semplici e così via. Gli snodi del libro, cioè i testi di maggior peso esegetico (Prina, Scullica, Galliani, Faroldi, Piva, Dell’Acqua Bellavitisi, Graf, Ottolini) provano che l’asimmetria può consistere in un principio costitutivo dell’operare che sposta la fredda rigidità del razionalismo funzionalista verso il caldo movimento dell’espressionismo. Ragione e sentimento, razionalità ed espressione convergono per elevare l’architettura ad arte completa, quella di maestri come Wright, Aalto, Le Corbusier… A questa stregua Richard Banham, preoccupato piuttosto di denigrare i nuovi esperimenti dei Bbpr e dei giovani architetti sprezzantemente denominati neolibertarians che di discutere seriamente con Rogers sull’«evoluzione dell’architettura», sbagliava a ridurre il Marchiondi a «“un linguaggio architettonico che richiamava il fervore e la disciplina dell’architettura razionalista anteguerra”» (in Graf, p. 124). Del resto fu Bruno Zevi, il critico del razionalismo postbellico e il propugnatore dell’organicismo a promuovere Viganò «”primo architetto brutalista italiano”» (in Reichlin, p. 123). Per il Marchiondi, ma direi per l’intero senso «asimmetrico» dell’opera riproposto dai testi, Viganò deve ad ogni modo essere iscritto fra gli autori che mentre non abbandonano i fondamenti generali della costruzione rappresentati da ragione strutturale funzionale estetica, mentre non ricorrono a formalismi gratuiti o a decorativismi compiaciuti, non rinunciano però ad accettare la spinta interiore della propria psiche e i richiami della fantasia (a questo proposito, specialmente Ottolini, pp.149-152, fra l’altro «architettura del movimento…», p.150).
Agli architetti basta indicare un edificio, per spiegare ai loro figli che mestiere fanno.
Gli urbanisti non sono tanto fortunati.
E in realtà, a meno di tirare in ballo la veduta dal finestrino di un aereo, è una bella scommessa cercare di spiegare come organizzano strade, case e negozi per costruire i quartieri.
Ma c’è un nuovo libro per bambini che potrebbe gettar luce sull’argomento, proprio quando sembra crescere l’interesse.
Where Things Are, From Near to Far (Planetizen Press, $19.95), di Chris Steins e Tim Halbur, racconta di una mamma e del suo bambino che passeggiano in città e nei dintorni.
Steins, urbanista di formazione, spiega di volersi rivolgere a bambini come i suoi gemelli, Rowan e Grant, di 3 anni. “Se insegniamo ai bambini come costruirle, avremo di sicuro delle città migliori”.
Una delle venti pagine colorate del libro raffigura una caserma dei pompieri in stile Beaux-Arts che sembra affacciata su Great Jones Street a Manhattan. In un’altra pagina, su come si organizzano i quartieri, figurano case a schiera con balconate tonde che assomigliano a quelle di Park Slope,Brooklyn.
Ma David Ryan, l’illustratore, che ha abitato parecchi anni all’East Village, ribadisce che le somiglianze sono del tutto casuali.
Secondo Steins, c’è stata anche una stesura precedente molto critica col suburbio, che restituiva il punto di vista di architetti New Urbanism come Andrés Duany, i quali sostengono la necessità per i quartieri di dipendere meno dalle automobili.
Alla terza stesura però “abbiamo eliminato i giudizi di valore” racconta Steins. “C’è tanta gente che abita nel suburbio, e ogni tipo di spazio ha dei valori”.
E in effetti la trafficata strada a due corsie che si vede alle pagine 9 e 10, di fronte a un enorme piazzale a parcheggio, pare distante anni luce da Seaside, Florida, la cittadina a orientamento pedonale che si vede nel film The Truman Show, probabilmente la più nota creazione di Duany.
Nonostante la gran quantità di libri per bambini che mostrano poliziotti, pompieri, dottori, ci sono decisamente meno titoli sulle professioni legate all’ambiente costruito, spiegano i librai.
Certo resta famoso quello di Richard Scarry del 1968, What Do People Do All Day?(Random House) che descriva un muratore, un falegname e un idraulico, poi ingegneri e geometri che realizzano una strada.
Più di recente, Meghan McCarthy con City Hawk: The Story ofPale Male (Simon & Schuster, 2007) si è tuffata nel settore immobiliare, con tanto di particolari sul nido, in un condominio di 12 piani con finiture in pietra al 927 di Fifth Avenue. Un edificio che, si informano i giovani lettori ha ospitato l’attrice Mary Tyler Moore“e altri ricchi inquilini”.
I bambini studiano sempre più argomenti come l’urbanistica a scuola, spiega Elizabeth Bird, bibliotecaria responsabile del settore alla New York Public Library. Negli ultimi anni i più grandicelli hanno anche fatto ricerche in biblioteca cercando informazioni sul costruttore pubblico Robert Moses [ famosissimo funzionario che ha realizzato alcune fra le principali opere di New York n.d.t.].
Ci sono in generale più libri per bambini di settore, aggiunge; sull’ambiente, sulle cose fatte dal’uomo, o addirittura titoli sulla paralisi cerebrale, o magari la pirateria informatica.
“Credo che ci si stia allontanando dall’epoca in cui gli adulti vogliono vedere solo libri [per bambini] pieni di dolcezze e toni tenui” continua la Bird. “Ora hanno più fiducia nei figli e propongono argomenti realistici”.
Altri, come Ethel Sheffer, professore di urbanistica alla Columbia University, pensano che sia stata anche la stampa con la copertura di temi quali la ricostruzione del World Trade Center ad alimentare interesse.
Un interesse che pare in crescita. La sezione di New York dell’American Planning Association ha 1.500 associati, erano 500 vent’anni fa, più della media nazionale, racconta la Sheffer, che ne è stata presidente.
Sei anni fa a New York si è anche istituita la Academy of Urban Planning, scuola superiore con sede a Bushwick, Brooklyn, e 450 studenti.
Iniziando a interessarsi dell’argomento sin da piccoli, spiega la signora Sheffer, che ha scoperto la propria vocazione solo dopo il college, i giovani possono raffinare meglio le proprie capacità di osservazione.
“Possono imparare a guardare con occhi attenti gli spazi che attraversano. Ed è una cosa fantastica”.
Pochi in Italia hanno più a cuore il destino delle città di Edoardo Salzano, urbanista, docente universitario, amministratore pubblico (a Roma e a Venezia soprattutto) e giornalista. Ma, da sempre, animatore e cultore di principi equi, solidali e sostenibili per la cura delle città, per la difesa del suolo, per la conoscenza del territorio. E proprio questo suo nuovo libro, che racconta delle città, è stato scritto per contribuire a far conoscere la natura delle forme urbane [...]
E proprio questo suo nuovo libro, che racconta delle città, è stato scritto per contribuire a far conoscere la natura delle forme urbane mettere in gioco le conoscenze urbanistiche al fine di aiutare i più giovani a comprendere che il luogo dove si vive non è un posto da consumare, ma un organismo vivente che vive del nostro respiro collettivo, della nostra capacità di fare scelte con tutti e non contro i più deboli, della nostra consapevolezza che affogare di cemento la città significa togliere il fiato al futuro dei nostri figli. Dalla scomparsa di Antonio Cederna, credo che Salzano sia forse il più strenuo difensore delle ragioni della pianificazione territoriale come baluardo contro lo sfruttamento del nostro paesaggio, contro lo sviluppo capitalistico che ha contribuito, con l’insediamento indiscriminato dei “capannoni industriali”, a rovinare buona parte della penisola italiana. Tante piccole e medie industrie di questa nazione che hanno contribuito al boom dell’economia degli anni Ottanta, creando anche ricchezza diffusa, sono nate però sullo sfruttamento dell’ambiente in una irreversibilità dal brutto e dal compromesso che offende. Quante fabbrichette si sono insediate nelle aree di espansione di certi bacini idrici e fluviali? Quante aziende hanno costruito edilizia senza standard? Il peccato italico è stato, in parte, quello di distruggere il bel Paese.
Salzano non si è mai tirato indietro, e questo libro ne è la prova convinta: il desiderio di trasmettere, in una forma chiara e semplice, il testimone della cura del territorio, e dell’equilibrio razionale di urbs e civitas insieme alle giovani generazioni. Perché non c’è forma fisica della città che sia armonica, senza una forma di collettività, di cittadinanza etica e democratica, senza la partecipazione attiva degli abitanti alle questioni politiche della propria comunità.
Oggi, dopo aver redatto piani regolatori in tutta Italia e dopo aver insegnato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia per oltre due decenni, Salzano dedica la sua vita alla divulgazione di un’urbanistica del piano, soprattutto attraverso il sito web eddyburg.it, dove vengono lanciate anche campagne contro lo sfruttamento del suolo e il consumo dello spazio pubblico. Proprio questo concetto di “spazio pubblico” contro lo spazio asservito al privato e al capitale è ancora oggi il pallino di Salzano.
In questa dimensione totalmente scevra da interessi localistici e tecnocratici, c’è un di più che descrive questo intellettuale italiano come una delle figure più coerenti e limpide, cioè che le ragioni di Salzano non sono mai state piegate al personalismo e all’azione individualistica dell’architetto-ingegnere “fai da te”. Egli ha sempre saputo che una efficace politica della salvaguardia del territorio si attua soltanto con la condivisione di strumenti tecnici sostenibili, ma soprattutto con la persuasione della politica, e con il contributo di molti. In questo Edoardo Salzano ha imparato benissimo la lezione di Berlinguer: rallentiamo se c’è bisogno, ma arriviamo in fondo tutti insieme, cerchiamo di rendere consapevoli tutte le persone democratiche della bontà della salvaguardia delle nostre città.
In questa missione non è mai stato solo. Sono molti gli amici e i collaboratori che insieme a lui operano per far sì che politiche scellerate non disperdano quelle ricchezze territoriali che il nostro Paese, in parte, ancora mantiene. Tuttavia, su tutti, c’è una persona che è sempre stata vicina a Salzano, l’urbanista Luigi Scano, un veneziano colto e sottile, che sapeva discernere, con una capacità analitica inesauribile, le fonti legislative e le pratiche giuridiche buone dettate da pochi governi, dalle azioni governative scellera
Gli antefatti hanno i nomi di Leonardo Borgese, Antonio Cederna, Carlo Giulio Argan. I compagni di strada si chiamano Adriano La Regina, Vezio de Lucia, Edoardo Salzano,Vittorio Emiliani, Francesco Erbani, Giuseppe Chiarante, Paolo Berdini… quanti insomma sono ancora capaci di indignarsi di fronte a un paese che alacremente va distruggendo il meglio di sé. Mi riferisco a L’opinione contraria, un prezioso libretto uscito da pochi giorni (Libreria Clup) a firma di Lodovico (Lodo) Meneghetti.
Urbanista di fama e a lungo apprezzatissimo docente al Politecnico di Milano, Meneghetti è anche autore di importanti saggi. Ma le sue più roventi indignazioni usa scaricarle, spesso a botta calda, nell’immediato dei fatti incriminati o nel cuore delle contese, su Eddyburg: un sito internet felicemente ideato e gestito da Salzano, di cui oggetto centrale sono appunto i problemi dell’urbanistica, e che però allarga sguardo e attenzione fino a porsi come un luogo di autentico e ricco dibattito politico. Proprio gli interventi da Lodo affidati negli ultimi due anni a Eddyburg sono ora assemblati e pubblicati. Ma il lavoro non ha nulla della solita generica raccolta di articoli che chiunque lavori di scrittura ormai si concede. Opinione contraria è un discorso unitario che si dipana, lucido coerente e adirato, lungo quello che l’autore chiama un “elenco di sconfitte”.
Tutti i luoghi offesi e stravolti da gigantesche colate di cemento (coste, valli, panorami collinosi), tutte le campagne plastificate per migliaia di chilometri quadrati di serre (vaste e crescenti porzioni delle nostre pianure), tutte le città colpite dalla rottura di secolari equilibri tra architettura e paesaggio (pochissime quelle che finora si sono salvate), tutti gli interventi (spesso privi di ogni necessità) lesivi dell’ambiente storico e naturale. E certamente tutte le “grandi opere”, oggetto di interminabili quanto poco edificanti polemiche, Tav, Mose, Ponte sullo Stretto, Autostrada maremmana, Auditorium di Ravello, ecc. L’intero panorama del saccheggio di quello che era, ed è sempre meno, il Bel Paese, scorre sotto l’occhio inesorabile di Meneghetti.
Ma il suo non è solo risentimento estetico di fronte alla bellezza offesa con brutalità e insipienza. Il suo giudizio è ben lontano dall’aristocratico lamento di chi si limita a disapprovare. Ad animare il suo sdegno è il dominio della rendita immobiliare, sono i falsi concorsi e le gare truccate, le radicali e rovinose ristrutturazioni di antichi centri storici passate come restauri, le licenze compiacenti e gli imbrogli spesso avallati quando non promossi dalle pubbliche amministrazioni; è la politica dei governi di destra, con sanatorie e condoni a pioggia, con la sfacciata difesa di interessi privati, con leggi mostruose come la Lupi e piani regolatori che sono ossequiosi omaggi ai palazzinari; ed è anche il lassismo di non poche giunte di sinistra, giustificato magari nel nome di un “abusivismo di necessità”. Non è insomma soltanto, e nemmeno soprattutto, l’incontinenza edificatoria a suscitare l’ira di Lodo, ma è tutto quanto sta dietro ad essa e la determina. Ed è così che il suo discorso si allarga, spostandosi verso una dimensione decisamente politica.
In questa chiave vengono affrontati problemi che non appartengono soltanto e strettamente all’urbanistica, e però nel suo ambito necessariamente ricadono. Come la crescita esponenziale degli automezzi, che porta il traffico cittadino a livelli di assoluta invivibilità, ciò che a sua volta insensatamente cerca soluzione nella moltiplicazione dei parcheggi, ìn tal modo facendo strada a un nuovo rilancio del mercato dell’auto, e così via. Oppure temi che all’urbanistica direttamente appartengono, ma che per la loro natura squisitamente sociale assumono una qualità particolare, da affidarsi necessariamente a ragionate scelte politiche. E’ il caso delle abitazioni popolari, questione ben nota a Meneghetti anche per via della sua esperienza di amministratore comunale nella natìa Novara, che ricorre in vari momenti del libro, sviscerata nella sua complessità e nel suo mutare in rapporto all’evolversi della società, nell’andamento demografico, nel trasformarsi del lavoro in seguito alla deindustrializzazione, e quindi delle classi lavoratrici e dell’intera struttura della popolazione.
In questa lettura della realtà i problemi dell’urbanistica inevitabilmente si jncontrano con quelli della crisi ecologica e si riconoscono nelle medesime ragioni di fondo: in sostanza riconducibili alla temperie culturale dominante, o addirittura alla stessa forma antropologica della società attuale, dominata della logica di mercato che tutto involgarisce e deforma, definita in ogni sua espressione da una razionalità economica clamorosamente confliggente con le leggi e i limiti dell’ambiente naturale, che pure dell’ecocomia è luogo e supporto. E a questo proposito va detto che Lodo è uno dei rari intellettuali, non ambientalisti di professione, ad aver capito a pieno i meccanismi per cui l’agire umano obbediente al modello invalso inevitabilmente mette a rischio continuo gli equilibri dell’ecosfera.
Non a caso lo “sviluppo sostenibile”, questo ossimoro eletto ad alibi delle peggiori aggressioni alla natura, viene da lui vituperato senza sosta; così come viene criticata, anzi dileggiata con la sua più sferzante verve polemica l’eterna invocazione delle sinistre allo sviluppo, che sintetizza nella irridente sigla “Saoc” (Sviluppo ad ogni costo): e al proposito non vengono risparmiate le ambiguità di non pochi ambientalisti militanti e giornalisti compiacenti. Mentre assai meglio che da molti “esperti” e addetti ai lavori, viene da lui analizzata la questione delle fonti di energia rinnovabile, vista come un possibile ulteriore mezzo di crescita senza freni, se non verrà integrata da un serio programma di rispamio, anzi da un impegnativo piano energetico.
A un dato momento Lodo si richiama a Gramsci, parlando di “pessimismo della ragione”. E nessuno potrà negare che gli appartenga. Non tale però da precludere quel tanto di “ottimismo della volontà” necessario alla perseveranza delle sue battaglie. Che infatti su Eddyburg, e non solo, continuano.
Un complesso calcolo elaborato sulla base di studi delle Nazioni Unite prevede che fra poco più di un anno, nel 2010, la popolazione urbana nel mondo corrisponderà al 51,3 per cento degli abitanti della Terra. Questo significa che fin da ora (o se si preferisce da una data, il 23 maggio 2007, fissata per convenzione), tra gli oltre sei miliardi di terrestri, gli «urbani» sono, per la prima volta nella storia dell'umanità, la maggioranza. La città invincibile sembra imporre al pianeta il proprio destino, eppure proprio adesso si riscopre disfatta - come l'ha definita un suo appassionato cultore, l'urbanista Michele Sernini.
L'avanzata della megacity pare inarrestabile: la prima teorizzazione dell'urbanistica moderna, la città lineare di Arturo Soria y Mata, si è in qualche modo realizzata, al di fuori di ogni razionale intenzionalità, in forma abnorme: città infinite, diffuse, che comprendono, per esempio, l'intero North-East Corridor, da Boston a Washington, o, dalle nostre parti, la megalopoli padana, che si estende da Torino a Padova, vicina al Po, o la città Adriatica, il doppio pettine insediativo che ormai dalla settentrionale Mestre giunge fino al profondo sud di Foggia.
Strutture fluide
Quello che era stato un simbolo del progresso moderno si presenta oggi come un problema insostenibile: la città diffusa occidentale e la megalopoli da terzo o quarto mondo, macchine della crisi economica ormai sinonimo di disastri sociali ed ecologici. Connesso alla urbanizzazione che continua a crescere sotto i nostri occhi, indifferente alle recessioni, agli andamenti demografici, alle fasi di decrescita, esiste un nodo, che va oltre la produzione di problemi ambientali (consumo di suolo, congestioni, inquinamenti, degradi, dissesti) e l'acuirsi dei problemi sociali (ben rappresentato dai barrios, gli slums, le povere marginalità, non necessariamente periferiche) delle metropoli occidentali o aspiranti tali. Esso è costituito dalla possibile sparizione della città, affogata e cancellata appunto proprio dal suo evolvere in megaurbanizzazione. Su questi temi si interroga la grande storica dell'urbanistica Françoise Choay nel suo ultimo libro, Del Destino della città (Alinea, pp. 205, euro 18) curato, nell'edizione italiana, da Alberto Magnaghi, in cui la studiosa pone una serie di questioni salutari per una disciplina che non sembra cogliere il senso del proprio ruolo, a fronte del difficile passaggio di fase che essa registra.
La città non è più espressione di socialità, contenuti culturali e valori condivisi dagli abitanti. Nelle sue attuali tendenze ipertrofiche, rappresenta piuttosto la forma macroscopica con la quale, secondo Baumann, in essa convergono interessi globalizzati estranei alla cittadinanza. Il movimento di fluidificazione delle strutture istituzionali e sociali esaspera questi processi di sovradeterminazione delle scelte per lo spazio urbano che travolgono o cooptano le strutture decisionali locali. Si finisce così per negare il senso della pianificazione urbanistica, impedendone la funzione di formalizzazione spaziale delle politiche. La governance aziendale e quella della città si assomigliano sempre più: la città viene «marcata» con grandi opere che occupano superfici e volumi in costante aumento, per l'esaltazione della rendita, concreta e virtuale, edilizia come finanziaria, trascurando la domanda sociale di chi ancora vi abita.
Nelle sue forme istituzionali l'urbanistica non sembra in grado di interpretare la contingenza: a parte i goffi tentativi di mascherare l'immagine di queste macrostrutture con la retorica di una nuova urbanizzazione (il bosco verticale, la facciata solare, i superluoghi, il padiglione multitematico), il fallimento dei tentativi di riequilibrare in una società giusta i diritti presenti con interessi sempre più grandi e deterritorializzati, si traduce in una città che continua ad allargarsi, e ad esplodere in alcune sue parti, risultando d'altro canto sempre meno vivibile.
Le uniche innovazioni disciplinari sembrano giungere dal basso, dai conflitti di chi difende i territori da operazioni inutili e dannose; oppure, per trovare reazioni istituzionali credibili, delle nuove politiche con il paesaggio, favorite dalle istanze delle nuove tracce di comunità che si addensano attorno ai valori verticali.
Di fronte a tale quadro Françoise Choay manifesta un apparente pessimismo: «...Non bisogna illudersi. La città europea non diventerà "Collage City", non può più essere un oggetto che giustappone uno stile nuovo a quelli del passato. Non sopravviverà se non sotto forma di frammenti, immersi nella marea dell'urbano, fari e segnali di un cammino da inventare». Ma dietro questo disincanto la studiosa pone domande e cerca strade nuove. Lo fa rivisitando i suoi percorsi italiani e ponendosi, rispetto al più recente di questi - il progetto locale di Alberto Magnaghi - oltre un ruolo di, pure assai attenta, osservatrice.
A partire da una lettura di Leon Battista Alberti e del suo De Re Aedificatoria in termini antropologici, di costituzione della comunità dell'abitare, Françoise Choay, reinterpreta in chiave storica l'evoluzione della città fino al suo dissolvimento in marea urbanizzata, analizzando la metamorfosi di senso e di ruolo subita dal concetto di patrimonio. In particolare, viene sottolineata la crescente inconsistenza del termine, che giunge ad assumere una funzione ambigua di legittimazione culturale dei processi di mercificazione globalizzata dello spazio urbano. Tanto che, scrive provocatoriamente Choay, sarebbe preferibile «eliminare dal nostro lessico culturale la parola ambigua usurata e compromessa di patrimonio. Per redigere un bilancio delle perdite antropiche che la globalizzazione tende a produrre si può ... proporre una lista di vocaboli che cominciano con il prefisso privativo "de"»: oltre a deterritorializzazione, «dedifferenziazione» (omologazione dello spazio), «decorporizzazione» ( dovuta al progetto modulare avulso dal contesto), «dememorizzazione» (negazione dei valori stratificati), «decomplessificazione» (perdita della ricchezza di significati e senso).
Un processo di interazione
Una alternativa al dissolvimento della città nell'oceano urbanizzato può essere rappresentato dalla lettura del mondo, come rete di luoghi. Purché non si tratti unicamente di reti lunghe che legano tra loro solo i grandi nodi del potere economico finanziario, dai network borsistici all'Alta Velocità, ai Corridoi Infrastrutturali ed energetici, e si costruiscano invece reti di grana più fine, dove lo spazio locale riassuma senso e importanza. «Choay - scrive Magnaghi - non nega allora i grandi sistemi reticolari, ma propone di piegarne le funzionalità attraverso la giustapposizione di un altro reticolo: quello dei luoghi discreti dell'abitare», richiamando «il ruolo euristico di Hausmann, Wagner e Çerda che seppero, nei piani di trasformazione di Parigi, Vienna e Barcellona preservare la scala locale, rinnovandola e facendola interagire con le grandi reti».
In questa nuova centralità del locale che Françoise Choay sembra assumere, è da notare il caveat che offre ai territorialisti: in un momento di liquefazione di molta soggettività sociale che, secondo alcuni, renderebbe meno concreta l'utopia di Alberto Magnaghi, appare fondamentale il ruolo che può essere assunto dalla ricerca di nuovo senso estetico; domanda di qualità attorno a cui ci si può ritrovare - certo, in modi diversi da ieri - ancora con Baumann, individualmente insieme.
Un libro sorprendente. L’autore, Gianni Biondillo, è un architetto diventato scrittore. Nella nota biografica nel risvolto di copertina si legge che ha pubblicato saggi su Figini e Pollini, Giovanni Michelucci, e poi su Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Questo suo ultimo libro (Metropoli per principianti, Guanda, 2008, 12 €) mi pare che sia l’anello di congiunzione fra l’architettura e la letteratura. Un libro da non perdere, che si dispiega dalle riflessioni sul mestiere dell’architetto a una galleria di protagonisti dell’architettura italiana contemporanea, dal rapporto tormentato con Quarto Oggiaro, il “luogo comune” dov’è vissuto da giovane, al disastro dei paesi della provincia di Caserta, terra d’origine della sua famiglia. Infine, pagine di cronaca e di speranza sui nuovi immigrati.
Il titolo del primo capitolo del libro è “Non fate studiare architettura ai vostri figli”. Non ne vale la pena, sarebbe il peggiore degli investimenti. “Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo”. Continua così in pagine sconsolate, e talvolta esilaranti, a raccontare lo sfruttamento dei giovani da parte di professionisti affermati, dodici – sedici ore al giorno a disegnare sempre e solo scale di sicurezza e pozzetti d’ispezione, le file all’alba sotto gli uffici del catasto. E finisce con il dar ragione a Vittorio Gregotti quando consigliò ai giovani che intendevano iscriversi ad architettura di “scegliersi genitori ricchi”. Poi, fulminea, travolgente, l’inversione di rotta: l’architettura è la più bella delle facoltà universitarie. L’architettura “è l’ultima disciplina perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda a tutto”, e quindi un elogio, francamente esagerato, della nostra formazione.
Non ho titolo per esprimermi sulla play list secondo Biondillo degli architetti contemporanei. Confesso però di essermi entusiasmato quando ho letto che Aldo Rossi non gli piace. “Capisco cosa voleva fare, cosa voleva dire, intellettualmente lo comprendo. Ma non mi piace” (e mi permetto di condividere anche il suo giudizio che Zaha Hadid è uno degli architetti più sopravvalutati). Non me la prendo quando inserisce fra i meritevoli qualche mezzacalzetta napoletana. Sto invece coscienziosamente dalla sua parte nella (quasi) difesa delle Vele di Scampìa, del Corviale, di Forte Quezzi, dello Zen. Ha ragione nel sostenere che la causa della degradazione ha a che fare con la politica, non con l’architettura. Il difetto è stato crederci, sostiene Biondillo: “Credere che l’Italia fosse un paese abbastanza moderno, abbastanza civile, da progettare tali macrostrutture, con tutti i servizi e il verde connesso, e poi prevedere l’efficienza nel tempo di tali macchine abitative, programmandola nel futuro. Noi siamo il popolo dei grandi eroici slanci, ma poi l’ordinaria manutenzione non la vuol fare nessuno”. Perfetto.
La contaminazione fra letteratura e architettura Biondillo la concretizza sapientemente nelle descrizioni del paesaggio contemporaneo, quello fisico e quello sociale, di Sassuolo, della Campania infelix (“la sconfitta dell’antipianificazione”), di Quarto Oggiaro (la sua ossessione). E non è solo nella descrizione, ma soprattutto nei ragionamenti intorno alla degradazione della periferia senza storia e senza memoria che coabitano la qualità espressiva del narratore con le competenze dell’architetto (anzi dell’urbanista, parola quasi mai usata da Biondillo, chissà perché). A Sassuolo, negli anni Sessanta, al tempo del boom economico e della prima ondata migratoria dal Mezzogiorno, la gestione pubblica del territorio e del welfare – nuovi quartieri popolari, scuole, verde, servizi – rispose in modo ammirevole ai bisogni dei nuovi cittadini. L’ondata migratoria degli ultimi anni è stata affidata viceversa al mercato, al liberismo, alla privatizzazione. Come se gli extracomunitari non fossero anch’essi portatori di diritti. Usciti dalle fabbriche, dai cantieri, dalle campagne, gli immigrati sono obliterati, per riapparire miracolosamente la mattina dopo. “Ma l’inesistenza sociale implica l’inappartenenza, la disaffezione al luogo dove si vive, la marginalità sociale”. E il sentimento di cittadinanza non può venire dal mercato che fa perdere di senso agli spazi pubblici, “li desimbolizza”.
A Sassuolo, come in tutta l’Italia, le dotazioni pubbliche si stanno sperperando. Biondillo descrive lucidamente come ormai la socialità si esprima in spazi collettivi privati: quelli per l’infanzia, i parchi a tema, le discoteche, le multisala, i centri commerciali. Le attrezzature collettive pubbliche sono, al contrario, sempre più abbandonate, davvero non luoghi, e se ne impossessano gli extracomunitari. Tutto ciò avviene nel nome della sicurezza. Accettiamo come collettivi solo gli spazi «sicuri», monitorati, con gli accessi controllati, le guardie agli ingressi. Insomma, “ciò che è privato, è mio, è. Mentre ciò che non è mio, ciò che è proprietà pubblica, non è”. Secondo Biondillo è così che muore una città, quando perde la sua natura di luogo di libertà e di scambio sociale, in nome della sicurezza. E ricorda Beniamino Franklin: “chi rinuncia alla libertà per raggiungere un po’ di sicurezza, non merita né la libertà, né la sicurezza”.
Gli immigrati di ieri e quelli di oggi
Una pagina dal libro di Biondillo
Il filo rosso che attraversa il libro di Biondillo è l’ottimismo. L’ottimismo in una ragione che finisce sempre con l’aver ragione. E dio solo sa se ce n’è bisogno. Un esempio nella pagina che riportiamo qui di seguito.
Sono spaventato di come tutta una classe politica, di destra, di sinistra, batta il tamburo della sicurezza, in modo emotivo, spesso immotivato. Sembra d’essere dentro chissà quale emergenza, quasi che fino a ieri si fosse vissuti in modo idilliaco, senza problema alcuno. Poi sono arrivati loro, gli altri, i diversi, i mostri, e tutto è precipitato. La storia davvero non insegna nulla, sembra non si impari mai niente dal nostro passato. Io sono figlio di quei mostri che negli anni Sessanta invadevano mezza Europa, figlio di quei terroni che puzzavano d’aglio e cipolla, che vociavano nei cortili di periferia di Milano, di Zurigo, di Monco. Così poco urbani, così poco domestici. Eppure eccomi qui, con tanto di laurea al petto, integrato, addomesticato. È bastata una sola generazione; ma in fondo lo volevamo, chiedevamo il pane e le rose e siamo stati accontentati, noi, pieni di gratitudine nei confronti della società capitalista. E, a pensarci, così sarà pure con i figli dei mostri d’oggi, con i figli di quelli che sopravvivono agli sbarchi clandestini e alle umilianti condizioni di vita, che superano gli sguardi d’ingiuria, che lavorano in nero, che precipitano dalle gru, che pregano dentro capannoni abbandonati, che si prostituiscono di notte, davanti ai cimiteri. Loro sono così perché credono nel nostro stesso sogno capitalistico, liberista, libertario, nelle paillettes televisive, perché vogliono il pane e le rose anche loro. Sono qui perché è inevitabile che siano qui, come la seconda legge della termodinamica, ché per quanto tu isoli, blindi, chiudi a chiave, loro arriveranno comunque, a prescindere: troveranno di volta in volta una falla, un buco, uno sbrego. La tolleranza zero è una pia illusione, l’immigrazione zero una chimera. Arrivano, arriveranno, mischieranno il loro sangue al nostro. Li riconosceremo, da un certo punto della nostra vita, come fratelli. In un modo o nell’altro, con fatica, con frizioni sociali, cercheranno una integrazione possibile. Perché, in fondo, loro per primi la vogliono. Hanno accettato le regole del gioco. Il nostro gioco.
Marco Adriano Perletti, Novara, Sebastiano Vassalli tra città e paesaggio globale, Presentazione di Roberto Cicala, Edizioni Unicopli, Milano, 2008, pp. 142, € 10,00
Penso ai luoghi amati da Vassalli e chiedo a colleghi e amici milanesi se conoscono il lago d’Orta con l’Isola di San Giulio: diciannove su venti non ci sono mai stati. Chiedo se conoscono, di Novara, la grande Basilica di San Gaudenzio, opera del Pellegrini, autore a Milano del tempio civico San Sebastiano e della facciata del Duomo per la parte inferiore: pochi, per non dire nessuno, l’hanno visitata. Della cupola di Alessandro Antonelli, poi, dei suoi 122 metri d’altezza, hanno intravisto di sfuggita la silhouette, affiancata da quella del campanile di Benedetto Alfieri, guidando lungo l’autostrada Milano Torino. Chiedo se condividono la protesta per la distruzione del paesaggio agrario novarese e la sparizione di un largo nastro di storiche risaie da Galliate a Novara a Santhià per causa della ferrovia ad alta capacità Mi-To e del faraonico insensato rifacimento dell’intero complesso autostradale: trovo solo moderata comprensione. Altre domande pongo, temendo il risultato: la città della mia infanzia e della mia giovinezza, il territorio novarese e piemontese, il relativo paesaggio di fiumi, laghi, monti, palazzi, strade e piazze, la loro storia, sembrano non aver meritato attenzione e memoria. Allora: un entusiasta benvenuto all’aureo libretto, come si suol dire, di Marco Adriano Perletti, un vivo ringraziamento a lui, architetto non novarese, che riesce a trasformare tanta parte dell’opera di Sebastiano Vassalli in una delle “città di carta”, trentaquattresima della mirabile collana di Unicopli dedicata alle città d’autore. Utilizzando libri e saggi di contenuto diverso unificato da una stessa tensione conoscitiva e critica, l’autore, immedesimato nell’altro autore, ci guida attraverso i testi: L’oro del mondo – il Ticino, le sue rive, la campagna negata; La chimera – una cupa Novara del Seicento, la penosità contadina perdurata fino alle soglie della contemporaneità; Cuore di pietra – la casa dell’immaginato conte Pignatelli, antonelliana Casa Bossi per i novaresi, costruzione fortuna e decadenza, metafora del “cammino” della nostra società; Il mio Piemonte – città pianura Alpi laghi fiumi, paesaggio da difendere ad ogni costo, e invece…; Terra d’acque – l’acqua vita del riso, il Monte Rosa che vi si specchia (altrettanto i progetti utopici dell’Antonelli?); La morte di Marx, “un’opinione critica nei confronti della società del terzo millennio” (Perletti), verso un mondo che “si trasformerà in un deserto” (Vassalli).
In calce, note di Salvatore Veca, Antonio Cassese, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky
Ci sono libri più di altri capaci di intercettare lo spirito del tempo. Sinistra senza sinistra è uno di questi (Feltrinelli, pagg. 352, euro 14). Nasce da un´inquietudine diffusa, almeno in una zona non irrilevante del paese: ma è possibile che la sinistra sia davvero finita? Estinta in parte nella sua rappresentanza parlamentare - liquidazione che riguarda l'ala più radicale - soprattutto polverizzata nella battaglia delle idee, nella proposta legislativa su temi essenziali, nella capacità di leggere le trasformazioni del paese? Quel che ci appare oggi nell´agone politico è una sinistra spaesata, balbettante, litigiosa, talvolta incagliata in beghe meschine, sostanzialmente subalterna alla nuova egemonia politica e culturale della destra. Sinistra, appunto, senza sinistra.
Eppure sopravvive oggi una vasta collettività di persone per le quali essere di sinistra ha ancora un senso. Nei grandi richiami ideali ma anche nel comportamento quotidiano. Un popolo di esiliati in patria, paragonati una volta da Cesare Garboli a tanti agrimensori K che vivono ai margini del magico castello dove si decidono, o si dimenticano, i loro destini. Una collettività che include il fattivo mondo dell´associazionismo e del volontariato, che ogni giorno sfida l'inerzia di chi li rappresenta. È anche questa la "sinistra senza sinistra" alla quale si rivolge l'instant book, preparato in velocità dalla casa editrice Feltrinelli grazie all´appassionato contributo di oltre cinquanta intellettuali di ispirazione eterogenea e di varia competenza, tra costituzionalisti, sociologi, filosofi, storici, urbanisti, politologi, giuristi ed economisti, anche operatori sociali ed esponenti dei movimenti. Ne è scaturita un´agenda a più voci, non sempre omogenea nell´intonazione, ma attraversata da un comune sentimento di rabbia per quel che poteva essere e non è stato, e insieme da passione civile per quel che ancora si può fare. Un cahier de doléances, da un lato, che ripercorre le occasioni mancate della sinistra italiana; dall´altra, una sorta di manifesto sui grandi temi della contemporaneità, che richiedono oggi più che mai una voce limpida e ferma. «Un nuovo patto di civiltà», lo definiscono in casa editrice, «al quale dedicarsi con cura e dedizione». Un libro che - aggiungono in via Andegari - un marchio storico come la Feltrinelli non poteva non fare.
Da «Autonomia delle persone» a «Legalità», da «Città» a «Ideologia», da «Diritti umani» a «Famiglia», da «Coscienza di classe, coscienza di luogo» a «Immigrazione», sono oltre cinquanta i lemmi che compongono questo nuovo dizionario politico-culturale d´una sinistra declinata nelle diverse anime, liberaldemocratica, socialista e cattolica. Una sorta di alfabeto civile - composto tra gli altri da Chiara Saraceno, Stefano Rodotà, Giorgio Bocca, Rossana Rossanda, Giorgio Ruffolo, Guido Rossi, Chiara Valentini, Tomàs Maldonado, Ilvo Diamanti, Luciano Gallino, Gad Lerner, Tito Boeri, Adriano Sofri, Gianfranco Pasquino, Luciano Canfora - che pur incompleto può però servire da bussola in un´Italia segnata da degrado istituzionale e morale, disgregazione sociale, scarsa memoria storica. Amnesia che ha contagiato pericolosamente anche la gauche.
Nella discontinuità delle voci, c´è una trama comune che le attraversa. Quel che si rimprovera al Partito Democratico è il taglio reciso con i propri legami ideali, la liquidazione brusca d´una storia intellettuale che annovera a sinistra molti padri nobili, l´assenza d´una elaborazione culturale che ne definisca il percorso e la base sociale. Ne è scaturito un «indistinto, incolore, incolto», denuncia Pasquino, privo di una cultura politica precisa, nonostante la promessa d´una felice sintesi delle migliori culture riformiste del paese. Insieme all´ideologia come visione fideistica della storia, incalza Nadia Urbinati, è stata buttata via anche l´ideologia quale politica delle idee, necessaria in ogni democrazia. Quel corpus di valori - così sintetizza Marc Lazar - solo attraverso il quale passa l´identità, e la capacità di mobilitare.
In questa furia autolesionistica, sembra quasi fatale la subalternità agli slogan populisti della destra. Un cedimento denunciato dagli studiosi in terreni diversi, dalla sicurezza ai flussi migratori, dalla famiglia alla fecondazione artificiale, dalla teoria della città alla giustizia, fino all´uso pubblico della storia. Quel che la sinistra ha regalato in questi anni alla destra - scrive Aldo Bonomi - è il potentissimo mito culturale del popolo. «È venuto meno quell´elemento che garantiva la connessione con il paese profondo e la sua cultura, la capacità di esprimere e reinventare il popolare, o nelle parole di Gramsci il nazionalpopolare come mastice tra nazione culturale e nazione politica, tra territorio e Stato, tra comunità e rappresentanza». Per rimettere insieme i cocci della "nuova sinistra" occorrerà ripartire da qui, dalla conoscenza del territorio - "coscienza di luogo", la definisce il sociologo - legata alle travolgenti trasformazioni del capitalismo globale. Proposte, idee, tentativi di definire una sinistra moderna. Soprattutto, la volontà di riscrivere quella vignetta di Altan dove all´omino col basco che rivendica "Ma io sono di sinistra!" replica accigliato l'amico: "Piantala, che ci stanno guardando tutti".
Salvatore Veca
Autonomia delle persone
Non possiamo accettare che il destino delle persone sia dominato e plasmato da circostanze sociali, economiche, culturali, istituzionali che giacciono al di fuori della loro scelta e responsabilità. Destini castali non s´addicono a una forma di vita democratica. E ciò dipende da ragioni di giustizia, non dal corteo delle motivazioni alla eventuale compassione per destini personali sfortunati. La politica deve mirare con i suoi provvedimenti e le sue scelte pubbliche a ridurre, quando non ad azzerare, gli effetti pervasivi che sui piani di vita delle persone esercita la lotteria naturale e sociale. In agenda devono avere priorità i provvedimenti che generino uguaglianza delle opportunità. La politica della sinistra non può accettare come suo job full time quello di generare paura della diversità a mezzo di paura. Le politiche della paura contraddicono alla radice il principio base dell´autonomia delle persone.
Antonio Cassese
Diritti umani Buoni propositi poche riforme
In Italia esistono tre problemi gravi: la lunghezza eccessiva dei processi, il sovraffollamento carcerario e il problema degli immigrati. Tutti e tre problemi sono strutturali, nel senso che una soluzione soddisfacente si può raggiungere solo se si mette mano a misure di fondo. Altri problemi esistono, come la scarsa volontà di far luce su circostanze gravi. Emblematico sotto questo profilo il comportamento delle autorità in relazione alle indagini della procura di Milano sul sequestro di Abu Omar. Prima di sottolineare le non poche manchevolezze della sinistra italiana in materia dei diritti umani, è bene tuttavia ricordare che dobbiamo soprattutto alla cultura politica ispirata dalla sinistra se in Italia esiste una forte sensibilità per la condizione delle persone meno fortunate. Malgrado i grandi meriti, la sinistra non è mai passata dai propositi e dai concetti all´attuazione di riforme strutturali.
Nadia Urbinati
Ideologia Il valore dei simboli
Ideologia è una voce pressoché assente dal vocabolario politico della sinistra. Eppure ideologia non è solo fideismo, non s´esaurisce nel sistema dottrinario che si è liquefatto con la fine della guerra fredda. Non è per nulla tramontato il bisogno di visioni del mondo proprio perché le esperienze, le frustrazioni e le speranze che ci portiamo dietro quando andiamo a votare hanno bisogno di essere legate in un discorso compiuto che ci consenta di trascendere la nostra esperienza personale per riconoscerci come parte di un progetto pubblico più vasto. Un popolo di elettori dissociati non è di per sé capace di iniziativa politica; al massimo è capace di consenso passivo. I cittadini democratici hanno bisogno di punti di riferimento ideali e simbolici. È semplicemente insensato pensare che la democrazia possa esistere senza una politica delle credenze o delle idee.
Gustavo Zagrebelsky
Legame sociale calante costrizione crescente
Una domanda classica della sociologia politica è: cosa tiene insieme la società? Oggi ci si chiede se di società, cioè di relazioni primarie spontanee, si possa ancora parlare. In effetti, poiché convivere pur bisogna, vale una relazione inversa: a legame sociale calante, costrizione crescente. Non è forse questa la nostra china istituzionale? Una china su cui troviamo da un lato indifferenza per l´universalità dei diritti, per la dialettica parlamentare, per l´indipendenza della funzione giudiziaria: indifferenza, in breve, per ciò che qualifica come "liberale" una democrazia; sostegno dall´altro alla personalizzazione del potere, all´antiparlamentarismo, al decidere per il decidere: in breve, a ciò che qualifica invece come "autoritaria" la democrazia. Si difende la Costituzione con politiche rivolte a promuovere solidarietà e sicurezza, legalità e trasparenza: in una parola, legame sociale.
Scomodo Antonio Cederna lo era sicuramente. Ma il titolo, appunto “Un italiano scomodo – Attualità e necessità di Antonio Cederna” (Bononia University Press 2007), non è il solo pregio del libro appena uscito, a dieci anni dalla sua morte. E benché, insieme a una significativa raccolta di suoi articoli, il volume contenga ricordi e giudizi firmati da colleghi e amici (a cominciare dalle due bravissime curatrici, Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala) non somiglia in alcun modo a un convenzionale tributo commemorativo. Ha invece la forza di una civile quanto adirata battaglia, che è in qualche modo il seguito di quella senza sosta né rispetti combattuta lungo tutta la vita da “Tonino”: denunciando, accusando, stigmatizzando, ma anche proponendo, insegnando, indicando le soluzioni più intelligenti per la difesa di un paese come il nostro, per natura arte e storia dal mondo intero riconosciuto di straordinaria bellezza e importanza culturale.
Basta qualche titolo dei suoi scritti, a dire che sempre si tratta di fatti, materie, dibattiti, ancora oggi, anzi più che mai, attuali e brucianti. “I gangsters dell’Appia”: poteva Cederna sospettare il livello di degrado cui la celebre e da lui amatissima via sarebbe giunta?. “Difendo La Regina contro il sacco di Roma”: come chiamerebbe ciò che in fatto di edilizia e di urbanistica sta accadendo oggi nella capitale?. “La rinascita di Venezia”: chissà come parlerebbe della Venezia dei nostri giorni, intasata e stravolta dal turismo di massa? e il Mose, saprebbe certo gratificarlo di una delle sue fantasiose quanto corrosive definizioni. “Comacchio: le mani sulle valli“: forse oggi, a vedere jl Po ridotto a un rigagnolo che addirittura rischia di scomparire, come accade a tutti i più grandi fiumi del mondo, parlerebbe anche di “mani sul Pianeta”?. “Coscienza urbanistica,” suggeriva; “Unica soluzione la pianificazione,” incitava; “Conservatore moderno”, definiva il corretto operatore urbanistico in una realtà culturale e storica così particolare come la nostra, che appunto di conservazione soprattutto avrebbe necessità, coniugata però con l’equilibrio che non ignora le esigenze di una società in trasformazione.
Oggi sono appunto quelli che – amici, allievi, collaboratori, estimatori – hanno combattuto con lui e che in suo nome continuano a combattere, a prendere la parola in questo libro-ricordo. Vezio De Lucia, Italo Insolera, Edoardo Salzano, Adriano La Regina, Pier Luigi Cervellati, Francesco Erbani, Vittorio Emiliani, per citare solo qualche nome, illustrano e vituperano quanto è accaduto in questi “dieci anni senza Antonio Cederna”. Anni di brutale speculazione edilizia, di centri storici soffocati dall’incombere del “moderno”, di totale assenza di progettualità urbanistica appena sensata, periferie in dilatazione inarrestabile, dissennato consumo di territorio, cementificazione da nessuno seriamente combattuta, tra rapacità imprenditoriale, distrazione – a dir poco – dell’autorità preposta alla materia, condoni a pioggia e generale affannata quanto incontrastata rincorsa della “crescita”, in che modo conseguito non importa.
Ma accanto alla denuncia delle malefatte dell’Italia contro se stessa, c’è anche nel libro (ed è un altro dei suoi pregi) il personaggio Cederna. Il coraggio dell’archeologo che si fa giornalista (con Il Mondo, Il Corriere della Sera, La Repubblica), che collabora strettamente con “Italia Nostra” e ne sostiene le tante coraggiose iniziative (come racconta Desideria Pasolini dall’Onda, a lungo bravissima presidente dell’associazione), che accetta anche di entrare nelle istituzioni e vivere una breve stagione parlamentare, “per attaccare da dentro”, come diceva, sempre inseguendo il ruolo più utile alla sua crociata. E insieme anche l’umoralità, la brusca resistenza ai salotti inutili, il fermo “no” a lungo opposto all’invito a collaborare al Corriere, che solo Giulia Maria Mozzoni Crespi riuscì a smontare, come lei stessa ricorda.
Il libro è già stato presentato pubblicamente in diverse città. Sempre di fronte ad affollate platee, con dibattito assai partecipato, e non soltanto di “addetti ai lavori”. L’interesse per la difesa del “bel paese” esiste insomma. Nel suscitarlo Antonio Cederna ha avuto sicuramente un ruolo di primo piano. A tenerlo vivo certo contribuiscono anche libri come questo.
Geografo fra gli storici, storico fra i geografi, si diceva di Lucio Gambi, lo studioso ravennate che ha rivoluzionato la disciplina geografica in Italia, togliendole lo strato di polvere che l’appiattiva a scolastico inventario di monti, fiumi, confini e capitali. Le innovazioni di Gambi, scomparso due anni fa, sono raccontate in due volumi. Il primo è pubblicato dall’Istituto per i beni culturali dell’Emilia Romagna, a cura di Maria Pia Guermandi e Giuseppina Tonet, e raccoglie scritti di Gambi (La cognizione del paesaggio, Bononia University Press, pagg. 341, euro 23), oltre agli interventi di Ezio Raimondi, Franco Farinelli, Marina Foschi e Sergio Venturi. Il secondo è un numero quasi monografico della rivista del Mulino Quaderni storici, a cura di Massimo Quaini e con saggi di Giuseppe Dematteis, Claudio Greppi, Arturo Lanzani, Floriana Galluccio, Maria Luisa Sturani, Giorgio Mangani, Roberta Cevasco e Vittorio Tigrino (pagg. 319, euro 30).
In entrambi i volumi domina il tema della svolta impressa da Gambi, che ha ribaltato le impostazioni prevalenti fino almeno agli anni Settanta, quando chi faceva geografia di fatto descriveva e misurava oggetti fermi nel tempo, dati una volta per sempre. Questioni di geografia risale a un periodo ancora precedente, alla metà degli anni Sessanta, e già interrogava la cittadella dei geografi sulla difficoltà di procedere come si era sempre fatto. Ma il saggio che impone a un pubblico più vasto il modo di procedere di Gambi è I valori storici dei quadri ambientali, che nel 1972 apre il primo volume della Storia d’Italia Einaudi. Un geografo fra gli storici, appunto. E non in una posizione marginale, ma quasi a dettare un metodo di indagine in uno dei luoghi di massimo rilievo della storiografia italiana, un metodo fondato sull’intreccio dei linguaggi, dei codici scientifici, sul fascinoso incastro fra l’asse diacronico della storia e quello sincronico della geografia, un incastro che produce pagine di distesa e bellissima narrazione.
Pescando a campione, ecco la descrizione delle modifiche introdotte nei paesaggi italiani dalla combinazione di eventi climatici, di morfologia del terreno e dalla scelta da parte degli uomini di quali colture piantare. Gambi spiega sulla base di questi tre fattori, per esempio, l’incremento degli oliveti in Toscana nei primi secoli del Medioevo, una coltivazione che non si riscontra prima di allora. Ma storia e geografia si incrociano anche nell’analisi sulla deforestazione di vaste zone della penisola avvenuta negli ultimi cinque o sei secoli. O nell’indagine di un altro fenomeno impetuoso che dal Settecento in poi ha investito la pianura padana nella sua parte veneta e friulana, emiliana e romagnola: l’estensione delle colture cereali, che spinge Gambi a coniare la felice espressione di "steppa a cereali", una steppa creata eliminando la foresta a latifoglie e riducendo le superfici di pantano, un’operazione che a sua volta «non può non aver influenzato il clima in termini più continentali». E storia e geografia ricorrono nello studio dedicato a La casa dei contadini, dove l’uso delle fonti ricorda Emilio Sereni, e dove quei prodotti di umile edilizia sono concepiti come un bene culturale bisognoso di tutela.
La scrittura di Gambi è curata, vagamente e ironicamente antiquata, fluida e nitida, come a voler movimentare, insieme agli argomenti, le acque di una scienza che si limitava alla cartografia e alla sua interpretazione. Sia Raimondi che Farinelli, nel volume a cura di Guermandi e Tonet, sottolineano il peso avuto da Gambi nel ribaltare lo statuto della disciplina. Per esempio, come sottolinea Raimondi (che ora dirige l’Istituto per i beni culturali alla cui fondazione contribuì Gambi, restandone direttore per un anno), nella concezione del paesaggio, non più elemento originario, tutto naturale e visto come sfondo dell’agire umano, bensì «entità condivisa tra natura e cultura, il risultato di un’operazione che chiedeva, anche da parte dell’analista, strumenti altrettanto adeguati». Per Raimondi sono poi fondamentali i richiami di Gambi agli illuministi (Beccaria, Verri, Filangieri e Genovesi) e a Carlo Cattaneo. E, a proposito di riferimenti politico-culturali, Farinelli ricorda come la rivoluzione disciplinare coincida in Gambi con i suoi atteggiamenti antiaccademici, con la sua sensibilità nei confronti delle migliori istanze studentesche nel ‘68, sfociata nella fondazione di "Geografia democratica", e come questa attitudine fosse il naturale prosieguo della militanza nelle file di Giustizia e Libertà durante la lotta di Liberazione.
Nell’introduzione al numero di Quaderni storici, Massimo Quaini segnala quanto le innovazioni avviate da Gambi siano contemporanee a quelle introdotte in altre discipline, ne condividano spesso la radicalità, e come, tornando alla lezione di Cattaneo, il geografo ravennate tenda a costruire la scienza non a partire dagli statuti disciplinari, quanto dai problemi. Anzi, scrive Gambi (citato da Quaini), la scienza «consiste solo in problemi: e l’unica ragione del lavoro culturale sono i problemi che investono di volta in volta diverse aree di scienza, poiché la scienza, per Cattaneo, è utilità sociale e non ha valore quando seziona o divide i problemi in tronchi, con diverse designazioni».