Renato Pollini erano uno di noi, unpezzo della nostra storia. La sua morte ci lascia un immenso vuoto e il ricordo di una grande stagione politica. Faceva parte, infatti, di quella generazione che ha costruito la democrazia italiana. Sin da 1946, a 21 anni, quando divenne consigliere provinciale, poi assessore ai lavori pubblici, fino all’elezione, nel 1951, a sindaco di Grosseto. Aveva appena 25 anni e riuscì a cambiare la città seguendo sempre la stella polare degli interessi generali. Quando altrove si imponeva uno sviluppo sregolato e predatorio, a Grosseto si puntò invece sull’idea di una città senza periferie, di uno sviluppo a dimensione umana. Un modello che vedeva nella partecipazione e nella forza della cultura i suoi perni essenziali. Erano i tasselli di quello che D’Alema ha definito il «riformismo reale» del Pci, che fu ragione del suo radicamento nella società. Nel1970 l’esperienza di amministratore di Pollini fece un salto di qualità: consigliere regionale e assessore alle finanze della Regione Toscana. Partecipò così alla fase fondativa di un importante istituto della nostra democrazia, che proprio con le elezioni del 1970 muoveva i primi passi. Dovette misurarsi con problemi forse più complessi malo fece sempre con coraggio, senza pause e tentennamenti. Aveva un forte spirito di servizio e fu per questo che arrivato alla maturità, essendouncomunista italiano, non scelse la tranquillità degli allori ma rispose alla richiesta di un impegno che costava molta fatica e nessuna visibilità: il tesoriere del Pci. Quell’incarico Renato lo svolse in anni complicati, quali furono per il Pci gli anni ‘80, fino alla crisi dei partiti. Ma lo portò avanti impegnandosi per salvaguardare e accrescere un patrimonio unico, costruito dai militanti del Pci. Non si accontentò mai di amministrare i soldi del finanziamento pubblico, ma continuò sempre a puntare sulla partecipazione, a considerare l’autofinanziamento come una forma insostituibile di esercizio della democrazia. Lo ha detto lui stesso più volte: è stata quella scelta a prevenire la degenerazione della politica, che pure in quegli anni si avvicinava alla sua esplosione. Pollini conobbe personalmente l’amarezza dei processi degli anni di tangentopoli. Fu inquisito otto volte e otto volte è stato assolto: la presunta benevolenza delle procure nei confronti del Pci, come Marcello Stefanini purtroppo non può raccontare, è quindi solouna livorosa favola propagandistica. Quando a febbraio festeggiammo a Firenze i suoi 85 anni, Renato ci ha ringraziato con queste parole che voglio ricordare: «Se ho potuto fare vari mestieri, li ho potuti fare grazie al Pci, perché è grazie al Pci che ho imparato quello che so. Vi ringrazio per tutto quello che mi avete insegnato». Ora che non ci sei più, caro Renato, siamo noi, con la tristezza nel cuore, a dirti grazie per sempre.
È stato soprattutto un grande sindaco. Era diventato noto come “il sindaco dell’Ombrone” quando, dopo la paurosa rotta del fiume di Grosseto, si prodigò personalmente tra il fango e le correnti, in mezzo al suo popolo, e fu protagonista della ricostruzione dopo l’evento. Fu l’unico comune d’Italia che riuscì ad applicare il famoso articolo 18 della legge urbanistica del 1942 ed espropriare le aree per l’espansione della città (“una città senza periferie”, come la voleva), dopo anni di vertenze con il tribunale amministrativo.
Fu protagonista d’un riformismo che sapeva guardare a traguardi lontani e rispettare fedeltà internazionali che rendevano globali le lotte locali. Il sistema di asili nido e scuole materne introdotte a Grosseto contendevano il primato alle istituzioni per l’infanzia dei comuni rossi dell’Emilia Romagna. Un esempio limpido di un welfare urbano, ispirato alle città eque e vivibili delle socialdemocrazie nordeuropee, che sapeva durare (fu sindaco per 19 anni, dal 1952 al 1970, e seppe formarsi un successore, Giovanni Battista Finetti, che ne continuò l’opera con coraggio) perché sapeva che costruire una città giusta è un lavoro di lunga lena.
In occasione della festa organizzatagli per l'85° compleanno ha detto, "Io credo che la più grossa intuizione che abbiamo avuto è stata di avere subito un il Piano regolatore", per realizzare "una città senza periferie" e senza squilibri tra città e campagna. (vedi il filmato, al minuti 1'20").
Come amministratore del PCI fu coinvolto nelle vertenze giudiziarie di Mani pulite, uscendone pulito dopo otto processi.
Era amico di quanti, nei suoi anni, si occupava di urbanistica. Anche per questo vogliamo ricordarlo. Qui potete scaricare il link a un filmato realizzato da Ugo Sposetti per l'85° compleannio; potrete rivedere il suo volto e ascoltare le sue parole.
Carlo Aymonino si è spento l’altra notte a Roma. Avrebbe compiuto 84 anni fra qualche giorno. Architetto, professore universitario (fu anche rettore dello Iuav di Venezia), assessore al Centro storico di Roma nella giunta guidata da Ugo Vetere, nei primi anni ‘80, esponente di spicco del Pci nella capitale, era nipote di Marcello Piacentini, ma non ereditò nulla della magniloquenza retorica dell’architetto fascista, che pure sopravvisse al regime. I suoi primi lavori romani, dopo la laurea nel 1950 in un’università ancora dominata dagli uomini di Piacentini e dell’altro campione della retorica mussoliniana, Arnaldo Foschini, furono di tutt’altro segno e fecero rivivere linguaggi diversi non solo d’architettura, ma artistici, come quelli della Scuola romana, della pittura neorealista e di Mario Scialoja. Come esperienza d’esordio, Aymonino si impegnò in uno dei quartieri esemplari dell’Ina-Casa a Roma e non solo, il Tiburtino, in un gruppo capeggiato da Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, e formato da giovanissimi esponenti dell’architettura che dagli anni Trenta avevano tratto altra linfa (quella di Giuseppe Pagano) e cioè Carlo Melograni, Carlo Chiarini, Mario Fiorentino, Piero Lugli.
Aymonino lavorò per l’Ina-Casa anche altrove, a Brindisi, per esempio, e a Foggia. E compì interventi di edilizia popolare alle Spine Bianche di Matera, sul finire degli anni ‘50. Fu tra i protagonisti di quei generosi e contraddittori esempi di un’architettura pubblica concepita per chi aveva bisogno di case e che rappresentava l’alternativa ai quartieri costruiti su suoli privati e a fini di speculazione (alternativa fino a un certo punto, perché spesso l’iniziativa pubblica agevolò proprietari fondiari e costruttori).
Quella stagione dell’architettura italiana resterà ai margini delle città e della loro caotica crescita. E di interventi pubblici se ne faranno complessivamente assai meno che altrove in Europa. Il nome di Aymonino si lega, poi, fra la fine degli anni ‘60 e i primi ‘70, al complesso Monte Amiata, nel quartiere gallaratese di Milano, un intervento realizzato però in convenzione fra pubblico e privato. Con lui lavorano il fratello Maurizio e Aldo Rossi. È un quartiere residenziale, che si arricchisce di molte soluzioni progettuali, le quali caratterizzeranno lo stile di Aymonino. In questo e nei periodi successivi l’architetto romano realizza complessi scolastici, un centro direzionale e abitazioni a Pesaro, il Palazzo di Giustizia a Ferrara e altri edifici.
Negli anni Ottanta, dopo l’esperienza all’università di Venezia, Aymonino torna a Roma, alla "Sapienza", e diventa assessore al Centro storico, al posto di Vittoria Calzolari. Dopo lo slancio impresso all’amministrazione capitolina da Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli, inizia una fase di ripiegamento.
I grandi progetti, come quello dei Fori – con la soppressione di via dei Fori Imperiali e la formazione di un’area archeologica e verde che riconnetteva la testa di via Appia con il centro della città, progetto promosso da Antonio Cederna, Adriano La Regina, Filippo Coarelli, Leonardo Benevolo e Italo Insolera – entrano nel congelatore (anche se Aymonino non fu tra i detrattori del progetto Fori, anzi lo sostenne). Ma era tutta la politica romana che procedeva con passo lento, anche sulle questioni urbanistiche, in sintonia con quanto accadeva nel resto del Paese. Aymonino si impegnò con costanza sul centro di Roma, teorizzando l’intervento moderno nell’antico e immaginando il riempimento dei tanti vuoti che lo caratterizzavano. E ancora lo caratterizzano, perché molto poco di quelle idee, che suscitarono vivaci discussioni, andò in porto.
Fra le ultime cose significative di Aymonino c’è sempre il centro storico della capitale, segno di un’attrazione intellettuale e culturale, prima che progettuale. In un caso portando a termine la sistemazione della statua equestre di Marco Aurelio; nell’altro partecipando, insieme a Leonardo Benevolo, ma senza l’attenzione che a detta di molti avrebbe meritato, al concorso per l’assetto di uno dei luoghi più irrisolti, o malamente risolti, della capitale: piazza Augusto Imperatore.
L'icona è un autoritratto del 1983, "PTrovato dalla vita"; dal sito exibart.com
Ci sono notizie che ti colpiscono come un ceffone, a tradimento. E subito dopo la rabbia contro chi non c'è più perchè non ha fatto abbastanza per non lasciarci, adesso, più soli, più al buio. Nello smarrimento impotente di questi primi momenti, una delle poche cose che ci soccorrono è di sapere che il ricordo, la memoria, rimangono per noi umani uno dei pochi strumenti concessi per superare quel confine che tanto ci inquieta e per cominciare ad attraversare quel territorio desolato dell'abbandono che ci si è spalancato davanti all'improvviso.
Così, raccogliere e diffondere gli scritti di Gigi e quello che altri scriveranno di lui pare il modo migliore che abbiamo per sentirlo ancora presente e per restituire a chi non l'ha conosciuto un po' di quello che ci ha lasciato. Perchè, come per tutti, le nostre parole, il nostro linguaggio, anche se scriviamo d'altro, raccontano di noi più di quello che appare, molto più di quello che immaginiamo. Anche per i testi che cominciamo a proporre da oggi e che si arricchiranno nel tempo, questo esercizio di disvelamento ci sembra assai facile. Appena sotto i tecnicismi disciplinari, appare Gigi con la generosità di sè e del suo sapere, la sua passione civile e politica da "vecchio liberale" che si esaltava in un'oratoria un po' tribunizia, tanto che rileggendo i suoi scritti par quasi di udirne l'impennarsi della voce nei passaggi più perentori. Perchè certo Gigi Scano è stato la mente giuridica del gruppo di eddyburg per competenza antica e sempre aggiornata - ogni suo scritto è il frutto di attente verifiche e controlli documentari, come è proprio di chi ha del logos e degli altri il rispetto più profondo - ma è impossibile trovare un suo documento nel quale, a un certo punto, soprattutto nei finali in crescendo delle argomentazioni, non appaia all'improvviso, a commento di un evento, di una vicenda, di un'evoluzione storica, il parallelo sarcastico, la battuta pungente, la metafora bruciante ancor più efficace nella ricercata dissonanza con il tono apparentemente neutrale dell'assunto preparatorio.
Oltre a raccontarci di lui come persona, questi testi compongono un percorso di ricerca e di analisi della disciplina urbanistica dotato di grande coerenza e che ci sembra importante cominciare a riproporre e ad analizzare per il contributo che ha fornito e che potrà continuare a fornire al lavoro e alle idee di tutti noi.
Quando Adriano Olivetti decide di realizzare un nuovo stabilimento di produzione a Pozzuoli, affida il progetto al grande architetto e intellettuale napoletano Luigi Cosenza a cui chiede che siano create ampie finestre verso il mare e verso il parco (che verrà progettato da Pietro Porcinai) così da rendere più gradevole e bello il luogo di lavoro. Era il 1955 e in quel periodo le fabbriche erano rigorosamente chiuse verso l’esterno. Piccoli fortilizi che giravano le spalle alla città. Olivetti afferma invece che la fabbrica deve dialogare con la natura e il paesaggio Questa attenzione al luogo in cui vivono per molte ore al giorno i lavoratori non è né l’unica né la più importante novità che introduce nel panorama culturale italiano.
L’ambiente in cui si forma Olivetti, il padre ebreo e la madre valdese, gli consente di costruire una visione del mondo complessa e originale. Afferma che la vita produttiva è soltanto uno degli aspetti della persona umana. Un altro, fondamentale, è quello relativo agli ideali spirituali e alla crescita culturale. I due aspetti devono, sono sue parole, riunificarsi nel progetto di società futura che ha in mente, e cioè nel modello comunitario che si organizza dal basso. Nel pensiero olivettiano, la città è la proiezione fuori delle mura dei luoghi di lavoro: la qualità degli spazi pubblici e dei servizi serve a favorire l’evoluzione della coscienza civile degli abitanti. Se dunque, come nel caso di Pozzuoli, Olivetti pone grande attenzione alla qualità dei luoghi del lavoro, ben maggiore energia dedica nella sua vita ad affermare l’esigenza di creare città vivibili in grado di facilitare “l’autoaffermazione della persona”.
Il suo impegno per diffondere la pianificazione del territorio e delle città non è pertanto un fatto tecnico: deriva dalla consapevolezza che soltanto con scelte complesse e condivise si possono creare luoghi armonici in cui vivere bene. La pianificazione è il metodo con cui gli interessi della comunità possono prevalere sul dominio dei pochi proprietari degli immobili: l’interesse e il profitto non sono i soli orizzonti da perseguire. E’ per questa profonda convinzione che Olivetti incarica i grandi nomi dell’architettura razionalista italiana (BBPR, Bottoni, Figini e Pollini) di redigere nel 1936 il Piano territoriale della Valle d’Aosta di cui il canavese faceva parte e negli anni che vanno dal 1947 al 1950 la redazione del piano regolatore di Ivrea.
Negli anni ‘50 assume la direzione di Urbanistica, l’autorevole periodico dell’Istituto nazionale di urbanistica e poi la presidenza stessa dell’istituto. Un impegno che tenta di legare le esperienze pratiche –coronate da insuccessi perché la prima verrà accantonata dal regime fascista e la seconda bocciata dal consiglio comunale di Ivrea- alla riflessione teorica e alla redazione di proposte di riforma urbanistica. In quegli anni l’Italia vive il suo periodo più fecondo di riforme in questo campo, dal decreto ministeriale sul diritto agli spazi pubblici, alla legge ponte che salvaguarderà i centri antichi fino alla legge Bucalossi che nel 1977 tenterà di rendere l’urbanistica una prassi normale in ogni città italiana. L’Inu vive la sua fase più feconda diretto da Giovanni Astengo e Edoardo Detti che aveva lavorato come assessore nella Firenze di Giorgio La Pira.
Il decreto sugli spazi pubblici risale al 1968, ed è indubbio che il lavoro dei tecnici del ministero dei Lavori pubblici allora guidato da Giacomo Mancini trasse ispirazione dalle esperienze di Ivrea, dove la politica dell’azienda favorì l’apertura di una estesa serie di servizi sociali che non ha uguali con nessuna altra città italiana di quel periodo. La scuola materna, il doposcuola, i centri culturali, la biblioteca i servizi sanitari integrativi. Tutti edifici, come noto, firmati da grandi architetti.
Nel pensiero olivettiano, poi, le città non devono distruggere lo spazio naturale che le circonda, ma vivere in equilibrio e rispetto della natura. E’ noto ad esempio che l’obiettivo di contenere la crescita urbana di Ivrea -che pure sarebbe potuta diventare una città di più ampie dimensioni demografiche in relazione alla dimensione del numero dei lavoratori impiegati nell’azienda- fu risolta con una intelligente politica dei trasporti. A questa scelta illuminata si deve la preservazione della bellezza del canavese. E per sottolineare l’importanza del suo pensiero nei decenni successivi alla sua morte, la lettura della città come organismo complesso verrà ripresa da Antonio Cederna che nei suoi scritti affermerà “che il compito della pianificazione è quellodella tutela dell’identità culturale e dell’equilibrio naturale dei luoghi”. Questo binomio fu posto da Gigi Scano alla base di una proposta di legge di riforma urbanistica promossa dagli urbanisti che collaborano al sito.eddyburg fondato da Edoardo Salzano, presidente dell’Inu negli anni ’80.
A distanza di cinquant’anni dalla morte di Olivetti sembra inevitabile dover prendere atto di un sostanziale fallimento del disegno urbanistico olivettiano. Lo dimostrano almeno tre elementi. Il primo è il generale trionfo della cultura della cancellazione delle regole urbanistiche in atto da almeno venti anni e concretizzatosi nella legge di cui è primo firmatario l’on. Lupi, (pdl) che cancella gli standard e –per molti versi- la stessa pianificazione urbanistica. Il secondo è quello della sostituzione della prassi complessa della pianificazione con una serie di progetti tra loro scoordinati ed approvati con deroghe mediante “l’accordo di programma”. Il terzo è infine relativo allo ruolo dell’Istituto nazionale di urbanistica che in anni recenti ha privilegiato eventi che vanno sotto il nome di Urbanpromo, mentre Olivetti stesso metteva in guardia dal privilegiare le mere ragioni del profitto. In questi anni di liberismo selvaggio è stata oggettivamente sconfitta la cultura della pianificazione.
Ma questo giudizio negativo è profondamente sbagliato per almeno tre ordini di considerazioni che partono proprio dalla città di Ivrea.
Uno dei pilastri del pensiero olivettiano è l’idea “dell’impresa responsabile” che privilegia una sistematica opera di formazione dei tecnici e dei lavoratori. Questa straordinaria scuola, è lunga la lista degli intellettuali che hanno lavorato a Ivrea- ha lasciato un vasto tessuto di conoscenze ed esperienze che permette ad Ivrea di continuare di guardare al futuro anche in questo momento di crisi. Mentre a livello nazionale si persegue una sistematica demolizione della scuola pubblica e dell’università e della ricerca, nella capitale del canavese continua a vivere una cultura straordinaria. Lettera 22 è come noto esposta al Modern art di New York: un piccolo punto della periferia del mondo è diventato centrale proprio grazie alla qualità del lavoro di una comunità.
Il secondo motivo di ottimismo riguarda la qualità dello spazio fisico di relazione della città di Ivrea in cui il grande patrimonio di interventi dei decenni olivettiani continua a produrre idee feconde di riuso, di nuova utilizzazione pubblica, come ad esempio il museo all’aperto. Si continua cioè a stratificare e perfezionare la struttura urbana formata in quegli anni lontani. Altre città, lasciate ad una disordinata crescita speculativa pagano oggi un prezzo altissimo per la oggettiva contrazione dei servizi pubblici. I luoghi pensati e pianificati affrontano meglio i momenti di crisi salvaguardando la qualità della vita. Un modello per l’Italia.
Il terzo è infine relativo alla dimensione urbana di Ivrea, una dimensione che ha permesso di mantenere identità e comunità. Stiamo vivendo una evidente crisi dei grandi aggregati urbani in termini di convivenza civile e in termini di gravi livelli di inquinamento ambientale. Il sogno olivettiano della piccola comunità favorisce invece quelle integrazioni di funzioni produttive, agricole e ambientali oggi indispensabili per gettare le basi per una nuova fase di sviluppo fondato sulla cultura dell’inclusione.
Sono certo in questo senso, e vorrei concludere con una visione augurale, che Ivrea sarà inserita nel patrimonio culturale tutelato dall’Unesco. Sarà un evento di portata straordinaria. A parte infatti alcune meravigliose città del rinascimento (Ferrara, Pienza, Mantova e Sabbioneta) l’orologio delle nostre città tutelate si ferma a Crespi D’Adda e cioè ai decenni a cavallo dell’ottocento. La declaratoria dei motivi della protezione parla esplicitamente di “company town”, di città nata per volontà di imprenditori illuminati.
Ivrea sarebbe invece il primo esempio di una città preesistente rimodellata e reinventata secondo paradigmi moderni del periodo industriale e attuati nel rispetto della sua storia e della sua natura. Una città che ha messo al centro la dignità del lavoro e delle persone e ha favorito la diffusione della cultura. Una città inclusiva dunque, un esempio straordinariamente attuale che potrà ancora portare grandi frutti nel futuro dell’Italia.
Un modello del tutto simile a quello di Ferrara che attualizzò il vecchio centro medievale in una ampia visione rinascimentale. E se in quel luogo era comunque il “principe” che plasmava la città secondo i suoi desideri, nel caso di Ivrea le trasformazioni hanno riguardato una popolazione intera, mettendo in moto un grande processo di evoluzione sociale e di inclusione.
Ulteriore conferma dell’importanza di uomini come Adriano Olivetti che hanno saputo svolgere fini in fondo il ruolo di classe dirigente di cui oggi si sente un assoluto bisogno.
Nota: per contrasto, il modello tristemente "vincente" all'italiana del rapporto fra imprenditoria, politica e territorio è molto ben incarnato nel caso di Renzo Zingone e della sua "new town" privata anni '60 (f.b.)
Era un uomo duro ma scriveva versi così: «Mai un autunno come questo amaro / già conoscemmo / di sparse foglie / che il vento raduna e trascolora». Sì, era scontroso ma riuscì a diventare il sindaco più amato nella storia di Roma. Quel 27 settembre del 1979 nessuno ci avrebbe scommesso. Luigi Petroselli salì sullo scranno di sindaco e parlò così: «Signor presidente, il sentimento che ora prevale è di umiltà». Disse proprio: umiltà. Con questo spirito l'uomo venuto da Viterbo, figlio di un tipografo (come racconta Angela Giovagnoli in un bel libro), affrontò la sfida più difficile. Sapeva di avere gli occhi puntati addosso. Ma accettò. «Come un combattente », ci ha ricordato spesso Amato Mattia, il suo uomo-ombra morto anche lui troppo presto. Petroselli, che era un funzionario di partito, riuscì a stupire tutti e stabilì una corrente di orgoglio e di simpatia con la città. «Accadde perché aveva concretezza e forza politica - ricorda Walter Veltroni che allora era un giovane consigliere comunale - Il suo rapporto con la città era profondo. Si capiva che ci credeva». Aggiunge Renato Nicolini, inventore dell'Estate Romana: «Non ti guardava mai in faccia, vestiva come un vecchio pugile.Eperò aveva un fortissimo spirito di servizio. E si vedeva ».
Quando Petroselli siede sotto la statua di Giulio Cesare ha 47 anni. Prende il posto di Giulio Carlo Argan, primo “capo” della prima giunta di sinistra. L’ultimo sindaco dc, Clelio Darida, era stato travolto dal voto del 20 giugno 1976. Il Pci diventa primo partito, Petroselli fa il pieno di preferenze: 130 mila, più di Andreotti. Dietro questa vittoria c'era l'idea che Roma si salva se fa saltare il muro che la divide in due: la città dei ricchi e quella degli esclusi, il centro e le borgate. Argan e Petroselli ci credono. Petroselli con più coraggio. «Ha avuto due idee forti in quegli anni - dice Veltroni - Da una parte il risanamento delle borgate e la demolizione dei borghetti e dall'altra ha attribuito un grande valore all'Estate romana in tempi di terrorismo». Erano anni bui, quelli. Dopo il delitto Moro l'Italia fu devastata dagli attacchi terroristici.ARomaforse più che altrove: un elenco lungo di morti e feriti nelle strade. La città aveva paura e Petroselli riuscì a rompere l'assedio. Ricorda Nicolini: «Ha creduto nell'Estate Romana che con lui prende il volo. Era convinto che l'effervescenza culturale serviva alla città». Nasce allora il grande Progetto Fori, la domenica si passeggia in via dei Fori Imperiali chiusa al traffico, poi arriva la nuova linea del metrò che porta nel centro i cittadini della periferia. Roma comincia a legarsi anche se nei «salotti buoni» qualcuno storce il naso. Le borgate saranno l’altro fronte della battaglia di Petroselli. Un pezzo di città allora viveva nell’abusivismo, cittadini di serie B abbandonati. Quasi ombre. Fu un'opera immensa ma per la prima volta gli esclusi videro che la giustizia esisteva. Arrivarono acqua, luce, asili nido e scuole. Si cancellarono a colpi di scavatrice le baracche in legno e lamiera nei borghetti. Ancora oggi in quelle zonediRomaquelli che hanno i capelli grigi ricordano le visite del sindaco, “Joe banana”comelo chiamavano affettuosamente.
Non si risparmiava Petroselli, non si fermava davanti a nulla. All' inizio dell'81 i tranvieri cominciarono uno sciopero a oltranza che piegò la città. Lui era preoccupato. E allora, contro il parere di tutti, decise di presentarsi all'assemblea dei lavoratori al deposito di Porta Maggiore. Il clima era teso, la folla fece largo per farlo passare, qualcuno gettò una monetina che finì sul palco tra i piedi del sindaco. Lui la raccolse, guardò i lavoratori e disse: «Questo non lo permetto, sulla mia Onestà non si scherza». Si fece silenzio, lui cominciò a parlare. Alla fine li convinse, lo sciopero fu sospeso. Uscì dal capannone e al cronista de "l'Unità" che gli si avvicinò spiegò con uno sguardo sereno: «Questo vuol dire fare davvero il sindaco...».
Petroselli è morto sul lavoro. Solo due anni dopo infatti si accasciò dopo aver parlato al Comitato Centrale del Pci. Per Roma fu un colpo durissimo. Ai suoi funerali partecipò tutta la città. Oggi quell’uomo tozzo e scontroso sembra figlio di un’altra era. Quella in cui la politica non era glaciale. Ma era grande passione, rapporto con i cittadini, fatica quotidiana. Basta guardarsi attorno per misurare la distanza. Petroselli era come Berlinguer: due uomini che sono stati grandi leader con umiltà, senza restare prigionieri del leaderismo. E a noi che lo abbiamo conosciuto sembra ancora di vederlo quel piccolo grande uomo, con la sigaretta tra le dita, quando passava in Cronaca all’Unità, in via dei Taurini. Veniva a tarda sera a prendere la prima copia del giornale. E finiva la sua giornata sempre così: «Ragazzi, niente di nuovo?».
“Petrus, l’amarissimo che fa benissimo”: così, parafrasando la pubblicità di un liquore, lo definiva Giggetto, il sarcastico custode della Federazione del PCI quando Petroselli ne diventò il segretario. La sua intelligente umanità era dissimulata sotto la sua dura scorza di etrusco. Esplose quando divenne sindaco. Come i veri grandi, riuscì a saldare gli interessi dei deboli, dei poveri, degli emarginati (del popolo che Pasolini ha vissuto e descritto) con quelli della grande cultura europea e di uno sviluppo liberato dalla rendita immobiliare. L’Estate romana, il sublime piano urbanistica del Progetto Fori, e l’alleanza con i “costruttori onesti” per l’edilizia sociale su aree pubbliche, furono i tasselli principali della sua idea di città. Peccato che sia subentrata l'ideologia delle recinzioni, del “pianificar facendo”, della prevalenza degli immobiliaristi e dei loro interessi. Ma l’insegnamento rimane, ed è il lievito di un possibile futuro.
A un architetto impegnato
Stolto Paolo Cordini
sinistro intelligente
che consideri i pubblici giardini
olandesi svizzeri svedesi
danesi tedeschi inglesi
oppio capitalistico
per la povera gente,
da bravo architetto italiano
tu passi impassibile in mezzo al Tuscolano,
ami viale Marconi e il Prenestino,
Primavalle e il borghetto Latino,
ti piacciono coree, bidonville e borgate,
le palazzine e le palazzate.
È bene che i ragazzi
siano murati vivi negli intensivi
senza prati né campi sportivi:
solo scoliosi e paramorfismi
spingono ai giusti, salutari estremismi,
solo la fisica deformazione
è garanzia di rivoluzione.
Da dialettico scaltro
tu dici sempre che il discorso è un altro:
è infatti invece di Pietralata
in fondo al cuore ti sta l’Olgiata.
(Roma, 1966)
Aver collocato all’inizio dell’intervento l’unica sua poesia che io conosco – come in altra circostanza ha già fatto Francesco Erbani – mi pare più efficace di una lunga esposizione, per intendere, sommariamente, ma subito, la sua complessa personalità e anche le ragioni di chi gli si contrapponeva.La poesia, evocando “i pubblici giardini / olandesi svizzeri svedesi / danesi tedeschi inglesi”, smentisce in primo luogo il diffuso convincimento che Cederna fosse un passatista, un lodatore del tempo passato, un reazionario. Era invece un accanito sostenitore della modernità, dell’urbanistica, dell’architettura, dell’arte moderna. In contrasto con illustri critici dell’architettura, sostenne con entusiasmo la piramide di Ieoh Ming Pei che illumina l’ingresso del Louvre. Fece il possibile perchè le città italiane seguissero l'esempio di Stoccolma, di Amsterdam, di Parigi, di Londra, di Vienna, di Zurigo, della Ruhr. Fece conoscere la meraviglia dei parchi nazionali americani, svizzeri, francesi. Non fu ascoltato. Così abbiamo avuto il Tuscolano, viale Marconi e il Prenestino, Primavalle, il borghetto Latino e Pietralata. Poi l’abusivismo. Fenomeni tutti sconosciuti nell'Europa ammirata da Cederna.
La poesia smentisce anche la leggenda che fosse comunista, estremista di sinistra. Comunista era il destinatario dei versi, lo “stolto Paolo Cordini”, che Cederna nettamente contesta, anche se nei suoi confronti non sfodera il disprezzo furioso che regolarmente riservava agli “energumeni del cemento armato” e alla mala genia dei funzionari affetti da “cupidigia di servilismo” [Ernesto Rossi].
La poesia, infine, con i riferimenti alle malformazioni infantili e giovanili determinate dalla mancanza di aree e di attrezzature per il gioco e lo sport, appare precisamente adeguata al tema “Gli spazi della comunità” che dà nome a quest’edizione del nostro festival.
***
Che mestiere faceva Tonino Cederna? Era stato archeologo (aveva anche fatto una campagna di scavi a Carsoli in Abruzzo, il resoconto è pubblicato in Brandelli d’Italia), comiciò a scrivere come critico d'arte su “Lo spettatore italiano”, rivista diretta da Elena Croce, e nel 1949 iniziò la collaborazione con Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio. Dopo la chiusura del prestigioso settimanale, scrisse sul Corriere della Sera, poi su la Repubblica e collaborò con l’Espresso e altri periodici. Accanto all’attività di giornalista, non trascurò mai d’impegnarsi nelle associazione culturali, fu anche due volte consigliere comunale a Roma, e quindi deputato indipendente nelle liste del Pci, presidente del parco dell’Appia Antica. Da deputato della X legislatura collaborò attivamente all’approvazione delle due fondamentali leggi per la difesa del suolo (183/1989) e per la protezione della natura (394/1991).
È negli anni di collaborazione con Il Mondo che matura il carattere della sua scrittura – al tempo stesso semplice e colta, che sa farsi tagliente, con un vocabolario sorprendente, ma sempre appropriato – e si definisce il perimetro dei suoi interessi, che in fondo coincidono con l’urbanistica moderna (moderna è la qualificazione che Cederna non dimentica mai di attribuire all’urbanistica che ama). Un’urbanistica dagli orizzonti vastissimi: tutto lo spazio comunque vissuto dall’uomo, la sua storia, le sue regole.
In un testo scritto all’inizio degli anni Settanta per Italia nostra di Milano definisce l’urbanistica “quella disciplina moderna per eccellenza la quale, unendo cultura, tecnica e impegno politico, ha per fine di assicurare condizioni umane di vita associata, di indirizzare nell’interesse pubblico gli sviluppi edilizi, di controllare a vantaggio di tutti le trasformazioni sempre più rapide cui è sottoposto l’ambiente dell’uomo”. Obiettivi ignorati dall’Italia che, nei trent’anni del dopoguerra, ha saputo solo “ampliare alla cieca le città esistenti”.
“I quartieri “nuovi” non sono che mucchi di case accatastate le une sulle altre, indiscriminatamente allineate sul filo stradale, immensi e degradati dormitori, periferia squalificata per cittadini di seconda classe, luogo di segregazione, frustrazione e umiliazione: con densità inverosimili che raggiungono e superano, a Roma o a Napoli, i mille abitanti per ettaro. Un universo concentrazionario fatto solo di asfalto e di cemento, dove il verde è quello dei lotti non ancora edificati o delle aiole spartitraffico, e i bambini giocano fra l’immondizia e le ruote delle automobili e gli anziani sono segregati sui balconi e nelle intercapedini: dove l’unica parvenza di natura sono i vasi di fiori alle finestre, come chi mettendo barchette di carta nella vasca da bagno si illudesse di essere al mare".
Scriveva con assoluta indipendenza di giudizio, fermo nei suoi principi, fedele alla concretezza dei fatti. Ineguagliata è l’esattezza geometrica delle descrizioni. Maria Pia Guermandi ha scritto che “parafrasare Cederna è una sfida linguistica piuttosto frustrante, perché si finisce piuttosto per ricopiarlo, arrendendosi all’evidenza che meglio di così quel fenomeno, evento, meccanismo, luogo, non poteva essere descritto o definito”.
È noto il rigore estremo che poneva nel selezionare la documentazione dalla quale attingeva, e la puntigliosità con la quale riferiva i dati e le quantità relativi alle situazioni di cui dava conto. Non cedeva mai all’approssimazione, era anzi sempre disponibile e pronto a impadronirsi, non senza fatica, delle più complesse e specializzate questione tecniche, le norme, i parametri, le misure. E se ciò comportava l’esposizione di aridi elenchi, non se ne preoccupava, e sfidava imperterrito la pazienza del lettore. Perciò si è detto che Cederna era posseduto da una sorta di etica dei numeri, che sostiene la sua intransigenza e la sua indignazione. Ecco un esempio da un articolo su “Il Mondo” dell’aprile 1964, dove si confrontano le politiche urbanistiche di Roma e di Amsterdam:
“Considerando il verde esistente (parchi e giardini), Amsterdam ha una dotazione più che quadrupla di quella di Roma, che ha una popolazione più che doppia di quella di Amsterdam: e una media per abitante più che decupla. Senza naturalmente nemmeno paragonare la qualità e la distribuzione (a Roma terra bruciata, aiuole spartitraffico, zone verdi invase dal traffico, quattro quinti della popolazione senza un filo d’erba, eccetera), osserviamo che in trent’anni Roma passa da una media di mq 2,7 nel 1930 a mq 1,8 nel 1961 a mq 1,5 oggi, mentre Amsterdam passa da una media di mq 2,2 nel 1930 a mq 15,9. Tenendo conto dell’aumento della popolazione, si osserva che, ad Amsterdam, ad un aumento di 133.000 abitanti ha corrisposto un aumento di verde di 1.240 ettari, pari a una media di mq 93 per ogni nuovo abitante: mentre a Roma a un incremento di oltre un milione di abitanti ha corrisposto un incremento di meno di un centinaio di ettari, pari a una media di mq 0,8 per ogni nuovo abitante!”
Era insomma un giornalista anomalo, che considerava un vizio di fondo del giornalismo italiano il “culto maniacale e nevrotico della notizia”. Si riferiva alla notizia di eventi calamitosi o comunque clamorosi senza i quali non scatta l’interesse dei giornali: “Notizia, maledetta notizia”, ripeteva angosciato.
“Conseguenza di questo modo di pensare, per quanto riguarda la questione ambientale, urbanistica, ecologica, sarebbe che dovremmo augurarci un’alluvione al mese, una fuga di diossina ogni semestre, un affondamento di petroliera nel Mediterraneo ogni estate, un furto di Piero della Francesca alla settimana: queste sì, vivaddio, sono belle e buone notizie, anche da prima e terza pagina, per le quali mobilitare le grandi e perfino le grandissime firme”.
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Tonino Cederna scrisse durante tutta la vita, per mezzo secolo, migliaia di articoli, innumerevoli saggi, documenti, libri. Ma ho già detto che la sua attività non si esaurì nella scrittura, e fu sempre molto attivo nelle associazioni culturali, a partire da Italia nostra, fondata a Roma nel 1955 da Umberto Zanotti Bianco – che ne fu il primo presidente – e da Giorgio Bassani, Elena Croce, Desideria Pasolini dall’Onda, e altri. Nel documento istitutivo dell’associazione si legge che:
“essi comparenti, come tutti coloro a cui stanno a cuore le bellezze artistiche e naturali del nostro paese, non possono non essere estremamente preoccupati di fronte al processo di distruzione sempre più grave e sempre più intenso al quale è stato sottoposto negli ultimi anni il nostro patrimonio nazionale, ed hanno perciò deciso di costituire una fondazione nazionale con il proposito di suscitare un più vivo interesse per i problemi inerenti alla conservazione del paesaggio, dei monumenti e del carattere ambientale delle città specialmente in rapporto all’urbanistica moderna”.
Come ricorda Desideria Pasolini, Cederna non volle figurare fra i fondatori di Italia nostra, anche se ne è sempre stato il più autorevole esponente, e il riferimento all’“urbanistica moderna” nell’attoistitutivo è quasi la sua firma.
Molti dei suoi impegni più ardui furono perciò condotti, se così può dirsi, su due binari, quello del giornalista e quello del militante ambientalista. La salvezza dell’Appia Antica è sicuramente la più famosa e la più importante delle battaglie condotte in tal modo. Il suo primo articolo sulla regina viarum (Il Mondo, dell’8 settembre 1953) è quello, celeberrimo, titolato I gangster dell’Appia, al quale hanno fatto seguito almeno altri cento articoli, sullo stesso settimanale, sul Corriere della Sera,la Repubblica, L’Espresso e altri giornali. La sua azione ininterrotta e implacabile, l’impegno di Italia nostra e di altri benemeriti portarono a un primo fondamentale successo con l’approvazione del piano regolatore di Roma del 1965 che obliterò le paurose lottizzazioni per quasi cinque milioni di metri cubi ai lati della strada. Nel decreto, a firma del ministro Giacomo Mancini, si legge che “riguardando la tutela del comprensorio dell’Appia Antica interessi preminenti dello Stato [… ] l’Appia Antica è interamente destinata a parco pubblico da Porta San Sebastiano ai confini del Comune”.
Un risultato clamoroso. Scongiurato il rischio che l’avessero vinta i “nemici del genere umano”, Cederna si impegnò, sempre insieme a Italia nostra, perché alla tutela facessero seguito altri provvedimenti per conoscere, studiare, restaurare quell’intatto cuneo di verde, di storia, di natura che dai Colli Albani penetra fino al Campidoglio e per consentirne il pubblico godimento. La vicenda dell’Appia Antica si è trascinata nei decenni successivi fra alterne vicende: pessimo controllo del territorio da parte del Comune di Roma, che ha consentito l’insediamento di circa un milione di metri cubi abusivi; ripetuti interventi legislativi della Regione per la formazione di un primo e poi di un secondo ente parco regionale (di cui Cederna è stato anche presidente).
Nonostante le lentezze intollerabili, i compromessi, gli abusi, le astuzie, il gran parco dell’Appia Antica è però ormai una realtà indiscutibile, e in tante parti meravigliosa, una realtà che nessuno osa più mettere in discussione.
Tutto ciò lo si deve ad Antonio Cederna.
Va smentita in proposito un’altra insopportabile leggenda costruita ai suoi danni: che fosse un intellettuale astratto, incline all’interdizione, fatalmente destinato alla sconfitta, uno che sapeva dire solo no. Non è stato vero per l’Appia Antica e non è vero per un altro suo impegno, la tutela dei centri storici. Il punto di partenza è il convegno di Gubbio del 1960, un convegno d’importanza straordinaria, aperto da una relazione di Antonio Cederna e Mario Manieri Elia radicalmente innovativa rispetto alle teorie allora prevalenti, che consentivano di manomettere, di “diradare” e anche di sventrare i centri storici (fatte salve le emergenze monumentali). Il convegno approvò la famosa “Carta di Gubbio” che sostiene l’inscindibile unitarietà degli insediamenti storici (“L’intero centro storico è un monumento”).
Anche in questo caso, fu Giacomo Mancini, che frequentava e stimava Tonino Cederna, a far propria la Carta di Gubbio e a tradurla in norma. La cosiddetta legge-ponte, quella approvata dopo la frana di Agrigento del 1966, subordina infatti ogni intervento di sostanziale trasformazione dei centri storici all’approvazione di un apposito piano particolareggiato. Una soluzione all’apparenza precaria e semplicistica che però, con il passare degli anni, si è dimostrata di eccezionale efficacia. Tant’è che il nostro è l’unico paese d’Europa che ha in larga misura salvato i propri centri storici, ed è questo l’unico merito che la cultura urbanistica italiana contemporanea può vantare nel mondo. Certamente, nessuno può sostenere che la tutela del patrimonio immobiliare d’interesse storico sia perfettamente garantita, ma certamente non sono più all’ordine del giorno gli episodi di gravissima alterazione, se non di vera e propria distruzione, che avvenivano frequentemente nei primi lustri del dopoguerra.
Qui a Ferrara non si può non ricordare il contributo di Cederna alla concretizazione dell’idea che, per primo, Paolo Ravenna, definì dell’addizione verde (quasi il completamento dell’“addizione erculea” del 1492), il grande parco urbano delle mura a nord della città (più di mille ettari), fino al Po, intitolato a Giorgio Bassani. Poi, forse meno conosciuto, un altro merito riguarda la localizzazionedell’auditorium nell’area dello stadio Flaminio, proposta da Cederna e accolta dal consiglio comunale di Roma, in tal modo scongiurando il vistoso errore che si stava commettendo di intervenire nel piccolo e inadatto borghetto Flaminio. E infine Tormarancia, uno splendido brandello di campagna romana, a ridosso dell’Appia Antica, salvato da una colata di cemento grazie ai suoi articoli e al lavoro delle associazioni.
È fuori discussione che, se ci furono vittorie, molto più numerose, e dolorosissime, furono le sconfitte, a partire dalla realizzazione dell’hotel Hilton: una violenza di 100 mila mc sul crinale di Monte Mario. Da allora Cederna adottò l’hilton come unità di misura della speculazione fondiaria: una lottizzazione di 2 hilton, uno scempio di 3 hilton e mezzo …
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Una buona parte degli articoli di Cederna è stata raccolta dall’autore in quattro libri, che qui rapidamente ricordo:
I vandali in casa, Laterza, 1956. Raccoglie gli articoli scritti per “Il Mondo” dal 1951 al 1956. Fondamentale è l’introduzione, con riflessioni sorprendenti per l’epoca (che anticipano la Carta di Gubbio) sulla continuità, nei centri storici, fra monumenti principali e architettura minore. Altrettanto straordinaria è l’analisi sulla rottura delle tecniche costruttive verificatasi nell’Ottocento a opera dell’architettura moderna che ha reso irrecuperabile il rapporto con un passato nel quale (“dai faraoni al barone Haussmann”) molte cose erano rimaste costanti e immutate. Ad alcuni degli articoli sono accluse note o bibliografia (quella sull’Appia Antica, in calce all’articolo Lo stadio nelle catacombe, impegna 11 pagine). Nel 2006, cinquant’anni dopo la prima, ha visto la luce una nuova edizione de I vandali, che contiene i due terzi degli articoli originali, curata di Francesco Erbani, cui si devono anche la prefazione e la postfazione.
Mirabilia Urbis, Einaudi, 1965. Un’ampia raccolta di articoli del Mondo (dal 1957 al 1965) dedicata alla sua città d’adozione. In appendice è riportata la fondamentale relazione illustrata da Cederna e da Mario Manieri Elia al convegno di Gubbio del 1960 che ha dato origine alla moderna politica di tutela dei centri storici.
La distruzione della natura in Italia, Einaudi, 1975. Tratta della natura in tutti i suoi aspetti, dai parchi nazionali ai giardini, dalle montagne ai laghi, dalle paludi allo stambecco. Sorprende una pagina in cui Cederna, accusato spesso e volentieri di esuberante pessimismo, si mostra invece ingenuamente ottimista, illudendosi che le cose in Italia potessero migliorare con l’entrata in funzione delle regioni a statuto ordinario.
Brandelli d’Italia, Newton Compton, 1991. Ancora un’antologia di saggi e di articoli, da Il Mondo e dal Corriere della Sera. Ogni articolo è seguito da un corsivo che aggiorna il pensiero dell’autore sulle cose scritte molti anni prima. Il corsivo in calce all’introduzione a I vandali in casa è il seguente: “A parte qualche intemperanza espressiva mi pare nella sostanza tuttora attuale. A p. 48 la banda degli architetti viene definita un «branco di scimmie»: oggi, per rispetto degli animali, userei un’altra espressione”.
Merita di essere rilevato il fatto che in nessuno dei libri di Cederna sono ripresi articoli che trattano di esperienze straniere. I suoi famosi servizi da Amsterdam, Parigi, Londra, Stoccolma, dagli Stati Uniti, dalla Svizzera, dalla Grecia non sono mai stati ripubblicati, e i suoi lunghi articoli su “Casabella” (il verde pubblico di Amsterdam) e su “Urbanistica” (il verde pubblico di Stoccolma) sono irreperibili, almeno fino a quando quella straordinaria istituzione che è l’Archivio Cederna (ne parlo in conclusione) non avrà provveduto a renderli accessibili on line.
Cederna ha scritto un altro libro:
Mussolini urbanista, Laterza, 1975, l’unico a carattere monografico. È un’accurata ricerca storica sullo sventramento di Roma negli anni del fascismo. Molto ben documentato e illustrato. Anche di questo libro esiste una nuova edizione, del 2006, pubblicata da La corte del Fontego, con prefazione di Adriano La Regina e postfazione di Mauro Baioni. In una stagione, come l’attuale, di accomodante revisionismo, è una ventata d’aria fresca la lettura delle edificanti biografie di sette protagonisti dell’urbanistica di quegli anni: Armando Brasini, Gustavo Giovannoni, Antonio Muñoz, Ugo Ojetti, Marcello Piacentini, Corrado Ricci, Virgilio Testa. Qualche riga:
- Brasini Armando: “è il campione del titanismo di cartapesta, del pompierismo ipermonumentale e della carnevalata neoromanesca”;
- Giovannoni Gustavo: “Il culmine dell’accecamento lo raggiunge col progetto del gruppo «La Burbera», firmato insieme ai peggiori arnesi dell’architettura e dell’urbanistica romana. È un piano che annienta tutto il centro barocco di Roma […]. All’insania urbanistica egli unisce quella architettonica: la piazza assiro-babilonese disegnata all’incrocio del «cardo» e del «decumano» dalle parti di piazza S. Silvestro ne è un esempio obbrobrioso”;
- Muñoz Antonio: “il regista del più vasto teatro di demolizioni della storia moderna, è l’autentico «mastro ruinante» di Roma, in nome del traffico, della romanità imperiale, della boria fascista e di altre volgarità. Pianta molti cipressi. Le fotografie lo mostrano sempre un passo indietro a Mussolini, che egli sobilla e persuade come uno Jago maligno: solo un trombone come Ugo Ojetti gli può rimproverare, per l’isolamento dell’Augusteo, un eccessivo rispetto archeologico”;
- Piacentini Marcello: “maestro insuperabile del doppio gioco e della riserva mentale: nei suoi innumerevoli scritti sostiene tutto e il contrario di tutto, e parte sempre dalla necessità di conservare «questa nostra cara e vecchia Roma» per proporne, nel capoverso seguente, la distruzione”.
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Nel programma del nostro festival, a proposito del ritratto di Antonio Cederna, si legge che fu definito urbanista ad honorem. Secondo me è stato di più: in materia di urbanistica i suoi contributi non sono stati solo d’informazione, di metodo, di critica – o di biasimo, come sostengono i suoi denigratori. Fu anche uno straordinario inventore di spazi. Il suo impegno ha riguardato soprattutto Roma. E a questa sua attitudine mi pare necessario dedicare la conclusione del mio intervento.
L’idea che aveva della capitale del terzo millennio, Cederna l’ha descritta più volte, ma il testo nel quale è disegnata compiutamente è la sua Proposta di legge per Roma capitale, dell'aprile 1989, quand’era deputato indipendente del Pci. Soprattutto la relazione alla proposta di legge è una vera e propria lezione di urbanistica (moderna). La nuova forma dell’area centrale di Roma voleva realizzarla attraverso due fondamentali operazioni:
- il trasferimento dei ministeri nelle aree del Sistema direzionale orientale (Sdo);
- la realizzazione del parco storico-archeologico dell’area centrale, dei Fori e dell’Appia Antica.
La proposta di legge illustra in dettaglio le cose da fare. I ministeri da trasferire nello Sdo non devono in alcun modo essere sostituiti da funzioni che comportino un analogo carico urbanistico.
“L’obiettivo di formare vuoti urbani attrezzati, parchi verdi e archeologici, ampie zone pedonali, eccetera, richiede la demolizione di alcuni degli edifici ex ministeriali, operazione essenziale, tra l’altro, per la più corretta valorizzazione di alcune aree di interesse archeologico oltre che opportuna per motivi di qualità urbanistica dell'intervento (basti pensare allo sgraziato salto di quota che separa la via Cernaia dal piano degli scavi delle terme di Diocleziano, frutto della sommaria sistemazione della zona dopo l’edificazione del ministero delle Finanze)”.
Nel cuore dell’area archeologica centrale, la valorizzazione delle antichità romane non può essere garantita solo dall’opera di restauro, manutenzione e consolidamento: è necessario intervenire sul piano urbanistico. Il parco Fori Imperiali-Foro Romano arricchirà Roma e i romani di “un incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo”. Ma soprattutto, “coll’eliminazione dello stradone che negli anni Trenta ha spianato un intero quartiere e con la creazione del parco centrale si sancisce l'incompatibilità del traffico con il centro storico e con la salute dei monumenti”.
Allora, all’inizio degli anni Trenta, Benito Mussolini, per consentire che da piazza Venezia si vedesse il Colosseo, aveva fatto radere al suolo gli antichi quartieri, le chiese e i monumenti costruiti sopra i Fori e spianare un’intera collina, la Velia, uno dei colli di Roma. Migliaia di sventurati cittadini furono deportati in miserabili borgate, dando inizio all’ininterrotta tragedia della periferia romana. La nuova via dei Fori Imperiali doveva formare un grandioso palcoscenico per la sfilata delle truppe, ristabilendo la continuità fra l’impero romano e quello fascista.
Dell’eliminazione della via dei Fori – riprendendo un’idea già proposta da Leonardo Benevolo qualche anno prima – si era cominciato a parlare nel 1978, quando il soprintendente archeologico Adriano La Regina aveva denunciato le drammatiche condizioni dei monumenti romani corrosi dall’inquinamento. Il sindaco Giulio Carlo Argan coniò lo slogan: “O i monumenti o le automobili”. Luigi Petroselli, che sostituì Argan nel settembre 1979, sostenne subito l’iniziativa con entusiasmo e disponibilità culturale sorprendenti. Intuì che era un’occasione straordinaria per la “riforma” della città. “Io credo che non giovi ad alcuno […] volare basso su Via dei Fori Imperiali, anche perché si rischia di restare inquinati”, disse concludendo il 29 marzo 1981 la seconda conferenza urbanistica comunale.
Il progetto Fori messo a punto allora prevedeva il ripristino del tessuto archeologico sottostante la via dei Fori, attraverso la sutura della lacerazione prodotta nel cuore della città dallo sventramento degli anni Trenta. L’idea della storia collocata al centro della città futura – un futuro dal cuore antico – raccolse, come ho già detto, vasti e qualificati consensi. A esclusione del Tempo, tutti i quotidiani della capitale furono a favore del progetto. Un appello preparato da Cederna e dall’archeologo Filippo Coarelli fu sottoscritto da 240 studiosi italiani e stranieri. Vi si legge che, con la chiusura al traffico e con il recupero del grande complesso archeologico, si otterrebbe “un parco archeologico senza pari al mondo, comprendente i Fori Imperiali, il Foro Romano, e il Colosseo, e quindi uno straordinario spazio per la ricreazione e la cultura, tale da permettere un rapporto vitale e non retorico con il nostro passato”. Favorevoli furono soprattutto i cittadini di Roma, che parteciparono in massa a quelle straordinarie occasioni determinate dalla chiusura domenicale della via dei Fori e alle visite guidate ai monumenti archeologici.
All’impegno e alla rapidità delle decisioni di Petroselli si devono l’eliminazione della via del Foro Romano, che da un secolo divideva il Campidoglio dal Foro Repubblicano, e l’unione del Colosseo – sottratto all’indecorosa funzione di spartitraffico – all’Arco di Costantino e al tempio di Venere e Roma. Si realizzò così la continuità dell’area archeologica, liberamente percorribile, dal Colosseo al Campidoglio. E’ forse il momento più alto per l’urbanistica romana contemporanea.
Ma durò poco. Il 7 ottobre 1981 morì improvvisamente Luigi Petroselli. Cederna scrisse su Rinascita dello “scandalo” di Petroselli: lo scandalo di un sindaco comunista che aveva capito l’importanza della storia nella costruzione del futuro di Roma; che non voleva lasciare a nostalgici e reazionari il tema della romanità.
Con la morte di Petroselli cominciò a morire anche il progetto Fori. Gli oppositori si scatenarono. Dopo tre lustri di abbandono, furono ripresi gli scavi ai lati della via dei Fori ed è stata ripetuta l’esperienza delle domeniche pedonali. Ma la chiusura definitiva della strada è stata continuamente rinviata e le automobili di via dei Fori finiscono ancora tutte nel marasma di piazza Venezia.
Cederna restò sempre più isolato e amareggiato. Le pagine culturali de la Repubblica furono in prevalenza occupate da chi si opponeva al progetto. Si sentì “preso per i fondelli” e inutilmente protestò con il direttore Eugenio Scalfari. Nella postfazione a I vandali in casa, Francesco Erbani osserva che
“il grande parco che avrebbe immesso verde e archeologia fin nel cuore di Roma, strutturando la città su ritmi diversi da quelli dettati dalla rendita immobiliare e dalle macchine, viene lasciato cadere, prima sistemandolo nell’orizzonte lontano delle utopie, alle quali si presumeva di poter giungere colla cadenza burocratica delle commissioni e delle subcommissioni consiliari, poi facendolo completamente sparire dall’orizzonte della città. […] svanito è l’impianto strategico, ciò che quel progetto prefigurava come parte della prospettiva di una città che facendo perno sul proprio patrimonio archeologico concepisce un’altra fisionomia di sé, prospetta altri rapporti fra centro e periferia, dichiara esaurita l’espansione “a macchia d’olio” nei territori dell’agro romano e si concentra sul miglior uso delle parti già edificate, sul trasferimento dal centro delle funzioni direzionali, amministrative e aziendali, verso aree periferiche con il doppio intento di liberare il primo e di riqualificare le seconde, interrompendo drasticamente quel processo, affidato tutto al mercato degli immobili, che concentra residenza fuori e uffici dentro, con i drammatici problemi di traffico e di inquinamento che questa conformazione porta con sé”.
Il Requiem al progetto Fori è stato definitivamente recitato nel 2001 con l’apposizione del vincolo monumentale proprio sulla via dei Fori e dintorni, fino alle terme di Caracalla, congelando la situazione attuale. La relazione storico-artistica che giustifica quel vincolo rappresenta un radicale cambiamento rispetto all’impianto originario del progetto, com’era stato concepito da La Regina, Cederna, Petroselli. La sistemazione patrocinata da Benito Mussolini non è più contestata, diventa anzi “un’immagine storicamente determinata che rappresenta il volto della Capitale laica per tanti anni ricercato e finalmente, come sempre e ovunque, nel bene e nel male, raggiunto”.
Il contrasto con il pensiero di Cederna è assoluto. In Mussolini urbanista si legge che
“i Fori imperiali sulla sinistra di chi va verso il Colosseo sono stati sprofondati in catini, come in seguito a un errore di calcolo o a uno sconquasso sismico; mentre i monumenti sulla destra presentano tutti al passeggero il di dietro, per di più gravemente mutilato e rappezzato. Una cosa davvero straordinaria che non ha uguali nella storia urbanistica universale, e che le guide turistiche trascurano di segnalare”.
Secondo Cederna, il progetto Fori non era solo un’operazione di archeologia urbana, ma il punto di partenza per un radicale rinnovamento dell’assetto di Roma. Il recupero dei Fori era un dettaglio del grande parco urbano che avrebbe dovuto estendersi, lungo l’Appia Antica, dal Campidoglio ai Castelli Romani, formando la struttura principale dell’area metropolitana, l’unica pausa in una periferia senza fine. Tutto ciò è ignorato nelle motivazioni del vincolo che contesta la valenza generale del progetto Fori, vilipeso come “un insieme di singoli interventi puntuali, svincolati da ogni problematica urbanistica”.
Leonardo Benevolo è stato fra i pochi che non non ha ceduto alla sirena del revisionismo, e così commenta sul Corriere della Sera il decreto di vincolo:
“E’ diventato illegale il disseppellimento degli invasi dei Fori di Cesare, Augusto, Vespasiano, Nerva e Traiano, che renderebbe percepibile ai cittadini di oggi uno dei più grandiosi paesaggi architettonici del passato. […] si è preferito Antonio Muñoz (lo sprovveduto autore di quelle sistemazioni) ad Apollodoro di Damasco, l’architetto dell’imperatore Traiano”.
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Un destino clemente ha impedito a Cederna di vedere la fine miserabile toccata negli ultimi mesi all’area archeologica centrale di Roma e agli scavi di Ostia, insensatamente affidati alle cure della protezione civile, con Guido Bertolaso commissario all’archeologia. L’intero mondo delle soprintendenze e quanti hanno a cuore la nostra storia e la dignità nazionale hanno protestato con determinazione. Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, si è dimesso. Ma il governo va speditamente avanti lungo la linea dello smantellamento dei poteri istituzionalmente titolari della tutela, come aveva profeticamente previsto Cederna, scrivendo nel 1993: “Liberarsi quanto più possibile dal patrimonio artistico, culturale che la storia, si direbbe, ha avuto il torto di lasciarci in eredità: questo sembra il pensiero dominante dello Stato italiano”.
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Ho velocemente illustrato le opere e i giorni di Antonio Cederna. Mi resta da dire di una mirabile iniziativa, cui ho già fatto cenno, che è stata attivata nel novembre dell’anno scorso per merito soprattutto dell’archeologa Rita Paris: l’Archivio Cederna, sull’Appia Antica, in prossimità del mausoleo di Cecilia Metella, in una proprietà acquistata dalla soprintendenza archeologica di Roma, dopo aver riportato alla luce un impianto termale della metà del II secolo d. C. Nell’edificio principale sono stati raccolti la biblioteca, i documenti, le foto, e gli appunti di Antonio Cederna che la famiglia ha donato allo Stato italiano e che costituiscono il primo nucleo del Centro di documentazione della via Appia che si sta costituendo insieme al comune di Roma, alla Pontificia commissione di arte sacra, all’ente parco. In collaborazione con l’Istituto beni culturali della regione Emilia Romagna si sta provvedendo all’informatizzazione dell’archivio, a mano a mano consultabile anche on line nel sito dell’Archivio.
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Per chi intanto voglia conoscere un po’ meglio la figura di Antonio Cederna segnalo:
Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna, un libro a cura di Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala, Bononia University Press, 2007. È stato voluto dall’IBC – Istituto Beni Culturali – della Regione Emilia Romagna. Raccoglie saggi scritti per l’occasione da compagni di viaggio, studiosi e testimoni. In appendice 14 articoli di Cederna scelti dagli autori del libro.
1. LA POLITICA E LA PIANIFICAZIONE
1.1. Le derive della politica
L’ultimo ventennio, e in particolare l’ultimo decennio, del XX secolo è stato segnato da una crisi profonda dei poteri pubblici: essa ha in qualche misura riguardato l’insieme di quella parte del mondo con la quale l’Italia ha maturato il più alto tasso di affinità complessive, e che, per brevità, potremmo chiamare l’area nord-atlantica, per essa intendendo non già quella del relativo trattato militare ma, a un dipresso, la somma dell’Europa occidentale e dell’America settentrionale.
Questa prima, sommarissima, affermazione, non vuole alludere a differenze nello stato di salute dei poteri pubblici tra tale area e il resto del mondo, relativamente al quale troppo poco sanno gli estensori di queste righe per permettersi anche soltanto la più approssimativa operazione comparatistica, la quale del resto sarebbe del tutto irrilevante rispetto alla possibilità di sviluppare i ragionamenti che si vogliono proporre. Essa vuole solamente collocare il caso italiano nel contesto sovranazionale al quale per molteplici aspetti incontrovertibilmente appartiene, per rimarcare omologie, e per evidenziare diversità, che, le une e le altre, possano essere considerate significative.
Si intende infatti sostenere che se da un lato la crisi dei poteri pubblici è stata ed è avvertibile in tutta l’area di cui s’è detto, e presenta anche analoghe motivazioni e dinamiche, in Italia essa si è prodotta in termini e con ritmi più accentuati.
Nel complesso, si può asserire che tale crisi dei poteri pubblici è stata prodotta (al di là di altri specifici, contingenti motivi, comuni, ma più spesso propri di ogni singolo Paese) da un rapido smarrimento del loro ruolo, del loro significato, delle loro ragioni: in altri termini, dalla perdita d’identità e di senso della politica.
L’insieme dei fenomeni reali riconducibili alla voce “globalizzazione”, e, ancor più, l’ideologia (nell’accezione di “falsa coscienza”) della stessa “globalizzazione”, hanno prodotto un comune sentire per cui quasi ogni aspetto della vita dell’umanità, e di ogni singolo individuo, appare determinato, e comunque dominato, dalle supposte “leggi naturali” dell’economia, concepita come una sorta di immane sistema neurovegetativo, nonché dalle altrettanto ineludibili e autoreferenziali esigenze della “tecnica” (oppure, in una visione minoritaria, e tutt’altro che autenticamente ed efficacemente antagonistica, da centri decisionali remoti, impersonali, irresponsabili).
Nel mentre iniziavano a prodursi siffatti processi reali, e a proporsi le loro più corrive letture, implodeva e crollava il sistema economico-istituzionale in cui si era per la prima volta inverata, o aveva preteso di inverarsi, la più radicale ipotesi di trasformazione strutturale dello stato delle cose esistenti formulata in epoca moderna: l’insieme dei Paesi, del cosiddetto “socialismo realizzato”, del blocco legato all’Unione sovietica. E non venivano evidentemente avvertite come controtendenziali né la sussistenza di qualche piccolo Paese “socialista”, più o meno “esotico”, né la continuità delle forme politiche del regime cinese, nonostanti i rilevanti successi macroeconomici conseguiti dallo stesso nel medesimo ultimo ventennio, forse in conseguenza della progressiva omologazione, promossa dalle stesso regime, delle forme economiche di quel paese a quelle prevalenti nel resto del mondo.
L’evento ha avuto, manifestamente (lo si può avvertire oggi ben più che nell’immediata contiguità con il suo prodursi), effetti sulla psicologia, cioè sugli atteggiamenti, gli orientamenti, i comportamenti, delle masse, assai più vasti che quelli di “falsificazione” di quella specifica ipotesi di trasformazione, o addirittura soltanto dei termini concreti in cui la si era voluta inverare. E ciò, parrebbe, in termini più accentuati nei Paesi in cui più forte e più larga era stata la presenza, sociale e culturale, delle formazioni politiche che a quella specifica ipotesi di trasformazione si erano richiamate, anche se, come in Italia, in forme e con elaborazioni originali, e crescentemente autonome.
Tale evento, infatti, ha concorso, ben più di quanto non inducesse a ritenere la risibilità delle elucubrazioni di chi l’aveva immediatamente identificato con la “fine della storia”, al costituirsi di un diffuso sentire di generalizzata sfiducia nei confronti di qualsiasi ipotesi di trasformazione (strutturale o meno) dello stato delle cose esistenti, di generalizzata sfiducia nella possibilità stessa della politica, intesa come azione cosciente, individuale e collettiva, di influire sullo stato delle cose esistenti, di governare, almeno in parte, gli eventi, o quantomeno i loro esiti.
Così, ha scritto non un “politologo”, ma un romanziere, critico letterario, giornalista, Alessandro Baricco [1], “la politica cessa di essere invenzione del possibile e diventa gestione del necessario”. Ma, ha proseguito, “se devi scegliere il pilota di un aereo che va praticamente da solo, finisce che accondiscendi alla scemenza, e scegli quello che ha la faccia simpatica, la pettinatura che ti va e un bel modo di fare. Per cui diventa fondamentale il ruolo dei media. L’apparenza diventa (quasi) tutto.”
In realtà, l’elettore, nelle democrazie dell’area atlantica, non reagisce soltanto così alla percepita irrilevanza di una politica che non pone più in alternativa (per continuare a usare la metafora dell’aereo) né le mete, né le rotte, né gli scali intermedi, e quasi neppure più i servizi a bordo: reagisce, crescentemente, astenendosi dal votare.
E reagisce in quest’ultimo modo, negli ultimi anni, in diversi Paesi europei (in Inghilterra, in Germania, in Austria, e in termini particolarmente rilevanti in Italia), l’elettore di sinistra: ovviamente, essendo storicamente caratteristica della sinistra (di tutte le sinistre storicamente datesi) la volontà (e la convinzione della possibilità) di concretizzare i propri valori e principi nella vicenda umana attraverso l’azione cosciente, individuale e collettiva, organizzata, cioè attraverso la pratica politica, anziché confidare nella bontà, o nell’ineluttabilità, degli esiti prodotti da qualsivoglia “mano invisibile”.
Per il vero, anche una parte, più o meno consistente, dell’elettorato di destra reagisce alla “globalizzazione” (ai suoi fenomeni reali e alla sua ideologia) negativamente: con angosce che cercano risposta nei localismi, se non in etnicismi (cioè in identità costruite in contrapposizione all’”Altro”). E ciò in non pochi Paesi europei occidentali: nei quali, tuttavia, l’espressione politica di tali atteggiamenti resta minoritaria e isolata (con la non casuale, parziale eccezione del partito di Haider), oppure viene mediata, e sostanzialmente egemonizzata, dai tradizionali, consolidati partiti democratici conservatori.
Non così in Italia, dove il collassare della Democrazia cristiana, e l’esaurirsi dell’equivoca anomalia dell’”unità politica dei cattolici”, se ha recato nella coalizione cosiddetta di “centrosinistra” l’apporto di una componente di indubbia, storica dignità culturale e politica, ha per converso consentito il costituirsi, sull’altro versante, di un blocco politico che ha del tutto rinunciato a metabolizzare in senso democratico le tensioni reazionarie, così come, in genere, ad applicare un suo filtro di valori agli interessi in gioco, e quindi a mediarli, indirizzarli e guidarli, per puntare invece a interpretare e a rappresentare direttamente le emozioni della “gente”.
Ma anche la sinistra (ci si riferisce qui alla “sinistra di governo”: altri sono i problemi e i limiti della cosiddetta “sinistra antagonista”), in Italia ben più che negli altri Paesi europei occidentali, immersa in un presente disancorato dalla storia, deprivatasi di principi e valori, ha finito con l’assumere come suo obiettivo una “modernizzazione” priva di qualificazioni, incapace di trasmettere messaggi significativi e di aggregare grandi interessi collettivi. Salvo periodicamente dichiarare la necessità di riproporre “valori”, e magari anche proclamarne qualcuno: ma ridotto a “parola-feticcio”, astratta, disincarnata.
In buona sostanza, la “sinistra di governo”, rifiutata (o, e qui sta forse una parte della genesi del problema, frettolosamente abbandonata a seguito di accadimenti esogeni) la visione palingenetica, o, se si preferisce, la radicale ipotesi di trasformazione strutturale dello stato delle cose esistenti, alla quale comunque si era richiamata per svariati decenni la sua componente più robusta, non ha saputo elaborare un suo programma, ovvero un suo insieme sistemico di progetti, che fosse capace, tutt’assieme, di mostrarsi inveramento dei valori storicamente costanti (anche se diversamente, e talvolta conflittualmente, declinati) della sinistra, o, se si vuole, delle sinistre (“liberté, egalité, fraternitè”? “giustizia e libertà”? “la libertà individuale come impegno sociale”?), e di incrociare gli interessi, materiali e immateriali, di vasti strati sociali, di masse di individui.
La “sinistra di governo”, o, meglio, il “ceto politico” da essa espresso, ha quindi finito con il praticare comportamenti da un lato sempre più autoreferenziali, dall’altro lato di assecondamento di pulsioni episodicamente emergenti e di contrattazione con interessi settoriali frammentatamente esprimentisi. Privo di una vera identità programmatica, e di una robusta strategia, tale “ceto politico” ha finito con il “giocare di rimessa”, facendosi sostanzialmente dettare l’agenda degli argomenti dagli avversari, e comunque da altri soggetti, nella presuntuosa e arrogante certezza di supplire a tutto con una superiore capacità tattica: riuscendo soltanto a dar prova di un tatticismo esasperato, nel quale si manifestava l’assenza di maturate, profonde convinzioni in merito a pressoché ogni argomento. Gli esempi si sprecano, a partire da quelli più clamorosi: dal volonteroso tentativo di mettere mano d’intesa con “questa destra oggi realmente esistente” alla Costituzione repubblicana del 1948, concorrendo ad alimentare l’opinione che essa sia un “ferrovecchio”, al considerare fungibili, in tale contesto, il “semi-presidenzialismo alla francese” e il “premierato all’inglese” (o all’israeliana, o, perché no, alla tedesca?), all’incredibile e indigeribile pasticcio (che ci si accinge a riproporre) della riforma “federalista” della Repubblica, ignara dei più maturi approdi dell’elaborazione costituzionalista negli stati federali europei più consolidati, al grottesco e patetico episodio dello spendersi senza residui per un referendum produttore di una legge elettorale iper (pur se casualmente) maggioritaria, per scoprirsi (quasi) favorevoli al sistema proporzionale puro nei successivi quindici giorni.
1.2. L’ideologia “mercatistica”
Nel complesso, la prassi della “sinistra di governo” può essere ricondotta (nei migliori dei casi) alla categoria del “pragmatismo”. Ma, ha scritto Ralf Dahrendorf [2], “il pragmatismo è conservatorismo sotto la veste dell’azione. Esso conserva l’esistente, nel mentre che dà l’impressione di movimento”, e, a ogni buon conto, “talvolta il comportamento pragmatico è necessario, ma chi cerca di fare di necessità virtù conclude poco, anzi spesso peggiora quello che è chiamato a riparare”, mentre “la teoria e qualcosa di più che un piacevole lusso”.
Sotto il profilo della teoria, è giocoforza constatare che la “sinistra di governo”, palesemente priva, soprattutto in Italia, nelle sue componenti quantitativamente più consistenti, di robusti e diffusamente metabolizzati anticorpi concettuali che non derivassero da un banale e superficiale “anticapitalismo” (come la cosiddetta “sinistra antagonista”, ma forse paradossalmente ancor più di parti di quest’ultima), si è arresa alla dilagante “ideologia mercatistica”.
Si può anche ammettere, pur se talvolta si è indotti a dubitarne, che la “sinistra di governo” italiana sia eccettabilmente consapevole del fatto che condizione indispensabile al funzionamento del mercato come regolatore della produzione/distribuzione di determinate categorie di beni è l’esistenza di un preciso sistema di regole giuridiche, poste dal potere politico al fine di consentire al mercato stesso di esplicare, negli ambiti a esso propri, le proprie capacità autoregolatrici. Si è indotti a dubitarne quando ci si riferisca non solamente alle regole volte a disciplinare i comportamenti degli attori del mercato, ma anche a quelle volte a stabilire limiti, per così dire, sostanziali a tali comportamenti, o interventi riequilibratori (a esempio quelle volte a impedire il formarsi, o alla decostruzione, di posizioni monopolistiche od oligopolistiche), e ancor più quando ci si riferisca alle regole volte a perseguire l’internalizzazione delle esternalità (cioè l’integrazione nel meccanismo di formazione dei prezzi di tutti i costi inerenti i processi di produzione/distribuzione dei beni).
Non pare invece rinvenibile la consapevolezza, tutt’altro che estranea al pensiero economico liberale classico, dell’esistenza di beni non “mercatizzabili”, in quanto “beni collettivi indivisibili”, o in quanto “beni esistenziali” (i beni che non hanno valore perché sono valori), o in quanto non sostituibili (ovvero fungibili), o non riproducibili (tipicamente, le cosiddette “risorse esauribili”, e i cosiddetti “beni posizionali”).
Ciò perché relativamente a tali beni il “valore di scambio”, cioè il prezzo, non è un indice di valutazione appropriato, non potendo formarsi secondo i meccanismi riconosciuti propri, per l’appunto, del mercato. Il quale mercato, infatti, per quanto ottimamente regolato, non è in grado di misurare, oltre alle scarsità relative, anche le scarsità assolute. Come non è in grado di provvedere all’allocazione intertemporale delle risorse, dato che le generazioni future non possono agire nel mercato attuale.
Sulla base di tale consapevolezza si era riconosciuto, nell’ambito del pensiero liberale, rientrare nell’ambito necessario delle determinazioni politiche sia esprimere giudizi di valore su quei beni che il mercato non è in grado di valutare soddisfacentemente, sia regolare, con riferimento ai propri codici, la produzione (per quanto possibile) e la distribuzione/fruizione dei medesimi beni. Non escludendo la possibilità che i giudizi di valore politici siano tradotti negli indici di valutazione propri del mercato (i prezzi), avendo però ben chiaro che in tali i casi i prezzi non esprimono i valori dei beni considerati, e che, a ben vedere, più che di una traduzione si tratta di una simulazione.
E si era riconosciuto che configurare in siffatti termini l’ambito necessario delle determinazioni politiche, escludendone debordamenti intromissori nell’ambito del mercato, ma anche intrusioni del mercato nei codici valutativi delle determinazioni politiche, significava che tali determinazioni dovevano discendere da un “progetto di società” [3].
Non è chi non veda quanto sia arduo trovare traccia di un tal genere di consapevolezze e di convinzioni nel dibattito (o nel chiacchiericcio?) quotidiano della “sinistra di governo” italiana, o in sottotraccia nei suoi programmi e progetti (quando li ha). Anzi: si ha sovente la sensazione che il riproporle comporti, ai suoi occhi, l’automatica ascrizione alla categoria dei “passatisti” [4]. Quanto alla “destra” italiana, o “centrodestra”, o “casa delle libertà” (sedicente “liberale”, “liberista”, talvolta “libertaria” e perfino “libertina”) che dir si voglia, è ovviamente consigliabile lasciare perdere ogni ricerca.
2. LE RAGIONI DELLA PIANIFICAZIONE
2.1. La pianificazione e la qualità sociale
Si è affermato prima che le determinazioni politiche espressive dei giudizi di valore sui beni non “mercatizzabili” devono discendere da un “progetto di società”. Ma lo strumento principale per definire e perseguire un “progetto di società” è la “pianificazione”, non intesa come (velleitaria) predeterminazione rigida del futuro, ma - lo ha ottimamente chiarito, a suo tempo, Pasquale Saraceno [5]- come processo continuo e come momento operativo del “progetto di società”: Cioè come un quadro prospettico, coerente e sistemico (costantemente aggiornabile e ricalibrabile) con il quale confrontare (e nel quale collocare) le determinazioni specifiche che maturano nel processo decisionale politico.
Nella vulgata contemporanea, lo stesso termine “pianificazione” è associato (soltanto) al “socialismo realizzato”. Mentre, ha scritto Giorgio Ruffolo [6], “la pianificazione - detestata, non a caso, dai pragmatici dell’intrallazzo come dai rivoluzionari della chiacchiera - sta dalla parte dell’ordine vitale e della libertà. E’, nel mondo complesso delle società moderne, la tecnica della libertà e la forma della ragione”.
Quanto poi alla pianificazione territoriale e urbanistica, della quale d’ora in avanti esclusivamente ci si occuperà in queste note, lo stesso Ruffolo ha affermato [7] che essa “fornisce il solo quadro coerente entro il quale una politica di arricchimento sociale può essere efficacemente perseguita”, per cui “l’abbandono dell’impegno riformatore in questo campo costituisce uno degli aspetti più gravi e caratteristici della crisi attuale della sinistra”.
La pianificazione territoriale e urbanistica, infatti, ha quali suoi oggetti tipici “risorse esauribili”, “beni posizionali”, beni non riproducibili (o assai limitatamente riproducibili), beni non sostituibili (o assai limitatamente sostituibili). Sua precipua finalità dovrebbe essere quindi valutare tali risorse e tali beni secondo codici “non mercatistici”, cioè secondo giudizi di valore qualitativi, esprimenti la coscienza sociale (almeno maggioritaria), e coerenti con il “progetto” che la società (attraverso i processi decisionali politici) pone per se stessa.
Per cui può asserirsi che la pianificazione territoriale e urbanistica dovrebbe avere la “qualità” (secondo la percezione e consapevolezza che storicamente di essa si forma e si esprime) come suo obiettivo, e che essa ritrova nella definizione e nel perseguimento della “qualità” (che è un valore, e che pertanto, come s’è detto, non può essere misurata dal mercato) la sua ragion d’essere.
“Qualità” intesa, in ogni caso, come “qualità sociale”: giacché tali sono le “qualità” strutturali e formali del territorio, e del sistema insediativo, e delle articolazioni dell’uno e dell’altro, e tali le loro qualità funzionali (l’efficacia e l’efficienza dei sistemi relazionali, e di ogni altro servizio), come tali sono le “qualità” ricercate e realizzate a fini di “equità”.
I connotati materiali essenziali dell'insieme del territorio e delle sue componenti (sottosuolo, suolo, soprassuolo naturale, corpi idrici, atmosfera) costituiscono senza dubbio, come s’è già detto in via generale, “risorse esauribili”, e hanno a che fare con beni non riproducibili (o scarsamente riproducibili) e non fungibili (o scarsamente fungibili). Compito essenziale è prioritario della pianificazione territoriale e urbanistica è garantirne la preservazione da fenomeni di alterazione irreversibile e di intrinseco degrado, in termini atti a perseguire la conservazione, o il ripristino, o la ricostituzione, di situazioni di equilibrio, anche dinamico, sia reciproco tra le componenti naturali e i loro processi evolutivi e/o autoriproduttivi, sia tra il contesto ambientale e la vita umana, considerata come fruizione del primo a scopi di mantenimento degli individui e di perpetuazione della specie, di produzione di beni mediante azioni intenzionali di trasformazione, di insediamento (ciò che con termine sintetico si denomina “tutela dell’integrità fisica del territorio”).
Parimenti costituiscono “risorse esauribili”, e hanno a che fare con beni non riproducibili (o scarsamente riproducibili) e non fungibili (o scarsamente fungibili), i connotati conferiti all'insieme del territorio, e/o a sue componenti, dalla vicenda storica, naturale e antropica. E parimenti è compito essenziale è prioritario della pianificazione territoriale e urbanistica garantire la preservazione delle testimonianze materiali di tale vicenda storica, l'identificazione delle regole che vi abbiano presieduto e la conservazione delle caratteristiche, strutturali e formali, che ne siano espressioni significative, in quanto risultato della permanenza di tali regole ovvero di particolari eventi o azioni umane, attraverso attività di manutenzione, restauro, ripristino, degli elementi fisici in cui, e per quanto, tali caratteristiche siano riconoscibili, nonché attraverso utilizzazioni coerenti con esse (ciò che con termine sintetico si denomina “tutela dell'identità culturale del territorio”).
Così operando la pianificazione territoriale e urbanistica (frutto di determinazioni politiche) adempie al proprio compito di “valutare” secondo codici, correttamente, non “mercatistici”, tali risorse e tali beni, i quali, come frequentemente si sente dire, sono “patrimonio dell’umanità”: di quella presente e di quella futura. Per cui cosi operando la pianificazione territoriale e urbanistica si conforma a finalità di “equità”, anche intergenerazionale. Ponendo le premesse ineludibili per il perseguimento di uno "sviluppo sostenibile", inteso, conformemente alla definizione data da Gro Harlem Brundtland, nel rapporto della Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo, "uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri".
In proposito, si può notare che se, come dianzi già s’è ricordato, la maggior parte dei potenziali compratori di “risorse esauribili” non può presentemente accedere al mercato, in quanto individui non ancora nati (le generazioni future) incontrano difficoltà ontologiche a fare sentire la propria presenza nel mercato attuale, occorre per converso riconoscere che i medesimi individui incontrano pari difficoltà a esprimere le proprie preferenze negli attuali processi decisionali politici. Cosicché diverse possibili determinazioni degli indici di valutazione delle “risorse esauribili”, e (quindi) delle loro allocazioni tra fini alternativi, e dei loro percorsi di utilizzazione, sono necessariamente contenuti di diverse opzioni politiche, le quali possono, anche in termini estremamente diversificati, assumere l’obiettivo di garantire fruibilità di tali risorse alle generazioni future, e presumere (non più che presumere) i valori che le generazioni future a esse attribuirebbero. Resta comunque il fatto che i processi decisionali politici possono attribuire alle “risorse esauribili” valori correlati (anche) alle utilità che esse possono avere per le generazioni future, mentre il mercato non può farlo.
Vale la pena, inoltre, di considerare quei beni, i cosiddetti “beni posizionali” (spesso coincidenti con beni di cui già s’è trattato sotto altri connotanti profili, e comunque di norma non riproducibili), la cui disponibilità non può essere che assai limitatamente accresciuta senza comprometterne la qualità, cioè diminuirne il valore (“d’uso”, o “intrinseco”, o “teleologico” che dir si voglia) per i fruitori (ma anche il prezzo, cioè il “valore di scambio” che i medesimi, o parte di essi, sono disposti a corrispondere per la fruizione di tali beni, ove si pretenda di farne regolare dal mercato la disponibilità).
Tipicamente, hanno tali caratteristiche i beni culturali (nell’accezione più vasta e pregnante del termine), la cui elevata intensità di fruizione comporta degrado della qualità della medesima fruizione, e quindi del valore (sia “d’uso” che “di scambio”) riconoscibile dal fruitore (e ciò anche a prescindere dal degrado oggettivo della “identità culturale” del bene, e financo della sua “integrità fisica”, che quasi sempre consegue da una sua elevata intensità di fruizione).
Ma lo stesso ragionamento può farsi relativamente al bene costituito dalla libera, agevole, celere mobilità sul territorio, e in particolare nelle città, e della correlativa accessibilità d’ogni punto del primo e delle seconde. La mobilità e l’accessibilità, com’è noto, diminuiscono, e quindi perdono qualità e valore, in conseguenza della crescita della medesima mobilità, e quindi dell’affollamento e della congestione dei luoghi.
I bisogni (o desideri) di “beni posizionali” non possono essere soddisfatti, quindi, mediante la crescita della loro disponibilità, in quanto essa contraddirebbe la natura stessa di tali beni, e dei correlativi bisogni (o desideri). Il mercato, ove operi nei limiti perciò posti alla crescita, può soltanto escludere dal consumo dei “beni posizionali”, attraverso i prezzi, la più gran parte della domanda. Ne consegue che l’alternativa risiede solamente nel “razionamento”, politicamente deciso, pianificato e programmato, dei medesimi beni. E anche che, così operando, la pianificazione si conformerebbe a finalità di “equità” sociale.
Alle quali finalità di “equità” sociale la pianificazione si conforma (pure in forme e in termini anche marcatamente diversificate, in relazione alle diverse opzioni politiche che legittimamente si confrontano) anche laddove assolve ai suoi compiti, per così dire, più tradizionali.
Si pensi alle scelte di attrezzamento dei sistemi insediativi con dotazioni di spazi per l’erogazione di servizi pubblici e per la fruizione collettiva quantitativamente consistenti e di elevato livello di qualità (formale e funzionale), cioè di arricchire la disponibilità di “beni pubblici”, vale a dire di quei beni che, come scrive Amartya Sen [8], “gli esseri umani non consumano separatamente, ma insieme”, e che costituiscono “alcuni dei più importanti fattori di capacitazione umana”. E la ricchezza di “beni pubblici” risponde a principi di “equità” sotto due intrecciati profili: da un lato è atta a soddisfare in termini percentuali progressivamente crescenti bisogni delle quote della popolazione meno dotate di capacità economica nel mercato, da un altro lato sono fruibili in termini universalistici, essendo tutti i cittadini, almeno tendenzialmente, posti nei loro confronti sullo stesso piano.
2.2. La pianificazione e il rule of law
Si suole dire che è compito specifico, e primigenio, della pianificazione territoriale e urbanistica regolare (per dare loro ordine e coerenza) le trasformazioni del territorio. Il che implica dettare regole al cui rispetto devono essere tenuti tutti gli agenti di tali trasformazioni: i soggetti privati (nell’ambito del sistema economico esistente nell’area atlantica, e ormai in quasi tutto il mondo) e anche i soggetti pubblici quando esercitino il ruolo di agenti delle trasformazioni, e non quello (che è, o dovrebbe essere, riservato a quegli specifici soggetti pubblici che sono le istituzioni democratiche rappresentative) di decisori dei contenuti della pianificazione territoriale e urbanistica.
Così configurata, la pianificazione territoriale e urbanistica è figlia della “cultura” del rule of law, dello “stato di diritto”.
Vero è che sono stati, e sono, frequentemente riproposti istituti tendenti a consentire che i soggetti pubblici esercitanti il ruolo di agenti delle trasformazioni possano “derogare” dall’obbligo del rispetto delle regole poste dalla pianificazione territoriale e urbanistica, od ottenere che tali regole siano variate con procedure straordinarie. Ma, anche in tali casi, seguendo predeterminati moduli procedimentali, il mancato rispetto dei quali determinerebbe l’illegittimità delle trasformazioni effettuate. Non è quindi negato il principio per cui alle regole dettate dalla pianificazione territoriale e urbanistica debbono attenersi tutti gli agenti delle trasformazioni del territorio. Fermo restando che, come ha sostenuto la Corte dei conti [9], “è di tutta evidenza che la localizzazione di opere pubbliche, al di fuori delle previsioni degli strumenti urbanistici e alcune volte anche contro le scelte fondamentali poste a base della pianificazione, produce la crisi della strumentazione urbanistica e mette in dubbio la stessa ratio insita nella pianificazione relativa agli usi e alle trasformazioni del territorio”.
Ma anche in un altro senso la pianificazione territoriale e urbanistica è figlia della “cultura” del rule of law, dello “stato di diritto”.
I soggetti pubblici competenti al “governo del territorio” (concretamente: i detentori del potere decisionale) non possono assumere determinazioni “caso per caso”, ma sono tenuti a collocare ogni determinazione in strumenti regolativi complessivi (per l’appunto, gli atti della pianificazione territoriale e urbanistica), da formarsi secondo procedure regolate, trasparenti (cioè conoscibili, controllabili e giudicabili dai cittadini, nonché dalla magistratura) e partecipate (potenzialmente dalla generalità dei cittadini).
E la giurisprudenza ha chiarito che gli atti della pianificazione territoriale e urbanistica sono sindacabili dalla magistratura, oltre che per vizi procedimentali, anche nel merito, ma ciò esclusivamente, preminente restando per il resto la discrezionalità (da non confondersi con l’arbitrio) tecnica, politica e amministrativa dei pianificatori, “sotto il profilo della manifesta illogicità e contraddittorietà”, ovvero per “irragionevole disparità di trattamento”.
3. LE CRITICHE ALLA PIANIFICAZIONE TRADIZIONALE
3.1. Verità...
Già quanto si disse della “pianificazione” (in generale, non soltanto di quella territoriale e urbanistica) intesa non come (velleitaria) predeterminazione rigida del futuro, ma come quadro prospettico, coerente e sistemico, e costantemente aggiornabile e ricalibrabile, con il quale confrontare (e nel quale collocare) le determinazioni specifiche, dovrebbe rendere chiaro che non si intende difendere, e rilanciare con forza, “le ragioni della pianificazione”, attraverso una piatta riproposizione dei modi concreti in cui spesso, e forse prevalentemente, nel nostro Paese, segnatamente negli anni ’70 del XX secolo, si è tradotta in atti e provvedimenti l’attività pianificatoria territoriale e urbanistica, con peculiare riferimento a quella comunale, unica o quasi, del resto, a essere di fatto praticata.
Tale attività (laddove si è prodotta da più tempo: giacché è bene non dimenticare mai che in vaste parte del Paese non s’è prodotta affatto, o ha iniziato a prodursi in termini relativamente recenti) è consistita perlopiù nel formare una sequenza di piani generali, con più o meno ampi intervalli temporali tra l’entrata in vigore dell’uno e l’avvio della formazione del successivo, ogni volta ricominciando daccapo con lo svolgimento di miriadi di ricerche e di analisi, e secondo procedimenti, prima di redazione tecnica, quindi di decisione politico-istituzionale, che portavano all’entrata in vigore di ognuno dei piani a distanza di sette/otto anni (se non di più) dall’avvio delle relative operazioni. Che portavano, perciò stesso, all’entrata in vigore di piani largamente privi di attinenza con il territorio del quale avrebbero dovuto regolare le trasformazioni e le utilizzazioni, per non dire delle dinamiche demografiche, sociali ed economiche che si erano nel frattempo prodotte, e che erano in quel momento effettivamente in atto. Conseguendone il ricorso alla prassi nefasta di procedere, da subito e per tutto il periodo di validità d’ognuno dei piani, a dare risposta a ogni (autentica o supposta) esigenza della società definendo decine (o centinaia) di varianti puntuali o settoriali, con ciò stesso negando la più essenziale valenza della pianificazione territoriale e urbanistica generale, cioè la sistemicità, ovvero la capacità di definire sistemi di coerenze complessive.
Va soggiunto che la definizione di raffiche di varianti parziali sortiva effetti particolarmente devastanti in ragione del loro poter investire, modificandolo, ognuno dei contenuti del piano generale: conseguenza ovvia dell’essere considerati questi ultimi tutti perfettamente omologhi, cioè non gerarchizzati.
E che tale pratica poteva trovare motivazioni di assoluta ragionevolezza nella pretesa di molti piani generali, soprattutto a partire dagli anni ’70 del XX secolo, di ipostatizzare a tempo indeterminato, o comunque per almeno un decennio, l’assetto, il disegno, di ogni parte del territorio considerato, definendolo tutto, indifferenziatamente, nei più minuti dettagli, sotto il profilo sia fisico che funzionale. Per cui si localizzavano puntualmente nei piani generali le fermate degli autobus (e magari si definivano le caratteristiche delle relative pensiline), e si destinavano puntualmente singole unità di spazio a “scuola materna” piuttosto che a “istituto tecnico”, oppure a “uffici amministrativi” piuttosto che a “servizi bancari”, e si definivano esattamente le dimensioni dei singoli, e non accorpabili né frazionabili, lotti nelle aree destinate alle attività produttive, magari ritenendo, con ciò, di determinare l’insediarsi di aziende appartenenti a specifici settori merceologici.
Per converso, e per le più svariate ragioni (molte delle quali riconducibili alle carenze a ai fenomeni già segnalati), molte delle previsioni dei piani generali, e in particolare quelle “strategiche”, cioè costitutive dell’assetto territoriale voluto, o irrinunciabilmente funzionali alla sua realizzazione, restavano inattuate.
Infine, l’intero processo decisionale di formazione dei piani vedeva la partecipazione dei cittadini pressoché totalmente ridotta all’esprimersi (mediante la presentazione di osservazioni od opposizioni alle scelte dei piani, o altrimenti) degli interessi delle singole proprietà immobiliari, o tutt’al più di interessi settoriali e corporativi, la voce dei quali comunque soverchiava sempre quella dei soggetti portatori di interessi generali, o almeno diffusi.
3.2. ...e mistificazioni
Il fatto è che i limiti e le carenze della pianificazione tradizionale, come concretamente e diffusamente praticata (quelli ora sommariamente rammentati, e altri ancora), sono stati, già tre o più decenni or sono, messi in luce e denunciati proprio da coloro che, consapevoli delle irrinunciabili ragioni della pianificazione territoriale e urbanistica, intendevano innovare, perfezionare, arricchire la sua pratica. E che, per contro, decenni di sordità e di inadempienze dei soggetti istituzionali, e delle formazioni politiche, cui competeva decidere e praticare le innovazioni, i perfezionamenti, gli arricchimenti concretamente possibili, nel contemporaneo rifluire di larga parte dei portatori delle specifiche competenze disciplinari e tecniche, e delle loro organizzazioni più rappresentative, nella passività avalutativa e in sterili accademismi, hanno potentemente concorso al costituirsi e al diffondersi della communis opinio per cui la pianificazione territoriale e urbanistica è, tutt’assieme, inefficace e inefficiente, inutilmente oppressiva e incapace di produrre, nei tempi necessari, risposte alle esigenze sia individuali che sociali.
In quest’ultimo contesto, la massima responsabilità dev’essere attribuita alle regioni, solamente alcune delle quali, e solamente nella seconda metà degli anni ’90 del XX secolo, si sono almeno cimentate nel ridefinire, rispetto al modello tracciato dalla legge urbanistica statale del 1942, e ancor più rispetto al “modello materiale” consolidatosi successivamente, i contenuti tipici, le efficace, i procedimenti formativi, degli strumenti della pianificazione territoriale e urbanistica, pur avendone tutte competenza primaria sin dai primi anni ’70 del XX secolo.
Nell’insieme, a ogni buon conto, si può giudicare quella che è intercorsa come una colossale operazione di mistificazione.
I soggetti cui competeva promuovere la capacità dei cittadini in quanto tali di esprimere le proprie “visioni” dell’assetto desiderato del territorio in cui vivevano, cioè in primis le formazioni politiche ma anche gli enti locali, magari lamentandosi del diffuso disinteresse sociale, si sono affannati a registrare i più immediati, talvolta anche miopi, interessi dei proprietari immobiliari, se del caso facendo mostre di dispiacersi del loro incombere.
Assai raramente i comuni, e meno ancora gli altri enti locali, si sono dotati dello strumentario tecnico, umano e organizzativo idoneo per passare dalla saltuaria produzione di piani a una pratica continua di pianificazione, cioè di definizione di scelte pianificate, loro attuazione, controllo, “monitoraggio”, verifica delle trasformazioni (territoriali e urbanistiche, ma anche demografiche, sociali, economiche), aggiornamento sistematico delle scelte. Meno che meno hanno preteso e realizzato drastiche contrazioni dei tempi di definizione, tecnica e politico-istituzionale, degli strumenti della pianificazione, e ancor più raramente i soggetti istituzionali sovracomunali (regioni e province) hanno stabilito e praticato modalità di controllo degli strumenti di pianificazione sottordinati rigorosi quanto necessario, ma non intromissivi e “impiccioni”, e (quindi) celeri quanto doveroso.
Quasi mai la realizzazione, o l’attiva promozione, delle trasformazioni “strategiche” definite dalla pianificazione territoriale e urbanistica è stata sentita e praticata come un obiettivo non rinunciabile dell’interezza del soggetto istituzionale competente, cioè della totalità, in virtuoso sinergismo, delle sue articolazioni organizzative, e delle sue possibilità di investire, indirizzare, mobilitare risorse, finanziarie e d’ogni altro genere.
E, su questi bei fondamenti, si è dedotto, o lasciato dedurre, e diffusamente finire con il ritenere, che la pianificazione territoriale e urbanistica sia un inservibile ferrovecchio.
4. LE SCORCIATOIE, LA RINUNCIA, L’ABBANDONO, LE CONSEGUENZE
5.1. Gi istituti eversori
Sui medesimi bei fondamenti, il legislatore nazionale (volonterosamente seguito e imitato da quelli regionali) inizia a produrre una serie di istituti eversori non già di singole scelte della pianificazione territoriale e urbanistica, ma della sua stessa logica, dei suoi connotati distintivi ed essenziali, delle sue stesse fondamentali ragioni.
Si comincia verso la fine degli anni ‘70, prevedendo, con il terzo comma dell’articolo 81 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n.616, che ove la localizzazione o i tracciati delle “opere pubbliche di interesse statale, da realizzare dagli enti istituzionalmente competenti” non siano conformi agli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica, questi possano essere variati, conformemente ai progetti delle predette opere, mediante il solo raggiungimento di un’intesa tra l’amministrazione statale competente e le regioni interessate, le quali sono tenute solamente a sentire “gli enti locali nel cui territorio sono previsti gli interventi”. Per il vero, tale disposizione, dopo poco più di tre lustri, è sostituita da quella dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 18 aprile 1994, n.383, secondo la quale, nei medesimi casi, si deve invece convocare una “conferenza di servizi” alla quale devono partecipare le regioni e tutti i comuni territorialmente interessati (è misteriosa la mancata citazione delle province, alle quali una legge nazionale di principi di quattro anni prima, la legge 8 giugno 1990, n.142, aveva riconosciuto rilevanti competenze pianificatorie) e che, ove si concluda all’unanimità, produce l’effetto di variare, conformemente ai progetti delle opere, la pianificazione territoriale e urbanistica: l’omaggio reso all’orgoglio municipalistico dei comuni non rende certamente la disposizione più coerente con la logica della pianificazione.
Si prosegue con la legge 3 gennaio 1978, n.1, che, con il quarto comma dell’articolo 1, consente di variare con semplice voto del consiglio comunale le specifiche destinazioni, date dalla pianificazione, di “aree per la realizzazione di servizi pubblici”, senza limiti e criteri, per cui si videro spazi di verde pubblico tramutati in insediamenti di edilizia economica e popolare.
Per tutto il corso degli anni ’80 del secolo scorso si succedono le “emergenze naturali” (terremoti, frane, alluvioni, mareggiate, invasioni di alghe e di mucillagini marine, e via disastrando) e le “emergenze provocate” (i campionati mondiali di calcio, le “Colombiadi”, e via producendo “grandi eventi”) e le “emergenze storiche” (l’arretratezza economica del mezzogiorno, lo stato disastrato della rete ferroviaria): a ognuna delle “emergenze” corrispondono provvedimenti legislativi speciali che si premurano di ammettere trasformazioni del territorio in deroga alla pianificazione territoriale e urbanistica, ovvero procedure iper-semplificate, “negoziali”, comunque verticistiche e opache, di variazione della medesima pianificazione [10].
All’inizio del decennio successivo, l’articolo 27 della legge 142/1990 disciplina in via generale, con l’ottimo intendimento di facilitare “la definizione e l’attuazione di opere, di interventi o di programmi di intervento che richiedono, per la loro completa realizzazione, l’azione integrata e coordinata di comuni, di province e regioni, di amministrazioni statali e di altri soggetti pubblici, o comunque di due o più tra i soggetti predetti”, l’istituto dell’”accordo di programma”: peccato che si senta il bisogno di disporre che esso può comportare variazioni della pianificazione comunale, apportabili con semplice voto del consiglio comunale di ratifica dell’adesione del sindaco all’accordo stesso.
Lo stesso anno l’articolo 14 della legge 7 agosto 1990, n.241, stabilisce, altrettanto in via generale, che “qualora sia opportuno effettuare un esame contestuale di vari interessi pubblici coinvolti in un procedimento amministrativo”, ovvero quando “l’amministrazione procedente debba acquisire intese, concerti, nulla osta o assensi comunque denominati di altre amministrazioni pubbliche”, viene di regola convocata una “conferenza di servizi”. Il fatto è che alcune disposizioni di altre leggi (alcune precedentemente ricordate) correlano al raggiungimento di intese l’automatica variazione degli strumenti di pianificazione. E che successive modificazioni e integrazioni della legge 241/1990 (le più rilevanti delle quali apportate dalla legge 15 maggio 1997, n.127) hanno disposto che, in taluni casi, le determinazioni della “conferenza di servizi” tengano luogo delle richieste intese anche quando siano state assunte non all’unanimità ma, per quel che riguarda i comuni, le comunità montane e le province, anche soltanto con il consenso della maggioranza degli enti locali interessati appartenenti a queste tre categorie, purché i loro abitanti, secondo i dati dell’ultimo censimento ufficiale, costituiscano la maggioranza di quelli delle collettività locali complessivamente interessate dalla decisione.
Nel frattempo, l’articolo 16 della legge 17 febbraio 1992, n.179, aveva introdotto l’istituto dei “programmi integrati di intervento”, proponibili da soggetti pubblici o privati relativamente a zone in tutto o in parte edificate o da destinare anche a nuova edificazione, al fine della loro riqualificazione urbana ed ambientale, e approvabili, con procedure iper-semplificate, anche se in contrasto con le disposizioni della pianificazione [11].
Ancora, l’articolo 11 del decreto legge 5 ottobre 1993, n.398, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n.493, ha introdotto i “programmi di recupero urbano”, i quali “sono costituiti da un insieme sistematico di opere finalizzate alla realizzazione, alla manutenzione e all’ammodernamento delle urbanizzazioni primarie, con particolare attenzione ai problemi di accessibilità degli impianti e dei servizi a rete, e delle urbanizzazioni secondarie, alla edificazione di completamento e di integrazione dei complessi urbanistici esistenti, nonché all’inserimento di elementi di arredo urbano, alla manutenzione ordinaria e straordinaria, al restauro e al risanamento conservativo e alla ristrutturazione edilizia degli edifici”, sono “proposti al comune da soggetti pubblici e privati, anche associati tra di loro”, e possono essere approvati, anche se difformi dalle disposizioni della pianificazione, con la procedura prevista per gli “accordi di programma”.
Successivamente, il decreto del Ministro dei lavori pubblici 21 dicembre 1994 ha regolato i “programmi di riqualificazione urbana” (PRU), e il decreto del Ministro dei lavori pubblici 8 ottobre 1998 ha regolato i “programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio” (PRUSST). In entrambi i casi è consentito che i progetti degli interventi siano inseriti nella pianificazione, variandola, e comunque (almeno potenzialmente) alterandone le coerenze sistemiche, con procedure concertative interistituzionali straordinarie. Per di più, i provvedimenti citati adombrano più o meno lauti finanziamenti pubblici per interventi di qualsivoglia tipo, sortendo l’effetto di indurre (e quasi costringere) tutti i soggetti concertanti ad assentire anche alle ipotesi più fantasiose, dissennate, devastanti: le quali, una volta assentite, sono destinate a non essere mai del tutto accantonate.
Infine (per ora) il comma 203 dell’articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n.662, ha regolato gli istituti della “programmazione negoziata” (“intesa istituzionale di programma”, “accordo di programma quadro”, “patto territoriale”, “contratto di programma”, “contratto di area”), tre dei quali (l’“accordo di programma quadro”, il “patto territoriale” e il “contratto di area”) possono produrre variazioni della pianificazione territoriale e urbanistica con la procedura prevista per gli “accordi di programma”.
Non si potrebbe commentare meglio di quanto faccia un recente documento che, dal suo canto, contesta radicalmente, in sede teoretica, la prassi e ancora più la cultura della pianificazione territoriale e urbanistica consolidata [12]: “dopo che la legislazione precedente aveva introdotto strumenti che portavano a compimento il disegno del sistema di pianificazione, il legislatore ‘inventa’ altri strumenti che permettano non di dare attuazione alla pianificazione stessa, ma di discostarsene ‘in variante’ rispetto alle previsioni di piano”.
Ma non basta ancora: il decreto del Presidente della Repubblica 20 ottobre 1998, n.447 [13], ha disposto che qualora il progetto di un qualsiasi “impianto produttivo di beni e servizi” sia in contrasto con lo strumento urbanistico, o comunque richieda una sua variazione, purché sia “conforme alle norme vigenti in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza del lavoro”, e “lo strumento urbanistico non individui aree destinate all'insediamento di impianti produttivi ovvero queste siano insufficienti in relazione al progetto presentato”, si possa convocare una “conferenza di servizi”, la cui “determinazione costituisce proposta di variante sulla quale [...] si pronuncia definitivamente entro sessanta giorni il consiglio comunale”.
Non può non essere evidente a chiunque come una siffatta disposizione prefiguri una prassi di continua variazione degli strumenti di pianificazione, a semplice richiesta dei promotori di impianti produttivi, i quali, acquistato che si siano un qualche lotto in zona agricola (ai valori dei terreni agricoli), se lo faranno destinare a insediamenti produttivi. Ammesso, e assolutamente non concesso, che una siffatta prassi non lederebbe diffusamente, gravemente e irreversibilmente l'”integrità fisica” e l'”identità culturale” del territorio, non può dubitarsi che essa vanificherebbe ogni sforzo diretto a conferire un assetto razionale ed efficiente al sistema insediativo e a quello relazionale (o della mobilità che dir si voglia).
4.2. L’elusione
Il ricorso agli istituti eversori non resta confinato nell’eccezionalità, ma diviene prassi ordinaria quasi ovunque.
Non si nega esplicitamente la necessità della pianificazione generale, anzi si proclama, con dosi variabili ma comunque massicce di ipocrisia, la volontà di darvi corso, ma rinviandone la definizione complessiva, con progressivi slittamenti, a un orizzonte temporale che, come quello geografico, si ridisloca mano a mano che si procede verso di esso.
La parola d’ordine del “pianificar facendo”, coniata nella Capitale, si rivela come la pratica più frequentata da miriadi di comuni italiani, appannandosi in ciò quasi ogni distinzione di appartenenza ai grandi schieramenti politici dei relativi gruppi dirigenti.
Alcuni connotati di questo modello comportamentale sono ricorrenti.
La pubblicizzazione, di norma condita con profluvi di parole d’ordine retoriche, suggestive, accattivanti, di elaborati variamente denominati, ma richiamanti comunque il termine “piano”, che non soltanto sono privi (e non potrebbero non esserlo, stante l’indeterminatezza dei loro contenuti) di qualsiasi rilevanza esterna, cioè direttamente, o anche indirettamante, conformativa, o condizionatrice, delle trasformazioni territoriali, ma sono pure privi di reale, impegnativa obbligatorietà nei confronti delle successive decisioni della stessa amministrazione locale che li ha elaborati e pubblicizzati (forse anche perché sovente si omette di sottoporli al dibattito e al voto del relativo organo decisionale).
L’omissione di qualsiasi stima attendibile dei prevedibili fabbisogni di spazi per le diverse funzioni, e meno che mai delle preventivabili concrete domande di spazi, e quindi di qualsiasi predeterminazione delle quantità di spazi (edificati, o variamente sistemati) da mettere in gioco nelle scelte di pianificazione.
L’enfatizzazione di ogni “grande (o meno grande) evento”, e di ogni “occasione”, per decidere, con procedure straordinarie, miriadi di trasformazioni, le cui coerenze con qualsivoglia disegno complessivo sono tanto meno dimostrabili, e, per contro, contestabili, quanto più il disegno complessivo è generico e impreciso. Miriadi di trasformazioni la più gran parte delle quali hanno, di norma, scarsa attinenza con lo specifico “evento”, con la specifica “occasione”, e molte delle quali, comunque, sono scontatamente destinate a non realizzarsi in tempi effettivamente correlati al prodursi dell’”evento”, o dell’”occasione”, ma che sono tutte poi destinate a condizionare irreversibilmente le scelte della pianificazione (se e quando verrà).
La contrattazione di parte delle suddette trasformazioni, e di altre ancora, purché di massiccia entità, sempre al di fuori di ogni ragionamento globale sullo stato della città e sulle sue prospettive, con “attori” privati, cioè, concretamente, con i detentori della proprietà degli immobili interessati, di volta in volta sottolineando la “strategicità” delle trasformazioni stesse nel disegno generale voluto (generico, e mai definitivamente deciso nelle forme e secondo i procedimenti ordinari di legge), ovvero enfatizzando la rilevanza delle contropartite ottenute in un supposto interesse generale.
A proposito di questo modello comportamentale ha scritto Vezio De Lucia[14]: “Bisogna [...] considerare che l’affermazione dell’urbanistica contrattata è andata di pari passo con la diffusione degli strumenti di pianificazione specialistici e di settore: piani di bacino, piani paesistici, piani dei parchi, piani dei trasporti. In verità, per ora siamo solo alle buone intenzioni, ma è innegabile che si tratta di una novità importante, grazie alla quale si potranno offrire alla collettività garanzie di tutela di diritti e di interessi vitali: la difesa del suolo, la qualità estetica e ambientale del territorio, il godimento della natura, migliori condizioni di mobilità. L’insieme delle pianificazioni specialistiche e di settore tende a coprire gran parte del territorio, in particolare gli spazi aperti. Che cosa resta fuori? Restano fuori soprattutto i luoghi destinati o da destinare a trasformazioni urbane. In buona sostanza, lo scenario si scompone in un diffuso sistema di vincoli e di tutele, mentre le aree più pregiate, quelle del business, della contrattazione, dei piccoli e grandi affari sono oggetto di decisioni al riparo da sguardi indiscreti. Si opera, insomma, con procedimenti discontinui che frammentano e disarticolano lo spazio. Si sta rinunciando, in qualche città si è già rinunciato, all’idea razionale (e razionalista) del piano urbanistico comunale esteso a tutto il territorio, all’universitas del patrimonio territoriale”.
Ottimamente detto. Ma è legittimo il sospetto che De Lucia sia, una volta tanto, un po’ troppo ottimista. E non soltanto perché, quanto a copertura del Paese con i piani specialistici finalizzati alla tutela della sua integrità fisica e identità culturale siamo, come lui riconosce, soltanto alle buone intenzioni (e in larga parte del Paese un po’ più indietro), quanto soprattutto perché l’affermarsi della prassi, e della “cultura”, della contrattazione delle trasformazioni urbane con i detentori della proprietà immobiliare, nel contesto di una diffusa “ideologia mercatistica”, potrebbe portare a intaccare anche quelle parti del territorio che si dovrebbero stimare “messe al sicuro” dall’apparato della suddetta pianificazione specialistica, il cui rapporto di effettiva, non formale, inderogabile sovraordinazione rispetto alla pianificazione ordinaria, essenzialmente comunale, è tutt’altro che consolidato, laddove la comparazione, tutta privatistica, tra i costi in termini di minore “valore aggiunto ambientale” (che ormai in qualche modo hanno imparato ad apprezzare anche i più ottusi “palazzinari”) e i benefici in termini di tradizionale profitto, e ancor più di tradizionalissima rendita, faccia, magari soltanto nel breve termine, pendere la bilancia a favore dei secondi.
L’esempio della lottizzazione romana di Tor Marancia, che invade, per ora soltanto con la localizzazione delle attrezzature scoperte, l’ambito del parco dell’Appia Antica, suona come una sinistra conferma dell’ora espresso sospetto.
4.3. L’abbandono teorizzato
Ogni ipocrisia (che comunque, diceva La Rochefoucault, “è un omaggio reso dal vizio alla virtù”) viene abbandonata nel “Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali” del Comune di Milano [15].
I primi cinque capitoli della prima parte di tale “Documento” costituiscono indubbiamente una delle più cospicue elaborazioni prodotte in Italia al fine di contestare radicalmente, in sede teoretica, la prassi e ancor più la cultura della pianificazione territoriale e urbanistica, negandone non specifiche forme e modalità applicative, ma gli stessi presupposti concettuali, con ciò aggredendo assunti la cui valenza è ben più ampia di quella attinente il governo del territorio.
Non poche delle posizioni affermate, infatti, mettono in discussione, o francamente contestano, elementi informatori generali dell’ordinamento costituzionale e giuridico italiano. La più spettacolare di tali affermazioni è senza dubbio quella per cui nel “continuo confronto tra ragioni”, al quale dovrebbe sostanzialmente ridursi l’attività di governo del territorio, “lo stato [inteso come il complesso dei soggetti istituzionali] ha una voce autorevole, ma pur sempre una voce tra le voci”. Forse non siamo all’estinzione dello stato di leniniana memoria, ma certo siamo a una delle più spinte concezioni di “stato minimo” mai avanzate dall’”anarchismo reazionario”, o “liberismo libertario”, costituente uno storico, robusto e rigoglioso filone della destra nordamericana.
Nel complesso, l’intera elaborazione risponde a una concezione integralmente (si sarebbe tentati di dire integralisticamente) “mercatistica” della società e dei rapporti intersoggettivi.
L’assillo con il quale tutta l’elaborazione si confronta, e che infine ritiene di risolvere, consiste nella duplice (e potenzialmente contraddittoria) necessità di fornire agli operatori immobiliari “certezze che garantiscano gli investimenti” e flessibilità per “adeguare le norme [e conseguentemente i programmi di investimento] ai possibili mutamenti del mercato”.
Nel tessuto di questa dialettica di interessi (che talvolta si trasfigurano terminologicamente in “diritti”) compiutamente facenti capo ai proprietari e agli operatori immobiliari, può tutt’al più insinuarsi, pare, qualche domanda non “mercatistica”, alla quale (la si denomini o meno, a questo punto un po’ pomposamente, “interesse generale”) competerebbe ai soggetti pubblici istituzionali tendere a dare (magari parziale, parzialissima) risposta, attraverso la “negoziazione”, con i proprietari e gli operatori immobiliari, delle caratteristiche e dei requisiti delle trasformazioni territoriali da progettare e attuare.
Insomma: ai soggetti pubblici istituzionali si affida il compito di usare il potere politico di cui dispongono per soddisfare, nella misura in cui non intacchino sensibilmente gli interessi dei soggetti capaci di esprimersi sul mercato, le domande, residuali, si deve supporre, invece incapaci di esprimersi nei termini che il mercato riconosce.
In concreto, il “Documento” si sforza, dichiaratamente, di proporre un modello di attività pianificatoria che, nel soddisfare al meglio gli interessi (innanzitutto, ed egemonicamente) dei proprietari e degli operatori immobiliari, assuma sincreticamente le valenze perciò più funzionali sia del modello di attività pianificatoria “britannico” sia di quello “continentale”.
Si riconosce, infatti, che l’elevata flessibilità del “modello britannico” discende dalla latitudine, anzi dalla quasi assolutezza, della discrezionalità delle determinazioni delle pubbliche amministrazioni in ordine alle trasformazioni del territorio, fondata a sua volta nella tradizionalmente riconosciuta appartenenza al potere pubblico della facoltà di operare tali trasformazioni, ma si esclude di sussumere sia l’ampiezza di tali poteri discrezionali, sia, soprattutto, il suo presupposto.
Al contrario, si propone di assumere i presupposti del “modello continentale”, cioè il riconoscimento (più o meno ampio) dell’inerenza al diritto di proprietà degli immobili della facoltà di operarvi trasformazioni, fino a configurare il piano come (null’altro che) “il piano delle norme che riconoscono i diritti reali — e non attesi — d’uso del suolo”. Detto altrimenti: il piano dovrebbe divenire “una sorta di catasto, un archivio degli usi del suolo che si aggiorna continuamente con le nuove norme introdotte dai progetti di trasformazione approvati”.
Giacché nel modello proposto “il piano regolatore generale perde le sue valenze strategiche”, e “programmi e visioni [...] si traducono nelle linee guida e nelle strategie che l’amministrazione esprime nel piano strategico, approvato dal governo locale come [mero] documento politico”.
In tale modello, si aggiunge, “la cerniera tra il documento legale delle norme e il documento politico delle strategie è costituita dai progetti di trasformazione. Il controllo dei progetti diventa una valutazione delle conseguenze che l’attuazione di un progetto comporterebbe sulla situazione esistente, e una valutazione della coerenza di quelle conseguenze con le strategie dell’amministrazione. Ogni progetto, coerente con le strategie, una volta approvato si configura come una variante delle norme esistenti, e diventa esso stesso parte delle norme”.
In pratica: il piano generale (“sorta di catasto”) attribuirebbe a ciascun immobile, o complesso di immobili, il “valore” (“di scambio”, ovverosia il prezzo presumibilmente traibile) connesso alla sua trasformabilità fisica e funzionale (effetto che nel “modello britannico” discende soltanto dall’intervenuta definizione dei piani/progetti operativi), garantendo ai relativi proprietari le ambite “certezze” (irreversibili, cioè non intaccabili da diverse scelte di trasformabilità, le quali devono essere preventivamente “negoziate” con gli stessi proprietari). A partire dalle acquisite “certezze” le concrete trasformazioni effettuabili sarebbero definite dai singoli progetti, attraverso, per l’appunto, la “negoziazione” con la pubblica autorità istituzionale, la quale ne valuterebbe la coerenza con le proprie strategie, salvo convincersi, negoziando, che queste ultime devono essere mutate, e alla quale spetterebbe poi di registrare nel piano generale i nuovi (e superiori, si può facilmente preconizzare) “valori” assegnati dai progetti decisi.
In estrema (ma non distorcente) sintesi: il pressoché unico compito assegnato alla pianificazione pubblica del territorio sarebbe quella di assicurare la (crescente) valorizzazione (nel senso dell’attribuzione di “valori di scambio”) degli immobili, e la minimizzazione del rischio d’intrapresa per i proprietari e gli operatori immobiliari.
Entro tale cornice, si è tenuti a ritenere, la pubblica autorità istituzionale può “negoziare” ben poco: l’ottenimento di qualche metro quadrato in più di attrezzature per la fruizione collettiva, anche a favore dei portatori di domande “non solvibili”, sempre che ci riesca. Anche in quanto la prevista “negoziazione” tra il "pubblico" e il "privato" verrebbe a essere pesantemente falsata dall’avere il "pubblico" a che fare con un "contraente obbligato", cioè con la proprietà in essere degli immobili interessati.
Nel corso di un seminario sul “modello di pianificazione” ora descritto [16], il più autorevole estensore del “Documento”, Luigi Mazza, ha sostenuto che i concreti committenti del “Documento” stesso, cioè gli amministratori comunali milanesi, o quanto meno quelli tra loro che sono espressione di “Comunione e Liberazione”, non hanno affatto una concezione “debole” del potere politico, e non sono affetto disposti ad una sorta di piatta soggiacenza alle domande dei “privati”. Ammesso, e per quel che mi riguarda tutt’altro che concesso, che ciò sia, non sarebbe rilevantemente modificato un quadro che comunque vedrebbe il governo del territorio affidato a una continua “negoziazione” tra due sole parti, la proprietà immobiliare e i concreti detentori del potere politico, al di fuori di un quadro sistemico di regole definite secondo procedure trasparenti e partecipate. In altri termini, in luogo del rule of law, dello “stato di diritto”, si affermerebbe una sorta di ritorno alla concezione del princeps (“democratico” soltanto in quanto periodicamente eletto, secondo la logica della “democrazia di mandato”) legibus solutus, per cui quod principi placuit, legis habet vigorem.
5. LA NECESSITÀ E LA PRATICABILITÀ DEL GOVERNO PUBBLICO DEL TERRITORIO
5.1. La pianificazione come cultura e come metodo
Si sono già esposte le ineludibili ragioni della pianificazione territoriale e urbanistica, ma si sono anche riconosciute le (parziali) verità delle critiche rivolte alla pianificazione tradizionale, cioè alla pianificazione come in concreto più diffusamente praticata, sinora, soprattutto in Italia. E si è contestato che ai limiti e alle carenze della pianificazione tradizionale si possa, o si debba, rispondere con l’introduzione di istituti eversori della logica stessa, e delle essenziali ragioni, della pianificazione, oppure con il sostanziale (teorizzato o semplicemente praticato) abbandono della pratica della pianificazione, e comunque del governo pubblico del territorio.
Si intende ora esporre le fondamentali risistematizzazioni e le più rilevanti innovazioni della pratica e degli istituti della pianificazione territoriale e urbanistica, e in genere del governo pubblico del territorio, grazie alle quali si ritiene che l’una e l’altro possano rispondere pienamente alle proprie ragioni, ovviando ai limiti e alle carenze riscontrate. Proponendosi, su questa base, di affermare come un coerente rilancio della logica, del metodo e della pratica della pianificazione territoriale e urbanistica, e del governo pubblico del territorio, sia essenzialmente un problema di ricostruzione di una solida, consapevole e diffusa “cultura politica” all’altezza dei più maturi approdi già storicamente raggiunti dal pensiero politico dell’area atlantica, o quantomeno dell’Europa occidentale.
"L’indignato speciale", come veniva chiamato per le sue inchieste a tutela del territorio, già negli anni Cinquanta denunciava il "sacco di Roma"
Il suo modello erano le città del Nord Europa come Stoccolma o Amsterdam dove si costruiscono quartieri esemplari non per speculazione
L’Appia Antica, dove ora un casale ospita il suo centro di documentazione, è uno dei fili rossi che tiene insieme tutta la sua attività
Antonio Cederna torna sull’Appia Antica. Le sue carte, a più di dieci anni dalla morte, sono da oggi sistemate a Capo di Bove, in un casale che lo Stato ha acquisito nel 2002, a cinquecento metri dal Mausoleo di Cecilia Metella. In questa villa, dove gli scavi della Soprintendenza archeologica di Roma hanno portato alla luce un complesso termale del II secolo dopo Cristo, sorgerà un centro di documentazione che avrà come fulcro l’archivio che la famiglia Cederna ha donato alla Soprintendenza. E’ un archivio fatto di libri e poi di appunti, lettere, ritagli di giornale, documenti, che potranno essere consultati anche in rete: quasi cinquant’anni di battaglie, una storia della tutela e dell’urbanistica italiane vista da un protagonista di entrambe, che dal Mondo di Mario Pannunzio e poi sul Corriere della Sera, sull’Espresso e su Repubblica e, ancora, nei libri I vandali in casa, Mirabilia urbis, La distruzione della natura in Italia, Mussolini urbanista, fece la cronaca delle malversazioni subite dal territorio italiano, raccontò l’anomalia di un paese che, crescendo, dissipava la sua più grande risorsa. (L’archivio viene presentato oggi alle 10,30 a Capo di Bove, via Appia Antica 222, da Angelo Bottini, Rita Paris, Maria Pia Guermandi, Giovanni Bruno e Stefano De Caro).
Cederna, scomparso nell’agosto del 1996, raccoglieva in migliaia di cartelline il materiale che serviva per i suoi articoli. Aveva uno scrupolo dell’accertamento che sfiorava l’ossessione. In un fascicolo sul sacco edilizio di Monte Mario a Roma, dove si scatenò la Società Generale Immobiliare, sono conservati gli appunti delle riunioni dei consigli comunali che nei primi anni Cinquanta votavano le autorizzazioni a costruire. E fra le carte spunta anche lo schizzo di una piantina con la sagoma inquietante dell’Hotel Hilton, che sarà costruito nel 1960, circondato dalla selva di palazzine che gli avrebbero fatto da corona sui terreni che l’enorme albergo - centomila metri cubi - avrebbe valorizzato.
Un caso di scuola della speculazione romana viene rivissuto passo dopo passo.
Ma in una cartellina compare anche il dattiloscritto di una poesia datata 1964 e poi pubblicata, seppure in una versione leggermente diversa, in Brandelli d’Italia, un libro del 1991. Si intitola "A un architetto impegnato". E’ un epigramma, ha un tono burlesco. Cederna fornisce di sé un’immagine diversa da quella accigliata che gli è spesso attribuita e che gli valse il nomignolo di «indignato speciale». E’ dedicata a un architetto comunista, qui indicato come Paolo Cordini (ma è un nome di fantasia), il quale considera «i pubblici giardini / olandesi svizzeri svedesi / danesi tedeschi inglesi / oppio capitalistico / per la povera gente». A lui, invece, piacciono «coree, bidonville e borgate / le palazzine e le palazzate», perché solo vivendo in casermoni «senza prati né campi sportivi», si prendono «scoliosi e paramorfismi» che spingono «a salutari estremismi» e sono «garanzia di rivoluzione».
E’ un Cederna al quale si è poco abituati, radicale, ma avversario di quell’atteggiamento sintetizzabile nel «tanto peggio tanto meglio». La poesia è un piccolo manifesto anti-ideologico: Cederna non bandisce l’architettura moderna. Il suo modello sono le città del Nord Europa - Stoccolma, Oslo, Copenhagen, Amsterdam, Rotterdam - dove si costruiscono quartieri esemplari, in un contesto politico che va dal liberalismo alla socialdemocrazia, ma non frutto della speculazione che invece deforma il moderno a Roma e altrove, dove si sventrano i centri storici e li si caricano di funzioni alle quali non sono adatti e si allestiscono in periferia insediamenti inospitali, dormitori senza alcun pregio.
La conclusione della poesia è bruciante: «Da dialettico scaltro / tu dici sempre che il discorso è un altro: / e infatti invece di Pietralata / in fondo al cuore ti sta l’Olgiata» (Pietralata è un rione popolare di Roma, l’Olgiata l’emblema del quartiere di ville per ricchi).
L’Appia Antica è uno dei fili rossi che tiene insieme tutta l’attività di Cederna (altro nomignolo per lui: «l’appiomane»), dai primi anni Cinquanta fino alla morte, che lo coglie mentre è presidente dell’Azienda consortile per il Parco dell’Appia. Ed è quasi naturale, meglio, una specie di nèmesi, che le sue carte siano destinate in questa villa, una di quelle che Cederna descriveva negli articoli sul Mondo («I gangster dell’Appia», «La valle di Giosafat», «Lo stadio sulle catacombe».) - le «ville canili» che i proprietari negli anni Cinquanta decoravano incassando nei muri di cinta o nelle facciate pezzi di sarcofago, lapidi e iscrizioni.
All’Appia Cederna dedica un’attenzione costante. La tutela di quell’area, dei suoi valori archeologici e di paesaggio, non è solo dettata da ragioni di conservazione di un patrimonio che nessun’altra città al mondo può vantare. Le ragioni di salvaguardia dell’antico basterebbero, ma ad esse Cederna affianca motivi urbanistici. Ai suoi occhi una città per essere davvero moderna e per funzionare bene deve rispettare quei duemilacinquecento ettari di verde e di reperti antichi che si infilano fino al centro della città e che interrompono l’espansione «a macchia d’olio» dei quartieri. L’Appia Antica (di cui Cederna sottolineerà sempre il destino riservatole a partire dal 1965, quello di diventare parco pubblico) si oppone all’espansione di Roma verso il mare e verso i Castelli - «una spinta artificiale», la definisce - voluta dagli interessi della proprietà fondiaria. I vandali sono coloro che distruggono l’antico, spiega Cederna, ma il vandalismo, specialmente negli articoli dedicati all’Appia, è sempre l’antitesi della modernità.
«Espandendo Roma verso il Sud si fa piazza pulita dell’ultima campagna romana, che il buon senso, nonché le regole elementari dell’urbanistica, consigliavano di salvare come la pupilla degli occhi, e si dà l’ultimo tocco alla distruzione di tutto il verde intorno a Roma, da anni metodicamente perseguita, con grande vantaggio economico di alcuni latifondisti periferici, principi decaduti, appaltatori di immondizie, imprenditori e pie società immobiliari»: Cederna lo scriveva in «Lo stadio sulle catacombe».
Era l’ottobre del 1955 e Roma, grosso modo, occupava un quinto del suolo che occupa oggi.
Premessa
Se volessimo sintetizzare le nostre esperienze urbanistiche a Napoli in questo primo secolo di unità nazionale, potremmo dire di aver conosciuto il ventennio dell'abbandono, fino all'80, quello dello sventramento fino al '900, quello delle bonifiche fino all'avvento del fascismo ed i conseguenti smantellamenti in pace ed in guerra, ed infine questi ultimi venti anni di progressiva disarticolazione con la benedizione clericale.
In tutti questi lunghi anni di direzione quasi incontrastata della attuale classe dirigente la capitale del Mezzogiorno è stata ridotta ad un caos nel quale la maggioranza dei napoletani sopravvive solo per virtù della sua capacità di adattamento e del suo coraggio nelle lotte per la vita e la affermazione dei suoi diritti. Se la popolazione non deve sopportare le crisi acute delle epidemie dell'86 e del '19 o le distruzioni belliche del '14 e del '40, le sue sofferenze quotidiane non sono meno dure e senza alcuna giustificazione; tanto più intollerabili se paragonate all'accrescimento di ricchezza ed all'accentramento di benessere nelle mani di pochi gruppi di privilegiati i quali dirigono, nel quadro di tutta una politica di rapina, anche la programmazione economica e la pianificazione urbanistica nel loro egoistico interesse.
Denuncia
Dati statistici generali e considerazioni particolari documentano drammaticamente questa denuncia. Risulta infatti dagli stessi dati ufficiali del Comune che la durata media della vita dei lavoratori è di circa 20 anni inferiore a quella dei ceti possidenti, ed il loro reddito medio dieci volte minore.
Questo contrasto è direttamente visibile nei porticciuoli di Borgo Marinaro e di Mergellina dove nulla è mutato nella tradizionale miseria dei pescatori e dei barcaiuoli, mentre si sono moltiplicati in questi ultimi anni panfili e motoscafi, per valori di miliardi, e dove non a caso spiccano quelli delle nobili casate dei Lauro, dei Fiorentino, degli Ottieri, dei loro soci ed amici.
D'altra parte, tutte le categorie di cittadini pagano il prezzo del caotico sviluppo edilizio e l'arretratezza della rete stradale determinate dal prevalere della speculazione negli indirizzi programmatici della pubblica Amministrazione. Infatti, la riduzione della velocità media del traffico ed il forzato regime dei motori degli automezzi è causa di un maggior consumo di carburanti per un valore di circa 50 milioni al giorno. Va così disperso il reddito corrispondente ad un capitale di circa 200 miliardi che potrebbero essere utilmente investiti per l'ammodernamento delle opere di pubblica utilità.
I disagi provocati dal caotico sviluppo della città sono divenuti normale condizione di vita, grave per tutti, gravissima per i lavoratori e per i ceti ancora meno abbienti.
Centinaia di migliaia di napoletani escono di casa al mattino alla ricerca angosciosa di un minimo guadagno per sopravvivere. Migliaia di famiglie attendono, in alloggi fatiscenti fino al tardo pomeriggio, per sapere se sarà possibile fare la spesa o se sarà ancora necessario ricorrere allo scarso credito del bottegaio, o al pegno o all'usura. La sopravvivenza di costoro è legata ad un precario equilibrio ambientale, e quando vengono scacciati dal vicolo o dal quartiere per far posto alla speculazione edilizia, si profila in tutta la sua drammaticità lo spettro della fame.
Molti di questi napoletani si improvvisano artigiani, nei più vari e paradossali mestieri, e sono costretti spesso a lottare per incassare un modesto credito assai più che per la ricerca dello stesso lavoro. Anche peggiore è la condizione del contadino che coltiva il proprio pezzo di terra in un ambiente urbanistícamente ancora più arretrato. Egli è costretto a vendere i suoi prodotti a prezzi usurari, ma questo prodotto aumenta vertiginosamente il suo prezzo, passando per le mani di innumerevoli parassiti, nelle varie tappe della speculazione, contribuendo ad elevare il costo della vita senza che l'Amministrazione locale prenda nessuna delle iniziative che la legge le consentirebbe. Gli alti indici di disoccupazione, le incertezze e i disagi della emigrazione fanno poi spesso gravare sul bilancio delle famiglie che hanno la fortuna di un modesto reddito fisso il mantenimento del parente disoccupato o fornito di una pensione di fame.La incapacità di elaborare programmi razionali determina però il disagio maggiore nel campo della abitazione. Le carenze e gli sperperi in questo settore vengono accentuati dalla ubicazione fortuita dei nuovi quartieri, dalla mancanza dei servizi e delle opere pubbliche, dal caotico modo di produzione della edilizia. Trascorrono anni di stentati lavori per realizzare quartieri inabitabili, già vecchi e decrepiti prima ancora di essere occupati. A Fuorigrotta un quartiere INA, impostato con criteri relativamente più organici, viene squarciato da una strada di intenso traffico per favorire la speculazione edilizia privata realizzata alle spalle. A Soccavo, a Secondigliano, nella stessa zona di Fuorigrotta tra la ferrovia e la collina, le aree per i nuovi quartieri vengono scelte con evidenti criteri speculativi e si sviluppano come mucchi di case, in genere a molti piani, senza prevedere nessuno dei servizi essenziali al vivere civile. A Ponticelli le aree del nuovo quartiere vengono pagate non in base al loro primitivo valore di zone agricole, né a 1.200 lire a mq. secondo la richiesta dei proprietari, ma a 7.000 lire a mq. in base alle risultanze di una scandalosa perizia giudiziaria. l lavori si trascinano in questo quartiere per anni e si è costretti ad ubicare in maniera irrazionale un modesto Centro Sociale perché in base alle norme di esproprio si possono costruire solo vani di abitazione e non servizi, pena la retrocessione delle aree all'antico proprietario.
Questo per quanto riguarda le stentate realizzazioni della edilizia economica e popolare, mentre una lava di cemento trabocca dal Vomero verso i Colli Aminei, i Camaldoli e Soccavo, con volumi spropositati, non solo senza programma urbanistico, ma in contrasto con la regolamentazione vigente, e senza alcuna previsione di attrezzature civili. La intera collina di Posillipo, sui due versanti di Fuorigrotta e del Golfo, denuncia iniziative incontrollate e l'intemperanza giunge fino alla approvazione di stralci particolari del Piano Regolatore bocciato per favorire particolari iniziative dei Cafiero, dei Russo e Scarano, dei Comòla.
Da molte zone della provincia, ancora più arretrate e disorganizzate, si spostano giornalmente a Napoli, con circolazione a carattere pendolare, altre masse in cerca di lavoro e molte decine di migliaia di famiglie emigrano stabilmente nella città. Sulla via Petrarca sorge un intero quartiere di aversani, mentre le famiglie dei militari della Nato hanno creato i loro quartieri a Posillipo, sulla via Manzoni, con proprie attrezzature scolastiche e sportive, per sopperire, come in un paese coloniale, alle deficienze locali.
Molta vecchia edilizia è pericolante per la impossibilità di manutenzione di gran parte della piccola proprietà, ma su questo nuovo dramma si innesta la speculazione che sfrutta pericoli reali o ipotetici per potersi accaparrare nuove aree nel centro urbano e disporne a suo piacimento; per invocare l'interesse pubblico di un maggior numero di nuovi vani allo scopo di violare le attuali norme edilizie ed accrescere gli illeciti arricchimenti. Pesa così, in misura ogni giorno crescente, sulla cittadinanza ed in modo particolare sui lavoratori il costo dell'alloggio o della bottega, annullando i risultati delle dure lotte rivendicative condotte per mesi per un adeguamento del salario reale. A questa situazione fa riscontro in maniera contraddittoria il disagio dei piccoli proprietari, numerosissimi a Napoli per il frazionamento della proprietà edilizia, vittime anch'essi, per altro verso, del disordine e dell'indirizzo speculativo della politica edilizia delle classi dirigenti.
Nella città si aggrava ancora un'altra situazione, in maniera sempre più appariscente. La circolazione il più delle volte è completamente paralizzata, e non solo nelle ore di punta del traffico. Eppure, si continua a tamponare le falle più gravi, solo con mutamenti quotidiani della segnaletica adattando alla meglio giorno per giorno i servizi pubblici su strada ordinaria e ferrata. Ma il piano di Ricostruzione della via Marittima resta incompiuto, ma il tracciato della Circumflegrea procede da quindici anni con lentezza esasperante, e la Piedimonte d'Alife, la Circumvesuviana, i vecchi pullman insufficienti continuano a rappresentare l'incubo quotidiano di quanti sono costretti a servirsene. Ma l'ing. Vanzi si fa liquidare circa 70 milioni dalla Circumvesuviana ed affidare dal Volturno il progetto di metropolitana che dovrebbe, con il suo tracciato, sventrare ancora una volta per qualche anno la Riviera di Chiaia ed il Rettifilo, le sole strade disponibili oggi tra l'occidente e l'oriente della città.
A centinaia potrebbero elencarsi le inconcludenze e le speculazioni che nessuno ormai tenta più di nascondere e nemmeno di giustificare. Basterà citarne due. La Radiotelevisione spende 6 miliardi per un impianto a Fuorigrotta, in aree sottratte alla Mostra d'Oltremare, e che per la loro posizione non consentiranno di trasmettere direttamente spettacoli dal S. Carlo; ma esso rischia di non poter addirittura funzionare perché ubicato di fronte ai nuovi laboratori dell'Istituto di Elettrotecnica che dovranno operare su alte tensioni di oltre 1.500.000 di Wolts. E la stessa nuova Sede della Facoltà di Ingegneria, cardine di ogni programma di industrializzazione del Mezzogiorno, si trascina nella fase esecutiva da oltre sei anni senza prospettive di rapido completamento di attrezzature proporzionate alle esigenze della ricerca scientifica moderna e dell'insegnamento. ll nuovo Palazzo di Giustizia viene ubicato secondo le scelte di un Commissario Prefettizio ed altri sei miliardi verranno investiti in una zona assolutamente errata dal punto di vista urbanistico e perfino contro il parere della attuale Commissione del Piano Regolatore.
Il volto di questa città esprime quindi la completa anarchia nel suo sviluppo economico ed urbanistico, sotto la spinta di una legge inesorabile, quella del massimo profitto. La speculazione edilizia ne è uno degli aspetti più evidenti, perché materializzata nel cemento e nel ferro, ma l'indirizzo generale della classe dirigente pesa anche in modo determinante sui costi di distribuzione, sulla alterazione del valore nutritivo degli alimenti, sconvolge tutto il settore dei prodotti farmaceutici, blocca il settore del credito ai limiti della usura e della discriminazione, fa crescere il costo della vita ogni giorno in modo più intollerabile.
La situazione è resa particolarmente grave dall'assetto di tipo precapitalistico ed addirittura feudale delle strutture economiche nel Mezzogiorno, dai contratti agrari ai rapporti nella fabbrica, ai processi distributivi. ll clientelismo democristiano e la camorra laurina sono possibili appunto su un tale terreno. Processi di questo tipo deteriore, che nel quadro della stessa economia liberista e di mercato sono stati stroncati da oltre un secolo in altri paesi capitalistici, si sviluppano ancora qui a Napoli contrastati solo dalla lotta inflessibile della classe operaia e dei suoi alleati. Si tratta spesso di aperte violazioni delle leggi stesse che sono a base del sistema.
Alcuni aspetti del fenomeno sono giunti a tale livello che anche certi settori della classe dirigente ritengono necessario un intervento. Di qui nascono i tentativi di razionalizzare i processi, senza toccare le basi del sistema. Così, fra incessanti contraddizioni, si cerca di sanare le situazioni più scandalose ed intollerabili con enunciazioni programmatiche, salvo a sabotare ogni pratica iniziativa, anche limitatamente rinnovatrice, quando essa minaccia qualche gruppo di interessi particolari. Così avviene per le municipalizzazioni, dove servizi essenziali vengono riconsegnati nelle mani della speculazione attraverso la scelta dei nuovi dirigenti fedeli al sistema, così per la pianificazione urbanistica, dove alla iniziativa formale non fa seguito alcun impegno continuativo e deciso per stroncare la speculazione, dove i Piani democraticamente elaborati e talvolta perfino approvati non vengono adottati dagli organi periferici di un governo che vanta la programmazione come base dei suoi programmi. Né questo può sorprendere in uno schieramento politico che non ha la capacità ed il coraggio di realizzare i propri programmi, di affrontare i gruppi più conservatori e rinvia da anni le leggi fondamentali sull'ordinamento regionale, sulla disciplina della attività urbanistica, sulla riforma agraria, su quella degli Enti Locali, rifiutando la collaborazione del possente movimento rivendicativo dei lavoratori ed anzi contrastando in ogni modo la spinta rinnovatrice che viene da ogni parte del paese.
Cause
Tra le cause principali di questo processo di degradazione della città è la proprietà privata del suolo e tutta la catena di speculazioni che questa disponibilità suggerisce, sia nel caso di proprietà diretta, dentro e fuori i limiti consentiti dalla legge, sia nel caso di acquisizione della disponibilità di suolo pubblico attraverso l'uso del potere nelle pubbliche Amministrazioni.
Come esempio del primo caso, si hanno fatti quali la autonomia da qualsiasi Regolamento Edilizio, da oltre 40 anni, di una intera zona della città, alla radice della collina di Posillipo, proprietà privata di una famiglia che maschera appena i suoi interessi sotto la sigla di Società Partenopea Edilizia Moderna Economica, una modernità che opera in regime quasi feudale di concessione, una economia che ha fruttato agli interessati parecchi miliardi di lire.
Come esempio del secondo caso vi è la sottrazione dell'intero arenile di Mergellina al lavoro produttivo dei pescatori per concederlo alla speculazione dei pescivendoli, dei locali di trattenimento, delle linee di navigazione di lusso del Golfo. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la caotica promiscuità degli altiforni e del Cementificio con la edilizia multipiani nella zona dell'llva di Bagnoli; per la iniziativa napoletana dell'lng. Foddis, divenuto famoso per lo scandalo romano della Teti, di costruzione dell'edificio della Società Esercizi Telefonici, un nuovo blocco di cemento in sostituzione dell'ultima zona verde di Monte Echia, un suolo di cui sarà interessante conoscere il nome del proprietario ed il prezzo di acquisto.
In nessun caso il carattere sociale della produzione è più marcato come nell'aumento di valore dei suoli urbani attraverso il lavoro di tutta una collettività, né l'odioso carattere privato della appropriazione più evidente come quando al massimo profitto consentito dalle leggi economiche capitalistiche si aggiunge un ulteriore guadagno, ricavato dalla complicità e dalla corruzione dei poteri pubblici nell'infrazione delle leggi e dei regolamenti vigenti, nel sabotaggio delle norme in corso di elaborazione.
Uno degli aspetti più caratteristici di questa azione è lo stato di arretratezza di tutta la cartografia, per la quale sono pur state spese decine di milioni. Si può certamente affermare che Napoli manca di una cartografia aggiornata perché talune precisazioni di confini sono di ostacolo all'azione di chi ha interesse di operare sull'equivoco. Infatti, una delle prime azioni della Amministrazione laurina fu quella di distruggere materialmente tutta la documentazione approntata con grandi sacrifici nella formulazione del Piano del '46, perfino un plastico altimetrico della città ed il rilievo del sottosuolo, così importante per la sicurezza dell'edilizia e per la soluzione di alcuni problemi essenziali della circolazione.
Tutto questo spiega l'accanimento ad affossare il Piano Regolatore di Napoli che la Amministrazione unitaria uscita dai Comitati di Liberazione pose a base dei suoi programmi nel '46 per promuovere una rapida ed ordinata ricostruzione, per avviare la realizzazione di una città modernamente attrezzata per un radicale cambiamento del vivere civile, per creare uno sbarramento alle prevedibili aggressioni della speculazione sulle aree fabbricabili. Per far risorgere una città ordinata e moderna dalle rovine della guerra fascista, quel Piano prevedeva 70 miliardi all'anno, per 12 anni, razionalmente investiti e democraticamente controllati. 640 sono stati i miliardi investiti a Napoli dai gruppi speculativi facenti capo ai gruppi monarchici e democristiani, per disarticolare una città, comprometterne gli sviluppi futuri e non affrontare nessuno dei suoi problemi di fondo. Oltre 50 miliardi sono stati intascati dai proprietari delle aree fabbricabili che niente avevano fatto per guadagnare una tale immensa ricchezza.
Ma se è così evidente la sofferenza dei cittadini costretti tuttora a vivere nei tuguri e nelle baracche, se la durata stessa della loro vita è ridotta rispetto al resto della cittadinanza, non meno doloroso è il calvario giornaliero dei lavoratori che debbono usare di una rete di trasporti pubblici frammentaria ed insufficiente. Si tratta di linee gestite da privati in modo tanto inadeguato da aver determinato vere e proprie sollevazioni popolari da parte di utenti esasperati. Ma non solo queste linee date abusivamente in concessione sono motivo di disordine e di disagio. Anche quelle a gestione pubblica sono a tal punto condizionate dall'intervento di interessi privati, in particolare per la manutenzione ed i criteri generali di amministrazione, da rappresentare nella vita quotidiana dei lavoratori, già tanto dura a sopportare, i due periodi più dolorosi, all'alba ed alla fine della giornata.
Infatti, nessun tentativo è stato fatto per unificare gli orari e le tariffe di tutta la rete dei trasporti pubblici, delle Ferrovie dello Stato, dell'Ente Autonomo Volturno, del Comune, per quanto riguarda il risparmio del tempo libero, la salute, l'incidenza sul salario dei lavoratori.
In questa situazione esaminiamo quale è la linea di condotta degli attuali responsabili politici ed amministrativi di questo stato di cose.
Essi non possono sfuggire alla discussione su tali gravi argomenti, ma tendono a spostarla sul piano puramente tecnicistico, mentre la programmazione economica e la pianificazione urbanistica sono scelte politiche interdipendenti, vincolative a tutti i livelli delle strutture e degli sviluppi. Questo non può essere ignorato dagli esperti che a tali opere sono chiamati a dare il loro contributo. Questo non è mai ignorato dai responsabili della direzione politica ed amministrativa i quali fanno le loro scelte con obiettivi precisi ed in tal senso precostituiscono i gruppi di lavoro disposti alla collaborazione.
Le ragioni della proprietà del suolo condizionano tutta la vita economica e culturale, dalla scelta degli investimenti, agli indici di occupazione, agli indirizzi della scuola. L'intera città compromette il suo aspetto e l'ambiente nel quale si era formata nel tempo, e si degrada per rispondere alle scelte della appropriazione.
A questo processo, di cui non riescono a nascondere gli effetti disgregatori, gli avversari non sanno opporre che vaghi impegni programmatici per qualche concentrazione di investimenti con l'intervento dei Monopoli Industriali, nei settori di massimo profitto, per i quali hanno inventato la denominazione di Poli di Sviluppo.
Su dati imprecisi ed ormai superati per il mutare della situazione, su cartografie non aggiornate è stato elaborato un meccanismo di sviluppo della economia campana e sono state indicate le prospettive di espansione della occupazione e del reddito nella Regione. Ma, essendo partiti non dalle aspirazioni delle popolazioni campane e dalle loro capacità, ma dai limiti degli investimenti che sono disposti a fare in questa Regione, vengono non indicati nemmeno sulla carta programmi di piena occupazione ma si teorizza sulla necessità di una emigrazione forzata di oltre 450 mila abitanti senza neanche precisare dove si trovano le nuove fonti di lavoro per questi cittadini.
Di fronte ad una tale insostenibile promessa, di fronte alla reazione dei lavoratori, gli industriali non hanno potuto sostenere un tal Piano e lo anno formalmente abbandonato, senza peraltro sostituirlo con nuovi programmi, mostrando di voler insistere nella loro intenzione di dare mano libera ai Monopoli e di non prevedere nessun intervento massiccio delle industrie a partecipazione statale.
E così si continua a procedere sulla stessa strada attraverso i programmi dei Consorzi indicati dalla Legge proroga per la Cassa per il Mezzogiorno, e delle relative Aree di Sviluppo Industriale, facendo di nuovo venire dall'alto scelte fortuite, intese solo a potenziare quelle già fatte nelle varie zone in modo discontinuo e speculativo, con programmi di insediamenti industriali che non avranno nessuna funzione di serio incentivo regionale perché non tengono alcun conto della situazione generale degli altri settori produttivi, sopratutto della agricoltura, e non considerano né la necessità economica, né gli impegni costituzionali di profonde riforme di struttura.
A questo punto occorre ribadire ancora una volta i criteri che il Partito Comunista pone a base, anche nella nostra città, di una pianificazione urbanistica democratica.
Elementi di Alternativa
Poiché tutti i limiti ed i mali provengono dal sistema della proprietà dei suoli urbani, noi ci battiamo per concrete misure intese a realizzare la nazionalizzazione del suolo. A questo fine tende la proposta di legge dei nostri parlamentari sulla disciplina della attività urbanistica. Essa precisa come elementi fondamentali, ai quali non è possibile rinunciare, il rapporto di interdipendenza tra programmazione economica e pianificazione urbanistica, onde garantire alle pubbliche Amministrazioni gli strumenti necessari a determinare le caratteristiche strutturali dello sviluppo e la loro traduzione in Piani Territoriali. Questa proposta indica inoltre la dimensione regionale come punto di incontro tra le scelte di carattere nazionale e quelle di carattere locale, facendo assumere a tutta la materia urbanistica la funzione di centro democratico di elaborazione e direzione dei processi di sviluppo. La proposta di legge suggerisce infine un radicale intervento pubblico per eliminare l'appropriazione privata dell'incremento della rendita urbana derivante dalla spesa pubblica.
Vi sono dunque premesse di fondo che hanno le loro radici fuori del territorio comunale. Infatti, abbiamo dati sufficienti per conoscere le condizioni di arretratezza o di sviluppo in quelle zone del territorio in cui l'attività produttiva prevalente resta quella agricola. Lo studio degli insediamenti resta quindi legato alla scelta delle strutture capaci di condizionare le trasformazioni colturali, gli incrementi di produzione, i collegamenti tra produzione e consumo, è condizionato dalla gradualità degli investimenti necessari per riproporzionare la distribuzione della popolazione attiva su un territorio più vasto di quello comunale, degli addetti tra i nuovi ed i tradizionali settori di produzione, anche allo scopo di predisporre una razionale rete di viabilità, principale e minore, per gli spostamenti pendolari delle masse lavoratrici di tutto il territorio che gravita intorno al centro urbano, per evitare gli attuali sperperi e le improvvisazioni.
Inoltre, va tenuto conto delle esigenze di concentrazione della produzione industriale in zone determinate, adeguatamente attrezzate e collegate con le fonti di materie prime, con la distribuzione della popolazione, con i nodi di smistamento dei mercati di consumo interni, locali e regionali, verso le correnti di esportazione.
Ma queste zone non devono essere intese come poli di sviluppo intorno ai quali vengano abbandonate al loro destino altre zone storicamente arretrate e depresse, nelle quali più impegnativi e di reddito meno immediato possano risultare gli investimenti.
Ed ancora, insieme all'analisi dello sviluppo di queste attività produttive, in zone particolari, vanno considerati anche i mezzi a disposizione dei centri urbani per contribuire al contemporaneo sviluppo della produzione a carattere artigiano, la quale si è dimostrata perfettamente idonea, in una economia moderna, allo sviluppo delle sue capacità produttive senza rinunciare alle caratteristiche economiche e culturali del proprio settore.
Tutto questo dimostra come la scelta degli obiettivi, degli strumenti, dei programmi rappresenti un momento unitario di qualsiasi programmazione economica e delle conseguenti linee direttrici dell'intervento urbanistico.
L'aumento della popolazione, le aspirazioni crescenti degli abitanti a migliori condizioni di vita, le iniziative pubbliche e private condizionate dalla ricerca del massimo profitto sul mercato delle aree e delle abitazioni, il disordine crescente dovuto alle precise scelte di politica edilizia da parte degli Enti Locali, hanno creata una nuova dimensione del problema delle abitazioni sul territorio comunale. È anzitutto urgente arrestare questa frana edilizia, ed occorre una scelta precisa nelle definizioni delle norme e nella loro applicazione intransigente ad ogni livello.
Questa scelta va diretta verso la creazione di nuovi quartieri residenziali, capaci di inserirsi nelle zone più salubri e nei paesaggi tradizionali, senza interferire con le scelte relative ai problemi delle trasformazioni culturali, della ubicazione delle zone industriali, e sopratutto rispondenti ai livelli del reddito medio degli abitanti. Quartieri completi di tutti i loro elementi, dal verde pubblico ai servizi, alle attrezzature culturali e sanitarie adeguate ad una vita civile. Quartieri ubicati in base a criteri urbanistici e non secondo i confini amministrativi, assolutamente inadeguati ai grandi processi di espansione quantitativa e di rinnovamento radicale della vita civile.
Questa scelta è legata in due modi a quella delle zone di lavoro. Da un lato si pone il problema delle distanze in rapporto alla velocità dei moderni mezzi di trasporto collettivi. Ma si pone d'altro lato il problema del costo delle abitazioni in rapporto al reddito, il problema cioè di produzione degli elementi costituenti l'abitazione e le altre attrezzature edilizie con i mezzi culturalmente più avanzati ed economicamente più adeguati della produzione industriale.
Non saranno quindi soltanto i percorsi tra le zone residenziali e quelle di lavoro, nelle città e nelle campagne, a guidare le scelte, ma anche le dimensioni produttive ed i raggi di influenza più convenienti delle industrie fornitrici di elementi normalizzati.
Impostata in questo modo la nostra pianificazione urbanistica si presenta non solo come elemento determinante di tutta la nostra azione politica per il rinnovamento della vita civile di Napoli, nei settori del lavoro, della abitazione, della circolazione, dei servizi e delle opere pubbliche, ma anzitutto come precisa alternativa alla impostazione che ancora una volta la D.C. intende dare alla soluzione dei problemi della città, affidandone lo studio a Commissioni ed Enti privati legati ai gruppi dirigenti, responsabili nel passato più lontano ed in quello recente, della disgregazione del tessuto urbano, della speculazione che abbiamo solo in parte documentato finora, in tutti i settori e gli interventi pubblici e privati.
Questi gruppi hanno già manifestato le loro intenzioni per quanto riguarda gli indirizzi generali, le premesse economiche e gli sviluppi urbanistici del Piano, per quanto riguarda le decisioni in merito alla prosecuzione delle iniziative edilizie speculative, alla applicazione della Legge 18 Aprile 1962, n° 167 sulle aree fabbricabili, alla utilizzazione dei fondi della Legge Speciale e, come si è visto, principalmente alla impostazione antidemocratica e monopolistica dei Consorzi industriali. Per quanto riguarda le premesse economiche, problema fondamentale della città di Napoli è il raggiungimento del nostro obiettivo di accrescere la forza politica, la capacità contrattuale e le prospettive di partecipazione alla direzione ed alle scelte da parte della classe operaia e di tutti i suoi alleati, nei vari settori della produzione e della cultura.
Anzitutto, per quanto riguarda lo sviluppo della agricoltura, nelle zone del Giuglianese, del Frattese, delle Padule, del Nolano, dei Colli Vesuviani, delle Foci del Sarno, è possibile raccogliere dalla collaborazione delle masse contadine le indicazioni essenziali per le necessarie trasformazioni colturali, per la creazione delle premesse, per le riforme di struttura, per l'arresto della fuga della rendita fondiaria, per la creazione di condizioni di lavoro proporzionate alle possibilità di una agricoltura industrializzata e moderna, svincolata da tutte le forme di oppressione e di ricatto economico che oggi ne limitano lo sviluppo. Questa analisi ci dirà con precisione le aliquote di addetti alla agricoltura che dovranno trovare nuovi posti di lavoro in altre attività produttive.
Inoltre, l'analisi di questo particolare problema rappresenta ancora un contributo alle scelte di fondo nel settore delle abitazioni. Indica infatti la possibilità per gli attivi che dovranno spostarsi in altri settori di produzione, di abitare eventualmente nei nuovi quartieri previsti da un Piano Regolatore Comprensoriale e della applicazione della Legge 167 anche nella zona agricola, nel quadro delle scelte generali per le direttrici di espansione e gli attuali centri urbani.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle aree industriali, occorre ribadire, per quanto riguarda gli indici di occupazione e gli investimenti, le critiche in merito alle scelte ed alla concretezza; mentre è possibile indicare nei dettagli gli impegni da richiedere al Ministero delle Partecipazioni Statali per quanto è di sua competenza.
A fianco di questi settori produttivi vi è a Napoli il grosso problema della pesca, sia come razionalizzazione dell'allevamento nelle acque interne, sia come industrializzazione della pesca costiera e d'alto del mare che interessa nella provincia di Napoli 20 mila addetti e circa 120 mila abitanti. Questo problema va considerato sia nel settore cantieristico per quanto riguarda la produzione di pescherecci, che per la sistemazione dei porti e degli approdi di armamento e dei relativi servizi a terra (frigoriferi, mercati, industrie di trasformazione, assistenza ai pescatori) e quello delle zone di abitazione destinate stabilmente a questo settore produttivo, nelle zone adatte.
Per quanto riguarda il turismo, il primo modo di contribuire allo sviluppo di questo notevole settore produttivo è la elevazione delle condizioni di vita civile in tutti i centri urbani vicini alle zone di interesse archeologico, paesistico e balneare e di porre un freno definitivo alle rovine che degli ambienti famosi in tutto il mondo, va compiendo la speculazione edilizia. L'altro problema riguarda le attrezzature recettive, incrementando dal punto di vista qualitativo e quantitativo anche i posti di lavoro in questo settore.
Per quanto riguarda lo sviluppo urbanistico, avvenuto in modo disordinato sotto la spinta della speculazione edilizia, con la conseguente disarticolazione di questi centri della provincia e di quello di Napoli in particolare, occorre premettere che il primo elemento della soluzione consiste nello sviluppo delle fonti di lavoro. Ma è anche indispensabile operare delle scelte di fondo per quanto riguarda un nuovo sistema urbano articolato. Questo non significa soltanto il vecchio concetto di espansione e non rappresenta la subordinazione del nucleo abitato al luogo di lavoro, ma un collegamento razionale dei vecchi e nuovi quartieri residenziali con tutti i settori di lavoro del comprensorio. Occorre anzitutto combattere vigorosamente una impostazione intesa a favorire lo sviluppo a macchia d'olio, caro ai padroni delle aree. Costoro sostengono che il centro urbano di Napoli è bloccato a sud dal mare, a occidente dalle colline, a nord dall'altopiano, a sud-est dal Vesuvio. Non resterebbe quindi altra soluzione che sbloccare lo sbarramento artificiale creato dagli impianti ferroviari verso oriente, spostandoli di qualche chilometro. Questa impostazione sulla quale tenta di tornare oggi la nuova Commissione del Piano Regolatore, fu già proposta nel Piano del `39 dalla Commissione della SME e del Risanamento e venne bocciata per la opposizione delle Ferrovie dello Stato alle quali non si offriva alcuna alternativa.
Questo indirizzo speculativo poggia su equivoche premesse urbanistiche: infatti, i quattro settori a nord-ovest, a sud-ovest, a sud-est e a nord-est di possibile ampliamento possono essere perfettamente serviti migliorando e coordinando la rete di trasporti pubblici su strada ordinaria e ferrata, seguendo, sopratutto per questa seconda rete, le notevoli esperienze fatte da oltre cento anni nei maggiori agglomerati urbani di molti paesi. Si tratta quindi di realizzare non delle direttrici di espansione ma un nuovo sistema urbano articolato.
L'influenza determinante su questa scelta è data dalla posizione del porto di Napoli che è fra le principali fonti di lavoro della città e che dovrà vedere decisamente migliorate le sue attrezzature ed i collegamenti viari e ferroviari con la rete nazionale autostradale e ferroviaria, così come era previsto fin dal `47 nel Piano di Ricostruzione.
Il coordinamento di tutti i mezzi di trasporti collettivi dovrà considerare la unificazione degli attuali tracciati ferroviari della rete da Villa Literno a Castellammare e a Cancello con gli anelli della Circumvesuviana, della Circumflegrea e della Piedimonte d'Alife opportunamente integrata per i brevi tratti di galleria tra Quarto e Marano, per il tratto da Piazza Amedeo a via Gianturco, lungo il confine tra la via Marittima e la zona portuale, nei tratti tra Piscinola e Montesanto, tra S. Maria dell'Arco e S. Pietro e Patierno.
Questo programma potrà realizzare, con una spesa limitata, largamente compensata dalla valorizzazione delle nuove aree edificabili da essa servita, una efficiente rete metropolitana capace di collegare rapidamente qualsiasi zona di abitazione con le zone di lavoro nelle aree industriali e nelle campagne, con una incidenza sui redditi dei lavoratori non superiore al 3% dei salari reali.
Una tale impostazione dello sviluppo urbano di Napoli presuppone evidentemente una articolazione del Piano su scala comprensoriale.
Le stesse ragioni che fanno opporre la nostra alternativa alle iniziative del Consorzio Industriale ed a quella ancora più determinante del Nuovo Piano Regolatore di Napoli impostato dalla Amministrazione D.C., consigliano di estendere il comprensorio a tutti 163 Comuni nella zona di Quarto, Casoria, Volla, Nola e Foci del Sarno, per complessivi 100 mila ettari circa, con una popolazione che si avvicina ai due milioni di abitanti, in modo da formare un Consorzio unico di questi Comuni, legati dagli stessi interessi politici, economici ed urbanistici, capaci di opporsi unitariamente al disegno dei Monopoli e di far prevalere alternative democratiche sia nella impostazione che nella gradualità, anche in previsione dell'impegno di azione di questo Comprensorio nel quadro degli sviluppi urbanistici della intera Regione.
Con la collaborazione responsabile di tutti gli abitanti degli attuali piccoli e grandi centri urbani del Comprensorio si possono cercare le soluzioni per la ubicazione ed il dimensionamento dei nuovi nuclei lungo gli assi delle strade ordinarie e ferrate.
Questo sviluppo degli insediamenti periferici, collegati da zone di verde pubblico con gli attuali centri ed i loro nuclei storici, determinerà un riproporzionamento di valori delle aree edificabili e della proprietà immobiliare nei centri attuali, favorendo tutti gli interventi di restauro e le zone storiche di risanamento dell'edilizia malsana, di sostituzione dell'edilizia fatiscente. La scelta generale di questo indirizzo avrà una influenza determinante sui criteri di applicazione della legge n° 167, per un vincolo immediato delle aree edilizie e delle zone da destinare a verde pubblico.
Ma proprio in previsione di questa pianificazione urbanistica a largo raggio occorre pronunziarsi su alcuni problemi di emergenza che richiedono scelte e decisioni immediate, per arrestare il caotico sviluppo delle iniziative in corso, l'aumento indiscriminato dei suoli edificatori. Per quanto riguarda la politica edilizia delle Amministrazioni comunali, in rapporto alla concessione di licenze edilizie fino alla entrata in vigore del nuovo Piano, la nostra azione si deve proporre di portare le licenze edilizie alla approvazione del Consiglio comunale, ritirando le deleghe ai sindaci, e previo esame della Commissione del Piano Regolatore Generale ed apportando qualche variante essenziale al Regolamento Edilizio in vigore.
In quanto alla Legge 18 Aprile '62, n° 167, essa potrebbe essere applicata come stralcio immediato del Piano Regolatore comprensoriale, seguendone i criteri di impostazione generali e particolari. Questo indirizzo potrebbe essere legato al tracciato della nuova Metropolitana, unificata sotto la gestione democratica di un Ente a partecipazione statale sul tipo dell'Ente Autonomo Volturno, e con rappresentanza degli Enti Locali nel Consiglio di Amministrazione.
Per quanto riguarda la utilizzazione dei fondi della Legge Speciale, essa può essere valutata secondi i criteri già indicati dal gruppo consiliare di Napoli, utilizzandola in parte per un primo finanziamento delle opere interessanti il settore delle attrezzature e dei servizi delle aree acquisite dal Comune attraverso la applicazione della Legge n° 167, di quelle interessanti la realizzazione dei primi allacciamenti essenziali della rete metropolitana ed il completamento dei servizi essenziali per le attrezzature civili.
Politica di Pianificazione
Queste nostre enunciazioni non sono nuove. Nuovo vuole essere l'impegno di lotta per avviarle a realizzazione. Questa nostra lotta è più che mai attuale ed ha probabilità di riuscita, poiché il suo potere, nel quadro della pianificazione democratica, risiede proprio nella attuale situazione politica. Essa si inserisce infatti con una propria qualificazione nella spinta rivendicativa generale così estesa e vigorosa in tutte le categorie dei cittadini, ma in modo particolare nelle testimonianze più recenti che continua a darne la classe operaia. Si tratta infatti della lotta non solo per i miglioramenti del salario ma per tutti gli aspetti della condizione operaia, all'interno ed all'esterno della fabbrica. Si tratta di tutte le azioni al livello delle Assemblee elettive, con la partecipazione dei cittadini nella loro funzione di stimolo e di controllo. Si tratta delle lotte politiche generali per attuare il programma delle riforme strutturali.
Un carattere particolare della nostra azione nasce da considerazioni di carattere storico. Nei paesi socialisti la classe operaia ha conquistato anzitutto il potere ed ha poi avviato l'opera di programmazione e di pianificazione. Noi operiamo sin d'ora, in questa fase di lotta democratica per divenire maggioranza, nel corso di questa azione di denuncia e di rivendicazione. Infatti, mentre rivendichiamo alle classi lavoratrici il diritto di piena partecipazione alla direzione politica ed economica del paese, indichiamo a tutta la popolazione le cause profonde delle sue sofferenze e delle sue insoddisfazioni, ed indichiamo ancora quali sono i mezzi, gli strumenti, i sistemi per cambiare finalmente le cose in Italia e giungere non solo ad una pacifica coesistenza con gli altri popoli, non solo ad un aumento della produttività, ma ad una giusta distribuzione del reddito fra tutti i cittadini.
Non crederemo ai miracoli finché con essi ci si limita a moltiplicare pane e pesci sulle mense dei ricchi ed a lasciare gli altri a contentarsi dei resti. Crediamo solo alle lotte organizzate per trasformare la realtà intorno a noi a favore della maggioranza dei cittadini.
Alla organizzazione di questa lotta devono tendere tutte le nostre forze se vogliamo riuscire. Negli anni duri della dittatura aperta e senza maschera, furono il coraggio, la tenacia, la resistenza, lo studio, la organizzazione ad avere infine ragione della violenza e del male. Quella vittoria ha posto oggi nelle nostre mani un grande strumento di lotta organizzata.
Su questi temi e nel quadro della nostra linea politica generale, ogni sezione di città e di provincia, ogni circolo democratico, ogni Assemblea deve diventare centro di elaborazione e di chiarificazione, per la nostra grande azione rivoluzionaria che ha per obiettivo di affidare finalmente nelle mani dei napoletani la loro città con le sue grandi ricchezze economiche, con le sue spiccate capacità di lavoro, con la tradizione della sua cultura.
La relazione è stata ristampata, a cura della sezione “G. dello Jacovo” del PCI nella brochure Luigi Cosenza: l’uomo, il compagno, Napoli 1985, pp. 62-76.
Non si è risparmiato in nessuno dei mestieri che ha praticato per servire i suoi ideali e agire secondo i principi in cui credeva...Urbanista e politico, organizzatore culturale e protagonista di iniziative volte a migliorare la comprensione tra culture diverse, lo abbiamo trovato sempre sul versante giusto della ricerca e dell’azione. Quando le lagrime saranno asciutte cercheremo di contribuire alla prosecuzione del suo lavoro.
La camera ardente è presso la Sala Consiliare del Comune di Bolzano mercoledì 30 aprile 2008, dalle ore 9 alle 13. La messa e il ricordo degli amici presso il Duomo di Bolzano a partire dalle 14..
Qui un suo scritto su democrazie e partecipazione.
Il testo che segue contiene la relazione e il successivo intervento, entrambi rivisti dall’autore, svolti nel corso del convegno organizzato dalla Compagnia dei Celestini, dal Dipartimento di Architettura e Pianificazione dell’Università di Sassari e dal Dipartimento di Pianificazione dell’Università Iuav di Venezia. In calce il programma del convegno. Ringraziamo Piergiorgio Rocchi che, in memoria di Silvano, ha inviato a eddyburg il materiale
Relazione
Vorrei centrare questo mio contributo sul rapporto tra partecipazione e politica visto dalla parte della politica. Intendo cioè assumere il punto di osservazione che si possiede “stando seduti” ai tavoli della partecipazione dalla parte dove stanno gli amministratori pubblici.
Lo faccio mettendo a frutto la mia condizione di urbanista a cui è toccato un “turno di servizio” come assessore comunale. Per l’analisi dei processi partecipativi è un buon punto di osservazione: direi che è la ... trincea avanzata. Mi scuserete il linguaggio bellicista, ma è proprio quel posto che, se lo occupi, ti espone al doppio fuoco e sei spesso colpito dalle tue retrovie! Fuor di metafora: sei messo in mezzo. E da lì vedi, sotto nuova luce, dispiegarsi le complesse dinamiche dei conflitti urbani e dei processi partecipativi.
Ciò premesso, non esito a dichiarare che ritengo intrinseco al ruolo di amministratore comunale il compito di governare “sul campo” i processi di trasformazione territoriale in rapporto diretto con le dinamiche socio-culturali della comunità che su quel territorio esprime i suoi bisogni e i suoi diritti. Intendo con ciò connotare specificamente la mission della politica comunale in quanto segnata dall’obbligo dell’ hic et nunc territoriale e comunitario, cioè dall’imperativo etico e pratico della vicinanza-concretezza-particolarità-...., distinguendola dai ruoli assai diversi degli altri livelli politici e istituzionali (superiori?!) che possono e forse devono connotarsi per distanza-astrazione-generalità-....
Se queste considerazioni, per quanto sommarie, hanno un fondamento, allora non c’è scampo: la frontiera comunale della politica non può non essere la frontiera avanzata della democrazia partecipativa.
Allora si profilano compiti di grande delicatezza e di grande fatica, dove la complessità supera largamente le previsioni e i risultati appaiono sempre minori (o diversi) delle attese. Diffidiamo di ogni esaltazione dei risultati concreti e sforziamoci di studiarne le dinamiche, cogliendone sempre le contraddizioni e le difficoltà assieme agli esiti più propriamente politico-culturali.
Veniamo dunque ad alcune considerazioni sulla fenomenologia della partecipazione, vista dalla parte dell’amministrazione.
Si è già fatto cenno negli interventi precedenti alle resistenze del ceto politico e delle istituzioni a fare propria una autentica cultura della partecipazione, prima ancora che ad utilizzarne le tecniche e le procedure, che fanno della partecipazione l’elemento strutturale e qualificante dei processi di pianificazione e di governo della città.
E’ vero: il sistema politico-amministrativo esprime una diffusa avversità ai processi partecipativi. Quand’anche non fosse un pregiudizio ideologico e culturale (peraltro assai diffuso, purtroppo non solo nelle amministrazioni più conservatrici!), è diffusamente presente come pregiudizio ... funzionale. Ho esperienza diretta di amministratori di sicura fede democratica che temono (e osteggiano) i processi partecipativi perché li considerano “generatori di conflittualità”. Ovviamente questo timore ha una sua fondatezza. Ma qui sta il nocciolo della questione. Se si crede nel valore democratico del processo partecipativo, non è legittimo temere che esso produca esiti irreversibili di “presa di coscienza” e dunque di implementazione della conflittualità. E’ l’innesco di un processo virtuoso di “presa di potere” da parte dei cittadini, secondo le varie modulazioni che dal potere di conoscenza passa al potere di pronunciamento e dunque al potere di condizionamento delle decisioni... fino al potere autentico di co-determinazione.
Nessuna meraviglia dunque di fronte al senso di paura degli amministratori. Una classe dirigente e un ceto politico, che sono predisposti culturalmente ad una gestione etero-diretta e gerarchizzata del potere all’interno di istituti di democrazia delegata, non possono che essere impauriti e preoccupati. Ma nessun amministratore può programmaticamente rifiutarsi ai processi partecipativi.
Si forma di conseguenza un secondo atteggiamento che definirei di “riduzione del danno”: la declinazione del processo partecipativo secondo una pura formula comunicativa. Ci si convince che noi amministratori siamo bravissimi (e appositamente delegati) a pensare, decidere, programmare e possiamo avvalerci di tecnici eccellenti che danno forma compiuta alle nostre decisioni, ma alla fine il vero difetto è che non siamo capaci di vendere il prodotto!
Allora scattano le contromisure: il processo partecipativo viene scisso in fasi distinte. C’è una prima fase detta “di ascolto” in cui il cittadino è chiamato ad esprimere le sue attese. La seconda fase “di progetto” viene delegata ai tecnici. La terza fase “di decisione” viene consumata rigorosamente nel chiuso delle stanze della politica. La terza fase “di informazione” si ri-apre ai cittadini, ma rigorosamente a valle delle decisioni che sono ormai ... blindate! Un simile processo, pur nobilmente comunicativo, è totalmente spogliato di ogni potenzialità-pericolo di condizionamento reale dei processi progettuali e decisionali.
L’incremento del tasso di comunicazione dei processi amministrativi è certamente cosa buona e utile, ma è molto distante e radicalmente diversa dai processi partecipativi autentici ai quali vogliamo riferirci. Infatti, attraverso la partecipazione nella sua forma radicale non si tratta di comunicare decisioni già assunte per farle conoscere e accettare, ma si tratta di implementare e riconvertire dal basso i processi di analisi e di decisione, secondo la prassi più avanzata della “ricerca-azione”.
Devo dire che mi è capitato di subire pesanti interferenze e condizionamenti dalla politica che frena e minimalizza i processi partecipativi, più che da quegli amministratori che ne sono semplicemente spaventati.
C’è però un terzo atteggiamento che rappresenta lo stadio più avanzato della evoluzione opportunistica dell’amministrazione. Cresce infatti la propensione di molti ad appropriarsi di questi processi in forma esplicitamente strumentale. C’è infatti chi pensa di aver capito quale e quanta funzione possa avere la processualità partecipativa in ordine alla formazione del consenso ad esclusivo favore del soggetto gestore del processo stesso, sia esso il singolo assessore o un intero schieramento politico. In questo caso la politica si appropria di raffinate strumentazioni e di abili consulenti, emulando metodi e strumenti dei sistemi di consulenza aziendale che ormai sul mercato offrono prestazioni di altissimo livello tecnico. Il processo partecipativo si ammanta di sofisticate procedure e di buoni linguaggi per diventare una macchina di costruzione e manipolazione del consenso.
Dentro questa gamma di atteggiamenti, dalla timorosa resistenza passiva al minimalismo comunicativo fino alla strumentalizzazione propagandistica, si misura l’alternatività vera e sostanziale dei processi partecipativi autenticamente democratici. E la loro autenticità si misura nel pieno diritto di cittadinanza riconosciuto ai conflitti come luogo della partecipazione.
C’è un unico vero test d’ingresso: il giudizio sui conflitti urbani! Chi ne dà un giudizio negativo può al massimo accettare un processo partecipativo per mitigare il conflitto ovvero per vanificarlo, ma non accetterà mai di attivare processi di autentico protagonismo civico. Chi, invece, riconosce la conflittualità urbana, con tutte le sue asprezze e le sue contraddizioni, come risorsa sorgiva della democrazia, accetterà di porsi programmaticamente il problema di governare i conflitti ed accetterà di mettersi in gioco promuovendo processi partecipativi autenticamente democratici. Si tratta infatti di riconoscere nella conflittualità urbana la propensione al protagonismo dei cittadini e di ricondurla all’interno di trame partecipative complesse. E di riconoscere, al tempo stesso, che il problema fondamentale è di governare il conflitto attraverso processi virtuosi di negoziazione e di mediazione, non solo tra i cittadini e l’amministrazione, ma anche i conflitti infra-comunitari, cioè fra i cittadini stessi.
L’universo urbano è sempre più caratterizzato dall’insorgenza di fenomeni di micro-conflittualità diffusa e spontanea. I cittadini hanno imparato a protestare, a organizzarsi in comitati, a praticare forme di lotta, ad usare i media ... E’ la forma spontanea della partecipazione agita e rivendicata! Prevalgono ovviamente i toni contestativi: si denunciano situazioni di disagio, di fastidio, di disservizio .... si polemizza con l’amministrazione. Ma si tratta, nella grande generalità dei casi, di problematiche che, nella loro sana concretezza, scontano necessariamente caratteri di mono-tematismo, di settorialismo, di particolarismo e, in fondo, di “egoismo”. Sia essa la lotta contro il traffico “nella nostra strada” che prescinde dalla valutazione sul traffico delle strade limitrofe; ovvero la reazione alle cosiddette “localizzazioni indesiderate” (discariche o case per stranieri, ecc.) di cui “si chiede solo di farle in un altro quartiere”: al conflitto con l’amministrazione si mescola immediatamente il conflitto con altri cittadini ....
Generare partecipazione democratica significa riconoscere legittimità ad ogni istanza che comincia a esprimersi “in particolare e in negativo” per implementarla “in generale e in positivo”, attraverso un percorso che incrocia la complessità dei problemi e l’interesse collettivo.
Questa procedura è, per la politica, un esercizio complicato ma obbligato. Perchè inerisce al fondamento stesso della democrazia e si insinua proprio nel cuore della crisi attuale della politica. E qui si aprirebbe un discorso assai lungo....
Le risposte nel corso del dibattito
Dal dibattito emergono interrogativi di fondo sul “senso di necessità” della partecipazione. In alcuni momenti la riflessione ha assunto una dimensione di carattere talmente generale da coinvolgere il concetto stesso di democrazia. Su questo livello ho difficoltà ad esercitarmi e tendo a riferirmi più specificamente a quel frammento della democrazia che si sviluppa all'interno dei processi amministrativi e, in particolare, nel settore dell’urbanistica. Ma, pur in questo ambito “minore”, voglio essere radicale: la partecipazione nella gestione degli enti locali e, in particolare, nei processi di pianificazione territoriale è politicamente indispensabile, intrinsecamente funzionale e virtuosamente innovativa.
Verso esperienze di democrazia sostanziale
Il grado di necessità deriva dalla capacità propria dei processi autenticamente partecipativi di generare senso civico collettivo e, di conseguenza, sviluppo di democrazia sostanziale . Perfino quando la partecipazione non è coronata da successi pratici direttamente misurabili ai fini diretti dell’iniziativa, lascia sul campo esiti irreversibili di riconversione culturale del modo di fare politica. Induce i cittadini a riappropriarsi di conoscenze e di poteri in ordine agli usi del territorio e alla attività di governo della cosa pubblica e della casa comune. Costringe i politici a rifondare il proprio rapporto con i cittadini, uscendo dalla mera liturgia elettoralistica e dalla totale autoreferenzialità del sistema politico contemporaneo. Introduce elementi di innovazione gestionale in una macchina amministrativa ferma nella sua rigidità secolare di stampo autocratico, separato, ostile ed opaco.
A parità di quadro politico e istituzionale, che conserva la normale routine amministrativa, sia a livello progettuale che a livello decisionale, il processo partecipativo su una specifica attività di pianificazione o di progetto modifica decisamente la filigrana dell’operazione stessa. Restano nella forma le procedure amministrative, gli iter di approvazione e di decisione, ma modalità partecipative di approccio alle procedure “di diritto” producono mutazioni di senso, facendo virare “di fatto” i contenuti della manovra e gli atteggiamenti dei singoli attori del processo verso esperienze irreversibili di approssimazione alla democrazia sostanziale.
Su questa sfida per l’implementazione sostanziale dei processi democratici, ho investito molto nell’assolvimento del mio ruolo di assessore all'urbanistica del Comune di Bolzano. Ho voluto, costantemente e programmaticamente, segnare in questa direzione la mia pratica amministrativa, agendo con libertà e pragmatismo, nella piena consapevolezza di non possederne la “ricetta”. Intendo dire che non credo in un metodo certificato per “fare partecipazione”. Non c’è il manuale pronto per l’uso, ma esiste un ricco patrimonio di saperi e di buone pratiche a cui possiamo attingere secondo le geometrie variabili e lo spirito di sperimentazione che la peculiarità delle situazioni richiede. Perché a seconda delle varie esigenze, delle varie tipologie di procedure amministrative, delle diverse condizioni di partenza, delle peculiarità locali, ecc. sono possibili, anzi,sono necessarie declinazioni autonome, creative e sempre diverse del programma partecipativo.
In questa prospettiva posso presentare sinteticamente tre concrete esperienze bolzanine che evidenziano la diversità di declinazione pratica della stessa logica partecipativa.
Il progetto CasaNova
Abbiamo sviluppato (e felicemente concluso) un’esperienza di partecipazione attiva e diretta su un progetto di pianificazione attuativa. Si trattava di elaborare il piano di attuazione su un’area di 10 ettari destinata all’edilizia sociale. Era prevista la realizzazione di un nuovo quartiere di iniziativa pubblica per insediarvi mille famiglie, attraverso l’intervento dell’Istituto Case Popolari e delle Cooperative. Il tutto nasceva in un clima di aperta conflittualità. I contadini e gli ambientalisti si opponevano alla sottrazione di aree agricole. Gli abitanti delle zone limitrofe si opponevano alla nuova edificazione e confliggevano con i “senza casa” che aspiravano alle assegnazioni. Gli ordini professionali rivendicavano un concorso di progettazione e confliggevano con il movimento cooperativo che pretendeva l’assegnazione delle aree e la piena libertà di auto-pianificazione. E via confliggendo!
Ho scelto di mantenere saldamente in mano pubblica la regia pianificatoria dell’operazione con l’obiettivo programmatico di garantire alla manovra tre eccellenze: l’eccellenza urbanistica, l’eccellenza ambientale e l’eccellenza partecipativa. Si è proceduto ad un concorso pubblico non tra progetti, ma tra progettisti. Un bando europeo, già esplicito sul “programma di triplice eccellenza”, basato su “curricula professionali e concepts progettuali” ha prodotto l’affidamento dell’incarico ad un gruppo interdisciplinare italo-olandese coordinato da Frits Van Dongen. Il mandato era esplicito e formalmente contrattualizzato: il progetto andava gestito work in progress sulla base di scenari progettuali da valutare e sviluppare attraverso una serie di workshop a partecipazione diretta da parte di tutti i “portatori di interessi e di sensibilità” coinvolti nella manovra.
E così è stato. Si è costituito un tavolo di co-progettazione a cui sedevano i progettisti incaricati, i tecnici dell’IPES (istituto case popolari), i rappresentanti delle cooperative, i rappresentanti degli abitanti già insediati in zona, i tecnici dei vari uffici comunali competenti. Il tavolo ha lavorato in 6 workshop, a cadenza mensile, a partire da tre diversi scenari progettuali (variabili: densità edilizia, impianto insediativo, tipologia, morfologia) elaborati dai progettisti incaricati. Fissate le invarianti di eccellenza ambientale (basso consumo energetico a 35 KWh/mq. anno, teleriscaldamento a co-generazione ed energia solare, gestione integrale del ciclo dell’acqua, ecc.), il tavolo ha progressivamente valutato comparativamente gli scenari, procedendo consensualmente alla scelta del modello da assumere e alla sua concreta declinazione progettuale. In sei mesi il piano di attuazione è stato così compiutamente elaborato e, con la forza del consenso realmente costruito nel vivo della sua elaborazione, è stato rapidamente e unanimemente approvato dal Consiglio Comunale. Il Progetto CasaNova è ora in fase di concreta attuazione, attraverso i singoli progetti edilizi direttamente elaborati dall’IPES e dalle Cooperative che sono divenute assegnatarie dei singoli lotti edificabili.
Non si pensi che questa operazione sia stata semplice come una ... passeggiata. È stata un'operazione assai complicata, che ha continuamente generato contraddizioni e conflitti. Ma i conflitti venivano gestiti in corso d’opera e producevano virtuosi avanzamenti del processo. Cito, a titolo di esempio, i conflitti tra il movimento cooperativo e l’IPES in quanto rappresentanti di due diverse tipologie di destinatari finali degli alloggi. Ovvero i conflitti tra i destinatari delle nuove case e i cittadini già insediati nel quartiere: i primi avrebbero preteso esclusivamente per se stessi il nuovo verde e i nuovi servizi in dotazione all’insediamento; i secondi giustamente rivendicavano il verde e i servizi come integrazione alla qualità urbana della più vasta area gia urbanizzata.
In conclusione Bolzano ha un nuovo quartiere, coerente con il programma delle “tre eccellenze”, e ne va giustamente fiera. E ha vissuto un’esperienza di partecipazione su cui basare l’avanzamento del processo di sviluppo urbano e di riqualificazione della sua periferia.
La mappa dei conflitti
Mentre procedeva l’esperienza del CasaNova e si misuravano le virtù partecipative di quell’operazione puntuale, è cresciuta (fortemente in me, molto meno nella mia Giunta!) la curiosità politica generale verso la dinamica più generale dei conflitti urbani nella città intera.
Va detto preliminarmente che Bolzano ha un ingombrante ... scheletro nell'armadio. Ha nella sua storia e nella sua “pancia” un problema di conflitto etnico. Non posso qui dilungarmi e schematizzo: l’Alto Adige è l’antico Tirolo del Sud annesso all’Italia per esito bellico e sottoposto ad italianizzazione forzata sotto il regime fascista; Bolzano ne è il capoluogo ed è città mistilingue ma a maggioranza italiana in una provincia a maggioranza tedesca... Ne deriva che, in ogni momento e su ogni questione, si teme o si rischia o si paventa o si alimenta ... il conflitto etnico, pur sopito grazie al raffinato modello istituzionale della speciale autonomia provinciale. C’è dunque una contraddizione latente, un umore di fondo, una linea d'ombra sempre pronta a riemergere. Come, ad esempio, quando la giunta municipale, formata dal centro sinistra e dalla SVP (il partito maggioritario di rappresentanza tedesca), ha deciso (udite, udite!) di cambiare il nome di una piazza. La piazza della Vittoria, caratterizzata dalla presenza del monumento di Piacentini dedicato alla vittoria contro i tedeschi nella prima guerra mondiale, veniva ri-nominata Piazza della Pace. La ribellione dei cittadini italiani di Bolzano, alimentata dalle forze politiche della destra nazionalista, ha imposto e stravinto il referendum che ha ripristinato Piazza della Vittoria. Sic!
In seguito a questa vicenda ho attivato il gruppo di Avventura Urbana per un lavoro di mappatura dei conflitti urbani, ponendo una serie di interrogativi, compreso quello etnico, per cercare di capire se e quanto covi ancora sotto la cenere la brace del conflitto etnico e come questo male oscuro interferisca con la miriade di micro-conflitti urbani che attraversano costantemente la città. Ne è uscita una mappa dei conflitti territoriali e dei loro attori, così ricca di suggestioni e di conoscenze, che mi induce a consigliare vivamente un simile lavoro a tutte le amministrazioni. Se ne ricavano infatti significative chiavi di lettura analitica della complessità urbana.
Abbiamo lavorato sul riconoscimento dei temi del conflitto e sul loro contenuto valoriale, sulla dimensione territoriale e sulla capacità di penetrazione, sul grado di coinvolgimento sociale con la capacità di mobilitazione e sull’effetto di organizzazione, sulla durata nel tempo e sul potere di interferenza con le politiche urbane, ecc. Abbiamo ricostruito un'immagine nuova ed inedita della nostra città che esprime un’alta numerosità di questi conflitti, caratterizzati da una dimensione prevalentemente minuscola, gestita da piccoli comitati a dimensione micro-territoriale, con modesta capacità di diffusione e di organizzazione in rete. Prevalgono nettamente i conflitti estemporanei e fugaci, spesso su temi di scarso spessore valoriale (bar fracassoni...) o di evidente segno negativo (contro gli immigrati, i tossici, i diversi, ...), comunque segnati da un fondamentale mono-tematismo e da limiti localistico-egoistici (non nel nostro cortile, non nella nostra strada, non nel nostro quartiere, ...). E le forme di espressione del conflitto restano fondamentalmente destrutturate e occasionali, largamente inconcludenti e a scarsa incisività politica, anche quando si manifestano con forte combattività e su contenuti obiettivamente nobili (traffico, rumore, inquinamento, sicurezza...).
Limiti e contraddizioni, dunque, ma la diagnosi complessiva è positiva! La notevole presenza di conflittualità urbana non è “inquinata” dal tradizionale conflitto etnico locale e costituisce un segno di vitalità civica che merita di essere messa a frutto attraverso un’offerta qualificata di “arene partecipative” strutturate, capaci di implementare i processi partecipativi attorno alla complessità dei temi e al loro radicamento territoriale e sociale. La conflittualità urbana bolzanina si presenta dunque come una risorsa da valorizzare, capovolgendo il tradizionale approccio difensivo o ostile della politica.
Il progetto OHA!
Con questa consapevolezza, ha preso corpo un progetto di sperimentazione della progettazione partecipata applicata alla complessità di un brano territoriale omogeneo.
Abbiamo scelto un intero quartiere Oltrisarco-Haslach-Aslago e lo abbiamo messo al centro del Progetto OHA! E’ un ambito territoriale sufficientemente grande e sufficientemente omogeneo per superare il limite del localismo e per rappresentare la complessità urbana. E’ un quartiere ricco di identità propria e ricco di micro-conflittualità monotematiche (contro il traffico stradale, contro l’inquinamento della zona industriale, contro la condizione di perifericità e la scarsità di servizi, ...). A quell’intero quartiere, all’intera comunità in esso insediata, ai suoi numerosi (e settoriali) comitati di lotta e al suo consiglio di circoscrizione, all’intero spettro delle sue problematiche urbanistiche e delle sue criticità sociali ... a questo piccolo, ma completo, universo di urbanità abbiamo offerto l’occasione di auto-gestirsi un progetto integrato e partecipato di riqualificazione urbana. Abbiamo messo a disposizione un gruppo qualificato di consulenti (gli urbanisti di Avventura Urbana e l’antropologa Marianella Sclavi), con il ruolo di “facilitatori” del processo partecipativo, e un gruppo di 12 funzionari comunali di varia competenza amministrativa, con il ruolo di interfaccia in progress con la macchina amministrativa. Abbiamo riconosciuto ai partecipanti la piena dignità del protagonismo civico.... e li abbiamo lasciati camminare.
Ci è così successo di assistere alla straordinaria liberazione di risorse creative e al dispiegarsi di un’esperienza di intensa e diffusa partecipazione attiva, che ha coinvolto centinaia di persone di tutte le etnie, età, genere, estrazione sociale.... E alla fine ci siamo trovati tra le mani un progetto di straordinario fascino e di assoluta concretezza: per la qualità dei suoi contenuti, per la trasversalità delle sue attenzioni, per la operatività delle sue proposte, per la centratura delle sue risoluzioni, per il senso di responsabilità delle sue indicazioni operative, per l’intrinseco tasso di condivisione diffusa. E ci siamo trovati di fronte un gruppo di cittadini che è diventato protagonista (e non intende smettere di esserlo) e un gruppo di funzionari comunali irreversibilmente ri-convertiti, ri-qualificati e ri-motivati.
La sfida di OHA! è ovviamente aperta, ma c’è già chi in altri quartieri comincia a chiedersi “perché noi no?”.
Di Silvano Bassetti, su eddyburg, si veda anche lo scritto su democrazia e partecipazione. Sul convegno di Bologna anche l'intervento conclusivo di Edoardo Salzano
Descrizione della rovina - Palazzi, conventi, palazzine, ville, villini, pagode e piscine - I pezzi dei ruderi usati come materiale da costruzione - Un principio estetico originale: l'ambientamento garantito dalle vecchie tegole - Iniziative gentili della Società Generale Immobíliare.
Sulla via Appia Antica, fuori Porta San Sebastiano, c'è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l'Appia si restringe e l'incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l'ambiente círcostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, cornici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell'olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i restí di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolíco: oggi l'antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamísmo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». È quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all'inerzia degli organi ministeriali, teoricamente prepostí alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.
Ammírato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall'altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l'anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d'inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto villa Borghese.
In prossimità della via Appia e dell'Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Crístoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un'altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l'aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolarilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l'ipocrisia dei progettisti.
Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via Cristoforo Colombo, dove sta la truce mole dell'ex «albergo di massa», oggi casa-prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appía quasi all'altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio-Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e arriverà all'Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall'E 42, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis?, dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell'illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un'altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma-Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta San Sebastíano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.
Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via Cristoforo Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10-11 piani (cooperative villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada-parco, diventerà una strada-corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un'apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data costruiti, ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto-autorízzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobíliare. Guardiamo infine al di là dell'Appia, al di là della valle dell'Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia RomaPisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.
Nella relazione che il 21 ottobre 1951 la Giunta romana tenne al Consiglio comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell'Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un'opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.
Pochi metri oltre la basilica di San Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l'integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini son già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell'alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini a tettoia sorrettida travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la tomba di Cecilia Metella.
Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (elettrico relatori experi-undo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell'Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.
Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l'aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appia, deriva in gran parte dall'impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.
Guardiamo meglio l'edificio in costruzione, un'altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C'era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla viaAppia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all'edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull'erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili perla forma e l'impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.
Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d'ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumentí; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell'antico pavimento. Un secolo fa l'archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l'altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.
Torniamo sull'Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d'anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l'edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della Pubblica Istruzione «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico). Nell'entusiasmo dei lavori l'architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesístiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso ConsiglioSuperiore, che ne ordinò «l'immediata demolizione». L'ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. È psicologicamente interessante ricordare che l'architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall'esserne danneggiata, ci guadagnava.
Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Soprintendenza alle Antichità? o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Gíungiamo all'altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell'Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all'E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all'Appía Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco.
Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «víllini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il víola e l'arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri copertí a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamouna casa con grondaia in su anziché in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.
Gíriamo intorno gli occhi: verso nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall'aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all'Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell'Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attorno al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all'Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a sud di Roma.
Ríentrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della Fao, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell'11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l'eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».
La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appía, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla SocietàGenerale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l'altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.
Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d'interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l'applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l'integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall'altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali, ecc., ma che non comporta l'inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l'intelligenza, cui manca sempre l'iniziativa e la forza di intervenire.
Da un paio d'anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.
Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall'altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sueleggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l'avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un'opera d'arte di una opera d'arte: la via Appia era intoccabile, come l'Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconí di gesso dell'E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com'era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti, e poi malauguratamente diventati massimo centro d'attrazione per lo sviluppo di Roma.
«Il Mondo», 8 settembre 1953
La renitenza delle regioni (salvo rare eccezioni) ad applicare la legge Galasso invita a riflettere ancora una volta sui perché della radicata avversione tutta italiana verso ambiente paesaggio natura. Amministrazioni affette da un attivismo senza qualità e senza scopo sostengono che quella legge (ci sono voluti quarantatré governi della Repubblica) costituisce una remora, un impedimento, un “blocco” (è la parola più usata) allo sviluppo dell’edilizia, delle infrastrutture, delle opere pubbliche: quando invece altro non è che uno stimolo a una pianificazione finalmente appena un poco riguardosa di quei valori che una recente sentenza della Corte Costituzionale ha definito primari, prioritari, prevalenti.
Tra le spiegazioni che si sono date di quell’avversione ci sarebbe il fatto che in Italia la natura si è spesso identificata con un territorio avaro, fonte di povertà e fatica; oppure, d’altro lato, la mitezza del clima (da noi come negli altri paesi mediterranei) avrebbe favorito un’equivoca familiarità, e quindi una generale sottovalutazione, che ha annullato quel carattere sacro che gli antichi attribuivano alle selve, alle sorgenti, ai corsi d’acqua: cosa per cui solo i paesi che hanno avuto a che fare con una natura più ingrata (l’“orrore” delle foreste, il clima rigido eccetera) hanno imparato a rispettarla e ad usarla nel migliore dei modi. Un esempio fra tutti l’Olanda, che prosciuga il mare, realizzando insediamenti modello, ricreando agricoltura, vegetazione, biotopi.
Tutto vero, questo e altro: ciò che accomuna la maggioranza degli italiani, uomini di cultura e gente semplice, proletari e borghesi, chierici e laici è una profonda malformazione mentale che ci ha portato a una vera e propria rimozione del territorio: anziché una risorsa scarsa, preziosa e irriproducibile per definizione, esso viene degradato a terra di nessuno ovvero a semplice vuoto da riempire, a tutto vantaggio del parimenti radicato culto funesto per la crescita illimitata scambiata per progresso, per l’aumento, quale che sia, di costruzioni, strade, industrie: causa di un’urbanizzazione indiscriminata e selvaggia, per decenni condivisa dalle stesse forze della sinistra che, in cambio di pochi posti di lavoro, hanno sostenuto e incoraggiato la costruzione degli impianti industriali più inquinanti, più energivori e più costosi. La devastazione delle coste, nei varchi lasciati liberi dalla speculazione edilizia, ne è l’esempio peggiore.
La società industriale ha così fatto propria quell’altra malformazione propria della vecchia tradizione giudaico-cristiana che ha reso l’uomo despota di ambiente e natura: e San Francesco (fatto patrono dell’ecologia e d’Italia) che ha predicato la fratellanza con ogni altro essere vivente, uccellacci dei cimiteri compresi, appare un santo immeritato ed estraneo, passato come una meteora nella nostra cultura, tutta basata sull’uomo sfruttatore rapinoso della natura. Non a caso abbiamo il maggior esercito d’Europa di cacciatori e sfoghiamo a bastonate il nostro odio contro gli animali domestici: abbiamo avuto un papa, Pio XII, che benedisse i tiratori di piccione, e Bertrand Russell ricorda che Pio IX si rifiutò di ricevere quelli della protezione animali, considerando eretico credere che verso di essi l’uomo avesse qualche dovere.
C’è anche chi sostiene che la natura è femmina e come tale va trattata. Conservazione, tutela, salvaguardia sono tutti sostantivi femminili: le metafore con cui viene qualificata l’opera dell’uomo-padrone sono esplicite. La terra va “fecondata”, il viadotto (immancabilmente ardito) “cavalca” la valle, il tunnel “perfora” il monte, la strada “si insinua” tra le colline. Se il territorio è terra di nessuno, diventa proprietà di chi lo arraffa per primo, spazio aperto alle manovre di chi fonda le sue fortune sul suo saccheggio. Gli speculatori sono abili nel diffondere demagogici luoghi comuni che fanno presa sulla gente: “prima l’uomo e poi il camoscio”, “prima l’uomo e poi il muflone” sono gli slogan che negli anni passati hanno paralizzato i parchi nazionali esistenti e impedito la creazione di nuovi (ricordiamo l’ultrasinistra di Orgosolo che sparava a zero contro il parco del Gennargentu).
Di qui le alienazioni di terreni comunali, la privatizzazione del territorio naturale, le lottizzazioni per qualche posto di lavoro temporaneo nell’edilizia. Tutti i calcoli sono stati sbagliati: perché lavoro, occupazione diretta e indotta e benessere duraturo possono, al contrario, essere garantiti proprio dalla tutela dell’ambiente naturale, purché le aree protette siano messe in grado di funzionare; cosa che nel parco d’Abruzzo hanno cominciato a capire in molti, come mostra il caso esemplare del piccolo comune di Civitella Alfedena, la cui Cassa Rurale ha stampato sui propri assegni l’orsetto del parco. Sbagliare i calcoli economici e i conti ecologici è tipico di una società stravolta. La conservazione della natura sarebbe “antieconomica” dice un altro luogo comune: vorrà allora dire che è “economico” lo spreco edilizio e stradale (100 milioni di stanze per 56 milioni di abitanti; tre milioni di ettari, cioè un decimo dell’Italia, distrutti in un quarto di secolo sotto cemento e asfalto; e che è segno magnifico di benessere il costo spaventoso del dissesto idrogeologico causato dal disprezzo per il territorio e l’ambiente (circa tremila miliardi l’anno).
L’Italia si avvia così ad essere un paese a termine, che può essere consumato, finito entro poco più di un secolo. È una prospettiva che non allarma i nostri uomini di cultura, tutti lettere e arti belle, che tutt’al più si mobilitano per Capri o Portofino; né tanto meno preoccupa gli architetti, nella gran maggioranza smaniosi di lasciare la loro “impronta”. Come i fautori del nucleare (fautori dello spreco energetico) accusano gli ambientalisti di voler “tornare al lume di candela”, così gli architetti li accusano, senza vergognarsi, di voler tornare all’arcadia, di “imbalsamare” la natura ovvero di metterla sotto una “campana di vetro” e via spropositando. Ed esultano per i quattro milioni di metri cubi che l’operazione Fiat-Fondiaria vorrebbe scaricare sulla piana di Sesto presso Firenze e sono convinti che la natura proprio non esiste se non è corredata dalle loro opere.
A stento anni fa si riuscì a impedire che venissero lottizzati la campagna e i ruderi della Via Appia Antica, che qualche superstite macchia-pineta costiera (come S. Rossore-Migliarino) venisse cementificata; c’era un illustre professore romano che invitava gli studenti a progettare edifici al posto dei giardini pubblici, perché – diceva – il verde in città “fa giungla”. (A titolo di merito, va ricordato l’architetto Giancarlo De Carlo che rinunciò a lottizzare una fascia litoranea toscana, per la buona ragione, che la qualità dell’architettura non può mai riscattare l’errore ambientale e urbanistico). Assai diffusa è la protesta contro i vincoli di tutela: sarebbe ora che capissero che i vincoli di tutela (paesistici, naturalistici, forestali, idrogeologici eccetera) sono un servizio pubblico, a difesa del nostro spazio di vita, della nostra cultura e della nostra stessa incolumità.
La pianificazione dei vuoti, l’individuazione delle “aree irrinunciabili” alla cui rigorosa salvaguardia subordinare ogni ipotesi di trasformazione e sviluppo, la creazione di riserve, aree protette, parchi naturali, costieri, fluviali, urbani, territoriali, la gelosa salvaguardia del terreno agricolo: questo è il compito dell’urbanistica moderna.
È l’esempio dei paesi avanzati, anche nelle zone più densamente abitate, dalle new towns inglesi alla Grande Stoccolma alle villes nouvelles francesi: ad Amsterdam non esistono le Appie antiche, ma se le sono create nelle maglie dell’espansione edilizia.
Sono paesi che applicano da decenni una politica che abbatte la rendita fondiaria: altra conquista civile a noi sconosciuta. Ma anche da noi sono sempre più evidenti i segni di una presa di coscienza, sempre più numerose le iniziative, le denunce, le battaglie delle associazioni, dei verdi, dei sodalizi sparsi per l’Italia. Quanto agli irriducibili occorrerà rispondere come rispose il naturalista alla signora impellicciata che gli chiedeva a cosa servono i castori vivi: “a niente, signora, come Mozart”.
La sistematica espositiva generale (e delle singole parti) del disegno di legge raggiunge presumibilmente i massimi livelli sinora visti, nelle leggi e nelle proposte di legge statali e regionali degli ultimi lustri, nei quali peraltro pare essersi scatenata quasi una gara al fare peggio, di disordine inutilmente complicato (non di complessità, che può essere una necessità, e financo un pregio).
Conseguentemente gli argomenti si succedono secondo raggruppamenti di discutibile omogeneità individuativa, posti secondo una sequenza la cui logica è di ardua, se non impossibile, percepibilità, e vengono, talvolta, più volte ripresi, non sempre in termini di coerenza contenutistica e concettuale.
Quanto al linguaggio usato, ben lungi dall’assomigliare a quello della storica espressione di atti normativi che nell’Ottocento veniva additata come modello per la coeva grande letteratura, presenta un’immagine di complessiva sciatteria e di generalizzato pressappochismo, nella quale risaltano parti evocanti lo stile “parolibero”, non già di Marinetti, però, ma piuttosto di qualche telecronista sportivo. Basti, per esemplificare, senza andare oltre l’articolo 1, la disposizione (comma 3) per cui gli atti di pianificazione “definiti con modalità strategiche, strutturali ed attuative si basano su attività di tipo conoscitivo, valutativo e concertativo”.
Vengono incluse tra “i soggetti istituzionali della pianificazione territoriale e urbanistica” le Comunità montane (articolo 3, comma 1, e passim), il che, ammesso e non concesso che sia mai stato fondatamente sostenibile in base a qualche univoca disposizione della legislazione statale previdente, è stato chiaramente escluso, da vari combinati disposti, fin dalla legge 8 giugno 1990, n.142, che ha ridefinito l’ordinamento degli enti locali, e che oggi trova i suoi contenuti fondamentali, ivi compreso quello di cui si sta trattando, nel decreto legislativo 18 agosto 2000, n.267, recante il “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (spettando alla legislazione esclusiva dello Stato, anche a norma del novellato Titolo V della Costituzione, la determinazione delle funzioni fondamentali degli enti locali). Le Comunità montane potrebbero a buon diritto essere piuttosto incluse tra i soggetti che “concorrono […] alla formazione delle scelte della pianificazione territoriale e urbanistica” (articolo 3, comma 2), il cui elenco appare peraltro assai discutibile, stante che vi compaiono, per citare soltanto gli “svarioni” più clamorosi, gli “enti parco” (i cui piani, inderogabilmente ove si tratti di parchi nazionali, “sostituiscono” ogni altro strumento di pianificazione, a norma della legge 6 dicembre 1991, n.394, pur’essa indiscutibilmente appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato, e ciò a prescindere dalle opinioni, pienamente condivise dall’autore di queste noterelle, circa l’imbecillità della disposizione di legge appena rammentata), e altresì le “autorità di bacino” (i cui piani, invece, a norma della legge 18 maggio 1989, n.183, con la speranza che l’attività istituzionale delle prossime settimane la salvi dal massacro che ne farebbe il decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, recante “Norme in materia ambientale”, prevalgono, per quanto di specialistica competenza, su qualsiasi strumento di pianificazione afferente al medesimo territorio).
Stando a una delle primissime disposizioni del disegno di legge (articolo 3, comma 3), parrebbe che gli “strumenti della pianificazione territoriale e urbanistica” fossero tutti ascrivibili a tre, e non più di tre, categorie: i “Piani di contenuto generale” (i quali, viene detto, “definiscono le previsioni di assetto strutturale”), i “Programmi integrati di intervento”, i “Piani attuativi”. Se si prosegue nella lettura del disegno di legge, per converso, si rinvengono miriadi (forse sopravanzando anche le più prolifiche leggi regionali delle ultime generazioni) di “figure pianificatorie” che è arduo collocare in una delle succitate categorie. A cominciare da quella che dovrebbe essere la base del sistema: la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi“ (articoli 6, 7 e passim), che peraltro, paradossalmente, non è neppure elencata tra gli strumenti attraverso i quali “la Regione svolge attività di programmazione e pianificazione” (articolo 4, comma 2), anche se poi ci si ricorda di essa per proclamare che definirla “è compito primario della Regione” (articolo 4, comma 3). Per continuare con quella che viene chiamata “Pianificazione Strategica” (articolo 12), comprendente il “Quadro di Riferimento Regionale” (articolo 20) e il “Documento Preliminare” (articolo 22), il quale ultimo, peraltro, non è proprio della pianificazione regionale, ma di quelle provinciale e comunale. Altra cosa sarebbe la “Pianificazione strutturale” (articolo 13), la quale comprende innanzitutto i “Piani Territoriali di coordinamento delle Province” (articolo 23). Essa comprende altresì i “Piani Generali dei Comuni” (articolo 24), i quali peraltro sono costituiti sia da una “parte strutturale” che dovrebbe “specificare lo Schema di Assetto Strutturale”, che da una “parte regolativa” che dovrebbe esprimersi, pare di capire, mediante un “Regolamento urbanistico” (del quale, ahinoi, più non si parla nell’intero disegno di legge) ovvero mediante piani attuativi, il che non toglie che si preveda che anche la “parte strutturale” possa avere efficacia immediatamente precettiva e direttamente operativa (articolo 24, comma 7), anche se purtroppo soltanto rispetto a specifici oggetti, scelti in base a una logica di cui è arduo cogliere la ratio. La “Pianificazione strutturale” comprende infine, sorpresa!, i “Piani di Settore” (articolo 25, dove però diventano “Piani e Programmi di Settore”). E altre cosa ancora sarebbe la “Pianificazione Attuativa” (articolo 14), la quale comprenderebbe sia i “Piani Attuativi” (articolo 28) che i “Programmi Integrati di Intervento” (articolo 26), i quali nella disposizione per prima ricordata costituivano due distinte categorie di strumenti, e altresì i “Piani comunali della Armatura Urbana e Territoriale” (articolo 30). A tutto ciò si aggiungerebbero, non è chiaro dove collocati, i “Bilanci Urbanistici e Ambientali” e i “Rapporti urbanistici” (articolo 27). Nonché i “Comparti edificatori” (articolo 29).
La già ricordata “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” dovrebbe innanzitutto individuare, con riferimento all’intero territorio regionale, i “Sistemi naturali” e i “Sistemi insediativi” (articolo 6, comma 1). Tale articolazione (così come, si presume, quelle ulteriori delle quali si dirà) dovrebbe avvenire “attraverso il riconoscimento delle Unità Geomorfologiche, Paesaggistiche e Ambientali” (articolo 6, comma 2), entità che, come descritta, pare potere avere ben poca utilità per l’individuazione dei sistemi di cui si è detto, e delle loro ulteriori articolazioni, e al cui riconoscimento non pare comunque il disegno di legge correli altre significative conseguenze. E’ invece previsto che il “sistema naturale” si articoli in “ambiti naturali”, “ambiti seminaturali” e “ambiti agricoli” (articolo 6, comma 4). Ed è parimenti previsto che il “sistema insediativo” si articoli in “ambiti urbani” e “ambiti periurbani” (articolo 6, comma 6), questi ultimi a loro volta distinti in “suoli agricoli abbandonati, contigui agli ambiti urbani” e “sistemi insediativi diffusi extraurbani, privi di organicità” (articolo 6, comma 7).
Appena appresso (articolo 7, comma 1), il medesimo disegno di legge pare disporre che la medesima “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” classifichi i suoli regionali secondo una nomenclatura avente con quella appena sopra elencata appena qualche parentela. Si prevede infatti una articolazione in “suoli urbanizzati”, “suoli urbani programmati”, per essi intendendosi “le parti del territorio non servite da viabilità e infrastrutture a rete ma ricomprese nelle previsioni insediative degli strumenti urbanistici vigenti”, “suoli riservati all’armatura urbana”, e “suoli non urbanizzati”, per essi intendendosi “le parti del territorio prevalentemente costituite da ambiti naturali, seminaturali e agricoli non impegnati dalle previsioni insediative degli strumenti urbanistici vigenti”.
Sia nel primo che, soprattutto, nel secondo caso, in buona sostanza, la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” pare derivare da una insostenibile contaminazione tra una ipersemplificata carta dell’uso reale del suolo e un altrettanto ipersemplificato mosaico dei piani vigenti.
Il disegno di legge soggiunge, peraltro (articolo 7, comma 2), che la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” operi un’ulteriore classificazione, individuando “areali di valore”, “areali di rischio”, “areali di vincolo”, “areali di coflittualità”, “areali di abbandono e di degrado”, “areali di frattura”, “reti di continuità ecologica”. Accantonando per il momento i possibili appunti critici che si potrebbero/dovrebbero muovere a quest’ultima definita nomenclatura, il primo e più rilevante dei quali riguarda l’ineluttabile sovrapporsi e intrecciarsi di quasi tutte le voci contemplate, si può riconoscere che con essa si tenta, almeno, una classificazione “valoriale”, cioè correlata alle caratteristiche qualitative riconosciute nelle diverse articolazioni del territorio.
Ma ecco il disegno di legge disporre (articolo 7, comma 3) che la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” assegni i “regimi generali di intervento” alle “classi dei suoli” di cui al secondo elenco dianzi riportato, seppure “sulla base delle attività ricognitive” che devono aver portato alla classificazione “valoriale” di cui poi si è riferito (del resto i suddetti “regimi generali di intervento” – articolo 9, comma 1 – sono soltanto due: conservazione e trasformazione, anche se è detto – articolo 9, comma 2 - che “possono essere ulteriormente articolati”, ma non è chiaro se dalla stessa “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi”).
Insomma, per evidenziare un solo nodo problematico (il più facile e intuitivo, magari), i “suoli urbani programmati” riconosciuti nella “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” per il solo fatto di essere“ ricompresi nelle previsioni insediative degli strumenti urbanistici vigenti” possono essere dalla medesima “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” esclusi dall’urbanizzazione e dall’edificazione in ragione della valutazione di specifiche loro caratteristiche, o, viceversa, vengono “consacrati” come urbanizzabili ed edificabili dall’elemento fondante della pianificazione regionale? la risposta è tutt’altro che univoca, per non dire di peggio.
Vero è che una disposizione del disegno di legge (articolo 6, comma 9), pur riconoscendo che, almeno in una prima fase (ma altre disposizioni tra quelle sommarissimamente ricordate dovrebbero/potrebbero rendere la cosa permanente), il sistema insediativo corrisponde, in buona sostanza, alla sommatoria dei suoli insediati e di quelli, di espansione, insediabili secondo la pianificazione generale comunale vigente, soggiunge che “la loro conferma nei successivi atti urbanistici è subordinata a verifica di compatibilità”. Ma la “verifica di compatibilità” viene effettuata essenzialmente (articolo 18, comma 2) “rispetto alla Carta dei Luoghi e dei Paesaggi e al Piano paesaggistico regionale”. Per cui si ripropone la domanda: i due ultimi citati strumenti di pianificazione (e, come si vedrà nella successiva noterella, essenzialmente la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi”) “distinguono”, tra i “suoli urbani programmati”, quelli confermabili e quelli non confermabili altri, o no? Allo stato delle formulazioni del disegno di legge il quesito resta irrisolto.
Infine, non si può non fare presente il paradosso (per usare un termine elegante e moderato) per cui il fondamento di tutta l’attività pianificatoria, cioè la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi”, seppur costruita con il più largo coinvolgimento di soggetti, è previsto (articolo 7, comma 8) sia approvata dalla Giunta regionale!
Il già ricordato Piano paesaggistico regionale è definito (articolo 21) quale “piano di settore”, e si stabilisce che la “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi” ne costituisca “il supporto conoscitivo e ricognitivo”. Basterebbe ciò a marcare l’abissale distanza tra la trattazione dello strumento effettuata dal disegno di legge e i pertinenti disposti del decreto legislativo 22 gennaio 2004, di approvazione del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, che pure viene, ma incongruamente, citato.
Il fatto è che, come ha chiarito la giurisprudenza della Corte costituzionale (si veda, da ultimo, la sentenza 20 aprile – 5 maggio 2006, n.182), il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” contiene, contestualmente, disposizioni riconducibili sia alla “materia” denominata “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”, appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato (comma secondo, lettera s., dell’articolo 117 della Costituzione come riscritto per effetto della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3), sia alle “materie” denominate “governo del territorio” e “valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, appartenenti alla legislazione concorrente, in cui “spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato” (commi terzo e quarto del novellato articolo 117 della Costituzione).
Per cui, ha affermato la Corte, relativamente all’insieme delle disposizioni del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, le regioni “devono sottostare nell'esercizio delle proprie competenze, cooperando eventualmente a una maggior tutela del paesaggio, ma sempre nel rispetto dei principi fondamentali fissati dallo Stato”. Giacché “la tutela tanto dell'ambiente quanto dei beni culturali è riservata allo Stato […], mentre la valorizzazione dei secondi è di competenza legislativa concorrente […]: da un lato, spetta allo Stato il potere di fissare principi di tutela uniformi sull'intero territorio nazionale, e, dall'altro, le leggi regionali, emanate nell'esercizio di potestà concorrenti, possono assumere tra i propri scopi anche finalità di tutela ambientale, purché siano rispettate le regole uniformi fissate dallo Stato”. Cosicché, ha concluso sul punto la Corte, “appare, in sostanza, legittimo, di volta in volta, l'intervento normativo (statale o regionale) di maggior protezione dell'interesse ambientale”.
E ha ulteriormente specificato che “in relazione alla pianificazione paesaggistica, lo Stato, nella Parte III del Codice dei beni culturali e del paesaggio, pone una disciplina dettagliata, cui le regioni devono conformarsi, provvedendo o attraverso tipici piani paesaggistici, o attraverso piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici”.
Ben poco di ciò, per non dire pressoché nulla, è rispettato nel disegno di legge.
Men che meno il disegno di legge prevede (neppure quale eventualità) la possibilità che le disposizioni del Piano paesaggistico regionale, e le loro necessarie specificazioni nelle pianificazione sottordinata, siano definite d’intesa con i competenti organi dell’amministrazione statale per i beni culturali, condizione irrinunciabile posta dal “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, e ribadita dalla giurisprudenza costituzionale, affinché possa prodursi l’effetto per cui dalla definizione della disciplina dei “beni paesaggistici” operata dagli strumenti di pianificazione regionali, provinciali e comunali, possa derivare, in buona sostanza, la sottrazione di taluni elementi territoriali riconosciuti quali “beni paesaggistici”, o parti di essi, al generale regime di necessaria sottoposizione delle trasformazioni in esse operabili all’ottenimento di speciali autorizzazioni, venendo queste ultime, per così dire, “assorbite” negli ordinari provvedimenti abilitativi delle trasformazioni, finalizzati ad accertare la conformità delle trasformazioni medesime alle regole dettate dalla pianificazione paesaggistica e da quella, sottordinata, a essa adeguata. Eppure tale previsione potrebbe condurre a un vastissimo snellimento delle procedure burocratiche di ottenimento delle abilitazioni a operare trasformazioni di immobili, e quindi risultare assai gradita a quantità ingenti di cittadini (senza che le finalità di tutela dell’identità culturale del territorio abbiano minimamente a soffrirne).
Com’era ampiamente prevedibile stante l’impianto complessivo del disegno di legge, in esso viene esaltato il mito della “perequazione urbanistica”, da realizzarsi non soltanto (come, più che ammissibile, è logico e doveroso e dovrebbe essere scontato) in ognuno dei “comparti”, o “ambiti sottoposti a unitaria pianificazione particolareggiata”, o “distretti di trasformazione”, o come altro li si voglia denominare, ma anche (articolo 19, comma 3) “attraverso la definizione di un indice di utilizzazione omogeneo esteso a tutti i distretti urbani”, e altresì “prevedendo il trasferimento tra i diversi distretti dei diritti immobiliari derivanti dai regimi urbanistici”. Con riferimento alla seconda possibilità si deve ancora una volta far presente che se la pianificazione ha attribuito alle diverse articolazioni del territorio che essa stessa ha individuato e perimetrato (distretti, zone, sottozone, aree, ambiti, o altrimenti chiamate) indici urbanistici differenziati a ragion veduta, la possibilità di trasferire potenzialità edificatorie da un’articolazione all’altra (ovviamente, anche se nel disegno di legge non lo si proclama, sulla base di negoziazioni con la proprietà immobiliare interessata) comporta come minimo eccessi di carico urbanistico nelle articolazioni di recapito di tali potenzialità edificatorie.
Discorso analogo a quest’ultimo potrebbe farsi anche per la previsione (articolo 31) di compensare la realizzazione di opere pubbliche e/o destinate alla fruizione collettiva mediante “la concessione di ulteriori potenzialità edificatorie”.
Su molti altri punti specifici del disegno di legge si potrebbe soffermarsi. criticamente Si reputa peraltro che quanto detto, seppure in sommarie e asistematiche noterelle, sia sufficiente a evidenziare la necessità di un suo completo ripensamento, e di una sua quasi totale ristesura.
Il testo, inedito, è uno dei numerosi contributi critici di cui Gigi era prodigo quando la causa gli sembrava giusta; è stato pubblicato su Le belle bandiere, Periodico del Gruppo consiliare alla Regione Abruzzo del Partito della Rifondazione Comunista, Anno 3, numero 1, aprile 2007
Da : "Un italiano scomodo", a cura di M.P.Guermandi, V.Cicala, Bologna, BUP, 2007.
Gli anniversari possono rivelarsi scadenze ambigue, a volte ingombranti o pretestuose, che si appiattiscono in formali commemorazioni, funzionali ai rituali accademici; a volte invece divengono necessarie rivisitazioni e analisi rese più lucide dal decantarsi delle contingenze. Talvolta, anche, si tramutano in tagliole della memoria in cui si impigliano ricordi, rimpianti e qualche senso di colpa. Due lustri sono in fondo uno spazio temporale adeguato per una prima decantazione che possa enucleare i motivi fondanti di un’opera, evidenziarne i metodi e dall’altro lato per verificarne la validità in tutto o in parte. E per tentare dei bilanci, anche quelli così limitati e così manichei, di vittorie e sconfitte. In questo anno di commemorazioni uno dei leit motiv che hanno percorso tante delle riletture dell’opera cederniana è costituito proprio da questa ansia di bilanci: credo che questo si debba innanzi tutto al fatto che Cederna è stato, prima di ogni altra definizione, un combattente di una infinita battaglia per la civiltà.
In fase di elaborazione del percorso di ricerca che è all’origine di questo volume ho cominciato in maniera frammentaria per modalità, ma sistematica per ampiezza, la lettura del corpus cederniano edito: mi accompagnavano in queste letture i racconti personali di alcuni dei suoi compagni di viaggio, molti dei quali qui riuniti ad analizzarne percorsi, iniziative, aree d’intervento oppure (o assieme) semplicemente a restituirci un ricordo dell’uomo Cederna.
La sua produzione letteraria, costituita per lo più da articoli su quotidiani e settimanali, poteva ben prestarsi ad un esercizio, per contingenze personali, un po’ discontinuo. Eppure, rileggendo quelle pagine, assieme al disagio crescente spesso provocato da talune descrizioni, risultato certo dell’efficacia della sua prosa, ma ancor più dell’ineluttabilità e dell’evidenza, così attuale e così scomoda, di certe conclusioni e di molte previsioni, uno dei caratteri che mi hanno più colpito è che l’opera di Cederna, pur procedendo per episodi circoscritti - per carattere editoriale e diversificazione di soggetti - possiede una propria straordinaria organicità tanto da risultare persino monolitica quanto a coerenza ideologica.
Cederna tende, fin dalla prima fase della sua attività, a inquadrare gli episodi che descrive, i fenomeni che analizza, in un orizzonte più vasto, per risalire alle cause, certo, e perché possiede una concezione sistemica del territorio e dei suoi problemi. Il territorio è quindi un sistema complesso e fragile in quanto tale, perché in esso ogni elemento che vi viene alterato ne scompone tutto l’equilibrio come nel più delicato degli ecosistemi. E di conseguenza i centri storici sono da interpretare non come insieme di monumenti eccellenti, ma nell’insieme del loro tessuto connettivo, come articolazione organica, complesso contesto di strade e palazzi e così i beni culturali non come emergenze isolate, ma inseriti nel problema più complesso delle città e del paesaggio.
Allo stesso modo Cederna contesta, come arretrata e dannosa, la visione della natura come paesaggio, quando sia inteso come sommatoria di panorami e quindi quasi esclusivamente interpretato nelle valenze estetiche. Possiede, è stato detto, una visione strategica dell’urbanistica nella quale individua lo strumento privilegiato per il governo del territorio. E’ stato detto che Cederna fosse un vero e proprio urbanista: in realtà egli non fu mai (e non ne ebbe mai l’intenzione) un professionista della pianificazione [1], ma seppe portare la divulgazione dei temi urbanistici a un tale livello di chiarezza e inquadrarne i problemi in una visione della città così coerente e ribadita nel tempo da diventare per certo una delle figure di riferimento dell’urbanistica italiana. Fra i primi a capire, con assoluta tempestività di analisi, che le arretratezze delle nostre città in campo urbanistico sono il perverso effetto della costante difesa della rendita fondiaria a livello politico – legislativo; in anticipo su tutti, a livello di comunicazione di massa, diffuse concetti come quello della irriproducibilità e fragilità del suolo. E in controtendenza con il provincialismo che caratterizzava la nostra stampa (e la nostra cultura) pose da subito grande attenzione alle esperienze più avanzate, in campo urbanistico, di ambito europeo - Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen, Zurigo - a più riprese additate come modelli a cui ispirarsi. All’ imprinting culturale ereditato dalla borghesia lombarda di stampo illuminista occorrerà far risalire senz’altro la sua vocazione divulgativa e la tenacia assertiva.
Tutti questi elementi connotano l’evidenza della sua attualità, tante volte proclamata e raramente interpretata, forse perché fastidioso sintomo della nostra cattiva coscienza di cittadini distratti e della nostra pigrizia intellettuale. Cederna è attuale non solo perché molte delle sue battaglie sono purtroppo ancora aperte, perché molte delle sue accuse e delle sue descrizioni potrebbero essere riproposte tal quali a venti, trenta, quarant’anni di distanza, lo è ancor più proprio nella capacità di inquadrare i tanti episodi e fenomeni, per lo più negativi, riportandoli sempre ad una analisi complessiva e a ragioni strutturali con le quali ci ritroviamo a fare i conti ancor oggi.
E bisogna leggerle, le date di questi articoli in cui sulla stampa periodica e quotidiana Cederna veniva componendo il suo ritratto - Iliade e Odissea assieme - dell’Italia del dopoguerra, del boom economico, di tangentopoli.
Né apocalittico, né integrato, Cederna, come è stato sottolineato in molti contributi di questo volume, non fu mai solo un critico e un oppositore del mutamento, ma fu studioso in grado di proporre anche soluzioni operativamente efficaci e concretamente realizzabili (il parco dell’Appia, la proposta di legge per Roma Capitale). E i suoi scritti di sintesi si concludono quasi sempre con un’agenda propositiva, in cui il primo punto è invariabilmente dedicato alla necessità di censire, studiare, documentare: conoscere di più per fare meglio: “non si salva, ciò che non si conosce” [2]. La sua azione sempre combattiva e dispensatrice di idee, di iniziative, di alternative non è quella di un semplice conservatore: è per lo sviluppo guidato dalla mano pubblica, per una città moderna ispirata ai criteri dell’urbanistica di stampo nordico che vive accanto alla città storica e per questo ne permette la conservazione nella maniera migliore e più congrua per uno sviluppo ordinato e vitale delle proprie funzioni e in cui la qualità della vita sia garantita a livelli decorosi per tutti.
Né marxista, né crociano, non fu mai contro la proprietà privata intesa come possesso giuridico di un bene, criticando nel marxismo, soprattutto, la sottovalutazione dei problemi del territorio intesi come sovrastrutturali e nell’idealismo la concezione del paesaggio come visione estetica e relegata ad un’apparenza soggettiva e inafferrabile.
Proverbiale la sua pignoleria nella documentazione e nell’elaborazione scritta (sette ore a cartella, il minimo prescritto per ottenere un risultato decente) e l’attenzione che si percepisce per il materiale iconografico, non accessorio, ma parte integrante delle sue analisi. Alla base delle sue inchieste sempre ripetuti sopralluoghi oltre che il vaglio di innumerevoli materiali di prima mano: arrivò a studiare l’olandese per tradurre il piano urbanistico di Amsterdam e poterlo illustrare con precisione d’analisi. Frequentatore attentissimo di convegni, dei quali proponeva accurati resoconti critici, degni, per contenuto, di pubblicazioni specialistiche, ma esemplari per chiarezza e capacità di individuazione degli snodi culturali.
Nel 1949 comincia la collaborazione a “Il Mondo” [3] sulle cui pagine prende a denunciare, fra l’altro, l’urbanizzazione selvaggia che si scatena negli anni delle ricostruzioni postbelliche. L’attività di Cederna, così come è stato messo in rilievo da Francesco Erbani, è perfettamente complementare all’ideologia progressista e laica del periodico di Pannunzio, che in quegli anni veniva denunciando le arretratezze culturali della classe politica e di quella accademica, quando non la loro acquiescenza agli interessi privati più retrivi ed aggressivi e i guasti di un capitalismo distorto, che si poneva al riparo dal rischio d’impresa, rifugiandosi nella passività della rendita immobiliare e fondiaria o nella corruzione [4].
Intanto nasce Italia Nostra (è il 1955) e Cederna ne è tra i fondatori e sarà sempre uno dei soci più attivi in veste di presidente della sezione romana: per Italia Nostra, negli anni, scriverà alcune delle sue sintesi più efficaci e di assoluto rilievo storico [5].
Nel 1956 esce la prima raccolta degli articoli pubblicati su “Il Mondo”, I vandali in casa, dove già presenti sono le tesi di fondo che saranno incessantemente ripercorse e riproposte nell’arco di oltre quarant’anni: quelle per una pianificazione come metodo imprescindibile e garanzia di trasparenza e democraticità; per la tutela della natura e del territorio nel suo complesso perché bene non reintegrabile; il nesso di complementarietà fra antico e moderno per cui, per salvare l’antico, bisogna saper costruire il moderno secondo i criteri di un’urbanistica modernamente intesa. L’incipit de I vandali in casa è una chiamata alle armi a partire da una separazione netta fra chi è vandalo e chi non lo è. Cederna si propone di organizzare contro i distruttori del bello una vera e propria ‘persecuzione metodica e intollerante’ [6]. E inizia una delle battaglie di fondo che caratterizzerà la sua attività nel tempo: quella per la diffusione di una cultura, urbanistica e non, più moderna e per l’incremento di una sensibilità più attenta e profondamente motivata per i temi della tutela dei beni culturali e, in sostanza, per l’allargamento, nell’opinione pubblica, del sentimento di riappropriazione del patrimonio collettivo di città e paesaggio.
Ma nell’introduzione-manifesto de I vandali in casa è anche l’esposizione di uno dei suoi temi privilegiati: la conservazione integrale dei centri storici, premessa obbligata alla loro tutela: la città è cultura, ‘civiltà stessa del vivere e del costruire’ [7]. Da questi assunti trovano linfa, ad esempio, le straordinarie vittorie contro gli sventramenti del tessuto storico di via Vittoria, progettati dalle giunte capitoline dei primi anni Cinquanta e sventati grazie agli appelli di un gruppo di intellettuali, fra i quali Cederna, e assieme la denuncia, quasi solitaria, della progressiva distruzione del centro storico milanese. E inizia, con un famoso articolo del 1953, su “Il Mondo”, I gangsters dell’Appia, la battaglia di una vita, quella per la tutela dell’Appia antica.
Nella furia accusatoria Cederna non fa sconti a nessuno: gerarchie ecclesiastiche, organi di tutela deboli e neghittosi, amministrazioni pubbliche (quella capitolina in primis), classi politica e accademica nel loro complesso, fra cui spiccano, per ignoranza e boria, gli architetti.
Ma oltre che per la solidità e la novità dei contenuti, la polemica cederniana si distingue e si distinguerà sempre per la cifra stilistica che la connota e che ne costituisce elemento di efficacia e riconoscibilità immediato. Nella sua prosa di carattere oratorio e dall’aggettivazione incalzante, i toni variano dall’indignazione all’ironia più acuminata, al sarcasmo vero e proprio: in certi casi Cederna predispone, con le sue descrizioni, quasi una scenografia di una commedia all’italiana di stampo monicelliano, quando non si apparenta alle disarmonie inquietanti di Hieronymus Bosch.
Nei suoi scritti egli dà sfoggio di un uso sapiente degli strumenti retorici finalizzati a dar voce ad uno sdegno in cui l’icasticità della scrittura riproduce la forza emotiva che anima i contenuti. Quelli dell’ironia: tropoi, metalessi, domande retoriche, antifrasi e quelli dell’invettiva: anafore, iperboli, amplificazioni e accumulazioni caotiche, enumerazioni e climax in progressione semantica. E nella reiterazione non esiste quasi mai ripetizione pedissequa, fra un testo e il successivo: Cederna aggiunge sempre qualcosa, approfondisce un’analisi, incrementa i dati documentali, colora di nuovi aspetti la descrizione di un evento, di una situazione, ne definisce più in profondità le conseguenze, ne amplia i paralleli e i confronti. E potremmo in fondo riconoscervi anche in questo caso, l’uso, per così dire espanso, della figura retorica della commoratio: l’indugio ripetitivo sulle idee comunicate finalizzato al loro arricchimento concettuale. Certo i concetti ritornano, e Cederna stesso ammetteva, con civetteria provocatoria: “Scrivo da sempre lo stesso identico articolo, finchè le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose” [8], ma il ricorrere dei concetti è una sorta di necessità reiterativa dovuta al loro carattere episodico, ma ancor di più all’intento pedagogico che lo anima.
Parafrasare Cederna è una sfida linguistica piuttosto frustrante, perché si finisce piuttosto per ricopiarlo, arrendendosi all’evidenza che meglio di così quel fenomeno, evento, meccanismo, luogo non poteva essere descritto o definito. L’Italia è, di volta in volta, ‘paese a termine’, ‘espressione topografica delle manovre della speculazione e della rapina privata’, ‘crosta repellente di cemento e asfalto’. E la ‘città a macchia d’olio’ costituisce la prima definizione italiana di sprawl urbano. Gli sventramenti dei centri stirici sono come i clisteri per i medici di Molière, gli obelischi di via della Conciliazione come vecchi candelieri su un comò di campagna. L’assimilazione del Colosseo ad uno spartitraffico è di Cederna, in Mirabilia Urbis [9]. I beni culturali sono vacche sacre: intangibili, ma indesiderati; crosta Adriatica è la riviera romagnola. Espressioni che abbiamo usato tutti, prima o poi, tanto efficaci e lapidarie da diventare insostituibili.
E così le sue unità di misura costruite per evidenziare l’enormità di eventi, progetti e situazioni e la gravità delle loro conseguenze: l’albergo Hilton come misura di ecomostri e lottizzazioni in genere [10]; due sigarette la spesa annuale dello Stato per abitante destinata alle indagini geologiche; mezzo foglio di carta protocollo la dotazione di verde per ogni cittadino romano fra il 1945 e il 1960.
All’inizio degli anni Sessanta Cederna diviene strenuo sostenitore del disegno di legge urbanistica Sullo (è il 1962) di cui sottolinea la novità e la capacità di riallineamento della nostra legislazione alle più progredite normative e prassi europee, riconoscendone anche il merito di aver inserito, per la prima volta, la tutela del paesaggio e dei centri storici all’interno della pianificazione urbanistica [11].
Nel frattempo continua a dedicare molta parte della sua attività giornalistica e non, a Roma, da lui amatissima, pur non essendone la città d’origine e pur così lontana dalla sua impostazione culturale ispirata ad un’etica severa, ma senza moralismi. E a Roma è dedicata la seconda raccolta: Mirabilia Urbis (è il 1965). In essa scopriamo fin da subito l’analista di spietata acribia di documenti ministeriali, il narratore satirico di interminabili sedute comunali capitoline [12] e il ritrattista di feroce sarcasmo di personaggi politici o accademici: valga per tutti l’insuperabile descrizione del “sindaco nero” Cioccetti [13].
In Mirabilia Urbis è la cronaca sempre più dolente dello stravolgimento del piano urbanistico del 1957, ‘il piano degli urbanisti’, elaborato da tecnici competenti e che avrebbe potuto ridare una dignità di pianificazione ad una città preda della speculazione e dell’anarchia edilizia postbellica. Su quel fallimento si innesta la decomposizione urbanistica di Roma ed il definitivo assalto speculativo dei grandi costruttori oltre che l’ammasso delle periferie più tetre e degradate di Europa (le borgate di pasoliniana memoria), al destino dei cui abitanti Cederna riserverà sempre accorati accenti di indignazione sociale.
La raffinata sovracopertina einaudiana anticipa il testo dei risvolti e, nel volume, la sequenza fotografica iniziale - ad opera della moglie Maria Grazia - sintetizza visivamente, con tecnica panoramica precinematografica, l’assunto di fondo dell’insieme testuale: la degradazione della capitale in cui si è già realizzato, nel 1965, lo stravolgimento ironicamente preannunciato nel titolo. E Cederna denuncia anche il totale disinteresse dell’amministrazione nei confronti del problema del verde urbano, la svendita dei parchi delle ville patrizie, lo scempio della costruzione dell’Hilton. E continua la battaglia per l’Appia.
Agli esempi romani sono infine dedicati i primi mirabilia urbis: sorta di vademecum turistici al contrario, di guide rosse dello sfacelo e del degrado che Cederna andrà compilando, nel tempo, col puntiglio del topografo (Appia antica, Campi Flegrei, Palermo, la penisola sorrentina), segnalando abusi, incurie, rovine.
Con l’arrivo al “Corriere” (è il 1967), durante gli anni di Giulia Maria Crespi [14], il suo raggio d’azione si allarga, anche perché nel frattempo è divenuto il vero e proprio collettore di denunce, segnalazioni, proposte che gli provengono da ogni parte d’Italia, il punto di riferimento di quella opinione pubblica ‘qualificata’ (oppure, con termine di nobili ascendenze e di rinnovato successo, ‘società civile’) che va cominciando a formarsi anche per merito della sua attività.
Palermo, Venezia, Firenze, Lucca, Selinunte, Bologna, la situazione dei parchi naturali, delle coste, dei musei. Vere e proprie pagine di storia urbanistica di esemplare documentazione sono gli articoli inchiesta su Napoli del 1974 [15]. Tanto che Leonardo Benevolo ebbe a dire, in quegli anni, scherzosamente:“pensate cosa sarebbe l’Italia se Cederna non fosse pigro”.
La distruzione della natura in Italia, raccolta a tematica più dichiaratamente ambientalista, è del 1975 (dieci anni prima della Galasso): Cederna, che ironizza sugli ecologisti e guarda con sospetto al termine ‘paesaggio’, vi antepone la sintesi ‘Lo sfacelo del Bel Paese’ in cui si scaglia contro il paese delle eterne emergenze, delle calamità che ‘naturali’ sono solo per ipocrita convenzione, che scopre l’urbanistica solo dopo il crollo di Agrigento e la geologia dopo l’alluvione di Firenze. In quelle pagine bacchetta anche i padri costituenti perché disinteressati, nella stesura dell’articolo 11, al problema della conservazione della natura, nelle sue implicazioni urbanistiche e sociali [16]; denuncia ancora “la privatizzazione sistematica del suolo nazionale in nome della rendita parassitaria e della rapina privata” [17], il rifiuto delle politiche di piano in ogni settore e la rincorsa, da parte di una classe di governo miope e ottusa, ad un profitto facile e immediato per lo più a vantaggio del privato. Quale rimedio vi contrappone – ancora e sempre – la pianificazione urbanistica come regola suprema di governo del territorio e la conservazione della natura come obiettivo primario di ogni società civile. Talune considerazioni paiono persino anticipare temi degli studiosi della postmodernità, Rifkin in particolare [18].
A seguire, un’analisi senza sconti dei parchi nazionali dell’epoca e della loro gestione, la denuncia della cementificazione delle coste ridotte, per chilometri e chilometri, a informi ‘città lineari’, del dilagare insensato dei porti turistici e degli impianti di risalita e infine, un tema a lui caro, il verde urbano, ridotto nelle nostre ‘città omicide’ a percentuali da prefisso telefonico. Evidenzia, ancora una volta in anticipo su tutti, i danni della ‘valorizzazione (termine che non gli piace) turistica’ in Costa Smeralda, del turismo elitario e di rapina che non regala che briciole all’economia locale e si trasforma in una forma di colonizzazione.
E non manca l’attenzione alle implicazioni economiche: è più vantaggioso risanare, conservare che costruire ex-novo, è più economico prevenire, studiare, che fronteggiare i danni del dissesto idrogeologico. Il recupero dei centri storici creerà nuovi posti di lavoro in quantità maggiore e più qualificati rispetto alla nuova edilizia.
Intanto si schiera a sostegno delle iniziative bolognesi di Sarti e Cervellati per il recupero dell’edilizia abitativa in centro storico [19], denuncia lo ‘scorticamento’ della sua Valtellina, l’assedio del cemento ai siti archeologici, in particolare Paestum; sua l’idea, assieme a Paolo Ravenna, dell’addizione verde di Ferrara che porterà al restauro delle mura cittadine.
Accusatore implacabile del carattere retrogrado e passatista della nostra archeologia della prima metà del ‘900: un coacervo di eruditi incapaci di ergersi a difensori dell’antico contro la montante speculazione e assertori di una concezione retriva e nazionalista della romanità di impronta spesso scopertamente fascista. Per questo lui, archeologo, si scaglia, fin dai primi interventi, contro i retori dell’archeologia e dell’antichità. Summa delle sue battaglie il volume monografico del 1979, Mussolini urbanista nel quale attraverso l’analisi minuziosa delle cronache e degli avvenimenti che ridisegnarono il volto della capitale nel ventennio littorio, Cederna ricostruisce, di fatto, il quadro culturale di un’epoca, e non solo dal punto di vista archeologico-urbanistico. Il risultato di quelle operazioni e i danni irrimarginabili procurati al tessuto urbano e agli stessi monumenti archeologici che si volevano esaltare, sono raccontati con autentico dolore, tanto che le descrizioni cederniane delle ‘povere reliquie disastrate’, dei monumenti come ‘denti cariati’, ‘macerie e ossami calcinati’ sono ormai divenute proverbiali. Ma Cederna non dimentica che il risultato dell’ ‘abbellimento’ del centro storico fu anche e soprattutto il processo di espulsione e ghettizzazione degli abitanti delle classi popolari, condannati, con il trasferimento nelle fatiscenti borgate periferiche, alla marginalità urbana e sociale.
Il volume uscirà in un clima di rinnovata attenzione al patrimonio archeologico romano gravemente minacciato dall’inquinamento: sarà la miccia per accendere il dibattito sul riassetto dell’area archeologica centrale, che vedrà Cederna fra i protagonisti e fra i più accesi fautori della rimozione di via dei Fori Imperiali e dell’elaborazione del progetto Fori che lo vedrà impegnato, quale protagonista, accanto ad Argan prima e a Petroselli poi e a un drappello di urbanisti e intellettuali, nel sostegno del più innovativo progetto urbanistico che Roma abbia conosciuto nell’ultimo secolo, connesso topograficamente e ideologicamente alla creazione del Parco dell’Appia antica, battaglia che continua dopo il successo (temporaneo) del decreto Mancini di destinazione a parco di 2500 ettari di campagna dell’Appia (è il 1965). Nel “Progetto Fori”, al contrario di altri intellettuali, Cederna vede l’archeologia - quella stratigrafica, ‘progressista’, che, ereditando la lezione di Bianchi Bandinelli, prende piede in Italia a partire dai tardi anni sessanta e si raccoglie soprattutto attorno alla rivista “I Dialoghi di Archeologia” - come mezzo per perseguire una finalità urbanistica e come parte di un ragionamento sull’insieme dell’assetto urbano. Il progetto costituirà uno dei punti cardine della proposta di legge per Roma Capitale presentata da Cederna nel 1989 in veste di deputato della Sinistra indipendente: in esso ci si misurava non solo con una visione nuova di Roma, ma la forma urbis diviene l’immagine di una rinnovata ideologia del governo della città.
Più difficili gli anni di “la Repubblica” (dal 1982 al 1996 [20]), più complicati, frastagliati, i rapporti. Come lo stesso Cederna rileva ormai nell’amarissima introduzione a Brandelli d’Italia, l’ultima raccolta (è il 1991), l’attenzione della stampa quotidiana è ormai spasmodicamente tesa alla notizia intesa come evento, catastrofe, disastro. Al contrario Cederna disprezza il “culto maniacale della notizia”, il giornalismo per lui è sempre stato “battaglia costante, continua, tempestiva e preventiva” [21], non semplice registrazione e al più deplorazione di un tragico evento. La continuità della sua denuncia, lo slancio che vi immette avevano fatto dei suoi articoli delle vere e proprie campagne stampa. Negli anni del “Corriere”, in specie, Cederna riesce ad imporre un livello di attenzione per questi problemi impensabile per la stampa odierna, non solo quella quotidiana: nel 1972, in 12 giorni, trasmette 9 articoli sulla conferenza ecologica ONU a Stoccolma . Adesso, negli ultimi anni, lui, urbanista ad honorem, comincia a scontrarsi con il muro di opacità nei confronti dei problemi dell’urbanistica e si deve adeguare ad un sistema mediatico ormai incapace di proporre visioni e analisi complessive e dove è finito il giornalismo d’inchiesta e che si limita a richiamare solo gli eventi spettacolari e mediaticamente spendibili, relegando per lo più i temi urbanistici alle cronache locali.
Persino il linguaggio muta, l’ironia sarcastica che si esaltava nell’aggettivazione a volte feroce e nell’accumulo definitorio in crescendo, lascia il posto ad una amarezza dolente e senza sorriso, come si avverte nei commenti a corredo degli articoli riuniti in Brandelli d’Italia.
Nonostante questo, le sue battaglie conoscono ancora episodi di grande clamore e successi insperati, come quella contro la cementificazione della piana di Castello a Firenze[22]. Sostiene la legge Galasso, ritorna a più riprese a illustrare lo stato di degrado dei musei, in particolare la situazione del museo Torlonia e della Galleria Nazionale di Palazzo Barberini. E’ fra i pochi oppositori delle costruzioni per il Mundial del 1990. E da ultimo, la vittoria, al termine di una appassionata, notturna perorazione di fronte al consiglio comunale capitolino, per lo spostamento del futuro Auditorium al Flaminio[23].
“Conosciamo i giornalisti, si stancano presto”[24]: così la previsione di un funzionario della Pubblica Istruzione, riportata da Cederna stesso, sulle polemiche da lui innescate a proposito del degrado della regina viarum su “Il Mondo” (è il 1953). Oltre 140 gli articoli che scriverà sull’Appia in quarant’anni di infinita battaglia[25]. Censita in ogni metro, ogni centimetro, come quando (L’Appia in polvere) Cederna compila, da perfetto archeologo, il puntiglioso catalogo dei frammenti archeologici abusivamente impiegati a decorazione del muro di cinta della villa di una nota attrice, al civico 223. Sull’Appia seppe mantenere alta l’attenzione fin dai primi anni Cinquanta, quando più arrembante era l’assalto della speculazione, fino alle prime, contrastate vittorie e all’istituzione del Parco Regionale (è il 1988)[26]. Ancora oggi si succedono sull’Appia episodi di degrado, mentre ancora intatte - anche in presenza di ordini di demolizione - permangono alcune delle costruzioni abusive contro cui egli si battè. Solo il 5% del Parco dell’Appia è di proprietà pubblica e continua lo stillicidio delle costruzioni abusive che ha tratto nuova lena dal condono del 2003. A questo le risibili risorse della Soprintendenza poco possono opporre. Però quando Cederna cominciò la sua battaglia, l’Appia era sentita come terreno privilegiato per l’urbanizzazione di alto livello, mentre ora, nella coscienza dei romani, è ormai vissuta come il Parco dell’Appia: patrimonio della città e dei suoi cittadini. E da qualche mese (luglio 2006) è stata inaugurata, nella villa di Capo di Bove lungo l’Appia, recentemente acquisita dallo Stato, la sede destinata ad ospitare la Fondazione Cederna.
‘Cederna non ha vinto. Non poteva vincere’. Così scrisse nel suo necrologio Nello Ajello [27] Certo nello scorrere di una contabilità spicciola tante sono state le sconfitte e, per loro natura, più rumorose delle vittorie e se la sensibilità della cultura nei confronti delle distruzioni dei singoli monumenti e dei beni culturali nel loro complesso è sicuramente aumentata, in altri campi le sue battaglie sono ancora apertissime.
Il prevalere della rendita fondiaria come motore privilegiato di produzione di ricchezza, è ancora un tarlo che mina nel profondo non solo la nostra economia, condannandola in un limbo di arretratezza, ma anche una più sana dinamica sociale e financo democratica. E molto Cederna si preoccuperebbe di questa liaison dangereuse che oggi collega i nostri beni culturali al turismo, in un abbraccio soffocante e in cui riaffiora, al di sotto della nuova patina garantista, la nefasta equazione “beni culturali come petrolio” di una indimenticata, ma non indimenticabile stagione politica e culturale che egli combattè aspramente [28].
Però la diffusione di una più matura consapevolezza culturale della fragilità del nostro patrimonio e del nostro territorio è da annoverare come uno dei risultati più importanti e duraturi della sua attività. Cederna in fondo rappresenta, ante litteram, uno dei migliori esponenti di quella società civile che egli stesso contribuisce a creare e che pur faticosamente si affaccia sulla scena politica e culturale italiana, società civile intesa come insieme di cittadini che credono che perché l’Italia possa divenire un paese moderno e progredito occorre che ciascuno dia il proprio contributo.
Anche grazie a lui, certi scempi non sono più possibili e molto Cederna si sarebbe rallegrato dell’abbattimento del Fuenti (tre asterischi nella sua guida rossa al contrario).
Si sarebbe compiaciuto del recentissimo piano paesaggistico della Sardegna che si propone, fra l’altro, una tutela integrale di quelle coste sulle quali Cederna, fra i primissimi, aveva fatto scattare l’allarme e intravisto tutti i possibili danni di una speculazione miope e senza ritorni per gli abitanti dell’isola.
Come pure avrebbe festeggiato per il recentissimo ampliamento e la riapertura in una sede finalmente consona, della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini.
Per concludere, non casuale appare che di questo omaggio alla memoria di Cederna si sia fatto carico il nostro Istituto che pur vive una situazione non semplice di transizione, nella quale forse più acutamente diventano necessarie le figure di riferimento, quasi a conforto di un cammino che pare ancora non privo di difficoltà. Lo spirito di Cederna è in fondo molto vicino alle iniziative e attività che l’Istituto Beni Culturali (IBC), anche se con profilo più istituzionale, ha svolto in questi anni e Cederna stesso guardò sempre con molto apprezzamento alla nostra vicenda[29]. Molti di quelli che annoveriamo fra i nostri padri fondatori ne hanno condiviso l’amicizia e le battaglie, da Andrea Emiliani a Pierluigi Cervellati, da Giovanni Losavio a Lucio Gambi[30].
Al termine di questo percorso, ci pare adesso che il sottotitolo prescelto per il nostro volume – attualità e necessità di Antonio Cederna -sia da leggersi in realtà come un’endiadi: Cederna ci è necessario perché è tuttora attuale e la sua attualità risiede soprattutto nell’inalterata necessità di proseguire la sua battaglia di civiltà.
Sull’attualità di Cederna non tutti convengono: soprattutto in campo urbanistico la sua visione sembra attardata e poco moderna in tempi di concertazione propugnata in varie accezioni. Secondo questi parametri, Cederna, che rivendicò sempre sui temi del governo del territorio il primato del pubblico, è visto come un arcaico. Eppure il dibattito politico di questi ultimi mesi, almeno ad alto livello, ha riproposto il tema del ‘bene pubblico’, dell’ ‘interesse generale’ inteso come tutto quello che il singolo (individuo o gruppo) non può tutelare da solo, nei tempi lunghi e diviene quindi, per definizione, interesse e cura della res publica, delle sue leggi e delle sue istituzioni; Cederna, fra i primissimi in Italia, individuò nel territorio e nel patrimonio culturale uno di questi preziosissimi beni comuni: anche per questo Cederna il ‘visionario’, come fu definito tante volte con accentazione negativa, semplicemente ci ha anticipato. E’ tempo di raggiungerlo.
Riferimenti bibliografici e documentari
Testi
A. Cederna, I vandali in casa, Roma-Bari, Laterza, 1956, Seconda edizione, Laterza, 2006 (prefazione e postfazione di Francesco Erbani).
A.Cederna, Mirabilia Urbis, Torino, Einaudi, 1965.
A.Cederna, La distruzione della natura in Italia, Torino, Einaudi, 1975.
La Difesa del territorio. Testi per Italia Nostra di Antonio Cederna, Italo Insolera, Fulco Pratesi, Milano, Mondadori, 1976
A.Cederna, Mussolini Urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso, Roma-Bari, Laterza, 1979;seconda edizione Venezia, Corte del Fontego, 2006 (prefazione di Adriano La Regina, postfazione di Mauro Baioni).
A.Cederna, Brandelli d’Italia, Roma, Newton Compton, 1991.
G. Gallerani, C. Tovoli (a cura di), In nome del bel Paese. Scritti di Antonio Cederna sull’Emilia Romagna (1954-1991), Bologna, Quaderni IBC, 1998.
CD
Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna, a cura di Ministero per i beni e le Attività Culturali e Centro di Documentazione Antonio Cederna, 1999 (con dossier)
In rete:
Sul sito IBC: Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna. Scritti on-line a cura di Maria Pia Guermandi
Sul sito eddyburg: Antonio Cederna
Sul sito del Parco dell’Appia Antica: Antonio Cederna e la nascita del Parco
Meritorio, anche se non esaustivo e con qualche imprecisione, il censimento degli articoli di Cederna usciti sulle principali testate, pubblicato da Italia Nostra all’indomani della sua scomparsa:
Bollettino Italia Nostra n. 331, agosto 1996: Il Mondo
Bollettino Italia Nostra n. 332, settembre 1996: L’Espresso
Bollettino Italia Nostra n. 333, ottobre 1996: Il Corriere della Sera
Bollettino Italia Nostra n. 334, novembre 1996: la Repubblica
[1] Assieme a Leonardo Benevolo, i suoi interlocutori privilegiati, in questo ambito rimarranno, sopra tutti gli altri, Pierluigi Cervellati a partire dall’esperienza bolognese del risanamento conservativo nel centro storico e Vezio De Lucia, per il piano delle periferie napoletane e le varianti urbanistiche della prima consiliatura Bassolino.
[2] A. Cederna, Territorio, ambiente e dintorni, in Il “rovescio” della città. Catalogo della mostra, Bologna, 13 luglio -23 agosto 1987, Bologna, Labanti & Nanni,1987, p. 14.
[3] La collaborazione con “Il Mondo” terminerà nel 1966, quando la testata chiude; dal 1966 al 1969 Cederna scriverà anche per le riviste “Abitare” e “Casabella”.
[4] F.Erbani, Introduzione, in A. Cederna, I vandali in casa. Cinquant’anni dopo, II ed., Roma-Bari, Laterza, 2006.
[5] Cfr. soprattutto i due dossier a ciclostile, diffusi, nei primi anni Settanta, dalla sezione milanese di “Italia Nostra”, dal titolo, Città senza verde e Appunti per un’urbanistica moderna, pubblicati, nel 1975, nel volume miscellaneo La difesa del territorio, Milano, Mondadori.
[6]A. Cederna, Introduzione, in I vandali in casa, Roma-Bari, Laterza, 1956, p. 31.
[7]Ibidem, p.4.
[8] Si tratta della parafrasi di una citazione da Voltaire. Cfr. C.Cederna, Il mondo di Camilla, Milano, Feltrinelli, 1980, p.241.
[9] Cfr.A. Cederna, in Mirabilia Urbis, Torino, Einaudi, 1965, p. 219. La definizione, ripresa più volte, entrerà poi nell’uso comune.
[10] La cubatura dell’Hilton a Monte Mario contro la costruzione del quale Cederna si era inutilmente battuto, diviene metro di paragone per eccellenza per determinare l’impatto di costruzioni in genere, cfr., ad esempio, a tal proposito, la variante Fiat Fondiaria di Firenze il cui ingombro è misurato in “cinquanta alberghi Hilton di Roma”, v. A. Cederna, Editoriale, in “Bollettino di Italia Nostra”, n. 255, gennaio-febbraio 1988, p.4.
[11] Cfr., fra gli altri, A. Cederna, La difesa del territorio, cit., pp. 69 ss.
[12] Cederna sedette nel Consiglio Comunale capitolino una prima volta dal 1958 al 1961 e, successivamente, dal 1989 al 1993.
[13] Cfr., soprattutto, A. Cederna, Il sindaco nero, in Mirabilia Urbis, cit., pp. 84-95.
[14] Cederna scriverà per il “Corriere” dal 1967 ai primi mesi del 1982.
[15] Si tratta in particolare degli interventi usciti fra giugno e luglio del 1974 e riuniti nel capitolo Napoli città omicida, in Brandelli d’Italia, Roma, Newton Compton, 1991, pp.141-160.
[16] Cfr. A. Cederna, La distruzione della natura in Italia, Torino, Einaudi, 1975, pp. 7 ss.
[17] Cfr Ibidem, p. 11.
[18] Cfr. soprattutto J.Rifkin, The Age of Access, New York, Penguin Putnam Inc., 2000.
[19] Cfr. il capitolo La conservazione dei centri storici in Italia, in G.Gallerani, C. Tovoli (a cura di), In nome del Bel Paese, Quaderni “IBC”,Bologna, Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia Romagna, 1998, pp. 53 ss., che raccoglie gli articoli di Cederna usciti sul “Corriere della Sera” nel novembre 1972.
[20] Nel 1986 inizierà anche la collaborazione con “L’Espresso”, mentre carattere più saltuario ebbero i suoi interventi su “l’Unità”, risalenti, soprattutto, agli anni dell’attività parlamentare in veste di deputato della Sinistra Indipendente: 1987 -1992.
[21] Cfr. A. Cederna, La distruzione della natura in Italia, cit., p.XV; A. Cederna, Notizia, maledetta notizia, in “Oasis”, 1993 e l’Editoriale, in “Bollettino di Italia Nostra”, 325, dicembre 1995.
[22] Si tratta dell’opposizione contro la variante urbanistica della Fiat Fondiaria presso Firenze, sostenuta in particolar modo da “Italia Nostra” e sulla quale cfr. l’Editoriale di Cederna in “Bollettino di Italia Nostra”, 255, gennaio-febbraio 1988, interamente dedicato alla vicenda.
[23] Cfr. A. Cederna, Coscienza urbanistica, in “il manifesto”, 9 giugno 1991.
[24] Cfr. A.Cederna, La valle di Giosafat, in “Il Mondo”, 2 novembre 1954.
[25] Sull’Appia cfr. in rete, la sezione a lui dedicata nel sito del Parco dell’Appia Antica.
[26] Nel 1993 Cederna fu nominato Presidente dell’Azienda Consortile per il Parco dell’Appia antica e si adoperò in ogni modo perché il progetto del parco decollasse, a volte con contrasti anche aspri con l’amministrazione Rutelli.
[27] N.Ajello, L’uomo che voleva sconfiggere il cemento, in “la Repubblica”, 28 agosto 1996.
[28] Sul tema cfr. M.P.Guermandi, Turisti, eventi, metropolitane e beni culturali: o delle relazioni pericolose, in “IBC”, XIV, 4, 2006, pp. 38-40.
[29] Cfr. soprattutto A. Cederna, Un “fondo europeo per i monumenti” forse potrà salvare i centri storici, in “la Repubblica, 22 ottobre 1983 e A. Cederna, l’Italia che finisce, in “la Repubblica”, 2 ottobre 1984.
[30] Ad un’idea di Lucio Gambi, primo presidente dell’IBC recentemente scomparso, si deve il volume che raccoglie gli scritti di Cederna sull’Emilia Romagna, nel 1998: G. Gallerani, C. Tovoli (a cura di), In nome del bel Paese, cit.
La laurea in architettura l’ha presa solo nel 2004. Honoris causa. Ippolito Pizzetti, il più illustre fra i progettisti di giardini, disegnatore di forme e di profili paesaggistici, oltreché botanico, in realtà si era laureato in Letteratura italiana con Natalino Sapegno, anno accademico 1950. Argomento: Cesare Pavese. E la formazione umanistica ha sempre condizionato il suo sguardo sulla natura.
Pizzetti è morto ieri a Roma. Aveva ottantun anni. «Sono diventato naturalista quasi per caso», ha raccontato una volta. «Come Vita Sackville West», diceva. Il suo sogno era quello fin da quand’era bambino, ma con il passare degli anni nella sua vita è comparsa la letteratura, sono apparsi Goethe e Stifter, Lawrence e Thomas Hardy. «Non mi rendevo conto che diventavo un paesaggista leggendo Etruscan places di Lawrence oppure Nachsommer di Stifter».
Pizzetti è stato un cultore del paesaggio come luogo al quale si accede da molti punti d’osservazione, ma la cui fisionomia mescola le competenze, scioglie le discipline che rischiano, se fossilizzate, di sezionarlo a seconda se chi lo percepisce è un esperto di fiori, di architettura o di estetica. È stato il primo in Italia a ritagliare uno spazio specifico, dal punto di vista culturale, per la cura, la manutenzione e il restauro del verde. Pizzetti è stato insegnante universitario (prima a Roma, Venezia, Palermo, ora a Ferrara) e autore di saggi ( Il libro dei fiori del 1968, diventato poi una Garzantina nel 1998, Piccoli giardini, Robinson in città. Vita privata di un giardiniere matto). Gran parte della sua popolarità è legata alla collaborazione a giornali e riviste (dal 1975 al 1985 ha curato la rubrica "Pollice verde" sull’ Espresso, ma ha scritto anche per il Corriere della Sera, per La Stampa e molto per Repubblica), diventando divulgatore in un senso pieno del termine. Infine è stato progettista, da solo e con celebri architetti: fra gli altri, Ludovico Quaroni, Giancarlo De Carlo, Gino Valle, Vittorio Gregotti, Carlo Aymonino. In tutte queste occasioni ha saputo offrire di un paesaggio e di un giardino un’immagine unitaria, un assetto definito nei suoi aspetti fisici e compositivi. Di essi ha fornito la narrazione viva, scrutandoli nella loro storia, nella storia dei loro elementi, nelle relazioni che intessono con il contesto.
Nel paese in cui il cemento avanza con andatura militaresca, Pizzetti non ha fatto mancare la sua voce quando si è trattato di difendere i diritti del verde - il verde inteso sia nella sua componente più naturale che in quella di artificio. È stato lui, ad esempio, a denunciare insieme ad altri la distruzione del patrimonio di ulivi secolari in Puglia.
Era nato a Milano, figlio di Ildebrando, musicista di grande notorietà durante il fascismo, operista e organizzatore culturale. Ma ha vissuto quasi sempre a Roma. Dopo la laurea, si è impegnato come traduttore. Si racconta sia stato Pietro Citati, un giorno, verso la metà degli anni Sessanta, a chiedergli un parere su un libro di orticoltura che stava per essere pubblicato da Garzanti. Pizzetti lo giudicò noiosissimo. «Perché non lo scrivi tu?». Nacque così Il Libro dei fiori, seguito dalla collaborazione all’ Espresso.
Negli ultimi anni Pizzetti abitava fra la Cassia e Corso Francia, in una palazzina con un grande terrazzo esposto a mezzogiorno. Un giardino può vivere anche sul terrazzo di un quartiere residenziale, teorizzava. Perché il giardino è l’espressione di una poetica. E questa può realizzarsi ovunque. Ma il suo paesaggio ideale era un paesaggio del Nord, ha detto una volta in una intervista. «Penso alla quercia e all’ornello, che sono le piante del Nord, come quelle del Sud sono l’ulivo, la sughera e il carrubo». Aveva in mente un bosco profondo, ormai scomparso.
Nelle sue fibre si agitava una vena polemica che si condensava in una scrittura asciutta e colta, tagliente e argomentata. «È assurdo», diceva, «ma in Italia i giardini non hanno alcun rapporto con le piante del luogo. I parchi pubblici, in Emilia, sono pieni di conifere. Le ha volute la moda, il gusto dell’altro, il rifiuto di piante che sentissero le stagioni». Cercava di bandire i luoghi comuni. Detestava i boschi costruiti, diceva, dalla forestale, da improvvisati botanici «che distruggevano il paesaggio delle coste piantando forsennatamente eucalipti». Un’avversione, quella per gli eucalipti, che faceva il paio con quella per le ossessioni geometriche. «Fin dall’infanzia ho avuto un profondo orrore per la geometria», e ciò lo rendeva diffidente verso il giardino all’italiana. Il giardino era ai suoi occhi come l’otium dei latini, il luogo di un piacere privato, un piacere che si esaltava nella cultura araba perché si nutriva di odori e di tatto. «Invece nella tradizione cattolica un giardino può essere bellissimo, ma resta un luogo di peccato, come quello di Klingsor, nel Parsifal».
Fino a che non gli hanno dato la laurea honoris causa era un paesaggista non architetto. Non la sentiva come una diminuzione. «I giardini io non li disegno, io vado sul luogo e decido come mettere le piante, poi magari faccio anche fare un disegno: ma per me è molto più importante conficcare dei bastoncini nel terreno e dire: qui ci va questo, qui quest’altro».
Da: Cederna A.- Santucci A.- Scolaro G., Il "rovescio"della città, Introduzione di Emiliani A., Bologna, Labanti e Nanni, 1987
Perché in Italia è così difficile proteggere l’ambiente e la natura, e utilizzare in modo ragionevole il territorio?
Chi oggi intraprendesse il grand tour potrebbe alla fine scrivere quella “guida dell’Italia alla rovescia” di cui da gran tempo si sente la mancanza, in cui illustrare i maggiori scempi e disastri: pinete litoranee lottizzate, aree archeologiche insidiate dall’edilizia, mare in gabbia e coste trasformate in congestionati suburbi, fiumi ridotti a cloaca, colline e corsi d’acqua devastati dalle cave, case e industrie costruite in zone franose, preziose zone umide trasformate in campi di patate, monumenti famosi incastonati fra i casamenti della periferia, boschi abbandonati, montagne scorticate e ricoperte da fili e tralicci, pendici di vulcani urbanizzate, parchi nazionali occupati da condominii e tagliati da strade rovinose, scarichi fumanti di rifiuti, la macchia mediterranea privatizzata dal reticolo edilizio, e via dicendo. Un insensato sparpagliamento del costruito elimina ogni distinzione tra città e campagna, annulla ogni identità fisica e storica, un’ininterrotta crosta di cemento e asfalto va man mano sostituendosi alla crosta terrestre.
E il lettore verrebbe a sapere che in vent’anni ben tre milioni di ettari di terreno agricolo (un decimo dell’Italia) sono stati fatti sparire, e che se non si pone rimedio si può prevedere che tra cent’anni tutta l’Italia verde sarà scomparsa. Che da questo saccheggio (ispirato alla più completa ignoranza delle caratteristiche di paesaggio, territorio, suolo) deriva in gran parte il dissesto idro-geologico che ci affligge, le alluvioni bi-trimestrali, le tremila e più frane all’anno (un morto ogni dieci giorni). Che da anni imperversa il più folle spreco edilizio, per cui abbiamo ottanta milioni di stanze per 56 milioni di italiani, mentre sempre più acuta è la crisi degli alloggi (ma ben quattro milioni sono gli alloggi vuoti), senza parlare del flagello dell’abusivismo, per cui nel Mezzogiorno due case su tre sono fuori legge.
Che l’Italia è alla coda della graduatoria universale per quanto riguarda aree protette (solo l’1,5 per cento del territorio, contro medie del 10 per cento negli altri paesi, terzo mondo compreso).
Che non un solo parco pubblico degno del nome è stato realizzato nelle città, per il riposo, la ricreazione, il tempo libero di giovani e adulti, mentre grandiose realizzazioni sono in corso in tutta Europa, da Vienna a Parigi a Monaco, eccetera.
Le radici di questa arretratezza sono profonde e diffuse. Troppi politici e amministratori considerano anche il territorio come merce da barattare, terra di nessuno ovvero proprietà di chi riesce ad arraffarlo. Il mondo accademico (che pomposamente si definisce “comunità scientifica”) è assorto nei propri pensieri, ossequioso verso il potere, incapace salvo eccezioni di azioni coraggiose. Gli uomini di cultura sono da sempre indifferenti ai problemi della vita associata, e considerano “anime belle” chi si batte per la difesa dell’ambiente. Gli addetti ai lavori, architetti e urbanisti, salvo una valorosa minoranza, disprezzano la cultura della conservazione e smaniano di lasciare ovunque la propria “impronta”, spropositando che senza architettura la natura non varrebbe niente. La stampa, per quanto più attenta di una volta, è vittima del culto demenziale della notizia, e “notizia” significa fatto clamoroso, catastrofe, incendio, alluvione, eccetera, per cui troppo spesso si riduce a semplice registrazione tardiva di fatti compiti, con tanti saluti all’altro culto sbandierato, quello dell’attualità. Quanto alla scuola sappiamo il poco che si fa per educare i giovani al rispetto, alla conoscenza, al giusto comportamento.
Al fondo di tutto ciò ci dev’essere una qualche radicata malformazione culturale. Semplificando si può dire che le principali componenti della nostra cultura non hanno dato buoni frutti. L’idealismo ci ha insegnato che la natura non esiste, che il paesaggio è uno stato d’animo, cioè un’apparenza soggettiva e inafferrabile. Il cattolicesimo (ovvero, la tradizione giudaico-cristiana) ha dissacrato il concetto che della natura aveva il mondo classico, e ne ha fatto despota l’uomo. Il marxismo ha per troppo tempo sottovalutato i problemi del territorio, considerandoli sovrastrutturali, e rimandandone la soluzione alla palingenesi universale. Il risultato è la convinzione, fatta propria dalla moderna società industriale, che il progresso si identifichi con l’urbanizzazione a qualunque costo, il benessere con la crescita continua della produzione, e quindi con il cieco consumo delle risorse, spazio, suolo, territorio, ritenuti pressoché illimitati.
Se le cose stanno così, c’è spesso da chiedersi come sia possibile prendersela troppo con la maleducazione della gente qualunque, che sporca, getta la cicca accesa, strappa i fiori, malmena gli animali domestici e stermina quelli selvatici, sega gli alberi davanti alla casa per “vedere il panorama” (che nei giochi di parole crociate è definito “soggetto per cartoline”); o prendersela troppo con gli amministratori del villaggio, ultimi esponenti di un’incultura generalizzata, tutta intrisa di disprezzo per l’ambiente naturale, considerato oggetto di violenza. Chi mai direbbe che siamo il paese di San Francesco, il santo più immeritato e meno italiano, che ha detronizzato l’uomo dal suo dominio sulla natura e ha predicato la tenerezza, la fratellanza con ogni altra cosa animata e inanimata, che predicava agli uccelli rapaci, raccoglieva da terra le lumache perché non venissero calpestate e raccomandava di lasciare in ogni orto un pezzo di terra non coltivata perché potessero liberamente crescere le erbacce.
Non tutto è nero, certo. Cresce la “domanda di natura”, si organizzano gruppi di pressione su singoli problemi, fervida è l’attività delle associazioni protezionistiche, la magistratura interviene più frequentemente, una legge recente ha esteso il vincolo ambientale a intere categorie di beni (coste marine, fiumi e laghi, boschi e foreste, montagne al di sopra di una certa quota eccetera): ma è necessario intensificare l’azione per immunizzare la gente contro i perniciosi demagogici luoghi comuni diffusi da tutti coloro che dal saccheggio del territorio traggono le loro fortune.
Dicono ad esempio che la difesa dell’ambiente naturale costi troppo: quando la verità è esattamente il contrario, perché è la mancata opera di prevenzione o tutela che rovescia sulla collettività ingenti costi sociali: basta pensare ai tremila miliardi di danni che ogni anno ci procura il dissesto idrogeologico, o a quel che costa, per ricordare un disastro recente, l’inquinamento dell’Adriatico, che annienta la pesca e scaccia i turisti.
In realtà, la difesa della natura rende molte volte di più di quello che costa. Il turismo di soggiorno ed escursionistico promosso dalle aree protette e dai parchi arreca benefici economici duraturi alle popolazioni: il milione di visitatori del parco d’Abruzzo mette in giro quaranta-sessanta miliardi l’anno; e si è calcolato che, qualora venissero istituiti i parchi nazionali da tempo annunciati, sarebbero trentamila i posti di lavoro, diretti o indotti, che verrebbero creati (ma ancora si aspetta l’altra legge fondamentale, quella in difesa della natura e per l’istituzione di parchi e riserve). Senza dire dei benefici non monetizzabili, il valore infinito delle risorse e degli equilibri naturali più segreti e complessi, essenziali sia alla sicurezza del suolo sia all’elevazione culturale: perché a tutti sia concessa quell’esperienza liberatoria che è la contemplazione, la comprensione, lo studio dell’ambiente incontaminato. Gli sciocchi dicono che “non si deve mummificare la natura”, come si trattasse di un cadavere: mentre la natura è un laboratorio formicolante di vita che solo la conservazione può garantire: una vita, quella dei pesci, degli aironi, degli stambecchi, delle farfalle, dei lombrichi eccetera, dalla quale dipende per direttissima la vita degli uomini.
Dobbiamo dunque impegnarci per favorire una drastica riconversione culturale, basata su alcuni principî elementari. Suolo, territorio, ambiente sono una risorsa scarsa, limitata per eccellenza, da utilizzare con estrema parsimonia e rigore scientifico.
Non è possibile un autentico progresso economico e sociale senza una preventiva, lungimirante costante politica ecologica che metta fine agli sprechi e quindi ai costi della degradazione ambientale e dell’inquinamento: continuare a consumare le risorse col criterio dell’“usa e getta” è semplicemente suicida.
D’altra parte, la risorsa scarsa, limitata, irriproducibile per eccellenza è il suolo, il territorio: ogni sforzo dunque va fatto per porre fine al consumo irresponsabile che ne è stato fatto in decenni di sprechi, leggerezze e saccheggi.
Se si continuasse col passo attuale della cieca espansione edilizia, stradale, industriale eccetera, tra poco più di un secolo tutta l’Italia sarebbe ricoperta di una continua, ininterrotta, repellente crosta edilizia e di asfalto, tale da distruggere ogni produttività agricola e cancellare la stessa fisionomia paesistica, naturale, culturale di quello che fu chiamato il Bel Paese. Bisogna dunque che coll’aiuto di urbanisti ambientalisti ecologi, le pubbliche amministrazioni (comuni, provincie, comunità montane, regioni eccetera) si decidano a fare sistematicamente i conti, a fornire cifre relative al consumo di suolo e territorio perché tutti possano rendersi conto del disastroso traguardo che ci sta davanti se non si cambia rotta: un’Italia a termine, destinata ad essere consumata e finita nelle prossime tre o quattro generazioni.
Gli amministratori sono restii a fare calcoli e a fornire le cifre, perché sono un essenziale strumento di conoscenza che può mettere in crisi il partito dei saccheggiatori: ma qualcuno ha cominciato a informare la pubblica opinione. I dati sono ancora parziali: ma come le “proiezioni” fatte alla televisione dopo la chiusura dei seggi elettorali esaminando un numero assai limitato di schede, già possono dare attendibili indicazioni su quello che sarà il risultato finale. Dunque, dai calcoli del CENSIS coi dati dell’ISTAT, risulta quanto segue.
Il suolo agricolo utilizzabile nell’ultimo decennio è diminuito del 9,4 per cento, perché distrutto dall’avanzare dell’urbanizzazione o perché abbandonato.
Regione per regione, è diminuito dell’8 per cento nel Veneto e in Lombardia, dell’11 per cento in Calabria, del 12 per cento in Liguria, Piemonte e Sicilia, del 16 per cento in Sardegna, del 17 per cento nel Friuli-Venezia Giulia. Nell’ultimo trentennio le aree non più classificabili come utilizzabili a fini produttivi hanno raggiunto la dimensione di circa 5 milioni di ettari (una superficie pari a Piemonte più Lombardia): il consumo è proceduto a un ritmo medio di 150.000 ettari all’anno.
In particolare, le aree metropolitane, cioè urbanizzate, sono raddoppiate: l’espansione delle città ha divorato la campagna al ritmo di 25-35.000 ettari all’anno. In sintesi, come ha calcolato Giuliano Cannata della Lega Ambiente, dal ’70 all’81 i terreni perduti, perché abbandonati o occupati da edifici, strade, industrie, cave, discariche eccetera, sono passati dal 12,5 al 20,6 per cento del totale, pari a consumo medio dello 0,7-0,5 per cento all’anno: nell’ultimo ventennio circa 3 milioni di ettari di terreni agricoli sono andati distrutti (e sono un decimo dell’Italia). Come dire che se si continuasse ad andare avanti così, “tutto il territorio italiano, dal Cervino a Capo Passero, sarebbe finito in poco più di cento anni”.
Questa prospettiva suicida è il risultato di quella distorsione mentale che il CENSIS chiama “rimozione del territorio”. Con incoscienza l’abbiamo considerato come un vuoto da riempire, una res nullius, un oggetto di baratto e una fonte di lucro: i comuni hanno confezionato strumenti urbanistici grottescamente sovradimensionati, senza alcun rapporto coi reali fabbisogni, praticamente considerando tutto edificabile. Qualcuno ha calcolato che se si sommassero le cubature previste dai piani regolatori e programmi di fabbricazione, l’Italia risulterebbe capace di ospitare, sulla carta, una popolazione superiore a quella degli Stati Uniti o dell’Unione Sovietica.
Il deprimente spettacolo che offre il nostro Paese è sotto gli occhi di tutti. Un inverecondo sparpagliamento edilizio sommerge pianure e colline, abolendo ogni distinzione fra città e campagna, e sommerge le aree agricole, nel disprezzo per gli aspetti paesistici, per l’ambiente naturale. L’edilizia dilaga a nastro lungo le strade, a ragnatela nelle periferie urbane: al costruito si accompagna l’asfalto, le discariche di rifiuti, i terreni vaghi, degradati, l’abbandono (a ogni ettaro costruito ne corrisponde mediamente un altro in attesa di essere liquidato).
È il “deserto abitato” che avanza nel disordine totale, rendendo a poco a poco irriconoscibile l’Italia: una clamorosa smentita alle regole elementari del vivere associato, un’incolta irrisione a ogni norma elementare di pianificazione urbanistica, un crescita dissennata che aumenta paradossalmente proprio mentre cala l’incremento demografico.
Due sono le indagini recenti che danno un’idea drammatica della situazione: una riguarda l’area metropolitana milanese e la Lombardia in generale, l’altra la provincia di Roma. Come è stato documentato recentemente dal “Centro documentazione e ricerche” della regione Lombardia, nell’area metropolitana milanese (oltre un centinaio di comuni, 180.000 ettari) il consumo di territorio ha ormai raggiunto il 33 per cento, in nove anni (1963-1972) ne è stato distrutto più che nel secolo precedente, e si procede al ritmo dell’1 per cento all’anno, anche se è finita la grande espansione economica e demografica. Il piano territoriale comprensoriale ha posto dei limiti alle previsioni comunali, e si propone di contenere l’espansione complessiva entro il 50 per cento, entro il duemila, che è già una “soglia di allarme”: se invece le cose continuassero ad andare per il verso sbagliato, osserva Gianni Beltrame, direttore del comprensorio, tutto il suolo verde e agricolo dell’area metropolitana milanese sarebbe finito entro 67 anni.
Al consumo di territorio per incontrollato avanzare di urbanizzazione, si aggiunge quello dovuto al degrado (brutta parola diventata ormai di uso comune), cioè a quell’insieme di interventi in vario modo offensivi e distruttivi, che vanno dall’attività selvaggia delle cave alle discariche di rifiuti all’isterilimento del suolo nelle sudicie frange periurbane. Come ha osservato l’economista Mercedes Bresso al convegno, in Lombardia le cave, “vera e propria industria del dissesto”, compromettono circa 20.000 ettari, pari al 2 per cento della superficie regionale. Ad essi va aggiunto un 1-2 per cento di discariche e di depositi di rifiuti, più un 8 per cento di “degrado diffuso” (spazi compromessi da utilizzazioni precarie, fasce di rispetto stradale, variamente occupate, depositi di materiali industriali, fabbricati in stato di abbandono eccetera): si arriva così all’11-12 per cento di territorio degradato, pari a circa 100.000 ettari, quasi il 10 per cento del suolo utile lombardo. Disordine, spreco, inquinamento delle falde idriche, erosione del suolo, distruzione di terreno agricolo: quanto costa il risanamento, il ripristino, il recupero di un terreno così devastato? Si valuta che il costo sarebbe di 35-40 milioni ad ettaro: quindi, in Lombardia occorrerebbe spendere 3.500-4.000 miliardi, che diventano almeno 10.000 se l’operazione venisse estesa ai casi che richiedono interventi complessi (sgomberi, abbattimenti, eccetera). Ecco quali sono i costi sociali scaricati sulla collettività dal saccheggio del territorio.
Altri dati allarmanti vengono forniti dall’indagine condotta dall’Assessorato al bilancio e alla programmazione della Provincia di Roma, circa le destinazioni d’uso previste dagli strumenti urbanistici dei 118 comuni che la compongono. Il risultato è che, senza contare Roma, è prevista l’edificazione (tra zone di espansione, di completamento e turistiche) di 2.300.000 stanze per altrettanti abitanti: se si aggiungono i 7-800.000 vani residui previsti dal piano regolatore di Roma (tra edilizia privata e pubblica) si arriva a più di 3 milioni di stanze: come costruire ex novo un’altra Roma accanto all’esistente. A tanto più giungere il sonno della ragione, l’allegra incoscienza urbanistica (intanto, da anni, il territorio della provincia romana viene consumato al ritmo di tre ettari al giorno).
La prospettiva è dunque certamente catastrofica: il “giardino d’Europa” corre alla rovina, e rischia di essere tutto consumato entro poco più di un secolo, a meno che mentalità, cultura e politica non cambino radicalmente. Che fare? Occorre mettere finalmente da parte il mito anacronistico, folle e rovinoso della crescita illimitata fatta solo di sprechi, e decidersi a considerare il territorio come il bene più prezioso perché scarso e limitato, quindi come bene collettivo da conservare gelosamente. Non si salva ciò che non si conosce: è urgente impegnarsi alla conoscenza scientifica del territorio e del suolo nei loro aspetti produttivi, fisici, geo-morfologici, ambientali, paesistici, naturalistici (uno studio del genere è stato fatto dal comune di Padova), e imparare a rispettarli.
Dobbiamo rovesciare il nostro modo di agire: non più urbanizzare alla cieca risparmiando eccezionalmente (quando pure a fatica ci si riesca) qualche area eminente, ma trattare tutto il territorio come un parco in linea di principio inedificabile, alla cui rigorosa salvaguardia subordinare ogni eventuale intervento. Altrimenti assisteremo alla distruzione del nostro stesso spazio di vita, e a poco a poco la terra ci sarà strappata di sotto i piedi.
Gigi l’ho conosciuto trent’anni fa, quando cominciammo a occuparci del piano del comprensorio di Venezia e della laguna, ed ebbi il piacere di collaborare con Antonio Casellati, che del comprensorio era presidente, con l’attuale sindaco Massimo Cacciari e con altri illustri studiosi ed esponenti politici. Si stabilì fra Gigi e me un’intesa perfetta. Esisteva allora la deplorevole abitudine di assumere le decisioni relative alla vita pubblica in riunioni ristrette fra i vertici dei partiti locali, in particolare fra Psi e Pci. A Gianni De Michelis, che lo redarguiva per il mancato rispetto di qualche accordo relativo al piano comprensoriale, l’indimenticabile Gianni Pellicani rispose che l’inconveniente andava addebitato alla ferrea intesa fra Scano e De Lucia, più forte della disciplina di partito; e che non aveva argomenti per imporci regole che non condividevamo. Fu il viatico all’amicizia di una vita.
Da allora, siamo alla fine degli anni Settanta, fino alla sua scomparsa, non ci siamo più persi di vista e abbiamo continuato spesso a lavorare insieme, raggiungendo talvolta buoni risultati, altre volte siamo stati costretti a onorevoli sconfitte.
Gigi è sempre stato un lavoratore infaticabile. Basta dare uno sguardo al suo curriculum per rendersene conto, e mi auguro che sia possibile una raccolta critica dei suoi lavori, per rendere pubblici e disponibili testi secondo me di straordinaria qualità. Qui riesco a dar conto soltanto, e sommariamente – sono poco più che appunti e promemoria che spero possano essere sviluppati – di alcuni degli impegni di Gigi di cui sono stato in qualche modo partecipe o testimone. Tralascio qui il piano comprensoriale di Venezia, del quale lo stesso Gigi ha trattato magistralmente nel suo Venezia: terra e acqua. Per comodità espositiva tratto separatamente le attività condotte come impegno civico da quelle propriamente professionali. Ma tutti coloro che hanno conosciuto Gigi sanno che il suo agire professionale non è stato mai separato o separabile dall’azione politica e culturale.
Comincio dal rapporto di Gigi con le associazioni culturali. Subito dopo la deludente esperienza del piano comprensoriale di Venezia, si occupò a lungo dell’Istituto nazionale di urbanistica, nel cui consiglio direttivo nazionale fu eletto nel 1980 e confermato per oltre un decennio, svolgendovi un ruolo da protagonista, in particolare come coordinatore della commissione giuridica e quindi autore delle successive proposte di legge dell’Inu in materia di urbanistica o meglio, come si usava dire allora, in materia di “regime degli immobili”. All’inizio degli anni Novanta, com’è noto, nell’Inu cominciò a soffiare il vento del revisionismo, del riflusso accademico e corporativo, che spingeva su posizioni sempre più lontane da quelle che avevamo contribuito a definire negli anni precedenti (e che infine ha condotto l’istituto su un fronte collaterale a quello del governo Berlusconi). Decidemmo allora di abbandonare l’Inu e di fondare una nuova associazione “di tendenza”, non appesantita da problemi di gestione e di funzionamento. Nacque così, nel marzo del 1992, l’associazione Polis, la cui finalità è di “promuovere una disciplina del territorio fondata sull’assunzione degli obiettivi della tutela della sua integrità fisica e della sua identità culturale, e del conferimento a esso di più elevati caratteri di qualità formale e funzionale, quali condizioni per soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
Fondatori di Polis furono Roberto Badas, Silvano Bassetti, Felicia Bottino, Teresa Cannarozzo, Antonio Casellati, Antonio Cederna, Filippo Ciccone, Vezio De Lucia, Antonio Iannello, Edoardo Salzano, Luigi Scano, Walter Tocci, Mariarosa Vittadini. Gigi fu subito eletto segretario, con poteri quasi monocratici, e per un lungo periodo ha condotto l’associazione quasi da solo, scrivendo centinaia di documenti, appelli alle autorità, denunce, comunicati stampa. E ha ricominciato a proporre testi di legge in materia di urbanistica, a scala nazionale e regionale, molto spesso ripresi da parlamentari ambientalisti e di sinistra. La proposta di legge elaborata dagli amici di eddyburg sui principi nazionali in materia di pianificazione del territorio – presentata l’anno scorso da parlamentari di rifondazione e di altri partiti di sinistra – è l’ultima espressione delle sue impostazioni culturali e giuridiche.
L’indiscussa attitudine di Gigi “legislatore” va ricordata ancora per la collaborazione da lui fornita ad Antonio Cederna, parlamentare della sinistra indipendente dal 1987 al 1992, e all’associazione Italia nostra. Della consuetudine di lavoro con Cederna per fortuna lo stesso Gigi ha dato conto, in maniera molto puntuale, nel volume Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna, curato da Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala (Bononia University Press, 2007). È l’ultimo suo scritto importante ed è una preziosa testimonianza dell’operoso sodalizio che si era stabilito fra Gigi e Tonino Cederna, in particolare su due testi di legge fondamentali: quello sulla difesa del suolo e quello su Roma capitale. Nello scritto di Gigi è ricordata e documentata accuratamente anche l’elaborazione della proposta di legge Cederna del 1991 per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna che però non riuscì neppure a iniziare il suo iter parlamentare. E Gigi ricorda altresì di non aver condiviso, e a ragione, il favore di Cederna per la legge del 1991 in materia di aree protette.
Scomparso Cederna, Gigi ha continuato a proporre testi di legge con Sauro Turroni, deputato e poi senatore verde, che ha scritto per l’incontro di oggi un bel ricordo dei loro rapporti politici, professionali e di amicizia.
Con Italia nostra, Gigi ha sempre collaborato, in particolare con la segretaria generale Gaia Pallottino, negli anni della presidenza di Desideria Pasolini dall’Onda. Furono organizzate anche iniziative congiunte Italia nostra – Polis. Importante soprattutto l’articolato di legge curato da Gigi relativo alla tutela dello spazio agricolo e naturale predisposto all’inizio del 2005 a conclusione di un ciclo di iniziative dell’associazione sul paesaggio agrario. La proposta, molto in sintesi, è basata sulla necessità di riconoscere la qualità di bene culturale al territorio non urbanizzato, sia in prevalente condizione naturale sia oggetto di attività agricola o forestale, inserendolo nella lista delle categorie di beni tutelati della legge Galasso. La proposta è stata successivamente ripresa nella già citata proposta eddyburg in materia di pianificazione del territorio.
Per ultimo va ricordato il contributo, molto apprezzato, di Gigi al comitato dei cittadini di Fiesole nel gennaio scorso, e poi al coordinamento dei comitati toscani presieduto da Alberto Asor Rosa.
Ed eccoci alle attività professionali. Solo per memoria ricordo il grande impegno di Gigi per la formazione del piano paesistico dell’Emilia Romagna, nella seconda metà degli anni Ottanta, quando era assessore regionale all’urbanistica Felicia Bottino. La prima collaborazione con chi scrive queste righe fu avviata, nell’ambito della direzione generale del Coordinamento territoriale del ministero dei Lavori pubblici. Gigi, insieme ad altri ricercatori (Filippo Ciccone, Maurizio Di Palma, Italo Insolera, Paolo Leon) condusse un’importante indagine sulle politiche di recupero che potevano essere concretamente promosse nei territori vincolati dalla legge Galasso. L’ambizioso obiettivo era di fornire elementi utili, non solo dal punto di vista delle metodologie di pianificazione e d’intervento, quanto per stimare le risorse necessarie, la loro allocazione e, soprattutto, l’impatto economico e sociale che si poteva prevedere, con particolare riguardo all’occupazione giovanile. Purtroppo i risultati furono disponibili troppo tardi, proprio mentre Giovanni Prandini metteva fine alla mia carriera ministeriale.
La tappa successiva si è sviluppata a Napoli, dove sono stato amministratore dal 1993 al 1997. Chiesi subito l’aiuto di Gigi, che si dedicò con passione ed entusiasmo a un lavoro oscuro, faticoso, non retribuito. Il comune di Napoli era stato dichiarato in dissesto, il che significa che ci era inibita qualsiasi spesa, operavamo in condizioni inverosimili, mancava tutto, gli uffici erano decimati dagli arresti, non sapevo di chi potevo fidarmi, non avevo un computer e scrivevamo a mano. Gigi dimostrò, insieme alle capacità già note, un’attitudine sorprendente e commovente a farsi carico di tutto. Stava a Napoli spessissimo, stabilì rapporti di eccellente collaborazione con i pochi, bravissimi, funzionari e operatori con i quali cercavamo di andare avanti. Ricordo un suo documento indirizzato al governo di lucida e feroce indignazione per l’annunciato condono del governo Berlusconi della primavera del 1994, documento che fu sottoscritto da molti amministratori di città grandi e piccole.
Ma soprattutto devo ricordare il suo impegno per il nuovo piano regolatore di Napoli al quale si dedicò senza risparmio, curando in particolare la nuova disciplina del centro storico. A questo proposito mi propose di chiedere l’aiuto anche di Edgarda Feletti, allora dirigente del comune di Venezia, che aveva mirabilmente curato la formazione del piano del centro storico, quando era assessore Edoardo Salzano. Fu scovata una norma che consentiva lo scambio di funzionari fra i comuni, che il sindaco Cacciari autorizzò subito. Mi impegnai in una sorta di dignitoso accattonaggio anche con altre amministrazioni comunali: allora per Napoli si mobilitavano tutti. Al duo Scano – Feletti si aggiunsero altre e molto qualificate collaborazioni: il ministero dei Beni culturali (che mise a disposizione l’ufficio statale per la pianificazione paesistica), la soprintendenza ai Monumenti di Napoli (che distaccò al comune Antonio Iannello), docenti universitari e studiosi di varie discipline. Gli architetti del comune ressero egregiamente l’impatto e in breve tempo padroneggiarono con sicurezza la metodologia dell’analisi e della classificazione tipologica degli edifici esportata a Napoli da Edgarda e da Gigi. E Gigi ha continuato fino all’ultimo a dare il suo generoso contributo per l’urbanistica napoletana.
Chiusa quell’esperienza, discutemmo molto del nostro futuro professionale e decidemmo di occuparci a tempo pieno di pianificazione del territorio, operando solo per la pubblica amministrazione. Concordavamo sul fatto che l’urbanistica, materia strettamente dipendente dalla politica, è essa stessa politica. Ma dire che l’urbanistica è politica, non significa negarne la specificità tecnica, o non riconoscere il valore dei suoi operatori. Il nostro lavoro non poteva essere paragonato a quello di qualsivoglia tecnico lottizzato.
Discutemmo a lungo dell’autonomia dei progettisti di un piano nei confronti della committenza pubblica, convenendo che rivendicare pregiudizialmente autonomia e libertà di decisione può essere un errore. Spesso irrimediabile. Ma errore opposto, forse ancora più grave e diffuso, sta nella concezione dell’urbanista come puro tecnico asservito alla politica, e quindi pronto ad assumere la “scelta politica” come salvacondotto per legittimare ogni tipo di operazione. L’unica garanzia, per evitare il naufragio sugli scogli dell’eccesso di disponibilità oppure su quelli opposti della malintesa autonomia, sta nell’essere portatori e garanti di una propria concezione etica, estetica e culturale, politica, se si vuole: questa è la linea che con Gigi abbiamo sempre condiviso. Una condizione rara, lo sapevamo bene, che si realizza solo quando la committenza pubblica è animata dalle stesse concezioni dei tecnici chiamati a collaborare.
È andata proprio così all’inizio della nostra attività in Toscana. Il piano territoriale di coordinamento della provincia di Pisa, poi quello della provincia di Lucca, il piano strutturale del comune di Pisa, quello del comune di Lastra a Signa (il cui sindaco Carlo Moscardini, stabilì con Gigi un bel rapporto umano e politico) e il piano del comune di Gavorrano: sono state esperienze indimenticabili, occasioni di incontro con amministratori e tecnici di eccezionale levatura morale e professionale, con i quali si è perfettamente realizzata quell’unità d’intenti politici, tecnici e culturali da noi auspicata.
Altri più recenti lavori in Toscana non sono andati a buon fine, come nel caso dei piani di Calenzano e Pontassieve. L’improvvisa scomparsa ha risparmiato a Gigi le polemiche e la tristezza della rottura intervenuta con i comuni del circondario della Val di Cornia, Piombino, Campiglia, Suvereto, luoghi della Maremma livornese di prodigiosa bellezza, dove si è allentato il tradizionale impegno pubblico per la tutela e per l’uso lungimirante del territorio.
Con Gigi abbiamo anche attraversato il Chiarone, tentando di operare nel Lazio e in Campania. L’esperienza che merita di essere ricordata è certamente il piano regolatore di Eboli, territorio di frontiera all’estremità orientale della sconfinata area urbana di Napoli. Dopo ci sono le terre spopolate del Cilento e della Basilicata. La vicenda del piano di Eboli è strettamente legata alla figura di Gerardo Rosania, sindaco della città dal 1997 al 2005. Noto per aver lottato senza tregua contro la speculazione malavitosa e per aver demolito, dal 1998 al 2000, ben 450 costruzioni abusive nella pineta demaniale, lungo la costa, superando difficoltà immani.
Fra Rosania e Scano si stabilì subito un rapporto diretto profondo e molto concreto, in particolare per quanto riguarda l’assetto del vasto territorio agricolo. A Eboli, come in tutti i comuni del Mezzogiorno, la campagna è considerata ormai solo come un vuoto da riempire. La devastante ideologia familistica dominante è fondata sul possesso o sull’aspirazione al possesso della casa in campagna. Rosania e Scano non cedettero di un millimetro rispetto all’obiettivo di riservare lo spazio rurale esclusivamente alla produzione agricola e il sindaco, pur amato e in precedenza mise a repentaglio la sua rielezione. Mi piace ricordare che Rosania in una pubblica occasione definì Gigi “un mistico della normativa urbanistica”.
Concludo ricordando che Gigi, a Eboli, organizzò anche, tramite l’associazione Polis, nell’ottobre del 2000, un bel convegno su Il governo pubblico del territorio e la qualità sociale. Nella sua non breve relazione introduttiva ritorna la passione politica e la dimensione politologica di Luigi Scano, che propone una sorta di riepilogo del suo pensiero, dal generale al particolare, dalla globalizzazione ai piani particolareggiati. La relazione è pubblicata su eddyburg. Qui mi limito a rendere omaggio a Gigi riprendendo solo tre sue definizioni.
L’ideologia della globalizzazione: “ha prodotto un comune sentire per cui quasi ogni aspetto della vita dell’umanità, e di ogni singolo individuo, appare determinato, e comunque dominato, dalle supposte «leggi naturali» dell’economia, concepita come una sorta di immane sistema neurovegetativo, nonché dalle altrettanto ineludibili e autoreferenziali esigenze della «tecnica» (oppure, in una visione minoritaria, e tutt’altro che autenticamente ed efficacemente antagonistica, da centri decisionali remoti, impersonali, irresponsabili)”.
La sinistra di governo:“immersa in un presente disancorato dalla storia, deprivatasi di principi e valori, ha finito con l’assumere come suo obiettivo una «modernizzazione» priva di qualificazioni, incapace di trasmettere messaggi significativi e di aggregare grandi interessi collettivi”.
Il ceto politico di centro sinistra: “privo di una vera identità programmatica, e di una robusta strategia, ha finito con il giocare di rimessa, facendosi sostanzialmente dettare l’agenda degli argomenti dagli avversari, e comunque da altri soggetti, nella presuntuosa e arrogante certezza di supplire a tutto con una superiore capacità tattica: riuscendo soltanto a dar prova di un tatticismo esasperato nel quale si manifestava l’assenza di maturate profonde convinzioni in merito a pressoché ogni argomento”.
Le tre definizioni citate rendono onore alla cultura e alla intelligenza di Gigi “vecchio liberale”, come amava definirsi, allergico ai luoghi comuni e alla ideologie vincenti. Bastian contrario per scelta filosofica ed etica.
Ha ragione Anna Renzini, Gigi, alla fine, si ritira nell’“impolitico”, Ma per lui la vita coincideva con la politica e forse è questa la ragione del suo essersene andato.
Rileggere il suo Venezia: terra e acqua[1], malauguratamente esaurito e mai ristampato, mi ha aiutato a mettere a punto le ragioni per le quali Gigi ha sempre avuto per la Laguna di Venezia un’attenzione particolare. Un’attenzione che aveva certamente una delle radici nel suo “essere veneziano”; non a caso, se non sapeva condurre un’automobile, e neppure una bicicletta, sapeva invece destreggiarsi con una sampierotta a motore tra rii e bricole in tutte le parti acquee del territorio veneziano. Ma un’attenzione che aveva le sue più profonde radici nelle passioni intellettuali di Gigi: quella per il territorio, per la ricchezza che esso nasconde e rivela, i rischi e i guasti che lo minacciano, e quella per le istituzioni, per la capacità (o incapacità) degli uomini a foggiare e a utilizzare gli strumenti mediante quali il territorio e la società che lo abita vengono governati.
L’attenzione per la Laguna era insomma determinata in Gigi dal suo essere urbanista e politico, dove a entrambi i termini si tolga, per poterli attribuire a lui, quel tanto di utilitaristico, di mercantile, di corrivo ai tempi e alle mode – in una parola, di opportunistico - che nei nostri anni hanno incrinato l’uno e l’altro termine, l’una e l’altra professione. E che non hanno mai scalfito – come sanno quanti lo hanno conosciuto – Luigi Scano.
La sua formazione giuridica[2] era il trait d‘union pratico tra quelle due competenze. Le regole sono infatti il modo nel quale l’urbanistica diventa efficace in un mondo dominato dalla dialettica tra il privatismo proprietario e l’interesse comune, e la loro formazione e gestione sono amministrate dalla politica.
Non a caso è dai luoghi della politica o ad essa vicini che il ruolo di Gigi per la comprensione prima e per la difesa poi della Laguna di Venezia si è esplicato. Come dirigente del Partito repubblicano di Ugo La Malfa e di Bruno Visentini, come consigliere comunale nei lunghi anni nei quali fu costantemente a fianco di Antonio Casellati e di Gianni Pellicani, come consigliere provinciale più tardi. Come puntuale fornitore di consigli e di critiche sempre. Ora che è scomparso moltissimi sono quelli che patiscono la perdita d’un consigliere sempre pronto ad aiutare, d’uno spirito vigile, informato e colto, sempre pronto a fornire una valutazione precisa, sicura, al tempo stesso equilibrata e netta.
Per una biografia di Gigi Scano
Quando qualcuno scriverà l’ampia biografia che merita sarà facile ricostruire il ruolo che Gigi ha svolto in tutte le fasi salienti del dibattito e dell’azione per la Laguna, per la sua comprensione e la sua difesa. Mi limito a ricordare qui alcuni momenti.
1967: Dopo lo shock dell’alluvione del 1966, la comprensione delle cause non naturali del disastro e la prima organica proposte di legge per Venezia e la sua Laguna
1971: le prime battaglie per la difesa dell’ambiente nella Laguna e la collaborazione con Casellati primo Assessore all’ecologia italiano
1973: Il dibattito che condusse alla Legge speciale del 1973 e agli Indirizzi governativi per la sua attuazione
1980: La redazione del “Piano comprensoriale della Laguna di Venezia e Chioggia”
Il rapporto Ripristino, conservazione ed uso dell'ecosistema lagunare veneziano
Le osservazioni del Comune di Venezia al Piano comprensoriale
1984: La “nuovissima” legge speciale
1990: La formazione della Città metropolitana
2000: La contestazione del Mose e del CVN
Un seguace di Cristoforo Sabbadino
Venezia: terra e acqua è una magistrale storia dell’urbanistica veneziana negli anni della Repubblica italiana, raccontata con abbondanza di dettagli e accurata indicazione di fonti. Ma la sua premessa, e il suo spirito, affondano le radici nella storia più antica. Il primo titolo di paragrafo del libro di Gigi è significativo: “Unde origo inde salus”. Il suo primo capitolo, dedicato alle trasformazioni e al governo del territorio nei secoli della Repubblica Serenissima, dà un ampio spazio a quell’animato dibattito che, nei primi decenni del XVI secolo, oppone le due concezioni tecnico-politiche contrapposte: quella di Cristoforo Sabbadino e quella di Alvise Cornaro. Cornaro proponeva un sostanziale interrimento della Laguna, Sabbadino una ricostituzione delle condizioni idrauliche che conservassero alla Laguna il suo carattere di mixitè salmastra: che salvaguardassero la Laguna in quanto tale. Le soluzioni tecniche erano finalizzate, dall’una e dall’altra parte, a due progetti strategici contrapposti.
“Allargato il dominio, e riconsolidato il controllo politico su retro terra dopo la crisi succeduta alla disfatta di Agnadello (1509), il governo della repubblica affronta globalmente il problema della sistemazione idrografica dell’intero territorio e della salvaguardia della condizione lagunare. La vicenda è indissolubilmente legata alle memorie ed alle polemiche di Cristoforo Sabbadino, tecnico ufficiale dello stato, e di Alvise Cornaro, patrizio padovano. Ed occorre tener presente che «pronunciarsi, nel periodo in cui essi operano, con un progetto di sistemazione idraulica della laguna, basato su di una teoria organica e convincente, significa anche pronunciarsi indirettamente a favore di ideali di sistemazione economica e politica della Dominante che al rapporto tra laguna e terraferma sono legati; significa ad esempio non poter non prendere posizione nel confronto tra 1 ragioni del mare, e quindi della mercatura, e quelle della campagna, e quindi del retrazar, cioè delle bonifiche, ragioni che, non sempre conciliabili nell’indirizzare gli investimenti di capitali, lo sono ancor meno nel far scegliere l’una o l’altra ipotesi di intervento tecnico per la salvaguardia della laguna. Ciò che rende particolarmente interessante il contributo del Sabbadino e del Cornaro è che esso è caratterizzato da uno sforzo, assai difficilmente rintracciabile in altre trattazioni tecniche contemporanee, per tradurre queste ragioni in ragioni teoriche, scientifiche, nello scopo di fondarle sull’oggettività e l’inattaccabilità Nella loro opera fondamentale è la concretezza delle proposte, sorrette da altrettanto concrete motivazioni politiche ed economiche, che costringe però al superamento della semplice e che lascia ogni valutazione in balia dell’occasionalità in favore dell’astrazione come processo razionale di anticipazione e di verifica (Sergio Escobar)”[3] ».
Come Gigi ricorda fu l’impostazione di Sabbadino che prevalse, “non senza smagliature e compromessi”. Si può dire che quella impostazione fu l’ “origo”, l’origine e la matrice, dell’ideologia sulla Laguna e il suo governo che Gigi costantemente condivise, in tutti i momenti e gli eventi che lo condussero ad occuparsi della Laguna.
Nella stringatissima sintesi di Gigi, Sabbadino
“propugna interventi volti a restituire alla laguna la sua massima capacità di funzione, garantendone l’intangibilità della massima estensione (il «soracomun», o «acqua alta», sostiene infatti, va crescendo non a causa dell’«alciamento» del mare, ma in conseguenza del restringimento del bacino derivato dalla sedimentazione degli apporti solidi dei fiumi), deviando, con opere in profondità nell’entroterra, i fiumi fuori dalla laguna, proteggendo i lidi, rimuovendo ogni ostacolo che impedisca l’ingresso e l’espansione dell’acqua del mare in laguna.”[4]
Per il ripristino dell’ecosistema lagunare
Questa concezione della Laguna nacque in Gigi all’indomani dell’alluvione del 1966. Superato lo shock iniziale e la fase della protesta e della lamentazione contro la natura matrigna, fu nella pattuglia di quanti compresero che era nelle manomissioni e privatizzazioni della Laguna la ragione del suo irrimediabile degrado. La lotta contro il “canale dei petroli” e l’attuazione della Terza zona industriale fu la prima conseguenza di quella comprensione. Ma subito trascese quel momento ed elaborò (come ricorda Toni Casellati) una prima proposta legislativa, coerente con l’esigenza di un governo pubblico unitario della Laguna, gestito dai comuni e dallo Stato, sorretto da una pianificazione complessiva del territorio lagunare.
La concezione ecosistemica della Laguna maturò poi in Gigi, e trovò la sua piena espressione e consapevolezza, in relazione a due eventi ai quali partecipò molto attivamente: la formazione del “Piano comprensoriale della Laguna di Venezia e Chioggia”, la redazione del rapporto Ripristino, conservazione ed uso dell'ecosistema lagunare veneziano. Questi eventi lo sollecitarono ad agire su due versanti strettamente legati dei suoi interessi: quello della sostanza delle questioni (raramente ho conosciuto un politico che come lui privilegiasse i contenuti rispetto a tutte le altre dimensioni del potere), e quello delle forme di governo.
La salvaguardia della Laguna, la messa in valore e la ricostituzione delle qualità (naturali, storiche, fisiche, sociali, estetiche, economiche) di cui essa è intessuta, ha costituito l’obiettivo finalistico della sua azione per la Laguna. La rivendicazione del carattere di bene comune che la Serenissima aveva saputo privilegiare per secoli ha costituito il legame con la soluzione amministrativa che tenacemente ha propugnato. L’unità del governo della Laguna e del suo territorio è stato l’obiettivo strumentale, fortemente legato alla sua formazione giuridica e ai ruoli politici che volta per volta ha ricoperto.
Gigi fu molto duttile nel condividere, volta per volta, la formula che consentiva (o che sembrava poter consentire) un governo unitario del bacino lagunare. Era consapevole della debolezza di una formula (quella del Comprensorio di comuni come ente elettivo di secondo grado) che fu assunta dalla legge speciale del 1973 per la formazione del piano comprensoriale. Tuttavia si adoperò con passione perché quella indicazione divenisse efficace, perché all’organismo del Comprensorio della Laguna di Venezia e di Chioggia si desse vita, perché il Piano comprensoriale fosse redatto, adottato, approvato. Lavorò dentro la struttura del piano comprensoriale, e ai suoi fianchi per adottarlo (un giorno bisognerà raccontare anche il gustoso aneddoto della sua azione su Gianni Pellicani, e di questo sui socialisti del PSI, perché si giungesse al’adozione), e per migliorarlo quando fu adottato (la corposa osservazione del Comune di Venezia è stata materialmente stesa da lui).
Seppellita sotto la mancata approvazione regionale l’efficacia del piano comprensoriale Gigi continuò ad agire per un governo unitario del bacino lagunare, appoggiandosi sempre alla sponda di autorevoli uomini di governo: comunisti come Gianni Pellicani e repubblicani come Bruno Visentini. A proposito della sua costante collaborazione con i primi, con gli uomini del PCI, Massimo Cacciari fece circolare una battuta spiritosa e verace, che a Gigi provocò irritazione: lo definì “il centro studi del PCI”. Gigi era davvero uno di quegli uomini votati alla politica che pongono al centro di questa specifici obiettivi di contenuto.
La soluzione verso la quale si lavorò allora per individuare una unità di governo adeguata fu quella della “città metropolitana”. L’apporto culturale di Gigi alla maturazione che condusse alle “Ordinamento delle province e dei comuni”, la legge 142/1990 non fu marginale. Una legge alla quale del resto contribuirono attivamente personaggi della vita politica veneziana oltre che nazionale, come Lucio Strumendo e Adriana Vigneri. Una legge nella quale l’inserimento di Venezia tra le 13 Città metropolitane fu merito soprattutto di Gianni Pellicani, di cui Gigi rimase eccellente e fraterno collaboratore fino alla fine. (E devo dire che l’assenza di Gianni in questo luogo e in questo momento è per me ragione di tristezza).
Il profondo convincimento di Gigi della necessità di un governo unitario della Laguna fu anche la ragione per la quale egli si oppose, anche con la violenza polemica a volte esagerata che gli era propria, a ogni iniziativa per la divisione del Comune di Venezia, che non fosse preceduta, o almeno inquadrata, in un sistema unitario di governo quale quello che, volta per volta, poteva venir assicurato dal Comprensorio o dalla Città metropolitana.
Che il governo unitario dovesse avere quale suo oggetto principale la Laguna, e non il tessuto di più ampie, mutevoli e sfuggenti relazioni socioeconomiche, fu poi uno dei motivi di fondo dell’altro suo versante polemico: quello che lo ha contrapposto ai propugnatori di PaTreVe: a quanti, all’unità del bacino lagunare, opponevano l’alternativa di un’ “area vasta” comprendente, oltre Venezia, anche Padova e Treviso (e perché no anche Vicenza, e magari Verona?). Non solo contravvenendo in tal modo alla ratio e alla prescrizione della legge 142/1990, ma anche portando fuori dalla Laguna, e fuori dalla conservazione del suo ecosistema, l’interesse principale e i principali obiettivi dell’azione di governo.
Gigi e NoMose
Le polemiche e le critiche sulle forme di governo dell’area della Laguna non sono però paragonabili, per asprezza d’espressioni e per profondità d’impegno, a quelle rivolte verso il Consorzio Venezia Nuova e il suo progetto MoSE. Gigi non era pregiudizialmente ostile alla previsione, e alla successiva progettazione e messa in opera, di opere di sbarramento mobile alle bocche di porto. E neppure era pregiudizialmente contrario all’impiego dell’impiego del sistema della concessione per singole componenti di un generale progetto di ripristino dell’equilibrio lagunare. Basta leggere la parti del suo libro dedicate ai diversi momenti nei quali degli interventi in Laguna si discusse, a partire dall’indomani dell’alluvione del 1966, per rendersene conto.
Divenne un tenace e irriducibile avversario del CVN e del MoSE per due aspetti fondamentali.
In primo luogo, quando ci si cominciò a rendere conto che il modo nel quale il progetto veniva definito e attuato contrastava pienamente con le regole che, dai tempi della Serenissima, venivano applicate. Quelle regole basate sul riconoscimento del carattere proprio e unico della Laguna, del delicatissimo e fragilissimo equilibrio tra forze della natura e intervento dell’uomo che ne aveva garantito la sopravvivenza. Quelle regole negate dalle operazioni avviate alla caduta della Repubblica: quando le logiche e le tecniche ottocentesche avevano promosso la privatizzazione e l’interrimento di parti consistenti della Laguna e provocato l’irrompere delle grandi opere canalizie nel delicato tessuto delle variegate forme della terra/acqua veneziana; quando la manutenzione quotidiana e il monitoraggio continuo erano stati abbandonati; quando, in sostanza, erano stati infranti i tre principi della sperimentalità, gradualità e reversibilità di ogni intervento in Laguna. Principi che Gigi contribuì a inserire nella legge speciale del 1984, e che sono ogni giorno vistosamente disattesi dalle pratiche in atto.
Visione meramente ingegneristica, polarizzazione di tutto l’impegno sulle grandi opere cementizie e acciaiose alle bocche di porto, assunzione di tecniche hard anche per le più delicate operazioni sulle componenti più fragili della Laguna, abbandono della visione olistica degli interventi necessari, trattamento dell’ecosistema lagunare come un qualsiasi indifferenziato bacino acqueo: queste sono le critiche principali che Gigi muoveva all’operato del CVN, alla logica e alla concezione di fondo dei suoi interventi. Ne troviamo una sintetica espressione nella relazione della proposta di legge di Antonio Cederna (largamente dovuta al pensiero e alla penna di Gigi) per Venezia e la sua Laguna, presentata nel 1983. Nell’individuare le cause dell’inefficacia dei provvedimenti della legge speciale del 1973 si afferma che
“la ragione prima ed essenziale del procedere inceppato e sussultorio delle azioni e degli interventi […] risiede nel non compiutamente risolto confronto tra due approcci, due modelli, due logiche. Semplificando al massimo: tra una logica sostanzialmente meccanicistica, che tende a isolare i problemi (o tutt'al più a riconoscere tra essi nessi estremamente semplificati) e a dar loro soluzioni indipendenti e fortemente ingegneristiche, e una logica, per così dire, sistemica, che chiede di evidenziare le correlazioni tra tutte le dinamiche in atto, e quindi tra tutti i problemi da affrontare, e pertanto pretende una predefinizione globale, e costantemente ricalibrabile, di tutti gli interventi e le azioni da prevedersi, per collocarle in sequenze temporali che ne garantiscano ed esaltino le sinergie positive”[5].
Ma ciò che soprattutto lo indignava era la sistematica violazione della legalità e lo stravolgimento del sistema dei poteri che la concessione statale al consorzio di imprese aveva determinato. Durissime le sue critiche al sistema della “concessione unica” dello Stato al Consorzio Venezia Nuova; asperrime le proteste per il suo permanere quando la legge ne prescriveva il superamento.
In un articolo scritto per eddyburg, in replica ad talune affermazioni del ministro Lunardi, ricorda innanzitutto che il Parlamento
“aveva deciso di superare radicalmente il sistema della ‘concessione unica’, dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, di ogni competenza afferente agli studi, alle ricerche, alle sperimentazioni, alla progettazione degli interventi, alla realizzazione delle opere, riguardanti il riequilibrio idrogeologico della laguna di Venezia, l'arresto e l'inversione dei processi di degrado del bacino lagunare, la difesa degli insediamenti urbani lagunari dalle ‘acque alte’ eccezionali. ‘Concessione unica’ che era stata, inizialmente, conferita in base alla legge 29 novembre 1984, n.798,, e grazie alla quale un consorzio di imprese di diritto privato è divenuto, grazie alle enormi risorse (erogategli dallo Stato) di cui poteva disporre, padrone pressoché incontrastato degli studi attinenti la Laguna veneziana, della progettazione delle opere da effettuarsi in essa, del controllo della validità dei primi e della seconda, asservendo, in termini addirittura patetici, ai propri obiettivi e ai propri interessi, gli organi decentrati (il Magistrato alle acque di Venezia) e quelli centrali delle amministrazioni statali”.[6]
Approvata la legge il governo avrebbe dovuto dare attuazione al suo dettato. Ma così non fu, denuncia Gigi:
“Per il vero, nell'immediato il Governo (Ciampi) ottemperava alla volontà e al mandato del Parlamento, ed emanava il decreto legislativo 13 gennaio 1994, n.62. Alle cui disposizioni più di un Ministro avrebbe dovuto, conseguentemente, dare concreta attuazione, con propri atti. Cosa che i Ministri interessati, facenti parte del Governo (Berlusconi) nel frattempo subentrato, si guardavano bene dal fare: senza, se vogliamo dirla tutta, essere richiamati a compiere il proprio dovere né dalla Regione Veneto (governata dal centrodestra), nè dalla Provincia di Venezia (governata dal centrosinistra), né dal Comune di Venezia (governato dal centrosinistra), né dal Comune di Chioggia (governato prima dal centrodestra e poi dal centrosinistra).” [7]
E dopo il primo governo Berlusconi? Nessun subentrante governo intervenne. Prosegue Gigi:
“[…] le citate disposizioni di legge non sono mai state abrogate, per cui del relativo inadempimento potrebbero essere chiamati a rispondere i competenti Ministri degli ulteriormente subentrati Governi Prodi, D'Alema, Amato, e nuovamente Berlusconi, e se si vuole nuovamente Prodi. Chiamati a rispondere come? Se un impiegatucolo dell'anagrafe comunale si rifiuta di consegnarmi il certificato di nascita commette il reato di omissione di atti di ufficio, ed è passibile delle sanzioni di cui al relativo articolo del codice penale. Se un generale compie atti contrari alla volontà espressa dal Governo, o non provvede a quanto dallo stesso Governo ordinatogli, è definito (anche dai media) ‘fellone’, ed è passibile delle sanzioni, variabili in rapporto alle diverse fattispeci concrete, di cui ai relativi articoli del codice penale militare (di pace o di guerra). E se un Ministro (cioé un componente di quello che il notorio estremista Charles-Louis de Secondat barone de La Brède e de Montesquieu ha definito come ‘esecutivo’) omette di ‘eseguire’ ciò che è stato deciso dal Parlamento (cioè da quello che lo stesso pericoloso sovversivo francese ha chiamato ‘potere rappresentativo’, della volontà popolare democraticamente espressasi)? Si ‘lascia perdere’? si ‘chiude un occhio’? questo sì a me pare porre il problema ‘necessario e urgente’ di ‘un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile’!”[8]
Allarme per le condizioni fisiche e funzionali di quell’impareggiabile bene comune dell’umanità costituito dalla Laguna di Venezia; allarme per le deriva cui era (ed è ancora) sottoposto il sistema di potere democratico: queste le due maggiori preoccupazioni di Gigi, e di quanti come lui, e insieme a lui, continuano a gridare NoMose, a un’opinione pubblica sempre più distratta, fuorviata e disinformata, e a un establishment che conosce tutti gli slogan e tutte le vie dell’immaginario, ma non è più capace di studiare i problemi nel loro merito e di valutare oggettivamente le soluzioni e i loro costi, per la generazione attuale e per quelle future.
[1] Luigi Scano, Venezia: Terra e acqua, Roma Edizioni delle autonomie, 1985. Gli amici di Gigi sperano di riuscire a rieditare il libro, con una raccolta di prenotazioni e il sostegno del Comune di Venezia.
[2] Gigi aveva completato gli studi giuridici all’Università degli studi di Padova. Non raggiunse la laurea proprio per colpa del suo libro e dei cattivi consigli di alcuni amici (tra cui l’autore di queste note) Infatti quel libro era in origine la sua tesi di laurea. Lo convincemmo a pubblicarlo come contributo alla campagna elettorale amministrativa del 1985, quindi non potè utilizzarlo per il fine originario. Il tempo passò, altri impegni lo assorbirono e …
[3] L.Scano, Venezia: terra e acqua, p. 18.
[4] Ibidem, p. 19
[5] Si veda il saggio di L. Scano “In Parlamento: un’eredità da raccogliere”, in Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna, a cura di M. P. Guermandi e V. Cicale, Bologna BUP, 2007, p. 153 e segg.
[6] http://eddyburg.it/article/articleview/7446/0/178/
[7] Ibidem.
[8] Ibidem.
Era la metà degli anni Novanta e il mondo, forse, era migliore di quanto non sia adesso. Lavoravo nel gabinetto del Sindaco di Pisa. Avevamo chiamato Vezio de Lucia a fare il piano strutturale della città (prima parte del Piano regolatore). Insieme a lui veniva spesso anche un signore all’apparenza burbero, con in tasca pacchetti e pacchetti di Gauloises.
Abbiamo avuto tanti incontri in quasi un anno e mezzo di lavoro dello staff di De Lucia nella mia città, soprattutto a pranzo, dove Gigi non si tirava indietro di fronte ai piatti più arditi. A Pisa abbiamo fatto anche un’assemblea nazionale dell’associazione Polis, e fu lì che tante idee e proposte sulle SEM, cioè la legislazione sulle Società di Economia Mista per le trasformazioni urbane, presero corpo. Da lì trovammo anche il modo per prendere parte, insieme a Filippo Ciccone, alla seconda conferenza mondiale sugli insediamenti umani a Istanbul, nel 1996.
Poi, quando fui incaricato di creare un documentario televisivo su Follonica, chiamai di nuovo la squadra di Polis (De Lucia, Salzano, Scano, e gli altri) per organizzare un convegno sull’urbanistica in base alla legislazione toscana. E anche lì, nuova e improvvisata assemblea nazionale di Polis. Gigi, il segretario, tra tutti, era la roccia, colui che teneva tutto saldo ai principi – così, almeno lo percepivo. Parlava e spiegava e approfondiva con una necessità, quasi naturale, di discernere, separare, precisare.
Non ho mai riscontrato in altri (se non durante il movimento in università) la stessa disponibilità a parlare. Gigi era giovane, ed era sempre in assemblea anche se il movimentismo era la cosa più lontana dalla sua persona. Questa pratica, insieme ad alcuni momenti noiosi, aveva l’indubbio pregio di aprire, a volte, squarci di chiarezza fantastici. C’erano momenti in cui, dalle parole di Scano, uscivano proprio i concetti esatti per descrivere o analizzare il problema, parole che al tempo stesso erano la linea d’azione, se qualcuno avesse avuto il coraggio di perseguirle.
Una sola cosa rende ricchi gli uomini: il tempo. Gigi era ricchissimo di tempo. Ne aveva sempre molto. Non per sé, ma per gli altri e per la sua vocazione, che non era mero mestiere o professione. Lui è stato il vero civil servant.
La prima mattina d’estate di questo 2007, al convegno in onore di Gigi Scano, a Ca’ Farsetti, il Sindaco Cacciari ha ricordato anche episodi in cui i due erano in disaccordo, soprattutto su argomenti attuali che riguardano i modi di governare il presente e il futuro di Venezia.
Cacciari pareva iscrivere la propria posizione all’interno di un certo realismo politico, come altrettanto pareva riconoscere al percorso di Scano una hybris illuministica – o almeno così mi è parso intendere.
Cacciari, quindi, riconosce all’azione umana nel mondo – credo di interpretare – ciò che scriveva Spinoza nel suo Trattato: “Quel che non può essere vietato, deve essere necessariamente permesso, per quanto danno ne derivi”.
Ciò mi pare inesorabilmente vero. Tuttavia, tanti di noi, credono anche profondamente nella tenacia di Gigi Scano, nella lotta a non ridurre sé e il mondo in uno stato di minorità.
[Venezia, 23 giugno 2007]
(ANSA) - VENEZIA, 22 GIU - Non una semplice commemorazione ma un momento di confronto e dibattito sui temi legati a Venezia in cui era competente e appassionato politico Luigi Scano, urbanista e pubblico amministratore, scomparso il 18 marzo, quello svoltosi oggi. Il sindaco, Massimo Cacciari, ha ricordato la figura di Scano e la profondità e l'attualità degli studi e del lavoro da lui svolto, ma soprattutto delle numerose questioni ancora aperte. Tra queste il dibattito sull'Expo, e la necessità di conciliare la vocazione storica di Venezia di capitale culturale e simbolica, con quella più prettamente economica. La città è un luogo di esposizione permanente - ha affermato Cacciari - e questa funzione va conciliata realisticamente con le altre. Scano fu protagonista che dell'iter che portò alla formulazione del piano comprensoriale, quell'area vasta oggi detta area metropolitana. Secondo Cacciari il rapporto tra programmazione urbanistica e composizione sociale è una criticità ancora attuale, ma oggi, rispetto agli anni Settanta e Ottanta, dobbiamo adottare una visione di sistema. Infine Cacciari ha parlato delle grandi opere, ovvero il Mose, a cui Scano si era opposto, sostenendo che quest'opera, che massacra la laguna e toglie risorse essenziali alla salvaguardia della città, non servirà nemmeno a salvarla dall'acqua alta. Sono quindi intervenuti Antonio Casellati su "Uno spirito libero e liberale"; Edgarda Feletti su "Venezia: lo sviluppo coerente"; Edoardo Salzano su "La laguna: la difesa difficile di un ambiente fragile"; Anna Renzini su "Abitare Venezia"; Vezio De Lucia su "Non solo Venezia". In conclusione Leopoldo Pietragnoli, che ha coordinato l'incontro, ha annunciato che a questa prima iniziativa seguiranno la pubblicazione degli atti del convegno. (ANSA).
Inseriamo in calce un ampio testo di Luigi Scano che costituisce una critica puntuale alla legge urbanistica della Regione Friuli – Venezia Giulia, nei confronti della quale fin dalle prime battute aveva tentato di mobilitare l’attenzione di chi avrebbe potuto modificarla. La particolare attenzione di Gigi per questa legge era determinata dal concorrere di tre ragioni. La prima del tutto personale: l’affetto che nutriva per quella regione, nella quale la sua famiglia affondava parte delle sue radici e alla quale lo legavano amicizie maturate anche nei lavori svolti. La seconda e la terza hanno a che fare con i suoi interessi culturali permanenti: quello per una corretta tutela delle qualità culturali del territorio (l’ambiente, il paesaggio, la bellezza, la funzionalità), e quella per la migliore, più compiuta e completa e chiara stesura delle componenti di quel sistema normativo che è l’indispensabile cornice di ogni civile convivenza, ed uno dei fondamenti della democrazia.
Ciò che quindi soprattutto lo scandalizzava nella legge di Illy e Sonego, e sollevava la sua più feroce e veemente critica, erano le violazioni – molteplici e grossolane – del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Riteneva quest’ultimo il prodotto più maturo di un’evoluzione legislativa che (dall’antico testo di Benedetto Croce fino alle ultime modifiche del Codice) aveva studiato come pochi altri, commentandola sia nei testi normativi e nella cultura che era alla loro base sia nelle loro applicazioni pratiche. Speriamo che le sue indicazioni critiche, se non sono state recepite dal legislatore regionale, lo siano da chi ha la responsabilità di valutarne la correttezza giuridica.
1. IL PIANO DEL 1992
Il 14 dicembre 1992 il Consiglio comunale di Venezia aveva adottato una variante generale al piano regolatore, relativa alla città storica insulare. Lo strumento, la cui redazione era stata faticosamente avviata nel 1982, per essere sospesa nel 1985, ripresa alla fine del 1987, ed infine conclusa all'inizio del 1990, al momento della sua presentazione aveva suscitato grande interesse, e larghi e talvolta entusiastici consensi: basti pensare ai giudizi espressi da Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Antonio Iannello, Felicia Bottino, Teresa Cannarozzo, Vittoria Calzolari, Raffaele Panella, Paolo Maretto, Tommaso Giura Longo, per citarne alcuni soltanto.
1.1. Il rigore analitico e la precisione prescrittiva: eliminate le discrezionalità
In particolare, si era ritenuto che il nuovo strumento costituisse un coerente sviluppo, ed un soddisfacente perfezionamento, delle esperienze sin'allora effettuate di disciplina dei centri storici in base al metodo cosiddetto dell'analisi e della classificazione tipologica delle unità edilizie.
Infatti, nelle precedenti applicazioni di tale metodo si aveva avuto modo di riscontrare un duplice ordine di carenze.
Sotto il profilo più propriamente "analitico" (delle unità edilizie) si aveva potuto rilevare frequentemente, anzi in termini pressoché generalizzati, nella costruzione delle "classi tipologiche", una certa indebita commistione tra valenze squisitamente strutturali e valenze più propriamente funzionali.
Per fare degli esempi, era facile trovare indicate come "classi tipologiche" quella delle "chiese", e quella dei "conventi". Ma tali denominazioni comunicano un "uso" (magari originario e consolidato), non un "tipo". La "classe tipologica" alla quale appartengono le unità edilizie comunemente adibite all'esercizio dei culti può piuttosto denominarsi delle "unità edilizie speciali a struttura unitaria", e ad essa appartengono altresì unità edilizie comunemente adibite a luoghi di incontro, di ritrovo, di spettacolo, e simili. La "classe tipologica" alla quale appartengono le unità edilizie comunemente adibite a convivenza conventuale può piuttosto denominarsi delle "unità edilizie speciali a struttura modulare", e ad essa appartengono altresì unità edilizie comunemente adibite ad altre forme di convivenza collettiva, anche temporanea: come collegi, caserme, reclusori, complessi di uffici, e simili.
Vale la pena di sottolineare subito che (soltanto) un approccio analitico rigorosamente strutturale consente, in sede precettiva, cioè nel dettare le disposizioni pianificatorie, di definire la gamma di "utilizzazioni compatibili" di ogni "classe tipologica" (cioè di tutte le concrete unità di spazio che sia stato riscontrato appartenervi), concependo come "compatibili" tutte le utilizzazioni la cui efficiente esplicazione non sia necessariamente tale da contraddire, o da "forzare", le caratteristiche (anche solo di organizzazione spaziale) del "tipo".
Sotto il profilo, per l'appunto, "precettivo", si era poi rilevato che, nella più gran parte delle esperienze pianificatorie precedentemente condotte, le disposizioni relative alle "trasformazioni fisiche ammissibili" non erano affatto, od assai scarsamente, relazionate alle individuate "classi tipologiche" (cioè ai connotati distintivi di ognuna di esse), ma riferite a "categorie d'intervento" (restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione, ecc.).
Così, sempre per fare un esempio, nell'ambito del "risanamento conservativo" venivano previsti "il consolidamento, il ripristino ed il rinnovo degli elementi costitutivi dell'edificio" nel "rispetto degli elementi tipologici". Demandando pressoché totalmente il riconoscimento degli "elementi costitutivi" e degli "elementi tipologici" alla discrezionalità del progettista, o del soggetto pubblico competente a rilasciare il provvedimento abilitativo all'intervento.
Per la prima volta, invece, nel nuovo strumento per la città storica lagunare di Venezia, erano definite e descritte precisamente le caratteristiche ritenute identificative e distintive di ognuna delle individuate "classi tipologiche" (costruite sulla base di considerazioni esclusivamente strutturali), ed erano riferite puntualmente ad esse le disposizioni relative alle "trasformazioni fisiche ammissibili" ed alle "utilizzazioni compatibili". Cosicché tali disposizioni potevano (quindi) assumere (anche) il carattere di "linee guida" alla progettazione degli interventi, di indicazione della, o delle, corrette possibilità di intervento: ma in assenza, o con la massima riduzione, d'ogni apprezzamento discrezionale e "caso per caso".
Si noti che questo modo di procedere non ha prodotto affatto un generalizzato irrigidimento delle possibilità trasformative dell'edilizia esistente nella città storica lagunare di Venezia, ma esattamente il suo contrario. L'avere valorizzato, indicandole come (pressoché uniche) caratteristiche meritevoli di mantenimento (o di ripristino) le caratteristiche strutturali connotanti le diverse "classi tipologiche" ha infatti consentito di giudicare ammissibili (indicandone le corrette modalità) trasformazioni ritenute (e di fatto stabilite) precluse in una diversa ottica "conservazionistica": quella del mantenimento di "tutto com'é".
Basti pensare alle possibilità, che sono state date, di articolare, nel rispetto di precise regole, unità edilizie in più unità immobiliari funzionalmente autonome: compresi i sottotetti, e compresi i piani cosiddetti "nobili" delle unità edilizie comunemente chiamate "palazzi", cioè dotati di grandi saloni passanti. Basti pensare alle possibilità, che sono state date, di modificare l'assetto interno della più gran parte dei vani. Basti pensare alle possibilità, che sono state date, di inserire servizi igienici e tecnologici, secondo plurime soluzioni.
E basti pensare, sotto un altro profilo, alla vasta gamma di utilizzazioni che, come s'é già detto, il nuovo strumento aveva potuto definire "compatibili" con le unità edilizie appartenenti alle diverse "classi tipologiche".
E' il caso di far presente che lo stesso approccio culturale, e quindi sia analitico che prescrittivo, era stato unitariamente assunto con riferimento sia alle unità edilizie "preottocentesche" che a quelle "ottocentesche" che a quelle "novecentesche", sia alle unità edilizie "di base residenziali" che a quelle "di base non residenziali" (a capannone) che a quelle "speciali".
Relativamente alle unità edilizie novecentesche, peraltro, si era ritenuto di esprimere altresì un giudizio puntuale circa la loro "qualità", e di individuare quelle unità edilizie le cui caratteristiche strutturali, distributive e compositive, ed i cui elementi costitutivi, non presentassero alcun interesse storico e/o artistico, nemmeno di carattere testimoniale. Tali unità edilizie erano state poi distinte tra quelle "coerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", in quanto il loro impianto fondiario e le loro caratteristiche dimensionali risultavano in ogni modo coerenti con le regole conformative che hanno presieduto la vicenda storica dell'insediamento, e comunque con l'assetto urbano risultante da tale vicenda, e quelle "incoerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", in quanto risultavano invece contrastanti con le predette regole conformative, o tali da configurare un assetto urbano contraddittorio con esse, e comunque incongruo. Delle prime era stabilita possibile anche la demolizione integrale e la ricostruzione, ma sul medesimo sedime, delle seconde era prevista la sostituzione con unità edilizie tali da configurare un assetto urbano riproponente le suddette regole conformative storiche, e comunque più congruo.
Tali scelte discendevano da un rigoroso convincimento in ordine alla produzione edilizia. Secondo il quale, nel corso della vicenda storica, fino ad un (relativamente recente) "momento" di "rottura", al costruire hanno presieduto regole conformative, estrinsecantisi nelle caratteristiche tipologiche strutturali dei manufatti edilizi, e da esse ricostruibili, capaci di consentire anche una crescita organica del manufatto, ed il mutamento della sua forma, del suo aspetto (espressione degli "stili" succedutisi nel tempo, od anche sincronicamente confrontantisi), talvolta delle sue funzioni, senza negarsi né contraddirsi. Regole tali da rendere possibile la riconoscibilità di precisi "tipi" edilizi, quali modalità peculiari di portare a sintesi struttura, forma e funzione, e quindi la costruzione di "classi tipologiche", ma al contempo tali da produrre il costituirsi di ogni manufatto come individuo irriducibile ad ogni altro, non fungibile con gli altri.
A partire da un determinato "momento" che costituisce, per l'appunto, una riconoscibile "rottura" nella continuità della vicenda storica delle dinamiche urbane (quand'anche le relative datazioni variino considerevolmente da luogo a luogo), il costruire manufatti edilizi inizia a rispondere a regole sostanzialmente indifferenziate, con l'applicazione di tecniche costruttive e di sistemi tecnologici e materiali largamente standardizzati, e, tutt'al più, a diversi "stili". Ne consegue la legittimazione del prescrivere la conservazione solamente di quegli specifici manufatti che siano giudicati costituire esemplari di rilevante pregio artistico-architettonico, od almeno testimonianze particolarmente significative di un particolare "stile".
Per il vero, l'operazione valutativa che si é appena sopra descritta (ed argomentatamente motivata), nello strumento urbanistico adottato nel 1992 si presentava compiutamente effettuata relativamente alle unità edilizie "di base", assai insufficientemente, o meglio discontinuativamente, rispetto alle unità edilizie "speciali", un certo numero delle quali, ove "novecentesche", avrebbero dovuto essere coerentemente classificate (anche e soprattutto), in base ai criteri dianzi indicati, come unità edilizie soltanto "coerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", od addirittura "incoerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", mentre si ritrovavano classificate con esclusivo riferimento alle loro caratteristiche tipologiche strutturali.
Ma la carenza era rimediabile (senza stravolgere l'unitarietà di impianto concettuale dello strumento urbanistico, anzi rafforzandola) con un supplemento di analisi, e con conseguenti decisioni riclassificatorie correttive: operazioni entrambe successivamente effettuate dagli uffici competenti dell'urbanistica comunale nel predisporre le controdeduzioni alle osservazione presentate allo strumento adottato.
1.2. Il programmato governo delle utilizzazioni
In secondo luogo, al momento della presentazione del nuovo strumento, e nei mesi successivi, si era apprezzata la distinzione tra "utilizzazioni compatibili", con le caratteristiche degli spazi fisici, e "destinazioni d'uso", cioè utilizzazioni rese vincolanti in vista del perseguimento di interessi generali. E si era apprezzata la previsione per cui le prime erano valide a tempo indeterminato, mentre le seconde dovevano essere riviste, aggiornate, eventualmente variate ogni quinquennio, così da tener conto delle dinamiche sociali ed economiche, e delle esigenze collettive.
E' opportuno sottolineare che il nuovo strumento non imprimeva destinazioni d'uso vincolanti a tutte le unità di spazio (unità edilizie ed unità di spazio scoperto) disciplinate (nelle unità di spazio non interessate da destinazioni d'uso specifiche potendo quindi essere attivate tutte le utilizzazioni compatibili), né si preoccupava di rendere vincolanti più o meno vaste congerie di destinazioni d'uso.
Erano resi vincolanti, infatti, soltanto cinque tipi di destinazioni d'uso:
- quella per strutture pubbliche e/o per attività collettive,
- quella per attività ricettive,
- quella abitativa,
- quella manifatturiera,
- quella per strutture culturali private.
Destinare una congrua quantità di spazi, in ogni insediamento urbano, o parte di insediamento urbano, a strutture pubbliche e/o per attività collettive, in rapporto alla popolazione insediata, é, oltre che primario dovere culturale e politico di ogni operazione di pianificazione appena appena decente, un preciso obbligo giuridico, stabilito dalla legislazione statale italiana sino dal 1967, e (ovviamente) ribadito dalla legislazione regionale. Vale caso mai la pena di far presente come il nuovo strumento urbanistico per la città storica di Venezia rendesse flessibilmente governabili le destinazioni d'uso per strutture pubbliche e/o per attività collettive, consentendo che l'attribuzione della specifica destinazione (a scuola, o ad ufficio pubblico, o ad attrezzatura sociale, e così via) potesse essere definita, nel rispetto di taluni criteri di equilibrio, ma in relazione alle esigenze di volta in volta emergenti, con semplice deliberazione del Consiglio comunale, senza seguire complesse procedure di variante allo strumento urbanistico.
Parimenti obbligatorio é imporre vincoli di destinazione d'uso relativamente alle attività ricettive, stanti i chiari disposti in materia della legislazione sia statale che regionale.
Relativamente poi alle altre destinazioni d'uso vincolanti impresse dallo strumento urbanistico adottato nel 1992, quella abitativa, quella manifatturiera e quella per strutture culturali private, occorre rammentare come esse fossero rivolte a preservare, sulla base di una scelta culturale e politica e mediante un atto amministrativo, nella competizione economica per l'uso degli spazi che si svolge nel cosiddetto "mercato" degli immobili, quote adeguate di spazi per funzioni che risultano, presentemente, tutte "deboli" in tale competizione, ma essenziali nel primo caso per conservare alla città storica i suoi stessi connotati urbani, nel secondo caso per mantenervi attività tradizionali componenti della sua identità, nel terzo caso per promuovere lo sviluppo di quelle attività che unanimemente o quasi sono ritenute suscettibili di ricostituire una nuova "base economica urbana" a Venezia: le produzioni di "beni immateriali".
In ogni caso, non si può dire che queste tre destinazioni d'uso "ingessassero" le dinamiche di trasformazione funzionale, o addirittura la vitalità economica e sociale della città.
Le ultime due, quella manifatturiera e quella per strutture culturali private, erano assai "sobriamente" impresse a pochissime unità di spazio, ritenute eccezionalmente idonee per i predetti usi.
La destinazione abitativa era attribuita soltanto a quelle parti delle unità edilizie che avessero utilizzazione abitativa in atto alla data di adozione dello strumento urbanistico.
Per le singole preesistenti unità immobiliari, o le parti delle stesse, site ai piani terreni delle unità edilizie destinate ad abitazioni, che non fossero componenti integranti, anche sotto il profilo funzionale, dell'unità edilizia e/o immobiliare cui appartenessero, e per le quali fossero definite ammissibili utilizzazioni diverse da quella abitativa, erano ammessi i mutamenti:
a) da qualsiasi utilizzazione in atto ad utilizzazioni per servizi di pertinenza agli alloggi, servizi di pertinenza degli esercizi commerciali al minuto, servizi di pertinenza dei pubblici esercizi, qualora le unità immobiliari, o le loro parti, interessate, non fossero, o potessero essere rese, neppure a seguito dell'effettuazione delle trasformazioni fisiche ammissibili, abitabili nel rispetto di ogni altra vigente disposizione legislativa e/o regolamentare;
b) dall'utilizzazione abitativa in atto ad utilizzazioni per artigianato di produzione di beni artistici o connessi con le persone e le abitazioni, artigianato di servizio, esercizi commerciali al minuto, pubblici esercizi, uffici aperti al pubblico, uffici privati, studi professionali, sedi espositive, strutture associative, a condizione che le unità immobiliari, o le loro parti, interessate, non fossero, o potessero essere rese, anche a seguito delle trasformazioni fisiche ammissibili, abitabili nel rispetto di ogni altra vigente disposizione legislativa e/o regolamentare, ed invece fossero, o potessero essere rese, nel rispetto di tali disposizioni, utilizzabili per le utilizzazioni non abitative predette.
Nelle unità edilizie di tipo C, cioè nei cosiddetti "palazzi", anche se destinati ad abitazioni, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avesse una superficie utile superiore a 400 metri quadrati, e le trasformazioni fisiche ammissibili non consentissero di ricavarne almeno due unità immobiliari ad utilizzazione abitativa, erano ammessi i mutamenti dell'utilizzazione da quella in atto, ivi compresa quella abitativa, a qualsiasi utilizzazione definita compatibile.
Infine, nelle unità edilizie destinate, in tutto od in parte, ad abitazioni, ove almeno i 2/3 dell'unità edilizia interessata avessero, alla data di adozione dello strumento urbanistico, un'unica utilizzazione, diversa da quella abitativa, ovvero ove fosse ammissibile il mutamento dell'utilizzazione di almeno i 2/3 dell'unità edilizia interessata per adibirli ad un'unica utilizzazione non abitativa, si prevedeva potesse essere concesso od autorizzato, su conforme deliberazione del Consiglio comunale, il mutamento dell'utilizzazione in atto delle restanti parti dell'unità edilizia, per adibirle alla medesima predetta utilizzazione, purché ricorressero i seguenti presupposti:
a) l'utilizzazione prevista delle restanti parti dell'unità edilizia fosse compatibile;
b) l'utilizzazione degli spazi interessati fosse condizione per l'efficiente svolgimento di funzioni particolarmente coerenti con le caratteristiche della città storica di Venezia, quali attività direzionali pubbliche e private, culturali, di istruzione superiore, e quindi per il mantenimento nella città storica di Venezia di dette funzioni;
c) i soggetti interessati si impegnassero con il Comune, mediante convenzione, a provvedere a propria cura e spese alla riallocazione degli utilizzatori delle parti dell'unità edilizia, che avessero un'utilizzazione abitativa in atto e delle quali venisse concesso od autorizzato il mutamento dell'utilizzazione, in altri congrui immobili, siti nell'ambito della città storica di Venezia e che non avessero un'effettiva utilizzazione abitativa in atto;
d) fossero date dai soggetti interessati idonee garanzie reali o finanziarie per l'adempimento degli obblighi assunti con la convenzione.
In ogni caso, si stabiliva che non fosse considerata utilizzazione difforme dalla destinazione l'utilizzazione parziale delle singole unità immobiliari, destinate ad abitazioni, per artigianato di produzione di beni artistici o connessi con le persone e le abitazioni, per artigianato di servizio, per studi professionali, qualora tale utilizzazione riguardasse non più del quaranta per cento della superficie utile dell'unità immobiliare interessata, e fosse effettuata da un residente nella medesima unità immobiliare.
Era quindi amplissimamente prevista la possibilità non soltanto di utilizzare per vaste gamme di funzioni non abitative (se del caso variando l'utilizzazione specifica) unità edilizie, od immobiliari, originariamente adibite ad uso abitativo, e che avessero legittimamente in atto utilizzazioni non abitative, ma anche di attivare utilizzazioni non abitative di unità edilizie, od immobiliari, o di loro parti, che avessero in atto utilizzazioni abitative. Fermo restando che ad utilizzazioni non abitative era adibita la grande quantità di "unità edilizie di base non residenziali a capannone" e di "unità edilizie speciali", nonché (virtualmente tutte) le unità edilizie realizzabili in conseguenza della (eventuale o prescritta) ricostruzione delle "unità edilizie coerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano" e delle "unità edilizie incoerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano".
Insomma: non si sarebbe potuto in alcun modo sostenere (argomentatamente) che la nuova disciplina avrebbe bloccato le dinamiche insediative delle attività produttive. Perfino ove si fosse voluto ripetere la sesquipedale sciocchezza per cui l'"esodo" degli abitanti dalla città storica di Venezia sarebbe dovuto soprattutto, od almeno anche, ad una carenza di posti di lavoro, e quindi di attività produttive insediate, in tale ambito.
Mentre é necessario riconoscere che "si commette un errore quando si vede nell'esodo della popolazione anche il sintomo di una decadenza economica della città. Anzi, poiché esso si accompagna ad una crescita dei prezzi immobiliari, va visto al contrario come la conseguenza della crescente appetibilità di Venezia, e del suo centro storico in particolare, come effetto della localizzazione in esso di famiglie ricche e di attività remunerative, in grado di competere con successo con quelle già insediate, provocandone l'espulsione. Al limite, si può dire addirittura che l'esodo sia la conseguenza indesiderata del successo di Venezia come città" [1] .
Infatti, pur in presenza, negli ultimi due decenni, di una vivace (ed assolutamente positiva) dinamica di incremento della domanda di lavoro nella terraferma veneziana, e soprattutto nei comuni dell'area veneziana diversi dal capoluogo, ha continuato a crescere, rilevantemente, in termini assoluti, il numero dei lavoratori pendolari che trovano lavoro nel Comune di Venezia, ed in particolare proprio nella città storica, gli spostamenti pendolari per motivi di lavoro con origine dalla quale, e verso ogni destinazione, si sono invece fortemente ridotti. Così, al 1991, a fronte di circa 28 mila pendolari in entrata nella città storica, si avevano circa 7 mila pendolari in uscita dalla stessa città storica.
I trasferimenti di attività produttive dalla città storica di Venezia non sono, ad ogni buon conto, mai avvenuti in conseguenza di una impossibilità di reperire spazi attribuibile ad una disciplina urbanistica denegante la sottrazione di spazi alla funzione abitativa. Sono avvenuti per incompatibilità tra le modalità di esercizio contemporaneo (o degli ultimi trascorsi decenni) di tali attività, o di parti di esse, e gli assetti tipologici e morfologici degli spazi veneziani. Sono avvenuti per dinamiche afferenti strategie aziendali, o riassetti del capitale finanziario, o ristrutturazioni dei settori di appartenenza, comunque estranee alle discipline urbanistiche, e rispetto alle quali le discipline urbanistiche, ed in genere le politiche degli enti territoriali, sono (giustamente, secondo l'opinione prevalente ed ormai quasi unanime nel nostro Paese come nel resto del mondo) del tutto ininfluenti.
La "mortalità" delle "unità locali", cioè la cessazione di attività economiche, ha riguardato essenzialmente quelle strettamente legate (in termini di produzione e vendita di beni e servizi) alla funzione abitativa, cioè all'entità (ed in qualche misura alla composizione) della popolazione residente (panetterie, drogherie, lavanderie, per fare qualche esempio). La "natalità" di "unità locali" ha invece riguardato essenzialmente quelle legate all'uso temporaneo, soprattutto turistico, della città: non tanto, anzi per nulla affatto, la ricettività, quanto la produzione e vendita di beni e servizi rivolti ai turisti.
E' vero che nell'ultimo decennio intercensuario i posti di lavoro nella città storica di Venezia risultano diminuiti di un po' meno di 4 mila unità, ma di più di 5 mila, nello stesso decennio, sono diminuiti gli attivi residenti nella stessa città storica che in essa lavorano (la qual cosa ha ovviamente prodotto un ulteriore incremento dei pendolari in entrata). Per cui si può ritenere che anche tale fenomeno sia effetto delle dinamiche intercorse nell'entità e nella composizione della popolazione residente.
In conclusione, si può ben dire che il problema prioritario non è quello di facilitare, nella città storica di Venezia, l'insediarsi di qualsivoglia attività produttiva (in concreto, stanti le inerzie degli operatori, le dinamiche delle rendite, non solo immobiliari, le capacità "pervasive" e "totalizzanti" di certi settori economici, sempre quelle legate all'uso turistico della città). Ma é piuttosto quello di mantenere nella medesima città storica una qualche ricchezza di funzioni, e soprattutto una popolazione stabile di congrua entità e fisiologicamente articolata per ceti e classi d'età.
Per la qual cosa non basta certamente riservare spazi alla funzione abitativa, mediante una disciplina urbanistica che ne vincoli la destinazione d'uso. Non basta, ma é necessario.
1.3. Gli ambiti di trasformazione della morfologia urbana
Mentre, come dianzi si é ricordato, per la più gran parte della città storica il nuovo strumento urbanistico dettava disposizioni immediatamente precettive e direttamente operative (nel senso che nel loro rispetto potevano essere richieste ed abilitate le trasformazioni, fisiche e funzionali, delle singole unità di spazio), per 50 "ambiti" il medesimo strumento stabiliva che le più radicali trasformazioni in essi previste (non tutte le trasformazioni ammissibili, quindi) fossero subordinate alla preventiva formazione di strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio. Ciò in quanto per gli stessi ambiti (tranne che per uno di essi, l'Arsenale, assoggettato alla stessa disciplina per garantirne l'unitarietà di concezione e gestione fisico-funzionale) lo stesso strumento urbanistico disponeva fossero oggetto di trasformazioni riconducibili alla nozione di "ristrutturazione urbanistica".
Si trattava, in buona sostanza, delle aree oggetto di interventi edificatori in epoca successiva a quella che si può considerare la conclusione di una vicenda storica insediativa veneziana presieduta da regole precise e costanti: vuoi interventi di nuovo impianto, vuoi interventi di estesa riedificazione, vuoi ad elevato specialismo morfologico e funzionale (il Mulino Stucky, l'area della ex Junghans, la Marittima, Piazzale Roma, l'Isola nuova del Tronchetto, i cantieri ex CNOMV, tanto per fare qualche esempio), vuoi di tipo tradizionalmente residenziale (i quartieri di edilizia pubblica economica e popolare).
Tali scelte discendevano da una precisa nozione di insediamento urbano storico (in senso proprio, e stretto). Secondo tale nozione l'insediamento storico é inteso come l'area urbana che conserva, nelle caratteristiche dell'organizzazione territoriale, dell'assetto urbano, dell'impianto fondiario, nonché nelle caratteristiche strutturali, tipologiche e formali sia dei manufatti edilizi che degli spazi scoperti, i segni delle regole che hanno presieduto alla vicenda storica della sua conformazione.
Con tale definizione non si vuole affatto aderire ad una (banale ed infondata) lettura degli insediamenti storici quali prodotti (necessariamente) "armoniosi" di una unitaria (sincronicamente e diacronicamente) "visione" dell'organismo urbano. Si é al contrario ben consapevoli dell'essere gli insediamenti storici frutto e risultante di "conflitti": di conflitti degli uomini con i supporti fisico-ambientali del loro insediarsi, e di conflitti (di interessi materiali, religiosi, culturali) tra gli uomini, cioè tra individui, famiglie, gruppi, ceti, classi.
Il fatto é che la dinamica di tali conflitti si é dipanata, foggiando e trasformando gli insediamenti storici, nel rispetto di alcune regole di fondo, di alcune costanti dei rapporti tra l'attività trasformativa antropica ed il suo supporto fisico-ambientale (quello specifico supporto fisico-ambientale), tra le caratteristiche del sito (di quello specifico sito) e le esigenze umane (funzionali e di rappresentazione), tra i materiali disponibili e le tecniche costruttive.
Queste regole, queste costanti, sono identificabili, e danno ragione di quel che la vicenda storica degli insediamenti ha prodotto, e consentono l'autentica conservazione di quanto é essenziale degli elementi e degli aspetti in cui esse si sono inverate, conferendo ai relativi oggetti qualità di componenti del "patrimonio culturale" della comunità insediata, e dell'intera umanità, presente e futura, in quanto in essi sono sedimentate le memorie della loro vicenda.
Inoltre, come s'é già detto, esse sono specifiche di ogni singolo insediamento storico, la cui identità é pertanto irriducibile a quella di qualsiasi altro.
Questa é la ragione per la quale si assume che dell'assieme di ogni insediamento storico debba essere prescritta:
- la conservazione delle individuate caratteristiche, mediante la manutenzione, il restauro ed il risanamento conservativo degli elementi fisici in cui, e per quanto, esse siano riconoscibili e significative;
- il ripristino delle predette caratteristiche, mediante trasformazioni degli elementi fisici, in cui, e per quanto, esse siano state alterate.
E per la quale, concretamente, si assume che di ogni insediamento storico nel suo insieme si debbano prescrivere il mantenimento, ovvero la ricostituzione negli aspetti alterati in termini incompatibili od incongrui rispetto alle identificate caratteristiche e regole conformative:
- della maglia insediativa e dell'impianto fondiario storici;
- della giacitura e della larghezza degli elementi viari, nonché dei relativi arredi,
- del sistema degli spazi scoperti, nonché dei rapporti tra spazi scoperti, spazi coperti e volumi edificati.
Con ciò non si esclude affatto che di altre aree urbane, diverse dall'insediamento storico, non si prescriva, parimenti, la conservazione dei connotati concreti dell'esistente organizzazione morfologica, con il mantenimento finanche delle essenziali caratteristiche dimensionali e formali delle unità di spazio (unità edilizie e spazi scoperti) che le compongono.
Ma, in tali casi, la prescrizione discende da un giudizio positivo puntuale circa la "qualità" dell'organizzazione morfologica della specifica area urbana considerata. La qual cosa é legittimata dal fatto che, in epoca relativamente recente, a partire da quel determinato "momento" di "rottura" di cui precedentemente s'é detto a proposito delle unità edilizie, nella conformazione delle aree urbane le regole di fondo, le costanti, che avevano presieduto alle fasi precedenti della vicenda (raramente e comunque scarsamente formalizzate, ed in ogni caso, come s'é detto, con caratteri di specifica ed irriducibile individualità), sono state soppiantate da nuove regole (di norma formalizzate, anche se in termini assai differenziati), scarsamente, o per nulla, correlate alla specificità dei supporti fisico-ambientali e dei siti: regole largamente "riproducibili", cioè riproponibili (e di fatto riproposte) in luoghi diversi, e largamente, quindi, "fungibili". Per cui della loro applicazione é concettualmente legittimo prevedere di conservare non ogni esito (perché irripetibile), ma soltanto gli esiti giudicati più significativi e "riusciti" (in termini di "qualità").
Ad ogni buon conto, per gli "ambiti" che il nuovo strumento urbanistico disponeva fossero oggetto di trasformazioni riconducibili alla nozione di "ristrutturazione urbanistica" il medesimo strumento urbanistico dettava:
- precise direttive per la formazione dei prescritti relativi strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio;
- disposizioni circa le trasformazioni, fisiche e/o funzionali, effettuabili prima dell'entrata in vigore di tali strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio.
La componente del nuovo strumento urbanistico ora sommariamente esposta fu la prima (e per un po' l'unica) ad incontrare obiezioni critiche, nell'approssimarsi dell'adozione dello strumento stesso, e nel periodo immediatamente successivo, da parte di tre esponenti della cultura urbanistica: il prof. arch. Leonardo Benevolo, il prof. arch. Pierluigi Cervellati, l'arch. Roberto D'Agostino.
Essi affermarono [2] che il nuovo strumento era "del tutto indeterminato nelle scelte sulle grandi aree strategiche di accesso e di frangia sul cui uso si giocheranno i destini di Venezia".
Si replicò che così non era. Riferendosi ad una delle aree da essi citate, quella dello Stucky, si fece presente che per essa erano indicate dal nuovo strumento urbanistico, con puntuale riferimento a sue specifiche parti, destinazioni per archivi pubblici, per centro congressuale polivalente privato, per alberghi, per abitazioni, e che soltanto per una specifica parte si consentiva la successiva scelta (da parte del consiglio comunale, non della proprietà) tra destinazioni per alberghi e destinazioni per attività direzionali, uffici privati, sedi espositive, comunque funzionalmente integrate con il centro congressuale. Riferendosi ad un'altra delle aree da essi citate, quella della Marittima, si fece presente che per essa il nuovo strumento urbanistico disponeva di "destinare ad impianti portuali marittimi [...] la parte dell'ambito che risulti necessaria nel contesto di una riorganizzazione delle funzioni portuali nell'area lagunare veneziana, la quale comunque mantenga in Venezia insulare gli scali del traffico passeggeri, di linea e crocieristico", nonché di "destinare a spazi d'ormeggio attrezzati ed a ricovero, manutenzione, riparazione e noleggio di piccole imbarcazioni la totalità, o comunque una congrua quota, della parte dell'ambito che non risulti necessaria per le utilizzazioni [predette]", essendo possibile destinare una quota di tale seconda parte dell'ambito a strutture turistico-ricettive, purché di livello medio (pressoché mancanti in Venezia).
Gli stessi critici affermarono allora di ritenere inammissibile che il nuovo strumento urbanistico si permettesse di decidere in merito ad "aree strategiche" di rilievo addirittura sovracomunale, pur trattando soltanto la città storica insulare.
Si replicò che tale affermazione (oltretutto contraddittoria con la prima) era infondata, giacché, come il già fatto esempio di Marittima stava a dimostrare, in tali casi il nuovo strumento urbanistico subordinava esplicitamente la propria operatività, prima che ai redigendi strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio, a scelte da operarsi da parte della pianificazione sovraordinata (neppure generale comunale, ma provinciale o metropolitana o regionale). E che comunque le scelte indicate per le "aree strategiche" erano conformi, se non a determinazioni di strumenti di pianificazione territoriali vigenti (all'epoca, come per il vero tuttora, tale requisito non era posseduto neppure dal piano regionale per l'area della laguna di Venezia), agli orientamenti di quei disegni pianificatori a scala d'area vasta (in primis il piano comprensoriale dei primi anni '80) che avevano ricevuto i più vasti consensi culturali e politici, nonché ai più condivisi e più precisamente formulati orientamenti delle forze politiche localmente maggioritarie ed egemoni.
2. LA NUOVA GIUNTA, IL SUO OPERATO ED I SUOI ESITI
Il programma sulla cui base era stato eletto il sindaco Cacciari aveva previsto di procedere sollecitamente a definire la pianificazione attuativa di alcuni degli "ambiti" ad essa assoggettati dallo strumento generale adottato nel 1992, dando quindi per scontato il perfezionamento dell'iter formativo di quest'ultimo.
Per quasi due anni, invece, la nuova giunta non si è preoccupata di programmare la predisposizione, da parte degli uffici competenti, delle controdeduzioni alle osservazioni (non molte, anzi straordinariamente ed inconsuetamente poche) presentate allo strumento adottato.
Dopodiché, nell'estate del 1995, ha varato quattro proposte di deliberazioni consiliari, redatte dal consulente generale prof. arch. Leonardo Benevolo, che avrebbero modificato profondamente lo strumento adottato, intaccandone le caratteristiche salienti, snaturandolo e smantellandone l'impianto precettivo, per la qual cosa hanno ricevuto pesantissime critiche, tra le altre, da una quindicina di illustri urbanisti di tutta Italia, da Antonio Cederna a Tommaso Giura Longo, da Paolo Maretto a Bernardo Rossi Doria, da Antonio Iannello a Sandro Dal Piaz a Lucio Barbera, tanto per ricordare qualche nome.
Successivamente, tali proposte di deliberazioni consiliari, già sottoposte all'esame della competente commissione consiliare, sono state accantonate in quanto l'assessore all'urbanistica ha maturato la convinzione di doversi procedere non a controdedurre alle osservazioni presentate allo strumento adottato nel 1992 (pur essendo stato consegnato, nel ottobre del 1995, il progetto di controdeduzioni elaborato dall'ufficio comunale competente) e neppure a modificarlo per quanto necessario od opportuno, ma piuttosto a redigere, in qualche mese, un nuovo strumento urbanistico, e quindi "ricominciare da capo", con adozione, pubblicazione, osservazioni, ecc. ecc. A tale scelta operativa si sono espressamente dichiarate contrarie tre delle quattro componenti della originaria maggioranza (Verdi, Rifondazione Comunista ed Alleanza Democratica) ed una forza politica, come il PPI, con la quale, stante le nuove dinamiche nazionali, si punterebbe a trovare ampie intese. Ma l'assessore all'urbanistica non ne ha tenuto alcun conto, ed ha fatto conoscere (con un documento, redatto dal consulente generale prof. arch. Leonardo Benevolo, del 29 novembre 1955) le fondamentali caratteristiche innovative (rispetto allo strumento adottato nel 1992) dell'impostazione del nuovo strumento (che ricalca largamente quella espressa nelle quattro proposte di deliberazioni di cui dianzi s'è detto). Le medesime caratteristiche innovative sono state poi rienunciate, più sinteticamente, nel "progetto preliminare al piano regolatore generale", presentato alla fine di marzo del 1996.
Nel frattempo l'assessore comunale all'urbanistica faceva produrre ed esibire ponderose riflessioni in merito alle disposizioni che dovessero ritenersi ancora vigenti dei "piani particolareggiati" per la città storica degli anni '70, il cui periodo di tempo di piena efficacia, dopo un paio di proroghe, era definitivamente scaduto. Le conclusioni di tali riflessioni erano, in estrema sintesi, che dovessero ritenersi sempre vigenti soltanto le disposizioni relative alle trasformazioni fisiche effettuabili sui singoli edifici nelle cosiddette "zone di conservazione", e null'altro. In particolare, che non dovessero ritenersi più vigenti le cosiddette "destinazioni d'uso", neppure se riferite ad intere aree urbane.
Il fatto è che tutte quelle riflessioni, e le relative conclusioni , muovevano dal presupposto che quelli degli anni '70 fossero tipici "piani particolareggiati", e cioè strumenti urbanistici di specificazione del piano regolatore generale.
Così non era, e la cosa era stata puntualmente chiarita nei pareri della Commissione tecnica regionale fatti propri dalla Giunta regionale nelle deliberazioni di approvazione di quei piani.
Infatti, per ammettere la legittimità dei piani adottati dal Comune, si precisò che essi, correttamente ai sensi di molteplici disposizioni di leggi speciali per Venezia, "hanno assunto non solo la forma, ma anche il contenuto di piani di ricostruzione, ai quali può riconoscersi la duplice funzione di Piano regolatore generale e di piano particolareggiato, e, conseguentemente, l'attitudine autonoma a variare un Piano regolatore generale". E si aggiunse che "la funzione reale di piano particolareggiato" era invece riservata ai cosiddetti "piani di coordinamento".
Ne deriva che i piani per la città storica di Venezia formati negli anni '70 hanno da considerarsi "decaduti" quanto ad una parte dei loro contenuti tipici di "piani particolareggiati", ma vigenti a tempo indeterminato quanto ai loro contenuti di variante, modificativa ed integrativa, del Piano regolatore generale del 1962.
Ma, stanti le caratteristiche proprie sia di quei piani che del Piano regolatore generale del 1962, distinguere le due speci di contenuti appare impresa improba, e probabilmente impossibile. Cosicché si può tranquillamente asserire che vigono a tempo indeterminato tutte le disposizioni dei "piani particolareggiati" degli anni '70, con l'eccezione dei "vincoli" di destinazione per usi pubblici e/o collettivi che implichino l'espropriazione dei relativi immobili, in quanto essi "decadono" dopo cinque anni dall'entrata in vigore del Piano regolatore generale, o della sua variante, che li abbia posti.
Tra l'altro, deve ritenersi vigere a tempo indeterminato, in quanto in variante (integrativa) del Piano regolatore generale, la disposizione per cui quei "piani particolareggiati" dovevano essere specificati e dettagliati da "piani di coordinamento": disposizione, tra l'altro, rafforzata da una legge regionale [3]. 55/1977. E parimenti l'altra disposizione, derivante dalla prima, per cui, in assenza di vigenti "piani di coordinamento", e di successivi "progetti di comparto", erano ammissibili soltanto le opere di manutenzione ordinaria ed una parte di quelle di manutenzione straordinaria.
Insomma: deve ritenersi vigente a tempo indeterminato quell'infernale meccanismo di pianificazione "a scatole cinesi" che ha, o avrebbe, ove non fosse stato sovente disinvoltamente aggirato (ma tali disinvolture non sono di certo apprezzabili), davvero "ingessato" totalmente la città storica, per di più senza garantire affatto la qualità culturale delle trasformazioni, e cioè la preservazione dei valori dell'edilizia storica.
Quell'infernale meccanismo che si voleva correttamente superare con la variante generale per la città storica finalmente completata alla fine degli anni '80, ed adottata nel 1992: quella variante che sarebbe stato necessario fare rapidamente entrare in vigore, indirizzando gli uffici competenti ad attribuire la massima priorità alla formulazione delle controdeduzioni alle osservazioni pervenute, sottoponendo al consiglio comunale le medesime controdeduzioni non appena formulate, inoltrando lo strumento alla Regione per l'approvazione.
Mentre ricominciando da capo (a decorrere da non si sa quando) con l'adozione di un nuovo strumento, la pubblicazione dello stesso, il ricevimento delle osservazioni, la formulazione e la deliberazione delle controdeduzioni, nemmeno con la massima buona volontà si può supporre che tale nuovo strumento, capace di superare la situazione dianzi descritta, entri in vigore prima della fine del 1998.
E c'è dell'altro. All'inizio del mese di febbraio del 1996 è entrato in vigore il "Piano di area della laguna e dell'area veneziana" (PALAV), finalmente approvato dalla Regione. L'articolo 35 delle sue norme stabilisce che siano considerati "centri storici" quelli come tali perimetrati negli "atlanti provinciali" pubblicati a cura della stessa Regione: nel caso di Venezia, tra l'altro, l'intera città insulare, compresi Piazzale Roma, la Marittima, l'Isola Nuova del Tronchetto, e simili. Sono quindi dettate alcune direttive per l'adeguamento degli strumenti urbanistici generali comunali, e si stabilisce che, fino a quando non si sia provveduto a tale adeguamento, nei "centri storici" sono consentiti soltanto, oltre alle opere manutentorie, o gli interventi disciplinati da vigenti strumenti urbanistici attuativi (piani particolareggiati o strumenti equivalenti), o quelli disciplinati da Piani regolatori generali redatti in conformità alla legge regionale 31 maggio 1980, n.80 (la quale, in estrema sintesi, prescrive, per la disciplina urbanistica dei centri storici, l'uso del metodo dell'analisi e della classificazione tipologica).
Ebbene: i "piani particolareggiati" formati negli anni '70 sono indubbiamente "decaduti" in quanto strumenti urbanistici attuativi; vigono invece, come s'è visto, in quanto varianti del Piano regolatore generale, ma in quanto tali non sono conformi ai dettati della legge regionale 80/80. Per cui, o per una ragione, o per l'altra, non possono essere consentiti gli interventi da essi disciplinati. Alla predetta legge regionale 80/80 era invece conforme la variante generale per la città storica adottata nel 1992, ma non si è voluto farla entrare rapidamente in vigore. Con la conseguenza, ancora una volta, che in tutta Venezia insulare sono presentemente consentibili soltanto gli interventi manutentori, nonché qualche intervento disciplinato da alcuni strumenti urbanistici attuativi, relativi a pochissime e circoscritte aree, formati negli ultimi anni.
E non basta: la situazione è quella sommariamente descritta, ma che così sia non si è voluto riconoscere. Per cui, presumibilmente, sono state rilasciate quantità non irrilevanti di provvedimenti abilitativi (concessioni ed autorizzazioni) eccedenti i limiti strettissimi di quel che era consentibile, e quindi illegittimi.
(segue)
[1] Mariolina Toniolo, La formazione dell'area metropolitana letta attraverso il mercato immobiliare, I.R.S.E.V., riprodotto in proprio, Venezia, 1991.
[2] "Tre grandi urbanisti italiani bocciano il piano regolatore", in Il Gazzettino di Venezia del 29 novembre 1992.
[3] La legge regionale 9 settembre 1977, n.55, recante "Attuazione dei piani particolareggiati nell'ambito del Comune di Venezia".
3. IL NUOVO PIANO
Alle metà di giugno del 1996 l'attuale Giunta comunale ha varato, e sottoposto al Consiglio, una nuova variante generale al piano regolatore di Venezia, relativa alla città storica insulare, che, in buona sostanza, assorbe i lavori compiuti, e gli elaborati prodotti, in funzione di quella adottata alla fine del 1992, snaturando peraltro le caratteristiche essenziali di quest'ultimo strumento con alcune ben mirate modificazioni.
Tali modificazioni corrispondono, sostanzialmente (con qualche correzione rivolta ad ovviare alle più sfacciate violazioni di legittimità, od ai più evidenti "svarioni" culturali, messi in luce dal dibattito dei mesi precedenti), a quelle indicate, circa un anno prima, dalle quattro proposte di deliberazione di cui s'è detto.
Per effetto di tali modificazioni un complesso sistematico di "regole", discendenti dalle caratteristiche in essere del territorio, dotato di interni meccanismi di correzione e di adeguamento che ne garantivano sia la flessibilità che la coerenza, definito nella trasparenza del processo democratico, qual'era la variante adottata nel 1992, verrebbe sostituito da un catalogo di "suggerimenti", che tutti (e soprattutto i detentori di "poteri forti", e quelli che avessero "santi in paradiso", e meglio sapessero "contrattare") potrebbero seguire o non seguire, scegliendo à la carte in funzione dei propri interessi, e concordando caso per caso i propri obblighi, in uno scenario di opaca discrezionalità che corromperebbe profondamente i titolari dei pubblici poteri, sia politici che amministrativi, ed i loro rapporti con i cittadini.
Ma non sarebbe soltanto snaturato un piano: concretamente, e di conseguenza, sarebbe snaturata la città storica di Venezia, nelle sue essenziali caratteristiche sia fisiche che sociali.
3.1. Trasformazioni fisiche valutabili discrezionalmente, caso per caso
Una prima modificazione muove dal falso presupposto che nel classificare (nello strumento adottato nel 1992) le unità edilizie preottocentesche non si sia tenuto adeguato conto delle intervenute alterazioni delle caratteristiche tipologiche originarie. Falso in quanto, proprio a questo fine, erano state identificate le due classi delle "unità edilizie di base residenziali preottocentesche parzialmente trasformate" e delle "unità edilizie di base residenziali preottocentesche oggetto di fusioni od addizioni".
In base al predetto presupposto si vorrebbe prevedere (articolo 4 delle Norme del nuovo strumento) che, al momento della domanda dell'abilitazione ad operare trasformazioni, si effettui un "procedimento di accertamento e di definizione dello stato di alterazione del manufatto".
Secondo tale "procedimento" il proprietario dell'unità edilizia dichiarerebbe l'unità edilizia stessa "integra", oppure "ristrutturata in modo reversibile", oppure "trasformata in modo irreversibile". Per suffragare tale dichiarazione sarebbe tenuto a produrre nulla più che i medesimi elaborati relativi alla documentazione dello stato di fatto dell'unità edilizia che lo strumento adottato nel 1992 prescriveva in tutti i casi di richieste di provvedimenti abilitativi ad operare trasformazioni. La dichiarazione sarebbe esaminata da una "commissione scientifica comunale" (non si specifica né cosa sia né da chi sia composta), che avrebbe tempo non più di venti giorni per dire la sua, e sarebbe accettata o respinta dal "responsabile del procedimento" (cioè da un funzionario comunale dell'edilizia privata) entro novanta giorni, trascorsi i quali, con il meccanismo del "silenzio assenso", sarebbe automaticamente confermata la dichiarazione del proprietario.
Soltanto ove lo stato dell'edificio fosse, con questa procedura, definito "integro", varrebbero le precise disposizioni relative alle "trasformazioni fisiche ammissibili" dettate dallo strumento del 1992, puntualmente riferite alle caratteristiche identificative e distintive di ognuno dei "tipi" edilizi, dallo stesso strumento definite e descritte.
Mentre per le unità edilizie dichiarate "ristrutturate in modo reversibile" sarebbero ammissibili, alternativamente, le medesime "trasformazioni fisiche ammissibili" dettate dallo strumento del 1992 (chiamate, chissà perché, di "restauro"), "combinate" con quelle di "ripristino" delle situazioni originarie, "in modo da avvicinarsi il più possibile al modello descritto" (dallo strumento del 1992), oppure, a discrezione, "altri interventi volti a conservare o a modificare ulteriormente la situazione presente, purché il nuovo assetto non risulti incompatibile, o maggiormente incompatibile, col recupero del modello originario".
E per le unità edilizie dichiarate "trasformate in modo irreversibile" sarebbero ammissibili, alternativamente, le trasformazioni "volte a salvaguardare gli elementi antichi superstiti, e a conservare o modificare ulteriormente la situazioni presente, che comunque non vadano ad alterare i rapporti col contesto, ad accrescere il volume, la superficie lorda, il numero dei piani, né a modificare l'inviluppo complessivo", oppure, a discrezione "la ricostruzione dell'organismo originario mediante il ripristino filologico o tipologico".
Secondo le definizioni delle "tipologie di intervento" (articolo 3 delle Norme del nuovo strumento), che si vorrebbe ad ogni costo introdurre, il "ripristino filologico" si effettuerebbe "quando è disponibile una documentazione individuale del manufatto, attraverso i resti superstiti e/o i disegni e le descrizioni dell'edificio", ed il "ripristino tipologico" si effettuerebbe "quando si conosce solo il modello tipologico del manufatto, desunto dal sedime, dall'appartenenza a una serie di edifici circostanti, e/o dalle rappresentazioni storiche in pianta e in alzato", nel qual caso "è possibile edificare un nuovo manufatto, che sia la replica del modello tipologico": cioè realizzare un bel falso architettonico !.
Non occorre, si ritiene, sottolineare l'estrema genericità e vaghezza delle disposizioni alle quali dovrebbe sottostare la progettazione, e l'attuazione, delle trasformazioni, ogniqualvolta l'unità edilizia fosse dichiarata, con il procedimento discrezionale e "caso per caso" dianzi descritto, "ristrutturata in modo reversibile" o "trasformata in modo irreversibile".
Si noti inoltre che in ogni caso (cioè in qualsivoglia stato siano dichiarate le unità edilizie) si vorrebbe precisare che sono ammissibili comunque (quindi a prescindere dal rispetto delle disposizioni replicate o introdotte ex novo) le trasformazioni di manutenzione sia ordinaria che straordinaria. Palesemente non essendo riusciti a comprendere la logica dello strumento adottato nel 1992, che assoggettava alle stesse disposizioni, puntualmente riferite alle caratteristiche riconosciute di ogni unità edilizia, tutte le trasformazioni fisiche, in qualsivoglia delle (famigerate, verrebbe da dire, per gli usi che si è preteso e si continua a pretendere di farne) "categorie d'intervento" esse rientrassero.
3.2. Pressappochismi e sciatterie
Il "procedimento di accertamento e di definizione dello stato di alterazione del manufatto", e quanto ne consegue in termini di disposizioni da osservare, è dalla sistematica dell'apparato normativo del nuovo strumento (si veda l'articolo 4 delle Norme), riferito a tutte le "unità di spazio", quindi, secondo l'impostazione dello strumento adottato nel 1992, e confermata da quello nuovo, sia alle "unità edilizie" che alle "unità di spazio scoperto". Ma, sia per la terminologia usata che per le concrete indicazioni date (e largamente citate nel precedente paragrafo 3.1.), appare smaccatamente pertinente alle sole unità edilizie.
Non basta: riferendosi alle unità edilizie, i predetti dispositivi dovrebbero valere per tutte quelle classificate dagli elaborati grafici e dall'apparato normativo, od almeno da uno dei suoi elaborati, e quindi anche, ad esempio, per le "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto" e per le "unità edilizie novecentesche non integrate nel contesto" (le uniche categorie, come si dirà in prosieguo, introdotte dal nuovo strumento, non comparenti nelle Norme, ma comparenti nell'Appendice 1, che ne costituisce parte integrante). Per le prime, le "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto", la Scheda 28 dell'Appendice 1 dispone che siano ammissibili sia la "ristrutturazione con vincolo parziale, di conservazione delle murature esterne e del volume", sia, a determinate condizioni, la demolizione e ricostruzione. Per le seconde, le "unità edilizie novecentesche non integrate nel contesto", la Scheda 29 dell'Appendice 1 dispone che in assenza di uno "strumento urbanistico esecutivo" siano ammissibili, oltre alle trasformazioni manutentorie, soltanto la demolizione senza ricostruzione, e che lo "strumento urbanistico esecutivo" possa prevedere anche la riedificazione. In entrambi i casi, quale applicabilità può aversi dei succitati dispositivi?
Dalle Norme del nuovo strumento non sono trattate le categorie di unità edilizie che, come si è detto nel precedente paragrafo 3.1., lo strumento del 1992 denominava "unità edilizie di base residenziali preottocentesche parzialmente trasformate" e "unità edilizie di base residenziali preottocentesche oggetto di fusioni od addizioni". La cosa potrebbe essere considerata coerente conseguenza del previsto "procedimento di accertamento e di definizione dello stato di alterazione del manufatto", per cui qualsiasi unità edilizia potrebbe essere definita "ristrutturata in modo reversibile" o "trasformata in modo irreversibile" (per usare la terminologia del nuovo strumento), e quindi, anche, "parzialmente trasformata" o "oggetto di fusioni od addizioni" (per usare la terminologia di quello del 1992). Ma, invece, le categorie delle "unità edilizie di base residenziali preottocentesche parzialmente trasformate" e delle "unità edilizie di base residenziali preottocentesche oggetto di fusioni od addizioni" continuano a comparire negli elaborati grafici e nell'Appendice 1 (che delle Norme costituisce parte integrante): col che ogni coerenza va a farsi benedire. Ed assieme alla coerenza va a farsi benedire anche l'applicabilità dello strumento: sia perché le disposizioni dettate nelle Schede 8 e 9 dell'Appendice 1 non trovano inquadramento, e fondamento, nelle Norme, sia perché le medesime disposizioni non sono registrate (né registrabili) con quelle date dall'articolo 4 delle Norme per le unità edilizie che siano dichiarate "ristrutturate in modo reversibile" o "trasformate in modo irreversibile".
Parimenti, dalle Norme del nuovo strumento non é trattata la categoria di unità edilizie che lo strumento del 1992 denominava "unità edilizie di base residenziali ottocentesche di ristrutturazione", che però continua a comparire negli elaborati grafici e nell'Appendice 1: anche in questo caso, le disposizioni dettate nella Scheda 11 non trovano inquadramento, né fondamento, nelle Norme, con conseguente ardua applicabilità.
Le Norme del nuovo strumento trattano con un unico complesso di disposizioni (dettato dall'articolo 12) le "unità edilizie di pregio architettonico" sia "complessivo" che "limitato all'assetto esterno", laddove le Norme dello strumento del 1992 trattavano separatamente le due categorie delle "unità edilizie di complessivo pregio architettonico" e delle "unità edilizie di pregio architettonico limitato all'assetto esterno". Le due categorie ora citate sono peraltro, nel nuovo strumento, distintamente individuate negli elaborati grafici, e distintamente trattate nell'Appendice 1: ma, essendo le disposizioni dettate dall'articolo 12 delle Norme rimaste quelle che lo strumento del 1992 aveva definito specificamente, ed unicamente, per le "unità edilizie di complessivo pregio architettonico", vi è piena ed insanabile contradditorietà con quelle dettate dalla Scheda 13 per le "unità edilizie di pregio architettonico limitato all'assetto esterno", parimenti trascritte dallo strumento del 1992.
Nelle Norme del nuovo strumento non compaiono le "unità edilizie di base a tipologia mista", disciplinate dallo strumento del 1992. In questo caso, in coerenza con gli altri elaborati: infatti, negli elaborati grafici del nuovo strumento, le indicazioni di appartenenza di talune unità edilizie, o, meglio, di loro parti, a diverse categorie, sono state sostituite dalla riconduzione di tali unità edilizie ad un'unica categoria. Con il risultato che unità edilizie derivanti dall'addizione di uno o più piani, configurati come "residenziali", ad un "capannone", sono incluse nelle categorie delle "unità edilizie di base a capannone", e che anche tali piani aggiuntivi dovrebbero sottostare alle puntuali disposizioni dettate, in considerazione delle loro specifiche caratteristiche, già dallo strumento del 1992, per le "unità edilizie di base a capannone".
Il nuovo strumento riconduce tutte le unità edilizie novecentesche in sei sole categorie (contro le dieci dello strumento del 1992):
- le "unità edilizie novecentesche di complessivo pregio architettonico" e le "unità edilizie novecentesche di pregio architettonico limitato all'assetto esterno", delle quali già si è detto;
- le "unità edilizie di base non residenziali novecentesche a capannone a fronte acqueo" e le "unità edilizie di base non residenziali novecentesche a capannone senza fronte acqueo";
- le "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto" e le "unità edilizie non integrate nel contesto".
E' arduo intendere le ragioni per le quali l'assoluta non pertinenza delle classificazioni riferite alle caratteristiche "tipologico-strutturali" con l'edilizia novecentesca, sostenuta dagli estensori del nuovo strumento, non valga per le "unità edilizie di base non residenziali novecentesche a capannone a fronte acqueo" e le "unità edilizie di base non residenziali novecentesche a capannone senza fronte acqueo", considerate anche dal medesimo nuovo strumento, e valga invece per le "unità edilizie speciali novecentesche originarie o di ristrutturazione a struttura unitaria", per le "unità edilizie speciali novecentesche originarie o di ristrutturazione a struttura modulare", per le "unità edilizie speciali novecentesche originarie o di ristrutturazione a struttura modulare complessa", per le "unità edilizie speciali novecentesche ad impianto singolare o non ripetuto", che, invece, erano considerate dallo strumento del 1992, e non lo sono dal nuovo strumento.
E' da verificare se, ed in quale misura, le "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto" e le "unità edilizie non integrate nel contesto" coincidano, in termini individuativi, cioè negli elaborati grafici, con le unità edilizie classificate, dallo strumento del 1992, "coerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", oppure "incoerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano". Tale ultima classificazione è stata contestata dagli estensori del nuovo strumento in quanto si è negato (in contrasto con i fondamentali studi di Saverio Muratori, Paolo Maretto, Gianfranco Caniggia) che siano esistite, e siano riconoscibili, delle "regole conformative che hanno presieduto alla vicenda storica dell'insediamento umano" veneziano. In proposito, si potrebbe chiedersi perché l'articolo 1 delle Norme del nuovo strumento dichiari che "la disciplina urbanistica riconosce le regole conformative che hanno presieduto alla vicenda storica dell'insediamento".
Ad ogni buon conto, le "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto" e le "unità edilizie non integrate nel contesto" non sono trattate dalle Norme del nuovo strumento, per cui, anche in questo caso, le disposizioni dettate nelle Schede 28 e 29 dell'Appendice 1 non trovano inquadramento, né fondamento, nelle Norme, con conseguente ardua applicabilità.
Delle "unità edilizie novecentesche integrate nel contesto" la Scheda 28 dispone che siano ammissibili, in base a provvedimento abilitativo in diretta applicazione dello strumento generale, la "ristrutturazione con vincolo parziale, di conservazione delle murature esterne e del volume", con "possibilità di limitate correzioni del partito architettonico esterno, motivate dalle trasformazioni interne". E' invece richiesta la vigenza di uno "strumento urbanistico esecutivo" per effettuare trasformazioni di "demolizione e ricostruzione sullo stesso sedime o su sedime diverso, con le limitazioni di volume e di altezza stabilite dallo strumento stesso". Non si vede per quale ragione la demolizione e ricostruzione, ove avvenga sull'identico sedime, e sia disposto avvenga con l'identico volume e l'identica altezza, di un edificio, debba essere subordinata ad un "piano urbanistico esecutivo", tipico strumento di specificazione di assetti morfologici diversi da quelli in essere
Delle "unità edilizie novecentesche non integrate nel contesto" la Scheda 29 dispone che "in assenza di indicazioni date da uno strumento urbanistico esecutivo, l'unico intervento ammesso, oltre la manutenzione ordinaria e straordinaria, è la demolizione senza ricostruzione, assimilando il suo sedime all'unità di spazio scoperto in cui è collocata", mentre "all'interno di uno strumento urbanistico esecutivo può essere indicata l'utilizzazione alternativa del sedime, come spazio scoperto o per una nuova edificazione non commisurata alle caratteristiche del manufatto edilizio". A prescindere dalla chiarezza espressiva, le disposizioni non sono sostanzialmente diverse da quelle dettate dallo strumento del 1992 per le "unità edilizie incoerenti con l'organizzazione morfologica del tessuto urbano", se non perché in quest'ultimo strumento non si prescriveva mai la demolizione senza ricostruzione.
La cura, l'attenzione e l'intelligenza con cui si è proceduto a "manomettere" gli elaborati dello strumento del 1992 sono, infine, ottimamente esemplificate dall'articolo 13 delle Norme del nuovo strumento, recante "prescrizioni comuni alle unità edilizie". Il comma 1 di tale articolo detta disposizioni da osservarsi nelle "trasformazioni fisiche consentite o prescritte nelle unità edilizie di cui ai precedenti articoli". Il comma 2 del medesimo articolo, "sforbiciato" per renderlo coerente con il fatto che nelle Norme non compaiono (come s'è già detto, ma non se ne intende la ragione) riferimenti a categorie di unità edilizie comparenti, invece, sia negli elaborati grafici che nell'Appendice 1, dispone che "il rispetto delle prescrizioni di cui al comma precedente può essere richiesto anche nei casi di effettuazione di trasformazioni fisiche consentite o prescritte nelle unità edilizie di cui ai precedenti articoli": cioè nelle stesse unità edilizie per le quali il rispetto delle medesime prescrizioni era, dal comma precedente, tassativamente richiesto!
Quanto agli spazi scoperti, non si intende la ragione per la quale nelle Norme del nuovo strumento, rispetto a quelle dello strumento del 1992, siano state soppresse le disposizioni generali relative ai "percorsi carrabili" ed ai "percorsi ferroviari", pur presenti, sebbene in termini assai limitati, in Venezia insulare.
3.3. Libertà di mutamenti d'uso
Una ulteriore modificazione essenziale riguarda la disciplina delle "destinazioni d'uso".
Una delle proposte di deliberazione di cui dianzi s'è detto prevedeva la totale eliminazione d'ogni vincolo di destinazione d'uso.
Il nuovo strumento, negando la distinzione, operata dallo strumento adottato nel 1992, tra momento "strutturale", valido a tempo indeterminato, che definisce le gamme di "utilizzazioni compatibili", e momento "programmatico", da aggiornare con periodicità quadriennale, che fissa (soltanto per quanto ritenuto necessario od opportuno) le "destinazioni d'uso", prevede l'"assorbimento" della determinazione delle "destinazioni d'uso" nella determinazione delle "utilizzazioni compatibili" (articolo 21 delle Norme del nuovo strumento).
Per cui le utilizzazioni in atto potrebbero essere generalmente modificate attivando una delle altre utilizzazioni già definite "compatibili" dallo strumento del 1992. Salvo che siano in atto utilizzazioni per "abitazioni", "industrie", "impianti per la cantieristica minore" od "impianti per la cantieristica minore", nel qual caso il mutamento sarebbe ammesso soltanto ove si pronunciasse favorevolmente la solita fantomatica "commissione scientifica comunale" e la commissione consiliare per l'urbanistica.
Di nuovo, quindi, un complesso di "regole", certe ed uguali per tutti quelli che ricadessero in predeterminate situazioni, quale quello definito dallo strumento del 1992 (e dettagliatamente descritto al precedente paragrafo 1.2.) sarebbe sostituito da un procedimento discrezionale, nel quale deciderebbero, caso per caso, un organo tecnico ed addirittura un organo politico, chiamato il primo non all'interpretazione ed all'applicazione tecnica di una norma, ma a concorrere ad una decisione, ed il secondo non a stabilire regole, ma a decidere, di volta in volta, sui singoli casi concreti, senza predefiniti criteri di valutazione.
Nei fatti, si può agevolmente prevedere che chiunque si vedesse, eventualmente, su tali basi negata la facoltà di attivare un'utilizzazione diversa da quella in atto (abitativa, poniamo), e ricorresse al TAR avverso il diniego, otterrebbe ragione, proprio in conseguenza dell'inammissibile discrezionalità del procedimento. E conseguentemente la difesa delle funzioni "deboli" (di quella abitativa in primo luogo) si tradurrebbe in una mera finzione, in una drammatica burla.
Ci si deve ad ogni modo compiacere del fatto che, grazie alle polemiche suscitate dalla predetta precedente proposta di deliberazione, ci si è resi conto del fatto che eliminare (come quella proposta di deliberazione voleva) ogni vincolo d'uso relativamente alle destinazioni per strutture pubbliche e/o per attività collettive, così come alle destinazioni per attività ricettive, sarebbe stato illegittimo, in quanto non avrebbe rispettato le norme statali e regionali in argomento.
Così compare tra gli elaborati grafici del nuovo strumento (si veda il punto 2.4.3 dell'articolo 2 delle Norme) la "tavola contrassegnata dalla sigla B2, in scala 1:3.550 [perché questa scala anomala proprio per l'indicazione del "vincoli urbanistici"?] recante l'individuazione delle aree [...] pubbliche o riservate alle attività collettive a servizio della città antica [...] e l'individuazione delle strutture ricettive alberghiere".
Per il vero, in tele tavola compaiono, oltre alla voce "strutture ricettive alberghiere", le voci:
- aree per servizi esistenti
a. aree per l'istruzione
pubbliche
private
b. aree per attrezzature di interesse comune
pubbliche
private
c. aree per attrezzature per il gioco e lo sport
pubbliche
private
d. aree per parcheggi
pubbliche
private
- aree per servizi di progetto
L'elaborato grafico, pertanto, imprime specifiche, vincolanti destinazioni d'uso (per l'istruzione, per attrezzature d'interesse comune, per parcheggi), ad immobili privati, i quali già hanno la relativa utilizzazione in atto, precludendone il mutamento, in casi diversi da quelli normati dal dianzi citato articolo 21 delle Norme del nuovo strumento. Ma tale vincolo non trova alcun riferimento nelle Norme.
Si pretenderebbe, anche con tali "vincoli", di avere adempiuto agli obblighi di dotazione di spazi per strutture pubbliche e/o per attività collettive posti dalle vigenti leggi, ma tali spazi, per potere soddisfare i predetti obblighi, devono essere pubblici, o deve essere prescritto lo divengano (si veda, in particolare, l'articolo 25 della legge regionale 27 giugno 1985, n.61, al comma dodicesimo e passim: soltanto per i parcheggi è ammesso, al quarto comma, il "vincolo convenzionale d'uso pubblico").
Vero è che le Norme dello strumento del 1992 prevedevano espressamente che ove i soggetti pubblici istituzionalmente competenti all'utilizzazione delle unità di spazio destinate a specifiche utilizzazioni per strutture pubbliche e/o per attività collettive (teatri, cinematografi, locali di spettacolo, impianti scoperti per la pratica sportiva, impianti coperti per la pratica sportiva, impianti per lo spettacolo sportivo, parcheggi attrezzati scoperti, autorimesse, strutture per l'istruzione) non intendessero procedere all'acquisizione delle medesime unità di spazio, avrebbero potuto lasciarne temporaneamente la gestione a soggetti privati, ma in base ad idonee convenzioni, le quali stabilissero tra l'altro: "l'eventuale corrispettivo della concessione", nonché "i modi, le forme ed i limiti dell'utilizzazione e/o delle attività di gestione", e soprattutto "i modi ed i limiti della fruizione da parte dei terzi dell'unità di spazio [...], secondo le finalità d'ordine collettivo connaturate alla specifica destinazione d'uso". Ma, per l'appunto, una tale possibilità era considerata eccezionale, temporanea, circoscritta a peculiari funzioni, prevista da precise disposizioni, vincolata all'ottenimento di garanzie da stabilirsi in termini predeterminati. Nulla di tutto ciò nel nuovo strumento, giacché le sue Norme dell'argomento non fanno nemmeno menzione.
L'elaborato grafico, inoltre, vincola immobili, genericamente, a "servizi di progetto", senza articolarne tale generica destinazione neppure nelle quattro grandi categorie di cui al DM 1444/1968 (riprese dalla legislazione regionale).
Vero è, anche in questo caso, che le Norme dello strumento del 1992 prevedevano che la specifica destinazione d'uso, delle unità di spazio alle quali era attribuita la destinazione per strutture pubbliche e/o per attività collettive, potesse essere determinata, ovvero variata qualora già indicata, con semplice deliberazione del Consiglio comunale, ma ciò solamente all'interno delle destinazioni riconducibili alle due grandi categorie delle "aree per l'istruzione" e delle "aree per attrezzature d'interesse comune", ed a condizione che fosse dimostrato e garantito il rispetto delle vigenti disposizioni in merito alle dotazioni minime di spazi per servizi pubblici e/o d'uso collettivo, con riferimento alle predette "aree per l'istruzione" ed "aree per attrezzature di interesse comune". Anche in questo caso, nulla di tutto ciò nel nuovo strumento.
Per tutte le ragioni suesposte, è assai da dubitare che il nuovo strumento rispetti le vigenti disposizioni in ordine ai rapporti tra capacità insediativa e quantità (determinate distintamente per l'istruzione, le altre attrezzature, il verde ed i parcheggi) di dotazioni pro capite di spazi per strutture pubbliche e/o per attività collettive.
3.4. Gli "ambiti"
Una quarta modificazione essenziale consiste nella revisione delle disposizioni relative ai 50 "ambiti" per i quali lo strumento del 1992 prevedeva che le più radicali trasformazioni in essi previste fossero subordinate alla preventiva formazione di strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio (piani particolareggiati). Essa comporta innovazioni di approccio e procedimentali, ed innovazioni di merito.
Giova ricordare (se ne è parlato al precedente paragrafo 1.3.) che tale previsione dello strumento del 1992 fu la prima ad incontrare obiezioni critiche da parte del prof. arch. Leonardo Benevolo, del prof. arch. Pierluigi Cervellati e dell'arch. Roberto D'Agostino.
La severa critica per cui lo strumento urbanistico adottato nel 1992 sarebbe stato "del tutto indeterminato nelle scelte sulle grandi aree strategiche", oppure (basta mettersi d'accordo: con sé stessi, si vuole dire) si sarebbe permesso di decidere sulle stesse, pur avendo ambito di competenza subcomunale, ha continuato incessantemente ad essere reiterata, sempre con riferimento a quello strumento urbanistico.
Mentre, successivamente, si è affermato[1], il "micidiale dispositivo è [stato] disinnescato". Da che cosa? che cosa è cambiato? semplice: degli autori di quella critica uno é divenuto assessore all'urbanistica e l'altro suo consulente.
Uno dei due, il prof. arch. Leonardo Benevolo, contestando lo strumento adottato nel 1992, aveva scritto che il "percorso dal piano [...] del centro storico ai 50 piani particolareggiati [degli "ambiti"] é inaccettabile e rovinoso: offre lo strumento tecnico per dribblare un ragionamento di pianificazione generale ancora mancante, e per andare direttamente al fatto compiuto, area per area. Le norme registrano alcuni patteggiamenti già avvenuti come le localizzazioni universitarie alla Giudecca [2], le residenze e gli uffici un po' dovunque [3], e aprono la strada ad altri patteggiamenti [...]. Questo piano si arrende alla logica dominante e offre agli interessi forti l'occasione per restare defilati, di non affrontare il giudizio globale e democratico implicito nella procedura di un vero piano regolatore in scala adeguata".
Naturalmente, invece, definire in termini esecutivi le trasformazioni della sventagliata di aree (Stucky, ex Scalera, Junghans, tra le altre) interessate dal cosiddetto "Progetto Giudecca", al di fuori di uno strumento unitario riguardante almeno la città storica lagunare, era ed é accettabilissimo e benefico. Soprattutto se lo si fosse fatto senza definire (in molti casi) neppure un piano particolareggiato unitario per ognuno degli ambiti coinvolti, ed attendendo che scadesse il regime di salvaguardia delle previsioni dello strumento adottato nel 1992 per disattenderle ove dessero fastidio, spostando di sito alberghi, residence, abitazioni e quant'altro.
Com'era accettabilissimo e benefico proporre, già nell'estate del 1994, una deliberazione (poi fortunatamente, o fortunosamente, insabbiatasi presso la competente commissione consiliare) relativa all'Isola Nuova del Tronchetto, che avrebbe disatteso e contraddetto le scelte operate circa l'Isola, da atti di pianificazione e da altri atti amministrativi di istituzioni veneziane, da e per quasi quindici anni.
Che avrebbe negato, ridicolizzandola, l'esigenza di garantire prioritariamente, nell'Isola Nuova del Tronchetto, il soddisfacimento di tutte le esigenze di approvvigionamento, di magazzinaggio, di deposito, esprimibili dalle attività economiche operanti nella città storica. Che non avrebbe consentito di ovviare alle irrazionalità ed alle diseconomie del sistema degli approvvigionamenti della città storica di Venezia, così da potere, tra l'altro, regolamentare il trasporto delle merci nei canali e nei rii in termini sostenibili dal tessuto urbano ed edilizio veneziano. Che avrebbe riproposto, oltre un trentennio dopo la cancellazione dal Piano regolatore generale comunale del "centro direzionale" accanto alla "testa di ponte", la medesima scelta, esaltando lo squilibrio complessivo della città lagunare, e condannando all'impoverimento funzionale i suoi quartieri meno prossimi alla "testa di ponte".
In proposito, allora, il prof. arch. Leonardo Benevolo ammannì pubblicamente, al colto ed all'inclita, la fantasiosa fola per cui il piano comprensoriale, nella versione del 1979, da lui avallata come componente del comitato scientifico del Comprensorio, avrebbe precluso ogni e qualsiasi trasformazione ed utilizzazione dell'Isola Nuova del Tronchetto, al fine di indurre la SVIT a regalarne la proprietà al Comune, od a demolire l'isola con un gesto di titanica disperazione, mentre, tramando nell'ombra, l'allora assessore comunale all'urbanistica si inventava la destinazione ad "interscambio merci", cosi da rilanciare, con una scelta da allora (chissà perché) irreversibile, l'edificabilità dell'isola.
Fantasiosa fola: anzi, spudorata menzogna. Giacché nella versione del 1979 del piano comprensoriale, consegnata dal Segretario del Comprensorio arch. Vezio E. De Lucia al Presidente avv. Antonio Casellati, ed avallata dal prof. arch. Leonardo Benevolo come componente del comitato scientifico del Comprensorio, l'Isola Nuova del Tronchetto era inequivocabilmente destinata (tutta e soltanto, ma non é di questo che si discute) alla funzione di "interscambio urbano merci", con edificazione di strutture le cui superfici ed i cui volumi avrebbero dovuto essere determinati in riferimento all'integrale soddisfacimento delle esigenze di approvvigionamento della città storica veneziana. Anche i grandi urbanisti dicono le bugie (talvolta?).
Dell'Isola Nuova del Tronchetto, ad ogni buon conto, si tratterà di nuovo, diffusamente, in prosieguo.
3.4.1. Piani particolareggiati, progetti unitari e piani di recupero
Il nuovo strumento manterrebbe la prescrizione dell'obbligatoria formazione di piani particolareggiati (articolo 23, commi 1, 2, 3 e 4, delle Norme del nuovo strumento) soltanto per 16 "ambiti":
- Tronchetto (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Marittima (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Stazione F. S. di S. Lucia (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Piazzale Roma (corrispondente ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, al quale viene peraltro sottratto il complesso detto dei "Magazzini Parisi");
- Ex piazza d'armi (corrispondente all'unione di due "ambiti" individuati dallo strumento del 1992, e da esso denominati "Italgas" ed "Area Scomenzera");
- S. Marta/S. Basilio (corrispondente all'unione di due "ambiti" individuati dallo strumento del 1992);
- Ex orto botanico (corrispondente, con qualche incomprensibile modifica della perimetrazione, ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, e da esso denominato "ENEL");
- Arsenale (corrispondente all'unione di due "ambiti" individuati dallo strumento del 1992, e da esso denominati "Arsenale" e "Cantieri C.N.O.M.V.");
- S. Pietro di Castello (introdotto dal nuovo strumento, salva una parte, inclusa dallo strumento del 1992 in un "ambito" denominato "I.A.C.P. Quintavalle");
- Ex cantieri A.C.T.V. (coincidente con metà di un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, e da esso denominato "Cantieri A.C.T.V./Cantieri Celli");
- Giardini della Biennale (corrispondente, con una limitata modifica della perimetrazione, ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Ex cantieri Celli (coincidente con l'altra metà dell'"ambito" individuato dallo strumento del 1992, e da esso denominato "Cantieri A.C.T.V./Cantieri Celli");
- Area Muner (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Molino Stucky/Scalera/Trevisan (corrispondente all'unione di due "ambiti", individuati dallo strumento del 1992 e da esso denominati "Mulino Stucky" e "Scalera Film", nonché di una vasta area alle spalle, verso la laguna, del complesso del Mulino Stucky);
- Tappetificio Gaggio (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Area Junghans (corrispondente all'unione di due "ambiti" individuati dallo strumento del 1992, e da esso denominati "Junghans 1" e "Junghans 2").
I piani particolareggiati relativi ai predetti "ambiti" dovrebbero rispettare le direttive (sempre, anche se in diversa misura, assai più generiche di quelle stabilite dallo strumento adottato nel 1992) dettate da un'apposita appendice alle Norme. E, per il vero (ma lo si deduce soltanto dal punto 2.4.4.2 dell'articolo 2 delle Norme del nuovo strumento), anche le indicazioni di tre tavole, in scala 1:2.000, "indicative dell'assetto urbanistico risultante".
Peraltro, è precisato (al punto 1.3.2 dell'articolo 1 delle Norme del nuovo strumento), "le trasformazioni fisiche e funzionali e la configurazione dell'assetto territoriale degli ambiti [...] possono - motivatamente e su conforme parere della Commissione scientifica comunale - essere rispettivamente definite e organizzate in termini diversi da quelli previsti negli elaborati costituenti l'Appendice". La formulazione è tale da non precludere (quali che fossero le intenzioni degli estensori e dei proponenti del nuovo strumento) alcuna difformità, foss'anche la più radicale, dei contenuti dei piani particolareggiati dalle direttive per essi dettate dallo strumento generale.
Con ciò, le decisioni pianificatorie generali, capaci di considerare unitariamente l'intera città, attribuendo, in una visione unitaria d'insieme, pesi (cioè quantità di spazi, edificati e non edificati) e funzioni alle sue diverse parti, sarebbero svuotate di significato, potendo successivamente essere contraddette "a pezzi e bocconi".
Oltretutto, la cosa sarebbe patentemente in contrasto con la vigente legislazione regionale, che prevede che gli strumenti urbanistici particolareggiati siano autonomamente definiti dai comuni, proprio in quanto esige che essi siano conformi a strumenti urbanistici generali, i quali, invece, devono essere controllati da un'istituzione sovraordinata (la regione o, in prospettiva, la provincia), per garantirne al rispondenza ad interessi più complessivi. E come potrebbe essere effettuata tale verifica, ove uno strumento urbanistico generale non dettasse disposizioni vincolanti neppure relativamente agli elementi essenziali, quali le quantità e le dimensioni dell'edificabile, e le funzioni prevalenti, ed i loro rapporti, che potrebbero essere decise a discrezione da piani sottratti a qualsiasi controllo?
Si stabilisce poi (articolo 23, comma 4, delle Norme del nuovo strumento) che prima dell'approvazione dei piani particolareggiati siano ammissibili non soltanto le trasformazioni specificamente definite tali, ambito per ambito, dalle relative schede (come nello strumento del 1992), ma anche, generalizzatamente, gli interventi di manutenzione (ordinaria e straordinaria, si suppone) e quelli di restauro. E che c'azzecca (direbbe l'attuale titolare del dicastero dei lavori pubblici) il restauro con i manufatti edilizi, peculiarmente e massicciamente presenti negli "ambiti", per i quali le disposizioni generali consentono sinanco la demolizione? Ma questo non è che un altro episodio della ricorrente sciatteria.
Per altri 11 "ambiti" sarebbe invece disposto (articolo 23, commi 5, 6 e 7, delle Norme del nuovo strumento) che "gli interventi eccedenti la manutenzione ordinaria e straordinaria, volti a modificare i servizi pubblici insediati [...], ovvero a sostituirli con altri servizi pubblici, sono autorizzati [????] mediante semplice progetto edilizio - nelle forme e con gli atti previsti per le opere pubbliche dalle disposizioni vigenti in materia - a condizione che tale progetto sia esteso a tutta l'area perimetrata". Mentre si dovrebbe ricorrere alla preventiva formazione di un piano particolareggiato per "gli interventi volti a destinare il compendio immobiliare o parte dello stesso ad insediamenti privati, ovvero volti a por fine - frazionandola - all'unità funzionale e/o dominicale del compendio medesimo".
Gli "ambiti" in questione sarebbero i seguenti:
- Area ASPIV (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992 e da esso denominato "S. Andrea");
- Tabacchificio (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Carcere (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992 e da esso denominato "Santa Maria Maggiore");
- Ospedale S. Giustinian [4] (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992 e da esso denominato "G.B. Giustinian");
- Macello (corrispondente all'unione di due "ambiti" individuati dallo strumento del 1992, e da esso denominati "Macello/Cantiere Oscar" e "Mulino Passuelo");
- Sacca S. Biagio /Genio Civile (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Area Umberto I (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Ospedale SS. Giovanni e Paolo (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Caserma S. Daniele (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Sacca Inceneritore (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Sacca S. Biagio/AMAV (corrispondente a circa metà di un "ambito" individuato dallo strumento del 1992).
Non si intende per quale ragione l'essere gli "ambiti" suelencati appartenenti al patrimonio di soggetti pubblici (enti pubblici territoriali, ma anche enti pubblici strumentali, ed altri enti pubblici), e l'essere destinati alla produzione di servizi pubblici, dovrebbe esentare dal definire gli assetti urbani (ché di questo si tratta) di intere zone attraverso gli ordinari strumenti, e procedimenti, della pianificazione urbanistica.
Tale esenzione comporterebbe, essenzialmente, che i "progetti" relativi agli "ambiti" suindicati sarebbero definitivamente approvati senza obbligo di preventiva pubblicazione, di raccolta delle osservazioni della "società civile", di assunzione motivata di determinazioni in ordine a tali osservazioni.
Ma comporterebbe anche, a legislazione invariata, che solamente l'approvazione dei "progetti preliminari" (che [5] consistono soltanto in una "relazione illustrativa" ed in "schemi grafici"), relativi ai predetti "ambiti", competerebbe [6] al consiglio comunale, mentre l'approvazione dei "progetti definitivi" (che [7] contengono "tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni ed approvazioni") competerebbe alla giunta municipale.
E ciò, ovviamente, soltanto laddove si trattasse di opere pubbliche di competenza comunale. Mentre non v'é nessun presupposto giuridico per imporre che i progetti di soggetti diversi dal Comune debbano essere approvati (con la correlativa discrezionalità tecnica, politica ed amministrativa) da un organo decisionale del Comune, anziché abilitati, dal medesimo Comune, ma a seguito di mero riscontro di conformità con la disciplina urbanistica.
Si noti infine che la Corte costituzionale, con sentenza 7/19 ottobre 1992, n.393, ha dichiarato l'illegittimità di una norma di legge statale (della legge 17 febbraio 1992, n.179) perché nella figura del "programma integrato d'intervento" unificava strumento urbanistico attuativo e progetto delle trasformazioni, e sopprimeva la distinzione tra approvazione dello strumento urbanistico attuativo e successivo rilascio del provvedimento abilitativo.
Anche i "progetti" relativi agli "ambiti" da ultimo elencati dovrebbero rispettare le direttive dettate dall'apposita appendice alle Norme (ed alle indicazioni delle tre tavole, in scala 1:2.000, "indicative dell'assetto urbanistico risultante").
Ma, anche in questo caso, è precisato (al comma 6 dell'articolo 23 delle Norme del nuovo strumento, e con rinvio al punto 1.3.2 dell'articolo 1 delle stesse Norme) che i "progetti [...] possono discostarsi" da tali direttive "su conforme parere della Commissione scientifica". Anche in questo caso, la formulazione è tale da non precludere (quali che fossero le intenzioni degli estensori e dei proponenti del nuovo strumento) alcuna difformità, foss'anche la più radicale, dei contenuti dei "progetti" dalle direttive per essi dettate dallo strumento generale. E valgono quindi tutte le obiezioni dianzi fatte alla medesima disposizione riferita ai previsti piani particolareggiati.
Relativamente all'"ambito" denominato "Ospedale SS. Giovanni e Paolo" si stabilisce (al comma 7 dell'articolo 23 delle Norme del nuovo strumento) che "il progetto può riguardare una parte soltanto dell'ambito [...] purché sia accompagnato da un progetto di massima riguardante l'assetto di tutta l'area". Evidentemente, si ignora che, secondo "le forme e gli atti previsti per le opere pubbliche dalle disposizioni vigenti in materia" [8], la "figura" del "progetto di massima" non è contemplata, e si intende comunemente sostituita da quella del "progetto preliminare", che, come già s'è detto, consiste soltanto in una "relazione illustrativa" ed in "schemi grafici".
Per altri 14 "ambiti" sarebbe invece disposto (articolo 23, commi 8 e 9, delle Norme del nuovo strumento) che "gli interventi di manutenzione, restauro e ristrutturazione che non modificano gli assetti esterni e le sistemazioni a terra sono immediatamente autorizzabili [???] mediante semplice progetto", mentre "gli interventi di modifica alle facciate degli edifici e alle sistemazioni a terra, quelli di demolizione e ricostruzione e di nuova costruzione sono [...] soggetti alla preventiva approvazione di uno o più piani di recupero di iniziativa pubblica o privata".
Gli "ambiti" in questione sarebbero i seguenti:
- I.A.C.P. S. Marta (corrispondente ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, con limitate modifiche di perimetrazione);
- I.A.C.P. Sacca S. Biagio (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. S. Girolamo (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. S. Alvise (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. Madonna dell'Orto (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. Gesuiti (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. Celestia (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. Quintavalle (corrispondente ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, salva una parte, inclusa dal nuovo strumento nell'"ambito" denominato "S. Pietro di Castello");
- Quartiere S. Elena (introdotto dal nuovo strumento);
- Sacca Fisola (introdotto dal nuovo strumento);
- I.A.C.P. Campo della Rotonda (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- I.A.C.P. S. Giacomo (coincidente con un "ambito" individuato dallo strumento del 1992);
- Campo di Marte (corrispondente ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, con una incomprensibile modifica della perimetrazione);
- I.A.C.P. Campo di Marte (corrispondente ad un "ambito" individuato dallo strumento del 1992, con una incomprensibile modifica della perimetrazione).
Non si intende per quale ragione le trasformazioni che comportino modificazione delle facciate degli edifici, ovvero delle semplici "sistemazioni a terra", ed anche quelle di demolizione e ricostruzione, ove avvengano sul medesimo sedime, debbano essere subordinate alla formazione di uno strumento urbanistico, qual'è, o dovrebbe essere, un piano di recupero. Per converso, non si intende come trasformazioni di demolizione e ricostruzione, ove avvengano su diverso sedime, e addirittura di nuova costruzione, possano essere accettabilmente disciplinate da piani di recupero non obbligatoriamente riferiti, ciascuno, in termini unitari, ad un perimetrato "ambito", ma invece, potenzialmente, plurimi, cioè riguardanti anche un solo edificio, od un solo lotto. Di certo, si rinuncerebbe a prevedere e promuovere operazioni di ridisegno, anche morfologico, e di riqualificazione, complessivamente riguardanti "ambiti" di bassa, o bassissima, qualità complessiva, largamente degradati, e profondamente "estranei" all'organizzazione morfologica del tessuto urbano insulare veneziano.
Inoltre, relativamente a tali ultimi "ambiti", non è dettata alcuna direttiva, neppure riferita alle ammesse trasformazioni di demolizione e ricostruzione, e di nuova costruzione, nemmeno meramente quantitativa. Per cui, ancora una volta, sarebbe (illegittimamente) eluso l'obbligo di decidere nello strumento urbanistico generale, in una visione unitaria d'insieme, in ordine ai pesi, cioè alle quantità di spazi, edificati e non edificati, oltre che alle funzioni, da assegnare alle diverse parti del territorio considerato (e di consentire il controllo di tali decisioni da parte della competente istituzione sovraordinata).
Resta da aggiungere che, rispetto allo strumento adottato nel 1992, non sarebbe più necessario formare strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio relativamente ai seguenti "ambiti":
- Fatebenefratelli;
- I.A.C.P. San Giobbe;
- I.A.C.P. San Leonardo;
- I.A.C.P. Campo della Lana;
- Cotonificio Olcese Veneziano;
- I.A.C.P. Corte Colonne;
- I.A.C.P. Sant'Anna.
Le ragioni sono del tutto imperscrutabili. Documenti prodotti dall'assessorato all'urbanistica, prodromici al nuovo strumento pianificatorio, avevano affermato che si potevano riconoscere "integrati al contesto", e quindi non richiedenti la formazione di strumenti urbanistici di specificazione e di dettaglio, i seguenti "ambiti": I.A.C.P. San Giobbe; I.A.C.P. San Leonardo; I.A.C.P. Campo della Lana; Cotonificio Olcese Veneziano.
E' francamente arduo comprendere in cosa e perché I.A.C.P. San Giobbe, I.A.C.P. San Leonardo e I.A.C.P. Campo della Lana (almeno per la più gran parte) si differenzino da altre aree, interessate da edificazioni pubbliche, per le quali si detterebbe la disciplina da ultimo ed appena sopra esposta.
In ogni caso, ci si compiace che non sia riproposta l'ipotesi, avanzata in un suo precedente scritto dal prof. arch. Leonardo Benevolo, di ripristinare, nell'area detta I.A.C.P. San Leonardo, il "tessuto storico precedentemente esistente", ignorando il fatto che immediatamente prima della realizzazione degli edifici attuali sulla più gran parte della predetta area insistevano una raffineria di zolfo ed una fabbrica di conterie, e prima ancora (all'epoca del cosiddetto "Catasto napoleonico") la stessa area risultava in gran parte inedificata.
Ancora, è arduo comprendere come si possa riconoscere "integrato al contesto" il Cotonificio Olcese Veneziano. Ed il complesso del Fatebenefratelli? e gli "ambiti" I.A.C.P. Corte Colonne e I.A.C.P. Sant'Anna? si attendono, almeno, motivazioni (non necessariamente condivisibili).
3.4.2. Contenuti delle direttive
Si è già segnalata l'estrema "povertà" delle direttive dettate dal nuovo strumento relativamente agli "ambiti" per i quali sia prescritta la formazione di piani particolareggiati, o di "progetti unitari", rispetto a quelle dettate dallo strumento del 1992.
Tale "povertà" è particolarmente acuta, con riferimento sia agli assetti morfologici da perseguire sia (perfino) alle quantità di spazi edificati da mantenere, o da realizzare, di spazi scoperti da sistemare, nonché di spazi (edificati o scoperti) da destinare alle diverse funzioni, laddove si tratti di "ambiti" di pertinenza di soggetti pubblici di qualsivoglia genere. Così per l'"ambito" della Marittima (relativamente al quale l'Autorità portuale ha competenze anche pianificatorie [9] , che peraltro devono esplicarsi "previa intesa con il comune" e non potendo "contrastare con gli strumenti urbanistici vigenti"), per l'"ambito" denominato "area ASPIV" (di pertinenza di un'azienda speciale municipale), per l'"ambito" del Tabacchificio, per l'"ambito" del Carcere, per l'"ambito" dell'Ospedale S. Giustinian [10] , per l'"ambito" del Macello, per l'"ambito" di Sacca S. Biagio/Genio Civile, per l'"ambito" dell'Ospedale Umberto I, per l'"ambito" dell'Ospedale SS. Giovanni e Paolo, per l'"ambito" della Caserma S. Daniele, per l'"ambito" della Sacca dell'Inceneritore (di pertinenza di un'altra azienda speciale municipale), per l'"ambito" di Sacca S. Biagio (di pertinenza, anch'esso, di quest'ultima azienda speciale municipale).
Di poco più "ricche" sono le direttive dettate per l'"ambito" della Stazione F. S., tra le quali, ad ogni buon conto, non ricompare quella, dettata dallo strumento del 1992, di "prevedere una riorganizzazione delle attrezzature ferroviarie che contempli una fermata di parte dei vettori, con connesse strutture per il carico/scarico degli utenti, verso l'estremità settentrionale dell'ambito, dove deve essere previsto un collegamento pedonale diretto, mediante ponte sul Rio della Crea, con l'ambito del Macello". Tra le nuove previsioni per tale ambito si può segnalare quella del mantenimento degli edifici adiacenti a quello del vero e proprio terminale ferroviario, dei quali lo strumento del 1992 prevedeva invece la demolizione, per fare luogo ad edificazioni di più spiccato rilievo formale, secondo un'organizzazione territoriale di più elevato livello qualitativo.
Del resto, una spiccata predilezione per il mantenimento di manufatti recenti di bassissima qualità emerge da buona parte delle nuove direttive: così, per fare soltanto qualche esempio, nell'espansione otto-novecentesca dell'Arsenale meglio nota come ex Cantieri C.N.O.M.V., nell'"ambito" denominato "Molino Stucky - Scalera - Trevisan" (laddove invece non ci si preoccupa di preservare gli edifici otto-novecenteschi, di altissimo valore storico-testimoniale, prospicienti il Rio di S. Biagio, da utilizzazioni, quale quella alberghiera, la cui efficiente esplicazione non potrebbe che comportare trasformazioni fisiche gravemente alteranti quantomeno il sistema delle aperture nei prospetti), nell'"ambito" della Junghans, nell'"ambito" dell'Ospedale G. B. Giustinian, nell'"ambito" dell'Ospedale SS. Giovanni e Paolo, e perfino nell'"ambito" della Sacca dell'Inceneritore.
L'altra predilezione che emerge è quella per i "falsi".
Nell'"ambito" che il nuovo strumento denomina "Ex piazza d'armi" (cioè nell'area meglio nota come ex Italgas), si prevede la "realizzazione di un nuovo canale in prosecuzione del rio di S. Maria Maggiore fino al canale della Scomenzera", secondo un tracciato che non ripropone alcuna storica via d'acqua, mentre giace parallelo a quello secondo il quale scorreva il poi interrato Rio dei Secchi.
Nell'"ambito" della Junghans si prevede la realizzazione di un nuovo rio con un percorso ad angolo (o ad "L"), perpendicolare per un tratto al fronte lagunare e per l'altro tratto al Rio del Ponte Longo: una previsione assolutamente gratuita, secondo un tracciato che non ripropone alcuna precedentemente esistente via d'acqua, né alcuna regola conformativa della morfologia storica veneziana. Una previsione utile soltanto a configurare uno stucchevole mini-insediamento residenziale "di prestigio" (per bas bleu), con casettine in linea, affacci sul nuovo rio e giardinini privati. Mentre, nello stesso "ambito", non si prevede né di ripristinare le due fondamente storicamente esistenti sia lungo il Rio del Ponte Piccolo che lungo il Rio del Ponte Longo, né di riproporre un ampio spazio scoperto sistemato a verde (da destinare, oggi, alla fruizione collettiva) verso la laguna.
Un ampio spazio scoperto sistemato a verde, anzi "organizzato in forma di parco pubblico", è invece previsto nell'"ambito" degli Scali di S. Marta e di S. Basilio, lungo "la riva del canale della Giudecca dal rio di S. Basilio al canale della Scomenzera". Ciò per "ricordare la presenza dell'antica spiaggia di S. Marta", che era tutt'un'altra cosa, ovvero per "concludere degnamente la riva delle Zattere, come i giardini napoleonici concludono la riva degli Schiavoni", come recita il recentemente divulgato "progetto preliminare al piano regolatore generale". Tralasciando l'insopportabile formalismo del proposito, si può agevolmente prevedere che la simmetria di tale nuovo "parco" non si istituirebbe con i giardini "selviani", ma piuttosto (anche e soprattutto in termini di immagine "spelacchiata" e miserella) con quelli della riva di S. Elena. E non si intende come la "inclusione" (anche in termini morfologici e formali) nel tessuto urbano veneziano di ambiti strutturati, or'è quasi un secolo, in termini tali da renderli ad esso profondamente estranei (come quelli degli Scali portuali di S. Marta e di S. Basilio) possa avvenire mediante la realizzazione di un "parco" lungo l'affaccio acqueo, cioè mediante una sistemazione da sempre estranea alle caratteristiche del medesimo tessuto urbano veneziano, in quanto mai ricorsa negli assetti prodotti dalle sue dinamiche storiche in epoca preottocentesca. Ma già: i nuovi protagonisti dell'attività pianificatoria veneziana non credono all'esistenza ed alla riconoscibilità delle "regole conformative che hanno presieduto alla vicenda storica dell'insediamento umano" veneziano!
Del resto, non si intende neppure come la predetta "inclusione" degli ambiti di cui si tratta nel tessuto urbano possa avvenire destinandone gli spazi edificati esclusivamente ad attività direzionali, ad attrezzature per l'istruzione, ad attrezzature culturali, ad attrezzature associative, ad attrezzature ricreative (lo strumento adottato nel 1992 sceglieva, tra le attrezzature per l'istruzione, quella universitaria, e, tra le attrezzature culturali, quella consistente in centri di ricerca, ma, soprattutto, prevedeva consistenti spazi per abitazioni collettive, intese come collegi, convitti studentati, ed anche per abitazioni ordinarie, con presenza di uffici privati, di studi professionali, di artigianato, di commercio al minuto, di pubblici esercizi)
Nell'"ambito" degli Scali di S. Marta e di S. Basilio si prevede anche un bel falso architettonico, ovvero la "riedificazione della fabbrica di tabacchi documentata nel catasto Napoleonico [...] secondo le modalità del ripristino tipologico o volumetrico, secondo la documentazione disponibile".
Come nell'"ambito" del Carcere si prevede "dismessa la destinazione carceraria, il ripristino tipologico o volumetrico dell'antico convento di S. Maria Maggiore".
Come nell'"ambito" di S. Pietro di Castello si adombra "la possibilità del ripristino filologico o tipologico del corpo di fabbrica conventuale relativo al secondo chiostro". Nel medesimo "ambito", per converso, si prevede la demolizione di buona parte degli edifici esistenti nell'"area retrostante la chiesa", da sistemare a "parco pubblico". Le demolizione riguarderebbe, tra l'altro, circa la metà del quartiere I.A.C.P. Quintavalle: niente di male, stante che "percorrendo tutto il grande complesso si rileva lo stesso sciatto disegno, la ripetitività ossessiva dei moduli, la medesima artificiosità dei giardinetti che impediscono all'edificio di stabilire un contatto diretto con la strada e negano l'inserimento di attività commerciali e artigianali ai piani terreni" [11]. E poi non si prevede la demolizione degli edifici prospicienti la laguna, forse valutando che "l'effetto alla distanza dell'affaccio lagunare appare non sgradevole e complessivamente accettabile" [12]. Però si prevede la demolizione di tre edifici che lo strumento del 1992 aveva classificato "preottocenteschi": è stata appurata, ed adeguatamente documentata, un'errata attribuzione?
Quello da ultimo citato non è l'unico caso di "discrasia", per così dire, tra le indicazioni (cartografiche) relative agli "ambiti" e le puntuali classificazioni delle unità edilizie. Si deve sempre pensare alla ricorrente sciatteria? Anche quando le indicazioni cartografiche relative all'"ambito" denominato "area Molino Stucky - Scalera - Trevisan" prevedono la demolizione senza ricostruzione di una "unità edilizia di base non residenziale a capannone senza fronte acqueo", magari giustificabilissima ed opportunissima, ma senza che nessuna norma esplicita ammetta, negli "ambiti", la derogabilità delle disposizioni generali che, di tali unità edilizie, prescrivono il mantenimento?
Di due ambiti, infine, è bene trattare separatamente, e specificamente: dell'Isola Nuova del Tronchetto e dell'Arsenale.
3.4.3. L'Isola del Tronchetto
Vale la pena di rammentare che proprio a proposito dell'Isola del Tronchetto la nuova giunta aveva mostrato, a meno di un anno dal suo insediamento, il gran conto in cui intendeva tenere il programma per realizzare il quale il sindaco Cacciari aveva chiesto il consenso degli elettori, ed ottenuto quello della maggioranza di essi.
Aveva infatti proposto al consiglio comunale di controdedurre, in termini radicalmente difformi da quanto in argomento puntualmente specificato nel programma, alle osservazioni presentate ad una variante al Prg relativa alla sola Isola del Tronchetto.[13]
Occorre ricordare che per qualche decennio, in questo dopoguerra, le componenti più consapevoli e mature della cultura nazionale e le forze politiche della sinistra si erano battute per evitare che l'ambito veneziano della Marittima, di Piazzale Roma e del Tronchetto divenisse un unico, grande, insensato, devastante "centro direzionale", che avrebbe esaltato lo squilibrio complessivo della città lagunare, accentuando le sue gravitazioni verso la "testa di ponte", e condannando all'impoverimento funzionale i suoi quartieri ad essa meno prossimi, e che avrebbe aggravato il peso dei mezzi di trasporto su gomma nel sistema della mobilità a servizio della stessa città lagunare, determinando addirittura più consistenti penetrazioni di tali mezzi nel suo stesso contesto. E che le stesse componenti e forze si erano battute per ottenere che l'Isola Nuova del Tronchetto, sorta dalle acque, per iniziativa privata (e privata è tuttora la più gran parte dell'isola), negli anni '50, in un contesto di torbide manovre, fosse almeno destinata a funzioni di generale interesse della città di Venezia e dei suoi abitanti.
Finalmente, il "piano comprensoriale" veneziano, adottato all'inizio del 1980 ma mai entrato in vigore, aveva assegnato, come già si è ricordato, all'Isola del Tronchetto innanzitutto funzioni di "interscambio urbano di merci", e, soltanto in via residuale, di ricovero delle auto degli abitanti della città storica.
Un bel po' di anni appresso, la variante generale per Venezia insulare adottata nel 1992 aveva prescritto la formazione di un nuovo piano particolareggiato per l'Isola del Tronchetto, aveva ridotto drasticamente la volumetria complessiva prevista nell'isola, aveva precisato che gli spazi destinati alla funzione di "interscambio merci" dovevano essere tali da soddisfare la relativa domanda globale esprimibile dalla città storica, ed aveva ammesso attività di tipo direzionale soltanto negli spazi eventualmente residui, purché tali attività avessero raggio d'influenza almeno regionale e non fossero insediabili in unità edilizie esistenti nel tessuto urbano storico.
Irridentemente dichiarando di volere sostanzialmente accogliere una osservazione (presentata da Stefano Boato, Pierluigi Cervellati, ed altri) che chiedeva di escludere a priori ogni attività di tipo direzionale, nonché commerciale e legata alle funzioni turistiche, il nuovo assessore all'urbanistica, arch. Roberto D'Agostino, aveva proposto di modificare le scelte adottate in senso diametralmente opposto a quello auspicato, e cioè di assegnare alle volumetrie ancora edificabili nell'isola in via principale la generica destinazione di "strutture di servizio alla città", e, soltanto secondariamente, una volta quantificata la relativa domanda, la funzione di "interscambio merci".
Quanto correttamente poi si intendesse procedere alla quantificazione della domanda per funzioni di "interscambio merci" era stato fatto intravedere da uno studio, del quale erano anticipatamente divulgate le conclusioni, in base al quale gli spazi necessari sarebbero risultati di risibile entità, per l'ottima ragione che erano state valutate non le esigenze di mercati all'ingrosso, depositi, magazzini, e simili, di tutti gli operatori economici insediati e insediabili nella città storica, ma soltanto quelle di movimentazione delle merci di una parte dei trasportatori in conto terzi presentemente operanti.
L'impegno, solennemente assunto con i cittadini nel programma per realizzare il quale il sindaco Cacciari era stato eletto, di "realizzare al Tronchetto solo l'interscambio merci e i servizi per la mobilità non turistica", era stato perentoriamente rammentato alla giunta non soltanto da qualche voce isolata, ma anche da componenti della maggioranza consiliare (i Verdi, Rifondazione comunista, esponenti del PDS). Nel competente consiglio di quartiere una proposta di parere favorevole non era riuscita ad ottenere un solo voto positivo.
Alla fine, la proposta di deliberazione era scomparsa dall'ordine del giorno del consiglio comunale.
Sembra però che si vogliano ora ottenere gli stessi risultati per altra via. Alcuni accenni testuali del recentemente divulgato "progetto preliminare al piano regolatore generale" già avevano indotto, infatti, a ritenere che l'Isola Nuova del Tronchetto dovesse costituire, assieme agli scali di Santa Marta e San Basilio all'area ex Italgas, a Santa Maria Maggiore, al Tabacchificio, il nucleo essenziale di quel "centro della città bipolare" la cui creazione costituisce la (sola) "idea forza" del predetto documento.
Si veda la perentorietà con cui si asserisce [14]