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. E certo non ci dispiace sentire la Farnesina, una volta tanto, fare la voce grossa perfino con un paese amico come la Francia. E tuttavia avremmo preferito - e non da oggi - che una tale coralità di sdegno si fosse manifestata per quel che ormai da qualche anno accade alla frontiera di Ventimiglia. In questa linea di confine, dove una lunga catena di disperati cerca di raggiungere la Terra Promessa del Nord Europa, la Francia, i governanti francesi hanno allestito una barriera che è diventata una macchina di persecuzione dell'immigrato. Un dispositivo di caccia allo straniero ormai sin dentro i nostri confini, per l'appunto. I governi della Francia, del Paese dove è fiorita la cultura della tolleranza e l'idea suprema dell'umana fraternità come scopo della politica; il paese dove da sempre trovano asilo i perseguitati, hanno offerto al mondo l'immagine più meschina e degradante del proprio paese. A partire dal socialista Hollande - uno dei tanti che, in Europa, ha fatto strame della propria tradizione politica – meritatamente cancellato dalla geografia politica francese.

Gli italiani e gli europei, grazie alle immagini della TV, hanno potuto osservare a quale doloroso calvario i gendarmi francesi condannano centinaia di giovani africani e mediorientali, che tentano la sorte attraversando di notte, a temperature insostenibili, i valichi alpini, come quello del Monginevro. Gli italiani e gli europei hanno appreso del trattamento riservato a Beauty, una donna di trent'anni, incinta, malata di linfoma allo stato terminale, fornita di permesso di soggiorno e fatta scendere dal pulman che la portava in Europa, perché il marito era “irregolare”. Un episodio raccontato dalla stampa democratica in tutti i suoi atroci particolari.

Un episodio in cui la ferocia diventa oscena e la Francia, un paese opulento e sottopopolato, espone la sua immagine al disonore del mondo. E tuttavia, se non ci inganniamo, solo Marco Revelli ha avuto il coraggio intellettuale di dire quello che i commentatori perbene, rispettosi sino alle virgole dell'ordine costituito, non osano dire: «È impossibile pensare che dietro questi comportamenti reiterati non ci sia un ordine dall’alto. Che dietro la vergogna del Monginevro non ci sia l’infamia dell’Eliseo, e la firma di quell’Emmanuel Macron che a parole si presenta come campione di europeismo e di libertà, comprensivo delle ragioni dell’Italia e critico della sua solitudine sul tema migranti, ma che nei fatti alza muri come un Orbán qualunque. Ma è anche necessario aggiungere che al fondo di ogni catena di comando ci sta un uomo, che quell’ordine lo esegue. E che chi nella neve dei 1.900 metri ha vessato, offeso, esposto alla malattia e alla morte altri esseri umani, perseguitato i soccorritori e angariato i fragili, porta per intero la responsabilità della propria abiezione» (il manifesto, 1.4.2018).

E qui Revelli individua una questione di prima grandezza, perché oggi il potere, soprattutto quello supremo, ama nascondersi, magari dietro un sorriso affabile e sorridente. E in questo caso affida alle divise dei gendarmi frontalieri i compiti operativi dei suoi nascosti comandi. Come potrebbero, del resto, delle semplici guardie agire con tanta pervicace ferocia senza un comando politico dall'alto, del Ministero degli interni, e come questo potrebbe imporre un tale indirizzo senza l'avallo del Presidente? Se tale catena di comando è un fatto ben noto ed ovvio degli stati contemporanei, se ne trae una conseguenza che bisogna avere il coraggio di smascherare: la viltà del potere più alto.

Bisogna guardare dentro questa divisione del lavoro interna alla macchina del comando politico, dentro, direbbe Foucault, la “microfisica del potere”. Perché se Macron lucra consensi elettorali con la sua politica di ostentata ostilità agli immigrati, non è poi lui a subire conseguenze personali di eventuali e immaginabili ritorsioni. Nessuno, infatti, può pensare che la sofferenza inflitta ai disperati che cercano salvezza in Francia, non venga conosciuta da chi medita attentati terroristici nelle nostre città. E non è difficile immaginare quali nuove, rabbiose motivazioni tratrà dal rinfocolato desiderio di vendetta generato da tanti episodi. E tuttavia, quando la follia omicida lo spingerà, la sua azione rispetterà l'asimmetria e le maschere del potere che reggono il mondo. A essere colpiti e morire saranno cittadini innocenti.

Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto

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ad una sparatoria. E questo titolo, molto provocatoriamente, fu dato a una rivista da un gruppo di intellettuali di varia provenienza politica e formazione, all'indomani dell'uccisione, a Bologna, l'11 marzo del 1977, dello studente Francesco Lorusso.

La grande manifestazione di protesta che investì la città provocò un'ondata di repressione poliziesca che portò alla chiusura di Radio Alice: una voce indipendente fra le più popolari d'Italia. In quel momento Bologna venne a incarnare uno dei punti di più aspro conflitto tra forze politiche di sinistra radicale e il potere istituzionale nelle sue varie incarnazioni. Ma in quell'anno memorabile, che produsse gravi lacerazioni nel corpo della sinistra tradizionale, i conflitti nella città emiliana possedevano una intelligenza anticipatrice che a 40 anni di distanza non possono non sorprendere.
E' una sensazione che si prova leggendo oggi Il cerchio di gesso.Antologia (1977-1979) a cura di Vittorio Boarini, Giulio Forconi e Giorgio Gattei, Pedangron Bologna , 2018 ( pp.318 € 18). La raccolta antologica ospita scritti di varie dimensioni e impegno, che vanno da una lunga poesia civile di Roberto Roversi su Bologna e sul recente eccidio, al saggio introduttivo di Gianni Scalia – uno di primi a lasciare il gruppo per dissensi interni – a scritti degli stessi curatori, di Luigi Ferrajoli, Federico Stame, Pietro Bonfiglioli, Giuseppe Caputo, Anna Panicali e vari altri. In coda le testimonianze di quella breve esperienza a 40 anni di distanza, di D.Bigalli dello stesso Boarini, Bernardino Farolfi, Forconi, Gattei, Maurizio Maldini e Paolo Pullega.

Il senso di anticipazione che si percepisce in questi scritti intrigano lo storico che guarda a quei fatti dalla catastrofe politica dei nostri giorni. Quegli intellettuali che protestavano contro forme intollerabili di violenza e di sopraffazione, in realtà cominciavano a esprimere non solo disagio per un welfare cittadino avviato al declino, ma un dissenso sempre più dispiegato nei confronti della politica nazionale del PCI, ispirata dalla dalla scelta del “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana. Nelle parole di Gianni Scalia le ragioni della rivista, che sono quelle di una rivolta intellettuale e morale molto ampia, si comprendono con rara chiarezza. E sono parole per il nostro tempo: « Dovrebbe essere semplice da capire: il Potere diventa assoluto, e funziona come tale se manca l'opposizione al potere, se l'opposizione fa parte del potere, si “compromette” col potere, se il potere si produce e si riproduce con il consenso dell'opposizione». Scalia e gli altri, in effetti, vedevano da Bologna e dall'Emilia, vale a dire dal punto più alto del successo egemonico del PCI, l'inizio del suo storico dissolvimento. E lo scorgevano marxianamente – vale a dire con l'insuperabile bussola analitica di Marx – nel progressivo disancoraggio della sinistra istituzionale dalle sue radici di classe: «Quello che ci minaccia è la perdita della “memoria” di classe, nella classe che è irriducibilmente espropriata ed è irriducibilmente, potenzialmente rivoluzionaria, perché c'è sempre la divisione intollerabile di oppressi e oppressori, di sfruttati e di sfruttatori.» Parole queste ultime che ssuoneranno arcaiche ai politici perbene della sedicente sinistra dei nostri giorni, impegnata a conseguire sempre più scarsi consensi elettorali, piuttosto che organizzare e rappresentare le classi lavoratrici e i ceti subalterni.

Non è qui possibile dar conto dei temi affrontati dalla rivista nei suoi pur pochi anni di vita. Basti qui accennare almeno al fatto che negli scritti antologizzati in questa pubblicazione si riflette anche il generale processo involutivo verso cui si avviava la vita civile del nostro Paese. Repressione e rivolta si fronteggiavano in quegli anni in una contrapposizione lacerante.Tutta «la società – scriveva Boarini in un saggio dell'ottobre 1978 – è idealmente e materialmente in armi: il pluralismo politico e sociale sembra tendere a identificarsi con una pluralità di partiti o gruppi armati». L'ombra del terrorismo calava sulla realtà italiana finendo col rendere “criminale” ogni critica radicale alla società divisa in classi.

postilla
Il "compromesso storico" proposto da Enrico Berlinguer, dopo i fatti del Cile, alle due forze mondiali idealmente ostili al sistema capitalistico (la comunista e la cattolica) era cosa ben diversa dal modesto "compromesso politico" tra partiti della sinistra (Pci e Psi) e la Dc) basta leggere il saggio di Berlinguer pubblicato in tre puntate dal settimanale del Pci, Rinascita

Diciamo la verità, tutta la verità, almeno a sinistra, circondati come siamo da un oceano di menzogne pubblicitarie. Non siamo contenti di come il nostro campo politico... (segue)

Diciamo la verità, tutta la verità, almeno a sinistra, circondati come siamo da un oceano di menzogne pubblicitarie. Non siamo contenti di come il nostro campo politico è arrivato all’appuntamento elettorale. Un anno perduto appresso alle oscillazioni quotidiane di Giuliano Pisapia, quando pure appariva evidente l’inconsistenza del tentativo e l’inadeguatezza del suo proponente. Poi, al momento della configurazione di un nuovo organismo politico, con la nascita di Liberi e Uguali, l’esplosione di logiche spartitorie e pattizie che hanno emarginato i protagonisti del Brancaccio e dunque una vasta area di movimenti e di giovani. Il tutto condito dalla incoronazione dall’alto, come il deus ex machina delle tragedie antiche, di un personaggio esterno alla storia politica delle formazioni che si fondevano.

Come se il prestigio pur alto di un uomo delle istituzioni, come Pietro Grasso, avesse potuto compensare l’assenza di democrazia nella scelta dei candidati: pratica inveterata che costituisce una delle cause della fuga dai partiti politici e della diserzione delle urne. Tutto questo mentre a sinistra una nuova formazione, Potere al popolo, mostra altre forze vitali del nostro campo che si disperdono, in un momento di acuto scontro politico e ideale in atto nel Paese

Ma se è andato male il percorso con cui si è arrivati alla scadenza elettorale non è che la campagna con cui ci si presenta al 4 marzo stia andando splendidamente. Pur tra spunti apprezzabili, mancano indicazioni programmatiche limpide e nette, in grado di caratterizzare e distinguere il campo della sinistra. E nelle indicazioni, a livello di linguaggio elettorale, una strada di efficace comunicazione è costituita dalla opposizione radicale ad alcune riforme del governo Renzi. Quella contro il Jobs Act è certamente di grande importanza e parla a una larghissima platea di lavoratori e di italiani. Anche se la critica a quel monumento antioperaio andrebbe articolata con maggiore ricchezza di motivazioni.

Ma c’è un ambito fondamentale della vita del nostro Paese, una istituzione strategica per il nostro avvenire, che oggi non appare sufficientemente vicina agli sguardi e agli interessi della sinistra. E’ la scuola. Il luogo dove si formano le nuove generazioni. Ebbene, occorre dire con forza quello che è ignorato da gran parte degli italiani: la scuola così come l’abbiamo conosciuta, luogo di formazione culturale, civile, spirituale è quasi andata distrutta. Essa è stata trasformata e diventa sempre di più, una unica, indistinta, scuola professionale. La cultura, l’insieme di discipline in cui si articola il sapere del nostro tempo è ormai ridotta ad apprendistato, un campo neutro e frantumato di “competenze”, di cui gli studenti devono appropriarsi per accedere al lavoro.

Com’ è noto l’alternanza scuola lavoro prevede 400 ore annue di prestazioni lavorative da parte dei ragazzi degli istituti tecnici e 200 da parte dei liceali. Ore sottratto allo studio, alla riflessione, al dialogo con gli insegnati. Questi ultimi sempre meno sono impegnati nell’insegnamento diretto e nella preparazione delle loro lezioni e sempre più assorbiti da compiti di valutazioni del lavoro. di rendicontazione, misurazione dei risultati, elaborazione di progetti per raccogliere risorse per i loro istituti, ecc. La scuola azienda – un progetto avviato in Europa alla fine degli anni ’90 - diventa un pilastro di una più ampia riforma del mercato del lavoro, in cui le istituzioni pubbliche della formazione vengono piegate ai presunti bisogni produttivi delle aziende. Una esagerazione? Invitiamo a leggere, in Gazzetta, (25/1/2018) il decreto congiunto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e del MIUR che istituisce il Quadro nazionale delle qualificazioni rilasciate nell'ambito del Sistema nazionale di certificazione delle competenze.

È evidente che siamo arrivati alla cancellazione di un paradigma educativo che l'Europa aveva elaborato nel corso di alcuni secoli, vale a dire il profilo culturale della modernità, il fondamento della nostra civiltà. E l’aspetto davvero grottesco di questa drammatica involuzione del processo formativo, è che avviene in una fase storica in cui la vorticosa innovazione dei processi produttivi rende obsoleto in breve tempo qualunque “competenza”. La scuola che vuole formare i giovani non come cittadini e spiriti liberi, ma come lavoratori, equivale a rincorrere a piedi un treno in corsa, ma correndo in direzione contraria. Abbiamo bisogno di generazioni culturalmente ricche e dotate di capacità creativa, per fare della tecnologia che avanza strumenti di liberazione umana e di un superiore assetto di civiltà. E invece si vogliono fabbricare soldatini di un esercito del lavoro per una guerra che si combatte con altre armi.

Per queste ragioni l’impegno a cancellare alla radice l’assetto aziendale della formazione - di cui la Buona scuola è l’ultimo esito - non è solo un tema efficace di campagna elettorale, ma un obiettivo strategico irrinunciabile della sinistra.

Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto

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Più si osserva in prospettiva l’esperienza politica di Matteo Renzi, la vicenda del suo governo e l’evoluzione del Partito Democratico in questi ultimi tre anni, più diventa forte l’impressione di assistere ad un hegeliano ripetersi della storia in forma di farsa. Una vicenda che ritorna con caratteri grotteschi, ma che non costituisce il calco caricaturale di una esperienza recente, quanto la replica deformata di vicende anche ottocentesche della politica italiana. Era giusto infatti, ma solo alla lontana, qualche anno fa, parlare di trasformismo o di costume trasformistico nel quasi ventennio dei governi di Berlusconi, quando non pochi parlamentari attraversavano disinvoltamente i diversi schieramenti e si posizionavano a seconda della convenienza del momento. Ma non era propriamente quello il fenomeno storico designato nei manuali con tale nome. Il trasformismo nasce infatti nel lontano 1876, per iniziativa di Agostino Depretis, e non si esaurisce nella pratica delle trasmigrazioni di schieramento da parte di singoli parlamentari. Esso era, ben diversamente, un modulo di governo.

Giunta al potere, infatti, la Sinistra storica emarginò la sua ala cosiddetta “Estrema” – vale a dire i propugnatori di programmi riformatori più radicali – e si alleò con la Destra liberale, governando per un decennio con una politica di centro e dando un colpo rilevante all’etica politica e all’immagine pubblica dell’istituzione parlamentare. Sui vari provvedimenti del governo, infatti, Sinistra e Destra convergevano armonicamente. Maggioranza e opposizione divennero indistinguibili. Dunque, il trasformismo del nostro tempo è, propriamente, quello inaugurato da Renzi, con il patto del Nazareno, vale a dire un’alleanza informale di governo con il precedente avversario. Senonché Silvio Berlusconi non è Marco Minghetti o i fratelli Spaventa, ma il capo di un partito-azienda, condannato in via definitiva da un tribunale della Repubblica, dunque un pregiudicato, un leader portatore di un gigantesco conflitto di interessi mai risolto, un uomo che aveva manomesso Parlamento ed esecutivo per i propri privati interessi, che aveva dato di sé, all’opinione pubblica mondiale, un’immagine offensiva della nostra dignità nazionale.

Quando un partito, com’è accaduto al PD di Renzi, finisce con l’allearsi con l’avversario politico di un ventennio, per perseguire peraltro scopi politici controversi, il colpo di natura piscologica e morale subìto da elettori e militanti risulta particolarmente severo. In questo caso una lunga stagione della vita, venti anni dei sentimenti e delle passioni di milioni di persone, vengono rovesciati e contraddetti di colpo dall’iniziativa politica decisa di un uomo solo. E’ davvero difficile pensare che una simile scelta potesse essere perseguita senza conseguenze anche gravi sul popolo che stava dietro le insegne di quel partito. I partiti e in primissimo luogo quelli di sinistra, erano ( e sono in parte ancora) formazioni di forte identità, luogo di sentimenti oltre che di idee e interessi, terreno di idealità e di generoso volontariato. La dissoluzione di queste fedi, di questi collanti sentimentali, per quanto usurati rispetto ai precedenti decenni d’oro, ha divorato ogni ragione di condivisione ideale tra la grande massa di popolo che si identificava in quel partito.

Nel novero delle repliche del passato andrebbe oggi anche posta l’idea del Partito della nazione che Renzi intendeva perseguire con la combinazione della riforma della Costituzione e l’Italicum. Una formazione che, per almeno un decennio, sarebbe diventato il “Partito unico della nazione”, se gli italiani non l’avessero bocciato nelle urne. Una replica funesta della storia, anche se in un contesto profondamente mutato, fortunatamente abortita.

Ed ecco l’ultimo grottesco ripescaggio, in nuove forme, di comportamenti politici dai bassifondi della vita civile del nostro passato: la negazione della decadenza del senatore Minzolini da parte di molti senatori del PD. Grazie anche a costoro, il Parlamento ha violato una legge dello stato. Anche in questo caso abbiamo assistito a un episodio che Gramsci avrebbe definito di «sovversivismo delle classi dirigenti», una delle tante forme di violazione dello stato di diritto che i ceti dominanti italiani hanno messo in atto lungo la nostra storia unitaria.

Per questo gli episodi di tesseramento selvaggio al PD, in varie città italiane, segnalati dalla stampa negli ultimi giorni, non deve sorprendere più di tanto. Lo svuotamento etico-politico di questo partito è ormai completo. Ed esso si presenta quale drammatica testimonianza di una esperienza fallimentare e insieme insegnamento ineludibile per il futuro. Non si può far commercio dei sentimenti e degli ideali delle persone, senza pagare conseguenze, talora anche gravi e definitive. La Realpolitik, di cui, nella sinistra, è stato maestro Giorgio Napolitano, può anche conseguire successi momentanei, ma alla lunga può risultare rovinosa. E’ diventa rovinosa nel caso di Renzi , perché al capovolgimento del sentire comune di tanta parte del popolo del PD, è anche corrisposto un suo definitivo distacco dalla rappresentanza degli interessi della classe operaia e dai ceti popolari.

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Il paradosso, clamoroso fino allo scandalo, è diventato inoccultabile, eppure il ceto politico non vuole vederlo. Il risparmio delle famiglie italiane continua a gonfiarsi - come ha ricordato di recente il governatore della Banca d’Italia - e non va agli investimenti, accresce la tesaurizzazione. Sono anni che questo accade, nonostante gli effetti della crisi mondiale e nonostante l’immobilità o quasi, quando non la regressione, dell’economia italiana. Naturalmente non tutte le famiglie risparmiano, solo una percentuale, mentre le altre non solo hanno difficoltà a risparmiare, ma vanno impoverendosi. Quindi una parte del Paese continua ad accumulare, non investe, mentre un’altra parte, crescente, perde terreno, con danno generale e lacerazione del tessuto sociale.

Ebbene, questa divaricazione distruttiva avviene in un Paese come l’Italia dove la ricchezza netta delle famiglie è fra le più alte d’Europa: quasi 8 volte il reddito disponibile, mentre quello della Francia è 7,5 volte, quello della Germania 5,5. La nostra ricchezza immobiliare, soprattuttutto la casa, rimane sovrastante fra tutti i grandi stati continentali (G. De Felice, Gli italiani sono un popolo di cicale che affonda nei debiti, in AA.VV. Il pregiudizio universale, Laterza 2016). A questa maggior ricchezza patrimoniale del resto corrisponde anche un minor indebitamento delle famiglie. A fine 2015 esso era intorno al 43% del PIL, contro il 54% della Germania, il 56% della Francia, l’87% del Regno Unito. Anche le nostre imprese, per quanto strano possa sembrare, sono meno indebitate della media dell’Eurozona (77% contro 105%).

A fronte di questa continua accumulazione della ricchezza privata si staglia, come una montagna, il nostro debito pubblico (oltre il 133% del PIL) che illustra, a chi ha intelligenza per leggere i fenomeni, la storia dell’economia italiana degli ultimi decenni. I privati, famiglie e imprese, si sono arricchiti a spese dello stato che è andato accumulando debiti. Si sono arricchiti, certo anche con il lavoro e l’impresa. Ma una parte crescente ha accumulato ricchezza attraverso l’evasione fiscale, grazie alle esenzioni e alle agevolazioni pubbliche, per mezzo di una corruzione famelica dilagante. Ebbene dovrebbe essere evidente a tutti che, governi di centro-sinistra o di centro-destra, nulla è cambiato e nulla cambia nel modello di accumulazione capitalistica dell’Italia. E questo è il nodo che paralizza il nostro Paese.

E’ noto, infatti, che le politiche neoliberistiche hanno provato, a tutte le latitudini del pianeta, il loro irrimediabile fallimento. Ma in Italia esse continuano a provarlo in maniera specifica alla luce dei caratteri storici del nostro capitalismo. L’Italia è diventato un paese industriale moderno grazie al ruolo del potere pubblico, grazie all’azione dello Stato, sia in età liberale, con l’impulso dato alla creazione delle infrastrutture ferroviarie e viarie, la siderurgia e la chimica, sia in età fascista con la nascita dell’IRI, non diversamente che nel dopoguerra con l’ENI e gran parte delle industrie a partecipazione statale. La storia naturalmente non è né un vincolo né un’ipoteca sul futuro. Ma è ormai evidente che l’Italia, senza una capacità di stimolo e di investimento diretto da parte del potere pubblico, contando sull’attrazione di investimenti esteri attraverso la precarizzazione del lavoro, annaspa e affonda.

Ebbene, come uscire dalla trappola? La politica di austerità della UE ci condanna a morte. L’ultima capitolazione del nostro ministro dell’Economia di fronte alle imposizioni di Bruxelles non lascia dubbi. L’Unione è governata da modesti contabili che stanno distruggendo uno dei più ambiziosi progetti politici del Novecento. E l’Italia non ha né le forze né il prestigio per opporre un diverso corso alla Germania e ai suoi alleati. Nel frattempo, crescita o non crescita, flessibilità del lavoro o meno, la disoccupazione della nostra gioventù naviga sul 40%. Una cifra spaventosa. Come può sopravvivere un paese che condanna alla disperazione sociale quasi la metà delle nuove generazioni?

Ma dietro queste cifre e quelle relative al risparmio delle famiglie, esiste un legame che occorre portare in luce. Perché il paradosso insostenibile non è solo quello tra debito pubblico e risparmio privato. Esso riguarda anche le generazioni. Perché le famiglie che risparmiano e non investono, sono anche quelle i cui figli non trovano lavoro o lo svolgono in condizioni precarie, o trovano rifugio all’estero. I nonni e i padri, accumulano ricchezza e i figli e i nipoti sono impossibilitati a esprimere la propria energia e creatività.

Allora, non è evidente che il passo drammaticamente necessario è trasferire una quota significativa di ricchezza privata al potere pubblico per investimenti diretti di grande peso? È questa la leva più potente per rimettere in moto l’economia nazionale. Ma naturalmente il nostro ceto politico latita, perché teme gli esiti elettorali di una proposta di patrimoniale. Eppure qualcuno deve trovare l’onestà e il coraggio di dire ai padri e ai nonni delle famiglie abbienti d’Italia che senza il loro contributo i loro figli e nipoti non hanno avvenire e che l’Italia arretrerà, scivolando nella disgregazione sociale e nelle reti criminali. Occorre elaborare una proposta egemonica, tecnicamente ben congegnata, una specie di prestito generazionale, per affidare alla mano pubblica un grande progetto di investimento, che può costituire anche una delle forme più dinamiche di redistribuzione della ricchezza.

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Volete avere, in frammento, un’idea della pochezza culturale e della mediocrità irrimediabile delle nostre classi dirigenti? Osservate le vicende del nuovo stadio della Roma. Già un nuovo stadio in una città come la Capitale, resa ormai informe dalla cementificazione dell’ultimo quindicennio, dovrebbe apparire come un delitto urbano. La città è soffocata dal traffico per i troppi poli di espansione costruiti senza collegamenti in ferro. Esistono già due stadi, uno dei quali il Flaminio è in uno stato vergognoso di abbandono. E nessuno si sogna di ristrutturarlo. Le squadre di calcio , in Italia, perdono costantemente spettatori e hanno una media di presenze a partita di circa 21 mila spettatori, che è fra le più basse d’Europa. La Roma, fra l’altro, è fra le squadre italiane quella che subisce, insieme al Napoli, la maggiore contrazione: - 17,8% nell’ultima stagione .

Ebbene, sembra che la costruzione del nuovo stadio debba decidere i destini prossimi venturi della città. «Vogliamo il nostro Colosseo moderno» twitta il capitano Francesco Totti, che spende in questo modo “edificante” - è il caso di dirlo - la propria popolarità ricattatoria contro la Giunta e soprattutto contro l’assessore Berdini, che pretende il rispetto, quanto meno, del Piano regolatore. Questi eroi dello sport, che non vediamo mai spendere la loro popolarità per rivendicare una migliore condizione del vivere civile, per la pulizia delle strade, per la sicurezza delle nostre scuole, si fanno vivi solo quando si tratta di difendere i recinti del loro sopramondo di privilegi.
A Totti si è poi aggiunto l’allenatore della Roma, Spalletti, che ha dettato le linee-guida della futura programmazione urbanistica della città. La quale - a suo dire- si deve dotare dei «suoi stadi» , come Londra e le altre città europee. Non poteva mancare naturalmente il rafforzo - o l’endorsement, come direbbero gli anglisti - del presidente della Regione Zingaretti, che crede molto nel cemento per lo sviluppo economico di Roma e dintorni. Ma in soccorso della nobilissima causa è arrivato addirittura il cinguettio – la regressione zoologica dell’umano parlare ci conforta molto per l’avvenire - dell’ex presidente del Consiglio: «Se si dice no a tutto, come accade in qualche città, si blocca il futuro. E ci si condanna a vivere di rimpianti».
Il nostro futuro è il nuovo stadio della Roma? A questo ci siamo ridotti? Vi immaginate che immane perdita e da quali cocenti rimpianti saremmo tormentati se non si dovesse costruire? È questa la visione e l’orizzonte progettuale dell’uomo nuovo osannato da mezza Italia? E nessuno grida che siamo alle solite, che un ceto imprenditoriale rozzo e predone e un’opinione pubblica drogata persistono in una strada fallimentare di sviluppo economico? La vecchia strada che punta non a investimenti innovativi, in tecnologie e servizi, ma all’edificazione e al consumo di suolo quali leve per la cosiddetta crescita? Oggi dovremmo considerare penalmente rilevante il consumo di suolo in un Paese dissestato come l’Italia e a Roma facciamo finta di niente, solo perché l’inverno è stato secco. Ma è questa, ahimé, la memoria civile e territoriale d’Italia. Ne riparleremo alla prossima alluvione.

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Il 5 febbraio del 1783 una violentissima scossa di terremoto sconvolse la Calabria meridionale. L’epicentro fu individuato nel territorio di Seminara, nella Piana di Gioia Tauro, ma l’onda d’urto investì con diversa intensità l’intera regione e la Sicilia, seguita da altre potenti scosse nei giorni e mesi successivi, lasciando dietro di sé uno sciame sismico che durò anni. Fu uno dei più catastrofici terremoti della nostra storia, reso particolarmente distruttivo nei paesi della Piana dagli effetti del moto ondulatorio e sussultorio, che sollevarono il suolo alluvionale poggiante sulla roccia madre e lo scaraventarono altrove. Non pochi vigneti e uliveti furono lanciati su proprietà altrui, creando problemi ardui di ricognizione ai tecnici della ricostruzione.

Scrisse di quell’evento lo storico Pietro Colletta: «Nulla restò della antiche forme: le terre, le città, le strade, i segni svanirono; così che i cittadini andavano stupefatti come in regione peregrina e deserta». Ma quel terremoto merita di essere oggi ricordato non per la sua violenza - che per fortuna non è paragonabile con quella che tormenta oggi i paesi dell’Appennino centrale - quanto per l’ardimento e l’originalità con cui reagì il potere politico del tempo. Nel 1784 il re di Napoli, Ferdinando IV, prese una iniziativa rivoluzionaria, trovando il tacito consenso del papa di allora, Pio VI. Con una serie di «regal dispacci» abolì gran parte dei conventi e monasteri esistenti in regione, i beni immobili di proprietà degli enti ecclesiastici vennero confiscati, la ricchezza della Chiesa venne incamerata in una speciale “Cassa sacra” e utilizzata, grazie alla messa in vendita dei beni, per finanziare la lunga e costosa opera di ricostruzione.
«La calamità della Calabria . scrisse l’abate Galiani – è stata tale e tanto distruttiva, che offre il campo a poter spaziosamente formare un nuovo sistema di cose…Bisogna adunque profittar del momento per formare un piano generale del suo ristoramento». Ecco la grande lezione che ne viene a noi oggi. Realizzare una shock economy di segno rovesciato rispetto a quelle realizzate negli ultimi decenni - come ci ha raccontato Naomi Klein - dai governi neoliberisti. Approfittare dell’evento disastroso del terremoto multiplo dell’Italia centrale, non certo per incamerare i beni della Chiesa, ma per realizzare due grandi operazioni distinte, in grado, per dirla col Galiani di «formare un nuovo sistema di cose».
I costi elevati delle ricostruzioni possono essere finanziati non con l’obolo caritatevole richiesto a tutti i cittadini, ma riorganizzando il sistema fiscale italiano. Vale a dire creando una gerarchia di esazione più severamente progressiva, colpendo i grandi patrimoni, organizzando un sistema apposito di leggi e di macchina inquisitiva per combattere l’evasione fiscale, rendendola severamente rischiosa e punitiva per chiunque la pratichi. Da ciò verrebbe, com’è ovvio, un vantaggio generale per il paese e risorse per rimettere in piedi il nostro welfare. Ma la seconda operazione non è soltanto un piano di ricostruzione.

Il recente terremoto rischia di rendere irreversibile il più grave problema demografico-territoriale del nostro Paese, ignorato sovranamente dalle nostre classi dirigenti. Non si tratta di “mettere in sicurezza il territorio”, come si usa dire, quasi che tutto si esaurisse in un’opera di ingegneria civile. Si dimentica la drammatica situazione della Penisola: ormai quasi il 70% della sua popolazione si addensa lungo le aree costiere e la Valle padana, mentre il centro si svuota. Se dovessero verificarsi terremoti violenti o altri eventi catastrofici in queste aree, a parte il numero dei morti, l’intera economia nazionale e le infrastrutture civili subirebbero danni che metterebbero in ginocchio per anni la nostra comunità.

Dunque, nelle terre da ricostruire non bisogna solo portare dei cantieri momentanei, ma popolazione ed economie. Le aree interne, quelle oggi abbandonate e quelle colpite dal sisma, devono rinascere non con una gigantesca opera pubblica, ma con un progetto che affidi alle popolazioni l’opera di creare o ricreare il tessuto produttivo, nuove relazioni sociali, servizi, oltre a nuovi modelli abitativi da affiancare alle ristrutturazioni. Non è un nuovo gravame che si aggiunge al nostro debito, ma un investimento per il nostro futuro: si tratta infatti di far rifiorire la nostra agricoltura montano-collinare, riprendere l’economia dei nostri boschi, estendere gli allevamenti, dare nuove opportunità all’artigianato, ai saperi alimentari, al turismo, ecc.

Per tutti i millenni della nostra storia sono state prevalentemente queste le aree della nostra economia produttiva. E oggi non si tratta di tornare indietro, ma di incoraggiare il nuovo già in atto, perché l’agricoltura biologica, non produce solo cibo, ma protegge il suolo, fa vivere il paesaggio, alimenta il turismo, tutela gli habitat, incrementa la salubrità. Come sappiamo da tempo oggi l’agricoltura non è più un’economia marginale, bensì il centro irradiatore di servizi avanzati. Ma per una tale prospettiva occorre che lo Stato torni a progettare in proprio, senza attendere che il mercato trovi le proprie convenienze.Bisogna bandire le fallimentari ricette neoloberiste. E, come vado ripetendo da tempo, i migranti che arrivano sulle nostre terre costituiscono un’opportunità grandiosa e insperata per affrontare un problema da cui letteralmente dipende il futuro dell’Italia.

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E invece non bisogna solo sbarrare la strada a una cattiva riforma della Costituzione e al disegno neopresidenzialista della legge elettorale. Occorre sconfiggere Renzi per ragioni drammaticamente più serie. La presente riflessione è indirizzata ai tanti democratici, intellettuali, giornalisti e varie altre personalità pubbliche che considerano Renzi, nella presente situazione italiana, il male minore. E invece anche una sommaria considerazione ci consente di vedere e prevedere, fuori da ogni ragionevole dubbio, che egli è il male peggiore.

La sua eventuale vittoria al referendum segnerebbe un grave arretramento per la sinistra e soprattutto per l’intero paese. Ho considerato da subito sorprendente il fatto che il gruppo dirigente del PD si sia accorto con tanto ritardo dell’estraneità profonda di questo personaggio alla sua migliore cultura politica, quella ex comunista e quella cattolico-democratica. Ma quel ritardo è un segno dell’esaurimento storico di una tradizione. Certo, la distribuzione degli 80 euro, astuta mossa elettorale, ha tratto molti in inganno.Tra l’altro, il consenso che ne è venuto al PD alle elezioni europee la dice lunga sul bisogno drammatico che ha il paese di una redistribuzione della ricchezza, di superare le disuguaglianze crescenti che lo lacerano e lo fanno ristagnare. E infatti quando il centro-sinistra si è presentato con un programma passabilmente di sinistra (Pisapia, De Magistris, Zedda nelle amministrative del 2011) ha potuto constatare quale consenso maggioritario ha nel paese.
Ma Renzi ha preso la strada che conosciamo: abolizione della tassa sulla prima casa, conflitto aperto con il sindacato, ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro (Jobs Act), dialogo preferenziale con la Confindustria, ridisegno verticistico della scuola (legge sulla Buona scuola). Oggi la manomissione della Costituzione e l’Italicum dovrebbero completare il disegno coerente di una sempre più spinta “neoliberalizazione” della società italiana. Ma insieme alle scelte legislative andrebbero considerati i simboli e il linguaggio. Non era mai accaduto nella storia della sinistra che il segretario del partito eleggesse a proprio campione un manager della grande industria. Renzi, com’è noto, ha scelto come simbolo della nuova Italia Marchionne, nel momento in cui veniva ridimensionata la più grande industria italiana e imposto agli operai Fiat un violento disciplinamento dell’organizzazione del lavoro.
Ma anche sul piano del linguaggio le novità sono state rilevanti, ed è forse l’aspetto più profondamente rivelatore della personalità di Renzi. Rottamazione, termine che ha avuto tanta fortuna, che riduce le persone a cose, a ferri vecchi, introducendo una semantica del disprezzo per i compagni del proprio partito senza precedenti nella storia politica nazionale. E poi è seguito il repertorio dei gufi, rosiconi, civette e altre metafore di derisione culminate nell’incredibile: «nel partito c’entriamo col lanciafiamme», rivelatore di una non comune capacità di violenza, camuffata dalla maschera della bonomia pubblica.
Chiedo: perché tale veemente volontà di imposizione, espressa dentro il suo partito, non dovrebbe estendersi al resto della società italiana? E infatti abbiamo visto e vediamo come Renzi ha fatto della riforma della costituzione, materia per eccellenza del Parlamento, una battaglia del governo e sua personale. Egli ha alterato gravemente lo spirito e la lettera della Carta, tanto nell’iter parlamentare che nella campagna referendaria: dalla sostituzione dei parlamentari dissidenti in Commissione costituzionale al recente cambio di guardia dei direttori della Rai, che oggi occupa senza tregua con la sua propaganda referendaria.

Ebbene, questo segretario di partito e presidente del Consiglio, che mostra una spregiudicatezza senza precedenti nel manomettere il potere pubblico, che non indietreggia di fronte alla spaccatura del paese per vincere la sua personale battaglia, quale futuro ci predisporrà nel caso dovesse prevalere nel referendum? Se già ora si mostra capace di controllare tante sfere del potere, di violare le regole, che cosa accadrebbe con l’Italicum, una volta acquisita una capacità di comando enormemente rafforzata rispetto all’attuale? Non è evidente che egli darebbe una torsione autoritaria alla vita italiana?
Caro Scalfari, caro Cacciari, non c’è bisogno di immaginare un Videla o un Pinochet, siamo pur sempre in Europa, i cittadini devono consumare, non possiamo rinchiuderli negli stadi o farli sparire. E allora? E’ davvero difficile immaginare quanti milioni di italiani che hanno potere, nei partiti, nei media, nelle Università, nelle banche, diventerebbero renziani? Ci vuole troppa fantasia per prevedere in quale totalitario conformismo precipiterebbe il paese per almeno un decennio, con un incalcolabile impoverimento culturale di tutti ? Occorre avere una sfera di cristallo per intuire che anche sotto il profilo economico l’Italia non fermerebbe il suo declino, perché Renzi - tardivo epigono neoliberista - persegue la stessa politica che ha generato la crisi in Italia e nel mondo?

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«Se l’Europa non ci dà ascolto, faremo da soli» ha sbruffato Renzi di fronte alle crescenti chiusure dei governi dell’Unione, che non vogliono farsi carico dei migranti in fuga da guerre e miseria. Ma come faremo da soli, noi, abitanti di una penisola in mezzo al Mediterraneo, che non ha frontiere se non tra le valli delle Alpi? Eppure in questa espressione di sfida si può limpidamente scorgere la differenza che corre tra uno statista, figura quasi scomparsa, che guida il proprio paese con lungimiranza strategica e un qualunque rappresentante del ceto politico. Vale a dire quella figura oggi prevalente di professionista, perennemente in campagna elettorale, che usa le leve del potere pubblico per affermare e conservare il proprio. Uno sguardo ai membri dei governi europei ci offre un campionario desolatamente esaustivo. Il moto di Renzi, naturalmente, è un abbaiare dei cani alla luna. Ed è noto che quella solitaria protesta non ha mai cambiato la sorte dei cani sulla Terrai, né il corso dei moti lunari.

Eppure, se Renzi fosse uno statista potrebbe davvero sparigliare le carte, con una mossa che toglierebbe il sonno a non pochi governi. Il ritiro unilaterale e immediato dei nostri soldati, circa 4.500, dai vari teatri di guerra e il disimpegno economico del nostro stato in spese belliche: oltre 29 miliardi di € nell’anno 2015, circa 80 milioni di € al giorno secondo i dati dell’agenzia indipendente Sthockolm International Peace Research (SIPRI).

Uno sperpero immenso di denaro pubblico con cui non solo potremmo organizzare una dignitosa accoglienza dei migranti, ma fare di questi la leva demografica e sociale per la riorganizzazione del nostro territorio, dando un nuovo slancio alla vita economica e sociale dell’intero paese. Lo sforzo che oggi l’Italia sostiene per fare guerre camuffate dovrebbe essere interamente rivolto all’interno, a fronteggiare la più grande sfida che il paese ha davanti a sé nel suo immediato futuro. Dovrebbe apparire chiaro, infatti, che le chiusure sempre più ottuse e feroci degli stati del Nord Europa ai disperati che fuggono da guerra e miseria, trasformeranno l’Italia da paese di transito in mèta finale e permanente.

Il passo che un vero statista dovrebbe compiere è uscire dalla Nato. Oggi esistono buone ragioni per disfare la struttura dell’Alleanza atlantica. Essa non aveva più ragioni di esistere dopo il tracollo del Patto di Varsavia. Eppure sotto il dominio americano essa ha continuato la sua opera, provocando danni immensi e incalcolabili all’umanità intera. Rammentiamo qui brevemente, tralasciando le guerre balcaniche, che sotto lo scudo statunitense, almeno una parte di paesi Nato ha invaso l’Afganistan, intrapreso la rovinosa guerra in Iraq (dalle cui macerie è sorta l’Isis, il più sanguinario fenomeno di terrorismo internazionale dei nostri tempi), ha invaso e devastato la Libia. Ma anche in Europa, la politica americana della Nato è fonte di tensioni crescenti e di conflitti armati (Ucraina) .Rinfocolando i risentimenti antirussi di molti paesi dell’Est, ha fatto rinascere antichi nazionalismi e spinto la Russia verso un irrigidimento sempre più autoritario, favorendo platealmente il potere personale di Putin.

Chi possiede intelligenza delle cose del mondo deve riconoscere che gli USA hanno necessità di ricreare la figura di un grande Nemico esterno, venuto a mancare dopo il crollo dell’URSS. Ne hanno bisogno per ragioni di politica interna, per mantenere il consenso tra il popolo americano, sempre più deluso e lacerato. E per conservare il loro blocco di alleanze internazionali. Ma anche per ragioni economiche: la costosissima macchina industriale-militare degli USA ha bisogno di utilizzare, con guerre locali, ma anche di vendere i suoi prodotti. E i paesi Nato costituiscono la sua migliore ( anche se non unica) clientela. Il caso degli acquisti dei caccia F35 da parte dell’Italia - paese che per norma costituzionale ripudia la guerra - è la spia più clamorosa della disposizione e della pratica servile dei nostri governanti verso questo potere opaco e dispendioso che sfugge a ogni controllo democratico.

L’uscita dalla Nato potrebbe favorire il processo di unificazione dell’Europa. Dopo la Brexit sarebbe più agevole la costituzione di una difesa europea comune, una difesa leggera, assai meno dispendiosa di quella affidata ai singoli stati, non soggetta agli interessi commerciali USA. L’Italia, insieme alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia potrebbe mettersi alla testa di questa coraggiosa svolta politica, in grado di trascinare anche la Francia, se il senso del bene comune tornasse a brillare tra i socialisti di quel paese. Noi ne abbiamo necessità vitale. Il modo in cui evolverà il continente africano nei prossimi anni deciderà molte cose dell’avvenire del nostro Paese. Occorre una grande politica verso i paesi del Mediterraneo e non la si può realizzare con i dogmi fallimentari dell’ordoliberalismo tedesco. Mentre su questo blocco di paesi si potrebbe progettare un euro.2, una moneta euromediterranea, che segni una via d’uscita dal più grave errore fondativo dell’Unione Europea.

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Come ben sanno le persone colte d’Europa e dei vari paesi del mondo, l’Italia eredita, con poco merito dei contemporanei, un patrimonio di inestimabile valore: il suo paesaggio. E forse occorrerebbe aggiungere che questo, subito dopo la tradizione culinaria, costituisce il connotato identitario più spiccato del nostro Paese, quello che ne fa appunto il Bel paese e che nell’immaginario internazionale fa dell’Italia, l’Italia. Eppure quanta fatica per le ristrette avanguardie nazionali, che sono consapevoli di questa eredità unica al mondo, di tutelarlo, di sottrarlo ai miopi appetiti della classe dirigente della nostra epoca, priva di progetti e cultura, che vorrebbe ricavarne soldi e legna da bruciare nel misero focolare della crescita.

Lo scorso anno qualcosa si è mosso sul piano dell’intervento pubblico a favore della cura e della pianificazione del paesaggio. La regione Puglia e la regione Toscana, uniche fra le 20 regioni, hanno completato e presentato con successo, al Ministero dei Beni Culturali, i loro Piani paesaggistici e territoriali. Si tratta della prima realizzazione di una politica inaugurata dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) che trova una integrazione legislativa e soprattutto culturale nella Convenzione Europea del Paesaggio, adottata a Firenze nel 2000 ed entrata in vigore nel 2004. Si tratta di due architetture di norme ben pensate, che tendono a tutelare - come fa soprattutto la Convenzione europea - anche i paesaggi tradizionali di non particolare pregio, in cui si svolge la vita quotidiani dei cittadini.
Ma si tratta per lo più di norme, sforzo di una progettualità avanzata, prive di supporti economici adeguati, di cogenza giuridica e di impulso economico, soprattutto svincolate dalle politiche generali dell’Unione. Basti pensare che nei programmi della Commissione Europea, in tutte le sue numerose aree di intervento, il tema paesaggio non compare mai. Mentre le politiche agricole comunitarie, appaiono del tutto scollegate dalle dinamiche di tutela e pianificazione dei paesaggi rurali, che tanto peso hanno nel profilo identitario del paesaggio italiano ed europeo.

Su questi temi e soprattutto sulle strategie che hanno ispirato l’elaborazione del piano paesaggistico della Toscana, ritorna ora un prezioso volume, destinato a costituire un punto di riferimento imprescindibile per tutti i futuri interventi sul paesaggio, in Italia come negli altri paesi. Si tratta del testo, a cura di Anna Marson, che è stata assessore all’Urbanistica e pianificazione territoriale nella precedente giunta della regione Toscana, e ha avuto un ruolo fondamentale per la sua approvazione: La struttura del paesaggio. Una sperimentazione multidisciplinare per il piano della Toscana, Prefazione di Enrico Rossi, Laterza, 2016, €34.

La Marson svolge una riflessione a tutto campo sui problemi del paesaggio, racconta brevemente come ha lavorato la Regione per la realizzazione del Piano - che ha scelto di ricorrere agli esperti delle sue Università e di restare nell’ambito delle competenze pubbliche - e soprattutto fornisce una sintesi molto rapida dei temi dei vari saggi che compongono il libro. A scorrere le 287 pagine del grosso volume laterziano non si può non rimanere impressionati dalla profondità specialistica (qualche volta perfino ostica per il comune lettore) dei temi affrontati: dai problemi di metodo interpretativo, a quelli degli equilibri geomorfologici del territorio, dalla funzione ecologica dei paesaggi e della loro “rete “ ragionale, al valore patrimoniale del policentrismo toscano, dai “morfotipi agroambientali”, cioè le molteplici forme dei paesaggi agrari tipici, ai temi della tutela e dei vincoli.
Ma ugualmente impressionati si rimane nello scorrere i tanti nomi degli studiosi, esperti di varie discipline che hanno scritto i saggi e operato spesso nella realizzazione dello stesso Piano. Da Alberto Magnaghi - che ha avuto un ruolo rilevante nella realizzazione, insieme ad Angela Barbanente, nella realizzazione del Piano paesaggistico della Puglia – a Salvatore Settis, da Paolo Baldeschi a Leonardo Rombai, da Ilaria Agostini a Daniela Poli, solo per citarne alcuni. Si tratta di un gruppo intellettuale e di esperti che riflette, malgrado tutto (malgrado i colpi subiti negli ultimi anni) la capacità di un territorio come quello toscano, di darsi e di organizzare delle competenze all’altezza della sua storia.
Non è qui possibile dar conto neppure per cenni di questo ventaglio tematico a più mani, che si presenta come un insieme di laboratori, a un tempo teorici e di sperimentazione sul campo, ricchissimo di esperienze e di idee per i pianificatori che vorranno cimentarsi in quest’ambito. Ma la rilevanza teorica e culturale di tutto il libro - messa ben al centro dalla Marson e che trova riflessioni specifiche nel saggio di Settis - è tutta nella idea di Piano.
Un piano per il paesaggio? Ma il paesaggio esiste già, si tratta solo di proteggerlo, di conservarlo. A che serve un piano? Domande retoriche, ovviamente. Intanto serve per comprendere il paesaggio medesimo, che costituisce un complesso sistema inserito in un territorio con le sue caratteristiche morfologiche primarie, che è stato elaborato dalle comunità umane in epoche diverse, con tecnologie e culture in evoluzione, adattandosi a domande economiche e sociali mutevoli, creando correlazioni tra gli abitati e i luoghi della produzione, tra economia e bellezza.
Si deve analizzare il paesaggio, con i saperi molteplici che si hanno a disposizione, mobilitando più discipline, non solo per imparare a leggerlo, per apprezzarlo e amarlo più profondamente, ma per poterlo anche tutelare adeguatamente. Ma la tutela - è questo il messaggio centrale, culturale e politico del libro - non si esaurisce nel vincolo. Il Paesaggio non è un presepe, non si può rinchiudere negli spazi protetti di un museo, vive nella nostra epoca, esposto ai venti della storia mondiale.
Il piano è indispensabile per una tutela attiva del paesaggio, per mettere insieme, come dice la Marson, «il riconoscimento delle regole di lunga durata con la possibilità di garantirne la riproduzione». La conoscenza storica consente di ricostruire geneticamente le modalità di formazione del paesaggio, delle economie e delle culture che l’hanno generato e plasmato e quindi offre gli strumenti attivi per intervenire e farlo vivere, dargli continuità nelle condizioni attuali, proiettarlo nelle dinamiche del futuro. La pianificazione del paesaggio può diventare in Italia una fertile officina in cui scoprire come le dinamiche del mercato possono essere piegate e impiegate in un disegno in cui torna a primeggiare l’umana progettualità.
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Riferimenti

Nella sezione Buone pratiche di Urbanistica e pianificazione di eddyburg due cartelle raccolgono l'esperienza dei piani paesaggistici di Puglia di Angela Barbanente e Toscana di Anna Marson, e un'altra quella della Sardegna di Soru

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Al fine di favorire il trasferimento da Londra a Milano dell'Autorità Bancaria Europea (EBA) Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera del 25/7) ha individuato un obiettivo che fa al caso dell'Italia: abolire o per lo meno sospendere «l'inutile e dannosa» Tobin tax, la tassa sulle transizioni finanziarie. L'iniziativa costituirebbe un segnale «molto apprezzato dagli operatori finanziari e dai mercati». E su tale esito non abbiamo dubbi, come non abbiamo dubbi sul fatto che l'ex direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani abbia tra i suoi compiti quello di perorare una politica apprezzata dagli operatori finanziari e dai mercati. Qualche dubbio nutriamo invece sulla logica argomentativa con la quale De Bortoli sostiene la necessità di abolire la Tobin Tax.

Questo «nuovo balzello europeo» - così lo chiama - tradendo una identificazione personale con la grande finanza che dovrebbe suonare imbarazzante per un giornalista del suo rango. Pesa così tanto questa tassa dello 0,2 -04 % a banchieri e speculatori? Egli liquida con sufficienza il fatto che la Tobin tax rappresenti un tentativo - peraltro alquanto mite - di contenere la speculazione finanziaria e neppure considera la sua potenzialità nell'attenuare, per quanto blandamente, le disugualianze crescenti che lacerano le società contemporanee.

Di fronte alle indubbie difficoltà di applicazione che la Tobin tax incontra in Europa - dovute soprattutto al sabotaggio dei governi e del ceto politico, nonché alla cattiva stampa di cui De Bortoli ci fornisce un saggio - si potrebbe avere certamente ben altro atteggiamento. Ad es. si potrebbe insistere sulla necessità di una sua equa applicazione universale per mettere tutti gli stati alla pari e garantire così un sicuro flusso di risorse nelle casse pubbliche. Rappresenterebbe, per lo meno, una linea di tendenza favorevole a un minimo di regolamentazione dei mercati finanziari che l'attuale disordine dell'economia mondiale reclama da tempo.

Ma il giornalista del Corriere guarda ai fatti correnti, alle forze e alle tendenze dominanti e ne invoca l'ossequio. La sua preoccupazione è il carattere controproducente della tassazione, che allontana capitali e investimenti dal nostro paese. E l'Italia non se lo può permettere, perché deve crescere, deve, come dicono tutti, tornare a correre. Tanto più che - ci avverte ancora De Bortoli - dopo la Brexit, «studia di trasformarsi in una sorta di paradiso fiscale», con l'intenzione di abbassare la tassa alle imprese, portandola dall'attuale 20 al 15%. Come dunque non essere “realisti” e ingaggiare una gara, almeno in Europa, a chi è capace di attrarre meglio capitali e investimenti al proprio interno?
E allora seguendo la logica del ragionamento di De Bortoli - che costituisce un leitmotiv di tipo neocoloniale dell'armamentario neoliberista - noi potremmo suggerirgli provvedimenti che potrebbero rispondere al suo fine più efficacemente dell'abolizione del Tobin tax. Ad esempio, tra le cose che funzionano male in Italia e che sicuramente scoraggiano gli investimenti ci sono le ispezioni sul lavoro. Quanti incidenti e quanti morti nonostante le leggi e le regole esistenti? Non funzionano. Tanto vale abolirle o quanto meno renderle più elastiche. Almeno avremmo il risultato di meno timorosi investimenti. E che dire dei piani regolatori delle nostre città, laddove ancora esistono, e dei loro lacci e laccioli burocratici, che neppure riescono a impedire l'abusivismo? Un più ampia deregolamentazione (di quella che già c'é) favorirebbe certamente la ripresa nel settore dell'edilizia, che oggi è così languente.
Potremmo continuare con la lotta alla criminalità organizzata, che di sicuro ostacola la libera circolazione del danaro, e altro ancora. Naturalmente non saremo così ingenui da accennare alla liquidazione dei contratti collettivi di lavoro - altro formidabile ostacolo per chi vuole investire nel nostro paese - perché ci sta pensando da tempo la Confindustria. E naturalmente arrossiamo all'idea banale di rammentare la strada maestra della precarizzazione del lavoro. E' stata battuta da tempo, com'è noto e con perseveranza. In Italia ormai si compra una persona per delle ore con un voucher. Come si fitta una bicicletta. Con i risultati strabilianti nel volume degli investimenti e nel tasso di occupazione che tutti conosciamo.

Per la verità, le ovvietà neoliberistiche di De Bortoli - che tuttavia colpiscono per la loro ostinazione di fronte alla vastità dei fallimenti reali - non avrebbero attratto le nostre altrettanto ovvie critiche se non fosse stato per una ragione più precisa. Come tutti i giornali italiani, domenica le pagine del Corriere erano fitte di articoli sui fatti tragici di Monaco e sull'ennesima strage a Kabul. Pagine di dolore e di costernazione. Ebbene, strideva in maniera insopportabile, come un dato tragico della cultura del nostro tempo, la distanza abissale tra le immagini e i racconti di quegli eccidi e l'editoriale che apriva il quotidiano. L'articolo di De Bortoli appariva come il distillato di una rimozione che costituisce un dato non più tollerabile dell'analisi sociale contemporanea.

Quello di rappresentare i fatti dell'economia come un mondo a sé, dinamiche che si esauriscono in una sfera separata dal resto della realtà. Come se l' esaltazione della libera circolazione dei capitali, la critica dei vincoli e dei limiti imposti dal potere pubblico, l'indifferenza verso la povertà e le disuguaglianze, non avessero riflessi sulla società, la politica, la cultura, l'immaginario collettivo, i comportanti quotidiani. Come se l'esaltazione continua e insensata della crescita, della replicazione dei rapporti dominanti, senza prospettive di mutamento, non nutrisse il nichilismo quotidiano che invade le nostre vite. Come se non ci fosse alcun legame tra l'implicita apologia del modello di società presente, con tutti i suoi carichi di assurdità e ingiustizie, di barbarie montante, e l'insensatezza dei massacri che ormai ogni giorno vogliono sfidarla. Non si può più, l'economia, questa economia, è ormai conclamata violenza.

, ma soprattutto nelle grandi città... (segue)

E' stato uno dei temi più dibattuti dai commentatori che hanno preso in esame l'andamento territoriale dei flussi elettorali delle ultime amministrative: un po' ovunque, ma soprattutto nelle grandi città, il PD rastrella consensi nei centri storici e soprattutto nei quartieri bene. Perde vistosamente nelle periferie, che diventano il serbatoio del voto di protesta, della destra e dell'astensionismo. Il fenomeno è apparso clamoroso in alcune grandi città come Roma o come Torino, a cui ha dedicato una efficace disamina Marco Revelli (il manifesto, 29/6/16). Sotto il profilo politico questa sorta di inversione storica della tradizionale geografia elettorale italiana non è una grande novità. E' solo la continuazione di un processo in atto da tempo e il segnale di un definitivo disancoraggio di classe della formazione che aveva rappresentato la sinistra nel nostro paese. Il PD di Renzi ha concluso una parabola che discendeva ormai a velocità crescente.

Ma richiamo questi temi, non per l'ennesima recriminazione contro il PD, quanto per il fatto che essi invitano a ragionare, più che delle forze politiche e delle dinamiche elettorali, delle città, delle strutture urbane. Che cosa sono diventati i nostri centri storici, che cosa le periferie? Un rapido sguardo ad alcune loro trasformazioni è non solo utile per spiegare i fenomeni politici presenti, ma soprattutto per intravedere possibili linee alternative. Ci sono pochi dubbi: il fenomeno sociale più rilevante che ha investito le nostre città dalla metà del secolo scorso, è stata la cacciata dei ceti popolari dai centri storici. Nel 1991 Pier Luigi Cervellati – il “restauratore” del nucleo storico di Bologna – osservava che tra il censimento del 1951 e quello del 1971 gli abitanti dei centri storici si erano dimezzati. (La città bella, il Mulino ). Un fenomeno che è continuato nel tempo: «Le undici più grandi città italiane - ha ricordato Paolo Berdini - hanno perduto circa 700 000 abitanti nel decennio compreso tra i censimenti del 1991 e del 2001». (La città in vendita, Donzelli, 2008).

Chi abbandona i vecchi nuclei? E' fenomeno noto: sono le famiglie operaie e artigiane, strati di ceto medio basso, cacciati dal lievitare della rendita fondiaria. Chiudono le botteghe di idraulici, restauratori, falegnami, tappezzieri, i piccoli negozi di generi alimentari, le librerie, i cinema di quartiere, ecc. e arrivano i negozi di lusso o di cianfrusaglie per turisti, le pizzerie, le banche, le assicurazioni, le agenzie immobiliari. E' stato un processo molecolare, una sotterranea lotta di classe con cui i detentori della rendita fondiaria hanno cacciato il popolo della città costringendolo a trasferirsi nella periferia, l'«aggregato informe», come lo chiama Cervellati, dove altra rendita è stata valorizzata sotto forma di palazzine e quartieri-dormitorio.

Sotto il profilo sociale e politico tale destrutturazione demografica non ha prodotto grandi scosse fino ad epoca recente. Nelle periferie i vecchi cittadini e i nuovi abitanti hanno trovato spesso standard più moderni di servizi abitativi e potuto compensare i disagi di più lunghi spostamenti grazie a nuovi redditi da lavoro e alle strutture locali, per quanto insufficienti, del welfare. Ma negli ultimi 15 anni le cose sono precipitate. La crescente disoccupazione si è combinata, all'indomani della crisi del 2008, con la politica dettata da Bruxelles, che ha di fatto impedito ai comuni di far fronte ai crescenti bisogni di servizi dei cittadini: dai trasporti agli asili nido, dai rifiuti alla manutenzione del verde pubblico. Alla marginalità territoriale si è aggiunta la disperazione sociale. In alcune realtà urbane come quella di Roma la degradazione della vita civile è ormai un motivo di scandalo e di vergogna a scala europea. Ma come si risponde a tali problemi senza scorgere, nella prospettiva storica, la filigrana classista delle trasformazioni avvenute, senza tener conto del potere fondiario-finanziario che decide il destino delle nostre città? Davvero possiamo affrontare i loro problemi invocando la copertura delle buche, il rafforzamento del trasporto pubblico, la possibilità di ospitare le Olimpiadi, le fumisterie tecnologiche delle smart cities?

C'è una città in Italia, che ci racconta quel che avverrà a tanti nostri centri senza adeguate contromisure, ma che ci suggerisce anche che cosa può essere oggi una politica urbana di sinistra. Questa città è Venezia, diventata ormai una sorta di Disneyland. Come ricorda Franco Mancuso (Venezia è una città, Corte del Fontego, 2016) il centro lagunare si è ridotto a soli 56 mila abitanti, dopo essere stata per secoli una delle più popolose città d'Italia. Eppure Venezia attrae ogni giorno per studio e lavoro circa 50 mila persone, più di quanto non non faccia il Petrolchinico di Marghera. Persone che son costrette a vivere nell'entroterra di Mestre per l'elevato costo delle case e per la morte della città come comunità civile: mancanza di artigiani, di botteghe per i consumi quotidiani, di servizi adeguati, di relazioni stabili e normali tra gli abitanti. Eppure tante coppie di giovani amerebbero risiedere in città se i costi non fossero per loro proibitivi, potrebbero farla rivivere di vita vera e non del frettoloso consumismo del turismo di massa.

Ma la rendita distorce perfino le regole classiste del mercato. A Venezia esistono migliaia di abitazioni appartenenti a turisti stranieri che li abitano qualche mese all'anno e che rendono di fatto deserti interi quartieri della città. Case che potrebbero essere abitate da cittadini veneziani e che svolgono il doppio nefasto ufficio di rendere spopolata una parte del centro e di tenere elevati i valori immobiliari. Ebbene, le amministrazioni comunali hanno sino ad ora alzato bandiera bianca di fronte a tale tendenza che fa morire Venezia, prima che le acque dell'Adriatico la sommergano. Ma è proprio qui il luogo in cui ripensare il ruolo del potere municipale e la sua capacità di indirizzo strategico: quel ruolo che per la prima volta è stato creato in Italia dai comuni medievali. Un comune di sinistra non può limitarsi ad amministrare, perché gli attori che si muovono sulla scena urbana non sono alla pari, semplici cittadini e proprietari di case e terreni. I ricchi proprietari di abitazioni e palazzi signorili infliggono un danno crescente alla città e ai cittadini e devono per tale ragione essere assoggettati a una severa fiscalità, che fornisca al comune le risorse per facilitare l'accesso a chi vuole abitare, per approntare una politica di agevolazioni agli artigiani, ai muratori, a tutti i ceti produttori di beni e di servizi.
Se noi consideriamo le città come ecosistemi l'intera visione politica cambia. Prendiamo il caso anch'esso esemplare di Roma. Qui i centri commerciali sorti negli ultimi anni producono danni generali rilevantissimi. Essi non solo fanno morire il piccolo commercio e desertificano i quartieri, ma hanno un impatto ambientale del tutto trascurato. I loro edifici hanno cementificato aree verdi, distrutto ettari di terra fertile, oggi impediscono l'assorbimento di acqua piovana favorendo gli allagamenti nei giorni di piogge intense. Al tempo stesso cemento e asfalto impediscono l'assorbimento di carbonio, favorendo la diffusione nell'aria di CO2, col doppio risultato di accrescere l'inquinamento e favorire l'innalzamento delle temperature. Ma queste cittadelle del consumo richiamano traffico, devono essere costantemente rifornite di merci da pesanti mezzi di trasporto che attraversano la città gravandola di altro smog e usura delle strade e degli spazi. Producono, inoltre, masse rilevanti di rifiuti. Se l'ecosistema città è un bene comune, allora a questi nuovi avamposti del capitale multinazionale va applicata una pressione fiscale supplementare, che ripaghi i danni, offrendo alle casse municipali le risorse per favorire i ceti produttivi, accrescere il welfare, sostenere le fasce più deboli della popolazione. Una politica di uguaglianza sociale giova alla vita della città. La sinistra ritrova la sua bussola, con una politica popolare e di classe che metta al centro il bene comune dell'ambiente.

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Norma Rangeri, la nostra instancabile direttrice, mi invita a esprimere pubblicamente la mia scelta di voto al prossimo ballottaggio delle elezioni per il sindaco di Roma. L'intenzione, naturalmente, è di raccogliere una pluralità di pareri davanti a uno scenario cha appare abbastanza problematico e ingarbugliato. Per lo meno per chi si colloca a sinistra del Partito Democratico. Oggi, tuttavia, rispetto a poco tempo fa, il quadro della situazione politica romana mi appare molto più chiaro e definito e le possibilità di fare una scelta di voto assai meno problematica.

Avendo votato per Stefano Fassina al primo turno, sapevo per certo che avrei dovuto affrontare al ballottaggio una scelta che lo escludeva. E confesso che, se mi fossi trovato di fronte a un alternativa tra Roberto Giachetti e un candidato del centro-destra, non avrei avuto dubbi: mi sarei “turato il naso”, per dirla alla Montanelli, e avrei scelto il candidato PD. Lo avrei scelto per senso di responsabilità, pensando alle sorti della mia città, che non può tornare in mano al peggior centro destra d'Italia. Ma lo avrei fatto con disagio, prima di tutto per ragioni di politica nazionale. Considero il PD di Matteo Renzi un grave danno per la sinistra e per l'Italia. Per la sinistra, perché la sua politica di apertura alla destra berlusconiana - come alcuni di noi avevano previsto - non avrebbe allargato il consenso di quel partito, mentre avrebbe definitivamente spezzato i legami con il suo insediamento popolare, esponendolo alla sconfitta.

I risultati elettorali recenti sono le prime prove della validità di tali previsioni. Ma il danno è anche per l'Italia. Questa non è la sede per valutazioni generali, ma un aspetto che non bisogna dimenticare, nel dare un giudizio sull'operato di questo governo, è di considerare anche quel che non si è fatto e invece si poteva fare. Il tempo nel frattempo sprecato con i problemi che si aggravano. Son passati due anni e mezzo e Renzi ha perduto l'occasione di impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”. Ha premiato la rendita, abolendo la tassa sulla prima casa e non ha impostato una vera politica di investimento nella formazione e nella ricerca, per il rafforzamento strategico del sistema-paese: borse di studio per migliaia di giovani che non possono proseguire la carriera scolastica o iscriversi all'Università, fondi per la ricerca, ingresso di nuovi docenti nell'Università e soprattutto risorse per ridare slancio a un settore da cui dipende l'avvenire dell'Italia. Nulla di tutto questo, com'è noto.

Ma che c'entra tale valutazione con la scelta del sindaco di Roma? Per fortuna, senza dover dimenticare i danni generali della politica nazionale del PD, al ballottaggio non sarò costretto a turarmi il naso. Ho sentito più volte Giachetti in Tv perorare la causa delle Olimpiadi a Roma e del nuovo stadio della squadra capitolina e questo mi ha definitivamente persuaso. Considero simili scelte il distillato del neoliberismo urbanistico che già affligge le nostre città (Venezia fa testo da anni) e che rischia di distruggerle. E' il processo di disneylizzazione dei nostri centri urbani, un modo di mobilitare risorse per singoli eventi, tutto interno alla logica della società dello spettacolo, del profitto per alcuni gruppi, mentre si rimuove la visione d'insieme della città: con i suoi bisogni quotidiani, le sue periferie, il suo crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione che si vanno gonfiando.

Ispirato da tali scelte, - che lo portano anche a strumentalizzazioni pacchiane, come l'uso elettorale di Totti - Giachetti è dunque un perfetto avversario da sconfiggere. Tanto più che la candidata del Movimento 5 stelle, Virginia Raggi, ha cominciato a fare scelte interessanti per la sua eventuale squadra di governo cittadino. Ed è di dominio pubblico che ella ha chiesto, per l'assessorato all'urbanistica, la disponibilità di Paolo Berdini. Ebbene, considero questa una scelta di grande valore, una vera bandiera politica. L'Assessorato all'urbanistica (o comunque si chiamerà) è un posto di potere-chiave dei governi municipali. Da li si governa l'uso del territorio e la possibilità di cavare profitti dal suolo. E da li, nei decenni passati, sono passate le scelte che hanno devastato Roma, cementificando l'Agro romano, costruendo interi quartieri senza trasporto su ferro, innalzando cinture di centri commerciali che richiamano traffico da ogni dove. Paolo Berdini è uno dei più competenti e intransigenti avversari di questa politica dissennata, che ha premiato la rendita dei grandi costruttori e creato danni all'universalità dei cittadini romani.

Infine, qualche considerazione sugli insuccessi elettorali più significativi della sinistra a Roma e a Torino, che mi paiono comuni per tanti aspetti. Avevo considerato, a suo tempo, imprudente la candidatura di Fassina, ma - una volta nell'agone elettorale - ho espresso su questo giornale il mio sostegno al suo lavoro per tanti versi coraggioso. Naturalmente, senza illusioni, con l'auspicio che si costruisca a Roma, per il futuro, un centro aggregatore delle forze di sinistra, quale terminale di una formazione politica più larga, di respiro nazionale. C'era, tuttavia, nella candidatura di Airaudo a Torino e di Fassina a Roma, un peccato d'origine che evidentemente il lavoro sul campo, quello tra la classe operaia torinese e nella periferia romana, non è bastato a sanare. E le ragioni sono ovvie.

Il lavoro quotidiano tra i cittadini non può dare frutti elettorali nel giro di pochi mesi. Si tratta di un'opera di lunga lena, che sarebbe dovuta iniziare molto prima dell'apertura della campagna elettorale. Lo si voglia o no, la fiera elettorale copre di una patina di strumentalità qualunque impegno e dialogo “col popolo”. E infine, di passata, ma è forse il problema fondamentale, tanto Airaudo che Fassina e altri candidati meno noti, sono apparsi troppo isolati: avanguardie solitarie di una sinistra che non c'è, per giunta esponenti dissenzienti di una tradizione che oggi si chiude nel fallimento. L'idea di Sinistra Italiana di aspettare il congresso di dicembre per “partire” non ha certo aiutato questi candidati. Ma ha anche gettato un ombra pesante di fragilità su tutto il campo. Persino il mio «giovanile entusiasmo» (come benevolmente ironizza Asor Rosa) è stato messo a dura prova.

L'intervista che Massimo Cacciari ha rilasciato a Ezio Mauro per motivare il suo SI al referendum sulla riforma del Senato, offre al lettore, io credo, un buon campionario di motivi per indurlo al comportamento contrario...(continua la lettura)



L'intervista che Massimo Cacciari ha rilasciato a Ezio Mauro (Repubblica, 27.5.2016) per motivare il suo SI al referendum confermativo della riforma del Senato, offre al lettore, io credo, un buon campionario di motivi per indurlo al comportamento contrario a quello perorato dal filosofo: cioé a votare decisamente NO. Nel merito Cacciari arriva a definire l'oggetto del referendum «una riforma modesta e maldestra. La montagna ha partorito un brutto topolino». Poco prima, incalzato da Mauro, aveva ricordato che da decenni era nelle sue aspirazioni e nella parte più illuminata della sinistra, la creazione di «un autentico Senato delle Regioni con i rappresentanti più autorevoli eletti direttamente, e non scelti tra i gruppi dirigenti più sputtanati d'Italia, come oggi». Come dissentire?
E tuttavia, nonostante una sequela di giudizi così svalutativi e sprezzanti, egli dichiara che la riforma è da approvare comunque, perché finalmente si arriverebbe a decidere un cambiamento in materia istituzionale. Quel che importa è che si faccia qualcosa. Un ragionamento – mi perdonerà l'amico Cacciari – che non si discosta molto da quello del padre della fanciulla che ha visto sfumare in gioventù tante occasioni di matrimonio e alla fine si acconcia a farla sposare allo sciancato del paese. Perché almeno non resti zitella. In verità le contorsioni poco persuasive con cui Cacciari cerca di motivare la sua scelta sono disseminate a ogni riga. Ma non son queste le pecche peggiori del suo argomentare. Egli fa una ricostruzione storica troppo sommaria e indistinta della sinistra in lotta per le riforme istituzionali. Certo, una intervista non è mica un saggio, anche se condotta da un grande giornalista. E tuttavia egli finisce con lo stabilire un nesso di continuità, diciamo tra la fondazione del Centro per la riforma dello Stato, voluta dal PCI nel 1972, con l'efficace direzione di Ingrao per tutti gli anni '80, e il «brutto topolino» dei nostri giorni. Con linguaggio certamente più fine e colto, Cacciari finisce col dare ragione a tanti giovanotti e fanciulle del PD, che negli ultimi tempi sono andati urlando per le TV d'Italia: finalmente si sta realizzando «la riforma che l'Italia aspettava da 30 anni». Come dimenticare, infatti le grandi manifestazioni popolari, nelle piazze di tutto il Paese, per invocare l'abolizione del Senato? A ricordarcelo sono esponenti politici che, a occhio, 30 anni fa frequentavano le prime classi delle elementari. Ma questo è il follkore...
La sostanza storica è che Cacciari mette insieme cose diverse e soprattutto non scorge la frattura tra le rivendicazioni dei decenni passati, anche sue, e le riforme di Renzi. Intanto ricordiamo che l'esigenza di una riforma dello Stato, nata dentro alcuni settori del PCI, non era ispirata solo da ragioni di efficienza della macchina decisionale, ma soprattutto dalla volontà di un allargamento della democrazia. Abbiamo dimenticato che, sino almeno all'ascesa di Craxi, l'Italia è stata governata, con la cooptazione di qualche forza satellite, da un Partito-Stato, la DC, un monstrum unico in tutto l'Occidente? Per la verità, ricordando le battaglie federaliste degli ultimi decenni, Cacciari non dimentica le ragioni di una maggiore vicinanza delle istituzioni ai cittadini, ma proprio questo rende ancora più paradossale e insostenibile la sua posizione.
A essere tradito oggi è esattamente l'ordito federalista da lui auspicato, a favore di un neocentralismo che sta sottraendo materie importanti alle regioni, soprattutto per quanto riguarda il governo dei propri territori. Il nuovo Senato toglierà ancor più potere alle aree periferiche del Paese – com'è stato persuasivamente argomentato da tanti costituzionalisti di rango – non solo perché non tutti i territori saranno parimenti rappresentati.Ma anche per una ragione più grave e per certi versi drammatica. Ma si ha idea delle lotte che esploderanno all'interno dei Consigli regionali per accaparrarsi il posto di consigliere-senatore? Quanti mesi sottrarranno al lavoro dei nostri governi regionali? Quanta paralisi operativa si creerà?
C'è nel ragionamento di Cacciari, ma soprattutto di tanti altri commentatori, una impropria sopravvalutazione del fattore efficienza della macchina amministrativa. Fattore certo importante, ma spesso secondario. Attribuire al bicameralismo perfetto l'inefficienza dei nostri governi è una lettura semplicemente superficiale della storia politica italiana.Negli anni '70 vigeva il bicameralismo, eppure in quel decennio sono state realizzate le riforme più importanti per la modernizzazione dell'Italia. E il ragionamento vale anche in periferia. Davvero si crede che le nostre regioni, soprattutto quelle meridionali, non siano capaci di utilizzare a pieno i fondi strutturali europei per pura inefficienza? In realtà sono lentissime nel decidere a causa delle lotte intestine trai i vari gruppi che si contendono le risorse e sono in perenne litigio sulle forme, i modi, i luoghi del loro utilizzo. Il guasto è nel corpo del ceto politico e lo si cerca nelle istituzioni.
Ancora più paradossale è però il si di Cacciaci al referendum accompagnato da un giudizio severo sulla riforma elettorale dell'Italicum. Ma dov'è, innanzi tutto, il senso tattico di questa posizione? Già Renzi ha fatto sapere, con la consueta mitezza di modi, che «l'Italicum non si tocca». Figuriamoci quanto sarà disponibile a modificarlo nel caso dovesse vincere il referendum d'autunno. Ma questa distinzione tra legge elettorale e riforma del Senato, che è di tanti attori politici e commentatori, tradisce una grave incomprensione storica di quel che è avvenuto nei paesi capitalistici. E a Cacciari, a tal proposito, dovrei ricordare, allorché usa il termine sinistra, che negli ultimi 15 anni, un arcipelago di intellettuali si è messo a studiare il capitalismo attuale e riesce a leggere in profondità e con capacità di anticipazione i fenomeni sociali e politici del nostro tempo. Quella capacità che la sinistra storica sembra avere ormai definitivamente perduto.
Il dispositivo autoritario contenuto nell'Italicum non è una cattiveria di Renzi. E' un passaggio obbligato, nel contesto del capitalismo globalizzato, di una strategia che oggi appare ineludibile per il ceto politico. Non lo ripeterò mai abbastanza: ceto politico vuol dire una classe professionale, con sempre meno legami con le masse popolari, che vive di politica, cioé di mediazione tra i poteri industrial-finanziari e la società. Tale ceto politico, sia per la sempre minore autonomia d'azione dello Stato-nazione, sia perché necessitato a ridurre sempre di più diritti e welfare non riesce a governare con il consenso dei cittadini.
C'è bisogno di prove? Osservate le statistiche della diserzione delle urne da parte dei cittadini, in Italia come altrove. Se manca il consenso, per governare occorre rafforzare il potere, emarginare il dissenso. Ora non c'è bisogno di temere l'arrivo di un qualche Videla o Pinochet, per allarmarsi. L'Italicum è il completamento di un disegno già in atto, non lo si vede già? Il governo Renzi ha abolito l'articolo 18 e messo i lavoratori in condizioni di piena disponibilità del padronato, combatte apertamente il sindacato, ha elevato a simbolo della sua nuova narrazione un capitalista internazionale come Marchionne, ha insediato la figura del preside-capo nelle scuole, controlla e presidia quotidianamente le TV pubbliche. Forse che non ha dato sufficienti prove di spregiudicatezza e irresponsabilità nel manomettere la Costituzione e spaccare ora il Paese?
Che cosa devono desiderare di più e di meglio i gruppi capitalistici nazionali e transnazionali? Giusto un governo dominato da un capo che comanda un Parlamento di nominati.Eccolo in arrivo... L'Italia ha già conosciuto su scala ridotta lo squallido servilismo, il conformismo asfissiante generato in tutti gli ambiti della società dal potere assunto, a metà anni '80, da Bettino Craxi e dal suo PSI. Oggi incombe su di noi un ben più grave pericolo, perché allora, benché mal messi, esistevano ancora i partiti di massa.Oggi non più. Il pericolo che ci minaccia è enorme, anche senza evocare stadi affollati di prigionieri politici. Allarmante è che un intellettuale della statura di Cacciari non l'abbia ancora capito.

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Credo che sulla polemica esplosa in seguito alla dichiarazioni di Camillo Davigo occorra un di più di riflessione politica, rispetto alle schermaglie formali, alle difese e alle accuse che abbiamo letto in questi giorni. Sotto la densa polvere che si è alzata occorre cogliere una sostanza politica di primissimo rilievo. Sono in totale disaccordo con quanto sostiene Anna Canepa, segretaria di Magistratura Democratica, a proposito delle posizioni di Camillo Davigo, nell'intervista concessa ad Andrea Fabozzi, sul Manifesto del 24 aprile. Sono in disaccordo non tanto per i contenuti in sé, che rientrano in logiche e schermaglie di corrente e che interessano a pochi italiani. Anche se nell'intervista vi si leggono banalità folgoranti del tipo: «Noi pensiamo che la corruzione non possa essere affrontata esclusivamente in termini repressivi». Un motivo di bassa retorica per depotenziare le posizioni di Camillo Davigo e ridurlo al rango del Grande Repressore.

Ma come si può attribuire una convinzione del genere non dico a un magistrato dell'intelligenza di Davigo, ma una qualsiasi persona di media cultura? Chi può non essere d'accordo su questo punto? Ma il fatto è che se manca la repressione, il resto (l' amministrazione efficiente, un giustizia più rapida, la cultura della legalità, ecc.) non tiene. Senza la certezza della sanzione, la tendenza a delinquere appare incomprimibile. Soprattutto, per svariatissime ragioni storiche, in Italia. Non dimentichiamo che nel nostro paese sono ancora vive e vegete due forme di criminalità organizzate che risalgono a prima dell'unificazione nazionale, la mafia e la camorra, mentre una terza, meno antica, la 'ndrangheta, ha un raggio d'azione a scala mondiale.

Capisco bene quanto ha dichiarato ad Aldo Cazzullo, Reffaele Cantone, in un'intervista su Corriere del 23 aprile: «Mani Pulite ha fallito perché le manette non bastano». Certamente, le manette non sono bastate e non bastano mai, in nessun caso. Ma chi doveva far seguire alla repressione i fatti di una profonda trasformazione della macchina amministrativa, delle procedure giudiziarie, delle strutture della vigilanza e dei controlli? Chi se non i governi e il ceto politico? Chi non ha fatto seguire alla galera i fatti positivi di un profondo rinnovamento anche dello spirito pubblico nazionale? Chi, se non il potere legislativo e gli esecutivi? Sono costoro che sono mancati alla prova. Non certo i magistrati, che avevano svolto il loro compito e a cui spettano altri compiti.

In questo modo, per difendere il governo Renzi capovolgiamo la verità dei fatti e con una capriola retorica gettiamo la croce su Mani Pulite? Ma allora un po' di storia, per favore, in questo paese della Grande Dimenticanza. Un po' di storia non tanto per Cantone - magistrato prezioso per l' opera che svolge nel nostro paese - ma soprattutto per il presidente del Consiglio. Le parole polemiche di Davigo sui politici che continuano a rubare, come in passato, ma ora non se ne vergognano - che certo non sono formalmente ineccepibili in chi rappresenta un sindacato - nascono nell'atmosfera tossica creata dalla dichiarazione di Renzi al Senato il 20 di questo mese. In quella occasione ha detto testualmente che negli ultimi 25 anni sono state scritte «pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo». 25 anni? Ora lasciamo da parte Mani Pulite, che di sicuro eccessi ne ha commessi, ma senza i quali non avrebbe scoperchiato un sistema di corruttela così pervasivo e onnipotente. Chi ha governato in Italia dopo quel terremoto giudiziario?

Abbiamo già dimenticato? Noi siamo appena usciti da una fase storica in cui un avvocato, Cesare Previti, che faceva vincere le cause al suo padrone comprando i magistrati che lo giudicavano, è diventato ministro della Repubblica. Vigeva allora la barbarie giustizialista? Erano gli anni in cui il presidente del Consiglio, Berlusconi, con i suoi avvocati fatti eleggere in Parlamento, si faceva emanare le leggi che dovevano salvarlo dalla cause pendenti. L'intero parlamento della Repubblica asservito ai voleri, ai capricci, perfino alle bugie ridicole di un magnate. A questo giustizialismo allude Renzi? Sono anni di giustizialismo i nostri, in cui il parlamentare Denis Verdini, amico del presidente del Consiglio Renzi, e suo importante sostegno politico, con ben 6 rinvii a giudizio, è tranquillamente al suo posto e continua a onorare della sua presenza il nostro Parlamento? Ma perché Renzi scopre oggi l'urgenza del garantismo? Non è per caso che, avendo fondato il suo potere su una costellazione di appoggi, dal mondo imprenditoriale a quello finanziario - come ha ben scritto A.Floridia sul Manifesto del 14 aprile - teme che qualche inchiesta giudiziaria possa mandare in aria il suo traballante castello?

Ora, nel paese in cui si tende a guardare solo al dito e a non scorgere la luna, bisogna ricordare che Davigo ha anche fatto una affermazione importante, ripresa da pochi: «la classe dirigente, quando delinque, fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada, e fa danni più gravi». Ed è questo il punto, il vero punto da discutere. Perché la corruzione dominante nel nostro paese, non è quella dei ladruncoli di strada, ma delle classi dirigenti. E tra queste, lo si voglia o no, occorre metterci mafia, 'ndrangheta e camorra, sia per l'imponenza dei capitali che muovono, che per l'ampiezza dei territori che controllano. Tale corruzione non è solo rilevante per il danno economico che infligge al paese, com'è universalmente riconosciuto. Essa rivela in realtà una questione politica di prima grandezza, a cui la sinistra dovrebbe guardare con più attenzione.

Più di quanto non si creda essa è legata strettamente alla dissoluzione dei grandi partiti di massa, i quali formavano e selezionavano i quadri politici destinati alle amministrazioni locali, al Parlamento, alla loro stessa gestione in centro e in periferia. Erano questi che operano i primi filtri e controlli sulla qualità, innanzi tutto morale, dei propri esponenti. Oggi tale lavoro di selezione e filtro non esiste più. I presidi politici della legalità sono stati sciolti. E chi decide di fare politica lo fa per pura ambizione personale, entrando in un agone competitivo interpersonale, anche con i propri compagni e in cui tutto è permesso - Renzi fa testo col suo comportamento nei confronti di Letta - e con una inclinazione verso l'illegalità facilmente intuibile.
Ma la scomparsa dei grandi partiti popolari, nel nostro caso del PCI, e l'emarginazione crescente del sindacato, hanno anche un altro esito rilevantissimo per il dilagare della corruzione. Perché in mancanza di un grande antagonista organizzato, capace di opposizione, vigilanza e controllo, le classi dirigenti italiane, i nostri ceti dominanti e quei politici che li rappresentano, sono da 20 anni impegnati in un'azione predatoria del bene pubblico di un'ampiezza senza precedenti. Un'opera imponente di manomissione che solo il vigore delle leggi riesce in parte a contenere e limitare. Oltre all'azione generosa di pochi movimenti.
La predazione, tramite soprattutto le Grandi opere, riguarda il territorio, l'acqua, il patrimonio urbano, i beni artistici , le città, il paesaggio. Anche spesso i nostri diritti. Allora, caro Cantone, è evidente che «le manette non bastano». La legge e la vigilanza dei magistrati servono solo a contenere parte di quella predazione di classe che scivola nell'illegalità, la punta dell' iceberg. Non il resto. Perciò non solo non è giusto, ma è un grave danno criticare i magistrati intransigenti. Perché oggi, quanto meno, costituiscono l'insufficiente argine in difesa del bene pubblico.

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Una delle ragioni addotte dai sostenitori del no al prossimo referendum del 17 aprile è quella nobile della difesa dei posti di lavoro. Costoro danno a intendere che, in caso di vittoria del si, verrebbe aperta una pratica di licenziamenti di massa, destinata a gettare sul lastrico migliaia di famiglie. Ora, a parte i reali esiti referendari, mirati a porre un termine definito allo sfruttamento dei nostri mari, e non certo a mettere in atto le regole di libertà di licenziamento introdotte dal governo Renzi con il Jobs act...

Occorre entrare nel merito dell'obiezione, sia in termini specifici che generali. Già su questo giornale [il manifesto -ndr] il 10 aprile, Davide Bubbico - che non scrive per sentito dire, avendo dedicato al tema un ponderoso volume, L'economia del petrolio e il lavoro, Ediesse 2016) ha messo in evidenza come l'industria degli idrocarburi sia una tipica economia capital intensive, caratterizzata cioé da grandi investimenti in capitale fisso (macchinari e strutture ), ma con ridotte ricadute sull'occupazione. Dopo decenni di sfruttamento dei territori della Basilicata oggi si possono contare poche migliaia di occupati, comprese le figure dell'indotto. Naturalmente non si vogliono sottovalutare neppure questi esiti ridotti sull'economia della regione, che andrebbero tuttavia comparati con l'ampiezza dei territori occupati dall'ENI, con le risorse locali consumate, con il vasto impatto ambientale e con gli esiti sulla salute dei cittadini, che si potrà misurare solo nel lungo termine.
Ma quello che appare oggi intollerabile è il motivo della “difesa del posto del lavoro” qualunque sia l'attività produttiva che rende possibile l'occupazione. E questo è un punto su cui occorre soffermarsi. La disoccupazione di massa dei nostri anni, non è solo un dato strutturale del modello di accumulazione capitalistica dominante. E' ormai diventata una pratica di controllo sociale, che produce senso comune diffuso. Agli occhi di una massa crescente di uomini e donne disperati, chi investe in attività produttive appare come un benefattore. Lo sfruttamento del lavoro altrui e i profitti che ne conseguono scompaiono. Allo stesso modo, chi è già occupato non può lamentarsi dei ritmi di lavoro cui è sottoposto, dei turni, degli straordinari necessari per arrotondare, della sua penosa fatica quotidiana. Deve considerarsi fortunato, perché è al sicuro, mentre fuori dalla sua fabbrica o dal suo ufficio infuria la tempesta.

Ma la scarsità di lavoro, diventata una convenienza strategica per il capitale, non è solo una immensa fonte di nuova legittimazione del suo dominio, è anche l'origine di un progressivo arretramento della nostra civiltà. Siamo al punto che ormai esaltiamo senza nessun pudore i nostri successi industriali anche quando sono finalizzati alla guerra, a portare morte e distruzioni presso altri popoli. Finmeccannica firma un maxicontratto per la fornitura di 28 Eurofighter Typhoon al Kuwait, titolava trionfante Il Sole 24 ore il 4 aprile e ripetevano con pari giubilo gli altri grandi quotidiani nazionali. Ma l'inglese dei termini usati non può cambiare la natura criminale dei prodotti. Fighter significa combattente, e quell'euro che lo precede serve solo a camuffare e nobilitare il termine, quasi si trattasse di un computer di nuova generazione, mentre è invece un aereo, un areo Typhoon, cioé uragano, che genera una tempesta di morte. Plaudiamo a Finmeccanica che crea occupazione costruendo aerei da combattimento, destinati ad alimentare le guerre che infuriano in Medio Oriente?

Certo, lo sfruttamento del mare non è paragonabile all'industria degli armamenti. Sono due cose molto distanti tra loro. In un caso – ma solo quale esito indiretto o incidentale – si uccidono pesci e si distrugge l'habitat marino, e per lo meno si produce petrolio, nell'altro si producono armi per uccidere espressamente uomini e donne. Ma chi difende le ragioni del no a tutela dei posti di lavoro deve essere portato a riflettere su un altro aspetto. La convenienza a sfruttare le vecchie economie comporta un rallentamento degli investimenti nelle nuove. E questo è storicamente provato.Quando nel 1972, il Club di Roma pubblicò il Rapporto sui limiti dello sviluppo, circolato poi in piena crisi petrolifera, si aprì una vasta discussione sulla ricerca di energie alternative. Un dibattito destinato ben presto a esaurirsi quando si scopri che di petrolio ce n' era ancora tanto, nella pancia della Terra, insieme a veri e propri oceani di gas. E per i decenni successivi gli investimenti di ricerca, nel solare e nell'eolico, divennero diletti per hobbisti solitari.Quanti investimenti e ci ha fatto perdere lo sfuttamento degli idrocarburi? Quanto gas serra avremmo potuto risparmiare al nostro clima?

Ma c'è un'altra ragione ancora più importante da considerare. Già in passato nel nostro paese è stato commesso un grave errore di strategia industriale. Quando, tramite gli investimenti della Cassa per il Mezzogiorno, si occuparono tanti siti costieri del nostro Sud, da Brindisi fino a Priolo, venne adottata una politica non dissimile da quella dell'ENI in Basilicata. Grandi strutture industriali calate dall'alto, che non generarono nuove economie, non stimolarono una ulteriore crescita del territorio, perché estranee ad esso, alla sua storia, alle sue vocazioni, ai saperi delle genti che lo abitano. Anche allora territori di altissima qualità (mica i deserti dell'Arabia Saudita) furono letteralmente “svenduti” all'industria, in gran parte pubblica. Si trattava e si tratta di industrie che potremmo definire nature intensive, che consumano risorse naturali (immense quantità d'acqua) inquinando suoli, strati aerei, fondali marini. Ma almeno allora, nell'errore, quegli interventi erano interni a un progetto generale di sviluppo del nostro Mezzogiorno. Si pensava di generare posti di lavoro investendo in attività industriali che peraltro non si esaurivano nell'insediamento dei petrolchimici. Ma oggi? Dobbiamo continuare a difendere attività residuali? Dobbiamo conservare i pochi posti di lavoro gentilmente concessi dalla Total e da Shell, senza badare alla nostra industria turistica, alla vita dei nostri mari, al riscaldamento climatico che incombe, alimentato in misura così rilevante dal consumo di petrolio?

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nel nostro Paese. Un conflitto per così dire fondativo ha contrapposto il lavoro alla natura... (continua la lettura)

nel nostro Paese. Un conflitto per così dire fondativo ha contrapposto il lavoro alla natura, l'umana operosità alle ragioni del mondo vivente, il movimento operaio agli equilibri degli habitat naturali. E per ragioni che hanno a che fare innanzi tutto con la dottrina. A partire da Marx. E' vero, egli dichiara, sin dal Primo libro del Capitale: «Il lavoro è prima di tutto un processo fra uomo e natura, un processo nel quale l'uomo, attraverso la propria attività procura, regola e controlla il suo scambio materiale con la natura». Scambio materiale o organico, il famoso Stoffwechsel. Un riconoscimento importante del ruolo della natura, nella produzione della ricchezza. Ma tale visione rimane confinata sullo sfondo, perché nel pensiero di Marx ha poi il sopravvento la teoria del valore-lavoro. È la scoperta di Adam Smith ( peraltro non del tutto sua) secondo cui il lavoro è la fonte di ogni valore:«l'originaria moneta d'acquisto con cui si pagano tutte le cose», come scrive nella Inquiry sulla ricchezza delle nazioni. A cui Marx aggiungerà il disvelamento rivoluzionario della creazione del plusvalore, l'origine dell'accumulazione della ricchezza in poche mani, fondata sullo sfruttamento operaio, e la riproduzione del capitalismo e della società divisa in classi.
Ma questa scoperta, che orienterà le lotte di tutti i movimenti di ispirazione marxista, e del movimento operaio in generale, dimenticherà le ragioni della natura. La centralità del lavoro e dei suoi interessi prevarranno su quelle del mondo vivente in cui questo pur si svolge.Non voglio ridurre il pensiero di Marx, capace ancora oggi di illuminarci, al marxismo. Questo è ovvio, le dottrine finiscono colo vivere di vita propria. Ma è importante osservare che tale curvatura così esclusivamente antropocentrica del marxismo diventerà ancora più rigida e dottrinaria nella sua trasmigrazione nella Russia preindustriale della Rivoluzione bolscevica. Esso diventerà, inevitabilmente una “teoria dello sviluppo industriale” dal punto di vista operaio. Non per niente Lenin poté definire il comunismo come « l potere sovietico più l'elettrificazione di tutto il paese.« Che cosa poteva importare del territorio, delle foreste, delle acque dei fiumi, dei grandi laghi della Russia di fronte alla necessità di costruire una nuova società attraverso l'espansione dell'industria? L'uomo nuovo sovietico era un lavoratore-titano che plasmava a sua immagine il mondo intorno a sé. Non ci dovremmo perciò stupire se in Unione Sovietica – come ha ricordato lo storico John MacNeil – nella seconda metà del '900 furono utilizzate piccole bombe atomiche per sventrare montagne ed aprire miniere. In Cina da decenni vanno costruendo il comunismo provocando catastrofi ambientali.

Neppure miglior fortuna ha avuto il mondo naturale nel pensiero rivoluzionario italiano.Nel nostro teorico più grande, Gramsci, non c'è posto per le sorti della natura. Anche in lui il processo storico è pensato secondo la curvatura dello sviluppo industriale, leva dell'umana emancipazione. In uno dei suoi Quaderni più anticipatori, Americanismo e fordismo, di fronte all'organizzazione tayloristica del lavoro Gramsci ha uno sguardo di sconcertante provvidenzialità teleologica. «La storia dell'industrialismo - scrive - è sempre stata ( e lo diventa oggi in una forma più accentuata e rigorosa) una continua lotta contro l'elemento “animalità” dell'uomo, un progresso ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti ( naturali, cioé animaleschi e primitivi ) a sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell'industrialismo».

D'altra parte l'Italia, Penisola di antichissima antropizzazione non ha una tradizione culturale favorevole allo sviluppo di una narrazione naturistica dell'umana vicenda. Dominata da mille città, che hanno assoggettato per millenni i loro contadi, non poteva certo generare élites sensibili ai problemi degli equilibri degli habitat, se non per fini di sfruttamento economico. Come è accaduto con le bonifiche. L'avvento delle società industriali - la fase storica a partire dalla quale è legittimo e non anacronistico aspettarsi sensibilità ambientale - non produce in Italia le reazioni protoambientalistiche che si verificano ad es. negli USA. Qui nell' 800 sterminati lembi di wilderness, di natura incontaminata apparvero minacciati dallo sviluppo industriale. In Germania i piccoli villaggi circondati da boschi – modello prevalente degli insediamenti umani in quel paese– furono sconvolti in pochi decenni alla fine dell' 800, generando una vasta opposizione destinata a grande influenza sul pensiero politico ed ecologico tedesco. E non meno cura per il mondo naturale creò, per contrasto, la rivoluzione industriale nelle élites inglesi, a partire da quel secolo. Niente di tutto questo in Italia, che arriva tardi all'industrializzazione Uno sviluppo concentrato peraltro, nel Triangolo Milano-Torino-Genova, in gran parte manifatturiero e perciò di limitato impatto ambientale. Si comprende allora come sia potuto accadere che nel corso del '900 è sorto accanto al fragile gioiello di Venezia, il Petrolchimico di Porto Marghera; in uno dei siti più incantevoli del Belpaese , a Bagnoli, l'Italsider, e poi l'Ilva nei due mari di Taranto, i vari stabilimenti petrolchimici a Brindisi, Gela, Priolo, ecc. cioé in località marittime con habitat delicati e ad alta vocazione turistica. E non stupisce, peraltro, che in un paese afflitto da disoccupazione endemica, le posizioni ambientaliste siano state minoritarie nel PCI e nel sindacato.

Solo dopo Cernobyl, non solo il ceto politico, ma anche gli italiani scoprono la fragilità della natura in quanto minacciata dall'inquinamento. E solo negli ultimi decenni, l'ambientalismo è diventato di massa (con le lotte contro gli inceneritori, le discariche, le centrali a carbone, ecc) allorché le popolazioni hanno scoperto, tramite i danni prodotti dall'inquinamento alla salute, quella natura insuperabile che è in ognuno di noi. La natura è stata scoperta nel corpo vulnerabile degli uomini. E' stata la malattia a mandare gambe all'aria il vecchio storicismo antropocentirico. Grandi masse di cittadini hanno scoperto che la storia ha cambiato il suo corso e la crescita economica non genera di per sé benessere e progresso. Il nuovo ambientalismo italiano oggi parla un linguaggio che non è più “sviluppista”, scopre il valore storico dei territori, della natura antropizzata e trasformata in paesaggio e bellezza, e il ceto politico stenta a comprenderlo.

Occorrerà conservare in una cineteca speciale, in un archivio dell'orrore, i filmati che i nostri telegiornali fanno entrare tutti i giorni nelle nostre case: le immagini delle barriere ...(continua la lettura)

Occorrerà conservare in una una cineteca speciale, in un archivio dell'orrore, i filmati che i nostri telegiornali fanno entrare tutti i giorni nelle nostre case: le immagini delle barriere e dei fili spinati, i fotogrammi di una guerra inimmaginabile fino a poco tempo fa e forse unica nella nostra storia. Quella che varie polizie delle vecchie frontiere d'Europa combattono contro donne, bambini, anziani, giovani, scampati alle guerre innescate dall'Occidente nelle periferie del mondo. Occorrerà conservare questi documenti di ottusa e primitiva malvagità alle generazioni che verranno perché - se i Paesi del Vecchio Continente non saranno definitivamente inghiottiti dalla barbarie - possano osservare, in tempi meno oscuri dei nostri, di che cosa sono stati capaci i loro padri e nonni.

Ma forse occorre uscire dall' immagine indefinita che assegna a popolazioni indistinte il marchio di una così ottusa e ostinata ferocia.La notte in cui tutte le vacche sono nere non ha mai fatto comprendere niente a nessuno. Se guardiamo ad alcuni paesi dell'Europa occidentale, come la Francia, l'indistinto di una umanità genericamente ostile e senza misericordia si scioglie. Il grande paese che ha fondato la modernità della politica, innalzando il vessillo della libertà, dell'uguaglianza, della fraternità, il paese governato dai socialisti del presidente Hollande, muove oggi a Calais una sua abietta guerra contro una massa di disperati, a cui toglie perfino le misere baracche e le tende in cui era da mesi accampata. Com'è possibile, come si sia arrivati fin qui? Questa domanda non ci pone solo davanti a un generico arretramento di civiltà che oggi colpisce indistintamente “l'Europa”. Essa ci squaderna un fenomeno politico di prima grandezza che già la vicenda greca dello scorso anno ci aveva illustrato con desolante chiarezza. I vecchi partiti socialisti e socialdemocratici europei, quello tedesco come quello britannico, sono stati intimamente ripuliti di ogni contenuto ideale e di valore. Le loro dirigenze hanno gettato via come vecchio tutto l'antico bagaglio di solidarietà che ha segnato la loro storia e sono diventati moderni, come vuole il capitalismo attuale e la sua razionalità neoliberista. E' una perdita gigantesca alla quale addebitare non poco dell' arretramento del processo di unificazione dell'Europa.

Ma non ci si può fermare alla recriminazione e allo sdegno. Occorre capire con freddezza e lucidità che cosa è accaduto e accade, tentare delle contromisure. Che cosa vuol dire per i partiti politici diventare moderni, come vuole il linguaggio pubblicitario corrente ? Moderni vuol dire essere competitivi nel mercato politico, attenti al mutare degli umori della “gente”, vale a dire i cittadini ormai interamente assimilati agli elettori quali meri consumatori di messaggi. Moderni significa cercare di vincere, contro gli avversari competitori, il campionato pluriennale delle elezioni politiche e amministrative. Per questa via una democrazia interpretata come passiva adesione agli umori del momento, diventa una sua perversione perniciosa. E' una novità storica rilevantissima. Un tempo i socialisti francesi – come gli altri partiti popolari- avrebbero combattuto a muso duro contro le posizioni xenofobe dei loro avversari, non solo senza cedimenti di fatto alle loro pretese, ma mettendo in atto quella pedagogia di massa che i grandi partiti popolari e di sinistra hanno esercitato per oltre un secolo. I partiti non ancora trasformati in ristretti club dominati dal ceto politico, avrebbero combattuto contro le destre xenofobe rassicurando le popolazioni, disinnescando i meccanismi della paura, mostrando perfino l'utilità economica di un ingresso rilevante di popolazione giovane nei loro vasti territori. La Francia è uno dei paesi a più bassa densità demografica d'Europa. Ma i partiti non sono più portatori e divulgatori di conoscenze dei reali fenomeni sociali e quindi non sono più guide, ispiratori di orientamento, elaboratori di orizzonti più avanzati di civiltà. Essi corrono dietro agli imprenditori della paura, cercano di non farsi battere nella competizione messa in atto dai partiti della destra, cedendo alla loro visione generale non solo perché non hanno più alcuna visione, ma perché è mutato il fine del loro stesso agire.Questo fine – ciò è ormai chiaro sino all'ovvietà – è la loro affermazione, il loro successo e la loro sopravvivenza e riproduzione di ceto.

Come può dunque, una sinistra che non vuole arrendersi a questa disfatta storica, porre in atto forme di resistenza, allestire contromisure? Immenso problema, come sappiamo.Ma qualche strada da percorrere è già stata esplorata e occorrerebbe percorrerla con più determinazione. Oggi appare velleitario e ingenuo richiamare i vecchi partiti ai grandi valori del loro passato. La morale non si insuffla con le esortazioni e con le prediche. Ma dove vien meno la sostanza morale, il diritto è capace, se non di surrogarla, di porre qualche argine. E quel che il diritto può fare è impedire (o limitare fortemente) che la militanza politica diventi una carriera. Non potremo mai, almeno in un prevedibile futuro, imporre a chi opera sulla scena politica di rappresentare e promuovere esclusivamente l'interesse generale, se non faremo in modo che egli sia, per legge, impossibilitato a costruire sulla politica le proprie personali fortune. Occorre limitare drasticamente la durata delle cariche pubbliche, separare queste ultime da quelle di partito, sottoporre a trasparente monitoraggio il bilancio dei rappresentanti e quello della formazione politica a cui appartengono. E cosi via. Non c'è altro modo, per sottrarre il ceto politico alla tentazione di cedere alla vie più facili per ottenere consenso e quindi di inseguire i populismi. E costituisce una strada importante per sottrarlo alle sirene del potere economico e finanziario. Occorre spezzare alla radice questo legame, che alla fine condanna la politica all'impotenza. Chi fa politica deve rispondere alle domande dei cittadini e ridiventare cittadino dopo pochi anni di impegno pubblico.

In Italia la sinistra ha compiuto su tale terreno uno sforzo di elaborazione importante negli ultimi mesi, grazie all'iniziativa di Luigi Ferrajoli e della Fondazione Basso. Occorrerebbe che queste elaborazioni trovassero una più ampia circolazione e visibilità, perché diventino un patrimonio comune, un marchio di innovazione reale del nostro schieramento.

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Ci sono analisi settoriali che svelano molte più cose di profondità sistemica che non tante indagini di portata programmaticamente generale. E' questo il caso del libro di Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative, Donzelli 2015, che è' molto più di una tagliente analisi della scuola italiana nel nostro tempo. Senza forzare molto le cose si potrebbe dire che è una diagnosi della società italiana e al tempo stesso una spiegazione etiologica del suo conclamato declino attraverso le politiche della formazione. L'autore, infatti, prende in esame i tentativi di riforma degli ultimi anni, i suoi impatti sulla scuola, ma ha il grande merito di non rimanere dentro questo recinto, di scorgere le origini dei problemi in dinamiche più generali, sotto il cui influsso l'Italia indietreggia a grandi passi, chiudendosi in un processo di autoemarginazione di cui non si vede la fine.

La situazione della scuola italiana e il livello culturale dell'intero paese sono il risultato di processi economici e sociali molteplici, e al tempo stesso il frutto di scelte, di assecondamento, da parte delle classi dirigenti e del ceto politico, di convinzioni ideologiche dominanti. Si pensi alla diffusione del mito della società della conoscenza. «Dagli anni novanta - ricorda Tocci - si è diffusa una interpretazione rassicurante della modernità riflessiva, come processo auto-generativo della competenza sociale. Si suppone una capacità degli individui e delle istituzioni di cogliere nel cambiamento stesso i saperi necessari per il suo governo. E' il sogno del cittadino razionale che sceglie nel mercato, decide in politica ed è in grado di progettare la propria vita. Innovare sembra come passeggiare in un prato raccogliendo i fiori della conoscenza».
E' da tale visione - illusione, rielaborazione e insieme cascame ideologico della cultura neoliberista, che nasce la politica di intervento “riformatore” sulla scuola degli anni recenti. Un politica tutta orientata a piegare, attraverso dispostivi normativi, le strutture “antiquate” della formazione alla “modernità” rampante della società che avanza. «La scuola - sottolinea Tocci - è sempre in ritardo rispetto a una presunta paideia della modernizzazione. La sua resistenza al cambiamento diventa una colpa rispetto alla società. E può essere mondata solo con le riforme». Senza che gran parte dei riformatori ne abbia piena consapevolezza, tale posizione assume la società plasmata dal cosiddetto libero mercato, le sue intime logiche competitive, come il principio di realtà a cui la formazione scolastica deve adattarsi per poterla più prontamente servire. Non è più la scuola, la comunità scientifica ed educativa dello Stato-nazione che progetta le linee di formazione delle nuove generazioni, sulla base della sua storia e dei bisogni conoscitivi e culturali dell'epoca, ma è la società di mercato che tenta di trascinare le istituzioni nel vortice delle sue imperiose dinamiche.

Da ciò discende l'emarginazione sempre più dispiegata della cultura umanistica, poco utile ai bisogni economici del momento, l'insistenza ossessiva sulla valutazione e sui suoi criteri, piegati a logiche sempre più attente ai risultati quantitativi immediati, piuttosto che al processo evolutivo dei ragazzi. Il fine della scuola è sempre meno quello di formare spiritualmente e civilmente i cittadini italiani, di dotarli di un patrimonio cognitivo e culturale per la futura navigazione in una società complessa, ma di renderli più pronti alle esigenze del mercato del lavoro. Questo spiega l'ossessione normativa con cui i governi sono intervenuti negli ultimi decenni in tale ambito, senza alcuna ambizione di innalzare la qualità dei processi formativi, di innovare i metodi e i modi dell'insegnamento, di attingere alle novità dei saperi contemporanei, oggi impegnati in uno straordinario sforzo di cooperazione interdisciplinare. Una tendenza a cui si è accompagnata la nessuna cura per le sorti di chi “non eccelle”, dei ragazzi provenienti da famiglie modeste, che sempre più numerosi ripercorrono il destino sociale dei padri, entro un meccanismo di mobilità sociale bloccato, riproduttore di disuguaglianze sociali oltre che territoriali.

Indagini recenti - ricorda Tocci - mostrano che nel nostro paese poco meno di un terzo della popolazione attiva possiede le competenze necessarie per interagire consapevolmente nella società del XXI secolo. Da noi, tale incapacità, fondativa di una piena cittadinanza, riguarda il 70% dei cittadini tra i 16 e i 65 anni. Una cifra impressionante - che ci colloca agli ultimi posti, insieme alla Spagna, nelle statistiche OCSE - composta da dati articolati in altre cifre edificanti: il 6% di analfabeti primari; il 22 % di analfabeti di ritorno (quelli che perdono negli anni le poche competenze apprese a scuola); il 42% di analfabeti funzionali, di coloro, cioè che pur essendo in grado di leggere un testo non riescono a padroneggiarne il significato.

Un quadro allarmante che avrebbe dovuto essere posto al centro della riflessione delle classi dirigenti italiane, quale fuoco strategico decisivo su cui intervenire per invertire il corso accelerato del declino nazionale. E che invece non trova attenzione se non per qualche giorno sui nostri media, figuriamoci nell'agenda politica di governo. Tocci racconta che nel 2014, quando i giornali pubblicarono i risultati dell'indagine Piaac-Ocse, di fronte all'enormità dei dati, il governo Letta decise di nominare una commissione, presieduta da Tullio De Mauro, per studiare i rimedi. Giusto un gesto di buona volontà. Inutile rammentare che il governo Renzi, l'ha messa da parte, realizzando il progetto risolutivo a tutti noto come “Buona scuola”: sigillo definitivo di questo esecutivo sulla propria radicale inadeguatezza ad affrontare i problemi fondamentali del Paese.

Significativamente poche voci critiche si son levate dal mondo imprenditoriale e professionale, dal giornalismo, dai gruppi intellettuali, e non per caso. I livelli di istruzione delle nostre classi dirigenti sono fra i più bassi d'Europa: il 31% di laureati contro la maggioranza assoluta in Germania, Regno Unito e Francia, accompagnati da un sontuoso 26% di individui col solo titolo elementare. A fronte di dati a una sola cifra negli altri paesi.

Tali numeri sono decisivi per comprendere come si configura il sistema-Italia e il carattere perverso del suo avvitarsi verso il basso. Tocci lo mostra con nitore espositivo e argomentazioni inoppugnabili. Una classe imprenditoriale fra le più incolte del Continente investe in ricerca meno di quanto faccia lo stato - caso unico in Europa - che già di suo investe meno di tutti gli altri. Il sistema produttivo avanza una domanda modesta di innovazione tecnologica e si accontenta di una percentuale annuale di laureati che è la metà di quella europea. Sicché non stupisce come nel nostro Paese sia stato politicamente così agevole, ai vari governi, praticare i tagli lineari alla scuola e all'Università degli ultimi anni. Così come non stupisce lo spreco delle competenze e dei saperi dei nostri laureati e ricercatori, della nostra gioventù studiosa di cui l'intero sistema paese, fondato sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro, non sa che fare. Come non vedere allora che scuola e Università sono le leve strategiche per invertire la china e che solo un grande progetto politico può metterle in moto?

Nata per scongiurare i nazionalismi che avevano devastato il Vecchio Continente e il mondo nella prima metà del '900, l'UE ritorna... (continua a leggere)

Nata per scongiurare i nazionalismi che avevano devastato il Vecchio Continente e il mondo nella prima metà del '900, l'UE ritorna sui suoi passi. Torna ad alimentarli con rinnovato vigore. E lo fa per iniziativa del paese che avviò, ogni volta, la carneficina: la Germania. Oggi il nuovo nazionalismo egemonico tedesco possiede tutti i presupposti per durare ed espandersi. L'Unione tutte le condizioni materiali e politiche per disintegrarsi. Come tutti i vedenti han potuto osservare, la vicenda greca l'ha mostrato in maniera esemplare.

Alla base dell'egoismo nazionalistico tedesco, ben orchestrata dai media, opera infatti una narrazione ideologica potente: la leggenda che la Germania, seria e laboriosa, stia a svenarsi per sostenere una vasta platea di popoli debosciati. Sappiamo che l'opinione pubblica tedesca è una delle più colte, se non la più colta, d'Europa. Ma nella patria di Lutero il messaggio di una nazione del Nord, laboriosa e risparmiatrice, che si contrappone ai popoli del Sud, oziosi e dissipatori ha una capacità di presa difficilmente resistibile. Tanto più che in soccorso di tale convinzione viene una serie di stereotipi lunga diversi decenni, una Grande Retorica, che divide il Nord ed il Sud in due sfere separate dello spirito umano. E a rendere materia di senso comune tale divisione contribuisce anche il linguaggio popolare, che separa i popoli in cicale e formiche. Antica metafora del regno animale nobilitata dalla letteratura del mondo classico. Chi non conosce la favola di Esopo, tradotta da Fedro nel suo elegante e musicale latino? Olim cicada in frondosa silva canebat / laboriosa formica autem assidue laborabat. Non è necessario tradurre.

Ora, questa favola, comprensibile in un'epoca che doveva ancora costruire la sua etica del lavoro, si fonda su una serie interessante di errate conoscenze. E soprattutto condensa oggi la metafora di un capitalismo che ha smarrito ogni senso e progetto e corre verso la propria autodistruzione. Già a suo tempo Gianni Rodari, poeta di genio, non aveva ceduto all'autorità degli antichi: «Chiedo scusa alla favola antica/se non mi piace l'avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala». Ma oggi noi possiamo aggiungere che la favola non è più proponibile innanzi tutto sul piano biologico. Le operose formiche, e soprattutto le operaie e i maschi fecondatori, vivono pochi mesi. Le cicale hanno un ciclo più complesso e possono vivere 4-5 anni, nel terreno, allo stato di larve, prima di mettere le ali. La cicala nord americana – ci informano gli entomologi - può superare i 15 anni di vita. Anni passati sugli alberi, non a raccattare cibo da accumulare nelle tane come accade alle formiche. I maschi e le operaie, i lavoratori alla base della piramide del formicaio, non godono gran che dei beni accumulati durante i lavori dell'estate. Proprio come tanti operai poveri delle società avanzate di oggi. Tanto lavoro, poco reddito. D'inverno, in genere, muoiono.

Occorre aggiungere che le formiche, impegnate tutto il tempo della loro breve esistenza in lavori faticosissimi, sono inquadrate in una società gerarchica e castale, una caserma piena di soldati, sempre alla ricerca di beni e di prede, una monarchia assoluta in cui comanda una dispotica regina. Le cicale, all'ombra di ulivi o di pini – i loro alberi preferiti - riempiono del loro incanto il cielo dell'estate, per il puro piacere del cantare, senza alcuna finalità utilitaria. Offrono gratuitamente, a tutti gli altri viventi e perfino agli uomini, il dono della loro musica che nasce da luoghi invisibili, fanno sentire anche noi partecipi, se sappiamo ascoltare, della misteriosa ventura che è la vita sulla Terra.

Perché dovremmo preferire la formica alla cicala? Il senso della favola antica va rovesciato. Il male non tanto oscuro del capitalismo dei nostri anni è che esso vuole imporre a tutte le società il modello sociale del formicaio, quando abbiamo risorse per vivere, tutti, da cicale. Il modello di vita più avanzato, carico di futuro, è quello di questo insetto cantore, che lavora sempre meno, è libero di esercitare i suoi talenti creativi, non è divorato dalla febbre usuraia dell'accumulazione e del risparmio. Queste virtù del capitalismo delle origini, così ben interpretate dall'ordoliberismo tedesco, sono adatte per una società che guarda al passato, ancora prigioniera di paure di un mondo di scarsità che non c'è più, che non ha più nulla di affascinante da proporre alle generazioni venture.

Un clamoroso paradosso segna la nostra epoca. Forse mai, come oggi, a una conoscenza così profonda delle contraddizioni insostenibili, a una consapevolezza universale delle ingiustizie che lacerano il mondo... (continua a leggere)

Un clamoroso paradosso segna la nostra epoca. Forse mai, come oggi, a una conoscenza così profonda delle contraddizioni insostenibili, a una consapevolezza universale delle ingiustizie che lacerano il mondo, era corrisposta una così perdurante impotenza da parte delle grandi masse popolari e delle forze antagoniste che vogliono combatterle. Le analisi e le sistemazioni storico- teoriche del capitalismo contemporaneo hanno raggiunto negli ultimi anni una vastità e intensità forse sconosciuta perfino nei momenti politici più effervescenti del '900. Marx è ritornato ad essere un nostro contemporaneo. E una ricchissima costellazione di analisti - da Bauman ad Harvey, da Piketty al nostro Gallino, per citarne pochissimi - ci consegna una radiografia dei meccanismi profondi della società capitalistica di rara ricchezza e densità.

Quanto alla consapevolezza , l'ultima enciclica di papa Francesco ci fa facilmente immaginare quanta vasta sia nel mondo cattolico, fra centinaia di milioni di persone, la cognizione sulle cause fondative delle disuguaglianze, sulle storture di un capitalismo che ormai minaccia la vita sulla Terra. Che cosa rende allora possibile tale palese contraddizione, tra i molti che sanno e i pochi vessatori che comandano, tra i più che soccombono sotto il peso di una società ingiusta e le élites che la controllano, tra il 99 e l' 1 per cento?
Le ragioni sono tante, ma quella fondamentale è negli strumenti di lotta.Le grandi masse un tempo possedevano forme organizzate di conflitto all'altezza dell'avversario. Potevano fronteggiarlo e combatterlo.Oggi, le hanno perduto. Partiti e sindacati sono stati, in parte o in tutto, divorati dal capitalismo.I vecchi partiti comunisti e socialdemocratici, di fronte all'imballo sistemico delle economie pianificate dell'Est, a partire dagli anni '90 ,si sono fatte parassitizzare dalla cultura neoliberistica. Ne hanno sposato gli obiettivi e il linguaggio. Si sono “rinnovati” indossando i panni dell'avversario.
Ma oggi siamo già in una nuova fase. Non è più l'ideologia neoliberista, azzoppata da una disfatta storica di vasta portata, a guidare i processi, ma sono le forze materiali in campo. Il capitalismo sopravvive intatto alla sua sconfitta culturale grazie alla potenza della sua organizzazione, alla sua forza materiale, ma anche grazie alla dispersione dei suoi antagonisti. Questo modo di produzione e di consumo tende perciò, per sua intima necessità, a invadere ogni campo della vita, a sottomettere a un processo di estrazione di profitto ogni angolo del vivente.
Così, anche i partiti, macchine elettorali prive di progetto di trasformazione sociale, sono sempre più fagocitati negli affari delle attività imprenditoriali ( appalti, grandi opere, società di servizi, consigli d'amministrazione, ecc) ed entrano sempre più pienamente nell'industria dello spettacolo, nelle sue logiche, nei suoi linguaggi . Diventano, a vario titolo, segmenti del mercato.

Appare oggi dunque evidente quale sia, in Italia e nel mondo, l'imperativo della nostra epoca: rimettere in piedi le forme organizzate del conflitto. Il capitale possiede i generali e vari altri gradi di comando, perfino dei caporali (spesso molto loquaci), ma noi possediamo l'esercito, siamo l'esercito potenziale. Questa gigantesca sperequazione è alla base delle disuguaglianze crescenti tra le classi e tra i popoli, della sofferenza di milioni di persone, dell'usura progressiva degli spazi della democrazia, dell'ingovernabilità del sistema, del disordine politico mondiale.

Che cosa si aspetta dunque a fare di questa assenza gigantesca, di questa dispersione frammentata della nostra potenza, l'oggetto fondamentale delle nostre cure, il centro su cui far convergere il nostro pensiero, il nostro impegno immaginativo? Costruire una nuova forza capace di organizzare il conflitto sociale, che non somigli ai vecchi partiti, che ne erediti le esperienze migliori ma che sappia attivare meccanismi di trasparenza, democrazia e partecipazione sconosciuti al passato e all'oggi: ecco la sfida che abbiamo di fronte.

Del capitalismo sappiamo ormai tutto e certamente continueremo a studiarlo. Ma oggi e' l'ora dell'iniziativa, l'ora della costruzione paziente ma celere delle armi politiche. Com'è noto, in Grecia e in Spagna, su tale terreno la sinistra ha già conseguito risultati importanti. Ma noi? Il paese che ha visto il più grande Partito comunista dell'Occidente, che ha un sinistra fra le più significative d'Europa? Anche qui occorrerebbe rispondere alla domanda: perché tanto ritardo? Non sono mancate, nel dibattito corrente degli ultimi tempi, risposte sensate. Ma un paio di considerazioni rapide si possono aggiungere.
Manca spesso nel nostro ambito, anche tra dirigenti di provata esperienza, il senso della temporalità dei fenomeni. Sergio Cofferati, ad esempio, a proposito della nascita di una formazione politica a sinistra del Pd – ma in questo rappresentando l'opinione di altri esponenti politici – ha dichiarato che il processo, necessario, avrà tuttavia tempi lunghi. Ora, come sappiamo, la gatta frettolosa fa i figli ciechi. E la formazione dei partiti è stata sempre un processo storico più o meno lungo. Ma è anche vero , come ironizzava Keynes, che nei tempi lunghi saremo tutti morti. La soggettività politica ha per l'appunto il compito di forzare le inerzie che il corso della storia trascina con sé, di far nascere ciò che potenzialmente esiste ma non prende forma perché manca l'iniziativa creatrice della politica.
Ora, nelle nostre file, e spesso tra le migliori intelligenze, si annida una incomprensione che è alle fondamenta più recondite delle nostre divisioni, della nostra frammentazione, della nostra inerzia. Non sono pochi nella file della sinistra coloro che concepiscono la lotta politica come una mera pratica culturale. E' sufficiente produrre buone idee per mettere olio nelle ruote della storia. Purtroppo questo non basta, meno che mai nella nostra epoca, quando una buona idea deve farsi spazio nell'etere fra mille menzogne o tra la pubblicità dei pannolini. Naturalmente, le idee sono poi fondate su convincimenti profondi, investono principi etici e ciò crea passione - propellente necessario alla lotta - ma anche intransigenza. Altra virtù necessaria. Ma a tutto questo manca spesso un ultimo elemento, forse il più raro, il più scarso in natura: il senso della realtà. E' un tipo di intelligenza delle cose, un sapere che non si insegna in nessuna Università. E dentro ad esso c'è la percezione dei rapporti di forza in campo, la consapevolezza dei propri mezzi, la visione della situazione presente, la valutazione del possibile. Una capacità di sguardo che genera l'esigenza del raccordo organizzativo tra le persone, la ricerca delle soluzioni , il gusto della mediazione, la vista di passaggi intermedi.

Rompendo una inerzia non più tollerabile, Nichi Vendola e Sel hanno avviato in questi giorni una iniziativa lodevole e necessaria. E' auspicale che essa venga condotta nelle forme più aperte, trasparenti, inclusive che l'attuale cultura politica della sinistra radicale pretende. Ma nel popolo frammentato dei movimenti, tra i dispersi, nel generoso e disilluso popolo della sinistra, deve scattare oggi il senso della realtà che l'epoca richiede. Non solo ognuno deve fare la propria parte.Ma ognuno deve saper rinunciare a parte delle proprie ambizioni, anche intellettuali, in cambio di una unità organizzata che fa la forza di tutti. Il più temibile nemico da battere è oggi la nostra divisione, e senza una forza plurale ma unitaria nessuna idea ha gambe per camminare. Si dice che abbiamo bisogno di un nuovo soggetto politico.Ma per realizzarlo avremmo bisogno di una nuova soggettività politica, la consapevolezza che il nostro ombroso e intransigente individualismo è spesso il calco vittorioso della cultura avversaria.

La pochezza e pericolosità della legge sulla cosiddetta “buona scuola” messa in evidenza da commentatori di ogni tendenza...(continua a leggere)

La pochezza e pericolosità della legge sulla cosiddetta “buona scuola” messa in evidenza da commentatori di ogni tendenza (da ultimo l'ottimo intervento di L. Illetterati su il manifesto del 28/5) ci dovrebbe tuttavia spingere a tentare di delineare i tratti di una scuola all'altezza del nostro tempo. Al di là della necessità di remunerare gli insegnanti italiani con un reddito dignitoso – la più vera e urgente riforma – occorrerebbe avviare una riflessione di prospettiva. La scuola è un asse fondamentale per la trasformazione radicale del capitalismo e costituisce un terreno su cui la sinistra ha potenzialità egemoniche.

E' evidente infatti che su tale terreno le classi dirigenti europee non vanno oltre un basso orizzonte economicistico. Tutti gli interventi riformatori che si sono succeduti in Italia e in Europa su scuola e Università, a partire dal cosiddetto “processo di Bologna” (1999) sino alla “buona scuola” dell'attuale governo - ovviamente con differenti ambizioni - hanno un elemento in comune: quello di ricercare una maggiore efficienza funzionale degli istituti della formazione. Modificazioni e aggiustamenti che non hanno mai riguardato la qualità degli insegnamenti e il modo di impartirli, l'estensione e l'innalzamento dei processi di conoscenza e di formazione, ma i meccanismi “produttivi” delle stesse istituzioni (quantità di laureati e diplomati, tempo e risorse impiegati, assunzione di personale, ecc.).

L'obiettivo dell'intervento è rimasto confinato nell'efficacia ed economicità delle prestazioni e nella loro misurabilità e incentivazione. L'introduzione dei crediti nei corsi universitari ha costituito l'innovazione più esemplare dello spirito riformatore che ha orientato e orienta il legislatore. Naturalmente il telos nascosto e unificante di tutti questi interventi è l'adeguamento della scuola e dell'Università, considerate vecchie, ai bisogni incalzanti della società. Dove la società coincide quasi perfettamente con l'impresa. Avvicinare la scuola al mondo del lavoro: è questa l'esigenza invocata. E il lavoro altro non è che il “mercato del lavoro”. La sorgente dell'innovazione oggi è sempre il mercato, regolatore assoluto dell'intero universo sociale.

Significativamente, non pochi, maldestri e ignari, si spingono ad accusare la scuola quale responsabile della disoccupazione giovanile. Ed è questa pressione, che si esercita sul mondo della formazione, a determinare l'ossessione dilagante per la valutazione ed il merito. Quel che preme al legislatore è incrementare e misurare la prestazione dei soggetti che operano nell'istituzione come in qualunque impresa che deve competere. Da qui discende l'intero edificio normativo e burocratico, che cresce su se stesso e che soffoca oggi scuola e università, distratte dai loro compiti formativi e chiamate continuamente a valutare e a valutarsi, a mimare imprese che devono produrre beni e servizi.

Ma è questa la scuola di cui abbiamo bisogno? L'innovazione nei contenuti degli insegnamenti si può davvero esaurire nell'aggiunta di qualche disciplina ( «Arte, Musica, Diritto, Economia, Discipline motorie») e, come recita ancora il testo del Ddl governativo, nel guardare «al futuro attraverso lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti»? La modestia di queste amene genericità partorite dalle burocrazie ministeriali rivela tutta l'angustia culturale in cui è imprigionata la pedagogia neoliberista del nostro tempo. E , per la verità, non solo essa. In realtà, oggi, sul piano dei contenuti e delle discipline la scuola potrebbe costituire uno straordinario laboratorio di riforma scientifica, culturale e morale. Un luogo in cui si formano giovani in grado di pensare in forme nuove la realtà della natura, all'altezza delle sfide gigantesche che dobbiamo fronteggiare.

Ma per insegnare una nuova scienza nelle scuole occorre sapere quello che è accaduto non solo alle discipline in cui essa si articola, ma anche al mondo vivente di cui essa si occupa. Perché, come ebbe a osservare Einstein, «non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso pensiero che li ha creati». Ebbene, oggi è clamorosamente assente non solo nel dibattito pubblico, ma perfino nella più ristretta koiné intellettuale, la percezione di uno dei più drammatici mutamenti consumatosi nel corso del XX secolo: la subordinazione dell'evoluzione terrestre ai ritmi e al dominio dell'azione umana. Due vicende che erano corse in parallelo per millenni, le trasformazioni autonome del pianeta e la storia degli uomini, si sono fuse, e l'evoluzione della terra è stata incorporata nello sviluppo economico delle società.
Una nuova imprevista responsabilità grava dunque sulle società umane, che richiederebbe una nuova visione dei metodi e dei compiti della scienza, da tempo avanzata da studiosi come Edgar Morin, Fritjof Capra e da altri. Un sapere in grado di superare la vecchia separazione delle discipline: la chimica, la fisica, la biologia, ecc. tutti ambiti che hanno studiato separatamente il corpo smembrato della natura per meglio penetrarlo e manipolarlo. La possibilità che abbiamo oggi, grazie ai progressi dell'ecologia, di studiare l'intero mondo vivente come un cosmo unitario, biologico, chimico, fisico, botanico, ecc. per poterlo conoscere nelle sue più intime connessioni e proteggerlo, potrebbe produrre nelle classi una vera rivoluzione didattica, capace di far cooperare le singole discipline come mai è avvenuto sinora. “Riformare” la scuola in questa direzione significherebbe davvero adeguarla ai bisogni del nostro tempo, perché assolverebbe il compito di educare le nuove generazioni a una nuova etica della natura, non più luogo di indiscriminato saccheggio, ma casa comune da curare e proteggere.

C'è un altro aspetto di carattere disciplinare e contenutistico che rimane clamorosamente assente dalle indicazioni dei riformatori che intervengono sulla scuola. Non mi riferisco soltanto all'assenza di idee su come valorizzare gli insegnamenti della nostra grande tradizione umanistica, base di formazione ed emancipazione spirituale degli individui, di educazione al pensiero, alla bellezza e alla poesia, e non semplicemente competenza professionale da utilizzare nel lavoro. Anche in questo caso è la storia contemporanea recente a suggerire la direzione necessaria. Il 900 ci consegna un'altra grande frattura. A dispetto del perdurante dominio economico e militare dell'Occidente, è evidente che la visione eurocentrica della storia del mondo oggi appare disarticolata dall'irrompere di nuove forze.

Nuovi protagonisti nazionali, nuove storie, culture, lingue, arti, stili di vita si affacciano sulla scena internazionale e reclamano un loro protagonismo. Nuovi punti di vista sul passato e sul futuro della nostra avventura sulla terra chiedono ascolto e dialogo e ci sfidano.
Le esortazioni ministeriali a studiare la lingua inglese e a impossessarsi dei linguaggi digitali appaiono in tutta la loro insipienza minimale, di raccomandazioni ovvie, mentre occorrerebbe approntare strumenti e saperi per affrontare le grandi sfide di una formazione interculturale. Non dobbiamo solo proteggere la natura, ma anche gli uomini da se stessi, precipitati in una Babele violenta, che rischia di finire in un generale bagno di sangue. Poiché la terra ha cessato di essere il cortile dell'Occidente, occorre preparare le nuove generazioni al linguaggio cosmopolita che solo può sventare le guerre e fondare nuove fratellanze internazionali, per abolire le disuguaglianze e rendere universali democrazia e diritti.
L'articolo è stato inviato contemporaneamente a il manifesto

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Lo hanno scritto e affermato in molti. Queste elezioni regionali consegnano una certezza non camuffabile: Matteo Renzi è stato seccamente sconfitto. E' stato sconfitto il segretario del PD e il presidente del Consiglio, non solo perché egli è stato un protagonista della campagna elettorale in prima persona e sino all'ultimo giorno. Ma perché le cifre mostrano, al di fuori di ogni dubbio, il forte arretramento numerico e politico del PD, analizzato dai commentatori di ogni tendenza. Dove vince, significativamente, è per il peso specifico di singoli candidati, eccezione che conferma la regola. E mai come in questo ultimo anno il PD era diventato “cosa” di una sola persona e della sua ristretta cerchia di fedeli. Una identità totale che non ha sopportato scarti e distinzioni, sia dentro il partito che nel governo e in Parlamento. Ma la questione è un'altra. La domanda che occorre porsi è se questa sconfitta segna un incidente di percorso o se essa non apra una frattura irrimediabile nel meccanismo che Renzi aveva messo in piedi . E dunque, per dirla con Norma Rangeri, se essa costituisca Una sconfitta che riapre i giochi( il manifesto,2/6).

Per afferrare la portata strategica di questa sconfitta occorre brevemente rammentare le mosse vincenti compiute da Matteo Renzi. E' evidente che un passaggio decisivo, il primo, più clamoroso, è stata l'alleanza diretta con Berlusconi. Il patto del Nazareno. Più spregiudicato di Letta, che si era fermato ad Alfano, Renzi ( ah, questi cattolici intemerati!) ha scelto direttamente di portarsi in casa l'Orco, di stringere un patto con l' Impresentabile. Il Berlusconi di allora era una perfetta anatra zoppa, ancora con tanto potere, ma privo di agibilità politica, come si diceva. Un avversario ideale per Renzi, che poteva persuaderlo facilmente del vantaggio reciproco delle sue mosse, tanto più che si trattava di scelte graditissime al capo del centro-destra. L'iniziativa, urticante per tanti dirigenti del PD, per la sua base e per i suoi elettori, è stata abilmente giustificata dalla necessità di coinvolgere anche l'avversario per riforme di portata costituzionale.

Questo passo condensava una infinità di vantaggi. Intanto incassava l' appoggio del grosso del centro-destra per fare approvare una legge elettorale su misura, destinata a rendere stabile il suo potere e ad accrescere in forme inedite il controllo dell'esecutivo sull'intero sistema politico. Una volta fatto ingoiare il rospo costituzionale, Renzi è passato al Jobs Act. Anche tale scelta racchiudeva più scopi. Ingraziarsi la dirigenza di Confindustria, cominciando a cementare un nuovo blocco col potere imprenditoriale e nello stesso tempo mostrare il proprio volto condiscendente ai voleri di Bruxells. E' qui che i capi di stato dei singoli paesi ricevono l'investitura, come i cavalieri medievali.
Ma questi passaggi, lo scontro aperto con la CGIL e da ultimo il Ddl sulla “Buona scuola”, hanno creato una novità la cui portata Renzi ha gravemente sottovalutato. Egli avrebbe voluto declassare i conflitti in casa PD, come gli sgarbi inconcludenti di una minoranza. Ma ha fatto male i conti perché tale minoranza, sia pure inconcludente, ha mostrato un PD diviso e lacerato, e questo ha rotto l'incanto.
Perché incanto c'era stato nei confronti di Renzi, nei primi mesi di governo, con la distribuzione degli 80 euro e soprattutto con l'immagine di un partito che pareva aver ritrovato la propria unità e capacità d'azione sotto la guida di un comandante di grande energia e abilità tattica. Questa perdita di immagine egemonica ha colpito duramente Renzi. E per una ragione semplice. E' oggi noto al più raffinato analista come al semplice cittadino, che il ceto politico è stato privato del suo antico potere. La rappresentanza degli eletti nelle istituzioni dello stato non sposta di un'oncia il destino di nessuno. Da qui il senso di inutilità del rito del voto. I dati dell'astensionismo intorno al 50% sono il timbro di autenticazione di tale certezza di massa. Ma chi ancora crede e spera dà il voto a realtà che appaiono dotate di una certa forza contrattuale, o appaiono nella loro radicalità anti-sistema. I partiti divisi, le forze piccole e sparse, sono percepite come un indebolimento ulteriore della politica. E comunque un PD ritornato ai fasti delle lotte intestine precedenti ha perso un bel po' di appeal, anche fra i potenziali elettori di centro destra, che Renzi contava di attrarre.

Ma il conflitto con la sinistra interna e soprattutto le scelte del governo hanno toccato radici profonde del consenso su cui si è retto sinora il PD. E occorre rammentare. Per ragioni di inerzia culturale, e per vari altri fattori, il PD, agli occhi di tanti italiani, è apparso come l'erede storico del vecchio PCI. Se anche per un intellettuale radicale come Mario Tronti, il Pd è ancora IL PARTITO, figuriamoci quanto tale identificazione abbia operato nella mente di semplici militanti ed elettori. E per questa larghissima fascia del popolo della sinistra – che in Italia è vivo e vegeto nonostante gli scongiuri degli avversari – Il Jobs act ha significato la licenziabilità e la ricattabilità dei dipendenti da parte del padrone. Mentre la Buona scuola e il preside-manager sono apparsi un cuneo lacerante dentro la comunità scolastica, un diversivo autoritario per non affrontare il problema centrale: la remunerazione secondo standard europei dei nostri insegnanti.

Dunque, queste scelte di destra sono state punite dagli elettori di sinistra, ma non premiate dagli elettori di destra. Perché, visto che il centro-destra è ancora più diviso del fronte avversario? Credo che una risposta sia da cercare nel fatto che pressoché nulla è cambiato nella condizione della grande maggioranza degli italiani. La pressione fiscale si mantiene elevata, sia al centro che in periferia, ed è anzi in crescita, la disoccupazione non da segni di cedimento, salari e stipendi sono fermi, aumenta senza sosta il part-time. Nessuno di questi dati è stato scalfito dall'azione di governo, e Renzi va in giro spandendo sorrisi di letizia per la ripresa in atto. Ma tale forma di comunicazione è altamente controproducente: mostra agli italiani solo la sua strabiliante capacità di mentire. Non è tutto. Le forze di centro-destra, ma anche il movimento 5S, conducono una politica aggressiva nei confronti dell'UE, ormai responsabile sempre più decisiva delle nostre disastrose condizioni. Ma Renzi, dopo i motteggi orgogliosi su “ l'Europa cambia verso”, dopo un semestre europeo senza sussulti, ha mostrato il suo perfetto allineamento ai voleri di Bruxelles, il solito perbenismo europeista di chi fa i compiti a casa. Con un ministro dell'Economia, Padoan, che sembra davvero credere nello screditato catechismo dei padroni dell'UE. E questo ormai gli italiani non lo perdonano più a nessuno.

Dunque, il progetto di Renzi è crollato. E ciò non è avvenuto per imperizia. Se si è onesti occorre riconoscere che l'uomo è senza storia e senza cultura, privo perciò di visione. E' solo tatticamente bravo: non basta per un grande paese nelle nostre condizioni. Con queste elezioni la destra italiana ha annusato il sangue e sa che può tornare a vincere, anche incrementando, come fa Salvini, la guerra tra poveri, visto che la riduzione del welfare e la disoccupazione l'alimentano. E ha sperimentato, anche con Toti, quanto sia conveniente opporsi a Renzi invece di collaborare. Questa stampella dunque verrà meno. A sinistra per il momento non c' è gran che, mentre resta in piedi la forza oppositiva dei 5S. Un movimento, com' è stato osservato, che ha mostrato la rapida maturazione di un gruppo dirigente giovane, radicato nelle realtà locali, malgrado l'estremismo infantile di Grillo e Casaleggio. Il bipolarismo che doveva mettere ai margini le “frange estreme” è a pezzi. Il partito della nazione resta un sogno di regime da riporre nel cassetto.

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Che i grandi flussi migra­tori costi­tui­scano feno­meni inar­re­sta­bili, desti­nati a cam­biare il volto dei paesi, dovrebbe esser noto in Ita­lia, terra d’emigrazione e di antica sapienza sto­rica. A poco val­gono le bar­riere, gli stre­piti, le paure di fronte a pro­cessi demo­gra­fici e sociali incon­te­ni­bili. Essi avan­zano a dispetto di tutto, pro­ce­dono anche mole­co­lar­mente e cam­biano la sto­ria del mondo, che lo vogliano o no i contemporanei.

Per­ciò una isti­tu­zione come i Cen­tri d’Identificazione ed Espul­sione – nati dalla fan­ta­sia mise­ra­bile del centro-destra — ha sin­te­tiz­zato tutta la mio­pia e l’inettitudine delle nostre classi diri­genti di fronte a un feno­meno che non sono in grado di fron­teg­giare, ma nep­pure di com­pren­dere. Mio­pia e inet­ti­tu­dine para­dos­sali, per un paese in declino demo­gra­fico, mala­mente invec­chiato, che respinge l’energia vitale di una gio­ventù affa­mata di lavoro, di sta­bi­lità e di sicu­rezza di vita. Eppure, non man­cano gli esempi recenti che potreb­bero inse­gnare qual­cosa ai gover­nanti ita­liani e anche a quelli europei.

I quali, come s’è visto di recente, di fronte alle eca­tombi nel Medi­ter­ra­neo, con­den­sano la loro alta pro­get­tua­lità nell’idea di affon­dare i bar­coni dei dispe­rati. Qui gli algo­ritmi degli stra­te­ghi della finanza pre­ci­pi­tano nel ridi­colo. Negli anni ’90 gli USA hanno cono­sciuto una ondata di immi­gra­zione fra le più vaste e intense della loro storia.

Quell’immissione demo­gra­fica, pro­ve­niente dal Sud e Cen­tro Ame­rica, ha costi­tuito, fino all’ 11 set­tem­bre, una delle leve della straor­di­na­ria espan­sione eco­no­mica del decen­nio. Nuova popo­la­zione, dun­que nuovi biso­gni di case, ser­vizi, cibo e beni, e tanta dispo­ni­bi­lità di forza lavoro a basso costo. E ancora oggi è l’immigrazione che tiene in piedi la base ali­men­tare di quel paese. In Cali­for­nia, la “cam­pa­gna” degli USA, quasi nes­suna rac­colta di frutta e ortaggi sarebbe pos­si­bile senza il lavoro dei lati­nos, in grado di reg­gere un duris­simo lavoro a tem­pe­ra­ture insop­por­ta­bili per la popo­la­zione americana. Non è un modello da imi­tare, ma è la realtà. Ma anche a casa nostra, lo ricor­dano giu­sta­mente Tonino Perna e Alfonso Gianni nel loro arti­colo, gli immi­grati svol­gono già una fun­zione eco­no­mica deci­siva nelle nostre cam­pa­gne, ancor­ché in con­di­zioni spesso inac­cet­ta­bili. Si fa poco sapere agli ita­liani, ad es., che gran parte del set­tore zoo­tec­nico del Nord Ita­lia è stato tenuto in vita dal lavoro oscuro e silen­zioso degli immi­grati dall’India.

Ma quanto pro­pon­gono Perna e Gianni può diven­tare in effetti un grande pro­getto. Costi­tui­sce una strada non solo utile e per­cor­ri­bile, ma obbli­gata per un insieme di ragioni. Intanto per­ché ripor­tare alla nostra terra migliaia di gio­vani afri­cani o di altri altri stati che l’hanno dovuta abban­do­nare nel loro paese, per mise­ria o per guerra, signi­fica dare una pro­spet­tiva a una parte impor­tante della popo­la­zione migrante. Al tempo stesso, l’ingresso di tanti gio­vani che hanno espe­rienza e voca­zione per il lavoro agri­colo potrebbe rimet­tere in vita ter­ri­tori vastis­simi non solo del nostro Sud, ma anche delle col­line pre­ap­pe­ni­che di tutta la Peni­sola, oggi in abban­dono o in via di spo­po­la­mento. Infine, porre il feno­meno dell’immigrazione al cen­tro di un vasto pro­getto di inse­ri­mento sociale, farne una leva di pro­gresso eco­no­mico e ambien­tale di tutto il paese, raf­for­ze­rebbe enor­me­mente il discorso di pura difesa uma­ni­ta­ria degli immi­grati che oggi fa la sini­stra e le forze demo­cra­ti­che. Qui sta un nodo di ela­bo­ra­zione poli­tica di asso­luto rilievo, che può disin­ne­scare la miscela popu­li­stica e xeno­foba della destra italiana.

Com’ è ovvio, il pro­cesso di inse­ri­mento dei nuovi arri­vati nelle nostre cam­pa­gne non può essere affi­dato alla spon­ta­neità. Que­sti mira­coli del cosi detto libero mer­cato avven­gono solo nella testa degli eco­no­mi­sti neo­li­be­ri­sti. Occorre che la mano pub­blica fac­cia la sua parte, sia a livello cen­trale, con appo­site leggi, sia in peri­fe­ria, tra­mite le ammi­ni­stra­zioni comunali. La base di par­tenza è la dispo­ni­bi­lità della terra. Esi­stono immense esten­sioni di ter­ri­tori abban­do­nati, ricor­dano Perna e Gianni. Ma molti di que­sti, spe­cie se col­lo­cati non lon­tano dal mare, sono in attesa di edi­fi­ca­zione, per­ché la spe­ranza di arric­chirsi con la ren­dita non muore mai. E dun­que occorre sta­bi­lire per legge l’impossibilità netta e inva­li­ca­bile di cam­biare desti­na­zione d’uso alle terre agri­cole. Tanto più che si tratta quasi sem­pre di terre col­li­nari, che assol­vono un com­pito di equi­li­brio ambien­tale e idro­geo­lo­gico deci­sivo per la sicu­rezza di ter­ri­tori e abi­tati. Ma i comuni dovreb­bero fare la loro parte, impe­gnan­dosi a inven­ta­riare le loro terre e quelle dema­niali disponibili.

In que­ste aree, che rap­pre­sen­tano cer­ta­mente l’osso della nostra agri­col­tura, è pos­si­bile svi­lup­pare eco­no­mie niente affatto marginali. Nelle migliori terre di col­lina potrebbe fio­rire e in parte rifio­rire la frut­ti­col­tura di qua­lità, in grado di valo­riz­zare la bio­di­ver­sità agri­cola ine­gua­glia­bile di cui ancora dispo­niamo. Oggi esi­ste solo a livello ama­to­riale, si dovrebbe innal­zare a una scala accet­ta­bile di pro­du­zione e immet­tere nel mer­cato. Ma accanto all’agricoltura si potrebbe svi­lup­pare un ambito gra­ve­mente sot­to­va­lu­tato: quello della silvicultura.

E’ poco noto che nel Mez­zo­giorno l’intervento della Cassa, che ha rifo­re­stato larga parte delle nostre mon­ta­gne e col­line - limi­tando le allu­vioni che perio­di­ca­mente fune­sta­vano paesi a abi­tati - ha avuto un indi­rizzo molto spe­ci­fico: si è limi­tato alla pro­te­zione del suolo dai feno­meni di ero­sione. Oggi noi abbiamo km qua­drati di bosca­glia e di mac­chia e siamo costretti a impor­tare dall’Europa il legname da opera: noci, ciliegi, casta­gni, oltre a quello dei paesi tro­pi­cali. Si apre dun­que uno sce­na­rio di pos­si­bi­lità di nuova fore­sta­zione con alberi di pre­gio di straor­di­na­ria ampiezza, in grado di far rivi­vere tanti paesi e terre oggi abban­do­nati. Tanto più che alla sel­vi­col­tura si può accom­pa­gnare l’allevamento, soprat­tutto di ani­mali da cor­tile, e l’uso delle acque interne, capaci di pro­durre red­dito immediato.

Natu­ral­mente, a valle, si pre­senta il pro­blema della com­mer­cia­liz­za­zione dei pro­dotti. E’ que­sto l’altro grande nodo su cui inter­ve­nire. Lasciare i pro­dut­tori in balia della grande distri­bu­zione signi­fica stroz­zare i loro red­diti e con­dan­narli all’abbandono dell’impresa. E qui occorre impa­rare dall’esperienza della riforma agra­ria del 1950. Le imprese che allora ebbero suc­cesso e riu­sci­rono a soprav­vi­vere, furono quelle che ebbero una quota suf­fi­ciente di terra (almeno 5 Ha) e la casa. Ma che al tempo stesso godet­tero dell’assistenza tec­nica degli Enti di riforma e la pos­si­bi­lità di accesso al mer­cato. La crea­zione di coo­pe­ra­tive, come quelle pre­vi­ste dal Decreto Gullo per l’assegnazione delle terre incolte, del 1944, dovrebbe costi­tuire una piat­ta­forma impor­tante dell’intero pro­getto, in grado di met­tere insieme effi­cienza eco­no­mica e rela­zioni soli­dali. Non è solo in gioco la pos­si­bi­lità di valo­riz­za­zione eco­no­mica dei ter­ri­tori. Si gioca qui anche la scom­messa di rico­struire, sulle nostre anti­che terre, nuove comu­nità di vita

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