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«"Com’era e dov’era" aveva promesso Renzi, ma il comune distrutto del terremoto non rinascerà più». il manifesto, 1° settembre 2017 (p.d.)

Pescara del Tronto non rinascerà più, il puntino che la rappresentava sulle mappe geografiche sarà spostato di qualche centinaio di metri almeno: dal costone di pietra a ovest di Arquata alle sponde del fiume Tronto, o forse ancora più in là. Quarantanove vittime nella notte del 24 agosto 2016, divenuto cumulo di macerie nel giro di pochi secondi, il borghetto di pietra è il primo paese ufficialmente cancellato dal terremoto.

La decisione è stata comunicata nella mattinata di ieri al sindaco Aleandro Petrucci e ai cittadini dell’associazione «Pescara del Tronto 24-08-216 Onlus» dal commissario Vasco Errani e dai tecnici del Cnr: la collinetta dove erano arroccate le case praticamente non esiste più e quello che per mesi è stato un sospetto, adesso è ufficialmente una realtà. Cambiano le cartine e la famosa ricostruzione «com’era e dov’era» promessa dall’ex premier Matteo Renzi non avverrà mai, perché Pescara è destinata a essere soltanto il primo caso di una lunga serie: quando verranno ultimate le microzonazioni sismiche, molti altri borghi verrano destinati esclusivamente alla demolizioni e allo spostamento in una zona più sicura.

Il terremoto ridisegna così la geografia politica dell’Appennino: tutte le decisioni in questo senso verranno prese entro febbraio, quando finirà lo stato d’emergenze e si comincerà a discutere sul serio di una ricostruzione che riguarderà 140 comuni più relative frazioni. «Sapevamo già che Pescara non sarebbe stata ricostruita lì dov’era prima – spiega il sindaco Petrucci -. Certo, abbiamo sperato fino all’ultimo che qualcosa potesse cambiare, ma i tecnici hanno confermato che non è possibile rifare tutto dov’era».
Pescara è stato il paesino più colpito dopo Amatrice: le case di tufo e arenaria sono state letteralmente schiacciate dai tetti in cemento armato: di quasi 200 abitanti, in 49 non ce l’hanno fatta a sopravvivere alla scossa di terremoto. Molti sono rimasti sotto le macerie per ore prima di venire estratti dai soccorritori, altri sono riusciti a fuggire in tempo e a veder crollare tutto. Adesso, a passare nei pressi di Pescara non si vede più nulla, solo macerie: un paese demolito nella notte del primo terremoto e poi polverizzato dalle scosse di ottobre e gennaio. Impossibile farlo tornare a vivere, e le poche decine di persone che lo scorso luglio hanno ricevuto le chiavi delle casette provvisorie possono solo guardare dalla strada il niente che è rimasto e che non tornerà mai più com’era fino a un anno fa.
L’alternativa ancora non è pronta, ma tutto lascia presupporre che le nuove case verranno costruite a valle, lungo la Salaria e nei pressi. «Abbiamo preso con i tecnici l’impegno di rivederci nel giro di un mese per prendere la decisione definitiva – conclude Petrucci -, vorrei prima sentire i cittadini per capire cosa vogliono, ma ancora non sappiamo quali sono le idee del Cnr e dello stesso Errani». Il commissario, comunque, non sarà della partita, visto che il suo mandato scadrà il 9 settembre e ancora non è chiaro quali siano le idee del governo sul futuro della sua carica, se esisterà ancora o se le sue competenze verranno affidate alla protezione civile e alle Regioni. Così scompare Pescara del Tronto: i tecnici sostengono che il rischio frane lì sia ancora molto elevato e che sarebbe comunque impossibile mettere in sicurezza il costone di roccia. È un discorso difficile da fare: Amatrice, Accumoli, Arquata e tutti i borghi che circondano questi tre comuni sono adagiati esattamente sopra una faglia sismica e questo ovviamente complica moltissimo tutto quanto.
È tutto da valutare anche il discorso relativo ai beni artistici e culturali di Pescara: la chiesa di Santa Croce, edificata nel quarto secolo dopo Cristo, è letteralmente implosa a causa del sisma, mentre è stato recuperato miracolosamente illeso il crocifisso del tredicesimo secolo che stava dietro all’altare. Resterà, e questa è una certezza, il cimitero: qui i danni causati dal sisma non sono stati devastanti, e la nuova cappellina del camposanto è stata la prima opera completata all’interno del cratere del terremoto.

«Sono bruciati 30mila ettari, il 5% del manto boschivo, mentre il cemento si è mangiato il 26% della superficie agricola. Il Sud in testa al disastro ambientale». il manifesto, 29 agosto 2017 (p.d.)

Il cemento, pervasivo ed abusivo, non è il solo nemico del paesaggio italiano e, in particolare, di quello del Mezzogiorno. Negli ultimi mesi ha infuriato in tutta Italia, e continua ad infuriare soprattutto nel meridione, il fuoco devastatore degli incendi, tutti dolosi.
Secondo l’elaborazione di Legambiente, condotta sulla banca dati del progetto Copernicus della Ue, le regioni italiane più colpite, al 26 luglio 2017, sono la Sicilia con 25.071 ettari distrutti dal fuoco, la Calabria con 19.224 ettari e ancora la Campania (13.037), il Lazio (4.859), la Sardegna (3.512), la Puglia (3.049). Dal 26 luglio ad oggi la situazione è molto peggiorata soprattutto in Calabria nella quale, nel periodo che va dal 1 giugno al 25 agosto 2017, gli incendi sono stati 7372 (fonte Protezione civile Calabria) con una superficie percorsa dal fuoco che si ipotizza, non abbiamo ancora dati definitivi, sia superiore ai 30.000 ettari, il 2% dell’intero territorio regionale, il 5% del suo manto boschivo.
Una catastrofe di dimensioni bibliche, se si tiene conto, per esempio, che nel solo incendio di Longobucco, in provincia di Cosenza, sono andati in cenere più di 8.000 ettari di bosco (stime Protezione civile regione Calabria). Un’apocalisse di fuoco che ha incenerito, in tre mesi, i boschi, le pendici delle montagne precipiti sul mare, le valli e le pianure coltivate, il terzo paesaggio delle sterminate periferie urbane, ha bruciato anche la maestosa “magna Sila” di Virgilio senza che nessuno riesca a porvi rimedio.

La Calabria, già nel 2016, era stata la regione più colpita da questo crimine con 4391 incendi; nel 2017, con 7372 incendi fino ad oggi, sarà di nuovo, purtroppo, al primo posto. Una devastazione che si aggiunge a quella perpetrata per mezzo del cemento che (dati Istat) ha consumato il 26 % della superficie agricola della regione dal 1990 al 2005. La Calabria è, purtroppo, anche la regione italiana che (dati Istat) presenta il maggior numero di abitazioni rispetto al numero di abitanti: 1.243.643 alloggi, di cui 482.736 vuoti, per poco meno di 2 milioni di abitanti. Solo a Cosenza i vani vuoti sono 165.398 e la sua provincia è la seconda in Italia per numero, 15.188, di immobili degradati.

Gli incendi colpiscono ogni anno non solo le stesse regioni, quelle meridionali, ma addirittura le stesse province. Nel 2017, secondo Legambiente, con un’azione preventiva in sole 10 province (Cosenza, Salerno, Trapani, Reggio Calabria, Messina, Siracusa, Latina, Napoli, Palermo, Caserta) si sarebbero potuti salvare quasi 50.000 ettari, il 64% circa del totale bruciato. La regione Calabria, che ha il 40,6% della sua superficie regionale coperto da 613.000 ettari di boschi e foreste, ha approvato solo il 12 giugno 2017 il Piano Aib (antincendi boschivi) 2017 e solo il a luglio ha sottoscritto l’apposita convenzione con il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Al 26 luglio, secondo Legambiente, non aveva ancora indicato il numero degli operatori impegnati nella lotta attiva agli incendi boschivi, pur avendo a disposizione gli 8.076 dipendenti dell’Azienda regionale Calabria Verde che gestisce più di 6.000 operai forestali.

Tutte le regioni meridionali sono in ritardo nell’attuazione della legge 353 del 2000, ma la Calabria si distingue per immobilismo al punto che non si è riusciti, nemmeno, a far tornare dalle loro super-ferie i consiglieri regionali per una riunione urgente del Consiglio, mentre la Regione affitta, a caro prezzo, mezzi aerei che non possono fermare, da soli, gli incendi per insufficienza del numero di uomini e di squadre a terra. Non c’è bisogno di ricordare, forse, che a bruciare il Mezzogiorno e la Calabria sono, soprattutto, le mafie che usano il fuoco per aggiudicarsi appalti per manutenzione e per rimboschimenti, per assunzioni clientelari di personale forestale, per aumentare le superfici di pascolo o di edificabilità dei territori, per ritorsioni e come strumento di ricatto, forse anche per favorire la costruzione di centrali a biomasse.

Il paesaggio sta per essere cancellato dalla mano dell’uomo compromettendo, per sempre, la stabilità degli spazi geografici e dei paesaggi che garantisce alle società un senso di perpetuità in grado di conservare la memoria individuale e quella collettiva, l’identità. La sfida politica per le forze di sinistra è quella di porre al centro del loro programma un gigantesco e capillare piano di risanamento dei territori, dei mari, dei boschi, dei fiumi e delle coste che impegni, da subito, alcune decine di migliaia di giovani. Si potrebbe iniziare, per esempio, dall’area dell’ex Liquichimica di Saline Joniche, in provincia di Reggio Calabria.

«Mancano i soldi per garantire servizi essenziali su strade e scuole, mentre è esploso il numero di consorzi, autorità, ambiti territoriali». Come volevasi dimostrare. Il furbacchione di Rignano ha rottamato l'Italia, non D'Alema. la Repubblica, 16 luglio 2017

Una riforma rimasta a metà e impantanata nelle sabbie mobili dopo l’esito del referendum costituzionale. La legge Delrio che doveva semplificare il Paese, riducendo gli organismi intermedi tra Regioni e Comuni e ridisegnando le ex Province, si sta trasformando in un boomerang. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro le Regioni a Statuto speciale invece di applicare la riforma hanno fatto di testa loro: ad esempio Sardegna e Friuli Venezia Giulia hanno sì ridotto le Province, salvo creare e tenere in vita insieme 60 Unioni comunali, mentre la Sicilia sta tornando al passato rimettendo anche i gettoni d’oro. Ma c’è di più. Nel caos adesso sono anche le regioni a statuto ordinario, che rivendicano aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali su strade e scuole. Dalla semplificazione alla complicazione.

Più di enti e più di burocrazia

In Italia oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. La Delrio prevedeva al massimo una novantina di organismi intermedi, mentre conti alla mano questi enti sono aumentati addirittura a quota 496 considerando le regioni autonome, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti. Ecco così che una riforma nata con buoni intenti ma rimasta inapplicata rischia di aumentare le spese e di andare contro qualsiasi semplificazione: «Chiediamo al governo di applicare subito la parte della legge che dava alle Province le competenze di tutti gli ambiti territoriali e delle stazioni appaltanti – dice il presidente dell’Unione province italiane, Achille Variati – e dobbiamo evitare la proliferazione degli enti come avviene nelle regioni a statuto autonomo».

Le Regioni Speciali sprecone

La bocciatura del referendum costituzionale in Sicilia è stata vista come una grande occasione per tornare al passato e rimettere in piedi le vecchie Province. Così in commissione affari istituzionali è passata una norma che reintroduce l’elezione diretta e lo stipendio per i futuri consiglieri provinciali. «Ma non potevamo fare altrimenti, se prevediamo l’elezione diretta non possiamo poi non pagare gli eletti, lo prevede la legge nazionale», dice il presidente della commissione Salvatore Cascio. Nell’Isola del tesoro dei costi della politica la legge nazionale Delrio non si applica ma per dare i gettoni ci si appella alle norme statali: costo dell’operazione, 10 milioni di euro in più all’anno se sarà votata dall’aula.

In Friuli Venezia Giulia la Delrio nemmeno l’hanno presa in considerazione e hanno colto la palla al balzo per quintuplicare gli organismi intermedi. Da un lato hanno abolito le Province, ma subito hanno istituito 18 unioni comunali: solo per i revisori contabili la spesa è di oltre 26 mila euro all’anno che, moltiplicata per 18, fa 500 mila euro all’anno. La Sardegna dieci anni fa aveva raddoppiato le Province da 4 a 8. Lo scorso anno ha applicato la riforma: le Province sono scese a cinque, con quella di Cagliari che però si è sdoppiata in Città metropolitana e Provincia Sud Sardegna. Tutto bene? Certo, se non si considera che nell’Isola vi sono ben 42 Unioni dei Comuni che ricevono ogni anno 20 milioni di euro per servizi e spese di funzionamento. «Abbiamo un territorio e una cultura molto particolari – dice l’assessore agli Enti locali, Cristiano Erriu – con la riforma abbiamo risparmiato eliminando elezioni e gettoni nelle Province».

Le Province abbandonate

Nel frattempo nel resto del Paese la riforma Delrio è stata applicata e oggi vi sono 76 Province e 10 città metropolitane che rivendicano risorse perché, nonostante abbiano trasferito il 50 per cento del personale a Regioni e Comuni, hanno ancora in gestione 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi. Nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio di risorse pari a due miliardi, ma adesso chiedono aiuto: «Abbiamo applicato la riforma ma con questi tagli come possiamo garantire la manutenzione delle strade e delle scuole?», dice Variati. Il governo Gentiloni per il 2017 ha bloccato il taglio e stanziato 350 milioni.

Ma i fondi non bastano: la Provincia di Piacenza sta vendendo gli immobili pur di fare cassa. «Il problema vero è l’applicazione definitiva della legge – ripete Variati – che prevedeva l’accorpamento nelle Province di tutte le funzioni degli ambiti territoriali e anche delle stazioni appaltanti». La riforma a metà della Delrio ha invece aumentato gli enti: oggi abbiamo le Province e centinaia di organismi intermedi che si occupano di rifiuti, acque e bonifiche. Per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti. Altro che riduzione della burocrazia e spending review.

«Da Milano a Roncadelle, un viaggio sulle tracce del disastro urbanistico che affligge la Piana». Internazionale online, 15 maggio 2017 (p.d.)

I turisti calano dal torpedone armati di teleobiettivi e macchine fotografiche. Sciamano entusiasti nell’unica navata del centro commerciale Mega di Vimercate, si radunano sotto la cupola di metacrilato, studiano le iscrizioni alle pareti: il supermercato si definisce “controcorrente”, la parrucchiera è “ParrucChiara”. Mentre ammirano l’erba sintetica del presbiterio, una cliente li interpella, lo sguardo complice di chi ha colto un segreto.

“Siete qui per qualcuno di famoso?”.
“No, signora. Siamo in gita aziendale”.
La donna rimane interdetta, gli invasori non somigliano a impiegati in vacanza, anche se adesso si concedono un caffè, come nella classica pausa da viaggio organizzato.
In realtà, vero motivo della sosta è proprio la visita a questo scatolone grigio di negozi brianzoli, definito “mega” in un tempo remoto, il 1984, quando il gigantismo padano era ancora bambino. Oggi una struttura del genere, circa 2.500 metri quadrati, impallidisce di fronte al maxiprogetto del nuovo supermercato Esselunga di Vimercate sud, con 3mila metri quadrati solo per il settore alimentare e 1.800 per gli altri prodotti.
In compenso il Mega potrebbe rivendicare un primato, quello di essere il più antico centro commerciale della Lombardia, anello di congiunzione tra i mercati coperti di quartiere e le cattedrali dello shopping da svincolo autostradale. Purtroppo non esiste una cronologia ufficiale e le notizie sulla nascita di questi fabbricati si ricavano a fatica da feste d’anniversario e procedure fallimentari. Sono architetture prive di una storia pubblica, dove “il passare del tempo si svela soltanto attraverso la novità dei prodotti”. L’Atlante dei classici padani ne censisce 1.141 tra Piemonte, Lombardia e Veneto. Gli asili nido si fermano a 1.007.
Proprio dalla capitale di questa macroregione, Milano, è partita la gita aziendale di Padania classics per visitare alcuni epicentri del disastro psicourbanistico che affligge la “Piana”. Una cinquantina di fotografi e videomaker, giornalisti e architetti, critici d’arte e appassionati ha raccolto l’invito di Filippo Minelli ed Emanuele Galesi, che da sette anni catalogano e analizzano gli elementi costitutivi del paesaggio padano. Sul pullman è stato distribuito un kit aziendale, completo di penna, taccuino e macchina fotografica usa e getta. “Questo non è un viaggio passivo”, ci hanno spronato gli organizzatori, “qua bisogna produrre!”.

Il dépliant della “Gita 2017” la definisce infatti “una ricognizione partecipativa, una conferenza paradossale e uno scambio informale di idee”. L’obiettivo è quello d’interrogarsi sull’identità della “regione divenuta Macro” e sui meccanismi che ne hanno sfruttato lo smarrimento, tra compro oro e svendo cemento, palmeti e videoslot, Lega nord e grandi opere incompiute.
All’inizio del nuovo millennio, Eugenio Turri e Mimmo Jodice hanno condotto una ricerca per certi aspetti simile, sfociata nel libro Iconemi: storia e memoria del paesaggio. I due autori raccontano e fotografano la pianura lombarda isolando i segni che la caratterizzano. Come in un appartamento ci sono angoli e oggetti che fanno di quello spazio la nostra casa, così in un territorio ci sono elementi che più di altri definiscono il paesaggio. Turri e Jodice si soffermano sulle chiaviche dei canali, le rogge, le testate dei fontanili, i filari d’alberi, le cascine a corte chiusa. Il loro intento è un’educazione dello sguardo. Se non capiamo cosa dice il paesaggio, rischiamo di considerarlo soltanto uno spazio da riempire, senza preoccuparci di ciò che cancelliamo. E di ciò che aggiungiamo.
Minelli e Galesi ci spingono invece a studiare gli sgorbi che germogliano tra le Alpi e il Po. Rotonde, centri commerciali, tralicci, capannoni, piscine fuori terra, palme fuori luogo, statue neoclassiche da giardino, totem pubblicitari, cave/discariche, reti arancioni da cantiere, svincoli a quadrifoglio, centri massaggi, sushi wok, villette-su-terrapieno, ampi parcheggi. Dopo quarant’anni di cura del cemento, non si può più dire che quegli scarabocchi non hanno senso. A prima vista, una distesa di asfalto può sembrare incomprensibile, ma se un gruppo di ragazzini comincia a usarla per andare in skateboard, ecco che acquista un significato, malgrado quello originario rimanga un mistero. Allo stesso modo, poiché gli orrori del paesaggio padano sono vissuti ogni giorno da milioni di esseri senzienti, bisogna assumersi il compito di comprenderli, a partire dagli effetti che producono su chi li attraversa.

Ben Hur e Godzilla a Burago
Il cappuccino del centro commerciale Mega ci aiuta ad assimilare questa nuova consapevolezza, prima di risalire a bordo e riprendere il viaggio. Il pullman esce da Vimercate, attraversa un confine invisibile, e già costeggia le villette a due piani di un altro comune. Siamo a Burago, il paese della famosa – e quasi omonima – fabbrica di “macchinine”, fallita con arresti una decina d’anni fa. Dall’alto del finestrino, sbircio nei giardini di case e condomini. Luoghi dove prende corpo, in scala ridotta, l’ideale di paesaggio degli abitanti. Ed ecco manifestarsi, in mezzo alle aiuole, una sproporzionata rotonda di ghiaia, per consentire alle auto di manovrare più in fretta. Ecco piante, anfore, statue e fontanelle che sembrano scarti della scenografia di un film in costume, tipo Ben Hur e Godzilla contro i pirati dei Caraibi.
Ecco la versione bifamiliare dei colossali autolavaggi che punteggiano la Piana. Ed ecco la chiesa romanica di santa Maria in Campo, a ottanta metri dal guardrail dell’A4. Classificata al 41° posto tra i “Luoghi del cuore Fai”, secondo il suo sito internet “è tornata ad essere un centro […] di affettuosa attenzione da parte delle persone che vivono nei suoi dintorni”. Infatti, la siepe squadrata che le gira intorno sembra presa in prestito dal parcheggio di un motel. Perché nella macroregione anche l’affetto per il territorio si nutre di veleni.
Non è l’indifferenza che semina immondizie, ma al contrario l’ossessione per lo spazio, il bisogno di produrre e mettere a valore, il fastidio per ciò che appare vuoto e il desiderio irrealizzabile di riempirlo tutto, tutto, tutto. Fino al punto di costruire nuovi vuoti – dai pannelli pubblicitari ai camion vela alle rotonde – per il puro gusto di poterli farcire. Così la catastrofe non è il frutto esclusivo di amministrazioni scellerate, ma si diffonde anche attraverso le scelte individuali, dall’uso dell’auto al tempo libero, dall’insegna della ditta di famiglia al colore di un cancello antieffrazione. Se si trattasse di una sola grande opera, inutile e imposta dall’alto, la si potrebbe ancora giudicare una forma di colonialismo. Sentirsi vittime di un’entità che vomita cemento e insensatezza.
Ma dal momento che “il Disastro”, come lo definiscono Minelli e Galesi, si allarga per migliaia di ettari, dal demanio ai giardini privati, ci tocca ammettere che non siamo indigeni innocenti, e domandarci in cosa consista la nostra complicità.

Zingonia, la città ideale
Il primo contributo alla conferenza itinerante arriva da Carlo Sala, autore della prefazione all’Atlante dei classici padani. Siamo a Zingonia, un paese che il dépliant della Gita definisce “esperimento urbanistico e sociale d’interesse primario”. Fu costruito nei primi anni sessanta, nella bassa bergamasca, con l’idea di integrare in un unico agglomerato zona industriale e abitazioni. L’imprenditore Renzo Zingone sognava appartamenti per 50mila operai, ma nonostante il boom economico, la sua megalomania si rivelò un annebbiamento da abbuffata domenicale. Completati gli stabilimenti, la vendita delle case non ebbe fortuna. I cantieri si fermarono, molti palazzi restarono abbandonati, i servizi non andarono oltre l’ospedale e il centro sportivo. Il tutto spalmato su un’area troppo grande, senza piano regolatore, condivisa da cinque comuni.
Oggi Zingonia ha quattromila abitanti, più della metà sono stranieri, e il suo nome compare sui giornali locali per i blitz dei carabinieri “in stile Scampia”, lo spaccio di stupefacenti e il degrado. Di sicuro, non è un posto comodo dove abitare. Sala ce lo ricorda, parlando al microfono di fianco al guidatore e chiedendo scusa per la nota seriosa, in contrasto con il clima della comitiva. Non stiamo partecipando a un giro turistico nelle pene altrui, un safari trasgressivo nello sfacelo. Scopo della gita aziendale, e dell’intero progetto Padania classics, è quello di stimolare l’analisi critica.
Per tutta risposta, al termine dell’intervento gli altoparlanti diffondono le note di Boys, brano simbolo dei terribili ottanta, stampato nella mente di molti grazie al video supercafone con Sabrina Salerno in costume da bagno bianco. “Pezzone!”, annuisce contento il primo che riconosce il riff iniziale, mentre tra i sedili rimbalzano esegesi in bilico tra sarcasmo e nostalgia. Mi guardo intorno: la gran parte dei gitanti doveva avere tra i cinque e i sedici anni quando Sabrina Salerno cominciò a furoreggiare. Le sue hit italodisco fanno parte di noi. Come scrisse Rilke, “l’unica patria dell’uomo è la sua infanzia”, ma il patriottismo non è mai una virtù. Abbiamo sorbito la feccia, non per questo dobbiamo convincerci che sapeva di cioccolato.
Marco Revelli, nel suo Non ti riconosco. Viaggio eretico nell’Italia che cambia, si interroga sul proprio spaesamento, sull’incapacità di ritrovarsi nei luoghi di una vita, restando “fisicamente senza la terra in cui affondare le radici”. Ma in tutto il torpedone, l’unico che potrebbe dire altrettanto è Marco Belpoliti, sette anni più giovane del settantenne Revelli. Tutti gli altri vivono la condizione di “nativi escremenziali”, costretti a riconoscersi nel paesaggio della Piana, nelle macerie che li hanno cullati fin da bambini, senza per questo passare dal riconoscimento alla riconoscenza. Siamo caduti nella malta da piccoli, ma non vogliamo arrenderci all’assuefazione.
A Zingonia visitiamo la parrocchia di Santa Maria madre della chiesa, in un quartiere di garage dai portoni blu e di facciate condominiali di mattoni a vista. Il sagrato è un’aiuola spartitraffico, provvista di ulivo della pace, tris di cipressi e croce terracielo in rottami di metallo. Pezzi di grondaia, ipotizza qualcuno. Il piazzale antistante ospita una rotonda e quattro lampioni brontosauro che vegliano sulla sacralità del luogo. Nell’Atlante, il tempio è ribattezzato “bunker del Signore”, perché il suo ingresso con discesa agli inferi ricorda quello di un rifugio antiatomico. Secondo gli autori, la forma dell’edificio è un chiaro riferimento all’apocalisse neuroedilizia e un invito esplicito a “rintanarsi e pregare” in attesa “che ritorni l’ordine naturale delle cose”. Sfogliando il capitolo “Dal Macro al profano”, si rimane travolti da un’orda di chiese simili a fortilizi per guerre stellari. La salvazione che quelle mura simboleggiano ricorda più la sicurezza di un ministro dell’interno che la resurrezione di Gesù Cristo. Segno che la Padania è davvero uno stato mentale, capace d’insinuarsi anche nelle abitudini spirituali.
Intermezzo, sulla BreBeMi
Risaliti a bordo, ci lasciamo alle spalle la città ideale, sulle note di All that she wants degli Ace of Base. Ma una colonna sonora più adatta, per il miraggio tossico di Renzo Zingone, sarebbe Padania degli Afterhours, che in due versi coglie il vero genius loci di questo territorio: “Lotti tradisci e uccidi per ciò che meriti / fino a che non ricordi più che cos’è”. Una voracità sterile e frettolosa, che non conosce confini e genera incompiutezza, perché non sa finire. E infatti Zingonia ci insegue, come le terre di Mazzarò nella novella La roba di Giovanni Verga. Credi di esserne uscito, ma appena domandi “Dove siamo?”, ti senti rispondere “A Zingonia”. Cioè a Verdello, o a Verdellino, a Boltiere, a Ciserano, a Osio sotto. Perché Zingonia in realtà non esiste, o meglio è il nome di quel paesaggio ibrido, modulare e ripetibile all’infinito, che ci accompagna tra mareggiate di déjà vu, fino all’ingresso dell’autostrada A35, la famigerata BreBeMi.
L’infrastruttura, inaugurata tre anni fa, è già oggetto di barzellette e adagi popolari, che prendono di mira le sue corsie vuote (transiti pari a un terzo della media nazionale), le tariffe troppo care (13 euro per 62 chilometri), il finanziamento “tutto privato”, il contributo pubblico di 320 milioni a fondo perduto, gli sconti pagati dai contribuenti, l’assenza di aree di servizio. Senza contare i 900 ettari di suoli agricoli asfaltati, perché a dispetto della fede nel calcestruzzo, la terra della macroregione non è ancora consumata al 100 per cento, le rogge e i fiumi non sono tutti tombati, e gli iconemi di Turri e Iodice resistono nei ritagli di campagna, insieme a lepri, fagiani e lucciole.
Chi ha tentato di opporsi a quest’ennesima rapina di suolo, lo ha fatto anche in nome di una facile profezia: l’impatto di un’autostrada non si limita mai a una striscia di territorio. Farà nascere nuove strade, nuove piattaforme per la logistica, nuovi svincoli, quartieri e fabbricati. Anzi: poiché la congestione non si risolve aggiungendo strade, si può dire che gli effetti collaterali urbanistici di una nuova arteria sono in realtà il suo vero obiettivo. Come volevasi dimostrare, il 20 gennaio 2017 la società di progetto Brebemi spa ha annunciato l’avvio dei lavori per il raccordo tra la A35 e la A4, con casello autostradale a 11 piste. Secondo Legambiente, altri 60 ettari consumati. Ed è solo l’inizio.
Appena un mese prima, lungo la stessa direttrice, il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio aveva tagliato il nastro della nuova linea ad alta velocità Milano-Brescia. La osservo correre, tutta in viadotto, proprio accanto all’autostrada e mi domando che senso abbia collegare due città con due ferrovie, una per i treni normali e una per le Frecce, quando la distanza che le separa (77 chilometri) permette di raggiungere l’alta velocità solo per pochi minuti. Anche in questo caso, l’obiettivo dev’essere un altro, non quello di migliorare la mobilità. Si tratta di far pagare caro qualche minuto di tempo risparmiato, un quotidiano a scelta e uno spuntino, massacrando nel frattempo le alternative più economiche. Come scrisse Ivan Illich, quando cresce la velocità negli spostamenti, diminuisce l’uguaglianza sociale.

La cittadella dello shopping di Orzinuovi
Raggiungiamo la zona Pip di Orzinuovi, sigla che sta per “Piano insediamenti produttivi”. Nel gergo dei classici padani, quest’area industriale è lo strip della città, cioè il suo viale-vetrina all you can eat, completo di rotonda con archi trionfali, portale d’accesso in tubi d’alluminio, parcheggi smisurati, centri commerciali attivi e in rovina, fabbriche dismesse, villette, rigurgiti agricoli, toponomastica coloniale (viale Adua) e monumento all’alpino.

Pranziamo al ristorante sushi wok dell’Iper Tosano, che col suo self service a base di pizza, salsiccia, surimi e futomaki sembra il corrispettivo gastronomico degli insani accostamenti del paesaggio padano. Niente di meglio, per digerire, di una passeggiata lungo lo strip, fino agli arcobaleni malati dell’Orceana park. Se l’assurdo, come scrisse Camus, è “il malessere di fronte all’inumanità dell’uomo stesso”, allora in questa landa ce n’è un intero giacimento. Tutto lo spazio è progettato per le macchine, con una stolida avversità contro chiunque intenda viverlo a piedi. Ciononostante, raggiungiamo la meta. È un centro commerciale abbandonato, dopo un’esistenza di soli quattro anni. C’erano un bar ristoro, una trentina di negozi, la libreria Edison, l’Upim, il bowling e sette sale cinematografiche.

Emanuele Galesi ci spiega che la ditta costruttrice aveva debiti con la banca, non li poteva saldare e così l’istituto le ha concesso un prestito di cento milioni, sperando che l’investimento nella “cittadella dello shopping” rimpinguasse le tasche del creditore. Risultato: come dare la scossa a una rana morta. Chiuso per fallimento nel 2013, il complesso è invecchiato in fretta, e ora è talmente malandato che pare in cancrena da decenni. Buchi di vermi giganti crivellano le pareti e l’intonaco si stacca in brandelli ustionati. Bancali di legno rimpiazzano i chiusini delle fogne, saccheggiati e rivenduti a peso come denti d’oro. Eppure, mentre cammino tra i pozzetti scoperchiati, i cocci di vetro e le scritte naziste, provo un senso di liberazione, come se l’abbandono avesse prodotto un’oasi, un territorio finalmente lasciato a sé stesso, senza progetti e calcoli.

Il Disastro è ormai talmente dispiegato che non si può pensare di estirparlo. L’abbattimento degli ecomostri è una misura eccezionale, quindi per lo più occorrerà tenerseli e reinventarli. In questi quattro anni, il sindaco di Orzinuovi non ha brillato nel proporre alternative per l’Orceana park. Tuttavia, se oggi qualcuno provasse a utilizzare lo spazio, quello stesso sindaco potrebbe multarlo e allontanarlo, “a tutela della sicurezza e del decoro”, come prevede il decreto Minniti. Dopo la gita aziendale 2017, lo strip di viale Adua sarà inserito di sicuro tra quelle “aree su cui insistono complessi monumentali interessati da consistenti flussi turistici”, nelle quali si applica il cosiddetto “daspo urbano”.

Una Stonehenge di calcestruzzo
Monumentali sono i cinque piloni della Corda molle, una Stonehenge di calcestruzzo e tondini, che si eleva tra i campi a sudovest di Brescia. Le grandi colonne dovevano sorreggere un cavalcavia, sopra il raccordo autostradale Ospitaletto-Montichiari. Ma la bretella, simile a una corda allentata, era talmente molle che si è disfatta, e invece di collegare A4, A21 e BreBeMi, è morta sulla riva della roggia Quinzanella, a un chilometro da dove ci scarica il pullman.

Su uno dei giganteschi menhir, sopra a vecchi rattoppi di vernice grigia, campeggia la scritta “€spropri 2007 mai pagati. Vergogna!”. Il cantiere interrotto, infatti, non si è lasciato dietro solo i pilastri, ma anche un lotto di strada incompleta, circa tre chilometri a due corsie, che avrebbero dovuto raddoppiare la provinciale 19. Ora invece c’è soltanto un corridoio di ghiaia, giovani pioppi, tubi corrugati e frantumi. I lavori, all’inizio, erano in capo a Centro padane, la società che gestisce, da 45 anni, l’A21 Piacenza-Brescia. Nel 2012, però, Anas ha indetto un nuovo bando per l’autostrada e se l’è aggiudicato il gruppo Gavio.

Intoppi, inciampi e direttive hanno ritardato il passaggio di consegne, così la gestione è ancora in mano a Centro padane, ma non gli investimenti. La Corda molle fa parte di questi ultimi e pertanto rimane in sospeso, insieme ai bonifici per i terreni espropriati. Intanto la zona si è trasformata in una discarica dove cubi di gommapiuma fradicia si mescolano a teli di plastica per minacciare l’acqua di un canale d’irrigazione. Sullo sfondo la cascina Lama, con i silos per il foraggio e l’architettura rurale, è talmente smarrita che pare un rifiuto buttato insieme agli altri.

“Sembra il gran tour dell’ottocento a visitar le ruine”, scherza Michele Santoro di Legambiente, con l’occhio sul mirino della macchina fotografica. E se non fosse per la miseria della campagna ferita, ci si potrebbe anche abbandonare al fascino perturbante di questa necropoli.

“L’Incompiuto”, mi suggerisce Andrea Masu, “è lo stile architettonico più importante del novecento italiano, sia per la quantità delle opere che per la coerenza delle sue forme. Con il collettivo Alterazioni video abbiamo censito centinaia di costruzioni in tutta la penisola, soprattutto in Sicilia, e chiediamo che vengano riconosciute come patrimonio artistico-culturale. Luoghi della memoria, capaci di raccontare la storia recente del nostro paese”. Uno stile talmente autorevole, che già vanta tentativi di imitazione. Ripenso al serbatoio idrico a forma di colonna dorica che abbiamo ammirato tra Osio Sotto e Levate. Una struttura da acquedotto, di quelle che di solito rimangono anonime, o al massimo ospitano il nome di una località, come a Zingonia e Boltiere. In quel caso, invece, grazie alla fantasia dell’architetto Gambirasio, la torre piezometrica diventa un tempio greco incompiuto, appena iniziato, nuovo di pacca ma limitato a una sola, gigantesca colonna.

I gitanti, nel frattempo, si preparano a cingere uno dei piloni con un abbraccio collettivo, applicando al cemento i princìpi della silvoterapia. Se abbracciare gli alberi promette benessere ed energia positiva, che effetto ci si deve aspettare dal contatto affettuoso con un’autostrada interrotta? Nel dubbio, mi astengo dal rituale. Ammetto che avrei preferito un attacco psichico, con le onde cerebrali di tutta la brigata rivolte contro l’insidioso monumento. Tuttavia, rifletto, che colpa ne ha il pilastro, se l’hanno abbandonato qui? Forse consolarlo per la sua solitudine è un gesto che non gli andrebbe negato. Ci si può prendere cura del disastro come di un male incurabile, lenendo le piaghe che ha disseminato e allo stesso tempo impedendo che ne diffonda ancora?

Ritorno al futuro
L’ultima tappa della gita è a Roncadelle, tra i comuni d’Europa con la più estesa superficie destinata a imprese commerciali: 8,7 metri quadrati per ogni abitante. Mi aggiro nel parcheggio del centro commerciale Brescia 2000, battezzato così ben prima dell’alba del secondo millennio. Saracinesche abbassate e balconi deserti occhieggiano nel gialloverde carioca dell’edificio, a indicare che il duemila è piuttosto diverso da come ci si aspettava. Cerco un angolo dove fare pipì, vicino a una batteria di cassonetti dell’immondizia.

Quando mi giro, i miei compagni di viaggio stanno risalendo sul pullman, senza fretta. Allungo il passo per raggiungerli, ma una strana inquietudine mi trattiene. Tutto d’un tratto, il piazzale d’asfalto si è animato di persone, e decine di clienti si dedicano agli acquisti. Indossano vestiti lucidi o di stoffe catarifrangenti. Parlano ad alta voce, ridendo allegri come deejay radiofonici. Si muovono compatti su strisce semoventi tipo tapis roulant, e i pochi che camminano hanno la stessa andatura, il moonwalk di Michael Jackson. Le auto in manovra ricordano la vecchia Renault Espace, ma le forme sono avveniristiche e le lamiere scintillanti. Dietro il centro commerciale si alzano grattacieli di plastica e vetroresina, mentre il cielo è offuscato da piccoli elicotteri monoposto. Fossimo di ritorno da un rave, potrei anche spiegarmi certe allucinazioni, ma in una gita aziendale le droghe lisergiche sono fuori posto.

In un’aiuola curatissima, cresce una vite con tanto di cartello: vite. È l’unica pianta dei dintorni, lindi e puliti come un cartongesso appena posato.

Poi li metto a fuoco meglio: una decina di ragazzi con la maglia metallizzata del Brescia, lo scudetto tricolore appuntato sul petto e la stella per chi si aggiudica 10 campionati. Allora capisco. Questo è il 2017 come lo sognavano trent’anni fa, senza inciampi o magagne di mezzo. Spettri dell’immaginario, fantasmi di un futuro invecchiato, Brescia 2000 vista da Brescia 1980.

Un brivido mi corre lungo la schiena, mentre ricordo quel racconto di William Gibson (Il continuum di Gernsback) in cui il protagonista ha visioni molto simili a queste. E come lui mi rendo conto che il vero futuro degli anni ottanta, il nostro presente, non è certo piacevole, con le sue catastrofi. Eppure, poteva essere molto peggio. Poteva essere perfetto.

«Emergenza Belpaese: Banche e F-35 . Quanti spalaneve potremmo comprare rinunciando all’acquisto di un solo F35 ?» il manifesto, 21 gennaio 2017 (c.m.c.)

Il Galileo di Bertolt Brecht rispondeva al suo allievo: «Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Che si può anche tradurre come «beato quel paese che non ha bisogno di eroi»». E l’Italia certamente non è questo paese. Senza questi eroici vigili del fuoco, i volontari del Soccorso alpino e di altre organizzazioni la tragedia di questi giorni avrebbe avuto un bilancio ancora più pesante.

Non solo all’hotel Rigopiano, ma anche nei tanti borghi e frazioni rimaste isolate. È mai possibile che nell’era della rivoluzione dei mezzi di trasporto e comunicazione possono essere lasciate senza corrente elettrica 70-80mila persone secondo le stime approssimative che circolano? Certo, c’è stata una nevicata eccezionale, ma la verità è un’altra.

Anche quando abbiamo nevicate «normali» (come capita d’inverno!) c’è difficoltà a spalare le strade di montagna in molte località dell’Appenino, soprattutto nel Centro-Sud, a riparare i pali della corrente elettrica, in tante località dove i cavi della corrente passano su pali di legno vecchi e malfermi. L’ho sperimentato di persona in cinque anni di presidenza del Parco nazionale dell’Aspromonte: non c’è stato un solo inverno senza che paesini e frazioni non restassero senza corrente elettrica per qualche giorno o non fosse consentito l’accesso per la neve molto alta. Bisognava urlare, utilizzare le tv e le radio locali per costringere gli addetti ai lavori a compiere il proprio dovere.

In realtà, per chi conosce la pubblica amministrazione dall’interno sa che i servizi necessari di manutenzione sono un’eccezione e che solo nelle emergenze si attivano forze ed energie che vivono nel letargo.

Non riusciamo più a fare la manutenzione ordinaria, figuriamoci la straordinaria che oggi sarebbe necessaria per adeguarsi all’epocale mutamento climatico, allo squilibrio dell’ecosistema, per affrontare gli «« eventi estremi»» con cui, ci piaccia o no, dovremo convivere per molto tempo. Ma, non ci sono i soldi, si dice – nel momento dell’emergenza se ne stanzioni subito pochi e se ne promettono tantissimi -, per comprare tutti gli spalaneve che servirebbero, per rifare la vecchia rete elettrica che collega paesi e borghi delle nostre colline e montagne, per altro con un alto tasso di dispersione energetica.

Ma, se un cacciabombardiere F-35 che serve per distruggere e fare la guerra, costa come minimo dai 120 ai 150 milioni di euro (ne stiamo acquistando ben 90 per 15 miliardi di dollari) ed uno spalaneve nuovo fiammante costa 80mila euro, ci si domanda: quanti spalaneve potremmo comprare rinunciando all’acquisto di un solo F35 ? (Per chi indovina, ed invia per primo la risposta, regaliamo un abbonamento al manifesto).

Insomma, se viene l’estate abbiamo l’emergenza incendi, in autunno l’emergenza alluvioni, in inverno l’emergenza neve e in tutte le stagioni, secondo una temporalità imprevedibile, l’emergenza terremoti.

Così il Belpaese va giù un pezzo dopo l’altro, soprattutto l’Italia dei borghi antichi, delle aree interne di cui tutti parlano e scrivono, ma dove non succede assolutamente niente a livello di messa in sicurezza del territorio.

Ma, anche le città non se la passano tanto bene. Nella scorsa settimana sono state chiuse per il freddo (sic) più di mille scuole nelle città piccole, medi e grandi del Centro-Sud. Caldaie che si guastano e nessuno ripara, gasolio che finisce e non ci sono i soldi per comprarlo, o per riparare le finestre che si rompono o i vecchi impianti di riscaldamento. Eppure, con un tratto di penna in un baleno si sono trovati 20 miliardi di euro come salvagente per le banche. In questo caso la velocità è stata massima e non c’è stato nessun vincolo europeo o politica di austerity che conti. Con questa somma potremmo avviare un programma serio di attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, di messa in sicurezza del nostro territorio e creare centinaia di migliaia di posti di lavoro veramente utili alla società ed all’ecosistema.

Rifare e rendere efficiente la rete elettrica nazionale, mettere in sicurezza antisismica scuole e ospedali, terrazzare le colline, canalizzare le acque e rinaturalizzare fiumi e torrenti, proprio come ribasce spesso, inascoltato, questo giornale. Potremmo far lavorare insieme italiani e immigrati, i nostri «naufraghi dello sviluppo» secondo la definizione di Latouche, cioè i profughi di un mercato del lavoro che li espelle e chi scappa dalla fame e dalle guerre.

Utopia? No, è vero il contrario. Spendere in armamenti una pesante fetta di finanziaria e ben 20 miliardi per tamponare il sistema bancario italiano quando sappiamo che hanno la pancia piena di crediti inesigibili (per 200 miliardi) e di titoli tossici è questa la distopia dell’ insostenibile cinismo del nostro governo. In fine dei conti per loro quella del Kapital è l’unica emergenza che conta.

Dal buco nero in cui è sprofondata l'Italia "civile" la voce di un grande. In un diario i quattro momenti di un'invettiva; e per concludere, un Canto per l'Appennino. Doppiozero, blog di Franco Arminio, 20 gennaio 2017

1. Il cuore degli altriIl terremoto con la neve. La sedia rotta su cui stanno seduti i paesi. Ci sono giorni in cui non ha senso pensare agli affari propri. Ci sono giorni in cui bisogna avere il cuore degli altri, il cuore tuo da solo non serve a niente. Devi stare dentro il batticuore di tutti. E invece ora siamo in questo gioco in cui ognuno si espone al mondo col suo corpo, con un pensiero, col suo niente, e in questo modo sfama la noia, in questo modo facciamo amicizia con il nulla invece di avversarlo, invece di piangere per chi trema. Adesso c’è chi ha paura di arrivare al sonno, c’è chi ha freddo. Pensate a chi in quelle terre è malato, pensate ai vecchi, pensate all’osso rotto, allo stomaco che non digerisce, pensate al tumore alla gola, pensate al lutto, pensate ai brutti, pensate a chi non si è mai trovato in un abbraccio. Oggi abbiamo fallito di nuovo come umanità, oggi abbiamo allestito una nuova Caporetto, una al giorno, una disfatta continua che disfa legami, simpatie. Ogni giorno che siamo senza dolore dovremmo gettarci con foga a salvare il mondo, salvarlo ora con gentilezza, ora con rabbia, ora in silenzio, ora gridando. Viva la foga, la furia, la forza di dimenticarsi. Oggi era un giorno per dimenticarsi. Contava solo la neve e il terremoto, nient’altro.

2. Preghiera per l'Appennino

Quando ieri sera ho scritto il post intitolato “Il cuore degli altri poi ho provato a dormire, non ce la facevo più a stare in rete, non sapevo più come smuovere, come far sentire la mia e la vostra impotenza. Non sapevo della valanga e ora non è neppure il caso di dire che lo Stato non c'è. Sono stato tre volte ad Amatrice e lì di Stato ne ho visto anche troppo. Non so bene cosa stanno facendo, ma ci sono.

E sulla neve credo che sull'Appennino non siamo mai stati tanto attrezzati: magari si poteva presidiare meglio quella zona, ma non è il punto cruciale. Quello che manca è proprio una sorta di rispetto antropologico per chi è rimasto sull'Appennino. I servizi di cittadinanza sono stati tagliati senza grandi opposizioni, né al centro, né in periferia. Hanno chiuso l'ospedale del mio paese e poi scopri che a Nola stendono i malati per terra. Sono anni che cerco di costruire un movimento per l'Appennino, abbiamo aperto la casa della paesologia, ma per avere 24 euro per l'iscrizione sembra che devi chiedere l'elemosina.

Passerà la neve, passeranno le scosse e tutto tornerà come prima. Il governo deve cambiare completamente passo. E ci vogliono segnali clamorosi, anche di tipo mediatico. Quest'anno il festival di Sanremo si potrebbe fare a L'Aquila. Per i cantanti non cambierebbe niente, ma sarebbe un segnale di un'Italia che cambia sguardo. E il governo potrebbe fare la prossima riunione del consiglio dei ministri in un paese della Calabria, a San Luca, per esempio.

Si sono raccolti tanti soldi, ma poi si dimentica che il governo e le regioni hanno un progetto che si chiama Strategia Nazionale delle Aree Interne: bisogna dare un impulso immediato a questa strategia di cui non sa niente nessuno. Bisogna coinvolgere le popolazioni dell'Appennino su cosa fare per restare in quei luoghi. Non ci vuole chi gli va a montare le catene, possono farlo benissimo da soli. Ci vuole che l'Italia si ricordi che è un paese di paesi e di montagne. Dove d'inverno può arrivare tanta neve e dove la terra può tremare ogni giorno. In ultimo bisogna ricordare che le valanghe sono molto più veloci delle nostre manfrine burocratiche, fanno in una notte quello che non riusciamo a fare in tanti anni.

Ci vuole un cantiere per l'Appennino, bisogna dire a tutti i giovani che ci sono che avranno lì lavoro per almeno dieci anni, perché l'Italia e il mondo devono salvare l'Appennino, perché è una terra sacra, è una terra che ha un patrimonio naturalistico e culturale unico al mondo.

3. Sentite bene

Il governo è caduto il 4 dicembre…
è stato nominato un ministro per la coesione territoriale
ma non sono state ancora assegnate le deleghe…
praticamente non ci sono soldi da spendere
perché non si capisce chi deve tenere il portafoglio in mano.
Faccio appello direttamente al segretario del partito che governa il paese: se davvero ci si vuole liberare dagli indugi
è ora di agire…
è iniziato il quarto anno della programmazione europea
e abbiamo speso il tre per cento dei soldi disponibili.
Vi pare possibile?
L'Appennino trema e frana
i giovani potrebbero essere messi al lavoro subito
in un grande cantiere Appennino....
E se non abbiamo i soldi
ricordiamoci che c'è un mondo intero che potrebbe essere interessato all'Appennino...
Fra tre mesi c'è il G7, su quei tavoli va posta la questione Appennino.

4. Prima del paradiso

Ho provato in tutti i modi stamattina a smuovere le acque sul problema dell’Appennino. Ora sono solo addolorato. Ho avuto poche risposte. Ma me le tengo care. E mi tengo cari già da adesso tutti i giorni in cui non sarò in questo mondo, tutti i giorni consegnati senza lingua e senza mani al grande mistero che chiamiamo nulla. Noi intanto ne abbiamo costruito uno più piccolo nella piccola comunità degli umani. E la mia impazienza feroce di demolirlo, senza sapere da che parte colpire, perché questo nulla è lontanissimo e vicinissimo, è nel tuo cuore e in quello dei tuoi amici e in quello dei tuoi nemici. Il nulla di cui parlo è l’addio a una storia condivisa, la regola che ognuno scambia il proprio sguardo come l’unico possibile. Non c’è una cantina degli sguardi dove portare i propri occhi.

Il novecento aveva tentato attraverso le grandi narrazioni di infilare gli uomini in un progetto planerario. È finita in tragedia. E ora la tragedia prosegue e pare che in ogni forma della nostra vita riusciamo solo ad alimentarla ulteriormente, anche se in forma diluita, sonnolenta. Non devi parlare quando hai torto, ma ora non devi parlare neppure quando hai ragione, non devi aspettarti che se trovi una verità questa venga condivisa. Anzi, la verità che porti è un’offesa a tutte le menzogne in circolazione. Il potere è riuscito a calarsi tra i giovani, tra gli inermi, tra gli sconfitti e ha fornito a queste persone gli occhiali per leggere il mondo come vuole il potere. La voce di un poeta non potrà mai diventare la voce di tanti. Chi compie azioni indegne è assai più noto di chi fa onestamente il suo lavoro. Io oggi ci ho provato un’altra volta ed ho fallito. Ho fallito come fallisce una madre, un operaio, un disoccupato, un anziano. Io oggi volevo uscire e stare nel mondo assieme a qualcuno, volevo lottare oggi e invece pare solo che parli troppo, il tuo fiato ruba il fiato agli altri. Dovrei farmi furbo, parlare ogni tanto, e passare all’incasso. Ma io so che il mio solo guadagno è quando avrò gli occhi chiusi sotto la terra. Lì ogni attimo sarà premio, sarà il paradiso che mi sto conquistando attimo per attimo, il paradiso che non c’è.

CANTO PER L'APPENNINO

Ho una spina di dolore
lunga quanto l'Appennino.
Il cielo vomita neve
e gli uomini bugie.
Penso a chi è morto con la neve in bocca
e a questo mio cuore
con la punta storta,
questo mio cuore che oggi
ha urlato tutto il giorno
per l'Appennino.
Fate presto
dissero una volta
sul giornale,
io adesso dico:
mettete per una volta la testa nelle stalle,
restate vicino al fuoco con una vecchia
a capo chino,
camminate nelle vie più alte
dove le case sono chiuse.
Passerà la neve
e passerà il terremoto,
ma noi resteremo al nostro posto,
alberi, fontane, strade abbandonate,
cielo di stelle e di poiane.

«Le elezioni secondo la legge Delrio. Tagliati i fondi dell’istituzione abolita per finta, restano i "costi della politica"». il manifesto, 10 gennaio 2017 (p.d.)

Chi ha vinto le elezioni provinciali? Questione secondaria. La domanda che si pone è un’altra: perché si vota per un istituto che era stato abolito?
La risposta viene da sola: perché le Province erano state cancellate solo nella propaganda del governo. Erano stati aboliti gli elettori, questo sì, esattamente come sarebbe accaduto per il Senato se la sciagurata riforma di Renzi fosse stata approvata. A votare per il rinnovo di 33 Province (avrebbero dovuto essere 38 ma in 5 il freddo ha suggerito il rinvio) non sono stati infatti cittadini residenti ma 29mila sindaci e consiglieri comunali o giù di lì. Come era successo nei mesi scorsi per altre 27 Province e come succederà per altre 5 nelle prossime settimane. Alla fine, aggiungendo le sedi in cui si è votato da un anno e le 10 Città Metropolitane che non sono Province solo perché gli hanno cambiato il nome, il conto tornerà: 107 erano prima della strombazzatissima riforma Delrio e 107 sono ancora.

Per forza: tutta colpa del popolo canaglia che con il referendum sulla Costituzione ha resuscitato le malnate Province. Mica vero. Il referendum, se anche avesse vinto il Sì, non avrebbe cambiato nulla a parte l’eliminazione della paroletta in questione dalla Carta. Si sarebbe poi dovuto, e grazie alla modifica costituzionale potuto, procedere a una vera riforma. Solo che i problemi politici sarebbero rimasti intatti anche con la vittoria dei Sì, e sarebbero stati gli stessi che hanno trasformato la Delrio in un disastro camuffato da strepitosa vittoria lampo. Problemi tipo: che fare dei dipendenti attualmente in un limbo tra Province e Regioni, impiegati in cerca d’autore, oppure come coniugare la scelta di procedere al dettato europeo che nella famosa lettera-diktat dell’estate 2010 imponeva la cancellazione delle Province con la contemporanea e contraddittoria riforma che chiede ai piccoli comuni di accorparsi.

In realtà la riforma Delrio non ha eliminato solo gli elettori delle Province: ha anche saccheggiato i fondi dell’istituzione abolita per finta. In effetti le Province non hanno più soldi. Scarseggiano i fondi non per il mantenimento della Casta, come da propaganda di tutti i colori, ma per le funzioni che nonostante il rullo di tamburi renziano sono rimaste in collo alle non-morte: viabilità, edilizia scolastica, ambiente.

I dati diffusi dalla Cgil sono una cronaca della catastrofe. I fondi per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%. La polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, è passata in otto anni da circa 2700 effettivi a 700. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto.

L’istituzione resta. I “costi della politica” che comportava permangono. I fondi per fare quel che a detta istituzione competerebbe sono scomparsi. I dipendenti deambulano nella terra di nessuno. Gli elettori sono stati sgravati dalla dura fatica di eleggere. Il consuntivo della riforma Delrio non è precisamente trionfale. Un po’ come quello della riforma Rai, mai andata tanto male come dopo il tocco di quel Mida alla rovescia che si chiama Renzi, o quello della Buona scuola, che il governo ha dovuto modificare in un punto fondamentale ma continua a provocare disastri e andrà rimaneggiata presto. I conti del Jobs Act sono arrivati ieri: parlano di una disoccupazione di nuovo alle stelle.

Perché mai, con simili successi alle spalle, Paolo Gentiloni rivendichi piena continuità col precedente governo resta un mistero.

«Terremoto. La natura non si addomestica, e la modernità del secolo "superbo e sciocco" usa il verbo sbagliato: dominare anziché convivere. Nel pastore che non vuole lasciare la terra del terremoto c’è una saggezza che noi moderni chiamiamo ignoranza. E’ la saggezza di chi non vuole morire orfano». il manifesto, 3 novembre 2016 (c.m.c.)

Sono in corso due grandi guerre: quella di uomini contro altri uomini e quella degli uomini contro la Natura. Apparentemente diverse, combattute con armi diverse, esse sono riunificate sotto il medesimo obiettivo: il dominio. La prima guerra continua oggi in modi del tutto simili al passato; la differenza sta nelle armi usate. Non più solo armi da fuoco; ora con più potenti armi finanziarie capaci di ridurre interi popoli in ginocchio, affamarli senza versare sangue.

E c’è una lotta contro la natura che ha data più recente. Allorché l’uomo, entrato nella Modernità, ha immaginato di dover essere il proprietario del pianeta che lo ha generato: il Libro della Natura è scritto nei simboli della matematica, affermava Galilei. Una guerra questa volta «giustificata» dalla necessità dello Sviluppo e del Progresso: secolo superbo e sciocco, aveva chiamato Leopardi questa nuova era di dominio dell’uomo.

Ora queste due guerre si sono unificate in una sola guerra: la guerra contro il vivente, o contro il Creato (per chi ha fede), sia esso rappresentato da umani, sia da ogni forma di manifestazione della natura. A tal punto le due guerre si sono unificate, che resta difficile distinguere l’una dall’altra. I migranti ne sono prova: sono in molti a sostenere che essi sono tutti migranti ambientali, ovvero fuggono da territori diventati inospitali, per cambiamenti climatici, per eccessivo sfruttamento di risorse da parte dei Conquistatori (razza speciale di umani), per mancanza di cibo, acqua, per dittature odiose.

La seconda di queste guerre avrà una fine già segnata: la vittoria della Natura, perché è una guerra asimmetrica, perché la creatura che distrugge l’ambiente, distrugge se stessa; è come segare il ramo dell’albero su cui si è seduti. Non abbiamo un altro pianeta verso il quale emigrare: questo solo ci è dato. E’ ancora Bateson a ricordarci che viviamo in una casa di vetro e, in una casa di vetro, prima di tirare i sassi bisogna pensarci bene.

Il «mostro» è stato chiamato quella forza oscura e potente che nasce dalle viscere del pianeta e colpisce alla cieca il suolo dove si svolge la vita, scuotendolo e contorcendolo come fosse cartone; ridisegnando nuove geografie, indifferente a tutto ciò che l’uomo ha prodotto, comprese le sue opere d’arte. E già averlo definito «mostro» ci fa apparire bambini spauriti.

Da sempre alla Natura è stato conferito un doppio nome: benigna quando essa ci dona i suoi frutti; maligna, e ora «mostro», quando svela il suo volto feroce. Stiamo assistendo alla scomparsa degli Appennini, qualcuno profetizza. Ma una volta gli Appennini non c’erano. Se solo si alza lo sguardo oltre gli anni che definiscono una vita, si capisce che la natura non si addomestica, ha i suoi ritmi, la sua vita: l’hanno chiamata Gaia pensandola come un gigantesco organismo vivente.

Ora è tempo di lutto e di silenzi. Il dominio sulla natura ci appare del tutto fuori misura. E fa riflettere quel pastore, o quell’anziano, che non vuole abbandonare la propria casa. C’è una saggezza, che noi moderni chiamiamo incoscienza, o peggio, ignoranza: vuole continuare a convivere col «mostro», come hanno fatto, prima di lui, i suoi antenati. Perché perdere la propria dimora, il proprio tetto e la propria terra è rimanere orfani per sempre, vuol dire morire orfani. Ci vuole un anziano o un pastore per riconoscere questa sensazione, per sentirsi in sintonia con la natura anche quando essa mostra il suo volto spietato e indifferente e ci vuole un paese dove vivere.

Convivere è il verbo giusto, dominare quello sbagliato. La Modernità ha confuso i verbi; la Natura ci restituisce le giuste coordinate. In questi giorni, incollato alla televisione, mi sono più volte fatto la stessa domanda: dove sono gli animali in quei territori devastati: che siano emigrati anche loro?

«Il sisma è un evento naturale che, certo, è difficile prevedere ma si può e si deve fare prevenzione per salvare vite umane; la guerra invece è un "terremoto" ma voluto e prodotto dagli uomini». il manifesto, 2 novembre 2016 (c.m.c.)

Dall’epicentro Italia si irradia una condizione di concreta e profonda instabilità materiale, subito fisica e sensoriale prima ancora che di prospettiva sull’incerto futuro per decine di migliaia di persone costrette alla fuga, alle quali è letteralmente cascato il mondo e cascata la terra. E non è un girotondo. Il clima di incertezza è la costante e l’inverno è arrivato nelle aree del terremoto.

Ci si chiede che fare di fronte a tanta disperazione. E come, da parte nostra, essere all’altezza di una tale crisi. Così, mentre apprezziamo che ci sia «unità» istituzionale iniziata con la dichiarazione della presidenza del consiglio che «l’unico possibilità è non dividersi ma rispondere insieme alla sfida», tuttavia rimaniamo quantomeno contraddetti dalle iniziative fin qui annunciate. Senza dimenticare che siamo nel clima del referendum il cui voto si approssima, per un plebiscito che – mentre si chiede il concorso di tutti – divide e spacca il paese e soprattutto prepara una «democrazia di nominati», mentre la tragedia del sisma proprio in queste ore mostra invece la necessità di poteri reali, voluti e controllati direttamente dai cittadini; com’è per il ruolo dei sindaci, unica, ancora, vera esperienza di democrazia in Italia.

Il consiglio dei ministri annuncia nuove spese per l’emergenza, dopo avere evocato, solo a parole, il progetto di Casa Italia, annunciato due mesi fa dopo il terremoto di Amatrice.

Resterà anche questo, è bene saperlo, promessa e lettera morta nonostante ormai rappresenti la vera necessità del Paese ferito che non vuole perdere lavoro e identità culturale. Perché nasce sotto la cattiva filosofia dell’emergenza, della difesa del nostro territorio volta a volta, sotto i riflettori delle tv. Mentre la questione del sisma è strutturale, come dimostra la storia italiana. Dove, ogni volta, c’è «bisogno» di un terremoto perché si metta mano ad un piano che difenda l’assetto storico abitativo del Belpaese. Siamo forse costretti a parlare d’ora in poi di utilità del terremoto? Soprattutto, Casa Italia resterà lettera morta se non si avvia revisione mirata e progettuale della spesa finanziaria.

Nel senso che, di fronte alla necessità di Casa Italia, che pretende brigate di ingegneri, battaglioni di geologi e vulcanologi, un esercito di geometri e un’armata di operai, edili e metallurgici, specializzati, mentre subito servono tende e casette, alloggiamenti sulla costa, macchine movimentazione terra, schiere di vigili del fuoco, presidi di medici e assistenti sanitari, ci chiediamo perché questo paese debba avere in finanziaria il costo di 15 miliardi per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35.

Qualcuno, a cominciare dal governo Renzi per favore ci risponda. E non con le chiacchiere che la spesa sarebbe «spalmata per molti anni». La necessità non è il cacciabombardiere ma il soccorso e l’aiuto, l’assistenza e la ricostruzione.

L’esempio del costo degli F-35 non sembri capzioso. Il paragone invece viene proprio da paesi distrutti dal sisma: la nuvola di polvere e fumo che si è sollevata dai centri precipitati al momento delle scosse è stata più volte paragonata a quella di un bombardamento. Solo che il sisma è un evento naturale che, certo, è difficile prevedere ma si può e si deve fare prevenzione per salvare vite umane; la guerra invece è un «terremoto» ma voluto e prodotto dagli uomini.

L’unica vera difesa dell’Italia è questa, non l’offesa della guerra in territori altrui, come da nostra Costituzione. E ora perché il conflitto con l’Unione europea non sembri una moina per apparire antagonisti in occasione del referendum, cominciamo a modificare i contenuti e la filosofia della finanziaria d’austerità: via il fiscal compact messo nella Costituzione, via ogni vincolo di bilancio.

E via la spesa di 15 miliardi per i cacciabombardieri F-35 a fronte di tre miliardi – solo sulla carta – destinati alla ricostruzione e ai terremotati. Se casca il mondo e casca la terra, tutti giù per terra. Ce lo chiede la disperazione dell’epicentro Italia.

«Un patrimonio immateriale è l’“anima” dei nostri luoghi, del nostro territorio. L’unica incommensurabile ricchezza che il terremoto non ha potuto abbattere». La Repubblica, 1 novembre 2016 (c.m.c.)

Ventiquattro agosto. 26 ottobre. 30 ottobre, ore 7.41. È l’ultimo bilancio: oltre 150 Comuni colpiti, fino a 100 mila persone sfollate. Case, chiese, luoghi di lavoro, bar dove le persone si ritrovano, i negozi… tutto distrutto. Paesi che non ci sono più. Ma paesi che non possono, e non debbono, morire. Così vogliono le comunità locali, così vogliono i sindaci che le rappresentano. È umano, è comprensibile, ma è anche giusto. Perché in quei luoghi, oggi distrutti; in quelle piazze, oggi piene di macerie; in quelle vie oggi attraversate dal dolore, dall’angoscia, dalla disperazione e dalle lacrime ci sono i beni, i ricordi, la storia di intere famiglie, di intere comunità.

Qui vogliono restare, dicono i sindaci; qui vogliamo ritornare, dicono gli abitanti. Qui c’è la nostra storia, c’è la nostra anima. Qui, e hanno ragione, c’è il cuore del Paese più bello del mondo. Qui c’è il cuore dell’Italia.

Non sono più un sindaco. Ma mai come oggi mi sento ancora un sindaco. Il sindaco è scelto dai suoi concittadini. È uno di loro ma ha sulle sue spalle la responsabilità dell’intera comunità. Del suo bene. Del suo bene anche, e forse soprattutto, nel momento del male. Da cittadino, che è stato anche sindaco, comprendo quanto sia importante non perdere la memoria. E come sia altrettanto importante guardare, sperare, credere nel futuro. La vita deve riprendere qui. Qui dove l’esistenza non è la singola esistenza ma quella di una comunità intera. La vita sono le case, i negozi, le piazze, le chiese, gli uffici. Ma la vita sono soprattutto le relazioni tra le persone, il modo che hanno trovato per stare insieme.

Dunque l’obiettivo deve essere preservare tutto questo. Un patrimonio immateriale è l’“anima” dei nostri luoghi, del nostro territorio. L’unica incommensurabile ricchezza che il terremoto non ha potuto abbattere.
L’obiettivo è il faro verso il quale deve muovere l’agire. E non c’è dubbio che la direzione nella quale andare è quella di ricostruire ciò che è stato distrutto. Ad affermarlo non sono solo le ragioni del cuore. Sono anche le ragioni della ragione. Ma ora bisogna fare i conti anche con le ragioni della realtà. C’è in mezzo un passaggio doloroso, ma inevitabile e obbligato.

Non è possibile, con una terra che continua a ribellarsi, chiedere ora semplicemente di restare. C’è la necessità impellente di dare assistenza a chi non ha più la sua casa, il suo negozio, la sua scuola. La notte, già adesso, il termometro si avvicina agli zero gradi. Le tende non possono bastare. E a breve non sarà possibile costruire nemmeno delle casette di legno. C’è la necessità di sgomberare le macerie. Di verificare la stabilità degli edifici. È una parola orribile, ma per la sicurezza dei cittadini, per evitare nuovi danni, per superare la paura, c’è di mezzo un periodo di “esodo”.

C’è però un modo per accompagnare questo necessario distacco, questa triste separazione e per rendere evidente fin da subito che si tratta di un passaggio, non di una nuova, definitiva condizione. C’è un modo per tenere accesa ogni giorno la speranza che l’amatriciana non perderà la sua patria, che Castelluccio continuerà ad essere il paese delle lenticchie, che Norcia tornerà ad avere al centro la meravigliosa chiesa di San Benedetto.

Bisogna fidarsi dei sindaci, bisogna garantire che paesi temporaneamente abbandonati siano presidiati e che non si trasformino in terra di nessuno. Nel momento della demolizione già si ragioni sulla ricostruzione. Si mettano insieme le forze e le esperienze migliori del nostro Paese, si facciano progetti, programmi condivisi, tenendo conto delle soluzioni che i sindaci propongono.

E, nel frattempo, ai sindaci — ma, si sa, che il loro è un lavoro duro — tocca anche un altro compito. Siano, come già stanno facendo i portavoce dei loro cittadini, ma siano anche i garanti del rapporto con le altre istituzioni. Nelle decisioni quotidiane, nelle scelte che riguardano il futuro, le istituzioni, a ogni livello, abbiano come punto di riferimento i sindaci di quei paesi che non vogliono morire. E i primi cittadini non consentano che le loro comunità si disperdano. Trovino il modo — e i sindaci conoscono le realtà che amministrano e spesso conoscono anche uno per uno i loro cittadini, e dunque sanno come farlo — perché chi ha dovuto lasciare la propria casa possa sapere cosa sta succedendo nei luoghi che ha dovuto abbandonare.

Continuino, quando è possibile, a riunire, e unire, la propria comunità, a celebrare il patrono, a creare momenti di socialità e solidarietà. Facciano momenti di incontro, di informazioni, di trasparenza, dicendo la verità, anche quando si debbono fare scelte difficili che, come in alcuni casi avvenuti, possono portare anche contestazioni.

So bene quanto è difficile, quanto è doloroso, quanto, in alcuni casi, è anche rischioso però solo alimentando e rafforzando il rapporto di fiducia, e coinvolgendo i cittadini, è possibile porre le basi per non arrendersi alla rassegnazione, per non spegnere la speranza, per credere in un futuro possibile e per evitare che si spezzi il filo che lega ognuno al luogo in cui s’è svolta la sua vita.

«Il precedente dell’abbazia di Montecassino, di nuovo in piedi in soli dodici anni dopo essere stata rasa al suolo.Una sfida, per certi versi, analoga a quella che ora, dopo il terremoto, ci troviamo ad affrontare nell’Appennino, cuore e spina dell’intero Paese». La Repubblica, 31 ottobre 2016 (c.m.c.)

“Succisa virescit”. La scure del tempo l’ha colpita più volte: disastri e sciagure, terremoti e distruzioni belliche, ma la vecchia quercia che simboleggia l’Appennino, raffigurata nello stemma dei benedettini, non muore. Non morirà. “Tagliata ricresce”, promette il motto dei monaci di San Benedetto, e la quercia gemmerà di nuovo su crinali e vallate.

Gemmerà sulla catena montuosa che percorre tutta la penisola e fa da spina dorsale all’Italia. “Succisa virescit” e, quindi, sono certo che la badessa e le monache benedettine di via delle Vergini, a Norcia, appena dissipato il polverone delle macerie troveranno modo di riprendere, con silenziosa determinazione, il lavoro quotidiano — “Ora et Labora”, appunto — di sempre. Quello che, quando sono stato a trovarle, le vedeva occupate nell’orto curato con commovente perizia. E attorno alle arnie delle loro api, agli allevamenti dei conigli e dei pulcini.

Esattamente come, a pochi chilometri di distanza, risalendo lungo la provinciale 475 che va da Norcia a Preci, quando due estati fa sono capitato all’abbazia di Sant’Eutizio, ora ferita dal sisma, ho visto l’esiguo manipolo di monaci che allora vi risiedeva ospitare una quindicina di ragazzi arrivati dalla Francia per godersi le vacanze in quello scrigno di silenzio e di verde che è la valle Castoriana.

Ragazzi con la sindrome di down, accolti dai monaci in obbedienza al motto “Bussate e vi sarà aperto” ma, anche, all’impegno prezioso, spesso sottovalutato anche dai “decisori” pubblici, di abitare in questi monumenti sparsi per l’intera penisola non per difendere polverose reliquie ma per farli rimanere in vita.

Perché i monasteri, come tutti i centri storici delle “aree interne” d’Appennino, sopravvivono, anche ai terremoti, quando si è capaci di averne cura ma, soprattutto, se c’è un progetto per tenerli vivi. Quindi vissuti, e abitati, ogni giorno.

Del resto la promessa del “Succisa virescit” da oltre quindici secoli intreccia il destino dell’Appennino, di abitarlo e di farne una delle filigrane irrinunciabili della nostra memoria e cultura, col cammino dell’ordine fondato da San Benedetto che, proprio da Norcia, nel cuore dell’Umbria, muove i primi passi.
La basilica crollata a Norcia sotto le recenti, brutali scosse del terremoto, era stata costruita, dice la tradizione, sui resti della casa natale di Benedetto.

Da qui il fondatore del monachesimo occidentale era partito, assieme a Scolastica, sua sorella, per studiare a Roma ma, ben presto, inorridito per gli scandali, lascia la capitale. Si rifugia a Subiaco, nello Speco, la grotta dove per due anni si nega al mondo. Chi arriva lì, alzando gli occhi, vede un masso enorme che, da tempo immemorabile, resiste anche ai terremoti: sta minacciosamente a penzoloni proprio sopra gli edifici e sul giardino che li circonda. Al centro di un’aiuola c’è la statua di San Benedetto, le braccia alzate verso la roccia incombente e, accanto, la scritta: “Fermati o rupe”.

Il cammino di Benedetto si conclude a Montecassino, mentre i benedettini si spargono nei secoli successivi nel mondo intero (ora sono circa ventimila). Il monastero di cui Benedetto è stato il primo abate e dove è sepolto ha subito invasioni e assedi, incendi e crolli per terremoti. Più volte è stato distrutto. L’ultima volta nel 1944 quando gli alleati — che lì nella battaglia contro i tedeschi hanno perso migliaia di soldati — sotto pressione dell’opinione pubblica anglo- americana decidono di raderlo al suolo.

Convocano a pochi chilometri di distanza tutti i corrispondenti di guerra e, praticamente in diretta, danno il via al bombardamento a tappeto che riduce in macerie il monastero.“Succisa virescit”: una dozzina di anni dopo Montecassino è in piedi. Ricostruito con una tempestività che oggi sembra incredibile ma che dice parecchio sulla vitalità di un’Italia appena uscita dal conflitto e decisa non solo a rimettere in piedi la produzione industriale ma determinata a conservare e valorizzare il suo patrimonio culturale. Una sfida, per certi versi, analoga a quella che ora, dopo il terremoto, ci troviamo ad affrontare nell’Appennino, cuore e spina dell’intero Paese.

Paolo Griseri intervista Marc Augé, che per primo denunciò i "non luoghi", nuove cattedrali del dio Denaro. «Difendiamo quei borghi medievali lì è nata l’identità occidentale.È un momento difficile per la Ue: per questo bisogna ricostruire al più presto i simboli del nostro passato». La Repubblica, 31 ottobre 2016 (c.m.c.)
I borghi dell’Italia centrale sono «luoghi dell’identità, non solo cristiana, dell’Occidente ». Per questo salvaguardarli «è particolarmente importante oggi, quando la Brexit costringe l’Europa a guardarsi allo specchio e a realizzare un piano per ricostruire la sua fisionomia politica e culturale». Di fronte alle macerie del cuore dell’Italia l’antropologo francese Marc Augé riflette sul significato della salvaguardia della memoria.

Professor Augé, qual è l’importanza dei luoghi nella costruzione dell’identità dell’Europa?
«Quando l’antica Roma sconfisse Cartagine, i suoi generali rasero al suolo la città e sparsero sale sulle rovine perché in quel luogo non crescesse più nemmeno l’erba».

Ti riduco in macerie per cancellarti dalla storia?
«Esattamente. E quell’illusione è diventata un mito per chiunque in seguito volesse cancellare l’identità di un popolo. Durante l’occupazione tedesca della Francia un radiocronista collaborazionista diceva che il suo sogno era quello di far fare all’Inghiterra la fine di Cartagine».

Per contrasto difendere l’integrità di un luogo significa salvare la memoria?
«Non automaticamente ma è un passo importante».

Salvare i borghi dell’Italia centrale per salvare l’identità culturale dell’Europa?
«Non credo che sia solo questo. Certamente il monachesimno ha avuto un ruolo importante nella storia cristiana europea. Ma quel che è in discussione è, più in generale, il dna dell’intero Occidente. Le figure dell’Italia centrale che hanno fatto la storia del cristianesimo tra la fine del primo e l’inizio del secondo millennio sono riuscite a segnare in profondità i caratteri di quella che noi chiamiamo cultura occidentale».

Il terremoto ha abbattuto case, chiese e dunque pezzi di memoria. Come ricostruire?
«Voglio ancora dire qualcosa sul perché ricostruire. Questo terremoto infatti è arrivato in un momento molto delicato in cui l’Europa sta ricostruendo se stessa».

L’impressione è piuttosto che si stia lentamente disfacendo...
«Certamente la Brexit è stato un segnale di rottura dell’identità. Ma proprio per questo può servire all’Europa per guardarsi allo specchio e decidere di ripartire. Nel momento in cui lo specchio del referendum inglese fa emergere tutti i dubbi e tutte le differenze tra i popoli europei, bene, in questo passaggio sta la delicatezza della fase che attraversiamo. Salvare i borghi dell’Italia centrale significa difendere un pezzo del puzzle della nostra storia continentale».

Se lei dovesse disegnare la mappa dei punti di riferimento dell’identità europea, quali città, quali luoghi segnerebbe sulla cartina?
«Molti luoghi naturalmente. Ma credo che il triangolo di riferimento sia quello che ha come vertici Parigi, Roma e Berlino. Poi naturalmente ci sono i Paesi Bassi. In fondo, se ci pensiamo, quella mappa corrisponde abbastanza a quella degli stati fondatori dell’Unione Europea».

Per quale motivo allora quel disegno di integrazione è andato in crisi? Perché quell’identità è in discussione?
«Perché, a mio avviso, si è proceduto con troppa fretta all’allargamento dell’Unione. Credo che per riuscire a far risorgere l’identità dell’Europa sarà inevitabile immaginare di tornare a un nucleo centrale, quello delle nazioni fondatrici, e a un secondo gruppo di Paesi che hanno vincoli meno stretti».
L’opera di Benedetto da Norcia, santo protettore dell’Europa, ebbe il pregio di offrire un punto di riferimento in un mondo che aveva frantumato la sua unità. Siamo tornati a quel punto?
«L’identità dell’Europa è sempre stata nella sua capacità di valorizzare le sue differenze. Questo è quel che dovremmo riuscire a fare anche oggi per ripartire ».

Anche nel momento in cui l’immigrazione porta in Europa identità e culture diverse da quella dell’Occidente?
«Soprattutto per questo motivo. Senza imparare a riconoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre. E, oltre all’identità legata alla storia del Cristianesimo, esiste l’identità laica, nata con la Rivoluzione francese e diffusa in Europa dall’esercito napoleonico. A mio parere la laicità è uno dei punti essenziali del dna dell’Occidente. Dovremmo saperla valorizzare ».

Ricostruire Norcia e gli altri borghi distrutti dal terremoto. Ma come? Non c’è il rischio di trasformarli in musei senza vita?
«Non penso. Certo bisogna fare attenzione ad evitare questo esito. Dobbiamo sapere che l’opera dell’uomo e anche gli eventi naturali fanno parte della storia. Nulla resta esattamente com’era. Il Foro romano è la testimonianza di questo. L’uomo e la natura, gli stessi terremoti, agendo nei secoli ci hanno restituito solo una testimonianza di ciò che fu. Ma quella testimonianza, l’aver saputo salvare quel luogo, è stato decisivo per salvaguardare la memoria della civilizzazione romana. Non sarebbe stato lo stesso se di quell’antica piazza non fosse rimasto nulla».

Lei è stato il primo a denunciare il diffondersi dei non-luoghi nelle nostre città, posti, come i centri commerciali, uguali in qualsiasi punto dell’Occidente. La ricostruzione dei borghi antichi può essere l’antidoto?
«Certamente è un antidoto. È una delle strade per evitare l’omologazione, per rivendicare le differenze come una radice costitutiva dell’Europa. Credo che questo sia essenziale».

Insomma non rischieremo di trovare un giorno un centro commerciale al posto di un’antica basilica?
«Non credo proprio che ci sia questo pericolo. Spero che saremo abbastanza saggi per evitarlo ».

«La presenza degli stranieri, e dei rifugiati in particolare, in questi borghi tra gli Appennini si è rivelata negli anni una risorsa preziosa per ridare vita a territori spopolati». La Repubblica, 30 agosto 2016 (m.p.r.)

Romeni, albanesi, qualche marocchino: erano tanti i bambini stranieri a frequentare la scuola “Romolo Capranica”, crollata rovinosamente in seguito al sisma, e le altre sedi dell’istituto di Amatrice, sparse per la vallata.

È anche grazie a loro se alcune scuole di montagna hanno evitato la chiusura. Sono più importanti di quanto s’immagini. «Se muore una scuola muore il territorio, con le sue ricchezze: legna, formaggi, pastorizia, non solo paesaggi»: a spiegarmelo è stata la dirigente scolastica Maria Vincenza Bussi, reggente dell’istituto, che da anni si prodiga per l’integrazione degli alunni stranieri. L’ho incontrata la scorsa primavera, quando, nel corso di un viaggio nelle scuole primarie ad alta densità di stranieri in tutta Italia, ho visitato anche l’istituto “Capranica”. «Le piccole scuole arginano lo spopolamento», spiegava, «se le chiudessimo, i genitori, che per lo più lavorano nei paesi più grandi o a Rieti, trasferirebbero la residenza». Dopo una vita spesa a salvare le scuole della zona, non avrebbe mai immaginato di chiudere la carriera nel segno di una tragedia simile.

Con un 15% di alunni non italiani, l’istituto riceveva da tempo i fondi del Miur per le “aree a forte processo immigratorio”. Per lo più sono bambini nati qui: ad Amatrice e negli altri borghi della Comunità montana del Velino, infatti, spopolati di italiani, il numero di cittadini stranieri è cresciuto a ritmo lento ma costante negli anni ultimi vent’anni. I giovani italiani cercano fortuna altrove, la popolazione invecchia (per ogni bambino sotto i 14 anni ci sono tre over 65) e gli immigrati si sono inseriti quasi inavvertitamente nel tessuto sociale e produttivo del territorio, impiegati per lo più nell’edilizia, nelle pulizie, come badanti. Gli amatriciani me li avevano descritti come disciplinati, tranquilli, grandi lavoratori. Come nel resto d’Italia, fanno quei lavori umili e di fatica da cui gli italiani rifuggono.
Negli elenchi delle vittime ci sono anche loro: sono già 11 i morti accertati di nazionalità romena (l’ambasciata ha chiesto che le loro generalità restino riservate). Il triste bilancio è specchio fedele dei dati Istat. Prima comunità di stranieri in Italia, lo sono anche nella valle del Velino: ad Accumoli, epicentro del sisma, dove gli stranieri sono l’11,4% della popolazione, più della metà sono romeni; ad Amatrice, su 204 residenti non italiani (su 2600), i romeni sono il 37,7%, seguiti da albanesi (25%) e kosovari (8,8%). Molti di loro probabilmente hanno perso la casa in cui avevano investito fatica e risparmi, il sogno di una vita. I loro figli a scuola sono bravissimi, mi aveva raccontato una maestra di Amatrice (sana e salva, per fortuna): per molte famiglie immigrate, infatti, la scuola rappresenta la possibilità di riscatto sociale.
Nell’Europa dell’Est, inoltre, la scuola tradizionalmente è presa molto sul serio. I genitori, anche se poveri, si impegnano per non far mancare nulla ai bambini, sono molto solerti nel dar retta agli insegnanti (spesso più degli italiani) ed esigono in cambio dai figli il massimo impegno. Dopo le medie, qualche ragazzo straniero ha cominciato a iscriversi al liceo, anziché andare a lavorare o frequentare l’istituto alberghiero: è un ottimo segno, anche se la strada verso la piena integrazione è ancora lunga. Una professoressa della scuola media, oriunda di Sicilia, mi raccontava dei tanti alunni che, dopo anni, si sentono ancora “stranieri” tra gli autoctoni. Complice la struttura abitativa del territorio, fatta di frazioni disperse, spesso tra stranieri e italiani c’è “coesistenza pacifica”, più che vera integrazione.
Il radicamento degli stranieri nella Comunità del Velino ha un antesignano illustre. Negli anni Sessanta, il pittore albanese Lin Delija, esule politico, dopo aver studiato a Roma con Mario Mafai si stabilì a vivere ad Antrodoco, a pochi chilometri da Amatrice, che oggi ospita un museo dedicato alle sue opere. Ne possiede una anche la dirigente scolastica Bussi. È una crocifissione, dolentissima: il Cristo di un profugo. Opera profetica: accanto alle comunità romena e albanese, stabilmente insediate, dal 2008 è cresciuta nel Velino la presenza di rifugiati e richiedenti asilo, afghani, curdi, africani. L’anno scorso nell’ambito dello Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati, organizzato dal Ministero dell’Interno con l’Anci) nei Comuni in provincia di Rieti sono stati attivati progetti d’accoglienza per un totale di 264 posti, di cui 30 ad Amatrice.
Cittareale è un borgo minuscolo che pare abbia dato i natali all’imperatore Vespasiano, nemmeno 500 abitanti a quasi 1000 metri d’altezza. Al momento, il sisma qui non ha prodotto danni eccessivi, ma gli abitanti dormono fuori casa, per paura di nuove scosse, mi spiega Angela, funzionaria dell’anagrafe, al telefono. «Non puoi immaginare cos’è qui. Le immagini alla televisione non rendono », dice. Anche qui la presenza di stranieri è insospettabilmente folta: Cittareale aderisce allo Sprar dal 2008 e per la piccola comunità è stata una svolta: grazie al progetto hanno aperto il birrificio artigianale Alta Quota, che ha avuto grande successo, si è ingrandito e adesso offre lavoro anche a molti italiani. La presenza dei figli dei rifugiati, dall’ex Jugoslavia prima, da Turchia, Iraq, Egitto poi, è stata cruciale per mantenere in vita la scuola del paese - minuscola, con finestre che si affacciano sui boschi da ogni lato: un incanto - dove i bambini frequentano la “pluriclasse” della maestra Pina in cui si mescolano allievi di varie età.
La presenza degli stranieri, e dei rifugiati in particolare, in questi borghi tra gli Appennini si è rivelata negli anni una risorsa preziosa per ridare vita a territori spopolati. Con l’emergenza terremoto, attraverso le immagini degli stranieri impegnati nelle attività di soccorso, questa realtà si affaccia alla ribalta nazionale. Speriamo che se ne accorgano, e lo tengano a mente, i populisti xenofobi che strepitano contro le politiche di accoglienza.
«È una sfida vitale, perché riavere i nostri borghi com’erano e dov’erano non serve a difendere il passato: ma a permettere che esista un futuro».La Repubblica, 30 agosto 2016 (c.m.c.)

In Italia i cittadini e i loro monumenti non hanno destini separati: vivono, o muoiono, insieme. Per questo appaiono non solo condivisibili, ma davvero importanti, le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro Graziano Delrio sulla necessità di ricostruire i centri devastati dal sisma dov’erano e com’erano, salvo che per le misure antisismiche.

L’espressione «dov’era e com’era» ha una lunga storia italiana. Alle 9.52 del 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia rovinò al suolo, lasciando un cumulo di macerie alto venti metri. In un dibattito parlamentare, incalzato dal deputato Pompeo Molmenti, il ministro per l’Istruzione Nunzio Nasi (allora responsabile delle Belle Arti) pronunciò parole simili a quelle oggi dette da Renzi: «Il governo non potrà far altro che rispettare la volontà dei veneziani». E il 19 luglio l’inviato del governo dichiarò che il Campanile sarebbe stato ricostruito «com’era e dov’era»: non era pensabile che Venezia perdesse il suo profilo. Venne stampato un francobollo con quel motto, e nel 1908 il ‘nuovo’ Campanile fu inaugurato.

È di fronte alla dimensione apocalittica delle distruzioni della Seconda guerra mondiale che quel motto torna attuale. Nell’aprile del 1945, nel primo numero del Ponte di Piero Calamandrei, lo storico dell’arte Bernard Berenson scrive: «Se noi amiamo Firenze come un organismo storico che si è tramandato attraverso i secoli, come una configurazione di forme e di profili che è rimasta singolarmente intatta nonostante le trasformazioni a cui sono soggette le dimore degli uomini, allora essi vanno ricostruiti al modo che fu detto del Campanile di San Marco, “dove erano e come erano”».

È da quello spirito, che intrecciava ricostruzione delle città e ricostruzione della democrazia, che nasce l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Gli italiani di oggi non lo sanno (il che non fa che dimostrare l’eccezionale bravura delle maestranze di allora), ma le chiese, le piazze, i palazzi che formano i nostri centri storici sono in parte assai notevole frutto di una estesa opera di ricostruzione postbellica. In altri termini: se nel 1945 non fosse stata presa quella decisione, oggi l’Italia come tutti la conosciamo, e celebriamo, semplicemente non esisterebbe.

Questa linea attraversa la nostra storia, annoverando successi (si pensi a Venzone, in Friuli) e insuccessi, fino ad arrestarsi drammaticamente all’Aquila, nel 2009. Qui il governo Berlusconi decise di sacrificare il futuro di una città sull’altare della propria immagine mediatica, dando vita ad una sorta di deportazione di massa, che ha spezzato forse per sempre ogni rapporto sociale, recidendo alla radice il rapporto tra un popolo e le sue pietre.

Con il risultato che oggi il vero rischio è che forse finiremo (tra vent’anni) per avere un’Aquila ricostruita, ma vuota: perché il suo corpo sociale non esiste più. I diciannove insediamenti di cemento voluti da Berlusconi e Bertolaso intorno all’Aquila sono stati chiamati, abusivamente new town, ma il risultato è un’unica no town: una generazione di aquilani che non sa cosa sia una città, e dunque cosa sia la cittadinanza. Perché questo è il cuore della tradizione culturale italiana: il nesso strettissimo tra la bellezza della città e la dignità della vita civile.

Anche la gestione del dopo terremoto in Emilia non è stata esente da ombre: tra le quali il frettoloso abbattimento, a colpi di dinamite, di troppi campanili e municipi danneggiati, ma salvabili. Ora Vasco Errani ha l’occasione di mostrare che si è fatto tesoro di quegli errori, coinvolgendo sistematicamente la comunità scientifica nelle decisioni da prendere. Per ricostruire i borghi appenninici com’erano e dov’erano occorrerà, infatti, abbandonare improvvisazioni mediatiche come quella dei cosiddetti ‘caschi blu della cultura’, e invece tornare ad avvalersi delle solide competenze del personale delle soprintendenze, troppo spesso umiliato e privato di ogni mezzo.

Grazie al lavoro esemplare di una funzionaria dei Beni Culturali (Alia Englen, coadiuvata tra gli altri dalla storica dell’arte, e direttrice del museo civico di Amatrice, Floriana Svizzeretto, uccisa dal crollo della sua abitazione) abbiamo una catalogazione capillare del patrimonio artistico di Amatrice, corredata da una capillare documentazione fotografica: ed è da questa conoscenza che bisogna ripartire per impedire saccheggi, salvare ogni pietra che si possa consolidare, ricostruire il resto e trattenere in loco il patrimonio mobile.

È una sfida vitale, perché riavere i nostri borghi com’erano e dov’erano non serve a difendere il passato: ma a permettere che esista un futuro.

«Discutendo con rappresentanti dei cittadini a diversi livelli, durante incontri e assemblee, abbiamo capito che la sicurezza era certo una priorità. Accanto alla quale, però, emergevano altri problemi, più antichi». La Repubblica, 28 luglio 2016 (m.p.r.)

Poche regole, semplici. Per prima cosa una buona ricostruzione è fondata sulla partecipazione delle persone colpite da un terremoto, sul loro senso comunitario. Inoltre non bisogna avere fretta né confondere la carità - necessaria - con la qualità degli interventi. Una buona ricostruzione, poi, comincia un minuto dopo la tragedia e tutto quel che si fa dai primi istanti è parte dell’obiettivo finale. E nell’obiettivo finale è compreso il miglioramento della qualità di vita di chi il sisma ha subito.

Alejandro Aravena, l’architetto cileno premio Pritzker 2016, artefice della svolta marcatamente sociale della Biennale architettura in corso a Venezia, sostenuta con forza dal presidente Paolo Baratta, ha nel curriculum il lavoro nella ricostruzione di Constitución, la città di circa 50 mila abitanti distrutta nel febbraio 2010 da un terremoto di magnitudo 8,8 e sulla quale successivamente si abbatté lo tsunami. Lavoro che si è ripetuto anche recentemente in Ecuador, dopo il sisma (magnitudo 7,8) dell’aprile scorso. A Constitución, dove la ricostruzione procede (l’80 per cento del tessuto urbano è stato distrutto), Aravena, che ora è a Venezia per uno dei periodici incontri previsti dalla Biennale, ha proseguito nell’esperimento già avviato anni prima a Iquique: con i pochi soldi pubblici a disposizione ha progettato insediamenti in cui veniva realizzata solo metà di un appartamento, comprese però le strutture portanti, lasciando a chi la abita di completarla. Uno dei sistemi considerati più innovativi dell’edilizia sociale.
Che cosa vi ha insegnato l’esperienza di Constitución?
«Fin dalla prima emergenza tutta la comunità, nessuno escluso, doveva essere coinvolta. Cominciando dalle piccole cose. A Constitución erano i bambini che s’incaricavano di distribuire l’acqua. Di solito nelle tendopoli arrivavano i camion cisterna e la gente si ammassava, contendendosi una razione d’acqua. Oppure occorreva andare a rifornirsi lontano e nessuno poteva procurarsi più di dieci litri per volta. Nel 2010 fu sperimentato un sistema appreso in Africa. Venticinque bottiglie da un litro erano sistemate in una specie di bidone che anche un bambino poteva far rotolare. Si alleviava una sofferenza e si faceva partecipare chi di solito non partecipa».

Un problema che in Italia si propone ad ogni terremoto è la sistemazione provvisoria dei senzatetto. Purtroppo è come se si partisse sempre da zero. Voi come avete proceduto?
«Il punto è come considerare il temporaneo. Non dev’essere né scadente né assomigliare a qualcosa che resterà permanente. A Constitución abbiamo realizzato strutture che sarebbero diventate parte di quelle definitive. Sia perché alcuni elementi dell’edificio sono stati riutilizzati, sia perché quell’edificio è stato successivamente completato. La ricostruzione è un processo incrementale. E la si deve concepire in questi termini fin da subito: si risparmiano tempo e soldi. Le persone sono disposte ad aspettare più tempo pur di avere una ricostruzione ben fatta. Ma il temporaneo ha anche bisogno di una dimensione collettiva».

In che senso?
«Le abitazioni provvisorie devono raggrupparsi e prevedere servizi in comune. Anche questo è utile a cementare uno spirito comunitario. A Constitución abbiamo realizzato strutture con un numero che andava da otto a venti abitazioni, ognuna per un gruppo familiare. Si formavano piccole cellule sociali, a metà strada fra il privato e il pubblico. Questi nuclei avevano un rappresentante e hanno costituito un elemento di base per la partecipazione alla ricostruzione vera e propria».

Questi nuclei riproponevano un rapporto di vicinato precedente il terremoto?
«In certi casi sì, in altri no. Non venivano stabilite regole fisse. Una gran parte di questo processo era comunque affidata alla volontà dei singoli ».

Veniamo alla partecipazione.
«La questione più delicata di una ricostruzione è il coordinamento di diverse risorse e di diversi interventi. Spesso la partecipazione viene considerata come una perdita di tempo, mentre è esattamente il contrario. Senza partecipazione dei cittadini ogni passaggio sarebbe stato più lento e sarebbero aumentati i fattori di inefficienza. Inoltre partecipare può anche funzionare come terapia per alleviare il dolore e ridurre la paura. Si condivide una visione del futuro. L’importante è capire che dalle persone colpite dal terremoto non bisogna aspettarsi risposte, ma domande che occorre interpretare alla luce delle conoscenze tecniche».
Mi fa l’esempio di un effetto del coinvolgimento dei cittadini?
«Dopo il terremoto, Constitución è stata investita da uno tsunami. Fra le soluzioni proposte c’era la costruzione di un muro che avrebbe dovuto proteggere da un’eventuale, nuova furia del mare. Discutendo con rappresentanti dei cittadini a diversi livelli, durante incontri e assemblee, abbiamo capito che la sicurezza era certo una priorità. Accanto alla quale, però, emergevano altri problemi, più antichi».

Quali?
«La carenza di spazio pubblico, in primo luogo. Ogni abitante di Constitución aveva a disposizione appena 2 metri quadrati di spazio pubblico. Tenga conto che a Londra sono 44. E, ancora: a ogni pioggia intensa parti della città finivano alluvionate. Poi entrava in gioco l’identità collettiva ».
L’identità?
«In Italia hanno valore identitario un campanile, una torre, un edificio antico, un centro storico. Ed è fondamentale che questi manufatti, danneggiati da un terremoto, si restaurino. A Constitución l’identità trovava raffigurazione nel fiume, le cui sponde erano quasi integralmente in mano a poche famiglie. Questi e altri elementi ancora ci hanno fatto capire quanto articolata fosse la domanda proveniente dalla comunità. E allora, invece di realizzare un muraglione, abbiamo cercato soluzioni che dessero risposte anche agli altri bisogni. Così è nata l’idea di un bosco davanti al mare, un bosco che potesse dissipare le onde di uno tsunami, ma che contemporaneamente fosse luogo di svago e di benessere, che consentisse l’accesso al fiume e che garantisse maggiore assorbimento delle acque piovane».
E la gente ha apprezzato?
«Ha votato e per il 94 per cento ha approvato il nostro progetto. È maturata la convinzione che da una tragedia si può uscire reinventando se stessi, conservando ciò che di buono la città aveva espresso e anche ottenendo nuove conquiste».

«Un’altra Italia, interna e provvisoria come quella appena ferita dal sisma, al centro del festival animato dal poeta della paesologia Franco Arminio. "La luna e i calanchi", viaggio "politico" negli avvolgenti paesaggi lucani di Aliano, dove la ricostruzione è anche quella delle parole». Il manifesto, 28 agosto 2016



Fare cinquecento chilometri per attraversare l’Abruzzo, tagliare la Puglia in direzione Potenza, e perderci negli avvolgenti paesaggi lucani verso Aliano per me e il poeta Adelelmo Ruggieri è stato un gesto politico. Arrivare in un paese di poche anime e tra queste terre dove le strade si perdono dentro i calanchi chiari e argillosi, strade che incrociano altre strade, fin quando dal basso delle lingue di asfalto non sali seguendo l’indicazione perché le case, i borghi, le piccole piazze sono in alto, bisogna conquistarli, espugnarli curva dopo curva.

Confinato qui dal fascismo Carlo Levi vedeva il paese «bianco vicino ad un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto», così scriveva in uno dei nostri libri civili, Cristo si è fermato a Eboli, che ad Aliano ha dato un po’ di notorietà letteraria.

Settant’anni dopo la sua pubblicazione un altro scrittore visionario quanto quello torinese, Franco Arminio, è giunto in questo luogo simbolico della Lucania interiore per organizzare «La luna e i calanchi», qualcosa che ricorda più i raduni situazionistici degli anni ’70 che le paludate rassegne festivaliere con i filosofi o gli scrittori, l’orizzontale contro il verticale insomma.

Lui, che si definisce un «Capitano» whitmaniano, quando arriviamo è già in Piazza Garibaldi padrone della scena. Pantaloncini corti da paesologo camminatore, stringe mani, incita e sfotte, cerca di risolvere anche i problemi di alloggio nelle case diffuse prive di asciugamani, carta igienica, dove non c’è neanche uno specchio per potersi guardare. Ma qui è così, e nessuno si lamenta, tutto è provvisorio come la comunità che si raccoglie ogni anno intorno all’autore irpino difensore dell’Italia interna, quello che visita da anni i paesi disabitati di un sud disperso per fare quello che chiama «turismo della clemenza». Mentre un’altra Italia, quella centrale, negli stessi giorni era straziata da un terremoto apocalittico, quindi un festival di una urgenza molto forte, diretto da uno scrittore nato nella ferita del sisma che colpì la sua Irpinia d’Oriente negli anni ‘80, che ha raccontato in un libro indimenticabile, Viaggio nel cratere (Sironi, 2003).

In Piazza Garibaldi, di lato alla sede del Comune, è allestito il circo dei Calanchi, un clown calvo e corpulento ammaestra i bambini seduti sulle balle di fieno, per strada Claudia Fabris, le cui ciocche di capelli nerissimi e rigogliosi sono alzate da palloncini colorati, gira con un cesto da cui si possono pescare poesie, in paese il clima è rilassato, si passeggia in lungo e il largo la via principale, i giovani arrivati qui e accampati in tenda stanno seduti ai tavoli dei due baretti bevendo birre, o vagano per i vicoli che da qui scendono verso Piazzetta Panevino. È l’agorà dove dalle dieci di sera alle sette del mattino c’è sempre qualcuno che recita, canta, suona, oppure come me e Adelelmo alle due passate conversa sui destini sociali del Sulcis-iglesiente ma anche sulla morte, tema al quale il festival della paesologia quest’anno dedica una stanza dove si può lasciare una testimonianza scritta. Ce ne sono alcune struggenti e umanissime. Mi colpisce quella scritta a mano con una grafia elegante di un mancato incontro davanti al mare di Posillipo: «Non sei arrivato e io ero a cinque minuti e non t’ho potuto abbracciare mentre morivi». Tra i vicoli molte istallazioni nelle cantine delle case, come la piccola ma preziosa mostra Cellophane armato di Pietrantonio Arminio, appoggiate a un muro che dà verso i calanchi le tavole in terracotta con le parole cadute in disuso: Umiltà, Rispetto, Altruismo, Tolleranza, Solidarietà, Ascolto e Pietà.

Per essere un piccolo paese, Aliano ospita un museo della civiltà contadina, la casa di Levi e i suoi luoghi, ricordati con delle targhe in terracotta in diversi punti del borgo, un auditorium e la Sala personale Paul Russotto, un pittore newyorkese di origini alianesi, esponente di spicco dell’espressionismo astratto americano. Sotto al museo c’è «La stanza delle voci», curata da Claudia Fofi e Silvana Kühtz, con giochi di lettura e il lascito delle voci. Sono voci di chi ha tradito, oppure è stato abbandonato. Quando mi siedo, Silvana legge una poesia però mi chiede di ascoltarla ad occhi chiusi. «Ci sono troppe immagini, troppe fotografie», mi spiega Claudia. «Bisogna dimenticare i visi e mantenere le voci, la voce è la vera anima delle persone». Quando va nelle scuole cerca di insegnare ai bambini di non parlare con la voce alta ma ad alta voce, spiega, «quella che si usava nei campi, che era una voce selvatica, vera» racconta commossa.

Diverse sono le incursioni paesologiche, come quella verso Gorgoglione, un pellegrinaggio iniziato con un serpentone di auto e finito a piedi tra i boschi fino alla Grotta del Brigante. Io e Adelelmo ci siamo andati insieme ad Antonio Selbusi e Fridanna Maricchiolo, incontrati in paese. Frida è ricercatore all’Università Roma Tre, dice che secondo lei la gente arrivata qui è spinta da un forte bisogno di identità sociale, «tutto si basa sull’appartenenza a dei gruppi che abbiano un riconoscimento sociale positivo, perché questo crea autostima». Ma c’è anche un bisogno forte di politica e di ricostruzione di un lessico, cose che questo festival comunitario interpreta con alcune lectio magistralis (Isaia Sales sulle mafie, Gianfranco Viesti su Sud e globalizzazione, tra gli altri) e i Parlamenti, sorta di confronto a più voci e aperto sulle questioni della contemporaneità. Indimenticabile «La passeggiata nei calanchi», poco sotto Aliano in un paesaggio lunare di collinette argillose e dentro il grande uliveto che si vede in alto, dal paese, la messe di alberi rigogliosi che tinteggiano le terre arse. Come in una cerimonia laica fatta di sedici stazioni, lungo la strada di polvere che serpeggia in uno scenario naturale fortemente suggestivo, riecheggiano voci e suoni di musicisti e poeti, quelle di attori. Anche grazie a queste «Azioni paesologiche», dove «l’arte sacralizza i luoghi», come dice Arminio al megafono mentre la processione avanza, «siamo sentinelle di questo paesaggio, quindi non potranno oltraggiarlo, anche grazie a noi diventerà il Parco protetto dei calanchi».

In una società dove ormai gli scrittori, gli intellettuali non hanno più un ruolo sociale, ridotti anche loro a produttori di merci seriali, divenuti entertainer spettacolari, Franco Arminio è l’ultimo dei poeti comunitari, cioè qualcuno per il quale la parola diventa concreta, la frase dà vita a una azione civile, è uno dei motivi che ha spinto me e Adelelmo ad arrivare fin qui in questa coda dell’estate, cosa che hanno fatto molti altri da ogni parte dell’Italia, poeti come Mariangela Gualtieri, critici rigorosi come Andrea Cortellessa, narratori civili come Andrea Di Consoli, reporter come Rumiz, filosofi, pensatori, politici che cercano d’invertire la rotta di un Meridione che arretra sempre di più nel mondo globalizzato. Le sue frasi liriche combattono quelle mortifere del Capitale finanziario, e al P.I.L. oppone esteticamente il B.I.L. (Bellezza interna lorda). Per i ragazzi nati in queste terre, spesso destinati alla cattività e all’esodo, Arminio ha scritto una lettera, li invita alla rivolta: «Uscite, contestate con durezza i ladri del vostro futuro: sono qui e a Milano e Francoforte, guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo. Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti». È l’erede naturale di Rocco Scotellaro e Danilo Dolci, di cui ho comprato proprio qui ad Aliano un libro delizioso, La radio dei poveri cristi, storia brevissima della prima emittente libera italiana durata un giorno e chiusa da poliziotti e carabinieri nel marzo del 1970. Me l’ha venduto un editore coraggioso arrivato dalla Sicilia, Ottavio Navarra, pacchi colmi di volumi e banchetto al seguito. «Sono venuto perché mi piace quello che scrive Arminio», mi spiega, «l’idea di un nuovo Umanesimo, siamo qui per cercare strade nuove, parole nuove, un festival dove uno diventa veramente protagonista».

Sono tornato a Fermo, la mia piccola città, giusto in tempo per sentire il grido sotterraneo di un’altra Italia interna sfregiata dal terremoto che ha colpito piccoli paesi che erano e sono anche parte della mia geografia interiore: Arquata del Tronto, Amandola, la montagna di Montegallo. Anche nel nostro appartamento al quinto piano, è arrivata la paura a svegliarci nel cuore della notte, a ricordarci fragili come le piante, le case, gli animali dei paesi.

Essendo stato per tre giorni ad Aliano, dove pubblico e artisti si incontrano davvero per strada, nei bar, soprattutto con la gente, con una umanità semplice e mite, consumano un pasto povero alla mensa, mi è venuta in mente quella frase bellissima di Cesare Pavese da La luna e i falò che pensando ai luoghi cancellati fa venire i brividi: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Dai sopralluoghi i primi atti di un'inchiesta. Magra consolazione affermare: «chi ha sbagliato pagherà». La Repubblica, 27 agosto 2016

Amatrice. Una scuola elementare appena ristrutturata che si sbriciola, i pilastri portanti incrinati. Un campanile restaurato tre volte che diventa la tomba di un bambino di pochi mesi. Case che crollano sotto il peso di soffitti in cemento armato poggiati sopra fragili mura di sassi. Palazzine dai tramezzi con più sabbia che malta. «No, quanto accaduto non può essere considerato solo frutto della fatalità», dice il procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva. L’uomo che, in queste ore, deve trovare la risposta più difficile: c’è una responsabilità “altra” per la strage dei 281 morti causata dal terremoto? «L’esperienza e la logica ci dicono che, ad Amatrice, le faglie hanno fatto tragicamente il loro lavoro. E questo si chiama destino. Ma se gli edifici fossero stati costruiti come in Giappone, non sarebbero crollati».

La verità dei tramezzi

Chiuso nel suo ufficio di Rieti, Saieva ricontrolla per l’ennesima volta la lista dei morti accertati sulla sua scrivania. «Sono loro, per ora, la mia priorità». Le salme. Da identificare ufficialmente, da sottoporre ad esame medico-legale una per una. «Tutte le nostre risorse sono impegnate su questo fronte». Ma il procuratore, che ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e omicidio colposo, sa bene la mole di lavoro che lo aspetta. E di cui già ha intravisto le tracce.

Poche ore dopo il terremoto della notte del 24 agosto, infatti, è andato personalmente sui luoghi del disastro. «Per portare la mia solidarietà», spiega. Ma era anche un sopralluogo. Di fatto, il primo atto della sua inchiesta. «All’ingresso del paese ho visto una villa schiacciata sotto un’enorme tettoia di cemento armato», racconta. «Poco lontano c’era anche un palazzo di tre piani che aveva tutti i tramezzi crollati. Devo pensare che sia stato costruito al risparmio, utilizzando più sabbia che cemento». Sono i primi appunti di un fascicolo tutto da scrivere. «Cose che accerteremo a tempo debito. Se emergeranno responsabilità e omissioni, saranno perseguite. E chi ha sbagliato, pagherà».
Documenti da recuperare
Sotto le macerie ci sono anche le carte su cui si baserà l’indagine della procura di Rieti, affidata a un pool di quattro magistrati. Sono i documenti raccolti dagli uffici tecnici di Amatrice (dove il municipio è devastato) e Accumoli, dove il campanile della chiesa è caduto. Permessi di costruzione, autorizzazioni, adeguamenti antisismici, progetti esecutivi, collaudi, relazioni dei direttori dei lavori. In sintesi, la vita burocratica di ogni edificio, di ogni appartamento, di ogni palazzo di questo territorio inserito dai geologi nella zona rossa, rischio sismico massimo.
La polizia giudiziaria non li ha ancora acquisiti. Una volta presi tutti i faldoni, l’indagine si concentrerà sugli immobili che hanno subito i danni maggiori. Iniziando da quelli dove ci sono state delle vittime. Secondo una prima stima, sono 115 gli edifici crollati o gravemente lesionati nei due comuni del reatino. I pm, per prima cosa, verificheranno se ciò che è stato costruito ex novo o modificato negli ultimi 15 anni sia conforme al testo unico del 2001, la norma base con le disposizioni in materia di progettazione antisismica. Ma non basterà risultare in regola sulla carta. Ulteriori accertamenti saranno svolti su come sono stati realizzati i progetti dalle imprese. E neanche allora basterà, perché poi si guarderanno i collaudi: sono stati fatti per tutti? Sono stati fatti correttamente?
I costruttori sotto accusa
Questa radiografia la subirà anche la scuola Romeo Capranica di Amatrice. Il simbolo di un fallimento, a suo modo. Torniamo indietro di qualche anno, intorno al 2010. Il comune di Amatrice riceve un primo finanziamento di 500mila euro dal fondo per l’edilizia scolastica. A questi, dopo il sisma dell’Aquila, se ne aggiungono 200mila, stanziati dalla Regione con l’obiettivo specifico del miglioramento antisismico di quell’edificio. Soldi che in realtà il comune di Amatrice anticipa dalle proprie casse, perché ancora oggi non sono stati erogati dalla Provincia.
L’istituto viene comunque ristrutturato e inaugurato in tempi record: il 13 settembre 2012, alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico. Ma sull’esecuzione dei lavori, la storia si ingarbuglia. L’appalto lo vince il Consorzio Stabile Valori, controllato dalla Dionigi srl, di cui è socio l’avvocato amministrativista Francesco Mollica, 39 anni. Un suo zio, l’imprenditore di Patti Pietro Tindaro Mollica, si è ritrovato più volte coinvolto in vicende giudiziarie, senza però aver mai riportato condanne e ottenendo da Tar e Consiglio di stato l’annullamento di alcune interdittive antimafia. Oggi Pietro Tindaro Mollica è ancora imputato per bancarotta a Roma. Attraverso l’avvocato Filippo Dinacci, il Consorzio stabile Valori, rappresentato da Valentino Di Virgilio, spiega: «Eseguiamo i lavori attraverso circa 80 consorziate. Nel caso di Amatrice sono stati assegnati ed eseguiti totalmente dalla Edil Qualità di Roma. Siamo certi della correttezza dell’operato dell’impresa costruttrice».

Polistirolo nelle mura
Altro nodo da sciogliere riguarda un ulteriore appalto “per la prevenzione e riduzione del rischio connesso alla vulnerabilità degli elementi anche non strutturali della Capranica”. La gara, per un valore di 172.000, si apre il 22 dicembre scorso e se la aggiudica la Dema Srl con un ribasso del 27,5 per cento. Solo pochi giorni prima del terremoto, alla preside della scuola viene comunicato che si sarebbe fatto un intervento al tetto. Le prime foto degli interni, scattate dalle squadre dei vigili del fuoco dopo il disastro, sembrano però suggerire problemi strutturali ai pilastri più che al soffitto. E alcune immagini televisive mostrano polistirolo e retine nelle strutture portanti. Ma Sergio Pirozzi, il primo cittadino di Amatrice, non ci sta a finire sulla graticola: «Abbiamo già notificato ai carabinieri la delibera con la quale ci costituiremo parte civile. Evitiamo qualsiasi sciacallaggio. Ho dei figli, sono il primo ad essere sconvolto».

«Non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie». Il manifesto, 25 agosto 2016 (m.p.r.)

Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione dell new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto.

«Questo terremoto, disvela anche altro. E’ un grande e sinistro fascio di luce gettato su quelle estese aree del nostro territorio che per convenzione ormai chiamiamo “aree interne”». Il manifesto, 25 agosto 2016 (m.p.r.)

Il terremoto che ha colpito i paesi del Reatino, come spesso accade agli eventi catastrofici, è un potente disvelatore di gravi questioni. E non si tratta soltanto, come al solito, dei consunti benché sacrosanti temi che siamo costretti a ripetere come un rosario dopo ogni sisma devastatore. Vale a dire la sempiterna mancanza di previdenza nella costruzione degli edifici, la nessuna consapevolezza storica del territorio, la rimozione di ogni “memoria” dei luoghi, della loro fragilità, della sfida sotterranea che un suolo come quella della Penisola lancia al futuro di ogni edificazione.

L’immagine della torre dell’orologio di Amatrice (tredicesimo secolo), che svetta ancora intatta su un cumulo di abitazioni in macerie, è un atto di accusa che i costruttori dei secoli passati lanciano contro la modernità di cartapesta dei contemporanei.

Ma questo terremoto, che per fortuna non ha colpito una città, com’è accaduto a L’Aquila, né grandi centri abitati, disvela anche altro. E’ un grande e sinistro fascio di luce gettato su quelle estese aree del nostro territorio che per convenzione ormai chiamiamo “aree interne”. E’ la vasta Italia della dorsale appenninica e pre-appenninica, l’Italia delle montagne e soprattutto delle colline. Un’area che si va sempre più spopolando, disgregando tanto sotto il profilo sociale che territoriale, modificando in maniera drammatica la geografia nazionale. Un immenso “osso”- per riprendere una vecchia e nota metafora di Manlio Rossi Doria – si va sempre più dilatando lungo la fascia centrale della Penisola, mentre la “polpa”- l’area più ricca di attività produttive, servizi, popolazione- si va restringendo progressivamente sui versanti costieri.

E’ un processo che costituisce una perdita economica e sociale gigantesca, già oggi e che ne prepara una ancora più drammatica per l’avvenire. L’abbandono delle aree interne comporta infatti il progressivo decadimento di un immenso patrimonio edilizio, spesso frutto di una sedimentazione secolare, e non privo di beni monumentali di pregio. Ma con i paesi deperiscono anche le economie che li sostenevano. Per millenni la nostra agricoltura è stata prevalentemente collinare. Ora si lascia che terre fertili- fonte di sostentamento e ricchezza per infinite generazioni – siano abbandonate, invase dalla macchia, o oggetto di speculazione edilizia. E che dire dei boschi, habitat produttivi di prima grandezza, ecosistemi di rilevante utilità, oggi sempre più lontani da un orizzonte di governo consapevole? Come se la ricchezza dell’Italia si esaurisse nell’industria e nelle banche. Come se l’industria e perfino le banche non dipendessero alla fin fine anche dalla salute del territorio.

Le attuali classi dirigenti ignorano infatti sovranamente il delicato equilibrio ambientale su cui si è venuta evolvendo la geografia della Penisola. Questo equilibrio ha avuto il suo centro nell’area dell’”osso”, là dove si formano le forze dinamiche dei processi erosivi che dal monte scendono a valle, verso le coste e il piano. Se le aree interne vengono abbandonate e nessun aggregato demografico presidia più il territorio, questo equilibrio si rompe e la “polpa” delle pianure e delle coste pagherà prezzi altissimi ad ogni alluvione stagionale. Anche le industrie ed i servizi verranno colpiti.

Strano Paese il nostro. Ormai da anni demograficamente fermo, con una popolazione sempre più vecchia, investe soldi, istituzioni ed energia per segregare tanti disperati che approdano alle nostre coste come degli appestati. Eppure si tratta in genere di giovani, desiderosi di costruirsi una vita degna, in cerca di una qualche patria. Se i nostri governanti fossero dotati di qualche barlume di visione, di un minimo di capacità pianificatoria – smettendo l’ormai comodo alibi di un mercato risolutore di ogni problema – il grande dramma dell’immigrazione si rovescerebbe, nel giro di qualche anno, in una potente leva di “riconversione ecologica” del nostro territorio. Un’occasione per voltare una pagina di ripetuti fallimenti.

Ci auguriamo che la ricostruzione dei paesi distrutti dal sisma non avvenga secondo una logica di puro risarcimento delle popolazioni colpite, ma costituisca l’avvio di un nuovo corso per fare dell’Italia interna il cuore di un rinnovato rapporto tra popolazioni e risorse.

Un ramoscello d'olivo agitato dal comune di Melegnano, simbolo della resistenza contro l'avanzare di uno "sviluppo"sempre pù basato sul consumo di energia e sullo svuotamento delle residue risorse naturali. Gli adoratori del PIL scalpitano impazienti. Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2016 (p.s.)

Il gasdotto Tap in Puglia bloccato all’ultimo miglio. Benchè il ministero dell’Ambiente abbia rilasciato la Valutazione di impatto favorevole, con prescrizioni, nel lontano 11 settembre del 2014, e il ministero dello Sviluppo economico l’Autorizzazione unica il 20 maggio del 2015, il braccio di ferro, l’ennesimo, tra società del gasdotto e regione Puglia su una delle 66 prescrizioni – la A 44 che riguarda il ripristino ambientale – tiene in scacco i lavori preliminari nell’area di Melendugno, nel Salento, dove l’opera approderà dal Mar Adriatico.

La prescrizione riguarda il reimpianto degli ulivi e loro ricollocazione ma anche il ripristino dei muretti a secco e di tutti gli altri elementi che costituiscono il paesaggio. Va premesso che su quasi ogni prescrizione (57 del dicastero dell’Ambiente e 9 dei Beni culturali) c’è un ente vigilante (i ministeri stessi o la Regione) e uno o più enti coinvolti (dall’Arpa Puglia al Comune di Melendugno). Inoltre, ciascuna prescrizione corrisponde, anche sul piano temporale, a una fase di lavoro, fissa dei paletti al riguardo, e per la sua applicazione Tap ha presentato un progetto alle amministrazioni competenti.

Attualmente le attività di cantiere che Tap ha avviato da metà maggio (una decina di operai al lavoro nell’area) non possono proseguire nell’area del microtunnel, 1,4 chilometri di tracciato, se la Regione Puglia, in qualità di ente vigilante della prescrizione A44, non accende il semaforo verde. Prescrizione parzialmente ottemperata, ha detto la Regione mesi fa. Tale decisione, ha dichiarato il governatore pugliese Michele Emiliano, si basa sul fatto che il comune di Melendugno (soggetto coinvolto) ha respinto il progetto di Tap dopo le osservazioni dei Vigili del Fuoco sulla «distanza tra le sedi di reimpianto degli ulivi e la proiezione a terra del contorno della condotta», mentre la regione stessa ha preso atto delle disposizioni del ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, circa il «divieto di movimentazione degli ulivi nelle zone infette» dalla Xylella.

In seguito al pronunciamento della regione, sono intervenuti una serie di chiarimenti a più livelli ma sul piano concreto non è accaduto nulla. Nè la regione stessa ha emesso un nuovo parere. Cosa è stato chiarito nel frattempo? Che non c’è interferenza tra gli ulivi e la condotta del gasdotto, perché le norme richiamate dai Vigili del fuoco valgono solo per gli alberi ad alto fusto, tipologia nella quale non rientrano gli ulivi; che il Comune di Melendugno ha sì espresso il suo diniego ma ha pure evidenziato che la Regione deve decidere sul punto; che le disposizioni sulla Xylella non hanno impatto sui lavori dell’opera; infine, che Tap è disponibile ad avviare il discorso delle compensazioni ambientali. Va aggiunto che alla prescrizione A44 sono correlate anche altre due, A29 e A45, rispettivamente piano di gestione degli ulivi e monitoraggio ambientale, sulle quali, però, non ci sono problemi visto che i piani di Tap sono stati approvati rispettivamente da Regione Puglia e Arpa Puglia in qualità di enti vigilanti. Tutto, quindi, si concentra sulla prescrizione A44 e Tap adesso solleciterà un ulteriore intervento del ministero dell’Ambiente per superare lo stallo.

Per motivi climatici e colturali ora non si possono espiantare gli ulivi – Tap aveva previsto di farlo ad aprile scorso –, ma ulteriori ritardi rischiano di pregiudicare l’avanzamento del cantiere. Senza trascurare che Regione e Comune di Melendugno, dall’inizio contrari alla localizzazione nel Salento per motivi ambientali, hanno in piedi anche un giudizio al Consiglio di Stato (ma la nuova udienza è a gennaio) contro l’Autorizzazione unica del Mise, già riconosciuta valida dal Tar.

La proposta: «la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare». La Repubblica, 19 giugno 2016 (m.p.r.)

L’importante non è vincere, ma partecipare: chi non conosce il bellissimo motto reso noto (ma non coniato) dal barone De Coubertin che tutt’oggi ispira i Giochi olimpici? Meno nota è un’altra considerazione dello stesso barone che nel 1911 fece riferimento «ai costi spesso esagerati incorsi nelle più recenti Olimpiadi». Poiché il tema delle Olimpiadi a Roma sta tenendo banco e non solo per via della campagna elettorale, forse è bene capire cosa l’organizzazione di un evento di questo genere comporti. Chiarito subito che non è possibile, come auspicato dalla senatrice Taverna del M5S, «rimandarlo», sarebbe opportuno cercare di farsi un’idea dei pro e dei contro di un’eventuale aggiudicazione sulla base dell’esperienza passata e di chi coinvolgere nel processo decisionale. La letteratura relativa all’analisi economica dei Giochi olimpici è variegata: alcuni rapporti vengono considerati non attendibili perché effettuati “su commissione”; in altri casi si sono riscontrate difficoltà a reperire i dati necessari.

Uno dei lavori più accurati è quello della Said Business School dell’Università di Oxford che affronta un tema particolare ma significativo, lo sforamento dei costi previsti. Prendendo in analisi le spese direttamente legate all’evento sportivo (trasporti, costo del lavoro, sicurezza, amministrazione, cerimonie e così via) e quelli indiretti (villaggio olimpico, media center, ecc) per le Olimpiadi sia estive che invernali dal 1960 al 2010, viene fuori un quadro sconfortante: rispetto al budget preparato dal comitato organizzatore le uscite in media sono schizzate in termini reali del 179%. Le Olimpiadi invernali di Torino sono state un po’ migliori con un aumento solo dell’82 % sulle stime, ma in peggioramento rispetto alla media delle Olimpiadi più recenti dal 1998 in poi. D’altronde, i Giochi di Pechino, che si sono discostati solo del 4% da quanto previsto, secondo i ricercatori di Oxford nascondono i cosiddetti costi indiretti accessori, quelli per aeroporti, strade, ferrovie o ristrutturazione di alberghi che in Cina sono stati enormi (si stimano esborsi complessivi di addirittura 43-45 miliardi di dollari).

Si dirà che tutti i progetti di grandi infrastrutture sforano le previsioni: sì, ma non di così tanto, in genere, tra il 20 e il 45% e la ricerca conclude che ospitare i Giochi dovrebbe essere considerato con grande cautela specialmente dalle economie “problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”. Al lettore giudicare se l’Italia sia o meno in questa categoria.
Riguardo agli effetti macroeconomici delle Olimpiadi, guardando a quelle di Londra, le più recenti e considerate di successo, non c’è alcun accordo tra gli analisti. Alcuni (Pwc e Moody’s) stimano un beneficio per il Pil di + 0,1% l’anno, altri fanno risalire il buon andamento del terzo trimestre del 2012 (data dei Giochi) al giorno di vacanza supplementare goduto dai britannici nel primo trimestre. Le vendite al dettaglio sono calate perché la gente stava davanti alla tv e le visite a musei, teatri e luoghi di attrazione sono calate del 30%. Il villaggio olimpico è costato 1,1 miliardi di sterline ed è stato rivenduto a 825 milioni, lo stadio olimpico 484 milioni ed è stato affittato per 99 anni a poco più di 200. Solo per la sicurezza si sono volatilizzate 5,7 miliardi di sterline.
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici, evitando di costruire cattedrali nel deserto e costringendo il Comitato Internazionale Olimpico ad abbassare ogni pretesa in quanto mancavano altre città candidate. Per il resto Barcellona ha lasciato 6,1 miliardi di euro di debito, Atene 2004 ha praticamente rovinato la Grecia. Anche Torino 2006, che pure è stata organizzata bene, ha lasciato opere inutili (il solo trampolino per il salto con gli sci è costato 34 milioni, è inutilizzato e succhia un milione di manutenzione l’anno), perdite (coperte dai fondi pubblici) e debiti. D’altronde basta leggere l’eccellente libro dell’economista Andrew Zimbalist sugli aspetti economici delle Olimpiadi dall’eloquente titolo Circus Maximus per convincersi che, con l’eccezione di Los Angeles, l’organizzazione dei Giochi è stata un cattivo affare.
Se poi volgiamo lo sguardo ad altri mega-eventi organizzati nel nostro Paese, la memoria va ad Italia 90 (costata ai prezzi di oggi 7 miliardi di euro con gli appalti assegnati senza gare) e ai Mondiali di nuoto del 2009, le cui storie di sprechi, corruzione, mancato utilizzo degli impianti sono leggendarie,rappresentate plasticamente dallo scheletro del palazzetto con le vele a pinne di squalo di Tor Vergata, costato 250 milioni.
Ciò detto, si pone il problema di chi dovrebbe deliberare la candidatura di una città a divenire sede olimpica. In Italia il decisore ultimo è il governo. Tuttavia, ci sarebbe un modo più semplice di assicurare un processo accurato ed equo ed esso passa attraverso il referendum. In realtà, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni, questo dovrebbe coinvolgere l’intero Paese, perché le eventuali perdite sarebbero ripianate anche con la casse statali. Purtroppo questa sembra una soluzione complessa mentre assai più praticabile è la consultazione cittadina. Pure qui c’è un problema: i romani potrebbero essere ben felici di votare sì ad un evento che porterebbe a loro i maggiori benefici e al resto d’Italia il conto da pagare. Ecco quindi che si potrebbe prospettare una soluzione simile a quella che il governo canadese negoziò con Montreal e la provincia del Québec: la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare, i cittadini romani (o laziali), che potranno quindi scegliere tra rischio di nuove tasse e orgoglio cittadino. No taxation without representation: vale anche il contrario però.

«Un impegno corale, a cui architetti e urbanisti contribuirono con intelligenza e passione. A molti aspetti l’esperienza del Friuli rinvia, e su tutti è necessario riflettere». La Repubblica, 7 maggio 2016 (c.m.c.)

Per molte ragioni è importante riflettere su tutti gli aspetti dell’esperienza del Friuli, su tutti gli elementi che la resero possibile: 75mila case danneggiate e 18mila distrutte nel 1976, 74mila riparate e più di 16mila ricostruite dieci anni dopo.

È importante farlo in un Paese troppo spesso dimentico di quel che ha saputo fare e incapace di trarre insegnamenti dal passato. Molti elementi concorsero allora, in primo luogo un appassionato protagonismo collettivo — ricco anche di elementi conflittuali — e una altrettanto felice capacità di ascolto delle istituzioni: con leggi nazionali e regionali che, sulla scia del miglior riformismo degli anni 70, decentrarono le decisioni e trovarono amministratori locali all’altezza dei propri compiti.

Era l’Italia del 1976, percorsa da ansie diffuse di partecipazione, e in essa prese corpo una “democrazia dal basso” — nelle assemblee delle tendopoli e nel coordinamento dei paesi terremotati — di cui ho viva memoria: un clima immaginabile solo in quella Italia, percorsa da una diffusa speranza di rinnovamento radicale (di lì a poco le devastazioni del terrorismo avrebbero stravolto il quadro, ma forse non era inevitabile che le cose andassero così).

Le cronache dell’epoca ci riconsegnano bene quell’“aura”: “i terremotati hanno deciso di passare all’attacco — scriveva a esempio a luglio Giuliano Zincone — hanno eletto delegati di tendopoli, organizzano assemblee e a giorni faranno una grande manifestazione a Trieste, sede della Regione, per evitare che il terremoto si trasformi definitivamente in una Caporetto civile”. Il “rischio Caporetto” non c’era stato in realtà a maggio, nella risposta immediata delle popolazioni colpite e del Paese. Di tutto il Paese, in una mobilitazione che coinvolse differenti generazioni e diversissimi vissuti: dai giovani volontari, non immemori di ansie sessantottine, alle associazioni degli alpini, dai boy scout ai molti friulani che ritornarono nella loro terra, anche dall’estero, per “dare una mano”.

Si affacciò per un attimo a settembre, quel rischio, quando una seconda ondata di scosse portò un colpo mortale alle illusioni di una ricostruzione immediata, che pure erano ampiamente circolate: l’esodo forzato verso le zone più sicure dei litorali o altrove — avvicinandosi ormai l’inverno — sembrò segnare la fine di una stagione di speranze. Così non fu, ed entra qui in campo anche il secondo aspetto decisivo di quell’esperienza: la capacità di ascolto delle istituzioni e la scelta di affidare le decisioni alle amministrazioni locali (amministrazioni che nel loro operare avrebbero mostrato quanto quella scelta fosse fondata).

Assieme al ruolo svolto dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti: nacque allora la nostra Protezione civile. Sono i mesi in cui nasce anche il primo “governo di unità nazionale”, o “delle astensioni”, guidato da Andreotti, nell’incerto scenario aperto dalle elezioni del 1976 (di poco successive al sisma): con la Dc “costretta” a coinvolgere in qualche modo il Pci ma altrettanto “costretta” (per propria vocazione e per persistenti veti internazionali) a tenerlo sull’uscio.

Quel clima favorì talora un “consociativismo” portato a prevalere sui cittadini, in Friuli accadde esattamente il contrario: favorì decentramento e partecipazione. E in tutto questo si inserì il ruolo svolto dalla Chiesa friulana — guidata da un vescovo di straordinaria levatura e umanità, Alfredo Battisti — che trovava radici nella sua “vicinanza storica” alla popolazione (una vicinanza non priva di suggestioni “autonomistiche”): “prima le fabbriche e le case, e poi le Chiese”, si disse, e da più parti venne dato impulso anche alla nascita dell’Università di Udine.

Un impegno corale, dunque, cui architetti e urbanisti contribuirono con intelligenza e passione, e favorito in qualche modo anche dalla natura degli insediamenti colpiti: il sisma riguardò infatti una estesa rete di centri relativamente piccoli (o comunque organizzati in borghi, come Gemona), e le tendopoli ricostruirono subito i tessuti sociali e gli stessi rapporti con gli amministratori.

Sono più chiare allora le molte radici dell’esperienza friulana, e sono possibili anche alcune riflessioni sul diverso calvario dell’Abruzzo colpito dal sisma del 2009. Colpito sin nel suo cuore, L’Aquila: con la popolazione dispersa spesso nelle differenti zone della Regione, e “isolata” al tempo stesso da un centralismo che ha tentato di impedirle in tutti i modi di partecipare alle decisioni.E con una berlusconiana “politica del fare” incentrata su insediamenti inventati ex novo (l’esatto contrario di quel che rese vincente l’esperienza friulana), con conseguenze pesanti per il futuro di una città e di una regione. A molti aspetti dunque l’esperienza del Friuli rinvia, e su tutti è necessario riflettere.

Il terremoto nel Friuli. Il racconto di quegli istanti, di quel luogo e la scomparsa di un mondo antico. La Repubblica. 7 maggio 2016 (c.m.c.)

Ricordo perfettamente dov’ero e cosa facevo quando arrivò il terremoto del 6 maggio ‘76, e anche dov’ero e cosa facevo durante le scosse successive. Sono fotogrammi stampati nella memoria con nitidezza impressionante. È come per l’11 settembre 2001: tutti ricordiamo il momento in cui arrivò la notizia. Io ero a spasso per Napoli, c’era il sole, e una donna lanciò da una finestra il grido “Hanno bombardato New York, poi il grido si moltiplicò, corse di bocca in bocca come una fucilata per Spaccanapoli fino ai Quartieri Spagnoli.

Quella sera che la voce del Profondo urlò sotto i monti del Friuli stavo lavorando nella redazione de Il Piccolo, a Trieste, a 80 chilometri dall’epicentro. Una vecchia stanza con due scrivanie, ai piedi del Colle di San Giusto. Faceva caldo, le finestre erano aperte sulla strada, si sentiva profumo di acacia. Ricordo che scrivevo un pezzo sulla “Dottrina Brežnev” su una Olivetti Lettera 32. Alle 21 ci fu un tremito lungo e così regolare che immaginai una messa in moto anticipata delle rotative, due piani più in basso. Non mettevo minimamente in conto una cosa lontana, visto che la sedia ballava, e la sedia era sotto di me.

Il fatto è che quella cosa tremendamente vicina non accennava a smettere. Poi, dalla finestra, vidi che tutto il giornale — giornalisti e tipografi — si era riversato per strada. Ero l’unico rimasto in redazione. Uscendo, feci in tempo a vedere la tromba delle scale contorcersi su se stessa. La percorsi e quando arrivai per strada — senza correre per conservare un minimo di dignità — era già tutto finito. Non c’era nemmeno un’automobile in giro, il traffico era scomparso, ma le strade erano piene di gente. Tutta Trieste era uscita in ciabatte o maniche di camicia. Non avevamo la minima idea di dove avesse picchiato il terremoto.

La parola Friuli arrivò solo un’ora dopo, sotto forma di lancio d’agenzia, mentre ero chino sui tavoli della composizione del giornale. Volarono nomi di montagne note: San Simon, Chiampon.
Li sentii rimbombare cupamente. Poi si parlò di centri abitati. Gemona. Venzone. Noti anche quelli. Partirono i primi inviati e i primi soccorsi. Ma il terremoto ci mise del tempo a uscire dalla dimensione astratta di un telex. Non sapevamo che in quei cinquanta secondi era scomparso un mondo antico. Per quanto mi riguarda, forse non lo volevo sapere.

Ma sì. Non era possibile che fosse scomparsa Montenars, dove da bambino avevo passato estati a caccia d’asparagi o di gamberi di fiume sotto il Monte Quarnan. Non poteva essere crollata la bottega di alimentari di “sior Raffaele” dove avevo imparato la lingua locale e il gioco fulmineo della morra. Era impossibile che se ne fosse andata la piccola Magnano in Riviera, il paese che nonno Domenico aveva lasciato a otto anni per un destino d’emigrazione a Buenos Aires. Rifiutavo che non ci fosse più Artegna, con la casa della bella “Mariute” dal sottotetto pieno di pannocchie e la grande aia pavimentata con ciottoli dove avevo visto ammazzare il maiale.

All’alba del 7 maggio ci furono scosse di assestamento e ne ricordo perfettamente la prima. Ero in cucina, avevo in braccio mio figlio Andrea di tre mesi che, succhiando il biberon, subito avvertì il mio allarme sbarrando gli occhi. Fu solo allora, ricordo, nel grande silenzio della casa, che ebbi la percezione nitida della potenza del Profondo e capii perché quelle montagne mi erano sempre apparse arcigne. La cordigliera dei Musi, in particolare, segnata di bianche abrasioni, simile all’onda di uno tsunami, che separava le Alpi Giulie dalla pianura friulana. Poi aprii la radio e cominciò la conta dei morti e dei paesi distrutti.

Il 15 settembre mio cognato andava a insediarsi come pretore a Tolmezzo e si beccò entrambe le scosse, micidiali, che quel giorno diedero al Friuli il colpo di grazia. Con la seconda gli venne addosso l’intera parete di scaffali e bottiglie nel bar dove era andato a brindare al primo incarico di magistrato. Nelle settimane seguenti mollai per un po’ la redazione e finii con i soccorritori nella selvaggia alta valle del Torre, un posto dimenticato da Dio e anche dalla politica, dove avevamo allestito un campo di fortuna.

Fu lì che, verso sera, sentii il ghigno della Signora del profondo come mai prima. Ero in tenda, sfinito. Leggevo, ricordo, Praga Magica di Ripellino, l’unico libro che avevo nello zaino. A un tratto, con veloce crescendo, un lamento baritonale si impossessò della valle. Pareva un corno tibetano. Solo quando aprii la zip e guardai fuori, arrivò la scossa, sfasata di alcuni secondi rispetto al tuono. Era un banale assestamento, ma egualmente la valle parve rattrappirsi e gli strati contorti della montagna, in alcuni punti, presero a sparare scintille. Massi rotolarono nei ghiaioni, poi fu di nuovo silenzio. E non esiste silenzio più silenzio di quello che segue un terremoto.

Sono passati quarant’anni e non sono mai tornato nei posti dell’anima che avevo conosciuto prima del 6 maggio del ‘76. Mai più ad Artegna, a Magnano o a Montenars. Ci ho sempre girato attorno, meticolosamente. Troppa la paura di non saperli ritrovare o di scoprirvi l’ombra irriconoscibile del bambino che ero. Viaggiando, capivo che la ricostruzione più ben fatta d’Italia aveva cambiato tutto. Aveva sepolto un mondo più della furia di Persefone. Forse tutto sarebbe cambiato egualmente, certo. Ma quella resta per me la cesura. Non troverò mai più il Friuli che ho amato.

Due articoli (di Caterina Pasolini e di Michele Serra) fra i tanti che raccontano l'emergenza del giorno; un evento che andrebbe commentato, per gettare una goccia di buonsenso in un oceano di confusione: lo faremo domani. La Repubblica, 28 dicembre 2015


SMOG, LE TRE GIORNATE DIMILANO
DELRIO: “ECCO IL PIANO DEL GOVERNO”
di Caterina Pasolini


Auto ferme dalle 10 alle 16 fino a mercoledì. Targhe alterne a Roma Grillo e i Verdi all’attacco. Galletti: “Giù i biglietti dei mezzi pubblici”

L’aria inquinata assedia le città e surriscalda la politica, con lo smog sempre più al centro dello scontro aperto tra governo e opposizione. Se oggi fino a mercoledì sarà blocco totale del traffico a Milano e in 11 comuni lombardi, Roma si limita alle targhe alterne tra le proteste di Grillo che parla di «governo spocchioso indifferente ai morti» e dei Verdi che minacciano di denunciare il prefetto Tronca e che parlano di «omicidio di stato».

«Si sarebbero potuto salvare 25 mila vite se i limiti di legge del pm10 e del No2 fossero stati rispettati. Questo è un omicidio di Stato», accusa Angelo Bonelli dei Verdi. Rincara la dose Beppe Grillo parlando dei 68mila morti in più del 2015 previsti dall’Istat: «Lo smog sta rendendo le città italiane sempre più simili a Pechino. Adesso si vieta la circolazione alle auto, tra poco sarà vietata la circolazione delle persone, come in Cina. L’inquinamento ci avvelena e il premier e i ministri spocchiosi non si rendono conto di quello che accade nel paese» accusa il leader dei cinquestelle.

Alle accuse risponde il ministro dell’ambiente Gianluca Galletti. «Davanti all’emergenza smog, che per gli effetti climatici si ripresenterà in futuro in modo frequente, la a risposta deve essere coordinata e di sistema. Non in ordine sparso». Così ha convocato mercoledì una riunione con sindaci e governatori in modo da confrontare le misure adottate e trovare un unico modo per procedere. «Proporrò ai sindaci di abbassare il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici per invogliare la gente a lasciare a casa l’auto».

Il governo sotto accusa ribatte insistendo che nella legge di stabilità ci sono già misure antinquinamento. A dirlo, sulla sua pagina Facebook, il ministro alle infrastrutture e trasporti Graziano Delrio: «Possono contribuire all’abbassamento delle emissioni le riqualificazioni energetiche nell’edilizia per le quali sono previste detrazioni del 65%, gli stanziamenti di 60 milioni per invitare a trasportare le merci sui treni, gli altri 91 miloni destinati alla mobilità ciclabile inserite nella legge di stabilità».

E mentre il governo annuncia riunioni e interventi, il prefetto di Roma Tronca viene accusato dai Verdi di fare il «promoter dei commercianti» non bloccando il traffico e minacciano di denunciarlo in procura. «È il responsabile della salute dei cittadini. Se i provvedimenti presi risulteranno inadeguati possono configurarsi precise responsabilità penali », aggiungono al Codacons. Oggi nella capitale non viaggeranno i veicoli con la targa dispari nella fascia verde dalle 7.30 alle 12.30 e dalle 16.340 alle 20.30. Domani toccherà alle pari stare ferme. Per invitare i romani ad usare i mezzi pubblici il biglietto varrà per tutto il giorno.

LA RIMOZIONE DEL CIELO
di Michele Serra

La Milano felix dell’ultimo paio d’anni, ordinata, sicura di sé, lustra di Expo e con il suo skyline nuovo fiammante, soccombe come ogni altra città alla mefitica nube di polveri che la avvolge.

I nuovi grattacieli, in pieno giorno, immergono le loro vette in un cielo opaco, che le ingoia e le cancella. Osservati dal piano stradale, è come assistere a un tuffo al contrario; un tuffo nel mare ignoto che ci sovrasta. Non è più lo smog nerastro e unto che massacrava i colletti delle camicie negli anni Sessanta e Settanta, quando il carbone delle caldaie e i fumi delle fabbriche spalmavano sulla città una patina buia, catramosa. È una moltitudine subdola di particole che l’assenza di vento aggrega in una specie di aerosol permanente, che solo il vento e la pioggia possono lavare via. Con metafora non scientifica, ma credo efficace, potremmo dire che lo smog è passato da uno stadio primitivo, basico, da rivoluzione industriale, a una più raffinata formula postmoderna. Meno visibile (se non dopo una lunga siccità) ma non per questo meno perniciosa.Non c’è certezza dei morti effettivi, caso per caso, città per città; ma che di particolato ci si ammali e si muoia, sì. Secondo l’Oms (dati del 2008) circa due milioni di umani ogni anno, nel mondo, muoiono a causa di quello che si respira nelle città dove abitano.

Questa certezza del male che riscaldarci, nutrirci, produrre cose provoca all’ambiente e dunque a noi stessi, come è inevitabile che sia genera fatalismi e isterismi in pari misura. Si va dal tipico “non possiamo farci niente, e comunque la vita media è in aumento in tutto il mondo sviluppato”, all’altrettanto tipico “è una vergogna, governo assassino”. Al netto di queste due inutili eppure frequentatissime parti in commedia, quello che davvero colpisce in emergenze come questa, e come in tutte le cosiddette emergenze legate al clima, è che siano appunto considerate emergenze e trattate da emergenze; mentre sono problemi strutturali del pianeta Terra, del suo modello di sviluppo e di vita. Strutturali e dunque quotidiani. Ogni picco che arriva sulle prime pagine dei giornali e sul tavolo dei ministri è sorretto da un ampio contrafforte che si estende, giorno per giorno, lungo i decenni: è quel contrafforte — la “normalità” dello sviluppo e della nostra maniera di vivere — l’evidente matrice di ogni allarme, di ogni provvedimento drastico o pseudo tale, di ogni blocco del traffico.

Il sospetto è che l’artificialità delle nostre vite quotidiane (che raggiunge, nelle città, il suo culmine) produca una vera e propria “rimozione del cielo”, che lasciamo scrutare a meteorologi poi interpellati, quando abbiamo paura o disagio, come aruspici. Perché viviamo, letteralmente, “al riparo”, condizionati in estate, riscaldati in inverno, sempre più ignari della volta celeste che invece, e nonostante noi, ci avvolge, ci fa respirare, raccoglie le nostre deiezioni e si surriscalda.

Mi è capitato parecchie volte, in periodi di prolungata siccità come questo, da quel pendolare città-campagna che sono, di scoprire che amici milanesi non avevano alcuna idea che i fiumi erano in secca e i campi inariditi; fino a che — l’emergenza, appunto — qualche telegiornale decideva che le immagini del Po che sprofonda nel suo limo (o all’opposto preme sugli argini) sono abbastanza suggestive da essere mandate in onda.

A Milano non ci sono neanche gli storni, come a Roma; e pochissimi rapaci (non ne ho mai visto uno), a differenza di Roma che ne è piena. Non si guarda quasi mai il cielo, a Milano, lo si considera dimenticabile anche esteticamente, a dispetto del fin troppo ripetuto passo manzoniano sul cielo di Lombardia “così bello quando è bello”. Ma è il cielo di Lombardia, appunto, che di Milano è molto più vasta e varia, e ha i laghi, i monti, le risaie, i pioppeti, i campi, per altro anche loro in questi giorni oppressi da nebbie grevi e quasi mai pulite. Milano guarda il suo cielo solo quando diventa una specie di enorme palla giallastra, fotografata e filmata da ogni finestra con quel misto di ansia e di sorpresa che è tipico di chi non sa bene cosa fare.

Consolarsi dicendo che Pechino sta peggio è ridicolo e anche piuttosto offensivo, sia per Pechino che per Milano. (Per non parlare di Frosinone, star a sorpresa delle polveri sottili nazionali). Peggio, nella realtà, sta il mondo nel suo insieme, che di summit in summit tenta di mettere una pezza a fenomeni di smisurata inerzia, abitudini indiscusse, pubbliche e private, l’abuso pigro e scellerato dell’automobile, l’intervento politico solo quando la situazione è catastrofica e dunque si può reggere meglio il mugugno di chi non crede agli allarmi e crede solo ai propri porci comodi. Ci vorrebbe il classico salto culturale (in avanti, non indietro, forti di tecnologia e scienza) verso la natura, i boschi, i fiumi, i campi coltivati e quelli incolti, sopra i quali portare lo sguardo al cielo, cercare di avvertire il tempo atmosferico così come di misurare con passo meno corto e sguardo meno avido il tempo cronologico, cogliere le anomalie, riconoscere le stagioni, è un’attività del tutto naturale.

In questo senso i cittadini sono dei veri e propri deprivati. Nelle società urbanizzate non si vede e non si sente più il cielo. Si è in ostaggio dell’allarmismo mediatico (quegli “al lupo! al lupo!” che al lupo non ti fanno credere più), si è più indifesi di fronte a una natura estranea e sconosciuta, o misconosciuta. E conoscendola meno, la si offende più facilmente.

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