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Nuova Società

Tra i compagni con cui ho avuto modo di lavorare nel mio lungo percorso di impegno politico a livello istituzionale, Raffaele Radicioni occupa un posto particolare dovuto a due precisi fattori: la specificità dei complessi problemi che assieme abbiamo dovuto affrontare ed il suo carattere mite, saldamente impiantato però sulla coerenza ed il rigore del suo pensiero politico e intellettuale. Anche nei momenti più accesi di maggiore tensione del dibattito nella sala Rossa di Palazzo Civico, Raffo (come lo chiamavano gli amici) non ha mai alzato il tono della voce, rispondeva con pacatezza, punto su punto, anche alle accuse più grossolane che gli venivano rivolte, ad esempio, di voler ostacolare lo sviluppo della città, di essere un antiquato conservatore, contro la modernità e la crescita urbana e quindi anche economica.

Ci fu il caso di due consiglieri del Pci irretiti dalle sirene craxiane, molto di moda in quegli anni, che fecero il salto della quaglia, motivandolo perché contrari alla politica urbanistica dell’Assessore Radicioni che ledeva gli interessi della città. Con tono, si potrebbe dire evangelico, nella riunione del gruppo comunista che precedette l’infuocata seduta del Consiglio con all’ordine del giorno il caso, invitò tutti noi alla calma, quasi scusando i due voltagabbana «perché - disse - non sanno quello che stanno facendo, non sono in grado di capire». Non era altezzosità la sua, era una semplice, implicita critica rivolta al suo partito per il non sufficiente impegno culturale nella battaglia delle idee, tra la gente, per spiegare che il diritto alla casa, ad esempio, non significava costruire, costruire, senza regole, anonimi caseggiati alla periferia, privi di servizi in molti casi, come accade negli anni ’50, ’60, addirittura senza la urbanizzazione primaria: strade, fognature, illuminazione pubblica.

Così la modernità di una città per Radicioni non era decretata dal numero di grattacieli. Anche se il problema si pose con l’opera di una star dell’architettura, di un amico, un maestro sicuramente progressista collocato a sinistra, come Renzo Piano, progettista della sede dell’Istituto Bancario San Paolo, per soddisfare l’ambizione, per non dire il capriccio, dell’allora presidente dell’Istituto che ha voluto lasciare un ricordo di sé medesimo, nella città. Noi (uso il plurale perché anch’io venni così considerato) siamo stati definiti, scherzosamente, ma con un lieve senso di irrisione, “urbamistici”, o “urbamastici”. Torino è stata la culla di questa nuova disciplina, grazie al Movimento di Comunità fondato da Adriano Olivetti. Per essermi iscritto ad un corso tenuto dal prof. Giovanni Astengo, presso la sede di Comunità del mio quartiere, fui criticato poiché avevo ceduto al paternalismo del grande capitalista di Ivrea, dimenticando la lotta di classe. Il settarismo non è mai morto.

Infine voglio menzionare in questo ricordo sicuramente non esaustivo, la coerenza di Raffo contro il dissennato consumo dei suoli, contemporaneamente alla mercificazione, con la compra-vendita, delle cubature. I fautori di questo mercato (compresi molti parroci guidati da un uomo della Curia che hanno venduto la cubatura delle loro chiese ai proprietari delle case confinanti affinché potessero sopraelevare gli edifici esistenti) lo hanno giustificato definendolo in sede politica «urbanistica contrattata», in modo scriteriato sono giunti a fare cassa, per finanziare addirittura la spesa corrente, cioè, la parte ordinaria del bilancio.

Caro Raffo, nel rivolgerti l’ultimo saluto, credo di poter dire a nome di tutti coloro che, non retoricamente amano Torino, che la città ti è debitrice di riconoscenza. Tu hai rappresentato concretamente il vero schieramento progressista e riformatore poiché hai operato per un reale cambiamento ponendo quale base, quale comun denominatore, il valore dell’uomo. La sfida, tuttora aperta, è tra la cultura della “prossimità” e la cultura del “rambismo” che ha al centro esclusivamente il profitto e quindi i consumi. È necessario, come tu ci hai insegnato, riproporre questo confronto senza imbrogli e senza ipocrisie, senza temere l’accusa di non essere moderni: avere la capacità, la volontà, l’intelligenza di misurarsi con i reali valori della modernità significa affrontare le grandi contraddizioni presenti nella società contemporanea, per garantire un futuro a questa “macchina” meravigliosa che è la città dell’uomo.

Per ricordare all’indomani della sua scomparsa le posizionidi Raffaele Radicioni e la forza dei suoi argomenti riprendiamo il raccontodella polemica che si aprì all’interno del Pci e sulla sua stampa negli anni incui Raffo diede il meglio di sé.

Il nuovo tema che si affacciavanei dibattiti sull’urbanistica era quello della “urbanistica contrattata”. Ilprimo episodio rilevante fu una polemica sull’Unità, nell’estate del 1982,tra due assessori, entrambi comunisti, entrambi eletti in due grandi città:Maurizio Mottini, a Milano e Raffaele Radicioni, a Torino.

Mottini partiva dallaconsiderazione che «era emersa negli anni più recenti una critica diffusa,talvolta una insofferenza, nei confronti del concetto stesso di pianocome strumento del potere pubblico per affrontare e risolvere problemi diinteresse generale»; osservava correttamente come questo atteggiamento criticofosse un sintomo della più generale tendenza «al riflusso nel ‘privato’, allariscoperta dei valori e dei problemi dell'individuo», e come fosse collegato alfatto che «sul versante politico e ideologico siassiste al rilancio di un neoliberismo, che non di rado si tinge deicolori di una volontà di rivincita dei valori della conservazione o megliodella restaurazione» [M. Mottini, Urbanista, cambia piano, in «l'Unità», 18 agosto 1982].

Indubbiamente, le primeavvisaglie dei tentativi di “liberare” le decisioni sul territorio dai vincolidi regole dettate dall’interesse comune avevano radici nel più vasto processodi riflusso verso l’individualismo e il privatismo, nelle nuove ideologie chesi affermavano e nella ripresa di potere degli interessi economici di nuovodominanti. Mottini individuava però anche a sinistra segnali che andavano nellastessa direzione: è significativo, afferma, che «nell'ambito stesso dellacultura di sinistra il tema delle libertà individuali, come presupposto di unasocietà dinamica, venga additato come via d'uscita ai fenomeni di sclerosidelle forme realizzate partendo da una lettura consolidata e ortodossa dellalezione marxista».

Da queste premesse Mottinipartiva per esprimere una critica all’urbanistica: «Il piano urbanistico, comenormativa che regola il comportamento dei soggetti che decidono, ha prodottotroppo spesso disegni mai realizzati o realizzati in piccola parte»; «ciò che èin crisi - aggiungeva - non è il concetto di piano urbanistico, ma il concettodi gestione pubblica del piano urbanistico». La ricetta che proponeva è disostituire la gestione pubblica col governo pubblico, dovegovernare significa «utilizzare i meccanismi di mercato, indirizzandoli con unaserie di incentivi e disincentivi alla soluzione dei problemi di interessegenerale. Alla politica del vincolo occorre sostituire la politica dell'usopubblico dell'interesse privato».[ibidem]

Pianificazione territoriale eprogrammazione concertata tra pubblico e privato divengono momenti di un solodiscorso, «non più un prius definito eimmobile cui seguirà una sia pur complessa gestione di attuazione». In altreparole, il piano non è autonomo rispetto agli interessi economici, non delineaa priori le scelte necessarie per risolvere i problemi dal punto di vistadell’interesse collettivo, ma è un insieme di scelte che si concertano(contrattano) con gli interessi economici. Stupisce nel ragionamento diMottini il fatto che trascuri completamente di domandarsi quali siano gliinteressi economici con i quali il pubblico dovrebbe “contrattare” il destinodella città. Sembra ignorare che questi interessi non siano quelli legati alsalario e al profitto, al lavoro e all’impresa, all’attività economica voltaalla produzione di ricchezza da immettere sul mercato, ma semplicemente quelli,parassitari da ogni punto di vista, della rendita immobiliare.

Il contrasto all’appropriazioneprivata della rendita immobiliare è invece al centro dell’intervento criticodell’altro assessore all’urbanistica, Raffaele Radicioni.[R. Radicioni, Anche per l'urbanista il '68 è lontano, «l'Unità», 3 set. 1982.] Dopoun’ampia illustrazione dei difetti costituzionali rilevati nella legislazioneurbanistica e dei tentativi fallimentari dei parlamenti di sanarlicompiutamente (dalle sentenze costituzionali del 1968 alla proposta governativadi riconoscere pienamente la rendita immobiliare a valori di mercato),afferma che riconoscere, in caso d’esproprio o di vincolo, il valore di mercatodei suoli significherebbe optare «definitivamente a favore del potere diedificare congiunto inscindibilmente con il diritto di proprietà e per questavia [riconsegnare] alla proprietà privata, attraverso una leva economicairrefrenabile (il valore dei suoli), il potere e il diritto di decidere come,quanto, in che modo, trasformare la città». «Ma ciò che più preoccupa -prosegue l’assessore torinese - è constatare la distrazione con la quale negliultimi anni questa vicenda viene seguita dalle forze riformatrici, fra cuideterminante è il ruolo esercitato dal nostro partito». L’argomento «non èstato oggetto di agitazione e scarsi sforzi sono stati compiuti per suscitaresia il confronto politico che l'approfondimento culturale, assolutamentenecessari nel momento in cui leggi troppo sommarie o affrettate rivelano di nonreggere al vaglio della Corte Costituzionale».

«Per altro non passa occasione che nel nostro partito autorevoli e valenti compagni ci ricordino giustamente come ritardi e sconfitte, registrati dal movimento riformatore sui temi della casa, del governo della città sarebbero imputabili in ampia misura ad una frattura manifestatasi in alcuni periodi fra idee di riforme illuministe, patrimonio di intellettuali, ed esigenze, aspirazioni, di larghe masse popolari. Bene, io mi domando se dalla vicenda che ho richiamato si debba concludere che il tema del controllo sulla acquisizione della rendita (che penso costituisca uno degli strumenti principali del governo della città, se non il principale) sia da considerare ideologico o comunque fuori dalle possibilità di unità fra esigenze popolari per la casa, per la città, per l'equilibrio del territorio e gli orientamenti, le denunce, le esperienze di intellettuali ed amministratori».

«C’è una sola strada per usciredalla crisi della città, conclude Radicioni, «rilanciare nel Paese, fra lemasse popolari, nei luoghi di cultura, negli enti locali e ovviamente inparlamento una convinta battaglia con al centro il nodo della acquisizione allacollettività della rendita, come strumento fondamentale per il governo dellecittà». Ma le orecchie del Pci erano aperte ad altre musiche. Lo comprendemmomolto presto».
Da: Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia cheho vissuto, Corte del Fòntego editore, Venezia 2010, pp.116-117


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