«E´ vero, certi modi di costruire gli edifici favoriscono la criminalità. Mentre l´architettura che consente alle persone di stare per strada e di incontrarsi, di avere tanti luoghi pubblici a disposizione, quella che mette in condizione chi abita di potersi affacciare e di guardare ciò che accade di fronte, è un naturale ostacolo ai fenomeni criminali». Joseph Rykwert è uno dei massimi storici dell´architettura. Adesso vive a Londra, ma originario della Polonia, ha insegnato all´Università della Pennsylvania. Conosce benissimo l´Italia e non si sottrae a una polemica tutta italiana: le periferie dove svettano anonime torri, dove gli spazi pubblici sono inesistenti oppure manomessi e degradati, quelle periferie, insieme alla marginalità sociale, sono accusate di essere esse stesse causa di teppismo e di violenza.
Dopo i quattro omicidi di Rozzano si è sbattuto sul banco degli imputati il modo di costruire degli anni Settanta. Il suo ideale di razionalità, la sua tendenza al gigantismo, una terapia forse troppo drastica per curare una malattia di quegli anni: tante case, ma non per chi aveva pochi mezzi. Corviale, Le Vele, lo Zen, il Laurentino 38: mostri, qualcuno ha detto, che generano altri mostri. Non si è andati per il sottile. Non si è fatta differenza fra periferie realizzate dalla mano pubblica e periferie costruite da privati con finalità speculative. Un urlo - demoliamoli - ha coperto le voci di chi invitava a distinguere, di chi sottolineava gli sforzi compiuti da molte amministrazioni per risanare quei pezzi di città, o di chi valorizzava le iniziative di comitati e gruppi di abitanti.
Ragionarne al Festivaletteratura produce effetti spiazzanti. Ma non tanto. Il rapporto fra scrittori e lettori che qui si realizza è il risultato di un senso civico, di un culto per l´urbanità che Mantova custodisce nei suoi edifici e nelle sue piazze. E Rykwert, studioso di Giulio Romano, ma ancor più di Leon Battista Alberti, esordisce ricordando che uno dei suoi libri più celebri, L´idea di città (ripubblicato un anno fa da Adelphi), sia nato discutendone con Italo Calvino e che nei progetti doveva essere solo il primo capitolo di una storia delle città italiane concepita insieme al sociologo Carlo Doglio.
Letteratura e idea di città, dunque. «Un paio di anni fa ho comprato una casa a Venezia», racconta Rykwert, «nella zona di San Giobbe, vicino a un ospizio per anziani. Sono sempre attratto dalla quantità di tempo che quegli anziani trascorrono alla finestra. Osservano il passeggio, non fanno altro. Ecco, quella di poter guardare fuori è una condizione ideale perché un quartiere abbia una sua vita, una sua autonomia. Questo tipo di realtà comunitaria è un antidoto alla violenza».
Ma lei li abbatterebbe quei grandi edifici che popolano tante periferie?
«Qualcuno sì, soprattutto quando prevale la forma della torre. Ma, per restare agli esempi usati, Palermo non aveva certo bisogno dello Zen perché crescesse la violenza. Qualsiasi eccellente progetto architettonico, se mal realizzato, è una provocazione».
Nel suo libro più recente, La seduzione del luogo (Einaudi), Rykwert insiste sul fatto che per capire la storia e l´essenza di una città non si può ricorrere solo alle ragioni economiche o politiche.
«Si era sempre sostenuto che dietro la città romana ci fosse il castrum, cioè l´accampamento militare. Io sono convinto del contrario, perché nella fondazione di una città entrano con prepotenza elementi simbolici e metaforici. Che poi si trasferiscono anche nel castrum. Una città deve avere elementi che la rendano riconoscibile. Houston, per esempio, che pure è la città dei petrolieri - e si sa quanto i petrolieri contino ora negli Stati Uniti - non diventerà mai una vera metropoli. Perché è cresciuta solo accumulando parti su parti, e nessun nuovo innesto riuscirà a far sentire vivo quel tessuto urbano. Ed è sintomatico che oggi gli elementi monumentali di una città non siano più i palazzi delle istituzioni, ma i musei. Pensi al Guggenheim di Bilbao».
I musei e non i grattacieli, dunque. Rykwert ha una convinzione incrollabile: i grattacieli sono un disastro, non solo perché monopolizzano lo skyline di una città, ma perché commercialmente sono un equivoco.
«Ora stanno progettando due edifici di oltre 600 metri, i più alti del mondo, uno dei quali a Dubai. L´altro in India, in una piccola città del Madhya Pradesh. Dubai vuol dire petrolio, ma fra quaranta o cinquant´anni il greggio di quel paese potrebbe essere estinto. Cosa ci faranno allora con quell´edificio? Non è bastata la lezione londinese delle Docklands, dove i privati hanno fatto bancarotta, dopo aver costruito un immenso grattacielo?». Chi costruisce, insiste Rykwert, compie un atto pubblico. E perfino un eremo «è un atto pubblico». Ma gli architetti, molti architetti contemporanei, violano questo precetto. Le Torri Gemelle, conclude Rykwert, sono state identificate nei terroristi per la loro forza metaforica, perché «rappresentavano il trionfo del potere monetario». Ma nulla, nei 28 anni in cui sono vissute, «hanno aggiunto di positivo al tessuto urbano in cui erano inserite».
Non sono tanto d'accordo su quanto scrive Vezio De Lucia. Domanda: perché in Italia gli architetti e gli amministratori pubblici non abitano negli edifici di edilizia residenziale pubblica, magari sovvenzionata (salvo forse l'assessore alla pianificazione del capoluogo friulano e il vecchio sindaco di Grosseto del quale ha fatto cenno Salzano - ma era una persona speciale quel Sindaco di quella città) ? Solo per una questione di mancanza dei requisiti reddituali e familiari o forse perché non gli piacciono i quartieri (effetti della pianificazione urbanistica) e gli edifici (effetti della progettazione architettonica) essendo che sono dedicati ad altri strati sociali ? In Svezia, in Finlandia, in Danimarca ed in altri paesi più evoluti e civili del nostro in cui maggiore è l'attenzione al sociale ed alla qualità, accade spesso che i progettisti di edifici di edilizia residenziale pubblica ci vadano anche ad abitare nelle case pubbliche da loro progettate, magari a scomputo della prestazione professionale. Perché accade ?
Difendere ad ogni costo scelte culturali di pianificazione urbanistica e di progettazione architettonica (Corviale, Scampìa e lo Zen) non mi convince, seppure lo comprendo.
La realtà è sotto gli occhi di tutti: quei quartieri e quegli edifici sono invivibili, ghetti che producono emarginazione e contribuiscono al degrado sociale, brutture degne solo di essere eliminate fisicamente per rispetto degli abitanti e della città. L'ERP andrebbe spalmata, diluita nell'intera città e non segregata in un quartiere autonomo e separato dalla città.
Non è un caso che sono più apprezzate e vissute dagli abitanti in maniera più sentita quei quartieri di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata che sono frutto di scelte più attente alla qualità insediativa e del vivere. Minori densità fondiarie, unità di abitazione meno alienanti, spazi aperti pubblici più ariosi, più verde, attività complementari all'abitare, servizi sociali di base, rapporti più stretti con le parti della città. A Udine via San Rocco e il Villaggio del Sole, ancorchè vecchi e sicuramente problematici dal punto di vista tecnologico ed impiantistico, ben rappresentano queste caratteristiche qualitative. Bisogna quindi risalire a filoni culturali degli anni cinquanta, forse alle esperienze olivettiane che hanno influenzato l'urbanistica italiana del dopoguerra, per trovare livelli di urbanistica sociale per l'edilizia residenziale pubblica più umanizzante. La domanda abitativa sociale si affronta diversamente in chiave anche culturale altrove. Da noi spesso i quartieri di ERP sovvenzionata sono uguali alle esperienze urbanistiche ed edilizie dei paesi dell'ex blocco sovietico. Senza andare troppo lontano il raffronto con i quartieri periferici di Dubrovnik, Spalato, Fiume, Nova Gorica e Zara è eloquente in proposito, molto più di tanti altri discettamenti. Che poi anche in Francia l'HMLS (l'omologo degli Iacp/Ater) progetti e costruisca casermoni per arabi ed operai identici a quello che accade in Italia, non toglie nulla alle mie osservazioni. Anzi ne rafforza il senso.
http://www.italy.indymedia.org/news/2003/08/363474.php
Milano: continua la campagna di stampa sulle periferie
by dal corriere Sunday August 31, 2003 at 12:31 PM
Da Rozzano a Ponte Lambro, riprendiamoci le periferie.
Dieci anni fa, davanti alla vergogna di Ponte Lambro, dove la città degli onesti era in ostaggio di una banda di delinquenti, un funzionario di polizia dichiarò ai giornali che gli agenti erano troppo pochi per garantire la sicurezza e la legalità. Due anni dopo, di fronte alle proteste dei residenti di un casermone diventato inabitabile per i vandalismi, lo spaccio e il teppismo, le autorità (tutte) si impegnarono in una bonifica che rimase soltanto un annuncio. Uno dei tanti, nella rassegna stampa delle periferie milanesi che classifica le case popolari come ghetto, bronx, quartiere dormitorio, deserto urbano, lasciando un brivido di disagio e di fastidio ai cittadini perbene che ci vivono e una cronica indifferenza in tutti gli altri, che evitano, sfiorano e solitamente girano al largo. Per questo Ponte Lambro è ancora così, una ferita aperta nella civile Milano, un non luogo dove si disfa la città e fallisce ogni tentativo di riqualificazione. Abbiamo rivisto e risentito alcuni allarmi e alcuni giudizi in questi giorni, davanti ai cadaveri trapassati dai proiettili di Vito Cosco, il balordo di Rozzano che per una vendetta ha fatto una strage, e ci siamo interrogati su come contenere i rischi di una violenza che il degrado sociale può generare. Ma non abbiamo trovato altre risposte che non siano generici appelli, vaghe giustificazioni, inutili promesse.
E’ vero che Milano ha bisogno di agenti: dieci anni fa erano 5.300 e oggi ne ha un migliaio in meno, ma la forza pubblica da sola non basta a vincere la sfida delle periferie malate nei diciotto quartieri che l’Aler considera a rischio. Alla legalità, da garantire sempre per evitare che la moneta cattiva scacci quella buona, bisogna aggiungere il coraggio di sognare una normalità troppo a lungo rimandata per chi vive nelle case popolari.
Si faccia un’alleanza, tra il Comune che deve progettare e i tutori dell’ordine pubblico che devono vigilare, per garantire il controllo delle assegnazioni e lo sgombero degli abusivi. Si ripristino le portinerie, scioccamente abolite, con un sistema di incentivi e di tutele: valorizzeranno lo stabile, e aiuteranno nel controllo sociale. Si avvii, gradualmente, un piano per rompere la concentrazione di disperati nei condomini: con le regole attuali l’assegnazione non consente nessun mix sociale e i risultati si vedono a Rozzano come in viale Fulvio Testi o a Calvairate. Ormai, tra i 124 mila residenti delle case popolari, c’è una popolazione crescente di anziani impauriti, soli, esposti a ogni rischio, e di extracomunitari.
Infine, si prenda una volta per tutte una decisione seria: se rattoppare non basta, si demolisca, con un progetto di ricostruzione in tempi rapidi coinvolgendo banche e imprese. L’ha fatto Barcellona, può farlo Milano. Proviamo a vincere l’inerzia, prima di rassegnarci un’altra volta. Se lo stesso zelo con il quale è stata realizzata la cancellata in piazza Vetra per allontanare gli spacciatori si applicasse a Ponte Lambro, oggi potremmo avere un quartiere modello. Senza inutili «centri di aggregazione» (parola che ormai fa venire l’orticaria) ma con qualche sano bar dove la gente possa trovarsi con l’impressione di conoscersi un po’ di più.
Milano: i potenti pontificano su periferie dove non vivono nè vivranno mai....
by dal corriere della pera Sunday September 07, 2003 at 12:00 PM
Dateci più poteri e salveremo le periferie... Il sindaco di Milano: facciamole diventare un pezzo di città, subito un governo delle aree metropolitane. Gabriele Albertini: l’idea di demolire è impraticabile se non ci sono i soldi dei privati per ricostruire.
MILANO - Volete periferie migliori? «Dateci più poteri. E affrontate una volta per tutte il problema delle città metropolitane». Il sindaco Gabriele Albertini condivide l’opinione dell’architetto Renzo Piano, a proposito della necessità di «scommettere sulle periferie che devono diventare pezzi di città». Ma sottolinea i limiti di chi è costretto ad affrontare un’emergenza senza avere deleghe a disposizione: «Sugli abusivi possiamo fare meno di quello che sarebbe necessario. Sugli interventi complessivi dobbiamo restare all’interno di logiche di confine ormai prive di senso». E così, «quando un pazzo scatena la guerriglia a Rozzano, a poche centinaia di metri dal confine con Milano, scatta la polemica sulle periferie poco sicure e si punta l’indice contro chi governa nel capoluogo». Ma Albertini non ci sta. E chiama in causa il governo: «Il 24 settembre riuniremo a Cagliari i sindaci delle città metropolitane e presenteremo un documento congiunto proprio sulla questione delle città metropolitane. Ci vuole un governo sovracomunale, diverso dalla Provincia, in grado di affrontare complessivamente alcune questioni, a partire da quella della sicurezza, ma penso anche a trasporti, ambiente e così via».
Signor sindaco, il problema delle periferie è soltanto un problema di istituzioni?
«No. Ma il concetto di periferia è ormai molto vago: la Bicocca è periferia? E Rozzano è diverso da Milano? Per questo chiedo una svolta sulla questione della città metropolitana. Ma le pare che in sede di conferenza di servizi il voto di un sindaco che rappresenta 100 mila abitanti possa valere come quello di chi governa un milione di persone? Significherebbe che un abitante di Assago conta come 500 di Milano... Non ha senso: ci vuole un voto ponderale. E poi c’è un problema di soldi. Adesso si parla di abbattere e ricostruire...».
Un’idea che le piace?
«Un’idea impraticabile. Se demolisco un quartiere, devo pensare a dove sistemo centinaia di famiglie. Ma, se già oggi mi mancano 15 mila case, come posso figurarmi l’eventualità di abbattere e ricostruire? Ci diano soldi, si coinvolgano i privati: e allora possiamo ragionare».
Torniamo alle periferie. Quelle di Milano sono abbandonate?
«Le cito soltanto un dato: il listino della Borsa immobiliare segnala che il valore delle case in periferia è cresciuto: più 30 per cento a Musocco e più 28,9 in fondo ai Navigli, tanto per citare due esempi. Se il valore di un appartamento aumenta, è perché la gente cerca casa qui: e se lo fa è perché giudica queste zone vivibili».
Forse nei quartieri che avete riqualificato. Ma a Calvairate o a Quarto Oggiaro?
«Non sto sostenendo che le nostre periferie siano ovunque una meraviglia. Ribadisco però che, rispetto alla situazione trovata, abbiamo cercato di intervenire sia sulla sicurezza, con le telecamere, i portieri sociali, 11 nuove caserme o posti di polizia, sia sul sociale investendo per le case, per le metrotranvie che collegano queste zone estreme. E poi abbiamo fatto scelte precise: abbiamo portato il teatro degli Arcimboldi alla Bicocca e l’Università a Niguarda, abbiamo riqualificato molte piazze, abbiamo creato una cintura vastissima di parchi a Nord di Milano. Come insegna Piano, abbiamo portato le eccellenze lontano dal centro».
Ma non basta.
«Non basta, ne siamo consapevoli. Abbiamo anche tentato di lanciare un modello, con il laboratorio di Ponte Lambro».
Quello affidato a Renzo Piano quattro anni fa. Dov’è finito quel modello?
«Come tutti i grandi disegni, perché qui non stiamo parlando di una ristrutturazione ma di una diversa filosofia del vivere in periferia, bisogna fare i conti con i piccoli intoppi. Nello specifico, il modello si è arenato su 44 famiglie che non vogliono essere trasferite e quindi il laboratorio di Piano è fermo».
E quindi?
«E quindi continuiamo a trattare. Più della metà di questi nuclei hanno accettato il trasferimento e li abbiamo spostati, stiamo lavorando agli altri. Ma ci vuole tempo. Le rivoluzioni, in democrazia e non in dittatura, richiedono tempo e convinzione».
Lei passa per essere un decisionista, quello delle lotte intransigenti contro i vigili e i taxisti. Si è arreso di fronte agli abusivi che spadroneggiano nelle case dell’Aler?
«Abbiamo fatto la nostra proposta al Comitato dell’ordine pubblico: abbiamo chiesto un nucleo interforze per governare esclusivamente la questione dei troppi abusivi delle case popolari. Ma, se il prefetto, il questore, i giornali, i comitati e i cittadini non stanno dalla nostra parte, non combiniamo nulla. Da soli non possiamo vincere questa battaglia: nè noi, né i sindaci delle altre metropoli alle prese come noi e peggio di noi con morosi, abusivi, periferie degradate».
Il degrado delle periferie di Milano ed il problema della casa
by problema casa Wednesday June 18, 2003 at 12:04 PM
Denuncia in Comune sul degrado dei quartieri. I Ds: un fallimento da Ponte Lambro a Quarto Oggiaro.
Il problema di Milano si chiama casa. E’ la casa popolare che cade a pezzi perché non ci sono i soldi per la manutenzione straordinaria, e qui l’elenco dei quartieri dimenticati è lungo. Ma è anche la casa, sempre popolare, cui ricorre chi arriva in città per lavorare e scopre che i prezzi sono impazziti e che, al massimo, si può permettere un monolocale in zona periferica. Stiamo parlando di operai e conducenti Atm, ma anche di impiegati e insegnanti che vengono dal sud con un contratto a termine e che fanno domanda all’ente pubblico per un minialloggio a prezzo calmierato. Grazie al protocollo «Casa e lavoro» sottoscritto tra Comune, Regione e Aler il 27 febbraio 2002, sono stati assegnati finora 75 appartamenti al di sotto dei 35 metri quadrati (la maggior parte è di 25 metri), ma la sorpresa arriva proprio da chi ha fatto richiesta per un tetto più che modesto - non i disperati, appunto, ma colletti bianchi, maestri e professori - ed è il segno dell’emergenza abitativa che pesa sulla città. L’altra faccia della medaglia è l’emergenza delle periferie. Da Corvetto a via Fratelli Zoia, da via Rizzoli a via Lopez a Quarto Oggiaro, da San Siro allo Stadera, dal Gratosoglio allo Spaventa. E poi via San Bernardo a Chiaravalle, via Feltrinelli a Rogoredo, via Mar Nero e via Teramo e il quartiere Monterotondo. Erano più di 50, ieri a Palazzo Marino, i rappresentanti delle case popolari venuti per raccontare il degrado, su invito dei consiglieri diessini e del segretario della Quercia, Pierfrancesco Majorino. I cittadini hanno denunciato infiltrazioni dai tetti, citofoni perennemente guasti, parti comuni disastrate, rigurgiti dai lavandini per problemi di fognatura, camini privi di manutenzione da anni, bonifiche da amianto mai avviate. «Sono i figli di un dio minore, i dimenticati dal Polo - riassume il capogruppo ds Emanuele Fiano -. Sono quei cittadini che abitano nei quartieri di edilizia residenziale pubblica dove i progetti per interventi di manutenzione straordinaria avviati nel 2002, per un totale di 53 milioni di euro, sono stati poi sospesi per mancanza di fondi».
I Ds, che ieri hanno dato l’avvio a un tavolo permanente sulle periferie, chiedono con una mozione che si usi l’avanzo di bilancio del 2002 (94,2 milioni di euro) per finanziare proprio i lavori di manutenzione degli immobili popolari delle periferie. «Alcuni di questi interventi - sottolinea il consigliere Aldo Ugliano - erano in bilancio addirittura nel 1991 e non sono mai iniziati». Si tratta di quartieri dove vivono complessivamente 6 mila famiglie, «e dove crescono insoddisfazione, occupazioni abusive, spaccio di droga mentre diminuiscono i presidi delle forze dell’ordine». I comitati puntano il dito anche sulla mancanza di custodi.
«La giunta non autorizza l’Aler ad assumerli nelle 24 portinerie a Quarto Oggiaro», denuncia l’opposizione. Ma il vicesindaco Riccardo De Corato replica: «Ringrazio i Ds, ma era cosa già decisa: quest’anno destineremo l’avanzo di bilancio, come primo obiettivo, alla manutenzione di tutta l’edilizia comunale». E sui custodi, puntualizza: «Noi alle portinerie preferiamo le telecamere». La giunta intanto rilancia sul fronte delle nuove case. Ieri è stato firmato un altro protocollo tra Comune, Aler e associazioni imprenditoriali e di categoria per 889 nuovi alloggi in affitto (tra due anni) per categorie deboli e lavoratori.
Pur con un alto numero di anticipazioni che risalgono all’inizio del XIX secolo ed ancora più indietro, la letteratura prima sulla profonda mutazione e poi sul disfacimento della città ha occupato negli ultimi quarant’anni, con progressiva accelerazione, lo spazio più ampio negli scritti di pianificazione, di sociologia urbana e di disegno urbano. Regione metropolitana, città diffusa, dispersione e concentrazione, mobilità, comunicazione immateriale hanno mosso descrizioni e tentativi di interpretazione dell’esistente mescolandosi ad accanite difese dei monumenti e dei tessuti storici, a tentativi di organizzazione dell’espansione o al contrario alla sua completa deregolazione, nell’ideologia dalla restituzione di un automatico (ed illusorio) equilibrio dello sviluppo. Queste preoccupazioni, ben giustificate da molti motivi, si sono in molti casi rovesciate, nonostante la drammaticità delle contraddizioni, in entusiasmo estetico e sociale in mancanza di proposte alternative fondate.
Pietro Rossi nell’introduzione alla sua ricerca sui modelli di città, circa 40 anni or sono ha ipotizzato (ma certo non è stato il solo) la cessazione del fenomeno urbano così come esso si è caratterizzato (soprattutto in Europa) negli ultimi 2000 anni. Eppure noi seguitiamo a muoverci tra città. Prendiamo un aereo, un’autostrada, un treno per andare da una città all’altra, ne riconosciamo la presenza anche se il costruito si è confuso con la campagna. Seguitiamo a nominare città piccole o grandi, Parigi o Orvieto, Monaco e Bath, persino Shanghai o Città del Messico, identificandole senza troppi dubbi. Il numero di abitanti delle città è enormemente aumentato anche se questo ha prodotto intensificazioni e sviluppi abnormi delle città stesse, sino al cambiamento della loro identità ma non della loro natura urbana. La coreografia interpone ancora spazi (forse non più di natura) che permettono di individuare le città pur con tutte le loro deformazioni.
Questo spostamento di interessi e di attenzioni della cultura dell’insediamento non è però senza conseguenza. Da un lato descrive e cerca di conoscere la natura dei nuovi fenomeni di ampliamento e di diffusione ma dall’altro trasferisce più o meno consciamente i risultati di questa sociologia della constatazione nel fatto urbano (più o meno consolidato) cercando di conferirgli, in modo del tutto improprio, i caratteri morfologici provenienti dalla diffusione e dalla deregolazione ma soprattutto abbandona lo studio sulla città e la cultura del suo rinnovamento in termini di proposte appropriate. Proposte appropriate, appunto, e non solo difese (spesso per giustificata paura del peggio) od offese (sovente per imitazioni servili a ciò che si pensa ipermoderno, cioè futuro).
Né i rinnovamenti in corso in Italia promettono di più. A Milano il concorso per la grande centralissima area un tempo occupata dalla Fiera ha visto allinearsi una serie di star internazionali (anche con alcuni ottimi architetti) ma tutti scelti tra coloro che nella loro carriera hanno dimostrato scarsissimo interesse al disegno urbano: anche se la scelta sarà alla fine determinata essenzialmente dall’offerta economica, che a sua volta fisserà difficili condizioni a partire da una alta densità.
Certo la ricostruzione della parte del «Chado» di Lisbona dopo l’incendio è un caso (raro) di rinnovamento architettonico di alto livello civile ma persino la straordinaria tradizione urbana di Amsterdam capace di miracoli come Amsterdam sud, è in gravi incertezze nelle sue decisioni di ampliamento. E l’elenco (almeno per l’Europa) potrebbe continuare. Ciò che sospetto è che non siano tanto le condizioni economiche e funzionali (anche se la speculazione immobiliare gioca un ruolo ancora più importante da quando tra gli speculatori si elencano anche le istituzioni pubbliche) quanto l’assenza di una cultura urbana attiva e di una esigenza collettiva alla ricerca di sé.E’ solo in questo quadro generale che si deve collocare anche il degrado delle periferie: sia quelle interne che quelle esterne, come caso quantitativamente significativo. Di recente sui quotidiani italiani sono comparse molte denunce intorno allo stato sociale delle periferie (ma ci voleva proprio questo orrendo delitto di Rozzano per accorgersene?) ed anche molte accuse direttamente nei confronti dell’ambiente fisico costruito ed anche naturalmente dei progetti degli architetti. Solo l’articolo di Michele Serra pone il problema strutturale della relazione tra bellezza e ragione, o ancora di più tra qualità ambientale e qualità della vita, mettendo in gioco la responsabilità di costruttori, architetti, istituzioni (non si tratta di categorie ma di insiemi internamente molto diseguali) intorno alle questioni che discute. Certo l’ambiente fisico non è tutto ed il modo come esso viene socialmente vissuto, le questioni di sradicamento è radicamento, di povertà, di dissociazione sono assai più ampie: ma cominciamo almeno dal problema architettonico con tutti i suoi limiti.
L’articolo di Serra è comparso sullo stesso numero di Repubblica su cui si annuncia, in una piccola nota, che dopo una trentina di anni di dimenticanza, l’amministrazione di Palermo si è accorta che al quartiere Zen mancano i servizi principali e vorrebbero provvedere.
Poiché il quartiere Zen di Palermo (insieme con il Corviale di quel bravissimo architetto che fu Mario Fiorentino) è ormai da molti anni sotto accusa come luogo esemplare del degrado, è necessario parlarne. La sua storia è esemplare come appunto storia di degrado (rimando per chi volesse conoscere i dettagli al bel libro scritto da Andrea Sciascia sull’argomento). Il concorso vinto nel 1969 restò congelato per contrasti speculativi per qualche anno (sindaco Ciancimino). Poi si cominciò a costruire avendo cura di estromettere i progettisti da ogni possibilità di controllo. Vennero costruite in parte solo alcune «insulae», come erano stati definiti gli isolati di 3-4 piani (niente «grattacieli senza vanità», come si vede) che cercavano di proporre insiemi comunitari di scala inferiore al quartiere. Erano previste in progetto due scuole, un centro di servizi e negozi, un centro sportivo e un gruppo di edifici per attività artigianali o di lavoro organizzato. Niente di tutto questo fu mai eseguito. Gli aventi diritto trovarono gli alloggi già abusivamente occupati e per quasi venti anni non funzionarono né le fognature, né gli altri servizi tecnici indispensabili, per non parlare naturalmente del verde. Ad un certo momento una delle insulae venne incendiata e abbandonata, e così è rimasta. Le uniche due insulae costruite e felicemente abitate sono chiuse da cancelli per difendersi dalla piccola criminalità. Le condizioni abitative offerte dal progetto erano infinitamente migliori di gran parte del costruito a Palermo durante gli ultimi 50 anni, ma niente resiste all’abbandono. Provate ad immaginare una villa palladiana abbandonata, senza servizi ed abusivamente occupata da persone senza mezzi per un ventina d’anni.
Qui a Londra (da dove scrivo) ho visitato ieri, a distanza di più di vent’anni, due quartieri popolari, Roehampton ed il Golden Lane, che hanno avuto fortune sociali molto differenziate. Il primo, costruito dagli architetti del soppresso (dalla signora Thatcher) London County Council nei primi anni Sessanta e nell’oggi odiato stile razionalista, ha avuto una vita felice e ben gestita, il secondo, disegnato dai bravissimi architetti Alison e Peter Smithson alla fine degli stessi anni, è stato abbandonato a sé stesso, non finito, occupato da abusivi e costante teatro di delitti. Oggi, risistemato, completato e razionalizzato, presenta opportunità abitative di una qualità assai superiore alla media della periferia londinese.
Tutto questo non vuole scagionare le colpe degli architetti, che sono molte, proprio nell’ambito delle responsabilità specifiche della costruzione di un ambiente urbano civile: almeno nelle premesse progettuali. Queste questioni, ha ragione Michele Serra, dovrebbero essere pane quotidiano non solo della discussione politica ma delle sue attuazioni perché «quando ci si arrende al brutto si smette di ragionare sulla propria vita quotidiana».
Allora, da dove cominciare? Rozzano, follie, ammazzamenti, crisi sociali. Come al solito si parte dall'emergenza o meglio ci si accorge duramente della quotidianietà del vivere nelle nostre città brutte e piene di padelle rivolte verso l'infinito alla ricerca della falsa felicità.
Mariangiola è scandalizzata, direi incazzata, per le fesserie partigiane e ignoranti che il bischero di turno spara ad alzo zero: è la moda della fase storica alla quale non ci si deve rassegnare e ben fa Mariangiola ad arrabbiarsi, visto il popò di fonte: Milano 2 e dintorni.
Però Serra e lo scritto di Edoardo ripropongono alcuni dei temi che sono stati e rimangono, in quanto non superati, problemi grossi: la spaventosa inciviltà della qualità degli spazi urbani e della città moderna italiana, la pessima qualità delle progettazioni architettoniche ed edilizie.
Qualità: chiave di volta di ogni discorso sull'urbanistica e sulla città. Bellezza (altra parolaccia di cui spesso si è diffidato e si continua a diffidare) e qualità che non siano il casale in Umbria e in Maremma, dice Serra, ma tratti correnti dell'agire.
Insomma: si può vivere bene nelle nostre città, possiamo tutti aspirare a una qualità che non sia solo lo slogan di un convegno ? Abbiamo o no diritto a vivere bene dentro e fuori la casa dove abitiamo, anche se non c'è la piscina e non c'è la vista sulle colline di Montemerano spruzzate di oliveti e rigate dalle viti? Possiamo aspirare a vivere in spazi cittadini un pò più civili ed europei, in cui forse anche il bello ha un suo ruolo riconosciuto, o dobbiamo rassegnarci al bel vivere all'italiana ? Perchè se è vero che le Milano 2 sono speculazioni e se è vero che sono indirizzate a precise domande abitative espresse dai redditi alti, se è vero che i quartieri sorti negli anni del boom edilizio a Roma e nelle città italiane, quelli dei palazzinari d'assalto, hanno densità indiane e sono rivolte al ceto medio, è anche vero che spesso la qualità urbanistica ed abitativa dei quartieri e dell'edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, in Italia è veramente oscena. Rozzol Melara a Trieste, tanto per dire un caso bestiale. Farci un giretto fa inorridire: mi sono sentito in colpa quando l'ho visto.
Colpa dei "comunisti" ? Colpa degli "urbanisti comunisti" ? Colpa dell'urbanistica ? Responsabilità, errori, si non c'è dubbio.
Basta pensare contro quale difficoltà culturale ci si scontra quando si parla di spazi urbani: si va dall'arredo (panchine, segnaletica, lampioni, pavimentazioni, cestini, ecc.) che comincia a vedersi spesso con esiti incerti e cialtroni demandando alla panchina la soluzione facile delle indicibile falle delle nostre città, alle strade residenziali che non sono solo una soluzione viaria dei vigili urbani ma sono vere pianificazioni urbanistiche di dettaglio e progetti di intervento mirati ad elevare ed a recuperare la qualità e anche la bellezza dei quartieri attraverso il restauro ed il riuso dello spazio urbano aperto. A Udine in questi giorni l'Amministrazione comunale ha programmato ben dieci aree urbane cittadine da trattare come le strade residenziali olandesi mediante specifici piani particolareggiati di iniziativa pubblica. Tre sono quasi pronti. Si tratta di un passo culturale significativo nel verso di una ricerca ed attuazione di qualità e di bellezza.
Certo: l'esigenza di dare risposte alla fame di case si è rivelata una facile scorciatoia dove il concetto di bellezza e di qualità apparivano fronzoli, sovrastrutture borghesi. E' storia del nostro Paese, è storia di noi italiani. Ma mi pare così elementare e civile convincersi che il diritto alla bellezza ed alla qualità urbana non ha limiti di censo.
Certo le sentenze sui vincoli si sono rese corrresponsabili dei risultati anche della qualità urbana. La ricerca delle economie di scala (vi ricordate del tunnel ?) nella ERP pure. E il facile falso egualitarismo che è la perequazione non credo che porterà tanto lontano. Però una certa cultura - i falainsteri, per gli altri - dell'architettura e dell'urbanistica ha avuto un peso rilevante, ha in qualche modo legittimato svariati scempi. Rozzol Melara a Trieste, come accennavo prima, e non solo. Certe schifezze a Roma, a Genova, a Napoli, certi quartieri a Bologna, a Palermo, ovunque. Ce li abbiamo davanti agli occhi quotidianamente, purtroppo.
Quante volte la bellezza è tutt'ora oggetto di battaglie perdenti in Italia ?
Forse in fondo noi italiani preferiamo interessarci della bellezza del tavolo nel tinello di casa nostra, ma se sul portone del palazzo dove abbiamo la nostra casa c'è una merda di cane, ce ne freghiamo e la lasciamo lì: il portone mica è nostro.
Concludo questi piccoli ragionamenti. Eccome se c'è della responsabilità nella cultura architettonica e urbansitica italiana, così come c'è nella politica e nell'economia che hanno sancito la costruzione delle città italiane, perlomeno nel secondo dopoguerra. Che poi l'ignorante di turno scarichi le oscenità delle città italiane sulle spalle dell'urbanistica è una provocazione che va rigettata. Come se le amministrazioni locali democristiane in primis, i costruttori, le banche e il capitale, i proprietari fondiari fossero estranei. Il blocco edilizio evidentemente per costui è un mattone forato. Povero strullarello: ma chi vuol prendere per i fondelli. Se ne stia nella sua Milano 2 che in Maremma non lo vogliamo.
Caro Eddy, due o tre veloci considerazioni sulle periferie, cominciando dal tuo giudizio, francamente troppo sbrigativo [vedi link in calce-ndr], sugli "errori" delle Vele, dello Zen, di Corviale. Anche tu cadi nel tranello di attribuire a certe soluzioni architettoniche, o addirittura a certi architetti, responsabilità che appartengono invece al modo in cui quei quartieri sono stati gestiti. Ti ricordi la parola d'ordine che accompagnava le grandi manifestazioni popolari (e le grandi speranze di progresso e di riforma) della fine degli anni Sessanta: "la casa come servizio sociale"? Fummo tutti impegnati nel tentativo di trasformarla in pratica sociale. Ci hanno provato anche alcuni architetti, fra i migliori che hanno operato in questo paese. Le Vele, lo Zen e Corviale sono una generosa configurazione architettonica di quella parola d'ordine. Io sono d'accordo con te che la residenza ordinaria dev'essere tessuto e non monumento, eccetera, eccetera. Ma non credo che questo convincimento possa essere imposto per norma. Finiremmo nell'estetica di stato. In altre società e in altre epoche la "monumentalizzazione" della residenza ordinaria è andata a buon fine. E anche a Napoli, a Palermo e a Roma le cose potevano andare diversamente se non fosse successo che i tre quartieri di cui parliamo sono stati, tutti e tre, oggetto delle più selvagge e criminose occupazioni abusive che si ricordino. Gli edifici furono sistematicamente vandalizzati. Nelle Vele, alte fino a 15 piani, non sono mai entrati in funzione gli ascensori. Per lustri è mancata acqua e luce. Per non parlare di quello che succedeva tutt'intorno, terra di nessuno dove, tra l'altro, non sono mai state realizzate le urbanizzazioni previste. E dove prosperavano delinquenza e malavita. Nell'inerzia, talvolta peggio, dei pubblici poteri. Franco Ferrarotti ha scritto che il "serpentone" di Corviale resta un monumento all'insipienza di chi ha scambiato i valori collettivi con la mancanza di rispetto per i diritti individuali. E' una belle frase, ma è sbagliata. Mi pare che negli ultimi anni a Corviale abbia infine prevalso la ragione e il quartiere è adesso avviato a diventare ordinario. Penso che fra dieci anni possa essere, come pensavano Mario Fiorentino, Gino Petrangeli e altri, un quartiere modello. Non so niente dello Zen. Potrei scrivere a lungo, e in parte l'ho fatto (cfr. Napoli, cronache urbanistiche, Baldini e Castoldi) delle Vele. Lì era stata scelta la strada della demolizione, accompagnata da un'insopportabile retorica sul piccone risanatore. Scampìa, è un mostro istituzionale. E' addirittura una circoscrizione di Napoli, 30 - 40 mila abitanti (le Vele ne sono un frammento), fatta esclusivamente di edilizia pubblica. Non c'è altro che edilizia pubblica, neanche una casa di edilizia privata, un ufficio, un negozio. Solo edilizia pubblica, di basso rango. In un orizzonte di inverosimile povertà, con la disoccupazione al 60 per cento. A che serve demolire le Vele, se non si trasforma radicalmente il contesto? E' quello che abbiamo cercato di fare, portando a Scampìa l'università (nelle Vele), la metropolitana, importanti uffici pubblici e privati, anche residenze di iniziativa privata. Ma nessuno ha saputo sottrarsi, da Bassolino in giù, alla soddisfazione della dinamite. Che sarebbe meglio, a certe latitudini, riservare all'abusivismo. Par non fare un polverone che confonde il brutto (presunto) con l'illegale.
Ancora due parole sulla questione delle periferie. Secondo me, chi si occupa di governo del territorio, deve partire dal fatto che, delle tre funzioni essenziali di un sistema urbano - abitare, lavorare, consumare - le ultime due nelle periferie mancano, o sono assolutamente marginali. Per quantità e qualità. A Firenze, gli abitanti di giorno (popolazione reale o city users) sono il doppio dei residenti ufficiali. Nella periferia di Napoli ci stanno il 45 per cento dei residenti e solo il 32 per cento dei posti di lavoro. Rispetto alla provincia, a Napoli si concentra un terzo della popolazione e il 51 per cento dei posti di lavoro. Nella media delle grandi città italiane, per ogni pendolare che esce dal capoluogo, ne entrano 4,5. Quando esisteva l'urbanistica, si cercava almeno di correggere questi difetti (ti ricordi lo Sdo?). Adesso, con il rito ambrosiano e simili, la polarizzazione centro-periferia sarà sempre più esasperata. Sempre per colpa dei comunisti. Che portano sfiga.
Un'ultima telegrafica osservazione riguardo al disegno di legge del ministro Urbani sull'architettura di qualità. Te ne sei già occupato. Ti immagini che può succedere se si determina una contaminatio con la questione delle periferie. Bisognerebbe ricordare quel che ripeteva Cederna e cioè che la buona architettura nasce solo dalla buona urbanistica.
Lo sapevate che delitti come quello commesso a Rozzano, nella cintura milanese, in cui hanno perso la vita quattro persone, fra cui una bambina di due anni, sono conseguenza, fra le altre cose, di "un'urbanistica di stampo sovietico" che ha operato in Italia negli scorsi decenni? Lo sapevate che quei pericolosi urbanisti sovietici hanno avuto l'idea di costruire luoghi pensati "non per viverci, ma per dormirci"? lo sapevate che è stato "il comunismo" a realizzare le grandi periferie operaie destinate col tempo a trasformarsi in ghetti e covi della criminalità? Ebbene sì, i "comunisti" hanno fatto di tutto, per ottenere questo risultato: quando il "mercato" dava la possibilità di realizzare quartieri-giardino a bassa densità e a basso costo, integrati da servizi plurimi e soprattutto gratuiti, questi "comunisti" hanno voltato la faccia da un'altra parte; perché era la "città sovietica" a stare in cima ai loro pensieri, e per nulla al mondo avrebbero accettato i metri quadri di servizi e di verde, di caserme dei carabinieri e di farmacie, che benevolmente ed ingenuamente - e soprattutto gratuitamente - il povero "mercato" offriva loro.
Ciò è quanto rivela ai lettori ignari di tutto questo e sbigottiti Roberto Caputo, presidente del consiglio della Provincia di Milano in quota Forza Italia, mentre propone ora di procedere alla demolizione (non è crollato anche il muro di Berlino?) di simili scempi ("Abbattete quelle periferie", Repubblica, 25 agosto 2003, articolo di Luigi Pastore). Si suppone perciò che la Provincia di Milano abbia qualche idea in merito al come finanziare le demolizioni, al come affrontare il problema inevitabile dell'alloggio temporaneo degli occupanti (abusivi o meno che siano, e posto che non si vive solo per dormire, questi poveracci da qualche parte dovranno pure trovare un letto), e soprattutto in merito al come gestire le ricostruzioni, e sia pronta in questo senso a tendere una robusta mano ai Comuni...
Del resto, se non sapevate tutto questo, potete sempre mettervi in pari, semplicemente riaprendo il "quaderno" che il Presidente del consiglio recapitò a tutte le famiglie italiane prima delle ultime elezioni politiche, là dove è scritto che il suo "vero" mestiere, fra i tanti, è l'urbanista, e si possono ammirare le immagini lussureggianti ed esotiche scattate lungo fiumi e laghetti di Milano 2. Visto?, era così facile! Ma perché non hanno progettato le "periferie" in questo modo, i "comunisti"?
Rozzano è comune di prima fascia della cintura metropolitana milanese, in direzione di Pavia e cioè nella “Bassa” tradizionalmente agricola. Le singolarità della vicenda della sua urbanizzazione sono motivate da alcune circostanze che, a posteriori, possiamo anche considerare “fortunate”, e cioè:
- la collocazione nella fascia meridionale del milanese, ciò che significa aver subito l’impatto dell’espansione metropolitana solo a partire dalla fine degli anni 50 e dunque quando cominciava a maturare qualche capacità diffusa di apprezzare i problemi politici e urbanistici del controllo delle trasformazioni territoriali, sia da parte dei tecnici che degli amministratori;
- la struttura proprietaria, caratteristica di quest’area di produzione agricola intensiva, e cioè formata soltanto da nove grandi proprietà, ciò che ha reso possibile una gestione dei rapporti tra ente pubblico e proprietà dei suoli estremamente controllata;
- la continuità del governo, rappresentata dall’amministrazione di sinistra dal dopoguerra ad oggi, dalla permanenza dello stesso sindaco dal 1960 al 1985, dalla permanenza dello stesso consulente urbanista dal 1956 al 1977.
Oltre a queste circostanze oggettive ne vanno enumerate almeno altre due, di carattere soggettivo, e cioè:
- la qualità degli amministratori, e in particolare del sindaco, ai quali si devono riconoscere non comuni doti di coerenza, di perseveranza, di onestà;
- la disponibilità di alcuni proprietari, in particolare i primi contattati, che ha consentito di inaugurare una politica di trattative capace di condizionare poi tutti gli altri rapporti in senso positivo.
Queste circostanze hanno formato il quadro favorevole per una vicenda di pianificazione che si è svolta con i caratteri specifici della realizzazione sistematica, concordata e programmata, di politiche predeterminate per il territorio.
Queste politiche, e le singole scelte che le hanno tradotte in pratica, sono senza dubbio valutabili da diversi punti di vista con esiti e giudizi di valore anche diversi e non sempre positivi, ma non vi può essere dubbio sul fatto che si è realizzato sul territorio con notevole approssimazione proprio ciò che si è voluto e scelto. Questa affermazione è tutt’altro che banale, non solo perché avviene raramente nell’esperienza italiana della pianificazione del dopoguerra che vi sia coincidenza sostanziale tra intenzioni dichiarate ed esiti, ma anche perché si è soliti attribuire, nel dibattito teorico, alle politiche di “concertazione” e ai piani convenzionati proprio il limite e il difetto intrinseco di portare ad esiti non controllabili e a processi che si svolgono “a rimorchio” degli interessi privati più estemporanei.
Il caso di Rozzano sta viceversa a testimoniare la possibilità, in condizioni particolari di volontà politica e di disponibilità del campo, di conseguire risultati significativi sotto il profilo della coerenza delle politiche territoriali e urbane. Gli esiti sono stati senza dubbio condizionati dal “contratto”, sia nel dimensionamento che in alcune scelte di merito, talvolta a causa di puri incidenti di percorso, più spesso nella trattativa sul convenzionamento, ma le grandi scelte qualificanti sono state impostate autonomamente dall’ente pubblico e sono state conseguite, come vedremo nel seguito, in modo sostanziale.
Il primo decennio del dopoguerra si configura, dal punto di vista dell’evoluzione del territorio, come un periodo di assestamento e di riassetto delle forme di conduzione dell’agricoltura.
A Rozzano non si sono avuti danni nel conflitto, e dunque non vi sono problemi di ricostruzione, ne si registrano fenomeni migratori che provochino domanda di nuove costruzioni, se non a partire dal 1953 e per modeste entità che tuttavia segnalano l’avvio di un fenomeno in rapida progressione e poi dirompente.
La modificazione più rilevante è dunque quella che si registra nella conduzione dell’agricoltura, e che consiste nell’accorpamento aziendale e nella riduzione degli addetti: le aziende più piccole chiudono a causa delle difficoltà economiche e della impossibilità ad affrontare da meccanizzazione spinta che si impone per garantire la produttività, e dalle 213 aziende del 1930 si passa alle 17 del 1955 con una superficie coltivata pressoché identica (1115 ha sui 1230 ha totali del comune).
A Rozzano esistevano dall’inizio del secolo due aziende manifatturiere, ambedue di trasformazione dei prodotti agricoli, e cioè il Risificio e la Filatura (originariamente dei cascami di seta), ambedue collocate lungo il Naviglio per sfruttarne la corrente come fonte di energia.
La Filatura, installata dal 1865, chiude tuttavia la propria attività nel 1953. Ma già nel 1951 si contavano complessivamente 30 aziende con 353 addetti, in seguito in continuo aumento: nel 1953 si costruiscono tre nuovi fabbricati industriali e a partire dal 1955 i nuovi insediamenti produttivi saranno in progressione continua per diversi anni.
Nel 1954 registriamo la triplicazione dei nuovi edifici di abitazione rispetto alla media dei tre anni precedenti (14 contro 5) , anche questi in seguito in continuo e vertiginoso aumento.
Sono le avvisaglie del fenomeno di ripercussione dell’attrazione del capoluogo milanese, e in partico1are delle difficoltà di reperimento di aree edificabili e dall’incremento del loro prezzo a seguito dell’approvazione ed entrata in vigore (1953) del nuovo Piano regolatore generale di Milano. Le attività marginali (l’artigianato, le piccole industrie, magazzini, depositi, alcune attività di servizio) e la residenza più povera (soprattutto l’autocostruzione dei nuovi immigrati) o escono dalla città per fuggire al ricatto dei prezzi, o meglio ancora evitano di entrarvi fermandosi ai suoi confini.
Il “fermarsi ai confini” è da intendere in senso letterale, perché i primi insediamenti del “vorrei ma non posso” si localizzano proprio sul confine dei comuni contermini, che per Rozzano significa Valleambrosia e Quinto Stampi in corrispondenza delle due arterie di uscita (o di entrata) di Milano, la statale dei Giovi e la via dei Missaglia.
Negli anni 1954 e 1955 sorgono qui trenta fabbricati di abitazione e tre industriali.
Il comune, a questa data, non ha ancora adottato alcuna misura di disciplina edilizia ed urbanistica, e le licenze di costruzione vengono rilasciate in base alle domande senza alcun criterio restrittivo. La proprietà di Valleambrosia è della famiglia Visconti di Modrone (Castello di Cassino Scanasio) che non ha, al momento, particolari interessi nel campo immobiliare, ma ritiene di fare cosa socialmente utile cedendo aree a lotti lungo la strada statale a quanti insistentemente li chiedono per costruirsi l’abitazione: degli stessi criteri di insediamento (di urbanizzazione e di lottizzazione) la proprietà si disinteressa. Diversa è la situazione di Quinto Stampi, piccola frazione in riva al Lambro, dove un tempo sorgeva una zecca (donde il toponimo), le cui aree circostanti sono state acquistate dalla società immobiliare Franchi Maggi che promuove commercialmente la vendita a lotti per residenze e industrie propagandandola in Milano, sulla base di una elementare progetto di lottizzazione predisposto a solo uso interno. Ciò comporta che qui almeno si riservano strade di lottizzazione che non misurano mai meno di m. 6 di larghezza (mentre a Valleambrosia le servitù di accesso ai lotti sono quasi sempre di tre o quattro metri).
L’amministrazione comunale non tarda a rendersi conto che questo modo di procedere rischia di provocare problemi di difficile soluzione a posteriori, e che pertanto si rende necessario disciplinare i nuovi insediamenti con maggiore previdenza e seguendo criteri tecnicamente verificati.
Nel 1956 vengono avviati i primi contatti esplorativi per scegliere la strada più adatta, che sboccano nel 1957 in un incarico per la formazione di un nuovo regolamento edilizio e per la redazione del piano regolatore generale.
La scelta del Prg, rispetto al più economico Programma di fabbricazione, è motivata da due ordini di considerazioni: una strategica, consistente nella più ampia e indiscutibile potestà operativa su tutto il territorio comunale, molto rilevante in un caso in cui i punti critici del territorio erano proprio quelli più periferici; l’altra tattica, consistente nella maggiore autorevolezza ed efficacia derivante anche dalla recente introduzione della normativa di salvaguardia, e quindi nel maggior potere contrattuale che il comune immediatamente acquisiva nei confronti dei privati con la forza di un’elaborazione di Prg in corso. La consapevolezza circa il percorso che si sarebbe dovuto e voluto seguire era dunque ben presente fin dall’inizio dell’operazione.
La scelta di questo percorso, sinteticamente definibile forse col termine “contrattazione guidata”, era a quell’epoca motivata dalla particolare situazione di debolezza della strumentazione urbanistica sul terreno giuridico, a causa della sperimentata inefficacia degli strumenti attuativi in carenza di norme specifiche per l’espropriazione; i tentativi di applicazione dei piani particolareggiati di attuazione a Milano non potevano essere considerati incoraggianti, visto l’estenuante contenzioso che mettevano in moto.
L’obiettivo di una riforma della legislazione urbanistica non era neppure all’orizzonte, anzi non era ancora proposto dato che appena ci si muoveva con impaccio nelle prime esperienze di applicazione della L. 1150/1942, rimasta inapplicata a causa della guerra fino al 1945, e poi sciaguratamente sospesa dalle procedure straordinarie dei piani di ricostruzione per diversi anni.
Per gli urbanisti impegnati nella commissione tecnica della Lega dei comuni democratici della Provincia di Milano, il problema prioritario era quello di rafforzare e aumentare il potere contrattuale dell’ente pubblico rispetto ad una aggressività degli interessi immobiliari che già cominciava a manifestarsi ed era sicuramente destinata ad aumentare. La minaccia del ricorso a un Prg molto vincolante e dotato di misure di salvaguardia è l’arma forte e l’unica, nelle mani della pubblica amministrazione, e viene tenuta in serbo, pronta per l’uso in caso di necessità: nel frattempo si pongono le basi delle scelte territoriali con uno schema-guida per il piano, che subisce gradualmente le specificazioni (ed eventualmente le modifiche compatibili) derivanti dal progressivo perfezionamento di convenzioni con le proprietà intenzionate alla trasformazione urbanistica.
Questo criterio di comportamento è adottato contemporaneamente e uniformemente da tutti i comuni aderenti alla Lega, ma solo a Rozzano perviene a risultati così globali per le ragioni oggettive e soggettive citate al paragrafo precedente.
Quando nel 1957 viene approvato l’incarico per il Prg e l’operazione viene avviata, Rozzano conta 3659 abitanti, dunque ha già subito un incremento del 35% rispetto ai 2712 del 1951, e tra il 1954 (primo anno di attività edilizia sostenuta) e il 1957 si sono costituiti 60 edifici di abitazione e 18 industriali. Oltre a Valleambrosia e Quinto Stampi l’incremento interessa ora anche Cassino Scanasio, primo nucleo preesistente sulla statale dei Giovi uscendo da Milano.
Col sindaco Ambrogio Vidè e con la giunta vengono rapidamente definite le linee strategiche del piano, riassumibili nei seguenti punti:
- sviluppo policentrico, al fine di riassorbire e riorganizzare quanto è stato già costruito nelle frazioni e nei nuovi nuclei, e anche per conseguire l’obiettivo dello scostamento dello sviluppo dalla statale dei Giovi.
- freno allo sviluppo continuo lungo la statale dei Giovi, impedendo il congiungimento dei nuclei di Valleambrosia, Cassino Scanasio, Rozzano capoluogo, e valorizzando un nuovo collegamento con Milano via dei Missaglia;
-verifica delle disponibilità intercomunali alla creazione di un collegamento trasversale, in ipotesi da San Giuliano a Corsico, per incentivare relazioni non esclusivamente col capoluogo e comporre un sistema non appoggiato solo sulle radiali;
- salvaguardia del Naviglio Pavese, delle manifatture storiche, del Castello di Cassino Scanasio;
- salvaguardia delle cascine e delle conduzioni agricole per le proprietà che non manifestino la precisa intenzione di abbandono.
Non viene stabilito alcun limite quantitativo allo sviluppo, l’unica vera preoccupazione in questa fase è quella di riuscire realmente a piegare le tendenze spontanee a un disegno alternativo che riguarda la collocazione dei pesi insediativi e la creazione di nuove direttrici di relazione col centro di Milano, tra i comuni della cintura sud, e tra i nuclei di Rozzano.
La decisione politica intorno a queste linee strategiche incontra un solo punto di difficoltà, peraltro determinante e globale, e riguarda il fatto che la scelta policentrica e di spostamento del baricentro dalla Statale dei Giovi comporta una sicura perdita di primato per il capoluogo originario, collocato appunto sulla statale. La preoccupazione non è infondata, tanto è vero che i fatti successivi si incaricheranno di confermare che addirittura la sede comunale dovrà essere trasferita, e al momento della decisione del trasferimento non si incontrerà alcuna difficoltà tanto la cosa è ovvia. Tuttavia la consapevolezza a priori di questa sorte si può capire che determini perplessità, riserve, e addirittura incredulità.
Queste incertezze vengono comunque superate, mentre rimane invece un grosso ostacolo pratico da superare per mettere in moto il disegno alternativo, rappresentato dal fatto che l’allacciamento del territorio comunale all’asse della via dei Missaglia è condizionato, se si prescinde dalla frazione di Quinto Stampi, alla realizzazione di un ponte sul Lambro, opera costosa, assolutamente al di fuori delle capacità di spesa del piccolo comune agricolo.
La via dei Missaglia, in Milano, è tutto quanto resta di un asse nord-sud (Milano-Pavia) perfettamente orientato, probabile prosecuzione esterna del Cardo romano e tracciato originario della strada per Pavia: sul Lambro sono (erano) ancora visibili le tracce dei piedritti dell’arcata di un ponte di mattoni, mentre le divisioni catastali più a sud denunciano la preesistenza di un elemento fisicamente determinato.
Non si conosce il motivo dell’abbandono di questo tracciato, senza dubbio il più breve e rettilineo tra Milano e Pavia, né se ne conosce traccia nella cartografia storica. A prescindere dal vantaggio locale di questo collegamento ai fini dello spostamento delle direttrici di sviluppo, resta il fatto che lo sgravio della statale dei Giovi, già congestionata, dal traffico locale, è provvedimento che comunque si impone. La Provincia di Milano sta procedendo proprio in questo periodo all’inalveamento e alla rettifica del corso del Lambro meridionale, dunque il momento è propizio per la definizione del posizionamento del ponte.
L’opportunità di risolvere questo problema-chiave per tutto l’impianto del piano è offerta dall’iniziativa della proprietà della Cascina Villalta di Pontesesto. Come spesso accade, la successione ereditaria in comproprietà fra numerosi fratelli mette in crisi la gestione aziendale, e la separazione dei diversi interessi si vede conseguibile solo attraverso una vantaggiosa vendita del terreno come area edificabile. Tuttavia in questo caso la posizione non è certo fortunata: è una delle più marginali del territorio comunale, esclusa da ogni via di comunicazione importante; la vicinanza con la frazione Quinto Stampi è puramente geografica, dato che il Lambro rappresenta un valico insuperabile anche per il singolo privato.
Saranno proprio queste condizioni di marginalità a indurre la proprietà a chiedere l’aiuto del comune: si faccia il comune promotore di un progetto per il ponte e relativa strada, e del coinvolgimento dell’altra proprietà, che potrebbe essere interessata anche se non ha manifestato finora alcun interesse immobiliare, cioè la proprietà Gambarone e Cascina Ferrabue. Unendo le forze e le capacità di investimento delle due proprietà si potrebbe coprire la spesa del ponte e della strada, fino al congiungimento col capoluogo di Rozzano, costruendo così l’asse portante del previsto sviluppo alternativo alla strada dei Giovi.
Non esistono sostanziali difficoltà a riconoscere alle due proprietà una quota di edificabilità, dato che ciò coincide con la previsione dello schema-guida, ma naturalmente il problema sarà quello di mettersi d’accordo sulle quantità e sugli oneri di urbanizzazione.
L’introduzione del concetto degli oneri di urbanizzazione a carico dei privati è naturalmente un elemento di grande rilievo, con ripercussioni di livello nazionale su tutto il modo di concepire la gestione urbanistica e sulla legislazione (L 765/67): rappresenta il primo e più concreto e fertile tentativo di spostare una parte della rendita immobiliare dal privato al pubblico, e di consentire ai dissanguati bilanci dei piccoli comuni dell’area metropolitana di far fronte agli oneri sproporzionati della marea migratoria.
Non è Rozzano il primo comune che applica questi principi, ma San Giuliano milanese nel 1954, sempre nell’ambito dell’attività coordinata dalla Lega dei comuni democratici. Rozzano sarà viceversa il comune dove questa applicazione avrà il carattere più generalizzato e dove il miglioramento progressivo delle condizioni contrattuali realizzerà i risultati più interessanti negli anni tra il 1957 e il 1977, data di adozione del Prg.
La misura degli oneri da mettere a carico dei privati rappresenta logicamente un punto molto delicato e di ardua definizione: siamo ancora lontano dai primi studi validi e convincenti sugli standard urbanistici.
La prima convenzione, relativa come sidiceva ad un area posizionalmente marginale e quindi la meno favorita, si è conclusa con l’attribuzione alla proprietà di tutta l’urbanizzazione primaria (ivi compreso un consistente onere a copertura della metà della spesa del ponte sul Lambro), e con la cessione gratuita al comune di mq. 6 per abitante insediabile per l’urbanizzazione secondaria. Ciò avveniva nel 1958.
Poiché la realizzazione della prima convenzione era subordinata al coinvolgimento dell’altra proprietà interessata al ponte sul Lambro, ben presto veniva conclusa anche questa seconda convenzione con oneri analoghi.
Queste due prime lottizzazioni convenzionate prevedono una capacità insediativa di 18.500 abitanti con mq. 750.000 di area industriale. Con questi accordi alle spalle il comune acquisiva maggiore forza contrattuale anche con le altre proprietà, poiché si profilava con maggiore concretezza l’eventualità dell’adozione di un piano che avrebbe sancito l’urbanizzazione e la lottizzazione a scopo edificatorio di sole aree convenzionate. L’area di Quinto Stampi, per di più, si veniva a trovare in una situazione di mercato modificata dall’apertura del ponte sul Lambro e dalla conseguente offerta di aree edificabili sulla stessa direttrice, di poco più lontano da Milano, e a prezzi ovviamente concorrenziali. In quel momento si era già realizzato più di un terzo delle previsioni sia residenziali che industriali rispetto al programma della società immobiliare, ma senza alcuna previsione di spazi e servizi pubblici.
Non è stato facile costringere questa proprietà a concludere una convenzione, ma alla fine ci si è riusciti nel 1959. Significativamente, in questo caso più difficile e ormai ampiamente compromesso, le cessioni di aree per servizi pubblici ammontavano a soli mq. 3/ab.
A questo punto l’operazione doveva spostarsi e interessare le aree più pregiate lungo la statale dei Giovi (Valleambrosia e Cassino Scanasio), cioè la proprietà Visconti di Modrone, anche queste in buona parte compromesse ma con pessime condizioni di urbanizzazione e pertanto con urgente necessità di recupero urbanistico.
La difficoltà di pervenire a soluzioni accettabili con questa proprietà induceva l’amministrazione comunale ad una manovra di aggiramento e di pressione consistente nell’intavolare trattative con una proprietà confinante (Agricola Alma, tra Valleambrosia e Quinto stampi) senza reali intenzioni di concludere, poiché l’urbanizzazione di quest’area esulava dallo schema di piano, ma solo per ragioni tattiche.
Effettivamente questa manovra otteneva l’effetto di portare a conclusione soddisfacente la trattativa con la proprietà Visconti (aree cedute per urbanizzazione secondaria mq. 2/ab.), ma contro ogni intenzione, a causa di un malinteso con gli uffici del Provveditorato Oo.pp. che avrebbe dovuto respingere la proposta di convenzione con la società Agricola Alma, al termine delle trattative, nel 1960, anche questa convenzione non desiderata si trovava approvata. Questo incidente comportava due effetti negativi, quello di un insediamento in una posizione che espressamente lo schema non prevedeva allo scopo di salvaguardare una penetrazione continua di verde in direzione nord-sud tra l’urbanizzato gravitante sulla statale dei Giovi e quello gravitante sulla direttrice di via dei Missaglia, e quello di rompere l’omogeneità dei criteri di convenzionamento con un contratto nettamente inferiore alla media degli altri.
L’insegnamento che se ne doveva trarre era naturalmente quello di contenere la tendenza ad eccessivi tatticismi nella gestione della concertazione.
Nel 1961 si concludeva anche la convenzione con la proprietà Zanoletti (Rozzano capoluogo e Cascina S. Alberto) portando così a compimento l’intera operazione prevista
Le quantità messe in gioco erano rappresentate da una superficie urbanizzabile di mq. 3.643.900 (30% del territorio comunale) di cui il 50% residenziale e il 50% industriale, da una volumetria residenziale complessiva di mc. 5.838.000 corrispondenti a 58.400 abitanti (valutati allora invece in 45.000 con riferimento ad uno standard di 130 mc./ab.), e da una superficie per usi pubblici (standard urbanistici) ceduta gratuitamente all’amministrazione comunale di mq. 153 mila e 700 pari a mq. 3,4/ab. prev. (mq. 3/ab. per la previsione di 58.400).
Poteva dirsi completamente realizzato l’obiettivo dello spostamento del peso delle nuove espansioni dalla statale dei Giovi verso l’interno del territorio comunale, con realizzazione a carico dei privati di tutti i collegamenti stradali di livello comunale e intercomunale necessari all’intelaiatura dello schema alternativo. Era stato anche conseguito in modo soddisfacente il criterio della salvaguardia delle aziende agricole intenzionate a proseguire l’attività (Ponte Sesto, Bandeggiata, Torriggio e Persichetto interamente; Ferrabue, Cassino Scanasio, S. Alberto in parte sufficiente a garantire la sopravvivenza delle conduzioni).
La salvaguardia del Castello di Cassino Scanasio era pure garantita. Meno integralmente quella del Naviglio pavese e della fascia agricola ad ovest del Naviglio, in parte compromessa da previsioni di insediamento industriale che non si erano potute evitare nella contrattazione. Anche sull’impedimento alla continuità dell’urbanizzazione lungo la statale dei Giovi si era dovuto pagare un pesante scotto (per l’estensione delle lottizzazioni in Valleambrosia, Cassino Soanasio, Rozzano capoluogo), pur riuscendo a salvaguardare alcune importanti pause tra Valleambrosia e Cassino e in corrispondenza della filatura.
L’importanza di questo programma di fabbricazione consiste tuttavia soprattutto nell’aver messo l’amministrazione comunale in una posizione di totale sicurezza nei rapporti con i privati per tutta la fase successiva di realizzazione e di miglioramento del piano. Da tale posizione, da tale base contrattuale consolidata, l’ente pubblico è infatti potuto partire per modificare i patti in senso migliorativo ogni volta che una deliberazione del piano intercomunale o una nuova legge nazionale o regionale hanno potuto creare un motivo o un pretesto per imporre adeguamenti (diminuzione delle capacità insediative, riduzione delle superfici destinate all’industria, aumento delle superfici per usi pubblici, ecc.). Una sola volta si è dovuto in seguito consentire un incremento delle capacità residenziali, ed è avvenuto quando l’intera lottizzazione Ferrabue è stata acquistata dallo Iacp milanese per realizzare un quartiere di edilizia pubblica.
Una singolarità di questo Pdf che vale la pena di segnalare è rappresentata dalla scelta distributiva delle funzioni: se si prescinde dalle localizzazioni industriali a ovest del Naviglio, più subite che volute (e del resto successivamente in gran parte cancellate), il grosso della previsione industriale è tutto concentrato nella fascia verticale centrale del comune in fregio al nuovo asse in prosecuzione della via dei Missaglia e sui due lati di questo asse. Rispetto a questo cuore produttivo, i nuovi quartieri residenziali si distribuiscono al suo contorno con una logica che si può dire rovesciata rispetto all’assetto tradizionale che vede le attività produttive spinte alla periferia (e nei piani dei piccoli comuni quasi sempre ai confini del territorio comunale creando problemi ai comuni confinanti). Tale scelta è conseguenza in parte della necessità di prevedere quartieri residenziali separati (in funzione degli accordi conclusi con diverse proprietà, della necessità di recuperare le iniziative spontanee del dopoguerra, della scelta di spostamento del peso insediativo dalla statale dei Giovi verso l’interno del territorio comunale), in parte della preoccupazione di compattare per quanto possibile le attività produttive per meglio controllare l’impatto morfologico e ambientale, comunque infine conseguenza di un criterio di valutazione delle attività produttive che non le considera più necessariamente come elementi infimi nella costruzione del passaggio urbano.
L’occupazione di territorio è molto alta rispetto allo stato dell’edificazione, nel senso che le previsioni di capacità residenziale e produttiva non hanno alcun riferimento con la dimensione demografica e industriale del comune nel 1963. È ovvio che la logica consiste nel rendersi disponibili per accogliere quote di sviluppo metropolitano e funzioni rilasciate dal capoluogo milanese, e d’altra parte occorre ricordare che la rinuncia da parte di molte aziende agricole alla continuazione dell’attività aveva localmente anche altre motivazioni, diverse da quelle della seducente scelta immobiliare: la redditività negli anni critici tra la fine dei 50 e i primi 60 si era molto ridotta, difficili i rapporti e il reperimento della mano d’opera, costosa la meccanizzazione, ma soprattutto sempre più rara l’acqua utilizzabile per l’irrigazione e l’alimentazione delle marcite, sia per l’abbassamento della falda dovuta agli emungimenti della fittissima urbanizzazione a monte, sia per l’inquinamento dei corsi d’acqua provenienti da nord. Infine, saranno le clausole degli accordi Cee a mettere in crisi la produzione lattiera e gli allevamenti.
È comunque del tutto evidente, alla lettura di oggi, il dimensionamento enfatizzato e l’inadeguatezza degli standard urbanistici previsti nel primo strumento; ma sarebbe ingiusto non rapportarci alla situazione dell’epoca, rispetto alla quale i risultati registrati con quel piano, e ancor più la metodologia intrapresa, rappresentavano una assoluta novità, e una eccezione senza alcun riscontro non solo nell’area milanese ma in tutta 1a nazione.
Occorre infatti ricordare che le preoccupazioni relative al dimensionamento dei piani e all’accorciamento dell’orizzonte di previsione cominciano ad affermarsi solo in seguito ai lavori del Pim (1964) e del Piano intercomunale bolognese (pratica dei piani di minima previsione, 1965), mentre le prime definizioni formalizzate relative agli standard urbanistici sono quelle deliberate dal Pim nel 1967 e quelle del D.l. 2 aprile 1968.
La prima edizione del programma di fabbricazione del Comune di Rozzano corrispondeva viceversa al tentativo, perseguito fino alle estreme conseguenze, di sperimentare e applicare un metodo nuovo di gestione della pianificazione comunale, che facesse i conti fin dall’inizio e in modo aperto e dichiarato con gli interessi privati, affrontandoli sullo stesso terreno delle convenienze e contrapponendovi sistematicamente i conti incontrovertibili delle esigenze della collettività.
Dal 1960 è subentrato nelle funzioni di sindaco Giovanni Foglia, che manterrà 1a carica fino al 1985 e sarà pertanto il protagonista principale delle trasformazioni e dello sviluppo di Rozzano, peraltro validamente coadiuvato dagli assessori dell’urbanistica (prima Salvatore Anile, poi Francesco Blora) e da un ufficio tecnico che accresce il numero e la qualità dell’organico proporzionalmente all’aumento delle responsabilità.
Le responsabilità sono rilevanti, nonostante la relativa sicurezza rappresentata come sè detto dal piano convenzionato. I principali problemi che si propongono nella fase di gestione del programma di fabbricazione sono i seguenti:
- l’intervento Iacp su tutta la lottizzazione Ferrario di Ferrabue;
- la qualità dei piani esecutivi e della progettazione edilizia;
- il rapporto tra incremento delta popolazione e dell’occupazione.
L’inserimento di un grosso quartiere di edilizia pubblica nel contesto delle trasformazioni urbanistiche di Rozzano ha creato non pochi problemi, ma ha anche rappresentato un banco di prova dal quale le capacità politiche e gestionali dell’amministrazione comunale sono uscite complessivamente confermate attraverso alcuni risultati assolutamente eccezionali.
I problemi sono stati determinati: dall’aumento della popolazione prevista (si è passati dalla capacità iniziale della convenzione di circa 10.000 abitanti ad una popolazione doppia, al termine dell’operazione, sia attraverso ampliamenti dell’area edificabile, sia attraverso le minori altezze di interpiano consentite dall’edilizia pubblica, sia attraverso il maggior tasso di affollamento realizzatosi spontaneamente negli alloggi attribuiti in prevalenza a giovani famiglie immigrate); dalla prolificità nettamente superiore alla media e quindi alle previsioni, a causa della giovane età delle coppie insediate, con conseguenti problemi sulle dotazioni di asili-nido e scuole elementari; dalla rapidità dell’intera operazione (realizzata con prefabbricazione pesante), che non ha lasciato il tempo di registrare i problemi, di adottare le necessarie contromisure, e di metterle in esecuzione prima che i fenomeni si manifestassero in termini acuti e patologici; dal livello sociale ed economico delle famiglie insediate, prevalentemente esonerate dall’imposta di famiglia o addirittura bisognose di assistenza economica, con conseguente indebolimento delle già misere capacità finanziarie del comune.
Questi problemi erano stati almeno in parte previsti o intuiti dall’amministrazione comunale fin da quando (1961) la proprietà Ferrario aveva manifestato l’intenzione di cedere una parte prevalente delle proprie aree edificabili allo Iacp di Milano, e infatti attraverso fitte trattative, prima con la proprietà, poi con lo Iacp, poi con lo stesso comune di Milano, si sono chiesti e ottenuti impegni, assicurazioni e garanzie intorno ai seguenti temi: contemporaneità della esecuzione della parte privata, prevalentemente commerciale, rispetto a quella pubblica; reperimento di aree aggiuntive, rispetto a quelle previste da convenzione, per servizi pubblici, e loro acquisizione da parte dello Iacp; esecuzione a parziale (almeno) carico di Iacp e/o comune di Milano delle opere di urbanizzazione secondaria, e in particolare dell’edilizia scolastica.
Questi impegni sono stati poi, per vari motivi, quasi tutti disattesi, e il comune di Rozzano ha dovuto surrogare col proprio diretto intervento alle carenze sostanziali delle istituzioni responsabili. Ciò ha comportato necessariamente inconvenienti e disagi, soprattutto nella collocazione di alcuni edifici scolastici che hanno dovuto essere sistemati nelle strette maglie del tessuto residenziale, e nel ritardo di approntare delle scuole materne ed elementari rispetto all’impetuoso manifestarsi dei fabbisogni. Ciononostante, lo sforzo compiuto dall’amministrazione comunale per integrare nella comunità locale e nel tessuto urbano questo quartiere monoclasse è stato gigantesco, l’intervento residenziale Iacp è stato letteralmente circondato e integrato al suo interno di interventi pubblici (un parco urbano, un centro polisportivo, la sede comunale collocata al centro del quartiere, per citare solo gli interventi più eccezionali), e alla fine ne è uscito un quartiere certo non privo dei classici caratteri problematici dei quartieri di edilizia pubblica, ma sicuramente il meno ghettizzato tra quelli realizzati nell’area milanese, il più integrato nel contesto urbanistico e sociale.
Il secondo problema, quello della qualità del paesaggio edificato realizzata attraverso la progettazione urbanistica esecutiva ed edilizia, è forse quello che denuncia i risultati più insoddisfacenti. Scontando la pessima qualità degli episodi già compromessi prima dell’intervento di disciplina urbanistica del comune (Valleambrosia e Quinto Stampi), e i limiti oggettivi di un’operazione pur unitariamente progettata come quella del quartiere Iacp (limiti in gran parte insuperabili dati dalla tipologia bloccata del sistema di prefabbricazione adottato), sulle parti restanti l’effetto della pur richiesta progettazione urbanistica a livello di dettaglio (planivolumetrico) è stato sicuramente assai scarso e parziale. Una parte dell’edificazione ha seguito la logica dell’intervento privato sul singolo lotto, gli stessi piani di dettaglio approvati sono stati spesso realizzati solo in parte e poi assoggettati a modificazioni che li hanno privati del necessario senso di organicità dell’insieme, e in definitiva gli episodi di corretta costruzione dell’immagine urbana e di una identità riconoscibile sono dimensionalmente assai limitati tanto da apparire quasi casuali.
Il terzo problema ha rappresentato a lungo una grossa preoccupazione per l’amministrazione comunale, poiché si è potuto ben presto verificare, nel corso dell’attuazione del piano, che all’abbondanza di disponibilità di aree per l’industria e l’artigianato (destinata a contenere il fenomeno della pendolarità nei confronti di Milano) non corrispondeva un adeguata offerta di posti di lavoro, e ciò perché una parte consistente delle superfici disponibili veniva occupata da volumi non direttamente produttivi (magazzini, depositi, stoccaggio di prodotti e merci di provenienza esterna). Nel periodo che stiamo considerando, cioè fino alla fine degli anni ‘70, l’occupazione nell’industria aveva nettamente la prevalenza, l’esplosione del terziario avverrà sostanzialmente negli anni dal 1978 in poi, dunque le preoccupazioni di politica economica locale riguardavano prevalentemente il settore manifatturiero.
Gli addetti all’industria in Rozzano, che erano 374 nel 1951, diventavano 1968 nel 1961 e 4256 nel 1971; con incrementi notevoli che tuttavia rimangono sproporzionati all’incremento degli attivi (rispettivamente a 1007, 2337, 8672). Lo scarto tra addetti e attivi se si considerano insieme tutti i rami occupazionali è di 1088 unità nel 1951, scende a 770 nel 1961, e aumenta a 7690 nel 1971, e di queste ultime 4416 sono unità relative al settore industriale.
Ciò che si verifica a scala metropolitana e nazionale è che ormai la dislocazione delle attività produttive (anche quelle costrette ad abbandonare l’insediamento dentro alle città principali) non segue più la logica del passo più certo possibile (l’uscita dalle città verso la cintura, o la collocazione più vicina possibile alla città), ma si distribuisce indifferentemente nel territorio con preferenza per le zone meno dense e più isolate. Viceversa continuano ad avere interesse alla collocazione esterna, ma vicina, i depositi relativi ad attività commerciali e terziarie che nella città già rappresentano i settori di più intenso sviluppo.
Le possibilità di manovra dell’amministrazione comunale riguardano le eventuali restrizioni nelle destinazioni d’uso della normativa urbanistica del regolamento edilizio, peraltro difficilmente controllabili oltre che giuridicamente fragili a livello di programma di fabbricazione. Qualche risultato si ottiene caso per caso con la trattativa diretta con le proprietà, ancora una volta, mentre si profila nella seconda metà degli anni 70 l’incremento dell’occupazione locale nel terziario, che non risolve il problema della pendolarità passiva ma arricchisce il quadro occupazionale e introduce una valenza di pendolarità attiva che comunque riduce la subordinazione e fa rientrare anche Rozzano (anche i comuni del sud-Milano) nel sistema policentrico metropolitano.
Tutto il periodo che stiamo considerando (1963-1977) è contrassegnato da un continuo, operoso lavorio di miglioramento e di adeguamento della strumentazione urbanistica alle nuove condizioni socioeconomiche e legislative, portando avanti con coerenza la pratica della concertazione.
Che si trattasse di una prassi gestionale e non di una definizione una tantum è dimostrato dall’andamento degli anni successivi all’adozione del Pdf: dal 1963 al 1973, in dieci anni, sono state approvate quattro varianti al Pdf, ognuna delle quali ha portato un sensibile miglioramento al quadro precedente, ognuna rispecchiando sempre non un insieme di intenzioni o di vincoli deliberati dal comune, ma al contrario il risultato già consolidato di accordi perfezionati con le proprietà convenzionate.
L’applicazione sistematica e rigorosa di questa prassi e la progressiva imposizione agli stessi privati convenzionati di convenzioni integrative per il miglioramento dei parametri e l’adeguamento alle nuove disposizioni di legge, hanno permesso di affrontare a Rozzano un incremento di popolazione di undici volte in vent’anni (da 3260 a 36.000 abitanti circa) con pieno controllo delle fasi di urbanizzazione e con permanente soddisfacimento, in tutte le fasi, delle esigenze di incremento dei servizi e delle attrezzature pubbliche essenziali.
Qualche difficoltà si è registrata in alcune fasi nel settore dell’edilizia scolastica, dovuta esclusivamente al fatto che non poteva essere previsto un tasso di popolazione in età scolare così alto come quello che si è registrato negli anni successivi al massiccio insediamento di giovani coppie nel quartiere Iacp, e a questa anomalia si è dovuto far fronte anche con soluzioni di emergenza come l’istituzione di aule in locali d’affitto, e con aule ricavate adattando spazi destinati ad usi speciali nei nuovi edifici scolastici.
[...]
La prima variante (1967) aveva sostanzialmente lo scopo di adeguare lo strumento agli standard urbanistici proposti dal Pim, di inserire l’area commerciale relativa al Centro assistenza Fiat, di inserire il tracciato della tangenziale ovest, e di incrementare l’area residenziale a disposizione dello Iacp.
La seconda variante (1969) aveva lo scopo di adeguare lo strumento alle norme e agli standard della L.765/67 e del D.l. 2 aprile 1968, ottenendo contemporaneamente una riduzione della capacità residenziale e un incremento delle dotazioni di aree pubbliche. Tutte le aree così vincolate, ripetiamo, venivano gratuitamente cedute al comune progressivamente e parallelamente all’incremento insediativo, sulla base di atti di adeguamento delle convenzioni originarie.
Una terza variante (1972) aveva lo scopo di reperire aree adeguate per l’insediamento degli asili-nido in corrispondenza con un piano regionale di finanziamenti destinati a questo tipo di attrezzature. La quarta variante (1973) aveva lo scopo di reperire nuove aree per l’edilizia scolastica per far fronte a necessità imprevedibili, derivanti dall’altissimo tasso di natalità della popolazione insediata nel quartiere Iacp, e per destinare gli spazi necessari al centro scolastico superiore deliberato dall’amministrazione provinciale.
Una quinta variante (1974) aveva lo scopo di declassare dalla destinazione industriale a quella per attrezzature di allevamento intensivo una vasta fascia compresa tra la statale dei Giovi e l’autostrada dei Fiori conformemente ad una raccomandazione Pim relativa all’eccesso di superfici destinate all’industria in tutta la sub-area 7.
Nel 1976 è stato adottato il primo programma pluriennale di attuazione (Ppa).
Una sesta variante è stata proposta nel luglio del 1977 esclusivamente per alcune modificazioni normative, mentre contemporaneamente veniva adottato un piano di applicazione della L. 167/62 e una variante del Ppa.
La coerenza e la chiarezza di obiettivi della politica urbanistica condotta dall’amministrazione comunale di Rozzano, della quale le varianti al Pdf rappresentano solo le tappe formalizzate, ha consentito di controllare un ritmo di urbanizzazione impetuoso con risultati eccezionali per quanto riguarda la struttura urbana e il livello delle dotazioni pubbliche, realizzate e non solo previste nei piani.
Ciò non significa che non vi siano state difficoltà, problemi, sfasamenti tra manifestazione dei bisogni e loro soddisfazione: significa solo che non vi è mai stata carenza di iniziativa da parte dell’amministrazione comunale, né incertezza di comportamento.
5. 1977-1985: la gestione del piano regolatore generale
L’adozione del 1977 del piano regolatore generale rappresenta, come si vede, il coronamento di un lungo periodo di impetuose trasformazioni socio-economiche e di aggiustamento dellla strumentazione urbanistica e dei contratti con le proprietà, ed anche la conclusione di questa fase che raggiunge un grado di assestamento e di consolidamento dei risultati che per l’appunto consente di essere rappresentato e istituzionalizzato in uno strumento di maggiore autorità. Il Prg viene elaborato alla scala 1:2000 (per la prima volta a Rozzano), quindi con un grado di dettaglio e di precisione che non poteva essere raggiunto da precedenti Pdf, tuttavia non rappresenta solo la bella copia e la versione definitiva dei precedenti strumenti, perché contiene anche importanti elementi di novità.
Rispetto alla situazione regolata dal Pdf, ciò che si è voluto ottenere con l’elaborazione del Prg è riassumibile nei seguenti termini:
a. formulazione integralmente nuova della normativa, sia per adeguarla alle nuove disposizioni della legislazione regionale e nazionale, sia per renderla più chiara, più semplice, e più adatta alle mutate esigenze locali, per riflettere cioè una situazione nella quale diviene prevalente il già edificato rispetto alla nuova edificazione;
b. indagine puntuale su tutte le aree e su tutta l’edificazione compresa nelle zone A in modo da pervenire a prescrizioni specifiche per la pianificazione esecutiva e per gli interventi diretti;
c. miglioramento e riorganizzazione urbanistica delle zone edificabili residenziali di espansione onde conseguire un miglioramento complessivo della qualità dell’ambiente urbanizzato;
d. revisione, verifica e riclassificazione di tutte le aree a destinazione pubblica, e recupero di nuove aree pubbliche nell’ambito dell’edificato per una più capillare e articolata distribuzione degli spazi pubblici;
e. revisione del disegno e del calibro delle principali comunicazioni stradali, per renderle funzionali ai principali collegamenti e spostamenti pendolari e capaci di ospitare linee di trasporto pubblico adeguate;
f. revisione delle destinazioni specifiche per quanto attiene il rapporto tra attività produttive e terziarie, adeguandolo alle raccomandazioni Pim e alle verificate esigenze di espansione locale del terziario;
g. riduzione delle capacità insediative per quanto possibile, attraverso l’abbassamento degli indici di edificabilità più alti.
Emerge in particolare in questa fase, e con questo strumento, la preoccupazione per la qualità dell’ambiente, non solo come riflesso della contestuale evoluzione del dibattito culturale, ma anche come comprensibile risultato di un periodo in cui i maggiori sforzi sono stati collocati nel controllo dei fenomeni quantitativi che al momento invece cominciano a lasciare maggiore respiro e spazio per la riflessione.
Il Prg produce a questo proposito una disciplina particolareggiata per le zone A, quasi una normativa da piano esecutivo anticipata, che consentirà agevole applicazione degli interventi di recupero. Oltre a ciò, importanti effetti si otterranno con la progressiva realizzazione e attrezzatura delle aree pubbliche, e in particolare delle grandi superfici per il verde attrezzato, mentre occorre segnalare le modificazioni operate nella configurazione dell’azzonamento dell’area di espansione di Valleambrosia (convenzione Alma) che hanno lo scopo preciso di apportare un sensibile effetto di ricomposizione nell’ambiente e nel tessuto urbano della frazione che sono tra i più deteriorati: la compattazione delle zone destinate agli insediamenti produttivi e alla residenza lungo due fasce contigue all’abitato, e la continuità del verde così ottenuto verso il percorso del Lambro, non possono che determinare una configurazione più ordinata e funzionale.
Si è ormai configurata, negli anni di gestione del Prg, una situazione socioeconomica e urbanistica radicalmente diversa non solo da quella che abbiamo descritto per l’immediato dopoguerra, ma anche da quella degli anni 50 e 60. Non è tanto l’elemento quantitativo (l’edificato, l’occupazione del suolo ormai avviata alla saturazione delle pur abbondanti previsioni, la popolazione stabilizzata intorno alle 38.000 unità) che segna l’entità della trasformazione, quanto quello qualitativo: la rilevanza ormai raggiunta dal settore terziario nel quadro economico-occupazionale (dal 1971 al 1981 l’attività nel terziario passa dal 30% al 50% della popolazione attiva), il passaggio ormai definitivamente compiuto di Rozzano dal ruolo di fornitura di servizi elementari per l’area rurale al ruolo di polo in un sistema metropolitano policentrico, un impianto urbanistico nel quale nuclei già principali sono divenuti periferici e parti già marginali sono divenute centrali, una qualità urbana caratterizzata da una dotazione straordinariamente elevata (rispetto alla media provinciale e nazionale) di servizi e di spazi pubblici, e per la quale i residui problemi sono sostanzialmente rappresentati dalla necessità di continuare a migliorare le qualità ambientali attraverso operazioni progettuali e di recupero edilizio ed urbanistico.
In questo quadro registriamo l’adozione nel 1982 dei piani di recupero di Ponte Sesto, Cassino Scanasio, Rozzano ex capoluogo, il primo con prevalente destinazione pubblica, gli altri due con prevalente destinazione residenziale.
Ancora nel 1982 viene adottata una variante al Prg intesa a correggere alcune operazioni d’ufficio della regione in sede di approvazione risultate infondate, mentre nel 1985 viene introdotta infine una variante alla normativa delle zone industriali al fine di consentire insediamenti commerciali.
Qui sembra conveniente concludere questo capitolo relativo al governo delle trasformazioni territoriali inteso come storia del recente passato, poiché ciò che segue è piuttosto attualità e quindi oggetto di diverse considerazioni che attengono alle prospettive di evoluzione.
Gli spari di Rozzano fanno da innesco, sui giornali, a una faticosa e circospetta discussione sulle condizioni di vita nelle periferie urbane. È una discussione che ci coglie alle spalle, come certe rimozioni di dolori e disagi passati e irrisolti che riemergono da uno strato (inutile) di dimenticanza.
Già "periferia" è un termine anacronistico, da evo dell’industria, da padri e nonni inurbati a affastellati ormai mezzo secolo fa, come pezzi da immagazzinare, in tragici palazzoni che erano e sono grattacieli senza vanità, tristi parodie involontarie del lucente orgoglio dei centri direzionali e delle sedi del potere aziendale. Ma anche «condizioni di vita», o peggio ancora «qualità della vita», è un concetto che ci suona decrepito, e che maneggiamo con imbarazzo: perché ci rimanda diritti a un evo scomparso, quello nel quale i modi del vivere, dell’abitare, del lavorare, vennero tutti radicalmente messi in forse, e rivoltati alla luce critica dell’ideologia e delle utopie sociali.
Finita malamente e amaramente quella stagione, è come se le risposte sbagliate (perché brusche, e presuntuose) avessero condannato all’oblio anche le domande giuste. Tra esse, quella fondamentale era se fosse non solo accettabile, ma perfino possibile vivere nello squallore smemorato degli alveari periferici, deportati dai propri luoghi d’origine, scissi dalle proprie radici e impossibilitati - fuori dalla fabbrica e dalla politica: entrambe quasi estinte - a farsene delle nuove. In quel brutto istituzionalizzato galleggia oramai la seconda o terza generazione postoperaia, che neppure in lustri e lustri di panni appesi, e tanto meno grazie all’addobbo delle antenne paraboliche, è riuscita a trasformare quei depositi umani, quelle rotonde d’asfalto, quegli affacci sul nulla in identità sociale, in spirito di comunità, insomma in solida vita collettiva e in prospettiva di futuro.
C’è una domanda semplice semplice che ogni persona di questo paese, se in regola con la propria coscienza o almeno con la propria intelligenza, dovrebbe porsi: ma io vivrei lì, in quel clima sociale, con quel paesaggio davanti alle finestre? Attenzione: pur essendo una domanda morale, oltre che logica, non è quasi più posta, perché in quanto morale (e in quanto logica) puzza di altruismo, di preoccupazione sociale e di altri vizi oggi molto malvisti, e radunati a mazzo nella malapianta del "buonismo" ipocrita. Cioè: chiedersi se siano tollerabili le condizioni di vita di milioni di italiani, e chiederselo a partire da una strage insieme occasionale e endemica, è diventato un esercizio retorico degno di spregio. Indicare la bruttezza massificata, e la massificazione abbruttita (nelle città, in televisione, nelle vacanze ingorgate, ovunque) come matrice, o almeno una delle matrici, dell’infelicità e della violenza, è diventato un esercizio snobistico, da pensatore satollo e viziato, con casa in Umbria o in Maremma. Viceversa il classismo definitivo e feroce di chi depone la questione tra quelle insolubili (si sa, la società di massa è questa, non tutti possono abitare in Umbria o in Maremma) passa per realistico, e non ipocrita, e politicamente sapiente.
Più sapiente (per fortuna e per disgrazia) è però la realtà delle cose. Che costringe a infilare le telecamere, come in un viaggio a ritroso nella sostanza originaria del nostro vivere, nel dedalo informe dei suburbi della inutilmente ricca Lombardia, che vista dall’alto, dal cielo sopra Milano, è una immensa gettata di stradoni e case, capannoni e villette che si arrampica fino alle Prealpi, con la stessa precaria e misera ostinazione di uno sterminato insediamento post-terremoto.
Il terremoto è quello dell’industrializzazione, che in cambio di un benessere minimo ha devastato l’anima dei luoghi e delle persone. Siamo ancora lì, dopotutto e nonostante tutto, siamo al paese contadino che ha dovuto concentrare in pochi decenni quasi due secoli di trasformazione industriale deportando mezzo Meridione (l’industrializzazione forzata è stato il nostro stalinismo), e lo ha fatto in fretta e malamente, stravolgendo il senso di un abitare antico e coeso, fatto di borghi, di piazze, di trattorie e caffè.
Gli stranieri stanno comperando gli ultimi lembi di Italia centrale, i più intatti e vivibili, perché il censo e la cultura fanno loro da bussola. Da noi è accaduto che il censo, e l’ansia di conquistarlo a passi veloci, abbia reso la cultura (e le radici, e la coscienza di vivere in un paese che fu il più bello del mondo) una zavorra. Piccole élites nazionali condividono con il ceto medio europeo colto e abbiente la ricerca della sobria bellezza italiana, arroccata nelle piccole città e nelle splendide campagne. Per le masse, che pure da quei borghi e da quelle campagne hanno preso l’abbrivio, ci sono, ieri e oggi e sempre, le periferie delle metropoli, quelle che già Pasolini (quarant’anni fa) batteva cercandone inutilmente il cuore, e il nerbo umano.
Ma il discorso su bellezza e bruttezza, in un paese come l’Italia, non dovrebbe essere pane quotidiano, anche in politica, perfino in politica? Anche adesso che la televisione ha finito di demolire per bene il discrimine tra i due concetti, non basta Rozzano, povera Rozzano, a farci capire che, quando ci si arrende al brutto, si smette di ragionare sulla propria vita quotidiana? Mica su Giotto o su Svevo: sulla propria vita quotidiana.
Ho letto il testo di Paolo Desideri sulle periferie urbane pubblicato il 18 settembre su Repubblica e vorrei modestamente esporre qualche motivazione a completamento della mia parziale spiegazione dei problemi del quartiere ZEN a Palermo. Le motivazioni che ho addotto delle difficoltà di quel quartiere da me attribuite alla sua realizzazione parziale e senza i servizi previsti non sono poco. Vorrei qui aggiungere anzitutto che a conti fatti, credo, varrebbe ancora la pena di completare il quartiere ZEN, che potrebbe offrire così una condizione abitativa migliore dell´80% di ciò che è stato costruito a Palermo nel dopoguerra.
Belle o brutte poi, le costruzioni delle nostre periferie, nelle attuali condizioni di nessuna politica per le case a basso costo, sono tutte da utilizzare. Personalmente sono contro gli apparenti radicalismi delle demolizioni.
Desideri afferma però che la questione è più « strutturale» (come abbiamo imparato a dire da Karl Marx) e che esiste uno scollamento irreversibile tra i modelli offerti dal moderno per lo sviluppo della città e la cultura abitativa contemporanea. Giusto anzitutto il plurale perché i «modelli» sono molti e diversificati; dalla città giardino all´«unité d´habitation de grandeur conforme» e quindi diversi tra loro come lo ZEN e il Corviale di cui ho il massimo rispetto sia come qualità architettonica che come utopia. Mi pare invece che Desideri individui l´autentico nemico conservatore e passatista, nella pianificazione (flessibile o meno che essa sia) cioè nella costituzione di ipotesi di sviluppo compatibili e di regole da mettere in atto.
Quella che Desideri giustamente definisce «la mediocre utopia liberista» della deregolazione è invece ciò che presiede gli omogenei ed eterodiretti desideri della vastissima classe media. Giusto: anzi forse non ci sono più classi: solo ricchi e poveri, anche se questi ultimi aumentano sempre di più. Forse non si chiamano più proletari ma solo diseredati ma non per questo non necessitano di alloggi, di lavoro, di educazione, di sanità e, per far questo, uno sforzo collettivo, civile va fatto.
No, a me le questioni strutturali non sfuggono affatto; quello che mi sfugge sono le proposte alternative alle tradizioni del moderno; ciò che mi dispiace è che la cultura di architetti ed urbanisti non abbia saputo trovare nuove risposte credibili e durevoli dal punto di vista dell´architettura come da quello del vivere civile.
A meno di considerare una soluzione, una volta rivolto lo sguardo alla città diffusa, la sociologia e l´estetica della constatazione, del dilagare senza regole del costruito, della distruzione del bene finito territorio e della costruzione di un intrico costosissimo di infrastrutture all´inseguimento delle villette.
Dietro gli ideali del movimento moderno vi sono certamente illusioni, utopie e persino ingenuità, ma dietro alla città delle villette vi è solo la resa all´ideologia del soggettivismo postsociale: ci si può sempre arrendere ma penso che sia anche legittimo lottare per la ricostituzione proprio di quella «civitas» che viene invocata alla fine del suo testo.
Liberazione 8 agosto 2003
Cassonetti bruciati e rottami gettati in strada. Famiglie intere che bloccano il traffico. Una rabbia sociale che non si contiene. Sono le nuove barricate di periferia. Nuove trincee contro il degrado in cui versano i quartieri "dormitorio" di alcune metropoli italiane. Il tam tam silenzioso della rivolta contagia gli alloggi dello Iacp di Ostia, del Laurentino 38 di Roma o del S. Paolo di Bari. Da quindici giorni gli undici "ponti" del Laurentino 38 a Roma sono messi a ferro e fuoco. Gli abitanti sono scesi in strada, hanno formato barricate per manifestare contro le condizioni precarie nelle quali sono costretti a vivere. Si protesta per gli ascensori fuori uso da anni, per i rifiuti ammassati lungo le strade e nei giardini, per le infiltrazioni dell'acqua causate dagli scarichi a cielo aperto. Ed i cittadini denunciano una situazione sociale diventata insostenibile. Nella realtà i ballatoi dei "ponti" sono stati murati per farne alloggi abusivi. I nuovi poveri che bussano alla porta dell'Occidente ricco vengono a trascorrere qui le loro nottate dopo una giornata di fatica dedicata ad ingrassare qualche "padrone" dalla pelle più bianca della loro. E allora la protesta potrebbe innescare violenze a non finire. «Stiamo contenendo l'occupazione quotidiana di tanti extra-comunitari - ha dichiarato Salvatore Grilletto, residente al X ponte del Laurentino e rappresentante delle Rdb - Finora abbiamo dato un esempio di tolleranza, ma non vorrei che la situazione peggiorasse. Chiediamo maggiore vigilanza a tutela di tutti». E tre giorni, fa proprio al Laurentino, i residenti del IV e V ponte hanno incendiato i cassonetti e bloccato il traffico. I manifestanti chiedono la riparazione di un ascensore, maggiore pulizia, tutele contro la microcriminalità dilagante, la presenza della polizia. Il Laurentino, come lo Zen di Palermo o il S. Paolo di Bari sembra una polveriera sempre pronta ad esplodere. Analogamente a quanto avvenuto a Scampia a Napoli nel mese di giugno, la rivolta investe anche gli "occupanti della notte". La convivenza con gli extra-comunitari avviene in condizioni di completo abbandono da parte delle istituzioni. E la rivolta del Laurentino ha avuto un suo epilogo. Alle 3 del mattino, proprio al X ponte, si è verificato l'ultimo sgombero forzato. Benzina per dare fuoco ai giacigli della disperazione, ed è stato il fuggi-fuggi. Questi sono i quartieri delle nuove periferie. Enormi, densamente popolati, privi di servizi, nell'insieme paurosi. Che fare allora? C'è chi pensa alla demolizione e chi alla riqualificazione. E la mente va alle "Vele" di Napoli che saltano in aria oppure a "Sorridi città", operazione di capitalizzazione delle facciate del patrimonio immobiliare dello Iacp a Bari. A Roma con il piano regolatore del marzo 2003 si è proposto l'abbattimento degli ultimi tre ponti del Laurentino. Un'operazione limitata che non investe il quartiere nel suo complesso. Meglio allora, come sostiene Rifondazione comunista, dare impulso ai progetti di recupero e di integrazione sociale. Lavoro, istruzione e dignità, anzitutto. Il tam tam della rivolta invoca pari diritti nell'accesso alla vita. Per tutti.
Indagine: caro-abitazione al primo posto tra le spese degli italiani
Casa dolce casa. Corsa all'acquisto dell'abitazione nel centro Italia, e nel nord consumi soprattutto per prodotti non alimentari, mentre cresce la spesa alimentare nel Mezzogiorno anche se cala il consumo di olii e grassi. Tiene la carne anche dopo la paura di mucca pazza ma aumenta il consumo di pesce. Spendono così, gli italiani, secondo l'ultima indagine diffusa da Confcommercio che fotografa gli usi delle famiglie italiane nel quinquennio 1997-2002, evidenziandone le differenze geografiche. Dal borsellino delle famiglie italiane escono ogni mese soldi impegnati per il 24% in spese per la casa, 19,4% in alimenti e bevande, 14,3% in trasporti, 11,1% in altri beni e servizi, 6,8% abbigliamento e calzature, 6,4% mobili ed elettrodomestici, 4,9% tempo libero, cultura e giochi, 3,8% sanità. In questi anni la spesa media delle famiglie è cresciuta dell'8,3% con punte del 15% per le regioni del centro. Inferiore, invece, nelle regioni del sud (6,3%) che peggiorano di oltre un punto percentuale il gap che le separa dal livello medio di spesa familiare degli italiani. E se le famiglie del nord hanno incrementato in maniera significativa (7%) la spesa per i consumi non alimentari, nelle regioni meridionali il comportamento delle famiglie resta di tipo tradizionale ed evidenzia una maggiore attenzione alla spesa per la tavola (10%).